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L’EDIPO RE DI PASOLINI IN RAPPORTO AL

MODELLO SOFOCLEO

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SOMMARIO

1) INTRODUZIONE
2) IL CINEMA DI PASOLINI
3) PERCHE’ LA SCELTA DI EDIPO RE?
4) DAL MITO ALL’ADATTAMENTO CINEMATOGRAFICO
5) I TEMI PRINCIPALI DELL’EDIPO RE DI PASOLINI
6) L’ATEMPORALITA’ NEL FILM DEL ‘67

1) INTRODUZIONE

Edipo Re è un’opera di Sofocle ritenuta il suo capolavoro, nonché il più pragmatico esempio
dei meccanismi della tragedia greca. Non si conosce la data esatta di rappresentazione, ma si
ipotizza che la stessa possa collocarsi tra il 430 ed il 420 a.C. L’opera si inserisce nel
cosiddetto ciclo tebano, ossia la storia in chiave mitologica della città di Tebe, e narra come
Edipo, re carismatico e amato dal suo popolo, nel breve volgere di un solo giorno venga a
conoscere l’orrenda verità sul suo passato: senza saperlo ha infatti ucciso il proprio padre
per poi generare figli con la propria madre. Sconvolto da queste rivelazioni, Edipo reagisce
accecandosi, perde il titolo di re di Tebe e chiede di andare in Esilio.

Numerose sono le rappresentazioni teatrali e trasposizioni cinematografiche che ha subito la


tragedia in questione. Qui parleremo dell’adattamento cinematografico del 1967, diretto da
Pier Paolo Pasolini ed interpretato da Silvana Mangano e Franco Citti. Il regista friulano
rispetta fedelmente il testo dell’opera Edipo re, riuscendo come nessuno prima di lui a
trasmettere tutto il fascino psicanalitico, inquietante e moderno della storia di tutte le
famiglie.

Pasolini, nonostante resti fedele al testo originale, organizza la vicenda in maniera differente
per lo schermo: c’è un prologo, ambientato negli anni venti nel Nord Italia nel quale una
donna dà alla luce un bimbo. Il nascituro apre per la prima volta gli occhi in un prato, fra le
braccia dell’amorevole madre. Il padre, militare di carriera, con addosso un uniforme da
soldato, è geloso del figlio perché teme che possa portargli via l’affetto della moglie. La
vicenda poi si sposta nell’antica Grecia in cui un pastore lascia un bambino appena nato ai
piedi di una cima. Le successive scene hanno come sfondo la natura incontaminata del
Marocco dove Pasolini decide di ambientare gran parte del film. Nell’epilogo, il regista

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friulano sceglie di tornare al mondo moderno, dove Edipo ed un giovane, Angelo, sono
davanti ad una chiesa e lì Edipo suona il flauto. Il protagonista torna nello stesso luogo dove
sua madre lo allattava.

2) IL CINEMA DI PASOLINI

Prima di affrontare un’analisi dettagliata dell’Edipo re, credo sia opportuno introdurre
qualche cenno sulle principali caratteristiche del linguaggio cinematografico pasoliniano.

L’autore stesso parla di <<lingua scritta della realtà>> 1 ma cosa intende realmente con
questa definizione?

Per Pasolini il cinema non è una tecnica o un linguaggio specifico di una determinata
lingua, ma è una lingua a sé stante. In effetti l’autore sostiene che <<la realtà non sia, infine,
che il cinema in natura>>2, considerando il modo in cui tramite le inquadrature si riesce a
riprodurre la realtà. Ciò che il cinema rappresenta non è altro che la prima forma di
linguaggio umano: l’azione, che porta l’uomo ad instaurare relazioni con gli altri e la realtà
che lo circonda. Il cinema rappresenta degli oggetti esistenti in natura, che, grazie all’abilità
del regista, possono divenire segni simbolici e metaforici. Le immagini, o im-segni3, come
preferisce chiamarle Pasolini, fanno parte di un patrimonio visivo comune, determinando
l’incontrastabile internazionalità del cinema.

La scelta e la combinazione delle immagini, prelevate dal <<sordo caos delle cose>>4, non
sono affatto casuali, ma dipendono dalla soggettività del regista, conferendo all’opera
cinematografica una duplice natura oggettiva e soggettiva. Secondo pertanto la teoria
pasoliniana le immagini non sono contenute in un dizionario così come avviene per le parole
di una lingua (scrittura), ma fanno parte del mondo della memoria e dei sogni.

Proprio per il suo carattere irrazionale e metaforico, il cinema contemporaneo a Pasolini,


sembra incamminarsi sulla strada di un <<cinema di poesia>>. Secondo quanto sostiene
Pasolini, la definizione del termine, nasce in stretto rapporto con l’utilizzo del <<discorso
libero indiretto>>5. Quello che Pasolini sperimenta è un nuovo modo di intendere il cinema,
in contrapposizione al cosiddetto <<cinema di prosa>>. In quest’ultimo, non si avverte la
presenza della macchina da presa in quanto il regista si limita ad una pura narrazione degli
eventi e i protagonisti sono i personaggi della storia che si vuole raccontare. Invece, nel

1
E. MAGRELLI (a cura di), Con Pier Paolo Pasolini, Roma, Bulzoni, 1977, p.97.
2
P.P. PASOLINI, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Milano, Mondadori, 1999, p.
1505.
3
Ibid, p. 1463. Il termine “im-segni” è utilizzato da Pasolini, in analogia con “lin-segni” (ovvero parole che assumono
significati diversi in base al sistema di segni mimici a cui sono associate), per definire le immagini significanti attraverso
cui si esprime il mondo della memoria e dei sogni.
4
Ibid, p. 1.
5
E’ Pasolini ad utilizzare l’espressione <<discorso libero indiretto>> al posto della più nota e più frequentemente
utilizzata <<discorso indiretto libero>>: cfr. P. P. PASOLINI, Saggi sulla letteratura…, op. cit., pp. 1472-1473

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<<cinema di poesia>>, si sente la macchina da presa in quanto il protagonista è il regista
con il suo stile, che riesce a comunicare allo spettatore molto più di quanto si possa pensare.

E’ un cinema , quello degli anni 60, che si allontana dal realismo delle vicende proletarie
che aveva animato la prima fase della sua produzione cinematografica (dall’esordio con
Accattone nel 1961 e Uccellacci e Uccellini del 1966), per rifugiarsi nel mito e nella
dimensione onirica che caratterizza il secondo ciclo di film, comunemente definito <<mitico
psicoanalitico>>6. Questo percorso a ritroso verso il passato mitico e incontaminato
dell’ideologia borghese, culmina con i film Edipo re (1967) e Medea (1969).

Il ritorno all’antico serve quindi, paradossalmente ad instaurare un rapporto diretto con la


realtà contemporanea, fatta di continue contraddizioni. E’ il rapporto conflittuale con la
realtà contemporanea che porta il poeta-regista a realizzare film su una incomunicabilità
insanabile. Pasolini, ovviamente sa bene che un ritorno ad un passato mitico risulta
impossibile, ma auspica almeno una convivenza degli antichi valori con i nuovi. La sua
critica è rivolta verso gli ideali della civiltà borghese, che ha completamente distrutto la
purezza del passato.

3)PERCHE’ LA SCELTA DI EDIPO RE?


Il film, di chiara impronta autobiografica, narra attraverso il mito, la storia del complesso
edipico vissuto da Pasolini, con evidenti richiami alla sua omosessualità, rappresentata in
particolare dall’ultima scena dove Edipo è accompagnato non dalla figlia Antigone, ma bensì
da Angelo (Ninetto Davoli). <<Ho pensato a Edipo per la prima volta mentre giravo
Accattone. La differenza profonda tra Edipo re e gli altri miei film consiste nel fatto che è
autobiografico, mentre gli altri non lo erano o lo erano in minima parte, e se mai quasi
inconsciamente, indirettamente. In Edipo re io racconto la storia del mio complesso di
Edipo; il bambino del prologo sono io; suo padre è mio padre, un vecchio ufficiale di
fanteria, e la madre, una istitutrice, è mia madre>>7. Il secondo motivo della scelta di
Pasolini del testo sofocleo, è di matrice psicanalitica. Egli aggiunge al contenuto della
tragedia greca un prologo e un epilogo ambientati nella contemporaneità: così facendo il
regista attribuisce alla figura di Edipo un'ansia e un senso di sbandamento che superano lo
sgomento dell'eroe tragico dandogli una dignità universale. Anche l’epilogo è autobiografico
in quanto il fatto che Edipo girovaghi per le strade di Bologna accompagnato dal servo
Angelo, fa riferimento alla vita del poeta quando da giovane frequentava la città emiliana. Il
suono del flauto e l’invocazione alla luce, come consolazione estrema di fronte
all’approssimarsi della morte, richiamano le ultime parole di Edipo che, dopo aver

6
G. FERRONI, Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Milano, Einaudi, 1991, p. 522.
7
Intervista a Pasolini da parte di Vittorio Adorni del 1969

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attraversato i silenzi di "una strada che non ha fine, una strada che porta verso un tutto che ha
la forma del nulla", prende congedo dal mondo.

<<O luce che non rivedrò più, che eri prima in qualche modo mia, mi illumini ora per
l’ultima volta. Sono giunto. La vita finisce dove comincia>>8. La scena finale infatti si
svolge nello stesso prato che Pasolini ci mostra all’inizio della pellicola, quando il bambino
felice sorrideva alla vita e dove ritorna carico della sua inquietudine.

4)DAL MITO ALL’ADATTAMENTO CINEMATOGRAFICO

La struttura su cui Pasolini costruisce l’Edipo re è, nella fattispecie, il cerchio: grazie ad essa
egli mette in scena l’idea ciclica di un eterno ritorno di nascita e morte ("La vita finisce dove
comincia": queste le parole pronunciate da Edipo alla fine del film) derivatagli dal suo
interesse per gli studi antropologici. La struttura ciclica, perciò, gli consente di andare oltre
la storia e di allargare i confini della sua esistenza a quelli atemporali del mito .

È lo stesso Pasolini, in un’intervista concessa ai redattori dei "Cahiers du Cinéma" nel 1967,
a richiamare l’attenzione su questo scarto stilistico rispetto i suoi precedenti lavori di regista:

<<Considero Edipo come il più cinematografico dei miei film. Per tutti gli altri, e
soprattutto per Accattone, Bernardo Bertolucci ha ragione quando dice che non si può
parlare di cinema (non avevo una formazione da cinefilo, non amavo certi piani che pure
sono tipici del cinema, una certa forma di narrazione comunque valida per tutto il cinema;
manifestavo una forma di rifiuto, cosciente o inconscio, non so, a fare del cinema; preferivo
dipingere, o non so bene cosa). Qui per la prima volta ho accettato le regole, certe regole
intrinseche a questa forma d’espressione. Per esempio, in tutti i film c’è un personaggio che
esce di campo, lo lascia vuoto e un altro che vi entra: io non l’avevo mai fatto. Pensavo si
trattasse di una regola banale. Forse perché oggi amo il cinema più di un tempo,
in Edipo ho utilizzato anche questa figura>>.

Fa parte dello stile personale del regista friulano, il rimescolare le carte dal punto di vista di
quelli che devono essere i volti del cinema, cioè gli attori. Pasolini accosta persone prese
dalla strada come Franco Citti, nel ruolo di Edipo re, Ninetto Davoli, nel ruolo di Angelo
(che lo accompagnerà nella scena finale), con attori di fama mondiale come Silvana
Mangano, che nel film interpreta Giocasta, la madre di Edipo. Questa mescolanza delle carte,
secondo lui permetteva di far giungere direttamente il messaggio al suo pubblico,
provocandolo.

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P.P. Pasolini, Edipo re (film), 1967

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Nei paragrafi che seguono, nel tentativo di evidenziare le differenze tra l’opera sofoclea e
l’adattamento cinematografico di Pasolini, ho riportato le varie parti che compongono la
tragedia (prologo, parodo, episodio, stasimo ed esodo), confrontandole con le sequenze in cui
il regista friulano articola il suo capolavoro.

4.1 Tragedia di Sofocle, antefatto

La tragedia di Sofocle prende le mosse dalla grave pestilenza che falcidia la popolazione di
Tebe durante la reggenza di Edipo; per capire l’opera sarà necessario allora comprendere
l’antefatto. Edipo è il figlio del re di Tebe, Laio e di sua moglie Giocasta. Dopo il suo
concepimento, un oracolo rivela al sovrano che il bambino appena nato, è destinato ad
uccidere suo padre e a sposare sua madre. Laio, sconvolto dalle rivelazioni dell’oracolo,
ordina a un servo di uccidere il neonato. Questi, impietosito, decide di affidare il bambino ad
un pastore che a sua volta lo cede al re di Corinto, Polibo e a sua moglie Merope che non
potevano avere figli. Edipo cresce quindi nella convinzione che i sovrani di Corinto siano i
suoi veri genitori e quando un oracolo, gli ripete la predizione fatta in precedenza a Laio.
Edipo, convinto di rappresentare un pericolo per Polibo e Merope, parte da Corinto e si
dirige a Tebe. Sulla strada incontra un carro, si tratta di Laio, che si sta dirigendo a Delfi per
consultare l’oracolo. Nessuno dei due uomini vuole lasciare il passo all’altro, così ne nasce
una disputa che si trasforma in lite e Laio rimane ucciso. La prima parte della profezia si è
avverata. Edipo giunge quindi a Tebe, dove la popolazione è tormentata da una Sfinge, un
mostro con la testa di donna e il corpo di leone che ogni anno esige in tributo giovani vite.
La Sfinge infatti propone ai giovani tebani degli indovinelli a cui è impossibile rispondere e i
malcapitati pagano la loro ignoranza con la vita. Edipo si offre volontario per sfidare il
mostro, riesce a risolvere il suo indovinello e la Sfinge dal disonore si getta dalla rupe da cui
dominava la città di Tebe. Edipo viene nominato re di Tebe (infatti era giunta notizia della
morte di Laio) e sposa la regina Giocasta. Anche la seconda parte della profezia si è
avverata. Da questa situazione muove l’Edipo re di Sofocle. L’antefatto non viene riportato
nella tragedia.

4.2 Pasolini: prima sequenza

Il film di Pasolini invece inizia con un’ambientazione delle scene negli anni ’20. La prima
immagine mostra una pietra miliare che indica la città di Tebe. Alla periferia di un paese
agricolo, nella pianura padana, in una casa piccolo borghese, una donna (Silvana Mangano),
partorisce un bambino. Con la musica rassicurante del Quartetto delle Dissonanze di Mozart,
il volto della madre che allatta il suo bambino, fa intuire, attraverso le pieghe dello sguardo,
felicità e preoccupazione. Nel giardino del casale, si vedono bambini che corrono e madri
intente a fare pic nic. La scena successiva, mostra il padre del nascituro (Luciano Bartoli),
militare di carriera, che osserva il figlio nella carrozzella, perplesso, contratto da una forte

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inquietudine perché pensa che quel bimbo è lì per prendere il suo posto nel mondo e rubargli
la donna. Si ode da lontano il suono di fanfare.

Successivamente le telecamere riprendono una scena d’amore fra la madre e il soldato. Il


bimbo si sveglia e si alza e vede i genitori amoreggiare. Da lontano si ode l’eco delle urla dei
bambini che giocano nel cortile. Scoppiano all’improvviso dei fuochi d’artificio. Si sente una
musica di flauto e si vede il bambino preso per le caviglie. La scena poi si sposta dagli anni
venti all’antica Grecia, sul monte Citerone. In questa seconda sequenza, il salto spazio-
temporale è assai rilevante: il poeta ricostruisce il mito attraverso una sorta di sogno
fantastico la cui ambientazione è slegata da quella della tragedia classica ed è immersa in un
primitivismo asiatico-africano. Potremmo dire che la funzione di questa sequenza, consiste
nell’offrire allo spettatore moderno, la possibilità di accedere ai contenuti del mito, cosa non
necessaria invece per lo spettatore antico.

4.3 Pasolini: seconda sequenza

Il bambino, apparso all’inizio del film, è appeso ad un palo ed è portato a spalle da un


servitore di Laio, il re di Tebe. L’uomo ha l’incarico di sopprimere il bambino per rendere
nulla una profezia dell’oracolo di Delfi, secondo la quale una volta cresciuto, il bambino,
avrebbe ucciso il padre e si sarebbe congiunto a letto con la propria madre. Al servitore
(Francesco Leonetti), non sembra però giusto uccidere il bambino e finisce per abbandonarlo
nel deserto, nella speranza che qualcuno lo salvi. Un anziano pastore, che ha visto la scena,
raccoglie con compassione l’innocente e lo porta al suo sovrano Polibo (Amed Belhachmi),
re della città di Corinto. Polibo, accetta il piccolo e mostra felice il bambino alla sua consorte
Merope (Anita Valli), la quale decide di adottarlo come figlio, in quanto i due sovrani non
avevano potuto avere bambini. Un giorno, Edipo (Franco Citti), divenuto adulto, si reca nel
tempio di Apollo, a Delfi, per fare chiarezza in merito ad un sogno che l’ha sconvolto. In
quel luogo, verrà a conoscenza di un orrendo presagio: egli assassinerà suo padre e avrà
rapporti sessuali con sua madre. Dopo la profezia, Edipo, annichilito e depresso si allontana
per sempre da Corinto. Si copre gli occhi e gira su se stesso per scegliere una delle strade che
si offrono ai bivi.

La macchina da presa, inquadra la scritta Tebe: è lì che la sorte lo guida. Su di un sentiero,


polveroso e stretto, incontra un grosso carro trainato da diversi cavalli con sopra il re Laio,
accompagnato da tre guardie del corpo e dal suo servitore. Laio ordina a Edipo di spostarsi
per consentirgli il passaggio e lo insulta pesantemente trattandolo come un mendicante.
Edipo offeso, non si lascia spaventare e uccide per legittima difesa tutti i componenti della
scorta dopo un lungo inseguimento. Successivamente, ritornato nei pressi del carro, Edipo
uccide anche il padre Laio che l’aveva offeso.

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L’unico sopravvissuto è il servo di Laio che riesce a fuggire. Giunto a Tebe e cacciata la
Sfinge nell’abisso, Edipo si unisce in matrimonio con Giocasta (Silvana Mangano) e diventa
per l’impresa compiuta, il nuovo re della città. Si vede nella scena successiva l’interno di una
stanza reale dove Edipo accarezza la regina turbata e la ama. In queste prime sequenze del
film <<non si riconoscono codici visivi, inquadrature, tratti di scene che in qualche modo si
rifacciano a film che sono usciti vicini a questo genere. L’originalità è assoluta e forse è per
questo che Pasolini piace molto alla critica cinematografica. Tutto con Pasolini è nuovo: il
modo di recitare degli attori che lui richiama ad un rapporto con se stessi autentico, sobrio,
scevro da costruzioni troppo idealiste e formali sui personaggi. Spontanei e proprio per
questo anche più efficace nel coinvolgere il pubblico. Ad esempio, le scene di combattimento
tra Edipo e la scorta di Laio, sono tecnicamente semplici, banali, lontane da elaborazioni
spettacolari, l’intento è quello di costruire una visione della realtà orribilmente familiare e
forse proprio per questo nello stesso tempo più drammatico perché il pubblico
identificandosi con quel personaggio che diviene quasi un conoscente, viene coinvolto in
maniera diretta>>9.

4.4 Tragedia di Sofocle: dal prologo al quarto episodio

Prologo: Edipo è impegnato a debellare un pestilenza che tormenta Tebe, la sua città, mentre
una folla supplicante si pone attorno a lui per chiedergli di salvarli dalla fame e dal contagio.
Edipo, sovrano illuminato e sollecito verso il proprio prologo, afferma di aver già mandato
Creonte, fratello della regina, ad interrogare l’oracolo di Delfi. Al suo ritorno, Creonte, rivela
che la città è contaminata dall’uccisione di Laio, il precedente re di Tebe che è rimasto
impunito. Il suo assassino vive ancora in città e finché questi non sarà identificato, esiliato o
ucciso, la pace, la prosperità non potranno tornare. Edipo chiede altre informazioni a
Creonte, il quale continua dicendo che al tempo in cui la città era sotto l’incubo della Sfinge,
Laio stava andando a Delfi quando lungo la strada fu assalito e ucciso.

Parodo: Entra il coro di anziani tebani che invocano una preghiera agli dei perché
intervengano a protezione della città.

Primo episodio: Edipo proclama un bando che prevede l’esilio per l’uccisione di Laio e per
chi lo protegga o lo nasconda. Il re convoca inoltre Tiresia, l’indovino cieco perché sveli
l’identità dell’assassino. Egli però rifiuta di rispondere per non richiamare altre avventure.
Edipo si adira e intima a Tiresia di parlare. Il vecchio non si decide e la collera del re
aumenta, allora Tiresia risponde, accusando Edipo di essere l’autore dell’omicidio. Il re è
indignato e comincia a sospettare che Creonte e Tiresia abbiano ordito un piano per
detronizzarlo. L’indovino quindi si allontana, profetizzando che entro la fine di quel giorno,
il colpevole sarà scoperto e se ne andrà mendico e cieco in terra straniera.

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Recensione a cura di Giordano Biagio del 12/09/2011

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Primo stasimo: Il coro immagina la fuga del colpevole, poi decide di non dare peso alle
parole di Tiresia: nemmeno il grande indovino è infallibile.

Secondo episodio: Creonte chiede se sia vero che Edipo lo crede colpevole di cospirazione.
Quest’ultimo lo accusa apertamente con toni sempre più accesi. Creonte non si trovava
infatti a Tebe quando Laio fu ucciso? Creonte gli risponde pacatamente di non avere interessi
al trono e nel mentre interviene Giocasta, vedova di Laio ed ora moglie di Edipo, per mettere
pace tra i due. Ella invita il marito a non dare ascolto a nessun oracolo e a nessun indovino:
anche a Laio era stata fatta una profezia, secondo la quale sarebbe stato ucciso dal figlio,
mentre ad ucciderlo erano stati alcuni banditi sulla via per Delfi, dove si incontrano tre
strade. Edipo rimane turbato da questa rivelazione perché si ricorda che tempo prima,
recandosi presso la città di Tebe, aveva ucciso un uomo che gli voleva impedire il passaggio
lungo la strada verso la città. Se quell’uomo fosse stato Laio? Un dubbio atroce assale Edipo,
anche perché un precedente oracolo gli aveva predetto che avrebbe ucciso il proprio genitore.

Secondo stasimo: Il coro è turbato dall’incredulità di Giocasta verso gli oracoli e ammonisce
chiunque pretende di violare le leggi eterne degli dei.

Terzo episodio: Giunge un messo da Corino che informa che il re Polibo è morto. Edipo
rimane rassicurato da questa notizia perché suo padre (Edipo non sa che Polibo è il padre
adottivo) non è morto per mano sua. Rimane la parte della profezia riguardante sua madre,
così Edipo chiede notizia di lei: il messo, per rassicurarlo pienamente, gli dice che non c’è
pericolo che egli possa generare figli con la propria madre poiché i sovrani di Corinto non
sono i suoi genitori naturali, in quanto Edipo era stato adottato. A questo punto Edipo
piomba nello sgomento più assoluto. Comincia ad intuire come si sono svolte veramente le
cose e decide di convocare il servo di Laio. Giocasta, ha ormai capito tutta la verità e
supplica Edipo di non andare avanti con le ricerche, ma non viene ascoltata.

Terzo stasimo: Il coro esulta perché Edipo è ormai vicino a conoscere le proprie origini.

Quarto episodio: Arriva il servo di Laio che Edipo attende con impazienza. Edipo tempesta
il servo di domande fin quando lo stesso conferma che aveva ricevuto il bambino (figlio di
Laio), con l’ordine di ucciderlo in quanto, secondo una profezia, il piccolo avrebbe ucciso il
padre. Tuttavia, per pietà il servo non lo aveva ucciso e lo aveva consegnato al pastore che lo
aveva portato a Corinto. A questo punto l’intera vicenda è chiarita. Edipo entra nel palazzo
gridando: <<Luce, che io ti veda ora per l’ultima volta>>.

Quarto stasimo: Gli anziani tebani del coro compiangono la sorte di Edipo che una volta
stimato da tutti, in breve si è scoperto autore involontario di atti orribili. I tebani vorrebbero
non averlo mai conosciuto. Tanto è l’orrore e la pietà che la vicenda suscita in loro.

4.5 Pasolini: terza sequenza

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La terza sequenza del film si apre con le immagini della città di Tebe, tormentata dalla
pestilenza. Si vede un morto appestato con un bambino vicino in lacrime. Le immagini
riprendono gli esterni della città, con morti spogliati e impiccati. La città, sconvolta dalla
peste, si rivolge ad Edipo nella figura di un sacerdote (interpretato da Pasolini stesso) con
testuali parole <<Edipo, nostro re, noi tutti ti scongiuriamo in ginocchio: trovaci un
rimedio…tu che sei il migliore di tutti, ridonaci la vita una seconda volta>>. Edipo risponde
di aver mandato suo cognato Creonte (interpretato da Carmelo Bene) a consultare l’oracolo
per scoprire la causa della terribile pestilenza. Si vede Creonte che sta arrivando. Le donne e
i bambini guardano dalle finestre. Creonte (con accento salentino), riferisce che la causa
della pestilenza è dovuta all’assassinio di Laio, che è rimasto impunito e fin quando non si
troverà il colpevole, la peste non avrà fine, quell’assassino si trova nella città di Tebe.

Creonte riferisce che Laio stava andando a Delfi (per consultare l’oracolo), quando lungo la
strada fu ucciso da un viandante, l’unico testimone di quell’omicidio è il servo di Laio che
riuscì a scappare. A questo punto Edipo, profondamente turbato dalle parole di Creonte,
proclama un bando con il quale invita i tebani a riferire qualsiasi notizia che aiuti la giustizia
a trovare questo infame che si nasconde fra il popolo. La telecamera si sofferma
sull’immagine di Giocasta (Silvana Mangano) che dalla stanza avendo sentito le parole ha un
atteggiamento di sospetto e sorniona sorride. Le immagini ci mostrano a questo punto la
stanza regia dove avviene una scena d’amore fra Edipo e Giocasta, solo accennata, infatti in
tutte le scene in cui i due consumano un rapporto sessuale, Pasolini si limita a far intuire la
passione, senza mai essere volgare. All’esterno della città si svolgono processioni funebri e i
cadaveri consumati dalla peste vengono bruciati fra canti di tipo africano. Si odono da
lontano i pianti di disperazione dinanzi alle porte della città. A questo punto arriva a Tebe
l’indovino Tiresia (interpretato da Jiulian Beck) convocato perché sveli l’identità
dell’assassino. Tiresia, che è cieco, inizialmente si rifiuta di rispondere, consapevole che le
sue parole, possono richiamare altre sventure. Edipo indignato, ordina a Tiresia di parlare
,egli risponde accusandolo di essere l’autore dell’omicidio. Edipo infuriato, aggredisce
fisicamente il povero cieco, prendendolo a calci e spingendolo veemente a terra. Tiresia
riesce ad alzarti a fatica, sostenuto dal suo servo (Ninetto Davoli) e abbandona la città
maledicendo Edipo che non potrà sfuggire al suo crudele destino, avendo ucciso il padre e
sposato la madre, fratello e padre dei suoi figli, marito e figlio della propria madre; poi
predice la sorte di Edipo: quella di diventare cieco e mendico.

La scena si sposta di nuovo all’interno del palazzo regio dove Giocasta ride e gioca con un
gruppo di donne. Edipo rientrato nella reggia, riflette sgomento per le rivelazioni di Tiresia,
poi va a prendere Giocasta, la porta dentro, la bacia e la porta a letto. Mentre i due fanno
l’amore, all’esterno del palazzo si assiste ad una processione di dignitari. Successivamente,
tra Edipo e Creonte avviene un acceso dibatto: volano parole grosse. Edipo accusa Creonte,
d’accordo con Tiresia, di aver ordito un complotto nei suoi confronti per impossessarsi del

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potere. Creonte nega da parte sua, qualsiasi intenzione di detronizzare il cognato. Edipo alla
fine lo lascia andare.

All’esterno del palazzo si assiste ad una discussione tra Edipo e Giocasta, la quale gli
racconta della profezia su Laio: sarà ucciso dal proprio figlio e sposerà sua moglie. Edipo
comincia a sospettare, interroga Giocasta e apprende altri dettagli mentre intanto si fa sera.
L’immagine successiva ci mostra i due coniugi a letto. Edipo urlando racconta la sua storia.
Giocasta non vuole sentire talmente è sconvolgente la triste verità a cui è giunto Edipo.
L’unico modo per conoscere a fondo come si sono realmente svolti i fatti, è quello di
interrogare quel servo che su incarico di Laio, doveva uccidere suo figlio appena nato.
Edipo, accompagnato da alcuni dignitari, raggiunge il servo di Laio nel deserto. Lo interroga
per sapere come si sono svolti i fatti, in particolare che fine abbia fatto quel bambino che gli
fu affidato da Laio. Inizialmente il servo (con accento calabrese), nega qualsiasi
coinvolgimento.

Incalzato dalle domande di Edipo, alla fine, ammette di aver ricevuto da Laio suo figlio, con
l’incarico di ucciderlo. Solo così avrebbe posto fine ad una profezia: quel neonato, divenuto
adulto avrebbe ucciso suo padre Laio e sposato sua madre Giocasta. Il servo però, non diede
ascolto a Laio e mosso da pietà, abbandonò il bambino nel deserto, senza ucciderlo. Un
pastore che aveva assistito alla scena, prese il bambino e lo portò al re di Corinto, Polibo e
sua moglie Merope, per affidarglielo, visto che non potevano avere figli. Questi crebbero il
neonato come proprio figlio, dandogli il nome di Edipo. La scena torna al palazzo reale dove
si vedono delle donne che ridono e si divertono con Giocasta, la quale mostra uno sguardo
inquieto, quasi a presagire quello che poi dopo sarebbe successo. Edipo ormai ha capito
tutto, torna nel palazzo e dalla soglia appena varcata, vede subito il corpo ciondolante di
Giocasta, impiccata ad una trave del soffitto. Si aggrappa a quel corpo senza vita, ottenendo
solo di strappare a Giocasta le vesti ed essa, sua madre, gli appare ancora una volta nuda. E’
quella nudità che egli non può sopportare. Come una bestia furente, le apre la spilla (quella
che tante volte aveva aperto per spogliare la sua sposa) e si conficca gli aculei negli occhi
urlando di dolore. Solo ora, divenuto cieco, vede la luce della verità.

4.6 Tragedia di Sofocle: esodo

Un messo esce dal palazzo di Edipo e annuncia disperato che Giocasta si è impiccata e che
Edipo, appena l’ha vista, si è accecato con la fibbia delle vesti di lei. In quell’istante appare
Edipo accompagnato da un canto pietoso del coro che afferma di aver compiuto quell’atto
perché nulla ormai, a lei che è maledetto può essere più dolce vedere. In quel momento
arriva Creonte che di fronte alla disperazione di Edipo, lo esorta ad avere fiducia in Apollo.
Edipo abbraccia quindi le sue figlie Antigone e Ismene, compiangendolo perché esse, figlie
di nozze incestuose, saranno sicuramente emarginate dalla vita sociale. Infine chiede a
Creonte di essere esiliato in quanto uomo aborrito dagli dei.

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4.7 Pasolini: quarta sequenza, epilogo

Edipo accecato esce dal palazzo. Il servo di Tiresia (Ninetto Davoli) gli porta un flauto e lo
accompagna verso l’esilio. Pasolini, a questo punto, come aveva fatto all’inizio del film,
compie un’operazione spazio-temporale, trasferendo la tragedia agli anni ’60, dove un
Edipo moderno (Franco Citti), accompagnato dal suo servo che qui si chiama Angelo
(Ninetto Davoli) si muove sotto i portici di Bologna. I due si trovano a suonare davanti al
Duomo di Bologna, poi vagano inquieti in una periferia di una città industriale. Dopo un
triste girovagare i due viandanti ritornano alla cascina di inizio film. Edipo trova la pace
ritornando ai luoghi della sua infanzia. Si vede il prato di inizio film, la telecamera si
sofferma sulla natura ed Edipo pronuncia la frase che poi chiude il film: <<O luce che non
vedo più, che prima eri stata in qualche modo mia, ora mi illumini per l’ultima volta. Sono
tornato. La vita finisce dove comincia>>.

5) I TEMI PRINCIPALI DELL’EDIPO RE DI PASOLINI

La grandezza e l’originalità dell’Edipo re di Pier Paolo Pasolini, sono individuabili nella


variazione radicale compiuta dal regista sia rispetto al modello greco, sia rispetto alla
tradizione letteraria: Pasolini, infatti, investe di coinvolgimento libidico anche il parricidio.
Nell’incontro al trivio Edipo consuma, uccidendo Laio, non tanto la sua sete di sangue o di
crudeltà, quanto il desiderio di ribellione e di esautorazione.

Egli, infatti uccide il re di Tebe non tanto per affermare il suo diritto di precedenza nel
passaggio ma perché l’uomo che gli si staglia di fronte, è riconoscibile come padre,
incarnazione e simbolo di un’autorità ostentata tramite la corona esageratamente alta. Lo
stesso Laio si comporta con arroganza, sentendosi minacciato dal giovane che gli si para di
fronte. A questo punto, allo spettatore sovviene immediatamente la scena del prologo nella
quale il padre, guardando con sospetto il proprio figlio, pronuncia queste parole: <<Ecco
questo qui, il figlio, che un po’ alla volta prenderà il tuo posto nel mondo. Sì, ti caccerà dal
mondo e prenderà il tuo posto. Ti ammazzerà>>. Tramite questo processo di passaggio
dalla storia al mito, il regista rende universalmente valida la teoria freudiana per cui non
esiste una concezione idillica di famiglia, bensì al suo interno sussiste un rapporto
conflittuale tra padre e figlio. Il tema dell’incesto costituisce il Leitmotiv dell’intero film.
Durante tutta la pellicola, Pasolini attribuisce una valenza incestuosa ai gesti che Edipo
compie nei confronti di Giocasta. Lo stesso suicidio di quest’ultima, assume una valenza

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erotica; Edipo aggrappandosi a quel corpo senza vita, non ottiene che una cosa sola:
strappare a Giocasta le vesti, così ella appare ancora una volta nuda, quella nudità che egli
non può sopportare. Per Pasolini la spilla diventa custode di un’intimità segreta che
dall’abitudine gioiosa, si capovolge nel sangue e nella distruzione.

6) L’ATEMPORALITA’ NEL FILM

La modernità nel film di Pasolini sta nel fatto che il regista ha svincolato lo svolgersi del
rituale tragico da un contesto storico. Spostando il quadro storico da una Grecia
preistorica all’Italia fascista, Pasolini rompe i vincoli di una precisa caratterizzazione
storico-culturale, presentando il mito come metastorico e non vincolato alla sola Grecia di
Edipo.

Il concetto di atemporalità è ripreso anche nella prima e quarta sequenza, il prologo e


l’epilogo. Anche se vengono poste coordinate spazio-temporali molto precise su cui
Pasolini indugia (la bandiera italiana issata su un palazzo, la divisa fascista), questa realtà
del Dopo Guerra, la provincia milanese industrializzata e la campagna intatta, si integrano
con il mito nella sua atemporalità.. L’autore stesso afferma che <<La preistoria è stata
praticamente la stessa ovunque>>. Questo fa si che la scelta dei costumi sia
completamente arbitraria, senza riferirsi alla realtà greca dove si svolgevano gli
avvenimenti. Come afferma lo stesso Pasolini: <<I costumi sono inventati quasi
arbitrariamente. Ho consultato libri sull’arte atzeca, sui sumeri; altri provengono
addirittura dall’Africa nera. E avrei voluto rendere i costumi ancora più arbitrari e
preistorici, non ho voluto ricostruire nulla dal punto di vista archeologico e filologico,
quindi non ho letto alcun testo sul medioevo greco. Ho inventato tutto>>.

Anche la scelta delle musiche, è determinante ad eliminare un quadro storico preciso. Ci


sono canti popolari, indefinibili ed estremamente ambigui, a metà tra canzoni slave,
greche e arabe; tutta la musica del film è astorica e atemporale.

La scena è un paesaggio bruciato, desolato e silenzioso, espresso attraverso i volti della


gente comune del Marocco, dove un’antica Grecia immaginaria viene ricostruita in
mezzo al deserto: in questo modo Pasolini identifica il mondo della verità, quello delle
nostre radici storiche e culturali, con uno dei tanti mondi della verità umana rimasta nel
presente, quell’isola che è fuori dal mondo che è il Nord Africa.

L’Edipo sofocleo è un racconto che lo scrittore ha avuto il pregio di narrare in chiave


lineare, semplice, anti-decorativa, invece con Pasolini si assiste ad un racconto tutto
moderno, volto alle ricerche espressive, tutto immerso in una dimensione metastorica. La
vicenda di Edipo diventa il simbolo della condizione umana occidentale.

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