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IL DAVID di MICHELANGELO

PROVINCIA E COMUNE: FI-FIRENZE

LUOGO DI COLLOCAZIONE: Galleria dell’Accademia

PROVENIENZA: Piazza della Signoria, ingresso di Palazzo Vecchio

EPOCA: Prima metà del sec. XVI (datato 1502-4)

AUTORE: MICHELANGELO BUONARROTI (Caprese, 1475 – Firenze, 1564)

MATERIALE: Marmo di Carrara

MISURE: Altezza tot. 5,17 m Basamento 1,07 m Statua 4,10 m

DESCRIZIONE:
La figura nuda del David si erge su un basamento marmoreo di forma
irregolare. La posizione del corpo, come da tradizione classica, è chiastica: il
braccio sinistro è piegato verso la spalla, sulla quale il David poggia la fionda
e corrisponde alla gamba destra in tensione, sorretta dal puntello, sulla quale
esso poggia l’intero peso del corpo. Il braccio destro è rilassato nonostante la
tensione della mano che regge il sasso. La gamba sinistra, rilassata, sporge
leggermente verso l’esterno, poggiando il piede sul limite estremo del
basamento; il tallone è sollevato ad indicare che si sta preparando al
movimento. La testa è volta verso sinistra e il viso mostra un’espressione
corrucciata a sottolineare la tensione che precede la battaglia.
Michelangelo, infatti, coglie David nel momento che precede la lotta con
Golia. Sono evidenti nelle membra e nelle vene a fior di pelle la tensione e la
concentrazione che precedono l'azione. La mano destra sproporzionata e i
muscoli delle gambe sono espedienti per sottolineare la tensione fisica che
corrisponde a quella psicologica. È evidente il riferimento al Doriforo di
Policleto, rappresentato mentre si prepara alla gara.

NOTIZIE STORICO-CRITICHE:
Invece di essere collocata in uno dei contrafforti esterni posti nella zona absidale della
cattedrale di Santa Maria del Fiore, sua destinazione originaria, la statua fu sistemata
nel cuore della città, in Piazza della Signoria, proprio davanti a Palazzo
Vecchio, sede del governo. L'eroe biblico che aveva combattuto per la libertà
venne eletto dai fiorentini, simbolo della nuova repubblica, come emblema dei
più alti valori civici della società rinascimentale.
È la prima statua nuda del periodo rinascimentale, rappresentazione visiva
della potenza umana. Sappiamo che all'opera Michelangelo lavorò
ininterrottamente per due anni. L'eroe è nudo, perché non ha nulla da
nascondere, vuole mostrare la sua virtù, la sua integrità morale. L'impianto è
classico: il movimento chiastico procede dal basso verso l'alto, dalle gambe
levigate passando per il busto possente, fino ad arrivare alla testa, sede del
pensiero e della ragione. Da notare che la scultura è caratterizzata da forme
perfettamente chiuse e regolari.
Il blocco di marmo era stato precedentemente sbozzato da Agostino di Duccio
nel 1464 e da Antonio Rossellino nel 1476 ma entrambi gli artisti
abbandonarono la scultura giudicando il marmo troppo fragile non potendo
sostenere il peso solo sulla zona delle gambe, la cui apertura era stata
scavata. In quella fase era già previsto che l'eroe fosse nudo e che la testa di
Golia non venisse rappresentata.
Il marmo infine presentava una grande quantità di venature dette taròli che
Michelangelo provvide a stuccare e ricoprire con malta di calce restituendo
alla superficie la sua levigatezza.
A scultura già ultimata il Gonfaloniere di Giustizia Pier Soderini decise di
collocarla in Piazza della Signoria trasferendo il valore simbolico del David da
un contesto religioso ad uno civile.
Il 25 gennaio 1504 una commissione di illustri artisti fiorentini, Andrea della
Robbia, Piero di Cosimo, Pietro Vannucci, Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli
e Cosimo Rosselli decise di collocarla sul sagrato di Palazzo Vecchio piuttosto
che nella Loggia dei Lanzi dove avrebbe avuto problemi di visibilità,
esponendola però al degrado causato dagli agenti atmosferici.
Durante il tragitto, un gruppo di giovani fedeli alla fazione filo-medicea,
estromessa dal potere, aggredì la statua prendendola a sassate, in quanto
simbolo riconosciuto del governo repubblicano.
Michelangelo la rifinì sul posto dipingendo in oro il tronco d'albero dietro la
gamba destra e aggiungendo delle ghirlande di ottone con foglie in rame
dorato che cingevano la testa e la cinghia della fionda. Nel 1512 una saetta
colpì il basamento accentuando la fragilità del marmo che presentava delle
crettature, ovvero dei cedimenti all'altezza delle caviglie.
Il 26 Aprile del 1527, durante la seconda cacciata dei Medici da Firenze, ci
furono dei tumulti in città: un gruppo di repubblicani asserragliati in Palazzo
Vecchio per difendersi dagli oppositori lanciarono dalle finestre pietre, tegole
e mobili, che danneggiarono seriamente la statua causando la frantumazione
del braccio sinistro in tre pezzi e la scheggiatura della fionda all'altezza della
spalla
Nel 1872 viste le condizioni precarie di conservazione fu deciso il
trasferimento nella Galleria dell'Accademia di Firenze dove si trova tuttora, in
un locale progettato da Emilio de Fabbris, in modo da ricevere la luce dall'alto
da un sistema di metrature, mentre in Piazza della Signoria venne collocata
una copia nel 1910. Nel 1991 un folle danneggiò la statua con un martello,
rompendo l'alluce del piede sinistro prima di venire fermato. Un'altra copia
della statua è stata offerta dalla città di Firenze alla città di Gerusalemme nel
2004 per celebrare il 3000 anniversario della conquista della città da parte di
David.
Il David di Michelangelo è ben diverso da altre interpretazioni che lo avevano
preceduto, come quello di Donatello, dalle forme effeminate interpretabili in
senso religioso come l'eroe la cui forza viene da Dio, e quello del Verrocchio,
un fanciullo sognante ancora più debole sul piano formale e del significato
rispetto al giovane eroe vittorioso di Donatello. Michelangelo, invece,
trasmette un'idea di forza assolutamente autosufficiente, espressa nel
momento di tensione che precede la battaglia, contrariamente a Donatello e
Verrocchio che rappresentano i loro soggetti nel momento successivo e quindi
trionfanti su Golia.
Le Pietà di Michelangelo
La Pietà è un tema artistico biblico che raffigura la Vergine con il corpo del
Figlio senza vita tenuto sulle ginocchia dopo la Passione e la Deposizione.
Questa iconografia trae le sue origini dalla Vesperbild, cioè un tipo di scultura
devozionale nata nel XIV secolo in Germania.
La Pietà Bandini – il nome lo si deve al suo primo acquirente, il banchiere
fiorentino Francesco Bandini – viene realizzata da Michelangelo in età matura
(1550-55) per la propria tomba ed è oggi custodita presso il Museo dell’Opera
del Duomo a Firenze.
I personaggi rappresentati sono Cristo, la Madonna, la Maddalena e Giuseppe
d’Arimatea (per alcuni Nicodemo) che, secondo Vasari rappresenta un
autoritratto di Michelangelo stesso. La struttura dell’opera è piramidale e
presenta l’uso di panneggi (il modo di disporre le masse e le pieghe delle vesti
mei dipinti e nelle sculture), così come nella Pietà realizzata in età giovanile
(1498-99) a Roma (Pietà di San Pietro), commissionatagli dal cardinale
francese Jean de Bilhères e custodita presso la basilica di San Pietro nella
Città del Vaticano, ciò manca nella Pietà Rondanini, realizzata tra il 1560 e il
1564 custodita al Castello Sforzesco di Milano.
Nella Pietà Bandini, la presenza della Maddalena e di Giuseppe d’Arimetea
può portarci a pensare che quest’opera non sia una Pietà “pura” ma qualcosa
tra la Pietà e il Compianto sul Cristo Morto, date le due differenti iconografie.
L’uso dei panneggi, tipici dell’arte classica, dona plasticità ai corpi, il busto del
Cristo è torso così come le gambe sono ruotate e piegate, la resa anatomica è
forte: i muscoli dell’addome sono ben scolpiti come quelli di braccia e gambe,
il capo è piegato sulla destra e poggia sul volto di Maria la quale lo sorregge
con le mani. Lo sguardo della Maddalena sembra rivolto al vuoto
probabilmente perché sconcertata da ciò che è accaduto o forse allo
spettatore, quello della Vergine insieme all’espressione dei viso ci ricorda una
madre addolorata e sofferente per il figlio mentre quello di Giuseppe
d’Arimatea è rivolto alla Vergine ed è uno sguardo ricco di compassione per il
dolore che sta affrontando. I panneggi e il modo in cui è rappresentato il corpo
di Cristo danno dinamismo all’opera più di quanto possiamo osservare nella
Pietà Rondanini, la quale appare decisamente più statica.
L’opera è tuttavia incompiuta, “non finito”, cioè la profonda suggestione tra
forma, soggetto e proiezione psicologica dell’artista e fu in parte distrutta dal
maestro nel 1555 quando, fuori di sé, decise di distruggere la statua
prendendola a martellate.
Vasari illustra i tre motivi che spinsero Michelangelo a compiere questo gesto
disperato: la durezza e le impurità del blocco di marmo, l’insoddisfazione
tipica dell’artista e l’assillante insistenza di un servitore che lo incitava a finire
l’opera. La vittima più importante dell’aggressione michelangiolesca fu la
gamba sinistra del Cristo, scarpellata via dopo esser stata scolpita, ma anche
le braccia delle figure vennero spezzate.
Per quanto il danno fosse grave, un suo allievo, Tiberio Calcagni ricostruì le
parti dell’ opera distrutte.
La Pietà Rondanini è quella su cui Michelangelo tornerà per più di dieci anni,
un po’ come Leonardo con la Gioconda, è l’ultima realizzata da Michelangelo
ed anch’essa è caratterizzata dal “non finito”; questa Pietà, a differenze delle
altre due, Michelangelo l’aveva concepita per sè, non gli era stata
commissionata, non aveva committenti, era qualcosa che voleva tenere per sè,
qualcosa di talmente intimo che voleva destinare al proprio sepolcro.
La struttura della Pietà Rondanini non è piramidale come negli altri due casi,
la Vergine è alle spalle del Cristo e cerca con tutte le sue forze di non
abbandonarlo alla morte, le gambe del Cristo possiamo notare che stiano
cedendo e che il braccio sia abbandonato ma ad ogni modo non si “lascia
andare”, non cade, osserviamo quindi la vittoria della vita sulla morte.
Quest’opera, anche se non presenta panneggi, anche se la resa anatomica non
è pari o superiore a quella della Pietà Bandini e alla prima Pietà e sia più
semplice nella resa, e il Cristo non sia come “cullato” tra le braccia della
Vergine, è un’opera estremamente profonda, che innalza lo spirito cristiano e
“avvolge” lo spettatore che rimane in silenzio davanti a cotanta bellezza.

Riguardo la prima Pietà realizzata da Michelangelo, Vasari scrive: “ non pensi


mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né
con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con
arte, quanto Michelangelo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et
il potere dell’arte”
In queste poche righe, Vasari ci mostra la grandezza di quest’opera.
La struttura è piramidale e presenta, a differenza di quanto avviene nella
Pietà Rondanini, il corpo morto di Cristo come “cullato” tra le braccia della
Vergine, le gambe e il braccio di Cristo sono inerti e gli abiti della Vergini sono
ricchi di panneggi e hanno morbide forme che possiamo osservare nelle
numerosissime piaghe delle vesti. Lei lo osserva incredula e dolente, lo
contempla, è una madre che ha visto il figlio nascere e lo ha cullato tra le
braccia e lo vede a lei tornare morto ma sempre a cullarlo tra le sue braccia.
Tutte e tre le opere sono state realizzate in marmo, la prima Pietà presenta
una perfetta levigatura, nella Pietà Bandini il marmo è meno levigato e
sembra quasi grezzo nella Pietà Rondanini.
L’uso del “non finito” di Michelangelo vuole rappresentare il rapporto tra
l’assoluto, tra qualcosa di finito e che quando fatto a regola d’arte ci appare
come qualcosa di perfetto oltre il quale non si potrebbe forse andare con
qualcosa che se pur “non finito” può comunque essere qualcosa che superi il
finito. Nel “non finito” infatti sta allo scultore e a chi “legge” cogliere la
raffinatezza, la grandiosità espressiva, il messaggio, e il/i significato/i
dell’opera. Credo che proprio ciò che non sia finito sia ciò che ci permetta di
rimanere catturati dall’opera.

La Pietà di Palestrina è una scultura marmorea risalente al 1555 circa,


attualmente esposta nella Galleria dell’Accademia a Firenze. L’opera,
ricavata da un antico blocco di marmo romano appartenente probabilmente ad
una trabeazione, è incertamente attribuita a Michelangelo Buonarroti,
nonostante non sia ricordata da nessuna fonte né riportata su nessun
documento dell’epoca. L’unico cenno storico rilevante fu dello storico
Cecconi nel 1736 nella sua Storia di Palestrina dove la descrive come
“abbozzo del celebre Buonarroti” all’interno della cappella funebre del
cardinale Antonio Barberini nella chiesa di Santa Rosalia.
La quasi assoluta mancanza di informazioni riguardanti la Pietà di
Palestrina ha creato comunque forti dubbi sull’effettiva identità del suo
creatore, inducendo numerosi dibattiti tra gli esperti. Alcuni studiosi
avanzarono così una proposta conciliativa, concludendo che la parte di
ideazione della scultura fu effettivamente elaborata da Michelangelo, mentre
la creazione vera e propria fu portata a termine da qualcun’altro. Nel 1939 la
Pietà di Palestrina fu acquistata dallo Stato Italiano e trasferita nel museo
fiorentino dove si trova tutt’ora raccolta con le altre opere michelangiolesche
intorno al David.