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INTERVISTA A MONSIGNOR CARLO CHENIS Segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa di Carla Piro

Michelangelo e Giulio II sono simbolo del dialogo vivace fra arte senza riserve ed una Chiesa rigorosa, ispiratrice di grandi opere. La committenza ecclesiastica ha in ogni tempo costituito un sostegno economico ma anche una sollecitazione a cogliere il divino nella sua espressione sensibile, chiedendo all’arte di soddisfare esigenze rituali e liturgiche. E’ il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento (dal divieto di rappresentare Dio alla manifestazione del Padre attraverso il Figlio) che giustifica la rappresentazione del sacro. Cristo rende possibile la mediazione dando ragione del rapporto spirituale fra individuo ed Altissimo e consentendone la raffigurazione estetica. La conseguente fioritura di arte cristiana si ferma di fronte alla cesura uomo-Dio dell’Umanesimo contemporaneo: il Novecento scopre il soggetto dalla complessa vita interiore; l’artista reclama autonomia espressiva nella ricerca del divino, rifiuta dettami della Chiesa e codici considerati accademici. Pesante è il disagio di fronte ad opere inadeguate al Mistero, tanto da indurre Pio XII nel 1947 a parlare di depravazione e deformazione della vera arte. Il Compito di ricomporre il dialogo è affidato alla Chiesa post conciliare e tenacemente sostenuto dai Pontefici. Il concilio Vaticano II (1962-65) voluto da Giovanni XXIII getta le basi per un rinnovato rapporto con cultura ed arte, considerate imprescindibili dall’Uomo. L’appello di Paolo VI ad una rigenerazione spirituale porterà nel 1973 alla Collezione di Arte Religiosa Moderna nei Musei Vaticani (il cui nucleo iniziale si deve a Pio XII) ed alla realizzazione di grandi opere affidate ad Annigoni, Bodini, Fazzini, Greco, Manzù, Mastroiannni, Minguzzi (molti dei quali portano a compimento lavori progettati sotto l’impulso del Pontificato di Giovanni XXIII). Sul suo solco si pone Giovanni Paolo II che rafforza il messaggio anche attraverso l’istituzione nel 1993 della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa (Segretario Don Carlo Chenis), fra i cui scopi è la promozione di nuova committenza, “così che anche la nostra epoca possa registrare opere che documentino la fede ed il genio della presenza della Chiesa nella Storia” . E’ un’ulteriore spinta propulsiva per lavori imponenti: a nomi storicizzati si affiancano scultori (Finotti, Pomodoro, Vangi), pittori (Di Stasio, Bondi, Botero) non di rado chiamati ad una collaborazione corale con architetti (Botta , Piano, Portoghesi) e teologi.

Don Carlo Chenis come è possibile ricondurre l’artista ad una degna e nuova committenza? Tre ingredienti: condivisione dell’esperienza religiosa fra artista e committente; interdisciplinarietà di competenze (teologiche, cultuali, psicologiche, iconografiche) a supporto del lavoro (perché l’artista non può avere la presunzione dell’autosufficienza); silenzio contestuale (capacità inserirsi nell’ambiente culturale ed architettonico a cui l’opera è destinata).

“Ogni vera intuizione artistica va oltre i sensi, penetra la realtà e si sforza di interpretare il mistero” (Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti). Questo la rende affine con il mondo della fede: arte autentica, ma non sacra. Qual è la differenza? Non vi è opposizione. L’arte autentica è sacra, perché cifra dell’impronta divina: è metafora -diceva Pio XII- che permette di superare l’angusto recinto del finito e ritrovare l’anelito verso l’infinito.

Per evocare il senso del divino è più importante la fede del credente o quella dell’artista? Entrambe. L’optimum è che l’artista abbia una credenza cristiana (o per lo meno un’apertura al trascendente) e questa trovi narrazione nella testimonianza di fede e santità del credente.

L’intervento di un artista riconoscibile può accentrare l’attenzione del pubblico sul fenomeno mediatico a scapito del contenuto religioso? Direi proprio di sì. Il soggettivismo della nostra cultura ha fatto dimenticare la capacità di un giudizio autonomo, affidando alla firma di moda la valutazione della bellezza. Nell’arte cristiana invece una cosa è bella perché è oggettivamente tale ed indica Cristo:

non vi è encomiasmo del committente o dell’artista.

Se dovesse delineare un Manifesto dell’arte sacra contemporanea, quali indicherebbe come elementi essenziali? Il senso di complessità, continuità, originalità, sacralità, liturgicità. Inoltre è necessario indagarne filosoficamente le cause (materiale, formale, esemplare, efficiente, finale): la potenza dei materiali; la tras-formazione (poiché l’arte non è creazione dal nulla, ma nobilitazione di una forma già impressa nella materia, per varcare il limite della contingenza); il modello (l’esemplare si realizza attraverso un’opera creativa che legge i segni dei tempi, la spiritualità interiore ed il magistero della Chiesa); l’agente (l’artista coinvolto nella produzione); il fine (sempre intrinseco alla forma) che nell’arte sacra è la Rivelazione.

Perchè l’arte del passato suscita emozione e senso del divino, mentre quella contemporanea, oltre alla difficoltà di comprensione, rende ardua l’elevazione dello spirito? Perché allora non si partiva da zero, ma da una triangolazione artista popolo committenza che forniva limiti e contenuti entro i quali muoversi. Oggi, invece, occorre convertire forma estrinseca in contenuto intrinseco; visione immanentista in considerazione trascendente; ermeticità espressiva in comprensibilità comune; produzione aristocratica in arte popolare; fruizione edonistica in catarsi spirituale; strumentalizzazione commerciale in impegno sociale; spiritualismo autoreferenziale in apertura religiosa; decorativismo devozionale in dimensione liturgica.

Nell’arte sacra odierna è importante la continuità fra la memoria storica ed il tempo presente? E’ fondamentale il senso della tradizione poiché questa indica un percorso, al quale è indispensabile riferirsi per evitare di ricominciare sempre da capo.

La Chiesa cerca nell’arte un contributo estetico alla conoscenza di Dio. Cosa trova l’arte nella Chiesa? Trova la massima possibilità di esprimersi, in quanto l’arte è l’unica capacità umana per sforare il limite contingente e sperare di cogliere qualcosa. La Chiesa offre di raggiungere Cristo; l’artista solo con la propria capacità rischia di conquistare il nulla. Dunque l’alternativa è nichilismo o cristianesimo.

“Il tema della bellezza è qualificante per un discorso sull’arte” (Giovanni Paolo II). Quali sono i suoi canoni?

Il canone della bellezza è la propria capacità intrinseca di risplendere come forma sostanziale. La Chiesa cerca la bellezza perché essa rende più evidente il contenuto, quindi lo fonda e lo apre all’infinito.

Nell’epoca del relativismo dei valori anche artistici, come rilancia il dialogo Benedetto XVI?

Mi viene in mente un’affermazione ascoltata nel 2002 dal Cardinal Ratzinger: “Per tornare

ad un’autentica bellezza, quindi a misura d’Incarnazione, bisogna conoscerla: si chiama

Gesù Cristo”.

CARLO CHENIS

Cenni biografici

Nato a Torino nel 1954, Don Carlo Chenis ha compiuto gli studi di Teologia e Filosofia all'Università Pontificia Salesiana ed ha conseguito la laurea (Materie Letterarie, specializzazione scienze artistiche) presso l'Università di Torino nel 1989. Docente di Filosofia Teoretica, Logica ed Estetica (Università Pontificia Salesiana, Roma) è responsabile di corsi di perfezionamento in Arte per la liturgia in diversi atenei italiani. Le sue ricerche e pubblicazioni riguardano i settori: filosofia dell'arte, logica, filosofia della conoscenza e del linguaggio. Membro di commissioni e comitati scientifici nazionali relativi ai beni culturali, Vicepresidente della Fondazione per i Beni e le Attività Artistiche della Chiesa, Curatore della Biennale di Arte Sacra e dei progetti culturali della Fondazione Stauròs; su nomina di Giovanni Paolo II è dal 1995 Segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, lo specifico Dicastero finalizzato alla valorizzazione, conservazione e produzione del patrimonio culturale ecclesiastico.

BOX Petros Eni / Pietro è qui

Primo grande esempio di committenza della Chiesa, la Basilica di San Pietro celebra il suo cinquecentesimo compleanno. Un comitato internazionale presieduto da Antonio Paolucci dedica all’evento la mostra Petros eni (Pietro è qui, dalla scritta in greco che designa il luogo di sepoltura del Santo, dove fu edificata la primitiva Basilica nel IV secolo). Attraverso varie sezioni si percorrono le stratificazioni del suo passato artistico

architettonico (“Non solo quella dell’arte ma tutta la storia d’Italia e d’Europa senza altre specificazioni -dice Antonio Paolucci- è presente in San Pietro”): dalla necropoli Vaticana all’originaria Chiesa della cristianità (voluta dall’Imperatore Costantino), fino alla nuova San Pietro iniziata con Papa Giulio II il 18 aprile del 1506.

In esposizione un inventario prezioso ed inedito: reperti archeologici, disegni, studi,

pregiati carteggi, incisioni e stampe attestano le fasi progettuali esecutive, il lavoro dei cantieri e le tecniche impiegate nell’edificazione; mentre i capolavori del Rinascimento e del Barocco ne documentano i protagonisti. Spiccano: la pergamena con planimetria del Bramante, il maestoso modello ligneo della Cupola ideato da Michelangelo nel 1558; una lettera autografa del Buonarroti datata 1562; Leone X di Raffaello; i ritratti di Giulio II e di Paolo III eseguiti da Tiziano.

Infine testimonianze sull’iconografia dell’apostolo (dall’arte paleocristiana a Caravaggio, Rembrandt, El Greco) e sul culto petrino nei secoli: culminano nell’iscrizione graffita “Petros eni”; frammento di intonaco rosso antico mille ottocento anni, a rappresentare idealmente il principio di tanta fioritura spirituale e culturale. PETROS ENI: fino 8 marzo 2007, Piazza San Pietro, Vaticano, Braccio di Carlo Magno. Informazioni: 06 68193064 – 06 69884095; www.bracciocarlomagno.it