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UN AMICO SPECIALE

di
Rino Basile

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Questo libro è dedicato a Detlev Dario Cavazza,
per ricordo di sei mesi di compagnia reciproca
che hanno rappresentato il mio ingresso
in un mondo parallelo dove ho capito cose
che in una vita intera, da solo,
non avrei mai capito
e che in parte racconto.

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Caro Dario,
come vedi ho scritto il libro.
Te ne consegnerò la prima copia con dedica.
Sono certo che esistono parti che cancelleresti immediatamente, ma sono anche certo che il tuo
primo giudizio sarà globale, perché sei fatto così. Poi ne parleremo e ne scaturirà un tuo giudizio
critico. Mi dirai che certi particolari sono una “sputtanata”. Mi dirai che su certi argomenti ho fatto
la “spia”.
Voglio rassicurarti su una serie di cose. La prima è che tu sappia che per me sei così
Vorrei che tu capisca che il mio modo di vederti non cambia il tuo stato. Tu resti esattamente lo
stesso, pertanto questo non ti può nuocere, né cambiare.
Se tu volessi, però, saresti in tempo per cambiare.
Dovresti prendere in considerazione che esiste anche fuori di te stesso una realtà più scomoda dal
punto di vista degli obblighi sociali, ma che è disposta ad inglobarti ed abbracciarti con affetto.
Scrivendo questo libro ho pensato di facilitare il comportamento degli altri nei tuoi confronti,
perché le persone che ti stanno intorno smettano di considerarti un loro oggetto o un passatempo
o una persona da gestire a modo loro.
Tu hai bisogno di attenzioni. Attenzioni mirate.
Mirate significa che l’assistenza sociale, che ha il compito di aiutarti a raggiungere l’autonomia,
sappia che hai una coscienza, prima di decidere di cosa hai bisogno. Che gli amici e compagni che
ti frequentano capiscano che è inutile concentrare i loro aiuti in una direzione senza capo né coda,
ma si coordinino perché tu non debba sentirti abbandonato nella vita e nel tempo libero, perché
hai un’anima che soffre per gli abbandoni.
Tu non vuoi essere lo strumento di misura di una gara di bontà. Tu vuoi essere considerato una
persona che ha delle necessità, ma la prima, come per tutti, è avere la propria dignità e rispetto,
come lo si deve ad un’anima.
Io ho vissuto accanto a te sei mesi diversi dal solito. Per questo, nel titolo, ho usato l’aggettivo
“speciale”.
La seconda parola del titolo è Amico. Ciascuno le assegna un significato personale, ma tutti le
riconoscono una valenza positiva. Uno dei vocabolari della lingua italiana più celebri fissa la parola
al “vincolo” di amicizia, cioè chiarisce il significato stabilendone anche un legame forzoso.
Credo che oggi noi siamo due amici. Per questo mi comporterò in modo tale con te. D’ora in avanti
cercherò di capire i tuoi problemi e di parlarne se vorrai.
Non ti prometto miracoli, ma attenzione. Non ti prometto quattrini, ma starò attento alle tue
necessità, come potrò. Non sarò a tuo servizio, ma in tua compagnia. Quando avrai bisogno di
consigli, vieni pure a cercarmi.
Passando questi mesi in tua compagnia ho allineato le mie necessità alle tue. Ho capito che, come
te, ho poche necessità primarie. Mi hai insegnato a gettare il superfluo e vivere più alla giornata.
La mia sola necessità, quella che tu per ora non hai, è dedicarmi alla famiglia. Tu sostituisci quella
carica di affetto con la presenza al bar e facendo abuso di cioccolata. In questo non posso aiutarti
né seguirti. Come diceva Totò: “Scusami se il mio diabete non arriva al tuo”.
Gli amici spesso devono essere sinceri, anche se sanno di generare amarezze. Dario, tu devi
cominciare ad educarti a una vita più sana, anche contro voglia, a partire dal cibo per finire
all’igiene personale e al fumo.
Non voglio più che tu mi chieda scusa per le assurdità che fai. Io non devo scusare o perdonare
nessuno. Se lo facessi automaticamente accetteremmo l’idea che tu mi stai dando un fastidio o che
tu ne sia colpevole. Io non la vedo così. Un amico si accetta nella sua totalità. Tu devi fare un

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piacere a te stesso: devi smettere di nuocerti. Scusarti o perdonarti sarebbe come continuare ad
arrabbiarsi o incolparti, iniziare ancora un ciclo infernale, ripetersi nell’errore.
Non devi più raccontarmi i motivi dei tuoi contrattempi, dei ritardi, del sistematico fare il contrario
di ciò che ti viene detto. Tutti questi comportamenti vengono da dentro di te. Non mentire a te
stesso. A me non devi rendere conto, se qualcosa non mi va del tuo comportamento salto un turno.
E difficile capire, specie in tarda età, come ho dovuto fare io, che non si è buoni o cattivi, ma che
dentro di noi esistono già bontà e cattiveria. Siamo mutevoli. Se parte dei problemi che hai
vengono da te stesso io ti posso suggerire come cambiare, ma il cambiamento lo devi fare tu.
Se ti dico che devi migliorare la tua igiene personale, mi puoi credere, le alternative che così mi
lasci sono allontanarmi o resistere. La scelta è tua.
Io ti dico questo perché so quanto è difficile vedersi da fuori, e cerco di aiutarti. So, dalle tue
resistenze, che gran parte delle tue fobie (prima di tutte l’idrofobia) vengono da molto lontano e
non sono io che potrò cancellare le tue paure. I primi segni di concretezza li dovrai dare tu.

Tutti i punti che avevamo stabilito con le assistenti sono stati superati e potremo stabilire per il
futuro dei nuovi obbiettivi. Comincia ad immaginarli per vedere, ove possibile, di raggiungerli.
Allarga la tua visione del presente, non dico di pensare al futuro. Il futuro, quando arriva, è
anch’esso presente. Tre mesi, quelli di una mia normale permanenza all’estero, passano rapidi.
Ritornerò presto, ma mi aspetto di vederti un po’ diverso allora.

Una volta una mia amica mi ha chiesto perché quando scrivo chiudo sempre dicendo: “Un
abbraccio” e quando la vedo o ci lasciamo, non l’abbraccio mai.
Con te sarà uguale, Dario. Considera questo libro come un forte abbraccio.
Noi, che non amiamo gli addii, ci rivedremo presto al bar. Mi aspetto che tu come sempre mi
chieda:
“Sei arrivato adesso?”
Ciao,

Rino

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Morire non è nulla, non vivere è spaventoso.
Victor Hugo

PREFAZIONE

La vita scorre a velocità mutevole. Talvolta frena o accelera. Il cambio genera sempre nuovi
atteggiamenti e nuovi pensieri. Allora bisogna sapere cogliere emozioni, sensazioni e valori che
neppure si intuivano ad altre velocità.
Recentemente ho fatto un incontro che forse non saprò raccontare con precisione di ricordi. La
memoria si adatta al cambiamento.

La memoria non può rallentare o accelerare. Solo se la lasciamo scorrere più lentamente possiamo
apprezzare, riconoscere e ricordare particolari cui talvolta non facciamo caso. La memoria deve
lavorare su dettagli che normalmente dimentichiamo. I gesti e i silenzi nei rapporti tra persone
diventano importanti in una vita più distesa. Pur se trascurati, generano emozioni, sono segnali di
sentimenti e di sofferenze, non sono pause nella corsa, non sono momenti di affanno per
ricominciare.
Quei particolari sono le fasi importanti di una giornata, vanno capiti, analizzati e incorporati,
altrimenti non ne apprezzeremmo né il senso né il peso. In quei momenti non possiamo attaccarci
al cellulare come un subacqueo afferra il suo respiratore per avere una boccata d’ossigeno.
Sentiamo che la corsa di tutti i giorni rallenta, che la vita ci abbandona. Ci dimeniamo come quei
pescetti che saltano in battigia quando l’onda della risacca si ritira.

Abbiamo paura. La morte è un cambio di velocità, ma non la conosciamo. Crediamo che i suoi
tempi siano eterni. Per questo ci fa paura rallentare. Abbiamo corso tutta l’esistenza per vivere più
vite, consci della nostra forza e insaziabili. Pur consapevoli che il cammino fatto è irreversibile e
che non possiamo scegliere la strada che ci resta, un cambio di velocità ci atterrisce. Reagiamo nei
modi più disparati, come a voler personalizzare una legge di natura. Qualcuno prova a ingannare
la morte mostrandosi in pubblico con amanti giovani o percorrendo chilometri di corsa a piedi o in
bici, mostrandosi giovanile e presente più di quando era giovane. Qualcuno riempie di quattrini
diocesi e parrocchie, cambia religione, diventa buddista o vegano o affoga nel cibo sfidando il
colesterolo. Qualcuno perde la ragione, qualcuno lavora più freneticamente e, a quasi ottant’anni,
dichiara pubblicamente di non essere mai stato così lucido, salvo scordarsi il compleanno dei figli.
Qualcuno si iscrive all’università o trova passatempi intriganti, quali il ballo latino o il golf. Tutti,
inesorabilmente, da quando ci alziamo la mattina, al momento di addormentarci, abbiamo con noi
il nostro pensiero dominante.

Io non ho paura dei cambi di velocità. In passato ho fatto una scuola guida esemplare. E’ per
questo che sono sempre disponibile a cambiare marcia. L’unico cammino che percorro è la ricerca
della meraviglia, dello stupore, di ciò che mi attira, anche su percorsi già noti. Ho deciso di non
fare controlli o di spendere più in farmacia che al supermercato. Non voglio un impari duello col
destino, ribellarmi, oppormi, affrontare con rabbia la mia fine. Voglio restare in pace negli ultimi
anni, senza ingannarmi e non accetto consigli illusori. Ho impiegato tanto tempo a diventare me
stesso. Non è il momento di avere ripensamenti.
Accetto la mia età per quella che è. Vivo la mia vita.
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Il caso ci offre migliaia di opportunità al giorno.
Si finisce sempre per scegliere quella che
nel momento fa per noi, ma per caso.
Rino Basile

Un incontro casuale

Sto tornando da un viaggio di lavoro. Sono uscito di casa prima dell’alba. Rientro dopo il tramonto.
Non so se ho guadagnato qualcosa o se ho perso solo del tempo. Ormai sono in Italia da due mesi.
Non mi sono mai concesso una pausa così lunga. La consapevolezza che il paese dove ho vissuto gli
ultimi undici anni, dopo avermi dato momenti di emozione e di gioia, si stia liquefacendo, mi
angoscia.

Ho scelto di lavorare in Venezuela, perché, malgrado le difficoltà, si sarebbe potuto liberare in una
generazione della povertà della gran parte dei suoi abitanti. Sarebbe bastata una politica
equilibrata, di basso profilo, che puntasse a gestire le risorse naturali. In undici anni l’ho visto
implodere in una miseria economica, culturale e mentale da male bolge. Non è ancora finita.
Ciò che più mi ha sorpreso è stata l’evaporazione dei cervelli, delle risorse pensanti, sparite come
non fossero mai esistite.
Tento di vedere se sia possibile portare avanti l’ultimo progetto che stavo gestendo, ma è come
acchiappare un fantasma. Ogni volta che mi sembra di averlo agguantato lo vedo rinascere più
lontano. In verità so che quel progetto è irrimediabilmente perduto.
Non è il progetto che mi manca, ma il nido. Mi sento come Cardarelli nella sua poesia:
Gabbiani
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la grande quiete marina,
ma il mio destino è vivere balenando in burrasca.

Un nido. Dopo tanti anni che giro il mondo forse è l’ora di farmi un nido. Non ho più nulla da
ripararvi dentro, se non i miei libri. Ho ancora una gran voglia di stupirmi, di meravigliarmi per
qualcosa di nuovo, di cui non ho fatto esperienza. Non è facile.
Mi sistemo nella casa di famiglia con mio fratello, anche lui solitario, alla ricerca di un equilibrio
per non ricevere intoppi al suo tran tran di vita. Viaggio, ma ogni tanto ritorno. Gli cambio gli orari,
l’ordine degli attrezzi di cucina, la polvere nelle stanze dove lui non entra, i canali televisivi
predisposti, quella finta quiete in cui lui crede di vivere.

Un giorno, mentre cammino verso casa dalla stazione centrale, cosa che faccio sempre quando ho
bisogno di pensare, vedo Dario da lontano. E’ seduto a un bar a cinquanta metri da me. Mi
avvicino, lo scruto e penso che è messo peggio di un barbone.

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Gli vado incontro, metto la mano in tasca e preparo una banconota, per evitare gesti plateali. In
passato gli ho spesso allungato delle banconote, ma non l’avevo mai visto in tali povere condizioni.
Indossa un berrettino a visiera con scritto “ME NE FREGO”, dei pantaloni mimetici orribili arrotolati
fino al polpaccio, delle scarpe completamente sformate con buchi enormi. Sembrano due ciocie.
Porta una giacca di pile sporca di avanzi di un pasto precedente, una T-shirt di colore indefinito,
con il collo slabbrato. Ha la barba incolta di alcuni giorni e i capelli lunghi arruffati.
Mi sorride. Quando apre la bocca mostra una chiostra di denti peggiore della mia. La sua voce è
diventata più roca, a volte afona, ha il respiro pesante, strascicato. Mi spiegherà poi di soffrire di
asma.
“Ciao, Dario”.
“Rino Basile, ah, arrivi adesso?”
“Si, adesso dalla stazione”.
“Ma rimani un po’?”
“Ho fretta, sono in viaggio da stamattina”.
“Devi andare, non rimani?”.
“No, ma ti telefono. Domani ho tempo”.
Ho da anni il suo numero di telefono, ma lui non mi ha mai risposto.
“Hai cambiato numero?”
“No, è sempre quello, ma delle volte è scarica la batteria”.
“Ti posso offrire qualcosa?”.
“Non ti disturba? Posso? Ehm…un panino?”
“Certo, però ti lascio i soldi, perché ho fretta”.
“Beh, allora posso fare di mio…”.
“Dario, non posso fermarmi, devo andare a cena da mia figlia”.
Si alza e mi acchiappa la mano:
“Allora ci vediamo domani, mi chiami?”
“Promesso”.
“A che ora mi chiami?”.
“La mattina dopo le dieci”.
“Vai da Zanarini?”.
“Non lo so, vediamo”.
Cerco di svincolare la mano, fa un risolino, come fosse un gioco, ansima un po’ e dice:
“Allora a domani, per ora buon Basile a Basilea”.
Approfitto per la vicinanza e gli allungo una banconota, è di taglia piccola, giusto per uno o due
panini.
“Allora…posso?”.
“Certo, Dario, puoi”.
“Allora a domani”.
“A domani”.
“CIAOOOOO!”
Mi grida dietro quando sono a qualche metro.
“Ciao”. Dico io con voce sommessa.
“CIAAAAAAAOOOOOOOO!”. Gridando più forte.

Conosco Dario da tanti anni, direi dal ’70. Lo incontrai a un pranzo di nozze di un amico da Fino a
Riccione. Era agosto. Alla cena vennero alcuni amici frequentatori abituali di Milano Marittima che
si portarono Dario con loro.

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La serata fu molto allegra, il cibo ottimo e il vino abbondante. Una bella festa di nozze tra amici.
Chi tenne banco fu Dario, che iniziò a parlare un po’ timidamente. Poi, su richiesta degli amici che
lo conoscevano bene, raccontò in modo esilarante una serie di fatti capitatigli. Descrisse un viaggio
a Roma dove in hotel, quale unico documento, fornì le analisi delle orine di suo zio e una fotocopia
della carta di identità scaduta di sua madre. Poi parlò di un tentativo di rapporto con una sua
amica alla quale, a un certo momento della serata, chiese di allontanarsi perché il suo fiato
puzzava di merda e pastasciutta.
Dario parlava con voce rauca, descriveva episodi scabrosi con una ricerca lessicale originale e
letteraria. La sua pronuncia lenta e grave, da tedesco che ha studiato l’italiano e non da ragazzino
di sedici anni quale era, fu esilarante.
Quella fu una notte eccellente, una delle tante in cui, svegliandomi l’indomani all’ora di pranzo,
avevo i muscoli dell’addome tesi per avere riso troppo la sera prima.
Dario era un ragazzino di aspetto gradevole, parlava con proprietà, aveva un comportamento tra il
timido e l’educato che gli permetteva di essere accettato in qualsiasi ambiente. Dario aveva
un’incredibile capacità di dialogare con chiunque. Era sempre allegro e attento quando parlavano
gli adulti. Diventò presto un compagno ideale per serate di bisboccia, feste, eventi, zingarate e, per
certi amici, un’esca per abbordare.
Durante quel suo periodo modaiolo lo persi di vista. Mi laureai, partii militare, iniziai a lavorare e
dopo qualche anno presi la strada dell’estero. Sapevo che amici celebri si prendevano cura di lui,
qualcuno lo definiva un genio, qualcuno lo considerava un passe-partout. Non ebbi più sue notizie.
Ricominciai a vederlo ogni tanto la sera, quando facevo quattro passi con mia moglie prima che si
coricasse. Capii che non abitavamo lontani, ma non gli chiesi mai nulla. Avevo notato il
peggioramento del livello di vita dagli abiti, e dalla condizione del corpo. Tutto aveva preso la
china di un degrado inarrestabile.
Un pomeriggio lo incontrai sotto casa e parlammo per oltre due ore in un bar. Mi raccontò di
essersi sposato, di avere avuto tre figlie. Era in crisi con la moglie, a suo dire una persona incivile.
Aveva perso la madre e il padre, aveva subito una serie di disgrazie. Non si era compatito, non
aveva cercato di commuovermi. Il suo racconto fu come la telecronaca televisiva di una partita: lui,
il cronista imperturbabile, vedeva il gioco in campo e lo raccontava, non mostrava emozioni.
Da quella volta, quando lo incontravo, gli davo qualche soldo, ma se poi cercavo di andarmene,
tentava di rifiutare. Perché accettasse dovevo passare un po’ di tempo con lui, parlare, sapere
meglio chi fosse e perché accettasse un regalo da un amico. Regalo e non elemosina, che desse
pari dignità a entrambi. Un prestito insomma.

Ricordo brandelli di immagini.


Erano più che altro incontri serali, vicino a qualche bar o gelateria. Dario si ricordava il nome di mia
moglie che, persa in una mancanza di autostima, ne era contenta. I complimenti che le rivolgeva le
facevano molto piacere. Alla fine di ogni incontro le dava un buffetto sulla guancia che la divertiva.
Dario si mostrava contento per quegli incontri anche se in presenza di mia moglie io non abbia mai
fatto elargizioni di sorta. Cominciai a riflettere sulla reale contentezza mostratami nell’incontrarmi.
Non era volgare interesse, era pura gioia nell’incontrare un amico in momenti di ombra della sua
giornata. Dopo più incontri periodici negli ultimi anni, un giorno, sapendo che partivo mi diede il
suo numero di telefono e si raccomandò di chiamarlo al ritorno.
Rientrato in estate, e con tante cose da fare per lavoro, me ne scordai e non lo chiamai.
Una sera alcuni amici mi invitarono a una cena all’aperto nel campetto parrocchiale di Gaibola,
luogo dove per alcuni anni si tenne un torneo di football, mitico per la nostra generazione.

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Andai lieto di rincontrare vecchi amici che non vedevo da anni. A un certo momento della serata
vidi a distanza Dario. Gli andai incontro. Ero contento di vederlo. Gli porsi la mano. Lui ritirò la sua
e mi disse: “Nemmeno una telefonata”.
Tacqui. Non ho mai saputo dire bugie. Pensai che gli sarebbe passata. In fin dei conti non gli
dovevo nulla. Per tutta la sera, avvertii la pressione di un leggero rimorso.
Qualche giorno dopo lo rincontrai da Zanarini e facemmo due chiacchiere. Ritornammo in sintonia.
Da allora, ad ogni ritorno, l’ho chiamato anche se mi ha risposto una volta ogni cinque.

Mi avvio verso casa. Rifletto sul Dario passato e quello di ora. Quando in un evento avverto
qualcosa di poco chiaro provo la necessità di rianalizzarlo. Ne traggo sempre una ragione che non
ho capito a prima vista.
Tutta la mia conoscenza di Dario sono degli scatti fotografici della memoria eseguiti durante i
nostri incontri in quasi cinquanta anni. Nel frattempo abbiamo vissuto le nostre vite con pienezza
di eventi. In quello stesso periodo ho avuto incontri più duraturi e costanti con altre persone che
oggi saluto a fatica e non destano in me lo stesso interesse. Mi sembra che mi sfugga qualcosa di
questa storia.
Può essere che Dario non sia oggi lo stesso che incontrai mezzo secolo fa? Domani lo chiamo e
passerò qualche ora con lui. Non ho altri programmi precisi.

Così ha inizio questa storia.

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Un amico deve essere un maestro nell'arte
di indovinare e nell'arte di tacere.
Friedrich Nietzsche

Approfondimenti

Ho chiesto qualche informazione su di lui a comuni amici in centro, al bar, dove però i commenti
vanno presi con beneficio di inventario. Mi hanno riferito che non vive più con la moglie e le figlie,
credono che qualcuno lo aiuti di quando in quando. Nessuno sa dove viva, né di cosa. Sanno che
un amico musicista lo ha aiutato molto per la salute, per degli interventi a delle ernie che
aumentavano in modo impressionante.
Con queste poche informazioni non mi è chiara la sua situazione né ho domande precise da porgli.
Occorrerà non fare riferimenti a chiacchiere e iniziare facendo parlare lui.
In fin dei conti tutte le amicizie richiedono un’analisi reciproca.

E’ metà settembre. Fa ancora caldo. Ci vediamo in un bar vicino a casa sua. Mi spiega che sabato
pomeriggio e domenica il suo bar è chiuso, allora lui viene qui. Mi propone di sederci fuori.
Iniziamo a parlare. Credo che anche lui si sia informato su di me o ricorda molto bene qualcosa che
gli ho detto di sfuggita in passato. Seduti uno di fronte all’altro a un tavolino, Dario racconta e, da
quel momento, inizio a studiarlo attentamente, come se lo vedessi per la prima volta, come se fino
ad oggi non l’avessi mai conosciuto. Cerco la sua anima, non più le sue logore sembianze. Credo
che abbia voglia di parlare mentre si centellina un sorbetto al caffè di cui va goloso. Parla con una
lentezza impressionante. Mi racconta ciò che gli pare importante della sua vita. Non è ordinato, gli
devo fare continue domande. Ogni tanto si interrompe e fa dei sorrisini, prende tempo con frasi
preordinate. Se lo guardo mentre mangia dice: “Un momento…” come se gli stessi mettendo
fretta. Quando immerge il cucchiaino nella granita guarda il fondo della tazza come per
ipnotizzarla. Ogni volta che mette il cucchiaio in bocca alza il viso al cielo, deglutisce, emette un
sospiro ansioso, mi guarda, fa un mezzo suono: “Ehm…” e sorride.
Vorrei che mi dicesse cose pratiche, ma lui parla di cosa gli pare. Alla fine, malgrado i suoi tentativi
di distrarmi, riesco a sapere ciò che volevo: riceve una pensione sociale per un’invalidità a causa
della sua asma, e lo dice accendendo la quarta sigaretta in un’ora. Gode di un servizio di assistenza
sociale del Comune che gli consegna un pasto tre giorni a settimana. Dice che il cibo è molto
scadente. Una persona lo assiste amministrativamente, ma lui non la contatta da tempo. Gli
chiedo se qualcuno si stia preoccupando della sua pensione sociale. Non sa. Mi racconta che da un
po’ si medica da solo una fistole che ha sull’ernia epigastrica e mi viene la pelle d’oca a pensarci. In
una settimana, da quando l’ho visto, credo non si sia nemmeno cambiato gli slip.
Sto attento al suo racconto. La sua lentezza nel parlare mi permette di pensare tra una frase e
l’altra. Penso ai suoi funzionamenti mentali rispetto ai miei. Credo di essere più preoccupato io di
lui del suo futuro. Dario pensa che con duecento cinquanta euro di assegno mensile, facendo un
po’ attenzione, ce la può fare e mi gratifica di sorrisi rassicuranti. Questo mi atterrisce e mi
incuriosisce, voglio capire di più, da che distanza provenga questa sua sicurezza.
Questa è la sua prima particolarità che mi affascina: non ha il senso del valore del denaro, così
come non ha il senso del futuro, perché non ha la sensazione del tempo. Ha una visione dei
quattrini e del futuro appena un po’ superiore a quella di mia nipote che ha tre anni e mezzo.
Dario riesce a vedere fino alla fine della prossima settimana. Ha un approccio con le quantità di
denaro superiori a una banconota da venti euro uguale a quello che poteva avere Faruk al tavolo
da gioco di un casinò. Venti euro rappresentano un pacchetto di sigarette, la prima colazione,

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cinque caffè, due panini, un dolce a scelta e qualche spicciolo per la colazione del giorno dopo o
per un gelato notturno.
Dario è golosissimo. Faccio il parallelo con mia nipote e comincio a cercare di interpretarlo meglio,
di dare una conformazione logica alle sue scelte, attribuirgli una età psicologica.
Ogni tanto mi parla di archetipi atavici, mi parla del mondo degli animali, di un’enciclopedia che
aveva in casa da bambino. Mi parla di suo padre, di sua madre e di quella nonna che non parlava
italiano e doveva essere affettuosissima.
Di tanto in tanto, da quando ha saputo che mia moglie è morta, mi chiede se andavamo d’accordo,
se la nostra era una bella unione. Tergiverso, non nego che mi manca, ma gli dico che non
eravamo la famiglia del Mulino Bianco. Spesso litigavamo.
“Io però, quando vi vedevo la sera, ero molto contento, eravate molto vicini insieme”.
Non sto a spiegargli che uscivamo insieme solo quando eravamo in pace. Nei momenti di
malumore ognuno stava per conto suo, ma lui continua: “Pensavo: finalmente una coppia che si
trova bene”. In fin dei conti ha ragione, con quello che si vede in giro, noi stavamo bene insieme.
“Aveva un viso molto bello” aggiunge.
“Purtroppo era ingrassata troppo negli ultimi tempi, fumava moltissimo e assumeva psicofarmaci,
questo l’ha stroncata” gli dico.
“Sei molto triste?”, mi chiede.
“No, è già passato più di un anno. Sono molto solo, ma sono abituato alla solitudine, ci sto bene, a
lungo andare diventa come una malattia cronica, non te la levi più di dosso.”
Tace, mi guarda e poi ridendo riprende:
“Secondo te, noi siamo più pesanti di due ippopotami?”
Scoppia a ridere e io pure. Poi mi dice quanto pesa un ippopotamo medio e quanto può pesare
uno di grande dimensione.
Comincio a capire il suo modo di essere, non sopporta discorsi tristi per più di qualche minuto.
Quando qualcosa non gli interessa o non risponde o devia l’attenzione con argomenti
preconfezionati che usa come uno scudo, arma strategica da attacco e da difesa. Io non ero triste,
ero pensieroso e non per me, per la sua condizione.
Qualche giorno dopo vengo a sapere da un amico comune che a Dario ero parso triste per la
perdita di mia moglie. Ne ho dedotto che ha lacune nella teoria della mente o che forse mi stava
studiando come io studiavo lui. A lui, però, non interessava il mio modo di pensare, ma di agire. I
suoi studi erano pratici, non teorici, studiava il mio tono per capire se avevo fretta. Come fosse
programmato, chiedeva: “Rimani un po’, non vai via adesso?”.
Da questo, e dal silenzio sulla solitudine, avevo capito che la sua non-risposta alla mia
affermazione equivaleva alla negazione. Per lui la solitudine era la morte, non un’infermità. Lui era
in costante ricerca di conoscenti. Certamente non sopportava gli addii. Preferiva gli incontri
casuali.

Il resto della chiacchierata fu su argomenti amati: il cibo, i film dei nostri anni verdi, principalmente
western, fino al 1980. Mi chiese se sapessi quanto era alto John Wayne e se sapessi quale attore
fosse nato il 28 settembre. Gli dissi che avrei dovuto prepararmi di più e mi accinsi ad andarmene.
Mi ci volle un quarto d’ora per staccarmi.
Dario era come mia nipote che la sera, siccome sa che dopo il saluto deve andare a letto, fa di
tutto per trattenermi. Come lei, Dario vuole intorno a sé un clima di perenne stupore, di contatto,
di affetto e di storie o giochi meravigliosi, di tranquillità e di soddisfazione. Forse non sa cosa sia la
gioia di un momento, ma pretende una routine sorprendente e la cerca con decisione vittoriosa.
Ho di fronte un bimbo di 65 anni che mi grida da lontano:
“CIAOOOOO……CIAAAAOOOOOO CIAO………AO……”.
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La famiglia dove nascere ed il nostro patrimonio genetico
non sono scelte nostre.
Rino Basile

Una sindrome genetica rara

Rientro. Cerco nel ricordo di persone conosciute in giro per il mondo caratteristiche analoghe a
quelle di Dario. Credo di averne incontrate almeno due e di una ricordo il padre, persona di grande
capacità intellettuale. Quell’uomo mi aveva detto il nome della patologia del figlio, detta:
“Sindrome da Party” per le caratteristiche comportamentali di chi ne era affetto. L’altra persona,
che conosco meglio, ha genitori che non hanno mai fatto ricerche sul suo caso, ma mi hanno
confermato trattarsi di una sindrome genetica.
Mi metto a cercare su internet e trovo la definizione medica: “Sindrome di Williams-Beuren”.
Sembra sia stata scoperta da un medico neozelandese nel ’61. All’epoca Dario aveva già nove anni,
ma a Bologna i casi di sindrome genetica rari sono tuttora poco conosciuti.
Se Bologna oggi conta circa quattrocento mila abitanti vi saranno venti-trenta persone affette,
distribuite su quattro fasce di età. Troppo pochi perché se ne faccia uno studio o una statistica.
Inoltre, le analisi di laboratorio per identificare con certezza questa infermità si fanno solo a Parma
e a pagamento.
La conoscenza della sindrome è quasi nulla a Bologna e viene accomunata ad altre disabilità. Nel
mondo, in generale, sono occorsi più di trenta anni per iniziare, negli stati che maggiormente
finanziano la ricerca, a redigere studi e statistiche sufficientemente supportati, data la scarsità dei
campioni da esaminare. Le analisi più recenti sono riportate su un volume edito in Italia. Lo ordino
presso un libraio.
Questo mio racconto non ha ambizioni scientifiche. Pertanto, a chi volesse saperne di più, consiglio
il documento più aggiornato che ho trovato su internet (nota I).

La Sindrome di Williams-Beuren è causata da alterazioni genetiche non ereditarie di un


cromosoma e provocano una serie di patologie progressive che con il passare degli anni rendono
più importanti gli aspetti medici rispetto a quelli comportamentali.
Secondo la relazione letta, le patologie possibili sono le più svariate. Tra tutte riconosco in Dario le
ernie che sono dovute alla mancata produzione di elastina.
Tralasciando i profili tracciati nella relazione, ecco alcune principali caratteristiche di Dario:
ipersocialità, abilità nell’utilizzo di capacità linguistiche, difetto cognitivo visuo-spaziale,
caratteristiche particolari mnestiche, melomania, caratteristiche di personalità

La scienza si serve di concetti troppo generali per potere soddisfare i valori soggettivi di una vita
singola. Io leggo per crearmi una base di sostegno per osservare Dario nelle sue tendenze e regole
e per capire, con questo esperimento dall’esito incerto, se abbia delle mete o se tutto sia affidato
alla casualità.
Nei soggetti affetti dalla Sindrome di Williams-Beuren, tutti gli studiosi confermano capacità
intellettuali medio basse e incapacità più o meno forte a diventare autonomi. Sono certo che
interessarsi a lui non significherà aiutarlo economicamente, almeno non solo, ma accompagnarlo
come una guida ove possibile. Sarà importante conoscere i suoi assistenti sociali e soprattutto
sapere se sanno chi sia il loro assistito.
Dal quadro che mi sono formato ritengo che il primo a doversi conoscere è proprio lui stesso. Non
so se sappia di avere una sindrome genetica e penso che sua madre, nonostante la cura e l’amore
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che gli aveva dedicato, e restano evidenti segnali, non ne avesse identificato propriamente i
sintomi, anche se deve avere tentato, per anni, di dargli autonomia.
Ripenso a Dario da ragazzo, simpatico, sempre discretamente vestito. Con quel suo fare socievole
e il viso da elfo, era diventato una mascotte molto ambita per tante compagnie. La compagnia cui
lui dedicava più attenzioni e tempo lo definiva “un genio”.
Dario non conosce altri modi di pensare oltre il suo. Si reputa normale. Nessuno dei suoi punti di
riferimento gli ha mai fatto credere il contrario. Dario, non avendo fondamenti obbiettivi per
giudicare se stesso e non avendo termini di confronto, non sapendo oltretutto a chi veramente
somigliasse, ha accettato il ruolo che gli piaceva, di genio, facendolo a modo suo. Considerando
che genio e pazzia sono due aree contigue, quando non sovrapposte, ogni tanto faceva il matto,
sbraitava, bestemmiava, diceva frasi modulari di alto impatto, urlava come un ossesso, ma con un
sorrisino sulle labbra tipico di un bambino che fa la scena, di un furbetto birichino che, mentre fa
finta di essere matto, se ne compiace.
Tocca a me dirgli che ha ridotte capacità mentali? Dirgli che non sa fare la O con un bicchiere?
Certamente apparirò come un fastidio, come farà lui ad accettare questo, e perché?
Innanzitutto devo incontrare i suoi assistenti sociali e conoscere il rapporto tra loro. Da una serie
di tentennamenti capisco che la cosa non gli va.
Mi addormento proprio pensando che solo a Bologna, città del Dottor Balanzone, chi usa parole ed
espressioni desuete può passare per un genio. Già, desuete: “Buonanotte, Genio”.

Passo una notte strana, mi alzo più volte, mi sembra di avere troppi pensieri in testa. Il progetto
che sto seguendo mi inquieta: aspettare che chiami il cliente o muovermi in anticipo? Mi interessa
veramente o so già che non andrà mai più avanti? Meglio dormire. Domani saprò.
Dario comunque è la parentesi che mi ci vuole in attesa di essere richiamato. Devo sbrigare certe
cose, poi gli telefonerò.

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"Da dove vieni, ometto? Dov'è la tua casa?"
Antoine de Saint Exupery

Il suo pianeta

Sono nel bar di Dario, riparato, piccolo, molto pulito. Lui è quasi contento di vedermi. Come
sempre, prima si guarda intorno, poi mi chiede:
“Sei arrivato adesso?” “Scappi subito?”
“No, Dario, sono venuto qui per fare due chiacchiere, non vado via subito”.
“Ah, non devi andare via?”.
“No, non devo andare via” e rido.
Queste continue rassicurazioni, questo frasario modulare, questa sicurezza che resterò un po’ lo
mettono a suo agio. Ordina un caffè macchiato, lo porta fuori, sul tavolino sotto il portico, con
un’espressione quasi preoccupata, tenendo il piattino con due mani.
Comincio a fargli un sesto grado. Ho fretta di sapere. Lui fa dei risolini, dice “ehm”, prende tempo,
rallenta la conversazione, mi blocca: “un momento…”.
Ogni dieci persone che passano ne saluta almeno nove. Conosce tutti, sa cosa fanno, sa dove
lavorano. Magari si alza, li blocca e con il dito puntato chiede: “Vieni da Matera?” oppure “Sei
arrivato da Crotone?”. Siamo vicini alla stazione. In questa zona abitano molti studenti e ci sono
molti pendolari. Li conosce quasi tutti. Di tutti sa il nome, di molti sa da dove vengono, di qualcuno
conosce la data o il mese di nascita e gli intrecci amorosi. Con qualche avventore abituale entra in
dialoghi da bar, parla di donne, fa battute di spirito, fa finta di sparare col dito puntato ed il pollice
a squadro, come i bimbi, e fa: “cxsss, cxsss” con la bocca. Ferma le ragazze più carine e dice frasi
gentili, mai volgari. Tutte gli sorridono e lo salutano. Sentendosi comodo nel suo ambiente alza la
voce, forse in mio onore. Vuole mostrarmi la sua zona di rispetto, l’area di cui è sceriffo. Quando
arriva qualcuno che non gradisce lo tratta malissimo. Grida: “Vai via, vuoi fare il comunista?”. Se
gente del terzo mondo cerca di vendergli qualcosa dice sequele di parolacce e bestemmie. Lo vedo
improvvisamente diventare cattivo. Gli chiedo come mai ce l’ha con questa gente. Nemmeno mi
risponde, si guarda intorno nervoso. “Ma ti dico io, non li ho chiamati io”. Sbuffa e si agita come se
gli avessero invaso casa.
Comincio a capire il suo senso dello spazio. Abita a meno di quaranta metri dal bar, fa sempre le
solite cose nel vicinato perché ha difficoltà a sentirsi a suo agio in ambienti che non conosce bene.
Tende a essere ripetitivo nelle sue abitudini. Mostra i denti con le persone che non riconosce
come simili. Nel suo bar si pone spesso al centro del bancone perché ci sta comodo. In altri luoghi
si mette sempre spalle al muro o in posizioni di confine. Ha una prossemica di tipo animale. Con le
persone che non considera sue simili, si comporta in modo istintivo, senza ragionare, diventa figlio
di gorilla, tratta male chi gli sta di fronte. Offende. Secondo me corre anche dei rischi.
Avevo letto sulla relazione della sindrome di Williams-Beuren che chi ne è affetto va soggetto a
crisi di rabbia. E’ la rabbia di chi non ha spazio, di chi è chiuso nell’angolo. Allora riversa addosso
alla gente che non gradisce frasi modulari, simboli ereditati dalla famiglia, archetipi quasi comici,
se non fossimo a Bologna. La sua distanza sociale coincide con quella personale per la sua
necessità di continua comunicazione, ma ha una grande distanza pubblica, ci si avvicina solo se lui
vuole, non permette che persone indesiderate entrino nel suo dominio.

Passiamo alcune ore tra tramezzini, caffè e sigarette. Dario soffre di asma e a volte, alzandosi per
salutare, viene preso da un respiro pesante e ansioso che angoscia chi lo ascolta.
Con pazienza riesco a farmi dare qualche informazione sull’appartamento in cui abita, sulle
persone che regolarmente lo aiutano e sull’assistente sociale. Gli chiedo se abbia nulla in contrario
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al fatto che le veda per sapere chi si interessi alla sua pensione sociale. Parliamo di varie cose che
lo interessano particolarmente. Mi dice che su un canale televisivo la sera trasmetteranno il film
Sentieri Selvaggi, capolavoro assoluto della cinematografia western. Mi ripete i nomi del regista,
degli attori principali, dell’autore delle musiche e conclude dicendo:” Da non perdere. Prometti che
lo guardi? Mi telefoni stasera nell’intervallo? E’ fantastico, lo devi vedere”.

È già scuro. Per avere due informazioni sono stato al bar quattro ore. Credo che il suo tempo non
corra come il mio. Devo scoprire anche questo. Mi alzo, vado rapido, ma stavolta mi segue per un
tratto: “CIAOOOOO… CIAOOOOO …. Ciaoo … Aoo ……”.
Lo sento appena, sono già lontano. Domani andrò a cercare l’assistente sociale.

Mi dispiace studiare Dario come un caso clinico, ma sto cercando certezze per sostenere, almeno
con gli assistenti sociali, una linea di riferimento.
Ho controllato il degrado della pelle del viso e dei denti. Ho concluso che anch’io potrei avere
questa sindrome, non sono poi tanto meglio di lui. Forse mi mantengo un po’ meglio, mi rado tutti
i giorni, non faccio cattivo odore, credo. Da come puzzava oggi, secondo me, non si era lavato da
una settimana. Per fortuna al bar si siede all’aperto per fumare.
Ho notato che i proprietari lo hanno adottato e si fidano ciecamente di lui. Il conto di cosa abbia
consumato lo fa lui a fine giornata. Loro non scrivono. Quindi non mente quando si tratta di
quattrini. Io ho già verificato che a volte dice bugie, ma lo fa con il sorriso sulle labbra, sono
monellerie di bambino. Non ha scopi da mariolo.
Tutte le settimane compra la guida agli spettacoli TV e la legge con la massima attenzione per
quanto riguarda i film e i programmi storici.
Ho due cassetti-archivio di Dario nella testa, sempre più pesanti. Uno medico, pieno di analisi e
patologie, per lo più in inglese, che mi suggeriscono di controllare la stenosi cardiaca e dell’arteria
polmonare, di chiedergli se da piccolo avesse avuto ipercalcemia e a che età aveva cominciato a
parlare. Dovrei sapere quale sia il suo quoziente intellettivo, fargli una serie di esercizi psicologici
di teoria della mente. L’altro è il cassetto-archivio umano che si fa strada in me, che viene da
lontano, attraversa tutta la mia infanzia e mi avvisa che gli stati d’animo che lui vive quando è solo
devono essere molto più drammatici di quelli vissuti da me nell’infanzia. Dario sa bene che la
solitudine da cui fugge non sarà quella di un giorno o due, sarà per sempre. La sua autonomia non
sarà rimediabile o migliorabile, lui dipenderà sempre da qualcuno che lo aiuti. La sua libertà sarà
sempre vigilata, malgrado non abbia commesso crimini. Io non credo che sopporterei tutto ciò. Lui
è aiutato dal suo costante ottimismo.
Comincio a pensare che se è vissuto così fino ad oggi sia tardi per iniziare delle cure psicologiche.
Cercherò di essere pratico e aiutarlo nelle cose essenziali, prima di tutto pensione e assistenza. Mi
domando se siano cumulabili l’assistenza a un bambino orfano e la pensione sociale a un
sessantacinquenne malato e povero.
Mi accorgo che sto sorridendo come Dario. Dovrò stare attento che la sindrome, che d’ora in
avanti abbrevierò in SWB, come nei testi scientifici americani, non sia infettiva. Ne provo già alcuni
irrefrenabili sintomi.

Gli avevo promesso di chiamarlo, ma sono in ritardo. Suona il cellulare. E’ Dario che fa così perché
lo chiami. Lui è sempre al limite del fine carica.
“Pronto Dario?”
“UUAOOOO…. Stavi dormendo?”
“No, guardo il film”.
“Ti piace?”
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“Abbastanza. Un po' lento. Da piccolo mi piacevano di più questi film”.
Senza farmi finire, aggiunge: “E’ un capolavoro. Regia di John Ford, film del ’56, considerato uno
dei dieci film più belli della storia del cinema, con un John Wayne superlativo. Il più bel western in
assoluto”.
Parliamo ancora, è come al bar. Non vuole mollare:
“Vieni domani?”
“Si, vado dall’assistente e poi vengo”
“A che ora circa?” vuole precisazioni.
“Vado alle nove, sarò libero alle dieci”.
“Allora alle dieci, va bene, a domani… Buonanotte, UUAAAAAOOOOOO…”.
“Ciao, Dario, buonanotte”.
“Buonanotte, CIAO…CIIIIAO…AAOOOO”.

Vado a letto contento per il piacere che la telefonata gli ha dato. Le sue notti devono essere molto
solitarie, spezzargliene la lunghezza gli fa bene.
Il mattino dopo esco presto. Presto per uno che viene da un fuso sudamericano con sei ore in
meno. Alle 8,30 in punto sono al centro sociale del quartiere. Il centro è stato ricavato in un lato
del macello comunale. Qui, da ragazzo, venivo il venerdì sera a mettere l’anello-linguetta
numerata alle zampe dei piccioni viaggiatori che partivano per la gara. Quando i piccioni
arrivavano alla base da dove erano partiti il proprietario la punzonava con un orologio. A fine gara
gli allevatori stabilivano chi era arrivato prima e quindi aveva vinto. Così mi guadagnavo la
paghetta settimanale. Ora hanno ristrutturato tutto il macello, ma è più brutto di una volta, non
ha cambiato aspetto. Gli hanno rifatto male il trucco. Ha sempre l’aspetto triste da macello. Se
anche ne avessero fatto un luna park permanente, non sarebbe allegro.
Scendo tre scalini fatiscenti e arrivo a una porta a vetri chiusa.
Suono. Una tipa all’interno, prima di aprire, mi squadra un paio di volte. Chiedo dell’assistente. Mi
informa che è in riunione, che ne avrà per tutta la mattina e per oggi non riceve.
“Allora torno domani”
“Per che cosa è?”
“Vengo per conto di un mio amico che è suo assistito”
“Non può venire senza appuntamento”
“Bene. Mi dia un appuntamento”
“Noi non diamo appuntamenti. Bisogna andare in centrale, in via…”.
Ringrazio e chiedo se per caso siano aperti ora. Mi dice di provare e mi saluta. Faccio meno di un
chilometro, arrivo a un altro ufficio più nuovo, ma più sporco, non perché non puliscano, perché la
gente che lo frequenta sembra darsi un gran da fare per sporcare. All’ingresso cicche di sigarette
ovunque. Almeno dentro non si fuma. Salgo. Rispiego tutto a una signora che mi dice qual è la
porta dell’ufficio che cerco. Aspetto il mio turno. Entro, rispiego per la terza volta il motivo della
richiesta. Finalmente mi danno un appuntamento.
Esco pensando che in Venezuela è più facile aiutare qualcuno: si prende un pentolone, si
preparano gli ingredienti, si buttano dentro e si mette il tutto sul fuoco. Quando la zuppa è pronta,
all’ora di mangiare, chi la vuole si mette in fila e si comincia a servire. Qui, in un paese evoluto,
passo ore a spiegare a degli appositi professionisti chi sei e cosa vorresti fare per un loro assistito.
Mi hanno assegnato il giorno e sono contento come se avessi fatto qualcosa di importante. Devo
attendere solo una settimana.
Ho passato l’orario, ma vado ugualmente al bar di Dario. Non c’è. Chiedo di lui e mi dicono che
arriverà più tardi. So dove abita, è poco distante. Suono. Non risponde. Lo chiamo al cellulare.
Nessuna risposta. Desisto e vado a casa. Dopo oltre un’ora mi arriva un trillo:
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“Mi hai chiamato?”
“Sì, Dario, avevamo detto che ci saremmo visti al bar”.
“Ah, sei al bar adesso?”.
“No. Ho aspettato più di mezz’ora, poi ho suonato al campanello di casa tua, ti ho telefonato, ma
non ho avuto risposte”.
Mi devo quasi scusare. La sua certezza di non aver mancato all’appuntamento mi disarma. Non se
ne ricorda assolutamente. Comincio a pensare che abbia una cognizione del tempo uguale a quella
di mia nipote di tre anni e mezzo: è tutto domani, se le piace meno dopodomani, se detesta una
cosa dice no e la cancella dal suo futuro. Le ore non ci sono, esiste la luce e la notte, dopo la notte
viene domani.
“Non ci vediamo oggi?”.
“Adesso no, più tardi”.
“Più tardi vieni?”.
“Sì, adesso ho da fare, fra due ore vengo”.
“Allora ci vediamo al bar?”.
“Sì, fra due ore”.
Dopo due ore vado al bar, ma Dario non si è visto. Chiedo di lui e mi dicono:
“Lui fa così, quando va a letto tardi non arriva qui prima delle tre del pomeriggio”.
Sto per andare via e mi avvio quando lo vedo arrivare. E’ allegro, sorride, cammina guardandosi
intorno e salutando chi passa. Ogni tanto si ferma e gira la testa con espressione perplessa, poi
ricomincia a camminare. Saluta quasi tutti quelli che passano fermandosi e guardando in su.
Procede molto lentamente, a testa bassa, come se corresse. Striscia i piedi in modo
impressionante e li tiene quasi aperti. Gli chiedo che numero di scarpe porti. Ci pensa su un po' e
mi risponde:
“Quarantasei”.
Strano, penso, perché è più basso di me: “Hai sempre portato il quarantasei?”
“No, da qualche tempo”.
Gli guardo il diametro delle caviglie, sono incredibilmente gonfie, deve avere dei difetti di
circolazione tremendi. Non voglio approfondire. Non voglio fare il medico. Semplicemente chiedo:
“Ti fanno male i piedi, senti delle fitte?”
Mi fa cenno di no con la testa, ha l’espressione di chi non ha nemmeno capito la domanda, come
se quello che gli ho chiesto non avesse senso. Parliamo d’altro.
“Dario, come è casa tua? Sei proprietario?”
“Si, l’ho ereditata da mia madre” risponde.
“E’ piccola?”
“Ma c’è tutto. Qualche cosa manca: una poltrona, una libreria……qualche cosa”.
“Beh, quelle si possono comprare, posso vederla?”.
“Adesso è in disordine. Veniva a pulirla un signore che ora non viene più, me lo mandava una mia
amica, quella di cui ti ho parlato, ma adesso non viene più”.
Gli domando come faccia e lui:
“Dovrebbe venire una donna, un’altra, ma comincia domenica”.
Rispondo che allora sarei andato a vedere lunedì. Aggiunge:
“Bisogna anche aggiustare le luci e una finestra, il lavandino non scaricava, ma quello lo hanno
aggiustato”.
Gli dico che posso mandargli una persona di mia fiducia che sta sistemando casa mia. Non
risponde, cambia argomento.
“Tu sai quanti anni può vivere un pappagallo?”.

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Parla di pappagalli una manciata di secondi, giusto il tempo di farmi abbassare l’interesse a casa
sua. Propongo un nuovo argomento. Lui intanto beve caffè e mangia panini.
“Cosa devo dire all’assistente sociale da parte tua?”.
“Salutala”
“Certo che la saluto, ma mi parlavi dei pasti, che non sono molto buoni”.
“Sì, si potrebbero migliorare, una volta davano il pollo, adesso non lo danno più”.
Allora gli dico che sarebbe importante prendere un secondo appuntamento al quale lui dovrebbe
essere presente. Annuisce, ma si domanda se convenga. Lo rassicuro spiegandogli che sarei andato
prima io da solo per conoscere la sua situazione. Poi saremmo andati insieme, avremmo creato
una scaletta di impegni per raggiungere il nostro obbiettivo ovvero ottenere la pensione sociale”.
“E come…tu non ne parli con nessuno, vero?”
“Solo con loro, con chi ne dovrei parlare?”.
“Non lo so…” e sorride.
Sta decisamente diventando furbo. Quando fa il furbo mi diverte perché è trasparente. Dario non
vuole perdere qualche previlegio con amici che di quando in quando lo aiutano e forse considera
disdicevole che si sappia che vive di una pensione sociale. A tanto è arrivato il nostro mondo fatto
solo di apparenze.
Le chiacchiere continuano:
“Parlami della tua amica”.
“Studiava, adesso non più. Vive con una amica…”
“Tu che rapporti hai?”.
“Io la vedo di tanto in tanto, qualche volta vado a trovarla. Lei vive con la amica…L’ultima volta che
le ho viste ho fatto lo sciocco, mi sono messo a gridare delle offese. Ho detto che erano delle
troie…ma per scherzo…e loro mi hanno detto che non vogliono più vedermi. Adesso è una
settimana che non mi chiama. Secondo te è arrabbiata?”.
“Questo scherzo lo fai spesso? Le tue amiche in genere lo trovano di buon gusto?”
Gli spiego che non è stato un bello scherzo e gli chiedo perché non chiami lui per scusarsi. Non mi
risponde.
“Perché non chiami tu?” mi dice.
“Perché non la conosco, ma tu puoi chiedere scusa, no?”.
Di nuovo silenzio. Significa che non vuole farlo. Prosegue:
“Se mi danno un appuntamento tu mi accompagni per conoscerla, vero?”
Gli dico che non è importante che io le conosca, ma che lui chieda scusa.
Sono confuso. “Chi ti farà le pulizie adesso?”
Mi dice che per quello si mette d’accordo con B. Mi richiede di andare con lui nel caso prendesse
un appuntamento.
“Va bene. Chi è B.?”
Mi spiega che è un amico che si prende cura di lui di tanto in tanto, che lo conosco, che lo vedo in
centro. Capisco che gli ha chiesto informazioni su di me. Continua:
“Mi ha fatto riparare lo scarico del lavandino. Se mi manda una persona a pulire, vuole dire che si
interessano a me, vero?”
Deve essere così. Tace.
Oramai mi sono abituato a capire i messaggi di Dario, a leggere le pause più che le parole. Credo
abbia delle pause nel discorso più o meno prolungate a seconda del suo interesse, ma anche delle
timidezze di tipo infantile su certi argomenti.
Domani è un altro giorno. Domani vedrò finalmente i servizi sociali.

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Ieri ero furbo. Per questo volevo cambiare il mondo.
Oggi sono saggio. Per questo sto cambiando me stesso.
Sri Chinmo

Finalmente i Servizi

Arrivo in anticipo. Attendo poco e entro nell’ufficio di una signora gentile, con un viso molto
empatico e sorridente. Dopo una breve presentazione, comincio a parlare. Sono leggermente
impacciato. Le spiego che, rientrato dall’estero, ho incontrato casualmente il vecchio amico Dario,
suo assistito, e l’ho trovato in condizioni pessime. Aggiungo che mi sono informato sul suo stato e
ho saputo che è assistito. Per questo, prima di coinvolgere una serie di amici comuni volevo
incontrarla perché ho l’impressione che Dario sia assistito, ma con azioni poco mirate. Le dico che
Dario ha la capacità di autogestirsi di un bambino di sei anni e l’idiosincrasia verso chi del mondo
dei grandi gli voglia imporre obblighi sgraditi. Pertanto, se non volgiamo a nostro favore le sue
azioni, non otterremo risultati. Non faccio menzione della SWB, ma le dico che questi sono gli
effetti di una sindrome genetica di cui è affetto Dario.
Mi risponde che a lei risulta che Dario abbia problemi psichiatrici congeniti. Qui mi spiazza
completamente. Stiamo parlando di due persone differenti? Lei mi parla di un paziente del Prof.
Lombroso del secolo scorso. Io le parlo di un bambino orfano riottoso che non vuole lavarsi,
prendere le medicine, che fa il monello con gli istruttori che non lo trattano bene. Meglio che mi
fermi, penso, prima che gli impongano docce fredde.
Cambio panorama e comincio a parlare di come ho conosciuto Dario e come era da ragazzo.
Chiarisco che l’aiuto economico, con tanti amici abbienti, lo si potrebbe trovare, ma Dario non è
propenso a chiedere. Bisognerebbe coordinarsi. La signora mi fa presente che esiste una
amministratrice di sostegno e che sarebbe bene che la incontrassi. Le propongo un secondo
incontro a cui dovrebbe partecipare anche Dario, dato che lei ed io potremmo avere programmi
esaltanti, ma senza l’accordo di Dario, non se ne farebbe nulla. Fissiamo subito un appuntamento
per metà del mese e io mi impegno ad accompagnare Dario che da qualche anno non entra in
quegli uffici. Voglio lasciarle un segno nella memoria. Così aggiungo che, una volta appurato che
Dario non potrà mai guadagnarsi l’autonomia, occorrerà dargli un supporto che almeno lo faccia
vivere adeguatamente. Sottolineo che sono contento di vedere che tutti abbiamo a cuore questo
traguardo. L’importante è trovare insieme come arrivarci e vedere con che tempi, vista la mia
posizione temporanea di passante. La signora è troppo gentile per farlo, ma ho l’impressione che
mi spingerebbe volentieri fuori della porta. Mi accompagna fino al corridoio e ci lasciamo
sorridendo.
Sono abbastanza soddisfatto, il tempo è poco, ma per fine mese riusciremo a fare tutto.
A livello servizi credo di avere trovato ciò che mi aspettavo: una struttura vecchia di quasi un
secolo, quando nei dopoguerra il solo problema da risolvere era la fame e quando uno che
mangiasse era già felice. Noi stiamo garantendo a Dario un adeguato futuro di sazietà.
Rido pensando che tutto funzionerebbe benissimo se non ci fossero tipi come Dario, che i nostri
servizi sociali sono quasi perfetti e che sono quei maledetti assistiti che remano contro, che
tentano di creare caos. Prima o poi li piegheremo. Per fortuna la signora con cui mi sono
incontrato, che d’ora in poi chiamerò B., ha una volontà positiva. Mi restano ancora da mettere a
fuoco due figure. La prima è quella della persona di contatto. La signora B. dà le direttive a un
servizio che opera attraverso una cooperativa. La persona di contatto si chiama M. ed è colui che
dovrebbe accudire Dario. Devo conoscerlo. La seconda persona è un avvocato, la signora N., che
ha ricevuto dal giudice tutelare l’incarico di amministrare le esigue somme che affluiscono sul
conto di Dario. La chiamerò nel pomeriggio.
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Sono soddisfatto. Ho un progetto da gestire, di quelli che mi affascinano. Non devo costruire un
modulo di raffineria, non devo rimettere in marcia un impianto, devo affermare un diritto umano,
quello di ricevere aiuti per avere accesso alla decenza e cercare di guadagnare autonomia.
Inoltre ho la sensazione di aiutare un bambino, non un anziano.

Quando io ero bambino, mio nonno mi raccontava una storia che ho sempre considerato un punto
di arrivo della mia vita. Non l’ho mai dimenticata. Parlava di un padre che aveva lasciato in eredità
ai suoi figli trentacinque cammelli, che dovevano essere divisi così: metà dei cammelli al
primogenito, un terzo al secondogenito, un nono al terzogenito. Se fossero rimasti dei cammelli,
sarebbero spettati alla vecchia nutrice che aveva accudito i figli tutta la vita.
Dopo infiniti litigi la nutrice decise di chiamare un sufi che abitava poco lontano. I tre figli
affermavano che la suddivisione decisa dal padre fosse impossibile, in quanto trentacinque non è
divisibile né per due, né per tre e tantomeno per nove. Ma il vecchio sufi risolse il problema.
Aggiunse il suo cammello ai trentacinque ereditati e così i cammelli diventarono trentasei. Quindi
il primo figlio, che secondo il padre avrebbe dovuto prendersi diciassette cammelli e mezzo, ne
ebbe diciotto. Rimanevano diciotto cammelli. Il secondo figlio, che ne avrebbe dovuti ricevere
undici e mezzo, ne ricevette dodici. Ora restavano sei cammelli. Il terzo figlio, che ne avrebbe
dovuti ricevere quasi quattro, ne ricevette esattamente quattro.
E i due cammelli rimasti? Uno era quello che aveva aggiunto inizialmente il saggio. L’ultimo fu
regalato alla nutrice come premio per la sua fedeltà. Misteriosamente, sembrava che tutti ci
avessero guadagnato.
Il saggio aveva sistemato le cose e se ne andò per una nuova strada.

Mi sono sempre chiesto cosa fosse rimasto al saggio. Ora lo so. Gli restò il ricordo di una nuova
esperienza, gli restarono amici riconoscenti, gli restò la fiducia per un nuovo evento che avrebbe
compiuto, ma soprattutto la gioia per avere risolto il problema senza che la logica glie lo
permettesse. Alla fine il vecchio saggio era quello che aveva ricevuto di più, pur senza cambiare il
suo vecchio cammello con uno giovane e forte.

Con questo spirito chiamo Dario e lo invito a pranzo. Mi risponde:


“Adesso?”
“Si, Dario, adesso è ora di pranzo”.
“Si può fare tra venti minuti?”
“Certo, fra venti minuti ci vediamo davanti al ristorante”.
“Va bene, tu mi aspetti lì?”
“Certo”
“Vengo con l’autobus”.
“Dario, sono duecento metri”
“Sì, ma è meglio con l’autobus”
Mi arrendo:
“Va bene, ti aspetto davanti al ristorante”.
Dopo la telefonata, per quasi un’ora ci chiamiamo altre tre volte. Finalmente lo vedo arrivare. Ha
un passo da bradipo, procede con una lentezza impressionante. Mentre camminiamo gli spiego
che si tratta di un ristorante creato da uno chef famoso per servire piatti ottimi a prezzi accettabili.
Gli spiego anche che nel prezzo base sono inseriti un antipasto, un primo, un dolce o frutta e un
caffè, oppure l’antipasto, un secondo, un dolce e caffè. I piatti a scelta sono pochi, ma tutti di
buona qualità. Aggiungo che, siccome è vicino, potrebbe diventare un luogo dove pranzare una
volta al giorno, per non nutrirsi tutta la vita di panini, come Poldo dei fumetti.
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Io ci vado spesso. Fanno piatti leggeri, con pesce e verdure. Lui ascolta tutto, è piuttosto
affannato, io sto un po’ avanti per cercare di farlo camminare. Gli ultimi metri sono un Golgota. Li
fa con una lentezza unica.
Appena arrivato, Dario ha già salutato due persone. Ci sediamo, il cameriere ci domanda se
beviamo vino. Io sto per dire no, ma lui mi precede: “Sì, un buon rosso”.
Penso che a tavola è veloce, ma mi sbaglio di grosso.
Portano un antipasto e ci chiedono cosa vogliamo. Ci elencano le tre opzioni dei primi. Lui se le fa
ripetere due volte, poi sceglie una buona pasta. Entrambi mangiamo un primo. Lui aggiunge sale a
tutto, mangia con gusto, non gli è passato il fiatone, ma è un po’ calato di intensità, è
indaffaratissimo, chiede acqua gasata, beve vino, mangia tutto.
“Sì, insomma, una buona qualità, con buoni ingredienti” commenta.
“Ti è piaciuto?”.
“Sì, adesso potrei chiedere un secondo?”.
“Certo, se hai ancora fame”.
Chiama il cameriere e gli chiede un secondo piatto. Si fa ripetere due volte la lista dei tre secondi e
alla fine, invece del secondo chiede:
“Tu come ti chiami?”
“Mi chiamo R.”
“Allora, R., questo è Basile, che viene da Basilea, e io sono Dario”.
“Molto piacere. Cosa ti porto, Dario?”
“Un buon pollo”
Quando arriva il suo pollo, io sarei già pronto per uscire, ma lui, che ha finito il vino e il pane,
chiede un altro mezzo litro di vino.
Incomincia il secondo. Temo che non ce la farà a finire, ansima, emette dei suoni come i
giapponesi quando vogliono mostrare che gustano il cibo. Mangia lentamente, masticando a lungo
e beve come se con il liquido dovesse ingoiare delle medicine. In compenso è contento, ogni tanto
mi guarda, sorride e mi dice:
“Ehm… un cibo molto saporito, ben fatto, con molte verdure cotte e vegetali, di gran gusto”.
Mi sembra il Rottweiler di mio cognato che sembrava scoppiare, ma continuava a mangiare fino a
che non aveva finito ed era pericoloso cercare di rimuovergli la scodella.
A fatica Dario termina il pollo. Il cameriere ci chiede se vogliamo il dolce. Ci offre due scelte. Dario
vuole che ripeta, poi si blocca come l’asino di Buridano e chiede:
“Sono buoni entrambi?”
Il cameriere, che in base ai due piatti di portata chiesti da Dario sa che metterà in conto due pasti
completi, dice rapido:
“Ve li porto tutti e due”.
Dario assume un’espressione rassegnata, come di chi sia obbligato ad accettare una gentilezza che
assomiglia a una violenza e mormora: “Sono gentili qui”, quindi finisce l’acqua. Mangia un tartufo
al cioccolato e finisce con un trionfo alla banana. Mentre faccio per alzarmi, mi chiede:
“E il caffè”
“Lo beviamo alla cassa”.
E Dario: “E’ meglio qui, siamo più comodi”.
Mentre attendiamo il caffè, mi torna in mente la seconda persona che ho conosciuto con la
sindrome SWB e con cui ho passato più tempo. La nonna gli nascondeva il cibo perché era capace
di mangiare fino a stare male, mangiava tanto che gli si tendeva lo stomaco fino a scoppiare. Ecco
come Dario potrebbe essersi causato l’ernia epigastrica: mangiando da scoppiare e creando
reflussi gastrici. Spesso ha parlato di Malox e altre medicine anti reflusso. Mentre rifletto, arriva il
caffè e comincio a fargli una serie di domande.
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“Come ti è sembrato il pranzo?”
“Beh, veramente di qualità, cose buone”.
“Dario, tu però dovresti mangiare meno e magari più spesso”.
“Ho mangiato troppo?”. Sono sincero e gli dico:
“Secondo me hai sforzato per finire”.
Fa un sorrisino furbo:” Eh eh, un po’ ho sforzato, ma ce l’ho fatta”.
“La prossima volta ti controllo”.
“Ma, Rino, si poteva…?”
“Certo, se lo hai fatto si poteva, adesso vuoi un digestivo o andiamo?”
“No, possiamo andare”.
Ci alziamo. Dario va alla cassa a complimentarsi per la cucina. Saluta il cameriere che conosceva,
va a salutare quello che ci ha serviti. Quando finalmente usciamo, sono passate oltre due ore dal
nostro arrivo. Sono le quattro e mezza del pomeriggio. Vado in quel locale da anni, ma ora sono
certo che d’ora in avanti non sarò più un cliente qualsiasi, sarò l’amico di Dario e mi chiederanno,
quando andrò da solo, se aspetto Dario.
Siccome temo che con tutto quello che ha mangiato possa star male, lo costringo a fare quattro
passi e lo porto in centro a piedi. E’ una passeggiata senza passeggio, una forma di tortura che gli
impongo. Tuttavia sono convinto che, se si ferma a fumare, starà certamente peggio che non
camminando. Gli chiedo:
“Quando vai a pranzo dal Francese (un amico che ha un ristorante), mangi tanto?”
“No, mangiamo dei buoni risotti, che piacciono anche a lui, ma non tanto…il giusto”.
Non chiedo altro. Credo che camminare sia già un sacrificio e venirmi dietro sia una prova di
fiducia nei miei confronti. Ogni tanto si ferma e accende una sigaretta. Fumare è una scusa per
fermarsi. Mi guarda sornione, sorride e mi dice:
“Ci voleva, con questa fatica”.
Arriviamo da Zanarini, in centro. Salutiamo. Gli propongo di sedersi. Lui è in disparte, guarda in
giro distratto:
“Si può?”.
“Certo che si può”.
Beviamo un caffè e parliamo dell’incontro con l’assistente. Gli chiedo il permesso di chiamare la
signora N. Me lo concede e mi dice di salutarla. Dalla voce, al telefono, la signora N. mi sembra
una persona svelta e giovane. Le dico del mio incontro con la signora B. e della prossima riunione
cui parteciperà anche Dario. Lei risponde che vorrà essere presente perché è da tanto tempo che
non vede Dario. Mi informa che le sono arrivate una sacco di multe che Dario ha preso
sull’autobus. Avrebbe potuto avvertirla, almeno avrebbe evitato la mora. Le porgo i saluti di Dario
e ci salutiamo.
“Allora viene anche l’avvocato - dico - Dobbiamo essere molto concisi e fare parlare loro. Voglio
vedere che idee hanno e come possono gestire la questione”.
Mi risponde: “Certo, ma non parliamo qui. Ci potrebbero ascoltare, meglio se parliamo domani al
bar”.
Gli dico che non stiamo architettando un attentato. Stiamo parlando di una visita all’assistente
sociale. Non è convinto: “Sì, ma meglio non qui”.
Per oggi la missione è finita. Nel frattempo è arrivato un amico comune che si siede con noi.
Parliamo dei film della sera. Dario ci consiglia una pellicola anni ’60.

Il giorno è volato. Non ho pensato ai progetti, non ho neppure pensato a mia figlia o a mia nipote,
non perché Dario sia più importante, ma perché sono stato preso dagli sviluppi della sua storia e
voglio capire cosa mi attrae in questi avvenimenti.
22
La giornata è passata tra un colloquio e un pranzo. Decisamente la velocità a cui si viaggia con
Dario è tranquilla. Solo una settimana fa, per me era impossibile adeguarmi a un ritmo così lento.
Credo che, come capita nelle pause di lavoro, quando si arriva a una stasi di riposo, la nostra
mente policronica si adegui a un tempo più naturale, si assesti su un ritmo dell’infanzia, quando le
giornate erano lunghissime e il riposo dopo pranzo spezzava la sua durata.
Mi sono assestato su questa lentezza con impazienza, guardando in continuazione l’orologio,
aspettando uno squillo del cellulare che non arrivava, non ho fatto caso alla guida espertissima di
tempi lenti che avevo con me, ho addirittura rischiato di strattonarlo camminando più in fretta.
Adesso invece, mentre parla con l’amico comune, lo guardo e cerco di carpire il suo segreto.
Gli hanno portato il caffè. Guarda le bustine di zucchero una ad una. Legge cosa vi è scritto. Valuta
altre due bustine. Le guarda meglio. Una è zucchero di canna. L’altro è un dolcificante. Sono sicuro
che non lo sceglierà. Comunque controlla cosa è scritto sulla busta. Dopo ogni movimento gira la
testa da entrambe le parti, come per vedere se qualcuno lo stia guardando. Mi sorride, dice
“ehm…” e fa un altro movimento.
In vita mia non credo di aver mai letto le bustine di zucchero. Dario le esamina, le legge e sembra
quasi stupirsi. I dolcificanti li chiamo “Ipocritina”. Se dopo il pranzo di oggi Dario avesse usato il
dolcificante gli avrei detto qualcosa. A lui non importa nulla dei dolcificanti, comunque ha letto
scrupolosamente le scritte.
Sceglie la bustina di zucchero più piena, lo versa attentamente nella tazza, si accerta che non ne
sia rimasto. Poi piega la busta e non la mette nel posacenere, dove l’amico comune tenta di fare
cadere cenere e braci che sistematicamente cadono di fuori. Dario mette la bustina sotto il
piattino, piegata. Prende il cucchiaino e comincia a mescolare con gioia e professionalità il suo
caffè macchiato. Non sta solo mescolando, sta ossigenando il caffè. Lo fa ricadere dal cucchiaino
nella tazza fino a quando il colore non si uniforma, mette in bocca il cucchiaino e lo assapora come
fa con il vino pregiato un sommelier professionista. Quindi alza gli occhi al cielo e sospira come se
l’aroma dovesse spandersi dappertutto intorno.
Credo che lui non abbia seguito nemmeno una parola di quello che abbiamo detto al tavolino.
Dario col caffè non ammette distrazioni. In questo quarto d’ora ha bevuto il caffè. Infine, raschia
con il cucchiaino le ultime gocce rimaste insieme al deposito dello zucchero. Fa un’analisi
obbiettiva del fondo per verificare che sia sufficientemente pulito, restituisce lentamente al piatto
la tazzina e il cucchiaio. Riprende la bustina dello zucchero vuota e, questa volta, la ripone nella
tazza. Si guarda ancora intorno, si assicura che nessuno lo stia osservando, dice: “ehm…”. Estrae il
pacchetto di sigarette dalla tasca dopo averlo guardato come se lo vedesse per la prima volta.

Oggi ho capito: Dario è attento a dettagli che nessuno vede. Per questo è così lento. Quando beve
un caffè, lo fa con un metodo messo a punto in oltre quarant’anni di attenzione. Noi lo beviamo
senza neppure mescolarlo. Ci mettiamo un secondo. Dario venti minuti.
Il suo problema è che lui non è dotato di più marce del tempo, non ha policronie, è monocronico.
O si va al suo ritmo o non si va. Lui non sa correre.
Credo anche che in questo modo lui si coccoli. Gli piace fare cose consuete, lo fa sentire comodo.
Per lui il primo caffè della giornata è una necessità, l’ultimo un vizio. Il barista mi ha detto che ne
beve anche più di quattro al giorno. Chissà quanti caffè sospesi gli lascerebbero a Napoli.
La giornata è volata lentamente, stranamente. Almeno adesso so perché.
Forse dovrei anch’io curare i particolari.

23
Ci misi molto tempo a capire da dove venisse.
Antoine de Saint Exupery

Non mi sono chiare molte cose

Anche ieri sera l’ho chiamato e gli ho dato la buona notte. Ho capito, da come gridava “CIAO” che
gli ha fatto piacere. Stava ascoltando un canale di storia. Non ho voluto andare oltre, altrimenti
avrebbe voluto che apprezzassi il suo senso della storia. Gli ho dato appuntamento per il giorno
dopo al suo bar. Mi ha chiesto a che ora. Non ci casco più. Gli ho risposto: “Non lo so”
“Ma non vieni la mattina presto”.
“No, Dario, tarda mattinata o primo pomeriggio”.
“Alle due?”
“Più o meno”.
In mattinata ho fatto cose che in altri tempi avrei considerato inutili come aggiustare il pomello del
cassetto del comodino che mancava da quindici anni, togliere il calendario del 2005 che pendeva
storto sopra la radio di camera mia, e siamo nel 2016, gettare un paio di pantofole consumate,
togliere la naftalina dall’armadio che non aprivo da dieci anni, creare un angolo delle scarpe
capendo che non dovrò comprarne fino a che vivrò.
Da tempo non facevo cose inutili e da altrettanto tempo non mi sentivo tanto soddisfatto.
Sono andato al supermercato e ho comprato del pesce che mi sono cotto e mangiato con piacere.
E’ stato il mio primo pasto caldo da tempo e ci ho provato gusto, non perché cucini bene, ma
perché ho dedicato del tempo al piatto. Avevo trovato in rete un sito dove spiegavano che un
pesce grasso andava cucinato alla marinara. Ho comprato gli ingredienti e un pane per il
guazzetto. Alla fine ho lavato i piatti e mi sono fatto un sonnellino, anziché annoiarmi davanti alla
tele. Mi restava meno di un’ora per lavarmi con comodo e andare al bar di Dario.
Lui era arrivato da poco, stava bevendo il primo caffè. Mi ha salutato con la sua prassi di saluto e
benvenuto:
“Tu sei Basile?”
“Sì”
“Rino?”
“Sì”
“Vieni da Basilea?”
“No”
“Dal Brasile?”
“No”.
“Sei arrivato adesso?”
“Sì”
“Non devi andare via? Stai qui un po’?”
“Certo”.
Oggi è una bella giornata, rara per un inizio di novembre. Sembra che da qualche anno gli inverni
siano secchi e le estati piovose.
“Hai voglia di parlare, Dario?”
“Certo, della riunione?”
“Sì Dario, ho letto la legge. Tu sei al di sotto di un certo reddito. A sessantacinque anni e sette mesi
puoi avere diritto a una pensione sociale”.
“Bene”.

24
“Sì, ma hai un giudice tutelare e un amministratore di sostegno. Secondo l’avvocato, la pensione la
deve richiedere lei”.
“Bene”.
“Sei divorziato?”
“Non vedo più mia moglie”.
“Ma non sei divorziato”.
“No, meglio non parlarle”.
“Tua moglie aveva redditi?”
“Che io sappia no…non credo”.
“Beh, Dario, questo è il primo punto. Il secondo è: l’appartamento dove vivi è intestato a te?”
“Credo”.
“Ma non sei certo”.
“Ti arrivano da pagare le tasse, l’IMU, quella dei rifiuti?”.
“Arrivavano. Adesso non più”.
“Sei certo?”.
“Abbastanza”.
“Ok, Dario, l’unica cosa che non so è se l’assegno di invalidità e la pensione sociale siano
cumulabili”.
“Noi diciamo di sì”.
“Non importa cosa diciamo noi, vediamo cosa dice la signora N.”.

Dopo un’ora buona di colloquio, che ho trascritto tralasciando i saluti, si è alzato per prendere
qualcosa da mangiare. Mentre Dario si risiede attendendo il suo panino io perdo il mio ruolo di
leader. Siamo semplicemente due persone al bar, ricominciamo a guardarci, a studiarci e
confrontarci, per scorgere le reciproche differenze.

Marcel Proust scrisse: “L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non
in sé”. L’unico metro di valutazione di un altro sono io stesso. Valuto chi mi sta di fronte come
guardandolo proiettato su uno specchio sagomato su di me, apprezzando le differenze che
debordano, misurando quanto siamo uguali o differenti. Non a caso, gran parte delle
conversazioni o delle discussioni nei bar iniziano con “io” o con “uno zio” fittizio, o con “un amico”
che hanno avuto qualche esperienza, per dare maggiore enfasi alla misura di se stessi.
Lo specchio, come per un fenomeno di condensazione, anziché la mia sagoma, mostra la sagoma
di me bambino. Io non posso confrontarmi con Dario, ma il bambino che è in me sì. In effetti
comincio a pensare che Dario abbia la capacità magica di riportarmi indietro nel passato, come
quei software che, in caso di stallo, riportano il computer a una data precedente, in cui tutto
funzionava.
Per Dario tutto funzionava quando il padre era la regola e la madre il suo unico desiderio, quando
si sentiva protetto e a suo agio nel mondo. Se la madre lavorava, Dario aveva una nonna
premurosa che si occupava di lui e di cui lui ripete le mosse, per ricordarne l’affetto.
Adesso comincio a vedere un altro mondo, adesso ragioniamo alla pari. Non devo più tirarlo o
rincorrerlo, siamo sullo stesso piano, il suo tempo è come il mio.
Mentre finisce il panino lo osservo raccolto sul piatto. Continua a guardare con la coda dell’occhio
chi passa, riceve e distribuisce saluti. E’ assolutamente pronto a scattare se ci fosse la possibilità di
conoscere qualche persona nuova.
Adesso so come comportarmi con lui, conosco il suo mondo, potrò conoscere anche il pianeta da
cui proviene.
“Adesso mi devi dire, Dario, di cosa avresti bisogno per sentirti comodo in casa tua”.
25
Questa domanda la faccio senza sapere dove abita. Degli amici mi hanno detto che abita in un
appartamento squallido e degradato. Pensando che per Dario, con le sue difficoltà videospaziali, il
suo nido rappresenti la proiezione del suo corpo esteso e della sua configurazione mentale, spero
di cogliere qualche segnale dalle sue risposte.
“La casa è piccola ma c’è tutto. Per sentirmi comodo avrei bisogno di una lampada, di una poltrona
e di una libreria, per potere leggere comodo quando sto in casa, o per guardare la televisione”.
“Da dove la guardi la televisione?”.
“Dal letto. Non è comodo”.
“Immagino di no. Uno di questi giorni andiamo a comprare queste cose”.
“Ah, bene, quando andiamo?”
“Se vuoi domani. Ti vengo a prendere nel primo pomeriggio. Possiamo andare a piedi. Non è
lontano”.
“Dove è?”
“Non so come si chiama la strada, ma è vicino, è dall’altra parte della ferrovia”.
“Mi vieni a prendere tu?” Noto l’impaccio a orientarsi, ma anche l’interesse.
“Sì, domani alle due, cosi possiamo fare tutto con comodo”.
“Alle due qui?”.
“Alle due qui”.
Non sono certo che sia soddisfatto, ma noto una certa euforia nel salutare chi passa.
“CIAO. Vieni da Bari? Come sta Virginia? E’ andata in Tennessee?”.
Visto così, con la barba di due giorni, il capello incolto che esce da un berrettino da College, le
guance cadenti, i denti caravaggeschi, il naso a patata e gli occhi piccoli di cui si fa fatica a
ricordare il colore originale, con una tuta mimetica e una giacca sudicia, nessuno lo scambierebbe
per un Piccolo Principe.
Occorreva il mio intuito per riconoscerlo. Penso che tra simili ci si riconosca sempre. Gli sorrido.
Sì, Dario non è solo questo. Dario riesce a trasformare in sogno lo squallido mondo in cui vive,
riesce a trasportarti nella sua dimensione ludica e favolosa. Non esistono password magiche, solo
la frase del bambino “facciamo che io ero” per cambiare il mondo dal suo abominio in uno
scenario giocoso. “Io ero, tu eri” sintassi magica, favola da cui proveniamo e di cui ci siamo già
scordati.
Dal suo sogno vissuto, archetipo di ogni tempo, Dario tira fuori dei personaggi come un illusionista
dal cilindro. Escono dal suo magazzino della memoria figure con moduli selezionati, frammenti
mitizzati e quindi indelebili, rivelazioni avute nel corso della vita, di cui custodisce con amore
pietoso anche le imperfezioni, le cadute, gli errori, in alcuni casi le nefandezze e le atrocità della
storia, filtrate e depurate dal sangue, dai vizi e dagli affanni che li hanno accompagnati.
Per lui queste figure sono l’inizio, ma anche l’epilogo di un discorso. Il passato non è modificabile,
è assoluto, inalterabile e incancellabile. Ce ne possiamo sottrarre, ma non abolirlo o revocarlo.
Quando mi parla di Mussolini non è disposto a rinegoziarne la figura:
“Mi vuoi dire che non ha fatto cose buone per l’Italia?”.
“Certo, le leggi raziali e una guerra mondiale”.
“Avrà avuto le sue ragioni…”.
“Dario, fammi un piacere, non parliamo di Mussolini. Non saremo mai d’accordo”.
“Sei un comunista?”
“No, ma c’è una bella differenza tra un comunista e un fascista. Cerchiamo di restare in questa
fascia di mondo”.
“Va bene, non parliamone…”
Non mi ha detto semplicemente: “Sono d’accordo” Mi ha detto: “Non parliamone”.

26
Sui miti del cinema è più elastico. Credo che la sua speciale classifica veda come numero uno John
Wayne e di seguito tutti gli attori, attrici e registi americani fino agli anni ’70.
Ama anche qualche attore o attrice italiana. Prima fra tutte Claudia Cardinale, ma anche Sofia
Loren, che con un sorrisino definisce: “Imparentata con il duce”.
Nega assolutamente quanto sostengono al bar ovvero che gran parte degli attori americani di
quell’epoca fossero gay. Sostiene che sono maldicenze generate dall’invidia dei mediocri.
Ricorda le date di nascita di Kirk Douglas e di tanti altri. A volte cita frasi di film western famosi
come i professori di lettere citano Dante. Per merito suo ho rivisto recentemente “Vincitori e vinti”
un film che vidi adolescente, quando non potevo capirlo come oggi. Un vero capolavoro. Il suo
beniamino in questo film era ovviamente Maximilian Schell, ma un plauso lo ha riservato anche a
Montgomery Clift e a Spencer Tracy.
“Con chi vedevi questi film?”
“Quasi sempre con mio padre. Tutti i film western li ho visti con lui. Qualche volta veniva anche mia
madre”.
L’altra sua passione sono gli animali. E’ molto interessato alle enciclopedie sugli animali, le legge
con attenzione e le ricorda. Mi ha detto che a suo tempo aveva anche un’enciclopedia dei film e
un atlante geografico dove viaggiava da seduto.
Non mi ha mai chiesto niente del mio lavoro, credo non sappia cosa faccia per vivere. A volte mi ha
chiesto qualcosa del Venezuela, ma con poco interesse.
Per il Piccolo Principe il lavoro è decisamente qualcosa di poco importante. Un mio grande amico
diceva: “E già difficile vivere, perché lavorare?”.
La mia attività la deve giudicare a cavallo fra quella del lampionaio e quella del geografo. Cose
inutili per grandi. Del lampionaio potrei avere la fretta che metto nelle cose e del geografo la
mancanza di pratica e l’interesse alla pura scrittura.
Guardando Dario, che saluta tutti, penso che uno di questi giorni, davanti al bar si fermerà un
autobus di giapponesi, scenderanno tutti in bermuda con le loro gambe storte e sorridendo e
inchinandosi si faranno un selfie con lui. Poi, seguendo la guida con un nastro giallo in cima a un
bastone, risaliranno sul bus e saluteranno con i loro occhi stretti e il naso schiacciato sul vetro e se
ne andranno. Sì, prima o dopo, Dario e il suo bar saranno inseriti in un tour ideale della città come
la finestra sulla fogna di via Piella.
Anche questa giornata è passata. Ci lasciamo conoscendoci un po’ meglio. So che, da oggi in
avanti, non pretenderò che il mio amico capisca per forza quello che si rifiuta di capire. Gli
spiegherò cosa è in grado di capire. Gli farò sentire che gli sono amico. Non gli imporrò nulla.
In cambio Dario non mi lascerà solo a vedere i tramonti, sarà al mio fianco a mangiare una fetta di
torta di mele.
“Ciao, Dario”.
“Devi proprio andare?”
“Si, è tardi”.
“Mi chiami domani?”
“Si, a che ora?”
“A mezzogiorno?”.
“OK, a mezzogiorno”.
“CIAOOOO……CIAO……CIIIIIIIIIAO…CIAAAAAAO…AO…UUUUH”.
Mentre cammino verso casa medito come analizzare le emozioni di Dario. Il documento letto su
internet parla di emozioni forti, ma io non le vedo in Dario. Devo mettere a fuoco le sue paure e la
rabbia, emozioni primarie che devono essere molto forti in lui.
Quel suo stato di continua meraviglia, provocata dalla vista di persone anche poco conosciute,
sembra testimoniare la sua emozione più frequente.
27
La Volpe tacque e guardò a lungo il
Piccolo Principe:
“Per favore…addomesticami”, disse.
Antoine de Saint Exupery

Abituarsi alla lentezza

Chiamo a mezzogiorno. Non risponde, come sempre. Dopo mezz’ora uno squillino. Lo richiamo e
gli chiedo come stia.
“Bene. Avevi chiamato prima?”
“Sì. Dormivi?”
“No, ero in bagno”.
“Sarai pronto per le due?”
“Sì. Vieni qui?”
“Se vuoi passo da lì, ma devi essere pronto”.
“Sì, sono già quasi pronto, ma per le due va bene. Ci vediamo al bar?”
“Va bene, vengo al bar”.
Sta parlando da casa. Sento dei rumori che quasi coprono la sua voce. Saprò poi che quando lui è
in casa ha sempre accesa la radio o la TV.
Oggi voglio osservare il comportamento di Dario in un negozio di beni di seconda mano che si
chiama “Cose d’altre case”, dove si vende e si compra l’usato. Vi è un po’ di tutto. I negozi di
oggetti usati stanno prendendo piede. Consentono un mercato per ogni tasca.
Faccio la solita fatica per trascinarlo via dal bar. Perché non crolli, gli permetto una sigaretta, un
cremino al caffè e una pizza. Finalmente partiamo e dopo mezz’oretta siamo al mercatino. Siamo
pronti, ci avviamo alla ricerca.
Al piano interrato, ironia della sorte, si trovano i beni più ingombranti. Giriamo per il reparto,
controlliamo tutte le sedie, poltrone e poltroncine in esposizione e una serie di sedie tecniche.
Iniziamo le prove: prima si siede lui, poi io, poi ancora lui, poi ne proviamo l’altra, assolutamente
uguale, poi una terza. Alla fine, siccome non si decide:
“Dario, ma questa ti sembra buona?”
“Tu cosa dici, è buona?”
“Per me sì, ma tu qui, ti senti comodo?”
“Non so. E’ comoda?”
“Per me sì”
“Allora?”
“Allora la prendiamo”.
“Dici? Fammela provare”.
“Come va?”
“Mi sembra bene”.
“La prendi?”
“Si può?”
“Dario, siamo venuti per questo”.
“Allora dici che va bene?”.
Alla fine prendo la poltrona perché c’è una coppia che preme. Non vorrei che lasciandola un solo
attimo sparisse. Passiamo al reparto lampade. Le vediamo tutte, ma non troviamo una che gli
piaccia.
“Sai, la lampada e la libreria non sono importanti, era più importante la poltrona”.
28
“Beh, possiamo andare da qualche altra parte”.
“Ti spiace se guardo un po’ di libri?”. I libri sono al piano superiore.
“No, figurati, anche io guardo un po’ in giro”.
Vedo tante cose interessanti. Non trovo libri che mi piacciano, ma ritrovo molti dei mobili che un
vuota-cantine ha portato via da casa mia il mese prima. Li pensavo invendibili. Forse sono
diventato troppo americano. Dopo un po’ Dario arriva con un vocabolario di tedesco, un atlante
vecchio di quaranta anni e un’enciclopedia degli animali.
“Si può?”
“Certo che si può” dico, e vado a pagare in cassa.
Una volta fuori mi rendo conto che arrivare a casa di Dario con quella poltrona sarebbe impossibile
a meno che lui non vi sedesse sopra e io lo spingessi con le rotelle fino a destinazione.
Mia figlia lavora poco lontano. La chiamo e le chiedo se uscendo dal lavoro ci può dare un
passaggio.
“Certo, tra un’ora almeno”.
“Quando esci avvisami, ti aspettiamo fuori”.
Dario è euforico e affamato. Dopo la sigaretta di rito entriamo al bar. Si presenta dal barista e gli
dice: “Vorrei uno di quei buoni panini che Lei sa fare, ho visto prima che ne preparava uno
squisito”.
Il barista, un tipo un po’ tarchiato, con la barba di tre giorni e un’espressione torva, parte come
per una gara di gourmet in televisione e prepara un panino incredibile che non mangerei per nulla
al mondo, certamente però sembra molto saporito. Beviamo un frullato e conversiamo un po’.
Chiedo a Dario se parli bene il tedesco. Mi racconta che sua nonna era di famiglia nobile austriaca,
sposò un nobiluomo russo e si trasferì alla corte degli Zar. La rivoluzione russa le uccise il marito e
prese prigioniera lei. Scappata dalla Russia con la figlia, visse qualche tempo qua e là fino a quando
la figlia si sposò e venne a vivere in Italia, dove si mise a insegnare tedesco. Sua madre e sua nonna
lo parlavano tra loro. Lui lo aveva imparato bene, ma nel tempo ha perso la pratica. Ogni tanto
legge qualcosa, perciò il vocabolario può tornargli utile.
Sono contento perché sento che oggi ha superato la sua resistenza a desiderare qualcosa. Tutta la
sua spinta vitale finisce nella conoscenza di persone. Più si butta sugli altri, più placa il suo
desiderio. In verità non lo placa mai perché chi incontra non gli dà la gioia che cerca, non
compensa la sua solitudine. Di ciò che cerca lui si è perso lo stampo. L’unica cosa che non capisco è
come faccia, nella sua condizione, a mantenere uno stato di continuo stupore.
“Cosa altro desideri, Dario, di accessibile?”
“Beh, le lampadine di casa sono fulminate e delle luci non funzionano. Mi piacerebbe cambiarle,
ma è pericoloso?”
“Non credo sia pericoloso. Me le fai vedere?”
“Sì, domenica vengono a pulire. Lunedì te le faccio vedere”.
“E poi?”
“E poi mi piacerebbe tornare con calma qui. Ci possiamo tornare?”
“Certo, per cosa?”
“Potrebbero avere un barometro. Ne avevo uno molto utile e con il trasloco di casa è andato
perso”.
“Che tipo di barometro?”
“Di quelli elettronici. Ce ne sono anche da poco, misurano temperatura dentro casa e fuori e
aggiornano l’ora al secondo”.
“Dove ne hai visto uno?”
“Li avevano anche al Pam, da poco, molto belli, della Oregon”.

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Vorrei che Massimo Recalcati mi spiegasse se la fatica di desiderare che coinvolge gran parte
dell’umanità, che lui chiama sfinimento del desiderio, valga anche per chi spera di trovare sotto
l’albero di Natale un barometro.
Ce ne andiamo al segnale di mia figlia, non prima di avere fatto l’elogio del panino al barista che
probabilmente pensa che lo stiamo prendendo in giro. Carichiamo la poltrona in macchina e
andiamo a casa di Dario. Trascino la poltrona fino alla porta, ma non chiedo di entrare per non
metterlo in difficoltà. Avevo notato che nella cassetta giaceva posta da almeno tre mesi. Dario
capisce e dice: “Niente di importante”.
Avevo visto la carta verdina che invia il Comune per le multe e le notifiche. Taccio. Credo che mi
stia addomesticando, come dice la Volpe.
“A domani, Dario”.
Lui torna alla macchina e fa un lungo discorso a mia figlia che sorride. Le dà un buffetto sulla
guancia, come faceva con mia moglie, e poi saluta gridando il solito: “Ciaaao...”.
Rientrando mia figlia ed io parliamo di Dario. Le dico che quest’anno, se lui non avrà di meglio da
fare, cenerà con noi a Natale.
“Basta che si lavi prima, papi. Così è improponibile, neanche aprendo il vetro si resisteva in
macchina”.
“Promesso, lo laverò personalmente”.
Rientro a casa camminando. Ripenso alla cena da mia figlia. Mi sono reso conto che mia nipote per
andare a dormire la sera pretende che io esca di casa o mi corichi con loro. Dice che vuole così per
paura del buio. Io credo che abbia paura di perdersi le chiacchiere che faccio con mia figlia o con
mio genero, teme di essere tenuta all’oscuro di qualcosa.
Non credo Dario sia diverso. Immagino che se il Piccolo Principe mi vuole addomesticare mi darà
un trillo alla stessa ora delle altre sere”. Infatti, tra il primo e il secondo tempo del film, chiama. Gli
domando: “Ti sei seduto sulla poltrona a guardare il film?”
“No, ancora no, devo fare spazio”.
“Ma ti piace?”
“E come. E’ molto robusta e comoda. E’ proprio di classe”.
“Cosa fai domani?”
“Ah…niente di speciale, vieni al bar?”
“Certo. A che ora?”
“Non lo so. Mi chiami domattina?”
“Sì, se mi rispondi”.
“Se non ti rispondo, chiama ancora”.
“Va bene, a domani…Ciao”
“CIIIIIAAAAOOOO”
“Ciao”
“AAAAAOOOOOOO…”
Dario mi ha sparigliato la mano. Oltre la gioia, non sono riuscito a leggere le sue emozioni
primarie. Ho visto che ha desideri modesti, proporzionati alla sua situazione reale. Non chiede la
luna, è felice con un vocabolario tedesco di seconda mano e un atlante dove un terzo dei paesi
rappresentati ha cambiato nome e confini.

Medito sul desiderio, cosa sia, cosa lo provochi. Cerco sul vocabolario:
Inteso come pulsione di natura emozionale che spinge l'essere vivente alla ricerca di quanto
possa soddisfare un suo bisogno fisico o spirituale, il desiderio presenta una dimensione
sfuggente, difficile da definire e misurare. La stessa etimologia del termine (dal latino de e
sidus- stella, letteralmente "cessare di contemplare le stelle a scopo augurale, nel senso di
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trarne gli auspici e quindi bramare) allude più alla distanza tra il soggetto e l'oggetto di
desiderio, e al moto dell'animo che li lega, che alla natura dell'oggetto stesso. Vincolato al
registro del piacere e del dolore, ciascun individuo tende ad appagare le esigenze primarie
legate alla sopravvivenza e a costruirsi un proprio universo di significati che rimandano alla
dialettica natura-cultura.

Se il desiderio rappresenta una mancanza da colmare, una luce da ridare a una stella spenta oggi
Dario aveva due stelle che gli si erano spente in mente: il barometro, il vocabolario di tedesco,
oltre l’atlante e l’enciclopedia.
Non possono essere questi gli oggetti che gli mancavano. Gli mancava il rito di celebrazione del
regalo degli oggetti, perché questi sono la sublimazione della sua felicità passata che cerca ancora.
Questi oggetti sono simboli della presenza in casa di tutto ciò che è stata la sua felicità.
Non è facile spiegare quanto possa commuovere la lettura della mente di un Piccolo Principe,
bisogna provare per crederlo. Fatelo in fretta, prima di diventare troppo vecchi, rischiereste
altrimenti di non capirlo mai.
Così abbiamo messo a punto il Natale di Dario e di una Volpe amica, quasi addomesticata.
E’ triste percepire il significato della solitudine attraverso una persona che, vista da fuori, gioca
tutto il giorno in mezzo alla gente. E’ ancora più triste capire che questa solitudine colpisce un
bambino, non un uomo adulto. Per un folle pensiero di libertà l’adulto arriva ad abituarsi alla
solitudine e quasi rischia di raggiungerla considerandola un traguardo di arrivo della vita, non una
specie di infermità, come fa la Volpe. Il bambino non si abituerà mai. Lotterà fino alla fine
cercando su tutti i volti di chi incontra l’appagamento che dà l’amore dell’altro. Amore che ha già
provato e non trova più.
Sì, la sua ricerca sociale non è finita. E’ infinita, come il cibo per un bulimico, come l’alcol per
l’alcolista, come lo sguardo per il vanitoso.
Io non farò come il geografo con l’esploratore. Non gli chiederò dei reperti per avere la prova che
quanto dice sia vero. Io ricevo altri segnali. Le sue poche parole portano tutta la storia del suo
pianeta, piccolo, ma perfetto.
E la poltrona? Ma la poltrona nemmeno la voleva. Appena a casa non l’ha neppure montata, non
l’ha ancora provata. Gli ho chiesto cosa volesse per stare comodo e lui mi ha risposto “Una
poltrona”. Avevo sbagliato domanda. Avrei dovuto chiedere “Cosa ti manca?” e forse ci saremmo
sintonizzati prima.
Non avevo abbastanza risorse per ricomporre la sua famiglia, ma un barometro sì. Avevo solo
qualche piccola risorsa per celebrare con lui il Natale, rito della Famiglia. Non so se lo abbia intuito
insieme a me. Certamente gli ha fatto piacere.
Questa domanda non gliela farò più. Adesso so cosa gli manca.
Oramai sono quasi addomesticato. Termino all’ora di pranzo tutto quello che voglio fare perché,
verso le ultime ore del pomeriggio, vado al bar.
Al mattino incontro in giro vecchi amici che da qualche tempo frequento un po’ meno. Reclamano
la mia presenza per parlare di quanto eravamo bravi e belli cinquanta anni fa. Non rispondo per
gentilezza. Se dicessi cosa vedo in loro probabilmente si offenderebbero. Lo zenit del loro sdegno
arriva quando dico che di pomeriggio passo qualche ora con Dario al suo bar. Rispondono: “Quel
barbone! Ma come fai? Non vedi come è vestito? Come si fa a passare del tempo con
quell’approfittatore? E’ una vergogna. Adesso capisco perché da un po’ di tempo lo vedo in centro,
lo hai rimorchiato tu. Digli di non venire da Zanarini, che resti al suo bar”.
Proprio queste frasi di spregio mi hanno convinto che devo continuare nel mio impegno. Capirei
l’accanimento nei confronti di qualche antagonista, ma nei confronti di uno sprovveduto come
Dario, non lo capisco. Non desisto e non spiego. Sono convinto che il mondo dovrebbe riconoscere
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più in fretta le sindromi genetiche. Ma le persone di cui parlo la riconoscerebbero solo se fosse
una marca di jeans di moda. Già, che idea: “Sindrome genetica, la Polo che ti fa sembrare più
giovane”.
Avrei potuto dire loro che l’essenziale è invisibile agli occhi. Non avrebbero capito comunque.
Sono pochi gli amici comuni ai quali Dario sta a cuore. Uno di questi è l’amico storico che me l’ha
presentato. Credo sia l’unico che abbia la sensazione che Dario non basti a se stesso e abbia un
animo da bambino. Con lui è facile parlarne e da qualche tempo anche lui, di quando in quando, fa
capolino al bar.
Mentre mi avvio verso il bar, mi fermo da un tappezziere che si trova dietro l’angolo.
In casa mia, al centro della sala, c’è da almeno venti anni una vecchia poltrona sventrata, un
ricordo di famiglia mai gettato. Era la poltrona sulla quale mia madre aveva fatto il ritratto appeso
in sala. Tempo fa il tappezziere mi aveva fatto un preventivo inaccettabile per restaurarla, ma
dopo la giornata passata con Dario nel negozio di roba vecchia mi sono reso conto che certi
desideri vanno esauditi. Il prezzo non conta.
Entro. Scegliamo il tessuto insieme. Domani verrà a ritirarla. Il tappezziere mi guarda uscire, forse
crede di avere trovato un pollo e di essere un grande uomo d’affari. Io esco contento per avere
comprato a buon prezzo la stella più bella della sua arte.
Oggi sono stato anch’io, per almeno un quarto d’ora, un Piccolo Principe.

Arrivo al bar in tempo per il rito dei saluti.


“Sei arrivato adesso?” saluta come sempre.
“M. è venuto. Viene per te?” M. è l’amico già menzionato.
“Credo venga anche per te”.
“Io credo che venga per te”.
Gli vorrei dire che sono i Principi che addomesticano le volpi, non viceversa. Non capirebbe. Non
rispondo.
“Cosa ha detto?”
“Ha detto che forse torna dopo”.
“E ha lasciato detto qualcosa per me?”
“No, non a me”.
“E allora era venuto per te”. Ecco la seconda emozione di Dario: la gelosia.
Beviamo un caffè e poi vado direttamente a quello che mi interessa:
“Cosa c’è che ti fa paura, Dario?”
“Ma…non so, non ho particolari paure...”
“Beh, mi ricordo che qualche giorno fa ti mettesti a gridare quando suonò l’allarme di una banca”.
“Ma quello era un fastidio”
“Si, ma nessuno si è messo a gridare come te”.
Tace.
“E dell’operazione all’ernia hai paura?”
“Il medico ha detto che devo firmare, perché c’è un rischio, perché ho l’asma”.
“Ti avrebbero fatto firmare anche senza asma. E’ la prassi”.
“Io non voglio correre rischi, meglio così”.
“Ma Dario, non puoi tenerti l’ernia per sempre. Così la ferita non si rimargina”.
“Beh, vediamo. Per ora posso curarla”.
Non gli va di parlarne. Gli concedo una pausa che gli permetta di mangiarsi un panino e bere un
succo di frutta. Stiamo in silenzio circa mezz’ora. So che sta pensando alla paura. Non è un
pensiero da condividere, è un pensiero che va oltre l’intimo. Ognuno ha la sua forma di paura. E’

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difficile spiegarla a parole. La sua sindrome descrive veri stati di angoscia da cui credo Dario trovi
rifugio solo nella memoria di momenti lieti o facendo qualcosa che lo appaghi.
Alla fine della merenda è di nuovo in forma per salutare un po’ di gente. Ricomincia la paziente
attività quotidiana. Si ripresenta il vu’ cumprà della settimana prima, gli ride in faccia, gli mostra un
paio di accendisigari a forma di cesso. Gli dice “Ciao, Dario, vuoi? ...” E si sganascia dal ridere.
Dario diventa una bestia, comincia a gridare. Spaventa anche me. Il vu’ cumprà si allontana
biascicando qualche parola nella sua lingua. Mi pare di avere visto una rabbia superiore a quella
dell’altra volta, una rabbia che montava da più lontano, una rabbia da figlio di gorilla, non di uomo.
Credo che stavolta le offese al vu’ cumprà siano state più di una minaccia, una vera dichiarazione
di guerra. Quell’uomo aveva invaso il suo pianeta, aveva varcato il confine immaginario del suo
limite personale. Poi il vu’ cumprà gli ha riso in faccia. Se ai nostri antenati scimmia sembrava una
sfida, alla nostra generazione può sembrare un segnale di scherno. A un Principe poi...
Adesso conosco anche la rabbia di Dario, la stessa rabbia totale e omicida che avrebbe un
bambino, se avesse modo di esternarla.
Ancora una volta gli raccomando di dominare la sua rabbia. Gli spiego che qualsiasi persona che
provi paura si sente chiuso nell’angolo e può reagire in modo violento. Quando Dario è arrabbiato
fa paura. Anziché riflettere, Dario si carica di più. Grida al vu’ cumprà un paio di vaffa, dritto e
ansante come un gorilla quando si batte il petto in segno di potenza.
Ora mi sono chiare tutte le emozioni principali di Dario. Le ho viste alla prova dei fatti. In quanto
alla mimica facciale avrei qualche problema a riconoscerle, così come lui non riconosce le mie
emozioni e i miei sentimenti. E’ troppo complicato per lui. In lui gioia e stupore viaggiano
congiunte, così come rabbia e disprezzo o disgusto. Nessuno vede in lui la tristezza, perché è
compagna della solitudine. Quando Dario è con qualcuno è quasi sempre allegro.

Un altro giorno è volato. Eccomi ancora a casa. Guardo la TV senza vederla. Immagino che, se
volessi usare la metafora del Piccolo Principe, Dario ed io dovremmo avere almeno qualcosa di
simile. Noi non ci siamo incontrati nel deserto, ma nel centro della nostra città. Eppure eravamo
più soli là che nel deserto. Lui nell’abisso di frustrazione in cui cala dopo i tanti saluti e l’amore
cercato sul viso di mille persone con lo slancio disperato di chi cerca acqua fresca nel deserto.
Io che, mentendo a me stesso, faccio finta di guardare avanti quando ormai è tempo di bilanci.
Ci abbiamo messo un po'. Alla fine ognuno ha tirato fuori da sottoterra il suo scrigno di ricordi.
Abbiamo trovato una miniera di punti comuni e di risorse per cui anche quel deserto è diventato
ancora fertile e vivibile. Un deserto da soli è troppo triste.

Il Piccolo Principe dice che un deserto è vivibile in due:


"Il deserto è bello", soggiunse. Ed era vero. Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una
duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in
silenzio...
"Ciò che abbellisce il deserto", disse il Piccolo Principe, "è che nasconde un pozzo in qualche
luogo..."
Fui sorpreso di capire d'un tratto quella misteriosa irradiazione della sabbia. Quando ero
piccolo abitavo in una casa antica, e la leggenda raccontava che c'era un tesoro nascosto.
Naturalmente nessuno ha mai potuto scoprirlo, ne’ forse l'hai mai cercato. Eppure incantava
tutta la casa. La mia casa nascondeva un segreto nel fondo del suo cuore...
"Si", dissi al Piccolo Principe, "che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa
la loro bellezza è invisibile".
E la rosa e i Baobab e i tre vulcani sono sicuramente diversi. Rose è l’anagramma di eros. Lo usava
spesso Rilke, che Antoine de Saint Exupery doveva conoscere molto bene. I tre vulcani, di cui uno
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spento - siamo certi? - devono essere i suoi tre fratelli, come si vedono in alcune sue foto da
giovane. I tre Baobab io non li ho avuti così disastrosi come Dario. Lui sì, ne è rimasto devastato.
Quelli sono i problemi della vita. Ognuno ha i suoi guai.

Domani andiamo a un appuntamento importante. Meglio che chiami Dario per ricordarglielo.
“Pronto, Dario? Ti ricordi che domani dobbiamo essere al centro sociale alle 10.30? Vuoi che ti
svegli? Non mi va di venirti a prendere. Ce la fai da solo? Mi prometti che ti laverai bene?”
“Si, Rino. A che ora mi puoi svegliare? Mi chiami alle 8.30?”
“Certo. In gamba domani. Vestiti bene”.
“Certo Rino, ehm, CIAOOOOOO, CIAO, AAAAAAOOO…”.

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Questa è la storia di quattro persone, chiamate
Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno.
C’era un lavoro importante da fare e
Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto,
Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece.
Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno
fece ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare.
Anonimo

Tutti prima o dopo…

Oggi è una giornata importante. Oggi esprimerò a Dario la mia amicizia proteggendolo. Oggi
incontreremo una struttura organizzativa. Lui è senza difese, da solo verrebbe travolto. Sono
adulti, non hanno tempo di ascoltarlo. Se lo ascoltassero non lo capirebbero. Sono un’industria, la
più grande industria nazionale. Producono assistenza, un prodotto la cui domanda cresce nel
mondo in modo impressionante, dà lavoro a organismi cooperativi, rende fruibile e remunerative
le buone intenzioni della gente comune nei confronti delle opere umanitarie, una vera e propria
industria del bene e delle buone intenzioni.
Dobbiamo concentrare le richieste, fare in modo che parlino loro per capire come intendono
procedere, come Dario sia classificato, se abbia un numero di riferimento e se debba usare una
password per avere accesso all’assistenza. Certamente le regole e le selezioni, di fronte a una tale
domanda mondiale, stanno diventando più restrittive. Non possiamo sbagliare il colloquio. L’ho
detto a Dario perché non si spaventi o si agiti.
Io ho fatto dell’organizzazione aziendale in rapida crescita uno dei cavalli di battaglia del mio
lavoro e dovrei destreggiarmi molto bene in questo incontro. Dopo oltre quarant’anni di lavoro in
grandi imprese, so che buoni e cattivi sono presenti anche in un’organizzazione umanitaria, come
nel resto del mondo. Se hai bisogno di servizi speciali e ti affidi a una persona di buon cuore, non
otterrai mai nulla. Per ottenere qualcosa devi trovare un ambizioso, in carriera, un po' figlio di
mignotta, altrimenti farai la tua domanda, ma continuerai ad aspettare.
Questo vale per l’assistenza nazionale, per le società internazionali, per le associazioni mondiali,
per le associazioni religiose e per le strutture assistenziali in genere. Ormai vale in tutto il mondo.
“Sei sveglio?”
“Si, grazie, mi sto preparando. Io vengo in autobus”.
“Ok, ci vediamo lì. Arrivi in tempo?”
“Credo”.
“Sei già pronto?”
“Sì, quasi, Ciaaaoooo”.
L’ho sentito quasi euforico. Secondo me si è preparato qualche frase a effetto che vorrà dire
appena entra. Chissà cosa ha architettato.
Rifletto su cosa dire per non offendere irrimediabilmente la professionalità delle persone che avrò
di fronte. Ovviamente avranno imparato un modello creato da altri. Non dovrò offendere la
sensibilità di Dario, che in questo momento ripone molta fiducia in me.
Penso anche che il nostro mondo italo-europeo non sia il più adatto a gestire attività umanitarie e,
come sempre in Italia, quando non sappiamo fare una cosa, vogliamo insegnarla agli altri.
Arrivo. Una signora alla porta mi prega di attendere. Le chiedo di aspettare ad annunciarmi perché
deve arrivare un’altra persona.
Ecco Dario. Sorride sgangheratamente, con una chiostra di denti alla Ernest Borgnine nel film che
mi aveva suggerito la sera prima. So perché sorride. Faccio finta di niente, preferisco ricordargli
ancora una volta il nostro scopo:
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“Mi raccomando, ascoltiamo e cerchiamo di capire”.
Risponde: “Eccome. Dobbiamo fare molta attenzione e essere astuti”.
Certe volte mi spiazza tremendamente. Erano anni che non sentivo la parola astuti. Spero di non
sentirla mai più riferita a noi due. Non lo siamo proprio.
Ci fanno segno di salire al piano superiore. La signora B. è in cima alle scale. Dario è molto
sorridente. Ci fa strada, e ci fa accomodare. Ci presenta la signora N., avvocatessa e responsabile
amministrativa. Iniziamo il colloquio. Mi meraviglio: Dario parla con proprietà e solo quando tocca
a lui. Dimostra un’attenzione che non avrei immaginato. Mi compiaccio per la sua responsabilità e
accelero i tempi per paura che ceda negli ultimi momenti. Non accade.
Parliamo diffusamente di tutti gli argomenti, ascoltando sempre l’opinione di Dario, che su tanti
punti spareggia le intenzioni degli interlocutori. Dice chiaramente cosa vorrebbe.
Vengo così a conoscenza di parecchie cose che Dario non mi aveva detto, non so se per
dimenticanza o per furbizia.
Un ambulatorio si è rifiutato di medicarlo perché lui non si lava quando va alle cure mediche.
Mi aveva raccontato che non andava all’ambulatorio perché poteva curarsi da solo. L’avvocatessa
N. mi informa che la preoccupano le multe degli autobus perché arrivano in ritardo e maggiorate e
quel tesoretto che si era creata sul conto di Dario si andava assottigliando a vista d’occhio.
La informo che non ho possibilità infinite, ma l’abbonamento all’autobus lo posso pagare.
A un certo punto la signora B. mi dice che Dario si deve fare visitare periodicamente da un medico.
Inoltre non possono più lasciare i sacchetti dei suoi pranzi dal tabaccaio o al bar o alla pizzeria
vicino casa. I pasti non possono essere consegnati a terzi.
Le confermo di avere visto che i pasti vengono regolarmente consegnati, ma il campanello di Dario
è guasto. Lo farò riparare.
Vengo a sapere che Dario risulta coniugato e che le figlie sono state date in affidamento da un
giudice tutelare. Sarebbe meglio che divorziasse altrimenti sarà difficile domandare la pensione
senza la documentazione fiscale della moglie.
Quando sente la parola divorzio, Dario dice che non vuole vedere sua moglie. Secondo la signora
B. sua moglie è nelle sue stesse condizioni. Anche lei potrebbe usufruire della pensione o di un
assegno sociale. Devono presentare le carte congiunte se risultano maritati.
Parliamo poi di varie cose per alleggerire un po’ il colloquio. Alla fine Dario chiude la riunione con
complimenti alle belle signore B. e N. Le ringrazia, promette che sarà più presente e dialogherà di
più con M., che io non conosco, ma che è il suo assistente diretto.
Io mi impegno a inviare a tutti un riepilogo. Cercherò di porre l’attenzione su Dario, che è
l’assistito, non un defunto.
Mi piacerebbe dire che la scienza che regola l’assistenza non si chiama politica, non si chiama
ragioneria, non si chiama organizzazione né puntualità. Si chiama psicologia. Taccio con
rammarico.
Sono preoccupato perché abbiamo trovato solo brave persone, ma Dario è soddisfatto.
“Sono brave persone, vero?”.
“Purtroppo, Dario. Almeno ti sono affezionate. Ora però dobbiamo fare tante cose, diversamente
da come le hai fatte fino ad oggi, altrimenti crolla tutto”.
“Certo. Ma come ti sono sembrato nei saluti finali? Sono stato simpatico?”
“Sì, Dario. Voglio anche dire che ti ho visto abbastanza brillante, ti sei anche concentrato bene”.
“Hai visto, non mi sono comportato male quando si è parlato di mia moglie, anche se avevo poca
voglia di parlarne”.
“Perché hai questa resistenza a parlare di tua moglie?”
“Perché è un animale, non se ne può parlare bene”.

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Non voglio saperne di più. Non ho bisogno di sapere tutto e, per quanto riguarda Dario, non ho
curiosità particolari, anche se sembra non nascondermi nulla. Gli propongo uno spuntino, lui è
d’accordo.
Adesso siamo ridiventati il Piccolo Principe e la Volpe. Non ho più motivo di proteggerlo. Poco a
poco ritorno ad essere la Volpe addomesticata, ritorno ai suoi giochi di parole, alle sue lentezze,
alle sue sigarette, al tempo che scorre lento.
Mangiamo in un baretto differente dal suo, tanto per cambiare, perché io credo che il suo
stomaco abbia la forma di un panino e mi piacerebbe fargli mangiare qualche piatto caldo ogni
tanto.
A un certo punto mi viene voglia di scappare, di andare a casa, di tuffarmi nel computer, di
scrivere qualche mail per rilanciare il mio vecchio progetto e sapere se è arrivata una richiesta
d’offerta. Lo saluto promettendogli di vederci al pomeriggio. Passo dagli uffici del trasporto urbano
e chiedo informazioni per l’abbonamento di Dario.
Per non perdere tempo, appena a casa, scrivo una lettera a tutte le persone coinvolte nell’incontro
del mattino. La mostrerò a Dario e la invierò il giorno seguente (nota II). Poi mando una serie di
mail di lavoro. Mi fermo. Penso che non sono ancora completamente addomesticato, sto cercando
disperatamente di rimettermi a correre, ma non so più se voglio ripartire per il Venezuela o
restare. Temo che oramai starei male sia qua che là. Oggi sono nel centro dell’Atlantico. Se
assimilo la lentezza di Dario, rischierò di fermarmi nelle Bermude.

Come promesso, al pomeriggio ritorno al bar. Trovo Dario piuttosto allegro, quasi euforico, credo
che il colloquio della mattina lo abbia sollevato. Credo sia stata la prima volta che abbia detto la
sua opinione alla pari, che si sia sentito parte integrante della sua situazione sociale, la prima volta
in cui abbia creduto di aver migliorato la sua posizione. Glielo leggo sul viso e lui non riesce a
trattenere un risolino.
“Ciao, Dario”.
“Ciao, rimani un po', vero?”.
“Certo, dobbiamo parlare”.
Si siede, con l’immancabile caffè macchiato che appare quando mi avvicino, come fosse un caffè
sospeso da sempre per lui al mio arrivo.
Inizia a parlare per primo. Mi chiede se so che età abbiano le due signore che abbiamo incontrato
la mattina. Provo a indovinare e sbaglio, lui conosce gli anni di nascita di entrambe. Non voglio che
mi dica il giorno di nascita. Sorride, certamente lo sa. Non mi interessa se sono nate lo stesso
giorno di Bud Spencer o di Kirk Douglas.
“E possibile, Dario, che tu non abbia voglia di vedere le tue figlie?”.
“Non sono io che non voglio, sono loro che non vogliono vedermi, e allora che vadano…”.
“Ma perché, con la madre vi siete lasciati male?”
“Ma la madre è una bestia, non è in grado, non capisce…”.
“Domani o dopo domani vado a vedere se l’indirizzo dell’anagrafe è corretto. Vuoi che suoni il
campanello e mi presenti, o no?”.
“Meglio di no”.
Non insisto e non mi interessa sapere di più della sua vita passata. Potremmo incontrare qualche
fantasma rimosso. Non mi riguarda. Se non vuole parlarne avrà i suoi buoni motivi. Sono arrivato
tardi per aiutarlo in questo, ma credo che tutti gli errori non siano stati suoi.
Dario deve avere scoperto dopo il senso plurale della famiglia. Non può essersi sposato con la
coscienza di cosa facesse. Per lui, passare da unità a coppia deve essere stata una rivoluzione
interiore. Passare da figlio a padre credo sia stato un salto quasi impossibile.
I Principini molte volte nascono figli e muoiono figli.
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Ancora oggi le sue realtà sono quelle della sua infanzia. Sono realtà dirette, chiarissime, lineari,
come le ha ricevute dai padri e dalla storia. Quando le cose sono andate diversamente, non credo
possa essere nato in lui un pensiero critico. Non voglio saperlo se lui non me lo racconta. Non
posso essere io a scegliere il grado di confidenza tra noi. La presenza del mito familiare fa anche
sparire le inquietudini, lui nasce figlio e vuole morire figlio.
“Dario, non capisco una cosa. Ti sei sposato in Comune quando avevi già dei figli. Perché?”
“Beh, per divertimento, per andare a fare dei rutti e delle scorregge in Comune, alla faccia di quei
maledetti comunisti di merda…”.
Questo scendere a turpiloquio per lui significa che sta eludendo la domanda, che non gli va di
parlarne. Quando pensa quello che dice, e gli va di parlare, è difficile che si esprima in questo
modo. Quando non vuole pensare perché ha dei brutti ricordi di qualcosa chiude con il turpiloquio.
Gli dico: “Va bene, non ne parliamo più, ma oggi è il giorno che devi farmi vedere il tuo
appartamento e dobbiamo guardare la posta. Andiamo?”.
“Ma è sporco, dovrebbero venire a pulire a fine settimana, meglio se lo vedi pulito”.
“Io credo che sia meglio che lo veda comunque. Non possiamo attendere oltre. Ho bisogno di
sapere completamente che mostro stiamo combattendo”.
“Allora domani, così faccio un po’ di pulizia prima”.
“Promesso?”.
“Promesso”.
“Guarda, Dario, questa è la lettera che voglio inviare dopo la riunione di stamattina. L’ho scritta
come parlassimo di altre persone, non di noi, ma prima di mandarla voglio che tu mi dica se sei
d’accordo”.
“Va bene, la leggo più tardi”.
Con un gesto misurato la infila in mezzo a un pacco di fogli e pratiche che devono essere nella
tasca del suo giubbotto da mesi. Dubito che la leggerà.
Fine di un lungo giorno. Non reagisce più se non agli stimoli dei saluti e di qualcosa da mangiare.

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Così, se voi gli dite:” La prova che il Piccolo Principe è esistito,
sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che voleva una pecora.
Quando uno vuole una pecora è la prova che esiste.
Antoine de Saint Exupery

Diamoci da fare

Stamane mi sento invadente e protervo. Sarà stato il contatto con l’assistenza. Voglio che Dario
inizi una nuova vita perché sono convinto che, provando un nuovo benessere, cambierà modo di
vivere. Nulla di più sbagliato. Dario procede come per inerzia nei suoi errori che aumentano di
intensità con l’aumentare della loro evidenza.
Vado direttamente a casa sua. Mi infilo nel cortile, sbircio nella cassetta. C’è posta, certamente
indesiderata, ma da leggere al più presto. Busso varie volte. Finalmente apre dopo parecchi
scrocchi di chiavistello.
La radio trasmette musica, la televisione è spenta. Il pavimento è cosparso di immondizia. Vicino al
letto, in terra, ci sono piatti di plastica sporchi con cicche spente al centro, giornali ammassati su
una cassettiera, almeno un’annata di periodici con i programmi televisivi. Le finestre sono chiuse
ermeticamente, c’è una puzza acre. A lato dell’ingresso una montagna di sacchetti di plastica
potrebbe contenere pasti non consumati o panni sporchi. Al centro della stanza, su una sedia,
vedo una grossa gabbia con un pappagallino.
“Anche un pappagallo”, dico sbalordito.
“E’ un pappagallino, una cocorita. Mi fa compagnia. La mattina canta. Mi ricorda i pappagallini,
quelli che avevo una volta, erano degli inseparabili”.
Sono sconcertato. A mala pena farfuglio frasi senza senso. Se si parla di “una volta” si accede alla
presenza di miti non criticabili.
“Ma l’hai comprata?”
“No, me la hanno regalata. E’ una gran compagnia”.
“Ma non apri mai la finestra?”
“Beh qualche volta”. Sorride.
Il Piccolo Principe la sua pecora non la teneva in casa, ma la funzione è la stessa.
Mi ricordo una vecchia battuta di Manfredi, quando raccontava del suo amico Bastiano, il
pecoraio, era tanto affezionato alla pecora che la teneva in casa d’inverno.
“Beh” chiedeva l’amico, “ma come fai con la puzza?”
“Eh, ma lei dopo un po’ si abitua”.
“Credo di avere visto abbastanza, dove vorresti mettere la luce per leggere?”
“Ma...bastano delle lampadine, gli attacchi ci sono, ma si sono tutte fulminate con il tempo”.
“Le conto, prendo nota e usciamo”.
Mi mostra anche un attacco della presa TV sconnesso. Cerco il contatore. Guardo la cucina. Sul
frigo ci sono bottiglie di acqua minerale e frutta. Appena fuori mi sembra di non aver mai
apprezzato tanto l’aria di Bologna. Obbligo Dario a permettermi di ritirare i due avvisi di
raccomandata.

Passiamo un po’ di tempo insieme al bar. Mi sembra rilassato, ma avverto che il mio ingresso in
casa lo ha un po’ innervosito, gli ha creato una specie di disagio fisico. Credo veramente che tutta
l’area che comprende casa sua, il suo cortile con l’alberello e la panchina, il percorso fino al bar e il
bar stesso siano il suo pianeta, una declinazione di se stesso nel suo intorno, un modo di avere la
certezza di esistere e avere un proprio spazio.

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Gli chiedo se ha letto quello che ho scritto ai Servizi. Con un’espressione seria e professionale mi
conferma:” Veramente mi è sembrato molto ben fatto, ecco, con gusto, scritto in modo molto
chiaro e con garbo”. Sorprendente.
Lo lascio per andare a pranzo e per andargli a comprare le lampadine bruciate.
Arrivo a casa e trovo i documenti che la l’avvocatessa N. mi ha già inviato. Bene, così domani
andrò a ritirare le raccomandate. Oggi stesso gli farò l’abbonamento.
Noto tra i documenti l’ISEE, un’autodichiarazione di Dario falsa nella forma o quanto meno
manchevole, in quanto non riporta i redditi della moglie.
Mi riprometto di essere buono e misericordioso, ma non falso. Gli dico che i benefattori nazionali
non mi hanno dato il sigillo di assoluzione dalle menzogne, malgrado siano comunisti. Lui capisce
subito. Sarà meglio fare attenzione, non vogliamo essere... troppo astuti.
Quella stessa sera mi metto al tavolo e scrivo a tutti gli assistenti di Dario per comunicare i
progressi del mio lavoro (nota III).
Il giorno dopo ricevo una e-mail dal Sig. B. che mi chiede un po' di tempo e mi dà alcune
indicazioni su come procedere (nota IV).

Le cose cominciano a camminare, sono molto contento. Esco di corsa per andare a rintracciare l’ex
moglie al suo ultimo recapito.
Sull’autobus penso che se mi aprirà qualcuno spiegherò chi sono e perché sono lì. Potrei risolvere
la questione prima che i Servizi mi rispondano. L’autobus procede lentamente a causa del traffico.
Continuo a riflettere. Mi rendo conto che avere fretta è normale, ma non ragionare dovrebbe
capitare raramente alla mia età. Accelerare questo evento non ha senso, il risultato finale non
dipende da me, richiede una lenta prassi burocratica. La mia pressione potrebbe solo peggiorare le
cose. Scendo e vado verso l’indirizzo dell’ex-moglie. Cosa sono venuto a fare fin qua? Il portone è
aperto. Tra i campanelli vedo il cognome in basso. Entro e salgo. Gli ultimi tre scalini li faccio a
fatica. Quando arrivo davanti alla porta ho quasi paura che si apra. Controllo il cognome sulla
targhetta. Giro i tacchi e scendo giù veloce, quasi scappo, come se avessi fatto una marachella.
Con che diritto sto cercando di intrufolarmi in un rapporto passato che certamente ha provocato
rancori e sofferenze?
Rientro a piedi per pensare. Forse sono stato attirato dall’assurdo desiderio di cambiare la vita
passata di Dario come se, conoscendo la sua ex-moglie, avrei potuto capire il mistero della loro
unione. Tutti ci siamo illusi, a volte, di poter cambiare il nostro passato, non il presente.
Camminare mi fa sempre bene. A casa prendo nota che all’indirizzo datomi c’è un appartamento
con nome e cognome della moglie di Dario. Mi sento strano. Penso ottimisticamente che sarà la
pressione che va su e giù. Sono le tre del pomeriggio e non ho ancora pranzato.
Qualche giorno dopo ricevo un messaggio dall’assistente B. a proposito della dichiarazione ISEE
della quale la moglie è al corrente e, tra l’altro, della quale si deve occupare l’avvocatessa N. (nota
V). Ora so che devo cominciare ad avere più fiducia nei Servizi. Criticare meno e capire di più
potrebbe aiutarmi. Le persone che lavorano nei servizi sociali conoscono le frustrazioni e
l’impotenza generate dal loro stesso sistema, ma non sembrano disposte a cambiarlo, come
dovessero subire una maledizione divina.

Inizio così una serie di ricerche indispensabili per fare il punto sulla vita di Dario. Vado più volte al
catasto, in comune, alle poste, all’ufficio delle entrate, all’ USL, al patronato.
Un professionista avrebbe chiesto una fortuna per tutto quello che sto facendo. Mi chiedo cosa
sarebbe successo se non fossi arrivato io. La risposta è banale. Nessuno se ne sarebbe accorto e
non sarebbe successo nulla di irreparabile. Di tanto in tanto cerco di informare Dario delle mie
peregrinazioni. Lui mi guarda come se fossi un pazzo. Risponde che va bene, molto bene.
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Sto facendo qualcosa che non importa nemmeno all’assistito. Dario deve aver capito che ho
bisogno di approvazione per il mio lavoro. In ogni caso vado avanti come un pugile suonato.
Il mio maggior successo, per ora, è la mia amicizia con Dario. Tutti i giorni passiamo un paio d’ore
al bar con l’amico comune parlando di donne e film western, come tre adolescenti che abbiano
marinato la scuola. Spesso ci raggiunge qualche amico incontrato casualmente, altre volte qualche
cliente del bar.
Adesso sono quasi completamente addomesticato, sto smettendo anche di credere di essere il
centro dell’universo, di pensare che se non faccio certe cose, nessuno sarà in grado di farle.
Ho conosciuto finalmente il mitico operatore M. E’ una persona pacata che tenta di dominare
Dario. Lui, per tutta risposta, lo tratta malissimo, lo provoca, come cercasse il litigio. Penso che
potrebbe essere un buon consigliere, non un assistente diretto. Tra i due non c’è empatia.
Dario è molto sensibile ai sorrisi, soprattutto delle donne, non per malizia, ma per innata
predilezione. E’ il suo imprinting. Alla riunione con le assistenti chiederò che gli cambino la
persona di contatto, perché la distanza tra lui e M. cresce senza motivo ed è oramai insanabile.
Andrò con Dario alla visita dal medico di sostegno e a quella in un centro di servizi perché voglio
capire se almeno i medici sanno quale infermità affligga Dario.
La dottoressa di sostegno lo riceve dicendogli che è troppo grasso, dovrebbe dimagrire. In altri
tempi le avrei risposto che questo glielo aveva già detto il portinaio. Da lei ci aspettavamo un
parere medico. Mi sono abituato a tacere. La prima impressione ricevuta resterà inalterata alla
fine della visita. La dottoressa intuisce solo che Dario è a rischio diabete. Ha i piedi troppo gonfi.
Non può dedicargli altro tempo perché ha tanti pazienti in attesa. Riempie due pagine di ricette e
ci butta fuori. Non posso non commentare ad alta voce che almeno la visita è stata breve.

Ritorniamo con M. che lo assiste da alcuni anni, così ho modo di scoprire i motivi
dell’incomprensione fra Dario, la dottoressa e M. Non credo che la dottoressa conosca la
sindrome di Williams-Beuren, né che consideri Dario affetto da sindrome genetica. Pertanto non
può avere informato nessuno sulle sue caratteristiche comportamentali. M. è una persona seria,
che non ride quasi mai. E’ così di carattere. Anche quando è allegro non sorride. A causa dei difetti
cognitivi della sua mente per Dario non vederlo sorridere significa che M. è arrabbiato con lui. Un
altro collega, che ci accompagnerà a un’altra visita, è una persona paciosa, sorridente. A Dario
piace molto, scherza con lui, vanno d’accordo.
Non sono certo che un sorriso falsamente presentato farebbe un effetto differente, ma per Dario,
non sorridere equivale ad essere ostile.
Dario detesta M. perché racconta le sue mancanze. M. mi ha riferito del suo scarso livello di igiene
personale, così Dario lo reputa una spia, e lo dice ad alta voce, perché lui senta. M. lo tratta da
persona adulta e non cambia atteggiamento. E’ una persona che ama ordine e precisione, non
tratta Dario come un bambino, meno che meno come un Principe. I malintesi si accumulano.
Dario, per contrasto si atteggia da persona distante e lo chiama “comunista e spia”.
Per fortuna M. è un tipo cocciuto, non molla facilmente la presa. Se però avesse potuto ricevere
informazioni sul comportamento di Dario da uno psicologo al corrente delle sue patologie, si
sarebbero risparmiati anni di incomprensioni e di mancanza di risultati.
Negli ultimi mesi Dario ha avvisato in M. una reale ostilità: “Lui è al mio sevizio, non io al suo”.
Certamente M. non si si comporta con Dario come si fa con un bambino di sei anni. La frustrazione
per la mancanza di risultati li sta rendendo incompatibili.
Ora Dario ha costruito una barriera di scherno e di aggressione nei confronti di M. che fa male a
entrambi. E’ un peccato, perché in più occasioni ho riscontrato in M. un’affezione che va oltre il
normale impegno di lavoro.

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M. mi ha riferito che Dario non si taglia le unghie dei piedi da almeno due anni, che è stato
rigettato da un ambulatorio della USL perché in condizioni igieniche inaccettabili. Alla sua proposta
di lavarlo Dario ha risposto che se la cavava da solo.
Dario rimanda la visita specialistica per l’ernia presso l’ospedale dove lo hanno operato.
Semplicemente non si presenta. Non ho considerato queste richieste di aiuto di M. come spiate.
Ho cercato di fare qualcosa subito.
Un amico mi presenta una pedicure fantastica, una che mentre lavora parla con una vocina calma
che mette quasi sonnolenza.
Dario è terrorizzato, si vergogna a mostrarle i piedi. Spiego alla pedicure la situazione. Lei risponde
“Vediamo di cosa si tratta, se ci sono infezioni. Poi agiremo di conseguenza”. Mi assicura che ha
curato piedi a chiunque. Andiamo da Dario. Mentre camminiamo mi viene voglia di chiederle se ha
mai tagliato unghie ad animali selvatici.
Lo spettacolo dei piedi di Dario è grottesco. Le sue unghie sembrano quelle di un cinghiale, sono
lunghe e ritorte, difficili perfino da descrivere.
La pedicure inizia con grande professionalità. Ci mette più di due ore. Ha con sé bacinella, sapone,
forbici, piccoli attrezzi taglientissimi, creme, unguenti. Alla fine Dario è raggiante. Prende già un
appuntamento per la prossima volta.
La pedicure, mentre lavorava, ha raccontato di avere lavorato da bambina come custode di
animali da cortile. Alludeva alle unghie di Dario?
Lui si infila delle calze pulite e delle scarpe nuove, comprate appositamente. Camminando gioisce.
Mi illudo che continuerà a fare delle abluzioni con acqua e sale.
Accompagno la pedicure e la pago. Non vuole una tariffa speciale, dice che è stato un piacere,
perché il suo intervento è stato utile. E’ molto soddisfatta. “Adesso sono certa di avere
guadagnato un cliente e di aver migliorato la sua salute”.
L’abbraccerei, non per lo sconto, ma perché in lei c’è più deontologia che in un medico di base.

Le raccomandate ricevute da Dario erano figlie e nipoti di altre raccomandate del comune per il
pagamento della tassa sui rifiuti, quella che Dario asserisce che da qualche anno non arriva più. Le
ritiro in posta e poi le invio all’avvocatessa N. Il pagamento richiesto risale a tre anni prima e
l’importo è diventato quattro volte quello originale.
Prendo un appuntamento per fare il punto della la situazione. Nel frattempo vado al catasto dove
trovo una persona competente che mi consiglia di andare a un patronato. Ci vado il giorno stesso.
Chi mi riceve dice di conoscere bene Dario. Promette che si interesserà e che richiamerà appena
saprà qualcosa. Mi sto convincendo di avere un amico VIP, dovunque vada lo conoscono.
Dopo nemmeno due giorni la signora del patronato mi telefona e mi dice dove rintracciare la
pratica di Dario per eseguire la voltura della proprietà. Intanto Dario è andato all’ospedale con M.
Avrebbe dovuto andarci almeno due anni fa. Ritorna molto silenzioso, come bastonato, con
l’occhio triste. M. mi spiega che dovrà essere rioperato. Potrà andare quando vuole perché hanno
la sua cartella clinica e sanno cosa fare. Dario deve solo dare l’assenso all’operazione.
Ha chiesto se ci fossero rischi. “Ci sono sempre rischi - ha risposto il medico - per questo facciamo
firmare, ma si tratta di un’operazione che non dà problemi”.
Non avrei immaginato una reazione simile in Dario. Il suo stato di inquietudine è palese e molto
forte. Anche l’amico comune lo ha notato. Dario sembra improvvisamente depresso, è mogio, ha il
volto preoccupato. Mi dice: “L’anestesia è pericolosa, ho l’asma”.
Telefono a un’amica anestesista che mi conferma: “Naturalmente qualsiasi caso va trattato nel
suo complesso, ma se conoscono già il caso non vedo problemi”.
Lo racconto a Dario che cambia argomento. Non se la sente di firmare. Lascio stare. Domani
conoscerò l’altro assistente. Andremo in un ambulatorio alternativo dove possono curargli la
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ferita. Si tratta anche di un ambulatorio psichiatrico che segue le persone che hanno bisogno di
psicofarmaci. Non vorrei che a qualche medico premuroso passasse per la mente di sedarlo con
psicofarmaci.
Andiamo con l’autobus. L’assistente è una persona sorridente, piace a Dario, gli permette anche
una delle sue gag, ha l’approccio che serve senza che nessuno glielo abbia insegnato.
Al centro, la stessa persona che ci riceve ci informa che non si tratta di un caso di sua competenza.
Dice di conoscere il problema di Dario, ma non lo specifica. Ci dà l’indirizzo di un altro centro.
Dobbiamo andare là e insistere. Sono loro che lo devono curare. Ritorniamo raggianti, l’idea di
cambiare ambulatorio per uno più distante non piaceva a Dario. Si dovrà lavare e andare in quello
di prima.
Stabiliamo con M. che tutte le settimane, il giorno prima di andare all’ambulatorio, l’assistente C.,
una signora che Dario sembra gradire, andrà a controllare che sia pulito.
Le cose sembrano cominciare a funzionare. Il tempo passa. Ci avviciniamo a Natale. Chiedo a Dario
se gli piacerebbe fare un regalino alle suoi assistenti.
“Certo, dei Gianduiotti, il cioccolatino più buono in assoluto. Il Gianduiotto”, risponde.
“Da dove ti viene questa convinzione?”.
“Mio padre mi ha insegnato che se vuoi fare bella figura devi regalare dei Gianduiotti, il migliore
cioccolatino al mondo. I migliori sono della Caffarel”.
Cosa aggiungere.

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La solitudine insieme al sentimento di
non essere voluti sono la peggiore povertà.
Madre Teresa di Calcutta.

Poi viene Natale…

Si avvicina il Natale. E’ tempo di saluti e di regali. Dario è sensibile alla festa, ma non credo che per
lui abbia la stessa valenza di chi ha famiglia. Certamente gli piace l’atmosfera che si vive in giro.
Forse il giorno di Natale lo angoscia. In Venezuela ho imparato dai poveri che compartir è motivo
di più allegria. Per questo voglio che Dario divida con me e la mia famiglia il menù tradizionale che
da anni ci unisce. Quest’anno ci saranno anche dei colleghi venezuelani in visita. Anche per loro il
Natale è un rito speciale.
Dario mi ha parlato di un orologio barometro. Andiamo per negozi a cercarlo. Ricorda di averne
visto uno al Pam, a poco prezzo. Lo troviamo. Dario ne è affascinato, mi dice che ne aveva uno a
casa sua quando era piccolo. I barometri sono precisi, ricevono il segnale orario via satellite,
lavorano su circuito internazionale. E’ il regalo più gradito che ho fatto negli ultimi anni. Al
supermercato chiede al commesso, abituato a vendere insalata e latticini: “C’è la garanzia?” Gli
risponde: “Tenga lo scontrino”. Dario insiste: “Ci sono le batterie?”. Il commesso non ha tempo, lo
invita a guardare nella scatola. Lo porto fuori, perché lui per l’emozione farebbe ancora un
centinaio di domande ed io ho paura che alla prossima gli infilino in bocca un sedano.
Quando usciamo Dario mi spiega le prestazioni del suo regalo. Un sensore messo fuori della
finestra misura la temperatura esterna, il barometro all’interno quella di casa dà le previsioni del
tempo e dà l’ora. E’ un prodigio di tecnica ed efficienza e la marca è una delle migliori. Glielo
consegnerò al pranzo di Natale quando, per consuetudine, distribuiamo i regali. Mi raccomanda di
controllare se vi siano le batterie. Mi ricorda di non perdere lo scontrino. Per sicurezza lo metto
nella scatola. Se glielo dessi non lo perderebbe, perché non butta mai via nulla, ma non lo
troverebbe più tra tutta la carta che accumula in casa. Casa sua è piccola, ma il caos, generatore di
miti, regna sovrano.
“Quando vedrai il regalo, a Natale, dovrai far finta di essere sorpreso. Deve restare un nostro
segreto.”.
“Molta sorpresa?”
“Senza svenire. Solo per salvare la tradizione”.
“Una sorpresa controllata?”
“Controllata”.

Rifletto. Se anche i riti natalizi devono nascere dal mito del Natale non potevo fargli migliore
regalo di qualcosa che gli ricordi un periodo felice della sua vita. Mi piace il nostro patto. Andiamo
a comprare i cioccolatini: io scelgo i cioccolatini Fiat, lui i gianduiotti. Li porteremo alle signore B. e
N. per ringraziarle e fare loro gli auguri. Dopo due giorni di preparativi, si presenta contento e
molto pulito agli appuntamenti.
L’amico comune gli ha regalato una giacca imbottita, io delle maglie per cambiarsi.
Consegnandogliele, gli faccio una battuta: “Con quella che hai addosso da due mesi, una cipolla un
sedano e una carota, ci possiamo fare il brodo per i tortellini”. Sorride e mi promette che a Natale
sarà perfetto.
Forse è vero.
In presenza delle sue assistenti è quasi emozionato. Parla, fa gli auguri con disinvoltura e
linguaggio aulico. Quando rientriamo chiede il plauso e se lo fa anche da solo:

44
“Hai sentito come ho parlato? Ti è sembrato buono il discorso? Come ti è parso?”.
L’avvocatessa aveva accennato alla moglie. Sono curioso: “Il tuo discorso è stato buono, Dario, ma
perché non vuoi divorziare da tua moglie?”
“Potrei divorziare, ma non vorrei che lei prendesse la pensione”.
Preferisco non approfondire. E’ Natale.
“Adesso andiamo a farci una ricca merenda, perché ce la siamo meritata”.
“Eccome”.
A parte gli Auguri, che a me fa più piacere fare che ricevere, il mio tentativo era quello di
avvicinare Dario alle istituzioni, ma lui vede solo persone, non strutture organizzative, quelle non
tenta nemmeno di capirle, quando gli si spiega una organizzazione, fosse anche del 7° Cavalleggeri,
con Capitano John Wayne, si perde.
Sono ormai tre mesi che frequento Dario. Faccio meno fatica a capirlo e a farmi capire. Il suo
impegno è stato notevole, ma lo è stato anche il mio. Per lui sono bifronte, a volte mi metto al suo
livello, a volte gli parlo da adulto, a volte gli parlo da Volpe. Talvolta mi accetta, talvolta gli sembro
complicato. Faccio di tutto per ragionare con lui. Credo che questo aiuti entrambi. Sono certo che
lui abbia fatto un grosso sforzo per addomesticarmi, ma prima di tutto per accettarmi.
Quando chiacchieriamo entriamo talvolta in sintonia, come ci analizzassimo reciprocamente.
Allora siamo due bambini vecchi che ancora si stupiscono di fronte al mondo. Uno davanti all’altro,
come davanti a uno specchio, a volte siamo Principe, a volte Volpe. Ognuno ha tre vulcani da
pulire e tre baobab da controllare. Lui i Baobab li aveva, ma li hanno trapiantati in un altro
giardino. Entrambi abbiamo la capacità di meravigliarci sempre.
Di Dario mi piace il suo restare attonito di fronte a cose semplici e terrene. Amo soprattutto la sua
totale mancanza di illusioni. Dario non critica un’idea, un concetto, un modo di fare. O lo accetta o
lo rigetta, senza mediazioni, senza rimpianti, soprattutto senza pensare. Dario non ha
tentennamenti, quasi avesse un istinto primitivo che lo guida. Prende posizione a una velocità che
sconvolge, non media mai le sue posizioni. Il suo modo immediato di riconoscere archetipi e miti
del suo dominio mi impressiona.
Pensando al suo caso, alla sua patologia, ho memoria solo degli eroi omerici che agivano solo
istintivamente, solo dove li conduceva il mito, solo con il corpo o con il cuore e una luce che veniva
da lontano, la traiettoria mitologica.
Dario è così. Il suo pensiero è un “mito pensiero”, spesso affogato nel caos di potenza e fulgore
generati dal mito, ma mai arrivato alla fase critica.
Questo è il Principe Bambino che è in Dario. Lui non sa di vivere di miti. Lo scoprirebbe se arrivasse
alla fase critica, ma dovrebbe ripercorrere la sua vita una seconda volta.
Allora potrebbe scegliere. Ma, come per il Principino: “L’essenziale è invisibile agli occhi”
Si vive di solo cuore e la sua mente critica non può aiutare, abbatterebbe i miti.
E’ per questo che tutte le mie prediche o quelle di generazioni di persone che mi hanno preceduto
sono assolutamente inutili. Spiegate con garbo o grossolanamente, verranno sempre rigettate: “Le
azioni sono più importanti delle parole”
Questo detto vale per gli eroi omerici, per tutta l’epica, vale nel rapporto con gli amici e nei
confronti dello studio così arido dello spessore dell’amigdala e degli affetti da Sindrome di
Williams.

State vicini a queste persone, agite per il loro bene se volete essere loro amici. Parlate loro
delle leggi della natura e della fisica, insegnate loro cosa sia il lavoro di un lampionaio e di un
geografo, portateli a vedere come vive un re e un ubriacone, fate loro addomesticare le
volpi, ma soprattutto passate molto tempo con loro. Farà bene a loro e a voi.

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I suoi miti raccontano storie universali, visti in modo impersonale e acronico, eterno. Quando
Dario vede un mito il tempo sparisce, arriva l’eterno, sia Mussolini, la storia, o John Wayne, la
figura del padre o Kirk Douglas nei panni di Ulisse, o Spencer Tracy vestito da vecchio pescatore o
da giudice del processo di Vincitori e Vinti.
In lui non fa breccia il tarlo dell’illusione, non trovano spazio Superman o Batman. Dario vede solo
miti eterni e immutabili: la famiglia, la madre, la donna. Donna cammello, donna cavallo, donna
che lavora, donna che accudisce fino al ritorno alla tranquillità, un ciclo mitico di nascita e morte
che è accompagnato sempre dalla donna. In quel mito vede indifferentemente mescolate tutte le
donne che passano in strada e lo salutano come pure Sofia Loren o Claudia Cardinale, l’infermiera
che lo assiste in ospedale, le sue assistenti sociali e la tutor amministrativa, in un mondo di genere
femminile che lo affascina e lo respinge in continuo dipolo.
M. gli fa un baffo con i suoi precetti. Sarebbe meglio mandasse una donna che si rimboccasse le
maniche e parlasse poco. Allora vedrebbe Dario lavarsi.
Dario non ha scelto di nascere, non ha scelto i suoi genitori, non ha scelto quella famiglia così
stranamente composta, non ha scelto il suo patrimonio genetico. Dario è nato imprevedibilmente
in questo strano mondo, ha ricevuto regole e leggi, è entrato in una favola. Da quel giorno è
cresciuto alla luce dei miti che vi ha trovato senza poterli discutere, come fossero quel tesoro
nascosto che il Principino sapeva essere in ogni casa, stupendosi ogni giorno di una regola nuova.
A lui tutte le cose appaiono come gliele hanno presentate, nette, dirette, assolute e lineari. E’
cresciuto nell’esperienza primaria del mito dell’amore, per lui indispensabile, letteralmente “a
mors”, sospensione dalla morte, o per lui, per le sue caratteristiche fisiologiche, distanza dalla
solitudine. A questo mito sacrifica la maggior parte del tempo delle sue giornate, in una paziente,
incessante, frustrante ricerca che ricorda più un vizio assurdo che una ricerca di gioia. Dario cerca
gli occhi, il viso, la tenerezza e il sorriso dolce di chi lo possa amare, allontanare dalla morte, dalla
solitudine.
Non mi è mai interessato sapere se veda o meno nel culmine di questo amore esperienze carnali,
perché sarebbero comunque seconde fasi a preliminari che non iniziano mai.
Lui è pienamente cosciente che la vita e il tempo corrodono gli amori, non l’amore. Vive nel mito
amoroso con piena coscienza.

Nella mia storia di Dario ho mescolato alcuni punti di un ideale decalogo del Principino:
“Siamo fatti di relazioni”.
“Dobbiamo esprimere i nostri sentimenti”.
“Il tempo è alla base dell’amicizia”.
“Siamo responsabili di ciò che addomestichiamo”.

Ancora una volta, dopo oltre un mese di attesa, vado a sollecitare in libreria il volume sulla
Sindrome di Williams. Temo che quando arriverà sarà da riscrivere, dopo tutto ciò che so di Dario.
Arriverò a Natale senza essermi fatto questo regalo.
Intanto ci siamo addomesticati. Passiamo tutti i giorni un paio di ore al bar salutando e
conoscendo chi passa. Dario e l’amico comune fumano e fanno merenda. Io prendo un sacco di
freddo, non sono abituato ai climi invernali. Spesso, nel nostro divagare, ci accompagna un medico
che abita sopra il bar, un cardiologo oggi in pensione, l’unico che, parlando di Dario abbia detto
che è affetto da sindrome genetica comportamentale. Questa è la prova che una volta, quando si
avevano meno risorse, la medicina era una fonte di sapere, non un vulcano di dubbi.
Qualche amico saltuario accompagna il gruppo e così, fermando il tempo, ci facciamo trasportare
dai miti di Dario.

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Finalmente viene Natale. La sera della vigilia ci facciamo gli ultimi auguri. Anche quest’anno il
Natale ci coglie di sorpresa, impreparati non al pranzo o al presepio, ma nella mente, nei pensieri,
nello spirito. Il giorno della vigilia vado in aeroporto a ricevere un ragazzo venezuelano. Vive a
Malta, dove studia inglese. La famiglia gli paga gli studi per fuggire in salvo dalla propria terra, in
cerca di un mondo migliore.
L’unico che, una volta lavato, appare pronto all’accoglienza del dono natalizio è Dario. Lui ha già
pianificato da sempre questo giorno. Lo spirito del suo Natale si diffonde al suo arrivo in casa
nostra. Dario è come una statuina del presepio andata persa e che all’improvviso è rientrata nello
scenario, o come un’antica decorazione dell’albero che da anni non mettevamo più preferendo
quelle più moderne. I suoi desideri sono semplicemente esaudibili, non hanno una soglia alta. Per
lui mangiare bene e brindare sono già la celebrazione.
Lo sistemo tra me e mia suocera, un angolo anziano, ma ben rappresentato.
Il pranzo è una cosa di altri tempi. Si comincia con antipasti e vino, sono misti di terra pugliese e
salumi emiliani. In altre occasioni questo sarebbe già un pasto.
Tortellini e lasagne fanno un ingresso regale. Anche quest’anno sono i piatti più graditi. Seguono i
lessi, gli arrosti, i contorni, le salse e i mitici cotechini e zampone con le lenticchie.
Tutti quelli che hanno fatto il bis con i primi cominciano a avere il fiato pesante. Anche il mio
collega venezuelano, che fino a ieri passava per gran mangiatore, sembra sazio. L’unico che con un
passo da fondista supera tutte le prove è Dario che si presenta al giro di boa dei dolci con mezza
lunghezza di vantaggio su tutti. Taglia il traguardo da fuoriclasse con dolci e un caffè.
Finiamo di pranzare a metà pomeriggio, distribuiamo i regali e ridiventiamo tutti bambini per
pochi minuti, mangiando frutta secca e noci, sorseggiando un amaro.
Viene il momento dei giochi da tavolo. Quest’anno mia figlia ha trovato un gioco di memoria su
date storiche di eventi dalla preistoria ai giorni nostri: invenzioni storiche, personaggi famosi,
grandi scoperte, film famosi. Anche Dario fa la sua bella figura ricordando qualche data difficile.
Passano due ore. Nessuno ha più il coraggio di parlare di cena.
Usciamo a fare un giro per essere certi che sappiamo ancora camminare. Scattiamo foto dei nostri
volti trasfigurati dall’effetto pranzo di Natale.
Bologna è piena di persone serene, ma stanche, come fosse appena terminata una guerra. C’è
calma, nessuno schiamazzo. Mi sembra che si sia pensato solo a mangiare.

E’ stato il Natale più pacifico degli ultimi anni, abbiamo sentito più di ogni altra volta la gioia di
stare in famiglia e di potere godere l’opulenza natalizia come un lusso, non come dovuta. Abbiamo
ricevuto e fatto regali semplici e utili, abbiamo gioito per avere a tavola persone diverse in vari
sensi. Tutti abbiamo sentito il calore familiare del Natale. Gran parte del merito quest’anno non è
andato alla nonna che ha fatto il brodo di cappone come si faceva una volta, né a chi ha preparato
i dolci di stagione, ma alla presenza di Dario, che ha comunicato gioia e allegria come mai avevamo
avuto.
E’ stato un giorno poco spirituale. Da anni non vivevamo un Natale tanto caloroso.
Vicini al centro mi scattano una foto molto bella. Da quel giorno Dario e io corriamo affiancati, a
volte la Volpe è lui, a volte sono io, ma uno di noi è sempre il Principino.

Dubitate delle apparenze e guardate i dettagli. Tra noi due è sempre presente un principe. Solo
i dettagli vi faranno capire quale sia dei due.
“Le apparenze possono ingannarci”.
“I dettagli sono fondamentali”.

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La camminata ci ha fatto riscoprire il passo dei nostri nonni, la lentezza che troviamo ancora a
volte in qualche borgo del nostro Sud, quella che spezza in due la giornata, perché dopo pranzo,
anche se non si dorme, occorre muoversi adagio, silenziosamente, prendere tempo anche per le
nostre ombre e i nostri pensieri.
La città è bellissima, senza macchine e nel silenzio generale, dopo i primi passi non camminiamo
più nelle vie del quartiere, ognuno cammina nei suoi ricordi, forse ognuno, come me, capisce che
la grande festa dei nostri ricordi non era fatta di regali, ma dall’affetto che si generava intorno alla
tavola di famiglia.
Così una volta eravamo tutti.
E’ ancora bello ricordarlo oggi.

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La medicina ha fatto così tanti progressi
che ormai più nessuno è sano.
Aldous Huxley

La parola alla scienza

Finalmente arriva il libro sulla sindrome SWB. Comincio a leggerlo cercando delle verità
scientifiche che mi aiutino nei miei rapporti con Dario (nota V). Arrivo alla fine del primo capitolo
e trovo una chiave di lettura che mi apre gli occhi sul resto del libro.
Ero entrato nel libro tenendo per mano un Piccolo Principe che ritenevo “disabilitato” a compiere
certe funzioni che vengono compiute dagli adulti. Esco dal primo capitolo con dati su percentuali
per oltre trenta deficit fisici e una quindicina di possibili deficit comportamentali che tentano di
incapsularlo in un fenotipo studiato su una statistica di malattia rara scoperta negli ultimi trenta
anni.
I ricercatori hanno esaminato mille e cinquecento casi. Questa scoperta ha già fatto volare sulle ali
della scienza chi l’ha compiuta. Dimenticato lo scopo iniziale, hanno già dato per scontato che si
studiano i Piccoli Principi per scopi umanitari.
Povero Principino, sei già stato catturato da un tremendo geografo, stai già diventando una
statistica, ma abbi pazienza, stanno lavorando per un obbiettivo più alto.
Non mi perdo d’animo. Proseguo la lettura.
Il secondo capitolo è una sinfonia composta per esaltare la tecnologia della tomografia assiale e
della risonanza magnetica. I risultati di sintesi si basano sulle analisi di quasi tutti gli infanti
statunitensi, in odore di sindrome genetica rara, abitanti cinque stati confinanti con quello della
ricercatrice. Seguono quadri statistici sulle riduzioni medie di materia bianca e grigia cerebrale fino
alle uniche, povere conclusioni di questo capitolo sulla conservazione del cervelletto.
Praticamente non si è studiato il cervello degli affetti da SWB per capire come è il loro
funzionamento cognitivo. Si sono studiati i loro deficit cognitivi per capire, in concomitanza ai
deficit volumetrici del loro cervello, come funziona il comportamento cognitivo di un adulto
normale.
Passo al capitolo successivo. Non informo il Principe che stanno studiando come ragiona lui per
capire le differenze nel suo modo di ragionare dal mondo adulto.
Tutto ciò di cui tratta il resto del libro è relativo a terapie e psicoterapie educative sui bambini per
alleviare i disagi dati dalle disabilità derivate da deficit fisici.

Il libro mi è servito ad analizzare certi aspetti connessi alla sindrome SWB che non avrei
immaginato. Mi è servito soprattutto a capire che gli effetti della sindrome possono essere vari e
molteplici e che non è possibile stabilire nessuna prassi assistenziale per aiutare o migliorare le
condizioni dei pazienti a cominciare dai sessanta cinque anni.
Il libro mi ha confermato alcuni dubbi che nutrivo sull’autonomia di Dario e l’auspicabile capacità
di raggiungerla.
Forse oggi dei genitori illuminati, assistiti fin dalla nascita da un ausilio pedagogico, potrebbero
aiutare un figlio a una vita autonoma. Quando Dario è nato non era ipotizzabile capirne i problemi.
La specificità dei fenotipi comportamentali presenti nelle sindromi a base genetica dovrebbe
generare specifici interventi educativi e assistenziali costanti, non solo per il malato, ma anche per
i suoi familiari e per chi gli sta intorno.
Il trattamento della SWB rappresenta un caso di trattamento multidisciplinare. Occorre
coinvolgere diverse figure professionali: genetista, cardiologo, logopedista, nutrizionista,
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psicologo, insegnante di sostegno e altri. L’assistenza a una persona affetta da SWB dovrebbe
essere considerata una sfida, non un’attività di routine.

La mia lettura del testo scientifico non mi permetterà di aiutare il mio Piccolo Principe. Ora lo vedo
ricoperto di numeri e statistiche, di segni a croce e cerchi. Eppure è ancora riconoscibile nella sua
assurda divisa invernale e con quella patina di antica e lenta certezza che si porta dietro.
Credo ancora di avere fatto bene a informare le persone che lo circondano dei problemi generati
dalla sindrome di Williams, malgrado gli scarsi successi.
Almeno adesso io so da quale pianeta viene.

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Quando entriamo nella famiglia, con l'atto di nascita,
entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo
che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare
a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato.
In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola.
Gilbert Keith Chesterton

Adesso facciamo il punto

Malgrado le difficoltà a ricostruire la formazione di Dario, ora mi sembra di aver capito le sue
caratteristiche comportamentali.
Sua madre e suo padre si innamorarono durante una vacanza in Istria. La madre, nata in Unione
sovietica, aveva passaporto austriaco. Il padre era italiano. Farà il militare con il grado di capitano
per tutto il periodo bellico. Dario racconta che suo padre definì quel tempo: “Sei anni di vita
buttati via”. La madre guadagnerà dando lezioni di tedesco. La nonna, perseguitata dai bolscevichi
per aver sposato un nobiluomo zarista ucciso dalla rivoluzione, godrà ancora di certi agi. Tornato
dalla guerra, il padre gestirà un bar tabaccheria. Dario nasce quindi in una famiglia mediamente
agiata.
Il governo italiano, allora presieduto da Mussolini, favorì i profughi in arrivo dai campi di prigionia
bolscevichi. Dario mi ha assicurato che sua nonna e sua madre riuscirono a entrare in Austria
grazie a una di queste intercessioni.
Non mi risulta chiaro il percorso seguito dalla famiglia una volta varcata la frontiera sovietica, ma
sicuramente la loro prima sosta fu a Vienna. I genitori di Dario si sposano nel 1938. La madre
venne subito in Italia e la famiglia si sistemò a Bologna, in via Roma, oggi via Marconi. Dario
nacque il 27 giugno del 1951. Fu battezzato con il doppio nome: Detlev Dario.
Sembra poco importante avere due nomi, ma un nome russo e uno italiano sono simboli
dell’origine dei comportamenti di Dario, come derivassero distintamente dai due emisferi
cerebrali.
Detlev è il nome dell’emisfero destro, quello dell’intuito, quello emozionale, quello del caos, del
vissuto, dell’eredità degli archetipi, che gli viene principalmente dalla madre.
Dario è il nome dell’emisfero sinistro, quello del padre, imprenditore prima e ragioniere dopo.
Dario nasce con la sindrome SWB, sconosciuta all’epoca e catalogata come malattia rara dieci anni
dopo. Ancora oggi è poco conosciuta in Italia.
Nei primi anni di vita Dario cresce accudito dalla nonna e da una dada. Le due donne gli
permettono qualsiasi cosa. E’ un bambino vivacissimo, probabilmente iperattivo, ma di aspetto
gradevole e di carattere affettuoso.
Alla fine degli anni ’50 il padre ebbe un dissesto nell’attività di gestione del bar tabaccheria. Iniziò
a lavorare come dipendente. La madre continuava a dare lezioni di tedesco e fare traduzioni.
Dario cresce senza amici. Probabilmente ha problemi comportamentali, non piace ai suoi
compagni, diventa spesso ostile e non riesce a socializzare.
Dario mi ha parlato poco della sua infanzia, i suoi racconti sono frammentati, senza collocazione
temporale. Ne risulta la sua passione per i dolci, in particolare la torta Sacher, la cioccolata e i
gelati. Dario privilegia la qualità, non solo la quantità. Quando era bambino dolci, bevande,
spremute dovevano essere riti che lo appassionavano.
“I gianduiotti della Caffarel o della Pernigotti sono in assoluto i cioccolatini più buoni – dice - non
come la Nutella, che è un dolce per il popolaccio, per gente ignorante”.

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Tutti i suoi ricordi d’infanzia si incentrano sulla madre. Nei primi anni di vita ha ricevuto dalla
mamma tutti gli archetipi e i miti di un mondo che in Dario è rimasto intatto e indenne con il
passare degli anni. La cosa che sorprende è che Dario non ha mai sottoposto i suoi miti a critica,
come abbiamo fatto tutti noi nell’adolescenza.
Quando ho chiesto a Dario come fosse sua madre mi ha risposto stringendo entrambi i pugni con
le braccia piegate, storcendo la bocca e serrando i denti: “Una donna esile, molto gentile, ma…”
Amici che da giovani erano andati a lezione di tedesco da lei e avevano conosciuto Dario da piccolo
mi hanno riferito che era una donna di corporatura esile, gentile, che insegnava con attenzione
garbata, ma molto incisiva.
“E Dario come era?”
“Esattamente come adesso”.
Sul periodo dell’adolescenza ha ricordi più dettagliati, anche se non si rende conto della contiguità.
Dario ha avuto uno sviluppo sessuale precoce. E’ stato soggetto a frequenti innamoramenti, alcuni
mai rivelati, altri non corrisposti.
Un amico comune che abitava vicino a casa sua mi ha raccontato che si era innamorato di sua
sorella, più grande di lui. La sera andava sotto le finestre, urlava, faceva chiasso, fino a quando la
dada non veniva a prenderlo e lo riportava a casa. Dario mi ha confermato questo suo
innamoramento romantico precoce e non corrisposto.
Malgrado l’età, la dada fu oggetto di desideri e probabilmente di esperienze di Dario che non mi
ha rivelato particolari piccanti, ma deve esserci stata una specie di violenza progressiva da parte
sua e cedimenti compiacenti da parte della donna. Commentando gli avvenimenti, Dario si è
lasciato sfuggire una frase di lei: “Lassum ster, spurcazan…”

Nel 1961 il padre fallisce. La coppia decide di separarsi temporaneamente. Dario viene inviato due
anni al collegio italo svizzero di Rimini, dove frequenta la quinta elementare e la prima media.
Lì conosce un’allieva originaria di Predappio che, più scaltra di lui, gli fa delle avances. Hanno una
relazione. Dario mi dice: “Questo si chiama prendere due piccioni con una fava”.
“In che senso?”
“Nel senso che per vederla a volte scappavo dal collegio e andavo a Predappio, così avevo la
possibilità di visitare la tomba di Mussolini”.
“Ci andavi spesso?” gli chiedo.
“Ogni volta che potevo”.
“Quando ti è nata questa passione per Mussolini?” dico incredulo.
“Da bambino”.
“E come l’hai alimentata?”.
“Leggendo libri di storia, informandomi. Avevo tanti libri a casa”.
“Tuo padre era fascista?” domando.
“No, ma nemmeno comunista”.
“E tua madre?”.
“Non potrei dire, ma era anticomunista”.
“E i tuoi amici, i tuoi compagni di scuola, erano comunisti?”.
“Non avevo molti amici. Praticamente non li cagavo. Mi davano fastidio e di tanto in tanto
succedeva qualche contrattempo. Che andassero a prendersela nel culo, comunisti di merda. Sarei
andato dai carabinieri, avrei chiesto il permesso per ucciderli, sarei andato anche dal duce che li
avrebbe fatti inculare tutti, viva il Duce, viva Hitler…”.
“E loro, non si arrabbiavano?”.
“No, io lo dicevo in modo scherzoso…”.

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Se non avessi visto di persona Dario mettersi a gridare e bloccare persone molto più grosse di lui
facendo il saluto fascista potrei pensare che mi sta prendendo in giro. Confermo: è tutto vero.
“Dario, quando sei con me, non fare queste scenate, per chiara ideologia antifascista e soprattutto
perché non voglio prendere una seggiolata nei denti”.
“Stai tranquillo, nemmeno io voglio prendere seggiolate, ma questa gente di merda deve andare a
prenderlo nel culo, comunisti di merda”.
“Ma come sai che sono comunisti?”
“Si vede, si capisce subito, da come ti guardano”.
“Anche M. è comunista?”
“Peggio, lui è comunista e spia”.

I suoi pellegrinaggi a Predappio sono durati nel tempo. Spesso ha rivisto la sua prima esperienza.
Poi è andato a conoscere donna Rachele, poi la guardiana della tomba e una lunga serie di
personaggi che vivevano nell’ombra del ricordo. Quando parla di Predappio ne parla come di un
luogo ideale per una villeggiatura.
I contrattempi con i suoi compagni di scuola avevano la stessa origine della sua sprovvedutezza
con le donne: un’impressionante difficoltà e timidezza nei rapporti con i coetanei che non
emergeva con gli adulti. A scuola gli capitò spesso di non chiedere di andare al bagno, di bagnarsi e
peggio, e di suscitare l’ilarità dei compagni e problemi per i bidelli. Lui reagiva aggressivamente. I
rapporti con i compagni peggioravano.
Dopo due anni al collegio di Rimini e una serie di fughe, rientra a Bologna. Va a vivere con il padre
che viveva da solo per motivi economici, pur avendo ottimi rapporti con la moglie. La madre non
può tenere Dario in casa, perché grida ed è turbolento, lei dà lezioni private. Il padre lo tiene con
sé malgrado la sua vivacità non dia segni di placarsi. Uno dei racconti di quel periodo è:
“Eravamo alloggiati al residence dei Conti Pepoli. Mio padre aveva cominciato a lavorare. Io
restavo solo al pomeriggio. Mi piaceva leggere libri dove spiegavano la vita degli animali.
Una volta lessi che i gatti hanno sette vite. Mi incuriosii. Pensai di fare un esperimento. Vidi un bel
gattone di strada bianco e rosso e lo portai in casa. Riempii il lavandino di acqua e lo immersi
sottacqua un paio di volte. Dopo la seconda immersione sembrava morto. Allora capii che il detto
delle sette vite era una bugia. Non sapevo dove nascondere il gatto. Lo andai a mettere nel letto
della contessa, lo coprii e me ne andai. Quando la contessa andò a letto il gatto, che si era ripreso
al caldo, fece un salto e scappò. La contessa quasi morì di crepacuore”.
“E tuo padre cosa disse?”
“Per le altre sei vite ci fidiamo del modo di dire, vero?”
“Tuo padre non ti ha mai picchiato?”
“Qualche schiaffo. Niente di pesante. Era molto permissivo. Se sparivo due o tre giorni, lui non
diceva nulla. Voleva sapere che stessi bene e dove fossi”.
“E dove andavi?”
“A Verona, a trovare un’amica, a Predappio, a Roma. Sono andato anche a Parigi”.
“Andavi solo?”
“Certamente”.
“Queste amiche dove le trovavi?”
“Le fermavo per la strada, le trovavo a Milano Marittima, ne conoscevo dappertutto...”.
“Ma ci stavano?”
“A volte, vedi, io non andavo cercando, …ehm, come dire, …delle…busoncelle. Cercavo delle
ragazze un po’… di buona famiglia, ecco…”.
“Adesso mi devi raccontare come hai smesso di andare a scuola e per quale motivo”.

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“Frequentavo ragioneria. Un giorno mi diedero un tema da svolgere. Dovevamo dire come
passavamo il nostro tempo libero. Siccome avevo un compagno che voleva essermi amico, ma mi
rompeva sempre i coglioni, scrissi che andavo ai giardini con lui e ci inculavamo e poi ci facevamo
dei pompini a vicenda”.
“Il tema divenne bello sostanzioso o hai scritto solo questi due concetti?”
“No, scrissi tre pagine, perché aggiunsi delle svastiche, dei fasci e scritte W il Duce, viva Mussolini,
viva Hitler. Venne tutto ben denso”.
“Cosa successe?”.
“Un inferno. Ci sospesero e iniziò un’inchiesta”.
“Per sapere se vi inculavate davvero?”
“No, per sapere perché avessi scritto delle cose del genere”.
“All’inchiesta cosa hai detto?”
“Di non sapere il significato di quelle parole, anche se supponevo fosse qualcosa di brutto. Io non le
conoscevo esattamente, le avevo sentite dire ma non le trovavo sul vocabolario”.
“Ti hanno creduto?”
“Non credo, ma fecero finta. Non mi cacciarono da scuola. Mi bocciarono”.
“E quindi?”.
“Dopo qualche tempo non sono più andato a scuola. Se fossi stato più tranquillo forse sarei
arrivato al diploma”.
“Cosa hai fatto una volta uscito di scuola?”
“Nulla di particolare. Andavo in giro in motorino, andavo al bar…”.
“Quale bar?”
“Il bar Margherita”.

E’ necessaria una spiegazione: andare al bar a Bologna non significa bere un caffè e uscire. In
quegli anni al bar molti passavano gran parte della loro giornata. Il bar era dove vivere la giornata.
Il bar Margherita era molto frequentato, come lo erano il bar Panoramica o il bar del Pescatore e
tanti altri a Bologna. C’è tutta una letteratura e anche qualche film che lo testimoniano. A Bologna,
per un ragazzo di quindici anni, il bar era una scuola di vita. Non si diventava ragazzi di strada, si
frequentava un bar.
“Che motorino avevi?”
“Ne ho avuti tanti. Ne ho cambiati parecchi”.
“Li sfasciavi?”
“No, ma andavo forte”.
“Hai fatto molti incidenti?”
“Non tanti, una volta ho tamponato un autobus”.
“Avevi ragione tu?”.
“Non credo”.
“Locali preferiti?”
“Una volta il Moretto, adesso Wolf. Ogni tanto vado dal francese, che è un buon amico. Anche da
Zanarini mi trovo bene”.
“A proposito di Zanarini, raccontami di tua moglie”.
“Lei faceva la commessa da Zanarini. Cominciai a salutarla. Dopo qualche mese, una volta la trovai
che usciva dal bar. Le chiesi se voleva essere accompagnata con il motorino. Rispose di sì.
L’accompagnai. La seconda volta le chiesi se volesse venire al cinema. Disse di sì. Andammo al
cinema Sordomuti, che allora si chiamava Splendor, a vedere Butch Cassidy, un vero capolavoro. Io
ero molto imbarazzato e non sapevo come muovermi. Fu lei a prendere l’iniziativa. Così iniziò la
nostra storia”.
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Non voglio sapere altro. E’ una storia senza emozioni, fatta di silenzi e di impossibilità di capirsi.
Un matrimonio che genera figli da dare in affidamento mi atterrisce.
“Se capisco bene tu hai sempre subito la iniziativa” gli chiedo.
“Beh, spesso. Da qualche anno non capita più…”.
“Non stento a crederlo. Non fai nulla per farti notare”.
“Ad esempio?”.
“Non dico essere elegante, ma lavarsi ogni tanto aiuterebbe”.
“Forse hai ragione. Dimmi una cosa, se la sai…. Quando una donna ti dice davanti agli altri “ti
voglio molto bene” e allora la inviti a bere un caffè da sola e non viene, cosa vuole dire?”.
“O ha paura che tu ti dichiari o ha paura di cedere”. A volte mi vergogno di quello che dico. Questo
è un caso.
“Hai in mente qualcuna? Di chi si tratta?”
“Di una mia amica. Te la voglio presentare uno di questi giorni. Verrai?”.

Non ho scelta, perché dovrei dire di no?


Siamo in gennaio, fa molto freddo. Al bar stiamo seduti fuori perché Dario fuma. Io non resisto più
di un’ora al giorno. Detesto l’inverno. Vado a casa e rifletto. Oramai so tutto di Dario, conosco le
sue reazioni e credo di poterlo aiutare veramente.

Ho parlato di Dario e di Detlev non per ipotizzare due personalità, ma per ragionare sullo
sdoppiamento del modo di vivere: una personalità, due comportamenti.
Ho anche detto che Detlev corrisponde alla madre e Dario al padre. Non è del tutto corretto.
Tenterò di spiegarlo.
Oggi la scienza asserisce che tutti gli stati di percezione sono stati di coscienza. Analizzati
attraverso elettroencefalografi, mostrano praticamente le onde Hertziane del cervello. Le fasce di
onde che si sono rilevate sono quattro. Le prime tre sono interne a noi, la quarta ci fa vedere
qualcosa fuori di noi. I cinesi avevano già intuito ciò secoli fa dicendo: “La vita dorme nella pietra,
sogna nella pianta, è vigile nell’animale e sa di essere sveglia nell’uomo”.
Per il mio fine questa definizione è più bella e chiara di qualsiasi definizione scientifica.
Sappiamo quindi che il cervello umano può assumere quattro frequenze che chiameremo: ipnosi,
sogno, animale e umano.
In frequenza hertziana crescente le prime tre sono divise in frequenze basse e in frequenza alta
quella umana. Inoltre l’elaborazione dell’informazione corrisponde ai due lobi cerebrali, le basse
frequenze vengono elaborate dal lobo destro (Detlev) e quelle alte dal lobo sinistro (Dario).
Questa lateralità del cervello è un dato scientifico rigoroso, pur se enunciato diversamente. In caso
di separazione degli emisferi, ognuna delle due parti del cervello è in grado di assumere le funzioni
supplenti dell’altro, pur se non con la stessa accuratezza.
La cosa più sbalorditiva è che i due lobi del cervello tentano di avere ciascuno prevalenza sull’altro.
Detlev, il lato destro, vede e percepisce in modo soggettivo. Dario, il lato sinistro, sa oggettivare,
separare la realtà tra il sé e gli altri, tra il dentro e il fuori, e così via.
Detlev percepisce intuitivamente. Dario scinde la cosa, conosce per causa ed effetto, ogni
processo percettivo è causale. Dario può capire la scienza e la fisica. Detlev no.
Ragionare per Dario comporta un giudizio, scindere un problema nel confronto di due opposti,
arrivare a una scelta, oppure scegliere tra due posizioni limite secondo criteri di giustizia,
giudicare. Il giudizio, per il suo valore bipolare, genera sempre un’esclusione. Se una delle due
parti in giudizio è innocente, l’altra è colpevole. Eliminarla corrisponde ad accettare il giudizio.
Ragionare è un esercizio che ci pone fuori da noi stessi, non coinvolge contenuti emozionali

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Per Detlev comanda l’emozione, il sentimento. Una cosa è giusta se mi piace, una persona è buona
se è mia amica, un cibo è buono se ha buon gusto, non se fa bene, non se è sano.
Dario elimina dalle sue conoscenze le definizioni astratte, i concetti. Per Dario definire significa
astrarre qualcosa di unicamente mentale, valido per tutti, assoluto.
Detlev evoca e correlaziona archetipi e simboli: Mussolini, il gianduiotto e tutti i riti che ne
derivano.
Dario capisce una morale fatta di bene e di male e siccome questi sono concetti, derivano da un
giudizio personale. Pertanto la morale è sempre personale. La morale mia è diversa da quella di
altri, dipende dal mio vissuto, dalle mie esperienze e dal mio modo di ragionare.
Detlev non riconosce morali differenti, è etico, è Kantiano. La sua etica è impressa nella coscienza
originale dell’individuo, che a sua volta riproduce la genesi della specie umana.
La sua etica non ha subito modifiche, esisteva prima di lui.
Dario, quando ricorda, interpreta i fatti che racconta, compensa con sue mediazioni ciò che non
ricorda, ciò che ha rimosso. Analizza il ricordo e lo sintetizza sempre. Nei suoi processi bipolari
esiste sempre inizio e fine. I suoi ricordi sono sempre interpretativi di una realtà.
Detlev non interpreta mai, al massimo potrà dire che non ricorda, ma quando racconta qualcosa
che ricorda bene, allora ne rivive le emozioni, può piangere, soffrire o morire dalle risa come
allora, soffrire crisi depressive o fumare di rabbia come in passato.
Ricordare per Detlev significa rivivere l’evento concreto, senza compensazioni. Ecco perché si
emoziona alla vista di un barometro, rivive la meraviglia già provata.
Dario, dal punto di vista delle misurazioni, è unidimensionale, dualmente capisce le proporzioni, i
discorsi, gli argomenti e gli scopi o le traiettorie di un percorso logico, utilizza la logica analitica e
sa valutare le scale delle quantità, parla con suoni e intuisce il tempo, prova a gestirlo.
Detlev ha una visione dimensionale totalitaria, multidimensionale, olistica, ineffabile, pertanto non
discorsiva. La sua visione è qualitativa, non quantitativa, non conosce il tempo in quanto lui è fatto
di fatti concreti, non di sequenzialità.
Detlev si muove nello spazio, come nei sogni, non nel tempo. Esiste uno scenario, ma l’opera che
vi si rappresenta non ha sequenza temporale.
Detlev ha con sé tutto il suo passato. Non sa cosa sia il futuro. Tutto il suo tempo e il suo scorrere
lo ha dentro di sé. Lui è dentro una caverna, al buio, ha paura. Ogni tanto fa alcuni passi in una
direzione o nell’altra, tira fuori dal suo giubbetto l’accendino e vede un pezzetto di caverna.
Spegne l’accendino, per non finire il gas, si muove in altra direzione e lo riaccende, vedendo un
altro pezzetto di caverna.
Alla fine di una settimana o di un mese o di un anno, o di una vita di queste operazioni, deve
ricomporre mentalmente la forma della caverna al buio.
La domanda è: “Ricomporrà la caverna in modo sequenziale di tempo o in modo spaziale, usando il
sopra o il sotto, il destro o il sinistro, l’avanti o l’indietro?”
Dario riesce a quantificare i doni, che per lui rappresentano un aiuto alla sua economia molto
povera. Detlev capisce il sentimento con cui viene fatto il dono. Non lo quantifica.
Se gli dò dieci euro al giorno tutti i giorni per una settimana e passo un po’ di tempo con lui, riceve
sette volte un’emozione. Se gli dono settanta euro all’inizio della settimana e scompaio fino al
lunedì dopo, lui riceverà la stessa somma, ma un settimo dell’emozione.
Ecco. Ho fotografato le possibilità di Dario/Detlev di avere coscienza del mondo a una certa età,
diciamo l’età del Principino: dieci anni.
Nell’esperienza, l’evoluzione del cervello, dal periodo fetale in poi passa per gli stessi stadi di
crescita di un modello di evoluzione umana.
Dalla preistoria ai nostri giorni, quindi, il cervello umano è mutato con la stessa trasformazione con
cui si forma il cervello di un embrione nel grembo materno.
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Il cervello attuale è una complessa intersezione di tre sistemi neurali che rispondono a una
evoluzione passata.
Il primo, e più antico di questi sistemi, è un cervello di tipo rettiliano, un cervello del tutto spaziale
basato sull’allontanamento e avvicinamento, attacco e difesa, un cervello freddo e ritualizzato.
Penso a un rospo. Il secondo sistema è un cervello limbico, quello dei mammiferi primitivi, nel
quale un tessuto cerebrale copre il cervello rettiliano. In questo sistema avviene la gestazione di
emozioni intense, vissute singolarmente e dei ricordi a lungo termine. Questo sistema ci porta a
motivazioni ed emozioni, ma ci spinge anche alla ricerca di euforia e di piacere. Il terzo è quello del
neo mammifero e dell’uomo che si associa allo sviluppo dei mammiferi diurni.
Questo cervello si distingue per una neo corteccia formata di un tessuto nervoso dalla superficie
rugosa e piena di pieghe. Questa corteccia è divisa in due emisferi che comunicano tra loro
attraverso fasci di fibre trasversali. All’inizio era simmetrica. A partire dalla comparsa degli
orangutan e dei gorilla si avvia a una lateralizzazione dei due emisferi e funzioni diverse uno
dall’altro. Occorre notare che l’emisfero destro ha un maggiore numero di connessioni di quello
sinistro con il sistema limbico. Questo avviene in tutti noi.
Nell’uomo moderno la corteccia dell’emisfero sinistro, e quindi le capacità razionale ed analitica,
sono andate aumentando fino ai giorni nostri. Un uomo normale dei giorni nostri ragiona
principalmente in alta frequenza.
Da ora in avanti chiamerò il Principino con il suo nome italiano di Dario, ma era importante che si
capisse che i due comportamenti, uno a bassa frequenza e uno ad alta frequenza, sono
normalmente passaggi della crescita e della maturazione di una persona.
Nel caso di Dario, certamente l’emisfero destro ha più connessione di quello sinistro con i
generatori emotivi e la ricerca di euforia e gioia, ma questo avviene in tutti noi. La cosa che lo
caratterizza è che tra i due emisferi non prevale quello della razionalità, quello duale, ma quello
con tendenze limbiche.
In base alla conoscenza e alle frequentazioni avute negli ultimi mesi devo considerare che lui può
utilizzare i due emisferi, ma usa prevalentemente quello destro e il sistema limbico.
Quando si inoltra in attività che richiedono l’uso dell’emisfero sinistro si intuisce che sforza.
Questo potrebbe essere dovuto a molti fattori, ma devo tenere conto che a seconda del momento
emozionale, Dario può reagire sia da uomo che da gorilla.
Normalmente, e quando è solo, ragiona in bassa frequenza, utilizzando visioni archetipiche,
mitiche, simboliche e in una dimensione spaziale senza tempo, col lato destro del cervello, e le
reazioni sono istintive.
Tutte le ipotesi che faccio non hanno supporto sperimentale, ma partono da una analisi
comportamentale di Dario, pertanto, ancorché perfettamente errate, non ne cambiano il
comportamento.
Una sindrome patologica al timo avuta a un anno potrebbe avergli causato sviluppi anomali della
conoscenza.
La passeggiata prossemica da casa sua al suo bar rappresenta una situazione di chiusura su se
stesso e di minimo spreco di energie cerebrali. Da qui viene la sua ritrosia ad allontanarsi.
Quando esce dalla sua grotta per avventurarsi da Zanarini compie lo sforzo dualistico di
considerare che esistono anche gli altri con cui fare quattro chiacchiere. Queste chiacchiere spesso
gli pesano per l’obbligo di confrontarsi con morali di origine sociale che normalmente rifiuta.
Quando guarda alla tele i programmi storici del Ventennio, in casa sua, il cervello lavora a basse
frequenze, come quello di un’iguana delle Galapagos e lui si sente gratificato e felice.
Non mi è dato di sapere per quale ragione fisiologica Dario ragioni in questo modo, ma per i fini
che mi propongo con il racconto di questa storia essi sono ininfluenti, potrebbe essere a causa di

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una riduzione volumetrica della parte corticale sinistra ad esempio, che Dario utilizza
principalmente funzioni di natura soggettiva, ma non è importante in questo momento.
Questo studio del comportamento poteva essere rilevato con studi mirati. Nessuno li ha fatti.
Vediamo ora, nella crescita del bambino Dario, quali sono i problemi dei suoi incontri con persone
che ragionano in alta frequenza, includendo i suoi genitori.
Dario non cresce con miti mistici o religiosi, la sua visione del mondo è totalmente umana. I suoi
comportamenti sono semplici e tutti tendenti alla gioia, attraverso emozioni tattili, visive, uditive e
del gusto. Tuttavia le sue basse frequenze iniziano immediatamente a scontrarsi con le necessità di
un mondo ad alta frequenza. I suoi modelli etici, riassunti nella frase “quello che mi piace è
buono,” si scontrano con le regole di famiglia e le direttive morali. La semplice concezione:
“quando ho fame mangio” si scontra con riti imposti e tempi che lui nemmeno conosce. I genitori,
come i grandi in genere, a causa della “stupidità” generata dalle alte frequenze dei loro
ragionamenti, obbligano il bambino ad accettare un mondo segnato da credenze morali, regole
assurde e ordini perentori. Il loro non è il mondo etico che il bambino può comprendere, non è il
mondo naturale e ludico che il bambino si porta dentro. Il loro è un compendio di nevrosi,
patologie e isterismi che l’emisfero sinistro dei grandi in alta frequenza trasmette con i catechismi,
con le regole di condotta in pubblico e con i manuali di galateo.
Gli adulti aggrediscono continuamente. L’aggressione fatta amorevolmente su bambini normali da
genitori normali è grave, ma è irreparabilmente dannosa quando fatta su bambini con sindromi
genetiche comportamentali, che non hanno la capacità di accettare nuove regole in tempi rapidi.
Ogni bambino subisce un cumulo di violenze da parte degli adulti della sua famiglia e degli altri del
suo intorno. Nei casi di sindromi particolari la disperazione rischia la chiusura del bambino col
mondo esterno fino a somatizzare in malattie indotte.
Per evitare errori di giudizio generati magari da una lettura veloce, sento di dover lodare i genitori
di Dario, che non ho conosciuto personalmente, per il loro metodo educativo particolarmente
amorevole.
Dario conosce tutti i dolci dei migliori pasticceri, tutti i film d’avventura, gli western, i cartoni
animati esistenti nella storia del cinema e non conosce violenze.
Alla domanda “Con chi andavi al cinema?” risponde: “Con mio padre. A volte veniva anche mia
madre. Poi andavamo in pasticceria”.
Quindi i genitori lo amavano, ma neppure con l’amore, a volte, è possibile entrare in sintonia con
un principino. Figuriamoci obbligandolo a fare qualcosa controvoglia.
Non mi interessa sapere perché Dario non ami lavarsi. So che ha subito qualche trauma.
Probabilmente riuscirei a farlo lavare se gli trovassi un manuale d’igiene del giovane Balilla.
Vorrei essere chiaro, si tratta di traumi psichici, non sempre accompagnati da traumi fisici.

Il padre, con ironia e calma, è riuscito a insinuare alcuni concetti logici attraverso la barriera di
ritrosie del figlio. Non gli è stato possibile insegnargli il processo di critica ai simboli e ai miti che
sarebbero stati l’inizio di una maturità psicologica mai raggiunta.
Quando gli chiedo: “Ma Dario, come puoi dire che Mussolini ha fatto tante cose buone quando sai
che ha promosso le persecuzioni razziali, ha torturato e ucciso prigionieri politici e ha buttato la
nazione in una guerra distruttrice?”.
Mi risponde: “Avrà avuto i suoi buoni motivi”.
Lo provoco: “E quel pazzo di Hitler che ha ucciso milioni di ebrei, eh, come lo giustifichi?”
Lui, disarmante: “Se ne ha uccisi tanti avrà avuto una ragione”.
Su certi argomenti Dario è chiuso su se stesso come un armadillo. I miti non sono intaccabili,
nemmeno dai raggi laser.

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Ogni insistenza a cambiare lo rafforza nelle sue convinzioni, quasi a dimostrare che la vittoria del
suo emisfero destro è stata una sua vittoria sul mondo degli adulti. Non c’è perdono per i vinti.
C’è in lui, tuttavia, un punto di debolezza, come sempre nelle fortificazioni più invincibili. Si tratta
dell’amore di una donna, un’esplosione emotiva che potrebbe fargli cadere tutte le convinzioni
ataviche. L’amore deflagrerebbe nella sua mente con la potenza di una atomica. L’amore è il
massimo dei suoi desideri e, come nelle più belle fiabe, lo trasformerebbe in un principe adulto
con un semplice bacio.
Questa donna sarebbe per lui così bella e sconvolgente da offuscare quell’immagine interiore
presente in tutti noi: l’archetipo femminile della grande madre.
Tutti i giorni la cerca con ansia, si presenta a tante donne, cerca di ricordarne i nomi in cambio di
un sorriso. Un giorno la più grande delle emozioni squarcerà il suo sistema limbico di gorilla e la
deflagrazione sarà avvertita in tutta la città.
Amiche di Dario cercate, guardandolo, di non vedere un rospo, ma un principino che potrebbe
diventare in poco tempo il principe delle favole e che ha un bavaglino simbolico con la scritta: “Kiss
this frog”.
Mi addormento col sorriso sulle labbra e penso che mi manca solo di capire il suo comportamento
con le donne.
Sarà possibile capire il suo senza avere capito il mio?

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“È uno strano dolore...
Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.”
Alessandro Baricco

Come amano le volpi

Sto andando al bar e penso all’episodio del gatto. In fin dei conti era un ingresso al mondo delle
scienze fatto con la parte sinistra del cervello e con un metodo che avrebbero dovuto accettare
anche i più accesi sostenitori del metodo scientifico. La cosa più importante era che l’avere
innescato una critica a un modo di dire, a un proverbio, a un simbolo di vita come il gatto,
rappresentava un perfetto esempio di ricerca di giudizio. Ne deduco che la presenza del padre è
stata di grande aiuto alla sua crescita psicologica, ma il suo ingresso nel mondo degli adulti deve
essere stato molto faticoso. Oggi leggiamo sui giornali che la ricerca è senza mezzi, penso, ma
anche una volta non abbondavano, e rido. Oramai, avvicinandomi al bar divento ilare.
Credo anche di capire come mai Dario ha nascosto il gatto sotto le coperte del letto della contessa.
La risposta è meno difficile da capire di quella del Paradosso del gatto di Schroedinger. Per lui il
gatto, quando non lo vede più non è più vivo o morto, semplicemente non esiste più, come nel
paradosso non è né vivo né morto, finché non si sollevano le lenzuola.
Il freddo di questi giorni mi sta distruggendo, credo di avere qualche linea di febbre, ma non mi va
di stare a letto. Meglio reagire.
Arrivo un po’ più tardi al bar. Dario è già là da tempo. Comincio a vedere la sua litania con altri
occhi: “Sei arrivato adesso?”
“Non vai via subito”.
“Rimani un po’”.
La sua domanda potrebbe sembrare assurda, ma lui ha una concezione spaziale e non temporale
della giornata. Dario non immagina, vede solo cose concrete, se non mi vede non ci sono. Non ha il
controllo né dello spazio né del tempo. Gli rispondo con la solita supponenza: “Non lo vedi, sono
qui.” E’ uno sgarbo che lui non merita, ma non credo che capisca il senso della mia risposta.
Anche le telefonate all’una di notte: “Ciao, sei in casa? Stavi dormendo? Hai mangiato?” sono
assurde se analizzate con un lato del cervello, ma hanno senso se fatte da lui. Dario non mi ha mai
chiesto: “E’ tardi? E’ presto?”, eppure sa che esco raramente.

E’ ansioso, mi dice che mi deve presentare una sua amica. Ha tempo solo di bere un caffè, in una
ventina di minuti. Andiamo a piedi, contrariamente alle sue abitudini. A un certo punto mi dice:
“Sai, le ultime volte ho detto alla mia amica delle cose un po’ pesanti. Per questo ti ho chiesto di
accompagnarmi, non vorrei che lei e la sua amica fossero un po’ arrabbiate”.
Quando siamo vicini a casa si ferma. Chiama l’amica: “Sono io, sto arrivando da te…Ma lasciami
parlare…ma porco…ma mi vuoi lasciare parlare? ma vuoi fare la comunista? comunista di
merda…lasciami parlare…aspetta…aspetta…vuoi che chiami i carabinieri, aspetta…” E mi mette in
mano il telefono. Dico: “Pronto?” Sento una voce di donna che dice: “Pronto, ciao, scusa, stavo
dicendo a Dario che oggi non posso, sono fuori, devo fare delle cose, se mi aspetta ci vediamo più
tardi, adesso non posso proprio”. La rassicuro che glielo dirò.
Dario acchiappa il telefono. Inizia ad urlare. Fa veramente paura, grida bestemmie come un pazzo,
inveisce, offende. Siamo in centro, sotto un portico. Fortunatamente non è l’ora del passeggio e le
finestre sono chiuse, altrimenti avremmo decine di spettatori affacciati. La gente ci passa a
distanza. Sono sbalordito per la violenza, anche se ero preparato a scatti del genere.
60
Dario ha il fiatone, stenta a calmarsi. Passiamo davanti a un bar. Il titolare lo chiama dentro, è un
amico. Dario ci presenta. Resto fuori. Ho bisogno di riflettere, di capire.
Quando esce dal bar è un’altra persona, sorride, sembra rinfrancato.
Non ho capito il motivo di tanta rabbia, ma penso sia stato dovuto a un disguido sull’orario.
Lei era occupata e Dario voleva andare lo stesso.
Gli chiedo spiegazioni. Mi risponde: “Ma che vada a cagare”.
“Ma perché reagisci in questo modo?”
“Perché mi ha detto lei che voleva conoscerti, non l’ho detto io”.
“Sarà per un’altra volta”.
“Che vada a cagare”.
Non insisto. Ci dirigiamo verso il bar Zanarini. Ci sediamo con un amico e facciamo due chiacchiere.
Dario prende un caffè e ripete il suo rituale, come un parroco alla messa.
Parliamo di film. Io non sono comodo, quando non capisco qualcosa sono a disagio.
Mi metto a sfogliare un quotidiano, guardo distrattamente i titoli.
Arriva una donna. Saluta Dario. Lui, come fa spesso, le guarda con poca attenzione e borbotta
qualcosa. Suppongo di avere capito la situazione. Mi presento e la invito a sedersi. E’ la amica.
Dario è stizzito, ma inizia a parlare, dice che non erano d’accordo così. L’ amica di Dario, si scusa e
gli ripete che a quell’ora era da un’altra parte. Non capisco perché Dario si arrabbi tanto.
Ordiniamo qualcosa. Lei sta poco al tavolo, il tempo di salutarsi, ma in un clima molto teso, Dario è
quasi aggressivo, aveva preparato un regalino, un accendisigari. Ha fretta, lo abbraccia, gli dà un
bacio e se ne va.
Intorno a Dario è tangibile uno stato di tensione e di nervosismo, qualcosa non gli va, ma lui stesso
non sa cosa.
“Vedi come fa?”
“Ho visto”.
“Secondo te perché?”
“Non lo so, può darsi che abbia molto da fare”.
“Certo, ma quando invito lei a bere un caffè, perché viene con l’amica?”
“Se sapessi rispondere a questa, risponderei a tutte le domande dell’universo”.
“Ma tu non la vedi tanto spesso”.
“La sera a volte va in quel posto di merda che ti ho fatto vedere oggi, dove vanno degli ubriaconi e
della gente di pessimo livello”.
“E tu non ci vai volentieri, ma lei va lì perché è vicino a casa sua”.
“No, io piuttosto sto bene a casa mia”.
“Ma lei ti fa tanti favori, ti segue, ti aiuta”.
“Ma non riesco mai a fare due chiacchiere, dice che ci vedremo e poi non viene mai sola”.
“E’ possibile che non si fidi perché diventi aggressivo?”
“Io non sono aggressivo. Qualche volta dico che è una troia, ma lo sa che non lo penso”.
“Però non hai qualche vezzeggiativo più delicato?”
“Sul momento non mi viene”.
L’amico comune dice: “Per me sei innamorato”.
Dario si schermisce: “Chi io? ...figurati”.

Devo avere la febbre alta, saluto e vado a casa a provarmela. Non sto per nulla bene. Prenderò
qualcosa e se non guarisco andrò dal medico. Mi sdraio sul letto e ripercorro mentalmente tutto
l’incontro.

61
Non ho dubbi, Dario si avvicina a E. con un approccio da lato destro. E’ impreparato a qualsiasi
variante di percorso. Ho paura per lui, perché si pone in una condizione di ipertensione pericolosa
per la sua salute.
Il problema non è di facile soluzione. Dario ha bisogno di sentirsi accettato, non respinto o
allontanato. Qualche giorno di distanza dalla sua amica gli provoca sensazioni di abbandono che si
spiegano solo rovistando nel suo passato, ma anche questo non migliorerebbe il suo futuro.
Penso ancora a Dario bambino. Deve aver imparato molto lentamente a distinguere minuto per
minuto il continuo flusso di informazioni, regole, diritti e doveri, aspettative e obblighi che
regolano la vita di scuola in una giornata qualsiasi. Anche i giochi con i compagni sottendono leggi
e comportamenti ancora più rigidi, perché stabiliti dal tempo e a volte ereditati dagli stessi
genitori. Nascondino, Guardie e ladri, mosca cieca, ruba bandiera, giochi di gruppo generati e
perfezionati in tante generazioni, hanno regole rigide. In attività come queste Dario è destinato a
un conflitto cronico con i compagni irritati con lui, si sentirà frustrato. Alla fine proverà rabbia.
Tutto contro di lui.
La sua incapacità di confrontare il suo comportamento con le circostanze sociali e morali in gioco,
lo porta a una tragica situazione di segregazione.
La reazione è dirigere la sua simpatia ad altre scuole, ad altri bambini. Penso alla drammaticità del
rapporto tra la sua indole ipersociale e la mancanza del proprio gruppo di crescita.
E quando ha solo voglia di piangere e di gridare, quando il suo isolamento è così doloroso da
avvertirlo come una lama che ti traversa la gola, quando cerca di scacciare l’angoscia dando pugni
al muro e alle porte, dopo avere gridato le sue frasi di frontiera, dove correrà? Da sua nonna, da
sua mamma o dalla dada. La nonna è sempre prodiga di baci e abbracci, sua madre lo riassetta e
gli offre sorrisi e leccornie e la dada gli permette ogni tipo di trasgressione.

Dario,
non troverai mai una donna che possa darti tutto questo.
Nessuna donna riuscirà ad essere premurosa, amorevole, affettuosa, trasgressiva, complice,
sottomessa, permissiva e lasciva come tu desideri.
Nessuna donna saprà rimboccarti le coperte, baciarti sulla fronte quasi impercettibilmente,
lasciandoti il dubbio che possa essere stata tua madre o una farfalla volata vicino.
Nessuna donna avrà gli occhi lucidi al solo vederti fare colazione con i biscotti che ti ha
comprato dove ti piacciono.
Nessuna donna avrà voglia di tenerti pulito, di cambiarti tre o quattro volte al giorno, di
lavare ogni tipo di infame sporcizia che le riporti a casa.
Abituati Dario.
Così si vive nel mito, soli e con pochi affetti. Non chiedermi più se questa o quella
donna ti vuole bene. Tutte ti vogliono e ti vorranno bene. Tutte le donne vogliono
bene a un Piccolo Principe, per almeno cinque minuti, un giorno intero di
rivoluzione del tuo piccolo pianeta.
Non chiedermi mai se riceverai tanto amore. Non sarà mai quello sufficiente a
colmare il tuo desiderio.
Il mito dell’amore non tramonterà mai, i suoi riti saranno continui, ma i
partecipanti saranno sempre diversi.
Solo un Principe che crede nell’amore eterno, rimpiangendo quello passato, avrà
anche nostalgia di quello futuro. E queste saranno le tue spine. Ma proteggi la tua
rosa.

62
“Il mio amore è effimero - disse il Piccolo Principe - e non ha che quattro spine per difendersi dal
mondo! Ed io l’ho lasciato solo”.
Si deve imparare ad amare, altrimenti si precipita. Il principino ha lasciato la sua rosa donna.
“La rosa non voleva che la vedessi piangere. Era un fiore così orgoglioso”.
E’ normale in un rapporto duale confondere i sentimenti di uno con quelli dell’altro.
Un giorno, dopo tanto camminare per terre e deserti, rocce e nevi, il principino si imbatte in una
strada che, come tutte le strade, portano al mondo dei grandi.
“Buongiorno” disse.
Era un giardino pieno di rose.
“Buongiorno” dissero le rose.
Il Piccolo Principe le guardò. Assomigliavano tutte al suo fiore.
“Chi siete?” domandò loro stupefatto.
“Ah!” disse il Piccolo Principe. E si sentì molto infelice. Il suo fiore gli aveva raccontato che era il
solo della sua specie in tutto l’universo. Ed ecco che ce n’erano cinquemila, tutti simili, in un solo
giardino”.
“Mi credevo ricco di un fiore unico al mondo e non possiedo che una qualsiasi rosa”. E seduto
sull’erba piangeva.
La Volpe fa ragionare il Piccolo Principe e gli ricorda il segreto della sua vita.
“Ecco il mio segreto. Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”
“L’essenziale è invisibile agli occhi” ripeté il Piccolo Principe per ricordarselo”.
“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
Ora il principino può tornare dalle rose e dire ciò che nessuno dovrebbe dimenticare.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente. Nessuno vi ha
addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia Volpe. Non era
che una Volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico e ora è per me unica al
mondo. E disse ancora: “Voi siete belle, ma siete vuote. Non si può morire per voi. Certamente, un
qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di
tutte voi, perché è lei che ho innaffiato. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro.
Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi. Perché è lei che ho
ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.

Questi e questi soli sono i consigli di una Volpe amica.

63
Che la malattia abbia il senso di condurre chi ne è colpito
al significato della propria esistenza sarà da intendere
come ciò che la medicina naturalistica ha impedito
completamente di riconoscere.
Viktor von Weizscker

Meglio un Bacio in terra che una stella in cielo

Sto decisamente male. Credo di avere la polmonite. La dottoressa conferma, mi dà una serie di
medicine e mi consiglia di riposare qualche giorno.
Vedo Dario solo durante brevi passeggiate, faccio fatica a fare qualsiasi cosa, non ho pazienza,
stento perfino a leggere. Non ci voleva. Comincio a pensare al sole dei Caraibi, al mio albero di
nispero pieno di uccellini allegri che ne beccano i frutti, ai raggi del sole che mi svegliano all’alba.
Attraversano qualsiasi fessura e si aprono in mille colori. Penso alla libertà di indossare tutto
l’anno solo T shirt e jeans, alla cordialità della gente, al mare pulito e alla frutta tropicale. Brutto
segno. Un altro ciclo si sta chiudendo, non ho ancora trovato pace. Sto per iniziare un nuovo volo.
Stavolta voglio volare lento, ho imparato la lezione.
Intanto i giorni passano. Ho deciso, andrò ai Caraibi, ma non ho scelto la data, non ho fretta. Mi
ristabilisco, faccio più attenzione al freddo. Stare seduto ore al bar a guardare Dario fumare e
mangiare lentamente mi fa male. Devo ultimare alcune pratiche per lui. Ho un appuntamento per
controllare il suo pregresso di tasse sui rifiuti tra due settimane. Le prossime rate saranno curate
direttamente dal suo amministratore.
Dario non sta bene. Lo vedo più serio, fuma molto. Lo perdo di vista qualche giorno, ma so che va
regolarmente all’ambulatorio a farsi medicare la fistole, quindi si lava ed è in condizioni
presentabili. Noto che si cambia la maglia di pile con quelle che gli ho procurato, ma ha uno
sguardo triste. Temo che sia la mia tristezza vista nel suo specchio. L’amico comune me lo
conferma, mi dice che ha paura di dovere fare un intervento all’ernia.
Mi chiama una sua amica: “Ciao Rino. Sono preoccupata per Dario. La ragazza che gli fa le pulizie
ha detto che non sta bene, che sta seduto e fuma in casa. Non l’ha mai visto così. Non mi risponde
al telefono. Puoi andare a trovarlo?”
“Adesso no. Vado stasera, gli ho detto che ceniamo insieme”.
“Va bene, fammi sapere. Sono in pensiero per lui”.
Lo vado a prendere a casa. Suono al campanello. Dopo un tempo che mi pare infinito mi chiama al
telefono: “Ciao Rino. Sei tu che hai suonato?”
“Sì, un quarto d’ora fa”
“Scusa, ero in bagno. Adesso esco”.
“Per favore, Dario, sbrigati, fa freddo”.
Dopo un’altra decina di minuti esce. Mi sembra particolarmente pallido, ma sono suggestionato
dalla telefonata.
“Stai bene?”
“Sì, ma sai cosa, si è guastata la presa della stufetta ed è saltato il termico”.
“Vuoi che dia una occhiata?”
“Magari dopo”
Cerco di portarlo a cena distante da casa. Non gli va di camminare. Finiamo per andare in una
pizzeria che sta a lato di casa sua, muro a muro.
64
Siamo il secondo tavolo a venire occupato, in una grade sala.
Io chiedo una pizza, lui mi chiede se può prendere qualcos’altro.
“Certo, Dario, puoi prendere quello che vuoi”
Guarda il cameriere, che lo ha salutato come un vecchio amico, e chiede:
“Vi sono rimasti dei tortellini?”
“Certo”
“Allora un piatto abbondante di tortellini in brodo”.
“Certo, Dario”
La pizza è molto buona, la divoro in pochi minuti. Quando ho quasi finito, Dario sta ancora
versando formaggio sui tortellini, poi versa un po’ d’olio, poi mette del sale e del pepe e inizia a
mangiare.
“Come sono?”
“Ottimi, vuoi assaggiare?”
“No, grazie”.
La cena va molto lenta, ma lo vedo ravvivarsi. La sala si riempie, è sabato sera. Dario termina i suoi
tortellini, mangia il pane, chiede una caraffa di vino. E’ soddisfatto.
Torna il cameriere, io passo. Dario, dopo avere studiato il menù, chiede un piatto di baccalà con
patate e contorno di spinaci al burro.
Gli portano due piatti giganteschi. Sorride soddisfatto, li guarda a lungo e fa un sorrisino:
“Ehm…”
Naturalmente finisce di vuotare la formaggiera sugli spinaci, aggiunge olio sale e pepe su tutto.
Noto che fatica, respira male, ansima, mangia molto lentamente.
Io intanto lo torturo con una serie di domande sulla sua infanzia. A qualcuna non risponde, ad altre
dà dettagli. La vera cosa che mi stupisce è che non mi sa indicare nessun amico prima dei dodici
anni. E’ come fosse stato un bambino isolato nella folla. Abitava in un quartiere popolato, aveva
tanti compagni di scuola, anche perché era stato ripetente, ma non aveva amici.
“Che voto dai ai tortellini?”
“Otto”
“E agli altri piatti?”
“Otto al baccalà ed otto e mezzo-nove agli spinaci”.
“Scommetto che mangerai anche il dolce. Va a finire che questa pizzeria di lato a casa tua avrà le
votazioni più alte degli ultimi tre mesi”.
“Speriamo, qui ho sempre mangiato dolci veramente buoni”.
Intanto gli avventori che sono venuti dopo di noi cominciano ad andarsene. All’ingresso c’è gente
che attende in piedi, ma noi pasteggiamo con comodo.
Chiede altro pane. Dario mangia sempre più lentamente. Ho l’impressione che presto getti la
spugna, non ce la farà a finire. Mi ricredo. Termina tutto, ci mette molto, ma termina tutto, anche
il pane. Quando il cameriere viene a portare via i piatti si fa ripetere due volte la lista dei dolci. Alla
fine chiede un sorbetto con una torta al cioccolato.
Li gusta adagio, ogni tanto alza gli occhi al soffitto, come per aiutarsi a deglutire, come fanno i
pellicani quando imboccano un pesce grosso.
Alla fine raschia più e più volte col cucchiaio il bicchiere, vi guarda dentro e ricomincia. Poi chiama
il cameriere e chiede un buon caffè macchiato.
Sono rassegnato. Gli chiedo i voti e mi conferma che abbiamo superato la media dell’otto. Devo
ammettere che anche la pizza era sopra la media, per dimensione e qualità.
All’uscita controllo l’ora. Siamo stati seduti più di quattro ore. “Via col Vento” dura tre ore e 58
minuti, due minuti meno della nostra cena.

65
Ogni tanto studio dei piccoli quiz da fare a Dario per vedere il livello di attenzione che mette nel
leggere l’enciclopedia dei film che gli ho regalato. Quando siamo fuori dico una frase che
rimpiangerò per tanti giorni:
“Dario, mi è sembrato di assistere all’ultima cena di un condannato a morte. Sei sicuro che ti faccia
bene mangiare tanto?”
“Beh, erano cose delicate, molto saporite, non credo possano fare male”.
“Certo, tortellini, baccalà. Mancava la polenta, ma c’erano le patate. Nell’insieme cibi delicati.
Comunque adesso facciamo il giro dell’isolato. Ho paura, se ti vai a mettere a letto subito, che ti
venga una congestione”.
Mi segue non convinto, ma comincia a piovere. Dopo il primo giro torniamo.
Procede lentamente, è mogio e spossato, credo che abbia fatto una gran fatica a mangiare tutto.
Almeno è contento. Ci salutiamo senza grida ed andiamo entrambi a casa.
Dormo sodo. Sto pensando che potrei scrivere un racconto di questi mesi passati con Dario e darlo
da leggere alle sue assistenti sociali, perché parlando di lui ed assistendolo sappiano chi è, come si
muove, come “funziona”.
E’ domenica. Chiamo Dario a fine mattinata. Non mi risponde. Penso che, dopo quella mangiata,
non si alzerà prima delle quattro del pomeriggio.
Passa la domenica. Lo chiamo la sera. Non risponde ancora. Forse sarà andato dall’amico
ristoratore. La domenica, di solito, una ragazza gli fa le pulizie in casa.
Lunedi a mezzogiorno mi chiama la sua amica e mi dice che Dario sta male. Alle tre lo andranno a
prendere, gli hanno prenotato un posto in clinica. Dice che non respira e che non risponde al
telefono. Mi chiede di tirarlo fuori dalla tana per quell’ora.
Vado e comincio a suonare il campanello. Nessuna risposta. Chiamo al telefono. Nulla. Allora
chiedo a dei vicini di casa se mi aprono il portone per accedere direttamente alla porta di casa.
Entro e massacro di botte la porta per oltre un quarto d’ora. Finalmente, dall’interno, sento:
“Sì, arrivo…”
Passano dieci minuti e Dario apre la porta.
E’ vestito come sabato sera. Deve avere dormito vestito per due giorni. Ha la voce impastata, è
pallido come la luna, quasi verde. Esce nel cortile e si siede. Non sta in piedi, ma ha la forza di
accendersi una sigaretta, malgrado respiri a fatica.
“Cosa c’è?”
“E. ha detto che ti stanno venendo a prendere. Hai una camera prenotata in clinica”.
“Dici che mi conviene andare?”
“Io dico di sì. Se stavi male, perché non mi hai chiamato?”
“Aspettavo che passasse”.
“Cosa hai?”
“Non lo so, credo la febbre, sono debole”
“Hai mangiato qualcosa? Hai fame? Vuoi andare al bar? Dammi una risposta, ti vengono a
prendere fra non molto”. Penso che sto diventando come mia madre, qualsiasi cosa avessi mi
chiedeva se avessi mangiato e se fossi abbastanza coperto.
Si muove in modo pesante. E’ ancora più lento del solito, ma andiamo verso il bar.
Beve un caffè macchiato, con meno slancio degli altri giorni. Mi fa capire che non gli piace l’idea di
andare in clinica. Io intanto ho chiamato l’amica e le ho detto che siamo al bar.
Continua a domandarmi: “Faccio bene? Devo andare?”
“Se stai male è meglio in clinica che a casa”.
Arriva l’amico comune e anche lui gli consiglia di andare.
“Tu vieni?”
“Oggi no, Dario, sono già in tanti che ti accompagnano, domattina vengo a trovarti”.
66
Arriva un macchinone, mi sembra una Mercedes e si ferma a lato del bar, lo accompagnano alla
macchina dopo aver salutato.
Lo vedo andare molto mogio.
Verso sera lo chiamo e sento molto chiasso e allegria. Credo che siano andati a trovarlo alcuni
amici in clinica. Gli confermo che andrò a trovarlo il giorno seguente. Io ho già comunque fatto la
mia diagnosi, ha la stessa polmonite che ho avuto io. La cosa che non so è da quanto se la porti
dietro. Forse l’abbiamo presa insieme e lui ha capito di essere malato con più ritardo, ingannato
dalla sua respirazione difettosa cronica.
Il giorno seguente, subito dopo pranzo, prevedendo che a quell’ora nelle cliniche private regni
una certa calma, vado a trovarlo.
Una infermiera mi dice che Dario è alla stanza otto. Vado in camera e non trovo nessuno, il letto è
fatto come se nessuno vi avesse dormito. Gli infermieri al piano mi dicono che Dario è in
rianimazione.
“In rianimazione? Come è possibile?”
“Non sappiamo. Il professore arriva prima delle tre. Può chiedere a lui”.
Nel frattempo arrivano altri amici. Attendiamo.
Finalmente arriva il Professore: “Lo abbiamo sedato e ricoverato in rianimazione. Le sue condizioni
sono molto gravi”.
“Lo avete sedato prima di metterlo in rianimazione?
” E’ sedato, in rianimazione”.
A me resta il dubbio, che non mi toglierò mai, che qualche infermiere, sentendo molto chiasso alle
undici di sera, visto che Dario non dormiva ancora e si aggirava per i corridoi, gli abbia dato le
classiche venti gocce di qualche sedativo. Con la sua asma cronica e la polmonite, una sedazione è
bastata per creargli un credito di ossigeno. Al primo giro degli infermieri al mattino lo avranno
trovato quasi esanime e lo hanno portato d’urgenza in rianimazione.
Credo che, malgrado tutto, Dario sia molto forte fisicamente e penso che sopporterà anche questa
crisi. Saluto tutti e me ne vado. Mi viene in mente la frase di Napoli milionaria “A da passà a
nuttata”.
Sono preoccupato, ma ottimista. Credo che l’unico vero nemico da vincere sia la polmonite.
In ventiquattro ora di antibiotici, forse trentasei, si dovrebbero già vedere risultati.

Il giorno seguente siamo sempre gli stessi in clinica. Saliamo a vedere le condizioni di Dario,
parliamo con il paramedico del reparto. Ci riferisce che non si vede ancora miglioramento, ma lui
pensa che si andrà riprendendo.
“In base a quali segnali?”
“Stabile non può restare, ogni ora che passa è meglio per lui”.
Non si tratta di un parere medico, ma ha un certo senso, detto da una clinica a degli amici.
Scendo, sono ancora più ottimista del giorno precedente. Incontro il professore: “Buonasera,
professore, cosa mi dice?”
“Andiamo molto male. Se fosse mio fratello o un mio amico staccherei la spina. Bisogna avere il
coraggio di dire la verità a volte”.
Mi coglie di sorpresa. Non riesco a chiedere nulla di più. Mi sento come se mi avessero tagliato i
tendini delle gambe, faccio fatica a restare in piedi. Alcuni amici lo incontrano più avanti nel
corridoio. A loro non parla nello stesso modo brutale, ma li vedo comunque molto amareggiati.
Qualcuno vuole andare a vederlo. Io li accompagno di sopra ma non voglio entrare, ho brutti
ricordi della rianimazione e so che non serve a nulla la visita.
Escono visibilmente commossi, io di conseguenza. Mi commuovo per empatia.

67
Qualcuno va in bagno a lavarsi la faccia, io no, tanto so che mi passerà presto, e poi non mi
vergogno mai di piangere, mi vergognerei di non piangere.
Il paramedico, che credo sia stato redarguito per avere rilasciato affermazioni ottimiste, ci
accompagna alla porta. Io, per provocargli una risposta, gli chiedo: “Ci resta solo da pregare?”
“Credo di sì” risponde con un’espressione come a volersi scusare.
Me ne vado dalla clinica stordito per quanto mi è successo. Ripenso alle parole del professore. Non
ci credo. Provo a dimenticare, ma mi martellano nella testa.
Chiamo l’amico comune che mi dà appuntamento in centro.
“Vediamoci in chiesa, devo pregare”
Io non so pregare, lo faccio solo nelle occasioni particolari, più per scaramanzia che per fede, lo
faccio perché la persona per cui prego potrebbe avere piacere se mi vedesse.
A volte dico: “Siccome non prego mai, quando entro in una chiesa mi noteranno”.
Provo dolore, ma anche rabbia, come ogni volta che muore un bambino.
Mi chiedo perché, e se è giusta una cosa del genere, come volessi discutere alla pari con il destino.
Addirittura affrontare la morte.
Mi calmo girando per la chiesa, è molto bella, ha un rosone sulla facciata principale meraviglioso,
so che internamente ha biblioteche e giardini. Vado a vedere la tomba del santo che è
meravigliosa. Mi sento sempre bene in chiesa, non quando prego, ma quando entro solo per
riflettere, concentrarmi e pensare.
L’amico che mi raggiunge è forse l’unico che, come me, considera Dario un bambino che non
ragiona, vive istintivamente. Gli spiego quanto mi è accaduto. Resta muto. Mi è passata la rabbia.
Lui mi mostra un crocifisso a lato della entrata cui è particolarmente devoto, ha una maschera
tragica impressionante.
Usciamo. Resto convinto che Dario si salverà, ma che non sarà per la mia preghiera rabbiosa, né
per la candela che ho acceso.
Il giorno seguente vado direttamente alla sala rianimazione, cercando di non incontrare il
professore. Trovo un amico che sta uscendo accompagnato dal paramedico:
“Ciao Rino, dicono che i valori sono regolari. Sta tornando alla normalità, la febbre sta calando, i
battiti stanno diventando regolari”. Si rivolge all’infermiere chiedendogli se ora ci sia speranza. E
lui risponde: “Beh, non siamo fuori del tunnel, ma adesso si può sperare”.
Riesco a piangere anche più del giorno prima, ma stavolta è un pianto di liberazione. Esco e mi
sento come liberato da un incubo. Guardo il cielo e capisco che mi sono tolto un coltello dal
costato. Mi accorgo che è primavera inoltrata. So che quando sarò a migliaia di miglia da qui avrò
coscienza che, tornando a casa, qualcuno al bar mi chiederà se sono appena arrivato.

E capii anche che non potevo sopportare l’idea di non sentire più quel riso. Era per me
come una fontana nel deserto.

La notte guarderò le stelle nei Caraibi e saprò che non c’è ancora la stella del Piccolo Principe. Per
quella dovremo attendere.
Adesso inizia il conto alla rovescia, non mancano tanti giorni alla partenza. Posso già fissarla ai
primi di maggio. Per quella data Dario sarà già a casa e io avrò raggiunto tutti gli obbiettivi che mi
ero prefissati.

Poco dopo il suo ricovero, l’amministratrice di Dario mi aveva chiamato chiedendo chiarimenti per
il pagamento delle cure. L’ho rassicurata dicendo che Dario aveva amici responsabili. Nonostante
fossi abbattuto per le condizioni del mio amico, ho indagato e chiesto chiarimenti a B, altro amico,
che con sua moglie ho incontrato tutti i giorni in clinica nelle pause del loro lavoro.
68
Mi ha informato che IB avrebbe coperto tutti i costi. IB è una delle più abbienti industriali
bolognesi. Ricca e di buon cuore, si è dedicata negli ultimi anni a organizzare attività e opere
benefiche nella città. Un suo semplice assenso apre molte porte, tra cui quella di questa clinica.
Non so per quale strano gioco gotico del caso, ma le strade di Dario e di IB si sono incrociate anni
fa. Ne è nata una reciproca simpatia che ha permesso a Dario, per tanti anni, di passare vacanze a
Milano Marittima ospite in una sua foresteria e, in tarda età, di ricevere di quando in quando aiuti
di ogni tipo. Dario è molto orgoglioso, non ama chiedere, ma non rifiuta se qualcosa gli viene dato
da una persona di cuore.

Vado in comune per la tassa dei rifiuti di Dario. Ho la sua delega e la mostro all’impiegata:
“Ah - mi dice - e come sta Dario? mi hanno detto che è in clinica, una mia amica è andata a
trovarlo stamattina”.
Sono sbalordito. Riesco a dire: “Sta migliorando giorno per giorno, i medici mantengono la
prognosi, ma secondo me starà bene in pochi giorni”. Mi dà tutte le informazioni sui debiti
pregressi e mi dice che, se pagherò entro una certa data, non ci saranno maggiorazioni.
Mi dà il suo cognome e mi prega di fare gli auguri a Dario.
Me ne vado molto soddisfatto, era una delle ultime faccende da risolvere.
Passo dal centro, compro alcuni pacchetti di buona cioccolata artigianale e mi avvio alla clinica.
Finalmente c’è allegria, c’è aria di festa, come dopo uno scampato pericolo. Tra pochi giorni Dario
uscirà dalla rianimazione, anche se dovrà restare ancora in clinica fino alla mia partenza.
Metto le cioccolate nell’armadietto e vado a trovarlo, sono molto contento.
Lo trovo sveglio, con la bocca impastata, una specie di ectoplasma alle labbra, ma in condizioni
decenti. Il paramedico, molto professionale, è anch’egli molto contento, mi dice che non ha mai
perso la speranza, ma ad un certo punto se la era vista brutta.
Dario crede che sia martedì della settimana prima, non ha memoria di quello che gli è successo.
Io sono ancora più commosso degli altri giorni, balbetto come un ebete, poi esco, altri lo vogliono
salutare.
Incrocio il professore. Evito di parlargli, ma lui, che ha molta confidenza con alcuni amici, nel giro
di pochi giorni ha visto passare tutto il mondo dalla sua clinica. Chiede: “Ma chi è Dario? Non ho
mai visto tanta gente, ieri è venuto Gianni Morandi”.
Lui continua a dire che non è ancora a posto, ma nessuno più lo considera.
Dopo qualche giorno finalmente rientra nella sua abitazione N.8.
Le suore sono contente e materne con lui, il fisioterapista che lo riabilita a camminare è diventato
suo grande amico. Dario ha una frase gentile per tutti, specialmente per le infermiere.
Ricorda nomi, luoghi di nascita, date, nomi dei fidanzati, scherza con tutti.
Gli amici iniziano in allegria a fare scherzi bonari, uno viene con la chitarra. Hanno deciso che deve
fare una serenata a una infermiera che è particolarmente gentile con lui.
Senza che se ne accorga, io acchiappo tutte le sue cose sporche e le porto a lavare. Vado da lui
quando so che può essere solo, quando mangia o nelle prime ore del pomeriggio. Gli porto delle
paste, cioccolata, bibite. Faccio le stesse cose che faccio con mia nipote quando la voglio viziare.
Lui mi racconta come si sente e chi è andato a trovarlo. Non era mai stato così bene.
Mi assicura che smetterà di fumare. Non voglio essere troppo petulante, del resto sto già
preparando le valigie.
Dopo lo scampato pericolo di morte, in clinica si vive l’atmosfera della festa di Carnevale.
Una donna delle pulizie chiede a Dario l’autografo di Morandi per sua nipote, caso mai dovesse
tornare. Le suore scherzano come le infermiere, gli amici portano paste, dolci e leccornie. Dario è
così contento che comincia a trattare male chi non gli piace molto, alza la voce e lancia qualche
sproposito.
69
“Attento, Dario, se le sorelle sentono una bestemmia ti sputano nella minestra e ti lavano la bocca
con il sapone. Peggio, ti buttano fuori”. “Ah questo no” - dice preoccupato.
Un pomeriggio entra una donna benvestita e con una bella figura, si presenta rapidamente e
saluta Dario affettuosamente.
“Sono venuta perché morivo dalla curiosità. Dimmi tutto. E’ vero che quando si arriva così vicini
alla fine, e si è più di là che di qua, sembra di percorrere un tunnel in fondo al quale si vede una
immensa luce che quasi ti acceca, e proprio quando stai per arrivarne al centro sparisce tutto e si
ripiomba nella incoscienza. Poi ci si risveglia salvi. Hai avuto questa visione?”.
Dario esita: “Beh, non è stato proprio così, ehm, io andavo verso un muro che non distinguevo
bene, mi avvicinavo, ma non riuscivo a toccarlo. Poi ho guardato bene, ehm. Era un muro di
cioccolatini, sì, di Baci Perugina”.
Non riuscivo a contenermi dalle risa. Era stato unico per la precisione del racconto e per ricordare
anche la marca. “Come fai a ricordare che erano Baci?”
“Perché mi ero ricordato che ne avevo due nella tasca e non sarei riuscito a mangiarli”.
Esistono persone che ritornate dalla rianimazione raccontano di questo tunnel alla fine del quale
vedevano la luce, altre che guardando il cielo dicono di avere visto Cristo vestito a festa che li
benediceva. Dario sembrava semplicemente tornato dal viaggio di non ritorno per mangiare due
Baci Perugina.

Sono gli ultimi giorni, quasi mi dispiace di partire. Credo che in modo differente dispiaccia anche a
Dario che me ne vada. Adesso mi sento completamente addomesticato.

Così il Piccolo Principe addomesticò la Volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la Volpe, "... piangerò'".
"La colpa è tua - disse il Piccolo Principe - io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti
addomesticassi..."
"E' vero" disse la Volpe.
"Ma piangerai!" disse il Piccolo Principe.
"E' certo", disse la Volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"

Io non posso avere guadagnato il colore del grano, i radi capelli di Dario sono sale e pepe.
Io ho imparato a vivere e ragionare in modo più lento e col lato destro del mio cervello. Ho capito
che chi avevo di fronte mi lanciava dei segnali di amicizia. Ho imparato che anche chi vive con
risorse marginali può sorridere e non provare invidie, anzi avere più dignità di tanti altri.
In un mondo che perde sempre più rapidamente i propri valori ho trovato queste piccole cose di
una volta. Non è poco.

“Dario, come ti senti in Clinica?”


“Come un’ape nel miele … come un topo nel formaggio”.
“Però adesso devi uscire, ti manderanno a casa?”.
“Se proprio si deve… Non mi manderanno in un ricovero, come dice il Professore?”.
“No, Dario, non andrai al ricovero. Il Professore, grazie al cielo, non ci azzecca mai”.
“Credi che potrei restare ancora una settimana?”
“Questo lo devi chiedere al Professore, non a me, e soprattutto alla tua fatina”.

Da oltre una settimana continuo a salutare tutti. Oggi ho mandato una lettera all’assistente sociale
ed all’assistente amministrativa di Dario avvisando della mia prossima partenza. Ho raccontato
70
dettagliatamente della malattia di Dario e delle cure. Ho chiesto che lo seguano, che si occupino
delle sue grane amministrative e coniugali. Ho ricordato la sua sindrome e ho ringraziato per tutto
il loro aiuto. (Vedi nota X)

71
Non basta fare del bene, bisogna anche farlo bene.
Denis Diderot

Viviamo in un’epoca complicata

Mi chiedo spesso se oggi sia facile identificare cosa voglia dire fare del bene. L’unica risposta che
mi sono sempre data è stata: “Se non fai del male, prima o dopo farai del bene”. Che sia più facile
identificare il male che il bene?
Viviamo in un’epoca complicata. Un’organizzazione benefica ha bisogno di risorse umane ad alti
costi. Non tutte le risorse sono orientate al bene. Saranno scelte secondo la media umana.
Esisteranno quindi devianze dal bene prodotto, specialmente quando nel ciclo di attività vi
saranno passaggi di beni materiali fruibili.
In questo caso nella mia visione dualistica: bene o male. Tutto ciò che non è male è bene.
Qualcosa non funziona. Se una parte di ciò che non mi sembra male è male, allora una parte di ciò
che mi sembra bene non è bene.
Lo voglio dire in modo più tecnico: Non è possibile che l’unico risultato produttivo di un ente
benefico sia trasformare dei beni materiali in azioni benefiche. Oppure: “Non è possibile che l’unico
risultato di una trasformazione operata da un ente benefico sia trasferire beni materiali da una
persona più ricca a mille persone più povere”.
Queste attività parallele alle missioni delle associazioni e di segno contrario, indefinibili
eticamente, formano una bolla di false morali e di illusioni che si sta gonfiando in continuazione e
che assorbe tutti gli errori di funzionamento conoscitivo, mentale e sociale del nostro tempo.
Ciò che ho detto per il bene e il male vale anche per il giusto e l’ingiusto.
Vale anche per tutte le alternative di una visione non soggettiva, perché trova origine in un nostro
metodo di ragionamento e di selezione. Non voglio elencare associazioni enti od altro, perché ogni
giorno ne nasce una diversa.
Al rigonfiamento di questa bolla contribuiscono i più svariati motivi: dati errati o mancanti e
difficoltà a reperirli, deviazione della informazione, scarso interesse dei potenti, scarso utilizzo dei
mezzi tecnici a disposizione, costi di struttura, distribuzione deficitaria, incapacità organizzativa,
mala fede.

Quando ero ragazzo si diceva che ogni otto secondi moriva un bambino per guerre o malnutrizioni.
Oggi le organizzazioni di beneficienza internazionali cercano sovvenzioni perché sostengono che
ogni cinque secondi muore un bambino. Hanno sedi prestigiose nelle più costose capitali del
mondo, i loro funzionari prendono stipendi d’oro. Sono chiusi sabato, domenica e le feste
comandate, come se in quei giorni Erode si riposasse. Basterebbe una piccola parte dei loro costi
per dare da mangiare a un’intera giovane nazione di malnutriti. I manager di queste multinazionali
contano, con l’incremento demografico dei prossimi anni, di potere annunciare che muore un
bambino ogni quattro secondi. Così raggiungeranno un massimo di incassi prima del 2030. Per
questo ricevono bonus e incentivi. Il mercato delle organizzazioni internazionali tira moltissimo.
Raramente si legge sui giornali, e ovviamente nelle ultime pagine, che gran parte degli aiuti spesso
vengono versati a faccendieri politici internazionali, ma questo pare avvenga regolarmente tramite
la finanza.
Da tempo ho deciso di non cercare di cambiare il mondo. Voglio capirne i funzionamenti. Voglio
migliorare, se possibile, il mio piccolo mondo.
Con questo obbiettivo minimale ho alimentato la mia amicizia con Dario, apparso per caso durante
un mio rientro alla base. Con lui ho passato alcuni mesi.
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Ho trovato in questo incontro alcuni segnali interessanti. Attraverso di lui ho percorso un territorio
sconosciuto, anche se da sempre confinante con il mio.
Tutto ciò mi ha permesso di vedere con altri occhi fatti lontani dalla mia vista quotidiana.
Ho scoperto un mondo in cui si fa del bene semplicemente stando in silenzio, sorridendo,
chiacchierando senza volere sopraffare l’altro, ascoltando senza parlare, facendo un complimento
sincero, regalando un’ora del mio tempo. Accorgermi di quanto mi accadeva mi ha dato modo di
scoprire altre cose dimenticate, altri valori trascurati.
Ho cercato di specchiarmi in Dario per capire cosa fosse la sua idea di comodità. Felicità è una
parola troppo ambiziosa. Ho scoperto in lui una serenità, un’allegria e un desiderio di tranquillità
prenatale, di sicurezza dei pasti, di un luogo caldo e un posto dove sognare.
Ho trovato una sua maniera di interpretare la realtà in modo infantile e di riceverne emozioni
superiori alle mie. Ho tentato di capirne motivi e funzionamenti. Ho vissuto momenti di ricerca
accanita ed esaltante come non mi capitava più da mesi. Più volte mi sono immedesimato in lui.
Ho cercato di ragionare alla sua maniera per riuscire a comunicare con un linguaggio di facile
comprensione.
Spero di essere riuscito a ricreare in Dario momenti di piacevole sensazione. La gratifica sta nel
fatto che, se ci sono riuscito, lui se ne ricorderà per tanto tempo.
Mi sono abituato ad utilizzare un linguaggio razionale con gli adulti mentre con lui comunico con
una lingua artificiosamente infantile. Gli propongo analisi che lui vede come una perdita di tempo
e mi risponde con i suoi simbolismi, però abbiamo acquistato reciproca fiducia e ci capiamo
meglio. A volte so che farà quello che gli chiedo, non perché abbia seguito il mio ragionamento,
ma perché è mio amico.
Forse fumerà meno. Forse cercherà di lavarsi un po' di più. Forse si prenderà cura di se stesso per
rispetto verso di me, rifiutando la sua istintiva ritrosia verso acqua e deodoranti.
Io sono arrivato a capire quali siano le sue necessità essenziali. Non gli chiedo più di vivere a modo
mio. Non gli indico come vivere in un mondo che a lui va scomodo. Grazie a lui anche io ho
eliminato abitudini superflue generate da un mondo che tenta di contagiarti con necessità
inesistenti. Non ho certezze mediche per quanto dico, ma sono sicuro delle sue carenze.

Uno degli scopi di questo mio libro era dare dei suggerimenti ai suoi assistenti.
Ecco un breve riepilogo.
Ironicamente aggiungo che è per il suo bene, ma dovrei dire agli assistenti che è per la loro pace.
Farò una serie di esempi comportamentali dove confronterò Dario e me, commettendo un atto di
grande superbia, considerandomi una persona media, una persona normale, animale oggi
inesistente.
Io, quando non mi adeguo al comportamento di una Volpe ammaestrata, mi ritengo tale.
Se ragioniamo, io uso una logica di tipo tradizionale, lui si comporta istintivamente. Io intuisco e
tengo conto delle altre realtà ed esigenze intorno a me, lui ha una visione personalizzata del
mondo, del suo mondo, se qualcuno ne pregiudica la sopravvivenza si chiude in sé.
Io mi rapporto al mondo attraverso parole, lui attraverso schemi, ritmi. Dario ama la musica e le
arti in genere, ma non sa crearle o esprimerle. Fa fatica a parlare, ma quando è calmo, utilizza un
vocabolario desueto, ma ben variegato. Quando invece è nervoso, si trincera dietro una serie di
discorsi offensivi preconfezionati. In quei momenti occorre attendere che esca dalla sua armatura
di parolacce usate come arma di difesa.
Dario apprezza metafore semplici, ma di risonanza concreta, richiami al mondo animale o
gastronomico, forse storico, non letterario o filosofico o poetico.
Io so affrontare un ragionamento alla volta, lui li affronta tutti insieme. Nel caos lui trova sempre il nord,
perché lo ha già sottopelle. Io crollo, entro in depressione, smetto di ragionare. Lui, nella confusione totale,
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ha già una soluzione in tasca e sorride tranquillo. Io elaboro le informazioni distintamente e ne estraggo
delle conclusioni, lui arriva alle conclusioni con continuità e decide in base alle sue sensazioni. Posso
distinguere nel bosco un castagno, una betulla, un platano, un leccio, un pino, un bosco povero. Lui vede il
bosco nel suo complesso, gli piace, è fresco ed è verde, dà serenità. Se riuscite a fargli osservare i particolari
è interessato, ma avrà bisogno di tanto tempo per parlare di un singolo albero. Subito vi chiederà una
enciclopedia.
Io sono incline al calcolo matematico, lui pure, ma non associa problemi complessi al linguaggio
matematico. Nelle somme al bar o al supermercato è imbattibile perché quei calcoli lo
interessano.
Io cerco una comunicazione logica, lui una comunicazione diretta, anche tattile, emozionale. Dario
fissa la gente in viso quando parla, spesso si avvicina e prende una mano dell’interlocutore.
Quando vuole comunicare affetto dà dei buffetti alle guance, a volte bacia la mano, cerca sempre
un contatto fisico reale.
Io faccio scelte sequenziali e ragionate, lui agisce per percezione. Ciò non vuol dire che io ragioni
meglio. Spesso, ai giorni nostri, vale più una scelta di cuore che di cervello (modo di dire
scientificamente errato ma molto intuibile).
Io analizzo le differenze comportamentali e cerco le cause dei comportamenti, lui vede le
somiglianze, e per lui la differenza è già la causa del comportamento. Se lo sguardo di una persona
è torvo, quella persona è cattiva, se è sorridente è buona. Istintivamente.
Io scompongo le figure geometriche in componenti elementari, lui le ricompone. Anche questo è
un metodo. Non si può stabilire se il mio sia migliore o peggiore. Certo è meno rapido. Io ho una
visione frammentaria della realtà, lui globale. Per me le case sono fatte di mattoni o cemento
armato, per lui sono ben fatte o mal fatte, come quelle dei tre porcellini.
Se voi dite ai grandi: "Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e
dei colombi sul tetto"" loro non arrivano a immaginarsela. Bisogna dire: "Ho visto una casa
di centomila lire", e allora esclamano: "Com'è bella".
Io mi pongo degli obbiettivi, a volte non comodi, lui accetta solo idee e proposte ottimiste.
Io ho la sensazione del tempo e delle sue sequenzialità dinamiche, lui vede solo il presente.
Di fronte a terzi io gioco in difesa, sono guardingo, lui è sempre disponibile per chi si presenti
educatamente e con un sorriso.
Lui ha molte paure che gli vengono dal suo stato di scarsa autonomia, io meno, più per la vista del
futuro che per uno sguardo sul presente.
Io interpreto meglio di lui i segnali che arrivano dalle espressioni di chi mi parla.
Usando tutte le precauzioni che occorrono per trattare con una persona con le caratteristiche di
Dario si riesce a stare in sua compagnia senza screzi e si ricevono segnali di ritorno positivi e
gratificanti costantemente.
Se non mangio dolci, che mi danno sonnolenza, io ho una curva dell’attenzione quasi costante, lui
ha un picco molto alto i primi cinque minuti, ma se continuate a parlargli, cercherà di cambiare
discorso prima di perdere la attenzione.
I comportamenti elencati corrispondono a quelli di una persona che utilizza prevalentemente il
lato destro del cervello. Ciò non significa che il lato sinistro ha subito una segregazione, ma che
non prende decisioni strategiche, pur se integrato.
Per spiegarmi il motivo dei suoi comportamenti sono risalito a cause plausibili che, pur senza
prove, sono totalmente accettabili dal punto di vista comportamentale.
Dario non ha mai cercato l’origine dei suoi comportamenti, quelli per lui sono la normalità.
Dario va accettato in modo globale, perché lui si considera una persona normale.
In passato, a volte, si era atteggiato a genio, in realtà non gradisce tale definizione.

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Le sue disabilità sono, per chi lo conosca, tutte lievi. Riesce a fare quasi tutto. Ma non è autonomo
e a volte deve compiere sforzi immensi, che gli permettano di eseguire certe azioni una volta sola
e in tempi lunghissimi come: lavarsi, cucinare, lavare i panni sporchi, fare i lavori di casa. Dario non
vive di illusioni, le illusioni possono prendere solo chi ragiona con un metodo duale. Le illusioni
sono indotte da terzi, lui vive in un mondo soggettivo. Dario ha sogni che fanno parte della sua
realtà concreta. Vola basso. I suoi sono sogni ad occhi aperti, da cortile, sono lineari e infantili,
sono i sogni dei burattini di Cuccoli - i polli arrosto, le torte giganti od un sacchetto di zecchini.
Questa sua semplicità ci obbliga a spogliarci della nostra ambizione di protagonismo e ci piega con
umiltà a capire che la nostra intelligenza e la nostra razionalità sono una distrazione della natura,
non nostri meriti assoluti. La nostra capacità di imporci non ci rende superiori agli altri esseri
viventi sul pianeta. La nostra esistenza è una delega con cui la natura ci ha concesso di vivere la
nostra vita. Tutti gli altri stimoli di vanità, potenza o ambizione sono pensieri illusori.
Vivendo la vita in logica dualistica siamo portati a scegliere sempre la massima sicurezza e a
imporre anche ai nostri assistiti il nostro modello conservativo. Tutto ciò che facciamo è scegliere
per loro, spingere, limitare in base alla nostra infallibile capacità di adulti e professionali.
Nessuno può essere felice senza essere se stesso, anche se diventare se stessi spesso è lo scopo di
tutta una vita.
Per brevi periodi rientro nella mia maschera di Volpe e posso parlare a Dario utilizzando il mio
potere limbico. Lo posso fare per periodi brevissimi perché le volpi si fanno addomesticare, ma
altrettanto in fretta ritornano in stato di libertà, al loro vero modo di vivere.
Vecchi cacciatori raccontano che quando una Volpe resta presa in una tagliola, per non essere
catturata, si recide la zampa a morsi e se ne va su tre zampe. Per me è più facile, io vado in agenzia
viaggi, non lascio nessuna zampa.
Lascio però il ricordo dei sei mesi in cui ho accompagnato Dario, perché possiate pensare a lui
come persona, come essere umano, come prodotto irrepetibile della natura, non come il paziente
n° 2527 che viene dall’asteroide B 612.

Ho scelto la metafora del Principino perché era quella che ci rappresenta meglio.
La mia attività di supporto è terminata. Ora tocca a voi, ma credo che abbiate capito.
Dario ha ricevuto un aiuto importante durante il ricovero in clinica. Ha mangiato cibi che lo hanno
aiutato a migliorare il suo stato di salute. Appena tornato a casa, però, ha ricominciato con la sua
assurda dieta da bar.
Esistono possibilità per fargli cambiare le cattive abitudini? Forse sì, ma solo dedicandogli molto
tempo.
Credo che la polmonite e la pleurite lo abbiano lasciato debole e in pericolo di una ricaduta
l’inverno prossimo
Uscendo dalla clinica ha abbracciato le addette alle pulizie, tutte le infermiere e qualche degente
promettendo che non ci cascherà più. Se qualcuno non lo acchiappa di peso e lo porta a una visita
di controllo Dario rientrerà in clinica ancora in barella quando sarà quasi moribondo. Continuerà a
fumare, non farà nessuna cura, non andrà mai da solo a farsi visitare. Probabilmente esistono
vaccini contro la polmonite. Sarebbe il caso di vaccinarlo. Lui non tornerà mai per farsi iniettare il
vaccino, ma per fare il tenerone sì.
Avevo pensato di creare una catena di amici che si interessassero a lui. Credo siano tutti disponibili
ad aiutarlo economicamente. Non credo ad accompagnarlo, passare tempo con lui ed accudirlo.
Siccome prendersi cura di Dario non fa parte di un nuovo rito Potlatch, occorrerà che tutti gli amici
aprano una banca del tempo per portare Dario a fare quello che da solo non farà mai.
Faccio a voi, che mi leggete, le stesse raccomandazioni che faccio a me stesso, da amico: “Lo
dobbiamo aiutare, non gestire”.
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Voglio fare una ultima considerazione sulla metafora del Principino.
L’uscita di Dario dalla clinica ha segnato una distanza finale della nostra storia da quella di Saint
Exupery. Nella storia il Piccolo Principe muore e il pilota riesce a salvarsi e a tornare dai suoi amici,
nel mondo dei grandi, il pilota smette di vedere il suo passato dopo essere stato a faccia a faccia
con la morte ed accantona di nuovo il lato destro del suo cervello. Il Principino, non è un
fanciullino pascoliano che ci esca dal cervello come un ometto in miniatura e ci accompagni con
tutti gli ossimori della nostra generazione, pensate a una parte del cervello, quella destra, che
deve crescere e annullarsi, pensate ad un bambino primitivo, che abbia fermato la sua crescita
prima dei tre anni e che riceve continui attacchi da una popolazione di esseri più grandi di lui e
razionali. Questo è Il lato destro del suo cervello, quello è il Principino che è sopravvissuto nel
viaggio che porta al mondo dei grandi. Nella nostra storia non è morto, lo facciamo sopravvivere,
se stiamo vicini a lui nel mondo dei grandi. Allora avremo salvato i nostri istinti primordiali, oggi, in
un mondo dove tutto diventa liquido e poi evapora.
Dario non è morto, ma vive con le regole di vita del suo lato destro. Consideriamolo un bene da
salvare. Chiamiamolo Detlev, se vogliamo, ma aiutiamolo come fosse anche parte del nostro
cervello e facciamolo vivere con decenza, avremo semplicemente capito da dove veniamo.
Diamogli più libertà. Lui ci salverà dalle illusioni, ci farà vivere emozioni perse da tanti anni, ma
dovremo affiancarlo e dialogare di più con lui.
Tentiamo di essere bambini col bambino, infantilmente ludici, non diamo importanza a nulla, così
daremo importanza a tutto. Poniamoci in condizioni di complicità con lui, pronti a proporre novità,
usiamo espressioni infantili, alla sua portata, guardiamo il mondo coi suoi occhi, aiutandolo poco
alla volta.
Non si tratta di perdonarlo se non si lava. Perdonarlo significherebbe attribuirgli una colpa e
assolverlo. Si tratta di comprendere e incorporare le sue ragioni. Le ragioni di un piccolo selvaggio.
Questo significa fargli del bene. Amarlo.
Non è facile, ma grazie al cielo ci siete voi, che siete dei professionisti.

Voglio fare una ultima considerazione sulle consultazioni mediche da fare per Dario.
Qualsiasi medico che volesse esaminare Dario non può prescindere dalla sua condizione globale,
altrimenti cercherà, secondo un principio di causa effetto il motivo delle sue caviglie gonfie.
Dario non è un infermo, è una persona sanissima, a parte la sua sindrome, altrimenti, per la vita
che fa e per come si nutre sarebbe già defunto da lustri.
Se un medico di base vede le caviglie gonfie e deduce che è diabetico, non conosce Dario.
Qualsiasi diabetico, coi dolci che mangia Dario in un giorno non supererebbe le due del
pomeriggio.
La malattia di Dario non è il diabete, Dario produce certamente più insulina di altri non diabetici
della sua età.
La malattia di Dario è Dario, se vogliamo Detlev, perché è lui che si fa del male con la sua cattiva
gestione del cibo. Non ha senso creargli dei pasti per diabetico con l’assistenza e permettergli che
tutti i giorni vada a mangiare la cioccolata o ingurgiti coi caffè dodici bustine di zucchero più i dolci
i gelati, i sorbetti ed i cioccolatini.
Io non aggiungo altro, perché voi avete certamente più casistiche ed esperienze di quelle che io
possa pensare ad un tavolino ai Caraibi.
Vi auguro buon lavoro. Il caso non è semplice, ma tutti insieme lo possiamo risolvere.

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Curiosamente un uomo può sempre dire quante pecore possiede,
ma non può dire quanti amici ha, così scarso è il valore che a loro attribuiamo.
Socrate

Caro Dario …

“Vieni a giocare con me - le propose il Piccolo Principe- sono così triste…”


“Non posso giocare con te (…) non sono addomesticata”

E’ sempre così. Non basta presentarsi per diventare amici. Frequentando gli stessi ambienti o
correndo dietro un’illusione si può diventare compagni. Per essere amici occorre uno scambio
mutuo, un rapporto più vero e concreto, bisogna condividere uno spazio di vita, bisogna che
ognuno dei due accetti l’altro, il suo modo di essere, anche nei difetti e nelle meschinità, per fare
in modo che ci si possa riconoscere per unici ed insostituibili. Amici veri.

“Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già
fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu
vuoi un amico addomesticami”.

Certamente la Volpe non conosceva Facebook e non aveva la possibilità di postare un selfie fatto
con il Principe, altrimenti non avrebbe detto queste cose assurde. Oggi siamo nell’era dell’amicizia
web, un click e sei già amico, trenta secondi e gli mandi un saluto all’altro capo del mondo. Lui, con
un click, può dire: “mi piace” oppure ti manda delle faccette che sorridono. Nessuno si potrà
sentire più solo d’ora in poi. Queste sono le conquiste di oggi. C’è di più. Un attento segnale di
circuito ti conterà gli amici. Questo oggi lo fai più facilmente che con le pecore ieri.

“In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda
dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu
potrai sederti più vicino…”

Non è detto che due amici debbano corrispondersi in tutto. Si può diventare affini col tempo, ma è
assolutamente importante che ognuno si specchi nell’altro. L’azione di specchiarsi non è
rumorosa, non ha bisogno di molti suoni. A volte basta un colpo d’occhi per eliminare migliaia di
parole.
Anche Dario ed io siamo spesso in silenzio ad attendere gli eventi. Al bar lui svolge la sua attività
incessante per salutare e dire frasi scherzose al prossimo. Io conosco il segreto di queste
operazioni e lui sa che non mi infastidisce.
Recentemente un tale mi ha detto:
“Per stare in compagnia sono finito anche a pescare i barbi. Bisogna alzarsi presto, fare centinaia
di chilometri, portare dei vermi, toccarli con le mani. Quando ti va bene prendi qualcosa che poi
non mangerai, ma è un modo per passare una giornata in compagnia”.
Le sue parole mi sono rimaste impresse. Io ho avuto molta più fortuna. A me basta andare al bar.
Scrivendo queste note mi ero proposto vari obbiettivi. Dare agli assistenti sociali alcune istruzioni
per ottenere risultati soddisfacenti trattando un tipo ostico come Dario. Esaminare il suo caso
come assistente, non come amico. Capire cosa mi ha spinto in modo irruente ad interessarmi del
suo caso. Cercare di migliorare le sue condizioni generali.

77
Le note sono andate crescendo e ne è uscito qualcosa della dimensione di un libro.
Credo di avere detto con la massima serietà tutto quello che mi veniva in mente e che ricordavo
dei pochi mesi che ho passato con lui. Temo di aver riferito anche fatti che Dario non avrebbe
piacere si sapessero. Non l’ho fatto con l’intento di metterlo in difficoltà. L’ho fatto pensando che
tutti quelli che conosceranno i suoi problemi avranno più rispetto nei suoi confronti e, pur
continuando a frequentarlo in modo giocoso, cercheranno di capirne le ansie, i momenti di rabbia
e le cause che le generano.
Purtroppo non possiamo nasconderci dietro un’ulteriore menzogna e concludere che lui è molto
più felice di noi e ci sta prendendo tutti in giro perché è un genio.

Credo che Dario, anche se lusingato di avere un libro dedicato a sé, non sarà contento di leggerne
alcuni passi. Allora gli dedico una lettera per chiedergli scusa se gli provocherò un dispiacere, ma
senza rimpianto. Questa che riporto nelle parti essenziali ha la stessa valenza di quella di apertura
ma ne ho tagliato parti a questo punto ridondanti.

Caro Dario,
come vedi ho scritto il libro.
Lo distribuirai tu se lo riterrai utile.
Se sarai arrivato fin qui a leggere ne parleremo e ne scaturirà un tuo giudizio critico. Mi dirai che
certi particolari sono una “sputtanata”. Mi dirai che su certi argomenti ho fatto la “spia”.
Questo libro non è stato scritto per danneggiarti.
Scrivendo questo libro ho pensato di facilitare il comportamento degli altri nei tuoi confronti, che le
persone che ti stanno intorno possano smettere di considerarti un loro oggetto o un passatempo o
una persona da gestire a modo loro.
Tu hai bisogno di attenzioni. Attenzioni mirate.
Mirate significa che l’assistenza sociale, che ha il compito di aiutarti a raggiungere l’autonomia,
sappia che hai una coscienza, prima di decidere di cosa hai bisogno. Che gli amici e compagni che
ti frequentano capiscano che è inutile concentrare i loro aiuti in una direzione senza capo né coda,
ma si coordinino perché tu non debba sentirti abbandonato nella vita e nel tempo libero, perché
hai un’anima che soffre per gli abbandoni.
Tu non vuoi essere lo strumento di misura di una gara di bontà. Tu vuoi essere considerato una
persona che ha delle necessità, ma la prima, come per tutti, è avere dignità e rispetto, come lo si
deve ad un’anima.
Credo che oggi noi siamo due amici. Per questo mi comporterò in modo tale con te. D’ora in avanti
cercherò di capire i tuoi problemi e di parlarne se vorrai.
Non ti prometto miracoli, ma attenzione. Non ti prometto quattrini, ma starò attento alle tue
necessità come potrò. Non sarò a tuo servizio, ma in tua compagnia. Quando avrai bisogno di
consigli, vieni pure a cercarmi.
Gli amici spesso devono essere sinceri, anche se sanno di generare amarezze. Dario, tu devi
cominciare ad educarti a una vita più sana, anche contro voglia, a partire dal cibo per finire
all’igiene personale e al fumo.
Non voglio più che tu mi chieda scusa per le assurdità che fai. Io non devo scusare o perdonare
nessuno. Se lo facessi automaticamente accetteremmo l’idea che tu mi stai dando un fastidio o che
tu ne sia colpevole. Io non la vedo così. Un amico si accetta nella sua totalità. Tu devi fare un
piacere a te stesso: devi smettere di nuocerti. Scusarti o perdonarti sarebbe come continuare ad
arrabbiarsi o incolparti, iniziare ancora un ciclo infernale, ripetersi nell’errore.

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Non devi più raccontarmi i motivi dei tuoi contrattempi, dei ritardi, del sistematico fare il contrario
di ciò che ti viene detto. Tutti questi comportamenti vengono da dentro di te. Non mentire a te
stesso.
E difficile capire, specie in tarda età, come ho dovuto fare io, che non si è buoni o cattivi, ma che
dentro di noi esistono già bontà e cattiveria. Siamo mutevoli. Se parte dei problemi che hai
vengono da te stesso io ti posso suggerire come cambiare, ma il cambiamento lo devi fare tu.
Se ti dico che devi migliorare la tua igiene personale, mi puoi credere, le alternative che mi lasci
sono allontanarmi o resistere. La scelta è tua.
Io ti dico questo perché so quanto è difficile vedersi da fuori, e cerco di aiutarti. So, dalle tue
resistenze, che gran parte delle tue fobie (prima di tutte l’idrofobia) vengono da molto lontano e
non sono io che potrò cancellare le tue paure. I primi segni di concretezza li dovrai dare tu.

Tutti i punti che avevamo stabilito con le assistenti sono stati superati e potremo stabilire per il
futuro dei nuovi obbiettivi. Comincia ad immaginarli per vedere, ove possibile, di raggiungerli.
Allarga la tua visione del presente, non dico di pensare al futuro. Il futuro, quando arriva, è
anch’esso presente. Tre mesi, quelli di una mia normale permanenza all’estero, passano rapidi.
Ritornerò presto, ma mi aspetto di vederti un po’ diverso allora.

Una volta una mia amica mi ha chiesto perché quando scrivo chiudo sempre dicendo: “Un
abbraccio” e quando la vedo o ci lasciamo, non l’abbraccio mai.
Con te sarà uguale, Dario. Considera questo libro come un forte abbraccio.
Noi che non amiamo gli addii ci rivedremo presto al bar. Mi aspetto che tu come sempre mi chieda:
“Sei arrivato adesso?”
Ciao,

Rino

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NOTE

NOTA I – SITO INTERNET CHE DÀ INFORMAZIONI SULLA SINDROME DI WILLIAMS-


BEUREN:

(http://www.archivio.formazione.unimib.it/DATA/personale/ALBANESE/hotfolder/psi/Materiali%20didattic
i%202008-2009/Sindrome%20di%20Williams/sindrome%20di%20williams.pdf)
Od altri eventuali cercando la voce: Sindrome di Williams.

NOTA II - LETTERA INVIATA IL 16/11/2016 ALLA SIGNORA B., ALL’AVV. N., AL SIG.
SIG. DARIO CAVAZZA.

Si sono visitati tutti gli aspetti della condizione del Sig. Cavazza in sua presenza e ci siamo trovati tutti
d’accordo sul fatto che, per garantirgli una situazione futura, decorosa e priva di sorprese, oltre che un
assegno sociale che potrà alleviargli il problema giornaliero, occorrerà sistemare alcune condizioni al
contorno che possono essere portatrici di contraccolpi a qualsiasi piano futuro.
I principali rischi emersi sono:
1. Problema anagrafico che lo vede ancora coniugato malgrado sia separato di fatto senza
possibilità di riconciliazione da tanti anni (20 circa).
2. Dario è usufruttuario di un monolocale che non si è mai intestato pur appartenendo a sua
Madre defunta di cui era unico erede. Di tale bene occorrerà fare documenti per un atto
ereditario e probabilmente verificare la esistenza di eventuali debiti fiscali per azzerarli.
3. Attivare un rapporto calibrato sulle attività dei servizi sociali dedicate a Dario, perché il suo
desiderio di mantenere una identità personale rischia di sbilanciarsi per i tipici squilibri del
sistema servizi/assistito:
- Troppa cura.
- Poca cura.
- Mancanza di colloquio ed informazione di ritorno.
Considerato che i sessantacinque anni e sette mesi che daranno diritto a Dario di avere un assegno sociale
dall’INPS decorreranno da fine gennaio 2017, i tempi sono stretti ed occorrerà un gioco di squadra mirato e
rapido per ottenere il risultato sperato.
Per non avere intoppi alla serie di attività da svolgere in sequenza, ognuno, incluso Dario, dovrà farsi parte
diligente nella attuazione di innumerevoli azioni, semplici ciascuna, ma complesse nell’insieme perché
sequenziali, distribuite su più direzioni ed alcune con risposte non certe.
Le elenco di seguito riferendomi alla numerazione di sopra ponendo a lato di ciascuna azione il nome
dell’attore.
1. Separazione.
- Rintracciare la Sig. E. S- (Consorte) Dario-Basile-B.
- Verificare che non goda di assistenza sociale. B.
- Cercare il colloquio per conferma di assenso alla separazione
consensuale. Dario, Basile (a meno che il centro sociale San Donato
non si dica disponibile).
- Svolgere le pratiche di separazione.
2. Passaggio notarile.
- Trovare i dati anagrafici e codici fiscali di Dario e della Madre. Basile
- Trovare i dati catastali dell’immobile. N.
- Verificare i dati catastali. Basile
- Trovare il Notaio. Basile
- Andare al comune per vedere la situazione tributaria. Basile

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- Fare la operazione notarile e svolgere la pratica. Dario. N. Basile.
- Azzerare la pratica tributaria. Dario Basile N. B.
3. Supporti Sociali.
- Verificare lo stato di salute di Dario. Dario Basile
- Rimodellare dieta e servizio pasti per evitare sprechi o carenze. Dario
B. (M.)
- Riabilitare l’abbonamento all’uso dei mezzi pubblici per Dario. Basile
- Vedere come si può attivare un miglior controllo della igiene personale
di Dario senza danneggiare la sua personalità o forzare la sua indole,
ma col solo scopo di migliorare il suo stato di salute e di igiene. A tal
fine credo anche verificare che sia dotato di ricambi nel vestiario e
mezzi idonei. Dario B. Basile.
- Preparazione della richiesta all’INPS della derogazione dell’assegno
sociale. N. B. Dario
Per eventuali necessità immediate che esulano dalla routine giornaliera di Dario esiste una disponibilità
limitata presso la Sig. N. e Basile dà la sua disponibilità per interventi straordinari che possano invenirsi nei
percorsi tracciati sopra.
Ogni eventuale punto da aggiungere o variante nuova sarà segnalata via mail agli indirizzi della
intestazione a margine.
Credo tutti abbiamo a cuore la necessità di migliorare la condizione di Dario, lui stesso soprattutto, ma
credo che la riuscita dell’operazione non dipenderà solo dai mezzi a disposizione, ma anche e soprattutto
dalla intelligenza e dalla grazia che sapremo dare alle singole operazioni, ben sapendo che prima di tutto
una necessità sociale nasce sempre da un percorso umano difficoltoso.
Sono certo del successo perché ho verificato di persona la disponibilità di tutti nel dedicarsi con la cura
necessaria al caso ed aspetto fiducioso la riunione del 13 dicembre alle 11.00 presso l’ufficio della Sig.ra B.
dove già avremo superato qualche punto elencato sopra.
Attendo commenti di ogni tipo a questa mia.
Grazie a tutti ed a presto,
Gennaro Basile.
P.S. Ho verificato presso TPER che per l’abbonamento di Dario mi occorre la certificazione ISEE per l’anno in
corso. Dario ha diritto alla tariffa agevolata avendo compiuto 65 anni ed un mese. Se mi inviate la sua ISEE
di quest’anno gli faccio subito l’abbonamento annuale e ci togliamo un mal di testa.

NOTA III – LETTERA INVIATA AGLI ASSISTENTI DI DARIO PER INFORMARLI DEI
PROGRESSI:

Buonasera a tutti,
Da oggi, 18 novembre, Dario ha la tessera TPER valida fino al prossimo anno per tutta la rete
urbana di Bologna. Potrà quindi, all’occorrenza, arrivare anche a Casalecchio. (Luogo dove ha lo
studio l’avvocato). Mi sono occorsi due giorni per riuscire a fargli le foto e venire a firmare il foglio
TPER.
Ho consegnato anche a lui la lettera circolare dove declino il "da farsi" ed "il chi fa cosa", aspetto
da lui disponibilità. Gli ho detto che deve andare dal suo medico a chiedere un’impegnativa per le
analisi del caso per vedere di chiedere una dieta congrua e che gli possa gustare.
Sono anche andato dal commercialista e ho parlato con lui, insieme abbiamo telefonato a uno
studio notarile. Per legge la dichiarazione oggi va fatta entro un anno, ai tempi in cui morì la
madre di Dario, sei mesi, per cui siamo già un caso da multa. A parte quello, ai tempi dell'eredità
esisteva l'INVIM, i cui uffici oggi non esistono più, per cui anche con volontà di pagarla lo stesso
fisco sarebbe in difficoltà a calcolarla. Mi hanno consigliato di andare dal notaio e fare una
dichiarazione tardiva, lui saprà cosa consigliare. Faremo così nei prossimi giorni presso un notaio
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amico e vi farò sapere. Cosa è certo, le tasse sulla casa (IMU) o altri tipi non vanno indietro
oltre i cinque anni, e la prima casa è in esenzione da due (forse + 1 dell'ultimo governo precedente),
per cui questa non sarebbe un problema. Il problema sarebbe la tassa sui rifiuti, ma non capisco
come questa possa non essere mai stata pagata, occorrerà fare una indagine.
Non ho ricevuto informazioni sulla consorte di Dario dalla Sig. B. e neppure so se abbia letto la mia
prima mail, se non ricevo notizie la settimana prossima le busserò alla porta.
Io intanto domani andrò a vedere se all'indirizzo che conosciamo esiste almeno un campanello con
quel cognome.
Saluti.

NOTA IV: RISPOSTA E-MAIL DEL SIG. B. ALLA MIA DEL 18 NOVEMBRE

Buongiorno Sig. Basile, avevo ricevuto la sua mail ma per aggiornarvi con informazioni utili ho
bisogno di un po’ di tempo i servizi sono "una macchina " lenta da avviare.
La moglie di Dario è conosciuta ma non ho ancora avuto i riferimenti dal Quartiere S. D. e dall'AUSL
che ho già contattato mandando richiesta scritta.
Non appena me li daranno vedremo come procedere con i contatti, ovviamente credo sia di
competenza dell'Amministratore di Sostegno questa parte che riguarda una procedura legale, visto
che il Giudice Tutelare ha stabilito necessario per Dario questa forma di tutela.
Credo inoltre che anche per la regolarizzazione dell'eredità debba essere presente l'Avv.to N.
Vi aggiornerò non appena avrò le notizie di cui sopra.
Cordialmente B.

NOTA V: E-MAIL DELL’ASSISTENTE B. A PROPOSITO DELLA DICHIARAZIONE ISEE

Buongiorno Sig. Basile, come servizi sociali possiamo chiedere informazioni all'Inps ma non
possiamo far fare l'ISEE congiunta essendo questa un'autodichiarazione del cittadino.
Nel caso di Dario avendo un amministratore di sostegno, è l'Avv.to N. che deve firmare
l'autodichiarazione e mi è sembrato di capire che sta già provvedendo insieme all'amministratore
di sostegno della moglie. (La quale è già informata di questo problema da affrontare). Ci
aggiorniamo quanto tutto è sistemato.
Cordialmente B.
Assistente Sociale

NOTA VI – LIBRO SULLA SINDROME SWB – Parte della presentazione

“Fortunatamente il termine disabilità sembra, almeno per ora, resistere a questo processo di
assunzione di significati negativi”
“La conoscenza del profilo dell’individuo (quindi degli sviluppi raggiunti nello sviluppo motorio,
percettivo, linguistico, dell’attenzione, mnemonico, intellettivo, sociale, adattivo ecc.) è la base per
ogni rapporto”.
“I motivi della focalizzazione dell’interesse della comunità scientifica su di una sindrome
relativamente rara sono rintracciabili nelle peculiarità del suo fenotipo cognitivo, caratterizzato da
un profilo a “picchi e valli” che non è stato riscontrato in nessun’altra sindrome” (Bellugi 2001).

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“L’unicità del rapporto cognitivo della SWB è essenzialmente caratterizzata da competenze
linguistiche avanzate in rapporto alla disabilità intellettiva, assimilabile generalmente ad una
moderata disabilità intellettiva”.
“Beuren descrisse anche la natura amichevole dei soggetti, mostrando come essi fossero benvoluti
da tutti e mostrassero comportamenti amicali e socievoli verso chiunque, tanto da definirli
affascinanti”. (Beuren et al.1962)
“Beuren notava come la peculiarità della sindrome fosse riconducibile alla presenza di disabilità
cognitiva in associazione a Stenosi Aortica Supervalvolare (SVAS)”
“Dopo anni di studi si arriva allo schema adattato da Bellugi e St George (2001) nel quale si
definisce la SWB come una Sindrome multifattoriale con relativi effetti che impegnano le aree
indicate:
- Deficit a carico del sistema cognitivo.
- Deficit a carico del sistema cardiovascolare.
- Deficit a carico del sistema muscolare e scheletrico.
- Deficit a carico del sistema renale e genitale.
- Deficit a carico del sistema endocrino.
- Alterazione delle caratteristiche facciali.
- Deficit a carico del sistema cognitivo-comportamentale.
Questi di cui ho accennato sono le peculiarità principali dei soggetti studiati, ma il coinvolgimento
di deficit su altri apparati (iperacusia, deficit di coordinazione motoria…) sovrappone sintomi che
coinvolgono più sistemi ed obbligherebbero ad un trattamento riabilitativo multidisciplinare”.

NOTA VII – LIBRO SULLA SINDROME SWB - Frase finale del primo capitolo

“Diventa comprensibile come l’analisi del profilo cognitivo associato alla sindrome rappresenta un
banco di prova per l’una e per l’altra delle prospettive (modulare e cognitiva) e questo dato
conferma il ruolo della SWB come modello della comprensione del funzionamento cognitivo
umano.

NOTA VIII – LIBRO SULLA SINDROME SWB - CONSERVAZIONE DEL CERVELLETTO

Il cervelletto appare coinvolto nella modulazione dei comportamenti motori e nella conservazione
dell’equilibrio, ma recentemente è stato ipotizzato un suo ruolo anche nella formulazione di
funzioni cognitive complesse, come l’elaborazione dei processi linguistici e musicali. (Galaburda e
Bellugi 2001)
Nei soggetti con SWB il volume complessivo del verme cerebrale appare addirittura essere
superiore, in alcuni casi, a quello di individui monodotati, e tale dato indusse Jernigan e Bellugi ad
ipotizzare che il focus della conservazione, nella SWB sia rappresentato dalle strutture
neocerebrali.
IL RUOLO DELL’AMIGDALA.
La mancanza di reazioni di difesa o di disimpegno nei confronti dell’estraneo, la sua ricerca attiva
ed i ripetuti tentativi di coinvolgimento nelle relazioni sono tutte espressioni di comportamento
ipersociale, tratto caratteristico della SWB che potrebbe dimostrare ulteriori conferme nel ruolo
rivestito dal circuito amigdalare nella regolazione del comportamento emotivo e sociale.
(Galaburda e Bellugi 2001)

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NOTA IX – LIBRO SULLA SINDROME SWB - I profili cognitivi a picchi e valli
Alcuni soggetti con SWB sono così in grado di vivere in modo indipendente o semi indipendente,
mentre altri, con marcate disabilità cognitive, possono necessitare di consistente aiuto, in funzione
della variabilità del loro funzionamento cognitivo generale. (Morris et al 2006)
I punteggi di QI Globale non rendono conto della peculiarità del profilo frastagliato della SWB,
caratterizzato da punti di forza e debolezza.
Le capacità di lessico e di vocabolario risultano ad esempio relativamente conservate, mentre la
memoria uditiva a breve termine, l’intelligenza sociale, il riconoscimento di volti e le capacità
musicali rappresentano dei veri e propri punti di forza.
Permangono dubbi sulla conservazione delle capacità sintattiche e semantiche. (Bellugi 2004)
Le capacità di magnetizzazione sociale (descritte da Galaburda) sono verosimilmente correlate
all’utilizzo delle capacità linguistiche, delle capacità di comunicazione non verbale (es. guardare
fisso l’interlocutore) e delle capacità empatiche, capacità funzionali al bisogno di socializzazione
comunemente associato al comportamento del soggetto con SWB.
Lo stile affabulatorio ed iperverbale del soggetto con SWB può rappresentare un’isola di capacità
avanzata.
MEMORIA VERBALE A BREVE TERMINE.
Anche i processi di memoria verbale - uditiva a breve termine sembrano rappresentare un’isola di
capacità avanzata nel profilo cognitivo SWB. (Wang e Bellugi 1994)
Nel bambino normalmente sviluppato le capacità di span di memoria a breve termine conoscono
un improvviso incremento tra i 4 e i 10 anni di età, con aumento delle capacità di elaborazione ed
archiviazione del materiale.
RICONOSCIMENTO DEI VOLTI.
Anche le capacità di riconoscimento dei volti è un’abilità che si presenta conservata nel profilo
cognitivo della sindrome.
DEFICIT DELLA COGNIZIONE VISUO SPAZIALE.
Questi deficit rappresentano una delle “valli” più profonde nel frastagliato profilo cognitivo
associato alla sindrome.
La profonda dissociazione tra capacità linguistiche e deficit videospaziali rappresenta infatti uno
dei punti di maggiore contrasto tra competenze risparmiate e deficitarie, rappresentando uno dei
maggiori punti di paradosso nel profilo delle competenze cognitive della SWB. A descrizioni ricche
di particolari e di parole inusuali si accompagnano produzioni grafiche estremamente deficitarie in
rapporto a quelle dei coetanei normalmente sviluppati.
Nelle prove di disegno libero i bambini con SWB riproducono molti particolari, ma li disegnano
casualmente sul foglio senza organizzarli secondo la configurazione globale (ad es. una serie di
porte e finestre in ordine casuale invece di una casa), dimostrando modalità di processamento
deficitarie, ma fondate sulle caratteristiche locali.
I soggetti con SWB tendono a mantenere un simile livello di produzione grafica anche durante
l’adolescenza e nell’età adulta, rimanendo ancorati alla produzione grafica di un bambino con età
mentale di 6 anni. (Beret et al. 1996)
ASPETTI PRAGMATICI DEL LINGUAGGIO.
La pragmatica del linguaggio concerne gli atti comunicativi e l’uso sociale dei processi linguistici.
Gli aspetti pragmatici del linguaggio nella SWB sono stati meno studiati rispetto a quelli semantici
e sintattici; tuttavia sono stati notati tratti comunicativi tipici che permettono l’identificazione di
uno stile comunicativo SWB-correlato, determinato dalla ipersocialità normalmente associata alla
sindrome.
ASPETTI DEFICITARI DELLA COMUNICAZIONE PRAGMATICA NELLA SWB.
- Utilizzo inadeguato del saluto.
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- Continue richieste di attenzione.
- Utilizzo inadeguato dei turni conversazionali.
- Perseverazione.
- Deficit nella espressione delle emozioni.
La pervasiva tendenza a salutare gli estranei rappresenta un evidente deficit (John & Mervis, 2010)
Le perseverazioni riguardano ripetizioni di parole e di frasi; il suo interesse resta ancorato a temi
trattati in precedenza, sono anche frequenti i ritorni al tema con il quale la conversazione era stata
iniziata.
Il frequente ricorso a temi relativi agli interessi specifici (motori, insetti, oggetti luccicanti) può
rappresentare un ostacolo significativo alla comunicazione sociale.
I tentativi di virare il discorso su temi alternativi programmati sono spesso destinati al fallimento.
Il soggetto affetto da SWB tende di frequente a porre le stesse domande nel corso di una
conversazione. Tali domande sono generate da esperienze ansiogene e richiedono risposte
rassicurative su temi oggetto di preoccupazione.
Devono essere infine considerate le difficoltà di espressione delle emozioni, che assumono un
profilo peculiare nel profilo linguistico associato alla sindrome.
Tali soggetti non presentano difficoltà alla comunicazione di emozioni positive (affetto, gioia,
piacere) che spesso sono comunicate attraverso modalità pervasive, nel tentativo di fornire
conforto agli interlocutori che sono o vengono percepiti in situazioni di disagio.
Maggiori difficoltà sono riscontrabili nell’espressione delle emozioni negative, il soggetto prova
disappunto solo quando qualcosa gli viene ripetutamente proibita, mentre presenta disagio
quando deve chiedere agli altri di interrompere comportamenti disturbanti (scherzi o dispetti)
analogamente trova difficoltà quando deve chiedere il permesso per utilizzare oggetti di altri o
chiedere loro un favore.
LA COGNIZIONE SOCIALE.
Le prime osservazioni di Beuren (1964) descrivevano i soggetti come caratterizzati da “…uno stesso
tipo di natura amichevole (…) Vogliono bene a tutti, e tutti vogliono bene a loro, e ne sono
affascinati”.
La disinibizione sociale associata al profilo comportamentale SWB-correlato esercita evidenti
effetti negativi sulla quantità e sulla quantità dei rapporti amicali, spesso caratterizzata da conflitti
e liti. L’eccessiva loquacità e l’impulsività del bambino con SWB possono creare ostacoli allo
sviluppo di rapporti amicali.
Analogamente il forte desiderio di fare amicizia con i pari può paradossalmente emarginare il
bambino, dato che le modalità preferenziali di contatto sociale sono caratterizzate da un abuso del
contatto fisico (abbracci, carezze) generalmente sgraditi ai coetanei.
TEORIA DELLA MENTE NELLA SWB.
Il profilo personologico associato alla SWB sembra riflettere la dominanza di un bisogno di base
verso la socializzazione che determina una peculiare combinazione di competenze empatiche e di
deficit relazionali. Nella SWB sono infatti comuni deficit del comportamento sociale con ansia e
problemi di socializzazione coi coetanei.
La pervasiva ricerca della socialità del bambino con SWB determina deficit del comportamento
sociale, e questo dato contraddittorio ha orientato alcuni autori ad esaminare il comportamento
sociale secondo la prospettiva della Teoria della Mente.
ASPETTI PSICOLOGICI E DISADATTIVI.
Il problema della doppia diagnosi.
Nel vasto panorama degli studi della disabilità intellettiva è possibile notare lo sviluppo
relativamente recente di un ambito di ricerche tese alla definizione dell’associazione tra la
disabilità cognitiva ed i comportamenti psicopatologici non adattivi.
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Tale ambito metodologico è detto della doppia diagnosi.
La prospettiva della doppia diagnosi ha permesso lo sviluppo di strumenti tesi alla valutazione di
screening delle psicopatologie associate alle disabilità cognitive, come la Aberrant Behaviour
Checklist (ABC, 1994) e la Development Behaviour Checklist (DBC, 1992).
La scala DBC, in particolare si configura per la valutazione di disordini di tipo adattivo di ordine
emotivo e comportamentale in bambini adolescenti.
Questo strumento è diviso in sei sotto scale:
- Disturbi di ansia.
- Ritiro sociale.
- Deficit comunicativi.
- Deficit di mantenimento di controllo del comportamento.
- Comportamenti autistici.
- Comportamenti antisociali.
I dati rilevati da studi tra le intersezioni di aspetti genetici, cerebrali e comportamentali portano a
concludere che vi è relazione tra la ipersocialità dei soggetti con SWB e la presenza di alterazioni
amigdalari.
Uno dei primi tentativi di definizione del fenotipo comportamentale SWB identifica comportamenti
loquaci e di ricerca dell’attenzione, innestati su una base sostanzialmente ansiogena, e ne
attribuisce la causa ai disturbi fisici della sindrome (1990-2006).
Lo studio identifica una differenza tra i comportamenti disadattivi di internalizzazione e di
esternalizzazione che elenco in ordine di probabilità decrescente.
Internalizzazione.
- Ossessioni, preoccupazioni. 91-96%
- Timori. 68-73%
- Irritabilità. 62-68%
- Ansia. 45-89%
- Preoccupazioni somatiche. 30-67%
- Disturbi della sfera depressiva. 10-17%
Esternalizzazione.
- Deficit attenzione. 91-96%
- Impulsività. 75%
- Iperattività. 63-71%
- Aggressività. 25-47%
- Comportamenti oppositivi. 32-60%
E interessante vedere le incidenze di disturbi emotivi presenti nella SWB.
Categoria diagnostica. Incidenza.
- Disturbo fobico 100%
- Deficit di attenzione con iperattività 73%
- Disturbo distimico 53%
- Depressione 33%
- Disturbo di ansia 33%
- Disturbo Ossessivo Compulsivo 33%
Le incidenze specifiche di timore, sempre presente nelle SWB, sono:
Timore specifico.
- Spari, iniezioni 90%
- Essere presi in giro 92%
- Ammalarsi 89%
- Sirene, rumori fastidiosi 87%
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- Scottarsi col fuoco 82%
- Cadere da luoghi elevati 79%
- Terremoti 74%
- Ricovero in ospedale 74%

NOTA X – LETTERA ALLE ASSISTENTI

Gentili Signore,
Il prossimo mercoledì ripartirò per una nuova destinazione di lavoro nei Caraibi.
Dario, dopo una crisi fisica spaventosa è in netta ripresa e, secondo me, avendo smesso di fumare e
disintossicato dai veleni (cibo e bevande) e dagli orari destabilizzanti, oggi sta meglio di ieri in un
quadro generale, pur restando da rimarginare le cicatrici della polmonite e della pleurite. Il medico
dice che una eventuale operazione per la eliminazione dell'ernia non dovrebbe essere eseguita
prima della fine di Settembre.
Dario sarà ben disponibile a proseguire i medicamenti topici in via Montebello con la Sig.ra C., che
non conosco, ma che pare avere un buon ascendente su di lui.
Tutti i punti che ci eravamo ripromessi nella prima riunione sono stati superati, ad eccetto della
pratica di divorzio. L'unico rischio che corriamo per non aver portato a termine tale pratica pare
essere che: se casualmente uno dei due coniugi superasse il minimo reddito che consente loro
l'accesso all'assegno sociale, entrambi ne resterebbero privi. Questa ipotesi appare quanto mai
remota, ancorché possibile.
Dario è guarito da una infermità ma non sarà mai autonomo. A mio parere è affetto da Sindrome
di Williams. Questa opinione me la sono fatta in base alla conoscenza di altre persone affette da
uguale sindrome e dalle sue caratteristiche comportamentali.
L’ipersocialità cui va soggetto a caso di tale sindrome, la iperfagia e la capacità di linguaggio che lo
caratterizzano nascondono le sue disabilità motorie, visuospaziali, intellettive ed attentive che
caratterizzano le sindromi genetiche, e lo fa apparire a momenti brillante ad occhi di chi sia poco
attento alla sua persona.
La certezza sulla esistenza di tale sindrome si potrebbe avere solo con test di laboratorio di
ibridizzazione in situ fluorescente con due sonde per riscontrare le differenze con un campione
genetico di paragone. Tale prova andrebbe eseguita fuori di Bologna (Credo a Reggio Emilia la
potrebbero effettuare) ma ai nostri fini non aggiungerebbe nulla che ancora non sappiamo su
Dario.
Esco da questa vicenda con la serenità e la consapevolezza che Dario resta in buone mani, certo di
avere svolto il mio compito da catalizzatore, ed in quanto tale libero dal momento che si è
innescata la reazione. In Inghilterra si dice che un buon te si fa con un cucchiaio per ogni tazza, ma
uno va messo a perdere per la teiera, sennò il tè esce cattivo.
Credo questo fosse il mio compito, ed ora è terminato, resterò per Dario un semplice amico, pur
avendo imparato da lui che a volte nella vita, smettendo di correre, si può conoscere uno dei mondi
parallelo al tuo, che vive ad una velocità diversa dalla tua, ma non per questo ha valori inferiori a
quelli in cui vivi tu.
Io faccio un altro giro, quando ritornerò sarà piacevole fermarmi ancora al suo bar.
Volevo ringraziarvi per l'aiuto ricevuto e per la gentilezza di modi con cui avete sopportato la mia
intromissione. Non invio questa mail a M perché non ne conosco l'indirizzo mail, ma vi prego di
accomunare tutti nei saluti e nei ringraziamenti.
Resto a disposizione per ogni eventualità a questo indirizzo.
Cordialità,
87
Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti.
Albert Einstein

BIBLIOGRAFIA

Antoine de Saint Exupery – Il Piccolo Principe.


Mathias Jung – Il piccolo principe in noi.
Joaquìn Grau – Le chiavi della malattia.
Paul M. Churchland – Il motore della ragione la sede dell’anima.
Saverio Fontani – La sindrome di Williams.

Una sola parola, logora, ma che brilla come


una vecchia moneta; “Grazie”
Pablo Neruda

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio il Bar MAX di via Cairoli per la continua ed assidua ospitalità ricevuta e per il servizio di
Reception
Ringrazio Paola Fasano per la sua assistenza indispensabile come Editor per rendere fruibile
questo testo.

FOTO DI COPERTINA

Detlev Dario Cavazza – Bar Max di Via Cairoli. Foto presa col cellulare.
Rino Basile – Due amici la notte di Natale

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Esistono persone con cui ci si
incontra e si dialoga tutta la
vita, a volte per lunghi periodi,
come a scuola, oppure le
incontriamo tutti i giorni, per
pochi secondi, in un autobus,
od al bar, ma non riusciamo
mai ad individuare la loro
maniera di pensare, perché
ogni volta che ci avviciniamo
cercando di fare “quattro
chiacchiere”, veniamo travolti
da concetti e pensieri
completamente inattesi, dai
quali, impreparati, ci
allontaniamo velocemente.
Oggi so che la mia scarsa
propensione ad ascoltare non
mi ha permesso, per tanti anni,
di entrare in mondi paralleli,
che conosco poco, ma che non
sono meno attraenti di quello
in cui ho vissuto. So anche che
entrare in altri mondi significa
rinunciare a principi che ci
siamo inventati per camuffare
la nostra inerzia mentale,
ereditati da chissà quale
preistoria e tramandati fino a
noi come regole con cui
organizzare la nostra esistenza.

“Vieni a giocare con me”- le propose il Piccolo Principe - “sono così triste…”
“Non posso giocare con te ….…non sono addomesticata”
La Volpe tacque e guardò a lungo il Piccolo Principe: “Per favore
addomesticami”, disse.
ANTOINE de SAINT EXUPERY

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