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Peter Sloterdijk

Il mondo dentro
il capitale

Biblioteca Meltemi
Presentato dallo stesso autore come un com­
pendio del progetto “Sfere”, questo libro ri­
prende il motivo di una grande narrazione, fi­
losoficamente ispirata, della globalizzazione. Il
punto essenziale è dato dall’attenzione, incon­
sueta per la filosofia della Vecchia Europa, al­
la dimensione spaziale, di cui si ricostruisce,
grazie a un’ambiziosa e originale periodizza-
zione della storia del mondo, la morfologia ge­
netica. Ciò che oggi si festeggia o si condanna
come globalizzazione, (.lice Sloterdijk, non è
altro che l'ultima fase di un processo iniziato
con la razionalizzazione della struttura del
mondo a opera dei cosmologi antichi che rac­
coglievano nella totalità compiuta di una sfera
la moltitudine degli enti. Tale processo ha co­
nosciuto uno sviluppo ulteriore grazie alle pri­
me circumnavigazioni globali di marinai e av­
venturieri europei, con le quali inizia la globa­
lizzazione terrestre di cui l’attuale assetto del
sistema mondo rappresenta la tappa conclusi­
va. Si apre ora una terza fase, la globalizzazio­
ne elettronica, che inizia con l’installazione di
un’atmosfera elettronica e di un ambiente sa­
tellitare nell’orbita della Terra. Il Crystal Pala­
ce dell’esposizione mondiale di Londra del
1851 viene eletto da Sloterdijk come metafora
guida per descrivere lo spazio tipico della co­
struzione di questo processo a tre fasi. Rap
presenta il carattere esclusivo della globalizza­
zione, in grado di affiancare al comfort della
serra globale confini invisibili ma insormonta­
bili dall’esterno. Lo spazio interno del capita­
le globale si presenta così oggi come uno spa­
zio di esclusione senza precedenti.
Peter Sloterdijk è professore di Filosofia e Teo­
ria dei media presso la Hochschule für Gestal­
tung di Karlsruhe, di cui è attualmente Retto­
re. Ha elaborato una “sferologia”, ossia una
teoria filosofica e culturale dell’epoca moderna
e post-moderna ruotante intorno alle idee di
“bolla”, “globo” e “schiuma”. Ne è emerso un
modello di antropologia filosofica in grado di
fornire una considerazione complessiva della
storia e dell’identità umana nell’era globale,
descritto nella trilogia Sphären (1998-2004). In
italiano sono disponibili: Critica della ragion ci­
nica (1992); Lultima sfera. Breve storia filosofi­
ca della globalizzazione (2002); Non siamo an­
cora stati salvati (2004).

progetto grafico Gianni Trozzi


Biblioteca
30
Scansione a cura di Natjus, Ladri di Biblioteche

Edizione originale:
Im W eltinnenraum des K apitals
Copyright © 2005, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main

Copyright © 2006, Meltemi editore, Roma

Prima ristampa: febbraio 2007

E vietata la riproduzione, anche parziale,


con qualsiasi mezzo effettuata compresa la fotocopia,
anche a uso interno o didattico, non autorizzata.

Meltemi editore
via Merulana, 3 8 -0 0 1 8 5 Roma
tei. 064741063 - fax 064741407
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www.meltemieditore.it
Peter Sloterdijk

Il mondo dentro il capitale


A cura di Gianluca Bonaiuti
Traduzione di Silvia Rodeschini

M ELTEM I
In memoriam Siegfried Unseld
Indice

9 Introduzione
Gianluca Bonaiuti

Parte prima
La nascita del sistema mondo

31 Capitolo primo
Le grandi narrazioni

44 Capitolo secondo
L’astro errante

50 Capitolo terzo
Ritorno sulla Terra

56 Capitolo quarto
L’epoca del globo, l’epoca dell’immagine del mondo

63 Capitolo quinto
Distacco dall’Oriente, ingresso nello spazio omogeneo

67 Capitolo sesto
Jules Verne e Hegel

72 Capitolo settimo
Il mondo acquatico. Sul mutamento dell’elemento conduttore
nella Modernità

81 Capitolo ottavo
Fortuna, owero la metafisica della chance
84 Capitolo nono
Commercio di rischi

87 Capitolo decimo
Follia e tempo. Capitalismo e telepatia

92 Capitolo undicesimo
L’invenzione della soggettività. La disinibizione primaria e il
suo consigliere

103 Capitolo dodicesimo


Energie irriflessive: l’ontologia del progresso

115 Capitolo tredicesimo


Estasi nautiche

119 Capitolo quattordicesimo


Corporate Identity in alto mare, divisione degli spiriti

123 Capitolo quindicesimo


Il movimento fondamentale: il denaro fa ritorno

126 Capitolo sedicesimo


Tra fondamenti e assicurazioni. Sul pensiero di mare e di terra

135 Capitolo diciassettesimo


Spedizione e verità

139 Capitolo diciottesimo


I segni degli scopritori. La cartografia e l’incanto imperiale dei
nomi

152 Capitolo diciannovesimo


II puro Fuori

155 Capitolo ventesimo


Teoria dei pirati. Il terrore bianco

159 Capitolo ventunesimo


La Modernità e la sindfttne della Terra inesplorata. America-
nologia I
164 Capitolo ventiduesimo
I cinque baldacchini della globalizzazione. Aspetti dell’espor­
tazione europea dello spazio

166 Capitolo ventitreesimo


La poetica della vita sottocoperta

168 Capitolo ventiquattresimo


Cappellani di bordo. La rete religiosa

173 Capitolo venticinquesimo


II libro dei viceré

176 Capitolo ventiseiesimo


La biblioteca della globalizzazione

179 Capitolo ventisettesimo


I traduttori

Parte seconda
I grandi interni

185 Capitolo ventottesimo


II mondo sincronico

190 Capitolo ventinovesimo


La seconda ecumene

197 Capitolo trentesimo


Trasformazione immunologica: verso “società” dalle pareti
sottili

204 Capitolo trentunesimo


Fede e sapere: In hoc signo (se. Globi) vinces

215 Capitolo trentaduesimo


Posthistoire

220 Capitolo trentatreesimo


Il palazzo di cristallo
229 Capitolo trentaquattresimo
Il mondo denso e la disinibizione secondaria: 0 terrorismo come
romanticismo del puro attacco

240 Capitolo trentacinquesimo


Il crepuscolo dell’agente e l’etica della responsabilità. Erinni
cibernetiche

246 Capitolo trentaseiesimo


Lo spazio mondano interno del capitale. Rainer Maria Rilke e
Adam Smith quasi si incontrano

266 Capitolo trentasettesimo


Mutazioni nello spazio del vizio

280 Capitolo trentottesimo


La transvalutazione di tutti i valori: il principio del superfluo

291 Capitolo trentanovesimo


L’eccezione: anatomia di un tentativo. Americanologia II

309 Capitolo quarantesimo


L’incomprimibile, ovvero la riscoperta dell’estensione

320 Capitolo quarantunesimo


Lode dell’asimmetria

325 Capitolo quarantaduesimo


Sinistra celeste e sinistra terrena

327 Bibliografia
Introduzione
Gianluca Bonaiuti

1. Affaire Sloterdijk

Ciò che colpisce maggiormente nella mancata ricezione1 italiana


dei lavori filosofici di Peter Sloterdijk non è , come si potrebbe cre­
dere per un normale curriculum di studioso tedesco, la sobrietà e la
riservatezza di un percorso di pensiero secretato in qualche aula o isti­
tuto di ricerca universitaria, piuttosto la cinica e infaticabile fre­
quentazione della scena mediatica di cui il professore di filosofia ed
estetica di Karlsruhe è stato protagonista negli ultimi anni, e che si è
tradotta, caso più unico che raro, perfino nella conduzione, in cop­
pia con Rüdiger Safranski2, di un programma televisivo (Im Glashaus.
Das philosophische Quartett) per la TV tedesca Z D F3. Non è certo dun­
que la visibilità, come tratto caratteristico delle “personalità in vista” ,
che ha fatto difetto al filosofo tedesco. Al contrario, il gusto sfronta­
to di esibire in pubblico la propria proposta sembra uno dei tratti più
tipici di questa originale ricerca di innovazione del linguaggio filoso-

' Fanno eccezione la precoce traduzione (però parziale) della Critica della ragion cinica
(1992, con una introduzione di Mario Perniola); la traduzione dell’ultimo capitolo di Sphae-
ren II, il cui titolo italiano era Liultima sfera (2002); la recente edizione dei saggi su Heideg­
ger, col titolo italiano di Non siamo ancora stati salvati. Saggi su Heidegger (2004). Vale la pe­
na ricordare che il volume sulla critica della ragion cinica era stato immediatamente saluta­
to da Habermas come un’opera fondamentale del pensiero contemporaneo. Per le infor­
mazioni bibliografiche complete sull’opera di Sloterdijk vedi la Bibliografia.
2 Altro filosofo noto al pubblico italiano soprattutto per una lunga e ponderosa biografia
di Fleidegger. Cfr. Safransky 1998.
? Il sito personale di Sloterdijk (www.petersloterdijk.net) riporta la notizia, celebrandola
ironicamente come “un capolavoro di economia dell’attenzione” , che tra gli intellettuali te­
deschi che figurano nella lista dei cento “ intellettuali pubblici” più importanti nel mondo
Sloterdijk si trova nel gruppo in quota alla Germania a fianco di Habermas, di papa Bene­
detto XVI e del teologo Hans Kiing.
10 GIANLUCA BONAIUTI

fico: Sloterdijk è stato ed è un onnipresenzialista, un infaticabile fre­


quentatore di talkshows, un iconoclasta in grado di orchestrare pro­
vocazioni altamente esplosive e spettacolari. Nella rinuncia italiana a
misurarsi con tale mancanza di sobrietà comunicativa non credo pos­
sano aver pesato forme più o meno confessate di galateo intellettua­
le (per il quale si sia disposti, ad esempio, a concedere credito in for­
ma inversamente proporzionale rispetto alla presenza sulla scena dei
media). Non è certo la chiassosità di un intellettuale engagé rispetto
alla comunicazione, col gusto cinico di fare scandalo, che di solito fre­
na le piste convenzionali della ricezione (per quanto, va detto, non
manchi di generare qualche sospetto). Per smentire questa ipotesi ba­
sterebbe vedere come negli ultimi decenni l’accademia e l’editoria ita­
liane si siano rese disponibili a trasformare in dispute epocali di­
scussioni e diatribe che avevano piuttosto fattezze e ambizioni di una
lite di condominio (bastava che avvenissero nelle stanze di Harvard
o Princeton, Cambridge o Oxford)4. Temo al contrario che tale man­
cata ricezione dipenda in buona misura da un’incertezza rispetto al­
la collocazione dell’autore e, aggiungerei, da una latitanza di conte­
nitori adeguati per il suo acclimatamento nel dibattito nazionale. Più
che la chiassosità, dunque, è la non ordinabilità a fare problema: Slo­
terdijk è irritante, e la sua proposta risulta spesso incomprensibile, più
ancora che per la propria fama mediatica, per il particolare itinerario
intellettuale che lo contraddistingue e per la distanza che ha costan­
temente fissato tra sé e un determinato quadro di tradizioni intellet­
tuali caratteristiche dell’Europa postbellica. Ed è significativo che se
oggi si cercano segnali della presenza di Sloterdijk in Italia bisogna
fare obbligato riferimento allo scandalo, trasformatosi poi in rissa gior­
nalistica (con tanto di licenziamenti e dimissioni da testate di setti­
manali), che lo ha visto protagonista dopo l’estate del 1999 soprattutto
nel confronto aspro e diretto con Habermas. L’affaire Sloterdijk -
com’è stato subito ribattezzato dai francesi - ha occupato per qual­
che mese, sia in Germania che in Francia, ma con una vaga eco an­
che negli altri paesi europei, le pagine culturali dei giornali provo­
cando prese di posizione che alla fine, dimenticando il tema del con­
tendere, si sono tradotte in uno scontro generazionale tra gruppi di
intellettuali che sembravano non avere più un luogo polemico co­
mune, né una comune definizione dei compiti della comunicazione

4 Con curiosi effetti di retrodatazione della nostra coscienza del presente all’ingenuità
“missionaria” di molta parte delle filosofie edificanti che vengono dalla sponda anglosasso­
ne della cultura occidentale.
INTRODUZIONE 11

filosofica o, genericamente, culturale. Nello scontro frontale tra il ba­


luardo della vecchia sinistra europea, l’erede indiscusso, almeno a li­
vello istituzionale, della Teoria Critica francofortese, e il campione del­
la “versione postmoderna” di tale eredità, passato da posizioni gio­
vanili di “ultra-sinistra” a una forma di presunto “neoconservatori­
smo radicale” (come ha titolato un giornale, con la chiara intenzione
di stigmatizzarne il messaggio), si è misurata innanzitutto l’impossi-
bilità di un dialogo e la conseguente indisponibilità di uno dei con­
tendenti a riconoscere l’altro in quanto responsabile delle proprie azio­
ni e includerlo nel programma di una conversazione intellettuale
aperta3*5. Credo sia dunque utile partire da qui, dall’etichetta di “Slo-
terdijk eugenetico” e “potenziale neonazista”, che insieme ad altre eti­
chette ha contribuito a tacitare la proposta teorica del filosofo, per pre­
sentare un percorso di ricerca che ha fatto dello scandalo un mezzo
di comunicazione consapevole, nella convinzione che al bisogno di
scandalo corrisponda sempre, oltre che una fascinazione mimetica, an­
che un bisogno di teoria6. Dal vicolo cieco di una discussione mediocre
e impossibile a un tempo, per di più riferita alla “periferia” della
produzione più matura di almeno uno dei protagonisti, si possono in­
fatti provare a scandire i tempi e i modi di una nuova ricezione, che
la traduzione di questo libro intende rilanciare.

2. La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

La ricostruzione dei fatti che hanno dato spunto alla feroce pole­
mica che ha catalizzato l’attenzione dei media tedeschi e francesi (in for­
ma minore quelli inglesi e italiani, ma con epicentri in Israele e Brasi­

3 Tra i termini della disputa messi in campo da Habermas contro Sloterdijk c’è l’agget­
tivo zurechnungsfähig (responsabile dei propri atti) rivolto negativamente al contendente. Ciò
rende la misura della distanza nel dibattito, e segna soprattutto la differenza da altre prese
di posizione di Habermas, si pensi alle discussioni aperte all’inizio degli anni Ottanta con fi­
losofi francesi come Foucault, Derrida, Deleuze, poi confluite nel volume sul Discorso filo ­
sofico della modernità (Habermas 1985), o anche alla precoce disputa con Luhmann all’ini­
zio dei Settanta (e le cui prese di posizione sono confluite nel volume Teoria della società o
tecnologia sociale, rapidamente tradotto anche in Italia: cfr. Habermas, Luhmann 1971). La
particolare passione di Habermas per l’esercizio di una funzione tutoriale rispetto al patri­
monio e al canone ideale della “sinistra moderna”, soprattutto in vista di una difesa dalle sue
possibili deviazioni, in questo caso si è tradotta in una sorta di bando del contendente.
6 Lo stesso Sloterdijk, in un’intervista concessa a Eric Alliez per «Multitudes» - e che
qui richiameremo a più riprese - parte da quella vicenda per illustrare il proprio itinerario
di ricerca. Cfr. Vivre chaud etpenserfroid, http://multitudes.samizdat.net/article.php3 ?id_ar-
ticle=209
12 GIANLUCA BONAIUTI

le) è presto fatta: il 17 luglio del 199/9, in occasione di un colloquio in­


ternazionale israelo-tedesco dedicato all’eredità di Heidegger, Sloter-
dijk tiene una conferenza al castello di Elmau, in Baviera, dal titolo Re­
gole per il parco umano. Una risposta alla Lettera sull’“umanismo”r/z Hei­
degger. La comunicazione era già stata presentata due anni prima a Bà­
ie: in essa Sloterdijk, dopo aver discusso a lungo il senso dell’eredità
heideggeriana intorno al problema di una definizione dell’umanesimo,
fa menzione di alcuni aspetti dilemmatici dei processi di “domestica­
zione” dell’uomo, come processi contrari al suo imbarbarimento, che
egli definisce, qui e altrove, antropotecnici. Sloterdijk giustappone i mo­
delli classici di un’antropotecnica primaria, che indicano il modella­
mento diretto dell’uomo attraverso una messa in forma civilizzante (e
all’interno dei quali vengono fatte rientrare le procedure pedagogiche
che caratterizzano l’intero insieme di messaggi contenuti nell’“uma-
nesimo”)7, ai nuovi modelli di antropotecniche secondarie, quelle che
possono portare a degli interventi diretti sul “testo” genetico degli in­
dividui e che si profilano all’orizzonte dell’umanità come una sfida im­
pensata. Sloterdijk scrive (cito dal testo che lo stesso Sloterdijk ha
prontamente pubblicato):

Se poi lo sviluppo a lungo termine condurrà anche alla riforma genetica


dei caratteri della specie, se una futura antropotecnica giungerà fino a
un’esplicita pianificazione delle caratteristiche umane, e se l ’umanità, dal
punto di vista della specie, potrà compiere il sovvertimento del fatalismo
della nascita in una nascita opzionale e in una selezione prenatale, tutte que­
ste sono questioni nelle quali inizia ad albeggiare l’orizzonte dell’evoluzione,
anche se in m odo ancora confuso e inquietante (Sloterdijk 2001a, p. 260).

Si tratta di una considerazione interlocutoria nell’economia del di­


scorso della conferenza che però ha attratto su di sé l’attenzione degli
astanti e dei molti commentatori, soprattutto per il riferimento alla se­
lezione prenatale e all’intervento di mutazione della natura umana per
via tecnologica.

7 In un testo successivo intitolato La domesticazione dell’essere, che costituisce un ri-


pensamento e un approfondimento dei temi della conferenza, Sloterdijk ne elenca alcune:
“Delle tecniche di formazione dell’uomo che agiscono a livello culturale fanno parte le isti­
tuzioni simboliche come le lingue, lettone di fondazione, le regole matrimoniali, le logiche
della parentela, le tecniche educative, la codificazione dei ruoli per sesso ed età e, non ulti­
mi, i preparativi per la guerra, così come i calendari è la divisione del lavoro; tutti quegli or­
dinamenti, tecniche, rituali e abitudinarietà insomma con cui i gruppi umani hanno preso ‘in
mano’ da soli la propria formazione simbolica e disciplinare” (Sloterdijk 2001a, p. 158).
INTRODUZIONE 13

Trascorso più di un mese dalla conferenza le reazioni non tardano


a farsi sentire. Reinhard Mohr, dalle colonne di «Der Spiegel», accusa
Sloterdijk di propagare una “visione di orrore fascista”, supponendo
il “naufragio dell’Occidente” e lanciando un “appello alla rinascita
dell’umanità attraverso lo spirito della provetta”. Il fuoco dell’attenzione
è tutto spostato sui rischi legati alle nuove biotecnologie e quella che
si presentava come una discussione aperta sui contenuti dell’umanesi­
mo comincia a trasformarsi in una discussione con una generica into­
nazione bioetica (con quanto d’indeterminato ciò comporta). L’accu­
sa non si limita a questo; Mohr finisce per affiancare Sloterdijk a que­
gli intellettuali tedeschi - il riferimento è a Peter Handke e Horst Mah­
ler - il cui disincanto ha esiti inquietanti: un “gruppo di vecchi intel­
lettuali di sinistra che non sopportano più la loro disillusione e s’infu­
riano delirando” . Thomas Assheuer su «Die Zeit» del 2 settembre ri­
lancia sottolineando il carattere scandaloso del discorso e accusando
Sloterdijk di voler “sotterrare l’epoca moderna” sviluppando “fanta­
sie di selezione” con un “realismo terrificante”. In una lettera pubbli­
cata il 9 settembre dello stesso anno su «Die Zeit» Sloterdijk passa al
contrattacco e a sorpresa accusa Habermas, assente dalla discussione,
di aver pilotato i suoi allievi Mohr e Assheuer con lo scopo di telegui­
dare l’opinione pubblica contro di lui. Dal ritiro silenzioso di Stamberg,
Habermas avrebbe, secondo le parole di Sloterdijk, pronunciato una
“fatwa” contro di lui, dimostrando che l’opinione pubblica “anche
sotto il regime nazista era meno sincronizzata di oggi”. Questi metodi,
conclude Sloterdijk, segnano la fine della “teoria critica”, il faro filo­
sofico della sinistra in Germania, impersonata ora in modo mediocre
da Habermas.
Toccato nel vivo, lo stesso Habermas scende personalmente in cam­
po per ribattere con un breve intervento, pubblicato nella pagina dei
lettori. Con una certa sufficienza nega di aver ordito un complotto me-
diatico nei confronti di Sloterdijk e dichiara che egli “sovrastima il mio
interesse per i suoi lavori e l’impegno di tempo e sforzo che ho inve­
stito nella lettura della sua conferenza”. Ma subito dopo aggiunge: Pe­
ter Sloterdijk “forse incarna qualcosa di nuovo nel mercato della Re­
pubblica di Berlino. Può darsi che la mentalità di qualcuno che è na­
to nel 1947, che pretende, nel 1999, di potersi scegliere liberamente il
suo passato, soddisfi una domanda reale (...). La mezza generazione
che ci separa fa tutta la differenza”. A questa diagnosi aggiunge la de­
nuncia per un certo “tono superiore” da genio filosofico autoprocla­
mato e amorale che i filosofi della generazione del dopoguerra aveva­
no bandito a vantaggio della discussione democratica.
14 GIANLUCA BON AIUTI

Poco dopo la breve e risicata risposta di Habermas, Assheuer, de­


luso per i modi contenuti della replica del maestro, rende pubblici i pas­
saggi di una lettera che lo stesso Habermas gli aveva indirizzato tem­
po prima, sollecitandolo a prendere una decisa posizione critica rispetto
alla suddetta conferenza. Gli estratti escono il 16 settembre sulla
«Frankfurter Allgemeine Zeitung». Alla fine ci si mette anche la tele­
visione: il 20 settembre il primo canale tedesco, in occasione di una tra­
smissione per il 15° anniversario della fondazione dell 'Institut für So­
zialforschung a Francoforte (da cui il nome dell’omonima Scuola) esi­
bisce davanti alle telecamere la lettera incriminata che Habermas ha ten­
tato di nascondere. A questo punto Sloterdijk ha buon gioco a rinfac­
ciare a sua volta ad Habermas di non avergli concesso nemmeno quel­
la “discussione tra eguali” , altrove richiamata come fondamento della
sua proposta etica, e aver preferito a essa il metodo della denuncia e
dell’invettiva. Si concede inoltre d’ironizzare sui comportamenti pra­
tici dell’autore dell 'Inclusione dell’altro. Nei tre mesi successivi in Ger­
mania si scatena una discussione la cui animosità ricorda alcuni taffe­
rugli intellettuali degli anni Sessanta e Settanta. Questa rapida se­
quenza di scambi di battute avvelenate verrà raccontata in decine di ar­
ticoli: si parlerà di Sloterdijk come di un portatore del “Progetto Su­
peruomo” e, dall’altra parte, di Habermas come di un accademico ti­
rannico (un barone illiberale, e molto altro). Ci sarà chi, prendendo a
prestito la cesura generazionale segnalata da Habermas, parlerà di un
tentativo di fondazione metafisica della Repubblica di Berlino (dopo
quella di Weimar e quella di Bonn). Al di là però della distribuzione
delle colpe e della ragione (si può comunque registrare nel corso del­
le settimane uno spostamento del consenso da un pieno appoggio al
fronte habermasiano verso una posizione più equilibrata degli inter­
venti)8, ciò che conta qui segnalare è il bilancio che, a caldo, Sloterdijk
stila dell’intero affaire. In un intervento sui giornali significativamente
intitolato 11 centrismo muto e il coraggio di pensare, il filosofo tedesco
nota che cinquantacinque anni dopo la fine della seconda guerra mon­
diale la società tedesca è sempre paralizzata “all’interno di un blocco
mentale ch’essa ha imposto a se stessa”. Il simbolo storico di tale bloc­

8 Alla discussione prendono parte intellettuali tedeschi e non, tra i quali si possono men­
zionare Ronald Dworkin («Die Zeit», 16 settembre), Slavoj Zizek («Süddeutsche Zeitung»,
23 settembre), Manfred Frank («Die Zeit», 23 settembre), Ernst Tugendhat. La discussione
emigra rapidamente in Francia (cfr. sito M ultitudes) e in Inghilterra dove, dopo un articolo
su «The Observer» (10 ottobre 1999), si anima un’altra tappa del dibattito fino a giungere
alla rivista «Radicai Philosophy» che ne ricostruisce l’itinerario col titolo assai significativo
di Flirting with Fascism - The Sloterdijk debate.
INTRODUZIONE 15

co è identificato con l’“era Kohl” che ha lasciato, per ragioni com­


prensibili, il paese vittima di una civilizzazione dell’apatia, del centro
onnipresente, doppiato da una sovrastruttura ipermediatizzata e spo­
liticizzata. Sloterdijk si dichiara a favore della rottura del consenso che
reggeva quel sistema per rischiare il pensiero e innovare anche in ma­
teria di democrazia. E sostiene che per fare questo occorra abbando­
nare l’ipermorale dei “figli dei padri nazisti”, poiché da difesa com­
pensativa contro gli orrori dei genitori si è trasformata in uno strumento
di censura di tutte le innovazioni intellettuali con un costante eccesso
di produzione, e sostegno, del consenso. Questa implosione dello spa­
zio politico generata sulla base di un consenso amministrato coincide
ai suoi occhi con l’avvento di un conformismo senza frontiere perfet­
tamente accasato nel mondo accademico e che ha nella proposta ha­
bermasiana una delle sue espressioni più influenti. Sloterdijk, da par­
te sua, concede ad Habermas di non aver mentito, quando ha menti­
to (a proposito della lettera), poiché la preoccupazione principale che
ha guidato, a suo parere, la reazione habermasiana alla conferenza
coincide con l’intenzione di difendere lo spazio di “verità consensua­
le”, configuratosi in un determinato frangente storico, quello del “fon­
damentalismo” postbellico, da ciò che egli percepisce come l’irruzio­
ne della parola del sofista, del discorso polivalente, seduttore e irre­
sponsabile9. In questione - così com’era accaduto all’inizio degli anni
Ottanta tra Habermas e i poststrutturalisti francesi - è dunque una lot­
ta per la definizione e ridefinizione della filosofia stessa, sui confini le­
citi e illeciti dei giochi di verità di tipo filosofico (per il pattugliamen­
to dei quali Habermas si è sempre dimostrato più che disponibile)10.
Che tali giochi diventino poi particolarmente irritanti quando siano ri­
feriti alla trattazione dell’oggetto “uomo” è cosa che appare chiara di
per sé. Lo spettro agitato questa volta da Sloterdijk è quello dell’avvento
di una neoscolastica che normalizza la quasi totalità della produzione

9 Non si è, mi pare, riflettuto abbastanza sulle conseguenze che ha avuto nel nostro pae­
se il fatto che tale rottura si sia compiuta negli ultimi decenni a opera di forze politiche lar­
gamente ispirate da motivi di destra. Questa rottura ha comportato un ambiguo arroccamento
anche di quegli intellettuali di sinistra che non molto tempo prima si erano impegnati in una
revisione radicale della griglia di riferimenti della tradizione democratica del dopoguerra.
10 Vale la pena segnalare che Habermas è tornato su uno dei temi caldi della conferen­
za di Sloterdijk in un testo del 2001 dal titolo II futuro della natura umana. I rischi di una ge­
netica liberale (Habermas 2001) in cui ha dato piena espressione al suo “ conservatorismo an­
tropico” - fino quasi a segnalare una versione laica della “sacralità della vita” - elevato a di­
fesa delle “basi naturali dell’eguaglianza democratica”. Che oramai si tratti di conservatori­
smo tout court, lo suggerisce, come sospetto, anche il curatore dell’edizione italiana Leonar­
do Ceppa nella sua postfazione (cfr. Habermas 2001, p. 125).
16 GIANLUCA BONAIUTI

accademica, anche in materia politica11. E in proposito, in un intervento


successivo che rimedita i temi della conferenza di Elmau, scrive:

Del resto è evidente che il tema uomo non può più venir trattato qui nel­
lo stile n a if delle tradizioni umanistiche, che da lungo tempo non sono
nient’altro che un ornamento accademico al sapere ordinario e conserva­
tore. Il discorso sull’uomo, nell’antropologia storica, si basa sul fatto che
l’espressione “uom o” non indica un oggetto su cui si possono formulare
asserzioni dirette (edificanti ö accusatorie), bensì indica soltanto un con­
cetto container che, per dirla con Luhmann, raccoglie complessità che non
si possono abbracciare con uno sguardo (Sloterdijk 2001a, p. 124).

3. Filosofo sulla scena

Contro l’amministrazione consensualistica e neoscolastica del sa­


pere, soprattutto di quello filosofico, Sloterdijk ha rivendicato a più ri­
prese la plausibilità di una nozione saggistica della filosofia, elevata al
più alto livello possibile. Una versione, dunque, della scrittura filoso­
fica che si disponga ad accogliere l’irruzione del non-filosofico, rico­
noscendo in tale irruzione, sulla scorta dell’insegnamento dei vari
Marx, Freud, Nietzsche, Adorno, Bloch, Sartre, Foucault, Canetti (una
lista che, con l’aggiunta di Heidegger, Deleuze e Günther, è anche una
pista indicativa delle matrici del suo pensiero) il metabolismo e la fe­
condità distintiva della filosofia moderna. Che nelle intenzioni di Slo­
terdijk una lettura saggistica della filosofia in cui irrompono motivi
estranei alla sua tradizione finisca col promuovere una de-definizione,
de-conformizzazione, de-professionalizzazione della stessa non è un se­
greto, anzi; per intraprendere un’analisi rinnovata della rivoluzione
permanente che si esprime nel dinamismo sociale, tecnologico, artisti­
co e scientifico del mondo contemporaneo occorre ingaggiare di nuo­
vo una battaglia sul senso del “reale” che non può considerarsi termi­
nata col declino della teoria marxista (cuore logico di quella battaglia
nel secolo precedente). Anzi: tale battaglia è divenuta tanto più urgente
oggi nella misura in cui, per la prima volta nella storia delle mentalità,

11 Sloterdijk è tornato a più riprese sul tema “democrazia” ricordando che se non è con­
cepita come semplice sopravvivenza di principi, essa vive soprattutto grazie a coloro che non
sono disposti a idealizzarla, e che ci sarà sempre un deficit democratico fintanto che si pre­
mette ai conformisti di tutte le parti di interdire la messa in questione di una critica senza
compiacenze.
INTRODUZIONE 17

tutti vogliono essere “realisti” - e per la quale, nell’opinione di Sloter-


dijk, non conta tanto aggiungere una definizione ulteriore a quelle, già
troppe e inutili, esistenti, piuttosto dare prova dell’esistenza di un pen­
siero che si esprime senza etichette.
Non è un caso, credo, che anche Itn weltinnenraum des Kapitals, l’o­
pera che riflette in sintesi (ma con approfondimenti originali) i temi fon­
damentali del suo progetto filosofico più ambizioso12, si apra con un
tentativo di riscrittura tout court dei compiti della filosofia. Questa in­
tenzione pare, già di per sé, una pretesa iperbolica che, al massimo, in­
tellettuali impegnati nella discussione filosofica possono covare in se­
greto ma solo timidamente, e previa comparazione metodologica, sug­
gerire al dibattito pubblico. L’iperbole è invece eseguita da Sloterdijk
per eccesso: non è un segreto, d’altra parte, che essa pertenga fin nel
dettaglio al bagaglio di strumenti propri del filosofo e che alimenti, co­
me figura retorica, molte bordate di critica al modo di svilupparsi del­
l’argomentazione filosofica. La scena dell’iperbole è, secondo la defi­
nizione dell’arte oratoria classica, la scena di una “esagerazione con­
sentita della realtà” , di un eccesso, cioè, che acquista valore nella mi­
sura in cui riflette gli eccessi materiali, cognitivi e logici di cui la filo­
sofia si è sempre occupata (Dio, mondo, sapere ecc.); e sempre sulle
proiezioni iperboliche della filosofia si è concentrata la critica filosofi­
ca, tanto che a partire dal XVIII secolo (da quando cioè si iniziano a con­
siderare comparativamente le religioni e altri eccessi) l’analisi dell’i­
perbole diventa lo strumento più efficace della critica della cultura13.
E soprattutto pensando a uno dei campioni di smontaggio dell’intera
struttura di iperboli, divenute abituali, delle tradizioni logiche ed eti­
che della vecchia Europa (Nietzsche) che Sloterdijk conia la formula
del “pensatore sulla scena”14: una formula che è anche un programma
di conquista di una posizione centrale, e di esposizione sul fronte an­

12 Che consiste nella pubblicazione della trilogia sulle Sfere-, cfr Sloterdijk 1998a, 1999a,
2004a.
13 Che il tropo dell’iperbole possa costituire tanto la trama discorsiva tipica del discor­
so filosofico che il tracciato per il suo smontaggio è suggerito da Sloterdijk in un intervento
significativamente teso a misurare il senso dell’eredità della prima teoria critica, in partico­
lare del contributo di Adorno: cfr. Sloterdijk 2001a, pp. 185-216, in particolare pp. 201 sg.
14 “Pensatore sulla scena” è il titolo sia di un libro (Sloterdijk 1986a) sia di una serie di
matinée organizzate nella seconda metà degli anni Novanta dall’Institut für Gegenwartsfra­
gen in collaborazione con il teatro Städtische Bühne di Friburgo e con la radio Südwestfunk,
a cui Sloterdijk è stato a più riprese invitato a partecipare in qualità di oratore. Ne sono te­
stimonianza due lunghi brani, uno dedicato a Heidegger, l’altro dedicato sorprendente­
mente a Luhmann, contenuti in Sloterdijk 2001a (pp. 5-64; 65-112).
18 GIANLUCA BONAIUTI

tenore della visibilità15, in aperta polemica con la tradizione filosofica


che, secondo una consolidata opinione, vede tutti i filosofi europei, si­
tuati nella linea di successione accademica, presupporre di regola quel­
la rottura della filosofia con il teatro che si è consumata con Platone.
Al momento della querelle con Habermas, Sloterdijk aveva già con­
quistato la scena dell’opinione pubblica tedesca. Come professore di
filosofia e di estetica di Karlsruhe aveva dato alle stampe i primi due
volumi del progetto “Sfere”, che verrà compiuto con la pubblicazione
della terza Sfera nel 2004. In particolare, a partire dall’esordio, con la
pubblicazione di Kritik der zynischen Vernunft nel 1983, diventato pre­
sto uno dei hest-sellers filosofici tedeschi del X X secolo, il suo nome ave­
va iniziato a circolare come una delle proposte più originali del pano­
rama filosofico europeo (cfr. A A .W . 1987). Alternando volumi ponde­
rosi e agili rielaborazioni di conferenze nei due decenni successivi, Slo­
terdijk inanella una sequenza di pubblicazioni davvero impressionan­
te, considerata soprattutto la varietà degli impegni e la diversità dei te­
mi. Molte delle pubblicazioni di Sloterdijk appaiono, appunto, nella for­
ma di saggi, nel senso di tentativi arrischiati: Im seihen Boot. Versuch
über die Hyperpolitik (1993), Medienzeit. Drei gegenivartsdiagnostiche
Versuche (1993), Selbstversuch. Gespräch mit Carlos Oliveira (1996), Die
Verachtung der Massen. Versuch über Kulturkämpfe in der modernen Ge­
sellschaft (2000), Nicht gerettet. Versuche nach Heidegger (2001). Tutti
lavori che, insieme a Eurotaoismus. Zur Kritik der politischen Kinetik,
a Weltfremdheit e agli altri studi sulla Gnosi e le sue rivisitazioni con­
temporanee (cfr. Sloterdijk 1995), segnano un tentativo d’innovazione
linguistica e cognitiva che mette insieme la posterità di Nietzsche e Hei­
degger16 con ricerche di antropologia storica, di paleopsicologia, di teo­

15 “Devo confessare che posso assumermi la responsabilità della formula ‘pensatore sul­
la scena’, dopo tutto quello che ho detto, solo se chiarisco che essa era inizialmente riserva­
ta a Friedrich Nietzsche (...). Per lui, e per quanto posso vedere, solo per lui, la formula del
pensatore sulla scena è davvero appropriata, e tuttavia neanche per lui vale alla lettera, poi­
ché non si tratta di attribuirgli un rapporto diretto al teatro, ma piuttosto un eccesso di ten­
sione esistenziale di cui va caratterizzato il ‘mondo espressivo’” (Sloterdijk 2001a, pp. 18-19).
Cfr. anche Sloterdijk 2000b.
16 La rielaborazione del pensiero heideggeriano, vero fuoco teoretico di molte sue ricer­
che, è condotta con uno stile e una modalità d ’indagine mille miglia lontane dagli heideggeri-
smi europei postbellici. Si pensi ad esempio che il programma di una lettura heideggeriana di
sinistra è esplicitato già nel libro sul cinismo: “Tuttavia non si deve perdere d ’occhio che Hei­
degger, se guardiamo alla sua prestazione filosofica centrale, non sarebbe ‘di destra’ neppure
se avesse agito sul piano politico in modo assai più confuso di quel che in realtà non fece. In­
fatti con il suo kinismo deifin i-com e io lo chiamo - egli ha demolito per primo le Grandi Teo­
rie utopico-moraliste del xix secolo. Egli con questa prestazione resta uno dei capostipiti nel-
INTRODUZIONE 19

ria dei media e di filosofia della cibernetica. Al fondo lavora l’ipotesi


che la ricerca filosofica - e non solo quella - debba e possa dotarsi di
strumenti logici che facciano capo a un’ontologia polivalente, capace
di rompere con i binarismi claustrofobici della tradizione metafisica eu­
ropea (primo fra tutti quello che distingue tra “naturale” e “artificia­
le”, o tra organismo e macchina, che guida buona parte della riflessio­
ne ultima sull’uomo e le sue dimensioni protetiche)17.

4. Effetto-serra: ambiente e mondo

È certamente, però, col progetto Sfere che Sloterdijk ha provato a di­


mostrare che l’impulso teorico del tempo presente (indipendentemente
dal fatto che esso sia propenso al versante scientifico o a quello lettera­
rio) è un esercizio attraverso cui ci si riconosce come parte della contem­
poraneità. L’idea che guida il progetto è che tale riconoscimento non
possa che compiersi in un radicale ripensamento della spazialità dell’uo­
mo nelle sue varie estensioni (Ausdehnung) e situazioni fondamentali18.

la genealogia di una sinistra nuova e diversa: una sinistra non più ancorata alle costruzioni ibri­
de della filosofia della storia ottocentesca; una sinistra non più complice dello spirito cosmico
nello stile dogmatico-marxista della Grande Teoria (termine che preferisco a ‘concezione del
mondo’); una sinistra non più votata alla dogmatica dello sviluppo industriale senza ‘se’ e sen­
za ‘ma’; piuttosto una sinistra capace di rivedere la saccente e gravosa teoria materialistica; che
non presuppone la morte di altri affinché la “propria causa” proceda, vivendo invece del fat­
to di aver compreso che a quanto vive può importare solo di sé; una sinistra che non dipende
affatto dalla fede statalista come panacea di ogni moderno scompenso. Senza saperlo e, per buo­
na parte, addirittura senza volerlo sapere (qui da noi con rabbiosa risolutezza nel non volerlo
nemmeno riconoscere), la Nuova Sinistra è una sinistra esistenzialista, una sinistra neo-kinica\
e arrischio il conio: una sinistra heideggeriana. Soprattutto nel paese in cui la Teoria Critica ha
eretto un tabù pressoché infrangibile sull’ontologo ‘fascista’, quanto ho detto rappresentereb­
be un’opportunità per stimolanti riflessioni” (Sloterdijk 1983, p. 181).
17 Importanti suggerimenti in questa direzione - sebbene lungo un tracciato distante da
quello del filosofo tedesco —vengono da un’importante ricerca filosofica italiana che fa ca­
po a un libro, forse non ancora sufficientemente discusso, intitolato alla Vita nell’epoca del­
la sua riproducibilità tecnica: cfr. De Carolis 2004.
18 Misurandosi senza remore con la posterità filosofica di Heidegger Sloterdijk scrive: “Il
progetto ‘Sfere’ può anche essere visto come un tentativo di disseppellire dal suo ricoprimento
il progetto Essere e spazio rimasto non tematizzato nella prima opera di Heidegger (o per lo
meno rimasto non tematizzato in un suo aspetto fondamentale)” (Sloterdijk 2001a, p. 324).
Poco più sopra aveva richiamato la disattenzione sistematica della ricezione heideggeriana per
i problemi dello spazio: “Solo pochi interpreti di Heidegger sembrano aver capito che sotto
il sensazionale titolo programmatico di Essere e tempo, si nasconde anche una trattazione po­
tenzialmente rivoluzionaria di essere e spazio. Mentre ci si è concentrati soprattutto sull’ana­
litica esistenziale del tempo in Heidegger, si è per lo più ignorato che questa si radica in una
corrispondente analitica dello spazio, e si è ignorato altrettanto il fatto che entrambe si fon-
20 GIANLUCA BONAIUTI

Sloterdijk assegna alla filosofia dello spazio il compito di sfidare i


giochi linguistici quotidiani, di forzarne la forma e il contenuto, recu­
perando al lessico specialistico - di cui non manca mai di sottolineare
l’importanza - quelle espressioni che, a suo parere, riescono meglio a
riflettere problemi e temi del tempo presente, anche a costo di arri­
schiate invenzioni e ripescaggi eruditi. In questo quadro Sloterdijk
muove dalla convinzione che ogni cultura data, compresa quella occi­
dentale contemporanea, possieda un vocabolario incompleto per de­
scrivere se stessa e che quindi i giochi linguistici che la contraddistin­
guono selezionino temi lasciando inevitabilmente indiscussi, perché non
visti, altri fenomeni. Il concetto di spazio che qui entra in gioco non è
né il concetto triviale, né quello fisicale, né quello geometrico, piutto­
sto indica una matrice per le dimensioni in generale, ovvero una com­
prensione più approfondita di ciò che originariamente “spazializza” lo
spazio, o di ciò che originariamente dona la sua estensione a una di­
mensione. Ma cosa legittima, viene da chiedersi, un così alto investi­
mento cognitivo nella figura della sfera dal momento che la nozione di
sfera risulta essere un termine-concetto tutt’altro che consueto nel les­
sico teorico corrente? Con tale espressione egli intende qualificare
questo “spazio non abituale” e designare così lo spazio deH’originario
dispiegarsi della dimensionalità: quelle strutture morfo-immunologiche
capaci di assicurare un vantaggio “climatico” essenziale per l’uomo che
si emancipa dagli ambienti naturali. Le sfere sono dunque descrivibi­
li, in prima battuta, come i luoghi della risonanza interanimale e inter­
personale, quegli spazi in cui gli esseri-viventi stanno insieme e acqui­
siscono un potere plastico. In più di duemila anni di storia il concetto
di sfera ha giocato un ruolo marginale nell’elaborazione del pensiero
occidentale mentre Sloterdijk ritiene che non si debba dimenticare
che nell’era che va da Platone a Leibniz tutto ciò che veniva detto o pen­
sato a proposito di Dio o del mondo era espresso in termini sferologi-
ci. Basti pensare al semplice principio della teologia (o teosofia) me­
dievale che rappresentava Dio come quella sfera il cui centro è ovun­
que e la circonferenza in nessun luogo (almeno fino a Pascal). E, sulla
stessa traccia, all’individualismo moderno come possibile realizzazio-

dano su un’analitica esistenziale del movimento. Ne consegue che mentre sulla dottrina del­
la temporalizzazione e della storicità di Heidegger - l’ontocronologia - si può leggere un’in­
tera biblioteca, sulla sua dottrina della motilità, o ontocinetica, esistono solo alcune trattazio­
ni, e sui suoi approcci a una teoria della spazializzazione originaria dello spazio, o ontotopo-
logia, non esiste nulla tranne irriferibili parafrasi pietistiche” (p. 319). Per il panorama italia­
no, un tentativo di seguire una traccia non lontana da questa, per quanto resa in una scrittu­
ra totalmente ipnotizzata dallo stile dell’autore, si può vedere Vitiello 1992.
INTRODUZIONE 21

ne inconscia di questo dogma. Per questa ragione, ritenere la sfera o,


ad esempio, il globo come semplici metafore che stanno per qualco­
s’altro sarebbe un errore: si tratta piuttosto di “immagini di pensiero”,
o meglio, “figure di pensiero”, emerse dalla geometria e che avevano
nella Grecia antica un chiaro senso morfologico, divenuto poi cosmo­
logico dopo Platone. La descrizione delle località sferiche - da princi­
pio semplici interspazi tra gruppi di animali - può essere paragonata
a una descrizione di serre in cui gli esseri viventi prosperano in speciali
condizioni climatiche che si sono autoprodotte19. Il concetto di sfera
assolve in questo modo un compito ulteriore. Nelle intenzioni di Slo-
terdijk con esso viene coperto il vuoto che si spalanca tra il concetto di
ambiente e il concetto di mondo, vuoto fino a oggi non osservato dal­
le teorie dello spazio. Se la vita in un ambiente può essere compresa on­
tologicamente come un essere circondato da fattori significativi e da un
insieme di condizioni che permettono la vita organica (fenomeni si­
gnificativi per la nutrizione, per la copulazione, per la difesa da un pe­
ricolo) e l’essere-nel-mondo come un emergere nell’aperto-illimitato, le
sfere invitano a pensare una condizione di mondo mediana che non
coincide né con l’inclusione nella gabbia dell’ambiente, e neppure con
il terrore più puro del trovarsi nell’indeterminato20. Esse hanno lo sta­
tus di un’apertura mediana, sono involucri di membrane tra l’interio­
rità e l’esteriorità e dunque media primari. Possono fungere contem­
poraneamente da agenti di cambio tra le forme della coesistenza cor-
poreo-animale e simbolico-umana, poiché abbracciano le relazioni fi­
siche (incluse quelle della trasformazione della materia e della ripro­
duzione) e anche le relazioni intenzionali verso ciò che è lontano e non
si può toccare con mano (come l’orizzonte e le costellazioni): la crea­
zione di nicchie o sfere significa l’istituzione di mezzi di emancipazio­
ne dai contesti climatici e biogeografici. A partire da queste evidenze
topologiche, la ricerca di Sloterdijk si muove nella direzione di tutte
quelle espressioni che indicano dei valori di acclimatazione trasposti su
di un piano ontologico. Quanto questa oscillazione sia stata determi­
nante nella specificazione della condizione umana è provato dal cata-

19 “Nel nostro caso l’effetto-serra portò a delle conseguenze ontologiche: si può mostrare
plausibilmente come da un essere-nelT-ambiente-serra si sia potuti passare a un essere-nel-
mondo umano” (Sloterdijk 2001a, p. 137)
20 Non è un caso che in Sphären III. Schaume si trovi un tentativo di ridefinizione filoso-
Iica del terrorismo che, mettendo da parte la classica formulazione hegeliana, lo interpreta
come una forma di azione che è tesa a distruggere l’ambiente vitale della vittima (Sloterdijk
2002). Il testo era stato pubblicato separatamente nel 2001 col titolo di Luftheben. An den
Wurzeln des Terrors.
22 GIANLUCA BONAIUTI

strofico passaggio dalla metafisica classica alla Modernità21. Dal pun­


to di vista morfologico l’età moderna si configura come quell’epoca po­
stcolombiana, postluterana, postcopernicana e, si potrebbe aggiunge­
re, postvesaliana (cfr. Sloterdijk 2004a, pp. 23 sg.) in cui gran parte del­
le strutture immunologiche tradizionali hanno perduto la loro capacità
domesticante: dal momento in cui il fisico e cosmografo inglese Tho­
mas Digges ha provato, nell’anno 1570, che la dottrina bimillenaria del­
le cortecce celesti è tanto inconsistente dal punto di vista fisico quan­
to superflua dal punto di vista dell’economia del pensiero, i cittadini
dei tempi moderni si sono, infatti, forzatamente ritrovati in una situa­
zione nuova che ha tolto loro, oltre all’illusione che la loro patria oc­
cupasse una posizione centrale nel cosmo, anche l’idea immaginaria e
consolatrice che la Terra fosse avvolta da volte sferiche, come da man­
telli celesti riscaldanti. A partire dalla coscienza di quella perdita, l’uo­
mo è stato sormontato da tutte le parti da esteriorità mostruose, in­
commensurabili, che hanno soffiato su di lui la freddezza delle stelle e
una complessità extra-umana. La ricerca e la presa di coscienza hanno
trasformato l’uomo in un “idiota” del cosmo22. Ciò che, qualche seco­
lo dopo, non senza una certa ironia compensativa, l’antropologia filo­
sofica novecentesca doveva descrivere come l’essere programmato per
l’aperto, l’essere eccentrico, si presentava agli albori della Modernità
cosmografica come un essere soggetto alle irruzioni continue e incon­
trollate del freddo proveniente dai mondi gelati del cosmo e della tec­
nica. Di fronte a questa nuova apertura verso esteriorità non riscalda­
te l’uomo dei tempi moderni ha dovuto apprendere il modo di esiste­
re come un nocciolo senza la sua corteccia (o scorza). E, soprattutto,
come conseguenza di una catastrofe sulla cui evidenza la scienza mo­
derna ha prodotto un flusso continuo di indizi, ha dovuto aggrappar­
si alla corteccia terrestre ed esplorare una nuova pesantezza gravita­
zionale del proprio pensiero. L’uomo si è così trasformato nell’osser­
vatore di un cosmo in cui la terra doveva presentarsi come l’unico so­
stegno (e supporto) possibile per le proprie chance di vita e di pensie­
ro. Da qui, da questo riposizionamento attivo, decolla il lungo proces­
so della “globalizzazione terrestre” .

21 Uno degli aspetti più eclatanti delle ricerche di Sloterdijk è la segnalazione e la perti­
nente convocazione di autori, letterature e prove scientifiche inconsuete per la ricostruzio­
ne filosofica del mondo moderno, a partire dai racconti di viaggio dei primi navigatori, fino
alle sintesi cosmografiche più originali.
22 Sull’“idiota” come figura chiave dell’orizzontalità sociale contemporanea contrappo­
sta a quella dell’angelo, vero e proprio campione delle gerarchie vetero europee, cfr. Sloter­
dijk 1998a, pp. 481 sg.
INTRODUZIONE 23

5. Teoria antigravitazionale della Modernità

Sloterdijk fa risalire la sua svolta topologica nella teoria culturale a


un’esperienza d’insegnamento del 1990 al Bard College di New York, al­
lorché iniziò a lavorare con le figure della freccia e del cerchio per offri­
re ai suoi studenti dell’epoca, in maggioranza giovani artisti, un’intro­
duzione al pensiero filosofico. Uno spunto saliente, in termini di fasci-
nazione, era già emerso dal riferimento all’unico caso noto in cui Mar­
tin Heidegger, durante un seminario in Svizzera tenuto intorno al 1960
per alcuni psichiatri, aveva utilizzato un disegno alla lavagna per chiari­
re le sue tesi ontologiche. Nel disegno cinque frecce si proiettano verso
un singolo orizzonte semicircolare: con questa immagine Heidegger of­
friva una simbolizzazione astratta del termine Dasein come lo stato di un
essere che si muove sempre verso un orizzonte mondano in fuga. Di qui,
insieme alla lettura della Poetica dello spazio di Bachelard, emerge l’im­
pulso a ricostruire una vera e propria archeologia del pensiero spaziale.
Per quanto le riflessioni sulla teoria delle sfere intime (microsferolo-
gia) sia connessa al livello di una teoria delle grandi strutture immunita­
rie (Stati, imperi, “mondi”) le tappe, la cui scansione è segnata dai tre vo­
lumi, non sono collocate su un percorso unilineare. A partire dai sotto­
titoli (Bolle, Globi, Schiume) si segnala l’adozione di soluzioni lessicali inu­
suali non coordinate in modo uniforme. Bolle e Schiuma sono, a diffe­
renza di Globi, vere e proprie metafore. Con la prima Sloterdijk cerca
di descrivere lo spazio diadico di risonanza tra persone così come lo si
trova in relazioni simbiotiche: madre e figlio, Filemone e Bauci, psicoa­
nalista e analizzando, mistici e Dio ecc. Con Schiuma, termine che il fi­
losofo usa invece dell’esausto “società” (e che suggerisce di sostituire a
“rete”, per criteri di adeguatezza morfologica), intende descrivere, a
partire da una prospettiva fisica, sistemi multicamerali consistenti di
spazi formati da pressione gassosa e tensioni di superficie, che si re­
stringono e deformano l’un l’altro in accordo a ben strette leggi geome­
triche. Alla luce di questa metafora i sistemi urbani moderni diventano
comprensibili in analogia a un’analisi, esatta e tecnica, delle schiume. An­
che in questo caso la metafora topologica dà vita a una serie di conse­
guenze teoriche a cascata. Con essa è possibile pensare la possibile tra­
sformazione della sociologia in una scienza della climatizzazione, in una
teoria generale dell’11air<ondiliomng . Essa può descrivere la vita socia­
le come connessione di isolamenti, tali che nella schiuma sociale non c’è
comunicazione, piuttosto solo relazioni inter-autistiche e mimetiche.
Il piano della ricerca riflette comunque uno sfondo investigativo
comune. L’inizio della trilogia (Bolle) propone una teoria eccessiva del-
24 GIANLUCA BONAIUTI

la coppia, una teoria basata su un’ironia fondamentale. Mentre il sape­


re ordinario è fermamente convinto di sapere tutto circa la coppia, se­
gnatamente ritenendo che essa sia il risultato di un’addizione di uno più
uno, Sloterdijk cerca di dimostrare fino a che punto essere-una-coppia
[Paar-Sein] preceda qualsiasi incontro biografico. Con questo entra sul
terreno di una psicologia filosofica radicalizzata che prende congedo dal­
la fede generalizzata nella priorità dell’individuo: una sorta di psicolo­
gia profonda che prova a ricordare delle condizioni pre-individuali,
pre-soggettive, pre-egoistiche, il cui terreno di analisi passa scandalo­
samente attraverso capitoli sulla “ginecologia negativa” e forme di esi­
stenza prenatale nel ventre. Il secondo volume sviluppa le conseguen­
ze politiche e pubbliche di queste assunzioni di base. Esamina la nozione
per cui molte culture antiche hanno immaginato primariamente il mon­
do come un cerchio dotato di spirito. Prova a discutere i procedimen­
ti per mezzo dei quali la geometrizzazione del cosmo fu per prima di­
segnata dai greci; dopo di che ricostruisce la geometrizzazione di Dio a
opera dei filosofi neo-platonici, identificando questo passaggio come uno
dei più eccitanti della storia delle idee. La conclusione è una storia fi­
losofica della globalizzazione: dapprima l’universo è stato globalizzato
con l’aiuto della geometria, poi la Terra è stata globalizzata con l’aiuto
del capitale. Infine il terzo volume: in esso si tematizza il mondo moderno
nei termini di una teoria delle molteplicità spaziali. Prendendo le mos­
se dall’idea che esso non è strutturato mono-sfericamente e comunica­
tivamente, come vecchi e nuovi olisti tendono a pensare, piuttosto se­
condo una morfologia poli-sferica e caratterizzata da relazioni tra idio­
ti. Il centro del volume è occupato da una teoria immunologia dell’ar­
chitettura, che concentra l’attenzione sull’interpretazione dell’habitat
moderno e su una nuova visione dei contenitori di massa.
Le quasi duemila pagine del trittico costituiscono il tentativo di co­
struire un nuovo vocabolario, necessario nella misura in cui quello del­
le scienze culturali tradizionali risulta inservibile. E la ragione centra­
le di tale inutilità sta nel fatto che tutti i linguaggi naturali preceden­
ti, incluso quello del discorso teoretico, erano sviluppati per un mon­
do di sostanze solide e pesanti e risultano incapaci di esprimere un
mondo di leggerezza e relazioni. In queste condizioni il compito del­
la critica cambia profondamente: parafrasando Marx, il quale faceva
cominciare ogni critica dalla critica della religione, Sloterdijk dichia­
ra che oggi tutta la critica inizia con la critica della gravità, e, a segui­
re, della tentazione “realistica” conseguente di interpretare il leggero
come apparenza e il pesante come essenza. Il passaggio agli interni del
capitale avviene lungo questa traiettoria, non senza un richiamo chia-
INTRODUZIONE 25

ro al carattere inedito di esclusione che l’attuale climatizzazione del


comfort nella serra globale consegna in eredità all’uomo sprovvisto,
al momento, di efficienti strumenti di reazione23. La metafora del pa­
lazzo di cristallo che campeggia al centro del libro come emblema de­
gli interni mondani edificati dal capitale (e che Sloterdijk suggerisce
di sostituire agli “attardati” - almeno in senso morfologico - Passages
benjaminiani) descrive un guscio climatizzato le cui pareti, per quan­
to visibili e trasparenti, non possono essere attraversate.

Bibliografia

Ne] testo, l’anno che accompagna i rinvìi bibliografici secondo il sistema autore-data è sem­
pre quello dell’edizione in lingua originale, mentre i rimandi ai numeri di pagina si riferiscono
sempre alla traduzione italiana, qualora negli estremi bibliografici qui sotto riportati vi si fac­
cia esplicito riferimento.

AA.W., 1987, Peter Sloterdijks “K ritik der zynischen Vernunft" , Frankfurt a. M.,
Suhrkamp.
De Carolis, M., 2004, La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Bol­
lati Boringhieri.

n Significativo, in conclusione, mi pare il giudizio espresso sull’unico tentativo filosofico di


interpretare il fenomeno della globalizzazione che ha avuto una qualche risonanza pubblica, quel­
lo di Hardt e Negri, non a caso citato in apertura (infra, p. 35) del libro. A proposito di Impero
e del suo straordinario successo, Sloterdijk ha dichiarato: “Sospetto che il segreto nascosto die­
tro il grande successo del libro possa essere ascritto ai suoi toni religiosi appena velati. All’ini­
zio uno non riconosce il buon radicalismo della vecchia sinistra quando San Francesco prende
la scena accanto a Marx e Deleuze. Ma questa nuova alleanza con i santi è istruttiva per la posi­
zione del radicalismo di sinistra in una situazione post-marxista. Chiunque voglia praticare
un’opposizione fondamentale oggi ha bisogno di alleati che non sono interamente di questo mon­
do. Per far presa sulla situazione del radicalismo di sinistra, si potrebbe richiamare l’attenzione
sulla teoria della dissonanza cognitiva di Leon Festinger. Secondo Festinger, le ideologie che non
corrispondono più alle circostanze vengono reinterpretate dai loro seguaci fino a che non sem­
brano corrispondervi di nuovo, col risultato inevitabile che tali teorie divengono sempre più biz­
zarre. Gershom Sholem ha chiarito qualcosa di analogo in relazione al destino del profetismo
ebraico. L’essenza di ciò che dice è questa: quando fallisce il profetismo, emerge la fede apoca­
littica; quando questa fallisce, emerge la gnosi. Una analoga escalation può essere osservata a pro­
posito dei movimenti di opposizione politica a partire dal 1789: quando la rivoluzione borghe­
se fallisce o è insufficiente, emerge il radicalismo di sinistra; quando il radicalismo di sinistra fal­
lisce o diviene insufficiente, emerge la mistica della protesta. Mi pare che Negri sia arrivato esat­
tamente a questo punto. La sua “moltitudine” chiama avanti a sé una comunità di santi arrab­
biati in cui arde il fuoco della pura opposizione, non offrendo più un progetto rivoluzionario,
testimoniando invece la propria semplice esistenza a un mondo diretto verso un capitalismo uni­
versale. Così uno non può semplicemente dire che lo schema di Negri sia fallito, essa ha già in­
corporato il suo fallimento. Forse sarebbe più accurato riconoscere che il rivoluzionario politi­
co si è trasformato in un insegnante spirimale. Questo è il prezzo che deve essere pagato da chiun­
que provi seriamente a sviluppare un linguaggio della sinistra oltre il risentimento” (Funcke 2005).
26 GIANLUCA BONAIUTI

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Vitello, V , 1992, Topologia del moderno, Genova, Marietti.

Nota della traduttrice

Il titolo originale di quest’opera è \m Weltinnenraum des Kapitals. Für eine philosophische The­
orie der Globalisierung. L’autore ha ripreso il composto Weltinnenraum da una poesia di Rilke
con l’intento di indicare contemporaneamente uno spazio interno e la sua natura mondana. Nel­
la lingua tedesca, infatti, Innenraum indica l’interno di un edificio, lo spazio abitativo, quello spazio
che in architettura prende il nome di “interni” , letteralmente lo spazio che si trova all’interno,
contrapposto a quello che si trova fuori, all’esterno; mentre il termine Welt significa mondo.
Purtroppo nessuna delle possibili traduzioni di Innenraum accompagnata dal significato ulteri­
ore espresso con il termine Welt si presta alla formulazione di un titolo: sono state scartate
traduzioni come Negli spazi mondani interni del capitale o Negli interni mondani del capitale per­
ché a fronte della loro fedeltà sembravano troppo ermetiche nel significato. Queste difficoltà han­
no reso necessaria una parziale semplificazione del titolo originale: Il mondo dentro il capitale è
sembrato da un lato evocativo dell’idea portante di questo saggio secondo la quale la percezione
del mondo e la sua organizzazione prendono forma entro il capitale, anche se dall’altro lato man­
ca del riferimento allo “spazio abitativo” proprio della nozione di “Innenraum’’.
Altre difficoltà di traduzione incontrate nel testo sono esplicitate via via nelle note a piè di
pagina e sono state sottolineate con l’indicazione tra parentesi quadra del termine tedesco
corrispondente.
L’autrice desidera inoltre ringraziare per il loro insostituibile contributo nella risoluzione di
non pochi problemi di traduzione che questo testo presenta Michele Ravagnolo, Bruno Ac-
carino e lo stesso Peter Sloterdijk.
Parte prim a
L a nascita del sistem a m ondo
Capitolo prim o
L e grandi narrazioni

Questo saggio è dedicato a un’impresa che non si sa se debba esse­


re definita inattuale oppure impossibile. Ricapitolando la storia della glo­
balizzazione terrestre, esso tenta di tracciare le linee di una teoria del tem­
po presente attraverso una grande narrazione filosoficamente ispirata.
Chi dovesse trovare strana questa pretesa, dovrebbe tenere presente che
è di per sé provocatorio il solo fatto di avanzarla; lasciarla cadere sarebbe,
però, disfattismo intellettuale. Da secoli il pensiero filosofico pretende
di dire chi siamo e che cosa dobbiamo fare, incluse, da più di duecen­
to anni, anche affermazioni sul modo in cui ci datiamo nella “storia”.
L’irruzione del tempo nel pensiero filosofico della vecchia Europa ha im­
posto finora solo una revisione parziale della tradizione. Tuttavia, oggi,
che appare conclusa l’era che ha idolatrato il tempo in modo unilatera­
le, anche lo spazio vissuto rivendica i suoi diritti. Già Kant (1786, pp.
47 sg.) era cosciente del fatto che la ragione stessa possiede un model­
lo per orientarsi nello spazio. Chi volesse sviluppare sufficientemente
questa indicazione, dovrebbe giungere, di conseguenza, a una mutata
concezione dell’attività filosofica: la filosofia è il suo spazio espresso nel
pensiero. Nei momenti in cui essa sa quello che fa, porta i segni di una
discussione sulla situazione in cui molteplici discipline hanno da dire la
loro. Per chiarire la situazione sono necessarie delle grandi narrazioni.
Questo tentativo risulta inattuale a causa del consenso che regna tra gli
intellettuali dell’ultima generazione a proposito del fatto che proprio le
cosiddette “grandi” narrazioni abbiano definitivamente fatto il loro
tempo. Questa opinione ha un suo fondamento. Si basa sulla plausibi­
le convinzione che note narrazioni di questo tipo conservino insupera­
bili tratti di provincialismo nonostante volessero costruire l’andamen­
to della “storia” nei suoi tratti generali e universali; che, animate da pre­
giudizi deterministici, abbiano contrabbandato nel corso delle cose
32 PETER SI.OTERDIJK

proiezioni di scopi di una linearità sfacciata; che fossero complici nel sac­
cheggio coloniale del mondo, a causa del loro irrimediabile eurocentri­
smo; che, insegnando in modo più o meno esplicito una storia della sal­
vazione, collaborassero alla realizzazione di sciagure mondane di enor­
mi dimensioni; e che ora, finalmente, si dovesse dare impulso a un pen­
siero completamente diverso, un discorso sulle cose della storia che
fosse discreto, polivalente, non totalizzante e, soprattutto, cosciente
della sua propria determinatezza prospettica.
Questa concezione è perfettamente corretta ma solo fino alla conse­
guenza che se ne trae immediatamente dopo in una direzione falsa e ras­
segnata. E vero che lo storico delle idee, se osserva retrospettivamente
con sensibilità i capolavori della narrazione filosofica e le esegesi classi­
che del mondo messo in movimento dalla storia, ha a che fare con un in­
sieme variopinto di esagerazioni rapsodiche. Ciò che ha sin qui preso il
nome di filosofia della storia sono, senza eccezioni, sistemi folli di argo­
menti sconsiderati. Essi conducevano ogni volta a montaggi frettolosi dei
materiali, orientandoli su linee rette tracciate con violenza, come se i pen­
satori fossero vittima di una sindrome di iperattività che li spingeva ver­
so fini errati. Fortunatamente, sono ormai passati i tempi in cui è possi­
bile che abbiano conseguenze nel mondo reale delle dottrine affascinanti
che promettono ai loro adepti di aprirsi il varco, con l’aiuto di un pugno
di concetti semplificanti, verso la sala macchine della storia universale -
se non addirittura verso i piani alti dell’amministrazione della torre di Ba­
bele. La vamtas di tutti i costrutti della filosofia della storia salta oggi agli
occhi degli stessi profani; qualsiasi studioso alle prime armi, qualsiasi gal­
lerista ne ha avuto abbastanza di questi fabbricati, tanto da mostrare un
certo sorriso di fronte a espressioni come spirito del mondo, scopo del­
la storia e, più in generale, progresso.
La soddisfazione per queste chiarificazioni non dura però a lungo:
il consueto discorso sulla fine delle grandi narrazioni conduce, infatti,
oltre il suo oggetto critico, non appena esso non si accontenti più di con­
futare alcune insopportabili semplificazioni. Non è, dal canto suo, an-
ch’esso sfociato in una comoda meta-narrazione? Questo nuovo mito
intellettuale non è indubbiamente connesso a un’inerzia irritante che
vuole vedere in ciò che è ampio solo qualcosa di fastidioso e in ciò che
è grande solo qualcosa sospettabile di mania? Effettivamente, agli scet­
tici post-dialettici e post-strutturalisti non ha forse fatto seguito negli
ultimi decenni una parziale paralisi del pensiero, di cui la specializza­
zione in micro-storie condotta in archivi remoti e avversa alle idee - co­
me quella attualmente circolante nelle scienze umane - costituisce la
forma più moderata?
\M GRANDI NARRAZIONI 33

Se si osservano le grandi narrazioni divenute famose sino a oggi -


quella cristiana, quella liberal-progressista, quella hegeliana, quella
marxista, quella fascista - come tentativi mal riusciti di impossessarsi
della complessità del mondo, questa conoscenza critica non delegitti­
ma il racconto di cose passate né dispensa il pensiero dallo sforzo di
dotarsi di un’ottica sufficientemente sensibile da consentire la messa a
luoco di singolarità del tutto devianti. Pensare non significa forse da
sempre accettare la sfida di vedere comparire oggettivamente davanti
ai nostri occhi ciò che è smisurato? E proprio sfidarlo a un comporta­
mento concettualmente comprensibile non è di per sé insopportabile
per la natura tranquillizzante della medietà? La povertà di siffatte gran­
ili narrazioni non è assolutamente da rintracciare nel fatto che sono
troppo grandi, ma, al contrario, nel fatto che non lo sono abbastanza.
Ovviamente, si rimane liberi di dibattere sul senso del termine “gran­
de”. Per noi “sufficientemente grande” significa vicino al polo della smi­
suratezza. “ (...) E che cosa sarebbe pensare se non un misurarsi conti­
nuamente con il caos” (Deleuze, Guattari 1991, p. 211).
Lo schizzo che qui si propone è una parte del “progetto-sfere” , che
è un tentativo di più ampio respiro di configurare unitamente ciò di cui
si occupa il racconto e ciò di cui si occupa la filosofia, in modo in par­
te neo-scettico e in parte neo-morfologico (Sloterdijk 1998a, 1999,
2004). Nell’elaborazione del progetto - la pubblicazione dei volumi è
stata ultimata nel 2004 - è stato visto lo sviluppo del motivo della sfera
sia nella cosmologia filosofica sia nella teologia vetero europea; con una
certa completezza sono state verificate le sue implicazioni psicodina­
miche ed è stata testata la sua capacità formativa sul piano antropolo­
gico. È così venuto alla luce, tra le altre cose, l’elevato valore d’uso psi­
cosemantico o religioso della speculazione intorno alla sfera. Nella sfe­
ra che tutto comprende gli antichi scoprirono una geometria della si­
curezza: in questa si dispiegava, come si doveva mostrare, il forte mo-
vens della produzione dell’immagine metafisica o totale del mondo. Se­
condo il racconto delle sfere divine e della sfera-universo, sviluppato in
Sphären II, Globen, questa immagine d’insieme sublime e immaginaria
era stata condannata a scomparire con l’inizio dell’età moderna (Lerner
1996), mentre l’ubicazione dell’uomo, il pianeta Terra, si metteva sem­
pre più esplicitamente in risalto. In un’alba durata per secoli la Terra è
emersa come l’unica vera sfera alla base dell’intero insieme del vivente,
mentre tutto ciò che sino ad allora era valso come cielo gemello e cari­
co di senso va incontro a uno svuotamento. Questo divenire fatale del­
la Terra, evocato dalle pratiche umane, insieme a una contemporanea
perdita di realtà della sfera dei numi, sino ad allora vitale, non delinea
34 PETER SLOTERDIJK

il semplice sfondo degli avvenimenti che oggi prendono il nome di glo­


balizzazione; è la rappresentazione teatrale [Drama] stessa della globa­
lizzazione. Il suo nocciolo si trova nell’osservazione che sulla Terra sco­
perta in ogni angolo, collegata in una rete e resa singolare, le condizio­
ni dell’immunità umana mutano completamente.
Se, a differenza di molte altre analisi di questo tema, tale rappre­
sentazione sottolinea i suoi aspetti filosofici, ciò accade sotto il segno
del fatto, finora poco considerato, che l’oggetto della storia qui in que­
stione, il globo terrestre, è un oggetto pieno di capricci metafisici che
si nasconde volentieri dietro un aspetto di apparente normalità. Esso
rappresenta un ibrido geografico-filosofico, della cui peculiarità logi­
ca e fisica non è affatto facile farsi un’idea. Ciò significa in primo luo­
go che la tormentata sfera azzurra con macchie giallo savana non sem­
bra più essere una cosa tra le altre, un piccolo corpo tra i corpi, che sta­
tisti e scolari possono far ruotare con un movimento della mano; essa
deve contemporaneamente riprodurre la totalità singolare o la mona­
de geologica che svolge la funzione di fondamento per tutta la vita, il
pensiero e le invenzioni. Nel corso della modernizzazione la questio­
ne dell’ubicazione terrestre si sviluppa in modo sempre più stringen­
te: mentre nell’immagine del cosmo degli antichi la Terra veniva para­
dossalmente presentata come il centro marginale di un universo, che
potevamo prendere in considerazione solamente dall’interno, essa vie­
ne percepita dai moderni come una sfera eccentrica, della cui roton­
dità ci possiamo persuadere anche da un punto di vista esterno. Ciò avrà
conseguenze inaspettate per “l’immagine del mondo” delle generazio­
ni successive a Mercatore. Il monogeismo1 [Monogei'smus], la convin­
zione circa l’unicità di questo pianeta, si rivela per noi un dato di fat­
to che ringiovanisce ogni giorno e in base al quale il monoteismo non
potrà essere in futuro altro che un oggetto di fede decrepito, che non
può essere riattualizzato neppure con l’aiuto di bombe bigotte dal Me­
dio-Oriente. Le prove dell’esistenza di Dio portano inevitabilmente il
segno del loro fallimento, mentre le prove dell’esistenza del globo ter­
restre hanno dalla loro parte un flusso ininterrotto di evidenze. Di se­
guito ci dovremo occupare delle circostanze in cui si è potuti giunge­
re a un accumulo di così tante prove a favore dell’unità dell’oggetto tan­
to massiccio quanto sublime sul quale viviamo.

1 “Monogeismo” traduce il termine tedesco Monogei'smus, così come “monogeistica” fa


con l’aggettivo monogeistische. Sul piano lessicale queste tradizioni tendono a sottolineare la
contrapposizione al termine “monoteismo” (N.d.T.).
LE GRANDI NARRAZIONI 35

Con questo accenno abbiamo fatto il nostro ingresso nel cuore nel­
la filosofia —premesso che ci affidiamo all’assunto che il filosofare non
sia solo, come si sente molto spesso dire negli ultimi tempi, un’attività
priva di un oggetto specifico, ovvero un modus vivendi, ma al contra­
rio che essa possegga un’oggettività con propri diritti, per non parlare
di un oggetto suo proprio. La filosofia può e vuole essere esercitata a
regola d’arte come se fosse una quasi-scienza delle totalizzazioni e del­
le loro metafore, come una teoria narrante della genesi dell’universale
e infine come meditazione sull’essere-in-situazioni - ovvero sull’esse-
re-nel-mondo; a questo do il nome di “teoria dell’immersione” o di teo­
ria generale dell’essere-insieme e fondo, a partire da ciò, l’apparenta­
mento della filosofia più recente con l’arte dell’installazione (Sloterdijk
2004, pp. 501-534, 801-802).
Una delle principali caratteristiche delle consuete prospettive sulla
globalizzazione è, detto chiaramente, la comicità discreta. Di fatto si trat­
ta di un filosofare selvaggio che si trova evidentemente più a proprio agio
se i professionisti del mestiere non si immischiano nel dibattito. Così ac­
cade che oggi i più filosofici tra i topoi della politica e della teoria della
cultura circolino per il mondo praticamente senza il coinvolgimento del­
la corporazione. La più efficace delle totalizzazioni, l’unificazione del­
la Terra per mezzo del denaro in tutte le sue forme - come merce, co­
me testo, come numero, come immagine e come élite - si compie auto­
nomamente, senza che i membri della facoltà di saggezza mondana sap­
piano dire niente di più a tale proposito di un qualsiasi lettore di gior­
nali di un paese dove ci sia più o meno libertà di stampa. Quando i fi­
losofi contemporanei si sono espressi secondo le regole della loro arte
a proposito di tale questione, lo hanno fatto con pubblicazioni nella mag­
gior parte dei casi marginali e, probabilmente, prive di effetti degni di
nota sulle correnti pubbliche di opinione - eccezion fatta per Impero di
Hardt e Negri, conosciuto in tutto il mondo.
Accresce l’ironia della situazione il fatto che si possa avere la con­
vinzione che questo livellamento dell’opinione filosofica nella genera­
le confusione delle idee sia testimone di una condizione cui dare il ben­
venuto. Si può argomentare precisamente che alla filosofia, che fino a
poco tempo fa dava a intendere di sognare di essere messa in pratica,
non potesse accadere niente di meglio che prendere posto tra le cose
intorno cui ci si trova d’accordo quotidianamente e senza gerarchie. Ci
si potrebbe azzardare ad affermare che un esplicito non-voler-essere-
nulla-di-particolare del discorso filosofico è una prova del fatto che si
ha a che fare con un pensiero che è all’altezza del tempo - e le altezze
del tempo odierno hanno rinnegato la cattiva abitudine di distinguer-
36 PETER SLOTERDIJK

si. Di conseguenza, l’egemonia dei non filosofi nella questione della glo­
balizzazione potrebbe essere letta come il segno che la “società” - o co­
me si voglia chiamare la pluralità che convive e fa politica - è diventa­
ta immune da pericolosi entusiasmi indotti dalla filosofia così come da
parole d’ordine altezzose e generiche sulla situazione del mondo. Per­
ché dunque lamentarsi della marginalizzazione della filosofia?
Lungi da me negare gli aspetti sensati di un tale punto di vista. O s­
servata da un punto di vista complessivo, la monopolizzazione dei di­
scorsi sulla globalizzazione a opera di politologi e scienziati sociali, cui
dobbiamo la continuazione del giornalismo con arcigni mezzi, sareb­
be sopportabile, se non fosse che i concetti fondamentali di questo di­
battito sono quasi senza eccezioni termini filosofici non riconosciuti co­
me tali, il cui uso amatoriale conduce a suggestioni e fraintendimenti
di senso. Chi fa filosofia senza tenere presente lo stato dell’arte fa, in
ultima istanza, sempre un’attività mitica, camuffata o esplicita, e non
di rado con conseguenze pericolose. La proliferazione di affermazioni
non verificate, che non si arresta più ai confini dello Stato nazionale,
fa parte degli effetti collaterali degni di nota dell’attuale ondata para­
filosofica. Copie clandestine di questa inconsapevolezza circolano li­
beramente in tutto il mondo. Esse offrono un esempio lampante per
la tesi che tutto ciò che dipende dalla clientela o si vende su tutti i mer­
cati o non si vende affatto. Curiosamente, sono non di rado gli spiriti
liberali, questi nemici dichiarati delle grandi narrazioni teologiche e fi­
losofiche, che si lanciano in ipotesi politicamente virulente facendo uso
di concetti infondati di globalità e totalità, di tempo, spazio e situazione,
di unità, molteplicità e reciproca influenza, inclusione, esclusione e al­
tre parole, le quali, scritte l’una dopo l’altra, producono un editoriale.
Contro gli effetti collaterali di queste forme di sconsideratezza viene
in soccorso in primo luogo ricordare l’origine filosofica del motivo-glo­
bo. Potremmo iniziare con un rapido accenno al fatto che “globus” è un
sostantivo che rappresenta un’idea semplice, la tesi del cosmo, e un dop­
pio oggetto cartografico, cioè il cielo degli antichi e la Terra dei moderni;
da questi nomi dipendono le correnti deduzioni circa lo stato “globale”
delle cose, che ha recuperato il suo rango di sostantivo passando per il ver­
bo inglese toglobalize- d a cui la figura ibrida della “globalizzazione”. Que­
sta espressione ha comunque il vantaggio di sottolineare il tratto attivo de­
gli eventi a livello mondiale: se la globalizzazzione ha luogo, ciò accade
sempre con operazioni che hanno conseguenze in luoghi lontani.
Nel passaggio successivo bisognerebbe provare l’affermazione che
la rappresentazione di una sfera, che funge da contenitore o supporto
per la vita biologica e riflessiva, fosse costitutiva presso i Greci per il di-
LE GRANDI NARRAZIONI 37

spiegamento filosofico dell’universo. La cosmologia dell’antichità occi­


dentale, cioè quella dei maestri platonici e tardo ellenistici, si è votata
all’idea di dover rappresentare la totalità di ciò che è nell’immagine sti­
molante di una sfera che tutto comprende. Il nome di quest’opera è tut­
tora presente nella memoria europea, per quanto nostalgicamente spez­
zata, poiché a partire dagli antichi giorni dell’Accademia il grande cer­
chio di ciò che è prende il nome di kosmos - un nome che rievoca il ca­
rattere di splendore e bellezza dell’universo. Allo stesso tempo ci si è ri­
volti al medesimo oggetto chiamandolo cielo, Uranos. Il nome titanico
esprime l’idea che il mondo trovi i suoi confini in un’ultima volta di ete­
re - un’immagine che si sarebbe anche potuta chiamare speranza. Si vo­
leva pensare il cielo come un ampio vaso che fornisce il supporto per le
stelle fisse e calma la paura di cadere degli uomini. Il cielo è, secondo
Aristotele, l’involucro più esterno della sfera che tutto contiene e non
viene contenuta da nulla (Fisica, 2 12b). Misurare questo cielo con il pen­
siero significava compiere la prima globalizzazione. Con ciò nacque an­
che la buona novella della filosofia: che l’uomo, per quanto depresso dal­
l’esperienza del disordine, non può cadere dal mondo.
In questo modo i veri inizi della globalizzazione si trovano nella ra­
zionalizzazione della struttura del mondo a opera dei cosmologi anti­
chi, che per la prima volta con serietà concettuale o, meglio, morfolo­
gica hanno costruito la totalità degli esseri in forma sferica e hanno of­
ferto alla trattazione degli intellettuali questa immagine edificante di or­
dine. L’ontologia classica era, tanto come teoria del divino quanto co­
me teoria del mondo, una sferologia - essa forniva una teoria del glo­
bo assoluto in forma immaginifica (Mahnke 1937). Conquistò stima co­
me geometria sublime che poneva al centro ciò che era ben fatto, cir­
colare, che ritornava in sé. Ha suscitato simpatie come logica, etica ed
estetica delle cose rotonde. Per i pensatori della tradizione europea va­
le come cosa certa che ciò che è buono e ciò che è rotondo abbiano la
medesima provenienza. A partire da qui, la forma a palla ha potuto ac­
quisire efficacia come sistema immunitario a livello cosmologico. Teo­
rie della non-sfericità entrano in gioco come conquiste molto più tar­
dive - esse annunciano la vittoria delle scienze esatte, la morte di Dio,
le matematiche del caos e la fine della vecchia Europa.
Richiamare alla memoria queste circostanze significa esplicitare la
ragione per cui la “globalizzazione” nel suo complesso è un fenomeno
molto più potente sul piano logico e sul piano storico di quanto non
venga compreso dal giornalismo attuale e dai suoi procacciatori di da­
ti economici, sociologici e polizieschi. I discorsi a questo proposito, ed
è qui indifferente se essi vengano espressi nelle edizioni settimanali o
38 PETER SLOTERDIJK

negli inserti della domenica, toccano esclusivamente l’episodio più re­


cente, fortemente segnato da uno scambio accelerato di merci, segni e
microbi, per parlare solo in seguito dei mercati finanziari e dei suoi fan­
tasmi. Chi voglia tenere presente la serietà ontologica dell’evento che
noi discutiamo con il nome di globalizzazione —l’incontro tra essere e
forma in un corpo sovrano -, deve mettere in risalto nel concetto stes­
so le differenze epocali sino a ora scarsamente percepite. Perciò qui al­
l’espressione globalizzazione viene accostato l’aggettivo terrestre. Esso
deve indicare che con ciò trova espressione un capitolo di una storia
più lunga, che ha una dimensione intellettualmente stimolante, di cui
coloro che contribuiscono al dibattito attuale non possiedono nor­
malmente una rappresentazione adeguata.
La globalizzazione terrestre (praticamente compiuta dai viaggi per ma­
re cristiano-capitalistici e politicamente stabilita dal colonialismo degli Sta­
ti nazionali vetero-europei) costituisce, come si mostrerà, la fase inter­
media compiutamente osservabile di un processo in tre fasi, i cui inizi so­
no stati presi in considerazione più compiutamente altrove (Sloterdijk
1999). Questo segmento intermedio della durata di cinquecento anni è
entrato a fare parte dei libri di storia come “epoca dell’espansionismo eu­
ropeo”. Risulta facile agli storici guardare al periodo di tempo che va dal
1492 al 1945 come a un complesso in sé compiuto di eventi - è l’epoca
in cui l’attuale sistema-mondo ha assunto i suoi contorni. Esso è prece­
duto, come si è già notato, dalla globalizzazione cosmo-uranica, questo
primo e potente stadio del pensiero della sfera che si potrebbe chiama­
re - in onore della predilezione per le figure sferiche della dottrina clas­
sica dell’essere - globalizzazione morfologica (o, meglio, onto-morfolo-
gica). A esso fa seguito la globalizzazione elettronica, con la quale han­
no a che fare il tempo presente e i suoi eredi. I tre grandi stadi della glo­
balizzazione si differenziano perciò, in primo luogo, secondo il loro me­
dium simbolico e tecnico: costituisce una differenza epocale se si misu­
ra una sfera idealizzata con linee e tagli, se si circumnaviga una sfera rea­
le con navi oppure se si fanno circolare nella calotta atmosferica aeroplani
e segnali radio. Costituisce una differenza ontologica se si pensa a un co­
smo che ospita il mondo delle essenze o se si pensa a una Terra che fun­
ge da supporto per diverse immagini del mondo.
L’apice delle sfere metafisiche - di cui Dante e Cusano sono i più
eminenti testimoni - è il punto di svolta che conduce alla loro disso­
luzione. La fase di decadenza del dispiegamento sfero-cosmologico
degli esseri inizia con la cesùra culturale che, sulle tracce di Jacob
Burkhardt, chiamiamo Rinascimento. Il grande studioso di storia e
morfologia aveva proposto per questa rottura nella Modernità la for-
I,H c ;r a n d i n a r r a z io n i 39

mula “scoperta del mondo e dell’uomo”, che coincide, come vedremo,


con la fase di ascesa del realismo terrestre. Esso ha inizio, se guardia­
mo agli oceani, con i grandi viaggi dei portoghesi e, se guardiamo al cie­
lo, con le “rivoluzioni” di Copernico e con il distacco di Keplero dal
dogma del movimento circolare ideale delle orbite planetarie. Questa
rinuncia doveva portare alla caduta delle consolanti volte eteree del cie­
lo, poiché sottraeva fondamento all’idealismo dei cerchi. In una suc­
cessione stringente, a partire da quei giorni, il capitolo logico ed em­
pirico trovò il suo compimento in un modo completamente nuovo di
rivolgersi al pianeta Terra - forse si comprenderà un giorno che la sco­
perta e la cartografizzazione di quel mondo neurologico che è il cer­
vello umano vanno imputate al medesimo mutamento. Tra le sue con­
seguenze c’è la fondazione empirica della fede monogeistica \mono-
geistische\, della Modernità. Essa introduce all’epoca della concezio­
ne della Terra, nella cui fase di saturazione siamo entrati da poco me­
no di mezzo secolo.
L’espressione “saturazione” [Sättigung] possiede nel contesto dato
un senso teoretico-pratico: dopo l’appagamento della fame di mondo,
che si è manifestata nelle spedizioni e nelle occupazioni di terre da par­
te di agenti europei, ha avuto inizio, al più tardi al principio del 1945,
un’era il cui modus di creazione del mondo si differenzia decisamente
da quello del periodo che si stava chiudendo. Il suo tratto caratteristi­
co è il primato crescente degli scrupoli di fronte alle iniziative. Dopo
che la globalizzazione terrestre era stata compiuta per secoli come uni­
lateralità nell’azione, da pochi decenni si guarda indietro agli atti e ai
modi di pensare di quest’era con obbligata contrizione - essi assumo­
no l’allarmante nome di eurocentrismo, come per annunciare che ci si
è distaccati dalle opere prodotte con questi mezzi un tempo ritenuti tan­
to coraggiosi. Contrassegneremo quest’epoca come periodo di azione
dell’unilateralismo - come presa asimmetrica del mondo, che trovava
il suo punto di origine nei porti, nelle corti e nelle ambizioni dell’Eu­
ropa. Rimane da mostrare come e perché il complesso di queste azio­
ni precipitose, eroiche e miserevoli dovesse fare il suo ingresso nei li­
bri sotto il nome di “storia universale”2 - e perché la storia universale

2 Si è reso qui con “storia universale” il termine tedesco Weltgeschichte. Questo termi­
ne presenta un ineludibile problema di traduzione legato alle difficoltà di rendere in italia­
no il senso del termine Welt (mondo). La traduzione più corretta è probabilmente “storia mon­
diale” ma si è qui preferita quella di “storia universale” in ossequio alla traduzione resa in
italiano del titolo delle lezioni hegeliane su questo argomento, che costituiscono una delle
pietre miliari del genere filosofico qui discusso da Sloterdijk (N.d.T.).
40 PETER SLOTERDIJK

in questo senso del termine è definitivamente finita. Se il termine “sto­


ria” indica la fase di successo dell’unilateralismo - e continueremo più
avanti a difendere questa definizione - allora i cittadini della Terra vi­
vono oggi indubbiamente in un regime post-storico. Se questo reper­
to si accordi con la pretesa degli Stati Uniti di essere, in qualità di “na­
zione indispensabile”, l’erede di un concetto unilaterale di mondo,
verrà discusso più avanti in un apposito paragrafo.
La globalizzazione è satura \gesättigt\ in senso morale da quando le
vittime da tutto il mondo rimandano indietro ai colpevoli le conseguen­
ze delle loro azioni - questo connota il nocciolo di una situazione post­
unilaterale, post-imperiale e post-coloniale. E satura anche in senso tec­
nico, a partire dal momento in cui i trasporti veloci e i media ultravelo­
ci hanno superato il lento traffico mondiale dell’epoca della navigazio­
ne (non cambia nulla il fatto che oggi il trafficare disincantato sui mari
sia quantitativamente molto più ampio di quanto non sia mai stato nel­
le epoche precedenti: il 95 per cento delle tratte mondiali di materiali ven­
gono effettuate attualmente sulle rotte marittime). Da un tour aeronau­
tico intorno alla Terra si può fare ritorno a casa quasi nel volgere di una
giornata; si viene normalmente informati di grandi eventi politici, di gra­
vi reati e onde anomale al capo opposto della Terra nel giro di pochi mi­
nuti o poche ore. La Terra è satura [gesättigt] in senso sistemico dal mo­
mento che i vettori dell’espansione nello spazio aperto hanno la neces­
sità di assumere come punto di vista che tutte le iniziative siano sotto­
poste al principio dell’azione reciproca e che la maggior parte delle of­
fensive, dopo un certo periodo di rielaborazione, retroagiscono sulla
fonte originaria. Queste retroazioni si compiono ora entro lassi di tem­
po che non sono più lunghi di una vita umana, spesso addirittura sono
più brevi del periodo di tempo durante il quale chi le compie riveste una
determinata carica, di modo che gli agenti si trovano personalmente
sempre più a confronto con le conseguenze del proprio agire - bisogna
perciò apprezzare come novità sul piano mondiale i processi contro ca­
pi di Stato criminali come Pinochet, Milosevic, Saddam Hussein e altri
sfortunati unilateralisti. Nella misura in cui la giustizia immanente gua­
dagna terreno, le idee di una ricompensa nell’aldilà - sino a ora ingre­
diente irrinunciabile di una morale altamente evoluta sul piano cultura­
le - possono perdere per noi di significato. La tesi idealistica in base al­
la quale la storia universale conterrebbe il giudizio universale si riempie
di un nuovo senso a opera della crescente densità: nel mondo addensa­
to gli attori, che hanno osato continuare a farsi avanti, sono di fatto
esposti a un giudizio ininterrotto da parte dei loro osservatori e dei loro
avversari; la probabilità di resistenze e contromisure conferisce al con­
I.U GRANDI NARRAZIONI 41

cetto di realtà la sua attuale coloritura. Entro un intenso traffico di even­


ti le singole iniziative sono sottoposte alla legge di un sempre crescente
ostacolo reciproco - fino al punto in cui la somma di tutte le imprese che
avvengono contemporaneamente non si stabilizza in un’iperattiva e vi­
brante gelatina: è questo il significato dell’espressione “civilizzazione
poststorica”, se la si intende in modo corretto. Circola la voce che le
espressioni “cooperazione” e “reciproco ostacolarsi” vogliano dire la me­
desima cosa.
Con l’affermazione nell’anno 1944 del sistema monetario mondia­
le di Bretton-Woods basato sull’oro si può considerare conclusa la glo­
balizzazione terrestre (Albrow 1996)3; essa si può comunque conside­
rare finita al più tardi con l’installazione di un’atmosfera elettronica e
di un ambiente satellitare nell’orbita della Terra negli anni Sessanta e
Settanta del X X secolo. Nel medesimo movimento si inserisce l’istitu­
zione sempre un po’ titubante di una corte di giustizia internazionale,
questo porto sicuro per la giustizia, in cui i delitti che sono stati com­
piuti in giro per il mondo vengono ricondotti ai loro autori.

A questo livello divengono visibili le manifestazioni dell’attuale ter­


za globalizzazione. Di esse si parlerà soprattutto nella seconda parte di
questo libro, che tratta dell’istituzione e della formazione dello “spa­
zio interno mondano” \Weltinnenraum\ del capitale. Per la descrizio­
ne del mondo globalizzato, che si potrebbe anche chiamare “mondo
sincronico”, ci rifacciamo all’immagine del palazzo di cristallo coniata
da Fédor Dostoevskij nel romanzo Memorie del sottosuolo, pubblica­
to nel 1864 - una metafora che fa riferimento al famoso palazzo del­
l’esposizione mondiale di Londra del 1851. In esso lo scrittore russo
credeva di trovarsi davanti agli occhi il concentrato ultimo dell’essen­
za della civilizzazione occidentale. Egli riconobbe nella mostruosa co­
struzione una struttura che distrugge l’uomo, cioè proprio un nuovo
Baal - un container di culto, nel quale gli uomini sono schiavi dei de­
moni dell’Occidente: il potere del denaro, il puro movimento e il go­
dimento che eccita e stordisce. I tratti caratteristici del culto di Baal,
per il quale gli economisti di oggi propongono il termine “società dei

} La G lobal Age con la sua impronta concettuale meta-descrittiva e meta-programmati­


ca spinge Albrow ad affermare che dopo il mezzo millennio intercorso tra il viaggio di Co­
lombo e la seconda guerra mondiale, che stava sotto il segno della sintesi del mondo opera­
ta dagli europei, si è giunti a una nuova qualità o a un nuovo livello di globalità, al quale è
necessario reagire con un proprio concetto di epoca, ovvero con un nome eloquente per l’e­
poca attuale; si veda anche infra, pp. 188-189.

I
42 PETER SLOTERDIJK

consumi”, possono essere illustrati sempre a partire dalla metafora di


Dostoevskij del palazzo, anche se preferiamo prendere le distanze dal­
le suggestioni religiose presenti nell’autore - così come le prendiamo
dalla geniale e oscura allusione di Walter Benjamin al “capitalismo co­
me religione” . Il “palazzo di cristallo” racchiude lo spazio mondano in­
terno del capitale, nel quale ha luogo l’incontro virtuale tra Rainer
Maria Rilke e Adam Smith - daremo la parola a entrambi questi auto­
ri al momento opportuno. Abbiamo ripreso l’espressione “palazzo di
cristallo” soprattutto al fine di dar voce alla percezione di quanto po­
co gli attuali discorsi sul “mercato mondiale” siano in grado di carat­
terizzare la costituzione del vivente in balia di penetranti relazioni mo­
netarie. Lo spazio mondano interno del capitale non è né un'agorà né
un mercato a cielo aperto, è al contrario una serra, che ha risucchiato
al suo interno tutto ciò che prima era esterno. Attraverso l’immagine
del palazzo planetario dei consumi trova espressione il clima stimolante
di un mondo delle merci interno e integrale. In questa Babilonia oriz­
zontale l’essere uomo diviene una questione di potere d’acquisto e il
senso della libertà si rivela nella capacità di scegliere tra prodotti del
mercato - o di fabbricarsi da sé prodotti di questo tipo.
Per ciò che riguarda il senso generale dello spazio è indicativo, per
la terza ondata della globalizzazione, che essa privi di spazio il globo
reale e che ponga al posto della sfera terrestre, richiusa entro delle vol­
te, un punto pressoché privo di estensione, ovvero una rete di punti di
intersezione e linee, che non indicano altro se non collegamenti tra cal­
colatori che si trovano tra loro a una qualsiasi distanza. Se la seconda
ondata aveva fatto risaltare nell’intuizione umana l’immensa estensio­
ne del pianeta grazie a velocità medie e basse, la terza, per mezzo di al­
te velocità, ha fatto scomparire il senso della distanza della Modernità.
A ciò risponde oggi un diffuso disagio rispetto alla costituzione ultra­
comunicativa del sistema-mondo - una percezione legittima, come in­
tendiamo sostenere, poiché ciò che oggi si festeggia come buone azio­
ni della telecomunicazione viene vissuto da un numero incalcolabile di
persone come un esito sospetto, con il supporto del quale noi ora pos­
siamo renderci reciprocamente infelici da lontano, mentre prima que­
sta possibilità era esclusivo appannaggio dei nostri vicini diretti. Ove
viene negata dignità alla distanza, la Terra - insieme alle sue estasi lo­
cali - si assottiglia sino a un quasi-nulla, finché della sua regale esten­
sione non resta altro che un logoro logo.
Dopo questa premessa al titolo del libro bisogna dare una risposta
alla domanda su quanto seriamente fosse inteso il titolo della parte fi­
nale di Sphären II (Sloterdijk 1999, pp. 801-1004), che in forma modi­
Scansione a cura di Natjus, Ladri di Biblioteche

i .!■: g r a n d i n a r r a z io n i 43

beata è stato inserito in questa ricerca4. L’autore prega di credere che


il finitismo [Endismus] e l’ultimatismo [Ultimatismus\ del feuilleton
apocalittico gli paiono tanto ridicoli quanto al più annoiato dei lettori
ben disposti. Non si è parlato di un’“ultima sfera” con l’intenzione di
mettere in scena un singolare western filosofico. Sullo sfondo della
grande narrazione dell’incontro tra essere e cerchio doveva divenire
comprensibile perché la globalizzazione terrestre non sia una storia tra
le tante. Essa è, come vorrei mostrare, l’unico pezzo di tempo nella vi­
ta dei popoli che si sono scoperti a vicenda, alias 1’“umanità”, che si me­
rita di venire chiamata in un senso filosoficamente rilevante “storia” o
“storia universale”.
La storia universale era l’elaborazione della Terra come supporto di
culture ed estasi; il suo ductus era la trionfante unilateralità delle na­
zioni europee in espansione; il suo stile logico è la comprensione in­
differente di tutte le cose sotto il segno dello spazio omogeneo, del tem­
po omogeneo e del valore omogeneo; la sua modalità operativa è la con­
densazione; il suo risultato economico è l’affermazione del sistema-mon­
do; il suo fondamento energetico sono i combustibili fossili, ancora pre­
senti in abbondanza; il suo primigenio gesto estetico sono l’espressio­
ne isterica di sentimenti e il culto dell’esplosione; il suo risultato psi­
co-sociale è l’obbligo a condividere la conoscenza di una povertà lon­
tana; la sua chance vitale è la possibilità di mettere a confronto sul pia­
no interculturale le fonti della felicità con il management del rischio; il
suo fulcro morale è il passaggio daWethos della conquista -AVethos del
lasciarsi domare dal conquistato; la sua tendenza civilizzatrice si espri­
me in un denso complesso di sgravi, assicurazioni e garanzie di comfort-,
la sua sfida antropologica è la creazione in massa di “ultimi uomini”;
la sua conseguenza filosofica è la possibilità di vedere sorgere una ter­
ra negli innumerevoli cervelli.
Non dovrebbe essere difficile ammetterlo: la riunificazione di mol­
ti mondi sino a ora separati in un contesto esteso a tutta la Terra è un
soggetto entro il quale filosofia e storiografia si incontrano per la na­
tura stessa della cosa. Se si sfoglia all’indietro il giornale di bordo del­
l’ultimo mezzo secolo - che, seppure susciti la rabbia di alcuni, porta­
va il titolo corretto di “storia universale” (Freyer 1954)5- si capisce an­
che in che senso la sfera intorno alla quale hanno navigato Magellano
e i suoi successori può essere detta l’ultima o, addirittura, l’unica.

4 Di questa parte di Sphären II esiste una traduzione italiana, v. Bibliografia.


5 Le opportune correzioni della visione eurocentrica della globalizzazione terrestre si tro­
vano in Hopkins 2002.
Capitolo secondo
L’astro errante

Quando duemilacinquecento anni fa i filosofi e i geomètri greci ini­


ziarono a misurare matematicamente l’universo, si trovavano sotto l’in­
fluenza di una forte intuizione formale: tutte le cose si muovono, in ul­
tima istanza, in cerchi. Il loro interesse per il mondo nella sua interez­
za si accese per la semplice costruibilità e la perfezione simmetrica del­
la forma sferica. Per loro la forma più semplice era allo stesso tempo
la più integra, la più perfetta e la più bella. I cosmologi, che si riuniva­
no in conciliaboli di eruditi nell’antica Accademia e in altri luoghi, po­
tevano da quel momento essere considerati non solo i più forti razio­
nalisti ma anche i più eminenti esteti. Da questo momento chi non si
occupava di geometria o ontologia non aveva più alcuna voce in capi­
tolo come conoscitore di cose belle. Che cos’era la cosa più bella, il cie­
lo, se non la realizzazione materiale di quel migliore, che è il tutto? Il
pregiudizio dei Greci in favore della totalità arrotondata sarebbe ri­
masto in vita sino ai giorni dell’Idealismo tedesco: “Conoscete il suo
nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza” (Höl­
derlin 1797).
A partire da questo momento il nome del bello perfetto - Sphaira -
viene formulato geometricamente. Un’estetica della compiutezza ac­
compagnò il sorgere della forma dal materiale del mondo, una madri­
na che conservò la sua validità fino a che l’Europa moderna non fece
entrare in vigore un altro canone di bello e brutto. Se si fosse potuto in­
tegrare il tutto, tanto sottile quanto massiccio, in una visione, allora, co­
me si pensò, esso sarebbe stato rappresentato nella forma della sfera. E
proprio della natura di questo ultra-oggetto rimanere inconoscibile per
gli occhi normali: c’è una sfera che è troppo grande per la percezione
triviale ed è troppo sublime per la conoscenza sensibile. Ciò non è dav­
vero sorprendente: da quando la filosofia aveva ingaggiato la sua guer-
i: ASTRO ERRANTE 45

ia contro la sensibilità dell’opinione popolare, l’invisibilità era sempre


stata il più forte tratto caratteristico delle realtà profonde (Pape 1997).
Ciò che si mostra ai sensi è, secondo la tesi dei filosofi, apparenza: per
esempio, l’essenza durevole risplende solo nel pensiero concettuale.
Ma è indifferente se si tratti di un costrutto ideale oppure di un’appa­
renza sensibile: nessun altro oggetto è stato più in grado tanto di fare
contenti quanto di umiliare coloro che lo hanno contemplato quanto la
sfera che, sotto il doppio nome di Kosmos e Uranos, splende da lonta­
no dopo essere sprofondata nell’archivio delle idee dismesse.
Non appena, tuttavia, si trattò di fornire un concetto o, per me­
glio dire, un’immagine alla globalizzazione del corpo terrestre, fu
I estetica del brutto che dovette farsi valere. Ciò che è determinante
per questo processo non è che ci si fosse resi conto in modo defini­
tivo della forma sferica della Terra o che fosse lecito parlare aperta­
mente delle sue rotondità addirittura in presenza di religiosi, bensì che
ora le particolarità della forma della Terra, i sui angoli e i suoi spigo­
li, fossero posti in primo piano. Solo essi fornivano informazioni al­
la scienza, poiché solo ciò che è imperfetto - ciò che non può essere
costruito geometricamente - permette e richiede la ricerca empirica.
Ciò che è bello in modo puro può essere tranquillamente lasciato agli
idealisti, ciò che è bello per metà o che è brutto dà invece da fare agli
empiristi. Mentre la perfezione può essere delineata senza fare ricorso
al l’esperienza, i fatti e le imperfezioni possono essere restituiti esclu­
sivamente per mezzo dell’esperienza. Perciò la globalizzazione ura­
nica o cosmica e morfologica erano, soprattutto, una cosa da filoso­
li e geometri; al contrario, la globalizzazione terrestre diverrà una que­
stione per cartografi e un’avventura per marinai, più tardi poi anche
per studiosi di economia politica, climatologi, specialisti di terrorismo
e altri esperti in questioni accidentate e confuse.
E semplice spiegare perché non potesse essere altrimenti: nell’epo­
ca della metafisica il corpo terrestre non poteva svolgere un ruolo più
nobile di quanto la sua posizione nel cosmo gli permettesse. Nel pia­
no aristotelico-cattolico delle sfere, alla Terra era riservata la condizione
più umile e la più lontana dal firmamento che tutto avvolge. La sua lo­
calizzazione al centro del Tutto implicava perciò, per quanto possa suo­
nare paradossale, che si trovasse all’estremità inferiore della geografia
cosmica (Brague 1994). Il suo essere avvolta in un sistema stratificato
di involucri di etere le garantiva sì la protezione di una totalità serra­
ta, ma la divideva dalle regioni alte, dove risiedeva la perfezione. Da qui
il discorso metafisico su ciò che è “terrestre” e il suo guardare dall’al­
to la non-perfezione quaggiù, distante e dimenticata dal cielo. Bisogna
46 PETER SLOTERDIJK

riconoscere ai metafisici che sapevano di che cosa stavano parlando: che


cosa bisogna pensare di un luogo in cui per la metà del tempo è notte
e in cui tutto ciò che vive ha di fronte a sé la morte e la rovina? Gli an­
tichi erano talmente impressionati dalla contrapposizione tra forma e
mortalità che dovettero separare un mondo superiore privo di morte
dalle profondità affette da essa. Venne così sempre più imponendosi
loro una rappresentazione dualistica del Tutto: ciò che accade sotto la
Luna rimane segnato da fallimenti e dissoluzione; qui dominano, infatti,
movimenti lineari, finiti, soggetti a stancarsi, che l’Antichità non capi­
sce come possano condurre a qualcosa di giusto. Al contrario, le for­
me imperiture e le rotazioni dell’etere eterno dimorano negli spazi al
di là della Luna. La particolarità della situazione umana discende dal
fatto che i mortali, nonostante siano condannati alla pesantezza, sono
cittadini di entrambi questi spazi. Le linee di frattura di antichi movi­
menti tellurici di separazione passano attraverso ogni singola coscien­
za; di conseguenza, le intatte sfere sopra-lunari si distaccano dalle cor­
rotte zone sublunari. La cacciata dalla perfezione ha lasciato dietro di
sé fratture, cicatrici e irregolarità. Gli uomini trovano nell’anima trac­
cia della frattura sotto forma di una nostalgia per ciò che è migliore.
Ricorda loro giorni luminosi, rotondi ed eterei.
Ciò che contribuì a rendere la Terra attraente nonostante la sua de­
qualificazione cosmologica fu il fatto che l’alto e il basso si trovavano
separati in modo chiaro. Ciò aveva l’inestimabile vantaggio di quella
chiarezza che solo la gerarchia poteva fornire. Mentre il basso non po­
teva riuscire a muovere verso l’alto con le forze che per sua natura pos­
sedeva, rimaneva un privilegio dell’alto penetrare a proprio piaci­
mento nel basso. Perciò, nell’Antichità, pensare significava sempre far­
lo a partire dal cielo, come se ci si potesse liberare della Terra con l’aiu­
to della logica. Nell’Antichità è un pensatore colui che trascende e os­
serva dall’alto - come ci illustra Dante nel suo viaggio in paradiso. I
versi di Eichendorf della poesia Notte di luna “Era come se il cielo aves-
se/lievemente baciato la terra” possono venire letti come il commia­
to da uno schema che per un’intera epoca del mondo aveva marcato
Vhabitus dell’essere-nel-mondo degli europei; a esso appartiene la cer­
tezza che si può imparare l’estraneità del mondo. Anche il poeta, cer­
to, viveva in un tempo in cui ormai il cielo non riservava alla Terra
nient’altro che baci del come-se e in cui l’anima volava per lande quie­
te come se fosse possibile, sulle ali della metafora, trovare la strada di
casa in bei paesi sconosciuti.
In realtà ai tempi di Eichendorf il mondo superiore privato di for­
ze non aveva più fatto valere il suo ju s primae noctis sulla Terra. Erano
I.ASTRO ERRANTE 47

i rascorsi secoli da quando la nuova fisica aveva scoperto lo spazio vuo­


to e condotto alla scomparsa del favoloso involucro del firmamento.
Non per tutti fu facile rinunciare all’integrazione dall’alto. Si protrae
sino ad Heidegger il lutto per una Terra senza cielo - per una Terra di
cui si dice che è, “dal punto di vista dell’essere, l’astro errante” (Hei­
degger 1938, p. 64). Ricordiamoci che con questa parola, che oggi suo­
na insolita e sinistra, non si indica un pianeta qualsiasi, bensì precisa-
mente quello sul quale sono scoppiati il problema della verità e quel­
lo del senso dell’essere. La strada sbagliata, sulla quale si muove l’abi­
tante heideggeriano della Terra insieme alla sua stella, è l’ultima trac­
cia della possibilità perduta di essere accolti da un qualche cielo.
Ma anche quando la Terra era ancora avvolta negli eterei involu­
cri, molto prima della sua circumnavigazione e dello smantellamento
delle sue volte cosmiche, essa si presentava da un punto di vista tana­
tologia) come l’astro su cui si muore consapevolmente. La sua vaga ro­
tondità non costituiva una barriera immunitaria che fosse in grado di
respingere la morte. Essa era la scena sulla quale era avvenuta la ca­
duta nel tempo, in seguito alla quale tutto ciò che nasce è in debito di
una morte con le proprie origini. Perciò sulla Terra, senza eccezioni,
tritto ciò che viene messo in opera ha una fine; il tempo scorre irre­
versibilmente, il fuoco brucia velocemente la miccia fino al punto di
innesco (cosa che è di una certa importanza per la “coscienza storica”,
non appena si comprende che l’immagine del bang si addice più alla
line che all’inizio). Chi comprende la propria situazione sulla Terra, si
rende conto che nessuno uscirà vivo da qui. Sulla sua torbida superfi­
cie bisogna fare esercizio di quello che il gergo della filosofia più re­
cente chiama “anticipare” la propria morte - ragion per cui è meglio
non chiamare più gli uomini mortali, come era consuetudine fare pres­
so gli antichi, bensì precursori. Se uno storico dovesse dire, partendo
dalla rappresentazione della fine dell’evoluzione umana, che cosa ha
saputo farsene la collettività degli uomini nel suo complesso di tutte
le sue epoche, dovrebbe rispondere che hanno organizzato marce po­
polari verso la morte: in forma di processioni devote, di cacce dioni­
siache, di progetti progressivi, di gare eliminatorie cinico-naturalisti-
che, di esercizi di riconciliazione ecologica. La superficie di un corpo
nel suo complesso, dove gli uomini trascorrono le loro giornate ela­
borando provvedimenti contro l’inevitabile, non può certo essere re­
golare. L’essere perfettamente liscio è possibile solo nell’idealizzazio­
ne, il ruvido e il reale convergono.
Non è forse un caso che nelle prime affermazioni sistematiche cir­
ca un'Estetica del brutto - nel libro dell’allievo di Hegel Karl Rosenk-
48 PETER SLOTERDIJK

ranz del 1853 - si arrivasse a parlare immediatamente all’inizio della trat­


tazione della Terra reale come di una superficie scabrosa. In questa dot­
trina non-idealistica della percezione la patria degli uomini godeva del
privilegio di fungere da esempio introduttivo per la dottrina del brut­
to naturale.

Nella misura in cui è dominata dalla legge di gravità, dal punto di vista este­
tico, la mera massa bruta ci offre una situazione neutrale, per così dire: non
è necessariamente bella, ma nemmeno necessariamente brutta, è casuale.
Prendiamo ad esempio il nostro pianeta: per essere bello come massa do­
vrebbe essere una sfera perfetta, ma non lo è. E appiattito ai poli e rigonfio
all’equatore, per non parlare delle grandi disuguaglianze d’altitudine sulla
sua superficie. A una considerazione puramente stereometrica, un profilo del­
la circonferenza terrestre mostrerebbe la più casuale profusione di altitudi­
ni e profondità, dai contorni più incalcolabili (Rosenkranz 1853, p. 54).

Se si traggono le conseguenze di questa considerazione, il princi­


pio di un’estetica post-idealistica della Terra si può formulare così: in
qualità di corpo reale il globo reso accessibile dalla geografia non è bel­
lo, bensì interessante. Interessante è ciò che si trova a mezza strada ver­
so la bruttezza. Per un momento, in considerazione delle sue irrego­
larità, si fa nuovamente sentire quel disagio proprio della mortifica­
zione sublunare, per il quale si è utilizzata fino ai giorni nostri l’e­
spressione conditio humana. Dopo di che si volta pagina - ciò che è
irregolare diviene in modo nuovo attraente per l’analisi. Le moderne
estetiche dell’interessante e del brutto non si collegano solo in chiave
offensiva alla ricerca empirica, che di per sé ha a che fare con cose mes­
se insieme casualmente (o, letteralmente: cose concrete) e asimmetri­
che; esse rendono nello stesso tempo fruibile la delusione e liberano
le forze per la controffensiva. Operano con la disinibizione a portata
di mano —disinibizione che nei suoi giorni migliori prende il nome di
prassi. Il concetto di disinibizione, senza il quale è impossibile forni­
re un’efficace teoria del Moderno, riunifica i motivi che ci forniscono
gli stimoli per intervenire nella sfera di ciò che è imperfetto e sgrade­
vole (cfr. infra, pp. 92-102).
Chi comprende con sufficiente coraggio gli svantaggi della loca­
lizzazione dell’esistenza sulla superficie della Terra rifiuta le briglie che
sino a ora hanno trattenuto l’ira di ciò che è mortale dallo scagliarsi
contro la vergogna dell’esistenza nell’ambito del brutto. Per questo nel
Moderno è autorizzata la rivolta come atteggiamento fondamentale -
on a raion de se révolter; Prometeo diviene il titano del momento e Fi-
i:ASTRO ERRANTE 49

lottete il suo segretario1. Ora, dato che nel regime metafisico preve­
dere opportunamente ciò che è casuale, distogliere il pensiero da ciò
che ci opprime e ripensare correttamente ciò che ci disturba perdono
rapidamente il loro punto di appoggio in un ordinato sopramondo, ciò
significa anche soffermarsi su ciò che non è bello, fare una pausa pres­
so il grottesco e l’amorfo, sostare nei pressi di ciò che è meschino e di­
sgustoso. Questa rappresentazione rivolge il rappresentato contro se
stesso. La nuova estetica registra in un’immagine le crepe, le turbo­
lenze, le rotture e le irregolarità, fa addirittura a gara con il reale per
ottenere effetti ripugnanti.
Dal punto di vista estetico la globalizzazione terrestre produce la vit­
toria dell’interessante sull’ideale. Il suo risultato, la Terra resa famosa,
è la sfera che delude come forma ma che cattura l’attenzione in quan­
to corpo interessante. Aspettarsi tutto da essa e dai corpi che si trova­
no su questo corpo: questo costituirà la saggezza della nostra epoca. Per
ciò che riguarda la storia dell’estetica, l’esperienza artistica moderna è
legata al tentativo di aprire gli occhi, troppo a lungo abituati a sempli­
ficazioni geometriche, agli stimoli percettivi delle irregolarità.

1 II poeta mette in bocca a Filottete, l’eroe negativo, le parole più ribelli del mondo an
tico: “H o trovato cattivi gli dei”, cfr. Sofocle, filottete, v. 452.
Capitolo terzo
Ritorno sulla Terra

Dunque nella Modernità non sono più i metafisici, bensì i geografi


e i navigatori ad avere il compito di disegnare la nuova immagine del
mondo: la loro missione è quella di presentare in forma di immagine l’ul­
tima sfera. Per l’umanità priva dei suoi involucri solo il proprio piane­
ta potrà in futuro, tra tutti i grandi corpi rotondi, significare ancora qual­
cosa. I circumnavigatori del mondo, i cartografi, i conquistatori, i mer­
canti internazionali e addirittura i missionari cristiani con la loro retro-
guardia di operatori dello sviluppo che esportano la buona volontà, e
di turisti che spendono soldi per vivere esperienze in luoghi lontani -
tutti costoro si comportano come se avessero capito che è la Terra stes­
sa ad avere ereditato, dopo la distruzione del cielo, la sua funzione di
volta ultima. Era necessario compiere il periplo e portare a termine i ri­
levamenti di questa Terra fisicamente reale, stratificata in modo irrego­
lare, dispiegata in modo caotico, dal corpo eroso da tempeste. Fatto que­
sto la nuova immagine della Terra, il globo terrestre, assurse a icona do­
minante della visione moderna del mondo. Dal globo di Behaim di No­
rimberga del 1492 - il più antico globo terrestre di questo tipo che ci
sia rimasto - fino ai fotogrammi della NASA e alle riprese della stazione
spaziale Mir, il processo cosmologico della Modernità è caratterizzato
da mutamenti di forma e precisazioni dell’immagine della Terra dovu­
te ai diversi strumenti tecnici disponibili. Mai però - nemmeno nell’e­
poca dei viaggi nello spazio - l’impresa di visualizzare la Terra ha po­
tuto negare la sua qualità semi-metafisica. Chi, dopo la caduta del cie­
lo, voleva cimentarsi con il ritratto della Terra nel suo complesso, si tro­
vava, consapevolmente o meno, all’interno della tradizione della subli­
me cosmografia. Al fine di far valere il nuovo processo da cui scaturiva
l’immagine del mondo, la forza di gravità aveva dovuto essere supera­
ta non solo in modo immaginario ma anche dal punto di vista tecnico.
RITORNO SULLA TERRA 51

Sintomatico a tale proposito è che Alexander von Humboldt potesse


ancora osare dare al suo opus magnum il titolo apertamente anacroni­
stico di Kosmos, pubblicato in cinque volumi tra il 1845 e il 1862 (gli
ultimi dei quali postumi) e divenuto uno dei maggiori bestseller scien­
tifici del suo secolo. Come si riconosce a posteriori, si trattava per que­
sta monumentale e olististica “descrizione fisica del mondo” di una
chance temporalmente determinata di compensare, con gli strumenti
della cultura delle anime belle, ciò che la perdita del firmamento e del­
la clòture cosmica avevano fatto agli europei moderni. Humboldt ha te­
nuto fede alla scommessa di presentare la perdita metafisica come pro-
litto culturale - e in questo, per lo meno tra il pubblico della sua epo­
ca, sembra avere avuto successo. Nello sguardo panoramico sulla na­
tura l’intuizione estetica del tutto prese il posto dell’ormai perduta sal­
vazione in un tutto di involucri concentrici. La bellezza della fisica re­
se inutile la tavola dei circoli divini. Significativamente nel suo affre­
sco del mondo Humboldt, che forse a ragione è stato chiamato l’ulti­
mo dei cosmografi, non ha scelto la Terra come punto di partenza per
guardare, a partire da essa, il resto dell’universo. Piuttosto egli sceglie,
conformemente allo spirito della sua e della nostra epoca, una qualsiasi
posizione nello spazio esterno per avvicinarsi alla Terra come un visi­
tatore che proviene da una stella sconosciuta.

Cominciamo con le profondità del cosmo e con la regione delle più lon­
tane nebulose, scendendo mano a mano attraverso lo strato di stelle di cui
fa parte il nostro sistema solare, verso lo sferoide terrestre circondato d’a­
ria e d’acqua, verso la sua forma, la sua temperatura e il suo campo ma­
gnetico, verso la pienezza di vita che, stimolata dalla luce, si dispiega sul­
la sua superficie (...). Qui non si prendono più le mosse dal punto di vi­
sta soggettivo, dall’interesse umano. Ciò che è terrestre è lecito che appaia
soltanto come parte del tutto, come ad esso subordinato. L’osservazione
della natura deve essere generale, vasta e libera, non limitata (...) da mo­
tivi di vicinanza, di comodità della partecipazione. Una descrizione fisica
del mondo, un quadro del mondo non ha inizio, dunque, con ciò che è tel­
lurico, bensì con ciò che colma gli spazi celesti. Tuttavia, a mano a mano
che le sfere dell’intuizione si restringono nello spazio, si moltiplica la ric­
chezza individuale di ciò che è possibile differenziare, la pienezza dei fe­
nomeni fisici (...). Dalle regioni nelle quali riconosciamo soltanto la su­
premazia delle leggi della gravitazione scendiamo, quindi, verso il nostro
pianeta (von Humboldt 1845, pp. 48, 52).

Ciò che conta qui è il movimento discendente: esso non fa più par­
te del regime metafisico, che aveva insegnato a guardare dall’alto ver­
52 PETER SLOTERDIJK

so il basso alle cose terrene; al contrario, mette già in scena l’ottica


astronautica. A partire da questo suo modo di ritornare sulla Terra di­
viene chiaro che il conoscitore del mondo Alexander von Humboldt,
a dispetto del suo habitus che si consola con la totalità, nel punto de­
cisivo prende le parti della Modernità e si schiera contro gli incante­
simi protettivi degli abitanti della Terra negli involucri illusori del
senso di vicinanza. Egli si aspetta da loro, come tutti i fautori del glo­
bo e i cosmo-cartografi a partire da Behaim, Schöner, Waldseemüller,
Apian e Mercatore junior e senior, che assumano sul loro pianeta un
punto di vista esterno e si rifiuta di ammettere che gli spazi esterni sia­
no il dispiegamento di una fantasia uterino-sociale da focolare dome­
stico insediata regionalmente.
Questa apertura verso l’infinito acuisce il rischio insito nella lo­
calizzazione moderna. Gli uomini sanno, per quanto all’inizio solo in
modo indiretto e confuso, di essere contenuti o - il che a questo
punto significa la stessa cosa - di essere sperduti da qualche parte al­
l’interno di qualcosa di sconfinato. Essi comprendono di non pote­
re che fare affidamento sull’indifferenza dello spazio omogeneo e in­
finito. L’esterno si dilata in se stesso, indifferente al postulato di vi­
cinanza delle sfere umane, come una grandezza estranea e in se stes­
sa sovrana; il suo primo e unico principio sembra essere quello di non
avere in mente niente per gli uomini. Le fantasie dei mortali, che li
spingono a credere di dover cercare qualcosa all’esterno - si pensi al­
le ideologie dei viaggi nello spazio di America e Russia —restano pro­
getti necessariamente molto labili, facilmente scoraggiabili e autoi­
pnotici sullo sfondo dell’insensatezza. In ogni caso, quel che conta è
che lo spazio esteriorizzato, neutralizzato e reso omogeneo è il dato
di fatto primario delle scienze naturali moderne. La proposizione
che enuncia la supremazia dell’Esterno fornisce alle scienze dell’uo­
mo il loro assioma fondamentale.
Da questo si sviluppa un senso radicalmente mutato di localiz­
zazione umana. La Terra diviene ora il pianeta al quale si fa ritorno
- indipendentemente da quanto ci si era allontanati. L’Esterno è il
generale da-dove di ogni possibile ritorno. Il pensiero circa l’Ester­
no è stato elevato a norma in primo luogo nel settore cosmo-grafi­
co. Tuttavia, lo spazio dal quale si produce il nuovo e inevitabile in-
contro-dal-di-fuori con il luogo della Terra non è più l’ingenuo cie­
lo fatto di volte dell’epoca di Thomas Digges e Giordano Bruno. E
10 spazio eternamente silente dell’infinità della fisica, di cui Pascal,
in guardia di fronte alla nuova fisica estetica, diceva che sprofondasse
11 suo spirito nello sgomento. Se Dante nel suo viaggio attraverso le
RITORNO SULLA FERRA 53

sfere del Paradiso, guardando la Terra dall’alto del cielo delle stelle
fisse, non poteva che sorridere involontariamente del suo aspetto pic­
cino - “vii sembiante” -, allora questa emozione è del tutto diversa
dallo stupore che accompagnava la discesa di Humboldt dai nudi
spazi esterni verso la Terra brulicante di vita. La Modernità conse­
gue la verticalità in modo completamente diverso rispetto all’epoca
metafisica del mondo. Le idee di volo sostituiscono quelle antiche e
medievali di “elevazione” ; l’aeroporto-Terra, da cui si decolla e si at­
terra, ha sostituito la divina assunzione in cielo della Terra; da esso
ci si lancia un giorno in un ultimo volo da cui non si fa più ritorno.
Lo sguardo dall’esterno non risulta da un trascendimento dell’ani­
ma noetica verso un esterno ultraterreno bensì dal dispiegamento fi­
sico-tecnico, dalla fantasia aero-astronautica, le cui manifestazioni let­
terarie e cartografiche, del resto, avevano precorso di gran lunga quel­
le tecniche.

Naturalmente nel periodo in cui Humboldt pubblicò Kosmos già da


secoli nessuno parlava più di volte planetarie e di un cielo onnicom­
prensivo di stelle fisse. Anche l’antico strumento dell’astronomia edi­
ficatoria, 0 globo uranico - un usuale strumento dell’insegnamento sco­
lastico tra Alkuin e Hegel - al tempo di Humboldt era già caduto in
disuso da una generazione e l’osservazione delle stelle era già da tem­
po divenuta una disciplina autonoma entro lo spettro delle trionfanti
scienze naturali. Con il consolidamento dell’astrofisica, la scienza che
si occupa degli spazi e dei corpi più lontani, era rapidamente decadu­
to il sapere a proposito delle mitiche figure delle costellazioni, che a par­
tire dall’Antichità avevano consentito la leggibilità dei paesaggi celesti.
Chi voleva continuare a praticare l’astronomia avrebbe dovuto farlo con
la consapevolezza di volgere lo sguardo verso uno spazio antropofobi­
co, nel quale si perde l’eco di progetti e speranze.
Ma come la Terra rimaneva comunque in risalto in qualità di astro
sul quale si fa ritorno, così “l’umanità” europea - proprio in seguito al­
le sue illuminate spiegazioni cosmologiche, etnologiche e psicologiche
- manteneva il proprio titolo di cellula nervosa intelligente entro la to­
talità del mondo, a cui era necessario fare riferimento in ogni circostanza
e situazione. Ad Alexander von Humboldt era toccata la missione di
formulare in modo esemplare il ritorno dall’esteriorità cosmica all’au-
to-riflessiva essenza umana. Una generazione prima Immanuel Kant
aveva caratterizzato come senso del sublime la capacità dell’animo
umano di tornare a sé, partendo dagli oggetti più grandi, più lontani e
più estranei - sublime è secondo lui la coscienza umana della propria
54 PETER SLOTERDIJK

dignità che si oppone a tutti i tentativi di lasciarsi sopraffare da ciò che


è travolgente1. Poiché l’affresco del mondo tracciato da Humboldt
aveva portato a compimento con precisione edificante il ritorno ai sa­
lotti dotti dalle terribili vastità della natura, dalle dimensioni astrali e
oceaniche, fu garantita ai suoi contemporanei un’ultima iniziazione al
sublime cosmologico. La concezione del mondo in generale diventa qui
un caso di emergenza della vita estetica12. Ciò significa continuare la vi­
ta contemplativa con mezzi borghesi, ovvero, in ultima istanza, con mez­
zi di consumo. Se l’uomo “commosso” vuole avvertire “profonda­
mente l’immensità”, ciò deve avvenire ora nella sua propria interiorità.
E stato Walter Benjamin a concettualizzare il senso della solitudine bor­
ghese. Idintérieur

rappresenta per l’uomo privato l’universo. In esso egli raccoglie il lontano


e il passato. Il suo salotto è un palco nel teatro universale (Benjamin 1935,
p. 153).

Ove la protezione cosmica è divenuta irraggiungibile, agli uomini


resta la coscienza della propria posizione in uno spazio, nel quale es­
si debbono tornare a se stessi da qualsiasi luogo lontano - meglio se
ciò accade senza che si abbandonino le proprie “quattro mura”. Per
questa ragione l’uomo esemplare del Moderno è l'homo habitans con

1Cfr. Kant 1790, § 26, Della valutazione delle grandezze delle cose naturali, richiesta dall’idea
di sublime', e § 28, Della natura in quanto potenza. Secondo Kant (diversamente che per altri ro­
mantici) il sublime ha il suo fondamento non tanto nella semplice esistenza di una grandezza smi­
surata o di una forza schiacciante, quanto piuttosto nel ritornare dell’uomo a se stesso come un
essere che, nonostante la dismisura, mantiene la propria dignità, persistendo nell’essere un ente
di ragione (ovvero di essere qualcosa che non può essere disciolto nella natura).
2 In questo Humboldt va molto oltre il suo rivale e collega Darwin che, dal suo viaggio
intorno al mondo compiuto tra il 1831 il 1836 a bordo della Beagle, aveva portato con sé so­
lo pochi “ritratti” manifestamente sublimi e tra di essi questo: “Tra gli spettacoli che sono
rimasti più profondamente impressi nella mia mente, nessuno supera il sublime delle fore­
ste primordiali, intatte dalla mano dell’uomo, siano quelle del Brasile, in cui predominano
le forze della vita, siano quelle della Terra del Fuoco, in cui prevalgono la morte e il disfaci­
mento. Entrambe sono templi pieni dei diversi prodotti del Dio della natura; nessuno può
stare in quelle solitudini senza commuoversi e senza sentire che in un uomo vi è qualcosa di
più del semplice respiro del suo corpo” (Darwin 1839, p. 469). Anche Darwin sa che uno
studioso della Terra non se la caverà più con un’estetica del bello; è necessario che essa, se­
condo lo spirito del tempo, venga integrata con un’estetica del sublime (quantitativo e di­
namico): “Infine, fra gli spettacoli naturali, le vedute delle alte montagne, sebbene certamente
non belle, in un certo senso sono veramente degne di ricordo. Quando guardava verso il bas­
so dalle più alte creste della Cordigliera, la mente, non distratta da minuti particolari, era col­
pita dalla stupefacente grandezza delle masse circostanti” (p. 470).
RITORNO SULLA TERRA 55

le sue estensioni corporee e turistiche. Per l’uomo della Modernità so­


no andati irrimediabilmente perduti la trascendenza essenziale e il so­
gno di una vera patria nel sopramondo; viceversa, viene alla luce in ma­
niera tanto più marcata nel X IX secolo il trascendentale, Vautoreferenza
del soggetto pensante e abitante come condizione necessaria per il ri­
torno da ciò che è esterno a ciò che gli è proprio. La svolta trascen­
dentale - il ritorno di colui che conosce al proprio apparato conosci­
tivo e alla situazione locale della conoscenza - costituisce il cuore tan­
to della rappresentazione del mondo di Humboldt quanto dei progetti
di sistema dei pensatori idealisti e post-idealisti. E la figura che mar­
ca tutto il pensiero antropologico successivo, nella misura in cui esso
fa riferimento ai criteri del periodo di fondazione delle scienze del­
l’uomo nel tardo X IX secolo.
Anche al naturalista si impone un concetto di Terra con una discreta
coloritura filosofica: essa è l’astro trascendentale che entra in gioco in
qualità di luogo condizionante di tutte le auto-riflessioni3. E un erma­
frodito esemplare, in cui l’empirico si unisce al trascendentale - per un
verso come oggetto consueto di ricerche consuete, per un altro come
singolare portatore di un’intelligenza singolare. In quanto stella sulla
quale era nata la teoria degli astri, il globo terrestre emana luce fosfo­
rescente. Quegli strani sapienti che vi dimorano spingono il loro pen­
siero nel vuoto omogeneo, solo e sempre per fare ritorno dall’esterno
al loro posto. L’abitare modernizzato è la condizione di possibilità del­
la conoscenza moderna. Perciò, quando Humboldt mette in gioco il ter­
mine “sfere”, non vuole intendere più, secondo natura, le immagina­
rie volte celesti di due millenni di aristotelismo, bensì le trascendenta­
li “sfere dell’intuizione”, che non indicano alcuna realtà cosmica ma che
al contrario comprendono schemi, concetti ausiliari e raggi della ragione
che rappresenta lo spazio. Quel che nel secolo di Humboldt era una
figura del pensiero si sarebbe poi concretizzata nel X X secolo in un mo­
vimento nello spazio fisico reale. L’astronauta Edwin Aldrin, che il 21
luglio 1969 mise piede sulla superficie lunare poco dopo Neil Amstrong,
trasse le conclusioni della sua vita di astronauta in un libro dal titolo
Return to Earth (Aldrin 1973).

3 Ciò è stato espressamente notato, alcune generazioni dopo Humboldt, da autori come
Nietzsche, Husserl e Merleau-Ponty, cfr. Giinzel 2000, pp. 17 sg.
Capitolo quarto
L’epoca del globo, l’epoca dell’immagine del m ondo

Anche per le dimensioni extraterrestri viene così fissato per iscrit­


to quello che per la Terra era diventato vero a partire dal viaggio di Co­
lombo: nel rotondo spazio terrestre tutti i punti hanno lo stesso valo­
re. Il pensiero dello spazio della Modernità subisce, a opera di questa
neutralizzazione, un radicale mutamento di significato. Quel che era il
tradizionale “vivere, operare ed essere” dell’uomo orientato, denotato
e caratterizzato da attrazioni regionali viene superato da un sistema di
localizzazione di punti qualsiasi entro uno spazio rappresentativo omo­
geneo e arbitrariamente divisibile1. Se il pensiero moderno e localizzato
prende il sopravvento, allora gli uomini non possono più rimanere en­
tro gli spazi interni del mondo che gli sono stati tramandati, con le lo­
ro estensioni e i loro arrotondamenti12. Non potranno continuare a lun­
go a vivere esclusivamente sotto il loro cielo centrato regionalmente.
Nella misura in cui hanno preso parte alla grande trasformazione pen­
sando, scoprendo e conquistando con spirito di iniziativa, hanno ri­
nunciato alle loro province d’origine; hanno abbandonato le loro lo­
cali dimore linguistiche [lokale Sprachhäuser] e le loro tende celesti an­
corate alla Terra, per muoversi per sempre in un insuperabile e prov­
visorio Esterno.

1Cfr. su questo punto i chiarimenti fenomenologici di Hermann Schmitz nel suo System
der Philosophie, voi. Ili: Der Raum, parte I, Der leibliche Raum, § 119: Der Richtungsraum (an­
che §§ 219-231), e § 120: Der Ortsraum (anche §§ 132-135).
2 Rilke, al quale dobbiamo l’espressione “spazio interno del mondo” ( Weltinnenraum),
aveva tentato di superare l’esperienza fondamentale del Moderno - che cioè le cose e gli uo­
mini concepiti da un punto di vista puramente localizzato muoiono per mancanza di atmo­
sfera - cercando di rianimare il mondo attingendo alla forza della sua esperienza vissuta con
una sorta di animismo poetico; il risultato non poteva più essere un’anima del mondo di ti­
po platonico, bensì un’intensità cosmologico-individuale, che corrispondeva alla modalità del
contemporaneo “abitare poeticamente”. Cfr. infra, pp. 250-261.
I. EPOCA DEL GLOBO. L’EPOCA DELL’IMMAGINE DEL MONDO 57

Questi nuovi imprenditori provenienti dalle nazioni-pilota dell’e­


spansione europea non sono più radicati nella loro terra natia; non
vengono più cullati dalle sue voci e dai suoi odori; non ubbidiscono
più come prima ai suoi punti storici nodali e ai suoi magici poli d’at­
trazione. Si sono dimenticati che cos’erano le fonti incantate, che co­
sa significavano i santuari e i luoghi della forza e quali maledizioni si
trovassero nella penombra dei luoghi appartati. Per loro la poetica del
luogo natio non è più determinante. Essi non vivono più tutta la vi­
ta nei paesaggi dove sono stati messi al mondo, non respirano più al
riparo del cielo nazionale delle poetiche-baldacchino; al contrario,
hanno imparato a condurre a termine i loro progetti in luoghi altri,
esterni, astratti. La loro posizione sarà, per il futuro, la carta geogra­
fica, su cui punti e linee si localizzano senza riserve. E la carta colo­
rata dalla ricchezza di conoscenza, il mappamondo, che dice loro do­
ve si trovano. La cartina assorbe la Terra, l’immagine della sfera ter­
restre conduce gradualmente, per il pensiero che rappresenta lo spa­
zio, alla scomparsa delle estensioni reali.
Inizia perciò per il globo terrestre, per questa meraviglia tipografi­
ca che più di ogni altra immagine fornisce agli uomini moderni infor­
mazioni sulla loro localizzazione, una scintillante storia di successi che
si estende su un arco di tempo di più di cinquecento anni. Il suo mo­
nopolio, condiviso con le grandi carte e i planisferi, su ciò che concer­
ne la visione complessiva della superficie terrestre, viene rotto per la
prima volta nell’ultimo quarto del X X secolo dalle fotografie satellita­
ri3. Nell’epoca del suo dominio il globo terrestre non è stato solo lo stru­
mento guida per il nuovo modo omogeneizzante di determinare la po­
sizione; non solo diventa uno strumento irrinunciabile per la visione del
mondo [ Weltanschauung] nelle mani di tutti coloro che nel mondo an­
tico e nelle sue dépendances si sono impadroniti del potere e della co­
noscenza. Esso stabilisce anche il protocollo, per mezzo di costanti ag­
giornamenti delle carte, dell’offensiva permanente delle scoperte, del­
le conquiste, delle annessioni e delle attribuzioni di nomi con cui gli eu­
ropei, nella loro avanzata per terra e per mare, si fanno una solida po­
sizione nell’Esterno universale. Di secolo in secolo i globi e le carte ren­
dono pubblico lo stato di questo processo, per il quale Martin Hei­
degger ci ha fornito ex-post la formula, scrivendo:

3 A dire il vero il successo del globo tridimensionale era già stato relativizzato dalle rap­
presentazioni pianisferiche della Terra onnipresenti a partire dal tardo XVI secolo, che risul­
tavano preferibili per il fatto che potevano essere riprodotte come atlanti in forma di libro.
58 PETER SLOTERDIJK

L’essenza della Modernità è la conquista del mondo risolto in immagine.


Il termine immagine significa in questo caso: la configurazione della pro­
duzione rappresentante (Heidegger 1938, p. 99).

Ciò che alla fine del X X e all’inizio del X X I secolo viene magnificato
e screditato dai mass media con il nome di “globalizzazione” - come se
fosse una novità, che si è abbattuta su di noi da poco tempo - rappre­
senta, da questa prospettiva, un momento tardivo e confuso di eventi la
cui vera dimensione diverrà visibile quando si comprenderà la Moder­
nità in tutte le sue conseguenze come passaggio dalla meditativa specu­
lazione sulla sfera alla prassi del suo rilevamento. Occorre sottolineare
che è stato per la prima volta il X X secolo ad avere posto fine all’agonia
della visione tolemaica del mondo trascinata sin qui dagli europei con­
tinentali. Questi, ora, sono costretti a recuperare all’ultimo minuto quel
che la maggior parte di loro si era rifiutata per mezzo secolo di com­
prendere a proposito della propria condizione: virtualmente ogni luo­
go di un globo completamente percorribile può essere direttamente
coinvolto, per mezzo di transazioni tra avversari, anche da una grande
distanza. Si capisce che cosa significa globalizzazione terrestre se in es­
sa si riconosce la storia di un’alienazione spazio-politica che sembra es­
sere irrinunciabile per chi vince, insopportabile per chi perde, e inevi­
tabile per entrambi. Per coloro che la utilizzano, l’informazione metafi­
sica latente contenuta nel globo terrestre era, sin dall’inizio, che tutti gli
esseri che abitano la sua superficie si trovano in un senso assoluto all’e­
sterno, a prescindere dal fatto che essi, come sempre hanno fatto, ten­
tino di trovare rifugio in accampamenti, appartamenti e involucri sim­
bolici collettivi - i sistemici direbbero in comunicazioni. Fintanto che gli
esseri pensanti al cospetto del cielo aperto meditavano sul cosmo in quan­
to volta - incommensurabile ma chiusa - restavano al riparo dal peri­
colo di raggelarsi nell’esposizione all’esteriorità. Il loro mondo era an­
cora la casa, in cui nulla va perduto. Da quando hanno fatto il giro del
pianeta, dell’astro errante che fa da supporto per flore, faune e culture,
si è spalancato su di loro un abisso, attraverso il quale guardano in un
Esterno sconfinato quando rivolgono lo sguardo verso l’alto. Un se­
condo abisso si apre nelle culture straniere che, secondo 1’illuminismo
etnologico, dimostrano che altrove può, senza alcun problema, essere
praticamente tutto diverso. Ciò che consideravamo l’ordine eterno del­
le cose è solamente un insieme locale e immanente che ci fa da suppor­
to - prova a lasciarlo e vedrai che nel mare del caos navigano altre zat­
tere dell’ordine, costruite in modo completamente diverso. Entrambi gli
abissi, quello cosmologico e quello etnologico, riflettono al cospetto
L'EPOCA DEL GLOBO, L’EPOCA DELL’IMMAGINE DEL MONDO 59

dell’osservatore la contingenza della sua esistenza [Dasein] e del suo mo­


do d’essere [Sosein], Presi insieme, ci fanno capire che non si tratta del­
la “perdita del centro”, che costituisce la catastrofe immunologica del­
la Modernità, bensì della perdita della periferia. I confini ultimi non so­
no più come apparivano una volta; l’alt che imponevano era un’illusio­
ne, di cui noi stessi eravamo l’origine. La denuncia di questa perdita (tec­
nicamente, la de-ontologizzazione dei contorni) è il dysangelium della
Modernità, che si diffonde contemporaneamente all’ct>angelium della
scoperta di nuovi spazi di possibilità. Fa parte dei tratti distintivi dell’e­
poca che una buona notizia ne cavalchi sempre una cattiva.
E nei porti iberici che per la prima volta approdano le navi appe­
state del sapere. Di ritorno dalle Indie, tornati a casa dagli antipodi, i
primi testimoni oculari della rotondità terrestre gettano i loro sguardi
mutati su un mondo che da ora in poi prenderà il nome di vecchio. Chi
giunge ai patri lidi dopo la circumnavigazione della Terra - come quei
logori diciotto sopravvissuti del viaggio di Magellano durato dal 1519
al 1522 che, appena scesi da bordo, si sono precipitati in una chiesa per
cantare un Te Deum - sbarca in un luogo, che non può più essere tra­
sfigurato in quella caverna domestica e natia del mondo [häuslich-hei­
matlichen Welthöhle] che era. In questo senso Siviglia è stata la prima
città-ubicazione della storia universale; il suo porto, più precisamente
quello di San Lucar de Barramela, fu il primo del Vecchio Mondo ad
accogliere i reduci di ritorno in patria da un viaggio intorno al globo.
Le ubicazioni sono le patrie di un tempo che si offrono allo sguardo
disincantato e sentimentale di coloro che fanno ritorno. A questi luo­
ghi si applica la legge spaziale della Modernità: non si può più consi­
derare il proprio luogo di origine come l’ombelico di ciò che è e il mon­
do il campo ordinato in modo concentrico intorno a esso. Chi vive nel­
l’oggi, dopo Magellano, dopo Amstrong, si vede obbligato a conside­
rare anche la propria città natale come la proiezione di un punto per­
cepito dall’esterno. La metamorfosi del vecchio mondo in un aggregato
di ubicazioni riflette la nuova realtà-globo, per come essa si rappresenta
dopo la circumnavigazione. L’ubicazione è il punto, entro il mondo rap­
presentato, in cui l’indigeno del luogo riconosce se stesso come com­
preso dall’esterno; in esso i circumnavigati fanno ritorno a se stessi.
Ciò che è maggiormente singolare in questo processo è soprattut­
to come innumerevoli indigeni europei siano riusciti quasi a ignorarlo
per un’intera epoca, a negarlo e a differire il suo compimento così a lun­
go, tanto che alla fine del X X secolo si comportano come se avessero
motivi del tutto nuovi per occuparsi di quell’inaudito fenomeno che è
la globalizzazione. Che cosa direbbero se gli venisse ricordato che, a
60 PETER SLOTERDIJK

ogni buon conto, la situazione del mondo intorno al 1900 - prima del­
le regressioni nazionalistiche del X X secolo - era da molti punti di vi­
sta più aperta e globale di quanto non lo sia ora nel 2000? Certamen­
te direbbero che quanto più le circumnavigazioni divengono routina-
rie e veloci, tanto più universalmente si propaga la trasformazione in
ubicazioni dei “mondi della vita”—è per questa ragione che solo nel­
l’epoca dei mezzi di trasporto rapidi e della trasmissione ultrarapida di
informazioni il disincanto \Entzauberung\ delle strutture immunolo-
giche locali diviene sensibile dal punto di vista epidemiologico.
Nella sua avanzata la globalizzazione fa saltare strato per strato gli
involucri immaginari della vita collettiva autoctona, vissuta chiusi in ca­
sa propria, orientata su se stessa e dotata di per se stessa di potere sal­
vifico - quella vita che fino a qual momento non si era svolta in nessun
altro luogo se non presso se stessa ed entro i suoi paesaggi natali (il Ge-
gnet di Heidegger dà invano e con ritardo un nome a questi spazi or­
mai sorpassati). Questa vecchia vita non conosceva altra concezione del
mondo se non quella autoprotettiva, vernacolare, animata microsferi-
camente e macrosfericamente protetta da alte mura - per essa il mon­
do è un’estensione social-cosmologica fortificata di una fantasia uteri­
na di gruppo, vincolata a terra localmente, centrata su se stessa e mo­
nolingue. Lo spazio premoderno era sempre stato a suo modo un vo­
lume esteso di qualità vivificate. Ma ora la globalizzazione, che porta l’E ­
sterno ovunque, risucchia nello spazio del traffico le città aperte ai com­
merci e, alla fin fine, anche i più introversi villaggi, e questo spazio obli­
tera tutte le particolarità locali con i suoi denominatori comuni - denaro
e geometria4. La globalizzazione fa saltare le endosfere sviluppatesi au­
tonomamente e le connette alla grata della rete. In essa imprigionati, gli
insediamenti dei mortali vincolati alla Terra perdono il loro immemo­
rabile privilegio di essere per se stessi il centro del mondo.
Considerata da questo punto di vista, la storia della Modernità, co­
me appena detto, non è altro che la storia di una “rivoluzione” dello
spazio in direzione di un esterno omogeneo. Essa conduce all’espli­
cazione della Terra, nella misura in cui i suoi abitanti imparano via via
che le categorie di vicinanza diretta non sono più sufficienti per in­
terpretare lo stare insieme agli altri e all’altro in uno spazio allargato.
Essa mette in atto la catastrofe delle ontologie locali, poiché cancella
l’antica poesia della domesticità. Nel corso di queste illuminazioni in­
teri paesi vetero-europei divengono de jure ubicazioni sulla superficie

4 A proposito delle premesse tardo medievali di questa svolta, cfr. Crosby 1997.
I.'EPOCA DEL GLOBO, L’EPOCA DELL’IMMAGINE DEL MONDO 61

della sfera; numerose città, villaggi e regioni si trasformano de facto in


stazioni di uno sconfinato traffico, nel quale il vivace capitale moder­
no compie i passaggi della sua quintuplice metamorfosi in merce, de­
naro, testo, immagine e notorietà \ProminenzV. Ciascun luogo empi­
rico sulla superficie della Terra diviene un indirizzo potenziale del ca­
pitale, il quale considera ogni punto dello spazio nella prospettiva del­
la sua raggiungibilità secondo parametri tecnici ed economici. Men­
tre una volta la sfera-cosmo speculativa dei filosofi aveva elevato al ran­
go della visione una forma suprema di protezione all’interno di un tut­
to avvolgente, la nuova “mela terrestre” - come Behaim chiamava il
suo globo - annunciava in modo discreto, crudele e interessante ai cit­
tadini di Norimberga e, attraverso di essi, agli europei il nuovo mes­
saggio della Modernità: gli uomini sono esseri viventi che vivono la pro­
pria esistenza al margine di un corpo rotondo e accidentato, di un cor­
po che nel suo complesso non è né grembo materno né contenitore e
che non offre alcun riparo.
Certo il globo poggia su un piedistallo prezioso, con piedi cesella­
ti di legno di rosa, ed è chiuso all’interno di una montatura metallica
di meridiani; può risultare agli occhi di chi lo osserva come un para­
digma di chiarezza e precisa delimitazione: quel che, però, restituisce
è l’immagine di un corpo cui manca il margine protettivo, la volta sfe­
rica esterna. Ciò che si trova sulla sua superficie appare già esterno a
esso. Ciò che la filosofia del X IX e del X X secolo chiama l’esistente vie­
ne in questo modo reso esplicito da questo globo terrestre: chi lo pren­
de in considerazione viene sfidato a rappresentare se stesso come un
essere al confine tra la Terra e il nulla. Nessuna circostanza caratteriz­
za l’arte cartografica della Modernità - e eo ipso il suo modo di pensa­
re - così profondamente come il fatto che in tutti i globi terrestri che
conosciamo l’atmosfera non venga rappresentata. Anche le carte pia­
ne restituiscono una visione di territori privi d’aria. L’elemento atmo­
sferico viene così ignorato in modo assolutamente scontato in tutti i vec­
chi modelli della Terra come se fosse chiaro una volta per tutte che so­
lo i corpi solidi giustificano una rappresentazione. Sarà per primo il X X
secolo a reintrodurre l’atmosfera e a far tornare a parlare delle condi-

3 Che merce e denaro siano aspetti del capitale è banale; che lo siano anche testi, imma­
gini e notorietà è cosa che gli agenti del moderno settore della cultura imparano a comprendere
in contrapposizione a pregiudizi tradizionali e conservatori sul piano dello spirito. In che mi­
sura ciò valga anche per testi e immagini ce lo spiega tra gli altri Georg Frank (1998). Sul­
l’economia politica della notorietà risultano illuminanti Macho 1993 e 1998.
62 PETER SLOTERDIJK

zioni pre-oggettive della dipendenza umana dall’ambiente. Soltanto a


questo punto si può quindi dire in modo esplicito che esistenza e im­
mersione sono concetti equipotenti.
In ogni mappamondo posto a ornamento di biblioteche, stanze si­
gnorili e salotti dell’Europa colta prende corpo la nuova dottrina del
primato dell’Esterno. In essa si sono addentrati gli europei in veste di
scopritori, mercanti e turisti ma hanno salvato la loro anima tornando
a ritirarsi, allo stesso tempo, nei loro Interni [Innenräume] tappezzati
ad arte. Che cos’è un salotto se non un luogo in cui si chiacchiera del­
la mostruosità di ciò che è lontano? E vero che i mappamondi celesti,
esposti parallelamente a quello terrestre, cercano di smentire finché è
possibile il messaggio dei globi terrestri (Decker 1992, pp. 89-100), i
mortali continuano a fingere di trovare riparo sotto al firmamento, ma
la sua funzione si fa sempre più decorativa, imparentata in questo con
l’arte degli astrologi, i quali si trasformano da conoscitori delle stelle e
del destino in psicologi consolatori e profeti da fiera. Nulla può salva­
re il cielo della fisica dal divenire una forma di apparenza disincanta­
ta. Ciò che ha le sembianze di un’alta volta è in realtà un abisso, per­
cepito attraverso un involucro d’aria. Il resto non sono che cascami re­
ligiosi e cattiva poesia6*il.

6 Un’eccezione significativa è costituita dalla poesia Firmament di Barthold Heinrich


Brockes (Brockes 1723), che può essere letta come una replica in crescendo al detto di Pa­
scal sull’eterno silenzio degli spazi sconfinati. Certo la poesia di Brockes non porta a buon
diritto il titolo che ha, poiché secondo il poeta non c’è più nessun firmamento che possa of­
frire stabilità cosmica ma soltanto un vincolo stabile a-spaziale dell’anima in Dio. “Lo spa­
zio dell’abisso si abbatté sul mio spirito come fa un’enorme onda / del mare senza fondo con
il ferro che sprofonda. / Quella fossa spaventosa piena di luce invisibile, / piena di oscurità
luminosa, senza inizio, senza limiti, / inghiottì addirittura il mondo, seppellì i pensieri; / tut­
ta la mia essenza fu ridotta in polvere, un punto, un nulla, / e io mi persi. Ciò d’un tratto mi
soffocò, / la disperazione minacciava il mio petto sconvolto: / Oh benefico nulla! Beata per­
dita! / Dio onnipotente! Solo in te mi sono ritrovato”.
I tre versi indicano tre cose in modo chiaro: in primo luogo il poeta non comprende più
il significato originariamente cosmografico dell’espressione “firmamento", in secondo luo­
go egli pensa il cielo in analogia all’oceano come un luogo in cui si può sprofondare, in ter­
zo luogo l’autore crede che dal naufragio dell’immaginazione in ciò che è senza fondo ci pos­
sa salvare, ormai, solo un dio, il quale ha una “tendenza essenziale alla vicinanza”.
L’idea del firmamento non crea solamente nella poesia una vita dopo la morte, ma ne
crea anche una nei deliri. Daniel Paul Schreber scrive nel sesto capitolo delle sue Memorie
di un malato di nervi (Schreber 1903, pp. 89-90) che tra le anime dei morti che gli fanno vi­
sita alcuni indicano il “firmamento” come loro luogo di provenienza.
Capitolo quinto
Distacco dall’Oriente, ingresso nello spazio omogeneo

Per consolidare la supremazia dell’Esterno, non era sufficiente il


nudo fatto delle prime circumnavigazioni della terra a opera di Ma­
gellano e Del Cano (1519-1522) e di Francis Drake (1577-1580). En­
trambe queste eroiche imprese navali meritano, tuttavia, un posto
nella storia della globalizzazione terrestre che andiamo definendo,
perché i loro attori avevano innescato, con la decisione di compiere
un viaggio verso Occidente, un cambiamento di direzione di porta­
ta storico-universale e dall’inesauribile significato spirituale. Magel­
lano e Drake seguirono in questo le intuizioni di Colombo, per il qua­
le l’idea di una via occidentale verso le Indie era diventata un’os­
sessione profetica. Benché Colombo anche dopo il suo quarto viag­
gio (1502-1504) non si fosse avveduto di essere in errore credendo
di avere trovato la rotta verso le Indie - era convinto in tutta onestà
che dalle isole centroamericane il Gange distasse solo dieci giorni di
navigazione e che gli abitanti dei Caraibi fossero sudditi del “gran
Kahn” - tuttavia la tendenza dell’epoca era dalla sua parte. Con la
sua opzione per la rotta occidentale aveva dato il via all’emancipa­
zione dell’“Occidente” da quel suo rivolgersi mitologico-solare a
Oriente che risaliva a tempi immemorabili, e inoltre, con la scoper­
ta di un continente occidentale, era riuscito a smentire concretamente
il primato mitico-metafisico dell’Oriente. Da allora non torniamo più
all’“origine” o al punto in cui sorge il sole, bensì ne seguiamo il cor­
so progressivamente e senza nostalgia di casa. Giustamente Rosen-
stock-Huessy (1987, p. 264) nota: “l’oceano che Cristoforo Colom­
bo ha attraversato ha trasformato l’Europa in Occidente” . A parti­
re da allora, qualunque cosa accadesse in nome della globalizzazio­
ne o della comprensione universale della Terra, stava sotto il segno
di una tendenza atlantica.
64 PETER SLOTERD1JK

Dopo che i navigatori portoghesi, a partire dalla metà del XV seco­


lo, avevano fatto breccia in quegli ostacoli magici che avevano vinco­
lato alle colonne d’Èrcole lo sguardo verso Occidente, il viaggio di Co­
lombo diede definitivamente il segnale del “disorientamento” [Deso-
rientirung] degli interessi europei. Solo questo rivoluzionario de-orien-
tamento \Entostung\ poteva portare alla ribalta il doppio continente
delle Nuove Indie, che avrebbe poi dovuto prendere il nome di Ame­
rica. Solamente a esso è da attribuire il fatto che da mezzo secolo glo­
balizzazione in senso culturale e topologico non significa altro che
“ovestizzazione” [ Westungi e occidentalizzazione [Verwestlichung]1■
Perché non potesse essere altrimenti, viene espresso con felice effica­
cia dall’iniziatore della Nuova Fenomenologia, Hermann Schmitz, nel­
le considerazioni spazio-filosofiche del suo System der Philosophie. A
proposito di Colombo dice:

In Occidente egli scoprì l’America per l’umanità e con ciò lo spazio come
spazio localizzato. Questa formulazione intenzionalmente inasprita inten­
de dire che Colombo - e più tardi il circumnavigatore della terra Magel­
lano, quale prosecutore della sua iniziativa - impose con i successi della rot­
ta verso occidente una trasformazione scioccante della rappresentazione
umana dello spazio, la quale segna l’ingresso in una tipologia di coscienza
tipicamente moderna in modo più profondo di qualsiasi altra transizione
(Schmitz 1988, voi. Ili, p. 441).

La svolta a occidente induce una geometrizzazione del comporta­


mento europeo entro uno spazio globalizzato. Per questa ragione an­
che la rappresentazione sommaria delle zone della Terra, per quanto
in larga parte inesplorate, segue sin dall’inizio un nuovo ideale meto­
dologico: quello di una registrazione uniforme di tutti i punti sulla su­
perficie del pianeta nell’ottica della loro raggiungibilità secondo metodi,
interessi e misure europei (e ciò inizialmente significa iberici) - e a pre­
scindere dal fatto che l’accesso reale avverrà in molti casi secoli più tar­
di o non avrà affatto luogo. Anche i famosi spazi bianchi sulle carte, che
erano inseriti a titolo di terra incognita, svolgevano il ruolo di punti che
sarebbero stati conosciuti in futuro. Erano gli attrattori del sadismo co­
gnitivo, che si presentava sotto le tranquille spoglie della ricerca. Per
ciascuna di esse valeva ciò che si trovava stampato nella parte dell’e­
norme rappresentazione del continente australiano su alcuni mappa-1

1Questo riferimento alla tendenza verso un “passaggio a occidente” viene ripreso da Gia­
como Marramao (2003).
DISTACCO DALL’ORIENTE, INGRESSO NELLO SPAZIO OMOGENEO 65

mondi del xvi secolo, gravidi di conseguenze per il futuro: Terra australis
nuper inventa nondum cognita - scoperta recentemente, non ancora
esplorata, ma già rappresentata come campo di gioco per future inda­
gini per una futura valorizzazione [Verwertung]. Lo spirito del non-an-
cora chiede per la prima volta la parola come questione da geografi. La
Modernità è l’epoca del nondum - l’epoca di un promettente divenire
che si emancipa tanto dalla statica dell’eternità quanto dal tempo cir­
colare del mito.
La rilevanza storica del viaggio di Colombo risiede nei suoi effetti
rivoluzionari sui moderni movimenti spazio-locali. All’occidente, che
secondo l’antica concezione era stato una direzione del cielo e del ven­
to ma soprattutto il luogo del tramonto del sole (e presso gli Egizi la
zona della morte), viene attributo il difficile compito, nel campo della
storia della civilizzazione, di permettere l’affermazione di una rappre­
sentazione geometrica spazio-locale della Terra e dello spazio. Con le
incursioni verso occidente hanno inizio quei movimenti che termine­
ranno un giorno in un indifferente traffico in tutte le direzioni. Che si
sia trattato del viaggio di Colombo del 1492 oppure della penetrazio­
ne nel continente nordamericano durante il X IX secolo, in ogni caso le
due grandi messe in scena dell’imperativo “A ovest!” hanno dato im­
pulso a una concezione dello spazio da cui prenderà le mosse più tar­
di il traffico pendolare regolare tra punti qualsiasi entro la zona esplo­
rata. Ciò che il X X secolo vuole indicare con “circolazione” (nel senso
di traffico), uno dei suoi concetti più ottusi, è divenuto possibile uni­
camente grazie al trionfo del pensiero spazio-locale. E questo perché
il dominio routinario della simmetria tra viaggi di andata e viaggi di ri­
torno, costitutivi del concetto moderno di traffico, si può affermare so­
lo in uno spazio locale generalizzato, che riassume i punti geometrica­
mente equivalenti entro un campo in segmenti di percorso e orari di
viaggio. Non è un caso che uno dei più importanti sistemi motori del
X IX secolo, la motrice del treno, abbia preso il nome di Locomotiva -
che muove il luogo; il suo uso indica una tappa notevole del processo
che rendeva tra loro equivalenti gli spazi localizzati. I tecnici del X IX
secolo sapevano che il superamento dello spazio per mezzo della lo­
comozione a vapore era strettamente connesso all’“evaporazione del­
lo spazio” a opera della telegrafia elettrica, i cui cavi seguivano nor­
malmente la linea ferroviaria (Mattelart 1994, p. 68).
Ciò che chiamiamo traffico mondiale ha quale sua premessa il fat­
to che la scoperta di relazioni marittime e terrestri possa venire consi­
derata essenzialmente conclusa dal punto di vista geografico e idro­
grafico. Un autentico traffico può emergere solo se vi è un sistema di
66 PETER SLOTERDIJK

tratte che rende accessibile una data zona all’attraversamento routina­


rio, sia essa terra cognita o mare cognitum. Il traffico, quale quintessenza
delle pratiche di attraversamento, costituisce la seconda e routinizza-
ta fase del processo che aveva avuto inizio come storia avventurosa del­
le scoperte globali.
Capitolo sesto
Ju les Verne e H egel

Con il suo romanzo satirico del 1874, Il giro del mondo in ottanta
giorni, nessuno più di Jules Verne ha saputo rendere visibile in modo
più preciso e divertente che cosa significhi e che cosa produca il traf­
fico globalizzato. Il libro offre, nella sua galoppante superficialità, l’i­
stantanea del processo del Moderno sotto forma di progetto del traf­
fico. Esso illustra la tesi quasi storico-universale che il senso della si­
tuazione moderna risiede nel ridurre il traffico a unità di misura del
mondo. I nuovi bisogni di mobilità possono essere organizzati unica­
mente in uno spazio locale globalizzato, che possa porre il trasporto
di persone e il traffico di merci sulle basi della tranquilla routine. Il traf­
fico è la quintessenza dei movimenti reversibili. Quando questi di­
ventano istituzioni affidabili anche per i percorsi lunghi, diviene in­
differente in quale direzione venga intrapreso il periplo del globo. So­
no i casi più fortuiti che spingono l’eroe del romanzo di Jules Verne,
l’inglese Fileas Fogg, Esquire e il loro povero servitore francese Pas­
separtout a intraprendere il giro del mondo in ottanta giorni sulla rot­
ta orientale. Dietro non si nasconde niente di più che una notizia di
giornale che spiega che il subcontinente indiano è divenuto attraver­
sabile in soli tre giorni grazie all’inaugurazione dell’ultima tratta della
Great Indian Peninsular Railway tra Rothal e Allahabad. Su questa ba­
se il giornalista di un quotidiano londinese costruisce un articolo pro­
vocatorio, che sta all’origine della scommessa di Fileas Fogg con gli ami­
ci del Reform Club con cui gioca a whist. Ciò su cui Fogg e i suoi ami­
ci del Club scommettono è fondamentalmente se la pratica turistica sia
in grado di realizzare le promesse della sua teoria. L’articolo del «Mor-
ning Chronicle», che si rivelerà gravido di conseguenze, non contene­
va altro che l’elenco delle tempistiche che un viaggiatore avrebbe do­
vuto prevedere se avesse voluto compiere il giro del mondo con arri-
68 PETER SLOTERDIJK

vo e partenza da Londra - è inutile notare che in questo periodo la ca­


pitale britannica è la posizione di tutte le posizioni; da qui partivano
la maggior parte delle navi e dei capitali per i loro viaggi intorno al mon­
do. Che questo calcolo si basasse sull’ipotesi di viaggiare verso orien­
te corrispondeva, oltre all’abituale affinità britannica con la parte in­
diana del Commonwelth, a un topos dell’epoca: l’apertura del canale
di Suez nel 1869 aveva reso gli europei sensibili alla questione del­
l’accelerazione del traffico mondiale e a un’irresistibile fascino della via
verso oriente, così drammaticamente accorciata. Come testimonia l’an­
damento del viaggio di Fogg, si tratta qui di un Oriente già compieta-
mente occidentalizzato, che con tutti i suoi bramini ed elefanti non è
nient’altro che un pezzo qualsiasi di carta tra i molti che compongo­
no la rappresentazione dell’intero pianeta localizzato e reso tecnica-
mente disponibile al traffico.

Ecco il calcolo pubblicato sul «Morning Chronicle»:

Da Londra a Suez via Moncenisio e Brindisi, ferrovia e battello a vapore,


7 giorni;
Suez-Bombay; battello a vapore 13 giorni;
Bombay-Calcutta, ferrovia, 3 giorni;
Calcutta-Hongkong (Cina), battello a vapore 13 giorni;
Hongkong-Yokohama (Giappone), battello a vapore 6 giorni;
Yokohama- San Francisco, piroscafo 22 giorni;
San Francisco-New York, ferrovia, 7 giorni;
New York-Londra, piroscafo e ferrovia, 9 giorni.
Totale: 80 giorni.
- Sì ottanta giorni! - esclamò Andrei Stuart (...)- senza contare il cattivo
tempo, i venti contrari, i naufragi, i deragliamenti, ecc. -
- Contando tutto - rispose Phileas Fogg (...).
- Anche se gli Indù o gli Indiani tolgono le rotaie! - gridò Andrei Stuart
- Se fermano i treni, saccheggiano i vagoni, scotennano i viaggiatori!
- Contando tutto, rispose Fileas Fogg (Verne 1874, pp. 16-17).Il

Il messaggio di Jules Verne, in una civiltà satura di tecnica techni­


sch gesättigten], è che non vi sono più avventure, ma solo pericoli di ri­
tardo. Perciò l’autore dà importanza all’idea che il suo eroe non fa nes­
suna esperienza. La flemma imperiale del signor Fogg non può la­
sciarsi confondere da nessuna turbolenza, poiché in qualità di viag­
giatore globale è sottratto al compito di tributare rispetto ai locali.
Con la realizzazione della possibilità di compierne il periplo, anche os­
servata dal suo luogo più remoto, la Terra è per il turista stesso la sem-
JULES VERNE E HEGEL 69

plice quintessenza delle situazioni di cui i quotidiani, gli estensori di re­


soconti di viaggio e le enciclopedie avevano già da tempo messo a pun­
to l’immagine più completa. Si comprende, perciò, perché per il viag­
giatore il cosiddetto estraneo non sia degno neppure di uno sguardo.
Qualsiasi incidente si verifichi, sia esso il rogo di una vedova in India
oppure un attacco da parte degli indiani nell’occidente americano,
non si può in linea di principio che trattare di eventi e circostanze di
cui un membro del Reform Club di Londra è meglio informato di
qualsiasi turista sul posto. Chi viaggia a questa condizione non lo fa né
per piacere né per affari, ma per amore del movimento in quanto tale;
ars gratia artis; motio gratta motionish
Dal dì in cui Giovanni Francesco Gemelli Careri (1651-1725), dal­
la Calabria, intraprese tra il 1693 e il 1697 la circumnavigazione del
mondo perché stanco delle liti in famiglia, la tipologia di viaggiatore sen­
za interessi nell’ambito degli affari, il turista, è una componente costante
nel repertorio della Modernità. Il suo Giro del mondo pubblicato nel
1699 appartiene ai documenti di fondazione di una letteratura della glo­
balizzazione per semplice capriccio. Anche Gemelli Careri fece suo Vha­
bitus dell’esploratore, convinto di possedere un mandato dello spirito
del tempo che gli imponeva di raccontare le proprie esperienze fatte
fuori casa. Molte generazioni più tardi le sue osservazioni sul Messico
e la sua descrizione della traversata del Pacifico venivano ritenute an­
cora rispettabili prestazioni etno-geografiche. Nonostante il fatto che
coloro che hanno successivamente vagabondato per il mondo si siano
rivolti a uno stile più marcatamente soggettivo, il legame tra viaggio e
scrittura rimase intatto sino al X IX secolo. Nel 1855 il Dizionario enci­
clopedico Brockhaus constatava che un turista è “un viaggiatore che non
vincola il suo viaggio a uno scopo preciso, per esempio uno scopo
scientifico, ma che semplicemente viaggia per compiere il viaggio e, poi,
poterlo descrivere”.
In Jules Verne il viaggiatore ha rinunciato al suo compito docu­
mentaristico ed è divenuto un puro e semplice passeggero. Si presen­
ta come cliente di servizi di trasporto che paga affinché il suo viaggio
non diventi un’esperienza da dover poi raccontare. Il periplo del mon­
do è per lui una prestazione sportiva e non una lezione filosofica e nem­
meno la parte di un programma di educazione. Perciò Fileas Fogg può
rimanere zitto come un atleta.1

1 A proposito dell’amore per il puro movimento cfr. Karl Marx e Friedrich Engels, Il
manifesto del partito comunista del 1848; e anche Thomas de Quincey, The Glory o f Motion,
del 1849.
70 PETER SLOTERDIJK

Per ciò che concerne il lato tecnologico del giro del mondo in 80
giorni, nell’orizzonte dell’anno 1874 Jules Verne non era un visionario:
tenendo conto di quei mezzi di trasporto decisivi, la ferrovia e il piro­
scafo, i principali motori della “rivoluzione” dei trasporti tra la metà e
la fine del X IX secolo, il viaggio del suo eroe corrisponde esattamente
allo stato in cui versava l’arte di portare inglesi apatici dal punto A al
punto B e ritorno. Non di meno in Fileas Fogg si nascondono tratti pro­
fetici, nella misura in cui egli entra in scena come prototipo del pas­
seggero letteralmente cieco, il cui unico rapporto con i paesaggi che gli
scorrono accanto consiste nel suo interesse per attraversarli. Il turista
stoico preferisce viaggiare con i finestrini chiusi; in qualità di gentle­
man insiste sul proprio diritto di non essere tenuto a considerare al­
cunché come degno di essere visto; in qualità di apatico si rifiuta di fa­
re scoperte. Queste attitudini annunciano un fenomeno di massa del
X X secolo - l’ermetico viaggiatore-tutto-compreso che passa da un po­
sto all’altro senza percepire nulla che non abbia l’aspetto di un pro­
spetto informativo. Fogg è il completo contrario dei suoi predecesso­
ri tipologici, i navigatori e i geografi dei secoli XVI, XVII e XVIII, per i
quali ciascun viaggio era connesso a scoperte, conquiste e guadagni. A
questi viaggiatori dell’esperienza fecero seguito, a partire dal X IX secolo,
turisti romantici che viaggiavano in terre lontane per lasciarsi arricchire
dalle impressioni che ne traevano.
Tra i viaggiatori impressionisti del secolo scorso il filosofo della
cultura Hermann G raf Keyserling è divenuto piuttosto celebre grazie
a un suo resoconto di viaggio - nel periodo dopo la prima guerra mon­
diale il suo Diario di viaggio di un filosofo faceva parte di ogni seriosa
biblioteca privata tedesca. L’autore compì il suo viaggio attraverso le
culture del mondo in tredici mesi, come se si trattasse di un esperimento
hegeliano - nel quale l’illuminazione è ottenuta per procrastinazione
del ritorno alla provincia tedesca (Kayserling 1918). Fileas Fogg è net­
tamente in vantaggio rispetto a Keyserling perché non aveva più la ne­
cessità di comportarsi come se per lui ci fosse ancora qualcosa di es­
senziale da imparare durante il viaggio intorno al tutto. Jules Verne è
di gran lunga il miglior hegeliano, poiché aveva capito che nel mondo
così istituito non sono più possibili eroi sostanziali ma soltanto eroi di
secondo piano. Soltanto quando, durante la traversata dell’Adantico tra
New York e l’Inghilterra, gli viene in mente di bruciare le sovrastrut­
ture in legno della sua stessa nave per sopperire alla mancanza di car­
bone, l’inglese si avvicina per un momento all’eroicità delle origini e im­
prime all’idea di auto-sacrificio una svolta che corrisponde allo spiri­
to dell’epoca industriale. Altrimenti sono sport e spleen a descrivere l’o-
JULES VERNE E HEGEL 71

rizzonte ultimo degli sforzi umani entro un mondo rimesso in ordine.


Keyserling, al contrario, sfiora il ridicolo quando pretende, come una
(arda personificazione dello spirito del mondo, di voler fare il periplo
della Terra per ritornare “a se stesso” - conformemente a questa idea
il suo comico motto recita “la via più breve per giungere a se stessi con­
duce intorno al mondo” . Ma come mostra il suo libro, il filosofo viag­
giante non può più fare alcuna esperienza bensì solo raccogliere im­
pressioni.
Capitolo settimo
Il mondo acquatico. Sul mutamento dell’elemento conduttore
nella Modernità

In un punto decisivo l’itinerario di Jules Verne rispecchia adegua­


tamente l’avventura originaria della globalizzazione terrestre: con il
suo racconto emerge in modo incontrovertibile la grande prevalenza
dei viaggi via mare rispetto a quelli via terra. Ritroviamo così, in un’e­
poca che ha fatto del giro del mondo uno sport d’élite (globe trotting
significa approssimativamente andare a zonzo ovunque), le tracce che
ci testimoniano la rivoluzione magellaniana nell’immagine del mondo,
in seguito alla quale la rappresentazione di un pianeta prevalentemen­
te terrestre venne liquidata da quella di uno oceanico. Colombo di fron­
te alla maestà cattolica spagnola che finanziava il suo progetto aveva an­
cora potuto affermare che la Terra fosse “piccola” e prevalentemente
secca e che soltanto la sua settima parte fosse costituita dall’elemento
umido. Anche i marinai della fine del Medioevo si dichiaravano a fa­
vore della prevalenza dello spazio terrestre e ciò per motivi concettuali,
poiché il mare è un elemento non amato da chi lo conosce per osser­
vazione diretta (il romanticismo marittimo è, come quello montano,
un’invenzione del sentimentalismo cittadino moderno). Non senza
profondi motivi empirici l’odio verso il mare aperto delle popolazioni
costiere si traduce nella visione dell’Apocalisse di Giovanni (21,1): do­
po la venuta del Messia il mare non sarà più - un’affermazione che vie­
ne citata giustamente dal cappellano di bordo nel Titanic di James Ca-
meron, mentre la poppa della nave si innalza a perpendicolo prima di
inabissarsi. D ’un tratto agli europei del XVI secolo veniva fondamen­
talmente richiesto di comprendere che il pianeta Terra, a fronte del­
la prevalenza delle superfici acquatiche, non avesse motivo di chia­
marsi così. Ciò che prende il nome di Terra si rivelava essere un Wa-
terworld\ tre quarti della sua superficie appartengono all’elemento
umido - questa è l’informazione globografica fondamentale della
IL MONDO ACQUATICO 73

Modernità, rispetto alla quale non è mai stato chiarito se si trattasse


di Evangelium oppure Dysangelium.
Non fu facile prendere congedo da pregiudizi di terra risalenti a tem­
pi immemorabili. Il più antico globo post-colombiano conservato, il pic­
colo globo metallico di Lenox risalente al 1510, che prende in consi­
derazione almeno per accenni il continente americano e il mondo in­
sulare delle Indie occidentali, indica ancora molto vicina alla costa oc­
cidentale del Nordamerica - come del resto molte carte e globi dopo
di esso - l’isola leggendaria di Cipangu ovvero il Giappone, di cui fa
per la prima volta menzione Marco Polo. Qui si rispecchia la perdu­
rante e drammatica sottovalutazione delle acque a occidente del Nuo­
vo Mondo, come se ora si dovesse ripetere a partire dall’America l’er­
rore capitale di Colombo - la speranza in una strada breve verso quel­
l’Asia che si riteneva vicina. Sul globo terrestre di Bressanone del 1523-
24, poco più di un decennio più tardi, una caravella apposta nell’O ­
ceano Pacifico, il mar del sur, alludeva alla circumnavigazione terrestre
di Magellano; ancora nell’autunno del 1522 alcuni opuscoli, diffusi sin
nell’Europa orientale, davano notizia del ritorno del Victoria-, tuttavia
il creatore di questo primo globo post-Magellaniano non era riuscito
a capire la “rivoluzione” oceanica. Ciò non era tuttavia espressione di
una colpevole ristrettezza di vedute: nessun europeo era nelle condi­
zioni di comprendere la portata di ciò che avevano da comunicare il
capitano basco Juan Sebastian del Cano e l’autore italiano del diario
di bordo di Magellano, l’italiano Antonio Pigafetta, quando racconta­
vano che dopo avere superato l’estremità sud-occidentale dell’Ameri­
ca meridionale avevano dovuto navigare in direzione nord-ovest per “tre
mesi e venti giorni” - dal 28 novembre 1520 fino al 16 marzo 1521, con
condizioni di vento sempre favorevoli - attraverso un mare smisurato
e sconosciuto, che avevano chiamato mare pacifico “perché in questo
tempo non avessemo fortuna [nell’italiano di Pigafetta l’espressione si­
gnifica che non c’erano state tempeste N.d.T.]” (Pigafetta 1524, pp.
199). In questo breve appunto si cela la svolta oceanica che avrebbe con­
dotto a una fine sensazionale la geografia dell’antichità, la credenza to­
lemaica circa la prevalenza delle masse terrestri.
In che misura l’immagine pre-magellaniana e tolemaica del mon­
do fosse caratterizzata in modo terra-centrico ce lo mostra, appena
una generazione prima del viaggio di Colombo, la più splendida
delle descrizioni della Terra, il monumentale disco terrestre del ca-
maldolense Fra Mauro, risalente al 1459, ritenuto ai suoi tempi la più
completa e dettagliata rappresentazione della Terra. Essa presenta an­
cora la Terra del Medioevo vetero-europeo, che si trova avvolta in
74 PETER SLOTERDIJK

un cerchio immunizzante e sulla quale l’elemento umido gioca let­


teralmente un ruolo marginale. All’acqua sono dedicati qui solo i
margini più esterni, a parte la macchia dei fiumi e quella del Medi-
terraneo, scivolata leggermente fuori dal centro. Nell’immagine di Fra
Mauro l’empirico e il fantastico si presentano in un singolare com­
promesso e, nonostante essa restituisca in modo ricco, denso e cor­
rispondente alle conoscenze dell’epoca la situazione delle terre emer­
se, l’immagine si dispone a obbedire diligentemente all’imperativo
fantastico della vecchia Europa di rappresentare un mondo con me­
no acqua possibile.
Senza la traduzione in carte geografiche della nuova verità di Ma­
gellano a opera della prima e della seconda generazione successiva al­
la circumnavigazione del globo nessun europeo avrebbe potuto avere
una rappresentazione adeguata della “rivoluzionaria” inflazione delle
superfici d’acqua. Su questo si basa il passaggio da un pensiero della
terra ferma a un pensiero dell’oceano, il cui peso sarebbe rimasto im­
prevedibile, come quello del passaggio operato da Colombo e Magel­
lano da un’immagine del mondo a tre continenti (che compare sulle car­
te come orbis tripartitus) allo schema moderno a quattro continenti,
esteso alle due Americhe. Per ciò che riguarda il quinto continente, la
terra australis, che il XVI secolo sognerà come il più grande e il più ric­
co degli spazi terrestri, quella della sua scoperta - conformemente al­
le speranze iniziali - fu una lunga storia di delusioni e ridimensiona­
menti. Ci vollero secoli perché i marinai e i globografi europei ridu­
cessero a dimensione naturale i loro fantasmi australi. I britannici ne
trassero le conseguenze quando la trasformarono da mancato regno del
sud a loro colonia penale; lì era possibile “depositare” in maniera più
o meno definitiva a distanza ottimale dalla madrepatria quell’“eccesso
di popolazione criminale irredimibile e indesiderata”1, che l’Inghilter­
ra abbondantemente produceva.
È particolarmente straniante e tuttavia indicativo per lo studioso
di storia dei concetti che l’insieme delle masse di terra sulla superfi­
cie terrestre si trovasse presto a portare il nome di quell’elemento che
tutto conteneva, continens, che sino ai giorni di Copernico aveva in­
dicato l’involucro del Tutto o la volta dell’estremo confine del mon­
do. Se il pianeta umido continua pervicacemente a chiamarsi Terra e

1 Cfr. Said 1994, p. 11. La formula ironica di Said riflette il cinismo del sistema di de­
portazione britannico, per il quale prima i Carabi poi la Nuova Inghilterra e infine l’Austra­
lia fungevano da luoghi di destinazione di un export utilitaristico di criminali.
IL MONDO ACQUATICO 75

se le terre emerse su di esso si fregiano dell’assurdo titolo di continente,


ciò rivela semplicemente come gli europei moderni abbiano risposto
alla rivoluzione umida: dopo lo shock del periplo essi ripiegano su de­
signazioni errate che fanno passare quelle novità inconsuete per ciò che
una volta era familiare. Così, quanto poco il pianeta circumnavigato
merita di prendere il nome dalla poca terra ferma che emerge dall’o­
ceano, tanto poco hanno diritto i “continenti” di portare i loro nomi,
poiché essi non sono ciò che contiene bensì ciò che è contenuto dal
mare. Ma la storia della Modernità non è stata solo dal punto di vista
lessicale e semantico un protratto barcamenarsi ed eludere il mare e i
flussi di merci che su di esso si muovono promosso dal pensiero ter­
restre della sostanza e dello spazio. L’esitazione di fronte alle verità
oceaniche caratterizza l’intera Modernità secondo un vettore terrestre­
conservatore.
La punta offensiva del primo sapere della globalizzazione era ce­
lata negli sguardi di Magellano sulla vera estensione degli Oceani e
nel suo riconoscerli come effettivo medium del mondo. Che i mari del
mondo costituissero il substrato delle possibilità globali e con ciò i
mezzi naturali dei flussi di capitale è il messaggio dei messaggi del­
l’epoca tra Colombo, l’eroe del medium marittimo, e Lindberg, il pio­
niere dell’epoca del medium aereo - un messaggio contro il quale gli
europei attaccati alla terra per secoli hanno mobilitato la loro volontà
di provincia. Era come se la vecchia Terra dovesse nuovamente ina­
bissarsi tra i flutti del diluvio, che questa volta non venivano dal cie­
lo bensì scaturivano da inauditi resoconti di viaggio. Il più grande au­
tore del mondo marittimo, Melville, nel X IX secolo poteva far grida­
re a uno di suoi personaggi: “Sì, oh sciocchi mortali, il diluvio di Noè
non si è ancora ritirato” (Melville 1851, p. 305). L’unità così come la
ripartizione del pianeta Terra era divenuta questione di elementi ma­
rittimi e la navigazione europea dal punto di vista civile, militare o cor­
saro si sarebbe dimostrata il più efficace agente della globalizzazio­
ne, almeno fino all’avvento dell’aeronautica. Gli oceani sono ciò su
cui si costituiscono i seaborn empires delle nazioni europee come po­
tenze mondiali. Chi sollevava la pretesa di capire il mondo aveva la
necessità di pensare quell’epoca dal punto di vista idrografico. Il
canzonatorio itinerario del «Morning Chronicle» pagava il suo tributo
a questa verità, poiché per il giro del mondo conteggiava complessi­
vamente sessantotto giorni per mare accanto a soli 12 giorni di viag­
gio in ferrovia. Da questo momento il mare dà fondamento al pen­
siero universale; solo l’oceano poteva conferire la laurea di vera e pro­
pria Modernità. A ragione Melville poteva far dichiarare al medesi-
76 PETER SLOTERDIJK

mo personaggio “una baleniera è stata la mia Yale e la mia Harvard”


(Melville 1851, capitolo 25)2.
Tra i primi a capire come trarre conseguenze pratiche dalle cogni­
zioni acquisite da Magellano e Del Cano c’è il giovane monarca Carlo
V, re di Spagna dal 1516, imperatore del Sacro Romano Impero dal mag­
gio del 1519. Nell’autunno del 1522 Pigafetta gli aveva inviato a Valla­
dolid il suo diario di bordo come la più segreta testimonianza sullo sta­
to del Nuovo Mondo (Pigafetta 1524, pp. 352). Carlo interpretò molto
esattamente la notizia che riguardava il Pacifico e le fatiche sovrumane
della circumnavigazione terrestre sulla rotta occidentale, leggendola
come novità foriera per un verso di meraviglie e per un altro di ammo­
nimenti. Dopo pochi e inutili tentativi di ripetere il viaggio di Magella­
no, gli sembrò consigliabile abbandonare l’idea di nuovi viaggi sulla rot­
ta occidentale verso le isole delle spezie delle Molucche. E così, con il
trattato di Saragozza del 1529, vendette per 350.000 ducati alla corona
portoghese i diritti avanzati dagli spagnoli sulle Molucche - cosa che si
sarebbe dovuta rivelare un eccellente affare quando, pochi anni più tar­
di, le migliorate capacità di misurare la longitudine avrebbero fornito
la prova, dall’altra parte del pianeta, che le bramate isole delle spezie fa­
cevano già comunque parte dell’emisfero portoghese in base al tratta­
to di Tordesillias stipulato tra Spagna e Portogallo nel 1494.
In questo scambio interdinastico di proprietà di paesi lontani, in cui
né il venditore né l’acquirente evidentemente sapevano con precisio­
ne dove si trovassero, si rispecchia nel modo più evidente che in qual­
siasi altro atto di quest’epoca la natura speculativa della globalizzazio­
ne originaria. E piuttosto ridicolo che la pubblicistica odierna voglia
identificare nei movimenti più recenti del capitale finanziario il reale
motivo dello shock intercorso nella forma del mondo che prende il no­
me di globalizzazione. Il sistema-mondo del capitalismo si afferma sin
dal primo momento sotto gli auspici tra loro intrecciati del globo e del­
la speculazione3*5.Anche l’idea che i capitali dei mercanti mostrino la ten­

2 Che questi seaborn studies abbiano rafforzato un empirismo nautico di contro alla sco­
lastica universitaria è una delle questioni principah di cui si occupa la teoria moderna della
cultura (fino a che le università non avranno assimilato le idee empiriche e contrapposto un
empirismo stanziale a quello mobile). Un personaggio che aveva fatto professione della ne­
cessità di recarsi personalmente sul posto e osservare di persona era Fernàndes de Oviedo che
nella sua Historia general y natural de las Indias (1535) non si era stancato di ripetere: “Ciò
che sto raccontando, non si può impararlo a Salamanca, a Bologna o a Parigi” [Oviedo 1535].
5 Su questo argomento cfr. Wallerstein 1974 e 1980. Secondo Wallerstein l’espressione
sistema-mondo non indica il coinvolgimento di tutti i paesi e di tutte le culture in nuovi rap­
porti; esso si riferisce piuttosto al fatto che lo spazio economico di transazione, che ora si co­
struisce, si estende oltre mercati, paesi e ricchezze locali.
IL MONDO ACQUATICO 77

denza a emanciparsi dal legame con un determinato paese è vecchia


quanto lo stesso modello economico moderno. Nel 1776 Adam Smith
poteva scrivere la seguente affermazione, come se dicesse un’owietà:

un commerciante non è necessariamente cittadino di nessun particolare


paese. Il luogo in cui svolge il suo commercio gli è abbastanza indifferen­
te; e con poca contrarietà sposterà il suo capitale, e con questo tutta l’in-
dustria che esso sostiene, ad un altro paese (Smith 1776, pp. 549-550).

L’impero d’oltremare di Carlo V era stato creato grazie ai crediti di


banchieri delle Fiandre e di Augusta, e più tardi genovesi, i quali fa­
cevano ruotare mappamondi per farsi un’idea del percorso di andata
dei loro capitali e di quello di ritorno dei loro interessi.
Sin dall’inizio l’avventura sugli oceani aveva costretto i suoi attori a
una corsa a opportunità nascoste in mercati lontani e impenetrabili alla
vista. Già per loro valeva il noto motto di Cedi Rhodes: “l’espansione è
tutto”4. Ciò che gli economisti, sulla scorta di Marx, hanno chiamato l’ac­
cumulazione originaria, era dunque - come si capisce dall’esempio cita­
to - spesso più un accumulo di titoli di proprietà, di opzioni e di diritti
d’uso che esercizio di mezzi di produzione sulla base di capitale investi­
to. La scoperta e la presa di possesso formale di territori lontani dava fon­
damento per i mandanti, principi o borghesi, delle spedizioni oltremare
ad aspettative di futuri guadagni, in forma di bottino o di tributi, fatti per
mezzo di transazioni commerciali nell’esercizio delle quali non era mai
vietato sognare di ottenere fiabeschi margini di utile.
La globalizzazione della Terra a opera dei primi mercanti-naviga­
tori e dei cosmografi era evidentemente molto distante dal subordi­
narsi a interessi di carattere teoretico; obbediva fin dalla sua nascita,
tenuta a battesimo dai portoghesi, a un programma conoscitivo riso­
lutamente anti-contemplativo. Chi ambiva al controllo del mondo da
poco scoperto doveva rinunciare a idealizzazioni e deduzioni. L’expe-
rimentum maris forniva il criterio per il nuovo concetto dell’espe­
rienza del mondo. Fu per la prima volta sui mari che divenne chiaro
come si sarebbe presentato nella Modernità il rapporto tra teoria e
prassi. Cento anni prima di Francis Bacon i committenti e gli attori del­
la circumnavigazione della Terra sapevano già che la conoscenza del-4

4 Oswald Spengler ha dichiarato questa affermazione assioma delle epoche di civilizza­


zione che precedono la morte delle culture alte, cfr Spengler 1919 p. 66: “L a tendenza
espansiva è una fatalità, qualcosa di demonico e di mostruoso, che afferra l’uomo nell’ulti­
mo stadio delle grandi civiltà (...) sfruttandolo (...)”.
78 PETER SLOTERDIJK

la superficie terrestre è potere, e potere nella sua forma più tangibile


e redditizia. L’immagine della Terra in corso di costante precisazione
acquisisce immediatamente la qualità di un sapere che compie rilievi
geografici e si appropria del suo oggetto; nuove conoscenze oceano-
grafiche sono rifornimenti di armi per la lotta con altri concorrenti nel­
lo spazio aperto. Perciò le novità geografiche e idrografiche venivano
protette come segreti di Stato o brevetti industriali; la corona porto­
ghese vietò, pena la condanna a morte, la proliferazione di carte ma­
rittime sulle quali fossero riportate le sue scoperte e le descrizioni del­
le coste - ragion per cui quasi non si è conservato quasi nessuno dei
suoi famosi Portolani, che erano in uso come itinerari di viaggio lun­
go le coste navigabili5. Il calcolo con i numeri arabi trovò per certi ver­
si il pendant nel calcolo con le carte europee. Dopo che il numero ze­
ro, introdotto nel XII secolo, aveva reso possibile un’aritmetica elegante,
il globo terrestre degli europei fondò una visione rotonda e operativa
delle cose che riguardavano la geopolitica e il commercio mondiale.
Così, tuttavia, come nessuno esce di casa per andare a comprare ze­
ro pesci - come nota il filosofo Alfred N. Whitehead -, nello stesso mo­
do nessuno viaggia per mare dal Portogallo a Calcutta o a Malacca per
tornare indietro senza neppure un chiodo di garofano nella stiva. Un
gruppo di isole nel mare del Sud ricche di spezie, entrate nelle mire eu­
ropee e poi occupate, non è da questo punto di vista solo una macchia
su un vago mappamondo, ma piuttosto un simbolo dei guadagni atte­
si. Il globo, nelle mani di coloro che sanno farne uso, è la vera icona
del corpo terrestre divenuto navigabile, ma, ancora di più, rappresen­
ta un’immagine della fonte di denaro che dal futuro si riversa sul pre­
sente. Lo si potrebbe addirittura concepire come un orologio occulto
che indica, sotto il segno di isole lontane e di continenti sconosciuti, le
ore dei guadagni. Il globo moderno ebbe la sua fortuna come orologio
delle possibilità per una società di imprenditori impegnati in paesi lon­
tani e individui disposti a correre rischi, che sulle coste di altri mondi
avvistano oggi le ricchezze di domani. Su questo orologio, che segna
le ore di ciò che non era ancora mai stato, gli agenti con più presenza
di spirito della nuova era, i conquistadores, i mercanti di spezie, i cer­
catori d’oro e, successivamente i politici realisti, leggevano a che pun­
to stavano le cose per le loro imprese e i loro paesi.

5 Fino al tardo XIX secolo i diari di bordo delle spedizioni esplorative rimasero un se­
greto degli Stati che intraprendevano le navigazioni; cfr. le osservazioni di Georg Forster du­
rante la seconda spedizione del Capitano Cook, in Forster 1777, p. 395.
11 MONDO ACQUATICO 79

È evidente la ragione per cui principi e grandi imprenditori borghesi


si servissero degli stessi globografi. Imperatori e mereiai sono uguali da­
vanti alle novità e la fortuna non distingue i suoi protetti fra nobili e
borghesi. Carlo V, la cui attenzione venne attratta da Massimiliano
Transilvano sui più utili tra questi dotti, assicurò un trattamento ami­
chevole a Gerardo Mercatore e Philipp Apian, eminenti globografi del
loro tempo, che contemporaneamente lavoravano per l’intera élite im­
prenditoriale e scientifica. Raymund Fugger, pur sempre qualcosa di
più di un semplice mereiaio, nel 1535 fece realizzare a Furtenbach un
mappamondo a suo uso privato, che fu installato a Kirchbach, nel ca­
stello dei Fugger; il globo Fugger, così come il globo Welser di Chri-
sioff Schiepp che era di poco più antico, costituiva un pezzo unico ese­
guito ad arte. Il futuro apparteneva comunque ai globi a stampa, che
arrivavano sul mercato in tirature più alte. Essi fornivano alla globa­
lizzazione il primo fondamento massmediatico. Ma che fossero pezzi
unici o oggetti prodotti in serie, ciascun globo parlava a chi lo osser­
vava del desiderio e della necessità di guadagnarsi dei vantaggi nello spa­
zio sconfinato del mondo.
Dopo aver voltato le spalle all’ingrato Portogallo, l’eroe dei mari
Magellano e un rappresentante della corona spagnola gettarono in­
sieme, il 22 marzo del 1518, uno sguardo su uno di questi promettenti
globi, che collocava da qualche parte vicino agli antipodi le isole del­
le spezie, e stipularono un contratto a proposito della scoperta pro­
prio di queste isole (Capitulación sobre el descubrimiento de las Isias
de la Especeria), nel quale veniva minuziosamente regolata anche la di­
visione delle ricchezze virtuali che avrebbero dovuto scaturire da quel­
le fonti. Qui si mostra con rara chiarezza come anche il concetto di
“scoperta” - la parola chiave tanto epistemologica quanto politica
della Modernità - non indichi una grandezza teoretica autonoma ben­
sì un caso particolare del fenomeno degli investimenti. Investire è, a
sua volta, un caso del commercio con il rischio. Dove gli schemi del
commercio con il rischio'si diffondono universalmente —fare credito,
investire, pianificare, inventare, scommettere, riassicurarsi, distribui­
re i rischi, accumulare fondi di riserva - fa la propria comparsa un ge­
nere d ’uomo che vuole creare da sé la sua fortuna e il suo futuro en­
tro il gioco delle possibilità e non vuole più accettarli esclusivamente
dalla mano di Dio. È questa una tipologia di uomo che nella nuova eco­
nomica della proprietà e del denaro ha fatto esperienza del fatto che
sbagliando si impara, ma indebitandosi si impara di più. La figura chia­
ve della nuova epoca è quella del “produttore-debitore” - meglio no­
to con il nome di imprenditore - che rende sempre più flessibili il suo
80 PETER SLOTERDIJK

modo di condurre gli affari, le sue opinioni e se stesso, al fine di arri­


vare al profitto con tutti i mezzi leciti e illeciti, conosciuti e sconosciuti,
che lo mettono in condizione di saldare per tempo i debiti che ha con­
tratto. Questi produttori-debitori conferiscono all’idea del debito il suo
significato moderno: da vizio morale si trasforma in rapporto incen­
tivante economicamente sensato. Senza la trasformazione in positivo
dei debiti, niente capitalismo. I produttori-debitori sono coloro che
nell’“epoca borghese” hanno iniziato a far girare la ruota della per­
manente circolazione di denaro6.
La questione principale della Modernità non è che la Terra giri in­
torno al Sole, bensì che il denaro giri intorno alla Terra.

6 La definizione degli imprenditori'come “produttori-debitori" la dobbiamo a Gunnar


Heinsohn e Otto Steiger che con il loro libro Eigentum, Zins und Geld. Ungelöste R ätsel der
Wirtschaftstheorie (Heinsohn, Steiger 1996) hanno fornito un modello suggestivo per il chia­
rimento della dinamica di innovazione dell’economia moderna come economia della proprietà.
Capitolo ottavo
Fortuna, ovvero la metafisica della chance

Entro l’orizzonte degli interessi europei in questa congiuntura


economica e psico-politica fa nuovamente il suo ingresso la dea ro­
mana della fortuna, poiché più di ogni altra figura dell’antico Olim­
po degli dei era in grado di venire a patti con la nascente religiosità
dell’impresa di commercianti e marinai. Il ritorno della fortuna cor­
risponde al sentimento del mondo dell’ontologia della chance, che
aveva preso corpo nell’opportunismo di Machiavelli, nel essaysmo
[Essaysmus] di Montaigne e nello sperimentalismo di Bacon. Anche
il neo-fatalismo dell’ultimo Shakespeare appartiene alle auto-defini­
zioni caratteristiche dell’epoca, che nei momenti più cupi percepi­
scono l’uomo come colui che è disposto a correre rischi, ammalato
di concorrenza, accecato dall’invidia e segnato dal fallimento; qui gli
attori fanno la loro comparsa sul palcoscenico del mondo come sfe­
re con cui potenze illusorie, geni maligni, spiriti del denaro e demo­
ni dell’avidità fanno i loro giochi. Ovunque la fortuna fa la sua com­
parsa come dea della globalizzazione par excellence: essa non solo si
produce come acrobata eternamente ironica, in equilibrio sulla sfe­
ra, ma insegna in generale anche a vedere la vita come un gioco in cui
i vincitori non hanno niente di cui vantarsi e i perdenti niente di cui
lamentarsi. Già Boezio - che con il suo libro del VI secolo De reme-
diis utiusque fortunae aveva pbsto le fondamenta per la speculazione
medievale sulla fortuna e che rimaneva per i filosofi della sorte del Ri-
nascimento una fonte di ispirazione —aveva messo in bocca alla sua
dea la premessa per l’esistenza della ruota:

Questa è la mia forza, questo il gioco che sempre giochiamo. Io giro una
ruota con veloce circolazione; godo di mutare le infime con le somme,
le somme con le infime cose. Ascendila se ti piace, ma con tal patto, che
82 PETER SLOTERDIJK

non creda villanìa il dover discendere, quando lo richieda la ragione del


mio gioco1.

Il Medioevo, pazzamente innamorato dell’idea di stabilità, legge


prevalentemente in queste parole un monito per la vanitasi esso vede
nella dea delle lune un demonio della cattiva mutabilità, mentre l’età
moderna, ai suoi esordi, fiuta neU’immagine della ruota dei destini in
movimento una metafisica della chance, che viene incontro ai suoi mo­
tivi più profondi. Nelle quattro posizioni della ruota della fortuna
(ascesa, apoteosi, caduta e morte) la nuova epoca riconosce non solo
i rischi fondamentali della vita activa ma anche gli stadi tipici della sor­
te dell’imprenditore.
La fortuna, tuttavia, non viene più rappresentata solo con la sua
ruota, bensì anche con emblemi marittimi come la vela gonfiata dal
vento e con quel timone che accanto alla sfera costituisce il suo at­
tributo più antico; da questo si evince che la fortuna non ci colpisce
casualmente ma che bisogna ringraziare anche la propria abilità. Già
l’Antichità aveva associato la fortuna al viaggio per mare, e la M o­
dernità non può fare altro che rafforzare questo rapporto. Tutt’al più
essa aggiunge ai segni marittimi i dadi, il cui lancio - cadentia - ge­
nera il concetto del rischio e con ciò uno dei concetti chiave del
mondo moderno: la chance. Ovunque si facciano calcoli con la pro­
babilità della buona riuscita o del fallimento, entrano in gioco i da­
di lanciati. Ci si può anche spingere a vedere nella rinnovata rifles­
sione sulla fortuna del Rinascimento, in una pluralità di significati e
contesti12, la nascente filosofia del successo del proto-liberalismo - per
il quale le posizioni della ruota della fortuna corrisponderanno di­
rettamente al giudizio del dio mercato. Che cos’è il liberalismo dal
punto di vista filosofico se non l’emancipazione dell’accidentale? -
e che cos’è la nuova imprenditorialità se non una prassi di correzio­
ne della fortuna?
Appartiene molto profondamente al pensiero del XVI secolo l’idea
che accanto alla nobiltà per nascita, che da epoche mitiche si trova in
una posizione superiore, e alla nobiltà di toga, l’élite di funzionari che
ha iniziato a rendersi indispensabile al servizio degli Stati della prima
età moderna, sia in ascesa una nobiltà anarchica del futuro, la nobiltà

1 Citato in Doren 1922, p. 82, testo latino p. 79.


2 Su alcuni di questi richiama l’attenzione Reichert 1985.
Scansione a cura di Natjus, Ladri di Biblioteche
FORTUNA, OVVERO LA METAFISICA DELLA CHANCE 83

per fortuna, che nascerà dal ventre della fortuna come figlia legittima
della Modernità. Nell’epoca della globalizzazione il gruppo di perso­
ne che contano verrà reclutato tra questa aristocrazia del caso - una
società costituita da persone divenute ricche come sonnambuli, da ce­
lebrità e favoriti, che non capiranno mai del tutto che cosa li abbia por­
tati tanto in alto. Questi aerei figli di Wotan da Fortunatus a Felix Krull
sono, accanto a imprenditori e artisti, le creature più legittime della
Modernità gravida di fortuna. Questa non è solo l’età del mondo in
cui i miserabili tentano con alterni risultati di trarsi fuori dalla mise­
ria, è anche l’epoca delle nature fortunate che siedono a cuor leggero
accanto a sibille, le regine, e si dedicano spensieratamente a un con­
sumo integrale, ivi inclusi panoramiche a volo d’uccello e paesi delle
stelle. Che cos’altro dovrebbero fare i vincitori senza fatica, se non pa­
steggiare senza rimorsi alla “Table d ’hòte del caso”i*3?
Sarà Nietzsche a coniare la formula per questa liberazione dell’ac­
cidentale: “per caso - questa è la più antica nobiltà del mondo”. At­
tribuirsi questa nobiltà e portare il dado sul blasone: da questi gesti si
sviluppa una nuova giustificazione per la vita, che Nietzsche nel suo
scritto sulla tragedia chiama la teodicea estetica. Nella Modernità la for­
tuna emancipata guarda a un cielo di cui l’antica necessità non sapeva
nulla. “Su tutte quante le cose sta il cielo caso” (Nietzsche 1892, p. 193):
un pubblico d’élite illuminato e post-metafisico deve percepire queste
cose come un’autentica buona novella. Si parla di un cielo che fa da vol­
ta a un’immanenza liberata, lontana dalla vendetta dell’aldilà. Il cielo
della Modernità è il campo di gioco per il lancio di dadi del caso. Chis­
sà se a Nietzsche sarebbe piaciuto che gli venisse ricordato che la for­
tuna nella Roma degli imperatori è stata soprattutto la dea degli schia­
vi e delle plebi disoccupate, che non avevano altra risorsa se non quel­
la delle elemosine casuali e della lunatica generosità dei ricchi?

3 II tardo XIX secolo scopre anche l’uomo sfortunato in senso assoluto - o, come dirà
Malthus - il povero che “nasce in un mondò già occupato” e che i suoi genitori non sono in
grado di sostenere. Tali figli della sfortuna, dice Malthus, sono “realmente superflui sulla ter­
ra. Al grande banchetto della natura, non è allestito un coperto per loro” . Citato in Matte-
lart 1994, p. 77.
Capitolo nono
Commercio di rischi

Correre rischi calcolati su un terreno di gioco globale entro un oriz­


zonte di incertezza: questa affermazione programmatica esprime il fon­
damento pragmatico della cultura moderna dell’attacco e della vasta
ambizione. L’aggressività delle pratiche europee di espansione non ha
la sua radice in una disposizione psicodinamica regionale; non è una
forma peculiare di sadismo che si estroflette nello spazio terrestre glo­
bale. Piuttosto è la trasposizione delle pratiche e delle mentalità euro­
pee sul piano del commercio universalizzato del rischio, da cui risulta
la forza offensiva sorprendente e misteriosamente vittoriosa della pri­
ma generazione di esploratori. La disposizione al rischio dei nuovi at­
tori globali viene esercitata, in ultima istanza, dall’obbligo di produr­
re utili e per onorare i debiti contratti con i crediti di investimento. Gli
europei del 1500 non sono una genia né più avida né più crudele o ca­
pace di qualsiasi altra; sono però più propensi al rischio - il che signi­
fica più disposti al credito nella veste di creditori e più dipendenti dai
debiti nella veste di debitori, in corrispondenza del cambio di para­
digma economico dallo sfruttamento antico e medievale delle risorse
alla moderna economia d’investimento. Il ricordo degli interessi da pa­
gare entro la scadenza del termine si traduce attraverso tali traffici
commerciali in imprese pratiche rischiose e in invenzioni tecniche. Lo
spirito d’impresa è la poesia del denaro (Hörisch 1996). Come il biso­
gno aguzza l’ingegno, così il credito fa con l’iniziativa.
Solo grazie al fatto che l’esterno è allo stesso tempo anche il fu­
turo e che il futuro post mundum novum inventum può venire pre­
sentato come lo spazio da cui provengono il bottino, il capitale e l’il­
luminazione, i primi navigatori e gli eccentrici mercanti-imprendito­
ri scatenano quella tempesta di investimenti all’Esterno da cui poi si
sarebbe sviluppata, nel corso di mezzo secolo, l’attuale ecumene ca­
( :< IMMERCIO DI RISCHI 85

pitalistico-informatica. A partire dell’epoca di Colombo globalizza­


zione significa universale futurizzazione dell’agire statuale, impren­
ditoriale ed epistemico. E la sottomissione del globo alla forma del­
le rendite. Ora è profitto solamente il denaro rischiato, che dopo
un’ampia curva sui mari del mondo fa ritorno moltiplicato al conto
corrente d’origine. Da questo punto di vista la globalizzazione terre­
stre si rivela essere il conio dell’imprenditorialità in senso strettamente
moderno. Che ciò, all’inizio, non si sia differenziato sempre in modo
chiaro dal semplice desiderio di avventura, da un far progetti misti-
Iicati in modo serio - Daniel Defoe, che era stato uno sfortunato spe­
culatore e un rappresentante di vino, tabacco e calze, li ha recepiti in
modo critico (Defoe 1697) -, da ciarlatanerie terapeutiche e politi­
che e da tanto occasionali quanto organizzati crimini (cfr. passim , pp.
107 sgg.), tutto questo conferisce alle pratiche dell’espansione globale
quel significato che sino a oggi continua a pesare su di esse.
Il cuore pragmatico della Modernità batte entro le Nuove Scienze
dell’affrontare il rischio. Il globo è il monitor su cui si può avere una
visione d’insieme del campo del commercio universalizzato degli in­
vestimenti. È contemporaneamente anche il tavolo da gioco su cui gli
investitori-avventurieri fanno le loro puntate. Con il suo emergere, la
sua rapida affermazione e sua attualizzazione cronica ha inizio l’epoca
del global player, nel cui mondo affondano molte navi, sul quale però
non tramonta mai il sole. Si tratta di giocatori che mettono mano al map­
pamondo per superare i propri concorrenti nel vedere, speculare e gua­
dagnare a distanza. Il motto imperiale Plus oultre, sotto il segno del qua­
le la flotta di Carlo V incrociava sugli oceani, spingeva a formulare un
pensiero che non voleva semplicemente guardare e andare lontano, ma
per principio sempre più lontano. Schumpeter aveva ragione quando
credeva di riconoscere nel plus ultra la parola d’ordine dell’imprendi­
torialità moderna.
Il principio della tele-visione non compare per la prima volta nel­
l’epoca delle immagini in movimento; si dava di per sé a partire dalla
capacità imprenditoriale di prevedere e vedere lontano [Fernsicht]1, che
si serviva del medium del globo - un medium che impose una costan­
te attualizzazione. Le immagini emendabili della grande epoca di map­
pamondi e planisferi precedono le immagini in movimento del XX se­
colo. Carlo V, venditore delle Molucche, e Giovanni III, loro compra­

1 Nel testo tedesco si presenta un gioco di parole di difficile traduzione italiana basato
sul significato del verbo fern sehen. Esso indica infatti sia la visione da lontano di un oggetto
sia l’atto di guardare la televisione (N.d.T.).
86 PETER SLOTERDIJK

tore, sono attori esemplari entro questa cultura del rischio capace di
vedere lontano. La loro transazione del 1529 (cfr. infra , p. 76) fa capi­
re che i prìncipi, a partire da questo momento, non sono più tanto i pri­
mi servitori regionali di Dio in Terra quanto piuttosto i primi impren­
ditori di Stati dipendenti dal denaro. Sotto la loro presidenza i popoli
europei diventano moderni investitori collettivi, che al più tardi a par­
tire dal XVIII secolo si profilano, sotto il nome di nazioni, come i tito­
lari assoluti dell’impresa2. E se a partire dalla rivoluzione americana
sempre più nazioni trasformate in unità produttive si ristrutturano de­
mocraticamente, ciò accade sotto l’influsso dell’idea che i re siano di­
venuti fattori improduttivi entro il comitato di sorveglianza di questi
collettivi politici di investimento. La storia più recente è caratterizza­
ta da una strutturale disoccupazione di lungo corso dei sovrani.

2 Per la tipologia del principe-imprenditore cfr. Sombart 1923, pp. 102 sg.
Capitolo decimo
Follia e tempo. Capitalismo e telepatia

La storia delle scoperte geografiche è stata scritta innumerevoli vol­


te sotto forma di romanzo di avventurosi viaggi per mare, come racconto
ilei successi e degli intrighi da romanzo giallo delle conquiste, come sto­
ria di invidie tra le grandi potenze imperiali ma anche come storia del­
la Chiesa neo-apostolica (che a sua volta era una storia delle invidie tra
ordini missionari e confessioni). “L’espansione europea” ha funto da og­
getto per ogni sorta di magnificazione e ricusa; nel Vecchio Mondo è
diventata il terreno su cui va a spigolare il dubbio autocritico1.
Per quanto ne sappiamo, una storia filosoficamente meditata delle
scoperte tanto terrestri quanto marittime non è mai stata presa in con­
siderazione, tanto meno è stata tentata o portata a termine - e questo
certo non, in primo luogo, perché gli irrinunciabili concetti portanti,
propri di un compendio filosofico del processo di globalizzazione, as­
sumano un ruolo subordinato nel vocabolario dei filosofi. Essi sono,
piuttosto, nella maggior parte dei casi, del tutto assenti: distanza, di­
spiegamento, esteriorità, baldacchini, barbari, divenire immagine, den­
sità, unilateralità, disinibizione, trasmissibilità, registrazione, inibizio­
ne, investimento, capitale, cartografare, medium, missione, ecumene,
rischio, retroazione, debiti, ignoto, crimine, traffico, connessione, si­
stema basato sulla follia, sistema-mondo, auspicio, cinismo non trova­
no posto nel normale lessico filosofico. Persino un’espressione eminente
come scoperta non viene nominata neppure un volta nell’Historisches
Wörterbuch der Philosophie curato da Joachium Ritter e Karlfried 1

1 Un’impressione particolarmente chiara del mutamento del clima si ottiene se si para­


gonano i toni trionfali che hanno dominato i festeggiamenti per il quarto centenario del viag­
gio di Colombo del 1892 con l’atmosfera di autoflagellazione dei festeggiamenti del quinto
centenario.
88 PETER SLOTERDIJK

Gründer, la suprema unità di misura interculturale per la terminologia


canonica2. Nelle pagine che seguono si farà cenno a cosa pensare di que­
ste mancanze nel vocabolario della filosofia accademica e di quali di­
sposizioni mentali esse siano sintomatiche. In primo luogo, tuttavia, si
cercherà di delineare uno schizzo che mostri come una teoria della glo­
balizzazione basata sulla filosofia della scoperta debba avvicinare il
suo argomento e con quali problemi avrà a che fare una teoria di quel­
la comune \Kommune] antropologica, globalizzata e condizionata dal­
la scoperta che chiamiamo l’umanità. Non si ritenga indecente se mi
occuperò in primo luogo dei deliri degli scopritori.

Sembra una banalità che la prassi della scoperta geografica fosse le­
gata a un’irruzione molto rischiosa in un esteriorità molto poco fami­
liare. Se si osserva più da vicino, si nota in che misura sono confluiti in
questa impresa impulsi non banali. Senza la motivazione fornita da un
sistema basato sulla follia, che giustificava come azioni razionali tali sal­
ti nell’ignoto e nell’indistinto, i viaggi dei portoghesi e degli spagnoli non
avrebbero mai potuto essere intrapresi. È proprio dell’essenza della
follia ben sistematizzata che essa sia in grado di presentarsi agli altri co­
me progetto plausibile; una follia che non sia contagiosa non conosce
se stessa a sufficienza (Flyvberg, Bruzelius, Rothengatter 2003). Co­
lombo in persona, nei suoi ultimi anni, non si accontentava più di ve­
dersi come l’uomo di mare, il conquistatore di un nuovo mondo e il suo
cartografo; era giunto alla certezza di essere un apostolo investito per
decreto divino del compito di portare la salvezza oltre i mari. Incorag­
giato dal suo incomparabile successo, fece del suo nome Christoforo -
colui che porta Cristo - la sua religione e del suo cognome ispanizzato
Colón, colono, il suo motto esistenziale - un fenomeno di stilizzazione
psicologica che rimane fortemente indicativo del mondo imprenditoriale
moderno e delle sue religioni autogene. Nel suo Libro delle profezie del
1502 egli si dipingeva come un messia dei mari, la cui venuta era stata
predetta sin dai tempi antichi3*5.Senza mania di successo nessun progetto,
senza progetto nessuna chance di contagiare altri con la propria febbre.

2 Ci si può fare un’idea chiara del senso di questo abbaglio se si tiene presente che man­
ca anche un’altra parola chiave di altissimo rango neü!Historisches Wörterbuch der Philosophie,
cioè media. Cfr. Hörisch 2003, pp. 889 sg. La questione è chiara: una filosofia che capisse la
sua dipendenza dalle scoperte e dai media non potrebbe probabilmente più essere una filo­
sofia in senso tradizionale.
5 Cfr. Bibliotheca Missionum, voi. 1, 1916. Scrive Colombo a proposito di se stesso: “Il
Signore mi ha reso ambasciatore di un nuovo cielo e di una nuova terra. (...) si è (...) com­
piuto ciò che ha predetto Isaia”.
I l II.LIA E TEMPO. CAPITALISMO E TELEPATIA 89

( ’.olombo era in questo l’agente di una disposizione alla follia comune


a tutta Europa, che è stata perfezionata come psicotecnica dagli statu­
nitensi nel XX secolo (e reimportata in Europa a opera dell’industria del­
le consulenze) e che è stata resa operativa in tutto il mondo con lo slo­
gan “Cercare la propria salvezza mentre la si reca agli altri”.
Questa sintesi ideale di altruismo e self-service porta a compimen­
to la figura psicotecnica delT“auto-entusiasmo” o “mania autogena” che
lia reso possibile la Modernità - essa sarà mistificata a tempo debito dai
filosofi tedeschi come “autodeterminazione” e sarà poi universalizza­
la sino a renderla irriconoscibile. Se l’auto-entusiasmo va però conia­
to in monete di piccolo taglio, allora prende la forma dell’auto-consi-
glio e dell’auto-persuasione - queste due pragmatiche forme di espres­
sione del nuovo sforzo di essere un soggetto. Poiché, però, alla mag­
gior parte degli agenti della Modernità l’auto-motivazione riesce solo
in modo incompleto, essi divengono dipendenti dai consiglieri che gli
stanno accanto nel tentativo di credere alla loro missione e alla sua buo­
na fortuna. Con il traffico di capitale transoceanico ha inizio l’età del­
l’oro per coloro che suggeriscono progetti mirabolanti e per gli astro-
logi - e ancora oggi, con il volgere del XX secolo non se ne vede la fi­
ne. La Modernità, con il suo imperativo a commerciare in luoghi lon­
tani, diviene il paradiso dei chiaroveggenti e dei consulenti. La preoc­
cupazione per i capitali che si dovranno moltiplicare facendo il giro del
mondo fa credere al soprasensibile. Sarebbe sorprendente se degli uo­
mini, per i quali il denaro e il flusso di denaro costituiscono la realtà,
non credessero anche in un afflusso e in un deflusso di natura più sot­
tile. Il pensiero del flusso (telepatico, astrofisico, magnetico o mone­
tario) rompe l’egemonia della scolastica della sostanza - anche se ci vor­
ranno ancora quattro secoli prima che la quotidianità euro-americana
compia in modo definitivo questo passaggio.
Anton Fugger, che in qualità di finanziatore della colonizzazione su­
damericana imperial-ispanica era divenuto il segreto signore del mon­
do, rimase irretito negli ultimi anni della sua vita nelle trame di un’at­
traente guaritrice, Anna Mergeler, che era nota per essere la concubi­
na di un prelato. Nel 1564 la donna fu accusata di stregoneria dai giu­
dici del consiglio di Augusta e fu assolta, poiché il nome del gran si­
gnore agiva in suo favore come un talismano giuridico anche dopo la
sua morte. Lo stesso Anton Fugger, che aveva ambizioni parapsicolo­
giche, con l’aiuto di Anna aveva acquisito il talento, come egli stesso
testimonia, di vedere in una sfera di cristallo i suoi delegati commer­
ciali in azione in paesi lontani. Con suo grande disappunto la tele-sfe­
ra gli mostrò un suo collaboratore vestito ancor meglio di lui (“Il mio
90 PETER SLOTERDIJK

servitore va vestito molto meglio di me”), una scoperta che, in un’epoca


in cui le prescrizioni sul vestiario sottolineavano rango e ceto, invoca­
va inevitabilmente delle sanzioni4.
Nell’anno che precedette il suo omicidio per mano dei terroristi del­
la RAF, Alfred Herrhausen, amministratore delegato della Deutsche
Bank, sotto l’influenza della dotta germanista e consulente aziendale
Gertrud Hohler, aveva introdotto una serie di esercizi di autocoscien­
za per i collaboratori della sua compagnia, al fine di motivarli a migliori
prestazioni. La sua formidabile consulente aveva riconosciuto prima di
molti altri i segni di un tempo che richiede al personale flessibilità, in­
telligenza emozionale, capacità di collaborazione e attitudine ad auto-
motivarsi (si potrebbe anche dire: di essere più protestanti)5.
Tra questi due dati si stende un continuum determinante per la Mo­
dernità: quello della ricerca di modi per applicare un sapere terapeu­
tico su prassi incurabili. E caratteristico di una buona parte dell’attuale
industria delle consulenze il mettere mano a tradizioni spirituali per
farle filtrare nel realistico mondo dell’impresa - paradigmatico a tale
proposito è l’adattamento del buddismo zen a una clientela decisa­
mente non meditativa.
Quella che è stata chiamata espansione non è quindi - e non lo si
sottolinea mai a sufficienza - radicata originariamente nell’idea cristiana
della missione; è piuttosto attraverso l’espansione e l’esercizio siste­
matizzato di affari coloniali e mercantili a rischio a grandi distanze ad
aver reso autonome come tipologie di attività l’evangelizzazione, la co­
municazione e il trasporto. Ciò comprende il generale trasferimento di
salvezza, l’esportazione di cultura alta, le attività di consulenza, e nel
complesso tutte le procedure finalizzate alla trasmissione di successo
e benefici. A questo proposito bisognerebbe dire che la Modernità co­
stituisce in generale l’oggetto di una scienza secolare delle missioni. Tut­
tavia, i missionari cristiani riconobbero con ampio anticipo la loro
chance storica, balzando sulla nave che salpava (Plattner 1946).

4 Cfr. Roper 1994, pp. 125-130. Lo stesso saggio illustra anche il problema della tecnica
di trasmissione in queste prime forme di telecomunicazione: nella sfera di Anton Fugger sa­
rebbero state rinchiuse, secondo quanto dichiarato da Anna Megerler, le anime dei criminali
che sarebbero stati condannati a errare nell’aria: come avrebbero potuto esistere informato­
ri più rapidi ma anche più inaffidabili?
5 Sul modo in cui si applicano oggi le sue consulenze cfr. il libro di Gertrud Hohler Herzs-
schlag der Sieger. Die EQ-Revolution (Hohler 1999). Si noti l’affaScinante doppio significato
di Herzschalg [battito cardiaco, colpo apoplettico, N.d.T.]. Sul battito cardiaco dei perden­
ti riflette, per quanto nel tono di una contro-consulenza deprimente, anche Sennet 1998.
I ( )I.UA E TEMPO. CAPITALISMO E TELEPATIA 91

Nella Modernità, al gruppo di coloro che recano con sé dei bene-


lici appartengono i conquistatori, gli scopritori, i ricercatori, i prelati,
gli imprenditori, i politici, gli artisti, gli insegnanti, i designer, i giorna­
listi - tutti a loro volta sostenuti dai propri consulenti e armatori.
( )gnuno di questi gruppi, senza eccezioni, ammanta le proprie prati­
che di mandati maniacali, ovvero di missioni secolari. Essi tentano
continuamente di colmare le proprie carenze depressive e di liberarsi
ilei propri dubbi, assicurandosi i servizi di motivatori prezzolati. Que­
sti devono loro mostrare loro la via attraverso cui divenire un sogget­
to moderno, ovvero un agente razionalmente motivato.
Capitolo undicesim o
L’invenzione della soggettività. La disinibizione primaria e il
suo consigliere

Essere un “soggetto” significa assumere una posizione in base alla qua­


le l’agente può passare dalla teoria alla prassi. Questo passaggio avviene
normalmente quando un agente ha individuato un movente che lo libe­
ra dall’indecisione e lo disinibisce in vista dell’azione. Fin dai tempi anti­
chi il più potente fattore di disinibizione si è rivelato essere l’obbligo im­
perativo - sia esso di natura interiore e affettiva o di natura esteriore e so­
ciale. Poiché, però, la cultura dell’attività propria della Modernità si co­
stituisce contro l’eteronomia, essa cercherà e troverà un procedimento in
cui ciò che è imperativo venga posto all’interno di colui che riceve il co­
mando stesso, in modo che, se acconsente, gli sembri di seguire soltanto
la sua voce interiore. In questo modo la fattispecie “soggettività” viene re­
sa necessaria, creata e compiuta. Con ciò si intende quindi la codetermi-
nazione dell’individuo nella determinazione dell’istanza che può impar­
tirgli degli ordini. Di regola questa organizzazione della disinibizione si
rende in quanto tale invisibile grazie al fatto che essa, al momento del pas­
saggio all’azione, fornisce agli agenti buoni motivi autonomamente con­
cepiti e interessi sensati, anziché coinvolgenti passioni e obbligazioni ir­
resistibili.
Correttamente concepita, la soggettività implica pertanto la capacità
di agire ma non nel senso del raptus irrazionale o del palesarsi di tensio­
ni pulsionali irrisolte —quello che la psicoanalisi francese indica con il ter­
mine passage à l’acte. Soggetto non è neppure colui che si trova sottoposto
all’ordine simbolico di un qualsivoglia “grande altro”, di Dio o della Pa­
tria, come sostengono i lacaniani e i criptocattolici; è invece soggetto co­
lui che prende parte agli esperimenti del Moderno finalizzati a dare for­
ma psichica alle energie imprenditoriali. E necessario tenere sempre pre­
sente questo compito, se si parla di essere soggetto come “agire per pro­
prio conto” o come pensiero autonomo. Un imprenditore è sempre sul
1.'INVENZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ 93

punto di agire “a partire da se stesso”, per quanto il passaggio che lo con­


duce all’azione, che egli stesso costruisce o che viene fatto istituire, è co­
stituito da interessi - tra i quali, comunque, vi potrebbero essere anche
gli interessi della ragione. Secondo la regola del linguaggio della filoso­
fia moderna chi sa capire correttamente i propri interessi non obbedisce
ad altri che alla “voce della ragione”. In generale, è pertanto sufficiente
dichiarare complessivamente propria la ragione adottata, per eliminare
dall’azione il sospetto di eteronomia. Che poi la voce della ragione pos­
sa diventare realmente e completamente intima proprietà di colui che la
ascolta sarebbe apparso sempre più problematico al tardo Illuminismo,
poiché le richieste di questa voce avrebbero sovente condotto a conflit­
ti con l’altro intimissimum del soggetto, i suoi sentimenti. Per trovare una
via d’uscita da questo dilemma il Romanticismo sceglierà di cedere il pas­
so al sentimento, considerandolo “più razionale della ragione”.
Scoprire l’immagine dell’obbedienza a se stessi nel cuore della sog­
gettività moderna significa mostrare come i “soggetti” si strutturano in
quanto agenti capaci di agire, consigliandosi, convincendosi e fornen­
do a se stessi i segni che conducono verso la disinibizione all’azione -
oppure che lo facciano fare a terzi. La soggettivazione è perciò inse­
parabile da mandati e corrispondenti training. Replichiamo con que­
sto accenno al fraintendimento messo in circolazione dalla teoria cri­
tica che la soggettività moderna sia un’agenzia di autocontrollo - det­
to nel linguaggio psicoanalitico: la nevrosi da obbligo. Il senso reale del
divenire soggetto può essere concepito solo a partire dalla costruzio­
ne e dall’autodisinibizione dell’agente - in un certo senso, quindi, per
mezzo della sua isterizzazione. Un agente moderno non prende forma
fino a che non si regge su un esercizio specifico di autoconsulenza e au­
topersuasione. Per l’esercizio di queste prestazioni non si tratta di ri­
correre a conoscenze di carattere teorico ma di mettere delle conoscenze
a servizio di scopi pratici. Dall’autoconsulenza e dall’autoconvinzione
deve risultare infine la disinibizione.
Il passaggio dalla teoria alla prassi costituisce di conseguenza l’es­
senza della soggettività. In questa operazione, per la natura stessa del­
la cosa, non si può mai prevedere con certezza dove vadano a finire gli
attori. Un agente che, sulla base di moventi interiori, più o meno opa­
chi allo sguardo dell’osservatore, possa passare a un’azione mostra in
ogni caso la più marcata caratteristica del soggetto: l’imprevedibilità1.
La filosofia morale rielabora questo stato di cose come libertà ovvero

1Ciò deve essere considerato preminente anche rispetto al movente spesso citato della
fiducia in se stessi.
94 PETER SLOTERDIJK

come indeterminatezza dell’agire. Chi, tuttavia, stabilisce il mandato del


soggetto sulla base della sua libertà ha pertanto la necessità di vedere
come sottoporre questo punto di potere attivato a un effettivo controllo
nel mondo. Perciò, partendo dall’interno, proprio la ragione deve oc­
cuparsi di questo controllo sul potere. Come, però, se resta oscuro in
che misura la ragione si trovi al timone nell’interiorità dei punti di po­
tere posti in libertà? Chi ha a che fare con dei soggetti ha già per ciò
tutte le ragioni per considerarli fondamentalmente sospetti. Di più: so­
lo chi è sospettato di tramare qualcosa di nascosto può effettivamente
essere considerato come soggetto. Poiché la soggettività implica un’in­
determinata capacità di offesa, essa può essere conferita solo conside­
randola con oscillante sfiducia (Groys 2001 )2. Alla fondamentale su­
scettibilità di sospetto del costrutto che prende il nome di soggetto si
perviene nell’impossibilità di rispondere alla domanda se il sospettato
compia “a partire da se stesso” le sue azioni potenziali o effettive3 o,
detto altrimenti, se egli sia posseduto oppure se sia un automa sotto­
posto a potenze anonime, - siano esse meccaniche oppure demoniche.
Il soggetto è un complesso non banale di ambizione e riflessione, ov­
vero di energia e perfidia.
1 primi soggetti della Modernità in senso proprio sono stati, come
si spiegherà in seguito, Ì gesuiti, che si sono costituiti nel XVI secolo co­
me truppa d’assalto d’élite della Controriforma - con il chiarissimo pro­
posito di recuperare lo svantaggio del partito cattolico rispetto a quel­
lo protestante, superiore dal punto di vista motivazionale. La sogget­
tività gesuita, in qualità di esplicito tentativo di riarmo psicotecnico e
mediatico, era mossa dall’obiettivo di comprendere il successo prote­
stante meglio di quanto esso non comprendesse se stesso. In questa ma­
novra di sorpasso venne sfruttato il particolarissimo valore disinibito-
rio della confessione. Chi mostrava nelle opere la sua fede religiosa ave­
va indubbiamente dalla sua parte la forza di penetrazione. A partire da
questa osservazione, nell’era delle guerre di religione c’è u ri escalation
della corsa psico-semantica agli armamenti, nel procedere della quale
la confessione viene presa a servizio non solo come movente ma anche
come arma. Mentre in questo processo i protestanti fanno la loro com­
parsa primariamente come fondamentalisti, la posizione gesuita rima­
ne segnata fondamentalmente dalla parodia del fondamentalismo di op­

2 Nella terminologia ben concepita dal punto di vista metodologico di Heinz von Foer-
sters si parlerebbe di disponibilità a lasciarsi sorprendere dall’altro (e da se stessi).
1Per una summa della querelle europea e francese sul soggetto da un punto di vista del­
l’analisi del linguaggio, cfr. Descombes 2004.
I.'INVENZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ 95

posizione. Il teatro gesuitico con il suo grande repertorio si riallaccia


essenzialmente alla posizione gesuitica in quanto tale - essa prescrive
agli attori un ruolo in cui la fede corretta diviene una performance. Pa­
rimenti, in questo percorso, l’obbedienza non poteva che diventare un
esercizio tirannico. Il segreto dell’ordine consisteva nell’intenzione di
creare un equivalente della psico-dinamica protestante: nell’ambito
della guerra civile mondiale della religione era perciò necessario sfrut­
tare in favore del partito cattolico il nuovo intreccio tra un sistema mo­
tivazionale basato sull’entusiasmo e un sistema di condotta ascetico.
Questi attivisti radicalmente disponibili non potevano perciò accon­
tentarsi del voto di humilitas, castitas e pauperitas, imposto agli ordini mo­
nastici dai giorni del grande Redattore di regole. In modo assolutamen­
te moderno essi si sottomettono - per mezzo del famigerato quarto vo­
to - direttamente al comando supremo del Papa. Si concepivano per co­
sì dire come strumento di precisione squisitamente privo di volontà pro­
pria, che si affidava completamente alla mano di colui che ne faceva uso.
In questo modo, con la loro messa in opera non si ricorreva a niente di
meno che alla volontà della suprema istanza motivazionale sulla terra di
parte cattolica. Con fanàtica ironia i gesuiti si offrivano come il buratti­
no di più moderna costruzione, le cui fila potevano essere tirate da un
unico burattinaio, il comandante deU’anti-Modernità romana (notazio­
ne: chi vuole il potere deve servire i potenti sino a rendersi indispensa­
bile). Per divenire un fantoccio di questo tipo i gesuiti svilupparono una
combinazione gravida di conseguenze di esercizio e studio - l’uno con
il fine di crocifiggere la propria volontà e rendersi disponibili come pu­
ro strumento, l’altro per scendere sul campo di battaglia attrezzati dal
punto di vista intellettuale secondo il più aggiornato stato dell’arte. La
metafora dell’obbedienza cadaverica dei gesuiti è la classica costituzio­
ne della soggettività come concorso di suprema motivazione e pura di­
sponibilità4. L’eccesso di ubbidienza sul cammino dei gesuiti verso la sog­
gettività richiama una situazione in cui lo stimolo ad agire è posto anco­
ra completamente in rapporto a un’istanza esterna, cioè a un’autorità -
ciò getterà discredito fino al XX secolo su questo modello per tutti i non-
cattolicì e gli antiautoritari. Circa l’efficienza del costrutto, non era sin
dall’inizio possibile alcun dubbio. La capacità performativa dell’intelli­
gente strumento si spinse sino al punto di divenire sospetta anche agli
occhi del suo signore - un sospetto che dopo lunghe controversie avreb­
be condotto nel 1773 alla soppressione dell’ordine.

4A proposito della soggettività come immagine della forza meccanica, cfr. Rabinbach 1992.
96 PETER SLOTERDIJK

Questa svolta ignaziana riunisce nel suo design del soggetto catto­
lico dell’era post-tridentina quattro motivi tradizionali delle pratiche
di auto-formazione: l’atletismo, il monacheSimo, la condizione militare,
l’erudizione5. Tutti insieme costituiscono forme di cultura della capa­
cità di sopportazione e della coltivazione delpónos (fatica, sforzo), sen­
za le quali già i Greci dell’epoca classica sapevano che nessuna paideia,
nessuna prassi formatrice dell’uomo, alias educazione, avrebbe potu­
to condurre ai risultati desiderati. Il medium entro il quale poteva ave­
re successo l’unificazione delle antiche tecniche di sforzo venne pro­
dotto dalla religiosità della passione del tardo Medioevo, di cui non
si sottolinea mai a sufficienza la rilevanza. La svolta controllata verso
l’interiorità era stata preparata con ciò dall’obbligo di confessione an­
nuale, reso tale dopo il 1215 per tutti i cristiani. Grazie a un’ampia cor­
rente religiosa di risveglio della passione negli abitanti delle città del­
la prima Modernità - la parola chiave per tutto questo è quella dellV-
mitatio Christi e il suo tratto caratteristico dal punto di vista della li­
turgia è l’istituzione della festività del Corpus Domini nel XIII secolo -
sorse questa disposizione all’acquisizione attiva della propria passività,
senza la quale la stilizzazione soggettivistico-moderna della conditio hu-
mana non sarebbe stata pensabile. Ove si può fare esperienza di una
sequenza di avversità come passione, il patire viene trasformato in po­
tere. Solo in conseguenza di questa trasformazione il soggetto può fa­
re la sua comparsa come supporto di tutte le “rappresentazioni”. Si
considerano rappresentazioni anche tutte le modificazioni della sen­
sibilità passiva e tutti i moventi che dispongono il soggetto a divenire
attivo. E perciò un soggetto solo colui che riesce a educarsi a essere
signore e padrone delle proprie passioni. In questo senso la soggetti­
vità costituisce un dispositivo che può essere paragonato a un’auto­
mobile. In esso viene unito un sistema di azionamento costituito da mo­
venti di carattere passionale (e più tardi anche di interesse) con un si­
stema di guida basato su orientamenti di carattere razionale. Se la sog­
gettività moderna si presenta spesso come passionale, ciò accade poi­
ché le moderne “passioni” pretendono di essere la forma caratteristi­
ca dell’essere sottoposti alla violenza di potenze che provengono dal
proprio interno.
Le generazioni successive di soggetti organizzarono, conformemen­
te alla natura della cosa, la loro disinibizione con strumenti più moder­

5 All’epoca dellTdealismo tedesco a questo quartetto venivano aggiunti anche la condi­


zione di funzionario e quella di genio. Cfr. Kittler 1988.
I INVENZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ 97

ni di quelli dei gesuiti. Attinsero, in consonanza con il mutato spirito dei


tempi, a istanze interiori come l’evidenza, l’imperativo morale, il genio
o la decisione, così come all’influsso di grandezze variegate ed esterio­
ri che si resero utili nella forma di avvocati, segretari, consiglieri e tera­
peuti. Per quanto riguarda i fattori interni, che in seguito sono stati riu­
niti sotto il nome di “fede”, William James notava nel suo saggio The
Will to Belive del 1896 che anche gli uomini orientati al mondo empi­
rico spesso si comportano, nella formulazione delle ipotesi guida della
loro vita, come “papi infallibili”6. Da questa battuta si può ricavare l’in­
dicazione che in generale ai singoli individui moderni riesce molto be­
ne l’operazione di costituire un’“istanza ultima” per loro stessi vinco­
lante. Lo psicologo liberale americano aveva capito che “il papato” non
è una specialità romana ma, al contrario, una funzione psichica valida
ovunque che ha la necessità di essere attivata esplicitamente dove le for­
me di vita individualistiche iniziano a essere dominanti. Il papa interiore
ha il compito di fermare l’infinita ricaduta nel dubbio al fine di confe­
rire validità su base individuale alla psicosemantica del dogma, al suo
riposare su base sicura e al suo costituire il punto di partenza. Si deve
all’azione di questa istanza che il “soggetto” - per quanto ampiamente
rifornito di inibizioni dall’addestramento pedagogico tipicamente mo­
derno (che la psicoanalisi attribuisce invece alla nevrosi) - possa trova­
re la sua strada entro l’indeterminatezza della “società delle chance” . Ciò
gli rende possibile compiere il passaggio dall’indecisione all’azione,
sempre a condizione che le circostanze interiori ed esteriori lo favori­
scano. Solo una minoranza fissata con la riflessione permanente sotto-
linea con Amleto che è impossibile essere realmente persuasi da qual­
cosa —ne seguono inevitabilmente la cronica inibizione all’azione (Le-
penies 1969, pp. 188 sg.) e le sue eventuali compensazioni per mezzo di
una procedura di disinibizione, in particolare il raccoglimento del sog­
getto finalizzato al “salto”, indagato per la prima volta da Kierkegaard.
La figura dominante del Moderno non è quindi assolutamente l’ec­
cesso di interiorità riflessiva, come alcuni autori hanno suggerito, e nep­
pure una frenante inibizione, che da questa consegue; essa si mostra piut­
tosto in un’indecisione pragmatica, la cui fine giunge per lo più entro un
lasso di tempo osservabile - indipendentemente dal fatto che lo si fac­
cia da soli o con l’aiuto di altri. Con ciò diviene manifesto che il compi­
to della riflessione consiste nel predisporre le disinibizioni desiderate. So­
lo in rari ed eccezionali casi il pensiero del Moderno ottiene di avere la

6 William James (1977, p. 724) scrive: “They dogmatize like infallibile popes”.
98 PETER SLOTERDIJK

funzione di procrastinare l’azione su basi di principio - da cui si può del


resto concludere che nei tempi moderni nulla è più improbabile dell’at­
teggiamento della filosofia contemplativa. Ciò non intende neppure con­
futare il dato di fatto che all’inizio del XX secolo i fenomenologi dopo Hus­
serl, con la loro dottrina dell’epochè, abbiamo saputo mostrare come si
assume a regola d’arte questo atteggiamento; viene reso esplicito il “pas­
so indietro” reso possibile alla filosofia proprio nel momento in cui tut­
to il resto si concentra sui passi in avanti. Del resto è disponibile fino al
XX secolo, per gli olisti della politica, ma anche per gli agenti militari, il
concetto di servizio e di dovere, nel quale morale e scusa trapassano l’u-
na nell’altra in modo premoderno o atemporale.
Dopo Descartes, Kant, Fichte e Marx il soggetto non passa più in
spe dalla mortificazione alla prassi bensì dalla teoria alla prassi - natu­
ralmente a questo punto la “teoria” non indica ovviamente più l’atteg­
giamento di calma contemplativa del pensatore di fronte alle icone del­
l’essere: ora con “teoria” si intende la costruzione attiva di motivazio­
ni sufficienti per azioni che abbiano successo - un’occupazione che verrà
sensatamente svolta sino al raggiungimento del punto di disinibizione
e di compimento dell’azione. Kant propone di ancorare la suprema
istanza di auto-consulenza, l’imperativo categorico, nel soggetto giudi­
cante per mettergli nello zaino l’unità di misura di tutte le prassi giu­
stificate - cosa che del resto non avrebbe che potuto condurre a una
paralisi, non appena un individuo fosse giunto a pensare di misurare in
dettaglio il proprio agire con questo metro (da ciò consegue: il valore
d’uso dell’imperativo categorico si trova nella sua sublimità, che assi­
cura la sua in utilizzabilità). Il debole eccesso di pensiero teoretico che
non culmini nella disinibizione conquista un proprio valore come filo­
sofia scientificizzata - esso non compie il passaggio a una prassi este­
riore bensì si istituisce come suo proprio compimento. Poiché però la
sottile voce della ragione impartisce raramente ordini più chiari che nel
caso del Papa di Roma e poiché coloro che sono chiamati all’azione spes­
so fino a poco prima dello scadere del termine per agire non sanno se
nel loro forum interiore hanno udito o meno un ordine chiaro, essi si
circondano di consulenti e motivatori, come già detto, che non hanno
altro compito se non quello di essere d’aiuto agli agenti nel salto verso
l’azione. La forma autopersuasiva della soggettività (“mi consultai con
me stesso”) invoca quindi, di fatto, una divisione del lavoro nell’istitu­
zione della disinibizione - una circostanza che viene mistificata dal più
recente idealismo come svolta verso l’intersoggettività (come se più
persone che non sanno cosa fare divenissero insieme più forti). In
realtà, in questo modo si compie la modernizzazione della consulenza.
l'INVENZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ 99

Per le persone che hanno dei progetti il vantaggio incommensura­


bile di intendersi come soggetti consiste evidentemente nel poter igno­
rare l’esistenza di un signore esterno - concepito come quintessenza del
potere inibitorio - e nei fatti si rende necessario ignorare l’opposizio­
ne del signore non appena reclamiamo la libertà di espressione e di im­
presa. Se nella realtà il signore non accennasse ad andarsene per lasciare
campo libero, la prima impresa degli unificati “soggetti” espressivo-
espansivi sarebbe quella di detronizzarlo con una “rivoluzione”. Per
questa ragione la “rivoluzione” non è una tipologia solamente politica
di evento: essa è al contrario molto di più una parola d’ordine filoso­
fica. Si assume il compito, proprio del fantasma, di far venire meno le
qualità opprimenti, inabilitanti e deprimenti del reale. Perciò, a parti­
re dal 1789, nei rivolgimenti politici c’è quasi sempre schierata una de­
legazione di filosofi della liberazione.
I ricordi di giorni di grandezza, quando ci si liberò dei primi di­
sturbatori dello Stato, costituiscono i momenti felici della storia del sog­
getto; essi vengono rielaborati dai partirti della libertà come un’auten­
tica nuova mitologia. I giorni di festa nazionale sono perciò sempre in-
dipendence day - attualizzano le scene concitate di quando furono al­
lontanati dei signori esterni, e la libertà di impresa e di espressione dei
ceti medi alla riscossa fu elevata a punto di partenza per una nuova le­
gislazione. La gioia ingenua di tali giorni di festa discende dal presup­
posto che tutta là forza dell’opposizione del reale si concentri nei si­
gnori e che con la loro messa da parte essa avrebbe necessariamente avu­
to fine. I periodi postrivoluzionari sono proprio quelli in cui i “soggetti”
maturano a partire da questa ingenuità. Il grosso svantaggio di essere
un soggetto si mostra nel fatto che la funzione del signore, la liberazione
della disinibizione presso i subalterni propria del diritto di impartire
ordini, non può essere assunta in rapporto a se stessi senza qualche la­
cuna. L’essere i signori di se stessi è un compito che viene inevitabil­
mente posto ai moderni sulla base del loro spartito storico. Nella stes­
sa partitura si può leggere come e perché in esso falliscano sempre.
La difficoltà di essere un soggetto crea mercato per gli intellettua­
li che, in qualità di supporto, stanno accanto alle soggettività bisognose,
sotto-informate e sotto-motivate. Tra il 1793 e il 1968 gli ideologi ope­
rano entro le lacune lasciate dai signori che sono stati allontanati, fi­
no alla comparsa sulla scena dei loro più discreti eredi, i consulenti,
finalizzata a piantare le tende nelle cavità dell’assenza di un signore.
Gli ideologi (i cui predecessori funzionali nel XVI secolo sono stati i
secretarti italiani e i precettori dei principi) disinibiscono normal­
mente se stessi e i propri clienti in nome della “storia” e delle sue no­
100 PETER SLOTERDIJK

bili leggi - da qui l’inevitabile compito, per questi consiglieri, di pre­


sentare come prodotti di una “scienza della storia” i loro non di rado
brutali suggerimenti. Poiché la “storia”, accanto alla “natura”, era in­
valsa per lungo tempo come suprema mandante dell’azione, il richia­
mo al suo incarico godeva del più alto valore di disinibizione. E inu­
tile sottolineare che uno storicismo di questo tipo era una forma am­
mantata di legalità dell’opportunismo. Con l’obbedienza alle “leggi del­
la storia” era stato individuato il metodo più discreto per prendere par­
te ad azioni violente pretese come inevitabili - nonostante il fatto che
la maggior parte degli intellettuali si guardasse bene dal partecipare
direttamente ai crimini che consigliavano o che approvavano. Con la
loro prontezza nel fornire agli agenti la parola chiave che apriva loro
le porte dell’attacco, si rivelarono parenti davvero prossimi gli estre­
misti sia di destra che di sinistra, per quanto questa prossimità risulti
imbarazzante per entrambe le parti.
La costellazione più penosa è anche la più chiara: gli appunti del
giovane Lukàcs sul dovere meta-umanitario della rivoluzione all’eser­
cizio criminale della violenza (1922) si rispecchieranno nel discorso te­
nuto da Himmler a Posen nell’ottobre del 1943 a proposito del con­
tegno delle truppe tedesche delle SS nel contesto degli omicidi di mas­
sa da loro stesse compiuti. Per quanto appaia grande la distanza tra
gli schizzi di un legittimatore hegelianizzante dell’estremismo bolsce­
vico e l’ordine di uccidere di un agente kantianizzante della politica
nazionalsocialista di conquista e sterminio, entrambi gli autori forni­
scono saggi imparentati da vicino della grande storia, che impartisce
i suoi “ordini” per bocca di chiaroveggenti amorali. In entrambi è chia­
ramente riconoscibile il modo in cui il proprio passare all’azione è re­
so possibile nella forma di un volere-potere che si oppone a un sape­
re migliore e che opera per mezzo di esplicite immagini disinibitorie7.
Dal momento che gli intellettuali attivisti descrivono il mondo come
il teatro di una guerra tra parti tra loro inconciliabili - tra progresso
e reazione, lavoro e capitale, tra indigeno e apolide - il discorso assu­
me più o meno spesso i tratti di un’esecuzione di un ordine imposto

7 Lukàcs ha espresso in forma concettuale il principio di disinibizione nei suoi appunti


su Dostoevskij, parlando di un’etica secondaria: mentre la primaria vieta l’omicidio la se­
condaria fa di esso un imperativo. Cfr. Bolz 1989, pp. 13-20. Himmler ha detto nel suo di­
scorso di Posen: “L’unico commissario che abbiamo deve essere la nostra coscienza. (...) Il
commissario che ci ordina di attaccare deve essere il nostro stesso coraggio”. Il riferimento
al commissario rivela lo scenario morale in cui gli uomini delle SS credevano di agire: una ga­
ra di brutalità con gli autori dello sterminio sovietico.
L'INVENZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ 101

dall’autorità nell’ambito di una guerra mondiale generalizzata; il to­


no dei rapporti dei radicali sul campo è per conseguenza estremisti-
co8. Tra i consiglieri, i moderati si ritirano sul terreno della scepsi fi­
losofica e coltivano l’incertezza come forma di vita delle piccole libertà.
Nei casi in cui la scepsi si fa più acuta, essa si specializza in una dis­
suasione generalizzata.
Al contrario i consulenti, per i quali iniziò una congiuntura favore­
vole quando gli ideologi giunsero al capolinea, disinibiscono la loro
clientela e se stessi entro una cornice un po’ meno marziale, poiché nel­
la loro immagine del mondo non ci sono nemici, bensì concorrenti. E s­
si fanno ciò in nome della libertà del mercato e del successo dei dirit­
ti umani - ma possiamo stare certi che non si tratterà di una passeg­
giata. I loro metter si basano sulla scelta di rappresentare il successo eco­
nomico e i suoi fattori (capacità dirigenziale, intuizione, carisma etce-
tera) come qualcosa che può essere appreso con metodi più o meno si­
curi. Devono produrre la finzione che tra progetto e buona riuscita si
possa stabilire un legame padroneggiabile9.
La scomparsa degli ideologi a opera dei consulenti ebbe luogo pri­
mariamente dopo il 1968, dopo che il neomarxismo si era ridato un to­
no all’apparenza freudianamente ringiovanito e un po’ meno afflitto dal
sospetto di avere in comune più dell’atteggiamento radicale con quel­
lo che Thomas Mann aveva chiamato, in una nota espressione degli an­
ni Quaranta, “fascismo intellettuale”10. Da allora le vittime della pre­
tesa di essere un soggetto - ovvero di essere un attore gettato su un pal­
coscenico troppo grande, povero di evidenza e insufficientemente ap­
provvigionato di parole chiave per la disinibizione - sono fornite di una
vaga consulenza professionale, che nella maggior parte dei casi non sa
e non vuole dire che l’agire reale conserva sempre un fondo di speri-

8 Mann 1918, p. 576: “L’uomo dello spirito, una volta giunto alla convinzione che deve
agire, si trova subito a faccia a faccia con l’assassinio politico; o, se non è proprio così, la mo­
ralità delle sue azioni fa comunque pensare all’assassinio politico come conseguenza logica
del suo modo di agire”.
9 Per le formule magiche più antiche tese alla disinibizione e al controllo dell’azione vo­
gliamo dire qui solamente che con il Rinascimento di antiche arti e di antichi autori dove­
vano tornare alla ribalta pratiche proibite, come ad esempio la lettura di segni premonito­
ri (cfr. infra, p. 89) - maturando delle conseguenze che giungono sino all’industria con­
temporanea degli oracoli. Sull’uso dell’astrologia nel primo protestantesimo ci informa
Brosseder 2004.
10 Scrive Thomas Mann in una lettera a Karol Kerényi del 7 settembre 1941: “Bisogna
sottrarre il mito al fascismo intellettuale e convertirlo in qualcosa di umano. Ormai da mol­
to tempo non faccio che questo” .
102 PETER SLOTERDIJK

mentazione nell’oscurità, poiché è utopica la rappresentazione di un


compiuto controllo sulle condizioni generali dell’esperimento. La più
recente ondata di consulenze parte dal corretto presupposto che gli
agenti, che non possono fare più di tanto, possano essere supportati al
meglio da consulenti che sanno di non sapere più di tanto. Da allora
Socrate è ritornato tra noi. Nel frattempo, in cambio di risultati di que­
sta qualità, straordinari latori di incompetenza sono disponibili a farsi
pagare pressoché qualsiasi somma: non sono soltanto i vertici dell’in­
dustria a non badare a spese per un’assoluzione a mezzo consulenza.
Negli anni passati numerosi ministeri tedeschi hanno acquistato con­
sulenze bluff in grandi quantità sotto il nome di “commissioni d’in­
chiesta” - in cambio di contributi di miliardi che, all’inizio del 2004,
hanno indotto anche la corte federale dei conti, notoriamente tollerante
verso gli sprechi, a istituire un’inchiesta.
Oggi l’unica parola chiave forte, che garantisce il passaggio alla pras­
si dopo lo sbiadire in tutto il mondo delle ideologie, è, in breve, inno-
vation. Solo pochi sono coscienti che con questa parola viene presen­
tata una tonalità più sfumata delle ex “leggi della storia”. Da quando
l’Uomo Nuovo è stato catturato con una grande azione di richiamo dal
mercato, le novità tecniche, le novità di procedura e le novità di design
costituiscono la più forte attrazione per tutti coloro che sono eterna­
mente condannati a domandarsi: che fare per essere al top? Chi inno­
va deve essere certo che la massima del suo agire possa costituire in ogni
momento il principio di una legislazione universale. Grazie al fatto che
a partire dagli anni Ottanta del XX secolo tra gli agenti di disinibizione
guadagna terreno il divertimento, diviene superfluo il pretesto stesso di
innovare. In qualità di sostenitori della sovranità del volgare, gli agenti
della cultura del divertimento scorrazzano sulla superficie del sentirsi
bene e si attribuiscono come motivazione sufficiente il volontario lasciarsi
andare. Possono fare a meno dei consulenti perché si rivolgono diret­
tamente ai loro seduttori, in ogni caso si confidano con i loro intratte­
nitori, con i loro allenatori, con gli autori dei punti più rilevanti. Sovrano
è colui che decide da solo da chi vuole farsi fregare.
Capitolo dodicesim o
Energie irriflessive: l’ontologia del progresso

Nel rivolgersi agli oceani con i loro commerci carichi di rischio e con
le nuove tecniche di gestione della fortuna, gli agenti della Modernità
europea tengono a battesimo un interesse per la soggettività che si dif­
ferenzia sin nelle sue radici da tutte le stilizzazioni precedenti dell’es-
sere-nel-mondo e del lasciarsi-condurre. L’uomo, che neU’Umanesimo
si descrive come proprio autore e inventore di se stesso e che si deter­
mina neU’Idealismo come soggetto di tutte le proprie rappresentazio­
ni, è in misura sconosciuta alle epoche precedenti agente di nuove
azioni, causa di nuovi effetti, autore di nuove rappresentazioni. La so­
lida liason tra soggettività e capacità offensiva fa capire che è in gioco
la stabilizzazione interiore di una cultura dell’agente. Nello stesso tem­
po la capacità offensiva e l’originalità chiedono costantemente troppo
ai futuri agenti, poiché essi non sono mai in grado di affermare in mo­
do persuasivo che cosa ci sia di importante nel loro agire e nel loro spin­
gersi verso l’ignoto. Il noto balbettio di genio e creatività che si stende
sull’esercizio artistico dell’Europa a partire dalla fine del XV secolo è
una prova dell’incapacità del Moderno di assumere una posizione sen­
sata rispetto alla propria capacità di iniziativa. Se ci si richiama a un ge-
nius per derivare da lui opere e azioni, si dichiara implicite posseduto
l’agente, per quanto si intenda questa parola secondo un significato che
incute rispetto; di conseguenza, l’azione viene fatta slittare dall’agente
a un’istanza impersonale che lo controlla e lo pone in una condizione
di sublime irresponsabilità. Lo stesso accade se si definisce l’attore
con l’intervento di un piano divino di salvazione, anziché con l’ispira­
zione per mezzo del genio artistico profano o del genio della guerra:
anche in questo modo si allontana l’agente dal “centro dell’azione” e
lo si rende una grandezza irresponsabile in modo sublime, che funge
da semplice medium. Se si parla direttamente di creaturalità, ci si riti­
104 PETER SLOTERDIJK

ra entro la tautologia, poiché si attribuiscono gli effetti a uno spirito-


causa, che desiderava produrli perché era in grado di farlo.
In entrambi i casi la trattazione edificante si impone su una preci­
sa percezione delle forze rese libere e mobili e impedisce lo sviluppo
di un linguaggio che sia all’altezza della cultura dell’azione raggiunta.
Questo effetto caratterizza lo stato complessivo della filosofia europea
moderna, la quale quasi ovunque tace ostinatamente a proposito del
principale evento del suo tempo, la presa di possesso del mondo a ope­
ra di poteri imperiali e mercantili e la disinibizione degli agenti nell’a­
zione di conquista. È possibile che il responsabile di questa mancanza
sia stato il pregiudizio che di conquistatori e capitani ci possano esse­
re biografie ma non teorie. La verità è che è possibile individuare la teo­
ria dei capitani non appena la si ricerca entro i linguaggi della lettera­
tura non accademica. Dai diari di viaggio di Colombo alle osservazio­
ni di Melville sul capitano Achab, il lascito euro-americano racchiude
un’enciclopedia del sapere offensivo che attende ancora un’edizione
adeguata. E inutile dire che dalla prospettiva odierna questo costitui­
sce un archivio infame, poiché, dopo la fine della storia universale de­
terminata dal punto di vista europeo, le tracce distintive di aggressio­
ne sono state tradotte in cooperazione - a ciò corrisponde il fatto che
i filosofi morali più recenti non si interessano più di scoperte e azioni,
che portano i foschi tratti dell’unilateralità, bensì di reciprocità, re­
sponsabilità, faim ess, scarsità di effetti collaterali e sostenibilità da par­
te delle sensibilità locali.
Per capire meglio la dinamica della Modernità è necessario ac­
cettare la scomoda considerazione che “spirito” e “fatto” non possono
essere rubricati in due libri contabili diversi. È estremamente raro che
autori della tradizione filosofica lo ammettano - ciò accade tuttavia
in Hegel, le cui occasionali considerazioni su Napoleone mostrano le
conseguenze di una considerazione sintetica di intelletto ed energia.
Per Hegel il vincitore di Jena rappresenta un’apparizione dell’“ani-
ma del mondo” e eo ipso la più alta incarnazione della cultura del­
l’azione vetero europea. Lo spirito di offensiva si mostra qui per mez­
zo di un personalismo molto serio: quando fu necessario concentra­
re in una figura guida le dinamiche idee del 1789 e le esigenze di or­
dine dello Stato di diritto borghese, dovette sorgere la figura di N a­
poleone. Non esiste nessuna lode più profonda all’offensiva carica di
spirito della giustificazione aforistica di Hegel del fenomeno-Bona-
parte - forse si potrebbe vedere in essa una teoria mascherata del ca­
pitano, nella misura in cui la politica militarmente ispirata di Napo­
leone non trae origine da una necessaria superiorità del movimento
ENERGIE IRRIFLESSIVE: L’ONTOLOGIA DEL PROGRESSO 105

bensì salpa in modo fondamentalmente confuso dal porto dello sta­


tus quo alla volta di ulteriori attacchi. La variante ironica dello stes­
so modello si incontra nella teoria marxiana delle maschere di carat­
tere \Charaktermaske\ : anche il capitale sa creare a tempo debito gli
uomini, dai quali si sente rappresentato in modo congeniale e che, in
caso di necessità, sono complici nei suoi delitti. In qualità di dispo­
sizione interiore per un’incondizionata mancanza di rispetto, anzitutto
per ciò che impedisce il profitto (obbligato al disincantamento {Ent­
zauberung ] del mondo), esso si personifica nella classe dei detentori
di capitale e degli imprenditori, che fanno saltare in aria con energia
spaventosamente progressiva tutti i rapporti statici e fanno evapora­
re complessi di stati solidi.
Comunque, non si ottiene molto con espressioni come “anima del
mondo” o “sintesi di spirito e capacità di azione” (così come con il con­
cetto marxiano di maschera di carattere), poiché con esse non venia­
mo a sapere niente di preciso sul modus dell’intreccio tra elemento ener­
getico ed elemento intelligibile nella nuova cultura degli agenti. A fron­
te di questa difficoltà potrebbe risultare utile raccogliere informazioni
dalla letteratura, ove questa con i suoi mezzi specifici si è avvicinata a
tentoni all’enigma dell’energetica intelligente.
Ci si accontenterà qui di un solo esempio. Nella raccolta di saggi di
Heinrich Mann Geist und Tat si trova un’annotazione su Napoleone che
ai nostri occhi prova che talvolta l’espressione poetica, per quanto in­
cidentalmente, riesce in ciò che è ancora fuori portata per il concetto.
Il discorso cade sull’esiliato a Sant’Elena, che redige le sue memorie in
terza persona, come se l’agente della storia universale fosse stato ac­
compagnato sin dall’inizio da colui che avrebbe messo per iscritto le
sue imprese:

il grande uomo che questo scrittore conobbe andava per il mondo come
una pallottola in battaglia. Così la rivoluzione lo aveva inviato. Nella vita
egli era una cosa sola con un’idea, aveva lo stesso corpo, percorreva la stes­
sa via (H. Mann 1964, pp. 125 sg.).

Muoversi nel mondo come una pallottola nella battaglia: intorno


al 1925 Heinrich Mann ha messo nero su bianco questa definizione
del modus di esistenza incondizionatamente offensivo nel contesto di
un culto neoliberale di Napoleone - nello stesso periodo in cui Hei­
degger si era imposto con la sua analisi epocale di Essere e tempo, pub­
blicato nel 1927. Con questi autori trovava per la prima volta espres­
sione l’essere-gettati-nel-mondo dell’esistenza in un modo che con-
106 PETER SLOTERDIJK

sentiva di mettere da parte il pregiudizio originario di tutte le filoso­


fie precedenti, la subordinazione del sapere all’ideale teoretico. La
“deiezione” \Gew orfenheit] di Heidegger concettualizzava un modus
pre-teoretico di accesso al mondo entro il quale la “comprensione in­
tellettuale” costituisce una traccia perseguibile dell’esistenza in azio­
ne - proprio come se avesse chiarificato l’erratica “forza, che è impressa
nell’occhio” di cui parla Fichte, con una deiezione \Gew orfenheit\ in
cui è insito un conoscere-bene. L’appunto occasionale di Heinrich
Mann sul grande uomo d’azione e la possente ermeneutica heidegge­
riana dell’esistenza convengono nell’articolare un “esistenzialismo
proiettile”, in cui il Dasein conquista i tratti di munizione intelligen­
te. Dall’intreccio costitutivo di capacità e visione risulta una chiara mo­
tilità, che trascina sempre in avanti e ciò non perché obbedisca a un
ordine di attacco eteronomo bensì perché obbedisce a quell’impeto
che essa stessa invece già è. L’esistenza lanciata non corrisponde in al­
cun modo a un proiettile meccanico; somiglia a un missile da crocie­
ra che ha origine nell’indeterminato, che lungo il suo cammino sceglie
la propria direzione in piena autonomia.
Chi si muove nel mondo come un proiettile nella battaglia necessi­
ta di un pezzo d’artiglieria da cui essere sparato. Heinrich Mann non
si preoccupa di indicare la batteria che era responsabile della traietto­
ria di Napoleone: secondo lui essa prende il nome lapidario di “rivo­
luzione”, con cui viene indicata la quintessenza delle missioni offensi­
ve, e per mezzo della quale i radicali messianici a partire dal 1789 si ve­
dono collocati nel cuore del suo “avanti!” categorico. Heidegger au­
menta il calibro della batteria di fuoco poiché lo spiega come essere che
lancia le “esistenze” nella loro traiettoria nel mondo e contro la mor­
te. Ma mentre al proiettile-Napoleone del romanziere la traiettoria vie­
ne fornita grazie all’“idea” di rivoluzione (il cui obiettivo stabilito so­
no gli Stati Uniti d’Europa), i proiettili heideggeriani gettati nell’esi­
stenza devono progettarsi e programmarsi in volo - essi non hanno a
disposizione nessuna immagine dell’obiettivo pre-installata, dal punto
di vista ontologico procedono in un certo senso alla cieca, sono pal­
lottole vaganti, che continuano il loro volo dopo una guerra persa. È
decisivo che la responsabilità per questo progettarsi nel mezzo della mi­
schia non possa venire riposta in una coscienza auto-riflessiva, nella mi­
sura in cui si intende con riflessione il ritorno del pensiero su un fatto
precedente della coscienza. Il proiettile esistenziale non si rapporta a
se stesso in una modalità riflessiva, piuttosto fa proseguire il suo élan
pre-logico nei suoi orientamenti cognitivi - proprio questo si intende
con la forte espressione dell’ontologia fondamentale della qualità di
ENERGIE IRRIFLESSIVE: L’ONTOLOGIA DEL PROGRESSO 107

deiezione [Geworfenheit\ e auto-progettazione dell’esistere. Se però il


progettare si rivela quale attività primaria del Dasein, viene in luce una
modalità dell’energetica intelligente in cui il pensiero non segue l’es­
sere, bensì entrambi stanno sullo stesso piano. L’esistere non è un mo­
vimento oscuro che deve attendere che la luce dell’“illuminazione” gli
indichi la via; è un’offensiva auto-illuminata, per quanto nella maggior
parte dei casi si tratti di un basso livello di illuminazione e di una visi­
bilità limitata. Le filosofie dell’esistenza dell’inizio del XX secolo erano
di portata epocale poiché hanno realizzato in modo esplicito il passaggio
dalla riflessione alla proiezione. Esse sgombrano il campo all’osserva­
zione della dinamica del movimento chiara entro la sua origine prece­
dente alla riflessione e alle inibizioni. In questo risiede il suo ruolo chia­
ve nel passaggio dal primato del passato a quello del futuro, un pro­
cesso in cui alcuni autori contemporanei, cioè i sistemici e i futurolo­
gi, a buon titolo vogliono vedere l’evento mentale principe della civi­
lizzazione del XX secolo.
Le filosofie dell’esistenza sono semplicemente le retroguardie di una
letteratura in cui l’esplorazione dell’essere-agente viene sviluppata più
di quanto potesse sognare la saggezza scolastica, compresa quella del­
l’accademismo sfrontato di Heidegger. Le grandi ricognizioni nello
spazio della soggettività agente, da Shakespeare a Joseph Conrad, da
Camòes a Gabriel Garcia Marquez, da Machiavelli a Dostoevskij, si
muovono su un livello rispetto al quale la teoria filosofica della vita at­
tiva, indipendentemente dal fatto che essa tratti di lavoro, politica o agi­
re comunicativo, sembra di secondaria importanza e non solo dal pun­
to di vista rappresentativo ma anche da quello concettuale - Fichte,
Nietzsche ed eventualmente Bergson sono le uniche eccezioni. Si può
ipotizzare che uno dei motivi consueti per lo stato di deliquio della fi­
losofia in relazione all’agire eminente dipendesse dal fatto che essa, in
conseguenza dei suoi pregiudizi in favore dell’atteggiamento riflessivo,
conferiva praticamente sempre un primato all’inibizione di contro al­
la capacità offensiva. Essa rimase incapace di vedere nell’energia atti­
va qualcosa di più del cavallo selvaggio degli affetti che attende di es­
sere montato dalla ragione.
Non appena si prende in considerazione quanto cresca l’ombra
morale in tutte le indagini radicali sull’agire, si riescono a mettere a fuo­
co i motivi profondi dei tentennamenti della cultura della riflessione di
fronte allo studio del mondo dell’azione, che l’energia con il suo slan­
cio getta nel reale. Se si pone la capacità informata di azione nella sua
insuperabile ambiguità come unità di misura fondamentale, si giunge
a operare con un’istanza nella quale non è ancora compiuta la diffe­
108 PETER SLOTERDIJK

renziazione tra energia legittima ed energia criminale. Chi in tutta se­


rietà vuole porre con il Faust di Goethe l’“atto” come punto di partenza
non è di fatto in possesso di un criterio per dividere con sufficiente chia­
rezza imprese economiche, spedizioni politiche, missioni religiose e
creazioni artistiche da ciò cui tali operazioni sono nella maggior parte
dei casi: il crimine. La divisione delle azioni spetta di regola alla sto­
riografia, per quanto alcuni agenti si sforzino di mantenere sotto il
proprio controllo la valutazione del loro agire. Nessun agente, che si
chiami Colombo, Pizarro, Napoleone oppure Lenin, può sapere pri­
ma di compiere un’azione se dopo di essa non si troverà a essere con­
siderato un folle e un criminale. La celebre considerazione di Goethe
secondo cui colui che agisce è sempre privo di coscienza, riassume la­
conicamente questa situazione. I più seri tra gli uomini d’azione han­
no voluto interpretare ciò come natura tragica dell’intero agire reale -
senza dimenticarsi di chiedere per sé l’assoluzione sulla base di circo­
stanze al di là della legge. Accanto a questi comparve molto presto una
categoria di agenti che lasciavano intendere con franchezza quanto
poco se ne potessero fare di dubbi di questo tipo - nel linguaggio del
XVII secolo si chiamano empi o, secondo un espressione un po’ meno
datata, avventurieri. Comprensibilmente la loro “prassi” irrispettosa vie­
ne liquidata dalla filosofia pratica, nonostante sia palese che in questo
gruppo si trovano spesso gli agenti che girano nel modo più energico
la ruota della modernizzazione.
La ragione di questa inosservanza si guadagna a buon titolo il di­
ritto di essere così definita: la filosofia della Modernità non si è mai la­
sciata persuadere, nonostante l’editto festivo di Hegel, a comprende­
re il proprio tempo nel pensiero - tanto che la si può piuttosto indica­
re come l’errore tematico dominante. Se fosse stata in grado di fare ciò
che Hegel pretendeva da lei, tra il 1500 e il 1900 si sarebbe costituita
nella sua parte pratica come facoltà dell’avventura, per lo meno in
qualità di moderatrice del colonialismo e consulente per le rivoluzio­
ni a venire - si sarebbe occupata nelle sue forme più audaci di fare da
consulente agli empi (cosa che è accaduta una sola volta nel nostro sa­
pere con l’opera sotterranea del Marchese de Sade). Essa avrebbe com­
preso in forma concettuale le tre manifestazioni primarie dell'élan mo­
dernizzato e modernizzatore - l’espansione europea, la costruzione di
macchinari e la guerra di movimento - al posto di ripiegare di fronte
a esse sull’emigrazione nell’interiorità. Che la filosofia non sia mai sta­
ta pronta a svolgere questo compito le è valso, dal punto di vista bor­
ghese, come onore - il prezzo pagato per ottenerlo è una sorta di ca­
strazione volontaria. Le conseguenze si fanno sentire a livello atmo­
ENERGIE IRRIFLESSIVE: L'ONTOLOGIA DEL PROGRESSO 109

sferico: le si avverte come disagio della colpevole innocenza del testo


filosofico. I filosofi che hanno preso i voti salvano la loro anima accet­
tando il divieto di conoscere ciò che sarebbe stato loro compito capi­
re. Lo stato della loro coscienza è paragonabile a quello delle educate
e sensibili figlie dei mafiosi, la cui felicità dipende dal fatto che riman­
gano avvolte in una nube di ignoranza circa le fonti dei beni paterni1.
1pochi pensatori che si distaccano dalla regola, si tratti di Bacon, Hob-
bes, de Sade e Nietzsche, Spenglero Bergson, pagano la loro prossi­
mità allo spirito dell’azione con la messa ai margini o l’esilio dal cano­
ne - non senza ragione vengono chiamati+ “i pensatori oscuri della bor­
ghesia”. Per ciò che riguarda Hegel è sempre lecita la domanda se
debba essere considerato come il lupo travestito da agnello, giacché il
suo pragmatico “spirito del mondo” non esprime altro se non una cri­
minalità più alta, che però capisce ancora per tempo che deve fare ri­
torno sotto il tetto della necessità giuridicamente recintata.

Che la pericolosa predisposizione dell’Europa a creare gli equi­


paggi necessari ai suoi progetti di colonizzazione o “civilizzazione”
non scomparisse sotto l’effetto inibente della disposizione cristiano­
borghese all’obbedienza, presupponeva uno stato di coscienza per­
manente per l’intero periodo dell’espansione, in cui anche cristiani
e borghesi potevano fare qualche eccezione alla loro stessa norma,
non appena le circostanze lo permettevano oppure lo richiedevano.
Ciò accadde quando gli agenti si trovarono di fronte a popoli lonta­
ni, la cui estraneità sembrava passibile di essere interpretata come in­
feriorità. La situazione iniziale che più di tutte favorisce la disinibi­
zione degli agenti nel contesto culturale cristiano consiste, senza
dubbio, nel potersi rappresentare il movimento di espansione come
un’opera missionaria - per quanto il missionario concedesse nor­
malmente la prima entrata in scena ai soldati e ai mercanti; oppure
c’era la possibilità di una temporanea sospensione delle norme ini­
bitorie quando l’uso cavalleresco o quello soldatesco lo consentiva­
no - sospensione dalla quale si era ovviamente disposti a tornare in­
dietro dopo aver concluso con successo imprese ben poco cristiane.
Questa combinazione di moventi ha dato una prova incontroverti­
bile della sua efficacia soprattutto nella conquista spagnola dell’A ­
merica centrale e meridionale e nelle grandi carovane nell’ovest del­
l’America settentrionale. La coscienza moderna degli agenti pre­

1Sull’origine di questo paragone, v. Mühlmann 1996, p. 129.


110 PETER SLOTERDIJK

suppone un’agenzia autopersuasiva che lavora con efficacia al rein­


nesco di coloro che agiscono, organizzando una connessione tra per­
messi straordinari, prospettive di profitto e speranze di una succes­
siva assoluzione.
Come funzioni nel singolo caso l’auto-persuasione disinibitrice
della soggettività agente non lo ha mostrato nessuno in modo più
chiaro di Fédor Dostoevskij nel suo romanzo D elitto e castigo del
1866 - uno studio psicologico-morale che, soprattutto nella sua pri­
ma parte, può essere letto come prontuario di filosofia pratica con par­
ticolare considerazione per il permesso speciale per compiere crimi­
ni. Il romanzo è tendenzialmente dedicato al tentativo di provare la
necessità del fallimento dell’occidentalizzazione dell’animo russo - “oc­
cidentalizzazione” significa qui assunzione dell’ideale napoleonico a
opera di un giovane utilitarista di San Pietroburgo; tuttavia, nei suoi
aspetti pragmatici, si occupa soprattutto della questione di quali sia­
no le condizioni che consentono a un intellettuale di passare alle file
degli uomini d’azione. Proprio perché non viene mai messa in dub­
bio la totale mancanza di energia criminale da parte di Raskolnikov -
altrimenti come avrebbe potuto, dopo aver commesso l’omicidio, ca­
dere per tre giorni in un delirio indotto dal senso di colpa? - egli ri­
sulta molto più idoneo alla ricerca dei presupposti in base ai quali an­
che al più inibito può riuscire un’autodisinibizione che giunge alle più
sanguinose conseguenze. La risposta si rinviene per mezzo della co­
struzione sofistica di un privilegio di fare eccezione alla legge etica. Ra­
skolnikov di fronte all’avvocato Porfirij cita il suo stesso saggio Su l de­
litto nel quale pretende di avere stabilito un legame inscindibile tra in­
novazione e criminalità:

Insomma, io dimostro che tutti gli uomini, non dico già grandi, ma che ap­
pena escono dalla carreggiata comune, cioè che appena siano capaci di di­
re qualcosa di nuovo, devono immancabilmente, per la natura loro, esse­
re delinquenti, - più o meno, si intende. Altrimenti sarebbe loro difficile
uscire dalla carreggiata, e a rimanervi, naturalmente, essi non possono ac­
consentire, sempre per la natura loro (Dostoevskij 1866, p. 274).

Secondo il ragionamento di Raskolnikov, è perciò sufficiente ap­


partenere al gruppo degli uomini straordinari o innovatori per posse­
dere il diritto e il dovere di delinquere - dove, nel caso specifico, con
delinquere non si intende nient’altro che la messa da parte delle resi­
stenze al nuovo dell’uomo comune. L’espressione delitto sta quindi per
“la distruzione del presente in nome di un avvenire migliore” (Do-
ENERGIE IRRIFLESSIVE: L’ONTOLOGIA DEL PROGRESSO 111

stoewskij 1866, p. 275)2. L’auto-persuasione dell’intellettuale ha suc­


cesso dall’istante in cui gli riesce di considerarsi con sufficiente evidenza
un membro della categoria straordinaria - è inutile sottolineare che Do­
stoevskij interverrà a questo punto per caratterizzare i suoi eroi come
vittime di una congiura demoniaca (che più tardi si dirà narcisistica).
Seguendo il tentativo di disposizione del romanzo si può capire che la
struttura della moderna disinibizione all’azione va ricercata in genera­
le nella sintesi di eccezionalismo, innovazionismo e evoluzionismo - per
quanto un’aggiunta di motivi democratico-messiànici non nuoccia. Es­
sa costituisce la matrice di innumerevoli crimini in nome della moder­
nizzazione sullo sfondo del cristianesimo e dell’umanesimo3.
La portata di queste riflessioni può essere misurata se si indaga nel
suo contenuto teorico-processuale la differenziazione di Raskolnikov
apparentemente ingenua tra uomini straordinari e uomini comuni - (per
quanto in questa fase prescindiamo dal fatto che Dostoevskij, nello svi­
luppo successivo del romanzo caratterizzato da un risentimento anti­
moderno, vorrebbe neutralizzare questa differenza “dinnanzi a D io”
o “dinnanzi all’amore”). Nella concezione degli “uomini straordinari”
si cela l’indizio di una divisione dell’umanità fondata su diverse velo­
cità, diverse intensità o diversi percorsi del divenire. Questa distinzio­
ne fa sì che coloro che vivono di ricerche accelerate, viaggi rischiosi e
nei lavori più insoliti ottengono prima l’accesso a determinate verità,
realtà oppure tecniche. Grazie a questo privilegio temporale nell’accesso
a nuove verità, nuove realtà e nuove tecniche essi mettono al mondo
una tensione verso il recupero di questo ritardo alla quale gli altri de­
vono nolens volens rispondere, indipendentemente dal fatto che deci­
dano di seguirli oppure che si rifiutino di esserne i successori - con­
trobattendo che i progressi di coloro che si sono spinti oltre non han­
no di per sé forza normativa. Se si elimina l’aura pseudo-antropologi­
ca che circonda il volgersi di Raskolnikov agli “uomini straordinari”,
rimane il resistente nocciolo teorico-processuale dell’argomentazione:
ciò che qui viene indicato come eccezionalità non è nient’altro che il
coinvolgimento di individui e gruppi nel percorso del divenire, che si

2 Evidentemente Gyorgy Lukàcs si rifa, nella sua fase di fascismo di sinistra, alle tesi di
Raskolnikov.
3 Un livello preliminare dell’analisi di Dostoevskij si trova nel frammento jenese della
Realphilosophie sul delitto, che lì viene interpretato come occulto proclama di un diritto di ec­
cezione contro l’universale formalmente riconosciuto (come gesto di una “singola volontà di
potenza”, p. 215), in cui il valere reale della legge promossa si pone in movimento come sti­
molo antitetico per l’universale, cioè come ferimento del ferito. Cfr. Hegel 1987, pp. 212 sg.
112 PETER SLOTERDIJK

potrebbe indicare come “sviluppo avanzato”, se fosse possibile utiliz­


zare questa espressione senza con ciò incappare in un’affermazione a
proposito dei doveri degli altri, secondo la quale essi prima o poi do­
vranno recuperare questo svantaggio nello “sviluppo”. Quando l’eroe
di Dostoevskij sottolinea il divario tra gli uomini che sanno pronun­
ciare la “nuova parola” e quelli che ripetono ciò che è consueto, egli si
riconosce nella presa di posizione fondamentale del progressismo, da
cui consegue per gli uomini ordinari il dovere di recupero - l’alterna­
tiva sarebbe altrimenti quella di accettare di essere messi da parte. La
sua immagine del mondo gli indica un’umanità a due velocità - e la sua
divisione tra coloro che sorpassano e coloro che sono sorpassati. Due
generazioni dopo Raskolnikov, Joseph Schumpeter insegnerà nella sua
dottrina dello sviluppo economico che, da un punto di vista funziona­
le, ci sono solo due vite economiche: quella degli innovatori e quella
degli imitatori.
Tali assunzioni conducono a un’ontologia ingenua del progresso, se­
condo la quale la distanza tra avanguardia e gruppo andrebbe inter­
pretata come funzione pilota di coloro che si trovano più avanti: l’a­
vanguardia mostra alla maggioranza inerte in che direzione va il viag­
gio - per quanto Raskolnikov non neghi il diritto conservatore alla me­
diocrità e afferma persino di credere a un conflitto costante tra movi­
mento e conservazione. Entro questo schema il progresso di coloro che
sono eccezionali è reso possibile da un richiamo alla disinibizione che
si afferma da sola, ignorando attivamente il potere arginatore della
morale e della tradizione - di qui la tesi della inevitabile criminosità de­
gli innovatori. Senza dubbio qui Dostoevskij mette in bocca al mo­
dernista Raskolnikov delle affermazioni che restano tinte fin nei loro
concetti fondamentali della coloritura dell’opposizione della metafisi­
ca classica all’innovazione: infatti, nella cornice di una metafisica del
mondo compiuto (e né il platonismo cattolico dell’Oriente né la Chie­
sa cattolico-aristotelica post-tridentina dell’Occidente sono in grado di
concepire un altro mondo) ciascuna innovazione è sospettata di origi­
nalità diabolica; di conseguenza, ciascun innovatore ha bisogno sino al­
l’ultimo di fare ritorno entro il consenso domandando perdono. Per i
cristiani è sufficientemente innovativo il risultato dell’amore di Dio ver­
so l’uomo (unica aggiunta sostanziale all’opera della genesi).
Per la teoria della prima presa del mondo e per la comprensione del
progresso dell’agente più intensificante non si è ancora riusciti ad ar­
rivare, neppure con il contributo di Dostoevskij, a ciò che è decisivo:
fino a questo punto non risultano articolabili in modo sufficientemen­
te chiaro la liberazione dell’uomo attivo dal primato dell’inibizione e
ENERGIE IRRIFLESSIVE: L’ONTOLOGIA DEL PROGRESSO 113

10 scioglimento da vincoli della pura capacità offensiva. Anche gli “uo­


mini straordinari” di Raskolnikov restano sottoposti al pregiudizio me­
tafisico della colpa insito nell’innovazione; essi non si guadagnano co­
sì solo l’ammirazione dei contemporanei ma anche 0 biasimo dei ben­
pensanti, poiché invece di inserirsi nella comunità dell’amore o della
comunicazione in qualità di creature finite, fanno esplodere l’unità del
genere umano e lo trasformano in un insieme di concorrenti tra i qua­
li ci sono vincitori e perdenti reali in forza dell’effetto dei progressi e
dei ritardi reali. E stato Nietzsche che per primo ha delineato nella sua
opera principale, Così parlò Zarathustra , i contorni di una dottrina li­
beratrice fin dai suoi fondamenti della capacità offensiva. Potremmo
dire che la tendenza fondamentale di questo libro sia un pragmatismo
dionisiaco, la cui liberazione, che percepisce in sé le tracce dei lampi
dell’azione, pretende di essere qualcosa di più di un semplice teorema:
la metamorfosi del testo filosofico in un inno si offre come esempio del­
l’emancipazione della capacità offensiva. Nella sua forma linguistica
questa filosofia poetizzante mostrava in actu ciò cui mirava l’energia pu­
ramente tetica. Con la capacità di penetrazione di un messaggio evan­
gelico autogeno, che si rivolgeva a tutti e a nessuno, l’ibrido atto lin­
guistico di Zarathustra ripete l’attraversamento dell’Atlantico - solo a
partire da questo momento si può dire che l’operato di Colombo è giun­
to al pensiero. I punti chiave dello Zarathustra sono quelli in cui il can­
tore invoca Yélan del suo stesso canto - lo chiama il caso, la cui inge­
nuità non costituisce alcuna contraddizione rispetto alla sua divinità.
11 canto si rivela una forza casuale e limpida, che si consuma e dice di
sì a questo consumarsi - per quante preoccupazioni possa suscitare il
dare in modo eroicamente limpido di colui che dà e cui non rimane nul­
la. “Su tutte quante le cose sta il cielo caso, il cielo innocenza, il cielo
accidente, il cielo tracotanza” (Nietzsche 1892, p. 193). ‘“ Per caso’ -
questa è la più antica nobiltà del mondo, che io ho restituito a tutte le
cose (...)” (ib.). Qui si rinvengono i lamenti in cui il profeta esprime
in concetti la sua solitudine: poiché egli dà corpo al passaggio dal pas­
sato al futuro, deve sopportare di essere sempre più solo nella vita len­
ta degli altri. Un uomo del suo genere non esiste a partire dall’origine,
bensì dal progresso. Il suo élan del discorso segna il passaggio dal pro­
gresso che uno può compiere al progresso che uno può essere. Chi vi­
ve in questo progresso arriva sempre in anticipo.
L’uomo radicalmente progressivo riassume nel suo percorso esi­
stenziale lo spirito di movimento dell’Europa, di cui per il resto si tro­
va testimonianza in sporadiche espressioni dei secoli passati. Una di
queste è di Oliver Cromwell, cui viene attribuita l’affermazione se­
114 PETER SLOTERDIJK

condo la quale “un uomo non giunge mai così in alto come quando non
sa dove sta andando”. Un’altra è stata pronunciata, secondo la testi­
monianza di Colencourt, da Napoleone nel corso della sua ritirata dal­
la Russia quando, dopo la perdita della sua armata, ripeteva in modo
monotono: “Dal sublime al ridicolo il passo è breve”4. L’espressione più
profonda della saggezza europea circa il movimento viene tuttavia mes­
sa per iscritto da Hölderlin nella sua poesia Coraggio del poeta (che in
una versione successiva viene intitolata Sprovvedutezza): “e dunque
va’, cammina disarmato/attraverso la vita, senza pena”5.
E inutile sottolineare che le osservazioni di Nietzsche dopo la débà­
cle della vecchia Europa possiedono solamente un valore antiquario, è
inutile inoltre aggiungere che nei fatti, con il passaggio dell’impero del­
l’azione agli USA, il gioco della “storia universale” per noi è finito - spie­
gheremo più tardi perché anche il tentativo americano di fare presa sul­
la “storia” ancora da fare sia andato a vuoto {infra, pp. 297 sg.). L’età
dell’oro dell’unilateralità europea è ormai definitivamente acqua pas­
sata; ciò che si può sviluppare dai resti di questa unilateralità, che si so­
no conservati dai tempi dell’agire privo di ostacoli, ce lo dicono oggi
le recensioni di temerarie messe in scena operistiche oppure film di leg­
gendarie rapine postali. Nel complesso, sono iniziati dei tempi sup­
plementari della “storia” vera e propria, le cui regole non sono anco­
ra molto note - a parte il fatto che a partire dalla comparsa di veloci
processi ricorsivi la scena è dominata da un altro genere di “destino”.

4 Schopenhauer attribuisce l’origine della frase “du sublime au ridicole il n’y a qu’un pas”
a Thomas Paine, v. Schopenhauer 1819, p. 264.
5 Friedrich Hölderlin, “Il coraggio del poeta”, prima stesura.
Capitolo tredicesim o
Estasi nautiche

Dal lato soggettivo le prime traversate marittime trans-oceaniche


possono essere descritte come tecniche informali di estasi, grazie alle
quali gli esploratori, come sciamani di una religione non scritta, pro­
cacciano informazioni da un significativo aldilà. Un aldilà che si po­
teva rappresentare non più come un lassù celeste, bensì come un lag­
giù terreno. Come ogni trascendenza o semi-trascendenza di un tem­
po anche il moderno aldilà del rischio non si poteva ottenere gratui­
tamente. Non di rado i primi viaggiatori d’oltremare dovevano gua­
dagnarsi l’accesso ai lidi lontani con amari esercizi di ascesi, che com­
prendevano involontari periodi di digiuno durante traversate prolun­
gate dalle condizioni meteorologiche e la tortura della noia, dovuta al­
la bonaccia o a una navigazione troppo lenta. Anche la mancanza di
sonno causata dalla canicola, dal gelo, dalla puzza, dagli ambienti an­
gusti, dal rumore, dalla paura in caso di mare grosso contribuiva co­
stantemente a rendere l’equipaggio irritabile e incline ad attacchi di
pazzia. Ogni nave in alto mare metteva i viaggiatori in continuo rap­
porto con quelle che potremmo chiamare, in questo caso più che in
qualsiasi altro, le cose ultime. L’alternativa tra il porto o la morte era
la formula di meditazione per mare sulla precaria nave degli scopi del­
le ambizioni umane. Come contemplazioni della fine gli esercizi spi­
rituali di Ignazio di Loyola non potevano essere più espliciti di una tra­
versata dell’Atlantico. Nessun gruppo di asceti sul mare ha percepito
più fortemente la legge marittima “porto o morte” quanto coloro che
cercavano il passaggio più difficile della Terra, il passaggio a nord-est
tra l’europeo mare del Nord e la Siberia orientale e il passaggio a
nord-ovest tra la Groenlandia e l’Alaska. Su queste rotte, pressoché
impossibili fino alle soglie del XX secolo, hanno fatto naufragio i sistemi
della follia e le supposizioni fantasiose di numerosi scienziati e mer­
116 PETER SLOTERDIJK

canti awenturieri. In questi due passaggi all’estremo Nord la campa­


gna indetta dall’età moderna contro il concetto di impossibilità ri­
chiedeva le sue vittime esemplari.
Se si caratterizza il mondo borghese attuale dal punto di vista delle
condizioni della sua mentalità e del suo sistema immunitario a partire
dal XVIII secolo come una “società” terapeutica e assicuratrice - una for­
mazione che si differenzia notevolmente dalla “società” religiosa che l’ha
preceduta -, non si riesce a vedere come tra il regime religioso e quel­
lo terapeutico si sia aperto un mondo intermedio che è coinvolto in en­
trambi questi ordinamenti ma che, tuttavia, nelle pratiche era fondato
su un diritto proprio. Fino al XIX secolo il viaggio per mare costituiva
una terza alternativa a religione e terapeutica. Moltissimi cercavano sui
mari la guarigione dalle frustrazioni della terra ferma. Forse il Nautilus
del capitano Nemo è stata l’ultima nave dei folli sulla quale un grande
e solitario misantropo poteva far agire in modo sovrano il suo rifiuto di
una deludente umanità terrestre. A Hermann Melville appariva ancora
semplicemente evidente che il mare aperto fornisse il rimedio più sicu­
ro per i caratteri malinconici così come per quelli maniacali. Così ha po­
tuto lasciare che la voce narrante di Moby Dick - il libro venne pubbli­
cato nel 1851, poco più di venticinque anni prima dell’esperimento
narrativo di Jules Veme sulla globalizzazione terrestre e sotterranea, ma­
rittima e sottomarina - iniziasse la sua storia con queste parole:

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente -


avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi inte­
ressasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea
del mondo. E un modo che ho io di cacciare la malinconia [spleen] e di
regolare la circolazione. Ogni volta che mi accorgo di atteggiare le labbra
al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e pio­
vigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente din­
nanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che
incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me
che mi occorre un forte principio morale per impedirmi di scendere ri­
soluto in istrada e gettare metodicamente il cappello per terra alla gente,
allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il
mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico
Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare [I quietly take
thè ship\ (Melville 1851, p. 37)1.

1Le parole indicate in lingua originale sono presenti anche nell’edizione tedesca (N.d.T.).
ESTASI NAUTICHE 117

Il messaggio è facilmente decifrabile: accanto al convento e al sui­


cidio, il viaggio per mare si dimostra essere una terza opzione per di­
sfarsi di una vita divenuta invivibile, lasciandola sulla terra ferma. Per
un’intera epoca doveva confluire nella globalizzazione nautica tutto ciò
che i più inquieti tra gli europei inquieti avevano intrapreso al fine di
sradicarsi dai loro ancoraggi vetero-sferici e dalle inibizioni locali. Ciò
che qui prende il nome di irrequietezza (restlessness, parola d’ordine
delle vecchie ricerche sull’emigrazione) riassume in sé senza distinzio­
ne spirito di impresa, frustrazione, una vaga aspettativa e uno sradica­
mento criminale. L’irrequietezza del denaro si mescola qui all’irre­
quietezza delle “esistenze sradicate” (Baecker 2004). Come un altro pur­
gatorio, il mare offre ora la chance di sfuggire a una patria e a una ter­
ra ferma deludenti. Qui si riuniscono gli uomini che invecchiano rapi­
damente sotto l’effetto del vento e dell’assenza di speranze. Per tutti
costoro valgono le parole che Victor Hugo scrive attribuendole a Gil-
liant, l’eroe del suo terzo grande romanzo I lavoratori del mare (1866):
“egli portava la maschera scura della tempesta e del mare” (Hugo
1866, p. 36).
Il nuovo laggiù nautico-imprenditoriale era concepito come qual­
cosa che è al di là dell’esperienza, che è aperto solo per coloro che con
pieno impegno osavano uscire all’esterno. Non si può andare per ma­
re a metà, così come non ci si può dedicare per metà a Dio. Chi mette
piede in coperta deve avere rotto con la dipendenza dai concetti ter­
resti di vita e morte. Non si sa peraltro quanti di questi uomini morti
in anticipo sarebbero stati in grado di fare proprio il motto del mare­
sciallo Pescara, il trionfatore di Pavia, che dichiarava il segreto del suo
sangue freddo in battaglia: “La mia divinità (...) ha calmato la tempe­
sta intorno al mio timone” (Meyer 1953, p. 544).
È indifferente, quindi, se i nuovi inquieti salgano a bordo o si im­
maginino in un mondo lontano facendo base nella stabile sede della lo­
ro impresa, volgendo lo sguardo al resoconto di viaggio: una trascen­
denza transatlantica carica di meraviglia aleggiava davanti agli occhi del
desiderio dell’uomo europeo, che imparò a tendere l’orecchio. Il sogno
europeo di una vita buona e migliore viene risucchiato nel vortice di
un totalmente-altro d’oltremare. Queste rappresentazioni non hanno
nulla in comune con le superstizioni di marinai e pescatori. Ciò che è
laggiù non è più il margine di una sfera cosmica ma un’altra costa, quel­
la caraibica, che più tardi prenderà il nome di costa americana. La tra­
versata comincia a sostituire l’ascensione.
È stata per la prima volta questa trasposizione della trascendenza a
livello orizzontale a rendere possibile VUtopia come scuola di pensie-
118 PETER SLOTERDIJK

ro, come stile di scrittura e come forma su cui plasmare i salmi benau­
gurati e le religioni rese immanenti. Il genere letterario dell’utopia,
che emerge nel XVI secolo, organizza una cultura del desiderio capace
di progressiva esplicazione, e più tardi anche di una forma di politica
corrispondente, entro la quale possono essere costituiti senza contesto
mondi alternativi - ciascuno secondo i gusti di coloro che erano in­
soddisfatti della Terra ma tuttavia sempre in prossimità del fatto ori­
ginario della Modernità, la scoperta reale del Nuovo Mondo nella ine­
sauribile molteplicità insulare e continentale (non da ultimo nelle in­
numerevoli isole del Pacifico, sulle quali Vexperimentum mundi pote­
va presumibilmente iniziare di nuovo dal principio). Ogni qualvolta si
guardano i documenti si vede come empirico e fantastico fossero in­
dissolubilmente intrecciati. Tramite mezzi di comunicazione estrema-
mente efficienti - il libro popolare, il resoconto di viaggio, il romanzo
o l’utopia oppure il foglio volante, il mappamondo e il planisfero - il
riferimento al Nuovo Mondo reale e alle sue varianti immaginarie crea
un regime dei desideri post-metafisico, che vede le sue realizzazioni se
non nelle immediate vicinanze per lo meno a una distanza raggiungi­
bile. In questo modo viene messo in moto un self-fulfilling wishful
thinking che impara a fare rotta in modo al contempo fantastico e rea­
listico verso mondi fuori mano e verso le loro ricchezze, come se la lo­
ro supposta esistenza in un luogo lontano costituisse già anche la pro­
messa di una loro prossima presa di possesso.
C apitolo quattordicesim o
C orporate Identity in alto mare, divisione degli spiriti

Là fuori faranno fortuna solo coloro che sapranno essere un team vin­
colato da una sorta di giuramento e potranno perciò navigare e deside­
rare insieme. Gli equipaggi delle navi degli esploratori sono stati i primi
a essere oggetto di processi ingenui ed efficaci di modelli di gruppo, che
oggi verrebbero descritti come tecniche della corporate identity. Sulle na­
vi i pionieri in piena avanzata hanno imparato a volere l’impossibile, in
sintonia con il sogno comune all’intero equipaggio. Le idee dominanti
nella nuova Europa di un crescente progresso e di un generale arricchi­
mento, che a partire dal XIX secolo sono divenute politicizzabili, sono da
un punto di vista psico-storico essenzialmente retro-proiezioni su un
orizzonte nazionale e sociale di immagini provenienti dai sogni di squa­
dra degli equipaggi del periodo iniziale della globalizzazione nautica. Rap­
presentano tentativi di ritradurre il categorico “avanti! ” dei viaggi per ma­
re nelle condizioni della vita stanziale. Gli scritti di Ernst Bloch - per ci­
tare un esempio eminente di progressismo generalizzato - possono es­
sere letti come se egli avesse riformulato il socialismo a partire dal ver­
sante marittimo e lo avesse consigliato come sogno razionalmente filtra­
to di emigrazione verso Nuovi Mondi. Il progresso è emigrazione nel tem­
po: come se fosse una forma di saggezza che spinge a credere che con
l’aiuto delle forze produttive liberate dalla brama dei proprietari potes­
sero essere create ovunque le condizioni di mari del Sud. Perciò il par­
tito dei desideri oggettivamente esaudibili deve avere sempre ragione1.

1La famosa frase di Ernst Bloch sulle utopie geografiche dell’età moderna come una for­
ma di espressione di una “ricerca orizzontale del tesoro” (Bloch 1954, voi II, p. 872) rivela
un certo pregiudizio nei confronti del modello citato. Effettivamente il socialismo dei cer­
catori di tesori ha supposto che la natura sia sempre gratuita. In questo senso in Bloch si ma­
nifesta un tratto fortemente saint-simoniano: Saint-Simon aveva dichiarato con convinzione
che lo “sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo” doveva essere sostituito dallo sfrutta­
mento del globo da parte dell’uomo. Sull’espansione biochiana della caccia al tesoro sino a
una storia universale della produzione, cfr. Sloterdijk 2004, pp. 774 sg.
120 PETER SLOTERDIJK

Comunque, il sogno del primo premio che ci spetterà là fuori aiu­


terà i nuovi globonauti a guardare in faccia gli orrori dell’esteriorità.
Perciò i navigatori e i loro equipaggi non sono solamente puri psicoti­
ci che, avendo perso il contatto con la realtà di casa, sono in grado si
dischiudere nuovi mondi nell’ignoto. Essi hanno spesso già veramen­
te messo piede sul territorio dei fatti inesplorati, e in alto mare postu­
lare un miracolo imminente risulta non di rado giustificato rispetto al­
la realtà effettiva. I capitani più grandi sono quelli che vincolano i lo­
ro equipaggi nel modo più efficace al puro “avanti!”, in particolare
quando appare una follia non fare dietrofront. Senza la forte e costan­
te presenza a bordo di un incantesimo che alimenti l’ottimismo, la
maggior parte delle prime spedizioni sarebbe fallita per scoraggia­
mento. Prospettando visioni di fama e di ricchezze, i capi delle spedi­
zioni hanno mantenuto la rotta dei loro equipaggi dal punto di vista psi­
chico. Facevano parte del repertorio delle loro tecniche per ottenere il
successo anche punizioni draconiane. Se il portoghese Magellano, in
seguito all’ammutinamento dei suoi capitani al largo di San Julian, sul­
la costa patagonica del Sud America, il primo aprile 1520, non avesse
sospeso e giustiziato anche alcuni ribelli spagnoli di famiglia nobile, mal­
grado i dubbi nutriti dai comandanti subalterni, ai suoi marinai non sa­
rebbe mai entrato in testa in modo assolutamente definitivo che cosa
significasse compiere un viaggio incondizionato di andata; e se non aves­
se proibito, come ci racconta Pigafetta, di parlare del viaggio di ritor­
no e di fare riferimento alla carenza di viveri, pena la morte, il viaggio
a occidente verso l’Isola delle Spezie, che sarebbe diventato la prima
circumnavigazione del mondo, sarebbe terminato dopo soltanto un
quinto del percorso (Pigafetta 1524). Durante la sua prima traversata
Colombo falsificò, come annota nel diario di bordo della Santa M aria,
i dati sul tragitto già percorso “in modo che l’equipaggio non si irritasse
per la lunghezza del viaggio”. Vasco da Gama, a fronte di un nascen­
te ammutinamento, al largo delle coste orientali dell’Africa, fece get­
tare in mare bussole, carte e strumenti di misurazione dei suoi capita­
ni e dei suoi ufficiali per sradicare dalla mente del suo equipaggio ogni
sorta di futuri pensieri a proposito di un’eventuale inversione di rotta.
Sulla base di esperimenti di questo tipo a bordo delle navi follemente
ardite si sviluppa una psicologia della spedizione in piena regola, sti­
molata dalla costrizione costantemente acuta a separare gli spiriti otti­
misti da quelli scoraggiati.
Solo quando questa particolare saggezza dei naviganti farà ritorno
agli uomini della terra ferm a verrà resa possibile quella che i tem pi suc­
cessivi chiameranno disposizione progressista - il giuram ento di andare
C O R P O R A T E ID E N T IT Y IN ALTO MARE, DIVISIONE DEGLI SPIRITI 121

sempre avanti con fermezza. In La zattera della M edusa di Géricault —


la classica opera sulla catastrofe marittima dell’epoca dell’impero -, di­
pinta nel 1818-19, viene messa apertamente in luce l’origine marittima
della differenza tra psicologia del progresso e psicologia del regresso.
Già a un primo sguardo si può distinguere il gruppo della depressio­
ne sul lato sinistro della zattera dal gruppo della speranza sulla destra;
l’uno fissa gli occhi sulla propria miseria, l’altro guarda verso l’orizzonte
la nave che li salverà. Davanti all’estremo questi naufraghi definiscono
il conflitto costitutivo di tutta l’età moderna tra speranze e rassegna­
zioni (Heinrich 1995, pp. 9-45). DaU’ammutinamento dei capitani di
Vasco da Gama e dalla loro repressione la campagna di globalizzazio­
ne è diventata una guerra costante tra i diversi stati d’animo e una lot­
ta per gli strumenti di orientamento che esercitano un potere ipnotico
sui gruppi - oggi una lotta per il potere di programmazione nei mass
media e per il potere di consulenza nelle imprese. Anche dal lato pro­
gressista era non di rado il coraggio della disperazione - unitamente a
un inestirpabile ottimismo fisiologico - a tenere in vita la “rivoluzio­
ne” mondiale di coloro che non volevano invertire la rotta. I pessimi­
sti a bordo sarebbero diventati in seguito i veri o presunti ammutinati
del progetto del Moderno, tra i quali ci sono anche i riscopritori della
coscienza tragica. Essi tendono con pretesti molto ragionevoli a ri­
nunciare a quelle imprese in cui non vedono se stessi e i propri uomi­
ni come vincitori. La storia di questi rinunciatari rimane ancora tutta
da scrivere. Il loro motto è questo latente o manifesto ferm a la storia!,
che rende tra loro alleati apocalittici, tragici, disfattisti e pensionanti2.
Tuttavia, la forza di gravità degli immobilismi, dei perdenti, di coloro
che si oppongono e dei loro tributi letterari non poteva in realtà più
molto contro la scatenata energia visionaria degli ideatori di progetti e
dei ciarlatani d’impresa. Oggi come ieri essi vivono dei loro errori pro­
duttivi e delle loro conseguenze. Grazie alle loro capacità auto-ipnoti­
che le nature pratiche riescono sempre a costruire da zero intorno a sé
imperi fatti di illusioni a media scadenza.
Poiché, però, le pratiche dei capitani non si basano unicamente sul­
la pazzia e su incantesimi di motivazione ma, al contrario, anche su
incontestabili competenze geografiche e routines nautiche realmen­
te acquisite, ai progetti neo-europei tanto agognati si presenta di tan­
to in tanto la possibilità di realizzarsi. Solo in questo modo è possi­

2 Sul tema stop history! cfr. Voegelin 1974, pp. 329-333. Chiarirò nel paragrafo sulla po­
st-storia (cfr. infra pp. 215-220) la ragione per cui questo imperativo sia diventato superfluo
con il compimento della globalizzazione (1945-1974).
122 PETER SLOTERDIJK

bile sugli oceani trasformare la paura in estasi. Solo così i protocolli


di estasi possono diventare diari di viaggio; e solo così le stive si riem­
piono di tesori. Ogni nave in mare aperto incarna una psicosi che ha
issato le vele; ciascuna è anche un reale capitale natante. In quanto
tale essa prende parte alla grande opera della Modernità: trasforma­
re la sostanza in flusso.
Scansione a cura di Natjus, Ladri di Biblioteche

Capitolo quindicesim o
Il movimento fondamentale: il denaro fa ritorno

Per ogni nave che viene varata i capitali scommettono su quel mo­
vimento che è caratteristico della “ revolution" dello spazio dell’età
moderna: il periplo della Terra grazie al denaro messo in gioco e il suo
ritorno coronato di successo sul conto di partenza. Return ojinvestment-.
questo è il movimento dei movimenti, cui obbediscono tutti gli atti del
commercio basato sul rischio. Esso conferisce un tratto nautico a tut­
te le operazioni del capitale, comprese quelle che non attraversano il
mare aperto, nella misura in cui ogni cifra investita si moltiplica per mez­
zo di una metamorfosi da forma-valore a forma-denaro e viceversa - si
potrebbe anche dire dalla forma di prenotazione a quella di viaggio. Il
denaro si getta come merce sul mare aperto dei mercati e deve, come
le navi, sperare nel fortunato approdo nel porto patrio, il conto del pro­
prietario; nella metamorfosi delle merci il periplo della Terra è pensa­
to in modo latente. Esso diviene completamente esplicito quando i be­
ni, con cui il denaro si scambia, devono essere procacciati su mercati
lontani, nelle drogherie dell’Oriente.
Grazie al ritorno da lunghi viaggi del capitale natante la pazzia
dell’espansione diviene razionalità del profitto. Le flotte di Colom­
bo e dei suoi successori sono costituite da navi di folli riarmate co­
me navi della ragione. La nave più razionale è quella che con mag­
giori probabilità farà ritorno - preservata da una nuova fortuna re-
dux per regolari viaggi di ritorno felici e contenti1. E proprio perché
ci si attende che il denaro scommesso su affari rischiosi faccia ritor­
no all’investitore con un corposo sovrappiù, il vero nome di tali uti­
li è redditi - ritorno di soldi ambulanti, la cui moltiplicazione rap­

1 Tale culto venne istituito a Roma dopo il ritorno di Augusto dalla sua spedizione in
Oriente nel 19 a.C.
124 PETER SLOTERDIJK

presenta il premio per le proprietà oberate dai rischi del mutamen­


to di forma e del viaggio per mare2.
I commercianti d’oltremare ragionevolmente folli - tutti questi nuo­
vi nazionalisti del rischio: i portoghesi, gli italiani, gli spagnoli, gli in­
glesi, gli olandesi, i francesi, i tedeschi che sfoggiavano le loro bandie­
re sui mari del mondo -, al più tardi intorno al 1600, avevano impara­
to a rendere calcolabili i rischi che correvano per mezzo della diversi­
ficazione. Le nuove assicurazioni si offrivano quale mezzo per ingan­
nare, dal punto di vista economico, il mare e le sue difficoltà. Uomini
e proprietari possono trovarsi in quello che prende il nome di perico­
lo; “una merce sul mare” (Condorcet), invece, è esposta a un rischio,
cioè a una probabilità matematicamente descrivibile di fallire; e con­
tro questa probabilità possono essere costruite comunità solidali cal­
colanti. Qui sorge la società del rischio sotto forma di alleanza tra cac­
ciatori di profitto ben assicurati. Essa riunisce i pazzi che hanno pen­
sato a tutto in anticipo.
A differenza di quel che succede nella filosofia perenne, negli affa­
ri chi punta tutto su un’unica cosa è un pazzo. L’uomo previdente
pensa con anticipo e punta sulla diversificazione, come ogni borghese
che sappia far di conto. Si comprende, così, come Antonio, il mercan­
te di Venezia di Shakespeare, possa dichiarare in modo così convincente
perché la sua tristezza non dipenda dai suoi affari:

I miei investimenti
non sono affidati a una sola nave
o ad un solo approdo, né tutti i miei averi
dipendono dalla fortuna di quest’anno.
A rendermi triste non sono le mercanzie3.

L’avvedutezza da mercante di Antonio riflette la saggezza media di


un’epoca, nella quale il capitale natante aveva già riflettuto un po’ sul­

2 Anche Marx ha tenuto fermo come caratteristica del movimento iniziale del capitale
“il ritorno all’origine del punto di partenza”: “Considerata a prima vista, la circolazione ap­
pare come un processo infinito mal regolato. La merce viene scambiata con denaro; il dena­
ro viene scambiato con la merce e ciò si ripete all’infinito” (Marx 1939). A Marx sta tuttavia
a cuore mostrare due cose: per un verso che entro la metamorfosi denaro-merce-denaro può
fare la sua comparsa il fenomeno in prima istanza misterioso del plusvalore, che accelera il
processo di accumulazione; per un altro che nella concorrenza dei capitali si verificano ne­
cessariamente crisi di valorizzazione e, it) seguito a queste, crisi sociali, che sono d’intralcio
al felice ritorno a se stesso del denaro sotto forma di capitale.
3 “My venture are not in one bottom trasted,/ Nor to one place; nor is my whole estate/
Upon thè fortune of this present year;/ Therefore, my merchandis makes me not sad” (Shake­
speare 1596, p. 27).
II. MOVIMENTO FONDAMENTALE: IL DENARO FA RITORNO 125

l’arte di ridurre i rischi a una ragionevole tollerabilità. Non a caso le


prime forme di assicurazione europea, così come la loro fondazione
matematica, risalgono agli albori del XVII secolo (Bernstein 1996;
Ewald 1986, parte II). Lo sbocciare dell’idea di assicurazione nel pie­
no del primo periodo di avventure della navigazione globalizzata te­
stimonia che coloro che si assumevano grandi rischi non avevano in­
tenzione di risicare sulle spese necessarie per essere considerati seri sog­
getti razionali. Per tutti loro era importante scavare un fossato suffi­
cientemente profondo che li separasse dai semplici pazzi. Dall’impe­
rativo di distinguere la ragione dalla follia traggono legittimazione sia
gli elementi teorici di base delle assicurazioni sia la filosofia moderna.
Perciò il loro apparentamento è più profondo di quanto la storia del­
le idee non sia stata sin qui in grado di mostrare. Entrambe hanno a
che fare con tecniche di sicurezza e certezza; entrambe sono interes­
sate al controllo di processi fluttuanti (flussi di merci e denaro, stati
della coscienza, flussi di segni) e di conseguenza legati ai sistemi di­
sciplinari della “società” borghese e assolutistica, che Michel Foucault
ha indagato nei suoi studi sui diversi ordini della storia.
Capitolo sedicesimo
Tra fondamenti e assicurazioni. Sul pensiero di mare e di terra

I fondamenti teorici che stanno alla base delle assicurazioni sono uno
dei precursori della Modernità sistemica, se la modernizzazione viene de­
finita come progressiva sostituzione di strutture immunitarie vaghe e
simboliche dei rischi della vita umana, del tipo delle interpretazioni re­
ligiose, con ben definite prestazioni tecniche e sociali di garanzia. Su que­
stioni essenziali la compagnia che si occupa di sicurezza per le professioni
che esercitano attività commerciali prende il posto di ciò che prima sem­
brava essere solo nelle mani di Dio. Ciò riguarda soprattutto la preven­
zione contro le conseguenze di imprevedibili rovesci del destino. Prega­
re è bene, assicurarsi è meglio: da questa prospettiva nasce la prima tec­
nologia del Moderno immunitaria pragmaticamente impiantata; nel cor­
so del X IX secolo le vengono affiancati i servizi sociali e le istituzioni igie-
nico-mediche dello Stato sociale. Il prezzo immateriale che i moderni pa­
gano per la loro assicurabilità è certamente alto e decisamente rovinoso
dal punto di vista metafisico - essi rinunciano sempre più al destino, cioè
ad avere un rapporto diretto con l’assoluto come pericolo irriducibile. I
moderni dichiarano se stessi come casi di una media statistica, che si ma­
schera da individualismo. Il senso dell’essere si riduce ad avere diritto a
un risarcimento in caso di un sinistro normativamente stabilito.
La filosofia moderna, invece, attua per prima cosa solamente una rior­
ganizzazione dell’immunità simbolica. Essa sta, come è noto, sotto il se­
gno della “certezza”. Se c’è una filosofia tipicamente moderna - il fe­
nomeno Descartes e i suoi successori ce lo fanno supporre - è non da
ultimo sulla base del fatto che essa riesce a modernizzare l’evidenza. Con
essa viene esposto il fondamento interno della certezza, dal quale ora,
come si dice, si può “partire” - esso si coglie nell’auto-intuizione ora im­
mediatamente chiara e distinta del dubbio. Probabilmente il ciclo del­
le moderne filosofie laiche e non-monastiche si basa sulla crescente do­
I RA FONDAMENTI E ASSICURAZIONI 127

manda borghese di prove della propria non-follia. I suoi clienti non so­
no più le corti ecclesiastiche, gli episcopati, i conventi e le facoltà di teo­
logia bensì quegli uomini che elaboravano progetti nelle anticamere dei
principi laici e le teste intraprendenti nel crescente pubblico di privati
colti; qui si riunisce anche, infine, quella che dal punto di vista dell’ar-
te libraria colta può essere chiamata sfera pubblica scientifica. Forse la
corrente razionalistica della filosofia continentale, che si rifa all’emigrante
Descartes, ha costituito proprio questo tentativo di porre su un terre­
no saldo e logico i piedi di un nuovo genere di cittadini del rischio, che
accendono crediti e speculano con capitali natanti e devono tenere
sott’occhio le scadenze della restituzione del debito - un’offerta per la
quale si sono mostrati, sui tempi lunghi, meno ricettivi i britannici di
quanto non fossero invece gli altri europei, che di rado facevano miste­
ro della loro idrofobia e per giunta dovevano sempre fare i conti anche
nei loro affari di pensiero con un’elevata partecipazione statale1.
E significativo dell’epoca che sul frontespizio del Novum Organum
di Bacone del 1620 si vedano delle navi di ritorno1 accompagnate dalla
didascalia: “Molti lo attraverseranno e aumenterà la conoscenza”123. Qui,
sotto l’auspicio del pragmatismo, il nuovo pensiero empirico si sposa con
la flotta adantica, proprio come, sotto l’auspicio della mistica, il Doge
di Venezia, in qualità di signore della navigazione sul Mediterraneo, era
uso unirsi ogni anno in sposalizio con il mare Adriatico. Lo stesso Ba­
cone scrisse, come un Plinio del nascente capitalismo, una “storia dei
venti” , la cui frase iniziale dice che i venti avrebbero dato agli uomini
le ali, con l’aiuto delle quali essi avrebbero imparato a volare - se non
nell’aria, per lo meno sul mare4. La totalità di questi venti costituisce
quella che più tardi sarebbe stata chiamata atmosfera terrestre - lette­
ralmente: le formazioni sferiche di polvere e nebbia. I marinai del viag­
gio di Magellano erano stati i primi a potersi sincerare dell’unità delle

1 Da un punto di vista sociologico, la filosofia inglese del common seme rispecchia il fat­
to che l’Inghilterra, a differenza degli Stati territoriali del continente, era giunta prima e in
forme più solide a un compromesso storico tra commercio (borghese) e proprietà terriera
(aristocratica). Ciò favorì un clima in cui poterono nascere filosofie sociali conviviali e non
tragiche, mentre nel continente, e in particolare nei principati tedeschi, ebbero il sopravvento
tragiche e autoritarie filosofie dello Stato.
2 II senso della didascalia può essere colto unicamente se si tiene presente che nell’im-
magine sono rappresentate due colonne che indicano l’ingresso del porto e segnano il con­
fine da attraversare, cui si riferisce il testo (N.d.T.).
5 “Multi petransibunt at augebitur scenda”. In alcune storie della filosofia immerse nel son­
no le navi sul frontespizio di Bacone vengono indicate come se fossero in procinto di salpare.
4 Historia ventorum (1622), prima sezione della Historia naturalis et experimentalis ad
condendam philosophiam di Bacone, pubblicata come parte terza della sua Instaurano.
128 PETER SLOTERD1JK

superfici terrestri e marine racchiuse nell’involucro di un’aria ovunque


respirabile per gli uomini. Il respiro del marinaio conquista il primo ac­
cesso alla reale globalità atmosferica - esso conduce gli europei alla M o­
dernità vera e propria, nella quale l’interdipendenza tra conditio huma-
na e atmosfera mostra la propria validità come pensiero principe di una
rottura epocale non ancora pensata sino in fondo.
Se i nuovi centri del sapere non potevano ancora essere direttamen­
te situati sulle navi, essi dovettero comunque possedere per il futuro le
qualità di una città portuale. L’esperienza diventa disponibile solo gra­
zie all’importazione, la sua ulteriore elaborazione entro il concetto sarà
una questione da filosofi: l’Illuminismo comincia sui Docks. Il vero ter­
reno su cui si svolge l’esperienza moderna è quello delle navi e non più
la “terra”, che ancora nel X X secolo il vecchio Edmund Husserl voleva
assicurarsi con una locuzione disperatamente conservatrice come Urar-
chè o Urheimat - si può parlare qui di una ricaduta nella concezione fi-
siocratica, secondo la quale tutti i valori e l’autorità derivano dall’agri­
coltura e dalle attività relative alla terra. Il tentativo di Husserl di porre
tutte le conoscenze su un universale terreno-mondo, ovvero sul “terre­
no di un’universale e passiva credenza d ’essere” , rimane sempre rinchiuso
in una predilezione per la terra ferma di tipo premodemo, non in grado
di sviluppare a sufficienza la questione del motivo per cui si debba ave­
re un fondamento5. Ciò accadeva in un’epoca in cui la marineria aveva
fornito già da tempo risposte, se non in assoluto migliori, almeno più in­
telligenti dal punto di vista pragmatico; la ragione marinara sa, infatti, che
bisogna guardarsi dall’andare a fondo; solo chi naviga in superficie ha suc­
cesso. Lo spirito nautico non ha bisogno di nessun fondamento ma di
piazze di trasbordo, di partner all’estero, di relazioni portuali ispirate, di
obiettivi lontani e di una dose di energie criminali civilmente create.
Dal punto di vista della forma, una filosofia che volesse obbedire
alla sua vocazione di formulare il concetto universale della Modernità
dovrebbe certamente costituirsi come facoltà natante o, quantomeno,
come autorità portuale della vecchia Europa. La miseria della filosofia
continentale e in particolare di quella tedesca è consistita nel fatto che
è rimasta legata sino al X X secolo all’atmosfera e alla morale di picco­
le città di provincia, nelle quali gli studi filosofici non potevano che es­
sere la prosecuzione della formazione del basso clero con altri mezzi.
Anche i sogni tubinghesi dell’antico Egeo, che certamente costitui­

5 Husserl 1939, p. 28. In un testo postumo di Husserl del 1934 -Ricerche fondamentali sul­
l’originefenomenologica della spazialità della natura - si trova una frase indicativa: “L 'urarchè ter­
ra non si muove”.
TRA FONDAMENTI E ASSICURAZIONI 129

scono il meglio cui l’intelligenza tedesca sia mai giunta, non riusciro­
no a schiudere al pensiero idealistico l’accesso al mare.
Johann Gottfried Herder nel suo giovanile e ardito diario di viag­
gio ha espresso nel modo più preciso l’esilio in provincia cui è vinco­
lato sin dai suoi esordi il pensiero tedesco: “Sulla terra si è attaccati ad
un punto morto e chiusi nell’angusto cerchio di una situazione” . Egli
tentò di opporre a questa claustrofobia che passava per filosofia il sal­
to in un altro elemento:

Oh anima, come sarai quanto te ne andrai da questo mondo? L’angusto,


fermo e limitato punto centrale è svanito, tu voli nell’aria o galleggi su qual­
che mare - il mondo scompare per te (...). Che nuovo modo di pensare!
(Herder 1846, p. 30).

Si potrebbero leggere queste parole come se l’animo tedesco avesse


potuto vedere solo nella morte la sua unica chance di globalizzazione.
Tuttavia, la dimensione marittima del moderno formato del mondo
venne notoriamente sottovalutata dalla maggior parte delle capitali e del­
le residenze principesche continentali, si tratti di Vienna, Berlino, Dresda
o Weimar. Le filosofie continentali si posero sostanzialmente al servizio
preventivo di una controrivoluzione di terra che rifiutava istintivamente
di accettare la nuova situazione del mondo. In generale si voleva conti­
nuare ad avere presa sul tutto partendo da un sicuro territorio nazionale
e trincerarsi dietro un solido fondamento per difendersi dalle pretese del­
la mobilità nautica. Addirittura a Immanuel Kant, che lasciava intendere
di avere ripetuto la rivoluzione copernicana sul piano del pensiero poi­
ché aveva elevato il soggetto a sede di tutte le rappresentazioni, non fu mai
del tutto chiaro che quel che contava non era tanto la rivoluzione coper­
nicana quanto quella di Magellano. Come tutti gli spiriti di terra del pas­
sato Kant, per quanto cittadino di una città portuale, rimase vincolato a
una disposizione stanziale. A che pro far ruotare le apparenze intorno al­
l’intelletto se questo, per parte sua, non vuole circumnavigare il mondo?
Con il persistere ostinato dell’obbligo di residenza per il detentore del co­
gito, Kant non fu in grado di delineare i tratti fondamentali di un mondo
fatto di fluttuazioni. Nella Critica della ragion pura il noto passaggio qua­
si lirico dell’isola dell’intelletto puro, il “territorio della verità” che si con­
trappone a quell’oceano “in cui ha la sua sede più propria la parvenza”,
“dove innumerevoli banchi di nebbia (...) creano ad ogni istante l’illusione
di nuove terre” svela molto di più dei motivi difensivi dell’attività del pen­
siero moderno in stile tedesco di quanto l’autore avesse intenzione di am­
mettere: il passo si pronuncia in favore di un giuramento anti-marittimo,
130 PETER SLOTERDIJK

al cospetto dell’intera facoltà riunita, un giuramento con cui la ratio si vin­


cola ai punti di vista radicati in un’autoaffermazione regionale e ancora­
ta alla terra. Questo oceano viene attraversato una sola volta e con disgusto,
altresì detto punto di vista critico, allo scopo di sincerarsi del fatto che lì
non c’è semplicemente nulla da cavar fuori per gli interessi della ragione
(Kant 1787, p. 264). Perciò nel 1788 lo stesso autore potè pubblicare una
Critica della ragion pratica, da cui non si poteva imparare assolutamente
nulla per la questione più pratica della sua epoca, la navigazione - e co­
me avrebbe potuto essere altrimenti, se le massime dell’agire dei capita­
ni in alto mare non potevano assolutamente fungere da criterio per una
legislazione universale?
Men che mai potè far prendere alle cose una piega migliore la di­
fesa che Heidegger fece della provincia - una difesa che intendeva af­
fermare che Berlino non è nulla per colui che, come un oracolo in una
grotta, presta la propria voce alla verità, e ciò quattrocentocinquant’anni
dopo Colombo e centocinquanta dopo Kant. Anch’egli concepiva la ve­
rità come una funzione ctonia - con revocabile origine dalla terra, dal­
la montagna e dalla caverna - e concedeva a ciò che viene da molto lon­
tano un significato temporale ma non spaziale. Il pensiero del Tutto fu
decisamente l’ultimo a salire sulla nave.
Il 3 aprile 1787 a Palermo Goethe annotava nel diario del suo Viag­
gio in Italia:

Se uno non si è mai visto circondato tutto all’intorno dal mare, egli non
può avere una giusta idea del mondo e della propria relazione con esso
(Goethe 1816, p. 341).

G li eruditi europei, quasi tutti mantenuti (e sottomessi) a Stati e


signori territoriali, preferivano nella maggioranza dei casi vedersi cir­
condati dalle mura delle scuole, dalle pareti delle biblioteche e, in
ogni caso, da sfondi cittadini - anche l’omaggio apparentemente
deciso di H egel al mare come elemento naturale dell’industria che
unisce i popoli nel famoso paragrafo 247 della Filosofia del diritto -
“il mezzo più grande” , “il più grande strumento educativo” - non
è, in fin dei conti, che un appunto amministrativo e non acquista al­
cun significato per la cultura dei concetti dei filosofi che abitualmente
stanno assisi in cattedra, senza vagare per il m ondo6. D ire la verità

6 Questo paragrafo è famoso non da ultimo perché vi fece riferimento Cari Schmitt per fon­
dare le sue dottrine geopolitiche: come il marxismo, secondo l’interpretazione di Schmitt, non
era stato altro che lo sviluppo cosmo-storico dei precedenti paragrafi 243-246 della Filosofia
TRA FONDAMENTI E ASSICURAZIONI 131

continua a rimanere un’attività che viene svolta sedendo su fonda­


menti di terra ferma. Rom anus sedendo vincit (Varrone)7.
Unica eccezione, il solitario Schopenhauer riuscì, lontano dalle uni­
versità e dalle Chiese territoriali, ad aprirsi un varco verso un pensiero che
poneva al suo inizio un fondamento fluido: la sua volontà è la prima ma­
nifestazione di un oceano dei filosofi - su di esso naviga il soggetto a bor­
do del guscio di noce del principium individuationis, protetto dalle illu­
sioni salvifiche di spazio, tempo e io. A questa scoperta si rifanno Nietz­
sche e i vitalisti che dichiarano che il vero compito di una “filosofia del­
l’avvenire” è rifluidificare i soggetti irrigiditi. Nei loro scritti si annuncia
una nuova definizione del pensiero del soggetto coniata in mare aperto.
Tuttavia, non fu un filosofo, bensì un romanziere, colui cui riuscì
la formulazione dell’autentico concetto dell’ambizione del soggetto nel­
l’epoca della mobilizzazione - Ju les Verne, che aveva trovato la for­
mula epocale nel motto del suo capitano Nemo: M OBILIS IN M OBILI. Il
suo-motto “mobile nel m obile” spiega con chiarezza e universalità in­
superabili che cosa deve e che cosa può la soggettività modernizzata.
Il senso della grande flessibilizzazione è il potere di navigare entro la
totalità di tutti i luoghi e di tutti gli oggetti raggiungibili, senza poter
essere identificati dagli strumenti empirici degli altri. Realizzarsi co­
me soggetto entro l’elemento fluido: assoluta libertà d ’impresa, com­
piuta an-archia8. Comunque Schopenhauer era già arrivato vicino a
questa formulazione quando dichiarava nella sua opera maggiore:

del diritto di Hegel, così lo schmittismo avrebbe dovuto mettere in opera il corrispondente svi­
luppo del paragrafo 247. Il motivo per cui ciò restò una vana pretesa risiede sia nell’insufficienza
dei contributi hegeliani all’oceanologia politica sia nel fatto che il teorema fondamentale della
geopolitica schmittiana, il dogma del ruolo costitutivo per il potere del dominio della terra, del
mare, dell’aria e del fuoco a causa della sua elementare limitatezza teorica mancò la dimensio­
ne decisiva di una moderna dottrina del potere, cioè la dimensione teorico-mediatica.
7 “Il romano vince da seduto” . Principio fondamentale dell’epoca agro-metafisico im­
periale del mondo. È questa l’epoca in cui gli ordini, l’amministrazione, lo sfruttamento del­
le risorse hanno la precedenza rispetto ai flussi, alla circolazione, agli investimenti. Bisogna
ammettere che nel x v n e XVIII secolo, finché gli Stati territoriali aspiravano alla loro moder­
nizzazione, avevano ancora a che fare con lavori concernenti la propria strutturazione inter­
na; la costruzione di “infrastrutture” e dei mercati nazionali per lo scambio di beni e infor­
mazioni (canali, strade, ponti, catasti, case editrici, poste, telecomunicazioni, standard per
pesi e misure, ortografia, grammatica, sistemi scolastici, bancari e giudiziari, monete, tasse,
statistica, ecc.) assorbiva la maggior parte delle energie statali e faceva passare in secondo pia­
no i problemi dei collegamenti mondiali con l’esterno. Ciò si riflette pressoché in tutti i di­
scorsi filosofici, che si trovano imprigionati in un orizzonte terrestre, “fisiocratico”, orienta­
to verso i beni immobili e, in fin dei conti, agrosofico.
8 “Essere liberi significa calcolare ogni movimento della concorrenza ed essere contem­
poraneamente del tutto inaccessibili a questo tipo di prevedibilità” (Eagleton 1990).
132 PETER SLOTERDIJK

“Ciò che tutto conosce, senza essere conosciuto da alcuno è il sogget­


to ” (Schopenhauer 1819, p. 33).
E stato il contemporaneo di Schopenhauer Ralph Waldo Emerson
colui che ha introdotto con la prima serie dei suoi Essay del 1841
all’“‘evasione americana” e alla riformulazione nautica della filosofia —
ragione per cui Nietzsche, già al tempo delle sue letture giovanili, potè
scoprire in lui un’anima gemella (West 1989). Nelle sue opere ricom­
parivano in una traduzione transatlantica i toni offensivi del primo pe­
riodo dello sconfinamento europeo.
Secoli prima Giordano Bruno, anch’egli uno spirito che si muove­
va di forza propria nella sua epoca, nello scritto De l ’infinito, universo
et mondi, pubblicato a Venezia nel 1583, aveva esaltato l’emancipazione
dell’animo umano dalla miseria di una “natura matrigna e poco madre”
e di un Dio avaro e limitato a un unico piccolo mondo:

Non sono fini, termini, margini, muraglia che ne defrodino e sottraggano


la infinita copia de le cose. Indi feconda è la terra et il suo mare (Bruno
1584a, p. 361)9.

Il nolano descrisse il suo ruolo come quello di un Colombo degli spa­


zi esterni, che portava in regalo agli abitanti della Terra la comprensio­
ne derivante dall’attraversamento delle sfere dell’illusione. Così come
Colombo era tornato dal viaggio attraverso l’Atlantico con la notizia di
altri lidi, Bruno voleva fare ritorno dal suo viaggio nell’infinito con il mes­
saggio dell’assenza di un confine superiore. Il mondo è esterno, illimi­
tato e mobile da tutti i lati. Questa era la principale notizia spazio-teo­
retica della Modernità bruniana, e non aveva intenzione di sembrare più
evangelica di quella di Colombo (Bruno 1584b, p. 31).
Quattro secoli più tardi il saggio americano Emerson gli risponde con
queste parole nel suo scritto spietatamente ottimistico su i Cerchi:

La nostra vita è un’iniziazione a quella verità per cui attorno ad ogni cer­
chio un altro cerchio può essere tracciato, per cui non vi è fine in natura,
ma ogni fine è un principio (...). Perché non abbiamo esterno, non abbiamo
mura che ci racchiudano, non abbiamo circonferenza. L’uomo compie la
sua vicenda, bella e definitiva, e questa crea un nuovo viso a tutte le cose,

9 Bruno ha voluto porre la sua traversata mentale dell’universo e Ijt sua entrata attraver­
so la “convessa superficie del firmamento” nello spazio infinito in estatica analogia con il viag­
gio di Colombo, avendola descritta come sconfinamento che genera euforia; cfr. Bruno
1584b, p. 31.
TRA FONDAMENTI E ASSICURAZIONI 133

l’uomo riempie il cielo. E subito nello stesso tempo da un’altra parte un


altro uomo muove la sua mano e traccia un altro cerchio attorno a quello
che ci è appena parso il confine della sfera (Emerson 1841, pp. 27,29-30).

Soltanto a partire dal tardo X IX secolo la filosofia continentale - a di­


spetto di tutte le restaurazioni fenomenologiche, neo-idealiste, neo-ar-
tostoteliche - si sarebbe diretta verso il collasso delle roccaforti assolu-
tistico-territoriali dell’evidenza, che poteva venire rimandato ma non evi­
tato. Con un ritardo di più di un secolo, alcuni professori tedeschi si so­
no addirittura azzardati a dirsi disposti ad affrontare la questione, se gli
strumenti concettuali dell’idealismo fossero ancora idonei all’elabora­
zione intellettuale delle condizioni reali della globalizzazione. Nel pe­
riodo più recente anch’essi si sono orientati, a loro vantaggio, maggior­
mente verso la dottrina britannica del common sense, a partire dalla qua­
le risulta più facile il passaggio dal vecchio standard dell’inconcussum
alla cultura globalizzata della probabilità - o per lo meno da questa pro­
spettiva l’avvicinamento teorico a un universo fatto di fluttuazioni ap­
pare meno doloroso. Ciò implicava naturalmente la conversione della
via “cattolica” , che associava la povertà a un guadagno in sicurezza, ad
uno stile di vita “protestante” di tipo calvinista, capace di mettere in re­
lazione in modo stimolante benessere e rischio (Fukuyama 1989, p. 7).
Fu Friedrich Nietzsche che per primo, nelle vesti di critico del risenti­
mento metafisico, giunse alla formulazione di un concetto secondo il
quale il pensiero filosofico dopo Zarathustra dovesse divenire qualco­
sa di completamente diverso da una ragionevole e composta resistenza
accompagnata da una sbirciatina aH’interno della sfera divina.
Sul mercato delle tecniche moderne di immunizzazione si sono im­
poste su tutta la linea le assicurazioni con i relativi concetti e le loro pro­
cedure, di contro alle tecniche di certezza filosofiche. L a logica del ri­
schio controllato è risultata più economica e praticabile rispetto alla fon­
dazione filosofica ultima. Di fronte a questa alternativa, la maggioran­
za delle società moderne ha saputo decidere in modo piuttosto chiaro.
Assicurazione batte evidenza - in questa frase è contenuto il destino
di tutte le filosofie nel mondo della tecnica.
L’unico paese a non aver intrapreso la strada dello Stato sociale e
assistenziale sono gli Stati Uniti d ’America, con l’effetto che in essi la
religione, intesa nel senso più generale di “disposizione fondamentali­
sta” , ha conservato un significato piuttosto atipico per la Modernità -
essi si sono opposti tanto aH’Illuminismo che dissolve la religione,
quanto a tutti i tentativi di togliere dalle mani dei cittadini le loro ar­
mi da fuoco; per loro immunità e sicurezza restano in prima istanza co­
134 PETER SLOTERDIJK

strutti che si compiono entro l’immaginario dei singoli (per un motivo


simile Hollywood mantiene in vita la figura dell’eroe a dispetto del suo
incontestabile carattere premoderno; l’eroe continua a essere utilizza­
to là dove la statalità non domina la perdurante natura selvaggia della
morale) (Groys 1997). Ovunque, altrimenti, là dove la supremazia del
pensiero assicurativo si è affermata, si compie la trasformazione della
moralità caratteristica delle “società” della noia postmoderne: in esse
le situazioni a cui è stata tolta la sicura sono rare - di conseguenza si
può godere di ogni inconveniente come di un’eccezione, 1’“evento” si
carica di significato positivo, la richiesta di esperienze della differenza
invade i mercati. Soltanto le “società” compiutamente assicurate han­
no potuto dare avvio a quest’estetizzazione delle incertezze e dell’a-
bissalità che costituisce il criterio delle forme di vita postmoderne e del­
le loro filosofie (Gamm 1994).
Lo spirito dell’assicurazione, però, ha fatto perdere alle cosiddette “so­
cietà” del rischio la disponibilità proprio a quel comportamento da cui
prendono il nome: una “società” del rischio è quella in cui de facto è proi­
bito tutto ciò che è realmente rischioso, ovvero ciò che non viene coperto
in caso di sinistro. Fa parte dell’ironia della situazione moderna che si
sia dovuto vietare retroattivamente tutto ciò che era stato osato per giun­
gere alla sua realizzazione. Ne consegue che la posthistorie rappresenta
solo apparentemente una filosofia della storia: in verità essa è invece un
concetto tecnico-assicurativo. Sono post-storiche le situazioni in cui so­
no illeciti gli atti storici (la fondazione di una religione, le crociate, le ri­
voluzioni, le guerre di liberazione, le lotte di classe con tutte le correla­
te promesse) a causa del loro rischio non assicurabile.
Capitolo diciassettesimo
Spedizione e verità

I secoli seguenti alla prima ondata di navigatori avventurieri o b ­


bedivano in modo conseguente in primo luogo all’impulso di rendere
sicuro l’Esterno per i traffici degli europei. Sia per mezzo di assicu­
razioni im prenditoriali, sia per mezzo di scienze filosofiche della
fondazione ultima. A questo scopo le scienze empiriche europee
hanno fornito il loro contributo. Con la crescente routinizzazione e
ottimizzazione della tecnica navale anche il viaggio reale per mare
perse in gran parte il suo effetto di suscitare l’estasi e, con la ridu­
zione del momento avventuroso a rischi residuali, si avvicinò al traf­
fico routinario - ovvero al gioco di banali viaggi di andata e ritorno,
anche se con un numero di avarie comunque del tutto inaccettabile
per un fruitore di servizi di trasporto del X X secolo. Ci limiteremo a
osservare che la perfetta simmetria tra il viaggio di andata e quello
di ritorno è possibile solo sulla terra ferma (la quale definisce il per­
fetto concetto di traffico). Solo con la realizzazione del traffico su ro­
taia venne realizzata l’utopia del pieno controllo su movimenti re­
versibili; a questo ideale tende anche il traffico aereo moderno, quan­
do dispiega le ali su rotte di traffico aereo esattamente definite. Non
di meno il prim ato del viaggio di andata rimane il tratto distintivo
delle traversate per mare dei tempi eroici delle spedizioni di scoperta
e commercio.

Quel che caratterizza l’estroversione degli europei è che le loro


partenze decisive sono sempre circonfuse da un’atmosfera di esodo, an­
che quando non ci sono padri pellegrini tesi a ripetere sull’Atlantico
l’esodo dall’Egitto (Walzer 1985). L a Modernità non manca certo di vo­
lontari per il ruolo di eletto popolo migratore. Le terre promesse p o s­
sono essere proiettate senza sforzo su tutti i luoghi del mondo.
136 PETER SLOTERDIJK

Il viaggio di esplorazione, che dà il nome alla sua epoca, costituisce


così la forma epistemologica di un milieu dell’avventura che si atteg­
gia a servitore della verità. Se il primato del viaggio di andata viene di­
chiarato programmaticamente, allora i viaggi in terre lontane si pre­
sentano sotto forma di spedizioni. In essi la penetrazione in ciò che è
sconosciuto non è semplicemente un sottoprodotto dell’azione mer­
cantile, missionaria o militare, ma viene praticata con intenzione diretta.
Più ci avviciniamo al cuore dei movimenti tipici della Modernità, più
diviene evidente il carattere di spedizione dei viaggi verso l’Esterno. An­
che se numerose scoperte vanno attribuite al capitano Nessuno e al­
l’ammiraglio Azzardo, tuttavia l’essenza dell’epoca delle scoperte ri­
mane determinata dalla forma imprenditoriale della spedizione - si tro­
va perché si cerca e si cerca perché si sa dove si potrebbe trovare. F i­
no al X IX secolo era impossibile per gli europei soggiornare “all’Ester­
n o” senza trovarsi, almeno in apparenza, in spedizione.
La spedizione è la forma routinaria dell’uso imprenditoriale del
cercare e del trovare. Ciò nonostante il movimento fondamentale del­
la globalizzazione reale non è semplicemente un caso particolare di
espansione spaziale; appartiene al fondamentale processo della storia
moderna della verità. L’espansione non avrebbe potuto compiersi se
non fosse stata delineata dal punto di vista della tecnica di verità, e quin­
di della tecnica tout court, come rivelazione di ciò che fino ad allora era
rimasto celato. Questo aveva in mente Heidegger quando nel suo sag­
gio del 1938, straordinario per intensità e impeto, Lepoca dell’imma­
gine del mondo, credeva di poter riconoscere il movimento fonda-
mentale dell’età moderna nella conquista del mondo come immagine.

Quando il mondo diviene immagine, l’ente nel suo insieme è assunto co­
me ciò in cui l’uomo si orienta, e quindi cerne ciò che egli vuol portare in­
nanzi a sé e avere innanzi a sé; e quindi, in un senso decisivo, come ciò che
vuol porre innanzi a sé, rappresentarsi. Immagine del mondo, in senso es­
senziale, significa quindi non una raffigurazione del mondo, ma il mondo
concepito come immagine. L’ente nel suo insieme è perciò visto in modo
tale che diviene ente soltanto in quanto è posto dall’uomo che rappresen­
ta e produce. Il sorgere di qualcosa come l’immagine del mondo fa tutt’u-
no con una decisione essenziale intorno all’ente nel suo insieme. L’essere
dell’ente è cercato e rintracciato nell’essere-rappresentato dell’ente. (...)
Non è che l’immagine del mondo da medievale che era diventa moderna;
ma è il costituirsi del mondo a immagine di ciò che distingue e caratteriz­
za il Mondo Moderno. (...) Nessuna meraviglia quindi se solo là dove il
mondo è divenuto immagine si impone l’umanesimo. (...) Esso designa ogni
dottrina filosofica dell’uomo che spieghi e valuti l’ente nel suo insieme a
SPEDIZIONE E VERITÀ 137

partire dall’uomo e in vista dell’uomo (...). La novità concerne il mondo


nel senso che si è fatto immagine (Heidegger 1936, pp. 87-89, 93, 98).

La parola chiave dell’epoca, “scoperte” - un plurale che nei fatti in­


dica un processo singolare, l’iper-evento autenticamente storico della
circumnavigazione e del rilevamento della Terra - si riferisce all’insie­
me delle pratiche attraverso le quali l’ignoto si trasforma in noto, l’ir-
rappresentato in rappresentato. In rapporto alla Terra per gran parte
non ancora visitata, non rappresentata in immagini, non descritta e non
sfruttata, ciò significa che dovevano essere individuati mezzi e proce­
dure per fornirne un’immagine complessiva e dettagliata. L’“epoca
delle scoperte” comprende quindi le campagne di globalizzazione ter­
restre condotte dai pionieri che volevano mettere delle immagini al po­
sto di quelle che sino ad allora erano non-immagini, che volevano so­
stituire le chimere con “registrazioni”. Perciò tutte le prese di terre, ma­
ri e mondo avevano inizio con la ripresa di immagini. Con ciascuna di
queste immagini, che gli esploratori portavano a casa, l’esteriorità di ciò
che sta fuori veniva negata e ricondotta a un’unità di misura soddisfa­
cente o sopportabile per l’europeo medio. Nello stesso tempo il sog­
getto ricercante si poneva di fronte alle immagini riportate e si ritirava
al margine del mondo-immagine - tutto vedendo senza essere visto, tut­
to registrando, rimanendo egli stesso, però, nascosto dietro un anoni­
mo “punto di vista prospettico”.
Perciò la Modernità, seguendo la linea di Heidegger, è anche un’e­
poca della “verità” - un’era della storia della verità che si caratteriz­
za per un determinato stile nella produzione di evidenza [Offenkun­
digkeitl] . L a verità non viene ora definitivamente più intesa come ciò
che si mostra a partire da se stessa, nel senso della physis greca (come
il “germogliare della semente dell’apparire” ) oppure nel senso della
rivelazione cristiana, per la quale il Dio infinitamente trascendente sve­
la attraverso la grazia ciò che per gli strumenti umani della conoscen­
za, lasciati a se stessi, sarebbe stato impossibile scoprire. Queste pre­
comprensioni antiche e medievali della verità scompaiono nell’epoca
della ricerca, poiché tanto Luna quanto l’altra concepiscono la verità
come qualcosa che, prima di qualsiasi intervento umano, si auto-pa-
lesa nel senso pieno di quella alétheia greca che significava all’incirca
“annuncio non celato” - un progetto cui Heidegger tese per tutta la
vita con atteggiamento di ricettività liturgica. Con l’avvento della M o­
dernità la verità stessa sembra essere passata all’epoca della sua rile-
vabilità artificiale. D ’ora in avanti ci può e ci deve essere ricerca co­
me furto organizzato ai danni del nascondimento. Non si poteva in­
138 PETER SLOTEKDIJK

tendere altrimenti il fatto che il Rinascimento venisse presentato co­


me epoca della “scoperta del mondo e dell’uom o” .
“Scoperte” è in prima istanza un termine sommario per metodi di
rilevamento di tipo geotecnico, idrotecnico, etnotecnico e biotecnico
- per quanto essi appaiano dapprincipio rudimentali e casuali. Q uan­
do in una lettera il re spagnolo ordina al suo emissario Colombo di por­
targli dal Nuovo Mondo quanti più esemplari possibile di specie sco­
nosciute di uccelli, sono già in gioco l’impulso tecnico e il piglio rile­
vatore, nascosti dietro la maschera di un vezzo reale. Al termine di que­
sta storia di accesso apriranno i battenti i parchi botanici e zoologici e
faranno rientrare nella moderna arte dell’esposizione tanto il “ regno”
animale quanto il “regno” vegetale (kingdom ofanim als, kingdom o f
plants). Q uando i navigatori dotti come l’Abbé Incarnile portano dal­
l’Asia e dai mari del Sud nei giardini degli europei le fanerogame, a ciò
prende parte sicuramente il momento tecnico, l’attitudine del coltiva­
tore e del trapiantatore. Ci si è resi conto troppo di rado di quanto la
migrazione pilotata di piante abbia determinato e reso possibili le for­
me moderne di vita (Hobhouse 1985; Mintz 1985; Crosby 1986)1. A d­
dirittura, ciò che spesso nella storia del processo si presenta come pu ­
ra confusione avventurosa e improvvisazione caotica - l’attraversa­
mento di gran carriera del mare aperto, la precipitosa rilevazione di nuo­
ve coste e nuove terre così come l’identificazione di nuovi popoli - è
per sua stessa essenza già un procedimento tecnico. Per tutti questi ge­
sti vale senza restrizioni il detto di Heidegger “la tecnica è un modo del
disvelamento” .

1 Sul ruolo delle serre nel trasferimento delle piante cfr. Sloterdijk 2004, pp. 338 sg.
Capitolo diciottesimo
I segni degli scopritori. L a cartografia e la m agia im periale dei
nom i

Se la ricerca è l’eliminazione organizzata del nascondimento, non


c’è processo nella storia dell’espansione dei saperi umani che non cor­
risponda a questa caratteristica in modo più drammatico e completo
della globalizzazione della Terra a opera delle scoperte tra il XVI e il X IX
secolo. A proposito di questa cruda avventura, Hans Freyer, filosofo
della cultura attivamente mobilitato nell’estrema destra prima e poi
quietamente insediatosi in un confortevole conservatorismo, ha potu­
to dire non del tutto a torto:

Chiedersi se la tecnica con la quale si è partiti fosse moderna o primitiva, suf­


ficiente o insufficiente è una domanda sbagliata. Ogni tecnica è la struttura
di una volontà sino al punto in cui questa può attaccare (Freyer 1954, p. 480)1.

Gli aspetti tecnici della modalità dei primi viaggi degli scopritori di­
viene lampante se si cerca di rispondere alla domanda di quale sia il mo­
do in cui tali imprese hanno assolto a quel compito, tipico dell’età mo­
derna, che consisteva nel produrre immagini dello spazio percorso. Già
ai tempi delle prime spedizioni i capitani e gli scienziati, i disegnatori,
gli scrittori e gli astronomi che erano a bordo non avevano dubbi che
la loro missione fosse quella di raccogliere e riferire segni probanti di
ciò che avevano trovato, e ciò non solo sotto forma di merce, di cam­
pioni o di bottino ma anche di documenti, carte e contratti. L’attraver­
samento di acque ignote può assumere il valore di una prestazione cer­

1 Questo punto preciso in cui attaccare è, però, e Freyer implicitamente lo sa, la carat­
teristica dell’agire storico per eccellenza ed è evidente che, da una prospettiva post-storica,
non lo si consentirebbe (perché primitivo, avventuroso, insufficiente, non assicurabile). La
“domanda sbagliata” è dovuta dunque al fatto che si proiettano normativamente delle cate­
gorie della post-storia (epoca delle assicurazioni) sulla storia (epoca pre-assicurativa).
140 PETER SLOTERDIJK

ta solo a partire dal momento in cui a un avvistamento fa seguito un’e­


splorazione, a un’osservazione la redazione di un verbale, a una presa
di possesso una registrazione sulla carta geografica. La scoperta di una
grandezza sconosciuta - un continente, un’isola, un popolo, un vegeta­
le, un animale, una baia, una corrente marina - presuppone che vengano
resi disponibili i mezzi per la ripetizione del primo rinvenimento. Ciò
che viene scoperto, se deve diventare sicura proprietà del padrone del­
la conoscenza, non deve perciò mai più ricadere nel nascondimento, nel­
l’oblio precedente al quale è stato sottratto. Perciò della fattispecie sco­
perta fanno necessariamente parte tutti gli strumenti di rilevamento
che garantiscono che non ricada nuovamente un velo su ciò che è sta­
to scoperto. Di conseguenza, quando gli europei del Rinascimento par­
lano di scoperta - découverte, descubrimiento, discovery - intendono tan­
to l’episodio del ritrovamento quanto la cosa trovata, ma soprattutto gli
strumenti che la rendano e la mantengano nota.
Per la maggior parte delle scoperte moderne nelle zone aperte del mon­
do solo la lontananza spaziale aveva giocato il ruolo di velo nasconditore.
Con il superamento del problema della distanza, tanto grazie ai nuovi mez­
zi di trasporto quanto grazie allo stabilirsi di una rete di traffico che si esten­
de attraverso gli oceani, sono state poste le premesse perché il velo fosse
definitivamente eliminato. Non è una casualità se nella storia della lingua
fino al XVI secolo la parola “scoprire” non indicasse altro che l’elimina­
zione di un involucro che circonda l’oggetto, quindi il denudamento di
ciò che è conosciuto e che abbia assunto soltanto in seguito il significato
di reperimento di un oggetto sconosciuto. E il traffico a fare da mediato­
re tra il primo e il secondo significato, quel traffico che mette a nudo ciò
che è lontano e libera l’ignoto da ogni guscio protettivo. In questa pro­
spettiva si può dire che l’essenza del traffico che scopre è il dis-allonta-
namento [Entfernung] del mondo. Globalizzazione qui non significa al­
tro che avere accesso agli strumenti tecnici che eliminano la distanza.
Ove si accumulano i successi di queste imprese, ciò che è scono­
sciuto può cominciare a diventare una risorsa scarsa. Se intorno al
1600 neppure la metà della Terra era nota a grandi linee agli europei,
intorno al 1800 ne erano stati resi accessibili già i quattro q u in ti. Fa
parte delgli effetti atmosferici dell’Uluminismo che alla fine del xx se­
colo le riserve di segreti della Terra venissero percepite ormai come in
via di esaurimento. Con ciò raggiunge pragmaticamente il suo scopo
la tesi di Colombo secondo la quale il pianeta navigabile sarebbe “pic­
colo”. Se da principio il mondo scoperto sembrava crescere fino al­
l’incommensurabile, esso si riduce con la fine dell’epoca delle esplo­
razioni europee a una piccola palla, a un punto.
I SEGNI DEGLI SCOPRITORI 141

Che la scoperta miri alla registrazione, conferisce alla cartografia la


sua funzione storico-universale. Le carte sono lo strumento universa­
le per mettere al sicuro ciò che è stato scoperto, nella misura in cui ciò
viene inserito nel “m appam ondo” e risulta disponibile sotto forma di
scoperta permanentemente assicurata. Per un’intera età del mondo
sono - insieme al planisfero - due “m appe” bidimensionali, le carte geo­
grafiche e le carte nautiche, a fornirci il principale artefatto per loca­
lizzare ciascun punto nello spazio locale della “Terra” , dalla quale era
stato sollevato ü velo della non-conoscenza. Non a caso nel linguaggio
del mestiere le carte vengono “registrate” e i dati “ rivelati” ; lever une
carte - in questo modo si rende portatile il sapere. Il primato delle car­
te sui mappamondi è un indizio del fatto che presto la registrazione sa­
rebbe scesa nei minimi dettagli anche nei luoghi più remoti.
Mentre i mappamondi - lo strumento principe del tempo di Colom­
bo - assunsero in seguito soprattutto compiti di orientamento sommario
e rappresentativo, e in ultima istanza decorativo, alle carte che diveniva­
no via via più precise fu attribuito un significato operativo sempre mag­
giore. Erano le sole a essere all’altezza delle esigenze di descrizione par­
ticolareggiata delle terre e fungevano, all’occasione, da catasto politico.
Con i nuovi atlanti sorgono delle collezioni di carte che comprendono tut­
te le parti della Terra e tutte le aree in interessanti formati su scala ridot­
ta (una volta che la “geografia” è diventata materia scolastica, a partire dal
tardo X IX secolo, gli scolari europei vengono educati a osservare carte che
cent’anni prima venivano presentate all’attenzione solamente di principi
e ministri da parte dei loro geografi-conquistatori di ritorno in patria, co­
me se si trattasse di segreti diplomatici e vangeli di geopolitica). E parti­
colarmente indicativa della tendenza generale la creazione di planisferi -
quella particolare rappresentazione del mondo che restituiva la sfera in
forma di superficie, sia come le prime mappe a forma di cuore sia come
esposizione completa di continenti e oceani svolta cartograficamente - co­
me la si vede oggi negli sfondi degli studi dei telegiornali - o nel classico
doppio emisfero, con il Vecchio Mondo tolemaico costituito essenzial­
mente di terre nel cerchio destro e il Nuovo Mondo delle Americhe e del
Pacifico, dominato dall’acqua, in quello sinistro.
L’irresistibile tendenza verso la carta ripete per i mezzi di rappresen­
tazione della globalizzazione il processo di conquista del mondo come
immagine sottolineato da Heidegger. Se i planisferi mettono in secondo
piano i mappamondi, se lo stesso Atlante non si presenta più come co­
lui che regge il globo, bensì è disponibile come libro rilegato di carte -
questa trasposizione è stata causata dalla più importante raccolta di car­
te della Modernità, la Gerardi M arcatoris A tlas sive cosmographicae me-
142 PETER SLOTERDIJK

diationes de fabbrica mundi etfabbrica figura (Amsterdam 1608-1609) (cfr.


Latour 2004) -, allora il medium bidimensionale trionfa su quello tridi­
mensionale e ipso facto l’immagine trionfa sul corpo. Perciò i semiologi
del X X secolo hanno tutte le ragioni di ricordare che la carta geografica
non è la Terra stessa - questo avvertimento anticipa il “ritorno dello spa­
zio” , di cui ha iniziato a parlare il pensiero stanco di storia della fine del
X X secolo (cfr. infra, p. 243); per ragioni analoghe con il passaggio al XXI
secolo le arti surclassate dal modo di leggere le carte e dalla modalità di
calcolo geopolitica hanno potuto proporsi per una riscoperta (Schlögel
2003). I planisferi - ovvero letteralmente, le sfere piatte - sia di nome che
di fatto volevano eliminare il ricordo della terza dimensione, la profon­
dità spaziale, che sfuggiva al dominio della rappresentazione. Chi ridu­
ce la profondità mette mano al reale. Ciò che ha da dire la storia dell’arte
sul problema della prospettiva nella pittura del Rinascimento sfiora ap­
pena la superficie della guerra mondiale per il dominio della terza di­
mensione. Laddove si riesce a relegare su carta le sfere e a simulare una
profondità sullo schermo, ecco aprirsi infinite nuove possibilità per la con­
quista del mondo come immagine. L’imperialismo è planimetria appli­
cata, l’arte di restituire le sfere su una superficie piana e i mondi in ta­
belle. Il signore definisce l’unità di misura. Sovrano è colui che decide
dell’operazione di appiattimento. Si può conquistare solo ciò che si può
ridurre con successo a una dimensione.
La conquista della Terra resa possibile dai viaggi per mare e dalla car­
tografia precede l’insorgere del sistema-mondo. Cari Schmitt, a cui pia­
ceva presentarsi come l’ultimo dei legittimisti del dominio dell’Europa
sul mondo, nel suo studio II Nomos della terra arrivò a sostenere che l’e­
spansione degli europei non poteva che appellarsi al titolo giuridico che
la scoperta poteva fornire loro. Su di essi poggiava la finzione giuridica
del “diritto di scoperta” , così come la finzione giuridica di un “diritto
alla comunicazione” (quello ju s communicationis che Francisco de Vi­
to ria aveva difeso nella sua famosa Relectio de Indis). Solo come sco­
pritori e ritrovatori di coste e culture sconosciute gli europei sono di­
venuti in grado di disporre della gran parte della Terra in qualità di le­
gittim i signori; e soltanto la loro disponibilità a essere signori di qual­
cosa li avrebbe addestrati a mostrarsi all’altezza della responsabilità che
ricadeva su di loro, in virtù del loro interesse sovrano per il mondo in
tutta la sua grandezza. La responsabilità dello scopritore si manifesta se­
condo Schmitt in primo luogo nel dovere di reclamare per i signori eu­
ropei, di regola per i mandanti reali, il nuovo territorio per mezzo di ge­
sti formali. Alla cerimonia giuridica di queste rivendicazioni apparte­
nevano, oltre all’erezione di croci, steli, padràos, bandiere ed emblemi
I SEGNI DEGLI SCOPRITORI 143

dinastici, la registrazione nelle carte e la denominazione delle terre (Sch­


mitt 1950, pp. 141-160). Dal punto di vista europeo queste potevano
rientrare de iure sotto l’egida dei nuovi signori una volta che erano sta­
te localizzate, disegnate, delimitate e dotate di nome.
Di fatto l’unità di avvistamento, approdo, presa di possesso, deno­
minazione, cartografizzazionie e certificazione costituisce l’atto legal­
mente compiuto e gravido di conseguenze di una scoperta2. A questo
fa seguito, secondo Schmitt, la vera e propria subordinazione di un pae­
se alla sovranità di diritto dell’occupante-scopritore. Questi dona a
coloro che vengono scoperti i frutti del loro essere scoperti, e soprat­
tutto il privilegio di essere protetti e governati da questo signore e da
nessun altro - una prerogativa che nello stesso tempo avrebbe dovuto
coprire i rischi dello sfruttamento per mezzo di una sovranità lontana.
Dal punto di vista del diritto di proprietà la scoperta come sostan­
ziale “ritrovamento” di cose apparentemente o realmente prive di un
signore non avrebbe potuto consolidarsi come m odo di procedere pe­
culiare della presa di possesso se in questo atto non fossero confluiti
alcuni motivi del diritto naturale dei marinai. L’antica e veneranda
equazione tra preda e scoperta - in virtù del trasferimento di un habi­
tus - rendeva gli scopritori di una nuova terra una sorta di pescatori,
cui il legittimo diritto alla proprietà del loro bottino non potesse più
essere contestato. Melville nel suo romanzo sui cacciatori di balene ri­
chiama la differenza tra “pesce legato” e “pesce libero”, una differen­
za che per i cacciatori dei mari della Modernità deve avere avuto il va­
lore di una legge ferrea, secondo la quale il pesce legato (Fast-Fish) ap­
partiene a chi “lo lega” per primo, mentre il pesce libero (Loose-Fish)
viene considerato “giusta caccia” (fair game) per chiunque riesca a
prenderlo per primo. Anche il bottino raccolto a terra rispondeva, co­
me notava Melville, a questa differenziazione:

Che cos’era l’America nel 1492 altro che un Pesce Libero, in cui Colom­
bo piantò la bandiera di Spagna allo scopo d contrassegnarla per i suoi rea­
li padroni? Che cos’era la Polonia per lo Zar? La Grecia per i Turchi? L’In­

2 Sul formalismo giuridico e la discutibilità di Colombo quale conquistatore dal punto


di vista di una teoria del discorso degli atti linguistici cfr. Greenblatt 1991. Henry Morton
Stanley, giornalista e studioso dell’Africa, ha stipulato per Leopoldo II del Belgio nel giro di
pochi anni almeno 400 “contratti” con capi tribù africani, i quali li intendevano come patti
di amicizia, mentre gli europei li consideravano atti di sottomissione e concessione di sfrut­
tamento. Un altro collezionista di “contratti” di questo tipo è stato Karl Peters, che con ol­
tre 120 “contratti” aveva posto le basi per la formazione di un’Africa orientale tedesca.
144 PETER SLOTERDIJK

dia per l’Inghilterra? Che cosa sarà un giorno il Messico per gli Stati Uni­
ti? Tutto Pesce Libero.
Che cos’altro sono i Diritti dell’Uomo e le Libertà del mondo, se non Pe­
sce Libero? (...) Che co se questo gran globo stesso altro che un Pesce Li­
bero? (...) (Melville 1851, p. 423).

E evidente che Schmitt, tanto sensibile giuridicamente quanto du­


ro moralmente, per il suo teorema sulla legittimità della dominazione
europea in virtù del titolo giuridico ottenuto grazie alla scoperta, si era
ispirato al modello che abbiamo precedentemente descritto della mis­
sione di Colombo, un modello secondo il quale chi arriva per prende­
re si presenta come il latore del bene più prezioso. Se Colombo aveva
potuto riconoscere in se stesso l’uomo che aveva portato nel Nuovo
Mondo la salvezza di Cristo, i conquistatori difesi da Schmitt avrebbero
potuto considerarsi legittimati come latori dei risultati raggiunti dagli
europei in materia di diritto e civiltà.
Ma tali fantasie di legittimazione non sono soltanto il prodotto della
tarda apologia e delle applicazioni a posteriori di una mancanza di scru­
poli giuridici. Esse sono sin dall’inizio intessute negli avvenimenti stes­
si. Il poeta Luis de Camöes, nel quarto canto de Le Lusiadi, un poema
epico sulla conquista del mondo, fa apparire in sogno al re portoghese
Emanuele il fiume Indo e il fiume Gange nelle sembianze di anziani sag­
gi che lo esortano a soggiogare i popoli dell'India - ragion per cui l’epi­
co re decise di armare una flotta per il viaggio in India sotto il comando
di Vasco da Gama. L’arte poetica moderna è poesia del successo (Slo-
terdijk 2001a, pp. 21-40). Non per niente Emanuele I, detto il Fortuna­
to, avrebbe inserito il globo nel suo stemma - un’idea che oggi viene imi­
tata da innumerevoli imprese per il logo della loro azienda e per le loro
pubblicità. Nel suo secolo questo era un privilegio che, oltre al Re Em a­
nuele, venne accordato a un unico privato cittadino - quel Sebastian del
Cano che nel 1522, dopo la morte di Magellano, aveva ricondotto in Spa­
gna la Victoria, aveva così concluso la circumnavigazione del mondo e
aveva ricevuto come ricompensa il diritto a inserire la sfera terrestre nel­
la propria insegna, accompagnata dal motto primum me circumdedistv’3

3 “Per primo mi girasti intorno” ; è interessante notare che il verbo decisivo della globa­
lizzazione, circumdare, in primo luogo significhi circondare piuttosto che girare intorno; ciò
ricorda il fatto che la Terra anche allora veniva ancora rappresentata come qualcosa che è
“circondato” e precisamente da sfere celesti delle quali, tuttavia, non si pensava di compie­
re il periplo. Una volta compiuta l'impresa, colui che girava intorno si presentò come colui
che circondava: andando alle estreme conseguenze di questa tendenza, ecco che compiere il
periplo si rivela essere un nuovo circondare; il traffico che gira intorno alla Terra viene a so­
stituirsi ai cerchi delle sfere e il soggetto mobile diviene il vero e proprio “contenente”.
I SEGNI DEGLI SCOPRITORI 145

- e a uno dei territori della corona, alla colonia reale portoghese del Bra­
sile, sulla cui bandiera si trova ancora oggi la sfera di re Emanuele.
Che già poco più tardi presso i poeti europei l’associazione tra la con­
siderazione del globo e la conquista fosse diventata un’idea fissa creatri­
ce di metafore ce lo illustrano alcune righe tratte da un poema dram­
matico giovanile di Shakespeare, The Rape ofLucrece (Lo stupro di Lu­
crezia, probabilmente del 1594) nelle quali il violentatore Lucio Tarqui-
nio osserva il corpo denudato della propria vittima immerso nel sonno:

Eburnei globi
eran gli eretti seni, d’un azzurro
cerchio segnati, mondi vergini ed invitti (...)
e nuova ambizion nutre Tarquinio
qual di feroce Usurpator (...) (Shakespeare 1594, p. 1299).

N ell’organizzazione della fantasia moderna è evidentemente suffi­


ciente che un oggetto sia rotondo, desiderabile e addormentato in no­
stra attesa perché immediatamente diventi descrivibile come un “mon­
d o” da conquistare.
Tuttavia, così come l’epos nazionale portoghese fornisce ex-post la
legittimazione eroica alla conquista di fatto, dichiarando il popolo ibe­
rico in espansione come l’eletto tra gli altri meno degni popoli cristia­
ni4, allo stesso modo nell’occupazione le carte geografiche e le carte nau­
tiche, che vengono messe a punto, fungono da prosaico strumento
giuridico e da atti notarili che certificano i rapporti di signoria e pro­
prietà con un certo grado di formalità. Cuius carta, eius regio. Chi di­
segna la carta appare come se avesse ragione dal punto di vista cultu­
rale, storico, giuridico e politico.
Tra i tratti caratteristici dell’espansione europea si annovera sin
dall’inizio un’asimmetria tra gli scopritori e gli abitanti delle terre sco­
perte. I territori d ’oltremare erano ritenuti oggetti privi di padrone si­
no a che gli occupanti-scopritori, disegnando le carte dei nuovi terri­
tori, fossero questi abitati o disabitati, non rivendicavano di essere i pro­
prietari indisturbati e incontestati. Nella maggior parte dei casi gli abi­
tanti delle terre lontane venivano ritenuti non i loro proprietari, bensì
parti del ritrovamento coloniale - più esattamente ne costituivano la fau­
na antropica che lo popolava e che vi si trovava allo stato libero, a di­

4 Non esiste una rappresentazione sinottica delle idee di elezione delle etnie, delle cul­
ture nazionalistiche e delle comunità religiose nella modernità europea; cfr. per accenni
Voegelin 1994.
146 PETER SLOTERDIJK

sposizione per la caccia o per trarne degli utili (come del resto era sta­
to di norma anche per la maggioranza delle popolazioni dei territori eu­
ropei in epoca feudale). Per il momento i cosiddetti primitivi non era­
no in grado di capire perché gli europei volessero raffigurarsi loro e i
loro territori. Laddove gli scopritori, all’incontro con gli indigeni, si ac­
corsero della propria superiorità tecnica e intellettuale - un atteggia­
mento per il quale gli imperi asiatici e islamici fornivano meno motivi
- di norma ne desunsero direttamente il loro diritto a occupare la ter­
ra e a sottometterla a sovrani europei. A proposito di avvenimenti tan­
to fatali quanto gravidi di violenza, Cari Schmitt mantenne anche a po­
steriori un atteggiamento incondizionatamente positivo:

E dunque del tutto falso dire che allo stesso modo in cui gli Spagnoli sco­
prirono gli Aztechi e gli Incas, questi ultimi avrebbero potuto scoprire l’Eu­
ropa. Agli indiani mancava la forza conoscitiva della razionalità cristiano­
europea ed è soltanto una ridicola ucronia immaginare che essi avrebbe­
ro forse potuto fare rilevamenti cartografici dell’Europa pari a quelli di cui
disponevano gli europei per l’America. La preminenza spirituale era tut­
ta dalla parte degli europei, e in maniera così evidente che il nuovo mon­
do potè semplicemente essere “preso” (...).
Le scoperte vengono fatte senza la previa autorizzazione di chi è scoper­
to. Il titolo giuridico consiste perciò in una superiore legittimità. Scoprire
può soltanto chi sul piano spirituale e storico è tanto superiore da com­
prendere con il proprio sapere e la propria coscienza la realtà scoperta. Pa­
rafrasando un detto hegeliano di Bruno Bauer: scoprire può soltanto co­
lui che conosce la propria preda meglio di quanto essa non conosca se stes­
sa e che può sottometterla avvalendosi di questa superiorità della propria
cultura e del proprio sapere (Schmitt 1950, pp. 150-151).

Le carte sono quindi - soprattutto nel periodo iniziale della storia


delle scoperte - prove dirette delle pretese di sovranità da parte delle
potenze civilizzatrici. “Un rilevamento cartografico scientifico è in ef­
fetti un autentico titolo giuridico nei confronti di una terra incognita”
(pp. 151-152). Qui è d ’obbligo notare che è la sovranità della carta che
decide dello stato di eccezione per il mondo soggetto a scoperta - ta­
le stato si verifica se colui che la trova conferisce anche un nuovo no­
me a una terra che è stata scoperta e rilevata cartograficamente e che
ha un nuovo padrone.
Sarebbe di grande valore conoscitivo per la teoria della globalizza­
zione terrestre se potessimo disporre di una storia dettagliata della po­
litica di denominazione geografica degli ultimi cinque secoli. In essa non
si rispecchierebbero solo le scene originarie della scoperta e della con­
I SEGNI DEGLI SCOPRITORI 147

quista e le battaglie tra fazioni rivali di scopritori e conquistatori. Essa


potrebbe anche rappresentare il modo in cui si è dispiegato nella storia
dei nomi del mondo il versante semantico di quel dis-allontanamento
del mondo [Welt-Ent-Fernung] che gli europei avevano istintivamente
praticato insieme alla denominazione. Solo alcune regioni culturali so­
no state in grado di imporre il proprio nome contro gli scopritori. D o ­
ve ciò è avvenuto, indica la resistenza di imperi sufficientemente potenti
contro la penetrazione esterna. Nel complesso gli europei hanno sapu­
to catturare nelle loro reti di nomi una gran parte della superficie ter­
restre, come se si trattasse di un ammasso di anonimi oggetti ritrovati,
proiettando poi le loro enciclopedie su questo mondo ancora vergine.
Gli scopritori europei srotolano The Great Map ofMankind. - l’espres­
sione si rifa a Edmund Burke - e vi appongono i nomi più svariati. Bat­
tezzare mari, correnti, fiumi, passaggi, capi, insenature, secche, isole, ar­
cipelaghi, coste, montagne, pianure e interi paesi diventa la passione de­
stinata a durare per secoli dei cartografi europei e dei loro alleati, i na­
vigatori e i commercianti. Ovunque essi facciano la loro comparsa, c’è
una pioggia di nuovi nomi su un mondo che prima sembrava muto.
Quando si battezza, però, si può sempre ribattezzare. La piccola iso­
la di Guanahani nelle Bahamas, sulle cui coste Colombo sbarcò met­
tendo piede per primo nel Nuovo Mondo, ricevette il nome di San Sal­
vador - cosa evidente sulla base delle premesse di Colombo - , un no­
me che, nello spirito dell’ideologia dei “portatori” , avrebbe dovuto rap­
presentare il meglio di quel che i conquistatori portavano con sé. I pri­
mi esploratori non mettevano mai piede a terra senza credere che gra­
zie alla loro presenza si rivelasse in quei paraggi il Dio dell’Europa.
Conformemente a questo habitus degli eventuali conquistatori buddi­
sti avrebbero dovuto chiamare l’isola di Guanahani Gautama o Bodhi-
sattva, mentre per degli invasori musulmani sarebbe stato più consi­
gliabile conferire a essa il nome del Profeta. Il pirata inglese John Wa-
tlin nel 1680 occupò ed elesse a propria base quest’isola, nel frattempo
completamente spopolata, che si continuò a chiamare Watlin’s Island fi­
no all’inizio del X X secolo, come se la vocazione naturale del corsaro fos­
se quella di rilevare l’eredità dello scopritore. Soltanto nel 1926 fu re­
stituito all’isola dei pirati il proprio nome di battesimo colombiano, non
senza qualche conflitto, giacché altre cinque isole delle Bahamas riven­
dicavano di essere la storica isola di Guanahani. L’isola che oggi si chia­
ma Cuba aveva ricevuto da Colombo il nome di Santa M aria de la Con-
cepción, per dare una sede caraibica alla Sacra Famiglia. Quella che in
seguito prese il nome di Haiti godette per un certo periodo del vantag­
gio di essere chiamata piccola Spagna, Hispaniola. Analogamente deci­
148 PETER SLOTERDIJK

ne di isole e di zone costiere si fregiarono, grazie a Colombo, di nomi


tratti dalla nomenklatura della cristianità e delle dinastie d ’Europa, la
maggior parte delle quali non ebbe una durata storica molto lunga.
A dire il vero, il continente scoperto da Colombo, l’America cen­
trale e meridionale, non deve il proprio nome a lui, come avrebbe do­
vuto essere secondo le regole del gioco della globalizzazione, bensì a
uno dei suoi rivali nella corsa per il periplo e l’esplorazione del N uo­
vo Mondo. Secondo una problematica ipotesi battesimale formulata nel
1507 dal cartografo tedesco Martin Waldseemüller, la forma femmini­
le (poiché i continenti - grembi della vita - dovevano essere femmini­
li) del nome del mercante scopritore Amerigo Vespucci rimase appic­
cicata al continente perché la sua costa orientale, secondo fonti incer­
te, intorno al 1550 sarebbe stata esplorata dal fiorentino fino alla foce
del Rio delle Amazzoni. Nel successo di questa denominazione si riflette
la capacità di affermazione di un planisfero, la cui forma è molto vici­
na a quella di un cuore, pubblicato da Waldseemüller nel 1507, che rap­
presenta anche (insieme alla carta Contarmi del 1506, apparsa sotto for­
ma di calcografia - G oss 1993, p. 73) la più antica carta stam pata con
il procedimento dell’incisione su legno. Alla sua affermazione - pare
abbia avuto una tiratura di mille esemplari, di cui se ne è conservato
soltanto uno - contribuì uno scritto di accompagnamento, ristampato
tre volte lo stesso anno della sua pubblicazione. Dello stesso periodo
è il globo di Waldseemüller, che per la denominazione della metà me­
ridionale del Nuovo M ondo avanza la stessa proposta: America. Resta
da considerare se non sia stata la forma a cuore della carta - anche se
non ancora del tutto perfezionata come le carte a cuore di Oronce Finé
e Giovanni Cimerlino (pp. 123-124,133)5 - ad aver contribuito in m o­
do decisivo al trionfo del pezzo di bravura cosmografica di Wald­
seemüller; cos’altro avrebbe potuto essere più incisivo per la fantasia
di rappresentare il mondo se non l’idea di riprodurre su un grande cuo­
re l’intero contenuto della superficie della sfera terrestre? Il fatto che
in seguito Waldseemüller abbia preso le distanze dalla sua ipotesi-Ve-
spucci non potè più arrestare la marcia trionfale del nome lanciato da
lui (e da Matthias Ringmann) (Broome 2001). Su questa base i paesi del
Nuovo Mondo si dovevano trasformare negli Stati Uniti di coloro che
erano stati denominati erroneamente.1

1 La carta di Waldseemüller sta a metà strada tra le nuove carte a cuore e le vecchie car­
te a mantello (nel cui caso i profili di terre e mari venivano proiettati su un mantello liturgi­
co, ed in particolare sul mantello deH’imperatore).
I SEGNI DEGLI SCOPRITORI 149

Il Globe Veri parigino del 1515 sembra essere stato il primo ad ave­
re esteso il nome di America anche alla parte settentrionale del doppio
continente. Tuttavia, per lungo tempo sono circolate non poche deno­
minazioni rivali per questa parte del mundus novus; ancora nel 1595 su
una carta di Michael Mercator essa appare come America sive Nova In­
dia; una carta veneziana del 1511 chiama invece il continente di Colombo
Terra sanctae crucis; su un mappamondo genovese del 1543 il continente
nord-americano resta complessivamente senza un nome, mentre quel­
lo sud-americano viene indicato senza specificazioni come Mundus No-
vus. Per secoli la parte nord-orientale dell’America settentrionale figu­
ra come Nova Francia o Terra francisca, mentre per quella occidentale
e centro-occidentale il nome che venne in mente ai battezzatori britan­
nici fu Nuova Albione. L a futura Nuova Inghilterra, cioè la costa orien­
tale nord-americana, portò invece per un certo periodo il nome di Nuo­
va Belgia, con il quale si intendeva indicare la Nuova Olanda, mentre
l’Australia nel XVII secolo si chiamava Hollandia nova.
In queste tracce sconcertanti del primo nazionalismo dei nomi si
annuncia l’epoca degli imperialismi borghesi basati sugli Stati nazio­
nali capitalizzati. Per un’intera età del mondo il prefisso “N uovo” si
rivelò il più potente modulo di creazione dei nomi, cui era in grado
di fare concorrenza solo il prefisso “Su d ” durante la corsa alla volta
della terra australis, l’ipotetico continente gigante dell’emisfero meri­
dionale. Con il battesimo di Nuove-Città (New Amsterdam), Nuovi-
Paesi (Nuova-Elvezia), di Paesi del Sud (Georgia del Sud, Nuovo
Galles del Sud), di isole con nomi di santi (San Salvador), di arcipe­
laghi con nomi di monarchi (Filippine) e di paesi dai nomi di conqui­
stadores (Bolivia, Rhodesia), gli europei godettero del privilegio di clo­
nare il loro mondo e di appropriarsi di punti lontani e sconosciuti gra­
zie al ritorno lessicale dell’identico.

Considerata la somma dei suoi effetti, non viene mai sottolineato ab­
bastanza il ruolo della cartografia nel reale avanzamento della globaliz­
zazione. Non solo le carte e le vedute pianisferiche hanno un enorme
effetto di richiamo all’inizio dell’epoca delle scoperte, ma fungono con­
temporaneamente da catasto e da certificazione per degli atti di presa
di possesso autenticati notarialmente da archivi del sapere cartografico
accumulatosi nel corso dei secoli, e anche da piani per le rotte di navi­
gazione. Su questa base rappresentano i media della memoria dell’epo­
ca delle scoperte, nei quali vengono inseriti innumerevoli nomi di eroi
del mare e di scopritori di parti sconosciute del mondo, dallo stretto di
Magellano nel sud della Patagonia alla baia di Hudson nel nord del C a­
150 PETER SLOTERDIJK

nada, dalla Tasmania nei mari del sud fino a capo Celjuskin in Siberia,
dalle cateratte di Stanley in Congo alla barriera di Ross in Antartide. P a­
rallelamente alla storia degli artisti, che si delineava nello stesso perio­
do, la storia degli scopritori si è costruita il suo Pantheon sulle carte geo­
grafiche. La gran parte delle imprese successive erano ormai tornei tra
candidati che ambivano allo status di trasfigurazione nella storia carto-
grafata. Molto prima che l’arte e la storia dell’arte rendessero per sé fe­
condo il concetto di avanguardia, pionieri della registrazione della Ter­
ra erano schierati su tutti i fronti della futura fama cartografica. Spesso
partivano dai porti europei come coloro che, in caso di successo, sa­
rebbero risultati i primi a essere stati in questo o quel punto.
Addirittura progetti teatrali come la “conquista” del Polo Nord e del
Polo Sud si trovavano sotto il segno della mania di rendere eterno il pro­
prio nome, per cui l’ingresso nei records della storia delle scoperte va­
leva come riconoscimento supremo. Anche l’alpinismo era una forma
del gioco di questa isteria dell’avanguardia, che non voleva lasciare in­
conquistato nessun punto della superficie terrestre. La caccia alla fama,
promessa al primo che avrebbe raggiunto i poli, rimase per lungo tem­
po la forma più pura di delirio del dotto. Per i contemporanei dell’a­
viazione e della navigazione nello spazio non è più possibile compren­
dere il fascino popolare e il prestigio scientifico che ancora intorno al
1900 erano connessi con i due progetti polari. I poli non solo davano
corpo alla quintessenza della lontananza priva di presenza umana e di
ciò che è difficile da raggiungere, ma a essi si connetteva anche il sogno
di un centro assoluto o del punto zero assiale, che non era altro che la
prosecuzione della ricerca di Dio nell’elemento geografico.
In questo contesto è opportuno ricordare che l’epoca in cui Sig­
mund Freud cercava di farsi un nome come “scopritore dell’inconscio”
vide anche il punto massimo della corsa ai Poli e della grande coali­
zione degli europei per l’eliminazione dalla carta dell’Africa delle ul­
time macchie bianche. L’impresa della psicoanalisi, secondo Vhabitus
che presiede al suo metodo di scoperta e alla sua fondazione, fa par­
te dell’epoca degli empire builders del tipo di Henry Morton Stanley
e Cecil Rhodes (“ annetterei i pianeti, se potessi”). A essi si unì poco
dopo il compagno di secolo di Freud, il giovane professore di H an­
nover Carl Peters, il futuro fondatore dell’Africa Orientale Tedesca,
che con il suo scritto 'Willenswelt und W eltwillens [M ondo della vo­
lontà e volontà del mondo, N.d.T.], del 1883, aveva anticipato sul pia­
no concettuale il compimento dell’imperializzazione del sostrato ulti­
mo della vita. L’ambizione di Freud si chiarisce solo in analogia con i
progetti di questi uomini. L’inconscio non era forse già stato inserito
1 SEGNI DEGLI SCOPRITORI 151

dai tempi del giovane Schelling, seppure solo vagamente abbozzato,


nelle carte dello spirito riflettente? Non si era prossimi a sostenere che
finalmente anche la sua oscura interiorità era matura per essere mie­
tuta dalla “ falce della civiltà” ? Se Freud, che aveva recepito le opere
di Stanley e Baker, i conquistatori dell’Africa, avviandosi a costruire
egli stesso la propria fama, scelse come “ vera A frica interiore”
(Lütkehaus 1995)6 la psiche di ogni uomo, con questa scelta nell’in­
dirizzo di ricerca diede prova di un istinto squisitamente imperialista.
La spedizione austro-ungarica al circolo polare, capitanata tra il 1872
e il 1874 da Karl Weyprecht e Julius von Payer aveva certo ottenuto suc­
cessi di stima con la scoperta e il battesimo della Terra dell’imperato­
re Francesco Giuseppe e dell’isola del Principe Rodolfo, ma nell’insieme
i suoi risultati non ebbero che un’eco gelida e provinciale. Lo scienti­
smo freudiano, certo della vittoria, si manifesta nel fatto che Freud non
rivendicò per sé un’isola nella fredda periferia, bensì un meta-continente
caldo e in posizione centrale. Il suo ingegno si impose in modo im­
pressionante quando riuscì, grazie alla sua carta topologica, ad acqui­
sire de facto l’inconscio come terra di Sigmund Freud. Che in esso ab­
bia tracciato i confini con il righello corrispondeva agli ideali del tem­
po di una pianificazione razionale del territorio. Anch’egli si fece stoi­
camente carico del fardello dell’uomo bianco quando, riepilogando la
propria opera, mise a verbale che “La psicoanalisi è uno strumento in­
teso a rendere possibile la conquista progressiva dell’Es da parte del­
l’Io ” (Freud 1923, p. 83)7. Se nel frattempo i tristi tropici dell’E s ven­
gono sempre più amministrati da nuovi occupanti, e anche se Caliba-
ni non analizzabili ne annunciano la decolonizzazione, le vecchie deli­
mitazioni territoriali freudiane restano in molti luoghi ancora ben vi­
sibili. Non è certo se alla lunga continueranno a rivestire un qualche
interesse non soltanto turistico.

6 Nuova edizione di un volume collettaneo del 1989 pubblicato con il titolo Dieses wah­
re Africa, svila relazione di Freud con il “darkcontinent” v. pp. 2-7. L’espressione “vera Afri­
ca interiore” risale al romanzo postumo di Jean Paul Seiina, del 1827.
7 Che questa terra fosse già densamente popolata disturbò il conquistatore Freud al­
trettanto poco quanto altri colonizzatori dell’epoca imperiale; i magnetizzatori del XIX seco­
lo divennero per lui gli indiani dell’inconscio e gli ipnotizzatori divennero i suoi palestinesi.
Capitolo diciannovesimo
Il p u ro F u o ri

Come il riferimento di Freud al dark continent dell’inconscio (Freud


1925), anche l’accenno agli “orrori del ghiaccio e delle tenebre” (Ran-
smayr 1984) che attendevano i viaggiatori verso il Polo è in grado di por­
re nella giusta luce il significato sferologico dei progetti di scoperta nel­
l’epoca della globalizzazione. Se mercanti ed eroi europei partivano per
“im possessarsi” di punti lontani sul globo, allora essi potevano pren­
dere le loro decisioni solo nella misura in cui lo spazio localizzato glo­
bale veniva inteso come un esterno omogeneo, aperto e percorribile.
Tutte le spedizioni europee per la conquista di terre e mari1 mirano a
spazi esosferici che, dal punto di vista delle truppe di spedizione, per
il momento non appartengono in alcun modo al loro mondo vitale [le-
benswelt\. Qui non vale più l’informazione esistenzial-topologica hei­
deggeriana: “L’Esserci ha una tendenza essenziale alla vicinanza” (Flei-
degger 1927, p. 138; cfr. Sloterdijk 1998b, pp. 336 sg.). Una profonda
caratteristica dell’esteriorità è che essa non è “già sempre” aperta nel­
la modalità dell’abitare in essa - piuttosto la possibilità dell’apertura vie­
ne messa al riparo di un’anticipazione proiettiva, da cui consegue che
non sia più tanto evidente la differenza tra abitare e sfruttare. Con gli
scopritori e i conquistatori si afferma come modus vivendi un campeg­
gio globale. Anche l’acuta tesi di Merleau-Ponty secondo la quale “il cor­
po non è nello spazio ma abita lo spazio” (Merleau-Ponty 1945, pp. 151
sgg.), qui fa un buco nell’acqua. L’annotazione dello stesso autore se­
condo la quale “la scienza manipola le cose e rinuncia ad abitarle”
(Merleau-Ponty 1964, p. 13) risulta altrettanto vera per la pirateria e per

1Che nel frattempo è stata condotta alla sua forma più generale dalla colonizzazione eco­
logica dell’ambiente.
IL PURO FUORI 153

il commercio globale; come le scienze naturali, prateria e commercio non


hanno con il mondo una relazione abitativa. Agli occhi dei pirati e dei
liberali non è più vero che l’occhio “abita” l’essere “come l’uomo la pro­
pria casa” (p. 24). In effetti, i navigatori e i colonizzatori, per non par­
lare poi dei desperados e dei degradados di tutte le risme provenienti dal
Vecchio Mondo, sono dispersi là fuori come corpi impazziti in uno spa­
zio dis abitato. Solo di rado riescono a raggiungere con un trasferimento
di domesticità ciò che prende il nome di seconda patria. Essi non vivo­
no più del tepore del proprio focolare ma del calore da attrito prodot­
to dal loro andare avanti nello spazio marittimo dell’azione. I loro cor­
pi induriti sono, per dirla (quasi) con Deleuze, “i termometri di un di­
venire” rivolto a condizioni sconosciute di deterritorializzazione morale
(Deleuze, Guattari 1991, p. 204). Nello spazio esterno viene premiato
un tipo umano che, a causa della debolezza dei suoi legami oggettuali,
è in grado di comparire ovunque come disponibile, infedele, specula­
tivo e guidato da un comando interno (Raeithel 1981).
Forse in questo modo si chiarisce la misteriosa leggerezza con cui
gli uomini che si incontrano all’esterno da estranei si annientano reci­
procamente per ragioni del tutto inconsistenti. L’altro, osservato come
corpo nello spazio esterno, non è il coabitante della sfera comune di
un mondo della vita, non è portatore di una comune cassa di risonan­
za etico-sensoriale, di una “cultura” o di una vita condivisa, bensì è una
qualsivoglia parte di circostanze esterne gradite o sgradite. Se il problema
psico-dinamico dell’Esserci stanziale iper-protetto è il masochismo da
container, allora il problema di una vita eccessivamente priva di sicu­
rezze è lo sterminismo [Sterm inism us\, un fenomeno para-sadico che
era stato riconosciuto già nella disinibizione dei crociati del X II secolo.
La disposizione in questo caso si rintraccia nell’alienazione spaziale: nei
deserti d ’acqua e nei nuovi territori della superficie terrestre gli agen­
ti della globalizzazione non sono mai attivi come abitanti di un proprio
podere. Essi agiscono come scatenati che non trovano più ragioni per
rispettare alcun regolamento interno. Avendo abbandonato la propria
casa, i conquistatori attraversano lo spazio indifferente senza aver tro­
vato una “via” nel senso buddista del termine. Quando escono dalla ca­
sa comune dello spazio interno mondano vetero-europeo, suscitano
l’impressione di essere proiettili che sciolgono tutti gli ancoraggi per
muoversi in una universale non-sfera e non-vicinanza, in un mondo
esterno fatto di risorse, piatto e indifferente, guidati solo dai loro man­
dati e appetiti e tenuti in forma dal fitn ess della crudeltà. I successi di
approdo - in senso stretto e in senso lato - di questi uomini privi di le­
game con la terra decideranno un giorno o l’altro se essi cadranno vit-
154 PETER SLOTERDIJK

time della loro forza centrifuga e scompariranno nel nulla come insel­
vatichiti psicotici da spedizione oppure se riusciranno a ricostituire, qua­
si per mezzo di una “nuova relazione con l’oggetto”, legami con la ter­
ra ferma, a trovare una nuova casa in un mondo lontano oppure nel vec­
chio che hanno ritrovato.
Nel 1497 Vasco da Gama, durante il suo primo viaggio nelle Indie,
senza una ragione precisa diede alle fiamme e lasciò affondare, dopo
averlo saccheggiato con successo, un mercantile arabo con duecento
pellegrini diretti alla Mecca, tra cui donne e bambini - abbrivio di una
“storia universale” dei misfatti esterni. Il fatto che ciò non sia mai sta­
to realmente integrato dalla coscienza storica europea nell’immagine
della Modernità, a eccezione di singole pubblicazioni di libri neri del
colonialismo, non toglie a questi avvenimenti nulla della loro violenza
eccessiva (Plumelle-Uribe 2001). L’agire annientatore globalizzato si era­
dica da ogni pretesto e crea uno stato di puro annientamento al di là
della guerra e della conquista. L’assenza di confini nelle superfici d ’ac­
qua provoca nei marinai un deserto morale - “anniento, dunque sono”
così recita l’adagio di ogni acte gratuit della luna momentanea del pi­
rata. Nelle colonie e sul mare al di là della linea dell’orizzonte viene pra­
ticato quello sterminismo che farà ritorno nell’Europa nel X X secolo co­
me stile della guerra totale. Se accade all’Esterno, non si può più di­
stinguere chiaramente il combattimento contro un nemico e la distru­
zione di una cosa. Molto giustamente Cari Schmitt ha sottolineato il ruo­
lo delle “linee d ’amicizia” stabilite dalle potenze marittime europee, il
cui senso era quello di segnare i confini di uno spazio civilizzato, al di
là dei quali poteva iniziare formalmente l’Esterno giuridicamente libero2
(Schmitt 1950, pp. 81-103; Derrida 1994).

2 A ben vedere è Nietzsche ad aver formulato i primi elementi per una teoria della de­
compensazione morale nell’esteriorità: “domandiamoci piuttosto chi propriamente è ‘mal­
vagio’ (...). Con una risposta rigorosa occorrerà dire: appunto il ‘buono’ dell’altra morale, ap­
punto il nobile, il potente, il dominatore, solo che è dipinto con altri colori, interpretato in
guisa opposta, guardato di sbieco dall’occhio torvo del ressentiment. (...) [Qluegli stessi uo­
mini che sono cosi severamente tenuti nei limiti dal costume, dalla venerazione, dall’uso, dal­
la gratitudine e più ancora dalla reciproca vigilanza, dalla gelosia inter pares, e che d ’altro can­
to, nei loro mutui rapporti, si dimostrano così perspicaci nel rispetto, nell’autodominio, nel­
la delicatezza del sentire, nella fedeltà, nell’orgoglio e nell’amicizia - sono, per quanto riguarda
l’esterno, là dove comincia il mondo estraneo, gli stranieri, non molto migliori di scatenate
belve feroci. Assaporano allora la libertà da tutte le costrizioni sociali, si rifanno, nello stato
selvaggio, della tensione dovuta ad una lunga segregazione e allo star rinserrati nella pace del­
la comunità’’ (Nietzsche 1897, pp. 29-30).
Capitolo ventesimo
Teoria dei pirati. Il terrore bianco

In questo contesto la pirateria, il fenomeno di punta che insieme al­


la tratta degli schiavi (che potrebbe anche essere chiamata industria del­
la deportazione) caratterizza una criminalità globalizzata ancora inge­
nua, assume un importante significato dal punto di vista della filosofia
della storia. E la prima forma imprenditoriale di ateismo: là dove Dio
è morto - o dove il suo occhio non vede, in un’area senza Stato, su una
nave senza cappellano di bordo, sui mari senza legge al di fuori delle
zone in cui si è stabilito viga il rispetto, nel vuoto morale beyond thè li­
ne - là effettivamente è possibile anche rinimmaginabile. In mare aper­
to accadevano effettivamente anche le cose (quasi) più atroci che po­
tessero avvenire tra esseri umani.
Nello stesso tempo la pirateria prendeva piede come branca dell’e­
conomia (similmente all’industria dei rapimenti nel X X secolo) - osti­
natamente annidata nelle falle dei mercati della sicurezza tra il XVI e il
XIX secolo (non senza uno strascico nel passaggio tra il X X e il X X I se­
colo: per determinate ragioni oggi si parla di “ ritorno della pirateria” ,
in particolare per le acque cariche di bottino del Malacca straits o di al­
tre zone nelle quali un vuoto di polizia marittima lascia mano libera a
un nuovo e colorito popolo di assaltatori; nel 2002 si sono contati in tut­
to il mondo trecentoquaranta assalti, con una notevole tendenza al rial­
zo (Glass 2003; Langewische 2004). In questo modo il caotico diritto
marittimo offre condizioni ideali a gruppi terroristici - non a caso si di­
ce che Osama bin Laden e complici siano passati allo shipping business,
dove mantengono una notevole flotta fatta di navi da carico battenti ban­
diere esotiche). Le pratiche dei corsari sono imparentate così da vicino
con l’andamento dei traffici regolari che Goethe ha messo in bocca al
suo Mefistofele una teoria della globalizzazione economica, che non te­
stimonia unicamente la mala lingua di colui che parla:
156 PETER SLOTERDIJK

Ci si preocupa di che cosa e non di come?


Non dovrei proprio sapere che cosa sia il navigare: guerra, commercio, pi­
rateria sono un’inseparabile trinità (Goethe 1832, p. 609).

L’eco della lezione di questo capitalismo predatore risuonerà a lun­


go: è a partire dall’ateismo dei pirati che i moderni pensano i pericoli
della disinibizione libertaria e anarchica, qui ha la sua origine la fo­
bia conservatrice nei confronti dei partigiani. Quella che sin dai tem­
pi antichi era la nota paura dei tutori dell’ordine di fronte alla novità
si trasforma ora in paura delle genti di terra di fronte all’imprendi­
tore di mare, il quale, anche se porta il cappello a cilindro e a tavola
sa adoperare perfettamente le posate per il pesce, cela sempre un’a­
nima da pirata. Perciò non c ’è persona di terra ferma che riesca a im­
maginarsi senza un moto di orrore una situazione mondiale in cui il
primato del politico, che qui significa il primato della terra ferma, non
sia più in vigore. Q uando il pirata scende a terra, infatti, quali piani
criminali nasconde nel taschino del panciotto? Dove cela le sue ar­
mi? Con quali argomenti speciosi orna le proprie speculazioni? Sot­
to quale maschera umanitaria si fa avanti per presentare le proprie in­
tenzioni scellerate? Q uando i ladri fanno il loro ingresso nella b u o­
na società, i loro sofisti, i consulenti, non sono mai molto lontani. D a
duecento anni i borghesi catalogano così le loro paure. Il soggetto
anarco-marittimo diviene nei casi fortunati una specie di Raskolnikov
(che fa quel che gli pare ma si pente), in quelli meno fortunati un de
Sade (che fa quel che gli pare e nega il pentimento) e in quelli peg­
giori un neoliberista (che fa quel che gli pare e, citando Ayn Rand, si
elegge uomo del futuro).
L a pirateria penetra poi anche in altri modi nel pensiero borghe­
se: sin dai suoi esordi viene trasfigurata dalla fantasia degli abitanti
della terra ferma come un contro-mondo libertario, in cui tutto è p o s­
sibile, tranne la noia. Secoli prima della bohème degli artisti, la bohè­
me marittima fornisce i sogni di evasione e inesauribili stimoli a quei
borghesi che volevano essere qualcosa di diverso da ciò che erano. In
alcune incisioni del XVIII secolo entrano in scena corsari femmina -
con la spada sguainata e la camicia aperta sui seni guizzanti - come
per fornire la prova che la nuova donna sul mare agisce sotto la pro­
pria esclusiva giurisdizione in qualità di predone. Fino all’Opera da
tre soldi (1928) di Brecht e agli Scritti corsari (1973-75) di Pasolini si
può seguire il filo del desiderio romantico-criminale, che vede giun­
gere la grande libertà dal mare. Anche Friedrich Schiller nei suoi ab­
bozzi per le “pièces m arittim e” ha giocato con l’idea di ritrarre “la re­
TEORIA DEI PIRATI. IL TERRORE BIANCO 157

pubblica galleggiante dei filibustieri” . L’autore de I m asnadieri dovette


ammettere che i pirati costituivano la contro-cultura più d ’effetto.

Con la figura del capitano Achab Hermann Melville ha eretto un


monumento, che svetta sotto cieli propizi e avversi come una statua del­
la libertà, a tutti gli uomini che si sono perduti, ai navigatori senza ri­
torno che trascorrono in mare i “giorni crudeli della loro vecchiaia” .
Achab incarna il lato luciferino, il lato perduto della navigazione eu­
ropeo-americana - il lato oscuro del progetto della Modernità coloniale.
Dal punto di vista psicologico o microsferologico risulta inequivoca­
bilmente evidente che il sosia interiore ed esteriore del navigatore pos­
seduto non assume fattezze personali. Il nume tutelare delle esistenze
alla Achab non è uno spirito della vicinanza e certo neppure un signore
delle altezze, bensì un dio dell’abisso e dell’Esterno, un sovrano ani­
male che emerge dalle profondità e che si fa beffe di qualsiasi appro­
priazione - è quella balena bianca a proposito della quale l’autore no­
ta, nelle sue epigrafi etimologiche:

Quest’animale deriva il suo nome dalla rotondità o dal rollio, poiché in dan.
hvalt significa arcuato o a volta (Dizionario del Webster).

WHALE (...) viene più immediatamente dall’oland. e dal ted. Wallen; an-
glo-sass. Walw-ian, rollare, voltolarsi (Dizionario del Richardson) (Melvil­
le 1851, p. 21).

Con la sua forma “tondeggiante” [wallende] la balena si impone,


per chi la ammira e per chi la odia, come l’incarnazione di una poten­
za che giù, nelle inquietanti profondità marine, gira e rigira esclusiva-
mente su se stessa. L a maestà di Moby Dick rappresenta l’eterna resi­
stenza di una vita insondabile per i calcoli dei cacciatori. L a sua bian­
chezza rappresenta al contempo lo spazio non-sferico, omogeneo, in­
tonso, nel quale i viaggiatori si sentiranno defraudati di ogni senso di
intimità, della sensazione di giungere a una patria. E, non a caso, il co­
lore che i cartografi riservano alla terra incognita. Melville chiamò il
bianco “ un incolore ateismo di tutti i colori, che ci fa rabbrividire” (p.
226)1 perché ci riporta, come la bianca profondità della Via Lattea, “ai
vuoti e all’immensità spietate dell’universo” ; pervade l’osservatore con
il pensiero del suo annichilimento in un Esterno imperturbabile. La ba­
lena di Achab deve avere questo colore perché simboleggia un’este­

1 “ (...) a colorless all-color of atheism from which we shrink” .


158 PETER SLOTERDIJK

riorità che non ha bisogno né è capace di apparire altrimenti. Q uan­


do, però, ci è possibile vedere l’Esterno in quanto tale allora

[l’iuniverso paralizzato ci sta dinnanzi come un lebbroso; e come quei riso­


luti viaggiatori della Lapponia che si rifiutano di portare occhiali colorati su­
gli occhi, così lo sventurato miscredente contempla, tanto da accecarsi, il mo­
numentale sudario bianco che gli ravvolge ogni prospetto intorno (ib.).

Quasi un secolo prima che Sartre facesse dire al personaggio di un


dramma: “L’inferno sono gli altri”, Melville era andato più a fondo: l’in­
ferno è l’Esterno. In questo inferno del metodo, in questa indifferen­
za di uno spazio nel quale non accade alcun prendere-dimora, i moderni
individui necessariamente puntiformi sono annientati dalla mancanza
di legami. Non si trattava perciò, come dicevano gli esistenzialisti, di
darsi una direzione entro ciò che non ha senso per mezzo di un impe­
gno liberamente scelto; dopo la generale compromissione dell’uomo
sulla superficie terrestre e dei sistemi, si tratta piuttosto del progetto
di abitare quell’Esterno indifferente, come se in esso, alla lunga, potesse
consolidarsi un sistema di bolle animate. G li uomini devono tenere fe­
de alla scommessa, di fronte al sudario che si estende su tutto l’Ester­
no, di riuscire a prendere sul serio le loro relazioni reciproche entro uno
spazio interno artificialmente creato, come se non esistesse alcun fat­
to Esterno. Le coppie, le comuni, i cori, le squadre, i popoli e le Chie­
se, tutti senza eccezione si impegnano a creare fragili spazi contro il pre­
valere dell’inferno bianco. Solo entro siffatti contenitori autocreantesi
diviene vero ciò che l’ormai sbiadita parola solidarietà significa nel
senso più radicale. L’arte di vivere del Moderno punta a erigere il non­
indifferente nell’indifferente. Ciò pone il proiettare e l’inventare entro
orizzonti inesauribili, a fronte di un mondo esaurito dal punto di vista
geografico (Flusser 1994).
Forse quei “popoli liberi” —di cui parlava il X IX secolo senza capi­
re che, in questo modo, favoriva la nascita delle più modernizzate col­
lettività dell’ossessione, le patrie avide di vittime - ci saranno soltanto
come associazioni di uomini che, a fronte di un’indifferenza realmen­
te universale, sapranno riunirsi in modo nuovo, secondo una modalità
sin qui mai vista se non in modo vago nelle ecclesie e nelle accademie.
Capitolo ventunesimo
La Modernità e la sindrome della Terra inesplorata. Ameri-
canologia I

Nella sala di lettura del moderno edificio annesso alla Library o f Con-
gress c’è un epigrafe di Thomas Jefferson che concettualizza con ine­
dita chiarezza lo spirito dell’epoca della colonizzazione:

Noi sosteniamo che la Terra e i suoi doni sono affidati alla generazione pre­
sente per il suo usufrutto.

Nonostante la tesi di Washington risalga alla fine del XVIII secolo, rias­
sume in sé un impulso che agisce nel comportamento espansionistico
degli europei dai tempi di Colombo: la concezione della Terra come co­
sa di nessuno e come risorsa. Nella frase di Jefferson riecheggiano rife­
rimenti coloniali e altotestamentari, ed è impossibile non cogliervi il gran
gesto di un avvocato del presente: la generazione cui viene attribuito l’u­
sufrutto non è naturalmente che quella dei neo-angloamericani separa­
tisi dalla corona inglese, che pensavano di avere trovato la terra promessa
sulle coste nord-atlantiche. Per gli yankees (a quanto pare pronuncia in­
diana di les anglais) del XVIII secolo i giochi linguistici ebraicizzanti dei
Pilgrim Fathers, i quali credevano di ripetere sull’oceano l’esodo degli
ebrei dall’Egitto, si erano ormai da tempo ridotti a strumenti di retori­
ca spicciola. Non c’era bisogno di bisbigliare per riconoscersi nella rap­
presentazione secondo la quale per un popolo eletto deve essere di­
sponibile una terra commensurabile alla sua vocazione.
Nell’espressione, ambiguamente formulata nel linguaggio del dirit­
to naturale, secondo cui bisogna consegnare la terra all’usufrutto della
generazione attuale risuona ineludibilmente quello shock nella forma del
mondo che era stato provocato dalle scoperte d ’oltreoceano avvenute
alla fine del XV secolo e con i viaggi di Magellano. Mentre la “rivolu­
zione” del Pacifico —la comprensione del carattere marittimo, assunto
160 PETER SLOTERDIJK

dalla Terra in virtù delle distese d’acqua comunicanti che lo ricoprono


- rimase per secoli e per la stragrande maggioranza degli europei
un’“informazione” astratta, sgradita e, in ogni caso, foriera di utopie, la
scoperta del quarto continente - di entrambe le Americhe - è stata più
che una semplice sensazione geografica. Essa si riflesse in innumerevo­
li manifestazioni di un nuovo appetito teologico e mercantile. Gli ame­
ricanisti hanno parafrasato in molti modi le interpretazioni sulla scoperta
del nuovo continente improntate a una storia salvifica prodotte dai con­
temporanei e dalle generazioni successive. Per gli occupanti con un de­
bole per la Bibbia l’America era senza dubbio un trionfo di Dio, che l’a­
veva tenuta nascosta come un asso nella manica per millecinquecento
anni, per poi giocarla al momento del bisogno nell’epoca dell’agonia po­
litico-religiosa dell’Occidente. Poiché Dio concesse al suo servitore cat­
tolico Colombo di scoprire l’America ju st in rime, in occasione del se­
condo esodo aveva messo in campo l’astuzia della provvidenza per in­
dicare ai suoi fedeli protestanti la direzione da seguire.
Vogliamo prescindere qui dai deliri storico-teologici che pure so­
no diventati fattori storici reali a opera di emigranti di intensa fede.
Chi avesse interesse per una seria appendice nord-americana della di­
vina commedia sarà soddisfatto dalla lettura del Magnalia Christi Ame­
ricana (Grandi imprese di Cristo nel Nuovo M ondo), uscito dalla pen­
na del pastore di Boston Cotton Mather nel 1698. D a allora ogni se­
colo a seguire ha creato ulteriori esempi di esibizione della teologia p o ­
litica americana - sino a giungere ai miraggi della frode elettorale vo­
luta da Dio di G eorge W. Bush nell’anno del signore 2000. Quel che,
al di là della sensazione geografica e delle sue punte teologiche, ha re­
so l’effetto-America una questione psico-politica centrale della M o­
dernità è stata la sua penetrazione nella coscienza dello spazio, del ter­
ritorio e delle chance degli europei post-colombiani che andavano a
incrementare le fila degli americani.
L’America emerge dall’Atlantico come un universo di riserva, do­
ve si può ripetere l’esperimento di Dio con l’umanità - una terra nel­
la quale giungere, vedere e prendere sembrano diventare sinonimi.
Mentre nella vecchia Europa, feudale e territoriale, ciascun appezza­
mento di terra coltivabile ha un padrone da un migliaio di anni e i sen­
tieri di ogni bosco, le pietre con cui sono lastricate le strade, ogni pon­
te sottostanno ad antichissime legislazioni in materia di viabilità e so­
no gravati da privilegi di qualche principesco sfruttatore, l’America of­
fre a innumerevoli nuovi arrivati la sensazionale esperienza opposta di
una terra praticamente senza padrone che, nella sua immensità, desi­
dera solo essere occupata e coltivata, al fine di appartenere a un pro-
LA MODERNITÀ E LA SINDROME DELLA TERRA INESPLORATA 161

prietario-coltivatore. Un mondo in cui i coloni arrivano prima dei ca­


tasti - un paradiso per chi vuole ricominciare da capo e per chi ha le
spalle larghe e forti. Perciò il sentimento di vastità del mondo della M o­
dernità è condizionato dall’esperienza fondamentale americana - la leg­
gerezza con la quale ci si può impossessare di terra e risorse. Sorge co­
sì - accanto a numerosi altri tipi sociali - un tipo di agricoltore senza
esempi nella storia universale, un contadino che non è più colono di
un proprietario terriero bensì un coltivatore armato, dotato di un pro­
prio diritto, e un fattore che amministra il terreno appena diventato suo
al cospetto di D io1. Chi vuole far fortuna nello spazio delle chance del
Commonwealth d ’oltremare deve portare con sé tanta capacità im­
prenditoriale quanta ce n’è nella capacità di conquista in quanto tale.
Certo, forse quello che teologi e giuristi hanno chiamato diritto natu­
rale non è altro che l’esplicazione formale della nuova soggettività con­
quistatrice, che si è data il compito di fare suo per mare e per terra ciò
che gli spetta. I diritti umani sono l’anima giuridica della vita che, d o­
ve è possibile, si prende ciò che le spetta. Ancora Melville:

Non è un detto che corre sulle labbra di tutti che il Possesso è metà della
Legge: vale a dire, indifferentemente da come l’oggetto è venuto in pos­
sesso? Ma il Possesso è sovente tutta la Legge (Melville 1851, p. 422)12.

Gli imprenditori-prenditori sui fronti coloniali assoggettano il loro


agire niente meno che a una massima, per dirla con Kant, che usual­
mente sarebbe più adatta per definire la criminalità piuttosto che la no­
bile partecipazione alla comprensione del mondo. Volendo divenire de­
tentori e proprietari di beni per mezzo di un puro prendere, essi si sot­
traggono alle pretese dello scambio equo. L a loro coscienza non subi­
sce dunque, come la storia insegna, praticamente nessun danno, giac­
ché essi si appellano al diritto del momento eccezionale: in esso la giu­
stizia coincide con la presa di possesso e non con lo scambio equo e con
il riconoscimento reciproco. Gli attori dell’espansione sia nell’Ovest
americano che nel resto del globo si scagionano, nelle loro azioni di ap­
propriazione, per mezzo di una teoria implicita del vuoto morale: sem­

1 Adam Smith poteva così sottolineare nella sua Inquiry che nelle colonie nord-ameri­
cane dell’Inghilterra anche un artigiano, non appena avesse accantonato un surplus, avreb­
be cercato di investirlo in proprietà terriere e di diventare un colono o un piantatore: “Egli
sente che un artigiano è il servitore dei suoi clienti dai quali trae la sussistenza; ma che un
piantatore che coltiva la sua terra (...) è realmente un padrone, e indipendente da tutti” (Smith
1776, p. 506).
2 “But often possession ist thè whole of thè law”.
162 PETER SLOTERDIJK

bra che ci siano dei tempi in cui l’agire deve essere più veloce del fare
leggi, ed è un momento simile quello in cui noi ci troviamo. Armati di
questo argomento, essi chiedono l’assoluzione appellandosi a circo­
stanze eccezionali. Quelli che in tempi comuni sarebbero volgari sac­
cheggiatori, in una lacuna storica sono invece pionieri. Quelli che in an­
ni post-storici, inibiti e assoggettati al diritto, avrebbero dovuto esse­
re denunciati come criminali, nella turbolenza della storia in corso so­
no invece considerati avventurieri, eroi e missionari della civilizzazio­
ne. Come non riconoscere che l’odierna industria del film poliziesco
continua a sognare questa lacuna? La si può definire come l’area spe­
ciale in cui mantiene validità l’umano diritto di prendere qualcosa sen­
za dare niente in cambio.
E inoltre evidente che nei tempi eroici della presa gli attori sono in­
teressati tanto a una conquista del mondo quanto a una conquista di
se stessi; essi considerano la propria esistenza come un bene senza
proprietario di cui basta appropriarsi per trasformarlo in una chance.
Lo scrittore classico che più rappresenta questa idea è Daniel Defoe,
che presenta non solo il suo naufrago Robinson Crusoe come qualcu­
no che prende integralmente possesso di una terra e di se stesso, ma
anche la sua esemplare eroina Moli Flanders, nota per le sue Fortunes
and Misfortunes, come una predatrice in tutti i sensi della parola, una
ladra auto-didatta (take thè bündle; be quick; do it this moment) pron­
ta a fare suoi tutti i mariti e di tutti i patrimoni che il caso le offre. Chi
si dovrebbe sorprendere del fatto che, nella generale turbolenza, il
proprio fratello si trovi tra i mariti sospinti sulle coste del caso?
In tempi più recenti si moltiplicano gli indizi che fanno pensare a un’ap­
plicazione retroattiva della legge alla storia. Ne consegue che gli agenti del­
la conquista del mondo - da Cristoforo Colombo a Savorgnan de Braz-
za e da Francisco Pizarro a Cecil Rhodes - vengono messi sotto proces­
so in forma postuma - un processo infinito e dalla procedura incerta, in
cui si alternano verdetti di colpevolezza e richieste di istruzione di nuovi
processi. Con la storia della riduzione in schiavitù dei neri (nella misura
in cui fu esercitata da mercanti bianchi, non da arabi o neri), dello ster­
minio degli indiani e del colonialismo di sfruttamento viene portata a com­
pimento la criminalizzazione retrospettiva della Modernità senza che la
difesa, come nei processi del passato, potesse osare chiedere l’assoluzio­
ne in virtù dell’attenuante della civilizzazione. In questi casi il peso dei do­
cumenti e dei risultati delle indagini schiaccerebbe anche i più risoluti di­
fensori della non colpevolezza della colonizzazione del mondo.
Chi potrebbe farsi carico della difesa dei soldati americani che man­
davano coperte di lana contaminate dal vaiolo negli accampamenti dei
LA MODERNITÀ E LA SINDROME DELLA TERRA INESPLORATA 163

nemici indiani con l’intento di compiere un genocidio? Chi potrebbe


difendere i trafficanti di esseri umani ai quali talvolta, nel corso dei tra­
sporti transatlantici di bestiame umano, andava a male anche un terzo
della merce? Chi assumerebbe la difesa di Leopoldo II del Belgio che
aveva trasformato la sua colonia personale del Congo nel “peggiore
campo di lavori forzati dell’età m oderna” al prezzo di milioni di m as­
sacrati, secondo un’espressione di Peter Scholl-Latour? Di fronte a que­
sti eventi gli storiografi hanno dovuto trasformarsi in pubblici ministeri
contro la propria cultura. Dai loro dossier è possibile comprendere in
che modo la relazione tra giustizia e storia possa essere rimandata a tem­
pi successivi5.
La tribunalizzazione del passato, nel frattempo, ha investito nella sua
interezza l’epoca eroica della globalizzazione terrestre. Oggi è a nostra
disposizione il dossier della Modernità sotto forma di un enorme atto
di accusa contro scorrettezze, abusi e crimini imperiali, e l’unica con­
solazione che il suo studio possa darci è il pensiero che questi fatti e
misfatti siano divenuti irripetibili. Forse la globalizzazione terrestre, co­
sì come in generale la storia universale, è un crimine che può essere com­
messo una volta sola.

5 La condanna di Israele alla conferenza sul colonialismo di Durham in Sudafrica nel


2001 offre l’esempio di un episodio attuale della trionfante tribunalizzazione della storia
passata e presente.
Capitolo ventiduesimo
I cin q u e b ald acc h in i della glo b alizzazio n e. A sp etti d e ll’e ­
sp o rtazion e eu ropea dello spazio

Se si vogliono comprendere i segreti sierologici della globalizzazione


terrestre avanzata non bisogna solo tentare di risalire a prima della in­
differenziazione dello spazio per mezzo delle tecnologie dei trasporti
e della pioggia di immagini della fine del X X secolo. Bisogna piuttosto
ricostruire i criteri per valutare l’immenso lavoro compiuto in tutte le
parti del mondo dall’uomo europeo e dai suoi collaboratori, che era te­
so a conquistare e reinventare in altri luoghi condizioni di esistenza vi­
vibili. L’uscita nello spazio bianco planetario non sarebbe mai potuta
diventare la “ storia coronata di successi” che invece è stata, dal punto
di vista geopolitico e tecnologico, per gli europei e i loro discendenti,
se quegli uomini disposti al rischio che prendevano il largo non fosse­
ro riusciti a conservare o a rigenerare durante il viaggio e su altri lidi
condizioni endosferiche di base. Pertanto la vera storia della globaliz­
zazione terrestre deve essere narrata in primo luogo come storia delle
sfere di protezioni che ci si è portati dietro e come traversata compiu­
ta da questi involucri salvifici, siano essi visibili o invisibili.
Si può sostenere a ragione che l’arte specifica degli europei consi­
sta nell’esportare baldacchini1 - simbolizzazioni portatili del cielo, di
cui i viaggiatori si potevano appropriare anche all’esterno come “cie­
lo per noi” . Non fu tanto il loro fatale “sterminismo” che per secoli con-

1 Nella storia dell’arte questo termine indica un elemento costituito da un drappo o


da una copertura retta da quattro aste che formano un’edicola stabile o mobile posta, ge­
neralmente, su troni, seggi curiali o letti e, nella decorazione ecclesiastica, quale ornamento
di altari come riparo del dignitario ecclesiastico o dell’immagine sacra. Sloterdijk utilizza
qui questo termine in modo metaforico per indicare procedure che hanno consentito agli
esploratori di portare con sé dall’Europa strumenti cognitivi che li hanno messi in grado
di orientarsi in contesti che gli erano completamente estranei (N.d.T.).
I CINQUE BALDACCHINI DELLA GLOBALIZZAZIONE 165

ferì agli europei il primato nella conquista dell’Esterno, bensì la loro


capacità di conservare un minimo di spazio proprio nei luoghi più di­
sparati. Nella maggior parte dei casi gli isolani importati in Europa vi
perdevano presto le loro coordinate, mentre gli europei se le portava­
no ovunque con sé, poiché traevano dalle loro imbarcazioni le forze per
le loro missioni e le loro ego-tecniche. Si potrebbe dire che i coloni eu­
ropei avessero inventato il campeggio mondiale. Nella maggior parte
dei casi, ovunque facessero la loro comparsa, riuscivano a rimanere i
migliori osservatori: l’osservatore è colui che percepisce l’Altro attra­
verso una finestra teorica e si sottrae all’osservazione in senso contra­
rio. Dal momento che disponevano di finestre mentali portatili, gli eu­
ropei che facevano affari erano nella maggior parte dei casi in vantag­
gio rispetto all’Altro che veniva scoperto grazie alla sua complessiva ca­
pacità di descrivere, analizzare, agire. L e forme fondamentali con le qua­
li è stato possibile venire a capo sferologicamente della relazione del­
l’assalitore con lo spazio bianco sono cinque:
la mitologia della nave;
la religione cristiana;
la lealtà verso i principi della madre patria;
la comprensione scientifica dello spazio esterno;
la traduzione linguistica.
Ciascuna di queste pratiche ha creato una propria poetica dello spa­
zio, che a sua volta contribuì al compito dell’epoca di rendere vivibile
l’esterno per viaggiatori e invasori o, quantomeno, di simulare la sua
integrazione nel conosciuto e il controllo su di esso.
Capitolo ventitreesimo
La poetica della vita sottocoperta

P e r l’uomo di oggi gli aspetti psicodinamici dell’esperienza vissuta


sottocoperta sono ancora facilmente accessibili poiché dispone di espe­
rienze analoghe ricavate dalla dimestichezza con gli interni dei camper
e gli abitacoli delle automobili. La disponibilità di tali mezzi di “tra­
sporto” non sarebbe divenuta un’irrinunciabile e soddisfacente prati­
ca di spostamento per la maggioranza degli individui moderni se i vei­
coli con le loro forme interne non avessero ripreso in dimensione ri­
dotta le strutture elementari di formazioni sferiche. La nave, come in
dimensioni più modeste l’automobile e il camper, è il nido mobile o la
casa assoluta (Sloterdijk 1999, pp. 251-264). Il compito da assolvere in
una prospettiva esistenziale è il seguente: mobilizzazione degli interni
- che equivale a una quadratura del cerchio della vita. Poiché la nave
dà corpo alla realizzazione contemporanea dell’aspirazione a essere -
presso-di-sé e a quella di evasione, essa è, nella sua brava forma mo­
derna d ’alto mare, l’archetipo della contraddizione risolta. Essa bilan­
cia le tensioni polarmente opposte verso l’abitare e verso l’avventura -
e tuttavia si può fare esperienza di essa come di un proiettile che col­
pisce il non-essere-mai-stato-là. Il veicolo viene esperito come un ven­
tre che cela una cucciolata di nuovi venuti; essi scenderanno a terra do­
ve potranno e, davanti alla porta di casa priva di contesto, faranno ciò
che vorranno. Al contempo la nave è un auto-dispiegamento magico e
tecnosferico degli equipaggi - è, come tutti i moderni veicoli-conteni­
tori, una macchina omeostatica dei sogni, che può essere guidata co­
me una grande madre manipolabile attraverso l’elemento esterno. (Una
storia convincente dal punto di vista psico-storico della superstizione
e delle credenze riposte nel mezzo di trasporto deve ancora essere
scritta). Su queste basi le navi possono diventare per i loro equipaggi
delle patrie mobili. Se il diritto marittimo riconosce le navi come esten­
LA POETICA DELLA VITA SOTTOCOPERTA 167

sioni del paese di cui battono bandiera, allora ne consegue un’intuizione


sierologica originaria: l’essere-a-terra si trasforma qui dal punto di vi­
sta logico-spaziale e secondo il diritto internazionale nell’essere-a-bor-
do; tratti essenziali del nomos della terra, della “pace” dello spazio pro­
prio, passano all’endosfera navigante.
L a funzione decisiva del corpo della nave è certamente la sua ri­
mozione, dal punto di vista tanto fisico quanto simbolico: poiché essa
si muove entro l’elemento acquatico, che va incontro alle necessità
spaziali della nave grazie alla sua rimuovibilità, il corpo natante si im­
pone sulla resistenza del suo medium. A ciò corrisponde a livello so­
ciale la regola secondo la quale i gruppi umani che si gettano verso l’E ­
sterno possono rimanere coerenti unicamente se hanno successo nel tu­
rare le proprie falle e nell’affermare il primato dell’interno entro un ele­
mento invivibile. Come prima le navate delle chiese avevano trasferito
questa capacità di rimozione sulla terra ferma, al fine di costituire sul
mare terrestre della vita i veicoli per le anime cristiane, analogamente
le navi delle spedizioni nello spazio esterno hanno dovuto fare affida­
mento sullo spazio che è oggetto della loro rimozione, in quanto for­
ma di protezione che si sono portate dietro e che da sé si concede.
Capitolo ventiquattresimo
C ap p ellan i di b ordo . L a rete religiosa

Partendo da queste premesse è evidente che il fatto che le più grandi


spedizioni del periodo nautico eroico non avrebbero mai potuto salpare
senza un cappellano a bordo non era solo una convezione religiosa e
nemmeno una concessione fatta alle pretese della Chiesa, che non inten­
deva lasciar partire gruppi di navigatori senza un controllo spirituale.
L’onnipresenza del fattore religioso nelle prime traversate (solo nel pri­
mo viaggio di Colombo nell’elenco dei presenti a bordo non si fa riferi­
mento ad alcun cappellano - ma c’è invece un emissario della corona spa­
gnola) indica piuttosto un secondo potentissimo meccanismo sfero-poie-
tico. Perché le spedizioni dei primi navigatori potessero avere esito posi­
tivo, gli equipaggi non solo dipendevano dall’assicurazione delle proprie
capacità di marinai ma dovevano anche trovare sostegno nelle routine me­
tafisiche dei loro paesi d ’origine. Dal momento che la navigazione era una
pratica che si misurava sempre con situazioni limite, ci dovevano sempre
essere a bordo degli esperti dell’estremo. Un nave implica costantemen­
te la possibilità del naufragio così come il mare implica il pericolo di co­
lare a picco e, per lo meno contro quest’ultimo, i santi ausiliatori e i loro
conoscitori, i sacerdoti, erano in grado di fornire assicurazioni simboliche.
Che la navigazione europea potesse chiamarsi cristiana, e questo già ben
prima delle traversate dell’epoca oceanica, rivela il suo orientamento ver­
so questo indispensabile sistema trascendente di assicurazioni. Se il bian­
core dell’esterno appariva terrificante è perché nascondeva la data di
morte di molti marinai e, legata a questa, la prospettiva di una sepoltura
in un elemento privo di qualsiasi qualità riconciliatrice1. L’assenza di un

1 Anche questo aspetto è stato registrato da Melville in Moby Dick. Nella cappella dei
balenieri di New Bedford, prima della partenza per Nantucket, il narratore nota una serie di
lapidi di marmo tutte periate di nero, in ricordo di marinai morti in mare: “ (•••) che dispe-
CAPPELLANI DI BORDO. LA ÜETE RELIGIOSA 169

rapporto con l’idea vetero-europea di sepoltura e di aldilà rendeva la


prospettiva di finir male là fuori doppiamente insopportabile.
Ma i sacerdoti che viaggiavano per mare non avrebbero compreso
il loro compito se non si fossero attenuti sin da principio a uno sguar­
do duplice: l’uno rivolto ai marinai a bordo, che dovevano essere resi
stabili per via rituale e controllati dal punto di vista motivazionale, l’al­
tro rivolto ai nuovi uomini là fuori, che divenivano sempre più inte­
ressanti come futuri ricettori del messaggio cristiano.
Sul versante di bordo la religione cristiana forniva impulso e rifu­
gio - quest’ultimo soprattutto nella navigazione patrocinata da nazio­
ni cattoliche sotto l’onnipresente egida della figura protettiva della
Vergine Maria, quella regina maris che dopo la vittoria di Lepanto ven­
ne anche rappresentata come Santa Maria della Vittoria, la grande m a­
dre del navigatore, salvatrice e interceditrice in caso di pericolo di vi­
ta e di naufragio. In periculis maris esto nobis protectio. Sotto il suo man­
tello protettore trovarono rifugio principi, signori dei commerci, capi­
tani, marinai e indigeni battezzati - quando incrociano le flotte arma­
te al riparo del manto di Maria sembrano andare incontro soltanto a
venti favorevoli. Nelle immagini di culto che ornano le cappelle dei na­
viganti, una grande Madonna protegge come per l’ultima volta i suoi
devoti nell’involucro di un grembo materno universale - l’intera mari­
na sotto una gonna (un argomento plausibile perché le donne portino
gonne lunghe, e una delle ultime concessioni della Modernità al sogno
morfologico della protezione del vivente nel vivente). Ancora una vol­
ta una sfera a mantello viene innalzata nel cielo a involucro, simbolo
pieno di significato e rivolto a ognuno personalmente, per quanto in
questo periodo i cosmologi avessero già iniziato a rendere il cielo
sconfortante dal punto di vista metafisico.
Vista dal lato delle nuove terre, la religione cristiana nell’epoca del­
le scoperte significava missione nella sua seconda epoca - ovvero nel­
la sua doppia funzione di estensione neo-apostolica della Chiesa e fa­
lange religiosa del colonialismo. Per le tendenze militanti così eviden­
ti nella Chiesa coloniale e nella “Chiesa al fronte” nella prassi missio­
naria d ’Oltreoceano era, in primo luogo, corresponsabile la benedizione
papale pressoché incondizionata alle avanzate spagnola e portoghese
nei nuovi mondi, poiché la curia inizialmente “vide negli Stati iberici
il braccio provvidenziale del compito missionario universale” (Griin-

razione in quelle scritte inalterabili! Quali assenze mortali e quali non confessate infedeltà
in quelle linee che sembrano corrodere ogni fede e rifiutare la resurrezione a esseri che pri­
vi di una dimora sono trapassati senza tomba” (Melville 1851, p. 87).
170 PETER SLOTERDIJK

der 1992, p. 87). Nel suo appetito universalistico Roma assegnò ai con­
quistatori privilegi tanto estesi che la Chiesa cattolica, di fronte agli Sta­
ti di fatto colonizzatori autonomi, dovette ben presto abbassarsi alla po­
sizione di un esautorato comandante in seconda. Ciò nonostante il pa­
pa, soprattutto nei primi periodi dell’espansione, aveva calcato il pal­
coscenico della Modernità non solo in qualità di supremo mandante ma
anche in qualità di notaio della globalizzazione; ciò si evidenzia già nel
suo ruolo di primo piano nella riconferma delle scoperte portoghesi in
Africa (con la bolla Romanus Pontifex del 1455 e con Inter cetera del
1456), e in seguito nel suo ruolo di mediatore nel conflitto per il do­
minio del mondo tra pretendenti portoghesi e spagnoli: sancire il trat­
tato di Tordesillias nel 1494 fu inevitabilmente cosa della Santa Sede.
Le rivendicazioni di maestà del cattolicesimo post-colombiano si mi­
sero in luce nel modo più esplicito quando, facendo appello all’origine del
suo ufficio, il papa si proclamò sovrano vero e supremo del mondo cir­
cumnavigato2. Data la situazione dell’epoca, le monarchie nazionali d’E u ­
ropa, anche quelle cattoliche, dovettero ribellarsi con crescente veemen­
za alle pretese papali di priorità. Qualcosa della tonalità in cui si svolsero
queste ribellioni nazional-dinastiche è percepibile nell’invito rivolto da
Francesco I al legato dell’imperatore nell’anno 1540 di mostragli il testa­
mento di Adamo e in esso la clausola pontificia secondo la quale il re di
Francia avrebbe dovuto essere escluso dalla spartizione del mondo.
Per ciò che concerne le missioni protestanti, esse erano vincolate sin
da principio, e ancora più chiaramente di quelle cattoliche, a una fun­
zione nazional-coloniale. I missionari dell’impero coloniale olandese
venivano istruiti a Leida in un seminario della Compagnia delle Indie
Orientali, come se la Chiesa non avesse ricevuto la sua missione evan­
gelizzatrice da Matteo 28, 193 ma da un mandato delle società com­
merciali nordamericane. Certo la missione cristiana, e più in generale
l’esportazione di confessioni, è stata l’agente principale di un principio
del continuum social-sferologico nel passaggio dal Vecchio al Nuovo
Mondo, poiché là fuori le pratiche religiose dovettero spingere in pri­
mo piano i motivi di una possibile comunanza di genere e di culto tra
scopritori e scoperti. Con quale successo, in particolare le missioni cat­

2 Un simbolo liturgico di questa auto elevazione planetaria è la tiara, che già nel x rv se­
colo aveva assunto la forma di una ipericona a tre piani, ma che nel x v i secolo venne espres­
samente adattata alla situazione globalizzata tramite l’aggiunta di un globo crocifero sulla sua
sommità (cfr. Sloterdijk 1999, pp. 788 sgg.).
3 Matteo 28, 19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel no­
me del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
CAPPELLANI DI BORDO. LA RETE RELIGIOSA 171

toliche, si siano assunte nel corso di quattro secoli e mezzo il compito


della globalizzazione si è potuto osservare nel modo più spettacolare nel­
l’apertura del Concilio Vaticano II l’ i l ottobre 1962, quando i vescovi
provenienti niente meno che da 133 paesi fecero il loro ingresso in San
Pietro a Roma - una prova di capacità di riunire che si potrebbe certo
dire unica, se non venisse regolarmente superata dalle cerimonie di
apertura dei moderni giochi olimpici. Concili e olimpiadi - entrambi ma­
nifestazioni esemplari del progetto europeo di riunione - rendono chia­
ro che cosa siano in grado di produrre le protezioni universalistiche. Ma
proprio esse, per quanto imponenti possano essere i loro ampi gesti, por­
tano alla luce l’insuperabile esclusività di tali riunioni. Per costruire in
actu gli spazi interni religiosi o atletici dell’umanità, quelli che si riuni­
scono realmente possono essere solo rappresentanti, “custodi” o “sele­
zioni” - la totalità virtuale può risultare unicamente dall’attenzione sin­
cronica dell’umanità osservatrice entro un medium comunicativo. La
qualità totalizzante di tali riunioni si esprime perciò meno attraverso i
presenti che attraverso la simbolica universalistica dei contenitori ar­
chitettonici entro i quali ha luogo il raduno - si tratta delle tipiche for­
me massime di architettura macrosfericamente impegnata: la cattedra­
le cattolica e l’arena sportiva secolare. Nella cattedrale le navate e la cu­
pola indicano il potere di riunire gli uomini della confessione cattolico­
romana, mentre nello stadio si mette in scena il motivo neofatalistico del­
l’arena come simbolo di una sfera chiusa del mondo4.
Dal momento, tuttavia, che le Chiese nel loro modo d ’essere quoti­
diano consistono unicamente di una communio sanctorum non effetti­
vamente riunita e che devono conservarsi entro riunioni locali, esse si
confrontano costantemente con il compito di organizzare il loro fun­
zionamento entro media meno spettacolari, operativamente e perma­
nentemente accessibili e più adatti alla tradizione. Oltre a ciò, nelle
Chiese protestanti, con le loro unità locali più autonome, le forze cen­
trifughe agiscono molto più fortemente. In particolare le comunità pro­
testanti distaccate del New England non avevano altra risorsa se non
quella di procurarsi stabilità in forza della propria prassi rituale. Per com­
prendere in quali circostanze si è compiutamente realizzato quell’at­
taccamento alle forme che avevano portato con sé è utile fare mente lo­
cale sulla ricostruzione delle primitive cappelle lignee nelle quali i pil-

4 Sulla capacità di riunire delle arene sportive e di altri “collettori” nella cultura di mas­
sa cfr. Sloterdijk 2004, pp. 626 sg. Lì si sottolinea che gli effetti della riunione completa pos­
sono realizzarsi unicamente grazie alla connessione di collettori (grandi interni) con connet­
tori (massmedia).
172 PETER SLOTERDIJK

grim fathers e i loro adepti si incontravano per officiare la messa nel­


l’inverno successivo al loro approdo a Plymouth, vicino a Cape Cod, nel­
la baia del Massachusetts il 19 novembre 1620. Nulla potrebbe fornire
più chiaramente la prova del primato dell’apparato rituale rispetto al­
l’edificio fisico di quanto non faccia questo rozzo fienile in mezzo a un
villaggio a palizzata, tirato su in fretta e furia e trasudante paura. Non
solo nella provincia di Heidegger gli uomini sono coloro che dimorano
nel proprio linguaggio in quanto casa dell’essere. Anche nei punti più
disparati di quel nuovo spazio globale appena scoperto essi riescono a
organizzarsi al riparo delle tende delle tradizioni che hanno portato con
sé e delle loro assicurazioni spirituali.
Capitolo venticinquesimo
Il lib r o d e i v ice ré

I capi delle spedizioni della globalizzazione, i viceré, gli ammiragli


e i loro ufficiali portano con sé e dentro di sé, oltre alle proprie rap­
presentazioni religiose, anche i propri modelli dinastici. Le immagini
interiorizzate dei mandanti reali, non diversamente dai loro ritratti,
provvedono affinché l’espansione nello spazio esterno tanto nei m o­
menti difficili quanto nell’ora del trionfo venga vissuta come emana­
zione effettiva del centro personale del potere. Quando i titolari di im­
prese di scoperta fanno fisicamente ritorno o quando tornano senti­
mentalmente in patria con il pensiero compiono gesti interiori ed este­
riori che testimoniano la loro appartenenza all’origine europea del po­
tere. Il loro effetto può essere paragonato al comportamento del rag­
gio di luce platonico che, scaturito dal centro, inverte la sua direzione
dopo l’arrivo nel suo punto di riflessione per fare poi ritorno alla fon­
te che lo ha emesso. In questo senso, tutti i leali conquistatori e sco­
pritori europei, quando sono in cammino, sono come i raggi esecutivi
di re-sole lontani. Nel X IX secolo anche i più spudorati emissari del­
l’imperialismo, i men on thè spot, si considereranno come latori di lu­
ce al servizio delle loro nazioni. Se gli agenti europei si presentano co­
me i grandi portatori di qualcosa, ciò accade anche perché ostentano
all’esterno il lustro dinastico mentre concretamente si dedicano al­
l’appropriazione dei tesori del Nuovo Mondo in qualità di aiutanti
delle loro maestà. Essi si muovono nella corte irraggiata dai sistemi di
maestà della madrepatria e tutto ciò che trovano rimane vincolato al­
le sale del trono e ai pantheon della patria. Quello che è stato chiama­
to sfruttamento delle colonie testimonia solo la forte forma di legame
con la patria dei colonizzatori - ciò è vero in particolar modo per gli
spagnoli, che hanno sviluppato una pignola burocrazia del saccheggio.
I suoi relitti sono a tutt’oggi visionabili néC Archivio de las Indias di Si-
174 PETER SLOTERDIJK

viglia. Il tema dell’arte di depredare è perciò antico quanto la globa­


lizzazione terrestre: all’inizio del XVI secolo, ad Anversa vennero mes­
si in mostra i tesori d ’oro degli Aztechi, senza che nessuno ponesse la
questione della legittimità del loro possesso; Albrecht Dürer ha visto
con i propri occhi queste opere d ’arte, che provenivano da un luogo
completamente altro.
Senza le icone interiori dei re la maggior parte dei capi spedizio­
ne non avrebbe saputo per chi - a parte che per se stessi - consegui­
re i propri successi; soprattutto non avrebbe scoperto grazie al rico­
noscimento di chi pensarsi compiuti, giustificati e illuminati. Anche
i terribili atti dei conquistadores spagnoli in America centrale e m eri­
dionale sono metastasi della fedeltà a una maestà patria, che si face­
va rappresentare con strumenti eccezionali. Il titolo di viceré non ha
quindi solo un significato giuridico e protocollare: è piuttosto con­
temporaneamente una categoria che guarda al fondo psico-politico
stesso della conquista. I libri dei viceré sono ancora da scrivere. Per
loro tramite i re europei sono sempre e comunque presenti nel di­
spiegamento esterno del Vecchio M ondo, nonostante essi non siano
mai stati nelle loro colonie1. Conquistatori e pirati raccolgono le lo­
ro prede sotto baldacchini immaginari di regalità - ciò che inviano a
casa viene riscosso dai tesorieri dei re come una tassa selvaggia. In que­
sti giorni felici della globalizzazione le ricchezze d ’oltremare prova­
no che il m ondo immenso non segue nessun altra vocazione se non
quella di essere debitore di tributi verso le casate europee.
Ciò è in un certo senso vero anche per il re spirituale dei re che, in
qualità di portatore della corona a tre piani, voleva trasformare il suo
trono in un’iper-maestà per l’intero globo. Sono soprattutto le sue trup­
pe scelte, i gesuiti, che tramite il loro quarto voto hanno prestato giu­
ramento direttamente al re degli eserciti del cattolicesimo combattente
(cfr. supra, p. 94), che, a partire dalla metà del XVI secolo, ricoprono
il mondo con una rete di orazioni per il papa e di riguardi per Roma
- un internet dell’ubbidienza intima da luoghi lontani e fedeli al cen­
tro. D a qui traggono il loro modello le moderne società di telecomu­
nicazione operanti a livello globale. L a chiamata telefonica interna­
zionale si prefigura nella preghiera per il papa. I gesuiti sono stati il
prototipo del news group che comunica per mezzo di una rete speci­
fica della propria organizzazione. Anche gli altri ordini missionari - i

1 Certo alcuni principi di Galles sono stati in India, ma per quanto ne so sempre prima
della loro incoronazione a sovrani della Gran Bretagna.
II, LIBRO DEI VICERÉ 175

francescani, i gesuiti, i domenicani, i teatini, gli agostiniani, le conce-


zioniste, le clarisse della prima e della quinta regola, le gerolamite, le
canonichesse, le carmelitane scalze e molti altri: a causa del loro rap­
porto con Roma erano tutti impegnati nel progetto di procacciare
successi per la conquista spirituale. La loro ambizione era quella di
estendere a tutte le parti della Terra un commonwealth sotto l’egida
del papa. Soltanto alla fine del X X secolo al papa è venuta l’idea, cor­
retta dal punto di vista mass-mediatico, di viaggiare in qualità di am­
basciatore del suo Stato nelle province del suo impero morale - ciò ha
significato il passaggio del cattolicesimo alla disvelata carismocrazia te­
lematica: la via romana alla Modernità.
Che però la telecomunicazione cattolica non facesse a meno di mec­
canismi magico-telepatici anche prima dell’epoca della reale presenza
papale risponde alle leggi della comunicazione metafisica vigenti nei
grandi corpi sociali. La salma del primo grande missionario gesuita in
Asia, Francesco Saverio, che aveva aperto l’India e il G iappone alla
Chiesa romana, trovò la propria estrema dimora a Goa. Il braccio de­
stro del santo venne però riportato in Europa, “stanco delle decine di
migliaia di battesimi” ; è conservato ancora oggi nella chiesa madre
dell’ordine, la chiesa del Gesù a Roma, come preziosa reliquia della glo­
balizzazione.
Capitolo ventiseiesimo
L a b ib lio te c a d e lla g lo b a liz z a z io n e

Che succede, però, se i membri dei reparti speciali dell’impresa del­


la prima globalizzazione terrestre non sono né capitani fedeli al re né
missionari fedeli al papa o a Cristo? Essi non per questo si devono sen­
tire esclusi dalle grandi possibilità di protezione e dalle trasfigurazio­
ni dell’espansione europea. Anche per i pionieri dell’esplorazione con
idee laiche ci sono mezzi e modi per entrare sotto uno dei baldacchi­
ni secolari della globalizzazione, e anche gli spiriti non religiosamen­
te impegnati avevano delle buone chance di avere speso bene i propri
quattrini nel progetto deU’Ultima Sfera. Chi non forniva a un re eu­
ropeo nuove terre o non procacciava alla Chiesa nuovi fedeli poteva
comunque entrare nei porti europei in qualità di conquistatore e di la­
tore di ricchezze, se sapeva rendersi utile come agente delle scienze em­
piriche europee. Queste discipline aperte al mondo, che si raggrup­
pano intorno alla geografia e all’antropologia, con l’avvio dell’era del­
l’espansione si costituiscono pateticamente come nuove scienze; fun­
gono da accumulazione di conoscenze che portano scritte in fronte la
loro Modernità metodologica e la loro appartenenza all’epoca della
presa europea del mondo.
È caratteristico di queste scienze che si accumulino come un secondo
capitale - un capitale che naturalmente appartiene a un’umanità istrui­
ta e che non poteva più essere sottratto all’uso pubblico e civile da teo­
rici dell’arcano, da benestanti del sapere, da stregoni locali e certamente
neppure dai principi con i loro custodi di segreti. Sullo sfondo delle
nuove scienze che si occupavano degli esseri umani esterni, della na­
tura utile e della Terra abitata, un europeo alfabetizzato non doveva sen­
tirsi escluso dalle patrie reti di sistemi di senso anche nella più sperduta
delle isole deserte e in continenti lontani. Ogni vita sul fronte esterno
aveva potenzialmente un’aura di esperienza accumulata che poteva
LA BIBLIOTECA DELLA GLOBALIZZAZIONE 177

confluire in documentazioni letterarie. Si è già parlato dell’aspirazio­


ne di innumerevoli navigatori e ricercatori a immortalarsi sulle carte ma­
rittime e terrestri. La fama cartografica è solo un caso particolare di
quella che si può chiamare l’universale funzione di baldacchino delle
scienze empiriche durante il processo di globalizzazione. Essa proteg­
ge potenzialmente e effettivamente gli attori schierati sulla linea ester­
na dal pericolo di sprofondare nel biancore senza senso e di cadere in
depressioni che avrebbero potuto essere provocate dall’urto con una
novità, un’alterità, un’estraneità e una desolazione inassimilabili.
Le scienze empiriche, con i loro generi affiliati del resoconto di viag­
gio, dell’utopia e del romanzo esotico, trasformano tendenzialmente
tutte le situazioni esterne in osservazioni, e tutte le osservazioni in co­
municazioni che trovano il proprio sbocco naturale in tutti i grandi li­
bri di teoria neo-europea —gli “osservatori” ci sono solo in quanto sog­
getti che scriveranno che cosa hanno visto e trovato. L’assunto co-
truttivistico che l’osservazione è la descrizione di una circostanza con
l’aiuto di una differenziazione-guida è esatta anche per i primi che han­
no compiuto lunghi viaggi, almeno nella misura in cui essi applicava­
no in tutto il mondo la differenziazione portare/non portare con sé.
Si pensi soprattutto all’età aurea dello scrittore-conquistatore, un’epoca
in cui nomi come Louis Antoine de Bougainville, Jacques-Etienne-Vic­
tor Arago, Reinhold e G eorg Forster, Johann G ottfried Seume, Char­
les Darwin, Alexander von Hum boldt, Henry Morton Stanley, - per
lo meno per quanto riguarda la vasta cerchia dei loro lettori - assur­
gono al rango di letteratura mondiale. E tipico dell "habitus moderno
di portare, contribuire, collaborare, guardare avanti e sistematizzare
che le ricerche procedano essenzialmente in forma competitiva. Alla
concorrenza nei viaggi per il raggiungimento di un obiettivo corri­
sponde qui una gara di scrittura per l’onore scientifico - ciò vale in par-
ticolar m odo per l’isterizzata ricerca polare, i cui protagonisti si pre­
sentavano nella maggior parte dei casi come rapsodi della propria
causa e pubblicisti delle proprie sofferenze di ricercatori. Con questo
legame tra ricerca e spettacolo è divenuto palese a livello popolare che
ogni tipo di spedizione scientifica sarà in futuro anche una questione
mediatica - questo è evidente anche nella alquanto isterica impresa del­
la ricerca genetica, nella ricerca sul cervello e nella ricerca sul cancro.
Per quanto riguarda i giorni eroici della globalizzazione, era certamente
vero che senza trasfigurazione per i suoi eroi sarebbe stato im possi­
bile chiarire (o non chiarire) i propri obiettivi.
Alla fin fine però non sono stati tanto i mezzi di comunicazione di
massa a far prendere il largo alle spedizioni, sotto il proprio occhio vi-
178 PETER SLOTERDIJK

gilè. Piuttosto, tutti coloro che erano in possesso della capacità di scri­
vere che prendevano parte alle spedizioni guardavano l’ignoto con un
iper-medium immaginario, il solo in cui può essere registrata e ripor­
tata la storia dei successi solitari là fuori. Il baldacchino sotto il quale
si riuniscono tutte le solitudini dei ricercatori doveva essere un libro
fantastico e integrale - un libro dei record cognitivi, nel quale non ve­
nisse dimenticato nessuno che mai si fosse messo in qualche modo in
risalto come reporter di esperienze e avesse contribuito al grande te­
sto dell’esplorazione del mondo. Non poteva mancare che, presto o tar­
di, si mettesse mano come pubblicazione reale a questo immaginario
iper-libro. Quello che caratterizza il genio pratico degli illuministi fran­
cesi è che essi, già a metà del XVII secolo, quasi a metà della globaliz­
zazione terrestre, impegnarono le loro energie per portare a termine il
progetto di uriEnciclopedia dei saperi più utili. Essa fornisce a quello
che sino ad allora era un baldacchino teoretico informale la forma vin­
colante del cerchio che contiene e ordina tutto il sapere - un cerchio
che poteva essere inserito in uno spezzone di scaffale, comprendendo
17 volumi di testi e 11 di immagini. Ed è così che con l’iper-libro del­
le scienze il nero delle lettere festeggia la sua vittoria sul bianco.
Che però il raccogliere e portare a casa esperienze potesse avere
aspetti anche sovversivi, o per lo meno in alcuni casi privi di tatto, do­
veva essere oggetto dell’esperienza di Federico II di Prussia nei suoi
rapporti personali con il viaggiatore e ricercatore Reinhold Forster, il
quale gli avrebbe detto, in occasione dell’udienza inaugurale seguita
alla sua nomina a professore per la cattedra di scienze naturali ad
Halle, che aveva visto cinque re nella sua vita, tre selvaggi, due addo­
mesticati “ma finora nessuno come Sua M aestà” . Il grande Federico
lo considerò un “villanzone” . M a che cos’altro si sarebbe potuto dire
al principe? Se infine i re del Vecchio M ondo, come i capi tribù eso­
tici, possono essere considerati empiricamente (se quindi è possibile
considerare anche le residenze reali europee come semplici ubicazio­
ni della maestà), allora non sarà più possibile tenere nascosto ancora
a lungo al grande capo e al suo seguito che la loro epoca sta volgen­
do al termine (Forster 1777, p. 419).
Capitolo ventisettesimo
I tradu ttori

Mentre la partecipazione alle scienze empiriche europee poteva


svilupparsi al riparo del super-baldacchino di un libro enciclopedico
fantasma, il compito dei linguisti e degli etnologi era quello di riela­
borare l’esterno linguistico in un insieme di contatti individuali con lin­
gue straniere particolari. L e lingue europee degli scopritori si trovaro­
no di fronte a un multiversum semiotico di enorme varietà, costituito
per lo meno da cinquemila (secondo un calcolo dell’Unesco 6700) au­
tentiche lingue e un’incalcolabile molteplicità di dialetti e sotto-dialet­
ti, ai quali corrispondevano una determinata mitologia, una determi­
nata “religione” , ritualismi, arti e gesti propri. A fronte di questa mol­
teplicità, che irride ogni visione d ’insieme, il sogno di un iper-linguag-
gio in grado di integrare ogni cosa svanisce quasi da sé. Tanto agli sco­
pritori quanto agli scoperti non restavano che due strategie per orien­
tarsi in questa nuova Babilonia: per un verso l’imposizione coatta del­
la lingua dei colonizzatori come lingua corrente universale - cosa che
è riuscita con alterne fortune, per lo meno con l’inglese, lo spagnolo e
il francese, in diverse parti del mondo per un altro la penetrazione
delle singole lingue per mezzo della traduzione dei discorsi dei nuovi
padroni. Entrambe le strade dovevano essere percorse e tanto con l’u-
na quanto con l’altra l’apprendimento delle lingue - e con esso la tra­
duzione - si rivelò la chiave per i processi sfero-poietici regionali. In­
dipendentemente dal fatto che si propenda per una teoria ottimista o
pessimista della traduzione, durante la globalizzazione terrestre il b i­
linguismo o il plurilinguismo esercitarono la principale funzione di
baldacchino. Resta il fatto che è stata più la lingua dei signori europei
a soppiantare la lingua locale, che, viceversa, le lingue in loco ad as­
sorbire l’idioma dei colonizzatori1. D à prova di una brillante intuizio-

Sul mondo delle lingue creole cfr. Störig 1987; sul numero delle lingue cfr. Crystal 1987.
180 PETER SLOTERDIJK

ne lo storico e politico Winston Churchill che scrive la storia del po­


tere mondiale britannico non semplicemente come storia di un impe­
ro ma anche come storia di un ambito linguistico: History o f thè En-
glish-Speaking People (4 voll., 1956-58). Aveva evidentemente previsto
che al Commonwealth sarebbe sopravvissuto il commonspeak. Questa
scelta non solo soddisfo il bisogno degli inglesi di rappresentare la ce­
sura tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti come una semplice questio­
ne di differenza nella pronuncia, ma mantenne anche aperta l’opzione
di ingresso di nuovi gruppi politici e ambienti culturali nel club dei po­
poli anglofoni. Conformemente al criterio linguistico, oggi tutti gli stu­
diosi di scienze naturali, i piloti, i diplomatici e gli uomini d ’affari so­
no effettivamente inglobati, come nuove popolazioni artificiali, nell’i­
neludibile rete anglofona; a cui viene ad aggiungersi anche il bel mon­
do della musica pop. Nell’anglofonia, come nella religione e nella più
banale conversazione, il medium è davvero il messaggio.
Per ciò che riguarda il messaggio cristiano, non poteva attendere nel
suo secondo ciclo missionario che la richiesta provenisse da quelle cin­
quemila lingue straniere. Si dovette tradurre nella lingua degli altri in
modo da spiegare perché esso fosse assolutamente necessario in vista
della salvezza. Probabilmente negli ultimi cinquecento anni il lavoro dei
traduttori cristiani, finalizzato a presentare la loro fede in altre lingue,
ha rappresentato dal punto di vista quantitativo ma forse anche da quel­
lo qualitativo la più imponente prestazione culturale della storia del­
l’umanità - per lo meno l’auto-traduzione del cristianesimo moderno
in un’infinità di culture particolari è sino a oggi la più efficace attesta­
zione delle possibilità e delle difficoltà di un ecumene operativamente
concreta e trans-culturale (essa andrebbe in ogni caso paragonata al nu­
mero delle traduzioni di Omero nell’insieme degli idiomi europei ed
extra-europei). Alla fine del X X secolo ci sono più di 1.800 traduzioni
del Nuovo Testamento in lingue vere e proprie, fatto dal quale gli
esperti dell’atlante linguistico possono trarre la conclusione che il mes­
saggio cristiano si sia aperto una strada in una comunità linguistica su
tre del pianeta, e tra queste non in poche il Nuovo Testamento coinci­
de con il primo libro.
Questo stato di cose, che neU’immanenza della storia della Chiesa
potremmo definire come il proseguimento del miracolo della Pentecoste
con mezzi gutemberghiani, rivela al tempo stesso la medesima insupe­
rabile particolarità del messaggio inclusivo: l’inaccessibilità delle co­
siddette lingue minori pone un limite a una diffusione effettivamente
universale del Vangelo. Di conseguenza, neppure le pratiche apostoli­
che di proselitismo, per quanto invasive, sono state in grado di awe-
I TRADUTTORI 181

rare il sogno di istituire a livello mondiale un impero del messaggio che


penetrasse a livello capillare, sulla base di un mittente e di un content-
provider mediterranei. Si sarebbe potuta riprendere questa idea solo a
condizione di interpretare il tratto trionfalistico delle scienze naturali
come successo missionario delFellenismo fatto proprio dalle nazioni
moderne - il mittente ateniese potrebbe anche penetrare proprio do­
ve i messaggi di Roma e di Gerusalemme non sono leggibili.
Per giunta Hollywood, la capitale delle immagini sull’Oceano Pa­
cifico, ha battuto le centrali mediterranee di trasmissione delle morali
e dei misteri, Roma e Gerusalemme, già da mezzo secolo. I suoi mes­
saggi sin da principio non si rivolgono alle culture minori, i cui mer­
cati sono troppo piccoli per i prodotti del nuovo imperialismo del di­
vertimento. Essi promettono guadagni sufficienti già se vengono pro­
mossi in due dozzine di traduzioni.
Parte seconda
I gran di interni
Ma come sulla Terra ogni punto è un sopra, così il presente
è la forma di ogni vita.
Schopenhauer 1819, p . 400
Capitolo ventottesimo
Il m o n d o sin cro n ico

M odem Times: cinquecento anni dopo i quattro viaggi di Colom bo


la Terra circumnavigata, disvelata, occupata e sfruttata si presenta co­
me un corpo imprigionato in una fitta ragnatela di movimenti di traf­
fico e routine telecomunicative. Sfere virtuali hanno sostituito un im­
maginario cielo di etere; entro i centri del potere e del consum o l’oblio
della distanza è stato effettivamente reso possibile grazie ai sistemi ra­
dio-elettronici. I globalplayers vivono in un mondo senza distanza. Dal
punto di vista aeronautico la Terra è ridotta alla tratta di volo di un jet
che dura un massimo di cinquanta ore; per le orbite dei satelliti e del­
la navicella Mir, e - di recente - per le orbite della stazione spaziale in­
ternazionale ISS, le unità di tempo si sono stabilizzate intorno ai novanta
minuti; per i messaggi radio e quelli luminosi la Terra si è ridotta qua­
si a un punto fermo - ruota come una sfera temporalmente compatta
all’interno di una fitta trama elettronica, che la circonda come una se­
conda atmosfera.
L a globalizzazione terrestre è avanzata a tal punto che sem brereb­
be bizzarro pretendere che essa si giustifichi. Così come nel XIX seco­
lo l’occupazione di fatto di una terra era divenuta l’argomento defini­
tivo degli Stati nazionali europei nell’ambito della realizzazione delle
loro aspirazioni coloniali, così il compimento effettivo della globaliz­
zazione terrestre è divenuto un argomento auto-fondante in favore del
processo stesso. D opo una fase di abbrivio di diversi secoli il sistema­
m ondo si è stabilizzato in se stesso come un com plesso di movimenti
rotatori e oscillatori, che si alimentano della loro stessa energia. Nel re­
gno dei capitali circolanti il momentum ha sostituito i motivi. Il com­
pimento prende il posto della legittimazione, i fatti sono divenuti le po­
tenze supreme. Chi parla di globalizzazione potrebbe con altrettanta
efficacia usare la parola “ destino” .
186 PETER SLOTERD1JK

Ciò che è stato m esso in moto dal XVI secolo è stato perfezionato
dal XX: nessun punto della superficie terrestre, una volta che il de­
naro vi ha fatto sosta, potrebbe sottrarsi al destino di divenire un’u­
bicazione: e un’ubicazione non è un punto cieco in un campo ma piut­
tosto un luogo da cui si vede di essere visti. L a “ rivoluzione” della li­
quidità avanza, le maree salgono. Nel frattempo, tutte le città sono
diventate porti, poiché dove le città non sono andate al mare, sono i
mari a essere venuti alla città. In particolare la super-merce del­
l’informazione non giunge al destinatario tramite delle high ways -
come suggeriva una metafora errata dei primordi del discorso sulla
rete - bensì a opera di flussi in quello che, più a ragione, ha preso il
nome di oceano dei dati. Con mezzi nuovi e vecchi la “globalizza­
zione” comunica permanentemente il suo compiersi e procedere
ignorando ogni alternativa. D a qui la sua precipua indipendenza dal­
la filosofia e dalle altre forme di teoria riflessiva. Essa fa solo discor­
si autoreferenziali in cui si celebra come questione dominante. La di­
scussione sulla situazione data si è sostituita alla critica. Tutt’al più il
corso del mondo può presentarsi come forma onnicomprensiva di un
act o fG o d , che si compie grazie alle azioni umane. Nessuna volontà
di rinunciarvi potrebbe essere, rispetto a essa, tanto universale da im­
pedirgli di portarla avanti. Nessuna attività teorica o pratica che si oc­
cupi del presente può più risalire al di là del fatto che la Terra è sta­
ta percorsa in tutta la sua rotondità e che i popoli e le culture hanno
fatto il loro ingresso in essa obbligati alla mediazione. Il movimento
mondiale dei cosiddetti oppositori della globalizzazione fornisce con
la sua semplice esistenza la prova dell’impossibilità di risalire al di là
del nuovo status quo. Il fatto che i critici facciano riferimento alle di­
sfunzioni del sistema-mondo prova il suo funzionamento. E satta­
mente come gli oppositori della rotazione terrestre non potevano sot­
trarsi al destino di prendere parte alla quotidiana rotazione della
Terra sotto i loro piedi.
Perciò la globalizzazione terrestre, che possiamo quindi paragona­
re a un assioma, è la prima e unica premessa da cui una teoria dell’e­
poca contemporanea possa prendere le mosse. Anche se fino a poco
tempo fa le popolazioni disseminate sulla sua endo-sfera erano esisti­
te come stelle separate, nascoste a ciò che stava fuori entro clausure lin­
guistiche, immunizzate dalla non-conoscenza dell’Altro e ammaliate
dalla propria fama e dalla propria miseria, esse vengono obbligate dal­
la “rivoluzione” del Moderno, che annienta la distanza sulla base del­
la loro raggiungibilità da parte dell’Altro in movimento, ad ammette­
re di vivere tutte su uno e un solo pianeta, l’astro di ciò che è svelato.
IL MONDO SINCRONICO 187

Poiché la globalizzazione terrestre è un semplice dato di fatto, ve­


rificatosi tardi e in circostanze particolari, non può essere interpretata
come manifestazione di una verità eterna o di un’inevitabile necessità.
Sarebbe eccessivo vedere in essa l’espressione della tesi della biologia
secondo la quale gli uomini sulla Terra costituiscono un unico genere.
Ed essa non prova neppure l’idea metafisica secondo la quale il gene­
re umano condividerebbe uno e un solo patrimonio di verità non-ri­
vedibili - per quanto alcuni ci credano o dicano di crederci. Né di cer­
to rispecchia una legge morale secondo la quale ognuno dovrebbe
pensare agli altri possibilmente con immedesimazione e interessamen­
to. L a supposizione ingenua di una potenziale apertura di tutti verso
tutti viene condotta ad absurdum dalla globalizzazione. Al contrario, l’i­
nevitabile finitezza dell’interesse degli uomini verso gli uomini si pale­
sa sempre di più nel processo di connessione in rete del mondo - si mo­
difica solo l’accento morale che tende a dirigere verso una richiesta di
una sempre maggiore capacità di sopportazione nonostante i nervi sia­
no messi sempre più a dura prova. Non bisogna sorprendersi se con il
procedere della connessione in rete si mostrano crescenti segni di mi­
santropia. Se essa ha il significato di una risposta naturale a un vicina­
to indesiderato, a fronte di un obbligo per tutti e nei confronti di tut­
ti a assere vicini a ciò che è lontano si può prevedere un’epidemia mi­
santropica senza precedenti. Ciò sorprenderà solo coloro che si sono
dimenticati che le espressioni “vicino” e “nemico” originariamente
erano pressoché sinonimi. Su questo sfondo i concetti di “educazione”
e di “cittadinanza mondiale” acquisiscono un significato diverso: in fu­
turo indicheranno l’orizzonte di misure di riduzione della misantropia.
Ciò che fino a pochissimo tempo fa caratterizzava “per natura” e
senza eccezioni “tutti gli esseri umani” era la loro comune tendenza a
ignorare la stragrande maggioranza degli esseri umani che si trovava­
no al di fuori del loro contenitore etico. Bisogna considerare questa co­
stituzione inter-ignorante dell’“umanità” come uno stato privo di col­
pa. In qualità di appartenenti a un genere di forma di vita che si è spar­
pagliato qua e là - e la sua diaspora di fatto resta insuperabile anche
dopo la “rivoluzione” del traffico mondiale - gli esseri umani, all’in­
terno dei loro clan, delle loro etnie, dei loro quartieri, dei loro club, dei
loro gruppi di interesse sono allontanati in modo scontato da coloro
che appartengono ad altre unità di identità o ad altri scenari di me­
scolanza - neppure il club degli universalisti fa eccezione a questa re­
gola. Per dirla con l’antropologia: tra tutti gli esseri viventi Homo sa­
piens è quello che ha le spalle più larghe - ne ha bisogno per voltarle
ai suoi contemporanei. L’essere-nel-mondo ha sempre i tratti di un
188 PETER SLOTERDIJK

ignorare-tutto-ciò-che-al-momento-non-può-venire-incluso potente-
mente dispiegato. Tra gli effetti mentali “della globalizzazione” spicca
che essa ha elevato a norma ciò che è più improbabile dal punto di vi­
sta antropologico, il fare costantemente i conti con un Altro lontano,
con un concorrente invisibile, con qualcosa di estraneo al proprio con­
tenitore.
Il mondo globalizzato è un mondo sincronizzato; la sua forma è la
temporalità prodotta artificiosamente, la sua convergenza si trova nel­
le attualità (Sloterdijk 2001b)1. Certo, anche in futuro, sarà notte per
quei paesi e quegli uomini che si troveranno nella parte in ombra del­
la Terra; ma il mondo in quanto tale è privo di notte e rimarrà in futu­
ro sottoposto all’imperativo di un continuo giorno. Nello spazio glo­
bale rappresentato e dischiuso non ci sono più pause. Inoltre la forma
mentis del mercato mondiale e della nascente politica interna mondiale
spingono su posizioni difensive l’abituale ignoranza verso i lontani e gli
stranieri - che peraltro non si incontreranno mai - e comprimono co­
loro che ne fanno parte entro un’arena di possibilità reali di incontro
e di croniche necessità di contatto. Il risultato della globalizzazione, la
sintesi logica dell’umanità in un concetto di genere potente e la sua ri­
conduzione entro un compatto mondo del traffico è il prodotto di una
cogente astrazione e di messaggi obbliganti.
Quel che è stato detto sopra a proposito del primato del viaggio di
andata nella storia del traffico mondiale (cfr. supra, p. 135) arriva qui
a un punto saliente: “l’essere umano” e “l’umanità” si danno soltanto
una volta che, dopo secoli di unilaterali viaggi di andata degli europei
verso gli altri, l’orizzonte antropologico viene dischiuso all’Altro come
un plenum di popoli e di culture - un movimento che di recente è b i­
lanciato e complicato da un crescente traffico in senso contrario. Q ue­
sto traffico in senso contrario si mescola con i gesti di ritorno a se stes­
si degli europei - il risultato della mescolanza prende il nome di mul­
ticulturalismo; il suo modus operandi è l’ibridazione dei mondi simbo-1

1In questo contesto risulta interessante la già citata proposta di Martin Albrow di defi­
nire il periodo tra il 1492 e il 1945 (la conferenza di Rio de Janeiro sul clima) come “Mo­
dernità” o “età della globalizzazione”, per poter nettamente differenziare da essa la Global
Age dell’incipiente configurazione postnazionale dal mondo, per la quale la fase eroica del­
la globalizzazione non avrebbe fornito che i presupposti. Se si intende la globalità in questo
modo, come risultato e fatto compiuto della globalizzazione, allora in quest’“epoca globale”
in cui siamo entrati, quel che ci colpisce è effettivamente la sua struttura “poststorica”, cioè
uno spostamento di peso dalla storia alle notizie, e dall’orientamento al passato regionale ai
futuri sovra-regionali. Solo così diviene comprensibile, se non accettabile, il motto civettuo­
lo di Albrow (1996): “Lasciate perdere i moderni!”.
IL MONDO SINCRONICO 189

lici (Laplatine, N ouss 2001). “L’umanità” entra sulla scena del pensie­
ro contemporaneo scoprendosi progressivamente e connettendosi in re­
te in qualità di vago e frammentato para-soggetto di una storia uni­
versale della contingenza2, l’ultimo arrivato, la cui comparsa, se non ad­
dirittura il suo carattere, rimane sottoposta completamente alle circo­
stanze casuali della sua scoperta.

2 “Esiste una storia universale, ma è una storia della contingenza” (Deleuze, Guattari
1980, p. 31).
Capitolo ventinovesimo
La seconda ecumene

L’ “umanità” non si costituisce assolutamente attraverso la libido te­


sa a costruire un’unione totale e a darsi i mezzi a ciò necessari. Piutto­
sto la riunione antropologica risulta dai vincoli coercitivi del colonia­
lismo e, dopo la loro dissoluzione, dalla necessitante interconnessione
che si afferma con il traffico fisico delle merci, il sistema di credito, gli
investimenti, il turismo, l’esportazione di cultura, gli scambi scientifi­
ci, gli interventi armati di “polizia internazionale” e l’allargamento del­
le norme ecologiche. Le pretese dell’attuale seconda ecumene non si
palesano tanto nel fatto che gli esseri umani debbano ovunque am­
mettere che gli uomini di un altro luogo siano loro pari (benché sia con­
siderevole il numero di coloro che lo negano apertamente o segreta-
mente), quanto nel dover essi sopportare una crescente pressione alla
cooperazione, la quale, in considerazione dei rischi comuni e delle mi­
nacce estese a livello internazionale, li condensa in una comunità au­
to-coercitiva. I risultati dell’analisi degli Stati nazionali - secondo la qua­
le essi possono mantenere la loro forma solo per mezzo di una costan­
te comunicazione auto-stressante - sembrano dimostrarsi sempre più
veri anche p erla “comunità planetaria” degli Stati, aggregata ancora a
livello informale. Lo stress autogeno è la base di tutti i meccanismi di
consenso e cooperazione su grande scala (Sloterdijk 1998a)'.
L a politica internazionale si trasforma in modo significativo a fron­
te della montante pressione all’incontro esercitata sugli attori mondia­
li: essa sembra uscire davanti ai nostri occhi dall’era delle grandi azio­
ni e passare all’epoca dei grandi temi - ovvero all’epoca dei rischi ge­
neralizzati che si coagulano in statuti semantici o in universali nuovi.1

1 II tentativo più entusiasmante di dedurre una teoria generale della cultura dall’analisi del
meccanismo dello stress e del post-stress è stato prodotto da E. Heiner Mühlmann (1996).
LA SECONDA ECUMENE 191

Statuti semantici e nuovi universali devono essere minuziosamente ela­


borati nel corso di discussioni permanenti. L a politica dei temi e il cor­
rispondente circo di conferenze vanno avanti solo come produzione di
stress autogeno globale. I loro esponenti agiscono in nome di un’u­
manità che si costituisce sempre più come insieme integrato di comu­
ni [Kommune] dello stress reciprocamente convergenti.
Questo plenum virtuale di umanità-traffico realmente interconnessa
e mossa da temi, che si è sviluppato a partire dalla globalizzazione ter­
restre per mezzo degli imperi coloniali e del loro superamento nelle con­
dizioni del mercato mondiale (e nei latenti legami neo-coloniali), non rap­
presenta la prima forma della comune antropologica concepita nella
storia delTauto-scoperta e dell’auto-organizzazione umana. Anche gli
europei pre-colombiani avevano già concepito un’idea di unità del ge­
nere umano, articolata secondo il concetto greco di oikumene o di “mon­
do abitato” . Il fatto che queste colonie del “genere umano” in nuce re­
stassero confinate entro la cultura mediterranea ellenistico-romana e che
alla periferia comprendessero soltanto la triade di continenti tolemaico-
terranea di (resto dell’) Europa - Asia (occidentale) - Africa (settentrio­
nale) non toglie nulla all’ampiezza di vedute di questa prima idea di ge­
nere umano. La questione centrale del concetto antico di ecumene non
sta tanto nell’idea che l’uomo dovesse sempre essere a casa propria da
qualche parte. Agli antichi non viene neanche in mente di dire che pres­
so tutti i popoli i mortali siano animali “domestici” [ökonomisch] (oikein,
abitare, dimorare) o esseri manchevoli dipendenti da una dimora e in­
capaci di rinunciare al bisogno primario di avere un tetto sulla testa o si­
mili. AH’ecumenismo antico gli esseri umani non appaiono come esseri
viventi che hanno diritti poiché hanno più o meno tutti fisicamente bi­
sogno delle stesse cose e con ciò si riconoscono reciprocamente. Piutto­
sto, nel pensiero dei primi filosofi gli uomini sono capaci a livello onto­
logico di riconoscersi come appartenenti a una specie che, al di là dei suoi
simbolismi locali, prende parte al medesimo mistero del mondo. Sono
quegli esseri che tendono verso la stessa luce e sono sovrastati dalla stes­
sa domanda. Questa idea di un’universale partecipazione a un fonda­
mento superiore velato e manifesto della realtà costituisce ciò che si po­
trebbe chiamare, con Eric Voegelin, la Prima Ecumene dell’Occidente
(accanto a esso c’è anche, come è noto, una versione cinese di quest’i­
dea di totalità civilizzata, formulata con il concetto di t’ien-hsia “tutto quel
che c’è sotto il cielo” , espressione che viene tradotta anche direttamen­
te con “regno”) (Voegelin 1974, pp. 272-299). Eric Voegelin ha formu­
lato retrospettivamente e in modo efficace la struttura metafisica della pri­
ma idea di unità dell’umanità nel mondo antico:
192 PETER SLOTERDIJK

L’umanità universale non è una società che esiste nel mondo bensì un sim­
bolo che si riferisce alla consapevolezza dell’uomo di prendere parte nel­
la sua esistenza terrena al mistero di una realtà, che anela alla sua illumi­
nazione. L’umanità universale è un indice escatologico.
(...) Senza universalità non ci sarebbe umanità, a meno che non si tratti di
un aggregato di membri di una specie biologica; non ci sarebbe storia del­
l’umanità, come non c’è una storia della gattità o della cavallità. Se l’uma­
nità deve avere una storia, allora coloro che ne fanno parte devono essere
capaci di rispondere all’impulso dato dalla presenza di Dio nelle loro ani­
me. Se le condizioni sono queste, allora l’umanità sarà costituita per mez­
zo di Dio, cui l’uomo risponde. In questo modo si scopre che un cumulo
casuale di società della medesima tipologia biologica costituisce un’unica
umanità con un’unica storia, e ciò in forza della loro partecipazione al me­
desimo flusso di presenza divina (p. 305).

Il motivo di unità di un’“umanità” così progettata non va ricercato,


in questa prospettiva, né nel traffico di merci sul Mediterraneo né nella
sintesi dei popoli prodotta dall’Impero sotto il dominio di Roma. Piut­
tosto, gli uomini dell’Antichità, se prestiamo fede alla più ambiziosa ri-
costruzione delle loro auto-interpretazioni, sono una “comunità di pro­
blemi”; vengono illuminati dalla partecipazione alle medesime evidenze
e solidarizzano grazie alla comune struttura enigmatica dell’esistenza. La
dignità del genere umano risiedeva nel suo consistere di esseri che era­
no sovrastati dal medesimo e incommensurabile fondamento. Certo re­
stò una prerogativa dei Romani quella di sviluppare macchine da guer­
ra e mezzi di trasporto che permisero loro di assoggettare tutto il mon­
do abitato intorno al bacino del Mediterraneo; ma dopo che si erano
espansi in tutte le direzioni furono costretti a farsi conquistare dallo spi­
rito di due popoli che avevano conquistato. Se dapprima, secondo i ver­
si di Orazio, “la Grecia sottomessa sottomise rincivile vincitore” , ciò ac­
cadde perché la teologia filosofica greca aveva rivelato le strutture di una
voce della ragione universalmente udibile —si potrebbe ancor meglio par­
lare di una tecnica di evidenza pronta per essere esportata - che poteva
mostrarsi potenzialmente a tutti gli uomini nel puro pensiero, senza con­
siderare i loro pregiudizi etnici. Voegelin ha celebrato questa “epifania
noetica” come il contributo della Grecia a una philosophia perennis cul­
turalmente rilevante a livello mondiale (Voegelin 1957)2. Se in seguito an-

2 Facciamo riferimento all’opera monumentale di Voegelin perché, benché rimasta pri­


va di effetto, può essere recepita come esemplare autopenetrazione del cattolicesimo filoso­
fico; in essa, per il resto, è possibile leggere in modo particolarmente chiaro che le difese del­
la philosophia perennis nel secolo XX si risolvono regolarmente in necrologi involontari di ciò
che stanno difendendo.
LA SECONDA ECUMENE 193

che Gerusalemme, sotto auspici cristiani, ebbe la meglio su Roma, fu gra­


zie al suo messaggio di una comunione interiore e pubblica di Dio con
le anime dei fedeli nella ecclesia: grazie a questa dottrina sviluppò il mo­
tivo di una “teofania pneumatica” a un livello universale e non più gra­
vata da limiti etnici.
Roma assurse al rango di Città Eterna non tanto in nome delle sue
stanziali divinità del successo - Giove, Marte, Venere, Vittoria - ma piut­
tosto perché era in grado di trasformarsi in una Seconda Gerusalemme
e, entro certi limiti, anche in una Seconda Atene. Grazie alla sua capa­
cità di assimilazione e transizione, la città dei Cesari e dei papi ha sapu­
to erigersi a capitale della Prima Ecumene. La Roma aeterna, questo ful­
cro della Vecchia Europa, si presenta, molto prima delle università e del­
le accademie moderne, come sede terrena dell’evidenza: dopo Atene e
Gerusalemme, voleva essere la città in cui si mostra ciò che è. Preten­
deva che i suoi visitatori intraprendessero il viaggio verso Roma come
un pellegrinaggio tanto verso l’evidenza quanto verso il mistero.

Nel frattempo la globalizzazione terrestre ha decentrato anche la


Città delle città e ha fatto della centrale metafisica di trasmissione un’u­
bicazione tra le altre. Non dobbiamo sottovalutare il fatto che i ses-
santacinque firmatari della dichiarazione d ’indipendenza americana
del 4 luglio 1776, che senza eccezioni facevano parte della massoneria
ed erano metafisici dilettanti, per prima cosa abbiano fatto appello al­
l’evidenza e solo dopo abbiano proclamato i diritti umani - come se
avessero intuitivamente capito che il distacco dall’Europa non poteva
avvenire se prima non si mirava a una trasferimento di verità al di là
dell’Atlantico:

Riteniamo evidenti queste verità, ovvero che tutti gli uomini sono stati crea­
ti uguali (We hold these thruths to be evident).

Per la comune antropologica dell’epoca globale non c’è più un m o­


tivo metafisico di unità del tipo indicato da Voegelin come “presenza
divina” in ciascuna anima - perciò bisognerà andare alla ricerca di un
altro medium per la coesistenza del tutto.

La Seconda Ecumene ha fatto saltare tutti gli universali della pri­


ma; ha attribuito il predicato di provinciale tanto al concetto cristiano
quanto a quello greco di mondo con le loro pretese di evidenza logica
- per quanto continui a valutare positivamente i suoi universali. Anche
il cristianesimo ha dovuto accettare un attestato di particolarità, no-
194 PETER SLOTERDIJK

nostante potesse essere in grado di ottenere un’autorità allargata gra­


zie all’impegno a trasformarsi in un “ethos mondiale” - un progetto al
quale Hans Küng e altri lavorano con lo slancio di tardivi padri della
Chiesa - ma questo solo un lontano futuro potrà provarlo.
E però certo che nessuna delle cosiddette religioni mondiali si può
qualificare come la Grande Arca di tutte le parti dell’umanità. Ciascu­
na di esse avrà, alla lunga, difficoltà a conservare la propria quota sul
mercato mondiale dei bisogni metafisici. Per le religioni sintetiche e uni­
versali non sussiste dal punto di vista pratico la possibilità di imporre
una lingua unitaria o un vocabolario conclusivo alla comune antropo-
logica (Figi 1993). In questa situazione sembra plausibile che vengano
mantenute a un livello più basso le pretese rivolte a un concetto uni­
tario del fondamento del genere umano.
La Seconda Ecumene può comunque imparare dalla Prima che
scoprire un fondamento unitario per l’umanità non è questione di ri­
chiamarsi a “fondamenti biologici” - nonostante l’entrata in scena di
una genetica recente e politicamente corretta che attesta a tutti gli uo­
mini l’appartenenza a un pool genetico ampiamente omogeneo. Q ue­
sto razzismo adamitico costituisce un “sistema della follia” che ha la
stessa struttura di tutti i collettivismi biologici che l’hanno preceduto,
anche se oggi gli argomenti genetici non vengono più impiegati a fini
discriminatori ma solo per l’unificazione delle razze.
Anche la Seconda Ecumene potrà quindi esprimere 1’“ unità del genere
umano” - per parlare ora con il linguaggio del XVffl secolo - non per mez­
zo di una physis comune ma solamente per mezzo di una condizione co­
mune. Questa condizione può essere determinata solo dal punto di vista
ecologico e immunologico. Essa fa riferimento soprattutto all’obbligo di
civilizzazione delle culture. Ciò significa che nessuna forma di vita tra­
mandata a livello locale è cresciuta con i semplici strumenti disponibili nel­
la nuova situazione. L’“unità degli esseri umani” nel loro genere disperso
si basa ora sul fatto che tutti quanti, nelle rispettive regioni e nelle rispet­
tive storie, si sono sincronizzati, sono stati colpiti e umiliati da lontano, la­
cerati, collegati e oppressi da pretese eccessive. Essi sono divenuti ubica­
zioni di un’illusione vitale, indirizzi del capitale, punti in uno spazio omo­
geneo, ai quali si fa ritorno e che fanno ritorno a se stessi —più osservati
che osservatori, più compresi che capaci di comprendere, più soggetti a
essere raggiunti che a raggiungere. Ogni uomo e ogni donna ora devono,
nel tornare a se stessi, farsi un’opinione dei vantaggi e degli svantaggi che
comporta essere chi si è. L’“umanità” dopo la globalizzazione è compo­
sta per la maggior parte da coloro che sono rimasti indietro nella propria
pelle, vittime dello svantaggio comportato dall’ubicazione dell’“Io ”.
LA SECONDA ECUMENE 195

Il corso stesso del mondo, anche senza filosofia, ha sbalzato in mo­


do imprevedibile gli esseri umani lontano dal centro. Nel processo
della globalizzazione essi si vivono come esseri antiquati, come hanno
sottolineato addolorati alcuni teorici dell’alienazione, sono diventati
esterni a se stessi - esseri che si guardano dall’esterno e non possono
essere certi che ci sia qualcuno in casa, quando vogliono tornare a sé.
Se entro la Prima Ecumene l’uomo esemplare era il saggio che m e­
dita il suo rapporto infranto con l’assoluto e il santo che per mezzo del­
la grazia poteva sentirsi più vicino a Dio del semplice pescatore, allo­
ra l’uomo esemplare della Seconda Ecumene è la star mondiale, che non
capirà mai perché abbia avuto più successo di altri, l’anonimo pensa­
tore che si apre a entrambe le esperienze chiave dell’epoca: per un ver­
so alle continue “ rivoluzioni” come “presentazioni hic et nunc dell’in­
finito nel qui ed ora” (Deleuze, Guattari 1991, p. 94), per un altro al­
la vergogna che oggi affligge più del peccato originale ogni vita atten­
ta: la vergogna di non aver fatto mai abbastanza per opporsi all’onni­
presente umiliazione dei viventi.
Sull’ultima sfera, l’ubicazione della Seconda Ecumene, non ci sarà
nessuna sfera delle sfere - né creata con l’informatica né da uno Stato
mondiale, né certamente dalla religione (quindi chi con Habermas e
Ratzinger scommette sul potere unificante della religione avrebbe bi­
sogno di un animo più resistente alle delusioni di quello che è dispo­
nibile oggi). Anche Internet, per quanto molteplici siano le sue poten­
zialità, in qualità di sistema super-inclusivo crea inevitabilmente una su­
per-esclusività complementare. L a sfera, che è fatta solo di superficie,
non è una casa per tutti ma al contrario la quintessenza dei mercati, do­
ve nessuno può essere “presso-di-sé” ; nessuno deve tentare di avere una
dimora dove denaro, merci e finzioni cambiano di padrone. Il merca­
to mondiale è un concetto atto a constatare (ed esigere) che tutti i com­
pratori e gli offerenti si incontrino in un’esteriorità universale. Fino a
che ci sono il mercato o i mercati mondiali falliranno tutte le specula­
zioni orientate a riottenere una relativa avvedutezza centrata sulla di­
mora o sulla città entro degli Interni integrali dell’umanità.
Se già il Medioevo non era riuscito a porre l’una dentro l’altra in m o­
do concentrico la sfera divina e quella mondana3, la Modernità pro­
durrebbe solo pazzia se dovesse intraprendere il progetto ibrido di in­
tegrare la molteplicità delle ubicazioni delle culture e delle imprese co­

3 Dal punto di vista della struttura profonda si trattava del rompicapo che si prescrisse
la philosophia perennisi perciò essa fallì, non essendo riuscita a risolverlo. Cfr. Sloterdijk 1999,
pp. 465-581.
196 PETER SLOTERDIJK

me sotto-sfera entro una monosfera costruita in modo concentrico.


Questo sembra aver sottovalutato Marshall M cLuhan quando, non
ancora riavutosi dalla delusione, si consacrò per un periodo alla visio­
ne del villaggio globale: “L’estensione dei media operata dall’uomo de­
termina l’umanizzazione del pianeta” (McLuhan, Powers 1989, p. 113).
Una cosa simile non potrebbe essere oggi ripetuta neppure entro le set­
te evangelizzatrici. Per quanto nobili fossero le aspettative del teorico
dei media, l’estinzione delle concezioni del mondo imperial-centrali-
stiche ha sottratto i necessari presupposti (la posizione centrale del mit­
tente) anche al cattolicesimo elettronico.
L’ultimo globo consente ampi costrutti solo sull’orizzontale - cosa
che non esclude qualche singolo grattacielo. Esso stimola le neigh-
bourhoods, le joint ventures, le transazioni culturali sotto cieli artificia­
li non troppo scoscesi; ha bisogno di fori, podii, baldacchini, di alti pa­
tronati, alleanze, mecenati; favorisce le conventicole di gruppi di inte­
resse raccolti intorno a tavoli formattati in m odo differente, in sale per
conferenze di ogni dimensione. Non incoraggia affatto per il futuro l’i­
dea di una super-monosfera o di un potente centro di tutti i centri.
Capitolo trentesimo
Trasformazione immunologica: verso “società” dalle pareti
sottili

Dalla roboante monotonia dell’attuale letteratura sociologica e poli­


tica sulla globalizzazione è possibile trarre alcuni modelli che hanno
buone possibilità di diventare nei prossimi decenni, e forse addirittura
nei prossimi secoli, una sorta di “universali” del giornalismo. Questi te­
mi quasi perenni sono: in primo luogo, l’affermazione secondo cui tra lo­
cale e globale va di quando in quando preso in considerazione un nuo­
vo modus vivendi-, in secondo, il fatto che le comunità politiche “dopo il
Moderno” siano entrate in una nuova costellazione “post-nazionale”
(Albrow 1996; Habermas 1998); in terzo luogo che il mondo globaliz­
zato venga sottoposto a tensione dal punto di vista politico e morale a
causa del crescente divario tra ricchi e poveri; in quarto luogo che l’in­
cipiente logQramento della biosfera e l’inquinamento di aria, acqua e ter­
ra trasformi volente o nolente “l’umanità” in una comunione ecologica
di interessi, dal cui dialogo e dalla cui coscienza dovrà nascere una nuo­
va cultura della ragione in grado di prevedere le conseguenze future più
remote. Non è difficile percepire in tutti questi temi un’unica tendenza:
il farsi via via sempre più sfocate delle concezioni tramandate dai soggetti
politici e dalle unità sociali. Ovunque è possibile notare che i trend de­
cisivi sono sfuggiti di mano a chi sino a ora ne era competente, e che i
problemi di oggi non si addicono a chi risolveva i problemi di ieri (e a
maggior ragione i problemi di domani a chi risolve i problemi di oggi).
Vogliamo tradurre queste considerazioni scaturite dal dibattito sociolo­
gico entro il nostro contesto: quello di una poiesi politica dello spazio o
di una “macrosferologia” 1. In seguito a questo cambio di prospettiva, tut­

1Con questo concetto intendiamo indicare le riflessioni attraverso le quali la teoria del­
le sfere intime (microsferologia) viene elevata a livello di una teoria delle grandi strutture im­
munitarie (Stati, imperi, “mondi”). Cfr. Sloterdijk 1998a; 1999.
Scansione a cura di Natjus, Ladri di Biblioteche

198 PETER SLOTERDIJK

te le questioni che riguardano l’identità sociale e personale si presenta­


no sotto forma morfologica e immunologica, ow ero dal punto di vista
di come sia possibile in mondi di grandi dimensioni e densi di avvenimenti
storici allestire qualcosa che somigli a una forma dell'“abitare” o dell’es-
sere-a-casa-propria-e-in-famiglia. L’attuale nervosismo da globalizzazio­
ne riflette il fatto che, avendo messo a riposo lo Stato nazionale, è stato
messo a riposo anche quello che fino a ora era il rapporto politico-abi­
tativo più vasto possibile - il salotto e la sala conferenze dei popoli de­
mocratici (o delle illusioni democratiche dei popoli) - e che in questo sa­
lotto nazionale qua e là si avvertano correnti d ’aria molto spiacevoli - so­
prattutto ove l’alto numero dei disoccupati si incontra ad alto livello con
la routine della protesta. Come si comprende in modo chiaro se si guar­
da indietro, la straordinaria impresa dello Stato nazionale è stata quella
di fornire alla maggioranza dei suoi abitanti una sorta di domesticità: que­
sta tanto immaginaria quanto reale struttura immunologica che poteva
essere percepita come convergenza del luogo e del sé o come identità re­
gionale, nel senso positivo del termine. Questa prestazione si è realizza­
ta in modo tanto più impressionante dove era riuscito al meglio l’addo­
mesticamento dello Stato autoritario in direzione di un welfare state.
L a costruzione immunologica di identità politico-etniche ha preso
a muoversi e mostra che non in tutte le condizioni la connessione tra
luogo e sé è così stabile come si pretendeva che fosse e come era stato
rappresentato nel folklore politico del territorialismo (dalle antiche
culture contadine al moderno Stato sociale). Se l’intreccio di luogo e
di sé viene allentato o dissolto, vengono alla ribalta due posizioni estre­
me che ci mostrano con chiarezza quasi sperimentale la struttura del
campo sociale: quella di un sé senza luogo e quella di un luogo senza
sé. E ovvio che tutte le società realmente esistenti hanno dovuto cer­
care il loro modus vivendi in qualche spazio a metà tra questi due poli
- dal momento che idealtipicamente si colloca il più possibile distante
dai due estremi; e si capisce facilmente che anche in futuro ogni co­
munità politica reale dovrà dare una risposta al doppio imperativo del­
la determinazione del sé e del luogo.
Al primo estremo di tale dissoluzione - quella del sé senza luogo -
si avvicina maggiormente la diaspora ebraica degli ultimi due millen­
ni, della quale si è potuto dire non a torto che gli ebrei siano stati un
popolo senza una terra - un fatto che ha puntualizzato Heinrich H ei­
ne: gli ebrei non si trovano a casa in una terra bensì in un libro, la To-
rah, che hanno portato con sé come una “patria portatile”2. Questa

2 Sul complesso rappresentativo di un “dio portatile” cfr. Debray 2003, pp. 123 sg.
TRASFORMAZIONE IMMUNOLOGIA 199

considerazione tanto profonda quanto elegante illumina una circo­


stanza spesso ignorata: i gruppi “erranti” e “deterritorializzati” co­
struiscono la loro immunità simbolica e la loro coerenza etnica solo
marginalmente, a partire da un territorio; sono molto più le loro co­
municazioni reciproche che fungono direttamente da “contenitore
autogeno”3, in cui i membri stessi sono contenuti e mantengono una
forma, mentre il gruppo si muove attraverso paesaggi esterni. Un p o ­
polo senza terra, ancorato in una tradizione scritta, non può perciò soc­
combere di fronte alla falsa conclusione, che attraverso la storia del­
l’umanità si è imposta praticamente a tutti i gruppi stanziali, di inten­
dere la Terra stessa come contenitore del popolo e di considerare il pro­
prio territorio come l’apriori del senso della propria vita o della pro­
pria identità. Q uesta territorial fallacy è una delle eredità sino a oggi
più potenti e più problematiche dell’epoca sedentaria del mondo,
poiché il riflesso istintivo di tutti gli esercizi di violenza apparentemente
legittimi, la cosiddetta “ difesa del territorio” , fa riferimento a essa. Si
basa sulla parificazione ossessiva di luogo e sé - l’errore assiomatico
del pensiero della ragione territorializzata (che la maggioranza dei
cittadini di Israele sembra destinata a commettere dopo il 1948). Ta­
le errore è diventato sempre più visibile da quando un’ondata poten­
tissima di mobilità transnazionale fa sì che in diversi luoghi molti p o ­
poli e territori relativizzino il legame che intercorre tra di loro. Il
trend verso sé multilocali è caratteristico della Modernità avanzata -
così come quello verso luoghi polietnici o denazionalizzati.
Su questo stato di cose ha richiamato l’attenzione l’antropologo del­
la cultura indo-americano Arjun Appadurai con la creazione del con­
cetto di ethnoescape. Sotto tale concetto vengono presi in considerazione
stati di cose come l’incipiente “deterritorializzazione” (deterritoriali-
zation) delle relazioni etniche, la costruzione di “comunità immagina­
rie” al di fuori degli Stati nazionali e l’immaginaria partecipazione di
innumerevoli individui alle immagini delle forme di vita di altre cultu­
re (Appadurai 1996). Per quel che riguarda gli ebrei durante il perio­
do di esilio, la loro provocazione era consistita nel fatto che essi ave­
vano ininterrottamente tenuto sotto gli occhi dei popoli dell’emisfero
occidentale l’apparente paradosso e l’effettivo scandalo di un sé che di
fatto esisteva senza un luogo.
All’altro estremo appare sempre più chiaramente il fenomeno del
luogo senza sé. Le regioni invivibili della Terra - i deserti bianchi (cir­
coli polari), i deserti grigi (alta montagna), verdi (le foreste vergini), gial-

3 Su questa espressione cfr. Sloterdijk 1998, pp. 60 sg.


200 PETER SLOTERDIJK

li (deserti di sabbia) e blu (oceani) - sono un esempio paradigmatico


di “assenza di sé” ; a essi si possono affiancare i deserti secondari pro­
dotti per mano dell’uomo. Nel contesto della nostra ricerca sulle rela­
zioni sferiche questi ultimi sono interessanti come fenomeno di con­
fronto, poiché costituiscono luoghi con i quali gli uomini non svilup­
pano normalmente alcun rapporto di coltivazione, e tanto meno ten­
tano un’identificazione con essi. Ciò vale per tutti gli spazi di transito
sia nel senso proprio che nel senso lato del termine, si tratti di località
create per il traffico come le stazioni, i porti e gli aeroporti, le strade,
le aree e i centri commerciali, si tratti di strutture progettate per sog­
giorni limitati, come i villaggi turistici e le città turistiche, i luoghi do­
ve si lavora o si dorme soltanto. Tali luoghi possono anche avere una
loro atmosfera, tuttavia non esistono dipendentemente da una popo­
lazione abituale o da un collettivo di sé, che sarebbe qui presso-se-stes-
so. Ciò che li definisce è il fatto di non trattenere coloro che passano.
Sono i luoghi-di-nessuno, ora affollati di gente, ora senz’anima viva, i
deserti di transito che proliferano nei centri decentrati e nelle ibride pe­
riferie delle “società” contemporanee.
In questa “società” si riconosce, senza che sia necessario prosegui­
re nell’analisi, che quello che per esse ha rappresentato sino a oggi la
normalità, cioè una vita entro situazioni-container etniche, nazionali o
di massa (con tutti i rispettivi fantasmi specifici a proposito della loro
origine e della loro missione) e la licenza a confondere la terra e il sé
senza correre alcun pericolo, è stato intaccato in modo decisivo dalle
tendenze globalizzatrici. Infatti, da un lato tali “società” allentano i lo­
ro legami con il luogo, poiché grandi masse fanno propria una mobi­
lità che non trova precedenti nella storia, dall’altro si moltiplica il nu­
mero dei luoghi di transito nei quali, per gli uomini che li frequenta­
no, non è possibile un rapporto abitativo in senso proprio. Così le “so­
cietà” globalizzanti e mobilizzanti si avvicinano contemporaneamente
sia all’estremo “nom adico” di un sé senza luogo, sia all’estremo deser­
tico di un luogo senza sé - su uno sfondo di culture regionali e di feli­
cità stanziali che va sempre più rimpicciolendosi.
La crisi di forma delle moderne “società di massa” , che attualmente
viene discussa soprattutto come perdita di significato della statualità
nazionale, deriva dalla progressiva erosione delle funzioni di contai­
ner svolte dall’etnia. Ciò che sino a ora veniva inteso e frainteso con
il termine “società” di regola non era di fatto nient’altro che un con­
tenitore dalle spesse pareti, fondato sul territorio e difeso da simboli,
dove si parlava una sola lingua - un collettivo che trovava la certezza
di sé in una sorta di ermetica nazionale e che oscillava tra ridondan­
TRASFORMAZIONE IMMUNOLOGICA 201

ze sue proprie (e per gli estranei pressoché incomprensibili)4. Queste


comunità storiche che si trovavano all’incrocio tra sé e luogo, i cosid­
detti popoli, si basavano per lo più, a causa delle loro qualità di con­
tainer del sé, su un forte dislivello tra l’interno e l’esterno - uno stato
di cose che nelle culture prepolitiche usava delinearsi come etnocen­
trismo ingenuo, mentre a livello politico si mostrava come sostanzia­
le differenza tra politica interna e politica estera. Questa differenza e
questo gap vengono sempre più ridotti dagli effetti della globalizza­
zione; la prestazione immunitaria del container nazionale viene vissu­
ta in modo sempre più problematico dai suoi fruitori. Nessuno che ab­
bia conosciuto i vantaggi della libera e moderna circolazione si augu­
ra seriamente il ritorno alle clausure militanti della vecchia statualità
nazionale, per non parlare poi delle auto-ipnosi totalitarie caratteri­
stiche di forme di vita tribali; tuttavia, per molti contemporanei il
senso e i rischi del trend che conduce verso un mondo di “società” mi­
ste dotate di pareti sottili non risultano né comprensibili né graditi. La
globalizzazione, come dice giustamente Roland Robertson (1992, p.
182), è un processo accompagnato da proteste (a basically contested
process). La protesta contro la globalizzazione è anche la globalizza­
zione stessa —fa parte di un’inevitabile quanto indispensabile reazio­
ne immunitaria degli organi locali contro le infezioni causate da un for­
mato maggiore del mondo.
La sfida psicopolitica dell’epoca globale, che noi intenderemo con
Martin Albrow come il capriccioso risultato della Modernità, consiste
nel rielaborare l’indebolimento delle immunità-container non sempli­
cemente come perdita di forma e decadenza, cioè come aiuto ambiva­
lente oppure cinico per l’auto-distruzione. In gioco, per i postmoderni,
sono dei design nuovi in grado di delineare con successo condizioni im­
munitarie vivibili: e sono proprio queste che possono svilupparsi e si svi­
lupperanno in svariati modi entro le “società” dalle pareti permeabili -
anche se, come sempre, ciò non avverrà in tutte e non varrà per tutti.
In questo contesto il trend epocale, verso forme di vita individua­
listiche svela il suo significato immunologico: nelle “società” avanza­
te di oggi sono gli individui - forse per la prima volta nella storia del­
la convivenza tra ominidi - che, in qualità di latori di competenze im­
munitarie, si staccano dai corpi collettivi (sino a ora precipuamente
protettivi) e in m assa vogliono separare la propria felicità e infelicità

4 Sul fondamento antropologico degli strati più profondi del sentimento di appartenenza
a opera del concetto di “ uterotop” (ovvero sfera di elezione) e di “thermotop" (cioè sfera del
vizio) cfr, Sloterdijk 2004, pp. 386-405.
202 PETER SLOTERDIJK

dalla conservazione della forma della comune politica. Oggi viviamo


la trasformazione probabilmente irreversibile dei collettivi politici fi­
nalizzati alla sicurezza in gruppi con un design immunitario indivi­
dualistico (e questo trend manterrebbe la sua forza anche qualora si
giungesse a un rinnovato primato del politico in conseguenza di un pre­
sunto o reale “ritorno della guerra” - la guerra ritornata avrebbe co­
munque un carattere terapeutico, difensivo e immunitario; solo in
m odo episodico il gruppo individualistico rimilitarizzato potrebbe ri­
cadere in uno stato d ’animo collettivistico).
Questa tendenza si manifesta nel modo più chiaro nella nazione pi­
lota del mondo occidentale, gli USA, dove il concetto di pursuit ofhap-
ptness, a partire dalla dichiarazione di indipendenza, fonda nominal­
mente il “contratto sociale”. Gli effetti centrifughi dell’orientamento ver­
so la felicità dell’individuo sono stati efficacemente compensati dalle
energie della comunità e della società civile, in modo tale che la prio­
rità immunologica tradizionale del gruppo rispetto ai suoi membri sem­
bra prendere corpo anche entro il popolo sintetico degli statunitensi.
Nel frattempo gli auspici si sono capovolti: in nessun paese della Ter­
ra, in nessuna popolazione o cultura viene praticata altrettanta cura
biologica, psicotecnica e pseudo-religiosa del sé a livello dei singoli,
parallelamente a una crescente astinenza dall’impegno politico. Nel
1996 gli Stati Uniti hanno per la prima volta vissuto, in occasione del­
le votazioni presidenziali (rielezione di Clinton), una partecipazione
inferiore al 5 0% ; nel novembre del 1998, in occasione delle elezioni
della Camera dei rappresentanti e del Senato, tra i cittadini in possesso
dei diritti politici approssimativamente due su tre hanno disertato le
urne (nonostante gli esperti non considerino un’affluenza del 38% co­
me un risultato particolarmente negativo)5. E stato unicamente a cau­
sa di una campagna elettorale straordinariamente dura che in occa­
sione della rielezione di G eorge W. Bush nel novembre del 2004 è sta­
to spinto a votare il 60% degli aventi diritto. Ciò rivela una situazio­
ne in cui la maggioranza è certa di potersi sempre più dissociare dai
destini della sua comunità politica - e ciò sulla spinta della plausibi­
le idea secondo la quale il singolo in futuro non troverà più (o solo
eccezionalmente) il suo optimum immunologico nel collettivo nazio­
nale e, in ogni caso, non nei sistemi di solidarietà della propria com­

5 Come è noto Walter Lippmann nel suo capolavoro ispirato allo scetticismo democra­
tico The Phantom Public ha fatto riferimento a quote simili di astensionismo nella massa dei
(non-) elettori condannata alla passività e all’incompetenza.
TRASFORMAZIONE IMMUNOLOGIA 203

munity, lo troverà invece più precisamente in collettivi vittimologici;


e nel modo più inequivocabile in accordi assicurativi privati.
L’assioma dell’ordine immunologico individualistico si propaga nel­
le popolazioni costituite da individui auto-centrati come una nuova evi­
denza vitale: in ultima istanza, nessuno farà per loro ciò che essi non
fanno per se stessi. Le nuove tecniche di immunizzazione (nel loro cen­
tro istituzionale: le assicurazioni private e i fondi pensione; nella loro
periferia individuale: la dietetica e la biotecnica) vengono raccoman­
date come strategie esistenziali per “società” di singoli che hanno com ­
piuto la lunga marcia della flessibilizzazione, dell’indebolimento della
“referenza all’oggetto” , della licenza generale concessa alle relazioni in­
fedeli o reversibili tra uomini - sono giunti allo stadio finale di ogni cul­
tura giustamente profetizzato da Spengler: allo stadio in cui è divenu­
to impossibile decidere se i singoli siano nel pieno delle loro forze o de­
cadenti (ma forti da quale punto di vista e decadenti in rapporto a che
cosa?). È lo stato di cose nel quale è andata smarrita per gli individui
la capacità di costruire il mondo in modo esemplare. I singoli indivi­
dualizzati si comportano come se fossero pervenuti all’idea che ci si tro­
va all 'optimum immunitario non se si assume in sé “il m ondo” in m o­
do molteplice ma piuttosto se si definiscono i contatti con esso in m o­
do molto ristretto. Per questa ragione perde di significato l’ultima dif­
ferenza metafisica, la differenza difesa da Nietzsche tra nobile e me­
schino. Con la fine dei tempi eroici della conquista e della creazione
finisce anche la congiuntura favorevole ai loro grandi uomini, questi sin­
goli onnicomprensivi che sembravano capaci di riunire in sé la loro epo­
ca e il loro collettivo. A essi fa seguito il ciclo individualistico in cui cia­
scuno sceglie se stesso come sua regione speciale. Le conseguenze so­
no note; una di esse è il fatto che il fantasma antropologico della M o­
dernità, l’homme monde, l’uomo microcosmico, ricettivo ed espressi­
vo in modo molteplice e completo, scompare come un viso disegnato
sulla sabbia del bagnasciuga.
Capitolo trentunesimo
Fede e sapere: In hoc signo (se. Globi) vinces

Il concetto di Global Age formulato da Martin Albrow va incontro


al bisogno di una teoria narrativa che operi secondo fasi distinte entro
una serie incompleta. Esso stabilisce la tesi secondo cui l’era della glo-
balization - nella nostra terminologia l’era della globalizzazione terre­
stre - deve valere come epoca conclusa che è passata, in un postludio
di lunghezza indeterminata, alla storia regolare, un postludio che as­
sume il significato di un’era con diritti propri. Come si è già notato, al­
cuni autori indicano quest’epoca trascorsa come “il millennio europeo”
(Halecki 1966) o, addirittura, come la “storia universale dell’E uropa”.
Queste espressioni, nonostante tutta la loro inattualità e discutibilità,
hanno il vantaggio di rievocare l’asimmetria tra il fare degli agenti eu­
ropei e quello dei non europei.
Ciò che da un punto di vista sistemico prende il nome di asimme­
tria indica in prospettiva politica il dominio. L’espressione colonialismo
riassume le procedure che nel frattempo sono divenute universalmen­
te inammissibili e i risultati dell’“espansione europea” (Reinhard 1983).
Se questa denominazione respinge il metodo della sua epoca, tuttavia
non può ignorare il suo risultato, l’affermazione dell’unità del mondo.
Alla base della prassi coloniale c’è la convinzione delle “grandi nazio­
ni” europee - e si sentivano tutte grandi senza eccezioni nel periodo
delle loro conquiste - che ormai l’unilateralismo costituisca un loro di­
ritto originario. M a come è possibile, se l’unilateralità ha fatto il suo tem­
po e ha avuto inizio un periodo in cui le parti in gioco sono molte? Le
nuove proposte di un’immagine simmetrica del mondo, come si arti­
colano nei Postcolonial Studies, non prendono solo le mosse dalla fine
endogena della centralità del potere europeo; esse presuppongono an­
che il passaggio a una mutata comprensione di attacco e contrattacco.
La preoccupazione per la simmetria ha come conseguenza che ora è Tal-
FEDE E SAPERE: IN HOC SIG N O (SC. G LO BI) VINCES 205

terità ad avere la precedenza. Si è così nel frattempo liberi di appura­


re che nell’ottobre del 1492 gli europei sono stati scoperti dagli indi­
geni caraibici. Si rivela quindi opportuno per gli scopritori traditi rac­
cogliere dati per lo studio dei loro visitatori; questi archivi sono oggi
disponibili alla ricerca.

La conseguenza dell’epoca dell’offensiva europea è questa (e biso­


gna ripeterla come un mantra postmoderno): dispiegamento e conso­
lidamento del sistema-mondo. Ciò implica la messa in rete dei global
players a diversi livelli - degli Stati, delle imprese, delle banche e delle
borse, dell’attività scientifica, di quella artistica, sportiva, della prosti­
tuzione, del commercio di droga, di armi ecc. Questo sistema di re­
troazione, per quanto labile possa ancora apparire, costituisce il piano
su cui operano ormai definitivamente numerose routine, attraverso cui
la presa in considerazione di avversari lontani nello spazio, ma mate­
rialmente vicini, è divenuta lo stile dominante dell’essere-nel-mondo.
Perciò il concetto di civilizzazione significa, nella sua attuale definizione,
qualcosa come telerealismo.
“Conclusione della globalizzazione terrestre” significa: si sa una vol­
ta per tutte che nessuno può più giungere per primo in nessun luogo
del mondo; bisogna anche tenere esplicitamente conto del fatto che non
ci si può più esprimere in modo discorsivamente indipendente a pro­
posito di nessun tema. Ovunque sono compattamente presenti le trac­
ce di uno scopritore e di un precedente oratore. Sono le circostanze stes­
se a essere avverse all’orgoglio di voler tentare, nonostante tutto, qual­
cosa di nuovo - nonostante il fatto che l’innovazione venga richiesta pro
forma sempre e ovunque (più precisamente la costante ascesa nella tor­
re delle improbabilità). Le rotte assiduamente utilizzate testimoniano la
trasformazione di quelli che prima erano viaggi di scoperta in regolare
traffico; discipline impresse nella mente garantiscono la collocazione di
idee e ipotesi nel solco dell’attività scientifica. Se l’epoca della globaliz­
zazione è stata caratterizzata da esplorazioni e aperture di nuove vie, la
Global Age è caratterizzata dalle tabelle degli orari di partenza e da un
crescente traffico. Alla globalizzazione appartiene l’avventura, alla glo­
balità la prenotazione. Gli esploratori dell’era della globalizzazione sa­
livano a bordo di imbarcazioni in partenza con moschetto, machete e
approssimative carte geografiche, il relatore dell’epoca globale sale a bor­
do dell’aereo con un regolare bigliétto e un manoscritto concluso.
Si possono perfettamente illustrare i momenti di continuità e di no­
vità della Global Age rispetto all’età della globalizzazione con l’analo­
gia della saturazione \Saturierung] delle culture urbane. Le metropoli
206 PETER SLOTERDIJK

contemporanee sono normalmente il risultato di diversi secoli di inse­


diamento, pianificazione e costruzione. Alcune grandi città come K ua­
la Lumpur, Shanghai o Berlino conoscono attualmente, in conseguen­
za di particolari congiunture regionali, febbrili spinte architettoniche,
il cui risultato contribuirà a delineare la loro silhouette di domani. Tut­
tavia, la fase costitutiva di costruzione della città è già terminata da un
p o ’ nella maggior parte delle metropoli classiche; ciò che segue è uno
stadio di cristallizzazione in cui si intraprendono ricostruzioni, riorga­
nizzazioni, aggiunte sulla base di ciò che c’è; i concetti chiave sono qui
quelli di connessione, ottimizzazione e resa estetica. Dove si può co­
struire poco di nuovo si deve passare a una rivalorizzazione intensiva
di ciò che c’è. In questa fase è caratteristica l’alleanza tra politica del
traffico e marketing culturale della città - le città dei vincenti vogliono
essere luogo di eventi, life quality provider e punti nodali nei corridoi
metropolitani, ragion per cui la costruzione di strade ad alta velocità
tra capoluoghi esprime l’ambizione della cultura cittadina cristallizza­
ta in modo tanto pregnante quanto la realizzazione di irrinunciabili col­
lettori urbani come i centri fieristici, le arene sportive, i musei di arte
moderna e le filiali di catene internazionali di hotel1.
Come in tutti i punti nodali del mondo vi sono culture cittadine cri­
stallizzate, così nel sistema-mondo si imprimono un’internazionalità e
un’interculturalità routinarie, che prendono corpo sotto forma di di­
plomazie, mercati, organizzazioni accademiche e fornitori di musica da
tournée. Analogamente anche le istituzioni mediche, le polizie, i mu­
sei e i servizi segreti aspirano a una loro unificazione transnazionale. Vi­
sto dalla zona del benessere il mondo dà l’impressione di essere nel­
l’insieme uno spazio completamente colonizzato - o meglio, dato che
la parola colonia è oggi proibita, un intreccio di spazi su sostrati etni­
ci, che si sono sottoposti a un ordine civile autonomamente definito -
di regola la costituzione dello Stato nazionale - che ha già rinunciato
a molte competenze a favore di istanze sovranazionali (ONU, FMI, UE).
Con lo stabilirsi di questa rete politico-culturale l’epoca della globa­
lizzazione è giunta in modo immanente alla sua conclusione.
Sosteniamo qui la tesi che esclusivamente l’epoca della globalizza­
zione terrestre può venire indicata come “storia universale” o, senza al­
cuna aggiunta, “ storia”. Il suo contenuto è il dramma [Drama\ dell’a­
pertura della Terra, quale latrice delle culture locali, e la sua compres­
sione entro un insieme-mondo connesso e schiumoso. Se si prende sul
serio questa definizione di “storia” , ne consegue che esclusivamente la

1 Sul concetto di “collettore” cfr. Sloterdijk 2004, pp. 604 sg.


FEDE E SAPERE: IN H O C SIG N O (SC. G LO BI) VINCES 207

sequenza di awenimenti tra il 1492 e il 1945 può venire così caratte­


rizzata, mentre l’esistenza di popoli e culture prima e dopo non ha con­
notati “storici” - tenuto conto del fatto che i due estremi restano di­
scutibili. Naturalmente tutti i gruppi, le istituzioni e le pratiche sono
sottoposti sempre e ovunque alle leggi del divenire; passano attraver­
so le loro epoche con il passo tranquillo della ripetizione variabile; fan­
no esperienza di salti e catastrofi, che interrompono le serie più lun­
ghe. Tuttavia, ciò che avviene nella storia non ha nulla a che vedere con
questo permanente restare e trafficare. L’unica a potersi davvero chia­
mare storia risponde in modo narrativo alla domanda ontologica: co­
me si sono potute venire a creare le circostanze dell’Epoca globale? C o­
me è stata possibile l’apertura della Terra come latrice dell’insieme
delle culture? Come è accaduto che gli europei fossero in grado di di­
segnare le loro carte e stendere le loro reti di collegamento sul mondo
abitato? Che ruolo gioca qui il denaro moderno nella sua triplice for­
ma di capitale commerciale, capitale industriale e capitale finanziario?
L a “storia” è il mito della nascita del sistema-mondo2. Può essere
narrata solo come epos di eroi della globalizzazione terrestre - come ro­
manzo dell’unilateralità vincente, che gli europei dettano ai loro cro­
nisti nel pieno dell’azione. Questo canto eroico supera la normale com­
plicità tra l’eroe e il suo cantore. Dal momento che viene cantato, si di­
spiega come la grandiosa narrazione inenarrabile dell’autoprovocazio-
ne dell’“umanità” . Per quanto sia suscettibile di variazioni, nessuna ver­
sione sarà completamente all’altezza degli avvenimenti.
Questo epos ibrido, spesso indagato ma mai adeguato in tutti i suoi
dettagli, costituisce un capitolo eminente della storia universale di ciò
che è contingente (Deleuze, Guattari 198Ö) che, nonostante la sua con­
tingenza, appare percorso internamente da una tendenza a uno scopo.
Il resoconto della globalizzazione è una storia nel senso proprio del ter­
mine non solo perché ha, come gli è peculiare, un inizio, un centro e
una fine; esso è storia anche in senso teleologico, poiché contiene in sé
il criterio della sua conclusione.
Per ciò che riguarda il suo inizio siamo in possesso di scene poten­
temente simboliche: le tre caravelle di Colombo salpano da Palos alle 8

2 Questa prospettiva sta a fondamento del recente tentativo di interpretazione storico­


universale di J. R. McNeil e William H. McNeil (2003), che descrivono la storia universale
come un processo di infittimento della rete. Purtroppo il volo d’uccello dei McNeil rimane
troppo alto per riconoscere che essi sono rimasti vittima di un inganno ottico e che proiet­
tano l’unica fase di un effettivo infittimento della rete che costituisce il mondo, cioè il pe­
riodo che va dal 1492 al 1974, sull’intera durata dell’avventura antropica.
208 PETER SLOTERDI.IK

del mattino di venerdì 3 agosto 1492 dall’“ormeggio di Saltés” (Colombo


1492, p. 12), facendo rotta sulle Canarie - con le conseguenze di cui par­
leremo; dopo 69 giorni viene avvistata la terra e, nel settantesimo gior­
no di navigazione, di nuovo di venerdì, avviene lo sbarco nel Nuovo
Mondo3. Nell’autunno dello stesso anno Martin Behaim presenta la
sua “terra a forma di mela” al Consiglio della città di Norimberga - por­
ta così la verità terrestre nella libera città della Franconia. Per la fine del­
la storia abbiamo immagini altrettanto chiare: durante la settimana del
congresso nazionale del partito nazionalsocialista del 1937 Hitler si fa
portare il globo di Behaim nel suo Hotel Deutscher H o f al fine, per un
verso, di ammirare con l’occasione l’esito dei restauri da lui finanziati
della sfera, che si presentava fortemente annerita, e per un altro di mo­
tivare i suoi piani imperiali con l’osservazione del nobile oggetto. Alla
conferenza di Bretton-Woods nel luglio del 1944 viene istituita, con l’ac­
cordo sulla parità aurea del dollaro con la sterlina inglese, la prima va­
luta mondiale della Global Age; nel 1969 gli astronauti statunitensi por­
tano dal loro viaggio sulla Luna le fotografie della Terra che sorge. Nel
mezzo ci sono milioni di scene, che rafforzano la stessa lezione: chi non
prende il globo sul serio, viene punito dalla vita.
L’ipotesi secondo cui la Terra sarebbe rappresentabile in forma di
sfera e, quindi, per mezzo di un globo terrestre, con immagini piatte
di paesi e mari, occupò nel tardo Medioevo un manipolo di teologi, car­
tografi e mercanti stimolati dalla fame di luoghi lontani. Per la gran par­
te degli europei dal XVI secolo fino alla dichiarazione di indipendenza
americana queste cose significavano una speculazione non vincolante,
priva di effetti degni di nota sulla vita di ciascuno, e ciò anche dopo che
le spedizioni di Colombo, Vasco da Gam a e Magellano avevano ag­
giunto una rilevante conferma empirica in favore delle ipotesi di allo­
ra. Le carte divennero gradualmente più precise; adanti, globi e plani­
sferi fecero la loro comparsa nelle biblioteche dei principi; i nuovi me­
dia del sapere relativo alla Terra fecero il loro ingresso nelle stanze dei
potenti della borghesia - tuttavia il contenuto di realtà delle immagini
del globo continuò a rimanere per la gran parte degli abitanti d ’E uro­
pa di grandezza incerta e insignificante. La rotondità della Terra face­
va parte di quelle realtà che dopo la loro pubblicazione ebbero biso­
gno di secoli prima di giungere ai loro provvidenziali destinatari.
Per alcuni attori, tuttavia, l’ipotesi divenne molto presto una fede
sufficientemente forte da spingerli a scommettere su di essa la propria

3 Sull’àpologìà del venerdì cfr. Hugo 1866, p. 249.


FEDE E SAPERE: IN H O CSIG N O (SC. G LO BI) VINCES 209

vita. Nella persona di Colombo, Magellano e del Cano la fede si mette


alla ricerca dell’intelletto. Per dichiararsi, gli era necessaria una nave
adatta al mare aperto e un equipaggio, che si affidasse per soldi e per­
suasione alla pazzia dei capitani. Grazie a un caso fortunato si è con­
servato il listino dei compensi degli equipaggi del 1492: il piloto San-
cho Ruiz de G am a doveva ricevere venti ducati in cambio della parte­
cipazione alla spedizione, il marinerò Juan de Moguer quattromila ma-
ravedis e così via (Colombo 1982, pp. 230-234). La professione di fede
implicita dei primi circumnavigatori del mondo è però ricostruibile so­
lo partendo dalle azioni e dai lasciti di questi uomini. Essa avrebbe p o ­
tuto recitare come segue:

Credo in unam terram rotundam, vitae matrem, fontern divitiarum, populo-


rum domum, et in mare universalem, fecundam navigabilemque, palatium
ventorem, amicam gubernatoris vectorisque, et in aerem liberam, ubique re­
spirabilem, velivolantium motricem velorum, leberatum omnium aularrì1

Colombo, come è noto, è stato spinto dalla speranza di trovare in


Occidente tanto oro quanto sarebbe stato necessario per il finanzia­
mento di una crociata per la liberazione del santo sepolcro dalla do­
minazione musulmana - anche in questo senso la via verso occidente
doveva aprire quella a oriente: questo Cristoforo non era l’unico a met­
tere la Modernità al servizio del Medioevo45. E ancora, dopo Magella­
no e del Cano, dopo Francis Drake e Henry Hudson, la professione di
globalità della Terra si sviluppò, divenendo sempre più forte decennio
dopo decennio, in una dottrina che, per la sua ortodossia di stampo ec­
clesiastico, prese dalla dottrina cattolica. Come la fede cristiana, anche
quella nella sfera sulla quale viviamo, operiamo e ci troviamo non vie­
ne solo professata ma anche tenuta in vita. L’affermazione che la Terra
sia di forma sferica smise di essere un’ipotesi esoterica e iniziò a m e­
scolarsi con le convinzioni che guidavano la vita degli uomini moder­
ni. La fede contiene in sé la funzione ontologica di “mettere in pratica
un pensiero” ; indica il fare presa del rappresentare sull’essere.
Perciò il rapporto sulla conquista e la messa in rete della Terra rac­
conta una story, che era dall’inizio alla fine una storia di fede. Essa si
occupa della fede dello scopritore che non dubitava di trovare il N u o­

4 Credo in un’unica terra rotonda, madre della vita, fonte di ricchezze, casa dei popoli, e nel
mare universale, fecondo e navigabile, palazzo dei venti, amico dei capitani e dei passeggeri, e nel­
l’aria libera, ovunque respirabile, motrice della vela che naviga veloce, vestibolo di tutte le libertà.
5 Sulla figura del Cristoforo cfr. Sloterdijk 1999, pp. 97-117.
210 PETER SLOTERDIJK

vo, di quella del conquistatore che guardava l’orizzonte fino a che non
compariva il bottino, e di quella del navigatore che si aggrappava con
tutta la sua forza alla tesi secondo cui la Terra si poteva circumnaviga­
re e si poteva ritornare in patria. Accadde l’impossibile: trovarono il
Nuovo, il bottino comparve all’orizzonte e le navi fecero ritorno, almeno
finché non si fracassavano sulla barriera corallina o non finivano sul fon­
do del mare. Perché questo trovare, questo comparire e questo fare ri­
torno avessero avuto successo poteva essere chiarito dagli attori di
quegli eventi solo dicendo che essi erano stati chiamati da Dio a esse­
re scopritori, conquistatori e facenti ritorno in patria.
A guardarli oggi i successi dei globonauti europei si mostrano in una
luce mutata. Oggi comprendiamo che la convinzione circa la forma sfe­
rica della Terra non ha costituito un prendere per vero un fatto imma­
ginario. La fede dei marineros è stata ricompensata dall’andargli in­
contro del reale - il reale ha conferito a ipotesi, carte, immagini, sto­
rie, percezioni e sensazioni che si riferivano alla sfera terrestre un pe­
so ontologico, fino al punto in cui l’oggetto ha tirato dalla sua parte i
fedeli. La crescente persuasione che la Terra fosse rotonda, intera e na­
vigabile costituisce da allora il gusto del reale. Come ci sono individui
afflitti da paranoie di persecuzione che davvero vengono perseguitati,
così ci sono navigatori che si immaginano una Terra rotonda e coper­
ta d ’acqua e la circumnavigano sul serio.
A questo punto delle nostre considerazioni si alza il sipario su una
grande questione: la fede dei geomani [Geomanen] nel passaggio tra il
XV e il XVI secolo era una fede nella verità - una verità prima velata e
poi svelata, prima allontanata e poi avvicinata. Poiché il disvelamento,
l’awicinamento e l’apertura della Terra sferica e dei suoi tesori richie­
se secoli, ci fu la storia universale come azione, descrizione e rielabora­
zione di grandi avventurieri; poiché lo svelamento e l’avvicinamento del­
la Terra erano compiti relativamente finiti, la storia che dà notizie a que­
sto proposito dovette avere cum grano salis un inizio, un centro e una
fine. Di più, la tensione verso la sua fine è così suggestiva che in qualità
di lettori illuminati si preferisce partire da un errore dovuto all’ottica re­
trospettiva che da un evento reale. Non abbiamo a che fare per caso con
una delle solite supposizioni teleologiche che ci suggerisce che si po­
trebbero ricondurre successivi eventi casuali a intenzioni iniziali?
Per la storia qui presa in esame le cose stanno diversamente: infat­
ti, la rappresentazione di una Terra rotonda rimase come una profezia
auto-awerante per cinquecento anni annidata nella coscienza dell’uo­
mo occidentale e dei suoi media. Essa ha coinvolto una piccola ma at­
tiva minoranza in una rottura senza precedenti - un amalgama prag­
FEDE E SAPERE: IN H O C SIG N O (SC. G LO BI) VINCES 211

matico di campagne di conquista, storia apostolica e processo di ricerca.


Ma l’idea della forma sferica della Terra non rimase solo una figura sim­
bolica. Il monogeismo [Monogei'smus] era più di un postulato della fi­
sica più elegante. I latori di questa idea vera per quanto non provata,
tenaci navigatori, pazienti cartografi, monarchi metallo-dipendenti e
speziali magnanimi, accumularono prove su prove fino a che anche l’ul­
timo degli scettici, degli ignoranti e degli indifferenti dovette sotto­
mettersi all’incipiente evidenza. Il racconto della Modernità si legge co­
me un lungo commento alla frase: In hoc signo vinces - si intende ora
il signum globi, e non più il signum crucis. Il segno della sfera surclas­
sa il segno della croce: in questa frase è contenuta la “storia” . Con la
fine delle manovre di sorpasso, dopo le quali la croce si troverà al se­
condo posto, si chiude il terreno su cui il fenomeno “storia” poteva pro­
cedere come rapporto sulle vittorie della fede nella sfera.

La missione del globo si è compiuta per gli uomini di oggi solo gra­
zie al suo successo onni-pervasivo. Da quando a nessun contemporaneo
minimamente razionale è più venuto in mente di mettere in dubbio il
valore della fede nella sfera terrestre, il nuovo segno è sbiadito in modo
simile al vecchio; è andato in rovina per la sua stessa ridondanza. Colo­
ro che potevano dubitare del monogeismo [Monogeismus] si sarebbero
compiaciuti di essere indicati come revisionisti. La fede del navigatore
si è trasformata in sapere; il sapere si è fatto triviale e specializzato; co­
loro che nel XVI secolo credevano nella Terra si sono trasformati negli
scienziati postmoderni della Terra - undicimila di essi si sono riuniti nel­
l’aprile del 2003 a Nizza, in occasione di una conferenza euro-america­
na (Morton 2004). Al loro arrivo in aeroplano la maggior parte di essi
deve avere concesso solo un rapido sguardo al bizzarro oggetto dei loro
desideri teoretici. In conseguenza delle nuove circostanze scientifiche, tut­
te le rappresentazioni pre-colombiane e pre-copernicane della forma e
dello stato della Terra hanno dovuto complessivamente accettare di es­
sere subordinate all’attuale come “immagini del mondo” superate. H ei­
degger, con la sua interpretazione della Modernità come “epoca del-
i’immagine del mondo” (supra, pp. 58,136-137) non ha colto esattamente
la questione decisiva. Avrebbe avuto ragione toto genere solo se gli eu­
ropei non avessero mai avuto l’audacia di circumnavigare la Terra. Poi­
ché invece la Terra è stata circumnavigata, e poiché a partire da allora e
per conseguenza di ciò c’è un nuovo sapere sul mondo - nonostante il
fatto che a casa sua in Europa di tutto ciò si vedessero solo le carte sbia­
dite e del fragore degli imperialisti si percepisse solo la loro eco - le af­
fermazioni sul mondo dei non-navigatori, di tutti i rapsodi stanziali e di
212 PETER SLOTERDIJK

tutti gli sciamani, i loro paesaggi visibili e invisibili potevano e doveva­


no essere dichiarati “immagini del mondo”. Esse non sono nulla più che
vecchie immagini del mondo, figure prive di un sapere corretto e di un
sapere ulteriore, poesie regionali di un tempo che ha preceduto il viag­
gio onnicomprensivo. Nonostante il fatto che il sapere del mondo che
avevano i moderni fosse legato in misura sconosciuta a riproduzioni, es­
so - e ciò è stato frainteso da Heidegger - non rappresenta in ultima istan­
za un’immagine, ma al contrario il mormorio dell’oceano entro i corpi
dei navigatori. Chi avesse messo l’orecchio su un globo terrestre, avreb­
be dovuto sentire il frangersi delle onde.
Schopenhauer nell’introduzione a II mondo come volontà e rappre­
sentazione annota a proposito dell’uomo avveduto dopo la svolta tra-
scendental-filosofica:

(...) egli sa con chiara certezza di non conoscere né il sole né la terra, ma


soltanto un occhio che vede un sole, e una mano che sente il contatto d’u-
na terra; egli sa che il mondo circostante non esiste se non come rappre­
sentazione (Schopenhauer 1819, p. 31).

A ciò bisognerebbe aggiungere, dal punto di vista del navigatore e


di tutti coloro che sono attivi nella globalizzazione, che in futuro non
ci sarà una Terra solo per la mano senziente. D opo Magellano e M er­
catore diviene certo e chiaro che conosciamo solo le navi che hanno cir­
cumnavigato la Terra e solo carte e globi in cui si dà rappresentazione
della verità dei grandi viaggi. Nel frattempo, abbiamo familiarizzato an­
che con telefoni e monitor che ci inviano rappresentazioni di voci e im­
magini provenienti dall’altro capo del mondo.
Il successo della missione della sfera terrestre è stato tanto efficace
che oggi non viene più percepito in quanto tale dai suoi eredi; i cristiani
dell’era post-costantiniana, di fronte alla miracolosa diffusione della lo ­
ro fede dal lago di Genesareth a Ponte Milvio avevano creduto neces­
sario invocare lo Spirito Santo, il quale aveva portato a compimento la
vittoria della Chiesa sull’Impero. G li uomini dell’epoca dopo-moder-
na si accontentano dell’idea che la Terra sia sempre stata rotonda e che
prima o dopo avrebbe dovuto venir fuori. Di fronte a una banalità che
si fonda su se stessa, nemmeno lo Spirito Santo serve a nulla. Forse l’aiu­
to da un tale versante sarebbe superfluo se potessimo richiamare alla
mente in modo sufficientemente intenso come abbia fatto la Terra a di­
venire una sfera terrestre. Tale racconto proverebbe en passant che cia­
scuna scena avrebbe potuto svilupparsi in maniera completamente di­
versa, mentre tutti gli episodi insieme, cambiati a piacere e arbitraria-
FEDE E SAPERE: IN HOC SIG N O (SC. G LO BI) VINCES 213

mente messi in fila, non avrebbero potuto che condurre a una forma
di globalità realizzata. Quando i tempi erano maturi, il fatto si rivelò
nella vita dei marinai e nei diari di bordo dei piloti.
Alcuni “oppositori della globalizzazione” in tempi recenti non fan­
no mistero di essere convinti che sarebbe stato meglio se gli uomini non
fossero mai giunti allo stadio globale - o che, dopo aver ottenuto una
visuale più ampia, fossero rimasti nei loro villaggi e nelle loro cittadi­
ne, evitando il mare. Ma che cos’è questa se non una forma tardiva di
incredulità di fronte al messaggio secondo cui la Terra costituisce un’u­
nità percorribile - accompagnata dal dubbio che gli uomini possano
fare qualcosa di sensato con la verità circa la sfera che sta sotto i loro
piedi? I miscredenti avrebbero evidentemente mostrato di voler rima­
nere tolemaici. Essi danno la priorità al modo d ’essere provinciale e ve­
getale dell’uomo, perché considerano troppo alti i costi della verità -
chi li può contraddire con sufficienti ragioni? Immanuel Wallerstein ha
dichiarato, osservando la disponibilità degli uomini in Europa a soffrire
(e far soffrire) per il divenire del Nuovo

È merito dell’Europa se vi si riuscì, dato che senza la spinta del XVI seco­
lo il mondo moderno non sarebbe nato e, nonostante la sua crudeltà, è me­
glio che sia nato (Wallerstein 1974, p. 486).

Se anche la filosofia fosse in grado di rilasciare dichiarazioni, que­


sta sarebbe una di quelle. Se tutto ciò che è fosse in definitiva buono,
il suo essere buono dovrebbe abbracciare tutto ciò che diviene. Il di­
venire mondo della Terra potrebbe fare eccezione?
L a conseguenza logica di questa riflessione consiste, come già ac­
cennato, nella necessità che il concetto di “storia” , nel senso di sto­
ria universale, sia limitato in futuro a una sequenza relativamente bre­
ve di eventi: quelli tra il 1492 - la data del primo viaggio di Colom ­
bo - e il 1945 o il 1974, l’anno in cui le ultime colonie portoghesi si
staccarono dalla madre patria con la “rivoluzione dei garofani” . Q ue­
sta riduzione possiede due affascinanti virtù. Per un verso con il suo
aiuto si possono arginare le escrescenze normative dell’evoluzionismo,
che vogliono schiacciare tutti i popoli e le culture sulla via di svilup­
po capitalistica secondo un modello europeo - secondo il dogma
“come accade in Occidente, così deve avvenire su tutta la Terra” ; per
un altro, grazie, a questa limitazione, può essere conservato il conte­
nuto dei teoremi sin qui sviluppati sulla “fine della storia” in una ver­
sione minimalista. Con “fine” si intende qui la circostanza secondo
cui per la stragrande maggioranza degli abitanti della Terra l’imma-
214 PETER SLOTERDIJK

gine geografica del globo terrestre dice la verità sul suo stato. L a “fi­
ne della storia” può essere espressa con una quasi-tautologia: la sto­
ria del “m ondo” è giunta alla fine se la storia dello sviluppo dell’im­
magine del mondo come Terra è più o meno conclusa e generalmen­
te consegnata alla tradizione. Chi abbia tracciato per primo questa im­
magine non è più particolarmente importante, dopo che essa si è af­
fermata; decisivo è che tutti l’hanno accettata come rappresentazio­
ne della loro situazione entro il contesto terrestre.
Capitolo trentaduesimo
P o sth istoire

Con il passaggio alla Global Age - segnato dalla presa d ’atto, nel qua­
dro del sistema mondo cristallizzato, di una molteplicità di culture
tanto irriducibile quanto bisognosa di essere domata in vista della ci­
vilizzazione - il postludio della globalizzazione trova il suo epilogo e
lascia il campo alla Modernità regolare. Dal 1945 è certo che la potenza
capace di fare la storia degli autori europei dell’espansione si è dissol­
ta. Il Vecchio Mondo ha esaurito, con lo sfruttamento del pianeta, la
sua capacità d ’attacco e ha sperperato le sue energie in eccesso in due
grandi guerre, di cui la seconda costituiva la conseguenza pressoché ine­
vitabile della prima, che era invece alquanto evitabile. Gli agenti della
costellazione che ne è risultata devono scrivere a partire da questo m o­
mento copioni per le loro interazioni ponderati dal punto di vista ex­
tra-europeo - sceneggiature che forse presuppongono ancora nasco­
stamente che la costruzione del sistema-mondo abbia avuto luogo nel
modo noto, ma che per il resto essi si devono occupare di cose più im­
portanti1. Lo sguardo verso il passato dell’Europa non ha in generale
alcuna rilevanza per la proiezione del futuro del mondo. Al contrario,
il presente dell’Europa è diventato esemplare per un altro verso, poi­
ché in essa è insito un concetto quasi maturo di politica post-imperia-
le - un concetto che comincia a sedurre anche gli americani stanchi del­
l’America (Rifkin 2004; Beck, G rande 2004). Un esempio di potere
mondiale morbido potrebbe presto proporsi come modello da imita­
re in altre regioni, non da ultime Asia e Sud America. L’utilità della sto­

1 Questa limitazione del concetto di storia è, a nostro avviso, l’unico modo in cui si può
compiere il distacco dai dogmi dell’eurocentrismo, dell’evoluzionismo e deU’imperialismo uni­
versale senza sminuire o ridurre il ruolo e la funzione dell’Europa; si può “provincializzare
l’Europa” solo se si misura la creazione del mondo entro l’epoca 1492-1945 nella sua di­
mensione reale. Cfr. Chakrabarty 2000.
216 PETER SLOTERDIJK

ria per la vita consiste, dopo il 1945, soprattutto nel mettere insieme
gli atti per le previste richieste di risarcimento. La histoire moralizzata
indica gli indirizzi per il ritorno delle vittime sul luogo dove sono av­
venuti i fatti - dove sperano di incontrare i responsabili a loro volta tor­
nati lì, senza considerare che solo nelle favole i responsabili ritornano
sul luogo del delitto. Essa costituisce l’autorità magica mondiale che tie­
ne d ’occhio gli atti della molestia dell’uomo contro l’uomo.
Per il resto la “storia” è ciò che nel linguaggio popolare si chiama “ac­
qua passata” . Della rapidità della sua obsolescenza ci forniscono una rap­
presentazione chiara le decolonizzazioni dopo il 1945 e durante l’equi­
librio militare della guerra fredda. Nel 1947 India e Pakistan si libera­
no del giogo dell’impero britannico; dopo il 1953 i francesi si ritirano
dall’Indocina; la maggior parte degli Stati africani giunge nel corso de­
gli anni Cinquanta e Sessanta all’indipendenza; nel 1974 spariscono i re­
sti dell’impero portoghese; nel 1990 esce di scena con il collasso del­
l’Unione Sovietica l’ultimo potere missionario vetero-europeo e la sua
scomposizione rimette in libertà gli ultimi Stati vassalli della Terra en­
tro il capitalismo del caos. Riguardo al nazionalcomunismo dei cinesi,
bisogna notare che esso non ha in sé un progetto per il mondo - rima­
ne tuttavia rilevante poiché mette alla prova la separabilità di capitali­
smo e democrazia - , una circostanza che fa sognare i politici law and O r­
der di tutto il mondo. Perciò questo potrebbe diventare il paradigma di
un tratto caratteristico del XXI secolo che già oggi è possibile delineare:
la svolta del sistema-mondo verso una forma di capitalismo autoritario.
Sarebbe ingenuo credere che la visione delle cose qui proposta pos­
sa affermarsi presso gli storici e nell’opinione pubblica senza aggiun­
gere nient’altro. L’opposizione dei métiers farà in modo che l’illusione
di vivere ancora nella “storia” resti a lungo ancora virulenta. Si può in­
debolire facilmente la visione del carattere post-storico del sistema
mondo nell’età globale continuando a indicare come storia - cosa che
risulta comune entro la corporazione —ciascuna sequenza di eventi in
macro e micro settori. Grazie a questa fissazione terminologica qual­
siasi oggetto può essere “preso dal punto di vista storico” - nella lun­
ga notte della storia tutte le mucche sono grigie e non contano nulla.
Nulla di ciò che fa una differenza tra terra e cielo può sfuggire allo sto­
rico instancabile. Qualunque cosa accada viene incasellata come ma­
teriale storico, persuasi come sono gli storici del senso e dell’utilità del
loro operato per il bene generale.
Scrivono la storia delle mestruazioni nel Medioevo; scrivono la sto­
ria del proiettile dal giavellotto da caccia dell’era glaciale fino alle ar­
mi balistiche intercontinentali; scrivono la storia dell’arte dei graffiti con
POSTHISTOIRE 217

lo spray e dei gansta-rap\ la storia dei dieci patrimoni privati più gran­
di del mondo; la storia delle copie clandestine dall’apertura della Ci­
na; scrivono la storia della psicoterapia orientata ai problemi del cor­
po nel Sauerland. Scrivono la storia dei materiali plastici; la storia del
contributo degli intellettuali afro-caraibici al discorso critico sull’eu­
rocentrismo; scrivono la storia dell’ingrassamento degli animali do­
mestici negli USA prima dell’11 settembre; la storia dei premi Nobel e
quella dei succedanei dello zucchero. Non si fermano nemmeno davanti
alla storia degli sport per diversamente abili, alla storia del mobile da
seduta in Africa o alla storia delle inflazioni. Anche la storia delle m ac­
chine dei sogni non può mancare sullo scaffale dello storico. I membri
della corporazione si comportano come se fossero sotto l’effetto di un
imperativo che li mette in uno stato di trance nel quale vi è una sola
scienza, la scienza della storia. Coloro che sono in possesso di un se­
nior point o f vieto scrivono la storia della storiografia, per quanto si di­
chiarino persuasi che la storia non sia finita - nonostante la corri­
spondente tesi venuta dalla penna di impertinenti filosofi.
Tuttavia sarebbe per lo meno affrettato relegare lo storico allo sviluppo
della “storia” ed escluderlo dalla massa degli eventi. Uno dei più forti in­
dizi della modalità post-storica dei flussi attuali di eventi si trova proprio
nell’azione di una gilda di storici diffusa in tutti i paesi, la cui politica di
individuazione di temi apre costantemente nuovi campi. La sua esisten­
za testimonia il possibile passaggio di ogni tipo di passato cristallizzato
a materia fluida da plasmare pronta per la history o f everything. Se ciò di
cui si occupa sia avvenuto poche settimane oppure mille anni prima è una
questione che per il lavoratore della storia gioca un ruolo del tutto se­
condario.
A fianco della storia neutralizzata, che come una sorta di Re Mida
accademico trasforma in monografie tutto ciò che tocca, entro le na­
zioni e le istituzioni il discorso moralmente orientato sul passato cir­
cola più vivo che mai. Questa sorta di coscienza storica svolge nei
gruppi di storici e negli istituti un’efficace funzione mitodinamica, che
funge da strumento psicologico nella lotta per la sopravvivenza delle
collettività. Grazie a un Illuminismo mediologico oggi si comprende
sempre più quanto le collettività di successo sul palcoscenico del mon­
do, si tratti di nazioni, popoli, culture o imprese, vengano guidate da
comunicazioni autoplastiche - tra queste le storie auto-edificanti ri­
vendicano un ruolo di spicco. Che la sopravvivenza della mitodinami­
ca entro gruppi di lungo corso non dica assolutamente nulla a propo­
sito del progredire della “storia” non è cosa che debba espressamente
essere provata.
218 PETER SLOTERDIJK

Concepito su questo sfondo, lo storicismo europeo, che il giovane


Nietzsche aveva combattuto con una disposizione d ’animo eroica e
anacronistica, non era altro che il tramonto dell’era della globalizzazio­
ne terrestre. Oggi sappiamo che questo crepuscolo durò per più di un
secolo e che portò con sé con un’ultima stoccata al “potere mondiale”
la distruzione della vecchia Europa. Gli storici nel senso esatto del ter­
mine erano in questo periodo gli autori che descrivevano nei loro scrit­
ti il complesso storico in quanto tale o aspetti locali di esso: la rappre­
sentazione [Drama] della costruzione del sistema-mondo, durato cinque
secoli, inclusa la finale “epoca degli estremi” . A questa fase apparten­
gono entrambi i grandiosi tentativi di ingresso unilaterale nella civiliz­
zazione post-storica: gli USA e l’Unione Sovietica2. Sulla base di queste
considerazioni, il fatto che si debba notare una forte limitatezza, deter­
minata da una prospettiva nazionale, nella maggior parte degli storici
classici non dovrebbe sorprendere. Le grandi narrazioni delle nazioni
moderne e del loro ruolo nel mondo non sono state esposte semplice-
mente come storie autosuggestive di libertà e formazione di soggetti col­
lettivi; esse supportavano spesso direttamente le pretese imperiali del­
la nazione narrante. Solo agli storici dell’arte, della filosofia e dell’eco­
nomia restava aperto l’accesso a visioni esterne o transnazionali; pres­
so di loro lo spirito del pacifismo accademico poteva svincolarsi per pri­
mo dal corteo delle nobili bugie al servizio della potenza del proprio del
collettivo al potere.
Su questo sfondo bisognerebbe riferire all’indirizzo dei critici del­
l’eurocentrismo un importante fatto: non c’è mai stato, in nessun m o­
mento, un piano comune per la conquista europea del mondo, così co­
me in actu non è mai stato richiesto un racconto ispiratore centraliz­
zato dell’azione di un collettivo conquistatore. A parte il mappamon­
do e le carte, le potenze coloniali non hanno mai posseduto altre istan­
ze superiori di coordinazione - eccezion fatta per qualche debole ge-

2 L’elenco degli storici veri e propri si apre formalmente (dopo i precedenti filosofici di
Voltaire, Gerder, Condorcet e Hegel) con Jacob Burkhardt che nel suo studio sul Rinasci­
mento in Italia (1860) ha dato la forma di un affresco luminoso all’inizio dell’epoca della pre­
sa e della fondazione del mondo. Tra coloro che hanno visto giungere la sua fine spicca Oswald
Spengler: i suoi studi sul Tramonto dell’Occidente sono un’ode storico-morfologica della cul­
tura “faustiana” come l’unica che è riuscita a formulare il pensiero della storia e come l’uni­
ca che è riuscita a creare, vivere e riflettere una “storia” nel senso stretto del termine. A mez­
za strada tra Burckhardt e Spengler c’è il giovane Nietzsche, che prese posizione contro l’i­
stupidimento dello storicismo (secondo il motto dell’inutihtà della storia per la vita). Alfred
Toynbee ha elaborato un punto di vista poststorico nel suo lavoro tardo Mankind and Mother
Earth.
POSTHISTOIKE 219

sto universale della Santa Sede. Data la carenza di coordinazione, esi­


steva in generale solo una malcerta sfilza di progetti nazionali - una sto­
ria universale della Spagna, una storia universale dell’Inghilterra, una
storia universale della Francia, una storia universale del Portogallo, for­
se anche una storia universale dell’Olanda. Per ciò che riguarda la sto­
ria universale dei tedeschi, lasciamo che la discrezione dello storico per
questa volta non ne faccia menzione. L a frammentazione delle espan­
sioni politiche si replicò sul piano dei poteri missionari cristiani. Lun­
gi dal seguire un magistrale piano ecclesiologico, i gesuiti, i francesca­
ni, i domenicani, i pietisti e numerosi altri agenti della fede hanno la­
vorato ciascuno al loro proprio regno neo-apostolico (Gründer 1992;
Hammer 1981; cfr. supra, pp. 168 sgg.). Tutte queste storie della dif­
fusione dello Spirito Santo sulla Terra abitata furono scritte in prima
istanza sull’onda del fervore delle azioni e dei loro riflessi entro le m e­
morie nazionali ed ecclesiali. E necessario sottolineare che nel frattempo
per tutte loro è venuto il tempo di essere riposte in un grande archi­
vio? Poiché non vi è mai stato un attore-Europa ma sempre solo gli im­
perialismi nazionali tra loro in concorrenza per i paesi da colonizzare
e una rete di ordini missionari rivali, allora la critica diffusa all’euro­
centrismo cade nel vuoto. L’agente che questa critica dovrebbe colpi­
re è una finzione post-coloniale: l’Europa si dà come soggetto di auto­
critica e oggetto di critica solo post festum. L’Unione Europea è dive­
nuta possibile solo quando tutte le nazioni che ne fanno parte aveva­
no fatto il loro ingresso in una situazione post-imperiale.
C apitolo trentatreesim o
Il p alazzo di cristallo

Tra gli scrittori del XIX secolo che dalla periferia est-europea “in ri­
tardo” hanno considerato con alcune riserve critiche i giochi ampia­
mente praticati di un aggressivo sfruttamento del mondo, Fedor D o­
stoevskij si è rivelato quello più perspicace nel formulare una diagno­
si. Nel suo racconto Memorie del sottosuolo, pubblicato nel 1864 - che
non rappresenta solo l’atto di fondazione della moderna psicologia
del risentimento ma anche la prima affermazione di opposizione alla
globalizzazione, se la retrodatazione fosse legittima - si trova un’e­
spressione che riassume il divenire mondo del mondo all’inizio della
fine dell’epoca della globalizzazione con insuperata forza metaforica:
intendo l’espressione secondo cui la civilizzazione occidentale sareb­
be un “palazzo di cristallo”. Dostoevskij aveva visitato nel suo viaggio
a Londra nel 1862 il palazzo dell’Esposizione Universale a South-Ken-
sington (che doveva superare per grandiosità il Crystal Palace del 1851)
e colse subito a livello intuitivo la dimensione incommensurabilmente
simbolica e programmatica di questa ibrida costruzione. Poiché il p a­
lazzo dell’esposizione universale non possedeva un nome proprio è pos­
sibile ipotizzare che sia stato Dostoevskij a conferire a esso la denomi­
nazione Crystal-Palacef II colossale originale, che era stato edificato in
Hyde Park a Londra con elementi prefabbricati, secondo i piani del­
l’esperto in progettazione di giardini Joseph Paxton, nell’autunno del1

1 Per considerazioni più dettagliate a questo proposito v. Sloterdijk 2004, pp. 344-350.
I riflessi letterari della visita di Dostoevskij a Londra si trovano nel reportage di viaggio No­
ie invernali su impressioni estive del 1863, un testo in cui l’autore, tra le altre cose, prende in
giro “i marescialli della civilizzazione” e la somiglianza a una serra dei “progressisti dell’O-
rangerie” e in cui articola la sua paura di fronte al trionfalismo baaliano del palazzo dell’e­
sposizione universale. Nella bourgeoisie francese Dostoevskij vede l’eguagliamento post-sto­
rico tra l’essere uomo e l’avere potere d’acquisto: “Il possesso di denaro [è] la virtù supre­
ma e il più alto dovere dell’uomo”.
IL PALAZZO DI CRISTALLO 221

1850, e inaugurato il primo maggio 1851 in presenza della giovane re­


gina Vittoria (per essere poi ricostruito su scala maggiore nel 1854 a Sy-
denham, un sobborgo di Londra), costituì, fino a che venne distrutto
da un incendio nel 1936, una delle meraviglie tecnologiche del mondo
- un trionfo della realizzazione seriale sobrio come lo Stato maggiore
generale2. Con esso ebbe inizio la marcia trionfale attraverso il Moderno
di una nuova estetica dell’immersione. Ciò che oggi prende il nome di
capitalismo psichedelico era già un fatto compiuto entro quelFedifico
a un tempo immateriale e artificialmente climatizzato. In esso si riuni­
rono durante l’Esposizione Mondiale circa 17.000 espositori, dei qua­
li 7.200 dalla sola Gran Bretagna e dalle sue trentadue colonie. Con la
sua costruzione il concetto degli Interni superò una soglia critica: a par­
tire da questo momento esso non indicò più né gli appartamenti bor­
ghesi o quelli aristocratici né la loro proiezione nella sfera dei centri
commerciali cittadini - piuttosto si accingeva a spostare l’intero mon­
do esterno all’interno di un’immanenza rischiarata dal lusso e dal co­
smopolitismo. D opo che venne trasformato in un’enorme serra e in un
museo delle culture dell’Impero, mostrò che la tendenza caratteristica
del tempo era quella di rendere l’insieme di natura e cultura un affare
indoor. E nonostante il fatto che il Crystal Palace non fosse stato origi­
nariamente pensato per eventi musicali, divenne il teatro di singolari
concerti e anticipò l’era dei concerti pop negli stadi con programmi m u­
sicali classici eseguiti davanti a un enorme pubblico (Musgarve 1995).
Dostoevskij associò poco dopo l’impressione scettica che aveva ri­
cevuto dal suo viaggio a Londra con la violenta avversione che gli ave­
va suscitato la lettura del romanzo di Cernishevskij Che fare?, pubbli­
cato nel 1863, e sviluppò dal collegamento tra queste idee la più po­
tente visione critica del processo di civilizzazione del XIX secolo. In que­
sto libro (dalle tendenze risolutamente favorevoli all’Occidente) ai suoi
tempi molto famoso si annunciava quell’Uomo Nuovo, le cui conse­
guenze giunsero fino a Lenin, che, dopo avere compitamente risolto con
strumenti tecnici la questione sociale, avrebbe vissuto tra i suoi eguali
entro il palazzo della comunità fatto di vetro e metallo - l’archetipo del­
la comunità abitativa in Oriente e Occidente. Il palazzo della cultura
di Cernishevskij era progettato come un guscio climatizzato, in cui
doveva dominare un’eterna primavera del consenso. Qui il sole delle
buone intenzioni splendeva notte e giorno ed era ovvia la coesistenza
pacifica di tutti. Un sentimentalismo senza limiti avrebbe caratterizza­

2 Sulla storia della sua costruzione cfr. Friemert 1984.


222 PETER SLOTERDIJK

to il clima interno e una morale domestica allargata e umanitaria avreb­


be dovuto condurre a una compartecipazione spontanea di tutti ai de­
stini degli altri. Secondo Dostoevskij l’immagine dell’ingresso di tutta
la “società” nel palazzo della civilizzazione simboleggiava la volontà del­
la frazione occidentale dell’umanità di concludere l’iniziativa da essa
intrapresa per la felicità del mondo e la comprensione tra i popoli nel­
l’ambito di una distensione post-storica. Dopo che lo scrittore aveva co­
nosciuto con la deportazione in Siberia l’esistenza in una “casa dei mor­
ti” , ora gli si presentava la prospettiva di una casa sigillata della vita: la
biopolitica comincia sotto forma di edificio-recinto.
D a qui parte la marcia trionfale del tema della “fine della storia” . I
visionari del XIX secolo, come i comunisti nel XX, avevano previsto che
la vita sociale, dopo la fine della storia combattente, potesse aver luo­
go solo entro degli Interni ampliati, in uno spazio interno disposto co­
me una casa e artificialmente climatizzato. Qualunque cosa si intenda
con storia reale, essa dovrebbe restare, come le sue punte avanzate -
cioè il viaggio per mare e la guerra di espansione - un’impresa all’aria
aperta. Se però le lotte storiche dovessero sfociare nella pace perpetua,
bisognerebbe integrare l’intera vita sociale entro un guscio protettivo.
A queste condizioni non ci potrebbe più essere spazio per nessun even­
to storico, o in ogni caso per nessun incidente domestico. Conforme­
mente a ciò non ci sarebbero nemmeno più una politica e degli eletto­
ri, ma solamente la concorrenza tra partiti per i consensi e una flut­
tuazione tra i loro consumatori. Chi potrebbe evitare che oggi il mon­
do occidentale - e soprattutto l’Unione Europea dopo il suo relativo
perfezionamento nel maggio del 2004 e la sottoscrizione della sua co­
stituzione nell’ottobre dello stesso anno - dia corpo nelle sue qualità
essenziali proprio a questi grandi Interni?
Questa serra gigante del relax è dedicata a un gaio e febbrile culto
di Baal, per il quale il XX secolo ha proposto l’espressione consumismo.
Il Baal del capitale, che Dostoevskij credeva di riconoscere nella visio­
ne scioccante del palazzo dell’Esposizione Universale e della massa di­
vertita dei londinesi, prendeva forma entro il guscio stesso del palazzo
così come entro la confusione edonistica, che dominava al suo inter­
no. Qui viene formulata una nuova dottrina delle cose ultime nella for­
ma di una dogmatica del consumo. Alla costruzione del palazzo di cri­
stallo può fare seguito solo la “cristallizzazione” [Kristallisation] com­
plessiva dei rapporti - con questa fatidica espressione Arnold Gehe-
len riprende direttamente Dostoevskij. L a cristallizzazione indica il
progetto di universalizzare normativamente la noia e impedire l’irru­
zione della “storia” nel mondo post-storico. Favorire e proteggere il be­
IL PALAZZO DI CRISTALLO 223

nigno irrigidimento sarà in futuro lo scopo di tutti i poteri statuali. N a­


turalmente la noia garantita dalla costituzione si travestirà sotto forma
di progetto: la sua melodia psicosociale distintiva è un’atmosfera da par­
tenza e la sua tonalità fondamentale l’ottimismo. In effetti nel mondo
post-storico tutti i segni dovranno guardare al futuro, poiché in esso vi
è l’unica promessa che ci deve necessariamente essere per un’associa­
zione di consumatori: che il comfort non smetta di affluire e di cresce­
re. Di conseguenza il concetto di diritti umani è inseparabile dalla
grande marcia verso il comfort, nella misura in cui la libertà che essi in­
dicano prepara l’autorealizzazione del consumatore. N e segue che es­
si sono sulla bocca di tutti solamente dove devono essere gettate le fon­
damenta istituzionali, giuridiche e psico-dinamiche del consumismo.
Era però una profonda convinzione di Dostoevskij che entro il pa­
lazzo di cristallo la pace perpetua avrebbe inevitabilmente condotto al­
la compromissione psichica degli abitanti. Il relax, dice lo psicologo cri­
stiano, ha nell’uomo come conseguenza inevitabile l’apertura della p o s­
sibilità del male. Quello che era il peccato originale viene in luce nel cli­
ma di una generale comodità come libertà triviale di compiere il male.
Di più: il male, sottratto dai suoi pretesti storici e dalle sue vesti utilita­
ristiche, può cristallizzarsi nella sua forma quintessenziale proprio nel­
la noia (skuka) post-storica. Privato di tutte le scuse diviene ora chiaro,
e forse sorprendente per gli ingenui, che il male possiede la qualità di
un semplice stato d ’animo. Si esterna come posizione immotivata, co­
me gusto arbitrario di soffrire e di far soffrire, distruzione randagia sen­
za una ragione specifica. Il male moderno è la negatività disoccupata -
un prodotto inconfondibile della situazione post-storica. Il suo compi­
to popolare è il sadomasochismo nell’amministrazione domestica dei ce­
ti medi, ove persone inermi si incatenano reciprocamente alle testiere del
letto, per vivere qualcosa di Nuovo; la sua versione di lusso, lo snobi­
smo estetico, che professa il primato della preferenza casuale. Sui mer­
cati giovanili, dove si esercita il prèt-à-révolter, il male integrato appare
sotto forma di cool. Valore o disvalore - entrambi si determinano secondo
il risultato di un lancio di dadi. Senza particolari motivi, nella noia l’u­
no viene apprezzato e l’altro respinto. È di fatto irrilevante se, con Kant,
si definisca o meno questo male come radicale. Poiché le sue radici non
sono più profonde di un semplice stato d’animo, con l’indicazione di “ra­
dicale” non si ottiene nulla - si fa un gran fracasso ontologico per spie­
gare che non si sa da dove, in ultima istanza, venga il malessere.
Ci rimane necessariamente da dire che si può comprendere la gran­
de fenomenologia heideggeriana della noia del 1929-30 solo come di­
stacco dal palazzo di cristallo istituito in Europa (per quanto pesante­
224 PETER SLOTERDIJK

mente rovinato dai debiti di guerra), il cui clima interno sul piano mo­
rale e cognitivo - l’inevitabile assenza di ogni convinzione valida e l’i­
nutilità di ogni decisione personale - dove poteva essere compreso in mo­
do più chiaro che qui? Con la sua descrizione dell’esistenza inautentica
in Essere e tempo (1927), specialmente nei famigerati paragrafi sul “Si”
(che dovevano essere stati ispirati dalle invettive di Kierkegaard contro
“il pubblico” in Una recensione letteraria), Heidegger aveva preparato
la sua ricerca sulla situazione fondamentale dell’esserci annoiato. Qui
prende forma la rivolta fenomenologica contro le pretese di soggiorno
nel guscio della tecnica. Ciò che più tardi si chiamerà com-posto [Gestell]
viene illustrato qui per la prima volta in modo compiuto - soprattutto
per ciò che riguarda l’esistenza inautentica ricondotta a se stessa. Dove
ciascuno è l’altro e nessuno è se stesso, l’uomo è defraudato della sua esta­
si, della sua solitudine, del suo rapporto diretto con l’Esterno assoluto,
della morte. La cultura di massa, l’umanesimo, il biologismo sono le ma­
schere vivaci dietro cui si nasconde, dal punto di vista dei filosofi, la
profonda noia dell’esserci senza sfide. 11 compito della filosofia sarebbe
quindi quello di far saltare in aria il tetto di vetro che sta sulla testa di
ciascuno per fare nuovamente dell’individuo qualcosa di immenso.
Chi si ricorda del fenomeno punk, che fece la sua comparsa nelle cul­
ture giovanili durante gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, può te­
nere presente un secondo esempio dell’interdipendenza tra il fluido del­
la onnipresente noia e l’aggressione generalizzata. In un certo senso Hei­
degger è il filosofo punk degli anni Venti: un giovane e arrabbiato intel­
lettuale che scuoteva le sbarre della filosofìa di scuola - ma non solo di
essa, bensì anche le sbarre del comfort cittadino e del sistema di espro­
priazione dell’esistenza dello Stato sociale. Per fare onore ai suoi argo­
menti filosofici - ciòè il nocciolo tempo-logico della sua riflessione - si
deve riconoscere in essi il tentativo di ridrammatizzare volontariamente
il mondo post-storico della noia - anche a prezzo che la catastrofe divenga
maestra di vita. In questo senso Heidegger, per ciò che riguarda la “ri­
voluzione nazionale”, alla quale si rivolse per qualche tempo, avrebbe do­
vuto dire che da questo momento era ricominciata un’epoca di re-isto-
ricizzazione e che egli non ne avrebbe semplicemente fatto parte, ma sa­
rebbe stato colui che l’aveva anticipata e eroicamente dedotta nel suo si­
gnificato. In qualità di drammaturgo dell’essere che doveva rinnovarsi,
Heidegger articola il postulato secondo cui la Germania può sfuggire al­
la piattezza post-storica solo e soltanto a partire dal centro della co­
scienza per rendere possibile il ritorno della storia quasi all’ultimo istan­
te; detto chiaramente, secondo questa logica la “storia” non viene fatta,
ma subita dagli uomini in quanto mezzi. I tedeschi dovevano entrare in
IL PALAZZO DI CRISTALLO 225

azione come unico popolo in grado di sopportare di più e più aperta­


mente e chiamare il mondo a testimoniare la loro passione. Secondo il
filosofo avrebbero loro riconosciuto di addurre una prova del fatto che
nelle comodità e nell’arbitrarietà c’è ancora un’“evidenza” che può im­
porre azioni storiche - un’evidenza che si presenta più all’orecchio di­
sposto all’ascolto che all’occhio scettico. Poiché nessuno può vedere ciò
che è Fuori ma alcuni possono percepirne il richiamo. Se i tedeschi aves­
sero fatto quello che le fantasticherie heideggeriane si aspettavano da lo­
ro, avrebbero chiarito ad amici e nemici di essere quelli che la luce del­
la necessità ha illuminato per l’ultima volta3. L’ironia della situazione vo­
leva però che l’evidenza cambiasse di schieramento e si acquartierasse tra
le file del nemico: l’antifascismo era certamente la cosa più significativa
che l’epoca avesse da offrire dal punto di vista morale. Come se non ba­
stasse, l’evidenza si legò agli statunitensi, i migranti dalla “storia” per an­
tonomasia, che avevano posto i parchi post-storici nazionali e quelli del
divertimento a cielo aperto negli Interni totali del palazzo di cristallo.

L a potenza storico-filosofica della metafora di Dostoevskij del p a ­


lazzo di cristallo può essere misurata se la si accosta all’interpretazione
di Walter Benjamin dei Passages di Parigi. Il paragone è consigliabile
poiché in un caso come nell’altro una forma architettonica viene di­
chiarata chiave per comprendere le condizioni del mondo capitalisti-
co. Prendendole sincronicamente in considerazione, diviene immedia­
tamente chiaro perché Benjamin ha la peggio contro Dostoevskij, no­
nostante il secondo si contenti di una visione poetica più laconica,
mentre il primo si sia immerso per molti anni nel suo oggetto di studio.
I lavori di Benjamin sull’essere-nel-mondo come incantamento da par­
te di una Maya capitalistica erano condannati all’implausibilità dalla scel­
ta del loro oggetto, non da ultimo perché correvano sin dall’inizio il ri­
schio di chiarire ciò che è attuale per mezzo di un oggetto anacronisti­
co: si fissano su una tipologia di costruzione superata dal punto di vi­
sta architettonico, economico, urbanistico ed estetico, per caricarla di
tutto il peso di un’ermeneutica del capitale; la nota espressione secon­
do cui egli avrebbe voluto scrivere osservando i passages una “storia dei
fondamenti del XIX secolo” tradisce la pretesa scarsamente chiara di
Benjamin di cercare ciò che è al di sopra del tempo in ciò che è supe­
rato. Benjamin voleva leggere nel complesso delle forme espressive del­

3 Sull’interpretazione della teoria heideggeriana della noia nel contesto dello sviluppo del­
l’ironia e dello svago moderni cfr. Sloterdijk 2004, pp. 728 sg.
226 PETER SLOTERDIJK

la moderna interdipendenza monetaria la cifra dell’alienazione come se


non solo il buon Dio si nascondesse nei dettagli, come credevano i se­
guaci di Spinoza4 e quelli di Warburg, ma anche il suo antagonista. L’i­
deologia del dettaglio muoveva dal presupposto che il valore di scam­
bio, l’altrimenti invisibile genius malignus del mondo moderno, pren­
da forma nell’ornamento della merce e si riveli negli arabeschi dell’ar­
chitettura dei passages. In conseguenza di questa fede superstiziosa nei
dettagli, le ricerche di Benjamin si impantanarono in lavori sotterranei
di biblioteca, obbligati da una genialità non Ubera a un indirizzo senza
via d ’uscita. Tanti più materiali accumulava, tanto più essi seppelliva­
no l’idea feconda dell’impresa di chiarire la forza creatrice di Interni e
contesti del modus vivendi capitalistico. L’interpretazione di Benjamin
dei passages era ispirata da una visione realistica ma anche ingenua e
marxista secondo la quale dietro la superficie luccicante del mondo del­
le merci si nascondeva un mondo del lavoro inquietante e talvolta sen­
za speranza; essa venne distorta dalla suggestione secondo cui il con­
testo del mondo capitalistico era in quanto tale l’inferno - abitato da
dannati che sul piano politico dalla loro dannazione purtroppo non im­
parano niente. Con riferimenti oscuri si suggeriva che il bel mondo sot­
to vetro fosse una metamorfosi deh 'Inferno di Dante. Un’idea di come
potesse avvenire democraticamente una trasformazione dei passages e,
ancor più, un chiarimento della questione se l’uscita delle “m asse” dal­
la matrice o dal “cam po” del capitalismo fosse pensabile o anche solo
auspicabile, non era possibile su queste basi. Viste complessivamente,
le ricerche di Benjamin costituiscono la prova della felicità avida di ven­
detta del malinconico, dedito ad allestire un archivio per documenta­
re l’inevitabile brutta fine cui il mondo era destinato.
Se dovessimo sviluppare gli impulsi significativi che ci vengono da
Benjamin per il XX secolo e per l’inizio del XXI, a partire da alcune ir­
rinunciabili correzioni metodologiche, dovremmo orientarle diversa-
mente anche rispetto al tema; essi dovrebbero prendere le misure dei
modelli architettonici contemporanei - soprattutto degli shopping cen­
ter (che, a partire dall’apertura di Southdale a Minneapolis nell’ottobre
del 1954, il primo complesso di edifici di questo tipo progettato da Vic­
tor Gruen, si sono diffusi come un’epidemia in tutti gli USA e nel resto
dell’Occidente), i centri fieristici, i grandi alberghi, le arene sportive, i
parchi del divertimento Indoor. Tali ricerche potrebbero poi avere co­
me titolo Kristallpaläste-Werk, o Treibhäuser-Werk e, in ultima analisi,

4 Cfr. Spinoza, Etica, parte 5, proposizione 24: “Quanto più conosciamo le cose singo­
lari, tanto più conosciamo Dio” (Spinoza 1677, p. 307).
IL PALAZZO DI CRISTALLO 227

anche Raumstationen-Werk? (Sloterdijk 2004, pp. 317-338). Indub­


biamente i passages costituivano un’idea di spazio suggestiva nell’epo­
ca del nascente consumismo - portavano a compimento l’unificazio­
ne, tanto stimolante per Benjamin, di Salon e universo entro un Inter­
no pubblico; agli occhi del ricercatore essi erano “tempio del capitale
di merci” , “ strada sensuale del commercio” (Benjamin 1982, pp. 80 e
87), proiezioni del bazar orientale nel mondo borghese e simboli del­
la metamorfosi di tutte le cose alla luce della venalità - teatro di una
féerie che per magia trasformava i clienti per la durata della loro visita
in signori virtuali del mondo. Tuttavia il palazzo di cristallo di Londra,
che diede accoglienza all’Esposizione Universale e più tardi al parco dei
divertimenti (dedicato all’“educazione popolare”), e che inoltre nel te­
sto di Dostoevskij doveva entro di sé rendere l’intera “società” un pez­
zo da esposizione, andava già molto oltre l’architettura dei passages-,
Benjamin faceva molto spesso riferimento all’edifico, però in esso non
voleva vedere altro che un passage ingrandito (come del resto nei pia­
ni di Fourier per una comunità utopistica vedeva solamente “cittadi­
ne fatte di passages” ) - qui viene piantato in asso dalla sua mirabile ca­
pacità di visione delle fisionomie. Egli trascura qui la regola fonda-
mentale dell’analisi dei media secondo la quale il formato è il primo mes­
saggio. Perché mentre gli elitari passages, che non superavano mai di­
mensioni medio-piccole, fungevano da creatori di un’atmosfera acco­
gliente567e da messe in scena mondane del mondo delle merci entro una
promenade coperta, nell’enorme palazzo di cristallo - la forma archi-
tettonica vigente e profetica del XIX secolo (che venne immediata­
mente copiata in tutto il mondo) - era contenuto il riferimento a un ca­
pitalismo integrale, orientato all’esperienza e popolare, in cui non era
in gioco niente di meno che il totale assorbimento del mondo esterno
entro uno spazio interno completamente calcolato. I passages costitui­
scono un Intermezzo1 coperto tra una strada e una piazza; il palazzo di
cristallo, al contrario, evoca già l’idea di un guscio, sufficientemente spa­
zioso da non dovere, forse, mai più essere abbandonato. (Una possi­

5 In questo passaggio Sloterdijk fa il verso al titolo dell’opera di Benjamin che ha sin qui
discusso, “Parigi Capitale del xx secolo”, incompiuta e abitualmente indicata come Passagen-
Werk. Come è noto, anche l’edizione italiana dell’opera ha lasciato intatto il titolo originale
per l’impossibilità di individuare un corrispondente italiano adeguato. In questo caso, se si
accetta di tradurre Passagen-Werk con “L’opera dei Passages”, i termini qui coniati dall’au­
tore possono essere tradotti: “L’opera dei palazzi di cristaUo”, “L’opera della serre” e “L’o­
pera delle stazioni spaziali” (N.d.T.).
6 Sul tema di un capitalismo “piacevole” o “spiacevole” cfr. Claessens D., Claessens K. 1979.
7 In italiano nel testo (N.d.T.).
228 PETER SLOTERDIJK

bilità che Dostoevskij aveva messo in scena per intero con il suo espe­
rimento mentale del “Palazzo recintato” delle Memorie del sottosuolo).
La sua crescente capacità di integrazione non fungeva certamente da
elevazione del capitalismo al rango di religione che universalizza la col­
pa e i debiti, come ipotizza Benjamin (1921, pp. 100-103) in un ec­
centrico appunto giovanile; essa condurrebbe al contrario alla sostitu­
zione degli schermi protettivi psico-semantici offerti dalle religioni sto­
riche con un sistema di cura attivistica dell’esserci. Questi Interni più
ampi e astratti non possono essere resi visibili con il metodo benjamiano
della caccia al tesoro nelle biblioteche8.
Se si è accettata la metafora del “palazzo di cristallo” come emble­
ma delle ambizioni finali del Moderno, si può rivedere la spesso sot­
tolineata e altrettanto spesso negata simmetria tra il programma capi­
talista e quello socialista: quello del socialismo-comunismo era sem­
plicemente il secondo cantiere del progetto del palazzo. D opo la sua
chiusura, è diventato chiaro che il comuniSmo era una tappa sulla via
verso il consumismo. Nella sua interpretazione capitalistica le corren­
ti del desiderio giungono a uno sviluppo iniquo e potente - cosa che
ammettono anche coloro che avevano acquistato titoli del socialismo
sulla borsa delle illusioni, titoli dei quali se ne conserveranno alcuni co­
me le banconote ingiallite da un miliardo di marchi del Reich dell’an­
no 1923. Del capitalismo si può invece ora dire che ha sempre signifi­
cato qualcosa di più che un semplice rapporto produttivo; la sua ca­
pacità di imprimersi è andata già da tempo oltre ciò che l’idea di “mer­
cato mondiale” può esprimere. Esso implica il progetto di trasporre nel­
l’immanenza del potere di acquisto tutta la vita di lavoro, desideri ed
espressione dell’uomo che l’ha abbracciata.

8 Sui problemi di percezione e rappresentazione che l’intreccio vitale del capitalismo of­
fre nel suo complesso cfr. Sloterdijk 2004, pp. 803-833.
C apitolo trentaquattresim o
Il m o n d o d en so e la disin ib izion e seco n d aria: il terro rism o
com e rom an ticism o del p u ro attacco

Il tratto distintivo della globalità affermata è lo stato di obbligata vi­


cinanza di innumerevoli individui che casualmente coesistono. Questo
stato di cose si può definire più facilmente con il termine topologico di
densità. Fare affermazioni a proposito della densità significa descrive­
re il livello di pressione della coesistenza tra particelle e agenti. Chi usa
questa espressione, ha in mano uno strumento che non solo lo mette al
riparo dalle consuete mitologie dell’alienazione (come se tutti gli agen­
ti avessero costituito originariamente una famiglia, per poi separarsi in
seguito a causa di una catastrofe); ma che contribuisce anche a supe­
rare il romanticismo della contiguità con il quale i filosofi morali m o­
derni volevano universalizzare oltre misura l’apertura tanto spontanea
quanto obbligata del soggetto agli altri1 (Lévinas 1974, pp. 129-155).
Un aumento della densità corrisponde alla crescita della probabi­
lità di incontri tra centri di azione, sia nel senso di transazioni, sia nel
senso di collisioni o quasi-collisioni. Dove dominano condizioni di
densità, le condizioni generali del traffico di merci e informazioni m u­
tano in modo tale da richiedere un ampio cambiamento morale: i dik­
tat unilaterali diventano ora tanto implausibili quanto le durevoli man­
canze di comunicazione. Contemporaneamente, un’alta densità ga­
rantisce una resistenza cronica dell’ambiente a sviluppi unilaterali - una
resistenza che dal punto di vista cognitivo può essere giudicata come
un clima favorevole ai processi di apprendimento. Agenti sufficiente-
mente forti si rendono reciprocamente amichevoli, astuti e cooperati­
vi (Bolz 2005, pp. 59-68) - e, ovviamente, si banalizzano reciprocamente
- lo fanno perché si ostacolano con successo a vicenda e perché han­
no imparato a far valere di volta in volta i propri interessi. Poiché coo­

1 Cfr. Lévinas 1974, in particolare il capitolo La proximité, pp. 129-155.


230 PETER SLOTERDIJK

perano solo in vista di dividendi, rafforzano la plausibilità del postu­


lato secondo cui le regole del gioco della reciprocità vogliono appari­
re chiare all’altro quanto a se stessi. Ciò vale sia per gli Stati che per gli
agenti privati nel momento in cui interagiscono.
Grazie a un cronico soggiorno in ambienti densi, l’inibizione diventa
la nostra seconda natura. Se ci si esercita sufficientemente all’inibizio­
ne, sia dal punto di vista morale che dal punto di vista fisico, l’intervento
semplicemente unilaterale dell’iniziativa sembrerà un’utopia, che non
corrisponde allo stato presente delle cose. La libertà di azione, per co­
me la si intendeva una volta, oggi fa l’effetto di un argomento adatto al­
le favole di un periodo in cui l’attacco serviva ancora a qualcosa. Se an­
che qua e là si osservano ancora espansioni unilaterali, questo non è che
un indizio del fatto che certi attori continuano a pensare di trovarsi da­
vanti a situazioni che precedono la densità e richiedono disinibizione.
In generale, si può però dire che tutte le “terre vergini” , ovunque esse
siano, hanno trovato i rispettivi coloni. Dal punto di vista teoretico-pro-
cessuale un’alta densità significa che la fase dei successi della prassi
unilaterale è terminata - senza per questo escludere un’eventuale forte
scossa di assestamento. G li attori vengono cacciati dall’eden della sto­
ria, in cui agli unilateralisti era stata promessa la salvazione.
L a telecomunicazione rappresenta un concetto di spessore ontologi­
co perché indica il compimento pratico dell’addensamento. Grazie alle
telecomunicazioni attuali sorge un mondo di cui fanno parte dieci mi­
lioni di e-mail al minuto e transazioni effettuate con denaro elettronico
per un ammontare giornaliero di un miliardo di dollari. L’espressione or­
mai consueta “telecomunicazione” non è stata sin qui capita adeguata-
mente, così come essa, nella sua accezione corrente, non sottolinea in mo­
do sufficientemente esplicito che la creazione di un’unità reciproca del
mondo è costruita sulla cooperazione, ovvero sulla reciproca inibizione,
compresi tutti gli affari a distanza, gli aiuti a distanza, gli obblighi a di­
stanza e i conflitti a distanza. Solo questo forte concetto di telecomuni­
cazione come forma capitalistica della actio in distans è in grado di de­
scrivere la tonalità e il modo dell’esserci nell’esteso palazzo di vetro.
L’antico sogno dei moralisti di un mondo in cui le inibizioni superasse­
ro le disinibizioni è operativamente sostenuto dalla telecomunicazione.
La speranza, pertanto, e Ernst Bloch ci perdoni, non è un princi­
pio bensì un effetto. Ciò che si può sperare di caso in caso (e così for­
se passibile di universalizzazione processo-teoretica) è costituito con­
temporaneamente da due cose: per un verso il dato di fatto che gli uo­
mini hanno occasionalmente nuove idee che provocano mutamenti
nella vita all’atto di passare dal modello alla pratica, in micro contesti
IL MONDO DENSO E LA DISINIBIZIONE SECONDARIA 231

come su vasta scala - talvolta tra di esse si trovano buone invenzioni


con pochi effetti collaterali che hanno un enorme potenziale epidemi­
co; per un altro l’osservazione secondo cui in condizioni di sufficiente
densità normalmente da una grande quantità di lampi di genio desi­
derosi di realizzarsi può venire distillato un resto di idee praticabili, che
offrono a molti, se non a tutti, il meglio. La razionalità della densità ha
l’effetto di una sequenza di filtri che si occupano di eliminare le of­
fensive unilaterali e le innovazioni dannose - per esempio quelle della
tipologia dei crimini violenti, che possono essere compiuti solo una vol­
ta oppure in una serie molto breve. In questo modo vengono per esem­
pio escluse le nuove tecnologie a rischio di incidente già nella fase di
progettazione o, in caso siano indispensabili, vengono ottimizzate fino
a una soglia di sopportabilità dei rischi di esercizio.
Possiamo definire come comunicativo il modo di agire della densità
ma solo nel senso in cui possono essere definite come comunicazioni le
restrizioni dei reciproci spazi di manovra. Con il diradarsi della nebbia
del fenomeno cui erroneamente si dà il nome di competenza, resta l’ini­
bizione reciproca. L’assai noto consenso tra esseri razionali è l’aspetto este­
riore della capacità degli agenti di impedirsi l’un l’altro azioni unilatera­
li. Anche il concetto, un po’ sopravvalutato dalla filosofia morale, di ri­
conoscimento intende la forza di un agente come la sua capacità di far­
si rispettare come potenziale o effettivo elemento ostacolante di iniziati­
ve di altri. Va a Jürgen Habermas il merito di avere capito che 1’“inclu­
sione dell’altro” è un procedimento di allargamento del raggio di azio­
ne di meccanismi che si inibiscono reciprocamente, nonostante egli ab­
bia erroneamente inteso come dialogico questo sviluppo, in ossequio al­
la tradizione idealistica. L’“inclusione dell’altro” non è l’ampliamento del­
la sfera di azione verso la comunanza ma al contrario una traccia della
tendenza alla completa esclusione dall’azione - la sua sostituzione con ,
giochi di ruolo entro progetti collettivi. Più gli altri sono “inclusi” , più
viene liquidata la possibilità di agire. La disoccupazione di massa degli
“agenti” è la cifra del tempo. Sarebbe necessario riuscire a interpretare
tutto questo come un segno positivo: bisognerebbe tessere le lodi della
costruzione delle capacità di inibizione reciproca come il più efficace mec­
canismo di civilizzazione - anche se non si dovrebbe dimenticare che eli­
minando ciò che è sgradito e insopportabile nella prassi unilaterale spes­
so si finisce con l’eliminare anche ciò che in essa vi è di buono.

Sullo sfondo di queste considerazioni si può chiarire perché la glo­


balizzazione della criminalità risulti istruttiva per comprendere la si­
tuazione post-storica : le usanze criminali all’interno del palazzo di cri­
232 PETER SLOTERDIJK

stallo e alla sua periferia indicano come e quando la disinibizione atti­


va - precedentemente idealizzata come “prassi” - si rielabora inces­
santemente a partire da progressi locali di fronte alle energie inibitrici.
La criminalità organizzata si basa su ritocchi da professionisti della di­
sinibizione, cui vengono sempre nuove idee entro le lacune di una si­
tuazione bloccata. Così la criminalità spontanea non attesta più una mo­
mentanea perdita di autocontrollo da parte di individui confusi, che nel
gergo giuridico vengono testardamente indicati come “colpevoli”. La cri­
minalità persistente è principalmente la traccia di una lacuna, tanto del
mercato quanto del diritto, unita a un’instancabile capacità di azione.
Con essa la situazione di colpevolezza viene ad assumere un importan­
te significato non solo giuridico ma anche filosofico. I criminali che si
organizzano con successo non sono vittime dei loro nervi ma al contra­
rio i principali testimoni della libertà di azione a dispetto dell’universa­
le situazione di inibizione.
Questo risultato si adatta in particolar modo all’appena citato “ter­
rorismo operante a livello globale” , di cui vi sono certo brillanti anali­
si parziali ma non ancora una spiegazione soddisfacente. Questo ap­
proccio ci consente nella maniera più eminente di discutere a livello teo­
retico le sue manifestazioni più eclatanti - in particolare il semplice ma
incomprensibile atto dell’11 settembre - quando le consideriamo co­
me un indizio del modo in cui il motivo della disinibizione si è appro­
priato, su uno sfondo post-storico, di perdenti attivi provenienti da
schieramenti non occidentali. Questo non prova che il male sia giun­
to fino a Manhattan, come annuncia il feuilleton della morale che ha
sempre la risposta pronta. Ciò mostra piuttosto come una nuova on­
data di attori abbia scoperto le gioie dell’unilateralità. Essi non imita­
no il modello di una “rivoluzione” , come hanno fatto i movimenti di
perdenti dopo il 1789, ma riproducono direttamente il momentum ori­
ginario dell’espansione europea a partire dal 1492: il superamento del­
l’inerzia con l’atto dell’attacco, l’asimmetria euforica che la pura ag­
gressione porta con sé, l’irrecuperabile vantaggio che conquista colui
che arriva prima e mette gli altri di fronte ai propri segni. Il prius del­
la violenza offensiva può di nuovo farsi valere - anche se questa volta
proviene dal versante sul quale sino a ora si trovavano coloro che su­
bivano. Poiché però gli agenti islamici del terrore sono ormai troppo
in ritardo per una revisione della distribuzione dei beni e dei territori
sul globo, essi occupano un vasto territorio all’interno dello spazio
mondiale dell’informazione, che si estende sconfinato e aperto di fron­
te a loro; su di esso innalzano il loro blasone infuocato, così come i por­
toghesi avevano posto il loro blasone di pietra al loro approdo sulle co­
IL MONDO DENSO E LA DISINIBIZIONE SECONDARIA 233

ste dell’Africa e dell’India. Se si capisce perché le circostanze operano


in accordo con i terroristi, si ottiene contemporaneamente un’imma­
gine più precisa della propria situazione: coloro che mettono le bom ­
be hanno capito meglio di molte società di produzione che i signori del­
l’etere non possono creare tutti i contenuti in studio e continuano a di­
pendere da rifornimenti esterni di eventi. Sanno per esperienza che so­
no essi stessi a offrire gli eventi più richiesti, poiché in qualità di con-
tent provider detengono pressoché il monopolio del settore della vio­
lenza reale. I terroristi dovevano perciò presupporre la loro chance di
mercato: nelle grandi installazioni 1’infospace è intanto soggetto a essere
attivamente invaso come lo era l’amorfa Africa alle brutali invasioni de­
gli europei nel XIX secolo. Ciò significa che l’attacco si vende sempre
e, tanto più è spietato, tanto più alta è la ricompensa mediatica. G li ag­
gressori capiscono perché il male diverta: i sistemi nervosi degli abitanti
del palazzo di cristallo sono occupabili senza sforzo da qualsiasi inva­
sore, poiché ciascuno di essi, condizionato dalla noia caratteristica del
palazzo, è sempre in attesa di notizie dall’esterno. I programmi para­
noici e sotto-occupati del cittadino del benessere premono per capta­
re e potenziare il più piccolo segnale che provi l’esistenza di un nemi­
co esterno. Tali ingrandimenti vengono distribuiti sotto forma di im­
magine della situazione nell’infosfera isterica ai consumatori di terro­
re, che accolgono la sensazione indiretta di sentirsi minacciati come sti­
molante per i loro scambi materiali.
L’insieme di questi punti di vista quasi teoretici produce nei terro­
risti una prassi quasi coerente: se piazzano le loro esplosioni telegeni­
che nei posti adatti sfruttano intuitivamente il carattere iper-comunica-
tivo dell’infosfera occidentale. Con invasioni minime influenzano l’in­
tero sistema, stimolandone, se mi è consentita questa espressione, i suoi
punti di agopuntura2. Possono fare affidamento sul fatto che l’unica mi­
sura antiterroristica che garantirebbe il successo - il silenzio compatto
dei media circa nuovi attacchi (ovvero l’introduzione di una quarante­
na dell’informazione, che interponga una distanza tra l’attentato e la sua
eco sensazionalistica) - può essere impedita con sicurezza dal persiste­
re del loro dovere di informazione. Con ciò le “nostre” linee di stimo­
lazione trasmettono quasi automaticamente gli impulsi locali del terro­

2 Paul Bermann si serve del paragone con le “punture di pulce”; purtroppo l’autore si
gratta cosi tanto da finire col sovrinterpretare il terrorismo islamico come nuovo totalitari­
smo, cfr. Bermann 2004, p. 32; senza alcuna preoccupazione per rappresentazioni errate, l’au­
tore aggiunge che la puntura di pulce sarebbe “parte di una guerra” : di conseguenza, la lot­
ta agli insetti viene nuovamente raccomandata come forma per una grande politica.
234 PETER SLOTERDIJK

re ai suoi sfruttatori entro il palazzo di cristallo. L’obbligo di informa­


zione garantisce il terrorismo quale arte di far parlare di sé per un tem­
po ancora imprevedibile. Poiché le cose stanno così i dirigenti del ter­
rore, come tutti i conquistatori, possono equiparare al cospetto di que­
sto dato successo e verità. Errato o meno, il risultato della transazione
si mostra nel fatto che effettivamente si parla di loro - con una costan­
za che mette pressoché allo stesso livello il terrore e le condizioni me­
teorologiche, i segreti delle donne e l’ultima variazione dell’indice azio­
nario. Per quanto si tratti di un fantasma che si manifesta solo raramente,
esso gode di un credito ontologico: che di solito viene accordato solo
alle questioni di vita o di morte. Che i fautori di attacchi con gravi ri­
cadute vengano considerati come eroi in ampie parti del mondo che non
sono sotto il controllo dell’Occidente è, se paragonato a ciò, solo un
aspetto secondario del loro successo.
Il terrorismo, come strategia di espansione unilaterale sul conti­
nente post-storico, ha ottenuto “attenzione” : esso penetra i cervelli del­
le “m asse” senza incontrare una resistenza degna di nota, e si assicu­
ra un segmento significativo sul mercato mondiale dell’eccitazione a
tema. Com e ha mostrato l’analisi a sangue freddo di Boris Groys, es­
so è apparentato così da vicino con le moderne arti del mercato azio­
nario e dei media da trarre le più affilate conseguenze dalle tradizio­
ni dell’arte romantica della trasgressione (Groys 2003). Molto prima
della sua com parsa esse richiamavano l’attenzione e il riconoscimen­
to con un ampliamento aggressivo del procedimento artistico. Dallo
sviluppo di queste tecniche nel corso del XX secolo si capisce che l’u ­
tilizzo di shock non costituisce la prova della grandezza di un’opera,
ma solo un semplice meccanismo di marketing. Lo scoppio di gelosia
di Stockhausen, giustamente divenuto famoso a livello mondiale, con­
tro gli artefici di New York rivela più verità su quegli eventi dell’inte­
ra industria letteraria connotata dal logo 11.09 (Lenttricchia, McAu-
cliff 2003, pp. 6-17).
Sotto questo aspetto diviene comprensibile perché neoliberismo e
terrorismo si coappartengono come recto e verso del medesimo foglio.
Su entrambi i lati si legge un testo identico e chiaramente articolato:

Per gli audaci la storia non è ancora finita. Come è sempre stato e
sempre sarà, per coloro che hanno fiducia nell’attacco vale la pena agi­
re unilateralmente. I prescelti possono sempre considerare il mondo co­
me un bene senza padrone e, dove c’è la volontà di colpire, coloro che
si fanno portatori della pùra aggressione tengono le vittime in punta di
spada. La libertà di lanciarsi avanti è l’essenza della verità.
IL MONDO DENSO E LA DISINIBIZIONE SECONDARIA 235

Bisogna ammettere che questo è il canto delle sirene - e che non ci


sono sufficienti alberi maestri per legare tutti coloro che lo odono. Tale
musica disinibitrice è la benvenuta tra gli individui sintonizzati sulla sua
lunghezza d’onda, che desiderano investire il loro surplus di energie, in­
differenti al fatto che ciò avvenga ai fini di un’impresa o una vendetta.
Sul palcoscenico del mondo viene messa in scena solo in superficie
un’opera che secondo la coalizione dei volenterosi3 si intitola “attacco
al fondamentalismo” ; su un piano più profondo è il fondamentalismo
dell’attacco che produce disordine. Per quanto questo faccia parte di
un’epoca passata, nel mondo post-unilaterale i suoi resti sono virulen­
ti. Ciò che muove i più diversi aggressori - si tratti di attentatori, spe­
culatori, criminali, imprenditori, artisti o prescelti - è il desiderio di tra­
sformarsi in un raggio di pura iniziativa - e ciò in una situazione mon­
diale cambiata, che fa di tutto per smorzare le offensive e scoraggiare le
iniziative. Il fondamentalismo islamico, che al momento viene percepi­
to come il re di un’aggressività sovrana insensata, è pertanto interessante
solo come arrangement mentale per assicurare il passaggio precario dal­
la teoria alla prassi, dal risentimento alla prassi o dal desiderio alla pras­
si in un gruppo di candidati all’azione nelle circostanze più improbabi­
li (cfr. supra p. 96). Vogliamo ricordare che da sempre la funzione co­
gnitiva del “fondamentalismo” non è altro che quella di superare l’ini­
bizione degli attori che devono agire. A buon titolo a livello teorico gli
attuali anti-fondamentalisti contestano ai loro clienti il diritto di aspet­
tarsi un ordine ad agire di qualunque tipo - un’affermazione ovviamente
protettiva. E ciò è ben chiaro ai teorici che, dopo l’ondata di attori del
XX secolo, hanno capito quanto rapidamente si possa scivolare nella col­
pa in qualità di autori originari di dogmi universali.
A guardarsi indietro ci si chiede come mai ci sia voluto così tan­
to tempo per svelare il significato pratico del fornire ragioni per le
azioni: la motivazione effettiva dell’avere una ragione, è il bisogno di
avere un movente dal quale colui che diviene autore dell’azione ab­
bia intenzione di lasciarsi “guidare” . L e energie non sono forse sem ­
pre in cerca di una scusa, che gli dia il via libera? A partire da D e­
scartes è noto che cosa richiedano gli agenti ambiziosi ai loro moventi
disinibitori: in tempi di insicurezza generalizzata chi vuole scuotere

5 L’espressione usata da Sloterdijk “Koalition der Wohlmeinenden“ è la traduzione in uso


nel linguaggio giornalistico tedesco per quella americana di “Coalition o f thè Willing”, en­
trata in uso dopo H i settembre 2001 per indicare gli alleati del governo americano nelle guer­
re che hanno fatto seguito agli attentati di New York e Washington. Si è scelto pertanto di
tradurla secondo l’espressione equivalente in uso nel giornalismo italiano (N.d.T.).
236 PETER SLOTERDIJK

l’ambiente con le azioni difficilmente si accontenta di qualcosa di me­


no di un fondamentum inconcussum. Il muro che deve attraversare chi
voglia compiere qualcosa di improbabile è penetrabile solo con for­
ti mezzi disinibitori - e poiché il mondo attuale, dal punto di vista de­
gli ambiziosi e degli offesi, è fatto esclusivamente di muri, che scon­
sigliano di divenire attivi, per gli agenti dell’ultima ora vanno bene i
più vigorosi strumenti di abbattimento delle mura. Come ha notato
Niklas Luhmann, il radicalismo è uno strumento del M oderno per
rappresentare l’implausibile come l’unica cosa plausibile.
Riguardo agli attuali atti terroristici contro grandi strutture sareb­
be perciò degno di nota solo il fatto che danno prova dell’esistenza di
un radicalismo post-storico - come parlare della scoperta di una spe­
cie di cigno nero. Sarà necessaria una lunga elaborazione della delusione
perché i neoliberisti e i terroristi islamici - gli uni come gli altri marti­
ri della post-storia - capiscano che le delizie della vita attivamente
asimmetrica fanno parte dell 'ancien régime —bisognerà vedere se poi
anche questi cigni diventeranno bianchi.
Entram be le tipologie di agente sono anacronistiche in ogni sen­
so del termine. G li uni continuano a voler partire come navigatori af­
famati d ’oro nel 1492, gli altri sognano di montare a cavallo come tribù
ardenti di monoteismo nel VII secolo. Entrambi devono però scendere
a patti con la situazione del loro tempo poiché sostengono di consi­
derare la rete moderna come la loro più grande chance e non come
la quintessenza delle circostanze inibitrici. Con le loro tardive filosofie
dell’azione essi forniscono a entrambi le due principali versioni di un
romanticismo dell’offensiva all’inizio del XXI secolo. Questi sogni
impazienti scambiano le lacune per campo aperto. I loro agenti vo­
gliono salvare la forte asimmetria propria di missioni, progetti e altri
gesti caratterizzati dalla felicità auto-compiaciuta della prima mossa
in un’epoca che è ormai sottoposta al primato della gentilezza, della
simmetria, dell’inibizione, dell’azione reciproca e della cooperazio­
ne, tanto in Oriente quanto in Occidente - è solo nelle lacune, che
per definizione sistematica sono numerose ma molto piccole, che le
cose non stanno così.
Dal punto di vista della teoria dell’azione 1’“esistenza storica” è per­
ciò definibile come un prendere parte a uno spazio di azione in cui l’a­
gire di un surplus interno e il fare storia universale di nuovo e ancora fi­
niscono col coincidere. Il marinaio Colombo, che le fonti ci indicano co­
me un autistico fanfarone, ha sostenuto di voler fare ciò che faceva un
eroe della storia delle antiche battaglie. Come innumerevoli agenti do­
po di lui, egli si apre un varco nell’universale a partire dalla nevrosi. D o­
IL MONDO DENSO E LA DISINIBIZIONE SECONDARIA 237

po la “storia” , tuttavia, cercheranno di fare “storia” solo coloro che non


possono e non vogliono vedere che essa è finita. Ciò produce forme di
autismo senza soluzione sul palcoscenico del mondo - ma con un’eco
enorme in una somma di media altrimenti uniformi. L’11 settembre è
l’indizio sino a ora più forte di una compiuta post-storicità, nonostan­
te molti sotto l’influsso dello shock abbiano cercato di considerarlo un
segno della storia - o addirittura il segnale di partenza di una “nuovo
inizio della storia” (Dahrendorf 2004). Esso stabilisce una data inutile
che non indica nulla se non il giorno in cui ciò è accaduto - e il piano
iconoclasta che gli corrisponde. I criminali di settembre danno prova
di una violenza unilaterale che non ha nulla in pectore per essere para­
gonata a un progetto, a prescindere da vaghi riferimenti a una ripetizione
- riferimenti che sono stati cocciutamente fraintesi come minacce da pes­
simi strateghi. Una vera minaccia avrebbe la forma di una “delibera ar­
mata”4, come dicono i teorici della strategia; l’azione di settembre non
proponeva nulla, era la semplice espressione di una capacità di condurre
un attacco puntuale al palazzo di cristallo, una “misura” che si esauri­
va nell’essere portata a termine. L a “guerra santa” per il regno di Dio
in terra non è un progetto ma un gesto virile per difendere l’onore del­
la capacità offensiva. Chi potrebbe sostenere che si tratti di qualcosa di
più di un complesso di inferiorità armato? Il grande attentato non m o­
stra una tensione verso fini buoni con i mezzi cattivi purtroppo neces­
sari, come ha insegnato la meta-etica rivoluzionaria a partire dal XIX se­
colo. Si è trattato di una pura rivendicazione di aggressione nel bel
mezzo di un periodo che viene definito complessivamente dal primato
dell’inibizione e della retroazione. Gli autori e i mandanti dell’ 11 set­
tembre, come molti iconoclasti prima di loro, possono essere soddisfatti
della distruzione di un presunto idolo. Con P ii settembre si può capi­
re che il contenuto della post-storia resterà segnato sul suo versante
drammatico dall’interazione tra agenti accecati. Questa non è un’affer­
mazione come un’altra. All’impossibilità di imparare dalla storia sotto-
lineata da Hegel si aggiunge ora l’impossibilità di imparare qualcosa da­
gli episodi della post-storia. Solo i provider di tecnologie per la sicurez­
za possono trarre delle conseguenze dall’attivismo post-storico - gli al­
tri osservatori sono consegnati al flusso e riflusso dell’irrequietezza me-
diatica, compreso l’atteggiamento febbrile della polizia divenuta inter­
nazionale, che usa l’accresciuto stress pubblico per legittimare la sua
espansione. I clienti nella grande casa di vetro vivono solo una serie di

4 Luttwak 1987, in particolare il capitolo \J>,ArmedSuasion.


238 PETER SLOTERD1JK

contrattempi non annunciati e gesti senza referenti. Di essi si occupa­


no le speciali trasmissioni dedicate a questioni scottanti. Ma le notizie
e i loro materiali, gli atti di violenza e i drammi “sul posto” - come re­
cita l’oscura e pseudo-mineraria espressione tecnica che definisce i non­
luoghi in cui si verificano incidenti ed eventi - sono solo increspature
sulla superficie delle regolari operazioni nello spazio denso.
In ogni caso le stoccate terroristiche non forniscono motivi suffi­
cienti perché la cultura politica dell’Occidente torni al “momento hob-
besiano” : alla questione se lo Stato occidentale sia in grado di fornire
sufficiente protezione alla vita dei suoi cittadini i fatti rispondono in mo­
do così evidente che sarebbe folle sostenere che possa essere ripropo­
sta. Rappresentare il terrorismo come un “pericolo mortale” per tutto
il mondo libero è una figura retorica, con la quale vengono alla ribal­
ta i ministri degli interni e i mediatori per emozioni forti. D a tempo or­
mai la responsabilità di assorbimento psichico del terrore è passata al­
la “ società” - così come la stessa irritazione terroristica viene trasmes­
sa ai destinatari solo grazie ai loro media e non per mezzo di ordini di
mobilitazione statali. Lo Stato di oggi è un consumatore di terrore co­
me tutti gli altri, e nonostante debba essere responsabile della lotta con­
tro di esso, lo Stato è tanto passivo e irraggiungibile quanto la “società” .
Non può perciò né essere attaccato direttamente né reagire diretta-
mente. I discorsi sulla “guerra contro il terrore” distolgono l’attenzio­
ne dall’idea che l’attacco viva unicamente del processo mediatico di se-
cond’ordine. Ciò che si chiama terrorismo fa parte del mutamento
strutturale della sfera pubblica nell’epoca della mediatizzazione tota­
le. Chi lo volesse combattere davvero, dovrebbe recidere le sue radici
nel fascino mortale che lega l’attore del terrore al suo pubblico - e ciò
contraddirebbe le leggi dell’intrattenimento globalizzato.
Quindi il diritto di esistenza dello Stato non deriva più dalla sua fun­
zione hobbesiana, ma si fonda sulle sue prestazioni come distributore
di chance di vita e di accesso ai comfort. Esso dà prova delle sue capa­
cità come un terapeuta immaginario di tutti i suoi cittadini o come ga­
rante dei vizi [Venvöhnung\ immateriali e materiali dei molti (Sloter-
dijk 2004; Nolan 1998). Addirittura la sua funzione militare è obbligata
a uno stile terapeutico. Le attuali guerre per la “sicurezza” traggono i
loro moventi in buona parte da motivi immunologici interpretati dal
punto di vista puritano.
Reazioni illiberali di più vasta portata sono perciò sempre inadeguate
al terrore, poiché per un verso tendono a sottacere la superiorità in­
commensurabile degli aggrediti rispetto all’aggressore, e per un altro
conferiscono ad attacchi puntuali un significato simbolico, che non ha
Scansione a cura di Natjus, Ladri di Biblioteche
IL MONDO DENSO E LA DISINIBIZIONE SECONDARIA 239

nessun rapporto con il loro contenuto materiale. Innumerevoli com­


mentatori gonfiano la nebulosa di al-Qaeda, questo conglomerato di
odio, disoccupazione e citazioni coraniche, fino a farla diventare un to­
talitarismo con un suo proprio stile; alcuni credono addirittura di ri­
conoscervi un fascismo islamico, che sarebbe in grado, non si sa in qua­
le modo fantastico, di minacciare tutto il “mondo libero” e rovinare la
sua gioiosa atmosfera consumistica, sistemicamente irrinunciabile. Al­
cuni autori occidentali arrivano addirittura a stilizzare il romanticismo
della jihad, nemico degli USA che si diffonde tra giovani musulmani di­
sorientati, come oggetto di una quarta guerra mondiale (Podhoretz
2004). D a quali motivi derivino queste distorsioni e queste idee gon­
fiate è una questione che non verrà qui ulteriormente sviluppata. O v­
viamente sono sempre in gioco anche gli interessi dei comunicatori.
(Una rappresentazione completa di questa prassi dovrebbe compren­
dere un passaggio specifico sui sistemi retorici di comando, che si oc­
cupi dell’isterizzazione come tecnica postmoderna di consenso). In
ogni caso è certo che i neo-realisti si sentono di nuovo a casa propria;
trovano finalmente una situazione in cui possono offrirsi come guide
per indecisi - lo sguardo puntato sulla figura del nemico forte, vecchia
e nuova unità di misura del reale, a prescindere dal fatto che la forza
dell’avversario sia il prodotto sproporzionato di un’esagerazione inte­
ressata. Per i consulenti la “guerra” è la fonte del loro significato. Sot­
to l’imperativo alla sicurezza i portavoce della nuova militanza raffor­
zano le tendenze autoritarie, le cui forze motrici si alimentano con fon­
ti completamente difformi. Il clima di paura mantenuto accuratamen­
te entro lo spazio mediatico garantisce che la stragrande maggioranza
dei viziati [verwöhnte\ consumatori occidentali di sicurezza si inseri­
scano nella commedia deH’inevitabile. Dove ciò conduca ne hanno
avuto un assaggio i viaggiatori che dall’11 settembre sacrificano le lo­
ro forbicine per unghie messe nei bagagli a mano alla riduzione dei ri­
schi durante i viaggi aerei.
Capitolo trentacinquesimo
Il crep u sco lo d ell’agente e l’etica della respon sabilità. Erinn i
cibernetiche

Se la “storia” nel suo accadere è stata indivisibile dall’etica dell’a­


zione, l’irresistibile ascesa dell’etica della responsabilità nel XX secolo
testimonia la situazione post-storica nel palazzo di cristallo. Di essa fa
parte un’irresolubile illusione morale propria del fruitore, che finge che
gli individui possano essere ritenuti responsabili non solo del loro com­
portamento immediato ma anche, fossero pure a questo punto, per gli
effetti collaterali del loro agire locale. L’esistenza entro grandi Interni
favorisce un modo di pensare telepatico e telecausale in cui vengono
associate azioni locali ad effetti lontani. In questo modo il concetto di
responsabilità lusinga tutti coloro che desiderano credere che nella
maggior parte delle situazioni tutto dipende dal fare o meno di ciascuno,
nonostante la trascurabilità evidente dell’individuo; nello stesso tem­
po aiuta molti che sono frustrati dall’andamento delle cose a esigere
un’assunzione di responsabilità da parte dei non-responsabili.
Inoltre sarebbe un’ingiustificata concessione allo psicologism o se
si volesse riconoscere negli onnipresenti appelli alla responsabilità
e nell’afflusso di volontari, che si candidano ad assumerla, solo il sin­
tomo di una grande follia e di un maniacale rifiuto della complessità.
Com e hanno m ostrato i suoi teorici più profondi, la responsabilità
non è tanto né un concetto morale né un concetto ontologico, quan­
to piuttosto un concetto teoretico-relazionale - che vuole ancorare
Tessere-coinvolto capace di rispondere all’Altro reale (come anche
a un terzo o alla molteplicità degli altri) entro la struttura stessa del­
la soggettività. Q ui sono in gioco tanto l’inibizione dello slancio del­
l’io verso l’esterno per mezzo del Tu che gli sta di fronte quanto l’i­
nibizione dell’azione in generale per mezzo delle retroazioni tanto
sul futuro quanto sul passato, a prescindere dal fatto che esse si m a­
nifestino ancora a una grande distanza dal luogo dell’azione. Ciò in­
IL CREPUSCOLO DELL’AGENTE E L’ETICA DELLA RESPONSABILITÀ 241

dica la cacciata dell’agente dal paradiso, in cui il successo non ti chie­


deva ancora come tu lo avessi conseguito.
L’etica della responsabilità (Beyertz 1995), che si è sviluppata nel
corso degli ultimi cento anni su basi teologiche surriscaldate, non fun­
ge solo da auto-elevazione e auto-vincolo di potenziali agenti ma
piuttosto da sgravio degli agenti reali dalle conseguenze impreviste e
dagli effetti collaterali delle loro azioni. Nella sua forma attuale essa
ha pronta per coloro che devono agire la raccomandazione secondo
cui bisogna farsi carico di potenziali colpe solo nella misura in cui pos­
sono venire sopportate entro il quadro della routine funzionale. N el­
la sua versione post-moderna l’imperativo categorico recita: “C om ­
pi in ogni momento solo quelle azioni che non possono restare in­
compiute, tenuto conto di tutti i motivi ragionevoli per rinunciarvi dal
tuo punto di vista personale e dal punto di vista della tua posizione
funzionale” . Dietro la maschera del principio di prudenza, ora uni­
versalmente apprezzato, ritorna un pragmatismo che guarda indietro
ai suoi anni più selvaggi. D i esso si può dire che ha percorso intera­
mente il ciclo della moderna procrastinazione delle attitudini, dall’i­
steria fino al cool.

Guardiam o per un momento indietro allo spirito dell’azione come


si presentava al grande pubblico prima che si sfinisse nella corsa all’e­
tica della responsabilità: secondo il giovane Goethe, autore della pri­
ma parte del Faust, l’essere originario era ancora attribuito senza indugi
all’“ azione” - insieme al vice-inizio della forza, senza la quale le azio­
ni sarebbero rimaste solo parole; il faustiano porre l’azione al princi­
pio rispecchia la visione moderna fondamentale secondo cui né un lo­
gos senza energia né un’energia senza spirito possono essere presi in
considerazione come fondamenti del mondo; solo in una via di mezzo
che comprenda forza e sapere (oggi si direbbe informazione) può es­
sere individuata la vera e reale grandezza dell’inizio (cfr. supra, p. 106).
Il problema di come l’azione giunga all’uomo non si pone più per i m o­
derni in ragione del fatto che essi suppongono di trovarsi da sempre
come “energie informate” ; l’unica cosa che non è chiara è il modo in
cui le energie possano essere disinibite passando da uno stato di inde­
cisione a quello del compimento dell’azione. Una risposta a questa do­
manda si trova nel racconto popolare del Dr. Faustus del tardo XVI se­
colo: un contratto di consulenza con il diavolo assicura al dotto il libero
accesso ai più efficaci mezzi di disinibizione del suo tempo.
A questo punto si inserisce Goethe: è noto che il suo Faust, con cui
noi facciamo conoscenza nel momento in cui sta passando dalla teoria
242 PETER SLOTERDIJK

alla magia, dapprincipio è solo alla ricerca di mezzi e soluzioni per


un’auto-espansione unilaterale, durante la quale trova conforto nello
spirito tentatore, nel vice-dio che gli sta accanto lege artis durante la di­
sinibizione - e non gli sta solo accanto ma gli si aggiunge come un al­
ter ego in qualità di osservatore (Briegleb 1999). In Faust arde eviden­
temente il fuoco deH’asimmetria metafisica, che pone da un lato l’ani­
mato agente e dall’altro le materie prime e gli spazi vuoti. Qui si anti­
cipa già la direttrice di tutte le espansioni: “ azioni” significa qui gesti
espressivi, che confermano l’aspirazione del soggetto a un “mondo
proprio” . A partire da questo momento il fatto di porre il mondo per
mezzo “dell’azione” prenderà il nome di “opera” in senso intransitivo
o di “vita” in senso transitivo, che nell’insieme costituiscono “l’opera
della vita” . A questo scopo l’Altro, inteso in senso impersonale oppu­
re in senso personale, e gli altri forniscono il materiale per l’esperien­
za, la costruzione e la creazione poetica. “Arte” indica il medium del-
l’unilateralismo per il singolo.
Con l’espansionismo estetico dell’epoca borghese, il sogno della
creazione di opere, dal dare origine fino alla creazione di mondi pro­
pri, entra nella sua fase popolare - e in questa situazione nulla vieta di
gettare uno sguardo sul XVI secolo per farsi coraggio nell’affrontare gli
atti espressivi del XIX. Sul palcoscenico reale dell’epoca di Goethe nes­
suno aveva di certo più la necessità di confidare nel diavolo, che vole­
va festeggiare i suoi successi di inventore, impresario e monstrum arti­
stico. Questa storia popolare della cultura di recente creazione era suf­
ficiente a disporre all’attacco - la storia dei grandi uomini faceva il re­
sto. La fede nel diritto naturale all’offensiva unilaterale aveva raggiun­
to un grado di diffusione che invitava alle più grossolane volgarizzazioni.
A partire dal XIX secolo le notizie di successi nell’arte della guerra, nel­
la navigazione, nella scienza o nell’arte potevano essere intese dalla gen­
te divenuta ambiziosa come inviti all’imitazione. Chi poteva faceva tut­
to l’indispensabile per scrivere il proprio nome nel libro dei record del­
le scoperte, delle conquiste, dell’arte e del crimine.
In realtà il crepuscolo degli agenti era già iniziato nei giorni della ma­
turità di Goethe. Il mondo ferito aveva già iniziato a obbligare i soggetti
agenti al regresso; addirittura, nella più banale delle storie di seduzio­
ne, Vaffaire “Gretchen”, l’espressivo professore, sopraffatto con esito fa­
tale dal suo stato d ’animo, non riuscì a uscirne senza rimorsi. Ai più at­
tenti lettori di Goethe non poteva sfuggire che il Faust non fosse un’o­
pera eroica tedesca di un pensatore-agente tragicamente grande, ma piut­
tosto un dramma della rassegnazione. Parlava in modo inequivocabile
del fatto che l’eroe fosse respinto entro quei limiti che tanto volentieri
IL CREPUSCOLO DELL’AGENTE E L'ETICA DELLA RESPONSABILITÀ 243

vengono definiti umani, di una rinuncia riflessa da tutti i punti di vista,


grazie alla quale la forma moderna della saggezza, il ripiegamento su di
sé alFinterno di un consenso allargato, potesse assumere i suoi contor­
ni. Grazie a esso la prz-hybris dello spirito ingenuo si congiunge con la
post-hybris del soggetto che fa esperienza di sé e del mondo. L a secon­
da remissività fa ritorno, dopo avere circumnavigato la Terra, alla pri­
ma. Delle grandiose energie criminali dell’elemento offensivo centrale
non resta che lo sforzarsi deprivato di oggetto che ambisce a tutto ma
non riesce mai in nulla. 11 Faust ci offre la storia di un attore che com­
pie le sue espansioni seguendo tutte le sue ambizioni per capire alla fi­
ne dei suoi percorsi e delle sue euforie che gli è necessaria la redenzio­
ne per mezzo di un Altro indisponibile. Il crepuscolo degli idoli dell’u-
nilateralismo, epifania del mostro come responsabilità nell’intreccio ri­
sonante del mondo. La post-Modemità di Faust (Gaier 2000, pp. 7-56).
Tutto ciò può essere espresso in concetti chiari e logico-processua­
li: se la “storia” ha ottenuto il suo momentum con il lampo dell’unila­
teralità, che parla ai suoi contemporanei con la dialettica del colpire per
primi, delle partenze e dei soprusi, la post-storia doveva volgersi alla
scoperta e alla sopportazione della retroazione. Certamente in ogni ini­
zio c’è una magia ma che fare quando scocca l’ora degli effetti collate­
rali? O ra inizia una seconda fase della presa del mondo sotto forma di
ritorno a se stessi - dominata dalle neo-Erinni del nostro tempo. Se­
condo l’antica denominazione di Aletto (colei che “non abbandona
m ai”), Megera (“l’invidiosa”) e Tesifone (colei che “vendica l’omici­
dio”), tra le Eumenidi della città (le “benevolenti” ) ora è all’ordine del
giorno una nuova denominazione basata sullo spirito del sistema-mon­
do. Si chiameranno in futuro retroazione, multilateralità e responsabi­
lità. Sono queste le Erinni discrete della densità post-storica che sem­
pre tenderanno fili da un punto vicino A al più lontano B, ricondur­
ranno tirandoli per i capelli gli effetti alle loro cause: immerse nei cal­
coli, pallide di fronte alle analisi dei costi, sperdute in prospetti multi­
funzionali, sprofondate negli abissali contrari di karma e statistica, im­
pegnate a bilanciare i danni provocati e a pronosticare ulteriori perdi­
te nel caso che le cose continuino ad andare come sono cominciate.
Con il diritto conferitogli dalla nuova situazione, i postmoderni
credono in ciò che è privo di inizio: quasi tutti possono partire da si­
tuazioni intricate e complesse, in cui nessuno è in grado di dire chi,
che cosa, come e con quali intenzioni abbia cominciato. L a maggior
parte di essi percepisce in qualche modo che isolare l’origine di un
processo, anche quando è possibile diventarne i padroni, creerebbe
di regola solo ulteriori conflitti intricati - ciò non esclude che di
244 PETER SLOTERDIJK

quando in quando sia necessario indicare un limite a certi farabutti;


e non c’è nulla in contrario a conferire un premio a un tenace agen­
te della ripetizione nell’ambito dell’arte come omaggio alla sua op e­
ra di tutta una vita. Secondo la posizione dell’autore, tuttavia, non c’è
più nessun impiego adatto a questi grandi prodotti unilaterali, che im­
portunano il m ondo con le loro opere, poiché tutto è ormai incluso
in forme di pensiero e azione post-unilaterali, entro le quali la riso­
nanza, se paragonata all’originarietà, viene percepita come un feno­
meno più profondo - lo si vede tra le altre cose dal fatto che i più ge­
niali tra gli attuali creativi si rappresentano o come semplici artigia­
ni o come meccanismi di innesco entro un intertesto. L’originalità è,
come la monocausalità, un concetto per gente di una volta: si è gua­
dagnata le nostre risate tanto onestamente quanto la “pura” verità che
gli onesti di ieri vogliono ancora sostenere oggi.
In questa situazione le grandezze inibitrici appaiono primigenie
quanto l’impulso “originario” ; più precisamente ancora lo precedono
nello stesso modo in cui il commento supera il testo e la messa in sce­
na manda in pezzi il testo scritto - ciò a ragione, poiché ogni autore de­
ve espiare la spavalda idea di avere scritto la sua opera in modo unila­
terale e senza autorizzazione. Per il resto vale ora più che mai che il P o ­
stmoderno eserciti il divieto retroattivo alla “storia” per ragioni che, co­
me ora si capisce, vanno al di là della sua preoccupazione tecnico-as­
sicurativa per l’agire storico (cfr. supra, p. 134).
Fino a quando la storia poteva svilupparsi alle sue condizioni ori­
ginarie, faceva agire ovunque il primato dell’offensiva. A ciò non servì
dapprima altro che la famigerata trinità fingo - thè man, thè ships and
thè money too - più tardi furono necessarie anche le armi d ’assalto, le
testimonianze scritte e gli storici embedded. Ciò che segue si capisce in
base alle sue premesse: nelle situazioni libere i vettori dell’azione si muo­
vono in uno spazio aperto, le energie scorrono espressive e prive di ef­
fetto retroattivo dentro lo spazio di costruzione, il mondo ha ancora la
qualità del foglio bianco che attende l’attacco da parte della penna, le
azioni non tornano ai loro autori e se, di quando in quando, li rag­
giungono, la conclusione del ciclo viene festeggiata come un giubileo
o meditato come tragedia. L a retroazione tragica e la chiusura delle azio­
ni in una ghirlanda della memoria indicano tuttavia una situazione ec­
cezionale. Per quanto l’uso borghese della tragedia abbia preparato l’i­
nibizione dell’agente, nei casi normali le cause si scagliano nello spa­
zio aperto come frecce senza ritorno — una costellazione che viene
molto apprezzata dagli artisti d ’avanguardia, dai criminali innovativi e
dai primi conquistatori di vette inespugnate.
IL CREPUSCOLO DELL’AGENTE E L’ETICA DELLA RESPONSABILITÀ 245

Al contrario, in situazioni dense dal punto di vista post-storico cia­


scun impulso viene intercettato dalla sua risposta di ritorno, spesso an­
cor prima di essersi davvero sviluppato. Tutto ciò che punta avanti ver­
so qualcosa, che vorrebbe andare oltre, che vuole costruire qualcosa
si riflette ancor prima di iniziare in proteste, rimostranze, contro p ro­
poste, commiati; ciò che vorrebbe essere una misura viene superato
dalle contromisure - la maggior parte delle riforme avrebbero potu­
to essere attuate con un ventesimo delle energie che vengono mobili­
tate per la loro riformulazione, il loro indebolimento e il loro tem po­
raneo differimento. La rottura di un’unghia richiede il parere positi­
vo di una commissione che, prima di affrontare il tema dell’unghia, de­
ve eleggere un presidente, il suo sostituto, il responsabile della cassa,
il segretario, la rappresentante delle donne e un membro esterno che
faccia valere le richieste della commissione etica regionale per la va­
lutazione dell’impatto tecnologico e per la salvaguardia dell’ambien­
te. O ggi vengono chiamati governi gruppi di persone che si sono spe­
cializzate nel comportarsi come se nel paese si potessero portare avan­
ti le cose energicamente entro un generale orizzonte di inibizione.
Analogamente, gli artisti si occupano di norma ancora di innovazio­
ne con lo strumento dell’apparenza. Un’originalità non autorizzata con­
durrebbe a una nota nel fascicolo personale. Con il termine crimina­
li si intendono de facto nella maggior parte dei casi le persone che ven­
gono sorprese a commettere la loro ultima azione arbitraria. E anco­
ra necessario sottolineare che questa situazione, anche se di primo ac­
chito ci stupisce, debba essere accolta senza riserve?
A fronte di queste circostanze i gruppi terapeutici possono essere
considerati come i veri luoghi di formazione della posthistoire. O gnu­
no e ognuna possono imparare lì a dire come si sentono quando un
altro o un’altra fanno o dicono questo o quello, meglio se ciò avviene
prima che la controparte si sia davvero espressa. Q ui ci si prepara al­
la vita in un mondo iper-reattivo. La mancanza di riguardi deve ri­
piegare all’estero se vuole continuare a trovare le circostanze di cui ha
bisogno per godere delle estasi dell’unilateralità. L a fuga potrebbe con­
durre in Brasile, dove non sono Stato e società a fronteggiarsi bensì
Stato e foresta. M a presto neppure la “foresta” costituirà più un rife­
rimento a uno spazio privo di azioni e reazioni; assumerà entro breve
il ruolo di un problema con così tanti effetti sul tutto che non potrà
più costituire una zona di ripiego per coloro che sono in fuga dal p ro­
blema degli effetti collaterali.
Capitolo trentaseiesimo
L o spazio m ondano interno del capitale. Rainer M aria Rilke
e A dam Smith quasi si incontrano

Guardando alla costruzione del mondo a opera di processi indotti


dal capitale c’è da dire che l’attuale andamento delle cose ha confer­
mato le anticipazioni di Dostoevskij per quanto riguarda gli umori del­
l’esistenza entro i palazzi di cristallo. Ciò che oggi sempre succede nel
regno del potere d’acquisto si compie nell’ambito di una generalizza­
ta realtà Indoor. Ovunque ci si trovi, bisogna tenere presente il tetto di
vetro che sta sopra la scena. Nemmeno gli eventi eccezionali si sot­
traggono a questa osservazione: le torri di New York sono crollate
dentro al palazzo di vetro, le Love-Parade di Berlino erano diverti­
menti di palazzo entro un Jeu de Paume ampliato, ingegnosamente
controllate da un angelo dorato1, che annuncia in modo anacronistico
la vittoria tedesca a occidente - un evento di così tanto tempo fa che
anche i sempre attenti esponenti del politically-correct hanno dimenti­
cato di richiedere l’abbattimento della colonna della vittoria.
Il palazzo mondiale capitalistico - che Negri e Hardt, due marxisti
ultra tardivi, hanno recentemente ridefinito con il nome di Empire, la­
sciando intenzionalmente indefinito il suo confine esterno, probabil­
mente per meglio stringere in giuramento la chimera di un’alleanza or­
ganica tra oppositori interni ed esterni - non costituisce una struttura
architettonica coerente; non è una grandezza abitabile o un rizoma di
un’enclave pretenziosa o una capsula imbottita, che costituiscono un uni­
co continente artificiale. La sua complessità si sviluppa quasi esclusiva-
mente in orizzontale poiché è un costrutto senza altezze o profondità -
per questo su di esso non fanno più presa le vecchie metafore di strut­
tura e sovrastruttura. Nella Babele piatta non si può più neppure par-1

1 II monumento cui Sloterdijk fa qui riferimento è composto da un angelo dorato posto


alla sommità di una colonna (N.d.T.).
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 247

lare di un “sottosuolo” - siamo giunti a un mondo senza talpe2. Sareb­


be inoltre fuorviarne, come abbiamo mostrato, richiedergli di com­
prendere 1’“umanità” nella sua completezza numerica. La grande strut­
tura del comfort continuerà ancora per molto tempo a integrare al suo
interno numerosi nuovi cittadini, rendendo cittadini a pieno titolo gli
abitanti delle periferie, anche se si sbarazza di alcuni ex membri e mi­
naccia molti di coloro che sono inclusi dal punto di vista dello spazio
di esclusione sociale, cioè di bandirli dal posto interno preferito nel con­
testo del comfort. La semiperiferia si trova ovunque le “società” pos­
siedano ancora un ampio segmento di situazioni agrarie e artigianali con
i rapporti sociali da esse derivanti - e ciò accade in Cina nel modo più
drammatico, dove si fa ogni giorno più profonda la cesura epocale tra
il regime agrario-imperiale (che comprende ancora quasi 900 milioni di
persone) e il modus vivendi della società industriale (che include già più
di 400 milioni di persone) (Chuntao, Guidi 2004). Lo stesso accade in
nazioni semi-moderne come l’India e la Turchia, nelle quali le regioni
urbane relativamente benestanti e orientate al consumismo occidenta­
le coesistono con una gran parte del territorio popolata di poveri alla
stregua del tardo Medioevo (Una delle tante ragioni per cui per l’Unione
Europea costituirebbe un’avventura imprevedibile accogliere un paese
di semiperiferia come la Turchia nel palazzo di cristallo di Bruxelles).
Nonostante sia strutturata come un universo-indoor, la grande
serra non ha bisogno di una solida epidermide esterna - in questo sen­
so quello del palazzo di cristallo è per certi aspetti un simbolo supe­
rato. Solo in casi eccezionali esso dà corpo a confini fatti di materia­
le duro, come accade nel caso della barriera tra il Messico e gli USA,
o in quello della cosiddetta barriera di sicurezza tra Israele e Ci-
sgiordania. L’installazione del comfort istituisce le sue barriere più ef­
ficaci sotto forma di discriminazioni - sono pareti fatte di possibilità
di accesso e patrimoni monetari che dividono chi ha da chi non ha,
mura che vengono erette con la più asimmetrica delle distribuzioni di
chance di vita e opzioni di impiego: sul fronte interno la comune dei
detentori del potere d ’acquisto mette in scena il suo sogno a occhi
aperti di un’immunità onnicomprensiva entro un comfort altamente
stabile e crescente, sul fronte esterno le più o meno dimenticate mag­

2 Negri e Hardt hanno giustamente rinunciato alla talpa quale animale totemico della si­
nistra radicale e hanno proclamato il serpente quale nuovo totem - una scelta felice per il
simbolo di una sinistra gnosticizzante, che viene dopo il fallimento del sogno della rivolu­
zione proletaria.
248 PETER SLOTERDIJK

gioranze tentano di sopravvivere tra le loro tradizioni, illusioni e im­


provvisazioni. Si può sostenere a buon diritto che il concetto di
apartheid, dopo il suo superamento in Sudafrica, sia stato generaliz­
zato a tutto il capitalismo, svincolandosi dalla sua versione razzista e
passando a uno stato economico-culturale di difficile definizione. Si
è potuto così sempre più evitare di scandalizzare (Santiago 2003). Il
modus operandi dell’apartheid universale ha per un verso reso invisi­
bile la povertà nelle zone di benessere, e per un altro segregato i be­
nestanti in una zona a speranza zero. Il fatto che aH’inizio del XXI se­
colo, secondo le previsioni più ottimistiche, questa zona includesse ap­
pena un terzo dei membri della specie homo sapiens, ma probabil­
mente solo un quarto se non di meno, si chiarisce tra le altre cose per
mezzo dell’impossibilità sistemica di organizzare materialiter nelle
attuali condizioni tecniche, energetico-politiche ed ecologiche un’in­
clusione di tutti i membri del genere umano entro un sistema di wel-
fare omogeneo. La gratuita costruzione semantica dell’umanità come
collettivo di titolari di diritti umani è impossibile da trasporre, per in­
superabili ragioni strutturali nella costosa costruzione operativa del­
l’umanità medesima come collettivo di detentori di potere d’acquisto
e di chance di comfort. Su questo si fonda la malaise della “critica” glo­
balizzata, che esporta in tutto il mondo l’unità di misura per valuta­
re la povertà ma non gli strumenti per il suo superamento. Su questo
sfondo si può caratterizzare internet, e prima di essa la televisione, co­
me uno strumento tragico poiché in qualità di medium delle comu­
nicazioni semplici e globalmente democratiche induce alla illusoria
conclusione che i beni materiali ed esclusivi siano egualmente uni­
versalizzabili.
Come mostrano comunemente l’Occidente e la sfera occidenta­
lizzata, lo spazio capitalistico interno gode evidentemente anche di
strutture architettoniche più o meno artisticamente elaborate: esso
si solleva dal terreno come un intreccio di corridoi del comfort, che
in punti nodali vitali dal punto di vista strategico e culturale si am­
pliano fino a costituire oasi per il consumo e il lavoro - normalmente
sotto forma di metropoli aperte e di periferie uniformi, ma sempre
più spesso con l’aspetto di residenze di campagna, di enclaves per le
vacanze, di e-villages e di gated community. Una forma senza prece­
denti di mobilità di massa si riversa da mezzo secolo in questi corri­
doi e in questi snodi. Entro le Grandi Installazioni abitare e viaggiare
sono entrati in simbiosi - ciò si riflette nei discorsi sul ritorno del no­
madismo e sull’attualità dell’eredità ebraica (Attali 2003). Numero­
si animatori, cantanti e massaggiatori offrono i loro servizi di ac­
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 249

compagnamento nei viaggi all’interno della vita fluidificata. Se oggi


il turismo rappresenta il fenomeno di punta della way oflife capita­
listica - e a livello mondiale, a fianco della onnipotente industria del
petrolio, la branca dell’economia con il più grosso giro d ’affari - ciò
accade perché la gran parte di tutti i viaggi può avere luogo entro uno
spazio acquietato. Per partire non c’è più bisogno di uscire. Gli in­
cidenti aerei e le disgrazie navali, indipendentemente da dove av­
vengano, sono praticamente sempre incidenti di percorso entro l’in­
stallazione e vengono sempre annunciati come notizie locali per frui­
tori di media mondiali. Al contrario, viaggiare fuori dalla Grande In­
stallazione viene considerato a buon diritto come turismo del ri­
schio: i viaggiatori dei paesi occidentali - e ciò è empiricamente di­
mostrato dalle attività della polizia e della diplomazia - diventano
sempre più spesso de facto complici di un’attrezzata industria del ra­
pimento critica nei confronti della civilizzazione occidentale.
Come già detto, lo spazio mondano interno del capitalismo com­
prende dal punto di vista demografico meno di un terzo di un’umanità
che prossimamente arriverà a sette miliardi di individui, e dal punto di
vista geografico meno di un decimo delle superfici di terra ferma. Non
ci dobbiamo occupare qui del mondo delle acque poiché le navi da cro­
ciera e gli yacht abitabili coprono, sommando tutto, solo un milione­
simo della superficie del mare. Vale forse la pena di citare solo la Queen
Mary 2, la più recente delle navi di lusso della Cunard Line che incro­
ciano sugli oceani, che ha compiuto il suo viaggio inaugurale a New
York nel gennaio del 2004 con 2.600 passeggeri a bordo, poiché in qua­
lità di palazzo di cristallo navigante prova quanta capacità di auto-rap­
presentazione vi sia nel capitalismo postmodenizzato. La provocatoria
nave gigante è l’unica opera d’arte totale convincente esistente dell’i­
nizio del XXI secolo - ancora prima il ciclo operistico Licht di Stockhau-
sen della durata di sette giorni, completato nel 2002 - poiché riassu­
me lo stato delle cose con un potere simbolico integrale.
Chi dice globalizzazione parla dunque di un continente reso di­
namico e animato dal comfort nel mare mondiale della povertà, no­
nostante il fatto che la retorica affermativa dominante faccia credere
che il sistema-mondo sia per propria essenza costituito in modo on-
ni-inclusivo. La situazione in cui ci troviamo è esattamente opposta
per vincolanti motivi ecologici e sistemici. L’esclusività appartiene al
progetto del palazzo di cristallo in quanto tale. Ogni endosfera au-
tocompiacentesi, costruita sul lusso e su un eccesso cronico che la ren­
de stabile è un’opera d’arte che sfida la probabilità. La sua esistenza
prevede un Esterno su cui gravare e che può temporaneamente ve­
250 PETER SLOTERDIJK

nire più o meno ignorato - non da ultima l’atmosfera della Terra che
viene considerata da quasi tutti gli agenti come una discarica globa­
le. Allo stesso tempo è certo che la reazione da parte della dimensio­
ne esternalizzata può essere solo rinviata ma non esclusa in modo du­
revole. Di conseguenza l’espressione “mondo globalizzato” riguarda
esclusivamente l’installazione dinamica che funge da involucro per il
“mondo della vita” [Lebenswelt] di quella frazione di umanità costi­
tuita dai detentori di potere d’acquisto. Nei loro Interni saranno rag­
giunte sempre nuove altezze dell’improbabilità stabilizzata, come se
contro l’entropia potesse proseguire all’infinito il gioco del profitto
della minoranza dei consumatori intensivi.
Non è quindi una coincidenza che il dibattito sulla globalizzazio­
ne venga condotto quasi esclusivamente sotto forma di un dialogo con
se stessa della zona del benessere; la maggioranza delle altre zone del
mondo non conosce normalmente nemmeno la parola e di certo nep­
pure il fenomeno, anche se si tratta di un suo spiacevole effetto colla­
terale. La dimensione violenta dell’Installazione mette pur sempre le
ali ai piedi di un certo romanticismo cosmopolita - i cui medium più
caratteristici sono le riviste di bordo della grandi linee aeree, per non
parlare qui di altri prodotti della stampa maschile internazionale. Si
può dire che il cosmopolitismo sia il provincialismo dei viziati
[Verwöhnten]3. La disposizione cosmopolita è stata anche definita
“parrochialismo in viaggio”. Essa fornisce allo spazio mondano interno
del capitale la sua patina di apertura a tutto ciò che può essere acqui­
stato in cambio di denaro.

“Spazio mondano interno” è un’espressione che, alla fine dell’estate


del 1914, caratterizza la riflessione lirica di Rilke su spazio e parteci­
pazione, in una coloritura filosofico-vitalistica e neoplatonica. Non a
caso la poesia Es winkt zu Fühlung fast aus allen Dingen fa parte della
più famosa delle sue opere. Ne traiamo pochi versi:

Un solo spazio compenetra ogni essere:


spazio interiore del mondo. Uccelli taciti
ci attraversano. Oh, io che voglio crescere,
guardo fuori ed in me ecco crescere l’albero.

Io sono in ansia ed in me sorge la cosa (Rilke 1914, p. 497).

3 Per i problemi di traduzione di questo termine v. nota del traduttore.


LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 251

Poiché questo non è il luogo per interpretare poesie, ci acconten­


teremo di sottolineare che la formula “spazio mondano interno” si
adatta in modo eccellente a indicare il modo di fare esperienza del
mondo tipico del narcisismo primario. Dove questa modalità dello sta­
to d’animo si esprime, l’ambiente presente e le sue propaggini imma­
ginarie si riempiono di esperienze di calore e ipotesi di significato di
una psiche agile, entusiasta e indifferenziata. A essa è disponibile il pa­
trimonio protomagico: tutti gli oggetti da essa sfiorati si tramutano in
animati membri del suo universo. Anche l’orizzonte non viene più vis­
suto da questa modalità di esperienza come un confine o un passag­
gio verso l’esterno ma come cornice del mondo interno. Il deflusso del­
l’anima può giungere a essere una sensazione oceanica di coerenza, una
sensazione che può essere intesa in modo plausibile come la ripetizione
della percezione fetale su una scena esterna (L’espressione “sensazio­
ne oceanica” entrò in uso circa dieci anni dopo che Rilke aveva coniato
quella di “spazio mondano interno”)4. Bisogna tener presente che il
poeta ha conferito alla preposizione “in” l’inconsueto compito di riaf­
fermare l’io come contenitore integrale o come luogo universale. In di­
retta contrapposizione all’analisi di Heidegger dell’essere-in sviluppata
in Essere e tempo (1927), in cui l’“in” veniva posto come espressione
della posizione dell’e-sistenza, cioè il permanere nell’apertura. L’op­
posizione può essere sottolineata con le espressioni di en-tasi con­
trapposta a e-stasi.
Nella Poetica dello spazio di Bachelard l’atteggiamento fondamen­
tale di Rilke viene attribuito all’esperienza dell’“incommensurabilità in­
teriore”. Dove si riesce a percepire in questo modo, lo spazio circostante
perde la sua qualità di estraneità e viene mutato del tutto in una “casa
dell’anima”. Di uno spazio animato in questo modo si può legittima-
mente dire che sia già, a partire da se stesso, l’“amico dell’essere”5. Nel­
lo stato d’animo filotopico gli spazi indicano questa qualità di quin­
tessenza dei serbatoi di una vita, che si sente a casa propria nel suo am­
biente sconfinato come in un’epidermide cosmica.

4 Cfr la lettera di Romain Rolland a Sigmund Freud in cui risponde al suo scritto II fu ­
turo di un’illusione del 1927. Per il resto l’espressione “Spazio mondano interno” nel senso
di una sorta di indicazione di luogo è stata male interpretata: Peter Demetz nel suo saggio
Weltinnenraum und Technologie si spinge sino ad affermare che alcuni lettori di Rilke, se­
guendo l’autore, sarebbero “fuggiti” nello spazio mondano interno, come se si trattasse di
un rifugio e non di una modalità dell’esperienza, v. Demtz 1966.
5 Bachelard 1957, pp. 205-231; per una discussione della teoria di Bachelard dello spa­
zio nel contesto di una storia della tensione tra localizzazione e spazialità v. Casey 1997,
pp. 287-296.
252 PETER SLOTERDIJK

“Spazi mondani interni del capitale” deve essere intesa invece co­
me un’espressione socio-topologica introdotta per indicare la violen­
za creatrice di Interni dei mezzi contemporanei del traffico e della co­
municazione: essa riscrive l’orizzonte delle chance di accesso a luoghi,
persone, merci e dati garantite dal denaro - di chance che senza ec­
cezioni devono essere dedotte dal fatto che la forma decisiva della sog­
gettività è determinata entro Grandi Installazioni dalla disponibilità
di potere d’acquisto. Ove il potere d’acquisto si imprime come una ve­
ra e propria forma, sorgono spazi interni e vettori operazionali di ti­
po particolare - sono le arkades dell’access, sotto le quali passeggiano
tutti i generi di flàneurs del potere d’acquisto. La precoce intuizione
architettonica di mettere i mercati in padiglioni ha attratto su di sé l’i­
dea, all’inizio dell’epoca globale, di padiglioni a forma di mondo —se­
condo il modello del Crystal Palace; la sua estensione nella direzione
della trasformazione dell’insieme del mondo in padiglione è com­
plessivamente il risultato conseguente di questo processo.

Sotto il firmamento della tecnica Adam Smith e Rainer Maria


Rilke si ritrovano. Il poeta dei Grandi Interni incontra il pensatore
del mercato mondiale - rimane aperta la questione se ciò accada per
caso o in ragione di un appuntamento segreto. Poiché non vogliamo
chiedere più del dovuto all’espressione “incontro”, ci accontentia­
mo di intendere con essa un quasi-encouter. In primo luogo presen­
tiamo un discorso apocrifo tenuto da Adam Smith in onore del pri­
mo ministro britannico Lord North, l’ominioso Glasgow toast (no­
to anche come Discorso dell’ago), che potrebbe essere stato tenuto
poco dopo la nomina di Smith a sovrintendente alle dogane di Sco­
zia nell’anno 1778; ciò nondimeno si cercherà inutilmente il testo qui
presentato nella Glasgow edition delle opere e dei carteggi di Smith.
Segue poi una lettera di Rilke che si riteneva scomparsa, indirizzata
a una nobile sconosciuta, che per caratteristiche stilistiche e conte­
nutistiche può essere datata intorno alla primavera del 1922; è inu­
tile sottolineare che anche questo testo è assente dalle edizioni sin
qui pubblicate delle sue opere.
E lasciato alla fantasia teoretica del lettore il compito di prolunga­
re le linee ideali cui danno impulso entrambi i documenti, in modo da
consentire loro di incontrarsi in un punto virtuale entro lo spazio se­
mantico della matura auto-osservazione vetero-europea. Questo sito do­
vrebbe essere raggiungibile dalla maggior parte delle postazioni di la­
voro equipaggiate in modo conforme al loro tempo con l’aiuto della pas­
sword “niente capitalismo senza animismo” .
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 253

Documento I, Adam Smith\

Pregiatissimo Signore,
Mi rivolgo a Lei, mio onorato benefattore, signor ministro del tesoro, e a
tutti Voi amici delle scienze e delle belle arti, in questa sera di festa, per
esaudire la richiesta del nostro Ospite di tenere un breve discorso al co­
spetto dei convenuti sulle vere cause della ricchezza delle nazioni. Ah, mio
pregiatissimo Lord, come avrei potuto mancare di notare che oggi il mio
destino è di restare vittima del Suo humor? Potrei davvero essere così ac­
cecato dalla vanità da non capire che mi avete teso un’amena trappola quan­
do mi avete chiesto di rendere noto in pochi minuti ciò che mi è costato
decenni di dure ricerche? Dove potrei trovare dunque il coraggio, mio Si­
gnore, di tentare di sfuggire a una trappola, tesami dal più nobile degli ami­
ci? Ma a cosa servono gli amici se non gli si concede di ridere di noi almeno
una volta? Mi farò quindi animo e darò i frammenti di una risposta, af­
frontando l’esercizio di trasformare un’arte complessa in aneddoti per un
discorso. Ciò avviene, come lor Signori ben comprenderanno, più per L o­
ro divertimento che per loro istruzione e meno per mia audacia che per ri­
spetto verso le regole di ospitalità.
Miei Signori, che cosa ho qui in mano? Aguzzate lo sguardo e prende­
tevi il tempo necessario, giacché ciò che sto per m ostrarvi sono l’alfa e
l’omega della scienza della ricchezza delle nazioni, ed è davvero uno spil­
lo. Sì, avete sentito e visto bene, un ago, un oggetto che più profano, do­
mestico e umile non potrebbe essere. Tuttavia io sostengo che in que­
sta cosa sottile si celi la summa di tutto il sapere economico del nostro
tempo, basta osservarlo correttamente. Pensate che ci si voglia diverti­
re alle vostre spalle? Assolutamente no! Vi darò immediatamente spie­
gazione di come intendere questo oscuro aforisma. Immaginatevi un
paese poco sviluppato, privo di divisione del lavoro e di scambi com­
merciali vivaci, in cui ciascuno si procura da solo ciò di cui ha bisogno:
in un paese siffatto non è necessario raccogliere un capitale né fare scor­
te. Ciascuno appaga i suoi bisogni esattamente nel momento in cui in­
sorgono. Se ha fame, va a caccia nel bosco. Se la sua veste gli è inacces­
sibile, indosserà le pelli del prossimo animale selvatico che uccide, se la
sua capanna comincia ad andare in rovina, la riparerà per (quanto gli è
possibile con rami ed erba presi dall’ambiente circostante. È necessario
spiegare oltre che in un siffatto paese si cercherebbe inutilmente un ago,
per non parlare di altre migliaia di oggetti utili? Non vi sarà qui nessun
ago, per un verso poiché nessuno saprebbe usarlo e per un altro perché
a nessun cittadino verrebbe in mente di costruire qualcosa di simile, se
non per un capriccio che non condurrebbe né a una produzione rego­
lare né al commercio.
Le cose stanno in modo completamente diverso in un paese nel quale la
grande maggioranza degli uomini ha disconosciuto l’antica arte di basta­
254 PETER SLOTERDIJK

re a se stessi. In verità, Signori Miei, ci sono già dei paesi i cui abitanti si
sono imbarcati quasi senza eccezioni per avventurarsi nel mare aperto del­
la divisione del lavoro, se mi concedete questa metafora molto britannica.
Non è forse un’avventura potente quella in cui gli imprenditori e i com­
mercianti di una nazione scelgono di dedicarsi esclusivamente a quei pro­
dotti che vedono la luce a un unico scopo, quello di essere scambiati con
altre merci? Una pazzia, è vero, ma una pazzia razionale e una saggezza au­
dace ! Sono già numerosi coloro che si sono convertiti a essa e per una ra­
gione che è facile capire, poiché quest’unica volta c’è molta più ragione nel
rischio che nel pigro scrupolo. Capitemi bene, Signori: in questo ordine del­
le cose ciascun singolo produttore di beni deve essere pronto a rendere la
sua fortuna e la sua sfortuna completamente dipendenti dai bisogni degli
altri, che per parte loro legano il proprio destino ai bisogni di sconosciu­
ti. Per quanto si tratti di pazzia, essa ha metodo.
Signori, guardate quest’ago! Dobbiamo essere persuasi che il suo pro­
duttore non lo ha creato per il proprio uso né per la propria solitaria fe­
licità. Senza sapere nulla di più della situazione di quest’uomo, posso
scommettere che i suoi aghi lo nutrono molto bene, se non addirittura
che lo hanno reso un cittadino benestante. E perché dico questo? Per­
ché la decisione di mettere in punta d ’ago il proprio benessere doveva
condurre a un ampliamento sino ad allora inaudito della produzione di
aghi tra loro uguali. Un lavoratore privo di formazione, anche se lavo­
ra con serietà e accuratezza, non potrebbe produrne quasi nessuno che
sia servibile o, nei casi migliori, solo pochi. Ora, però, che la produzio­
ne di aghi rappresenta un’attività autonoma c’è stata una moltiplicazio­
ne pressoché miracolosa della produzione grazie alla specializzazione del
lavoratore. Non solo la quantità ma anche la perfezione di ciò che vie­
ne prodotto è degna di ammirazione. Un lavoratore trafila il fil di fer­
ro, l’altro lo stende, un terzo lo taglia, un quarto lo appuntisce, un quin­
to ne leviga la parte superiore, in modo che possa essere posizionata la
cruna, e avanti così fino a che da ultimo un lavoratore non adopera la
sua solerzia esclusivamente al fine di inscatolare il prodotto finito. Per
produrre uno spillo sono necessarie circa 18 fasi di lavorazione. H o vi­
sitato io stesso di recente una manifattura nella quale dieci lavoratori era­
no in grado di produrre giornalmente 48.000 aghi, cosicché a ciascuno
di loro spettano quasi 5.000 aghi al giorno mentre un unico lavoratore,
come già accennato, non sarebbe stato in grado di produrne nemmeno
uno. In questa ingegnosa divisione del lavoro e nella sua altrettanto in­
gegnosa ricomposizione, Signori, dobbiamo cercare le cause ultime del­
la ricchezza delle nazioni, qui e da nessun’altra parte.
Certamente tutto ciò non è solo il risultato del forte aumento di pro­
duzione e miglioramento delle merci prodotte per lo scambio. Infatti,
per la produzione specializzata di merci è necessaria una società di cit­
tadini pronti, che abbia sviluppato in tutte le direzioni i suoi bisogni.
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 255

Immaginatevi, Signori, che in una nazione vi siano dieci o venti mani­


fatture che producono aghi, tra le quali ciascuna non è inferiore a quel­
la da me descritta per produttività: ciò richiederebbe contemporanea­
mente un popolo di compratori di aghi, un popolo che esprimesse, in­
sieme ad altre migliaia di straordinarie necessità, anche il bisogno di una
fornitura abbondante di questi oggetti appuntiti. Il numero di coloro che
ne hanno bisogno non può essere inferiore, come potreste facilmente cal­
colare, poiché in un’unica fabbrica vengono prodotti 48.000 aghi al
giorno per più di 300 giornate lavorative, cioè circa 15 milioni in tutto.
Se questa prestazione viene regolarmente compiuta in dieci o venti ma­
nifatture dello steso tipo, la produzione complessiva andrà moltiplica­
ta per questo fattore. Un popolo civilizzato, così bisogna concludere dal
punto di vista dell’economista, è quindi un gruppo di uomini sufficien­
temente istruiti da avere bisogno ogni anno di una cifra che va da 150
a 300 milioni di aghi. Capite? Cogliete la conseguenza? Che enorme on­
data di ricchezze di altro genere devono passarci davanti agli occhi,
perché, Signori, dove c’è bisogno di un numero tanto grande di aghi, de­
vono esserci anche montagne di tessuti, magazzini interi di sete pregia­
te, i più grandi negozi pieni dei tesori tessili del mondo e enormi ma­
gazzini pieni di abiti, pezze, coperte e tende in ogni genere. E chiaro a
ogni osservatore che tutto ciò deve poi essere tagliato e cucito e ciò ri­
chiede aghi, fili e decine di migliaia di mani che tagliano e cuciono ciò
che di volta in volta devono confezionare. Ci si presenta immediatamente
l’immagine di innumerevoli signore dal portamento elegante che, avvolte
in abiti da sera, si guardano e riguardano allo specchio. Ma il nostro
sguardo non include solo le ricche signore, anche le commesse e le ca­
meriere prendono parte a questa trasformazione civettuola. E tenete an­
che conto delle navi nei porti e del lavoro per i trasporti sulle strade che
muovono questi tesori in giro per il mondo! In breve, solo una volta che
questi bisogni erano stati risvegliati ed erano cresciuti fino alle dimen­
sioni scelte, l’industria locale dell’ago potè giungere all’apice delle sue
capacità produttive. Da ultimo, anche i paesi stranieri guarderanno con
attenzione alle nostre manifatture di aghi e ne saranno certamente invi­
diosi. Numerosi commercianti provenienti da paesi stranieri visitano le
isole britanniche per dirigere le nostre eccedenze sui loro territori. Chi
potrebbe ancora restare sorpreso del fatto che un ago insignificante
possa divenire la fonte di un grande benessere per non pochi e il fon­
damento sufficientemente sicuro per gli introiti di tutti?
Signori, è ora venuto il momento di dire tutta la verità sul moderno si­
stema dei bisogni! La produzione di tanto robusti quanto numerosi aghi
non potrebbe funzionare, in una nazione o in un’altra, se l’animo dei pri­
mi imprenditori non avesse maturato l’idea di far dipendere tutto il lo­
ro futuro dalla produzione di questi beni tutti mondani. Che intuito
quello di quel produttore che per primo ha avuto l’idea che qui pro-
256 PETER SLOTERDIJK

metteva di aprirsi un nuovo grande mercato! Che coraggio nel chiedere


sulla base di una semplice intuizione un prestito a un banchiere per pa­
gare attrezzi e macchinari! Che tenacia nella ricerca degli edifici adatti e
nell’addestramento di lavoratori capaci, che dedicano le loro giornate al­
la manifattura, per compiere i loro gesti sotto la direzione del proprie­
tario e dei suoi sottoposti! Che abilità nello scegliere i commercianti, i
carrettieri e gli agenti, senza i cui servigi non avrebbero mai raggiunto il
mondo sconfinato, le altre manifatture e le case dei fruitori! Che forza
stoica ingaggiare anno dopo anno la concorrenza con i produttori della
stessa merce e senza perdere il coraggio e, per questo, cercando sempre
di escogitare nuove migliorie! Perché mi capiate correttamente: non vo­
glio tessere le lodi solo dell’uomo capace, che grazie alla sua fede attiva
nell’ago può offrire un bene tanto utile a tutto il mondo, a patto che que­
sto sia pronto a pagarlo al suo prezzo naturale. Vorrei piuttosto celebra­
re il segreto che si nasconde dietro l’insieme di tutti i beni per lo scam­
bio presenti sui mercati. Signori, dal profondo del cuore io non mi au­
guro niente di più che accendere in Voi la scintilla dell’ammirazione per
il quotidiano mistero della nostra epoca: ammirate con me questi fatti tan­
to semplici quanto incredibili secondo i quali milioni di aghi percorro­
no il loro cammino dalle miniere di ferro alle capanne, dalle capanne al­
le manifatture, dalle manifatture alle succursali e alle case commerciali,
e dalle case commerciali alle officine e alle case, dove essi danno prova
nei modi più vari della loro utilità, per quanto banale essa possa sembrare!
In un improvviso estro poetico si potrebbe diventare superstiziosi e ce­
dere all’idea esaltata che, in un mondo superiore, che prenderebbe par­
te anche al nostro, ci sia un popolo di spiriti di spilli che come demoni
porta fortuna accompagnano l’ago terreno nella sua metamorfosi. Ma
scrolliamoci di dosso la tentazione dell’immagine poetica e guardiano in
modo realistico all’insieme delle cose, per come si sviluppa nei mercati
di questo mondo! Diviene forse meno magico perché lo si osserva con
gli occhi della scienza? Certamente no, Signori! Più i fatti vengono col­
ti in modo asciutto, maggiore sarà la nostra sorpresa nel vedere come non
solo gli aghi ma decine di migliaia di prodotti diversi traccino i loro per­
corsi con incredibile puntualità, come se fossero condotti da una mano
invisibile al luogo a cui sono destinati.
Stimati presenti, temo che dobbiate perdonarmi l’immagine ardita che ho
utilizzato, dovrete lasciar correre il fatto che mi spinga oltre dicendo che
questa mano invisibile non solo accompagna nel loro cammino tutti i tipi
di merce, no, di più, essa garantisce nel modo più bizzarro e sicuro quel-
l’insieme di tutte le cose prodotte per lo scambio cui diamo il nome di mer­
cato mondiale. “Per l’amor del cielo! ” esclamerete, Signori, “chi parla è im­
pazzito? Egli è in sé quando parla di una mano invisibile che, venendo da
chissà dove, ha la sfacciataggine di immischiarsi nei mercati per dagli or­
dine?”. Certamente avete tutte le ragioni per sollevare queste obiezioni ed
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 257

è tuttavia mio dovere replicare che il più approfondito studio dei mercati
mi ha indotto a supporre, sì, mi ha portato a formarmi la più ferma con­
vinzione che in essi deve operare un potere di compensazione più alto. Un
paragone potrebbe renderVi più semplice la comprensione della mia con­
vinzione. Pensate a quel pretendente svergognato che una volta aveva ob­
bligato Penelope a tessere la sua veste matrimoniale, poiché era impossi­
bile che il suo consorte Odisseo tornasse! Con quale rabbia e quale diffi­
denza questi signori erano costretti a vedere che una mano nascosta du­
rante la notte disfaceva con regolarità ciò che durante il giorno era stato
tessuto. Oggi le cose vanno molto meglio, Signori, poiché abbiamo il pri­
vilegio di osservare come una mano invisibile fabbrichi giorno e notte uno
e un solo pezzo, un panno mille volte più grande, più complesso, più ric­
co di fili e disegni della veste matrimoniale di Itaca - e molto più utile poi­
ché, come sapete, quella veste non sarebbe mai stata indossata perché
Odisseo alla fine sarebbe tornato a casa. E tanto più dobbiamo restare at­
toniti noi piuttosto che quella schiera di ospiti insolenti che cercano di ac­
cattivarsi i favori di una matrona! Mentre ella disfaceva con le sue mani ciò
che aveva tessuto, il mercato mondiale rimette insieme alle nostre spalle e
secondo le sue oscure leggi ciò che noi abbiamo disfatto, quando abbia­
mo affidato le nostre sorti alla divisione del lavoro e al commercio. Pene­
lope, l’astuta tessitrice, era superiore a noi poiché vedeva il proprio fare in
entrambe le direzioni. Era lei stessa che tesseva e disfava. Noi conosciamo
i nostri affari solo in una direzione. Noi forniamo i singoli fili ed è il mer­
cato, il grande tessitore, che, affidandosi alla sua mano magica, decide se
intrecciare o tagliare. Signori, Vi consiglio assolutamente di avere fede in
futuro nel fatto che il mercato, in ogni momento, saprà nel complesso di
più della stoffa di quanto noi saremo in grado di capire dal nostro punto
di vista limitato a un singolo filo!
Signori, mi chiederete che cosa consegue da tutto questo per l’arte di gui­
dare grandi comunità e io non voglio restare in debito con Voi di una ri­
sposta a grandi linee. In uno Stato ben governato, nel quale sono state mes­
se le briglie agli sprechi delle persone improduttive, nasce inevitabilmente
un benessere generale, che diventa percettibile anche negli strati più bas­
si della popolazione. Esso deve imparare, se i governanti accolgono que­
sto punto di vista, a non intralciare la grande macchina tessitrice e la ma­
no invisibile che in essa è all’opera. Uno Stato ricco è la somma delle sue
città fiorenti; la città è però una continua fiera a cui affluiscono i dintor­
ni per commerciare e studiare le innovazioni. Felici le nazioni che già og­
gi sono delle continue fiere! Felice il mondo che un giorno sarà un’unica
fiera, piena dei richiami di compratori e venditori! In questo mondo i fi­
losofi riceveranno dai produttori di aghi un consiglio che guiderà i loro
pensieri su binari nuovi. Un giorno ammetteranno che questo supremo be­
ne, che a partire dall’Antichità prende il nome di libertà umana, non è al­
tro che il riflesso delle cose in movimento sui mercati, che con i loro
258 PETER SLOTERDIJK

prezzi, se così posso dire, hanno ottenuto la libertà. La libertà delle cose
indica la loro possibilità di cambiare padrone, la libertà delle persone in­
dica al contrario che esse si affranchino della servitù della signoria feudale,
per diventare padrone di se stesse. Il grande riscatto avviene poiché noi
non serviamo più un signore che conosciamo ma i bisogni di altri di pari
grado che per lo più non conosciamo.
Signori, liberatemi dall’incarico. Vi prego di dedicare al paradosso con
cui ho concluso il mio discorso una delle vostre ore di tranquillità. È di
fatto un paradosso irresolubile che dobbiamo rendere grazie, per la li­
bertà che ci è tanto cara, alla nostra sottomissione ai bisogni di scono­
sciuti. Per oggi vogliamo scacciare i fantasmi della malinconia, che su­
perano i confini della sana ragione. Lasciamo che siano i nostri colleghi
tedeschi a scendere nei tetri abissi dell’esistenza e che tornino alla luce
con finto oro! Alziamo i calici in onore del Nostro Ospite, cancelliere del
tesoro d ’Inghilterra! So bene quanto insufficiente sia risultata l’arguzia
che ho avuto l’imbarazzante piacere di presentarvi. Sono fortemente
conscio che con quello che ho detto non sono tanto in debito verso la
scienza quanto piuttosto verso la vostra pazienza. Siate indulgenti con il
mio frettoloso discorso. Concedetemi le attenuanti che vanno concesse
a un relatore nella mia posizione. Tuttavia, se oggi io, uno scozzese in mez­
zo a inglesi, sono stato avaro di parole, certamente non risparmio la mia
gratitudine per l’onore che mi avete mostrato con la Vostra attenzione,
questa bella figlia della socievolezza e della serietà maschile.

Documento II, Keiner Maria Rilke:

Gentilissima contessa, nobile anima signorile,


quanto avverto intensamente a un tratto la Vostra presenza, ora che ho pre­
so la decisione di alleviare il mio animo e lasciare un segreto in un luogo che
possa contenerlo senza limitarlo. Poiché oggi la Vostra immagine, come in­
nalzata da angeli con fili di luce oscura, è giunta nella mia memoria. In que­
st’ora mi siete vicina come una casa nella quale da giovane ho trascorso mol­
te giornate. Mi sento come se potessi passeggiare di nuovo in questo familia­
re guscio vitale, fino al momento in cui si mostrerà il luogo esatto in cui pos­
sa essere riposto il segreto che ho portato con me, affinché là esso possa vi­
vere e riposare, come gli spetta. Sorridete pure, nobile signora, di questa in­
giustificata pretesa, che mi rende ai vostri occhi un intruso, nella speranza che
ciò Vi giunga anche questa volta con un dono. Adoperate il Vostro inaliena­
bile privilegio di elevarVi al di sopra dei segreti di un poeta con il loro segui­
to di allusioni dalle ali battenti. Rimanete però ben disposta verso di me nel
modo nobile che è Vostro diritto di nascita e la cui esistenza allarga l’aria che
respiro, da quando la vita mi ha concesso il favore di rivelarVi a me.
Si ricorderà certamente che alcuni mesi fa Vi avevo inviato una lettera di
giubilo, lo si sarebbe quasi potuto chiamare uno scritto, una lettera scrit­
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 259

ta ancora sulle alte vette del Muzot, dove davo notizia di avere completa­
to le elegie. Non ho dubbi che Vi sia ancora presente il significato dell’e­
vento. Quanto mi sarei sbagliato se i nostri cuori non avessero allora bat­
tuto all’unisono! Forse si risveglia di nuovo in Voi il ricordo dell’eco del
messaggio che allora avevo inviato? Certamente, Vi ricorderete della mia
invocazione agli amici, stupefatto per la gratitudine: il numero era com­
piuto, la nobiltà del dieci, la sacra decade, di cui io ero stato il vaso negli
anni dell’attesa, della maturazione, del silenzio.
E ora, mia nobilissima Signora, devo osare confidarvi ciò che io chiama­
vo segreto. La confessione che segue è scritta con mano smunta e stanca,
con mano che si ritrae vergognosa, nonostante sia proprio essa a scriver­
la. Lo dico infine perché possa in futuro riposare nel Vostro sorriso: le ele­
gie non erano dieci, ma undici. Oh dio, è scritto!
Invano ho cercato in me la spiegazione per questo imbarazzante eccesso.
Allora, quando i versi venivano a me, scrivevo come colui che è fuori di sé,
in tempesta, ciò che sembrava essermi dettato da angeli accigliati. Tutta­
via, quando le settimane di febbre erano concluse, guardai l’opera con gli
occhi più ardenti, ma ogniqualvolta contavo la serie divina ne risultava una
di più il provvidenziale dieci.
Nobile signora, mi perdoni se cerco riparo nel Suo intimo con questa ri­
velazione. Non sopporto il pensiero che Vi rattristiate per il segreto che di­
vido con Voi! Vi assicuro che è impossibile che Voi dobbiate soffrire per
ciò che Vi dico! Consolato da questo pensiero, Vi invio ora una copia del­
la poesia di troppo, l’undicesima. Non conosco nessun’altra anima al mon­
do, cui possano venire confidati con tale sicurezza questi versi abbando­
nati. Che cosa sono le anime, che cosa sono gli amici, se non anche asili
per poesie smarrite! Non mostri queste righe a nessuno, se non ai pochi
che si spingono nelle vicinanze del Vostro cuore. Se Vi accade di incontrare
un solitario e unico affamato di questa realtà interiore, di cui noi saremo i
testimoni tardivi, allora capirete subito che cosa deve fare, senza tradire la
Vostra coscienza o la poesia, che ora è Vostra muta ospite.
Pensate a me in alcune serate violette, quando vagate sugli scogli e la for­
za d’attrazione del cielo rende i Vostri piedi più leggeri, e siate colma del­
la sensazione che più silenzioso che mai vicino a Lei c’è
Il suo
RM R ,

Stare sempre sotto tetti da noi costruiti significa divenire prigionieri di una
libertà passata.
Abbiamo restituito il cielo stellato
a un dio lontano, che già si pente di averci amato.
Al suo posto abbiamo messo volte di fierezza e prudenza.
Dove una volta si stendevano tracce tra stelle
ora ci sono travature audaci di ferro lavorato.
260 PETER SLOTERDIJK

Vetri senza segreti sostituiscono il profondo blu,


pareti fatte in proprio fissano l’orizzonte,
come se l’universo dovesse finire
dove l’opera degli uomini pone i suoi confini.
Ora anche per gli uomini non vi sono altro che sbarre,
e dietro milioni di sbarre nessun mondo.
Un tempo, ma fuori, all’antica aria aperta, che era cresciuta nei millenni
intorno a noi,
poiché nessun ingegnere aveva più potere di un piccolo animale che
sente l’onnipotere dell’apertura, se segue delle tracce nella notte, là vicino,
fuori, dico io, e era la verità pura quella che il verso
mi ha enunciato: un unico spazio si estende attraverso tutti gli esseri.
Là trovai le cose tutte giurare di restare unite,
tutto ciò che è oscillava al suo posto impercettibilmente entro lo stesso soffio.
E come un vento, che ha abbandonato la dimora dell’estate
per portare il più ricco autunno,
l’essere per l’altro percorreva i corpi delle cose separate.
Lo spazio, l’unico che ciascuno dominava come il magnifico
collezionista, il Dio aperto, che a tutti dà un’anima,
come vengono distribuiti i regali al popolo in occasione di nozze principesche,
in modo che anche i più poveri si portino via la loro parte.
Respirando come due gemelli, i calzari della contadina stavano davanti al­
la stanza oscurata,
il martello era ancora caldo per il lavoro prezioso, se di notte giaceva nel­
l’officina, in nulla diverso dalla falce, che piano arde
di utilità per molto tempo dopo il raccolto, fino all’inverno.
In quelle mattine operose l’anima sgorgava dalla presa dell’attrezzo
nelle mani di coloro che dividevano le loro dimore con suppellettili tanto
tranquille, come i vedovi dividono il letto con il profumo impronunciabi­
le delle donne arrendevoli.
Ma ora un destino ci ha scacciato dalle cose animate.
La macchina minaccia tutto ciò che in nostro possesso, grido.
Viviamo in una macchina,
e l’interno è divenuto uguale all’esterno,
come se l’anima fosse solo un gas di scarico, che importuno sgorga da un
rumoroso motore.
Le cose si rinchiudono in sé stesse, venali e fredde,
come giovinette malate che hanno dimenticato che cosa siano l’amore, i fiori,
e le stagioni.
Dove vivevano le anime, ora abita la sfacciataggine.
Gli animali presaghi
pendono, carne ormai fredda, delusi dietro le vetrine.
Questi nobili esseri viventi, i primi che hanno condiviso il sapere della no­
stra esistenza, hanno smesso di guardarci.
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 261

Così che ora ci mancano i testimoni, che avrebbero potuto, svegli e silen­
ziosi, giurare che noi, come loro siamo, rimasti in vita,
sino a che abbiamo prestato ascolto al di dentro.
Ora tutto porta scritto un prezzo, tutto ciò che è isolato nel chiarore del
padiglione, ciascuno rinchiuso nella sua perduta anima.
Ogni cosa ci grida quanto sia nuova e importante, quanto renda più caro
tanto ciò che è favoloso quanto ciò che è meschino.
Oh, oggi la cosa non trova più il suo uomo.
Essere commerciali significa: disimparare l’appartenenza a ciò che vive,
e comprare significa portare a sé senza riflettere,
come ospiti per un’unica volta, che si salutano, si usano
e non si vedono più.

Se comprare e vendere, dare e prendere in affitto, contrarre e con­


cedere prestiti sono operazioni che toccano gli aspetti complessivi del­
la vita entro le Grandi Installazioni non può mancare il fatto che la rag-
giungibilità delle cose grazie alla mediazione del denaro crei una cor­
rispondente sensazione del mondo. In primo luogo bisogna vivere una
crescita smisurata di oggetti raggiungibili - alla fine sarà probabile la
coincidenza di spazio interno mondano e spazio di azione del potere
d’acquisto, con conseguenze sullo status dei dispositivi che ci circon­
dano quotidianamente. Non appena molti oggetti, prima non acqui­
stabili, verranno spostati sul fronte comprabile e alcune indisponibi­
lità appariranno per una volta disponibili e reversibili, si imporrà l’ec­
cesso secondo cui tutti i valori tradizionali sono sottoposti a transva­
lutazione e svalutazione. Bisognerebbe però chiarire che l’ampliamen­
to del traffico di merci non significa in quanto tale la generale corru­
zione: chi usa il denaro per arrivare a merci, informazioni o persone so­
stituisce opzioni revocabili a appartenenze stabili.
L’allentarsi di questi nessi vuole essere compreso ed esercitato. Che
“le cose” non trapassino immutate dal mondo delle appartenenze in
quello delle opzioni è un fatto che si riverbera in innumerevoli riflessi
nervosi. Si comprende perché esse contengano una delle più inquietanti
esperienze dell’uomo: numerosi osservatori del tempo (tra i quali Bau­
delaire che Benjamin invoca come testimone chiave) registrano un raf­
freddamento delle cose e il ritorno di un lato fittizio e mascalzone. Co­
me mosse da un proprio impulso maligno esse sembravano d’un tratto
cercare tra la gente anziché perseverare presso un unico possessore or­
ganico. Da allora il tradimento era nell’aria - come se le cose, divenen­
do merci, avessero tradito un legame di fedeltà.
La proposta di Walter Benjamin, cui avevano dato impulso Marx e
Baudelaire, di considerare la prostituzione non solo come sfruttamen-
262 PETER SLOTERDIJK

to professionale dell’illusione sessuale ma anche come generale modo


d’essere di cose e persone entro il mondo mosso dal denaro, sottolineò
sensibilmente questi rapporti - e li capovolse in un modo che a sua vol­
ta non è privo di illusione. Poiché egli metteva dalla parte del torto il
denaro come mezzo per il raggiungimento degli oggetti del desiderio,
sostenne la suggestione anarchica che le cose migliori dovessero esse­
re fondamentalmente gratuite; non prese in considerazione il fatto che
l’accesso garantito per mezzo dell’appartenenza - entro il quale il prin­
cipio utopistico di gratuità trova il suo modello - fosse di gran lunga il
più costoso. Il benjaminismo fornisce la versione filosofico-storica di
una fantasia da uomo melanconico, secondo la quale nel tempo mes­
sianico le prostitute e altre superfici illusorie torneranno al modo d’es­
sere del puro valore d’uso.

Se riassumiamo ciò che sappiamo del grande passaggio all’univer­


so del denaro, risulta in che misura tutte le dimensioni determinanti del­
l’esistenza vengano modificate dalla mediazione monetaria: abbiamo ac­
cesso ai luoghi soprattutto in qualità di acquirenti di titoli di traspor­
to; abbiamo accesso ai dati del tempo soprattutto in qualità di fruito­
ri di media; abbiamo accesso a beni materiali soprattutto come titola­
ri di metodi di pagamento; e raggiungiamo le persone soprattutto nel­
la misura in cui ci possiamo permettere l’ingresso negli scenari di pos­
sibili incontri. Sembrano banalità; che non lo siano lo dimostra la ora­
mai scarsa memoria dei tempi in cui il denaro non era ancora una
grandezza onnipervasiva. In condizioni premonetarie, pressoché tutti
gli accessi a cose e persone erano decisi dall’appartenenza a un grup­
po e al suo ambiente cosale; prima del Moderno l’appartenenza era il
prezzo del mondo. Per avere un mondo, ci si doveva lasciar divorare
dal suo luogo. Senza essere posseduti da (quella che più tardi assumerà
il nome neutralizzante di) una propria cultura non vi era accesso né agli
uomini né alle cose.
Dopo il passaggio a rapporti determinati dal denaro, gli accessi ri­
sultano da atti di vendita-di-sé e di collegamento a offerte o a indi­
rizzi aperti. Da coloro che hanno successo oggi ci si aspetta che pos­
sano mettere da parte la loro appartenenza, il tema belonging emer­
ge soprattutto quando singoli o gruppi si vedono esclusi da qualche
vantaggio dal punto di vista del benessere e così tentano di recupe­
rare un vantaggio dal punto di vista dell’identità, che si può rag­
giungere gratis - come l’essere tedesco, basco, serbo e simili pennacchi
che ci si può mettere sul cappello gratuitamente. Appartenenza, be­
longing, appartenance - espressioni di questo tipo hanno buone pos­
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 263

sibilità di risultare le parole d’ordine dei perdenti del XXI secolo. È


inutile dire che esse, non da ultimo per questo, fanno parte dei con­
cetti più interessanti per il futuro.
Il carattere psico-sociale distintivo dei gruppi di successo entro gli spa­
zi mondani interni del capitale consiste nel passaggio dall’appartenenza
alle opzioni. Questa riforma dello stato ontologico delle cose e delle per­
sone si esprime sul piano cognitivo attraverso il costruttivismo. Bisogna
sempre far notare che si sa che, per quanto qualunque cosa possa esse­
re presentata come qualcosa che è stata trovata si tratta inevitabilmente
di qualcosa che è stata fatta. Di ogni cosa o ogni natura apparentemen­
te data si può mostrare dopo un breve addestramento la sua “costru­
zione”, la sua “creazione”, la sua “politics”. Che questo smantellamen­
to del “naturale” tinga di sé le relazioni degli uomini con se stessi è una
conseguenza inevitabile - ragion per cui in un clima costruttivistico non
si possono fare pronostici favorevoli alle identità fisse. Solo ai perdenti
sono ancora indispensabili delle nature certe. Ciò non significa che non
saremo più in grado di dire da dove veniamo e come ci collochiamo en­
tro una cornice più ampia (Simpson 2002; Winnicott 1986).
Si capisce ora perché il modo di vita entro le sfere del comfort del
mondo occidentale e occidentalizzato, indebolendo le appartenenze e
rafforzando le opzioni, conduca a una ristrutturazione psico-politica del
cliente - sino a una nuova definizione post-monoteistica della sensibi­
lità religiosa. Nota bene-, il cristianesimo di oggi è un cristianesimo part-
time e lo stesso vale per l’islam e per l’ebraismo, anche se in queste re­
ligioni stagnanti, rigettate nell’autodisciplina e nella cura della tradi­
zione, ci sono acute correnti fondamentaliste, i cui portavoce, in gran
parte religiosi di professione, fanno tuttora finta che Dio abbia anco­
ra bisogno di tutti gli esseri umani. La verità è che il denaro si è impo­
sto già da tempo come alternativa operativamente efficace a Dio. Esso
fa oggi per la messa in relazione delle cose più di quello che è capace
di fare un creatore del cielo e della Terra.
La più importante metamorfosi della psiche moderna riguarda lo
sblocco dell’egoismo, sul quale è gravato un incrollabile verdetto di con­
danna per l’intera epoca della scarsità e delle sue compensazioni d i ­
stiche. A questo proposito è stato Nietzsche, il profeta delle rotture dei
mondi, con la sua dottrina neocinica della transvalutazione di tutti i va­
lori, a dire la cosa decisiva. La transvalutazione riguarda soprattutto l’au-
toreferenzialità della natura umana, un “incurvarsi su di sé”, che nel­
l’era della morale e della metafisica agro-imperiale doveva sempre es­
sere condannato come tradimento del signore, della collettività e del­
l’ordine delle cose. Da quando i cittadini degli Stati benestanti moderni
264 PETER SLOTERDIJK

non si intendono più come sudditi ma come elettori e liberi adopera­


to « di denaro, il dovere di prendere parte al “tutto” dell’altruismo in
favore del signore e delle norme divine si sposta in direzione dell’a­
pertura alle merci e dei temi pubblici - con l’inevitabile effetto colla­
terale che si diffonde nei “soggetti” una tendenza a prendersi-sul-se-
rio come clienti, come detentori di un’opinione e come latori di qua­
lità personali. Ciò è stato registrato in prima istanza dagli autori della
critica della morale, che a partire dal XVIII secolo hanno sottoposto a
infiniti commenti gli oggetti dell’amour-propre e della vanity fair. La ric­
ca fenomenologia dell’egoismo in tutti gli stati sociali prepara la sua neu­
tralizzazione morale. I contenuti analitici di questa letteratura matura­
no nella Gaia scienza di Nietzsche, mentre i suoi sur plus sul piano del­
la figurazione dell’uomo confluiscono nell’esigenza di Übermenschen,
diremmo oggi: di consumatori cosmopoliti.
Su queste basi entro lo spazio mondano del capitale prende il so­
pravvento la propensione al consumo libero da secondi fini, che cen­
to anni fa, in preda all’inquietudine, prese il nome di nichilismo. Il no­
me esprime l’idea che consumo e mancanza di rispetto siano fenome­
ni contigui. Di fatto la metamorfosi consumistica del “soggetto” ren­
de cosciente di sé il diritto alla distruzione degli oggetti d’uso. La tran­
svalutazione di tutti i valori trova il suo modello nel metabolismo or­
ganico. Nella misura in cui tutto, ed è questo il caso, viene destinato
all’incorporazione da parte del fruitore, i rifiuti divengono l’universa­
le “risultato della vita di tutti i ceti” - per dare la parola al nipote di
Rameau, l’antenato del neo-cinismo. Entro questo quadro la trasnva-
lutazione prende le mosse dalla svalutazione.
Entro la stessa tendenza si liberano vaghe e panteistiche forme di
esperienza, poiché il sistema globale predilige persone senza qualità
particolarmente definite - e come potrebbe essere diversamente se il
compito delle persone nell’universo del capitale è quello di dover ave­
re a che fare con un’offerta sempre maggiore di merci, con giochi di
ruolo sempre più vari, con pubblicità sempre più invasive e ambienti
artificiali sempre più arbitrari. La vita del mercato demolisce convin­
zioni, monismo e forme di originarietà grossolana, e li sostituisce con
la coscienza che in ogni momento esistono possibilità di scelta e usci­
te laterali. Ciò significa, concludendo, che le persone diventano più pal­
lide e gli oggetti più coloriti, ma coloro che sono stati deprivati del co­
lore sono chiamati a scegliere tra le cose più colorate. Sovrano è chi
decide che colore andrà di moda per la saison. Con il discorso sugli
“uomini flessibili” queste circostanze di fatto diventano lamentose, con
il discorso sulla new age e sulla net age vengono apprese in modo rag­
LO SPAZIO MONDANO INTERNO DEL CAPITALE 265

giante. Il detentore ideale di potere d’acquisto di domani sarebbe


l’anti-Bertleby: l’essere umano che nel trainig con grandi opzionalisti
avesse imparato a rispondere “perché no?” alla maggior parte delle
proposte6 conseguirebbe il titolo di dottore in consumismo. Egli po­
trebbe dichiarare, ispirandosi liberamente alla già citata figura di un
romanzo di Melville: il mercato mondiale è stato la mia Yale e la mia
Harvard.

6 È noto che il Bartleby di Melville rispondesse a ogni proposta: “Meglio di no”.


Capitolo trentasettesimo
M utazioni nello spazio del vizio1

Guai alle avanguardie,


che la massa seguirà.

Le parole chiave “noia”, “esistenza in serra”, “ristrutturazione psi­


co-politica” della parte deU’umanità dotata di potere d’acquisto ri­
chiedono alcune spiegazioni ulteriori. Il loro punto di partenza deve es­
sere l’osservazione che attualmente, nelle popolazioni della sfera del
comfort, una profonda trasformazione del pensiero tradizionale che ope­
ra con i concetti di necessità e scarsità è giunta sino a un pensiero che
opera con opzioni ancora ampiamente considerate insolite12. Il signifi­
cato di questo passaggio va molto oltre ciò che un’espressione come
“trasformazione della mentalità” è in grado di significare. In questi col­
lettivi si è prodotta una cesura talmente profonda che si potrebbe es­
sere tentati di articolarne il senso recuperando un concetto filosofico
pieno di enfasi: il regno della necessità, come potrebbe sembrare, ha
ceduto il posto a quello della libertà - per quanto numerosi siano i par­
tigiani della necessità, e si oppongono violentemente alle mutate cir­
costanze sulla base di un maquis vetero o neo-conservatore. Tra essi tro­
viamo spiriti romantici e religiosi, che reagiscono con sdegno alla sco­
perta che banalità e libertà convergono - non ci si era rappresentati co­
sì lo scopo degli umani sforzi. Di fatto, dopo la svolta, motivazioni de­

1II termine tedesco Verwöhnung ha, nel linguaggio ordinario, un significato simile a quel­
lo italiano di “vizio”. In questo caso Sloterdijk lo usa privandolo del giudizio di valore che gli
è intrinseco per indicare una saturazione dei desideri e delle aspettative, una sorta di iper-
gratificazione, concetto per cui fautore in altri testi propone in termine “ Überbelohung . Si
è scelto di utilizzare il termine vizio perchè sembra restituire in modo più efficace il senso del
termine tedesco “ Verwöhnung e l’operazione di trasformazione di un termine del linguaggio
ordinario in concetto filosofico caratteristico di Sloterdijk. Si è scelto di indicare una s-ola vol­
ta il termine tedesco per la sua elevatissima ricorrenza nel testo. Anche nel caso di termini com­
posti come Verwöhnungwert o Verwöhnungsraum il corrispettivo tedesco viene indicato una
sola volta (N.d.T.).
2 I fondamenti di questa tesi sono argomentati in modo più esauriente nel terzo capito­
lo di Sloterdijk 2004, pp. 761-859.
MUTAZIONI NELLO SPAZIO DEL VIZIO 267

boli, del tipo del semplice capriccio o del gusto personale, si assumo­
no il ruolo delle motivazioni forti che prima prendevano corpo sotto
forma di necessità locale e della sua traduzione nelle figure delle que­
stioni fondamentali, dei poteri superiori, delle cose magnifiche e di quel­
le indispensabili. Nel mondo caratterizzato dallo sgravio vengono a
mancare i fondamenti per gli antichi doveri. Dove c’era la necessità, ora
può esserci il capriccio.
Il compimento teoretico del grande cambiamento è facilitato dal fat­
to che con la post-modernizzazione della coscienza l’idolatria del lavo­
ro, che aveva dominato tutto il Moderno - in senso economico, fisico e
psicologico - viene demolita a sufficienza da consentire una visione
chiara delle condizioni di vita entro la “società” sgravata in molti set­
tori. Ora possono essere delineati i contorni della situazione affettiva del-
l’esserci \Daseinbefindlichkeit\ entro uno spazio post-necessitato, sen­
za che la propaganda dei partiti della necessità e della serietà potesse con­
tinuare a contraffare in modo decisivo l’immagine della situazione. Ciò
è caratterizzato evidentemente da una spinta al vizio [Verwöhnung] sin­
golare dal punto di vista storico, che coinvolge nella sua ascesa la mag­
gior parte delle popolazioni della zona del benessere.
Al concetto di vizio non sono ovviamente connesse concessioni a
una pedagogia conservatrice che non vuole smettere di credere che
l’essere umano sia sempre destinato alla guida di una mano forte. Il
vizio, come termine dell’antropologia storica, indica i riflessi psico­
fisici e semantici di quel processo di sgravio3 che è inerente sin dal
principio a quello della civilizzazione, e che tuttavia poteva matura­
re sino a divenire chiaramente visibile solo nell’epoca della radicale
eliminazione della scarsità del beni. Alla luce di questo assunto (che
si basa su un ulteriore sviluppo di idee di Louis Bolks e Arnold Geh­
len) diviene comprensibile che con gli esperimenti dello Stato che di­
rige l’economia [ Wirtschaftstaat] e del welfare state è avvenuto un sal­
to nella storia del vizio dell 'homo sapiens - un salto che ha dischiuso
uno spazio enormemente ampio di chance esistenziali per tutti quel­
li che vi hanno preso parte. La teoria del vizio antropologicamente
orientata - sia detto per precauzione - non ha in mente il problema
della reversibilità dell’effetto di sgravio reso possibile dalla civilizza­
zione; essa vuole ottimizzate le capacità culturali di navigazione del

3 Per ragioni stilistiche si è scelto di tradurre il termine tedesco Entlastung , qui usato nel
senso attribuitogli da Arnold Gehlen, con l’italiano “sgravio” anziché con “esonero”, pro­
posto dalla ricezione italiana dell’antropologia gehleniana (N.d.T.).
268 PETER SLOTERDIJK

soggetto del vizio nel suo milieu rischioso e ampiamente incompre­


so, offrendo metodi di orientamento per l’esistenza in situazioni for­
temente caratterizzate da sgravi.
A quali conseguenze psico-semantiche possa condurre il soggior­
no entro l’etere del comfort delle grandi serre viene espresso in modo
pregnante dal concetto di “noia” esposto da Dostoevskij e Heidegger.
Entro la sua diffusa onnipresenza si mostra il riflesso dello stato d’a­
nimo di un’esistenza che nel suo milieu trova pace permanente, ap­
provvigionamento permanente e intrattenimento permanente - anche
se una permanente agitazione, per via dello stress e della concorren­
za, che tonifica la collettività, provvede a una certa compensazione. An­
che se nel milieu tradizionale del radicalismo critico-sociale vengono
sostenute teorie gotiche della catastrofe, che fissano lo sguardo su
scene di violenza e scarsità presenti e passate, non vi possono essere
dubbi sul vantaggio guadagnato dalle tendenze al vizio rispetto al
neo-gravame. Le forze effettive del vizio costituiscono uno spazio di
immersione che persuade i suoi abitanti per mezzo del vantaggio at­
mosferico dell’assicurazione dell’esserci fondamentalmente prodotto
in anticipo.
Entro questo spazio di sgravio generalizzato si doveva giungere al­
la scoperta del fenomeno dello stress, giacché la formulazione di un con­
cetto generale di stress diviene possibile unicamente dopo che il con­
cetto complementare di sgravio si era radicato nella teoria e nella pras­
si. Sullo sfondo di questa tendenza allo sgravio lo stress aumenta la sua
visibilità, che è indispensabile per lo sviluppo di un nuovo livello di sen­
sibilizzazione tanto quanto la costruzione di una teoria esplicita. Poi­
ché lo stress rappresenta la delusione di un’aspettativa di sgravio, la sua
esplicitazione fa parte del programma di lavoro teorico sulle condizioni
di vita nel palazzo di cristallo. Da un lato la noia diffusa e dall’altro lo
stress non specifico costituiscono gli universali atmosferici dell’esi­
stenza entro la serra. Come noia significa in generale sgravio, sgravio
sans phrase, così stress significa irritazione in generale, irritazione sans
phrase. Queste tonalità fondamentali dell’esistenza nel palazzo di cri­
stallo creano un’atmosfera cronicamente ambivalente, in cui i segnali
di allarme e cessato allarme si scambiano reciprocamente. Le irritazioni
vengono percepite come figure stressanti sullo sfondo dello sgravio;
hanno senza eccezioni la forma di un riaggravio che va incontro a una
tendenza allo sgravio. Gli sgravi prendono tutti la forma di misure at­
te a ridurre lo stress. Se si accetta questo, si può mostrare con poco sfor­
zo che con l’istituzione di un sistema di sgravio anche lo stress entra
nell’epoca della sua produzione artificiale.
MUTAZIONI NELLO SPAZIO DEL VIZIO 269

Per rappresentare questa tendenza con un’immagine architetto­


nica: negli Interni del palazzo di cristallo postmoderno è stato in­
stallato un ascensore del vizio che trasporta i suoi inquilini ai cinque
piani ampiamente sviluppati dello sgravio. Per la natura della cosa non
si può assumere che tutti coloro che ne fanno uso abbiano la possi­
bilità di scendere a qualunque piano e sfruttare le offerte specifiche
che esso mette a disposizione. Poiché però a ciascun livello attual­
mente si trova un numero significativo di fruitori, il sapere circa l’e­
sistenza di un vizio possibile altrove tinge di sé tutti i restanti inqui­
lini del palazzo. Col tempo la maggior parte degli inquilini del palazzo
passa attraverso tutti i piani, anche se non tutti fanno le stesse espe­
rienze. Al primo piano entrano ed escono coloro che sono riusciti a
realizzare in tutto o in parte il sogno di un reddito che non contem­
pli prestazione d’opera; al secondo si muove un pubblico di cittadi­
ni rilassati che profittano della sicurezza politica senza essere dispo­
nibili alla lotta; al terzo si incontrano quelli che prendono parte alle
prestazioni immunologiche, senza disporre di una propria storia di
sofferenze; al quarto dilagano i consumatori di un sapere, la cui ac­
quisizione non richiede nessuna esperienza; al quinto si muovono co­
loro che, avendo direttamente reso pubblica la propria persona, so­
no riusciti a diventare famosi senza esibirsi in nessuna prestazione e
senza avere pubblicato nessuna opera.

Facciamo il nostro ingresso al primo livello dello spazio del vizio


[ Verwöhnungsraum] quando ci occupiamo di un aspetto del valore del
denaro che nelle teorie monetarie correnti non riveste pressoché alcun
ruolo. Lo chiameremo valore di vizio [Verwöhnungswert\, indicando
con ciò due fenomeni dipendenti tra loro ma che, allo stesso tempo, de­
vono essere chiaramente distinti. Non è in grado di mettere a fuoco que­
sta questione chi non riesce a fare astrazione dal pregiudizio secondo
cui il denaro sarebbe per principio un bene scarso e considera scarsità
un sinonimo di necessità. Il primo aspetto del valore di vizio del denaro
fa la sua comparsa sotto forma del fatto che il mondo degli oggetti, nel­
la misura in cui essi sono acquistabili, è divenuto raggiungibile e di­
sponibile a un livello senza precedenti nella storia. Il potere d’acqui­
sto fonda autonomamente una semplificazione nell’accesso a tutto ciò
che si presenta in forma di merce e possiede perciò la virtù, in un cer­
to senso magica, di spalancare le porte sul mondo con un semplice mo­
vimento. La questione di che cosa significhi l’azione cui diamo il no­
me di “acquistare” nel suo significato contemporaneo può essere arti­
colata adeguatamente solo se si tiene conto del valore di vizio dell’ac­
270 PETER SLOTERDIJK

cesso per principio semplificato agli oggetti. Questa semplificazione ri­


sale del resto alla forma specificamente moderna del sistema dei tra­
sporti, nella quale quell’universale strumento di sgravio e di vizio che
è il petrolio festeggia il suo maggior successo. Grazie a prestazioni nei
trasporti fortemente ribassate nei prezzi l’onnipresenza di merci nelle
vicinanze del compratore è garantita pressoché ovunque. Comprare si­
gnifica perciò proprio fare magie con strumenti monetari; fare magie
significa così - come è stato mostrato altrove (Sloterdijk 2004, p. 398)
- mirare a un surplus di effetti in relazione alla causa. A ciò risponde
lo stupore del pubblico di fronte a effetti inspiegabili e repentini. Lo
stupore viene a mancare se tale surplus viene prodotto continuamente
e in modo prevedibile - e la regolarità dei citati effetti contiene il se­
greto della divisione del lavoro e la sua sintesi nell’economia di mer­
cato. Gli inquilini del palazzo di cristallo approfittano in larga parte del­
l’intreccio magico della sfera del denaro, che dota ciascun singolo
agente di un incommensurabile eccesso e di un’offerta complessiva di
beni straordinariamente eccedente le possibili prestazioni di ciascuno
nell’auto approvvigionamento, e lo fa con un’abbondanza di opzioni
senza confronti, per dirlo in una parola: shopping and fucking - almeno
fino a che egli, dotato di potere d’acquisto, adempie alle condizioni ne­
cessarie a soggiornare nello spazio del benessere.
Il valore di vizio del denaro fa ancor più chiaramente [Verwöh-
nunsnert]4 la sua comparsa non appena ci si occupa degli aspetti più
affascinanti del moderno possesso di denaro: li possiamo vedere con
chiarezza nei grandi patrimoni completamente basati su un’acquisizione
casuale. In patrimoni di questo tipo è chiaro che l’accumulazione non
ha alcun rapporto calcolabile con gli sforzi che qualcuno ha fatto per
metterli insieme. Di conseguenza qui il denaro sarà percepito come lo
strumento di sgravio per eccellenza. La parola di gusto arcaico “mi­
lionario” esprime ancora qualcosa dello stupore prima ampiamente su­
scitato dal fatto che una singola persona potesse possedere così tanto
quanto nessuno avrebbe mai potuto “per principio” guadagnare - e ciò
perché poteva attingere da quella fonte divina di buona sorte da cui
sgorgavano quelle che, dall’inizio della Modernità, si chiamano fortu-
nes (cfr. supra, pp. 81 sgg.). Il supremo valore di vizio deriva perciò dal

4 Si traduce qui questo termine con l’italiano “valore di vizio” per non perdere l’impli­
cito riferimento ai termini marxiani di “valore d’uso” [Gebraudiswert\ e “valore di scam­
bio” o “valore per lo scambio” [ Tauschwert]. Con questo termine l’autore indica l’effetto di
produzione del vizio del denaro, il suo “effetto viziarne”.
MUTAZIONI NELLO SPAZIO DEL VIZIO 271

possesso di denaro non guadagnato, in cui l’intreccio tra le proprie pre­


stazioni e il patrimonio appare nettamente separato. Dove ciò accade,
non c’è più nessuna strada che collega ciò che uno fa con ciò che uno
ha: il soggetto del possesso, sotto forma di ereditiere (Beckert 2004),
di trovatore di tesori, di fortunato speculatore di borsa o di manager,
che concede a se stesso compensi da rapina, profitta di uno sgravio as­
solutamente smisurato: proprio perché si ha e non si sa come.
Non può essere casuale che contemporaneamente all’affermarsi
dell’economia capitalistica in Europa occidentale ebbe inizio nell’im­
maginario di ogni essere umano, per la prima volta alle prese con l’im­
piego generalizzato di denaro, la marcia trionfale della moderna favo­
la dell’economia, il mito della creazione di denaro nelle borse: a For-
tunatus, l’eroe dell’omonimo romanzo popolare pubblicato anonimo
ad Augsburg nel 1509 e più volte ripubblicato nel corso dei secoli, nel­
la scena decisiva viene donata dalla vergine della fortuna una borsa che
conterrà sempre quaranta monete d’oro del conio del paese in cui di
volta in volta ci si trova - un regalo che reca un’infinta serie di insidie
'al suo proprietario e a suo figlio, fino a che non si ritirano in un con­
vento, sulla scorta della consapevolezza che non c’è nessuna benedi­
zione nell’essere in possesso di una cosa simile. Questa favola sulla crea­
zione del valore è solo l’inizio di una lunga serie di fantasie che non si
occupano di nient’altro che dell’ingresso verticale dello sgravio entro
vite affaticate; seguendo le mode, le tecniche e gli spiriti dei tempi, giun­
gono sino a oggi, quando si sono spinte ad altezze eccessive grazie al­
l’amplificazione massmediatica. Per ogni generazione esse annunciano
con presagi differenti la buona novella del benessere, che tutto d’un trat­
to è lì. Un matrimonio conveniente, una grossa eredità, la conclusione
molto fortunata di un affare, un tesoro ritrovato, un regalo inaudito,
un espediente irresistibile, l’informazione preziosa di un insider, un in­
sperato bestseller, un brevetto di successo, un enorme risarcimento, una
fantasmagorica vincita a un gioco - sotto queste e altre forme un qual­
siasi individuo può ottenere con un evento la ricchezza che lo catapulta
fuori dalla sua esistenza vessata e lo trapianta in un clima rilassato.
Il moderno welfare state si basa sull’effetto di riprodurre sotto for­
ma di fisco in grande stile la borsa di Fortunatus, per quanto le condi­
zioni in cui si può attingere a essa devono essere stabilite con un gra­
do maggiore di formalità di quanto non accada nella favola, ove era sta­
to sufficiente per colui che godeva di questo vantaggio Tessersi perso
nel bosco giusto al momento giusto. Anche le condizioni nelle quali la
borsa si riempie sono state sviluppate in modo più sobrio - il quinto
libro della Inquiry into thè Nature and Causes ofthe Wealth of 'Nations
272 PETER SLOTERDIJK

di Adam Smith del 1776 continua a valere come fonte classica per la
teoria della finanza dello Stato. Continua a essere certo che il fisco è in
grado di svolgere la sua funzione primaria di finanziare lo Stato nei suoi
compiti e assicurare la redistribuzione del reddito solo se è legato a un
sistema di amministrazione degli utili insediato con successo. Nell’at­
tuale situazione della grande serra del comfort si vede che tra econo­
mia capitalistica e “mano pubblica” c’è un legame forte per quanto sem­
pre più nervoso - con una quota superiore al 50 percento del prodot­
to nazionale non c’è più bisogno di dare la caccia al principale vinci­
tore di quel gioco che si chiama capitalismo. Dopo che questo legame
si è stabilizzato, il tema presente nella favola di un patrimonio acqui­
sito senza merito può infilarsi nelle più misere amministrazioni dome­
stiche e rafforzarsi proprio come la più accettata delle pretese. Chi non
ce la fa, deve venire soccorso da una fortuna5 stabilita per legge; chi ce
la fa è libero di sognare fortune ancora maggiori. Lo stato sociale mo­
derno ha operazionalizzato ciò che Ernst Bloch chiamava il principio-
speranza nella misura in cui produce come sistema sociale il principio
di sgravio per l’eliminazione degli stati di emergenza.

Con la creazione delle “reti sociali” il primo livello dello spazio del
vizio ottiene un solido fondamento. Di conseguenza la maggioranza del­
la popolazione istituisce forme di partecipazione legate in parte all’at­
mosfera e in parte alle concrete versioni del tema del reddito senza pre­
stazioni, indipendentemente dalla veste in cui appaiono. Su questo
sfondo possiamo parlare di una seconda e universalmente efficace di­
mensione del vizio. È inoltre necessario partire dalla tesi secondo cui
il sistema di welfare è basato su un procedimento teso a eliminare lo
stato economico di eccezione (in concreto la povertà acuta e la messa
a repentaglio della vita in caso di incidenti). Se la tendenza alla revoca
dello stato d’emergenza viene estesa al settore della politica estera, si
ottiene il passaggio dell’attività dello Stato dalla preparazione della
guerra al management del conflitto. La conseguenza psico-politica di
tutto ciò è un mutamento “pacificante” delle mentalità entro la zona
del comfort, un mutamento di cui il pacifismo esplicito, che aveva po­
tuto divenire un credo esplicito nel XIX secolo, indica oggi un punto
culminante attraverso un movimento divenuto pressoché obsoleto.
La traccia più visibile della trasformazione di mentalità è la rapida
decadenza della mascolinità storica. La ragione è evidente: il design so-

5 In italiano nel testo (N.d.T.).


MUTAZIONI NELLO SPAZIO DEL VIZIO 273

ciale deU’“uomo” entro la zona del benessere è stato investito nell’ul­


timo mezzo secolo dallo sgravio dalla guerra. E stato letteralmente li­
berato dall’imperativo categorico al coraggio, che valeva per le cultu­
re tradizionali. Perciò il “nuovo uomo” si è imposto come figura socio­
psicologica di successo nella cultura post-polemogena - a esclusione so­
lo del settore di influenza del romanticismo militare, che nella nazio­
ne che si assume il compito imperiale di stare sul fronte di guerra, gli
USA, continua a essere sostenuto politicamente per le ragioni dette pri­
ma e a essere celebrato a livello massmediatico. Il nuovo uomo è l’uo­
mo civilmente rilassato, cioè il consumatore in genus masculinum. Se
nel relax fanno la loro comparsa dei disagi, saranno compensati con ge­
sti simbolici che tengono pronte delle proposte per la creazione del de­
sign della mascolinità. Grazie a queste offerte gli interessati possono ri­
scattare alcuni robusti tratti caratteristici della mascolinità. Sullo sfon­
do di queste considerazioni è facile riconoscere in che misura gli attri­
ti di recente riattualizzazione tra pacifisti e bellicisti costituiscano un
semplice fenomeno di feuilleton. Essi ricevono impulso dalla politiciz­
zazione di attitudini neo-mascoline - per esempio nel contesto della
guerra al terrorismo o delle operazioni all’estero delle forze d’intervento
occidentali. In verità gli articolisti bellicisti di punta e i saggisti neo-con­
servatori, pur avendone l’intenzione, non sono in grado di ritrasformarsi
in combattenti - esistenze da combattenti, nel senso in cui ci vengono
descritte dalle fonti più antiche, sono possibili unicamente al di fuori
della grande zona del comfort. Gli autori di discorsi di battaglia neo­
realistici ci possono solo ricordare che anche per le popolazioni dello
spazio del benessere la sicurezza non è del tutto gratuita. Ammonizio­
ni di questo tenore devono essere pronunciate solo se ci sono motivi
per prendere in considerazione il fatto che il coraggio della neutralità
non risolve tutte le questioni di sicurezza.
Per ciò che riguarda le sue profferte, il secondo livello del gran­
de sistema di sgravio non è certo subordinato al primo - non da ul­
timo perché non sarebbe pensabile senza l’erosione della mascolinità
storica. Alla profonda metamorfosi dei rapporti tra i sessi del XX se­
colo, inclusa quella del femminismo e dell’omoerotismo, si deve in
ultima istanza il fatto che la caratteristica del vizio di pretese irriflesse
di una sicurezza senza scontri oggi sia penetrata pressoché in ogni
singola esistenza, senza distinzione di sesso. Che attualmente queste
tendenze determinino la posizione europea in favore di uno sgravio
dagli obblighi militari dovrebbe essere detto in modo molto esplici­
to anche nel discorso pubblico - altrimenti si soccomberà prevedi­
bilmente all’isteria che dilagherà non appena si rifarà presente alla
Scansione a cura di Natjus, Ladri di Biblioteche
274 PETER SLOTERDIJK

coscienza di cittadini eccessivamente rilassati il ricordo di certe pre­


stazioni non del tutto eliminabili necessarie alla propria sicurezza.

Al terzo piano dell’edificio del sistema di sgravio vengono gene­


ralizzate delle elevate aspettative di sicurezza e vengono estese a tur­
bamenti e rischi della vita privata come incidenti, malattie, coinvol­
gimenti in catastrofi naturali e simili. Nell’espansione delle aspetta­
tive individuali di sicurezza si legge il significato in termini di vizio
delle scienze dell’assicurazione, al cui significato costitutivo per la
Modernità si è già accennato (cfr. supra, pp. 126 sgg.): le assicura­
zioni vanno descritte come sistemi immunitari pragmatici, la cui
funzione è quella di istituzionalizzare le misure contro gravami dif­
fusamente prevedibili e male accetti. Dove si generalizzano pratiche
rischiose, non possono mancare procedure di compensazione del ri­
schio - perciò questo settore sarà dominato soprattutto dalle assi­
curazioni per i trasporti (a prescindere dalle profondamente ironi­
che assicurazioni sulla vita). Bisogna intendere questi sistemi a par­
tire dal loro carattere di sgravio, poiché essi prevengono la pretesa
degli assicurati di prepararsi a evitare e risolvere inconvenienti ma­
le accetti a livello individuale. Dove le assicurazioni e i sistemi di so­
lidarietà sono così ampiamente costruiti come nell’ala europea del
palazzo di cristallo, si può prevedere una forte impennata della fri­
volezza, poiché popolazioni completamente assicurate inevitabil­
mente prendono parte al passaggio dalla prudenza individuale alla
prudenza sistemica - a dispetto dell’appello, che ritorna ciclica­
mente, lanciato da politici riformisti di tutti gli schieramenti allo spi­
rito del “ciascuno provveda a se stesso”. La prudenza sistemica ha
come conseguenza che i singoli profittino dei terreni di gioco im­
m unologia così aperti. Quindi la cura anonima così stabilizzata sca­
tena la noncuranza privata - un classico effetto del vizio. Non do­
vrebbe essere necessario dimostrare quanto questa disposizione sia
legata all’aumento dei mercati capitalistici di beni finalizzati al con­
sumismo nel settore delle esperienze e dei rischi. In modo comple­
mentare a questo fenomeno sono aumentati i servizi per il disbrigo
di incidenti e lesioni prodotte a se stessi in un modo che non ha an­
tecedenti nelle formazioni sociali precedenti. Costituiscono un set­
tore di lusso, nell’ambito del quale si può studiare il tratto fonda-
mentale del management del benessere all’interno di grandi serre -
la sottomissione del necessario al superfluo - in un modo che da nes­
sun altra parte è così chiaro. La sociologia degli incidenti e la stati­
stica delle malattie offrono ben più che la migliore introduzione al­
MUTAZIONI NELLO SPAZIO DEL VIZIO 275

la teoria dell’epoca presente. Il concetto qui fondamentale di lusso


della morbilità è stato chiarito altrove (Sloterdijk 2004, pp. 838 sg.).

Al quarto piano del sistema di sgravio possiamo parlare del si­


gnificato sul piano del vizio [ Verwöhnungssinnn] dei nuovi media. Ri­
spetto a esso bisogna mostrare come metta in movimento l’economia
cognitiva delle popolazioni sgravate. Se l’effetto Gutenberg aveva
scatenato al suo tempo una forte ondata di semplificazione dell’ac­
cesso al sapere scritto oggi, che sono divenuti popolari i media elet­
tronici, c’è un incremento senza precedenti dell’accessibilità a qual­
sivoglia contenuto. Non a caso il concetto di informazione si è affer­
mato contemporaneamente ai nuovi media. Soltanto nell’epoca del­
l’astrazione mediatica l’omogeneizzazione dei saperi nel senso di
un’uniformità al modello dell’informazione poteva giungere al suo
compimento tecnico - passando per l’uniformazione trascendental-
filosofica di tutti i contenuti della coscienza a “rappresentazioni”. Co­
me la filosofia post-cartesiana aveva quale sua premessa l’idea che sog­
getto e libro stampato fossero nati insieme, così il pensiero contem­
poraneo ha come premessa l’idea che informazione e fruitore di me­
dia elettronici siano nati insieme.
L’irruzione dei nuovi media nella sfera del comfort è un evento emi­
nentemente rilevante dal punto di vista del vizio, non solo perché gra­
zie a essa la cosiddetta messa in rete mondiale è praticabile anche per
singoli fruitori attraverso semplici routine tecniche, ma soprattutto
perché nell’uso dei media digitali prende piede un rapporto comple­
tamente nuovo tra i contenuti e i loro fruitori. La tendenza può essere
caratterizzata nel modo migliore con il concetto di estraniazione
[Veräusserlichung], premesso che si tenga questa espressione al riparo
da valutazioni morali. Estraniazione indica che una forma più leggera
di soggettività, diciamo il “sé-user" [user-selbst\ postmoderno, comin­
cia a staccarsi dalla forma soggetta alla forza di gravità della soggetti­
vità, il moderno “sé istruito” [gebildete Selbst].
La svolta tecnica sgrava gli individui delle pretese di una formazio­
ne integrale della personalità, tipica dell’esistenza entro l’universo del
sapere cui si accede con la lettura e con la mediazione della propria vi­
ta. Il concetto di Bildung, in cui non bisogna assolutamente vedere so­
lo un capriccio tedesco, ovvero la figura di lusso di un’interiorità im­
politica, indicava la pretesa rivolta nell’intera Modernità europea al­
l’individuo di dare corpo al libro vivente fatto delle proprie storie per­
sonali e di quelle lette nei libri; esso chiamava i suoi destinatari a tene­
re riunito nella propria persona l’insieme di ciò che, non senza pathos,
276 PETER SLOTERDIJK

prendeva il nome di esperienza. Per quanto il libro si rappresenti co­


me uno strumento di decontestualizzazione (cfr.passim, pp. 312-313),
esso rimane un modello di unificazione per come si realizza nella con­
vergenza tra essere-un-lettore ed essere-un-individuo. Tale unificazio­
ne conferiva ai singoli individui istruiti dell’epoca borghese un peso esi­
stenziale, nella misura in cui si fregiavano di essere il deposito vivente
della storia dell’esperienza.
Proprio contro la natura pesante della persona di cultura acquisi­
sce validità l’ondata di sgravio derivante dai nuovi media. Il loro si­
gnificato sul piano del vizio diviene in tale misura evidente non appe­
na la soggettività del lettore scompare per trasformarsi in soggettività
dello user. Lo user è un agente che non ha più bisogno di diventare un
soggetto formato secondo i criteri della Bildung, perché si può riscat­
tare dal gravame di raccogliere esperienze. Con il termine “riscatto” si
intende l’effetto di sgravio concesso dai contenuti omogenei, le infor­
mazioni, ai loro fruitori, quando non devono più essere ottenuti con
una formazione che richiede molto tempo, ma possono essere “richia­
mati” dopo un breve addestramento nelle tecniche corrispondenti.
Certo lo user non smette di raccogliere - poiché lui a modo suo deve
adempiere alla qualità cumulativa di risultati cognitivi che stanno l’u­
no di seguito all’altro - ma ciò che raccoglie non sono esperienze, cioè
complessi di sapere integrati a livello personale, ordinati secondo un
racconto e secondo concetti; sono bensì indirizzi, ai quali sono reperi­
bili aggregati di sapere più o meno formati, nel caso in cui si volesse
mettere mano a essi per una qualsivoglia ragione.
L’effetto decisivo di sgravio nel settore cognitivo si riferisce a quel­
le che si potrebbero chiamare tariffe di transito della via della Bildung.
Se un tempo il cosiddetto uomo integrale doveva mettersi in cammino
per avere accesso a fonti di formazione sparpagliate, esoteriche e co­
stose, ora è sempre più spesso sufficiente acquisire dimestichezza con
tecniche di access efficienti e andarsi a prendere i contenuti desiderati
proprio là dove uno già si trova. La facile reperibilità si trasforma in
un procedimento di anti-estroversione universalmente disponibile, con
cui il principio-esperienza viene sopraffatto6. Se il soggetto storico del­
l’esperienza era necessariamente qualcuno che cercava, un punto vi­
vente di raccolta di esperienze, allora adesso i motori di ricerca e le nuo­
ve tecniche di memorizzazione dei dati gli danno il segnale che può ri­

6 Viceversa, a proposito dell’appassionato raccogliere dei collezionisti tradizionali cfr.


Sommer 1999, pp. 392 sgg.
MUTAZIONI NELLO SPAZIO DEL VIZIO 277

posarsi dalle fatiche dei gravami classici. Tra i gesti attuali che esprimono
nel modo più compiuto il passaggio all’epoca post-esperienza c’è il
downloading, che visualizza la liberazione dalla pretesa di fare espe­
rienze. Con esso un regime cognitivo post-personale, post-letterario e
post-accademico proietta la sua ombra.

Al quinto piano del grande sistema di comfort appunteremo la no­


stra attenzione sul valore di vizio della grande sfera pubblica costrui­
ta mediaticamente, che si manifesta nell’insorgenza di una nuova ca­
tegoria di notabili. Tra essi non può più trovare risposta la domanda
sulla ragione per cui siano diventati noti o famosi. La meritocrazia
classica si basava sulla disponibilità delle “società” storiche a premia­
re con l’ingresso nella ristretta cerchia della fama i suoi membri che si
distinguevano per una particolare prestazione. Conferendo un premio
in notabilità a chi compiva una prestazione, il pubblico borghese plau-
diva alla sua disponibilità verso le prestazioni stesse. Di recente, con
l’affermazione negli Interni dei palazzi di cristallo di mondi mediatici
autoreferenziali ha cominciato ad agire anche nell’ambito del fenome­
no della notorietà un effetto di sgravio che separerà il precedente in­
treccio di prestazione e prestigio. Di conseguenza, l’orientamento alla
notorietà sarà coltivato sotto forma di valore in sé. Sempre più uomi­
ni entro il sistema del comfort hanno registrato atmosfericamente o prag-
maticamente che l’essere-nei-media è un equivalente effettivo del tra­
dizionale essere-noto-sulla-base-di-una-prestazione, tanto che potreb­
bero considerare non senza ragione una buona idea il risparmiarsi le
vie traverse dell’opera e della prestazione e emergere direttamente ne­
gli Studios. I media colgono la tendenza alla semplificazione della no­
torietà e tengono pronti numerosi podi sui quali individui che non fan­
no niente di particolare possano varcare la soglia della visibilità. Qui
sorge un mercato sterminato di procedure per l’assenza di prestazioni
che entro breve potrebbero essere professionalizzate come prestazio­
ni secondarie. Al centro del trend si profila la figura del moderatore,
che a sua volta si arrampica faticosamente sulle scoscese rupi della no­
torietà, presentando persone degne di nota. L’ora della verità sulla spi­
rale del vizio mediatico suonerà quando i presentatori si presenteran­
no a vicenda davanti al grande pubblico; in quel momento proveran­
no che anche la borsa della notorietà ha raggiunto il livello degli affa­
ri con derivati. Il sistema artistico postmoderno ha reagito con i suoi
mezzi alla tendenza allo sgravio dalle pretese di creare un’opera e ha
sviluppato delle strategie per la genesi di una fama artistica senza ope­
ra d’arte. Nella cultura di massa questa procedura viene resa ancora più
278 PETER SLOTERDIJK

popolare fino al punto in cui si raggiunge una forma puramente tau­


tologica di notorietà. Ai loro scintillanti events si incontrano tutti co­
loro che sono noti per essere noti per niente di particolare. E inutile
dire che una fortuna postmoderna non offre più ai suoi protetti una bor­
sa di monete d’oro, bensì gli pone la domanda se preferiscano essere
gli autori di una prestazione o piuttosto diventare famosi nel volgere
di una notte e senza nessuna ragione.
Se teniamo conto della grande serra del vizio YVerivöhnung-
streibhaus] nel suo complesso sorge la domanda se la diagnosi di noia
di Dostoevskij e Heidegger non rappresenti semplicemente una pro­
gnosi di decadenza codificata con il cifrario della filosofia e della psi­
cologia. Anche l’immagine nietzscheana di ultimo uomo, a essa vi­
cina nel significato, non sarebbe quindi stata altro che un’anticipa­
zione di questo consumatore che si annoia infinitamente e nel me­
desimo tempo si intrattiene in modo splendido. Si rivolge di conse­
guenza al singolo sgravato e annoiato, che grazie alla disponibilità dei
beni del comfort del grande Interno capitalistico è in possesso di ri­
sorse sufficienti per considerare lo stadio raggiunto come soddisfa­
zione. Nell’ambito dei nuovi fenomeni di vizio il concetto di deca­
denza perderebbe quindi il suo significato originario, poiché colo­
ro che attualmente vengono viziati sono contemporaneamente mem­
bri dell’incipiente aumento di fitness. L’apparente decadenza consi­
sterebbe quindi nel grado di abilità di coloro che vengono sgravati.
La sua immagine più tipica è quella dello sportivo che nella fase più
intensa delle sue prestazioni coltiva un’assurda forma di fitness - nor­
malmente a spese di tutti gli altri aspetti del suo “potenziale umano” :
per affermarsi come il più bravo, fa uso senza riflettere di sostanze
dopanti, perché lo fanno anche tutti gli altri, cosicché il doping di­
viene inevitabile proprio nell’interesse dell’eguaglianza di chance. In
una simile situazione è superflua “l’attesa dei barbari”, di cui un tem­
po si parlava nelle culture aristocratiche decadenti. I nuovi sgrava­
ti, quando ricevono il testimone dai loro predecessori civilizzati,
coincidono con i barbari che subentrano. In considerazione di una
situazione come questa la visuale critica della cultura va a vuoto. Che
gli uomini nel palazzo di cristallo divengano sempre più vecchi,
mentre dilagano i sintomi di un ritorno all’infanzia, lo si può con­
statare senza grandi difficoltà, ma come si debbano valutare queste
tendenze rimane tuttora da chiarire. Si troveranno sempre degli acu­
ti apologeti dell’ultimo uomo, per dar prova del fatto che essi stessi
non sono barbari ma altamente civilizzati, benché accordati su una
tonalità differente.
MUTAZIONI NELLO SPAZIO DEL VIZIO 279

Tanto più urgentemente si pone la questione di come l’imperativo


al ri-aggravio, che periodicamente ritorna, possa essere elaborato nel
clima di un’innegabile richiesta collettiva di un continuo aumento
dello sgravio senza regressioni politiche. In considerazioni di questo
tipo potrebbe valere come cartina al tornasole il detto di Mussolini se­
condo cui il fascismo sarebbe l’orrore di fronte alla vita comoda. Que­
sta frase, che non è mai stata presa sufficientemente sul serio, è abba­
stanza comprensibile per chiarire in che misura un avanzato sistema
del comfort metta se stesso in pericolo con fenomeni di protesta ca­
ratterizzati da un romanticismo dell’aggravio. Il XX secolo ha mostra­
to a sufficienza di quanta rozzezza sia capace il gusto per un ritorno
ai fatti bruti. Se c’è una specifica messa in pericolo del beneficiario di
alte circostanze di sgravio, essa andrebbe identificata in una propen­
sione a una seconda crudeltà. Di essa ci si occupava nei discorsi che
dopo il 1918 e certamente dopo il 1945 constatavano un’inconcepi­
bile “ricaduta nella barbarie” . Si fa volentieri a meno di vedere che si
tratta di ricadute volontarie. Al malessere cronico della cultura si ac­
compagna il divampare acuto del disgusto per il contegno civilizzato.
Chi vuole mettersi al riparo dagli incontrollati movimenti di ritorno
all’aggravio, dal neo-eroismo, dalla neo-frugalità, dalla politica della
nuova durezza7, deve preoccuparsi per tempo dei concetti di aggra­
vio compatibili con la democrazia.

7 Julien Benda ha già accennato nel suo pamphlet L a trahison des clercs del 1927 ai pe­
ricoli di un “romanticismo della durezza”.
Capitolo trentottesimo
La transvalutazione di tutti i valori: il principio del superfluo

Chi invece volesse raccogliere informazioni sulle premesse generali


dello sgravio nell’epoca del suo dispiegamento tecnico, farebbe delle
interessanti scoperte nei primi socialisti francesi, specialmente in Saint-
Simon e nei suoi seguaci, nella cui pubblicistica - non a caso la loro
rivista portava il titolo di «L e Globe» —si può dimostrare la presenza
dei primi tratti di una esplicita politica del vizio [Verwöhnung^ in una
prospettiva di teoria del genere umano. Risale al saint-simonismo la
formula di epoca dello sgravio, invalsa sino a oggi sia nella teoria che
nella pratica, secondo la quale con l’emergere della grande industria
nel XVIII secolo sarebbe giunto il momento di porre fine allo “sfrutta­
mento dell’uomo sull’uomo” e di introdurre al suo posto lo sfrutta­
mento metodico della Terra da parte degli uomini. Nell’ambito del con­
testo dato si può apprezzare il contenuto epocale di questo muta­
mento: con esso il genere umano, rappresentato dalla sua avanguar­
dia, gli strati sociali degli industriels, viene identificato come il bene­
ficiario di un ampio movimento di sgravio - o, nella terminologia di
quel periodo: come soggetto di un’emancipazione. Il suo obiettivo ven­
ne contrassegnato con il termine evangelico-secolare di resurrezione
della carne durante la vita.
Ciò andava pensato con la premessa che la tipica distribuzione de­
gli oneri nelle società agro-imperiali di classe - lo sgravio e la libe­
razione dei pochi che dominano grazie allo sfruttamento dei molti
che servono - sarebbe rivedibile in base a uno sgravio di tutte le clas­
si grazie a un nuovo servo universale, la Terra-risorsa presa in appalto
con la tecnica. Che cosa significhi la parola chiave saint-simoniana
sfruttamento, exploitation, è divenuto articolabile in modo esplicito
solo dopo che l’antropologia filosofica del XX secolo, soprattutto gra­
zie agli sforzi di Arnold Gehlen, ha sviluppato un concetto suffi-
LA TRAN S VALUTAZION E DI TUTTI I VALORI 281

cientemente astratto di sgravio1. Dal momento in cui le scienze del­


la cultura hanno a loro disposizione questo concetto, si possono for­
mulare affermazioni generali sull’indirizzo evolutivo dei complessi
sociali altamente tecnologici, che dal punto di vista sistemico e psi­
cologico fanno molta più presa delle tesi sensibilmente ingenue sul­
l’emancipazione e il progresso del XIX secolo. Se si riconnette tanto
il fenomeno dello sgravio quanto il suo concetto a quello saint-si-
moniano dt\\’exploitation, diviene evidente che l’indicato effetto per
i molti non può essere raggiunto senza lo slittamento dello sfrutta­
mento su nuove subalternità.
Su questo sfondo si può sostenere la tesi secondo cui tutti i racconti
sulle trasformazioni della conditio humana sono racconti sul cangian­
te sfruttamento di fonti di energia - ovvero descrizioni di regimi me­
tabolici (Sieferle 2002). Questa affermazione non riguarda solo una di­
mensione più generale del dogma di Marx e Engels secondo cui tutte
le storie sono storie di lotte di classe, ma è anche di gran lunga più ade­
guata ai dati empirici. La sua universalità è maggiore nella misura in cui
essa contiene in sé energie tanto naturali quanto umane (“forza lavo­
ro”); la sua adeguatezza ai fatti è maggiore perché rifiuta il cattivo sto­
ricismo dottrinario secondo cui tutti gli stati della cultura umana sono
unificati entro un’unica sequenza evoluzionistica di conflitti; rispetto
a questa e nonostante il suo grado di astrazione essa non porta con sé
una distorsione dei dati che ci sono stati tramandati. Tale distorsione
era presente in quell’opera d’arte polemogena che è il Manifesto, che
taceva a proposito della realtà dei compromessi di classe per genera­
lizzare normativamente il fenomeno di lotte di classe aperte, che risul­
ta raro se paragonato al primo - con il rischio di attribuire alle rivolte
di schiavi e di contadini della storia più antica, con tutte le loro tendenze
estreme, aconcettuali e spesso vandaliche, un significato esemplare per
le battaglie per la redistribuzione condotte dai salariati.
Il racconto dello sfruttamento delle fonti di energia giunge al suo
hot spot attuale non appena si approssima a quel complesso di eventi
che tanto la vecchia quanto la nuova storia sociale chiamano all’uniso­
no “Rivoluzione Industriale” - una denominazione erronea, come nel
frattempo abbiamo scoperto, poiché anche in questo caso non si trat­
ta assolutamente di un processo “di sovvertimento”, in cui i posti di chi
sta sopra si scambiano con quelli di chi sta sotto, ma al contrario di un’e-

1 Per un’analisi di questo concetto v. Sloterdijk 2004, pp. 699 sg. Lì si mostra che Geh­
len, a causa dei suo interessi istituzionali, ha sviluppato solo il versante illiberale delle con­
seguenze di questo concetto.
282 PETER SLOTERDIJK

splicitazione del processo di fabbricazione del prodotto per mezzo di


un sostituto meccanico del movimento umano. La chiave per il pas­
saggio dal lavoro dell’uomo al lavoro delle macchine (e a una nuova coo­
perazione uomo-macchina) sta nella connessione tra sistemi motori e
sistemi di esecuzione. Tali connessioni erano rimaste latenti nell’epo­
ca del lavoro fisico, nella misura in cui l’operaio stesso, in qualità di con­
vertitore biologico di energia, costituiva l’unità del sistema motorio e
di quello di esecuzione. Dopo, però, che i sistemi motori meccanici han­
no compiuto un’importante balzo nell’innovazione, esse sono riuscite
a passare allo stadio di un’elaborazione esplicita.
Così ha inizio l’epos dei motori: con la loro costruzione una nuova ge­
nerazione di agenti eroici fa il suo ingresso sul palcoscenico della civiliz­
zazione, la cui comparsa fa mutare radicalmente le regole energetiche del
gioco delle culture originarie. Da quando i motori sono tra noi, gli stessi
concetti fisici e filosofici di forza, energia, espressione, azione, libertà ac­
quistano un significato radicalmente nuovo. Nonostante si tratti di forze
domate, la mitologia della borghesia non ha mai completamente perso di
vista il loro lato libero da vincoli e potenzialmente catastrofico e lo ha rie­
laborato per mezzo di reminiscenze della genia pre-olimpica delle divi­
nità titaniche della violenza. Di qui la profonda fascinazione esercitata dal­
l’esplosione delle macchine, e certo dalle esplosioni in generale.
Da quando i neo-titani sono emersi nei moderni mondi della vita,
le nazioni si sono trasformate in paesi di immigrazione per macchine
motrici. Un motore è in un certo senso il soggetto di un’energia senza
testa, viene posto in essere sulla base di un interesse per lo sfruttamento
della sua forza. Dell’agente esso possiede tuttavia solo le qualità lega­
te al movimento, senza essere gravato da compiti o riflessioni. In qua­
lità di soggetto decapitato il motore non passa dalla teoria alla prassi
ma dalla quiete al funzionamento. Nei motori è il dispositivo di avvia­
mento a svolgere la funzione di ciò che deve produrre la disinibizione
nei soggetti umani, che devono passare all’azione. I motori sono schia­
vi perfetti, in cui non si mescola nessuna preoccupazione per i diritti
umani, anche se se ne fa uso giorno e notte. Non prestano ascolto a pre­
dicatori abolizionisti, che sognano un giorno non più molto lontano in
cui i motori e i loro padroni godranno degli stessi diritti e i figli degli
uomini e quelli delle macchine giocheranno insieme.
Per integrare dal punto di vista sistematico i motori come agenti di
cultura, sono necessari combustibili di natura completamente diversa
dagli alimenti con cui vengono tenuti in vita i latori umani e animali del
lavoro muscolare nel mondo agro-imperiale. Perciò fanno parte del-
l'epos dei motori i drammatici capitoli dei canti dell’energia. Ci si po-
LA TRANSVALUTAZIONE DI TUTTI I VALORI 283

trebbe spingere sino a porre la domanda se la formulazione di un con­


cetto astratto e omogeneo di energia, l’energia san phrase, a opera del­
la fisica moderna non sia il semplice riflesso scientistico del principio
di motorizzazione, con il quale la connessione non specifica tra ali­
mentazione e organismo viene sostituita dalla precisa relazione tra car­
burante e macchina motrice. Con la trasposizione al di fuori dell’or­
ganismo dell’energia ha inizio un passo nella grande narrazione del pro­
cesso di sfruttamento delle fonti energetiche e dei suoi stadi, che ha in
sé tutte le premesse per dettare un ultimo capitolo destinato a durare.
La grande narrazione dello sgravio presso i moderni inizia, come si
sa, con la notizia della massiccia invasione della prima generazione mec­
canica di schiavi, che a partire dal XVIII secolo ha preso cittadinanza nei
sorgenti paesaggi industriali dell’Europa nord-occidentale con il nome
di steam engines. Per quanto riguarda questi nuovi agenti sono parti­
colarmente evidenti alcune associazioni mitologiche, poiché il principio
motore di queste macchine, la pressione dovuta alla dilatazione del va­
pore acqueo imprigionato, faceva indubbiamente pensare all’incatena-
mento sottoterra dei titani condannati della teogonia greca. Poiché il va­
pore acqueo è in primo luogo il frutto della combustione di carbone (so­
no per prime le centrali termonucleari del XX secolo a introdurre un
agens completamente nuovo), questo combustibile fossile doveva dive­
nire l’eroica fonte di energia degli esordi dell’epoca industriale. Fa par­
te delle numerose “dialettiche” del Moderno che un potente agente la­
tore di vizio {Verwöhnung} come il carbone dovesse normalmente es­
sere estratto grazie agli sforzi infernali di miniere sotterranee. Perciò i
minatori di quei secoli affamati di carbone, quali sono stati il XIX e il pri­
mo XX, possono essere impiegati come prove viventi per la tesi marxi­
sta secondo cui il contratto di lavoro dei salariati non è altro che la ma­
schera giuridica di una nuova schiavitù. Accanto al prometeico carbo­
ne si aggiungono in qualità di ulteriori fonti di energia, nel tardo XIX se­
colo, il petrolio e il gas naturale - anch’essi agenti del più alto grado di
sgravio e vizio [ Verwöhnung]. Per la loro estrazione era necessario su­
perare resistenze allo sfruttamento di un tipo completamente diverso ri­
spetto a quelle delle miniere sotterranee. Occasionalmente nel loro pro­
cesso di estrazione si può osservare un effetto che si potrebbe chiama­
re un'accondiscendenza della natura, come se questa volesse fare spon­
taneamente la sua parte per disporre la fine di un’epoca caratterizzata
dal punto di vista agrario dalla scarsità - e di tutti i suoi riflessi in on­
tologie della scarsità e teorie della miseria.
Questa scena originaria dell’andare incontro da parte delle risorse
naturali alla domanda umana si rispecchia nella Pennsylvania statuni-
284 PETER SLOTERDIJK

tense del 1858, quando durante una trivellazione nei pressi di Titusvil-
le venne aperta la prima fonte di petrolio e con essa il primo grande gia­
cimento del Nuovo Mondo, e per la precisione sotto uno strato molto
sottile della profondità di appena venti metri. Da allora l’immagine del­
la fonte eruttiva di petrolio, che gli esperti chiamano Springer o gusher,
è divenuta l’archetipo non solo del sogno americano ma anche di quel­
lo moderno di un una way of life resa possibile semplicemente da que­
ste energie facilmente accessibili. Fare il bagno nel petrolio è il battesi­
mo dell’uomo contemporaneo - e Hollywood non sarebbe stata la cen­
trale di trasmissione dei miti oggi validi se non avesse mostrato uno dei
grandi eroi del XX secolo, James Dean, il protagonista de II gigante
(1955), mentre faceva il bagno nelle sue fonti petrolifere. L’afflusso con­
tinuo di energie da giacimenti fossili al momento non ancora esauriti ha
reso possibile non solo la “crescita”, cioè la retroazione positiva tra la­
voro, scienza, tecnica e consumo, per un lasso di tempo superiore a due-
centocinquant’anni, incluse le implicazioni che abbiamo descritto co­
me ristrutturazione psicosemantica delle popolazioni sulla base di un ef­
fetto permanente di sgravio e vizio [Verwöhnung]-, ha anche coinvolto
in un repentino mutamento di significato nobili categorie dell’ontolo­
gia vetero-europea come quelle di essere, di realtà e di libertà.
Infatti, nel concetto di reale ha preso nel frattempo piede la con­
notazione attivistica del poter-sempre-essere-differente (cosa di cui fi­
no a ora hanno avuto qualche barlume solo gli artisti, in qualità di luo­
gotenenti del senso della possibilità), in contrapposizione al reperto del­
la tradizione, secondo cui il riferimento alla realtà era viceversa percorso
dal pathos dell’essere-così-e-non-altrimenti: di conseguenza esso pre­
tendeva una deferenza nei confronti del potere della finitudine, della
durezza e della scarsità. Un’espressione come “cattivo raccolto”, per
esempio, fu caricata per un’intera epoca della serietà ammonitrice del­
la dottrina classica del reale. A suo modo essa ricordava che la signo­
ra di questo mondo non poteva essere altri che la morte - coadiuvata
dai cavalieri dell’apocalisse, suoi esperti seguaci. In una condizione del
mondo come quella odierna, caratterizzata dall’esperienza fondamen­
tale del surplus energetico, ha perso di validità il dogma della rasse­
gnazione dell’Antichità e del Medioevo —ora ci sono nuovi gradi di li­
bertà, che penetrano fino al livello dello stato d’animo esistenziale.
Non è dunque sorprendente che la teologia cattolica, che pensa es­
senzialmente in modo premoderno e che ha una propensione alla mi­
seria, abbia completamente perso il contatto con i fatti del mondo
contemporaneo, ancor più della dottrina luterana e di quella calvini­
sta che si pongono, nonostante tutto, in modo semi-moderno. In mo-
LA TRANSVALUTAZIONE DI TUTTI I VALORI 285

do coerente anche il concetto di libertà si doveva staccare nel corso del-


l’ultimo secolo dal suo significato tradizionale. Nelle sue serie armo­
niche superiori esso fa risuonare nuove dimensioni di senso, in parti­
colare la definizione di libertà come diritto a una mobilità senza con­
fini e a uno spreco festoso di energie (Sloterdijk, Heinrichs 2002, pp.
321 sg.). In questo modo due diritti precedentemente concessi solo ai
signori, la spavalda libertà di movimento e la spesa dettata dalla luna
del momento, vengono generalizzati democraticamente a spese di una
natura servizievole - ovviamente solo dove siano già attive le condizioni
climatiche della grande serra. Poiché il Moderno nel suo complesso rap­
presenta una figura basata sulla tinta primaria del surplus, i suoi citta­
dini vengono sfidati dalla sensazione della permanente mancanza di
confini. Essi possono e devono riconoscere che la loro vita è caduta in
un tempo privo di normalità. La deiezione nel mondo dell’eccesso vie­
ne ripagata con la sensazione che l’orizzonte sbandi.
La zona sensibile entro la riprogrammazione degli stati d’animo del­
l’esistenza nel Moderno concerne l’esperienza di annullamento della
scarsità, con la quale gli inquilini del palazzo di cristallo vengono pre­
sto in contatto - e che essi non apprezzano mai in modo adeguato. Le
sensazioni di realtà degli uomini dell’epoca agro-imperiale erano ta­
rate sulla scarsità di beni e di risorse, poiché per loro era fondamen­
tale l’esperienza che il lavoro, sotto forma di una faticosa agricoltura,
era appena sufficiente a erigere precarie isole di artificialità umana nel
mare della natura. Di questo parlano già le antiche teorie sulle età del
mondo, che danno rassegnata notizia del fatto che anche i grandi im­
peri crollano e che anche le torri più arroganti vengono rase al suolo
dall’ineludibile natura nello spazio di poche generazioni. Il conserva­
torismo agrario espresse le sue conseguenze ecologico-morali sotto for­
ma di un divieto categorico allo spreco. Poiché il prodotto del lavoro
normalmente non si accresce, ma in ogni caso può essere integrato da
scorrerie, all’uomo del mondo antico era sempre chiaro che il valore
che era stato creato costituiva una grandezza limitata, sempre relati­
vamente uguale a se stessa e che andava incondizionatamente protet­
ta. Colui che sprecava doveva necessariamente essere considerato paz­
zo. Perciò le spese narcisistiche dei nobili signori potevano essere in­
tese solo come atti di hybris - mentre la loro traduzione entro la “cul­
tura” non era ancora prevedibile.
Questi punti di vista sono stati messi fuori gioco da quando è en­
trato in scena un inquietante liberalismo con l’irruzione dello stile cul­
turale determinato dalle energie fossili circa duecento anni fa, che co­
minciò deciso a sovvertire tutti i presagi. Mentre secondo la tradizio-
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ne lo spreco era il peccato contro lo spirito di sussistenza par excellen-


ce, poiché metteva in gioco le riserve sempre scarse di mezzi di sussi­
stenza, nell’epoca delle energie da combustibile fossile si è compiuto
un profondo cambiamento nel significato dello spreco - che si può tran­
quillamente indicare come il primo dovere dei cittadini. Conferisce al
“senso dell’essere” una tinta diversa per principiò non il fatto che le ri­
serve di beni ed energie fossero diventate infinite nel volgere di una not­
te, ma che i limiti del possibile fossero costantemente spostati più lon­
tano. Solo gli stoici continuano a fare calcoli sulle riserve. Per i normali
epicurei nella grande serra del comfort le “riserve” sono ciò che per prin­
cipio può essere ritenuto sempre e ulteriormente moltiplicabile. Nel­
lo spazio di poche generazioni la disposizione collettiva a un aumento
dei consumi potè assurgere al rango di premessa sistemica: la frivolez­
za di massa è 1’agens psico-semantico del consumismo. Nella sua fiori­
tura si può leggere in che misura la leggerezza giunga ad assumere il
ruolo di un fondamentale. Al divieto allo spreco si è sostituito il divie­
to alla frugalità - ciò si esprime nei costanti appelli allo stimolo della
domanda interna. La civilizzazione moderna non si basa tanto sull’“usd-
ta dell’umanità dall’improduttività di cui essa stessa è responsabile”
(Bròckling 2004, p. 275) ma piuttosto su un costante afflusso di una
grande e immeritata quantità di energia nello spazio delle imprese e del­
le esperienze.
In una genealogia del tema dello spreco bisognerebbe accennare
a quanto profondamente il verdetto di condanna della tradizione su
ciò che è lussuoso, inutile e superfluo si fondi su valutazioni teologi­
che. Secondo l’opinione scolastica del monoteismo tutto ciò che è su­
perfluo è sgradito a Dio e alla natura - come se anch’essi facessero cal­
coli sulle riserve2. È degno di nota che anche un protoliberale come
Adam Smith, per quanto fosse disposto a elogiare i mercati stimolati
dal lusso, tenne fermo un concetto di spreco fortemente negativo - ra­
gion per cui la sua trattazione della Wealth o/Nations è interamente
percorsa dal ritornello secondo il quale sprecare significa cedere al “de­
siderio di un godimento momentaneo” (Smith 1776, p. 463). Lo spre­
co fa parte dell 'habitus delle “persone improduttive” - leggi preti, ari­
stocratici e soldati - che, sulla base di una superbia radicata nel pas­
sato, professano di credere di essere stati chiamati a dilapidare le ric­
chezze create dalla massa produttiva.

2 “cum (...) omne superfluum Deo et naturae displiceat (...) et omne quod Deo et na-
turae displicet sit malum”, Dante, M onarchia , I, 14.
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Anche Marx non sfugge al concetto di spreco dell’epoca agro-im­


periale, quando sulla scia di Smith tiene ferma la differenziazione tra
la classe che lavora e la classe che spreca, tuttavia con l’ulteriore sfu­
matura che i detentori di capitale, molto più dei “parassiti” feudali, as­
sumono il ruolo di coloro che malignamente sprecano. Tuttavia, am­
mette con Smith che in conseguenza dei nuovi modi di produzione nel
mondo c’è un plus-prodotto, che supera il piccolo margine di surplus
del periodo agrario. L’autore del Capitale tratteggia i suoi borghesi co­
me nobili volgarizzati, la cui viltà e cupidigia non conoscono limiti. In
questo ritratto dei capitalisti come rentier non si prende in considera­
zione il fatto che insieme al sistema del capitale ha inizio anche la car­
riera di un fenomeno nuovo come quello del working rich, che bilan­
cia il “godimento momentaneo” con la creazione di valore. Non si
presta egualmente attenzione al fatto che nel moderno Stato del be­
nessere e della redistribuzione l’improduttività si diffonde dal vertice
della società verso la sua base - da cui trae origine il fenomeno pres­
soché senza precedenti della povertà parassitaria. Se nel mondo agro­
imperiale si poteva normalmente supporre che coloro che erano privi
di mezzi di sostentamento fossero individui produttivi sfruttati, i po­
veri del palazzo di cristallo - rubricati come disoccupati - vivono più
o meno al di fuori della sfera di creazione del valore (e sostenerli è più
una questione di solidarietà umana e nazionale che una questione che
pretende “giustizia”)3. I suoi funzionari non possono infatti smettere
di sostenere che si tratta di sfruttati, cui spetta di diritto un risarcimento
in ragione delle ristrettezze in cui vivono.
Per quanto quindi tanto i liberali quanto i marxisti del XIX secolo
abbiano compiuto il tentativo gravido di conseguenze di interpretare
il fenomeno della società industriale, l’avvento dell’energetica fossile
non è stato recepito né da un sistema né dall’altro, per non dire che non
è stato affatto analizzato dal punto di vista concettuale. Le ideologie do­
minanti del XIX e del XX secolo, avendo posto dal punto di vista dot­
trinario al vertice di tutte le spiegazioni circa la ricchezza un eccessivo
valore del lavoro, rimangono cronicamente incapaci di capire che il car­

3Cfr. Sieferle 2002, pp. 139 sg.: “L’attuale esigenze di ‘giustizia sociale’ mira a sequestrare
la proprietà dal settore produttivo per indirizzarla ‘socialmente’ nel settore improduttivo. Poi­
ché coloro che non possiedono nulla (e forse addirittura anche i disoccupati e coloro che so­
no improduttivi) potrebbero essere tendenzialmente la maggioranza sociale, avremmo di fron­
te a noi un notevole cambiamento: lo Stato democratico diviene l’agente di una coazione ex­
tra-economica e tenta di guidare l’economia capitalistica produttiva per alimentare così una
povertà parassitaria” .
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bone richiesto e utilizzato dall’industria non è una “materia prima” co­


me le altre, ma al contrario il primo grande agente di sgravio. Questo
“naturale lavoratore”universale (che gli alchimisti avevano cercato sen­
za posa per secoli) garantisce al principio dello spreco il suo ingresso
nella serra della civilizzazione.
Ugualmente, anche se sotto la pressione delle nuove evidenze ci si
trova disposti a interpretare i materiali fossili da cui si ricava energia e
le tre generazioni di macchine motrici, che sono i loro rampolli - le mac­
chine a vapore, i motori a combustibile e i motori elettrici - come gli
agenti primari di sgravio del Moderno, per quanto ci si spinga sino a
dare il benvenuto con essi al genius benignus di una civilizzazione al di
là della scarsità e della schiavitù muscolare, tuttavia non si può elimi­
nare l’esito secondo cui nell’epoca delle energie fossili l’inevitabile slit­
tamento dello sfruttamento ha creato un nuovo proletariato, che pari-
menti rende possibile le condizioni di sgravio nel palazzo del benesse­
re. Il peso maggiore dell’attuale exploitation è passato agli animali uti­
li, per i quali è cominciata l’era dell’allevamento e della messa a valore
di massa grazie all’industrializzazione dell’agricoltura. Su tale questio­
ne dicono di più le cifre che gli argomenti sentimentali: secondo il rap­
porto del 2003 sulla protezione degli animali del governo federale, nel
2002 in Germania sono stati macellati quasi 400 milioni di capi di pol­
lame, di cui 31 milioni di tacchini e quasi 14 milioni di anatre; per quan­
to riguarda i grandi mammiferi sono stati condotti alla loro valorizza­
zione finale 44,3 milioni di suini, 4,3 milioni di bovini e 2,1 milioni tra
capre e pecore. Cifre analoghe valgono per la maggior parte delle so­
cietà di mercato, mentre ai dati delle statistiche nazionali vanno aggiunte
delle enormi quantità importate. Le proteine animali costituiscono il
maggiore mercato legale di droghe. La mostruosità delle cifre supera
ogni valutazione affettiva - anche le analogie con i battaglieri olocau­
sti dei nazionalsocialisti, dei bolscevichi e dei maoisti non esauriscono
la routine enigmatica dell’allevamento e della messa a valore della vita
animale (e non ci pronunciamo qui sulle implicazioni morali e metafi­
siche del paragone tra gli stermini in grande stile di uomini e animali).
Se si prende in considerazione che l’allevamento massivo di animali pre­
suppone l’esplosiva moltiplicazione della fabbricazione di mangimi re­
sa possibile dalla chimica agricola, si può capire che anche l’inondazione
dei mercati con carni di bioconvertitori animali si riconnette al flusso
di petrolio scatenato nel XX secolo. “Alla fin fine ci alimentiamo di car­
bone e petrolio - dopo che essi sono stati trasformati in prodotti com­
mestibili dall’agricoltura industriale” (Sieferle 2002, p. 125). A queste
condizioni per il prossimo secolo si può prevedere una crescente in-
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quietudine delle popolazioni nella grande serra a opera di un movi­


mento per i diritti degli animali oggi già ampiamente formato a livello
internazionale, che metterà l’accento sull’inscindibile interdipendenza
tra diritti umani e sofferenze animali4. Questo movimento potrebbe ri­
sultare il vertice di uno sviluppo che attribuirà un nuovo significato ai
modi di vita non-urbani.
Se dovessimo cercare di chiamare per nome l’asse intorno a cui gi­
ra la transvalutazione di tutti i valori nella dispiegata civilizzazione del
comfort, solo il riferimento al principio del superfluo può darci una ri­
sposta. Senza dubbio l’attuale superfluo, che sarà sempre vissuto en­
tro l’orizzonte della crescita e dell’eliminazione di confini, rimarrà il ca­
rattere determinante dello stato futuro di cose, anche se nel giro di un
centinaio di anni o più il ciclo dell’energia fossile dovesse chiudersi.
Quale fonte energetica renderà possibile un’era post-fossile è oggi già