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L'ANiffiA

DE:l CE:RVE:LLO
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Nella stessa collana
E. BELLONE, Caos e armonia. Storia della fisica
V. BOTIAZZINI, Il flauto di Hilbert. Storia della matematica
M. BUIATTI, Il benevolo disordine della vita. La diversità dei viventi fra scienza e
società.
S.R FISCHER, Breve storia del linguaggio
M. HACK, P. BATTAGLIA, W FERRERI, Origine e fine del!' universo
M. LNIO, La bellezza imperfetta del cosmo
V. SHIVA, Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo
T. VOLK, Il corpo di Gaia. Fisiologia del pianeta vivente
].D. WATSON, Geni buon~ geni cattivi. Storia di una passione per il DNA
Elkhonon Goldberg

L'ANIMA DEL CERVELLO


Lobi frontali, mente e civiltà
Prefazione di
Oliver Sacks

Traduzione di
Isabella C. Blum

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UTET
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via Ormea, 75 - 10125 Torino
www.utetlibreria.it

© 2001 Elkhonon Goldberg


© 2001 Oliver Sacks per la prefazione
© 2004 UTET Diffusione srl
This translation published by arrangement with Oxford Uni-
versity Press

Titolo originale
The Executive Brain. Frontal Lobes and ihe Civilized Mind

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di ripro-


duzione e di adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo
(compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per
tutti i Paesi.

Impaginazione grafica: Oldoni Prestampa srl - Milano

Finito di stampare nel mese di maggio dalla Tipografia Gravinese,


'forino, per conto della UTET Libreria

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2004 ::W05 2006 2007 2008
Indice

3 Prefazione di Oliver Sacks


13 Introduzione
21 Ringraziamenti

23 1. Una fine, un principio e una dedica

37 2. Uno sguardo d'insieme ai lobi frontali: i vertici dell'organizzazione


cerebrale
I molti volti della leadership, p. 37 - Il lobo esecutivo, p. 38

43 3. L'architettura del cervello: una breve introduzione


La prospettiva su scala microscopica, p. 43 - La prospettiva su scala macro-
scopica, p. 45 - La postazione di comando e le sue connessioni, p. 52

54 4. I primi violini del cervello: la corteccia


Suoni e orchestrali, p. 54 - Novità, routine ed emisferi cerebrali, p. 58- To-
pografie problematiche: Mesopotamia e cervello, p. 72 - Mode e moduli, p.
75 - Gradienti cognitivi e gerarchie cognitive, p. 78 - Una cosa è una cosa,
p. 82 - Una parola per una cosa, p. 85

89 5. Il direttore d'orchestra: un esame più attento ai lobi frontali


I lobi frontali e la novità, p. 89 - Memoria di lavoro o lavoro con memoria?,
p. 92 - Libertà di scelta, ambiguità e lobi frontali, p. 98

107 6. Lobi diversi per gente diversa: stili decisionali e lobi frontali
La neuropsicologia delle differenze individuali, p. 107 - Stili cognitivi ma-
schili e femminili, p. 108 - Lobi frontali, emisferi e stili cognitivi, p. 114 -
Stili cognitivi e circuiti cerebrali, p. 116 - Ribelli in chiave minore: l'uso pre·
ferenziale di una mano e la ricerca della novità, p. 119 - Talenti esecutivi: il
fr11torc· S e la teoria della mente, p. 125
VI INDICE

135 7. Quando il leader è colpito


I fragili lobi frontali, p. 135 - Sindromi frontali, p. 138 - Motivazione, ini-
ziativa e corpi newtoniani: un caso di sindrome dorsolaterale, p. 141 - Pro-
getti e «ricordi dal futuro», p. 146 - Rigidità mentale, p. 153 - Il punto cie-
co della mente: anosognosia, p. 159

162 8. Maturità sociale, senso morale, legge e lobi frontali


La sindrome orbitofrontale «pseudopsicopatica» e la perdita dell'autocon-
trollo, p. 162 - Maturità sociale e lobi frontali, p. 164 - Maturazione biolo-
gica e maturità sociale: un enigma della storia, p. 166 - Lesioni frontali e
comportamento criminale, p. 169-11 rapinatore disgraziato, p. 174 - Dan-
no frontale e consapevolezza del pubblico: un p_unto cieco, p. 179

182 9. Disconnessioni fatali


Il cavaliere caduto: studio di un caso, p. 182 - Schizofrenia: una connessio-
ne che non c'è mai stata, p. 188- Trauma cranico: una connessione spezza-
ta, p. 192 - Disturbo da deficit di attenzione e iperattività: una connessione fra-
gile, p. 194 - L'ADHD sbaragliato: la risalita di Toby dall'abisso, p. 200 -
Spasmi, tic e giochi di parole, p. 206

220 10. «Che cosa potete fare per me?»


Farmaci «cognotropi», p. 220- Jogging per il cervello, p. 224 - Storia della
riabilitazione cognitiva, p. 230 - Plasticità cerebrale ed esercizio cognitivo,
p. 232 - Fitness cognitiva: nascita di una tendenza, p. 240 - Gli esordi di
un programma, p. 242

245 11. I lobi frontali e il paradosso della leadership


Autonomia e controllo nel cervello, p. 245 - Autonomia e controllo nella
società, p. 249 -Autonomia e controllo nel mondo digitale, p. 254

259 Epilogo
263 Note
277 Bibliografia
289 Indice analitico
I:anima del cervello

Al mio maestro Aleksandr Lurzj'a,


l'uomo che accese l'interesse
da cui è nato questo libro
Prefazione

Nel 1967, Elkhonon Goldberg, all'epoca studente ventenne di neuro-


psicologia all'Università di Mosca, si imbatté in un giovane che aveva so-
lo qualche anno più di lui, anch'egli studente. Come racconta lo stesso
Goldberg, Vladimir stava apettando sulla banchina della metropolitana
di Mosca passandosi da una mano ali' altra un pallone da calcio che a un
cerco punto gli rotolò sui binari. Saltato giù per recuperarlo, Vìadimir
era stato investito da un treno e aveva riportato una grave lesione alla
parte anteriore del cervello, i lobi frontali, che dovettero essere entram-
bi rimossi.
«La carriera di ogni medico», scrive Goldberg, «è inframmezzata da
alcuni casi importanti, che servono a darle forma e ispirazione. Per me,
quello di Vladimir fu il primo di tali casi. Senza esserne consapevole,
con la sua tragedia, egli mi iniziò alla ricca fenomenologia delle patolo-
gie che colpiscono i lobi frontali, innescando il mio interesse per queste
strutture cerebrali e quindi contribuendo a orientare la mia carriera.»
Mentre Vladimir trascorreva gran parte del suo tempo fissando il vuoto
con sguardo assente (capace comunque, se disturbato, di vomitare una
cascata di bestemmie o di scagliare un vaso da notte), Goldberg scoprì
che a volte riusciva a coinvolgerlo lanciandogli «una battuta disinvolta-
mente volgare, usando un linguaggio da spogliatoio ... [e] fu così che fra
i due studenti - quello cerebroleso e quello che i cerebrolesi li studiava
- nacque una sorta di amicizia.»
Il mentore di Goldberg, il grande neurofisiologo russo Aleksandr R Lu-
rija, si andava interessando sempre più a queste parti «superiori» del cervel-
lo, e suggcrl a Goldberg di fare di esse l'argomento del suo progetto di ri··
cerca. Qud proiwtto dura onnai da oltre trent'anni, e hn portnto ( ;old
4 PREFAZIONE

berg a esplorare alcuni dei territori più sconosciuti e oscuri del funzio-
namento del binomio mente-cervello e dei disastri cui esso può andare
incontro. Come Lurija, Goldberg si è servito di una combinazione di te-
st ingegnosi appositamente messi a punto e di una minuziosa osserva-
zione naturalistica, attento a cogliere le stravaganze della funzione fron-
tale non solo all'interno dei reparti d'ospedale, ma anche per la strada,
nei ristoranti, a teatro - ovunque. (Goldberg parla di se stesso come di
un «voyeur cognitivo».) Tutto questo è alleggerito dalle straordinarie ca-
pacità empatiche e di immaginazione di cui Goldberg si serve, nel tenta-
tivo di vedere il mondo attraverso gli occhi dei suoi pazienti. Con
trent'anni di osservazione ed esperienza, egli ha raggiunto un livello di
comprensione e intuizione che, credo, avrebbe suscitato l'ammirazione
e il compiacimento del suo mentore Lurija.
In questo libro, Goldberg ci accompagna in un viaggio - che è poi il
suo viaggio - da quei lontani esordi moscoviti fino ad oggi, un viaggio al
tempo stesso intellettuale e personale. Egli ci offre una brillante esposi-
zione delle complesse funzioni dei lobi frontali, questa parte del cervel-
lo eminentemente umana ed evoluta in tempi molto recenti, esaminando
l'amplissima gamma di «stili» frontali riscontrabili nelle persone norma-
li; i tragici eventi che possono aver luogo nel caso di malattie neurologi-
che o lesioni cerebrali; i vari modi in cui è possibile testare le loro fun-
zioni; e, non meno importante, i metodi con cui la funzione frontale può
essere potenziata sviluppando, o ri-sviluppando, la funzione cognitiva
generale non solo nei pazienti cerebrolesi ma anche negli individui sani
- metodi dei quali, in molti casi, lo stesso Goldberg è stato un pioniere.
(Il concetto di Goldberg, di «fitness cognitiva» e l'uso di «esercizi co-
gnitivi» e di una «ginnastica cognitiva» sono particolarmente stimolanti
e importanti). Il nucleo narrativo del libro è costituito da numerosi casi
clinici insieme ad aneddoti di neuropsicologia, brevi ma rivelatori; essi
sono spesso inframmezzati da racconti personali di vario genere, che
fanno de L'anima del cervello un libro di memorie intimo e coinvolgen-
te; una sorta di autobiografia intellettuale, oltre che un magnifico esem-
pio di resoconto scientifico e di divulgazione.
J;anima del cervello è dedicato a Lurija, e si apre con il toccante ri-
cordo di una conversazione svoltasi nel 1972 fra un Goldberg venticin-
quenne e un Lurija già settantenne - al tempo stesso mentore illustre e
affettuosissima figura paterna prodiga d'appoggio. Lurija esortava
Goldberg a iscriversi al Partito Comunista, offrendosi di presentare la
sua candidatura e sottolineando come, in Unione Sovietica, un tale pas-
PREFAZIONE 5
so fosse indispensabile per un qualsiasi avanzamento di carriera. (Lo
stesso Lurija era membro del partito - forse, più per convenienza che
per convinzione.) D'altra parte, nel suo intimo Goldberg era (e rimane)
un ribelle, un uomo non disposto a scendere a compromessi contrari al
suo istinto, per quanto vantaggiosi essi siano. In Unione Sovietica un'in-
transigenza del genere si pagava a caro prezzo e aveva portato suo padre
in un gulag. Dopo aver tergiversato una buona decina di volte, alla fine
Goldberg disse chiaramente a Lurija che non si sarebbe iscritto al Parti-
to. Inoltre, nonostante il profondo amore che nutriva per la sua terra e la
sua lingua, aveva deciso di lasciare la Russia - ma questo, naturalmente,
non glielo disse. Per un membro della società tenuto in grande conside-
razione (come era allora uno specializzando all'Università di Mosca)
espatriare era pressoché impossibile, e il racconto di come Goldberg
riuscì a farlo, in modo da non compromettere in alcun modo Lurija, co-
stituisce l'introduzione - straordinaria e avvincente - di un libro che si
conclude col racconto del ritorno dell'autore a Mosca, 26 anni dopo, nel
paese che si era lasciato alle spalle da ragazzo.
I lobi frontali sono l'ultima conquista nell'evoluzione del sistema
nervoso; è solo negli esseri umani (e, in una certa misura, nelle grandi
scimmie antropomorfe) che essi raggiungono uno sviluppo così pronun-
ciato. Per una curiosa coincidenza, essi furono anche la regione del cer-
vello la cui importanza fu riconosciuta per ultima - ai tempi in cui stu-
diavo medicina, erano definiti i «lobi silenti». In ultima analisi, può an-
che darsi che siano effettivamente «silenti», giacché mancano delle fun-
zioni, semplici e facilmente identificabili, delle parti più primitive della
corteccia cerebrale, come le aree sensorie e le aree motrici (e perfino
delle «aree associative» interposte fra queste); ciò nondimeno, sono di
enorme importanza. I lobi frontali sono fondamentali ai fini di tutti i
comportamenti di ordine superiore diretti a uno scopo: l'identificazione
dell'obiettivo, la progettazione e l'ideazione di piani per raggiungerlo,
l'organizzazione dei mezzi con i quali tali piani possono essere eseguiti,
il monitoraggio e la valutazione delle conseguenze per vedere se tutto è
stato eseguito come si desiderava.
Questo è il ruolo fondamentale dei lobi frontali: un ruolo che affran-
ca l'organismo da repertori rigidi e reazioni fisse, consentendo la rap-
presentazione mentale di alternative, l'immaginazione, la libertà. Ecco
dunque le metafore che ricorrono nel libro: i lobi frontali come i vertici
della dirigcn?.a aziendale, capaci di considerare tutte le altre funzioni ce-
rebrali dnll'nlro, da una prospettiva «aerea», facendosene mm visione
6 PREFAZIONE

d'insieme e coordinandole; o ancora, i lobi frontali come un direttore


d'orchestra, che armonizza le prestazioni delle migliaia di strumenti del-
1'orchestra cerebrale. Ma, soprattutto, i lobi frontali come leader del
cervello che guidano l'individuo nelle novità, nelle innovazioni e nelle
avventure della vita. La civiltà non avrebbe mai potuto sorgere senza il
grande sviluppo, nel cervello umano, dei lobi frontali (e delle aree del
linguaggio).
L'intenzionalità dell'individuo è attribuita ai lobi frontali, i quali sono
essenziali per la coscienza superiore, il giudizio, l'immaginazione, l'empa-
tia, l'identità - insomma per l' «anima». È famoso il caso di Phineas Gage,
che nel 1848 lavorava alla posa dei binari delle ferrovie come caposqua-
dra; mentre stava sistemando una carica di esplosivo, quest'ultima brillò e
lui subì la penetrazione, attraverso i lobi frontali, di una barra di ferro di
60 cm. Sebbene avesse conservato l'intelligenza e la capacità di muoversi,
parlare e vedere, Gage andò incontro ad altri profondi cambiamenti. Di-
venne sconsiderato e incauto, impulsivo e scurrile; non era più in grado di
pianificare il futuro, né di pensare ad esso; e agli occhi di chi l'aveva cono-
sciuto prima, «non era più Gage». Aveva perso se stesso, la parte più inti-
ma e fondamentale del suo essere e (come avviene nel caso di tutti i pa-
zienti con gravi lesioni ai lobi frontali) non se ne rendeva conto.
Questa «anosognosia», così si chiama il fenomeno, è al tempo stesso
una misericordia (questi pazienti non soffrono né si angosciano o si la-
mentano per la loro perdita) e un grave problema, perché riduce la com-
prensione e la motivazione del paziente, rendendo assai più difficili i
tentativi di porre rimedio alla sua condizione.
Goldberg rivela inoltre che - a causa della straordinaria ricchezza
delle connessioni fra i lobi frontali e le altre parti del cervello - diverse
condizioni, nelle quali la patologia primaria è localizzata altrove, magari
perfino in regioni sottocorticali, possono dar luogo a disfunzioni dei lo-
bi frontali o presentarsi come tali. Secondo Goldberg, per esempio, l'i-
nerzia del parkinsonismo e l'impulsività della sindrome di Tourette, la
distraibilità del disturbo da deficit di attenzione e attività (Attention De-
ficit I Hyperactivity Disorder, ADHD), la perseverazione del disturbo
ossessivo compulsivo (Ossessive Compulsive Disorder, OCD), la man-
canza di empatia o di una «teoria della mente» dell'autismo o della schi-
zofrenia cronica, possono essere tutti interpretati, in larga misura, come
fenomeni dovuti a eventi di risonanza - in altre parole, disturbi secon-
dari= nella funzione dei lobi frontali. A conferma di ciò vengono porta-
ll'. numerose evidenze, non solo derivanti da osservazioni e test eseguiti
PREFAZIONE 7
in ambiente clinico, ma anche dai più recenti risultati ottenuti con le tec-
niche di visualizzazione funzionale del cervello - e qui le intuizioni di
Goldberg illuminano queste sindromi in un modo muovo, e possono ri-
sultare importantissime nella prassi clinica.
Mentre i pazienti con estese lesioni dei lobi frontali si dimostrano in-
consapevoli della propria condizione, lo stesso non si può dire per quel-
li affetti dal parkinsonismo, dalla sindrome di Tourette, dall'ADHD,
dall'OCD o dall'autismo; anzi, questi pazienti sono in grado di descrive-
re e spesso di analizzare con grande accuratezza quanto sta loro acca-
dendo. Essi, per esempio, possono raccontarci ciò che i pazienti con le-
sioni frontali primarie non sono in grado di riferire - ovvero che cosa si
provi, dall'interno, ad avere una funzione frontale colpita da queste dif-
ferenze e queste stravaganze.
Goldberg presenta tali discussioni, che potrebbero altrimenti essere
difficili o pesanti, con grande intensità e umorismo, spesso alternandole
a racconti personali. Così, proprio nel bel mezzo della sua discussione
del comportamento «contesto-dipendente», di quella distraibilità in-
continente così caratteristica di chi ha una grave lesione frontale, Gold-
berg si mette a parlare dei cani e del loro comportamento relativamente
«afrontale», in cui «lontano dagli occhi» equivale a «lontano dal cuore»
- dalla mente. Questo comportamento dei cani è poi contrapposto a
quello delle scimmie antropomorfe: Goldberg ci narra di come, in un
viaggio in Thailandia, «avesse fatto amicizia» con un giovane gibbone
maschio, di proprietà di un ristoratore di Phuket:

Ogni mattina il gibbone si precipitava a stringermi la mano. Tutto arti e cor-


po minuto, simile a un ragno, si impegnava poi in una breve danza che -
nella mia presunzione - interpretavo come un'espressione di gioia nel ve-
dermi. Ma poi, nonostante la sua inclinazione a giocare senza sosta, si siste-
mava vicino a me e con estrema concentrazione studiava i minimi dettagli
del mio abbigliamento: il cinturino dell'orologio, un bottone, una scarpa,
gli occhiali (con i quali cercò di mettere insieme un pranzo, avendomeli sfi-
lati in un momento in cui avevo abbassato la guardia). Fissava gli oggetti
tutto intento, spostando sistematicamente l'attenzione da un dettaglio all'al-
tro. Quando un giorno mi presentai con un cerotto intorno all'indice, lui
prese a esaminarlo con attenzione. Nonostante il suo status di «piccola»
scimmia antropomorfa (contrapposta dunque a bonobo, scimpanzé, gorilla
e oranghi, note come «grandi» antropomorfe), il gibbone era capace di
un'attenzione prolungata.
Particol:trmcntc notevole era il fatto che, dopo un'improvvisa dis1rn~io1w,
per ciwtnplo 1111 rumore proveniente dalla strada, il gibhotw fonum't' NPll\lllV
8 PREFAZIONE

all'oggetto della sua precedente curiosità. Riprendeva la sua esplorazione


esattamente da dove l'aveva lasciata, anche quando l'interruzione s'era pro-
tratta più a lungo di una semplice frazione di secondo. Le azioni del gibbo-
ne erano guidate da una rappresentazione interna che faceva da «ponte» fra
il suo comportamento prima e dopo la distrazione. Per lui, <<lontano dagli
occhi» non equivaleva più a <<lontano dal cuore»!

Goldberg è un amante dei cani e ne ha posseduti diversi; tuttavia so-


stiene che «l'interazione col gibbone fu talmente diversa da qualsiasi
esperienza avessi mai avuto con i cani, e a tal punto più ricca, che per un
attimo accarezzai l'idea di acquistarlo e di portarmelo a New York come
animale da compagnia e come amico.»
Naturalmente, questo non fu possibile, e Goldberg (che ormai avevo
conosciuto) era molto triste di non aver potuto realizzare il suo proget-
to. lo lo capii benissimo, e mi sentii molto vicino a lui, perché avevo avu-
to un'esperienza quasi identica con un orango, e mi ero quasi spinto al
punto di desiderare uno scambio di cartoline con lui.

Ci sono altri temi fondamentali in I:anima del cervello, idee che affio-
rarono la prima volta quando Goldberg era studente e che da allora egli
ha continuato a esplorare ed elaborare. Esse hanno a che fare con i diver-
si tipi di difficoltà affrontate da un organismo: l'incontro con situazioni
nuove (e il bisogno di pervenire a soluzioni innovative), come pure l'esi-
genza di poter ricorrere a routine prestabilite ed economiche per affronta-
re situazioni e necessità familiari. Goldberg ritiene che l'emisfero destro
del cervello sia particolarmente attrezzato per affrontare nuove situazioni
e trovar nuove soluzioni, e quello sinistro per venire a capo di compiti e
processi di routine. C'è, in questa sua concezione, un flusso, ciclico e con-
tinuo, di informazione e di comprensione, dall'emisfero destro al sinistro.
«La transizione dalla novità alla routine», scrive, «è il ciclo universale del
nostro mondo interiore». Questo va contro il classico concetto secondo il
quale il sinistro sarebbe l'emisfero «dominante» mentre il destro sarebbe
quello «minore» - ma ben si accorda con i riscontri clinici: un danno al-
1'emisfero destro può avere effetti molto più strani e profondi di quelli, re-
lativamente semplici e diretti, di una lesione all'emisfero «dominante». È
l'integrità del cosiddetto emisfero minore - e quella dei lobi frontali - che
Goldberg ritiene essenziale per il senso del sé owero l'identità.
Un altro tema centrale del libro ha a che fare con quelle che Gold-
PREFAZIONE 9
berg considera le due modalità, radicalmente differenti ma complemen-
tari, dell'organizzazione cerebrale. La neurologia classica (e la frenolo-
gia che la precedette) considera il cervello come costituito da una molti-
tudine - un mosaico - di aree, sistemi o moduli, ciascuno dei quali dedi-
cato a una funzione cognitiva altamente specifica e tutti separati, relati-
vamente isolati e con interazioni reciproche molto limitate. Una tale or-
ganizzazione è evidente nelle parti più primitive del cervello, come il ta-
lamo (costituito da numerosi nuclei separati e distinti) e anche nelle re-
gioni più antiche della corteccia cerebrale - il che spiega come mai pic-
cole lesioni circoscritte, che interessano corteccia visiva, possano pro-
durre perdite ugualmente circoscritte della visione, dei colori, del movi-
mento, della profondità, eccetera. D'altra parte, sostiene Goldberg, un
tale sistema sarebbe rigido, mancherebbe di flessibilità, e avrebbe una
scarsa capacità di affrontare situazioni nuove e complesse, come pure di
adattarsi o di apprendere. Un tale sistema, egli ritiene, sarebbe assoluta-
mente inadeguato a sostenere il senso di identità o una vita mentale su-
periore.
Già negli anni Settanta, quando era ancora studente, Goldberg co-
minciò a immaginare - nella neocorteccia, ossia nelle parti «superiori» e
più recenti del cervello che cominciano a svilupparsi nei mammiferi e
raggiungono il massimo sviluppo nei lobi frontali umani - un tipo di or-
ganizzazione molto diverso. Un'attenta analisi degli effetti prodotti dal-
le lesioni neocorticali indica che a questo livello non esistano più modu-
li o domini isolati e circoscritti, ma una graduale transizione da una fun-
zione cognitiva all'altra, transizione corrispondente a una traiettoria gra-
duale e continua sulla superficie della corteccia. Il fondamentale concet-
to di Goldberg è dunque quello di un continuum cognitivo, di un gra-
diente. Più ci rifletteva, più il giovane Goldberg era affascinato da quel-
l'idea radicale: «Cominciai a pensare ai miei gradienti come all'analogo
neurofisiologico della tavola periodica di Mendeleev.» Goldberg tenne
questa teoria del gradiente in incubazione per vent'anni, continuando a
verificarla; solo nel 1989, quando ormai aveva raccolto moltissime evi-
denze per sostenerla, si risolse a metterla per iscritto. L'articolo pionieri-
stico in cui la presentò alla comunità scientifica fu in larga misura igno-
rato, nonostante il grande potere esplicativo che essa prometteva.
Nel 1995, scrissi un saggio sulla prematurità nella scienza 1; in esso
citai, fra i molti altri esempi, la mancata comprensione dell'importan-
za della teoria dcl gradiente, al momento della sua pubblicazione; lo
stesso LurijH, q11nndo Goldberg gliela presentò per la primn voltt1 nd
10 PREFAZIONE

1969, la trovò incomprensibile. E d'altra parte, negli ultimi dieci anni


è avvenuto un grande cambiamento (un cambiamento di paradigma,
direbbe Kuhn) in parte legato a teorie della funzione cerebrale globa-
le come quella di Gerald Edelman, e in parte legato allo sviluppo del-
le reti neurali come sistemi-modello, di sistemi computerizzati in lar-
ghissima misura paralleli, e simili - così che oggi il concetto dei gra-
dienti cerebrali, l'idea di Goldberg studente, è assai più diffusamente
accettata.
La modularità esiste ancora, sottilinea Goldberg, come principio di
organizzazione cerebrale tanto tenace quanto arcaico, gradualmente
sostituito o integrato, nell'evoluzione successiva, da un principio fon-
dato sui gradienti. «Se così fosse», osserva Goldberg, «esisterebbe una
misteriosa analogia fra l'evoluzione del cervello e l'evoluzione intellet-
tuale del nostro modo di pensare ad esso. Tanto l'evoluzione del cer-
vello, quanto quella delle nostre teorie su di esso, sono state caratteriz-
zate da un cambiamento di paradigma, passando dalla modularità al-
1' interattività.»
Goldberg si chiede se tale spostamento paradigmatico non possa
trovare paralleli nell'organizzazione politica, con la frammentazione di
grandi stati «macronazionali» in stati «microregionali» più piccoli, un
cambiamento che minaccia di sfociare nell'anarchia, a meno che un
nuovo esecutivo sovranazionale -1' equivalente politico dei lobi frontali
- non emerga a coordinare il nuovo ordine mondiale. Goldberg si do-
manda anche se la sostituzione degli elaboratori enormi, ma relativa-
mente pochi e isolati, degli anni Settanta da parte delle centinaia di mi-
lioni di personal computer odierni, tutti potenzialmente interagenti, non
presenti qualche analogia con il passaggio dalla modularità all'interatti-
vità, là dove i motori di ricerca si configurerebbero come gli equivalenti
digitali dei lobi frontali.
I:anima del cervello finisce così come· comincia: con una nota perso-
nale e introspettiva, in cui Goldberg ricorda di quando, da ragazzo, leg-
geva Spinoza nella biblioteca del padre, apprezzando quel suo sereno
equiparare il corpo e la mente; e di come quella lettura abbia avuto un
ruolo essenziale nell'indirizzarlo verso la neuropsicologia e nel fargli evi-
tare la fatale dicotomia fra corpo e mente, il dualismo che Antonio Da-
masio definisce «l'errore di Cartesio». Spinoza pensava che la mente
umana, con le sue nobili facoltà e le sue aspirazioni, non fosse in alcun
modo svalutata o sminuita per il fatto di dipendere dalle operazioni di
un agente fisico -- il cervello. Piuttosto, egli diceva, dovremmo ammira-
PREFAZIONE 11

re l'organismo vivente per la sua raffinatezza e la sua complessità, mera-


vigliosa e quasi incomprensibile. È solo oggi, all'alba del ventunesimo
secolo, che cominciamo ad avere una misura di tale complessità; a capi-
re come natura e cultura interagiscano, e come mente e cervello si gene-
rino reciprocamente. Alcuni libri straordinari, molto pochi a dire il vero,
affrontano questi temi con grande intensità (mi vengono immediata-
mente in mente quelli di Gerald Edelman e Antonio Damasio); a questo
esiguo numero, dovremo sicuramente aggiungere I:anima del cervello di
Elkhonon Goldberg.

Oliver Sacks
Introduzione

Ho cominciato a scrivere !}anima del cervello pensando a un pubblico


generale. A metà del progetto, però, lo scienziato che è in me ha preso il
sopravvento sul divulgatore e ne è scaturito un libro che, in una certa
misura, è un ibrido. Correndo il rischio di non piacere a nessuno, ho
cercato di scrivere qualcosa che potesse interessare tanto il pubblico dei
lettori generici, quanto la cerchia degli scienziati. L'introduzione e i ca-
pitoli 1, 2, 8, 9, 10, 11, e l'Epilogo hanno un taglio meno tecnico e sono
di interesse più generale; dovrebbero esser graditi al lettore non specia-
lista, come a quello esperto. Quanto ai capitoli 3, 4, 5, 6, e 7, pur essen-
do un poco più tecnici, sono ciò nondimeno accessibili anche al lettore
generico. Essi trattano ampi temi delle neuroscienze cognitive, interes-
santi sia per gli scienziati e i medici, sia per il lettore non specialista de-
sideroso di capire il funzionamento del cervello e della mente. !}anima
del cervello non è un tentativo di offrire una descrizione dei lobi fronta-
li ampia e sistematica - da manuale. È invece un'esposizione molto per-
sona le sia della mia interpretazione di diversi temi fondamentali nel
campo delle neuroscienze cognitive, sia del contesto autobiografico che
mi ha portato a scriverne.
In questo libro esplorerò quell'unica parte del cervello che fa di un
individuo ciò che è, definisce la sua identità e ne racchiude pulsioni, am-
bizioni, personalità ed essenza: i lobi frontali. Quando sono danneggiate
altre regioni del cervello, la patologia neurologica può dar luogo alla
perdita del linguaggio, della memoria, della percezione o del movimen-
to. Di solito, però, l'essenza dell'individuo, il nucleo della sua persona-
lità, rimam~ intatto. Tutto questo non vale più quando la malattia aggre-
disce i lobi fronlnli. ln questo caso, la perdita non è più costitnitn du un
14 INTRODUZIONE

attributo della mente. Ciò che va perduto, qui, è la mente, il nucleo, il sé.
Di tutte le strutture cerebrali, i lobi frontali sono quella più tipicamente
umana, e hanno un ruolo essenziale nel successo o nel fallimento di
qualsiasi impresa.
L' «errore di Cartesio» - prendendo a prestito l'elegante espressione
di Damasio 1 - consistette proprio nel credere che la mente avesse una
vita sua, indipendente dal corpo. Oggi, la nostra società istruita non cre-
de più nel dualismo cartesiano fra corpo e mente; tuttavia, ci siamo libe-
rati delle vestigia delle nostre antiche concezioni erronee solo per gradi.
Attualmente ben poche persone istruite - non importa quanto digiune
di neurobiologia - dubitano del fatto che facoltà come il linguaggio, il
movimento, la percezione e la memoria risiedano tutte, in un modo o
nell'altro, nel cervello. D'altra parte, sono ancora in molti a considerare
l'ambizione, l'impulso, la capacità di previsione, l'intuizione - ossia gli
attributi che definiscono la personalità e l'essenza dell'individuo - come
attributi che diremmo «extracranici», come se si trattase di qualità degli
abiti che indossiamo, e non della nostra biologia. Queste elusive qualità
umane sono anch'esse controllate dal cervello, in modo particolare dai
lobi frontali. Oggi, sebbene sia al centro dell'attività di ricerca nel cam-
po delle neuroscienze, la corteccia prefrontale è in larga misura scono-
sciuta ai non scienziati.
I lobi frontali eseguono le funzioni più avanzate e complesse di tutto
il cervello, le cosiddette funzioni esecutive. Legati all'intenzionalità, alla
determinazione e ali' attività decisionale complessa, essi raggiungono
uno sviluppo significativo solo negli esseri umani; forse sono proprio lo-
ro a renderci umani. Tutta l'evoluzione umana è stata denominata «era
dei lobi frontali». Il mio maestro Aleksandr Lurija ne parlava chiaman-
doli l' «organo della civiltà».
Questo libro parla cli le-aclership l lobi frontali sono per il cervello
quello che il direttore è per l'orchestra, il generale per un esercito, il
massimo dirigente per un'azienda. Essi coordinano e guidano le altre
strutture neurali consentendone l'azione concertata. Nel cervello, i lobi
frontali rappresentano il posto di comando. Esamineremo come il ruolo
della leadership sia evoluto in diversi aspetti della società umana - e nel
cervello.
I:anima del cervello parla di motivazione, impulso e lungimiranza.
La motivazione, l'impulso, la capacità di previsione e la chiara visione
dei propri obiettivi sono elementi fondamentali per conseguire il succes-
so in qualsiasi attività. Scopriremo come tutti questi requisiti del succes-
INTRODUZIONE 15

so siano controllati dai lobi frontali. Come vedremo, perfino lesioni mi-
nime che interessino queste strutture producono apatia, inerzia e indif-
ferenza.
Parleremo anche della consapevolezza di sé e degli altri. La capacità
di realizzare i propri obiettivi dipende dall'abilità di valutare in modo
critico tanto le proprie azioni quanto quelle altrui, un'abilità che risiede
nei lobi frontali. Una lesione frontale produce una debilitante cecità di
giudizio.
Questo libro parla di talento e successo. Noi riconosciamo facilmen-
te talenti come quello letterario, musicale e atletico. In una società com-
plessa come la nostra, però, ecco emergere in primo piano un dono di-
verso, quello per la leadership. Di tutte le forme <li talento, la capacità di
comandare e di imporre ad altri esseri umani la propria guida è la più
misteriosa e oscura. Nella storia dell'uomo, il talento per la leadership
ha avuto un enorme impatto tanto sul successo personale di chi ne era
dotato, quanto sui destini altrui. I:anima del cervello mette in luce l'esi-
stenza di un'intima relazione fra leadership e lobi frontali. Naturalmen-
te è vero anche l'opposto - e cioè che una funzione frontale insufficien-
te si rivela particolarmente devastante per l'individuo. Pertanto, I:anima
del cervello tratta anche del fallimento.
Questo libro parla di creatività. Intelligenza e creatività sono insepa-
rabili, ciò nondimeno non sono la stessa cosa. Tutti noi abbiamo cono-
sciuto persone brillanti, intelligenti, riflessive - e aride. La creatività esi-
ge la capacità di abbracciare il nuovo. Esamineremo il ruolo critico dei
lobi frontali nell'affrontare la novità.
I:anima del cervello parla di uomini e donne - maschi e femmine. So-
lo ora i neuroscienziati stanno cominciando a studiare ciò che la gente
comune ha sempre dato per scontato, e cioè che uomini e donne sono
diversi: affrontano le cose diversamente, hanno stili cognitivi diversi.
Esamineremo il modo in cui queste differenze negli stili cognitivi riflet-
tono le differenze di genere presenti nei lobi frontali.
Parleremo della società e della storia. Tutti i sistemi complessi hanno
alcuni aspetti in comune e quando apprendiamo informazioni su uno di
essi, impariamo qualcosa su tutti. Esamineremo le analogie esistenti fra
l'evoluzione del cervello e lo sviluppo di strutture sociali complesse,
traendone alcuni insegnamenti sulla nostra società.
E parleremo anche di maturità e di responsabilità sociali. I lobi fron-
tali ci distinr,uono come esseri sociali. Il fatto che la maturazione hiolo 0

gica dci lobi fro111:1li ubbia luogo all'età in cui praticatnl't\lc tulh' lt• nil
16 INTRODUZIONE

ture evolute hanno fissato l'inizio della vita adulta è qualcosa di più di
una mera coincidenza. D'altra parte, uno scarso sviluppo dei lobi fron-
tali, o una lesione che li abbia danneggiati, possono produrre un com-
portamento privo di vincoli sociali e di senso di responsabilità. Discute-
remo come la disfunzione dei lobi frontali possa contribuire al compor-
tamento criminale.
Questo libro parla di sviluppo cognitivo e di apprendimento. I lobi
frontali sono essenziali per la motivazione e l'attenzione, e affinché qual-
siasi processo di apprendimento vada a buon fine. Oggi siamo sempre
più consapevoli di alcuni disturbi, insidiosi quanto elusivi, che possono
colpire sia i bambini che gli adulti: il disturbo da deficit di attenzione
(Attention Deficit Disorder, ADD), il disturbo da deficit di attenzione e
iperattività (Attention Deficit I Hyperactivity Disorder, ADHD) 2 . L'ani-
ma del cervello descrive come essi siano causati da una leggera disfun-
zione dei lobi frontali e delle vie che connettono queste strutture ad al-
tre parti del cervello.
Questo libro parla dell'invecchiamento. Col passare degli anni, ci
preoccupiamo sempre di più della nostra prontezza mentale. Mentre
aumenta l'interesse generale per il declino cognitivo, tutti parlano di
perdita della memoria, ignorando quella delle funzioni esecutive. Spie-
gheremo come i lobi frontali siano vulnerabili nel morbo di Alzheimer e
in altre forme di demenza.
Affronteremo il tema della patologia neurologica e psichiatrica. I lo-
bi frontali sono eccezionalmente fragili. Studi recenti hanno dimostrato
che la disfunzione frontale è alla base di disturbi devastanti come la
schizofrenia e i traumi cranici. I lobi frontali sono implicati anche nella
sindrome di Tourette e nel disturbo ossessivo-compulsivo.
Questo libro parla di come potenziare le funzioni cognitive e proteg-
gere la mente dal declino. Solo ora le neuroscienze contemporanee stan-
no cominciando ad affrontare questi temi. L'anima del cervello passa in
rassegna alcune delle idee e degli approcci più recenti sul tema.
Soprattutto, però, questo libro parla del cervello, l'organo misterioso
che è parte di noi, che fa di noi ciò che siamo, che ci dona le nostre pre-
ziose facoltà e ci schiaccia sotto il peso dei nostri punti deboli: il micro-
cosmo, l'ultima frontiera. Scrivendo queste pagine, non ho fatto alcun
tentativo di essere obiettivamente esauriente e sistematico. Era invece
mia intenzione presentare un punto di vista decisamente personale, ori-
ginale e a tratti provocatorio su un certo numero di argomenti della neu-
ropsicologia e delle neuroscienze cognitive. Sebbene abbiano già trova-
INTRODUZIONE 17

to spazio nelle riviste scientifiche, molti di tali concetti non sono neces-
sariamente rappresentativi dell'opinione più diffusa fra gli studiosi im-
pegnati in questo campo e rimangono invece posizioni mie personali,
decisamente di parte e controverse.
Infine, questo libro parla di persone: i miei pazienti, i miei amici e i
miei maestri, che in vari modi e su entrambi i versanti della cortina di
ferro hanno contribuito a dar forma ai miei interessi e alla mia carriera,
mettendomi così in condizione di scriverlo. L'anima del cervello è dedi-
cato ad Aleksandr Romanovic Lurija, il grande neuropsicologo, che con
la sua eredità ha plasmato e ispirato, più di chiunque altro, questo cam-
po di studi. Come dissi di lui altrove, Lurija è stato, in diverse occasioni,
«il mio maestro, il mio mentore, il mio amico e il mio tiranno» 3 . n nostro
rapporto fu intimo e complesso. Nel capitolo 1 darò una descrizione
molto personale di uno dei massimi psicologi del nostro tempo e del
contesto straordinariamente difficile in cui operò.
Un mio amico famoso osservò sinteticamente e a proposito: «Il cer-
vello è fantastico!» Oggi, in mezzo a tutte le mode - intellettuali, quasi
intellettuali e pseudointellettuali - l'interesse della gente per il cervello
regna supremo. Esso è condiviso da un pubblico generale costituito da
persone di larghe vedute, spinte da un'autentica curiosità per quella che
è stata definita l' <<Ultima frontiera della scienza»; dai genitori, che deside-
rano il successo dei propri figli e temono la prospettiva del loro fallimen-
to; e dagli insaziabili figli del baby boom, decisi a restare per sempre ben
saldi ai posti di comando, ma che si avvicinano all'età in cui il declino
mentale invalidante diventa una possibilità statistica. Per soddisfare que-
sto interesse senza precedenti sono state scritte decine di libri di divulga-
zione: sulla memoria, il linguaggio, l'attenzione, l'emozione, gli emisferi
cerebrali e gli argomenti correlati. Incredibilmente, però, questo genere
di pubblicazione ha completamente ignorato una parte del cervello: i lo-
bi frontali. /;anima del cervello è stato scritto per colmare questa lacuna.
Il pubblico istruito si sta liberando della beata illusione cartesiana di
un corpo fragile, compensato da una mente «per sempre». Ora che vi-
viamo più a lungo, siamo più istruiti e ci facciamo strada col cervello più
che con i muscoli, siamo sempre più interessati a conoscere la nostra
mente e turbati al pensiero di perderla.
Il preoccupato interesse della nostra società egocentrica nei confron-
ti della malattia ha creato un complesso groviglio di realtà, nevrosi e sen-
si di colpa, con sonintcsi apocalittici. Mai troppo distante dal centro
della nostro rnst•.it·11~:1 collettiva, questa preoccupazio1w di solito si roll·
18 INTRODUZIONE

centra su un'unica malattia che abbraccia tutte le nostre paure, assu-


mendo così, come diceva Susan Sontag4 , il ruolo di una metafora. Dap-
prima è stato il cancro, poi la sindrome da immunodeficienza acquisita
(AIDS). Nel momento in cui la forza d'urto e la novità della metafora du
jour si logorano e la familiarità genera un (magico) senso di sicurezza,
ecco sorgere un nuovo centro di attenzione. Negli anni Novanta (dichia-
rati «decennio del cervello» dal National Institute of Health), la demen-
za assunse giustamente questo ruolo. Poiché con l'età la demenza colpi-
sce una percentuale significativa della popolazione, tale interesse è fon-
damentalmente razionale ma, come la maggior parte delle mode, ha as-
sunto sfumature nevrotiche.
Come si conviene a un movimento, anche la preoccupazione per la
demenza ha acquisito la propria metafora - una metafora nella metafo-
ra, per così dire. Il suo nome è «memoria». Nella società dell'informa-
zione, dominata dai figli del baby boom che ormai invecchiano, la possi-
bilità di prevenire il declino e di potenziare il benessere nella sfera co-
gnitiva suscita un sempre maggiore interesse. Proliferano le cliniche e gli
integratori per il potenziamento della memoria. Le principali riviste so-
no piene di servizi sulla memoria. «Memoria» è diventato il nome in co-
dice per riferirsi alla tendenza emergente della fitness mentale e alla
preoccupazione di perdere le proprie facoltà intellettuali arrendendosi
alla demenza.
D'altra parte, la cognizione è costituita di molti elementi, e la memo-
ria non è che uno di essi, uno dei molti aspetti della mente essenziali per
la nostra esistenza. Il suo declino è solo uno dei molti modi in cui pos-
siamo perdere la nostra mente - proprio come il morbo di Alzheimer
non è che una delle numerose demenze tuttora incurabili e l'AIDS non
è che una delle molte patologie infettive letali ancora da debellare. Seb-
bene di certo sia fragile; la memoria non è assolutamente l'unico aspetto
della mente (e forse non è nemmeno il più vulnerabile) e la sua perdita
non è affatto l'unico modo in cui se ne può perdere il possesso. Spesso,
in mancanza di un termine migliore o più accurato, la gente parla del de-
terioramento della «memoria», quando ciò che la affligge, in realtà, è il
declino di un aspetto del tutto diverso della cognizione.
Come dimostrerò in questo libro, nessun'altra perdita, in ambito co-
gnitivo, si avvicina a quella delle funzioni esecutive per l'entità della de-
vastazione che arreca alla mente e al sé. Via via che apprendiamo nuove
informazioni sulle malattie del cervello, scopriamo che i lobi frontali so-
no particolarmente colpiti nelle demenze, nella schizofrenia, nei traumi
INTRODUZIONE 19
cranici, nel disturbo da deficit di attenzione e in un'ampia gamma di al-
tri disturbi. Nella demenza, le funzioni esecutive sono colpite spesso, e
lo sono già a uno stadio precoce.
Qualsiasi sforzo futuro per potenziare la longevità cognitiva - attra-
verso farmaci «cognotropi», esercizi cognitivi o qualsiasi altro sistema -
dovrà concentrarsi sulle funzioni esecutive dei lobi frontali. Questo li-
bro passa in rassegna i metodi scientifici emergenti mirati a proteggere e
potenziare la mente in generale, e le funzioni esecutive dei lobi frontali
in particolare.
Infine, tracceremo alcune analogie di ampio respiro fra lo sviluppo
del cervello e quello di altri sistemi complessi, quali gli elaboratori digi-
tali e la società. Tali analogie si basano sull'assunto che tutti i sistemi
complessi abbiano in comune alcuni aspetti fondamentali, e che la com-
prensione di un sistema complesso contribuisca a quella degli altri.
lo credo che le idee siano comprese meglio quando vengono consi-
derate nel contesto in cui nascono. Pertanto, insieme alla discussione sui
vari temi delle neuroscienze cognitive, il lettore troverà alcune brevi de-
scrizioni personali dei miei maestri, dei miei amici, di me stesso, e dei
tempi in cui viviamo.

E.G.
Ringraziamenti

Mi sono accinto con esitazione a scrivere questo libro, in una lingua che
non ho ancora fatto interamente mia. Per abitudine e temperamento mi
viene più naturale esprimermi in una prosa più asciutta di quella che ci
si aspetta di trovare in un libro semidivulgativo. Ho tuttavia seguito l'in-
citamento di diversi amici e sono andato avanti, per due ragioni. La pri-
ma, che è più facile da esprimere, è stata la crescente consapevolezza che
a volte, per avere un certo impatto, un autore debba spingersi oltre le ri-
viste scientifiche, che hanno una diffusione limitata. Quanto alla secon-
da ragione, che è la più elusiva, si è trattato dell'esigenza di congiungere
la mia vita russa e quella americana (al momento della scrittura del libro,
due periodi di lunghezza pressoché identica) servendomi di una narra-
zione intellettuale e personale continua.
Ho un debito di riconoscenza nei confronti di molte persone: verso
Oliver Sacks, caro amico da molti anni-l'idea stessa di scrivere un libro
per un pubblico generale probabilmente non mi sarebbe venuta in men-
te senza il suo esempio; verso Dmitri Bougakov, per l'editing tecnico, la
verifica di dati e riferimenti, e l'aiuto nella realizzazione delle illustrazio-
ni; verso Laura Albritton, che ha contribuito ali' editing del manoscritto.
E poi ancora, sono grato a Fiona Stevens, della Oxford University Press,
che ha contribuito a portare il libro alla pubblicazione; a Sergey Krupa-
rev, per le sue discussioni, piene di intuizioni intelligenti sulle analogie
fra cervello e computer. Sono riconoscente a Vladimir e a Kevin, per
avermi dato l'opportunità di apprendere della loro condizione neurolo-
gica; e anche a Toby e Charlie, come pure a Lowell Handler e a Shane
Fistell, per aver condiviso con me la loro storia permettendomi di de-
scriverla in questo libro. Ancora, desidero ringraziare il padre di Kevin,
per avermi mtuwntito di scrivere la storia di suo figlio e a Rolwrt fornno,
22 RINGRAZIAMENTI

che ha condiviso con me la sua esperienza della cingolotomia. Grazie


anche a Peter Fitzgerald, Ida Bagus Made Adnyana, Kate Edgar, Wendy
James, Lewis Lerman, Jal Llewellyn-Kirby, Gus Norris, Martin Ozer,
Peter Lang, Anne Veneziano e agli anonimi revisori della Oxford Uni-
versity Press per i loro preziosi commenti sul manoscritto. Ancora, gra-
zie a Brendon Connors, Dan Demetriad, Kauran Fallagpovr, Evian Gor-
don e Konstantin Pioulsky per aver contribuito alla creazione di alcune
delle immagini usate nel libro; ai miei pazienti, amici e conoscenze, che
hanno ispirato il mio lavoro con la loro vita, le loro tragedie e i loro
trionfi personali, permettendomi di scriverne; ai miei studenti, ai quali
ho imposto di vestire per me i panni del pubblico, un pubblico di fron-
te al quale ho potuto mettere alla prova, leggendoli, alcuni passi del li-
bro; ancora, grazie ai progettisti del computer palmare Psion, che mi
hanno permesso di scrivere tutto questo libro, così come veniva, in ogni
genere di luogo improbabile. A tutti costoro, grazie. I.:anima del cervello
è dedicato ad Aleksandr Romanovic Lurija, che parlava dei lobi frontali
come dell'«organo della civiltà» e che ha avuto sulla mia carriera un im-
patto di gran lunga maggiore di quanto potessi lontanamente immagina-
re quando ero suo allievo.

New York
E.G.
1. Una fine, un principio e una dedica

Fatta eccezione per qualche banale motivo di scontento, noi viviamo in


un mondo clemente, nel quale in genere il margine di errore è piuttosto
generoso. Ho sempre sospettato che, perfino nelle alte sfere, le decisioni
vengano prese attraverso un processo alquanto approssimato. D'altra
parte, nella vita di un essere umano, come pure in quella di una società,
ogni tanto si presentano situazioni che non consentono alcun margine di
errore. Queste situazioni critiche metto~~. a durissima provii le s:apl!cit_à
esecutive di chi deve decidere. All'età di 53 anni, considerando tutta la
mia vita, riesco a vedere solo una di tali situazioni. Per me (che all'epoca
dei fatti già studiavo le funzioni esecutive del cervello) quell'esperienza
ebbe il duplice significato di una drammatica vicenda personale e di µp_p
studio -·in chiav~J?.r~tirn.sill:fun~iQp!l;m_t;mC!4~iJobi.froritali
-~·.. -· - ' ' - . . '
- nell~- fatti-
-

specie, i miei.
Qµel_giof11o, i() e il JE._iQ ll1entore, 'Afeicsandr-Rom:a:no.vicLurija-; era-
vamo immersi in una conversazione su un argomento che avevamo toc-
cato _già d.~çiD~ d{alfre volte." Eravamo usciti dall'appartamento mosc~­
vita di Lurija e stavamo facendo quattro passi, percorrendo Frunze Ulit-
sa verso la Vecchia Arbat 1. Camminavamo con prudenza, perché Lurija
si era rotto una gamba e adesso era claudicante, il che aveva rallentato il
suo passo, solitamente spedito. Era un pomeriggio, all'inizio della pri-
mavera; Mosca si stava sgelando dopo un inverno rigidissimo e la piazza
andava riempiendosi di gente. Nel suo pesante soprabito di cachemire
blu, lungo quasi fino ai piedi, con collo e cappello d'astrakan, Lurija
aveva però un'aria così autorevole e professorale che la folla ci lasciava il
passo.
;E~a il 1972. li Pues'~ era sopravvissuto agli anni sanguinosi di Stalin,
24 L'ANIMA DEL CERVELLO

alla guerra, a un secondo e altrettanto sanguinoso periodo staliniano, e


al disgelo abortito di Chruscev. Adesso i dissidenti non erano più man-
dati a morte, ma solo incarcerati. A dominare l'umore della gente non
era più un terrore da gelare il sangue, ma una deprimente, rassegnata e
stagnante indifferenza, in un clima privo di speranza - quasi che la so-
cietà fosse sprofondata in una sorta di stato stuporoso. Il mio mentore
aveva 70 anni, e io ne avevo 25. Mi stavo avvicinando alla fine dell'aspi-
rantura, un dottorato che di solito sfociava in una posizione accademica.
Stavamo parlando del mio futuro.
Come in molte occasioni precedenti, Aleksandr Romanovic stava di-
cendo che era ora di i.scrivermi al partito - il partito, il Partito Comuni-
~t~ dell'Uni~;;e-So~~tI;;;~ Essendone .m.embr0Jui11~~. Lu;ij~- ;i offriva
di p-r~~~~t;~~-i; .mia c~~didatura e di procurarmi un-; seconda presenta-
zione, da parte di Alexei Nikolaevic Leont'ev, anch'egli illustre psicolo-
go e nostro preside di facoltà all'Università di Mosca, con il quale avevo
un rapporto generalmente cordiale. In Unione Sovietica l'iscrizione al
partito era il primo requisito per entrare nell'élite, un passaggio obbliga-
to per realizzare qualsiasi seria aspirazione uno avesse nella vita. E.ra irn ·
p4cito,.cht!loss.eJJ.lla..condiz_ione sjn_e qt}a npn per qualsiasi avanzamento
di carriei:.a.
Altrettanto chiara era la generosità dimostrata da Lurija e Leont' ev,
nel presentare la mia candidatura per l'ammissione al partito. lo non so-
lo ero di estrazione «borghese», ~~--~~breo l~!tone, e la Lettonia
era considerata_ IJ!l_g_prQ.y:inda...iuili;gni:uil fiducia. Mio padre aveva tra-
scorso cinque anni in un gulag come «nemico del popolo». Non ero
esattamente un individuo conforme all'ideale sovietico. Garantendo per
me, e inserendo «un altro ebreo» negli strati rarefatti dell'élite accade-
mica, Lurija e Leont' ev - le due figure più importanti della psicologia
sovietica - correvano il rischio di irritare i responsabili del partito a li-
vello accademico. Ciò nondimeno, erano disposti a farlo: questo impli-
cava, da parte loro, il desiderio che io rimanessi all'Università di Mosca
come giovane membro della facoltà. Entrambi mi avevano già protetto
in varie situazioni, ed erano pronti a sostenermi ancora.
Per l'ennesima volta, però, dissi a Aleksandr Romanovic che non
avevo alcuna intenzione di iscrivermi al partito. In numerose occasioni,
negli anni precedenti, ogni volta che Lurija tirava fuori quel discorso, io
aggiravo l'argomento mettendo la cosa sullo scherzo - dicendo che ero
troppo giovane, troppo immaturo, non ancora pronto. lo non volevo
UNA FINE, UN PRINCIPIO E UNA DEDICA 25
uno scontro aperto con Lurija, e lui non me lo impose. Stavolta, però,
mi parlò in tono risoluto. E stavolta gli dissi che non mi sarei iscritto al
partito, perché non volevo farlo.
Aleksandr Romanovic Lurija è stato forse il più importante psicologo
sovietico del suo tempo. Nella sua carriera poliedrica, affrontò pionieri-
stici studi transculturali e di psicologia dello sviluppo, principalmente in
collaborazione con il suo mentore Lev Semenovic Vygotskij, uno dei
massimi psicologi del XX secolo. Ad assicurargli un riconoscimento
dawero internazionale, però, fu il suo contributo alla neuropsicologia.
Universalmente considerato uno dei padri fondatori di questa discipli-
na, e oggetto di una stima profonda su entrambe le sponde dell'Atlanti-
co, Lurija studiò i fondamenti neurali del linguaggio, della memoria e,
com'è owio, delle funzioni esecutive. Nessuno dei suoi contemporanei
contribuì più di lui alla comprensione della complessa relazione esisten-
te fra cervello e cognizione.
Nato nel 1902, figlio di un insigne medico ebreo, Lurija era passato
attraverso il fermento culturale che aveva caratterizzato l'alba del XX
secolo e aveva vissuto gli anni pericolosi della rivoluzione russa, la guer-
ra civile, le purghe di Stalin, la seconda guerra mondiale, una successiva
ondata di purghe staliniane, e poi, finalmente, il relativo disgelo che se-
guì. Aveva visto lo Stato insozzare i nomi dei suoi più cari amici e men-
tori, Lev Vygotskij e Nicholai Bernstein, e cancellare il lavoro di tutta la
loro vita, quasi che non fosse mai esistito. In varie occasioni era stato sul
punto di essere incarcerato nei gulag di Stalin ma, come molti altri intel-
lettuali sovietici, non venne mai realmente incarcerato. La sua carriera
fu una particolarissima fusione fra un'odissea intellettuale - che ricevet-
te impulso da un autentico e spontaneo sviluppo della ricerca scientifica
- e un corso di soprawivenza in quel campo minato ideologico che era
la Russia sovietica di allora.
Quanto a me, originario della regione più occidentale dell'impero
sovietico, e precisamente della città baltica di Riga, crebbi in un am-
biente «europeo». A differenza di quanto era accaduto nelle famiglie dei
miei amici moscoviti, la generazione dei miei genitori non era cresciuta
sotto i Soviet. Io avevo una certa percezione della cultura e dell'identità
«europea». Fra i miei professori dell'Università di Mosca, Lurija era uno
dei pochissimi riconoscibilmente «europei», e questa fu una delle cose
che mi attirarono a lui. Poliglotta, dotato di numerosi talenti, egli era un
cittadino dcl 11Hmdo perfettamente a suo agio nella civiltà occidcntulc.
26 L'ANIMA DEL CERVELLO

Tuttavia, Lurija era anche un cittadino sovietico abituato a scendere


a compromessi per sopravvivere. Io sospettavo che nei più profondi re-
cessi del suo essere egli nascondesse una paura viscerale della repressio-
ne fisica brutale. Avevo conosciuto altre persone come lui, e sembrava
che quella paura latente fosse destinata a restare con loro per sempre, fi-
no alla morte, anche quando le circostanze ormai erano cambiate e i lo-
ro timori non avevano più alcun fondamento nella realtà. Un tale terro-
re era il collante stesso del regime sovietico - credo lo sia in qualsiasi re-
gime repressivo - e tale rimase fino al suo collasso. Questo dualismo di
libertà intellettuale (addirittura arroganza) da un lato, e di quotidiano
compromesso dall'altro, era abbastanza comune nell'intelligencija sovie-
tica. Io non condannavo l'appartenenza di Lurija al partito, ma neppure
ritenevo di doverla rispettare, ed essa fu motivo di una persistente ambi-
valenza nel mio atteggiamento nei suoi confronti. In un certo senso, que-
sta situazione me lo faceva compatire, ed era strano che uno studente nu-
trisse un sentimento del genere verso un mentore peraltro venerato.
I miei rapporti con Aleksandr Romanovic e con sua moglie Lana Py-
menovna, anche lei scienziata e oncologa famosa, erano pressoché fami-
liari. Cordiali e generosi, essi avevano l'abitudine di coinvolgere gli assi-
stenti nella propria vita familiare, invitandoli nel loro appartamento mo-
scovita e nella dacha in campagna, e portandoli con sé alle mostre d' ar-
te. Essendo il più giovane degli assistenti di Aleksandr Romanovic, ero
spesso oggetto delle attenzioni quasi parentali dei coniugi Lurija, che
andavano dal trovarmi un buon dentista fino al ricordarmi di pulirmi
bene le scarpe. Come è normale nella vita, a volte arrivavamo ai ferri
corti su piccole cose, ma eravamo molto uniti.
Ora, non appena io dichiarai, così, chiaro e tondo, che non mi sarei
iscritto al partito, Lurija si bloccò nel mezzo della strada. Con una nota
di rassegnazione ma anche con un piglio di pragmatica determinazione,
disse: «Allora, Kolya (il mio vecchio soprannome russo), non c'è nulla
che io possa fare per te». E quello fu tutto: in circostanze diverse unta-
le scambio avrebbe potuto essere devastante, ma quel giorno io mi sen-
tii sollevato. All'insaputa di Aleksandr Romanovic - e in effetti quasi di
chiunque altro - avevo già deciso di lasciare l'Unione Sovietica. Ponen-
do l'iscrizione al partito come condizione per continuare a proteggermi,
Lurija mi liberava da qualsiasi obbligo io sentissi verso di lui e potesse
interferire con la mia decisione. Questo scambio rimosse le mie ultime
esitazioni: adesso il problema non era più il «Se», ma il «come».
La mia decisione di lasciare il Paese era maturata gradualmente,
UNA FINE, UN PRINCIPIO E UNA DEDICA 27

spinta da motivazioni complesse. Vivevo in un regime oppressivo. Ciò


nondimeno, la mia carriera personale, fino a quel momento, non aveva
subito impedimenti. Lo Stato praticava un antisemitismo implicito; si
sapeva, sebbene non fosse scritto da nessuna parte, che le università ac-
cettavano un numero limitato di ebrei - e tuttavia io studiavo nella mi-
gliore università del Paese. Sebbene si sapesse che in genere gli ebrei
non erano i benvenuti nei livelli più alti della società sovietica, io non
avevo mai sperimentato l'antisemitismo direttamente sulla mia persona.
La maggior parte dei miei più cari amici era russa, e nell'ambiente socia-
le più vicino a me il problema dell'etnia, molto semplicemente, non si
poneva. Ero circondato da ebrei di successo che appartenevano alla ge-
nerazione dei miei genitori, e questo significava che in Unione Sovietica,
nonostante le tacite limitazioni, era possibile fare carriera. Le pratiche
religiose erano negate e ostacolate, ma io ero cresciuto in una famiglia
laica, e la cosa non rappresentava quindi per me un motivo di preoccu-
pazione.
La maggior parte dei miei amici si rendeva conto che la società in cui
vivevamo non era né libera né ricca. Nonostante tutto l'esibizionismo so-
vietico, a livello nazionale c'era un senso di inferiorirtà, unita alla perce-
zione che il resto del mondo fosse più vibrante e ricco di opportunità.
Noi eravamo tagliati fuori da quella realtà: la cortina di ferro era palpabi-
le, e il mondo più vasto lanciava il suo richiamo. Essendo cresciuto nel
clima occidentalizzato di Riga, io non avevo alcuna paura di quel mondo.
In Unione Sovietica, l'indottrinamento politico cominciava pratica-
mente dalla culla. La mia famiglia, però, era una piccola enclave di dissen-
so passivo, e già da piccolo io cominciai a ricevere un salutare antidoto con-
tro la propaganda ufficiale. Mio padre fu spedito in un campo di lavoro
quando io avev~ un anno. A quei tempi circolava una barzelletta feroce, su
due carcerati che chiacchierano in un gulag. «Quanto t'hanno dato?»
«Vent'anni.» «Che avevi fatto?» «Ho dato fuoco a un'azienda agricola del
popolo. E tu?» «lo non ho fatto niente.» «E quanto ti hanno rifilato?»
«Quindici anni.» «Stronzate. Se non fai niente te ne becchi solo dieci.»
Mio padre fu condannato a dieci anni da scontare in un campo di la-
voro della Siberia occidentale. Fu condannato nel contesto di quello che
io chiamavo «sociocidio», ossia lo sterminio sistematico di interi gruppi
sociali: l'intelligencija, le persone che avevano studiato all'estero, le ex
classi abbienti. Bastava la semplice appartenenza a uno di questi gruppi
per segnare un individuo destinandolo alla persecuzione. Mio pad.te fu
mandato in 1111 gulnn; quanto a mia madre, nell'ingresso dcl uosu·o ap
28 L'ANIMA DEL CERVELLO

partamento teneva due piccole valigie pronte: una per lei e una per me.
Per le «spose dei nemici del popolo» esistevano campi di lavoro apposi-
ti, e ai «figli dei nemici del popolo» erano riservati orfanotrofi speciali.
In molti appartamenti sparsi in tutto il Paese, c'erano valigie pronte in
attesa. Agenti in borghese, alla guida di automobili nere senza contras-
segni (voronki, che in russo significa «piccolo corvo») suonavano il cam-
panello senza preavviso nel bel mezzo della notte e concedevano alle lo-
ro vittime 15 minuti per prepararsi, prima di essere deportati per 5, 10,
20 anni - o magari per sempre. Bisognava tenersi pronti.
lo crebbi sapendo che mio padre viveva lontano, ma senza sapere
esattamente dove si trovasse. L'indirizzo sulle sue lettere non era che
una «casella postale», e io continuavo a domandarmi perché mio padre
avesse deciso di vivere in una casella, lontano da noi. Nell'aprile del
1953, quando fu annunciata la morte di Stalin, in tutta la città venne tra-
smessa una musica triste agli altoparlanti. La gente piangeva nelle stra-
de. Mia madre si precipitò nel nostro appartamento, trascinandomi die-
tro, incapace di contenere la gioia e temendo di tradirsi in pubblico. Era
sempre stata politicamente esplicita, fino a rasentare l'avventatezza. A
quell'epoca era pericoloso fidarsi anche dei propri figli, giacché lo Stato
li incoraggiava a fare rapporto sui propri genitori - e qualcuno lo fece
davvero. Uno di essi, un ragazzino di nome Pavlik Morozov, era diven-
tato un eroe nazionale.
Nell'arco di mesi, molti prigionieri rinchiusi nei gulag furono libera-
ti prima di aver scontato l'intera condanna, e mio padre fu fra questi. Ri-
cordo mia madre abbandonarsi all'abbraccio di un estraneo, magro co-
me uno scheletro, sul marciapiede della stazione ferroviaria di Riga. lo
avevo sei anni, e nessun ricordo di mio padre. Solo allora scoprii che la
«casella» era un campo di lavoro, e appurai che cosa ciò significasse.
Quella fu la prima volta in cui mi apparve chiara la vera natura dello Sta-
to in cui vivevamo. Molti anni dopo, mia madre ricordava come in quel-
l'occasione avessi avuto un accesso d'ira, una crisi che l'aveva spaventa-
ta per la sua intensità, durante la quale gridai: «Allora è questa la vera
Unione Sovietica ... !»
Ben presto la nostra vita si assestò nella normalità. Mentre crescevo
non mi feci alcuna illusione sullo Stato in cui vivevo e non sviluppai al-
cun attaccamento patriottico verso di esso. Anzi, ben lungi da tutto que-
sto, entro una certa età mi feci un'idea abbastanza articolata del fatto
che tutta la mia esistenza in Unione Sovietica fosse un increscioso acci-
dente di nascita. Ciò nondimeno, nella vita quotidiana mi sentivo a mio
UNA FINE, UN PRINCIPIO E UNA DEDICA 29
agio e spesso ero felice: mi «integrai». Fui ammesso all'Università di
Mosca e ormai ero sul punto di entrare a far parte dell'élite accademica.
A poco a poco, tuttavia, crebbe in me la consapevolezza che in Unione
Sovietica non ci fosse alcun futuro - proprio come non esisteva alcun fu-
turo per l'Unione Sovietica.
Ed ora eccomi lì, dritto in piedi nel mezzo della Vecchia Arbat, con-
sapevole che anche l'ultima esitazione ormai era caduta. La mia decisio-
ne esistenziale attendeva adesso una soluzione esecutiva. Il tentativo di
lasciare il Paese richiedeva un piano elaborato, e non c'era alcuna garan-
zia di successo. Per espatriare, dovevo essere più intelligente dello Stato
sovietico. Sapevo bene che i mesi a venire avrebbero messo a durissima
prova i miei lobi frontali.
Il «paradiso dei lavoratori» era progettato come una trappola per to-
pi, in altre parole era più facile entrarvi che uscirne. I cittadini sovietici
non potevano lasciare il Paese a loro piacimento, nemmeno tempora-
neamente. Il permesso di espatrio come turista o in veste ufficiale già
implicava uno status d'élite. Ai membri di una famiglia non era quasi
mai permesso di viaggiare tutti insieme; per prevenire la defezione, qual-
cuno era sempre trattenuto in ostaggio. L'emigrazione definitiva era an-
cora più difficile. Fino al principio degli anni Settanta, si trattava di un'i-
dea pressoché inaudita. Poi, come conseguenza della distensione e delle
pressioni esercitate dal Congresso degli Stati Uniti, fu consentita l'emi-
grazione degli ebrei in Israele. Limitando in tal modo l'emigrazione, le
autorità speravano di riuscire a contenere il precedente. In realtà, però,
una volta espatriati, gli ebrei erano liberi di andare dove volevano; mol-
ti, me compreso, scelsero gli Stati Uniti. Questo produsse una situazione
paradossale nella storia della Russia, in cui all'improvviso essere ebrei
divenne un vantaggio; e io appartenevo a quella minoranza ritrovatasi
«tutt'a un tratto» privilegiata. Più che rappresentare un fattore motivan-
te, in quelle circostanze uniche il fatto di essere ebreo mi offrì un mezzo
per tentare l'espatrio. Come spesso accade nella vita, in quell'occasione
il rapporto fra desiderio e opportunità fu, per certi versi, circolare.
Esistevano comunque molti ostacoli da superare. Lo Stato sovietico
era brutalmente pragmatico. Tanto maggiore era il valore attribuito a un
individuo, tanto più difficile era per quella persona ottenere il permesso
di lasciare il Paese. Per i laureati presso le università d'élite, le probabi-
lità si avvicinavano a zero. Essendomi laureato all'Università di Mosca,
una sorta di Hnrvard dell'Est, io rappresentavo una preziosa proprietà
dello Stato: in IW!lt!'C, n quelli come me non era consentito di mHig1•nJl~.
30 L'ANIMA DEL CERVELLO

L'analogia con il possesso di schiavi si spingeva oltre. Anche se in linea


di principio l'autorizzazione veniva concessa, lo Stato riscuoteva un ri-
scatto fissato in base al livello di istruzione. Nel mio caso, sarebbe stato
esorbitante.
Avevo già scritto e fatto rilegare la tesi di dottorato, e la discussione
orale era programmata di lì a qualche mese. Era chiaro che non avrei po-
tuto fare domanda per un visto d'uscita fintanto che ero all'Università di
Mosca. Chiunque facesse una richiesta del genere diventava istantanea-
mente persona non grata. In quelle circostanze, nessuno mi avrebbe per-
messo di discutere la mia tesi: sarei stato immediatamente espulso dal-
l'Università.
Rimandare la domanda d'espatrio, inoltrandola solo dopo la disser-
tazione della tesi, sembrava una cosa logica. Tuttavia, mentre comincia-
vo a pianificare la fuga, mi resi conto molto chiaramente che un titolo di
studio superiore avrebbe seriamente compromesso le mie possibilità di
riuscita. Non senza riluttanza, stavo arrivando alla conclusione che avrei
dovuto in qualche modo sabotare la discussione della tesi. Come nel ca-
so delle funzioni frontali, questo era un caso estremo di inibizione del
bisogno <li gratificazione immediata. Dovevo sacrificare qualcosa per la
quale avevo lottato diversi anni, e che sarebbe stata mia, producendo ri-
sultati sicuri, nel giro di qualche mese. La gratificazione ritardata, d'al-
tro canto, era la prospettiva di espatrio. Nella gerarchia degli obiettivi
(stabilire la loro priorità è un'altra funzione dei lobi frontali), l'espatrio
si collocava più in alto.
La mia strategia non era scevra da rischi. Rinunciando al dottora-
to, stavo semplicemente aumentando le mie probabilità di successo,
ma non avevo assolutamente alcuna certezza. L'equazione per calcola-
re l'aumento delle probabilità con una certa precisione era troppo
difficile. Quali che fossero, le probabilità che non mi fosse consentito
di partire rimanevano comunque alte. In situazioni di questo tipo, al-
cuni restavano in un limbo che poteva anche durare una vita. Respin-
ta la richiesta di espatrio, costoro si vedevano negare anche l'oppor-
tunità di rientrare a pieno titolo nella società Sovietica. Licenziati dal
posto di lavoro, diventavano dei reietti a vita, condannati a svolgere
occupazioni meschine ai margini della società. Proprio per questo
motivo, d'altra parte, il dottorato non contava più. Se mi avessero ne-
gato il diritto di partire, avrei passato la vita a guidare un taxi, con o
senza diploma.
C'era poi un'altra ragione per non discutere la tesi: quella di proteg-
UNA FINE, UN PRINCIPIO E UNA DEDICA 31
gere i miei amici. Le autorità avrebbero ritenuto i miei professori re-
sponsabili di «mancanza di vigilanza politica», di aver allevato un futuro
«traditore della patria». Per quanto bizzarre possano suonare queste
espressioni, esse erano effettivamente usate nel linguaggio politico uffi-
ciale dell'Unione Sovietica. Essendo il mio mentore, Aleksandr Roma-
novic ne sarebbe stato particolarmente danneggiato. Dovevo impedire
che accadesse.
A poco a poco, nella mia mente prese forma un piano. In un modo o
nell'altro, avrei evitato di discutere la mia tesi. Poi sarei scomparso dal-
l'Università di Mosca nel modo più discreto possibile, e avrei lasciato
Mosca. Sarei tornato nella mia città natale di Riga e avrei trovato il lavo-
ro più umile possibile. Poi, dopo diversi mesi, o forse un anno, avrei fat-
to domanda per il visto d'uscita. A quel punto, gli eventi non sarebbero
più dipesi da me.
L'esatto tempismo della mia domanda sarebbe dovuto dipendere da
fattori fuori dal mio controllo. La distensione si stava consolidando:
Henry Kissinger entrava e usciva dal Paese; i giornali annunciavano una
visita imminente del presidente Nixon. In quelle situazioni, l'Unione
Sovietica tendeva ad assumere un volto liberale. lo ero determinato a
scegliere con la massima cura il momento in cui presentare la mia do-
manda, in modo che coincidesse con questi eventi il più precisamente
possibile. Mentre pensavo ai dettagli del mio piano, provavo una strana
sensazione di depersonalizzazione, come se mi stessi addentrando nel-
l'intreccio di un romanzo sulla vita di qualcun altro. Quella, però, sareb-
be stata la mia storia, una storia che mi ero cercato io.
Stavo cercando di coprire le mie tracce. Non che pensassi che al mo-
mento di decidere le autorità avrebbero ignorato il mio passato. Era im-
possibile coprire le proprie tracce in Unione Sovietica. Qualsiasi movi-
mento uno facesse, doveva registrarsi presso la polizia locale. Un file in-
terno seguiva ogni cittadino sovietico in ogni suo spostamento. Io però
contavo sull'indifferenza e sulla natura fondamentalmente ottusa della
burocrazia sovietica. Ormai, negli anni Settanta, gli individui zelanti ri-
masti nel sistema erano pochissimi. Le procedure erano eseguite come
da regolamento. Il regolamento diceva che i laureati dell'Università di
Mosca e di atenei simili erano individui preziosi ai quali non si poteva
concedere l'espatrio. Il regolamento diceva anche che gli spazzini, gli
autisti e i commessi di drogheria erano tutta gente di cui si poteva fare a
meno, e potrvnno esser lasciati andare in nome di un rispetto, sia pm so·
Iamen te di f:wciat 11, 1wr la distensione. D'altra parte, qudlo strnsn r~·nu
32 L'ANIMA DEL CERVELLO

lamento non diceva nulla a proposito di individui laureati presso l'Uni-


versità di Mosca che avessero poi fatto carriera come spazzini. Stavo
scommettendo sul fatto che le autorità, con le loro procedure meccani-
camente burocratiche, non stessero troppo a riflettere sul mio file.
Nei miei calcoli, poi, c'era un altro fattore. Con il mio comportamen-
to, stavo implicitamente comunicando alle autorità che non avevo paura
di loro. Rinunciando volontariamente al prestigio e alle promesse dello
status accademico e mettendomi a fare un lavoro meschino, in un certo
senso anticipavo la loro reazione. Mi stavo volontariamente autoinflig-
gendo tutto ciò a cui esse stesse avrebbero potuto condannarmi qualora
avessi inoltrato la domanda per il visto mentre ero ancora all'Università
di Mosca. Togliendo loro qualsiasi strumento di rappresaglia, le privavo
anche del controllo che avevano su di me. L'unica possibilità rimasta lo-
ro era quella di incarcerarmi. D'altra parte, non essendo io un dissiden-
te attivo, lo ritenevo poco probabile. Meno timore io dimostravo nei lo-
ro confronti, maggiore sarebbe stato lo sforzo necessario per intimidir-
mi e farmi recedere dal mio piano - e questo le autorità lo sapevano.
Con la distensione nell'aria e il desiderio di sembrare «civili», probabil-
mente le autorità sarebbero giunte alla conclusione che, in fondo, non
valesse la pena di trattenermi. Comunque, non avevo alcuna garanzia.
Il mio primo impulso sarebbe stato di mettermi seduto accanto ad
Aleksandr Romanovic e di rivelargli il mio piano. A distogliermi, tutta-
via, c'erano due ragioni molto convincenti. Sebbene stessi facendo il
possibile per prendere le distanze da lui, minimizzando così ogni possi-
bile ripercussione delle mie azioni sulla sua persona, non potevo essere
certo della sua reazione. Quali che fossero le sue reali convinzioni, pub-
blicamente Lurija era sempre stato un cittadino sovietico leale - a volte
entusiasticamente tale. Era solo una patina superficiale, che lui era stato
bene attento a non incrinare? Credeva davvero in quel che diceva? lo
sospettavo che, in un certo senso, la verità stesse nel mezzo, e che una
costante, consapevole, dissonanza fra ciò che si dice e ciò che si pensa
sia troppo dolorosa da sopportare. Nei molti anni della mia stretta ami-
cizia con Aleksandr Romanovic, non riuscii mai ad avere una discussio-
ne politica sincera con lui. Ogni volta che cercavo di attirarlo allo sco-
perto, lui rispondeva con una perorazione, energica e quasi entusiasta,
della <<linea del partito». La volta in cui Lurija si spinse più vicino a sve-
lare il suo scontento, peraltro profondamente sepolto, fu un occasiona-
le, indiretto, borbottio: «Vremena slozhnye, durakov mnogo» («Questi
sono tempi complicati, ci sono in giro molti imbecilli»). Quello che ini-
q-c~

UNA ANE. UN PIDNCWIO E UNA DEDICA

zialmente era stato adottato come mimetismo


;/~
1 0J' , ·~~v-.
protettiv~ -ç,~e~~j·inì / r_fl •
per diventare una forma di «autoipnosi». · ·;;. ·.. _ /"<~
Per ironia della sorte, il termine «autoipnosi» mi fu s ·-edt~ ne -'
1990 - metà per scherzo, metà sul serio - niente di meno che d a 1glia
di Lurija, Lena, durante una cena al Nirvana, un ristorante indiano con
vista su Central Park, a New York. Stavamo parlando dei suoi genitori,
entrambi deceduti da molto tempo, e su altre persone della loro genera-
zione. Proprio come me, Lena era affascinata dall'autoipnosi politica,
quale meccanismo di difesa psicologica sotto la tirannide. La moglie di
Lurija, Lana Pymenovna, era molto meno incline a ricorrervi, e nel cor-
so degli anni tra me e lei ci furono molte conversazioni sincere su argo-
menti proibiti.
Con queste premesse, non avevo alcuna garanzia che Lurija non rife-
risse le mie intenzioni alle autorità universitarie. In effetti, secondo le
norme che governavano il sistema, questo era proprio quanto ci si aspet-
tava da lui: il fatto che un professore sovietico e uno stimato membro
del partito ignorasse questa regola sarebbe stato percepito come una
grave trasgressione. Una volta informata dei miei piani, l'università si sa-
rebbe immediatamente liberata di me, quale potenziale fonte di imba-
razzo. Mi sarei così ritrovato in una situazione impossibile ancor prima
di inoltrare la richiesta del visto. Sarebbe stato particolarmente rischio-
so. Espulso dall'università come «politicamente insano», mi sarebbe sta-
to estremamente difficile trovare un lavoro - un lavoro di qualsiasi tipo.
Visti i parametri dello Stato sovietico - o anche quelli della trappola per
topi - questo limbo era un luogo molto pericoloso. Una legge scritta
consentiva allo Stato di arrestare e di incarcerare i «parassiti», ossia le
persone senza un impiego. Questa legge, raramente applicata, veniva in-
vocata dalle autorità ogni qualvolta desideravano «pizzicare» qualcuno
- in particolare gli individui «politicamente insani» che cercavano di la-
sciare il Paese. Per il buon esito del mio piano, e per l'anima del mio
maestro, potevo solo sperare che egli non mi denunciasse, ma non avevo
garanzie.
C'era poi un altro motivo, meno egocentrico, che mi spingeva a non
confidarmi con Aleksandr Romanovic. Molto semplicemente, temevo
che lo shock causato dal venire a conoscenza dei miei piani potesse - co-
sì, su due piedi - scatenargli un infarto. Lurija aveva già avuto un brutto
attacco cardiaco, e la sua paura viscerale dello Stato avrebbe potuto por·
tarlo a una rcaiio.nc emotiva sproporzionata alla realtà della situmdonç,
Comunqm• tii rnnHidcrnssc la faccenda, per Alcksandr Hom:umvit; 1•1·11
34 L'ANIMA DEL CERVELLO

molto meglio non conoscere le mie intenzioni. Solo poche persone sape-
vano dei miei piani. Nonostante fossero di origini e convinzioni molto
diverse, erano tutti amici fidati.
Fu così che decisi di ricorrere a una bugia «a fin di bene». Cancella-
re la data già fissata per la dissertazione della tesi era inaudito. Così mi
inventai una storia su un'emergenza dovuta a problemi di salute dei miei
familiari e sulla mia conseguente necessità improrogabile di trovare con
urgenza un lavoro. Il mio piano ufficiale era di tornare a Riga, trovare un
lavoro, sostenere la mia famiglia finché la «crisi» non si fosse risolta, e
poi tornare a Mosca per discutere la tesi - con un poco di fortuna, in ca-
po a sei mesi o un anno. Lurija rimase turbato dal mio racconto, ma alla
fine di una conversazione che fu un autentico tour de /aree la spuntai.
Riuscii a sganciarmi dall'università senza svelare - e quindi senza com-
promettere - il mio piano.
Arrivai a Riga e cominciai a cercare un lavoro. La cosa si rivelò diffi-
cilissima, giacché ero evidentemente troppo qualificato rispetto agli im-
pieghi per i quali mi offrivo. Finalmente, fui assunto come inserviente -
il gradino più basso - presso un ospedale nel centro della città. Fui asse-
gnato all'unità di terapia intensiva del pronto soccorso. I pazienti - inci-
denti stradali, overdose, coltellate, stupri - mi offrirono l'occasione di
considerare la mia città natale da una nuova prospettiva.
I pazienti arrivavano in autoambulanza nel bel mezzo della notte. Io
mi presentavo al lavoro alle sei di mattina, e per quell'ora alcuni di essi
erano passati a miglior vita. Il mio primo compito della giornata era
quello di contare e identificare i morti sui loro letti sudici. In media era-
no sei o sette per notte. Era mio compito anche portare i cadaveri all' o-
bitorio. Li trasportavo su una lettiga traballante, insieme a Maria, la mia
«partner>>.
Completamente sdentata e perennemente ubriaca, Maria aveva 40 an-
ni, ma ne dimostrava 65. La sua padronanza delle bestemmie disponibili
in lingua russa era impressionante. A quei tempi, anch'io ero abbastanza
scurrile, ma uscivo umiliato dal confronto con il virtuosismo di Maria.
Ogni mattina, appena arrivava, controllava le autoclavi usate per steriliz-
zare gli strumenti chirurgici a caccia di etanolo: quella era la sua colazio-
ne. Alle sette di mattina, quando ormai eravamo pronti a caricare i nostri
cadaveri sulla lettiga, era talmente ubriaca che riusciva a malapena a reg-
gersi in piedi. Barcollava, incespicava e a volte cadeva. A quel punto mi
ritrovavo bloccato con due cadaveri, uno vero, e l'altro virtuale.
Le altre mie attività, al confronto, erano banali: portare bottiglie con-
UNA FINE, UN PRINCIPIO E UNA DEDICA 35
tenenti medicinali, pulire pavimenti, trasferire pazienti - i soliti compiti
che gli inservienti svolgono negli ospedali di tutto il mondo. Fu un' espe-
rienza surreale. Ma dopo mesi di estremo sforzo cognitivo (dev'essere
stato allora che scoprii di che cosa si tratta) associato alla necessità di
prendere decisioni essenziali, ci fu un periodo di calma, uno iato, una
parvenza di stabilità, per quanto fragile e bizzarra. Nei mesi che seguiro-
no, fintanto che non inoltrai la domanda per il visto, non dovetti più
prendere decisioni vitali. E quando finalmente inoltrai la domanda, non
avrei potuto essere licenziato. Non da quel lavoro! Stavo facendo ripo-
sare i miei lobi frontali.
A tempo debito feci domanda per ottenere il visto di espatrio, e qual-
che mese dopo fui convocato per ricevere la risposta. Era favorevole.
Ero libero di andare. La donna ignara che mi diede la notizia, aveva il
mio file di fronte a sé. Gli diede un'occhiata ed esclamò incredula: « ... E
la lasciano andare con una formazione così!» Io mi limitai a stringermi
nelle spalle. Non c'era alcuna indignazione nella sua voce, solo meravi-
glia. Non stava a lei decidere, e la cosa non la interessava. Nel sistema
erano rimasti pochi individui zelanti. Per strada, mentre camminavo,
ebbi ancora un senso di depersonalizzazione, come se tutto quello non
stesse accadendo a me, ma a qualcun altro, e io stessi osservando la vi-
cenda dal!' esterno.
Volai a Mosca per gli addii. Come centinaia di altre volte prima di
quella, sedemmo nello studio di Lurija, al grande scrittoio antico con le
teste di leone d'ottone. Erano passati due anni dalla nostra passeggiata
lungo la Vecchia Arbat. Noi due, Aleksandr Romanovic e io, parlammo
per molte ore: sei, sette, forse di più. Lana Pymenovna serviva il tè e di
tanto in tanto si univa a noi per un po'. Lurija non si era offeso per la
mia bugia. Sembrò sollevato di essere stato lasciato fuori dall'intera fac-
<t>ncla Alla fine disse: «lo non approvo ciò che stai facendo, ma ti rin-
grazio per come lo hai fatto.» Era inteso che non avrei potuto contattar-
lo dall'estero, adesso ero persona non grata. Quella sarebbe stata la no-
stra ultima conversazione. Aleksandr Romanovic morì tre anni dopo.
E così arrivai negli Stati Uniti, e cominciai tutto daccapo. La conti-
nuità intellettuale e di stile che lega un allievo al suo maestro era stata
spezzata, e io mi ritrovai nella mia nuova patria essenzialmente solo. Al
principio questo rese le cose più difficili ma anche, a posteriori, più
gratificanti. D'altra parte, la continuità fu preservata grazie alle in-
fluenze dd mio maestro, numerose e resistenti, che ancora oggi rwr--
meano lu llli•l ntnivm in modo al tempo stesso chiaro e impc!Tdlihih·.
36 L'ANIMA DEL CERVELLO

Sono passati esattamente 27 anni da quel difficile addio. Il mio inte-


resse per i lobi frontali, seminato da Aleksandr Romanovic, è rimasto
fra i temi più costantemente presenti nella mia carriera scientifica.
Questo libro è scritto dunque in memoria di Aleksandr Romanovic
Lurija, l'uomo che influenzò la mia vita in modo determinante - e in
memoria dei tempi difficili in cui, mentre la sua carriera terminava, la
mia si accingeva a muovere i primi passi.
2. Uno sguardo d'insieme ai lobi frontali: i vertici
del!' organizzazione cerebrale

I molti volti della leadership

Arrivano in limousine con i finestrini dai vetri affumicati; salgono ai pia-


ni alti del quartier generale, servendosi di ascensori privati; i loro stipen-
di sono al di là dell'immaginazione dell'uomo della strada. Un'indagine
informale indica che sono, in media, un po' più alti di tutti noi. Circon-
dati da un'aura di potere e guardati con rispetto, sono i dirigenti ai ver-
tici delle aziende americane, i CEO (Chief Executive Officers). In fondo
alla strada dove - sospeso sul centro di Manhattan - sorge il quartier ge-
nerale dell'azienda, un direttore d'orchestra dalla chioma scompigliata
prova con i suoi musicisti a Carnergie Hall. Qualche isolato più a sud,
dalle parti di Broadway, un regista esasperato sta cercando di far capire
agli attori la sua interpretazione di un famoso testo teatrale. Direttore
d'orchestra e regista sembrerebbero avere ben poco in comune con l'uo-
mo ai vertici della gerarchia aziendale, e invece tutti e tre questi perso-
naggi eseguono una funzione simile. Agli occhi di un osservatore inge-
nuo, non è il CEO a fabbricare personalmente i beni prodotti dall'a-
zienda, proprio come il direttore d'orchestra non esegue direttamente la
musica e il regista non recita. Essi tuttavia dirigono le azioni di quanti
fabbricano i prodotti, eseguono la musica, o recitano sul palcoscenico.
Senza di loro non ci sarebbero prodotti, concerti o spettacoli.
Il ruolo del leader che spinge all'azione altri individui invece di agire
in prima persona, è evoluto relativamente tardi nella società umana. La
storia della musica primitiva non fa menzione di un direttore, né esiste
accenno alcuno alla figura di un regista nel teatro dell'antica Grecia. Le
prime gu.crrc non erano che lo scontro fra due orde, all'interno del quale
ognuno ron1hnllcv:1 la sua personale battaglia; prima che compnl'iHSl' 1111
38 L'ANIMA DEL CERVELLO

generale, passarono millenni. Ed è stato solo in tempi abbastanza recenti


che il comandante ai vertici della gerarchia militare ha cessato di ispirare
le truppe con il suo personale esempio di coraggio sulla linea del fronte,
e ha cominciato a guidare la battaglia dalle retrovie 1.
La funzione della leadership si distingue e acquista uno status ben de-
finito solo quando le dimensioni e la complessità dell'organizzazione (o
dell'organismo) varcano una determinata soglia. Una volta che tale fun-
zione si sia cristallizata in un ruolo specializzato, labilità della leadership
sta nel mantenere un equilibrio, delicato e dinamico, fra l'autonomia del-
le parti dell'organismo e il controllo esercitato su di esse. Un leader lungi-
mirante sa quando intervenire e imporre la propria volontà e quando far-
si indietro lasciando che i suoi assistenti esprimano la propria iniziativa.
Il ruolo del leader è elusivo ma essenziale. Se viene meno, anche per
breve tempo, subentra il disastro. L'orchestra sprofonderà nella cacofo-
nia, le decisioni aziendali si incepperanno, e un grande esercito vacillerà.
In effetti, alcuni storici attribuiscono la sconfitta decisiva della Grande
Armata di Napoleone a Waterloo alla leadership dell'imperatore, inde-
bolita dall'esacerbarsi di una patologia cronica2 .
Il ruolo del leader è essenziale ma elusivo. Ricordo che da bambino mi
chiedevo perché mai l'orchestra avesse bisogno di quel buffo ometto che
si sbracciava sul podio, giacché egli non dava alcun contributo percepibi-
le alla musica che veniva creata davanti a me. E ricordo anche che un
bambino di tre anni, figlio di un mio amico, descriveva il lavoro del padre
dicendo che se ne stava «seduto in ufficio a far la punta alle matite» (il pa-
dre era a capo di un grande dipartimento, in una prestigiosa università).
Allo stesso modo, i primi testi di neurologia, che contenevano elabora-
te descrizioni delle funzioni delle altre parti del cervello, dedicavano ai lo-
bi frontali a malapena una nota a piè di pagina. L'implicazione era che i lo-
bi frontali si trovassero al loro posto principalmente a scopo ornamentale.
Occorsero molti anni perché i neuroscienziati cominciassero anche solo
ad apprezzare l'importanza di queste stmtture ai fini della cognizione.
D'altra parte, quando questo finalmente accadde, emerse un quadro di
grande complessità ed eleganza che ora cominceremo a esaminare.

Il lobo esecutivo

Il cervello umano è il sistema naturale più complesso esistente nell'uni-


verso conosciuto; la sua complessità compete con quella delle strutture
UNO SGUARDO D'INSIEME AI LOBI FRONTALI 39
sociali ed economiche più intricate, e probabilmente la supera. Gli anni
Novanta furono dichiarati dai National Institutes of Health il decennio
del cervello, il cui studio è la nuova frontiera della scienza. Proprio co-
me la prima metà del XX secolo è stata l'era della fisica, e la seconda
metà quella della biologia, allo stesso modo, lalba del ventunesimo se-
colo è lera della scienza che si occupa di mente e cervello.
Come una grande azienda, una grande orchestra o un grande eserci-
to, anche il cervello consiste di componenti distinte che servono a fun-
zioni pure distinte. E proprio come queste grandi organizzazioni uma-
ne, anche il cervello ha il suo dirigente esecutivo, il suo direttore d' or-
chestra, il suo generale: i lobi frontali. Per essere precisi, in realtà questo
ruolo è conferito solo a una parte dei lobi frontali, precisamente alla cor-
teccia prefrontale. Per brevità, comunque, di solito si parla di «lobi
frontali».
Come i ruoli di leadership ad alto livello che troviamo nella società
umana, anche i lobi frontali comparvero tardi nel corso dell'evoluzione:
il loro sviluppo cominciò ad accelerare solo nelle grandi scimmie antro-
pomorfe. Come sede dell'intenzionalità e delle capacità di previsione e
pianificazione, i lobi frontali sono la componente del nostro cervello più
esclusivamente «umana». Nel 1928, il neurologo Tilney ipotizzò che
l'intera evoluzione dell'uomo dovesse esser considerata l'«età dei lobi
frontali» 3 .
Come le funzioni di un alto dirigente, quelle dei lobi frontali eludo-
no una definizione concisa e al tempo stesso significativa. Queste strut-
ture non sono investite di un'unica funzione facile da etichettare. Un
paziente affetto da una patologia frontale conserverà la capacità di muo-
versi nell'ambiente, di usare il linguaggio, di riconoscere gli oggetti e an-
che di memorizzare informazioni. Ciò nondimeno, come un esercito pri-
vato del suo leader, con la perdita dei lobi frontali la cognizione si disin-
tegra e infine collassa. Nella mia lingua madre, il russo, c'è un'espressio-
ne, «bez tsarya v golovyc» che tradotta alla lettera suona come «una testa
senza lo zar dentro». Questa espressione potrebbe essere stata coniata
appositamente per descrivere gli effetti di un danno frontale sul com-
portamento.
Come se l'analogia con gli zar non fosse sufficiente, i lobi frontali so-
no stati investiti anche di un'aura divina. Nel suo importante saggio neu-
ropsicologico-culturale, Il crollo della mente bicamerale e l'origine della
coscienza, Julian .lnyncs avanza l'ipotesi che gli uomini primitivi srnm-
biassero i t•omarnli l'!K~rutivi prodotti internamente c:on vod di orinitw
40 L'ANIMA DEL CERVELLO

divina generate esternamente4• Per implicazione, l'avvento della funzio-


ne cerebrale esecutiva a uno stadio precoce della civiltà umana potrebbe
essere stato responsabile della nascita delle credenze religiose.
Gli storici dell'arte hanno notato un curioso dettaglio nella Creazione
di Adamo, il grandioso affresco dipinto da Michelangelo sulla volta del-
la Cappella Sistina: il mantello di Dio ha la forma caratteristica del pro-
filo di un cervello umano: i suoi piedi posano sul tronco encefalico,
mentre la testa è incorniciata dal lobo frontale. Il dito indice di Dio, che
punta verso Adamo, e lo rende umano, emerge dalla corteccia prefron-
tale. Come ha detto Julius Meier-Graefe, «C'è più genio nel.dito indice
di Dio, che chiama Adamo alla vita, che in tutta 1'opera di qualsiasi pre-
decessore di Michelangelo»5. Nessuno sa se l'allegoria fosse stata cerca-
ta da Michelangelo, o se si tratti di una coincidenza: potrebbe benissimo
esser valida la seconda ipotesi. D'altra parte, è difficile immaginare un
simbolo più potente del profondo effetto umanizzante dei lobi frontali:
essi sono davvero l'«organo della civiltà».
Poiché i lobi frontali non sono legati a una singola funzione facil-
mente definibile, le prime teorie sull'organizzazione del cervello negaro-
no loro qualsiasi ruolo importante ed essi furono anzi indicati come «lo-
bi silenti». Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, queste strutture sono
state al centro di intense ricerche scientifiche. Ciò nondimeno, i nostri
sforzi di comprendere le loro funzioni, e in particolare quelle della cor-
teccia prefrontale, sono in larga misura tuttora in corso e, in assenza di
concetti più precisi, spesso cadiamo nella metafora poetica. Il ruolo del-
la corteccia prefrontale è fondamentale nella formazione di scopi e
obiettivi e poi nell'ideazione dei piani d'azione necessari per raggiunger-
li. Essa seleziona le abilità cognitive necessarie per realizzare i piani,
coordina quelle abilità, e le applica nel giusto ordine. Infine, la corteccia
prefrontale è responsahile della valutazione delle nostre azioni, classifi-
candole come successi o fallimenti in base alle nostre intenzioni.
La cognizione umana guarda avanti, prende attivamente l'iniziativa,
piuttosto che limitarsi a reagire. È mossa da obiettivi, piani, aspirazioni,
ambizioni e sogni - tutte cose che hanno a che fare con il futuro e non
con il passato. Queste facoltà cognitive dipendono dai lobi frontali ed
evolvono con essi. In senso lato, i lobi frontali sono il meccanismo per li-
berarsi del passato e proiettarsi nel futuro. I lobi frontali conferiscono
all'organismo l'abilità di crearsi dei modelli neurali delle cose, quale pre-
requisito per far sì che quelle cose accadano - modelli di ciò che non esi-
ste ancora ma che noi vogliamo portare in essere.
UNO SGUARDO D'INSIEME AI LOBI FRONTALI 41
Per crearsi una rappresentazione interna del futuro, il cervello deve
essere in grado di prendere alcuni elementi delle esperienze precedenti
riconfigurandoli in un modo che, complessivamente, non corrisponde a
nessuna reale esperienza passata. Per poterlo fare, l'organismo deve an-
dare oltre la mera abilità di formarsi delle rappresentazioni interne, dei
modelli, del mondo esterno. Esso deve acquisire anche la capacità di
manipolare e trasformare tali modelli. Come ha detto un mio amico, un
matematico di talento, l'organismo deve spingersi oltre l'abilità di vede-
re il mondo attraverso le rappresentazioni mentali; deve acquisire la ca-
pacità di servirsene, di lavorare con esse. Si può dire che uno degli aspet-
ti distintivi fondamentali della cognizione umana, ossia la fabbricazione
sistematica di strumenti, dipende proprio da questa abilità: uno stru-
mento, infatti, non esiste pronto per l'uso nell'ambiente naturale e per
essere fabbricato deve poter essere immaginato. Volendo spingersi oltre,
possiamo considerare che lo sviluppo dei lobi frontali - la macchina
neurale in grado di creare e di trattenere le immagini del futuro - sia un
necessario prerequisito per la fabbricazione di strumenti, e pertanto per
l'ascesa dell'uomo e l'emergere della civiltà umana nella forma in cui es-
sa viene spesso definita.
Inoltre, può darsi che anche il potere del linguaggio di creare nuovi
costrutti - il suo potere generativo - dipenda da questa abilità. La ca-
pacità di manipolare e ricombinare rappresentazioni interne dipende
essenzialmente dalla corteccia prefrontale, e la sua comparsa va di pari
passo con l'evoluzione dei lobi frontali. Se esiste qualcosa definibile co-
me l' «istinto del linguaggio»6 , questo qualcosa può esser messo in rela-
zione all'emergere delle proprietà funzionali dei lobi frontali nelle ulti-
me fasi dell'evoluzione.
Pertanto, lo sviluppo pressapoco contemporaneo delle funzioni ese-
cutive e del linguaggio fu un evento altamente fortuito da un punto di
vista adattativo. Il linguaggio fornì i mezzi per creare modelli; le funzio-
ni esecutive offrirono quelli per manipolarli e condurre operazioni su di
essi. Volendo convertire tutto questo in termini biologici, l'avvento dei
lobi frontali era necessario per sfruttare la capacità generativa intrinseca
nel linguaggio. Per chi è convinto che il principale fattore dell' evoluzio-
ne sia costituito da drastiche discontinuità, la confluenza fra sviluppo
del linguaggio e funzioni esecutive potrebbe essere stata la forza decisi-
va che permise il salto quantico rappresentato dall'avvento dell'uomo.
Di tutti i prnrcssi mentali, la formazione di obiettivi è lattività mng-
giorment(,'. t'1..•!11t'nltl llull'attore. La formazione di obiettivi(~ tu1 prol'l'tmu
42 L'ANIMA DEL CERVELLO

che ha a che fare con «io ho bisogno», e non con «esso è». Pertanto, la
comparsa dell'abilità di formulare obiettivi dev'essere stata inesorabil-
mente legata a quella della rappresentazione mentale del «sé». Non do-
vrebbe sorprendere che l'emergere della consapevolezza di sé sia an-
ch'esso legato, in modo complicato, all'evoluzione dei lobi frontali.
Tutte queste funzioni possono essere considerate metacognitive più
che cognitive, poiché non si riferiscono a una qualsiasi abilità mentale
particolare, ma forniscono invece una struttura organizzatrice che le ab-
braccia tutte. Per questa ragione alcuni autori si riferiscono alle funzioni
dei lobi frontali chiamandole «funzioni esecutive», per analogia con il
massimo dirigente di un'azienda. Secondo me, l'analogia con il direttore
<l'orchestra è ancor più rivelatrice. Ma per apprezzare appieno le fun-
zioni e le responsabilità del direttore, dobbiamo apprendere qualcosa di
più sugli orchestrali.
3. I:architettura del cervello: una breve introduzione

La prospettiva su scala microscopica

Il cervello è costituito da centinaia di miliardi di cellule (neuroni e cellu-


le gliali), connesse da un complesso intreccio di fibre (dendriti e assoni).
Esistono diversi tipi di neuroni e cellule gliali. Delle fibre che connetto-
no i neuroni, alcune sono locali e si ramificano nelle loro immediate «vi-
cinauze». Altre invece sono lunghe, c collegano strutture neurali lonta-
ne. Queste fibre lunghe sono coperte di mielina, una sostanza bianca di
natura lipidica che facilita il passaggio dei segnali elettrici (potenziali d' a-
zione) originati nelle cellule nervose. I neuroni, insieme alle loro connes-
sioni locali a breve raggio, costituiscono la sostanza grigia, mentre le lun-
ghe fibre mieliniche costituiscono la sostanza bianca. Ogni neurone è
connesso a una miriade di altre cellule nervose, dando così luogo a intri-
cate interazioni. In tal modo, elementi relativamente semplici generano
una rete di complessità sbalorditiva.
Il raggiungimento di una grandissima complessità mediante permu-
tazioni multiple di elementi semplici sembra essere un principio univer-
sale messo in pratica dalla natura (e dalla cultura) in molti modi diversi.
Basti pensare, per esempio, al linguaggio umano, in cui migliaia di paro-
le, frasi e narrazioni vengono costruite a partire da qualche decina di let-
tere; un altro esempio è quello del codice genetico, grazie al quale è pos-
sibile ottenere un numero praticamente infinito di varianti, attraverso la
combinazione di un numero finito di geni. , ,;, :
Sebbene il segnale generato all'interno di un neurone sia di natura
elettrica, la comunicazione fra neuroni diversi avviene in forma chimica.
Intimamrnw kgati e integrati alla complessità strutturale appena tk-
scritta, trovia1110 cm;ì i molteplici sistemi biochimici dd c'''1wlh 1,.1 rn
44 L'ANIMA DEL CERVELLO

municazione fra neuroni è resa possibile da sostanze biochimiche deno-


minate neurotrasmettitori e neuromodulatori. Un segnale elettrico (po-
tenziale d'azione) viene generato a livello del corpo neuronale e viaggia
lungo l'assone finché non ne raggiunge il terminale, ossia il punto di
contatto con un dendrite (una fibra che conduce a un altro corpo neu-
ronale). Nel punto di contatto fra i due neuroni c'è una fessura denomi-
nata sinapsi. L'arrivo del potenziale d'azione induce la liberazione di pic-
cole quantità di sostanze chimiche (i neurotrasmettitori); esse attraversa-
no la sinapsi come fossero zattere impegnate nel guado di un fiume, e
sull'altro versante q~lla fessura si legano a molecole altamente specializ-
zate dette recettori) neurotrasmettitori ve~g9no poi demoliti, grazie ad
enzimi specializzati, all'interno della sinapsi.. ,JNel frattempo, l' attivazio-
~

ne dei recettori postsinaptici innesca un altro evento elettrico, un poten-


ziale postsinaptico. La contemporanea generazione di un certo numero
di potenziali postsinaptici dà luogo infine a un potenziale d'azione; il
processo viene ripetuto migliaia di volte, in circuiti connessi sia in serie
che in parallelo. Questo consente la codificazione di informazioni di una
fantastica complessità.
Gli scienziati continuano a scoprire nuovi tipi di neurotrasmettitori.
Finora, ne sono state trovate diverse decine: il glutammato, l'acido gam-
ma-aminobutirrico (gamma-aminobutyric acid, GABA), la serotonina,
l'acetilcolina, la noradrenalina e la dopamina non sono che alcuni esem-
pi. Certi neurotrasmettitori, come il glutammato o il GABA, sono distri-
buiti in modo pressoché ubiquitario a livello cerebrale. Altri invece -
per esempio la dopamina - sono circoscritti a regioni particolari. Cia-
scun neurotrasmettitore può legarsi a recettori di tipo diverso, alcuni dei
quali sono ubiquitari, mentre altri sono specifici di particolari regioni.
Possiamo pensare al cervello come al risultato dell'associazione fun-
zionale di due organizzazioni altamente complesse: una strutturale, l'al-
tra chimica. Tale associazione porta a un aumento esponenziale nella
complessità generale del sistema. Quest'ultima, a sua volta, è ulterior-
mente amplificata dalla presenza ubiquitaria di circuiti a retroazione,
nei quali l'attività della fonte del segnale è modificata dall'attività del
suo bersaglio a livello locale e globale, strutturale e biochimico. Di con-
seguenza, il cervello è in grado di produrre una gamma pressoché infini-
ta di configurazioni di attivazione, che corrispondono agli stati, virtual-
mente infiniti, del mondo esterno. I singoli neuroni rappresentano le
unità microscopiche del cervello, e le loro modalità di connessione dan-
no luogo ali' organizzazione microscopica di quest'organo.
L'ARCHITETTURA DEL CERVELLO 45
Quando l'organismo è esposto a una nuova configurazione di segna-
li proveniente dal mondo esterno, la forza dei contatti sinaptici (ovvero,
la facilità con cui il segnale viene trasmesso da un neurone all'altro) e le
proprietà biochimiche ed elettriche locali si modificano gradualmente
dando luogo a complesse costellazioni distribuite. Il processo appena
descritto rappresenta l'apprendimento, così come noi oggi lo interpre-
tiamo1.

La prospettiva su scala macroscopica

I neuroni sono raggruppati in strutture coerenti, i nuclei e le regioni.


Ognuna di esse contiene milioni di neuroni. I nuclei e le regioni rappre-
sentano le unità macroscopiche del cervello la cui organizzazione ma-
croscopica è data dalle loro modalità di connessione reciproca. Il cervel-
lo è un sistema altamente interconnesso, e il disegno dei principali colle-
gamenti fra nuclei e regioni offre all'osservatore un'utile panoramica
dell'intero sistema.
A scopo euristico, ricorrerò alla metafora di un albero. Un albero ha
un fusto e alcuni rami, a loro volta suddivisi in ramoscelli. All'estremo
dei ramoscelli ci sono i frutti. In un certo senso, il cervello è organizzato
in modo simile. Possiamo pensare ad esso come a un albero di «attiva-
zione». Il suo fusto controlla l'attivazione fisiologica generale necessaria
alla funzione delle varie strutture cerebrali: i frutti. Questo «fusto» è il
perno anatomico del cervello, il tronco encefalico. Lesioni gravi al tronco
encefalico disintegrano la coscienza e possono portare al coma.
All'interno del tronco encefalico si trovano numerosi nuclei, dai qua-
li si diparte un sistema intricato di vie. In molti casi i nuclei e le loro
proiezioni sono biochimicamente specifici, legati cioè a un particolare
neurotrasmettitore; in altri casi, sono biochimicamente complessi, in
quanto vedono il coinvolgimento di neurotrasmettitori diversi. Queste
strutture sono i rami e i ramoscelli del nostro «albero». Ogni ramo con-
tiene proiezioni dirette a una parte distinta del cervello, di cui assicura
l'attivazione. Qualche decennio fa, era comune riferirsi a questi rami in-
dicandoli collettivamente con il termine di «sistema di attivazione reti-
colare ascendente» (Ascending Reticular Activating System, ARAS) 2.
Oggi è sempre più spesso possibile identificare le sue singole campo·
nenti neuroanatomiche e biochimiche e studiarle separatamente. Lcsio"
ni che intcrt·ssi110 nn particolare ramo non disintcgrcra1rno la ~·mwkrnm
46 L'ANIMA DEL CERVELLO

in modo globale, ma interferiranno con funzioni cerebrali specifiche.


Ciascun ramo dell'albero dell'attivazione proietta a componenti distinte
del cervello, ognuna delle quali ha il proprio insieme di funzioni.
Nel cervello esistono numerose strutture sottocorticali. Nel corso
dell'evoluzione, le strutture sottocorticali si svilupparono prima della
corteccia, e per milioni di anni ebbero la responsabilità di guidare i com-
portamenti complessi dei vari organismi. Nei rettili e anche negli uccelli
odierni, la neocorteccia ha un'estensione minima3 . In un cervello filoge-
neticamente antico, acorticale, erano identificabili due gruppi di struttu-
re nervose: il talamo e i gangli basali. A uno stadio precoce dell'evolu-
zione, il sistema nervoso centrale si divise in due metà, destra e sinistra.
Pertanto, ognuna delle strutture qui descritte è costituita da due metà
gemelle, destra e sinistra.
Sebbene esista una certa sovrapposizione funzionale, il talamo e i
gangli basali furono investiti di funzioni decisamente diverse. Nell'anti-
co cervello precorticale, il compito principale del talamo era quello di ri-
cevere ed elaborare l'informazione proveniente dal mondo esterno,
mentre i gangli basali controllavano il comportamento motorio e l' azio-
ne. Sembra pertanto che nell'architettura del cervello la distinzione fra
percezione e azione sia stata fondamentale fin da tempi molto antichi.
L'albero dell'attivazione si divide in due rami principali: uno che proiet-
ta separatamente alla macchina sottocorticale della percezione, l'altro a
quella dell'azione.
Sebbene sia spesso trattato come una struttura singola, il talamo è, in
effetti, un insieme di molti nuclei. Alcuni di essi elaborano tipi diversi di
informazione sensoriale: visiva, uditiva, tattile, eccetera. Altri nuclei ta-
lamici, invece, hanno la funzione di integrare vari tipi di informazione
sensoriale. Nel talamo è presente una complessa gerarchia di integrazio-
ne delle informazioni in entrata. Il nucleo dorsomediale si trova al verti-
ce di questa gerarchia, ed è intimamente connesso alla corteccia pre-
frontale. Altri nuclei talamici, localizzati nei pressi della linea mediana,
sono aspecifici e controllano varie forme di attivazione4 .
Intimamente legata al talamo, troviamo una struttura denominata
ipotalamo. Mentre il primo effettua il monitoraggio del mondo esterno,
il secondo tiene sotto controllo gli stati interni dell'organismo e contri-
buisce a mantenerli entro valori omeostatici adattativi. Anche l'ipotala-
mo è costituito da un insieme di nuclei distinti, ciascuno dei quali legato
a un particolare aspetto dell'omeostasi: lassunzione di cibo e di liquidi,
L'ARCHITETTURA DEL CERVELLO 47

la temperatura corporea, e così via. Considerati nel loro insieme, talamo


e ipotalamo costituiscono il diencefala5.
I gangli basali comprendono il nucleo caudato, il putamen, e il globo
pallido. Nel cervello precorticale queste strutture erano essenziali per
avviare l'azione e controllare i movimenti. Nel cervello mammaliano più
evoluto, i gangli basali sono sotto il controllo particolarmente stretto dei
lobi frontali e operano in collaborazione con essi. In effetti, la collabora-
zione è così stretta che io tendo a pensare al nucleo caudato come a una
componente dei lobi frontali «in senso lato».
L'amigdala, un'altra struttura considerata parte dei gangli basali,
esplica tuttavia una funzione in qualche modo diversa. Essa regola tutte
quelle interazioni dell'organismo con il mondo esterno che sono essen-
ziali per la sopravvivenza, tanto dell'individuo quanto della specie: la
decisione di attaccare o di fuggire; di accoppiarsi o no; di introdurre nel-
l'organismo cibo o liquidi, oppure no. L'amigdala offre all'organismo
una valutazione rapida, precognitiva, affettiva, della situazione, in termi-
ni del suo valore di sopravvivenza6.
Il cervelletto è una voluminosa struttura situata posteriormente (o
come direbbe un neuroanatomista, sulla superficie dorsale) del tronco
encefalico. La sua anatomia è simile, in miniatura, a quella dell'intero
cervello: anche qui c'è un perno, chiamato verme, e due emisferi detti
cerebellari. Il cervelletto è una struttura importante ai fini del movimen-
to, in particolare per coordinare i movimenti fini con l'informazione
proveniente dagli organi di senso. Studi recenti, tuttavia, hanno dimo-
strato che esso è anche intimamente legato alla corteccia frontale e par-
tecipa alla pianificazione complessa7 .
Relativamente tardi nel corso dell'evoluzione del cervello, cominciò
a emergere la corteccia: dapprima l' archicorteccia, poi la paleocortec-
cia8. Esse comprendono l'ippocampo e la corteccia del cingolo. L'ippo-
campo - il «cavalluccio marino» - è composto da due lunghe strutture
che abbracciano la porzione interna dei lobi temporali (o, come direbbe
un neuroanatomista, le loro superfici mesiali). L'ippocampo ha un ruolo
essenziale nella memoria. Alcuni scienziati ritengono che esso sia so-
prattutto dedicato all'apprendimento spaziale9• Io ritengo che questa sia
una prospettiva ristretta, derivante dalla sperimentazione sull'animale,
dove l'apprendimento spaziale è l'unico modello possibile per studiare
la memoria. Negli esseri umani l'ippocampo è implicato anche in altre
forme di memoria, per esempio in quella verbale 10•
La cortctdcl cM d11J1.olo comprende la superficie inrcrna dtgli 1..•n1inf1_•ri
48 L'ANIMA DEL CERVELLO

sopra il corpo calloso. La sua funzione non è del tutto chiara, ma è stata
chiamata in causa nelle emozioni. Insieme ali' amigdala e all'ippocampo,
la corteccia del cingolo costituisce il cosiddetto sistema limbico 11 , un
concetto un po' superato che implica l'unità funzionale di queste struttu-
re e il cui valore euristico viene messo sempre più spesso in discussione.
La corteccia del cingolo anteriore, che si presume abbia un ruolo in si-
tuazioni di incertezza, è intimamente legata alla corteccia prefrontale 12 •
In un certo senso, fa anch'essa parte dei lobi frontali «in senso lato».
Infine, arrivò sulla scena la neocorteccia13 , un sottile strato che rico-
pre il cervello, corrugandosi in circonvoluzioni simili ai rilievi del gheri-
glio di una noce. Il mantello corticale ha una sua organizzazione com-
plessa. Esso consiste di sei strati, ciascuno caratterizzato dalla propria
composizione neuronale. Alcune parti della neocorteccia sono organiz-
zate in «colonne» verticali che attraversano i diversi strati e rappresenta-
no unità funzionali distinte. L'avvento della neocorteccia ha radicalmen-
te modificato le modalità di elaborazione dell'informazione, conferendo
al cervello poteri computazionali e complessità di gran lunga superiori.
La divisione in due sistemi gemelli, destro e sinistro, continua nella cor-
teccia dando luogo ai due emisferi cerebrali. Anche la distinzione fra i
sistemi deputati alla «percezione» e all' «azione» è conservata a livello
neocorticale, giacché le regioni corticali posteriori sono dedicate alla
percezione, e quelle anteriori all'azione. Nonostante queste divisioni,
comunque, la neocorteccia presenta connessioni molto più numerose
dei suoi predecessori sottocorticali. Come vedremo in seguito, ciò può
avere avuto una sua raison d' etre adattativa.
L'avvento della neocorteccia modificò radicalmente, nel cervello, gli
«equilibri del potere». Le antiche strutture sottocorticali, che prima ese-
guivano alcune funzioni in modo indipendente, ora si ritrovarono subor-
dinate alla neocorteccia e assunsero funzioni di supporto all'ombra del
nuovo livello di organizzazione neurale. Per uno scienziato che cerchi di
comprendere tali funzioni, ciò costituisce una fonte di confusione: con
buone probabilità, lo scopo per il quale queste strutture sottocorticali
evolsero prima dell'avvento della corteccia non coincide esattamente con
la loro funzione odierna, in un cervello p\enamente corticale. Paradossal-
mente la nostra comprensione delle funzioni corticali è quindi, sotto
molti aspetti, più precisa di quella delle funzioni del talamo o dei gangli
basali, nonostante la corteccia sia, in un certo senso, più «evoluta».
La neocorteccia consiste di regioni distinte, denominate regioni cì-
toarchitettoniche, ciascuna delle quali caratterizzata da un suo tipo pecu-
L' ARCH.ITETIURA DEL CERVELLO 49
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lemure gibbone scimpanzé uomo

Fig. 1 Rapporto quantitativo fra corteccia frontale e totale in diverse specie di primati

liare di composizione neuronale e di connettività locale. La neocorteccia


esegue diverse funzioni, tuttavia non esiste una relazione semplice tra
funzioni e regioni citoarchitettoniche. La neocorteccia è formata da
quattro lobi principali, ciascuno legato a un particolare tipo di informa-
zione. Il lobo occipitale ha a che fare con l'informazione visiva, il lobo
temporale tratta i suoni, il lobo parietale le sensazioni tattili e il lobo fron-
tale i movimenti.
A uno stadio molto tardivo dell'evoluzione corticale, ebbero luogo
due fondamentali sviluppi: l'emergere del linguaggio e una rapida ascesa
delle funzioni esecutive. Come vedremo, il linguaggio acquisisce una sua
collocazione nella neocorteccia insediandosi in diverse aree in modo alta-
mente distribuito. Quanto alle funzioni esecutive, esse emergono nella
corteccia prefrontale - la parte anteriore del lobo frontale - che si conno-
ta così come postazione di comando del cervello. Nell'ultimo stadio del-
1'evoluzione i lobi frontali vanno incontro a uno sviluppo esplosivo.
Secondo Korbinian Brodmann14 , la corteccia prefrontale o le strut-
ture ad essa analoghe rendono conto del 29% della corteccia totale ne-
gli esseri umani; del 17% nello scimpanzé; dell'l 1,5 % nel gibbone e nel
macaco; dell'8,5 % nei lemuri; del 7% nel cane e del 3,5% nel gatto (fi-
gura 1). Esistono diversi modi di rappresentare la corteccia prefronta-
le rispetto alle :drrc aree corticali. Uno di essi si basa sulle cosi<ldctH~
mappe cito:in·hi11•11011khe: mappe corticali formate da n.·nioni ('l't\·hrnli
50 L'ANIMA DEL CERVELLO

numerate e morfologicamente distinte (figura 2). Queste regioni corti-


cali sono chiamate «aree di Brodmann», poiché prendono il nome dal-
l'autore della mappa citoarchitettonica più comunemente usata 15 . Se-

8 6 4 3 1 2 5

9 7b

19
46

IO 40

44°, 44 39
45
22
17
Il
18

47 38 20 43 52 41 42 21 37 19

8 33 6 24 31 4 3 2 5 23 31

7
9 19
32 18
IO 30
17
12 18

25 34 28 37 20 36 35 26 29 37 19

Fig.2 Mappa corticale, con indicazione delle regioni citoarchitettoniche secondo Brodmann
(adattato da Roberts, Leigh e Weinberger, 1993)
L'ARCHITETTURA DEL CERVELLO 51

Fig. 3 Corteccia prefrontale

condo tale definizione, la corteccia prefrontale comprende le aree di


Brodmann numero 8, 9, 10, 11, 12, 44, 45, 46 e 47 16 . La corteccia pre-
frontale è caratterizzata dalla predominanza dei cosiddetti neuroni gra-
nulari, principalmente concentrati nello strato IV 17 .
Un metodo alternativo, ma più o meno equivalente, di delimitare le
aree della corteccia prefrontale si serve delle sue proiezioni sottocortica-
li. A tale scopo viene usata una particolare struttura sottocorticale: il nu-
cleo talamico dorsomediale, che è, in un certo senso, il punto di conver-
genza, e al tempo stesso il massimo livello, dell'integrazione che ha luo-
go nei nuclei talamici specifici. La corteccia prefrontale viene allora de-
finita come l'area che riceve proiezioni dal nucleo talamico dorsomedia-
le. A volte la corteccia prefrontale viene anche descritta in termini bio-
chimici. Secondo tale definizione, essa è larea che riceve proiezioni dal
sistema dopaminergico mesocorticale. I vari metodi di delineare la cor-
teccia prefrontale (mostrata in figura 3) individuano territori approssi-
mativamente identici.
In una curiosa analogia fra evoluzione del cervello ed evoluzione del-
la scienza (un argomento che rivisiteremo più volte), l'interesse per la
corteccia prefrontale emerse anch'esso tardivamente. Poi, però, esso CO··
minciò a poco a poco a rivelare i segreti di questa l'~'gimw a grnndi nw
dici e scicmduti cnnH.' Hughling Jackson 18 e Alcksundl' l.111ij,1 11J; v, t1vl\li
52 L'ANIMA DEL CERVELLO

ultimi decenni, a ricercatori come Antonio Damasio20 , Joaquin Fuster2 1,


Patricia Goldman-Rakic22 , Donald Stuss e F rank Benson23 •

La postazione di comando e le sue connessioni

Una postazione di comando è valida nella misura in cui lo sono le sue li-
nee di comunicazione con le unità di combattimento. Fedele alle sue
funzioni «esecutive», la corteccia prefrontale è probabilmente la parte
del cervello connessa meglio di tutte le altre, essendo direttamente colle-
gata a ogni singola unità funzionale del cervella24• Essa è collegata alla
corteccia associativa posteriore (la stazione superiore dell'integrazione
percettiva) e anche con la corteccia premotrice, i gangli basali e il cer-
velletto, tutte strutture implicate in vari aspetti del controllo motorio e
del movimento. La corteccia prefrontale è connessa al nucleo talamico
dorsomediale, la stazione superiore di integrazione neurale localizzata
nel talamo; all'ippocampo e alle strutture correlate, che sappiamo essere
fondamentali per la memoria; e alla corteccia del cingolo, che si presu-
me essenziale per le emozioni e la gestione di situazioni di incertezza.
Inoltre, questa postazione di comando è connessa all'amigdala (una
struttura che regola le relazioni più fondamentali fra i singoli membri di
una specie) e con l'ipotalamo (che controlla le funzioni omeostatiche vi-
tali). Infine - ma ben lungi dall'essere ultima per importanza - c'è la
connessione della corteccia prefrontale con i nuclei del tronco encefali-
co, responsabili dello stato di attivazione cerebrale.
Di tutte le strutture del cervello, solo la corteccia prefrontale è inclu-
sa in una rete di vie neurali tanto ricca. Questa straordinaria connettività
rende i lobi frontali particolarmente adatti a coordinare e integrare la
funzione di tutte le altre strutture cerebrali - in altre parole, a coprire il
ruolo del direttore d'orchestra. Come vedremo in seguito, d'altra parte,
questa connettività estrema espone in modo particolare i lobi frontali al
rischio di patologie. Come nelle organizzazioni politiche, economiche e
militari, il leader deve rispondere, in ultima analisi, degli errori dei su-
bordinati.
La corteccia prefrontale - unica fra le strutture cerebrali - sembra
contenere la mappa dell'intera corteccia: un'affermazione, questa, che
fu avanzata per la prima volta da· Hughling Jackson25 alla fine del di-
ciannovesimo secolo. Può darsi che questa proprietà della corteccia pre-
frontale sia il requisito essenziale della coscienza, della «percezione inte-
L' ARCHITETIURA DEL CERVELLO 53
riore». Poiché qualsiasi aspetto del nostro mondo mentale può, in linea
di principio, essere al centro dell'attenzione della nostra coscienza, è lo-
gico che debba esistere un'area in cui tutti i substrati neurali convergo-
no. E questo ci porta a un'ipotesi provocatoria, secondo la quale l'emer-
gere della coscienza - la più alta espressione del cervello evoluto - an -
drebbe di pari passo con quello della corteccia prefrontale. In effetti, va-
ri esperimenti hanno dimostrato che il concetto del «sé», che si ritiene
essere un attributo essenziale della mente cosciente, compare solo nelle
grandi scimmie antropomorfe. Ed è solo nel cervello di queste creature
che la corteccia prefrontale acquista un ruolo fondamentale.

(
4. I primi violini del cervello: la corteccia

Suoni e orchestrali

Per apprezzare a fondo il ruolo del direttore, è necessario conoscere la


complessità dell'orchestra. L'orchestra del cervello è formata da un vasto
insieme di strumentisti - capacità, competenze e conoscenze che, insie-
me, costituiscono il nostro mondo mentale. Indiscutibilmente è nella
neocorteccia che si trovano gli elementi più abili dell'orchestra cerebrale.
La complessità e la diversità funzionale del cervello, in particolare
quelle della sua parte più evoluta, la corteccia, affascinano ormai da
tempo gli scienziati. Molti di noi hanno visto, nei manuali universitari o
sugli scaffali dei rigattieri, qualche antica mappa frenologica. In larghis-
sima misura, oggi esse vengono liquidate come bizzarre ciarlatanerie.
Ciò nondimeno, riflettono il livello cui era pervenuta la comprensione
dell'organizzazione del cervello nella prima metà del diciannovesimo se-
colo, quando Franz Joseph Gall, il padre della frenologia, pubblicò la
sua opera, destinata a esercitare una grande influenza 1. I frenologi osser-
vavano le bozze sulla superficie del cranio correlandole alle abilità men-
tali e ai tratti personali dell'individuo. Sulla base di quelle correlazioni,
tracciavano poi mappe elaborate, collocando attributi mentali specifici
in altrettanto specifiche parti del cervello.
Dal punto di vista della scienza contemporanea, le mappe dei freno-
logi furono una falsa partenza. Più che alla storia antica delle neuro-
scienze, la frenologia appartiene alla loro preistoria: un rapporto simile a
quello esistente fra alchimia e chimica. Ciò nondimeno, furono proprio
i frenologi a considerare per la prima volta la corteccia come un insieme
di parti distinte - un'orchestra più che un solista - e sempre a loro va at-
tribuito il primo tentativo di identificare gli strumentisti. La falsa par-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 55

tenza della frenologia, poi, mise in luce un problema intrinseco fonda-


mentale esistente in ogni campo d'indagine: quello del rapporto fra il
linguaggio descrittivo corrente e quello dell'analisi scientifica.
Tutti noi possediamo alcune abilità cognitive (lettura, scrittura, cal-

9
10
28

30
32
38
34

37

1 - Ordine - Sistema 20 - Prudenza - Timidezza


2 - Calcolo numerico - Valutazione 21 - Istinti di difesa
3 - Tempo - Misurazione 22 - Esattezza
4 - Tempo - Modulazione 23 - Istinti distruttori
5 - Causalità 24 - Amore per la vita
6 - Intelligenza 25 - Amore sessuale
7 - Aggressività 26 - Autodifesa - Audacia - Litigiosità
8-Imitazione: a)gesti, b)mimica 27 - Amicizia - Socievolezza
9 - Qualità spirituali superiori 28 - Amor proprio - Indipendenza
10 -Facoltà ideali della mente - Perfezione - 29 - Aggressività
Precisione 30- Prudenza
11 - Facoltà creative 31 - Devozione
12 - Inclinazione al vino 32 -Amicizia - Amore per la famiglia - So-
13 - Istinti alimentari cievolezza
14 - Inclinazione al cibo 33 -Amore per la casa e per la patria
15 - Cupidità - Circospezione - Previdenza 34 - Audacia - Litigiosità
16 - Sensibilità superiori - Autovalutazione - 35 - Matrimonio - Istinti sessuali
Paura 36 - Amore sessuale
17 -Speranza 3 7 - Istinti patemi - Amore per i figli - Amo-
18-Coscienza- Equità re per gli animali
19-Amor proprio 38 - Istinti domestici

/o'ig. 4 Mupp11 iilpìh1t.11tll11 ft\'t1olonh1 di Gnll (tratto da A.R. Lurijn, 1IJ79)


56 L'ANIMA DEL CERVELLO

colo), tratti del carattere (coraggio, buonsenso, avventatezza) e atteggia-


menti (affetto, disprezzo, esitazione). A prima vista, il significato di que-
ste parole sembra evidentissimo, e ci si potrebbe aspettare che ciascuna
di queste proprietà della mente debba avere una sua localizzazione di-
stinta nel cervello. Questa era la convinzione dominante fino a un seco-
lo e mezzo fa, come illustra la mappa riportata in figura 4.
Da allora, gli scienziati hanno imparato che il modo in cui il nostro
linguaggio quotidiano indica i tratti mentali e i comportamenti non cor-
risponde assolutamente alla loro effettiva rappresentazione nel cervello.
Oggi noi pensiamo ancora che la corteccia sia formata da numerose par-
ti funzionalmente distinte. Ciò nondimeno, il linguaggio scientifico che
usiamo per descrivere tali funzioni distinte ha subito un sostanziale cam-
biamento. Basta confrontare le mappe cerebrali riportate nelle figure 4 e
5. La prima si ispira ai disegni di Gall, risalenti alla prima metà del XIX
secolo. La seconda fu tracciata dal famoso neurologo Kleist, circa un se-
colo dopo2 . Sebbene ovviamente non sia più attuale, la seconda mappa
si avvicina molto di più ai principi dell'organizzazione neurale, così co-
me li intendiamo oggi.
Queste due mappe riflettono il cambiamento che ha avuto luogo nel-
la nostra interpretazione dell'organizzazione cerebrale. La differenza fra
la prima e la seconda rappresenta un cambiamento paradigmatico il cui
completamento richiese circa un secolo. In ogni campo della conoscen-
za esiste una profonda differenza fra il linguaggio comune e il linguaggio
scientifico usati per descrivere il suo dominio. Il linguaggio quotidiano
descrive il mondo in termini di tavoli, sedie, pietre, fiumi, fiori e alberi.
I sistemi di credenze primitivi, che furono gli antichi precursori della
scienza, tentarono di spiegare il mondo ipotizzando che per ognuno di
tali oggettti quotidiani esistesse una divinità distinta.
Il linguaggio scientifico descrive invece il mondo in termini di unità
non necessariamente evidenti attraverso la semplice osservazione. Il
linguaggio della fisica lo descrive in termini di atomi e particelle suba-
tomiche; quello della chimica in termini di molecole. La scienza che
studia il cervello si trova oggi al punto in cui la chimica inorganica era
arrivata ai tempi di Mendeleev: impegnata nella scoperta dei suoi prin-
cipi organizzatori e intenta a elaborare un linguaggio scientifico appro-
priato. Questo campo di studi è in continuo divenire, come mostra la
transizione dalla mappa di Gall a quella di Kleist. Tratti frenologici co-
me l'avidità, la venerazione, o l'autostima possono avere un senso im-
1 - Stato d'animo L8 - Successione dei rumori 35 - Sinistra 52-Colore
2 - Emotività L9 - Comprensione di melodie 36 · Comprensione di frasi 53-Luce
3 - Succ:esMne degli atti motori nel tempo 20 - Sensibilità sonora 37 -Percezione di fonemi 54 -Io privato e sociale
4 - Attività del pensiero 21 - Sensibilità del viso 38 · Comprensione del linguaggio 55 - Vescica
5 - Linguaggio (frasi) 22 - Sensibilità tattile 39-40 - Attenzione uditiva 56 - Sensibilità
6 - Denominazione spontanea di oggetti 23 - Sensibilità cinestesica 41 - Comprensione del significato dei 57 - Io corporeo
7 - Iniziativa 24 - Sensibilità dolorifica rumori - Udito musicale 58-59 - Reazioni vegetative agli odori
8 - Melodicità del linguaggio 25 - Sensibilità termica 42 - Memoria topografica 60 - Sensazioni olfattive
9 - Movimenti oculari 26 - Sensibilità tattile 43 - Calcolo - Riconoscimento dei numeri 61 - Riconoscimento degli odori
Wi - :Rotazione del capo 27 - Sensibilità cinestesica 44 -Lettura 62 - Comprensione dei nomi
I: - Smsibilità e reazioni labirintiche 28 - Afferentazione sensoriale delle attività 45 · Riconoscimento visivo degli oggetti 63 - Riconoscimento di oggetti e colori
::: - .A."ti.colazione dei fonemi e dei suoni 29 · Attività sensoriali 46 - Riconoscimento dei colori 64 · Movimenti oculari verso lalto
:~ - \::So 30 · Scrittura 47 - Senso topografico 65 - Campo visivo
~~ - "ko superiore 31 - Attività costruttiva 48 - Movimenti oculari 66 - Quadrante inferiore
:';'" - 'Grr:rpo :i2 - Riconoscimento tattile degli oggetti 49 -Attenzione visiva 67 ·Quadrante superiore
: =- _->r..o inferiore 33 - Schema somatico 50 ·Vista 68-Macula
:::_- - ~e-V.menti isolati 34-Destra 51-Forma 69 - Movimenti oculari verso il basso

\J1
e:;, J Localizzazione corticale di varie funzioni, secondo Kleist (tratto da A.R. Lurija, 1979 2 ) -..J
58 L'ANIMA DEL CERVELLO

mediato nel linguaggio comune, ma non corrispondono a strutture ce-


rebrali distinte.
Ma quali sono, allora, i tratti che invece presentano questa corri-
spondenza? Immaginate di ascoltare una musica elaborata, prodotta da
un complesso insieme di strumenti musicali, sconosciuti e invisibili, e di
cercare di immaginare quali e quanti essi siano, e quale sia il contributo
di ciascuno di essi alla totalità dell'esperienza acustica. Sentirete note in~
tense e altre suonate piano, toni dolci e altri penetranti; ma in che modo
queste descrizioni proprie del linguaggio comune corrispondono alla
reale composizione dell'orchestra? Questa è la sfida che generazioni di
neuroscienziati dovettero affrontare con strumenti limitati e imprecisi -
un po' come i proverbiali bramini ciechi impegnati a dedurre la natura
di un elefante. Spesso, è difficile comprendere la vera «orchestra» della
cognizione servendosi dei termini propri del linguaggio quotidiano. In
realtà, elementi come il «riconoscimento tattile» della mappa di Kleist,
che cosa hanno a che fare con i sentimenti, i pensieri e le azioni della no-
stra vita quotidiana?
Dando per scontato che fra struttura e funzione esista una relazione,
la nostra ricerca è un poco aiutata dagli aspetti distinti della morfologia
del cervello. La corteccia è organizzata in due emisferi, ciascuno dei
quali comprende quattro lobi: occipitale, parietale, temporale e frontale.
Da tempo il lobo occipitale viene associato all'informazione visiva, quel-
lo temporale all'informazione uditiva, e quello parietale all'informazio-
ne tattile. L'emisfero sinistro è stato associato al linguaggio, e quello de-
stro all'elaborazione spaziale. Negli ultimi decenni, tuttavia, molte di
queste credenze radicate sono state messe in discussione da nuove sco-
perte e nuove teorie.

Novità, routine ed emisferi cerebrali

Il fatto che uno dei due emisferi (nella maggior parte dei casi, il sinistro)
sia legato al linguaggio in modo più intimo dell'altro è noto da molti anni.
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, Paul Pierre Broca3 e Carl
Wernicke4 dimostrarono che lesioni isolate interessanti l'emisfero sinistro
interferivano drasticamente con il linguaggio. Le afasie (disturbi del lin-
guaggio) insorgono comunemente in seguito a ictus che colpiscono l'emi-
sfero sinistro, ma non dopo eventi simili localizzati nell'emisfero destro.
I dati fondamentali che legano il linguaggio all'emisfero sinistro non
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 59

sono in discussione. Sorge tuttavia una domanda, e cioè se la stretta as-


sociazione dell'emisfero sinistro con il linguaggio sia l'attributo fonda-
mentale di questa parte del cervello oppure un caso particolare, conse-
guenza di un principio di organizzazione cerebrale più fondamentale.
Qualsiasi tentativo di caratterizzare la funzione di un emisfero attraver-
so la funzione del linguaggio e l'altro attraverso l'elaborazione spaziale
porta a una conclusione inquietante. Poiché il linguaggio, almeno quan-
do lo si definisce in senso stretto, è un attributo esclusivamente umano,
qualsiasi dicotomia che si fondi su di esso sarà applicabile solo alla no-
stra specie. Ciò significa allora che negli animali non esiste alcun tipo di
specializzazione emisferica? La scarsità di ricerche sulla specializzazione
degli emisferi nelle specie non umane fa ritenere che questa sia ancora
l'opinione prevalente fra i neuroscienziati.
D'altra parte, ritenere che la specializzazione emisferica sia una prero-
gativa umana è un assunto che va contro alle nostre aspettative, giacché di
solito ci attendiamo almeno un certo grado di continuità evolutiva. Sebbe-
ne nell'evoluzione esistano indubbiamente molti esempi di discontinuità,
l'ipotesi di lavoro di qualsiasi indagine scientifica dovrebbe essere quella
della continuità. A farmelo osservare, molti anni fa, non fu altri che mio pa-
dre, che era un ingegnere fondamentalmente digiuno di psicologia (e per-
tanto non intralciato dalle idee preconcette di quella disciplina) ma in pos-
sesso di una vasta cultura generale, di una mente rigorosamente logica e di
buon senso.
L'assunto secondo il quale la specializzazione emisferica sarebbe un'e-
sclusiva umana è inoltre nettamente contrario alla nostra generale convin-
zione nell'esistenza di un rapporto fra struttura e funzione. I due emisferi
cerebrali non sono l'uno l'immagine speculare dell'altro. Il lobo frontale
destro è più grande del sinistro, e sporge sopra di esso. Il lobo occipitale
sinistro, dal canto suo, è più grande del destro e sporge su di esso. Questa
duplice asimmetria è denominata torsione di Yakovlev, e prende il nome
da P Yakovlev, l'insigne neuroanatomista di Harvard che la scoprì5 . La
corteccia frontale è più spessa nell'emisfero destro che nel sinistro6 . La
torsione di Yakovlev è già presente negli uomini fossili, e molte asimme-
trie emisferiche si riscontrano anche nelle grandi scimmie antropomorfe7•
Nel ratto, lo spessore corticale presenta differenze di genere e asimmetrie
cmisferiche8. Negli esseri umani, il planum temporale, una struttura all'in-
terno del lobo temporale, è più grande nell'emisfero sinistro che nel dc·
stro9 . Questa asimmetria è stata sempre messa in relazione al .lingrn11.mio.
Successive rktrdw hanno però dimostrato che la scissnrtt silviJ111(1 l' iu
60 L'ANIMA DEL CERVELLO

particolare in planum temporale, strutture del lobo temporale tradizional-


mente associate al linguaggio, sono asimmetriche anche negli oranghi, nei
gorilla 10 e negli scimpanzé 11 , proprio come lo sono nell'uomo.
Anche la biochimica cerebrale è asimmetrica. Per quanto riguarda i
neurotrasmettitori, la dopamina è un poco più diffusa nell'emisfero sini-
stro, e la noradrenalina nel destro 12 . Quanto ai recettori neuroendocrini
per gli estrogeni, sono più diffusi nell'emisfero destro 13 • Queste diffe-
renze biochimiche sono già presenti in varie specie non umane 14 . Nel lo-
bo frontale del feto di scimmia la concentrazione dei recettori per gli an-
drogeni è asimmetrica nei maschi, ma simmetrica nelle femmine 15 .
Sembra pertanto che i due emisferi siano diversi, sia dal punto di vista
strutturale che da quello biochimico, in numerose specie animali. Pertan-
to è logico sospettare che le loro funzioni siano diverse anche negli ani-
mali. D'altra parte, negli animali tali differenze non possono essere basa-
te sul linguaggio, giacché essi non lo possiedono, per lo meno non nella
sua definizione sensu strictu! È chiaro che per comprendere la differenza
funzionale fra i due emisferi occorre una distinzione più fondamentale.
In linea di principio, essa non dovrebbe negare l'associazione fra lin-
guaggio ed emisfero sinistro, ma includerla quale caso particolare.
L'idea che ha poi guidato il mio approccio agli emisferi cerebrali nac-
que trent'anni fa a Mosca. Da studente presso l'università della capitale,
passavo moltissimo tempo all'Istituto di Neurochirurgia Burdenko, do-
ve Lurija aveva un laboratorio. Feci amicizia con alcuni neurochirurghi
pediatrici che spesso raccontavano le loro esperienze di sala operatoria
davanti alle pietanze insipide del self-service dell'ospedale. Uno di tali
racconti era particolarmente sconcertante. Nei bambini molto piccoli,
spiegavano i miei amici, una lesion~ dell'emisfero destro produceva una
devastazione estrema, mentre un danno all'emisfero sinistro aveva con-
seguenze relativamente minori. Sebbene queste asserzioni non fossero
sostenute da ricerche sistematiche, mi offrivano comunque un'ipotesi
che chiedeva solo di essere spiegata, un esercizio di ginnastica mentale al
quale non potei resistere.
Le dichiarazioni dei miei amici neurochirurghi erano diametralmen-
te opposte a quanto si supponeva accadesse nel cervello maturo. Negli
adulti, l'emisfero sinistro è spesso denominato «dominante» e si presu-
me abbia una particolare importanza. Spesso i neurochirurghi sonori-
luttanti a operare su di esso per timore di compromettere il linguaggio.
D'altro canto, si suppone che l'emisfero destro sia più sacrificabile. Nel-
la letteratura più antica lo si trova indicato come «emisfero minore». In
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 61
genere, i neurochirurghi sono molto più a loro agio quando operano l' e-
misfero destro e la terapia elettroconvulsiva viene praticata spesso su di
esso, ma non sul sinistro.
È possibile che l'emisfero sinistro sia dedicato al linguaggio e riman-
ga pertanto «silente» fintanto che tale funzione non si è completamente
sviluppata? Questo potrebbe forse spiegare il fatto che nei bambini le
lesioni all'emisfero sinistro non producono effetti avversi, ma non rende
conto delle conseguenze particolarmente gravi che essi riportano in se-
guito a lesioni dell'emisfero destro. I miei amici neurochirurghi, poi,
continuavano a raccontarmi che anche quando la lesione interessava
aree dell'emisfero sinistro comunemente non implicate nel linguaggio,
le conseguenze erano abbastanza benigne.
Sembrava che, nel corso dello sviluppo, fra i due emisferi avesse luo-
go una sorta di trasferimento di funzione, da destra a sinistra, e che tale
trasferimento non fosse limitato ali' acquisizione del linguaggio. Da qui
nacque l'idea che la differenza fra i due emisferi cerebrali ruoti intorno a
quella fra novità e routine cognitiva. Non poteva essere che l'emisfero
destro fosse particolarmente abile nell'elaborare informazione nuova e il
sinistro nell'elaborare quella ormai familiare, divenuta routine? «Impor-
tai» quest'idea negli Stati Uniti, quando espatriai nel 1974. Nel 1981 il
mio amico Louis Costa ed io pubblicammo un articolo teorico, colle-
gando per la prima volta l'emisfero destro alla novità cognitiva e il sini-
stro alle routine cognitive 16.
Lo psicologo Herbert Simon, vincitore di un Premio Nobel, è con-
vinto che l'apprendimento implichi l'accumulo di ogni sorta di modelli
facili da riconoscere 17 . L'emisfero sinistro non potrebbe essere il deposi-
to di tali modelli?
Novità e familiarità sono le caratteristiche determinanti nella vita
mentale di qualsiasi creatura in grado di apprendere. Nei semplici com-
portamenti istintivi lo stimolo scatenante è istantaneamente «familiare»
e il grado di questa sua «familiarità» non si modifica in seguito all' espo-
sizione. La risposta dell'organismo è ben formata fin dall'inizio e rimane
la stessa per tutta la vita. In questo caso si presume che i meccanismi
neurali che controllano la risposta allo stimolo non vengano alterati dal-
l'esperienza. Un esempio di tale comportamento è riscontrabile nei ri-
Aessi semplici. Quando ci prude il naso, ci grattiamo automaticamente
senza pensarci. Questa risposta non deriva da un processo di apprcndi 0

mento e non cambia nel corso della vita.


I cervello tk11li unimuli superiori, esseri umani induHi, t~ dutnlu di
62 L'ANIMA DEL CERVELLO

una grandissima capacità di apprendimento. Per definizione, a differen-


za del comportamento istintivo, quello appreso implica il cambiamento.
L'organismo si imbatte in una situazione per la quale non dispone di una
risposta efficace pronta per l'uso. Con il succedersi nel tempo di ripetu-
te esposizioni a situazioni simili, emergono strategie di risposta appro-
priate. Il numero di esposizioni o la lunghezza del periodo di tempo ne-
cessari per l'emergere di soluzioni efficaci è enormemente variabile. A
volte il processo è condensato in una singola esposizione (la cosiddetta
reazione «Aha!»). Immancabilmente, però, si ha la transizione da un'as-
senza di comportamento efficace al suo emergere. Questo processo è
denominato «apprendimento» e il comportamento emergente (o inse-
gnato) è detto «appreso». A uno stadio precoce, ogni processo di ap-
prendimento può essere visto come una «routinizzazione» o «familiariz-
zazione». La transizione dalla novità alla routine è il ciclo universale del
nostro mondo interiore. È il ritmo dei nostri processi mentali che si di-
spiegano su scale temporali diverse.
Nel corso dell'evoluzione, l'importanza dell'apprendimento e dei
comportamenti appresi aumenta, a spese dei comportamenti istintivi.
L'emergere di differenze chimicht:: t:: strutturali fra i due emisferi non po-
trebbe essere stato spinto dalle pressioni evolutive promuoventi I' ap-
prendimento? In altre parole: è possibile che I'esistenza di due sistemi
diversi, separati ma interconnessi, uno preposto alla gestione della no-
vità e l'altro a quella della routine, faciliti l'apprendimento?
Per rispondere in via sperimentale a questa domanda occorrerebbe
confrontare le capacità di apprendimento di due tipi di organismi, con e
senza i due emisferi, ma per il resto di uguale complessità. Poiché la du-
plicità degli emisferi è un attributo universale di tutte le specie evolute,
questo esperimento non potrà mai essere attuato. Il massimo che un ri-
cercatore possa fare è di disegnare le curve dello sviluppo evolutivo sia
per le capacità di apprendimento che per il differenziamento emisferico,
sperando di riscontrare un'analogia. Disegnare tali «curve», d'altra par-
te, è un'impresa fondata su assunti arbitrari, all'insegna dell'approssima-
zione.
L'arsenale della scienza, tuttavia, non è circoscritto ai soli metodi
sperimentali ed empirici. Sebbene siano ancora l'essenziale fondamento
della scienza, i metodi sperimentali sono di per se stessi limitati. Ecco
perché la maggior parte delle discipline evolute sviluppa un proprio ver-
sante "teorico. Una teoria è un modello semplificato di un particolare
aspetto della realtà, solitamente costruito usando un linguaggi.o formale,
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 63

spesso matematico. Invece di essere messo alla prova direttamente attra-


verso la sperimentazione, un modello può essere esaminato con stru-
menti formali o computazionali, e alcune delle sue proprietà possono es-
sere dedotte ricavandole da altre. Con l'avvento di potenti computer, è
diventato possibile combinare i metodi deduttivi e quelli sperimentali
dando vita a un unico approccio computazionale. L'oggetto in studio
viene modellizzato sotto forma di un programma per computer, che vie-
ne poi effettivamente lanciato simulando il comportamento. In questo
modo possono essere ideati degli esperimenti, e le proprietà dinamiche
del modello possono essere esaminate studiandone il comportamento
reale. Di tutti i nuovi sviluppi delle neuroscienze cognitive, l'avvento dei
metodi computazionali è particolarmente promettente.
Fra di essi, le reti neurali sono particolarmente interessanti. Costitui-
te da grandi insiemi di unità relativamente semplici, esse somigliano
moltissimo a un cervello; possono accumulare e immagazzinare infor-
mazioni sul proprio ambiente («input»), purché ricevano un feedback
sul loro comportamento. Si tratta di un autentico apprendimento.
Le reti neurali sono sempre più spesso usate per modellizzare e com-
prendere meglio i processi che hanno luogo in un cervello reale.
Stephen Grossberg, uno dei pionieri nel campo della modellizzazione
con le reti neurali, ha scoperto che l'efficienza computazionale viene ef-
fettivamente aumentata dalla scissione del sistema in due parti, una del-
le quali gestisce gli input nuovi, e l'altra quelli di routine 18 . Anche altre
teorie computazionali hanno riconosciuto la distinzione fra comporta-
mento esplorativo nelle situazioni nuove, e routine cognitive nelle situa-
zioni stazionarie. Sebbene nessuna di esse abbia esplicitamente associa-
to questi due processi ai due emisferi cerebrali, tali teorie hanno tuttavia
offerto ulteriori elementi a conferma dell'idea secondo la quale, nel cor-
so dell'evoluzione, l'emergere di tale scissione avrebbe conferito al cer-
vello un vantaggio in termini computazionali.
Il collegamento fra novità ed emisfero destro da una parte, e fra rou-
tine cognitive ed emisfero sinistro dall'altra, impone un modo di consi-
derare il cervello interamente nuovo. L'interpretazione tradizionale del
ruolo dei due emisferi nella cognizione era statica e generica. Si pensava
che certe funzioni, come il linguaggio, fossero sempre legate ali' emisfero
sinistro. Nel caso di altre, per esempio l'elaborazione spaziale, si pensa-
va che fossero legate all'emisfero destro, in modo ugualmente inviolabi
le. Un classico manuale di neuropsicologia o di neurologia romporl a
mentale pr~Sl,'Hlltvtl unu corrispondenza fissa della fomdo1w 111111 rii 1'11II11
64 L'ANIMA DEL CERVELLO

ra, come in una mappa, senza prendere in considerazione la possibilità


di una sua qualsiasi modificazione dinamica. Che era accaduto ali' antica
saggezza di Eraclito - «È impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiu-
me»? Rispettata in molte branche della neurobiologia, questa verità in
apparenza evidentissima fu ignorata per molti anni dalla neuropsicolo-
gia. Come se non bastasse, la neuropsicologia e la neurologia comporta-
mentale classiche danno tacitamente per scontato che la mappatura fun-
zionale del cervello sia la stessa in tutti gli individui, indipendentemente
dall'educazione, dalla professione e dall'esperienza di vita. Anche que-
sto, d'altra parte, va contro il buon senso comune. È mai possibile che
un fotografo specializzato in ritratti e un musicista si servano esattamen-
te delle stesse parti del cervello per osservare i volti umani e ascoltare la
musica?
Tuttavia novità e routine sono concetti relativi. Quello che è nuovo
per me oggi, diventerà routine domani, fra un mese o fra un anno. Per-
tanto, il rapporto esistente fra i du~emisfari dev'~ssere çlin_amif<?, carat-
terizzato da un graduale spostamento, dall'emisf~ro destro al si~i~tro,
del locus a livello del quale viene es~rcitato il contr~ff~-~~gnitiv; ;~· ~~
compito. Senza contare che quanto è nuovo per me, potrebbe essere fa-
miliare per voi e viceversa. Pertanto, il rapporto funzionale fra i due
emisferi presenta qualche differenza interindividuale.
Quando parlo del trasferimento dell'informazione da destra asini-
stra non voglio riferirmi a una trasposizione letterale. Più probabilmen-
te, invece, le rappresentazioni mentali si sviluppano in modo interattivo
in entrambi gli emisferi; la velocità di formazione è però diversa. Ai pri-
mi stadi dell'apprendimento di un'abilità cognitiva, esse si formano più
rapidamente nell'emisfero destro; negli stadi successivi, però, la velo-
cità relativa si inverte a favore dell'emisfero sinistro. Le modalità con
cui queste differenze funzionali fra i due emisferi possono emergere in
conseguenza delle differenze neuroanatomiche sono state discusse in
altra sede 19 .
A seconda dell'educazione, della professione e dell'esperienza di vita
personale, ciò che è nuovo per un individuo è routine per un altro. Il
ruolo giocato dai due emisferi nella cognizione è pertanto dinamico, re-
lativo e individualizzato. In fondo, l'antica saggezza di Eraclito si appli-
ca alle modalità di interazione fra i due emisferi, proprio come a qual-
siasi altro ramo della neurobiologia. Cosa ancor più importante, la di-
stinzione fra novità e routine può essere applicata a qualsiasi creatura
capace di apprendimento, e probabilmente le differenze emisforidw che
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 65
si fondano su tale distinzione esistono già nelle specie non umane. Per lo
meno, questa possibilità può essere esplorata sperimentalmente, ed è
possibile accertare la continuità evolutiva da una specie ali' altra. Questo
è un tipo di indagine scientifica di gran lunga più convincente.
La storia della scienza è piena di false partenze. Il progresso scienti-
fico, tuttavia, non si basa sul rifiuto totale delle affermazioni precedenti
non appena se ne presentano di nuove. In effetti, un simile modo di pro-
cedere avrebbe comportato la situazione senza speranza di un cane che
si morde la coda. Più costruttiva è invece quella in cui la nuova teoria o
la nuova scoperta accolgono le antiche conoscenze in seno a un concet-
to generale più ampio, riconoscendole come casi particolari. La teoria
della specializzazione emisferica fondata sulla conversione della novità
in routine non implica che il classico legame fra linguaggio ed emisfero
sinistro sia sbagliato. Piuttosto, essa lo accoglie quale caso particolare: il
linguaggio è insomma un modo esclusivamente umano di rappresentare
l'informazione attraverso un codice bene articolato e routinizzato.
Nella scienza, anche le ipotesi più plausibili ed esteticamente affasci-
nanti devono essere sottoposte a una verifica empirica. Gran parte delle
evidenze a sostegno del rapporto dinamico fra i due emisferi fu ottenuta
con strumenti relativamente semplici. Questi ultimi sfruttavano le fon-
damentali proprietà del cablaggio neurale. Nel cervello, la maggior par-
te delle vie sensitive si incrociano: l'informazione proveniente dalla metà
sinistra del mondo esterno afferisce soprattutto ali' emisfero destro,
mentre quella proveniente dalla metà destra fa capo principalmente al-
!' emisfero sinistro. Questo vale per l'informazione tattile e visiva, e -
sebbene in minor misura - per quella uditiva. Naturalmente, in circo-
stanze normali, i due emisferi interagiscono e condividono le informa-
zioni grazie al corpo calloso e alle commissure: grossi fasci di fibre ner-
vose che ne assicurano la connessione. Tuttavia, se le informazioni sono
emesse per un tempo brevissimo su un solo lato del campo sensoriale, è
possibile impegnare un unico emisfero, che è quello del lato opposto al-
la provenienza dell'input.
Questo esperimento può essere realizzato con un apparato abbastan-
za semplice. Uno dei congegni usati a tal fine, il tachistoscopio, è un
semplice apparecchio per la proiezione di immagini che sfrutta questo
principio. Più che a qualsiasi altro metodo, probabilmente è proprio al
tachistoscopio che, nel bene e nel male, dobbiamo le informazioni di n1i
disponiamo sul fonzionamento dei due emisferi. Nel caso d('ll'i11forma-
zione acustica, tak vrrifica fu effettuata con un apptmtln HJWl'ht1t•111~d1'
66 L'ANIMA DEL CERVELLO

per l'ascolto dicotico, che consiste essenzialmente di un registratore a


due piste con cuffia auricolare20 •
Gran parte delle ricerche effettuate con questi metodi ruotavano in-
torno alla riformulazione e all'elaborazione dell'ormai vecchia e logora
concezione statica del ruolo dei due emisferi. Furono compiuti alcuni
progressi preziosi. La maggior parte degli esperimenti era mirata solo a
estendere la semplice lista delle funzioni dei due emisferi. Tuttavia, alcu-
ni dei risultati ottenuti portarono a conclusioni che violavano la «verità»
riconosciuta, conclusioni talmente inattese da risultare provocatorie.
L'elaborazione della musica e la percezione dei volti figurano prevalen-
temente nella lista riferita all'emisfero destro. La p.J:Q.~QP_ggnosia (com-
promissione del riconoscimento dei volti) e l'aill:~sia (compromissione
del riconoscimento delle melodie) sono state tradizi~nalmente conside-
rate sintomi di lesioni dell'emisfero destro, conseguenti ad ictus o ad al-
tre condizioni. Ciò nondimeno, il classico esperimento di Bever e Chia-
rello ha dimostrato una chiara relazione di dipendenza fra il lato del c.er-
vello nel quale ha luogo l'elaborazione musicale, e il livello di esperienza
musicale dell'individuo 21 . In modo abbastanza tipico, i soggetti inesper-
ti elaborano la musica prevalentemente con lemisfero <lestro. I musicisti
esperti, invece, si servono soprattutto dell'emisfero sinistro. Poiché la
maggior parte degli individui non ha un'esperienza musicale specifica,
l'antica convinzione che legava la musica all'emisfero destro è conferma-
ta, anche se solo in un senso limitato, alquanto debole. Il concetto di un
legame intrinseco, obbligatorio, fra musica e specializzazione emisferica
non è più sostenibile. Il lato del cervello in cui ha luogo l'elaborazione
dell'informazione musicale sembra invece essere relativo, determinato
dal livello di istruzione musicale e di esposizione alla musica. Risultati si-
mili sono stati descritti anche nel caso del riconoscimento dei volti. Le
facce sconosciute sono elaborate principalmente dall'emisfero destro,
conformemente all'idea tradizionale. I volti familiari, tuttavia, sono in
larga misura elaborati dall'emisfero sinistro22 . Ancora una volta, consta-
tiamo una relatività della localizzazione, basata sulla distinzione novità-
routine!
Un'ulteriore conferma del principio novità-routine, invocato per
spiegare la specializzazione emisferica, proviene da simulazioni dinami-
che del processo di apprendimento condotte in laboratorio. Supponia-
mo che venga ideato un compito totalmente nuovo, qualcosa che il sog-
getto non abbia mai sperimentato e che non sia nemmeno correlato a
sue precedenti esperienze. Supponiamo inoltre che il soggetto sia cspo-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 67
sto al compito in un lungo esperimento della durata di diverse ore o ad-
dirittura di giorni. Usando i metodi tachistoscopico e dicotico, è stato
possibile dimostrare che inizialmente le prestazioni dell'emisfero destro
erano preponderanti su quelle del sinistro. Con la ripetizione dell' espo-
sizione, d'altra parte, la situazione si invertiva, e l'emisfero sinistro emer-
geva come il più competente. Il trasferimento del controllo emisferico
da destra a sinistra sembra un fenomeno universale, dimostrabile per
un'ampia gamma di compiti di apprendimento, verbali e non.
Per quanto fossero convincenti, gli studi effettuati con tecniche tachi-
stoscopiche e con l'ascolto dicotico richiedevano che gli stimoli fossero
somministrati in condizioni che avevano ben poche somiglianze con il
modo in cui l'informazione si presenta nella vita reale. Qui, l'evidenza era
indiretta, giacché veniva inferita, più che osservata direttamente nel cer-
vello. Essa era anche imprecisa, poiché le tecniche tachistoscopiche e di-
cotiche di per se stesse non sono in grado di rivelare l'esatta neuroanato-
mia dell'elaborazione dell'informazione all'interno dell'emisfero. In qua-
le misura questi risultati sono importanti ai fini della comprensione dei
processi che hanno luogo nella vita reale? Era importante dimostrare la
dinamica dell'interazione emisferica in situazioni più naturali.
Per ottenere una teoria dinamica sulle relazioni fra cervello e com-
portamento occorrono strumenti sperimentali dinamici. Una metodolo-
gia di ricerca veramente appropriata per affrontare gli aspetti dinamici
delle relazioni cervello-comportamento è diventata disponibile solo con
l'awento delle tecniche per l'ottenimento di neuroimmagini funzionali.
La dinamica delle curve di apprendimento può essere studiata grazie a
«istantanee» ottenute a vari stadi, mentre gran parte dell'addestramento
ha luogo nell'intervallo off-line fra un'istantanea e l'altra.
Un sempre maggior numero di studi di neuroimmagine funzionale fa
uso di questa metodologia associandola a moderne tecnologie quali lari-
sonanza magnetica funzionale (functional Magnetic Resonance Imaging,
fMRI), la tomografia a emissione di positroni (Position Emission Tomo-
graphy, PET) e la tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli
(Single Photon Emission Computer Tomography, SPECT). I dati ottenuti
con questi metodi hanno anch'essi dimostrato l'intimo legame fra emisfe-
ro destro e novità e fra emisfero sinistro e routine.
Alex Martin e i suoi colleghi del National Institute of Mental Hcalth
hanno fornito una dimostrazione particolarmente convincc~ntc di <flH'Slo
tipo23 . ScrvC-'ndosi Jclla PET, essi hanno studiato le modifin11.ioni d,,J
flusso cmntkn HWUU'l' i sor,r,ctti apprendevano info.rma~ioni di wi io gi'
68 L'ANIMA DEL CERVELLO

a) Compito nuovo b) Compito familiare

s D s D

Fig. 6 Modificazioni dell'attivazione locale in funzione della familiarità del compito da ese-
guire. S, emisfero sinistro; D, emisfero destro; quest'ultimo è particolarmente attivo
quando il compito è nuovo (a), ma la sua attivazione diminuisce con l'esercizio (b).
(Tratto da Martin, Wiggs e Wiesberg, 1997).

nere: parole con o senza significato, oggetti reali e «nonsenso». Ogni ti-
po <li informazione veniva presentata due volte, ma ogni volta con ele-
menti esclusivi. Nel corso della prima presentazione, quando il compito
era nuovo, ad essere particolarmente attivate erano le strutture tempo-
romediali di destra, ma tale attivazione diminuiva durante la seconda
esposizione. Il livello di attivazione era invece costante nelle strutture
temporomediali di sinistra. Questi dati sono illustrati in figura 6. Si trat-
ta di risultati importanti, poiché il flusso ematico riflette il livello di atti-
vazione neurale.
Nello studio di Martin, il trasferimento dell'attivazione da destra a
sinistra era presente in modo diffuso per tutti e quattro i tipi di informa-
zione, verbale e non verbale. Ciò significa che l'associazione dell'emisfe-
ro destro alla novità e di quello sinistro alla routine non dipende dalla
natura dell'informazione, ma è universale. Inoltre, il trasferimento del-
1' attivazione da destra a sinistra si verificava anche se, nei due test suc-
cessivi, non venivano ripetuti elementi specifici. Pertanto, le modifica -
zioni riscontrate nell'attivazione riflettono aspetti generali dell' appren-
dimento, e non lapprendimento di elementi specifici.
Risultati simili sono stati descritti anche da un gruppo di neuroscien-
ziati britannici24 • Sia nel caso dei volti che in quello dei simboli, l'esposi-
zione a stimoli non familiari era associata a un potenziamento dell'atti-
vazione nella regione occipitale destra (giro fusiforme). L'aumi;Htatn fa-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 69
miliarità era invece associata, nelle regioni occipitali destra e sinistra, ri-
spettivamente a una riduzione e a un aumento dell'attivazione. Come
nello studio di Martin, l'effetto novità-familiarità è presente indipenden-
temente dalla natura dello stimolo. Esso vale sia per i simboli che per i
volti (legati, nel modello ortodosso, rispettivamente all'emisfero sinistro
e a quello destro).
Avvalendosi della PET, Gold e i suoi colleghi esaminarono, in sogget-
ti sani, i cambiamenti locali del flusso ematico cerebrale (regional Cere-
bral Blood Flow, rCBF) nel corso dell'apprendimento di un compito
complesso da «lobo frontale» (una combinazione di risposta ritardata e
alternanza ritardata) 25 . Furono poi confrontati i primi e gli ultimi stadi
della curva di apprendimento (corrispondenti, rispettivamente, al mo-
mento in cui il soggetto era inesperto e a quello in cui si era ornai impra-
tichito del compito). Sebbene fosse evidente a entrambi gli stadi, l'attiva-
zione dei lobi frontali era considerevolmente superiore nella fase iniziale.
Particolarmente degno di nota era il cambiamento dell'attivazione relati-
va. Inizialmente l'attivazione del flusso ematico cerebrale regionale era
maggiore nella regione prefrontale destra. Nelle fasi terminali dell'esperi-
mento, la situazione si era invertita, dimostrando una maggiore attivazio-
ne delle strutture prefrontali di sinistra. Questo riscontro era accompa-
gnato da una complessiva diminuzione dell'attivazione prefrontale.
Shadmehr e Holcomb hanno studiato, con la PET, la correlazione
fra l'apprendimento di una capacità motoria complessa, nella quale il
soggetto doveva prevedere e controllare il comportamento di un conge-
gno robotizzato, e i cambiamenti locali del flusso ematico cerebrale
(rCBF) 26 • Durante i primi stadi dell'apprendimento, nella corteccia pre-
frontale destra (giro frontale medio) si riscontrò un aumento dell'attività
rispetto al basale. Nel corso degli ultimi stadi, invece, si osservò un au-
mento dell'attività rispetto al basale nelle cortecce parietale posteriore
sinistra e premotrice dorsale sinistra come pure nella corteccia cerebel-
lare anteriore destra.
Haier e i suoi colleghi hanno studiato, sempre con la PET, la correla-
zione fra l'apprendimento di un gioco di abilità spaziale molto diffuso
(Tetris) e il tasso metabolico del glucosio (Glucose Metabolic Rate,
GMR) 27 • In capo a quattro-otto settimane di esercizio quotidiano, il
GMR delle regioni superficiali corticali diminuì nonostante un contem-
poraneo miglioramento della prestazione di oltre sette volte. T sogi~l'lli
che più avevano migliorato le prestazioni presentavano, in Hq~1iitn 11ll'v ·
scrcizio, le dd11~io11i pil'1 marcate del GMR in divct'Sl~ llt't_'t_'.
70 L'ANIMA DEL CERVELLO

Berns, Cohen e Mintun hanno studiato, con la PET, la correlazione


fra apprendimento eri-apprendimento di sistemi di relazioni governati
da regole («grammatiche»), e i cambiamenti locali del flusso ematico ce-
rebrale (rCBF) 28 . La grammatica A fu introdotta per prima, seguita dal-
la grammatica B. La differenza fra le due grammatiche era troppo sotti-
le perché i soggetti si accorgessero della transizione. Nel corso dell'ap-
prendimento della grammatica A e poi della grammatica B furono otte-
nute neuroimmagini «istantanee» seriali. L'apprendimento della gram-
matica A fu caratterizzato da un aumento iniziale di attivazione nelle
strutture dello striato ventrale destro, della corteccia premotrice sinistra
e del cingolo anteriore sinistro, attivazione che andò poi smorzandosi.
Nelle regioni prefrontale dorsolaterale destra e parietale posteriore de-
stra si osservò invece un graduale aumento dell'attivazione. L'introdu-
zione della grammatica B condusse a un secondo aumento di attivazione
nelle regioni premotrice sinistra, del cingolo anteriore sinistro e dello
striato ventrale destro, attivazione che successivamente si attenuò.
Raichle e i suoi colleghi hanno studiato con la PET la correlazione fra
lesecuzione di un compito linguistico (trovare verbi appropriati per i no-
mi presentati visivamente) e le modificazioni del flusso ematico cerebrale
locale29 . Dapprima si mostrava (al soggetto inesperto) una lista di nomi e
poi, dopo una considerevole pratica, la si sostituiva con una nuova lista
(condizione di novità). La prestazione «inesperta» era caratterizzata da
una particolare attivazione delle cortecce del cingolo anteriore, prefonta-
le sinistra, temporale sinistra e cerebellare destra. In seguito ali' esercizio,
l'attivazione praticamente scompariva e veniva in parte ripristinata nella
condizione di novità, con la presentazione di una nuova lista di nomi.
Un'ulteriore analisi svelò una pronunciata attivazione cerebellare sia du-
rante la prestazione <<inesperta» che nella condizione di novità, ma non
dopo che il soggetto si era esercitato. Dopo la pratica, invece, era presen-
te una significativa attivazione occipitale mediale sinistra, assente tanto
nella condizione inesperta quanto in quella di novità.
Sempre avvalendosi di rilevazioni PET, Tulving e colleghi hanno stu-
diato i correlati, in termini di modificazioni del flusso cerebrale locale
(rCBF), della novità e della familiarità nel riconoscimento dei volti3 1. La
familiarità era associata ali' attivazione bilaterale di un'ampia rete di regio-
ni frontali e parieto-occipitali. La novità era associata invece ali'attivazio-
ne bilaterale di una rete estesa di regioni temporali, parietali e occipitali.
Essa era inoltre associata a un'attivazione distintamente asimmetrica (a
destra ma non a sinistra) delle strutture ippocampali e paraipponin1pali.
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 71
Se ne conclude quindi in primo luogo che le evidenze disponibili
presentano un quadro coerente e, in secondo luogo, che esiste un'im-
pressionante concordanza fra i risultati ottenuti con i vecchi metodi ta-
chistoscopici e dicotici (a «bassa tecnologia») e le più recenti tecniche
per l'ottenimento di neuroimmagini funzionali. Sembra che l'orchestra
cerebrale sia divisa in due gruppi di strumentisti. Quelli seduti a destra
del podio sono più svelti nell'acquisire una fondamentale padronanza di
nuovi repertori; sulla lunga distanza, però, dopo il necessario esercizio,
quelli a sinistra si spingono più vicini alla perfezione. Nell'analogia con
l'azienda, la grande organizzazione rappresentata dal cervello sembra
costituita da due principali divisioni: una che si occupa di progetti rela-
tivamente nuovi, l'altra che gestisce linee di produzione ormai operative
e ben consolidate. In realtà ciascuno dei due emisferi cerebrali è impli-
cato in tutti i processi cognitivi, ma il grado di coinvolgimento relativo
varia a seconda del principio novità-routine.
Il trasferimento del controllo cognitivo dall'emisfero destro al sini-
stro ha luogo su diverse scale temporali: precisamente, su una scala la
cui estensione è nell'ordine dei minuti o delle ore, come nei casi in cui
l'apprendimento ha luogo nel corso dello stesso esperimento; oppure su
una scala estesa ad anni e decenni, come nel caso dell'apprendimento di
abilità e codici complessi, ivi compreso il linguaggio. Tale trasferimento
può essere riconosciuto addirittura su una scala il cui ordine di grandez-
za trascende la vita del singolo individuo. Si può affermare che l'intera
storia della civiltà umana sia stata caratterizzata da un trasferimento (in
termini relativi) dell'enfasi cognitiva dall'emisfero destro all'emisfero si-
nistro, attraverso l'accumulo di «stampi» cognitivi di vario genere, pron-
ti per l'uso. Tali stampi sono immagazzinati esternamente grazie a vari
mezzi culturali (ivi compreso il linguaggio) e nel corso dell'apprendi-
mento vengono internalizzati dagli individui come fossero una sorta di
strutture cognitive «prefabbricate». Qualsiasi tentativo di tradurre la
psicologia storico-culturale di Vygotskij 31 in termini neuroanatomici
porterà inevitabilmente a questa conclusione. Seguendo una vena più
poetica e metaforica, una conclusione in qualche modo simile fu rag-
giunta daJulianJaynes nella sua interpretazione della «mente bicamera-
le», dove le «voci degli dèi» emanavano dall'emisfero destro per guidare
i nostri progenitori mentre, tremila anni or sono, esplòravano situazioni
nuove3 2•
72 L'ANIMA DEL CERVELLO

Topografie problematiche: Mesopotamia e cervello

Negli wtimi decenni, la specializzazione emisferica è diventata un tema


di moda nella letteratura divttlgativa. È comune parlare di terapie, carat-
teri e personalità qualificandoli come tipici del «cervello destro» o del
«cervello sinistro». Tuttavia, è importante capire che le somiglianze dei
due emisferi sono molto più numerose delle loro differenze. In fondo,
gli strumentisti che siedono a destra e a sinistra del podio suonano stru-
menti simili. La specializzazione emisferica non è altro che la manifesta-
zione di due variazioni parallele sullo stesso tema fondamentale.
Secondo questo tema, i lobi occipitali sono implicati nella visione, i
lobi temporali nella percezione uditiva e i lobi parietali nella sensibilità
tattile e somatica. D'altra parte, il cervello umano è qualcosa di più di un
insieme di congegni sensoriali rigidamente dedicati. Noi siamo in grado
di riconoscere modelli complessi, di comprendere il linguaggio e di ana-
lizzare relazioni matematiche. Quali sono le basi neurali di queste e di
altre funzioni mentali complesse? Come vedremo, l'orchestra consiste
di molti strumentisti il cui singolo contributo all'insieme elude una sem-
plice definizione: strumentisti la cui disposizione nella buca dell' orche-
stra è fluida e complessa, in quello che possiamo considerare un autenti-
co «gioco della sedia» in chiave musicale.
Quando desiderano comprendere il funzionamento del cervello nor-
male, i neuroscienziati fanno da sempre affidamento sugli effetti delle le-
sioni cerebrali. Nella sua forma più semplicistica, la logica di tale indagi-
ne è la seguente: immaginiamo che una lesione localizzata nell'area A
comprometta la funzione cognitiva N, ma non B', C' e D'. Una lesione
localizzata nell'area B, invece, comprometterà la funzione cognitiva B'
ma non N, C' e D'; eccetera. Potremmo allora concludere che l'area A è
responsabile della funzione cognitiva A', l'area B della funzione cogniti-
va B', e così via.
Questo metodo è denominato principio della doppia dissociazione;
consacrato dalla tradizione, esso è al cuore della neuropsicologia classi-
ca e finora ha contribuito più di qualsiasi altro alla nostra comprensione
delle complesse relazioni fra cervello e cognizione. Tuttavia, sotto molti
aspetti esso lascia a desiderare. In un cervello altamente interattivo, la le-
sione che colpisce un'area può compromettere il funzionamento di altre
regioni. Un cervello lesionato va incontro a varie forme di riorganizza-
zione (il fenomeno della «plasticità») che fanno di esso un modello al-
quanto ingannevole della funzione normale. Nonostante q111o•s1 ,, 1wcchc,
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 73

il metodo della lesione ci ha fornito moltissime informazioni utili sul cer-


vello e tutte le nostre attuali teorie sulla funzione cerebrale sono, in una
certa misura, basate su quelle informazioni.
Gli effetti del danno cerebrale sulla cognizione ci aiutano a trovare
una risposta non solo alle domande sul «dove», ma anche a quelle sul
«che cosa». Osservando i numerosi modi in cui la cognizione può disin-
tegrarsi, stiamo cominciando a comprendere in che modo la natura
«scinda» le funzioni mentali in operazioni cognitive specifiche, e le mo-
dalità con le quali tali operazioni sono mappate nel cervello.
Negli ultimi anni, l'avvento di potenti metodi per l'ottenimento di
neuroimmagini funzionali ha modificato il modo in cui viene effettuata
la ricerca nel campo delle neuroscienze cognitive. Come abbiamo detto
in precedenza, questi metodi comprendono la tomografia a emissione di
positroni, la tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli e,
soprattutto, la risonanza magnetica funzionale. Basati su principi fisici
diversi - dall'emissione di sostanze radioattive alla modificazione dei
campi magnetici locali- questi metodi hanno un'unica cosa in comune.
Essi ci consentono di osservare direttamente l'attività fisiologica delle
diverse parti del cervello, mentre i soggetti sono impegnati in compiti
cognitivi diversi. Un insigne psicologo americano, Michael Posner, para-
gonava l'impatto esercitato sulle neuroscienze cognitive dalle tecniche
di neuroimmagine funzionale a quello avuto, a suo tempo, dal telescopio
sull'astronomia. Proprio come, all'inizio del diciassettesimo secolo, l'in-
venzione del telescopio rese possibile l'osservazione diretta del macro-
cosmo, l'introduzione delle tecniche di visualizzazione funzionale del
cervello, avvenuta verso la fine del ventesimo secolo, ci ha permesso di
osservare direttamente, e per la prima volta nella storia, il funzionamen-
to della mente.
La visualizzazione di neuroimmagini funzionali ha le sue limitazioni.
La maggior parte dei suoi metodi, per esempio, non misura direttamen-
te l'attività neurale, ma comporta invece l'esecuzione di misure indirette
eseguite servendosi di «marker» quali, per esempio, il flusso ematico e il
metabolismo del glucosio. Esistono tuttavia evidenze convincenti del
fatto che questi ultimi riflettano accuratamente i livelli dell'attività neu-
rale. Un'altra limitazione ha poi a che fare con la nostra capacità di iden-
tificare le fonti di attivazione, ossia di mettere in relazione i diversi
aspetti di questa attivazione con specifiche operazioni mentali. l 1w11 ro ·
scienziati stanno sviluppando metodi statistici sempre più pol1'nti 1w1·
superare qU($lO mihwolo.
74 L ANIMA DEL CERVELLO
Un ulteriore problema è legato al rapporto fra la difficoltà del com-
pito e lo sforzo che esso richiede, da una parte, e la forza del segnale re-
gistrato dall'apparecchio per la visualizzazione (fMRI, PET o SPECT),
dall'altra. Di solito, quando il soggetto acquisisce familiarità e padro-
nanza nel compito assegnato, il segnale si attenua notevolmente33 . In li-
nea di principio, questo può significare che un compito caratterizzato
da un elevato grado di automatismo, che non richiede particolari sforzi
- un compito «facile», insomma - non genererà un segnale rilevabile. E
tuttavia, i compiti cognitivi facili, che non richiedono sforzo, non sono,
per così dire, extra cranici. Anch'essi hanno luogo ali' interno della no-
stra testa, e le lesioni cerebrali ne compromettono sempre l'esecuzione.
In effetti, la maggior parte dei nostri processi mentali non richiede alcu-
no sforzo e viene.condotta, per così dire, col pilota automatico. I compi-
ti cognitivi che richiedono uno sforzo e sono controllati coscientemente,
invece, rappresentano solo una piccola parte della nostra vita mentale.
Esiste la possibilità reale che l'attuale potere di risoluzione delle ap-
parecchiature usate per la visualizzazione funzionale del cervello limiti le
nostre analisi ai compiti che richiedono un relativo «sforzo», giacché
quelli che non lo implicano non generano segnali rilevabili. La maggior
parte dei compiti di attivazione cognitiva relativamente complessi usati
negli esperimenti consiste probabilmente di alcune componenti cogniti-
ve che impongono uno sforzo e di altre che non lo richiedono. Pertanto,
i loro «paesaggi» di attivazione possono essere ingannevoli, giacché ri-
flettono picchi isolati, separati da valli invisibili. In altre parole, ciò che si
vede potrebbe essere molto meno di quello che c'è in realtà. Chi cercasse
di fare congetture sulla configurazione dell'attivazione cerebrale genera-
ta da un compito cognitivo, servendosi dei dati forniti dalle tecniche di
visualizzazione funzionale, potrebbe trovarsi in una situazione analoga a
quella in cui si sarebbe trovato Noè se, dopo il Diluvio Universale, aves-
se tentato di dedurre il paesaggio della Mesopotamia osservando il picco
del Monte Ararat emergere dalle acque. La delucidazione <ld rapporto
esistente, nel caso di compiti rigorosamente quantitativi, fra forza del se-
gnale e livello di difficoltà aiuterà a interpretare i dati sull'attivazione co-
gnitiva forniti dalla fMRI e dalla PET. Le tecniche di visualizzazione oggi
a nostra disposizione sono strumenti pteziosi per le neuroscienze cogniti-
ve, purché noi siamo consapevoli delle loro limitazioni e non interpretia-
mo i loro risultati in modo troppo letterale e acritico.
L'introduzione di nuovi metodi scientifici è sempre un evento emo-
zionante. Allo stesso tempo, essa minaccia la stabilità di assunti Aitl con-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 75
solidati. La maggior parte delle scoperte scientifiche, ben lungi dal re-
spingere le conoscenze accumulate in precedenza, in realtà le espande e
le perfeziona. Nel flusso del progresso scientifico, i punti di discontinuità
sono relativamente rari. Quando effettivamente si verificano - e i vecchi
assunti sono respinti a favore di altri, radicalmente nuovi - si dice che ha
avuto luogo un «cambiamento di paradigma». Gli storici della scienza
sono stati coinvolti in accesi dibattiti sulla relazione esistente fra il pro-
gresso nei metodi scientifici e le rivoluzioni concettuali. Quale dei due fe-
nomeni funge da sprone per l'altro? Non tutti i nuovi metodi scientifici,
per quanto possano essere rivoluzionari, portano immediatamente a un
cambiamento paradigmatico concettuale. Nel nostro caso, l'aspetto posi-
tivo è che i recenti risultati ottenuti con le tecniche di visualizzazione fun-
zionale del cervello hanno in linea di massima confermato le precedenti
intuizioni basate sullo studio delle lesioni. L'aspetto negativo è che siamo
ancora in attesa dei fondamentali progressi concettuali.

Mode e moduli

Al principio degli scorsi anni Ottanta, Gall e la frenologia godettero un


curioso revival, che passò sotto il nome di «modularità»34 . A volte le le-
sioni cerebrali producono deficit cognitivi molto particolari e circoscrit-
ti; per esempio, essi possono interessare i nomi degli oggetti apparte-
nenti a una categoria specifica (fiori o animali) ma risparmiare i nomi di
qualsiasi altro oggetto. In altri casi, possono compromettere il riconosci-
mento di una classe specifica di oggetti, ma non quello di altri. Per anni,
i neuropsicologi sono stati affascinati da questi fenomeni, noti come
«dissociazioni forti». Alcune di tali dissociazioni descritte in letteratura
erano stranissime. Ono studio riferiva di un paziente incapace di nomi-
nare una pesca o un'arancia, ma perfettamente in grado di chiamare col
suo nome un abaco o una sfinge!
Le dissociazioni forti sono rare e la maggior parte dei clinici non in-
contra un solo caso di questo tipo in tutta la sua carriera. Ciò nondime-
no, molti scienziati ritenevano che esse fossero fenomeni particolarmen-
te interessanti e informativi ai fini della comprensione dei meccanismi
cerebrali della cognizione. In campo neuropsicologico, l'attività di sco-
perta e di costruzione teorica divenne quindi estremamente dipcrnk·uw
dal reperimento di questi «casi interessanti», il cui valore H•orirn diwn-
nc un artkolo di kdc. Il grandissimo numero di casi banali 1 lw 11n 11.1w
76 L'ANIMA DEL CERVELLO

va analizzare per distillare i pochi preziosi esempi di dissociazione forte


erano liquidati come privi di valore informativo.
Questo procedere indiretto ha portato a concludere che la corteccia
consista di moduli distinti, ciascuno deputato al controllo di una funzio-
ne cognitiva altamente specifica. La premessa era che i moduli fossero
chiusi, separati da confini precisi e con interazioni molto limitate. I casi
che presentavano deficit cognitivi altamente specifici erano interpretati
come il collasso di moduli rigidamente dedicati, e l'esistenza di tali casi
fu presa a riprova di quella dei moduli.
In questo quadro concettuale, la corteccia viene interpretata come
un mosaico costituito da numerosi moduli, ciascuno dei quali investito
di una funzione altamente specifica, separati gli uni dagli altri da confini
precisi e con comunicazioni limitate. La ricerca delle dissociazioni forti
fu accettata come il metodo principale per identificare questi moduli
misteriosi. Ogni volta che veniva descritta una particolare dissociazione,
si postulava un nuovo modulo - e il loro elenco si allungava. Si generò
così una situazione molto simile a quella dei tempi d'oro della frenolo-
gia, tranne per il fatto che ora le forti dissociazioni causate dalle lesioni
cerebrali avevano sostituito le bozze craniche nel loro ruolo di principa-
le fonte di informazione.
La fallacia di questo approccio diventa evidente se solo si pensa che
per ogni caso di forte dissociazione ne esistono centinaia di dissociazio-
ne debole, nei quali vengono contemporaneamente compromesse nu-
merose funzioni, sebbene in diversa misura. Decidendo a priori che tut-
ti questi casi, peraltro di gran lunga più numerosi, non sono importanti,
e riconoscendo come tali solo le dissociazioni forti, inevitabilmente si
tende a favorire il modello modulare del cervello.
In realtà, però, la teoria modulare spiega pochissimo: mancando in-
fatti della capacità di ridurre una moltitudine di fatti specifici a principi
generali semplificatori, essa viene meno al requisito fondamentale di
qualsiasi teoria scientifica. Proprio come i sistemi di credenze dell'anti-
chità, essa si limita a rietichettare gli elementi del suo dominio, inven-
tando una nuova divinità per ogni oggetto. Ciò nondimeno, come tutti i
concetti semplicistici, anch'essa ha la seduttività e il fascino illusorio le-
gati alle spiegazioni istantanee: in questo caso, basta introdurre un nuo-
vo modulo per ogni nuova osservazione!
Data l'estrema rarità delle dissociazioni forti, è probabile che esseri-
flettano le peculiarità degli stili cognitivi e dei contesti individuali e che
abbiano invece ben poco a che fare con i principi invarianti dcll'mga-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 77

nizzazione cerebrale. Se così fosse, le rare dissociazioni forti non sareb-


bero altro che aberrazioni statistiche non interpretabili.
Consideriamo il seguente esempio: la mia madrelingua è il russo, e
ho imparato l'inglese da adolescente. La mia competenza nelle due lin-
gue varia a seconda delle circostanze ed è costellata di dissociazioni for-
ti. La stanchezza, l'uso eccessivo di alcolici o la malattia hanno effetti di-
stinti e opposti sulla mia abilità di comunicare nelle due lingue. In ingle-
se, la mia padronanza del lessico concreto (oggetti familiari, il cui nome
ho imparato da bambino) diventa molto precaria, mentre quella del les-
sico astratto (la terminologia scientifica, che ho imparato da adulto) ri-
mane intatta. Per il russo accade invece l'opposto: comincio a inciampa-
re nei tentativi di trasmettere concetti di alto livello, mentre il mio lin-
guaggio quotidiano rimane invulnerabile. Alcune aree del lessico (per
esempio i nomi dei fiori e dei pesci) sono ugualmente compromessi in
entrambe le lingue, poiché non li ho mai dominati in nessuna delle due.
Un mio caro amico, insigne psicologo californiano, è madrelingua ingle-
se e ha un'eccellente padronanza del russo. Mi racconta di avere disso-
ciazioni stato-dipendenti ugualmente forti - simili per natura, ma non
negli aspetti specifici - in entrambe le lingue.
Se uno di noi due dovesse avere la sventura di subire un ictus, la teo-
ria della neuropsicologia cognitiva ne risentirebbe in modo diverso, a
seconda di chi di noi venisse esaminato, e in quale lingua. Immediata-
mente sarebbero documentate e descritte associazioni forti, tutte dovu-
te alle circostanze assolutamente peculiari delle nostre rispettive storie
personali, peraltro del tutto irrilevanti ai fini delle neuroscienze.
Certo, il bilinguismo è una condizione abbastanza insolita. Tuttavia,
esistono altri fattori cognitivi insoliti che possono avere un ruolo in indi-
vidui diversi. Combinandosi, queste eccezioni possono render conto
della maggior parte delle dissociazioni forti. Ogni profilo cognitivo indi-
viduale è un paesaggio movimentato da picchi (punti di forza) e valli
(punti deboli) e le disparità di altitudine possono essere davvero impres-
sionanti. Un esempio calzante, a tal proprosito, è la mia quasi completa
ignoranza in fatto di fiori e di pesci nella mia lingua madre russa.
L'effetto di un disturbo neurologico esteso, su un paesaggio cogniti-
vo in larga misura disomogeneo, può essere paragonato a un'inondazio-
ne che sommerga le valli ma risparmi i picchi. Differenze sfumate fra i
singoli punti di forza e i singoli punti deboli assumeranno l'aspetto di
dissociazioni forti e il neuropsicologo troppo fiducioso surò trusdnal.o
via dal man· d~·gli Llrlcfatti.
78 L'ANIMA DEL CERVELLO

Gradienti cognitivi e gerarchie cognitive

Spesso, per spiegare l'organizzazione della neocorteccia, si ricorre a una


strategia pedante e semplicistica, ma euristicamente potente, basata sul-
l'idea di una gerarchia a tre livelli.
Sulla superficie posteriore dell'emisfero, il primo livello della gerar-
chia è rappresentato dalle aree di proiezione sensoriale primaria. Esse
sono organizzate in modo <<stimolotopico», il che più o meno significa
l'esistenza di una proiezione punto-per-punto del campo dello stimolo
nel campo corticale. Le proiezioni sono continue (o, come direbbero i
matematici, «omeomorfe»); ciò significa che punti adiacenti del campo
dello stimolo proiettano a punti adiacenti dello spazio corticale. Le aree
di proiezione sensoriale primaria comprendono la corteccia visiva reti-
notopica del lobo occipitale; la corteccia somatosensitiva somatotopica
del lobo parietale; e la corteccia uditiva «frequenzitopica» del lobo tem-
porale. Quanto al lobo frontale, il primo livello della gerarchia è rappre-
sentato dalla corteccia motrice, anch'essa somatotopica. La mappatura
fra gli spazi dello stimolo e le aree di proiezione primaria è topologica-
mente corretta ma metricamente distorta. Territori corticali diversi sono
allocati a regioni diverse dello spazio dello stimolo non sulla base delle
loro dimensioni relative, ma su quella della loro importanza, sempre in
termini relativi.
Il secondo livello della gerarchia è costituito da aree corticali impli-
cate in un processo di elaborazione più complesso. Queste aree non so-
no più organizzate in modo stimolotopico. Tuttavia, ciascuna di esse è
ancora legata a una particolare modalità. Queste aree corticali, denomi-
nate cortecce associative modalità-specifiche, sono adiacenti alle aree
corticali di proiezione primaria.
Infine, il terzo livello della gerarchia consiste nelle regioni corticali
apparse negli stadi finali dell'evoluzione e presumibilmente essenziali ai
fini degli aspetti più complessi dell'elaborazione dell'informazione.
Queste aree corticali non sono legate ad alcuna modalità particolare.
Piuttosto, la loro funzione è quella di integrare le afferenze provenienti
da numerose modalità. Denominate cortecce associative eteromodali,
esse comprendono la corteccia inferotemporale, la corteccia inferopa-
rietale e, naturalmente, la corteccia prefrontale.
Quando gli effetti delle lesioni cerebrali vengono esaminati realistica-
mente e senza forti preconcetti, ne emerge un quadro del cervello diver-
sissimo da quello modulare. Una lesione che colpisca parti adiarcnti dcl-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 79
la corteccia produce deficit cognitivi simili, sebbene non identici. Ciò im-
plica che regioni adiacenti della neocorteccia eseguano funzioni cogniti-
ve simili e che la graduale transizione da una funzione all'altra corrispon-
da a una traiettoria graduale e continua lungo la superficie corticale. La
cognizione è distribuita nella corteccia secondo modalità graduali e con-
tinue, e non modulari e compartimentate. Questo modello di organizza-
zione, che ho descritto simile a un «gradiente» si applica soprattutto alla
corteccia associativa eteromodale; probabilmente di meno alla corteccia
associativa modalità-specifica; e in misura ancor minore alla corteccia di
proiezione primaria, che conserva forti proprietà modulari.
Il concetto di gradiente cognitivo mi venne in mente la prima volta
verso la fine degli anni Sessanta, quando cominciavo a seguire i corsi di
neuropsicologia. Insieme ad altri studenti, ero esposto a un potpourri di
sindromi neuropsicologiche: un elenco tanto infinito quanto vario. Co-
minciai a credere di aver bisogno di un sistema che mi consentisse di or-
ganizzare queste sindromi neuropsicologiche in uno schema coerente,
semplificando il materiale da apprendere. Il modello del gradiente servi-
va a questo scopo in modo mirabile, giacché mi permetteva di interpola-
re le sindromi invece di memorizzarle meccanicamente. In seguito mi
resi conto che il concetto di gradiente applicato all'organizzazione fun-
zionale della corteccia è anche un potente strumento esplicativo e con-
cettuale per pensare al cervello e ai disturbi che lo colpiscono - di gran
lunga più potente della concezione (a quell'epoca diffusa) di una cortec-
cia costituita da regioni funzionali ben delimitate e distinte. Fra l'altro, i
gradienti mi permettevano di prevedere accuratamente gli effetti di par-
ticolari lesioni prima ancora di osservarli empiricamente, ed io trovavo il
gioco molto divertente. Esso aiutava anche a spiegare in che modo le va-
rie parti della neocorteccia acquisissero le loro funzioni. Cominciai a
pensare ai miei gradienti come ali' analogo neuropsicologico della tavola
periodica di Mendeleev.
La prima persona con cui condivisi la mia teoria del gradiente cogni-
tivo fu Ekhtibar Dzafarov, che era originario di Baku (oggi capitale del-
la repubblica indipendente dell'Azerbajdian, sul Mar Caspio). Ekhtibar
era studente presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Sta-
to di Mosca; di qualche anno più giovane di me, era diventato un mio
protégé. Eclettico brillante e matematico dal talento prodigioso, Ekhti ·
bar era un caso interessantissimo di contraddizioni culturali. Awva 1111a
mente creativa l' nl tempo stesso rigorosa pcrfcttatrK'llll' ;1 propt io ;11:io
80 L'ANIMA DEL CERVELLO

con la filosofia e la letteratura occidentali; ciò nondimeno, conservava


costumi orientali.
Per puro caso, probabilmente fui responsabile dell'ammissione di
Ekhtibar all'università. Capitava spesso che gli specializzandi fossero in-
caricati di esaminare le aspiranti matricole nel corso della procedura di
ammissione. Il rettorato ci aveva avvertito del fatto che presumibilmente
il Dipartimento di Psicologia esercitava una particolare attrazione su sog-
getti «mentalmente instabili». Alla luce di questa preoccupazione e nello
spirito della cultura in cui vivevamo allora, fummo istruiti affinché stessi-
mo in guardia nei confronti di aspiranti matricole «psicotiche», e segnas-
simo, senza farci vedere, il loro dossier con un pennarello: un bacio mor-
tale per le aspirazioni del candidato presso l'Università di Mosca.
In un soffocante pomeriggio di luglio me ne stavo dunque seduto in
un ufficio senza aria condizionata nel vecchio campus dell'Università di
Mosca, affacciato su piazza Manezhnaya, imponendomi di ascoltare un
giovane goffo che si esprimeva a fatica dall'altra parte della cattedra,
mentre il mio pensiero vagava. Nel frattempo, la mia amica Natasha Ka-
lita, seduta alla cattedra di fianco alla mia, era impegnata nel colloquio
con un meridionale allampanato, impeccabilmente vestito, dai capelli
nero inchiostro. Il giovane, che sembrava ancora un adolescente, parla-
va il russo in modo eccellente, ma con un inconfondibile accento cauca-
sico. Quando cominciai ad ascoltare di straforo i loro scambi per alle-
viare la noia, il giovane meridionale stava parlando del teorema di Goe-
del, mentre gli occhi di Natasha, sempre più vitrei, tradivano una totale
incomprensione. Quando il giovane caucasico passò alla macchina di
Turing, vidi la mano di Natasha protendersi per afferrare il pennarello.
Io però avevo già percepito nel giovane candidato uno spirito affine al
mio e rapidissimamente proposi a Natasha di scambiarci di posto. Lei si
ritrovò alle prese con il mio candidato ottuso e incoerente, e io comple-
tai il colloquio con il giovane caucasico.
Scrissi su Ekhtibar un commento entusiasta, e fu così che lui divenne
una matricola di psicologia, probabilmente la più brillante del diparti-
mento. Dopo quell'incontro lui si attaccò a me come a un protettore.
Ben presto sviluppammo una reciproca stima intellettuale e ci facevamo
reciprocamente da spalla, ascoltando di buon grado le idee e le teorie
più improbabili dell'altro.
Qualche anno dopo, quando io ormai ero pronto a lasciare il Paese,
Ekhtibar volò da Mosca a Riga per salutarmi. Passammo una serata a
conversare tranquillamente nel soggiorno dell'appartamento dei miei
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 81
genitori, al terzo piano. Come persona non grata e «traditore del mio
Paese» sospettavo che l'appartamento fosse controllato, e quindi ci assi-
curammo che il telefono (stando alla convinzione della maggior parte
dei cittadini sovietici, il principale strumento utilizzato per controllare
gli appartamenti) fosse rimosso dalla stanza e staccato. Molti anni dopo,
Ekhtibar mi raccontò che al suo ritorno da Riga era stato convocato dal
KGB (Komitet Gosudarstvennoi Bezopasnosti, Comitato per la Sicurez-
za dello Stato) e interrogato sulle ragioni che lo avevano spinto a farmi
visita; a riprova dell'onniscienza del KGB, Ekhtibar aveva anche avuto
la soddisfazione di sentirsi recitare, nei minimi dettagli, la nostra con-
versazione d'addio. Non ho alcuna idea di come ci avessero registrato.
Posso solo immaginare che un furgone pieno zeppo di appparecchiatu-
re per le intercettazioni fosse stato opportunamente parcheggiato nei
pressi dell'edificio. Sebbene mi fossero rimaste ben poche illusioni sui
governanti del mio vecchio Paese, trovai questa storia stupefacente: più
che scandalosa, triste. lo non ero un dissidente di spicco; sotto qualsiasi
standard razionale mi si considerasse, dal punto di vista politico ero un
signor nessuno. Ciò nondimeno, quello era il modo in cui si spendevano
le risorse di un Paese che non era certo noto per la sua ricchezza, circa
quindici anni prima che esso collassasse sotto il suo stesso peso.
Fu dunque a Ekhtibar che confidai per primo la mia teoria del gra-
diente cognitivo: una teoria «fatta in casa», che deviava radicalmente da
qualsiasi cosa ci avessero insegnato sul cervello. La rivelazione fu fatta
con stile: a pranzo, davanti a un vino rosso della Georgia, mentre ci go-
devamo lo splendido panorama di Mosca dal ristorante sul tetto del-
l'Hotel frequentato dal personale del Ministero della Difesa, proprio ac-
canto al campus universitario, un edificio che fra di loro gli studenti
chiamavano scherzosamente, il «Pentagono». La scelta dell'ambienta-
zione era ironica, giacché in quel periodo, con la connivenza di Lurija,
mi stavo sottraendo al servizio di leva militare: a quell'epoca e in quei
luoghi, un'impresa alquanto pericolosa.
Ekhtibar rimase impressionato e appoggiò l'idea. Così io decisi di
mirare più alto, e il giorno dopo ne parlai ad Aleksandr Romanovic .
Avevo sempre pensato che il mio modello del gradiente cognitivo fosse
una derivazione diretta e immediata dell'approccio con cui lo stesso Lu-
rija trattava le relazioni fra cervello e comportamento. Con mia sorpresa,
invece, lui non la pensava allo stesso modo, e fondamentalmente lo Ji,
quidò preferendogli la più tradizionale premessa «locali:t.:1.mdnuisln».
Una delle moltr l'tl!ll' buone di Lurija era che in un dihnttilo hdl 1tl ilirn
1
82 L'ANIMA DEL CERVELLO

ti consentiva di dissentire da lui senza che il rapporto personale ne risul-


tasse intaccato. Anche quando non condivideva le tue idee, non si senti-
va minacciato da esse. Non ebbe mai un atteggiamento irritato; le sue
reazioni spaziavano invece dall'entusiasmo a una benevola indifferenza,
e fu proprio quest'ultima che egli espresse nell'ascoltarmi.
Arrivai a mettere per iscritto la mia teoria del gradiente cognitivo so-
lo quindici anni dopo, nel 1986, quando ebbi il privilegio di passare un
anno all'Istituto di Studi Avanzati dell'Università Ebraica di Gerusalem-
me, come scienziato in visita. Finalmente pubblicato su una rivista
scientifica (nel 198935 ) e poi come capitolo di un libro36 , l'articolo in cui
presentavo il concetto di un «gradiente corticale» cognitivo fu in larga
misura ignorato. Il concetto di modularità era troppo radicato, con quel
suo fascino semplicistico. Oggi, però, la modularità sta facendo retro-
marcia mentre la concezion~ di un gradiente corticale sta guadagnando
terreno. Questo, io credo, rappresenta un autentico cambiamento para-
digmatico nelle neuroscienze cognitive, e in quanto tale ha comportato
una battaglia tutta in salita. In un saggio importante, Scotoma: Forgetting
and Neglect in Science, Oliver Sacks paragona i cambiamenti che hanno
avuto luogo recentemente nel nostro modo di concepire il cervello al
cambiamento paradigmatico cui andò incontro la fisica al volgere del
XX secolo37 • Quello fu il momento in cui la meccanica newtoniana dei
corpi discreti venne soppiantata dalla nuova fisica dei campi - elettrici,
magnetici e gravitazionali.
Come sosterrò in seguito in questo libro, il concetto di modularità
non è del tutto sbagliato. Probabilmente la modularità descrive accura-
tamente un principio di organizzazione neurale arcaico, che nel corso
dell'evoluzione successiva fu soppiantato dal principio del gradiente. Se
così fosse, esisterebbe un singolare parallelo fra l'evoluzione del cervello
e l'evoluzione intellettuale del nostro modo di concettualizzarlo. Sia l'e-
voluzione del cervello che quella delle nostre teorie su di esso, infatti,
sono state caratterizzate da un cambiamento paradigmatico che ha visto
la transizione da una concezione modulare a una concezione interattiva.

Una cosa è una cosa

Il principio del gradiente viene compreso meglio se si esaminano due


aspetti fondamentali del nostro mondo mentale: la percezione e il lin-
guaggio. Consideriamo due modi alternativi in cui è possibile codificare
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 83

le rappresentazioni mentali delle cose. Nella prima versione, varie cate-


gorie di oggetti (frutti, fiori, vestiti, strumenti, eccetera) sono codificati
come <<moduli» separati, ciascuno dei quali ha una localizzazione corti-
cale distinta e circoscritta. Nella seconda versione, la rappresentazione
di ogni categoria di oggetti è distribuita in base alle sue diverse compo-
nenti sensoriali visive, tattili, uditive, eccetera.
La prima possibilità sarà compatibile con il principio dell'organizza-
zione cerebrale modulare. In effetti, i fautori di questo principio di soli-
to citano casi di difficoltà nel percepire o nominare oggetti che colpisco-
no categorie specifiche e isolate. Come abbiamo visto in precedenza,
sebbene siano estremamente rari, questi casi esistono. La seconda possi-
bilità sarà invece compatibile con il principio di un'organizzazione cor-
ticale continua, caratterizzata da un gradiente. Per decidere quale delle
due alternative si avvicini di più alla realtà, occorre prendere in conside-
razione una classe particolare di disturbi neurologici denominati «agno-
sie associative».
Immaginate di camminare in un grande magazzino. Vi trovate cir-
condati da centinaia di oggetti, la maggior parte dei quali unici, almeno
sotto qualche aspetto. Che probabilità esiste che abbiate già visto quel
particolare motivo su una cravatta, quel particolare taglio d'abito, o
quella particolare forma di vaso? È facile che in precedenza non abbiate
mai incontrato le copie esatte di nessuno di quegli oggetti. Ciò nondi-
meno, li riconoscerete immediatamente come membri di determinate
categorie familiari: si tratta di una cravatta, di un vestito, di un vaso. Pa-
radossalmente, questi oggetti vi sono istantaneamente familiari, sebbe-
ne, in senso stretto, siano nuovi.
La percezione delle categorie, ossia la capacità di identificare singoli
esemplari come membri di categorie generiche, è un'abilità cognitiva fon-
damentale senza la quale non saremmo in grado di navigare nel mondo in-
torno a noi. Noi diamo questa abilità per scontata, e nella maggior parte
dei casi la esercitiamo automaticamente, all'istante e senza sforzo. Nelle
patologie cerebrali però, questa essenziale abilità può essere gravemente
compromessa, anche quando i sensi fondamentali (vista, udito, tatto) so-
no integri. Tali condizioni sono denominate agnosie associative3 8 .
La conoscenza che noi abbiamo del mondo esterno è di natura mul-
timediale. Noi possiamo evocare l'immagine visiva della chioma verde di
un albero, ma anche il suono prodotto dalle sue foglie scompigliate dal
vento, il profumo dci suoi fiori in boccio, e la consistenza l'uvi.da ddlu
corteccia sotto lv dita. In che modo viene colpita la <.:np:wil(1 di !'irn11u
84 L'ANIMA DEL CERVELLO

scere gli oggetti comuni nelle agnosie associative? Le diverse compo-


nenti della rappresentazione mentale di un oggetto condividono un de-
stino simile? La disintegrazione percettiva che ha luogo nelle agnosie as-
sociative si verifica in base all'oggetto inteso nella sua interezza, o in ba-
se alle sue dimensioni sensoriali?
Le ricerche eseguite per chiarire gli effetti prodotti dalle lesioni cere-
brali sulla cognizione hanno dimostrato che nelle agnosie l'abilità di
percepire gli oggetti non va mai completamente distrutta. Di solito essa
è limitata ad alcuni sistemi sensoriali, senza compromettere gli altri. Di
conseguenza, sono state identificate e descritte diverse agnosie parziali.
Un paziente con «agnosia visiva per gli oggetti» è incapace di riconosce-
re visivamente un comune oggetto che però identificherà immediata-
mente al tatto. Un paziente con un'«astereognosia pura dell'oggetto» è
incapace di riconoscere lo stesso oggetto comune al tatto, ma lo identifi-
cherà visivamente. Un paziente con «agnosia associativa uditiva» è inca-
pace di riconoscere un comune oggetto dal suo suono caratteristico (per
esempio un cane dal suo abbaiare) ma non avrà alcun problema a rico-
noscerlo visivamente o al tatto39 .
Nessuna di queste forme di agnosia elimina quindi del tutto l'abilità
di percepire un oggetto, che risulta compromessa solo parzialmente. In
ogni forma di agnosia di solito il deficit è limitato a una modalità senso-
riale distinta (visiva, uditiva, tattile, eccetera); ed è in quella modalità, e
solo in quella, che la percezione del paziente è gravemente compromes-
sa. Per lo stesso motivo, di solito questo deficit parziale non è limitato a
una particolare classe di oggetti (come possono essere i capi di vestiario
o gli utensili domestici) ma colpisce in una certa misura tutti i tipi di og-
getto. Ciò nondimeno, il paziente non è cieco, sordo o intorpidito. Seb-
bene le agnosie siano decisamente legate a particolari sistemi sensoriali,
ad essere colpite non sono le sensazioni stesse. Il deficit non sta tanto
nella recezione dell'informazione sensoriale, quanto piuttosto nella sua
interpretazione.
Qual è la base neuroanatomica delle agnosie associative? I territori
corticali la cui lesione porta a tali agnosie sono adiacenti alle aree che
controllano le afferenze sensoriali alla corteccia. Il territorio dell'agnosia
visiva per gli oggetti è adiacente alla corteccia visiva del lobo occipitale;
quello dell'agnosia associativa uditiva alla corteccia uditiva del lobo
temporale; infine, il territorio dell' astereognosia pura degli oggetti è
adiacente alla corteccia somatosensitiva del lobo parietale.
Da tutto questo consegue che la rappresentazione mentale di un og-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 85
getto non è modulare ma distribuita, giacché le sue diverse componenti
sensoriali sono rappresentate in aree diverse della corteccia. Inoltre, es-
sa segue il principio del gradiente, poiché le regioni di queste rappre-
sentazioni parziali sono continue rispetto alle aree delle corrispondenti
modalità sensoriali.

Una parola per una cosa

Consideriamo due diversi modi con i quali la conoscenza del significato


delle parole può essere codificata nel cervello:

1) La rappresentazione del significato delle parole è di natura modu-


lare. Tutti i significati delle parole sono raccolti insieme e separati
dalla rappresentazione cerebrale del mondo fisico reale che esse
denotano.
2) La rappresentazione dei significati delle parole è distribuita in
stretta prossimità neuroanatomica con le rappresentazioni cere-
brali degli aspetti corrispondenti del mondo fisico. Questo impli-
cherebbe che i significati dei diversi tipi di parole siano codificati
in parti diverse della corteccia.

Sebbene moltissime rappresentazioni di oggetti ed eventi implichino


molteplici modalità sensoriali, alcune di esse sono più dipendenti da
particolari modalità sensoriali che non da altre. Negli esseri umani, per
esempio, le rappresentazioni mentali degli oggetti fisici dipendono prin-
cipalmente dalla modalità visiva e solo secondariamente dalle altre mo-
dalità sensoriali. Questo si riflette nel fatto che parliamo di «occhio del-
la mente» e non del suo «orecchio» e neppure del suo «naso». Potete
verificare questo fatto chiedendo a qualcuno di descrivervi un oggetto
comune. È molto probabile che la descrizione si concentri sull'aspetto
dell'oggetto, e solo dopo, se la cosa sarà sollecitata, sul suono che esso
produce, sul suo odore e sulla sua consistenza al tatto. Un cane dotato di
linguaggio, invece, essendo una creatura relativamente più olfattiva di
noi, avrebbe quasi sicuramente inventato l'espressione <<naso della men-
te». Allo stesso tempo, le rappresentazioni mentali delle azioni fisiche -
camminare, correre, colpire - avrebbero una natura meno visiva r. pilÌ
concentrata sull'nspetto motorio e tattile/propriocettivo.
Nel lingm11mio, gli oggetti sono rappresentati dui nomi, l' llllll d ..1 Ho
86 L'ANIMA DEL CERVELLO

mi qualsiasi, ma concreti. «Sedia» è il termine che designa un oggetto,


ma «indipendenza» no. Nel linguaggio le azioni sono rappresentate da
verbi, specificamente da verbi concreti. «Correre» designa un'azione,
ma non si può dire altrettanto di «equivocare». Come sono le rappre-
sentazioni corticali di parole che designano oggetti e azioni? Esse sono
rappresentate tutte insieme in una regione distinta della corteccia, op-
pure la loro rappresentazione è distribuita in base al loro significato in
diverse regioni corticali?
Gli studi su pazienti cerebrolesi indicano che la mappatura corticale
del linguaggio è decisamente distribuita. Di solito, la disintegrazione
della capacità di nominare oggetti e azioni non è globale ma parziale. La
perdita delle parole che designano oggetti (o «anomia nominale») è cau-
sata da lesioni interessanti la parte del lobo temporale che si trova in po-
sizione adiacente al lobo occipitale visivo. In questi casi i verbi che desi-
gnano le azioni sono relativamente risparmiati. La perdita delle parole
che designano azioni, invece (o «anomia verbale») è causata da un dan-
no al lobo frontale, localizzato proprio davanti alla corteccia motrice.
Questo indica come la rappresentazione corticale delle parole che desi-
gnano oggetti sia strettamente legata alla rappresentazione corticale de-
gli oggetti stessi e come la rappresentazione corticale delle parole che
designano azioni sia anch'essa strettamente legata alla rappresentazione
corticale delle azioni40 .
Studi recenti eseguiti su soggetti sani usando metodi di visualizzazio-
ne funzionale confermano questa conclusione. Alex Martin e i suoi col-
leghi del National Institute of Mental Health hanno passato in rassegna
e analizzato un gran numero di questi studi e sono giunti alla conclusio-
ne che tanto la rappresentazione corticale degli oggetti, quanto quella
dei significati delle parole che li denotano siano altamente distribuite41 .
Vari aspetti di tali rappresentazioni sono immagazzinati vicino alle aree
sensorie e motrici che partecipano all'acquisizione delle informazioni su
tali oggetti. Per esempio, nominare gli animali attiva le aree occipitali si-
nistre, mentre nominare strumenti attiva le regioni premotrici sinistre
che controllano i movimenti della mano destra42 • Questa situazione è il-
lustrata nella figura 7.
Ancora una volta, emerge un quadro dell'organizzazione funzionale
corticale non modulare, ma distribuito e continuo, coerente quindi con
il modello del gradiente. La conoscenza del significato delle parole non
è immagazzinata nel cervello sotto forma di modulo separato e compat-
I PRIMI VIOLINI DEL CERVELLO: LA CORTECCIA 87

a) Animali

b) Strumenti

Fig. 7 Rappresentazione corticale distribuita del linguaggio. Le rappresentazioni corticali


del significato delle parole che denotano gli oggetti sono altamente distribuite. Vari
aspetti di tali rappresentazioni sono immagazzinati vicino alle aree sensorie e motrici
che partecipano all'acquisizione delle informazioni sugli oggetti. Le figure mostrano
le aree nelle quali il flusso ematico aumentava rispettivamente quando i soggetti do-
vevano nominare disegni di animali (a) o di strumenti (b). (Adattato da Martin,
Wiggs, Ungerleider e Maxby 1996)

to. I diversi aspetti del significato delle parole sono distribuiti in stretta
relazione agli aspetti della realtà fisica che denotano.
Paradossalmente, alcuni dei risultati di solito citati dai fautori della
modularità trovano una collocazione più naturale nel modello del gra-
diente corticale. In seguito a lesioni cerebrali è più probabile perdere
l'abilità di nominare esseri viventi che non oggetti inanimati43 • Fra tutti i
risultati menzionati a sostegno della concezione modulare del cervello,
questa è fra le più robuste e replicabili. Tuttavia, il semplice buonsenso
comune suggerisce una spiegazione diversa.
La magg.ior pal'll' degli oggetti inanimati con i qtrnli wnitlltlo a n111
88 L'ANIMA DEL CERVELLO

tatto sono costruiti dall'uomo. Gli oggetti costruiti dall'uomo sono crea-
ti a uno scopo; con essi, noi facciamo qualcosa. Nella maggioranza dei
casi ciò implica che le rappresentazioni mentali degli oggetti inanimati
abbiano un ulteriore aspetto, e cioè la rappresentazione delle azioni im-
plicite in essi. Questo aspetto è nella maggior parte dei casi assente nelle
rappresentazioni mentali degli esseri viventi. Di conseguenza, le rappre-
sentazioni mentali degli oggetti inanimati sono distribuite più ampia-
mente, coinvolgono insomma un maggior numero di regioni cerebrali, e
sono pertanto meno vulnerabili agli effetti delle lesioni.
Come le rappresentazioni mentali del mondo fisico, la rappresenta-
zione mentale delle componenti del linguaggio che denotano il mondo
fisico è distribuita. Fra queste due registrazioni neurali, in effetti, esiste
un'intima relazione, uno stretto parallelismo. Esse sembrano accoppia-
te, legate l'una all'altra. Questo ha un senso sia in termini evolutivi che
in senso estetico (e qui mi si perdoni l'impulso teleologico): il progetto
neurale è, al tempo stesso, economico ed elegante.
5. Il direttore d'orchestra: un esame più attento ai lobi
frontali

I lobi frontali e la novità

Il repertorio di ogni orchestra o compagnia teatrale consiste di opere


che sono da anni il loro cavallo di battaglia, come pure di aggiunte rela-
tivamente nuove. Allo stesso modo, i prodotti di un'azienda apparten-
gono sia a linee di produzione vecchie che ad altre più recenti. Quali
brani musicali, lavori teatrali o prodotti industriali richiedono un'atten-
zione continua, più attenta, da parte rispettivamente del direttore d' or-
chestra, del regista o del direttore generale? Il buon senso ci dice che
meno efficienti o ripetute sono le attività implicate, più è improbabile
che sia possibile eseguirle con successo inserendo il «pilota automati-
co». Pertanto, le attività meno ripetute - le più nuove, insomma - sono
quelle che necessitano di una direzione più attenta da parte del leader.
Gli esperimenti di visualizzazione di neuroimmagini funzionali ese-
guiti da Raichle e colleghi mettono in luce in modo davvero impressio-
nante la relazione fra lobi frontali e novità 1. In quegli studi, i ricercato-
ri si servivano della tomografia a emissione di positroni (Positron Emis-
sion Tomography, PET) per studiare il rapporto fra i livelli del flusso
ematico cerebrale locale e la novità del compito proposto (per esempio
dire un verbo appropriato in risposta a un nome presentato visivamen-
te). Quando tale compito era proposto per la prima volta, il livello del
flusso ematico nei lobi frontali raggiungeva il massimo. Quando la fa-
miliarità del soggetto con il compito proposto aumentava, il coinvolgi-
mento dei lobi frontali si smorzava fin quasi a scomparire. Se poi vrni-
va introdotto un nuovo compito (in genere simile ma non i.th-11tim nl
primo) il flusso l'l1Hllico frontale tornava ad aumentart• St'n~a .1w1ù asso
90 L'ANIMA DEL CERVELLO

lutamente raggiungere il picco iniziale (figura 8). Sembra dunque esi-


stere una forte relazione fra novità del compito e livello del flusso ema-
tico nei lobi frontali: quest'ultimo infatti è massimo quando il compito
proposto è nuovo, minimo quando esso è familiare, e intermedio quan-
do è nuovo solo in parte. Nella misura in cui i livelli del flusso ematico
sono correlati all'attività neurale (e la maggior parte degli scienzati ri-
tiene che tale correlazione esista) questi esperimenti ci offrono un'evi-
denza, convincente e diretta, sul ruolo dei lobi frontali nel trattare la
novità cognitiva.
Come forse ricorderete, la novità è associata ali' emisfero destro. Que-
sto implica forse che i lobi frontali siano coinvolti più intimamente nelle
operazioni dell'emisfero destro rispetto a quelle del sinistro? Potrebbe
darsi. Il lobo frontale è più voluminoso nell'emisfero destro. E sebbene il
ricorso a paralleli troppo diretti fra struttura e funzione sia fuorviante,
moltissimi scienziati sono convinti che la presenza di una maggior quan-
tità di tessuto nervoso implichi una maggiore capacità computazionale. Il
ruolo speciale dei lobi frontali e dell'emisfero destro nel trattare le novità,
e dell'emisfero sinistro nell'implementare le routine, indica che i cambia-
menti dinamici associati all'apprendimento debbano essere almeno du-

a) Compito nuovo b) Compito e) Compito nuovo


familiare solo in parte

Fig. 8 Lobi frontali e novità. (a) Quando il compito è nuovo, la corteccia prefrontale è attiva. (b)
Quando il soggetto ha acquisito familiarità con il compito, l'attivazione frontale diminui-
sce drasticamente. (c) La corteccia prefrontale viene in parte riattivata quando si propone
al soggetto un compito parzialmente nuovo: simile al primo, ma non identico ad esso.
(Adattato da Raichle et al., 1994)
IL DIRETTORE D'ORCHESTRA 91
a) Compito nuovo b) Compito familiare

D s D s

Fig. 9 Lobi frontali, emisferi e novità. (a) Un compito nuovo attiva in modo predominante
la corteccia prefrontale destra. (b} Quando il soggetto acquista familiarità con il
compito, il livello complessivo di attivazione diminuice e si sposta dalla regione pre-
frontale destra a quella sinistra. (Adattato da Gold et al., 1996).

plici. In seguito ali' apprendimento, il luogo a livello del quale viene eser-
citato il controllo cognitivo si sposta dall'emisfero destro al sinistro, e
dalle regioni frontali a quelle posteriori della corteccia.
Questo duplice fenomeno, che io avevo descritto in precedenza, fu
dimostrato in modo impressionante da Jim Gold e dai suoi colleghi del
National Institute of Mental Health2. Avvalendosi della PET, questi ri-
cercatori hanno studiato le modificazioni della distribuzione del flusso
ematico nel corso dell'esecuzione di un compito complesso di «risposta
alternata ritardata». L'attivazione dei lobi frontali era fortissima al primo
stadio (quando il soggetto era inesperto) e andava considerevolmente ri-
ducendosi negli ultimi stadi di apprendimento del compito (quando il
soggetto si era ormai impratichito). Anche la distribuzione regionale
dell'attività era cambiata. All'inizio, l'attivazione era maggiore nelle re-
gioni prefrontali di destra; alla fine, invece, la situazione era invertita, e
l'attivazione era maggiore a livello delle r:egioni prefrontali di sinistra.
Questa situazione è illustrata in figura 9.
Nella letteratura più antica gli autori si riferivano all'emisferò destro
chiamandolo «emisfero minore» e ai lobi frontali come ai «lobi silenti».
Oggi sappiamo che queste strutture non sono né minori, né silenti, scb ·
bene le loro fumdoni possano essere elusive. Se le fun:doni. ddl'l'misl'l'l'o
destro e dci lohi frontali sono meno chiare, rispcttivullll'll1l', di qurlk
92 L'ANIMA DEL CERVELLO

dell'emisfero sinistro e della corteccia posteriore, è proprio perché han-


no a che fare con situazioni che sfuggono a una facile codificazione e
non si laciano ridurre a un algoritmo. E questo è tutto, per quanto ri-
guarda l'emisfero minore e il lobo silente! Occorse molto tempo per ca-
pire la loro autentica complessità e il ruolo essenziale che essi hanno nei
nostri processi mentali.

Memoria di lavoro o lavoro con memoria?

All'orecchio di moltissime persone il concetto di «memoria» non suona


affatto misterioso. Infatti, il pubblico è a tal punto abituato a questo ter-
mine da usarlo spesso in senso troppo ampio, spogliandolo quindi del
suo significato, per riferirsi indiscriminatamente a qualsiasi aspetto della
mente. Chiedete a dieci persone a che cosa serva la «memoria», e le ri-
sposte saranno alquanto uniformi: ad apprendere i nomi, i numeri di te-
lefono e le tabelline, come pure per studiare all'ultimo momento le date
di eventi storici - delle quale potreste peraltro fare benissimo a meno -
in vista Jegli esami di diploma. La memoria è anche fra gli aspetti della
mente studiati in modo più approfondito. In un tipico esperimento sul-
la memoria, si chiede a un soggetto di fissarsi nella mente un elenco di
parole o una serie di fotografie di volti, e poi di ricordare o riconoscere,
in condizioni diverse, il materiale presentato in precedenza.
Purtroppo, sia le idee preconcette del pubbico generale, sia i metodi
tradizionali con i quali vengono condotte le ricerche, hanno ben poco a
che fare con il modo in cui la memoria opera nella vita reale. In un tipi-
co esperimento, si chiede a un soggetto di memorizzare alcune informa-
zioni e poi di richiamarle alla mente. Il soggetto memorizza determinate
informazioni perché chi lo sta sottoponendo al test gli chiede di farlo. In
questo caso, la memorizzazione e il richiamo dell'informazione sono
operazioni fini a se stesse, e la decisione riguardante che cosa richiama-
re alla mente spetta all'esaminatore, e non al soggetto.
Nella maggior parte delle situazioni reali, però, noi immagazziniamo
e richiamiamo le informazioni non con il fine, appunto, di richiamarle,
ma come prerequisito per risolvere un problema contingente. In questo
caso, dunque, il recupero dell'informazione è un mezzo, e non un fine.
Inoltre, e questo è particolarmente importante, laccesso a determinati
elementi memorizzati e il loro recupero ha luogo quale risposta a un' esi-
genza generatasi internamente, e non a un comando esterno impartito
IL DIRETIORE D'ORCHESTRA 93
da qualcun altro. Non c'è qualcuno che mi dica che cosa ricordare, ma
sono io stesso a decidere quale informazione mi è utile nel contesto del-
le attività che sto svolgendo in quel particolare momento.
Tutti noi conosciamo le cose più disparate. Io so dove si trovano i
barbieri a West Side Manhattan, e poi conosco il nome dei principali
compositori russi, ma anche le tabelline, i principali aeroporti australia-
ni, l'età di certi miei lontani cugini, e via discorrendo. Ma allora come
mai mentre sono seduto al mio computer e scrivo questo libro ho un ra-
pido accesso alle mie conoscenze sui lobi frontali e non alle nozioni sul-
la rivoluzione francese o sui miei ristoranti preferiti a New York? E
com'è che quando mi viene fame, dopo alcune ore di intenso lavoro alla
tastiera, con la stessa prontezza ho accesso alle mie conoscenze sui risto-
ranti delle vicinanze (e non più a quelle sui lobi frontali)? E come fa
questa transizione ad aver luogo senza scosse e istantaneamente?
Nella maggior parte dei casi che si presentano nella vita reale, il re-
cupero di informazioni dalla memoria implica che si stabilisca quale tipo
di informazione sia effettivamente utile in quel momento particolare, e
che poi la si selezioni nell'immenso archivio di tutta la conoscenza di-
sponibile. Inoltre, mentre ci dedichiamo ad attività di diversa natura,
noi compiamo in continuazione impercettibili e istaotanei passaggi da
una selezione all'altra. Noi prendiamo queste decisioni, ed effettuiamo
queste selezioni e transizioni praticamente in ogni momento della nostra
vita in stato di veglia, e nella maggior parte dei casi lo facciamo senza
sforzo e in modo automatico. D'altra parte, vista la totalità delle diverse
informazioni disponibili in ogni momento, si tratta di decisioni tutt'altro
che banali. Esse richiedono complesse computazioni neurali, che vengo-
no eseguite dai lobi frontali. La memoria fondata su queste decisioni, se-
lezioni e transizioni, fluide e in continuo divenire, è guidata dai lobi
frontali ed è denominata memoria di lavoro. In ogni momento del pro-
cesso, dobbiamo poter accedere a un particolare tipo di informazione
che rappresenta solo una frazione minuscola delle nostre conoscenze to-
tali. Tale capacità di accesso è come la proverbiale abilità di trovare un
ago in un pagliaio, ed è assolutamente sbalorditiva.
Proprio qui sta la differenza cruciale fra un classico esperimento sulla
memoria e il modo in cui essa viene usata nella vita reale. In un contesto
reale, sono io a decidere che cosa ricordare. In un tipico contesto speri-
mentale, la decisione viene presa per me dallo sperimentatorr: «Ascolti
queste parole, e cerchi di ricordarle». Spostando il proc,•sso <kdsion:ilv
dall'individuo llll'tsnminatorc, noi escludiamo la fumdo1w dd lohi 111111
94 L'ANIMA DEL CERVELLO

tali e a questo punto il compito mnemonico non è più un compito della


memoria di lavoro. Nella maggior parte dei casi che si presentano nella
vita reale, il recupero di informazioni dalla memoria coinvolge i lobi
frontali e implica la memoria di lavoro; ciò nondimeno, in massima par-
te, le procedure impiegate nelle ricerche sulla memoria e nella valutazio-
ne dei pazienti con disturbi della memoria non fanno altrettanto.
La disparità fra il modo in cui la memoria viene usata, e quello in cui
noi la studiamo, può aiutarci a spiegare la confusione che permane in
merito al ruolo che in essa hanno i lobi frontali. Sull'argomento esiste un
dibattito inconcludente che si trascina da anni, giacché l'argomento fu
sollevato per la prima volta da J acobsen3 e da Lurija4 . Di recente, in lar-
ga misura grazie al lavoro dei neuroscienziati Patricia Goldman-Rakic5 e
Joaquin Fuster6, il ruolo dei lobi frontali nella memoria è stato riaffer-
mato e il concetto di memoria di lavoro ha acquistato rilevanza. La me-
moria di lavoro è strettamente legata al ruolo critico dei lobi frontali nel-
1'organizzare il comportamento rispetto alla dimensione temporale e nel
controllare la sequenza appropriata in cui le varie operazioni mentali
vengono messe in atto per realizzare l'obiettivo dell'organismo7 . Oggi il
concetto di memoria di lavoro è fra quelli più <li mo<la nelle neuroscien-
ze cognitive. Come accade con tutti i concetti di moda, spesso viene usa-
to arbitrariamente e in modo impreciso, il che a volte finisce per spo-
gliarlo di significato. Ecco perché è tanto importante discutere questo
concetto con attenzione e rigore.
Poiché la selezione dell'informazione necessaria per risolvere il pro-
blema contingente viene effettuata dai lobi frontali, essi devono «sape-
re», almeno in via approssimativa, dove questa informazione si trovi im-
magazzinata nel cervello. Questo indica che tutte le regioni corticali
debbano in qualche modo essere rappresentate nei lobi frontali: un'as-
serzione compiuta per la prima volta da Huglings J ackson alla fine del
XIX secolo8 . Probabilmente tale rappresentazione è grossolana e non
specifica, e se è vero che mette i lobi frontali in condizioni di sapere qua-
le tipo di informazione sia immagazzinato e dove essa si trovi, non per-
mette loro di conoscere l'informazione specifica. I lobi frontali poi con-
tattano le parti appropriate del cervello e portano <<on-line» l'informa-
zione memorizzata o, come dicono gli scienziati, l' «engramma», attivan-
do il circuito che lo rappresenta. Ancora una volta, l'analogia fra lobi
frontali e vertici aziendali torna comoda. Il direttore generale, che ha fir-
mato un nuovo contratto, potrebbe non ~vere nessuna delle abilità tec-
niche richieste per realizzare il progetto; tuttavia, egli sa ben<..' chi, nel
IL DIRETTORE D'ORCHESTRA 95
suo staff, ha le capacità necessarie - e quindi è in grado di selezionare
correttamente i dipendenti adatti al progetto, in base alla loro particola-
re competenza.
Poiché la risoluzione di un problema può richiedere diversi tipi di
informazione in corrispondenza di stadi diversi del processo, i lobi fron-
tali devono costantemente e rapidamente portare on-line nuovi engram-
mi, abbandonando quelli vecchi. Spesso, poi, occorre compiere rapide
transizioni da un compito cognitivo all'altro e - tanto per rendere le co-
se più difficili - spesso ci si trova ad affrontare diversi problemi contem-
poraneamente. Questo mette in luce un aspetto molto peculiare della
memoria di lavoro, e cioè il fatto che il suo contenuto è sempre in co-
stante, rapido cambiamento. Immaginate di avere cinque conti bancari
con attività (depositi e prelievi) simultanee e frequenti. Immaginate,
inoltre, che per poter gestire i vostri affari voi dobbiate avere sempre
presenti i cinque bilanci, senza potervi avvalere di un taccuino o di un
computer. In altre parole, invece di memorizzare un corpo di informa-
zioni statiche, dovete essere in grado di effettuare aggiornamenti rapidi
e continui del contenuto della vostra memoria.
Lo scenario dei cinque conti bancari suona alquanto fantasioso. Ma è
davvero molto diverso dalla sfida di fronte alla quale si trovano perso-
naggi come il dirigente ai vertici di un'azienda, un imprenditore, un ma-
nager che gestisce fondi comuni d'investimento, un leader politico o mi-
litare, i quali devono tutti monitorare numerose situazioni che si dispie-
gano rapidamente in parallelo, e poi agire su di esse? Ora, immaginate
un giocoliere che abbia lanciato in aria cinque palle e debba controllarle
tutte e cinque mentre quelle si muovono. E adesso immaginate un gio-
coliere mentale: la descrizione precisa di chi dirige una società, un'a-
zienda, o un laboratorio scientifico. Se la memoria di lavoro funziona
male, ben presto tutte e cinque le palle finiranno per terra.
Torniamo ora al nostro dirigente, che deve mettere insieme un grup-
po di esperti per realizzare un progetto complesso, a lungo termine, che
comporterà eventi imprevedibili. A ogni stadio di un progetto, egli deve
identificare le competenze necessarie; decidere come acquisire i nomi
degli esperti; reperirli fisicamente; ricordare i loro nomi e i loro numeri
di telefono almeno per tutta la durata del progetto; identificare le esi-
genze imposte dallo stadio successivo del progetto; eccetera. Immagina- ,
te, inoltre, che a ogni stadio il dirigente abbia bisogno di più di un tipo
di esperto, il che comporterà, per lui, la necessità di intrnpn•1Hll•n• di
verse riccrdw pt1r:1lldr. Questa sarebbe una dcscr.i.i.i.onr rn11iot1L·vnl1t1l'll
96 L'ANIMA DEL CERVELLO

te accurata della memoria di lavoro. La memoria di lavoro è dunque


molto diversa dalle attività che tradizionalmente associamo alla parola
«memoria» - apprendere un corpo statico di informazioni, e non la-
sciarselo scappare.
Il ruolo della memoria di lavoro, d'altra parte, non è limitato all'atti-
vità decisionale su larga scala: noi dipendiamo da essa anche nelle situa-
zioni più comuni. Noi conserviamo, archiviati nella nostra memoria, i
numeri di telefono del nostro ristorante preferito e del dentista. Sappia-
mo dove riponiamo le scarpe e dove teniamo laspirapolvere. Sebbene
questa informazione sia sempre presente nella memoria, essa non è co-
stantemente al centro della nostra attenzione. Quando vogliamo intrat-
tenere i nostri amici, chiamiamo il ristorante - non il dentista. Quando
ci vestiamo la mattina, andiamo all'armadio dove teniamo le scarpe e
non allo sgabuzzino dove è riposto laspirapolvere. Queste decisioni, ap-
parentemente banali e compiute senza sforzo, richiedono anch'esse la
memoria di lavoro.
Noi abbiamo dunque la capacità di concentrarci sulle informazioni
rilevanti ai fini del compito che stiamo svolgendo, nel momento in cui
esse ci servono, per poi passare alle informazioni rilevanti per il compito
successivo. La selezione delle informazioni importanti per le operazioni
in corso di svolgimento avviene automaticamente e senza sforzo, e que-
sta facilità è assicurata dai lobi frontali. Tuttavia, i pazienti ai primi stadi
della demenza riferiscono spesso di azioni «senza capo né coda». Capita
che portino i piatti sporchi in camera da letto invece che in cucina, op-
pure che aprano il frigorifero alla ricerca dei guanti. Questo è un segno
precoce della disintegrazione, a livello dei lobi frontali, della capacità di
selezionare e portare on-line l'informazione rilevante ai fini del compito
in corso di svolgimento. Nelle demenze precoci capita spesso che sia
colpita la memoria di lavoro. Un individuo con la memoria di lavoro
gravemente compromessa si ritroverà ben presto in uno stato di confu-
sione senza speranza.
L'aspetto paradossale della memoria di lavoro è che, sebbene i lobi
frontali siano essenziali per accedere e attivare le informazioni rilevanti
ai fini del compito in svolgimento, essi non sono direttamente deposita-
ri di quell'informazione - che si trova invece in altre parti del cervello.
Per dimostrare questa relazione, Patricia Goldman-Rakic e i suoi colle-
ghi di Yale hanno studiato le risposte ritardate nella scimmia9 • Questi ri-
cercatori hanno registrato, nei lobi frontali degli animali, l'attività di
neuroni i quali scaricano fintanto che un engramma (una tnwdn di me-
IL DIRETIORE D'ORCHESTRA 97
moria) deve essere «conservato», ma smettono di farlo non appena è ini-
ziata la risposta. Questi neuroni sono coinvolti nel mantenere on-line
l' engramma, ma non nella sua archiviazione.
Nei diversi aspetti della memoria di lavoro sono coinvolte parti di-
verse della corteccia prefrontale, ed esiste un peculiare parallelismo fra
l'organizzazione funzionale dei lobi frontali e le regioni corticali poste-
riori. È noto da anni che il sistema visivo dei primati (esseri umani com-
presi) consiste di due componenti distinte. Il sistema del «che cosa» si
estende lungo il gradiente occipitotemporale ed elabora l'informazione
sull'identità degli oggetti. Il sistema del «dove» si estende lungo il gra-
diente occipitoparietale ed elabora l'informazione sulla localizzazione
degli oggetti. Presumibilmente, la conoscenza visuospaziale è anch'essa
distribuita. I ricordi relativi al «che cosa» si formano all'interno del si-
stema occipitotemporale, mentre quelli del «dove» si formano nel siste-
ma occipitoparietale.
L'accesso a questi due tipi di memoria visiva è controllato dalle stesse
regioni frontali, o da aree diverse? Susan Courtney e i suoi colleghi del
National Institute of Mental Health hanno risposto a questa domanda
con un esperimento, avvalendosi della PET e di un ingegnoso compito
di attivazione 10. Una serie di volti compariva in una griglia sei per quat-
tro, seguito poi da un'altra serie. I soggetti dovevano rispondere a do-
mande sul «che cosa» (Le facce sono le stesse?) o sul «dove» (Le facce si
trovano nella stessa posizione all'interno della griglia?) I due compiti
producevano due distinte configurazioni di attivazione a livello dei lobi
frontali, e precisamente nelle porzioni inferiori per il «che cosa» e in
quelle superiori per il «dove». Risultati simili sono stati ottenuti da Pa-
tricia Goldman-Rakic e dai suoi colleghi di Yale, registrando l'attività di
singole cellule nelle scimmie11 .
A quanto pare, i diversi aspetti della memoria di lavoro sono sotto il
controllo di diverse regioni dei lobi frontali. Questo significa che ogni
parte della corteccia prefrontale è collegata a un particolare sistema
esterno ai lobi frontali? Che cosa accade, in generale, al direttore d' or-
chestra? Esiste una parte dei lobi frontali il cui contributo sia davvero
essenziale? Misteriosamente, l'area intorno ai poli frontali, localizzata
anteriormente nel lobo frontale (l'area 10 di Brodmann), ha finora eluso
la maggior parte dei tentativi di caratterizzarne la funzione in termini
specifici. Non mi sorprenderebbe se in futuro la ricerca dimostrass(' che
le aree immediatamente circostanti i poli frontali eseguono una pUl'I iro
lare funzione di Hintcsi aggiungendo un ulteriore livdlo :111:1 1•,1·rnn lti11
98 L'ANIMA DEL CERVELLO

neurale delle regioni corticali dorsolaterale e orbitofrontale. Le funzioni


di sintesi probabilmente espletate da questa parte del cervello saranno
discusse nel prossimo paragrafo.

Libertà di scelta, ambiguità e lobi frontali

Consideriamo i seguenti problemi quotidiani. (1) Il mio estratto conto


aveva un saldo di 1000 dollari, e io ne ho prelevati 300. Quanto mi re-
sta? (2) Che cosa mi metto oggi? La giacca blu, quella nera o quella gri-
gia? (3) Qual è il numero di telefono del dentista? (4) Vado in vacanza ai
Caraibi, alle Hawai o in Grecia? (5) Come si chiama la segretaria del mio
capo? (Sarà meglio non commettere errori...) (6) Per cena devo ordina-
re un'aragosta alla fra' diavolo, braciole di agnello o pollo alla Kiev? (Il
mio medico sconsiglia tutti e tre).
Le situazioni 1, 3 e 5 sono deterministiche. Ciascuna di esse ha un'u-
nica soluzione corretta intrinseca alla situazione, mentre tutte le altre ri-
sposte sono false. Trovando la soluzione corretta - la «verità» - mi im-
pegno in un Veridica! Dccision Making (VDM)*. Le situazioni 2, 4 e 6
sono intrinsecamente ambigue. Nessuna di esse ha una soluzione di per
se stessa corretta. Se scelgo le braciole di agnello non è perché sono «in-
trinsecamente corrette» (che cosa ridicola!), ma semplicemente perché
mi piacciono. Compiendo la mia scelta, mi impegno in un Adaptive De-
cision Making (ADM)**, anche se il mio medico sarebbe più incline a
definirla «maladattativa». A scuola, quando ci propongono un proble-
ma, dobbiamo trovare la risposta corretta. Di solito ne esiste solo una.
La risposta è nascosta; la domanda è precisa. Al di fuori del regno dei
problemi tecnici limitati, tuttavia, la maggior parte delle situazioni della
vita reale è intrinsecamente ambigua. La risposta è nascosta, ma la do-
manda lo è altrettanto. I nostri obiettivi, nella vita, sono generali e vaghi.
La «ricerca della felicità» è un concetto amorfo che significa cose diver-
se non solo per persone diverse, ma anche per la stessa persona, in cir-
costanze differenti. In ogni preciso istante, ciascuno di noi deve decide-
re che cosa significhi, per lui, la ricerca della felicità qui e ora. Nella sua
famosa replica alla domanda: «Qual è la risposta?», Gertrude Stein col-
se molto bene questa situazione: «Qual è la domanda?»

*Ossia in un'attività decisionale che richiede l'individuazione dell'unica risposta vera


[NdTI.
**Ossia in un'attività decisionale che richiede una risposta adattnl'ivu I Nd'/'I.
IL DIRETTORE D'ORCHESTRA 99

Noi viviamo in un mondo ambiguo. A parte gli esami delle superiori,


i test all'università e piccoli enigmi nozionistici e matematici, la maggior
parte delle decisioni che prendiamo nella nostra vita quotidiana riguar-
da problemi che non hanno soluzioni intrinsecamente corrette. Le scel-
te che facciamo non dipendono dalla situazione contingente in sé, ma
derivano da una complessa interazione fra le proprietà della situazione
da una parte, e le proprietà, le aspirazioni, le incertezze e le storie no-
stre, dall'altra. È logico aspettarsi che in questi processi decisionali la
corteccia prefrontale abbia un ruolo essenziale, giacché essa è la sola
parte del cervello in cui gli input provenienti dall'organismo convergo-
no con quelli afferenti dal mondo esterno.
La ricerca di soluzioni a problemi e situazioni deterministici è un
compito sovente eseguito mediante algoritmi, sempre più spesso delega-
to a congegni e tecniche di vario genere, quali calcolatori, elaboratori, li-
ste ordinate di ogni tipo. D'altro canto, compiere scelte in assenza di so-
luzioni intrinsecamente corrette rimane, almeno per ora, un territorio
squisitamente umano. In un certo senso, la libertà di scelta è possibile
solo in presenza dell'ambiguità.
L'assenza di verità assolute computabili mediante algoritmi è precisa-
mente ciò che distingue le decisioni tipiche del leader da quelle di un
tecnico esperto. La principale responsabilità di un direttore d'orchestra
o di un regista è quella di fornire un'interpretazione di un brano o di un
testo famosi - una proposta intrinsecamente soggettiva. Il direttore ge-
nerale di un'azienda prende decisioni strategiche in un ambiente fluido
e ambiguo. In campo militare, il genio viene ancora ricondotto alla sfera
dell'arte, più che a quella della scienza.
Risolvere lambiguità o, come si dice nel linguaggio scientifico, «di-
sambiguare la situazione», significa spesso in primo luogo scegliere bene
la domanda; in altre parole, ridurre la situazione a un interrogativo che
effettivamente ammetta un'unica risposta corretta. Quando scelgo i ve-
stiti da indossare, posso decidere di pormi molte domande: (1) quale
giacca è più adatta alle condizioni atmosferiche? (e scegliere di conse-
guenza la più calda) (2) quale giacca va più di moda? (e scegliere la più
nuova); (3) quale giacca preferisco? (e scegliere quella grigia). Il modo
preciso in cui elimino l'ambiguità insita nella situazione dipende dalle
priorità che mi sono posto in quel momento, le quali a loro volta posso
no cambiare a seconda del contesto. L'incapacità di rklurn' l'a111hig11iti1
conduce a un tomportnmento vacillante, incerto e itwm•.r1•1t1v" A q1h·1.li1
100 L'ANIMA DEL CERVELLO

proposito, viene in mente lasino di Buridano che, di fronte a due fieni-


li, muore di fame perché non sa risolversi fra i due.
Allo stesso tempo, un individuo deve avere la flessibilità necessaria
per adottare, in merito alla medesima situazione, prospettive diverse in
momenti diversi. L'organismo deve essere in grado di disambiguare la
medesima situazione in molti modi alternativi e avere la capacità di pas-
sare a suo piacimento dall'uno all'altro. Avere a che fare con situazioni
intrinsecamente ambigue è fra le funzioni di primissimo piano dei lobi
frontali. In un certo senso, il fatto che una persona sia decisa o tentenni
dipende da quanto efficacemente fuzionano i suoi lobi frontali. Alcuni
studi hanno dimostrato che pazienti con lesioni frontali si accostano a si-
tuazioni intrinsecamente ambigue in modo diverso dalle persone sane.
La perdita della capacità di prendere decisioni è fra i segni più comuni
dei primi stadi della demenza. Lesioni localizzat~ in altre parti del cer-
vello non sembrano compromettere questi processi.
In sintesi, le decisioni in situazioni che ammettono un'unica soluzio-
ne vera hanno a che fare con la «scoperta della verità», mentre quelle
adattative, che sono centrate sull'attore, hanno a che fare con la scelta
di «ciò che va bene» per il soggetto. In massima parte, le decisioni lega-
te a ruoli di «leadership esecutiva» si fondano sulla priorità, sono com-
piute in ambienti ambigui, e sono di natura adattativa (ADM), piutto-
sto che comportare l'individuazione della verità (VDM). I processi co-
gnitivi implicati nel risolvere situazioni ambigue attraverso il riconosci-
mento di priorità sono molto diversi da quelli implicati nel risolvere si-
tuazioni rigorosamente deterministiche. Ironicamente, l'ambiguità co-
gnitiva e i processi decisori fondati sulle priorità sono stati pressoché
completamente ignorati dalla neuropsicologia cognitiva. Questo non si-
gnifica che altri rami della psicologia abbiano riservato loro lo stesso
trattamento. La tradizione psicodinamica ha sempre riconosciuto un
ruolo importante a test proiettivi come quello delle macchie di inchio-
stro di Rorschach. Nella sua ricerca di precisione e di misurazione, tut-
tavia, la scienza cognitiva ha respinto queste procedure ritenendole
troppo vaghe e soggettive. Ciò nondimeno, la mancanza di metodi
scientifici soddisfacenti non cambia il fatto che nelle situazioni ambi-
gue lattività decisoria adattativa basata sulle priorità sia fondamentale
nella nostra vita, né che i lobi frontali vi abbiano un ruolo particolar-
mente importante. Pertanto, invece di mettere da parte il problema, li-
quidandolo come «non rilevante», occorre trovare metodi scientifici
appropriati per affrontarlo.
IL DIRETTORE D'ORCHESTRA 101

Insieme al mio ex studente specializzando Ken Podell, ho cercato di


rimediare a questa lacuna con un semplice esperimento, usando una
procedura originale denominata CBT (Cognitive Bias Task, Compito
del pregiudizio cognitivo) 12 • Si mostrava a un soggetto dapprima un di-
segno geometrico (target) e poi altri due disegni (opzioni); gli si chiede-
va quindi di «osservare il target e scegliere l'opzione che preferiva». (La

o
...........
...........
···········
...........
···········
...........
···········
...........

j:;;;;I Blu . . Rosso

Fig. 10 Compito del pregiudizio cognitivo (CBT, Cognitive Bias Task). Nella versione del
CBT centrata sull'attore, si chiede al soggetto di osservare la forma disegnata in al-
to (il target) e poi di scegliere fra le due forme in basso quella che preferisce. Nelle
versioni del CBT messe a punto per testare i processi decisionali in situazioni di,
sambiguate che ammettono un'unica risposta (Veridica! Decision Mnking, VOM) si
chiede al soggetto di osservare il target e poi di scegliere fra k· due fomw i11 ha~~,u
qucll11 pil1 ~imilc ad esso (o quella più diversa). Sebbene il RO/IJll'llO 111111111• •il1111111
Sll(WVOIP, li\t lr due Forme ce n'è sempre una che è pii:1 shnik ddl'11h1,,111 t.111•,1. I
102 L'ANIMA DEL CERVELLO

figura 10 riproduce una scheda del CBT.) Si spiegava bene al soggetto


che non esistevano risposte intrinsecamente giuste o sbagliate, e che la
scelta stava a lui/lei. L'esperimento consisteva in numerose sedute, nes-
suna delle quali del tutto identica a un'altra.
I soggetti erano dunque incoraggiati a fare ciò che preferivano. In
realtà, però, i disegni erano fatti in modo tale che essi avessero due pos-
sibilità: basare la propria risposta sulle proprietà del target (che cambia-
vano da una seduta all'altra); oppure su qualche loro preferenza stabile
priva di relazioni con il target (per esempio in base a un colore o a una
forma preferita). Nonostante la natura apparentemente poco precisa del
nostro esperimento, le risposte dei soggetti poterono essere chiaramente
quantificate e risultarono altamente riproducibili. Il nostro paradigma
«proiettivo cognitivo» dimostrò di poter fornire molta informazione, e
torneremo su di esso in diverse parti di questo libro.
Conducemmo i nostri esperimenti sia su soggetti sani, sia su pazienti
affetti da vari tipi di lesioni cerebrali. Il danno ai lobi frontali modifica-
va in modo impressionante la natura delle risposte. Lesioni ad altre par-
ti del cervello avevano effetti molto leggeri o assenti. Ripetemmo l'espe-
rimento, disambiguando il compito in due modi diversi. Invece di dire
ai soggetti di fare la scelta che preferivano, chiedemmo loro di fare quel-
la «più simile al target» e poi di ripetere l'esperimento, stavolta facendo
la scelta «più diversa dal target». In condizioni dalle quali era stata così
rimossa ogni ambiguità, gli effetti della lesione frontale scomparvero e i
soggetti cerebrolesi riuscirono a eseguire il compito come i controlli sa-
ni (figura 11).
Il nostro esperimento dimostra che i lobi frontali sono essenziali in
una situazione di libera scelta, quando sta al soggetto decidere come in-
terpretare una situazione ambigua. Una volta che l'ambiguità della situa-
zione sia stata eliminata da altri, e che il compito sia stato ridotto alla
computazione dell'unica risposta corretta possibile, l'input dei lobi
frontali non è più essenziale, anche se tutte le altre componenti del com-
pito rimangono immodificate.
Di tutti gli aspetti della mente umana, nessuno è più intrigante del-
l'intenzionalità, della volizione e del libero arbitrio. Tuttavia, questi at-
tributi della mente umana entrano pienamente in gioco solo in situazio-
ni che offrono la possibilità di scelte multiple. Noi esseri umani abbiamo
la tendenza di pretendere che le abilità mentali percepite come più evo-
lute siano una prerogativa esclusivamente nostra. Scienziati e filosofi
hanno più volte asserito che la volizione e l'intenzionalitì1 sono tratti
IL DIRETTORE D'ORCHESTRA 103

a) Maschi
220

200

180

160

140
-.-simile
--0-·CBT
120 ·····+· Diverso
100

80
LFS LPS es LPD LFD

b) Femmine

220
,
200 '' ,,'
,
'' ,
180 '' , ,,
''
'' , ,,
160 ', \ ,1'
__ ..0---------""'',
V
' ,,
140 b''
- - . - Simile
--0-· CBT
120 ·····+· Diverso
100
··················+··················•··················
80
LFS LPS es LPD LFD

Fig. 11 Test del pregiudizio cognitivo (CBT): confronto fra decisione centrata sull'attore
ADM e processo decisionale VDM (situazione disambiguata). Nella versione centra-
ta sull'attore, le lesioni frontali producono impressionanti alterazioni della prestazio-
ne nel CBT. Gli effetti della lesione scompaiono nelle due versioni VDM dcl test (si-
tuazioni disambiguate). Questo è vero per i soggetti destrimani di çntrnmhi i s1·ssL
Lef!,l'llda: LFS, gruppo con lesione frontale sinistra; LPS, grnppo rnn IPsi11111• 1111~.11·
riort• sinh11n1; CS, gruppo di controlli sani; LPD, gruppo mn k·1io111· p11•.11·1 i<111• d1·
All'r.t> I ,(>'I), 1•,111ppo con lesione frontale <lcsttu. (Trullo du { ;oldh1•11\ 1 I .11, 1'1'1 Il
~J l

104 L'ANIMA DEL CERVELLO

esclusivamernte umani. Un neurobiologo rigoroso non può sentirsi at-


tratto da questa affermazione nella sua forma assoluta. È più probabile
che queste proprietà della mente si siano sviluppate con gradualità nel
corso dell'evoluzione, forse seguendo un andamento esponenziale. Seb-
bene sia difficile dimostrarlo sperimentalmente in modo rigoroso, pos-
siamo asserire che questo processo sia andato di pari passo con lo svi-
luppo dei lobi frontali.
Gli studiosi di neuroscienze cognitive non sono stati gli unici che,
a proprio rischio e pericolo, hanno ignorato il processo decisorio
adattativo centrato sull'attore (ADM). Tale processo è stato ignorato
anche dagli educatori, il che è assai più grave. Tutto il nostro sistema
educativo è basato sull'insegnamento del processo decisorio in situa-
zioni deterministiche che ammettono una sola soluzione vera (VDM).
Questo vale non solo negli Stati Uniti, ma ovunque, almeno nella tra-
dizione culturale occidentale. Le strategie decisionali adattative cen-
trate sull'attore, semplicemente, non sono insegnate. Esse vengono
invece acquisite in modo peculiare da ciascun individuo, come una
scoperta cognitiva personale, attraverso tentativi ed errori. La proget-
tazione di strategie didattiche per insegnare esplicitamente i principi
della risoluzione di problemi centrata sull'attore è una delle sfide più
degne d'esser raccolte dagli educatori e dagli psicologi operanti nel-
1' ambiente scolastico. Anche la psicologia dello sviluppo finora si è
concentrata sul VDM, mentre la cronologia e la stadiazione del pro-
cesso decisorio adattativo centrato sull'attore (ADM) sono pressoché
sconosciute.
Sappiamo, d'altra parte, che nei primi stadi della demenza il proces-
so decisorio adattativo (ADM) declina prima del VDM. Insieme al mio
ex specializzando Allan Kluger, ho condotto uno studio preso il Mil-
lhauser Dementia Research Center della Facoltà di Medicina dell'Uni-
versità di New York 13 . Abbiamo confrontato il declino della prestazione
nel CBT e nel suo analogo disambiguato in pazienti con demenza di ti-
po Alzheimer a diversi stadi. La prestazione dei pazienti nella versione
del compito centrata sull'attore e basata sulla preferenza personale de-
clinava molto prima di quella relativa alla versione disambiguata, come
mostra la figura 12 (a e b).
Questi risultati sono importanti per molte ragioni. Essi mettono in
discussione l'idea diffusa che i lobi frontali siano relativamente invulne-
rabili nella demenza di tipo Alzheimer. La maggior parte delle ricerche
condotte finora indica che il morbo di Alzheimer colpisce soprattutto
IL DIRETIORE D'ORCHESTRA 105

~
Vl
a)
r=l,
µi
z 70
-
o
~ 60 * p < 0,05 (rispetto al gruppo dei controlli normali)

~
o
50
u 40
~
> 30
~ 20
!i
u
* *
10
o
G
c..?
o
Normale DA leggera DA moderata
z~
;::::>
o, GRUPPO

b)

~ 270
Vl
r=l, * p < 0,05 (rispetto al gruppo dei controlli normali)
,...:: 250
~
..:i 230
-
:'.E
Vl

oo 210 ...L ~ *
_J_

G
c..? 190
~
z;::::> 170
p...
Normale DA leggera DA moderata

GRUPPO

Fig. 12 Demenza di tipo Alzheimer e declino dei processi decisionali centrati sull'attore o
relativi a situazioni disambiguate, che ammettono un'unica risposta (VDM). Il pro-
cesso decisionale centrato sull'attore declina a uno stadio più precoce' ddln mnlo11i11
(A). TI processo decisionale in situazioni disambiguate che ommrtrono 1111'1111irn 1;0
lw>:io1w (Vl)M) comincia a deteriorarsi a uno stadio SllCC'('HHivo (Il), /.r·1:r•11d1r I >A,
dt•nw1m1 di tipo Ab~hcimcr. (Tratto da Goldhcrg et ul., llN/l
106 L'ANIMA DEL CERVELLO

l'ippocampo e la neocorteccia 14 • In genere si partiva dal presupposto


che a livello neocorticale i lobi parietali fossero particolarmente vulnera-
bili nel morbo di Alzheimer e che i lobi frontali lo fossero invece di me-
no. Probabilmente, questo assunto ben radicato è una concezione erra-
ta, causata dal mancato riconoscimento dei sintomi cognitivi precoci
della disfunzione frontale quali segni precoci di demenza. In effetti, se si
ascoltano con attenzione i pazienti affetti da demenza e i loro familiari,
emerge chiaramente che nei primi stadi del declino cognitivo degli an-
ziani, l'indecisione, l'esitazione e una tendenza a fare sempre più spesso
affidamento sugli altri per compiere le proprie scelte sono comuni quan-
to la compromissione della memoria o la difficoltà nel trovare le parole.
Purtroppo, la disintegrazione del processo decisorio centrato sull'attore
è spesso scambiata per depressione o qualcos'altro e non viene indivi-
duata come elemento clinicamente significativo, sintomo precoce di una
disfunzione frontale.
La ricerca di segni cognitivi che possano fungere da marker altamen-
te sensibili dei primi stadi della demenza è una sfida fondamentale per i
clinici, per gli scienziati impegnati nello studio della demenza e per le
aziende farmaceutiche. Con l'avvento di nuovi farmaci per il trattamen-
to della demenza - una prospettiva positiva e sempre più realistica - di-
venterà particolarmente importante disporre di strumenti cognitivi sen-
sibili per misurare gli effetti terapeutici dei nuovi farmaci «cognotropi».
L'eccezionale vulnerabilità del processo decisorio centrato sull'attore
nelle malattie cerebrali offre una strategia innovativa per sviluppare
marker cognitivi dei primissimi stadi della demenza e strumenti molto
sensibili per valutare gli effetti dei trattamenti farmacologici.
6. Lobi diversi per gente diversa: stili decisionali e lobi
frontali

La neuropsicologia delle differenze individuali

Il confronto delle funzioni cerebrali normali e anormali è stato alla base


della neuropsicologia. Sappiamo, ovviamente, che la patologia cerebrale
può assumere forme diverse, ciascuna corrispondente alla condizione
neurologica o psichiatrica in cui versa il soggetto: demenza, trauma cra-
nico, ictus, eccetera. D'altro canto, la neuropsicologia classica e le neu-
roscienze cognitive hanno adottato un'astrazione, e precisamente quella
di un «cervello normale», immaginato come una media generale di tutti
i cervelli individuali. Spesso, in molte aree delle neuroscienze cognitive,
questo concetto semplicistico è stato spinto a estremi assurdi. Tale ten-
denza ha coinvolto anche le tecniche di neuroimmagine funzionale, os-
sia la metodologia che ha un ruolo sempre più dominante nel consentire
a medici e scienziati di esaminare non solo la struttura, ma anche la fi-
siologia del cervello. I dati ottenuti con queste tecniche sono collocati,
mediante apposite coordinate, nello «spazio di Talairach» (il suo inven-
tore) 1: fondamentalmente, il cervello di un'unica donna francese, presu-
mibilmente selezionato perché ritenuto una buona approssimazione di
tutti gli altri. A peggiorare le cose, fu selezionato un solo emisfero di
questa donna, completando poi il quadro con la sua immagine specula-
re e pertanto ignorando tutto quel che sappiamo sulle differenze intere-
misferiche.
I neuroscienziati non sono i soli a riconoscere e ad apprezzare la di 0

versità della mente, dei talenti e delle personalità umane in qrn111to va


dazioni sul tema della normalità. Il mondo sarebbe davwrn 1111 1110/'.o
noioso se tnlll l'oNSl'l"O uguali, e di conseguenza in .lnrg:1111it,11111 p11·vnl1
108 L'ANIMA DEL CERVELLO

bili. Quando constatiamo che Joe è dotato per la matematica, musical-


mente inetto e con un pessimo carattere, mentre J ane ha una grande
musicalità, manca di capacità matematiche e ha un temperamento mite,
non concludiamo automaticamente che uno dei due è normale e l'altro
no. Nella maggior parte dei casi diamo per scontato che entrambi siano
normali, ma diversi. Per studiare le differenze individuali, intese come
molteplici espressioni della normalità, è emerso un intero campo della
psicologia.
Il cervello ha qualcosa a che fare con queste differenze, oppure esse
sono interamente un riflesso delle diversità di ambiente, educazione ed
esperienze a cui ciascuno individuo è esposto? I neuroanatomisti sanno
da tempo che i singoli cervelli «normali» sono profondamente diversi
per quanto riguarda le dimensioni complessive, le proporzioni e l'esten-
sione relativa delle diverse parti. Dati più recenti indicano che i singoli
cervelli sono altamente variabili anche per quanto riguarda gli aspetti
biochimici. Tali differenze sono particolarmente pronunciate nei lobi
frontali2 •
Negli esseri umani, esiste una relazione fra la variabilità del cervello e
quella della mente? In particolare: le differenze riscontrabili nello stile
decisionale sono legate alle differenze anatomiche e biochimiche rileva-
te nei lobi frontali? Stiamo cominciando solo ora a porci queste doman-
de e nel farlo stiamo gettando le fondamenta di una nuova disciplina, la
neuropsicologia delle differenze individuali e di gruppo. Probabilmente a
tempo debito riusciremo a comprendere il contributo delle differenze
individuali neurali alle differenze individuali cognitive. La ricerca però
procederà per gradi, stabilendo questa relazione prima per i gruppi, e
solo in un secondo tempo per gli individui.

Stili cognitivi maschili e femminili

Basta l'intuito per capire che nessun paesaggio cognitivo individuale è


un profilo piatto. Esso consiste invece di picchi e valli, e mentre i picchi
corrispondono ai talenti individuali, le valli rappresentano i punti debo-
li. I primissimi tentativi di mappare le funzioni corticali - tentativi dai
quali scaturì la frenologia di Gall, che noi oggi respingiamo - trovarono
impulso nella ricerca volta a comprendere, a livello individuale, la rela-
zione fra paesaggi cognitivi e cervello. In questa tradizione, le differenze
cognitive individuali sono state interpretate dando loro il significato di
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 109
«chi è migliore a fare che cosa» (là dove presumibilmente «migliore»
corrisponde a «più grande» in termini di spazio corticale).
Invece che in termini di abilità cognitive è possibile accostarsi allo
studio delle differenze individuali anche in termini di stili cognitivi. In
particolare, ci si può interrogare sulle differenze individuali negli stili
decisionali: un approccio che ci riporta alla distinzione compiuta in pre-
cedenza, fra processi decisori in situazioni che ammettono un'unica so-
luzione vera (Veridica! Decision Making, VDM) e processi decisori
adattativi (Adaptive Decision Making, ADM). Se le abilità cognitive in-
fuenzano la facilità con cui acquisiamo le competenze cognitive, allora
gli stili decisionali influenzano il nostro modo di affrontare le situazioni
della vita come individui. La maggior parte delle situazioni reali, di qual-
siasi grado di complessità esse siano, non ammette un'unica soluzione
implicita e inequivoca (come è invece il caso di «2 + 2 = ... »).Trovando-
si nella medesima situazione, persone diverse agiscono in modo diverso;
non è che una di esse abbia inequivocabilmente ragione e tutte le altre
abbiano inequivocabilmente torto. Com'è, allora, che facciamo le nostre
scelte? E che cosa spiega le differenze nel modo in cui le facciamo? E in-
fine, quali sono i meccanismi cerebrali responsabili delle differenze ne-
gli stili decisionali?
Io e i miei colleghi abbiamo affrontato ql,lesto problema sommini-
strando il nostro test - deliberatamente denominato, in modo alquan-
to impreciso, «compito del pregiudizio cognitivo» (Cognitive Bias Task,
CBT) - a soggetti neurologicamente sani3. Come ricorderete, il test
prevedeva che si mostrassero ai soggetti tre forme geometriche (un
«target» e due opzioni); si chiedeva poi loro di guardare il target e di
scegliere l'opzione «preferita» (si veda la figura 10, in cui è riprodot-
ta una scheda usata per il CBT). Soggetti diversi presentavano chiara-
mente modalità di risposta diverse, che gravitavano verso l'una o l' al-
tra di due strategie distinte. Alcuni individui legavano la propria scel-
ta al target, e nella misura in cui quest'ultimo cambiava, altrettanto fa-
cevano le loro scelte. Definimmo questa strategia decisionale conte-
sto-dipendente. Altri soggetti compivano invece le proprie scelte sulla
base di preferenze stabili, indipendentemente da target. Costoro sce-
glievano quindi sempre il blu, oppure il rosso, il cerchio o il quadrato.
Chiamammo questa strategia decisionale contesto-indipendente. Con
nostra sorpresa, gli individui dei due sessi compivano le propri(' S<'1•l
te in modo nettamente diverso: i maschi mostravnno piì1 s1wtmo 111H1
stile contcstcMlipNHkntc, le femmine uno stil.r co1111·t1h1 i11di1w111h'11
110 L'ANIMA DEL CERVELLO

te (figura 13). Sebbene esistesse una certa sovrapposizione fra le due


curve, le differenze osservate fra individui dei due sessi erano robuste
e significative.
L'argomento delle differenze di genere nella cognizione è un tema re-
lativamente nuovo e sempre più «scottante». Per decenni, i neuroscien-
ziati hanno trattato l'umanità come una massa omogenea, ignorando
una verità evidentissima, chiara a chiunque: maschi e femmine sono di-
versi. D'altra parte, constatiamo sempre più spesso che chi ignora le dif-
ferenze di genere nella cognizione lo fa a proprio rischio e pericolo. Le
prime ricerche su queste differenze si concentrarono su capacità cogni-
tive specifiche, in altre parole sul tentativo di stabilire chi fosse più bra-
vo a fare che cosa. L'attenzione di queste indagini si appuntò sul proces-
so decisionale VDM. Alcune delle ricerche più citate suggeriscono, per
esempio, che i maschi si destreggino meglio con la matematica e le rela-
zioni spaziali, mentre le femmine sarebbero più brave nelle lingue. Tut-
tavia, è stato detto pochissimo - ammesso che qualcosa sia stata detta -
sulle differenze di genere negli stili cognitivi generali. In particolare, nel-
70

60

50

40,4
40

30

20
14,9

10

o
Maschi Femmine

Fig. 13 Differenze di genere nel processo decisionale centrato sull'attore. Quando vengono
sottoposti al CBT (compito del pregiudizio cognitivo), i maschi esibiscono uno sti-
le di selezione della risposta più dipendente dal contesto, mentre lo stile delle fem-
mine tende a una maggiore indipendenza. (Da Goldbcrg et al., 1994).
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 111

la letteratura sulle scienze cognitive non è stato detto quasi nulla sulle
differenze di genere nell'approccio generale alle decisioni, in particolare
nel caso di quello che abbiamo chiamato processo decisionale ADM. Il
lavoro da noi effettuato con il test del pregiudizio cognitivo (CBT) è fra
i primi a tentare una tal descrizione.
È forse possibile che le differenze di genere osservate nel nostro insoli-
to esperimento corrispondano a qualche tratto riscontrabile anche nella vi-
ta reale? Il buonsenso comune suggerisce di sì. Immaginate due diversi ap-
procci a questioni finanziarie personali. Jane e Joe si occupano di consu-
lenze: sono liberi professionisti le cui entrate fluttuano da un mese ali' altro.
Jane adotta un approccio alla vita contesto-indipendente. Mette sempre da
parte il 5 % delle sue entrate, non compra mai vestiti che costino più di 500
dollari a capo, e prende sempre le ferie in agosto. J oe, invece, ha un ap-
proccio alla vita contesto-dipendente. Quando le sue entrate mensili sono
al di sotto di 5000 dollari non risparmia nulla; quando sono comprese fra
5000 e 7000 dollari risparmia il 5% e quando superano i 7000 dollari riesce
a metterne da parte il 10%. In genere non compra capi d'abbigliamento
che costino più di 500 dollari, a meno che l'entrata mensile sia stata parti-
colarmente alta. Si pren<le una vacanza ogni qualvolta il suo carico di lavo-
ro glielo permette. Quello diJane eJoe è solo un esempio, ma serve come
modello per descrivere differenze individuali fondamentali e durature nel
processo decisorio centrato sull'attore (ADM).
In senso molto lato, l'approccio contesto-indipendente può essere
considerato una «strategia di default universale». Essa costituisce un ten-
tativo, da parte dell'organismo, di formulare risposte «ottimali» multiu-
so, che rappresentino, in un certo senso, la media di tutte le possibili si-
tuazioni della vita. L'organismo accumulerà un repertorio di tali risposte,
come una summa concisa di tutte le sue esperienze. Il repertorio «mul-
tiuso» sarà aggiornato, ma molto lentamente e gradualmente, poiché è
deputato alla conservazione della «saggezza universale» dell'individuo.
Il problema, quando si adotta una strategia di questo tipo, è che le si-
tuazioni della vita reale sono spesso talmente diverse l'una dall'altra, che
qualsiasi tentativo di farne una «media» è privo di significato. In statisti-
ca, il calcolo di un valore medio riferito a diversi esemplari ha senso so-
lo se questi ultimi rappresentano la stessa popolazione. Se gli esemplari
sono estratti da popolazioni diverse, la media sarà fuorviante. Ciò non"
dimeno, questa strategia di «default» potrebbe essere la mit!lion· 0111.io
ne quando ci si trova di fronte a una situazione compktunwtllt• IHllMl,
per la quak non si di!; pone di alcuna cspcric.•n;o:a o 1·m111:.11.'ll.'>1 :.p1 • ti 11 ,, ,
112 L'ANIMA DEL CERVELLO

La strategia contesto-dipendente, invece, riflette un tentativo di co-


gliere le proprietà uniche, o quanto meno specifiche, della situazione
presente, e di «personalizzare» la risposta dell'organismo. Essendosi im-
battuto in una nuova situazione, l'organismo cerca di riconoscerla come
un modello familiare che rappresenti una classe limitata e familiare di si-
tuazioni, una sorta di «termine noto». Fatto questo, l'organismo applica
la propria esperienza specifica nel trattamento di tali situazioni familiari.
Di fronte a circostanze radicalmente nuove, però, il tentativo di ricono-
scere un modello naufragherà. In quel caso, un organismo guidato da
una strategia contesto-dipendente, e che dunque non si appelli a un' op-
zione di default, cercherà di cogliere le proprietà uniche della situazione
in atto, quand'anche le informazioni disponibili siano disgraziatamente
insufficienti. Questo produrrà un comportamento «rimbalzante», carat-
terizzato da precipitosi cambiamenti ogni volta che occorrerà operare
una transizione a una situazione nuova.
La strategia ottimale per la presa di decisioni si realizza probabil-
mente attraverso un equilibrio dinamico fra i due approcci contesto-di-
pendente e indipendente. In effetti, pochissime persone aderiscono al-
l'una o all'altra strategia nella sua forma pura; la maggior parte degli in-
dividui è in grado di passare dall'una all'altra liberamente, o di adottare
strategie miste, a seconda della situazione. Ciò nondimeno, individui di-
versi tendono in modo impercettibile a gravitare verso uno dei due ap-
procci. La nostra ricerca dimostra anche che le donne, come gruppo,
hanno una leggera preferenza verso l'indipendenza dal contesto e gli uo-
mini per la dipendenza dal contesto.
Nessuna delle due strategie è migliore dell'altra in senso assoluto. I
loro vantaggi relativi dipendono dalla misura in cui l'ambiente è stazio-
nario. In un ambiente relativamente stabile, un approccio contesto-indi-
pendente si rivelerà probabilmente il più sicuro. In un ambiente alta-
mente instabile sarà invece preferibile un approccio contesto-dipenden-
te. La scelta della strategia dipende anche dalla misura in cui l'individuo
coinvolto comprende, o meno, la situazione in atto. Se la sua compren-
sione della situazione è buona, allora una strategia contesto-dipendente
sarà probabilmente migliore. Ma se la comprensione della situazione
specifica è incerta - perché l'individuo non ha familiarità con essa, o an-
che per via della sua intrinseca complessità - probabilmente sarà più
prudente affidarsi a un solido insieme di principi di default, fidati e col-
laudati.
Sembra che l'evoluzione apprezzi entrambe le stratcgi(~ decisionali,
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 113

che infatti nella nostra specie sono rappresentate entrambe. Esse funzio-
nano meglio sinergicamente o l'una o l'altra da sola? Come si completa-
no? Quale è più adatta a quale tipo di difficoltà cognitiva? Quali pres-
sioni evolutive diedero luogo alla loro leggera divergenza nei due sessi?
Le due strategie hanno un valore adattativo nel servire i ruoli distinti del
maschio e della femmina, ai fini del nostro successo in quanto specie?
Queste differenze corrispondono ai diversi ruoli che maschi e femmine
avevano nei primissimi stadi dell'evoluzione umana? E innanzitutto: le
differenze di genere negli stili decisionali sono determinate dalla biolo-
gia o dalla cultura? Tali differenze si riscontrano anche in altri primati?
O forse si trovano anche nella maggior parte dei mammiferi? Gli indivi-
dui nascono con esse, oppure gli adolescenti dei due sessi divergono nei
loro stili decisionali solo quando si awicinano alla maturità sessuale? Lo
stile decisionale cambia nella donna durante la menopausa? Ora che i
ruoli sociali dell'uomo e della donna convergono sempre più, le diffe-
renze di genere negli stili decisionali vanno forse attenuandosi? Questi
affascinanti interrogativi aspettano di ricevere una risposta da future ri-
cerche.
Gli studi sulle differenze cognitive di genere, sebbene sempre più
importanti, sono a volte presi di mira quando l'affermazione dell' esi-
stenza di una differenza di genere viene bellicosamente fraintesa come
l'affernazione di un'inferiorità di genere. Una volta mi capitò di essere il
bersaglio di questa devozione (peraltro male indirizzata) alla correttezza
politica mentre stavo tenendo una conferenza in un importante centro
medico di New York, a metà degli anni Novanta. Stavo descrivendo i ri-
sultati descritti in questo capitolo, quando un giovane medico interrup-
pe la mia presentazione, accusandomi con veemenza di sciovinismo ma-
schile. Io risposi dicendo che - non essendomi particolarmente curato
della correttezza politica nel mio vecchio Paese, l'Unione Sovietica, do-
ve le conseguenze della «scorrettezza» potevano essere decisamente spa-
ventose - non vedevo alcuna ragione per preoccuparmene adesso negli
Stati Uniti, dove la cosa peggiore che potesse capitarmi era di perdere il
mio tempo in discussioni stupide. A suo merito, devo dire che il pubbli-
co &medici e studenti reagì con uno scroscio di applausi.
Può essere interessante redigere una tassonomia di attività che, nel
processo decisionale, si prestano meglio a una strategia contesto dipen-
0

dente o indipendente. In una certa misura, tale tassonomia(• l'(':tlizzalii


le empiricanwntc. La distinzione fra strategie dipendenti,. i11di1w111lt•111 i
dal contesto, d'nltrn purtc, si presta anche a una moddli:t.:t.11:d111w 111J11
114 L'ANIMA DEL CERVELLO

putazionale relativamente semplice, mediante reti neurali e altri metodi.


Oltre a quello di singoli organismi, è possibile esaminare mediante mo-
delli anche un comportamento collettivo, in circostanze in cui alcuni or-
ganismi siano «contesto-dipendenti» e altri «contesto-indipendenti».
Inoltre, la diffusione relativa di queste due diverse inclinazioni nel pro-
cesso decisionale può esser fatta variare in diversi ambienti. Esaminando
tali comportamenti collettivi delle reti neurali, potremmo forse comin-
ciare a comprendere il valore adattativo insito nel disporre, all'interno di
una popolazione, di una combinazione di diverse strategie decisionali.
Sulla lunga distanza, tali modelli computazionali teorici potranno forni-
re intuizioni particolarmente importanti sulle differenze individuali e sul
valore adattativo costituito dalla presenza, in seno a una società, di di-
versi tipi di stile decisionale.

Lobifrontalz; emisferi e stili cognitivi

Quali sono i meccanismi cerebrali dei diversi stili cognitivi? Le diverse


strategie decisionali dipendono da parti del cervello diverse? Questi
meccanismi sono differenti nel maschio e nella femmina? Sembra che gli
stili decisionali dipendano dai lobi frontali, strutture lateralizzate che
presentano anch'esse differenze nei due sessi. Arriviamo dunque a con-
siderare il tema della lateralizzazione delle funzioni frontali.
In neuropsicologia, la specializzazione emisferica è sempre stata un
argomento fondamentale. Tradizionalmente, però, i lobi frontali si sono
trovati ai margini di quest'indagine, quasi che fossero una sorta di ri-
pensamento. Questa fu una conseguenza, peraltro comprensibile, della
diffusa convinzione che le differenze funzionali fra i due emisferi fosse-
ro imperniate sulla distinzione «verbale-visuospaziale». Poiché storica-
mente non è mai stata considerata «sede» né del linguaggio, né dell' ela-
borazione visuospaziale, la corteccia prefrontale non fu ritenuta partico-
larmente rilevante ai fini di questa distinzione.
D'altra parte, se crediamo che nel cervello la struttura e la biochimi-
ca abbiano una relazione più che superficiale con la funzione, tutto que-
sto va contro al buon senso. Nei lobi frontali sono presenti differenze e
asimmetrie di genere che gli esseri umani condividono con diverse spe-
cie non umane. La protrusione del polo frontale destro sul sinistro, nota
come torsione di Yakovlev (torsione che è completata dalla protrusione
del lobo occipitale sinistro su quello destro), è cospkm\ ricgli esseri
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 115

umani di sesso maschile, e meno pronunciata nelle femmine. Essa è tut-


tavia presente anche negli uomini fossili4 • Lo spessore della corteccia
frontale è simile a destra e a sinistra negli esseri umani di sesso femmini-
le, mentre è diverso nei maschi (dove la corteccia frontale destra tende
ad essere più spessa). Gli esseri umani condividono con diverse specie
mammaliane le differenze di genere riscontrate nello spessore delle cor-
tecce frontali. Le differenze di spessore fra corteccia frontale destra e si-
nistra, riscontrate nel maschio dell'uomo, sono comuni a diverse altre
specie5.
Anche le differenze biochimiche osservate nei lobi frontali dell'uo-
mo sono presenti in altre specie. Negli esseri umani, i recettori per gli
estrogeni sono distribuiti simmetricamente nei lobi frontali delle femmi-
ne e asimmetricamente in quelli dei maschi- e questo vale anche per di-
verse specie non umane6. Un'asimmetria emisferica è presente pure per
alcuni dei principali neurotrasmettitori. Le vie dopaminergiche tendono
a essere più diffuse nel lobo frontale sinistro, e quelle noradrenergiche
in quello destro. Questa duplice asimmetria si riscontra negli esseri
umani, ma anche nella scimmia e nel ratto7.
Dato questo scenario, è altamente probabile che i lobi frontali siano
funzionalmente diversi nei maschi e nelle femmine. È anche probabile
che il lobo frontale destro e quello sinistro presentino differenze funzio-
nali nei maschi, che saranno meno pronunciate nelle femmine. Per lo
stesso motivo, è altamente improbabile che tali differenze funzionali sia-
no limitate a quelle fra il linguaggio e i processi non verbali- per la sem-
plice ragione che una distinzione del genere non avrebbe alcun signifi-
cato nelle scimmie, nei ratti, e in altre specie non umane.
Come nel caso precedente, io e i miei colleghi pensammo che la mi-
gliore possibilità di risolvere il problema fosse quella di applicare il no-
stro test a compiti centrati sull'attore, che richiedessero processi decisio-
nali ADM. Scegliemmo per lo studio pazienti di entrambi i sessi con le-
sioni isolate al lobo frontale destro o sinistro. Dapprima limitammo il
nostro studio a individui destrimani. Quando sottoponemmo i nostri
pazienti al CBT, emerse un quadro molto interessante.
I pazienti di sesso maschile con un danno al lobo frontale destro si
comportavano in modo estremamente contesto-dipendente; quelli con
lesioni al lobo frontale sinistro in modo sempre estremo, ma contesto·
indipendente. I controlli normali, ncu1·ologin111w1111· i111;111i, si n1ll11n1v11
110 approssimativamente a metà strada fr11 q111'1ili cl111· 1·1.i11•111L S1•111hn1
pertanto che nei maschi i due lobi fro11t11l i 1·11111pi111111 11 · 1111111111 · 1,1 ..111 · 111
116 L'ANIMA DEL CERVELLO

modo molto diverso, in un certo senso opposto. In un cervello normale,


queste due strategie decisionali coesistono in equilibrio dinamico e, a se-
conda della situazione, una di esse assume il ruolo dominante. Tuttavia,
questa flessibilità nell'adesione a una strategia decisionale va perduta in
presenza di lesioni cerebrali, e il comportamento si deteriora, tendendo
verso l'uno o l'altro estremo maladattativo. Nelle donne il quadro era
completamente diverso. Le lesioni frontali, sia a destra che a sinistra,
producevano un comportamento estremamente dipendente dal conte-
sto, mentre le femmine normali neurologicamente sane presentavano,
come già sappiamo, un comportamento contesto-indipendente.
Naturalmente, il successivo passaggio logico consiste nello studiare
soggetti normali utilizzando le tecniche di neuroimmagine funzionale, il
che è esattamente quanto stiamo facendo mentre scrivo queste pagine.
Ci aspettiamo che i soggetti di sesso maschile destrimani sani e con una
preferenza per lo stile decisionale contesto-dipendente mostrino una
particolare attivazione della corteccia prefrontale sinistra mentre ese-
guono il compito proposto. Invece, i maschi sani sempre destrimani ma
con preferenza per lo stile decisionale contesto-indipendente mostre-
ranno una particolare attivazione della corteccia prefrontale destra. Nel-
le donne possiamo aspettarci un quadro completamente diverso. Le
femmine destrimani sane con una preferenza per lo stile decisionale
contesto-indipendente mostreranno una particolare attivazione bilatera-
le della corteccia prefrontale, mentre in quelle con una preferenza per lo
stile decisionale contesto-dipendente si evidenzierà una spiccata attiva-
zione bilaterale della corteccia posteriore.

Stili cognitivi e circuiti cerebrali

Le strategie decisionali cognitive maschili e femminili sono differenti,


come lo sono anche le modalità di lateralizzazione delle loro funzioni
frontali. Da qualche tempo sappiamo che le differenze interemisferiche
- strutturali, biochimiche e funzionali - sono maggiori nei maschi ri-
spetto alle femmine8. Pertanto non dovrebbe sorprendere che, nell'uo-
mo, le differenze funzionali fra i lobi frontali siano maggiori di quelle
esistenti nella donna.
Fra le molte possibili ripercussioni di queste differenze, una è parti-
colarmente interessante ed è legata alla diversa frequenza con cui varie
malattie cerebrali colpiscono maschi e femmine. La schizofrenia'>, la sin-
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 117

drome di Tourette 10 , e il disturbo da deficit di attenzione e iperattività 11


sono tutti più comuni negli uomini che nelle donne. Come scopriremo
in seguito, oggi tutti e tre questi disturbi sono interpretati come una di-
sfunzione dei lobi frontali o di strutture intimamente legate ad essi. Non
potrebbe darsi che i maschi siano più vulnerabili a qualsiasi disturbo
colpisca in modo prevalente i lobi frontali? Questo potrebbe dipendere
dal fatto che i !C?bi_ fr9_9t~i _fe:1:11minili sono {u11~~9p.almen~e _pil!J;•imili_ ~
pertanto ciaséuno'èli essi è in gràdo'di sopperire allefon:?;ioni dell:~tro
-in-Casoditi"tl"';-disfti!lzione frontal~ lateralizzata. In effetti, indicazioni di
- --
--~-----------~---~r--'--~--~~------~~~--~--,~~=-==
una disfunzione cereorale lateralizzata (e non completamente bilaterale)
esistono per la schizofrenia 12 , la sindrome di Tourette 13 e forse anche nel
disturbo da deficit di attenzione e iperattività 14 .
Tutto questo significa che la corteccia femminile è in genere meno
differenziata dal punto di vista funzionale rispetto a quella maschile?
Questa domanda era sempre stata posta in senso stretto, ossia solo ri-
spetto agli emisferi cerebrali, e allora la risposta doveva essere affermati-
va. Ma la ricerca recente indica che, per certi aspetti, la corteccia femmi-
nile è più differenziata dal punto di vista funzionale di quella maschile.
Quando confrontammo gli effetti di lesioni posteriori (parietali e tem-
porali) sulle strategie di selezione della risposta, anche le nostre ricerche
diedero indicazioni in questo senso 15 .
Nei maschi e nelle femmine, gli effetti di lesioni posteriori (parietali e
temporali) sulle prestazioni nel CBT erano considerevolmente meno si-
gnificativi di quelli delle lesioni frontali. Ci sarebbe da aspettarselo, se la
presa di decisioni centrate sull'attore fosse primariamente sotto il con-
trollo dei lobi frontali. Ciò nondimeno, anche gli effetti delle lesioni cere-
brali posteriori presentavano un dimorfismo sessuale. Nei maschi gli ef-
fetti delle lesioni posteriori andavano nella stessa direzione di quelli delle
lesioni frontali, sebbene fossero molto più deboli: le lesioni a sinistra ren-
devano il comportamento più contesto-indipendente, quelle a destra
producevano l'effetto opposto. Nelle femmine, però, gli effetti delle le-
sioni posteriori erano opposti a quelli delle lesioni frontali: esse riduceva-
no (invece di aumentare) la dipendenza della prestazione dal contesto.
Presi nel loro insieme, i dati relativi a maschi e femmine portavano a
una conclusione provocatoria. Questi risultati mettono in discussione la
credenza consolidata secondo la quale in entrambi i sessi sarebbe pre~
sente lo stesso modello di differenziamento funzionale della corltrrin,
espresso però .in modo più pronunciato nei maschi. l nostri di11i i11dk11
no che la diffrn·n11,:1 frn i due sessi non è meramente 1wl 11md11 1 111,1 11111 I11'
118 L'ANIMA DEL CERVELLO

nel tipo: in altre parole, è presente una differenza qualitativa. La cortec-


cia femminile non è funzionalmente meno differenziata di quella ma-
schile - né lo è di più. I due sessi enfatizzano aspetti diversi del differen-
ziamento funzionale corticale. Nel cervello del maschio le differenze de-
stra-sinistra sono meglio articolate di quanto non lo siano nel cervello
della femmina. Nella femmina, però, sono meglio articolate le differenze
lungo l'asse anteroposteriore !
Questa conclusione è confermata da ricerche precedenti che hanno
studiato gli effetti di lesioni cerebrali 16 e hanno esaminato la distribuzio-
ne del flusso ematico cerebrale locale17 e l'attivazione alla risonanza ma-
gnetica funzionale (functional Magnetic Resonance Imaging, fMRI) in
maschi e femmine 18. Quando il compito consisteva nell'elaborare l'infor-
mazione verbale, nei maschi veniva osservata la coattivazione delle regio-
ni frontali e posteriori dello stesso emisfero, il sinistro. Nelle femmine, in-
vece, la coattivazione era simmetrica («omologa»): in altre parole, la coat-
tivazione era presente in entrambi gli emisferi.
Quale potrebbe essere il meccanismo di questa diversa enfasi nell'or-
ganizzazione funzionale della corteccia del maschio e della femmina?
Questa domanda potrebbe essere affrontata in modo ottimale:: se invece
del differenziamento funzionale prendessimo in considerazione l'integra-
zione funzionale. Il grado di integrazione funzionale contrapposto a
quello di differenziamento fra le strutture cerebrali dipende quindi dal
grado di interazione esistente fra di esse. Quanto maggiore è l'interazio-
ne fra due strutture cerebrali, tanto maggiore è anche la loro integrazio-
ne funzionale. Quanto più limitata è l'interazione fra queste strutture,
tanto maggiore è il loro differenziamento funzionale.
Tenendo presente questo ragionamento, consideriamo ciò che sap-
piamo sulle principali connessioni all'interno del cervello. Il corpo callo-
so è la struttura che, insieme alle commessure anteriore e posteriore,
connette i due emisferi corticali. Certi aspetti del corpo calloso sono più
sviluppati nelle femmine 19 . Nella misura in cui noi crediamo in una rela-
zione più o meno diretta fra struttura e funzione (una proposizione al-
lettante, sebbene precaria), questo può render conto della maggiore in-
terazione (e quindi della maggiore integrazione) funzionale e del minore
differenziamento riscontrabili fra gli emisferi corticali della femmina.
Consideriamo poi le principali strutture di connessione fra le parti an-
teriori e posteriori dello stesso emisfero: i fascicoli longitudinali e altri
lunghi fasci di materia bianca che connettono regioni corticali distanti al-
!' interno di un emisfero. Studi recenti hanno dimostrato che queste strut-
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 119

ture sono in qualche modo più sviluppate nei maschi rispetto alle femmi-
ne20. Seguendo la logica adottata nelle precedenti analisi, ciò potrebbe
spiegare la maggiore interazione funzionale (e quindi la maggiore inte-
grazione funzionale e il minore differenziamento funzionale) esistenti fra
le porzioni anteriori e posteriori di uno stesso emisfero nel maschio.
Emerge così un quadro alquanto elegante ed equilibrato in cui, nei
due sessi, viene posto un accento complementare su connessioni anato-
miche diverse - il che potrebbe render conto di alcune delle fondamen-
tali differenze cognitive fra maschi e femmine. In che modo, esattamente,
queste due diverse configurazioni di connettività influenzano la cognizio-
ne? Quale delle due configurazioni è «migliore» per quale compito co-
gnitivo? Qual è il valore adattativo, in termini evolutivi, conferito dal fat-
to di disporre, nella stessa specie, di queste due configurazioni comple-
mentari di organizzazioni neurali, rappresentate più o meno nelle stesse
proporzioni (un interrogativo teleologico che continuo a pormi, corren-
do il rischio di incorrere nella collera dei seguaci di Stephen Jay Gould)?
Queste sono tutte domande affascinanti e fondamentali. Nel tentativo
di dar loro una risposta si è tentati di approfittare del modo relativamen-
te semplice in cui le differenze <li genere neuroanatomiche qui descritte si
prestano a essere formalizzate in un modello computazionale. Secondo
me, il modo migliore per rispondere a questi interrogativi è attraverso la
sperimentazione con modelli computazionali (forse reti neurali) confron-
tando, in un modello bicamerale, le proprietà emergenti delle connessio-
ni potenziate entro gli strati e/ragli strati. Fra le molte sfide delle neuro-
scienze cognitive, quelle che ammettono modelli teorici naturali (con-
trapposti a quelli artificiali) sono particolarmente allettanti, poiché aiuta-
no a condurre il campo della neuropsicologia fuori dal dominio pura-
mente empirico, in quello delle discipline teoriche evolute. L'enigma del-
le differenze cognitive fra i sessi potrebbe essere una di queste sfide.

Ribelli in chiave minore: l'uso preferenziale di una mano e la ricerca della


novità

La ricerca della novità sembrerebbe l'attributo fondamentale della no-


stra specie inquieta, ma non è così. L'Uomo tende a essere conservatore,
a gravitare intorno a ciò che è familiare. Durante le mie present mdcmi
per il pubblico generale mi diverte sempre constatare come ht gt-•111~· vu
glia sentirsi di1T dù dw Aià sa, e non ciò che dawcro (~ n1111vo. l'nl111u i
120 L'ANIMA DEL CERVELLO

giornalisti, compresi quelli che a volte mi intervistano sul tema del cer-
vello per i loro servizi sulla stampa a grande diffusione, hanno la stessa
inclinazione.
In realtà, si può dire che le scimmie tendono a essere attratte dalla no-
vità molto di più degli esseri umani. In un esperimento condotto negli
anni Cinquanta da Mortimer Mishkin e Karl Pribram, una scimmia do-
veva scegliere fra due oggetti, uno identico e l'altro diverso rispetto a un
terzo oggetto mostratole in precedenza21 . Dapprima la scimmia vedeva
un oggetto. Poi ne vedeva un altro, identico o diverso dal primo. Furono
confrontate due condizioni: quando veniva rinforzato l'oggetto identico
(familiare) e quando veniva rinforzato l'oggetto diverso (nuovo). Nel
complesso, le scimmie imparavano a rispondere agli stimoli nuovi più ve-
locemen~e ~he ·a·q~ellHamlliari, il che indica ·u"Q.~lm~~~ggi;~-~t"traz!Oì:ie
verso ciò che è nuovo rispetto a quanto ~ faniiliare._____ . ....... . . .... .
In una situazione analogà, gli esseri umani agiscono in modo molto
diverso. Le preferenze mostrate dai nostri soggetti nel CBT (nel corso del
quale chiedevamo loro di guardare l'oggetto «target» e poi di s~egliere
l'opzione che «preferivano» fra le due proposte) erano molto diverse da
quelle delle scimmie. Quasi immancabilmente gli esseri umani sceglieva-
no gli oggetti più simili al target, e non i più diversi. Questo valeva sia nel
caso di soggetti sani destrimani, sia in quello dei pazienti cerebrolesi.
Questa enfasi su ciò che è familiare è comprensibile giacché, più di
qualsiasi altra specie, gli esseri umani, almeno gli adulti, sono guidati da
conoscenze precedentemente accumulate. In altre parole, rispetto alle
altre specie, negli esseri umani adulti il rapporto fra la scoperta ex novo
e il corpus di conoscenze accumulate in precedenza è relativamente bas-
so. Nessuna altra specie, infatti dispone di meccanismi di archiviazione
e trasmissione della conoscenza collettiva, accumulati nel corso di molte
gem:razioni, in strumenti culturali esterni (libri, film ecc.). Pertanto, la
tendenza che ci spinge verso ciò che è familiare ha una funzione adatta-
tiva. In una scimmia, d'altra parte, l'assimilazione della conoscenza pre-
cedentemente accumulata è limitata all'imitazione del comportamento
di altre scimmie. In linea di massima, quando un giovane animale intra-
prende un viaggio cognitivo, scopre il mondo con i propri mezzi.
La predisposizione degli esseri umani nei confronti di ciò che è fami-
liare può cambiare, poiché le nuove conoscenze si accumulano a velo-
cità esponenziale. Uno studioso di sociologia della scienza potrebbe un
giorno ideare una formula per mettere in relazione la quantità di cono-
scenza acquisita nell'arco di una generazione con quella <,.'rcditata dalle
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 121

generazioni precedenti. Il paradosso è che questo rapporto cambia in


modo non monotono. Il rapporto è alto nei primati non umani e proba-
bilmente lo fu negli stadi preistorici della civiltà umana; basso durante
l'antichità e il medioevo, esso prese poi l'abbrivio nella storia più recen-
te, assumendo modalità di crescita esponenziali in tempi moderni. Il pri-
mo picco di questo rapporto riflette un'assenza di strumenti culturali ef-
ficaci per l'archiviazione e la trasmissione dell'informazione. Il secondo
picco, invece, riflette il potere di tali strumenti, che consente un accu-
mulo sempre più rapido dell'informazione. Nelle società umane, il bas-
so rapporto fra conoscenza acquisita ed ereditata, riscontrato nelle cul-
ture tradizionali, è associato al culto degli anziani come depositari della
saggezza accumulata. Nelle società moderne, invece, l'elevato valore di
questo rapporto è associato al culto della gioventù come veicolo di sco-
perta e progresso.
D'altra parte, una società non può prosperare fondandosi solo sulla
tradizione. Affinché possa esservi progresso, deve esistere un meccani-
smo che mantenga l'equilibrio fra conservazione e innovazione. Una so-
cietà eccessivamente conservatrice sarà stagnante. Una società troppo
facilmente disposta a rinunciare a principi e concetti consolidati e a pre-
cipitarsi verso idee nuove non ancora verificate sarà pericolosamente
fragile e mancherà di stabilità. In ogni contesto sociale, questo delicato
equilibrio viene mantenuto attraverso tacite convenzioni e regole espli-
cite che determinano quanto debba essere alta la barriera che una nuova
idea deve superare per essere accettata. Società diverse fissano queste
barriere a livelli diversi per situazioni diverse. Nella scienza, per esem-
pio, quanto più una nuova idea è radicale, tanto più alta si colloca la so-
glia di accettazione. Nella storia, una sempre maggiore velocità di accu-
mulo della conoscenza è accompagnata da una crescente disponibilità,
da parte della società, di rivedere assunti consolidati e diffusi. Ciò non-
dimeno, si può sostenere che perfino le società moderne diano valore al-
la conservazione e alla tradizione rispetto al cambiamento.
Esiste dunque un meccanismo operante a livello biologico - forse ge-
netico - che regola l'equilibrio fra tendenze conservatrici e innovatrici
nella popolazione umana? La semplice formulazione della domanda in
questi termini ha già un suono provocatorio e alieno. Tuttavia, le nostre
ricerche non solo mi hanno indotto a sospettare che tale meccanismo ef-
fettivamente esista, ma mi ha anche suggerito quale esso possa tSSl'I\'.
In precedcmrn ho accennato al fatto che, nel nostro test dl•I ( :1\'l', 111
Sttagrandc mUAJ~lOn\!1'.l.ll dci soggetti, purché dcstrJnHtlli, 11111~1l t .tv11 d1
122 L'ANIMA DEL CERVELLO

preferire la similarità. Fra i mancini, d'altra parte, la distribuzione delle


risposte era decisamente diversa e molti di essi presentavàno una prefe-
renza per l'opzione che differiva dal target invece di assomigliargli22 .
Questo valeva soprattutto per i mancini di sesso maschile. Nella misura
in cui il nostro esperimento evocava la preferenza del familiare contrap-
posto al nuovo, sembrava che i mancini, soprattutto i maschi, cercassero
la novità.
Da anni circolano voci non dimostrate sull'elevata prevalenza di
mancini fra gli individui creativi. Le avevo sentite ripetere in diverse cul-
ture su entrambi i versanti dell'Atlantico e le avevo sempre liquidate
considerandole del tutto gratuite - finché non mi trovai di fronte ai no-
stri risultati. Ora non posso fare a meno di ammettere l'affascinante pos-
sibilità che la diversa tendenza a usare una mano piuttosto che l'altra
possa effettivamente essere associata a diverse inclinazioni nei confronti
della routine e della novità.
L'uso preferenziale di una mano non è un'esclusiva umana. In molte
specie di primati, sia antropomorfe che scimmie sensu strictu, per tutta
la vita dell'animale una mano assume il ruolo dominante mentre l'altra è
subordinata23 • La differenza fra noi e loro è che nei primati non umani
non emerge alcuna preferenza costante all'interno della popolazione e
l'uso preferenziale dell'una o dell'altra mano è distribuito in modo ap-
prossimativamente pari fra i membri della specie. Negli esseri umani,
d'altro canto, circa il 90% della popolazione è destrimane in vario grado
e solo circa il 10% gravita invece verso il mancinismo 24 . Fra tutte le spe-
cie che manifestano una preferenza individuale per l'uso di una mano o
dell'altra, gli esseri umani sono quella che presenta la tendenza più forte
e costante all'interno della popolazione.
I numerosi tentativi precedenti di scoprire i correlati cognitivi della
preferenza per l'una o l'altra mano fondamentahnente fallirono 25 . Ciò
che distingue il nostro studio dalla maggior parte delle ricerche prece-
denti è l'accento che noi abbiamo posto sugli aspetti del processo deci-
sorio ADM, centrati sull'attore, e non su quello VDM. Più che capacità
cognitive, noi stiamo cercando stili cognitivi. Una volta che la domanda
viene formulata in questo modo, emerge una possibiità affascinante: i
mancini non solo non sono simili ai destrimani, ma non rappresentano
nemmeno il loro «inverso» neuropsicologico; invece, esemplificano uno
stile cognitivo nettamente diverso.
Se l'uso preferenziale di una mano è correlato a un'inclinazione ver-
so la familiarità contrapposta alla novità, allora il rapporto frn clcstrima-
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 123

ni e mancini nella popolazione umana, rapporto pressapoco pari a 9: 1,


merita un ulteriore esame. Non potrebbe darsi che esso rifletta l'equili-
brio adattativo fra tendenza alla conservazione e all'innovazione in seno
alla popolazione, e che l'inclinazione verso la dominanza di una mano
serva come meccanismo per controllare tale equilibrio? In tal caso, i
mancini sarebbero gli innovatori, i ribelli della cultura, individui la cui
presenza è necessaria al fermento sociale, ma la cui proporzione dev' es-
sere mantenuta relativamente bassa, altrimenti la società perderebbe il
suo saldo ancoraggio culturale.
Per funzionare, un tal meccanismo dovrebbe consentire una certa
variazione, così da regolare il rapporto fra conservazione e innovazione
in modo adattativo. Noi non sappiamo in quale misura l'«autentico»
rapporto biologico fra destrimani e mancini sia variabile nelle diverse
culture a diversi stadi. Sappiamo però che in molte società questo rap-
porto è influenzato da fattori antropologici e culturali. Nel complesso,
sembra che le società tradizionali, più inclini alla conservazione che non
all'innovazione, tendano a bandire il mancinismo e a imporre il destri-
smo. Dottrine pedagogiche basate su questa tradizione, oggi respinte
dalla moderna società occidentale, resistettero nella maggior parte delle
società europee e asiatiche fino alla seLonda metà del ventesimo secolo e
permangono tuttora in molte culture. Io stesso, che sono nato e mi sono
formato nell'Europa dell'Est, sono un mancino convertito, un prodotto
di questo atavismo pedagogico. La società nordamericana, invece, più
dinamica - meno influenzata dal «bagaglio» culturale - è stata anche
meno incline a esercitare un controllo sull'uso preferenziale della destra
sulla sinistra, e ha pertanto consentito l'espressione di una maggior per-
centuale di mancini. Sebbene sia molto improbabile che l'imposizione a
passare dal mancinismo al destrismo modifichi in alcun modo sostanzia-
le la neurobiologia e gli stili cognitivi alla base del fenomeno, l'imposi-
zione del destrismo ha probabilmente rappresentato la reazione ingenua
delle società tradizionali di fronte alla constatazione che spesso il com-
portamento iconoclasta era associato al mancinismo.
Possiamo porci una domanda di portata ancora più ampia. È possi-
bile che nelle popolazioni di altri primati non umani la preferenza de-
stra/sinistra serva a regolare l'equilibrio fra conservazione e innovazio-
ne? Torniamo all'esperimento di Mishkin. Non potrebbe essere che nel
suo campione le scimmie che cercavano la familiarità e la novità fossl'l'O,
rispettivamente, destrimani e mancine? Purtroppo non sono disponibili
dati sul nJt1tH'Ìllis1110/dcstrismo degli animali di Mishkilr'''.
124 L'ANIMA DEL CERVELLO

Quali sono i meccanismi alla base della correlazione fra uso prefe-
renziale di una mano e tendenza alla conservazione o all'innovazione?
Nella nostra precedente discussione abbiamo collegato l'emisfero sini-
stro alle routine cognitive e l'emisfero destro alla novità cognitiva. Ma
allora, in virtù della controlateralità del controllo motorio, il destrismo
tenderà a impegnare preferenzialmente l'emisfero sinistro e il mancini-
smo quello destro. Questo ragionameQto implica che i ruoli dei due
emisferi rispetto alla distinzione novità-routine siano immodificati nei
destrimani e nei mancini. Tuttavia, la nostra ricerca - nella quale ci sia-
mo serviti di compiti cognitivi centrati sull'attore - ha dimostrato l'in-
versione dei ruoli funzionali dei lobi frontali nei mancini rispetto ai de-
strimani27. Questo mette ulteriormente in luce la relazione complessa
fra uso preferenziale di una mano e specializzazione emisferica. Potreb-
be darsi, per esempio, che certi aspetti della specializzazione emisferica
siano invertiti nei mancini, mentre altri rimarrebbero immodificati.
Un'altra possibilità è quella suggerita dagli studi che mettono in rela-
zione i tratti della personalità con la biochimica cerebrale. Individui con
una cospicua predilezione per il rischio sembrano avere una concentra-
zione eccezionalmente alta di un particolare tipo di recettori dopami-
nergici28. La dopamina, naturalmente, è un neurotrasmettitore legato in
modo molto stretto ai lobi frontali. È possibile che questo particolare ti-
po di recettore, una variante del recettore D4, sia particolarmente co-
mune fra i mancini? E ancora: esso è particolarmente comune fra coloro
che, di fronte a compiti cognitivi come il nostro CBT, mostrano una
spiccata tendenza a cercare la novità?
Finché queste domande non troveranno una risposta rigorosa, la tesi
sviluppata in questo capitolo rimarrà speculativa. Ciò nondimeno, esiste
l'affascinante possibilità che, nella storia, i mancini abbiano rappresen-
tato, in mezzo a noi, il fermento inquieto, creativo, alla ricerca del nuo-
vo: indispensabili catalizzatori del progresso che tuttavia è meglio tene-
re sotto controllo, altrimenti sconvolgeranno la nostra società.
Quale che sia la base neurobiologica di tutto questo, a livello feno-
menico sappiamo comunque che alcune persone sono più versate per
l'innovazione mentre altre se la cavano meglio seguendo delle routine.
In effetti, questi talenti diversi sono spesso incompatibili. Gli individui
lungimiranti, che sviluppano nuove tendenze nella scienza, nella cultura
o negli affari spesso non riescono a concretizzare le proprie idee in mo-
do sistematico e con continuità; affinché le cose procedano, altre perso-
ne devono subentrar loro, gente forse incapace di svilupJHU'l' nuove ten-
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 125

denze, ma necessaria per sostenerle. Ciò significa forse che mentre nei
pionieri lungimiranti è particolarmente sviluppato lemisfero destro, nei
tipi prudenti e convenzionali lo sarebbe di più il sinistro? Questa è un'i-
potesi affascinante che la neuropsicologia delle differenze individuali
dovrà esaminare.
Come la creatività, anche la malattia mentale e i disturbi dello svilup-
po neurologico sono stati associati al mancinismo. La schizofrenia, l'au-
tismo, la dislessia, il disturbo da deficit di attenzione sono tutti caratte-
rizzati da una percentuale insolitamente elevata di mancinismo. Sebbe-
ne molti casi di mancinismo siano «patologici» (ossia acquisiti in seguito
a una lesione cerebrale precoce) 29 , molti altri sono ereditari, owero ge-
neticamente determinati. I paralleli fra creatività e follia hanno affasci-
nato scienziati e poeti. Particolarmente interessanti sono i casi in cui i
confini fra le due condizioni vanno fluidificandosi e rarefacendosi: i casi
di geni impazziti, come van Gogh e Nijinsky. Tanto il genio quanto la
follia sono deviazioni dalla norma statistica. Secondo la concezione ro-
mantica, le intuizioni creative che hanno luogo con eccessivo anticipo
sui tempi sono spesso denunciate dai contemporanei come follia. La
concezione cinica, dal canto suo, suggerisce che alcune delle credenze
culturali più resistenti siano scaturite da una psicosi. Sebbene la relazio-
ne fra creatività e malattia mentale vada ben oltre gli scopi di questo li-
bro, il fatto che entrambe siano in rapporto con il mancinismo è un da-
to altamente provocatorio.

Talenti esecutivi: il fattore S e la teoria della mente

Nei suoi aspetti individuali, il cervello umano è variabile come qualsiasi


altra parte del corpo. Il peso, le dimensioni relative dei diversi lobi, i
dettagli di giri e solchi: tutti questi aspetti sono altamente variabili. Seb-
bene le neuroscienze cognitive debbano ancora offrire un quadro coe-
rente delle differenze individuali, è intuitivo che tratti e talenti cognitivi
abbiano qualcosa a che fare con la variazione individuale nell'organizza-
zione cerebrale. Fatto decisamente degno di nota, la variazione indivi-
duale della morfologia del cervello umano è particolarmente pronuncia ..
ta nei lobi frontali30 .
Noi tendiamo a definire le persone in base ai loro talenti ,. allt- Imo
carenze. Un individuo è dotato per la musica, ma non hn s1•11sn NIHVinl1·:
un altro ci sH fon· eon le parole ma è proprio senza O!\•rd1it1. <)!!n.11 · ili'
126 L'ANIMA DEL CERVELLO

scrizioni colgono i tratti peculiari di una persona, ma non la sua essenza.


D'altra parte, quando definiamo qualcuno «brillante» o «acuto» e qual-
cun altro «stupido» o «ottuso», non stiamo più parlando di tratti parti-
colari e circoscritti: qui, alludiamo a qualcosa di più elusivo e profondo.
Ci stiamo avvicinando maggiormente alla definizione dell'essenza stessa
della persona; ci avviciniamo a definire la persona, e non i suoi attributi.
Essere «brillanti» o «Stupidi» non è un vostro attributo. Siete voi. In mo-
do particolare, esiste un certo grado di indipendenza fra questa dimen-
sione globale della mente umana e i suoi tratti specifici, più circoscritti.
Un individuo può essere privo di qualsiasi talento particolare - musica-
le, letterario o atletico - e tuttavia essere considerato dagli altri molto
«brillante». Ed è anche possibile l'opposto, quando un individuo con un
talento unico viene ciò nondimeno percepito dagli altri come «ottuso».
A rischio di commettere un sacrilegio culturale, direi che sulla base del-
le descrizioni biografiche Mozart era probabilmente un genio «ottuso».
La mancanza di quotidiano buonsenso potrebbe essere probabilmente
attribuita anche ad Alan Turing, uno dei miei eroi intellettuali. Natural-
mente, gli esempi della situazione opposta, ossia i tipi «brillanti comu-
ni» sono numerosi e per definizione anonimi. Molti dei miei lettori pro-
babilmente risponderebbero ai requisiti.
Ma che cosa intendiamo con i termini «acuto» e «ottuso»? E quali
sono le strutture cerebrali le cui variazioni individuali determinano tali
caratteristiche globali? Questa domanda è direttamente collegata alla ri-
cerca dell'intelligenza generale - il «fattore G» - e della sua misura, en-
trambi obiettivi al di fuori dalla portata di questo libro. Il problema è e
rimane materia di un dibattito scientifico infuocato. Gli ultimi vent'anni
hanno assistito a un allontanamento dall'idea di un singolo fattore G, a
favore del concetto di «intelligenze multiple». Introdotte da Gardner3 1
e da Goleman~ 2 , queste «intelligenze» dominio-specifiche corrispondo-
no approssimativamente alle variabili cognitive studiate in modo siste-
matico dai neuroscienziati, testate dai neuropsicologi clinici e che sap-
piamo dissociabili tanto nell'individuo neurologicamente sano che in
quello neurologicamente malato.
Indipendentemente da come si voglia definire il costrutto cognitivo
di intelligenza generale, non sono a conoscenza dell'esistenza di una
qualsiasi caratteristica cerebrale singola e distinta che possa dimostrata-
mente rendere conto di tale fattore G. I pochi studi disponibili sul cer-
vello di individui di genio non hanno prodotto risultati convincenti, e al-
cuni di essi vanno decisamente contro quanto suggcrirchlw l'intuito (il
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 127

che dimostra come le nostre intuizioni in materia siano difettose). Per


esempio, sappiamo che il cervello di Anatole France era di piccole di-
mensioni33. Quello di Einstein rivela una peculiare assenza di differen-
ziamento fra lobi temporali e parietali, quasi che il lobo parietale si fos-
se «appropriato» di una porzione del temporale3 4 . Questo potrebbe for-
se spiegare la preferenza che lui stesso raccontava di avere, quando svi-
luppava le sue idee, per la visualizzazione piuttosto che per il formali-
smo (come pure la sua dislessia). Ma a meno che non crediamo in un ho-
munculus insediato nella regione del giro angolare/sopramarginale, tale
riscontro ha un carattere troppo locale, troppo regionale, per spiegare
un G di portata davvero generale. Questo ci porta a concludere che
molte forme di «genio» riflettano proprietà locali della mente (e, per in-
ferenza, del cervello) e possano avere poco a che fare con la nostra per-
cezione intuitiva dell' «essere brillanti» come attributo globale, centrale,
che definisce la persona. La natura locale del genio è suggerita dalle de-
scrizioni biografiche di Mozart e Turing. Sulla base di ciò che sappiamo
della loro vita, la maggior parte delle persone non avrebbe considerato
nessuno dei due «brillante».
Ma che Jire Jel fattore S (Jove S sta per «smart», brillante)? Io cre-
do che, a differenza del fattore G, il fattore S esista. In questo mi avval-
go del tacito supporto di decine di persone comuni, del tutto incuranti
di G ma acutamente sensibili ad 5. I profani, non essendo intralciati da
alcun preconcetto derivante dalla psicologia ma dotati di buonsenso co-
mune, sono sorprendentemente fiduciosi nel giudicare, in continuazio-
ne e con disinvoltura, chi sia brillante e chi no. A quale caratteristica de-
gli altri esseri umani sono dunque reattivi tutti costoro? Qual è la base
della loro intuizione? Ho sempre pensato che valesse la pena di porsi
questa domanda, ma non sono riuscito a trovare una risposta in lettera-
tura. Le basi della nostra percezione quotidiana dell'intelligenza sono
un argomento affascinante che si colloca all'interfaccia fra neuropsicolo-
gia e psicologia sociale.
Lo studio che io immagino dovrebbe avere un'impostazione il più
possibile naturalistica. Supponiamo di mettere insieme un gruppo di
«giudici» profani non intralciati da alcun preconcetto psicologico né
vincolati da una mole eccessiva di istruzioni da parte del ricercatore.
Supponiamo, inoltre, di reclutare un altro campione di soggetti, uguttl ·
mente profani. Ora, i giudici devono classificare i soggetti su u1rn t-1rnli1
di dieci punti di «brillantezza», sulla base di un'intc.raziotw di 1111 '01,1 ,1
tu per tu e a ruotn libcra con il soggetto - oppure (nrn qtll'hl11 •,1·1111111,1
128 L ANIMA DEL CERVELLO
ipotesi è meno desiderabile) osservando la registrazione su nastro del-
l'interazione dei soggetti fra di loro o con qualcun altro. La situazione
(dal vivo o registrata) dovrebbe essere il più possibile naturalistica e li-
bera da vincoli. Dopo l'esperimento, tutti i soggetti sarebbero sottoposti
a una batteria approfondita di test neuropsicologici. Che cosa prevede-
te? Vi aspettate che la classificazione relativamente al fattore S sia cultu-
ra-dipendente o rappresenti piuttosto un invariante culturale?
Io prevedo che le votazioni dei giudici, o almeno le loro classificazio-
ni dei soggetti, siano altamente coerenti. Sebbene sia indubbio che fat-
tori culturali e professionali sono importanti nel giudicare la «brillantez-
za» io credo che esistano fondamentali invarianti culturali di questa
qualità percepiti in modo simile da diverse società, proprio come è stato
ipotizzato che esistano per la bellezza fisica. Prevedo inoltre che di tutti
i test neuropsicologici, le classificazioni relative alla «brillantezza» siano
quelle correlate meglio con i test sulle funzioni esecutive. Nel quadro
delle «intelligenze multiple», il fattore S, l'intelligenza che noi intuitiva-
mente riconosciamo come «essere brillante», è l'intelligenza esecutiva. E
di tutti gli aspetti dell'intelligenza, il fattore S - il «talento esecutivo» -
dà forma alla nostra percezione di una persona in quanto tale e non solo
come portatrice di un certo tratto cognitivo.
Ogni scala, d'altra parte, ha un proprio range definito da due punti
estremi. Pertanto, classificare le persone in base al fattore S equivale a
farlo sulla base del fattore D (dove D sta per «dumb», ottuso). Il che tra-
sforma l'esperimento appena proposto in un'impresa altamente incen-
diaria, che non vedrà mai la luce nella nostra cultura tanto preoccupata
di conservare la correttezza. Sarebbe proprio una vergogna ...
In larga misura, la caratteristica in questione si riferisce alla nostra
capacità di capire intuitivamente le altre persone e di anticiparne il com-
portamento, le motivazioni e le intenzioni. Data la natura sociale della
vita umana, questa capacità è di fondamentale importanza per il succes-
so, inteso nel senso più ampio possibile. Indipendentemente dal fatto
che si voglia cooperare con qualcuno o vanificarne le aspirazioni (e so-
prattutto in questo secondo caso) occorre prima di tutto comprendere e
anticipare le intenzioni dell'interlocutore.
Nella precedente descrizione delle funzioni esecutive essenziali, ho
sottolineato il loro aspetto sequenziale, pianificatore, di ordinamento
temporale degli eventi. Ora, immaginate di dover pianificare e organiz-
zare in modo sequenziale le vostre azioni coordinandovi con un gruppo
di altri individui e istituzioni, a loro volta impegnati nelltt pillnificnzione
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 129

e nell'organizzazione sequenziale delle proprie. Le vostre relazioni con


questi altri individui e istituzioni potranno essere cooperative, antagoni-
ste o entrambe le cose. Inoltre, la natura di questa relazione potrà modi-
ficarsi nel corso del tempo. Per avere successo in questa interazione, do-
vrete non solo poter disporre di un piano di azione, ma anche intuire la
natura di quello altrui. In altre parole, dovrete saper prevedere non solo
le conseguenze delle vostre azioni, ma anche quelle delle azioni degli al-
tri. Per far questo, dovete essere in grado di formarvi una rappresenta-
zione interiore della vita mentale del vostro interlocutore, oppure, per
usare il linguaggio alto della neuropsicologia cognitiva, di formarvi la
«teoria della mente» dell'altra persona. La scelta delle vostre azioni, al-
lora, sarà influenzata dalla teoria, che avete formulata nella vostra men-
te, a proposito della mente dell'altra persona. Presumibilmente, costui o
costei avrà formulato una sua teoria della vostra mente. Il successo rela-
tivo di ciascuno di voi dipenderà in larga misura dall'accuratezza e dal
grado di precisione delle vostre abilità relative nel formarvi una rappre-
sentazione interna dell'altro. Tutto questo rende i processi esecutivi che
occorrono per avere successo in un ambiente interattivo (o piuttosto so-
ciale) assai più complessi di quelli necessari in una situazione solitaria,
come la risoluzione di un puzzle. Questo vale nelle situazioni competiti-
ve cooperative o interattive miste.
Gli scacchi o la dama rappresentano un esempio formalizzato e alta-
mente distillato di tali funzioni esecutive «sociali». Anche le attività dei
leader- in campo aziendale, politico o militare - sono fondamentalmen-
te basate sull'abilità di formarsi una «teoria della mente» della contro-
parte o, molto spesso, delle numerose controparti. In tutti questi am-
bienti le domande essenziali sono: «Che cosa farà adesso l'altro?» e poi:
«Che cosa dovrei fare io, se lui effettuasse questa mossa?» Nella mia
esperienza personale, la partita che mi toccò giocare contro le istituzioni
dello Stato per riuscire a espatriare dall'Unione Sovietica è stata l' esem-
plificazione più estrema e difficile che io abbia mai incontrato di una
partita a scacchi nella vita reale, una partita in cui la posta in gioco era
altissima. In quell'impresa azzardata, a fare la differenza fra successo e
fallimento fu proprio la mia capacità di intuire e anticipare le mosse e le
intenzioni dell'altra parte.
La capacità di intuire gli stati mentali altrui è fondamentale nelle in~
terazioni sociali. Nel mondo animale se ne trovano pochissimi pmtul ipi,
ammesso che cc ne siano. L'inganno è una delle forme più mflhmtl' di ht
le capacit(1, giacché comporta, da parte dell'ingann:Hon·, 111 111>1111p11l.1
130 L'ANIMA DEL CERVELLO

zione dell'avversario così da fargli acquisire determinati stati mentali da


poter poi sfruttare a suo vantaggio. C.D. Frith e U. Frith sostengono che
tale abilità non sia presente in grado apprezzabile nemmeno nelle scim-
mie antropomorfe e la ritengono pertanto un attributo esclusivamente
umano35 • Il corollario ironico di questa conclusione è che, proprio come
le interazioni sociali sviluppate sono esclusivamente umane, altrettànto
può dirsi del comportamento sociopatico.
Chi ha una comprensione della mente altrui viene intuitivamente
percepito come «brillante» o «acuto», mentre chi manca di tale abilità è
visto come «stupido» o «ottuso». Noi usiamo queste descrizioni per co-
gliere lessenza cognitiva dell'individuo, in contrapposizione ai suoi trat-
ti cognitivi specifici più limitati. Sebbene si possa ammirare un partico-
lare talento in una persona «ottusa», troviamo molto difficile ammirare
quella persona come individuo. E sulla base di tutto ciò che sappiamo
sul cervello, questa abilità elusiva ma fondamentale ha sede nei lobi
frontali. In numerosi studi, soggetti normali, ai quali era stato chiesto di
immaginare gli stati mentali di altre persone, venivano sottoposti a scan-
sione cerebrale con la PET e la fMRI. Immancabilmente, emergeva una
particolare attivazione della corteccia prefrontale inferiore mediale e la-
terale36.
Nei leader di successo alla guida di aziende, gruppi politici o unità
militari si riscontra un potenziamento della capacità di comprendere il
mondo interiore delle altre persone. Tuttavia, ugualmente frequente, o
forse anche più comune, è la constatazione di una riduzione di tale ca-
pacità. Una scarsa abilità nel formarsi una teoria della mente può essere
espressione della normale variabilità nella funzione dei lobi frontali, sen-
za necessariamente implicare un'aperta patologia, un po' come la mag-
gior parte degli esempi quotidiani di uso improprio del linguaggio non
implica un danno al lobo temporale.
Come medico, io mi imbatto piuttosto spesso in questa diminuzione
«benigna», non patologica, della capacità di formarsi una teoria della
mente e, presumibilmente, in una leggera debolezza funzionale dei lobi
frontali. Una volta la trovavo fastidiosa, ma oggi sono arrivato ad ap-
prezzarla quasi fossi una sorta di voyeur cognitivo e, al tempo stesso, co-
me studioso occasionale della variazione interindividuale della funzione
frontale nella vita quotidiana.
Un paziente entrò nel mio studio e io cominciai a indagare sulle cir-
costanze dell'incidente d'auto in cui era stato coinvolto. La risposta, più
o meno, fu questa: «Ieri sera apro il frigo e vedo che il lath,~ srn finendo.
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 131
Mia moglie a colazione prende sempre i cereali, ma come fa se manca il
latte? Così la mattina dopo devo andare al negozio a comprare del latte.
Ora, nel nostro quartiere ci sono tre alimentari, ma io faccio la spesa
sempre daJoe perché lui è proprio un bravo tipo e poi siamo stati in ma-
rina insieme. Allora mi infilo nella mia station wagon verde, ma a quel
punto mi viene in mente che prima devo fare un salto in banca ... » e
andò avanti così, finché, con un po' di fortuna, finalmente arrivammo
all'incrocio in cui aveva avuto luogo la collisione.
Era chiaro che il brav'uomo non riusciva a formarsi un'accurata teo-
ria della mia mente, altrimenti avrebbe risparmiato a me e a se stesso tut-
ti quei dettagli, privi della benché minima rilevanza ai fini di quanto mi
occorreva davvero sapere, in quanto neuropsicologo, sul suo problema.
Si tratta forse - mi chiedevo - di una manifestazione del danno frontale
che il poveretto ha subito nell'incidente? Ne dubito. Ci sono buone pro-
babilità che egli sia sempre stato così: un po' ... come dire? be', ecco,
«ottuso». E ne ha tutto il diritto: le differenze individuali sono presenti
ovunque, e noi seguiamo la curva a campana. Oltretutto, emerge che il
mio paziente è un eccellente musicista dilettante, e io no; ecco, ancora
una volta, le differenze individuali.
Quello che segue, d'altra parte, è un caso molto più estremo di inca-
pacità a formarsi una teoria della mente, una situazione di fronte alla
quale sono costretto a concludere d'essermi imbattuto in lobi frontali
francamente patologici. Un uomo che aveva da poco superato la soglia
dei quarant'anni venne indirizzato da me per una valutazione neuropsi-
cologica. Soffriva di una misteriosa malattia neurodegenerativa, proba-
bilmente ereditaria, una patologia maligna senza nome. L'uomo entrò
nel mio studio avanzando deciso, col passo lungo; era ben vestito e si
presentava bene, senza nessuna delle stigmate riconoscibili del paziente
neurologico. Lo sottoposi al mio colloquio anamnestico stanJard: età,
istruzione, stato civile, mancinismo/destrismo. Le risposte erano preci-
se, formulate in un linguaggio appropriato
Poi gli chiesi di parlarmi dei suoi passatempi preferiti. «Il cinema!» -
rispose, con lo stesso entusiasmo di un adolescente che rievocasse la sua
prima gita a Disneyland. E senza darmi il tempo di dire una parola, o far-
gli la domanda successiva, mi rovesciò addosso, a raffica, la dcscriziom·
di tutti i film che aveva visto di recente, uno dopo l'altro dopo l'altro tlll
cora, il tutto con dettagli coloriti e un linguaggio vibrante di l'rri1azi1111!'.
impaziente di dire tutto, e tutto in una volta. Il mio pl'imo imp11l~.1• 111 ili
fare in moJo dw Ni ,kssc una mossa, ma poi decisi di J,wdt1 Il' l Ih • I•· rn"'
132 L'ANIMA DEL CERVELLO

facessero il loro corso e di stare a vedere che cosa sarebbe successo. La


descrizione dei film continuò a zampillare, esuberante e senza dar segni
di esaurirsi: decine di film, uno dietro l'altro. L'uomo era dentro quei
film, e li aveva guardati tutti - e adesso io, il suo medico, venivo messo a
parte di quella gioiosa e indimenticabile esperienza! Gli intrecci conti-
nuarono a riversarsi su di me per circa 40 minuti, e avrebbero continuato
se alla fine non avessi interrotto il mio paziente per accelerare le cose.
L' <<Uomo dei film» è inciso nella mia memoria: il caso di un paziente
privo della benché minima idea di quali informazioni servissero al suo
medico. Rispetto al caso precedente - quello dell'uomo uscito a prende-
re il latte e rimasto vittima dell'incidente - il deficit di quest'altro pa-
ziente, che pure interessava la sua capacità di formarsi una teoria della
mente, era tuttavia più grave di un buon ordine di grandezza, ed io so-
spettai fortemente la presenza di un danno frontale. I risultati dei test
neuropsicologici eseguiti successivamente indicarono infatti una disfun-
zione frontale particolarmente grave. L'incapacità del mio paziente di
monitorare e controllare il proprio output è un elemento comune nella
patologia dei lobi frontali e spesso viene considerata uno dei suoi aspet-
ti fondamentali. Come vedremo nei casi di Vladimir, lo studente cere-
broleso, e di Kevin, vittima di un incidente sportivo, questa conseguen-
za della disfunzione dei lobi frontali può assumere diverse forme ed è
particolarmente devastante per le interazioni sociali dell'individuo: sia
nelle forme conclamate, di interesse clinico, sia in quelle quotidiane, re-
lativamente benigne e meno evidenti.
È chiaro che l'abilità di formarsi una rappresentazione interna della
mente di un'altra persona è legata a un'altra abilità cognitiva fondamen-
tale: il concetto di sé mentale e di differenziamento fra sé e non sé. Il sen-
so del sé è fondamentale per la nostra vita mentale e sembra che senza di
esso non possa esistere alcuna forma di cognizione complessa. I dati
scientifici, comunque, indicano che, nell'evoluzione, il senso del sé
emerge tardi ed è legato allo sviluppo dei lobi frontali.
Gli studi sperimentali sull'evoluzione del concetto del sé si servono
del metodo del differenziamento sé-non sé (o sé-altro da sé) 37 • Suppo-
niamo di mettere un animale davanti a uno specchio. Esso tratterà la
propria immagine come se stesso o come se fosse un altro animale? I ca-
ni la trattano come un altro animale. Abbaiano, ringhiano, e si impegna-
no in esibizioni di dominanza. Solo le grandi antropomorfe e, in misura
minore, le altre scimmie, trattano la propria immagine riflessa nello
specchio come il proprio sé3 8. Esse si servono dello spccchio JWI' esegui-
LOBI DIVERSI PER GENTE DIVERSA 133
re operazioni di grooming su parti del corpo altrimenti difficili da rag-
giungere e per cancellare dei segni dipinti sulla loro fronte dagli speri-
mentatori.
Muovendo da questi umili esordi evolutivi, noi esseri umani abbia-
mo sviluppato un elaborato sistema di meccanismi mentali per rappre-
sentare i nostri stati interni. Ancora una volta, troviamo implicata la cor-
teccia prefrontale. Quando si chiede ai soggetti sperimentali di concen-
trarsi sui propri stati mentali, in contrapposizione alla realtà esterna, ec-
co che la corteccia prefrontale mediale si accende39 . Le rappresentazio-
ni interne degli stati mentali, sia propri che altrui, si fondano sui lobi
frontali. E pertanto, computazioni neurali coordinate e complesse inte-
grano e intrecciano le rappresentazioni mentali del «sé» e degli «altri».
La corteccia prefrontale è davvero quanto di più vicino esista a un sub-
strato neurale dell'essere sociale.
Il fatto che la capacità di differenziare il sé dal non sé dipenda dai lo-
bi frontali non è certo una sorpresa. Come abbiamo già visto, la cortec-
cia prefrontale è la sola parte del cervello, e sicuramente della neocor-
teccia, nella quale confluiscano le informazioni sull'ambiente interno
dell'organismo e quelle provenienti <lal mon<lo esterno. La corteccia
prefrontale è l'unica parte del cervello dotata dei meccanismi neurali in
grado di integrare i dati provenienti dalle due fonti.
Ma «in grado» quanto? In che misura, esattamente, l'emergere di
questa abilità va di pari passo con lo sviluppo dei lobi frontali? Quanto
da vicino lo sviluppo di questa capacità cognitiva segue l'emergere del
suo presunto substrato neurale? Lo sviluppo del differenziamento fra sé
e non sé è esclusivamente una funzione dell'emergere dei lobi frontali
nel corso dell'evoluzione, oppure richiese anche la comparsa di struttu-
re concettuali sempre più esternalizzate nella cultura? Nel suo The Ori-
gins of Consciousness and the Breakdown of the Bicameral Brain Julian
Jaynes ha proposto che la coscienza di sé sia emersa piuttosto tardi nel-
l'evoluzione culturale dell'uomo, forse addirittura solo nel II millennio
a.C.40
Io sospetto anche che molte credenze culturali resistenti (che, in
quanto scienziato, tendo a considerare come «supernaturali»), ivi com-
prese le convinzioni religiose, siano vestigia dell'incapacità, da parte <lei
primi esseri umani, di riconoscere le proprie rappresentazioni interne di
altre persone come parte del «sé», e non del «non sé». lnH·rnw i111111:11•,i11i
sensoriali di altre persone, e anche i propri processi di pv1111i1•1·u, "'111•l1
bero state i111~·r1m•tt1t(~ come «spiriti». Il ricordo, intc11No ihd 111111111 d1 v1
134 L'ANIMA DEL CERVELLO

sta sensoriale, di un membro della tribù deceduto sarebbe stato inter-


pretato come il «fantasma» dell'uomo, o come prova della sua «vita do-
po la morte». Secondo questo scenario, alcune delle credenze magiche e
religiose più letterali, che persistettero per millenni, sono vestigia del-
l'incapacità dei primi esseri umani di distinguere fra il proprio ricordo
di altre persone (ovvero, rappresentazioni interne, e dunque parti del
«sé») e le persone reali (ovvero il «non sé», gli altri). Questo potrebbe
essere precisamente ciò a cui si riferiva Jaynes 41 quando parlava di
«esperienze allucinatorie» negli antichi esseri umani. A tal proposito,
potrebbe essere particolarmente illuminante un'attenta indagine cross-
culturale sul differenziamento cognitivo fra sé e non sé, eseguita coin-
volgendo le poche culture relativamente «primitive» sopravvissute (per
esempio le tribù degli Indios dell'Amazzonia, e gli abitanti degli altopia-
ni di Papua Nuova Guinea e di IrianJaya).
Secondo J aynes, la confusione fra sé e non sé non rimase confinata
alla preistoria. Essa si estese anche nei primi tempi storici, popolati da
individui che noi presumiamo fossero neurobiologicamente «moderni».
Se così fosse, allora occorrerebbe considerare una delle seguenti possi-
bilità (o anche una loro combinazione). La prima è che l'evoluzione bio-
logica dei lobi frontali non sia di per se stessa sufficiente a completare il
differenziamento cognitivo fra sé e non sé e che occorra quindi, come
suggerisce J aynes, qualche altro effetto culturale aggiuntivo e cumulati-
vo. La seconda è che I' evoluzione biologica dei lobi frontali si sia pro-
tratta nella storia estendendosi fino a tempi più recenti di quanto lasce-
rebbero presumere gli assunti evoluzionisti attualmente accettati. Il pro-
cesso di umanizzazione della grande scimmia antropomorfa potrebbe
aver richiesto un periodo ancora più lungo di quanto pensassimo.
7. Quando il leader è colpito

I fragili lobi frontali

La definizione di malattia cambia nel tempo. La neuropsicologia classi-


ca si interessò in particolare agli effetti esercitati sulla cognizione dalle
lesioni cerebrali (ferite da proiettile, ictus e tumori). Queste conoscenze
rappresentarono la base sulla quale poi costruimmo la nostra compren-
sione delle funzioni cerebrali. A poco a poco, la portata della neuropsi-
cologia andò espandendosi, e oggi i neuropsicologi che lavorano in con-
testi psichiatrici e geriatrici sono di più di quelli operanti sui tradiziona-
li fronti della neurologia.
L'espansione della neuropsicologia riflette quella cui è andata incon-
tro la definizione di patologia cerebrale. Quest'ultimo ampliamento, a
sua volta, deriva dal fatto che la nostra società diventa più illuminata,
più ricca e, nonostante le occasionali incertezze, nel complesso più uma-
na. Un tempo era considerato normale che entro una certa età la gente
cominciassse a «dare i numeri». Oggi sappiamo che questo perdere i
colpi non fa parte del normale processo di invecchiamento, ma è piutto-
sto una conseguenza di disturbi cerebrali ben precisi, come il morbo di
Alzheimer. In passato, uno scolaro di scarso profitto era rimproverato
dai genitori, e a un alunno indisciplinato toccava la frusta. Oggi cono-
sciamo lesistenza dei problemi di apprendimento e del disturbo da de-
ficit dell'attenzione.
Ricordo il mio primo incarico universitario negli Stati Uniti, wrso la
fine degli anni Settanta, in uno fra i più prestigiosi diparti1rn·111i di psi
chiatria. Le conferenze di argomento clinico si trasdn:ivruw i11 dil11111i1i
infiniti p~r 11taliiHn' se un particolare paziente fosst ~<:;d1i1:11J 11 ·111111" np
136 L'ANIMA DEL CERVELLO

pure «organico» - là dove quest'ultima definizione indicava la presenza


di una disfunzione cerebrale. L'antica distinzione cartesiana fra corpo e
mente, che s'era presa gioco della gente comune per tanti anni, aveva or-
mai permeato di sé anche la psichiatria.
Oggi noi sappiamo che la schizofrenia è organica, poiché nel cervel-
lo di questi pazienti sono state scoperte anormalità di natura sia biochi-
mica, sia strutturale. E lo stesso vale anche per la depressione, il distur-
bo ossessivo-compulsivo, il disturbo da deficit dell'attenzione, la sindro-
me di Tourette e altre condizioni. La distinzione fra le «malattie del cer-
vello» e le «malattie dell'anima» sta diventando sempre più sfumata, e
sempre più spesso, le afflizioni dell'«anima» sono interpretate come ma-
lattie del cervello. Stiamo finalmente correggendo I' «errore di Cartesio»
- per usare l'elegante espressione di Antonio Damasio 1.
Mentre continuiamo a scoprire la base neurale di malattie che un
tempo ritenevamo appartenere al territorio dell'anima, emerge sempre
più evidente l'estremo coinvolgimento del lobo frontale in pressoché
tutte queste condizioni. Ciò testimonia una particolare vulnerabilità bio-
logica dei lobi frontali: in effetti, spesso, una disfunzione frontale riflet-
te qualcosa <li più di un danno diretto ai lobi frontali2 •
Questi ultimi, infatti, sembrano essere il collo di bottiglia, il punto
sul quale convergono gli effetti di danni che possono essere localizzati
praticamente ovunque nel cervello3 . Se torniamo alla nostra analogia
militare, questo non dovrebbe sorprenderci. Quando il generale viene
colpito, il suo venir meno disintegrerà l'azione di molte unità sul campo,
producendo effetti a distanza. Allo stesso modo, però, le funzioni della
leadership saranno disintegrate nel caso in cui le linee di comunicazione
tra il fronte e il centro di comando siano tagliate.
Un danno ai lobi frontali produce ampie ripercussioni in tutto il cer-
vello. Allo stesso tempo, un danno verificatosi in qualsiasi altro sito del
cervello innesca una serie di effetti che interferiscono con la funzione
dei lobi frontali. Questa situazione, peraltro unica, riflette il ruolo dei lo-
bi frontali come «punto nevralgico» del sistema nervoso, dotato di una
rete singolarmente ricca di connessioni da e verso le altre strutture cere-
brali.
La straordinaria vulnerabilità dei lobi frontali alle patologie cerebra-
li può essere dimostrata in molti modi. I neuroscienziati svedesi Asa
Lilja e Jarl Risberg hanno studiato le modalità con cui i tumori cerebrali
disturbano, nel cervello, il flusso ematico locale (regional Cerebral
Blood Flow, rCBF) 4• Non senza sorpresa, essi hanno scoiwrt:o che tale
QUANDO IL LEADER È COLPITO 137

parametro era particolarmente colpito a livello dei lobi frontali, indi-


pendentemente dalla localizzazione del tumore. Questo valeva anche
nel caso in cui il tumore si trovasse, rispetto ai lobi frontali, nella posi-
zione più lontana possibile all'interno del cranio.
Alcuni scienziati del New York State Psychiatric Institute hanno stu-
diato le modalità del flusso ematico regionale in pazienti affetti da de-
pressione'. Sebbene la serotonina - un fondamentale neurotrasmettito-
re la cui carenza è presumibilmente responsabile della depressione - sia
ubiquiaria nel cervello e non si dimostri particolarmente preponderante
nei lobi frontali, il disturbo del flusso ematico rilevato in questi ultimi
era pronunciatissimo. In Svezia, Risberg ha studiato gli effetti transitori
della terapia elettroconvulsivante (electroconvulsive therapy, ECT) sul
flusso ematico cerebrale locale6. Ancora una volta, venne riscontrata
una forte alterazione a livello dei lobi frontali, e questo nonostante gli
elettrodi attraverso i quali passava la corrente fossero applicati ai lobi
temporali.
In un altro studio condotto al New York State Psychiatric Institute,
alcuni volontari sani ricevettero la somministrazione di scopolamina,
una sostanza chimica che interferisce con l'azione dell' acetilecolina, uno
dei principali neurotrasmettitori cerebrali7. La scopolamina veniva som-
ministrata per simulare sperimentalmente i disturbi mnemonici del
morbo di Alzheimer. (La base razionale di questo esperimento si fonda-
va sul presupposto che nel morbo di Alzheimer la trasmissione coliner-
gica fosse particolarmente colpita.) Anche in questo caso, le maggiori al-
terazioni riscontrate a carico del flusso ematico cerebrale locale furono
osservate nei lobi frontali - e questo nonostante l'acetilcolina, a diffe-
renza di altri neurotrasmettitori, non sia particolarmente diffusa nei lobi
frontali.
Grazie al lavoro che abbiamo svolto presso l'Aging and Dementia
Center della New York University, io e i miei colleghi abbiamo dimo-
strato che i lobi frontali diventano disfunzionali a uno stadio molto pre-
coce della demenza di tipo Alzheimer8 . Questo si manifesta nell'incapa-
cità di prendere decisioni in circostanze caratterizzate dall'ambiguità.
Data la natura ambigua della maggior parte delle situazioni della vita
reale, la perdita di questa abilità è gravida di conseguenze particolar-
mente devastanti.
D'altra parte, alcune alterazioni cognitive hanno luogo "ndw 1wl
corso dell'invecchiamento normale. Passati i sessant'anni, non i• i1rnoli111
che le pcrsont• constatino un calo della memoria, non più a~'lll 11 rntltl • 1111
138 L'ANIMA DEL CERVELLO

tempo. Ciò che la maggior parte della gente non capisce è che le cosid-
dette normali alterazioni legate ali' età colpiscono le funzioni dei lobi
frontali non meno della memoria.
Per concludere, i lobi frontali sono più vulnerabili di qualsiasi altra
parte del cervello - e sono colpiti da una gamma di disturbi più ampia,
che interessano ambiti quali lo sviluppo neurale, la neuropsichiatria e la
neurogeriatria. Essi hanno una «soglia di collasso funzionale» eccezio-
nalmente bassa. Questo mi indusse, molti anni fa, a concludere che la
disfunzione frontale rappresenti per il cervello quello che la febbre è per
l'organismo nel caso delle infezioni batteriche. Si tratta di un fenomeno
altamente prevedibile e spesso aspecifico9 . Hughling Jackson lo aveva
capito molto bene quando introdusse la sua legge dell' «evoluzione e dis-
soluzione»10. Secondo questa legge, le strutture cerebrali filogenetica-
mente più recenti sarebbero le prime a soccombere alle patologie cere-
brali. lo credo però che la straordinaria vulnerabilità dei lobi frontali sia
il prezzo che essi pagano per l'altrettanto straordinaria ricchezza delle
loro connessioni. L'effetto di «sommazione del rumore», ossia l'accumu-
larsi di segnali difettosi che probabilmente si generano nella corteccia
prefrontale in seguito a un danno cerebrale diffuso, può essere dimo-
strato a livello computazionale. In effetti, alla fine degli anni Settanta,
insieme a Yelana Artemyeva dell'Università di Mosca, ideai una dimo-
strazione matematica di questo effetto, servendomi come modello degli
automi in parallelo diJohn von Neuman. Il corollario clinico di questa
conclusione è che la disfunzione frontale non è sempre indice di una le-
sione frontale. Anzi, nella maggior parte dei casi, probabilmente non lo
è. Piuttosto, si tratta dell'effetto a distanza di una lesione diffusa, distri-
buita o topograficamente remota.

Sindromi frontali

Consideriamo la sequenza di eventi necessaria per l'esecuzione di qual-


siasi comportamento intenzionale finalizzato. Prima di tutto, il compor-
tamento deve essere iniziato. In secondo luogo, occorre identificare l'o-
biettivo e formulare lo scopo dell'azione. In terzo luogo, bisogna creare
un piano che tenga in considerazione lo scopo. In quarto luogo, i mezzi
con cui realizzare il piano vanno selezionati, attenendosi a una sequenza
temporale appropriata. Infine, i vari passaggi del piano devono essere
eseguiti nel giusto ordine, in modo che la transizione da un pnssaggio al
QUANDO IL LEADER È COLPITO 139
successivo avvenga senza scosse. Una volta eseguito il comportamento,
poi, sarà necessario operare un confronto fra l'obiettivo e l'esito dell' a-
zione: l'esito corrisponde all'obiettivo? È questo un caso di «missione
compiuta» o di «missione fallita»? Nel secondo caso, in quale misura e
per quali aspetti l'azione è fallita? In sintesi, queste sono le funzioni del
leader esecutivo responsabile delle operazioni di un'organizzazione.
Queste sono anche le funzioni dei lobi frontali, che per questo motivo
sono spesso denominate «funzioni esecutive».
L'importanza delle funzioni esecutive può essere apprezzata in modo
ottimale studiando ciò che accade quando, in seguito a lesioni cerebrali,
esse si disintegrano. Un paziente con una lesione frontale conserva, al-
meno in una certa misura, la capacità di esercitare la maggior parte del-
le facoltà cognitive, considerate singolarmente 11 . Le capacità fondamen-
tali - per esempio la lettura, la scrittura, l'esecuzione di semplici calcoli,
l'espressione verbale e il movimento - rimangono in larga misura intat-
te. Quando lo si sottoporrà ai test psicologici per la misura di queste
funzioni isolate, il paziente darà prestazioni ingannevolmente buone. E
tuttavia, qualsiasi attività di sintesi che richieda il coordinamento di
molte capacità cognitive in un processo coerente orientato a un fine ri-
sulterà gravemente compromessa.
D'altra parte, anche uno studio sommario della neuroanatomia dei
lobi frontali indica la loro straordinaria complessità - il che, a sua volta,
indica una diversità funzionale di ciascuna parte distinta. E in effetti, il
danno a diverse regioni dei lobi frontali produce sindromi distinte, cli-
nicamente differenti. Le più comuni sono la sindrome dorsolaterale e
quella orbitofrontale 12 .
Nella letteratura neurologica più antica la sindrome dorsolaterale era
conosciuta con il nome di «pseudodepressione», un termine che allude
alla somiglianza di alcuni pazienti frontali con certi pazienti clepressi. In
entrambe le condizioni è presente un'estrema inerzia e spesso una note-
volissima incapacità di iniziare un comportamento. Un paziente con una
grave sindrome frontale dorsolaterale se ne rimarrà passivamente a letto,
senza mangiare, senza bere e senza provvedere a nessun altro normale
bisogno fisiologico. Un tale individuo non risponderà prontamente a
nessun tentativo di coinvolgerlo in una qualsiasi attività: per certi versi,
sembra davvero affetto da una depressione grave. Le somiglianzt~, rwrò,
finiscono qui. Un paziente depresso è di umore triste cd l' pvl'vasn 1 b 1111
senso di infelicità; un paziente colpito da sindrome frontali' 1km.11l.1tl'l11
le, invece, pn·:~l·ntn uno stato affettivo piatto" prov111111 Ht ·11:.11 d1 1111 Id f, ·
140 L'ANIMA DEL CERVELLO

renza: non è triste né felice; in un certo senso, non ha umore. Non im-
porta che cosa gli accada: positivi o negativi che siano gli eventi, persi-
sterà nel suo stato di indifferenza.
In certi casi l'indifferenza dei pazienti con sindrome frontale dorso-
laterale è talmente estrema che riduce perfino la loro reazione al dolore.
Moltissime persone hanno sentito parlare della lobotomia frontale, una
procedura neurochirurgica con la quale si recidono le connessioni fra i
lobi frontali e il resto del cervello 13 . Introdotta nel 1935 da un medico
portoghese, Egas Moniz 14 , negli Stati Uniti la lobotomia frontale conob-
be la sua massima diffusione negli anni Quaranta e Cinquanta; da allora
ha perso credito ed è stata in larga misura abbandonata. Nel bene o nel
male, fu usata spessissimo per curare le psicosi; venne anche usata, tut-
tavia, per curare il dolore intrattabile: una rara condizione di estrema
sofferenza che non risponde ai farmaci.
La lobotomia frontale, o una procedura affine denominata «cingolo-
tomia», «guariva» questi pazienti in modo temporaneo o permanente
dalla sensazione soggettiva della sofferenza, senza tuttavia liberarli dalla
sensazione fisica del dolore 15 . Stranamente, essi continuavano a riferire
la propria sensazione in termini virtualmente identici a quelli usati pri-
ma dell'operazione. Tuttavia, ciò che prima era stato una fonte di soffe-
renza insopportabile, ora veniva affrontato con una completa indifferen-
za. I pazienti non erano più infastiditi dal dolore, nonostante la sua per-
sistente presenza.
Robert Iacono, un neurochirurgo californiano, sottopose alla mia
attenzione il caso di una paziente che soffriva di un dolore rettale atro-
ce e invalidante, accompagnato da depressione, disturbi del sonno e di-
pendenza da morfina. In seguito a cingolotomia, la paziente non inizia-
va più la conversazione lamentandosi per il dolore, sebbene, dietro sol-
lecitazione, continuasse a denunciarne la presenza. Per la prima volta in
molti mesi appariva rilassata. I familiari rimasero sbalorditi di fronte al
suo cambiamento di personalità: un tempo estremamente difficile, la
donna era infatti diventata di una docilità innaturale. Nelle settimane
successive, il sonno della paziente migliorò notevolmente, e le sue la-
mentele spontanee diminuirono molto. Divenne anche altamente sug-
gestionabile16.
Questo caso è estremamente interessante, poiché ci dà informazioni
sia sui lobi frontali, sia sui meccanismi del dolore. Da sola, l'esperienza
sensoriale non è sufficiente a produrre la sensazione soggettiva della sof-
ferenza: occorre un processo interpretativo di ordine suprriorc, che
QUANDO IL LEADER È COLPITO 141
sembra in qualche modo legato ai lobi frontali. Recenti studi di visualiz-
zazione funzionale del cervello hanno dimostrato, per esempio, che l'a-
spettativa del dolore attiva le regioni mediali dei lobi frontali 17 . Quando
il segnale relativo all'esperienza sensoriale spiacevole non raggiunge i lo-
bi frontali, l'esperienza stessa non innesca il senso soggettivo, affettivo,
della sofferenza. La lobotomia frontale «guariva» il paziente producen-
do una sindrome frontale dorsolaterale. Come chiariremo nella discus-
sione che segue, il prezzo di una tal cura è altissimo.

Motivazione, iniziativa e corpi newtoniani: un caso di sindrome dorsolaterale

Vladimir era uno studente di ingegneria di belle speranze; aveva circa


venticinque anni e viveva a Mosca. Si trovava sulla banchina della me-
tropolitana di Mosca, la famosa, grandiosamente imponente «metro», la
grande piramide che Stalin aveva costruito con il lavoro degli schiavi dei
gulag. Quando il pallone da calcio con cui stava giocando gli cadde sui
binari, Vladimir saltò giù a riprenderselo. Fu investito da un treno in ar-
rivo, riportò una grave lesione alla testa e venne portato precipitosa-
mente al Bourdenko, l'istituto di Neurochirurgia dove a quell'epoca io
eseguivo le mie ricerche sotto la supervisione di Lurija. Vidi Vladimir
per la prima volta due o tre mesi dopo l'incidente. Ormai era clinica-
mente stabile, e la sua vita non era più in pericolo.
Vladimir era un caso particolarmente interessante perché, in seguito
alla lesione, era stato necessario sottoporlo alla resezione di entrambi i
poli frontali. Lurija si stava interessando sempre di più ai lobi frontali e
io - il più giovane nel suo entourage di collaboratori - non ero ancora
stato assegnato a nessun progetto particolare. Fu così che i lobi frontali
divennero il mio progetto di ricerca, e Vladimir il «mio» paziente. Op-
portunamente, io ero uno dei pochi uomini dello staff di Lurija, in pre-
valenza femminile, e quindi si poteva contare su di me per affrontare gli
aspetti clinici più grotteschi del comportamento di Vladimir.
La carriera di ogni medico è inframmezzata da alcuni casi importan-
ti, che servono a darle forma e ispirazione. Per me, quello di Vladimir fu
il primo di tali casi. Senza esserne consapevole, con la sua tragedia, egli
mi iniziò alla ricca fenomenologia delle patologie che colpiscono i lohi.
frontali, innescando il mio interesse per queste struttlll'l' cnd11·:1li 1·
quindi contribuendo a orientare la mia carriera. Avevamo p11•tui1lf 1111u 111
stessa età·· pm·o pili che ventenni, lui aveva qualdw 11111111 pi11 d1 1111·
142 L ANIMA DEL CERVELLO
Vladimir passava la maggior parte del tempo a letto, fissando il vuo-
to senza espressione. Ignorava la maggior parte dei tentativi fatti per
coinvolgerlo in qualsiasi tipo di attività. Tentativi troppo insistenti pote-
vano evocare una sequela di bestemmie, e un intruso particolarmente in-
vadente correva il rischio d'esser colpito da un vaso da notte. A volte, at-
tratto da qualcosa nell'ambiente, Vladimir cercava di scendere dal letto,
che però era circondato da una rete protettiva.
Le infermiere mi chiamavano perché le aiutassi a convincere Vladi-
mir a scendere dal letto per sottoporsi a un esame clinico, o per fargli
un'iniezione (il modo più sicuro per entrare in collisione con il suo vaso
da notte). Io allora ragionavo con lui lanciandogli una battuta disinvol-
tamente volgare, usando un linguaggio da spogliatoio, e questo di solito
aveva un effetto calmante. Fu così che fra i due studenti - quello cere-
broleso e quello che i cerebrolesi li studiava - nacque una sorta di ami-
cizia. Di conseguenza, io riuscivo a impegnare Vladimir in ogni tipo di
piccoli esperimenti accanto al letto, con relativa facilità, nonostante la
sua generale inerzia. Seguiva le mie istruzioni come uno zombie, ine-
spressivo e distaccato.
Per la maggior parte di noi la parola «motivazione» indica un certo
tratto della personalità, particolarmente apprezzato nella nostra società
che mira al success<;>, ai risultati. Noi associamo la motivazione con il ri-
sultato, la competizione, il successo, lo spirito vincente. Una persona
senza motivazione è percepita come un perdente che non merita rispet-
to, quasi fosse un'anomalia nella nostra cultura competitiva. Per moltis-
sime persone, la motivazione è un tratto sociale altamente desiderabile,
praticamente un sine qua non.
Come la maggior parte dei tratti umani, la motivazione ha una base
· biologica. I lobi frontali sono essenziali per il suo mantenimento. Mi pia-
ce paragonare i pazienti con sindrome frontale dorsolaterale ai corpi
della fisica newtoniana. Nella meccanica classica newtoniana, per mette-
re in moto un corpo occorre l'applicazione di una forza esterna. Allo
stesso modo, occorre una forza esterna anche per terminare il suo movi-
mento o per imprimergli una nuova traiettoria. Stranamente, i pazienti
con un danno frontale dorsolaterale si comportano come gli oggetti del-
la fisica newtoniana. L'aspetto più cospicuo del loro comportamento è
un'incapacità a iniziare qualsiasi tipo di azione. Una volta impegnato in
un comportamento, poi, il paziente è ugualmente incapace di terminar-
lo o di modificarlo da sé.
L'inerzia di Vladimir, tanto evidente nel suo comportmntnto quoti-
QUANDO IL LEADER È COLPITO 143

++++++++ 00000000
1) «Disegna una croce» 1) «Disegna un cere hio»

Fig. 14 Un paziente frontale fa pensare a un corpo della fisica newtoniana. Se si chiede a un


paziente di disegnare una croce, occorre molto tempo per convincerlo a farlo, ma
una volta che ha iniziato, non è più capace di fermarsi, e continua a tracciare croci.
Dopo un po' si chiede allo stesso individuo di disegnare un cerchio, e si ripresenta
la medesima situazione. (Adattato da Goldberg e Costa, 1985).

diano (o nella sua mancanza) poteva anche essere evocata sperimental-


mente. Se gli si chiedeva di disegnare una croce, lui dapprima ignorava
l'istruzione. Dovevo sollevare la sua mano tenendola fra le mie, posar-
gliela sulla pagina e dargli una piccola spinta; solo allora lui cominciava
a disegnare. Ma quando aveva cominciato, non poteva più fermarsi, e
continuava a tracciare piccole croci finché io non prendevo la sua mano
nella mia e gliela sollevavo dal foglio (figura 14). Una tal combinazione
di inerzia tanto nell'iniziare quanto nel terminare un comportamento si
osserva in vari disturbi che colpiscono i lobi frontali, compresa la schi-
zofrenia cronica.
Quando il compito consisteva nell'ascoltare una storia e poi ripeter-
la, Vladimir cominciava lentamente e poi proseguiva con voce monoto-
na. Proseguiva imperterrito, e quando gli si chiedeva di concludere, di-
ceva: «Non ancora». Il suo monologo senza fine era espressione di
un'«inerzia inversa», ossia di un'incapacità a terminare un'attività.
Chiesi a Vladimir di ascoltare una semplice storia per bambini, Il leo-
ne e il topo, e poi di ripeterla. Ecco la storia:

Un leone era addormentato e un topo gli correva intorno facendo rumore.


Il leone si svegliò, afferrò il topo ed era quasi sul punto di divorarlo, quan-
do decise invece di mostrarsi misericordioso e lo lasciò andare. Qualche
giorno dopo, alcuni cacciatori catturarono il leone e lo legarono a un albero
con delle funi. Non appena il topo lo venne a sapere, si precipitò sul posto,
rosicchiò le funi e liberò il leone.

Ecco come Vladimir ripeté la storia.

Così il leone fece amicizia col topo. Il leone catturò il topo. Lo vol,·vt1 st1w1 ·
golare ma poilo lasciò andare. Il topo cominciò a ballargli i111111·1111, ;11 ;1111;1
re cammni, ç nIcone lo liberò. Dopo di che il topo fu :llTl'll11l11 lll'll,1 '""''.I
sa dn ... lro11i, diwl'si onimali. Dopo fu liberato, hc•' inN11111111,1, 1111111 '111 f,,.,
144 L'ANIMA DEL CERVELLO

se stato catturato, era ancora libero. Ma dopo fu liberato del tutto, e se ne


andava libero ...

A questo punto io gli domandai: «Hai finito?» Ma Vladimir disse:


«Non ancora», e andò avanti:

Allora, il topo era stato completamente liberato dal leone, dopo che il leone
lo aveva ascoltato, ed era libero di andare in tutte le quattro direzioni. Il to-
po non scappò via e rimase a vivere nella caverna del leone. Poi il leone lo
catturò un'altra volta e lo liberò di nuovo .... Non ricordo esattamente. Co-
munque, lo prese e lo liberò di nuovo. Ora il topo uscì da lì e andò nel suo
posto preferito, la sua casa. Cammina, cammina, il topo parla di casa sua. E
lì c'è un altro topo. Allora il topo apre la porta a questo ... come si chiama?
Ciao! Ciao! Come te la passi? Bene, più o meno. Eccomi, che gioia vederti!
Ho un appartamento ... e una casa ... e una stanza. Il topo più grande chie-
de al più piccolo: «Come stai? Come vanno le cose?»

A questo punto intervengo: «Sarebbe meglio che concludessi.» Ma


Vladimir insiste: «Non ancora!», e continua:

Così andava tutto bene. Avevo un sacco di amici. Spesso si ritrovavano in-
sieme ... ma poi l'amicizia si ruppe, e quindi digli che quei brevi incontri,
tutti insieme, mi mancano ...

Vladimir continuò il suo monologo finché io non spensi il registrato-


re e me ne andai.
L'inerzia di Vladimir, sia nell'iniziare che nel terminare un comporta-
mento, era pervasiva e si manifestava evidente sia nei suoi disegni che
nella sua produzione verbale. Questa natura pervasiva dell'inerzia è tipi-
ca della sindrome frontale dorsolaterale.
Il caso di Vladimir era estremo. Anche in seguito a leggeri traumi
cranici, però, è comune che il paziente diventi indifferente e privo di ini-
ziativa e motivazione. Il cambiamento può essere impercettibile e la sua
natura neurologica - il fatto che esso sia una forma leggera di sindrome
frontale - non è sempre chiaro né ai familiari, né ai medici. Questi sinto-
mi sono spesso denominati «cambiamenti di personalità», ma la perso-
nalità non è qualcosa che si porta sulla pelle, un attributo extracranica
della persona. In larga misura, la personalità è determinata dalla neuro-
biologia individuale, e i disturbi della personalità, a differenza delle ma-
lattie della pelle, sono causati da alterazioni a livello ccrdm11e. l lobi
QUANDO IL LEADER È COLPITO 145

frontali hanno a che fare con la nostra «personalità» più di qualsiasi al-
tra parte del cervello, e un danno arrecato a queste strutture produce
profonde alterazioni della personalità.
La misura in cui la sintomatologia frontale può risultare elusiva, per
un occhio inesperto, emergerà molto chiaramente dall'esempio diJane,
una donna che si stava avvicinando alla sessantina e fu indirizzata da me
per un secondo consulto. Qualche anno prima, J ane aveva lamentato
l'insorgere di un tremito ed era stata immediatamente mandata in una
delle migliori cliniche della città per i disturbi del movimento, dove le fu
immediatamente diagnosticato un Parkinson. J ane fu messa quindi in
terapia con il Sinemet, un farmaco che potenzia il tono dopaminergico
ed è comunemente usato in tali circostanze. A poco a poco, d'altra par-
te, divenne evidente una compromissione cognitiva che interessava la
memoria, lattenzione e il giudizio. Quando i familiari di J ane attirarono
l'attenzione dei medici su questi elementi, i sanitari non si preoccuparo-
no più di tanto e si limitarono a modificare la posologia del Sinemet.
Contrariamente alle loro aspettative, però, la cognizione diJane non mi-
gliorò: anzi, continuò a deteriorarsi. Successivamente la donna ebbe un
episodio psicotico, durante il quale, svestita, si mise a salire e scendere
di corsa le scale del palazzo, gridando che i suoi vicini stavano dando
fuoco all'edificio. Seguirono altri episodi psicotici, principalmente con
connotazioni paranoiche. Ci fu anche qualche indicazione di allucina-
z1om.
A questo punto, il tremito di Jane era diventato la preoccupazione
minore, e i suoi familiari continuavano a pregare i medici di fare qualco-
sa per la compromissione cognitiva e la psicosi della loro congiunta. An-
cora una volta, però, i medici, si limitarono a correggere le dosi di Sine-
met. Essi davano ovviamente per scontato che la psicosi e la perdita di
memoria fossero effetti collaterali del farmaco. Ciò nondimeno, non si
riscontrò alcun miglioramento, e la situazione stava sfuggendo loro di
mano. Alla fine, i familiari, esasperati, decisero di sentire un altro pare-
re, e il caso volle che chiedessero il mio.
La storia della malattia di Jane mi fu riferita dal marito, un uomo
premuroso che aveva da poco passato la sessantina: lucido, istruito, un
alto dirigente. Dal suo racconto emergeva il quadro della malattia dci
corpi di Lewy, una demenza poco conosciuta il cui d('tmso di11irn i·
spesso addirittura più maligno del morbo di Alzbcinwr. l .n snn1111i11is1 r1t
zione dd SiHc;mt~l fu sospesa e Janc cominciò H pn·w 1, ·iv Il e'.11/'.l Il,...._, 111 t
146 L'ANIMA DEL CERVELLO

farmaco che potenzia il tono colinergico; si riscontrò un leggero miglio-


ramento.
Essendo sempre più convinto che effettivamente J ane soffrisse della
malattia dei corpi di Lewis, decisi di sondare ulteriormente il marito per
avere da lui qualche altra informazione sui primissimi stadi della malat-
tia. Quello che ne emerse, però, fu un quadro clinico nettamente diver-
so. Il marito di J ane aveva omesso un aspetto molto significativo della
condizione della moglie. Almeno un anno prima che comparissero i tre-
mori, e forse anche prima, era diventato sempre più evidente un sottile
cambiamento nella personalità diJane. Sempre vivace e socievole, gran-
de intrattenitrice capace di riversare moltissima energia nella propria vi-
ta sociale, dalla quale traeva grande piacere, J ane aveva cominciato a
chiudersi in se stessa.
In un modo che proprio non era da lei, cominciò a rifiutarsi di usci-
re, preferendo restare a casa. Smise di divertirsi, dicendo che non aveva
più energie o interesse. Il marito diJane aveva notato quel cambiamen-
to, e aveva reagito ad esso con un misto di preoccupazione e fastidio.
Tuttavia, quell'uomo tanto intelligente e affezionato non fu neanche
sfiorato dall'idea che i cambiamenti di personalità della moglie potesse-
ro segnalare un disturbo clinico. Se quel pensiero gli avesse attraversato
la mente, le cure di Jane avrebbero imboccato una via diversa fin dall'i-
nizio. Così come stavano le cose, mi parve ovvio che - ai primissimi sta-
di della malattia, molto prima che insorgesse il tremore o qualsiasi altro
sintomo - il «cambiamento di personalità» di J ane riflettesse il coinvol-
gimento dei lobi frontali.

Progetti e «ricordi del futuro»

Nel 1985 David Ingvar, psichiatra e neuroscienziato svedese, como


un'espressione al tempo stesso poetica e implausibile: «Ricordi del futu-
ro»18. Ma che cos'è un «ricordo del futuro»? I ricordi riguardano il pas-
sato.
La confusione si risolve non appena consideriamo una delle più im-
portanti funzioni degli organismi evoluti: elaborare progetti e poi atte-
nersi ad essi usandoli come guide per il proprio comportamento. A dif-
ferenza degli organismi primitivi, gli esseri umani sono creature attive,
più che reattive. Probabilmente, la transizione del comport:tmcnto da
una modalità prevalentemente reattiva a una modalità prcv1ll~ntcmcntc
QUANDO IL LEADER È COLPITO 147
attiva rappresenta il tema centrale dell'evoluzione del sistema nervoso.
Noi siamo in grado di formarci degli obiettivi, obiettivi che sono la no-
stra visione del futuro. Poi agiamo attenendoci ad essi. Tuttavia, affinché
possano guidare costantemente il nostro comportamento, queste imma-
gini mentali del futuro devono diventare un contenuto della nostra me-
moria: ecco quindi che si formano i «ricordi del futuro».
Noi anticipiamo il futuro sulla base delle nostre esperienze passate e
agiamo secondo le nostre anticipazioni. L'abilità di organizzare ed estra-
polare il comportamento nel tempo risiede anch'essa nei lobi frontali. Il
fatto che una persona abbia una buona capacità di previsione e di piani-
ficazione o che si affidi completamente all'intuito e all'istinto, dipende
da quanto funzionano bene i suoi lobi frontali. I pazienti con lesioni
frontali sono tristemente famosi per la loro incapacità di pianificare le
proprie azioni e di anticiparne le conseguenze. Danni localizzati in altre
parti del cervello non sembrano influenzare negativamente queste abi-
lità. Uno dei primi segni di demenza, un'impercettibile compromissione
della capacità di pianificazione e di previsione, è presente anche in altre
condizioni che di solito riflettono una disfunzione dei lobi frontali.
Un semplice esperimento illustra quanto fosse gravemente compro-
messa la capacità di Vladimir di seguire un piano. Gli chiesi di ascoltare
una storia, La gallina dalle uova ·d1oro e poi di recitarmela ricordandola a
memoria. Ecco il racconto originale:

Un uomo possedeva una gallina che deponeva uova d'oro. L'uomo era avi-
do e desiderava avere più oro, tutto in una volta. Allora uccise la gallina e la
aprì, sperando di trovare all'interno del suo corpo moltissimo oro: ma non
ce n'era affatto.

Vladimir ripeté la storia come segue:

Un uomo viveva con una gallina ... o piuttosto, l'uomo era il padrone della
gallina. Lei produceva oro ... L'uomo ... il padrone ... desiderava avere più
oro, tutto in una volta ... così fece a pezzi la gallina, ma dentro non c'era oro
... Niente oro .... L'uomo taglia ancora la gallina ... Niente oro ... la gallina
resta vuota ... Allora lui continua a cercare, cerca e ricerca, ... niente oro ...
cerca dappertutto, in tutti i posti, e poi cerca ancora ... La ricerca continua
con un registratore a nastro ... stanno cercando di qua e di là, mtt nknll'. La-
sciano il registratore acceso, sta venendo fuori qualcosa ... Clw di;1vc1l11 ~11111
no rcgistrnndo laggiù ... delle cifre ... O, 2, 3, O ... alloro, st:1111111 l'l'/-',i•;11;111d11
tutte q1wsll' df1\' ... non sono poi molte ... Ecco pcrdtt~ ~·r.n111 '<Ltll' 11 l\l'.11,1
148 L'ANIMA DEL CERVELLO

te tutte le altre ... Anche quelle non erano molte ... così fu registrato tutto
... [il monologo continua]1 9.

Anche considerando solo la lunghezza del monologo di Vladimir, si


nota una sproporzione rispetto alla storia originale, dovuta alla sua inca-
pacità di terminare un'attività: l'inerzia inversa di cui abbiamo già parla-
to. C'è inoltre una perseverazione, poiché continua a ruminare le frasi e
i temi della storia. A un certo punto, però, ecco che introduce un nuovo
contenuto, un registratore a nastro. Tutt' a un tratto, la storia di Vladimir
assume i tratti di un perfetto non sequitur: non ha più a che fare con le
uova d'oro, ma con un registratore.
La spiegazione di questo strano comportamento sta nell'ambiente.
Io sono seduto di fronte a Vladimir con un registratore a nastro portati-
le in grembo, che mi serve per registrare il monologo che stiamo analiz-
zando. Il compito di Vladimir è di ricordare la storia della gallina. Ai fi-
ni di questo suo compito, il registratore è assolutamente incidentale.
D'altra parte, la sua semplice presenza nell'ambiente è sufficiente a di-
sintegrare la capacità di Vladimir di seguire il compito prefissato. Inve-
ce di farsi guidare da un piano J' azione, Vladimir si limita a recitare ciò
che vede di fronte a sé: il registratore acceso che gira. Il suo treno di
pensieri si perde senza speranza, e perde ogni contatto con il compito in
corso di svolgimento. Vladimir non è in grado di riacciuffare il treno di
pensieri perduto e continua ad addentrarsi nella sua digressione «conte-
sto-dipendente», tipica della dipendenza ambientale.
Essere alla mercé delle distrazioni incidentali e dimostrarsi incapaci
di eseguire piani sono due aspetti comuni della patologia dei lobi fron-
tali: questo comportamento viene definito ambiente - o contesto - dz~
pendente. Un paziente frontale berrà da una tazza vuota, si metterà la
giacca di qualcun altro, o scarabocchierà con una matita la superficie del
tavolo per il semplice fatto che la tazza, la giacca e la matita sono lì, e lo
farà anche se quelle azioni non avranno alcun senso. Questo fenomeno
venne studiato approfonditamente dal neurologo francese Francois
Lhermitte, che lo definì «comportamento di utilizzazione»20 .
Ricordo l'indignazione delle infermiere dell'unità di neurologia del-
1' ospedale universitario dove svolgevo le mie consulenze molti anni fa.
Alcuni pazienti gironzolavano in continuazione nelle stanze degli altri
ospiti dell'unità, scatenando la collera del personale che attribuiva loro
ogni possibile intenzione malefica. La realtà, però, era decisamente più
semplice e più triste. I pazienti che andavano vagando per l'unità varca-
QUANDO IL LEADER È COLPITO 149

vano la porta delle camere altrui solo perché quelle porte erano lì. Si
trattava di pazienti con danni frontali che soffrivano di sindrome da di-
pendenza ambientale, manifestando un comportamento contesto-di-
pendente.
Nei casi più estremi, questo comportamento assume la forma di un'i-
mitazione diretta denominata «ecolalia» (imitazione dell'eloquio) o
«ecoprassia» (imitazione dell'azione). Invece di rispondere a una do-
manda (un atto che richiede la formazione di un piano interiore) il pa-
ziente si limita a ripetere la domanda o la include nella risposta. Se gli si
chiedeva «Come ti chiami?» Vladimira volte diceva: «Come mi chiamo
Vladimir». Altri pazienti imitano le azioni del medico: se io prendo una
penna per scrivere un appunto sulla cartella clinica, il paziente prenderà
un'altra penna e comincerà a scarabocchiare. Come altri sintomi, anche
questi comportamenti imitativi possono assumere forme impercettibili
in un ambiente naturale. Mi è capitato molte volte, nel mezzo di un col-
loquio con un paziente, di scoprirmi a fare qualcosa che non c'entra as-
solutamente nulla, per esempio grattarmi il naso o sistemarmi gli occhia-
li. Subito dopo, vedo il paziente che compie lo stesso gesto.
La dipendenza ambientale è un fenomeno complesso, che può assu-
mere molte forme. A volte il comportamento contesto-dipendente è
messo in moto da stimoli presenti nel mondo esterno, altre volte è cau-
sato da associazioni interne fuori-dal-contesto. Mentre ascoltiamo il rac-
conto di Vladimir, esso prende una piega che non trova alcuna facile
spiegazione nell'ambiente esterno. Dopo aver menzionato il registratore
a nastro, e il numero 5 che «gira», Vladimir comincia a descrivere il tra-
gitto dell'autobus numero 5 nel centro di Mosca. Anche questa è una
manifestazione della dipendenza ambientale; ora però il fattore di-
straente non si trova nel mondo esterno, ma nelle associazioni interne
presenti nella memoria dello stesso Vladimir. L'abilità di un paziente
frontale di mantenere la propria rotta mentale può essere disintegrata da
fattori distraenti tanto esterni quanto interni.
Vladimir parla, parla, con una voce monotona e distaccata. Il suo
racconto va avanti da sé, senza nessun apparente sforzo mentale o con-
tributo intenzionale da parte sua, sviluppandosi in una catena dove
un'associazione o uno stimolo esterno porta immediatamente al succcs.,
sivo. Alla fine spengo il registratore e mi accingo ad andarmcn<..'. Vl«di-
mir continua a divagare per qualche altro minuto, e fitrnlownl\' si 11·1·11111.
Come ho già detto, la capacità di Vladimir di S<'g11in· 1111 s1111 pi.11111
intcrior<~ ~ gnwtmcnte compromessa. In molti nl11'i •»11<i, 111•111, qrn·•.iu
150 L'ANIMA DEL CERVELLO

deficit assume forme decisamente impercettibili, al punto da non essere


evidenti alla semplice osservazione e da richiedere test speciali per esse-
re individuate. Uno di questi ultimi è il Test di Stroop, dal nome del suo
inventore2 1• In questo test si chiede al soggetto di osservare un elenco di
nomi di colori, stampati in colore discordante (per esempio, la parola
«rosso» è stampata in blu, o viceversa) e di nominare i colori, invece di
leggere le parole.
Perché il Test di Stroop è tanto interessante? In esso si chiede al sog-
getto di andare contro il proprio impulso immediato, che è quello di leg-
gere le parole; questa è infatti la tendenza di qualsiasi persona alfabetiz-
zata alla vista di materiale scritto. Il compito, però, consiste nel nomina-
re i colori. Per completarlo con successo, occorre seguire un piano inte-
riore, che in questo caso coincide con il compito, andando contro la pro-
pria tendenza naturale e radicata.
La maggior parte di noi è in grado di esercitare la capacità di guidare
il proprio comportamento. servendosi di rappresentazioni interiori in
modo talmente spontaneo e senza sforzo, da darla per scontata. Bombar-
dati come siamo da una miriade di stimoli esterni incidentali e di associa-
zioni interne prive di legami con il compito, noi manteniamo comunque
la nostra «rotta mentale» con facilità, e portiamo felicemente a conclu-
sione quanto ci siamo prefissi. Per quanto banale possa sembrare, però,
questa abilità compare relativamente tardi nel corso dell'evoluzione.
La capacità di rispondere a stimoli esterni è il primo attributo di un
cervello primitivo. In un ambiente ricco di eventi, tuttavia, un tale cer-
vello sarà immediatamente sopraffatto da una miriade di fattori di-
straenti casuali. In un cervello più complesso questo problema sarà argi-
nato da un meccanismo che protegge l'organismo dal caos delle afferen-
ze casuali, consentendogli di mantenere la propria rotta nell'esecuzione
di un particolare comportamento. L'evoluzione del cervello è caratteriz-
zata dalla lenta, accurata transizione da un sistema che si limita sempli-
cemente a reagire, a un sistema capace di impegnarsi intenzionalmente
in un'azione prolungata.
Affermare che la vita è piena di distrazioni è talmente ovvio che è
quasi un cliché. Tuttavia, l'abilità di attenersi a una condotta prescritta da
un piano interiore, da un «ricordo del futuro», emerge molto tardi nell' e-
voluzione, proprio come la capacità di prestare attenzione prolungata.
L'avvento di tali abilità va di pari passo allo sviluppo dei lobi frontali.
La maggior parte di noi ha avuto occasione di interagire con un cani-
de o, più semplicemente, con un cane. Supponiamo che lll'l c~ne stia
QUANDO IL LEADER È COLPITO 151
esplorando un oggetto, quando è distratto da un rumore che lo induce a
girare la testa in direzione della fonte del disturbo, allontanandola dal-
1' oggetto. A meno che quest'ultimo non sia del cibo, le probabilità che il
cane ritorni a esplorarlo dopo l'interruzione sono esigue, se non proprio
inesistenti. Questo non significa che il cane non riesca a formarsene una
rappresentazione interna; in occasione di successivi incontri con lo stes-
so oggetto, infatti, mostrerà di avere familiarità con esso. Significa tutta-
via che, nel canide, la rappresentazione mentale non riesce a esercitare
un controllo efficace sul comportamento. Patricia Goldman-Rakic, che
lavora presso l'Università di Yale, è uno degli studiosi più insigni dei lo-
bi frontali e si riferisce a questo comportamento «afrontale» del cane
definendolo «lontano dagli occhi, lontano dal cuore»22 .
Quando ero bambino, in casa nostra c'erano sempre dei cani, e in ge-
nere io riesco ad anticipare e a «capire» il loro comportamento, per co-
me può farlo un intellettuale di mezza età che.viva a Manhattan. D'altra
parte, nelle mie frequentazioni canine, nulla mi aveva preparato a quella
che fu la mia prima esperienza autenticamente interattiva con una scim-
mia antropomorfa (sebbene di quelle definite «minori»). Come vedre-
mo, il comportamento <li un'antropomorfa in risposta a un fattore di-
straente è nettamente diverso da quello di un canide.
Molti anni fa, mentre mi trovavo in vacanza a Phuket, un'isola al lar-
go della costa della Thailandia meridionale, strinsi un rapporto di reci-
proca amicizia con un giovane gibbone nero del Laos, che apparteneva
ai proprietari di un ristorante di fianco al mio albergo. Per circa una set-
timana, trascorsi in sua compagnia alcune ore ogni giorno. Ogni mattina
il gibbone si precipitava a stringermi la mano. Tutto arti e corpo minuto,
simile a un ragno, si impegnava poi in una breve danza che - nella mia
presunzione - interpretavo come un'espressione di gioia nel vedermi.
Ma poi, nonostante la sua inclinazione a giocare senza sosta, si sistema-
va vicino a me e con estrema concentrazione studiava i minimi dettagli
del mio abbigliamento: il cinturino dell'orologio, un bottone, una scar-
pa, gli occhiali (con i quali cercò di mettere insieme un pranzo, avendo-
meli sfilati in un momento in cui avevo abbassato la guardia). Fissava gli
oggetti tutto intento, spostando sistematicamente l'attenzione da un
dettaglio ali' altro. Quando un giorno mi presentai con un cerotto intor-
no all'indice, lui prese a esaminarlo con attenzione. Nonostante il suo
status di «piccola» scimmia antropomorfa (contrapposta durnrrn· n ho
nobo, scimpanzé, gorilla e oranghi, note come «grandi» nnt1·opn111111fr),
il gibbone l'l'a \'U()tlcc di un'attenzione prolungata.
152 L'ANIMA DEL CERVELLO

Particolarmente notevole era il fatto che, dopo un'improvvisa distra-


zione, per esempio un rumore sulla strada, il gibbone tornasse sempre
ali' oggetto della sua precedente curiosità. Riprendeva la sua esplorazio-
ne esattamente da dove l'aveva lasciata, anche quando l'interruzione s' e-
ra protratta più a lungo di una semplice frazione di secondo. Le azioni
del gibbone erano guidate da una rappresentazione interna che faceva
da «ponte» fra il suo comportamento prima e dopo la distrazione. Per
lui, «lontano dagli occhi» non equivaleva più a «lontano dal cuore»! A
parte i miei preconcetti neuroscientifici, come ex proprietario di diversi
cani, da sempre amante di queste creature, posso testimoniare che que-
sto comportamento era assolutamente non-canino. Non mi sorprende
che i lobi frontali dei cani rendano conto approssimativamente del 7%
della corteccia totale, mentre nel gibbone ammontano all'll,5% 23 •
L'interazione col gibbone fu talmente diversa da qualsiasi esperienza
avessi mai avuto con i cani, e a tal punto più ricca, che per un attimo ac-
carezzai l'idea di acquistarlo e di portarmelo a New York come animale
da compagnia e come amico. I ristoratori erano disposti a concludere
l'affare e cominciammo a discutere sul prezzo. Alla fine, però prevalse la
saggezza, e feci ritorno a Manhattan - al mio appartamento in centro, al
cinquantesimo piano - da solo.
Negli esseri umani, la capacità di mantenere la concentrazione assu-
me una dimensione ancora più complessa. Non solo noi siamo in grado
di concentrarci facendo attenzione a oggetti esterni: sappiamo farlo an-
che con i nostri pensieri, giacché non consentiamo alle associazioni ca-
suali di sviare i nostri processi di pensiero dal loro corso. I canidi, le pic-
cole scimmie antropomorfe e gli esseri umani (Homo sapiens sapiens)
non rappresentano stadi successivi sullo stesso ramo dell'albero della fi-
logenesi. Ciò nondimeno, possono essere usati come esempi di diversi li-
velli di sviluppo dei lobi frontali e della correlazione fra sviluppo dei lo-
bi frontali da una parte, e capacità di guidare il comportamento median-
te rappresentazioni interne - «i ricordi del futuro» - dall'altra.
Quando i lobi frontali sono colpiti da una malattia neurologica, la ca-
pacità di concentrarsi va perduta e il paziente è completamente alla mercé
di stimoli ambientali incidentali e di associazioni interne tangenziali. Non
ci vuole molta immaginazione per capire quanto devastante possa essere
una tale incapacità. La tendenza alla distraibilità è una componente di
molti disturbi neurologici e psichiatrici, e solitamente è associata a una di-
sfunzione frontale. Come vedremo in seguito, il disturbo da deficit dell'at-
tenzione e iperattività (Attention Deficit Hypcraclivity Disorder,
QUANDO IL LEADER È COLPITO 153
ADHD), con l'estrema distraibilità che lo caratterizza, è solitamente lega-
to a una disfunzione dei lobi frontali24.
In psichiatria, la suscettibilità dei processi di pensiero ad associazio-
ni irrilevanti è stata da tempo denominata «tangenzialità» e «deraglia-
mento». Questi fenomeni sono fra i sintomi più drammatici della schi-
zofrenia. Come vedremo in seguito, questa è più di una coincidenza.
Oggi la schizofrenia è considerata una patologia frontale.
E poi c'è la quotidiana distraibilità del classico «professore-con-la-
testa-fra-le-nuvole». Abbiamo a che fare con un vero e proprio danno
frontale o con una variazione della cognizione normale? E nel secondo
caso, le differenze individuali legate ai propri interessi mentali corri-
spondono forse alle differenze individuali riscontrabili nella funzione
«normale» dei lobi frontali?

Rigidità mentale

La capacità di conservare la concentrazione, di restare in carreggiata, è


certo un punto di forza, ma altrettanto non si può dire della tendenza a
impuntarsi e a bloccarsi. La prima caratteristica può facilmente deterio-
rarsi trasformandosi nella seconda, qualora la capacità di mantenere la
stabilità mentale non sia equilibrata dalla necessaria flessibilità. Indipen-
dentemente da quanto ci si concentri su un'attività o su un pensiero, ar-
riva un momento in cui la situazione richiede che si faccia qualcos'altro.
Saper modificare la propria disposizione mentale non è meno importan-
te di sapersi concentrare.
La capacità di passare con facilità da un'attività o da un'idea all'altra
è talmente naturale e automatica che la diamo per scontata. In effetti, es-
sa richiede meccanismi neurali complessi, anch'essi dipendenti dai lobi
frontali. La flessibilità mentale, labilità di vedere le cose in una nuova
luce, la creatività e l'originalità, sono tutti aspetti che dipendono dai lo-
bi frontali. Quando questi ultimi sono danneggiati, si instaura una certa
«rigidità mentale» la quale può costituire anch'essa una manifestazione
molto precoce della demenza.
Tutti noi, a volte, ci imbattiamo in persone particolarmente inflessi-
bili. Le definiamo «rigide», e sulla base di quanto abbiamo già detto,
questa loro rigidità può rappresentare una variazione individnak «1101·
male» delle funzioni dei lobi frontali. Forme di rigidi1ì1 nw111:1h· piì1
profonde danno luogo al comportamento osscss.ivoro.mp11h;iv11 (( ).,.,,.~.
154 L'ANIMA DEL CERVELLO

sive Compulsive Disorder, OCD), nel quale è stata chiamata in causa la


disfunzione del nucleo caudato, una struttura strettamente legata ai lobi
frontali25 . Un vero e proprio danno ai lobi frontali, d'altra parte, produ-
ce una rigidità mentale estrema che può paralizzare completamente la
cognizione del paziente. Tutto questo è chiarissimo quando si osserva
Vladimir tracciare dei semplici disegni. Con una cadenza regolare, detto
a Vladimir i nomi delle forme da disegnare: «una croce, un cerchio, un
quadrato»; e lui li disegna uno per uno, seguendo le mie istruzioni.
Facciamo un passo indietro, e riflettiamo su che cosa comporti l'ese-
cuzione di questo compito. In primo luogo, Vladimir deve decidere se il
compito propostogli richieda di disegnare le forme o di scrivere i loro
nomi. Stando alle nostre attuali conoscenze del cervello, questo compito
impegna le aree del linguaggio coinvolte nella comprensione del signifi-
cato dei verbi, aree che si trovano in una posizione immediatamente an -
teriore rispetto all'area di Broca. In secondo luogo, occorre interpretare
il significato del nome della forma. Questa decodifica viene eseguita nel
lobo temporale sinistro. In terzo luogo, è necessario avere accesso al-
l'immagine mentale della forma stessa, prelevandola dalla memoria a
lungo termine. Tali immagini sono probabilmente archiviate nelle regio-
ni temporali e parietali dell'emisfero sinistro. In quarto luogo, quest'im-
magine deve essere tradotta in una sequenza di atti motori. Questo, con
buone probabilità, è un compito che coinvolge la corteccia premotrice.
Il quinto passaggio implica l'esecuzione di ogni atto motorio e viene rea-
lizzato dalla corteccia motrice, mentre il sesto consiste nella valutazione
dell'esito dell'azione rispetto all'obiettivo - così da decidere se quest'ul-
timo sia stato o meno realizzato. Infine, occorre compiere una transizio-
ne fluida e senza scosse al compito successivo, in modo che il ciclo pos-
sa ripetersi. Gli ultimi due compiti, la valutazione e la transizione, sono
effettuati dalla corteccia prefrontale26• Lo schema delle regioni corticali
implicate in questo compito è mostrato in figura 15.
Per riprendere la nostra analogia con l'orchestra, perfino un compi-
to apparentemente facile, come disegnare le forme che vengono dettate,
implica lo sforzo concertato di diverse regioni cerebrali (gli «strumenti-
sti»), sotto la direzione e la supervisione dei lobi frontali (il «direttore
d'orchestra»). I comportamenti più complessi, poi, richiedono l'azione
coordinata di «gruppi» di gran lunga più numerosi - sempre sotto la di-
rezione dei lobi frontali.
Uno sguardo più attento alla prestazione di un paziente frontale ser-
ve a mettere bene in chiaro la relazione fra il direttore e l'orchestra. Qui,
QUANDO IL LEADER È COLPITO 155

Fig. 15 Le aree corticali coinvolte nel disegno sotto dettatura. (A) Il soggetto deve decidere
se il compito richieda di disegnare le forme o di scrivere i loro nomi. Questo compito
impegna larea del lobo frontale sinistro che si trova immediatamente davanti ali' a-
rea di Broca. (B) Il soggetto deve interpretare il significato del nome della forma.
Questo compito viene eseguito dal lobo temporale sinistro. (C) Il soggetto deve ac-
cedere all'immagine della forma appropriata, archiviata nella memoria a lungo ter-
mine. Tali immagini sono immagazzinate nelle regioni temporali e parietali dell'emi-
sfero sinistro. (D) L'immagine così recuperata deve essere tradotta in una serie di at-
ti motori che impegnano la corteccia premotrice. (E) Ogni atto motorio deve essere
eseguito, sotto il controllo della corteccia motrice. (F) Il soggetto deve valutare I' esi-
to del!' azione rispetto all'obiettivo, e decidere se quest'ultimo sia stato felicemente
realizzato. Infine, occorre compiere una transizione fluida e senza scosse al compito
successivo, in modo che il ciclo possa riprendere. Gli ultimi due compiti, quello del-
la valutazione e della transizione, sono eseguiti dalla corteccia prefrontale.

la transizione completa da un compito all'altro è impossibile, e i fram-


menti del compito precedente si attaccano a quello nuovo, dando luogo
a strane situazioni ibride. Questo fenomeno è detto perseverazione. Nel-
la figura 16 sono illustrati diversi tipi di perseverazione.
Nel cervello di Vladimir il danno è confinato al direttore d'orchestra,
i lobi frontali. Tutti gli strumentisti (la corteccia motrice, la corteccia
premotrice e le aree del linguaggio nei lobi parietale e temporale sini-
stro) sono intatti. Ciò nondimeno, la prestazione di ciascun.o strumenti-
sta risente del danno frontale. Questo è ben illustrato dalla varietà delle
possibili forme assunte dalla perseverazione. Ciascuna cli css\ · l'i fld 1i·
l'incapacità dci lobi frontali di guidare il comportamento Ji 1111 p1111 irn
lare stn1nw11ti111a. In altre parole, ogni tipo di pcrs~v1o.•rn:t.in1w 111p1111·1o111
156 L ANIMA DEL CERVELLO

A «Disegna solo un cerchio»

B
+ E9EE
«Una croce» «Un cerchio» «Un quadrato»

e
+OcO
«Una croce» «Un cerchio» «Una croce»

D
O+@
«Un cerchio» «Una croce» «Un cerchio»

E «Un cerchio» «Un quadrato» «Un triangolo»

Fig. 16 (A) La perseverazione ipercinetica riflette l'incapacità della corteccia prefronta-


le di controllare l'output motorio. (B) La perseverazione degli elementi riflette
incapacità della corteccia prefrontale di controllare l'output della corteccia pre-
motrice. (C, D) La perseverazione di particolari aspetti riflette l'incapacità della
corteccia prefrontale di controllare l'output della corteccia temporoparietale
posteriore sinistra. (E) La persevazione delle attività riflette la disintegrazione
della stessa corteccia prefrontale. (Per una descrizione p.iù dcttn"'liutu, si vedano
Goldberg e Tucker, 1979).
QUANDO IL LEADER È COLPITO 157

tato in figura 16 è causato dal collasso del controllo esecutivo esercitato


a distanza dai lobi frontali su una parte della corteccia ben precisa.
Quando si chiede a un paziente frontale di disegnare un cerchio (una
curva che richiede un unico movimento) egli continua a ripetere la cur-
va (figura 16A). Questa perseverazione riflette l'incapacità dei lobi fron-
tali di assumere la guida della corteccia motrice.
Se invece gli si chiede di tracciare in sequenza una croce, un cerchio
e poi un quadrato, il paziente dapprima disegna la croce e poi, invece di
<<lasciarla perdere», la inserisce nel cerchio e nel quadrato (figura 16B).
Qui la perseverazione non riguarda più un singolo movimento, ma
un'intera sequenza, e riflette, ancora una volta, l'incapacità dei lobi
frontali di guidare la corteccia premotrice.
In un altro caso, il compito consiste nel tracciare una prima forma,
poi una seconda e infine nuovamente la prima. Nella figura 16C, la pri-
ma croce e il cerchio sono tracciati correttamente, ma la seconda croce
acquista una proprietà del cerchio che la precede, ossia la superficie.
Nella figura 16D il primo cerchio è disegnato correttamente, ma il se-
condo acquista la proprietà della croce che lo precede, ossia la «dupli-
cità». Questi strani ibridi riflettono l'incapacità dei lobi frontali <li sele-
zionare le rappresentazioni mentali di semplici forme geometriche -
rappresentazioni immagazzinate nei lobi parietali e temporali - e di
completare il passaggio da una rappresentazione mentale alla successi-
va, seguendo le istruzioni date.
In un'altra occasione, il compito proposto era quello di tracciare
dapprima un cerchio, poi un quadrato e infine un triangolo - che furo-
no disegnati tutti correttamente. Fu chiesto poi al soggetto di scrivere il
suo nome e la sua età, ed egli fece anche questo. Infine, gli venne chiesto
di disegnare ancora un quadrato, un altro quadrato e un triangolo. Il ri-
sultato fu una sequenza di forme ibride: metà forme e metà lettere <figu-
ra 16E). La giustapposizione di forme e lettere non era casuale. Affian-
cata a ogni forma c'era la lettera finale del nome russo del paziente. La
sequenza di attività richiesta in questo compito era: disegno-scrittura-di-
segno. Con i lobi frontali incapaci di guidare il processo, questa transi-
zione apparentemente banale non poteva più essere eseguita in modo
fluido: ecco allora che la scrittura s'intrometteva invadendo il disegno
successivo e portando a una prestazione ibrida. Questi ibridi riflettono
l'incapacità dei lobi frontali di guidare l'interpretazione ddl'ist rnziww
verbale27 •
Durautl' t.11110 il processo, Vladimir era comp.l.<.>tamttHl' i1u·11rn •.i111 ·v11
158 L'ANIMA DEL CERVELLO

le della propria strana prestazione e per nulla turbato dalla sua incoe-
renza. E questo nonostante il fatto che ricordasse il compito richiestogli
e fosse in grado di disegnare ciascuna delle forme singolarmente. Ciò
nondimeno, non era in grado di confrontare l'esito del proprio sforzo
con il suo obiettivo.
L'estrema inflessibilità delle operazioni mentali, una caratteristica
evidente nella prestazione di Vladimir e di altri pazienti, è fra le conse-
guenze più devastanti della patologia frontale. Nei casi gravi, essa è per-
vasiva e praticamente disintegra il funzionamento di qualsiasi altro siste-
ma cerebrale. La rigidità mentale di Vladimir era estrema: sebbene in
forme più sottili, comunque, essa permea di sé anche i processi mentali
di pazienti con traumi cranici «leggeri», oppure affetti da demenza pre-
coce o da altre condizioni. In questi altri casi, la base neurologica dei
sintomi non è sempre evidente. Il sottile cambiamento che ha luogo nei
processi mentali del paziente viene spesso attribuito alla «personalità» o
alla «depressione», quando in realtà si è in presenza di un leggero danno
ai lobi frontali.
La compromissione di Vladimir esemplifica molto bene gli effetti del
danno frontale. Egli non poteva iniziare spontaneamente delle attività.
Una volta che le avesse cominciate, non riusciva a terminarle. Non era in
grado di elaborare un piano, né di seguirlo. Il suo comportamento era
alla mercé delle distrazioni incidentali, esterne o interne che fossero.
Non riusciva a passare da un'attività o da un pensiero al successivo, e la
sua mente si inceppava. Quando, in conseguenza di tali difficoltà, il suo
comportamento si disintegrava completamente, Vladimir non era tutta-
via consapevole della propria compromissione.
Allo stesso tempo, il linguaggio di Vladimir era grammaticalmente
corretto, come pure la sua articolazione e la scelta delle parole. Sapeva
leggere, scrivere e disegnare. Poteva impegnarsi in semplici calcoli. I
suoi movimenti non erano compromessi. La sua memoria fondamentale
era intatta. In altre parole, gli strumentisti erano stati tutti risparmiati.
L'unico a cadere, era stato il direttore d'orchestra.
Ovviamente, Vladimir presentava un grado di rigidità mentale estre-
mo. Ciò nondimeno, il suo esempio serve a cogliere il meccanismo di un
disturbo che, anche in forme più leggere, può privare i processi mentali
del loro dinamismo e della loro agilità. La perdita di flessibilità mentale è
fra le manifestazioni della demenza più precoci e difficili da riconoscere.
Un test apparentemente semplice, conosciuto come Wisconsin Card
Sorting Test28 , si è rivelato molto sensibile per il rilcvan1cnto di una sot-
QUANDO IL LEADER È COLPITO 159

tile compromissione della flessibilità mentale; in esso si chiede al sogget-


to di classificare in tre diverse categorie alcune carte raffiguranti sempli-
ci forme geometriche, sulla base di un semplice principio. Il principio di
classificazione non viene rivelato in anticipo, e il soggetto deve arrivarci
per tentativi ed errori. Quando finalmente il paziente padroneggia il
principio di classificazione, però, esso viene improvvisamente modifica-
to a sua insaputa. Ogni volta che il soggetto arriva al nuovo principio,
esso viene ulteriormente modificato senza preavviso. Il compito richie-
de, oltre alla capacità di elaborare un piano e di farsi guidare da una rap-
presentazione interna, anche flessibilità mentale e memoria di lavoro: in
breve tutti gli aspetti della funzione frontale che abbiamo precedente-
mente descritto.

Il punto cieco della mente: anosognosia

Il nostro successo nella vita dipende in modo critico da due capacità:


quelle di intuire e comprendere il mondo mentale nostro e altrui. Que-
ste abilità sono strettamente legate e si trovano entrambe sotto il con-
trollo dei lobi frontali. Entrambe patiscono quando i lobi frontali subi-
scono un danno o se sono scarsamente sviluppati, situazioni che porta-
no a particolari sindromi cliniche. Abbiamo già discusso il ruolo dei lo-
bi frontali nella capacità di farsi un'idea intuitiva della mente altrui, e
come tale abilità patisca in seguito a un danno subito da queste struttu-
re cerebrali. È ora il momento di considerare il ruolo dei lobi frontali
nella comprensione del proprio mondo cognitivo.
Ancora una volta, il caso di Vladimir è molto istruttivo. L'aspetto che
più colpiva in lui era la sua completa inconsapevolezza del disturbo che
lo affliggeva e di come le circostanze della sua vita fossero drasticamen-
te cambiate in seguito ad esso. Vladimir soffriva di anosognosia, una
condizione devastante che priva il paziente della capacità di compren-
dere la propria malattia29 . Un paziente affetto da anosognosia può esse-
re gravemente compromesso, ma non ne avrà la benché minima perce-
zione e continuerà ad asserire che tutto va bene. Questo fenomeno è di-
verso da quello della «negazione», in cui si presume che il paziente ab-
bia la capacità di comprendere il proprio deficit ma «decida» di intc.r·
pretare le cose diversamente. In seguito a un danno frontak-, la rnp:witiì
cognitiva di capire la propria condizione è autenticamcntl' lwnm.
L'anosognot<;in pllÒ assumere diverse forme. Per akutw li1l\l111u, 111111
160 L'ANIMA DEL CERVELLO

del tutto comprese, essa è più comune in seguito a lesioni che abbiano
colpito l'emisfero destro (e non il sinistro). Alcuni scienziati credono
che questo sia spiegabile tenendo conto del fatto che solo la cognizione
mediata dal linguaggio è disponibile all'introspezione, o anche perché
l'introspezione stessa è un processo fondato sul linguaggio. Pertanto,
stando a tale premessa, qualsiasi alterazione, dovuta a lesioni cerebrali,
di processi cognitivi mediati dal linguaggio, sarebbe disponibile all'in-
trospezione; viceversa, ogni alterazione della cognizione non verbale
non lo sarebbe: questo limiterebbe la portata dell'introspezione ai pro-
cessi mentali mediati dall'emisfero sinistro.
lo ho sempre creduto, tuttavia, che il rapporto dell' anosognosia con
le lesioni dell'emisfero destro (ma non del sinistro) sia il riflesso di una
distinzione più ampia fra le funzioni dei due emisferi3°. I processi cogni-
tivi dell'emisfero destro sono meno routinizzati, meno dipendenti da co-
dici stabili e implicano una maggior quantità di computazioni de novo.
Ecco che cosa rende il loro contenuto operazionale meno disponibile al-
l'introspezione, più «sfumato» anche negli individui sani. Poiché la con-
sapevolezza individuale delle operazioni cognitive dell'emisfero destro è
«sfumata» fin dal principio, le loro alterazioni conseguenti a lesioni ce-
rebrali sono anch'esse meno evidenti.
Quale che sia la spiegazione, trovo indimenticabile un mio paziente,
un imprenditore di successo, il quale andò incontro a un esteso ictus
dell'emisfero destro. Le sue prestazioni nei compiti legati al linguaggio
erano rimaste perfettamente integre, a indicazione del fatto che l' emisfe-
ro sinistro era stato risparmiato dall'infarto. Le sue prestazioni in com-
piti visuospaziali, che richiedono il disegno o la manipolazione di forme
visive prive di significato, era invece devastata, il che dimostrava un gra-
ve danno all'emisfero destro. Dal punto di vista spaziale, l'uomo era a
un tal livello disorientato da essere del tutto incapace di imparare la di-
sposizione del mio studio, peraltro di dimensioni modeste; così conti-
nuava a perdersi fra la stanza delle visite, la sala d'aspetto e il bagno. Ciò
nondimeno, continuava a dire di essere completamente guarito, di non
aver nulla fuori posto, e di dover prendere immediatamente un volo di-
retto al Cairo per concludere una trattativa. Non c'era nessuna possibi-
lità che arrivasse anche solo nelle vicinanze del Cairo. Nel momento
stesso in cui fosse sceso dal taxi all'aeroporto internazionale Kennedy si
sarebbe ritrovato completamente inerme e sperduto. La moglie e la fi-
glia lo capivano benissimo, bisogna riconoscerlo, e disposero per il suo
ricovero in ospedale nonostante le sue furiose proteste. E luttovia, pcrfi-
QUANDO IL LEADER È COLPITO 161

no questo livello di anosognosia impallidisce se confrontato al quadro


clinico comune nelle lesioni frontali gravi. Quanto meno, l'imprenditore
tanto desideroso di volare ammetteva di essere stato malato. Vladimir,
dal canto suo, non aveva la benché minima idea del fatto che la sua vita
fosse stata catastroficamente e irreversibilmente stravolta dalla malattia.
Nessuna forma di anosognosia è più completa e impermeabile di quella
causata da un grave danno frontale 31 .
I meccanismi dell' anosognosia frontale sono scarsamente compresi.
In senso lato, essi probabilmente hanno a che fare con la compromissio-
ne della funzione «editoriale» dei lobi frontali, ossia quella funzione che
opera il confronto fra l'esito delle proprie azioni da una parte, e quelle
che erano le intenzioni, dall'altra. Oppure, può darsi che riflettano un
aspetto ancor più profondo della patologia frontale, ossia la fondamen-
tale mancanza di intenzionalità che le è intrinseca. Un organismo senza
desideri, senza scopi, senza obiettivi, per definizione 11on sperimenterà
alcun senso di fallimento. E tuttavia, la consapevolezza del deficit è il
prerequisito fondamentale di qualsiasi sforzo, da parte del paziente, per
migliorare la propria condizione. Un paziente con anosognosia non spe-
rimenta alcun senso di perdita o carenza, e pertanto non sente alcun bi-
sogno di impegnarsi a correggerlo. Poiché la cooperazione del paziente
è essenziale per il successo di qualsiasi sforzo terapeutico, l' anosognosia
trasforma il processo terapeutico in una battaglia da combattere tutta in
salita, rendendo perciò particolarmente devastanti le conseguenze delle
patologie frontali.
8. Maturità sociale, senso morale, legge e lobi frontali

La sindrome orbito/rontale «pseudopsicopatica» e la perdita


del!'autocontrollo

Ai lobi frontali è stata attribuita una miriade di qualità umanizzanti; fra


l'altro sono stati proclamati sede ultima del nostro senso morale. Ciò si-
gnifica forse che un loro sottosviluppo, o una lesione che li interessi, da-
ranno luogo all'immoralità? Questo probabilmente no; ma che cosa
possiamo dire dell'amoralità?
A questo proposito, ecco a voi la sindrome orbitofrontale. Per molti
versi, essa è l'opposto della sindrome dorsolaterale. I pazienti che ne so-
no colpiti sono emozionalmente disinibiti. Solo raramente il loro status
affettivo è neutro; invece, esso oscilla costantemente dall'euforia alla
rabbia, mentre il controllo degli impulsi, se non del tutto assente, è co-
munque scarso. La capacità di questi pazienti di inibire l'esigenza della
gratificazione istantanea è gravemente compromessa. Costoro fanno ciò
che hanno voglia di fare quando hanno voglia di farlo, senza preoccu-
parsi minimamente di tabù sociali o di proibizioni legali. Mancano com-
pletamente della benché minima capacità di prevedere le conseguenze
delle proprie azioni.
Un paziente affetto da sindrome orbitofrontale (causata da un trau-
ma cranico, da patologie cerebrovascolari o da demenza) si abbando-
nerà a furti nei negozi, a un comportamento sessualmente aggressivo, al-
la guida spericolata o ad altre azioni comunemente percepite come anti-
sociali. Questi pazienti sono noti come individui egoisti, spacconi, infan-
tili, scurrili e sessualmente espliciti. Fanno battute pesanti e la loro alle-
gra esuberanza, nota come Witzelsucht (come dire «spiritosite») fa pen-
sare a quella di un adolescente ubriaco 1. Se i pazienti dorso.laterali sono
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 163

in un certo senso privi di personalità, quelli orbitofrontali sono cospicui


per la loro personalità «immatura». Non sorprende che, agli inizi del
XX secolo, la neurologia europea avesse soprannominato la sindrome
orbitofrontale «sindrome pseudopsicopatica». In questo caso, però, i
tratti sconvenienti sono causati dal danno alle regioni orbitofrontali del
cervello e non sono sotto il controllo del paziente.
Il termine «pseudopsicopatico», peraltro impietoso, non è più in
uso. Sebbene alcuni pazienti affetti da 'sindrome orbitofrontale esegua-
no comportamenti antisociali criminali, nella maggior parte dei casi si
tratta di individui privi di inibizioni, «avventati» ma innocui. Spessissi-
mo, la loro assenza di inibizioni sconfina nella comicità. Molti anni fa,
un anziano paziente entrò nel mio studio e mi salutò con un ampio sor-
riso dicendo: «Dottore, ma lei è proprio un bosco di peli e capelli!» A
parte il fatto che non era vero (magari!) è evidente che non è questo il
modo di salutare uno sconosciuto, che fra l'altro sta per diventare il tuo
nuovo medico. Il mio immediato sospetto diagnostico fu in seguito con-
fermato: il brav'uomo soffriva di demenza a uno stadio precoce, una
condizione che colpiva in modo particolare i lobi frontali.
Un altro caso fu quello di un ricco gentiluomo di campagna, un uo-
mo anziano accompagnato nel mio studio dalla moglie dopo che, agen-
do «d'impulso», aveva acquistato la bellezza di cento cavalli. Anche nel
suo caso, la diagnosi fu di demenza, stavolta a uno stadio alquanto avan-
zato. Quando chiesi alla moglie perché non lo avesse portato prima da
un medico, la donna ammise che negli ultimi anni il marito si era com-
portato «stupidamente», ma mi confidò di aver pensato che avesse sem-
plicemente alzato un po' troppo il gomito con i suoi mattini. Entrambi i
casi esemplificano la forma più benigna di «disinibizione orbitofronta-
le» (e anche la difficoltà dei profani, perfino dei familiari, di riconoscer-
la come un disturbo clinico).
La società ritiene un individuo responsabile di certe azioni, ma non
di altre. La portata delle sue responsabilità è fissata da quella del suo
controllo volizionale. Se un ubriaco vomita in pubblico, sarà punito, ma
un uomo che vomiti perché colpito da un ictus sarà scusato. Un inci-
dente automobilistico causato da un eccesso di velocità sarà oggetto di
sanzione, ma l'autista che avrà causato lo stesso incidente perché colpito
eia un infarto cardiaco sarà scusato. Oscenità pronunciate in pubhlirn iu
un accesso d'ira saranno punite, ma le stesse parole, ctn\'SS<' i11vnlrn11a
riamentc da uu pmdcntc tourettico coprolalico potrchhcro ,·ss1·1·1· 111·11l11
nate. Le lcsioni fitiidw .inflitte nel corso di un'am~rcssiotw t.aJ>1111111 p!!o•
164 L'ANIMA DEL CERVELLO

te, ma quelle causate da un epilettico caduto addosso a un bambino du-


rante una crisi non lo saranno.
La società traccia dunque una distinzione legale e morale fra le con-
seguenze di azioni che presumibilmente sono sotto il controllo volizio-
nale dell'individuo e quelle di azioni che si suppone si trovino al di fuo-
ri di tale controllo. Di solito si assume che l'ubriachezza, l'eccesso di ve-
locità, la maleducazione e l'aggressività siano sotto il controllo della vo-
lizione, e che pertanto siano comportamenti evitabili e punibili. D'altro
canto, si ammette che le crisi convulsive, i tic, gli svenimenti e gli infarti
cardiaci non possano essere controllati dal paziente e pertanto le loro
conseguenze non sono punibili dalla legge.
Il controllo volizionale implica qualcosa di più della consapevolezza
cosciente. Implica la capacità di anticipare le conseguenze delle proprie
azioni, di decidere se l'azione debba o meno essere eseguita, e di sceglie-
re quindi fra agire e non agire. Probabilmente un paziente tourettico e il
povero diavolo colto da un colpo di calore mentre è in vacanza sono pie-
namente consapevoli di ciò che sta accadendo loro, ma non sono in gra-
do di controllarlo.
A livello cognitivo, sembra che la capacità di comportamenti volizio-
nali dipenda dall'integrità funzionale dei lobi frontali. In particolare, la
capacità di trattenersi dipende dalla corteccia orbitofrontale.

Maturità sociale e lobi frontali

È riconosciuto che la capacità di esercitare un controllo volizionale sulle


proprie azioni non è innata, ma emerge gradualmente nel corso dello
sviluppo. Un accesso di stizza da parte di un adulto susciterà una reazio-
ne molto diversa dalle bizze di un bambino. La capacità di esercitare un
controllo volizionale sulle proprie azioni è un ingrediente importante,
forse essenziale, della maturità sociale.
Allan Schore, psichiatra californiano, ha avanzato un'ipotesi provo-
catoria2. Egli ritiene che l'interazione precoce fra madre e figlio sia im-
portante per il normale sviluppo della corteccia orbitofrontale nei primi
mesi di vita. Esperienze stressanti nella prima infanzia possono danneg-
giare in modo permanente la corteccia orbitofrontale, predisponendo
l'individuo, -in fasi successive, all'insorgere di patologie psichiatriche.
Se così fosse, questa sarebbe un'affermazione straordinaria, poiché
implicherebbe che le interazioni sociali precoci contribuisrn110 a.Ila far-
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 165

mazione del cervello. Gli scienziati sanno da anni che la stimolazione


sensoriale precoce promuove lo sviluppo della corteccia visiva dei lobi
occipitali, sviluppo che è invece ritardato da una deprivazione sensoria-
le pure precoce. È forse possibile che la stimolazione sociale rappresen-
ti, ai fini dello sviluppo della corteccia frontale, ciò che la stimolazione
visiva è per lo sviluppo di quelfa occipitale? Probabilmente, negli esseri
umani sarà difficile ottenere una risposta rigorosa a questa domanda; es-
sa tuttavia si presta a essere affrontata utilizzando un modello animale
alquanto semplice. A parte il ruolo dell'interazione sociale precoce, mi
piacerebbe che si considerasse anche un altro interrogativo: esiste una
relazione fra ordine ambientale (contrapposto al caos) e maturazione
dei lobi frontali? Visto il ruolo di queste strutture cerebrali nell' organiz-
zazione temporale della cognizione, per lo sviluppo di tale loro funzione
potrebbe dimostrarsi essenziale un'esposizione precoce ad ambienti or-
dinati dal punto di vista temporale.
Ci si potrebbe porre una domanda ancor più audace: è possibile che
lo sviluppo del senso morale implichi la corteccia frontale, proprio come
lo sviluppo visivo implica la corteccia occipitale e quello del linguaggio
la corteccia temporale? Possiamo pensare a un codice morale come a
una tassonomia delle azioni e dei comportamenti consentiti. La cortec-
cia prefrontale è la corteccia associativa dei lobi frontali, che sono i «lo-
bi dell'azione». Come ricorderete, la corteccia associativa posteriore co-
difica informazioni generiche sul mondo esterno. Essa contiene la tasso-
nomia delle diverse cose di cui è nota l'esistenza, e aiuta a riconoscere
un particolare elemento come membro di una categoria nota. Ma allora
non potrebbe essere che, per analogia, la corteccia prefrontale contenga
la tassonomia di tutti i comportamenti e le azioni morali consentiti? E
non potrebbe essere che, proprio come il danno o uno sviluppo impro-
prio della corteccia associativa posteriore produce agnosie relative agli
oggetti, il danno o lo sviluppo improprio della corteccia prefrontale pro-
duca, in un certo senso, un'agnosia morale?
Queste possibilità di vasta portata attendono di essere ulteriormente
esplorate; tuttavia, un articolo di Antonio Damasio e collaboratori offre
loro un certo sostegno. Damasio ha studiato due giovani adulti, un uo-
mo e una donna, che avevano subito un danno ai lobi frontali in tcnçrn
età. Entrambi presentavano comportamenti antisociali: m<.'n7.og1w, f'm
tarelli, assenze .ingiustificate da scuola. Damasio asscriscç dw q1w~I i I Hl
zienti nuu t1olo non riuscivano ad agire seguendo pn~cl'lli 11t1mdi 1111111 o
166 L'ANIMA DEL CERVELLO

priati e socialmente consentiti, ma nemmeno erano in grado di ricono-


scere che le loro azioni erano moralmente sbagliate3.
La corteccia orbitofrontale non è l'unica regione dei lobi frontali le-
gata a un comportamento socialmente maturo. La corteccia del cingolo
anteriore occupa una posizione mediofrontale ed è intimamente legata
alla corteccia prefrontale. Insieme a quest'ultima e ai gangli basali, la
corteccia anteriore del cingolo costituisce una struttura estesa che mi
piace chiamare «lobi frontali metropolitani». La corteccia anteriore del
cingolo è stata da sempre messa in relazione all'emozione. Secondo Mi-
chael Posner, il decano della psicologia cognitiva nordamericana, essa
ha un ruolo anche nello sviluppo sociale e nella regolazione del disagio 4 •
La capacità di inibire il disagio è fondamentale ai fini delle interazio-
ni sociali. Gli obiettivi e le esigenze dei diversi membri di un gruppo so-
ciale non collimano mai perfettamente, e la capacità di scendere a com-
promessi è un meccanismo essenziale ai fini dell'armonia e dell'equili-
brio sociale. Tale capacità dipende dalla nostra abilità di imbrigliare il
disagio, ossia le emozioni negative che insorgono dall'impossibilità di
trovare una gratificazione immediata. Le emozioni negative coinvolgono
l'amigdala, localizzata in profondità nel lobo temporale. Secondo Po-
sner, la corteccia anteriore del cingolo tiene a freno l'amigdala ed eserci-
tando il proprio controllo modera l'espressione di disagio. I membri di
una società che avessero l'amigdala attiva e non imbrigliata dalla cortec-
cia anteriore del cingolo si accapiglierebbero costantemente. Secondo
questa interpretazione, la corteccia anteriore del cingolo rende possibili
il dialogo civile e la risoluzione dei conflitti.

Maturazione biologica e maturità sociale: un enigma della storia

La tacita definizione di maturità sociale, come pure l'età in cui l'indivi-


duo viene considerato maggiorenne o maturo, si sono modificate nel
corso della storia. In diverse culture, l'età in cui un ragazzo diventa un
uomo è stata codificata attraverso vari rituali, e la sua modificazione nel-
le diverse epoche è decisamente rivelatrice.
Nella tradizione ebraica, il compimento dei tredici anni è celebrato
con il bar mitzvah. In tempi moderni, esso è un rituale gioioso e ricco di
simbolismi. Quando la celebrazione si è conclusa, però, il ragazzo rima-
ne pur sempre un ragazzo. Probabilmente, il rituale del bar mitzvah ri-
flette la realtà di tremila anni fa, quando i tredici anni '~rnno dawcro
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 167

l'età di transizione dalla fanciullezza alla virilità, con tutte le sue profon-
de connotazioni.
Riti di iniziazione che simboleggiano il passaggio all'età adulta si ri-
trovano anche in altre culture. Nell'isola indonesiana di Bali, ho assistito
alla cerimonia del mepanes (limatura dei denti). Il mepanes viene esegui-
to verso la fine dell'adolescenza, intorno ai sedici anni, ed è un prere-
quisito per accedere a qualsiasi istituzione tipica dell'età adulta, per
esempio il matrimonio. In mezzo al colorito rituale sottolineato dal suo-
no dei gamelan cerimoniali, i denti dell'adolescente, maschio o femmina
che sia, vengono limati da un sangging (un giovane sacerdote hindu). Il
simbolismo del rituale è rivelatore.
Ida Bagus Madhe Adnyana, un giovane brahmino che si era sottopo-
sto alla limatura dei denti qualche anno prima, mi spiegò il significato
del rituale come segue. Procurandosi una dentatura dal bordo piatto e
regolare, l'adolescente si distingue dagli animali, i cui denti sono aguzzi
e irregolari. La limatura dei denti simbolizza dunque l'ingresso nel mon-
do civilizzato. Vengono limati i sei denti anteriori dell'arcata superiore,
corrispondenti a sei vizi: kama (lussuria), krodha (ira), lobha (avidità),
moha (ubriachezza), mada (arroganza) e matsuya (gelosia). L'appiatti-
mento del bordo dei denti simbolizza l'attenuazione di tutti questi im-
pulsi, che vengono così condotti sotto il controllo della ragione. Come
già sappiamo, molti di questi tratti socialmente indesiderabili sono
smorzati dall'attività dei lobi frontali e diventano difficilmente gestibili
in presenza di lesioni orbitofrontali.
Quando la società umana divenne più complessa, sempre più gover-
nata dal cervello invece che dai muscoli, e con l'aumento della longevità,
il raggiungimento della maturità fu spostato in avanti. Le leggi delle mo-
derne società occidentali fissano come età della maturazione sociale i 18
anni (o pressapoco). Questa è l'età in cui una persona può votare e vie-
ne ritenuta responsabile delle proprie azioni come individuo adulto.
I 18 anni sono anche l'età in cui la maturazione dei lobi frontali è re-
lativamente completa. Il procedere della maturazione di varie strutture
cerebrali può essere misurato servendosi di diverse stime. Fra le più co-
muni c'è quella della mielinizzazione delle fibre nervose5. Le lunghe fi-
bre che connettono parti diverse del cervello sono ricoperte da un mate
riale lipidico bianco denominato mielina.
La mielina isola la fibra, accelerando la velocità con rui essa rcu1d11n·
il segnale nervoso. La presenza della mielina rende la co111111iin11:i11111• ln1
diverse pnni dd Cl'rvdlo più veloce e affidabile. OvvlHHll'l!I\', q1H".l,11P
168 L'ANIMA DEL CERVELLO

municazione sulla lunga distanza è particolarmente importante per i lo-


bi frontali - il centro direzionale del cervello - giacché il loro ruolo è
quello di coordinare le attività delle sue numerose parti. I lobi frontali
non possono assumere completamente la leadership finché le fibre che li
connettono con le altre strutture cerebrali non sono andate incontro a
un completo processo di mielinizzazione.
Probabilmente, la coincidenza fra l'età in cui i lobi frontali raggiun-
gono una relativa maturazione e l'età della maturità sociale non è casua-
le. Anche senza il beneficio esplicito delle neuroscienze, ma avvale11dosi
del buon senso comune, la società riconosce che un individuo assume
un controllo sufficiente sui propri impulsi, pulsioni e desideri, solo a
una certa età. Fino a quel momento, l'individuo non può essere conside-
rato completamente responsabile delle sue azioni né in senso morale, né
legale. Tale possibilità sembra dipendere in modo critico dalla maturità
e dall'integrità funzionale dei lobi frontali.
Il rapporto esistente, nel corso della storia, fra l'età della maturità
sociale e la maturazione dei lobi frontali solleva interessanti interrogati-
vi. Nelle società antiche e medievali l'età adulta, in senso sociale, veniva
raggiunta molto prima di oggi. Le nazioni erano spesso governate da
sovrani adolescenti, giovanissimi che era normale vedere anche alla gui-
da di interi eserciti in battaglia. Ramsete il Grande, Faraone d'Egitto, il
biblico re David, e il macedone Alessandro Magno, intrapresero tutti le
loro principali campagne militari poco più che ventenni. In effetti,
Alessandro aveva a malapena venti anni quando attraversò il Bosforo e
invase la Persia, dando inizio con questa impresa alla fusione fra Orien-
te e Occidente; morì trantaduenne, dopo aver creato uno dei più gran-
di imperi mai esistiti, esteso su un territorio che oggi va dalla Libia al-
l'India. Pietro il Grande di Russia si accinse a fare a pezzi e a trasfor-
mare il suo paese quando ancora non aveva vent'anni. Stando a tutti i
racconti di cui disponiamo, nessuno di questi grandi personaggi storici
fu un burattino manovrato dalla mano più «matura» di qualcun altro.
Ciascuno di essi, invece, fin da giovanissimo, fu per il suo popolo un
leader lungimirante e determinato, e lasciò una traccia indelebile sulla
civiltà. Ciò nondimeno, oggi, nei paesi più evoluti, la legge impedisce a
individui della loro stessa età di occupare alti incarichi, sulla base di
una loro presunta «immaturità». Per legge, il presidente degli Stati
Uniti deve avere almeno 35 anni - una norma che oggi impedirebbe a
molti grandi personaggi politici della storia di occupare una posizione
di leadership nella nostra società.
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 169

Questo significa forse che alcune delle più importanti decisioni della
storia furono prese da cervelli biologicamente immaturi? Per spingere
questo ragionamento un poco oltre, non potrebbe forse essere che gran
parte della storia umana sia l'equivalente neurologico di un tumulto gio-
vanile e che i più fatidici conflitti della storia antica e medievale trovino
un ottimo modello nel Signore delle mosche di William Golding? 6 Il ruo-
lo degli anziani come arbitri moderatori e in genere «uomini saggi» fu di
fondamentale importanza nelle società antiche: forse perché gli anziani
erano portatori di una maturità non solo sociale, ma anche biologica?
O può darsi che la velocità della maturazione biologica dei lobi fron-
tali sia almeno in parte controllata da fattori ambientali (e nel caso del-
l'uomo, culturali), quali per esempio una pressione precoce ad assume-
re ruoli «adulti» e a impegnarsi in decisioni complesse (un'ipotesi avan-
zata dal mio studente John Salerno)? In quest'epoca di rapidi cambia-
menti, il problema natura-cultura, applicato ai lobi frontali, è interes-
sante sia per ragioni teoriche, sia per ragioni pratiche. Ovviamente, per i
soggetti vissuti nell'antichità, non possiamo disporre di dati ottenuti con
le tecniche di visualizzazione funzionale del cervello. Né sembra molto
pratico procurarsi dati del genere sottoponendo a scansione i giovani
capi tribù delle poche società primitive sopravvissute nella giungla
amazzonica o sugli altopiani di Papua Nuova Guinea. Gli esperimenti
sui primati non umani, d'altra parte, possono aiutarci a rispondere a
questi interrogativi.

Lesioni frontali e comportamento criminale

Tutti, a volte, ci comportiamo in modo impulsivo e irresponsabile, ma la


maggior parte di noi ha la capacità di tenersi alla larga da comporta-
menti decisamente criminali. D'altra parte, chi a causa di problemi neu-
rologici sia privo di inibizioni sociali, ha una probabilità decisamente
più alta di varcare quel confine. Le violazioni estreme delle norme di
comportamento umano ci colpiscono intuitivamente come anormali; il
fatto che esse siano «anormali», per definizione, è un truismo. Non è
una coincidenza che per descrivere tali comportamenti si usi l'aggettivo
«malati». D'istinto, noi rifiutiamo di accettarli come parte dcl co1npOJ"
tamento <<normale» e cerchiamo di interpretarli in termini «dinki». l·:c
co allora che ci ritroviamo a leggere le speculazioni sulla sifilid,• 1v1·1.i,11fo
di Lcn.in l' Idi Amin Dada, sulla paranoia di Stalin, sull'l'!!t'l'lltlll1' h'l111
170 L'ANIMA DEL CERVELLO

gica di von Economo di Hitler, e così via. D'altra parte, promuovendo


l'idea del criminale folle, spogliamo del loro valore alcuni concetti etici e
legali fondamentali. Occorre procedere con molta cautela nel tracciare
la linea fra criminalità e malattia mentale - fra moralità e biologia.
La relazione fra lesione dei lobi frontali e criminalità è particolar-
mente intrigante e complessa. Già sappiamo che il danno ai lobi fronta-
li causa una compromissione dell'intuizione, della previsione e del con-
trollo degli impulsi, compromissione che spesso conduce a comporta-
menti socialmente inaccettabili. Questo è vero soprattutto quando il
danno interessa la superficie orbitale dei lobi frontali. Pazienti affetti da
questa sindrome «pseudopsicopatica» sono tristemente famosi per il lo-
ro urgente bisogno di gratificazioni istantanee; a tenerli a freno non ba-
stano né i costumi sociali né il timore di essere puniti. Sarebbe logico so-
spettare che alcuni di tali pazienti siano particolarmente inclini al com-
portamento criminale. Ma esistono prove di questo? E ancor più impor-
tante: esistono prove che alcuni degli individui incriminati, accusati o
condannati per comportamento criminale siano, in effetti, casi non dia-
gnosticati di lesioni frontali?
Nella società, diversi gruppi marginali presentano la peculiarità di
delegare le funzioni esecutive a istituzioni esterne, in cui le loro scelte
sono estremamente vincolate e il potere decisionale viene esercitato da
qualcun altro. Alcuni pazienti psichiatrici cronici si sentono a disagio
fuori dagli istituti per la salute mentale e chiedono di esservi riammessi;
quanto a certi criminali, anch'essi si sentono fuori posto nel mondo
esterno e cercano un sistema per farsi nuovamente incarcerare. Questo
potrebbe essere interpretato come una peculiare forma di automedica-
zione, come un tentativo di compensare un deficit esecutivo che rende
incapaci di prendere autonomamente le proprie decisioni.
Sulla base di diversi studi pubblicati, è stato ipotizzato che, rispetto
alla popolazione generale, la prevalenza di traumi cranici sia molto mag-
giore fra i criminali, e soprattutto nei criminali violenti rispetto a quelli
non violenti7• Per ragioni legate all'anatomia del cranio e del cervello, un
trauma cranico chiuso ha una particolare probabilità di colpire diretta-
mente i lobi frontali, e specialmente la corteccia orbitofrontale. D'altro
canto, come sosterrò in seguito, per produrre una significativa disfun-
zione frontale non è necessario un danno diretto ai lobi frontali. Proba-
bilmente, una lesione che interessi la parte superiore del tronco encefa-
lico sortirà un effetto simile, interrompendo le proiezioni essenziali di-
rette ai lobi frontali. Lesioni di questo tipo sono cstrcmamr11tc comuni
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 171

nei traumi cranici chiusi, perfino nei casi in apparenza «leggeri», e pro-
babilmente produrranno una disfunzione frontale anche in assenza di
danni frontali diretti. Molti anni fa descrissi questa condizione denomi-
nandola «sindrome da disconnessione reticolofrontale»8 .
La ricerca contemporanea conferma la designazione di certe sindro-
mi frontali come «pseudopsicopatiche». Adrian Raine e i suoi colleghi
hanno studiato con la tomografia a emissione di positroni (Position
Emission Tomography, PET) il cervello di individui condannati per
omicidio, e hanno riscontrato la presenza di anormalità nella corteccia
prefrontale9• Raine e colleghi hanno studiato anche il cervello di uomini
con disturbo di personalità antisociale e hanno scoperto nei loro lobi
frontali una riduzione della sostanza grigia di entità pari all' 11% 10. La
causa di tale riduzione è incerta, ma Raine ritiene che almeno in parte
essa sia congenita e non causata da fattori ambientali quali lesser stati
vittime di abusi o l'aver avuto cattivi genitori.
Se questo è vero, gli individui con alcune forme congenite di disfun-
zione cerebrale sembrerebbero particolarmente predisposti al compor-
tamento antisociale. Superficialmente, quest'asserzione non è implausi-
bile. Da tempo è riconosciuta l'esistenza di una predisposizione conge-
nita a disfunzioni cerebrali, dovute sia a modalità aberranti di migrazio-
ne delle cellule neurali, sia ad altre cause. D'altra parte, è logico presu-
mere che probabilmente la natura di una tale predisposizione «genotipi-
ca» sia molto ampia e priva di specificità anatomica, e che le sue espres-
sioni «fenotipiche» siano altamente variabili e possano colpire parti di-
verse del cervello in individui diversi. In certi casi, questa predisposizio-
ne può colpire il lobo temporale compromettendo l'apprendimento
fondato sul linguaggio; allo stesso modo, in altri casi, essa può colpire la
corteccia prefrontale producendo una sorta di «incapacità di apprendi-
mento sociale».
Il legame fra disfunzione frontale da una parte, e comportamento
asociale dall'altra, solleva un'importante questione legale. Supponiamo
che, effettuando una risonanza magnetica o una tomografia assiale com-
puterizzata (TAC), si scopra che un criminale presenta evidenze struttu-
rali di danni frontali; oppure supponiamo che - eseguendo una PET,
una tomografia computerizzata a emissione di fotoni singoli (Singh'
Photon Emission Computer Tomography, SPECT) o un elcttrm~n<'('folo
gramma (EEG) - si rilevino evidenze fisiologiche di una &J11111i111w
frontale. Tutti questi metodi di visualizzazione sono ~trt1111L·111i .li.11~1111
stici comu1H'.llll'Dle usati e ampiamente disponibili. 11111111', :.11p10011,111111
172 L'ANIMA DEL CERVELLO

ancora che nei test neuropsicologici sensibili alla funzione dei lobi fron-
tali, un criminale dia prestazioni particolarmente scarse.
Ora immaginiamo che la natura del crimine indichi che costui agì
spinto da un impulso momentaneo e senza premeditazione. (Ovviamen-
te, la premeditazione e la presenza di una pianificazione complessa de-
porrebbero fortemente contro una grave disfunzione frontale.) In senso
legale, un paziente «frontale» probabilmente può essere processato,
poiché è in grado di comprendere i lavori della corte. A parole, costui
può anche distinguere ciò che giusto da ciò che non lo è, e risponderà
correttamente a chi gli chieda quali azioni siano socialmente accettabili
e quali no. Con ogni probabilità, il paziente disponeva di tutte queste
conoscenze, in forma simbolica, anche nel momento in cui commise il
crimine. Pertanto, non sarà possibile invocare l'infermità mentale, nella
sua consueta accezione. Ciò nondimeno, il danno frontale interferirà
con la capacità del soggetto di convertire tali conoscenze in una condot-
ta socialmente accettabile. In altre parole, sebbene gli sia nota la diffe-
renza fra ciò che è giusto è ciò che è sbagliato, costui non è in grado di
tradurla in efficaci inibizioni comportamentali.
Nei pazienti frontali, lo iato fra il possesso di una conoscenza e la ca-
pacità di utilizzarla come guida del proprio comportamento è cospicuo.
Questo può essere dimostrato in modo eloquentissimo con un semplice
test introdotto da Aleksandr Lurija 11 • Nel test si fa sedere il paziente di
fronte all'esaminatore, e gli si chiede di fare esattamente l'opposto di
quello che fa l'esaminatore. «Quando io alzo il dito, tu alza il pugno;
quando io alzo il pugno, tu alza il dito». Questo compito è particolar-
mente difficile per i pazienti frontali. Invece di fare l' «opposto», essi
tendono a cadere in un'imitazione diretta. Per aiutare il paziente, lo si
può incoraggiare a dire ad alta voce quel che deve fare. A questo punto,
la disparità fra possesso della conoscenza e capacità di servirsene come
guida del proprio comportamento diventa evidentissima. Il paziente
dirà la cosa giusta, ma allo stesso tempo farà la mossa sbagliata. Insieme
ai miei colleghi ed ex allievi Bob Bilder, Judy Jaeger e Ken Podell, ho
messo a punto l'Executive Control Battery, una serie di test ideata preci-
samente per evocare tali fenomeni 12 .
Un paziente orbitofrontale può essere in grado di distinguere ciò che
è giusto da ciò che non lo è, e tuttavia non essere capace di usare tale co-
noscenza per orientare il proprio comportamento. Analogamente, un
paziente mesiofrontale con un danno localizzato alla corteccia anteriore
del cingolo, conoscerà le regole del comportamento dv.ile, ma non sarà
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 173

in grado di uniformarsi ad esse. Le potenziali conseguenze legali di que-


sta condizione sono enormi, e il riconoscimento di tale possibilità rap-
presenta una nuova frontiera in ambito giuridico.
Qual è la probabilità che un individuo asociale soffra di una qualche
forma di disfunzione orbitofrontale o mesiofrontale? In quali condizio-
ni questa possibilità dovrebbe essere direttamente accertata con test
neuropsicologici e tecniche di visualizzazione per neuroimmagini? Qual
è l'importanza legale di queste evidenze? In quali circostanze esse pos-
sono escludere la responsabilità penale? Sono due le decisioni legali che
si fondano sulle evidenze cognitive: 1) L'imputato può subire un proces-
so? E poi, 2) è abbastanza sano di mente da poter essere ritenuto re-
sponsabile delle proprie azioni criminali? Sulla base dei criteri standard
utilizzati nei tribunali nel prendere tali decisioni, dal punto di vista lega-
le, un paziente frontale potrebbe essere dichiarato processabile e sano di
mente. Se poi questi concetti giuridici tengano adeguatamente conto
delle particolari potenzialità di comportamento asociale legate al danno
frontale, questo è discutibile. Il terzo concetto importante è quello di
«semi-infermità». Questo ampio concetto può essere applicabile pro-
prio in virtù della sua vaghezza; d'altra parte, per lo stesso motivo, elude
criteri netti che possano servire da guida a chi deve prendere decisioni
legali.
Mentre scrivevo questo libro, era in corso a New York un caso pena-
le bizzarro. Un ostetrico aveva inciso le proprie iniziali sull'addome di
una donna, dopo aver eseguito un taglio cesareo. Stando a quanto riferi-
to dalla stampa, il medico, interrogato, aveva risposto con disinvoltura
di aver pensato che l'operazione fosse un tal capolavoro da doverla fir-
mare; e poi se n'era andato in vacanza a Parigi. Non appena lessi dell'in-
cidente sul «New York Times» dissi a me stesso che la vicenda era trop-
po bizzarra, troppo «patologica» per essere «solo» un caso penale. E a
onor del vero, come linea difensiva, gli avvocati del medico asserirono
che egli soffriva di un danno frontale causato dal morbo di Pick.
Fatto curioso, la donna mutilata - anche lei medico - si oppose al
procedimento penale contro l'ostetrico, evidentemente rendendosi con-
to che un tale comportamento era più tragico che criminale. Se fosse sta-
to condannato per il capo d'imputazione più grave contestato dall'accu ·
sa - aggressione di primo grado - il medico avrebbe dovuto affrn111:1n•
fino a 25 anni di carcere. Invece fu condannato a cinq1w a1111i ro11 l;i
condizionn lc e .interdetto dall'esercizio della profossio1w f WI' 111 ~il 1''•'•"
periodo. f1: poto probabile che in futuro tenti di c~K·t·dtnn· ~HH 111.1
174 L'ANIMA DEL CERVELLO

Per cogliere la particolare relazione fra disfunzione frontale e poten-


zialità di incorrere in comportamenti criminali, potrebbe essere necessa-
rio introdurre un nuovo concetto giuridico di «incapacità di controllare
il proprio comportamento, nonostante la disponibilità delle conoscenze
necessarie». Gli studi sui disturbi frontali portano dunque a confluire
importanti questioni di neuropsicologia, etica e diritto. Nel momento in
cui coloro che operano in quest'ultimo campo raggiungeranno una vi-
sione più illuminata su questioni relative al funzionamento del cervello,
potrebbe emergere una strategia difensiva fondata sull' «infermità '"fron-
tale», come già esiste quella dell' «infermità mentale».
I limiti esatti di una tale difesa devono ancora essere verificati e i suoi
confini attendono di essere stabiliti. Quasi inevitabilmente, si tenterà di
estenderne la portata oltre i limiti leggittimi. D'altro canto, fiorirà un co-
struttivo dibattito multidisciplinare. È possibile, ci si chiederà, che certi
tipi di leggera disfunzione frontale rendano un individuo amorale, ri-
sparmiando però la sua capacità di pianificazione e organizzazione tem-
porale (una congettura di certo alquanto tirata, ma comunque interes-
sante)? In questo caso, si tratterebbe di un meccanismo probabile per
spiegare la sociopatia («cecità morale»)? È possibile che il comporta-
mento sociopatico sia causato da un disturbo dello sviluppo neurologi-
co dei lobi frontali, proprio come la dislessia può essere causata da un
disturbo dello sviluppo neurologico del lobo temporale? Imboccando
questa via stiamo forse banalizzando e svilendo il concetto di moralità,
oppure stiamo semplicemente indicandone la «base biologica»? Stiamo
diluendo ulteriormente il concetto di responsabilità personale? O è solo
che finalmente stiamo riconoscendo che sebbene i codici morali e pena-
li siano extracranici, la cognizione e il comportamento morali e crimina-
li non lo sono? Essi sono il prodotto dei nostri meccanismi cerebrali, in-
tatti o anormali che siano, proprio come sono il prodotto delle nostre
istituzioni sociali.

Il rapinatore disgraziato

Charlie era un tipo spensierato, amico di tutti, brillante e di bell' aspetto;


lasciò la scuola, si trovò un lavoro e prese la licenza elementare. I suoi
genitori, gente onesta che veniva dalle campagne della Pennsylvania, lo
incoraggiarono ad arruolarsi nei marines, affinché continrn1ssc a «filar
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 175

dritto». Charlie si arruolò, prestò servizio, fu congedato, tornò in Penn-


sylvania e si trovò un lavoro di commesso.
Poi, in un istante, quando aveva 25 anni, la sua vita, così comune,
andò in pezzi. Una sera, mentre stava tornando a casa da una festa insie-
me a un amico, l'auto aperta su cui viaggiava andò a sbattere contro il
sostegno metallico di un piccolo ponte. L'amico di Charlie, che era alla
guida, morì sul colpo, mentre lui fu ritrovato privo di conoscenza, in
una pozza di sangue, sul ciglio della strada.
Charlie riprese conoscenza solo due mesi e mezzo dopo. Intraprese
poi un programma di terapia fisica e cognitiva di diversi mesi in un cen-
tro di riabilitazione. Diverse TAC effettuate subito dopo l'incidente mo-
stravano segni di danni al lobo temporale destro e al tronco encefalico,
un generale gonfiore del cervello (edema cerebrale) e un versamento di
sangue nei ventricoli laterali. C'erano anche fratture craniche multiple,
compresa una alla base cranica. Una TAC, ripetuta sei anni dopo, dimo-
strò una ripresa sostanziale, sebbene incompleta. Probabilmente, re-
sponsabile di tutti i problemi che Charlie dovette affrontare in seguito
fu la lesione alla parte superiore del tronco encefalico e la conseguente
sindrome da disconnessione reticolofrontale. La presenza della frattura
della base cranica sollevava anche la possibilità di un danno diretto alle
regioni orbitofrontali, sebbene esso non fosse stato evidenziato dalle va-
rie TAC.
Dimesso dall'ospedale, Charlie ritornò a casa di sua madre (i genito-
ri si erano separati da qualche tempo) e s'imbarcò in un'esistenza vuota
e senza scopi. Passava le giornate guardando la televisione, bevendo bir-
ra e assumendo droghe. Alla fine, in uno stato di totale esasperazione,
sua madre lo cacciò di casa. Il padre lo prese allora con sé, ma anche
quella sistemazione non durò a lungo. Un giorno Charlie si portò a casa
un'amica tourettica e si sistemò con lei nel letto della nonna. I nunorosi
tic di lei smascherarono i due amanti, e Charlie dovette fare un'altra vol-
ta le valigie.
Charlie sposò la donna tourettica e iniziò un'esistenza caotica. A vol-
te viveva a casa della moglie. In altri casi vagabondava, girovagando per
il paese, per la maggior parte del tempo ubriaco e drogato, a volte la-
sciandosi coinvolgere in rapine messe a segno da balordi. Aveva rccu1w
rato le facoltà fisiche e, a un'esame superficiale, anche qudk· nwntali.
Era ragionevolmente articolato, e non presentava ncssmw dt•lh· ~I i1:111;1t1•
dcl pa:1.icnt(' neurologico. Nonostante i suoi modi t11l'hoh·111i, in 1~1·1wn·
avcvn WI lH!Ptl 1e'tH'attcrc. Tuttavia, esplodeva fodlm1·1111• 1• li1i1•,11v;1 r.111•;
176 L'ANIMA DEL CERVELLO

so. A volte si trovava qualche lavoretto di poco conto, ma non riusciva


mai a conservarseli a lungo, e finiva nuovamente in mezzo alla strada.
Charlie riuscì a tirare avanti finché un giorno finì i soldi e decise di
mettere a segno una rapina a mano armata in un piccolo supermercato.
Per la sua impresa, Charlie si procurò I' aiuto di un amico, anche lui ce-
rebroleso, che aveva conosciuto ai tempi della riabilitazione in ospedale.
Puntando attraverso la tasca dei pantaloni un accendino Bic al posto di
un'arma da fuoco, Charlie riuscì a farsi consegnare circa 200 dollari in
contanti. Mentre la rapina era in pieno svolgimento, il suo socio s~ ne
stava di fronte al negozio, aspettando pazientemente nella macchina per
la fuga, con le targhe bene in vista. Charlie fu rintracciato e arrestato nel
giro di due ore dalla rapina, mentre si accingeva a godersi gli alcolici e le
droghe acquistati con i soldi illlecitamente procurati.
La disavventura di Charlie è un esempio eccellente di «crimine per-
petrato da un soggetto con sindrome frontale», proprio per via della sua
completa inettitudine. L'aspetto più notevole di tutto lepisodio è la to-
tale mancanza di precisione, previsione o pianificazione delle circostan-
ze. La rapina di Charlie era a tal punto pateticamente abborracciata da
generare più compassione che sdegno.
La corte non sapeva della lesione cerebrale di Charlie, che così fu
spedito in carcere. Sebbene anche i secondini non fossero al corrente
delle sue condizioni neurologiche, Charlie fu percepito come un tipo
«strano» e passò la maggior parte del tempo nell'infermeria della prigio-
ne, finché non venne rilasciato. Stavolta la sua vecchia madre collegò il
comportamento di Charlie con la vecchia lesione cerebrale. Charlie fu
ricoverato in un centro di riabilitazione a lungo termine diretto dalla
mia ex allieva, la dottoressaJudith Carman. Fu lì che lo incontrai.
In ordine e ben vestito, Charlie non aveva proprio l'aria di un pa-
ziente neurologico. Entrò nello studio della dottoressa Carman con pas-
so atletico e un sorriso cordiale sul volto; nulla del suo comportamento
tradiva la sua storia di cerebroleso o di criminale. Superficialmente arti-
colato e socievole, non presentava alcun segno evidente che indicasse un
deficit cognitivo. Sembrava molto consapevole del proprio aspetto, e
immediatamente mi sfidò a indovinare la sua età (aveva 42 anni, ma
sembrava più giovane) e mi chiese come trovassi la sua barba a pizzo.
Charlie sapeva che io ero lex professore della direttrice del pro-
gramma di riabilitazione, che stavo scrivendo un libro, e che volevo in-
serirci la sua storia. Stava aspettando quell'incontro da qualche tempo,
ed era determinato a mettercela tutta. Era molto eccitato per via che l'a-
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 177

vrei nominato nel mio libro, e rimase deluso quando venne a sapere che
mi ci sarebbe voluto un po' di tempo per finirlo. Continuava a incitarmi:
«Via, dottore, si dia una mossa!» Charlie procedette a un vivace reso-
conto della storia della sua vita, indugiando con un gusto particolare sui
dettagli più delinquenziali, e disseminando il racconto di gratuite osce-
nità. Questo lasciava negli astanti la sinistra sensazione di un adolescen-
te brillo nel corpo di un uomo di mezza età: il famoso Witzelsucht orbi-
tofrontale.

«È contento di partecipare al programma di riabilitazione?» gli chiesi.


«No».
«Perché no?»
«Dottore, il fatto è che io sono tutto arrapato, e questa strega [accen-
na alla dottoressa Carman con una smorfia, come per dire che la scelta
del termine è una concessione alla mia presenza] non è proprio di gran-
de aiuto ... Non è che magari lei ha da passarmi una figlia, dottore?» [mi
dà una manata sul ginocchio, mi strizza l'occhio e ride allegro] ... «Vero
che non le dà fastidio se mi esprimo liberamente ... ?»

Famoso al centro di riabilitazione per la sua gran fame di sesso,


Charlie accarezza l'idea di sposare una delle interne (ha divorziato qual-
che tempo fa dalla moglie tourettica), perché «quando cadi da cavallo,
devi tornare subito in sella». La tensione sessuale di Charlie assumeva
una gran varietà di forme. Una volta si procurò in qualche modo dei lec-
calecca a forma di fallo e se ne andò in giro per il centro a offrirli alle di-
pendenti. Charlie raccontava l'episodio pieno di entusiasmo e ricaman-
doci sopra, ridendo al ricordo delle donne scandalizzate, e parlando dei
famosi leccalecca chiamandoli «caramelle del cazzo», senza essere mini-
mamente inibito dalla presenza della dottoressa Carman.
Nel corso della conversazione, Charlie posò con aria indifferente la
mano sul didietro della dottoressa. Quando gli si chiese di giustificare
quel comportamento, la sua risposta fu che «per caso [la sua mano] si sta-
va muovendo». Se fosse venuta da un individuo neurologicamente inte-
gro, questa spiegazione sarebbe suonata gratuita: nel caso di Charlie, d'al-
tra parte, essa aveva, sia pure involontariamente, colto l'essenza stessa dd·
la sua condizione. In Charlie, l'it [l'esso] - o forse dovremmo dir\~ l'ù/
non era più efficacemente sotto il controllo neurale dci lobi fro111ali.
D'altra parte, l'educazione rigida che aveva ricl'Vltlo pd11111 d1 ll'l11d
1

dente {'Owt·gcvn ll volte in modo incongruo. Quuodu l!!\11 d1·i I!·• l!JWlllt
178 L ANIMA DEL CERVELLO
gli suggerì che avrebbe potuto prendere in considerazione l'idea di fare
lui stesso quel che gli uomini fanno dalla notte dei tempi in mancanza di
una compagnia femminile, Charlie inizialmente trovò la proposta orribi-
le, contraria com'era alla sua educazione cristiana. Mi dicono, tuttavia,
che da allora ha adottato una prospettiva più laica sulla faccenda, e la
sua vita al centro di riabilitazione ha preso una piega più controllata.
Sebbene a Charlie piacesse moltissimo parlare di sesso, io cambiai
argomento, e gli chiesi: «Ritiene di essere guarito dall'incidente?»
«Nessuno guarisce al 100% da un incidente, ma diciamo al 9~%,
questo sì», disse.
Poi però arrivò una rivelazione sorprendentemente significativa, che
dimostrava una comprensione delle circostanze maggiore di quella che
la sua spacconeria avrebbe suggerito.
«Il trauma cranico è come un'eterna sorgente di giovinezza. Ti impe-
disce di crescere. Mi è accaduto a 25 anni, e io mi sento ancora un ven-
ticinquenne .... Uno di 42 anni dovrebbe avere più buon senso ... » D'al-
tra parte, Charlie sembra godersi la sua «eterna sorgente di giovinezza»
e quella sua comprensione si dimostra non troppo profonda: «L'inci-
dente è stato una benedizione ... »
Mentre questa conversazione dai toni surreali si avvicinava alla con-
clusione, Charlie mi portò nella sua stanza, e mi fece vedere le fotografie
dei familiari e due acquari di pesci esotici. Continuavo a pensare che
fosse una persona cordiale e allegra, senza un'ombra di malizia o falsità,
un adolescente nel corpo di uomo adulto; pensavo che nonostante il suo
linguaggio sboccato ci fosse in lui un certo fascino e una qualche inno-
cenza; e pensavo che, sì, Charlie mi piaceva. Ci stringemmo la mano, e
mi assestò una pacca sulla spalla, ricordandomi di mandargli una copia
del mio libro.
Mentre scrivo, Charlie vive sempre al centro di riabilitazione e lavo-
ra nella comunità. I posti di lavoro gli vengono procurati grazie a un
programma di impiego attivato al centro. Charlie è quasi sempre co-
scienzioso e fa un buon lavoro aggiustando e ripulendo oggetti. Tuttavia
tende a mettersi nei pasticci con i suoi capi, per via del linguaggio sboc-
cato e del fatto che salta in aria per niente. Il suo comportamento disini-
bito lo ha fatto licenziare dal lavoro precedente e adesso fa il portiere in
un grande magazzino. A volte trasgredisce, come quando ha rubato l' au-
to del centro per andare a farsi un giro (non ha una patente di guida va-
lida).
Per la maggior parte del tempo Charlie è un tipo cordit11c e non ha
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 179

nessuna intenzione di far male ad alcuno. In genere è divertente e socie-


vole. Ma come lascia prevedere la sua sindrome orbitofrontale, ha anche
un carattere instabile, e tende a rimbalzare precipitosamente da un
estremo ali' altro. Se una persona si mette in mezzo, probabilmente
Charlie si gira verso di lei e le assesta un cazzotto - senza preavviso e
senza deliberazione. E poiché si è ripreso fisicamente dall'incidente e
adesso per divertirsi fa sollevamento pesi, è in grado di fare danni seri.
Non occorre una grossa provocazione perché Charlie esploda. Quando
un altro ricoverato del centro si appropriò p~r errore del suo gelato, i
pugni di Charlie cominciarono a muoversi fulminei in un pauroso acces-
so di rabbia, e ci vollero quattro persone per controllarlo.
Date le circostanze, il recupero di Charlie fu assolutamente straordi-
nario. È un uomo atletico e ben articolato, e non presenta alcun segno
evidente di una compromissione della memoria. Oggi la maggior parte
della gente penserebbe a lui come a un tipo «strano», un «immaturo»,
una «mina vagante», un tipo «pestifero», o «volgare». Pochissimi, però,
si renderebbero conto che è un individuo cerebroleso. Ho il sospetto
che molti, anche medici e psicologi, se lo lascerebbero sfuggire. Le valu-
tazioni neuropsicologiche, eseguite a più riprese diversi anni dopo l'in-
cidente indicavano un'intelligenza nella media (valori del QI fra 90 e
100 secondo il Wechsler Adult Intelligence Scale - Revised) e una me-
moria compresa nei valori bassi della media (valori fra 80 e 90 secondo il
Wechsler Memory Scale-Revised) 13 . Anche nei test sul linguaggio, le
prestazioni di Charlie erano nella norma. Con ogni probabilità, tutti i ri-
sultati erano probabilmente più bassi di come sarebbero stati senza l'in-
cidente; d'altra parte, in essi non c'era nulla che tradisse l'estensione
delle lesioni patite da Charlie. Ciò nondimeno, il nucleo di quest'uomo
se n'era andato, trascinando con sé anche gli ormeggi. Il caso di Charlie
descrive bene l'essenza della sindrome frontale: capacità specifiche ri-
parmiate, guida interiore perduta.

Danno frontale e consapevolezza del pubblico: un punto cieco

Sotto molti aspetti, la storia di Charlie è istruttiva. Per anni egli comin
ciò a fare degli umili lavoretti che poi abbandonò, visse a intcrmilll'flZn
con diverse persone, e nessuno sospettava che le sue sHmH'ZZi' ;l\'l'!'.S1'n1
una causa neurologica. E questo anche se molte pcrso1w, i1111111111 .1 l11i,
sapcvnnn dd m1n incidente.
180 L'ANIMA DEL CERVELLO

Una tal situazione solleva l'ampia questione della consapevolezza del


pubblico relativamente alla compromissione cognitiva. Sebbene dal
punto di vista teorico le persone istruite oggi comprendano che la co-
gnizione è una funzione del cervello, questa astrazione spesso non riesce
a penetrare nelle situazioni specifiche della vita reale. Di conseguenza,
quando ci si trova ad affrontare situazioni quotidiane con individui ce-
rebrolesi, il dualismo cartesiano è vivo e vegeto. Questo dualismo inge-
nuo è evidente perfino a livello delle politiche di assistenza sanitaria e
delle coperture assicurative sanitarie, dove la salute fisica è trattataseria-
mente, mentre a quella «mentale» viene dedicato solo uno sbrigativo ri-
conoscimento.
Gli atteggiamenti quotidiani del pubblico tradiscono una netta divi-
sione fra sintomi e organi «fisici» e «non fisici». I problemi che hanno a
che fare con la vista o l'udito, l'andatura claudicante, una debolezza da
un lato del corpo, saranno immancabilmente percepiti come afflizioni
fisiche, e genereranno negli altri comprensione e solidarietà. La natura
fisica di questi sintomi sarà colta subito; stranamente, però, sarà solo a
fatica che la maggior parte dei profani li attribuirà al cervello.
D'altro canto, i pazienti con compromissioni cognitive di ordine su-
periore si vedranno spesso negare la comprensione accordata a quelli
con infermità fisiche e saranno trattati con un atteggiamento moralista,
quasi puritano. Lasciamo perdere Charlie, il rapinatore disgraziato.
Consideriamo invece la comune situazione di una donna anziana de-
mente la cui intera vita sia stata un esempio di responsabilità civica e di
rettitudine morale. Ora questa donna è vecchia e presenta una forte
compromissione della memoria. Essendole stata diagnosticata una de-
menza in fase precoce, sto cercando di spiegare le implicazioni di questa
sua condizione ai familiari. Dico loro che la madre soffre di amnesia, che
la sua smemoratezza è causata dall'atrofia cerebrale, che lei non può far-
ci niente, che probabilmente peggiorerà e che loro devono essere pa-
zienti nei confronti di una persona a cui vogliono bene. I figli della don-
na ascoltano attentamente. Annuiscono. Sembra che capiscano - e poi
salta fuori il commento stizzoso: «Ma com'è che la mattina le do la cola-
zione, e poi lei torna e me la chiede un'altra volta?» Quando mi imbatto
in questa mancanza di comprensione, mi viene voglia di fare tanto di
cappello (non che io ne porti uno) al mio amico Oliver Sacks, che più di
chiunque altro si è prodigato per spiegare alla gente quali siano gli effet-
ti delle lesioni neurologiche sulla cognizione. Raccomando a tutti di leg-
gere J; uomo che scambiò sua moglie per un cappello 14 •
MATURITÀ SOCIALE, SENSO MORALE, LEGGE E LOBI FRONTALI 181

Ma se la natura neurologica della compromissione della memoria,


della percezione o del linguaggio di solito può essere compresa dal pub-
blico generale, il deficit esecutivo causato da una lesione frontale non lo
è quasi mai. Accennate all'impulsività del paziente, alla sua volatilità, al-
l'indifferenza, alla mancanza di iniziativa e la risposta più comune sarà:
«Ma questo non è il suo cervello: questa è la sua personalità!» Ecco una
regressione che ci riporta indietro di tre secoli e mezzo in pieno duali-
smo cartesiano - come se la «personalità» fosse un fenomeno totalmen-
te extracranica. E il concetto di «personalità», naturalmente, porta con
sé connotazioni moralistiche e virtuose - casa e famiglia. Se foste nati in
una famiglia onesta e foste andati in una buona scuola, allora non vi per-
mettereste di avere una personalità che non fosse tutta d'un pezzo!
È mia speranza che questo libro aiuti il pubblico a collocare la «per-
sonalità» e le espressioni della mente ad essa affini, là dove esse devono
stare, ossia - per così dire - dentro al cervello. Contribuendo a realizza-
re questo obiettivo, I:anima del cervello aiuterà anche a correggere l'in-
volontaria insensibilità della gente - e a volte quella che è crudeltà bella
e buona - verso le lesioni cerebrali più devastanti di tutte: quelle che
colpiscono i lobi frontali.
9. Disconnessioni/atali

..

Il cavaliere caduto: studio di un caso

Quando Jim Hughes, il mio amico neurochirurgo, mi telefonò una sera


tardi, come del resto era sua abitudine, non avevo idea di quanto le con-
seguenze di quella conversazione avrebbero profondamente influenzato
la mia carriera. Jim voleva consultarmi a proposito di un suo paziente,
un uomo non ancora quarantenne che si stava riprendendo da un trau-
ma cranico. A sentirlo così mi parve un caso clinico abbastanza comune,
e acconsentii a visitare il paziente.
Kevin (un nome di fantasia) era un imprenditore e produttore di
straordinario successo, marito felice e padre di tre figli. Atleta completo,
era un cavaliere esperto, ma quel giorno, in Centrai Park, stava montan-
do un animale che non conosceva e che lo disarcionò su una dura roccia
basaltica, facendogli colpire, fra l'altro, la testa contro un albero. Kevin
fu portato immediatamente al più vicino ospedale, dove il dottor Hu-
ghes lo sottopose a un intervento chirurgico d'emergenza. Era rimasto
in stato comatoso per un paio di giorni e ora si stava lentamente ripren-
dendo.
Visitai rapidamente Kevin circa due mesi dopo l'incidente. Era diso-
rientato, confuso e sopraffatto da ciò che lo circondava. Il suo compor-
tamento generale pareva quello di una persona in preda al panico e se
mai c'è stata una personificazione del soggetto affetto da «shock po-
straumatico da combattimento», quella personificazione era Kevin.
Gravemente afasico, rispondeva a qualsiasi domanda gli si ponesse mor-
morando: «Grazie ... grazie ... grazie». Quella era la sua sola emissione
verbale. Nel suo comportamento, e in quel suo «grazie», c'era qualcosa
di estremamente infantile e supplichevole: era un uomo che aveva perso
DISCONNESSIONI FATALI 183
il suo centro, indifeso come un bambino. Mi colpì un pensiero, e cioè
che in senso metaforico Kevin fosse in posizione fetale, anche se in
realtà non era così. Vagava senza meta per il reparto, varcando ogni por-
ta trovasse aperta, semplicemente perché la porta era lì. Era magrissimo,
quasi emaciato; i capelli stavano cominciando a ricrescere dopo l'inter-
vento di neurochirurgia. Nulla, in quelle sue fragili sembianze, faceva
pensare alla persona piena di fiducia in se stessa, esuberante e fisica-
mente imponente che doveva essere stato il Kevin d'un tempo.
Kevin fu dimesso dall'ospedale, e tre mesi dopo mi fu chiesto di visi-
tarlo nuovamente. Era una persona diversa: i capelli ondulati erano ri-
cresciuti a formare una ricca criniera, aveva riacquistato peso, sul volto
gli era tornato lampio sorriso e aveva ripreso i suoi modi socievoli. Il
linguaggio era fluente, l'umore rilassato. In uno dei suoi abiti costosi, i
capelli ben curati, Kevin era il modello di un abitante dell'Upper East
Side a cui il successo arridesse in modo decisamente palpabile. A uno
sguardo superficiale aveva riacquistato il comportamento di un uomo in
grado di controllare il proprio ambiente; adesso si riusciva a immagina-
re il «Vecchio» Kevin - un newyorkese pieno di fiducia in se stesso, cari-
smatico, dalla parola un po' troppo pronta e consapevole del suo eleva-
to livello sociale.
In realtà, però, Kevin era ben lungi dall'essere guarito. Soffriva anco-
ra di una significativa compromissione della memoria che influenzava
sia la capacità di apprendere nuove informazioni (amnesia anterograda)
sia quella di richiamare informazioni apprese molto tempo prima del-
l'incidente (amnesia retrograda). Il linguaggio, sebbene in genere fluen-
te e articolato, tradiva leggere difficoltà nel reperire le parole, difficoltà
a cui probabilmente un occhio inesperto non avrebbe fatto caso, ma che
per me erano decisamente evidenti.
Mentre continuavo a osservare Kevin, rimasi particolarmente colpito
dalla gravità della sua «sindrome frontale». Kevin era perseverativo; in
altre parole, il suo comportamento ricadeva immancabilmente in stereo-
tipi ripetitivi. Ogni sera, preparava i vestiti per il giorno dopo, sempre
gli stessi. L'inverno finì, arrivò la primavera, e poi finì anche quella e co-
minciò I'estate - ma Kevin continuò a preparare la giacca di montone da
mettersi il giorno dopo, così che nelle torride giornate di luglio lo si po 0

teva incontrare a passeggio per l'Upper East Side di Manhattan llltlo .in°
tabarrato nel montone. Ci volle una grande opera di pl'l's11asio111· 1wr
convincerlo a mettersi qualcos'altro. Nonostante la sun dnmw ta11w1 f id.i
le, qu:.1lsi11si cotwcrsazione con Kevin andava rupidn1111c•!Hi• d!'I! ;11111.111
184 L'ANIMA DEL CERVELLO

dosi, riducendosi a un' attìvità alquanto vacua, come un semplice gioco


di carte. Aveva un piccolo repertorio di argomenti di routine, triti e ritri-
ti, e la conversazione scivolava ben presto su uno di essi, per esempio su
alcuni dei suoi amici. Una volta esaurito il suo repertorio di cinque o sei
argomenti, Kevin ricominciava daccapo, ripetendo tutto daccapo un' al-
tra volta, quasi parola per parola, e poi ancora.
Kevin non presentava solo perseverazione, ma anche dipendenza am-
bientale. Accompagnato da un familiare o da un assistente, a volte Kevin
si avventurava in un ristorante del quartiere per pranzare. Sedutosi a tl!Vo-
la, tendeva a ordinare tutto quello che c'era nel menu, anche dieci o venti
piatti. Non è che lo facesse perché aveva moltissima fame: ordinava quei
piatti semplicemente perché essi si trovavano lì, sul menù. Passava tuttavia
la maggior parte del tempo a languire nel suo appartamento, a volte chie-
dendo a qualcuno di fare con lui un semplice gioco di carte o una p~rtita
a backgammon. Durante il gioco, il suo comportamento era infantile: bat-
teva le mani di gioia dopo ogni vittoria e si abbandonava ad accessi di stiz-
za dopo ogni sconfitta. Non resisteva alla tentazione di barare.
Lo status affettivo di Kevin oscillava costantemente fra euforia e rab-
bia superficiale. Questi sbalzi d'umore erano bruschi, estremi, e poteva-
no essere scatenati dagli eventi più insignificanti - per esempio da una
cameriera che, al ristorante, gli chiedesse se desiderava altro caffè.
Praticamente ogni aspetto della sua personalità assunse caratteristi-
che infantili. La relazione che aveva con sua moglie era quella di un do-
dicenne, e per attirare l'attenzione di lei non esitava a entrare in compe-
tizione con i propri figli. Per molti versi, Kevin interagiva con loro da
pari a pari. Come un bambino piccolo, pretendeva gratificazioni istanta-
nee - le sue esigenze, d'altra parte, non erano quelle di un bambino. In
diverse occasioni si rivolse ad alcune sue conoscenze femminili facendo
loro proposte alquanto esplicite, in quella che era una strana combina-
zione del vecchio Kevin, tanto affascinante, e del paziente frontale dal
comportamento socialmente improprio.
Kevin non aveva alcuna percezione della propria condizione. Quan-
do lo si interrogava sugli effetti dell'incidente, menzionava le ferite fisi-
che, ma sosteneva che la mente fosse a posto. Era convinto di essere
pronto per tornare al lavoro. Quando gli si chiedeva perché non l'avesse
ancora fatto, diceva che non ne aveva voglia, o che era stato occupato a
fare altre cose. Alla fine Kevin fu incoraggiato a passare alcune ore al
giorno nel suo vecchio ufficio, impegnandosi in vari esercizi cognitivi
ideati per contribuire alla sua guarigione. Andare in ufficio gli piaceva,
DISCONNESSIONI FATALI 185
come pure chiacchierare con i suoi vecchi colleghi. La sua sensazione
era quella d'esser «tornato al lavoro» - sebbene il modo in cui passava il
suo tempo in ufficio dovesse avere ben poche somiglianze con le attività
che vi aveva svolto prima dell'incidente.
La mente di Kevin era di una concretezza sbalorditiva. Quando una
volta gli dissi che era ora di ripetere la CAT*, la cosa lo gettò in un ge-
nuino sconcerto. Perché mai una CAT, si meravigliava Kevin, visto che
dopo tutto era stato ferito da un cavallo, e non da un gatto? In un'altra
occasione, qualcuno usò la metafora «isole di comunicazione sempre
più interconnesse», per riferirsi al ruolo delle comunicazioni nel Nord
America, un ruolo in crescita costante. Questo scatenò la rabbia di Ke-
vin, perché gli Stati Uniti «non sono mai stati un mucchio di isole».
Più tempo passavo con Kevin, più mi convincevo che lo stato della
sua cognizione era un caso da manuale di «sindrome frontale». La cosa
sconcertante era che non una sola delle diverse TAC effettuate su di lui
riuscì mai a rilevare una lesione frontale. Questo non significa che il cer-
vello di Kevin fosse normale; ben lungi dall'esserlo. Kevin aveva molte,
e gravi, lesioni cerebrali.
TI danno aveva colpito le regioni temporoparietali di entrambi gli
emisferi. I ventricoli (spazi localizzati all'interno del cervello contenenti
liquido cerebrospinale) erano dilatati. Nel suo cervello c'era anche uno
shunt, impiantato chirurgicamente, per facilitare il drenaggio del liqui-
do cerebrospinale. I lobi frontali, però, apparivano puliti - un riscontro
sorprendente in un paziente con evidenze cliniche tanto nette di una di-
sfunzione frontale.
La discrepanza fra il quadro clinico del comportamento di Kevin e
gli esiti delle sue TAC rappresentava una vera e propria sfida intellettua-
le e Kevin divenne un altro di quei casi importanti che, incontrati nel
corso della mia carriera, ne hanno influenzato, e addirittura determina-
to, l'orientamento. Con l'aiuto dei miei assistenti Bob Bilder e Carl Sirio
(oggi, rispettivamente, neuropsicologo e piedico insigni), mi imbarcai in
una sorta di missione da detective, cercando di districare il mistero di
Kevin. Poiché nessuna condizione del genere era mai stata descritta pri-
ma, avremmo dovuto cavarcela da soli.
Se i lobi frontali, di per se stessi, erano strutturalmente intatti, riflette"
vo, il problema poteva forse risiedere nelle fibre che li connettono ad altrr
strutture cerebrali? Poteva dunque trattarsi di una sindrome da dis('(ln

*Lo sip,111 inglese corrispondente alla nostra TAC; in inr,lcs(', 1wrù, r.tl v1111I di11 ,111
che «r,ru.to•, I Nrl/'I.
186 L'ANIMA DEL CERVELLO

nessione frontale? Il concetto di «sindrome da disconnessione» fu intro-


dotto da Norman Geschwind 1, uno dei più grandi studiosi americani di
neurologia del comportamento, i cui numerosi allievi continuano a eserci-
tare una grande influenza su questo campo di studi. L'idea era che un gra-
ve deficit cognitivo potesse essere causato non da una lesione diretta a una
struttura cerebrale di per sé, ma dal danno arrecato alle lunghe fibre ner-
vose che connettono due strutture cerebrali, interrompendo così il flusso
di informazioni fra di esse. Le sindromi da disconnessione classiche, d'al-
tra parte, erano «orizzontali», in quanto interessavano le connessi~ni fra
due o più regioni corticali. Io avevo invece il vago sentore che in Kevin ci
fossimo imbattuti in una sindrome da disconnessione <<Verticale». Non
poteva essere che la condizione di Kevin fosse causata da un danno alle
grandi vie che proiettano dal tronco encefalico ai lobi frontali?
Il tronco encefalico contiene i nuclei ritenuti responsabili dell'attiva-
zione delle restanti parti del cervello. Nel loro insieme, alcuni di questi
nuclei sono chiamati «formazione reticolare»: al tempo stesso un nome
poco azzeccato e un anacronismo concettuale, giacché il termine impli-
ca un'azione diffusa e indifferenziata. Oggi sappiamo invece che la for-
mazione reticolare consiste di componenti distinte, ciascuna delle quali
con le sue precise proprietà biochimiche.
La complessa relazione esistente fra i lobi frontali e i nuclei reticolari del
tronco encefalico è descritta bene come un circuito. Da un lato, l' attivazio-
ne dei lobi frontali dipende dalle vie ascendenti provenienti dal tronco en-
cefalico. Si tratta di vie complesse, tuttavia una delle loro componenti- il si-
stema dopaminergico mesocorticale - è ritenuta particolarmente importan-
te per una corretta funzione frontale. Tale sistema origina nell'area ventro-
tegmentale (Ventral Tegmental Area, VTA) del tronco encefalico e proietta
ai lobi frontali. Se questi ultimi sono il centro decisionale del cervello, allora
l'area ventrotegmentale ne è la fonte di energia, il generatore; e le vie dopa-
minergiche mesocorticali rappresentano i cavi di connessione.
Esistono poi vie che proiettano dai lobi frontali ai nuclei reticolari
del tronco encefalico ventrale. Attraverso queste fibre i lobi frontali
esercitano il proprio controllo sulle diverse strutture cerebrali modulan-
done il livello di attivazione. Se i lobi frontali sono il centro decisionale,
allora la formazione reticolare rappresenta una sorta di amplificatore
che contribuisce a comunicare, in modo forte e chiaro, le decisioni dei
vertici al resto del cervello. Le vie discendenti sono i cavi attraverso i
quali le istruzioni fluiscono dai lobi frontali ai fondamentali nuclei del
tronco encefalico ventrale.
DISCONNESSIONI FATALI 187

Fig. 17 Disegno schematico dell'area ventrotegmentale e della via reticolofrontale danneg-


giata in Kevin.

lo sospettavo che nel cervello di Kevin, in seguito all'incidente, avesse


avuto luogo, da qualche parte, una piccola lesione lungo queste vie essen-
ziali, probabihnente nella parte ventrale superiore del tronco encefalico,
dove esse hanno origine. Anche una lesione circoscritta, localizzata in quel-
1'area, potrebbe produrre un effetto devastante, e avrebbe potuto facil-
mente risultare non rilevabile con le metodiche TAC di prima generazione,
relativamente grossolane, di cui disponevamo a quell'epoca. Sulla base di
questa impressione, prescrivemmo una nuova TAC e chiedemmo ai radio-
logi di esaminare il tronco encefalico con la massima risoluzione possibile.
Ed eccola là, una lesione che essendo localizzata esattamente nell'area ven-
trotegmentale la distruggeva completamente (figura 17). Ho denominato
questa condizione «sindrome da disconnessione reticolofrontale»2•
Mentre scrivo questo libro, vent'anni dopo aver conosciuto Kcvin, ri·
tengo che in linea di massima egli abbia fatto per noi medici più di ~1u~111
to noi che l'avevamo in cura riuscimmo a fare per lui. Le nostl\' ll'l';lpÌl'
funzionarono fino a un certo punto, ed effettivamente d fu un 111i1.,li111 ;1
mento, ll'mwm ma quantitativamente dimostrabile. Tuttavia, .il ••\'1'1111111 ..
188 L'ANIMA DEL CERVELLO

Kevin se n'era andato e noi non riuscimmo a farlo tornare. Cercammo in


tutti i modi di ripristinare le funzioni esecutive di Kevin disintegrate dal-
l'incidente, ma i nostri risultati furono, nella migliore delle ipotesi, mode-
sti. Ciò nondimeno, dandoci la possibilità di osservare e descrivere la sua
sindrome da disconnessione reticolofrontale, Kevin ci aiutò, attraverso la
sua catastrofe personale, a migliorare la nostra comprensione del funzio-
namento dei lobi frontali. Tale comprensione, a sua volta, consente di far
luce su molti disturbi che colpiscono queste strutture cerebrali.
La condizione di Kevin era insolita, e poteva insegnarci moltissimo,
anche sotto un altro aspetto. Egli fu il primo caso ben documentato di
compromissione della memoria di eventi remoti senza un deficit di en-
tità paragonabile nell'apprendimento di nuove informazioni (un'amne-
sia retrograda senza amnesia anterograda). Sotto questo aspetto Kevin
ha arricchito la nostra comprensione dei meccanismi cerebrali della me-
moria. Ma questa è un'altra storia, raccontata altrove3.

Schizofrenia: una connessione che non c'è mai stata

La schizofrenia è un disturbo devastante della mente che colpisce ap-


prossimativamente I' 1% della popolazione. Almeno in parte, si tratta di
una condizione ereditaria, tuttavia i fattori ambientali hanno un ruolo
importante nella sua espressione e nel suo decorso clinico. La schizofre-
nia sembra avere una maggior prevalenza e un'insorgenza più precoce
negli uomini rispetto alle donne. Di solito, le prime palesi manifestazio-
ni della malattia hanno luogo intorno ai vent'anni: qualche anno prima o
qualche anno dopo. Cominciano le allucinazioni (prevalentemente udi-
tive, il paziente «sente le voci») e i deliri, che solitamente sono paranoi-
di, di natura minacciosa. Gli episodi psicotici sono intermittenti, in-
frammezzati da periodi di relativa salute mentale4 •
Oltre alla psicosi, però, la schizofrenia è caratterizzata anche da un
deficit cognitivo permanente, spesso ancor più debilitante della psicosi,
e presente anche negli intervalli fra gli episodi psicotici. Emil Kraepelin
e Euen Bleuler, che furono fra i primi studiosi a interessarsi alla schizo-
frenia, ne erano ben consapevoli, come si capisce anche dal termine usa-
to originariamente per indicare la schizofrenia, dementia praecox, owe-
ro «perdita precoce delle facoltà mentali». Negli schizofrenici, le funzio-
ni dei lobi frontali sono disintegrate in modo particolare. Nel suo classi-
co libro, Dementt'a praecox, Kraepelin scrisse:
DISCONNESSIONI FATALI 189
Su varie basi è facile credere che la corteccia frontale, particolarmente svi-
luppata nell'uomo, sia in stretta relazione con le sue abilità intellettuali su-
periori, e queste sono proprio le facoltà che nei nostri pazienti vanno incon-
tro a profonde perdite, a differenza delle capacità mnemoniche e acquisite.
Il molteplice disturbo volizionale e motorio ... fa pensare a disturbi più sot-
tili nelle vicinanze della circonvoluzione precentrale. D'altro canto, i parti-
colari disturbi dell'eloquio, che ricordano I' afasia sensoriale, e le allucina-
zioni uditive ... probabilmente indicano un coinvolgimento del lobo tempo-
rale. Dobbiamo immaginare che il disturbo dell'eloquio sia più complicato
e meno circoscritto dell'afasia sensoriale. Le allucinazioni uditive, che pre-
sentano un contenuto prevalentemente verbale, devono probabilmente es-
sere interpretate come fenomeni irritativi del lobo temporale'.

I metodi della neuropsicologia e le tecniche per l'ottenimento di


neuroimmagini cerebrali oggi disponibili mostrano bene la gravità della
disfunzione frontale presente nella schizofrenia. Fra tutti i test neuropsi-
cologici, la prestazione del paziente schizofrenico risulta particolarmen-
te compromessa nell'esecuzione del WCST (Wisconsin Card Sorting
Test) 6 . Poiché i pazienti con danno frontale trovano il WCST particolar-
mente antipatico 7 , tale constatazione viene assunta come un'evidenza di
disfunzione frontale nella schizofrenia.
I metodi di visualizzazione funzionale del cervello hanno fornito evi-
denze ancor più dirette di una disfunzione frontale nella schizofrenia.
Di solito, nelle persone sane i lobi frontali sono fisiologicamente più at-
tivi del resto della corteccia8. I neuroscienziati si riferiscono a questori-
scontro denominandolo «iperfrontalità». Negli individui normali l'iper-
frontalità è un fenomeno robusto, altamente replicabile, indipendente
dal metodo di visualizzazione usato. La si può dimostrare con l'elet-
troencefalografia (EEG), con la tomografia a emissione di positroni
(PET), e con la tomografia computerizzata a emissione di singoli fotoni
(SPECT).
In certi disturbi, tuttavia, l'iperfrontalità scompare, e viene sostituita
da un' «ipofrontalità», il che significa che l'attività dei lobi frontali si de-
teriora rispetto alle altre parti della corteccia. L'ipofrontalità è un segno
sicuro di grave disfunzione frontale. Daniel Weinberger e i suoi colleghi
del National lnstitute of Mental Health hanno usato la PET per studia
re le configurazioni di attivazione cerebrale negli schizofrenici. I lcwo
studi hanno rivelato una grave ipofrontalità9.
L'idea più diffusa della schizofrenia tende a dare pal't il'ul111v 1 ìli1·vu
ad alludnu/',ioui e deliri, ossia ai cosiddetti sintomi. positivi. 'l'11t11tvht, I 1i1
190 L'ANIMA DEL CERVELLO

i sanitari va diffondendosi sempre più la percezione che i sintomi «nega-


tivi» siano decisamente più debilitanti. I sintomi negativi della schizofre-
nia sono gli elementi rivelatori della disfunzione frontale e comprendo-
no mancanza di iniziativa e di motivazione e uno status affettivo piatto.
I pazienti schizofrenici tendono alla perseverazione, e abbiamo già visto
che questo è un sintomo frontale. Essi sono inoltre tristemente famosi
per i loro «deragliamenti» e le loro associazioni «tangenziali>;, il che è
straordinariamente simile alla dipendenza ambientale comune nelle le-
sioni frontali. Basta pensare ai monologhi di Vladimir. ..
Di solito, le prime manifestazioni psicotiche palesi della schizofrenia
hanno luogo all'età di 17 o 18 anni. Questa è anche l'età della matura-
zione funzionale dei lobi frontali. È una coincidenza? Probabilmente
no. Può darsi che, fino a un certo punto, l'organismo sia in grado di
compensare uno sviluppo difettoso dei lobi frontali. Ma quando la di-
sparità fra la funzione frontale adattativa necessaria all'individuo e il rea-
le contributo dei lobi frontali compromesso dalla malattia raggiunge
una certa ampiezza, tutto il sistema si decompensa e il disturbo clinico
diventa evidente.
Perché i lobi frontali sono tanto colpiti nella schizofrenia? Questo
interrogativo ne introduce uno più ampio. Qual è la causa del disturbo
schizofrenico? L'enigma è ben lungi dall'essere risolto, sebbene alcuni
elementi della soluzione abbiano già trovato una loro collocazione. Dal
volgere del ventesimo secolo in poi, sono stati tentati vari trattamenti
per curare la schizofrenia, tutti senza riscuotere molto successo. A po-
steriori, alcuni di essi erano alquanto spaventosi: terapia convulsivante,
trasfusioni di sangue animale per indurre la febbre, trasfusioni di sangue
infetto sifilitico, e coma insulinico 10• Finalmente, negli anni Sessanta, fu
introdotta in terapia una classe di farmaci che sembrava avere un auten-
tico effetto terapeutico. Questi «neurolettici» agivano sulla dopamina
(DA) e riuscivano a ridurre i cosiddetti sintomi schizofrenici positivi (al-
lucinazioni e deliri).
La scoperta dei neurolettici segnò una svolta non solo nel trattamen-
to della schizofrenia, ma - grazie a un semplice sillogismo - anche nella
comprensione dei suoi meccanismi. I neurolettici alleviano i sintomi psi-
cotici della schizofrenia. I neurolettici agiscono sul sistema dopaminer-
gico. Pertanto, la schizofrenia è un disturbo del sistema dopaminergico.
La logica alla base di questo ragionamento è palesemente difettosa.
Stando ad essa, un uomo su una sedia a rotelle, che rimanesse vittima di
un incidente, perderebbe un paio di ruote e non di gambe. Il fatto che
DISCONNESSIONI FATALI 191

un farmaco sia efficace non sempre significa che esso agisca direttamen-
te su una componente disturbata del sistema.
Ciò nondimeno, nonostante il suoi difetti logici, la teoria dopaminer-
gica della schizofrenia ha preso piede e ha ricevuto conferme anche da
altre fonti sperimentali. Oggi è ampiamente riconosciuto che nella schi-
zofrenia il sistema dopaminergico è in qualche modo compromesso, o di
per sé, o come conseguenza di una difettosa interazione fra dopamina e
altri neurotrasmettitori, per esempio l'acido gamma-aminobutirrico
(gamma-aminobutyric acid, GABA) e il glutammato 11 . Ma di quale si-
stema dopaminergico stiamo parlando? Sappiamo che nel cervello ne
esistono diversi. Ai fini della nostra discussione sono particolarmente in-
teressanti quello nigrostriatale e mesolimbico-mesocorticale.
Entrambi questi sistemi originano nel tronco encefalico: il sistema
dopaminergico nigrostriatale nel nucleo denominato substantia nigra;
quello mesolimbico-mesocorticale nell'area ventrotegmentale 12 . La via
dopaminergica nigrostriatale proietta ai gangli basali, un gruppo di nu-
clei che si trova sotto ai lobi frontali, importanti per la regolazione del
movimento. Sebbene questa via non sia colpita dalla schizofrenia, può
tuttavia essere influenzata dai farmaci usati per curarla.
Attualmente gli studiosi della schizofrenia concentrano il proprio in-
teresse sul sistema dopaminergico mesolimbico-mesocorticale. Come ho
accennato in precedenza, si presume che il disturbo origini in questo si-
stema o che si esprima attraverso di esso come effetto a distanza di un
disturbo che interessa il glutammato, il GABA o altri neurotrasmettito-
ri13. Il sistema si suddivide in due componenti: mesolimbica e mesocor-
ticale. La via dopaminergica mesolimbica proietta alla faccia profonda
(mesiale) del lobo temporale. Questa è la via disintegrata nella sindrome
da disconnessione reticolofrontale, presumibilmente danneggiata in Ke-
vin, il nostro cavaliere disarcionato. La disfunzione di questa via proba-
bilmente rende conto anche di gran parte della disfunzione frontale ri-
scontrata negli schizofrenici1 4 •
Naturalmente, l'analogia fra un paziente schizofrenico e il cavaliere
disarcionato è limitata. In Kevin, il sistema dopaminergico mesolimbi-
co-mesocorticale aveva funzionato correttamente fino all'età di 36 anni,
quando era andato distrutto in seguito a un trauma cranico. Lo sviluppo
cognitivo di Kevin aveva potuto completare il suo corso normale.: pdtun
della lesione. Nel paziente schizofrenico, invece, si prcsnnw dw il 111·1 i
cit abbia luogo durante lo sviluppo neurale. A causa di n1rn qwddw 111
felice comhinu:donc di fattori genetici e ambientali, fiu d.1ll'1111•1P, lit v111
192 L'ANIMA DEL CERVELLO

doparninergica mesocorticale non si sviluppa correttamente. Ciò signifi-


ca che probabilmente negli schizofrenici l'intero sviluppo cognitivo è
differente, per quanto in modo molto sottile, da quello delle persone sa-
ne. Lo sviluppo cognitivo è anormale fin dall'inizio, molto tempo prima
che vengano riconosciuti i primi palesi sintomi clinici di schizofrenia. In
Kevin, la lesione era stata di natura strutturale, causata da un impatto
meccanico subito dalla testa. Nella schizofrenia, invece, il deficit è bio-
chimico.
Ciò nondimeno, a dispetto delle ovvie differenze fra le due condizio-
ni, la neuroanatomia del deficit è in qualche modo simile, giacché in en-
trambi i casi interessa le proiezioni che partono dall'area ventrotegmen-
tale del tronco encefalico e sono dirette ai lobi frontali. La disconnessio-
ne frontale sembra essere essenziale in entrambi i disturbi, sebbene in
un caso abbia origine nello sviluppo neurale, e nell'altro sia acquisita.
Probabilmente, le anomalie biochimiche dei sistemi dopaminergici
non sono l'unico fattore alla base della disfunzione frontale riscontrata
nella schizofrenia. Studi eseguiti sul cervello di schizofrenici, awalendo-
si di analisi quantitative fini eseguite con la TAC e la risonanza magneti-
ca, hanno rivelato anche numerose anormalità strutturali, fra cui spicca
una riduzione del volume corticale della materia grigia 15 • Tale riduzione
è assolutamente diffusa e non sembra limitata a una parte del cervello.
Ciò nondimeno, alcuni studi indicano che essa è particolarmente pro-
nunciata nei lobi frontali 16 .
Per concludere, nella disfunzione frontale degli schizofrenici posso-
no avere un ruolo importante fattori di natura sia biochimica, sia strut-
turale. Quali che siano gli esatti meccanismi di tale disfunzione, la con-
clusione straordinariamente lungimirante di Kraepelin è stata conferma-
ta dalle moderne neuroscienze: in larga misura, la schizofrenia è una pa-
tologia dei lobi frontali.

Trauma cranico: una connessione spezzata

La lesione cerebrale conseguente a traumi è una condizione particolar-


mente dolorosa, perché colpisce in larga misura persone giovani. Per tut-
ta la prima metà del ventesimo secolo, essa era prevalentemente causata
da ferite d'arma da fuoco, con penetrazione del proiettile. Oggi, nel mon-
do occidentale, è causata solitamente da incidenti sulla strada e sul lavo-
ro. Sebbene la lesione cerebrale traumatica manchi dcll'ntmosfora dram-
DISCONNESSIONI FATALI 193

matica che, nella tradizione popolare, circonda il morbo di Alzheimer, la


sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) o la schizofrenia, costi-
tuisce tuttavia un'epidemia di proporzioni simili. Poiché negli Stati Uniti
più di due milioni di persone ne sono colpite ogni anno, a volte la lesione
cerebrale traumatica viene chiamata «epidemia silenziosa» 17 •
Nel cosiddetto trauma cranico lieve, che rende conto della maggio-
ranza dei casi, in capo a qualche settimana dall'incidente ha luogo una
guarigione apparentemente completa. Non si riscontra una perdita per-
manente nelle capacità di movimento, linguaggio o percezione. Un defi-
cit a carico della memoria e dell'attenzione può persistere più a lungo,
ma alla fine anch'esso si risolve. Questi pazienti vengono dichiarati
«completamente guariti» e dimessi affinché tornino a godersi la vita co-
me se nulla fosse accaduto.
Ciò nondimeno, per certi aspetti quasi impercettibili, questi giovani
non sono più gli stessi di prima. Spesso hanno perso motivazione, inizia-
tiva e competitività. Diventano passivi e indifferenti. Spesso diventano
troppo allegri, emotivamente instabili, irritabili, ribelli e impulsivi. Di
solito, agli occhi di un osservatore comune, questi cambiamenti non se-
gnalano una compromissione neurologica. Nella tradizione del duali-
smo ingenuo, essi vengono spesso liquidati come «cambiamenti di per-
sonalità», come se la «personalità» fosse un tratto extracranico. In
realtà, però, questi cambiamenti riflettono una sottile compromissione
delle funzioni esecutive, una leggera disfunzione dei lobi frontali.
Di solito, in questi pazienti, i referti della TAC e della risonanza ma-
gnetica sono normali. Per anni, questo riscontro ha alimentato la con-
vinzione che i pazienti non avessero riportato danni cerebrali duraturi.
In realtà, in moltissimi di questi soggetti non esiste alcuna lesione strut-
turale nei lobi frontali. Ma con l'avvento delle tecniche di visualizzazio-
ne funzionale del cervello, è diventato possibile studiare non solo la
struttura dei lobi frontali, ma anche la loro fisiologia. Joseph Masdeu e i
suoi colleghi si sono avvalsi della SPECT per studiare il flusso ematico
cerebrale in pazienti che avevano riportato lievi traumi cranici18. Im-
mancabilmente, il flusso ematico era anormale, e spesso si rilevava una
riduzione nei lobi frontali. Questa situazione di «ipofrontalità» era pre-
sente anche nel caso in cui la risonanza magnetica fosse normale.
Come la schizofrenia, il trauma cranico chiuso presenta un quadro
sconcertante di disfunzione frontale in assenza di lesioni fronrnli 1lìn·111·.
Ancora una volta, il meccanismo probabilmente risicdt• in 1111 c1~1111111 .1111'
proiezioni d1c dal tronco encefalico si dirigono ai lobi fru!llul! 111.1lt11 ·
194 L'ANIMA DEL CERVELLO

parole, in una sindrome da disconnessione reticolofrontale. I neurologi


hanno sempre creduto che l'occorrenza di tale danno fosse probabile in
caso di traumi cranici. Oggi è finalmente possibile comprenderne sia le
cause che le conseguenze.
Le novità che scaturiscono da tale comprensione sono sia positive
che negative. Gli aspetti negativi sono che la prevalenza di una compro-
missione permanente in seguito a traumi cranici anche «leggeri» è supe-
riore a quanto si fosse soliti pensare. Quasi sempre, la compromissione
influenza le funzioni dei lobi frontali. L'aspetto positivo è che l'identifi-
cazione della causa è un primo passo verso lo sviluppo di terapie effica-
ci. Gli effetti della sindrome da disconnessione reticolofrontale sono
presinaptici. Poiché non c'è nessuna lesione all'interno dei lobi frontali,
i recettori dei neurotrasmettitori essenziali (ossia le sostanze chimiche
responsabili del passaggio dei segnali da un neurone all'altro) sono in
larga misura intatti.
Questo apre la porta a una farmacologia autenticamente «cognotro-
pa» nei casi di trauma cranico chiuso 19 • Per «cognotropa» intendo un ti-
po di farmacologia diretto specificamente a correggere il deficit cogniti-
vo. Non c'è nulla <li nuovo nel somministrare farmaci ai pazienti che si
stiano riprendendo da lesioni craniche. Tuttavia, la logica tradizionale
alla base di tali trattamenti era diretta al controllo delle convulsioni, del-
la depressione o di altre comuni conseguenze del trauma - e non al defi-
cit cognitivo di per se stesso. È stato solo a metà degli scorsi anni No-
vanta che si sono compiuti i primi tentativi di usare la farmacologia di-
rettamente per migliorare la cognizione in pazienti convalescenti da le-
sioni cerebrali di origine traumatica. Alla luce della precedente discus-
sione, non sorprende constatare che tale farmacologia abbia, quale suo
principale bersaglio, il sistema dopaminergico20•

Disturbo da deficit di attenzione e iperattività: una connessione fragile

Se si dovesse mettere in palio il titolo di «malattia del decennio», il di-


sturbo da deficit di attenzione (Attention Deficit Disorder, ADD) e il di-
sturbo da deficit di attenzione e iperattività (Attention Deficit I Hype-
ractivity Disorder, ADHD) sarebbero fra i plausibili contendenti21 . Alla
fine del ventesimo secolo e nel primo scorcio del ventunesimo, queste
diagnosi sono formulate con superficiale generosità, spesso avvalendosi
di una comprensione scarsa o addirittura assente dci loro meccanismi. I
DISCONNESSIONI FATALI 195

genitori cercano attivamente di ottenere una diagnosi di ADD per i pro-


pri figli in modo da poterne spiegare i fallimenti scolastici; quanto agli
adulti cercano di procurarsela per giustificare i propri fallimenti nella vi-
ta. Non è insolito che un paziente chieda al dottore di diagnosticargli «il
suo ADD». Questa proposizione, ovviamente, è un chiaro ossimoro,
non più ragionevole di questa: «Di che colore è la mia tuta verde?» Mol-
ti medici, tuttavia, si prestano al gioco, e quelli che non lo fanno spesso
corrono il rischio di perdere i pazienti a favore di colleghi più compia-
centi (cosa che mi è capitata personalmente). Non è insolito che un pa-
ziente vada in giro a cercarsi un medico, proprio come se facesse shop-
ping, finché non riesce a spuntare la magica diagnosi.
Quando una diagnosi non è subita, ma attivamente cercata, è chiaro
che siamo di fronte a qualcosa di più di un disturbo clinico. Qui, si assi-
ste infatti a un fenomeno sociale. Stabilire perché l' ADD sia diventato
un fenomeno sociale è un argomento meritevole di un'analisi antropolo-
gica di natura socio-culturale distinta. Credo che la cosa abbia a che fa-
re con una complessa combinazione di fattori culturali diversi.
In primo luogo, ha a che fare con il senso di colpa - dei genitori o del
diretto interessato - nei confronti dei fallimenti, propri o dei figli. Una
diagnosi clinica allontana il senso di colpa e anche il senso di responsa-
bilità. In un'epoca in cui le etichette diagnostiche proliferano, ciò offre
un comodo sistema per scaricare il peso della responsabilità legata ai fal-
limenti della vita. In secondo luogo, ha a che fare con la portata, in con-
tinua espansione, dei diritti individuali e del concetto di antidiscrimina-
zione. Una diagnosi clinica assicura ogni genere di concessione ed esen-
zione, in un'ampia gamma di situazioni. In terzo luogo, il fenomeno del-
1' ADD ben si conforma all'insopprimibile convinzione americana che
qualsiasi cosa possa essere aggiustata, purché si mandi giù la pillola giu-
sta (nel caso specifico, il Ritalin). Questo può spiegare come mai un'al-
tra diagnosi la cui frequenza viene oggi esageratamente gonfiata, e cioè
l'incapacità di apprendimento (/earning disability, LD), non sia comun-
que nemmeno lontanamente altrettanto frequente o ambita: in tal caso,
infatti, non c'è a portata di mano la promessa di una pillola magica.
Infine, il fascino esercitato dall'ADD sulla gente ha molto a che far''
con l'illusoria trasparenza del concetto stesso di «attenzione». Proprio <'O
me nel caso della <<memoria», tutti abbiamo una perceziom' inrnwdial 11,
sebbene spesso fuorviante, del significato della parola. A sua voli .i. q1 wi.111
produce" 11n senso di fiducia, ugualmente male indiriziaro, 1wl 111111n11111
della prn11rin '111todiagnosi. Dopo tutto, nessuno ha rap:u ÌI ;i 1111111• ,p• 111• • ·
196 L'ANIMA DEL CERVELLO

nei confronti del proprio pancreas, ma chiunque ne è dotato quando si


tratta della propria mente. Di conseguenza, pochissimi profani avrebbero
la presunzione di diagnosticarsi una pancreatite, ma la maggior parte del-
la gente non ha alcuno scrupolo ad autodiagnosticarsi l'ADD.
Insieme alle incapacità di apprendimento verbali e non verbali di va-
ria natura, e probabilmente ancor più di esse, l' ADHD è fra le diagnosi
più elastiche mai formulate da professionisti qualificati. Questo è inevi-
tabile, giacché si tratta di una sindrome che non è legata a nessun singo-
lo fattore patogeno ben definito. Quando un disturbo è causato èla fat-
tori patogeni distinti, è possibile pensare ad esso in termini intrinseca-
mente distinti e circoscritti. Qualsiasi idea di «continuità» fra l'epatite B
e l'epatite e sarebbe respinta da un infettivologo come priva di senso.
D'altra parte, le sindromi definite come costellazioni di sintomi cogniti-
vi sono intrinsecamente molto particolari e questo è vero soprattutto
quando possono essere causate da numerose patologie diverse. Questo è
poi ulteriormente complicato quando tutte queste patologie presentano
manifestazioni neuroanatomiche molteplici e sovrapposte. Poiché il tipo
di deficit cognitivo dipende più dalla neuroanatomia del disturbo che
dalla sua causa biologica (una circostanza che molti medici e psicologi
non riescono ad afferrare) il rapporto fra cognizione, neuroanatomia e
causa biologica della malattia diventa particolarmente complicato. Di
conseguenza, sindromi artificiali dal punto di vista cognitivo e compor-
tamentale dovrebbero essere pensate non come entità intrinsecamente
discrete, ma come regioni dai confini di per se stessi arbitrari, all'interno
delle distribuzioni continue multidimensionali dei sintomi.
L'ulteriore complicazione - sia concettuale, sia diagnostica pratica -
sta nel fatto che i processi patologici che producono i disturbi in que-
stione a carico dello sviluppo neurale non sono quasi mai ben localizza-
ti, poiché madre natura non ha alcun obbligo di seguire le nostre preci-
se tassonomie da manuale. Questo porta alla cosiddetta comorbilità in-
vocata nel caso di diverse incapacità di apprendimento e dell'ADHD -
la quale in realtà non è affatto una comorbilità, poiché le diverse sindro-
mi in questione, osservate in combinazione in un singolo individuo, so-
no di solito tutte causate da un unico processo patologico, per quanto
neuroanatomicamente distribuito (e non da processi patologici distinti).
In uno scenario così confuso, è importante restituire una certa preci-
sione ai termini «attenzione» e «deficit di attenzione». Il disturbo da de-
ficit di attenzione e iperattività è una condizione autentica e ad alta pre-
valenza, diagnosticabile in modo rigoroso e curabile. Spm;:m l'attenzione
DISCONNESSIONI FATALI 197

Corteccia prefrontale Corteccia posteriore

Sistema di attivazione reticolare

Fig. 18 Il circuito dell'attenzione coinvolge il lobo frontale, la formazione reticolare e la


corteccia posteriore.

è stata paragonata a un riflettore che illumini un certo aspetto del nostro


mondo mentale o fisico, lasciando in ombra uno sfondo di fattori di-
straenti in competizione. Esiste una realtà biologica dietro la metafora
del riflettore? Potrebbe esistere. Esplorando l'analogia, ci renderemo
conto di come l'attenzione coinvolga un complesso meccanismo neurale
costituito dalla corteccia prefrontale e dalle sue connessioni.
Una volta che colleghiamo l' ADHD alla disfunzione frontale, la sua
prevalenza elevatissima (che rimane tale perfino quando la diagnosi vie-
ne formulata secondo criteri rigorosi e prudenti) non dovrebbe sorpren-
dere. Come già sappiamo, i lobi frontali risultano particolarmente vul-
nerabili in una gamma molto ampia di disturbi, il che spiega l'altissima
frequenza della disfunzione frontale. Di solito, la diagnosi di ADD o di
ADHD si riferisce a qualsiasi condizione caratterizzata da una leggera
disfunzione frontale e delle vie connesse, in assenza di altre disfunzioni
di entità paragonabile. Data l'elevata frequenza della disfunzione fronta-
le dovuta a cause molteplici, dovremmo aspettarci di riscontrare un' ele-
vatissima prevalenza di autentico ADHD . D'altra parte, limitarsi ad af ·
fermare che l'ADHD è una leggera forma di disturbo frontale cmait11i
sce un'eccessiva semplificazione. Per spingere oltre l'analogia d1 ·I 1i111 ·1
tore, vale la pena di ricordare che il riflettore è uno str1111w111n. l.11 ,,,
sponsabilità di scegliere la direzione in cui puntarlo, 1; di 1111111t1 'lh il11 I'• 11
198 L ANIMA DEL CERVELLO

con mano ferma così orientato, deve ricadere su qualcuno (o su qualco-


sa). In termini neurali, ciò significa che occorre identificare l'obiettivo
dell'azione, il quale dovrà guidare efficacemente il comportamento per
un certo periodo di tempo. D'altra parte, noi già sappiamo che l'indivi-
duazione e il mantenimento di un obiettivo sono compiti eseguiti dalla
corteccia prefrontale (la mano che controlla il riflettore).
L'analogia del riflettore implica anche l'esistenza di un palcoscenico
da illuminare. Quest'ultimo si trova nel cervello, principalmente a livello
delle superfici posteriori degli emisferi corticali: sono queste le str~tture
più direttamente coinvolte nell'elaborazione delle afferenze. A seconda
dell'obiettivo corrente, parti specifiche e distinte della corteccia posterio-
re devono essere portate a uno stato di attivazione ottimale (per così dire,
«illuminate dal riflettore»). La selezione di queste aree viene realizzata
dalla corteccia prefrontale, che di conseguenza orienta il riflettore.
Il riflettore stesso, in quanto tale, si trova nei nuclei del tronco encefa-
lico ventrale, i quali, grazie alle loro proiezioni ascendenti, possono atti-
vare selettivamente vaste regioni corticali. La corteccia prefrontale guida
il «riflettore» attraverso le sue vie discendenti dirette alle regioni ventrali
del tronco encefalico. Essa inoltre modifica il controllo esercitato sul ri-
flettore, sulla base del feedback che riceve dalla corteccia posteriore.
Riassumendo, l'attenzione può essere descritta bene come un circuito
che comporta interazioni complesse fra corteccia prefrontale, regioni ven-
trali del tronco encefalico, e corteccia posteriore (figura 18). Un collasso,
a qualunque livello in questo circuito, può interferire con l'attenzione pro-
ducendo così una forma di deficit. La prima conseguenza della preceden-
te analisi è che il deficit di attenzione è fra le più comuni ripercussioni del-
le lesioni cerebrali. La seconda è che esistono numerose varianti di distur-
bo da deficit di attenzione, alcune delle quali senza iperattività.
La corteccia prefrontale e le sue connessioni con le regioni ventrali
del tronco encefalico (la mano che regge il riflettore) hanno un ruolo
particolarmente importante nei meccanismi dell'attenzione. Quando
parliamo di disturbo da deficit dell'attenzione solitamente implichiamo
questi sistemi. Le cause esatte del danno subito da tali sistemi variano:
possono essere biochimiche o strutturali, ereditate o acquisite in fasi
precoci della vita. Il fatto che le caratteristiche dell' ADD siano solita-
mente associate ad alcuni aspetti di deficit esecutivo non dovrebbe sor-
prendere. Quando il deficit esecutivo è grave, la diagnosi di ADD di-
venta superflua. Ma quando è leggero, quando cioè la compromissione
attentiva spicca a fronte di un deficit esecutivo minimo, iillol'a la diagno-
DISCONNESSIONI FATALI 199
si di ADD viene giustamente formulata. Nella maggior parte di questi
casi esiste un disturbo biochimico a carico delle connessioni frontali, ma
manca qualsiasi danno strutturale reale ai lobi frontali. In alcuni casi il
deficit d'attenzione è altamente circoscritto e può coesistere con una ca-
pacità superiore di pianificazione e previsione. Può darsi che Wiston
Churchill fosse uno di questi casi. Numerose descrizioni del suo com-
portamento ricordano molto da vicino I'ADHD. Ciò nondimeno, egli
riuscì a prevedere il pericolo rappresentato prima da Lenin, poi da Sta-
lin, poi ancora da Hitler, e infine nuovamente da Stalin, e lo capì prima
della maggior parte dei leader politici del mondo libero; pertanto non
può essere bollato di una scarsa capacità di previsione.
Spesso, nell' ADD, il deficit di attenzione è selettivo e si manifesta solo nel-
le attività <<non interessanti>>, mentre è assente in quelle «interessanti>>. Se il
paziente apprezza il compito che gli è stato assegnato (un gioco al computer,
o un evento sportivo) e ne trae piacere, la sua attenzione è puntata su di es-
so. D'altra parte, essa scivola via da qualsiasi compito privo di una gratifica-
zione immediata - per esempio ascoltare una conferenza o leggere un ma-
nuale. Questa osservazione stabilisce un chiaro collegamento fra I'ADD e la
disfunzione frontale. Ricorderete infatti il ruolo della corteccia prefrontale
nello stabilire obiettivi, nella volizione e nella gratificazione ritardata.
Il disturbo da deficit dell'attenzione si presenta in numerose forme
diverse. Come ricorderete, la corteccia prefrontale è funzionalmente di-
versa (destra-sinistra; dorsolaterale-orbitofrontale). Una compromissio-
ne anatomicamente diversa dei lobi frontali disintegrerà la funzione at-
tentiva in modo pure diverso. Le vie che connettono la corteccia pre-
frontale ai nuclei ventrali del tronco encefalico sono biochimicamente
complesse. All'interno di queste vie, un danno che interessi componenti
biochimiche diverse disintegrerà l'attenzione in modi differenti.
Il punto sta tutto in quell'acca («H») fra le due di («D»). È prassi co-
mune distinguere fra disturbo da deficit di attenzione (ADD) e disturbo
da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Può darsi benissimo che
la forma iperattiva sia più comunemente associata a una sottile disfun-
zione della corteccia orbitofrontale e delle vie ad essa connesse. Ecco
perché I' ADHD è spesso associato alla volatilità dell'affetto comune·
mente osservata in caso di lesioni orbitofrontali. La forma non lfWf'tllli
va, invece, è più probabilmente associata a una leggera disfum:in1w dd.
la corteccia dorsolaterale e delle sue connessioni.
La distinzione fra ADD e ADHD è solo l'inizio. Prnhnhilnw1111· '"·•
stono wm11•ro:i~' forme di deficit di attcm:ionc, dnsc1111;1 il1·ll1· q1i.d1 111•;1•
200 L'ANIMA DEL CERVELLO

gnosa di interventi terapeutici diversi. Quando apprenderemo nuovi det-


tagli sui lobi frontali e le loro connessioni, saremo in grado di identifica-
re queste forme e le rispettive terapie con sempre maggior precisione.

I..:ADHD sbaragliato: la risalita di Toby dall'abisso

A Toby piace dire di essere un'anomalia per definizione, poiché si sente


composto di tre metà: metà nero, metà ebreo e metà gay. Toby usa !~pa­
rola «nero» genericamente, riferendosi a tutte le persone di colore, e la
«metà» in questione in realtà non è africana ma polinesiana. Comunque
sia, in molte società tutte le sue tre «metà» esemplificano minoranze
perseguitate, situazioni di cui Toby rappresenta il punto di intersezione.
Ma questo non è che il preludio alla storia di quest'uomo.
Toby fu adottato all'età di sei giorni, perciò non conosciamo la sua
reale provenienza. Sulla base delle informazioni ottenute dai suoi geni-
tori adottivi, e delle ricerche che lui stesso ha condotto, il padre biologi-
co era un ebreo francese e la madre una donna Maori della Nuova Ze-
landa. I due erano studenti a Sidney e Toby fu il prodotto, chiaramente
indesiderato, di un rapporto violento. I suoi genitori adottivi erano una
coppia di gallesi della classe media immigrati in Australia dalla Gran
Bretagna. In realtà avrebbero desiderato una figlia, ma adottarono Toby
perché il loro figlio maggiore (anch'egli adottato) era un maschio e in ca-
sa non c'era una stanza separata per una bambina. Questa percezione di
«non essere desiderato» aveva perseguitato Toby per tutta la vita; ne
parlò con accenti commoventi in un documentario girato su di lui molti
anni dopo. Il documentario, intitolato Alias, fu acclamato dalla critica
nell'ambito di diversi festival cinematografici australiani, compresi il
Rondi Film Festival e il Sidney Short Film Festival (entrambi nel 1998).
Toby fu un bambino precoce. Studiava canto, flauto e danza. Scelto
per il suo eccezionale talento, si esibiva in a solo in vari eventi di gala.
D'altra parte, Toby era anche un bambino difficile e testardo. In molte
occasioni, quando si scontravano con lui, i suoi genitori praticavano
l' «amore duro». Preparavano una piccola valigia con le sue cose, e gli di-
cevano di andarsene e di tornare a casa una volta che si fosse «pentito».
Com'era prevedibile, Toby faceva il giro dell'isolato e poi tornava a
casa, bussava alla porta, e si professava «pentito» - fino allo scontro suc-
cessivo. Un giorno però, all'età di nove anni, Toby non tornò. Percorse
invece diverse miglia nel pieno della notte, aggrappato nlln srn1 valigia,
DISCONNESSIONI FATALI 201
dal sobborgo dove abitava fino al centro di Sidney. Poi si unì ad altri
bambini senza casa, e cominciò la sua vita di ragazzino di strada.
Per diversi anni Toby sbarcò il lunario battendo la strada, prosti-
tuendosi. Molti anni dopo mi fece fare un giro nella «sua» Sydney e mi
portò a vedere il «Muro del Pianto», una struttura di arenaria gialla, al-
1'esterno del primo carcere di Sidney fuori da Oxford Street vicino al
St.Vincent Hospice, dove lui e altri giovanissimi erano soliti raccoglier-
si per aspettare i «clienti» con cui prostituirsi. Inizialmente mi sentii of-
feso nella mia sensibilità di ebreo da questo riferimento sacrilego, ma
poi ne capii l'amara accuratezza. Sul Muro, Toby mi mostrò un graffito
sbiadito - «Toby, 1976» - inciso ai tempi della sua vita in strada.
In tutti gli altri casi citati in questo libro ho usato dei nomi fittizi per
proteggere la privacy dei miei pazienti. In un certo senso, però, «Toby>> è
un nome reale. È uno dei diversi «noms de guerre» usato da Toby come
professionista-bambino del sesso sulle strade di Sidney. In tutti questi an-
ni Toby è tornato a visitare periodicamente il suo graffito, passando molto
tempo in silenzio a contemplarlo, e assicurandosi che non sbiadisse del
tutto e non venisse cancellato. Mi invitò a unirmi a lui in questo pellegri-
naggio al suo Muro, ed io decisi di non sondare le complesse emozioni
che dovevano circondare quel rituale, limitandomi ad assistere in silenzio.
Nel corso della sua vita sulla strada Toby divenne dipendente da nu-
merose droghe - eroina, cocaina, amfetamine, barbiturici e qualsiasi al-
tra cosa gli riuscisse di procurarsi. Sentendosi sempre più disperato e in
trappola, a 16 anni Toby scrisse questa poesia Il mio amore per Lady Sin,
accostando la sua dipendenza dalla droga a un amore per Lady Sin -
«Lady Peccato»:

Una triste storia scaturì


dal mio amore per Lady Sin.
Una storia d'angoscia e di dolore,
e di tutta la solitudine che c'era in mezzo.

Lady Sin entrò nella mia vita


una sera, mentre ero solo,
e nel vuoto che trovò nel mio cuore
silenziosamente fece la sua dimora.

Il nostro primo anno fu fantasia, invenzione.


ll st>t'nHdo 11n allegro carosello,
202 L'ANIMA DEL CERVELLO

al terzo, ormai, cominciammo a tradirci,


e al quarto tutti i miei amici se n'erano accorti.

Ma io adoravo ancora Lady Sin,


e un giorno la feci mia sposa.
E nel mio dolore, con quelle parole - «Lo voglio»,
rinunciai tranquillamente alla mia vita.

E così oggi ho corpo e anima deformi -


.
ciò che di essi non è stato gettato via.
E piango mentre ricordo in silenzio
che questo è il prezzo che tutti dobbiamo pagare.

Questa fedeltà si trasforma in ossessione,


il corpo lacerato non meno del cuore,
mentre lei ancora mi sussurra ali' orecchio,
«Finché morte non ci separi»22 .

Poi, ormai diciannovenne, Toby cercò i suoi genitori adottivi, si riap-


pacificò con loro, e si imbarcò nello sforzo di riprendere una vita nor-
male. Negli anni che seguirono, imparò diversi mestieri. A più riprese,
lavorò come giardiniere e specialista di idrocoltura, infermiere, parruc-
chiere, truccatore, assistente sociale per bambini senzatetto. Stando a
tutti i resoconti, acquisì un'ottima competenza in ciascuno di questi me-
stieri. Unico diplomato a punteggio pieno nella storia del suo college di
agraria, Toby fu invitato a insegnarvi subito dopo il diploma, un caso
davvero senza precedenti. Dovendo affrontare studenti spesso molto
più anziani di lui, e poiché sembrava ancor più giovane di quel che fos-
se in realtà, Toby si fece crescere la barba per assumere un'aria «profes-
sorale». Stava anche interessandosi sempre di più alla scrittura creativa e
alla fotografia, e il suo lavoro cominciava a incontrare un modesto suc-
cesso. Aveva una conoscenza sorprendente di animali e piante e posse-
deva un autentico serraglio costituito da diversi cani, lucertole, uccelli e
topi, insieme ai pesci e alle rane ospitati nello stagno del piccolo giardi-
no giapponese creato davanti alla casa, in un sobborgo di Sidney.
Nonostante i suoi palesi e numerosi talenti, tuttavia, Toby era inca-
pace di tenersi un lavoro. Prima o poi (ma di solito prima) litigava vio-
lentemente con i suoi colleghi di lavoro e finiva licenziato o se ne anda-
va lui stesso facendo fuoco e fiamme. Era inquieto e non rimwiva a svol-
DISCONNESSIONI FATALI 203

gere un'attività in modo continuativo. I suoi genitori adottivi speravano


che riuscisse a trarre vantaggio dal suo ovvio talento naturale e che di-
ventasse veterinario. Ma proprio come non era capace di conservarsi un
posto da dipendente, Toby era incapace di sistemarsi anche come pro-
fessionista. La sua inquietudine era pervasiva e si manifestava in nume-
rosi modi. Sebbene lui la attribuisse al fatto di avere molti talenti, si trat-
tava comunque di un aspetto chiaramente controproducente.
Anche le relazioni personali di Toby erano instabili e tumultuose e la
sua personalità sociale era piena di contraddizioni. Era conosciuto come
una persona cordiale, leale e generosa, uno che non avrebbe mai voltato
le spalle a un amico nel momento del bisogno. Allo stesso tempo era
esplosivo, litigioso e polemico perfino con i più intimi amici. Ebbe una fi-
glia fuori dal matrimonio e con lei fu un padre premuroso, devoto e coin-
volto; tuttavia era incapace di sistemarsi sposandosi o di accettare una
qualsiasi altra relazione a lungo termine. Quando alla fine lo fece, la rela-
zione fu turbolenta e costellata di vera e propria violenza, pur essendo
caratterizzata da un forte impegno reciproco. Continuò a combattere la
propria dipendenza dalle droghe, frequentò una clinica del metadone e
alla fine, dopo diverse sconfitte, riuscì a liberarsi della dipendenza.
Incontrai Toby la prima volta in una delle mie frequenti visite a Sid-
ney, e poi ancora quando lui venne in visita a New York. Ormai aveva
passato la trentina, ed era pieno di contraddizioni. Immediatamente mi
colpì come persona bene articolata e di intelligenza non comune, e tut-
tavia anche insolitamente immatura. Senza aver mai realmente misurato
il suo QI, credo che debba trovarsi compreso fra 140 e 150, nella fascia
considerata «decisamente superiore». D'altra parte, le conseguenze del-
le azioni sue e altrui lo coglievano costantemente impreparato, evidente-
mente incapace di anticiparle. A Toby le cose tendevano costantemente
ad «accadert" tutt' a un tratto», denunciando la sua lampante mancanza
di previsione. Sebbene avesse una straordinaria quantità di conoscenze
su una gamma straordinariamente ampia di argomenti, ciò nondimeno
si trattava di conoscenze casuali e non sistematiche. Allo stesso tempo,
dava prova di un prodigioso intuito relativamente alle persone e alle si-
tuazioni correnti, ed era capace di giudicare il carattere della gente cli
mostrando un eccezionale acume. Sembrava che la sua dcbolrzza cli 11i11
dizio fosse limitata al dominio temporale, quando cioè s.i rendeva Ul"l'l"ti
saria una qualche proiezione nel futuro. Nella mia cspcde111.11 p1·1~.1111.ilc,
Toby è l'tiS{'tnpio più chiaro di come «intuito» e «prcvh1in111·,, 111111 ~.1,11111
cap;tdt.1 il111·!'l't1mbiubili e di quanto nettamente divb1_· J111... ·.;11111 • ""' • •
204 L'ANIMA DEL CERVELLO

nello stesso individuo. Toby era un uomo con superbe capacità di intui-
zione e quasi completamente privo di doti di previsione.
L'aspetto dominante della personalità di Toby era l'inquietudine, un
tratto evidente in ogni sua interazione. La pressione ad agire, ad andare
avanti, era palpabile. In ogni singolo istante, aveva una decina di pro-
grammi e di pensieri in competizione, ciascuno dei quali entrava in col-
lisione con tutti gli altri. In una situazione sociale di gruppo, doveva
sempre parlare con tutti, simultaneamente, e poi finiva sempre per an-
darsene via di corsa a metà della cena per fare qualcos'altro. Una ctm-
versazione telefonica con lui era immancabilmente interrotta a metà di
una frase, all'improvviso, da un suo «Devo scappare». Aveva un caratte-
re instabile, con oscillazioni precipitose fra il fascino socievole di un
istante, e l'ostilità meditabonda di quello successivo. Quando osservai
Toby interagire con altre persone, trovai inquietanti le sue esplosioni -
estreme, non provocate, quasi spaventose. Tuttavia, si trattava evidente-
mente di una persona intelligente e dotata. Conosceva Sydney come il
palmo della sua mano ed era una guida sensibile e spiritosa.
Sempre di più, stavo maturando la sensazione che i comportamenti
violenti di Toby avessero vita propria, e che lui vi ci fosse trascinato e
coinvolto suo malgrado, e ne soffrisse. Di conseguenza, la solidarietà che
provavo nei suoi confronti superava l'irritazione suscitata dalle sue stra-
nezze. Era a questa combinazione di intelligenza e sofferenza che io mi
sentivo legato, e che rendeva Toby attraente nonostante i suoi aspetti
molto poco attraenti. Toby sembrava generare questa reazione anche in
altre persone. In linea di massima, riusciva simpatico e aveva molti ami-
ci di tutte le età e di ogni classe sociale disposti a chiudere un occhio su
comportamenti che solitamente non vengono perdonati.
Il medico che era in me si lasciò affascinare sempre di più da quel
che osservava in Toby. Era chiaramente un soggetto iperattivo, e forse
soffriva anche di un disturbo bipolare. Il suo status affettivo fluttuava in
continuazione e senza alcun freno. In alcune occasioni lo stesso Toby fe-
ce allusioni ad «alti» e «bassi», confermando le mie osservazioni. Il fatto
che la sua vita consistesse di stati estremi con pochissimo in mezzo si ri-
fletteva nel diario che scriveva, assecondando la propria inclinazione let-
teraria. Le sue annotazioni erano scritte «entrando» da una parte o dal-
1' altra di un grosso libro: c'era la sezione del «giorno» e quella della
«notte», per far riferimento ai suoi alti e bassi. In questo contesto, la sua
passata storia di droga sembrava un disperato tentativo di automedica-
zione, un fenomeno non insolito in individui con disturbi leggeri non
DISCONNESSIONI FATALI 205

diagnosticati. Pensavo di dover parlare con Toby per esortarlo a cercar-


si un aiuto psichiatrico, ma non se ne presentò l'occasione, e io lasciai
Sydney senza aver avuto con lui la conversazione che desideravo.
Tornai a Sydney sei mesi dopo, e Toby cenò con me al ristorante Rus-
sian Accent, a Darlinghurst. Sembrava diverso. Come se mi avesse letto
nel pensiero, esordì raccontandomi gli eventi degli ultimi mesi. Senza
aiuti, Toby aveva raggiunto la conclusione di avere qualcosa di fuori po-
sto dal punto di vista clinico, e capì d'aver bisogno dell'aiuto di uno spe-
cialista. Trovò uno psichiatra che gli prescrisse la dexedrina, uno stimo-
lante della famiglia delle amfetamine spesso usato nella cura dell' ADHD.
La dexedrina funzionava. Toby continuò a prenderla durante tutto il
mio soggiorno di sei settimane come visiting professor all'Università di
Sydney e io potei osservare i suoi effetti in diverse occasioni sociali (che
compresero, fra l'altro, una visita al Muro del Pianto). Toby era più cal-
mo, più riflessivo, meno polemico, e non mostrava più segni evidenti di
iperattività. Non c'erano più idee che si precipitavano nella sua mente, in
competizione o in conflitto, né impulsivi cambiamenti di opinione ogni
cinque minuti. Non c'era più quel precipitarsi da un'attività all'altra.
Toby riusciva a starsene tranquillo e a rilassarsi durante la cena, cosa che
non era mai stato capace di fare prima; e adesso di solito ero io a chiude-
re le conversazioni telefoniche con un «Ora devo andare». Il suo status
affettivo non rimbalzava più da un estremo ali' altro e per la maggior par-
te del tempo si trovava esattamente dove doveva essere, owero su un li-
vello di gradevole neutralità. Per la prima volta da quando lo conoscevo,
Toby era normalmente prevedibile. La sua capacità di comportamento
organizzato e diretto a un fine era anch'essa chiaramente migliorata. Non
proiettava più l'immagine di una persona immatura; adesso, il suo modo
di parlare e agire era, semplicemente, quello di un adulto maturo.
Come scoprii in seguito, in capo a tre mesi di trattamento Toby svi-
luppò una forma di depressione, un effetto collaterale noto prodotto
dalla dexedrina. Passò allora al litio, ma si sentiva «senza vita», e la-
mentò un «rallentamento dei processi di pensiero». Con il consenso del
medico, Toby decise di smettere di assumere farmaci. Entrò invece in un
gruppo di sostegno, e iniziò una psicoterapia di supporto. Toby è con-
vinto che il fatto di comprendere la sua condizione gli conferisca poter\'
su di essa - e nel compleso è un uomo molto più felice. Mentre scrivo,
continua a stare ragionevolmente bene; sembra che abhin sgo11ii11.1111 i
demoni e si sia riappropriato di se stesso.
Per la prima volta nella sua vita, Toby è riuscito a fon' 11' 1 11~.1 • 111 11111.!11
206 L'ANIMA DEL CERVELLO

relativamente sistematico e metodico. Ha acquistato una fattoria e sta


convertendola in un'azienda agricola. Per la prima volta nella sua vita sta
guadagnando in modo costante e sostanzioso. Alla fine della mia ultima
visita in Australia, Toby si presentò con sei bottiglie dei miei vini rossi au-
straliani preferiti, ottenuti soprattutto da vitigni Shiraz, come dono di ad-
dio. I vini erano giovani, e dovevano maturare quattro o cinque anni, e
Toby ci tenne a sottolinearmelo. «Tu riusciresti a ritardare la gratificazio-
ne così a lungo?», gli chiesi io. «Ora potrei, sì» - fu la risposta.
Come amico, poter assistere al successo di Toby mi riempì di pi:kere.
In quanto medico, poi, trovai istruttivo constatare che in questo indivi-
duo di eccezionale intelligenza, il deficit di attenzione e l'iperattività fos-
sero così intimamente legati ai classici tratti della disfunzione orbitofron-
tale, ossia a scarse capacità di pianificazione e previsione, associate a un
ridotto controllo degli impulsi e a un'esagerata instabilità affettiva. Ora
potevo anche collocare il passato di tossicodipendenza di Toby in una
prospettiva diversa: non è insolito che gli individui con vari squilibri chi-
mici ricorrano all'automedicazione, in genere con risultati controprodu-
centi (sebbene nella vita che Toby trascorse sulla strada ci fossero stati si-
curamente molti fattori che potevano aver contribuito alle sue molteplici
dipendenze). E poi, con un trattamento azzeccato, tutti questi sintomi
scomparvero, o per lo meno regredirono, e lo fecero di concerto. Sebbe-
ne le esatte modalità d'azione della dexedrina (o, se è per questo, del Ri-
talin, dell' Adderal o degli altri stimolanti usati per curare l' ADHD) non
siano del tutto comprese, essa contribuì comunque a rafforzare le fragili
connessioni fra i lobi frontali e le altre parti del cervello di Toby.
La sua vita continua ad essere una lotta, con periodi di successo in-
frammezzati da dolorosi rovesci. Il problema non è scomparso: ora
però, almeno in una certa misura, lui ha imparato a gestirlo. Sapere che
il suo problema è di natura biochimica aiuta Toby a tenergli testa e al
tempo stesso allontana da lui il senso di vergogna e di colpa. Toby non lo
percepisce più come un fallimento personale dovuto al suo carattere, ma
semplicemente come una condizione medica. Ha imparato ad affrontar-
lo - e a spuntarla.

Spasmi; tic e giochi di parole

I lobi frontali sono legati in modo particolarmente intimo ad alcuni nu-


clei sottocorticali denominati «gangli basali», e spedalim_'tlll' al nucleo
DISCONNESSIONI FATALI 207

caudato. Questa relazione funzionale è talmente stretta che può essere


lecito riferirsi al loro insieme con l'espressione «lobi frontali estesi» -
proprio come quando, parlando della «grande New York» si include
anche Wetschester e parte di Long Island e del Connecticut. Una di-
sfunzione all'interno del sistema caudato-frontale dà luogo a una delle
condizioni neurologiche più intriganti, la sindrome di Tourette23 . Si trat-
ta di un disturbo affascinante, associato - fra gli altri sintomi - a tic mo-
tori incontrollabili e a verbalizzazioni involontarie, spesso assolutamen-
te inappropriate e offensive. È precisamente questa qualità produttiva
provocatoria che la rende tanto affascinante.
Per tradizione, la nostra cultura si accosta al disturbo neurologico co-
me a un deficit, a una perdita. Questo si riflette anche nella nostra termi-
nologia: afasia (perdita del linguaggio), amnesia (perdita della memoria).
Quando sono presenti, l'ipermnesia e l'iperverbalità sono considerate
dalla società come un dono mnemonico o letterario, e non come una pa-
tologia. Ma se la norma è definita come la media della popolazione, allo-
ra il talento è, per definizione, una deviazione dalla norma. La relazione
fra talento e psicopatologia ha affascinato e sconcertato sia i medici, sia
coloro che sono afflitti (o benedetti) da queste condizioni. Edgar Allan
Poe, lui stesso affetto da episodi di confusione, paranoia e forse crisi con-
vulsive, scrisse pagine toccanti sull'intreccio fra genio e follia24 .
Nelle condizioni neurologiche e neuropsicologiche è comune distin-
guere fra sintomi «negativi» e «positivi». I sintomi negativi riflettono la
perdita di qualcosa che dovrebbe normalmente essere presente: per
esempio la capacità di camminare, parlare, vedere gli oggetti. I sintomi
positivi riflettono invece la presenza di qualcosa che non fa parte della
cognizione normale, per esempio allucinazioni o tic. I sintomi negativi
sono più facilmente comprensibili, più facili da concettualizzare, misu-
rare, quantificare e sottoporre a un rigoroso esame scientifico. I sintomi
positivi sono di solito più elusivi, più misteriosi ma anche molto più in-
triganti e stimolanti. Essi alludono a un mondo interiore che è differen-
te, e non semplicemente impoverito - alludono insomma alla presenza
di una condizione neurologica che non si limita a depredare, ma anche a
elargir doni.
Il legame fra creatività e malattia mentale è chiarissimo nella virn <'
nel genio di van Gogh, Nijinsky e Rimbaud. Lo stesso vale andw 1wl rn
so di personaggi storici con uno stile di leadership partkolarn11·1111· 11111
gimirant'c, i quali plasmarono la nostra civiltà in modo 1:d1 ila L11 I" 11~ .. 1
1

re a n11 ~<t:11l•1ito esecutivo» eccezionalmente poH'llll'o Ah·.· .. 11111111 l\l.1


208 L'ANIMA DEL CERVELLO

gno, Giulio Cesare, Pietro il Grande di Russia e forse Akhenaton (il fa-
raone egizio che fondò la prima religione monoteista di cui si abbia no-
tizia nella storia della civiltà umana) soffrivano tutti di crisi epilettiche.
Nella vita e nell'opera di Byron, Tennyson e Schumann, tutti sofferenti
di disturbo bipolare, i picchi di creatività e produttività erano infram-
mezzati da nadir di disperazione e paralisi mentale. Su un piano più co-
mune, io ho spesso avuto la sensazione che le persone più dotate, fra
quelle che avevo intorno, pagassero il prezzo del talento in altre aree
della loro vita mentale, e che lequilibrio fra doni e deficit sia gm~rnato
da un'impietosa equazione a somma zero.
Se il talento tende ad avere un prezzo, allora certe patologie neurolo-
giche e psichiatriche possono a volte offrire una compensazione. Queste
condizioni sono sempre fonte di fascino e di stimolo intellettuale. Fra di
esse, la sindrome di Tourette è particolarmente interessante e continua a
intrigare tanto gli scienziati quanto i profani.
Ciò che rende tanto interessante la sindrome di Tourette, è la ric-
chezza e la varietà dei sintomi positivi che le sono associati. Originaria-
mente descritta da Gilles de la Tourette nel 1885, la sindrome è caratte-
rizzata da tic facciali e corporei incontrollabili, vocalizzazioni compulsi-
ve simili a grugniti, verbalizzazioni oscene, e un'incessante esplorazione
dell'ambiente. Questi sintomi appaiono in varie combinazioni, che spes-
so vanno modificandosi nel corso del tempo. Possono essere quasi im-
percettibili e ben mascherati, oppure estremamente cospicui. Nel secon-
do caso, sono spesso percepiti come offensivi e asociali.
Gli osservatori dei pazienti tourettici notano anche una particolare
prontezza di spirito (un virtuosismo che ricorda un duello di scherma) e
uno stile cognitivo tipico. Dopo anni passati a osservare persone touret-
tiche, sono arrivato a riconoscere nei loro processi mentali una nota uni-
ca e inconfondibile di eccentricità, rapidità e spasmodicità. Ci sono an-
che scambi fulminei di battute particolarmente maligne, irriverenti e li-
cenziose. Al culmine dello scandalo Clinton -Lewinsky, una mia cono-
scenza tourettica si presentò a una festa, insieme alla fidanzata, in casa di
un comune amico, e annundò con ostentazione: «Né io né la mia fidan-
zata abbiamo mai fatto sesso con il presidente». Come metafora visiva
della cognizione tourettica, mi viene in mente la danza balinese. Questa
fulminea eccentricità mentale va di pari passo con un' altrettanto fulmi-
nea eccentricità dei movimenti. Non tutto il male viene per nuocere: no-
nostante la loro condizione, infatti, alcuni pazienti tourettici sono molto
dotati in sport come il karate e la pallacanestro.
DISCONNESSIONI FATALI 209
A volte innescati da un evento traumatico, i sintomi del tourettismo
di solito compaiono durante l'infanzia e spesso col tempo scompaiono.
In molti casi, però, persistono tutta la vita. La sindrome di Tourette ten-
de a colpire più spesso i soggetti di sesso maschile25 • A causa della di-
versità delle sue manifestazioni, sta diventando sempre più frequente
sentir parlare di «spettro tourettico» piuttosto che di una singola «sin-
drome»26.
La sindrome di Tourette colpisce la dopamina, che è uno dei princi-
pali neurotrasmettitori del cervello, e il nucleo caudato, una struttura
neuroanatomica essenziale per iniziare i movimenti e per eseguire i com-
portamenti più complessi. In molti casi, la sindrome sembra avere una
base ereditaria. Sono noti casi aneddotici di ricorrenza della sindrome di
Tourette e del morbo di Parkinson (entrambi disturbi del sistema dopa-
minergico nigrostriatale) nelle medesime famiglie.
Alcuni scienziati credono che nel tourettismo il nucleo caudato (uno
dei principali gangli basali) in qualche modo sfugga al controllo normal-
mente esercitato dalla corteccia prefrontale. Insieme al talamo, i gangli
basali possono essere considerati come i precursori della neocorteccia.
Nel corso dell'evoluzione, il loro ruolo originale fu poi messo in secon-
do piano dalla corteccia frontale, che nei mammiferi più evoluti esercita
un'influenza inibitoria sul nucleo caudato. Sembra che negli esseri uma-
ni il nucleo caudato inneschi particolari comportamenti e che la cortec-
cia frontale li sottoponga poi a un complesso sistema di filtri cognitivi,
«permettendone» alcuni e censurandone altri.
Io credo che nella sindrome di Tourette l'influenza moderatrice del-
la corteccia frontale sul nucleo caudato sia indebolita. Di conseguenza,
emergono comportamenti particolari, che hanno una distinta somiglian-
za con quelli riscontrabili nelle sindromi frontali. Dal punto di vista so-
ciale, questi comportamenti sono spesso a tal punto provocatori che i
pazienti si scontrano con la derisione, l'ostracismo e a volte anche con
l'aggressione fisica.
Il più provocatorio di essi è la coprolalia, un termine che viene dal
greco «k6pros» [«feci»] e «lalìa» [«pronuncia»]. I pazienti si producono
in esclamazioni oscene e blasfeme in situazioni socialmente inappropria~
te. Molti anni fa, a Filadelfia, salvai da un probabile arresto un giov:11w
uomo, ben vestito, che stava camminando su e giù lungo una filn di Pl-'l'
sone (della quale io stesso facevo parte) in attesa di. salit\' s111111 lfl•1111
dell'Amtmk alla stazione della Trentesima Strada, insol1·111t·11d111i11111 11
linguaggio pit1 ::;currilc che si possa immaginare. Pr1c•w11111v.1 .111d1, 1"'
210 L ANIMA DEL CERVELLO
ratteristici tic motori, che io immediatamente riconobbi come tourettici.
Nel momento in cui i poliziotti stavano per convergere su di lui, io avvi-
cinai uno di loro e rapidamente gli spiegai che cosa stava accadendo. Il
poliziotto mi ascoltò e io provai un senso di gratitudine quando vidi che
si limitava a intimargli di sparire.
D'altra parte, la coprolalia non è l'unica forma in cui si manifesta la
caratteristica «incontinenza verbale» dei tourettici. Per comprendere la
natura di tale incontinenza, dobbiamo considerare ancora una volta una
perdita di inibizione, fenomeno che abbiamo discusso in rappo"rto alla
sindrome orbitofrontale. Tutti, a volte, abbiamo dei pensieri ai quali le
norme sociali ci impediscono di dar voce in pubblico. Mentre cammino
lungo una strada, può capitarmi di commentare fra me che qualcuno è
«grasso», qualcun altro «brutto» e un altro ancora ha l'aria «ottusa». lo
però sono in grado di contenere questi pensieri, ed essi non escono, per
così dire, dal sancta sanctorum della mia testa. Ma per un paziente tou-
rettico non è così. Quello che ha in mente, potrebbe istantaneamente
averlo anche sulle labbra. Potrebbe trattarsi di epiteti poco lusinghieri,
di calunnie di vario genere o di commenti odiosi: di qualsiasi cosa, in-
somma, purché proibita. Sembra che la chiave per comprendere la par-
ticolare incapacità di alcuni tourettici di contenere il loro lessico irripe-
tibile stia proprio in quell'aggettivo: «proibito».
Questo solleva un interessante problema di psicolinguistica. Perché
mai una lingua dovrebbe contenere parole la cui pronuncia è cultural-
mente proibita? Questo aspetto del linguaggio ha le caratteristiche di un
ossimoro. Ciò nondimeno, per quanto ne so, i linguaggi - di sicuro la
maggior parte di essi, molto probabilmente tutti - contengono un tale
lessico «proibito». Può darsi che esso abbia la funzione di una liberazio-
ne emozionale, e il sollievo è dato proprio dall'atto di ignorare la barrie-
ra della proibizione. Il frutto proibito è quello più dolce! Sembra che
nel tourettico l'esigenza di allentare la tensione interna sia sempre pre-
sente e insopprimibile.
Mentre impariamo sempre di più sulla sindrome di Tourette, comin-
ciano a emergere diversi sottotipi di questo disturbo, che possono a loro
volta riflettere diverse modalità di interazione aberrante fra gangli basa-
li e lobi frontali. Oliver Sacks parla del dualismo dei sintomi tourettici -
«stereotipi» e «fantasmagorici»27 • Questi sintomi sono chiaramente pa-
ralleli ai due aspetti più cospicui della cognizione «afrontale» discussa
nelle pagine precedenti: la perseverazione e la dipedcnza ambientale.
Nella maggior parte dei casi di tourettismo, i sintomi stctcotipi e fanta-
DISCONNESSIONI FATALI 211

smagorici non si presentano isolati ma vanno a costituire il comporta-


mento combinandosi in varie proporzioni.
Credo che la gravità relativa di questi sintomi rifletta il relativo coin-
volgimento, in ogni singolo caso, del nucleo caudato sinistro o destro. In
molti pazienti sono presenti entrambi i sintomi, e questo riflette la natu-
ra bilaterale del loro disturbo. Tuttavia esistono anche casi relativamen-
te puri, i quali indicano la possibilità di una disfunzione del caudato la-
teralizzata. Nel complesso, sembrano dominare i sintomi stereotipi, pro-
babilmente a causa di un rapporto particolarmente intimo fra dopamina
ed esmisfero sinistro.
La sindrome di Tourette è spesso associata al disturbo ossessivo-com-
pulsivo (OCD) e al disturbo da deficit di attenzione (ADD). Nell'OCD i
comportamenti ripetitivi dominano la vita del paziente, spesso causando
un'estrema disintegrazione. I comportamenti ossessivi ricordano la per-
severazione; in effetti essi sono una perseverazione. L'ADD, invece, è ca-
ratterizzato da un'estrema distraibilità, che spesso ha conseguenze ugual-
mente devastanti per la cognizione. Tale distraibilità è, in effetti, una for-
ma leggera di dipendenza ambientale. lo sospetto che la sindrome di
Tourette sia accompagnata dai sintomi del disturbo ossessivo compulsivo
quando esiste un coinvolgimento particolare del nucleo caudato sinistro.
Viceversa, essa è accompagnata dai sintomi del disturbo da deficit di at-
tenzione quando è particolarmente coinvolto il nucleo caudato destro.
Gli aspetti stereotipi della sindrome di Tourette assumono la forma
di comportamenti compulsivi ripetitivi, come tic motori e vocalizzazioni
simili a grugniti. Questi comportamenti possono essere estremamente
cospicui, nel qual caso marchiano il paziente come un tipo «strampala-
to», un paria della società. I tic sono spesso percepiti dalla gente come
smorfie e sberleffi intenzionali. Un mio amico, che ha sviluppato i sinto-
mi del tourettismo all'età di cinque anni, ricorda che le madri degli altri
bambini lo cacciavano dai giardini, perché pensavano che tormentasse
deliberatamente i loro figlioletti con le sue «smorfie».
I sintomi fantasmagorici sono spesso espressi come un bisogno ec-
cessivo - spesso eccessivo in modo grottesco - di esplorare ogni oggetto
si trovi incidentalmente nei pressi. Questi sintomi sono meno comuni di
quelli stereotipi, ma possono essere ugualmente cospicui. Essi mi rnlpi
rono in modo particolare molti anni fa, durante una passcgg.inta ud
l'Upper East Side di Manhattan insieme a Oliver Sacks, dn 1-wmpn· i1111·
ressato alla sindrome di Tourette, e a Shane Fistell, un alll iro Irn 111 ·1111 • t
di Oliwr, un uomo estremamente intelligente e artkolatn, d w i1ll111,1
212 L'ANIMA DEL CERVELLO

aveva da poco superato la trentina. Il comportamento esplorativo di


Shane era estremo ed egli era attirato da tutto quanto si trovava sul suo
cammino: un albero, una griglia di ferro, un cestino dei rifiuti. Mentre
camminavamo lungo la strada, Shane saltava da un oggetto ali' altro,
controllandoli con tutti i suoi sensi. Li guardava, li ascoltava, li toccava,
li annusava e infine li leccava. Lo spettacolo era talmente bizzarro che a
un certo punto, rivolgendomi a Oliver, dissi: «Spero che tu abbia addos-
so un documento d'identità con la foto, altrimenti qui ci arrestano tut-
ti!» Quando entrammo in un ristorante lì vicino, il giovane diede-imme-
diatamente una palpata alla proprietaria - una donna di mezza età di
origini tedesche, dall'aria tutta d'un pezzo - sotto gli sguardi scandaliz-
zati degli altri clienti. Lo fece con incurante innocenza, così, di sfuggita.
Poiché io ero un frequentatore abituale del locale, invece di buttarci
fuori o di chiamare la polizia, la signora ci rise sopra e lasciò perdere.
Tuttavia, non è sempre facile categorizzare un comportamento touretti-
co come chiaramente stereotipo o fantasmagorico. Spesso, esso sembra
possedere entrambi gli attributi. Il mio amico Lowell Handler è un foto-
grafo di successo; regista e scrittore, ha inoltre al suo attivo un film, Twitch
and Shout, che ha vinto un premio, e un libro dallo stesso titolo 28 • Lowell è
affetto da una forma relativamente leggera di tourettismo. Non importa
con chi stia parlando, ma nel corso della conversazione Lowell eseguirà più
volte un movimento di affondo, a scatto, toccando il suo interlocutore con
la mano (che poi immediatamente ritirerà). I suoi amici sono talmente abi-
tuati a questo suo tic che lo ignorano completamente. Fra gli estranei, d'al-
tra parte, esso suscita disapprovazione e crea tensioni. Questo bisogno di
Lowell di toccare il proprio interlocutore è un comportamento esplorati-
vo? È una perseverazione? O è forse entrambe le cose?
Ho chiesto a Lowell (LH) e a Shane (SF) di darmi una prospettiva
«dall'interno» dei loro insoliti bisogni e dei loro comportamenti. Questo
è quanto mi hanno raccontato.

EG: Spesso voi provate il bisogno di toccare un oggetto o un essere


umano. Che cosa vi passa per la testa in quel momento e subito
prima?

LH: È un aumento della curiosità sensoriale e una mancanza di inibi-


zione. lo mi concentro su una parte del corpo, o su un oggetto.
Una volta concentrato su di esso, il bisogno [di toccarlo] diventa
incontrollabile. È qualcosa a cui non posso resistere.
DISCONNESSIONI FATALI 213
SF: È una curiosità tattile, un bisogno di esplorare. Io sono attratto
da una poltrona di cuoio, da una superficie di plastica, o da qual-
che altro oggetto, che devo toccare. Può assumere forme estreme.
Una volta per poco non mi strozzai con uno spazzolino da denti
perché volevo ingoiarlo e scoprire che sensazioni mi dava in boc-
ca. Quando mangio qualcosa sento il bisogno di mettere la faccia
nel piatto per percepirne la consistenza. A volte ho bisogno di
sondarmi il palato con un coltello o una forchetta, e lo faccio fin-
ché non sanguina. È per questo che mi piace mangiare panini, co-
sì almeno sto alla larga dalle posate, perché anche se non mi suc-
cede ogni volta, prima o poi capita. Spesso mangio con le mani;
non mi interessa quello che pensa la gente. So farlo con eleganza.

EG: Supponiamo che l'oggetto del vostro interesse sia fuori dalla vo-
stra portata. Vi arrampichereste su altri oggetti per arrivarci?

LH: Io sarei in grado di inibire il mio bisogno, ma Shane forse no.

SF: A volte, yuanJo vedo un oggetto che non posso toccare in quel
momento, torno indietro ore dopo per farlo. In certi casi mi è ca-
pitato di sentire il bisogno di toccare alcune cose mentre stavo
spostando dei mobili pesanti. Così ho dovuto tenere in equilibrio
il mobile con una mano sola e toccare con l'altra.

EG: Quanto è estremo questo bisogno? Tocchereste un oggetto o un


essere umano anche sapendo benissimo che ciò potrebbe porta-
re a conseguenze distruttive? Oppure siete in grado di inibire il
vostro bisogno?

LH: Probabilmente io sarei in grado di inibirlo.

SF: Io tocco sempre le lampadine e mi scotto le dita.

EG: Perché proprio le lampadine?

SF: Perché sono così lucenti...

EG: E le persone? Se sentiste l'impulso a farlo, tocch'-•.rt•iHt• 1111 puli


:.dolio pCo'r strada?
214 L'ANIMA DEL CERVELLO

LH: Potrei toccargli lo sfollagente (ride).

SF: Io cerco di evitare i luoghi in cui sono circondato da persone, per


esempio la metropolitana. A volte invece di toccare una persona
mi metto a imitarla.

EG: L'impulso a esplorare è limitato alle sensazioni tattili? Oppure


coinvolge anche altri sensi?
'
LH: Coinvolge tutti i sensi. Ma per me inevitabilmente finisce per di-
ventare tattile.

SF: Anche il gusto e l'olfatto. A volte mettevo la faccia nel WC per as-
saggiare l'acqua. Ora non lo faccio più.

EG: Quali sono le vostre esperienze prima e durante un tic?

LH: A volte il tic ha un precursore, una quasi-sensazione, come una


«voglia di tic». Spesso c'è una tensione che mi attraversa il corpo.

EG: Quando parlo con Shane, sento questi suoni abbaianti a interval-
li quasi regolari. Ditemi qualcosa di più su questo impulso a vo-
calizzare (parte dell'intervista ha avuto luogo al telefono).

SF: Io mi sento attirato a imitare i suoni. A volte imito gli animali, o


anche qualche strano suono tipico di certe persone. Li imito per
ore, e non posso liberarmene. A volte imito frammenti di una pa-
rola. E a volte la parola non mi soddisfa, ma anche quando non la
sento «mia», continuo a ripeterla. Se ti ascolto abbastanza a lun-
go, incorporo il tuo modo di parlare nel mio ... probabilmente
non il tuo accento, ma i tuoi manierismi verbali, quelli sì.

EG: Mi rendo conto che siete ipersensibili ai suoni. Continuate a inter-


rompermi e a chiedermi informazioni su qualsiasi rumore di fondo
proveniente dalla strada che vi arriva attraverso il telefono ...

SF: Questa ipersensibilità c'è non solo per i rumori, ma anche per il
linguaggio. Io spesso adotto espressioni e posture stereotipe delle
altre persone ... Una volta ho letto Constantine Stnnislavski a pro-
DISCONNESSIONI FATALI 215

posito dell'imitazione, quando dice che porta a una metamorfosi


nell'attore ... quando i manierismi di un altro diventano i tuoi ... o
qualcosa del genere. Quando passavo molto tempo con Oliver
Sacks adottavo alcuni dei suoi manierismi.

EG: E lui se ne accorgeva?

SF: Non credo.

EG: Quindi la vostra estrema curiosità sensoriale è di natura tattile,


gustativa e uditiva. Che mi dite della vista? In che misura l'espe-
rienza è sintetica o sinestetica?

SF: Tutti i sensi, tutti insieme, hanno un loro ruolo. Quando cammi-
no lungo il corridoio, voglio sentire tutto, per esempio un muro
freddo. Ne percepirò l'umore. Voglio sentire, simultaneamente, il
lato destro e il sinistro. Voglio indossare l'ambiente, come fosse
un vestito. Io percepisco la scomparsa di una persona dietro di
me come la rimozione di un peso fisico. Quando esco da una
grande stanza per entrare in un locale più piccolo, io sento un
cambiamento fisico come una luce pulsante.

LH: Anche per me è qualcosa di molto visivo. Quello che faccio mi


dà un orientamento incredibilmente visivo, perché sono un foto-
grafo. Sono influenzato dagli oggetti visivi, mi tentano.

EG: Che mi dite della coprolalia? Perché alcune persone tourettiche


sentono l'impulso di usare un linguaggio osceno?

LH: Ma fottiti ... No, scherzavo ... Perché è proibito. La sindrome di


Tourette è una mancanza di inibizione.

SF: lo sento questo impulso solo in misura molto limitata. So che solo il
12-14 % dei tourettici sviluppa strane espressioni. Nel mio caso non
è coprolalia, ma solo [l'impulso a] dire cose senza sentirmi inibito.

EG: Se si tratta dell'incapacità di inibire pensieri proibiti, <'lw 1·11s;1 tni


raccontate di altre uscite improprie? Se per stmd11wcl1•11•111t ti1i11
Al':.ISSO, gli dite «grasso», o se vedete uno hrutto 1•.li di11· .,111111 fl H1'
216 L'ANIMA DEL CERVELLO

LH: lo no, ma alcuni tourettici potrebbero farlo. Conocevo una donna


con la coprolalia. Andammo insieme in un ristorante di gran lusso
di Manhattan, e mentre stavamo conversando lei gridava commen-
ti sprezzanti all'indirizzo di chiunque entrasse. Vicino a noi erano
seduti due gay e lei li chiamò «finocchi»; un nero seduto dall'altra
parte si sentì apostrofare «negro» e quando entrarono due tipi con
la coda di cavallo, lei commentò: «hippy>>. Tutto questo però non
era diretto solo agli altri; lei continuava a fare commenti perfidi an-
che su se stessa e su di me. Disse: «I miei parenti sono ... spicé'~» e
«Tu, Lowell, sei un ... giudeo». Poi finimmo di pranzare, uscimmo
e ci mettemmo a passeggiare sulla Eighth Avenue; quando incro-
ciammo un tipo calvo lei gli lanciò un «testapelata». Sebbene cer-
casse di inibire questi insulti, essi erano udibilissimi.

SF: No, io non lancio insulti, ma posso fare una pantomima, o maga-
ri se per strada vedo una persona grassa posso fare un movimen-
to appena percettibile della pancia, per imitare il suo addome
pronunciato.

EG: La sindrome di Tourette influenza anche i vostri processi menta-


li? Esiste qualcosa che si possa chiamare «stile cognitivo touretti-
co», o «personalità tourettica»?

LH: La sidrome di Tourette produce una mancanza di inibizione di


ordine superiore. Questo ostacola la concentrazione, mi rende
facilmente distraibile. Nella sindrome di Tourette la soglia del-
la frustrazione è bassa. Una volta lanciavo gli oggetti contro i
muri, oppure rompevo o schiacciavo le cose. Credo anche che
il mio senso dell'umorismo irriverente faccia parte della sindro-
me. Una volta ero a una festa e qualcuno dichiarò di essere gay.
Al che io proclamai che ero trisessuale: maschio, femmina e
animale.

SF: Una componente della sindrome è l'aumentata disponiblità a cor-


rere rischi. Una volta, quando vidi un uomo che faceva le boccac-
ce a una bambina piccola, mi fermai e intervenni.

* Spregiativo per indicare i latinoamericani, soprattutto portoricuni e cubuni fNdTI.


DISCONNESSIONI FATALI 217

EG: Alcuni medici che lavorano con i tourettici pensano che la sin-
drome sia associata a ipersessualità. Che ne dite?

LH: lo considero me stesso ipersessuale, e credo che la cosa faccia


parte della sindrome. Ma per me l'ipersessualità è solo un parti-
colare aspetto del mio essere generalmente ipersensibile a qual-
siasi esperienza. Nel sesso hai a che fare con qualcosa che ampli-
fica i sensi- e la sindrome di Tourette amplifica l'attrazione per
qualsiasi cosa.

SF: In questa cultura tutto è sessualizzato, ma di sicuro, per essere un


quarantenne, io ho un'enorme energia e gusti molto aperti.

EG: La sindrome di Tourette vi rende la vita difficile?

LH: Sì, per via dei pregiudizi. La gente ignorante interpreta male i
sintomi e cerca di spiegarli nel contesto del proprio quadro di ri-
ferimento limitato. Una volta un tizio mi chiese se stessi ballan-
do. In un'altra occasione un tale mi intimò di chiudere il becco.

SF: Effettivamente la sindrome mi rende la vita difficile, non tanto


per i tic e gli altri sintomi di per se stessi, quanto piuttosto per via
dei problemi sociali, che possono facilmente eclissare la stessa
sindrome. Sono stato oggetto di violenza: al college, alla scuola di
karate. Oltre alle aggressioni, sono stato arrestato molte volte, in
un caso quando ero andato a trovare mio padre all'ospedale, sta-
vano cercando qualcun altro. Sono stato sospettato di stupro sen-
za alcuna ragione. Sono stato molestato dalla polizia senza che
avessi fatto nulla, solo per via dei tic ... Una volta un uomo cercò
di spingermi giù dal marciapiede della metropolitana. Non chia-
mai la polizia, perché pensavo che non mi avrebbero mai creduto,
a causa dei tic. E qualche tempo dopo quello stesso uomo spinse
sotto un treno una ragazza. ... E io mi sentii malissimo per non
averlo denunciato prima ... Ma non tutti i poliziotti sono così. Ce
ne sono alcuni di larghe vedute.

EG: La sindrome di Tourette aggiunge qualcosa di positivo nll;1 vnsl l'il


vita?
218 L ANIMA DEL CERVELLO

LH: Sicuramente, ma ci vuole un certo talento per trasformarla in


una risorsa. Le compulsioni e le ossessioni rappresentano un
vantaggio perché riesco a finire il lavoro, a concludere le cose.
C'è una compulsione a completare il lavoro, a fare un passo in
più. La sindrome di Tourette mi rende ipersensibile, mi dà
una curiosità sensoriale - in effetti una curiosità multisenso-
riale. Questo è importante nella scrittura e nella fotografia.
Mi dà una componente extrasensoriale, mi rende sensibile, mi
guida fin dentro le cose. Per questo, il mio mondo interiore è
più ricco.

SF: Ora so che sì, lo fa. Nella sindrome di Tourette è comune un'abi-
lità atletica di livello superiore. Il senso dell'olfatto è molto acuto.
Una volta sentii l'odore dell'erba appena tagliata molto prima di
chiunque altro, lontano dal luogo dove la stavano falciando. I
tourettici sono molto più curiosi delle altre persone ... la sindro-
me ti dà un enorme senso dell'umorismo ... ti dà energia, ma è
senza pietà.

EG: In che modo la sindrome di Tourette influenza le vostre relazioni


con gli altri?

LH: In un certo senso essa vaglia ed esclude alcune persone che non
sarebbero comunque interessate a me. Così io rimango con quel-
le che non fanno caso alla mia sindrome. E queste sono le perso-
ne con cui io voglio stare.

SF: Ho perso qualche amico, ma sono anche stato in grado di aiutare


altre persone. Quando lavoravo in un campeggio estivo, una vol-
ta vidi un ragazzo, sui 17-18 anni, che non riusciva a smettere di
lavarsi le mani. Era un caso estremo di disturbo ossessivo-com-
pulsivo. Si stava lavando le mani letteralmente da un'ora e non
riusciva a fermarsi. Io chiusi il rubinetto, gli asciugai con delica-
tezza le mani con una salvietta, e lo portai fuori dal bagno.

EG: In che modo la sindrome di Tourette influenza la vostra identità?

LH: La mia identità è decisamente quella di un tourettico. C'è una cul-


tura tourettica dell'essere diversi, e io provo un senso di fratellan-
DISCONNESSIONI FATALI 219

za con gli altri diversi. Mi sento più vicino ad altri gruppi di per-
sone oggetto di censura perché portatori di differenze di qualsiasi
tipo. Credo che essi capiscano meglio la mia condizione.

SF: La sindrome di Tourette è una delle mie identità, ma non l'unica


... Tanto per cominciare, non mi piace la parola «tourettico». Ba-
nalizza questa condizione, la fa sembrare un mestiere.

EG: Esiste una certa aura mistica intorno alla sindrome di Tourette.
Come ve la spiegate?

LH: Questa mistica c'è, e io sono diventato una specie di emblema e di


testimonial della sindrome. La sindrome di Tourette ha una misti-
ca e un culto suoi, è una condizione al tempo stesso romanticizza-
ta e stigmatizzata. È un'invalidità, una cosa sbagliata e strana, e tut-
tavia entra in risonanza con la nostra cultura della sovrabbondan-
za. A differenza di altri disturbi, la sindrome di Tourette non è una
condizione spogliata di energia vitale: ne è invece sovraccarica. In
questi tempi di estrema correttezza politica e di' pudori affettati, la
gente ci ammira, perché noi siamo pieni di vita, ebbri di vita.

SF: Si dovrebbe differenziare fra mistica e mistero. Quello che di so-


lito vede la gente è un grande sfoggio di stranezze che sono state
sfruttate nei film per drammatizzare le cose, spesso in un modo
che non ha nulla a che fare con la vera sostanza del carattere tou-
rettico o con la realtà della sindrome di Tourette.

EG: La sindrome di Tourette è ciò che definisce la vostra vita?

LH: Per me sicuramente.

SF: Dal punto di vista sociale, sì - in grandissima misura. Dal punto


di vista privato, di meno. La mia vita non è così unidimensionale.

EG: Come fate a far fronte ad essa?

LH: Cerco di riservarmi una certa quantità di tempo, da tmscott1·r1~


in tranquillità, da solo nel mio appartamento. A volt1..· 1111 liird1i1·
re può darti una mano ... e anche un sacco di vilt1111i1w.
10. «Che cosa potete fare per me?»

Farmaci «cognotropi»

Per molti neuropsicologi (me compreso) la scienza, per quanto trava-


gliata, è una grande passione; visitare i pazienti resta comunque fonda-
mentale. Il contributo clinico della neuropsicologia è stato da sempre
prevalentemente diagnostico, mentre essa ha offerto pochissimo ai pa-
zienti per quanto riguarda il trattamento. Non che la neuropsicologia sia
l'unica disciplina clinica condannata ad anni di inerme voyeurismo.
Ogni disciplina interessata alla cognizione condivide questa scomoda,
mortificante situazione. Uno psichiatra che abbia in cura un paziente
schizofrenico o depresso, si trova anch'egli in una posizione simile: seb-
bene disponga di numerosi strumenti farmacologici per trattare la psi-
cosi o l'umore del paziente, ne ha pochissimi per curare la cognizione.
Gli psichiatri sono sempre più inclini a riconoscere che nei loro pazien-
ti la compromissione cognitiva è spesso più debilitante della psicosi o
del disturbo dell'umore; ciò nondimeno, storicamente gli sforzi diretti a
migliorare la cognizione sono stati pochissimi.
Un neurologo che stia curando un soggetto convalescente da un
trauma cranico non se la passa molto meglio. Questo medico ha mezzi
adeguati per controllare le crisi convulsive del paziente, ma non le alte-
razioni cognitive, e questo nonostante il fatto che la compromissione co-
gnitiva sia solitamente molto più debilitante di un'occasionale crisi epi-
lettica. La società si è a tal punto preoccupata di salvare vite, trattare al-
lucinazioni, controllare crisi convulsive e diradare la depressione da fini-
re in larga misura per ignorare la cognizione (memoria, attenzione, pia-
nificazione, risoluzione di problemi). Certo, vari neurolettici, anticon-
vulsivanti, antidepressivi, sedativi e stimolanti hanno un effetto anche
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 221
sulla cognizione, ma si tratta di un effetto secondario, esercitato da un
farmaco che in realtà è fatto per curare qualcos'altro.
Il morbo di Alzheimer e altre forme di demenza hanno rappresenta-
to, per la società, una sorta di segnale d'allarme. Qui, nel paese più ricco
del mondo e nell'epoca più ricca della storia, le menti soccombevano e
si deterioravano prima dei corpi - una netta sfida lanciata a una creden-
za tacita quanto diffusa: «il corpo è fragile, l'anima eterna». Questa con-
statazione diede una spinta allo sviluppo di una classe di farmaci intera-
mente nuova, che possiamo denominare nel loro complesso «cognotro-
pi» e il cui scopo primario ed esplicito è quello di migliorare la cogni-
zione.
Poiché quando si tratta di demenza l'interesse - tanto di scienziati e
sanitari, quanto della gente comune - è concentrato sulla memoria, la
maggior parte degli sforzi farmacologici si è rivolta a migliorare questo
aspetto della cognizione. Mentre scrivo, alcuni farmaci noti come «far-
maci per l'Alzheimer» o «potenziatori della memoria» sono stati appro-
vati dallà FDA (Food and Drug Administration). In realtà, entrambe le
precedenti definizioni sono in qualche modo fuorvianti. I farmaci in
questione sono degli anticolinesterasici; in altre parole, inibiscono un
enzima necessario per la demolizione dell'acetilcolina, prolungandone
così l'azione dopo la liberazione a livello sinaptico. L'acetilcolina è un
neurotrasmettitore che ha un ruolo importante nella memoria come pu-
re nelle altre funzioni cognitive. I processi biochimici che coinvolgono
l'acetilcolina (la «trasmissione colinergica») sono compromessi non solo
nella demenza di Alzheimer, ma anche in molti altri disturbi.
Il mio primo incontro con questa classe di farmaci ebbe luogo verso
la fine degli anni Settanta, protagonista la fisostigmina (Antilirium): un
anticolinesterasico di prima generazione, oggi non più usato come po-
tenziatore delle funzioni cognitive. Lo davamo ai pazienti convalescenti
da gravi traumi cranici1. Il problema della fisostigmina era che la sua du-
rata d'azione (l'emivita) era così spaventosamente breve che non ci si
poteva ragionevolmente aspettare alcun effetto terapeutico prolungato.
Nel migliore dei casi, si poteva sperare in un fugacissimo miglioramento
a breve termine. Per poterlo registrare, io e i miei colleghi ideammo una
breve batteria di test neuropsicologici, che i miei assistenti Bob Bildc.r e
Carl Sirio si precipitavano a somministrare con cronometrico trn1pismo
durante strettissime «finestre» di sensibilità. Tuttavia, per q11anto 1'11g;11·1•
e a volte messo in ombra da una terribile diarrea, cm Sl~lllPl'I' p11~ttil11h•
riscontmn.' un leggerissimo miglioramento della nwn.101'iu. C)111".1t1111d11
222 L'ANIMA DEL CERVELLO

ceva a sperare che, con qualche miglioramento, questa classe di farmaci


avrebbe potuto un giorno dimostrarsi di reale valore clinico.
Molti anni dopo, apparve sul mercato la tacrina (Cognex), seguita
dal donepazil (Aricept). Anche questi farmaci sono degli anticolineste-
rasici, ma con un'azione molto più lunga e un effetto terapeutico più si-
gnificativo. Non andrebbero considerati esclusivamente come «farmaci
per l'Alzheimer», poiché la loro utilità non è limitata a quella patologia.
Ho osservato un loro effetto terapeutico significativo, sebbene transito-
rio, sulla cognizione di pazienti con morbo di Parkinson o con 'lesioni
cerebrali dovute a ipossia.
Sebbene il loro effetto sia ancora transitorio e incostante, l'avvento
degli anticolinesterasici di seconda e terza generazione ha aperto un
nuovo capitolo nella farmacologia, aprendo la strada ai farmaci cogno-
tropi. Nei prossimi anni saremo senza dubbio testimoni di un boom nel-
la farmacologia degli agenti cognotropi, grazie alla messa a punto di
agenti attivi su vari sistemi biochimici. Occorrono ancora molte ricerche
perché tali agenti vengano accettati e introdotti stabilmente in terapia,
ed è inevitabile che ci sia qualche controversia; i tempi sono comunque
maturi per accogliere il concetto di farmaco cognotropo in tutta la sua
provocatoria natura.
Anche in Europa sono in atto ricerche interessanti sulla farmacologia
degli agenti cognotropi. Da qualche tempo è in corso un programma au-
dace, che consiste nell'indagare i precisi effetti neuroanatomici dei vari
farmaci. Gli scienziati dell'Istituto di Neurochirurgia Bourdenko di Mo-
sca, dove io stesso mi formai trent'anni fa nel laboratorio di Lurija, han-
no descritto una serie di effetti farmacologici specifici. Secondo questi
ricercatori, la levodopa (L-dopa) - un precursore della dopamina - mi-
gliora le funzioni solitamente associate alla superficie posteriore del lo-
bo frontale sinistro: il sequenziamento dei movimenti, l'inizio dell'elo-
quio, il linguaggio espressivo. Per dirlo in termini tecnici, i russi affer-
mano che la L-dopa riduce i sintomi dell'afasia dinamica, dell'afasia mo-
toria transcorticale e dell'afasia di Broca. Per lo stesso motivo, la L-dopa
sembra ritardare le funzioni comunemente associate ai lobi parietali
(orientamento e interpretazione spaziali). L'acido L-glutammico, un
analogo del glutammato (un neurotrasmettitore), migliora, secondo i
russi, altre funzioni associate ai lobi frontali, in particolare la compren-
sione della propria condizione (in altre parole, riduce i sintomi dell'ano-
sognosia), aumenta il senso dell'umorismo, la percezione del tempo e il
sequenziamento temporale. L'acido L-glutammico migliora anche le
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 223

funzioni comunemente associate ai lobi parietali. Il L-triptofano, un


precursore della serotonina, migliora le funzioni del lobo parietale ma
ritarda quelle dei lobi frontali. Allo stesso tempo, interferisce con le fun-
zioni dei lobi frontali, in particolare con quelle del sinistro. L' Ameridin,
un anticolinesterasico non molto noto negli Stati Uniti, sembra miglio-
rare le funzioni dei lobi parietali, soprattutto del sinistro; in particolare,
migliora la comprensione della grammatica e riduce i sintomi dell'«afa-
sia semantica»2 . Queste asserzioni degli scienziati russi, che associano
vari farmaci neuroattivi a particolari funzioni corticali, sono più specifi-
che, e in un certo senso più ambiziose, di quelle riconducibili alla mag-
gior parte degli scienziati occidentali. Andranno sottoposte a un'analisi
meticolosa e poi dovranno essere replicate; ad ogni modo, sono estre-
mamente stimolanti.
Ma dove si collocano, in tutto questo discorso, la corteccia prefron-
tale e le funzioni esecutive? Spesso il deficit esecutivo è comune e debi-
litante quanto la compromissione della memoria, e pertanto dovrebbe
esserci un'ugual pressione, a livello sociale, per lo sviluppo di una far-
macologia cognotropa del lobo frontale. Anche in questo caso gli svi-
luppi sono a uno stadio embrionale, ma comunque sono evidenti alcuni
passi avanti. Abbiamo discusso il ruolo della dopamina nella funzione
del lobo frontale, e quindi non dovrebbe sorprendere che una farmaco-
logia diretta al potenziamento del sistema dopaminergico si stia dimo-
strando promettente.
Il sistema dopaminergico è complesso, e comprende molti diversi re-
cettori. Per essere dawero efficace, la farmacologia dopaminergica
dev'essere recettore-specifica. Con I' aumentare delle nostre conoscenze
sulla varietà dei recettori per la dopamina, aumentano anche quelle sul-
l'azione recettore-specifica dei farmaci che potenziano il sistema dopa-
minergico. La bromocriptina (Ergoset o Parlodel), un agonista dei re-
cettori dopaminergici D2, si è dimostrata in grado di migliorare, in sog-
getti adulti normali, la memoria di lavoro, ossia una funzione stretta-
mente legata ai lobi frontali 3. L'efficacia di altri due agonisti dei recetto-
ri D2 sviluppati più di recente - il ropinirolo (Requip) e il pramipexolo
(Mirapex) - dev'essere ancora confermata4.
Attualmente c'è un grandissimo interesse per l'identificazione di re·
cettori dopaminergici specifici e per lo sviluppo di una farmacologin n~"
cettore-specifica. Questa ricerca, tuttavia, trae il suo massimo i111p11ls11
dal desiderio di trattare la schizofrenia: un'impresa che IH'<"t'1·mih1 cli 1111
tagonisli 8prcifici per i recettori dopamincrgici. P~l' pot1_•J1:t.hlt!' l.t l1m
224 L'ANIMA DEL CERVELLO

zione dei lobi frontali, probabilmente saranno necessari agonisti dopa-


minergici che presentino affinità con i vari recettori della dopamina,
compresi il Dl e il D4 - il che lancia una nuova sfida all'industria e alla
ricerca farmaceutica.
La farmacologia cognotropa dei lobi frontali è particolarmente pro-
mettente nei disturbi in cui la disfunzione frontale non è associata a
estesi danni strutturali localizzati negli stessi lobi frontali. In tali condi-
zioni, i siti recettoriali per i neurotrasmettitori sono in larga misura in-
tatti, il che offre un maggior margine all'intervento farmacologico. Le le-
sioni cerebrali causate da leggeri traumi sono un esempio di tali condi-
zioni. Si tratta di una patologia particolarmente dolorosa, poiché colpi-
sce persone giovani, spesso in buona forma fisica, senza peraltro altera-
re la loro aspettativa di vita. In seguito a un insulto traumatico al cervel-
lo, è comune l'insorgere di problemi legati alla memoria di lavoro, all'at-
tività decisionale, all'attenzione, alla motivazione e al controllo degli im -
pulsi. La bromocriptina tende a migliorare queste funzioni nei pazienti
con traumi cranici5 . Altrettanto fa l'amantadina (Symmetrel), un farma-
co che si presume faciliti la liberazione di dopamina a livello sinaptico,
ritardandone la successiva ricaptazione6.
L'awento di questi farmaci segna l'inizio della «farmacologia cogno-
tropa dei lobi frontali», e io spero che seguiranno molti progressi. Ma il
momento dawero emozionante arriverà quando le avanguardie della
farmacologia e della neuropsicologia si uniranno, nel momento in cui
sottili misurazioni cognitive verranno usate per guidare la farmacologia
cognotropa in modo preciso e individualizzato. È probabile che i com-
piti cognitivi centrati sull'attore - dimostratisi così squisitamente sensi-
bili alle diverse varianti della disfunzione frontale - daranno prova di es-
sere particolarmente utili nel guidare la farmacologia cognotropa dei lo-
bi frontali in un approccio personalizzato.

Jogging per il cervello

Nell'agosto del 1994 mi capitò fra le mani una copia della rivista «Life»,
con l'immagine di un cervello umano in copertina7• L'articolo lasciava
intendere che l'esercizio mentale potesse aiutare a prevenire l'insorgere
del declino intellettuale associato all'invecchiamento. «Life» non è la se-
de dove solitamente vengono presentate le grandi scoperte delle neuro-
scienze, e l'idea sapeva un po' di sensazionalismo. D'altra parte, il servi-
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 225
zio era stato realizzato intervistando alcuni dei massimi ricercatori del
settore, i quali sostenevano tutti quell'idea. Fra di essi c'era Arnold
Scheibel, direttore del prestigioso Brain Research lnstitute dell'Univer-
sità della California di Los Angeles; Antonio Damasio, direttore del Di-
partimento di Neurologia della Facoltà di Medicina dell'Università del-
lo Iowa, autore di best-seller come /;errore di Cartesio ed Emozione eco-
scienza8; Zaven Khachaturian, uno scienziato di punta al National lnsti-
tute of Aging di Bethesda, nel Maryland; e Marilyn Albert, del famoso
Massachusetts Generai Hospital di Boston. Solo qualche anno prima,
l'idea dell'esercizio cognitivo come metodo di prevenzione del declino
mentale avrebbe scandalizzato i neuroscienziati seri, che l'avrebbero re-
spinta alla stregua di una ciarlataneria. Ma il flusso della marea stava
chiaramente cambiando.
Trovai eccitante la lettura dell'articolo di «Life», perché lo sentivo in
risonanza con quelle che erano le mie stesse intuizioni. Come studioso
di neuropsicologia clinica, ho passato una parte significativa della mia
carriera osservando le modalità con le quali i pazienti si riprendono in
seguito a lesioni cerebrali e progettando metodi di riabilitazione cogniti-
va. Il mio mentore, Aleksandr Romanovic Lurija, fu un pioniere dell'e-
sercizio cognitivo come mezzo per favorire la guarigione delle ripercus-
sioni mentali delle lesioni cerebrali; egli fu infatti il primo a sviluppare
questo approccio durante la Seconda guerra mondiale, per aiutare sol-
dati che avevano riportato ferite alla testa. Il neurologo e saggista Oliver
Sacks, mio amico e collega, ha scritto pagine significative e commoventi
sugli effetti terapeutici che la stimolazione mentale può esercitare sulla
demenza negli anziani. L'esperienza personale mi ha indotto a conclude-
re che la stimolazione cognitiva può servire da potente catalizzatore per
il recupero spontaneo del paziente, in seguito a lesioni cerebrali di origi-
ne traumatica.
Spesso, trattamento e prevenzione fanno appello ad approcci simili. I
vaccini messi a punto per proteggere da infezioni virali come l'epatite B
hanno dimostrato di ridurre i sintomi clinici nei soggetti già infettati. Al-
cuni scienziati, come Jonas Salk, ritengono che, nei nostri sforzi contro
l'AIDS, i vaccini del futuro avranno una duplice funzione: proteggeran-
no la popolazione sana e rallenteranno levoluzione della malattia negli
individui già infettati dal virus dell'immunodeficienza umana (HIV).
L'idea di un esercizio cognitivo sistematico come metodo ptl' niiglin
rare le funzioni mentali non è nuova. Da anni, orma.i, 1~· 1wr:-;11111• dw
hanno subito traumi cranici o ictus sono trattate con lH1tl ll·111p1.11111•.11i
226 L'ANIMA DEL CERVELLO

tiva, per ripristinare le funzioni mentali perse a causa della lesione cere-
brale. Oggi siamo sulla soglia di un salto concettuale, che ci porterà dal
trattamento alla prevenzione. Un numero sempre maggiore di scienziati,
medici e fisiologi crede che un esercizio mentale vigoroso e diversificato
possa aiutare nella battaglia contro il declino delle funzioni mentali, che
in ultima analisi può assumere la forma della demenza. Dal trattamento
alla prevenzione: questo è il tema dominante della moderna medicina, e
sta diventando importante nella battaglia contro il declino cognitivo.
Poiché la gente è sempre più consapevole della devastazione caasata
dalla demenza, questo tema ha acquistato valore. In passato, si dava per
scontato che il deterioramento mentale fosse un prodotto normale e ine-
ludibile dell'invecchiamento. «Diventare sclerotico», «rimbambire»,
«perdere i colpi» erano le classiche espressioni usate nel linguaggio cor-
rente per riferirsi a una tale «inevitabilità». La recente ricerca scientifica
ha tuttavia dimostrato che un'ampia porzione della popolazione anziana
non perde il proprio acume mentale attraverso un graduale, inesorabile
declino. Invece, la ricerca scientifica indica l'esistenza di un quadro «bi-
modale», con una netta differenza fra chi perde le proprie facoltà cogni-
tive con l'età e chi le conserva. Nel loro importante libro Success/ul
Aging, John Rowe e Robert Kahn lo dimostrano con una chiarezza im-
pressionante9. Ne consegue che il deterioramento cognitivo non è una
componente obbligatoria dell'invecchiamento normale. Si tratta piutto-
sto di una patologia dell'invecchiamento che colpisce alcuni: forse molti,
ma non tutti. La patologia è denominata «demenza» e ne esistono diver-
si tipi, ciascuno dei quali rappresenta un tipo diverso di malattia che col-
pisce il cervello. Per questo motivo di solito parliamo di «demenze» e
non di «demenza».
Quello di una progressione prestabilita e inesorabile verso il «rim-
bambimento» senile è un mito - e questo è un dato positivo. L'aspetto
negativo è che, sebbene non siano inevitabili, le demenze sono però
molto comuni. La demenza di tipo Alzheimer è la più frequente, e rende
conto di più del 50% di tutte le demenze. All'età di 65 anni, più del
10 % della popolazione è affetto dall'una o dall'altra forma di demenza.
Secondo l'AMA (American Medicai Association), ali' età di 85 anni, una
percentuale compresa fra il 35 e il 45% della popolazione ne soffre, al-
meno in una certa misura. Si stima che, negli Stati Uniti, le demenze sia-
no probabilmente la quarta o la quinta causa di morte 10 •
L'elevata incidenza delle demenze comporta che si debba fare qual-
cosa per curarle, e preferibilmente per prevenirle. Purtroppo, la malat-
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 227

tia mentale (e la demenza è una forma di malattia mentale) è stata tradi-


zionalmente stigmatizzata. La gente è disposta ad aprirsi di più riguardo
ai propri acciacchi «fisici», mentre tende a confidarsi di meno su quelli
«mentali». La stigmatizzazione comporta il silenzio - e l'illusione del-
1' assenza. Pertanto, il tabù imposto dalla tradizione, impedendo la di-
scussione sulla malattia mentale, ha intralciato sia la possibilità di com-
prendere appieno, come società, la portata e le dimensioni del proble-
ma, sia la possibilità di assegnare la giusta priorità alla battaglia necessa-
ria per venirne a capo.
Per fortuna, questi atteggiamenti stanno rapidamente cambiando.
Con lo sviluppo della scienza da una parte, e della consapevolezza del
pubblico dall'altra, la distinzione fra disturbi «fisici» e «mentali» sta di-
ventando sempre più obsoleta. Fino a poco tempo fa, la gente accarez-
zava una pia illusione: sebbene il corpo sia fragile e soggetto al decadi-
mento, la mente è invulnerabile, è per sempre. Oggi la maggior parte
delle persone capisce benissimo che la «mente» è una funzione del cer-
vello, il quale è in tutto e per tutto una parte del «corpo».
Le coraggiose dichiarazioni di Ronald Reagan e di altre personalità
pubbliche hanno conferito alla causa della demenza dignità e un senso
di urgenza. La crescente consapevolezza sul problema delle demenze e
la nascita di un dibattito aperto su queste patologie sono sviluppi da ac-
cogliere come i benvenuti, giacché servono a far coincidere, nella popo-
lazione, la percezione delle priorità e la realtà dei fatti.
Come si possono combattere le demenze? Ancora una volta, l' offen-
siva dovrebbe aver luogo su due fronti: trattamento e prevenzione.
Scienza e industria hanno messo mano a uno sforzo concertato per svi-
luppare farmaci che curino le demenze. Sebbene finora sia stato ottenu-
to poco che possa avere un'utilità clinica immediata, la battaglia comun-
que è iniziata: sono state mobilitate le risorse e ci sono buone ragioni per
essere ottimisti sul lungo termine. Come abbiamo già detto, sono stati
approvati diversi farmaci contro l'Alzheimer, la maggior parte dei quali
agisce sul sistema colinergico cerebrale.
Quando si tratta di declino cognitivo, il concetto di prevenzione sta
invece cominciando solo ora a prendere forma nella comunità scientifi-
ca e deve ancora penetrare nella coscienza del pubblico. Negli ultimi c.b
cenni, nella cultura americana, ha preso piede l'idea dell'esercizio fisico
come sistema per estendere il benessere del corpo anche in l'ti1 av:1111:ali1.
Oggi, il concetto di esercizio cognitivo come sistema 1wr c•sl(•111l1•r1\ i11
modo analogo, anche il benessere cognitivo è sempn• pili m n·11aft1 1 bgh
228 L'ANIMA DEL CERVELLO

scienziati e comincia a stabilire un contatto anche con la coscienza del


pubblico.
Sebbene naturalmente la preoccupazione per il declino cognitivo e
l'attenzione nei confronti dei sistemi per prevenirlo aumentino con l'età,
non dovrebbero tuttavia costituire un interesse limitato agli anziani. Un
certo declino delle facoltà cognitive è già evidente a un'età che solita-
mente consideriamo come lo zenit della vita e il culmine della carriera -
in altre parole, dai quarant'anni in poi. Un giovanissimo avrà sicuramen-
te maggior facilità a imparare una lingua straniera, un linguaggio dì pro-
grammazione o un gioco complesso come gli scacchi, rispetto a un lea-
der politico o a un dirigente esecutivo al culmine del loro potere e della
loro influenza sociale. Molto prima che abbia inizio la generale erosione
della fiducia in se stessi, ci si comincia ad accorgere di impercettibili in-
ciampi della memoria. È inevitabile? La nostra vita è forse davvero go-
vernata da un crudele patto faustiano, così che quando ci avviciniamo al
culmine dobbiamo necessariamente perdere qualcosa di noi stessi?
Oggi un professionista di spicco o un leader ai vertici di un'azienda
rifiuteranno di accettare come circostanza ineluttabile della vita il com-
promesso fra successo (che arriva con l'età) e perdita di giovinezza fisi-
ca. L'esercizio del corpo viene considerato un modo per rallentare l'ero-
sione fisica della carne. Chi si prende cura del proprio corpo viene per-
cepito dagli altri in modo migliore, e questo sia dal punto di vista pro-
fessionale che sociale; ed è vero anche il contrario, giacché fumare una
sigaretta dietro l'altra e mangiare smodatamente sono comportamenti
che stigmatizzano l'individuo, bollandolo come un tipo trasandato che
ha perso ogni contatto con la modernità.
Ma la nostra è l'«era dell'informazione». Nel corso dei secoli, l'im-
portanza relativa di muscoli e cervello nella competizione si è andata in-
vertendo e oggi il successo dipende di più dal cervello. Competizioni
aziendali, confronti politici e rivalità scientifiche non si risolvono con un
corpo a corpo. Si combattono invece mettendo in campo mente e cer-
vello. Anche in una guerra, oggi è fondamentale avere bene affilata la
mente, più che la spada. Il risultato dei conflitti militari viene deciso
sempre più spesso dal livello di sofisticazione tecnologica e scientifica.
L'avvento di nuove tecnologie computazionali, della realtà virtuale e
di Internet portano sovente a far confluire il sistema nervoso umano e i
congegni computazionali artificiali, generando un'interfaccia fonda-
mentalmente nuova. In questa nuova era intelligente avremo più che
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 229

mai bisogno del nostro cervello. Come proteggerlo dalla malattia e dal
declino?
Le dimensioni del corpus di informazioni essenziali per il buon fun-
zionamento della società aumentano in modo esponenziale, e nel corso
della civiltà umana non ha mai avuto luogo un'esplosione di informazio-
ni rapida come quella a cui stiamo assistendo oggi. La storia della civiltà
umana può essere descritta in termini di rapporto fra la quantità di co-
noscenze aggiunte da una determinata generazione al corpus totale e la
quantità di conoscenze che essa ha ereditato dalla generazione prece-
dente. Nei tempi antichi, questo rapporto si collocava vicino a zero, in
quanto il ritmo con il quale venivano accumulate nuove conoscenze era
lento, e la curva corrispondente quasi piatta.
L'accumulo delle conoscenze fu velocizzato soprattutto nell'ultimo
secolo, e la sua velocità continua ad aumentare. Già oggi possiamo dire
che gran parte delle conoscenze che acquisiamo a scuola sono ormai ob-
solete quando raggiungiamo l'apice della carriera. In passato, un laurea-
to poteva passare tutta la sua vita professionale raccogliendo compiaciu-
to i frutti dei suoi studi giovanili. Oggi, per rimanere professionalmente
a galla, occorre continuare ad acquisire grandi quantità di conoscenze
durante tutta la vita.
La pendenza della curva dell'informazione determina il valore che le
diverse culture attribuiscono alla tradizione, incarnata nell'esperienza
dei vecchi, contrapposta all'innovazione, incarnata nell'audacia dei gio-
vani. Le culture dell'antichità, che dal punto di vista dell'informazione
erano statiche, si fondavano su un reverenziale rispetto nei confronti de-
gli anziani. Le vestigia di questo atteggiamento si possono osservare nel-
le culture contemporanee, ma tradizionali, esistenti in Asia e in Europa.
La società americana, d'altro canto, che fra le principali società contem-
poranee è quella più giovane e meno radicata nella tradizione, si fonda
sulla venerazione della gioventù. Senza dubbio questo è un riflesso del
suo dinamismo informazionale. Il messaggio contenuto in quest'analisi è
chiaro: ai fini del successo, riuscire a conservare il proprio vigore menta-
le per tutta la vita non è mai stato fondamentale come lo è oggi. E lo di-
venterà ancor di più in futuro!
Il corpus delle informazioni essenziali sta crescendo in modo csponcn"
ziale; il cervello umano, d'altra parte, è rimasto biologicamente immodifi-
cato, o comunque è cambiato molto poco. Si dice spesso dw 1111·;q111ri1:1
computazionale del cervello è virtualmente illimitata e dw in css:i pi 1111n1
van~ spll:.do tm corpus di conoscenze di dimensioni vir111ol111l·111t• 111lì11il1'.
230 L'ANIMA DEL CERVELLO

Questo comune assunto biologico è messo tuttavia in discussione dalla


storia. Quale che sia la capacità computazionale teorica del cervello, ali' at-
to pratico essa si dimostra limitata. Nell'antichità una persona colta pote-
va dominare la conoscenza del suo tempo, pressoché nella sua interezza.
Oggi questo non è più possibile. Nel Medioevo e nel Rinascimento, il cor-
pus delle conoscenze culturali essenziali superò la capacità mentale di un
singolo individuo. La conoscenza diventò sempre più distribuita e specia-
lizzata. Paradossalmente, l'uomo rinascimentale, tanto ammirato, fu il pri-
mo essere umano non più in grado di trattenere nella propria mente'tutta
la conoscenza essenziale della sua epoca. L'abilità di integrare conoscenze
diverse in un mondo frammentato dal punto di vista informazionale è
chiaramente un vantaggio competitivo decisivo per coloro che ne sono
dotati. Anche questo richiede una mente particolarmente acuta.
Gli individui di mezza età si impegnano nell'attività fisica per ridurre
le probabilità di un infarto cardiaco. I giovani, d'altra parte, non si preoc-
cupano di questo. Essi si muovono per ragioni del tutto diverse, e cioè per
aumentare la propria attrattiva a livello sociale. I criteri che definiscono
l'attrattiva sociale riflettono gli attributi essenziali per avere successo nella
competizione, i quali a loro volta cambiano nel corso della storia della ci-
viltà umana. I criteri di attrattiva fisica riflettono la fitness fisica, che è sta-
ta e rimane un ingrediente importante del successo. Per secoli la defini-
zione di attrattiva si è imperniata prevalentemente su attributi fisici.
Oggi questo sta cambiando. Stiamo entrando in un'epoca senza pre-
cedenti nello sviluppo della società umana, governata in modo schiac-
ciante dall'elaborazione dell'informazione. Bill Gates si riferisce a questo
fenomeno come ali' avvento della società basata sulla conoscenza. Mentre
entriamo nel ventunesimo secolo e guardiamo avanti, gli attributi dell'at-
trattiva sociale rifletteranno i prerequisiti del successo, in una società
sempre più guidata dall'informazione. In quella società, «acuto» coinci-
derà con «bello». Essere percepiti «ottusi» sarà una condanna sociale an-
cor più dura dell'essere percepiti «brutti». In questo contesto sociale,
qualsiasi approccio credibile alla conservazione del benessere cognitivo
sarà accolto da un generale senso di approvazione e urgenza.

Storia della riabilitazione cognitiva

Che cosa può insegnarci l'esperienza dell'esercizio cognitivo come tera-


pia, che sia possibile poi applicare all'idea dell'esercizio cognitivo come
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 231

prevenzione? La storia della riabilitazione cognitiva intesa come sistema


per contribuire al recupero del paziente dopo un ictus o un trauma cra-
nico è lunga, e i risultati sono contraddittori. Diversi anni or sono, Alek-
sandr Lurija introdusse il concetto di «sistema funzionale». Qualsiasi
comportamento complesso controllato dal cervello nella sua interezza -
ragionava Lurija - derivava dall'interazione di numerose funzioni cere-
brali specifiche, ciascuna delle quali controllata da una parte precisa del
cervello. Egli chiamò questa costellazione interattiva di funzioni specifi-
che, responsabili di un prodotto mentale complesso, «sistema funziona-
le». Lo stesso compito cognitivo può essere realizzato seguendo diverse
vie, ciascuna delle quali basata su un sistema funzionale leggermente di-
verso. La semplice analogia con i movimenti esperti, che richiedono pra-
tica e abilità, aiuta a illustrare il concetto. Quasi sempre, la maggior par-
te della gente chiude a chiave una porta con la mano destra. Tuttavia, se
aveste la mano destra occupata o ferita, dovreste essere in grado di farlo
anche con la sinistra. Se dovete chiudere a chiave la porta e avete en-
trambe le mani occupate con due borse della spesa, una in ogni mano,
potete reggerne una con i denti e con la mano libera infilare rapidamen-
te la chiave e chiudere la porta.
Che cosa accadrà a un sistema funzionale in caso di lesioni cerebrali?
Mentre infuriava la Seconda guerra mondiale, il compito assegnato a
Lurija fu quello di sviluppare metodi per aiutare i soldati feriti alla testa
a recuperare le proprie facoltà mentali. Probabilmente la lesione cere-
brale colpirà solo alcune componenti di un sistema funzionale. L'impre-
sa, allora, consiste nel riorganizzarne il funzionamento in modo da sosti-
tuire le componenti compromesse con altre, diverse e intatte. La com-
posizione specifica del sistema funzionale sarà cambiata, ma il suo pro-
dotto, in linea di massima, no. Riaddestrando il paziente si introduce un
nuovo sistema funzionale che così forma una nuova strategia cognitiva
per arrivare allo stesso prodotto mentale.
Sebbene tutto questo suonasse bene a livello teorico, non sempre il
metodo funzionava in pratica. L'ostacolo stava nella fase di trasferimen-
to. Immaginiamo un paziente che abbia perso la memoria in seguito a
un trauma cranico. Un modo comune per ripristinare le sue funzioni era
quello di insegnargli varie strategie per memorizzare liste di parole scm·
pre più lunghe. Alla fine, il paziente acquisiva un'abilità spettacolari.! ud
memorizzare liste di parole; nella vita reale, però, che diffc1·,·11z;t avn·l1
be comportato questa sua nuova capacità? Gli esiti di un Iali• add1 ·~11 r.1
mento, ai fini della vita reale, erano dubbi. La possibilitiJ di 1v·111·1.1lv.-.1
232 L'ANIMA DEL CERVELLO

zione da un uso della memoria ad altre sue applicazioni era scarsa. Se-
condo me, l'impresa aveva i tratti dell'«erudizione» sovietica, motivata
dalla politica; e osservai fra me e me, che in privato Lurija parlava della
riabilitazione cognitiva in modo alquanto freddo. A titolo di curiosa di-
gressione storica, la scienza sovietica politicizzata era allora guidata da
Trofim Denisovic Lysenko, un agronomo dell'era staliniana, neola-
marckiano semianalfabeta che pretendeva di avere un metodo per ren-
dere ereditari i tratti acquisiti. Si trattò di un esercizio di «scienza marxi-
sta» - tipico, per quando estremo - mirata a esaltare il miracolo dell'a-
gricoltura sovietica. Quanto alla genetica, fu dichiarata «pseudoscienza
borghese», e messa al bando. Naturalmente, dietro alle asserzioni di Ly-
senko non c'era alcuna base scientifica. Intanto, però, la genetica russa
fu frenata per molti anni, nonostante un tempo avesse avuto un ruolo
guida.
Il relativo insuccesso della generalizzazione nel riaddestramento co-
gnitivo è deludente ma non dovrebbe sorprendere più di tanto. La ricer-
ca ha dimostrato che nella risoluzione di problemi la capacità di genera-
lizzazione è limitata anche negli individui neurologicamente sani. Non
che essi manchino di presentare il fenomeno della generalizzazione, que-
sto no; tuttavia esso tende a essere «locale» più che «globale». Gli indivi-
dui tendono ad apprendere acquisendo «stampi» mentali situazione-spe-
cifici11. È logico assumere che la capacità di generalizzare sia ancora più
limitata in soggetti che hanno subito una lesione cerebrale.
Queste considerazioni indussero ad abbracciare un approccio più
modesto e concreto. Invece di tentare di aiutare il recupero di una fun-
zione mentale in modo generale e illimitato, furono individuate situazio-
ni pratiche molto specifiche nelle quali il paziente presentava difficoltà.
L'addestramento fu allora diretto, in modo specifico e limitato, a tali si-
tuazioni. Questo approccio funzionava, ma per la sua stessa essenza ave-
va un valore limitato. E agli occhi dei clinici non aveva un gran fascino
romantico.

Plasticità cerebrale ed esercizio cognitivo

Questi primi tentativi, con i loro risultati contraddittori, erano basati


sulla premessa, o almeno sulla speranza, che I' addestramento cognitivo
aiutasse a modificare le funzioni corrispondenti. L'atteggiamento di chi
operava in questo campo cambiò radicalmente di fronte a nuove eviden-
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 233

ze - in particolare, il fatto che l'esercizio cognitivo contribuisce a modi-


ficare il cervello stesso. Sembra quasi lapalissiano che sia così. Quando ci
si impegna in un'attività atletica, non si assiste solo a un miglioramento
delle capacità fisiche, ma anche a un effettivo sviluppo della muscolatu-
ra. La mancanza di esercizio, viceversa, porta alla perdita delle capacità
atletiche, insieme a una vera e propria riduzione del tessuto muscolare.
Ancor più attinente, la deprivazione sensoriale di una scimmia neonata
produrrà un'autentica atrofia del tessuto cerebrale corrispondente.
L'evidenza essenziale, tuttavia, ha cominciato ad affiorare solo di re-
cente. Si sapeva che, nel ratto, un ambiente arricchito facilita il recupero
dagli effetti di lesioni cerebrali1 2 • Oggi stiamo finalmente chiarendo i
meccanismi alla base di questo fenomeno. Il recupero degli animali con
lesioni cerebrali traumatiche fu confrontato in due condizioni diverse: in
un ambiente comune, e in un ambiente arricchito dalla presenza di un'in-
solita quantità di stimolazioni sensoriali diverse. Quando si mise a con-
fronto il cervello degli animali appartenenti ai due gruppi, si riscontraro-
no differenze nettissime. La ricrescita di connessioni fra le cellule nervo-
se (la produzione di «germogli» dendritici) era molto più vigorosa nel
gruppo <legli animali stimolati che in quelli del gruppo di controllo. Esi-
ste anche una certa evidenza che con un vigoroso esercizio mentale, l'ir-
rorazione sanguigna al cervello migliori grazie allo sviluppo di piccoli va-
si sanguigni (<<Vascolarizzazione») 13 . Scienziati come Amold Scheibel ri-
tengono che processi simili abbiano luogo anche nel cervello umano. È
probabile che nelle vittime di ictus o traumi cranici, l'attivazione cogniti-
va sistematica promuova la formazione di germogli da parte dell'albero
dendritico, il che a sua volta facilita il recupero della funzione.
Questo solleva un'altra domanda: l'attivazione cognitiva rallenta l'evo-
luzione di disturbi cerebrali degenerativi come il morbo di Alzheimer, il
morbo di Pick e la malattia corticale dei corpi di Lewy? Questi disturbi
sono caratterizzati da una progressiva atrofia cerebrale che si accompagna
alla perdita di connessioni sinaptiche. Tale fenomeno è associato all' accu-
mulo di entità patologiche microscopiche - per esempio, nel caso del
morbo di Alzheimer, le placche amiloidi e i grovigli neurofibrillari.
A differenza del trauma cranico e dell'ictus, le demenze sono distur-
bi a evoluzione lenta che progrediscono insidiosamente. Ciò significa
che l'efficacia del trattamento dovrebbe essere giudicata non solo cfol
fatto che esso riesca a invertire il decorso della malattia (il dw, alnw1111
per il momento, sarebbe un'aspettativa poco realistica), mn tllH'lt~· i11 1111
se alln srnt eventuale capacità di rallentarne la progr~·:-mi11111•. H~.'P.1111111
234 L'ANIMA DEL CERVELLO

tuttavia alcuni dati secondo i quali, per limitati periodi di tempo, l'eser-
cizio cognitivo potrebbe davvero migliorare la fisiologia cerebrale, an-
che in senso assoluto. In Germania, gli scienziati del Max Plank Institu-
te hanno usato la tomografia a emissione di positroni (PET) per studia-
re gli effetti dell'esercizio cognitivo e di farmaci neurostimolanti sul me-
tabolismo cerebrale del glucosio in individui al primo stadio di declino
cognitivo. Somministrati insieme, i due trattamenti potenziavano il me-
tabolismo cerebrale 14 . Lo studio tedesco ha preso in esame le modifica-
zioni della fisiologia cerebrale a riposo, ossia il suo stato di fondo, e afl.che
le modificazioni nell'attivazione cerebrale riscontrabili quando il cervello
veniva stimolato da un compito cognitivo. L'avvento di tecnologie di vi-
sualizzazione sofisticate ci apre una finestra sulla base cerebrale dei pro-
cessi mentali, dandoci un'opportunità che in passato sarebbe stata rite-
nuta impensabile. Oggi possiamo osservare direttamente che cosa accade
nel cervello mentre il soggetto è impegnato in un'attività mentale.
Per anni, il presupposto diffuso fra gli scienziati era che - nel passag-
gio dall'infanzia alla vita adulta - il cervello perdesse la plasticità e la ca-
pacità di modificarsi. Oggi tuttavia disponiamo di evidenze sempre più
numerose del fatto che il cervello in realtà conservi la sua plasticità an-
che nell'età adulta e forse per tutta la vita. In precedenza si dava per
scontato che nell'organismo adulto le cellule nervose morenti non po-
tessero essere rimpiazzate. In realtà, sebbene si sapesse da tempo che lo
sviluppo di nuove cellule nervose è possibile tanto negli uccelli (grazie al
lavoro dello scienziato Fernando Nottebohm della Rockefeller Univer-
sity) quanto nel ratto (grazie alle ricerche di Joseph Altman all'Univer-
sità dell'Indiana), la cosa venne liquidata come un'eccezione, e non co-
me una regola. Le recenti ricerche di Elizabeth Gould della Priceton
University e di Bruce McEwen della Rockefeller University hanno tutta-
via dimostrato che nello uistitì adulto i neuroni continuano a dividersi1 5 .
La divisione delle cellule nervose è stata dimostrata nell'ippocampo,
ossia nella struttura cerebrale che sappiamo essere particolarmente
coinvolta nella memoria. In un altro studio, Elizabeth Gould e i suoi
colleghi hanno trovato una proliferazione di nuovi neuroni nella cortec-
cia di un macaco adulto 16 . I nuovi neuroni sono aggiunti alla corteccia
associativa eteromodale delle regioni prefrontali, temporali inferiori e
parietali posteriori, ossia nelle aree del cervello implicate negli aspetti
più complessi dell'elaborazione dell'informazione.
I nuovi dati, emersi sia da studi condotti sugli animali, sia da ricerche
effettuate sugli esseri umani, aprono la strada a un modo di pensare
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 235
completamente nuovo sugli effetti dell'esercizio cognitivo. Invece di ten-
tare di plasmare o riplasmare processi mentali specifici, cerchiamo piutto-
sto di riplasmare il cervello stesso.
Sebbene la maggior parte di noi concordi sul fatto che i processi ce-
rebrali sono processi mentali, la logica alla base dei diversi approcci al
riaddestramento cognitivo è diversa. I primi tentativi posero l'accento
su particolari funzioni, nella speranza che le strutture cerebrali corri-
spondenti ne uscissero in qualche modo modificate. Il nuovo approccio
pone invece l'accento sugli effetti, generalizzati e aperti, che l'esercizio
cognitivo produce sul cervello. Un giocatore di tennis o di golf impe-
gnato nell'esercizio quotidiano del suo sport potrebbe cercare di miglio-
rare un colpo particolare. Questa situazione è molto vicina a quella di
un addestramento cognitivo orientato a un obiettivo specifico. Oppure,
il nostro sportivo potrebbe sperare, esercitandosi in alcuni colpi parti-
colari, di ottenere un miglioramento anche negli altri e quindi nel suo
gioco in genere. Questa situazione è simile a quella dell'addestramento
cognitivo fondato sul sistema funzionale. Infine, costui potrebbe intra-
prendere un programma di esercizi con lo scopo di migliorare non tanto
il gioco di per se stesso, ma il proprio corpo: aumentarne la forza, la
coordinazione e le energie in modo molto generale. Questo approccio è
simile al tentativo di migliorare la funzione cerebrale. Il terzo obiettivo è
di gran lunga più ambizioso dei primi due, ma i nuovi dati in nostro pos-
sesso indicano che sia realizzabile, quanto meno in linea di principio.
Gli studi sull'animale dimostrano che il miglioramento della «poten-
za cerebrale» attraverso l'attivazione cognitiva è qualcosa di più di una
semplice fantasia. Gli scienziati del rinomato Salk Institute for Biologi-
ca! Studies, in California, hanno analizzato gli effetti di un ambiente ar-
ricchito sui topi adulti 17 . Hanno scoperto che i topi tenuti in gabbie con
ruote, tunnel e giocattoli vari sviluppavano fino al 15% in più di cellule
nervose rispetto a topi allevati in gabbie standard. I topi «stimolati»,
inoltre, se la cavavano meglio di quelli «non stimolati» in diversi test per
la misurazione dell' «intelligenza murina»: riuscivano cioè a districarsi
meglio, e più rapidamente, nei labirinti. ,
Questi risultati sono essenziali per due aspetti. In primo luogo, essi
ridimensionano il vecchio concetto secondo il quale, in un cervello adul-
to, non potrebbero svilupparsi nuovi neuroni- invece possono, eccom~.
In secondo luogo, questi dati dimostrano con impressionanH' rhi:lrcz1.;\
che il potenziamento cognitivo può effettivamente modi fk:ll't • 1:1 iii fltll ì 1
ra dcl cervello e migliorare la sua capacità di elabormdo.111· d~·lh · .1111111111.1
236 L'ANIMA DEL CERVELLO

zioni. Lo sviluppo di nuove cellule era particolarmente evidente nel giro


dentato dell'ippocampo, una struttura considerata importante soprat-
tutto per la memoria, che si trova sulla superficie mesiale del lobo tem-
porale18.
L'emergere di nuove cellule nervose («proliferazione neuronale») nel
cervello adulto sembra legata ai cosiddetti neuroblasti, i precursori dei
neuroni, che a loro volta si sviluppano dalle cellule staminali, ossia da
generici «prefabbricati» cellulari. Le cellule staminali e i neuroblasti
continuano a proliferare durante tutta l'età adulta, ma in genere n~n so-
pravvivono abbastanza a lungo per diventare neuroni. Lo studio dell'I-
stituto Salk indica che la stimolazione cognitiva aumenta le possibilità
dei neuroblasti di sopravvivere fino a diventare neuroni maturi1 9 .
Fra tutte le possibili applicazioni dell'esercizio cognitivo, di partico-
lare interesse è il ruolo preventivo che esso ha nell'aiutare le persone a
godere il più a lungo possibile della propria salute cognitiva. Sia osser-
vazioni aneddotiche, sia la ricerca formale, indicano che l'istruzione
conferisce un effetto protettivo nei confronti della demenza: le persone
con un'istruzione superiore hanno una minor probabilità di soccombe-
re ai suoi effetti. Il Research Network on Successful Aging della Fonda-
zione MacArthur ha sponsorizzato uno studio sui fattori predittivi di al-
terazione cognitiva nelle persone anziane. Il livello di istruzione è emer-
so nettamente come il più potente fattore predittivo di vigore cognitivo
in tarda età20 . ·
La base di questa relazione non è del tutto compresa. A proteggere
dalla demenza è forse lo stile di vita associato all'istruzione, o si tratta
del fatto che alcuni individui nascono con una neurobiologia particolar-
mente robusta (che oltre a proteggerli dalla demenza fa di loro dei buo-
ni candidati per un'istruzione avanzata)? È ragionevole assumere che il
fattore protettivo nei confronti della demenza sia la natura delle attività
associate a un'istruzione di livello superiore, e non l'istruzione di per sé.
Rispetto a quelle meno colte, le persone con un'istruzione superiore
hanno una maggior probabilità di impegnarsi tutta la vita in attività
mentali vigorose, e questo per la natura stessa delle loro occupazioni.
Assumendo che la patologia neurologica che causa la demenza colpi-
sca entrambi i gruppi con ugual frequenza, allora patologie neurologi-
che di ugual gravità avranno un effetto meno devastante sul cervello che
versa in condizioni migliori. Questo vantaggio sarà dovuto alla riserva
extra di connessioni neurali e vasi sanguigni aggiuntivi sulla quale potrà
contare il cervello in buone condizioni - a differenza di qucll.o che non
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 237

lo è; danni strutturali di uguale entità produrranno quindi una minor di-


sintegrazione funzionale. Ancora una volta, viene in mente lanalogia fra
la forma cognitiva e quella fisica. Il caso di sorella Mary ce ne offre una
dimostrazione di impressionante e straordinaria chiarezza. Le prestazio-
ni di questa monaca nei test cognitivi furono buone fino alla morte, che
la colse all'età di 101 anni. E questo sebbene lo studio postmortem del
suo cervello avesse comunque rivelato la presenza di numerosi grovigli
neurofibrillari e di placche, ossia dei segni caratteristici del morbo di
Alzheimer. A quanto pare, sorella Mary aveva una mente intatta, in un
cervello affetto dall'Alzheimer!
Sister Mary era una delle School Sisters of Notre Dame di Mankato,
nel Minnesota, una comunità di monache oggetto di numerosi studi e
sulle quali è stato scritto molto. Straordinarie per la loro longevità, esse
sono anche famose per lassenza di morbo di Alzheimer. Il fenomeno era
unanimemente attribuito all'abitudine, che esse mantenevano tutta la vi-
ta, di essere cognitivamente attive. Queste religiose tenevano la propria
mente sempre stimolata con indovinelli, giochi di carte, dibattiti su temi
politici correnti, e altre attività mentali. In media, poi, le monache in
possesso di diplomi universitari, dedite all'insegnamento e ad altre atti-
vità che tenevano impegnata la mente in modo sistematico, vivevano più
a lungo di quelle meno istruite21 . Le osservazioni sul benessere cogniti-
vo delle monache erano a tal punto convincenti che furono pianificati
studi postmortem sul loro cervello, per esaminare il rapporto esistente
fra stimolazione cognitiva da un lato e produzione di germogli a livello
dell'arborizzazione dendritica, dall'altro.
Nel caso delle monache, l'effetto protettivo esercitato sul cervello
dall'esercizio cognitivo sembrava essere cumulativo, ed estendersi per
tutta la vita. Nel convento furono trovati vecchi documenti contenenti le
autobiografie delle monache, scritte quando le religiose avevano un'età
compresa fra i venti e i trent'anni. Quando fu esaminato il rapporto fra
questi primi scritti e la prevalenza della demenza nell'ultimo segmento
della loro vita, emerse un quadro impressionante. Le monache che in
gioventù avevano avuto la tendenza a scrivere saggi grammaticalmente
più complessi e concettualmente più ricchi avevano poi conservato il lo-
ro vigore intellettuale in età più avanzata rispetto alle consorelle che da
giovani scrivevano in una prosa più semplice e terra-terra22 •
Queste constatazioni spinsero la stampa divulgativa a specular~· rlw
la demenza fosse un processo degenerativo che si p.rotriw 111tt11111 vita,~·
che comincia a colpire in modo subclinico alcune pcrso!1l' il! vtit 11l11v11
238 L'ANIMA DEL CERVELLO

nile, impoverendo fra l'altro la loro prosa. D'altra parte, è altrettanto


probabile che gli stessi aspetti dell'organizzazione cerebrale che rende-
vano alcune persone più «intelligenti» di altre, conferissero loro anche
una protezione contro la demenza dell'età avanzata. Quindi esiste anche
un'altra possibilità: le monache che per abitudine, da giovani, pretende-
vano molto dalla propria mente, e presumibilmente conservavano que-
st'abitudine tutta la vita, acquisivano quell'effetto protettivo nei con-
fronti del cervello che si sarebbe poi dimostrato essenziale negli anni
della vecchiaia. '
L'effetto protettivo di una precedente stimolazione cognitiva nei
confronti del declino mentale è universale? Sembra di sì, giacché può
essere rilevato anche in altre specie, come fu dimostrato da Dellu e col-
leghi in ratti maschi di ceppo Sprague-Dawley23 . Animali con preceden-
ti esperienze di apprendimento, relative a compiti diversi, erano meno
suscettibili nei confronti dei deficit mnemonici legati all'età, rispetto a
ratti che non avevano un simile passato di «esercizi mentali».
«Use it or loose it» - Se non lo usi lo perdi - è un vecchio proverbio
che sembra applicarsi in modo diretto e letterale alla mente. Due scien-
ziati della Pennsylvania State University, Warner Schaie e Sherry Willis,
hanno pubblicato un articolo intitolato provocatoriamente Can Decline
in Adult Intellectual Functioning Be Reversed?24 [Il declino del funzio-
namento intellettuale dell'adulto è reversibile?] Gli autori avevano stu-
diato un gruppo di individui, di età compresa fra 64 e 95 anni, che sof-
frivano da 14 anni di declino cognitivo a carico di numerose funzioni
mentali. Era possibile ripristinare le loro prestazioni mentali, riportan-
dole al livello originale, con un un breve regime di addestramento co-
gnitivo, compensando così 14 anni di declino nell'orientamento spaziale
e nel ragionamento induttivo? In molti casi, la risposta fu un «Sì». Inol-
tre, il recupero cognitivo dei soggetti era generalizzato - cosa che fu
possibile dimostrare effettuando diversi test sulle funzioni cognitive in
esame, e non solo testando le procedure usate per l'addestramento. L' ef-
fetto ottenuto si dimostrò duraturo; in molti partecipanti poté essere di-
mostrato ancora, a sette anni dal termine del programma di addestra-
mento. Gli autori dell'articolo concludevano che l'addestramento aveva
riattivato le capacità cognitive dei soggetti, in precedenza «arrugginite»
per il non uso.
Se è logico aspettarsi gli effetti terapeutici dell'esercizio cognitivo,
come mai i primi tentativi di riabilitazione cognitiva di soggetti cerebro-
lesi erano stati caratterizzati da risultati così incostanti? Ci sono diverse
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 239
ragioni. La prima sta nella differenza stessa fra il riaddestramento cogni-
tivo di un cervello lesionato e l'allenamento cognitivo di un cervello in-
tatto o quasi; in altre parole la differenza sta fra trattamento e preven-
zione. La medicina afferma che è più facile prevenire una malattia che
curarla. Come è prevedibile, le probabilità di rispondere a un qualsiasi
tipo di cura, esibite da un cervello gravemente lesionato, sono minori di
quelle di rispondere alla prevenzione, esibite da un cervello fondamen-
talmente sano.
La seconda ragione ha a che fare con il modo in cui l'esercizio cogni-
tivo è stato tradizionalmente ideato nel contesto della «vecchia» filoso-
fia. Nel tentativo di mirare a una funzione cognitiva specifica e molto li-
mitata, venivano usati esercizi cognitivi mirati. D'altra parte è logico
aspettarsi che quanto più ampia è la base di un programma di allena-
mento cognitivo, tanto più generali possano essere i suoi effetti. Per ri-
prendere l'analogia con la fitness fisica, un individuo che in palestra in -
vesta tutto il tempo su una sola macchina, non può aspettarsi di miglio-
rare il proprio sistema cardiovascolare. Per far quello, occorre una serie
di esercizi più varia.
La terza ragione ha a che fare con i modi in cui vengono misurati gli
effetti del trattamento. Nel momento in cui misuriamo gli effetti di un
particolare esercizio cognitivo andando a valutare l'abilità di eseguire un
compito cognitivo diverso, stiamo compiendo un assunto sulla natura
specifica degli effetti terapeutici in corso di misura. Il mancato riscontro
di un effetto potrebbe derivare da un'autentica mancanza di effetti. Ma
potrebbe anche riflettere la nostra incapacità di trovare una misura ap-
propriata per rilevarlo. Poiché stiamo cercando di potenziare alcuni
processi biologici fondamentali, sarebbe meglio misurare direttamente
quei processi. E infatti, quando si valutarono gli effetti dell'esercizio co-
gnitivo con la tomografia a emissione di positroni (PET), fu rilevato un
aumento del metabolismo del glucosio (un importante marker della fun-
zione cerebrale) 25.
La quarta ragione ha a che fare con gli effetti che è sensato aspettarsi
da un esercizio cognitivo. Se tale esercizio potenzia le funzioni cerebrali
generali, allora l'effetto aspettato potrà essere ampio ma quasi impercet-
tibile.
In ogni caso, i recenti riscontri sulla proliferazione delle cellule ner0

vose, fenomeno che continua per tutta la durata della vita, hanno cl;lfo
nuovo impulso ali' idea dell'esercizio cognitivo, donandok li Ila 111111vn
base razionale.
240 L'ANIMA DEL CERVELLO

Fitness cognitiva: nascita di una tendenza

I benefici dell'esercizio fisico sono ben noti; tutt'altra faccenda è stabili-


re quale sia il modo migliore di praticarlo. Alcune persone si sollevano a
forza di braccia usando al posto della barra della palestra la porta della
cucina, mentre altri si recano a un centro per la fitness cardiovascolare.
Sebbene probabilmente gli esercizi casalinghi facciano bene (sempre
che uno nel farli non rompa la porta della cucina), si trarrà senz'altro
maggior vantaggio da un programma più sofisticato. Ecco perché spen-
diamo tempo e denaro in attrezzature da palestra, persona! trainer e
quote di iscrizione presso centri per la cura del benessere.
Un programma di esercizi ben disegnato si avvale delle conoscenze
di anatomia e fisiologia umana. Ogni esercizio è messo a punto per po-
tenziare la funzione di un particolare gruppo muscolare o di un partico-
lare sistema fisiologico. A seconda degli obiettivi individuali, è possibile
scegliere un programma completo ben bilanciato, oppure concentrarsi
su esercizi particolari. L'allenamento di un atleta che si stia preparando
a un meeting interuniversitario non è lo stesso adatto al suo professore:
un uomo di mezza età e in sovrappeso, preoccupato per il proprio siste-
ma cardiovascolare, che stia cercando di evitare un infarto miocardico.
Il cervello viene considerato un microcosmo per la semplice ragione
che di tutti i sistemi biologici è il più complesso e diverso per struttura e
funzione. La conoscenza della sua squisita complessità fornisce una ba-
se ragionevole per progettare un «programma di esercizio cerebrale». In
questo caso, per ogni distinta funzione cognitiva viene messo a punto un
particolare esercizio mentale. La maggior parte di noi è vagamente con-
sapevole dei benefici della stimolazione cognitiva. Come nel caso della
fitness fisica, anche l'allenamento mentale può essere più o meno sofisti-
cato. Probabilmente le parole crociate della domenica mattina funziona-
no; potete pensare ad esse come al corrispondente cognitivo degli eser-
cizi di sollevamento sulla porta della cucina. Ma si può fare sicuramente
di meglio, e molto.
Se l'esercizio cognitivo può migliorare e potenziare le prestazioni del
cervello, allora è importante mettere a punto un programma di allena-
mento sistematico, assicurandosi che tutte, o almeno la maggior parte,
delle sue componenti vi siano impegnate. Nell'addestramento fisico, è
fondamentale esercitare i vari gruppi muscolari in modo bilanciato. L'e-
quilibrio si raggiunge mediante sedute di allenamento che comportano
esercizi diversi attentamente selezionati. Le conoscenze orn~i disponibili
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 241
sul cervello rendono possibile la messa a punto di un «programma di al-
lenamento cognitivo» che eserciti in modo sistematico le varie parti del
cervello. Se l'esecuzione di un esercizio mentale non orientato - in effet-
ti casuale- produce dimostrabilmente un effetto protettivo nei confron-
ti della demenza, allora un programma di allenamento cognitivo ap-
prontato scientificamente dovrebbe essere ancor più benefico.
I primi sintomi del morbo di Alzheimer e di altre demenze degenera-
tive primarie, come la malattia dei corpi di Lewy, possono essere molto
vari. Nella maggior parte dei pazienti, ma non in tutti, il declino della
memoria, che indica una disfunzione ippocampale, è il primo segno di
malattia. In alcuni, il declino precoce si esprime come difficoltà nel tro-
vare le parole, implicando un coinvolgimento del lobo temporale sini-
stro; come disorientamento spaziale, indicando una compromissione dei
lobi parietali; o come un deterioramento delle capacità di previsione, di
giudizio sociale e dell'iniziativa - ovvero con segni di disfunzione fron-
tale. Sebbene in generale tutte queste aree siano suscettibili al morbo di
Alzheimer, la loro vulnerabilità relativa sembra essere altamente variabi-
le. Che cosa determina la relativa vulnerabilità di diverse strutture cere-
brali in diversi individui?
Mirmiran, van Someren e Swaab - scienziati del Netherlands Institu-
te for Brain Research di Amsterdam - hanno avanzato una straordinaria
ipotesi26 . Essi credono che l'attivazione di aree cerebrali selettive, nel
corso della vita di un individuo, possa impedire o ritardare l'avanzata di
effetti degenerativi in quelle particolari regioni del cervello. Secondo
quest'ipotesi, un individuo che disegni, per professione o per hobby,
proteggerà il proprio lobo parietale; uno impegnato nella scrittura crea-
tiva proteggerà il lobo temporale; mentre uno impegnato in complesse
attività di presa di decisioni e pianificazione proteggerà i propri lobi
frontali.
Alcuni neuroscienziati britannici hanno riportato un risultato che,
solo qualche anno prima, sarebbe stato liquidato come neurologicamen-
te impossibile. Essi sottoposero a scansione il cervello di 16 tassisti di
Londra e confrontarono i risultati ottenuti con quelli di 50 soggetti di
controllo27 • I tassisti, che nel corso del loro lavoro sviluppano una map-
pa mentale complessa della grandissima metropoli britannica, avevano
la regione posteriore dell'ippocampo più sviluppata. Inoltre, quanto
maggiore era il numero di anni trascorso a fare quel lavoro, tanto piì1
grande era l'ippocampo. Si presume che l'ippocampo sin implirntn 1wi
processi ddl'ripprendimento e della memoria spmduH, il dH' 111111 1,111
242 L'ANIMA DEL CERVELLO

prende28 . Questa potrebbe benissimo essere la prima dimostrazione di-


retta di un rapporto fra le dimensioni di una regione cerebrale e i fattori
ambientali che contribuiscono al suo uso.
La conclusione logica di questo ragionamento è provocatoria, e non
manca di stupire: per proteggere tutto il cervello dagli effetti delle pato-
logie degenerative diffuse, occorrerebbe mettere a punto, su base scien-
tifica, un programma di fitness cognitiva completo che impegnasse le di-
verse parti del cervello in modo equilibrato. Il concetto di esercizio co-
gnitivo sistematico quale attività importante sia durante l'invecchiadien-
to, sia negli anni ali' apice della realizzazione professionale, è ancora un
concetto nuovo. Tuttavia, esso è un'estensione logica e naturale dell' e-
sercizio fisico. La «fitness fisica» è diventata un'espressione familiare.
La fitness cognitiva è sulla buona strada per diventare la prossima ten-
denza della cultura popolare.

Gli esordi di un programma

L'esercizio della neuropsicologia clinica mi mette di fronte a situazioni


molto varie. Una porzione significativa di esse è costituita da uomini e
donne brillanti e intelligenti che stanno invecchiando dopo una vita pie-
na e coronata dal successo. Molti di essi sono professionisti in pensione
(scienziati, medici, editor) che si sono guadagnati da vivere grazie all'ef-
ficienza della propria mente, godendo delle sue facoltà, e che ora sono
preoccupati per un suo lieve declino cognitivo. A volte la valutazione
neuropsicologica confermerà le loro preoccupazioni, altre volte no.
D'altra parte, i nostri strumenti diagnostici sono relativamente grezzi, e
si lasceranno sfuggire un'alterazione cognitiva molto leggera. Se un pa-
ziente la cui intelligenza è fuori discussione riferisce di avere l'impres-
sione di un leggero declino, io tendo a credere più al paziente che ai nu-
meri emergenti dai miei test.
Tutti i pazienti si presentano per avere una diagnosi, ma soprattutto
vengono per ricevere aiuto. Poiché pone l'accento sulla diagnosi, da
sempre la neuropsicologia ha avuto poco da offrire sul fronte del tratta-
mento. Nel caso di gravi lesioni cerebrali, essa ha sviluppato utili meto-
di di riabilitazione cognitiva. Ma che cosa può offrire a un individuo che
stia solo avvicinandosi alla soglia del declino?
Per andare incontro ai pazienti che mi chiedevano qualcosa di più di
una diagnosi, decisi di sviluppare un programma per potenziare la loro
«CHE COSA POTETE FARE PER ME?» 243

cognizione. Dieci anni prima non mi sarei certo imbarcato in un'impre-


sa del genere. Ma ora, impressionato dalle evidenze passate in rassegna
nelle pagine precedenti, credevo che questo approccio valesse la pena di
un tentativo.
Nel mettere a punto il mio programma, ho seguito diversi principi.
In primo luogo il programma deve essere vario, e coprire un'ampia gam-
ma di funzioni cognitive, compresa la memoria, ma senza assolutamente
limitarsi ad essa. Le funzioni esecutive hanno un ruolo importante nel
programma. Per tutte le ragioni che ho descritto in questo libro, ritene-
vo che esse fossero particolarmente vulnerabili negli stadi precoci del
declino cognitivo. Preservarle, nella misura in cui è possibile farlo, è
fondamentale per prolungare il benessere cognitivo. Inoltre, miravo ad
affrontare il maggior numero possibile di altre funzioni.
In secondo luogo, decisi di tenermi alla larga dalla mnemonica e da
altri strumenti che si presume aumentino il volume dell'informazione
elaborata attraverso tecniche specializzate. Dato quello che sappiamo
sulla mancanza di generalizzazione, ritenevo ci fosse ben poco da gua-
dagnare attraverso tali approcci. Invece, desideravo che il programma
offrisse ai miei pazienti l'analogo cognitivo di una palestra, esercitando
una gamma amplissima di «muscoli cerebrali», più che delle particolari
abilità cognitive. La mia speranza era che, impegnando i meccanismi
neurali che stanno alla base di essi, se ne potenziassero le proprietà bio-
logiche. Prima di arruolare un cliente nel programma, lo incoraggiavo a
sottoporsi a una valutazione neuropsicologica. Cercavo di personalizza-
re la scelta degli esercizi in base al profilo individuale dei punti di forza
e delle debolezze cognitive del soggetto. Avendo identificato gli esercizi
cognitivi appropriati, io e i miei colleghi li assemblavamo in «programmi
di allenamento cognitivo completi».
Questo programma è tuttora a uno stadio di sviluppo precoce - ed è
troppo presto per valutarne l'efficacia. Mentre scrivo, vi hanno parteci-
pato diverse decine di individui, soprattutto persone di età compresa fra
i sessanta e gli ottant'anni. Pressoché senza eccezioni, tutti i partecipan-
ti a questo programma di potenziamento cognitivo ritengono che, come
minimo, l'esercizio consenta loro di comprendere i propri punti di forza
e le proprie debolezze. Essi ritengono che anche solo questo risultato
dia loro un senso di controllo, liberandoli dalla paura della demenza.
Ugualmente importante è il fatto che i partecipanti trovino pùlCl't)()l(' il
programma. Non uno solo di essi si è lamentato dicendo di <'Otlsidl•r111·lo
un'incombenza noiosa. In effetti, a volte io scherzo, dkrndo 1'lw llVf1•i
244 L'ANIMA DEL CERVELLO

bisogno di un forcipe per staccare alcuni di loro dallo schermo del com-
puter, alla fine della sessione. E questo valga a chiudere la bocca a chi
parla di computerfobia negli anziani!
Nel complesso, la maggior parte dei clienti ritiene che il programma
produca un autentico miglioramento cognitivo nelle situazioni della vita
reale. Dopo le interruzioni delle vacanze i partecipanti mi riferiscono
spesso una certa perdita di perspicacia cognitiva, che scompare non ap-
pena riprendono il programma. Molti di essi hanno diffuso la notizia, e
amici e conoscenti ci telefonano per unirsi al programma. Francamente,
questo è più di quanto mi aspettassi quando, qualche anno fa, lo inau-
gurai.
L'esercizio cognitivo come sistema per prevenire il declino mentale e
migliorare le funzioni mentali è un territorio ancora inesplorato. Insom-
ma - ancora quasi inesplorato. Avanzando lungo questa nuova via affa-
scinante, dovremo sviluppare approcci innovativi e metodi rigorosi per
valutarne l'efficacia. In linea teorica, l'ideale sarebbe esaminare gli effet-
ti esercitati dai vari tipi di esercizio cognitivo sulla fisiologia del cervello
servendosi dei metodi di visualizzazione funzionale. Esiste un qualche
effetto? Gli effetti sono globali? Sono locali? Dipendono dal tipo di
esercizio? Queste sono tutte domande importanti, e la ricerca del futuro
- la ricerca del nuovo secolo e del nuovo millennio - dovrà affrontarle
tutte.
11. I lobi frontali e il paradosso della leadership

Autonomia e controllo nel cervello

All'interno del sistema nervoso centrale, i lobi frontali sono al tempo


stesso strumento e agenti di controllo. Sembrerebbe che la loro compar-
sa, un evento tardivo nel corso dell'evoluzione, abbia segnato l'emerge-
re Ji un'organizzazione cerebrale più vincolata. In realtà, però, la situa-
zione è complessa. Nell'evoluzione del cervello assistiamo al dispiega-
mento di diverse controcorrenti, che si equilibrarono a vicenda. Le pres-
sioni evolutive alla base dello sviluppo dei lobi frontali furono probabil-
mente messe in moto dall'aumento dei gradi di libertà verificatosi nel-
1'organizzazione del cervello e dal potenziale caos che incombeva all'in-
terno di esso.
Fin dall'inizio degli scorsi anni Ottanta, l'organizzazione funzionale
del cervello fu al centro di un intenso dibattito scientifico, che prese in
considerazione due possibili disegni radicalmente diversi. Il primo si ba-
sa sul concetto di moduìarità 1. Come abbiamo già visto, un sistema mo-
dulare consiste di unità autonome, ciascuna delle quali investita di una
funzione relativamente complessa e altrettanto relativamente isolata dal-
le altre. Sebbene si scambino segnali in entrata e in uscita, i moduli se-
parati esercitano tuttavia un'influenza scarsa o nulla sui reciproci mec-
canismi interni. L'interazione fra i moduli è limitata e regolata attraverso
un numero di canali di informazione relativamente esiguo.
Il disegno alternativo prevede un cervello in larghissima misura pa 0

rallelo e interconnesso2 . In questo caso, le unità sono più pkrok', re


sponsabili di funzioni di gran lunga più semplici, ma undw m11ll11 piu
246 L'ANIMA DEL CERVELLO

numerose. Esse sono strettamente interconnesse e interagiscono conti-


nuamente attraverso molteplici canali.
Il concetto di modularità è un recupero, in chiave high-tech, della
frenologia del diciottesimo secolo. Non solo esso presuppone confini di-
stinti fra unità discrete, ma suggerisce anche una loro destinazione pre-
fissata. Secondo questa concezione, esiste una funzione rigidamente
preordinata per ognuna di tali unità.
Quanto al concetto di un cervello altamente interconnesso, esso de-
riva invece, in un modo per certi versi circolare, dalle reti neurali,forma-
li, o più semplicemente reti neurali, esse stesse ispirate dal sistema ner-
voso biologico. Le reti neurali sono modelli dinamici del cervello. Esse
furono introdotte negli anni Quaranta, ma l' awento dei computer diede
loro impulso in tempi recenti3. Una rete neurale è un insieme di moltis-
simi semplici elementi collegati, espresso come un programma di com-
puter. Le proprietà degli elementi e delle connessioni emulano, in modo
semplificato, quelle degli autentici neuroni biologici, e degli assoni e dei
dendriti che li connettono. Lanciando il programma su un computer, è
possibile esaminare il «comportamento» del modello mettendolo alla
prova con diversi compiti, e questo consente di inferire le proprietà di-
namiche del cervello reale. Con l' «esperienza», le reti neurali acquistano
una ricca gamma di proprietà che inizialmente non erano state pro-
grammate in modo esplicito: sono, queste, le cosiddette proprietà
«emergenti». La configurazione della forza delle connessioni cambia, e
le varie parti della rete formano così la «rappresentazione» di vari tipi di
informazione afferente.
La modellizzazione del cervello con le reti neurali è uno degli stru-
menti più potenti delle moderne neuroscienze cognitive. Gli studi sulle
proprietà emergenti, insieme ai dati clinici sugli effetti delle lesioni cere-
brali, e ai metodi di visualizzazione funzionale del cervello che consen-
tono di osservare le interazioni locali, ci permettono di intravedere un
principio di organizzazione cerebrale alternativo, amodulare - quello
che nelle pagine precedenti ho chiamato «principio del gradiente». Se-
condo tale principio, nel cervello hanno continuamente luogo moltissi-
me interazioni, mentre per quanto riguarda le funzioni delle sue parti
c'è relativamente poco di prefissato. Si assume invece che i ruoli funzio-
nali delle varie regioni corticali emergano in base a certi gradienti fonda-
mentali4.
Tanto il concetto dei moduli, quanto quello del gradiente, hanno so-
stenitori e detrattori. Entrambi colgono infatti importanti proprietà dcl
I LOBI FRONTALI E IL PARADOSSO DELLA LEADERSHIP 247

cervello. La modularità trova la sua migliore applicazione nel talamo,


che è una struttura evolutivamente antica e consiste di un insieme di nu-
clei (gruppi di neuroni). Quanto al principio interattivo, esso si applica
meglio alla neocorteccia, che è un'innovazione evolutiva relativamente
recente. In particolare, il principio di organizzazione interattivo coglie
bene le proprietà della parte evolutivamente più giovane della neocor-
teccia, la cosiddetta corteccia associativa eteromodale, essenziale per i
processi mentali più avanzati. I rettili e gli uccelli sono creature talami-
che con uno scarsissimo sviluppo corticale5. Questo probabilmente va-
leva anche per i dinosauri. I mammiferi, d'altro canto, hanno una cor-
teccia ben sviluppata, che è strutturalmente sovrapposta al talamo e lo
sovrasta funzionalmente.
Il talamo e la neocorteccia sono intimamente connessi. Spesso il tala-
mo è considerato il precursore della corteccia, contenente la maggior
parte delle sue funzioni in forma rudimentale. Sebbene funzionalmente
vicini, talamo e neocorteccia differiscono radicalmente nella loro strut-
tura neuroanatomica. Il talamo è costituito da nuclei distinti, intercon-
nessi da un numero limitato di vie che rappresentano i loro unici canali
di comunicazione. La neocorteccia, invece, è una lamina che non pre-
senta confini interni distinti, servita da numerosissime vie che connetto-
no fra loro la maggior parte delle aree.
Se il talamo è un prototipo della corteccia, quali furono le pressioni
evolutive che portarono all'emergere di quest'ultima? Che cosa, nell' e-
voluzione, promosse l'introduzione di un principio di organizzazione
neurale fondamentalmente nuovo, invece del perfezionamento di uno
già esistente? Perché l'emergere della neocorteccia, ossia di una lamina
neurale, fu una soluzione preferibile, in termini adattativi, a una rispet-
tosa adesione al principio organizzatore del talamo, che avrebbe potuto
essere dotato di nuclei più numerosi e più grandi? Questo interrogativo
è dichiaratamente teleologico, giacché cerca un «fine» là dove potrebbe
non essercene alcuno; d'altra parte noi ci poniamo in continuazione in-
terrogativi teleologici mettendoli, per così dire, fra virgolette: una sorta
di stenografia intellettuale nel tentativo di comprendere l'evoluzione di
sistemi complessi, siano essi biologici, economici e sociali.
La probabile risposta al nostro interrogativo teleologico è che i di-
versi principi di organizzazione neurale rappresentano la soluzione otti-
male per livelli di complessità diversi. Fino a un certo punto, l'organi11
zazione modulare è perfetta. Ma quando occorre un certo .livdJo di
complessità, per assicurare il successo adattativo ecco che divclltt\ lll'CT~.
248 L'ANIMA DEL CERVELLO

saria la transizione verso una rete altamente interconnessa, costituita da


un elevato numero di elementi interattivi più semplici (ma qualitativa-
mente diversi). Nel corso dell'evoluzione, l'accento si è dunque spostato
da un cervello investito di funzioni rigide e prefissate (il talamo) a un
cervello capace di adattamento flessibile (la corteccia). Tale spostamen-
to si rifletté nell'esplosiva evoluzione della neocorteccia cui si assiste nei
mammiferi.
Rispetto a un sistema organizzato secondo il principio modulare, la
neocorteccia consente di stabilire un numero di connessioni sp~ifiche
maggiore di interi ordini di grandezza - e questo per semplici ragioni
combinatorie. Pertanto, essa è in grado di compiere elaborazioni il cui
livello di complessità è di gran lunga superiore. Inoltre, la transizione da
uno schema di connettività a un altro può aver luogo molto rapidamen-
te nella neocorteccia - che quindi è caratterizzata da una topologia au-
tenticamente dinamica.
Nell'organizzazione cerebrale, la transizione dal principio talamico a
quello corticale segnò un drastico aumento di tutte le interazioni possi-
bili fra le diverse strutture cerebrali, i raggruppamenti neuronali e i sin-
goli neuroni. Con un tale sviluppo, diventò particolarmente importante
la capacità di selezionare la configurazione più efficace in una specifica
situazione. Tuttavia, il crescente grado di libertà di cui il cervello ora di-
sponeva in linea di principio dovette essere equilibrato con un efficace
meccanismo di vincolo, attivo ad ogni istante; altrimenti sarebbe emerso
I'equivalente neurale del caos.
Nel corso dell'ultima fase dell'evoluzione corticale, i lobi frontali si
svilupparono proprio per soddisfare questa «necessità». (Ricordiamoci
di mettere tutte le allusioni teleologiche fra virgolette!) Il tipo di con-
trollo offerto dai lobi frontali è probabilmente debole, sovrapposto
com'è a un alto grado di autonomia delle altre strutture cerebrali. Allo
stesso tempo, il loro controllo è «globale», giacché essi coordinano e
vincolano le attività di un'amplissima gamma di strutture neurali, e lo
fanno in ogni singolo istante, con continuità. I lobi frontali non hanno le
conoscenze specifiche né le competenze per reagire a tutti gli stimoli e le
difficoltà che l'organismo si trova ad affrontare. Quel che hanno, però, è
la capacità di «reperire» le aree del cervello che le possiedono, e di coor-
dinarle in complesse configurazioni a seconda delle necessità.
Come esercizio di neurofuturologia, supponiamo che I' evoluzione
del cervello sia destinata a continuare (un assunto di per se stesso lungi
dall'esser ovvio). Continuerà seguendo la via di reti neurali sempre più
I LOBI FRONTALI E IL PARADOSSO DELLA LEADERSHIP 249

complesse ed elaborate, oppure emergerà un principio di biocomputa-


zione qualitativamente nuovo? E se sì, quale? Un'estrapolazione basata
sulla discussione precedente lascia prevedere l'emergere di una rete
qualitativamente più complessa, interconnessa in modo dinamico, costi-
tuita da componenti elementari più piccole, molto più numerose (di in-
teri ordini di grandezza). È possibile, per esempio, immaginare una tal
rete costruita in modo che le sue componenti fondamentali siano mole-
cole diverse, e non neuroni.
Il principio di una biocomputazione molecolare artificiale è già allo
studio come base per un cambiamento paradigmatico nella progettazio-
ne dei computer. Può darsi che la natura finisca per imitare l'arte, e che
l'evoluzione dei sistemi computazionali biologici emuli quella dei siste-
mi computazionali artificiali. Ma allora, ancora una volta, l'evoluzione
dei congegni computazionali artificiali - insieme agli strumenti culturali
già esistenti per l'accumulo e la trasmissione della conoscenza - potreb-
be rendere superflua l'evoluzione biologica del cervello.

Autonomia e controllo nella società

Nello spirito dei paralleli interdisciplinari adottato in questo libro, sono


tentato di applicare la mia analisi sull'evoluzione del cervello alla com-
prensione dei cambiamenti storici di grande rilievo che si dispiegano og-
gi sotto i nostri occhi. In ambito scientifico, la convergenza di conclu-
sioni basate su fonti di conoscenza diversissime è molto apprezzata. Es-
sa infatti conferisce credibilità alle previsioni e indica i principi univer-
sali alla base di sistemi complessi diversi. La ricerca di tali principi uni-
versali, comuni a sistemi superficialmente differenti, rappresenta il cuo-
re del nuovo campo di studi della «complessità», emergente là dove
avanza il fronte della scienza e della filosofia. Nel nostro tentativo di
comprendere la storia, potremmo forse avvalerci delle intuizioni della
neurobiologia. Oggi è sempre più evidente un nettissimo parallelo fra il
mutamento dell'ordine mondiale e l'evoluzione del cervello.
Processi superficialmente diversi e ciò nondimeno essenzialmente si-
mili si stanno sviluppando in Europa, a oriente come a occidente. A est,
l'Unione Sovietica è collassata. Mentre i capi comunisti della superpo-
tenza sovietica (oggi caduta) lodavano il proprio regime come l'alba di
una nuova era, gli storici del futuro lo considereranno alla stregua di un
ultimo spasmo dell'Impero Russo, durato quattro secoli, nei suoi ronfi
250 L'ANIMA DEL CERVELLO

ni di metà Ottocento. Ancora più a est, può darsi che un simile destino
attenda anche la Cina.
L'Unione Sovietica si è disintegrata. La Russia si è ricostituita come
entità imperiale, incorporando le acquisizioni territoriali zariste del sedi-
cesimo e del diciassettesimo secolo. Oggi, se non una vera e propria in-
dipendenza, i suoi gruppi etnici costituenti reclamano autonomia. Que-
sta tendenza ha assunto una forma estrema e particolarmente distruttiva
in Cecenia; fra i tatari, i baschiri, i calmucchi, gli iacuti, gli osseti, i dage-
stani, gli ingusci e altri popoli ancora c'è inquietudine. Gli ab1;asi e i
mingreli stanno cercando di staccarsi dalla Georgia. Ma la frammenta-
zione dell'ex Unione Sovietica è ancor più profonda. Negli anni Novan-
ta, il decennio immediatamente successivo al crollo dell'Unione Sovieti-
ca, perfino alcune aree popolate prevalentemente dall'etnia russa co-
minciarono a reclamare autonomia, e in occidente si sentiva parlare del-
la Repubblica di Kaliningrad, della Repubblica degli Urali e della Re-
pubblica Marittima di Vladivostock.
Da allora, è in corso il tentativo di arrestare questi processi centrifu-
ghi e di ricentralizzare il paese. Resta da vedere se questi sforzi porte-
ranno stabilità e benessere o se, per prendere a prestito l'ampollosa
espressione marxista tanto familiare ai russi della mia generazione, non
rappresentino un disperato tentativo, destinato peraltro a decretare da
sé il proprio fallimento, di «invertire il corso della storia» in nome di un
ideale d'impero ormai obsoleto. In Occidente, gli studiosi di scienze po-
litiche sono sempre più consapevoli dell'imminente ulteriore frammen-
tazione dei resti dell'impero russo e della necessità, in politica estera, di
nuovi approcci per farvi fronte6.
Sull'onda del collasso dei regimi controllati dai Soviet o comunque
ispirati a essi, rivolgimenti simili stanno avendo luogo in Europa centra-
le. Quella che un tempo era la Cecoslovacchia adesso si è divisa in due
repubbliche, Ceca e Slovacca. Le ripercussioni del collasso della Iugo-
slavia di Tito, con le sue sanguinose conseguenze, sono ben note.
Nell'Europa occidentale, il risorgere della faziosità etnica mette in
difficoltà i moderni stati-nazione. In Francia, la Provenza e la Britannia
rivendicano la propria autonomia; e altrettanto accade in Spagna, per i
Paesi Baschi e la Catalogna; in Belgio, per la Vallonia e le Fiandre; nel
Regno Unito, per l'Irlanda del Nord, la Scozia e il Galles; e, ancora, nel-
le regioni dell'Italia settentrionale. Di conseguenza, «antiche lingue
stanno rifiorendo in una rinascita di culture regionali.»7 Con il confon-
dersi dei confini nazionali, lingue semidimenticate - il Bretone in Bri-
I LOBI FRONTALI E IL PARADOSSO DELLA LEADERSHIP 251

tannia; il Gaelico in Scozia; il Friulano nell'Italia nordorientale; il Friso-


ne e il Limburghese in Olanda; il Saami in Finlandia e il Basco e il Cata-
lano in Spagna - stanno attraversando un momento di rinascita senza
precedenti. Sempre più spesso, il risveglio dell'identità culturale va oltre
una mera ricerca di autonomia culturale, e assume la forma del separati-
smo e di vere e proprie rivendicazioni di indipendenza.
In Europa, a est come a ovest, gli stati-nazione - stabili, statici, vasti
e modulari - vengono sostituiti da entità politiche più piccole e più flui-
de. Mentre gli eventi accaduti a est hanno una chiara causa e nella mag-
gior parte dei casi (sia pure con qualche famigerata sanguinosa eccezio-
ne) sono percepiti come un processo di liberazione, a ovest la frammen-
tazione è spesso accolta con allarme, ed è più difficile da comprendere.
La «medievalizzazione» dell'Europa è vista da molti come una negativa
regressione verso un'organizzazione premoderna.
Ma il premoderno non potrebbe rivelarsi anche postmoderno? Si
può dire che i fenomeni a cui assistiamo in oriente e in occidente rap-
presentano lo stesso processo naturale, e lo stesso paradosso dialettico.
Il paradosso è che la fine di stati-nazione e imperi fortemente integrati
possa essere un passo essenziale verso un'Europa dinamica e «debol-
mente» integrata, da un lato; e un mondo globalmente integrato, dall'al-
tro. I frammenti risultanti da questo processo saranno le unità costrutti-
ve del nuovo ordine. Quel che sembra una regressione è, in effetti, l'e-
mergere di una nuova organizzazione sociale, un nuovo ciclo nell'evolu-
zione sociale. L'analogia con il cervello serve a chiarire la natura di que-
sta transizione.
Se crediamo che fra sistemi complessi possano esistere paralleli si-
gnificativi, allora possiamo usare la nostra conoscenza del cervello per
estrapolare la direzione dei cambiamenti sociali e, in una certa misura, il
corso della storia. La transizione dal principio talamico a quello cortica-
le nell'organizzazione del cervello presenta alcune analogie con la transi-
zione dal modello di organizzazione sociale macronazionale a quello mi-
croregionale, quali elementi di una rete globale. In questa analogia, gli
stati-nazione sono i moduli: entità autonome e relativamente autosuffi-
cienti con interazioni inquadrate e ristrette a canali istituzionali. Oggi
stiamo assistendo al loro collasso e alla transizione a un nuovo ordine
geopolitico basato su una rete globale costituita da unità microregionali.
L'esatta natura delle future entità geopolitiche deve ancora rivelarsi. Co
me le componenti del cervello, esse non devono necessariam('JJI(' l'SHl'.l'l'
omogenee, e possono combinare unità di diverso tipo.
252 L'ANIMA DEL CERVELLO

Le regioni etniche potrebbero diventare un tipo di unità nel nuovo


ordine. Esse sono più piccole e più antiche degli stati-nazione. D'altra
parte, negli ultimi secoli, la loro coesistenza all'interno degli stati-nazio-
ne e in un'economia sempre più globalizzata, le ha trasformate da unità
isolate ai nodi di una rete. Esse possono diventare gli elementi costituti-
vi di un ordine politico-economico globale, che trascenda i confini na-
zionali. Paradossalmente, il passaggio dalla molarità nazionale a quella
etnica può facilitare il passaggio da un'identità provinciale a un'identità
globale, proprio perché oggi l'etnicità è meno autonoma, autosuff\cien-
te e concentrata su se stessa di quanto non lo sia la nazionalità. Rispetto
a quella nazionale, l'identità etnica può dimostrarsi più facile da riconci-
liare con un'identità federalista pan-europea. Come mi confidò un mio
amico basco, dovendo rinunciare alla sua identità basca, per lui sarebbe
più facile farlo a favore di un'identità europea, piuttosto che spagnola.
Nel nuovo ordine che sta evolvendo, potrebbero emergere, come al-
ternativa, microunità fondate su fattori strettamente economici e in rela-
zione attraverso il flusso del commercio, della finanza e delle comunica-
zioni. Questa è la conclusione cui è giunto Kenchi Ohmae in La fine del-
lo Stato nazione8• La proliferazione delle multinazionali promuove que-
sto tipo di organizzazione.
L'evoluzione del cervello ci insegna che non è possibile gestire un
elevato grado di complessità con sistemi rigidamente organizzati. Esso
richiede responsabilità distribuite e autonomia locale. Nell'organizza-
zione del cervello, l'avvento della corteccia sulla scena evolutiva segnò
un autentico cambiamento di paradigma. Emerse così un sistema nervo-
so centrale molto più dinamico, in grado di funzionare più velocemente.
Tale cambiamento diede luogo a un aumento esponenziale della poten-
za computazionale del cervello: un processo che culminò nell'emergere
di una mente cosciente.
Se seguiamo questa analogia, oggi è in corso la transizione da un or-
dine mondiale - costituito da poche grandi unità geopolitiche autonome
- a un nuovo ordine, costituito da una rete di molte unità geopolitiche
piccole e altamente interdipendenti. Anche questa transizione non è al-
tro che un cambiamento di paradigma. Essa ci annuncia un nuovo dina-
mismo sociale e un salto quantico nella velocità dei cambiamenti sociali
nei secoli a venire. Questa differenza è simile a quella esistente fra una
successione di dipinti su tela, e un caleidoscopio. Ben lungi dalla fine
della storia proclamata da alcuni studiosi, stiamo invece assistendo al
sorgere di una storia che si muove assai più velocemente.
I LOBI FRONTALI E IL PARADOSSO DELLA LEADERSHIP 253

Nel cervello, d'altra parte, il sorgere del «nuovo ordine» dinamico


introdotto dall'avvento della neocorteccia è equilibrato dalla comparsa
dei lobi frontali, con la loro capacità di imporre ordine a una vertigino-
sa moltitudine emergente di possibili scelte. Con una sempre maggior
globalizzazione delle interazioni economiche e sociali, anche nella so-
cietà globale emergerà una organizzazione simile di ordine superiore?
Come sarà? Una versione migliorata della Lega delle Nazioni e delle Na-
zioni Unite? Una sorta di Consiglio Economico delle Multinazionali?
L'Unione Europea, che sta oggi muovendo i suoi primi passi, rappresen-
ta forse un prototipo di una tale organizzazione globale di controllo
«debole», nella quale Bruxelles rappresenterebbe la «corteccia prefron-
tale» europea? È forse imminente la nascita di un analogo dell'Unione
Europea su scala mondiale? L'analogia con il cervello lascia intravedere
che una tale organizzazione, alla fine, emergerà.
La mia previsione sull'evoluzione della società, ispirata dall'analogia
con il cervello, può suonare strampalata e forzata. Ciò nondimeno, essa
è in risonanza con alcuni aspetti all'avanguardia del pensiero degli stu-
diosi di scienze politiche. Il mio quotidiano preferito, il «New York Ti-
mes», ha già dimostrato di essere il migliore al mondo, fornendomi le
munizioni necessarie a sostenere la polemica. Paul Lewis è autore di
un'analisi pubblicata sul numero del 2 gennaio 1999 del «New York Ti-
mes», intitolata provocatoriamente: As Nations Shed Roles, is Medieval
the Future?9 Egli cita Hedley Bull, compianto professore di relazioni in-
ternazionali a Oxford, quando prevedeva che il sistema di stati-nazione
esistente sarebbe stato sostituito da «un equivalente, moderno e secola-
re, del tipo di organizzazione politica universale che esisteva nel mondo
cristiano occidentale nel Medioevo.»
Il «New York Times» tornò sul tema proprio alla fine del millennio.
Mentre i miei concittadini newyorkesi si stavano avvicinando all'anno
2000 con la nervosa anticipazione della follia del millennio, del collasso
delle infrastrutture e di attacchi terroristici, sul numero del 27 dicembre
comparve un articolo intitolato Could This Be..the New World? L'autore
del pezzo, Robert Kaplan, vi andava delineando, per il prossimo secolo,
uno scenario apocalittico: una disintegrazione degli stati-nazione in
città-stato più piccole: una situazione in cui la mappa del Nuovo Mondo
diventava un «ologramma in costante movimento» o, per usare il titolo
del suo nuovo libro, The Coming Anarchy, «l'imminente annrd1it1» 10 • I•:
d'altra parte, potrebbe anche emergere un meccanismo in 1~rndo di tll!t
254 L'ANIMA DEL CERVELLO

trobilanciare l'imminente anarchia attraverso l'equivalente sociale dei


lobi frontali.
Un ragionamento simile è quello proposto da StephenJ. Kobrin, del-
l'Università della Pennsylvania, in un articolo comparso sul <<Journal of
International Affairs» 11 . Secondo Kobrin, dovrà emergere un «centro»
di autorità universale che faccia da complemento alle tendenze verso
una crescente frammentazione, fluidità e caleidoscopica interconnessio-
ne delle realtà locali. La maggior parte delle organizzazioni internazio-
nali e intergovernative, osserva Kobrin, è stata creata in tempi molto re-
centi.
Quale forma assumerà l'analogo secolare postmoderno dell'autorità
papale? Questa è una sfida sulla quale i futurologi devono riflettere, e
l'analogia con l'evoluzione del cervello potrebbe offrir loro una «sfera di
cristallo» utile, sebbene non perfettamente trasparente.

Autonomia e controllo nel mondo digitale

Negli ultimi decenni si è sviluppato un rapporto epistemologico «uomo-


macchina» particolare. Per gran parte del ventesimo secolo, le nostre
conoscenze sui meccanismi del cervello hanno tratto ispirazione dall'a-
nalogia con il computer, proprio come lo avevano fatto nei secoli passa-
ti ispirandosi alle tecnologie di punta del tempo. D'altro canto, il pro-
getto di alcuni dei congegni computazionali più potenti fu direttamente
influenzato dall'analogia con il cervello. Le prime reti neurali, progetta-
te da McCulloch e Pitts, si ispirarono direttamente all'analogia con il
neurone biologico; la creazione di certi linguaggi informatici si ispirò di-
rettamente al concetto di contesto psicolinguistico 12 .
Consideriamo dunque questo affascinante interrogativo: l'evoluzio-
ne biologica del cervello e l'evoluzione tecnologica dei computer rivela-
no principi guida simili? In caso affermativo, tali principi ci informeran-
no sui modi in cui molti, forse moltissimi, sistemi complessi in evoluzio-
ne fanno fronte a maggiori esigenze computazionali. Cercherò di mo-
strare, nelle poche pagine che seguono, che la transizione da un' organiz-
zazione fondata su un principio modulare a un'organizzazione fondata
sul principio di un gradiente distribuito, transizione che sembra caratte-
rizzare l'evoluzione del cervello e della società, si applica anche al mon-
do digitale. Voglio cercare inoltre di dimostrare che anche nell'evoluzio-
ne dei sistemi computazionali, è emerso, a uno stadio tardivo, un analo-
I LOBI FRONTALI E IL PARADOSSO DELLA LEADERSHIP 255
go digitale dei lobi frontali per controbilanciare - mutuando l'ansiogena
espressione di Robert Kaplan 13 -!'«imminente anarchia» che minaccia-
va il mondo digitale.
Data questa dimostrazione, ecco sorgere il seguente, intrigante, in-
terrogativo: le leggi invarianti dell'evoluzione - condivise dal cervello,
dalla società e dai congegni di computazione digitali - riflettono l'unica
via intrinsecamente possibile, ovvero la via ottimale, dello sviluppo?
Oppure gli esseri umani compiono, consapevolmente o inconsapevol-
mente, una ricapitolazione della propria organizzazione interna nei con-
gegni artificiali e nelle strutture sociali cui danno vita? Ciascuna di que-
ste possibilità è interessante di per se tessa. Nel primo caso, la nostra
analisi indicherà alcune regole di sviluppo molto generali dei sistemi
complessi. Nel secondo caso, ci troveremmo di fronte a uno sconcertan-
te processo di ricapitolazione inconscia, poiché né l'evoluzione della so-
cietà, né quella del mondo digitale sono state esplicitamente guidate dal-
la conoscenza delle neuroscienze.
L'hardware dei computer si è evoluto a partire dagli elaboratori
mainframe ai persona! computer, per poi arrivare alle reti di PC. Il main-
frame è un «dinosauro» del mondo digitale. Esso occupava diversi piani
all'interno di strutture dedicate alla ricerca civile o militare. Ogni main-
frame aveva una complessa organizzazione e una grande potenza com-
putazionale, ed effettuava le computazioni relative a un determinato
compito dall'inizio alla fine. I computer di questo tipo - relativamente
pochi e con interfacce limitate - erano pressoché isolati gli uni dagli al-
tri. Il mondo digitale dominato dai computer mainframe, negli anni Cin-
quanta, Sessanta e parte dei Settanta, era di natura modulare. A poco a
poco, però, furono create connessioni limitate fra i grandi computer
mainframe, dando così origine alla computazione distribuita e, infine,
alle reti.
Negli anni Settanta cominciarono a proliferare i persona! computer
(PC). La potenza computazionale di un unico PC non regge il confron-
to con quella di un mainframe; i PC però sono molti di più. Nel contesto
di questo formato distribuito, potevano essere eseguiti compiti di una
gamma e di una varietà assai maggiori. Il mondo digitale non era più do-
minato da grandi unità rigidamente dedicate dal punto di vista funzio-
nale. Stavano ora prendendo il sopravvento i PC: più piccoli, ma di gran
lunga più numerosi. Per garantire la possibilità di interfaccia.rsi ul mnHHi·
mo numero di singoli computer, si andò rapidamente incontro ti 011 llll .
256 L'ANIMA DEL CERVELLO

mento della standardizzazione. Questo segnò, nell'evoluzione dei siste-


mi computazionali, l'inizio dello stadio successivo.
Negli anni Ottanta, era ormai in corso la rapida integrazione dei PC
e dei mainframe. I processi computazionali cominciarono a essere distri-
buiti fra numerose unità. La moltitudine di PC assunse una gamma sem-
pre più ampia di compiti computazionali, riducendo così, pur senza eli-
minarla totalmente, l'importanza dei mainframe.
Negli anni Novanta, Internet divenne ubiquitaria. Essa fornì una
struttura formale per creare - a seconda delle esigenze dettate dal com-
pito - interfacce fra computer separati all'interno di una gamma di pos-
sibilità combinatorie praticamente infinita. Il mondo digitale stava assu-
mendo caratteri sempre più simili a una rete neurale. La tendenza fu
amplificata dall'arrivo di una classe interamente nuova di computer, i
«network PC», apparecchi di capacità limitata la cui principale funzione
era quella di fornire l'accesso a Internet. Mentre i mainframe continua-
vano a servire per certe funzioni, il graduale distacco da un modello di
organizzazione prevalentemente modulare e il passaggio a un modello
prevalentemente distribuito diede nuova forma al mondo digitale. Tan-
to nell'evoluzione del cervello, quanto in quella del mondo digitale, l'ul-
teriore sviluppo della potenza computazionale di alcune unità autosuffi-
cienti si dimostrò una strategia meno efficace della creazione di reti co-
stituite da numerose unità più piccole, relativamente semplici.
L'avvento dell' «anarchia digitale», però, non era molto lontano. Con
l'esplosione del volume di informazione pubblicata sul World Wide
Web, divenne sempre più difficile trovare l'informazione specifica ne-
cessaria per un compito particolare. Come nel caso dell'evoluzione del
cervello, sorsero pressioni adattative le quali favorirono l'emergere di un
meccanismo che, pur preservando in linea di principio i gradi di libertà
del sistema, fosse capace di vincolarli in qualsiasi situazione specifica
orientata a un fine. Erano nati i «motori di ricerca».
Come i lobi frontali, i motori di ricerca non contengono l'esatta cono-
scenza necessaria per risolvere il problema corrente. Come i lobi frontali,
d'altra parte, anch'essi hanno una visione aerea e d'insieme del sistema,
che consente loro di trovare, all'interno della rete, i siti specifici dove si
trova quella conoscenza. E come i lobi frontali, anche i motori di ricerca
apparvero a uno stadio relativamente tardivo della transizione del mondo
digitale da «organismo» prevalentemente modulare a «organismo» pre-
valentemente distribuito. I motori di ricerca rappresentano la funzione
esecutiva all'interno di Internet. Essi sono i lobi frontali digitali.
I LOBI FRONTALI E IL PARADOSSO DELLA LEADERSHIP 257
Sembra pertanto che esistano forti somiglianze nell'evoluzione del
cervello, della società e dei sistemi computazionali artificiali. In ciascun
caso, essa è caratterizzata dalla transizione da un principio di organizza-
zione modulare al principio distribuito del gradiente. A uno stadio mol-
to avanzato di tale processo di transizione, emerge un sistema di con-
trollo «esecutivo» con il compito di tenere a freno la prospettiva dell' a-
narchia e del caos che, paradossalmente, aumenta in modo parallelo alla
complessità di qualsiasi sistema. La particolare relazione fra autonomia
e controllo, esemplificata nel controllo esecutivo esercitato dai lobi fron-
tali, è colta bene in una frase di Friedrich Engels, che merita di esser ci-
tata: «La libertà è necessità riconosciuta» 14 .
Epilogo

Quando scrissi questo libro la mia vita si era svolta in parti quasi esatta-
mente uguali a Est e a Ovest, e secondo le più realistiche previsioni sta-
vo entrando nell'ultimo terzo della mia esistenza - il tempo dell'integra-
zione, che in effetti è un compito esecutivo. In retrospettiva, il mio per-
sonale viaggio intellettuale è stato un fondere e un amalgamare le in-
fluenze derivanti da questi due mondi, e nella misura in cui io posso
pensare di avere uno stile intellettuale e scientifico mio personale, esso
fu plasmato da questa fusione. Io sono, per così dire, un uomo dell'Est
abbigliato nei panni della cultura Occidentale. Passata la soglia dei cin-
quant'anni, il nomade che è in me ha rivendicato se stesso. Ho uno stu-
dio a New York, faccio ricerca a Sydney e tengo conferenze in tutto il
mondo.
E per la prima volta - da quando, un quarto di secolo fa, lasciai la
Russia - mi ritrovo a provare un forte interesse per l'imperfetto incespi-
care del mio Paese d'origine verso un modello più illuminato di econo-
mia e di governo. Ad aiutarmi nella stesura di questo libro, nel mio lavo-
ro di ricerca e nella prassi clinica, ci sono i miei tre assistenti russi, Dmi-
tri, Peter e Sergey, che lavorano fuori dal mio studio nel centro di
Manhattan: tutti giovani che rappresentano il futuro, e non il passato, di
quella cultura. La vita dei miei cari amici, ai quali molti anni fa confidai
il mio piano di abbandonare il Paese, sono andate divergendo dalla mia,
sia dal punto di vista professionale che da quello personale, riflettendo i
cambiamenti che, da allora, hanno trasformato la Russia. Peter Tulviste
è diventato il primo rettore dell'Università di Tartu, dopo che la sua ter-
ra natia, l'Estonia, ha conquistato l'indipendenza rendendosi finaltn('ntc
libera. Slavik Danilov è colonnello e professore di psicologia JWrsso
un'accademia militare russa. Natasha Korsakova è uno dd. rkt•tTalol'i di
260 EPILOGO

punta sulla demenza di tipo Alzheimer e insegna all'Università di Stato


di Mosca. Lena Moskovich vive a Boston, dove conduce ricerche sulla
neurologia del comportamento. Ekhtibar Dzafarov ha lasciato anch'egli
la Russia e ha insegnato in varie università europee e statunitensi.
E ora - ora che questo libro finalmente è stato scritto -ho in proget-
to un viaggio a Mosca, il primo da quando me ne andai, quando essa era
capitale di un Paese diverso. Farò una passeggiata per le strade dove si
svolse la mia fatidica conversazione con Aleksandr Romanovic - e alcu-
ne di quelle strade avranno nomi diversi, poiché il pantheon sovietico è
stato abbattuto; ma altri nomi, come Arbat, saranno rimasti. Andrò a
trovare gli amici, cercherò di rientrare in contatto con i luoghi della mia
gioventù e di capire la nuova Russia. Poi tornerò a casa a New York, e
spero di portare con me la sensazione che quella che un tempo fu casa
mia, oggi non è più un luogo alieno.
Questo libro è cominciato con una discussione sul cervello e si è con-
cluso parlando della società e della storia. Il modello si è invertito. Nella
storia delle idee, è prassi comune usare i concetti di una scienza più ma-
tura come metafora euristica per quelli di una disciplina che si trovi a
uno stadio più embrionale. Per secoli è toccata alle neuroscienze la par-
te della disciplina embrionale che prendeva a prestito le sue metafore da
campi di studio più evoluti: per esempio dalla meccanica (le pompe
idrauliche del XVII secolo); dall'ingegneria elettrica (il centralino telefo-
nico nella prima metà del XX secolo); e dall'informatica (nella seconda
metà del XX secolo). Ma ora le neuroscienze stanno diventando adulte
e probabilmente sono pronte a offrire le proprie metafore euristiche ad
altre discipline, per far luce su altri sistemi complessi, ivi compresa la so-
cietà umana.
La scienza del cervello è sempre stata al confine fra scienza «hard» e
discipline umanistiche, ed è proprio questa fusione che mi attirò ad essa
tanti anni fa. Spesso, quando si analizza la storia dell'esplorazione cer-
vello-mente si fa il nome di Cartesio. lo, però, devo la mia prima ispira-
zione a un contemporaneo di Cartesio - un tipo iconoclasta, Baruch
Spinoza1 . A differenza di Cartesio, Spinoza non credeva nel dualismo di
spirito e materia. Egli cercava principi unificatori e interpretava Dio co-
me l'insieme delle leggi fondamentali dell'universo, e non come il suo
creatore.
A dodici anni, curiosando nella bibioteca di mio padre, come spesso
facevo, mi imbattei in una traduzione in russo dell'Etica di Spinoza,
un'opera in due volumi, e quella fu la prima volta che sentii parlare di
EPILOGO 261
lui. Mentre stavo riflettendo su quegli scritti oscuri, arrivai sul suo
«Ethica ordine geometrico demonstrata» 2 . Per quanto riguarda la mia
personale storia cognitiva, quello fu uno dei momenti più importanti.
Mi ero sempre sentito attratto verso la matematica, le discipline umani-
stiche e la storia, ma non in modo particolare dalle scienze naturali: una
configurazione di interessi insolita. Ed ero chiaramente interessato alla
vita della mente, mentre quel poco che sapevo, ali'epoca, della psicolo-
gia come disciplina, mi lasciava decisamente freddo. Spinoza per me fu
una rivelazione, poiché mi raccontava che quelle aree disparate poteva -
no essere fatte convergere e che argomenti in apparenza di per sé impre-
cisi - come la mente, la società e la vita della mente nella società - pote-
vano essere affrontati con metodi precisi.
Naturalmente, secondo gli standard odierni, l'impresa cui Spinoza
mise mano nel diciassettesimo secolo era ingenua. Né essa esercitò, per
quanto mi è dato sapere, un'influenza fondamentale sugli studi di siste-
mi complessi come il cervello o la società, contribuendo a fare di essi le
discipline relativamente precise che sono poi diventati. Ci furono, in tal
senso, molti altri sforzi più diretti e influenti, dei quali ali' epoca io ero
all'oscuro. Ma per me, quel primo incontro con Spinoza fu un'esperien-
za formativa, e più di qualsiasi altra influenza incoraggiò la mia scelta
della psicologia e delle neuroscienze come carriera a cui dedicare la vita.
Un altro incontro intellettuale di potenza paragonabile ebbe luogo
molto tempo dopo, quando, all'età di diciannove anni, mi imbattei, nel-
la biblioteca dell'Università di Stato di Mosca, nei classici articoli di
Warren McCulloch e di Walter Pitts 3 che gettarono le basi per la model-
lizzazione del cervello con le reti neurali. Per me, c'era una chiara conti-
nuità intellettuale fra i «teoremi dell'etica» di Spinoza e il «calcolo logi-
co» di McCulloch e Pitts. Entrambi rappresentavano il tentativo di
infondere un metodo deduttivo preciso nella ricerca, per sua tradizione
vaga, sulla mente e sul cervello. Ali' epoca, in Russia c'era pochissimo di
quello che in seguito sarebbe stato chiamato «neuroscienze computazio-
nali». Con la divertita acquiescenza di Lurija, io e la mia amica Yelena
Artemyeva (una brillante matematica e allieva di Andrey Kolmogorov)
cercammo di introdurre la modellizzazione tramite reti neurali nella ri-
cerca neuropsicologica che si svolgeva all'Università di Mosca.
La mia vita successiva, trascorsa negli Stati Uniti, mi allontanò dalla
ricerca di base, avvicinandomi alla prassi clinica molto più di quanto
avessi previsto in quei primi anni della mia carriera. Tuttavia, In mill in
terpretazione del cervello, e la metafora euristica che hn nuithttn q11d
262 EPILOGO

l'interpretazione, si sono sempre ispirate al mio primo incontro intellet-


tuale con il concetto di rete neurale.
In seguito a queste prime influenze e per tutta la mia carriera mi so-
no interessato - a volte esplicitamente e a volte implicitamente - ai prin-
cipi generali che trascendono il mio campo di conoscenza relativamente
limitato. E così sembra che il cerchio intellettuale si chiuda: la mia per-
sonale interpretazione del cervello ha prodotto una metafora che si è ri-
velata utile per farmi comprendere i fenomeni sociali distruttivi che se-
gnano l'epoca in cui viviamo. Spero che la mia metafora possa essere uti-
le anche ad altri.
Io credo che la mia discussione della relazione fra autonomia e con-
trollo in vari sistemi complessi, e l'esame degli insegnamenti tratti dall'a-
nalisi del cervello ai fini della comprensione della società, costituiscano
un modo appropriato di concludere questo libro. Nessun sistema com-
plesso può avere successo senza un efficace meccanismo esecutivo: in al-
tre parole, senza «lobi frontali». Ma i lobi frontali lavorano in modo ot-
timale se fanno parte di una struttura interattiva altamente distribuita
dotata di grande autonomia e molti gradi di libertà.
Note

Prefazione
1 O .W. SACKS, Scotoma: Forgetting and N eglect in Science, in Hidden History o/Science, a cura

di R.B. Solver, New York Review ofBooks, New York 1996, pp. 141-87.

Introduzione
DAMASIO, I.:errore di Uirtesio: emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 2001.
1 A.
2 RA. BARKLEY, ADHD and the Nature of Self-Control, Guildford Press, New York 1997.
3 E. GoLDBERG, Tribute to Alexandr Romanovich Luria, in Contemporary Neuropsycho-
logy and the Legacy of Luria, a cura di E. Goldberg, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale,
New Yersey 1990, pp. 1-9.
4 S. SONTAG, Malattia come metafora: cancro e AIDS, Mondadori, Milano 2002.

Capitolo 1 - Una fine, un principio, e una dedica


1 In seguito al crollo dell'Unione Sovietica, le strade e i luoghi pubblici che erano stati

nominati in onore degli eroi e degli eventi memorabili della storia dei Soviet tornarono, in
moltissimi casi, ai loro nomi prerivoluzionari.

Capitolo 2 - Uno sguardo d'insietne ai lobifruntali: i vertici del!' organizzazio-


ne cerebrale
1 A proposito della trasformazione della leadership militare nel corso della storia, si ve-
da]. KEEGAN, La maschera del comando, Il Saggiatore, Milano 2003.
2 La patologia cronica che affliggeva Napoleone non aveva alcuna relazione diretta con
il cervello. Al contrario, si trattava di emorroidi terribilmente infiammate. Per ulteriori lettu-
re, si veda A. NEUMAYR, Diktatoren im Spiegel der Medizin. Napoleon, Hitler, Stalin, Pichler
Verlag, Vienna 1995.
3 F. TILNEY, The Brain: From Ape to Man, Hoeber, New York 1928.
4 J. ]AYNES, Il crollo del/,a mente bicamerale e l'origine della coscienza, Adelphi, Milano 2007.,
5Citato in W.E. WALLACE, Michelangelo. The Complete Sculpture, Pai11ti11g, Jlrtbitc1•t11r1•,
Hugh Lauter Levin Associates, Southport 1998.
6 S. PINKER, I: istinto del linguaggio: come la mente crea il linguaggio, C:I )Il,, Mil111111 11111/,
264 NOTE

Capitolo 3 - I!architettura del cervello: una breve introduzione


1 Per una trattazione più approfondita, si veda A. PARENT, Carpenter's Human Neuroa-
natomy, Williams & Wilkins, Baltimora 1995 9 (Edizione riveduta di M.B. CARPENTER eJ. SA-
TIN, Human Neuroanatomy, 1983 8 ).
2 H.W. MAGOUN, The Ascending Reticular Activating System, «Res. Publ. Assoc. Nerv.

Ment. Dis.», 30, 1952.


3 Il lettore può trovare un'analisi approfondita di questo argomento in Brain, Behavior and
Evolution, a cura di D. Oakley, H. Plotkin, Cambridge University Press, Cambridge, 1979.
4 Ancora una volta, per una trattazione più approfondita, si veda PARENT, Carpenter's
Human Neuroanatomy, cit.
5 Ibid.
6 J. LEDOUX, Il cervello emotivo: alle origini delle emozioni, Baldini & Castoldi, Milano
1999.
7 J. GRAFMAN, I. LITVAN, S. MASSAQUOI, M. STEWART, A. SIRIGU, M. HALLETT, Cognitive
Planning Deficit in Patients with Cerebellar Atrophy, «Neurology», 42, 8, pp. 1493-96, 1992;
H.C. LEINER, A.C. LEINER, R.S. Dow, Reappraising the Cerebellum: What does the Hindbrain
Contribute to the Porebrain?, «Behav Neurosci», 103, 5, pp. 998-1008, 1989.
8 In Brain, Behavior and Evolution, cit.
9 B.L. McNAUGHTON, R.G.M. MORRIS, Hippocampal Synaptic Enhancement and Infor-
mation Storage, «Trends Neurosci.», 10, pp. 408-15, 1987; B.L. McNAUGHTON, Associative
Pattern Competition in Hippocampal Circuits: New Evidence and New Questions, «Brain Res
ReV>> 16, pp. 202-204, 1991.
IO B. MILNER, Cues to the Cerebra!Organization of Memory, in Cerebral Correlates of Con-
scious Experience, a cura di P. Buser e A. Rougeul-Buser, Elsevier, Amsterdam 1978, pp. 139-53.
Il In Lrmbrc System Mechamsms and Autonomie Function, a cura di C.H. Hockman,
Charles C. Thomas, Springfield, 1972.
12 C.S. CARTER, M.M. BoTVINICK, eJ.D. CoHEN, The Contribution of the Anterior Cingu-
late Cortex to Executive Processes in Cognition, «Rev Neurosci», 10, 1, pp. 49-57, 1999.
lJ In Brain, Behavior and Evolution, cit.
14 K. BRODMANN, Vergleichende Lokalisationslehre der Grosshinrinde in ihren Prinzipien

dargestellt aufGrund des Zellenbaues, Barth, Lipsia 1909. Citato inJ.M. FUSTER, The Prefron-
tal Cortex: Anatomy, Physiology, and Neuropsychology of the Pronta! Lobe, Lippincott-Raven,
Philadelphia 1997 3 •
15 G.W. ROBERTS, P.N. LEIGH, D.R. WEINBERGER, Neuropsychiatric Disorders, Wolfe,
Londra 1993.
16 FUSTER, The Prefrontal Cortex: Anatomy, Physiology, and Neuropsychology of the Fran-
ta! Lobe, cit.
17 In A.W. CAMPBELL, Histological Studies on the Localization of Cerebral Punction, Cam-
bridge University Press, Cambridge 1905. Citato in FusTER, The Pre/rontal Cortex: Anatomy,
Physiology, and Neuropsychology of the Pronta! Lobe, cit.
18 J.H. JACKSON, Evolution and Dùmlution of the Nervous System, «Croonian Lecture»,
Selected Papers, 2, 1884.
19 A.R. LURIJA, Le funzioni corticali superiori nell'uomo, Giunti-Barbera, Firenze 1978.
20 A. DAMASIO, The Frontal Lobes, in Clinica! Neuropsychology, a cura di K. Heilman, E.
Valenstein, Oxford University Press, New York 1993, pp. 360-412.
21 FUSTER, The Prefrontal Cortex: Anatomy, Physiology, and Neuropsychology of the Fran-
ta! Lobe, cit.
22 P.S. GOLDMAN-RAKIC, Circuitry o/ Primate Prefrontal Cortex and Regulation of Beha-

vior by Representational Memory, in, Handbook o/ Physiology: Nervous System, Higher Punc-
tions of the Brain, F. Plum a cura di American Physiological Association, Bethesda 1987, par-
te 1,pp.373-417.
23 D.T. Sruss, D.F. BENSON, The Pronta! Lobes, Raven Press, New York 1986.
NOTE 265
24 W:J. NAUTA, Neural Associations o/ the Frontal Cortex, «Acta Neurobiol. Exp.», 32, 2,
pp. 125-40, 1972.
25 }ACKSON, Evolution and Dissolution o/ the Nervous System, cit.

Capitolo 4 - I primi violini del cervello: la corteccia


1 F.J. GALL, Sur le /onctions du cerveau, Parigi 1822-1823, 6 voli.
2 K. KLEIST, Gehirnpathologie, Barth, Lipsia 1934.
>P. BROCA, Remarques sur le siège de la Jaculté du language articule, «Bull Soc Anthrop»,
6, 1861.
4 C. WERNJCKE, Der aphasische Symptomencomplex, Breslavia 1874.
5 M. LEMAY, Morphological Cerebral Asymmetries o/ Modern Man, Fossi! Man, and
Nonhuman Primate, «Ann. N. Y. Acad. Sci.», 280, 1976, pp. 349-66.
6 M.C. DE LACOSTE, D.S. HORVATII, D.J. WOODWARD, Possible Sex Differences in the De-
veloping Human Fetal Brain, «J. Clin. Exp. Neuropsychol. 13», 6, 1991, pp. 831-46.
7 M. LEMAY, Morphological Cerebral Asymmetries o/ Modern Man, Fosszl Man, and
Nonhuman Primate, op.cit.
8 M.C. DIAMOND, Rat Forebrain Morphology: Right-Le/t; Male-Female; Young-Old; Enri-
ched-Impoverished, in Cerebral Laterality in Nonhuman Species, a cura di S.D. GLICK, Academic
Press, New York 1985; M.C. DIAMOND, G.A. DowLING, R.E. }OHNSON, Morphologic Cerebral
Cortical Asymmetry in Male and Female Rats, «Exp. Neuro!.», 71, 2, 1981, pp. 261-68.
9 N. GESCHWIND e W. LEVITSKY, Human Brain: Left-Right Symmetries in Tempora! Spee-
ch Region, «Science 161», 8.37, 1968, pp. 186-87.
10 M. LE MAY, N. GESCHWIND, Hemisphen'c Di//erences in the Brains o/ Great Apes,
«Brain Behav. Evol.», 11, 1, 1975. pp. 48-52.
11 P.J. GANNON et al., Asymmetry of Chimpanzee Planum Temporale: Humanlike Pattern
o/Wernicke's Brain Language Area Homolog, «Science», 279, 5348, 1998, pp. 220-22.
12 S.D. GucK, D.A. Ross, L.B. HoUGH, Latera! Asymmetry o/ Neurotransmitters in Hu-
man Brain, «Brain Res.», 234, 1, 1982, pp. 53-63.
13 S. SANDU, P. CooK, M.C. DIAMOND, Rat Cortical Estrogen Receptors: Male-Female, Ri-
ght-Left, «Exp. Neuro!.», 92, 1, 1985, pp. 186-96.
14 S.D. GucK, R.C. MEIBACH, R.D. Cox, S. MAAYANI, Multiple and Interrelated Functio-

nal Asymmetries in Rat Brain, «Life Sci.», 25, 4, 1979, pp. 395-400.
15 S.A. SHOLL, K.L. KrM, Androgen Receptors are di/ferentially distribuited between Right
and Left Cerebral Hemispheres o/ the Fetal Male Rhesus Monkey, «Brain Res», 516, 1, 1990,
pp. 122-26.
16 E. GoLDBERG, L.D. COSTA, Hemisphere Dzfferences in the Acquisition and Use o/ De-
scriptive Systems, «Brain Lang.», 14, l, 1981, pp. 144-73.
17 H. S!MON, La scienza dell'artzficiale, ISEDI, Milano 1973.
18 Neural Networks and Natural Inte!ligence, a cura di S. Grossberg, MIT Press, Ca..'Il-
bridge 1988.
19 GOLDBERG, COSTA, Hemisphere Di/ferences in the Acquisition and Use o/ Descriptive
Systems, cit. Il lettore interessato ai modelli computazionali rilevanti che fanno uso di reti
neurali veda GROSSBERG, Neural Networks and Natural Intelligence, cit.; RA. }ACOBS, M.I.
]ORDAN, Computational Consequences o/ a Bias toward Short Connections, «J. Cogn. Neuro-
sc.», 4, 1992, pp. 323-36; RA. JACOBS, M.I. }ORDAN, A.G. BARTO, Task Decomposition throu-
gh Competition in a Modular Connectionist Architecture: The What and Where Vision Tasks,
«Cognit. Sci.», 15, 1991, pp. 219-50.
20 Per un'analisi generale dell'argomento si veda S. SPRINGER, G. DEUTSCH, Left Brain, Ri-
ght Brain: Perspective /rom Cognitive Neuroscience, W.H. Freeman & Co, New York 19975 •
21 T.G. BEVER e RJ. CHIARELLO, Cerebral Dominance in Musicians and Nonm111ùù1111,
«Science», 185, 150, 1974, pp. 537-39.
22 C.A. MARZI e G. BERLUCCHI, Right Visual Field Superiority /or Jlccrm1cy of l«'t'IJl!llifir111
o/Famous Faces in Normals, «Neuropsychologia», 15, 6, 1977, pp. 751-56.
266 NOTE

23 A. MARTIN, C.L. WIGGS, e J. WEISBERG, Modulation of Humans Mediai Tempora! Lobe


Activity by Form, Meaning, and Experience, «Hippocampus», 7, 6, 1997, pp. 587-93.
24 R. HENSON, T. SHALLICE, R. DOLAN, Neuroimaging Evidence /or Dissociable Forms of
Repetition Priming, «Science», 87, 5456, 2000, pp. 1269-72.
25 J.M. Gow et al., PET Validation of a Nove! Pre/rontal Task: Delayed Response Altera-
tion, «Neuropsychology», 10, 1996, pp. 3-10.
26 R. SHADMEHR, H.H. HOLCOMB, Neural Correlates of Motor Memory Consolidation,
«Science», 277, 5327, 1997, pp. 821-25.
27 R.J. HAIER, B.V. SIEGEL JR., A. MACLACHLAN, E. SODERLING, S. LOTIENBERG, M.S.
BucHSBAUM, Regional Glucose Metabolic Changes a/ter Learning a Complex Visuospatial/Mo-
tor Task: A Positron Emission Tomographic Study, «Brain Res.», 570, 1-2, 1992, pp. 134-43.
28 G.S. BERNS, J.D. COHEN, M.A. MINTUN, Brain Regions Responsive to Novelty in the
Absence ofAwareness, «Science», 276, 5316, 1997, pp. 1272-75.
29 M.E. RAICHLE,J.A. Frnz, T.O. VIDEEN, A.M. MACLEoo,J.V. PARDO, P.T. Fox, S.E. PE-
TERSEN, Practice-Related Changes in Human Brain Functional Anatomy during Nonmotor
Learning, «Cereb. Cortex», 4, 1, 1994, p. 26.
io E. TULVING, H.J. MARKOWITSCH, F.E. CRAIK, R. HIABIB, S. HOULE, Novelty and Fami-
/iarity Activations in PET Studies of Memory Encoding and Retrieval, «Cereb. Cortex», 6, 1,
1996, pp. 71-79.
31 L. VYGOTSKY, Pensiero e linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2001.
32 }AYNES, The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind, cit.
33 GoLD, BERMAN, RANDOLPH, GOLDBERG, WE!NBERGER, PET Validation of a Nove! Pre-
frontal Task: Delayed Response Alteration, cit; HAIER et al., Regional Glucose Metabolic Chan-
ges after Learning a Complex Visuospatial/Motor Task: a Positron Emission Tomographic
Study, cit; RAICHLE, FIEZ, VroEEN, MACLEOD, PARDO, Fox, PETERSEN, Practice-Related Chan-
P,es in Human Brain Functional Anatomy durinP, Nonmotor Learninf!., cit.
34 ].A. FODOR, Precis of the Modularity of Mind, «Behav. Brain. Sci.», 8, 1985, pp. 1-42.
35 E. GoLDBERG, Gradiental Approach to Neocortical Functional Organization, <<J. Clin.
Exp. Neuropsychol.», 11, 4, 1989, pp. 489-517.
36 E. GoLDBERG, Higher Cortical Functions in Humans: The Gradiental Approach, in Con-
temporary Neuropsychology and the Legacy of Lurra, a cura di E. Goldberg, Lawrence Erl-
baum Associates, Hillsdale, 1990, pp. 229-76.
37 O.W SACKS, Scotoma: Forgetting and Neglect in Science, in Hidden Histories of Science,
a cura di R.B. Silvers, New York Review of Books, New York 1995, pp. 141-87.
38 Per un'analisi sull'argomento, si veda Clinica! Neuropsychology, a cura di Heilman e
Valenstein, cit.
39 E. GOLDBERG, Assoczative Agnosias and the Functions of the Left Hemisphere, <<J. Clin.
Exp Neuropsychol.», 12, 4, 1990, pp. 467-84.
40 GOLDBERG, Gradiental Approach to Neocortical Functional Organization, cit.
41 A. MARTIN, L.G. UNGERLEIDER, e J.V. HAXBY, Category Speczficity and the Brain: The
Scnsory/Motor .\1odcl of Scmantic Rcprcscntation of Objccts, in Thc New Cognitive Neuro-
science, a cura di M.S. Gazzaniga, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1999.
42 A. MARTIN, C.L. WIGGS, L.G. UNGERLEIDER, J.V. HAXBY, Neural Correlates of Cate-
gory-Specific Knowledge, «Nature», 379, 6566, 1996, pp. 649-52.
43 E.K. WARRINGTON, T. SHALLICE, Category Specific Semantic lmpairments, «Brain»,
107, 3, 1984, pp. 829-54; R.A. McCARTHY, E.K. WARRINGTON, Evidencefor Modality-Specific
Meaning Systems in the Brain, «Nature», 334, 6181, 1988, pp. 428-30.

Capitolo 5 - Il direttore d'orchestra: un esame più attento ai lobifrontali


1 RAICHLE, FIEZ, VIDEEN, MACLEOD, PARDO, Fox, PETERSEN, Practice-Refated Changes
in Human Brain Functional Anatomy during Nonmotor Learning, cit.
2 GOLD, BERMAN, RANDOLPH, GOLDBERG, WEINBERGER, PET Validation of a Nove! Pre-
frontal Task: Delayed Response Alteration, cit.
NOTE 267
3 C.F. ]ACOBSEN, Functions of the Pronta! Association Area in Primates, <<Arch. Neurol.
Psychiatr}'>>, 33, 1935, pp. 558-69; C.F. ]ACOBSEN, H.W. NISSEN, Studies o/ Cerebral Function
in Prima/es: IV The Effects of Frontal Lobe Lesion on the Delayed Alternation Habit in
Monkeys, «]. Comp. Physiol. Psychol.», 23, 1937, pp. 101-12.
4 LURIJA, Le funzioni corticali superiori nel!'uomo, cit.
5 GOLDMAN-RAKIC, Circuitry o/ Primate Prefrontal Cortex and Regulation o/ Behavior by
Representational Memory, cit.
6 FUSTER, The Prefrontal Cortex: Anatomy, Physiology, and Neuropsychology o/the Pron-
ta! Lobe, cit.
7 J.M. FUSTER, Tempora! Organization o/ Behavior. Introduction, «Hum Neurobiol.», 4,
1985, pp. 57-60.
8 ]ACKSON, Evolution and Dissolution o/ the Nervous System, cit.
9 S. FUNAHASHI, C.]. BRUCE, P.S. GoLDMAN-RAKic, Mnemonic Coding o/ Visual Space in
the Monkey's Dorsolateral Pre/rontal Cortex, «]. Neurophysiol.», 61, 2, 1989, pp. 331-49.
10 S.M. COURTNEY, L.G. UNGERLEIDER, K. KEIL, ].V. HAxBY, Object and Spatial Visual
Working Memory Activate Separate Neural Systems in Human Cortex, «Cereb. Cortex», 6, 1,
1996, pp. 39-49.
11 FUNAHASHI, BRUCE, GoLDMAN-RAKIC, Mnemonic Coding o/ Visual Space in the
Monkey's Dorsolateral Prefrontal Cortex, cit.
12 E. GOLDBERG, R. HARNER, M. LoVELL, K. PODELL, S. RIGGIO, Cognitive Bias, Functio-
nal Cortical Geometry, and the Pronta! Lobes: Laterality, Sex, and Handedness, «]. Cogn. Neu-
rosci.», 6, 3, 1994, pp. 276-96.
13 E. GOLDBERG, A. KLUGER, T. GRIESING, L. MALTA, M. SHAPIRO, S. FERRIS, Early Dia-
gnosis o/ Frontal-Lobe Dementias, Eighth Congress of the lnternational Psychogeriatric Asso-
ciation, 17-22 agosto, Gerusalemme, Israele.
14 Per una trattazione dell'argomento si veda Alzcimcr's Discasc, a cura di B. Rcisbcrg,
The Free Prcss, New York 1983.

Capitolo 6 - Lobi diversi per gente diversa: stili decisionali e lobi/rontali


1 J. TALAIRACH, P. TOURNOUX, Co-planar Stereotaxic Atlas o/ the Human Brain, Thiemc,
New York 1988.
2 R.P. EBSTEIN, 0. NOVICK, R. UMANSKY, B. PRIEL, Y. 0SHER, D. BLAINE, E.R. BENNE'IT,
L. NEMANOV, M. KATZ, R.H. BELMAKER, Dopamine D4 Receptor (D4DR) Exon III Poly-
morphism Associated with the Human Personality Trait o/Novelty Seeking, «Nat. Genet.», 12,
1, 1996, pp. 78-80.
3 GOLDBERG, HARNER, LOVELL, PODELL, RIGGIO, Cognitive Bias, Functional Cortical
Geometry, and the Pronta! Lobes: Laterality, Sex, and Handedness, cit.
4 LEMAY, Morphological Cerebral Asymmetries o/ Modem Man, Fossi! Man, and Nonhu-
man Primate, cit.
5 M.C. DIAMOND, Rat Forebrain Morphology: Right-Le/t; Male-Female; Young-Old; Enri-
ched-lmpoverished, in Cerehral Laterality in Nonhuman Species, cit; M.C. DIAMOND, G.A.
DoWLING, e R.E. ]OHNSON, Morphologic Cerebral Cortical Asymmetry in Male and Female
Rats, «Exp. Neurol.», 71, 2, 1981, pp. 261-68; GucK, MEIBACH, Cox, MAAYANI, Multiple and
Interrelated Functional Asymmetries in Rat Brain, cit; GLICK, Ross, HOUGH, Latera! Asymme-
try o/ Neurotransmitters in Human Brain, cit.
6 GucK, Ross, HOUGH, Latera! Asymmetry o/ Neurotransmitters in Human Brain, cit.;
SANDU, COOK, DIAMOND, Rat Cortical Estrogen Receptors: Male-Female, Right-Left, cit.
7 GucK, Ross, HOUGH, Latera! Asymmetry o/ Neurotransmitters in Human Brain, cit.
8 Per una trattazione dell'argomento si vedano GOLDBERG, HARNER, Lovr.u., P<>lll u,
RIGGIO, Cognitive Bias, Functional Cortical Geometry, and the Pronta! Lobes: 1•IM'1dit1•. Sn,
and Handedness, cit.; SPRINGER, DEUTSCH, Le/t Brain, Right Brain: Perspectùic fm111 ( 'n,1:111111•r
Neuroscience, cit.; D.W. LEWIS e M.C. DIAMOND, The In/luence o/ the (,'01111.l St1•1r11,/1 1111 tli. ·
268 NOTE

Asymmetry o/ the Cerebral Cortex, in Brain Asymmetry, a cura di R.J. Davidson, Hugdahl,
MIT Press, Cambridge (Mass.) 1995, pp. 31-50.
9 K.S. KENDLER, D. W ALSH, Gender and Schizophrenia: Results o/ an Epidemiologically-
Based Pamily Study, «Br. J. Psychiatry>>, 167, 2, 1995, pp. 184-92.
10 E. SHAPIRO, A.K. SHAPIRO,J. CLARKIN, Clinica! Psychological Testing in Tourette's Syn-
drome, «]. Pers. Assess.», 38, 5, 1974, pp. 464-78.
11 S.L. ANDERSEN, M.H. TEICHER, Sex Di/ferences in Dopamine Receptors and Their Rele-
vance toADHD, «Neurosci. Biobehav. Rev.», 24, 1, 2000, pp. 137-41.
12 S.K. MIN, S.K. AN, D.I. ]ON, J.D. LEE, Positive and Negative Symptoms and Regional
Cerebral Per/usion in Antipsychotic-Nai've Schizophrenic Patients: A High-Resolution SPECT
Study, «Psychiatry Res.», 90, 3, 1999, pp. 159-68; R.E. GuR, S.M. RESNICK, R.C. GuR, Latera-
lity and Frontality o/ Cerebral Blood Plow and Metabolism in Schizophrenia: Relationship to
Symptom Speci/icity, «Psychiatry Res.», 27, 3, 1989, pp. 325-34.
13 P. FLOR-HENRY, The Obsessive-Compulsive Syndrome: Re/lection o/ Prontocaudate
DYsregulation o/ the Left Hemisphere?, «Encephale», 16 (edizione speciale), 1990, pp.
325-29.
14 L. BAVING, M. LAUCHT, M.H. SCHMIDT, Atypzcal /rontal Brain Activation in ADHD:
Preschool and Elementary School Boys and Girls, <<]. Am. Acad. Child. Adolesc. Psychiatry»,
38, 11, 1999, pp. 1363-71.
15 GOLDBERG, HARNER, LOVELL., PODELL, R!GGIO, Cognitive Bias, Punctional Cortical
Geometry, and the Pronta! Lobes: Laterality, Sex, and Handedness, cit.
16 D. KIMURA, Sex Di/ferences in Cerebral Organization /or Speech and Praxic Functions,
«Can. ]. Psychol.», 37, 1, 1983, pp. 19-35.
17 F.B. Wooo, D.L. FLOWERS e C.E. NAYLOR, Cerebral Laterality in Punctional Neuroi-
maging, in Cerebral Laterality: Theory and Research. The Toledo Symposium, a cura di F.L.
Kittle, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale 1991, pp. 103-15.
18 B.A. SHAYWITZ, S.E. SHAYWITZ, K.R. PUGH, R.T. CONSTABLE, P. SKUDLARSKI, R.K.
FULBRIGHT, R.A. BRONEN, J .M. FLETCHER, D.P. SHANKWEILER, L. KATZ, Sex Dzfferences in
the Functional Organization o/ the Brain /or Language, «Nature», 373, 6515, 1995, pp. 607-
609.
19 S.F. WITELSON, The Brain Connection: The Corpus Callosum is Larger in Le/t-Handers,
«Science», 229, 1985, pp. 665-68; M. HABIB, D. GAYRAUD, A. OLIVA,]. REGIS, G. SALAMON,
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with Brain Magnetic Resonance Imaging, «Brain Cogn.», 16, 1, 1991, pp. 41-61.
20 ]. HARASTY, K.L. DOUBLE, G.M. HALLIDAY, ].]. KRILL, D.A. MCRITCHIE, Language-As-
sociated Cortical Regions are Proportionally Larger in the Pemale Brain, «Arch. Neurol.», 54,
2, 1997, pp. 171-76;]. HARASTY, Language Processing in Both Sexes: Evidence /rom Brain Stu-
dies, «Brain», 123, 2, 2000, pp. 404-406.
21 M. MISHKIN, K.H. PRIBRAM, Analysis o/ Effects o/ Pronta! Lesions in Monkeys: I Varia-
tions o/Delayed Alterations, <<]. Comp. Physiol. Psychol.», 48, 1995, pp. 492-95; M. MISHKIN
e K.H. PRIBRAM, Ana/y;is of E!fect; of Frontal Le;ium in l'vfunkey;: II Vàriatium u/Dt:layed Al-
terations, <<]. Comp. Physiol. PsychoL», 49, 1956, pp. 36-40.
22 GOLDBERG, HARNER, LOVELL, PODELL, R!GGIO, Cognitive Bias, Functional Cortical
Geometry, and the Frontal Lobes: Laterality, Sex, and Handedness, cit.
23 ]. BRADSHAW, L. ROGERS, The Evolution o/ Latera! Asymmetries, Language, Tool Use,
and Intellect, Academic Press, San Diego 1993.
24 S. SPRINGER, DEUTSCH, Le/t Brain, Right Brain: Perspective /rom Cognitive Neuroscien-
ce, cit.
25 Ibid.
26 Mortimer Mishkin, comunicazione personale, 1994.
27 GoLDBERG, HARNER, LOVELL., PODELL, R!GGIO, Cognitive Bias, Func,tional Cortical
Geometry, and the Frontal Lobes: Laterality, Sex, and Handedness, cit.
28 EBSTEIN, NOVIK, UMANSKY, PRIEZ, 0SHER, BLAINE, BENNETT, NEMATOV, KATZ, BELL-
MAKER, Dopamine D4 Receptor (D4DR) Exon III Polymorphism Associated with the Human
NOTE 269
Personality Trait o/ Novelty Seeking, cit; J. BENJAMIN et al., Population and Familial Associa-
tion between the D4 Dopamine Receptor Gene and Measures o/ Novelty Seeking, «Nat. Ge-
net.», 12, 1, 1996, pp. 81-84.
29 D.L. ORSINI, P. SATZ, A Syndrome o/ Pathological Left-Handedness: Correlates o/
Early Le/t Hemisphere Injury, «Arch. Neuro!.», 43, 4, 1986, pp. 333-37; P. SATZ, P. COOK,
M.C. DIAMOND, The Pathological Left-Handedness Syndrome, «Brain. Cogn.», 4, 1, 1985,
pp. 27-46.
30 G. RAJKOWSKA, P.S. GoLDMAN-RAKIC, Cytoarchitectonic De/inition o/ Pre/rontal Areas
in the Normai Human Cortex: II. Variability in Locations o/Areas 9 and 46 and Relationship to
the Talairach Coordinate System, «Cereb. Cortex», 5, 4, 1995, pp. 323-37; G. RAJKOWSKA e
P.S. GoLDMAN-RAKIC, Cytoarchitectonic Definition o/ Prefrontal Areas in the Normai Human
Cortex: I. Remapping o/ Areas 9 and 46 Using Quantitative Criteria, <<Cereb. Cortex», 5, 4,
1995, pp. 307-22.
31 H.E. GARDNER, Intelligenze multiple, Anabasi, Milano 1994.
32 D. GOLEMAN, Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1999.
33 S.J. GouLD, Intelligenza e pregiudizio, Il Saggiatore, Milano 1998.
34 S.F. WITELSON, D.L. KIGAR, T. HARVEY, The Exceptional Brain of Alberi Einstein,
«Lancet»,353, 9170, 1999, pp. 2149-53.
3' C.D. FRITH, U. FRITH, Interacting Minds: A Biologica! Basis, «Science», 286, 5445,
1999, pp. 1692-95.
36 Ibid.
37 G.G. GALLUP JR., Absence o/ Self-Recognition in a Monkey (Macaca fascicularis) Fol-
lowing Prolonged Exposure to a Mirror, «Dev. Psychobiol», 10, 3, 1977, pp. 281-84; M.D.
HAUSER, J. KRALIK, C. Borro-MAHAN, M. GARRETT, J. 0SER, Self-Recognition in Primates:
Phylogeny and the Salience of Species-Typical Features, «Proc. Nati. Acad. Sci. USA», 92, 23,
1995, pp. 10811-814.
38 HAUSER et al., Self Recognition in Primates: Phylogeny and the Salience of Species-Typt~
cal Features, cit.
39 FRITH, FRITH, Interacting Minds: A Biologica! Basis, cit.
40 ]AYNES, The Origin o/ Consciousness in the Breakdown o/ the Bicameral Mind, cit.
41 Ibid.

Capitolo 7 - Quando il leader è colpito


1 DAMASIO, !;errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello umano, cit.
2 E. GOLDBERG, Introduction: The Frontal Lobes in Neurologica! and Psychiatric Condt~
tions, «Neuropsychiatry Neuropsychol. Behav. Neuro!.», 5, 4, 1992, pp. 231-32.
3· Ibid.
4 A. LILJA, S. HAGSTADIUS, T. RrSBERG, L.G. SALFORD, G.J. SMITH, Frontal Lobe Dvna-
mics in Brain Tumor Patients: A Study of Regional Cerebral Blo~d Flow and Affective Cha~ges
Be/ore and after Surgery, <<J. Neuropsychiatry Neuropsychol. Behav. Neuro!.», 5, voi. 1992.
5 M.S. NOBLER, H.A. SAKHEIM, l. PROHOVNIK, J.R. MOELLER, S. MUKHERJEE, D.B.
SCHUR, J. PRUDIC, D.P. DEVANAND, Regional Cerebral Blood flow in Mood Disorders: III.
Treatment and Clinica/ Response, «Arch. Gen. Psychiatry>>, 51, 11, 1994, pp. 884-97.
6 J. RrSBERG, Regional Cerebral Blood Flow Measurements by 133 Xe-Inhalation: Methodo-
logy and Applications in neuropsychology and Psychiatry, «Brain Lang.», 9, 1, 1980, pp. 9-34.
7 WG. HONER, I. PROHOVNIK, G. SMITH, L.R. LuCAS, Scopolamine Reduces Pronta! Cor-
tex Perfusion, <<J. Cereb. Blood. Flow Metab.», 8, 5, 1988, pp. 635-41.
8 GOLDBERG, KLUGER, GRIESING, MALTA, SHAPIRO, FERRIS, Early Diagnosi.i· o/ Fro11tril·
Lobe Dementias, cit.
9 GOLDBERG, Introduction: The frontal Lobes in Neurologica! and Psyd1iat1·w ( :r111d1
tions, cit.
10 ]ACKSON, Evolution and Dissolution of the Nervnus System, cit.
270 NOTE

11 LURIA, Le /unzioni corticali superiori nell'uomo, cit.


12 E. GOLDBERG, L.D. COSTA, Qualitative Indices in Neuropsychological Assessment: An
Extension o/ Luria's Approach to Executive Deficit Following Pre/rontal Lesion, in Neuropsy-
chological Assessment o/ Neuropsychiatric Disorders, a cura di I. Grant, K.M. Adams, Oxford
University Press, New York 1985, pp. 46-64.
n Si veda Clinica! Neuropsychology, a cura di Heilman, Valenstein, cit.
14 E. MONIZ, Essai d'un traitement chirurgica! de certaines psychoses, «Bull Acad Natl
Med 115», 1936, pp. 385-92.
15 Si veda Clinica! Neuropsychology, a cura di K. Heilman, E. Valenstein, cit.
16 D.R Robert Iacono, comunicazione personale, gennaio 2000.
17 A. PLOGHAUS, I. TRACEY, J.S. GATJ, s. CLARE, RS. MENON, P.M. MATTHEWS, J.N.
RAWLINGS, Dissociating Pain /rom Its Anticipation in the Human Brain, «Science», 284, 5422,
1999, pp. 1979-81.
18 D.H. INGVAR, Memory o/ the Future: An Essay on the Tempora! Organization of Con-
scious Awareness, «Hum Neurobiol», 4, 3, 1985, pp. 127-36.
19 GOLDBERG, COSTA, Qualitative Indices in Neuropsychological Assessment: An Exten-
sion o/ Luria's Approach to Executive Deficit Following Pre/rontal Lesion, p. 55, cit.
20 F. LHERMITTE, Uttlization Behavior and Its Relationship to Lesions o/ the Pronta! Lobes,
«Brain», 106, 1983, pp. 237-55.
21 Per una descrizione più dettagliata si veda M.D. LEZAK, Valutazione neuropsicologica.
Teoria e pratica, Edra, Milano 2000.
22 P. Goldman-Rakic, comunicaiione personale, febbraio 1991.
23 K. BRODMANN, Neue ergebnisse iiber die vergleichende histologische Lokalisation der
Grosshirnrinde mit besonderer Beriicksichtigung des Stirnhirns, «Anat Anz», 41, 1912, suppi.,
pp. 157-216. Citato in FuSTER, The Pre/rontal Cortex: Anatomy, Physiology, and Neuropsycho-
logy o/ tbe Pronta! Lobe, cit.
24 BARKLEY, ADHD and the Nature o/Self-Control, cit.
25 S.L. RAuCH, M.A. }ENIKE, N.M. ALPERT, L. BAER, H.G. BREITER, C.R. SAVAGE, A.J. 26.
FISCHMAN, Regional Cerebral Blood Flow Measured during Symptom Provocation in Obsessi-
ve-Compulsive Disorder using Oxygen 15-Labeled Carbon Dioxide and Positron Emission To-
mography, «Arch. Gen. Psychiatry>>, 51, 1, 1994, pp. 62-70.
26 LURIA, Le /unzioni corticali superiori nell'uomo, cit.
27 GOLDBERG, D. TUCKER, Motor Perseverations and Long-Term Memory /or Visual
Forms, <<J Clin Neuropsychol», 1, 4, 1979, pp. 273-88.
28 D.A. GRANT e E.A. BERG, A Behavioral Analysis o/ Degree o/ Reinforcement and Base
o/ Shtfting to New Responses in a Weigl-Type Card-Sorting Problem, <<J. Exp. Psychol.», 38,
1948, pp. 404-11.
29 Per un'analisi si veda Clinica! Neuropsychology, a cura di K. Heilman, E. Valen-
stein, cit.
30 E. GOLDBERG, W.B. BARR, Three Po.rsihle Mechanùms o/Unawareneu Deficit, in Awa-
reness o/ Deficit after Brain Injury, a cura di G. Prigatano, D. Schacter, Oxford University
Press, New York 1991, pp. 152-75.
31 Ibzd.

Capitolo 8 - Maturità sociale, senso morale, legge e lobi frontali


1 H. OPPENHEIM, Zur Pathologie der Grosshirngeschwulste, «Arch. Psychiatry>>, 21,
1889, p. 560.
2 A. SCHORE, A/fect Regulation and the Origino/ the Se!/: The Neurobiology o/Emotional
Development, Lawrence Erlbaum Associates, Hillsdale 1999.
3 S.W. ANDERSON, A. BECHARA, H. DAMASIO, D. TRANEL, A.R DAMASIO, lmpairment of
Socia! and Mora! behavior Related to Early Damage in Human Prefrontal Cortex, «Nat. Neu-
rosci.», 2, 11, 1999, 1032-37.
NOTE 271
4 M.L POSNER, M.K. ROTIIBARf, Attention, Self-Regulation and Consciousness, «Philos
Trans. R. Soc. Lond. B. Biol. Sci.», 353, 1377, 1998, pp. 1915-27.
5 P.L YAKOVLEV, A.R. LECOURS, The Myelogenetic Cycles o/ Regional Maturation o/ the
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6 W. GOLDING, Il Signore delle mosche, Mondadori, Milano 2002.
7 J. VOLAVKA, Neurobiology o/ Violence, American Psychiatric Press, Washington 1995;
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8 E. GOLDBERG, R.M. BILDER, J.E. HuGHES, S.P. ANTIN, S. MArns, A Reticulo-Frontal
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9 A. RAINE, M. BUCHSBAUM, L. LACASSE, Brain Abnormalities in Murderers Indicated by
Positron Emission Tomography, «Biol Psychiatry», 42, 6, 1997, pp. 495-508.
10 A. RAINE, T. LENCZ, S. BIHRLE, L. LACASSE, P. COLLETI1, Reduced Prefrontal Gray Ma-
ter Volume and Reduced Autonomie Activity in Antisocial Personality Disorder, <<Arch Gen
Psychiatry>>, 57, 2, 2000, pp. 119-27; discussione, pp. 128-29.
11 A.R. LURIA, Higher Cortical Functions in Man, op. cit.
12 E. GOLDBERG, K. 0DELL, R. BILDER, J. JAEGER, The Executive Contro! Battery, «Psych
Press», Australia 2000; E. GOLDBERG, K. PODELL, R. BILDER, J. JAEGER, Test /or bedomning
av exekutive dysfunktion, «Psykologiforlaget AB», Svezia 1997.
lJ Per la descrizione dei test si veda M.D. LEZAK, Valutazone neuropsicologica. Teoria e
pratica, op. cit.
14 O.W. SACKS, I.:uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi, Milano 2002.

Capitolo 9 - Disconnessioni fatali


1 N. GESHWIND, Disconnexion Syndromes in Animals and Man, «Brain», 88, 1965, pp.
237-94.
2 GOLDBERG, BILDER, HUGHES, ANTIN, MATI1S, A Reticulo-Frontal Disconnection Syn-
drome, cit.
3 E. GOLDBERG, S.P. ANTIN, R.M. BILDER}R, L.J. GERSTMAN, J.E. HUGHES, s. MATTIS,
Retrograde Amnesia: Possible Role o/ Mesencephalic Reticular Activation in Long-Term Me-
mory, «Science>>, 213, 4514, 1981, pp. 1392-94.
4 Per una trattazione generale dell'argomento si veda Handbook o/ Schizophrenia, a cura
di H.S. NASRALLAH, Elsevier, New York, 1991.
5 E. KRAEPELIN, Dementia Praecox and Paraphrenia, voi. 4, E.S. Livingstone, Edimburgo
1919/1971, p. 219 (trad. it. Dementia praecox, a cura di G. e P. Kantzas, ETS Sigma-tau, Pisa
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6 K.F. BERMAN, R.F. ZEc, D.R. WEINBERGER, Physiologic Dy4unction ofDorsolateral Pre-
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nal Cerebral Blood Flow Evidence, «Arch. Gen. Psychiatry>>, 43, 2, 1986, pp.114-24.
7 B. MILNER, Effects o/ Di/ferent Bra in Lesions in Card Sorting: The Role o/ the Franta! Lo-
bes, «Arch. NeuroL», 9, 1963, pp. 100-10; WEINBERGER, BERMAN, ZEC, Physiologic Dysfunc-
tion o/ Dorsolateral Pre/rontal Cortex in Schizophrenia: I. Regional Cerebral Blood Flow Evi-
dence, cit.
8 G. FRANZEN, D.H. INGVAR, Absence o/ Activation in Pronta! Structures during Ps,ycho,
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chiatry», 41, 12, 1984, pp. 1159-66.
272 NOTE

9 D.R. WEINBERGER, K.F. BERMAN, Speculation on the Meaning o/ Cerebral Metabolic Hy-
pofrontality in Schizophrenia, «Schizophr. Bull», 14, 2, 1988, pp. 157-68.
10 E. VALENSTEIN, Cure disperate: illusioni e abusi nel trattamento delle malattie mentali,
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11 J.R. STEVENS, An Anatomy o/ Schizophrenia?, «Arch Gen Psychiatry>>, 29, 2, 1973, pp.
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12 Per una trattazione generale dell'argomento si veda J.R. COOPER, F.E. BLOOM, R.H.
Rorn, The Biochemical Basis o/ Neuropharmacology, Oxford University Press, New York
1996, VII ed.
13 M. CARLSSON, A. CARLSSON, Schizophrenia: A Subcortical Neurotransmitter Imbalance
Syndrome?, «Schizophr. Bull.», 16, 3, 1990, pp. 425-32.
14 Per una trattazione generale si veda COOPER, BLOOM, Rorn, The Biochemical Basis o/
Neuropharmacology, cit.
15 E.S. GERSHON, R.O. RtEDER, Major Disorders o/ Mind and Brain, «Sci. Am.», 267, 3,
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17 NATIONAL lNSTITIJTE OF NEUROLOGICAL DISORDERS AND STROKE, lnteragency Head
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18 J.C. MASDEU, H. ABDEL-DAYEM, R.L. VAN HEERTUM, Head Trauma: Use o/SPECT, «]
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19 E. GOLDBERG, D. BoUGAKOV, Nove! Approaches to the Diagnosis and Treatment o/
Pronta! Lobe Dysfunction, in International Handbook o/ Neuropsychological Rehabilitation, a
cura di A.-L. CHRISTENSEN e B.P. UZZEL, Kluwer Academic/Plenum Publishers, New York
2000, pp. 93-112.
20 Ibid.
21 BARKLEY, ADHD and the Nature o/ Sel/-Control, cit.
22 Tratto da Possible Poetry, una raccolta di poesie inedite che Toby scrisse da adole-
scente, nel periodo passato sulle strade di Sydney. Qui riprodotta con il permesso dell'au-
tore.
23 G.G. TOURETIE, Étude sur une affection nerveuse caractérisée par de l't'ncoordinatzon
motrice accompagnée d'écholalie et de copralalie, «Arch. Neuro!.», 9, 1885.
24 C.W. BAZIL, Seizures in the Li/e and Works o/ Edgar Allan Poe, «Arch Neuro!», 56, 6,
1999, pp. 740-43; E.A. POE, Tutti i racconti e le poesie, Le Lettere, Firenze 1990.
25 SHAPIRO, SHAPIRO, CLARKIN, Clinica! Psychological Testing in Tourette's Syndrome, cit.
26 D.M. SHEPPARD, J.L. BRADSHAW, R. PURCELL, C. PANTELIS, Tourette's and Comorbid
Syndromes: Obsessive Compulsive and Attention Deficit Hyperactivity Disorder. A Common
Etiology?, «Clin. Psychol. Rev.», 19, 5, 1999, pp. 531-52.
27 O.W SACKS, Tourette's Syndrome and Creativity, «Br. MeJ. J.», 305, 1992, pp. 1515-16.
28 L. HANDLER, Twitch and Shout: A Touretter's Tale, Piume, New York 1999.

Capitolo 1O- «Che cosa potete fare per me? »


1 E. GOLDBERG, L. J. GERTSMAN, S. MATIIS, J.E. HUGHES, C.A. S!RIO, R.M. BILDER JR,
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7 D. GOLDEN, Building a Better Brain, «Life, luglio», 1994, pp. 62-70.
8 A. DAMASIO, I: errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello umano, cit; A. DAMASIO,
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9 J.W. RoWE, R.L. KAHN, Successful Aging, Pantheon, New York 1998.
10 R. KATZMAN, The Prevalence and Malignancy o/ Alzheimer's Disease: A Major Killer,
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11 A. NEWELL, H.A. SIMON, Human Problem Solving, Prentice-Hall, Englewood Cliffs,

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15 E. Gouw, P. TANAPAT, B.S. MCEWEN, G. FLUGGE, E. FUCHS, Proliferation of Granule
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16 E. GOULD, A.J. REEVES, M.S. GRAZIANO, C.G. GROSS, Neurogenesis in the Neocortex of
Adult Primates, «Science», 286, 5439, 1999, pp. 548-52.
17 G. KEMPERMANN, H.G. KUHN, e F.H. GAGE, More Hippocampal Neurons in Adult Mi-
ce Living in an Enriched Envirunment, «Nature», 386, 6624, 1997, pp. 493-95.
18 Ibid.
19 Ibid.
20 M.S. ALBERT, K.JONES, C.R. SAVAGE, L. BERKMAN, T. SEEMAN, D. BLAZER,].W RoWE,
Predictors o/ Cognitive Change in Older Persons: MacArthur Studies o/ Successful Aging, «Psy-
chol. Aging». 10, 4, 1995, pp. 578-89.
21 D.A. SNOWDON, S.J. KEMPER, J.A. MORTIMER, L.H. GREINER, D.R. WEKSTEIN, W.R.
MARKESBERY, Linguistic Ability in Early Li/e and Cognitive Function and Alzheimer's Disease
in Late Lzfe: Findings /rom the Nun Study (see Comments), <<]ama>>, 275, 7, 1996, pp. 528-32.
22 Ibid.
23 F. DELLU, W. MAYO, M. VALEE, M. LE MoAZ, H. SIMON, Facz1itation of Cor,11itù•1•
Performance in Aged Rats by past Experience Depends on the Type oflnformt1IÙJ11 />1'1111•111111:
lnvolved: A Combined Cross-Sectional and Longitudinal Study, «Ncurohiol,I.rnrn Mm1n f1/,
2, pp. 121-28, 1997.
274 NOTE

24 K.W. SCHAIE, S.L. WILLIS, Can Decline in Adult Intellectual Functioning be Reversed?,
«Dev. Psychol.», 22, 2, 1986, p. 223.
25 HEISS, l<ESSLER, MIELKE, SZELIES, HERHOLZ, Long-Term E/fects of Phosphatidylserine,
Pyritinol, and Cognitive Training in Alzheimer's Disease: A Neuropsychological, EEG, and PET
Investigation, cit.
26 M. MIRMIRAN, E.J. VAN SOMEREN, e D.F. SwAAB, Is Brain Plasticity Preserved during
Aging in Alzheimer's Disease, «Behav. Brain. Res.», 78, 1, 1996, pp. 43-48.
27 E.A. MAGUIRE, D.G. GADIAN, I.S. ]OHNSRUDE, C.D. Gooo, J. AsHBURNER, R.S.
FRAKOWIAK, C.D. FRITH, Navigation-Related Structural Change in the Hippocampi o/Taxi Dri-
vers, «Proc. Nati. Acad. Sci. USA», 97, 8, 2000, pp. 4398-4403.
28 McNAUGHTON, Associative E.attern Competition in Hippocampal Circuits: New Evzden-
ce and New Questions, cit.; McNAUGHTON, MORRIS, Hippocampal Synaptic Enhancement and
Information Storage, cit.

Capitolo 11 - I lobi frontali e il paradosso della leadership


1 FoDOR, Preciso/ the Modularity o/ Mind, cit.
2 GOLDBERG, Gradiental Approach to Neocortical Functional Organization, cit.; GOLD-
BERG, Higher Cortical Functions in Humans: The Gradiental Approach, cit.; E. GOLDBERG,
Rise and al! o/ Modular Orthodoxy, «]. Clin. Exp. Neuropsychol.», 17, 2, 1995, pp. 193-
208.
3 W.S. McCULLOCH, W. PITTS, A Logica/ Calculus o/ the Ideas Immanent in Nervous Acti-
vity. 1943 Classic Artide, «Bull Match Biol», 52, 1-2, 1990, pp. 99-115.
4 GOLDBERG, Gradiental Approach to Neocortical Functional Organization, cit.
5 Brain, Behavior and Evolution, a cura di D. Oaklcy c H. Plotkin, cit.
6 S. NUNN, A.N. STULBERG, The Many Faces o/ Modern Russia, «Foreign Affairs», 79, 2,
2000, pp. 45-62.
7 M. SIMONS, In New Europe, a Lingua! Hodgepodge, «The New York Times», 17 otto-
bre 1999, A4.
8 K. OHMAE, La fine dello Stato-nazione: l'emergere delle economie regionali, Baldini &
Castoldi, Milano 1996.
9 P. LEWJS, As Nations shed Roles, is Medieval the Future?, «The New York Times», 2
gennaio 1999, B7, B9.
10 R.D. KAPLAN, Coming Anarchy: Shattering the Dreams o/ the Pmt Cold War, Random
House, New York 2000.
11 S.J. KOBRIN, Back to the Future: Neo-Medievalism and Post-Modern Digita! World,

<<Journal of International Affairs», 51, 2, 1998, pp. 361-86.


12 McCULLOCH, PITTS, A Logica/ Calculus o/ the Ideas Immanent in Nervous Activity:
1943 Oa«iral Artirlf', cit.
13 KAPLAN, Coming Anarchy: Shattering the Dreams o/ the Post Cold War, cit.
14 The Marx-Engels Reader, a cura di E.D. Tucker, W.W. Norton, New York 19782 . Co-
me slogan ideologico nella vecchia Unione Sovietica, questa espressione acquistò una nota
distintamente sadica, vagamente simile a «Arbeit Macht Frei» (l'espressione tedesca per «il
lavoro rende liberi», un'insegna sui cancelli di Auschwitz). Nel 1968, l'anno della repres-
sione della primavera di Praga, a Mosca circolava un'amara storiella, e cioè che l'allora pre-
sidente cecoslovacco, generale Svoboda («svoboda» in russo significa «libertà») fosse stato
rinominato generale Poznannaya Neobhodimostj («Generale Necessità Riconosciuta»).

Epilogo
1 B. SPINOZA, Etica dimostrata secondo l'ordine geometrico, Bollati Boringhieri, Torino
1992.
NOTE 275
2 Ibzd.
3 McCULLOCH, PITTS, A Logica! Calculus o/ the Ideas Immanent in Nervous Activity:
1943 Classica/ Artide, cit. W. PlTTS, W.S. McCULLOCH, How e know Universals: The Percep-
tion o/Auditory and Visual Forms, «Bull. Math. Biophys.», 9, 1947, pp. 127-47.
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Indice analitico

acetilcolina, 44 autismo, 125


acido gamma-aminobutirrico (GABA),
44, 191 Benson, F., 52
ADD, vedi disturbo da deficit di atten- Bernstein, N., 25
z10ne Braca, P., 58
ADHD, vedi disturbo da deficit di at- Brodmann, K., 49
tenzione e iperattività area di, 50
afasia, 58 Bull,H.,253
agnosia associativa, vedi principio del
gradiente Cartesio, R., 260
agonisti dopaminergici, leggere lesioni CBT (Cognitive Bias Task), vedi compi-
cerebrali traumatiche e funzioni to del pregiudizio cognitivo
esecutive, 222-224 CEO (chief executive officer) e ruolo di
AIDS, 18, 193 leader, 37, 99
Altman,J., 234 cervello (vedi anche lobi frontali; cor-
Alzheimer, morbo di, 18, 104-106, 135- teccia prefrontale)
137, 193, 221-223, 226, 233, 237, anatomia macroscopica, 45-52
241 amigdala, 47, 52
l'esercizio cognitivo e le monache di cervelletto, 47, 52
Mankato, 23 7 corteccia del cingolo, 47, 52
statistica, 226 diencefalo, 47
trattamento farmacologico, 221-223 gangli basali, 46, 52
anosognosia, 159-161 globo pallido, 47
anticolinesterasi, vedi Alzheimer, mor- ipotalamo, 47, 52
bo di (trattamento farmacologico) ippocampo, 47, 52
aree corticali coinvolte nel disegno sot- metafora dell'albero, 45
to dettatura, 155 nuclei e regioni, 45
asimmetrie emisferiche, 59 nucleo caudato, 47
biochimica cerebrale, 60, 114 nucleo talamico dorsonwdinle, '>I,
nella patologia cerebrale, 117 52
nelle scimmie antropomorfe, 60 putamcn, 47
290 INDICE ANALITICO

talamo, 46, 52 livello di istruzione, 236-238


tronco encefalico, 45, 52 differenze di genere nel prendere deci-
cervello, struttura (vedi anche cervello, sioni
anatomia macroscopica; principio compito del pregiudizio cognitivo,
del gradiente; modularità) 101-106, 114-115
a livello cellulare, 43-45 e neocorteccia, 117 -119
complessità, 43-44, 247-248 nelle lesioni cerebrali, 115-118
plasticità nel corso della vita, 234 disconnessione reticolofrontale, sindro-
rapporto fra dimensioni di una re- me da
gione e fattori ambientali, 242 disegno schematico, 187
Chruscev, N.S., 24 meccanismo, 187, 193-194
circuito dell'attenzione, 197 studio di un caso (Kevin), 182-188
e ADHD, 197-200 disconnessione, sindrome da, 185-186
compito del pregiudizio cognitivo dislessia, 125
(CBT), 101-102 disturbo da deficit di attenzione
danno cerebrale, 115-118 (ADD), 16, 19, 125, 136, 194-200
demenza di tipo Alzheimer, 104-106 come fenomeno sociale, 195
differenze di genere nell'attività de- disturbo da deficit di attenzione e ipe-
cisionale, 101-106, 114-115 rattività (ADHD), 16, 117, 152,
influenza del sito della lesione sulla
194-200
prestazione, 102
come disfunzione del circuito del-
scheda del test, 101
1'attenzione, 197 -200
complessità (vedi anche cervello, strut-
studio di un caso (Toby), 200-206
tura), 249-254
disturbo ossessivo-compulsivo, 16, 136.
comportamento contesto-dipendente,
154
149
dopamina, 44, 51, 60, 124, 186, 190-
coprolalia, 210
corteccia prefrontale (vedi anche lobi 192, 209, 223
frontali; memoria), 51 dorsolaterale, sindrome, 139-141, 162
definizione strutturale di, 5 0-51 casi clinici,141-150, 153-159
e coscienza, 52 lobotomia, 140
sua percentuale rispetto alla cortec- dualismo cartesiano, 14, 180
cia totale, nel corso dell'evoluzione,
49 ecolalia ,149
sue connessioni, 52 ecoprassia, 149
Costa, L., 43 Engels, F., 257
Courtney, S., 97 esercizio cognitivo (vedi anche Alzhei-
creatività e malattia mentale, 208 mer, morbo di, l'esercizio cognitivo
e le monache di Mankato)
Damasio, A., 52, 165, 225 effetti sul metabolismo cerebrale del
e l'«errore di Cartesio» 14, 136 glucosio, 239
decisioni «centrate sull'attore>>, vedi lobi farmaci neurostimolanti, 234
frontali (Adaptive Decision Making) proliferazione neuronale, 236
Dellu, F., 238 Executive Contro! Battery (serie di
demenza (vedi anche Alzheimer, morbo test), 172
di), 18, 19, 226-227
INDICE ANALITICO 291

farmacologia «cognotropa», 19, 194, lesioni frontali, disfunzione frontale in


221-224 loro assenza, 192-194
fattore G e «intelligenze multiple», 126- farmacologia cognotropa, 194, 224
127 neuroimmagini testimonianti l'ipo-
fitness cognitiva frontalità, 193
concetto 240-242 Lewis, P., 253
modello 242-243 Lewy, malattia dei corpi di, 233, 241
storia e moderne tendenze 227 -230 linguaggio
funzioni esecutive, vedi lobi frontali rappresentazione corticale distri-
(«brillantezza»; funzione) buita, 87
Fuster, J., 52, 94 lobi frontali (vedi anche corteccia pre-
frontale; differenze di genere nel
Gall, F.J. 54, 56, 75 prendere decisioni; dorsolaterale,
mappe e frenologia, 54-58 sindrome; lobi frontali, loro matura-
Gardner, M., 126 zione; memoria; novità e lobi fron-
Gates, B., 230 tali; orbitofrontale, sindrome; teoria
Geshwind, N., 186 della mente; vulnerabilità biologica)
glutammato, 44, 191 Adaptive Decision Making (decisio-
Gold,J., 69, 91 ni «centrate sull'attore»), 98-100,
Goldman-Rakic, P., 52, 94, 97, 151 113
Goleman, D., 126 «brillantezza», 128
Gould, F., 234 come fattore vincolante corticale,
Grossberg, S., 63 248
differenziamento fra sé e non sé,
Iacono, R., 140 132-134
immunodeficienza acquisita, sindrome funzione, 40-42
da, vedi AIDS linguaggio, 41
Ingvar, D., 146 metafora del CEO, 40-42
morbo di Alzheimer, 13 7
Jackson, H., 51, 94, 138 «motori di ricerca» (analogia), 256
Jacobsen, C., 94 «ricordi del futuro», 146-147, 150-
Jaynes,J. 152
corteccia prefrontale e voci divine, lobi frontali, loro maturazione
39-40, 71 moralità e comportamento crimina-
discriminazione del sé e non sé, le, 164-166, 169-173
133-134 regolazione del disagio, 166
riti di passaggio, 166-169
Kaplan, R., 253, 255 lobotomia, vedi dorsolaterale, sindrome
Kleist, R., 56 Lurija, A.R., 14, 17, 23-26, 31-33, 35,
mappe corticali, 56, 57 51,60,81,94,225,231,260
Kobrin, S., 254 Lysenko, T., 232
Kraepelin, E., 188
Martin, A., 67, 86
Leont'ev, A., 24 Masdeu,J., 193
lesioni cerebrali traumatiche (vedi an- McCulloch, ~,254,261
che lesioni frontali) McEwen, B., 234
statistica, 192 Meicr-Gracfc, J., 40
292 INDICE ANALITICO

memoria uso preferenziale di una mano, 123


come metafora, 18
di lavoro e lobi frontali, 92-98 Ohmae, K., 252
Michelangelo, la «Creazione di Ada- orbitofrontale, sindrome, 139, 162-164
mo» e il cervello, 40 casi, 174-179
Mishkin, M., 120, 123
modularità, 75-77, 82, 83, 85, 245-249 perseverazione, 155-158
dissociazioni fort,i 75 inerzia della terminazione di un
mondo digitale, 255-256 comportamento, 143
Moniz, E., 140 sue varietà, 156
morbo Pick, morbo di, 173, 233
di Alzheimer, vedi Alzheimer, mor- Pitts, W., 254, 261
bo di Posner, M., 73, 166
di Pick, vedi Pick, morbo di Pribram, K., 99
principio del gradiente
neocorteccia (vedi anche neocorteccia, «agnosia associativa», 83-84
sua organizzazione) e neocorteccia, 79, 81-88
vantaggio evolutivo della, 247-249 e organizzazione cerebrale, 245-249
neocorteccia, sua organizzazione, 48- mondo digitale, 254-257
49, 78 rappresentazione della conoscenza,
differenze di genere, 117 -119 85-88
gradiente cognitivo, 79, 81-88 principio della doppia dissociazione 72
neuroimmagini funzionali, loro limita-
zioni, 73-74 Raichle, M., 70, 89
neurotrasmettitore, vedi acetilcolina; Raine, A., 171
acido gamma-aminobutirrico; do- rapporto fra corteccia frontale e totale,
pamina; glutammato; noradrenali- 49
na; serotonina; Reagan, R., 227
Nixon, R., 31 regioni citoarchitettoniche e/o mappe,
noradrenalina, 44, 60 48-51
Nottebohm, F., 234 reti neurali (vedi anche novità cognitiva
novità cognitiva e routine, 61-71 e routine)
attivazione cerebrale in funzione differenze cognitive di genere, 119
della familiarità del compito, 68 modelli del cervello, 246
meto<li tachiscopico e dicotico, 67 mondo digitale, 256
musica, 66 riabilitazione cognitiva
neuroimmagini, 65-71 concetto di «sistema funzionale», 231
prosopagnosia, 66 effetti del trattamento sul danno ce-
reti neurali, 63 rebrale, 239
novità e lobi frontali, 89-91 Risberg,J., 136-137
familiarità, 90, 91
neuroimmagini, 89-91 Sacks, O., 82, 180, 210-212
novità, ricerca della Schaie, W, 238
conoscenza acquisita ex novo e tra- Scheibel, A., 233
mandata, nelle scimmie, 120, 123 schizofrenia 16, 116, 125, 135-136, 143,
negli esseri umani, 120-121, 124 153, 188-192
INDICE ANALITICO 293
meccanismi biochimici della 190- teoria della mente, 129-130
191 e lobi frontali, 130-134
Schore, A., 164 terapia elettrocomvulsiva, 61
serotonina, 44 test di Stroop, vedi Stroop, test di
Simon, H., 61 Tilney, F., 39
sindrome, vedi disconnessione; discon- topologia dinamica, 248
nessione reticolofrontale; dorsolate- torsione di Yakovlev, vedi Yakovlev, tor-
rale; immunodeficienza acquisita; sione di
orbitofrontale; Tourette Tourette, sindrome di 16, 117, 136,
sistema di attivazione reticolare ascen- 207-219
dente (vedi anche disturbo da deficit comorbilità 211
di attenzione e iperattività, come di- meccanismi 209-211
sfunzione del circuito dell' attenzio- punto di vista del paziente 212-219
ne), 45, 186-187 sintomi 207 -211
sistema limbico, 48 trauma cranico (vedi anche lesioni cere-
Sontag, S., 18 brali traumatiche), 16
spazio di Talairach, vedi Talairach, spa- Tulving, E., 70
zio di
specializzazione emisferica (vedi anche
uso preferenziale di una mano
asimmetrie emisferiche; novità co-
disturbi mentali 125
gnitiva e routine)
mancinismo e creatività 122, 125
agnosia 160-161
negli esseri umani e negli animali
differenze di genere 59, 115-116,
122
119
linguaggio 59-61, 63 neuroimmagini 136-137
«paesaggi» cognitivi 72-75 stili cognitivi 122
planum temporale e scissura silviana vulnerabilità biologica dei lobi fron-
59-60 tali 136-138
Spinoza, B., 260-261
Stalin (losif Vissanovic Dfogasvili), 23, Vygotskij, L., 25
25,28
Stroop, test di, 150 Weinberger, D., 189
studi Wernicke, K., 58
dicotici, 67 Willis, S., 238
tachistoscopici, 67 Wisconsin Card Sorting Test, 158, 189
Stuss, D., 52 Witzelsucht, 162
Swaab, D., 241
Yakovlev, P., 59
Talairach, spazio di, 107 torsione di 59, 114