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Diego Giachetti

OLTRE IL
SESSANTOTTO
Prima, durante e dopo il movimento
http://greennotgreed.noblogs.org/

© Diego Giachetti B F S
edizioni
1998
Biblioteca Franco Serantini soc. coop. a r.I.
Largo Concetto Marchesi - 56124 Pisa per corrispondenze: cas. post.
247 - 56100 Pisa tel. 050-570995 fax 050-3137201 e-mail:
bfspisa@tin.it

ISBN 88-86389-43-4
7 Introduzione
7 Sessantotto buono organizzazioni cattive?
10 Censure e rimozioni
14 Sessantotto e nuova sinistra
17 Una proposta di periodizzazione

21 Prima del ’68: l’incubazione politica e culturale


21 Frammenti e fermenti
25 II 1956 riapre la discussione
27 Gli anni Sessanta
37 II maoismo

41 II movimento del ’68 e i suoi problemi


43 Vantaggi e limiti della democrazia assembleare
49 Si discute (e come !) di organizzazione
54 II rapporto con la classe operaia

63 Dopo il ’68? Il ’69


69 L’incontro operai-studenti rilancia il problema dell’organizzazione

71 Dal movimento ai gruppi


73 Le ragioni che portarono alla nascita dei gruppi della nuova sinistra

79 Sociologia dei gruppi della nuova sinistra


81 L’intreccio di tre generazioni politiche
85 La composizione sociale
87 La nascita di un ceto politico militante
89 Tipologia del militante della nuova sinistra
91 II frazionamento 93 Anarchici e trotzkisti
106 II fenomeno marxista-leninista
114 Potere Operaio
118 Lotta Continua
124 La Lega dei Comunisti
126 II Manifesto
129 Avanguardia Operaia
1) II Movimento Studentesco della Statale
2) II dissenso cattolico. Il caso del Movimento Politico dei Lavoratori
3) II Partito di Unità Proletaria

4) II ’68, i radicali, la nuova sinistra


138 II Partito Radicale e i movimenti per i diritti civili

141 Dal’68 al’77


144 Solidarietà nazionale, austerità, sacrifici
151 Crisi economica, ristrutturazione, decentramento produttivo
154 Dopo il 20 giugno 1976: la crisi della “triplice”
157 Lo sviluppo dell’area dell’autonomia
161 II movimento come liberazione dalla forma partito
163 I Circoli del proletariato Giovanile e il corpo come soggetto politico
166 I giovani come categoria sociale dell’agire collettivo
169 Sul movimento del ’77
176 Un confronto tra due movimenti

185 Indici
Introduzione

E mi ricordo chi voleva al


potere la fantasia erano
giorni di grandi sogni sai
erano vere anche le utopie.
Ma non ricordo se chi c
'era aveva queste facce qui
non mi dire che è proprio
così non mi dire che son
quelli lì (Vasco Rossi)

Sessantotto buono organizzazioni cattive?


Il ’68 fa fine e non impegna. Molto più impegnativi sono gli
anni seguenti e, forse per questo, pochissimi ne parlano. Anche i
pochi che osano farlo li osservano come se si guardasse
fugacemente una stanza socchiudendo appena la porta e
richiudendola immediatamente.
Da ogni punto di vista gli anni dopo il ’68 sono pesanti e
impegnativi per tutti: per i movimenti, per i gruppi della nuova
sinistra, per il pci di Berlinguer avviato sulla via del
compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale, per
le formazioni della lotta armata.
Sono pesanti e impegnativi, anche da un punto di vista
personale, per molti protagonisti del ’68, i quali prima di ritirarsi
a vita privata, riciclandosi o inserendosi bene nel sistema, per
tutti quegli anni, passata l’allegra festa comunitaria del
movimento studentesco, furono partecipi, e con funzioni di una
certa responsabilità, di uno o più progetti politici tesi a stimolare
e a favorire una trasformazione rivoluzionaria dei rapporti di
produzione capitalistici.
Vengano presto ricerche che traccino una mappa genealogica
del percorso di quella che fu l’élite dirigente dei gruppi della
nuova sinistra negli anni Ottanta e nei primissimi anni Novanta.
Vengano presto anche studi e indagini di carattere sociologico
che quantifichino il fenomeno di
una generazione che è stata protagonista di un grande ciclo di
lotte, che ha prodotto migliaia di militanti e di quadri politici
ritornati poi a vivere del loro lavoro e impegnandosi, senza
infamia e senza lode, nei sindacati e nei partiti di sinistra;
mentre una ristretta minoranza - quella però che fa notizia - ha
filtrato con la peggiore tradizione del socialismo italiano, quella
di Craxi, Martelli, Intini, De Michelis, confondendoli con gli eredi
di Raniero Panzieri, intellettuale, onesto e capace, al quale si
erano richiamati per rifondare il pensiero marxista e socialista
della nuova sinistra. Si è trattato, comunque, di un fenomeno
sociale che ha avuto dimensioni di massa, che ha segnato vite ed
esperienze, ancora tutto da considerare e da spiegare,
utilizzando magari, tra i tanti strumenti disponibili, anche la
forma narrativa tipica del romanzo. Un fenomeno che per molti
intellettuali della vecchia nuova sinistra ha di fatto riproposto un
tema caro alla storia degli uomini di cultura del nostro paese,
quello del trasformismo. Ora, cambiare idea è del tutto normale
e certamente lecito, ma nel caso di molti ex dirigenti e segretari
dei partiti della nuova sinistra c’è qualcosa di più:

una parte deH’intellettualità a noi contigua ha davvero


esagerato. Non si è limitata a cambiare idea, per gusto o
per banale necessità, ha voluto fare della sua conversione,
un’arma per trovare lavoro, ruolo, potere, successo. E della
sua nuova fede anticomunista, del suo nuovo dorotei- smo
e craxismo, del suo entusiasmo da neofita per il mercato, le
merci, la società così com’è, ha fatto degli oggetti
contundenti per colpire spietatamente chi, più o meno, si è
“attardato” all’opposizione allo stato di cose presenti. Così
si è scatenata una muta di accaniti pasdaran del mercato,
di astiosi preti rossi spretati.
Per quanto può valere il riferimento a Democrazia Proletaria
come erede di quella stagione di lotte e di militanza, alcuni dati
danno una prima idea approssimativa dell’ecatombe che ha
travolto questa generazione. Nel 1987 in dp, su poco meno di
diecimila iscritti, gli ex militanti dei gruppi della nuova sinistra
versione anni Settanta - che all’epoca contavano decine di
migliaia di militanti - erano all’incirca duemila: 910 di
Avanguardia Operaia, 673 del pdup, 295 di Lotta Continua.
Non è per cattiveria che indichiamo un simile percorso di
riflessione, ma è perché ancora riteniamo che, come diceva quel
tale dell’Ottocento, sia l’essere sociale a determinare la
coscienza. Se così è ancora - e chi scrive ritiene di sì - un tale
approccio ci consente di compiere due operazioni.
La prima, di natura “umanitaria”, consiste nel restituire ai
protagonisti la loro memoria che i rievocatori anniversalistici e
no, dalla penna e dalla parola facile, “dopo aver reso loro amara
la vita per troppi anni”, tentano oggi di strappare loro perfino “il
passato raccontando come loro aggrada”.
La seconda ci permette di capire le ragioni per cui, in
occasione delle ricorrenze, si fa un gran parlare del ’68, mentre si
tace e si glissa sul dopo, definito lapidariamente da qualcuno
come “irresponsabile esplosione di demagogia e di ideologia”.
Così, può accadere che un comune cittadino, dotato di media
cultura, un po’ disattento perché distratto dall’impegno di vivere,
che si trovi a leggere o a sentire interviste di protagonisti del ’68,
recepisca la seguente immagine: ci fu il ’68 e forse anche il ’69,
poi un lungo buco nero e infine l’oggi rappresentato dal fatto che
magari l’intervistato nel frattempo è diventato un manager, un
conduttore televisivo, un giornalista famoso, un direttore, fazioso
e polemico, di uno dei tre telegiornali del partito Berlusconi-
Fininvest-Forza Italia, dopo aver partecipato prima al movimento
studentesco e poi a Lotta Continua con funzioni dirigenti (vedi
per esempio Paolo Liguori). Oppure si può citare il caso del
nuovo Ministro per l’ambiente, oggi tinto di verde pisello, ma al
tempo esponente di primo piano di Avanguardia Operaia e poi di
Democrazia Proletaria.
Storie simili se ne potrebbero ricostruire altre ancora. Lungi
da noi l’idea di esprimere un giudizio morale, che sarebbe troppo
banale e scontato, vogliamo solo segnalare una contraddizione,
che è la fonte di una possibile origine di un buco nero di
memoria, voluto anzitutto dai protagonisti, quasi abbiano voluto
far perdere in questi ultimi anni le loro tracce, prima di
ridebuttare in società.
Un buco nero purtroppo che viene riempito a volte solo dai
pentiti, come Leonardo Marino, operaio di Lotta Continua, amico
personale di compagni che sono poi diventati dirigenti
d’industria, direttori di giornali, senatori, opinionisti riveriti e
ricercati, finito a vendere crêpes, dopo che gli avevano paventato
l’opportunità di fare la rivoluzione in nome del “Potere operaio”.
Che una persona come Leonardo Marino sia mossa nel suo
agire dal risentimento ci pare comprensibile, non accettabile, né
giustificabile, ma comprensibile sì, grandi romanzieri hanno
scritto pagine mirabili sulla potenza distruttiva dell’invidia, del
rancore personale, del risentimento covato per anni.
È quanto riconosce lo stesso Adriano Sofri, riflettendo sulle
ragioni che avrebbero indotto Marino a coinvolgerlo nel delitto
Calabresi:

ai suoi occhi la mia vita [...] è diventata un esempio di


tradimento, egoismo, successo, potere ufficiale e autorità
mondana. Ai suoi occhi, le difficoltà e le miserie della sua
vita sono state un risvolto della fortuna e del tradimento di
gente come me.

Censure e rimozioni
Tra le tante interviste rilasciate da ex leader del movimento,
quella di Franco Russo, pubblicata su «l’Unità» del 1° marzo
1993 è esemplificativa della riduzione del ’68 a qualcosa che fa
fine e non impegna. Dice l’intervistato:

il ’68 è durato otto mesi, in autunno - quando nacquero


Lotta Continua e Potere Operaio - era già liquidato. Dopo
tutto cambiò di segno, il movimento fu depauperato del
meglio e divenne riserva di caccia dei gruppi.
Dopo questo giudizio pesante e impegnativo dobbiamo subito
fornire, per dovere di cronaca, un’informazione al nostro
immaginario interlocutore, lettore di interviste sul ’68;
altrimenti, nella sua ingenuità, potrebbe pensare, sulla base degli
elementi fornitigli, che dopo questi fantastici otto mesi Franco
Russo abbia smesso ogni forma di attività politica, in quanto essa
consisteva ormai solo in “battute di caccia” dentro il movimento
da parte dei gruppi.
Invece non è andata così. Franco Russo, che non era già
all’epoca un nuovo arrivato alla politica e al movimento, avendo
fatto parte del pci e della sezione italiana della Quarta
Internazionale, nel ’68 promuove assieme a Paolo Flores D’
Arcais un piccolo gruppo, i Nuclei Comunisti Rivoluzionari, con il
quale partecipa alle vicende dei gruppi della nuova sinistra di
quegli anni, per ritrovarsi poi in Avanguardia Operaia, poi in dp
e, successivamente, nei verdi.
L’intervistato esprime, in parte, il dramma di una generazione
che ha fatto il ’68, ha partecipato alla costituzione dei gruppi
della nuova sinistra, con relative diaspore, unificazioni, divisioni,
e oggi si trova costretta a riflettere su uno o più fenomeni che
sono stati eventi centrali della loro vita.
Vi sono tutti i vantaggi e il fascino della storia soggettiva, ma
anche le parzialità, le esagerazioni di chi ricostruisce senza
potersi liberare del tutto dei propri stati d’animo, soprattutto
quelli presenti, che sono l’espressione di ciò che si è diventati.
È ammirevole e utile provare a riscrivere il ’68 sulla base di
come lo avevano percepito allora i protagonisti, ma non si può
prescindere da un dato evidentissimo: troppi combinano
volutamente i ricordi e le percezioni di allora con il loro status
attuale. Ecco perché fra le forme di conservazione della memoria
soggettiva, le pagine di diario sono molto più attendibili che non
la ricostruzione volontaria a posteriori del ricordo.
La memoria volontaria, oltre a essere sottoposta al logorio del
tempo, trae in inganno, cancella, rimuove, ricostruisce,
riseleziona, mettendo in atto un meccanismo psichico teso alla
difesa della propria identità. Come è stato fatto notare il bisogno
di ricordare si accompagna, simmetricamente, al bisogno di
dimenticare, memoria e oblio sono processi ed eventi
concomitanti, sicché, se è utile e necessario riflettere sull’utilità e
l’utilizzo della testimonianza e della memoria dei protagonisti,
altrettanto si dovrebbe fare per quanto riguarda l’oblio, la
dimenticanza, la rimozione.
Il bisogno di riposizionare il peso e la portata degli eventi che
si sono vissuti nasce in questo caso da un istintivo bisogno di
difendere il proprio vissuto, la propria individualità:

per salvare l’identità, molti attribuiscono il bene a un


movimento iniziale e incorrotto, e la degenerazione a un
periodo successivo.
Rispetto a quegli anni possiamo individuare un triplice
processo di rimozione del fenomeno ’68.
Il primo consiste nell’accendere i riflettori solo sull’evento
’68, scorporandolo da quello che è avvenuto dopo, per collocarlo
in una dimensione senza spazio e luogo, come se la storia si fosse
bruscamente interrotta, senza avere un seguito. Così, ad
esempio, uno dei più celebri saggi sull’anno degli studenti,
comparso in occasione del ventennale del ’68, quello di Peppino
Ortoleva, da molti studiosi ripreso favorevolmente, traccia
immediatamente una delimitazione in senso tematico e
cronologico che ha profonde implicazioni metodologiche e
interpretative. Scrive infatti nell’introduzione:
Qui l’analisi si ferma: il 1968 finisce, e comincia la storia di
diversi movimenti politici di nuova sinistra, a carattere
strettamente nazionale, o locale, e caratterizzati da una
base sociale in parte diversa da quella che era stata
propria del movimento studentesco.

Così facendo non si liquida solo la storia degli anni Settanta,


ma si rimuove immediatamente il pur esistito rapporto tra ’68
studentesco e ’69 operaio.
Il secondo annacqua quella parte del ’68 che ebbe contenuti
soggettivamente rivoluzionari-anticapitalistici in una generica
festa comunitaria che si svolse dentro le università occupate,
dove gli aspetti “umani sembravano prevalere su quelli politici”,
come la rottura con le famiglie, i timori che le schedature della
polizia pregiudicassero le future carriere universitarie. Ma
almeno chi dice queste cose francamente è capace di ammettere
che il ’68 non ha mai rappresentato una svolta epocale, è stato
principalmente un’invenzione dei mass media.
Terzo e ultimo passaggio della rimozione è la
contrapposizione tra un “’68 buono” e le “organizzazioni cattive”.
Un vero e “proprio tradimento del ’68” che si consuma subito nei
primi anni Settanta da parte delle organizzazioni della nuova
sinistra che avrebbero riprodotto vecchi modelli, vecchi schemi,
vecchi modi di far politica, uccidendo sul nascere “il buono” del
movimento, fatto di riscoperta del mutualismo, del solidarismo,
dell’associazionismo di base, della socialità. Anche su questo
punto, come ha giustamente fatto osservare Luisa Passerini,

la memoria non sa o non vuole soffermarsi a render conto


di una serie di capovolgimenti: dal rifiuto della politica
come mestiere all’accettazione del funzionariato, dal
diniego del ruolo di avanguardia alla costruzione di un
partito rivoluzionario.
Non risulta invece così facile, affrontando nel concreto lo
studio del triennio ’68/’70, dimostrare che è esistita una cesura
netta fra movimento buono e strumentalizzazioni da parte di
formazioni politiche cattive, specie di spiriti malefici che per
tutto il secolo che sta per finire si sarebbero divertiti
(incarnandosi in forme politiche e sindacali diverse) a stroncare
il nuovo, a imprigionare i movimenti in strutture e apparati
burocratici.
La spasmodica ricerca nel presente del “nuovo” rappresentato
dall’evento ’68, caricato di significato epocale e universale, ha
condotto a rischiose, quanto divertenti, proposte di “forzare il
confine interpretativo che lega il ’68 alla sinistra” per provare a
consegnarlo alla destra (Fini, Berlusconi, Buttiglione, Casini, gli
imprenditori arrapati del Nord-Est) perché essi sarebbero il
frutto “di questa storia e di questo ‘sociale’”.
Non credo che simili suggestioni siano sufficienti a dimostrare
una tesi, come non credo che le ipotesi possano essere giudicate
valide o meno solo in base al criterio del fascino metodologico
che esse esercitano. Per chi intraprende questa strada la
ricostruzione storica diventa un elemento occasionale, un
contenitore da cui estrarre i fatti che meglio si adattano alla tesi
che si vuole dimostrare, prevale il tentativo di dare un giudizio
sintetico di valore; ciò che non convince

è il tentativo di risolvere la questione sul piano delle


identità e delle caratteristiche subculturali, a prescindere
da un'analisi più puntuale delle dinamiche storico
politiche a quelle sottese.

Del gran parlare che si fa del ’68, del suo senso storico, del suo
significato, prevale spesso, solo e unicamente, l’aspetto inerente
al dibattito circa quale sia il migliore paradigma capace di
interpretarlo. Ci si ferma cioè alle soglie della ricerca storica e
sociologica vera e propria, quella che prima o poi deve prevedere
il momento in cui lo studioso, armato di ipotesi più o meno
fascinose, varca la soglia di un centro di documentazione e
comincia ad aprire e scartabellare i faldoni che contengono le
raccolte di documenti inerenti a quegli avvenimenti.
È questo un aspetto trascurato delia riflessione sul ’68 che
Liliana Lanzardo ha fatto bene a segnalare nel corso di un
convegno torinese, invitando i presenti a una maggiore
attenzione alle fonti prima di azzardare ipotesi interpretative
globali.
Eppure, come ha rilevato Marco Grispigni in un articolo
comparso su «il manifesto», da anni vi sono istituti, centri di
documentazione, fondazioni che hanno raccolto e reso
disponibili agli studiosi molti documenti d’epoca; questi archivi
però sono consultati quasi esclusivamente da giovani laureandi e
dottorandi, mentre

nel frattempo continuano a uscire interventi su questi


argomenti basati sulla memoria di chi scrive o sulle
testimonianze di alcuni protagonisti a loro volta basate
sulla memoria di chi racconta.

Per quanto suggestive siano le ipotesi, occorre verificarle


usando correttamente le fonti. La storia orale, la memoria dei
protagonisti, i loro ricordi sono certo da valorizzare, ma occorre
anche saperle inserire in un contesto storico più ampio,
confrontarle con le carte e con i documenti prodotti e scritti
all’epoca. Fare un lavoro del genere, credo, sarebbe divertente.
Provate solo a pensare cosa potrebbe uscire dal raffronto tra
cosa dicono oggi alcuni esponenti degli ex partiti della nuova
sinistra, e gli articoli che scrivevano sui loro giornali o riviste
teoriche, esaltando magari il modello leninista stretto di partito
e di organizzazione. O ancora com’è cambiata la loro visione di
quegli anni dopo essere passati magari dalle file craxiane a
quelle della Finivest o dal pci, versione anni Ottanta, al pds
buonista di D’Alema.

Sessantotto e nuova sinistra


E stato giustamente osservato che raramente “il Sessantotto
riesce a uscire dai confini dell’evento”, oltre il quale vi è “un
impressionante vuoto sugli anni Settanta”, anni di “effervescenza
della società civile”, caratterizzati da grandi lotte sociali,
politiche, sindacali, dalla presenza di movimenti, idee nuove,
culture giovanili, che si intrecciano (e non sono qualcosa di
separato) con la nascita, lo sviluppo e le elaborazioni dei vari
gruppi politici della nuova sinistra, per rappresentare una
continuità con le lotte studentesche del ’68 e quelle operaie del
’69.
Continuità rintracciabile, facilmente ricostruibile e
dimostrabile, non rottura, non cesura netta, non “tradimento” del
buono e trionfo del cattivo, ma interazione fra effervescenza
della società civile, elaborazione politica e ricerca di nuove forme
di organizzazione politica e sindacale, si pensi alla nascita dei
consigli, e soprattutto una grande domanda di trasformazione
sociale profonda e radicale delle strutture costitutive della
società borghese e capitalistica (allora si parlava e si scriveva
così).
E questa la via intrapresa da Ginsborg nella sua Storia
dell’Italia dal dopoguerra a oggi, pubblicata nel 1989, quando
introduce, nella valutazione della storia dell’Italia
contemporanea, il ruolo dei movimenti collettivi di lotta, nati sul
finire degli anni Sessanta e caratteristici del decennio successivo.
Con questa impostazione è possibile cogliere facilmente
l’intreccio tra movimenti, gruppi di base e formazioni politiche
della nuova sinistra, che nel loro insieme altro non erano se non
l’espressione di una crescita del conflitto e dell’antagonismo
sociale di classe, all’interno del quale si manifestava il
protagonismo di gruppi sociali specifici, studenti, operai, giovani,
magistrati, psichiatri, malati, donne.
La storia dei partiti della nuova sinistra non può essere
considerata come una degenerazione e un ritorno al “vecchio”,
seguito alla stagione creativa del movimento, fu un tentativo,
irrisolto, di trovare risposte a problemi reali, posti dalla stessa
evoluzione della situazione indotta dalle lotte studentesche e
operaie. Comunque e quale sia il giudizio che oggi vogliamo
esprimere su di essi, resta il fatto che, ogniqualvolta si ha il
coraggio di varcare la soglia spazio-temporale del ’68 italiano,
subito dopo vi troviamo i gruppi politici della nuova sinistra in
formazione.
Il dato ci pare così evidente che non può essere negato, ecco
perchè due capitoli di questo lavoro sono dedicati
rispettivamente al passaggio dal movimento ai gruppi e a una
sociologia dei gruppi della nuova sinistra, che rappresenta il
tentativo di cogliere la dinamica strutturale e sociologica
comune al fenomeno del “gruppismo” della nuova sinistra
piuttosto che soffermarsi sulle storie politiche delle singole
formazioni. In questo capitolo sono presi in esame solo i
principali gruppi della nuova sinistra, quelli sui quali esiste una
maggiore documentazione. La loro nascita o la loro
scomposizione - quando si trattava di formazioni politiche già
esistenti, come nel caso degli anarchici e dei trotzkisti - era
direttamente legata all’ascesa delle lotte operaie e studentesche.
Tali lotte ponevano problemi organizzativi e politici nuovi,
richiedevano

livelli nuovi di mediazione. L’esigenza di un salto di qualità


[...] è stata avvertita [...] man mano che la propria azione
creava ripercussioni nella società e risposte da parte dello
Stato. La scelta diventava improcrastinabile quando i primi
contatti tra operai e studenti mostravano l’esistenza di un
terreno comune su cui costruire un’alternativa alla linea
del movimento operaio. 11 movimento doveva formulare
ipotesi politiche [...] affrontare problemi di tattica e di
organizzazione.

La stessa rappresentanza politica affidata alla democrazia


assembleare, tipica delle occupazioni universitarie, diventava
sempre più, man mano che il movimento si estendeva nel paese
coinvolgendo nuovi strati sociali, uno strumento “pesante” e
inadeguato, come già lo stesso Mauro Rostagno aveva segnalato.
C’è il rischio, scriveva, di passare “dall’alienazione individuale di
studente disperso e atomizzato, all’alienazione collettiva delle
assemblee generali, dove leader carismatici o ideologici giocano
a colpo di fiuto politico”.
La reazione contro la forma rappresentativa, che aveva ucciso
il contenuto della partecipazione democratica, creava per
eccesso una voluta informalità nella gestione delle assemblee,
dove, in molti casi, finivano per decidere coloro che avevano “più
resistenza al sonno o minori necessità di lavorare per vivere”.
Il movimento stesso, nel suo farsi e nel suo essere, non può
essere rappresentato come un fenomeno compiuto, del tutto
nuovo, che sorge dal nulla, bello, pulito e incontaminato da
incrostazioni ideologiche, culturali e partitiche del passato.
Il movimento studentesco italiano non partoriva per
autogenesi le sue idee. Certo era ben presente la polemica contro
la vecchia sinistra socialista e comunista e anche nei confronti
dei gruppi della sinistra minoritaria già esistenti. Ma i dirigenti
del movimento che emergono nella prima fase non vengono dal
nulla, hanno fatto la loro esperienza, il loro apprendistato
politico e culturale, dentro o ai margini dei partiti tradizionali
della sinistra, nella cultura radicale o cattolica.
Si caratterizzano per un bisogno onnivoro di conoscenza che
si scontra subito con la desertificazione della teoria e della storia
del movimento operaio provocata dallo stalinismo, anche nelle
sue versioni italiane più sofisticate e digeribili. Si andava così
dalle sofisticate elaborazioni della scuola di Francoforte, alle
rozze riproposizioni del marxismo-leninismo nella versione
maoista, Che Guevara stava con Stalin, Panzieri, Adorno e il
giovane Gramsci, Marx si accompagnava agli sviluppi più
avanzati di alcune discipline “borghesi” come la sociologia, la
linguistica, la psicanalisi.
In tal senso la rivista «Quaderni Piacentini» è molto
indicativa, fotografa una situazione caotica ed eclettica ma reale,
ne evidenzia le potenzialità teoriche intrinseche, la curiosità del
sapere, la voglia di rompere con i vecchi riferimenti politici e
culturali, ma anche i limiti dovuti all’incapacità di
contestualizzare nella storia (ricostruendo una memoria) le
origini e la natura delle idee che il movimento “beveva” e
diffondeva.
Sono tutti difetti di impostazione, di metodo, di rapporto con
il problema dell’organizzazione e della forma partito che
ritroviamo nei gruppi della nuova sinistra degli anni Settanta,
dovuti alla inesperienza, a limiti di conoscenza della storia del
movimento operaio. Problemi e questioni che, per la loro
rilevanza, andavano principalmente affrontati in sede di corretta
e seria ricostruzione storica, erano sovente risolti ricorrendo a
strumenti di natura filosofica, sociologica, antropologica, i quali
azzeravano la ricchezza dell’esperienza storica in schemi più o
meno totalizzanti da cui ripartire, come se la questione fosse
unicamente quella di rimettere in piedi, idealmente, “l’idea”
falsificata in qualche passaggio.

Una proposta di periodizzazione


Quando parlo del ’68 in Italia intendo riferirmi a un arco
temporale ben preciso, quello che comprende tutti gli anni
Sessanta e tutti gli anni Settanta. Vi è quindi un prima e un dopo,
un lento enuclearsi di quelle che saranno le ragioni del ’68 e poi
un dispiegarsi/tramutarsi delle domande poste dal ’68 in tutti gli
anni Settanta. Il ’68 è dunque finito? Dal mio punto di vista sì, o
meglio, negli anni Ottanta la maggior parte delle domande di
trasformazione sociale che lo avevano caratterizzato non solo
non hanno ricevuto risposta, ma sono addirittura scomparse.
Gli anni Sessanta si aprivano con i primi segnali di ripresa
della lotta operaia, che avveniva dopo le trasformazioni della
struttura produttiva degli anni Cinquanta. Gli scioperi e le
manifestazioni del luglio 1960 contro il governo Tambroni e gli
scontri di Piazza Statuto a Torino, nel luglio del 1962, segnano
l’inizio di un’inversione di tendenza, provocata da mutamenti
strutturali della società che concorrono a spiegare, assieme ad
altri elementi, l’esplosione del movimento studentesco, delle
lotte operaie del ’69 e tutta “quell’effervescenza della società”
tipica degli anni Settanta.
La crisi economica del ’74-’75 che ha dimensioni mondiali e
può essere paragonata per la sua portata a quella del ’29, dà
luogo a un cambiamento strutturale che si alimenta nell’ondata
recessiva prolungata che la segue. Decentramento,
ristrutturazione, accompagnati da una ridefinizione dei rapporti
di forza tra le classi nel nostro paese, caratterizzano gli ultimi
anni Settanta e i primi anni Ottanta. La sconfitta della Fiat del
1980 simboleggia la fine di quel periodo di cui ho parlato
precedentemente.
Il ’68 aveva posto una serie di domande di trasformazione
sociale. Negli anni Settanta in Italia erano evidenti diversi
cambiamenti nella mentalità, nelle leggi e nei costumi. Divorzio,
aborto, nuovo diritto di famiglia, riforma del servizio sanitario,
legge 180 che aboliva i manicomi, abolizione di alcune leggi
fasciste, mutamento dei rapporti nella famiglia, nelle istituzioni,
nei luoghi di lavoro ecc. Giustamente si può dire che il ’68 ha
indotto un processo di modernizzazione della società, una
gramsciana “rivoluzione passiva” che avviene quando le esigenze
di cambiamento sono forti, ma non trovano o non riescono a
trovare un soggetto rivoluzionario che le rappresenti
compiutamente. Non c’è bisogno di spendere molte parole per
dire che già negli anni Ottanta, e ancor di più nei primissimi anni
Novanta, il bilancio di ciò che resta di quelle conquiste è sempre
più magro.
Non si è certo realizzata la modernizzazione a cui pensavano
la sinistra tradizionale e riformista e il sindacato:
razionalizzazione del capitalismo e superamento degli squilibri e
delle disfunzioni dovute a un presunto capitalismo arretrato e
incapace di fare bene il suo mestiere.
Tutta una serie di altre domande: controllo operaio in
fabbrica, controllo popolare sulle istituzioni, estensione dei
momenti di democrazia dal basso, fino alla richiesta di una
domanda di potere politico che si esprimeva nella fiducia
accordata al pci affinché andasse al governo, non hanno trovato
risposte. E questo perché le domande poste allora non potevano
trovare una risposta che fosse compatibile con i rapporti di
produzione capitalistici, esigevano un ribaltamento della
struttura socio-econo- mica e della dislocazione del potere
politico e statale.
Tra i tanti motivi per i quali è importante puntare i nostri
riflettori sugli anni Settanta vi è anche quelle di impedire che
passi l’idea comune che essi appartengano in tutto e per tutto
alla lotta armata e a Renato Curcio che li ripercorre, dal suo
punto di vista e con onestà intellettuale, “a viso aperto”.
Negli anni Settanta c’è tanto ’68. Chi non capiva questo,
perché aveva vissuto il ’68 “senza particolare intensità” era
portato più di altri a non cogliere bene e a fondo la dinamica
degli eventi e le potenzialità di trasformazione profonda della
società che essa apriva e, pertanto, riteneva che occorresse
forzare la situazione in modo soggettivo e volontaristico, con
azioni armate incomprese dai più, ritenute non solo
inopportune, ma anche dannose.
C’è talmente tanto ’68 negli anni Settanta che esso si
esaurisce proprio in quel decennio, termina nel momento in cui
la trasformazione epocale che voleva indurre si bloccò in Italia
con la formazione del primo governo di solidarietà nazionale
(quello dell’astensione dei comunisti, presieduto da Andreotti)
che segnava l’inizio della fine di un triennio decisivo e cruciale
per il nostro paese, quello che va dalla vittoria elettorale sul
divorzio del 12 giugno 1974 fino alle elezioni politiche anticipate
del giugno 1976.
In quel periodo giungono a maturazione tutta una serie di
contraddizioni che investono la società provocando una crisi
organica nel senso gramsciano del termine. La soluzione o non
soluzione di queste contraddizioni, l’impacchettamento del
protagonismo di massa nell’austera versione governativa del
compromesso storico, sono fenomeni che vanno ricostruiti e
analizzati bene e a fondo, perché dalla riflessione su quel periodo
possiamo ricavare tante spiegazioni utili alla comprensione
dell’oggi.
Il movimento del ’77 è, da questo punto di vista, un fenomeno
emblematico, segna la fine di un periodo, caotico ed
effervescente di protagonismo sociale di massa, è l’ultimo grande
movimento politico che attraversa l’Italia degli anni Settanta e
che si pone esplicitamente la questione se ha ancora senso fare
politica.
La sua sconfitta chiude un ciclo di lotte che si era aperto nel
1968; il movimento del ’77 pone anch’esso dei problemi ai quali
non riesce dare una risposta; né - cancelliamo subito ogni
illusione in merito - riescono a darla i partiti della sinistra
italiana negli anni Ottanta, Martelli, Craxi, Ferrara e il quotidiano
pagato dai craxiani «Reporter», compresi.
Chiusa nella bara degli “anni di piombo” un’intera
generazione politica, formatasi negli anni Settanta, viene fatta
scomparire dalla storia d’Italia, imprigionando i comportamenti
politici e i processi sociali e culturali dentro lo schema, rigido ma
funzionale al potere, del terrorismo e della lotta armata. Privati
così del diritto alla propria memoria, recentemente, con la
trasmissione televisiva Anima mia, hanno stabilito anche qual era
l’immaginario collettivo di quella generazione,
emblematicamente sintetizzato col titolo di una canzone dei
Cugini di campagna del 1973. Cosicché oggi sembra vero che di
giorno si sfilasse nei cortei urlando “Potere Operaio” e “Lotta
Continua” e alla sera ci si trovasse tutti assieme a cantare Anima
mia, dimenticando che, per dirla con Vasco Rossi, “negli anni
Settanta quella roba lì tipo i Cugini di campagna era spazzatura.
Uno schifo. Questa è la verità”.
Prima del '68: l'incubazione politica e culturale

Frammenti e fermenti
Una critica da sinistra, anarchica e anarcosindacalista,
anticapitalistica, antistalinista e antiriformista, ha caratterizzato
la storia della sinistra italiana. Essa affondava le sue radici nella
lotta che negli anni Venti e Trenta oppose i trotzkisti, i
bordighisti, ma anche i consiliaristi di Panne- koek i
luxemburghiani, e gli anarchici, alla linea ufficiale dei partiti
comunisti della Terza Internazionale dopo Lenin, per alimentarsi
nel radicalismo di classe che si manifestò durante la Resistenza,
con la nascita di organizzazioni politiche che tentarono di
contrastare l’opera di collaborazione coi partiti della borghesia
intrapresa dal pci e dal psi nel Comitato di Liberazione
Nazionale.
È il caso di citare formazioni partigiane e organizzazioni
politiche eclettiche come il Partito Comunista Integrale, meglio
conosciuto col nome del giornale «Stella Rossa», il Movimento
Comunista d’Italia, col suo giornale «Bandiera Rossa» e altre
ancora che avevano animato la Resistenza portandovi un
contributo ideologico critico rispetto alla ricostruzione del
partito nuovo di Togliatti.
La stessa area socialista, era percorsa da fermenti critici che
avevano portato alla costituzione di formazioni quali il
Movimento di Unità Proletaria, animato da Lelio Basso, e il
Fronte Popolare Rivoluzionario, che trovavano riscontro nelle
posizioni di intransigenza classista della Federazione Giovanile
Socialista e del suo giornale, «La Rivoluzione Socialista», e,
nell’immediato dopoguerra, nella corrente di Iniziativa
Socialista.
Lo stesso movimento anarchico italiano, che aveva solide
radici e tradizioni nella storia del movimento operaio, era stato
per tanti comunisti e socialisti libertari un punto di riferimento
per chi non si rassegnava alla
politica di estremo realismo praticata dai due maggiori partiti
della sinistra italiana dopo la crisi del regime fascista nel 1943.
La partecipazione anarchica alla resistenza ebbe una sua
rilevanza e una sua vivacità politica e culturale, come
testimoniano le varie testate pubblicate clandestinamente in
quel periodo. La partecipazione alla lotta armata contro il
nazifascismo aveva contribuito alla ripresa del movimento
anarchico italiano e alla sua riunificazione nel Congresso di
Carrara del settembre 1945 con la nascita della Federazione
Anarchica Italiana (fai), che ridava vita, come settimanale, a
«Umanità Nova», il quotidiano anarchico fondato nel 1920. Così
nell’immediato dopoguerra la fai, già vaccinata contro lo
stalinismo e lo statalismo in genere, molto critica verso il
sistema sociale sovietico,

rappresentava una tradizione di classe piuttosto


consistente, con una propria tradizione ancora viva, di
lotte, di sacrifici, di milizia rivoluzionaria e antifascista.
Nei primi anni del dopoguerra non mancarono i tentativi di
superare gli aspetti più ambigui del togliattismo intrapresi, con
intenzioni ed esiti diversi, dal gruppo che si formò attorno a
Valdo Magnani e Aldo Cucchi, dopo l’espulsione dal pci nel 1951,
a quello di Azione Comunista.
Il settimanale «Risorgimento Socialista», che per sei anni fu
l’organo del movimento raccoltosi attorno ai due parlamentari
ex comunisti, diventò palestra e laboratorio di una cultura
politica socialista e marxista “laica” e innovativa, non a caso si
dovrebbe ricordare la presenza, nelle file dell’Unione dei
Socialisti Italiani (questo era il nome del movimento) di giovani
che avrebbero assunto una posizione eterodossa all’interno della
sinistra negli anni successivi, quali Dario Lanzardo, Vittorio
Rieser, Giovanni Mottura, Enrica Collotti Pischel.
Azione Comunista, gruppo formatosi originariamente dentro
il pci per rivendicarne il ritorno alle origini insurrezionali e
rivoluzionarie, nel 1956, subito dopo la repressione della rivolta
ungherese, tentava di aprire un difficile confronto con altri
gruppi minori della sinistra antistalinista, quali i trotzkisti dei
Gruppi Comunisti Rivoluzionari, presenti in Italia fin dal 1949
con il giornale «Bandiera Rossa», gli internazionalisti del
Partito Comunista Internazionalista, che pubblicavano il giornale
«Battaglia Comunista», e i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria
che pubblicavano «L’Impulso». Questi ultimi si erano formati
come corrente dentro la fai, composta nella maggior parte da
giovani militanti usciti dal pci, rivendicando la necessità di un
minimo di organizzazione e di indirizzo politico unitario nella
forma di un Movimento Orientato e Federato, così si denominava
la corrente, e dal 1951 si erano costituti come gruppo autonomo.
Le figure più rappresentative erano Pier Carlo Masini, Arrigo
Cervetto e Lorenzo Parodi. Il percorso politico di Pier Carlo
Masini era indicativo delle stato d’animo ideologico che animava
questa corrente. Giovane antifascista confinato e comunista, egli
si era allontanato dal partito su posizioni di sinistra
avvicinandosi alla fai:

nella fai Masini opera una selezione: esalta


l’organizzazione libertaria, non il vecchio individualismo,
continua a battere sul concetto organizzativo. Riscopre le
personalità che vi si sono applicate, quindi Malatesta,
Fabbri, Melacci, Bemeri, ecc., e sul piano internazionale
Makhno, e la cnt e la fai della guerra civile spagnola. Tutto
vi si concilia, la tradizione antifascista, la battaglia
antistalinista. Riscopre pure lui, la Luxemburg. Si assume
l’iniziativa, con altri giovani, di una corrente di
rinnovamento dell’anarchismo.
Si definivano “anarchici un po’ speciali”, prendevano le
distanze da certo “anarchismo mistico, liricizzante e bucolico”,
polemizzando apertamente con Armando Borghi, la fai e con chi
si isolava dall’attività organizzativa, dal confronto diretto con il
movimento operaio e dalle sue lotte quotidiane impedendo il
reinserimento in quel dialogo con le altre forze politiche “da cui
esso si era od era stato estromesso dal suo o dall’altrui
settarismo”.
Rilevanti erano anche le esperienze culturali e politiche che si
consumavano attorno alla rivista «Il Politecnico», quelle di
settori provenienti dal disciolto Partito d’Azione, il gruppo di
Unità Popolare di Parri, Codi- gnola, Calamandrei, fino al Partito
Radicale e a riviste che negli anni Cinquanta avevano cercato di
stimolare la cultura marxista italiana bloccata nel suo sviluppo
dalla pressione congiunta dello zdanovismo e dello storicismo
crociano.
Quindi una parte della sinistra italiana non aveva certo
aspettato il xx Congresso del pcus del febbraio 1956 per criticare
lo stalinismo, la forma partito, la cultura della sinistra comunista
e socialista, lo statalismo, il produttivismo, il marxismo ridotto a
filosofia della storia, cercando contemporaneamente di ridefinire
una via classista e rivoluzionaria alla democrazia socialista,
intraprendendo letture “laiche” ed “eretiche” dei marxismi e
della storia del movimento operaio
Nel decennio che va dal 1950 al 1960 un gruppo di
intellettuali, che si collocavano in una posizione critica rispetto
alle culture ufficiali dei partiti della sinistra italiana, si riunivano
nei comitati di redazione di alcune riviste. Esse svolsero una
funzione di stimolo nei confronti di una cultura marxista che
peccava di boria storicistica e di provincialismo.
Nel 1949 la biblioteca Feltrinelli iniziava le pubblicazioni
della rivista di storia e bibliografia «Movimento Operaio», diretta
da Gianni Bo- sio che rivoluzionava completamente il
tradizionale impianto metodologico della ricerca storica e
politica in uso tra gli intellettuali dei partiti della sinistra italiana.
Sempre in quell’anno iniziava il lavoro di diffusione del
ciclostilato «Foglio di discussione» (tra i redattori Franco Fortini
e Renato Solmi) che mutava quasi subito il titolo in
«Discussioni». L’iniziativa era sorta per denunciare le
insufficienze della cultura di sinistra e per affrontare la
questione del rapporto fra politica e cultura, fra intellettuale e
partito; proseguendo aveva generato altre riviste quali
«Opinione», «Ragionamenti», «Passato e Presente» e la «Rivista
Storica del Socialismo».
«Opinione» iniziava le pubblicazioni nel 1956, nella
redazione vi erano Agazzi, Guiducci, Salvaco, Bonfiglioli, Luzzato,
Rizzoli, Fortini, Pi- cardi, Scalia; si occupava in particolare del
rapporto tra marxismo, empirismo e sociologia.
«Ragionamenti» nasceva nel 1955 per iniziativa di un gruppo
di giovani intellettuali fra i quali Armanda e Roberto Guiducci,
Amodio, Ca- prioglio, Fortini; a essi si aggiunsero in seguito
l’economista Momigliano e il sociologo Pizzomo; collaborarono
alla rivista anche Della Volpe e
Leonardi. La rivista si caratterizzava per articoli di informazione
bibliografica che spaziavano daH’economia alla filosofia, dalla
sociologia alla linguistica. Furono affrontati anche temi quali il
progresso tecnologico, il neocapitalismo, la pianificazione, la
repressione della rivolta ungherese, fu stilato un manifesto per
riorganizzare la cultura marxista in Italia.
«Passato e Presente» usciva nel gennaio del 1958 ed era il
risultato della fusione di tre “gruppi”: quelli provenienti
dall’ormai concluse esperienze di «Ragionamenti» e «Opinione»
e quello formato da ex comunisti o comunisti in procinto di
uscire dal pci. Diretta da Ripa di Meana, la redazione era formata
da Cafagna, Caracciolo, Giolitti, Armanda e Roberto Guiducci,
Momigliano, Pizzorno, Scalia, Salvaco, Pavone. Interessante in
merito fu anche il Dibattito sulla cultura marxista a più voci che
si aprì sulle pagine del «Contemporaneo».
La «Rivista Storica del Socialismo», diretta da Luigi Cortesi,
usciva nel 1958 collocandosi nell’ambito della ricerca storica e
della riflessione storiografica marxista. Mossa anch’essa
dall’intento di riconsiderare e rinnovare il nesso tra politica e
cultura, proponendo una nuova partecipazione e un nuovo
intreccio tra ricerca e intervento politico, la rivista si proponeva
di smuovere la storiografia marxista dalla nicchia appartata e
separata dallo scontro politico del momento.
L’intreccio tra le elaborazioni di queste correnti politiche e
culturali - ad alcune delle quali va riconosciuto perlomeno il
merito di essere state antistaliniste in tempi non sospetti - e le
origini della nuova sinistra, che alcuni fanno drasticamente
nascere col 1956, andrebbe ricostruito una volta per tutte
ponendo fine a quell’ambiguità di fondo con la quale la stessa
nuova sinistra ha voluto rappresentare se stessa, come frutto
cioè del processo di riflessione critica che si dipana dopo il
rapporto segreto di Krusciov.

Il 1956 riapre la discussione


Senza sminuire la portata dirompente di quell’evento, che
segnava certo una cesura storica, va detto che molte delle idee
che caratterizzarono le riflessioni critiche di sinistra che si
svilupparono allora, avevano le loro origini in un terreno di
pratica politica e culturale precedente, come appunto abbiamo
ricordato poc’anzi.
D’altronde gli stessi protagonisti di una rivista caratterizzante
la cultura politica della nuova sinistra post-1956, qual è stata
«Quaderni Piacentini», hanno voluto ricordare le loro origini
affermando che affondavano in quella cultura terzaforzista di
matrice azionista e socialista che aveva caratterizzato alcune
esperienze politiche ed editoriale degli anni
Cinquanta. Sostenevano infatti Piergiorgio Bellocchio e Grazia
Cherchi che erano “dei radical-marxisti, dei terzaforzisti,
anticlericali, antistalinisti”.
Le rivelazioni di Krusciov al xx Congresso del pcus del
febbraio 1956 e la successiva repressione della rivolta ungherese
del novembre di quell’anno avevano reso inevitabile l’apertura di
un minimo di dibattito politico e culturale alFintemo del pci,
stimolato anche dalle trasformazioni che interessavano il
capitalismo italiano, ponendo le premesse per il cosiddetto
“miracolo economico”.
La struttura dei funzionari e dei quadri che governavano il
partito, dopo un primo iniziale sbandamento, resse con
sufficienza l’impatto delle critiche che quegli avvenimenti
suscitarono fra i membri del partito. Il dissenso non riuscì a
manifestarsi al di fuori di una ristretta cerchia di intellettuali, i
quali furono ben presto isolati dal grosso degli iscritti e dei
militanti.
Le discussioni e le contestazioni critiche non mancarono nelle
sezioni comuniste, ma l’apparato riuscì a impedire che si creasse
un collegamento fra le varie tendenze critiche interne,
impedendo la libera circolazione delle idee e delle informazioni
dentro il partito.
Togliatti e il gruppo dirigente non ebbero difficoltà a
mantenere unito il partito rivendicando, rispetto al modello
stalinista sovietico, una peculiare elaborazione politica e
culturale fondata sulla lettura nazional-popo- lare di Gramsci.
Inoltre, al di là del rapporto segreto di Krusciov che lo stesso
Togliatti criticò nella famosa intervista alla rivista «Nuovi
Argomenti», le indicazioni del segretario del pcus a favore della
coesistenza pacifica e della via parlamentare e nazionale al
socialismo, avvaloravano la strategia prudente e fondata sul
compromesso con le forze borghesi inaugurata da Togliatti con
la svolta di Salerno del 1944.
Diverse erano state invece le ripercussioni degli avvenimenti
all’interno del psi. La rottura del patto di azione con i comunisti
rimise in movimento le varie anime politiche che coesistevano
dentro il partito. Una struttura interna più democratica, che
consentiva la libera circolazione delle idee e delle informazioni,
favoriva indubbiamente il confronto, il dibattito e la polemica.
La revisione della linea politica del partito, impostata
politicamente da Nenni con l’alternativa socialista, preludio lento
e difficile ai governi di centro sinistra degli anni Sessanta, e
culturalmente da Lombardi con le riforme di struttura,
rimescolava gli schieramenti interni. I contrasti che ci furono nel
psi non riflettevano più solamente il conflitto fra le due correnti
storiche del socialismo italiano, il riformismo e il massimalismo.
Si incentravano sull’esigenza di rinnovare la linea politica e gli
strumenti teorici che la sostenevano per riadeguarli alle mutate
condizioni sociali e politiche del paese.
I temi su cui si cominciò a riflettere furono sostanzialmente
tre: lo stalinismo, l’analisi del neocapitalismo, il rapporto tra
partito e intellettuali. Se comuni erano gli oggetti della
discussione diverse furono le soluzioni proposte. La critica allo
stalinismo e l’analisi del neocapitalismo confermavano per
alcuni la necessità di riappropriarsi dei valori tipici della
socialdemocrazia europea e del liberalismo democratico,
indicavano nel riformismo economico e istituzionale la via da
percorrere per modernizzare la società.
Per altri la riflessione li conduceva a ritenere possibile
un’uscita a sinistra dallo stalinismo, capace di riappropriarsi del
marxismo, di rileggerlo alla luce dei moderni sconvolgimenti,
riproponendo la necessità di ripartire dalla classe, dalla lotta
operaia, rivalutando la tematica del controllo operaio e dei
consigli quale modelli rivoluzionari alternativi, capaci di
delineare le strutture della democrazia proletaria e socialista. La
discussione, oltre che sulle riviste già citate, si sviluppò sulle
pagine del- 1’«Avanti!», di «Mondo Operaio» nel periodo in cui fu
diretto da Raniero Panzieri, per proseguire anche su «Tempi
Moderni», «Critica Sociale», «Il Ponte», «Il Mulino» e «Problemi
del Socialismo» di Lelio Basso.

Gli anni Sessanta

Gli intellettuali della Nuova sinistra


italiana sono la minoranza che fra il
I960 e il 1967 ha preparato il
materiale ideologico della
contestazione studentesca, della
critica al pci e della ripresa operaia
(Franco Fortini)
Negli anni Sessanta si assisteva a un proliferare di nuove
riviste, vere e proprie fucine di idee politiche e culturali della
nuova sinistra in formazione:

Basta guardare i nomi dei redattori delle varie riviste per


ritrovarvi gran parte dei futuri leaders delle organizzazioni
politiche, a conferma che i gruppi dirigenti delle
organizzazioni si costituiscono in larga misura prima del
’68 stesso portando in esse la loro esperienza pratico-
politica [...] e l’eredità acquisita di una cultura politica
informazione ma già avviata.

Nascevano in quegli anni «Quaderni Rossi», «Classe Operaia»,


«Quaderni Piacentini», «Classe e Stato», «Giovane Critica»,
«Nuovo Impegno», «Che fare», «Vento dell’Est», «Lavoro
Politico», «La Sinistra», «Quindici», «Ideologie», «Contropiano»,
«Il Potere Operaio», «Monthly Review» (in edizione italiana dal
1968), «Nuova Unità», «Falcemartel- lo» e altre riviste ancoraché
andavano ad affiancarsi ad altre già esistenti, come «Bandiera
Rossa», foglio dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari, la sezione
italiana della Quarta Internazionale, sulle cui pagine
puntualmente si segnalava l’importanza di determinati
avvenimenti internazionali (Cina, Vietnam, rivoluzione algerina e
cubana), si analizzavano le trasformazioni del capitalismo
italiano e si seguiva con spirito critico l’evoluzione della linea dei
pci e del psi.
Si affiancavano a quest’area politico-culturale due case
editrici: la Samonà e Savelli di Roma e Azione comune di Milano.
La prima apriva le pubblicazioni con un testo di Fidel Castro
sulla rivoluzione e la pace mondiale, seguivano libri di Trotzky,
Lenin, Bucharin, Mandel, Che Guevara, sul movimento operaio
italiano negli anni del neocapitalismo di Livio Maitan,
un’antologia di scritti sulla rivoluzione algerina, scritti di
Galvano Della Volpe sull’estetica romantica e sulla dialettica
storica, il testo di Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, del 1965.
La seconda pubblicava testi di Rosa Luxemburg, Alessandra
Kollontaj sull’opposizione operaia in urss, di Ida Mett sulla
rivolta di Kronstadt, di Andrea Caffi sul socialismo libertario, di
Armando Borghi, Luciano Vasconi, Giulio Seni- ga, nonché due
testi sui crimini dello stalinismo scritti rispettivamente da Guelfo
Zaccaria (200 comunisti italiani vittime dello stalinismo) e da
Alfredo Azzaroni (Blasco) che ripercorreva la vita del comunista
italiano Pietro Tresso, espulso dal partito nel 1930, passato
all’opposizione trotzkista ed eliminato dai partigiani comunisti
francesi nel 1942.
Questo ceto politico si formava in una situazione differente da
quella degli anni Cinquanta. Emergeva una generazione di
giovani fortemente suggestionata da avvenimenti interni (la lotta
contro Tambroni nel luglio del 1960, i fatti di Piazza Statuto a
Torino nel 1962, la ripresa delle lotte operaie) e internazionali
(rivoluzioni algerina e cubana, manifestazioni contro la guerra
nel Vietnam, morte di Che Guevara in Bolivia nel 1967, rottura
Cina-Urss, rivoluzione culturale cinese).
Nel contempo, sul piano dei comportamenti e dei costumi, si
stava verificando una vera e propria rottura generazionale che
recepiva le suggestioni provenienti dal movimento giovanile
americano, dei campus universitari, si nutriva della musica rock,
introduceva la contestazione del conformismo e del perbenismo
piccolo borghese da parte dei “capelloni”.
A Milano, già nel 1965, esisteva un’area beat abbastanza
radicata e presente. Un gruppo di beat o capelloni aveva preso in
affitto un negozio trasformandolo in un luogo d’incontro tra
giovani che avevano iniziato a viaggiare in autostop dormendo
nei sacchi a pelo, sull’onda delle suggestioni della letteratura
americana della beat generation che si stavano diffondendo, e
riprendendo direttamente le tematiche controculturali e le forme
di lotta sviluppate in quegli anni in Olanda dai Provos.
In quelle stanze milanesi vide la luce, nel novembre del 1966,
la rivista ciclostilata «Mondo Beat», che cambiò spesso nome
(«Urlo Beat», «Grido Beat») per sfuggire alle leggi sulla stampa
che prevedevano l’obbligo della registrazione della testata e la
firma di un direttore responsabile. Si trattava del primo foglio
underground italiano che divenne rapidamente strumento di
collegamento tra vari gruppi beat operanti in Italia,
intersecandosi con l’attività di Onda Verde fondata da Andrea
Valcaren- ghi.
Sulle pagine del giornale si assisteva a una mescolanza
culturale tra anarchismo, filosofie orientali, rivolta esistenziale,
lotta contro il razzismo ecc.; ma soprattutto emergeva l’idea che
la lotta politica e rivoluzionaria non potesse essere disgiunta dal
bisogno profondo di trasformare “qui e ora” la vita quotidiana:
quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza
riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza
comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di
positivo nel rifiuto delle costrizioni [...] costoro si
riempiono la bocca di un cadavere.

Era un insieme di avvenimenti, di cambiamenti, che


contribuivano a far uscire i redattori delle riviste “eretiche e
minoritarie” dall’isolamento cui erano stati relegati, assieme alle
loro idee, negli anni precedenti. Una situazione ben descritta in
un romanzo di Giorgio Cesarano il quale parlava di

idee relegate al ruminio lento e quasi sacrificale delle


fazioni politiche minoritarie della nuova sinistra, [...]
recluse nelle catacombe delle rivistine specializzate e dei
discorsi teorici di pochi infelici [...]
Una faticosa analisi [...] condotta in venti gatti in
appartamenti-redazio- ni senza tavoli e senza sedie.
Lo stesso movimento anarchico si rinnovava nell’incontro,
non privo di contraddizioni, tra questa nuova generazione
militante in formazione e quella precedente. Nel 1960 veniva
fondata la Federazione Anarchica Giovanile Italiana (fagi) che
aveva tra le sue intenzioni quella di favorire una rilettura critica
dell’anarchismo confrontandolo con il marxismo e con l’analisi
dello sviluppo del capitalismo e deH’imperialismo. Grazie alla
fagi venivano stretti legami con i Provos, i Beats e i giovani conte-
statori in genere attraverso incontri comuni a livello europeo.
Inoltre iniziavano i primi interventi tra gli studenti universitari e
nelle fabbriche, si rinnovava l’impegno antimilititarista, contro
l’armamento nucleare, per la tutela dei diritti civili e della libertà
sessuale. Tali iniziative consentivano una ripresa e una crescita
del movimento anarchico in controtendenza con gli anni
precedenti, quando “sembrava in via di estinzione”; nel 1967 la
tiratura del settimanale «Umanità Nova» era di 9.000 copie
rispetto alle 7.500 degli anni precedenti.
L’intervento operaio dava vita, come nel caso della rivista
«Democrazia Diretta» di Genova del 1961, a un confronto tra
anarchici, marxisti critici francofortesi, collaboratori dei
«Quaderni Rossi», aderenti ad Azione Comunista e l’ex (dopo
l’espulsione dal pci dell’agosto 1961) comunista Gianfranco
Faina direttore responsabile e principale animatore di detta
rivista che apparteneva a quell’area di aggregazione dalla quale
sorgeva l’operaismo italiano.
L’immissione di nuove energie e di nuove progettualità
nell’ambito della fai determinavano parallelamente un processo
di crescita e di rottura. Al Congresso di Carrara del 1965 l’ala
“antiorganizzatrice e aclassista” veniva estromessa dalla fai e dal
giornale. Essi davano vita ai Gruppi di Iniziativa Anarchica
pubblicando il giornale «L’Intemazionale».
Complessivamente la situazione si stava decisamente
modificando, il dissenso critico di sinistra si sviluppava dentro lo
stesso pci e, in particolare, fra i giovani della Federazione
Giovanile Comunista. La nascita del psiup, nel 1964, contribuiva
ad animare il dibattito alla sinistra del pci, i contrasti tra la Cina e
I’urss davano luogo in Italia al formarsi di una dissidenza
marxista leninista.
A smuovere la discussione aveva contribuito il xxii Congresso
del pcus che si era svolto a Mosca nell’ottobre del 1961. Esso
aveva rilanciato la lotta contro lo stalinismo prendendo decisioni
spettacolari: la salma di Stalin fu rimossa dal mausoleo di Lenin
sulla Piazza Rossa e sepolta quasi anonimamente poco distante.
Con la piena approvazione del Congresso Krusciov propose di
costruire un monumento alle vittime dell’ar- bitrio e delle
repressioni staliniane.
Non c’era paragone fra l’effetto dirompente di questo
Congresso in Unione Sovietica e il xx Congresso del 1956.
Quest’ultimo, famoso per il rapporto segreto, investì con la sua
spettacolare denuncia di Stalin il movimento comunista di quei
paesi dove esso venne diffuso. Nell’uRSS rimase appunto segreto
fino al 1989 quando venne pubblicato.
Questa volta invece i documenti congressuali che
denunciavano i crimini di Stalin furono pubblicati e diffusi in
migliaia di copie. Sui giornali il dibattito proseguì e vennero
evocate pagine tragiche della recente storia sovietica.
Le vicende naturalmente ebbero vasta eco nel pci italiano.
Secondo stime attendibili il dibattito che si sviluppò all’intemo
del partito coinvolse più dell’80% degli iscritti. Il termine
stalinismo, poco ricorrente sulla stampa di partito dopo il xx
Congresso, divenne parte del linguaggio corrente.
Il gruppo dirigente registrò al suo interno differenze profonde
di giudizio e di analisi. Togliatti, che aveva cercato di instradare il
dibattito sulla linea da lui tracciata nel 1956, fu criticato nella
riunione del Comitato Centrale del 10 e 11 novembre.
Umberto Terracini riteneva insufficiente la spiegazione della
degenerazione basata unicamente sulle colpe di Stalin e
chiamava in causa l’intero gruppo dirigente dell’epoca. Aldo
Natoli voleva fosse convocato un congresso straordinario. Sergio
Garavini poneva con forza il problema della pianificazione dal
basso e dell’autogestione operaia. Giorgio Amendola, si poneva a
capo di una tendenza maggioritaria moderatamente rinnovatrice
e critica che si contrapponeva a chi, Togliatti compreso, voleva
frenare la discussione nel timore che essa incrinasse la struttura
burocratica. Si univano ad Amendola anche coloro che
intendevano servirsi della lotta contro lo stalinismo per
accentuare l’impostazione democratico-parlamentare della
politica del partito.
Il documento che alla fine la segreteria comunista rendeva
pubblico accentuava ancor più che nel 1956 il cambiamento di
impostazione e la rottura con i metodi staliniani. Importanti
spunti di riflessione metodologica e storica erano offerti per la
ricerca delle cause della degenerazione burocratica. Nei
paragrafi conclusivi si affermava che era giunto il momento di
sbarazzarsi dell’unanimità fittizia, si scriveva che nel movimento
comunista e nel pci le idee dovevano circolare liberamente, che
potevano delinearsi tendenze e differenziazioni.
Se nel 1956 la maggior parte delle critiche al pci erano alla
fine approdate a posizioni moderate e riformiste, nel 1961 si
assisteva invece alla nascita di una tendenza di sinistra che
traeva alimento da una situazione di disagio e di crescente
radicalizzazione giovanile di cui il settimanale dei giovani
comunisti «Nuova Generazione», diretto all’epoca da Achille
Occhetto e Luciana Castellina, ne era espressione.
Esemplificativo di questo disagio e di una presa di coscienza
rivoluzionaria è la testimonianza di Luigi Vinci, milanese, nel
1962 eletto nel Comitato Centrale della fgci:

Nel 1962 giunsi alla conclusione che la qualità delle scelte


strategiche fondamentali, l’appiattimento sulle istituzioni,
il mito dell’Est, la natura altamente centralistica e
burocratizzata dei rapporti interni al pci facevano sì che
con quel partito comunista non si sarebbe andati da
nessuna parte.

Stranamente ignorato dai ricercatori delle radici delle culture


del sessantotto il settimanale in questione svolse un ruolo
decisamente rilevante nell’affrontare e nel proporre certe
tematiche: dalla solidarietà con la rivoluzione algerina, alla
capacità di comprendere la novità e la peculiarità della
rivoluzione cubana, dando largo spazio, contemporaneamente,
ad articoli di riflessione suII’urss, su Stalin e lo stalinismo, sulla
Cina e segnalando, tramite la pubblicazioni di articoli, servizi e
lettere, un frenetico e appassionato dibattito che si stava
sviluppando tra i giovani della fgci in varie città d’Italia.
Cinque dei redattori della rivista, Augusto Illuminati, Pio
Marconi, Eugenio Rizzi, Giuseppe Paolo Samonà e Paolo Santi
facevano riferimento ai Gruppi Comunisti Rivoluzionari, la
piccola sezione della Quarta Intemazionale e stavano nel pci e
nelle fgci per suscitare una corrente di sinistra rivoluzionaria.
Sul numero del 10 novembre del 1961 Giuseppe Paolo
Samonà invitava ad aprire un dibattito sul xxii Congresso del
pcus. La proposta veniva accolta e sul numero seguente
l’editorialista anonimo scriveva, tra l’altro, di voler “incoraggiare
una più giusta analisi del ruolo giocato da Trotzky nella
rivoluzione d’ottobre”; e il primo intervento, di Michelangelo
Notarianni, si intitolava: La degenerazione burocratica del
socialismo21.
Subito scoppiarono le polemiche alle quali i redattori
risposero pubblicando una grande foto di Trotzky con il
seguente titolo: Perché non siamo trotzkisti; nell’articolo si
sosteneva il diritto di esaminare e di discutere senza anatemi e
pregiudizi il pensiero di Trotzky ricollocandolo nel posto che gli
spettava nella storia della rivoluzione russa e nella successiva
lotta contro Stalin. Non senza sarcasmo, concludevano
ammettendo di aver sbagliato perché non avevano tenuto conto
delP“estrema delicatezza dell’argomento per molti compagni che
quella lotta hanno vissuto”22.
Si trattava di un’area di dissenso fatta di quadri militanti del
pci, della fgci, del psiup, della Quarta Intemazionale, delle
formazioni marxiste- leniniste e di altri gruppi della sinistra
rivoluzionaria, che trovò punti di aggregazione in associazioni
come lTtalia-Cina all’inizio degli anni Sessanta, circoli come il
Centro Antimperialista Che Guevara che nasceva a Roma e aveva
sedi in altre città, il Centro di Informazioni sul Movimento
Operaio di Torino, l’Antonio Labriola di Palermo, il Karl Marx di
Perugia, il Rosa Luxemburg di Venezia, il circolo II Manifesto e il
gruppo La Tendenza di Milano. Realtà di dibattito e di riflessione
critica che trovavano espressione in due riviste «Falcemartello»,
“mensile politico-culturale”, che iniziava le pubblicazioni nel
marzo del 1996, e «La Sinistra».
«La Sinistra», rivista prima mensile e poi settimanale, iniziava
la pubblicazione nell’ottobre 1966 e la cessava nel 1968; fu uno
dei più interessanti tentativi di costruire una forza politica non
dogmatica e settaria, non ideologizzata.
Diretta inizialmente dall’allora marxista di scuola
dellavolpiana Lucio Colletti, ebbe anche il merito di
rappresentare un punto di incontro fra esponenti tradizionali
delle correnti di sinistra interne ai partiti riformisti e una nuova
generazione di militanti in parte ancora interna alle federazioni
giovanili dei partiti e in parte già alla ricerca di nuove forme e
momenti di aggregazione politica.
Tra i redattori e i collaboratori vi figuravano militanti
comunisti su posizioni critiche, esponenti della Quarta
Internazionale (Livio Maitan, Giulio Savelli, Giuseppe Paolo
Samonà, Augusto Illuminati), dirigenti del psiup (Lucio
Libertini), redattori de «l’Unità» in “odore” di trotzkismo
(Silverio Corvisieri e Edgardo Pellegrini); vi collaboravano anche
con sigle e pseudonimi alcuni futuri dirigenti del Manifesto come
Luigi Pintor.
I temi dominanti erano quelli della politica intemazionale di
quegli anni: Vietnam, America Latina, Cuba, la lotta di classe
negli Stati Uniti e il Black Power, il contrasto Cina- urss, il Medio
Oriente, la nato, il mec, gli armamenti nucleari. Riguardo alla
politica interna diversi articoli erano dedicati all’analisi della
socialdemocrazia, della strategia sindacale, del pci, della
programmazione economica, delle lotte operaie, del molo del
psiup. Sul piano dell’analisi storico-politica primeggiavano
ricerche e riflessioni sulla rivoluzione culturale, sullo stalinismo,
su Gramsci, Lenin, l’imperialismo e il sottosviluppo.
Al momento dell’uscita la rivista poteva già contare su mille
abbonati, che diventarono tremila nel 1967. Il numero di copie
vendute, compresi gli abbonamenti si avvicinava a quello di
«Rinascita», dato significativo e interessante che segnalava un
aumento, senza eguali negli anni precedenti, di domanda di
informazione e di formazione politica da parte di un pubblico
che non si rivolgeva più agli organi tradizionali dei partiti del
movimento operaio, ma alle riviste di cosiddetta area di nuova
sinistra.
Una domanda di “sapere politico” che costringeva alcune
riviste letterarie degli anni Sessanta a trasformarsi in riviste
politiche e ad aumentare le tirature. «Quaderni Piacentini» dal
giugno 1967 cessava di pubblicare poesie e cominciava ad
ampliare la problematica relativa ai temi dibattuti dal nascente
movimento studentesco, mentre la tiratura passava dalle 4 mila
copie di quell’anno alle 11 mila del 1968; «Giovane Critica», nata
come rivista di critica cinematografica, nel 1967 inaugurava la
rubrica Classe-Partito-Teoria; «Nuovo Impegno», sorto come
periodico di letteratura, cessava nel 1967 di occuparsi di
metodologia letteraria per aprirsi alle tematiche del movimento
studentesco pisano e a quelle del gruppo il Potere Operaio.
Ancora tutto da riscoprire e da analizzare resta, in questo
ambito, il ruolo svolto da alcuni settori militanti di un partito
oggi ingiustamente dimenticato, il psiup. Esso era stato allora il
partito della sinistra tradizionale forse più attento a quanto
emergeva nelle università, tra gli studenti, i giovani e dentro le
fabbriche.
A Torino ad esempio il psiup condusse tra il 1965 e il 1967
una significativa esperienza alla Fiat, influenzato in questo dalla
corrente di Pan- zieri e dei «Quaderni Rossi». Dalla corrente
sindacale che avevano costituito nella cgil emersero le battaglie
contro la programmazione economica, per l’autonomia del
sindacato dai partiti. Proprio da Torino partirono le proposte per
la costituzione dei consigli di fabbrica e per l’egualitarismo nelle
rivendicazioni.
Non a caso, quindi, il psiup riscosse nelle elezioni politiche del
1968 un discreto successo elettorale fatto di un milione e mezzo
di voti, quasi il 5%. Molti dei leader della contestazione
studentesca avevano militato nelle sue file o ancora vi erano
iscritti nella primavera del 1968, da Turi Toscano a Mauro
Rostagno, da Luigi Bobbio a Fabio Arcangeli.
Non va dimenticato infine il ruolo svolto nella contestazione
studentesca dagli studenti e dai giovani provenienti dall’area del
dissenso cattolico. In questo contesto va ricordata anche
l’importanza che hanno avuto le seguenti riviste di area cattolica:
«Quest’Italia» di Wladimiro Dorigo, «Adesso» di Don Primo
Mazzolari, «Gallo» di Nando Fabbro, «La Rocca» della Pro
Civitate Christiana di Assisi, «Testimonianze» di padre Ernesto
Balducci e, infine, non si può dimenticare il peso e l’impatto che
ebbe il libro scritto da don Lorenzo Milani e dai ragazzi della
scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, uscito nel 1967.
I fattori che influirono sull’evoluzione del mondo cattolico
furono principalmente il pontificato di Giovanni xxm, il Concilio
Vaticano il, le lotte di liberazione del Terzo Mondo, in particolare
nei paesi dell’Ameri- ca Latina, con i suoi protagonisti cattolici
come Camilo Torres, l’urba
nizzazione con l’ingresso in fabbrica di consistenti
popolazioni contadine, lo sradicamento della vecchia cultura, la
nuova conflittualità.
Per tutta una prima fase la gerarchia ecclesiastica mostrò una
certa tolleranza nei confronti del dissenso cattolico, limitandosi
sovente a ignorarne l’esistenza. Tale comportamento indusse
molti dissidenti a ritenere che, implicitamente, le gerarchie
ecclesiastiche stessero orientandosi per una riforma radicale
della Chiesa. Questa speranza toccò il punto più alto nella prima
metà del 1966 con la pubblicazione dell’enciclica Populorum
firmata da papa Montini (Paolo vi). Già nel luglio dell’anno
successivo però si registrava un’inversione di tendenza con
l’enciclica Humanae Vitae che condannava l’uso della
contraccezione farmaceutica ribadendo in merito il tradizionale
punto di vista della Chiesa. Nei primi mesi del 1968 la fase di
tolleranza veniva meno, senza impedire però l’estendersi del
fenomeno del dissenso.
Proprio a partire da quel periodo cominciarono a formarsi le
Comunità di Base. Esse rappresentavano un importante punto di
riferimento non solo per il dissenso cattolico, ma anche per
diversi movimenti spontanei a esso contingenti. Molte comunità
parrocchiali furono all’origine di lotte di baraccati e da diverse
comunità vennero molti attivisti del movimento degli studenti e
dei gruppi della nuova sinistra.
Nel 1967 erano “oltre mille” i gruppi di estrazione cattolica
che operavano, agivano e discutevano, affiancandosi

ai forse meno numerosi ma più solidi gruppi di tendenza


marxista o libertaria. [...] Moltissimi di questi gruppi,
cattolici o marxisti o libertari che siano, agiranno allora al
di fuori del controllo della Chiesa e dei partiti, contestando
il rispetto del “sistema” non solo da parte della dc ma
anche da parte di psi e pci27.
Una fitta rete di piccole associazioni, di gruppi, di movimenti
spesso a carattere locale segnalavano già negli anni Sessanta un
salto di qualità e di intensità del dibattito politico e culturale.
Una ricerca pubblicata nel 197028 sull’associazionismo politico
di base in Italia, individua 312 gruppi di base distribuiti sul
territorio. Nove erano sorti prima del 1955, 54 tra il 1956 e il
1963, 84 nel triennio successivo e 164 tra il 1967 e il 1968. Si
trattava di movimenti che inventavano, per dirla con Sidney
Tarrow, “nuove forme di protesta”, ma che attingevano ancora

la maggior parte dei propri temi dai dibattiti della prima


parte del decennio e dai partiti e dai gruppi tradizionali.

Il “maoismo”
L’influenza della rivoluzione cinese sulla politica della sinistra
italiana ha attraversato varie fasi. Inizialmente essa fu
valorizzata per i suoi elementi di diversità rispetto alle
cosiddette democrazie popolari dei paesi dell’Est. Si trattava di
una rivoluzione attiva, che aveva coinvolto milioni di persone e la
cui affermazione era avvenuta in contrasto con quanto volevano
per quella nazione Stalin e il grappo dirigente sovietico.
La Cina appariva dunque come una specie di eresia jugoslava
in Asia, che si segnalava già per una critica a certi metodo
staliniani, privilegiava il momento politico dei “cento fiori”,
evidenziava un rapporto un po’ più democratico fra Stato, partito
e società.
A questa fase ne seguì una seconda, quella segnata dalla
rottura fra la Cina e I’urss e dalle divergenze “tra noi e il
compagno Togliatti”, che venne letta in Italia in chiave
antirevisionistica, come ritorno ai “sani principi” della Terza
Intemazionale e della rivalutazione del compagno Stalin, messo
alla berlina da Krusciov.
Nell’estate del 1962 si cominciarono a distribuire “quasi
clandestinamente”, nelle sezioni del pci gli articoli dei compagni
cinesi e albanesi, di “severa critica alle posizioni ‘revisioniste’ di
Togliatti e di Krusciov”. Fu su questa base che trasse spunto e
linfa vitale il dissenso marxista-leninista dentro il pci che portò
alla costituzione del giornale «Nuova Unità» nel 1964.
L’interpretazione del caso Stalin da parte dei cinesi risulterà
ambivalente, e certamente meno univoca della versione che ne
diedero i marxisti-leninisti in Italia. Per i cinesi le cose erano più
complesse. Nei fatti criticavano l’operato di Stalin nella
costruzione dello Stato e nella concezione del partito e del suo
rapporto con le masse; allo stesso tempo, però si richiamavano a
quel dirigente come simbolo della lotta contro il revisionismo,
per la rivoluzione e la dittatura del proletariato.
La fase della rivoluzione culturale coincise con l’ondata alta
della contestazione in Europa e vi venne collegata. Essa, assieme
al pensiero di Mao, fu letta contemporaneamente come rilancio
di un nuovo internazionalismo, a partire dalla rivoluzione
anticoloniale e antimperialista nei paesi del Terzo Mondo,
denuncia dei cedimenti all’imperialismo del- I’urss, come
scoperta della “pratica sociale” (“chi non fa inchiesta non ha
diritto di parola”), come modello di azione diretta delle masse e
quindi di autentica democrazia; un modello da seguire, quindi,
nella ridefinizione della politica, della teoria e
dell’organizzazione.
Il movimento giovanile vide, o meglio credette di vedere, nella
Cina di Mao la realizzazione concreta delle proprie aspirazioni
rivoluzionarie e antiburocratiche. Le parole d’ordine delle
guardie rosse furono fatte proprie dagli studenti italiani:
“ribellarsi è giusto”, “sparare sul quartier generale” ecc.
Il ruolo degli studenti, l’esaltazione delle contraddizioni che si
manifestavano anche nei paesi dove, si diceva, il socialismo era
stato realizzato, l’invito a criticare aspramente i dirigenti,
parevano coincidere con la polemica antiburocratica e
antiautoritaria degli studenti. La critica al pro- duttivismo, al
socialismo inteso unicamente come sviluppo delle forze
produttive, la riscoperta della politicità dei rapporti di
produzione, l’indicazione del primato soggettivo della volontà
politica, apparivano come novità travolgenti e innovative anche
nel campo della riproposizione della teoria marxista.
Il movimento studentesco, mentre nutriva una profonda
diffidenza verso i gruppi marxisti-leninisti, fu ben presto attratto
invece dal pensiero di Mao e dalla rivoluzione culturale. Gli stessi
sofisticati intellettuali delle rivista «Quaderni Piacentini»,
durissimi nel condannare il Partito Comunista d’Italia (m-1) e
l’Unione dei Comunisti Italiani, non seppero resistere alla
tentazione di riferirsi liricamente a Mao, alla rivoluzione
culturale, alle guardie rosse:

Stalin e Lenin sono morti, ma Mao è vivo nel senso che è


viva la sua [...] opera teorica [...] ed è vivo l’immane
esperimento socio-politico e produttivo di 750 milioni di
uomini che stanno uscendo dalla fame e avviandosi a
costruire una civiltà su quelle basi di rifiuto della divisione
subordinante del lavoro.
E l’editoriale che presentava il numero monografico di 576
pagine della rivista «Ideologie», tutte dedicate alla rivoluzione
cinese, così giustificava ai lettori la scelta:

Il processo rivoluzionario cinese porta alla rottura della


subordinazione dei paesi socialisti e dei movimenti
rivoluzionari di tutto il mondo alla ragione burocratica
dello Stato-guida sovietico; esso reca inoltre una ripresa
creativa del pensiero dialettico, con la conseguenza di una
profonda innovazione del marxismo-leninismo.
Anche sulle pagine della rivista «Monthly Review», molto letta
in quegli anni, Huberman e Sweezy teorizzavano sulla
rivoluzione culturale e sulla sua natura antiburocratica,
sostenendo che se Lenin fosse vissuto abbastanza non si sarebbe
comportato diversamente da Mao. Gli stessi comunisti cinesi,
soprattutto dopo il maggio francese, dimostrarono interesse per
la rivolta degli studenti. Il 21 maggio 1968 mezzo milione di
persone presero parte a Pechino a una dimostrazione di
appoggio ai movimenti progressisti degli studenti europei e
dell’America del Nord. Il giorno dopo altri settecentomila
sfilarono in Piazza Tien An Men in appoggio alla rivolta francese.
Sui giornali cinesi si avanzò trionfalmente l’ipotesi che Mao fosse
la fonte di ispirazione dei movimenti eversivi del mondo
occidentale:

il corso vittorioso della grande rivoluzione proletaria in


Cina ha accelerato la diffusione degli insegnamenti di Mao
Tsetung nell’Europa Occidentale e in America del Nord,
dove il numero degli studenti che leggono gli scritti e le
citazioni del presidente Mao è costantemente in aumento.

Complessivamente in quegli anni i gruppi alla sinistra del pci


si sviluppavano in quattro direzioni: 1) si formavano nuclei di
opposizione all’interno del pci; 2) si dilatavano quelli che erano
stati i gruppi della sinistra storica, in particolare la Quarta
Intemazionale; 3) sorgevano nuovi gruppi che si richiamavano
alle posizioni cinesi; 4) nascevano gruppi di ispirazione operaista
e anarcosindacalista, soprattutto a partire dalle lotte operaie dei
primissimi anni Sessanta.
La loro composizione sociale era prevalentemente, se non del
tutto, piccolo-borghese, la classe operaia era ancora estranea alla
formazione di questi gruppi rivoluzionari. I legami tra le
avanguardie operaie e il pci si erano formati soprattutto nel
lungo periodo che andava dal 1943 al 1953 e si dimostravano
estremamente forti. Inoltre, il pci e i sindacati svolgevano l’utile
molo di stmmenti per l’organizzazione quotidiana della difesa
economica del proletariato e, in quella veste, non erano
sostituibili dai gruppi.

Il movimento del ’68 e i suoi problemi

Una lotta non la si può aprire e


poi non chiudere più fino all’alba
dorata della rivoluzione
aspettando i giorni del vino e
delle rose (Mauro Rostagno)

Il decreto legge 2.314, voluto dal ministro della pubblica


istruzione Gui, fu la causa dell’inizio delle lotte universitarie
nell’anno accademico 1966-67. Esse, e soprattutto quelle che
verranno nell’anno seguente, non si spiegano senza fare
riferimento alle trasformazioni profonde che avevano
interessato l’università italiana.
La popolazione studentesca universitaria, rimasta pressoché
stazionaria durante i primi quindici anni del dopoguerra (gli
studenti in corso erano aumentati appena dell’ 1,1% dal 1945 al
1960), a partire dal 1960 aumentava vistosamente: nel 1966 del
72%, nel 1967 del 93%, nel 1968 del 117%. Diminuiva
l’incidenza degli studenti provenienti dalle classi me- dio-alte e
aumentava quella degli studenti provenienti dalla piccola
borghesia e dal proletariato.
Dentro le università si creava una situazione nuova, da un lato
la vecchia struttura didattica appariva incapace di rispondere ai
nuovi bisogni ideologici e formativi indotti dalla trasformazione
neocapitalistica della società, dall’altra i sistemi di selezione, i
disagi materiali di varia natura, l’oppressione ideologica e il
dispotismo dei baroni, diventavano sempre più intollerabili alla
nuova massa di studenti.
Se le prime lotte dell’anno 1966-67 non erano paragonabili a
quelle dell’anno successivo, si differenziavano però già da quelle
precedenti. Per la prima volta dal dopoguerra, infatti, la polizia
era intervenuta per sgomberare l’università occupata a Pisa nel
febbraio del 1967 e a Trento nel marzo dello stesso anno.
Inoltre, rispetto al passato, emergevano tematiche nuove che
rappresentavano un vero e proprio salto di qualità. La prima era
la tematica antimperialista, che aveva come riferimento
principale la guerra del Vietnam; la seconda emergeva dalle
elaborazioni svolte nel corso dell’occupazione di varie facoltà di
Architettura (Milano, Venezia, Torino) e della facoltà di
Sociologia di Trento circa il ruolo professionale del laureato
dentro i rapporti capitalistici di produzione; la terza, emersa
durante l’occupazione dell’università di Pisa dal 7 all’11 febbraio
del 1967, riguardavano la figura sociale dello studente, ripresa e
analizzata nei dettagli dalle famose Tesi della Sapienza.
Le lotte studentesche portavano anche al superamento della
tradizionale richiesta di riforma democratica della scuola. Negli
anni precedenti le varie organizzazioni giovanili universitarie si
erano limitate a chiedere l’ammodernamento e la
riqualificazione degli studi, la realizzazione della cogestione
dell’Università, l’attuazione del diritto allo studio, secondo i
principi sanciti dalla carta costituzionale.
Durante le occupazioni, invece, diventava sempre più chiaro il
rapporto esistente tra sistema scolastico e mondo
dell’accumulazione capitalistica. Il movimento studentesco
nascente prendeva coscienza del fatto che un obiettivo di riforma
della scuola, concepito all’interno dei margini di cambiamento
consentiti dal sistema, non avrebbe prodotto altro che un
rafforzamento del sistema capitalistico nel suo complesso.
Nell’anno accademico 1967-68 l’agitazione nelle università
assunse dimensioni e caratteristiche mai viste prima. Dal
novembre 1967 al giugno del 1968 vi furono 102 occupazioni di
sedi o facoltà universitarie; almeno 31 sedi universitarie su 33
furono totalmente o parzialmente occupate almeno una volta, le
facoltà in cui fu più viva l’agitazione furono: Lettere (almeno 18
facoltà occupate su 22), Scienze (in particolare Fisica: almeno 16
facoltà occupate su 22), le facoltà di Ingegneria furono invece le
meno toccate dall’agitazione, solo 2 su 11 furono occupate.
Le lotte coinvolgevano la massa degli studenti perché avevano
due caratteristiche importanti: 1) partivano da rivendicazioni
concrete, contro l’aumento delle tasse scolastiche (all’Università
Cattolica di Milano), contro la selezione, dai disagi materiali
provocati dalla carenza di strutture; 2) erano reazioni ad atti
autoritari dell’istituzione o alla repressione poliziesca.
Il movimento studentesco si consolidava perché nel corso
delle occupazioni riusciva a coinvolgere larghi strati di studenti
nei lavori di commissioni, controcorsi, gruppi di studio.
Con la primavera del ’68 e il maggio francese si raggiungeva
l’apice della protesta studentesca. Dopo l’estate si sviluppava un
dibattito tra le avanguardie del movimento studentesco per
determinare le linee di una strategia rivoluzionaria supportata
da una serie di misure organizzative e di iniziative di lotta da
condurre assieme ad altri strati sociali oppressi.
Il movimento studentesco cercava di proiettarsi all’esterno
dell’università con manifestazioni di piazza e dando inizio al
cosiddetto lavoro operaio; presso molte università si erano
costituite le commissioni operaie o commissioni fabbriche allo
scopo di articolare e coordinare l’intervento studentesco presso
le fabbriche.

Vantaggi e limiti della democrazia assembleare


Prima dell’avvio delle occupazioni universitarie, tipiche del
biennio ’67-’68, la stmttura del movimento studentesco si
fondava sul principio di rappresentanza ai vari livelli, dagli
organismi rappresentativi eletti nelle singole università fino, per
deleghe successive, all’istanza nazionale.
Nel dopoguerra, nelle università, si erano riprodotte le forme
della democrazia rappresentativa costituendo in ciascuna dei
parlamentini degli studenti, chiamati organismi rappresentativi.
Dal 1948 esisteva un parlamentino nazionale, I’unuri, eletto dai
vari parlamentini locali.
All’interno di questa stmttura istituzionale agivano le varie
associazioni politiche degli studenti che erano di fatto appendici
dei partiti all’interno delle università. Le più importanti erano
I’ugi (studenti del pci, psi, psiup e psdi), 1’intesa (cattolici), Pagi
(liberali), il fuan (fascisti).
Se scarsi erano i poteri assegnati agli organismi
rappresentativi degli studenti (nominavano alcuni
rappresentanti nel consiglio dell’Opera Universitaria e
promuovevano iniziative sportive e ricreative) essi svolgevano
però altre diverse e importanti funzioni. Erano il luogo per
addestrare i giovani alle schermaglie della dialettica
parlamentare. Erano in qualche modo rappresentativi degli
interessi sindacali e corporativi degli studenti ed esercitavano
una pressione sui partiti e sul governo a favore della riforma
dell’Università.
Le occupazioni misero immediatamente in crisi questo
sistema svuotando le istituzioni rappresentative per sostituirle
con l’assemblea generale, riunita in permanenza. Il nuovo
movimento studentesco si basava sulla partecipazione effettiva e
cosciente degli studenti che si manifestava nelle assemblee e
rifiutava qualunque delega di potere o di rappresentanza a un
organo più ristretto. Scrivevano ad esempio i “trentini” in un
documento del 1967:

Noi non riconosciamo alcuna autorità agli organismi


rappresentativi. Essi sono l’immagine riflessa nello
specchio deformante del democraticismo piccolo-
borghese, del verticalismo parlamentare, svincolato dalle
masse e connivente, direttamente o indirettamente, col
potere costituito.
Altrettanto critica e radicale era la posizione, espressa da due
esponenti di rilievo del movimento studentesco torinese, a
proposito dei partiti politici e delle loro funzioni:

Tutti i partiti funzionano come macchine elettorali e come


meccanismi di organizzazione del consenso al regime
parlamentare che nei fatti si è trasformato in uno
strumento di legittimazione (attraverso il gioco del
dibattito tra maggioranza e opposizione) delle decisioni
prese dall’élite al potere.
A questa “democrazia” delegata, basata sulla rappresentanza
politica, il movimento studentesco contrapponeva, quale luogo
effettivo di partecipazione e di presa di coscienza della
condizione studentesca, l’assemblea strutturata di facoltà.
L’assemblea divenne lo strumento di demistificazione
dell’idea di sovranità popolare dichiarata nei principi e
istituzionalizzata nelle forme rappresentative. Si trattava di una
ripresa della critica a un concetto di democrazia che si fondava,
nella società capitalistica, su un rapporto di produzione non
egualitario e denunciava il principio della delega; se al popolo
era ed è data la possibilità di esprimersi attraverso il voto, così
facendo esso consegnava la sua volontà a persone che poi non
era in grado di controllare, né di destituire nel caso non
realizzassero il mandato che derivava loro dall’essere stati votati.
Inoltre il movimento metteva in evidenza come questo potere
fondato sull’espropriazione della partecipazione attiva della base
alle scelte, grazie all’intervento dei media, fosse anche facilmente
manipolabile, nel momento in cui avvenivano le votazioni dai
gruppi di interesse economici e dagli stessi partiti. La
conclusione sintetica era che sia le istituzioni centrali e
periferiche dello Stato, sia i partiti e i sindacati che accettavano
quel modello, negavano nei fatti la sovranità popolare da cui
dicevano di trarre legittimazione.
A questo modello il movimento contrapponeva la
rivendicazione del passaggio di “tutto il potere all’assemblea”.
Non l’assemblea generale, però, perché essa, come segnalavano
in un documento gli studenti romani, consentiva ad esempio ai
leader carismatici o agli aderenti ai gruppi politici minoritari e
non della sinistra, di trasformarla “in una logica di tipo
parlamentare”, con annesse “manovre di corridoio e tendenza al
compromesso”.
Non a caso i “torinesi” affermavano che uno dei maggiori
successi della lotta studentesca era stato riportato sul piano
della demistificazione delle funzioni dell’assemblea generale che
favoriva l’atomizzazione e l’isolamento dei partecipanti; ecco
perché si erano costruiti “nuovi strumenti intermedi di
democrazia diretta”, quali le commissioni e i gruppi di studio al
fine di permettere

alla massa degli studenti coinvolti nell’agitazione di fornire


un contributo personale alla elaborazione e alla lotta
collettiva, in misura molto maggiore di quanto lo consenta
la riconvocazione permanente dell’assemblea, dove il
ruolo dei presenti è generalmente passivo (approvazione
o rigetto) rispetto alle proposte e ai discorsi dei leaders.
Si veniva così a costituire un tipo di organizzazione
assembleare che a Trento chiamarono “strutturata” e che aveva
le seguenti caratteristiche: 1) l’assemblea di corso in quanto essa
consentiva una maggiore omogeneità dei partecipanti e quindi
maggiore impegno nella discussione e nel processo di
formazione delle decisioni; 2) l’assemblea generale, vero e
proprio luogo del “potere studentesco” che raccoglieva le istanze
delle assemblee di corso, le analizzava, le discuteva e ne affidava
l’approfondimento o il passaggio alla realizzazione a specifici
collettivi di intercorso; 3) i collettivi di intercorso che si
formavano per autocandidatura e che lavoravano su argomenti
particolari di tipo politico, ideologico, scientifico o sindacale.
Si cercava in qualche modo di superare l’informalità
dell’organizzazione del movimento, la quale, se era in parte
scontata nella sua fase iniziale, non era “conservabile a lungo”,
pena il cadere in “tendenze spontaneistiche” e
“democraticistiche” che era “necessario superare subito”.
La reazione contro la forma rappresentativa che aveva ucciso
il contenuto della partecipazione democratica creava per eccesso
una voluta informalità nella gestione delle assemblee, alle quali
partecipavano tutti gli interessati, senza porre questioni di
rappresentanza numerica o di delega da parte di qualcuno.
Tra i partecipanti e i fautori di questa nuova forma di
organizzazione non è mancato chi ha voluto però criticare il fatto
che al momento di scegliere non si votava quasi mai e spesso la
direzione era di fatto affidata a chi aveva più resistenza al sonno
e minori necessità di lavorare per vivere; inoltre la forma
assembleare aveva codificato un rituale che finiva col bloccarne i
lavori:

nelle assemblee si rischiava di non cominciare mai, a forza


di contestare presidenza, ordine del giorno e relatore, tutto
incominciava ogni volta da capo, scarsi erano i risultati,
giacché le decisioni finali erano sottoposte alla stessa
contestazione di legittimità degli inizi. 1 meno forti o i
meno capaci di vociferazione se la squagliavano delusi, si
finiva non in più ma in meno.
D’altronde elementi per una riflessione critica erano già
presenti nell’opera stessa di chi fu protagonista attivo di quel
movimento. Grande merito del movimento studentesco era stata
la ridefinizione della politica, esso aveva certo introdotto, per
dirla con Carlo Donolo, “un nuovo modo di fare politica e anche
di definire che cos’è la politica”, ma l’informalità organizzativa,
necessaria e utile all’inizio per ridurre “l’atomizzazione politico-
sociale dei singoli” e favorire la discussione, poteva dar luogo a
una “forma quasi carismatica di autorità” e non eludeva certo
quello che era il rapporto cruciale all’interno del movimento:

tra vertice e base. Il vertice è costituito dal gruppo di


coloro che sono più impegnati, hanno opinioni più
argomentate e le migliori idee in fatto di iniziative. In
quanto esprimono una coscienza politica più avanzata si
pone il problema della mediazione con la base.
Lo stesso Guido Viale in un testo già citato, Contro l’università,
si poneva il problema del rapporto tra assemblea e avanguardia,
rivendicando il ruolo di quest’ultima senza però entrare poi di
fatto nel merito di una soluzione praticabile di questo rapporto
che evitasse sia il rischio di riproporre un messianismo da
avanguardia esterna sia quello di cadere nel cosiddetto
“assemblearismo” fine a se stesso.
Spesso il ragionamento sembrava confondere due momenti
distinti, quello dell’organizzazione autonoma dei lavoratori, degli
studenti o di altri soggetti sociali, con quello dell’organizzazione
delle avanguardie politiche.
Non era affatto la stessa cosa: i lavoratori, i soggetti sociali in
senso lato manifestavano al loro interno momenti differenti di
maturazione e di coscienza, necessitavano quindi di strutture
organizzative che rappresentassero tutti, fondate sulle
assemblee di fabbrica, di scuola, di quartiere ecc., che
esprimessero dei rappresentati eletti dalla base e facilmente
revocabili. Altra cosa invece era l’organizzazione
dell’avanguardia politica che necessitava di uno strumento
anch’esso democratico, ma diverso. Le forme di democrazia
diretta o non delegata si affermavano come strumenti di lotta
attorno a determinati contenuti rivendicativi, nascevano come
mezzi e non come fine in sé durante le lotte. Ecco perché era
comunque sempre necessario distinguere tra:

strumenti di “avanguardia” e strumenti di “massa”; cioè, da


un lato, l’organizzazione di nuclei che prendono l’iniziativa
(sul piano del discorso e della propaganda politica [...]),
dall'altro gli strumenti e le istanze in cui tale iniziativa
viene portata a livello di massa.
L’assemblea era stata lo strumento tipico attraverso il quale si
era manifestata la presa di coscienza degli studenti rispetto al
loro ruolo e condizione, essa era servita a rappresentare e a dare
forma all’insorgenza del movimento, come d’altronde era già
accaduto in altre situazioni e contesto storici durante i quali le
masse avevano dimostrato un elevato livello di partecipazione
diretta alla lotta politica e sociale che si era espressa nei club
della rivoluzione francese, nei soviet di quella russa, nei comitati
rivoluzionari di quella cinese o nei consigli di fabbrica italiani.
Nel lungo periodo, però, quando la tensione partecipatoria
iniziale cominciò a diminuire, l’assemblea cominciò a
evidenziare i suoi limiti, essa non forniva più alcuna garanzia
“istituzionale” alla democrazia, “non era né migliore né peggiore
di qualunque altro organo di Stato”. Lo stesso strumento
dell’assemblea conteneva in sé il rischio, subito segnalato da
Mauro Rostagno, del passaggio “dall’alienazione individuale di
studente disperso e atomizzato, all’alienazione collettiva della
assemblee generali dove leader carismatici o ideologici giocano a
colpo di fiuto politico”.
Il rifiuto di strutture elettive formali dentro le assemblee
comportava l’emergere di figure carismatiche nel senso pieno e
sociologico del termine (e non in quello facilone e vile dei
rotocalchi) alle quali, in qualche modo, l’assemblea dava la sua
fiducia; una specie di delega, formalmente sempre revocabile,
ma nei fatti duratura e sempre meno sostituibile.
L’informalità del movimento rendeva difficile lo scambio di
informazioni e di conoscenze tra le varie facoltà occupate. A
questo inconveniente si cercava di ovviare attraverso i contatti
personali o lo scambio di “quadri” dei singoli movimenti
studenteschi cittadini. Tale prassi, non solo non era in grado di
risolvere il problema della circolazione delle idee e delle
informazioni, ma contribuiva

a cristallizzare la dirigenza informale del movimento il cui


potere [finiva] per derivare dal monopolio
dell’informazione.

La prassi secondo la quale faceva parte del movimento chi si


impegnava in prima persona nelle sue attività e solo a chi
partecipava era riconosciuto il diritto di parola, non ingenerava
contraddizioni finché la partecipazione era elevata e
rappresentativa del corpo studentesco, ma quando questa
cominciò a diminuire, quando gli strati meno motivati
politicamente e ideologicamente, rifluirono, il movimento si
trovò, volente
o nolente, ad affrontare il problema della sua riorganizzazione.
Nato anche per criticare l’idea dell’avanguardia e della
militanza politica come professione, il movimento aveva
prodotto un gruppo di persone che ormai - come ha-osservato
Luigi Bobbio - “non erano più disposte a rientrare nei ranghi
della vita normale”, cioè dei militanti.
Si discute (e come!) di organizzazione
La rappresentazione di un movimento studentesco puro e
spontaneo, informale e assembleare, che neanche voleva sentir
parlare di organizzazione e di partito è una favola.
Nelle varie sedi del movimento studentesco si discuteva - e
come! - di organizzazione e di partito, e tracce profonde ed
evidenti di questa discussione emergono dalla lettura dei
documenti prodotti all’epoca dalle assemblee e dagli incontri
nazionali tra gli esponenti delle varie università italiane in
agitazione.
Esemplificativo e chiaro in proposito era un passo del testo
della mozione approvata il 6 febbraio 1968 a Trento durante il ii
Convegno nazionale del movimento studentesco:

si pone [...] al movimento con estrema urgenza e gravità il


problema di una direzione politica unificata [...] senza la
quale questo potenziale nuovo di lotta studentesca rischia
di soffocare [...] di scadere nello spontaneismo;
in previsione di un maggiore e necessario collegamento con le
lotte degli studenti medi e della classe operaia si poneva al
movimento

il problema dello strumento organizzativo e cosciente di


intervento e saldatura, per uno scontro generalizzato alle
strutture del sistema, cioè il problema del partito.
Il prevalere di una struttura segmentata, policéfala e
reticolare, che aveva caratterizzato la nascita e lo sviluppo del
movimento, venne ben presto vista come un elemento che
impediva lo sviluppo e la maturazione politica del movimento
stesso. L’informalità, l’agire localmente, senza una strategia e una
disciplina comuni non era allora concepita come un passo avanti,
un modo nuovo di fare politica che “veniva decostruendo il
modello organizzativo tradizionale” .
Certo occorreva riformare e innovare profondamente il modo
di fare politica e di essere protagonisti, liberandolo dalle pastoie
partitiche, burocratiche, basate sulla delega, sul
parlamentarismo e sulla lotta tutta da riversarsi nel solo ambito
istituzionale. Ma questo progetto non era affatto incompatibile
con l’organizzazione del movimento, con la sua strutturazione su
scala nazionale, col fatto che cercasse di dotarsi di una strategia e
di una linea politica omogenea.
Dopo la prima entusiasmante fase di sviluppo spontaneo
delle lotte, già alle soglie dell’anno 1968 si avvertiva la coscienza
che una prima fase si fosse chiusa, mentre quella che si stava
aprendo rischiava di cogliere il movimento impreparato. Il
movimento, sviluppandosi, aveva messo in luce tutte le sue
varianti interne, la gamma dei suoi interventi, modi di agire, di
fare e di elaborare, le differenze dei livelli politici tra le varie sedi
e facoltà.

All’estrema politicizzazione - scriveva il leader trentino


Mauro Rostagno - si contrappone una lotta appena iniziata
o ancora da iniziare. E l’una situazione rimane spesso, di
fronte all’altra, muta e sorda. [...]
Ci troviamo così a ragionare e a lottare [...] in assenza di
una strategia rivoluzionaria. Il movimento deve uscire
dall’iperuranio delle idee platoniche dove fino a ora ha
conservato questi concetti (classe, partito, lotta di classe)
per verificarli sul terreno della pratica sociale.
D’altronde anche altri esponenti del movimento o fini
osservatori di esso mettevano in luce, in quel periodo, come alla
lunga apparisse sempre più fragile l’impostazione della lotta
studentesca fondata essenzialmente sulla mobilitazione delle
potenzialità antiautoritarie degli studenti delle singole sedi,
senza porsi il problema del collegamento, della direzione
comune e della loro collocazione sociale rispetto alla totalità del
sistema di cui l’Università era soltanto una delle componenti:

gli studenti sono caduti nell’equivoco di credere di fare già


la rivoluzione perché facevano la contestazione [...]. Tale
coscienza è falsa in quanto inganna i partecipanti sul ruolo
storico effettivamente svolto e impedisce
lo sviluppo della problematica organizzazione-strategia in
forma nuova.
All’interno stesso del movimento torinese, che assieme a
quello trentino veniva indicato come la componente più decisa a
valorizzare e a difendere l’autonomia del movimento insistendo
sul ruolo specifico della figura sociale dello studente,
emergevano, nel corso dell’anno 1968, posizioni che andavano
verso il riconoscimento della necessità dell’organizzazione.
Accusati di voler accanirsi contro gli elementi secondari (le
autorità accademiche), di negare quindi l’importanza della
direzione politica generale, del partito, da altre componenti del
movimento, in realtà essi non rifiutavano il momento
dell’organizzazione, cercavano solo di trovare una strada diversa
e innovativa per costruirla. Si trattava di un problema che
andava comunque affrontato e risolto, pena il rischio:

di esaurirsi in azioni senza darsi precise dimensioni in


termini di organizzazione e di elaborazione politica. [...]
non possiamo più permetterci di affidare le sorti del
movimento a episodi di ribellione, ma dobbiamo invece far
sì che alla radicalizzazione dell’azione si accompagni una
maturazione della coscienza politica e un consolidamento
dell’organizzazione [...] Questa dimensione politico-
organizzativa è essenziale perché non si può pensare che il
movimento possa durare indefinitamente sulla base del
puro rifiuto o del blocco permanente della scuola.
Certo la loro posizione era diversa da quella espressa dal
gruppo napoletano che faceva capo alla Sinistra Universitaria, il
quale sosteneva esplicitamente che il compito fondamentale del
movimento consisteva nell’organizzare la lotta e la protesta degli
universitari accompagnata dal
lo studio e dalla riflessione teorica al fine di promuovere la
maturazione delle coscienze, puntando tutto sulla “formazione
di quadri rivoluzionari”.
Si trattava di un’impostazione politica che non solo era
distante dalle posizioni sviluppate in altre sedi, ma che veniva
criticata anche da altre componenti stesse del movimento
studentesco napoletano che accusavano quelli della Sinistra
Universitaria di ridurre la funzione del movimento a una
palestra “di addestramento ideologico dei quadri che sono
venuti fuori dalle lotte precedenti”.
Che il movimento studentesco potesse fungere da detonatore
per la costruzione di un “partito politico di classe” era una
prospettiva già avanzata nelle Tesi della Sapienza di Pisa; in esse
la lotta anticapitalistica che si andava sviluppando nelle scuole
veniva considerata come un contributo:

alla radicalizzazione della lotta di classe e alla costituzione


della dirigenza politica rivoluzionaria, che costituisce
l’obiettivo di fondo della nostra azione.

Il timore di non essere in grado di utilizzare politicamente


la radica- lizzazione studentesca per favorire un processo di
generalizzazione dello scontro di classe, la paura che dopo
l’esplosione spontanea e ribellistica del movimento, tutto
tornasse come prima e il movimento si frantumasse, si
disperdesse nei mille rivoli dell’integrazione nel sistema, del
ritorno all’ovile rappresentato dai vecchi partiti di sinistra o
nel riflusso individuale verso la professione e la collocazione
sociale nella società, spingeva le avanguardie del movimento
studentesco a cercare una via d’uscita organizzativa, non
tanto un comando centralizzato, un “comitato centrale”, ma
almeno uno scheletro, una rete, una struttura portante,
capace di assicurare continuità e prospettiva all’agire
quotidiano:

Non è pensabile una continuazione ininterrotta, per un


lungo periodo, di scontri nelle forme attuali. Periodi di
scontro acuto si alternano a periodi di relativa stasi: è
necessario formare un’organizzazione in grado di
attraversare gli uni e gli altri.[...]
Nelle situazioni di lotta più avanzate [...] si manifesta un
divario crescente fra lo sviluppo concreto dello scontro
[...] e lo sviluppo della discussione e dell’organizzazione
politica del movimento.!...] Lo sviluppo strategico del
movimento avviene così nella testa dei leaders, che via
via decidono di dare questo o quel significato a questo
o quello scontro.
Il dibattito sull’organizzazione diventava ancor più
assillante dopo l’esplosione del maggio francese. Gli studenti
italiani che si erano recati a Parigi a vedere la rivoluzione
“erano tornati meditabondi per il suo veloce rifluire”. La
vastità del movimento che aveva portato la Francia sull’orlo di
una crisi rivoluzionaria nel maggio del ’68 e il suo veloce
rifluire avevano introdotto un elemento e una riflessione in
più a favore di quelli che spingevano per una strutturazione
organica del movimento studentesco, superando
definitivamente quelli che sempre più sembrava- . no i limiti
legati al localismo, allo spontaneismo.
Inoltre, lo stesso movimento degli studenti in Italia, dopo
l’ascesa delle lotte dei mesi precedenti, conosceva nell’estate
del ’68 un momento di stasi, di crisi di incertezza. Esso stava
perdendo la sua dimensione di massa. Aveva contestato a
fondo l’università, la sua cultura accademica e borghese, i suoi
sistemi autoritari e burocratici, la sua didattica vecchia e
obsoleta, aveva saputo definire in modo nuovo e dissacrante
la figura sociale dello studente, aveva indicato nuove vie per
la politicizzazione di strati sociali diversi da quelli presi in
considerazione dalle tradizionali
teorie del conflitto di classe; si poneva ora la questione di come
“tenere nel tempo” queste acquisizioni, come continuare la lotta
che ormai, non avendo obiettivi riformistici, si andava
configurando come scontro generale con il sistema. Per
attrezzarsi a tale scontro occorrevano essenzialmente due cose:
una struttura organizzativa e la ricerca di alleanze con altri strati
sociali o classi subordinate.

Il maggio francese aveva palesato, così almeno pareva, la


possibilità di uno scoppio rivoluzionario [...] coloro che
erano convinti che anche l’Europa e l’Italia avrebbero
conosciuto una fase di conflitto analoga [...] premevano
perché non si arrivasse impreparati a quella scadenza e
perché, anzi, la si affrettasse e favorisse allargando con un
centralismo politico organizzativo le lotte e la
conflittualità, anche chi pensava a una fase prolungata di
guerra guerreggiata, anche chi temeva un brutale
contraccolpo difensivo della reazione, anche chi riteneva
possibile utilizzare le energie sprigionatesi per ottenere un
qualche timido miglioramento istituzionale o sociale,
difficilmente riuscivano a ragionare senza che la questione
dell’organizzazione non facesse la sua apparizione.
“Dopo il maggio francese - ricordava Peppino Ortoleva -
eravamo pronti a tutto”, e la non definizione della questione
organizzativa poneva il movimento di fronte a un duplice rischio,
segnalato sia da Vittorio Rieser che da Mauro Rostagno: quello
dell’opportunismo e dell’avventu- rismo.
Il tema dell’organizzazione diventava quindi un argomento
prioritario di discussione dentro il movimento, una discussione
lunga che trovava la sua conclusione con la nascita dei gruppi
nell’autunno del 1969. Evidentemente la ripresa delle lotte
operaie aveva dato un contributo decisivo nell’indirizzare il
dibattito e il suo esito sulla questione dell’organizzazione e sul
rapporto da stabilire fra movimento studentesco e operai.
Dopo il convegno nazionale di Venezia del settembre 1968,
l’ultimo nel quale il movimento studentesco fu presente come
entità autonoma e dove ancora il confronto avvenne tra le
singole sedi e non tra gruppi politici organizzati, la spinta verso
soluzioni organizzative nazionali si fece sempre più forte.
Essa era la conseguenza - secondo Luigi Bobbio - del riflusso
del movimento studentesco come movimento di massa, che
spingeva oggettivamente a raccogliere le forze, ma soprattutto
“delle nuove prospettive che la situazione di classe sembrava
ormai chiaramente offrire”. Nuove prospettive date, appunto,
dall’insorgenza di una ribellione operaia nelle fabbriche che
travalicava gli aspetti meramente rivendicativi e sindacali degli
anni precedenti per porre, come dicevano le avanguardie
politiche di allora, il problema della lotta contro lo Stato e il
capitalismo e della presa del potere.

Il rapporto con la classe operaia


Quando il movimento studentesco cominciò a interrogarsi
circa le sue funzioni e l’eventualità di allearsi con altri strati
sociali subordinati, il dibattito ripartì dalla natura sociale della
figura dello studente universitario in una società a capitalismo
avanzato.
Su questo punto dentro il movimento esistevano analisi e tesi
contrapposte dalle quali, specularmente, discendevano progetti
a volte diversi circa la sua funzione.
A cominciare dalle Tesi della Sapienza di Pisa lo studente
universitario era stato definito come forza lavoro in via di
qualificazione, una figura subordinata quindi

non solo nel rapporto che intrattiene con la sua futura


collocazione salariale nel processo produttivo, ma nella
sua attività universitaria in cui la divisione capitalistica del
lavoro intellettuale lo definisce immediatamente in
termine di esecutore di processi mentali e di esperienze
predeterminanti e parcellizzanti.

Partendo dalla constatazione che la tradizionale funzione di


produttrice di élite dirigenti, dell’ideologia e della visione del
mondo della classe dominante, tipiche dell’Università, stava
cambiando perché doveva rispondere a una domanda sempre
più crescente di tecnici proveniente dalle moderne produzioni
capitalistiche, gli studenti di architettura di Venezia erano giunti
alla conclusione che essa non producesse più dei ricercatori
scientifici o degli operatori critici, “bensì dei tecnici specialisti
alienati, funzionali al sistema produttivo”; un’alienazione simile
a quella dell’operaio di fabbrica consistente “neH’espropriazione
capitalistica degli oggetti prodotti” e nell’aver ormai perso una
visione d’insieme del processo produttivo e quindi della
funzione del suo saper fare.
Non molto dissimile l’analisi che veniva da Trento, contenuta
in un celebre documento:

L’università è uno degli istituti produttivi dell’attuale


sistema sociale inteso come sistema mercantile (sistema di
merci).
Essa produce un tipo particolare di merce: l’uomo appunto
come merce, come forza lavoro qualificata o in via di
qualificazione, come laureato o come laureando.
Scopo di tale istituto produttivo (università) è collocare
tale merce (studente-laureato) sul mercato del lavoro
affinché vi sia venduta, e inserirla nel ciclo complessivo di
riproduzione sociale affinché vi sia consumata».
Se lo studente era forza-lavoro in via di formazione, se ciò che
apprendeva era funzionale al futuro lavoro in fabbrica o in
ufficio, se la critica di quello che veniva insegnato all’università,
altro non era che critica del sapere, critica della scienza
oggettivata nel sistema di macchine, allora intervenire nelle lotte
operaie, per gli studenti non significava dover rinnegare un
proprio ruolo specifico, si trattava solo di dar vita a un processo
“di ricomposizione di classe, non di alleanze”.
Una componente del movimento studentesco, quella vicina ad
esempio alle tesi della Sinistra Universitaria di Napoli o all’area
marxista-le- ninista, giudicava errata tale analisi e, in nome di
una rigida distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo,
sosteneva che gli studenti non erano forza-lavoro perché non
producevano alcun valore. A loro si addiceva invece la
definizione di piccolo-borghesi:

lo studente, ogni studente [...] è, proprio per la struttura


mentale che gli è stata preformata [...] e
indipendentemente dalla classe sociale di provenienza [...]
un piccolo borghese;
l’università diventava quindi solo il luogo dove era possibile
formare e poi reclutare quadri al futuro partito rivoluzionario;
non si riconosceva specificità alcuna al movimento, esso non
aveva ragioni per esistere come entità separata dal resto della
società e della lotta di classe, occorreva riassorbire gli studenti
“in avanguardie marxiste-leniniste, formate da contadini, operai,
studenti”.
Completamente diverso il presupposto di quelli che
maggiormente cercavano di cogliere la novità rappresentata
dall’apparizione del movimento studentesco consistente in una
vera e propria ridefinizione della politica.
Il movimento studentesco aveva dimostrato che era possibile,
partendo dalla riflessione sul proprio ruolo sociale, qualunque
esso fosse, avviare un processo di presa di coscienza dei soggetti
che portava, muovendo dalla propria esperienza vissuta, al
formarsi di una coscienza politica. Ben aveva fatto il movimento
a discutere dei problemi che riguardavano gli studenti
universitari e le loro condizioni di vita e di studio. Partendo da
tali problemi il movimento aveva ricostruito:

tutta la catena che tiene insieme il sistema sociale


repressivo: si tratta di individuare l’elemento politico nei
frammenti della vita sociale che l’apparenza del sistema ci
spaccia per politicamente irrilevanti. È evidente
l’importanza in questo contesto dell’iniziativa autonoma,
spontanea dei soggetti interessati;
così si esprimeva Carlo Donolo in un articolo dal titolo
significativo, La politica ridefinita, e proseguiva sostenendo che
andavano valorizzati anche elementi dell’agire del movimento
studentesco: intanto esso aveva dimostrato quanto fosse
sbagliato ormai pensare di poter esportare la propria esperienza,
la propria coscienza politica all’interno di altre situazioni,
fabbriche, istituzioni,

piuttosto si deve intervenire per stimolare anche in esse un


processo di analoga presa di coscienza e di organizzazione,
salvando la specificità dei singoli sistemi di ruoli o sfere
istituzionali37 .
Alla luce di queste considerazioni il movimento studentesco
aveva e conservava una propria autonomia e specificità nell’agire
politico e come tale non doveva fondersi o unirsi ad altri
movimenti di rivolta e antagonisti, come quello operaio, ad
esempio, ma cercare alleanze, un rapporto diretto tra movimenti.
La linea conduttrice comune che avrebbe cementato l’unità,
pur nella reciproca autonomia e indipendenza, tra i vari
movimenti era data da una scoperta fatta dallo stesso
movimento studentesco, cioè la lotta contro l’autoritarismo:

antiautoritarismo [...] è una parola nuova per un fatto


vecchio: lo sfruttamento. [...]
Tiene conto del fatto che anche lo sfruttamento immediato
dell’operaio è possibile non solo grazie al disciplinamento
cui è soggetto sul posto di lavoro, ma anche all’effetto
globale dei controlli sociali fuori dalla fabbrica, il cui effetto
è di convincere della naturalità dell’attuale divisione del
lavoro sociale e politico38.
Il Convegno nazionale che si tenne alla facoltà di Architettura
di Venezia l’8 e il 9 giugno 1968 e al quale parteciparono un
migliaio di persone, compresi circa duecento operai, provenienti
da Torino, Milano, Bologna, Padova, Venezia, Trieste, Firenze,
Roma, Napoli, Bari, Pisa, testimoniava la crescente diffusione
della problematica operaia all’interno del movimento
studentesco e la necessità di cercare in questo ambito nuove
strade di intervento.
La proposta, che venne avanzata da alcuni torinesi, di una
Lega studenti-operai che traesse le proprie forze dal movimento
studentesco, e poi praticamente le riversasse davanti alle
fabbriche, suscitò resistenze e interventi contrari. Meglio
procedere per tappe graduali a costruire momenti d’incontro
con i lavoratori, senza anticipare troppo i tempi e le forme
organizzative.
Soprattutto si volle ribadire l’autonomia del movimento
studentesco che aveva compiti e scopi che andavano oltre la
solidarietà con la classe operaia. Esso doveva svolgere una
funzione di raccordo tra le lotte operaie e quelle che si
sviluppavano contro tutte le strutture coercitive della società
capitalistica.
Il movimento studentesco - si ribadiva - aveva conquistato
una sua legittimità e base di massa perché aveva messo in crisi
l’autoritarismo universitario, solo preservando la sua influenza
di massa poteva porsi il problema di un rapporto corretto,
effettivo e non mistificato con la classe operaia, altrimenti si
rischiava di ricadere nell’esperienza del gruppo esterno che
interveniva tra gli operai.
Il Convegno però segnalava anche che significative iniziative
di lavoro verso la classe operaia erano state prese o erano in
procinto di esserlo. D’altra parte già nella mozione conclusiva del
Convegno sulle lotte studentesche, svoltosi a Trento il 6 febbraio
1968, si affermava che se era corretto rivendicare l’autonomia
del movimento, essa non doveva diventare autonomia dalle lotte
degli studenti medi “in particolare dalle lotte operaie”:

le forme di questo collegamento tra lotte studentesche e


lotte operaie vanno sperimentate [...]. Esse pongono
comunque la necessità di un salto politico, dal
“collegamento” alla convergenza di esse, sia a livello tattico
che strategico [...]. Il rapporto non può risolversi in
incontri vertici-
stici di pochi burocrati [...] deve essere impostato come
allargamento, come collegamento.
La Commissione fabbriche del movimento studentesco
trentino, ponendosi volutamente in polemica con ogni astratta
teorizzazione ideologica sui rapporti tra movimento studentesco
e classe operaia, aveva cercato, mediante un’inchiesta sociologica
di individuare quali potevano essere gli effettivi legami tra le
lotte studentesche e quelle operaie. La conclusione a cui erano
giunti era la seguente:

si pone la seguente alternativa: o la crescita politico-


organizzativa del movimento trova uno sbocco organico
nel quadro generale delle lotte operaie [...] che passi
attraverso l’enunciazione politica di obiettivi e la creazione
di strumenti organizzativi funzionali a una lotta unitaria,
oppure sin d’ora è possibile diagnosticare il fallimento
politico delle lotte studentesche, il lento progressivo
indebolimento per asfissia e l’inevitabile assorbimento da
parte del sistema.
A Milano si verificavano significative esperienze di intervento
del movimento degli studenti alla Pirelli e alla Candy. Il rapporto
tra gli studenti e la lotta operaia passava attraverso l’impegno e
la partecipazione stabile di alcuni studenti all’attività dei
Comitati Unitari di Base, soprattutto alla Pirelli. Si trattava di un
lavoro che dava i suoi frutti se è vero quello che scrivevano in un
documento gli studenti milanesi, e cioè che si era verificato un
assorbimento da parte di alcuni quadri operai che conducevano
la lotta in fabbrica “dei temi politici derivanti dal movimento
studentesco” .
A Roma era iniziata un’esperienza di lavoro di massa nei
confronti dei fuori sede che aveva permesso di stabilire una serie
di contatti con situazioni specifiche del Sud, in particolare in
Calabria. Il lavoro di intervento in quella situazione aveva
portato a concludere che l’intervento politico aveva un senso se
si era disposti a vivere direttamente “dentro” il contesto
considerato nella sua totalità, determinata “non soltanto dalla
condizione di fabbrica” ma dall’insieme delle condizioni di vita,
quelle che davano “avvio a un processo di politicizzazione” che
toccava solo dopo “il luogo di lavoro in fabbrica”.
Era la conferma di come i rapporti capitalistici permeassero
l’intera società, per cui anche partendo da situazioni o istituzioni
periferiche, era possibile costruire una presa di coscienza e un
movimento eversivo. Non era quindi corretto privilegiare un
aspetto o un altro della vita sociale per fame oggetto esclusivo di
lavoro politico. L’insegnamento che veniva era che:

la protesta nasce dalle condizioni particolari e specifiche


nelle quali le persone vivono. Di qui la necessità, nel lavoro
esterno, di non fermarsi ai cancelli delle fabbriche, di non
fermarsi esclusivamente all’interno delle fabbriche,
proprio perché siamo convinti che la realtà capitalistica
abbraccia tutta la vita delle persone, dal luogo di lavoro
alla loro vita familiare.
Anche gli studenti di Architettura di Napoli avevano avviato
dei contatti con gli operai di alcune fabbriche mediante
volantinaggi e assemblee in facoltà. L’iniziativa si era sviluppata
in occasione di uno sciopero degli operai della Italsider di
Bagnoli. L’obiettivo era di verificare con gli operai ipotesi comuni
di lavoro politico, sulla base della costituzione di comitati misti,
nella più completa autonomia dai sindacai e dai partiti.
Ogni mattina all’ingresso in fabbrica erano presenti circa una
cinquantina di studenti che organizzavano il maggior numero
possibile di discussioni su varie questioni, formando numerosi
capannelli davanti agli ingressi. Si sforzavano di rendere
esplicito il contenuto dei volantini distribuiti, il significato della
propria presenza, e l’esperienza della lotta basata sul rifiuto di
ogni delega e sull’assemblea come momento di elaborazione e di
decisione collettiva.
In questi mesi vi era anche chi giudicava ormai superate
l’esperienza e l’esistenza stessa del movimento studentesco
come soggetto politico autosufficiente, affermando
esplicitamente che “il momento strategico” doveva “essere
assunto dal movimento operaio”, perché esso era il punto di
convergenza di tutti i movimenti che operavano “in senso
rivoluzionario”; pertanto si segnalava la scadenza ravvicinata del
rinnovo dei contratti perché si prendesse in considerazione la
necessità di trovare obiettivi programmatici e rivendicativi
comuni con la classe operaia.

Le lotte per il rinnovo dei contratti costituiranno un banco


di prova per vedere se e come il movimento studentesco
saprà saldare un’azione di lungo periodo sui problemi
derivanti dalla sua collocazione sociale con un intervento
sui problemi direttamente scaturiti dalla lotta operaia.

A queste obiezioni e pressioni affinché il movimento


studentesco optasse per una decisa scelta di merito e di
contenuti nei confronti dell’intervento operaio, due leader
torinesi replicavano che “il problema della rivoluzione e della
unificazione nelle lotte degli studenti con la classe operaia era
assai più complesso della semplice individuazione di un
obiettivo” rivendicativo di lotta; l’incontro fra operai e studenti
doveva avvenire non sulla base di una motivazione “populistica”
per i lavoratori e nemmeno su quello dell’intervento di ristretti
nuclei che “si arrogano il ruolo di quadri rivoluzionari”,

ma su quello del richiamo alle possibilità della lotta contro


l’intero sistema sociale che sia gestita e diretta in prima
persona dagli operai stessi [si trattatava] di creare
un’avanguardia politica composta [...] da un nucleo
omogeneo di militanti sia studenti che operai [di] allargare
al massimo il contatto tra studenti in lotta e operai [di]
usare il maggior numero di studenti per creare
collegamenti e contribuire a formare nuclei di operai
organizzati. [...]
È vero che la rivoluzione non può essere fatta senza la
classe operaia, ma finché non vengono individuati nella
pratica strumenti politico-organiz- zativi per l’attuazione e
la generalizzazione delle lotte operaie, il riferimento alla
classe operaia diventa semplicemente un’affermazione di
impotenza.
Un rapporto concreto tra operai e studenti si instaurava per la
prima volta quando un migliaio di studenti partecipava agli
scioperi e ai picchetti assieme agli operai della Fiat nel corso
della lotta contrattuale della primavera del 1968.
La lotta era cominciata proprio nel momento in cui il
movimento studentesco stava discutendo come allargare la sua
base sociale fuori dall’università, che a Torino significava porsi
immediatamente il problema dei contatti con gli operai.
Fra gli studenti prevaleva in quel momento un atteggiamento
pratico: se la lotta era cominciata occorreva parteciparvi senza
perdere altro tempo a discutere sulle modalità e sulle forme di
partecipazione. Gli studenti non volevano apparire come quelli
che criticavano a priori il sindacato.
Soprattutto volevano evitare di caratterizzarsi come un
gruppo di studenti estremisti e iperpoliticizzati che si
arrogavano il diritto di trasformarsi in avanguardia esterna, in
quadri politici che portavano la linea ai lavoratori.
L’incontro con i lavoratori si esauriva quando la lotta si
concludeva e i sindacati firmavano i nuovi accordi con l’azienda.
Ciò che restava del movimento studentesco si ritrovava
nuovamente chiuso dentro l’università a discutere come fosse
possibile interagire con la realtà sociale circostante, ivi compresa
la fabbrica.

Non era più il tempo - ricorda Luigi Bobbio - di concepire il


lavoro politico davanti alle fabbriche come presa di
contatto col singolo operaio. [...] Non era il movimento
studentesco che doveva andare a intervenire tra gli operai,
volevamo che il collegamento avvenisse tra movimenti, o-
peraio e studentesco, e non a livello di singoli gruppi di
studenti e di operai.
La proposta avanzata dagli studenti era quella
dell’accerchiamento della fabbrica, il movimento evitava di
misurasi direttamente coi problemi complessi e in parte poco
noti della classe operaia Fiat e tentava invece di portare la sua
pratica politica e il suo intervento fra gli strati più vicini alla
classe operaia. Si provava allora a intervenire tra gli studenti
medi, tra i seralisti, nei gruppi professionali, nelle comunità di
base, tra gli immigrati meridionali, e nell’estate del 1968 si dava
vita a vari doposcuola per gli studenti di famiglie meno abbienti
rimandati.
Quando, nel maggio del 1969, riprese la lotta alla Fiat, il
movimento studentesco era del tutto impreparato. Ma a quel
punto non si poteva più rimandare la scelta. La lotta alla Fiat era
cominciata, si manifestava con azioni autonome e spontanee
dalle direttive sindacali, il movimento studentesco, o ciò che
restava di esso, non poteva permettersi di non esserci.
L’arrivo di Adriano Sofri a Torino e il suo intervento tra gli
studenti contribuiva notevolmente a convincere ciò che restava
della dirigenza del movimento a impegnarsi subito nel lavoro
politico davanti alle porte. L’arrivo di circa duecento studenti
davanti alle porte, che si univano ai gruppi di militanti che già vi
lavorano, permetteva immediatamente una diffusione più
massiccia e capillare dei volantini e del materiale agitatorio,
nonché un incremento dei punti di discussione con gli operai nei
capannelli che si formavano all’uscita dalla fabbrica.
Nasceva in questo modo l’Assemblea operai e studenti che
raccoglieva, nella riunione che si svolgeva quasi tutte le sere,
centinaia di persone e diventava, nel giro di pochi giorni,
l’elemento guida delle nuove lotte che spontaneamente e
autonomamente si sviluppavano nei reparti.
Dopo il '68? Il 69

L’Italia era destinata a diventare un


caso particolare non per quanto
riguarda il “ruolo dei giovani nel
suo ciclo di protesta, ma per il
numero e l’intensità dei conflitti
nell’industria" ( Sidney Tarrow)

Un problema di natura storiografica si pone immediatamente


appena si prova a passare dal movimento del ’68 alle lotte
operaie del ’69. Se l’evento ’68 è stato di volta in volta
enfatizzato, ripreso, vivisezionato, documentato, testimoniato
dai protagonisti, filmato dalla tv e divenuto materia per le facili e
veloci penne dei rotocalchi, non così si può dire del ’69 operaio.
Qui vi è come una congiura del silenzio, una zona oscura
impenetrabile, tutta da dimenticare e da rimuovere.
Durante il decennio Settanta non c’era articolo o intervento
politico che non cominciasse partendo dalle lotte operaie e
studentesche, dal binomio ’68-’69, oggi invece l’evento è stato
del tutto scorporato. Così facendo non solo si compie
un’operazione di “revisionismo storiografi- co”, ma si perde
quella che fu “la specificità del ’68 italiano rispetto ad analoghi
movimenti in altri paesi”; specificità che consistette “proprio in
quel nesso”.
Si tratta, dicevamo, di un serio problema storiografico che ha
avuto immediatamente due ripercussioni. La prima conseguenza
dello scorpo- ramento del movimento del ’68 dalle lotte operaie
del ’69, è stata la riduzione del movimento studentesco stesso a
una serie di “storie giovanili”,
a un conflitto di tipo “generazionale”, spogliandolo in questo
modo dei suoi contenuti eversivi, rivoluzionari, anticapitalistici e
socialisti. Si perde in questo modo anche la capacità di cogliere il
legame e l’intreccio fra le forme di lotta studentesche e quelle
nelle fabbriche date dalla

analisi e critica dell’autoritarismo nella scuola e nella


fabbrica e nelle altre strutture della società; dalla
sottolineatura della condizione studentesca come forza
lavoro in formazione.
Lo smascheramento di istituzioni e modi di agire portava
con sé l’invenzione o la reinvenzione di strumenti di
organizzazione e di lotta: i controcorsi o la limitazione del
rendimento, i delegati di assemblea o di gruppo omogeneo,
le interruzioni delle lezioni e i cortei interni.
La seconda è data dall’incapacità di penetrare e di cominciare
a capire gli anni Settanta in Italia, anni di conflittualità di classe e
di protagonismo sociale che non ha riscontri nella storia del
nostro paese:

Il più importante problema storiografico che emerge a


sinistra è rappresentato dal vuoto di storia politico-sociale
a partire dal biennio ’68-69. Non si tratta solo di una
rimozione psicologica. Si tratta di una perdita di
disponibilità, di categorie, di criteri, di concetti, di punti di
vista capaci di guidare e di orientare una ricostruzione,
una spiegazione dotata di senso, degli “svolgimenti” storici
succeduti alla grande ondata del movimento.
A differenza del ’68, il ’69 appare più irriducibile, mal
sopporta maquillage introduttivi agli anni Novanta. Esso non
offre né materiale di facile consumo per i media né note di
costume su cui ricamare articoli per i rotocalchi.

C’è materia dura, grezza, non equivoca che [...] lancia


ancora gli stessi messaggi. Poco da grattare per penne
acquistate. Eppure quello che successe in Italia, e in
particolare alla Fiat, in quell’anno, costituisce uno dei
pochi esempi - forse l’unico nella storia del dopoguerra - di
“grande politica”. “Grande politica” nel senso più proprio
del termine: quella che trasforma gli uomini nell’interno,
che afferra le vite singole e le rovescia. Che non si limita ai
piccoli spostamenti istituzionali, ma muta le coscienze,
sconvolge le biografie, restituisce agli individui la forza e la
capacità di “decidere” cosa essere.
Quella in sostanza che impone al tempo storico una svolta
dopo la quale nulla, appunto, “potrà più essere come
prima”.

Certo si può tentare di ripulire quelle lotte delle loro


sedimentazioni progettuali-ideologiche per ridurle dentro la
storia della lotta sindacale nel nostro paese; ma anche così
facendo i conti non tornano facilmente. Il solo crudo dato
dell’accordo raggiunto dopo il dispiegarsi delle lotte operaie del
famoso “autunno caldo” (che introduceva aumenti salariali
uguali per tutti, riduzione a 40 ore della settimana lavorativa e
aumento dei giorni di ferie, diritto di assemblea in fabbrica,
diritto all’elezione dei delegati dei lavoratori e possibilità di
ricorrere ai permessi sindacali) già di per sé contrasta con una
lettura puramente sindacale del fenomeno.
Dietro ai punti dell’accordo si intravedevano le novità emerse
che trascendevano gli obiettivi puramente rivendicativi per
investire gli assetti strutturali che governavano i rapporti tra
capitale e lavoro.
La richiesta di aumenti salariali uguali per tutti, la
conseguente abolizione delle categorie e delle gabbie salariali,
erano una caratteristica di quel movimento che si affermava
contro la volontà e il vecchio modo di fare dei sindacati. Era la
risposta degli operai delle catene di montaggio alla
deprofessionalizzazione del lavoro che il sistema tayloristico di
organizzazione della produzione aveva introdotto nelle
fabbriche italiane.
A parità di lavoro, parità di salario, la divisione in tante
categorie retributive era un retaggio del passato legato alla
figura dell’operaio di mestiere che, mantenuta negli anni
Sessanta, serviva unicamente a dividere e frammentare la lotta
dei lavoratori in tante piccole vertenze aziendali, di fabbrica, di
reparto, di officina.
Le nuove parole d’ordine operaie sul cottimo, sugli aumenti
uguali per tutti, contro l’alienazione, per i consigli contro le
vecchie commissioni interne emergevano già nella lotta degli
operai dell’Olivetti di Massa del 1967.
Nel 1968 furono gli operai della Petrolchimica di Marghera in
lotta per la vertenza sui premi di produzione - che nell’agosto
avevano occupato la stazione e il cavalcavia di Mestre
scontrandosi con la polizia - ad anticipare nuove forme di lotta
(scioperi improvvisi e articolati) e le richieste di aumenti
salariali uguali per tutti, riduzione dell’orario a 40 ore, parità
normativa tra operai e impiegati.
Nell’autunno la lotta si spostava alla Pirelli di Milano dove la
critica ai cottimi e ai ritmi si manifestava come intenzione di
migliorare radicalmente la condizione lavorativa in fabbrica, non
accettando più il nesso tra retribuzione e rendimento.
Emblematica in merito fu la lotta che si sviluppa negli
stabilimenti Fiat di Torino nella primavera del 1969. Le richieste
di sostanziali aumenti sulla paga base, di sganciamento del
salario dalla produttività e di passaggio in massa alla seconda
categoria, erano intese come critica diretta al lavoro salariato.
Quello che allora si chiamava processo di proletarizzazione,
investiva anche i ceti sociali intermedi coinvolgendo la massa
impiegatizia amministrativa e i tecnici. Anche il loro lavoro era
soggetto a un processo di dequalificazione, all’intensificazione
dei ritmi, all’aumento della monotonia e della ripetitività,
conseguenza della sua parcellizzazione, semplificazione,
iterazione.
Il cambio generazionale portava alla sostituzione del vecchio
personale amministrativo da parte di giovani impiegati che più
facilmente acquisivano la coscienza della loro proletarizzazione
e dell’affinità di interessi che li legava agli operai. Stesso
processo interessava e coinvolgeva i tecnici.
La richiesta di cospicui aumenti salariali era un fatto nuovo e
dirompente nella misura in cui si slegava da ogni discorso sul
relativo aumento dei cottimi e quindi della produttività. Il salario
diventava una variabile indipendente, non più calcolato sulla
base delle compatibilità con il sistema azienda, ma tenendo
conto di variabili esterne alla fabbrica e cioè tutto ciò che era
indispensabile procurarsi per condurre una vita dignitosa: casa,
scolarizzazione dei figli, godimento del tempo libero, delle ferie
ecc.
Non solo non si accettava più il discorso di contrattare gli
aumenti salariali sulla base di un aumento di erogazione di
lavoro, ma a essi si accompagnava la richiesta di una riduzione
dell'orario di lavoro; più soldi e meno lavoro era lo slogan dei
cosiddetti “operai massa”.
Lo slogan “estremista” del rifiuto del lavoro lanciato da un
titolo a tutta pagina del settimanale operaista «La Classe»,
indicava appunto un’inversione di tendenza. Non che
all’improvviso gli operai, in particolare quelli meridionali, non
avessero più voglia di lavorare, secondo il buonsenso razzista
che circolava tra i piemontesi e i milanesi doc.
La disaffezione al lavoro, come la chiamavano gli psicologi e i
sociologi industriali, che si manifestava spontaneamente con il
ricorso alla mutua, con il continuo turnover della manodopera da
un’azienda all’altra, era la risposta individuale a un disagio (altra
parola del linguaggio presunto neutro delle scienze sociali) che
nasceva in fabbrica.
Al lavoro a catena, ripetitivo, monotono, psicologicamente
distruttivo per l’intelligenza umana, ai ritmi eccessivi e ai tempi
sempre più stretti della catena, si rispondeva individualmente
con due o tre giorni di mutua al mese “per non morire”, come
ricordava un operaio della Fiat, per riposarsi un po’, per staccare
un attimo.
Indotta dalle trasformazioni subite dal processo produttivo,
nella fabbrica si faceva strada tra i lavoratori l’idea che l’unica
soluzione radicale e definitiva all’alienazione del lavoro non fosse
più quella tradizionalmente indicata al vecchio movimento
operaio, liberare il lavoro dallo sfruttamento capitalistico, ma
diventa liberarsi dal lavoro. Stare il meno possibile in fabbrica,
lavorare perché era necessario per vivere, non certo perché era
piacevole. Ridurre il tempo di lavoro quindi, per riappropriarsi
della vita, per stare con gli amici, con la moglie, per dedicarsi al
divertimento o all’ozio.
Sorgevano da qui le tematiche che tanta presa avranno sui
movimenti giovanili e femministi degli anni Settanta, sulla
qualità della vita, del tempo libero, della riappropriazione di uno
spazio sociale e individuale, della riaffermazione dell’intelligenza
e della creatività dell’individuo contrapposte all’anomia della
società industriale.
Si trattava di una anticipazione della critica al produttivismo e
all’industrialismo - termini oggi di moda - per riappropriarsi dei
ritmi di vita del proprio corpo che il ciclo di produzione
capitalistico snatura imponendo i suoi orari, turni di lavoro e
lavori che erano la negazione di ogni applicazione creativa e
gratificante dell’attività compiuta.
Il tema del corpo, inteso come espressione del malessere
storico di una classe sfruttata, come spia di precise
contraddizioni sociali era un argomento di discussione già
presente nell’ambito della riflessione critica dei primissimi anni
Settanta:

Sublimato, frantumato, scisso, frustrato, separalo, alienato


- il corpo vive così la sua tragedia nel culto individuale anzi
narcisistico di se stesso; inibito, represso, insoddisfatto,
esso reclama soddisfazioni sempre nuove e diverse. In tal
modo la civiltà borghese neocapitalistica distrugge la
struttura materiale dei corpi umani. Il sistema va dunque
criticato anche per la qualità della vita che è in grado di
offrire ai suoi membri.
L’introduzione del diritto di assemblea all’interno dei reparti e
la nascita dei delegati furono la risultante di un movimento di
lotta che aveva dato vita a forme di organizzazione autonome dei
lavoratori, sorte diret- tamente nelle officine e nei reparti e
sovente in contrasto con i sindacati e i partiti tradizionali della
sinistra.
Emblematici furono i casi del Comitato Unitario di Base (cub)
della Pirelli, dell’assemblea della Petrolchimica di Marghera,
dell’Assemblea operai e studenti che guidò le lotte alla Fiat nella
primavera del 1969. Erano tentativi di ricostruire un tessuto di
democrazia operaia da contrapporre alla gestione burocratica,
verticistica e, per alcuni aspetti superata dagli stessi eventi, che
ancora proponevano i sindacati e i partiti di sinistra.
Alla vigilia di queste lotte i sindacati organizzavano solo una
parte limitata delle classe operaia, le istanze sindacali di fabbrica
o non esistevano o avevano semplici funzioni burocratiche
formali. Le commissioni interne, la cui rielezione periodica
serviva più che altro a misurare i rapporti di forza tra le varie
centrali sindacali, erano ridotte a un organismo di tipo
parlamentare, sempre più slegate dalla base. Nonostante fossero
elette dagli operai, nei fatti erano strumenti delle organizzazioni
sindacali.
Il pci era il solo partito che conservava una presenza nelle
principali fabbriche italiane, ma le sue cellule avevano perso di
vitalità, non facevano altro che veicolare in modo meccanico la
propaganda generale del partito in fabbrica senza intervenire
nelle lotte, la cui gestione era completamente demandata
all’istanza sindacale.
Il ricambio accelerato nella composizione di classe del
proletariato industriale aveva portato nelle fabbriche migliaia di
giovani lavoratori a sostituire le vecchie leve operaie, presso le
quali era forte l’egemonia del pci e della cgil. Il fenomeno aveva
ridimensionato le basi sociali dell’egemonia del pci sulla classe
operaia, che faceva ormai solo più conto su quadri e militanti
venuti al partito nel decennio 1943-’53.
Il ricambio generazionale aveva anche motivazioni
produttive, si accompagnava difatti alle trasformazioni
tecnologiche che tendevano a ridurre sempre più lo spazio dei
lavori qualificati e specializzati dilatando invece quelli per i
lavori manuali, ripetitivi, a cottimo e alla catena.
In questo vuoto di rappresentanza si inserirono i tentativi di
ricostruire organizzazioni di base autonome dei lavoratori per
dirigere la lotta. Furono questi organismi i veri protagonisti delle
lotte di quel biennio.
Sindacati e partiti si trovarono sovente in difficoltà, la lotta
sfuggiva al loro controllo, le rivendicazioni avanzate erano
incompatibili non solo con le regole dell’azienda capitalistica, ma
anche con la linea contrattuale sindacale e con i progetti
riformistici del pci e del psi e dei governi di centro sinistra, che
dovevano essere la novità modernizzante degli anni Sessanta.
In quelle lotte, negli obiettivi e nelle idee che maturarono nel
corso di esse, si anticipavano temi e problemi che percorreranno
tutti gli anni Settanta. L’equilibrio sociale preesistente era stato
spezzato, si apriva un periodo di crisi del sistema, nel varco
aperto da quelle lotte e dal movimento studentesco irrompevano
negli anni seguenti sulla scena politica e sociale altri movimenti
che determinavano una situazione di mobilitazione di massa, di
protagonismo sociale, che durò per anni e anni e non aveva
precedenti nella storia recente del nostro paese.

L’incontro operai studenti rilancia il problema dell’organizzazione


Nell’autunno del ’69, quando iniziava la fase culminante delle
lotte operaie l’interlocutore studentesco non era più, nella
maggior parte dei casi, un movimento strutturato e di massa, era
diventato o stavano diventando un insieme di gruppi politici
organizzati, emersi - o riemersi e trasformati - da quel
movimento.
Tre fatti avevano segnato la fine del ’68: l’ondata di scioperi
dell’in- vemo ’68-69 durante i quali consistenti gruppi di studenti
avevano partecipato ai picchetti davanti ai cancelli delle
fabbriche; l’entrata in lotta degli studenti medi; la pesante
ondata repressiva che cominciava ad abbattersi sul movimento.
In tale contesto si determinavano processi di disgregazione e
di nuova aggregazione:

quel settore che aveva partecipato al movimento delle


occupazioni con una coscienza unicamente democratico-
borghese, e che aveva visto le lotte universitarie come
possibilità di aprirsi nuovi spazi, di svecchiamento, di
rinnovamento, di democratizzazione, riconosce a questo
punto che il suo ruolo politico è finito [...] e da quel
momento in poi scompare dalle assemblee, dai picchetti,
dalle manifestazioni, per ritrovarsi dentro le biblioteche,
dentro gli istituti, dentro i seminari, cominciando a far
funzionare l’istituzione universitaria in modo rinnovato,
introducendo un modo di insegnamento più democratico e
partecipativo, dai contenuti di studio più attuali e più
attenti a quel che succede nella realtà [...]
Un altro settore, invece, confluisce in quella nuova
esperienza che è l’esplosione di massa delle organizzazioni
rivoluzionarie.
La lotta diretta dai vari organismi autonomi aveva rilanciato
infatti, anche per quei lavoratori che l’avevano organizzata, la
questione dell’organizzazione. Così essi percepivano la
situazione allora, subito dopo l’ondata delle lotte operaie della
primavera torinese: sindacati e partiti non lottavano più “contro
il padrone sino in fondo”, quindi era necessario dotarsi di una
“organizzazione e di una linea politica precisa”, linea e
organizzazione che andavano costruite sulla base delle varie
esperienze di lotta operaia autonoma; le lotte operaie di quei
mesi - si sosteneva nella relazione introduttiva ai lavori
dell’Assemblea dei Comitato autonomi operai, che si tenne a
Torino il 26 e 27 luglio del 1969 - dimostravano che i proletari
avevano “raggiunto una coscienza rivoluzionaria generale”,
quindi il problema diventava quello di tradurre tale coscienza “in
un processo organizzativo”.

Dal movimento ai gruppi

Non siamo tra coloro che vedono nelle


organizzazioni solo una forma specifica
di regresso e di falsa coscienza, sulla scia
di quella tesi “ingenua" che attribuisce
tutti i lati buoni ai movimenti e tutti i lati
negativi alle organizzazioni.
(Attilio Mangano)1

Tra l’autunno del 1968 e quello del 1969 si formavano quelle


che furono le principali organizzazioni della sinistra
extraparlamentare in Italia nei primi anni Settanta. Nell’ottobre
del 1968 nasceva l’Unione dei Comunisti Italiani (uci) con il
giornale «Servire il Popolo», nel dicembre del 1968 usciva a
Milano il primo numero di «Avanguardia Operaia» espressione
dell’omonimo gruppo politico che aveva scelto come terreno
d’intervento e di reclutamento le fabbriche dentro le quali
lavorava per costruire i cub.
Il 1° maggio del 1969 usciva il giornale «La Classe» che
riuniva parte del cosiddetto filone operaista italiano proveniente
dal l’esperienza di «Classe Operaia» e prima ancora dei
«Quaderni Rossi».
Nel giugno di quell’anno veniva diffuso il primo numero della
rivista «il manifesto», pochi mesi dopo i promotori dell’iniziativa
furono tutti espulsi dal pci e si avviarono verso la costituzione di
un’organizzazione autonoma.
Nell’autunno del 1969 il Movimento Studentesco della Statale
si delineava come gruppo autonomo.
Dopo la lotta alla Fiat della primavera e gli scontri torinesi di
corso Traiano del 3 luglio 1969, il 18 settembre usciva il primo
numero di «Potere Operaio» e il 1° novembre di «Lotta
Continua». L’uscita dei due giornali era il seguito della decisione
di procedere verso il coordinamento nazionale delle avanguardie
operaie e studentesche.
Una prima considerazione da fare in merito a questo
fenomeno è che, esclusa l’uci, in tutti gli altri casi le aggregazioni,
prima di consolidarsi in strutture organizzate ben definite, si
“presentano” con un giornale, una rivista, cioè uno strumento di
comunicazione molto informale, non definito attorno a un
progetto già prestabilito, ma da farsi assieme, quasi un
raccogliere adesioni per una “linea politica” che è ancora da
definire e da elaborare collettivamente.
Tutti quindi, inizialmente, si presentavano come uno
strumento di dibattito aperto che ben poco aveva a che vedere
con i tradizionali organi di partito, tipici della tradizione
socialista e comunista:

era un modo di rinviare la scelta organizzativa - di cui si


paventavano i meccanismi burocratici e autoritari -
utilizzando però le possibilità organizzative, ritenute
indilazionabili, di quello strumento.

Pochi furono quelli che in quel momento seppero resistere al


richiamo di darsi un’organizzazione strutturata nazionalmente;
tra questi Edo- arda Masi la quale avvertiva i giovani impazienti
di risolvere il problema che non bastava “un’etichetta a far
nascere un’organizzazione rivoluzionaria” e che comunque
andava esclusa a priori

la struttura tradizionale di partito. Non perché sia


prematura, ma perché non corrisponde più alle esigenze e
alle prospettive rivoluzionarie di oggi.
Avvertenze e precauzioni legittime alle quali però chi era
critico verso la costituzione dei gruppi della nuova sinistra non
sapeva proporre altra alternativa se non quella di continuare a
fare le lotte e studiare, perché
lo diceva il Presidente Mao:

facendo le lotte non si fa la rivoluzione [...]. Ma si comincia


a capire come fare a farla, si comincia a fare quella teoria di
cui si manca. Facendo le lotte e studiando. Come dice
anche il Presidente Mao.
Una controproposta un po’ debole, che appariva non in grado
di far fronte agli eventi, e a tratti anche irritante che valse alla
rivista «Quaderni Piacentini», sulle cui pagine avevano espresso
le loro critiche Edoarda Masi, Francesco Ciafaloni e Carlo Donolo,
l’epiteto di “grillo parlante” della nuova sinistra.
Le ragioni che portarono alla nascita dei gruppi della nuova
sinistra

Diverse, molteplici e concomitanti furono le ragioni che


impressero un deciso orientamento verso l’organizzazione.
L’entrata in campo degli operai e degli studenti medi, la
dimensione di massa delle loro lotte, il peso sociale che
immediatamente fecero sentire sull’intera società, la loro
capacità di incidere direttamente sul quadro politico e
istituzionale, determinarono una situazione nuova.
Anche il movimento studentesco aveva precedentemente
rotto vecchi argini, conformismi vari e logiche consolidate, ma la
sua estensione, la sua capacità di incidere sull’intero assetto
sociale, muovendo e collegandosi alla lotta di altri strati sociali,
era stata fino allora abbastanza limitata. Non a caso il dibattito
interno, dopo il periodo di ascesa delle lotte e delle occupazioni,
verteva soprattutto su come uscire dall’ambito universitario
creando forme di collegamento con gli operai o altre classi
subordinate, sfruttate, oppresse.
In fondo, a un movimento di questo tipo, con tali
caratteristiche, una dimensione organizzativa poco accentrata,
localistica, fondata sull’assemblea di facoltà, sulle commissioni di
lavoro e sui gruppi di studio, era abbastanza funzionale, capace
cioè di permettergli di vivere, agire e crescere.
Tale struttura appariva però del tutto inadeguata a fornire
uno sbocco organizzativo al movimento di protesta e di
ribellione allo sfruttamento messo in atto dall’irrompere delle
lotte nelle grandi fabbriche del Nord, seguite immediatamente
dall’estendersi degli scioperi, delle agitazioni e delle occupazioni
nelle scuole medie superiori.
Le lotte operaie, inoltre, rompendo e non riconoscendosi
dentro le vecchie strutture partitiche e sindacali del movimento
operaio, ponevano immediatamente il problema di costruire
nuove forme di organizzazione per poter almeno coordinare sul
piano nazionale, obiettivi e rivendicazioni di lotta e per garantire
la continuità e il proseguimento dello scontro con il padrone, ora
che lo si era voluto aprire.
L’incontro avvenuto non senza difficoltà tra le lotte
studentesche e quelle operaie, aveva reso chiaro ai partecipanti
di allora che si aprivano prospettive di lunga durata, che in Italia
ciò che si era innescato, probabilmente, non si sarebbe
“bruciato” nel brevissimo periodo com’era accaduto per il
maggio francese. Tale consapevolezza ebbe un peso nel
determinare la decisione di costruire organizzazioni politiche
strutturate:
per indicare la situazione italiana viene coniata
l’espressione “maggio strisciante” e con questo si vuole
mettere in luce non tanto la minore rapidità del processo
in Italia, quanto la sua maggiore possibilità di consolidarsi,
di non bruciarsi nel giro di poche settimane [...].
In questo quadro la dimensione di “movimento”
politicamente unilaterale e organizzativamente fluido,
appare del tutto insufficiente: è invece necessario unire le
forze, superare il localismo e la frammentarietà [...].
Il maggio francese aveva insegnato anche che la forza
eversiva, anti- istituzionale, rivoluzionaria del movimento, in
mancanza di alternative, poteva essere riassorbita velocemente
dagli apparati dei partiti della sinistra tradizionale e dei
sindacati. La paura che il movimento potesse essere espropriato
dei suoi obiettivi e delle sue forme di lotta, che se ne potesse
snaturare il carattere da parte dei riformisti, dei sindacati, dei
gruppi minoritari già esistenti, o che potesse essere riassorbito,
integrato, dalle istituzioni del potere, costituì un altro
presupposto per indirizzarlo verso soluzioni organizzative.
“L’assenza di un’organizzazione e di una direzione politica
rivoluzionaria” diventavano elementi che frenavano la crescita
stessa del movimento, di qui la necessità, secondo i militanti del
Potere Operaio pisano, di costruire “un partito rivoluzionario”,
capace di dirigere la spinta “anticapitalistica verso la presa del
potere politico”.
D’altronde, come è stato segnalato a suo tempo da un diretto
protagonista, una volta accettata l’idea di fondo

circa la necessità di prospettare il movimento studentesco


stesso come “luogo politico” iniziale per la formazione di
quadri militanti, nella misura in cui l’avanguardia interna
del movimento studentesco, comprendente di fatto i
militanti politicamente più maturi, allargava la sua pratica
sociale, passando dal solo ambito universitario
all’intervento a livello proletario e sul piano sociale
complessivo, si evidenziava una progressiva e parziale
perdita della sua matrice strettamente e propriamente
studentesca: in realtà, alcuni di quei quadri politici
cominciavano a venire socialmente “percepiti” - ma anche
a diventarlo effettivamente - come militanti rivoluzionari
in senso pieno, a prescindere dal fatto che conservassero o
meno un qualche legame burocratico con la struttura
accademica.
Anche se era stato un “risultato non voluto” coscientemente, il
movimento studentesco aveva infine prodotto dei militanti,
un’avanguardia politica numerosa “non più disposta a rientrare
nei ranghi della vita normale degli studenti e delle carriere
professionali”:
il passaggio dallo stadio del movimento a quello del partito
iniziò così, senza una vera consapevolezza da parte nostra,
ma piuttosto come il risultato di una serie di eventi che
avevano finito per incanalare la nostra voglia di
combattere in quell'unica direzione
Per molti che già avevano svolto in modo ancora informale
nelle lotte universitarie la funzione dei leader, deU’avanguardia,
del ceto politico professionale, si poneva il problema di come
continuare la militanza politica oltre i tempi dell’università oltre
la stessa condizione studentesca. Con la scelta di costruire nuove
organizzazioni il loro ruolo politico veniva di fatto formalizzato.
Mossi dal bisogno di non rinnegare quanto di nuovo avevano
fatto e scoperto partecipando al movimento, incapaci di
rientrare ipocritamente nei ranghi della società che avevano
contestato e che volevano rivoluzionare, migliaia di potenziali
quadri politici, nati dentro un’esperienza molto critica anche nei
confronti dei partiti e dei sindacati istituzionali, erano portati
“quasi automaticamente” a scegliere la strada
dell’organizzazione politica, strada che non era sempre quella
“più coerente con le esigenze di liberazione, di autonomia e di
responsabilizzazione diretta delle masse”, che il movimento
aveva voluto esprimere.
A determinare, infine, l’urgenza dell’organizzazione contribuì
il clima politico e repressivo che si manifestò in Italia quasi
parallelamente alle lotte studentesche e operaie. Subito, a partire
già dai primi mesi del 1969, si assisteva, da parte del potere
statale, a un uso sempre più massiccio e violento delle forze di
polizia, che si combinava con le azioni strumentali e non dei
neofascisti e con quelle dei corpi separati o deviati dei servizi
segreti. Si tenga inoltre presente che l’anno 1969 si era aperto
con i fatti della Bussola di Viareggio dove lo studente Soriano
Ceccanti era stato gravemente ferito da un colpo di pistola
sparato dai carabinieri. Al di là di certe evocazioni postume, che
tendono a ricordare di quel periodo solo le esaltanti occupazioni
prolungate e tranquille, occorre anche tener conto che

non fu tutto così facile e semplice dato che il potere spesso


colpiva indiscriminatamente senza parlare poi degli
sgherri di Almirante sempre pronti ad intervenire.

Contemporaneamente la parte più reazionaria della


magistratura ricorreva ampiamente agli articoli del codice Rocco
che ben si prestavano a colpire la libertà di espressione, di
associazione e di manifestazione: nel 1969 “in soli tre mesi,
vengono denunciate oltre 13 mila persone: braccianti, operai,
studenti dipendenti comunali”.
La strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969
appare oggi sempre più come una data periodizzante, una cesura
nella storia dell’Italia repubblicana, in quanto una parte
consistente “dell’apparato statale passò consapevolmente
all’illegalità, si pose come potere criminale, continuando ad
occupare istituzioni vitali”; Piazza Fontana “semina e
ingigantisce la paura del golpe” diventa “snodo rilevantissimo
della vicenda italiana, rappresenta il passaggio della repressione
statale dei movimenti e delle lotte dalle “tecniche frontali, ma
firmate” a quelle “indirette e occulte dei poteri di repressione,
sicurezza e provocazione”.
L’uso della forza da parte degli apparati dello Stato per
reprimere l’insorgenza e l’ascesa dei movimenti non era una
novità, la novità era data invece dal suo impiego non più nella
sua dimensione istituzionale e legittima, “ma in quella bruta,
diretta e incontrollata che trova la propria sintesi nella logica da
caserma”
La strage segnava una indubbia svolta politica, un
cambiamento di clima profondo per un’intera generazione, la
quale

fu impressionata da due esperienze vitali, forti e opposte:


il ’68 (e il ’69 operaio) da una parte, e Piazza Fontana,
Pinelli, Valpreda dall’altra. L’allegria e la morte, la
luminosità e il torbido, la confidenza e la paura, la
cordialità e il senso di persecuzione.
Si trattava più che altro di trovare strumenti e forme che
garantissero in qualche modo la difesa e il mantenimento di
quanto era stato acquisito, conquistato, costruito in termini di
strutture organizzative, di spazi per l’agire collettivo (sedi,
giornali, piazze e luoghi di riunione e di incontro, incolumità dei
compagni) che si accompagnavano alla consapevolezza che,
superato l’entusiasmo per lo scoppio spontaneo della rivolta
studentesca e operaia, il percorso di lotta contro lo Stato e il
capitalismo avrebbe inevitabilmente previsto anche momenti di
scontro cruenti.
La necessità dell’organizzazione nasceva dunque anche dal
bisogno di proteggersi dall’aggressione subdola da parte delle
forze della repressione:

le violenze fasciste, il pericolo di infiltrazioni poliziesche


posero immediatamente il problema
dell’organizzazione...Ogni prassi libertaria parve portatrice
di pericolo di infiltrazione, ogni elasticità organizzativa un
elemento di debolezza15.
Organizzarsi, darsi una struttura nazionale, venne all’epoca
considerato non un ripiegamento necessario, dopo la fase
ascendente e spontanea del movimento, ma una acquisizione
raggiunta e maturata nel corso della pratica politica e indotta
dagli avvenimenti che le lotte di quei mesi avevano innescato.
In chi compiva all’epoca determinate scelte organizzative non
c’era certamente la consapevolezza di fare un passo indietro,
tutt’altro, emergeva la convinzione che quello fosse un passo in
avanti, che l’organizzazione fosse necessaria e utile per
conservare le posizioni acquisite e per affrontare meglio il
percorso rivoluzionario che, allora, sembrava immediatamente
davanti agli occhi dei protagonisti.

Sociologia dei gruppi della nuova sinistra

La comparsa dei gruppi


"non è un equivoco
ideologico ma un evento
storico-sociale ”
(Costanzo Preve)

Il termine “’’gruppi, con i suoi derivati, “gruppettari”,


“gruppuscoli”, assunse negli anni seguenti al ’68 una
connotazione politica negativa, dispregiativa, indicativa di una
situazione di frammentazione e di frazionamento organizzativo e
politico.
Soprattutto la stampa comunista e socialista e quella legata ai
partiti borghesi, dei “benpensanti” e della maggioranza
silenziosa, come si diceva allora, usò abbondantemente questa
terminologia per dare immediatamente, con l’uso di un
determinato lessico non scelto a caso, un giudizio drastico,
liquidatorio e a tratti sprezzante in proporzione alla loro
incapacità di comprendere il fenomeno.
Gli stessi gruppi della nuova sinistra rifiutarono tale attributo
e vollero sempre definirsi in altro modo, con altri termini e
categorie. Successivamente, ad accrescere la connotazione
negativa della parola, si sono messi anche i vari cantori della
“bontà” e “spontaneità” del movimento del ’68 contrapposta alla
degenerazione repentina indotta dal passaggio dal movimento ai
gruppi; questi ultimi sono stati sovente dipinti, in occasione delle
celebrazioni sessantottine - magari da quelli che all’epoca
divennero convinti gruppettari, militando in questa o quella
organizzazione più o meno leninista - come dei veri e propri
spiriti malefici che traviarono militanti, giovani studenti del
movimento e operai, portandoli sulla cattiva strada
dell’organizzazione.
In merito, credo sia invece giunto il momento di dare una
connotazione sociologica e politica positiva alla categoria di
gruppo. Tale termine ben si addice a interpretare e leggere quella
fase magmatica che caratterizzò la fine del movimento
studentesco e la nascita delle varie formazioni della nuova
sinistra.
Esse, perlomeno nella loro fase iniziale, più che partiti erano
dei veri e propri gruppi, intesi come associazioni informali,
senza regole, statuti di partito, suddivisione gerarchica dei
compiti e delle funzioni. Visto nel suo insieme, senza cioè
privilegiare la storia di questa o di quell’organizzazione, il
fenomeno si manifestava come germinazione di una miriade di
punti di incontro, più o meno grandi, di dibattito, di riflessione
teorica e di intervento politico immediato.
Sovente si trattava di strumenti organizzativi, circoli, centri di
documentazione, sorti per necessità strumentali, per partecipare
a una campagna nazionale, per intervenire nelle scuole, nei
quartieri, nelle fabbriche. Erano strumenti di lavoro politico, che
si creavano con la stessa facilità con la quale si scioglievano per
ricomporsi in altre forme e con altre persone.
Una sorta di nomadismo politico di massa caratterizzava
questa fase della militanza politica, molti quadri e giovani
militanti del movimento studentesco passarono con naturalezza
da un gruppo all’altro, da una esperienza politica a un’altra, da
una “lettura” a un’altra, in un susseguirsi caotico di ricerca e di
“abbuffamento” disorganico di politica, di teoria, di ideologia
(nel senso positivo del termine), prima di fermarsi in una
specifica organizzazione, oppure decidere che quel tipo di
partecipazione non faceva per loro.
Un fenomeno che potremmo definire di “vagabondaggio”
culturale, di rapporti politici multipli e simultanei, che interessò
una generazione liberata dalle pastoie del cattolicesimo
provinciale e parrocchiale e dalla cappa pesante, ipocrita nella
pratica, quanto sterile nell’elaborazione politica e culturale, dello
stalinismo. Si trattò naturalmente di un processo caotico, di un
procedere a tentoni, simile a una ricerca frenetica quanto
disorganica e disorganizzata.
Un osservatore attento, all’epoca seppe cogliere con efficacia
e con spirito critico questo fenomeno:

di fronte alle fabbriche, nelle scuole, in piazza si sono


riversati [...] centinaia, migliaia di giovani [...]. Sulla loro
abnegazione, sullo spirito di sacrificio e sulla serietà
dell’impegno, nessuno può avanzare dubbi [...]. Ma sono,
allo stesso tempo, sprovveduti, estremisti, manichei e,
soprattutto, idealisti. Sentono la pressione di un intricato
sistema di condizionamento (ideologia, famiglia, scuola,
religione, mass-media) e reagiscono con violenza [...]
rifiutano questa scuola, giungendo a negare la necessità
dell’istituzione; combattono lo sfruttamento e finiscono
per reclamare il “rifiuto del lavoro”; osteggiano il
riformismo sterile [...] delle burocrazie tradizionali della
classe operaia, per dedurne che sono le for
me organizzative della classe, in quanto tali, a produrre il
riformismo e non il contrario.
Sentono però il bisogno di ricollegarsi con una matrice
storica, affrontano disordinatamente la lettura di qualche
testo tra quelli prodotti in un secolo e mezzo di lotta di
classe. Riscoprono, e di volta in volta riducono a proprio
idolo, il premarxismo e l’anarchismo, Stalin e Mao, Gorter e
il giovane Lukacs. Ne fanno un sistema religioso fino a
quando incontrano qualcosa di nuovo - per loro - o di più
attraente. Oppure, stanchi di oscillare da un gruppo
all’altro, negano la necessità della teoria rivolgendosi a un
partecipazionismo liberatore2.
Il gruppo politico, inizialmente era vissuto come
prolungamento dell’esperienza mutuata dalla partecipazione al
movimento. Molti dei gruppi nazionali che si sviluppano nel
1969, come Lotta Continua, Potere Operaio, Il Manifesto,
Avanguardia Operaia, inizialmente avevano caratteristiche molto
informali, molto movimentiste. Nascevano senza un congresso
costitutivo, non avevano statuti e regole che definissero i criteri
della militanza e gli obblighi degli iscritti.
Erano militanti tutti quelli che partecipavano in qualche modo
all’attività politica del gruppo, vigeva un sistema di gestione
interna fondato su una specie di partecipazione attiva e diretta,
un’assemblea generale permanente che si riuniva più o meno
regolarmente, ma non eleggeva né dirigenti né segretari.
I luoghi d’incontro si chiamavano “sedi”, non sezioni, quelli
che svolgevano l’intervento sul luogo di lavoro o di studio, al
massimo si definivano comitato, non cellula, parola che evoca
una concezione stretta di partito. I confini ideologici tra un
gruppo e l’altro a volte non erano neanche così ben definiti e,
anche quando lo erano, ciò non impediva che alla base una
miriade di giovani che si affacciavano alla politica irrompessero e
attraversassero i gruppi politici, anche quelli apparentemente
diversi fra loro.
Capitò a molti di passare attraverso esperienze politiche
antitetiche tra loro, “operaisti” e spontaneisti che diventano
“partitisti”, maoisti e marxisti-leninisti, mentre altri seguivano un
percorso inverso, da leninisti ortodossi a movimentisti scatenati.
L’intreccio di tre generazioni politiche
La costituzione dei gruppi dirigenti della nuova sinistra, intesi
come strutture di personalità formatesi attorno a precise matrici
culturali e diverse esperienze di lotta politica, aveva preceduto la
nascita ufficiale delle formazioni della nuova sinistra. Sicché, la
seppur provocatoria ipotesi di Romano Madera, fondata
sull’equazione “gruppi-movimenti-gruppi” può essere accolta
come una fertile ipotesi di lavoro, che trova più di un riscontro
nello sviluppo e nell’intreccio in questo “pezzo” di storia italiana.
Scrive Madera:

non si passa dal movimento ai gruppi, ma dai gruppi-al


movimento-ai gruppi. I gruppi non sono la mala pianta,
nata accanto alla buona e disorganizzata spontaneità, che
ha finito per strangolare il movimento. Il movimento ha
invece risucchiato e trasformato i vecchi gruppi nei fatti e,
spesso, anche nei nomi [...]. Che il movimento avesse
ricevuto, fra i suoi cento padri, anche il seme
gruppuscolare non c’è dubbio; ma fu il movimento a
renderlo fertile trasformandolo in una sua proiezione. Il
gruppuscolarismo quindi come forma di rappresentanza
politica del movimento, non la sua degenerazione
cancerogena, né il suo genio -maligno.
Tre generazioni politiche confluivano nelle formazioni della
nuova sinistra. La prima aveva iniziato l’attività politica nella
seconda metà degli anni Cinquanta nelle federazioni giovanili
comunista e socialista, nelle associazioni universitarie e nel
sindacato. Era la generazione che più a lungo aveva partecipato
intensamente e con continuità alla vita politica dentro i partiti di
sinistra o altre strutture di massa organizzate.
Aveva quindi maturato una solida esperienza organizzativa di
tipo tradizionale, giungendo a un livello di “saper fare” politico
molto professionale e ben strutturato. Nelle formazioni della
nuova sinistra questo tipo di militante era soprattutto presente
in quelle organizzazioni che derivavano direttamente dal pci o
dal psi, come nel caso del Manifesto o del Partito di Unità
Proletaria, sorto nel 1972 dopo lo scioglimento del psiup.
La seconda aveva iniziato il suo praticantato politico negli
anni Sessanta prendendo contatto con i gruppi minoritari
(trotzkisti, «Quaderni Rossi», «Classe Operaia», marxisti-
leninisti) o partecipando ad altre esperienze culturali di
avanguardia: riviste, cinefonim, circoli culturali. A differenza
delle generazione precedente, in questa risultava rilevante la
presenza di militanti cattolici provenienti da esperienze
politiche maturate nell’iNTESA universitaria, nella cisl e nelle
acli.
Essa si era formata in contrasto e in polemica con le posizioni
della sinistra tradizionale italiana, avvicinandosi e nutrendosi di
correnti di pensiero politico e sociologico estranee alla
tradizione del riformismo e confrontandosi con la nuova realtà
operaia del neocapitalismo del nostro paese.
Questa generazione era quella che aveva raggiunto la maggior
presenza all’interno dei gruppi dirigenti delle formazioni della
nuova sinistra, denotando una spiccata attitudine al dibattito
teorico-politico e per la ricerca sul campo mediante l’uso
dell’inchiesta, riscoperta, prima ancora che dalla lettura dei testi
di Mao, dal gruppo dei «Quaderni Rossi» e da quanti erano stati
in qualche modo contaminati, già nella seconda metà degli anni
Cinquanta, dalla sociologia americana.
La terza generazione era quella del ’68 i cui militanti si erano
formati direttamente nelle lotte universitarie del biennio
precedente e in quelle operaie del ’68-’69. Meno omogenea delle
generazioni precedenti, la sua formazione politica e culturale
presentava tuttavia degli elementi comuni:

la convinzione che la scuola deve essere il terreno della


lotta di classe, le analisi dei meccanismi di selezione e del
rapporto scuola mercato, il riconoscimento
dell’importanza della lotta all’organizzazione capitalistica
del lavoro e alle gerarchie, l’attenzione teorica e pratica al
rapporto avan- guardia-masse [...], la necessità di saldare la
lotta economica e la lotta politica, l’antifascismo militante,
l’internazionalismo5.
Essa costituì l’ossatura militante delle varie organizzazioni di
nuova sinistra, i cosiddetti quadri intermedi, quelli cioè che
diffusero sul territorio nazionale e nei vari luoghi di lavoro e di
studio la presenza e l’intervento politico del singolo gruppo.
L’emergere del movimento studentesco e la ripresa delle lotte
operaie attraversarono e rimescolarono le carte delle
tradizionali culture politiche e organizzative consolidatesi nelle
prime due generazioni di militanti politici, provocando una
revisione critica di precedenti posizioni.
Si registrò certamente una spaccatura e un superamento di
precedenti modi di concepire l’azione politica, ma determinate
matrici formative e culturali, pur revisionandosi, rimasero
abbastanza integre, capaci di segnare ancora esperienze
generazionali diverse e, quindi, gruppi dirigenti di nuova
sinistra, differenziati e frazionati.
La formazione del gruppo dirigente di Lotta Continua risentì
meno di altri dell’influenza di precedenti esperienze culturali e
politiche di nuova sinistra, anche se alcuni dei suoi dirigenti
venivano da militanze minoritarie di sinistra: Adriano Sofri,
dopo essere stato espulso dal pci aveva
partecipato alla rivista «Classe Operaia» e poi al Potere
Operaio pisano, Luigi Bobbio e Mauro Rostagno venivano dal
psiup, Marco Boato dal cattolicesimo dissidente e di sinistra
trentino. Per Potere Operaio, invece, la continuità con la
tradizione operaista italiana era decisamente più marcata.
Stesse caratteristiche di continuità con esperienze politiche
degli anni Sessanta avevano formazioni come Avanguardia
Operaia, nata da un gruppo di militanti milanesi uscita della
Quarta Internazionale, e come l’Unione dei Comunisti Italiani,
sorta nel 1968 anch’essa da una rottura consumatasi nella
Quarta Internazionale e che riprendevano le suggestioni della
rivoluzione culturale e del maoismo, già presenti e diffuse negli
anni precedenti dalla cosiddetta area marxista-leninista.
Anche II Manifesto era, in qualche modo, la risultante
dell’intreccio fra le lotte operaie e studentesche e il “borbottio
critico” dell’ala ingraia- na dentro il pci negli anni Sessanta.

Si può parlare insomma di un incontro tra una cultura


politica elaborata da gruppi militanti negli anni Sessanta e
una cultura politica di massa prodotta dalle lotte operaie e
studentesche. Per ciò che riguarda la costruzione dei
gruppi dirigenti, fatta eccezione almeno in parte per Lotta
Continua, le matrici teorico-politiche degli anni precedenti
restano un elemento non secondario6.
A seconda della loro matrice culturale di provenienza, questi
gruppi dirigenti portarono elementi specifici nelle
organizzazioni che andarono a costruire dopo il biennio ’68-’69.
Dell’elaborazione dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari, ovvero
della sezione italiana della Quarta Internazionale, rimase il
recupero del leninismo “purificato” dalle volgarizzazioni
economiciste e produttiviste introdotte dalla codificazione
bignamesca fatta da Stalin e dai suoi epigoni. Rimase anche la
critica e la profonda attenzione al rapporto che deve instaurarsi
tra democrazia e socialismo e la prosecuzione della ricerca di
forme soviettiste e consiliari come strutture istituzionali della
democrazia proletaria contrapposta a quella borghese-
parlamentare.
Della tradizione operaista rimase la riscoperta della centralità
della fabbrica contrapposta alla lotta tutta istituzionale del
riformismo, e l’idea di ridefinire l’elaborazione teorica a partire
dai mutamenti avvenuti nella composizione delle classi sociali:
analisi del neocapitalismo, del rapporto fabbrica-società,
spontaneità-organizzazione, autonomia operaia.
Del- socialismo di sinistra venne ripresa la critica al
riformismo, alla programmazione democratica, l’idea dell’unità
di classe e dell’attualità del socialismo contro ogni ipotesi
gradualistica.
Dell’ingraismo restava una rilettura attenta e critica del
rapporto tra sviluppo di forme di democrazia e di partecipazione
delle masse dal basso e le istituzioni statali e partitiche.
Dai gruppi di area marxista-leninista rimaneva l’insistenza
sulla campagna antimperialista e la necessità di un lavoro di
propaganda, soprattutto ideologico, tra le masse.
Riguardo alla concezione dello strumento organizzativo, del
partito, varie ipotesi furono riprese e si fronteggiarono: dalla
mitizzazione del partito movente della storia e rigidamente
governato dalla burocrazia di funzionari con a capo il segretario
generale fatta dai gruppi marxisti-leninisti, al tentativo di
coniugare democrazia interna e centralismo democratico,
secondo un presunto ritorno a Lenin, fatto da gruppi di
ispirazione trotzkista, fino alla proposizione di organizzazioni
del tutto informali, senza strutture definite, senza statuti e
organigrammi interni, senza congressi costitutivi, come Potere
Operaio e Lotta Continua nei loro primi anni di vita.

La composizione sociale.
Il grosso dei militanti della nuova sinistra era il prodotto delle
lotte studentesche prima e operaie poi del biennio ’68-69. Essi
erano giovani ed erano prevalentemente degli studenti.
Non affatto secondaria fu la scesa in campo degli studenti
medi, in particolare quelli delle scuole tecnico-scientifiche che
costituirono, a partire dal ’69, la base di massa delle
organizzazioni della nuova sinistra.
Non si trattava solo di un fatto quantitativo. Essi, in
particolare quelli provenienti dalle scuole tecniche e
professionali, importavano dentro il movimento temi, problemi e
rivendicazioni che gli universitari o i liceali non intravedevano,
non sentivano perché lontani dalla loro pratica di vita e da quella
delle loro famiglie.
Inoltre, il fatto che fossero giovani studenti sicuramente
destinati a lavorare poi in fabbrica li poneva in una condizione di
maggiore vicinanza con la condizione operaia vera e propria che
già sperimentavano, per altro, in famiglia. Infine, provenendo da
famiglie proletarie, vivevano di solito dislocati in quel tessuto
urbano fatto di agglomerati operai, di casermoni, chiamati case
popolari, costruiti in fretta e furia negli anni Sessanta che
avevano ingrandito a dismisura la periferia delle città industriali.
Questa dislocazione permetteva loro di essere più legati ai
giovani operai e ai giovani disoccupati.
Il fatto che queste nuove organizzazioni fossero inizialmente
costituite in prevalenza da giovani studenti era la risultante di un
processo di ra- dicalizzazione che si era manifestato prima tra gli
studenti e solo più tardi tra la classe operaia. L’essere giovani,
avere una comune concezione del mondo in fatto di musica, di
comportamenti, di modo di vestire, di dire e di fare, il percepirsi
per queste ragioni come “un altro” rispetto alla società corrente,
era una caratteristica che attraversava tutte le organizzazioni
politiche della nuova sinistra.
La componente operaia che contribuì in modo rilevante a
formare la base sociale della nuova sinistra, era formata in
genere da giovani avanguardie che avevano costituito il nerbo
delle iniziative di lotta di questi anni; all’interno di queste
prevaleva, nel reclutamento, la componente ribellistica, più
sensibile alla “fase rivoluzionaria” che non a un lavoro
sistematico e paziente all’interno della fabbrica, tanto facile
all’entusiasmo e a mettersi a capo delle lotte nella fasi positive,
quanto in difficoltà a continuare l’iniziativa politica nei momenti
di maggiore difficoltà.
La loro esperienza era, conseguentemente, tutta racchiusa in
unico e breve ciclo di lotte di classe. Nelle caratteristiche di
questo ciclo stavano le ragioni dei “limiti” e degli errori di
prospettiva e strategici che emergeranno quasi subito negli anni
seguenti.
L’ondata delle lotte avveniva al di fuori di quelli che erano
stati i vecchi canali delle strutture sindacali burocratizzate e dei
partiti operai tradizionali. Vi era una ribellione spontanea da
parte di una serie di settori ra- dicalizzati che rompevano col
vecchio monolitismo riformista e staliniano. Ciò valeva anche per
quelle organizzazioni che avevano avuto un numero più o meno
consistente di compagni provenienti da leve precedenti e passati
per l’esperienza della sinistra socialista o comunista, perché
questi compagni furono sommersi dalla massa sociale dei nuovi
militanti e perché quasi sempre per essi il ’68-’69 rappresentò un
momento di totale rielaborazione delle proprie idee e delle
proprie pratiche.
L’esperienza di quel ciclo si caratterizzò per una formidabile
ascesa della lotta di classe: elevata unità del proletariato, ampio
schieramento sociale di lotta anticapitalista, democrazia diretta e
consiliare, crisi acuta della dc, crisi dello Stato borghese.
Nati nell’alta marea e costituite le organizzazioni
rivoluzionarie in quel contesto, si era propensi a pensare e ad
agire come se essa fosse inarrestabile e dovesse ineluttabilmente
condurre al dualismo di poteri e alla rottura rivoluzionaria.
L’idea di un riflusso non era presa in considerazione.
La composizione sociale e le caratteristiche di maturazione
della coscienza politica data da quel periodo, influirono sul
comportamento politico (inteso come strutturazione
dell’organizzazione, strumentazione teorica, analisi della
situazione, linea politica, strategia e tattica) delle formazioni
della nuova sinistra.
L’impianto organizzativo risentiva anche di una non uniforme
e omogenea presenza su tutto il territorio nazionale, lo sviluppo
avveniva spesso a macchia di leopardo, con maggiore o minore
presenza secondo le località e d situazioni di lotta e di
intervento.

La nascita di un ceto politico militante


Migliaia di giovani, soprattutto studenti, costituirono la base
sociale e militante dei gruppi della nuova sinistra. Se prendiamo
come riferimento, pur con le dovute cautele, le stime circa il
numero di militanti aderenti alle principali organizzazioni della
nuova sinistra nel loro periodo di maggior sviluppo, abbiamo
immediatamente una dimensione quantitativa di quello che fu
un fenomeno sociale molto rilevante, senza precedenti, direi,
nella storia della militanza politica nel nostro paese nel
dopoguerra. Intendendo per militanza la partecipazione
continua alla vita politica dell’organizzazione si può tentare di
quantificare il fenomeno con i seguenti dati: il Partito Comunista
d’Italia (m-1) aveva dai 5 ai 10 mila aderenti, l’Unione dei
Comunisti Italiani anche, Potere Operaio 1.000-1.500, Lotta
Continua 20 mila circa, il Manifesto dai 5 ai 6 mila. Avanguardia
Operaia dai 15 ai 18 mila, il Partito di Unità Proletaria, sorto nel
1972 dopo lo scioglimento del psiup, dichiarava, nel 1974, di
avere 17.500 militanti. Sommando questi dati otteniamo una
cifra compresa tra i 68 e gli 83 mila militanti.
A essi vanno aggiunti almeno alcune altre migliaia di aderenti
ad altri gruppi, come ad esempio gli anarchici, fino a formazioni
politiche più piccole che andavano dalle poche decine, a qualche
centinaia di militanti, come nel caso dei trotzkisti dei Gruppi
Comunisti Rivoluzionari. A questi occorrerebbe aggiungere e
conteggiare, se fosse possibile, i cosiddetti “cani sciolti”, cioè
quelli che pur partecipando attivamente alle manifestazioni e
alle iniziative di lotta non aderivano a nessuna organizzazione.
Quindi ipotizzare una cifra superiore alle 100 mila persone
coinvolte nell’attività politica dei gruppi della nuova sinistra ci
sembra ragionevole e sostenibile.
L’aver partecipato più o meno attivamente, per breve o lungo
tempo all’attività di uno dei gruppi della nuova sinistra è una
caratteristica ricorrente in quella generazione.
L’esplosione del movimento studentesco aveva attivato strati
sociali precedentemente non toccati dal bisogno di
partecipazione diretta all’attività politica. Altri gruppi di giovani,
che avevano già condotto il loro apprendistato politico nelle
tradizionali organizzazioni della sinistra, dopo il movimento
studentesco, le abbandonavano e si riversavano in quelle
nascenti '-della nuova sinistra.
Non si era mai data per la sinistra critica e dissidente
l’opportunità di disporre di una massa così cospicua di persone
disposte a dedicare buona parte del loro tempo libero
all’intervento politico.
Si trattava di un “fare politica” deciso come libera scelta, non
certo come professione. Pochi erano infatti i funzionari retribuiti
dai gruppi. Quasi tutto il lavoro di propaganda e di intervento
davanti alle scuole e alle fabbriche, la diffusione dei giornali e la
partecipazione alle varie iniziative, contava principalmente su
una base volontaria, su una spinta a essere protagonisti in prima
persona.
Si trattò di una poderosa capacità di lavoro politico, messa in
campo dai vari gruppi della nuova sinistra, che in alcune
situazioni e contesti superò ben presto il numero dei militanti
dei partiti tradizionali e dei sindacati.
Simili situazioni di preponderanza numerica degli attivisti
impiegati nel lavoro di propaganda politica si verificarono ad
esempio davanti ai cancelli di Mirafiori a Torino e di altre grandi
fabbriche italiane, nelle scuole medie superiori, nelle quali
l’egemonia della nuova sinistra, rispetto alle organizzazioni
giovanili del pci e del psi, era pressoché indiscussa, e nelle
Università dentro le quali, terminata la fase ascendente del
movimento, i gruppi seppero mantenere un proprio ruolo, teso
almeno a conservare e a difendere quelle “zone liberate” dal
movimento al fine di favorire momenti di aggregazione di massa,
di discussione, confronto e scontro.
Nonostante questa enorme e nuova disponibilità di quadri
militanti all’intervento e all’azione politica, i gruppi della nuova
sinistra incontrarono sempre difficoltà a radicarsi realmente e in
modo non episodico dentro le fabbriche, tra la classe operaia, i
cui singoli appartenenti accettavano con ritrosia di confluire in
questo o quel gruppo.
Diverso invece il radicamento che la nuova sinistra riuscì ad
avere tra i giovani studenti e tra gli universitari. Ma proprio
questo dato, legato alla precarietà e alla mobilità della
condizione studentesca, rendeva instabile la base di molti gruppi,
non garantiva continuità all’intervento e all’azione politica
duratura in un settore sociale. A volte il fatto che un gruppo di
studenti, giunto al termine del ciclo degli studi, dovesse
abbandonare la scuola o l’università poteva segnare la fine della
presenza di un’organizzazione in quel contesto, ma,
contemporaneamente, poteva anche rappresentare l’inizio di un
intervento politico dentro un luogo di lavoro o dentro un’altra
istituzione scolastica.
Se la mobilità legata alla condizione studentesca era un limite,
poteva diventare anche un pregio, migliaia di studenti, passando
da un ciclo di studi all’altro, dalla scuola al lavoro, dalla città dove
avevano studiato al paese da cui provenivano, contribuirono a
creare nuovi settori di intervento (si pensi, fra tutti, al
movimento per la democratizzazione della vita nelle caserme, i
Proletari in Divisa) e di agitazione politica e a diffondere su tutto
il territorio nazionale la presenza delle organizzazioni della
nuova sinistra.
Sorsero in questo modo, anche nei più piccoli centri della
provincia italiana gruppi di lavoro e di ricerca su specifici
problemi territoriali. Istituzioni fino allora considerate neutre,
come i manicomi, gli ospedali, la magistratura, furono investite
dalla critica politica e sorsero tendenze e riviste dal titolo
significativo «Psichiatria democratica»,«Medicina democratica»,
«bcd» dei giornalisti democratici, Magistratura democratica.
La diffusione dell’uso del ciclostile permise anche al più
piccolo gruppo o comitato di lotta di produrre propri volantini,
giomalini pinzati, documenti di analisi e di riflessione politica.
Un’intera generazione politica si formava non solo leggendo
documenti riprodotti al ciclostile, ma anche scrivendoli,
intervenendo per dire la propria in un processo di
democratizzazione del dibattito e del confronto nel quale si era
contemporaneamente parte passiva (come lettore) e parte attiva
in quanto estensore di un intervento scritto.
Grazie all’impegno militante profuso, alle sottoscrizioni, al
lavoro volontario che permetteva di abbattere i costi di
produzione e di distribuzione, ogni gruppo, anche il più piccolo,
riusciva a dotarsi di un proprio organo di stampa, di una rivista
teorica, fino a quando II Manifesto non si lanciò nell’impresa di
dotarsi di un omonimo quotidiano, che vide la luce nel 1971,
imitato da «Lotta Continua» nel 1972 e da Avanguardia Operaia
col «Quotidiano dei Lavoratori» nel 1974.

Tipologia del militante della nuova sinistra


Il militante che si formava partecipando alle attività dei
gruppi della nuova sinistra non era affatto frustrato dalla
politica. Ricostruendo il clima di quegli anni, alla luce delle
sconfitte subite dopo e delle delusioni conseguenti, molti sono
portati oggi a esprimere un giudizio negativo su quell’esperienza
tutta politica che coinvolse migliaia di persone, quasi un’intera
generazione di giovani.
Eppure, andrebbe ricordato, che per essi fare politica non era
un’attività alienante, un impegno gravoso, vissuto come se si
strappasse tempo prezioso alla propria vita sociale e affettiva.
Questi militanti si tuffarono nell’impegno politico portandovi
freschezza, partecipazione diretta e quotidiana, una certa gioia
di vivere e di realizzare sé stessi che maturava da questa scelta.

Dire che qui si è formato il militante alienato, espropriato


della propria soggettività, è ingiusto. Le caratteristiche
positive del periodo, il ritmo martellante della
mobilitazione, l’attivismo a volte cieco ma alla lunga
efficace, la pratica nuova e calcolata della piazza, la
risposta puntuale alle provocazioni finiscono per imporre
e sedimentare un terreno di pratica politica che diventa
struttura sociale, composizione di classe.
L’attività politica rispondeva al bisogno di socializzazione
degli individui; in fondo riunirsi in sede, stendere il volantino,
diffonderlo, vendere il giornale davanti alle porte delle fabbriche
o delle scuole, partecipare ai cortei, ai raduni, ai convegni, alle
scuole quadri era anche un modo attraverso il quale migliaia di
giovani scoprivano il piacere di stare assieme facendo politica.
Gli altri bisogni, più legati al divertimento e alla vita sociale di
gruppo, che non potevano trovare immediata soddisfazione nel
fare politica, erano comunque soddisfatti dalle varie attività
culturali, teatrali, musicali che si sviluppavano in quell’area della
controcultura o della cultura alternativa, come veniva chiamata.
In quelle specie di “zone liberate” dal movimento era
possibile assistere a prezzi modici agli spettacoli teatrali della
compagnia di Dario Fo, alla riproposizione o riscoperta dei canti
popolari e di lotta fatte da complessi musicali e da cantautori
politicamente impegnati, un complesso circuito alternativo di
librerie e mercati alternativi garantiva poi la circolazione di libri,
riviste, giornali, documenti vari, dischi, vestiti nuovi e usati.
Politicamente il militante medio della nuova sinistra, che si
costruiva e si formava in quella situazione, denotava un forte
impegno e attivismo sia nel partecipare all’attività interna al
gruppo (riunioni, convegni) sia in quella esterna, intervento
davanti alla scuola, alla fabbrica, diffusione del materiale
propagandistico, partecipazione a tutte le manifestazioni.
Si trattava di un militante che cresceva e maturava
politicamente a partire dalla propria situazione di ruolo che
occupava nella società, per generalizzare le contraddizioni che
via via scopriva e inserirle nel contesto più ampio del sistema
aiutato, in questa riflessione o presa di coscienza, dalle
elaborazioni che il gruppo a cui apparteneva gli forniva.
Il peso determinante che ebbe, soprattutto negli anni subito
seguenti, l’identificazione totale col proprio gruppo divenne una
delle ragioni per cui fu difficile, e alla lunga impossibile, superare
il frazionamento, la divisione, la dispersione di energie e di
esperienze.
Il frazionamento

Vari, oggettivi e determinanti, furono i motivi che portarono


alla nascita di una moltitudine di gruppi alla sinistra del pci.
La base sociale dei gruppi, composta per la maggior parte da
giovani e studenti era, di conseguenza, molto instabile a causa
della collocazione sociale dei suoi aderenti. La condizione
studentesca e giovanile in genere non era ben definita in termini
di ruoli sociali e produttivi, era mobile, rotatoria, sovente un
cambiamento di status, di collocazione, di ruolo, comportava un
riposizionamento politico e organizzativo.
Le culture politiche dei gruppi dirigenti delle nuove
organizzazioni della sinistra non provenivano dal nulla,
contenevano in esse elementi di divisione, dati da appartenenze
teoriche ed elaborazioni diverse che si riproposero, dopo la
breve parentesi del movimento studentesco.
Lo stesso movimento studentesco, al suo interno, aveva
sempre manifestato una varietà di posizioni e di sensibilità
diverse su diversi temi, problemi e questioni. Quando il
movimento rifluì, i suoi aderenti scelsero strade politiche e
organizzative opposte.
Pur partendo tutti dal dato comune del rifiuto dell’esperienza
comunista e riformista e dalla necessità di cercare nuove
prospettive, la ricerca finì col produrre “differenza”. Il ’68 e il ’69
avevano provocato un som- movimento così profondo nella
società italiana che rendeva difficile, se non impossibile, una
lettura univoca; il frazionamento, la frammentarietà dei gruppi
fu il risultato di una serie di eventi che contenevano al loro
interno significati differenti, distinti, non immediatamente
riconducibili a una unità organizzativa.
L’idea di dover cominciare praticamente da capo nel costruire
le organizzazioni della nuova sinistra, dava all’impresa e a chi vi
si dedicò il senso di avere di fronte, finalmente, un campo nuovo
tutto da scoprire e coltivare. La ionizzazione politica che aveva
investito migliaia di giovani offriva a tutti i gruppi la possibilità
di acquisire, nel breve periodo, militanti per costruire o
ricostruire organizzazioni che non erano certo più paragonabili
con quelle che erano esistite negli anni Cinquanta e Sessanta alla
sinistra del pci.
In una sorta di libero mercato, di concorrenza senza freni, si
riteneva che alla fine, il confronto con la pratica, il dover fare
politica, avrebbe eliminato quei gruppi deboli ideologicamente,
sulla base di una selezione data dagli sviluppi della lotta di
classe. Il susseguirsi degli eventi avrebbe stabilito chi doveva
essere l’erede, in termini organizzativi, di quel vasto movimento
di lotte.
Riscontrare che alla sinistra dei partiti tradizionali del
movimento o- peraio si era liberata un’area in cerca di nuova
rappresentanza fu, secondo alcuni, la base della scelta di
costruire i gruppi, scelta, che ubbidiva alla legge della sociologia
politica di Roberto Michels:

Si tenga conto della situazione sociale e personale in cui si


sono venuti a trovare migliaia [...] di quadri sessantotteschi
e di quale arma formidabile sia ad essi apparsa la politica.
Alle degenerazioni “gruppettistiche” hanno contribuito le
esigenze di ruolo, di collocazione sociale, di “mestiere” [...]
di uno strato di intellettuali (e anche di qualche operaio o
lavoratore, ben felice di passare ad un’attività più
gratificante) per niente intenzionati ad entrare in funzione
subordinata negli apparati esistenti o smettere di contare
nella società dopo l’esperienza esaltante del ’68.
11 frazionamento finì con il consolidare un’identità rispetto al
proprio gruppo di appartenenza che, cementandosi negli anni
successivi, tese a creare un sistema di valori e di relazioni sociali
così forti che contribuiscono a spiegare perché, assieme alle
divergenze di analisi politica, la divisione non fu sostanzialmente
mai superata negli anni Settanta.
Anche quando si tentò di farlo i progetti di unificazione si
realizzarono producendo nuove aggregazioni, lampante in merito
fu l’unificazione tra Avanguardia Operaia e il pdup che diede vita
a due nuove formazioni politiche: Democrazia Proletaria e un
nuovo pdup formato da quelli che non accettarono quell’unione.
Il frazionamento, la divisione, il fallimento dei processi di
unificazione tentati nel campo della nuova sinistra, erano certo il
frutto del permanere di differenze politiche e ideologiche. Erano
però anche la conseguenza di un processo di integrazione dei
compagni delle singole organizzazioni in una rete di relazioni
sociali, sorretta da un sistema di valori, che definivano le varie
personalità di base delle singole formazioni della nuova sinistra.
Nella genesi della loro formazione si può riscontare la
presenza di caratteristiche sociologiche comuni a tutti i gruppi:
1) originariamente, nella fase costitutiva, essendo in pochi,
prevaleva un forte sentimento di solidarietà non solo
politica, ma affettiva, che derivava dal partecipare a un
esperimento politico nuovo, difficile, ma vissuto con la
certezza di fare qualcosa di storicamente importante;
2) le proprie vicende personali e politiche si identificavano
con la storia del gruppo;
3) dentro il gruppo si instauravano relazioni sociali che
elaboravano un sistema di valori caratterizzante una
personalità di base, la quale rendeva forte il sodalizio,
formando una concezione del mondo che il militante
utilizzava per rapportarsi con gli esponenti di altri gruppi;
4) l’estensione sul territorio dei gruppi avveniva, spesso,
tramite una rete di conoscenze personali che favoriva
l’integrazione dei nuovi arrivati e cementava una
struttura basata, oltre che sul sodalizio politico, anche su
una fitta rete di relazioni sociali: conoscenza personale
dei dirigenti, rapporto diretto con essi, relazioni di
amicizia oltreché di tipo politico. Si costituiva in questo
modo un insieme di relazioni fondate non solo sul
comune sentire politico, ma sui sentimenti, sulle
emozioni, che non favorivano certo un sereno confronto
politico sia interno che con gli altri gruppi;
5) unificarsi significava quindi mettere in campo non solo
una revisione critica della propria linea politica, voleva
anche dire disarticolare e rimescolare le relazioni sociali
consolidate, ricostruirne di nuove, definire un nuovo
sistema di valori.
Quegli stessi meccanismi che inizialmente avevano favorito
l’integrazione e la solidarietà dei membri all’interno dei singoli
gruppi, diventavano un limite, un impedimento ai successivi
tentativi di unificazione.

Anarchici e trotzkisti
Le lotte del movimento studentesco e la ripresa di quelle
operaie nel biennio ’68-’69 determinarono un processo di crisi e
di rinnovamento in alcune organizzazioni di minoranza storica
già preesistenti. Gli anarchici e i trotzkisti dei Gruppi Comunisti
Rivoluzionari (gcr) erano sopravvissuti in qualche modo ai
difficilissimi anni Cinquanta, e nel corso del decennio seguente
avevano saputo interagire con la nuova generazione di militanti
che cresceva nell’ambito della sinistra italiana, favorendo un
riuscito processo di osmosi tra la vecchia generazione
antifascista e parti- giana e quella nuova formatasi a cavallo
degli anni Cinquanta e Sessanta.
Entrambe le organizzazioni, al di là delle loro evidenti
differenze di analisi politica e strategica, si presentavano alle
soglie del ’68 con un bilancio positivo in termini di crescita
politica e numerica e di radicamento sociale rispetto agli anni
precedenti. Entrambe salutarono con entusiasmo le lotte
studentesche in Italia e in Europa, videro nell’insurrezione
parigina del maggio 1968 una nuova fase della “rivoluzione in
Europa”, pervasa da un “impeto anarchico”, rappresentato dalle
bandiere nere su Parigi in rivolta che si opponevano alla spinta
reazionaria dei gaullisti e facevano rivivere “nei giovani la
Comune di Parigi”. Entrambe avevano un retroterra politico e
culturale che condizionava criticamente il loro giudizio sulla
rivoluzione culturale cinese e che, dato il clima di entusiasmo
filocinese dell’epoca, rendeva difficile il rapporto e il confronto
con un movimento che, invece, enfatizzava quell’esperienza 11.
Entrambe, anche se non per le stesse ragioni, entrarono in crisi
quando si trattò di stabilire contatti con quel movimento.
Gli anarchici sulle pagine del settimanale della fai «Umanità
Nova» e del quindicinale dei Gruppi di Inizativa Anarchica (già)
«L’Internazionale» guardarono fin dall’inizio con interesse e
partecipazione all’emergere del movimento studentesco per
segnalarne gli aspetti che conferivano alla rivolta degli studenti
“il carattere rivoluzionario di avanguardia anarchica e di
guerriglia anarchica di liberazione”, certo gli studenti non erano
tutti anarchici, ma erano “senz’altro libertari”12. Questi aspetti
libertari erano dati dalla ribellione contro la gerarchia
universitaria, dall’antiautoritarismo, dal rifiuto della gerarchia e,
quindi, dalla formulazione di un nuovo concetto di umanità e di
società, dal rifiuto sistematico del potere sotto qualunque forma
esso si presentasse, da quello capitalistico delle società
Occidentali a quello cosiddetto socialista dei paesi dell’Est, fino
alle strutture partitiche e sindacali operaiste e classiste.
Nelle lotte dentro le università vedevano un’ondata libertaria
che prefigurava una sorta di “Comune Universitaria”,

una società libertaria che si organizza alla base,


sopprimendo ogni vertice, che si autogoverna senza la
burocrazia e che le sue leggi esprime dal suo seno stesso,
liberamente discusse o contestate nell’assemblea 13.

Contemporaneamente però si metteva in guardia:

questi giovani dal troppo facile entusiasmo con cui alcuni


di loro ritornano e si affidano a vecchi schemi intepretativi
leninisti, [temiamo] la costruzione [...] di nuove gerarchie
talmudicamente fondate sui testi di Marx o di Lenin o di
Stalin o di Mao.
Si temeva che i giovani studenti, così “genuini e disinteressati”
diventassero facile preda degli “apparati di partito”,

accomunati al destino di quelle grandi stampe di Che


Guevara che occhieggiano fieramente durante i cocktail
party della buona borghesia intellettuale.

Contro questa rappresentazione idilliaca di un movimento


studentesco buono, spontaneo e incontaminato, una rivolta pura
che rischiava di essere facile preda degli apparati burocratici di
partito o di favorire la nascita di un nuovo ceto politico dirigente
attorno a nuove ideologie autoritarie, quali il maoismo, il
castrismo, il marxismo, il leninismo e il gueva- rismo, non
mancavano le voci di chi invitava a fare i conti con la realtà del
movimento. E la realtà era data dal fatto che la maggior parte del
movimento ideologicamente e politicamente si muoveva
nell’ambito di una ripresa della cultura marxista, anche se eretica
e in rottura con il quadro paradigmatico proveniente dall’uRss e
dal pci. Così, Domenico Demma in un lungo contributo
proponeva che il movimento anarchico si spogliasse di ogni
settarismo e cominciasse a fare i conti con i gruppi e le ideologie
della nuova sinistra italiana, sostenendo che “non tutti i gruppi
cinesi o castristi” erano “privi di spirito libertario”; anzi doveva
essere chiaro a tutti

che la rivoluzione culturale cinese o quella cubana [...]


rappresentano forze rivoluzionarie, libertarie perché
hanno liberato verso un livello di vita più dignitoso masse
rimaste fuori dalla storia, anche se non è stata condotta la
lotta al partito autoritario dirigente, dello Stato socialista
della dittatura del proletariato.

Il maggio francese sembrava spazzare via quegli elementi di


ambiguità circa il carattere antiautoritario e anarchico del
movimento riscontrabili in Italia. Lì gli anarchici esercitavano un
ruolo preciso e importante nel movimento tramite Daniel Cohn
Bendit e il Movimento 22 marzo con il quale vennero stabiliti dei
contatti che consentivano agli anarchici italiani della fagi di
essere presenti a Parigi nelle giornate di maggio e agli anarchici
francesi di organizzare incontri con quelli italiani in varie città. A
differenza del maggio francese, il ’68 italiano fu influenzato
dall’anarchismo “in maniera limitata” anche se alcune
significative tematiche del movimento, quali la critica
dell’organizzazione sessista della società, della pedagogia, delle
istituzioni, della burocratizzazione del movimento operaio e dei
regimi socialisti erano germinati in quell’ambiente.
In questo contesto si inseriva l’opera di rinnovamento
dell’anarchismo che volevano intraprendere gli anarchici
federati dei gaf (Gruppi Anarchici Federati) costituitisi alla fine
degli anni '60 allo scopo di

innestare sul “vecchio” tronco deH’anarchismo, ripulito dei


rami secchi, i germogli più fecondi del pensiero economico
e sociologico moderno; analizzare, con i nuovi perfezionati
strumenti conoscitivi, la realtà, per impiegare nel modo
più proficuo il metodo di “sempre", per i fini di “sempre”.
Espressione compiuta di questa nuova progettualità
anarchica divenne, a partire dal 1971, la rivista «A. Rivista
Anarchica» che iniziava le pubblicazioni nel mese di febbraio.
L’esplosione parigina favorì una lettura del ’68 come evento
epocale caratterizzato da quattro elementi di fondo: era un
fenomeno mondiale, durava nel tempo, era rivoluzionario, era
composto da giovani, per lo più da studenti. Così affermava Jean
Maitron nella sua relazione al convegno torinese del dicembre
1969, e proseguiva sostenendo che malgrado le formazioni
anarchiche avessero

esercitato un’influenza ridotta sul movimento [...] e che i


vecchi anarchici [fossero] stati ignorati dal movimento e
nessun riferimento esplicito [fosse] stato fatto alle loro
teorie, era però vero che lo spirito libertario, invece, [era]
stato ripreso.

L’incontro tra questa nuova generazione di rivoluzionari che, a


modo loro, si richiamavano all’anarchismo e quella precedente
formata da “vecchi e provati militanti”21 di formazione
malatestiana, provenienti dalle lotte operaie, dall’antifascismo e
dalla Resistenza, avvenne durante i lavori del Congresso
Intemazionale Anarchico che si tenne a Carrara dal 31 agosto al 2
settembre 1968. Al congresso che si riuniva dieci anni dopo
quello di Londra del 1958, partecipava una numerosa
delegazione dei francesi dei gruppi Noir et Rouge e 22 marzo, tra
i quali il leader del maggio parigino Daniel Cohn Bendit. Salutato
poche settimane prima come: il “ragazzo rosso” che aveva fatto
paura a De Gaulle, nel commento ai lavori congressuali comparso
su «Umanità Nova», veniva poi definito un “condottiero” la cui
figura andava demistificata. Era accaduto che l’atteso confronto
si era tramutato in uno scontro generazionale e ideologico che
era culminato nel gesto plateale di Cohn Bendit così raccontato
da un anarchico presente ai lavori:

Dany ride, gesticola, fa smorfie sprezzanti, poi scende in


platea e vuole parlare al microfono. Inveisce contro il
Congresso tacciando gli anarchici di burocrati,
addormentati e superati. [...] A questo punto [...] Cohn
Bendit dà un secco ordine ai suoi compagni di gruppo:
“Allons, c’est fini!”, ed abbandona la sala23.
Con lui abbandonarono il Congresso gli anarchici svizzeri,
inglesi e francesi dando vita a un controcongresso in un camping
di Marina di Carrara. Fu lo stesso Cohn Bendit a spiegare le
ragioni della sua decisione:

Ioho contestato il congresso perché gerarchico e


burocratico. A me e ad altri amici non importano le
etichette di anarchici o marxisti. 11 nostro scopo non è la
lotta per l’anarchismo come idea, ma per sviluppare un
movimento rivoluzionario dandogli un carattere più
libertario possibile. È per questo che noi preferiamo l’unità
con dei rivoluzionari che, senza avere l’etichetta anarchica,
lo sono molto più dei burocrati congressuali.
Parole e accuse pesanti che avevano suscitato la reazione
indignata dei “vecchi e provati militanti”:

La tradizione anarchica, fatta di coerenza e di umanità -


scriveva Mario Mantovani - sprezzantemente chiamata
“burocratica” [...] può apparire grottesco che si voglia
contestare i contestatori per eccellenza che sono stati e
saranno sempre gli anarchici, ponendo questi sullo stesso
piano dei burocrati.

Cohn Bendit e gli altri giovani - dichiarava Alfonso Failla -


ci propongono la rivoluzione permanente in un’unità
d’azione con i marxisti delle varie scuole, dai trotzkisti ai
maoisti; ma noi siamo stufi di essere il concime della
storia, cioè coloro che fanno tutte le rivoluzioni per poi
finire messi al muro dai governi cosiddetti rivoluzionari.
Secondo loro non si rinnovava l’anarchismo infarcendolo e
mescolandolo con formule guerrigliere, con infusioni di
maoismo, di trotzkismo, di marxismo seppur eretico. Né gli
anarchici potevano accettare senza spirito critico parole d’ordine
e slogan del tipo “potere operaio” o “potere studentesco”, in
quanto essi erano contro l’idea stessa di potere.
Dopo il Congresso la fai e il suo settimanale assumevano un
atteggiamento sempre più critico verso il movimento
studentesco segnalandone ripetutamente i pericoli di
involuzione burocratica e mettendo in guardia gli studenti dai
nuovi caudillos, i leaders che pretendevano dalla base
studentesca non il confronto e il dibattito, ma solo la “docile
sottomissione alle parole d’ordine formulate nelle cellule di
partito”; se il 1968 era stato l’anno della rivoluzione, il 1969
stava diventando l’anno della “prodigiosa carriera del
rivoluzionario del ’68”, mentre le istanze antiautoritarie e
rivoluzionarie della gioventù stavano per essere monopolizzate
da un nuovo e minaccioso mito, quello che sostituiva al “paradiso
bolscevico quello maoista”.
Il quindicinale «L’Intemazionale», invece, aveva già espresso
le sue riserve critiche precedentemente. In un documento
pubblicato nel giugno del 1968, si riconosceva il carattere
libertario di alcune rivendicazioni del movimento studentesco:
l’antiautoritarismo, l’autogestione, la rivendicazione del potere
all’assemblea generale; tuttavia gli studenti anarchici avevano
partecipato alla lotta del movimento studentesco con “una forte
dose di diffidenza” che aveva ragioni ben precise:

gli studenti sono dei privilegiati o dei futuri privilegiati [...].


La maggioranza degli studenti partecipa alle agitazioni
solo perché interessata a rivendicazioni di tipo
corporativo-sindacale.
Parallelamente a questa messa in guardia, sulle pagine dei
rispettivi giornali si sviluppava un interessante dibattito che
coinvolgeva gli stessi anarchici relativamente all’atteggiamento
da assumere nei confronti non solo del movimento studentesco,
ma anche dei Comitati Unitari di Base e delle varie assemblee
autonome che fiorivano nella principali fabbriche italiane.
Una parte del movimento anarchico partecipava attivamente
a queste esperienze segnalandone soprattutto le potenzialità
nuove rispetto alle tradizionali strutture sindacali e partitiche
della sinistra italiana. Così, ad esempio, un gruppo di giovani
anarchici di Savona aveva deciso di aderire e di prendere parte
attivamente alle nuove forme di lotta operaia che si
manifestavano in quei mesi con la costruzione dei comitati
autonomi di base nelle fabbriche. La loro decisione era stata
però criticata sulle pagine di «Umanità Nova» perché “avevano
abbandonato la propaganda esplicita delle idee libertarie”,
accontentandosi di partecipare a un organismo autogestito la cui
azione comunque non fuoriusciva dalle pure rivendicazioni
economiche; più in generale, alla vigilia dell’autunno caldo, si
sosteneva che bisognava partecipare alle lotte operaie a
condizione però che esse non fossero limitate alla sola
rivendicazione di “trattative per il rinnovo dei contratti”29.
Il confronto critico tra gli anarchici sulle pagine del
settimanale investiva anche il problema dei movimenti
spontanei e il loro carattere rivoluzionario. “Lo spontaneismo
non è necessariamente libertario”, affermava Gino Cerrito
polemizzando con quanto era emerso nel corso di un incontro
promosso dalla Federazione Anarchica di Pisa il 2 marzo 1969; i
movimenti non sono “buoni in sé”, proseguiva, la storia dimostra
la possibilità di esistenza di movimenti autoritari, perciò
occorreva una certa cautela nell’analizzare il movimento
studentesco, non bisognava abbandonarsi ai facili entusiasmi in
quanto esso era composto da giovani figli della borghesia
“suscettibili dell’insegnamento autoritario ammannito loro sotto
falsa apparenza di contestazione libertaria”30. Passata l’euforia
della fase montante della lotta studentesca, sfogata “l’esuberanza
in un po’ di scontri e legnate con la polizia”, il movimento rifluiva
lasciando in eredità, secondo gli anarchici de «L’Internazionale»,

minoranze più o meno consistenti di estremisti... coscienti


dei propri interessi di classe privilegiata (interessi di futuri
tecnocrati e burocrati [...]) e quando questi parlano di
coincidenza degli interessi degli studenti con quelli degli
operai, sono mistificatori, come erano mistificatori i
borghesi che [...] chiedevano l’appoggio degli sfruttati per
abbattere il potere della nobiltà feudale (e sostituirvi il
loro)31.

Si assisteva in quei mesi a una fioritura di gruppi anarchici


nella varie città italiane, gruppi sovente slegati e del tutto
indipendenti dalla fai, la quale sulle pagine del settimanale
lamentava che dal punto di vista organizzativo nessun passo in
avanti era stato fatto, i gruppi proliferavano, ma stentavano a
collegarsi determinando una situazione di “grande dispersione
di energie e tanta confusione”32.
Nell’insieme, però, la proliferazione dei gruppi anarchici che
avvenne in quel biennio risentiva profondamente del nuovo
contesto e si pose in contrasto con le vecchie strutture
organizzative del movimento e i suoi problemi interni. I giovani
che allora diventano anarchici identificavano l’anarchia con il
movimento, con la spontaneità dell’azione, con l’antiau-
toritarismo, con le parole d’ordine che rivendicavano tutto il
potere all’assemblea, che rifiutavano il principio della delega,
con l’egualitarismo salariale (aumenti uguali per tutti) in
fabbrica e voto unico e collettivo, di gruppo, nelle scuole.

Nuovi gruppi sorgevano in località dove la presenza anarchica


sembrava essersi ormai persa, sovente erano gli studenti
universitari fuori sede che veicolavano idee e proposte
organizzative nelle località periferiche, determinando la
costruzione di una struttura reticolare di esperienze politiche e
di gruppi locali in contatto tra di loro. I preesistenti gruppi
anarchici italiani non avevano quadri intermedi sufficienti per
raccogliere e incanalare queste energie giovanili il cui approccio
con l’anarchismo avveniva nella pratica della lotta quotidiana e,
sovente, si basava su un ribellismo diffuso, emozionale in attesa
di sostanziarsi in presa di coscienza politica. Le sedi anarchiche, i
circoli, furono attraversate dai giovani provenienti dalle
esperienze della lotta studentesca e operaia senza che essi
riuscissero a interagire con i “vecchi” militanti anarchici.
Usavano le strutture, i circoli, per organizzare le loro riunioni e le
lotte, ma restavano separati

a causa della differente provenienza sociale, dell’età e delle


condizioni di vita degli altri frequentatori, in prevalenza
operai, artigiani, vecchi militanti.

La stessa fai recepiva l’esigenza del rinnovamento


proponendo una nuova struttura organizzativa basata sulle
federazioni territoriali. L’apertura alle forze giovanili diede i suoi
frutti, tant’è vero che al Congresso di Carrara dell’aprile 1971
l’80% dei delegati era formato da giovani; anche la redazione di
«Umanità Nova» subiva un drastico rinnovamento e
ringiovanimento che permetteva di aumentare le vendite e la
tiratura fino a 13-15 mila copie. L’organizzazione cresceva in
termini di aderenti e di federazioni; nel 1972 la fai aveva
federazioni o gruppi anarchici a essa aderenti in Calabria,
Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche,
Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Fuori dalla fai si
sviluppavano federazioni regionali di una certa consistenza in
Puglia, Liguria, nelle Marche, a Roma, Bergamo, Napoli e in
Toscana.
I Gruppi Comunisti Rivoluzionari (gcr), la sezione italiana della
Quarta Internazionale, si erano costituiti come organizzazione
politica nel 1949 raccogliendo alcuni vecchi trotzkisti italiani e
giovani provenienti dalla Federazione Giovanile Socialista
Italiana, dal Partito d’Azione, scioltosi nel 1947, dal pci. Nel 1950
avevano iniziato a pubblicare il loro organo di stampa, «Bandiera
Rossa». Dopo il Terzo Congresso Mondiale della Quarta
Intemazionale del 1951, gli organismi dirigenti decisero di
applicare la tattica entrista che consisteva nell’entrare nei partiti
di massa, comunisti o socialisti, nei paesi in cui le organizzazioni
legate alla Quarta Intemazionale erano piccole e isolate dal
movimento o- peraio. Per i militanti italiani ciò volle dire
inserirsi nel pci per non separarsi dal movimento reale delle
masse, come si leggeva nei documenti dell’epoca, e per
contattare gli elementi critici al fine di costituire una tendenza
marxista rivoluzionaria. Altri militanti, invece, rimasero fuori dal
pci a svolgere il cosiddetto lavoro indipendente, cioè garantire la
vita del giornale e la propaganda delle idee della Quarta
Intemazionale.

Solo a partire dalla crisi del movimento comunista, che si aprì


con il xx Congresso del pcus e il famoso rapporto segreto sui
crimini di Stalin letto da Krusciov nel 1956, i trotzkisti
cominciarono a trovare un qualche spazio di azione e di critica
dentro il partito e a individuare interlocutori politici coi quali
dialogare, discutere e reclutare alla Quarta Internazionale.
Convinti che esistesse una cesura netta tra l’operato di Stalin e
quello di Lenin, consideravano I’urss e gli altri paesi socialisti
degli Stati operai degenerati, rivendicavano la rivoluzione
politica per ridare il potere ai Soviet, consideravano la dittatura
del proletariato più che compatibile con un sistema democratico
e socialista, si battevano perché dentro i partiti del movimento
operaio, in particolare in quelli comunisti, fosse possibile un
libero dibattito e confronto di idee. Giudicavano la politica del
pci e di Togliatti non più rivoluzionaria, incapace di suscitare
movimenti di lotta tali da permettere il superamento della forma
sociale borghese e capitalistica nel nostro paese.
Volevano costruire un nuovo partito rivoluzionario e a tal fine
pensavano che bisognasse operare per favorire una rottura
dentro il pci che portasse fuori da esso quadri e militanti del
futuro partito rivoluzionario. Erano fermamente
internazionalisti, pensavano che occorresse costruire
contemporaneamente le organizzazioni nazionali e quella
internazionale, guardavano quindi con molto interesse a tutti i
sommovimenti e le rivolte dei popoli oppressi che avvenivano
nel mondo. Furono decisamente a fianco delle rivoluzione
algerina, salutarono con entusiasmo le rivoluzioni dei popoli
delle colonie e in particolare quella cubana del 1959.
A partire dagli anni Sessanta l’organizzazione acquistò una
dimensione numerica che non aveva precedenti con gli anni
passati. Il lavoro entrista cominciava a dare i suoi frutti non solo
per quanto riguardava la diffusione delle loro idee dentro il pci,
ma anche in termini di reclutamento. Entrarono in quegli anni
nei gcr nuovi quadri e militanti, alcuni dei quali destinati a
ricoprire un molo nelle vicende dei gruppi della nuova sinistra,
tra questi Massimo Gorla, Luigi Vinci, Silvana Barbieri, Sil- verio
Corvisieri, Augusto Illuminati, Claudio Di Toro, Aldo Brandirali,
Raffaele Chiarelli, Paolo Flores D’Arcais, Emilio Soave, Massimo
Ne- garville, Franco Russo, Giulio Savelli, Giuseppe Paolo
Samonà, Edgardo Pellegrini, Pio Marconi, Roberto Massari,
Antonio Moscato, Lidia Ciril
lo, Gaspare Bono, Piero Bolchini, Paolo Cappelli, Andreina De
Clementi, Giorgio Graziani, Ezio Ferrerò, Maria Novella Pierini,
Mario Mineo, Giuseppe Montalbano, Giorgio Meucci, Silvio
Paolicchi, Gianni Rigacci, Eugenio Rizzi e Paolo Santi.
Si trattava di una nuova generazione di giovani militanti che
affiancava o sostituiva i “vecchi” fondatori dei gcr, tra i quali
Libero Villone, Giorgio Ruffolo, Leone Iraci, Enrico Bellamio,
Renzo Gambino, Giuseppe Bortoluzzi, Emanuele Battain, Walter
Lunardelli, Leo Oggerino, Domenico Sedran, Francesco Cretara,
Alfonso Cascone, Lidia Custodi, Sirio Di Giuliomaria, Nanni Dorè,
Sergio e Franco Guerrieri, Livio Maitan, Giorgio Modolo,
Leonardo Iannacone, Vittorio Menichino, Umberto Randi, Arturo
Schwarz, Fausto Monfalcon, Anna Maria Satta, Ruggero Mura,
Bruno Orsini, Carlo Picollo, Pina Verdoja, Cristofano Salvini e
Franco Villani.
Nella seconda metà degli anni Sessanta l’organizzazione
trotzkista poteva vantare un discreto impianto nella Federazione
Giovanile Comunista, dentro il pci, nel sindacato e in alcune delle
più importanti città d’Italia. Nel 1962 due suoi militanti, Giulio
Savelli e Giuseppe Paolo Samonà, avevano fondato una casa
editrice, la Samonà e Savelli appunto, che conquistò subito un
suo posto in quell’area critica alla sinistra del pci che andava
maturando e crescendo in quegli anni. Nel 1966 era iniziata la
pubblicazione della rivjsta «La Sinistra» influenzata ampiamente
dalle tematiche trotzkiste, e a Milano, il gruppo di giovani
comunisti che facevano riferimento ai gcr, avevano dato vita al
periodico «Falcemartello». Alla vigilia dell’esplosione del
movimento studentesco i gcr potevano contare su circa duecento
militanti nella maggior parte dei casi impegnati e radicati
politicamente; essi facevano della sezione italiana della Quarta
Intemazionale la più forte d’Europa.
La repentinità dello sviluppo del movimento studentesco
colse di sorpresa i gcr. “Il sessantotto ci colse che guardavamo da
tutt’altra parte”, dirà anni dopo un protagonista. Il giudizio, forse
un po’ troppo azzardato e liquidatorio, coglie bene la
contraddizione nella quale vennero a trovarsi i trotzkisti e alla
quale cercarono di porre rimedio. Dopo aver guardato per anni a
cosa si muoveva dentro il pci, dopo aver teorizzato che
l’entrismo era l’unica tattica possibile per un piccolo gruppo di
quadri rivoluzionari in quanto fuori dal pci non esistevano
movimenti di massa anticapitalistici e antisistemici, lo sviluppo
repentino del movimento studentesco con la sua dimensione di
massa sconvolgeva quella previsione, quell’impianto analitico,
quella pratica militante. Una nuova generazione di militanti,
un’avanguardia politica rivoluzionaria e con notevole
radicamento sociale e dimensione numerica si stava formando
fuori dal pci e dalle organizzazioni da esso controllate.
I gcr salutarono con piacere la nascita del movimento
studentesco, riferirono con altrettanto entusiasmo sul loro
giornale della nascita dei primi Comitati di Base e delle lotte
operaie che si sviluppavano in modo autonomo dai sindacati, ma
cominciarono anche a rendersi conto che la loro organizzazione
non era in grado di rimodellarsi velocemente in questa nuova
situazione:

Guai se gli operai dovessero dirci di aver incontrato


compagni che sanno tutto sulla rivoluzione permanente e
nulla sul cottimo.
Abbiamo bisogno di formare quadri di tipo nuovo (chi è
stato un quadro nel pci o nella foci può non essere subito
un buon quadro per noi)37.
Si trattava quindi di operare una svolta tattica tale da
consentire ai gcr di non restare isolati dal movimento che stava
prendendo corpo nelle università e in alcune fabbriche del Nord,
in particolare a Milano, dove l’organizzazione aveva già un
impianto di lavoro operaio in alcune fabbriche. Se alcuni
spingevano per una decisa svolta verso il movimento
studentesco, altri erano più guardinghi e non erano affatto
disposti a osannare comunque le virtù del movimento, anzi
vedevano in alcune sue manifestazione una

certa apoliticità piccolo borghese [...] che si manifesta nel


terzomomdi- smo [si tratta di] componenti puramente e
semplicemente antimarxiste. [Pertanto] nella nostra
opposizione fermissima a queste improvvisazioni tipiche
della piccola borghesia e della sua inevitabile sete di
assoluti, è da vedere uno dei motivi [...] per cui il nostro
movimento gode spesso di una vasta e inacidita inamicizia.

Alcuni militanti invece cominciavano a pensare che se certe


posizioni dei gcr erano d’ostacolo alla penetrazione nel
movimento esse andavano semplicemente sacrificate. Già
all’inizio del 1968 i gcr conoscevano serie difficoltà in alcuni
settori di attività, le strutture e l’impianto organizzativo
cominciavano a dimostrarsi deboli rispetto al potere d’attrazione
che il movimento esercitava sui militanti meno formati
politicamente e teoricamente.
Alla vigilia dell’esplosione del maggio francese i gcr
preparavano il loro xii Congresso nazionale stilando un
documento nel quale si proponeva una decisa svolta tattica
rispetto aH’entrismo. Al Congresso vero e proprio veniva votata
una risoluzione presentata da Massimo Gorla, detta risoluzione
Rivera dal nome del suo pseudonimo, la quale affermava:

L’entrismo non può in nessun modo corrispondere alle


nostre necessità d’intervento politico attuale e pertanto
deve essere considerato un’esperienza conclusa39.
Se era stato abbastanza facile affossare l’entrismo non
altrettanto era stato indicare con precisione una strategia e una
tattica sostitutiva di quell’impianto, non a caso il dibattito
precongressuale fu lungo e travagliato ed espresse tonalità e
punti di vista sovente divergenti. Il Congresso era
apparentemente terminato in modo unitario, ma non tutti i nodi
erano stati sciolti, come lo stesso Livio Maitan presagiva nella
replica conclusiva:

È vero che nessuno ha parlato in termini espliciti di una


prospettiva di dissoluzione, ma forse questa era la logica di
certe considerazioni.

La forza dirompente degli eventi francesi, il precipitare della


crisi in Cecoslovacchia, il peso della rivoluzione culturale cinese
e del maoismo contribuirono ad accelerare i tempi del
chiarimento interno ai gcr. Fu un chiarimento decisivo e
irrimediabile, buona parte dei suoi quadri giudicarono conclusa
quell’esperienza, ritennero fosse giusto sciogliersi nel
movimento e costruire nuove organizzazioni rivoluzionarie
abbandonando ogni riferimento alla Quarta Internazionale.
Nell’ottobre di quell’anno la maggioranza del Comitato Centrale
eletto dal Congresso optava per lo scioglimento dei gcr. La
minoranza, contraria, decideva di mantenere in vita
l’organizzazione.
Dalla frantumazione dei gcr nascevano i gruppi di
Avanguardia Operaia e di Unità Operaia, il Circolo Rosa
Luxemburg di Venezia, i Comitati Comunisti Rivoluzionari e i
Nuclei Comunisti Rivoluzionari di Roma e altre formazioni
minori. Il danno della scissione fu notevole, i gcr si ridussero “a
qualche decina di militanti, taluni per altro logorati dal lungo
impegno e dalla delusione provocata dalla crisi”. Il prezzo pagato
fu salatissimo, il grave colpo impedì ai gcr di esercitare “una
funzione come forza nazionale nel ’68-’69, con tutte le
conseguenze facilmente immaginabili”.
Indeboliti poterono solo in minima parte beneficiare
dell'afflusso di forze giovani e militanti provenienti dal
movimento studentesco e dalle lotte operaie che, tuttavia, portò
ai gcr quadri di valore e capaci. Certo il potere d’attrazione fu
sempre inferiore rispetto a quelli dei gruppi maggiori della
nuova sinistra, tuttavia anche in questo caso la seppur piccola
organizzazione fu interessata dal quel fenomeno di nomadismo
politico che condusse nei primissimi anni Settanta moltissimi
giovani appena politicizzati a passare da un gruppo all’altro
prima di fermarsi in uno in particolare.
Chi si fermava a lavorare politicamente nei gcr, tesi anche loro
a costruirsi come organizzazione indipendente sulla base di
criteri leninisti di militanza, erano quei quadri più sensibili alla
tematica internazionalista, intesa anche e soprattutto come
costruzione* dell’Intemazionale, che non si accontentavano delle
semplificazioni a volte grossolane con le quali molte altre
formazioni liquidavano questioni importanti quali la natura
sociale dell’uRss, dei partiti comunisti e socialdemocratici, che
non accettavano le semplificazioni tipiche di una certa
fraseologia rivoluzionaria dei gruppi della nuova sinistra. Una
nuova generazione di militanti trotzkisti si venne formando in
questo modo. Non sempre i quadri sopravvissuti al lungo
inverno stalinista e all’entrismo seppero mettersi in sintonia con
questi nuovi militanti. Alcuni di loro, dopo il ’68, si trovarono “in
un ambiente completamente nuovo”, difficile da capire e da
accettare. Nei primi anni Settanta l’organizzazione recuperava le
perdite subite con la diaspora del ’68 raggruppando circa 400-
500 iscritti.

Il fenomeno marxista-leninista
Nel 1969 i vari partiti e gruppi della cosiddetta area marxista-
lenini- sta stampavano complessivamente circa 80 mila copie di
periodici, organi delle rispettive organizzazioni. «Nuova Unità»,
settimanale del Partito Comunista d’Italia (m-1) tirava 23 mila
copie; dopo la spaccatura del partito, nel 1968, tra la “linea nera”
e la “linea rossa”, il giornale «Il Partito», organo di quest’ultima
dichiarava una tiratura di 20 mila copie. «Rivoluzione
Proletaria», mensile del Partito Rivoluzionario marxista-
leninista d’Italia, apparsa nell’agosto del 1968, aveva una
tiratura di 10 mila copie. «Servire il Popolo», prima mensile, poi
quindicinale e infine, dal 1969, settimanale dell’Unione dei
Comunisti Italiani stampava 25 mila copie, «Stella Rossa»,
“settimanale marxista-leninista” dal novembre 1968, 2 mila
copie, «Il compagno», giornale del Partito Comunista marxista-
leninista-maoista, 400 copie.
Si tratta di dati rappresentativi di un fenomeno sociale e
politico che aveva una sua relativa consistenza di massa e,
soprattutto, dimostrano l’esistenza di un cospicuo numero di
compagni e compagne impegnati, per buona parte del loro
tempo di vita, nella militanza in queste organizzazioni e nella
diffusione dei rispettivi giornali.
Certo i dati riportati si riferiscono alla tiratura, mentre non ne
abbiamo di relativi alle copie effettivamente vendute; sono
comunque dati significativi che dimostrano come esistesse sia
un gruppo notevole di persone disposte a venderli alla maniera
militante e sia una certa ricettività del “mercato” per questi
prodotti.
L’aumento repentino delle tirature e del numero delle testate
di area marxista-leninista, che si verificava nel biennio ’67-’68,
segnalava un avvenuto salto di quantità rispetto agli anni
precedenti.
Era uno degli indicatori che nuove forze militanti, provenienti
in particolare dal movimento studentesco e, più in generale,
dalla radicalizza- zione giovanile, erano affluite nelle
organizzazioni già esistenti o ne avevano determinato la nascita
di nuove.
L’afflusso di queste nuove leve di militanti, provenienti da
esperienze di movimento, spontaneiste, sconvolsero la vita
interna delle organizzazioni marxiste-leniniste, determinarono
processi di divisione, di frammentazione e di riunificazione, il
tutto in un caleidoscopio di sigle, giornali, partiti, gruppi, centri
di documentazione, circoli, attraverso i quali passarono molti
giovani alla ricerca di una non sempre facile e possibile
conciliazione tra esigenze organizzative e spontaneità, tra
ridefinizione della questione organizzazione e richiami rituali al
terzintemazionalismo della peggior specie, quello staliniano.
Si trattò, nell’immediato, di strumenti organizzativi e
propagandistici che fecero presa su alcuni strati della società, su
leve di giovani e di recente inurbamento in cui la presa di
coscienza tendeva a configurarsi in forme di ribellione totale, di
contestazione globale del sistema, manifestandosi in modo
semplice e immediato, spontaneo, in settori non
necessariamente già politicizzati e, quindi, determinati a dotarsi
di una rappresentanza politica e organizzativa.
Il modello marxista-leninista, unito al fascino esercitato dalla
rivoluzione culturale cinese e dal maoismo, apparve come una
possibile soluzione, un modo per conciliare la spontaneità
eversiva con l’organizzazione:

dopo le prime esaltanti esperienze di occupazione,


contestazione, scontro con la polizia, molti studenti
avvertono il bisogno di un’organizzazione più stabile di
un’assemblea generale o di una commissione di studio.
L’immagine che queste organizzazioni riuscirono per un breve
periodo a dare, in una stagione politica di ricerca dell’impegno
militante, fu per un momento attraente. Di fronte a quello che
appariva il moto disordinato del movimento studentesco, essi
proponevano organizzazioni disciplinate; a una ricerca politica,
teorica e culturale ricca dei più diversi apporti, ma anche caotica,
essi proponevano sistemi teorici che apparivano completi e
definitivi.
Per molti giovani che si avvicinavano alla politica in quegli
anni esse furono organizzazioni di transito, molti vi passarono,
pochi si fermarono, furono occasioni di primitivo apprendimento
politico per poi muoversi in altre direzioni, verso altri lidi, in una
sorta di nomadismo politico da un gruppo all’altro che
caratterizzava la prima fase della costituzione magmatica dei
gruppi dopo il movimento studentesco e ancora nei primissimi
anni Settanta.
Due furono emblematicamente le organizzazioni che
raccolsero in qualche modo i frutti maturati dal movimento degli
studenti: il Partito Comunista d’Italia (m-1) (pcd’i m-1) e
l’Unione dei Comunisti Italiani (uci).
Il pcd’i (m-1) era nato a Livorno nell’ottobre del 1966 e
affondava le sue radici teoriche e politiche nella diaspora
marxista-leninista che aveva cominciato a manifestarsi dentro e
fuori il pci a partire dal conflitto Cina- Urss e dalla mai digerita
denuncia dei crimini di Stalin condotta da Krusciov al xx
Congresso e ripresa con maggiore decisione nel xxii Congresso
del 1961.
Il partito alla sua costituzione era “formato da poche centinaia
di militanti”, fra il 1966 e il 1968 conosceva una ininterrotta
espansione, vi aderivano diverse migliaia di militanti, - 20 mila
secondo una valutazione sicuramente esagerata, dai 5 ai 10 mila
secondo Walter Tobagi -, comprendenti una parte “rilevante di
quadri del nuovo movimento studentesco”. Le sedi in Italia erano
un centinaio, dove il partito era più forte era nel Veneto, in
Puglia, in Toscana, Calabria, Campania e Sardegna.
Entravano nel partito molti “elementi instabili” che non erano
sempre disposti a sopportare il rituale tardo-stalinista, essi
avevano tantissimi difetti, ma un grande pregio, erano il prodotto
di una lotta sociale e politica di massa, di un movimento reale e
non, come era avvenuto per i “padri fondatori”, di una diaspora
tutta ideologica consumatasi dentro il pci da parte di quadri
intermedi dell’apparato.
La frizione tra queste due ideali tipiche figure di militanti,
divisi anche generazionalmente, era destinata ben presto a
manifestarsi proprio nel momento in cui il partito conosceva un
indubbio successo sul piano delle adesioni, dei consensi e della
sua presenza sul territorio nazionale.
Un esempio di questa “schizofrenia” politica era dato dalla
rivista, diretta da Walter Peruzzi, «Lavoro politico», che confluiva
in quegli anni nel pcd’i m-1. Sulle pagine della rivista venivano
pubblicati contemporaneamente articoli che esaltavano il ruolo
dell’organizzazione, del partito, del marxismo-leninismo, delle
guardie rosse e della rivoluzione culturale, e documenti prodotti
dal movimento studentesco dentro le facoltà occupate.
Lo spontaneismo, la critica alle strutture burocratizzate e al
formalismo dell’organizzazione politica coesistevano con
l’esaltazione feticistica del partito, guida indispensabile della
rivoluzione, della militanza politica intesa come
assoggettamento gerarchico delle istanze inferiori a quelle
superiori. D’altronde era lo stesso maoismo che conteneva
elementi di ambiguità e di duplicità e si presentava sia come
elemento di rottura con la tradizione marxista-leninista, sia
come continuità con essa, da cogliersi immediatamente nell’uso
di una determinata fraseologia e nella rappresentazione
ritrattistica sequenziale: Marx, Engels, Lenin, Stalin, Mao.
Si introducevano in questo modo, dentro il partito, gli
elementi che diedero vita al terremoto del 1968, quando
l’organizzazione si spaccava in due, la “linea rossa” e quella
“nera”.
La divisione, oltre alle motivazioni politiche ufficiali, era
anche la risultante di uno scontro di due culture politiche, nate
in ambiti ed esperienze differenti. Al di là dell’aspetto a volte
farsesco dello scontro tra le due linee si rifletteva un contrasto
sulla forma partito che riguardava il rapporto tra spontaneità,
organizzazione, masse e avanguardia riletto alla luce delle
suggestioni provenienti dalla rivoluzione culturale cinese.
Uno scontro delle cui origini i protagonisti non avevano
completa consapevolezza, che non riconobbero come tale,
poiché gli stessi nuovi protagonisti continuarono a muoversi
nell’ambito dei vecchi riferimenti politici e ideologici: il partito, il
rapporto con la teoria marxista, la disciplina di partito.
In pieno fermento studentesco, galvanizzati dal maggio
parigino e dai primi evidenti segni di una ripresa della lotta
operaia con caratteristiche nuove e dirompenti, il 4 ottobre del
1968, a Roma, veniva proclamata la nascita delFuci, frutto della
fusione tra il gruppo milanese di ex trotzkisti, raccoltisi
precedentemente attorno alla rivista «Falcemartello» (Bran-
dirali, Todeschini, Lupetti, Anselmino) e quello proveniente dal
movimento studentesco romano (Luca Meldolesi e Nicoletta
Stame).
In procinto di trasformarsi in vero e proprio partito, (il Partito
Comunista Italiano marxista-leninista) nel 1971 l’uci dichiarava
di avere 10 mila iscritti, 122 sezioni, 440 cellule, una presenza
militante in 67 province, 100 funzionari, 250 agitatori e
propagandisti; alle elezioni politiche del 1972 il pci m-1
raccoglieva 85 mila voti.
Quella che già all’epoca appariva come “una inverosimile
costruzione”, riusciva a coinvolgere nel breve tempo

una quantità straordinaria di energie, ad alimentare una


dedizione cieca presso i giovanissimi, un militantismo a
pieno tempo, una mobilitazione reale e un impatto,
talvolta originale nei confronti di alcuni luoghi tipici del
lavoro politico (la borgata, gli immigrati, gli edili del Sud).
Essa consente inoltre un recupero, sia pure deformato,
della dimensione collettiva dell’agire politico,
soddisfacendo [...] i bisogni di identificazione, di certezza,
di stabilità che la società del profitto rende fortissimi 50.
Per molti dei partecipanti il movimento aveva afferrato le loro
vite, aveva sconvolto e rivoluzionato il loro modo di vivere e di
porsi nei confronti della società capitalistica, borghese,
consumistica. Il movimento
aveva capovolto le consuete relazioni interpersonali, era stato
qualcosa di più profondo di una richiesta politica di
cambiamento, aveva sconvolto e rivoluzionato le esistenze. Di
qui un rifiuto dei partiti politici tradizionali e delle stesse
formazioni minoritarie della sinistra rivoluzionaria, che era il
rifiuto di concepire la politica come cosa separata dalla
propria esistenza di individui protesi invece alla ricerca di
nuovi rapporti umani e socia
6) collettivi, di gruppo, tra i compagni.
Non a caso un aderente all’uà, nel 1968, coglieva
pienamente in essa' una risposta al bisogno di intersecare la
politica rivoluzionaria con le relazioni umane e personali:

le formazioni partitiche che si autodefiniscono


rivoluzionarie palesano una sostanza che contraddice le
esigenze che i militanti fanno valere e i rapporti umani
che hanno vissuto nella breve esperienza di lotta
politica.

Il bisogno di trasformare la vita quotidiana stava alla base


di molte delle adesioni degli studenti all’uà. La crisi del
movimento studentesco nel 1968, i primi evidenti sintomi
della nascita di un ceto di avanguardie studentesche molto
politicizzate che si separavano in parte da quella che era state
la base di massa del movimento degli studenti, il sentirsi
margi- nalizzati dal trionfo del leaderismo nelle assemblee
universitarie, avevano creato una situazione di disagio, di
malcontento psicologico ed esistenziale, prima ancora che
politico, in strati studenteschi che si sentivano ormai orfani
delle occupazioni e del momento culminante dell’ascesa del
movimento, e scarsamente inseriti nelle dinamiche
movimento-gruppi che stavano manifestandosi palesemente
sul finire di quell’anno.
Si trattava quindi, soprattutto, di un’adesione prepolitica,
mutuata da bisogni esistenziali efficacemente colti in un
articolo scritto a caldo sui «Quaderni Piacentini». Gli autori
sostenevano che la nuova organizzazione rispondeva a tre
grandi bisogni: identificazione, certezza, stabilità.
Identificazione intesa come ricerca di una nuova identità dopo
avere reciso i ponti con il proprio passato e con le proprie
radici sociali; “ricerca di un investimento affettivo che salvi
dalla prospettiva di una vita come quella dei genitori”;
certezza intesa come orientamento stabile definito dell’agire
collettivo; stabilità, ovvero:

bisogno di qualcosa di definito e di definitivo [in quanto]


il lavoro politico nel movimento studentesco è diventato
quasi impossibile o si è ridotto alla dimensione di
gruppetto52.

L’ uci nasceva e si fortificava sfruttando questa crisi di identità


che si accompagnava al bisogno di organizzazione, inteso come
dare un senso, uno scopo, un obiettivo al proprio agire
quotidiano, e di certezze teoriche, dopo tante caotiche letture,
discussioni, suggestioni e riflessioni critiche.
L’organizzazione esercitava

una certa suggestione nei confronti di aree socialmente e


culturalmente colpite dalla crisi di identità prodotta dal
sessantottismo, in particolare giovanissimi, studenti fuori
sede, intellettuali in formazione.

Si trattava di giovani insoddisfatti


della vita, della lotta nell’università. Sentono come una
grave colpa personale, che le origini familiari contrastano
con le idee maturate negli ultimi mesi, con le idee della
rivoluzione, del proletariato, di Mao. L’Unione permette di
risolvere queste contraddizioni.
Di provenienza e di formazione cattolica, per molti studenti la
partecipazione politica era intesa come testimonianza di un
impegno quotidiano e continuo da offrire dando l’esempio. In
una sorta di catarsi francescana e per nulla disposti ad ascoltare
Edoarda Masi che li implorava di non vergognarsi di essere dei
piccoli borghesi e degli intellettuali, la prima cosa che fecero gli
studenti e i giovani che aderirono all’uci fu di rinnegare il
proprio ruolo, di studenti, di intellettuali, di figli della borghesia,
immergendosi e immedesimandosi nella vita dei proletari,
spogliandosi, a tal fine, delle proprie ricchezze materiali (chi le
aveva), donandole al partito perché le riconvertisse in ciclostili,
volantini, giornali, sedi, funzionari.

Per il bene dell’Unione si spogliarono di ricchezze la


famiglia napoletana dei Moccia, la famiglia romana dei
Sebregondi. E Teresa de Grada, figlia del pittore Raffaele
[...] e il regista Roberto Cacciaguerra; e l’anziana
nobildonna Fulvia Dubini [...] Sono stati collettivizzati
appartamenti, gioielli, argenterie, biblioteche, guardaroba.
Lo stesso modello di vita, austero e rigidamente codificato nei
costumi della vita quotidiana, trovava un certo consenso in
settori comunque ancora impregnati di norme morali cattoliche,
che non vedevano certo con favore le usanze nuove introdotte
nel paese e recepite dal movimento: minigonna, liberalizzazione
dei rapporti sessuali, capelli lunghi, uso di droghe, misticismo
orientale, trasgressioni corporee e mentali, musica rock ecc.
Con una pignoleria che denota un’attenzione particolare - e
del tutto insolita nella vita interna dei partiti e delle
organizzazioni - per la vita privata dei militanti venivano fissate
una serie di regole che andavano dalla necessità di donare tutti
gli oggetti di lusso, e quindi superflui, all’organizzazione, fino alla
proibizione dei rapporti extraconiugali e omosessuali, di fumare
hashish, vestire in modo lussuoso o sconveniente.
Argomenti che furono ripresi e approfonditi nel corso di un
convegno milanese nel 1973, nel quale si sostenne che una
eccessiva attenzione all’altro sesso, una non controllata
attrazione sessuale, era comunque sintomo di una mentalità
morbosa e piccolo borghese; si fornivano poi una serie di
indicazioni più precise in materia di sesso: era proibita la
masturbazione, il coito anale e quello orale (ammesso in via
eccezionale solo nella fase iniziale del rapporto), l’orgasmo
doveva essere unico e simultaneo.
D’altronde l’analisi politica e sociale era ridotta all’osso,
scarna, fatta più che altro di slogans propagandistici, molto
enfatica e tutta tesa a parlare al cuore delle persone.
Emblematica e rappresentativa di questo fenomeno era, ad
esempio, l’analisi delle classi sociali e della lotta di classe
mutuata dal binomio dei sentimenti di odio e di amore.
Non erano i rapporti di produzione a generare i conflitti
sociali e la presa di coscienza da parte dei protagonisti, ma l’odio
di classe che spingeva il popolo alla lotta e l’amore che diventava
invece forza motrice e creatrice della storia da parte del popolo:

il popolo si batte per modificare il rapporto fra gli uomini,


si batte per generare quell’amore che è la carica
fondamentale che crea l’odio di classe [...]. Dall’amore
nasce l’odio, dall’amore per il popolo, dalla concezione
altruistica e collettivistica, nasce l’odio per chi impedisce al
popolo di unirsi e di realizzare la trasformazione collettiva.
L’odio cresce con la stessa intensità dell’amore: più l’amore
è intenso e reale e più cresce l’odio. La lotta di classe è
generata dal generarsi dell’odio e dell’amore.
L’impatto con simili pratiche ideologiche organizzative
generavano inevitabilmente anche malumori e uscite da un
partito che si serviva di strumenti da “psicanalisi di gruppo” e
contrabbandava la propaganda dei principi “per la politica”59.
Le lotte operaie del 1969 trovavano l’uci incapace di svolgervi
un ruolo attivo. Tra gli operai dei grossi centri industriali
avevano scarso consenso. La propaganda del maoismo e della
rivoluzione culturale cinese non era sufficiente per interessare
gli operai. Anche la critica al sindacato risultava alla fine troppo
generica, vuota e propagandistica per attirare l’attenzione degli
operai dei comitati spontanei di base che animavano la lotta in
quei mesi.
La formazione di Potere Operaio e Lotta Continua e il
dinamismo che dimostravano davanti ai cancelli delle fabbriche,
il dibattito che si apriva attorno alla vicenda del Manifesto,
rimettevano in movimento l’area della sinistra
extraparlamentare, determinando nuovi e incrociati flussi
migratori di militanti da un gruppo all’altro.
L’uci non era esente da questo fenomeno e alla fine del 1969
le sue strutture conoscevano un momento di crisi. L’uscita di
militanti dall’uci non determinava la nascita di nuovi gruppi ma
spostamenti e ricollocazioni in altre formazioni, oppure il
ritorno “al privato” o la scelta definitiva del pci.

Potere Operaio

Lo sviluppo del movimento degli studenti rappresentò un


fertile terreno di ristrutturazione e di ridefinizione organizzativa
dell’area operaista italiana. Rilevante, da questo punto di vista,
per lo sviluppo nazionale di Potere Operaio fu la confluenza tra il
Potere Operaio veneto-emiliano e l’area romana di Franco
Pipemo, Oreste Scalzone e Lanfranco Pace.
Quest’area, assieme ad altri gruppi presenti a Milano e a
Torino, nella primavera del 1969 dava vita al “giornale delle lotte
operaie e studentesche” «La Classe», mentre l’altro filone,
raccoltosi soprattutto in Toscana aveva dato vita al giornale «Il
Potere Operaio». Questi gruppi ebbero una discreta influenza
nelle lotte operaie delle fabbriche del Veneto, della Toscana, del
litorale tirrenico, di Roma e in parte del Piemonte e della
Lombardia.
Rispetto ad altri gruppi che stavano nascendo in quei mesi, la
loro presenza organizzativa e numerica era più modesta;
importante invece il peso che esercitarono le loro idee:

la loro presenza ideologica sarà egemone e prevalente in


tutta la lotta del 1969 operaio. In fondo le parole d’ordine e
gli obiettivi per cui lottarono gli operai (aumenti uguali per
tutti, eliminazione o almeno diminuzione delle categorie,
autoriduzione dei ritmi, salario non più legato alla
produzione, eliminazione del cottimo) altro non erano che
le parole d’ordine e gli obiettivi che si erano formati negli
anni Sessanta in piccole avanguardie operaie, alla luce
delle inchieste e delle elaborazioni dei «Quaderni Rossi»
prima e di «Classe Operaia» poi.
La ripresa della lotta operaia con forti connotazioni autonome
rispetto alle tradizionali organizzazioni sindacali e partitiche,
l’emergere di obiettivi di lotta completamente nuovi e
decisamente avulsi dalla tradizionale rivendicazione sindacale, il
manifestarsi di nuove forme di lotta dentro e fuori la fabbrica
ridiedero fiato e vigore agli operaisti, spesso emarginati
o comunque in posizione subalterna dentro il movimento
studentesco.
Soprattutto dopo la lotta alla Fiat nella primavera del 1969,
culminata negli scontri di Corso Traiano del 3 luglio 1969,
emergeva sempre più la necessità di dotarsi di un minimo di
struttura organizzativa nazionale capace di coordinare e dirigere
le lotte che si preparavano in vista del prossimo autunno, quello
caldo, come verrà battezzato.
Fallita l’assemblea delle avanguardie e dei comitati operai
autonomi, che si era tenuta a Torino il 26 e 27 luglio 1969, il 18
settembre 1969 veniva pubblicato il primo numero del
settimanale «Potere Operaio» che si poneva in continuità con la
precedente esperienza editoriale di «La Classe»; non a caso
l’editoriale di presentazione del nuovo settimanale di intitolava
Da La Classe a Potere Operaio.
Per Potere Operaio, quindi, la data di nascita, non fu data da
un congresso costitutivo, da un momento formalmente
organizzato con tanto di tesi e di statuto, come ad esempio era
possibile riscontrare nella genesi dei gruppi appartenenti
all’area marxista-leninista.
Il passaggio da un’area informale a un’area un po’ più
organizzata era dato dalla pubblicazione di uno strumento di
stampa, inteso come elemento atto a favorire riflessioni,
aggregazioni, accumulazione e diffusione di un patrimonio
teorico e politico comune, che precedeva il momento della
definizione degli organigrammi interni e della costruzione
strutturale e gerarchica tipiche della forma partito.
“Il partito dell’insurrezione”, di cui una canzone annunciava
appunto la nascita, era uno strano partito, almeno secondo i
parametri ricorrenti e comuni coi quali si definiscono tali
istituzioni politiche, così come sono comparse sulla scena della
storia nel Novecento.
Basti qui ricordare che Potere Operaio arriva alla dissoluzione
del 1973 senza uno statuto. C’era una bozza di statuto che non
era però mai stata approvata e che faceva precedere tre mesi di
iscrizione e di partecipazione all’attività prima di diventare
militante. Seguivano una serie di misure disciplinari, per chi non
avesse rispettato lo statuto, quali la degradazione a iscritto, la
sospensione, la cancellazione, l’espulsione.
Il passaggio da una fase che potremmo dire movimentista,
informale, disarticolata e molto legata alle singole esperienze di
lotta che si erano condotte nelle varie fabbriche italiane, a
un’altra era, secondo Potere O- peraio, una necessità imposta
dallo sviluppo della lotta operaia stessa.
Si ponevano nuovi compiti e nuovi problemi ai quali
bisognava dare una soluzione:

è necessario andare oltre la gestione operaia della lotta in


fabbrica, oltre l’organizzazione dell’autonomia, per
impostare una direzione operaia sull’imminente, sul
presente e sul futuro ciclo di lotte sociali 62.
Lo svolgimento di tale compito richiedeva la nascita di una
struttura organizzata, un qualcosa di più di un giornale di
agitazione. Infatti, nell’editoriale già citato, si sosteneva che se il
problema fosse stato solo quello di coordinare le varie
avanguardie operaie, di unificare in una piattaforma comune gli
obiettivi della lotta, allora un giornale di “mera informazione”
poteva bastare.
Si trattava invece di “impostare la direzione operaia”, il che
significava nell’immediato due cose: “fine dell’autonomia del
movimento studentesco” e “assicurare nei fatti l’egemonia della
lotta operaia sulla lotta studentesca e proletaria”.
Nel documento conclusivo del primo Convegno di
coordinamento della avanguardie operaie, che si tenne a Firenze
il 12 ottobre 1969, si proponeva di costituire un coordinamento
nazionale della avanguardie per evitare gli errori di dispersione
e di localismo tipici del movimento studentesco. L’estensione
delle lotte imponeva non solo l’autonomia operaia, ma anche il
bisogno di organizzazione, di disciplina; occorreva quindi
centralizzarsi, senza però acquisire la forma di partito
tradizionale. Si trattava di verificare se era possibile garantire
una unità di direzione senza ripercorrere le strade del
monolitismo e del verticismo burocratico.
La polemica contro il movimento studentesco e lo
studentismo in genere, aveva ripreso vigore dopo l’inizio delle
lotte operaie che smentivano la tesi marcusiana circa
l’integrazione degli operai nel sistema capitalistico, tesi che
aveva trovato un certo credito dentro il movimento nelle
università e che era sovente servita a tacciare di retro l’analisi e
le proposte di intervento davanti ai cancelli delle fabbriche fatte
da componenti minoritarie operaiste in quegli anni.
Quasi per una singolare legge del contrappasso, ora gli
operaisti affermavano che la lotta dentro la scuola non aveva
nessuna specificità, essa andava intesa come articolazione “dei
processi di ricomposizione, socializzazione, organizzazione della
lotta di classe”. Di qui la rivendicazione della riduzione del peso
dell’attività scolastica, della lotta contro i carichi didattici, per la
defiscalizzazione dell’esame, fino al rifiuto della frequenza.
Parole d’ordine che riprendevano, tali e quali, quelle maturate
tra le avanguardie dei grandi centri industriali del Nord e che per
la scuola diventavano: riduzione delle ore di lezione e di studio,
voto svincolato dall’accertamento fiscale (esami, interrogazioni,
compiti), fino al rifiuto del
lo studio, parallelo all’altrettanto rifiuto del lavoro, secondo lo
slogan lanciato dalle pagine del giornale «La Classe» nel corso
delle lotte alla Fiat della primavera del 1969.

Non si tratta di trovare un'alleanza tra operai e studenti,


ma di identità di interessi e di unità organica nella lotta
alla selezione - sosteneva Franco Piperno - Non ha più
senso per noi restare isolati nelle università a lottare
contro la riforma e contro la selezione nella scuola, quando
poi “il capitale” opera una selezione ben più efficace e
profonda nei posti di lavoro: è da lì che bisogna
ricominciare, e dopo riprenderanno fiato e avranno più
significato anche le lotte degli studenti64.
Potere Operaio non andò mai oltre i 1.000-1.500 militanti
attivi, con una presenza e un radicamento sul territorio
nazionale non omogenea, a macchia di leopardo. Raccolse quadri
e militanti provenienti dal movimento studentesco, da
esperienze condotte nei gruppi operaisti degli anni Sessanta, tra
lavoratori con un già discreto grado di sindacalizzazione e di
politicizzazione, capaci di condurre valide analisi sulla fabbrica,
in quanto conoscevano l’organigramma della produzione.
Caratteristiche specifiche del militante di Potere Operaio
furono una certa laicità delle origini, non rivendicavano nessuna
continuità particolare con esperienze storiche del comuniSmo o
del socialismo ottocentesco e novecentesco; l’importanza
assegnata alla composizione di classe nel determinare
comportamenti politici, sindacali, di lotta e rivendicativi, il rifiuto
della delega e dei delegati in nome dell’assemblea di fabbrica o
dei comitati di lotta aperti alla partecipazione di tutti
Seppur accusati di operaismo essi si accorsero ben presto che
la lotta operaia in fabbrica o trovava uno sbocco, un modo di
innervarsi col resto della società, oppure era destinata al
fallimento, al ripiegamento su mere lotte rivendicative di tipo
sindacale e moderato. Di qui lo sforzo di approntare uno
strumento organizzativo, capace di garantire e coniugare
l’insubordinazione diffusa che si manifestava fuori e dentro la
fabbrica, capace anche di misurarsi nello scontro rivoluzionario
con lo Stato e i suoi apparati repressivi.
Potere Operaio fu il primo dei gruppi nazionali della nuova
sinistra a disintegrarsi nel 1973. La fine dell’organizzazione fu
vissuta da buona parte dei suoi aderenti non come una sconfitta,
ma come un processo di crescita. La conflittualità di classe e
l’antagonismo sociale che si manifestava allora in ogni piega
della società richiedevano, secondo molti degli aderenti, una
strumentazione e un’articolazione organizzativa e territoriale
diversa da quello che era stato Potere Operaio.
Da questa disintegrazione e dall’incontro con la miriade di
assemblee, collettivi e comitati autonomi che l’esplosione delle
lotte studentesche e operaie del ’68-’69 si erano lasciati alle
spalle, nasceva la cosiddetta area dell’autonomia operaia.

Lotta Continua
Un “pezzo” della storia di Lotta Continua affonda le sue radici
politiche e culturali in una organizzazione operaista preesistente
al movimento studentesco che pubblicava, a partire dal 1967, un
giornale dal titolo «Il Potere Operaio» e diffondeva 20 mila copie
in tutto il litorale toscano. I suoi aderenti provenivano perlopiù
dall’esperienza di «Classe Operaia» e dei «Quaderni Rossi» o
erano giovani delle sezioni universitarie del pci e del psiup,
radiati o espulsi dal partito, come nel caso di Adriano Sofri.
Il 1968 rappresentò per il gruppo un momento di felice
espansione, esso dimostrava una capacità egemonica e di
mobilitazione non comune ad altri gruppi. I nuclei fondamentali
della loro presenza e dell’intervento si attestavano a Pisa e a
Massa, concentravano il lavoro politico all’Uni- versità,
all’Olivetti di Massa, alla Nuova Pignone e alla Saint-Gobain di
Pisa.
Seppero cogliere gli aspetti positivi e dirompenti della
democrazia assembleare che si manifestava dentro le università
occupate. Capirono che quell’esperienza rappresentava per i
giovani studenti che la stavano vivendo un salto di qualità
rispetto alle forme di rappresentanza politica precedenti. Non si
trattava più di delegare a qualcuno il compito di rappresentare la
propria istanza politica, ma di intervenire direttamente,
inventando nuove forme di lotta ed esaltando la spontaneità del
movimento.
Su alcune particolari posizioni espresse dal movimento
studentesco, quelli de II Potere Operaio avevano delle
osservazioni critiche da muovere: denunciavano ad esempio
l’infantile inconcludenza di parole d’ordine tipo “Potere
studentesco”, erano contrari al generico antiautoritarismo di
certi leader del movimento torinese e affermavano l’esigenza di
costituire un’avanguardia politica diversa da quello che era il
movimento studentesco.
Dopo il maggio francese si sviluppava il dibattito
sull’organizzazione a partire da due relazioni, una di Luciano
Della Mea e l’altra di Adriano
Sofri.
Luciano Della Mea proponeva di superare la frammentarietà
dei gruppi e il localismo del movimento studentesco mediante
una sorta di federazione per giungere poi alla costituzione di un
nuovo partito. Si doveva cominciare dal

coordinamento su alcune questioni (per esempio lotta per


il rinnovo dei contratti di lavoro, lotte del movimento
studentesco, lotte contro il rinnovo della Nato,
organizzazione dell’autodifesa e collegamento per le
manifestazioni e contro la repressione);
si trattava cioè di passare “dal provvisorio al regolato, dalla
improvvisazione alla disciplina”.
Occorreva superare il regime assembleare, che favoriva “un
carattere personalistico e familiare [...] a livello di direzione
politica”, mediante la costituzione di un “Ufficio Politico
composto da delegati eletti dai gruppi e dalle assemblee,
revocabili e sostituibili”.
Si trattava di costituire un’organizzazione nazionale,
profondamente democratica al suo interno, capace di
raggruppare tutte le avanguardie politiche che si stavano
formando attraverso la partecipazione a esperienze multiple e
diverse. Avanguardie politiche che, secondo Della Mea, era
sbagliato identificare tout court con il movimento o con i
comitati di lotta operai-studenti, in quanto esse si formavano
nella pratica sociale, “nella riflessione sulla stessa e
nell’elaborazione di obiettivi”, per diventare dei “quadri
rivoluzionari”.
Diverso era il ragionamento di Adriano Sofri, il quale, pur
riconoscendo la validità storica della teoria leninista del partito,
sosteneva che nella nuova situazione venutasi a creare con lo
sviluppo del capitalismo e delle società occidentali, essa non era
più riproponibile.
La situazione era profondamente cambiata, come
dimostravano le lotte alla Fiat e il maggio francese; ma,
soprattutto, Sofri si soffermava a cogliere le caratteristiche di
quello che considerava l’elemento più inedito e dirompente
comparso sulla scena politica: il movimento studentesco. Esso
era stato “il primo movimento di massa con prospettiva
rivoluzionaria non controllato dalle organizzazioni tradizionali”;
dal movimento era nata un’avanguardia “interna” che aveva
posto, e in parte risolto, due problemi: non separarsi dalle masse
costituendosi in partito di avanguardia, collegarsi con gli operai
“come direzione non esterna”, ovvero come incontro tra due
settori sociali, due movimenti autonomi in lotta contro il sistema.
Ne derivava che la coscienza rivoluzionaria non era qualcosa
che stava al di fuori del movimento di massa e che, in quanto tale,
doveva essere introdotta dall’avanguardia politica esterna. La
coscienza di classe, rivoluzionaria, anticapitalistica, nasceva
dentro il movimento, nel corso della lotta. Ecco perché non era
più il caso di offrire alle masse l’ennesimo

riferimento amministrativo, il nuovo partito, ma di


metterci al servizio dell’organizzazione autonoma delle
masse, nei luoghi di lavoro come a livello sociale. [Quindi]
il compito di questa fase è [...] quello dell’organizzazione
del collegamento delle avanguardie di massa, è il compito
dell’estensione e della continuità degli organismi unitari di
base e del collegamento delle avanguardie rivoluzionarie
che li guidano.
No quindi all’Ufficio Politico e a ogni proposta di
centralizzazione che sarebbe risultata la “scelta di un apparato e
non l’esito di una crescita politica”. A chi gli obiettava che
l’organizzazione centralizzata era necessaria per contrastare la
repressione e prendere il potere, egli rispondeva nel seguente
modo: 1) il decentramento organizzativo creava maggiori e non
minori ostacoli alla repressione; 2) i rivoluzionari dovevano
“credere nelle masse”. Si trattava di capire “che non si prende il
potere per conto del proletariato, ma che è il proletariato a
prendere il potere”.
La discussione, nel corso della quale intervennero anche
Vittorio Campione e Romano Luperini, che ribadì l’importanza
del ruolo del partito e tacciò Sofri di spontaneismo, si concluse
con una separazione consensuale e la fine dell’esperienza legata
al giornale «Il Potere Operaio». Una parte, quella più vicina alle
posizioni espresse da Luciano Della Mea dava vita alla Lega dei
Comunisti, l’altra intersecandosi con l’esperienza trentina di
Marco Boato, con quella torinese di Luigi Bobbio e Guido Viale e
con quella di componenti uscite dall’Università Cattolica di
Milano e di Pavia, dava vita a Lotta Continua.
L’arrivo di Adriano Sofri a Torino nella primavera del 1969
aveva contribuito a spostare l’attività di ciò che rimaneva del
movimento studentesco dall’Università alle porte della Fiat. La
partecipazione alle lotte che si sviluppano nella primavera del
1969 alla Fiat, l’incontro tra il movimento studentesco e gli
operai delle linea di Mirafiori fu “determinante nel definire la
natura e l’esistenza stessa di Lotta Continua”.
L’esperienza dell’Assemblea operai e studenti che aveva
diretto in quei mesi la lotta autonoma alla Fiat, venne vissuta
come una straordinaria conferma della teoria delle avanguardie
interne al movimento. L’organizzazione nasceva dentro il
movimento, tendeva a identificarsi con il movimento stesso.
Il problema era solo quello di coordinare queste lotte, di
creare una struttura per informare i vari movimenti della azioni
di lotta intraprese nelle varie situazioni. Di qui la necessità di
uno strumento d’informazione, di un giornale che servisse “a
saldare le lotte operaie con quelle degli studenti, dei tecnici, dei
proletari, in una prospettiva rivoluzionaria”, così si leggeva
nell’editoriale di presentazione del n. 0 di «Lotta Continua»,
comparso il 1° novembre 1969 e tirato in 65 mila copie.
Anche per Lotta Continua la nascita assomigliava a tutto
meno che a quella di un partito, non c’erano strutture
predefinite, non ci furono congressi costitutivi, né tesi da leggere,
da discutere, da emendare e votare, né statuti; non c’erano
dirigenti codificati, anche se nei fatti, praticamente, un gruppo
dirigente si andava formando fino a costituire un elemento di
identificazione per i militanti basato su “una forte tensione
emotiva attorno al potere carismatico di alcuni dirigenti”70.
Le strutture organizzative erano essenzialmente di carattere
assembleare. Nelle sedi locali l’assemblea operai studenti; a
livello nazionale la riunione settimanale di collegamento tra le
sedi, che aveva l’andamento di un’assemblea alla quale volte
partecipavano diverse centinaia di persone.
Ecco come nel documento sull’organizzazione preparato per
il 1° Convegno nazionale del luglio 1970 veniva descritto il
funzionamento interno:

Sino ad oggi lc non ha avuto una struttura centrale


nazionale che si occupasse di far fronte a tutti quei
problemi che le riunioni o le assemblee non affrontavano.
Nella maggioranza dei casi, alcuni compagni, in modo del
tutto informale, hanno preso decisioni e iniziative per far
fronte ai problemi che si presentavano.
Lotta Continua era originariamente un partito tra virgolette
che poco aveva a che vedere con le forme classiche delle
organizzazioni politiche. Essa si costruiva con assemblee
itineranti da città a città, lasciandosi alle spalle tutt’al più una
sede, un gruppo informale di compagni, recapiti a cui mandare
copie del giornale da diffondere.
Lo stesso Guido Viale, seppure in modo forse troppo enfatico,
ha descritto con efficacia la nascita di questa organizzazione:

nuova è la pratica dell’organizzazione, non nasce da una


scissione del movimento operaio ufficiale, non trova il suo
cemento in una ideologia o in una linguaggio già definiti,
non si raccoglie attorno a un corpo storico
o a un gruppo dirigente già costituiti. Lotta Continua non
ha né ideologia, né teoria, né strutture organizzative, né
disciplina di partito, né programma o risoluzioni. Vive
innanzi tutto come “stato d’animo” e come “pratica di
lotta”.
Delle proprie origini Lotta Continua stessa offriva la seguente
immagine: c’era chi vedeva la formazione del partito
rivoluzionario come un processo fondato sulla continuità con la
tradizione terzintemaziorialista e con il movimento operaio
ufficiale, e c’era chi, come Lotta Continua e in parte Potere
Operaio, vedeva

la formazione del partito come un processo


essenzialmente pratico, fondato sulla rottura con quella
tradizione, ponendo al primo posto il problema
dell’organizzazione dei contenuti e delle avanguardie di
massa. In questo modo si vedeva nella pratica sociale, nella
capacità di stare dentro le lotte il punto di partenza della
riflessione teorica e non viceversa.
L’adesione non richiedeva, in questa fase iniziale,
l’omogeneità su una linea politica, semplicemente si trattava di
un’adesione a una pratica di lotta, a una serie di indicazioni di
massima, allo stesso modo di quanto accadeva ai tempi del
movimento studentesco; fu proprio questa caratteristica che
permise a Lotta Continua di raccogliere molte adesioni tra i resti
del movimento degli studenti a cavallo degli anni ’69-’70.
Lotta Continua all’inizio fu più un fatto sociale che un
fenomeno politico, teorico, organizzativo e ideologico.
Preminente era l’aspetto dell’insubordinazione, dell’insofferenza
per le gerarchie e per l’ordine costituto, il ribellismo spontaneo
che dava luogo a una pratica politica vissuta senza alcun modello
di riferimento, caratterizzata da uno sperimentalismo ardito e
sicuramente nuovo, capace di porsi facilmente in sintonia con
movimenti, esigenze e situazioni apparentemente contrastanti
ed e- clettiche.
In essa il rifiuto della scuola e della professione si
coniugavano nel rifiuto dei ritmi e della disciplina di fabbrica

da parte di giovani di diversa origine sociale (operai e


studenti per lo più immigrati i primi, per lo più della
borghesia i secondi) parimenti esasperati e parimenti
disposti ad agire qui e ora. L’agire qui e ora ha significato
per gli studenti partecipare alle occupazioni prima, agli
scontri poi, per gli operai essere attivi negli scioperi di
reparto senza vincoli di programmi o strategie, e in aspra
polemica con tutti i sindacati74.
Rispetto a questi ultimi prevaleva la figura dell’operaio massa,
refrattario ai temi della qualificazione, della professionalità,
contro il sindacato, la delega sindacale, i consigli, disponibile ad
allargare il discorso dalla fabbrica al quartiere e alla vita sociale
fuori di essa, introducendo forme di comunicazione innovative,
dalle campagne di opinione all’uso del giornale, al fumetto (il
celebre Gasparazzo di Roberto Zamarin), alla satira politica,
all’invenzione grafica, alle canzoni di Alfredo Bandelli cantate da
Pino Masi.
Date queste caratteristiche, non a caso Lotta Continua fu
l’organizzazione che meglio rappresentò e raccolse l’originalità e
la novità politica rappresentata dell’esperienza condotta dal
movimento studentesco, era il “fiume del ’68-’69 che si
ipostatizzava”.
È stato calcolato che “oltre la metà dei quadri espressi dal
movimento studentesco passarono in quei mesi a Lotta
Continua” producendo parallelamente una revisione critica del
loro precedente “studentismo” giungendo a sostenere che era
cosa utile e meritevole abbandonare l’università per partecipare
alla lotta operaia, in quanto l’autonomia degli studenti non
doveva significare autonomia dalla lotta di classe condotta dal
proletariato.
La crescita della nuova organizzazione fu abbastanza veloce e
omogenea su tutto il territorio nazionale e nel marzo del 1972
veniva pubblicato l’omonimo giornale quotidiano. Al convegno di
Rimini dell’aprile 1972 Lotta Continua poteva già contare su 152
sedi in tutta Italia e su alcune migliaia di aderenti, oltre 10 mila
militanti, secondo Renzo Del Carria, circa 20 mila nel momento
di maggiore crescita e diffusione territoriale dell’organizzazione,
molti dei quali conquistati nella campagna contro il commissario
Luigi Calabresi, accusato dell’assassinio dell’anarchico Pinelli,
campagna condotta con “slancio e inventiva rivoluzionaria” 77. Di
certo, al momento della conta per tenere il i Congresso
Nazionale, nel 1975, risultavano 9 mila iscritti circa.
Per molti dei suoi aderenti la partecipazione
all’organizzazione era diventata una scelta di vita, un’adesione
totalizzante:

dentro lc si forma una sorta di universo subculturale


attraversato da linguaggi e comportamenti specifici e
unificato da manifestazioni simboliche (le canzoni di
“Lotta Continua”, le bandiere con il pugno) che
contraddistinguono in modo netto questa organizzazione
da tutte le altre.
La crescita dell’organizzazione poneva sempre più il
problema di come strutturarsi all’interno di quello che ormai era
considerato da tutti un partito rivoluzionario. Il i Congresso
nazionale si diede in merito uno statuto che ricalcava quello del
Partito Comunista Cinese, votò le tesi, elesse gli organismi
dirigenti e un segretario nazionale nella persona di Adriano
Sofri.
Le strutture organizzative definite e messe in campo dal
Congresso e la forte identità di appartenenza non furono però
sufficienti a mantenere in vita l’organizzazione dopo il ii
Congresso nazionale, quello di Rimini dell’ottobre 1976.
L’esperienza partitica fu velocemente liquidata con motivazioni
diverse dalle varie componenti interne, operai, studenti, servizio
d’ordine, femministe.

La Lega dei Comunisti


Nell’autunno del 1969, dal dissolvimento del Potere Operaio
pisano, nascevano due gruppi distinti: il Centro Karl Marx di Pisa
(Gian Mario Cazzaniga, Vittorio Campione e Giuliano Foggi), che
si caratterizzava più per l’impegno di ricerca teorica che per
l’intervento nelle lotte, limitandosi a un lavoro politico tra gli
insegnanti della cgil scuola, e la Lega dei Comunisti di Toscana
(Romano Luperini, Paolo Cristofolini e Luciano Della Mea) decisa
invece a intraprendere la lunga marcia della costruzione di
un’organizzazione nazionale marxista, leninista, maoista e
rivoluzionaria.
Dalle lotte studentesche e operaie del biennio ’68-’69 erano
emerse le ragioni e le motivazioni per la costituzione dei
principali gruppi della nuova sinistra e anche per la nascita di

un nuovo movimento marxista-leninista dalla crisi del


dogmatismo e del
lospontaneismo, come necessità di un superamento di
quelle esperienze sbagliate e fallimentari.
La prima esigenza sbagliata e fallimentare, contro la quale gli
animatori della Lega dei Comunisti si erano sempre battuti
dentro lo stesso Potere Operaio toscano, era lo spontaneismo che
aveva trovato in Carlo Donolo e nel suo saggio già citato, La
politica ridefmita, uno dei primi sostenitori. Le sue erano tesi
idealistiche e “reazionarie” e già fin dal 1968, nell’editoriale della
rivista «Nuovo Impegno», si ribadiva la necessità del partito,
riaffermando, in polemica con Adriano Sofri, che occorreva

un’avanguardia esterna, composta da persone fisiche il cui


tempo è quasi tutto speso nel lavoro politico e che non si
limitino ad un’azione che resti nell’ambito di un
movimento di massa, ma svolgano un’opera di sintesi
teorica, d’organizzazione politica.

Spontaneisti e avventuristi erano Lotta Continua e Potere


Operaio, il Manifesto “una variante dell’opportunismo di destra”,
mentre pcd’i (m-1) e uci muovevano da una concezione astratta e
scolastica del marxismo- leninismo riducendolo a una “serie di
inutili giaculatorie”, sconfitte e superate le dissidenze storiche
(bordisghisti e trotzkisti), “ultrasinistre” le posizioni di
Avanguardia Operaia81, quindi non rimaneva che attestarsi su
una specie di terza posizione cominciando a costruire un tessuto
organizzativo tra gruppi locali affini in vista della costruzione di
un’organizzazione nazionale. La Lega dei Comunisti era nata
proprio per “collaborare alla costruzione del partito comunista
rivoluzionario sulla base del marxismo-leninismo e tenendo
conto degli insegnamenti di Mao”, dandosi come compito
immediato quello di unificarsi con il Circolo Comunista marxista-
leninista di Lucca e di costituire un reticolo organizzativo con
altri gruppi marxisti-leninisti sparsi in Toscana e in Emilia
Romagna.
Contro queste posizioni che venivano a configurare “un
ennesimo gruppo burocratico e settario” erano insorti Luciano
Della Mea e Paolo Cristofolini; entrambi proponevano che la
Lega dei Comunisti iniziasse a collaborare con le locali sezioni di
Lotta Continua e, in tal senso, avevano iniziato a lavorare con i
militanti di Lotta Continua di Forno guadagnandosi l’espulsione
dall’organizzazione.
Intanto il gruppo aveva iniziato un lavoro politico di
intervento tra gli studenti, gli insegnanti del sindacato scuola
cgil, i cavatori di marmo, i calzaturieri, i ferrovieri e in alcune
fabbriche come la Forest, la Saint- Gobain e la Piaggio di Pisa, la
Carboni di Lucca, consolidando in questo modo una discreta
presenza in alcune città della Toscana e della Liguria, Firenze,
Pisa, La Spezia, Carrara, Grosseto, Lucca, Piombino e Massa. Nel
frattempo il confronto iniziato nel 1971 con il gruppo romano di
Unità Operaia conduceva alla fusione il 28 maggio 1972 dando
vita a un’organizzazione di “qualche centinaio di comunisti” che
manteneva
lo stesso nome e affiancava alla rivista teorica «Nuovo Impegno»
un periodico dal taglio di giornale intitolato «Unità Operaia». Nel
1977 la Lega dei Comunisti si sciolse dentro il processo
costituente che dava vita a Democrazia Proletaria.

II Manifesto

Nel panorama dei gruppi della nuova sinistra, così come si


andava definendo nel biennio ’69-’70, Il Manifesto
rappresentava, rispetto agli altri, un’anomalia. Pur avendo
ricevuto dalle lotte operaie e studentesche una spinta
propulsiva, esso affondava le sue radici non in quel movimento,
ma in quella sinistra comunista che da alcuni anni non
condivideva più la linea del partito85.
L’offensiva dei vietcong, l’invasione della Cecoslovacchia da
parte delle truppe sovietiche, la rivoluzione culturale, il maggio
francese e la rivolta studentesca in Italia, avevano contribuito a
spingere questa componente interna al pci ad aprire quel
dibattito che avrebbe portato a un prevedibile scontro con
l’apparato del partito.
Nel giugno del 1969 veniva pubblicato il mensile «il
manifesto» con articoli e contenuti apertamente polemici nei
confronti della linea del pci.
I temi della rivista indicavano già quello che sarebbe stato il
patrimonio costitutivo del gruppo: un giudizio critico e severo
sul socialismo reale, ovvero sulla degenerazione dei sistemi
dell’Est europeo, la condanna della collocazione intemazionale
dell’uRSS e la ricerca di un nuovo internazionalismo, il
riconoscimento della novità rappresentata dalla rivoluzione
culturale e il riferimento ideale alla Cina, senza però fame un
modello, la definizione della irreversibilità della crisi dei sistemi
capitalistici occidentali e, quindi, dell’attualità della rivoluzione
in Occidente e della maturità del comuniSmo, la situazione
italiana letta come crisi globale di un regime, la critica alla
strategia riformista del pci, l’esigenza di trovare nuove forme di
organizzazione politica capaci di dare uno sbocco al movimento
di lotta che si era sviluppato in quegli anni.
Pochi mesi dopo la pubblicazione del mensile, il Comitato
centrale del pci, nel novembre del 1969, decideva di radiare i
promotori dell’iniziativa. Qualificati e di un certo livello furono i
quadri e i dirigenti cacciati dal partito, da Rossana Rossanda a
Lucio Magri a Luciana Castellina, assieme a un piccolo gruppo di
parlamentari, Massimo Caprara, Aldo Natoli, Eliseo Milani,
Liberato Bronzuto e Luigi Pintor.
Dopo la radiazione si aprivano i centri di iniziativa del
Manifesto i quali, nelle intenzioni dei promotori, dovevano
diventare luoghi di sperimentazione collettiva e occasione per
verificare le condizioni per una linea politica comune con le altre
giovani organizzazioni della nuova sinistra. Così presentava
l’iniziativa Lucio Magri:

Si tratta di creare non solo gruppi di studio e circoli


politico-culturali, ma collettivi studenteschi, comitati
operai di base, collettivi di intellettuali e di tecnici, quindi
un raccordo fra le diverse esperienze, tra pratica sociale e
azione politica locale e nazionale [...]. Non è a una
proliferazione di gruppi del Manifesto che pensiamo, ma
alla promozione anche col Manifesto [...] di iniziative
unitarie di base che accomunino forze della sinistra
anticapitalistica.
I circoli del Manifesto diventarono il punto di riferimento per
tutti quelli che non avevano ancora definito una propria
collocazione nell’ambito dei gruppi della nuova sinistra, per
quelli che ancora si sentivano in una posizione di frontiera tra il
pci e la nuova sinistra e volevano dibattere e discutere prima di
compiere scelte definitive.
Il progetto era ambizioso, costruire una piattaforma politica e
teorica capace di misurarsi con le questioni nazionali e
intemazionali del periodo per favorire un primo processo di
avvicinamento tra le forze della nuova sinistra e quanti avevano
maturato posizioni critiche sia nell’ambito del dissenso cattolico,
sia in quello dei partiti della sinistra riformista.
In quest’ottica venivano diffuse le Tesi per il comuniSmo sul
numero del settembre 1970 della rivista. Nella premessa alle tesi
veniva indicato chiaramente l’obiettivo politico prefisso:

promuovere l’unificazione politica del vasto arco di forze


che l’esperienza degli ultimi anni ha condotto su posizioni
di critica organica alla linea riformista dei partiti
tradizionali della sinistra italiana e, a livello mondiale,
dell’Unione Sovietica; [le Tesi si rivolgono] a chi militando
nel Partito comunista e nel psiup non si nasconde più la
scelta riformista e parlamentarista di questi partiti, ma è
trascinato alla rinuncia dall’incertezza di un’alternativa
ideale e pratica. A quanti, nelle organizzazioni sindacali e
nel mondo cattolico, hanno in questi anni acquisito una
coscienza anticapitalistica [...]. Ai nuovi gruppi della
sinistra extraparlamentare, molti dei quali hanno dato un
reale contributo alla radicalizza- zione della lotta, ma oggi
si rinchiudono in se stessi, in una logica che li separa dal
grande corpo del movimento di massa.
I militanti del Manifesto erano in quel periodo circa 5-6 mila,
divisi in un centinaio di centri di iniziativa 87. Costituivano un
aggregato abbastanza informale, senza molti obblighi di
disciplina, senza una precisa definizione della loro adesione e
senza meccanismi stabili per la formazione di una linea politica
comune.
Solo dopo la scarsa rispondenza trovata al progetto di
unificazione proposto con le Tesi, il gruppo cercava, in un
convegno tenuto a Rimini nel novembre del 1971, di dotarsi di
un minimo di struttura organizzativa costituendosi come
organizzazione autonoma.
Nel 1972, la composizione sociale dei militanti del Manifesto
era pressappoco la seguente: 48% di studenti, 38% di operai e il
resto di insegnanti, impiegati, tecnici88.
Nel frattempo il 28 aprile del 1971 era uscito il primo numero
dell’omonimo quotidiano che ebbe subito un notevole successo
di vendite.
Si passò dalle 40-50 mila copie iniziali alle 30 mila vendute in
media per ogni numero, per risalire alle 45 mila del 1972 nel
periodo elettorale.
Il quotidiano vendeva il 45% delle sue copie al Nord, il 25%
(di cui la metà a Roma) nel Centro, il 21% nel Sud e nelle isole. I
cinque grandi centri urbani (Roma, Milano, Torino, Napoli e
Palermo) ne assorbivano il 45%. Roma era in testa alle vendite
con 5-6 mila copie.
Non senza contrasti interni, nel 1972 II Manifesto decideva di
presentare proprie liste alle elezioni politiche anticipate e
otteneva 224 mila voti, pari allo 0,7% e nessun eletto.

Avanguardia Operaia

Anche per Avanguardia Operaia non esiste una data di nascita


precisa, lo confermava in un’intervista Luigi Vinci, uno dei
promotori assieme a Massimo Gorla, Stefano Semenzato, Silvana
Barbieri, Silverio Corvi- sieri, Aurelio Campi:

Non c’è una data di nascita precisa di ao. Formalmente si è


costituita nel ’68, o un attimo prima, sul finire del ’6790.
La nascita del primo nucleo organizzato avvenne
parallelamente all’uscita dell’omonimo periodico, nel dicembre
del 1968, secondo una usanza tipica e ricorrente nelle
organizzazioni di quel periodo.
Le origini del gruppo vanno ricercate negli ambiti della
sinistra interna al pci milanese, al lavoro entrista condotto
dentro il partito e la fgci, secondo la strategia del Gruppi
Comunisti Rivoluzionari, la sezione italiana della Quarta
Internazionale alla quale molti dei fondatori di Avanguardia
Operaia allora aderivano, ricoprendo anche ruoli dirigenti a livel
lo nazionale e intemazionale, come nel caso di Massimo Gorla.
Il retroterra culturale e politico andava

dalla lettura marxista di Marx, leninista e marxista di Lenin


(quindi rompendo non solo con la lettura togliattiana, ma
con quella staliniana). Il recupero, quindi, degli aspetti
fondamentali del leninismo sulla questione dello Stato, del
partito, dell’imperialismo dell’attualità della rivoluzione
proletaria, [mentre] dell’esperienza trotzkista avevamo
conservato, e giustamente, il nucleo antistalinista91.
Si trattava di una cultura politica che aveva una sua
originalità, si distingueva infatti sia da quella marxista leninista -
pur sapendosi confrontare e valorizzando alcuni aspetti del
maoismo e della rivoluzione culturale - sia da quella operaista e
di certa sinistra socialista, per il recupero esplicito di un
leninismo critico e rivoluzionario in aperta polemica con le
codificazioni staliniane e il parlamentarismo togliattiano.
Decisivo per la formazione del gruppo e, soprattutto, per la
decisione di separasi dalla Quarta Intemazionale per
intraprendere la via di una costruzione organizzativa autonoma,
fu l’afflusso di forze militanti provenienti dal movimento
studentesco e il radicamento realizzato in alcune fabbriche
milanesi tramite i cub.
La funzione dei cub era così definita in un documento del
comitato della fabbrica Breda, uno dei primi che si erano formati
a Milano, assieme a quello della Pirelli:

Il cub [...] è un organismo di massa che ha una sua propria


autonomia, [...] che è costituito da tutti quei lavoratori che
si riconoscono [...] in una chiara linea di difesa degli
interessi di classe dentro e fuori la fabbrica in funzione
anticapitalistica e anticollaborazionista.
Il cub non è organizzato in modo burocratico, ma come
organismo autonomo ha la più ampia articolazione; esso
conduce la sua attività in varie forme; attraverso le
assemblee, con i volantini, con le riunioni serali.
Per essere del cub non occorrono iscrizioni, ma basta
partecipare e portare il proprio contributo di attività [...). I
compiti del cub sono la discussione, l’agitazione e la
propaganda di tutte le questioni che [...] possono
contribuire ad elevare la coscienza di classe dei
lavoratori92.
Una discreta presenza operaia tra i militanti era una
caratteristica che contraddistingueva, sul piano della
composizione sociale, Avanguardia Operaia dalle altre
formazioni della nuova sinistra.
Se la maggior parte di esse teorizzava e praticava una
convinta azione di propaganda rivolta verso gli operai, poche
però riuscivano a conquistare quadri operai alla militanza attiva
nei rispettivi gruppi. Avanguardia Operaia, invece, già fin dal
1968, presentandosi nazionalmente con un documento dal titolo
Per il rilancio di una politica di classe, poteva affermare di essere
composta per lo più da quadri operai, rivendicando anche una
presenza concreta e attiva in specifiche situazioni di fabbrica,
quali la Siemens, la Carsico, la Sip, la Pirelli93.
Orientati a costruire un partito rivoluzionario, quelli di
Avanguardia Operaia non avevano fretta nel proclamarsi tale,
non intendevano né bruciare i tempi né saltare alcune tappe
giudicate indispensabili. Esse erano: la costruzione e
l’allargamento dell’esperienza dei cub, la costruzione del
movimento degli studenti, la formazione di quadri rivoluzionari,
stabilire rapporti di collaborazioni con altri gruppi politici affini
e aprire nuove “sezioni” dell’organizzazione94.
Continua era soprattutto la preoccupazione di creare dei
quadri militanti capaci di produrre analisi politica ed
elaborazione teorica, si trattava di

sviluppare dei gruppi ben orientati, inseriti con posizioni


di avanguardia in movimenti di massa studenteschi e
operai, dotati di un discreto numero di quadri e capaci di
capitalizzare il patrimonio teorico accumulato nella lunga
storia del movimento operaio;
quindi non a caso e volutamente si enfatizzava il dato che alle
scuole quadri tenute a Milano partecipassero ai gruppi di studio,
che duravano da circa sei mesi, “400-500 compagni e
simpatizzanti”95.
La piattaforma politica sulla quale Avanguardia Operaia si
costruiva era data dalla richiesta di aumenti uguali per tutti,
dalle lotte contro i cottimi, per l’unificazione tra operai e
impiegati, per la riduzione dell’orario di lavoro, contro la nocività
in fabbrica. Caratterizzavano questa fase il rifiuto della
partecipazione elettorale, il rifiuto della militanza nei sindacati,
la promozione e il coordinamento dei cub come strutture
contrapposte al sindacato.
Tale forma di lavoro politico cominciava a dare i suoi frutti: al
convegno sulla scuola, promosso dall’organizzazione nel
novembre del 1971, partecipavano 1.500 studenti provenienti da
gruppi, organizzazioni e circoli locali di 36 città italiane. Ai due
convegni nazionali dei cub, del gennaio e del giugno 1972,
promossi da Avanguardia Operaia assieme al Centro di
Coordinamento Campano, al Collettivo Lenin di Torino, alla
Sinistra operaia di Sassari, partecipavano rispettivamente 1.200
delegati alla prima iniziativa e 3 mila alla seconda 96.
Anche la strategia di procedere al confronto politico e
all’unificazione con gruppi affini, la cosiddetta area-leninista,
dava i suoi risultati e alla fine del 1973 Avanguardia Operaia
appariva ormai un’organizzazione consolidata, con un impianto
nazionale e con un cospicuo numero di militanti, dai 15 ai 18
mila97 nel periodo di maggiore espansione. La struttura
organizzativa, dopo una prima fase semi-assembleare, si era
decisamente riorientata, già a partire dalla fine del 1970, nel
seguente modo: “comitato direttivo, assemblea dei delegati di
cellula, cellule”98.
Indicativo della crescita dell’organizzazione fu il passaggio a
settimanale di «Avanguardia Operaia», affiancato dalla rivista
teorica «Politica Comunista» e, infine, a partire dal novembre
1974, la pubblicazione del giornale quotidiano «Il Quotidiano del
Lavoratori».

Il Movimento Studentesco della Statale

Nel 1969 era ormai chiaro che il movimento studentesco, così


come si era manifestato nei due anni precedenti, era finito. Chi
giudicò fallimentare la scelta di costruire organizzazioni
rivoluzionarie più o meno spontaneiste, operaiste o marxiste
leniniste, si orientò verso la conservazione del Movimento
Studentesco, inteso come espressione politica autonoma di un
ceto sociale specifico, quello degli studenti.
Fu quanto decisero di fare la maggior parte degli aderenti al
movimento dell’Università Statale di Milano. Si optò per la

conservazione di un ruolo specifico e settoriale, si


intendeva preservare uno spazio autonomo di crescita del
Movimento Studentesco all’interno della scuola, tentando
di definire un’azione rivolta verso l’esterno in funzione di
quel ruolo di “lievito” rivoluzionario della società che il
Movimento Studentesco aveva avuto nei suoi primi
tempi99.
Tale scelta, reimpostata sull’introduzione di strutture e criteri
di organizzazione interna, che fecero del Movimento Studentesco
della Statale un piccolo partito, trovò in parte consenso e
adesioni fra gli studenti delusi, frustrati dalla politica dei gruppi
della nuova sinistra, i quali tendevano a non prendere più in
considerazione le esigenze e le rivendicazioni specifiche di quel
ceto sociale.

Ebbe un ruolo rilevante nel rilanciare la mobilitazione di


massa dopo l’ondata repressiva seguita alla strage di Piazza
Fontana. Alla manifestazione antifascista del 31 gennaio 1970,
promossa dal Movimento Studentesco, aderirono 50 mila
persone.
Così, a partire dal 1970 esso metteva al centro della propria
iniziativa politica l’università e la scuola in senso lato,
ritenendone possibile un uso alternativo, perlomeno degli spazi
sociali e culturali resi liberi dalla rivolta studentesca. Puntava
sulla costruzione di un movimento di massa degli studenti,
rifiutando un rapporto diretto e di fusione con le avanguardie
operaie, ricercandolo invece con le sue rappresentanze storiche,
sindacati, partiti, in un’ottica di alleanza, di fronte popolare, tra
classe operaia e ceti medi.

Il Dissenso cattolico. Il caso del Movimento Politico dei Lavoratori

A partire dagli anni Sessanta, all’interno delle acli -


associazione fondata nel 1945, come articolazione dell’Azione
Cattolica, allo scopo di contenere l’influenza del pci sulle masse
popolari - cominciava a delinearsi una corrente di sinistra che
maturava sotto la direzione di Livio Labor. Quest’ultimo, al
congresso di Torino del 1969, lasciava la presidenza delle acli
per dare vita a un partito cattolico di sinistra, il Movimento
Politico dei Lavoratori (mpl). Parallelamente il congresso
decideva di rompere il tradizionale collateralismo con la dc,
criticava questo partito, affermava un orientamento
anticapitalista e socialista e dichiarava la propria autonomia
dalla gerarchia cattolica.
Dotato di un proprio settimanale, «Alternativa», il mpl voleva
essere il punto di raccordo dell’associazionismo cattolico,
attraversato in quegli anni da dinamiche contestative e di
dissenso con la Chiesa e con la dc. In questo contesto gli
avvenimenti del ’68 avevano agito da detonatore in una parte del
mondo cattolico di sinistra, già deluso per gli esiti moderati del
centro sinistra, che si intersecava con il movimento
postconciliare nella Chiesa, la contestazione ecclesiale, la nascita
di gruppi spontanei giovanili e di operai cattolici100.
Il mpl poneva alla base della sua formazione il ripudio del
sistema capitalistico, la scelta di campo classista e socialista,
riferendosi alle lotte operaie e studentesche di quegli anni e al
“nuovo modo di fare politica” che ne era emerso, alla necessità di
“riappropriazione della politica”, all’esigenza del controllo
operaio, al rifiuto della delega e per l’egualitarismo.
Sulla carta il movimento avrebbe dovuto articolarsi in centri
di coordinamento cittadini, provinciali e regionali, facenti capo a
un organismo nazionale; praticamente l’esistenza fu troppo
breve per poter costruire tale organigramma. Le elezioni
anticipate del 1972 lo colsero impreparato, le liste del mpl
ottennero solo 119 mila voti, pari allo 0,4%.
Difficile risulta anche stabilire quanti fossero i militanti attivi
del mpl. All’epoca, i dirigenti sostenevano di poter fare
affidamento su circa 80 mila iscritti alle acli e su circa 20 mila
della cisl, fu proprio basandosi su queste cifre che decisero di
presentarsi alle elezioni. L’esito elettorale però dimostrò che si
trattava di dati ipotetici.
Il Partito di Unità Proletaria

Nonostante i quasi 800 mila voti raccolti alle elezioni del


1972 il psiup non raggiungeva il quorum in nessun collegio
elettorale e quindi non aveva eletti in parlamento. Il dato
elettorale, vissuto come una sconfitta, accelerò il processo di
crisi interna portando allo scioglimento quasi immediato del
partito nel luglio del 1972.
La maggioranza (70%) confluiva nel pci, il 9% nel psi, mentre
il restante 20% rifiutava entrambe le soluzioni. Questi ultimi,
incontrandosi con quanti, dopo lo scioglimento del mpl, non
avevano aderito, come fece la stragrande maggioranza, al psi,
decisero di dare vita al Partito di Unità Proletaria, costituito nel
novembre 1972.
Forte inizialmente di circa 3-4 mila militanti, cominciò a
pubblicare un quindicinale dal titolo «Unità Proletaria», che potè
contare subito su 5 mila abbonati e 20 mila copie vendute.
Discretamente radicato tra i lavoratori sindacalizzati, al nuovo
partito aveva aderito ufficialmente la corrente sindacale della
cgil di Giovannini, Lettieri e Scalvi, assieme a dirigenti di
prestigio nell’ambito della storia della sinistra socialista italiana,
come Foa e Miniati; raccolse pure consensi fra la sinistra del
vecchio psiup. D’altro canto l’unificazione con gli ex del mpl vi
apportò il contributo della sinistra cattolica radicata nelle acli e
nella cisl. Nel 1974, in procinto di unificarsi con il Manifesto, per
formare il pdup per il comuniSmo, il partito dichiarava 17.500
militanti102.

Il '68, i radicali, la nuova sinistra

La questione radicale divenne centrale nel dibattito politico


italiano quando i risultati elettorali delle elezioni politiche
anticipate del giugno 1979 assegnarono al Partito Radicale (pr)
1.259.362 voti alla Camera, pari al 3,4% dei consensi e 18
deputati eletti. Il dato, stante l’allora sistema politico ed
elettorale vigente, era eclatante innanzi tutto perché il pr
triplicava in soli tre anni i suoi consensi elettorali, infatti alle
lezioni politiche del 1976 aveva riportato appena 1’1,1% dei voti.
L’avanzata elettorale dei radicali avveniva proprio in
concomitanza con la crisi profonda che attraversavano le
organizzazioni politiche della nuova sinistra e le loro culture di
riferimento e si inseriva nel calo secco del 4% di consensi al pci.
Nel dibattito che si aprì sulle pagine de «Il Contemporaneo» si
coniò
il termine radicalismo al fine di riassumere le varie motivazioni
che potevano spiegare l’avanzata del pr. Essa veniva attribuita
genericamente non all’esistenza di una precisa, anche se
minoritaria, cultura politica e di una pratica sociale con proprie
caratteristiche e peculiarità, ma all’emergere caotico, negli anni
Settanta, di una gamma “di antagonismi politici, di
comportamenti eversivi, di aspirazioni trasgressive, di
sperimentalismi morali” caratterizzati dall’“ostilità” verso le
grandi tradizioni politiche e culturali del nostro paese, che
avevano avuto origine dal ’68'.
Definire radicalismo o neoradicalismo l’area culturale e
politica di nuova sinistra che si era sviluppata in Italia a partire
dalla simbolica data del ’68, era un’operazione arbitraria per
almeno due ragioni. La cultura politica del ’68 italiano e dei
gruppi della nuova sinistra apparteneva in gran parte al
marxismo e alle sue varie correnti storiche più o meno rinnovate.
Gli stessi radicali erano molto espliciti in merito a questo
presunto rapporto:

I radicali si trovarono in posizione estranea al movimento


Non si può quindi parlare di una presenza radicale nel
movimento del '68 né di contributi particolari [...]. Il
gruppo radicale percepì il movimento e sipose nei suoi
confronti in un rapporto di valutazione e non di incontro
nell’azione.
La cultura politica di riferimento per i radicali, aveva ben
poco a che fare con la scuola di Francoforte, con Raniero
Panzieri, i «Quaderni Rossi», «Classe Operaia» e tutte quelle
pubblicazioni che, negli anni Sessanta, si collocavano alla sinistra
del pci e del psi.
Semmai la cultura radicale si era formata dal ceppo del
Partito Liberale. Di questa tradizione aveva assunto e fatti propri
due grandi temi: la difesa a oltranza dei diritti civili e della laicità
dello Stato. Su questa base aveva preso vita l’esperienza del
settimanale «Mondo», sulle cui pagine si cominciò a denunciare
la continuità nella forma Stato tra i due regimi, quello fascista e
quello dc. Vivace era poi stata la presenza dentro l’associazione
degli studenti universitari di sinistra, I’ugi, caratterizzata
dall’idea di unità laica delle forze politiche.
Se proprio di maestri ispiratori si voleva parlare, allora
occorreva anzitutto fare i nomi di Pannunzio, Gobetti, dei fratelli
Rosselli, di Capitini. Se si voleva invece risalire alle esperienze
politiche di riferimento, allora bisognava nominare il movimento
Giustizia e Libertà e il Partito d’Azione. Si trattava, insomma,
della storia di quella corrente politica e culturale cosiddetta laica
e terzaforzista che nel nostro paese era sempre stata schiacciata
dal prevalere di due grandi forze, quella cattolica e quella di
sinistra.
Nel periodo 1964-1967:

la cultura dei nuovi radicali coniugava elementi tutti


estranei ai moduli di cultura politica esistenti nel paese; un
soggettivismo di azione politica che aveva semmai gli
antecedenti in una certa tradizione democratico-
risorgimentale ripresa dall’antifascismo di Carlo Rosselli e
di Giustizia e Libertà e dell’azionismo; un metodo di
intervento sulla scena politica [...] che trovava riscontro
nella tradizione anglosassone [...] un’attenzione per un
metodo [...] di induzione politica piuttosto che di
deduzione da grandi schemi e sistemi ideologici, che aveva
anch’esso parentela più con la tradizione del radicalismo
empirico anglosassone che non con [...] le grandi
schematizzazioni teoriche prevalenti nel socialismo
nostrano.
Dai gruppi della nuova sinistra italiana il pr si differenziava
anche sulla questione del parlamentarismo e delle istituzioni
statali. I radicali accusavano i gruppi della sinistra marxista di
non capire l’importanza
delle istituzioni democratiche e di non agire per operare delle
trasformazioni muovendosi al loro interno. Essi non rifiutavano
in via di principio
il parlamentarismo e rivendicavano la propria fiducia nelle
istituzioni democratico-rappresentative. Puntavano sulla
trasformazione istituzionale, cioè sull’ottenimento di specifiche
riforme.
Non avevano mai considerato il Parlamento come luogo
dentro il quale misurare i rapporti di forza tra le classi o come
sede strumentale per propagandare una rivoluzione da fare
altrove:

la polemica radicale era stata sempre tesa alla


rivalutazione delle istituzioni affinché corrispondessero ai
mutamenti della società civile e quindi riacquistassero il
ruolo di luoghi di scontro politico generale.
L’ipotesi quindi di uno stretto collegamento tra le tematiche
sollevate dal movimento del ’68, dalla ripresa dello lotte operaie
nell’anno seguente e dall’emergere dei gruppi della nuova
sinistra, con quelle tipiche dei radicali, è, perlomeno, ancora tutta
da dimostrare. È vero invece che se non allora, sul finire degli
anni Settanta, avvenne un incontro tra la nuova sinistra e i
radicali.
I radicali, con la loro azione, avevano sollevato una serie di
questioni che la vecchia e la nuova sinistra avevano
sottovalutato: la difesa delle libertà democratiche, la lotta di
liberazione delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, nonché
le contraddizioni che cominciavano a emergere nelle società
tardocapitalistiche, come la distruzione dell’ambiente naturale.
Più che di un incontro e di un confronto tra due culture si
trattò di una transizione da una cultura di nuova sinistra
marxista a quella radicale.
Marco Boato, che prima di diventare deputato per il pr, era
stato un dirigente di Lotta Continua, già a suo tempo aveva colto
alcune caratteristiche di questo passaggio:

Lotta Continua si colloca ancora dentro una


caratterizzazione “marxiana”. Ma, per molti aspetti si tratta
ormai di una elaborazione teorica e di una pratica sociale
che potremmo definire post-marxista [...].
[Si sta verificando] un intreccio tra quest’area sociale e
l’esperienza radi- cale[...] tra le elaborazioni teoriche di
matrice “marxista” e i filoni più avanzati dello stesso
pensiero democratico-borghese5.
Boato coglieva bene quelli che erano i sintomi iniziali di una
grande trasformazione sociale, politica, ideologica e umana che si
stava verifi-
cando in quello che rimaneva dei gruppi o dell’area della nuova
sinistra italiana e che cominciava a ridisegnare i percorsi e le
appartenenze politiche di molti leader del movimento
studentesco prima e dei gruppi ‘poi.
Il Partito Radicale e i movimenti per i diritti civili
La storia del pr è quella di un piccolo gruppo, esiguo e isolato,
che non aveva accettato di identificarsi né con la tradizione
culturale e politica del movimento operaio, né con quella
cattolica. Formalmente il partito nasceva nel 1955 da rotture
interne nelle formazioni politiche laiche e moderate (Partito
Liberale e Partito Repubblicano) che appoggiavano i governi
centristi della dc.
All’inizio degli anni Sessanta, quando prese corpo l’esperienza
dei governi di centrosinistra, il pr si spaccava in due: da una
parte quelli che volevano appoggiare l’apertura a sinistra,
giudicando questa svolta un fatto importante per la rifondazione
di un partito terzaforzista che coinvolgesse anche i socialisti e
sapesse imporre la sua forza nel condizionare le scelte del
governo; dall’altra stavano coloro che non intendevano
collaborare in nessun modo con la dc e proponevano
un’alternativa a essa che coinvolgesse, assieme ai radicali, i
partiti di sinistra (pci, psi, psdi) e quelli laici (pli, pri).
Buona parte del pr si collocava nella prospettiva di
inserimento nel centrosinistra, solo una piccola minoranza,
organizzata nella corrente Sinistra Radicale, avversava questa
scelta. Il secondo Congresso del 1961 sanciva la spaccatura e
nell’autunno del 1962, con l’abbandono, il ritiro e le dimissioni di
gran parte dei suoi iscritti, il pr si riduceva a una pura sigla della
cui eredità si faceva carico la corrente di Sinistra Radicale.
Antimilitarismo, pacifismo, diritti civili, furono le tematiche
attorno alle quali si ricostruì il partito senza però riuscire a
rompere l’isolamento, tant’è che al terzo Congresso, che si svolse
a Bologna nel maggio del 1967, i militanti erano un centinaio 6.
Proprio in quegli anni però stavano maturando le condizioni che
consentirono al pr di rompere l’isolamento in cui si trovava.
In appoggio alla proposta di legge per introdurre il divorzio in
Italia, avanzata dal deputato Loris Fortuna nell’ottobre 1965, per
iniziativa di alcuni radicali (Pannella e Meliini) nel 1966 si
costituiva la Lega per l’istituzione del Divorzio (lid) che trovava
un certo seguito tra l’opinione pubblica democratica, laica e di
sinistra. Dalla sua costituzione al 1969 la lid aveva avuto circa 20
mila iscrizioni, con una partecipazione comples-
siva alle sua varie manifestazioni e iniziative a sostegno della
legge sul divorzio di circa 150-200 mila persone7.
La novità rappresentata da questa forma organizzativa
consisteva nel fatto che essa raggruppava persone di varia
provenienza partitica che si ritrovavano in questo organismo
non per rappresentare questo o quel partito, ma come individui
interessati a condurre una specifica battaglia. Vinta la battaglia
del divorzio, prima in Parlamento con il varo della legge nel
1970, e poi con il referendum del 1974, l’esperienza della lid si
concludeva lasciando però in eredità un “modo di fare politica”
che serviva a orientare in quegli anni l’azione del pr.
La strategia del partito nei confronti dei movimenti di lotta e
di opinione, che in parte contribuì egli stesso a formare, si
basava sul riconoscimento della singola specificità e autonomia,
politica e organizzativa, di ogni movimento, rispetto ai quali il pr
si poneva come interlocutore senza condizionarne gli obiettivi.
Esso dava di sé l’immagine di un partito di servizio, di uno
strumento offerto ai movimenti per i diritti civili che andavano
organizzandosi in Italia.
Nel 1970 nasceva il Movimento di Liberazione della Donna
(mld), nel 1971 la Lega Italiana per l’Abolizione del Concordato
(liac), nel 1973 la Lega Obiettori di Coscienza (loc), nel 1974 il
Centro Italiano Sterilizzazione e Aborto (cisa).
La struttura decentrata e federativa del pr consentiva un
rapporto elastico e diretto tra partito, movimenti federati,
movimenti collettivi e la gente in genere, tutti quei soggetti cioè
che oppressi, repressi o sfruttati stavano prendendo coscienza
della loro condizione e si stavano organizzando autonomamente
dai partiti per liberarsi.
L’organizzazione del pr appariva anomala rispetto a quelle di
altri partiti,
a metà strada tra il partito vero e proprio da cui lo separa
l’assenza di strutture di controllo sociale e di
ricomposizione unitaria (aggregazione) delle diverse
domande politiche, e il movimento politico di
contestazione con cui ha in comune un legame non
mediato burocraticamente con la società civile8.
Gli strumenti di lotta e di propaganda preferiti dai radicali
mutuavano dalla tradizione anglosassone l’azione diretta e la
disobbedienza civile e comprendevano i digiuni di Marco
Pannella o collettivi, le manifesta/.ioni di fronte ai luoghi
istituzionali, le occupazioni non violente, le conte- stazioni
giudiziarie.
Nel 1972 il partito raggiungeva i mille iscritti, nel 1973
lanciava la campagna per otto referendum: Concordato, norme
autoritarie del codice penale Rocco, codici e tribunali militari,
sulle leggi repressive della libertà di stampa, senza riuscire però
a raccogliere il numero di firme necessarie. L’anno seguente,
grazie anche all’appoggio dato dal settimanale «L’Espresso», si
raccoglievano 800 mila firme per richiedere un referendum che
depenalizzasse l’aborto.

Dal '68 al '77

La versione "ufficiale”
definisce il '68 come buono e
il ’77 come cattivo; infatti il
'68 è stato recuperato,
mentre il ’77 è stato
annientato.
(Nanni Balestrini, Primo Moroni)1

Bastarono un’incauta mossa del Ministro della Pubblica


Istruzione - una circolare per la regolamentazione del piano di
studi e degli esami - e una provocazione fascista all’Università di
Roma per scatenare in tutta Italia un movimento che da anni non
compariva sulla scena politica con quella forza e quella
dimensione.
Come accade spesso in situazioni sociali tese, ionizzate,
qualunque pretesto è buono per mettere in moto un processo di
polarizzazione degli elementi. Così avvenne nel ’77. Questo
dimostra, ancora oggi, che profonde contraddizioni agitavano le
università italiane, che la crisi economica e sociale del tempo
rendeva esplosiva la condizione giovanile e che in quella fase
prospettive di profondi rivolgimenti strutturali, politici e
culturali continuavano a esistere e manifestarsi.
Negli anni precedenti, il movimento degli studenti dentro le
università italiane aveva subito un progressivo declino.
Opinionisti di vario genere e saccenti pseudosociologi avevano
cantato la fine definitiva e irreversibile del ciclo di proteste
apertosi con il ’68.
Effettivamente molte facoltà italiane avevano assunto la
caratteristica di “università per corrispondenza”, nel senso che la
maggioranza degli studenti aveva smesso di frequentare
assiduamente i corsi, si presentava all’università solo per dare gli
esami, per vedere gli appelli o, saltuariamente, per incontrare
questo o quel docente o per partecipare a un seminario
particolarmente interessante.
Soprattutto i luoghi delle facoltà umanistiche apparivano
vuoti di studenti e quelli che c’erano di solito non erano lì per
frequentare le lezioni, ma per incontrarsi con amici e compagni,
per partecipare a qualche riu-
nione di qualche organismo di intervento all’università “messo
su” dai gruppi della nuova sinistra, oppure per partecipare a
questo o quel convegno in qualche aula magna.
Questa era la situazione nella quale il ministro della Pubblica
Istruzione, Franco Maria Malfatti, calò la sua circolare, datata 3
dicembre 1976 che limitava la reiterazione degli esami. Era il
primo tassello di un progetto di riforma che prevedeva
l’aumento delle tasse, soprattutto per i fuoricorso, tre livelli di
laurea (diploma, laurea, dottorato di ricerca), il numero chiuso
attraverso l’abolizione della liberalizzazione degli accessi, la
ridefinizione dello stato giuridico dei docenti (ordinari e
associati), un controllo rigido sul piano di studi, l’organizzazione
gerarchica della gestione attraverso l’istituzione dei
Dipartimenti, il raggruppamento degli esami in due sessioni
(estiva e autunnale) e l’abolizione degli appelli mensili.
La protesta partì da Palermo, dove gli studenti il 24 gennaio
1977 occuparono la facoltà di Lettere e le altre nei giorni
seguenti. Nel giro di pochi giorni la protesta “saliva al Nord” e
quasi tutte le Università italiane erano in fermento. Il 31 gennaio
venivano bloccate le attività didattiche presso le facoltà
umanistiche di Torino, facoltà occupate anche a Cagliari, Sassari,
Salerno. In altre città, Bologna, Milano, Padova, Firenze, Pisa si
tenevano manifestazioni, cortei, assemblee.
La circolare Malfatti contribuiva a riportare in qualche modo
gli studenti dentro le facoltà, a discutere e a confrontarsi.
Emergeva una figura nuova di studente, con altri problemi e
necessità rivendicative che lo differenziavano dal suo
predecessore che aveva fatto il ’68. Il conflitto che la circolare
Malfatti aveva contribuito a suscitare aveva origine e ragioni più
profonde. Il ritiro della circolare non coincideva infatti con la
sospensione delle agitazioni, anzi queste continuavano e si
alimentavano di nuove tematiche e rivendicazioni. Investivano il
quadro politico, rivendicavano occupazione, servizi, presalario.
Il 2 febbraio, a Roma, una settantina di giovani studenti
fascisti entravano armati di spranghe e bastoni dentro la facoltà
di Lettere e Giurisprudenza intonando canzoni e slogan. Gli
studenti si organizzavano e li affrontavano respingendoli. Contro
di loro venivano esplosi dei colpi di pistola che colpivano due
compagni, uno dei quali Guido Bellachioma, veniva gravemente
ferito da due proiettili alla testa.
L’indomani in molte città d’Italia si tenevano manifestazioni
antifasciste. A Roma, un corteo di tremila studenti si dirigeva
verso il centro. Giunti nei pressi di Piazza Indipendenza la polizia
interveniva disperdendolo ed esplodendo anche colpi di pistola
che ferivano due studenti, Pao
lo Tommasini e Leonardo Fortuna, i quali furono poi incriminati
per tentato omicidio nei confronti dell’agente Domenico
Arboletti, che secondo alcune testimonianze era stato colpito dal
fuoco incrociato dei suoi stessi colleghi.
Mentre la drammatica foto dello studente Paolo Tommasini,
ferito e sanguinante alle gambe, che veniva trascinato via da un
altro compagno, compariva su tutti i giornali, la versione
ufficiale, alla quale aderiva anche il quotidiano comunista
«l’Unità», addossava tutte le responsabilità agli studenti. Ugo
Pecchioli, prestigioso dirigente del pci, rilanciava la teoria degli
opposti estremismi, che attaccavano congiuntamente il sistema
democratico e lo Stato, parlava dei “cosiddetti autonomi”,
trattandoli come eversori e chiedeva la chiusura di tutti i covi
terroristici. Si verificava in questo modo una prima rottura tra il
pci e il nascente movimento degli studenti.
In un progressivo esasperarsi dei rapporti tra movimento
degli studenti, forze dell’ordine e pci, altri episodi salienti
accaddero in quei primi mesi del 1977: il 17 febbraio Luciano
Lama, allora segretario della cgil, veniva cacciato dall’università
di Roma, dove si era recato per tenere un comizio, con relativi
scontri fra servizio d’ordine del pci e studenti, e successivo
intervento della polizia per sgombrare l’università; il 4 marzo a
Torino si verificavano incidenti tra il servizio d’ordine del pci e
gli studenti; l’il marzo, nel corso di una carica dei carabinieri,
veniva ucciso lo studente bolognese Francesco Lorusso; la
manifestazione nazionale del movimento, tenutasi a Roma il
sabato successivo, si concludeva con gravi e ripetuti scontri fra
dimostranti e polizia; il 21 aprile a Roma veniva ucciso l’agente
Settimio Passamonti nel corso di incidenti fra studenti e forze
dell’ordine; il 12 maggio a Roma le squadre speciali e la polizia
aggredivano la manifestazione organizzata dai radicali nella
ricorrenza della vittoria sul divorzio e per raccogliere firme per
altri referendum, una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, veniva
uccisa; a Milano nel corso di una manifestazione indetta per
protestare contro l’uccisione della ragazza, una ventina di
persone si staccavano dal corteo e attaccavano sparando la
polizia, uccidendo un agente e ferendone altri.
Nel frattempo il movimento degli studenti aveva subito una
metamorfosi nella sua composizione sociale; una prima
avvisaglia del fatto che esso fosse uno strano movimento degli
studenti3, la si era già avuta a Roma fin dai primi giorni di
febbraio.
L’università, liberata e occupata dal movimento, era diventata
un punto d’incontro di quello che verrà chiamato il “proletariato
giovanile” o i “nuovi soggetti sociali”. Domenica 6 febbraio
dentro l’università si svolgeva una festa che coinvolgeva studenti
medi, gente del quartiere San Lorenzo, giovani e donne. La festa
si costruiva spontaneamente, c’era chi faceva teatro di strada, chi
suonava, chi ballava, chi giocava per i viali.
Fu quello il primo movimento di massa dopo il 20 giugno
1976. L’università divenne un punto di riferimento dei settori più
disparati: studenti lavoratori, iscritti che non frequentavano,
studenti a tempo pieno, lavoratori precari, freaks, indiani
metropolitani, giovani dei Circoli del Proletariato Giovanile,
studenti medi e operai di fabbriche in crisi o in via di
smantellamento.
Qualcosa di nuovo e di inedito stava affiorando alla superficie,
esso aveva le sue radici negli sconvolgimenti di quegli anni (crisi
della militanza politica, nascita dei Circoli del Proletariato
Giovanile, femminismo, crisi economica e sociale) e doveva
confrontarsi suo malgrado con un quadro politico nuovo
rappresentato dai governi di solidarietà nazionale.

Solidarietà nazionale, austerità, sacrifici

La sinistra storica del nostro paese e in particolare il pci aveva


raccolto in quegli anni sul piano dei consensi elettorali i frutti
caduti da alberi che non aveva certamente contribuito a scrollare
con decisione. L’avanzata elettorale era la risultante della
crescita e della radicalizzazione di un movimento di massa che
aveva affermato il suo protagonismo sociale a partire dal biennio
’68-’69.
Tale movimento, frutto di un rafforzamento strutturale del
proletariato, registratosi nel decennio precedente, e della
scolarizzazione di massa, non aveva ancora conosciuto
sostanziali sconfitte; anzi, aveva fronteggiato con facilità
l’offensiva da destra capeggiata dal governo Andreotti dopo le
elezioni politiche del 1972, diventando un punto di riferimento
per altri strati sociali appartenenti alle classi subalterne o alla
piccola e media borghesia o al mondo cattolico, interessati da un
processo di radicalizzazione antagonistica nei confronti del
sistema politico e sociale vigente.
La società italiana era percorsa da movimenti sociali
antagonisti (sindacato dei consigli, comitati spontanei di
quartiere, sindacato degli inquilini, collettivi femministi e
studenteschi, movimento dei disoccupati organizzati, movimenti
per i diritti civili, per la democratizzazione delle forze armate,
della psichiatria, della magistratura, della medicina) tutti
portatori di istanze di cambiamento, coscienti in buona parte che
la loro realizzazione richiedeva una trasformazione profonda
della struttura sociale capitalistica e del potere in senso lato.
Nel 1974, dopo una lunga fase espansiva di sviluppo
dell’economia capitalistica, si verificava una inversione di
tendenza e iniziava una fase recessiva che aveva caratteristiche
strutturali profonde e coinvolgeva le economie dei vari paesi,
compreso il nostro. La combinazione della recessione economica
con l’ascesa dei movimenti di massa apriva nel nostro paese una
crisi di direzione politica della borghesia che si esprimeva nelle
difficoltà che i partiti che erano espressione della classe
dominante incontravano nel governare.
Il partito del movimento operaio che esplicitamente a partire
dal 1973, meglio di chiunque altro aveva teorizzato con
chiarezza la necessità di un compromesso storico tra le forze di
sinistra e il principale partito della borghesia, la dc, era il pci, il
quale vide crescere decisamente i suoi consensi elettorali.
Tra i partiti di sinistra esso appariva il più credibile, sia per la
tradizione di continuità storica che rappresentava sia per la sua
capillarità organizzativa, profondamente radicata negli strati
popolari e capace quindi di catturarne il consenso e il voto.
Al confronto, le giovani organizzazioni della nuova sinistra
non potevano competere né rappresentare una reale alternativa
organizzativa. Grazie alla sua posizione di rendita il pci poteva
così raccogliere voti provenienti da movimenti sociali e politici
che certo non aveva contributo a creare.
Coscienti della carica antagonista e di classe, contro il regime
demo- cristiano, che una parte consistente dei voti alla sinistra
esprimevano, le prime dichiarazioni del pci, dopo il successo
elettorale del 15 giugno 1975 furono tutte improntate alla
massima cautela. Si voleva assicurare gli sconfitti che non
avevano nessuna intenzione di approfittare del cambiamento dei
rapporti di forza per penalizzare la dc e gli altri partiti borghesi
minori.
Il 22 giugno, «l’Unità» riportava la risoluzione della direzione
del partito, la quale ribadiva la necessità di collaborare con tutte
le forze politiche democratiche per moralizzare la vita pubblica,
rinnovare il modo di governare, stroncare la delinquenza
fascista, mantenere l’ordine, favorire una politica economica che
“assicuri la ripresa produttiva”, rilanci gli investimenti, favorisca
la riconversione e sia in grado di

offrire alle stesse forze imprenditoriali quei punti di


riferimento e quelle garanzie che sono loro necessari per
programmare le proprie scelte e per sviluppare le proprie
iniziative.

E così, sulla via della rassicurazione dei propri interlocutori,


la dc, gli imprenditori, gli apparati dello Stato, si giungeva alla
vigilia del 20 giugno 1976, data delle elezioni politiche, quando
Berlinguer in una famosa intervista uscita sul «Corriere della
Sera» del 15 giugno affermava che i comunisti rinunciavano alla
richiesta di uscire dalla Nato, poiché tale struttura militare
garantiva in qualche modo una protezione nel caso si volesse
procedere sulla via italiana al socialismo.
Nel frattempo, nell’anno esatto che separa le elezioni
amministrative da quelle politiche anticipate del 20 giugno 1976,
si costituivano le giunte di sinistra e di ampia intesa. Tali
esperienze assunsero un carattere particolare, spesso artificioso,
ricorda Gerardo Chiaromonte, all’epoca uno dei maggiori fautori
della politica delle ampie intese e dei governi di solidarietà
nazionale.
Dieci anni dopo il suo giudizio rispetto alla politica delle
ampie intese era netto e drastico:

queste “intese”, nella maggior parte dei casi, apparvero


non solo inutili in relazione ai rapporti di forza (che
davano al pci un ruolo del tutto aggiuntivo [...]) ma
soprattutto non portarono a novità apprezzabili nel modo
di governare [...] che continuò a caratterizzarsi per vecchie
pratiche clientelistiche e trasformistiche.
Si volle evitare a tutti i costi lo scontro politico con la dc e con
i gruppi sociali da essa rappresentati, si preferì spesso cercare il
compromesso, non inasprire il confronto evitando di adottare
questa o quella misura e limitandosi sempre più a scelte che
trovavano il consenso di tutti, che non laceravano il tessuto
sociale, ma che, proprio perché tali, rivelavano la loro pochezza,
l’incapacità di colpire i settori forti del tradizionale potere
economico e sociale presente sul territorio.
Si guardò con estrema diffidenza e fastidio ai movimenti
sociali di contestazione e di protesta, vissuti come “complotti”
orditi chissà dove e da chi per disturbare la via amministrativa al
socialismo.
Sovente si partecipò o non ci si oppose a scelte di spartizione
di incarichi e di potere, in accordo con l’opposizione, sulla base
delle quote elettorali.
Il bisogno di essere comunque legittimati a governare,
riconoscimento che si aspettavano oltreché dall’elettorato, anche
dagli intellettuali e dai partiti borghesi, favoriva un lento
processo di omologazione. Gli amministratori comunisti
acquisirono pian piano

comportamenti sempre più simili ai colleghi di altri partiti


[iniziarono] a privilegiare i rapporti infraistituzionali e
interpartitici in una logica di pura cogestione non
conflittuale del potere [...]. La partecipazione alla gestione
e la condivisione di privilegi, accentuarono la fedeltà dei
militanti al partito; una fedeltà in cui s’intrecciavano ormai
interesse e convinzione, in cambio della quale si aspettava
una promozione sociale che faceva tutt’uno con l’auspicata
legittimazione.
Rispetto ai risultati di un anno prima, quelli delle elezioni del
20 giugno 1976 presentavano alcune novità di rilievo. La dc
recuperava rapidamente consensi guadagnando tre punti in
percentuale e attestandosi al 38,7%. Il risultato indicava la
rinnovata e obbligata (in mancanza d’altro) delega della
borghesia al partito cattolico.
Il recupero democristiano non avveniva a scapito
dell’elettorato di sinistra, ma di quello di centro e di destra. Era,
per alcuni aspetti, una vittoria di Pirro, in quanto a farne le spese
erano i suoi tradizionali alleati di governo. Il pci incrementava
ancora i suoi voti attestandosi a uno storico 34,4%, più 2,4%
rispetto al 75 e più 7,3% nei confronti del 1972. L’incremento dei
voti al pci, il calo di quelli dati al psi e la deludente prestazione
del cartello elettorale di Democrazia Proletaria confermavano
che questo partito continuava ad apparire alle grandi masse, alla
ricerca di un’alternativa politica al regime democristiano, come
lo strumento più adeguato per affrontare lo scontro sociale.
Anche la semplice e minimali- stica prospettiva dell’ingresso del
pci nel governo, appariva agli occhi di molti lavoratori e di
militanti di base come una via d’uscita, come il male minore,
come una conquista strappata all’avversario.
Il compito di coinvolgere il pci in tutte le responsabilità
governative senza entrare nel governo venne affidato dalla dc a
un esponente navigato e capace, Giulio Andreotti. La timida
apertura al pci venne fatta gestire, con furbizia machiavellica, da
un uomo della destra, a garanzia che avrebbe concesso
pochissimo in cambio di molto.
Fin dalle prime battute fu lo stesso pci ad abbassare il tiro. La
soluzione migliore per uscire dalla crisi è la via della solidarietà
nazionale, dichiarava Berlinguer su «l’Unità» del 23 luglio 1976,
ma, aggiungeva prontamente, poiché la dc non vuole neanche
sentir parlare di questa soluzione, “noi valuteremo le soluzioni
che ci vengono proposte”.
Tra queste proposte diceva Alessandro Natta intervistato su
«l’Unità» il 25 luglio, non era esclusa la possibilità di un governo
monocolore democristiano con astensione comunista. Cosa che
avverrà puntualmente il giorno 4 agosto al Senato e 1’ 11 alla
Camera.
Intanto, oltre alle alchimie politiche di cui erano il risultato, i
governi di solidarietà nazionale producevano decreti e leggi che
passavano con il consenso del pci. La manovra economica, voluta
nell’ottobre 1976 dal governo, colpiva direttamente la base del
consenso riformistico e moderato espressosi nel voto del 20
giugno.
Si abolirono sette festività infrasettimanali, s’introdusse la
fiscalizzazione degli oneri sociali per le imprese, aumentò
l’imposta del reddito sopra i cinque milioni, la benzina, il gasolio
da riscaldamento, il metano, i fertilizzanti, la tassa di
circolazione, le tariffe postali e ferroviarie; aumentarono le
trattenute a titolo d’imposta sugli utili distribuiti dalle società,
ma si cominciò anche a mettere in discussione la scala mobile
per i lavoratori considerati a reddito medio-alto, colpendo in
questo modo non certo i grandi redditi, ma piuttosto strati di
lavoratori dipendenti (tecnici, impiegati) che in quegli anni erano
a fianco della classe operaia o in posizione di benevola neutralità
rispetto alle sue rivendicazioni.
Modificare la scala mobile per i redditi compresi tra i sei e gli
otto milioni, significava non solo incidere sul salario di alcuni
operai specializzati, ma, stante i livelli di crescita dell’inflazione,
anche su quello di strati di lavoratori che ben presto sarebbero
entrati in quella fascia.
Si cominciò a contenere la dinamica salariale congelando per
due anni in bot gli aumenti della contingenza e, successivamente,
tramite un accordo sindacati-confindustria, gli aumenti dovuti
agli scatti della contingenza non furono più conteggiati nel
calcolo delle liquidazioni.
Mentre il pci pensava di salire di gradino in gradino la scala
del governo, i lavoratori intraprendevano un processo inverso,
che vedeva diminuire, proprio ora che il pci era alle soglie del
potere, il loro potere contrattuale. Nessuno allora poteva già
permettersi di abolire del tutto la scala mobile, come poi è
accaduto, si cominciò solo a dire, anche da parte sindacale, con
Lama in prima fila, che certo non la si voleva mettere in
discussione, ma si era però disposti a fissare un tetto al quale
bloccarla.
Si aumentò ad esempio la periodicità degli scatti (ogni sei
mesi anziché ogni tre), si fissò a priori un numero massimo di
scatti ammessi per il
1977.
Più in generale Berlinguer introdusse, fin dalla relazione ai
lavori del Comitato Centrale del 19 ottobre 1976, l’idea che non
era sufficiente pensare di eliminare i grandi privilegi, cosa che
puntualmente non accadde, occorreva innanzi tutto cancellare la
selva di piccoli privilegi, e faceva l’esempio di chi viaggiava
gratuitamente o con tariffe ridotte in ferrovia, ripristinare
un’etica del lavoro e dello studio contro i fenomeni di lassismo e
di assenteismo.
Moralizzare la vita pubblica, si diceva, sull’onda dell’emozione
suscitata dallo scandalo Lockheed che rivelava intrecci
economici e politici
tra la compagnia aerospaziale americana e partiti di governo del
nostro paese.
L’azione di denuncia e di svelamento degli intrecci clientelari
della dc trovava uno dei suoi limiti proprio in quel partito che
avrebbe dovuto svolgere il ruolo di opposizione e che invece era
attento ad accreditarsi presso i democristiani come partito di
governo.
Tante volte si protestò sulla carta senza andare oltre le parole
di sdegno. Emblematico fu il caso del ministro democristiano
Lattanzio, di cui i comunisti chiesero le dimissioni in relazione
alla fuga di Kappler dall’Italia nel settembre 1977. Ed
effettivamente Lattanzio si dimise dal Ministero della Difesa, ma
per assumere due incarichi, quello di Ministro dei Trasporti e
della Marina mercantile.
Disastroso fu infine il modo di rapportarsi del pci, ormai
“partito di lotta e di governo”, con la protesta che saliva
dall’università e coinvolgeva le nuove generazioni. Si fece di tutta
l’erba un fascio, li si volle rappresentare come dei “movimenti
confusi”, pervasi da “massimalismo ed estremismo”, intolleranza
“sterile e inconcludente ribellismo”, “squadrismo”, mossi da una
“torbida trama eversiva”, nemici del sindacato, della democrazia,
dei partiti; così li definiva Paolo Bufalini intervenendo al cc del
pci riunito il 14 marzo 1977.
Non di meno, Berlinguer parlando a conclusione del festival
de «l’Unità» di Modena il 18 settembre 1977 coniava la
definizione di “poveri untorelli”. Il risultato fu che si ripropose
una frattura tra il pci e le nuove generazioni pochi anni dopo che
si era faticosamente ricomposta quella apertasi nel 1968.
Nei confronti dei primi provvedimenti presi dal governo
Andreotti il pci aveva espresso due tipi di critiche: la più
conosciuta riguardava l’iniquità delle misure adottate, la seconda
esprimeva dei dubbi sulla validità dell’intera manovra nel timore
che non fosse abbastanza rigorosa: c’è il rischio, si legge in una
lettera della segreteria del partito, che i provvedimenti adottati
possano non risultare sufficienti |... | ai fini del
contenimento e della riduzione del tasso di inflazione,
nonché della difesa del tasso di cambio della lira, e
possano provocare [...] la crisi di numerose imprese 6.
In un contesto economico sociale, considerato sull’orlo di una
“decadenza irreversibile [...] verso il sottosviluppo”, come si legge
su «l’Uni- tà» del 18 giugno 1976, la soluzione proposta
consisteva in una politica che favorisse il rilancio economico, lo
sviluppo capitalistico, i profitti e gli investimenti, con la speranza
che la rimessa in moto del meccanismo
dell’accumulazione determinasse un aumento dei posti di lavoro.
La programmazione democratica dell’economia, parola e
intenzione già emersa ai tempi della nascita del centro-sinistra,
aveva il compito, almeno sulla carta, di conciliare il
mantenimento del potere contrattuale e politico acquisito dai
lavoratori, con i profitti degli imprenditori; cosa praticamente
impossibile in quanto una delle due variabili doveva per forza
essere subordinata all’altra.
E quale delle due andasse sacrificata Giorgio Amendola e gli
amen- doliani non avevano dubbi: bisognava finanziare la
riconversione delle imprese, rilanciare i profitti, arrestare le
rivendicazioni salariali per non condizionare negativamente la
ripresa e aumentare la produttività del lavoro, ovvero lo
sfruttamento della manodopera.
In tale quadro si collocava il discorso sui sacrifici che una
classe operaia seria e cosciente, pervasa di spirito nazionale e
non corporativo, che sapeva vedere e considerare gli interessi di
tutti e non solo i propri, doveva sapersi accollare con decisione,
cominciando a dare l’esempio in prima persona. Sì quindi alla
ridiscussione della struttura del salario, sì alla rimessa in
discussione della scala mobile, sì all’aumento della produttività,
alla soppressione delle festività, alla lotta contro l’assenteismo
attraverso il ridimensionamento delle garanzie mutualistiche, sì
alla mobilità del lavoro.
In cambio di tutto questo il pci prometteva che, grazie a esso e
tramite la sua rappresentanza politica, la classe operaia si stava
“facendo Stato”, entrava finalmente nei vertici del potere. Tanti
sacrifici nella speranza che la ripresa degli investimenti
comportasse un aumento dei posti di lavoro e contrastasse il
dilagare della disoccupazione.
Così, in un crescendo di proclami e di inviti moralistici
all’austerità e ai sacrifici - purché fossero equamente distribuiti,
cosa che puntualmente non avvenne - in cambio di un futuro
potere, che per ora stava ancora ben saldo nelle mani dei
borghesi e dei loro partiti, si avvaloravano le misure economiche
e sociali del governo Andreotti, fino alla scesa in campo per
convincere i lavoratori, sempre più diffidenti e ammutoliti, di
Enrico Berlinguer con i due discorsi agli intellettuali prima e poi
agli operai del 15 e del 30 gennaio 1977 nei quali ribadiva la
validità della politica di austerità, quale occasione per
trasformare l’Italia.
Un anno dopo scendeva in campo anche Luciano Lama,
segretario della cgil, affermando, in un’intervista comparsa su
«la Repubblica» del 24 gennaio 1978, che il sindacato chiedeva ai
lavoratori sacrifici sostanziali: contenimento degli aumenti
salariali, subordinazione di questi alla produttività, al mercato
interno e intemazionale, ai profitti di impresa, revisione del
meccanismo della cassa integrazione, diritto a licenziare il
personale esuberante.
Alcuni giorni dopo, nella relazione introduttiva al cc del pci,
Berlinguer affermava che occorreva l’“impegno delle masse
lavoratrici per realizzare l’aumento della produttività [...] attuare
la mobilità [...] contenere le rivendicazioni salariali” («l’Unità»,
28 gennaio 1978). Erano le premesse che si ponevano affinché
tale linea trionfasse all’Assemblea dei quadri e dei delegati
sindacali che si svolse a Roma il 13-14 febbraio 1978 all’EUR. Nel
documento conclusivo approvato dalla stragrande maggioranza
dei 1.500 presenti si indicavano alcuni criteri da seguire in
futuro per la politica salariale: responsabile contenimento delle
rivendicazioni salariali, scaglionamenti degli aumenti nel corso
del triennio, ricerca di soluzioni contrattuali che non incidessero
direttamente sul costo del lavoro.
Burocrati di vario livello, funzionari sindacali, delegati scelti
fra quelli più moderati, con criteri di elezione delle
rappresentanze di fabbrica scriteriati e certamente non
proporzionali, componevano la grande maggioranza dell’assise
sindacale romana.
Lì non incontrarono difficoltà a far passare la loro linea,
avevano contro solo centoquindici delegati, ricorda Luciano
Lama; diversa era la situazione nelle fabbriche, dove
“l’opposizione fu molto più diffusa”, perché molti lavoratori “la
consideravano una linea perdente”.

Crisi economica, ristrutturazione, decentramento produttivo

La recessione generalizzata che investiva il sistema


economico capitalistico negli anni 1973-’74 si faceva sentire
anche in Italia determinando un arresto della crescita, dello
sviluppo e della produzione che si riverberava immediatamente
sui lavoratori col ricorso alla cassa integrazione la quale,
sovente, era la premessa per la chiusura di alcune fabbriche che
non reggevano più la concorrenza di mercato.
Indotta da questa crisi si sviluppava la tendenza a
riorganizzare le attività produttive in forma decentrata. Il
decentramento era un modo per smembrare unità lavorative
prima concentrate, oppure diventava la strategia di sviluppo di
una nuova produzione in un determinato settore con relativa
diminuzione della dimensione media dell’impresa. I settori
principalmente interessati dal decentramento produttivo erano
il tessile, l’abbigliamento e il metalmeccanico.
Per l’impresa esso diventava un modo per adattare il più
possibile la capacità produttiva a un insieme di fattori meno
rigidi, flessibili, pronti a seguire le variazioni della richiesta di
merci indotta da un mercato sempre più imprevedibile,
caratterizzato da repentine espansioni e contrazioni.
La spinta al decentramento delle attività produttive era
sostanzialmente motivata dal bisogno dell’impresa di trovare
una flessibilità produttiva collegata alle fluttuazioni della
domanda di mercato, scaricando i costi e i rischi all’esterno
attraverso l’uso proporzionale della forza lavoro rispetto alle
variazioni della domanda. Inoltre, il decentramento consentiva di
sperimentare innovazioni tecnologiche senza correre troppi
rischi e senza sottostare al controllo sindacale.
Nelle grandi imprese, infatti, in quegli anni era aumentato il
costo del lavoro e si registravano difficoltà a controllare la forza
lavoro, a causa della sua combattività, si era quindi ridotta la
possibilità non solo di aumentare, ma di recuperare, i margini
del saggio del profitto.
Da questo punto di vista il decentramento era una scelta
politica della direzione aziendale, rappresentava il tentativo di
riprendere il controllo sul costo del lavoro, ricreando anche un
sistema di valori che esaltasse la produttività e coinvolgesse gli
operai in un processo di identificazione con l’impresa.
La ricerca di una maggiore flessibilità, la necessità di
approntare un organigramma produttivo reversibile, aveva come
conseguenza la formazione di una domanda di lavoro precaria e
fluttuante che poteva attingere in alcuni settori di
sovrappopolazione relativa che la crisi economica cominciava a
produrre.
In generale, accanto al mercato del lavoro tradizionale,
garantito dalle regole fissate dallo Statuto dei lavoratori e
protetto dai sindacati, se ne formava uno parallelo dove alla
manodopera era richiesto di essere flessibile, di sapersi adattare
cioè alle dimensioni, alla durata e periodicità del lavoro. Questo
tipo di lavoro, definito marginale, era caratterizzato dalla
occasionalità, dalla precarietà, dall’essere stagionale, a part time,
a domicilio, a cui si associavano la scarsità o l’assenza totale di
garanzie previdenziali e assicurative, pesanti ritmi di lavoro e di
orario, assenza di possibilità di carriera.
Eterogenee e con motivazioni diverse erano le persone che si
collocavano su questo mercato marginale del lavoro. Ricerche
dell’epoca rivelano che, innanzi tutto, molte erano donne, le
quali, dovendo mediare tra i lavori da garantire in famiglia e la
necessità di integrare il reddito, sceglievano appunto queste
forme di lavoro meno strutturate e ben definite di quello offerto
dalle grandi fabbriche o dall’impiego statale.
Si tenga anche conto che le prime a pagare il peso della crisi e
della ristrutturazione, in termini di perdita del posto di lavoro,
furono le donne.
Questa sovrappopolazione relativa femminile contribuiva a
ingrossare le fila dei lavoratori marginali.
Un’altra componente era rappresentata da quelli che
svolgevano un secondo lavoro e che, quindi, ben si adattavano,
senza creare conflitti, ad accettare questo tipo di lavoro non
garantito, in nero e precario. Altri infine erano giovani e studenti.
Molti giovani erano costretti dal blocco delle assunzioni nel
pubblico impiego e nell'industria e rivolgersi a questa domanda
di lavoro. Essi, forse più di tutti gli altri soggetti, erano quelli che
manifestavano un rapporto conflittuale, che nasceva
dall’esperienza vissuta, della precarietà del lavoro, del super
sfruttamento, della scarsa retribuzione e della mancanza di
garanzie. La loro condizione era diversa da quella degli studenti i
quali pur praticando forme di lavoro precario e in nero, erano
portati a considerarlo una fase comunque transitoria della loro
vita lavorativa.
Alcuni, infine, vedevano in questa forma di lavoro, un modo
per lavorare meno, in quanto poteva essere gestito e controllato
dalla persona, che non intendeva svendere una parte del proprio
tempo di vita nelle otto ore giornaliere. Per questi soggetti la
prestazione lavorativa diventava un dato occasionale, non più il
fondamento della propria esistenza:

invece di premere e lottare per assicurasi il posto fisso in


fabbrica o in ufficio, vennero privilegiate le
sperimentazioni sulle forme possibili alternative al
procacciamento del reddito. Per questi soggetti la mobilità
del rapporto con il lavoro divenne da forma imposta, scelta
consapevole e privilegiata rispetto al lavoro garantito8.
La crisi economica, la fine del ciclo espansivo del capitalismo
italiano, l’aumento della disoccupazione, la comparsa di un
settore marginale nel mercato del lavoro ponevano alcune
premesse per una differenziazione tra le classi subordinate e
accreditavano sempre più l’idea che esistessero ormai due
società, quella dei garantiti e quella dei non garantiti.
La borghesia in quel dato momento non era in grado di offrire
alle nuove generazioni reali prospettive di inserimento nel
tradizionale tessuto produttivo garantendo loro il
soddisfacimento dei bisogni essenziali. Ma non era neppure in
grado di stabilire un patto duraturo con i lavoratori cosiddetti
garantiti, premessa indispensabile per il formarsi della leniniana
aristocrazia operaia; infatti, proprio nel 1977, emergeva tutta la
fragilità delle garanzie che tutelavano i cosiddetti lavoratori della
prima società. Cominciava proprio in quell’anno sia il processo di
sfoltimento degli operai esuberanti nelle grandi imprese sia
quello che poneva le premesse per lo smantellamento graduale
della scala mobile.

Dopo il 20 giugno 1976: la crisi della “triplice”


Nella prima metà degli anni Settanta nella galassia delle
organizzazioni della nuova sinistra ne emergevano tre con un
impianto nazionale e un certo radicamento sociale tra gli
studenti e gli operai delle grandi fabbriche. Si trattava di Lotta
Continua, Avanguardia Operaia e il Partito di Unità Proletaria per
il comuniSmo.
Altre formazioni conoscevano una vera e propria crisi, come
nel caso di Potere Operaio, oppure non riuscivano a svilupparsi
nazionalmente, pur mantenendo un solido impianti in alcune
città, era il caso ad esempio del milanese Movimento Lavoratori
per il Socialismo.
In questo periodo l’asse portante del lavoro politico delle tre
organizzazioni principali era dato dall’esigenza di formare il
partito rivoluzionario. In concorrenza fra loro, esse sapevano
però anche sviluppare momenti di unità d’azione, di qui il
termine “triplice” che indicava la presenza di convergenze
tattiche e la capacità di indire manifestazioni comuni.
Nonostante le discussioni interne, che a volte sfociavano in
vere e proprie polemiche che causavano un non indifferente turn
over, nella base ma anche nei quadri intermedi e in qualche
quadro di direzione, queste tre formazioni politiche non solo
sopravvivevano, ma per tutto un periodo crescevano e si
estendevano grazie all’ininterrotto succedersi di nuovi
movimenti di lotta che irrompevano sulla scena politica italiana.
Questo modello di accumulazione di militanti e di presenza
politica nel vivo dei movimenti si incrinava quando la situazione
cessava di produrre l’ascesa continua di strati oppressi, sfruttati
ed emarginati sulla scena politica e sociale, quando il movimento
degli studenti, che rappresentava il settore di base e di
arruolamento principale, entrava in crisi e smetteva di produrre
militanza politica, quando, infine, irrompeva un nuovo
movimento che in nessun modo intendeva giocare il ruolo di
rianimatore passivo delle organizzazioni politiche, né intendeva
essere strumentalizzato, cioè il movimento delle donne.
A questi elementi di crisi la “triplice” rispondeva tentando
una precaria e contorta ricomposizione su un terreno
difficilissimo come quello elettorale. Approssimandosi la data
delle elezioni politiche anticipate del 20 giugno 1976, spinti da
una ricerca spasmodica dell’unità elettorale da parte di settori
cospicui di base delle tre organizzazioni, fiorivano le illusioni sul
milione e mezzo di voti a Democrazia Proletaria, sul 51% dei voti
alla sinistra e sul crollo elettorale della dc con relativo
superamento da parte del pci.
Dopo una faticosa e lunga trattativa, finalmente Lotta
Continua, che l’anno precedente aveva criticato la presentazione
alle elezioni del pdup e di Avanguardia Operaia nel cartello di
Democrazia Proletaria, veniva inelusa nelle liste di dp grazie alla
mediazione di Avanguardia Operaia e di un pezzo del pdup (Foa
e Miniati), contro il parere della componente ex Manifesto
(Magri, Rossanda, Castellina).
Fra le principali componenti di dp (al cartello avevano aderito
anche la Quarta Internazionale, il Movimento Lavoratori per il
Socialismo, la Lega dei Comunisti e altre formazioni minori)
l’unità era comunque meno che apparente: mentre il pdup
puntava su un risultato elettorale che permettesse all’estrema
sinistra di condizionare il pci, Lotta Continua si proponeva la
gestione proletaria del 51% dei voti alla sinistra e Avanguardia
Operaia, più che al risultato elettorale', sembrava guardare al ruo
lo di cerniera che poteva giocare tra gli altri due, guadagnando
credibilità al suo progetto di ricomposizione dell’area della
sinistra rivoluzionaria.
Un programma comune era impossibile, il cartello elettorale
apparve sovente in tutta la sua strumentalità: campagne
elettorali separate, battibecchi pubblici fra esponenti dei vari
partiti, divisione minuta degli spazi televisivi fra i leader delle tre
componenti. Erano tutti elementi che contribuirono ad
allontanare dp dal mitico risultato del milione e mezzo di voti.
Grande fu quindi la delusione quando dp ottenne solo 550
mila voti, pari all’1,5%; dei tre quorum dati per certi a Torino,
Milano e Napoli, ne conquistava uno solo a Milano. Dei dieci
deputati ipotizzati ne risultavano eletti solo sei e la certezza di
conquistare un senatore in Lombardia era frustrata. Una
delusione accresciuta da altri due elementi: le sinistre non
ottenevano il 51% dei consensi, la dc recuperava, guadagnando
tre punti in percentuale e attestandosi al 38,7% dei voti. Quello
in cui si era sperato non era accaduto.
Paradossalmente, per i militanti di organizzazioni che si
volevano rivoluzionarie e che avevano spesso e volentieri
criticato la relativa importanza del momento elettorale nel
contesto della lotta fra le classi sociali, era proprio la delusione
riportata alle elezioni che contribuiva a scatenare un processo
interiore di crisi e di rimessa in discussione del proprio operato
e agire politico.
Per un’intera area di compagni il risultato elettorale era lo
spunto per scoprire la realtà concreta, per confrontarsi con una
dinamica sociale e politica diversa da quella che si erano
immaginati. In quegli anni infatti, accanto alle formazioni
politiche della nuova sinistra, era emersa una vera e propria area
sociale e relazionale dentro la quale era possibile vivere in modo
alternativo alla società normale, pagando però il prezzo di una
distorsione nella comprensione della dinamica reale della
situazione italiana.
A Milano, ad esempio, un giovane poteva:

a)lavorare nella vendita di abiti usati per l’organizzazione


traendo una percentuale per il proprio sostentamento; b)
informarsi attraverso il pròprio giornale e la propria radio;
c) amoreggiare con militanti dell’organizzazione; d)
abitare in comuni con i compagni nelle case occupate; e)
divertirsi nelle feste popolari durante le campagne
politiche o di finanziamento; f) avere centri di vita
associativa in locali reperiti durante le occupazioni; g)
soddisfare il bisogno di spettacoli teatrali o di concerti con
Dario Fo e con i complessi musicali di sinistra.
Lo scossone del dopo 20 giugno non sempre favoriva una
riflessione razionale sul perché di quel risultato e su come
attrezzarsi nella nuova situazione che si era creata; prevalevano
spesso spinte emotive, voglia di liquidare completamente
esperienze e storie di militanza faticosamente costruite negli
anni precedenti.
Soprattutto in Lotta Continua il dibattito assumeva ben presto
i toni tipici di un processo di catarsi finale. Nonostante alcuni
interessanti e ragionevoli tentativi di discutere bene e a fondo,
prevaleva al suo interno l’intenzione e la voglia di cogliere la
presunta svolta epocale, di “sparare” contro tutto e tutti,
evitando accuratamente di fare i conti con la propria storia,
esperienza e realtà circostante.
Concepita e costruita come “contenitore” di movimenti,
bisogni, aspirazioni e ideologie diverse tra loro, uniti solo
dall’idea che nel breve periodo profonde trasformazioni
rivoluzionarie si sarebbero innescate nel nostro paese e che, in
tale prospettiva, Lotta Continua fosse lo strumento più idoneo
per navigare in quelle acque turbolente, ora che la prospettiva
pareva sfaldarsi, rimandarsi nel tempo, si manifestava una crisi
di identificazione con l’organizzazione.
Quest’ultima era concepita dai più come uno strumento
difficilmente utilizzabile nel nuovo contesto che si vedevano di
fronte, se mai occorreva ritornare al movimento, purificarsi in
esso. Molti ex militanti di questa organizzazione, che si sciolse di
fatto, senza dirlo esplicitamente, al Congresso di Rimini del
novembre 1976, vissero la comparsa del movimento del ’77
come una liberazione dalle vecchie strutture organizzative e
burocratiche dentro le quali si sentivano imprigionati.
Diverso fu invece il percorso intrapreso dalle altre due
organizzazioni che avevano dato vita a dp. Meno legate
all’immanenza del movimento del ’68 e a quello delle lotte
operaie del ’69, vissute da altri come l’apertura di un processo
rivoluzionario a breve termine, più radicate nella storia del
movimento operaio e quindi più portate a percepire il proprio
percorso dentro una prospettiva storica di non breve durata, pur
recependo la delusione per i dati elettorali del 20 giugno,
approntavano anche elementi di analisi interessanti e
ragionevoli.
Il risultato di dp era mediocre, ma non era da disprezzare in
toto. Esso era la risultante, non tanto di analisi politiche
sbagliate, quanto dell’incapacità dei partiti della nuova sinistra
di tradurle in pratiche politiche coerenti e comprensibili ai
lavoratori. Il dato metteva soprattutto in luce l’inadeguatezza
della forma organizzativa e della cultura politica della nuova
sinistra, la sua incapacità progettuale, occorreva quindi
proseguire sulla via del confronto tra le organizzazioni per
superare vecchie divisioni, consolidando il progetto unitario di
Democrazia Proletaria intesa come il nuovo strumento
organizzativo con il quale la nuova sinistra degli anni Settanta
intendeva servirsi per fare politica nella nuova situazione che si
apriva dopo le elezioni.
In questo senso, furono soprattutto queste due organizzazioni
a produrre uno sforzo per mantenere in vita, anche dopo le
elezioni, i collettivi di Democrazia Proletaria, che univano
compagni di varia provenienza politica e che erano sorti per
condurre la campagna elettorale. Si sperava in questo modo di
immettere dal basso uno stimolo alla rifondazione della nuova
sinistra che incidesse direttamente sui gruppi dirigenti.
Il progetto falliva nel giro di pochi mesi sia a causa della crisi
che investiva Lotta Continua e sia perché il progettato confronto
per l’unificazione tra Avanguardia Operaia e pdup si traduceva in
uno scontro vivace e polemico, con la nascita all’interno delle
due organizzazioni di correnti di maggioranza e di minoranza
portatrici di progetti diversi.
Così, mentre nelle università italiane muoveva i suoi primi
passi il movimento del ’77 le due organizzazioni erano
impegnate in un confronto politico che riempiva pagine e pagine
dei loro giornali e assorbiva le energie dei militanti, molti dei
quali, smarriti e confusi si ritiravano nel privato o aderivano al
movimento portandovi però una certa nota di delusione e di
tristezza.

Lo sviluppo dell’area dell’autonomia

Negli anni tra il 1975 e il 1976 l’area dell’autonomia


conosceva uno sviluppo sorprendente alimentandosi della crisi
dei gruppi della nuova sinistra e dei “nuovi soggetti sociali
emergenti”, termine con il quale si designava quello strato
giovanile fatto di studenti, precari, lavoratori in nero, giovani dei
quartieri periferici delle città. Di fronte alla crisi di prospettiva e
di progettualità politica delle principali organizzazioni della
nuova sinistra, l’area dell’autonomia presentava invece una
vivacità di elaborazione e di analisi teorica che la rendevano più
forte e ideologicamente più attrezzata a interpretare e a
collocarsi nella nuova fase politica che si stava aprendo.
Dal punto di vista della produzione ideologica l’identità
dell’autonomia operaia

ruota attorno all’idea-forza del “rifiuto del lavoro”. Non è


soltanto un’ideologia dell’emancipazione, ma un modo di
lettura della società capitalistica, dei suoi protagonisti, del
modo di distribuzione del potere in essa, della dinamica
del suo sviluppo e della sua fine, che costituisce lo schema
di orientamento e il tessuto connettivo.
Su questa base è definibile la continuità che corre tra la
conflittualità selvaggia del ’68 e i comitati operai di base
(che sono larga parte dell’ascendenza comune di Potere
Operaio e Lotta Continua), le lotte sociali e la resistenza
alla ristrutturazione [...] e le tematiche dei nuovi bisogni e
dell’operaio sociale che esploderanno tra il ’76 e il '77.
La crisi che aveva investito il ciclo capitalistico di produzione
rendeva meno efficace l’arma dello sciopero, strumento
utilissimo quando il padrone aveva bisogno della massima
produttività, ma che perdeva di validità e incisività quando,
restringendosi i mercati, era il proprietario stesso che mirava a
ridurre la produzione. Stante questa nuova situazione occorreva
passare da un’organizzazione modellata negli anni precedenti
sul conflitto in fabbrica, a una nuova di tipo territoriale.
Si riteneva che sul territorio sarebbero nati i nuovi conflitti e
che lì occorresse organizzare i proletari attorno a obiettivi
sociali: autoriduzione delle tariffe, occupazione delle case,
diminuzione del costo dell’affitto. La controparte non era più il
singolo padrone, diventava lo Stato inteso sia come macchina
repressiva sia come volano dell’organizzazione sociale.
Parallelamente era mutata la stessa figura dello studente
universitario. Si ridimensionava la figura dello studente a tempo
pieno, quello che aveva fatto le lotte nel ’68 e che dava priorità
agli obiettivi interni all’università: lotta alla selezione,
antiautoritarismo. Emergeva la figura di uno studente che
frequentava poco, il suo rapporto con l’università si riduceva
spesso al pagamento delle tasse e al momento in cui si
presentava per dare l’esame. Questo studente viveva quindi non
le contraddizioni derivanti dalla vita universitaria, ma quelle
esterne a essa: mancanza di lavoro, difficoltà a reperire un
alloggio, pendolarismo. Anche in questo caso doveva affermarsi
un tipo di organizzazione territoriale che privilegiasse
rivendicazioni sociali: mense, posti alloggio nei collegi
universitari accessibili per tutti, presalario, diminuzione delle
tasse d’iscrizione.
Non senza ragione ci fu chi all’epoca sottolineò che gli
autonomi si presentavano, per molti aspetti, come gli eredi del
’68. Il loro giudizio sul sindacato, considerato come istituzione
completamente integrata nel
lo Stato borghese, in quanto si limitava a contrattare il valore
della forza lavoro, riecheggiava l’eco di discussioni che avevano
caratterizzato le assemblee e i documenti prodotti dal
movimento studentesco.
Stessa continuità la si poteva riscontrare per quanto
riguardava la tematica dello Stato autoritario, dove il dominio
della politica e dei partiti politici, strettamente legati agli
apparati economici e burocratici, stava per liquidare ogni sfera di
libertà individuale e democratica ancora presente nella società
civile. In un contesto come quello che si delineava con l’accordo
di governo tra il pci e la dc, dopo i risultati elettorali del 20
giugno 1976, l’area dell’autonomia cominciò a parlare di
germanizzazione, di controllo totale della società da parte del
sistema dei partiti, di negazione di ogni spazio di opposizione e
di critica.
Il pci venne considerato alla pari della socialdemocrazia
tedesca, un soggetto politico più pericoloso ancora dei
tradizionali partiti borghesi italiani. Le stesse formazioni della
nuova sinistra erano criticate perché volevano riproporre
modelli organizzativi e linee politiche giudicate vecchie e
superate dagli eventi.
Non è facile ricostruire la storia di quest’area politica, fatta di
rotture, ricomposizioni, nascita di collettivi e riviste; si consideri
che tra i| 1976 e il 1977 nascevano 69 nuove testate con una
tiratura complessiva di 300 mila copie, di cui 288 mila vendute,
stampate in nove regioni diverse d’Italia, nelle città, ma anche in
zone periferiche e di provincia12.
La storia dell’autonomia appare infatti priva di un centro, si
presenta piuttosto come un insieme variegato di esperienze di
lotta che spaziavano dalle assemblee autonome che sorgevano
nelle principali fabbriche italiane ai circoli del proletariato
giovanile, il tutto caratterizzato da una rete organizzativa molto
fluida che si intrecciava e si ridisfaceva in continuazione
intersecandosi in percorsi che portavano all’incontro tra i vari
collettivi senza mai produrre sedimentazioni stabili di aggregati
politici nazionali.
Nei primi anni Settanta, una serie di scomposizioni e
ricomposizioni ridisegnavano la mappa politica e culturale dei
gruppi e delle esperienze di lotta che non si riconoscevano in
nessuna delle organizzazioni maggioritarie della “triplice”.
Nel maggio del 1973 un cartello di organismi autonomi di
base, sparsi un po’ in tutta Italia, dall’Alfa Romeo, alla Pirelli, alla
Sit-Siemens, alla Fiat, a Porto Marghera, all’Enel, al Policlinico di
Roma, dava vita a un Coordinamento delle assemblee e dei
comitati autonomi pubblicando un apposito «Bollettino degli
organismi autonomi operai». Contemporaneamente la crisi e la
divisione di Potere Operaio, dopo il congresso di Rosolina nel
1973, la decisione del Gruppo Gramsci di Milano di sciogliersi e
l’uscita di alcuni compagni milanesi da Lotta Continua nel 1975,
ridisegnavano la trama di quella che sarebbe stata negli anni
successivi l’area dell’autonomia.
Gli ex lottacontinuisti di Sesto San Giovanni, assieme a quella
parte di Potere Operaio che non aveva accettato l’ipotesi di
scioglimento e di confluenza nell’area dell’autonomia, davano
vita ai Comitati Comunisti per il potere operaio, meglio
conosciuti dal nome del loro giornale «Senza Tregua», affiancato
dalla rivista teorica «Linea di condotta« di cui uscì un solo
numero.
A Milano attorno a Oreste Scalzone nascevano i Comitati
Comunisti Rivoluzionari, mentre Antonio Negri, assieme a quelli
dell’ex Gruppo Gramsci formavano una nuova aggregazione che
si riconosceva nel progetto politico del giornale «Rosso». Il
collettivo romano di Via dei Vol- sci, dopo essersi avvicinato a
questa aggregazione, si distaccava costruendosi un proprio
originale percorso dentro l’area dell’autonomia.
Nel contempo, gli ex militanti bolognesi di Potere Operaio
(Franco Berardi “Bifo” e Maurizio Torrealta) davano vita a una
nuova aggregazione attorno a Radio Alice e alla rivista
«A/Traverso».
La frantumazione dei percorsi era anche la risultante di
sedimentazioni di culture politiche degli anni precedenti.
Nell'Italia Settentrionale era forte l’influsso delle teorizzazioni
operaiste e di Potere Operaio. L’elaborazione teorica andava
ricostituendosi attorno alla categoria di operaio sociale,
cercando di coniugare la struttura organizzativa con lo
spontaneismo dei movimenti. I bolognesi si distinguevano invece
per la loro vivacità culturale e per l’adesione pressoché totale
alle tematiche movi- mentiste, intersecandosi con l’ala creativa
del movimento del ’77. I romani di Via dei Volsci si orientavano
invece verso una struttura più rigida e militante con una cultura
politica che riprendeva alcuni aspetti del filone leninista-
maoista.
Questa disomogeneità culturale e politica si riflette ancora
oggi in letture opposte dell’evento ’77, che sono
emblematicamente sintetizzate in due libri 13 pubblicati in
occasione del ventennale ed entrambi tesi a sminuire il “peso” e
il ruolo degli autonomi romani, oppure quello degli ex
“potoppisti” del Nord raccolti all’epoca attorno alle riviste
«Rosso» e «Metropoli».

II movimento come liberazione dalla forma partito

Molti compagni, provenienti da precedenti esperienze


politiche fatte nei gruppi della nuova sinistra, vissero la
partecipazione al movimento che si sviluppava nelle università
già sul finire del 1976 come una liberazione da un modo di fare
politica che sentivano sempre più opprimente. La partecipazione
al movimento si tradusse ben presto in una presa di coscienza
circa l’opportunità di rivedere e di riformulare le categorie di
impegno e di militanza politica, soprattutto intese come adesione
a un progetto collettivo costruito in forma partito.
Il movimento fu un punto di riferimento per i compagni che
erano usciti dalle organizzazioni rivoluzionarie manifestando il
loro malumore contro una certa “concezione della militanza e
dell’attività politica”, sosteneva per esempio Diego Benacchi,
giovane studente della facoltà di Giurisprudenza di Bologna, che
si lasciava alle spalle otto anni di militanza in Lotta Continua. Si
trattava di ritornare a quella concezione del movimento come
critica della separazione tra momento politico, economico e
personale messa in luce dal ’68 e smantellata dal processo
successivo di politicizzazione che aveva portato alla “separazione
della politica dalla società civile, e quindi dalla nostra vita, dai
nostri bisogni”, sosteneva Gianni Paonessa, studente di sociologia
a Napoli, con una precedente esperienza politica nel gruppo del
Manifesto; secondo lui lo schema leninista del partito era entrato
ormai definitivamente in crisi, sostituito, perlomeno in
Occidente, dal movimento, inteso come una serie di aggregazioni
spontanee di soggetti che non avevano “più bisogno di una
mediazione esterna” che riuscivano “essi stessi a proporre la
linea”15.
Su questo terreno settori della cosiddetta autonomia operaia
avevano elaborato, già prima dell’esplosione del movimento, idee
e pratiche poli-
tiche che in qualche modo avevano ereditato dalle lotte del ’68 e
del ’69. Quelle lotte, infatti, avevano criticato la separazione,
accettata dai partiti e dai sindacati del movimento operaio, tra
lotte economiche e politiche; esse avevano espresso la necessità
di costruire delle strutture organizzative nuove e trasversali, che
fossero una sintesi e un superamento delle tradizionali forme
partitiche e sindacali. Erano sorti infatti i cub, le assemblee di
fabbrica, i comitati di lotta, che combinavano al loro interno la
battaglia sindacale con quella politica, senza accettare o pensare
a strumenti esterni di mediazione.
Soprattutto l’area che negli anni seguenti faceva riferimento
all’autonomia operaia aveva mantenuto viva questa prospettiva,
ponendosi il problema dell’organizzazione come strumento che
nasceva dai bisogni emergenti, dai movimenti di base: comitati
popolari, comitati politici, comitati di quartiere. Sul giornale
dell’autonomia operaia romana, «Rivolta di classe», dell’ottobre
1976, i comitati che si costruivano sull’onda di specifiche lotte
erano interpretati come gli istituti attraverso i quali “vive la
democrazia diretta e si estende il cosiddetto potere dal basso”; su
«Rosso» dell’aprile 1976 si scriveva che la nuova forma
organizzativa doveva essere orizzontale, “di tipo consiliare e
diffusa”.
La crisi dei partiti della “triplice” e del loro modello
organizzativo era, secondo gli autonomi, l’ennesima conferma
della necessità di cercare forme nuove di strutturazione delle
esigenze e dei bisogni degli strati oppressi. Una nuova domanda
di riformulazione politica e strategica dell’organizzazione stava
maturando in Italia, bisognava avere il coraggio di liquidare “una
volta per tutte quelle direzioni legate a condizioni di potere
gerarchico” e affermare con decisione che:

l’unica organizzazione in grado di attaccare l’esistente è da


ricercarsi nella trasformazione dei rapporti e dei ruoli
interpersonali, nella lettura della rivoluzione permanente
che investe il quotidiano, che penetra il
vissuto16.
Ne discendeva la riproposizione di un progetto politico del
tutto coerente e in continuità con quel filone culturale detto
dell’operaismo. Alle manovre capitalistiche per uscire dalla fase
recessiva che stava coinvolgendo anche l’Italia (inflazione,
compressione dei salari, disoccupazione) l’autonomia opponeva
il salario garantito mediante la riappropriazione del valore d’uso
delle merci che in pratica voleva dire occupazione delle case,
spesa politica, autoriduzione dei prezzi e .delle bollette. In questa
prospettiva i quartieri popolari venivano visti, sul modello del
“prendiamoci la città” di Lotta Continua, come basi rosse in cui i
proletari si or
ganizzavano in strutture di base al fine di coordinare e gestire
l’occupazione delle case, le autoriduzioni, i centri del
proletariato giovanile, le ronde proletarie che dovevano ripulire
il quartiere dagli spacciatori, colpire le sedi del lavoro nero,
difenderlo dalla repressione, fino all’ipotesi di assumere il
compito di tassare le persone più abbienti destinando il ricavato
a spese sociali a vantaggio degli abitanti della zona.
Si volevano creare situazioni di vero e proprio contropotere
dentro la società capitalistica, zone, quartieri, città, liberate dai
rapporti di produzione dominanti e mercantili, destinate a
scontrarsi per tutto un periodo storico con il sistema borghese;
una situazione “in cui il capitale continuerà ad esistere, ed il
comuniSmo degli operai ribelli si organizzerà come liberazione
del tempo libero”.
Riappropriazione quindi dei tempi di vita, liberazione dal
lavoro e non del lavoro, autodeterminazione del soggetto al di
fuori “della sua relazioni col sistema dell’economia e della
politica”, perché, finalmente, diventava possibile ridefinire la
classe, non più come figura socio-pro- duttiva, ma come progetto

di ricomposizione di un sistema di unità desideranti,


piccoli gruppi in moltiplicazione, movimenti di liberazione,
uniti nella liberazione del tempo di lavoro.
La politica intesa come luogo della mediazione non
apparteneva più al movimento, e quindi neanche il concetto di
organizzazione intesa come riproduzione speculare della
macchina statale. La ricerca della liberazione degli individui e del
comuniSmo dovevano percorrere strade diverse da quelle
tentate fino ad allora.
La classe operaia - scrivevano sul giornale dell’autonomia
bolognese «A/Traverso» del marzo 1976 - aveva condotto sul
terreno politico grandi battaglie (comune di Parigi, rivoluzione
d’ottobre, maggio francese) ma il risultato era stato sempre la
ricostruzione del dominio borghese.

I Circoli del Proletariato Giovanile e il corpo come soggetto


politico

I Circoli del Proletariato Giovanile nascevano nel tentativo di


conciliare la “gioia di vivere e la milizia rivoluzionaria”, secondo
la bella espressione di Silverio Corvisieri, all’epoca dirigente di
Avanguardia Operaia e direttore del «Quotidiano dei lavoratori»,
giornale sul quale uscì un suo articolo che segnalava appunto
l’emergere, fra i militanti politici della nuova sinistra, di una
contraddizione sempre più inconciliabile tra

l’esigenza di amare e di godere la vita [...] e l’impulso a


lottare, accettando disciplina e sacrifici per modificare i
rapporti tra gli uomini19.

Sorti spontaneamente sul finire del 1975 a Milano, in breve


tempo diventarono un cinquantina, coinvolgendo nelle loro
attività circa 7 mila giovani. Organizzavano concerti, proiezioni
cinematografiche, laboratori di fotografia e di musica, momenti
di discussione, centri di documentazione, lezioni di yoga,
consultori per la tossicodipendenza. Contemporaneamente
l’esperienza si diffondeva nelle altre principali città dell’Italia
settentrionale coinvolgendo soprattutto giovani e giovanissimi
studenti o lavoratori precari e disoccupati.
Molti provenivano da esperienze di militanza nelle
organizzazioni della nuova sinistra e la loro aggregazione al
circolo era il sintomo più evidente della cosiddetta crisi della
militanza; altri invece erano giovani non organizzati e, sovente,
scarsamente politicizzati, attratti dal bisogno di stare assieme, di
divertirsi, di sfuggire all’anomia della vita di quartiere, tipica
delle grandi città.
Cercavano situazioni comunitarie in cui vivere le proprie
esperienze, costituivano piccoli gruppi di lavoro e di ricerca, si
trovavano per “fare qualcosa assieme” e in modo alternativo. Da
queste forme elementari di organizzazione si passava
all’occupazione delle case e alla creazione dei Circoli.
Molto interessati alla riflessione sul proprio vissuto, alla
comprensione della propria condizione personale,
manifestavano un progressivo disinteresse per le organizzazioni
politiche della nuova sinistra; queste ultime, che negli anni
precedenti avevano arruolato militanti proprio fra le giovani
generazioni, ora riscontravano un calo di interesse.
Chi aveva provato a impegnarsi nella militanza politica nei
gruppi della nuova sinistra non sempre era riuscito a collocarsi
al suo interno. Anche quando era entrato a far parte
dell’organizzazione, non sempre aveva trovato una situazione
esistenziale corrispondente ai suoi interessi e alle sue
aspettative. Viveva cioè la sua partecipazione alla vita politica del
partito come un qualcosa di sempre più estraneo; si sentiva
ospite in casa d’altri, come se vivesse una situazione che non
aveva creato lui, ma altri per lui, ovvero il partito.
Delusi dal vecchio modo di fare politica che riscontravano nei
partiti, dove si riaffermava la figura del politico di professione e
l’organizzazione appariva una macchina burocratica, convinti
che gli aspetti migliori del ’68 - come la critica alle istituzioni e la
ricerca di rapporti personali diversi e di una migliore qualità
della vita - fossero stati abbandonati a vantaggio dei tradizionali
obiettivi politici, comprendevano che non era possibile
conciliare la militanza con l’esigenza di cambiare, magari solo in
parte, ma subito, la vita quotidiana e le relazioni interpersonali,
dando loro un senso diverso, alternativo, senza rimandare il
tutto alla messianica realizzazione del comuniSmo.
Ne discendeva una critica al modo di fare politica e una
riaffermazione del personale, del vissuto come primo aspetto
della “politicità”, come momento imprescindibile da cui partire
per riprendere a “fare politica in modo nuovo”. Era l’espressione
di un disagio e di esigenze già segnalate dal movimento
femminista e che ora trovavano nuovi interlocutori:

erano i compagni maschi a esplodere su contraddizioni che


solo le donne, fino a quel momento, erano riuscite a
rendere dirompenti.
L’appello del movimento delle donne a discutere di se stessi,
ad analizzarsi, a interessarsi dei propri problemi personali quali
la famiglia, il sesso, l’autonomia individuale, il rapporto con il
proprio corpo e con gli altri, la politica intesa non come
contenuti ma come problema personale di impegno, la droga,
non poteva trovare orecchie più ricettive.
Si determinavano nuovi processi di aggregazione e di
socializzazione che avvenivano al di fuori dei luoghi di
produzione, dei partiti, dei sindacati, delle parrocchie, che
coinvolgevano quello che all’epoca con un termine
sociologicamente discutibile si definì “proletariato giovanile”
inteso da alcuni come:

la sintesi del nuovo modo di manifestarsi del proletariato


[che] percorre i luoghi dissacrati dal femminismo:
autocoscienza, sessualità, nuove modalità di agregament
[sic]; ricuce, nella disgregazione sociale, l’ipotesi di una
diversa organizzazione di classe [...], critica e rifiuto della
militanza e del partito intesa come negazione della
divisione idealistica-volontari- stica fra momento di
trasformazione materiale/culturale e attività del soggetto.
La stessa tematica del rifiuto del lavoro, vecchia parola
d’ordine del filone operaista del nostro paese, veniva ripresa in
un’accezione che sempre meno si ammantava di motivazioni
ideologiche, il socialismo, la rivoluzione, caricandosi di un
significato esistenziale, in quanto si sentiva che c’era un corpo
“che non poteva più essere costretto a un tempo imposto
dall’esterno”.
Momenti di aggregazione nazionale di questo proletariato
giovanile furono i vari festival musicali organizzati in varie
località, da Licola nei pressi di Napoli nel settembre del 1975 e
quelli, più famosi, del Parco Lambro di Milano svoltisi tra il 1974
e il 1976.
Il fenomeno rappresentava, in un certo senso, la
riappropriazione di quella dimensione di rivolta esistenziale che
era stata una componente rilevante del ’68 americano. Negli Stati
Uniti una separazione netta fra il movimento dei figli dei fiori e la
rivolta studentesca apparirebbe del tutto arbitraria. In Italia
invece, la rottura tra la componente esistenziale e alternativa che
si manifestava negli anni Sessanta con la moda dei capelloni, il
trionfo della musica beat, la creazione di momenti di vita
comunitaria, si verificava a causa della forte politicizzazione che
assumevano immediatamente le lotte studentesche e della scesa
in campo della classe operaia nel 1969. In quella fase il peso
della cultura politica italiana non lasciava

spazio ad altre forme di rivolta esistenziale che per altri


sentieri [...] sarebbero riemersi negli anni successivi
attraverso la pratica delle donne, nell’area della critica
radicale e in quella dell’autonomia diffusa e del movimento
del ’77.
La cultura politica che si era sviluppata negli anni
immediatamente seguenti al ’68, era in grado di spiegare la
storia passata, gli sviluppi dell’economia e delle società a
capitalismo avanzato, i rapporti di produzione e il loro intreccio
con lo Stato e con i rapporti tra Stati; aveva però trascurato la
riflessione sui rapporti interpersonali, sulla miseria della vita
quotidiana alla quale il capitalismo condannava le persone, i
giovani, le donne, gli emarginati, togliendo loro ogni prospettiva
di riscatto da una condizione sociale che nascondeva ipocrisia e
disperazione.

I giovani come categoria sociale dell’agire collettivo

Negli anni Settanta i giovani compaiono come soggetto


politico autonomo in un paese dove, a differenza di altre società
capitalistiche avanzate, una cultura giovanile aveva sempre
stentato a prodursi. Due furono le condizioni strutturali che
determinarono l’emergere del ceto giovanile come portatore di
culture politiche e di identità culturali e di costume: l’estinzione
delle funzioni produttive della famiglia e la scuola di massa.
Prima, a parte pochi figli delle classi abbienti che frequentavano
le scuole superiori e poi l’università, o si era bambini o si era
adulti, non esisteva quella fascia intermedia e sospesa
consistente nell’essere giovani tra i giovani, fuori dalla famiglia
perché si lavora in fabbrica o perché si frequenta la scuola
almeno fino all’età di 18-20 anni.
Negli anni Cinquanta, anche in Italia la famiglia veniva
espropriata di uno dei suoi ruoli fondamentali, quello di essere
anche un’unità produttiva. Nella famiglia contadina, ad esempio,
donne, uomini, anziani e bambini, giovani e adulti, si definivano
in base al ruolo produttivo che svolgevano; per tutti c’era un
posto e una collocazione nell’unità familiare. L’espandersi del
mercato, la nascita e lo sviluppo delle industrie come luogo
privilegiato della produzione delle risorse, determinavano un
cambiamento nella funzione della famiglia: luogo di lavoro e
famiglia di separavano. La possibilità di trovare facilmente un
lavoro fuori dal nucleo familiare permetteva ai giovani italiani di
costruirsi una nuova identità che nasceva dal confronto con i loro
pari, la famiglia non era più l’unico punto di riferimento. In Italia,
il processo di espansione del mercato del lavoro creava le
premesse strutturali affinché emergesse la questione giovanile,
ma coincidendo tale espansione con l’immigrazione dal Sud al
Nord, il soggetto collettivo giovanile si frantumava negli anni
Cinquanta e Sessanta in una serie di subculture etniche piuttosto
che di età. Solo il movimento collettivo che si sviluppava sul
finire degli anni Sessanta offriva loro elementi per una
aggregazione attorno a caratteristiche culturali e di identità
comuni.
Un altro importante fattore strutturale di omogeneizzazione
della questione giovanile era rappresentato dall’immissione di
una gran massa di studenti nelle strutture scolastiche e quindi
dal prolungamento dell’età scolare. Nella scuola secondaria
italiana in dieci anni, dal 1959 al 1969, gli studenti passavano da
692.350 a 1.570.833, e nell’università da 176.193 a 474.724.
A differenza di altri paesi capitalistici, il passaggio alla
scolarizzazione di massa nell’ambito dell’istruzione superiore e
universitaria si realizzava, da noi, in condizioni particolari che
rendevano difficile il controllo del fenomeno da parte delle
istituzioni e favorivano l’emergere di una cultura e di una
identità collettive con caratteristiche proprie. La rapidità con la
quale si manifestava questo processo, le modalità di sviluppo del
mercato del lavoro in quegli anni, le particolari condizioni
organizzative e di coscienza politica, determinate dalle lotte
studentesche, rendevano il fenomeno potenzialmente pericoloso
per il sistema.
Saltato il meccanismo che avrebbe dovuto legare
funzionalmente la scuola al sistema produttivo, si avviava un
processo di scolarizzazione di massa al quale non corrispondeva
più la capacità del sistema di dare un lavoro alla manodopera
qualificata che si liberava ai vari livelli della formazione
scolastica. La scolarizzazione di massa, unità alla caduta di
domanda di forza lavoro qualificata, alimentava un meccanismo
di scolarizzazione forzata. Questo prolungamento
dell’adolescenza “fino a fame una rilevante fase della vita, anche
per le classi basse”, contribuiva a formare un’identità giovanile 26.
Alle difficoltà di trovare un lavoro al termine di un dato ciclo
di studi si rispondeva con il proseguimento e il prolungamento
dell’età scolare, rimandando il problema della collocazione sul
mercato del lavoro. La flessione della domanda di lavoro che si
verificava in quegli anni incideva sulle fasce giovanili.
Soprattutto fra i giovani crescevano i lavori precari, risultato
anche della ristrutturazione e del conseguente decentramento
produttivo, che non si configuravano più come avviamento a un
mestiere o a un’attività ben definita, stabile e regolamentata
dalla legge.
La difficoltà a trovare un lavoro stabile, tale da garantire al
giovane la sopravvivenza al di fuori della famiglia, generava
nuove contraddizioni in quanto essa sovente era percepita come
elemento ostile, poiché non esistevano più motivi di
identificazione. Così si esprime in merito il protagonista di un
romanzo di Nanni Balestrini:

ne avevamo pieni i coglioni di stare in famiglia [tutto si


riduceva] al momento di mangiare e di dormire [...] non
c’era niente da dirsi attorno alla tavola [...] tutto il resto del
tempo lo passavamo in giro come cani randagi nella sede
dentro i luoghi del movimento coi compagni e lì sì che
c’era interesse partecipazione comunicazione c’era
esperienza sperimentazione ricerca27.
Se nel ’68 e nel ’69 la protesta aveva prodotto nuove
progettualità politiche e organizzative, nella seconda metà degli
anni Settanta la protesta giovanile, pur cercando ancora di
esprimersi politicamente, lo faceva in modo frammentario,
indeciso e contraddittorio. Non esprimeva più nuove certezze
politiche e organizzative, piuttosto introduceva elementi di
critica al modo di fare politica che aprivano una vera e propria
crisi di partecipazione, quasi un rifiuto, un prendere le distanze
dal sistema, un
7) Ivi, p. 57.
8) N. Balestrini, Gli invisibili, Milano, Bompiani, 1987, pp.
124-25. Nel riportare la citazione si è rispettata la totale
assenza di punteggiatura dell’originale.
sentirsi parte separata dal resto della società. In questo contesto,
soprattutto la scuola, diventava una delle principali sedi in cui si
sviluppava la ricerca di nuove forme di aggregazione: soluzioni
pratiche di vita che consentissero di non cadere nella società che
i giovani vedevano come gabbia.

Sul movimento del ’77

A causa dei processi di destrutturazione e ricomposizione del


tessuto sociale, economico, politico e culturale in atto allora nel
nostro paese e nelle organizzazioni alla sinistra del pci, il
movimento del ’77 non poteva che essere composto da elementi
e raggruppamenti tra loro eterogenei, per nulla amalgamati. Al di
là delle intenzioni dei protagonisti e di chi si fece teorico della
frammentarietà dell’agire del movimento, l’incapacità di dare
vita a una forma organizzativa stabile aveva origine nella sua
eterogeneità interna.
Sarebbe stato necessario un lungo e sereno periodo di
dibattito e di confronto per costruire un’identità collettiva
comune, un comune sapere, intendere e volere politico. Questo
non fu possibile, le situazioni in cui si trovò a operare imposero
al movimento i tempi e i ritmi dell’azione e della discussione:

questo movimento si è trovato di fronte ad un’aggressione


da parte del sistema in tutte le sue articolazioni sociali -
compresi pci e sindacati - tale da portarlo a livelli di
isolamento molto forti. Un isolamento politico, giornali che
ci scrivevano contro, partiti che ci attaccavano, televisione
che ci diffamava come bande di teppisti, di provocatori.
Inoltre, il movimento si trovò di fronte a un apparato statale
che aveva fatto tesoro dell’esperienza acquisita dal ’68, più che
mai deciso quindi a contrastarlo con tecniche repressive e,
soprattutto, non dare tempo a esso per crescere ed estendersi.
La grande fioritura del movimento avvenne nei primi cinque
mesi del 1977 e coinvolse una base sociale e di massa più
numerosa di quella scesa in campo nel biennio ’67-’68. La
componevano studenti lavoratori, in minima parte a tempo
pieno; studenti medi, con una prevalenza di istituti tecnici e
professionali; giovani che si tenevano volutamente ai margini del
sistema; lavoratori precari o in nero; gruppi giovanili di quartiere
che si aggregavano ai Circoli del Proletariato Giovanile.
Diversa era anche la composizione geografica del movimento,
nelle Università di Roma e di Bologna si manifestava un conflitto
che aveva origine nella disgregazione e nella inefficienza delle
strutture didattiche, nella crisi esistenziale di molti giovani,
travolti e resi incerti da quello che si chiamava “riflusso”, crisi
della militanza, e dalla mancanza di prospettive certe per il
futuro. A Milano e a Torino, invece, accanto a questi elementi
prevalevano forme di conflitto che nascevano dalle
contraddizioni vissute da strati tra loro abbastanza diversi.
Elevata, soprattutto nelle facoltà umanistiche, era la presenza
degli studenti lavoratori, i quali vivevano l’università come
occasione per migliorare una situazione lavorativa che
giudicavano insoddisfacente. Secondo i dati di un’inchiesta svolta
allora, essi dimostravano interesse per la comprensione e la
riflessione sulla propria condizione lavorativa e personale di
vita, non si identificavano con le organizzazioni politiche di
sinistra, erano però molto sindacalizzati. Accanto a loro vi erano
studenti più giovani, medi, universitari e in minima parte
lavoratori già precedentemente aggregati nei quartieri, nelle
scuole medie superiori, nei circoli giovanili.
Politicamente confluivano nel neonato movimento almeno sei
diverse anime:
1) I militanti delle organizzazioni giovanili del pci e in
minima parte del psi. I primi si trovavano subito in
difficoltà, identificati com’erano nelle assemblee più come
controparte che come componente di minoranza del
movimento. Fin dall’inzio i rapporti furono tesi. Il pci
voleva introdurre il numero programmato nelle iscrizione
all’università, la maggioranza del movimento non voleva
neanche entrare nel merito di una simile proposta e
ribatteva con la seguente osservazione dal tono brecthia-
no: “se programmiamo l’Università in funzione dello
sviluppo economico, chi programma lo sviluppo
economico?”
2) I militanti dei tre maggiori gruppi della nuova sinistra
(Lotta Continua, pdup, Avanguardia Operaia) che
inizialmente intervenivano nel movimento avendo come
punto di riferimento la propria organizzazione e le lotte
studentesche e operaie degli anni precedenti. Si trattava
di studenti che per lunghi anni avevano dedicato parte del
loro tempo all’impegno e all’intervento politico, e che
inizialmente manifestavano un atteggiamento scettico e
diffidente verso il movimento. Superata questa iniziale
diffidenza, man mano che si sentivano in crisi rispetto alle
loro appartenenze politiche, smettevano di fare i
“guardoni” e si calavano nel movimento pur rimanendo
per tutta una prima fase estranei alla direzione politica 30.
3) La cosiddetta ala creativa, rumorosa, allegra, ironica e
festaiola, amante del gesto e della provocazione, che
attingeva tra i giovani non impegnati direttamente nella
politica pur considerandosi genericamente simpatizzanti
della nuova sinistra. Si trattava degli indiani metropolitani
che non costituivano la componente maggioritaria ma
quella più legata alle tematiche delle feste del proletariato
giovanile, alla controcultura, alla ricerca di spazi e di
dimensioni alternative del vivere:
che i nostri tam tam suonino più forti che mai - scrivevano
in un loro manifesto - [...] che il nostro canto giunga a tutte
le tribù degli emarginati, fricchettoni, apprendisti, drogati,
studenti, omosessuali, femministe, poeti pazzi e pazzi
poetici, bambini, animali, piante, per radunarsi in un
grande happening di guerra e festa, per imporre ai visi
pallidi la loro resa senza condizioni.
Quest’area era l’espressione della “rivoluzione desiderante”,
l’“ulti- mo falò” di un’avanguardia:

il futurismo voleva gli “artisti al potere”, il surrealismo ha


poi indicato le vie dell’immaginazione al potere e il
situazionismo traduce questa rivendicazione nella logica
dei movimenti, svolgendo un ruolo significativo nel ’68 e
influenzando, attraverso la mediazione della cultura
underground e il “negazionismo”, il movimento del ’77;
movimento che era erede diretto dei Provos italiani e
olandesi negli anni Sessanta32.
4) Gli autonomi. Si trattava di militanti appartenenti a vari
collettivi locali che avevano condotto esperienze di lotta
sul territorio: autoriduzioni, occupazione di case,
interventi nelle fabbriche. Immettevano nel movimento le
tematiche sviluppate dal filone operaista italiano e
aggiornate nei primi anni Settanta, e cercavano di
organizzarlo per condurre una battaglia contro lo Stato, i
sindacati e il pci.
5) Studenti politicizzati che erano vissuti ai margini delle
organizzazioni politiche della nuova sinistra e che nel
movimento svolgevano per la prima volta un ruolo attivo
e di partecipazione. Si trattava di un insieme di studenti
che erano troppo giovani quando era esploso il ’68 o che,
essendo vissuti in periferia o in provincia, solo con
l’iscrizione all’università avevano potuto trovare una
situazione favorevole alla partecipazione politica.
Numericamente era la componente maggioritaria del
movimento, priva di identità politiche e culturali comuni,
senza alcun legame di solidarietà, oscillava dividendosi
nel corso dei dibattiti assemblea- ri, convergendo,
secondo i casi, sulle proposte delle altre componenti.
6) Le femministe, che pur stando all’interno del movimento
decidevano di parteciparvi organizzandosi in modo
autonomo e separato al fine di proporre e diffondere
meglio le proprie acquisizioni e la propria esperienza.

In un contesto del genere l’università diventava una specie di


teatro dove ognuno cercava di raccontare la propria storia, il
proprio vissuto. Era lo spazio fisico in cui

da una parte si produce [vano] rappresentazioni che


[avevano] la loro origine altrove e, dall’altra, il luogo di
aggregazione a cui [facevano] riferimento coloro che
[avevano] perso il loro centro politico di aggregazione, i
transfughi più vari delle organizzazioni politiche della
nuova sinistra.
La struttura del movimento era assembleare, fortemente
critica verso la delega e la cristallizzazione di forme
organizzative stabili. Solitamente all’assemblea si affiancava il
lavoro di un comitato di lotta o di agitazione, con base più
ristretta, al quale partecipavano le persone più interessate e
motivate, costituendo nei fatti una specie di direzione locale del
movimento. Questo organismo del tutto informale discuteva,
progettava e proponeva all’assemblea iniziative, analisi politiche
e prese di posizione.
Il movimento visse troppo poco perché potessero emergere
figure carismatiche di leader, come invece era avvenuto nel ’68;
tuttavia era indubbio che anche in questo caso, nell’informalità
organizzativa, finiva con il prevalere chi godeva di un certo
credito, chi sapeva articolare meglio l’intervento, chi aveva
tempo e passione da dedicare giornalmente all’attività del
movimento.
I contrasti di natura politica e di prospettiva dentro il
movimento erano vivacissimi, sfociavano in pesanti polemiche
verbali, che a volte degeneravano in veri e propri atti di violenza
contro la presidenza o contro chi interveniva in assemblea. Il
movimento più volte dimostrò di non essere in grado di
garantire la democrazia interna, il rispetto della pluralità delle
posizioni e l’unità d’azione nelle manifestazioni pubbliche.

Le divergenze d’analisi e d’intenti risultarono spesso


inconciliabili, provocando tensioni interne che finirono con il
demoralizzare la parte meno politicizzata degli aderenti. Due
scadenze nazionali misero in luce le differenze interne e
l’incapacità di convivere pacificamente con esse.
Il 26 e il 27 febbraio 1977 si teneva a Roma la riunione del
Coordinamento nazionale degli studenti universitari. I convenuti
erano numerosi, l’aula di duemila posti era stipatissima e altri,
fuori, premevano per entrare. L’assemblea assumeva a tratti
l’aspetto di una bolgia infernale, centinaia di persone si erano
iscritte a parlare, gli interventi si susseguivano tra urla,
schiamazzi, cori da stadio, mentre chi era al microfono si sgolava
per sormontare i fischi, gli slogan, gli applausi. Non chiara era la
distinzione tra chi era delegato, e rappresentava quindi
ufficialmente le varie realtà locali del movimento, e chi vi
partecipava a titolo personale ma con eguale diritto di voto.
In questo contesto che a tratti rasentava la vera e propria
rissa, le femministe e gli indiani metropolitani abbandonavano
l’assemblea rifiutando “l’allucinante clima di violenza e
prevaricazione creatosi”, che non consentiva di “esprimere i
contenuti del movimento stesso”.
Alla fine veniva approvata una mozione messa insieme da
quelli che erano rimasti nell’assemblea ufficiale, circa
cinquecento, che non tutte le delegazioni riconoscevano come
rappresentativa del movimento. Nella mozione si affermava 36 il
carattere “proletario del movimento”, si rivendicava
“l’antifascismo militante”, si denunciava il comizio di Lama
all’università di Roma come un tentativo di dividere il
movimento agendo combinatamente con le forze di “polizia e le
leggi speciali di Cossiga”, allora ministro degli Interni; si
sosteneva che occorreva rilanciare la mobilitazione per la lotta
sul salario, per la riduzione dell’orario di lavoro, contro le
ristrutturazioni e la disoccupazione e contro la politica dei
sacrifici; si invitava infine gli operai e gli studenti a organizzarsi e
a discutere nelle assemblee di fabbrica, di quartiere e di scuola,
in quanto non era più il tempo delle “mediazioni tra
rappresentanze”, solo le assemblee erano le istanze centrali di
organizzazione del movimento.
In un clima più cupo, a causa della repressione in corso, si
svolgeva a Bologna il 29 e 30 aprile e il 1° maggio il secondo
Coordinamento nazionale. Alla fine di un lungo e tortuoso
dibattito vennero messe in votazione due mozioni contrapposte.
La prima, quella di maggioranza (60% dei voti), affermava fin
dalle prime battute che occorreva evitare due alternative,
entrambe fallimentari, prospettate dentro il movimento: quella
di chi proponeva una radica- lizzazione verticale dello scontro
con l’apparato militare dello Stato e quella di chi voleva
ritagliarsi uno spazio politico dentro le istituzioni del
movimento operaio. Il movimento, mettendo in crisi i progetti di
normalizzazione politica e sociale, trasformando le pratiche di
vita, poteva produrre “comportamenti individuali e collettivi
eversivi [era] una componente dell’opposizione di classe” al
compromesso storico.
Difendersi dalla repressione, mediante “l’autodifesa di massa”
non era un fatto marginale, né una cosa da demandare agli
specialisti dei vari servizi d’ordine più o meno in disuso.
Consapevole che altri momenti di scontro con l’apparato militare
statale ci sarebbero stati, nel documento si affermava che il
problema

non è di sparare meglio o di più sulla polizia, ma che non si


può neanche far finta che il problema non esista, dietro
appelli generici e opportunistici. [...] Dobbiamo potere
essere noi a decidere i tempi dell’attacco in territorio
nemico [...]. Il movimento non fa scomuniche e non accetta
la criminalizzazione di nessuna sua componente |... ) ma
nessuno deve permettersi di andare contro le decisioni e la
volontà collettiva delle assemblee.
La rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro era la
parola d’ordine che poteva unificare la lotta degli occupati con
quella dei disoccupati e degli emarginati. In questa prospettiva
andava posto il rapporto con la classe operaia, un rapporto tra
un movimento autonomo e indipendente, fortemente radicato
nelle università, “con chi si opponeva all’interno del sindacato
con la linea del vertice”.
La seconda mozione, quella di,minoranza col 40% dei voti,
segnalava le potenzialità del movimento ma anche la sua
debolezza programmatica e organizzativa.

Oggi la dc porta a fondo l’attacco reazionario contro il


movimento e le stesse sinistre astensioniste, proprio
mentre il pci è disposto a sacrificare addirittura alcune
delle fondamentali libertà democratiche pur di eliminare i
movimenti di opposizione [...]. D’altra parte il movimento
mentre rivendica il diritto a manifestare [...] e ribadisce la
legittimità dell’autodifesa di massa, afferma che non
accetta in nessun modo la logica delle azioni armate
minoritarie, che, oltre a prevaricare la democrazia e
l’autonomia del movimento, lo indeboliscono, facilitando le
manovre della dc, avvallate dal pci, tese a stroncarlo nella
repressione più violenta.

Lotta per la democrazia contro la repressione, lotta contro la


riforma Malfatti, lotta per l’occupazione, dovevano costituire gli
assi portanti attorno ai quali esso si rafforzava fino a stabilire
solidi e duraturi rapporti con i lavoratori, in particolare quelli
che si opponevano alle scelte delle loro direzioni sindacali.
Questo era, a grandi linee, lo stato di discussione e di
confronto all’interno del movimento. Dopo l’estate la situazione
cominciava a precipitare: il convegno settembrino e bolognese
sulla repressione rappresentava l’ultimo canto del cigno di una
tumultuosa primavera. Il rapimento di Aldo Moro, a opera delle
Brigate Rosse, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978 segnava la fine
di un periodo e ne apriva un altro:

il movimento era come un enorme fantasma assente


ripiegato su se stesso, rintanato nei suoi ghetti la scena
adesso era occupata dallo stillicidio di azioni armate
clandestine che si facevano concorrenza la vita del
movimento era finita ma per i compagni non era finita non
è che potevano mettersi da parte e dire aspettiamo, stiamo
a vedere perché per la repressione tutti erano coinvolti
non si facevano troppe distinzioni38.
Già alla conclusione del primo ciclo di lotte, nel maggio del
1977, il movimento era riuscito a concretizzare ben poco, se non
il ritiro della circolare sugli esami. Per il resto aveva prevalso una
specie di cultura del rifiuto (della riforma, della disoccupazione
giovanile, del governo, ecc.) che non era riuscita a sostanziarsi in
obiettivi politici e rivendicativi capaci di indicare una prospettiva
di crescita delle lotte e del movimento stesso.
Inoltre, come spesso era avvenuto in altre situazioni,
l’estrema politicizzazione di alcune avanguardie del movimento,
accelerata dalla crisi economica e sociale e dalla congiuntura
politica di quel periodo, poneva in modo evidente e drammatico i
presupposti di una divaricazione tra l’azione delle avanguardie e
la massa studentesca, ricadendo in questo modo in quel circolo
vizioso che proprio la forma del movimento intendeva superare
per sempre.
Un confronto tra due movimenti

La comparsa di movimenti politici e sociali di massa non è


una novità attribuibile al ’68 e agli anni successivi. La storia del
movimento operaio ottocentesco e novecentesco è stata sovente
caratterizzata dalla presenza di movimenti di massa, si pensi alla
Comune di Parigi, ai Soviet russi, ai Consigli Operai in Italia, alle
prima lotte di massa per gli aumenti salariali, la riduzione
dell’orario di lavoro e il miglioramento delle condizioni di vita,
alle lotte femministe di inizio secolo all’occupazione delle terre e
delle fabbriche in Italia.
Fatta questa considerazione, è anche opportuno però
segnalare la specificità rappresentata dai movimenti che si
affacciano sulla scena della storia nella seconda metà del
Novecento. Buona parte dei movimenti precedenti nascevano da
eventi eccezionali, guerre, crisi economiche, rivolgimenti
strutturali profondi, erano più che altro una risposta a una crisi,
mentre quelli più recenti sono stati piuttosto “l’espressione di un
conflitto”:

La crisi si riferisce a processi di disgregazione di un


sistema [...]. Un conflitto manifesta invece un’opposizione
che riguarda il controllo e la destinazione di certe risorse
[...] cioè domande collettive che investono la legittimità del
potere e l’uso delle risorse sociali.
Precedentemente erano le organizzazioni partitiche e
sindacali che inserivano l’azione e la lotta dei movimenti in una
prospettiva politica globale, mentre nel nuovo contesto i
movimenti, pur nascendo da uno specifico problema, superavano
ben presto tale specificità avviando un processo di
politicizzazione generale che investiva tutti gli aspetti del
sistema. Erano antistituzionali, davano priorità assoluta al loro
sviluppo, si proponevano obiettivi globali di trasformazione
entrando in contrapposizione diretta con lo Stato e le istituzioni.
Negli anni Ottanta, la prospettiva cambiava, i movimenti
collettivi che si sviluppavano a partire da quello ecologista e
pacifista, basavano la loro azione sul raggiungimento di obiettivi
specifici, senza più porsi il problema di una trasformazione
complessiva della struttura sociale. Mentre il ’68 e il ’77 erano
ancora movimenti rivoluzionari, nel senso che la loro azione
investiva la trasformazione rivoluzionaria della società, quelli
che seguivano erano riformisti, perseguivano obiettivi specifici
da raggiungere senza mettere in discussione l’assetto sociale
complessivo. Il movimento degli studenti dell’85 era stato un
esempio calzante di speci

ficità dell’agire collettivo e di riformismo. Uno studente


liceale, in occasione della riuscita manifestazione del 9
novembre che aveva portato in piazza duecentomila studenti,
dichiarava di essere convintissimo di una cosa:

oggi riusciamo ad essere molti in piazza perché poniamo


solo problemi concreti che possono essere risolti. Questo
movimento [ . . . ] avanzerà sempre a piccoli passi, un
obiettivo alla volta e non mille insieme, come facevano i
sessantottini.
In questa continuità temporale, il movimento del ’77 va
considerato come elemento di transizione e di passaggio tra la
fase che si era aperta con le lotte del biennio ’68-’69 e quella
successiva, quale si delinea grigiamente sul finire degli anni
Settanta e l’inizio degli Ottanta. Per questo motivo è più che mai
opportuno comparare i due movimenti al fine di soffermarsi su
quello che differenzia il ’77 dal ’68.

1) Il '68 è stato un fenomeno intemazionale, il ’77 nazionale.


Il ’68 si era nutrito vicendevolmente delle suggestioni e
delle lotte che quasi contemporaneamente si svolgevano
in varie parti del mondo, dagli Stati Uniti aH’America
Latina, dalla strage di Tlatelolco di Città del Messico al
Vietnam, dalla rivoluzione culturale cinese a alla morte
del Che in Bolivia, dall’Italia al maggio francese, dalla
rivolta studentesca in Germania Occidentale alla
primavera di Praga.
Il ’77 era invece un evento isolato nel contesto intemazionale,
una specificità tipica del nostro paese, incapace e impossibilitato
a nutrirsi di suggestioni provenienti dall’esterno. Il mito cinese
stava crollando, Mao Tse Tung era morto nell’ottobre del 1976, il
Vietnam e la Cambogia avevano vinto la guerra contro
l’imperialismo americano, ma i khmer rossi e Poi Pot, al potere
in Cambogia, non erano certo un esempio, un modello da
seguire. Altri movimenti, simili a quello che si stava sviluppando
in Italia, non c’erano in nessun altro paese europeo.
Il ’68, fuori d’Italia, era davvero finito da tempo. Da noi
invece, innervandosi sulla ripresa delle lotte operaie del 1969,
suscitando movimenti di protesta e di contestazione nelle
istituzioni e contribuendo alla nascita di un’area di militanti e
simpatizzanti attorno alle organizzazioni della nuova sinistra,
l’esplosione delle lotte studentesche aveva innescato una specie
di maggio strisciante, continuo e prolungato nel tempo. Il
movimento del ’77 era il derivato, la conseguenza dell’onda
lunga del ’68 italiano.

2) Nel '68 l’università ha rappresentato il contesto dentro il


quale si è sviluppato il movimento. Nel '77 l’università è
stato il pretesto da cui ha preso vita il movimento. Nel ’68 il
movimento si era sviluppato dentro e contro le strutture
autoritarie e burocratiche delle università italiane e, solo
successivamente, si era posto il problema di uscire fuori
da esse investendo con la critica l’intero sistema sociale e
cercando alleati in altri settori sociali sfruttati e oppressi
per condurre assieme la lotta contro la società
capitalistica.
Nel ’77 le università diventavano il punto di aggregazione di
soggetti il cui disagio non nasceva dalla tradizionale condizione
studentesca, così come poteva essere vissuta da chi di
professione faceva lo studente. Era il risultato di problemi e
situazioni difficili che esistevano fuori dalla scuola e investivano
il mondo giovanile.

3) Nel ’68 e negli anni successivi la dimensione politica finì


con il prevalere su quella personale. Il ’77 ripropose questa
contraddizione dando molto spazio alla tematica del
personale. Il ’77 aveva un carattere diverso dal ’68 poiché
investiva tutti i problemi della vita quotidiana e non solo
quelli legati alla sfera della politica.
Il movimento risultò essere una specie di contenitore dentro
il quale albergavano le diverse facce della controcultura
giovanile formatasi negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta.
L’anima politica, a tratti anche aggressiva, violenta e guerrigliera,
si mescolava, tra mille difficoltà e incomprensioni, con l’ala
creativa di derivazione hippy e “renudista” e con quella politico-
intimistica dei gruppi di autocoscienza femminista.
Il riemergere e l’affermarsi delle tematiche del personale-
politico, la riscoperta della musica, dei concerti di massa, dello
stare assieme facendo qualcosa di divertente, di creativo (l’esatto
contrario della militanza politica), il diffondersi
dell’orientalismo, della cultura e del sogno del viaggio vero
(verso l’india o altri luoghi esotici e mistici) o mentale,
attraverso il consumo delle droghe, provocavano

un lento ribaltamento delle forze in campo che porterà, ad


esempio, nel movimento del ’77, al prevalere della
dimensione impolitica su quella politica42.

4) Il 68 aveva prodotto un ’aspettativa rivoluzionaria che


guardava al socialismo e al comunismo come soluzione dei
problemi della società capitalistica. Il ’77propone una
rivoluzione senza aggettivi. Il ’68 era stato un movimento
portatore di speranze, fiducioso che fosse possibile
trasformare profondamente le strutture sociali, liberare
la società e la vita dal dominio del capitale e delle merci.
Aveva percepito se stesso come elemento nuovo e rinnovato,
era fiducioso di aver trovato una forma nuova di organizzazione
e di lotta che avrebbe evitato di cadere nelle pastoie
burocratiche e nella deriva politi- cista e riformista delle vecchie
organizzazioni del movimento operaio. Il socialismo e il
comunismo, riletti e riproposti, nella loro originaria purezza
rappresentavano ancora, per la maggioranza dei partecipanti
alle lotte del ’68 e degli anni seguenti, una prospettiva, un
obiettivo da raggiungere.
Con il movimento del ’77 la fiducia nel divenire progressivo
della storia e della società comincia a incrinarsi. Pesa il fatto di
vivere in una società che risente della crisi e della recessione
economica che segnano la fine degli anni del boom, della crescita
economica e delle sicurezze sociali a esse collegate. La scienza e
la tecnica cominciano a evidenziare le loro contraddizioni, lungi
dal liberare l’uomo dalla fatica del lavoro, nella società
capitalistica, lo rendono disoccupato, sottoccupato, marginale
rispetto al processo produttivo. Da elementi che hanno in
qualche modo migliorato le condizioni di vita dell’uomo,
diventano ora fattori ostili e pericolosi per la vita stessa
generando inquinamento, distruzione de\Vhabitat naturale,
disastri ecologici. Nessuno era più in grado di scommettere che
l’avvenire sarebbe stato meglio del presente e del passato.

Il ’77 rappresenta una critica di ogni investimento


psicologico sul futuro, è la rivendicazione di
un’immanenza senza residui, di un vivere nel presente che
non lascia spazio alle ideologie né alle attese. Nella cultura
del ’77 l’insurrezione è un atto tutto presente, un atto che
vuole la sua immediatezza e non per il futuro che deve
instaurare. Su questo rifiuto dell’investimento nel futuro si
fonda anche la critica che la cultura del ’77 rivolse alla
militanza politica tradizionale. Bisogna vivere subito la
felicità e non proporsela per il futuro43.
5) Nel ’68 la critica della politica aveva aperto la ricerca di un
nuovo modo di fare politica. Nel ’77 la critica alla politica
si traduce nella fine della politica. Il ’68 aveva prodotto un
fenomeno di politicizzazione di massa di ceti e gruppi
sociali precedentemente esclusi o diffidenti verso
l’impegno e la militanza politica. Aveva in qualche modo
rifondato
l’agire politico indicando nella partecipazione di base e nel
movimento gli elementi nuovi per evitare di essere espropriati
nelle decisioni dai partiti, dai sindacati e dalle istituzioni
rappresentative.
Il ’77 fu molto più radicale nella critica della politica. Criticò e
si contrappose sistematicamente a ogni tentativo di riformulare
pratiche e teorie relative all’organizzazione partitica. La
partecipazione al movimento venne vissuta sovente non come
impegno politico tout court, ma come luogo in cui manifestare
emozioni, sentimenti, bisogni, un modo di organizzarsi che non
era “più politico, ma diretto e autonomo”, che

parte dai tuoi bisogni; dove non ti viene chiesto di


rappresentarli | . . . ] ma solamente di esprimerli con
quanta più forza, creatività, violenza riesci a trovare.

6) La cultura del ’68 si era proposta di rinnovare il paradigma


marxista, quella del ’77 deborda dai confini di questo
sistema teorico, si colloca fuori e oltre:

elaborando contenuti e modalità di espressione che nulla


hanno a che fare non solo con la tradizione maggioritaria
del movimento comunista [...] ma anche con la tradizione
delle sue componenti “eretiche”.
Soprattutto in Italia il movimento del ’68 e la cultura politica
della nuova sinistra si venne a collocare nella gran parte
nell’ambito di una ripresa delle tematiche marxiste. Si trattava di
rinnovare e di rivisitare criticamente il modello marxista, di
spogliarlo delle sue incrostazioni socialdemocratiche riformiste
e/o staliniste, di ritornare a Marx, quello “giovane” o del Capitale
che fosse. Si andarono via via riproponendo le letture e i percorsi
dei marxismi considerati eretici, gli stessi guevarismo, castrismo
e maoismo furono recepiti e utilizzati come leve da usare contro
la statalizzazione del movimento operaio condotta dal sistema
sovietico e dal togliattismo. Si recuperarono i filoni di critica
della burocrazia e della forma partito burocratica e centralistica,
la riscoperta del leninismo si accompagnava a una messa in
discussione del modello terzinter- nazionalista e stalinista di
partito.
Con il movimento del ’77 le prospettive cambiano
decisamente. Una buona parte di esso cercava ormai risposte
culturali e politiche in luoghi che si ponevano fuori dall’area
marxista, nella psicoanalisi, nello strutturalismo esistenzialista,
nelle moderne teorie della comunicazione, nel soggettivismo
sociologico e antropologico, nelle filosofie irrazionalistiche e
misticheggianti, antisistematiche, spontaneiste, vitalistiche e
creative. Il movimento femminista, ad esempio, già negli anni
precedenti al ’77 in gran parte si collocava in questo nuovo
ambito di ricerca culturale. Anche rispetto al problema
dell’organizzazione il ’77 segnava la rottura non solo con un
presunto modello terzintemazionalista, ma con ogni forma di
struttura organizzativa qualunque essa fosse.
Il movimento del ’77 rompeva con il neomarxismo italiano
che aveva caratterizzato la vita di tante formazioni politiche
della nuova sinistra, costringendo quelle che in qualche modo
sopravvissero a introdurre elementi di profonda innovazione
nella loro matrice originaria (si pensi a Democrazia Proletaria
negli anni Ottanta), oppure a ricollocarsi decisamente
nell’alveolo della tradizionale area della sinistra italiana, come
fece il pdup, fino allo scioglimento dell’organizzazione e
all’adesione al pci nel 1984. La meglio attrezzata per affrontare
l’insorgenza di questo nuovo movimento, cercando di
comprenderlo dentro uno schema che ancora si riferiva a un
paradigma marxista (certo molto rinnovato), era l’area
dell’autonomia, anche se non mancarono dentro di essa rotture
clamorose e innovative separazioni dal “vecchio”, come quella
rappresentata dall’area dei trasversalisti bolognesi.

7) Il ricorso alla violenza fu nel ’68 una risposta alla


repressione statale. “Non siam scappati più”, recitava un
verso della canzone dedicata agli scontri di Valle Giulia a
Roma nel marzo del ’68. Nel ’77 vi fu, invece, da parte di
settori del movimento la ricerca deliberata dello scontro
violento. Volendo semplificare si potrebbe quasi dire che il
movimento del ’68 era originariamente “buono” non tanto
nei suoi intenti e propositi, quanto negli strumenti che
utilizzava per perseguirli: occupazioni, proteste pacifiche,
non violenza, resistenza passiva agli sgomberi. Fu il
contesto in cui si trovò a operare (repressioni poliziesche,
campagne diffamatorie dei giornali, strage di Milano del
12 dicembre 1969) che lo resero “cattivo”, costringendolo
a cercare una risposta che fosse adeguata a quella messa
in atto dagli apparati repressivi legali e non, come nel
caso della minaccia delle aggressioni fasciste.
Si trattava più che altro di trovare strumenti e forme che
garantissero in qualche modo la difesa e il mantenimento di
quanto era stato acquisito, conquistato, costruito in termini di
strutture organizzative (sedi, giornali, incolumità dei compagni)
che si accompagnavano alla consapevolezza che, superato
l’entusiasmo per lo scoppio spontaneo della rivolta studentesca
e operaia, il percorso di lotta contro lo Stato e il capitalismo
avrebbe inevitabilmente previsto anche momenti di scontro
cruenti.
Il clima in cui nacque e si sviluppo il movimento del ’77 era
del tutto diverso, era già incattivito all’origine. Ogni parvenza di
presunta imparzialità delle istituzioni statali nella lotta di classe
era stata spazzata via dagli intrighi e dalla scoperta dei servizi
segreti deviati. La repressione occulta, subdola e disgregante,
condotta dai servizi segreti, si accompagnava all’introduzione di
nuove e più severe leggi di polizia, volte principalmente a colpire
le manifestazioni di piazza e le proteste. L’approvazione della
famosa “legge Reale”, sull’ordine pubblico, con l’astensione del
pci ne era un chiaro esempio. La crisi economica, l’aumento dei
disoccupati, la perdita di prospettive di inserimento nel sistema,
non fecero che aumentare la ionizzazione del conflitto.
L’immediata incomprensione e ripulsa che il movimento del
’77 provocò nel pci, appena entrato nella maggioranza di
solidarietà nazionale, la condanna senza mezzi termini e con
parole pesanti di tutto il movimento da parte di quello che fino a
pochi mesi prima era stato il maggiore partito di opposizione,
determinarono una situazione di incomprensione e di profonda
incomunicabilità tra i giovani settantasettini, i partiti e le
istituzioni. Sentendosi emarginati lanciarono la sfida a chi li
voleva emarginare. Molti di questi soggetti svilupparono un
atteggiamento molto aggressivo nelle loro espressioni politiche.
Lo stesso movimento dovette a volte subire al suo interno il peso
di questa aggressività verbale e, purtroppo, non solo verbale, che
impediva ad esempio la libera e corretta articolazione del
dibattito interno, interrompendo gli interventi, minacciando chi
parlava, assalendo la presidenza.
Il ricorso sistematico alla violenza fu teorizzato da
componenti significative del movimento. Lo scontro con la
polizia divenne da parte di alcune componenti un modo di stare
in piazza e di manifestare. Non si trattava più di difendersi dalle
cariche e dalle aggressioni, ma di attaccare le forze dell’ordine.
Una simile esperienza finì per avvitarsi su se stessa in un
turbinio di azioni che riducevano sovente il dibattito alla
valutazione se era stato più o meno opportuno lanciare bottiglie
molotov, assalire questo o quel covo fascista, se aveva cominciato
prima la polizia o i gruppi di autonomi sfuggiti al controllo del
servizio d’ordine del movimento.
Finivano sovente con il prevalere posizioni che si attestavano
su affermazioni di principio fra chi era per la violenza e chi
diceva che essa era sempre da rifiutarsi come metodo di lotta
politica. Mai si riuscì ad affrontare il problema della violenza nei
termini di una disamina storicopolitica che prendesse in
considerazione categorie quali la sua inutilità, dannosità o
necessità a seconda dei contesti e delle circostanze.

8) Il ’68 ha mosso un ’onda lunga e, forse, ha anche troppi


eredi e interpreti. Il ’77 è stato sconfitto, ha mosso
un’onda corta, subito stroncata, non ha, o ne ha
pochissimi, eredi e interpreti.
Piegato tra azioni terroristiche e azioni repressive degli
apparati statali e istituzionali, in estrema difficoltà nel trovare
alleati nelle classi subalterne, quando il senso della sconfitta e
dell’inutilità degli sforzi compiuti per cambiare il mondo e la vita
quotidiana si fecero strada, nel movimento iniziò un rapido
processo di disgregazione. La fine del movimento, coincideva con
la comparsa massiccia dell’eroina sul mercato della droga (dai
diecimila drogati del 1976 si passava ai 60-70 mila del 1978) e
con
il passaggio di alcuni ex settantasettini alle formazioni armate
clandestine, che conobbero allora una fase di relativa
espansione. Scelte opposte ma dettate dalla stessa disperazione.
Dopo aver vissuto un periodo esaltante, dopo aver provato a
cambiare il mondo e la vita, difficile era accettare di tornare a
vivere in una società che si era rifiutata perché mediocre,
ipocrita, falsa e violenta.
La disgregazione del movimento creava le premesse per
un’azione qualunquista e corporativa. Costretti a ricollocarsi in
una società che introduceva elementi di deregulation e di
concorrenza sempre più senza regole tra disoccupati e non,
riemergevano i valori dell’individualismo e della competizione,
aprendo la crisi delle forme di solidarismo che si erano
sviluppate negli anni precedenti.
Paradossalmente la disgregazione del movimento offriva un
certo spazio e una certa agibilità politica a una forza come
Comunione e Liberazione che si dimostrava capace di recepire
parte di quelle tematiche comunitarie e personali proprie dei
freaks e di settori del movimento i quali però, tra percorsi
personali di vario tipo, finirono principalmente a ingrossare le
fila di movimenti religiosi a carattere mistico.
Il ’68 aveva sedimentato forme di organizzazione dal basso e
di base nella fabbriche, nei quartieri e nelle istituzioni, aveva
anche, in qualche modo, direttamente o indirettamente,
contribuito a costruire le esperienze organizzative dei gruppi
della nuova sinistra.
Il ’77 scomparve senza lasciare grosse tracce, senza fornire
strumenti da utilizzare per intraprendere altre azioni collettive a
meno che non si voglia considerare i cobas della scuola degli
anni Ottanta e parte della storia di Democrazia Proletaria come
eredi di quella esperienza.
Lasciava in eredità una certa rivoluzione nelle forme di
comunicazione, artistica e linguistica, unitamente all’esperienza
delle radio di movimento; aveva posto l’accento sull’importanza
attribuita al controllo dei mezzi di comunicazione, aveva
condotto una battaglia per affermare il diritto ad appropriarsi
degli strumenti della moderna comunicazione di massa (radio e
televisione) sottoposti al monopolio statale.
Era stata una lotta giusta, ma il maggiore beneficiario di
questa rivendicazione è risultato essere Silvio Berlusconi il quale,
in nome della liberalizzazione dell’etere ha introdotto le “forme
più scandalose di espropriazione del sapere”, in nome del
liberismo più sfrenato, una specie di riappropriazione
privatistica della libertà di trasmissione che era ed è cosa ben
diversa dal controllo sociale e pubblico dell’informazione.
Gli esiti di medio periodo della lotta intrapresa dal
movimento furono, secondo un lapidario giudizio di un
protagonista del movimento:

anzitutto la creazione delle premesse per la svolta


neoliberista: l’autonomia sociale si determina in
neoimprenditorialità, la comunicazione diffusa delle radio
libere apre la strada all’oligopolio delle televisioni
commerciali, la rottura del compromesso storico apre la
strada alla modernizzazione craxiana, la critica radicale
del lavoro salariato sfocia nell’offensiva padronale contro
l’occupazione e nella ristrutturazione che riduce
drasticamente il tempo di vita prestato alla condizione
operaia, senza determinarsi in riduzione dell’orario di
lavoro, ma in semplice espulsione di una porzione dei
lavoratori dell'industria. E, per finire, la critica del
dogmatismo ideologico e storicista apre la strada allo
scintillante culto delle superfici, al bla bla dell’effimero, ed
infine al predominio del mercato della cultura.
Un giudizio, io credo, drastico, in parte immeritato e che
comunque prescinde dal fatto che i “dolorosi” anni Ottanta si
costruirono prima sulla sconfitta di quel movimento, seguita
subito dopo da quella riportata dal movimento operaio nel corso
della lotta dei trentacinque giorni alla Fiat nell’autunno 1980.
Senza quelle sconfitte l’avversario non avrebbe potuto aggirarsi
tra i “residui” dello scontro per recuperare ciò che gli era utile e
comodo, naturalmente dopo averlo riciclato, cioè
decontestualizzato.