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La filosofia politica di Thomas Hobbes

Non tutti i filosofi pensano che l’imposizione dell’autorità sia il peggiore dei mali sociali.
Thomas Hobbes è un esempio di filosofo che preferisce i mali del potere assoluto a
quelli di una vita associata in cui un simile potere non sia presente. È facile spiegarsi
l’orrore hobbesiano per l’idea di vivere in un paese privo di un sovrano potente. Nato nel
1588 (una nascita prematura, si racconta, dovuta allo spavento provato dalla madre per le
notizie sull’Invencible Armada), Hobbes affrontò alcuni dei decenni più instabili della storia
d’Inghilterra. Assistette alla ribellione contro Carlo i, alla guerra civile che ne risultò nel
1642, venendo infine costretto a fuggire sul continente, dove restò in esilio per undici anni.
Ma anche là non era al sicuro. I suoi nemici politici intendevano assassinarlo; egli tornò
quindi in Inghilterra giusto in tempo per assistere alla condanna dei suoi scritti, considerati
sovversivi. Nel 1662 gli fu ordinato, pena il carcere, di astenersi dal pubblicare ancora su
problemi sociali e politici. In questo panorama di estremo disordine, è comprensibile che
Hobbes temesse una società caotica più di qualsiasi altra cosa. In una società di
questo genere la vita, la proprietà o la famiglia di una persona non sono mai al sicuro.
L’unico modo per garantire la pace interna sta nel costringere le persone a obbedire alle
leggi sociali e nel punirle se non lo fanno. Ma l’efficacia delle leggi dipende solo
dall’agente che le impone. Secondo Hobbes un sovrano senza un potere assoluto di far
rispettare le leggi non è in ultima analisi un sovrano: senza tale autorità non riuscirebbe a
risolvere le dispute che possono nascere tra i cittadini. Quindi, per avere una società
pacifica, è necessario che chi governa eserciti su di essa un controllo assoluto. Qualsiasi
abuso sia prodotto dal suo posssesso di tale potere, la società rimarrà tuttavia pacifica: di
conseguenza gli abusi sono preferibili a una vita nel caos.
Mettendo in discussione il punto di vista di Hobbes, si potrebbe chiedere perché una
società senza autorità assoluta dovrebbe necessariamente essere caotica. La risposta di
Hobbes dipende quasi esclusivamente da una teoria psicologica sulla natura
umana. Secondo questa teoria l’uomo è per natura interessato ed egoista. Egli è
motivato da desideri egoistici che richiedono, come condizione della sua felicità, di esser
soddisfatti. Così, tutte le azioni di una persona possono esser spiegate come tentativi di
soddisfare i propri desideri – di sesso, di cibo, di abitazione, di fama, di ricchezza e così
via. Se gli uomini vivessero da soli o in piccoli gruppi, ciò non comporterebbe
conseguenze rilevanti; ma quando si uniscono in gruppi sempre più grandi, diventa
estremamente importante per spiegare il loro comportamento reciproco. Infatti, due o più
uomini possono avere tutti dei desideri da soddisfare: ma se questi sono incompatibili tra
loro, la cosa non è possibile. Due uomini possono desiderare la stessa donna, e quindi,
dando per scontato un regime monogamico, non possono ottenere entrambi
soddisfazione. Ne risulterebbe, quando gli uomini si imbrancano in grandi organizzazioni,
che quando ognuno di loro cercherà di soddisfare i propri desideri a spese degli altri, tra di
essi esploderà il conflitto. La vita diventerà una battaglia in cui vincerà il più forte ... ma
solo temporaneamente: infatti anche il forte soccomberà infine nel conflitto (una persona
sconfitta potrebbe per esempio organizzare un gruppo contro il vincitore). È questo il
quadro della vita dell’"uomo naturale", o, come dice Hobbes, della "vita nello stato di
natura". Hobbes riassunse gli orrori di una tale esistenza in una frase famosa: la vita
dell’uomo nello stato di natura "è solitaria, misera, ostile, animalesca e breve"
(Leviatano, p. 102). Un tale stato di cose non può andare avanti all’infinito se la gente
vuole sopravvivere. La nascita di ciò che definiamo "società" è un modo di metter fine alla
"guerra di tutti contro tutti". Gli uomini capiscono, finalmente, che per sopravvivere ai
conflitti dello stato di natura devono abbandonare ogni sforzo di soddisfare i propri impulsi
egoistici. La società è quindi un compromesso che gli uomini accettano: per avere la
pace essi devono rinunciare al tentativo di soddisfare i loro desideri. Nessuno vorrebbe un
compromesso; ognuno preferirebbe soddisfare i propri desideri; ma il compromesso, se si
vuol sopravvivere, è necessario.
Hobbes è uno dei più importanti fra i pensatori politici che usano la teoria del "contratto
sociale" per spiegare la società e le basi degli obblighi degli individui al suo interno. Il
compromesso, o "patto" (secondo la sua definizione), consiste nell’accordo
stipulato dagli uomini, di obbedire a un certo insieme di leggi, o "convenzioni".
Queste costituiscono ciò che noi oggi chiamiamo "leggi della società". Le persone
convengono di obbedire a queste leggi per non essere danneggiate nei conflitti che
scoppierebbero se esse non esistessero. Ma, come sottolineò Hobbes, le leggi sono
efficaci solo e soltanto se vengono fatte rispettare. E l’agente che deve imporle lo può fare
solo se gli viene concesso il potere assoluto. Se non ha questo potere, non può impedire i
conflitti. Su questa base Hobbes sostenne che l’autorità sovrana di qualsiasi nazione deve
essere assoluta.
Hobbes soggiunse anche che la sovranità deve esser posta nelle mani di una singola
persona: un re. Da questo punto di vista egli è un monarchico. La ragione per cui egli
preferisce la monarchia ad altre forme di governo, come l’oligarchia o l’aristocrazia, è
prima di tutto che se il sovrano fosse un gruppo, allora in questo gruppo potrebbero
sorgere dei conflitti. Quindi il potere di imporre le leggi sarebbe diviso e invece di una
società pacifica avremmo nuovamente un continuo esplodere di conflitti, mentre un
monarca non può dividersi da se stesso. In secondo luogo, un singolo governante può
prendere le sue decisioni con maggiore segretezza. Nei gruppi numerosi si sviluppano
immancabilmente "fughe" di notizie; informazioni importanti possono filtrare sino al popolo
e provocare dissensi. Infine, le decisioni del monarca "non sono soggette a nessun’altra
incostanza che quella della natura umana; ma, nelle assemblee, oltre a quella propria
della natura, si presenta un’altra incostanza dovuta al numero" (p. 158). Per esempio,
l’assenza o la presenza di poche persone può mutare la decisione del governo di
promulgare o non promulgare una legge, il che non potrebbe mai succedere con un
monarca. Inoltre, non c’è ragione di credere che quest’ultimo agisca per il suo proprio
interesse a scapito del benessere pubblico. Come dice Hobbes, "il re è ricco solo quando
lo è il suo paese". Sebbene il potere del monarca debba essere assoluto, Hobbes
intendeva anche garantire al suddito alcune libertà (e questa è forse un’incoerenza). Egli
definì queste libertà come "le cose che, sebbene comandate dal sovrano, egli può,
nondimeno, rifiutarsi di fare senza [compiere] ingiustizia" (p. 180).
Dal momento che la sovranità è creata da un patto, o contratto, il suddito conserva
tutti quei diritti naturali che non possono essere trasmessi tramite patto. Detto in
altro modo: dal momento che il suddito ha sottoscritto un contratto per preservare e
proteggere la sua vita, egli ha diritto di rifiutarsi di obbedire al sovrano quando ciò
metterebbe in pericolo, appunto, la sua sopravvivenza. Per esempio, se il monarca
comanda al suddito di uccidersi, ferirsi o mutilarsi, oppure di non resistere a chi lo assale,
il suddito può legittimamente non tenere conto di questo comando. Inoltre non è obbligato
a testimoniare contro se stesso in un processo penale (per inciso, fu in questo periodo che
venne stabilito il precedente storico del quinto emendamento della Costituzione degli Stati
Uniti). Si può rifiutare di svolgere un incarico militare pericoloso se il sovrano non lo
comanda per conservare la pace (ma nessuno può legittimamente obiettare alla difesa
della patria se viene assalita da un aggressore esterno). Invece non si è liberi di difendersi
dal sovrano; quindi la ribellione è sempre ingiustificabile, secondo Hobbes. Analogamente,
proteggere un criminale dai funzionari pubblici è ingiusto (anche questa idea è arrivata
sino a noi attraverso Hobbes e si è incarnata in molti codici legali). Gli individui conservano
sempre la libertà di difendere la propria vita contro il sovrano; ma, se viene offerta la
grazia e rifiutano, sono ingiusti. In una controversia con il sovrano il suddito ha il diritto di
far causa (un’altra clausola che ritroviamo nel diritto americano). L’obbligo dei sudditi nei
confronti del sovrano dura solo sin tanto che il sovrano è in grado di proteggerli: "Lo
scopo dell’obbedienza è la protezione". Quindi un suddito che viene preso prigioniero
dal nemico è libero di divenire suddito del nemico se il sovrano non è in grado di
proteggerlo.
I poteri del sovrano sono vastissimi. Secondo Hobbes nessun suddito può stipulare un
nuovo patto o ribellarsi contro il monarca (purché quest’ultimo sia in grado di proteggerlo).
Non è possibile che il sovrano violi il patto, poiché secondo la teoria hobbesiana egli non
ha stipulato alcun patto con i suoi sudditi. Essi si sono invece accordati tra loro per
rispettare alcune leggi e hanno conferito al sovrano il ruolo di agente deputato a imporre
queste leggi. Una volta nominato, egli ha autorità assoluta. Da ciò consegue che una
minoranza di dissidenti deve accettare senza rimostranze i dettami del sovrano o
venire distrutta. Inoltre, in qualsiasi modo si comporti il sovrano, egli non può, per
definizione, agire in modo ingiusto verso chicchessia. La condotta "giusta" consiste, a
parere di Hobbes, nel rispetto delle leggi della comunità; ma poiché è il sovrano a
fare le leggi, qualsiasi cosa egli faccia sarà legge; quindi il sovrano è, in un senso
pregnante, al di sopra della legge e non può violarla. Il sovrano ha un diritto assoluto di
controllare ogni opinione (perché spetta a lui decidere se l’espressione di una
particolare opinione causerà o no caos nello stato). Inoltre, egli deve creare il diritto
civile nel suo complesso e giudicare tutti i disaccordi che riguardano le leggi. Egli
ha il potere di dichiarare la guerra e di imporre tasse per finanziarla.

Critiche a Hobbes

Poiché la dottrina hobbesiana è composta da una teoria psicologica sulla natura degli
esseri umani e da una teoria politica su chi dovrebbe governare la società, ciascuna delle
sue due parti dovrebbe essere valutata separatamente.
Alcuni filosofi hanno interpretato la teoria di Hobbes come un tentativo di descrivere
l’origine reale della società. Secondo questa interpretazione Hobbes sostiene che in
origine gli individui vivevano in gruppo senza leggi che regolassero la loro condotta.
Quando si resero conto che questo modello di vita dava luogo a una guerra di tutti contro
tutti, gli uomini ebbero l’idea di mettersi d’accordo per rinunciare al soddisfacimento dei
loro impulsi egoistici e avere in cambio la pace. Quando Hobbes viene interpretato in
questo modo, la sua teoria può essere attaccata perché non esistono prove storiche e
antropologiche che permettano di sostenerla. Le primissime informazioni a nostra
disposizione sull’umanità delle origini provengono da epoche in cui gli individui avevano
raggiunto un grado piuttosto elevato di organizzazione sociale. Nessuno sa cosa voleva
dire vivere prima della formazione delle società umane; e quindi non vi è ragione di
considerare attendibile l’immaginosa descrizione hobbesiana della "vita nello stato di
natura".
Ma questa interpretazione di Hobbes è estremamente superficiale e non coglie il senso
fondamentale della sua teoria. Hobbes non cerca di fornire un resoconto storico o
antropologico veritiero dello sviluppo della società, ma una giustificazione filosofica
dell’esistenza di una particolare forma di governo. In altre parole, l’idea del contratto
sociale è un’analogia che mira a spiegare le basi dell’obbedienza politica, a spiegarci
perché dovremmo osservare le leggi. La questione se in qualche epoca passata gli uomini
si siano o no comportati in questo modo è irrilevante per il senso del discorso hobbesiano.
Ciò che conta è la sua analisi della natura umana e l’idea della necessità di
un’autorità assoluta che ne tenga a freno gli eccessi. Il discorso hobbesiano può esser
quindi considerato in parte psicologico, in parte filosofico. Esaminiamo questi due aspetti
separatamente, cominciando da quello psicologico.
La prospettiva hobbesiana si fonda sull’idea che gli individui siano motivati,
fondamentalmente, dall’istinto di soddisfare i loro desideri. Da ciò egli inferisce che gli
uomini sono egoisti per natura. L’inferenza è giustificata? Supponiamo di concedere che
gli uomini siano motivati dal desiderio: ne consegue che tutti i loro desideri sono egoistici?
La risposta dipende, in parte, da cosa si intende con la frase "gli uomini sono motivati dal
desiderio". Si potrebbe intendere in primo luogo che gli esseri umani sono motivati dai loro
impulsi non razionali, ovvero che le emozioni, i sentimenti e gli atteggiamenti, e non la
ragione, fanno sì che le persone si comportino come fanno. E quindi si potrebbe
sostenere, come hanno fatto sia Hobbes sia Hume, che nonostante la ragione possa
prospettarci diverse linee di condotta alternative, e anche qualcuna delle probabili
conseguenze di ognuna di esse, non è lei a dare inizio all’azione. Per questa posizione la
scelta di una certa opzione, o di una certa linea di condotta, è una questione di emozioni e
di sentimento. Ora, se è questo che si intende con la frase citata sopra, non ne consegue
che ogni desiderio sia egoistico. Gli uomini potrebbero davvero essere motivati solo da
fattori non razionali, ma questi fattori – come per esempio il sentimento di solidarietà –
potrebbero spingerli ad agire per il bene degli altri. Tuttavia, dicendo che "gli uomini sono
motivati dal desiderio" si potrebbe anche intendere che sono sempre spinti ad agire per i
propri interessi e solo per i propri interessi (indipendentemente da ciò che li motiva, che si
tratti della ragione o delle emozioni). Ma se è questo che intende Hobbes, è evidente che
da un punto di vista psicologico egli è in errore. Gli uomini potrebbero desiderare di
contribuire alla felicità degli altri oltre che alla propria. Non sacrifichiamo spesso i nostri
interessi a quelli delle nostre famiglie, delle nostre mogli, dei nostri mariti, dei nostri figli,
del nostro paese? Possiamo anche dire, esprimendoci in altro modo, che alcuni dei nostri
desideri sono "altruistici", invece che "egoistici". A volte desideriamo contribuire al
benessere di altri, e se è così, allora è falso dire che tutti i nostri desideri sono egoistici.
Ciò che rende attraente la teoria psicologica della natura umana proposta da Hobbes è la
sua oscillazione tra queste due differenti versioni della motivazione umana; ma se
accettassimo la prima, non ne seguirebbe la tesi dell’egoismo, e se accettassimo la
seconda, tali tesi apparirebbe chiaramente falsa. Supponiamo però di accettare la
seconda versione, di ammetere cioè che tutti gli individui siano motivati da desideri
egoistici (ovvero desideri che vanno a loro esclusivo vantaggio): ne seguirebbe forse che
solo la creazione di un’autorità assoluta favorirebbe una vita associata pacifica? Qui la
risposta sembra essere ancora "no".
Gli interessi sono diversificati e cambiano da momento a momento. Un governante
cui viene concesso potere assoluto in genere non esercita questo potere a favore del
popolo, ma impone a quest’ultimo i suoi criteri personali. Ciò che appare necessario per
una vita associata accettabile non è l’assenza di conflitto interno, ma solo che l’entità del
conflitto non sia tale da rendere impossibile raggiungere determinate mete. Il
progetto hobbesiano eliminerebbe il conflitto, ma impedirebbe anche la soddisfazione di
molti desideri fondamentali. Un potere sovrano che non abbia autorità assoluta può
tuttavia avere autorità sufficiente per eliminare la maggior parte dei conflitti, concedendo
ciò nonostante ampio spazio alla soddisfazione di molti interessi. Per questa ragione
l’autorità assoluta non appare indispensabile – come suggerisce invece Hobbes – per una
società buona. Possiamo quindi rifiutare sia la parte filosofica sia quella psicologica della
teoria hobbesiana.
La filosofia politica di Hobbes è essenzialmente espressione di disfattismo: è una
filosofia della "pace a ogni costo". La mancanza di altre motivazioni la rende
inaccettabile per individui di temperamento meno remissivo. Si pensi per esempio alle
altisonanti parole di Patrick Henry: "Datemi la libertà o la morte!", o a quelle di Thomas
Jefferson: "L’albero della libertà dev’essere innaffiato di tanto in tanto con il sangue dei
patrioti e dei tiranni". Tentando di evitare gli effetti negativi dei conflitti intestini,
Hobbes era disposto a sottomettersi ai mali della tirannia e a cedere la libertà in
cambio della sicurezza. Per lui erano queste le uniche scelte a disposizione di un
cittadino. Ma, come doveva mostrare Locke, non si trattava delle sole alternative: è
possibile avere legge e ordine anche in assenza di tiranni.