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MICHAIL BACHTIN

E IL SUO CIRCOLO
OPERE 1919-1930
A cura di Augusto Ponzio
con la collaborazione di Luciano Ponzio Testo russo a fronte
per la traduzione dal russo

BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
Direttore
GIOVANNI REALE
MICHAIL BACHTIN E IL SUO CIRCOLO
OPERE 1919-1930
ARTE E RESPONSABILITÀ – PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO
RESPONSABILE – L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA
– IL VITALISMO CONTEMPORANEO – LA PAROLA NELLA VITA
E NELLA POESIA – FREUDISMO – IL METODO FORMALE NELLA
SCIENZA DELLA LETTERATURA – PROBLEMI DELL’OPERA DI
DOSTOEVSKIJ – MARXISMO E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO
– STILISTICA DEL DISCORSO ARTISTICO – SUI CONFINI TRA
POETICA E LINGUISTICA

Testo russo a fronte

A cura di Augusto Ponzio

Con la collaborazione di Luciano Ponzio


per la traduzione dal russo

BOMPIANI
IL PENSIERO OCCIDENTALE
Direttore editoriale Bompiani
Elisabetta Sgarbi

Direttore letterario
Mario Andreose

Editor Bompiani
Eugenio Lio

ISBN 978-88-587-6693-4

© 2014 Bompiani/RCS Libri S.p.A.


Via Angelo Rizzoli 8 - 20132 Milano

Realizzazione editoriale: Alberto Bellanti – Milano

I edizione digitale 2014 da edizione Il Pensiero Occidentale luglio 2014


SOMMARIO

INTRODUZIONE, di Augusto Ponzio VII

Bachtin e il suo circolo: cronologia essenziale XXXIII

Nota editoriale XLVII

I. Arte, vita, responsabilità (1919-1926) 1


M. M. Bachtin, Arte e responsabilità 27
M. M. Bachtin, Per una filosofia dell’atto responsabile 33
M. M. Bachtin, L’autore e l’eroe nell’attività estetica 169
I. I. Kanaev (M. Bachtin), Il vitalismo contemporaneo 215
V. N. Vološinov, La parola nella vita e la parola nella poesia 271

II. Coscienza, ideologia, parola letteraria, dialogo


(1927-1929) 335
V. N. Vološinov, Freudismo. Studio critico 355
P. N. Medvedev, Il metodo formale nella scienza
della letteratura 599
M. M. Bachtin, Problemi dell’opera di Dostoevskij 1053

III. Linguaggio, sintassi dell’enunciazione, linguistica


generale (1929-1930) 1425
V. Vološinov, Marxismo e filosofia del linguaggio 1461
V. Vološinov, Stilistica del discorso artistico 1841
V. Vološinov, Sui confini tra poetica e linguistica 1995

NOTE INTEGRATIVE AI TESTI 2071


APPARATI 2083
INTRODUZIONE
di Augusto Ponzio
Chiamo sensi le risposte a delle domande. Ciò che non
risponde ad alcuna domanda è per noi privo di senso. […]
Carattere responsivo del senso. Il senso risponde sem-
pre a delle domande. Ciò che non è risposta a qualcosa
ci sembra insensato, avulso dal dialogo. Senso e signifi-
cato. Il significato è avulso dal dialogo, ma ne è astratto
in modo intenzionale e convenzionale. C’è in esso una
potenzialità di senso.
M. BACHTIN, “Dagli appunti del 1970-71”,
trad. it. in Bachtin, L’autore e l’eroe,
Torino, Einaudi, 1988: 363-364

Nella conversazione con San Bernardo Dante esprime


l’idea che il nostro corpo risorgerà non per se stesso, ma
per chi ci ama, per chi ci ha amato e ha conosciuto il
nostro unico sembiante.
M. BACHTIN, “L’autore e l’eroe
nell’attività estetica“, ivi, pp. 52-53

Il nostro punto di vista non afferma affatto una qual-


che passività dell’autore, il quale non farebbe che mon-
tare i punti di vista altrui, rinnegando assolutamente un
proprio punto di vista, una propria verità [...]. L’autore
è profondamente attivo, ma il suo essere attivo ha carat-
tere dialogico.
M. BACHTIN, “Piano per il rifacimento
del libro su Dostoevskij”, ivi, p. 322
Michail Michajlovič Bachtin (Orël, Russia, 17 novembre, 4 nov.
del calendario Giuliano, 1895 – Mosca 7 marzo 1975) è certamente
una figura fondamentale della cultura europea del Ventesimo seco-
lo. A partire dal 1963, anno di riedizione in russo della sua prima
monografia, quella su Dostoevskij (prima edizione 1929), seguita
dalla pubblicazione, nel 1965, del suo secondo lavoro monografico,
quello su Rabelais, e poi dalle due raccolte (rispettivamente nel
1975 e nel 1979) dei suoi scritti prodotti tra 1919 e il 1974, l’interes-
se per Bachtin è andato via via aumentando. Ciò è attestato anche
dalla traduzione delle sue opere in molte lingue e dall’influenza
esercitata dal suo pensiero in ambiti disciplinari diversi. Nel luglio
del 2014 (dal 23 al 27) si terrà a Stoccolma il XV Convegno Inte-
nazionale a lui dedicato e intitolato “Bakhtin as Praxis: Academic
Production, Artistic Practice, Political Activism”. Il primo si tenne
nel 1983 a Kingston (Canada). Il XIV si è tenuto in Italia, nel luglio
del 2011 (Rocca di Bertinoro, Università di Bologna). Desidero an-
che ricordare la serie di seminari che si sono recentemente tenuti a
Roma (dal 10 ottobre al 19 dicembre 2012), a cura di Paolo Fabbri
(Roma, LUISS) e Isabella Pezzini (Università della Sapienza), che
nel documento in cui li annunciavano riportavano il giudizio di
Todorov a proposito di Bachtin: «il più importante pensatore so-
vietico nel campo delle scienze umane e il più grande teorico della
letteratura del XX secolo». La rivista Diogene (Firenze, Giunti )
ha dedicato, nel fascicolo n° 27 del 2012, un “dossier” di oltre 20
pagine (pp. 63-86) al “Filosofo Michail Bachtin”.
Bachtin appartiene alla stessa generazione del semiotico Roman
Jakobson (1896), dell’etnologo Vladimir Propp (1895), del formali-
sta Victor Šklovskij (1893), dello psicologo Lev Vygotskij (1896). Fe-
ce gli studi universitari a Odessa e Pietroburgo, dove insegnavano
Veselovskij, Baudouin de Courtenay e Zelinskij. A Nevel’ nel 1919
entrò in rapporto con Valentin N. Vološinov (1895-1936) con il filo-
sofo Matvej I. Kagan (1889-1937), con il filosofo e critico letterario
Lev V. Pumpianskij (1891-1940) e con la pianista Marija V. Judina
XII AUGUSTO PONZIO

(1899-1970), con i quali stabilì uno stretto rapporto di collaborazio-


ne e di amicizia (v. come Bachtin stesso presenta questi incontri e
rapporti nelle conversazioni del 1973 con Viktor Duvakin, trad. it.
di Rosa Stella Cassotti, Bachtin, In dialogo, a mia cura, Napoli, Edi-
zioni Scientifiche Italiane, 2008). Ad essi si aggiunse ben presto Pa-
vel N. Medvedev (1892-1938) che Bachtin conobbe a Vitebsk dove
si trasferì nel 1920. Nel 1921 sposò Elena Aleksandrovna Okolovič,
che gli restò accanto fino al 1971, anno della morte di lei. Amma-
latosi di osteomielite cronica, che lo rese gravemente invalido per
tutta la vita, passò a Leningrado (San Pietroburgo), dove si formò
il cosiddetto “gruppo” o “circolo di Bachtin” costituito, tra gli altri
e oltre che da Vološinov e Medvedev, dal biologo Ivanov I. Kanaev
(1893-1984), dal musicologo Ivan I. Sollertinskij (1902-1944), dallo
scrittore Konstantin K. Vaginov (1899-1949), dal poeta Boris M. Zu-
bakin (1894-1938), dall’indologo Michail I. Tubjanskij.
Nel 1929 uscì il suo libro su Dostoevskij. Dopo questo libro
Bachtin non poté pubblicare più nulla fino al 1963, anno della
seconda edizione di questo stesso libro. Infatti nel periodo del-
lo stalinismo, Bachtin fu bandito dalla cultura ufficiale. Arrestato
durante le prime purghe staliniane per “partecipazione ad orga-
nizzazione antisovietica” cioè all’attività del circolo religioso-filo-
sofico “Voskresenie”, diretto da Aleksandr A. Mejer (1874-1939), fu
confinato a Kustanaj, tra la Siberia ed il Kazakistan, poi a Saransk,
in Mordovia dal 1936. Nel 1938 subì, a causa della sua malattia, l’o-
steomielite, l’amputazione di una gamba. A Saransk insegnò nella
scuola dal 1945 al 1969. Nel 1946 discusse, presso l’Istituto di lette-
ratura mondiale Gor’kij di Mosca, la tesi dal titolo Rable v istorii re-
alizma [Rabelais nella storia del realismo], ma non ottenne la libera
docenza. Questo suo lavoro fu poi pubblicato nel 1965, il suo se-
condo libro dopo la monografia su Dostoevskij, che intanto, in edi-
zione ampliata era stato ripubblicato, come abbiamo visto, nel 1963.
Gli fu concesso di risiedere a Mosca solo nel 1971. Morì nel 1975.
Nello stesso anno fu pubblicata una raccolta di suoi scritti, cui fece
seguito una seconda nel 1979 (entrambe in traduzione italiana di
Clara Strada Janovič, Torino, Einaudi, rispettivamente 1979 e 1988).
In vita Bachtin pubblicò nel 1919 un breve articolo intitolato
“Arte e responsabilità”; nel 1929 il libro, menzionato, Problemi
dell’opera di Dostoevskij (trad. it. e cura di Margherita De Michiel e
con mia introd., Bari, Edizioni dal Sud, 1997); nel 1929 e nel 1930 le
INTRODUZIONE XIII

introduzioni ai volumi XI e XIII delle Opere scelte di Tolstoj (trad.


it. di Nicoletta Marcialis e Olga Strada, a cura di Vittorio Strada);
nel 1963 Problemi della poetica di Dostoevskij, nuova edizione rivista
e ampliata della monografia precedente (trad. it. di Giuseppe Gar-
ritano, Einaudi 1968); e nel 1965 l’opera di François Rabelais e la
cultura popolare del Medioevo e del Rinascimento, rifacimento della
dissertazione Rabelais nella storia del realismo presentata nel 1941
all’Istituto Gor’kij di Mosca e discussa, come già ho detto, nel 1946
(il capitolo su Rabelais e Gogol’, omesso in Bachtin 1965, fu pub-
blicato in versione ampliata in Kontekst 1972; ora in Bachtin nella
raccolta del 1975, trad. it. Estetica e romanzo, 1979). A ciò vanno
aggiunte le pubblicazioni (parziali) tra la seconda metà degli anni
Sessanta e la prima metà degli anni Settanta di testi scritti negli
anni Venti-Quaranta, e la “Risposta a una domanda del Novyj mir”
(Bachtin 1970). L’unica pubblicazione tra il 1929 e il 1963, cioè tra
la prima e la seconda edizione della sua monografia su Dostoevskij
fu “Esperienze tratte dallo studio del fabbisogno delle aziende col-
lettive” nella rivista Sovetskaja torgovlja [Il commercio sovietico],
3, 1934, resoconto del suo lavoro di economo nella cooperativa di-
strettuale di Kustanaj nel Kazakistan, dove era stato confinato.
Va aggiunto il saggio del 1926 “Il vitalismo contemporaneo” (trad.
it. di M. De Michiel nella raccolta Bachtin e le sue maschere, a cu-
ra di Paolo Jachia, M. De Michiel e A. Ponzio (Bari, Delalo 1995),
e in Vita, a cura di A. Ponzio, serie “Athanor”, 5, Roma, Meltemi,
2002), apparso con il nome del biologo Ivan I. Kanaev in una rivi-
sta russa di biologia: da parte dello stesso Kanaev abbiamo l’espli-
cita dichiarazione, resa a Sergej G. Bočarov, uno dei curatori delle
opere di Bachtin, dell’“appartenenza” a Bachtin di questo saggio.
Si può far iniziare l’interesse per il cosiddetto “circolo bach-
tiniano” dal saggio del 1973 di Vjaceslav V. Ivanov, “Significato
delle idee di M. Bachtin sul segno, l’enunciazione e il dialogo
per la semiotica contemporanea” e dall’edizione inglese del 1973
(New York, Seminar Press) di Marxismo e filosofia del linguaggio:
Problemi fondamentali del metodo sociologico nella linguistica, di
Valentin N. Vološinov, una delle voci più importanti del circolo
bachtiniano, libro pubblicato originariamente a San Pietroburgo,
allora Leningrado, per Priboj nel 1929 e successivamente nel 1930
nella collana “Problemi di metodologia e di teoria della letteratu-
ra”. Fu quella inglese la prima traduzione in assoluto di Marxismo
XIV AUGUSTO PONZIO

e filosofia del linguaggio. Da essa, tranne per l’introduzione, non


compresa nell’edizione inglese, che fu tradotta – da Rita Bruzze-
se – direttamente dall’edizione russa del 1930, fu tratta l’edizione
italiana del 1976, curata da me, nella traduzione di Nicola Cuscito,
pubblicata da Dedalo. Nel 1999 fu pubblicata, anche questa a mia
cura, la traduzione integrale dal russo – di M. De Michiel – di
Marxismo e filosofia del linguaggio (Lecce, Manni).
I saggi di L. Matejka e di I. R. Titunik, che accompagnavano
l’edizione inglese, da loro curata, di Marxismo e filosofia del lin-
guaggio furono pubblicati in italiano nel volume a mia cura e con
una mia introduzione, Michail Bachtin. Semiotica, teoria della lette-
ratura e marxismo (Dedalo, 1977), insieme ai saggi di V. V. Ivanov,
del 1973, “Significato delle idee di M. Bachtin sul segno, l’enun-
ciazione e il dialogo per la semiotica contemporanea”, al saggio di
M. Bachtin, “Il problema del testo” (1960-61) – tutti tradotti da
N. Marcialis – e al saggio, tradotto da Giuseppe Mininni, di Julia
Kristeva “La parola, il dialogo, il romanzo” (1969).
Successivamente, presso la stessa Dedalo, apparvero, entrambe
nella traduzione di R. Bruzzese, nel 1977, da me promossa, l’edi-
zione italiana con introduzione di G. Mininni, di Freudismo. Studio
critico (1927) di Vološinov (ora in trad. di Luciano Ponzio, con il
titolo Freud e il freudismo, Milano, Mimesis, 2005) e nel 1978, nella
collana “Teoria del linguaggio e della letteratura”, diretta da Vito
Carofiglio, Rosa Rossi e Silvano Sabbadini e da me, il libro di Pa-
vel N. Medvedev Il metodo formale nella scienza della letteratura
(1928) con una mia introduzione. Nella stessa collana, nel 1980
pubblicai sotto il titolo di Il linguaggio come pratica sociale, nella
traduzione di R. Bruzzese e N. Marcialis, una raccolta di saggi di
Vološinov apparsi tra il 1926 e il 1930, tra cui il saggio del 1926 “La
parola nella vita e nella poesia” e quello del 1928 (ripreso nel libro
di Vološinov del 1929) “Le più recenti tendenze del pensiero lin-
guistico occidentale” (successivamente i saggi qui raccolti furono
ripresentati in una nuova edizione, nella trad. it. di L. Ponzio e una
mia introduzione in Linguaggio e scrittura, Roma, Meltemi, 2002).
Il libro di Vološinov su Freud era stato anticipato dall’articolo
dello stesso Vološinov “Al di là del sociale. Il freudismo” del 1925
(trad. it. nella raccolta Bachtin e le sue maschere, cit., e in appendice
a Freud e il freudismo, cit.), in cui la critica a Freud risulta priva, a
differenza del libro del 1927, di qualsiasi apprezzamento della con-
INTRODUZIONE XV

cezione freudiana e sembra ridursi fondamentalmente all’opposi-


zione tra il “naturalismo” o “biologismo” di Freud e la prospettiva
storico-sociale del marxismo.
Anche per i tipi della Dedalo, la terza parte di Marxismo e filo-
sofia del linguaggio dal titolo “Per una storia delle forme dell’enun-
ciazione nelle costruzioni linguistiche. Saggio di applicazione del
metodo sociologico ai problemi della sintassi”, apparve in tradu-
zione italiana dal russo nel 1995 nella raccolta di scritti del “Cir-
colo di Bachtin”, Bachtin e le sue maschere (cit., contenente scritti
di Vološinov, Ivan I. Kanaev, Pavel N. Medvedev e dello stesso M.
M. Bachtin). Nella traduzione dal russo di Luciano Ponzio questa
terza parte è apparsa poi recentemente come libretto della collana
“Il segno e i suoi maestri” – diretta da Cosimo Caputo, da Susan
Petrilli e da me – (Lecce, Pensa Multimedia, 2010) con il titolo
Parola propria e parola altrui nella sintassi dell’enunciazione, con
una mia introduzione.
Tra le prime traduzioni di Marxismo e filosofia del linguaggio in
altre lingue vanno ricordate anche quella spagnola del 1976 (dalla
versione inglese del 1973) di M. R. Russovič, El signo ideologico y
la philosophia del lenguaje (Buenos Aires, Nueva Vision) e quella
francese di M. Yaguello, Le marxisme et la philosophie du langage,
del 1977 (Parigi, Minuit). Nel 2010 è apparsa una nuova traduzione
francese dal russo (edizione bilingue), a cura di Patrick Sériot e
Inna Tylkowski-Ageeva (Limoges, Lambert-Lucas).
Per quanto riguarda il libro di Medvedev sul metodo forma-
le, esso fu tradotto in inglese nel 1878 (Cambridge, Mass., Har-
vard University Press). La traduzione francese è del 2007 a cura
di Bénédicte Vauthier e Roger Comtet, postf. di Youri Medvedev,
Toulouse, Presses Universitaires du Mirail, 2007. Del 2011 è la
traduzione portoghese apparsa in Brasile a cura di Beth Brait (S.
Paolo, Brasile, Contexto, 2012).
Il “circolo di Bachtin” non era una “scuola” nel senso accade-
mico del termine, né Bachtin era un “caposcuola”, né, in questo
senso, un “maestro”, sicché non solo l’espressione “circolo” è fuor-
viante se le si attribuisce un significato di scuola, ma lo è anche,
e a maggior ragione, l’espressione “di Bachtin”, se la si intende in
termini di derivazione, di appartenenza, di genealogia. Si tratta
piuttosto di un sodalizio, di un’intensa e affiatata collaborazione,
XVI AUGUSTO PONZIO

all’insegna dell’amicizia e in base a interessi e competenze diverse


a partire dalle quali ci si trova a occuparsi di temi comuni.
Alla stessa maniera in cui Bachtin, come risulta dal saggio so-
pra menzionato si occupò anche di biologia, il biologo Kanaev
pubblicò, rispettivamente, nel 1972 e nel 1970, due libri su Goe-
the. A Goethe era essenzialmente dedicato il libro di Bachtin del
1936-38 Il romanzo di educazione e il suo significato nella storia
del realismo di cui restano soltanto alcune parti, talvolta solo in
maniera frammentaria, dai materiali preparatori ad esso. Si può
senz’altro dire che l’opera di Goethe insieme a quella di Dosto-
evskij e di Rabelais era il terzo importante tema di riferimento
della ricerca di Bachtin. A quanto risulta dalle lettere scambiate
con Kanaev, Bachtin conosceva entrambe le opere di Kanaev nella
forma del dattiloscritto. In una lettera datata 11 ottobre del 1962,
Bachtin sottolinea all’amico l’estraneità di Goethe al ricorso a due
coppie di concetti in opposizione che invece sono assunte gene-
ralmente come centrali nel pensiero occidentale: “fenomeno” ed
“essenza” e “soggetto” e “oggetto”: l’essenza non si cela dietro al
fenomeno ma si manifesta nel fenomeno; come pure nessuna con-
trapposizione tra soggetto e oggetto, tra conoscente e conosciuto,
ma compartecipazione, confronto. Nelle “Note” alla raccolta dei
saggi di Bachtin del 1979 (trad. it. cit.: 409-410), S. Averincev e
S. Bočarov hanno riportato, oltre questa lettera a Kanaev anche
un’altra, del 1969, ancora a proposito di Goethe, dove Bachtin
indica all’amico come in Goethe non ci sia neppure, nei confronti
di queste ed altre abituali contrapposizioni, l’idea che debbano
essere superate in qualche sintesi, l’idea di una loro conciliazione
in un sistema compiuto: c’è invece in Goethe l’insistenza su una
attiva compartecipazione fra termini, aspetti e posizioni che solo
da un punto di vista esterno e astratto possono essere visti in un
rapporto di contraddizione.
È anche singolare, come risulta nella raccolta Bachtin e le sue
maschere (cit.) di scritti di Bachtin, Kanaev, Medvedev e Vološinov,
che fosse Pavel Medvedev a dedicarsi tra il ’25 e il ’26 a recensioni
concernenti Dostoevskij – precisamente del libro di I. Neifel’d,
che proponeva un’interpretazione psicoanalitica di Dostoevskij, e
della raccolta, a cura di A. S. Dolinin, di “articoli e materiali” di
Dostoevskij.
Per quanto riguarda Vološinov, anch’egli si occupa negli anni
INTRODUZIONE XVII

Venti di argomenti che ritroviamo nella monografia del 1928 di


Medvedev sul metodo formale e in quella di Bachtin su Dostoev-
skij del 1929. Nel libro di Vološinov su Freud del 1927 si trova la
distinzione tra “ideologia ufficiale” e “ideologia non ufficiale” che
ha un ruolo centrale nel Rabelais di Bachtin, per quanto riguarda
il rapporto tra la letteratura dell’Umanesimo-Rinascimento e la let-
teratura comico-popolare del Medioevo.
Vološinov, quando a Nevel’ nel 1919 entrò in rapporto con
Bachtin, Kagan, Pumpianskij e con la pianista Marija V. Judina,
era originariamente musicologo e compositore. I suoi primi articoli
agli inizi degli anni Venti – antecedenti al saggio su Freud del 1925
e a quello del 1926 su “La parola nella vita e nella poesia” – sono
su “la filosofia e la storia della musica”.
L’amicizia e la frequentazione di Vološinov e Bachtin continua
nei primi anni Venti a Vitebsk, dove essi coabitano in una casa in
affitto, e successivamente a Leningrado – dove Bachtin alloggia
con la moglie in una stanza dell’appartamento del suo amico bio-
logo Kanaev –, fino all’esilio di Bachtin a Kustanaj nel Kazakistan
in seguito al suo arresto il 24 dicembre del 1928 per la sua parte-
cipazione, come abbiamo già visto, al circolo religioso filosofico
di A. A. Mejer (il quale si proponeva di conciliare socialismo e
cristianesimo), e all’accusa, nel verdetto di condanna, di “relazioni
a carattere antisovietico”.
Perciò probabilmente anche l’orientamento degli studi univer-
sitari di Vološinov, la sua scelta del Dipartimento di letterature e
di arti della Facoltà di Scienze sociali, il cui decano era il linguista
Nikolaj Ja. Marr, e, terminati gli studi universitari, la sua iscrizione
nel 1924 al dottorato presso l’Istituto delle lingue e delle lettera-
ture dell’Oriente e dell’Occidente (ILJaZV), sempre a Leningra-
do, dove ebbe per insegnanti Lev Jakubinskij e Vasilij Desnickij)
risentono soprattutto dell’influenza del sodalizio con Bachtin,
con Medvedev e con gli altri che ne facevano parte. Una ricostru-
zione della biografia e degli studi di Vološinov è offerta da Inna
Tylkowski, Vološinov en contexte. Essai d’épistemologie historique,
Lausanne, Lambert-Lucas, 2012.
Nel rapporto prodotto da Vološinov (pubblicato tra gli “An-
nessi” alla traduzione francese del 2010 di Marxismo e filosofia del
linguaggio a cura di Sériot e Tylkowski-Ageeva, cit.) circa l’attività
da lui svolta nel 1925–26 come incaricato di corsi all’ILJaZV, ritro-
XVIII AUGUSTO PONZIO

viamo, nel piano di un lavoro, diviso in dieci capitoli e intitolato


“Saggio di poetica sociologica”, i temi dei suoi articoli che appa-
riranno nella seconda metà degli anni Venti, tra cui anche quello
della “Parola nella vita e nella poesia”.
Ma essi sono anche i temi degli articoli di Medvedev (trad. it. in
Le maschere di Bachtin, cit.) e del suo libro del 1928. E sono anche
i temi a cui lavora Bachtin, fin dai suoi primi scritti del 1920-24:
“Per una filosofia dell’atto responsabile” e l’ampio saggio “L’au-
tore e l’eroe nell’attività artistica” (che dà il nome alla traduzione
italiana, Einaudi, cit., L’autore e l’eroe, della raccolta del 1979 de-
gli scritti di Bachtin), il cui primo capitolo alquanto frammentario
fu pubblicato soltanto nel 1986, da Bočarov, insieme a “Per una
filosofia dell’atto responsabile” (la trad. it. del primo, di M. De
Michiel, apparve nel 1998, Lecce, Manni; quella del secondo, di
Raffaella Delli Veneri, nel 1993, nel libro a cura mia e di Paolo
Jachia, Bachtin &, Roma-Bari, Laterza, 1993.
Quando per il dottorato all’ILJaZv presenta il piano della sua
attività di ricerca per l’anno 1927-28, sotto la direzione di V. De-
nickij e N. Jalolev (già pubblicato in The Bachtin Circle a cura di
C. Brandist, D. Shephered e G. Tihanov, Manchester University
Press, 2004, e ora anche negli annessi alla traduzione francese
del 2010 di Marxismo e filosofia del linguaggio a cura di Sériot e
Tylkowski-Ageeva, cit.), Vološinov indica come tema della sua ri-
cerca il rapporto tra parola propria e parola altrui. Anche chi co-
nosce dell’opera di Bachtin soltanto la sezione intitolata “La parola
in Dostoevskij” del suo Dostoevskij, nella prima edizione del 1929
o nella seconda del 1963, oppure L’autore e l’eroe, anche nell’edi-
zione del 1975 priva del primo capitolo (pubblicato postumo da
Bočarov nel 1986 insieme a “Per una filosofia dell’atto responsa-
bile”), non esiterebbe a indicare come “bachtiniano” questo tema.
La ricerca presentata da Vološinov si intitola “La trasmissione del-
la parola altrui”, e corrisponde essenzialmente alla terza parte di
Marxismo e filosofia del linguaggio.
L’uso dell’aggettivo “bachtiniano” accoppiato al termine “scuo-
la”, come pure l’espressione “circolo di Bachtin”, si vanno affer-
mando quando Bachtin, dopo vari decenni di oblio, ritorna a es-
sere noto mentre è ancora in vita (muore nel 1975), e i suoi scritti
cominciano ad essere conosciuti anche a livello internazionale. La
scomparsa negli anni Trenta di Vološinov (per tubercolosi) e di
INTRODUZIONE XIX

Medvedev (arrestato a Leningrado, viene fucilato il 17 luglio del


1938) ha contribuito certamente alla dipendenza della stessa riedi-
zione delle loro opere negli anni Settanta dalla notorietà di Bach-
tin in quanto “opere bachtiniane”, e in quanto essi facevano parte
del “circolo di Bachtin”, comunque si intendano queste espressioni
e qualsiasi sia il ruolo che con esse si voglia attribuire a Bachtin.
Bachtin stesso, nelle conversazioni del 1973 con V. Duvakin (v.
Bachtin, In dialogo, cit.), parla di “circolo di Bachtin”, ma dicendo
precisamente che egli faceva parte di un gruppo, aveva intorno a sé
un circolo, formatosi a Nevel’, salvo per Medvedev, e che poi creb-
be e si consolidò a Vitebsk prima e a Leningrado poi, «circolo che
ora chiamano “circolo di Bachtin”» (si veda, per quanto riguarda
Medvedev, l’interessante introduzione alla recente traduzione in
francese del suo libro del 1928 (2007, cit.), il cui frontespizio è si-
gnificativamente: Pavel Medvedev, Cercle de Bakhtine, Le méthode
formelle en littérature.
Certamente all’evidenziazione del carattere dialogico della
parola un importante contributo fu dato da L. P. Jakubinskij,
discepolo di Baudouin de Courtenay ed uno degli esponenti
dell’OPOJaZ (Società per lo studio del linguaggio poetico), do-
cente all’ILJaZV quando Vološinov era dottorando, e autore di un
saggio del 1923 intitolato “Sul discorso dialogico”, menzionato in
una nota nella III parte di Marxismo e filosofia del linguaggio sem-
plicemente per informare che “nella linguistica russa c’è un unico
lavoro che affronta il problema del dialogo”. Anche Jakubinskij
aveva mostrato l’insufficienza delle categorie della linguistica
quando, anziché a frasi monologiche isolate, vengano applicate
all’interazione verbale del dialogo. Ma anche se per insegnanti,
nel senso scolastico e accademico del termine, Vološinov ebbe Ja-
kubinskij, come pure Desnickij e non Bachtin, credo che non si
possa avere nulla da ridire quando Bachtin (nel 1964) riferendosi
a Vološinov (che per altro era quasi suo coetaneo e con il quale si
era incontrato quando entrambi avevano più o meno ventiquattro
anni) dice, in una lettera a Vadim V. Košinov (uno dei curatori
degli scritti di Bachtin), che lo si può a buon diritto chiamare suo
allievo. Di Jakubinskij è stata recentemente pubblicata, a cura di
I. Ivanova e P. Sériot, una interessante raccolta di scritti sotto il
titolo Lev Jakubinskij, une linguistique de la parole (URSS, années
1920-30), Limoges, Lambert-Lucas, 2012.
XX AUGUSTO PONZIO

Vološinov, Medvedev non sono certamente dei prestanome; è


banale precisare che essi sono persone in carne ed ossa, ciascuno
con la propria vita, la propria formazione, i propri valori, la pro-
pria preparazione, la propria ideologia e i propri “ideologemi”.
Ma per quanto concerne il “circolo di Bachtin” essi ne sono, in-
sieme a Bachtin, le voci. Lo sono in maniera “paritaria”. Questo
va detto solo in contrasto con l’idea che nel gruppo, ivi compresi
Kagan, Pumpianskij, ci dovesse essere un leader, un Maestro, un
caposcuola. Ma, e questo è l’essenziale, lo sono in un rapporto
di reciproca incommensurabilità – come accade in un rapporto
eccezionale, fuori ruolo, fuori identità, fuori appartenenza, in un
rapporto tra differenze reciprocamente non indifferenti, in un
rapporto tra singoli, in cui ciascuno è unico, inclassificabile, in-
sostituibile.
Fin dal suo trasferimento da Pietrogrado (Pietroburgo) a Nevel’
nel 1918 e quindi fin dalla formazione del “circolo filosofico” poi
denominato “scuola di filosofia di Nevel’”, il lavoro di studio e di
ricerca di Bachtin si intreccia particolarmente con quello di alcuni
suoi collaboratori ed amici di quel gruppo che verrà indicato come
“circolo di Bachtin”. E anche quando, in seguito alla repressione
staliniana si sfalda il “circolo”, muoiono Medvedev e Vološinov e
Bachtin è confinato prima in Kazakistan e poi in Mordovia, le loro
voci, in un dialogo ininterrotto, continuano a sentirsi nella ostinata
prosecuzione della sua ricerca fino al 1975, anno della sua mor-
te. L’ascolto delle voci, di Vološinov e di Medvedev, come pure di
Pumpianskij, di Kagan, di Judina, di Zubakin, di Sollertinskij, di
Vaginov, per quanto autonome, indipendenti, singolari, sui generis
esse suonino, avviene nel testo dell’autore Bachtin, a partire da
esso, nel contesto del “circolo di Bachtin” come voci dell’ininter-
rotto dialogo bachtiniano, anche quando siano altri autori (i critici
di Bachtin) a riportarle e a evidenziarne l’originalità e la differenza
specifica. In questo senso “bachtiniano” è il testo in cui esse si
presentano inevitabilmente oggi, testo polifonico, in cui le voci in-
teragiscono tra loro risuonando in una stessa voce.
Separare queste voci e considerarle indipendenti l’una dall’al-
tra significa fare la stessa cosa che è stata fatta riguardo alle voci
della polifonia di Dostoevskij: Bachtin parla a tale proposito di
“dostoevskismo”:
INTRODUZIONE XXI

Il “dostoevskismo” è lo sfruttamento reazionario puramente


monologico che viene fatto della polifonia dostoevskiana. Esso si
chiude sempre nei limiti di una coscienza, fruga in essa, crea il
culto dello sdoppiamento della persona isolata. Ma la cosa prin-
cipale della polifonia di Dostoevskij è invece proprio ciò che si
compie tra diverse coscienze, cioè la loro interazione e interdipen-
denza.
Non bisogna andare a scuola da Raskol’nikov e da Sonja, da
Ivan Karamazov e da Zosima, separando le loro voci dal comples-
so polifonico dei romanzi (e con questo stesso deformandoli) […]
(Bachtin, Dostoevskij, Poetica e stilistica, 1963, trad. it. Einaudi,
1968: 52).

Se si fa questa stessa operazione nei confronti della polifonia


del “circolo bachtiniano” con il nobile scopo di restituire ogni
opera al suo “vero autore”, non sorprende che si possa giungere
alla conclusione, come fa Patrik Sériot (“Préface” all’ed. franc. di
Marxismo e filosofia del linguaggio, cit. p. 87), che «è difficile tro-
vare un testo più antidialogico (e meno carnevalesco) di Marxismo
e filosofia del linguaggio, discorso di verità, parola autoritaria, che
non ammette ipotesi. Vološinov non dubita mai».
Bachtin al passo in cui critica il “dostoevskismo”, aggiunge che,
invece, «bisogna andare a scuola dallo stesso Dostoevskij in quan-
to creatore del romanzo polifonico» (ibid.). Il “dostoevskismo” è
ricondurre la parola all’identità di chi la proferisce. Per Bachtin
andare a scuola da Dostoevskij significa, invece, riconoscere l’alte-
rità della parola, riconoscimento opposto al primato dell’identità.
Malgrado gli intenti come quello di Sériot di riportare Marxi-
smo e filosofia del linguaggio nel suo «proprio contesto», nella sua
«temporalità e nella sua spazialità propria», poiché questo “pro-
prio” è inteso in senso ristretto, in termini di appartenenza e di
identità, ciò che si perde di vista è appunto la polifonia dell’effet-
tivo contesto della parola di Vološinov, il contesto “bachtiniano”:
bachtiniano nel senso che abbiamo chiarito sopra, e non di nuovo
riferito a un’identità, a un autore, a una paternità.
Nelle conversazioni con Duvakin, Bachtin racconta del suo
amico e poeta Konstantin K. Vaginov e della sua poesia dissacran-
te, blasfema per l’epoca. Bachtin racconta degli amici del suo cir-
colo, dei vecchi amici scomparsi Pumpianskij, Vološinov, Kagan,
Medvedev, Sollertinskij, Judina, e dei nuovi, Vladimir N. Turbin,
XXII AUGUSTO PONZIO

Vadim V. Kožinov, Bočarov, Leontina S. Melichova, Georgij D.


Gačev… Racconta della sua amica straordinaria, Marija V. Judi-
na, musicista, che dentro la musica «trasportava tutto ciò che si
trovava al confine» tra la musica e le altre arti, al confine tra la
letteratura e la filosofia, tra la musica, la poesia e la religione, e che
perciò «non si inquadrava assolutamente nella cornice del profes-
sionismo musicale», «qualsiasi professionismo era assolutamente
estraneo a persone come lei». In Marija Veniaminovna Judina si
trovavano insieme filosofia, mitologia, religione e musica «che sono
le cose più affini al mondo». E poi: «Maria Veniaminovna era una
persona assolutamente non ufficiale. Tutto ciò che era ufficiale le
pesava. Come, del resto, anche a me. Anch’io non posso soffrire
ciò che è ufficiale».
Bachtin persona non ufficiale: di un altro circolo rispetto a
quelli ufficiali, pubblici, incline alla non ufficialità già ancor pri-
ma del suo arresto e della sua condanna; e proprio per questo ca-
pace, nei molti e lunghi anni di totale estromissione dalla cultura
dell’epoca, di procedere nel suo viaggio di scrittura, in dialogo,
in ascolto.
Nel 1981 pubblicai con l’editore Bertani di Verona Segni e con-
traddizioni. Fra Marx e Bachtin, dove confrontavo la posizione di
Marx con quella del circolo bachtiniano. Prima di rispondere alla
domanda se si può parlare di marxismo a proposito di Bachtin e
del suo Circolo, anzi prima di porla, è opportuno ricordare che,
durante una discussione in cui ciascuno diceva di essere marxista
e accusava altri di non esserlo «Marx disse ridendo: “Posso di-
re una cosa soltanto: che io non sono marxista”» (Hans Magnus
Enzensberger, Colloqui con Marx ed Engels, Einaudi, 1977). Un
Marx non ortodosso, impegnato negli ultimi anni della sua vita
essenzialmente a risolvere questioni concernenti il calcolo diffe-
renziale – superando la versione algebrica di Lagrange e proce-
dendo isolatamente e autonomamente nella direzione di Cauchy
e Weierstrass –, avevo incontrato nel mio lavoro di traduzione dei
suoi Manoscritti matematici (Milano, Spirali, 2006). Intanto con
il “marxismo ortodosso” applicato a questioni linguistiche avevo
avuto a che fare traducendo e presentando in italiano (pp. 5-78)
di Jean-Baptiste Marcellesi, Linguaggio e classi sociali. Marrismo e
stalinismo (Dedalo, 1978), in cui sono raccolti i relativi contributi
alla discussione del marrismo (la teoria di N. Ja. Marr) avviata nel
INTRODUZIONE XXIII

1950 da Stalin in persona sulla Pravda con il suo intervento sulla


linguistica che demoliva quella che era stata considerata fino ad
allora la teoria linguistica “di Stato”.
Il marxismo del Circolo di Bachtin non era certamente il mar-
xismo ortodosso, ma tanto meno lo si può chiamare, come fa Pa-
trick Sériot (“Preface” a Vološinov, Marxisme et philosophie du
langage, 2010, cit. p. 57) «marxismo accademico». Il marxismo di
Vološinov, secondo Sériot, è «una metateoria delle scienze umane».
Vološinov, egli dice, «non cita mai Marx». A smentire quest’ultima
affermazione basta la citazione nel libro di Vološinov del 1927 su
Freud e il freudismo, addirittura collocata come epigrafe – epigrafe
eliminata nella traduzione inglese – dalla VI delle tesi di Marx su
Feuerbach: “Menschliche Wesen ist kein dem einzelnen Individuum
innewolmendes Abstactum. In sein Wiklicheit ist es das Ensemble
der gesellschaftlichen Verhältinisse”. Questa enunciazione assume
un senso del tutto diverso a seconda che si traduca Menschliche
Wesen con “essenza umana” o con “essere umano” nell’accezione
di esistente umano, di individuo umano, come risulta dalla discus-
sione tra Adam Schaff e Luciene Sève svoltasi nella rivista l’Hom-
me et la Société (i testi di questa discussione furono da me tradotti
in italiano e commentati nell’introduzione, intitolata “Il problema
dell’individuo umano e la traduzione e il senso delle Tesi di Marx
su Feuerbach”, al libro del 1975, Marxismo e umanesimo (Bari, De-
dalo, pp. 5-48). Afferma Sériot: Vološinov «n’a jamais été membre
d’aucun parti politique»; «il ne cite jamais le nom de Marx»; «le
mots “politique” et “revolution” sont extrêmament rares dans ses
écrits», «il ne se propose jamais de changer quoi que soit», «il n’a
jamais été impliqué dans des activités révolutionnaires ou même
militants» «il n’a mais fréquenté les quartiers prolétaires»; si tratta
di uno strano marxismo, conclude Sèriot, un «marxisme sans pra-
xis, sans politique e sans Marx» (2010:57)
Certo, Vološinov, come Bachtin, Medvedev e altri componenti
del Circolo bachtiniano ma anche come Lev Vygotskij, non ave-
va l’abitudine di invocare, diversamente dai costumi dell’epoca,
l’autorità di Marx, non erano militanti, non si dichiaravano “mar-
xisti”, come se il “marxismo” fosse una fede. Ma senza dubbio era-
no “dissidenti”, la loro vita testimonia questo. Bachtin fu esiliato,
Medvedev fucilato, gli altri furono emarginati e incarcerati. Essi
non si limitavano a ripetere la formula del carattere sovrastrut-
XXIV AUGUSTO PONZIO

turale e classista della lingua diversamente da N. Ja. Marr, morto


anch’egli nel 1934, come Vygotskij, ma la cui teoria dominò, l’ho
ricordato, fino al ’50 quando, con gli articoli di Stalin sulla Pravda,
al marxismo si sostituì, nel campo dello studio della lingua e del
linguaggio, un’altra teoria, che dogmaticamente faceva ricorso
anch’essa all’autorità, ma questa volta, come era già successo per
altre scienze, a quella di Stalin in persona.
Vološinov, nell’introduzione – eliminata nella edizione inglese
– di Marxismo e filosofia del linguaggio inizia affermando corag-
giosamente che «fino ad oggi non esiste alcun lavoro marxista di
filosofia del linguaggio, né si trovano, in lavori marxisti dedicati a
temi affini, considerazioni sul linguaggio in qualche modo defini-
te e sviluppate. […] A ciò si deve aggiungere che in tutti i settori
appena sfiorati o del tutto trascurati dai fondatori – Marx e En-
gels – si sono saldamente installate categorie meccaniciste. Tutti
questi settori si trovano ancora fondamentalmente in uno stato di
materialismo meccanicistico predialettico» (infra, 1465).
Per quanto riguarda Bachtin, mi limito solo ad accennare che
nel Rabelais, che occupa un ruolo centrale nella sua opera com-
plessiva, in contrasto con la riduttiva interpretazione dominante
della concezione di Marx viene sviluppata l’idea da lui introdotta
che l’umano si realizza pienamente là dove finisce il regno della
necessità. Nel Rabelais si sostiene che la festa nella sua manifesta-
zione non vincolata, diversamente dalla “festa ufficiale”, a iden-
tità, ruoli, appartenenze, e come espressione del diritto umano
all’infunzionalità, è – non meno del lavoro non ridotto a merce
e alienato, ma in quanto trasformazione, creatività, invenzione –
una modalità specificamente caratterizzante dell’individuo uma-
no, non astrattamente inteso, ma considerato nell’insieme dei suoi
rapporti sociali. Conseguentemente potremmo dire, con il Marx
dei Grundrisse, che la vera ricchezza sociale non è il tempo di lavo-
ro, ma il tempo disponibile, disponibile per l’altro – l’altro da sé e
l’altro di sé –, e con Bachtin il tempo della festa non ufficiale, che
come risulta dal suo Rabelais, è collegato con il “tempo grande”
della scrittura letteraria.
Nel riproporre la lettura dei testi di Bachtin tra il 1919 e il
1929, anche attraverso la loro traduzione italiana, e nel presentare
in italiano le sue conversazioni tenute con Duvakin tra il 22 feb-
braio e il 23 marzo del 1973 (Bachtin, In dialogo, 2008, cit.), il mio
INTRODUZIONE XXV

intento principale è stato quello di mettere in discussione alcuni


degli equivoci ricorrenti nella interpretazione dell’opera bachti-
niana. In questo senso un contributo notevole è dato da quanto
Bachtin stesso dice conversando con Duvakin nel 1973. Già il suo
dichiararsi “filosofo” in queste conversazioni («filosofo: è ciò che
sono stato e ciò che sono fin ora»), smentisce esplicitamente la ri-
duzione ricorrente di Bachtin a critico della lettura. Ma questa sua
dichiarazione si trova anche altrove, in maniera altrettanto diretta
nel saggio del 1960-61, “Il problema del testo” (in Bachtin 1975).
Per Bachtin la sua ricerca non rientra né nella linguistica, né nella
filologia, né nella critica letteraria e tanto meno nella semiotica,
ma, attraversando i confini di queste discipline e stabilendo tra
loro un rapporto dialogico, essa si caratterizza come “filosofica”.
Da qui l’importanza del testo del 1920-24 – che ho riproposto più
volte in traduzione italiana e nel 2003 in edizione critica –, dove il
punto di avvio è chiaramente quello filosofico, precisamente quel-
lo di una “filosofia dell’atto responsabile”.
Secondo Bachtin, l’atteggiamento filosofico consiste nel ri-
fiutare la chiusura all’interno di un campo disciplinare, in una
“ontologia regionale”, direbbe Husserl, ma anche la chiusura sul
piano di un’ontologia generale, risultato di una visione totalizzan-
te esterna e astratta. Questo movimento al di là dell’essere così,
questa ricerca dell’altrimenti, dell’oltrepassamento delle frontiere
viene espresso da Bachtin tramite il prefisso “meta”. Nella se-
conda edizione del Dostoevskij Bachtin denomina la sua ricerca
metalinguistica. Ma “filosofia del linguaggio”, va altrettanto bene.
L’atteggiamento fondamentale e anche il tema ricorrente della
ricerca bachtiniana è l’ascolto della parola altrui. L’atteggiamen-
to critico, privo di pregiudizi, della filosofia del linguaggio sta
nel riconoscimento dell’apertura inevitabile della parola propria,
dell’enunciazione propria, alla parola altrui. Sta qui il punto di
incontro tra
1. la terza parte di Marxismo e filosofia del linguaggio di Vološinov
dedicata allo studio delle forme dell’enunciazione nelle costru-
zioni sintattiche della lingua (parte determinante e conclusi-
va, ben diversamente, dunque, da come è stata generalmente
considerata, cioè come qualcosa di giustapposto o fuori tema
XXVI AUGUSTO PONZIO

rispetto alla questione del rapporto tra marxismo e filosofia del


linguaggio),
2. il capitolo del Dostoevskij di Bachtin riguardante “la parola in
Dostoevskij” e
3. il saggio del ’26 di Vološinov “La parola nella vita e nella poe-
sia”, come ho cercato di mostrare nell’introduzione a M. Bach-
tin e V. N. Vološinov Parola propria e parola altrui nella sintas-
si dell’enunciazione (cit.: 9-72), che riunisce questi due testi di
Vološinov.
La prospettiva che, con Bachtin, io chiamo “filosofia del lin-
guaggio”, si presenta anche come filosofia dell’ascolto, ascolto della
parola altrui, della sua ricezione e della comprensione rispondente,
responsiva, nei suoi confronti. Come ho mostrato in The Dialogic
Nature of Sign (Ottawa, Legas, 2006) e nella presentazione all’edi-
zione brasiliana del mio libro in collaborazione con Patrizia Ca-
lefato e Susan Petrilli del 1994 (2a ed. 1999, Roma-Bari, Laterza),
Fundamentos de Filosofia da Language (Petropolis, Vozes, 2007:
9-68), poi ripresa come capitolo I di Lineamenti di semiotica e di
filosofia del linguaggio (con Susan Petrilli, Graphis, 2008: 3-84), il
problema fondamentale della filosofia del linguaggio è il problema
dell’altro, e il problema dell’altro è il problema della parola, della
parola come voce, riconosciuta come domanda di ascolto. Una filo-
sofia del linguaggio, dunque, come arte dell’ascolto. È per questo che
Bachtin, io credo, prende Dostoevskij come modello: Dostoevskij
sapeva ascoltare le parole, e sapeva intenderle come voci, cioè nella
loro differenza singolare.
L’ascolto non è esteriore alla parola, una aggiunta, una conces-
sione, un’iniziativa di chi la riceve, una scelta, una gentile conces-
sione, un atto di rispetto nei suoi confronti. L’ascolto, dice Bachtin,
è un elemento costitutivo della parola, che non può essere eviden-
ziato dalla linguistica, se non a condizione che divenga meta-lin-
guistica. La parola, egli dice (in “Il problema del testo” (1960-61,
cit.), “vuole sempre l’ascolto, cerca la comprensione rispondente,
e vuole, a sua volta, rispondere alla risposta, e così ad infinitum;
non si limita a una comprensione che avviene nell’immediato ma
si spinge sempre oltre (in maniera illimitata). La parola fa parte di
un dialogo in cui il senso non avrà mai fine”.
La peggior cosa che possa accadere alla parola è l’assenza di
INTRODUZIONE XXVII

ascolto (lo evidenzia bene una pagina di Primo Levi riportata


da Fabio De Leonardis nel volume di Athanor intitolato Umano
troppo disumano: l’assenza di ascolto, ivi incluso il voler sentire,
l’interrogare, il “veniamo ai fatti” di La folie du jour di Maurice
Blanchot; non il tacere, che, al contrario, è proprio la condizione
dell’ascolto – “il tacere dell’ascolto parla” – soprattutto quando
assume la forma della scrittura letteraria (come sottolinea Bachtin
negli “Appunti del 1970-71”), ma il silenzio. L’ascolto è l’arte della
parola, il suo mestiere, la sua maniera, la sua attitudine, la sua pre-
rogativa, la sua modalità particolare. Ma, come mostra Bachtin,
ci vuole l’arte verbale, l’ascolto letterario, ci vogliono i “generi se-
condari”, “complessi”, “i generi della parola indiretta, oggettivata,
raffigurata”, ci vuole lo scrittore, l’écrivain (secondo la distinzione
proposta da Roland Barthes tra écrivains et écrivants) per esaltare
l’ascolto come arte della parola. Sta qui il rapporto tra la filosofia
del linguaggio come arte dell’ascolto e la scrittura letteraria (rinvio
a questo proposito al libro a cura di Susan Petrilli, Philosophy of
language as the art of listening, Bari, Edizioni dal Sud, 2007).
Il rapporto tra lingua e enunciazione, tra langue e parole, non
è un rapporto diretto, un rapporto duale. Esso passa per i generi
del discorso. Ogni enunciato, ogni testo verbale, fa necessariamen-
te parte di un genere di discorso. Si parla sempre non soltanto
in una certa lingua ma anche in un certo genere di discorso. Nel
testo del 1952-53, “Il problema dei generi di discorso” (trad. it. in
Bachtin, L’ autore e l’eroe, cit.), Bachtin si occupa direttamente dei
generi letterari, e aveva l’intenzione di scrivere un libro su questo
argomento. Egli distingue tra i generi primari o semplici, vale a
dire i generi della vita ordinaria – i generi della rappresentazione
ufficiale, della realtà sociale, dei ruoli, dei rapporti interpersonali
quotidiani, della parola funzionale e oggettiva – e i generi secon-
dari o indiretti o complessi che raffigurano i primi: sono i generi
della raffigurazione (izobraženie) letteraria, i generi della parola
indiretta. Sono appunto questi ultimi quelli che possono mettere
in evidenza, in tutta la sua ampiezza, la disponibilità della parola
verso la parola altrui, mostrare come la parola propria viva della
ricezione della parola altrui, della sua interpretazione e della sua
trasmissione, della sua comprensione rispondente. Ecco perché
una filosofia del linguaggio e una metalinguistica, una linguistica
dell’ascolto, necessitano del rapporto con la scrittura letteraria, in
XXVIII AUGUSTO PONZIO

tutti i suoi generi e non soltanto nel genere romanzo. Anche que-
sta riduzione dell’interesse di Bachtin al solo genere romanzo, co-
stituisce un altro grosso limite dell’interpretazione ricorrente del
pensiero bachtiniano.
Volendo indicare i punti essenziali della critica che, nei miei
lavori su Bachtin, ho rivolto ai fraintendimenti in cui sono incorsi
i suoi interpreti maggiori, cioè proprio quelli che hanno mag-
giormente contribuito alla sua conoscenza e divulgazione (come
Tzvetan Todorov, Katerina Clark, Michael Holquist, Wladimir
Krysinski e anche René Wellek, che ha incluso Bachtin nella sua
A History of Modern Criticism, riservandogli ben ventiquattro pa-
gine), essi si possono formulare così:
1. Il fatto stesso che Bachtin all’inizio della sua ricerca, specifi-
camente nel saggio del 1920-24, “Per una filosofia dell’atto re-
sponsabile”, e in quello del 1924, “L’autore e l’eroe nell’attività
estetica”, per analizzare l’intreccio tra parola propria e parola
altrui, per mostrare la presenza di voci diverse in una stessa
parola, esordisca facendo ricorso al genere lirico, esattamente
scegliendo come esempio la poesia di Puškin, Razluka (Dipar-
tita, 1830), a cui dedica una analisi abbastanza approfondita,
smentisce l’idea preconcetta, abbastanza diffusa, secondo la
quale Bachtin avrebbe accordato poca attenzione al genere li-
rico, interessandosi unicamente al genere romanzo, e evidenzia
il carattere erroneo dell’interpretazione della sua concezione
del dialogo nei generi letterari come contrapposizione rigida tra
“generi monologici”, tra cui vi sarebbe la poesia lirica, e “generi
dialogici”, come il romanzo, soprattutto nella sua espressione
polifonica. Qualsiasi testo letterario, per essere tale, richiede la
presenza di più voci, di più punti di vista, richiede che in esso
ci sia l’ascolto dell’altro: l’io, in quanto tale, “è esteticamente
improduttivo”, dice Bachtin. “Per le rive della patria lontana /
Stavi lasciando il suolo straniero” è l’inizio esteticamente vali-
do cui perviene Puškin dopo aver corretto quello della prima
stesura, “Per le rive di una terra straniera / Tu stavi lasciando
il paese natio”. Ciò non per motivi metrici o di musicalità o di
“bellezza estetica”, ma perché in quest’ultimo, a differenza del
primo, c’è solo il punto di vista di un io (l’“autore”, russo) che
soffre per la partenza della donna amata (l’“eroina”, italiana)
INTRODUZIONE XXIX

che va via, sicché non un sola parola appartiene alla voce di


lei, mentre nell’altro, quello della stesura definitiva, nelle parole
che lo compongono si sente tanto la voce di lei che torna nella
sua patria e lascia la terra straniera quanto la voce di lui che già
soffre per la sua lontananza.
2. Il termine bachtiniano “dialogicità” non è sostituibile con “in-
tertestualità” riservando i termini “dialogo e “dialogico” per
indicare lo scambio di battute fra interlocutori. Dialogica è già,
al suo interno, la singola battuta, e lo stesso monologo è dialogi-
co, come lo è il discorso interno, il parlare o il pensare con una
sola voce, che in effetti, proprio per questo, non è mai “una sola
voce”. Il ragionare (sia parlando agli altri, sia a se stessi) – l’in-
ferire, l’argomentare – è costitutivamente dialogico. La ragione
(cfr. di Bachtin gli appunti del 1970-71), che solo astrattamente
è ragione formale o ragione dialettica, concretamente è ragione
dialogica, che come tale, non può mai avere ragione dell’altro. E
anche il termine bachtiniano “metalinguistica” non può essere
sostituito con “translinguistica”, perché quest’ultimo ne elimina
il carattere critico. Riducendo il termine “dialogo” al rapporto
fra le repliche e riducendo l’istanza “metalinguistica” allo stu-
dio specialistico della “translinguistica”, la cui “competenza”
sarebbe il discorso, e non la lingua, non le relazioni logiche
o stilistiche, si minimizza, se non proprio nullifica, la portata
rivoluzionaria dell’orientamento bachtiniano. La “rivoluzione
copernicana” di Bachtin sul piano filosofico, come quella di
Dostoevskij da lui evidenziata sul piano artistico, riguardano
l’uomo nella sua interezza, nella sua vita, nel suo pensare e nel
suo agire: rispetto alla “critica della ragione pura” di Kant e alla
“critica della ragione dialettica” di Sartre, essa inaugura, con
Bachtin, una “critica della ragione dialogica”.
3. La posizione di Bachtin è ben diversa da quella di Buber, Hei-
degger, Sartre, e anche da quella della scuola neokantiana di
Marburgo (Herman Cohen, Paul Natorp, Ernst Cassirer), cui
la si è voluta accostare, finendo con precludere la comprensione
della sua originalità e effettiva specificità per quanto riguarda la
concezione dell’alterità, che è inseparabile da quella del dialogo.
4. Per Bachtin l’individuo umano è dialogico suo malgrado; il dia-
logo non è una prerogativa della personalità umana, ma un suo
limite, un ostacolo della sua identità, alla sua autodetermina-
XXX AUGUSTO PONZIO

zione, un impedimento alla sua definizione e compimento. Il


dialogo in Bachtin non è una sorta di dovere morale, non è il
risultato dell’iniziativa dell’io, ma il luogo della sua costituzio-
ne e manifestazione. Il dialogo non aspetta per sussistere che
l’io si decida a rispettare l’altro. Il dialogo che Bachtin eviden-
zia attraverso Dostoevskij non dipende dal rispetto dell’altro.
Il dialogo non è il risultato di un atteggiamento di apertura
all’altro, ma consiste nell’impossibilità della chiusura, e si evi-
denzia proprio nei tentativi tragicomici di chiusura, di autono-
mia, di indifferenza.
5. Spesso si confondono due piani diversi: quello della speri-
mentazione artistica del romanzo polifonico (che è tale, preci-
sa Bachtin, solo in senso metaforico) e quello della dialogicità
come impossibilità reale di chiusura all’alterità. Il fenomeno
che Bachtin chiama polifonia non è semplicemente un altro
nome per dialogicità. Bachtin usa due parole diverse perché si
tratta di due cose diverse, appartenenti a due piani diversi: la
polifonia è una creazione artistica, una visione; la dialogicità è
l’aspetto che la polifonia del romanzo ha permesso di vedere
dell’uomo e della sua vita.
6. Non è vero, come invece si è voluto capire, che Bachtin, inten-
de negare la presenza in Dostoevskij della voce d’autore e della
suo personale prospettiva. Per Bachtin, da parte dell’autore nei
confronti dell’eroe non c’è né indifferenza, che comportereb-
be la riduzione delle voci a semplici oggetti rappresentati, ma
neppure c’è “immedesimazione”. La polifonia non consiste
nella tendenza del romanzo verso il dramma, verso “l’ogget-
tività” e l’“impersonalità”, verso la “scomparsa dell’autore”.
Se la polifonia consistesse in ciò, essa sarebbe realizzata dai
generi drammatici sicuramente meglio di quanto possa fare il
genere romanzo. Per Bachtin il romanzo polifonico di Dosto-
evskij è costruito in modo da rendere l’interazione dialogica
irrinunciabile, irrimediabile. Nessun momento dell’opera si
crea dal punto di vista di un terzo non partecipe. Bachtin è
molto chiaro sotto questo riguardo, rispondendo, nell’edizione
del ’63 del suo libro su Dostoevskij, alle osservazioni fatte da
Anatolij V. Lunačarskij nella recensione (in Novij mir, 1929,
10) all’edizione del 1929. Infatti Lunačarskij, avendo inteso,
alla stessa maniera di alcune letture recenti, la polifonia come
INTRODUZIONE XXXI

oggettività e drammatizzazione in cui l’autore si annulla, pro-


pone di attribuire la polifonicità anche a Shakespeare e Balzac.
Bachtin rispondendo a Lunačarskij risponde, anticipatamente,
anche a coloro che successivamente sono incorsi nello stesso
travisamento. Il limite di Balzac è di ordine soggettivo e consi-
ste nel fatto che, nei suoi romanzi, non riesce a staccarsi dalla
rappresentazione oggettiva della parola dei personaggi. Per
quanto concerne Shakespeare, si tratta, secondo Bachtin, di
un limite oggettivo, dovuto al fatto che «il dramma è per sua
natura estraneo a una vera polifonia; il dramma può essere a
più piani, ma non può essere a più mondi; esso ammette solo
uno e non più sistemi di riferimento» (ibid.). Dunque non solo
l’oggettività e la drammatizzazione del dialogo non coincidono
con la polifonicità, ma possono costituire anche un ostacolo
alla sua realizzazione. In Dostoevskij Bachtin ritrova la pro-
spettiva teorizzata in Per una filosofia dell’atto (1920-24). Con
il romanzo polifonico di Dostoevskij, la scrittura letteraria
perviene alla piena consapevolezza del fatto che non ci si può
accostare all’altro e comprenderlo nella sua alterità “facendo-
lo oggetto di un’analisi neutrale, non partecipe; non lo si può
comprendere nemmeno fondendosi con esso, immedesiman-
dosi in esso. No, a lui ci si può accostare e lo si può svelare
– più precisamente, lo si può costringere a svelarsi – solo per
mezzo dello scambio dialogico con lui. E raffigurare l’uomo in-
teriore, come lo intendeva Dostoevskij, si può solo raffiguran-
do questo scambio dialogico con l’altro. Solo in questo scam-
bio, nell’interazione dell’uomo con l’uomo, si manifesta anche
l’“uomo nell’uomo”, tanto per gli altri che per se stesso”. L’eroe
in Dostoevskij non è oggetto della parola autoriale. La parola
dell’autore è parola rivolta alla parola, rivolta, dice Bachtin, a
qualcuno presente – che proprio per questo si manifesta nella
sua alterità, cioè come capace di sottrarsi alla parola su di lui,
di reagire ad essa, di trarsi fuori, con la sua eccedenza, dalla
parola che lo presenta –, e non parola su di un assente, che può
perciò illudersi di essere esaustiva e definitiva.
7. Il dialogo in Bachtin, come pure in Dostoevskij, dove Bachtin
lo ritrova raffigurato, non è, egli lo dice esplicitamente, dialogo
tra idee come quello di Platone. A Platone interessa l’idea di-
sincarnata, interessa l’idea in quanto tale, e non come evento
XXXII AUGUSTO PONZIO

dialogico, non come evento del dialogo stesso. In Platone, la


partecipazione dell’idea, non è partecipazione al dialogo, ma
partecipazione all’essere dell’idea. In tal modo le differenti e
non indifferenti voci sono annullate nell’unità di questa co-
mune appartenenza. Inoltre, per Bachtin, un altro elemento
di distinzione fra i due tipi di dialogo è dato dal fatto che, in
Dostoevskij, il dialogo, a differenza di quello di Platone, non è
conoscitivo, non è filosofico. Ancora una volta si ribadisce che
l’altro non è un semplice mezzo per conoscere la verità. Ed è
interessante che Bachtin accosti piuttosto il dialogo di Dostoev-
skij al dialogo biblico ed evangelico, per esempio al dialogo di
Giobbe, per la sua struttura internamente infinito, senza possi-
bilità di sintesi e fuori dalla sfera della conoscenza.

Augusto PONZIO
1° maggio 2013

Sono profondamente grato al Prof. Giovanni Reale per aver ac-


colto questo volume nella sua collana. Un ringraziamento anche a
Alberto Bellanti, segretario della collana, e a Alessandra Matti della
redazione Bompiani.
Ringrazio molto Svetlana Resta, per il prezioso aiuto nella revi-
sione delle bozze. A ciò hanno contribuito anche, e sono loro grato,
Doina Arpenti, Giorgio Borrelli, Andrea Zucchi.
BACHTIN E IL SUO CIRCOLO:
CRONOLOGIA ESSENZIALE*

1892
4 gennaio (23 dicembre 1891)
Pavel Nikoelaevič Medvedev nasce a San Pietroburgo.

1893
Nasce il biologo e storico della scienza Ivan Ivanovič Kanaev.

1894
1° aprile (20 marzo)
Nikolaj Michailovič Bachtin, fratello di Bachtin nasce a Orël.

1895
17 novembre (4 novembre)
Michail Bachtin nasce a Orel, secondo figlio di Michail Nikolaevič
Bachtin e Varvara Zacharovna Bachtina (nata Ovečkina). Il fratello
maggiore è Nikolaj (1894-1950). La famiglia è composta anche dal-
le sorelle di Nikolaj e Michail, Marija, Ekaterina, Natal’ja e Nina,
quest’ultima adottata dai genitori.
30 (18) giugno
Valentin Nikoelaevič Vološinov nasce a San Pietroburgo.

1899
9 settembre (28 agosto)
Marija Venjaminovna Judina nasce a Nevel’.

* Le date in parentesi sono secondo il vecchio calendario, il calendario Giu-


liano usato in Russia fino al 1918. San Pietroburgo fu chiamata Pietrogrado dal
1914 al 1924, diventò Leningrado nel 1924, e dal 1991 è San Pietroburgo. Le
notizie sono tratte fondamentalmente da Michail Bachtin, In dialogo. Conversa-
zioni del 1973 con Victor Duvakin, a cura di A. Ponzio, trad. dal russo di Rosa
Stella Cassotti, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008; e da Craig Brandist,
David Shepherd, Galin Tihanov (a cura), The Bachtin Circle, Manchester Uni-
versity Press, 2004.
XXXIV AUGUSTO PONZIO

1905
La famiglia di Bachtin si trasferisce a Vilnius. Michail insieme a
Nikolaj continua il ginnasio nel Primo Ginnasio di Vilnius.

1911
La famiglia di Bachtin si trasferisce a Odessa ad eccezione di Niko-
laj, che resta a Vilnius per completare il ginnasio. Michail Bachtin
completa il ginnasio a Odessa. Inizia l’attività di Medvedev come
critico letterario.

1913
Michail frequenta lezioni e conferenze presso la Facoltà storico-
filologica dell’Università Novorosijsk (Università di Odessa). Poi si
trasferisce nell’Università di San Pietroburgo.

1916
Trasferimento di M. M. Bachtin (d’ora in poi M.M.B) a Pietrogra-
do. Lezioni – fino al 1918 (come studente o, forse, come auditore)
– presso le cattedre di filologia classica e di filosofia dell’Università
di Pietrogrado. Partecipazione di M.M.B., insieme al fratello Niko-
laj al circolo “Omphalos”. M.M.B. inizia a frequentare l’Associa-
zione religioso-filosofica di Pietroburgo, dove fu introdotto da A.
V. Kartašev. Conoscenza di Aleksandr A. Mejer.

1916-17
Diversi articoli di Medvedev sulla letteratura. Medvedev è a Vite-
besk e fa parte del Partito socialista rivoluzionario.

1918
Nikolaj Bachtin, che è entrato nell’esercito delle Guardie bianche,
lascia la Russia. Trasferimento di M.M.B. da Pietrogrado a Nevel’.
Marija Judina torna nella nativa Nevel’ interrompendo provviso-
riamente gli studi al Conservatorio musicale di Pietrogrado (dove
ritornerà alla fine dell’anno).
Creazione della Scuola di filosofia di Nevel’ intorno a Bachtin.

1918-19
Da Parte di M.M.B. ampia attività pubblica orale; relazioni, con-
ferenze, partecipazione a discussioni pubbliche sui temi: Dio e il
BACHTIN E IL SUO CIRCOLO: CRONOLOGIA ESSENZIALE XXXV

socialismo, Arte e socialismo, Cristianesimo e critica, Sul senso della


vita, Sul senso dell’amore, ecc. Conferenze e relazioni su Nietzsche
e il cristianesimo, sulla concezione del mondo di Leonardo da Vin-
ci, su Čechov.
M.M.B., Iudina, Vološinov (che raggiunge Nevel’ nel 1919), M. I.
Kagan, Lev V. Pumpjanskij e B. M. Zubakin si incontrano abitual-
mente per discutere di filosofia.
13 settembre
Prima pubblicazione di M.M.B.: l’articolo “Arte e responsabilità”
sul primo e unico numero del periodico di Nevel’ Den’ iskusstva
[Il giorno dell’arte].
Letture di Pumpjanskij nel circolo di Bachtin su Dostoevskij, Go-
gol’, ecc.

1920
Autunno
Trasferimento di M.M.B. da Nevel’ a Vitebsk. Nuovo circolo intor-
no a M.M.B.: oltre a Pumpjanskij e Vološinov, anche P. N. Medve-
dev e il musicologo I. I. Sollertinskij.
Pumpjanskij in Ottobre passa a Pietrogrado, dove frequenta, per
breve tempo, il circolo di Aleksandr Mejer.

1920-21
Proseguimento dell’attività pubblica orale di M.M.B. iniziata a Ne-
vel’. Conferenze: “Il momento morale nella cultura”, “La parola”,
“La nuova poesia russa”, “La poesia di Vjačeslav Ivanov”, “La filo-
sofia di Nietzsche”, “L’idea morale di Tolstoj”, “Il simbolismo nella
nuova letteratura russa”.

1920-24
M.M.B. lavora alle prime opere filosofiche: Per una filosofia dell’at-
to (titolo dato da S. G. Bočarov che nel 1986 ne curò la pubblica-
zione) e L’autore e l’eroe nell’attività estetica (entrambi i lavori non
furono portati a termine e furono pubblicati per la prima volta
rispettivamente nelle edizioni postume di M.M.B. del 1986 e del
1979 – il secondo senza il frammento del primo capitolo).
XXXVI AUGUSTO PONZIO

1921
Febbraio
Acutizzazione della malattia (osteomielite) di M.M.B. e degenza
in ospedale.
Vološinov si sposta a Vitebsk.
Judina si diploma al Conservatorio di Pietrogrado.
16 luglio
Matrimonio di M.M.B. con Elena Aleksandrovna Okolovič.

1921-22
Amicizia a Vitebsk con Kazimir Malevič.
Ritorno di M.M.B., con E. A. Bachtina, a Pietrogrado (Leningrado).

1924
Saggio di M.M.B. “Il problema della forma, del contenuto e del
materiale nella creazione artistica verbale”, scritto per la rivista
Russkij sovremmenik [Il contemporaneo russo] e non pubblicato
perché la rivista cessò dopo il n. 4 in quell’anno (il saggio fu pub-
blicato per la prima volta nella raccolta postuma nel 1975).

1924-27
Michail Bachtin e la moglie abitano nell’appartamento del nuovo
amico di Leningrado, Ivan I. Kanaev, occupandone una stanza al pia-
no superiore, descritta in una poesia del 1926 di Kostantin Vaginov.

1924-25
Discussioni filosofiche nel Circolo di Bachtin: M.M.B., L. V. Pum-
pjanskij, M. V. Judina, V. N. Vološinov, P. N. Medvedev, l’orien-
talista associatosi a Leningrado M. I. Tubjanskij, il biologo I. I.
Kanaev, il poeta K. K. Vaginov. Si affrontano tematiche religiose
ed etiche. Oggetto di discussione è anche Freud e la psicoanalisi.
Cicli di conferenze di M.M.B. su “L’autore e l’eroe nella creazione
artistica” e sulla filosofia di Kant.

1925
Pubblicazione del saggio di Volosinov, “Po tu storonu sotstial’nogo:
o Freidzmi” [Dalla parte opposta del sociale: il freudismo], Zvezda,
5, pp. 186-214.
BACHTIN E IL SUO CIRCOLO: CRONOLOGIA ESSENZIALE XXXVII

Appare il saggio di Medvedev, “Salierismo scientifico. Sul metodo


formale-morfologico”, Zvezda, 3, 1925, pp. 51-65.
Estate
M.M.B. ascolta la conferenza del neurofisiologo Aleksej A. Uch-
tomskij, da cui trae suggestioni nella sua concezione del cronotopo
nel romanzo.

1925-28
Numerose relazioni e cicli di conferenze di M.M.B. su temi filo-
sofici e letterari in circoli e in appartamenti privati, divenuti poi
motivo per l’arresto. Corso privato di storia della letteratura russa.

1926
Il geochimico e biologo Vladimir A. Vernadskij pubblica La biosfe-
ra, Leningrado. L’influenza di Vernadskij è rintracciabile in alcuni
concetti fondamentali di M.M.B.
Appare il saggio “Sovremennyj vitalizm” [Il vitalismo contempo-
raneo], a firma di Kanaev, ma, per dichiarazione di quest’ultimo,
in realtà scritto da M.M.B., Čelovek i priroda, 1, 1926, pp. 33-42;
2, 1926, pp. 9-23.
Medvedev, “Sotsiologizm bez sotsiologii” [Sociologismo senza so-
ciologia], Zvezda, 2, 1926, pp. 267-271.
Appare il saggio a firma di Vološinov, un primo suo importante con-
tributo alla filosofia del linguaggio,, Slovo v žizni i slovo v poezij [La
parola nella vita e la parola nella poesia], Zvezda, 6, 1926, pp. 244-267.

1927
Pubblicazione del libro di Vološinov, Frejdizm. Kritičeskij očerk [Il
freudismo: Studio critico], Leningrado, Priboj.

1928
Pubblicazione del libro di Medvedev, Il metodo formale nella scien-
za della letteratura, Leningrado, Priboj.
24 dicembre
Arresto di M.M.B. a causa della partecipazione all’attività del cir-
colo religioso-filosofico “Voskresenie”, diretto da A. A. Mejer. Nel
verdetto di condanna è indicata solo la sua partecipazione indiretta
al circolo, e si fa menzione di sue “relazioni a carattere antisovie-
XXXVIII AUGUSTO PONZIO

tico”. Negli interrogatori nell’Istituto di detenzione preventiva di


Leningrado, gli inquirenti si interessano delle letture di M.M.B. in
circoli privati. L’accusa è in base all’articolo 58-11 del Codice pe-
nale della RSFSR [Repubblica Sovietica Federale Socialista Russa]:
partecipazione ad organizzazione antisovietica.

1929
Pubblicazione di Marxismo e filosofia del linguaggio di Vološinov,
Leningrado, Priboj.
5 gennaio
Scarcerato per malattia, M.M.B. è agli arresti domiciliari fino al
processo.
Aprile
M.M.B. lavora alla prefazione a L. Tolstoj Resurrezione.
Inizio di giugno
Problemi dell’opera di Dostoevskij, il primo libro di M.M.B., Lenin-
grado, Priboj.
Dal 17 luglio al 23 dicembre
Degenza negli ospedali di Leningrado “Urickij” e “Erisman”. Ot-
tiene l’invalidità di secondo grado.
22 luglio
Sentenza del Collegio dell’OGPU [Direzione politica di Stato], in
base alla quale M.M.B. è condannato a cinque anni di lager di
correzione da scontare a Solovki.
2 settembre
Domanda di M.M.B. in cui si fa richiesta della nomina di una
commissione medica per l’esame delle sue condizioni di salute.

1929-30
Vengono pubblicati i voll. 11 (Opere drammatiche) e 13 (Resurrezio-
ne) dell’Opera completa di L. N. Tolstoj, con prefazioni di M.M.B.

1930
23 febbraio
Delibera del Collegio dell’OGPU sulla commutazione della deten-
zione di M.M.B. nell’esilio nel lager di rieducazione tramite lavoro
BACHTIN E IL SUO CIRCOLO: CRONOLOGIA ESSENZIALE XXXIX

nella città di Kustanaj (Kazakistan) per il rimanente periodo della


pena assegnata.
29 marzo
Partenza di M.M.B. ed E. A. Bachtina da Leningrado per l’esilio
a Kustanaj.

1931
23 aprile
A M.M.B. è assegnato il lavoro di economo nella cooperativa di-
strettuale di Kustanaj.
Medvedev pubblica Nel laboratorio dello scrittore, Leningrado, Izda-
tel’stvo.

1934
Mevdedev, Il formalismo e i formalisti, Leningrado, Izdatel’stvo.
Luglio
Termine del periodo di cinque anni di esilio, ma i Bachtin restano
a Kustanaj ancora per due anni.

1936
Viaggio, durante le ferie, a Leningrado e Mosca, incontri con gli
amici: M. I. Kagan, P. N. Medvedev, M. V. Judina, B. V. Zaleskij,
ecc.
13 giugno
Vološinov muore di tubercolosi a Leningrado.
9 settembre
Dietro raccomandazione di P. N. Medvedev, M.M.B. riceve l’invito
a lavorare come insegnante di letteratura generale e di metodologia
dell’insegnamento della letteratura presso la cattedra di letteratura
dell’Istituto pedagogico della Mordovia a Saransk.
26 settembre
M.M.B. parte per Saransk con Elena Aleksandrovna.

1936-38
M.M.B. lavora al libro Il romanzo di formazione e la sua importan-
za nella storia del realismo. Il dattiloscritto del libro, consegnato
XL AUGUSTO PONZIO

prima della guerra alla casa editrice “Sovetskij pisatel’” di Mosca,


viene perduto dalla casa editrice durante la guerra.

1937
10 marzo
Domanda di M.M.B. al direttore dell’Istituto pedagogico di Sa-
ransk di esonero dall’incarico assunto, a causa dell’acutizzarsi del-
la sua malattia. Ma questa richiesta è successiva all’accusa rivolta
al direttore dell’istituto di aver assunto una persona “che aveva ap-
pena scontato un esilio di 5 anni per attività controrivoluzionaria”.
5 giugno
Per disposizione dell’Istituto, M.M.B. è congedato dal 3 giugno
«per aver introdotto l’oggettivismo borghese nell’insegnamento
della letteratura generale, nonostante una serie di avvertimenti e
raccomandazioni».
1° luglio
Revoca, da parte del nuovo direttore dell’istituto, della disposizio-
ne del 5 giugno. Ma con una nuova disposizione M.M.B. viene de-
stituito dal lavoro per sua stessa formale richiesta. Ritorno a Mosca
con E.A. Bachtina.
14 agosto
Ultimo viaggio a Kustanaj.
Autunno
I Bachtin sono a Mosca. Vivono dalla sorella di M.M.B. Natal’ja e
suo marito N. P. Perfil’ev.

1937-38
Inverno
I Bachtin si stabiliscono a Savelovo, nel circondario di Mosca, dove
vivono, con frequenti brevi visite a Mosca, fino al settembre 1945.
17 febbraio
A M.M.B. è amputata la gamba destra nell’ospedale di Savelovo.
13 marzo
Medvedev è arrestato a Leningrado; il suo archivio è confiscato.
17 luglio
Medvedev viene fucilato.
BACHTIN E IL SUO CIRCOLO: CRONOLOGIA ESSENZIALE XLI

1938-40
M.M.B. Lavora alla monografia François Rabelais nella storia del
realismo. Il dattiloscritto viene terminato verso la fine del 1940.

1940
6 luglio
Pumpianskij muore di cancro al fegato.
14 ottobre
M.M.B. legge la relazione “La parola nel romanzo” nell’Istituto di
letteratura mondiale Gor’kij di Mosca, nella sezione di Teoria della
letteratura (poi intitolata dall’autore “Dalla preistoria della parola
del romanzo”, e inclusa con questo titolo nella raccolta del 1975).

1941
24 marzo
Relazione di M.M.B. tenuta all’Istituto di letteratura mondiale, “Il
romanzo come genere letterario” (poi pubblicata nel ’75 con il ti-
tolo “Epos e romanzo”).
Autunno
M.M.B. insegna nella scuola media del villaggio di Il’inskoe, di-
stretto di Kimry.
15 dicembre
Assunto come insegnante di lingua e letteratura russa e di lingua
tedesca nella scuola media della città di Kimry.

1942
La madre di M.M.B., Varvara Zacharovna Bachtina, da nubile
Ovečkina, le sorelle Marija, la maggiore, Ekaterina, e la minore,
Natal’ja, da coniugata Perfil’eva, muoiono di inedia e di stenti du-
rante l’assedio di Leningrado nel gennaio 1942. Riesce a sopravvi-
vere solo il figlio di Natal’ja, Andrej N. Perfil’ev, allora bambino
di cinque anni.
Aprile
Kanaev, direttore del Dipartimento di Biologia generale presso il
Primo Istituto Medico di Leningrado viene trasferito insieme all’I-
stituto prima a Kislovodsk e poi a Krasnojarsk.
XLII AUGUSTO PONZIO

1944
La quarta sorella di Bachtin, Nina Sergeevna Boršcevskaja, figlia
adottiva dei Bachtin, muore in uno degli ospedali di Leningrado
nel 1944, per dirette conseguenze dell’inedia sofferta. Questa e
le altre informazioni sopra fornite circa la famiglia di M. Bachtin
provengono da Nikolaj P. Perfil’ev.
11 febbraio
Sollertinskij muore di infarto a Novosibirsk.

1945
18 agosto
Disposizione del Commissario del popolo per l’istruzione circa la
nomina di M.M.B. come docente di letteratura generale presso l’I-
stituto pedagogico della Mordovia, con procedura di trasferimento
dalla scuola media di Kimry.
Trasferimento di M.M.B. a Saransk presso l’Istituto pedagogico
della Mordovia “A. I. Poležaev”.
1° ottobre
Su disposizione del direttore dell’Istituto pedagogico della Mor-
dovia M. Ju. Juldašev, M.M.B. viene nominato direttore della cat-
tedra di letteratura generale.

1946
15 novembre
Discussione, presso l’Istituto di letteratura mondiale di Mosca,
della dissertazione di M.M.B. intitolata Rable v istorii realizma
[Rabelais nella storia del realismo]. Da parte del Consiglio accade-
mico dell’Istituto fu approvata per il dottorato di primo grado, ma
non per quello di secondo (libera docenza).

1948
Kanaev viene rimosso dal Primo Istituto Medico in seguito alla
decisione dell’Accademia Lenin dell’agricoltura di adottare il ly-
senkismo, la teoria genetica di Trofim D. Lysenko (1898-1976).

1949
21 maggio
In una seduta della commissione di revisione, Comitato per i titoli
BACHTIN E IL SUO CIRCOLO: CRONOLOGIA ESSENZIALE XLIII

superiori, viene proposto a M.M.B. di rielaborare la tesi e di pre-


sentarla per un ripetuto esame.

1950
19 aprile
La tesi di M.M.B. viene ripresentata in forma rielaborata.
Maggio
Muore Nikolaj Bachtin a Birmingham (Inghilterra) dove aveva in-
segnato dal 1939 e fondato nel 1946 il Dipartimento di Linguistica.

1951
9 giugno
Il Comitato di valutazione per i titoli superiori decise di non ap-
provare M. M. Bachtin nel secondo grado scientifico di dottore in
scienze filologiche.

1958
Marzo
È titolare della cattedra di letteratura russa e straniera della Facoltà
storico-filologica dell’Università Statale della Mordovia a Saransk.

1960
Judina licenziata dall’Istituto Gnesin per “propaganda di musica
anti-sovietica”.
Novembre
M.M.B. riceve una lettera da giovani filologi moscoviti, firmata da
V. V. Kožinov, S. G. Bočarov, G. D. Gačev, P. V. Palievskij e V. D.
Skvoznikov, interessati alle sue opere.

1961
20 giugno
Arrivo di V. V. Kožinov, S. G. Bočarov e G.D. Gačev da M.M.B.
a Saransk.

1961-62
Rielaborazione del libro su Dostoevskij.
XLIV AUGUSTO PONZIO

1963
Settembre
Il libro su Dostoevskij, notevolmente rielaborato e integrato, esce
sotto il mutato titolo Problemy poetiki Dostoevskogo [Problemi del-
la poetica di Dostoevskij].
Edizioni straniere del libro su Dostoevskij (1963) mentre Bachtin
vive: 1967 in serbo-croato, Belgrado; 1968 in italiano, Torino; in
giapponese, Tokio; 1970 in francese, Parigi e Losanna; in polacco
e in rumeno; 1971 in tedesco, Monaco; in ceco, Praga; 1973 in in-
glese, Ann Arbor (USA).

1965
Pubblicazione del libro di M.M.B. L’opera di François Rabelais
e la cultura popolare del Medioevo e del Rinascimento, Mosca
“Chudožestvennaja literatura”. Traduzioni del libro su Rabelais
mentre Bachtin vive: 1968 in inglese negli U.S.A; 1960 in francese,
Parigi; 1974 in spagnolo, Barcellona.
30 maggio
Delibera della Presidenza del tribunale di Leningrado sulla riabi-
litazione di M.M.B.

1969
Ottobre
I Bachtin partono da Saransk per Mosca nella Casa di cura del
Cremlino, dove trascorrono l’inverno 1969-70.

1970
Kanaev pubblica Goëthe come scienziato della natura, Leningrado,
Nauka.
26 agosto
Conferenza di M.M.B. su Dostoevskij nell’aula magna della casa di
cura per gli insegnanti della zona di Podol’sk.
Novembre
Risposta di M.M.B. ad una domanda della rivista Novyj mir sui
problemi degli studi letterari contemporanei, Novyj mir, 11, 1970.
Adesione all’Unione degli scrittori sovietici.
BACHTIN E IL SUO CIRCOLO: CRONOLOGIA ESSENZIALE XLV

19 novembre
Marija Judina muore di diabete.

1971
14 dicembre
Muore Elena Aleksandrovna Bachtina nell’ospedale di Podol’sk.

1972
Ottenimento da parte di M.M.B. del permesso di soggiorno a Mosca.

1973-74
M.M.B. prepara la pubblicazione della raccolta di suoi scritti, che
apparirà postuma nel 1975.

1973
22 febbraio-23 marzo
Conversazioni tra M.M.B e Viktor D Duvakin, pubblicate in russo
nel 1996 e nel 2002, in italiano nel 2008 (Bachtin, In dialogo).

1975
7 marzo
Michail M. Bachtin muore nel suo appartamento a Mosca.
Novembre
M.M.B., Problemi di letteratura e di estetica, Mosca, Chudožest-
vennaja literatura.

1979
M.M.B., Estetica della creazione verbale, Mosca, “Iskusstvo”.

1983
7-9 ottobre
Primo Convegno Internazionale su Michail Bachtin: “Mikhail M.
Bakhtine. Son cercle, son influence / Mikhail M- Bakhtin. His cir-
cle, his influence”, Queen’s University, Kingston, Ontario, Canada.

1984
Muore Kanaev.
NOTA EDITORIALE

Si tratta delle opere di Michaill M. Bachtin, Ivan Ivanovič Kanaev,


Pavel Nicolaevič Medvedev, Valentin Nicolaevič Vološinov del periodo
1919-1930. Il volume comprende la tetralogia costituita da Freudismo,
studio critico di Vološinov (1927), Il metodo formale nella scienza del-
la letteratura di Medvedev (1928), Problemi dell’opera di Dostoevski di
Bachtin (1929), Marxismo e filosofia del linguaggio. Problemi essenziali
del metodo sociologico nella scienza del linguaggio di Vološinov (1929);
e i saggi di Bachtin “Arte e responsabilità” (1919), “Per una filosofia
dell’atto responsabile” (1920-24), il primo capitolo (1924) di L’ autore e
l’eroe, non incluso nell’edizione russa del 1975 (e dunque neppure nella
traduzione it. Einaudi) perché edito in russo solo nel 1986; “La parola
nella vita e nella poesia” di Vološinov (1926); “Il vitalismo contempo-
raneo” di Kanaev, ma dichiarato da lui stesso come opera di Bachtin
(1926); e i saggi di Vološinov (del 1930) “Stilistica del discorso lettera-
rio” (1. “Che cos’è il linguaggio”, 2. “La costruzione dell’enunciazione”,
3. La parola e la sua funzione sociale), e “Linguistica e poetica”, 1930.
È questa un’edizione critica e unitaria, con una nuova traduzione
dal russo, rispetto alle precedenti traduzioni italiane separate e parziali
apparse, tutte a mia cura, a partire dal 1976 (Marxismo e filosofia del lin-
guaggio, Dedalo, dall’inglese), e dal 1978 (Il metodo formale e la scienza
della letteratura, Dedalo), tra cui Problemi dell’opera di Dostoevski del
1929 (Edizioni dal Sud, 1997).
Il volume è diviso in tre parti:

I. Arte, vita, responsabilità (1919-1926) che contiene:


Michail M. Bachtin, 1919, “Iskusstvo i otvetstvennost’” [Arte e respon-
sabilità], Den’ iskusstva, Nevel’, 13 settembre 1919.
Michail M. Bachtin, 1920-24, “K filosofii postupka” [Per una filosofia
dell’atto responsabile], testo rimasto inedito fino al 1986: prima ed.
a cura di S. G. Bočarov, in Filosofiia i sociologiia nauki i techniki,
Esegodnik 1984-85, Mosca, Nauka.
Michail M. Bachtin, 1924, “Autor i geroj v estetičeskoj dejatel’nosti”
[L’autore e l’eroe nell’attività estetica] (frammento del cap. I), a cura
XLVIII AUGUSTO PONZIO

di S. G. Bočarov, in Filosofiia i sociologiia nauki i techniki, Esegodnik


1984-85, Mosca, Nauka.
Ivan Ivanovič Kanaev, 1926, “Sovremennyj vitalizm” [Il vitalismo con-
temporaneo], Čelovek i Priroda, 1926, 1, pp. 33-42; 2, pp. 9-23; ri-
pubblicato in Dialogue, Carnival, Chronotope, 1993, 4, pp. 99-116.
Valentin Nicolaevič Vološinov, 1926, “Slovo v žizni i slovo v poezii” [La
parola nella vita e nella poesia], Zvezda, 6, 1926, pp. 244-267.

II. Coscienza, ideologia, parola letteraria, dialogo (1927-1929), che con-


tiene:
Valentin Nicolaevič Vološinov, 1927. Frejdizm: Kritičeskij očerk [Il freu-
dismo, saggio critico], Mosca-Leningrado, Gisizdat.
Pavel Nicolaevič Medvedev, 1928, Formal’nyi metod v literaturovedenii
[Il metodo nella scienza della letteratura], Leningrado, Priboj.
Michail M. Bachtin, 1929 Problemy tvorčestva Dostoevskogo [Problemi
dell’opera di Dostoevskij], Leningrado, Priboj.

III. Linguaggio, sintassi dell’enunciazione, linguistica generale (1929-


1930), che contiene:
Valentin Nicolaevič Vološinov, 1929, Marksizm i filosofija jazyka. Osno-
vnye problemy sociologičeskogo metoda v nauke o jazyke [Marxismo e
filosofia del linguaggio. I problemi essenziali del metodo sociologico
nella scienza del linguaggio], Leningrado, Priboj; 2a ed. 1930.
Valentin Nicolaevič Vološinov, 1930, Stilistica chudožestvennoj reči [Sti-
listica del discorso artistico], Zvezda, 2 (pp. 48-66), 3 (pp. 65-87) e 5
(pp. 43-59), 1930, che si compone di tre articoli: 1. “Che cos’è il lin-
guaggio?”, 2. “La costruzione dell’enunciazione”, 3. “La parola e la
sua funzione sociale, pubblicati nel 1930 in Zvezda, rispettivamente
in: 2, pp. 48-66; 3, pp. 65-87; 5, pp. 43-59.
Valentin Nicolaevič Vološinov, 1930, “O granicach poetiki i lingvistiki”,
in V bor’be za marksizm v literaturnoj nauke [Sui confini tra poetica
e linguistica], in V. A. Desnickij et al. (a cura), V bor’be za marksizm
v literaturnoj nauke, Leningrado, Priboj, 1930, pp. 203-240.
Sezione prima

ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ


1919-1926
INTRODUZIONE

Il senso vero, al di là delle parole, di tutte le vec-


chie questioni sul rapporto tra arte e vita, sull’arte
pura ecc., il loro autentico dramma sta unicamente
nel fatto che sia l’arte sia la vita vogliono recipro-
camente alleggerire il proprio compito, scaricare
la propria responsabilità: infatti è più facile creare
senza rispondere nei confronti della vita, ed è più
facile vivere senza fare i conti con l’arte.
M. Bachtin, “Arte e responsabilità”

L’insieme della conoscenza generale determina


l’uomo in generale (come homo sapiens), il fatto,
per esempio, che egli sia mortale. […] Per un sog-
getto disincarnato, non partecipe, tutte le mor-
ti possono essere eguali. Ma nessuno vive in un
mondo in cui tutti siamo ugualmente mortali.
M. Bachtin, “Per una filosofia
dell’atto responsabile”

I testi di Bachtin e di Vološinov raccolti in questa prima sezione


appartengono al periodo 1919-1926. Sono particolarmente importan-
ti, soprattutto perché contengono le motivazioni, per così dire, dell’o-
rientamento successivo delle ricerche, due autori, che per Vološinov si
arrestano con la sua morte nel 1937 e che invece per quanto riguarda
Bachtin proseguono fino alla prima metà degli anni Settanta (un suo
ultimo scritto è datato 1974).
“Arte e responsabilità” (1919) è il primo scritto pubblicato da Mi-
chail M. Bachtin a noi pervenuto. Il suo titolo racchiude la tematica
di fondo che attraversa tutta l’opera di Bachtin dal suo libro su Do-
stoevskij del 1929 agli ultimi scritti degli anni Settanta. Esso è stretta-
mente collegato con i due manoscritti degli inizi degli anni Venti, qui
riportati, entrambi pubblicati nell’originale russo del 1986 a cura di
S. G. Bočarov: il primo intitolato dal curatore “K filosofii postupka”
(“Sulla filosofia dell’atto”); e il secondo “Frammento del primo capi-
tolo di ‘L’autore e l’eroe’”.
La problematica comune di questi scritti è quella del supera-
mento della scissione fra due mondi che sembrano impenetrabili,
il mondo della vita e il mondo della cultura. In effetti è nel primo
che siamo pur sempre anche quando conosciamo, contempliamo e
4 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

creiamo, quando costruiamo il mondo in cui la nostra vita viene


resa oggetto e fatta appartenere a un settore determinato della cul-
tura. Sicché ciò che unifica i due mondi è l’evento unico dell’atto
in cui si decidono le scelte di ciascuno. Esse si orientano secondo
una duplice responsabilità: quella relativa all’unità oggettiva di un
settore della cultura, che Bachtin chiama “responsabilità speciale”
o “responsabilità tecnica”, e quella concernente l’evenzialità unica,
singolare, dell’atto, che Bachtin chiama “responsabilità morale”. Da
una parte la “responsabilità speciale”, relativa a un determinato ruo-
lo e a una certa funzione, e come tale delimitata, definita, riferita alla
identità ripetibile di individuo oggettivo e intercambiabile; dall’altra
la “responsabilità morale”, una “responsabilità assoluta”, senza deli-
mitazioni, garanzie, senza alibi, la quale soltanto rende unica, irripe-
tibile l’azione di ciascuno, in quanto responsabilità non derogabile
del singolo. Il collegamento fra queste due responsabilità è anche
quello fra il significato oggettivo, iterabile, identico, che il settore
della cultura nel quale l’atto si oggettiva gli conferisce, e l’autosigni-
ficanza irripetibile dell’atto come evento unitario, unico, e inclassi-
ficabile. Per Bachtin, è la non indifferenza dell’atto responsabile a
stabilire il collegamento fra cultura e vita, fra coscienza culturale
e coscienza singolare. Diversamente, i valori culturali, conoscitivi,
scientifici, estetici, politici assurgono a valori in sé e perdono ogni
possibilità di verifica, di senso, di trasformazione. In “Arte e respon-
sabilità” questa problematica, direttamente affrontata in “Per una
filosofia dell’atto responsabile” è già presente ed è riferita in maniera
specifica alla attività artistica.
Il testo pubblicato nell’86 con il titolo “K filosofii postupka”, è
privo di titolo e delle prime otto pagine (rispetto alle complessive cin-
quantadue secondo la numerazione data dall’autore). Esso consiste
in un’ampia introduzione in cui si espone il progetto di una “filosofia
morale” come “filosofia prima” e di una sezione intitolata “Parte I”.
“Postupok”, atto, contiene la radice “stup” che significa “passo”,
atto come passo, come iniziativa, mossa, azzardo, presa di posizio-
ne. Nel suo collegamento con “fare un passo”, “postupok” richiama
un’altra espressione che a partire dallo scritto, anch’esso degli inizi
degli anni Venti, “L’autore e l’eroe nell’attività estetica”, Bachtin im-
piega e che ha un’importanza centrale per la delineazione del suo
concetto di “extralocalizzazione”, di “exotopia” (“vnenakodimost’”,
il trovarsi fuori o il collocarsi fuori in maniera unica, assolutamente
altra, non equiparabile, singolare): cioè “transgrediente”, che significa
anch’esso fare un passo, un passo fuori al di là, fuori da qualsiasi
INTRODUZIONE 5

allineamento, accomunamento, sincronia, immedesimazione, identi-


ficazione.
Il testo “Per una filosofia dell’atto responsabile” è oltremodo in-
teressante, oltre che per il suo intrinseco valore teoretico, anche per
comprendere l’opera intera di Bachtin e per coglierne il senso com-
plessivo. Bachtin è generalmente considerato un critico letterario o un
teorico della letteratura. Soprattutto alla luce di questo testo, si può
meglio riconoscere l’orientamento filosofico dell’intera sua ricerca.
Bachtin stesso, anche facendo il bilancio, negli ultimi anni della sua
vita, dell’intero suo lavoro di studio e ricerca, si definisce “filosofo”.
Nella prima delle sei conversazioni che si svolgono tra il 22 febbraio
e il 23 marzo del 1973 tra Bachtin e Victor D. Duvakin e che sono
pubblicate in russo in prima edizione nel 1996 e in seconda edizione
nel 2002 (trad. it. M. Bachtin, In dialogo, Napoli, Edizioni Scientifiche
Italiane, 2008, p. 120) dichiara: “Sono un filosofo”.
Un termine chiave di tutto il discorso di Bachtin è Edinstvennyi,
singolare, unico, irripetibile, eccezionale, incomparabile, sui gene-
ris, corrispondente al tedesco einzig. Si ricordi il titolo dell’opera
di Max Stirner, Der Einzige und sein Eigentum (1844); ma qui, a
differenza dell’individuo di Stirner, il riferimento è a una unicità,
a una singolarità, aperta al rapporto di alterità con se stessa e con
gli altri, una singolarità in collegamento con la vita dell’intero uni-
verso, che include nella sua finitezza il senso dell’infinito, e che,
per certi aspetti, richiama “il singolo” di Søren Kierkegaard, autore
ben noto a Bachtin, come egli stesso dice nelle sue conversazioni
con Duvakin, prima ancora che fosse tradotto in russo. “Molto pre-
sto, prima che fosse tradotto in russo, già conoscevo Søren Kierke-
gaard. Dostoevskij di lui non aveva la minima idea, certamente, ma
la sua vicinanza a Dostoevskij è incredibile, la problematica quasi
la stessa, e quasi la stessa profondità” (Bachtin, In dialogo, 2008,
cit., p. 115). Kant, Hegel, Kierkegaard, Husserl, Richert, Splenger,
Bergson, Dilthey, Zimmel, Schopenhauer Nietzsche, Cohen, Cas-
sirer, questi alcuni degli autori di riferimento diretto o indiretto,
dalla cui lettura Bachtin trae non solo il suo pensiero originale ma
il linguaggio stesso necessario per concepirlo nella sua lingua, oltre
che per esporlo.
Nella parte introduttiva, Bachtin pone il problema della possibi-
lità di cogliere il “carattere di evento” unico, singolare, irripetibile,
che caratterizza l’atto, quale unità basilare dell’esistenza di ciascuno,
nel suo valore e nella sua unità di vivo divenire e di autodetermina-
zione. Nel momento in cui da un punto di vista teorico – scientifico,
6 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

filosofico, storiografico – o estetico, si determina il senso di tale atto,


quest’ultimo perde il carattere di evento unico, quale è effettiva-
mente come atto vissuto, e assume un valore generico, un significato
astratto.
Bachtin respinge la concezione abbastanza radicata e accredita-
ta della verità come formata da momenti generali, universali, come
qualcosa di ripetitivo e costante e come separata e contrapposta al
singolare e al soggettivo. Egli distingue fra verità, “istina”, come valo-
re astratto, la veridicità, il vero, come ideale universalmente indiscus-
so ma di cui non c’è nell’atto il riconoscimento effettivo, e la verità,
“pravda”, come intonazione dell’atto, come sua affermazione, ciò ver-
so cui tende e per il quale si verifica, e che lo verifica. La questione
non è semplicemente di ordine teorico e limitata all’ambito conosciti-
vo. Si tratta anche di una questione che tocca direttamente la vita di
ciascuno e che ha un’incidenza profonda su di essa, di una questione
in cui entra in gioco la qualità della vita, il riconoscimento della dif-
ferenza singolare di ciascuno, per il fatto che l’organizzazione sociale
stessa, la modellazione culturale stessa della vita, funziona sulla base
di classificazioni, di incasellamenti, di attribuzione di appartenenze,
ricorre al genere, all’universale come condizione dell’identificazione,
della differenziazione, della individuazione. La differenza ufficial-
mente riconosciuta è quella dell’identità, dell’attribuzione a un insie-
me, una differenza indifferente alla singolarità, all’unicità, alla non
intercambiabilità di ciascuno.
Si crea così la scissione fra due mondi reciprocamente impenetra-
bili e non comunicanti: il mondo non ufficiale della vita vissuta, e il
mondo ufficiale, della cultura, del sociale fatto di rapporti tra identi-
tà, tra ruoli, tra appartenenze, tra differenze indifferenti, tra individui
che come tali sono individuati da coordinate che li assumono come
rappresentativi di questo o di quest’altro insieme. Da una parte la sin-
golarità di ciascuno, la sua unicità, insostituibilità, la peculiarità delle
sue relazioni, dei suoi vissuti, delle sue coordinate spazio temporali
ed assiologiche, l’inderogabilità della sua responsabilità senza alibi;
dall’altra i rapporti di scambio fra individui rappresentanti identità, e
quindi in ogni caso fra insiemi, generi, appartenenze, comunità, clas-
si, agglomerati, collettivi.
Eppure la singolarità, l’unicità, l’alterità di ciascuno, con la sua
partecipazione e non indifferenza alla singolarità altrui, all’altro
come unico e insostituibile, la singolarità con la sua responsabilità
senza alibi, resta, per quanto relegata nel privato, la base dell’ufficiale,
del pubblico, del formale, del culturale, della identità con le sue re-
INTRODUZIONE 7

sponsabilità garantite e delimitate da alibi. Tutto ciò che è in generale


acquista senso e valore a partire dal posto unico di singolo, dal suo
riconoscimento, in base al suo “non-alibi nell’esistere”. “Non-alibi”
significa “senza scuse”, “senza scappatoie”, ma anche “impossibilità
di essere altrove” rispetto al mio unico e singolare posto che occupo
nell’esistere, esistendo, vivendo.
Ciò che unifica i due mondi così descritti è l’evento unico dell’atto
singolare, partecipativo, non indifferente. Si ritrova qui la stessa pro-
blematica esposta in quello che risulta il primo scritto pubblicato da
Bachtin, nel 1919, intitolato “Arte e responsabilità”, dove la questione
affrontata è, come abbiamo detto, quella del rapporto fra arte e vita,
e dove la soluzione è prospettata negli stessi termini. Tutto ciò che ha
valore formale e tecnico una volta che si separi dall’unità singolare
dell’esistere di ciascuno e sia abbandonato alla volontà della legge
immanente del suo sviluppo può diventare, dice Bachtin, qualcosa di
terribile e irrompere in questa unità singolare della vita di ciascuno
come forza irresponsabile e devastante.
Bachtin caratterizza la crisi contemporanea come crisi della con-
temporanea azione divenuta azione tecnica; individua tale crisi, nel-
la separazione fra l’azione, con la sua concreta motivazione, e il suo
prodotto, che in tal modo perde di senso. È una interpretazione que-
sta molto vicina a quella della fenomenologia husserliana soprattutto
quale si andrà elaborando nella Crisi delle scienze europee (pubblicata
postuma nel 1954). Ma in Bachtin il senso non è conferito, come in
Husserl, in cui permane un certo teoricismo, dalla coscienza inten-
zionale, dal soggetto trascendentale, ma dall’azione responsabile che
esprime l’unicità dell’essere al mondo senza alibi. Per Bachtin “la fi-
losofia della vita può essere solo una filosofia morale”.
Inoltre Bachtin mette in evidenza come la separazione fra pro-
dotto o risultato o contenuto e atto responsabile, fra apparato tec-
nico-scientifico e motivazione concreta, fra cultura e vita, comporti
non solo l’appassimento del prodotto, la perdita di senso del mondo
culturale divenuto dominio autonomo, lo svuotamento di senso dei
saperi, ma anche la degradazione dell’atto stesso che, isolato dai si-
gnificati della cultura, scende al grado di motivazione biologica ed
economica elementare: sicché sembra che al di fuori della cultura
oggettiva non vi sia altro che la nuda individualità biologica, l’atto-
bisogno.
Il “non-alibi nell’esistere” pone l’io in rapporto con l’altro, non
secondo un rapporto indifferente con l’altro generico e in quanto
entrambi esemplari dell’uomo in generale, ma in quanto coinvolgi-
8 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

mento concreto, relazione non indifferente, con la vita del proprio


prossimo vicino e del proprio prossimo lontano, del proprio con-
temporaneo e del proprio predecessore, con il passato e il futuro
di singolarità reali. Una verità astratta riferita all’uomo in generale
come “l’uomo è mortale”, acquista senso e valore, dice Bachtin, solo
dal mio unico posto, come morte, in questo caso, del mio prossimo,
come mia morte, come morte di un’intera comunità, o come possibi-
lità di annientamento dell’intera umanità storicamente reale. Per un
soggetto astratto, disincarnato, non partecipe, tutte le morti possono
essere eguali. Ma nessuno vive in un mondo in cui tutti siamo ugual-
mente mortali.
Dalla responsabilità senza alibi si può certamente tentare di fug-
gire, ma anche i tentativi di “alleggerimento” da essa testimoniano
del suo peso e della sua inevitabile presenza. Ogni ruolo determinato,
con la sua responsabilità determinata, speciale, “non abolisce”, dice
Bachtin, “ma semplicemente specializza la mia personale responsa-
bilità”, cioè la responsabilità morale senza delimitazioni e garanzie,
senza alibi. Staccata da tale responsabilità assoluta, la responsabilità
speciale perde di senso, diviene casuale, una responsabilità tecnica,
e divenuta semplice rappresentanza di un ruolo, semplice esecuzio-
ne tecnica, l’azione, come “attività tecnica” si derealizza o diviene
impostura.
La filosofia morale, che Bachtin qualifica come “filosofia prima”
deve descrivere “la concreta architettonica” in cui, all’indifferenza
dell’individuo astratto, generico, intercambiabile, sostituibile nella
sua responsabilità stabilita e circoscritta dalla sua appartenenza a un
insieme, a un genere, dalla sua assegnazione a una determinata ti-
pologia, subentra la non indifferenza del singolo reso unico dal suo
essere assolutamente insostituibile nella responsabilità a cui l’evento
del suo esistere senza alibi lo pone di fronte.
Nella sezione che, in “Per una filosofia dell’atto responsabile” se-
gue a quella introduttiva e che è indicata come “Parte prima”, Bachtin
affronta concretamente la questione di come sia possibile considera-
re e descrivere come si costruisce e organizza l’unicità e unità di un
mondo non astrattamente sistematico, ma concretamente-architetto-
nico sul piano valutativo e spazio-temporale, a partire dal posto unico
che, in modo insostituibile, ciascuno occupa, nella sua responsabilità
senza alibi, in quanto centro partecipativo e non indifferente.
La comprensione di tale architettonica non può avvenire da un
punto di vista conoscitivo, non emotivamente e valutativamente par-
tecipativo, da un punto di vista oggettivo, indifferente, che sarebbe
INTRODUZIONE 9

incapace di comprendere ciò che descrive e finirebbe perciò con l’im-


poverirlo e con il perderne di vista i dettagli che lo rendono vivo e
incompibile. Ma neppure può basarsi sulla immedesimazione, che
sarebbe anch’essa, se fosse possibile, un impoverimento in quanto
ridurrebbe a una sola visione il rapporto di due posizioni recipro-
camente esterne e non intercambiabili. Per Bachtin la interpretazio-
ne-comprensione dell’architettonica presuppone che essa si realizzi
a partire da una posizione esterna, extralocalizzata, exotopica, altra,
differente e al tempo stesso non indifferente, ma a sua volta parte-
cipativa. Si danno così due centri di valore quello dell’io e quello
dell’altro, che sono “i due centri di valore della vita stessa” intorno ai
quali si costituisce l’architettonica dell’atto responsabile. E bisogna
che questi due centri di valore restino reciprocamente altri, che per-
manga l’architettonico rapporto di due altri, per ciò che concerne il
punto di vista spazio-temporale e assiologico.
Ebbene, Bachtin, in “Per una filosofia dell’atto responsabile”,
individua come possibilità di una visione del genere quella che si
realizza nell’arte, specificamente nell’arte verbale, nella letteratura,
che è anch’essa una visione architettonica organizzata intorno a quel
centro di valore che è il singolo essere umano nella sua unicità, inso-
stituibilità, precarietà, mortalità, rispetto al quale espressioni come
prima, poi, ancora, quando, mai, tardi, alla fine, già, necessario, dovuto,
oltre, vicino, lontano, perdono, dice Bachtin, il loro significato astrat-
to e si caricano di volta in volta – rispetto alla situazione emotiva
volitiva di questo centro partecipativo – di un senso concreto. Dun-
que nella scrittura letteraria Bachtin trova realizzata la comprensio-
ne dell’architettonica che la sua filosofia morale, o filosofia prima, si
propone: essa instaura un rapporto che permette il mantenimento
dell’alterità del centro di valore di tale architettonica che è conside-
rato da un punto di vista trasgrediente, extralocalizzato, exotopico, a
sua volta unico e altro. Si tratta esattamente del rapporto autore ed
eroe nell’ambito del testo letterario. E per meglio chiarire la dispo-
sizione architettonica della visione della scrittura letteraria, Bachtin,
la considera in un’opera determinata, la poesia di Puškin “Razluka”
(Dipartita).
A partire da qui inizia il percorso successivo della ricerca di Bach-
tin, che avendo trovato nel punto di vista della scrittura letteraria, la
possibilità della descrizione dell’architettonica così come intendeva
presentarla, si dedicherà a studiare tale punto di vista, sicché quello
che qui voleva essere solo un esempio finirà con l’occuparlo per tutto
il resto della sua vita. Alla luce del testo sulla filosofia dell’atto diviene
10 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

inoltre pienamente comprensibile il percorso che conduce Bachtin


alla sua monografia, pubblicata nel 1929, su Dostoevskij, nella cui
“filosofia” – costituita, evidentemente, per Bachtin, non da determi-
nate concezioni, da determinate posizioni degli eroi dei suoi romanzi,
da certi contenuti delle sue opere, ma dal complessivo movimento di
ricentramento a partire dal principio dialogico quale effettiva struttu-
ra dell’opera – egli ritrova l’architettonica prospettata nel suo scritto
sulla filosofia morale.

La tematica di “Per una filosofia dell’atto responsabile” è stretta-


mente collegata con l’ampio lavoro di Bachtin, anch’esso dei primi
anni Venti, “L’autore e l’eroe nell’attività estetica”, che fu pubblicato
nella raccolta degli scritti di Bachtin, Estetika slovesnogo tvorčestva
[Estetica dell’arte verbale del 1979, trad. it. L’autore e l’eroe, Einaudi,
1998], e specialmente con il suo primo capitolo. Tale primo capitolo,
che per il suo carattere frammentario, fu escluso da quella pubbli-
cazione e dalla relativa traduzione italiana; e, come abbiamo accen-
nato, fu pubblicato, nell’originale russo, anch’esso nel volume del
1986 a cura di Bočarov. L’edizione rivista si trova in Bachtin, Sobranie
sočinenij [Raccolta delle opere], Mosca, 2003, vol. I.
L’ampio scritto, di cui non si conosce il titolo dato da Bachtin e che
è, appunto, ormai noto come “L’autore e l’eroe nella attività estetica”
si interrompe dopo il capitolo “Il problema dell’autore”: nel mano-
scritto c’è solo il titolo di quello che doveva essere il capitolo suc-
cessivo, “Il problema dell’autore e dell’eroe nella letteratura russa”.
Al primo capitolo Bachtin fa riferimento sia all’inizio del secondo
capitolo sia all’inizio dell’ultimo capitolo pervenutoci, “Il problema
dell’autore”. Il secondo capitolo inizia ribadendo l’importanza del-
la considerazione del rapporto autore-eroe, sia sulla base generale di
principio, sia in un’opera determinata di un determinato autore, e si
ripromette la verifica delle conclusioni attraverso l’analisi dell’opera
di Dostoevskij, Puškin e di altri autori.
Volendo indicare alcuni altri aspetti interessanti del frammento
del primo capitolo rispetto all’intero testo di cui originariamente fa-
ceva parte, si possono segnalare:
− le considerazioni sul rapporto fra cronotopicità architettonica
dell’arte e uomo mortale (tema che ritorna spesso negli scritti di
Bachtin), non soltanto per ciò che riguarda gli aspetti fabulistici,
basati sul prima, il poi, il sempre, il mai, ecc., ma anche per quelli
INTRODUZIONE 11

ritmici e formali, che dipendono anch’essi dai ritmi vitali dell’uo-


mo in quanto mortale;
− l’esame della differenza fra architettonica del testo prosastico di-
scorsivo (con riferimento alla Critica della ragion pura: lo stesso
termine “architettonica” è ritrovabile in Kant) e quella del testo
poetico;
− il collegamento del rapporto ritmo-intonazione con il rapporto
autore-eroe;
− la caratterizzazione dei generi epico, drammatico e lirico in base
alla dialettica-dialogo fra autore ed eroe (e le relative considera-
zioni sulla predominanza della parola dell’autore nell’epica che
si ritrovano nelle riflessioni bachtiniane sul rapporto fra epos e
romanzo);
− l’analisi della reazione “realistica” dell’eroe e della reazione “for-
male” dell’autore ad essa, che mostra come il discorso dell’auto-
re si orienti in senso etico-conoscitivo oppure in senso estetico a
seconda che la sua reazione a quella dell’eroe rientri nei generi
di discorso della rappresentazione, della parola oggettiva, diretta,
oppure in quelli della raffigurazione, della parola oggettivata, in-
diretta secondo gradi diversi di exotopia.
La considerazione dell’eroe e del suo mondo come “centro di va-
lore” dell’attività estetica comporta la diretta messa in discussione
dell’estetica formalista perché implica l’attribuzione di un ruolo de-
terminante al rapporto con la realtà extraestetica e con suoi valori, di
cui l’eroe è espressione, e con i quali l’autore deve misurarsi piegando
in senso estetico, nella scrittura letteraria, nell’“arte verbale”, quei va-
lori di cui è imbevuta la lingua stessa che egli adopera (v. anche, per
la critica al formalismo russo nell’ambito circolo bachtiniano, il libro
di Pavel N. Medvedev del 1928, Il metodo formale nella scienza della
letteratura, incluso in questo volume). Nella prospettiva bachtiniana,
la diversa configurazione del rapporto autore-eroe, al suo interno e
rispetto al destinatario, non solo è determinante per la caratterizza-
zione di una singola opera, ma, nell’ambito della letteratura, decide la
specificità dei diversi generi e sotto-generi letterari. L’epica, la lirica,
la tragedia, il romanzo, quest’ultimo nella sua forma monologica o
polilogica, polifonica, inaugurata da Dostoevskij, rappresentano am-
biti espressivi diversi del rapporto fra autore ed eroe.
Il legame fra “Per una filosofia dell’atto responsabile” e il “Fram-
mento del primo capitolo di ‘L’autore e l’eroe nell’attività estetica’”, ol-
tre a concernere la loro comune appartenenza ad uno stesso progetto
12 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

di ricerca, in cui il secondo è il proseguimento del discorso del primo,


è reso immediatamente visibile dalla ripetizione di alcuni passi e dal-
lo stesso testo letterario scelto come oggetto di analisi, vale a dire la
poesia di Puškin, “Razluka”.
La lettura dei due testi “Per una filosofia dell’azione responsabi-
le” e “Il frammento del primo capitolo” permette di constatare che
Bachtin sperimenta prima di tutto tramite il genere lirico la sua pro-
posta di accostamento alla visione letteraria e ritrova originariamen-
te proprio in esso il rapporto di alterità dialogica fra punti di vista
differenti: nel caso della poesia di Puškin, la dialettica dialogica fra
il contesto dell’autore e quelli dei due protagonisti, l’autore-eroe e
l’eroina. Ciò dovrebbe bastare a eliminare finalmente il preconcetto
secondo il quale Bachtin avrebbe prestato poca attenzione al genere
lirico e a dimostrare come del tutto errata l’interpretazione della sua
concezione del carattere relativo della dialogicità a seconda dei diver-
si generi – ma sempre presente, sia pure a gradi diversi, nella parola
artistica – come contrapposizione rigida fra generi che sarebbero o
monologici, come la lirica, o dialogici, come soprattutto il romanzo
nella sua realizzazione “polifonica” (che Bachtin individua nell’opera
di Dostoevskij). La parola dei generi letterari ha sempre, anche se
in misura diversa da un genere all’altro, una maggiore dialogicità di
quella dei generi non letterari, per il fatto che è parola in ascolto della
parola da un punto di vista exotopico e in un rapporto di alterità con
ciò che raffigura.
La filosofia morale, o filosofia prima, o filosofia dell’atto respon-
sabile, se vuole sottrarsi alla conoscenza indifferente del teoretismo,
secondo il compito che Bachtin le assegna, non dovrebbe fare ricor-
so a concetti generali, a proposizioni astratte e a principi universa-
li. Essa può essere soltanto una fenomenologia, una descrizione; più
precisamente, una descrizione partecipe. Deve descrivere in maniera
partecipe “la concreta architettonica” del reale mondo dell’atto in-
centrata intorno all’io quale unico e unitario punto di riferimento
di un mondo nel quale ciò che astrattamente, rispetto a uno sguardo
esterno non partecipe, sarebbe un altro io, è, invece, unicamente e
assolutamente (irreversibilmente) il suo altro. Il proseguimento del
discorso di Bachtin consiste nell’analisi dell’interrelazione tra autore
ed eroe nella creazione dell’arte verbale perché il rapporto tra autore
ed eroe è esattamente il rapporto che Bachtin cerca nella sua filosofia
dell’atto: quello tra un punto di vista esterno, ma non conoscitivo
né criptoteoreticistico (l’autore), e l’io come centro dell’architettoni-
ca dell’azione responsabile (l’eroe) da descrivere in quanto tale, in
INTRODUZIONE 13

quanto io, in quanto soggetto, senza dunque ridurlo ad oggetto: una


descrizione partecipe, da un punto di vista non indifferente e secon-
do un atteggiamento di comprensione rispondente (come appunto av-
viene nella scrittura letteraria). Il “problema dell’autore” coincide – è
questa la “scoperta” cui perviene Bachtin come conclusione della sua
riflessione filosofica svolta in “Per una filosofia dell’azione respon-
sabile” – con il problema del punto di vista della “descrizione par-
tecipe”, così come il “problema dell’eroe” coincide con il problema
dell’“architettonica dell’azione responsabile”.
Ma perché questa situazione duale? Perché il punto di vista feno-
menologico della descrizione partecipe non può essere quello stesso
dell’io? Perché la necessità del punto di vista esterno, perché la ne-
cessità dell’altro? La risposta è che senza alterità la comprensione
dell’architettonica non è possibile. D’altra parte, senza alterità non
è neppure possibile il valore estetico: l’io per se stesso è incapace di
descrivere la propria architettonica; e l’io per se stesso è “estetica-
mente improduttivo”. Il valore dal punto di vista della filosofia mo-
rale e dal punto di vista estetico trovano il loro punto di incontro nel
rapporto-io altro. Si stabilisce così una sorta di “complicità” tra una
filosofia morale come filosofia prima, intesa come filosofia dell’azio-
ne responsabile e una filosofia dell’arte verbale, intesa come filosofia
del linguaggio letterario. Questa complicità o reciproca implicazio-
ne tra filosofia dell’azione responsabile e filosofia del linguaggio del
testo artistico, specificamente letterario, sta alla base dei concetti
fondamentali che Bachtin impiegherà in tutto l’arco della sua ricer-
ca, da questi scritti degli anni Venti a quelli della prima metà degli
anni Settanta: exotopia o extralocalità (vnenachodimost’), eccedenza
(izbytok), raffigurazione (izobraženie), responsabilità, testimone-giudi-
ce, dialogo.
È questo dunque l’itinerario di Bachtin quale si configura dai
suoi primi lavori fino alla pubblicazione nel 1929 della monografia
su Dostoevskij: egli parte da una rifondazione della filosofia e trova
che le esigenze stabilite nei suoi prolegomeni a una filosofia dell’atto
hanno la loro effettiva possibilità di realizzazione nella scrittura let-
teraria, in quanto questa è più o meno capace, a seconda dei generi
e sottogeneri letterari, di fuoriuscire dalla dimensione dell’identi-
tà e della differenza-indifferenza e delineare, da un punto di vista
partecipativo e non indifferente, un’architettonica dell’alterità. Sulla
base dell’interesse iniziale per una filosofia dell’azione responsabile,
Bachtin perviene, coerentemente, all’interesse per una filosofia della
scrittura letteraria, dove della scrittura letteraria è genitivo sogget-
14 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

tivo: non una visione filosofica a cui sottoporre l’“arte verbale”, ma


la visione filosofica che l’“arte verbale”, rende possibile. Nell’ultimo
scritto di Bachtin, del 1974, “Per una metodologia delle scienze uma-
ne” (in Bachtin 1979), vi troviamo con una sorprendente insistenza
la stessa questione proposta all’inizio della sua riflessione. Questo
scritto, il cui materiale di base è costituito da un testo della fine degli
anni Trenta o dell’inizio degli anni Quaranta, torna sulla impossibi-
lità di applicare al mondo umano le categorie proprie del rapporto
soggetto-oggetto. Nei confronti di ciò che è espressione umana il cri-
terio non è l’“esattezza” della conoscenza, e neppure la “rigorosità”
filosofica, nel senso husserliano, ma la “profondità della compren-
sione rispondente”, resa possibile dall’eccedenza di conoscenza del
punto di vista dell’altro.
Dagli scritti degli anni Venti fino agli ultimi appunti e articoli de-
gli anni Settanta, la ricerca di Bachtin insiste su uno stesso problema,
quello della specificità, della peculiarità della parola letteraria: è il
problema dei formalisti russi, degli “specificatori”. Ma, a differenza
dei formalisti, Bachtin – e con lui Vološinov e Medvedev – è interessa-
to anche alla specificità, all’interno della letteratura, della parola dei
diversi generi letterari. Come i formalisti, ritiene che tale peculiarità
non possa essere individuata se non a partire da una riflessione sul
linguaggio e sulla parola – sull’enunciazione (vyskazyvanje) – ma, a
differenza dei formalisti non pensa che la linguistica, in quanto lin-
guistica della frase e non della parola viva, possa essere d’aiuto in
questo senso. Inoltre, a differenza dei formalisti, la specificità della
parola letteraria non è intesa da Bachtin – e da Vološinov e Medvedev
– come un’opposizione fra il linguaggio letterario e il linguaggio non
letterario, e non comporta affatto l’ipostatizzazione del cosiddetto
“linguaggio poetico”.
Va fatto notare che l’espressione “ jazyk poetičeskij” dei formalisti
russi è ambigua: la duplicità di significato del termine jazyk (lingua/
linguaggio) permise loro di parlare del linguaggio poetico come se
si trattasse di una lingua, di un sistema, quindi si preoccuparono di
realizzare, sulla base delle tendenze della linguistica generale dell’e-
poca, una linguistica del testo letterario. Inoltre ritennero che la “lin-
gua poetica” dovesse essere considerata in opposizione al cosiddetto
“jazyk praktičeskij”, linguaggio pratico. Un primo presupposto dato
per scontato nel formalismo russo è la contrapposizione di due “si-
stemi linguistici”: quello “poetico” e quello “quotidiano-pratico”,
“comunicativo”. Un secondo presupposto tacito è che essenziali nello
INTRODUZIONE 15

studio del linguaggio poetico siano le differenze piuttosto che le so-


miglianze fra questi due sistemi.
Respingendo la dicotomia che il metodo formale stabiliva fra “lin-
gua ordinaria” e “lingua poetica” e su cui fondava le categorie di “au-
tomatizzazione”, “percettibilità”, “straniamento”, il saggio del 1926 di
Vološinov “Slovo v žizni i slovo v poezii” [La parola nella vita e nella
poesia] (Zvezda, 6), mostra come le potenzialità della forma artistica
siano già poste nell’enunciazione della vita quotidiana, benché siano
espresse nell’enunciazione artistica in una maniera del tutto parti-
colare. A tale scopo si considera come necessario punto di partenza
l’analisi del discorso quotidiano. Questo scritto nel ’26, attraverso
l’analisi di atti linguistici concreti, della parola nei suoi contesti situa-
zionali, individua, nell’enunciazione al livello di linguaggio comune,
elementi ed aspetti che si ritrovano organizzati in maniera peculiare
nell’“arte verbale”. Particolare attenzione viene qui dedicata, fra l’al-
tro, al rapporto fra autore, destinatario e protagonista (o eroe) dell’e-
nunciazione. La relazione fra questi tre fattori si specifica a seconda
dei generi letterari, così come nel parlare della vita quotidiana si spe-
cifica in rapporto ai suoi diversi generi di discorso.
In generale, il contesto verbale non è mai autosufficiente per la
comprensione di un’enunciazione, per quanto “formalizzata” essa
possa essere, ma nel linguaggio di tipo colloquiale la dipendenza dal-
la situazione extraverbale è presente al massimo grado. Vi è dunque,
sotto questo aspetto, una differenza di grado, in base alla quale si
possono distinguere i discorsi a seconda che si reggano più sul con-
testo extraverbale che sul contesto verbale, o viceversa. Un’enuncia-
zione concreta del linguaggio orale di tipo colloquiale è inscindibi-
le dal complesso contesto segnico e non segnico degli interlocutori.
Quest’ultimo è costituito a) dall’orizzonte spazio-temporale comune
ai parlanti, cioè da tutto ciò che è oggetto di un “percepire insieme”
da parte del parlante e da parte dell’ascoltatore; b) da un consapere
comune al parlante e all’interlocutore; c) dalla costellazione dei valori
cui rinvia il senso dell’enunciazione; d) dalle condizioni materiali di
vita del parlante e dell’ascoltatore. Il rapporto fra enunciazione e si-
tuazione extraverbale non è di semplice rispecchiamento, di semplice
rappresentazione e ri-presentazione. La parola interviene attivamente
nella situazione extraverbale, organizzandola, dandole un senso, un
valore, in certi casi costituendolo, contribuendo insieme all’azione
pratica al suo perdurare o alla sua modificazione e superamento. Essa
stabilisce il collegamento degli interlocutori ad una stessa situazione
e, al tempo stesso, realizzando una sorta di bilancio valutativo espli-
16 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

cito o implicito di tale situazione, indica possibili azioni nei suoi con-
fronti e le organizza.
L’enunciazione ha sempre un valore – sia nel senso che essa espri-
me una valutazione, un orientamento, una presa di posizione, sia nel
senso che è oggetto di valutazione – che rinvia al di là del sistema dei
valori che è la lingua stessa. Il valore dell’enunciazione interpretata
dall’enunciatore interagisce con il senso valutativo dell’interlocutore,
dato che la sua formulazione stessa – la scelta delle parole, la loro
collocazione sintattica – è in funzione di quest’ultimo, risente del rap-
porto di “vicinanza/distanza valutativa” (accordo, disaccordo).
Il significato di un’enunciazione non coincide con il contenuto
strettamente verbale. L’atto di parola quotidiano, considerato nella
sua interezza, si compone di due parti: di una parte verbalmente
realizzata e di una parte sottintesa: in questo senso Bachtin paragona
l’enunciazione quotidiana ad un “entimema”. In logica, l’entimema
è un sillogismo in cui una delle premesse è sottintesa: “Socrate è
un uomo, di conseguenza è mortale”. Ciò che nella enunciazione
quotidiana è sottinteso non può essere mai qualcosa di astratta-
mente individuale e di privato. Sono invece sottintesi vissuti, valori,
programmi di comportamento, conoscenze, stereotipi, ecc. comu-
ni anche al destinatario. Non potrebbe entrare a far parte del si-
gnificato dell’enunciazione come sua parte sottintesa ciò che resta
strettamente limitato alla coscienza individuale dell’enunciatore, ciò
che è individualisticamente personale. Ciò che è sottinteso è “un
contesto di vita”, “una forma di vita” (direbbe Wittgenstein), più o
meno ampio, che comprende, almeno, il pezzo di mondo che entra
nell’orizzonte degli interlocutori, le condizioni reali di vita che ge-
nerano una comunanza di valutazioni: posizione nei rapporti fami-
liari, mestiere, appartenenza a un gruppo sociale, ad un certo tempo
(contemporaneità dei parlanti), ad un certo ambiente culturale. Più
ampio è l’orizzonte oggettivo sottinteso dall’enunciazioni, più co-
stanti, meno fugaci, più generali, più tipiche sono le condizioni di
vita cui esso rinvia. Vi sono sottintesi effimeri, legati all’orizzonte
minimo comune agli interlocutori, quello della circostanza partico-
lare, dell’ambiente circostante, visibilmente presente, che fa da “sce-
nario” all’enunciazione; e vi sono sottintesi duraturi, relativamente
permanenti in quanto si riferiscono a condizioni oggettive, fonda-
mentali dell’esistenza sociale.
Le valutazioni sociali “forti”, che determinano l’orientamento
ideologico dell’enunciazione, restando sottintese, agiscono per così
dire “sullo sfondo su cui si staglia l’enunciazione” finché continuano
INTRODUZIONE 17

a conservare la loro stabilità, finché sono accettate da un certo gruppo


in maniera indiscussa, come delle “ovvietà”, come “naturali”, dando
luogo a norme tacite di comportamento, a stereotipi e a ideologie.
Quando, invece, non più sottintese, entrano a far parte del contenuto
dell’enunciazione, diventano cioè oggetto di discorso, vuol dire che
quelle valutazioni cominciano ad entrare in crisi, ad essere messe in
discussione, significa che ad esse vengono a contrapporsi valutazioni
e programmi alternativi.
La valutazione sociale “forte”, che determina l’orientamento dell’e-
nunciazione, proprio in quanto “sottintesa” non sta tanto nel suo con-
tenuto esplicito, in ciò che è tematizzato, che è oggetto del discorso,
quanto nella forma stessa dell’enunciazione, oltre che nella sua into-
nazione; sta nell’organizzazione complessiva del discorso, nella scelta
delle parole, nella loro collocazione. Proprio nella sua “forma” l’enun-
ciazione è socialmente determinata.
L’orientamento sociale dell’enunciazione si manifesta chiara-
mente nell’intonazione. L’intonazione si situa al confine fra il detto
e il non detto, fra il verbale e il non verbale (quest’ultimo a sua volta
distinguibile in segnico e non segnico). Essa risente del rapporto
che si stabilisce fra parlante e destinatario rispetto alle valutazioni
sottintese, variando a seconda che ci sia o no una comunanza di
valutazioni, una sorta di “appoggio corale”. Nell’intonazione si pa-
lesa maggiormente la dipendenza – riscontrabile con un’analisi più
approfondita in tutta la struttura formale del discorso – dell’atto di
parola da una certa comunanza di valutazioni. Quando una perso-
na suppone che l’interlocutore non sia d’accordo, oppure non è si-
cura e dubita di questo accordo, dà un’intonazione diversa alle sue
parole rispetto a quando può contare su un “sottinteso appoggio
corale”, ed in generale, in questo caso, costruisce le sue enuncia-
zioni in maniera diversa. Accade per l’intonazione e per l’organiz-
zazione complessiva del discorso ciò che accade in altre forme di
comportamento in cui si esprime il “contatto” interpersonale: se
qualcuno, che sta ridendo mentre si trova in un gruppo, si accorge
di essere l’unico a ridere, il riso cessa o cambia di intonazione, di-
venendo anche isterico e, in ogni caso, perdendo la sua schiettezza
insieme alla fiducia negli altri. Secondo Vološinov, qualsiasi parola
concretamente espressa è il risultato di una interazione sociale di
tre elementi: il parlante, il destinatario e colui (o ciò) di cui si parla.
Quest’ultimo elemento, nei contesti comunicativi concreti, non è
semplicemente oggetto passivo di discorso, ma il protagonista, l’«e-
roe» – non importa se si tratta di una persona, di un qualsiasi esse-
18 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

re vivente o di un oggetto inanimato –, in un testo che risente, nella


forma e nell’intonazione, dei rapporti di simpatia, di antipatia, par-
tecipazione, distacco, avversione, ecc. fra l’autore e quest’“eroe”,
non meno di quelli che si stabiliscono fra autore e destinatario.
Nell’enunciazione si esprime, dunque, l’atteggiamento del parlante
nel suo “duplice orientamento sociale”, nei confronti di ciò di cui
si parla e di colui a cui si parla.
L’intonazione inoltre conserva una visione mitologica dell’univer-
so che invece nel linguaggio verbale si è andata perdendo: l’intonazio-
ne suona spesso come se il mondo fosse pieno di forze personificate.
Per questi aspetti, l’intonazione presenta una stretta parentela con il
linguaggio gestuale, ivi inclusa la mimica; e del resto, dice Bachtin, la
parola stessa inizialmente era un gesto linguistico, una componente
di un gesto complesso, che coinvolgeva tutto il corpo. Sia il gesto, sia
l’intonazione hanno bisogno di un “appoggio corale” degli astanti:
soltanto in un’atmosfera di simpatia sociale è possibile un gesto libero
e sicuro. E sia l’intonazione sia il gesto si rivolgono al mondo circo-
stante – oltre che all’ascoltatore – sentendolo, anche nel caso si tratti
di cose, di oggetti inanimati, come alleato, come amico o come nemi-
co. L’intonazione tende alla personificazione dell’“eroe” quando esso
è un oggetto inanimato, e si riferisce ad esso come se esso fosse non
solo vivente ma anche capace di volontà e di intenzioni sì da essere
responsabile di azioni giudicate positive o negative. In questo riferirsi
come se al protagonista dell’enunciazione sta ciò che Bachtin chiama
“metafora intonazionale”. Si tratta di una metafora data unicamente
dall’intonazione. Anche qui gioca un ruolo importante il sottinteso.
Infatti se tale metafora viene esplicitata si ottiene una comune o ordi-
naria “metafora semantica”.
Per via del sottinteso, enunciazioni apparentemente semplici con-
tengono meccanismi di significazione (interpretazione) notevolmente
complessi. I “significati sottintesi” dipendono dal carattere intersog-
gettivo e dialogico della pratica del significare, che presuppone un
con-sapere, un orientamento verso punti di vista altrui e verso varie
direzioni culturali. Significati espliciti e significati sottintesi si danno
nel concreto della comunicazione, e la loro simultanea presenza pro-
blematizza la ricorrente distinzione fra significati fissati nell’uso, nella
tradizione, nel “codice comune”, e significati mutevoli, connessi con
il contesto particolare della comunicazione e dell’interpretazione. In-
fatti non soltanto nei significati dipendenti dal contesto è possibile
trovare qualcosa di implicito, mediato, latente, sottinteso, ma anche
nei significati che maggiormente sono autonomi dalle circostanze di
INTRODUZIONE 19

una particolare situazione comunicativa. Anzi, proprio i significati


comuni, fissati dalla tradizione e facenti parte del patrimonio lingui-
stico sono quelli che maggiormente si reggono su interpretanti in-
diretti, mediati, nascosti, remoti, sottintesi. Perché, come Vološinov
particolarmente sottolinea, tanto più può esserci sottinteso, quanto
più i significati hanno a che fare con elementi della vita sociale stabili
e costanti, con avvenimenti, esperienze, valori, programmi di com-
portamento, conoscenze e stereotipi che sono di dominio pubblico,
socialmente determinati.

Nel 1926, in due numeri successivi della rivista di biologia, Čelovek


i Priroda (1, pp. 33-42; 2, pp. 9-23) a firma del biologo Ivan I. Kanaev
(1893-1984), apparve l’articolo “Sovremennyj vitalizm” (Il vitalismo
contemporaneo). “Questo articolo è stato scritto interamente da M. M.
Bachtin. Io mi sono limitato a fornirgli i materiali bibliografici neces-
sari e ne ho facilitato la pubblicazione nella rivista, dati i miei rapporti
con la redazione”: così Kanaev, sull’estratto di questo articolo, scrive in
data 3 novembre 1975, a otto mesi dalla morte di Bachtin. Tale estratto
fu inviato da Kanaev a S. G. Bočarov, che, assai vicino a Bachtin ne-
gli ultimi anni della sua vita, ha contribuito ampiamente all’edizione
dei suoi testi. Nell’articolo in cui ne dà notizia (in Novoe literaturnoe
obozrenie, 1993, 2, pp. 71-83, trad. franc. “À propos d’une conversation
et autour d’elle”, in Catherine Depretto, a cura, L’héritage de Mikhaïl
Bakhtine, Presses Universitaires de Bordeaux, 1997) Bočarov aggiunge
che Kanaev gli aveva detto oralmente che Bachtin si era dedicato a
questo lavoro perché direttamente interessato alle questioni filosofiche
della biologia dell’epoca.
Questo articolo del 1926, ripubblicato nel 1993 in Dialogue, Car-
nival, Chronotope, 1993, 4, pp. 99-116 e incluso nel presente vol. nella
traduzione it., da noi rivista, di Margherita M. De Michiel (in Bachtin
e le sue maschere, a cura di M. De Michiel, P. Jachia e A. Ponzio,
Dedalo, 1995), è un importante documento per la ricostruzione del
percorso di ricerca di Bachtin a partire dai suoi primi studi.
L’articolo sul vitalismo, scritto a Pietroburgo (allora Leningra-
do), risente della felice stagione pietroburghese di studi scientifi-
ci che vide come protagonisti figure quali il geochimico e biologo
Vladimir I. Vernadskij e il neurofisiologo Aleksej A. Uchtomskij.
Ciò che accomuna i lavori di questi scienziati con gli studi di Bach-
tin è l’interesse per i “meccanismi dinamici”, siano essi indagati in
ambito biologico o in quello neurofisiologico e, come farà Bachtin
nella sua ricerca specifica, in ambito culturale e particolarmente
20 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

letterario. Vernadskij in questi anni introduce il concetto di “bio-


sfera”. Tale concetto, che ripreso nella semiotica già nel concetto
di “semiosfera” di J. Lotman, avrà un ruolo centrale negli studi di
biosemiotica, sposta l’attenzione da aspetti parziali e isolati in cui la
vita si manifesta alla totalità (incompibile, aggiungerebbe Bachtin)
della vita planetaria concepita non come somma degli organismi
viventi ma come insieme unitario, evidenziando l’interconnessio-
ne e l’interdipendenza tra tutti gli esseri viventi, senza la quale la
vita sul pianeta non sarebbe possibile. A Vernadskij Bachtin farà
esplicito riferimento nei suoi appunti del 1970-71 (nella raccolta cit.
del 1979, trad. it. p. 357) per richiamare l’attenzione sulla difficoltà
di comprendere i processi dinamici nell’ambito della cultura, che,
come quelli che caratterizzano il divenire della vita biologica indi-
viduale e l’evoluzione delle specie, si svolgono molto lentamente al
punto che non si riesce a discernerli e anzi si finisce per negarli. Ma
l’influenza di Vernadskij, che in alcuni suoi articoli dei primi anni
venti subito dopo il suo rientro a Pietroburgo (1921) già anticipava
le riflessioni contenute in Biosfera (1926), è rintracciabile in alcuni
concetti fondamentali di Bachtin come quello di “confine”, di “ibri-
do” con cui egli cerca di caratterizzare alcune zone dei suoi interessi
per la vita dei fenomeni letterari e culturali che, non meno di quelli
della vita biologica, non si lasciano incasellare e trattare tassonomi-
camente. Lo stesso articolo di biologia del 1926, pubblicato sotto il
nome dell’amico Kanaev, presso il quale Bachtin alloggiò dal 1924
al 1927 stando a Pietroburgo, risente dell’impostazione ai temi trat-
tati dal già allora famoso geochimico.
Kanaev contribuì all’interesse di Bachtin per la biologia. Grazie
a Kanaev, Bachtin, come egli dice in una nota al suo testo “Le forme
del tempo e il cronotopo nel romanzo” (1937-38, in Bachtin 1975),
ascoltò la conferenza sul cronotopo in biologia tenuta dal fisiologo
Aleksej Uktomskij nell’estate del 1925 a Pietroburgo. Questa confe-
renza influenzò la concezione di Bachtin del cronotopo nel romanzo.
E come Bachtin aggiunge nella nota, “in quella conferenza furono
pure trattate questioni di estetica”. Uktomskij era anche un attento
lettore di Dostoevskij dal cui racconto “Il sosia” derivò la sua “leg-
ge dell’interlocutore valido”. Come è stato mostrato l’influenza di
Uktomskij è anche presente nell’opera di Bachtin su Dostoevskij del
1929. (sul rapporto Bachtin-Uktomskij, v., in Franco Corona, a cura,
Bachtin teorico del dialogo, Milano, Angeli, 1986, gli articoli di Nico-
letta Marcialis, pp. 79-91, e Silvano Tagliagambe, pp. 35-78). Come os-
servano Clark e Holquist (Mikhail Bakhtin, 1984, trad. it. di Federico
INTRODUZIONE 21

Pellizzi, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 229), l’opera di Uchtomskij aiutò


Bachtin a scorgere possibili vie per intendere la relazione tra mente
e mondo come un continuum dialogico. Bachtin deve alle ricerche
geofisiche, neurofisiologiche e biologiche del suo tempo come quelle
condotte da Vernadskij e Uktomskij, la concezione del rapporto tra
corpo e mondo come una relazione dialogica nella quale la risposta
dell’organismo è prima di tutto la modellazione del mondo entro cui
sussiste il proprio ambiente. Impiegando la terminologia della fisio-
logia, nel saggio sul cronotopo in cui dichiara il proprio debito verso
Uktomskij, Bachtin afferma che “per quanto mondo reale e mondo
raffigurato si mantengano distinti [...] essi sono indissolubilmente le-
gati tra loro e si trovano in un rapporto di costante azione reciproca; è
uno scambio continuo simile all’interrotto metabolismo tra l’organi-
smo vivente e l’ambiente che lo circonda” (“Le forme del tempo e del
cronotopo nel romanzo”, in Bachtin, Estetica e romanzo, 1975, trad. it.
di Clara Strada Janovič, Torino, Einaudi 1979, p. 374).
Nell’articolo del 1926 sul vitalismo Bachtin respinge tanto la so-
luzione meccanicistica, oggetto di critica in altri suoi testi degli anni
Venti, quanto quella vitalistica considerata espressione di filosofia
speculativa benché accampasse anche – come nel caso Hans Driesch
a cui la critica di Bachtin è soprattutto rivolta – una fondazione speri-
mentale nell’ambito della biologia. Bachtin respinge l’estremizzazio-
ne del concetto di omeostasi e insiste invece sull’osmosi esistente tra
l’organismo e il suo mondo circostante. Una delle parti interessanti
dell’articolo è quella in cui Bachtin contesta l’attribuzione all’organi-
smo di diverse ed eguali possibilità, capacità o, nella terminologia di
Driesch, “potenzialità prospettiche” tra le quali l’unica effettivamente
realizzata in ogni singolo caso viene indicata come il “significato”.
Non si può parlare di più potenzialità e di un unico significato, dice
Bachtin: ciò che effettivamente ci è dato constatare sono più significa-
ti reali in diverse condizioni di sviluppo: il reale significato A nell’in-
sieme di condizioni a; il significato B nell’insieme di condizioni b;
il significato C nelle condizioni c, ecc. Pertanto è assurdo dire che
qualche determinata condizione di sviluppo sia realmente collocata
nell’organismo; essa è in esso (nella sua costituzione fisico-chimica)
ma lo è anche nell’intero insieme delle condizioni che lo circondano.
Driesch invece, mette insieme tutti i suoi significati A, B, C, ecc. astra-
endo dalle condizioni ad essi corrispondenti a, b, c, ecc. e li assegna
insieme all’organismo come sue capacità simultanee.
Bachtin dopo aver constatato che, malgrado la pretesa di scienti-
ficità, la concezione di Driesch della equipotenzialità del sistema di
22 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

sviluppo risulta una costruzione cui non corrisponde nulla di reale, si


chiede: “Ma a che cosa serviva a Driesch costruire questa finzione?”.
E la risposta la trova, coerentemente al suo saggio degli inizi degli
anni Venti, “Per una filosofia dell’atto responsabile”, in ciò che essa
significa rispetto alla condizione di ciascuno, nella vita di ogni gior-
no, rispetto alla condizione di “responsabilità morale”, e non soltanto
“tecnica”, “speciale”, cioè del dover rispondere dal posto unico che
ciascuno insostituibilmente occupa nella sua “architettonica” con le
sue specifiche coordinate spazio temporali e assiologiche, con il suo
rapporto irreversibile con altri, con la sua responsabilità senza alibi.
L’idea illusoria della equipotenzialità e simultaneità potenziale delle
risposte è la proiezione della illusione della possibilità di “alleggeri-
mento” dalla propria responsabilità. «Parlare di diverse potenzialità
e di diverse funzioni ha un unico senso: si suppone che tutte siano
ugualmente possibili, che si trovino ugualmente a disposizione e che,
di conseguenza, se ne possa scegliere liberamente una qualsiasi. La
libertà della scelta – la non necessità nella vita organica – ecco a che
cosa tende l’intera costruzione di Driesch. Questa è la scelta che pro-
duce l’entelechia. Qui riconosciamo senza fatica lo schema soggettivo
dell’atto volitivo, cioè il modo consueto della completa interpretazio-
ne soggettiva delle azioni: io potevo andare in visita, potevo andare a
teatro, potevo andare a passeggiare, ma ho deciso di rimanere a casa
e di lavorare; di tutte le mie possibilità ho preferito lo studio. Ecco
quale schema si trova alla base della concezione drieschiana di siste-
ma equipotenziale, ecco dov’è la radice delle sue “molte possibilità”,
delle “molte potenzialità”. Ma questo schema, questo “quel che ho
voluto ho fatto”, è il diretto opposto di ogni spiegazione scientifica».
E tuttavia proprio Hans Driesch ci offre con la sua presa di po-
sizione durante il nazismo un esempio di scelta secondo ciò che
Bachtin chiama responsabilità senza alibi. Nel 1933 Hans Driesch fu
rimosso dalla sua cattedra a Lipsia dall’amministrazione nazista, il
primo accademico non ebreo ad essere espulso a causa del suo pa-
cifismo e della sua ostilità al nazismo. Ebbene, solo a uno sguardo
esterno di un osservatore non partecipe, la difficile e coraggiosa sua
presa di posizione può essere annoverata fra le tante a lui egualmente
possibili e considerata la manifestazione del suo libero arbitrio, cioè
come espressione di una sorta di “preferenza” – e non, invece, come
l’unica risposta che in quella sua particolare situazione, dal suo parti-
colare punto di vista, egli ha ritenuto responsabilmente di dover dare;
e di doverla dare come la sua risposta, indipendentemente dal fat-
to che, come vorrebbe l’etica formale kantiana, la massima della sua
INTRODUZIONE 23

azione potesse divenire universale (nel saggio di Bachtin sulla filoso-


fia dell’atto responsabile, si trova una approfondita critica a questo
aspetto della morale kantiana).

Gli interessi di Bachtin per le “questioni filosofiche della biologia


dell’epoca”, come dice Kanaev per spiegare a Bočarov perché Bachtin
avesse scritto l’articolo sul vitalismo, sono strettamente collegati con
le due tematiche che maggiormente caratterizzano la ricerca di Bach-
tin: il “dialogo”, esaminato attraverso la sua raffigurazione letteraria
nel “romanzo polifonico” di Dostoevskij e il “realismo grottesco” del-
la cultura popolare “carnevalesca” studiato attraverso la sua raffigu-
razione in Rabelais.
Il “dialogo” in Bachtin non è il risultato dell’iniziativa dell’assun-
zione di un atteggiamento aperto verso gli altri (come erroneamente
è stato spesso inteso), ma consiste nell’impossibilità di ordine bio-
semiotico, potremmo dire, e non solo psicologico e culturale) di chiu-
sura, di indifferenza, di non coinvolgimento. Bachtin mostra che a
Dostoevskij non interessa l’uomo che dialoga nel rispetto dell’altro,
ma che dialoga anche e soprattutto a dispetto di sé. La parola è dialo-
gica per un coinvolgimento passivo nella parola altrui. Il dialogo non
sussiste semplicemente dove c’è composizione di punti di vista e di
identità, ma consiste proprio nella refrattarietà alla sintesi, compresa
la sintesi illusoria della propria identità di io, la quale in effetti è scom-
posta dialogicamente in quanto inevitabilmente coinvolta nell’alteri-
tà, come è coinvolto il “corpo grottesco” con il corpo altrui. Il corpo
quale si rivela nel realismo grottesco conferma questa situazione – o
meglio non ne è che l’espressione – di implicazione, di inseparabilità,
di non-indifferenza in cui si trova inevitabilmente l’essere umano, ma
anche ogni altro essere vivente a gradi diversi relativamente alla sua
collocazione di specie.
Dialogicità e intercorporeità sono le facce di una stessa medaglia,
fanno parte della reale, materiale, interconnessione biosemiotica dei
corpi. “La vita per sua natura è dialogica. Vivere significa parteci-
pare a un dialogo” (Bachtin, “Piano per il rifacimento del libro su
Dostoevskij”, 1961, in Bachtin 1979, trad. it., p. 331). C’è alla base
della concezione bachtiniana una dialogica della natura, una dialogica
della vita, che oggi verrebbe espressa in termini di “biosemiotica” e
che spiega l’interessamento di Bachtin per gli studi di biologia della
sua epoca.
Nella visione di Bachtin non ci sono limiti definiti della dialogità
verbale e di quella intercorporea.
24 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

La prima si estende per tutto quell’intero ambito che Lotman


chiama “semiosfera”; la seconda si estende per tutta la “biosfera”
(Vernadskij). A proposito della prima Bachtin osserva: «Marx diceva
che soltanto il pensiero enunciato nella parola diventa pensiero reale
per l’altro e soltanto così lo diventa anche per me. Ma questo altro
non è soltanto l’altro più prossimo (il destinatario-secondo) e nella ri-
cerca di una comprensione responsiva la parola va sempre più avanti»
(Bachtin 1979, trad. it., p. 319).
A proposito della seconda, Bachtin fa notare che la visione – che
soltanto negli ultimi quattro secoli è divenuta dominante – del corpo
come corpo individuale, delimitato, compiuto e autosufficiente appa-
re come un’“isoletta piccola e delimitata” al confronto dell’“oceano
infinito di immagini grottesche del corpo, infinito sia dal punto di
vista dello spazio sia dal punto di vista del tempo, che riempie tutte le
lingue, tutte le letterature e anche il sistema gestuale” (Bachtin 1965,
trad. it., p. 350). Per Bachtin il dialogo e il corpo sono strettamente
interconnessi, e l’adeguata immagine del corpo dialogico è il corpo
grottesco. È per questo che il grottesco compare anche nel romanzo
e particolarmente nel “romanzo polifonico” di Dostoevskij. Ed è per
questo che Bachtin nella seconda edizione del 1963 (la prima è del
’29) della sua monografia su Dostoevskij include un capitolo (il IV)
sul rapporto tra il genere romanzo e il realismo grottesco del folclore
carnevalesco in cui tale genere affonda le sue radici. Il dialogismo
bachtiniano non può essere compreso separatamente dalla sua conce-
zione biosemiotica del realismo del corpo grottesco.
Ciascun essere vivente è situato al centro di una sistema generale
di relazioni o “architettonica”, che per ciascun individuo umano, data
la capacità di presa di coscienza semiotica, di riflessione sui segni, di
sviluppo della sua condizione di testimone e di giudice, viene indicata
da Bachtin, nei suoi primi scritti, come “architettonica della respon-
sabilità”. Tale architettonica della responsabilità può essere ristretta
all’ambiente circostante dell’individuo, al suo gruppo familiare, pro-
fessionale, di lavoro, etnico, linguistico, religioso, alla sua cultura e
alla sua comunità politica, o esteso come coscienza semiotica globale
all’intero universo, inteso, come dice Victoria Welby (v. Susan Petril-
li, Signifying and Understanding, Berlino, De Gruyter Mouton, 2009)
in senso “planetario” o “solare” o “cosmico”.
Bachtin nelle annotazioni degli anni Cinquanta (in Paolo Jachia,
e A. Ponzio, a cura, Bachtin &..., Roma-Bari, Laterza, 1993) distingue
perciò tra un’“esperienza piccola” e un’“esperienza grande”. Quest’ul-
tima è un’esperienza ristretta e al limite angusta e asfittica dell’io,
INTRODUZIONE 25

del corpo e del mondo. Invece nell’esperienza grande, «il mondo non
coincide con se stesso (non è ciò che è), non è chiuso e non è compiu-
to. In esso c’è la memoria, che scorre e si perde nelle profondità uma-
ne della materia e della vita illimitata, l’esperienza di vita di mondi e
di atomi. E la storia del singolo comincia per questa memoria molto
tempo prima rispetto ai suoi atti conoscitivi (al suo “io” conoscibile).
[...] Nell’esperienza grande tutto brulica di vita, tutto parla, è un’espe-
rienza profondamente dialogica».
ɆɆȻɚɯɬɢɧ
ɂɫɤɭɫɫɬɜɨɢɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ
Michail M. Bachtin
ARTE E RESPONSABILITÀ

[1919]
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Ʉɨɝɞɚ ɱɟɥɨɜɟɤ ɜ ɢɫɤɭɫɫɬɜɟ ɟɝɨ ɧɟɬ ɜ ɠɢɡɧɢ ɢ ɨɛɪɚɬɧɨ ɇɟɬ
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ɬɜɚɜɢɧɨɜɚɬɚɟɝɨɧɟɬɪɟɛɨɜɚɬɟɥɶɧɨɫɬɶɢɧɟɫɟɪɶɟɡɧɨɫɬɶɟɝɨɠɢɡ-
ɧɟɧɧɵɯ ɜɨɩɪɨɫɨɜ Ʌɢɱɧɨɫɬɶ ɞɨɥɠɧɚ ɫɬɚɬɶ ɫɩɥɨɲɶ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧ-
Si dice meccanico un insieme quando il legame che unisce i
suoi singoli elementi nello spazio e nel tempo sia soltanto esteriore
e non ci sia un’unità interiore di senso da cui essi siano permeati.
Le parti di un tale insieme, benché l’una accanto all’altra e in con-
tatto tra loro, sono in sé reciprocamente estranee.
Le tre sfere della cultura umana – la scienza, l’arte e la vita – ac-
quistano unità solo nella persona che le incorpora nella sua unità.
Ma questo legame può diventare meccanico, esteriore. È quanto
purtroppo avviene assai spesso. L’artista e l’uomo sono uniti in una
stessa persona in maniera superficiale, per lo più meccanica; quan-
do crea, l’uomo abbandona temporaneamente gli “affanni quoti-
diani” come se dovesse entrare in un altro mondo, quello “dell’i-
spirazione, dei dolci suoni e delle preghiere” [Puškin, Il poeta e la
folla]. E con quale risultato? L’arte è ostentatamente troppo sicura
di sé, troppo patetica: infatti non deve per nulla rispondere della
vita, la quale, naturalmente, non riesce a tenere il passo dell’arte.
“Non è roba per noi – dice la vita: una cosa è l’arte, una cosa è la
prosa quotidiana”.
Quando l’uomo è nell’arte, non è nella vita, e viceversa. Tra di
loro non c’è unità e non c’è reciproca compenetrazione interiore
nell’unità della persona.
Che cosa, invece, garantisce il legame interno degli elementi
della persona? Solo l’unità della responsabilità. Di ciò che ho vis-
suto e compreso nell’arte devo rispondere con la tutta la mia vita,
affinché tutto ciò che è stato vissuto e compreso non rimanga in
essa inattivo. Ma alla responsabilità è legata anche la colpa. La vita
e l’arte non devono avere soltanto responsabilità reciproca, ma an-
che colpa l’una per l’altra. Il poeta deve ricordare che della prosa
volgare della vita è colpevole la sua poesia, mentre l’uomo comune
bisogna che sappia che della sterilità dell’arte è colpevole la sua ca-
renza di aspirazioni e la sua mancanza di serietà nei problemi della
vita. La persona deve diventare responsabile nella sua interezza:
30 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɨɣɜɫɟɟɟɦɨɦɟɧɬɵɞɨɥɠɧɵɧɟɬɨɥɶɤɨɭɤɥɚɞɵɜɚɬɶɫɹɪɹɞɨɦɜɨ
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ɢɝɧɨɪɢɪɭɟɬɫɹ ɠɢɡɧɶɸ ² ɧɟ ɜɞɨɯɧɨɜɟɧɶɟ ɚ ɨ ɞɟɪɠɚɧɢɟ  ɉɪɚ-
ɜɢɥɶɧɵɣɧɟɫɚɦɨɡɜɚɧɧɵɣɫɦɵɫɥɜɫɟɯɫɬɚɪɵɯɜɨɩɪɨɫɨɜɨɜɡɚɢ-
ɦɨɨɬɧɨɲɟɧɢɢɢɫɤɭɫɫɬɜɚɢɠɢɡɧɢɱɢɫɬɨɦɢɫɤɭɫɫɬɜɟɢɩɪɨɱɢɫ-
ɬɢɧɧɵɣɩɚɮɨɫɢɯɬɨɥɶɤɨɜɬɨɦɱɬɨɢɢɫɤɭɫɫɬɜɨɢɠɢɡɧɶɜɡɚɢɦɧɨ
ɯɨɬɹɬ ɨɛɥɟɝɱɢɬɶ ɫɜɨɸ ɡɚɞɚɱɭ ɫɧɹɬɶ ɫɜɨɸ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɢɛɨ
ɥɟɝɱɟɬɜɨɪɢɬɶɧɟɨɬɜɟɱɚɹɡɚɠɢɡɧɶɢɥɟɝɱɟɠɢɬɶɧɟɫɱɢɬɚɹɫɶɫ
ɢɫɤɭɫɫɬɜɨɦ
ɂɫɤɭɫɫɬɜɨɢɠɢɡɧɶɧɟɨɞɧɨɧɨɞɨɥɠɧɵɫɬɚɬɶɜɨɦɧɟɟɞɢɧɵɦ
ɜɟɞɢɧɫɬɜɟɦɨɟɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ
ARTE E RESPONSABILITÀ 31

tutti i suoi momenti non devono semplicemente collocarsi l’uno


accanto all’altro nella serie temporale della sua vita, ma devono
essere reciprocamente pervasivi nell’unità della colpa e della re-
sponsabilità.
E l’irresponsabilità non è giustificabile tramite il ricorso all’“i-
spirazione”. L’ispirazione che ignora la vita ed è a sua volta ignorata
dalla vita non è ispirazione, ma fissazione. Il senso vero, al di là
delle parole, di tutte le vecchie questioni sul rapporto tra arte e
vita, sull’arte pura ecc., il loro autentico dramma sta unicamente
nel fatto che sia l’arte sia la vita vogliono reciprocamente allegge-
rire il proprio compito, scaricare la propria responsabilità: infatti è
più facile creare senza rispondere nei confronti della vita, ed è più
facile vivere senza fare i conti con l’arte.
L’arte e la vita non sono una cosa sola, ma devono diventare in
me un tutt’uno, nell’unità della mia responsabilità.
ɆɆȻɚɯɬɢɧ
Ʉɮɢɥɨɫɨɮɢɢɩɨɫɬɭɩɤɚ
Michail M. Bachtin
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE

[1920-24]
!ɂɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɚɹɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɶɛɟɫɫɢɥɶɧɚɨɜɥɚɞɟɬɶɦɨɦɟɧ-
ɬɨɦ ɩɪɟɯɨɠɞɟɧɢɹ ɢ ɨɬɤɪɵɬɨɣ ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɶɸ ɛɵɬɢɹ ɢ ɟɟ ɩɪɨ-
ɞɭɤɬɜɫɜɨɟɦɫɦɵɫɥɟɧɟɟɫɬɶɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɚɧɨɜɹɳɟɟɫɹɛɵɬɢɟ
ɢɩɪɢɨɛɳɚɟɬɫɹɤɧɟɦɭɜɫɜɨɟɦɛɵɬɢɢɱɟɪɟɡɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣɚɤɬɞɟɣ-
ɫɬɜɟɧɧɨɝɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɢɧɬɭɢɪɨɜɚɧɢɹɂɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɚɹɢɧɬɭɢɰɢɹ
ɧɟ ɭɥɨɜɥɹɟɬ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢ ɢɛɨ ɨɛɪɚɡɵ ɟɟ ɨɛɴɟɤ-
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ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɬɚɧɨɜɥɟɧɢɹɧɟɩɪɢɱɚɫɬɧɵɟɦɭ ɨɧɢɩɪɢɱɚɫɬɧɵ
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ɟɫɬɟɫɬɜɟɧɧɨɧɚɭɱɧɨɝɨ ɢ ɮɢɥɨɫɨɮɫɤɨɝɨ  ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨ ɢɡɨɛɪɚ-
ɠɟɧɢɹɨɩɢɫɚɧɢɹ ɢ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɢɧɬɭɢɰɢɢ ɜɚɠɧɵɦ ɞɥɹ ɧɚɲɟɣ
ɡɚɞɚɱɢɹɜɥɹɟɬɫɹɫɥɟɞɭɸɳɟɟȼɫɟɧɚɡɜɚɧɧɵɟɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢɭɫɬɚ-
ɧɚɜɥɢɜɚɸɬ ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɵɣ ɪɚɫɤɨɥ ɦɟɠɞɭ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɫɦɵɫ-
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ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɠɢɜɨɝɨ ɫɬɚɧɨɜɥɟɧɢɹ ɢ ɫɚɦɨɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɹ ɂɫɬɢɧɧɨ
ɪɟɚɥɟɧ ɩɪɢɱɚɫɬɟɧ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸ ɬɨɥɶɤɨ ɷɬɨɬ
ɚɤɬɜɟɝɨɰɟɥɨɦɬɨɥɶɤɨɨɧɠɢɜɩɨɥɧɨɫɬɶɸ"!ɢɛɟɡɵɫɯɨɞɧɨɟɫɬɶ
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ɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɭɸ ɫɬɨɪɨɧɭ ɤɨɬɨɪɚɹ ɩɪɟɬɟɧɞɭɟɬ ɫɚɦɨɨɩɪɟɞɟ-
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ɫɬɜɟɧɧɵɣɦɢɪɜɤɨɬɨɪɨɦɦɵɬɜɨɪɢɦɩɨɡɧɚɟɦɫɨɡɟɪɰɚɟɦɠɢɜɟɦ
<...>1 Anche l’attività estetica non riesce ad afferrare questa ca-
ratteristica dell’esistere2 che consiste nella sua contingenza e nel
carattere di evento3 aperto; e il prodotto dell’attività estetica, nel
senso che le è proprio, non è l’esistere nel suo effettivo divenire, e,
per quanto concerne l’esistere suo, esso si incorpora nell’esistere
mediante l’atto storico di un attivo intuire estetico. Anche l’intui-
zione estetica non riesce a cogliere l’unicità dell’evento singolare,
perché le immagini che configura sono rese oggettive, sono cioè
sottratte, nel loro contenuto, al divenire effettivo e singolare4, e
non partecipano ad esso (vi partecipano solo come momento della
coscienza viva e vivente dell’osservatore).
La caratteristica che è comune al pensiero teorico discorsivo
(nelle scienze naturali e in filosofia), alla rappresentazione-descri-
zione storica e all’intuizione estetica, e che è particolarmente im-
portante per la nostra analisi, è questa: tutte le attività menzionate
stabiliscono una separazione di principio tra il contenuto-senso di
un determinato atto5-attività e la realtà storica del suo esistere, la
sua reale irripetibile esperibilità: di conseguenza, quest’atto perde
appunto il suo valore e la sua unità di vivo divenire e autodetermi-
nazione. Solo nel tutt’uno cui inerisce tale atto è veramente reale,
partecipa dell’esistere come evento (bytie-sobytie), solo così è vivo,
interamente <?> e irriducibilmente esiste-diviene, si effettua. Esso
è una componente reale, viva, dell’esistere-evento: è incorporato
nell’unità singolare dell’esistere che si va effettuando, ma questa
incorporazione non penetra nel suo aspetto di contenuto–senso6,
che pretende di autodeterminarsi completamente e definitivamen-
te nell’unità di un determinato campo di senso – della scienza,
dell’arte, della storia: mentre tali campi oggettivi, al di fuori dell’at-
to che li coinvolge, in quanto tali non sono reali, come abbiamo
mostrato. Come risultato vengono a trovarsi l’uno di fronte all’altro
due mondi assolutamente non comunicanti e reciprocamente im-
penetrabili: il mondo della cultura e il mondo della vita – l’uni-
co mondo in cui ciascuno di noi crea, conosce, contempla, vive e
36 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɢɭɦɢɪɚɟɦɦɢɪɜɤɨɬɨɪɨɦɨɛɴɟɤɬɢɜɢɪɭɟɬɫɹɚɤɬɧɚɲɟɣɞɟɹɬɟɥɶ-
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ɬɟɤɚɟɬɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹȺɤɬɧɚɲɟɣɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢɧɚɲɟɝɨɩɟɪɟɠɢɜɚ-
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ɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɣɠɢɡɧɢɧɨɧɟɬɟɞɢɧɨɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɥɚɧɚɝɞɟ
ɨɛɚɥɢɤɚɜɡɚɢɦɧɨɫɟɛɹɨɩɪɟɞɟɥɹɥɢɛɵɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɨɞɧɨɦɭ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɭ ɗɬɢɦ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ ɟɞɢɧɫɬɜɨɦ ɢ ɦɨ-
ɠɟɬɛɵɬɶɬɨɥɶɤɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɫɨɛɵɬɢɟɫɜɟɪɲɚɟɦɨɝɨɛɵɬɢɹɜɫɟ
ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɢ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɞɨɥɠɧɨ ɛɵɬɶ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɨ ² ɤɚɤ
ɦɨɦɟɧɬɟɝɨɤɨɧɟɱɧɨɭɠɟɧɟɜɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɯɬɟɪ-
ɦɢɧɚɯȺɤɬɞɨɥɠɟɧɨɛɪɟɫɬɢɟɞɢɧɵɣɩɥɚɧɱɬɨɛɵɪɟɮɥɟɤɬɢɪɨɜɚɬɶ
ɫɟɛɹ ɜ ɨɛɟ ɫɬɨɪɨɧɵ ɜ ɫɜɨɟɦ ɫɦɵɫɥɟ ɢ ɜ ɫɜɨɟɦ ɛɵɬɢɢ ɨɛɪɟɫɬɢ
ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɞɜɭɫɬɨɪɨɧɧɟɣ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɢ ɡɚ ɫɜɨɟ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ
ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɚɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɢɡɚɫɜɨɟɛɵɬɢɟ ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɚɹ 
ɩɪɢɱɟɦ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɚɹ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɞɨɥɠɧɚ ɛɵɬɶ ɩɪɢɨɛɳɟɧ-
ɧɵɦɦɨɦɟɧɬɨɦɟɞɢɧɨɣɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧ-
ɧɨɫɬɢɌɨɥɶɤɨɬɚɤɢɦɩɭɬɟɦɦɨɝɥɚɛɵɛɵɬɶɩɪɟɨɞɨɥɟɧɚɞɭɪɧɚɹɧɟ-
ɫɥɢɹɧɧɨɫɬɶɢɧɟɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɧɨɜɟɧɧɨɫɬɶɤɭɥɶɬɭɪɵɢɠɢɡɧɢ
Ʉɚɠɞɚɹɦɵɫɥɶɦɨɹɫɟɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɟɫɬɶɦɨɣɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶ-
ɧɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɨɞɢɧɢɡɩɨɫɬɭɩɤɨɜɢɡɤɨɬɨɪɵɯɫɥɚ-
ɝɚɟɬɫɹɜɫɹɦɨɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɚɹɠɢɡɧɶɤɚɤɫɩɥɨɲɧɨɟɩɨɫɬɭɩɥɟɧɢɟ
ɢɛɨ ɜɫɹ ɠɢɡɧɶ ɜ ɰɟɥɨɦ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɪɚɫɫɦɨɬɪɟɧɚ ɤɚɤ ɧɟɤɨɬɨɪɵɣ
ɫɥɨɠɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɹɩɨɫɬɭɩɚɸɜɫɟɸɫɜɨɟɸɠɢɡɧɶɸɤɚɠɞɵɣɨɬ-
ɞɟɥɶɧɵɣɚɤɬɢɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟɟɫɬɶɦɨɦɟɧɬɦɨɟɣɠɢɡɧɢɩɨɫɬɭɩɥɟ-
ɧɢɹɗɬɚɦɵɫɥɶɤɚɤɩɨɫɬɭɩɨɤɰɟɥɶɧɚɢɫɦɵɫɥɨɜɨɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ
ɟɟɢɮɚɤɬɟɟɧɚɥɢɱɧɨɫɬɢɜɦɨɟɦɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɫɨɡɧɚɧɢɢɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨɢɜɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɟ
ɜɪɟɦɹɢɜɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɯɭɫɥɨɜɢɹɯɬɟɜɫɹɤɨɧɤɪɟɬɧɚɹɢɫɬɨɪɢɱ-
ɧɨɫɬɶ ɟɟ ɫɜɟɪɲɟɧɢɹ ɨɛɚ ɷɬɢ ɦɨɦɟɧɬɚ ɢ ɫɦɵɫɥɨɜɨɣ ɢ ɢɧɞɢɜɢ-
ɞɭɚɥɶɧɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣ ɮɚɤɬɢɱɟɫɤɢɣ ²ɟɞɢɧɵɢɧɟɪɚɡɞɟɥɶɧɵɜ
ɨɰɟɧɤɟ ɟɟ ɤɚɤ ɦɨɟɝɨ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɇɨ ɦɨɠɧɨ ɜɡɹɬɶ
ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɟɟɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣɦɨɦɟɧɬɬɟɦɵɫɥɶɤɚɤ
ɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɟ ɫɭɠɞɟɧɢɟ Ⱦɥɹ ɷɬɨɣ ɫɦɵɫɥɨɜɨɣ ɫɬɨɪɨɧɵ ɫɨɜɟɪ-
ɲɟɧɧɨɛɟɡɪɚɡɥɢɱɧɚɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɚɹɫɬɨɪɨɧɚɚɜɬɨɪ
ɜɪɟɦɹɭɫɥɨɜɢɹɢɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɟɝɨɠɢɡɧɢɷɬɨɨɛɳɟɡɧɚ-
ɱɢɦɨɟ ɫɭɠɞɟɧɢɟ ɨɬɧɨɫɢɬɫɹ ɤ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɭ ɫɨɨɬɜɟɬ-
ɫɬɜɭɸɳɟɣɧɚɭɱɧɨɣɨɛɥɚɫɬɢɢɦɟɫɬɨɜɷɬɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ
ɢɫɱɟɪɩɵɜɚɸɳɟ ɨɩɪɟɞɟɥɹɟɬ ɟɝɨ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶ Ɉɰɟɧɤɚ ɦɵɫɥɢ ɤɚɤ
ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɭɱɢɬɵɜɚɟɬɢɜɤɥɸɱɚɟɬɜɫɟɛɹɦɨɦɟɧɬ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 37

muore: il mondo nel quale si oggettiva l’atto dell’attività di ciascu-


no e il mondo in cui tale atto realmente, irrepetibilmente, avviene,
si svolge. L’atto dell’attività di ciascuno, dell’esperienza che ciascu-
no vive7, guarda, come un Giano bifronte, in due direzioni diver-
se: all’unità oggettiva di un campo della cultura e alla singolarità
irripetibile della vita che si vive, ma non c’è un piano unitario e
unico in cui le due facce si determinino reciprocamente in rela-
zione a un’unità unica. Solo l’evento singolo dell’esistere nel suo
effettuarsi può costituire questa unità unica; tutto ciò che è teorico
ed estetico deve essere determinato come suo momento, e non già,
certamente, in termini teorici ed estetici. L’atto deve trovare un
unico piano unitario per riflettersi in entrambe le direzioni, nel suo
senso e nel suo esistere; deve trovare l’unità di una responsabilità
bidirezionale, sia rispetto al suo contenuto (responsabilità specia-
le), sia rispetto al suo esistere (responsabilità morale); in più, la re-
sponsabilità speciale dev’essere momento incorporato di un’unica
e unitaria responsabilità morale. Solo così si possono superare la
cattiva separazione e la reciproca impenetrabilità tra cultura e vita.
Ciascuno dei miei pensieri, con il suo contenuto, è un mio sin-
golare atto responsabile8, uno degli atti di cui si compone l’intera
mia vita singolare come ininterrotto agire, poiché l’intera vita nel
suo insieme può essere considerata come una sorta di atto comples-
so: io agisco con tutta la mia vita, ogni singolo atto e ogni esperien-
za che vivo sono un momento del mio vivere-agire. Tale pensiero,
in quanto atto, forma un tutt’uno integrale: tanto il suo contenuto
di senso quanto il fatto della sua presenza nella mia coscienza rea-
le di uomo singolare, precisamente determinato e in condizioni
determinate – cioè, l’intera storicità concreta del suo effettuarsi
– entrambi questi momenti, dunque, sia quello di senso sia quello
storico-individuale (fattuale), sono due momenti unitari e insepara-
bili nella valutazione di quel pensiero come mio atto responsabile.
Ma si può prendere di esso, per astrazione, il momento di conte-
nuto-senso, cioè il pensiero come giudizio di validità universale.
Per questo astratto aspetto di senso, l’aspetto storico-individuale
– l’autore, il tempo, le circostanze e l’unità morale della sua vita
– è assolutamente indifferente: tale giudizio di validità generale si
riferisce all’unità teorica del relativo campo teorico, e il posto che
occupa in questa unità ne definisce la validità in modo del tutto
esauriente. La valutazione del pensiero come atto individuale tiene
38 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢ ɦɵɫɥɢɫɭɠɞɟɧɢɹ ɩɨɥɧɨɫɬɶɸ ɨɰɟɧɤɚ


ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɫɭɠɞɟɧɢɹ²ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɵɣɦɨɦɟɧɬɜɫɨɫɬɚɜɟɩɨɫɬɭɩ-
ɤɚɯɨɬɹɟɝɨɟɳɟɧɟɢɫɱɟɪɩɵɜɚɸɳɢɣɇɨɞɥɹɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɡɧɚɱɢ-
ɦɨɫɬɢ ɫɭɠɞɟɧɢɹ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɛɟɡɪɚɡɥɢɱɟɧ ɦɨɦɟɧɬ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶ-
ɧɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣɩɪɟɜɪɚɳɟɧɢɟɫɭɠɞɟɧɢɹɜɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭ-
ɩɨɤɚɜɬɨɪɚɟɝɨɆɟɧɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɵɫɥɹɳɟɝɨɢɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɡɚɚɤɬɦɨɟɝɨɦɵɲɥɟɧɢɹɧɟɬɜɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɡɧɚɱɢɦɨɦɫɭɠɞɟɧɢɢ
Ɂɧɚɱɢɦɨɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɫɭɠɞɟɧɢɟɜɨɜɫɟɯɫɜɨɢɯɦɨɦɟɧɬɚɯɧɟɩɪɨ-
ɧɢɰɚɟɦɨ ɞɥɹ ɦɨɟɣ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɣ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢ
Ʉɚɤɢɟ ɛɵ ɦɨɦɟɧɬɵ ɦɵ ɧɢ ɪɚɡɥɢɱɚɥɢ ɜ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢ ɡɧɚɱɢɦɨɦ
ɫɭɠɞɟɧɢɢ ɮɨɪɦɭ ɤɚɬɟɝɨɪɢɢ ɫɢɧɬɟɡɚ  ɢ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɦɚɬɟɪɢɸ
ɨɩɵɬɧɭɸ ɢ ɱɭɜɫɬɜɟɧɧɭɸ ɞɚɧɧɨɫɬɶ  ɩɪɟɞɦɟɬ ɢ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ²
ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɜɫɟɯɷɬɢɯɦɨɦɟɧɬɨɜɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɩɪɨɧɢɰɚɟɦɚɞɥɹ
ɦɨɦɟɧɬɚɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɝɨɚɤɬɚɩɨɫɬɭɩɤɚɦɵɫɥɹɳɟɝɨ
ɉɨɩɵɬɤɚɩɨɦɵɫɥɢɬɶɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɤɚɤɜɵɫɲɭɸɮɨɪɦɚɥɶ-
ɧɭɸɤɚɬɟɝɨɪɢɸ ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɨɬɪɢɰɚɧɢɟɊɢɤɤɟɪɬɚ ɨɫɧɨɜɚɧɚɧɚ
ɧɟɞɨɪɚɡɭɦɟɧɢɢ Ⱦɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɦɨɠɟɬ ɨɛɨɫɧɨɜɚɬɶ ɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɭɸ ɧɚɥɢɱɧɨɫɬɶ ɢɦɟɧɧɨ ɞɚɧɧɨɝɨ ɫɭɠɞɟɧɢɹ ɢɦɟɧɧɨ ɜ ɦɨɟɦ
ɫɨɡɧɚɧɢɢɩɪɢɞɚɧɧɵɯɭɫɥɨɜɢɹɯɬɟɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɭɸɤɨɧɤɪɟɬɧɨɫɬɶ
ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɝɨɮɚɤɬɚɧɨɧɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɭɸɜɫɟɛɟɢɫɬɢɧɧɨɫɬɶ
ɫɭɠɞɟɧɢɹɆɨɦɟɧɬɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɢɫɬɢɧɧɨɫɬɢɧɟɨɛɯɨɞɢɦɱɬɨɛɵ
ɫɭɠɞɟɧɢɟ ɛɵɥɨ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɢɦ ɞɥɹ ɦɟɧɹ ɧɨ ɧɟ ɞɨɫɬɚɬɨɱɟɧ
ɢɫɬɢɧɧɨɟɫɭɠɞɟɧɢɟɧɟɟɫɬɶɬɟɦɫɚɦɵɦɭɠɟɢɞɨɥɠɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɦɵɲɥɟɧɢɹəɩɨɡɜɨɥɸɫɟɛɟɧɟɫɤɨɥɶɤɨɝɪɭɛɭɸɚɧɚɥɨɝɢɸɛɟɡɭɤɨ-
ɪɢɡɧɟɧɧɚɹ ɬɟɯɧɢɱɟɫɤɚɹ ɩɪɚɜɢɥɶɧɨɫɬɶ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɟɳɟ ɧɟ ɪɟɲɚɟɬ
ɞɟɥɨ ɨ ɟɝɨ ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɣ ɰɟɧɧɨɫɬɢ Ɍɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɚɹ ɢɫɬɢɧɧɨɫɬɶ
ɬɟɯɧɢɱɧɚ ɩɨ ɨɬɧɨɲɟɧɢɸ ɤ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɸ ȿɫɥɢ ɛɵ ɞɨɥɠɟɧ-
ɫɬɜɨɜɚɧɢɟɛɵɥɨɛɵɮɨɪɦɚɥɶɧɵɦɦɨɦɟɧɬɨɦɫɭɠɞɟɧɢɹɧɟɛɵɥɨɛɵ
ɪɚɡɪɵɜɚɦɟɠɞɭɠɢɡɧɶɸɢɤɭɥɶɬɭɪɨɣɬɜɨɪɱɟɫɬɜɨɦɦɟɠɞɭɚɤɬɨɦ
ɩɨɫɬɭɩɤɨɦ ɦɨɦɟɧɬɨɦ ɟɞɢɧɫɬɜɚ ɤɨɧɬɟɤɫɬɚ ɦɨɟɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ
ɠɢɡɧɢɢɫɦɵɫɥɨɜɵɦɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɫɭɠɞɟɧɢɹ²ɦɨɦɟɧɬɨɦɬɨɝɨɢɥɢ
ɢɧɨɝɨɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɚɧɚɭɤɢɚɷɬɨɡɧɚɱɢɥɨ
ɛɵ ɱɬɨ ɛɵɥ ɛɵ ɟɞɢɧɵɣ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɢ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɢ
ɠɢɡɧɢɤɭɥɶɬɭɪɵɢɠɢɡɧɢɱɟɝɨɧɟɬɤɨɧɟɱɧɨɍɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɫɭɠɞɟ-
ɧɢɹɤɚɤɢɫɬɢɧɧɨɝɨɟɫɬɶɨɬɧɟɫɟɧɢɟɟɝɨɜɧɟɤɨɬɨɪɨɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ
ɟɞɢɧɫɬɜɨɢɷɬɨɟɞɢɧɫɬɜɨɫɨɜɫɟɦɧɟɟɫɬɶɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɢɫɬɨɪɢɱɟ-
ɫɤɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɦɨɟɣɠɢɡɧɢɇɟɢɦɟɟɬɫɦɵɫɥɚɝɨɜɨɪɢɬɶɨɤɚɤɨɦɬɨ
ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɦɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɢɩɨɫɤɨɥɶɤɭɹɦɵɫ-
ɥɸɹɞɨɥɠɟɧɦɵɫɥɢɬɶɢɫɬɢɧɧɨɢɫɬɢɧɧɨɫɬɶ²ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ
ɦɵɲɥɟɧɢɹȾɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɥɢɫɚɦɨɣɢɫɬɢɧɧɨɫɬɢɩɪɢɫɭɳɦɨɦɟɧɬ
ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ"Ⱦɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɜɨɡɧɢɤɚɟɬɥɢɲɶɜɫɨɨɬɧɟɫɟ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 39

in considerazione e comprende in sé pienamente il momento della


validità teorica del pensiero-giudizio; la valutazione del significato
del giudizio è un momento necessario nell’effettuazione dell’atto,
benché non lo esaurisca. Viceversa, per la validità teorica del giu-
dizio, è assolutamente indifferente il momento storico-individuale,
la trasformazione del giudizio in atto responsabile del suo autore.
Io, che realmente penso e sono responsabile dell’atto del mio pen-
sare, nel giudizio teoricamente valido non ci sono. Il giudizio teo-
ricamente valido è, in tutti i suoi momenti, impenetrabile alla mia
attività individualmente responsabile. Quali che siano i momenti
che distinguiamo nel giudizio teoricamente valido – la forma (le
categorie della sintesi) e il contenuto (la materia, i dati sperimentali
e sensoriali), l’oggetto e il contenuto – la validità di tutti questi mo-
menti esclude in maniera assolutamente impenetrabile il momento
dell’atto individuale, l’atto di colui che pensa.
Il tentativo di concepire il dovere come suprema categoria for-
male (l’affermazione-negazione di Rickert9) si basa su di un equi-
voco. Il dovere può fondare la presenza reale di un dato giudizio
nella mia coscienza in date circostanze, vale a dire la concretezza
storica di un fatto individuale, ma non la veridicità teorica in sé
del giudizio. Il momento della veridicità teorica è necessario af-
finché il giudizio sia un imperativo per me, ma non è sufficiente;
un giudizio veridico non è già, con ciò stesso, anche un atto (po-
stupok) imperativo del pensiero. Mi si conceda un’analogia un po’
grossolana: l’impeccabile correttezza tecnica dell’atto non risolve
ancora la questione del suo valore morale. Rispetto al dovere la
veridicità teorica è, appunto, di ordine tecnico. Se il dovere fosse
un momento formale del giudizio, non ci sarebbe scissione tra vita
e creazione culturale, tra azione come atto (postupok) – momento
dell’unità del contesto della mia vita singolare – e il contenuto di
senso del giudizio, momento di una qualche unità teorica oggettiva
della scienza: e ciò significherebbe che ci sarebbe un solo e unico
contesto di conoscenza e vita, di cultura e vita, il che, natural-
mente, non è. Affermare il giudizio come veritiero è rapportarlo
a una certa unità teorica, unità che non è affatto l’unità storica
singolare della mia vita. Non ha senso parlare di qualche dovere
teorico speciale, del tipo: in quanto io penso, devo pensare veridi-
camente, la veridicità è il dovere del pensiero. Ma davvero il do-
vere è momento inerente alla veridicità stessa? In effetti, il dovere
40 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɢɢ ɢɫɬɢɧɵ ɜ ɫɟɛɟ ɡɧɚɱɢɦɨɣ  ɫ ɧɚɲɢɦ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɦ ɚɤɬɨɦ


ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɢ ɷɬɨɬ ɦɨɦɟɧɬ ɨɬɧɟɫɟɧɧɨɫɬɢ ɟɫɬɶ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢ ɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɵɣɦɨɦɟɧɬɜɫɟɝɞɚɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ
ɧɟ ɡɚɞɟɜɚɸɳɢɣ ɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɣ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢ ɫɭɠɞɟ-
ɧɢɹ²ɩɨɫɬɭɩɨɤɨɰɟɧɢɜɚɟɦɵɣɢɜɦɟɧɹɟɦɵɣɜɟɞɢɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɠɢɡɧɢɫɭɛɴɟɤɬɚȾɥɹɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨ-
ɜɚɧɢɹɧɟɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨɨɞɧɨɣɢɫɬɢɧɧɨɫɬɢɧɨɧɭɠɟɧ!ɢɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧ-
ɧɵɣɚɤɬɫɭɛɴɟɤɬɚɢɡɧɭɬɪɢɟɝɨɢɫɯɨɞɹɳɢɣɚɤɬɩɪɢɡɧɚɧɢɹɜɢɫɬɢɧ-
ɧɨɫɬɢ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ ɢ ɷɬɨɬ ɚɤɬ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɧɟ ɩɪɨɧɢɤɚɟɬ ɜ
ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣɫɨɫɬɚɜɢɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɫɭɠɞɟɧɢɹɉɨɱɟɦɭɩɨɫɤɨɥɶɤɭ
ɹɦɵɫɥɸɹɞɨɥɠɟɧɦɵɫɥɢɬɶɢɫɬɢɧɧɨ"ɂɡɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɩɨɡɧɚɜɚ-
ɬɟɥɶɧɨɝɨɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɹɢɫɬɢɧɧɨɫɬɢɨɬɧɸɞɶɧɟɜɵɬɟɤɚɟɬɟɟɞɨɥɠ-
ɧɨɫɬɶɷɬɨɬɦɨɦɟɧɬɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɫɨɞɟɪɠɢɬɫɹɜɟɟɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɢɢ
ɧɟɜɵɜɨɞɢɦɨɬɬɭɞɚɨɧɦɨɠɟɬɛɵɬɶɬɨɥɶɤɨɢɡɜɧɟɩɪɢɜɧɟɫɟɧɢɩɪɢ-
ɫɬɟɝɧɭɬ Ƚɭɫɫɟɪɥɶ ȼɨɨɛɳɟɧɢɨɞɧɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɟ
ɢɩɨɥɨɠɟɧɢɟɧɟɦɨɠɟɬɡɚɤɥɸɱɚɬɶɜɫɟɛɟɦɨɦɟɧɬɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ
ɢ ɨɧ ɧɟ ɜɵɜɨɞɢɦ ɢɡ ɧɟɝɨ ɇɟɬ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɧɚɭɱɧɨɝɨ ɢ ɪɹɞɨɦ
ɫɧɢɦɢɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹɧɨɟɫɬɶɥɢɲɶɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢ
ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢ ɫɨɰɢɚɥɶɧɨ ɡɧɚɱɢɦɨɟ ɩɪɢɱɟɦ ɤ ɷɬɨɦɭ ɦɨɠɟɬ ɩɪɢ-
ɫɨɟɞɢɧɢɬɶɫɹɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɞɥɹɤɨɬɨɪɨɝɨɜɫɟɷɬɢɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢ
ɬɟɯɧɢɱɧɵ ɗɬɢ ɩɨɥɨɠɟɧɢɹ ɨɛɪɟɬɚɸɬ ɫɜɨɸ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶ ɜ ɷɫɬɟɬɢ-
ɱɟɫɤɨɦ ɧɚɭɱɧɨɦ ɫɨɰɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɦ ɟɞɢɧɫɬɜɟ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ
²ɜɟɞɢɧɫɬɜɟɦɨɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɣɠɢɡɧɢȼɨɨɛɳɟ
ɢɷɬɨɛɭɞɟɬɧɚɦɢɩɨɞɪɨɛɧɨɪɚɡɜɢɬɨɞɚɥɶɲɟɧɟɥɶɡɹɝɨɜɨɪɢɬɶɧɢ
ɨ ɤɚɤɢɯ ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɵɯ ɷɬɢɱɟɫɤɢɯ ɧɨɪɦɚɯ ɨɛ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɦ ɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɦ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɢ Ⱦɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɧɟ ɢɦɟɟɬ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨɢɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɇɚɜɫɟ
ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨ ɡɧɚɱɢɦɨɟ ɦɨɠɟɬ ɫɨɣɬɢ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɧɨ ɧɢ
ɨɞɧɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟɩɨɥɨɠɟɧɢɟɧɟɫɨɞɟɪɠɢɬɜɫɜɨɟɦɫɨɞɟɪɠɚɧɢɢ
ɦɨɦɟɧɬɚɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹɢɧɟɨɛɨɫɧɨɜɵɜɚɟɬɫɹɢɦɇɟɬɧɚɭɱɧɨ-
ɝɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɢɩɪɨɱɟɝɨ!ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹɧɨɧɟɬɢɫɩɟɰɢ-
ɚɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹɜɫɦɵɫɥɟɫɨɜɨɤɭɩɧɨɫɬɢɨɩɪɟ-
ɞɟɥɟɧɧɵɯɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɯɧɨɪɦɜɫɟɡɧɚɱɢɦɨɟɫɨɫɬɨɪɨɧɵɫɜɨɟɣ
ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɨɛɨɫɧɨɜɵɜɚɟɬɪɚɡɥɢɱɧɵɟɫɩɟɰɢɚɥɶɧɵɟɞɢɫɰɢɩɥɢɧɵ
ɞɥɹɷɬɢɤɢɧɢɱɟɝɨɧɟɨɫɬɚɟɬɫɹ ɬɚɤɧɚɡɵɜɚɟɦɵɟɷɬɢɱɟɫɤɢɟɧɨɪɦɵ
ɫɭɬɶɝɥɚɜɧɵɦɨɛɪɚɡɨɦɫɨɰɢɚɥɶɧɵɟɩɨɥɨɠɟɧɢɹɢɤɨɝɞɚɛɭɞɭɬɨɛɨ-
ɫɧɨɜɚɧɵɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɟɫɨɰɢɚɥɶɧɵɟɧɚɭɤɢɨɧɢɛɭɞɭɬɩɪɢɧɹɬɵ
ɬɭɞɚ  Ⱦɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɟɫɬɶ ɫɜɨɟɨɛɪɚɡɧɚɹ ɤɚɬɟɝɨɪɢɹ ɩɨɫɬɭɩɥɟ-
ɧɢɹɩɨɫɬɭɩɤɚ ɚɜɫɟɞɚɠɟɦɵɫɥɶɢɱɭɜɫɬɜɨɟɫɬɶɦɨɣɩɨɫɬɭɩɨɤ 
ɟɫɬɶɧɟɤɚɹɭɫɬɚɧɨɜɤɚɫɨɡɧɚɧɢɹɫɬɪɭɤɬɭɪɚɤɨɬɨɪɨɣɢɛɭɞɟɬɧɚɦɢ
ɮɟɧɨɦɟɧɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢ ɜɫɤɪɵɬɚ ɇɟɬ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɯ ɢ ɜ ɫɟɛɟ ɡɧɚɱɢ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 41

compare soltanto nella correlazione della verità (valida in sé) con


la reale azione conoscitiva di ciascuno di noi, e tale momento di
correlazione è storicamente un momento unico, è sempre un atto
individuale, che non tocca affatto la validità teorica oggettiva del
giudizio – è un atto che è valutabile e imputabile nel contesto unico
della vita reale singolare di un soggetto. Al dovere non è sufficiente
la sola veridicità, <è necessario> l’atto di risposta del soggetto, che
proviene dal suo interno, l’azione di riconoscere la veridicità del
dovere, e anche quest’azione non rientra affatto nella composizione
teorica e nel significato del giudizio. Perché, in quanto penso, de-
vo pensare veridicamente? Dalla definizione teorico-gnoseologica
della veridicità non consegue affatto il dovere; tale momento non
è contenuto nella sua definizione e non è da essa deducibile: esso
può essere soltanto apportato e aggiunto dall’esterno (Husserl).
In generale, nessuna definizione e nessuna posizione teorica può
includere in sé il momento del dovere, ed esso non ne è dedu-
cibile. Non c’è un dovere estetico, scientifico e, accanto ad essi,
un dovere etico: c’è solo ciò che è esteticamente, teoricamente e
socialmente valido, e a ciò si può aggiungere un dovere rispetto
al quale tutte queste validità risultano tecniche, strumentali. Tali
posizioni acquistano la loro validità all’interno di un’unità esteti-
ca, scientifica, sociologica; mentre acquistano il dovere nell’unità
della mia singolare responsabile vita. In generale, come vedremo
dettagliatamente più avanti, non si può parlare di alcuna norma
morale, etica, di nessun dovere avente un determinato contenuto.
Il dovere non possiede un contenuto definito e specificatamente
teorico. Il dovere può estendersi su tutto ciò che è contenutistica-
mente valido, ma nessuna posizione teorica conterrà nel suo conte-
nuto il momento del dovere, né si fonda su esso. Non c’è un dovere
scientifico, estetico, ecc., ma non c’è nemmeno un dovere specifi-
catamente etico inteso come insieme di norme con un contenuto
determinato. Tutto ciò che è valido dà fondamento relativamente
alla sua validità a diverse discipline specifiche, e niente rimane per
l’etica (le cosiddette norme etiche sono per lo più regole sociali,
e, quando le corrispondenti scienze sociali saranno state fondate,
saranno di loro competenza). Il dovere è una categoria originale
dell’agire-atto10 (e tutto è un mio atto, anche il pensiero e il senti-
mento), è un certo atteggiamento della coscienza, la cui struttura
ci proponiamo di svelare fenomenologicamente. Non ci sono nor-
42 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɦɵɯɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɵɯɧɨɪɦɧɨɟɫɬɶɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɵɣɫɭɛɴɟɤɬɫɨɩɪɟ-
ɞɟɥɟɧɧɨɣɫɬɪɭɤɬɭɪɨɣ ɤɨɧɟɱɧɨɧɟɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɣɢɥɢɮɢɡɢɱɟ-
ɫɤɨɣ ɧɚɤɨɬɨɪɨɝɨɢɩɪɢɯɨɞɢɬɫɹɩɨɥɨɠɢɬɶɫɹɨɧɛɭɞɟɬɡɧɚɬɶɱɬɨ
ɢ ɤɨɝɞɚ ɨɤɚɠɟɬɫɹ ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɞɨɥɠɧɵɦ ɬɨɱɧɟɟ ɝɨɜɨɪɹ ɜɨɨɛɳɟ
ɞɨɥɠɧɵɦ ɢɛɨɧɟɬɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɝɨɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ 
Ɍɨɦɭ ɱɬɨ ɦɨɹ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɚɹ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶ ɧɟ ɩɪɨɧɢɤɚɟɬ ɜ ɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɭɸ ɫɬɨɪɨɧɭ ɫɭɠɞɟɧɢɹ ɩɨɜɢɞɢɦɨɦɭ
ɩɪɨɬɢɜɨɪɟɱɢɬ ɬɨ ɱɬɨ ɮɨɪɦɚ ɫɭɠɞɟɧɢɹ ɬɪɚɧɫɰɟɧɞɟɧɬɚɥɶɧɵɣ
ɦɨɦɟɧɬ ɜ ɫɨɫɬɚɜɟ ɫɭɠɞɟɧɢɹ ɢ ɟɫɬɶ ɦɨɦɟɧɬ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢ ɧɚɲɟɝɨ
ɪɚɡɭɦɚ ɱɬɨ ɤɚɬɟɝɨɪɢɢ ɫɢɧɬɟɡɚ ɩɪɨɢɡɜɨɞɢɦɵ ɧɚɦɢ Ɇɵ ɡɚɛɵɥɢ
ɤɨɩɟɪɧɢɤɚɧɫɤɨɟɞɟɹɧɢɟɄɚɧɬɚɈɞɧɚɤɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɥɢɬɪɚɧɫ-
ɰɟɧɞɟɧɬɚɥɶɧɚɹ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶ ɟɫɬɶ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɚɹ
ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɦɨɟɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɡɚɤɨɬɨɪɭɸɹɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɨɬɜɟɬ-
ɫɬɜɟɧɟɧɇɢɤɬɨɤɨɧɟɱɧɨɧɟɫɬɚɧɟɬɭɬɜɟɪɠɞɚɬɶɧɟɱɬɨɩɨɞɨɛɧɨɟ
Ɉɛɧɚɪɭɠɟɧɢɟɚɩɪɢɨɪɧɨɬɪɚɧɫɰɟɧɞɟɧɬɚɥɶɧɨɝɨɷɥɟɦɟɧɬɚɜɧɚɲɟɦ
ɩɨɡɧɚɧɢɢɧɟɨɬɤɪɵɥɨɜɵɯɨɞɚɢɡɧɭɬɪɢɩɨɡɧɚɧɢɹɬɟɢɡɟɝɨɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣ ɫɬɨɪɨɧɵ ɜ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶ-
ɧɭɸ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶ ɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɝɨ ɚɤɬɚ ɧɟ ɩɪɟɨɞɨɥɟɥɨ ɢɯ
ɪɚɡɨɛɳɟɧɧɨɫɬɢɢɜɡɚɢɦɧɨɣɧɟɩɪɨɧɢɰɚɟɦɨɫɬɢɢɞɥɹɷɬɨɣɬɪɚɧɫ-
ɰɟɧɞɟɧɬɚɥɶɧɨɣɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢɩɪɢɲɥɨɫɶɢɡɦɵɫɥɢɬɶɱɢɫɬɨɬɟɨɪɟɬɢ-
ɱɟɫɤɢɣɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɧɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɫɭɛɴɟɤɬɫɨɡɧɚɧɢɟɜɨɨɛ-
ɳɟ ɧɚɭɱɧɨɟ ɫɨɡɧɚɧɢɟ ɝɧɨɫɟɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣ ɫɭɛɴɟɤɬ ɇɨ ɤɨɧɟɱɧɨ
ɷɬɨɬɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣɫɭɛɴɟɤɬɞɨɥɠɟɧɛɵɥɤɚɠɞɵɣɪɚɡɜɨɩɥɨɳɚɬɶ-
ɫɹɜɧɟɤɨɬɨɪɨɦɪɟɚɥɶɧɨɦɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɦɵɫɥɹɳɟɦɱɟɥɨɜɟɤɟ
ɱɬɨɛɵ ɩɪɢɨɛɳɢɬɶɫɹ ɫɨ ɜɫɟɦ ɢɦɦɚɧɟɧɬɧɵɦ ɟɦɭ ɦɢɪɨɦ ɛɵɬɢɹ
ɤɚɤɩɪɟɞɦɟɬɨɦɟɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɭɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɫɨ-
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ɂɬɚɤ ɩɨɫɤɨɥɶɤɭ ɦɵ ɨɬɪɵɜɚɟɦ ɫɭɠɞɟɧɢɟ ɨɬ ɟɞɢɧɫɬɜɚ ɢɫɬɨ-
ɪɢɱɟɫɤɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɚɤɬɚɩɨɫɬɭɩɤɚ ɟɝɨ ɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɢɹ ɢ
ɨɬɧɨɫɢɦɜɬɨɢɥɢɢɧɨɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɢɡɧɭɬɪɢɟɝɨɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣɫɬɨɪɨɧɵɧɟɬɜɵɯɨɞɚɜɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ
ɢɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɫɨɛɵɬɢɟɛɵɬɢɹȼɫɟɩɨɩɵɬɤɢ
ɩɪɟɨɞɨɥɟɬɶ ɞɭɚɥɢɡɦ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɢ ɠɢɡɧɢ ɦɵɫɥɢ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ
ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɢɡɧɭɬɪɢɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹ
ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɛɟɡɧɚɞɟɠɧɵ Ɉɬɨɪɜɚɜ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɭɸ
ɫɬɨɪɨɧɭɩɨɡɧɚɧɢɹɨɬɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨɚɤɬɚɟɝɨɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɢɹɦɵ
ɬɨɥɶɤɨ ɩɭɬɟɦ ɫɤɚɱɤɚ ɦɨɠɟɦ ɢɡ ɧɟɝɨ ɜɵɣɬɢ ɜ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ
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ɧɨɦɨɬɧɟɝɨɫɦɵɫɥɨɜɨɦɫɨɞɟɪɠɚɧɢɢ²ɬɨɠɟɫɚɦɨɟɱɬɨɩɨɞɧɹɬɶ
ɫɚɦɨɝɨɫɟɛɹɡɚɜɨɥɨɫɵɈɬɨɪɜɚɧɧɵɦɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶ-
ɧɨɝɨ ɚɤɬɚ ɨɜɥɚɞɟɜɚɟɬ ɢɦɦɚɧɟɧɬɧɚɹ ɟɦɭ ɡɚɤɨɧɧɨɫɬɶ ɩɨ ɤɨɬɨɪɨɣ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 43

me morali determinate e valide in sé, ma c’è il soggetto morale


con una determinata struttura (certo, non psicologica o fisica), e
su di esso bisogna fare affidamento: egli saprà in che cosa consiste
e quando deve compiere il suo dovere morale o, più precisamen-
te, il dovere (perché non c’è un dovere specificatamente morale).
Che la mia attività responsabile non penetri nell’aspetto di con-
tenuto-senso del giudizio sembra essere contraddetto dal fatto che
la forma del giudizio, il momento trascendente nella formazione
del giudizio, è anche momento dell’attività della nostra ragione,
dal fatto cioè che è ciascuno di noi a produrre le categorie della
sintesi. Ci siamo dimenticati dell’impresa copernicana di Kant11.
Tuttavia, davvero l’attività trascendente è attività storicamente in-
dividuale della mia azione, di cui io sono individualmente respon-
sabile? Nessuno, certo, affermerà qualcosa del genere. La scoper-
ta di un elemento trascendente a priori nella nostra conoscenza
non ha creato un’uscita dall’interno della conoscenza, cioè dal
suo aspetto di contenuto-senso, verso l’effettivo atto conoscitivo
storico-individuale; non ha superato la loro separazione e recipro-
ca impenetrabilità, e per questa attività trascendente si è dovuto
inventare un soggetto puramente teorico, storicamente inesistente,
una coscienza in generale, una coscienza scientifica, un soggetto
gnoseologico. Ma, certo, questo soggetto teorico doveva ogni volta
incarnarsi in un reale, effettivo, uomo pensante per incorporarsi,
con l’intero mondo dell’esistere a lui immanente in quanto oggetto
della sua conoscenza, nell’esistere dell’evento storico reale, sempli-
cemente come suo momento.
E così, in quanto separiamo un giudizio dall’unità dell’azione-
atto storicamente reale della sua attuazione e lo rapportiamo a una
qualche unità teorica, dall’interno del suo contenuto-senso, non
c’è uscita che conduca al dovere nel reale evento singolare dell’e-
sistere. Qualsiasi tentativo di superare il dualismo tra conoscenza
e vita, tra il pensiero e la concreta singolare realtà è, dall’interno
della conoscenza teorica, assolutamente senza speranza. Una volta
separato l’aspetto del contenuto-senso dalla conoscenza dell’atto
storico della sua attuazione possiamo uscire verso il dovere solo
per mezzo di un salto; cercare l’azione-atto conoscitivo reale nel
contenuto di senso separato da esso è come cercare di sollevarsi
tirandosi per i capelli. Del contenuto separato dell’atto conosciti-
vo si impadroniscono le sue proprie leggi immanenti, in base alle
44 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɧɨɢɪɚɡɜɢɜɚɟɬɫɹɤɚɤɛɵɫɚɦɨɩɪɨɢɡɜɨɥɶɧɨɉɨɫɤɨɥɶɤɭɦɵɜɨɲ-
ɥɢɜɧɟɝɨɬɟɫɨɜɟɪɲɢɥɢɚɤɬɨɬɜɥɟɱɟɧɢɹɦɵɭɠɟɜɨɜɥɚɫɬɢɟɝɨ
ɚɜɬɨɧɨɦɧɨɣɡɚɤɨɧɧɨɫɬɢɬɨɱɧɟɟɧɚɫɩɪɨɫɬɨɧɟɬɜɧɟɦ²ɤɚɤɢɧ-
ɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɚɤɬɢɜɧɵɯɉɨɞɨɛɧɨɦɢɪɭɬɟɯɧɢɤɢɤɨ-
ɬɨɪɵɣɡɧɚɟɬɫɜɨɣɢɦɦɚɧɟɧɬɧɵɣɡɚɤɨɧɤɨɬɨɪɨɦɭɢɩɨɞɱɢɧɹɟɬɫɹ
ɜ ɫɜɨɟɦ ɛɟɡɭɞɟɪɠɧɨɦ ɪɚɡɜɢɬɢɢ ɧɟɫɦɨɬɪɹ ɧɚ ɬɨ ɱɬɨ ɭɠɟ ɞɚɜɧɨ
ɭɤɥɨɧɢɥɫɹ ɨɬ ɨɫɦɵɫɥɢɜɚɸɳɟɣ ɟɝɨ ɤɭɥɶɬɭɪɧɨɣ ɰɟɥɢ ɢ ɦɨɠɟɬ
ɫɥɭɠɢɬɶɤɨɡɥɭɚɧɟɤɞɨɛɪɭɤɚɤ"!ɩɨɫɜɨɟɦɭɜɧɭɬɪɟɧɧɟɦɭɡɚ-
ɤɨɧɭɫɨɜɟɪɲɟɧɫɬɜɭɸɬɫɹɨɪɭɞɢɹɫɬɚɧɨɜɹɫɶɫɬɪɚɲɧɨɸɝɭɛɹɳɟɸɢ
ɪɚɡɪɭɲɚɸɳɟɸɫɢɥɨɣɢɡɩɟɪɜɨɧɚɱɚɥɶɧɨɝɨɫɪɟɞɫɬɜɚɪɚɡɭɦɧɨɣɡɚ-
ɳɢɬɵ ɋɬɪɚɲɧɨ ɜɫɟ ɬɟɯɧɢɱɟɫɤɨɟ ɨɬɨɪɜɚɧɧɨɟ ɨɬ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɚɢɨɬɞɚɧɧɨɟɧɚɜɨɥɸɢɦɦɚɧɟɧɬɧɨɦɭɡɚɤɨɧɭɫɜɨɟɝɨɪɚɡ-
ɜɢɬɢɹɨɧɨɦɨɠɟɬɜɪɟɦɹɨɬɜɪɟɦɟɧɢɜɪɵɜɚɬɶɫɹɜɷɬɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɠɢɡɧɢɤɚɤɛɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɪɚɲɧɚɹɢɪɚɡɪɭɲɚ-
ɸɳɚɹɫɢɥɚ
ɉɨɫɤɨɥɶɤɭ ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣ ɫɚɦɨɡɚɤɨɧɧɵɣ ɦɢɪ
ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ ɱɭɠɞɵɣ ɠɢɜɨɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɢɫɬɨɪɢɱɧɨɫɬɢ
ɨɫɬɚɟɬɫɹ ɜ ɫɜɨɢɯ ɝɪɚɧɢɰɚɯ ɟɝɨ ɚɜɬɨɧɨɦɢɹ ɨɩɪɚɜɞɚɧɚ ɢ ɧɟ
ɧɚɪɭɲɢɦɚɨɩɪɚɜɞɚɧɵɢɬɟɮɢɥɨɫɨɮɫɤɢɟɫɩɟɰɢɚɥɶɧɵɟɞɢɫɰɢɩɥɢ-
ɧɵɤɚɤɥɨɝɢɤɚɬɟɨɪɢɹɩɨɡɧɚɧɢɹɩɫɢɯɨɥɨɝɢɹɩɨɡɧɚɧɢɹɮɢɥɨɫɨɮ-
ɫɤɚɹ ɛɢɨɥɨɝɢɹ ɤɨɬɨɪɵɟ ɩɵɬɚɸɬɫɹ ɜɫɤɪɵɬɶ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢ ɠɟ ɬ
ɟɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɵɦɨɛɪɚɡɨɦɫɬɪɭɤɬɭɪɭɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢ
ɩɨɡɧɚɜɚɟɦɨɝɨɦɢɪɚɢɟɝɨɩɪɢɧɰɢɩɵɇɨɦɢɪɤɚɤɩɪɟɞɦɟɬɬɟɨɪɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹɫɬɪɟɦɢɬɫɹɜɵɞɚɬɶɫɟɛɹɡɚɜɟɫɶɦɢɪɜɟɝɨɰɟ-
ɥɨɦɧɟɬɨɥɶɤɨɡɚɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɟɞɢɧɨɟɧɨɢɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɟɛɵɬɢɟɜɟɝɨɜɨɡɦɨɠɧɨɦɰɟɥɨɦɬɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟɩɨɡɧɚɧɢɟ
ɩɵɬɚɟɬɫɹɩɨɫɬɪɨɢɬɶɩɟɪɜɭɸɮɢɥɨɫɨɮɢɸ SULPDSKLORVRSKLD ɢɥɢ
ɜ ɥɢɰɟ ɝɧɨɫɟɨɥɨɝɢɢ ɢɥɢ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯ ɦɟɠɟɜɟɪɢɣ "! ɛɢɨɥɨ-
ɝɢɱɟɫɤɢɯɮɢɡɢɱɟɫɤɢɯɢɢɧɵɯɪɚɡɧɨɜɢɞɧɨɫɬɟɣ Ȼɵɥɨɛɵɫɨɜɟɪ-
ɲɟɧɧɨɧɟɫɩɪɚɜɟɞɥɢɜɨɞɭɦɚɬɶɱɬɨɷɬɚ!ɩɪɟɨɛɥɚɞɚɸɳɚɹɬɟɧɞɟɧ-
ɰɢɹ ɜ ɢɫɬɨɪɢɢ ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ² ɷɬɨ ɫɩɟɰɢɮɢɱɟɫɤɚɹ ɨɫɨɛɟɧɧɨɫɬɶ
ɧɨɜɨɝɨɜɪɟɦɟɧɢɦɨɠɧɨɫɤɚɡɚɬɶɬɨɥɶɤɨɢɜɟɤɨɜ
ɍɱɚɫɬɧɨɟɦɵɲɥɟɧɢɟɩɪɟɨɛɥɚɞɚɟɬɜɨɜɫɟɯɜɟɥɢɤɢɯɫɢɫɬɟɦɚɯ
ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɨɫɨɡɧɚɧɧɨ ɢ ɨɬɱɟɬɥɢɜɨ ɨɫɨɛɟɧɧɨ ɜ ɫɪɟɞɧɢɟ ɜɟɤɚ 
ɢɥɢɛɟɫɫɨɡɧɚɬɟɥɶɧɨɢɦɚɫɤɢɪɨɜɚɧɧɨ ɜɫɢɫɬɟɦɚɯɢɜɟɤɨɜ 
ɇɚɛɥɸɞɚɟɬɫɹɫɜɨɟɨɛɪɚɡɧɨɟɭɥɟɝɱɟɧɢɟɫɚɦɨɝɨɬɟɪɦɢɧɚ©ɛɵɬɢɟª
©ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶª Ʉɥɚɫɫɢɱɟɫɤɢɣ ɤɚɧɬɨɜɫɤɢɣ ɩɪɢɦɟɪ ɩɪɨɬɢɜ
ɨɧɬɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɝɨ ɞɨɤɚɡɚɬɟɥɶɫɬɜɚ ɱɬɨ ɫɬɨ ɬɚɥɟɪɨɜ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 45

quali esso si sviluppa come da sé, autonomamente. Entrati in quel


contenuto, compiuto un atto di astrazione, eccoci alla mercé delle
sue leggi autonome; più esattamente, in esso ciascuno di noi non è
più presente come attivo in senso individuale e responsabile. Allo-
ra accade ciò che accade nel mondo della tecnica, che conosce la
propria legge immanente cui si sottomette nel suo irruente svilup-
po, mentre già da tempo si sottrae al compito di comprenderne il
fine culturale, e finisce col contribuire a peggiorare notevolmente
le cose anziché a migliorarle; sicché, in base alla loro legge interna,
si perfezionano strumenti che, come risulta, da razionale mezzo
di difesa, si sviluppano diventando una forza terrificante, letale e
distruttiva. È terribile tutto ciò che è tecnico, una volta che sia
astratto dall’unità singolare dell’esistere di ciascuno e abbandona-
to alla volontà della legge immanente del suo sviluppo; esso può
improvvisamente irrompere in questa unità singolare della vita di
ciascuno come forza irresponsabile, deleteria e devastante.
Finché il mondo autonomo teorico, astratto, estraneo per prin-
cipio alla viva storicità singolare, rimane chiuso nei propri confi-
ni, la sua autonomia è giustificata e inviolabile; giustificate sono
anche discipline filosofiche speciali come la logica, la teoria della
conoscenza, la psicologia della conoscenza, la biologia filosofica,
che mirano a scoprire – teoricamente, cioè secondo la conoscen-
za astratta – la struttura del mondo teoricamente conoscibile e i
suoi principi. Ma il mondo come oggetto di conoscenza teorica
pretende di spacciarsi per il mondo in quanto tale, cioè non solo
come unità astratta, ma anche come concretamente unico nel suo
possibile insieme; la conoscenza teorica mira cioè a costituire una
filosofia prima (prima philosophia) in forma di gnoseologia o di
<?> (di vario tipo biologico, fisico, ecc.). Sarebbe assolutamente
ingiusto ritenere che questa sia la tendenza predominante nella sto-
ria della filosofia: è la caratteristica specifica dell’epoca moderna,
particolarmente, si può dire, dei secoli XIX e XX.
Un pensiero partecipe (učastnoe myšlenie) predomina in tutti i
grandi sistemi filosofici, in modo consapevole ed esplicito (in par-
ticolare nel Medioevo), oppure inconsapevole e latente (nei siste-
mi del XIX e XX secolo). Possiamo notare oggi un particolare
alleggerimento degli stessi termini “esistere”, “realtà”. L’esempio
classico di Kant contro la prova ontologica – per cui cento talleri
reali non equivalgono a cento talleri soltanto pensabili – ha cessato
46 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɵɯɧɟɪɚɜɧɵɫɬɚɬɚɥɟɪɚɦɬɨɥɶɤɨɦɵɫɥɢɦɵɦɩɟɪɟɫɬɚɥɛɵɬɶɭɛɟ-
ɞɢɬɟɥɶɧɵɦɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɟɞɢɧɨɠɞɵɧɚɥɢɱɧɵɟɜ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɣ ɦɧɨɸ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ ɨɛɪɚɡɨɦ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ
ɧɟɫɪɚɜɧɟɧɧɨ ɬɹɠɟɥɟɟ ɧɨ ɜɡɜɟɲɟɧɧɵɟ ɧɚ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯ ɜɟɫɚɯ
ɯɨɬɹ ɛɵ ɢ ɫ ɩɪɢɛɚɜɥɟɧɢɟɦ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɤɨɧɫɬɚɬɢɪɨɜɚɧɢɹ ɢɯ
ɷɦɩɢɪɢɱɟɫɤɨɣɧɚɥɢɱɧɨɫɬɢɜɨɬɜɥɟɱɟɧɢɢɨɬɢɯɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɰɟɧ-
ɧɨɫɬɧɨɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɟɞɜɚ ɥɢ! ɨɤɚɠɭɬɫɹ ɬɹɠɟɥɟɟ ɬɨɥɶɤɨ
ɦɵɫɥɢɦɵɯ ȿɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ ɛɵɬɢɟ
ɛɨɥɶɲɟ ɢ ɬɹɠɟɥɟɟ ɟɞɢɧɨɝɨ ɛɵɬɢɹ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɧɚɭɤɢ ɧɨ ɷɬɭ
ɪɚɡɧɢɰɭ ɜ ɜɟɫɟ ɨɱɟɜɢɞɧɭɸ ɞɥɹ ɠɢɜɨɝɨ ɩɟɪɟɠɢɜɚɸɳɟɝɨ ɫɨɡɧɚ-
ɧɢɹɧɟɥɶɡɹɨɩɪɟɞɟɥɢɬɶɜɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯɤɚɬɟɝɨɪɢɹɯ
Ɉɬɜɥɟɱɟɧɧɨɟɨɬɚɤɬɚɩɨɫɬɭɩɤɚɫɦɵɫɥɨɜɨɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɨɠɧɨ
ɫɥɨɠɢɬɶɜɧɟɤɨɟɨɬɤɪɵɬɨɟ"!ɢɟɞɢɧɨɟɛɵɬɢɟɧɨɤɨɧɟɱɧɨɷɬɨ
ɧɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɛɵɬɢɟɜɤɨɬɨɪɨɦɦɵɠɢɜɟɦɢɭɦɢɪɚɟɦɜɤɨɬɨ-
ɪɨɦɩɪɨɬɟɤɚɟɬɧɚɲɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɨɧɨɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ
ɱɭɠɞɨɠɢɜɨɣɢɫɬɨɪɢɱɧɨɫɬɢȼɦɢɪɩɨɫɬɪɨɟɧɢɣɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ
ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɜ ɨɬɜɥɟɱɟɧɢɢ ɨɬ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɝɨ ɢɫɬɨ-
ɪɢɱɟɫɤɨɝɨɚɤɬɚɹɧɟɦɨɝɭɜɤɥɸɱɢɬɶɫɟɛɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɢɫɜɨɸ
ɠɢɡɧɶɤɚɤɦɨɦɟɧɬɟɝɨɱɬɨɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɟɫɥɢɷɬɨɜɟɫɶɦɢɪɜɫɟ
ɛɵɬɢɟ ɜɩɪɢɧɰɢɩɟɜɡɚɞɚɧɢɢɜɫɟɬɟɫɢɫɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɩɪɢɱɟɦ
ɫɚɦɚɫɢɫɬɟɦɚɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɛɵɬɢɹɤɨɧɟɱɧɨɦɨɠɟɬɨɫɬɚɜɚɬɶɫɹ
ɨɬɤɪɵɬɨɣ  Ɇɵ ɨɤɚɡɚɥɢɫɶ ɛɵ ɬɚɦ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɦɢ ɩɪɟɞɨɩɪɟɞɟ-
ɥɟɧɧɵɦɢɩɪɨɲɥɵɦɢ"!ɢɡɚɜɟɪɲɟɧɧɵɦɢɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɧɟɠɢ-
ɜɭɳɢɦɢ ɦɵ ɨɬɛɪɨɫɢɥɢ ɛɵ ɫɟɛɹ ɢɡ ɠɢɡɧɢ ɤɚɤ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɪɢɫɤɨɜɚɧɧɨɝɨɨɬɤɪɵɬɨɝɨɫɬɚɧɨɜɥɟɧɢɹɩɨɫɬɭɩɤɚɜɢɧɞɢɮɮɟɪɟɧɬ-
ɧɨɟ ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ ɝɨɬɨɜɨɟ ɢ ɡɚɜɟɪɲɟɧɧɨɟ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɛɵ-
ɬɢɟ ɧɟɡɚɜɟɪɲɟɧɧɨɟɢɡɚɞɚɧɧɨɟɥɢɲɶɜɩɪɨɰɟɫɫɟɩɨɡɧɚɧɢɹɧɨ
ɡɚɞɚɧɧɨɟ ɢɦɟɧɧɨ ² ɤɚɤ ɞɚɧɧɨɟ  əɫɧɨ ɱɬɨ ɷɬɨ ɦɨɠɧɨ ɫɞɟɥɚɬɶ
ɥɢɲɶɩɪɢɭɫɥɨɜɢɢɨɬɜɥɟɱɟɧɢɹɨɬɚɛɫɨɥɸɬɧɨɩɪɨɢɡɜɨɥɶɧɨɝɨ ɨɬ-
ɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɪɨɢɡɜɨɥɶɧɨɝɨ ɚɛɫɨɥɸɬɧɨɧɨɜɨɝɨɬɜɨɪɢɦɨɝɨɩɪɟɞ-
ɫɬɨɹɳɟɝɨ ɜ ɩɨɫɬɭɩɤɟ ɬ ɟ ɨɬ ɬɨɝɨ ɢɦɟɧɧɨ ɱɟɦ ɠɢɜ ɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɇɢɤɚɤɚɹɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɚɹɨɪɢɟɧɬɚɰɢɹɦɨɟɣɠɢɡɧɢɜɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦ
ɦɢɪɟɧɟɜɨɡɦɨɠɧɚɜɧɟɦɧɟɥɶɡɹɠɢɬɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɨɫɬɭɩɚɬɶ
ɜ ɧɟɦ ɹ ɧɟ ɧɭɠɟɧ ɜ ɧɟɦ ɦɟɧɹ ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ ɧɟɬ Ɍɟɨɪɟɬɢɱɟ-
ɫɤɢɣɦɢɪɩɨɥɭɱɟɧɜɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɦɨɬɜɥɟɱɟɧɢɢɨɬɮɚɤɬɚɦɨɟɝɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɢɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɦɵɫɥɚɷɬɨɝɨɮɚɤɬɚ©ɤɚɤ
ɟɫɥɢɛɵɦɟɧɹɧɟɛɵɥɨªɢɷɬɨɩɨɧɹɬɢɟɛɵɬɢɹɞɥɹɤɨɬɨɪɨɝɨɛɟɡ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 47

di essere convincente; in effetti, ciò che è storicamente, realmente


esistente e che è irripetibile, nella realtà determinata da me in una
maniera singolare, è incomparabilmente più pesante; ma se esso è
pesato con pesi teorici, anche se con l’aggiunta del riconoscimento
teorico della sua esistenza empirica, astrazione fatta del suo valore
peculiare sul piano teorico, difficilmente risulterà più pesante di
ciò che è solo pensabile. Ciò che esiste come singolare e storica-
mente reale ha volume e peso maggiore di qualsiasi unità di ordine
teorico e scientifico, ma questa differenza di peso, evidente per
la coscienza viva che la esperisce, non può essere colta attraverso
categorie teoriche.
Il contenuto di senso che è stato astratto dell’azione-atto può
essere integrato con un certo esistere aperto <?> e unico ma, na-
turalmente, non è quell’esistere unico in cui ciascuno di noi vive
e muore, nel quale si svolge l’atto responsabile di ciascuno: esso è
per principio estraneo alla viva storicità. Io non posso includere
il reale me stesso e la mia vita come un aspetto del mondo delle
costruzioni della coscienza teorica ottenuto astraendo dall’atto sto-
rico responsabile-individuale; il che risulta necessario, se si parte
dal presupposto che questo è tutto il mondo, tutto l’essere (tutto
in via di principio o in considerazione dello scopo, cioè sistemati-
camente, anche se può, certamente, restare aperto il sistema stesso
dell’essere teorico). In un mondo del genere risulteremmo determi-
nati, predeterminati, passati <?> e compiuti, insomma fondamen-
talmente non viventi; ci ritireremmo dalla vita, come responsabile,
rischioso, aperto divenire-atto, in un essere teorico indifferente,
per principio concluso e compiuto (non nel senso che è compiuto
e da determinarsi soltanto nel processo conoscitivo, ma come es-
sere già determinato proprio in quanto dato). È chiaro che ciò è
possibile solo fatta astrazione da ciò che nell’atto è assolutamente
arbitrario (responsabilmente-arbitrario), assolutamente nuovo, che
viene creato, che ha a che fare con l’azione, cioè facendo astrazione
proprio da ciò di cui vive l’azione. Nessun orientamento pratico
della mia vita nel mondo teorico è possibile: in esso non è possibile
vivere, agire responsabilmente, in esso io non sono necessario, in
esso, per principio, non figuro. Il mondo teorico si ottiene in base
a un’astrazione che non tiene conto del fatto della mia esistenza
singolare e del senso morale di questo fatto, fa “come se io non
esistessi”; e tale nozione di essere, cui è indifferente il fatto, per me
48 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɪɚɡɥɢɱɟɧ ɰɟɧɬɪɚɥɶɧɵɣ ɞɥɹ ɦɟɧɹ ɮɚɤɬ ɦɨɟɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɞɟɣ-


ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɩɪɢɨɛɳɟɧɧɨɫɬɢɤɛɵɬɢɸ ɢɹɟɫɦɶ ɢɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶ-
ɧɨɧɟɦɨɠɟɬɧɢɱɟɝɨɩɪɢɛɚɜɢɬɶɢɭɛɚɜɢɬɶɜɧɟɦɜɫɜɨɟɦɫɦɵɫɥɟ
ɢɡɧɚɱɟɧɢɢɨɫɬɚɜɚɹɫɶɪɚɜɧɵɦɫɟɛɟɢɬɨɠɞɟɫɬɜɟɧɧɵɦɟɫɬɶɹɢɥɢ
ɦɟɧɹ ɧɟɬ ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɨɩɪɟɞɟɥɢɬɶ ɦɨɸ ɠɢɡɧɶ ɤɚɤ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɟ
ɩɨɫɬɭɩɥɟɧɢɟɧɟɦɨɠɟɬɞɚɬɶɧɢɤɚɤɢɯɤɪɢɬɟɪɢɟɜɞɥɹɠɢɡɧɢɩɪɚɤ-
ɬɢɤɢɠɢɡɧɢɩɨɫɬɭɩɤɚɧɟɜɧɟɦɹɠɢɜɭɟɫɥɢɛɵɨɧɨɛɵɥɨɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɵɦɦɟɧɹɛɵɧɟɛɵɥɨ
Ɉɞɧɚɤɨ ɤ ɷɬɨɦɭ ɜɟɞɟɬ! ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɨɬɛɪɚɫɵɜɚɧɢɟ ɫɟɛɹ
ɢ ɫɜɨɟɣ ɠɢɡɧɢ ɜ ɡɚɬɜɟɪɞɟɜɲɟɟ ɩɨɡɧɚɜɚɟɦɨɟ ɧɚɭɱɧɨɟ ɛɵɬɢɟ ɧɨ
ɦɵɞɟɥɚɟɦɷɬɨɬɨɥɶɤɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɢɧɟɩɪɨɞɭɦɵɜɚɹɞɨɤɨɧɰɚ
ɢɧɚɱɟ ɦɵ ɨɫɬɚɧɨɜɢɥɢɫɶ ɛɵ ɜ ɫɜɨɟɣ ɠɢɡɧɢ ɧɚɫ ɫɩɚɫɚɟɬ ɬɨ ɱɬɨ
ɫɚɦɵɣ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣ ɚɤɬ ɷɬɨɝɨ ɨɬɛɪɚɫɵɜɚɧɢɹ ɧɟ
ɜɯɨɞɢɬ ɤɚɤ ɦɨɦɟɧɬ ɜ ɷɬɨ ɡɚɬɜɟɪɞɟɜɚɸɳɟɟ ɛɵɬɢɟ ɚ ɨɫɬɚɟɬɫɹ ɜ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɚɲɟɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɣɠɢɡɧɢɬɟɦɢɪɜ
ɤɨɬɨɪɨɦɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɷɬɚɦɵɫɥɶɩɨɫɬɭɩɨɤɜɫɟɠɟ
ɧɟɫɨɜɩɚɞɚɟɬɫɨɬɜɥɟɱɟɧɧɵɦɩɪɨɞɭɤɬɨɦɷɬɨɣɦɵɫɥɢɬɟɨɪɟɬɢɱɟ-
ɫɤɢɦɦɢɪɨɦɜɦɨɦɟɧɬɩɨɫɬɭɩɤɚɦɢɪɦɝɧɨɜɟɧɧɨɩɟɪɟɫɬɪɨɹɟɬɫɹ
ɜɨɫɫɬɚɧɨɜɥɹɟɬɫɹɟɝɨɢɫɬɢɧɧɚɹɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɚɜɤɨɬɨɪɨɣɜɫɟɬɟɨ-
ɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦɵɫɥɢɦɨɟ²ɥɢɲɶɦɨɦɟɧɬɗɬɚɞɜɨɣɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɫɬɚɥɚ
ɧɚɫɬɨɥɶɤɨ ɩɪɢɜɵɱɧɨɣ ɦɵ ɧɚɫɬɨɥɶɤɨ ɧɟɧɚɢɜɧɵɟ ɪɟɚɥɢɫɬɵ ɱɬɨ
ɧɚɲɟɫɨɡɧɚɧɢɟɧɟɜɨɡɦɭɳɚɟɬɫɹɜɧɭɬɪɟɧɧɟɣɧɟɩɪɚɜɞɨɣ²ɩɨɦɟ-
ɳɚɬɶ ɥɨɤɚɥɢɡɨɜɚɬɶ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɭɸ ɪɟɚɥɶɧɭɸ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɭɸ
ɠɢɡɧɶɦɨɸɜɢɧɞɢɮɮɟɪɟɧɬɧɨɦɦɵɫɥɢɦɨɦɬɨɥɶɤɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢ
ɦɢɪɟ ɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɵɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ ɨɛɪɚɡɨɦ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣ
ɦɢɪ²ɜɧɟɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɦɚɬɨɥɶɤɨɦɵɫɥɢɦɨɦɤɚɤɦɨɦɟɧɬɟɝɨ
ɇɨɤɨɧɟɱɧɨɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɠɢɡɧɢɧɚɩɪɚɤɬɢɤɟɜɟɫɶɦɵɫɥɢ-
ɦɵɣ ɦɢɪ ² ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɧɚɭɱɧɨɝɨ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ² ɬɨɥɶɤɨ ɦɨɦɟɧɬ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɝɨɦɢɪɚɬɨɥɶɤɨɧɚɷɬɨɦɨɪɢɟɧɬɢɪɭ-
ɟɬɫɹɧɚɲɩɨɫɬɭɩɨɤɇɚɢɜɧɵɣɪɟɚɥɢɡɦɛɥɢɡɨɤɤɢɫɬɢɧɟɩɨɫɤɨɥɶ-
ɤɭɧɟɫɬɪɨɢɬɬɟɨɪɢɣɟɝɨɩɪɚɤɬɢɤɚɦɨɝɥɚɛɵɛɵɬɶɮɨɪɦɭɥɢɪɨɜɚ-
ɧɚɠɢɜɟɦɢɞɟɣɫɬɜɭɟɦɦɵɜ!ɪɟɚɥɶɧɨɦɦɢɪɟɚɦɢɪɧɚɲɟɣɦɵɫ-
ɥɢ²ɟɝɨɨɬɪɚɠɟɧɢɟɢɦɟɸɳɟɟɬɟɯɧɢɱɟɫɤɭɸɰɟɧɧɨɫɬɶɪɟɚɥɶɧɵɣ
ɦɢɪɬɨɥɶɤɨɨɬɪɚɠɚɟɬɫɹ!ɦɵɫɥɶɸ!ɧɨɫɚɦɨɧɧɟɦɵɫɥɢɬɫɹɜ
ɫɜɨɟɦ ɛɵɬɢɢ ɚ ɟɫɬɶ ɢ ɦɵ ɫɚɦɢ ɫɨ ɜɫɟɦɢ ɧɚɲɢɦɢ ɦɵɫɥɹɦɢ ɢ
ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɢɯɜɧɟɦɟɫɦɵɜɧɟɦɠɢɜɟɦɢɭɦɢɪɚɟɦɉɨɞɨɛɧɨɟ
ɜɡɚɢɦɨɨɬɧɨɲɟɧɢɟ ɦɟɠɞɭ ɦɵɫɥɶɸ ɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɸ ɨɱɟɧɶ
ɛɥɢɡɤɨɤɢɫɬɢɧɟ
Ʉɨɧɟɱɧɨ ɦɟɧɟɟ ɜɫɟɝɨ ɫɥɟɞɭɟɬ ɨɬɫɸɞɚ ɩɪɚɜɨɬɚ ɤɚɤɨɝɨ ɛɵ ɬɨ
ɧɢ ɛɵɥɨ ɪɟɥɹɬɢɜɢɡɦɚ ɨɬɪɢɰɚɸɳɟɝɨ ɚɜɬɨɧɨɦɧɨɫɬɶ ɢɫɬɢɧɵ ɢ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 49

centrale, del mio concreto e singolare incorporamento nell’esistere


(ci sono anch’io), non può, per principio, aggiungere niente e nien-
te togliere ad esso, giacché questo mondo teorico rimane uguale e
identico a se stesso nel proprio senso e nel suo significato, sia che io
esista sia che io non esista; esso non può offrire nessun criterio per
la mia vita come agire responsabile, non può fornire alcun criterio
per la vita della prassi, per la vita dell’atto, perché in esso io non
vivo: e se fosse tale mondo l’unico, io non esisterei.
Tuttavia12, è a questo che <conduce> il confinamento di sé e
della propria vita in un essere scientificamente conoscibile rappre-
so; ma noi facciamo ciò solo teoricamente e senza riflettere fino
in fondo, altrimenti ci bloccheremmo nella nostra vita; ciò che ci
salva è che il proprio atto storicamente singolare di questo confi-
namento non entra a far parte di questo essere che si rapprende,
ma resta nell’unità singolare della nostra vita responsabile, il che
significa che il mondo nel quale si effettua realmente questo pen-
siero-atto non corrisponde, malgrado tutto, al prodotto astratto di
questo pensiero, al mondo teorico; al momento dell’atto, il mondo
si ristruttura in un istante, la sua vera architettonica si ristabilisce,
quella in cui tutto ciò che è teoricamente pensabile non è che un
aspetto. Questa duplicità ci è divenuta così familiare, e noi siamo
realisti a tal punto non ingenui, che la nostra coscienza non si pre-
occupa di questa menzogna interiore: cioè situare, localizzare, la
mia vita singolare reale, effettiva, in un mondo indifferente che è
solo pensabile teoricamente, e il mondo reale, vissuto in maniera
singolare, in un mondo non vissuto ma solo pensabile, in quanto
sua componente. Ma certamente, nella vita reale, pratica, non è in
rapporto a questo che può orientarsi l’atto di ciascuno di noi. Il
realismo ingenuo è vicino alla verità, nella misura in cui esso non
costruisce teorie, e la sua pratica potrebbe essere così formulata:
viviamo e agiamo nel mondo reale, ma il mondo del nostro pen-
siero è il suo riflesso, dotato di un valore tecnico. Il mondo reale
si riflette soltanto tramite il pensiero, ma esso, a sua volta, non si
pensa nel suo essere, esso è, e ciascuno di noi, con tutti i propri
pensieri e i loro contenuti è in esso, è in esso che noi viviamo e
moriamo. Un tale rapporto reciproco tra pensiero e realtà è molto
vicino alla verità.
Ma, sia ben chiaro, da ciò meno che mai consegue la validità
di qualsiasi relativismo, il quale neghi l’autonomia della verità e
50 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɵɬɚɸɳɟɝɨɫɹ ɫɞɟɥɚɬɶ ɟɟ ɱɟɦɬɨ ɨɬɧɨɫɢɬɟɥɶɧɵɦ ɢ ɨɛɭɫɥɨɜɥɟɧ-


ɧɵɦ ɱɭɠɞɵɦ ɟɣ ɠɢɡɧɟɧɧɨɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɢɦ ɢɥɢ ɢɧɵɦ ɦɨɦɟɧɬɨɦ
ɢɦɟɧɧɨɜɟɟɢɫɬɢɧɧɨɫɬɧɨɣ"!ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɉɪɢɧɚɲɟɦɜɡɝɥɹɞɟ
ɚɜɬɨɧɨɦɧɨɫɬɶ ɢɫɬɢɧɵ ɟɟ ɦɟɬɨɞɢɱɟɫɤɚɹ ɱɢɫɬɨɬɚ ɢ ɫɚɦɨɨɩɪɟɞɟ-
ɥɹɟɦɨɫɬɶ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɫɨɯɪɚɧɹɟɬɫɹ ɢɦɟɧɧɨ ɩɪɢ ɭɫɥɨɜɢɢ ɫɜɨɟɣ
ɱɢɫɬɨɬɵɨɧɚɢɦɨɠɟɬɛɵɬɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɪɢɱɚɳɟɧɚ"!ɛɵɬɢɸ
ɫɨɛɵɬɢɸ ɨɬɧɨɫɢɬɟɥɶɧɚɹ ɢɡɧɭɬɪɢ ɫɚɦɨɣ ɫɟɛɹ ɢɫɬɢɧɚ ɧɟ ɧɭɠɧɚ
ɠɢɡɧɢɫɨɛɵɬɢɸɁɧɚɱɢɦɨɫɬɶɢɫɬɢɧɵɫɟɛɟɞɨɜɥɟɟɬɚɛɫɨɥɸɬɧɚɢ
ɜɟɱɧɚ ɢ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɭɱɢɬɵɜɚɟɬ ɷɬɭ ɨɫɨ-
ɛɟɧɧɨɫɬɶ ɟɟ ɷɬɨ ɟɟ ɫɭɳɟɫɬɜɨ Ɂɧɚɱɢɦɨɫɬɶ ɬɨɝɨ ɢɥɢ ɢɧɨɝɨ ɬɟɨ-
ɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨɥɨɠɟɧɢɹɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɡɚɜɢɫɢɬɨɬɬɨɝɨɩɨɡɧɚɧɨ
ɨɧɨ ɤɟɦɧɢɛɭɞɶ ɢɥɢ ɧɟ ɩɨɡɧɚɧɨ Ɂɚɤɨɧɵ ɇɶɸɬɨɧɚ ɛɵɥɢ ɜ ɫɟɛɟ
ɡɧɚɱɢɦɵɢɞɨɢɯɨɬɤɪɵɬɢɹɇɶɸɬɨɧɨɦɢɧɟɷɬɨɨɬɤɪɵɬɢɟɫɞɟɥɚɥɨ
ɢɯɜɩɟɪɜɵɟɡɧɚɱɢɦɵɦɢɧɨɧɟɛɵɥɨɷɬɢɯɢɫɬɢɧɤɚɤɩɨɡɧɚɧɧɵɯ
ɩɪɢɨɛɳɟɧɧɵɯɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸɦɨɦɟɧɬɨɜɢɷɬɨ
ɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨ ɜɚɠɧɨ ɜ ɷɬɨɦ ɫɦɵɫɥ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɢɯ ɩɨɡɧɚɸɳɟɝɨ
Ƚɪɭɛɨ ɧɟɩɪɚɜɢɥɶɧɨ ɛɵɥɨ ɛɵ ɩɪɟɞɫɬɚɜɥɟɧɢɟ ɱɬɨ ɷɬɢ ɜɟɱɧɵɟ ɜ
ɫɟɛɟɢɫɬɢɧɵɫɭɳɟɫɬɜɨɜɚɥɢɪɚɧɶɲɟɞɨɢɯɨɬɤɪɵɬɢɹɇɶɸɬɨɧɨɦ
ɬɚɤɤɚɤȺɦɟɪɢɤɚɫɭɳɟɫɬɜɨɜɚɥɚɞɨɟɟɨɬɤɪɵɬɢɹɄɨɥɭɦɛɨɦɜɟɱ-
ɧɨɫɬɶɢɫɬɢɧɵɧɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɚɧɚɲɟɣɜɪɟɦɟɧ-
ɧɨɫɬɢ >Rɬɱɟɝɨ ɜɨɡɧɢɤɚɟɬ ɤɚɠɭɳɚɹɫɹ ɩɚɪɚɞɨɤɫɚɥɶɧɨɫɬɶ@ ² ɤɚɤ
ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɚɹɞɥɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɞɥɹɤɨɬɨɪɨɣɜɫɟɧɚɲɟɜɪɟɦɹɹɜɥɹɟɬɫɹ
ɥɢɲɶɦɨɦɟɧɬɨɦɨɬɪɟɡɤɨɦ
ȼɪɟɦɟɧɧɨɫɬɶɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɢɫɬɨɪɢɱɧɨɫɬɢɛɵɬɢɹɟɫɬɶɥɢɲɶ
ɦɨɦɟɧɬ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨ ɩɨɡɧɚɧɧɨɣ ɢɫɬɨɪɢɱɧɨɫɬɢ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɵɣ ɦɨ-
ɦɟɧɬ ɜɧɟɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢ ɢɫɬɢɧɵ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɩɪɨɬɢɜɨ-
ɩɨɫɬɚɜɥɟɧ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɦɭ ɠɟ ɦɨɦɟɧɬɭ ɜɪɟɦɟɧɧɨɫɬɢ ɩɪɟɞɦɟɬɚ
ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ² ɧɨ ɜɫɟ ɷɬɨ ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟ ɧɟ
ɜɵɯɨɞɢɬ ɢɡ ɝɪɚɧɢɰ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɦɢɪɚ ɢ ɬɨɥɶɤɨ ɜ ɧɟɦ ɢɦɟɟɬ
ɫɦɵɫɥɢɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɇɨɜɧɟɜɪɟɦɟɧɧɚɹɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɜɫɟɝɨɬɟɨɪɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɦɢɪɚ ɢɫɬɢɧɵ ɰɟɥɢɤɨɦ ɜɦɟɳɚɟɬɫɹ ɜ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɭɸ
ɢɫɬɨɪɢɱɧɨɫɬɶɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɄɨɧɟɱɧɨɜɦɟɳɚɟɬɫɹɧɟɜɪɟɦɟɧɧɨ
ɢɥɢɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨ ɜɫɟɷɬɨɫɭɬɶɚɛɫɬɪɚɤɬɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵ ɧɨɤɚɤ
ɨɛɨɝɚɳɚɸɳɢɣ ɟɝɨ ɦɨɦɟɧɬ Ɍɨɥɶɤɨ ɛɵɬɢɟ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɜ ɨɬɜɥɟɱɟɧ-
ɧɵɯɧɚɭɱɧɵɯɤɚɬɟɝɨɪɢɹɯɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɱɭɠɞɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɠɟ
ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨ ɩɨɡɧɚɧɧɨɦɭ ɫɦɵɫɥɭ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣ ɚɤɬ ɩɨɡɧɚɧɢɹ
ɧɟɢɡɧɭɬɪɢɟɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɝɨɩɪɨɞɭɤɬɚ ɬɟɢɡɧɭ-
ɬɪɢɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɝɨɫɭɠɞɟɧɢɹ ɧɨɤɚɤɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 51

cerchi di farne qualcosa di relativo e condizionato, un momento


– della vita pratica o altro – estraneo ad essa proprio nella sua
veridicità <?> importanza. Dal nostro punto di vista, il carattere
autonomo della verità, la sua purezza metodologica e la sua auto-
determinazione sono totalmente mantenute; proprio a condizione
della sua purezza essa può essere responsabilmente partecipe <?>
dell’esistere-evento: una verità intrinsecamente relativa non è ne-
cessaria alla vita-evento. La validità della verità ne è una caratteri-
stica autonoma, è assoluta ed eterna, e l’azione responsabile della
conoscenza tiene conto di questa sua particolarità, è questa la sua
essenza. La validità di una posizione teorica non dipende assoluta-
mente dal fatto di essere o meno conosciuta da qualcuno. Le leggi
di Newton erano valide in sé ancora prima di essere scoperte da
Newton e non è stata questa scoperta che, per la prima volta, le ha
rese valide; ma tali verità non esistevano come momenti conosciuti,
incorporati all’esistere-evento unico, il che è di essenziale impor-
tanza, perché è questo a costituire il senso dell’atto che le conosce.
Sarebbe un errore grossolano pensare che queste verità in sé eterne
esistessero prima, prima di essere scoperte da Newton, allo stesso
modo in cui l’America esisteva prima che la scoprisse Colombo;
il carattere eterno della verità non può essere contrapposto alla
nostra temporalità [dando luogo a un paradosso apparente]13 come
durata infinita per la quale tutto il nostro tempo non è che un mo-
mento, un segmento.
La temporalità della storicità reale dell’esistere non è che un
momento della storicità conosciuta in maniera astratta. Il momento
astratto della validità extra-temporale della verità può anche essere
contrapposto al momento astratto della temporalità dell’oggetto
della conoscenza storica: ma l’intera contrapposizione non esce
dai confini del mondo teorico e solo in esso ha senso e validità.
La validità extra-temporale dell’intero mondo teorico della veri-
tà, invece, entra per intero nella reale storicità dell’esistere-evento.
Evidentemente, vi entra non temporalmente o spazialmente (tutti
questi sono momenti astratti), ma come momento che arricchisce
l’esistere-evento. Solo ciò che della conoscenza appartiene a cate-
gorie scientifico-astratte è, per principio, teoricamente, estraneo al
senso conosciuto astrattamente. Il reale atto di conoscenza – non
dall’interno del suo prodotto teorico-astratto (cioè dall’interno di
un giudizio universalmente valido) ma come atto responsabile –
52 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɪɢɨɛɳɚɟɬ ɜɫɹɤɭɸ ɜɧɟɜɪɟɦɟɧɧɭɸ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ


ɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸ Ɉɞɧɚɤɨ ɨɛɵɱɧɨɟ ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟ ɜɟɱɧɨɣ
ɢɫɬɢɧɵ ɢ ɧɚɲɟɣ ɞɭɪɧɨɣ ɜɪɟɦɟɧɧɨɫɬɢ ɢɦɟɟɬ ɧɟ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣ
ɫɦɵɫɥ ɷɬɨ ɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɜɤɥɸɱɚɟɬ ɜ ɫɟɛɹ ɧɟɤɨɬɨɪɵɣ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣ
ɩɪɢɜɤɭɫɢɩɨɥɭɱɚɟɬɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɯɚɪɚɤɬɟɪɜɨɬɜɟɱɧɚɹ
ɢɫɬɢɧɚ ɢɷɬɨɯɨɪɨɲɨ ²ɜɨɬɧɚɲɚɩɪɟɯɨɞɹɳɚɹɞɭɪɧɚɹɜɪɟɦɟɧ-
ɧɚɹ ɠɢɡɧɶ ɢ ɷɬɨ ɩɥɨɯɨ  ɇɨ ɡɞɟɫɶ ɦɵ ɢɦɟɟɦ ɫɥɭɱɚɣ ɭɱɚɫɬɧɨɝɨ
ɦɵɲɥɟɧɢɹɫɬɪɟɦɹɳɟɝɨɫɹɩɪɟɨɞɨɥɟɬɶɫɜɨɸɞɚɧɧɨɫɬɶɪɚɞɢɡɚɞɚ-
ɧɵɨɫɬɢɜɵɞɟɪɠɚɧɧɨɝɨɜɩɨɤɚɹɧɧɨɦɬɨɧɟɧɨɷɬɨɭɱɚɫɬɧɨɟɦɵɲ-
ɥɟɧɢɟ ɩɪɨɬɟɤɚɟɬ ɢɦɟɧɧɨ ɜ ɧɚɦɢ ɭɬɜɟɪɠɞɚɟɦɨɣ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɟ
ɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɌɚɤɨɜɚɤɨɧɰɟɩɰɢɹɉɥɚɬɨɧɚ
ȿɳɟ ɛɨɥɟɟ ɝɪɭɛɵɦ ɬɟɨɪɟɬɢɡɦɨɦ ɹɜɥɹɟɬɫɹ ɩɨɩɵɬɤɚ ɜɤɥɸ-
ɱɢɬɶ ɦɢɪ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɜ ɟɞɢɧɨɟ ɛɵɬɢɟ ɤɚɤ ɛɵɬɢɟ
ɩɫɢɯɢɱɟɫɤɨɟ ɉɫɢɯɢɱɟɫɤɨɟ ɛɵɬɢɟ ² ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɵɣ ɩɪɨɞɭɤɬ ɬɟɨ-
ɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɦɵɲɥɟɧɢɹɢɦɟɧɟɟɜɫɟɝɨɞɨɩɭɫɬɢɦɨɦɵɫɥɢɬɶɚɤɬ
ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɠɢɜɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹ ɤɚɤ ɩɫɢɯɢɱɟɫɤɢɣ ɩɪɨɰɟɫɫ ɢ ɡɚɬɟɦ
ɩɪɢɨɛɳɚɬɶ! ɟɝɨ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭ ɛɵɬɢɸ ɫɨ ɜɫɟɦ ɟɝɨ ɫɨɞɟɪɠɢ-
ɦɵɦɉɫɢɯɢɱɟɫɤɨɟɛɵɬɢɟ²ɬɚɤɨɣɠɟɨɬɜɥɟɱɟɧɧɵɣɩɪɨɞɭɤɬɤɚɤ
ɢɬɪɚɧɫɰɟɧɞɟɧɬɚɥɶɧɚɹɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɁɞɟɫɶɦɵɫɨɜɟɪɲɚɟɦɭɠɟɱɢ-
ɫɬɨ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢ ɜɟɫɨɦɭɸ ɧɟɥɟɩɨɫɬɶ ɛɨɥɶɲɨɣ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣ
ɦɢɪ ɦɢɪɤɚɤɩɪɟɞɦɟɬɫɨɜɨɤɭɩɧɨɫɬɢɧɚɭɤɜɫɟɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ
ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɦɵɞɟɥɚɟɦɦɨɦɟɧɬɨɦɦɚɥɟɧɶɤɨɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɦɢɪɚ
ɩɫɢɯɢɱɟɫɤɨɝɨɛɵɬɢɹɤɚɤɩɪɟɞɦɟɬɚɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹ 
ɉɨɫɤɨɥɶɤɭɩɫɢɯɨɥɨɝɢɹɨɫɬɚɜɚɹɫɶɜɫɜɨɢɯɝɪɚɧɢɰɚɯɡɧɚɟɬɩɨɡɧɚ-
ɧɢɟɬɨɥɶɤɨɤɚɤɩɫɢɯɢɱɟɫɤɢɣɩɪɨɰɟɫɫɢɩɟɪɟɜɨɞɢɬɧɚɹɡɵɤɩɫɢɯɢ-
ɱɟɫɤɨɝɨɛɵɬɢɹɢɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣɦɨɦɟɧɬɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶ-
ɧɨɝɨɚɤɬɚɢɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɭɸɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɟɝɨɫɜɟɪɲɟɧɢɹɩɨ-
ɫɬɭɩɤɚɨɧɚɩɪɚɜɚɩɨɫɤɨɥɶɤɭɨɧɚɩɪɟɬɟɧɞɭɟɬɛɵɬɶɮɢɥɨɫɨɮɫɤɢɦ
ɩɨɡɧɚɧɢɟɦ ɢ ɜɵɞɚɟɬ ɫɜɨɸ ɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɭɸ ɬɪɚɧɫɤɪɢɩɰɢɸ ɡɚ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɛɵɬɢɟɧɟɞɨɩɭɫɤɚɹɪɹɞɨɦɫɫɨɛɨɣ
ɫɬɨɥɶ ɠɟ ɩɪɚɜɨɦɟɪɧɭɸ ɬɪɚɧɫɰɟɧɞɟɧɬɚɥɶɧɨɥɨɝɢɱɟɫɤɭɸ ɬɪɚɧɫ-
ɤɪɢɩɰɢɸɨɧɚɫɨɜɟɪɲɚɟɬɝɪɭɛɭɸɢɱɢɫɬɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɭɸɢɮɢɥɨ-
ɫɨɮɫɤɨɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɭɸɨɲɢɛɤɭ
Ɇɟɧɟɟ ɜɫɟɝɨ ɜ ɠɢɡɧɢɩɨɫɬɭɩɤɟ ɹ ɢɦɟɸ ɞɟɥɨ ɫ ɩɫɢɯɢɱɟɫɤɢɦ
ɛɵɬɢɟɦ ɡɚɢɫɤɥɸɱɟɧɢɟɦɬɨɝɨɫɥɭɱɚɹɤɨɝɞɚɹɩɨɫɬɭɩɚɸɤɚɤɬɟ-
ɨɪɟɬɢɤɩɫɢɯɨɥɨɝ  Ɇɨɠɧɨ ɩɨɦɵɫɥɢɬɶ ɧɨ ɨɬɧɸɞɶ ɧɟ ɫɨɜɟɪɲɢɬɶ
ɩɨɩɵɬɤɭ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ ɢ ɩɪɨɞɭɤɬɢɜɧɨ ɩɨɫɬɭɩɚɹ ɜ ɦɚɬɟɦɚɬɢɤɟ
ɫɤɚɠɟɦɪɚɛɨɬɚɹɧɚɞɤɚɤɨɣɧɢɛɭɞɶɬɟɨɪɟɦɨɣɨɩɟɪɢɪɨɜɚɬɶɫɦɚ-
ɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɦɩɨɧɹɬɢɟɦɤɚɤɫɩɫɢɯɢɱɟɫɤɢɦɛɵɬɢɟɦɪɚɛɨɬɚɩɨ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 53

incorpora ogni significato extra-temporale nell’esistere-evento sin-


golare. Tuttavia, la consueta contrapposizione tra verità eterna e la
nostra difettosa temporalità ha un senso non teorico; tale posizione
comprende in sé un certo sapore assiologico e assume un carattere
emotivo-volitivo: ecco la verità eterna (e questo è bene), ed ecco
la nostra difettosa vita temporale, transitoria, effimera (e questo è
male). Ma qui abbiamo il caso di un pensiero partecipe, sostenuto
in tono contrito, che cerca di superare la propria datità in favore di
ciò che si pone come qualcosa cui mirare; ma tale pensiero parte-
cipe si svolge proprio nell’architettonica dell’esistere-evento di cui
stiamo parlando. Tale è anche la concezione di Platone.
Teoricismo ancora più grossolano è il tentativo di includere il
mondo della conoscenza teorica nell’esistere unico assumendolo
come entità psichica. Lo psichico è un prodotto astratto del pensie-
ro teorico, ed è inammissibile concepire l’azione-atto del pensiero
vivo come processo psichico, che è situato nel mondo teoricamente
concepito insieme a tutto ciò che vi è contenuto. Lo psichico è un
prodotto astratto al pari di ogni validità trascendente. In questo
caso incorriamo in una assurdità notevole già sul piano puramente
teorico: facciamo del mondo teorico grande (il mondo come og-
getto dell’insieme delle scienze, di tutta la conoscenza teorica) un
momento del mondo teorico piccolo (la realtà psichica come og-
getto della conoscenza psicologica). La psicologia ha ragione fino
a quando, rimanendo entro i propri confini, considera la cono-
scenza solo come processo psichico e traduce nella lingua dello
psichico sia il momento del contenuto-senso dell’atto conoscitivo,
sia la responsabilità individuale dell’effettuazione dell’atto; quan-
do invece pretende di essere conoscenza filosofica e spaccia la sua
trascrizione psicologica per l’esistere come realtà singolare, non
ammettendo accanto ad essa la possibilità di una altrettanto legit-
tima trascrizione secondo una logica trascendente rispetto ad essa,
compie un errore grossolano sia dal punto di vista teorico sia sul
piano del concreto filosofare14.
Meno che mai nella mia vita-come-atto ho a che fare con lo psi-
chico (tranne quando agisco come psicologo-teorico). In matemati-
ca, allorché si effettua un atto responsabile e produttivo – poniamo,
occupandosi di un teorema –, è pensabile ma assolutamente non
realizzabile la possibilità di operare con un concetto matematico
come se si trattasse di qualcosa di ordine psichico. In questo caso,
54 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɬɭɩɤɚ ɤɨɧɟɱɧɨ ɧɟ ɨɫɭɳɟɫɬɜɢɬɫɹ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɞɜɢɠɟɬɫɹ ɢ ɠɢɜɟɬ


ɧɟɜɩɫɢɯɢɱɟɫɤɨɦɦɢɪɟɄɨɝɞɚɹɪɚɛɨɬɚɸɧɚɞɬɟɨɪɟɦɨɣɹɧɚɩɪɚɜ-
ɥɟɧɧɚɟɟɫɦɵɫɥɤɨɬɨɪɵɣɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɪɢɨɛɳɚɸɩɨɡɧɚɧɧɨɦɭ
ɛɵɬɢɸ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹɰɟɥɶɧɚɭɤɢ ɢɪɨɜɧɨɧɢɱɟɝɨɧɟɡɧɚɸɢ
ɧɟ ɞɨɥɠɟɧ ɡɧɚɬɶ ɨ ɜɨɡɦɨɠɧɨɣ ɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɣ ɬɪɚɧɫɤɪɢɩɰɢɢ
ɷɬɨɝɨɦɨɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɯɨɬɹɷɬɚ
ɬɪɚɧɫɤɪɢɩɰɢɹɞɥɹɩɫɢɯɨɥɨɝɚɫɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɟɝɨɰɟɥɟɣɹɜɥɹɟɬɫɹ
ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɪɚɜɢɥɶɧɨɣ
ɉɨɞɨɛɧɵɦɠɟɬɟɨɪɟɬɢɡɦɨɦɹɜɥɹɸɬɫɹɩɨɩɵɬɤɢɩɪɢɨɛɳɢɬɶɬɟ-
ɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟɩɨɡɧɚɧɢɟɟɞɢɧɫɬɜɭɠɢɡɧɢɩɨɦɵɫɥɟɧɧɨɣɜɛɢɨɥɨɝɢ-
ɱɟɫɤɢɯɤɚɬɟɝɨɪɢɹɯɷɤɨɧɨɦɢɱɟɫɤɢɯɢɞɪɭɝɢɯ²ɬɟɜɫɟɩɨɩɵɬɤɢ
ɩɪɚɝɦɚɬɢɡɦɚ ɜɨ ɜɫɟɯ ɟɝɨ ɜɢɞɚɯ ȼɫɸɞɭ ɡɞɟɫɶ ɨɞɧɚ ɬɟɨɪɢɹ ɞɟɥɚ-
ɟɬɫɹ ɦɨɦɟɧɬɨɦ ɞɪɭɝɨɣ ɬɟɨɪɢɢ ɚ ɧɟ ɦɨɦɟɧɬɨɦ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ
ɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɇɭɠɧɨɩɪɢɨɛɳɢɬɶɬɟɨɪɢɸɧɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɩɨ-
ɫɬɪɨɟɧɧɨɣɢɩɨɦɵɫɥɟɧɧɨɣɠɢɡɧɢɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɜɟɪɲɚɸɳɟ-
ɦɭɫɹɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɦɭɫɨɛɵɬɢɸɛɵɬɢɸ²ɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɨɦɭɪɚɡɭɦɭ
ɢɷɬɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɞɟɥɚɟɬɫɹɤɚɠɞɵɦɩɨɡɧɚɸɳɢɦɩɨɫɤɨɥɶɤɭɨɧ
ɩɪɢɧɢɦɚɟɬ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɡɚ ɤɚɠɞɵɣ ɰɟɥɨɤɭɩɧɵɣ ɚɤɬ ɫɜɨɟɝɨ
ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɬ ɟ ɩɨɫɤɨɥɶɤɭ ɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɵɣ ɚɤɬ ɤɚɤ ɦɨɣ ɩɨɫɬɭ-
ɩɨɤ ɜɤɥɸɱɚɟɬɫɹ ɫɨ ɜɫɟɦ ɫɜɨɢɦ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦ ɜ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɦɨɟɣ
ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɜ ɤɨɬɨɪɨɦ ɢ ɤɨɬɨɪɵɦ ɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɠɢɜɭ
ɫɜɟɪɲɚɸȼɫɟɩɨɩɵɬɤɢɢɡɧɭɬɪɢɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɦɢɪɚɩɪɨɛɢɬɶɫɹ
ɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟ²ɛɟɡɧɚɞɟɠɧɵɧɟɥɶɡɹɪɚɡɨɦ-
ɤɧɭɬɶɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɩɨɡɧɚɧɧɵɣɦɢɪɢɡɧɭɬɪɢɫɚɦɨɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹɞɨ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɢɪɚɇɨɢɡɚɤɬɚɩɨɫɬɭɩɤɚɚɧɟ
ɢɡɟɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɬɪɚɧɫɤɪɢɩɰɢɢɟɫɬɶɜɵɯɨɞɜɟɝɨɫɦɵɫɥɨɜɨɟ
ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɤɨɬɨɪɨɟɰɟɥɢɤɨɦɩɪɢɟɦɥɟɬɫɹɢɜɤɥɸɱɚɟɬɫɹɢɡɧɭɬɪɢ
ɷɬɨɝɨ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɢɛɨ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹ ɜ ɛɵ-
ɬɢɢ
Ɇɢɪ ɤɚɤ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɧɚɭɱɧɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹ ɟɫɬɶ ɫɜɨɟɨɛɪɚɡ-
ɧɵɣɦɢɪɚɜɬɨɧɨɦɧɵɣɧɨɧɟɨɬɴɟɞɢɧɟɧɧɵɣɚɱɟɪɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧ-
ɧɨɟ ɫɨɡɧɚɧɢɟ ɜ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦ ɚɤɬɟɩɨɫɬɭɩɤɟ ɜɤɥɸɱɚɟɦɵɣ ɜ
ɟɞɢɧɨɟ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟ ɫɨɛɵɬɢɟ ɛɵɬɢɹ ɇɨ ɷɬɨ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟ
ɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟ ɭɠɟ ɧɟ ɦɵɫɥɢɬɫɹ ɚ ɟɫɬɶ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɢ ɛɟ-
ɡɵɫɯɨɞɧɨ ɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹ ɱɟɪɟɡ ɦɟɧɹ ɢ ɞɪɭɝɢɯ ɦɟɠɞɭ ɩɪɨɱɢɦ ɢ ɜ
ɚɤɬɟɦɨɟɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɩɨɡɧɚɧɢɹɨɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɟɬɫɹɭɬɜɟɪɠɞɚɟɬɫɹ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦɨɛɪɚɡɨɦɢɜɷɬɨɦɰɟɥɨɫɬɧɨɦɩɟɪɟɠɢɜɚ-
ɧɢɢɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɢɩɨɡɧɚɜɚɧɢɟɟɫɬɶɥɢɲɶɦɨɦɟɧɬȿɞɢɧɫɬɜɟɧɧɭɸ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 55

certamente, il lavoro dell’atto non si effettuerà: l’atto si svolge e


vive in un mondo che non è un mondo psichico. Quando lavoro su
un teorema, sono concentrato sul suo senso, che responsabilmen-
te pongo in collegamento con le conoscenze acquisite (cosa che è
l’obiettivo reale della scienza), senza sapere e senza essere tenuto
a sapere nulla circa la possibile trascrizione psicologica di questo
mio atto reale e responsabile, benché questa trascrizione per uno
psicologo sia, dal punto di vista dei suoi obiettivi, corretta15.
Forme analoghe di teoricismo sono anche i vari tentativi di
conglobare la conoscenza teorica e la vita nella sua irripetibilità,
concependo quest’ultima secondo categorie biologiche, economi-
che, ecc.: cioè, tutti i vari tentativi di tipo pragmatistico. Qui, in
ogni caso, una teoria si converte in un aspetto di un’altra teoria
anziché essere un momento del reale esistere-evento. Bisogna ri-
condurre la teoria in rapporto non a costruzioni teoriche e la vita
pensata tramite esse, ma all’esistere come evento morale, nel suo
compiersi reale – alla ragion pratica – il che responsabilmente fa
ciascuno che conosca accettando la responsabilità di ciascuno de-
gli atti della sua conoscenza nella loro integralità, cioè nel caso
in cui l’atto conoscitivo come mio atto venga incluso, con tutto
il suo contenuto, nell’unità della mia responsabilità, nella quale
e per la quale io realmente vivo e compio atti. Tutti i tentativi di
raggiungere l’esistenza-evento reale dall’interno del mondo teori-
co sono senza speranza; non è possibile dall’interno della cono-
scenza stessa aprirsi un varco nel mondo conosciuto teoricamente
per raggiungere il mondo reale nella sua singolarità e irripetibilità.
Ma partendo dall’azione-atto, e non dalla sua trascrizione teorica,
c’è un’uscita che dà sul suo contenuto-senso, che è interamente
assunto e incluso dall’interno di tale atto, giacché l’atto si svolge
realmente nell’esistere.
Il mondo come contenuto del pensiero scientifico è un mondo
particolare, autonomo, ma non separato, bensì incluso nell’evento
singolare e unico dell’esistere attraverso una coscienza responsabi-
le in un atto-azione reale. Ma tale esistere come evento singolare
non è qualcosa di pensato: esso è, si compie realmente e irrime-
diabilmente attraverso me e gli altri – e, tra l’altro, anche nell’atto
della mia azione-conoscenza; esso è esperito, affermato in modo
emotivo-volitivo, e il conoscere non è che un momento di questo
esperire-affermare globale. La singolarità unica non può essere
56 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɧɟɥɶɡɹ ɩɨɦɵɫɥɢɬɶ ɧɨ ɥɢɲɶ ɭɱɚɫɬɧɨ ɩɟɪɟɠɢɬɶ


ȼɟɫɶɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣɪɚɡɭɦɬɨɥɶɤɨɦɨɦɟɧɬɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɨɝɨɪɚɡɭɦɚ
ɬɟɪɚɡɭɦɚɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɣɨɪɢɟɧɬɚɰɢɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚɜ
ɫɨɛɵɬɢɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹȼɤɚɬɟɝɨɪɢɹɯɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɛɟɡ-
ɭɱɚɫɬɧɨɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɷɬɨɛɵɬɢɟɧɟɨɩɪɟɞɟɥɢɦɨɧɨɥɢɲɶɜɤɚɬɟɝɨ-
ɪɢɹɯɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɩɪɢɱɚɳɟɧɢɹɬɟɩɨɫɬɭɩɤɚɜɤɚɬɟɝɨɪɢɹɯ
ɭɱɚɫɬɧɨɞɟɣɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ
ɦɢɪɚ
ɏɚɪɚɤɬɟɪɧɨɣ ɱɟɪɬɨɣ ɫɨɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɠɢɡɧɢ ɩɵɬɚ-
ɸɳɟɣɫɹɜɤɥɸɱɢɬɶɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣɦɢɪɜɟɞɢɧɫɬɜɨɫɬɚɧɨɜɹɳɟɣɫɹ
ɠɢɡɧɢ ɹɜɥɹɟɬɫɹ ɧɟɤɨɬɨɪɚɹ ɷɫɬɟɬɢɡɚɰɢɹ ɠɢɡɧɢ ɧɟɫɤɨɥɶɤɨ ɡɚɬɭ-
ɲɟɜɵɜɚɸɳɚɹ ɫɥɢɲɤɨɦ ɨɱɟɜɢɞɧɭɸ ɧɟɫɨɨɛɪɚɡɧɨɫɬɶ ɱɢɫɬɨɝɨ ɬɟ-
ɨɪɟɬɢɡɦɚ ɜɤɥɸɱɟɧɢɟ ɛɨɥɶɲɨɝɨ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɦɢɪɚ ɜ ɦɚɥɵɣ
ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣ ɠɟ ɦɢɪɨɤ  Ɉɛɵɱɧɨ ɷɥɟɦɟɧɬɵ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɟ ɢ
ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɟɫɦɟɲɚɧɵɜɷɬɢɯɤɨɧɰɟɩɰɢɹɯɠɢɡɧɢɌɚɤɨɜɚɢɫɚɦɚɹ
ɡɧɚɱɢɬɟɥɶɧɚɹɩɨɩɵɬɤɚɮɢɥɨɫɨɮɢɢɠɢɡɧɢȻɟɪɝɫɨɧɚȽɥɚɜɧɵɣɧɟ-
ɞɨɫɬɚɬɨɤɜɫɟɯɟɝɨɮɢɥɨɫɨɮɫɤɢɯɩɨɫɬɪɨɟɧɢɣɧɟɪɚɡɨɬɦɟɱɚɟɦɵɣ
ɜ ɥɢɬɟɪɚɬɭɪɟ ɨ ɧɟɦ ² ɦɟɬɨɞɢɱɟɫɤɨɟ ɧɟɪɚɫɱɥɟɧɟɧɢɟ ɪɚɡɧɨɪɨɞ-
ɧɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜɤɨɧɰɟɩɰɢɢɆɟɬɨɞɢɱɟɫɤɢɧɟɹɫɧɵɦɨɫɬɚɟɬɫɹɢɟɝɨ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɟ ɮɢɥɨɫɨɮɫɤɨɣ ɢɧɬɭɢɰɢɢ ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɹɟɦɨɣ ɢɦ
ɪɚɫɫɭɞɨɱɧɨɦɭɚɧɚɥɢɡɢɪɭɸɳɟɦɭɩɨɡɧɚɧɢɸɇɟɬɫɨɦɧɟɧɢɹɱɬɨɜ
ɷɬɭɢɧɬɭɢɰɢɸɜɟɟɮɚɤɬɢɱɟɫɤɨɦɭɩɨɬɪɟɛɥɟɧɢɢȻɟɪɝɫɨɧɨɦɜɯɨɞɢɬ
ɬɟɦɧɟɦɟɧɟɟɜɤɚɱɟɫɬɜɟɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɝɨɷɥɟɦɟɧɬɚɪɚɫɫɭɞɨɱɧɨɟɩɨ-
ɡɧɚɧɢɟ ɬɟɨɪɟɬɢɡɦ ɷɬɨɛɵɥɨɫɢɫɱɟɪɩɵɜɚɸɳɟɣɹɫɧɨɫɬɶɸɜɫɤɪɵ-
ɬɨ Ʌɨɫɫɤɢɦ ɜ ɟɝɨ ɩɪɟɜɨɫɯɨɞɧɨɣ ɤɧɢɝɟ ɨ Ȼɟɪɝɫɨɧɟ Ɂɚ ɜɵɱɟɬɨɦ
ɷɬɢɯɪɚɫɫɭɞɨɱɧɵɯɷɥɟɦɟɧɬɨɜɢɡɢɧɬɭɢɰɢɢɨɫɬɚɟɬɫɹɱɢɫɬɨɷɫɬɟɬɢ-
ɱɟɫɤɨɟ ɫɨɡɟɪɰɚɧɢɟ ɫ ɧɢɱɬɨɠɧɨɣ ɩɪɢɦɟɫɶɸ ɫ ɝɨɦɟɨɩɚɬɢɱɟɫɤɨɣ
ɞɨɡɨɣ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɭɱɚɫɬɧɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹ ɇɨ ɩɪɨɞɭɤɬ ɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹ ɬɚɤɠɟ ɨɬɜɥɟɱɟɧ ɨɬ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɚɤɬɚ
ɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹɢɧɟɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɟɧɞɥɹɧɟɝɨɨɬɫɸɞɚɢɞɥɹɷɫɬɟɬɢɱɟ-
ɫɤɨɝɨɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹɧɟɭɥɨɜɢɦɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟɜɟɝɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɆɢɪɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɩɨɥɭɱɟɧɧɵɣɜɨɬ-
ɜɥɟɱɟɧɢɢɨɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚɜɢɞɟɧɢɹɧɟɟɫɬɶɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɵɣɦɢɪɜɤɨɬɨɪɨɦɹɠɢɜɭɯɨɬɹɟɝɨɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹɫɬɨɪɨɧɚ
ɢɜɥɨɠɟɧɚɜɠɢɜɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚɇɨɦɟɠɞɭɫɭɛɴɟɤɬɨɦɢɟɝɨɠɢɡɧɶɸ
² ɩɪɟɞɦɟɬɨɦ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ɢ ɫɭɛɴɟɤɬɨɦɧɨɫɢɬɟɥɟɦ
ɚɤɬɚ ɷɬɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ɬɚɤɚɹ ɠɟ ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɚɹ ɧɟɫɨɨɛɳɚɟɦɨɫɬɶ
ɤɚɤɜɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɩɨɡɧɚɧɢɢ
ȼɫɨɞɟɪɠɚɧɢɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɦɵɧɟɧɚɣɞɟɦɚɤɬɚɩɨ-
ɫɬɭɩɤɚ ɜɢɞɹɳɟɝɨ ȿɞɢɧɵɣ ɞɜɭɫɬɨɪɨɧɧɢɣ ɪɟɮɥɟɤɫ ɟɞɢɧɨɝɨ ɚɤɬɚ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 57

pensata, ma solo vissuta in modo partecipe. L’intera ragione teori-


ca non è che un momento della ragione pratica, cioè della ragione
dell’orientamento morale di un soggetto unico nell’evento dell’esi-
stere singolare. Questo esistere non è definibile nelle categorie di
una coscienza teorica non-partecipe, ma solo nelle categorie della
reale partecipazione, cioè dell’atto, nelle categorie del reale esperi-
re operativo e partecipe della concreta singolarità del mondo.
Il tratto caratteristico della contemporanea filosofia della vita,
che cerca di includere il mondo teorico nell’unità della vita in di-
venire, è una certa esteticizzazione della vita, che maschera un po’
la troppa evidente incongruità del puro teoricismo (l’inclusione del
mondo teorico grande in un mondo, anch’esso teorico, piccolo). Di
solito, gli elementi teorici ed estetici si mescolano insieme in queste
concezioni della vita. Così accade nel tentativo più significativo di
costruire una filosofia della vita – quello di Henry Bergson. Il prin-
cipale difetto delle sue costruzioni filosofiche, più volte rilevato
nella letteratura che se ne occupa, è la mancanza di giustificazione
metodologica degli eterogenei momenti della sua concezione. Me-
todologicamente non chiara è anche la sua definizione dell’intui-
zione filosofica, che egli contrappone alla conoscenza razionale e
analitica. Non c’è dubbio, tuttavia, che la conoscenza razionale
ricompare come elemento necessario (teoricismo) nell’intuizione
così come questa nozione è effettivamente impiegata da Bergson.
Ciò è stato mostrato con esauriente chiarezza da Losskij nel suo
eccellente studio su Bergson16. Se si fa astrazione da tali elementi
razionali, ciò che rimane nell’intuizione è la pura contemplazione
estetica, con un’aggiunta insignificante, una dose omeopatica, di
pensiero effettivamente partecipe. Ma anche il prodotto della con-
templazione estetica è astratto dall’effettivo atto della contempla-
zione e non è essenzialmente necessario ad esso: quindi, anche per
la contemplazione estetica resta inafferrabile l’esistere-evento uni-
co nella sua singolarità. Il mondo della visione estetica, ottenuto
facendo astrazione dal reale soggetto della visione, non è il mondo
reale nel quale io vivo, benché il suo lato contenutistico appartenga
un soggetto vivo. Ma tra il soggetto e la sua vita, oggetto della vi-
sione estetica, e il soggetto come portatore dell’atto di tale visione,
c’è la stessa incomunicabilità di principio, della conoscenza teorica.
Nel contenuto della visione estetica non troveremo l’azione-atto
di colui che vede. Il riflesso bilaterale unico di un atto unico, che
58 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɫɜɹɳɚɸɳɟɝɨɢɨɬɧɨɫɹɳɟɝɨɤɟɞɢɧɨɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɢɫɨɞɟɪ-
ɠɚɧɢɟ ɢ ɛɵɬɢɟɫɜɟɪɲɟɧɢɟ ɚɤɬɚɩɨɫɬɭɩɤɚ ɜ ɢɯ ɧɟɪɚɡɞɟɥɶɧɨɫɬɢ
ɧɟɩɪɨɧɢɤɚɟɬɜɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɭɸɫɬɨɪɨɧɭɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹ
ɢɡɧɭɬɪɢɷɬɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɧɟɥɶɡɹɜɵɣɬɢɜɠɢɡɧɶɗɬɨɦɭɧɢɫɤɨɥɶɤɨ
ɧɟɩɪɨɬɢɜɨɪɟɱɢɬɬɨɱɬɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹ
ɦɨɠɧɨ ɫɞɟɥɚɬɶ ɫɟɛɹ ɢ ɫɜɨɸ ɠɢɡɧɶ ɫɚɦɵɣ ɚɤɬɩɨɫɬɭɩɨɤ ɷɬɨɝɨ
ɜɢɞɟɧɢɹ ɧɟ ɩɪɨɧɢɤɚɟɬ ɜ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɜɢɞɟɧɢɟ ɧɟ
ɩɪɟɜɪɚɳɚɟɬɫɹ ɜ ɢɫɩɨɜɟɞɶ ɚ ɫɬɚɜ ɬɚɤɨɜɨɣ ɩɟɪɟɫɬɚɟɬ ɛɵɬɶ ɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɢɦɜɢɞɟɧɢɟɦɂɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɫɬɶɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɥɟɠɚ-
ɳɢɟɧɚɝɪɚɧɢɰɟɷɫɬɟɬɢɤɢɢɢɫɩɨɜɟɞɢ ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɚɹɨɪɢɟɧɬɚɰɢɹɜ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɛɵɬɢɢ 
ɋɭɳɟɫɬɜɟɧɧɵɦ ɧɨ ɧɟ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ  ɦɨɦɟɧɬɨɦ ɷɫɬɟɬɢɱɟ-
ɫɤɨɝɨɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹɹɜɥɹɟɬɫɹɜɠɢɜɚɧɢɟɜɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɣɩɪɟɞɦɟɬ
ɜɢɞɟɧɢɹ ɜɢɞɟɧɢɟ ɟɝɨ ɢɡɧɭɬɪɢ ɜ ɟɝɨ ɫɨɛɫɬɜɟɧɧɨɦ ɫɭɳɟɫɬɜɟ Ɂɚ
ɷɬɢɦɦɨɦɟɧɬɨɦɜɠɢɜɚɧɢɹɜɫɟɝɞɚɫɥɟɞɭɟɬɦɨɦɟɧɬɨɛɴɟɤɬɢɜɚɰɢɢ
ɬɟɩɨɥɨɠɟɧɢɟɩɨɧɹɬɨɣɜɠɢɜɚɧɢɟɦɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɫɬɢɜɧɟɫɟɛɹ
ɨɬɞɟɥɟɧɢɟɟɟɨɬɫɟɛɹɜɨɡɜɪɚɬɜɫɟɛɹɢɬɨɥɶɤɨɷɬɨɜɨɡɜɪɚɳɟɧɧɨɟ
ɜ ɫɟɛɹ ɫɨɡɧɚɧɢɟ ɫɨ ɫɜɨɟɝɨ ɦɟɫɬɚ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢ ɨɮɨɪɦɥɹɟɬ ɢɡ-
ɧɭɬɪɢ ɫɯɜɚɱɟɧɧɭɸ ɜɠɢɜɚɧɢɟɦ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɫɬɶ ɤɚɤ ɟɞɢɧɭɸ
ɰɟɥɨɫɬɧɭɸɤɚɱɟɫɬɜɟɧɧɨɫɜɨɟɨɛɪɚɡɧɭɸɂɜɫɟɷɬɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɟ
ɦɨɦɟɧɬɵɟɞɢɧɫɬɜɨɰɟɥɨɫɬɧɨɫɬɶɫɚɦɨɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨɫɬɶɫɜɨɟɨɛɪɚ-
ɡɢɟ ɬɪɚɧɫɝɪɟɞɢɟɧɬɧɵ ɫɚɦɨɣ ɨɩɪɟɞɟɥɹɟɦɨɣ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɫɬɢ
ɢɡɧɭɬɪɢɟɟɫɚɦɨɣɞɥɹɧɟɟɜɟɟɠɢɡɧɢɷɬɢɯɦɨɦɟɧɬɨɜɧɟɬɨɧɚɧɟ
ɠɢɜɟɬɢɦɢɞɥɹɫɟɛɹɨɧɢɢɦɟɸɬɫɦɵɫɥɢɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹɸɬɫɹɜɠɢ-
ɜɚɸɳɢɦɫɹ ɭɠɟ ɜɧɟ ɟɟ ɨɮɨɪɦɥɹɹ ɢ ɨɛɴɟɤɬɢɜɢɪɭɹ ɫɥɟɩɭɸ ɦɚɬɟ-
ɪɢɸ ɜɠɢɜɚɧɢɹ ɞɪɭɝɢɦɢ ɫɥɨɜɚɦɢ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣ ɪɟɮɥɟɤɫ ɠɢɜɨɣ
ɠɢɡɧɢɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɧɟɟɫɬɶɫɚɦɨɪɟɮɥɟɤɫɠɢɡɧɢɜɞɜɢɠɟɧɢɢ
ɜ ɟɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɠɢɡɧɟɧɧɨɫɬɢ ɨɧ ɩɪɟɞɩɨɥɚɝɚɟɬ ɜɧɟɧɚɯɨɞɹ-
ɳɟɝɨɫɹɞɪɭɝɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚɜɠɢɜɚɧɢɹɄɨɧɟɱɧɨɧɟɧɭɠɧɨɞɭɦɚɬɶ
ɱɬɨɡɚɱɢɫɬɵɦɦɨɦɟɧɬɨɦɜɠɢɜɚɧɢɹɯɪɨɧɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɫɥɟɞɭɟɬɦɨ-
ɦɟɧɬɨɛɴɟɤɬɢɜɚɰɢɢɨɮɨɪɦɥɟɧɢɹɨɛɚɷɬɢɯɦɨɦɟɧɬɚɪɟɚɥɶɧɨɧɟ-
ɪɚɡɞɟɥɢɦɵ ɱɢɫɬɨɟ ɜɠɢɜɚɧɢɟ ² ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɵɣ ɦɨɦɟɧɬ ɟɞɢɧɨɝɨ
ɚɤɬɚɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢɤɨɬɨɪɵɣɢɧɟɞɨɥɠɧɨɦɵɫɥɢɬɶ
ɜ ɤɚɱɟɫɬɜɟ ɜɪɟɦɟɧɧɨɝɨ ɩɟɪɢɨɞɚ ɦɨɦɟɧɬɵ ɜɠɢɜɚɧɢɹ ɢ ɨɛɴɟɤɬɢ-
ɜɚɰɢɢɜɡɚɢɦɧɨɩɪɨɧɢɤɚɸɬɞɪɭɝɜɞɪɭɝɚəɚɤɬɢɜɧɨɜɠɢɜɚɸɫɶɜ
ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɫɬɶ ɚ ɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨ ɧɢ ɧɚ ɨɞɢɧ ɦɢɝ ɧɟ ɬɟɪɹɸ
ɫɟɛɹɞɨɤɨɧɰɚɢɫɜɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɜɧɟɟɟɇɟɩɪɟɞɦɟɬ
ɦɧɨɸ ɩɚɫɫɢɜɧɵɦ ɧɟɨɠɢɞɚɧɧɨ ɡɚɜɥɚɞɟɜɚɟɬ ɚ ɹ ɚɤɬɢɜɧɨ ɜɠɢɜɚ-
ɸɫɶɜɧɟɝɨɜɠɢɜɚɧɢɟɦɨɣɚɤɬɢɬɨɥɶɤɨɜɷɬɨɦɩɪɨɞɭɤɬɢɜɧɨɫɬɶɢ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 59

illumina e rapporta a un’unica responsabilità sia il contenuto che


l’essere-compimento dell’azione-atto nella loro inseparabilità, non
penetra nel lato contenutistico della visione estetica: dall’interno
di questa visione non c’è uscita verso la vita. Il che non è assoluta-
mente contraddetto dal fatto che io stesso e la mia vita possiamo
divenire contenuto della mia contemplazione estetica; l’atto-azione
stesso di questa visione non penetra nel contenuto, la visione esteti-
ca non si trasforma in confessione – o, se lo diviene, cessa di essere
visione estetica. E infatti ci sono opere che si situano al confine tra
estetica e confessione (orientamento morale nell’esistere singolare).
Momento essenziale (ma non il solo) della contemplazione este-
tica è l’empatia con l’oggetto individuale della visione, la visione di
quest’ultimo dall’interno della sua propria essenza. Al momento
dell’empatia segue sempre quello dell’oggettivazione, del collocare
cioè al di fuori di sé l’individualità compresa attraverso l’empatia –
separarla da se stesso, ritornare in sé. Solo tale coscienza ritornata
in sé dà esteticamente forma, dal suo proprio posto, all’individua-
lità colta dall’interno mediante l’empatia, come individualità uni-
taria, integra, qualitativamente originale. E tutti questi momenti
estetici – unitarietà, integrità, autosufficienza, originalità – sono
transgredienti17 rispetto all’individualità stessa che viene determi-
nata: dall’interno di se stessa, per essa stessa, questi momenti nella
sua vita non ci sono, essa non vive per essi – per sé. Essi hanno
senso e sono realizzati da chi si immedesima, situato al di fuori di
essa, dando forma e oggettivando la materia cieca dell’empatia. In
altre parole: il riflesso estetico della vita viva non è per principio
l’auto-riflesso della vita in movimento, della vita nella sua reale vi-
talità: esso presuppone un altro soggetto, quello dell’empatia, che è
extra-localizzato18. Naturalmente, non bisogna pensare che al puro
momento dell’empatia segua cronologicamente il momento dell’og-
gettivazione, della formazione; entrambi questi momenti sono in
realtà inscindibili: la pura empatia è un momento astratto dell’atto
unitario dell’attività estetica, che non deve essere pensato come
periodo temporale: i momenti dell’empatia e dell’oggettivazione si
compenetrano. Io vivo l’empatia con un’individualità attivamente
e, di conseguenza, nemmeno per un istante perdo completamente
me stesso né perdo il mio posto unico fuori di essa. Non è l’oggetto
che si impossessa di me, di me passivo: sono io che attivamente
lo vivo empaticamente; l’empatia è un mio atto, e solo in questo
60 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɨɜɢɡɧɚɟɝɨɒɨɩɟɧɝɚɭɷɪɢɦɭɡɵɤɚȼɠɢɜɚɧɢɟɦɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹɟɬɫɹ
ɧɟɱɬɨɱɟɝɨɧɟɛɵɥɨɧɢɜɩɪɟɞɦɟɬɟɜɠɢɜɚɧɢɹɧɢɜɨɦɧɟɞɨɚɤɬɚ
ɜɠɢɜɚɧɢɹ ɢ ɷɬɢɦ ɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɧɵɦ ɧɟɱɬɨ ɨɛɨɝɚɳɚɟɬɫɹ ɛɵɬɢɟ
ɫɨɛɵɬɢɟɧɟɨɫɬɚɟɬɫɹɪɚɜɧɵɦɫɟɛɟɂɷɬɨɬɬɜɨɪɹɳɢɣɧɨɜɨɟɚɤɬ
ɩɨɫɬɭɩɨɤɭɠɟɧɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɦɪɟɮɥɟɤɬɢɪɨɜɚɧɢɟɦɜ
ɟɝɨɫɭɳɟɫɬɜɟɷɬɨɫɞɟɥɚɥɨɛɵɟɝɨɜɧɟɩɨɥɨɠɧɵɦɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɦɭ
ɢɟɝɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɑɢɫɬɨɟɜɠɢɜɚɧɢɟɫɨɜɩɚɞɟɧɢɟɫɞɪɭɝɢɦ
ɩɨɬɟɪɹɫɜɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɛɵɬɢɢɩɪɟɞ-
ɩɨɥɚɝɚɟɬɩɪɢɡɧɚɧɢɟɦɨɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɦɟ-
ɫɬɚɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɵɦɦɨɦɟɧɬɨɦɧɟɜɥɢɹɸɳɢɦɧɚɯɚɪɚɤɬɟɪɫɭɳ-
ɧɨɫɬɢ ɛɵɬɢɹ ɦɢɪɚ ɧɨ ɷɬɨ ɩɪɢɡɧɚɧɢɟ ɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɫɜɨɟɣ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɞɥɹ ɤɨɧɰɟɩɰɢɢ ɛɵɬɢɹ ɧɟɢɡɛɟɠɧɨ ɜɥɟɱɟɬ ɡɚ ɫɨ-
ɛɨɣɢɭɬɪɚɬɭɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɛɵɬɢɹɢɦɵɩɨɥɭɱɢɦɤɨɧɰɟɩɰɢɸ
ɬɨɥɶɤɨ ɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨ ɛɵɬɢɹ ɚ ɧɟ ɫɭɳɟɫɬɜɭɸɳɟɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɟɡɵɫɯɨɞɧɨɪɟɚɥɶɧɨɝɨɧɨɬɚɤɨɟɛɵɬɢɟɧɟɦɨɠɟɬ
ɫɬɚɧɨɜɢɬɶɫɹɧɟɦɨɠɟɬɠɢɬɶɋɦɵɫɥɛɵɬɢɹɞɥɹɤɨɬɨɪɨɝɨɩɪɢɡɧɚ-
ɧɨɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɵɦɦɨɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɦɟɫɬɨɜɛɵɬɢɢɧɢɤɨɝɞɚ
ɧɟɫɦɨɠɟɬɦɟɧɹɨɫɦɵɫɥɢɬɶɞɚɷɬɨɢɧɟɫɦɵɫɥɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹ
ɇɨɱɢɫɬɨɟɜɠɢɜɚɧɢɟɜɨɨɛɳɟɧɟɜɨɡɦɨɠɧɨɟɫɥɢɛɵɹɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɩɨɬɟɪɹɥɫɟɛɹɜɞɪɭɝɨɦ ɜɦɟɫɬɨɞɜɭɯɭɱɚɫɬɧɢɤɨɜɫɬɚɥɛɵ
ɨɞɢɧ²ɨɛɟɞɧɟɧɢɟɛɵɬɢɹ ɬɟɩɟɪɟɫɬɚɥɛɵɬɶɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɬɨ
ɷɬɨɬɦɨɦɟɧɬɧɟɛɵɬɢɹɦɨɟɝɨɧɢɤɨɝɞɚɛɵɧɟɦɨɝɫɬɚɬɶɦɨɦɟɧɬɨɦ
ɦɨɟɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɧɟɛɵɬɢɟɧɟɦɨɠɟɬɫɬɚɬɶɦɨɦɟɧɬɨɦɛɵɬɢɹɫɨɡɧɚ-
ɧɢɹɟɝɨɩɪɨɫɬɨɧɟɛɵɥɨɛɵɞɥɹɦɟɧɹɬɟɛɵɬɢɟɧɟɫɜɟɪɲɚɥɨɫɶ
ɛɵɱɟɪɟɡɦɟɧɹɜɷɬɨɬɦɨɦɟɧɬɉɚɫɫɢɜɧɨɟɜɠɢɜɚɧɢɟɨɞɟɪɠɚɧɢɟ
ɩɨɬɟɪɹ ɫɟɛɹ ɧɢɱɟɝɨ ɨɛɳɟɝɨ ɧɟ ɢɦɟɟɬ ɫ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɦ ɚɤɬɨɦ
ɩɨɫɬɭɩɤɨɦɨɬɜɥɟɱɟɧɢɹɨɬɫɟɛɹɢɥɢɫɚɦɨɨɬɪɟɱɟɧɢɹɜɫɚɦɨɨɬɪɟɱɟ-
ɧɢɢɹɦɚɤɫɢɦɚɥɶɧɨɚɤɬɢɜɧɨɢɫɩɨɥɧɚɪɟɚɥɢɡɭɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ
ɫɜɨɟɝɨɦɟɫɬɚɜɛɵɬɢɢɆɢɪɝɞɟɹɫɨɫɜɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚ
ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɨɬɪɟɤɚɸɫɶɨɬɫɟɛɹɧɟɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɦɢɪɨɦɝɞɟɦɟɧɹ
ɧɟɬ ɢɧɞɢɮɮɟɪɟɧɬɧɵɦ ɜ ɫɜɨɟɦ ɫɦɵɫɥɟ ɤ ɦɨɟɦɭ ɛɵɬɢɸ ɦɢɪɨɦ
ɫɚɦɨɨɬɪɟɱɟɧɢɟ ɟɫɬɶ ɨɛɨɝɚɳɚɸɳɟɟ ɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟ ɫɜɟɪɲɟɧɢɟ
ȼɟɥɢɤɢɣɫɢɦɜɨɥɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢɨɬɨɲɟɞɲɢɣɏɪɢɫɬɨɫɜɩɪɢɱɚɫɬɢɢ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 61

consistono la produttività e la novità dell’atto (Schopenhauer e la


musica19). Mediante l’empatia si realizza qualcosa che non c’era né
nell’oggetto dell’empatia, né in me prima dell’atto dell’empatia, e
l’esistere-evento si arricchisce di questo qualcosa che si è realizza-
to, non rimanendo uguale a se stesso. E questa azione come atto,
che crea qualcosa di nuovo non può più essere un riflettere este-
tico nella sua essenza, perché ciò la renderebbe esteriore a colui
che agisce e alla sua responsabilità. L’empatia pura, la coincidenza
con l’altro, la perdita del mio posto unico nella singolarità dell’e-
sistere presuppongono il riconoscimento che la mia singolarità e
l’unicità del mio posto non sono una componente essenziale, non
influiscono sul carattere essenziale dell’esistenza del mondo. Ma
tale riconoscimento dell’irrilevanza della propria singolarità per la
concezione dell’esistere al mondo, comporta inevitabilmente anche
la perdita della singolarità dell’esistere, e così noi otteniamo l’idea
dell’esistere soltanto possibile e non essenziale, reale, singolare, ir-
riducibilmente reale. Ma un tale essere non può divenire, non può
vivere. Il senso di un esistere per cui il mio posto unico nella vita
è riconosciuto inessenziale non potrà mai conferire a me un senso;
non è questo il senso dell’esistere-evento.
D’altra parte, in generale, un’empatia pura non è possibile. Se
io mi perdessi davvero nell’altro (in questo caso, al posto di due
partecipanti, ce ne sarebbe uno solo – con il conseguente impove-
rimento dell’esistere), se cioè cessassi di esistere nella mia singo-
larità, allora questo momento del mio non-esistere non potrebbe
mai divenire momento della mia coscienza; il mio non-esistere non
può rientrare nell’esistere della mia coscienza come suo momento
– semplicemente non esisterebbe per me, cioè l’esistere, in que-
sto dato momento, non avverrebbe per me. Una passiva empatia,
l’essere posseduti, la perdita di sé, non hanno niente in comune
con l’azione-atto responsabile del prescindere da sé o abnegazione:
nell’abnegazione io sono massimamente attivo e realizzo completa-
mente la singolarità del mio posto nell’esistere. Il mondo nel quale
io, dal mio posto in cui sono insostituibile, rinuncio in maniera
responsabile a me stesso, non diviene un mondo in cui io non ci
sono, un mondo indifferente, per quanto concerne il suo senso,
alla mia esistenza: l’abnegazione è un compimento che abbraccia
l’esistere-evento. Un grande simbolo di attiva abnegazione, Cristo
che ci ha lasciati 20, soffrendo, nell’Eucarestia, nel dono <?.> del
62 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɪɚɫɩɪɟɞɟɥɟɧɢɢ"!ɩɥɨɬɢɢɤɪɨɜɢɟɝɨɩɪɟɬɟɪɩɟɜɚɹɩɟɪɦɚɧɟɧɬ-
ɧɭɸɫɦɟɪɬɶɠɢɜɢɞɟɣɫɬɜɟɧɜɦɢɪɟɫɨɛɵɬɢɣɢɦɟɧɧɨɤɚɤɨɬɨɲɟɞ-
ɲɢɣɢɡɦɢɪɚɟɝɨɧɟɫɭɳɟɫɬɜɨɜɚɧɢɟɦɜɦɢɪɟɦɵɠɢɜɵɢɩɪɢɱɚɫɬ-
ɧɵ ɟɦɭ ɭɤɪɟɩɥɹɟɦɵ Ɇɢɪ ɨɬɤɭɞɚ ɭɲɟɥ ɏɪɢɫɬɨɫ ɭɠɟ ɧɟ ɛɭɞɟɬ
ɬɟɦɦɢɪɨɦɝɞɟɟɝɨɧɢɤɨɝɞɚɧɟɛɵɥɨɨɧɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɢɧɨɣ
ȼɨɬ ɷɬɨɬɬɨ ɦɢɪ ɝɞɟ ɫɜɟɪɲɢɥɨɫɶ ɫɨɛɵɬɢɟ ɠɢɡɧɢ ɢ ɫɦɟɪɬɢ
ɏɪɢɫɬɚɜɢɯɮɚɤɬɟɢɢɯɫɦɵɫɥɟɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɧɟɨɩɪɟɞɟɥɢɦɧɢ
ɜɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯɤɚɬɟɝɨɪɢɹɯɧɢɜɤɚɬɟɝɨɪɢɹɯɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨ-
ɡɧɚɧɢɹɧɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣɢɧɬɭɢɰɢɟɣɜɨɞɧɨɦɫɥɭɱɚɟɦɵɩɨɡɧɚɟɦ
ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɵɣɫɦɵɫɥɧɨɬɟɪɹɟɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɮɚɤɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɝɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨɫɜɟɪɲɟɧɢɹɜɞɪɭɝɨɦɫɥɭɱɚɟ²ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣ
ɮɚɤɬɧɨɬɟɪɹɟɦɫɦɵɫɥɜɬɪɟɬɶɟɦɢɦɟɟɦɢɛɵɬɢɟɮɚɤɬɚɢɫɦɵɫɥ
ɜɧɟɦɤɚɤɦɨɦɟɧɬɟɝɨɢɧɞɢɜɢɞɭɚɰɢɢɧɨɬɟɪɹɟɦɫɜɨɸɩɨɡɢɰɢɸ
ɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɧɟɦɭɫɜɨɸɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɭɸɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɶɬ
ɟɧɢɝɞɟɧɟɢɦɟɟɦɩɨɥɧɨɬɵɫɜɟɪɲɟɧɢɹɜɟɞɢɧɫɬɜɟɢɜɡɚɢɦɨɩɪɨ-
ɧɢɰɚɧɢɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɮɚɤɬɚɫɜɟɪɲɟɧɢɹɫɦɵɫɥɚɡɧɚɱɟɧɢɹ ɢ
ɧɚɲɟɣ ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢ ɢɛɨ ɟɞɢɧ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɟɧ ɦɢɪ ɷɬɨɝɨ ɫɜɟɪ-
ɲɟɧɢɹ 
ɉɨɩɵɬɤɚ ɧɚɣɬɢ ɫɟɛɹ ɜ ɩɪɨɞɭɤɬɟ ɚɤɬɚ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ
ɟɫɬɶɩɨɩɵɬɤɚɨɬɛɪɨɫɢɬɶɫɟɛɹɜɧɟɛɵɬɢɟɩɨɩɵɬɤɚɨɬɤɚɡɚɬɶɫɹɨɬ
ɫɜɨɟɣɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢɫɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɜɧɟɩɨɥɨɠɧɨɝɨɜɫɹɤɨɦɭɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɦɭɛɵɬɢɸɦɟɫɬɚɢɩɨɥɧɨɬɵɟɝɨɪɟɚɥɢɡɚɰɢɢɜɫɨɛɵɬɢɢɛɵ-
ɬɢɢȺɤɬɩɨɫɬɭɩɨɤɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɜɨɡɜɵɲɚɟɬɫɹɧɚɞɜɫɹ-
ɤɢɦɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɦɛɵɬɢɟɦ²ɟɝɨɩɪɨɞɭɤɬɨɦ²ɢɜɯɨɞɢɬɜɢɧɨɣ
ɦɢɪɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɫɨɛɵɬɢɹɛɵɬɢɹɩɪɢɨɛɳɚɹɟɦɭ
ɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɦɢɪɤɚɤɦɨɦɟɧɬɟɝɨɑɢɫɬɨɟɜɠɢɜɚɧɢɟɢɛɵɥɨɛɵ
ɨɬɩɚɞɟɧɢɟɦɚɤɬɚɜɟɝɨɩɪɨɞɭɤɬɱɬɨɤɨɧɟɱɧɨɧɟɜɨɡɦɨɠɧɨɗɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɟɜɢɞɟɧɢɟɟɫɬɶɨɩɪɚɜɞɚɧɧɨɟɜɢɞɟɧɢɟɟɫɥɢɧɟɩɟɪɟɯɨɞɢɬ
ɫɜɨɢɯɝɪɚɧɢɰɧɨɩɨɫɤɨɥɶɤɭɨɧɨɩɪɟɬɟɧɞɭɟɬɛɵɬɶɮɢɥɨɫɨɮɫɤɢɦ
ɜɢɞɟɧɢɟɦɟɞɢɧɨɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɜɟɝɨɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢ
ɨɧɨɧɟɢɡɛɟɠɧɨɨɛɪɟɱɟɧɨɜɵɞɚɜɚɬɶɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɜɵɞɟɥɟɧɧɭɸɱɚɫɬɶ
ɡɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɰɟɥɨɟ>Ʉɨɧɬɟɤɫɬɜɷɩɨɫɟ"!@
 ɗɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɜɠɢɜɚɧɢɟ ɬ ɟ ɧɟ ɱɢɫɬɨɟ ɬɟɪɹɸɳɟɟ ɫɟɛɹ ɚ
ɨɛɴɟɤɬɢɜɢɪɭɸɳɟɟ ɜɠɢɜɚɧɢɟ  ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɞɚɬɶ ɡɧɚɧɢɟ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɝɨɛɵɬɢɹɜɟɝɨɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢɧɨɥɢɲɶɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɜɢɞɟɧɢɟ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 63

suo corpo e del suo sangue, una morte permanente, è vivo e attivo
nel mondo degli eventi, proprio in quanto ha lasciato il mondo; è
proprio della sua non-esistenza nel mondo che noi viviamo, e in
comunione con lui, rafforzati. Il mondo che Cristo ha lasciato non
potrà più essere lo stesso come se egli non fosse mai esistito: esso
è, essenzialmente, un mondo altro.
Questo mondo, il mondo in cui si è compiuto, nel suo fatto
e nel suo senso, l’evento della vita e della morte di Cristo, è per
principio indeterminabile, sia mediante le categorie teoriche, sia
tramite le categorie della conoscenza storica, sia per mezzo di
un’intuizione estetica. Nel primo caso, infatti, conosciamo il sen-
so astratto ma perdiamo il fatto singolare dell’effettivo compiersi
storico dell’evento; nel secondo conosciamo il fatto storico ma per-
diamo il senso; nel terzo, abbiamo tanto l’esistenza del fatto quanto
il suo senso come momento della sua individualizzazione, ma per-
diamo la nostra posizione rispetto ad esso, la nostra partecipazione
rispondente rispetto a ciò a cui siamo chiamati. In nessun caso,
cioè, abbiamo la pienezza del compimento, nell’unità e nell’inter-
penetrazione del fatto-compimento-senso-significato unico e della
nostra partecipazione (giacché uno ed unico è il mondo di tale
compimento).
Tentare di trovare il proprio se stesso nel prodotto dell’atto del-
la visione estetica significa volersi gettare dentro al non-esistente,
tentare di rinunciare all’attività propria dal proprio posto unico,
extra-localizzato rispetto a ogni essere estetico, alla propria piena
realizzazione nell’esistere-evento. L’azione-atto della visione este-
tica si eleva al di sopra di ogni essere estetico – suo prodotto – ed
entra in un mondo altro, cioè nella reale unità dell’esistere-evento,
incorporandovi, come suo momento, anche il mondo estetico. La
pura empatia sarebbe, appunto, il dissolversi dell’atto nel suo pro-
dotto – il che è certamente impossibile. La visione estetica è una
visione giustificata, se non oltrepassa i propri confini. Se, invece,
essa ha la pretesa di essere una visione filosofica dell’unico e singo-
lare esistere nel suo carattere di evento21, allora è immancabilmente
condannata a presentare una parte astrattamente isolata come se
fosse il tutto effettivo. [Il contesto nella poesia lirica <?>]
L’empatia estetica (cioè non l’empatia pura, in cui perdo me
stesso, ma quella oggettivante) non può fornire la conoscenza
dell’esistere singolare nel suo carattere di evento; essa può fornire
64 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɧɟɩɨɥɨɠɧɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɭɛɵɬɢɹ ɢɟɝɨɫɚɦɨɝɨɤɚɤɜɧɟɩɨɥɨɠɧɨɝɨ
ɟɝɨ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢ ɜ ɟɝɨ ɩɚɫɫɢɜɧɨɫɬɢ  ɗɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɜɠɢɜɚɧɢɟ ɜ
ɭɱɚɫɬɧɢɤɚ ɧɟ ɟɫɬɶ ɟɳɟ ɩɨɫɬɢɠɟɧɢɟ ɫɨɛɵɬɢɹ ɉɭɫɬɶ ɹ ɧɚɫɤɜɨɡɶ
ɜɢɠɭɞɚɧɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɡɧɚɸɢɫɟɛɹɧɨɹɞɨɥɠɟɧɨɜɥɚɞɟɬɶɩɪɚɜ-
ɞɨɣ ɧɚɲɟɝɨ ɜɡɚɢɦɨɨɬɧɨɲɟɧɢɹ ɩɪɚɜɞɨɣ ɫɜɹɡɭɸɳɟɝɨ ɧɚɫ ɟɞɢɧɨ-
ɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɨɛɵɬɢɹɜɤɨɬɨɪɨɦɦɵɭɱɚɫɬɧɢɤɢɦɟɫɬɨɢ
ɮɭɧɤɰɢɢɦɨɢɢɟɝɨɢɧɚɲɟɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɟɟɜɡɚɢɦɨɨɬɧɨɲɟɧɢɟɜ
ɫɨɛɵɬɢɢɛɵɬɢɹɬɟɹɢɨɛɴɟɤɬɦɨɟɝɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹ
ɞɨɥɠɧɵ ɛɵɬɶ ɫɩɥɨɲɶ "! ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɵ ɜ ɟɞɢɧɨɦ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ
ɛɵɬɢɢ ɧɚɫ ɪɚɜɧɨ ɨɛɴɟɦɥɸɳɟɦ ɜ ɤɨɬɨɪɨɦ ɢ ɩɪɨɬɟɤɚɟɬ ɚɤɬ ɦɨ-
ɟɝɨ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹ ɧɨ ɷɬɨ ɭɠɟ ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɢɦ ɛɵɬɢɟɦ Ɍɨɥɶɤɨ ɢɡɧɭɬɪɢ ɷɬɨɝɨ ɚɤɬɚ ² ɤɚɤ ɦɨɟɝɨ ɨɬ-
ɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɦɨɠɟɬɛɵɬɶɜɵɯɨɞɜɷɬɨɟɞɢɧɫɬɜɨɛɵɬɢɹ
ɚɧɟɢɡɟɝɨɩɪɨɞɭɤɬɚɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɜɡɹɬɨɝɨɌɨɥɶɤɨɢɡɧɭɬɪɢɦɨɟɣ
ɭɱɚɫɬɧɨɫɬɢɦɨɠɟɬɛɵɬɶɩɨɧɹɬɚɮɭɧɤɰɢɹɤɚɠɞɨɝɨɭɱɚɫɬɧɢɤɚɇɚ
ɦɟɫɬɟɞɪɭɝɨɝɨɤɚɤɢɧɚɫɜɨɟɦɹɧɚɯɨɠɭɫɶɜɬɨɦɠɟɛɟɫɫɦɵɫɥɢɢ
ɉɨɧɹɬɶɩɪɟɞɦɟɬɡɧɚɱɢɬɩɨɧɹɬɶɦɨɟɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɩɨɨɬɧɨɲɟ-
ɧɢɸ ɤ ɧɟɦɭ ɦɨɸ ɞɨɥɠɧɭɸ ɭɫɬɚɧɨɜɤɭ  ɩɨɧɹɬɶ ɟɝɨ ɜ ɟɝɨ ɨɬɧɨ-
ɲɟɧɢɢɤɨɦɧɟɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɛɵɬɢɢɫɨɛɵɬɢɢɱɬɨɩɪɟɞɩɨɥɚɝɚɟɬ
ɧɟɨɬɜɥɟɱɟɧɢɟɨɬɫɟɛɹɚɦɨɸɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɭɸɭɱɚɫɬɧɨɫɬɶɌɨɥɶɤɨ
ɢɡɧɭɬɪɢɦɨɟɣɭɱɚɫɬɧɨɫɬɢɦɨɠɟɬɛɵɬɶɩɨɧɹɬɨɛɵɬɢɟɤɚɤɫɨɛɵ-
ɬɢɟɧɨɜɧɭɬɪɢɜɢɞɢɦɨɝɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɜɨɬɜɥɟɱɟɧɢɢɨɬɚɤɬɚɤɚɤ
ɩɨɫɬɭɩɤɚɧɟɬɷɬɨɝɨɦɨɦɟɧɬɚɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɭɱɚɫɬɧɨɫɬɢ
ɇɨ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɛɵɬɢɟ ɛɥɢɠɟ ɤ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɭ
ɛɵɬɢɹɠɢɡɧɢɱɟɦɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣɦɢɪɩɨɷɬɨɦɭɫɬɨɥɶɢɭɛɟɞɢɬɟ-
ɥɟɧɫɨɛɥɚɡɧɷɫɬɟɬɢɡɦɚȼɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɦɛɵɬɢɢɦɨɠɧɨɠɢɬɶɢɠɢ-
ɜɭɬɧɨɠɢɜɭɬɞɪɭɝɢɟɚɧɟɹ²ɷɬɨɥɸɛɨɜɧɨɫɨɡɟɪɰɚɟɦɚɹɩɪɨɲɥɚɹ
ɠɢɡɧɶɞɪɭɝɢɯɥɸɞɟɣɢɜɫɟɜɧɟɦɟɧɹɧɚɯɨɞɹɳɟɟɫɹɫɨɨɬɧɟɫɟɧɨɫ
ɧɢɦɢɫɟɛɹɹɧɟɧɚɣɞɭɜɧɟɣɧɨɥɢɲɶɫɜɨɟɝɨɞɜɨɣɧɢɤɚɫɚɦɨɡɜɚɧ-
ɰɚɹɦɨɝɭɥɢɲɶɢɝɪɚɬɶɜɧɟɣɪɨɥɶɬɟɨɛɥɟɤɚɬɶɫɹɜɩɥɨɬɶɦɚɫɤɭ
ɞɪɭɝɨɝɨ²ɭɦɟɪɲɟɝɨɇɨɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɠɢɡɧɢɨɫɬɚɟɬɫɹɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɚɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɚɤɬɟɪɚɢɰɟɥɶɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɡɚɭɦɟɫɬ-
ɧɨɫɬɶɢɝɪɵɢɛɨɜɫɹɢɝɪɚɜɰɟɥɨɦɟɫɬɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɟɝɨ²ɢɝɪɚɸɳɟɝɨɚɧɟɢɡɨɛɪɚɠɚɟɦɨɝɨɥɢɰɚ²ɝɟɪɨɹɜɟɫɶɷɫɬɟ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 65

soltanto la visione estetica di ciò che è collocato esternamente al


soggetto (e del soggetto stesso come collocato al di fuori della sua
attività, cioè nella sua passività). L’empatia estetica con colui che
partecipa a un evento non significa ancora raggiungere la piena
comprensione dell’evento. Anche se conosco a fondo una deter-
minata persona, e conosco me stesso, io devo tuttavia cogliere la
verità]22 del nostro rapporto reciproco, la verità dell’evento uno e
unico che ci unisce, al quale noi partecipiamo. Cioè, io e l’ogget-
to della mia contemplazione estetica dobbiamo essere individuati
<?> nell’unità dell’esistere che in maniera eguale ci abbraccia, e
nella quale scorre l’atto della mia contemplazione estetica; ma que-
sto esistere non può essere più di ordine estetico. Solo a partire
dall’interno di tale atto come mia azione responsabile, e non dal
suo prodotto preso astrattamente, può esserci un’uscita nell’unità
dell’esistere. Solo dall’interno della mia partecipazione può esse-
re compresa la funzione di ogni partecipante. Al posto dell’altro,
come pure nel mio stesso posto, mi ritrovo nella stessa condizio-
ne di mancanza di senso. Comprendere un oggetto significa com-
prendere il mio dovere in rapporto ad esso (l’orientamento che
devo assumere in relazione ad esso), comprenderlo in rapporto a
me nella singolarità dell’esistere-evento: il che presuppone la mia
partecipazione responsabile, e non la mia astrazione. Solo dall’in-
terno della mia partecipazione posso comprendere l’esistere come
evento, ma questo momento di partecipazione singolare non esiste
all’interno del contenuto visibile, nell’astrazione dall’atto in quanto
atto responsabile.
Tuttavia l’essere estetico è più vicino alla reale unità dell’esi-
stere-come-vita di quanto non lo sia il mondo teorico; proprio per
questo è così convincente la tentazione dell’estetismo. Nell’esistere
estetico si può vivere – e c’è chi vi vive, ma vivono altri, e non io
– è la vita passata di altri contemplata amorevolmente, e tutto ciò
che si colloca fuori di me si correla ad essi; lì io non troverò me
stesso ma solo il mio doppio che si spaccia per me; in essa io non
posso che interpretare un ruolo, cioè indossare, come una masche-
ra, la carne di un altro – di un morto. Ma nella vita reale rimane
la responsabilità estetica dell’attore e dell’intero individuo uma-
no riguardo all’opportunità dell’interpretazione, dato che l’intera
interpretazione è, in generale, un suo atto responsabile – dell’at-
tore, dell’interprete, e non della persona rappresentata, dell’eroe.
66 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɬɢɱɟɫɤɢɣɦɢɪɜɰɟɥɨɦɥɢɲɶɦɨɦɟɧɬɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɩɪɚɜɨɩɪɢ-
ɨɛɳɟɧɧɵɣ ɱɟɪɟɡ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɟ ɫɨɡɧɚɧɢɟɩɨɫɬɭɩɨɤ ɭɱɚɫɬɧɢɤɚ
ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɪɚɡɭɦɟɫɬɶɦɨɦɟɧɬɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɨɝɨɪɚɡɭɦɚ
ɂɬɚɤɧɢɭɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹɧɢɭɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣɢɧɬɭ-
ɢɰɢɢɧɟɬɩɨɞɯɨɞɚɤɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɪɟɚɥɶɧɨɦɭɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɹ
ɢɛɨɧɟɬɟɞɢɧɫɬɜɚɢɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɧɨɜɟɧɢɹɦɟɠɞɭɫɦɵɫɥɨɜɵɦɫɨ-
ɞɟɪɠɚɧɢɟɦ²ɩɪɨɞɭɤɬɨɦɢɚɤɬɨɦ²ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɦɢɫɬɨɪɢɱɟ-
ɫɤɢɦ ɫɜɟɪɲɟɧɢɟɦ ɜɫɥɟɞɫɬɜɢɟ ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɝɨ ɨɬɜɥɟɱɟɧɢɹ ɨɬ
ɫɟɛɹ ɤɚɤ ɭɱɚɫɬɧɢɤɚ ɩɪɢ ɭɫɬɚɧɨɜɥɟɧɢɢ ɫɦɵɫɥɚ ɢ ɜɢɞɟɧɢɹ ɗɬɨ
ɢ ɩɪɢɜɨɞɢɬ ɮɢɥɨɫɨɮɫɤɨɟ ɦɵɲɥɟɧɢɟ ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ ɫɬɪɟɦɹ-
ɳɟɟɫɹɛɵɬɶɱɢɫɬɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦɤɫɜɨɟɨɛɪɚɡɧɨɦɭɛɟɫɩɥɨɞɢɸ
ɜ ɤɨɬɨɪɨɦ ɨɧɨ ɛɟɡɭɫɥɨɜɧɨ ɜ ɧɚɫɬɨɹɳɟɟ ɜɪɟɦɹ ɧɚɯɨɞɢɬɫɹ ɇɟɤɨ-
ɬɨɪɚɹ ɩɪɢɦɟɫɶ ɷɫɬɟɬɢɡɦɚ ɫɨɡɞɚɟɬ ɢɥɥɸɡɢɸ ɛɨɥɶɲɟɣ ɠɢɡɧɟɧɧɨ-
ɫɬɢ ɧɨ ɥɢɲɶ ɢɥɥɸɡɢɸ Ʌɸɞɹɦ ɠɟɥɚɸɳɢɦ ɢ ɭɦɟɸɳɢɦ ɭɱɚɫɬ-
ɧɨ ɦɵɫɥɢɬɶ ɬ ɟ ɧɟ ɨɬɞɟɥɹɬɶ ɫɜɨɟɝɨ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɨɬ ɟɝɨ ɩɪɨɞɭɤɬɚ
ɚɫɨ!ɨɬɧɨɫɢɬɶɢɯɢɫɬɪɟɦɢɬɶɫɹɨɩɪɟɞɟɥɢɬɶɜɟɞɢɧɨɦɢɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɦ ɤɨɧɬɟɤɫɬɟ ɠɢɡɧɢ ɤɚɤ ɧɟɞɟɥɢɦɵɟ ɜ ɧɟɦ ɤɚɠɟɬɫɹ ɱɬɨ
ɮɢɥɨɫɨɮɢɹɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɚɹɪɟɲɢɬɶɩɨɫɥɟɞɧɢɟɩɪɨɛɥɟɦɵ ɬɟ
ɫɬɚɜɹɳɚɹɩɪɨɛɥɟɦɵɜɤɨɧɬɟɤɫɬɟɟɞɢɧɨɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹ
ɜɟɝɨɰɟɥɨɦ ɝɨɜɨɪɢɬɤɚɤɬɨɧɟɨɬɨɦɏɨɬɹɟɟɩɨɥɨɠɟɧɢɹɢɢɦɟ-
ɸɬ ɤɚɤɭɸɬɨ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶ ɧɨ ɧɟ ɫɩɨɫɨɛɧɵ ɨɩɪɟɞɟɥɢɬɶ ɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɢɬɨɝɨɦɢɪɚɜɤɨɬɨɪɨɦɩɨɫɬɭɩɨɤɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɢɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ
ɟɞɢɧɨɠɞɵɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹ
Ɂɞɟɫɶɞɟɥɨɧɟɜɨɞɧɨɦɬɨɥɶɤɨɞɢɥɟɬɚɧɬɢɡɦɟɧɟɭɦɟɸɳɟɦɨɰɟ-
ɧɢɬɶɜɵɫɨɤɨɣɜɚɠɧɨɫɬɢɞɨɫɬɢɠɟɧɢɣɫɨɜɪɟɦɟɧɧɨɣɮɢɥɨɫɨɮɢɢɜ
ɨɛɥɚɫɬɢɦɟɬɨɞɨɥɨɝɢɢɨɬɞɟɥɶɧɵɯɨɛɥɚɫɬɟɣɤɭɥɶɬɭɪɵɆɨɠɧɨɢɄ
ɮɢɥɨɫɨɮɢɢɩɨɫɬɭɩɤɚɞɨɥɠɧɨɩɪɢɡɧɚɬɶɱɬɨɜɨɛɥɚɫɬɢɫɜɨɢɯɫɩɟ-
ɰɢɚɥɶɧɵɯɡɚɞɚɱɫɨɜɪɟɦɟɧɧɚɹɮɢɥɨɫɨɮɢɹ ɨɫɨɛɟɧɧɨɧɟɨɤɚɧɬɢɚɧ-
ɫɬɜɨ  ɞɨɫɬɢɝɥɚ ɨɱɟɜɢɞɧɵɯ ɜɵɫɨɬ ɢ ɫɭɦɟɥɚ ɧɚɤɨɧɟɰ ɜɵɪɚɛɨɬɚɬɶ
ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɚɭɱɧɵɟɦɟɬɨɞɵ ɱɟɝɨɧɟɫɭɦɟɥɫɞɟɥɚɬɶɩɨɡɢɬɢɜɢɡɦ
ɜɨɜɫɟɯɫɜɨɢɯɜɢɞɚɯɜɤɥɸɱɚɹɫɸɞɚɢɩɪɚɝɦɚɬɢɡɦ ɇɟɥɶɡɹɨɬɤɚ-
ɡɚɬɶɧɚɲɟɦɭɜɪɟɦɟɧɢɜɜɵɫɨɤɨɣɡɚɫɥɭɝɟɩɪɢɛɥɢɠɟɧɢɹɤɢɞɟɚɥɭ
ɧɚɭɱɧɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɇɨ ɷɬɚ ɧɚɭɱɧɚɹ ɮɢɥɨɫɨɮɢɹ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ
ɬɨɥɶɤɨ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɟɣ ɬ ɟ ɮɢɥɨɫɨɮɢɟɣ ɨɛɥɚɫɬɟɣ
ɤɭɥɶɬɭɪɵɢɢɯɟɞɢɧɫɬɜɚɜɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɬɪɚɧɫɤɪɢɩɰɢɢɢɡɧɭɬɪɢ
ɫɚɦɢɯɨɛɴɟɤɬɨɜɤɭɥɶɬɭɪɧɨɝɨɬɜɨɪɱɟɫɬɜɚɢɢɦɦɚɧɟɧɬɧɨɝɨɡɚɤɨɧɚ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 67

L’intero mondo estetico nel suo insieme non è che un momento


dell’esistere-come-evento, ne fa precisamente parte tramite una co-
scienza responsabile – l’atto di chi vi partecipa. La ragione estetica
è un momento della ragione pratica.
E dunque tanto la conoscenza teorica, quanto l’intuizione este-
tica non possono offrire un approccio al reale singolare esistere
dell’evento, giacché tra il contenuto/senso (il prodotto) e l’atto (il
reale compimento storico) non c’è unità né interpenetrazione, in
conseguenza della fondamentale astrazione da me stesso in quanto
partecipe dell’affermazione del senso e della visione. È questo che
porta il pensiero filosofico, che per principio tende ad essere pu-
ramente teorico, a quel particolare stato di sterilità nel quale esso,
senza dubbio, attualmente si trova. L’aggiunta di una certa dose
di estetismo crea l’illusione di una maggiore vitalità, ma si tratta
appunto soltanto di un’illusione. A chi desideri e sappia pensare in
modo partecipe (senza separare cioè il proprio atto dal prodotto
di tale atto, ma mettendo entrambi in rapporto tra loro e cercan-
do di definirli nell’unitario e singolare contesto della vita come in
esso inseparabili) sembra che la filosofia, che dovrebbe risolvere le
questioni ultime (cioè porre le questioni nel contesto dell’esistere
unitario e singolare nel suo insieme), in qualche modo non parli di
tutto ciò. Sebbene le sue posizioni abbiano una certa validità, esse
non sono tuttavia in grado di determinare l’atto e il mondo in cui
l’atto realmente e responsabilmente, una volta e una volta soltanto,
si effettua.
Qui non si tratta soltanto di dilettantismo, di incapacità di
apprezzare la grande importanza delle acquisizioni della filosofia
contemporanea nel campo della metodologia di singoli settori del-
la cultura. Si può e si deve riconoscere che nel campo dei suoi
compiti specifici la filosofia contemporanea (soprattutto il neokan-
tismo) ha raggiunto un livello evidentemente alto e ha saputo infine
elaborare metodi perfettamente scientifici (cosa che il positivismo
in tutte le sue forme, pragmatismo compreso, non ha saputo fare).
Non si può negare alla nostra epoca il grande merito di essersi av-
vicinata all’ideale della filosofia scientifica. Ma tale filosofia scienti-
fica non può che essere una filosofia specializzata, cioè una filosofia
dei diversi settori della cultura e della loro unità, sotto forma di
una trascrizione teorica dall’interno degli oggetti stessi della crea-
zione culturale e della legge immanente del loro sviluppo. Pertanto
68 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɢɯ ɪɚɡɜɢɬɢɹ Ɂɚɬɨ ɷɬɚ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɚɹ ɮɢɥɨɫɨɮɢɹ ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɩɪɟ-


ɬɟɧɞɨɜɚɬɶ ɛɵɬɶ ɩɟɪɜɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɟɣ ɬ ɟ ɭɱɟɧɢɟɦ ɧɟ ɨ ɟɞɢɧɨɦ
ɤɭɥɶɬɭɪɧɨɦɬɜɨɪɱɟɫɬɜɟɧɨɨɟɞɢɧɨɦɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɛɵɬɢɢɫɨ-
ɛɵɬɢɢ Ɍɚɤɨɣ ɩɟɪɜɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɧɟɬ ɢ ɤɚɤ ɛɵ ɡɚɛɵɬɵ ɩɭɬɢ ɟɟ
ɫɨɡɞɚɧɢɹɈɬɫɸɞɚɢɝɥɭɛɨɤɚɹɧɟɭɞɨɜɥɟɬɜɨɪɟɧɧɨɫɬɶɭɱɚɫɬɧɨɦɵɫ-
ɥɹɳɢɯɫɨɜɪɟɦɟɧɧɨɣɮɢɥɨɫɨɮɢɟɣɡɚɫɬɚɜɥɹɸɳɚɹɢɯɨɛɪɚɬɢɬɶɫɹ
ɨɞɧɢɯ ɤ ɬɚɤɨɣ ɤɨɧɰɟɩɰɢɢ ɤɚɤ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣ ɦɚɬɟɪɢɚɥɢɡɦ ɩɪɢ
ɜɫɟɯɫɜɨɢɯɧɟɞɨɫɬɚɬɤɚɯɢɧɟɞɨɱɟɬɚɯɩɪɢɜɥɟɤɚɬɟɥɶɧɵɣɞɥɹɭɱɚɫɬ-
ɧɨɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɬɟɦ ɱɬɨ ɩɵɬɚɟɬɫɹ ɫɬɪɨɢɬɶ ɫɜɨɣ ɦɢɪ ɬɚɤ ɱɬɨɛɵ
ɞɚɬɶ ɜ ɧɟɦ ɦɟɫɬɨ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɦɭ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢ ɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɭɩɨɫɬɭɩɤɭɜɟɝɨɦɢɪɟɦɨɠɧɨɨɪɢɟɧɬɢɪɨɜɚɬɶɫɹɫɬɪɨ-
ɹɳɟɦɭɫɹɢɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɦɭɫɨɡɧɚɧɢɸɆɵɡɞɟɫɶɦɨɠɟɦɨɫɬɚɜɢɬɶ
ɜɫɬɨɪɨɧɟɜɨɩɪɨɫɨɬɨɦɩɭɬɟɦɤɚɤɢɯɧɪɡɛ!ɢɦɟɬɨɞɢɱɟɫɤɢɯ
ɧɟɫɨɨɛɪɚɡɧɨɫɬɟɣɫɨɜɟɪɲɚɟɬɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣɦɚɬɟɪɢɚɥɢɡɦɫɜɨɣɜɵ-
ɯɨɞɢɡɫɚɦɨɝɨɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɦɢɪɚɜɠɢɜɨɣɦɢɪɨɬ-
ɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨɫɜɟɪɲɟɧɢɹɩɨɫɬɭɩɤɚɞɥɹɧɚɫɜɚɠɧɨ
ɡɞɟɫɶɱɬɨɷɬɨɬɜɵɯɨɞɢɦɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɢɜɷɬɨɦɟɝɨɫɢɥɚɩɪɢɱɢɧɚ
ɟɝɨ ɭɫɩɟɯɚ Ⱦɪɭɝɢɟ ɢɳɭɬ ɮɢɥɨɫɨɮɫɤɨɝɨ ɭɞɨɜɥɟɬɜɨɪɟɧɢɹ ɜ ɬɟɨ-
ɫɨɮɢɢ ɚɧɬɪɨɩɨɫɨɮɢɢ ɢ ɩɨɞ ɭɱɟɧɢɹɯ ɜɩɢɬɚɜɲɢɯ ɜ ɫɟɛɹ ɦɧɨɝɨ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɦɭɞɪɨɫɬɢɭɱɚɫɬɧɨɝɨɦɵɲɥɟɧɢɹɫɪɟɞɧɢɯɜɟɤɨɜɢ
ɜɨɫɬɨɤɚɧɨɤɚɤɟɞɢɧɵɟɤɨɧɰɟɩɰɢɢɚɧɟɩɪɨɫɬɨɫɜɨɞɤɢɨɬɞɟɥɶɧɵɯ
ɩɪɨɡɪɟɧɢɣɭɱɚɫɬɧɨɝɨɦɵɲɥɟɧɢɹɜɟɤɨɜɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɭɞɨɜɥɟɬɜɨ-
ɪɢɬɟɥɶɧɵɯɢɝɪɟɲɚɳɢɯɬɟɦɠɟɦɟɬɨɞɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɦɩɨɪɨɤɨɦɱɬɨ
ɢɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣɦɚɬɟɪɢɚɥɢɡɦɦɟɬɨɞɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɦɧɟɪɚɡɥɢɱɟɧɢɟɦ
ɞɚɧɧɨɝɨɢɡɚɞɚɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɢɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ>Ɋɨɥɶɩɨɥɢɬɢɤɢ
Ɋɟɥɢɝɢɨɡɧɨɟɫɨɡɧɚɧɢɟ@
ɍɱɚɫɬɧɨɦɭ ɢ ɬɪɟɛɨɜɚɬɟɥɶɧɨɦɭ ɫɨɡɧɚɧɢɸ ɹɫɧɨ ɱɬɨ ɦɢɪ ɫɨ-
ɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣ ɢ ɬɟɨɪɟɬɢɡɨɜɚɧɧɵɣ ɦɢɪ
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ɧɨɟɦɭɹɫɧɨɢɬɨɱɬɨɷɬɨɬɦɢɪɧɟɟɫɬɶɬɨɬɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɦɢɪɜ
ɤɨɬɨɪɨɦɨɧɠɢɜɟɬɢɜɤɨɬɨɪɨɦɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɟɝɨɩɨ-
ɫɬɭɩɨɤ ɢɄɮɢɥɨɫɨɮɢɢɩɨɫɬɭɩɤɚɷɬɢɦɢɪɵɧɟɫɨɨɛɳɚɟɦɵɧɟɬ
ɩɪɢɧɰɢɩɚɞɥɹɜɤɥɸɱɟɧɢɹɢɩɪɢɨɛɳɟɧɢɹɡɧɚɱɢɦɨɝɨɦɢɪɚɬɟɨɪɢɢ
ɢ ɬɟɨɪɟɬɢɡɨɜɚɧɧɨɣ ɤɭɥɶɬɭɪɵ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸ
ɠɢɡɧɢ ɋɨɜɪɟɦɟɧɧɵɣ ɱɟɥɨɜɟɤ ɱɭɜɫɬɜɭɟɬ ɫɟɛɹ ɭɜɟɪɟɧɧɨ ɛɨɝɚɬɨ
ɢɹɫɧɨɬɚɦɝɞɟɟɝɨɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɧɟɬɜɚɜɬɨɧɨɦɧɨɦɦɢɪɟɤɭɥɶ-
ɬɭɪɧɨɣɨɛɥɚɫɬɢɢɟɝɨɢɦɦɚɧɟɧɬɧɨɝɨɡɚɤɨɧɚɬɜɨɪɱɟɫɬɜɚɧɨɧɟɭɜɟ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 69

questa filosofia teorica non può pretendere di essere una filosofia


prima, cioè una dottrina non della creazione culturale unitaria ma
dell’esistere-evento unitario e singolare. Una tale filosofia prima
non esiste, e sembrano dimenticate le vie della sua creazione. Da
qui, appunto, l’insoddisfazione profonda nei confronti della filoso-
fia contemporanea da parte di coloro che pensano in modo parte-
cipe, insoddisfazione che costringe alcuni di loro a orientarsi verso
concezioni quali il materialismo storico che, con tutti i suoi limiti e
le sue lacune, attrae una coscienza partecipe per il fatto che cerca
di costruire il suo mondo in modo che trovi posto in esso un atto
determinato concretamente storico e reale; sicché in tale mondo si
ritrova una coscienza che ha uno scopo e agisce23. Noi possiamo
qui tralasciare la questione <1 parola illegg.> e delle incongruità
metodologiche attraverso le quali il materialismo storico compie
la sua uscita dal mondo teorico più astratto per entrare nel mon-
do vivo dell’atto come compimento storico responsabile. Ciò che
per noi conta qui è che in esso tale uscita avviene; e sta in questo
la sua forza, il motivo del suo successo. Altri cercano la filosofica
nella teosofia, nell’antroposofia e in altre dottrine simili. Queste
dottrine hanno assorbito molto dalla reale saggezza del pensiero
partecipe medievale e orientale, ma considerate come concezioni
unitarie, e non come semplice compendio di particolari visioni del
pensiero partecipe nei secoli, sono assolutamente insoddisfacenti, e
commettono lo stesso peccato metodologico del materialismo sto-
rico, quello dell’indiscriminazione metodologica di ciò che è dato
e di ciò che è posto come compito, di ciò che è e di ciò che deve
essere [Ruolo della politica. Coscienza religiosa].
Per una coscienza partecipe ed esigente è chiaro che il mon-
do della filosofia contemporanea, il mondo teorico e teoretizzato
della cultura, è in un certo senso reale, ha validità, ma è altrettan-
to chiaro che tale mondo non è quel mondo singolare nel quale
essa esclusivamente vive e nel quale il suo atto responsabilmente
si compie. Questi due mondi non comunicano tra loro, e non c’è
principio che serva a includere e a coinvolgere il mondo valido
della teoria e della cultura teoretizzata nell’esistere-evento singo-
lare della vita. L’uomo contemporaneo si sente sicuro, a proprio
agio e padrone di sé, proprio laddove egli, in linea di principio,
non c’è, vale a dire nel mondo a sé stante di un settore culturale e
della sua legge immanente di creazione; ma si sente insicuro, privo
70 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɪɟɧɧɨɫɤɭɞɧɨɢɧɟɹɫɧɨɝɞɟɨɧɢɦɟɟɬɫɫɨɛɨɸɞɟɥɨɝɞɟɨɧɰɟɧɬɪ
ɢɫɯɨɠɞɟɧɢɹɩɨɫɬɭɩɤɚɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɠɢɡɧɢɬ
ɟɦɵɭɜɟɪɟɧɧɨɩɨɫɬɭɩɚɟɦɬɨɝɞɚɤɨɝɞɚɩɨɫɬɭɩɚɟɦɧɟɨɬɫɟɛɹɚ
ɤɚɤ ɨɞɟɪɠɢɦɵɟ ɢɦɦɚɧɟɧɬɧɨɣ ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɫɬɶɸ ɫɦɵɫɥɚ ɬɨɣ ɢɥɢ
ɞɪɭɝɨɣɤɭɥɶɬɭɪɧɨɣɨɛɥɚɫɬɢɩɭɬɶɨɬɩɨɫɵɥɤɢɤɜɵɜɨɞɭɫɨɜɟɪɲɚ-
ɟɬɫɹɫɜɹɬɨɢɛɟɡɝɪɟɲɧɨɢɛɨɧɚɷɬɨɦɩɭɬɢɦɟɧɹɫɚɦɨɝɨɧɟɬɧɨɤɚɤ
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ɢɱɢɫɬɵɣɫɩɥɨɲɶɨɩɪɚɜɞɚɧɧɵɣɜɟɝɨɰɟɥɨɦ"ȼɩɫɢɯɨɥɨɝɢɸɫɨ-
ɡɧɚɧɢɹ"Ɇɨɠɟɬɛɵɬɶɜɢɫɬɨɪɢɸɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɭɸɳɟɣɧɚɭɤɢ"Ɇɨɠɟɬ
ɛɵɬɶɜɦɨɣɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɵɣɛɸɞɠɟɬɤɚɤɨɩɥɚɱɟɧɧɵɣɩɨɤɨɥɢɱɟ-
ɫɬɜɭ ɜɨɩɥɨɬɢɜɲɢɯ ɟɝɨ ɫɬɪɨɤ" Ɇɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɜ ɯɪɨɧɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣ
ɩɨɪɹɞɨɤ ɦɨɟɝɨ ɞɧɹ ɤɚɤ ɦɨɟ ɡɚɧɹɬɢɟ ɨɬ  ɞɨ " ȼ ɦɨɢ ɧɚɭɱɧɵɟ
ɨɛɹɡɚɧɧɨɫɬɢ" ɇɨ ɜɫɟ ɷɬɢ ɜɨɡɦɨɠɧɵɟ ɨɫɦɵɫɥɟɧɢɹ ɢ ɤɨɧɬɟɤɫɬɵ
ɫɚɦɢ ɛɥɭɠɞɚɸɬ ɜ ɤɚɤɨɦɬɨ ɛɟɡɜɨɡɞɭɲɧɨɦ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟ ɢ ɧɢ ɜ
ɱɟɦɧɟɭɤɨɪɟɧɟɧɵɧɢɬɨɥɶɤɨɟɞɢɧɨɦɧɢ²ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɂɫɨ-
ɜɪɟɦɟɧɧɚɹɮɢɥɨɫɨɮɢɹɧɟɞɚɟɬɩɪɢɧɰɢɩɚɞɥɹɷɬɨɝɨɩɪɢɨɛɳɟɧɢɹ
ɜɷɬɨɦɟɟɤɪɢɡɢɫɉɨɫɬɭɩɨɤɪɚɫɤɨɥɨɬɧɚɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɟɫɦɵɫɥɨɜɨɟ
ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɢ ɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɵɣ ɩɪɨɰɟɫɫ ɫɜɟɪɲɟɧɢɹ ɂɡ ɩɟɪɜɨɝɨ
ɨɫɤɨɥɤɚɫɨɡɞɚɟɬɫɹɟɞɢɧɨɟɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɜɟɥɢɤɨɥɟɩɧɨɟɜɫɜɨɟɣ
ɫɬɪɨɝɨɣɹɫɧɨɫɬɢɫɢɫɬɟɦɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɤɭɥɶɬɭɪɵɢɡɜɬɨɪɨɝɨɟɫɥɢ
ɨɧɧɟɜɵɛɪɚɫɵɜɚɟɬɫɹɡɚɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɣɧɟɝɨɞɧɨɫɬɶɸ ɡɚɜɵɱɟɬɨɦ
ɫɦɵɫɥɨɜɨɝɨ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ ² ɱɢɫɬɨ ɢ ɩɨɥɧɨɫɬɶɸ ɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɵɣ 
ɦɨɠɧɨɜɥɭɱɲɟɦɫɥɭɱɚɟɜɵɠɚɬɶɢɩɪɢɧɹɬɶɧɟɤɨɟɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɢ
ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɧɟɱɬɨ ɜɪɨɞɟ Ȼɟɪɝɫɨɧɨɜɚ GXUpH ɟɞɢɧɨɝɨ pODQ YLWDO
ɧɪɡɛ!ɇɨɧɢɜɬɨɦɧɢɜɞɪɭɝɨɦɦɢɪɟɧɟɬɦɟɫɬɚɞɥɹɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɝɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɜɟɪɲɟɧɢɹɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɇɨɜɟɞɶɫɨɜɪɟɦɟɧɧɚɹɮɢɥɨɫɨɮɢɹɡɧɚɟɬɢɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɢɣɪɚɡɭɦ
Ⱦɚɠɟɤɚɧɬɨɜɫɤɢɣɩɪɢɦɚɬɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɨɝɨɪɚɡɭɦɚɫɜɹɬɨɛɥɸɞɟɬɫɹ
ɫɨɜɪɟɦɟɧɧɵɦɧɟɨɤɚɧɬɢɚɧɫɬɜɨɦȽɨɜɨɪɹɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɦɢɪɟɢ
ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɹɹ ɟɦɭ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɦɵ ɧɢɱɟɝɨ ɧɟ
ɫɤɚɡɚɥɢɨɫɨɜɪɟɦɟɧɧɵɯɷɬɢɱɟɫɤɢɯɩɨɫɬɪɨɟɧɢɹɯɤɨɬɨɪɵɟɤɚɤɪɚɡ
ɜɟɞɶ ɢ ɢɦɟɸɬ ɞɟɥɨ ɫ ɩɨɫɬɭɩɤɨɦ Ɉɞɧɚɤɨ ɧɚɥɢɱɧɨɫɬɶ ɷɬɢɱɟɫɤɨ-
ɝɨ ɫɦɵɫɥɚ ɜ ɫɨɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɧɢɫɤɨɥɶɤɨ ɧɟ ɩɪɢɛɚɜɥɹɟɬ
ɧɨɜɨɝɨ"!ɜɫɹɩɨɱɬɢɤɪɢɬɢɤɚɬɟɨɪɟɬɢɡɦɚɜɫɟɰɟɥɨɪɚɫɩɪɨɫɬɪɚ-
ɧɢɦɚɢɧɚɷɬɢɱɟɫɤɢɟɫɢɫɬɟɦɵɉɨɷɬɨɦɭɜɩɨɞɪɨɛɧɵɣɚɧɚɥɢɡɫɭ-
ɳɟɫɬɜɭɸɳɢɯ ɷɬɢɱɟɫɤɢɯ ɭɱɟɧɢɣ ɦɵ ɡɞɟɫɶ ɜɯɨɞɢɬɶ ɧɟ ɛɭɞɟɦ ɨɛ
ɨɬɞɟɥɶɧɵɯɷɬɢɱɟɫɤɢɯɤɨɧɰɟɩɰɢɹɯ ɚɥɶɬɪɭɢɡɦɭɬɢɥɢɬɚɪɢɡɦɷɬɢ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 71

di risorse e smarrito quando ha a che fare con se stesso, quando


è il centro d’origine dell’atto, nella singolare vita reale. Cioè, noi
agiamo con sicurezza quando agiamo non partendo da noi stessi,
ma come posseduti dalla necessità immanente del senso di questo
o di quest’altro settore della cultura. Il percorso dalla premessa
alla conclusione si compie in maniera impeccabile e ineccepibile,
proprio perché in questo percorso io non ci sono; ma come e dove
bisogna inserire questo processo del mio pensiero che si presenta
così intrinsecamente irreprensibile e puro, pienamente giustifica-
to nel suo insieme? Nella psicologia della coscienza? O forse nel-
la storia di qualche scienza appropriata? Forse nel mio bilancio
materiale, remunerato in base alla stessa quantità dei righi in cui
consiste? O nell’ordine cronologico della mia giornata, come oc-
cupazione dalle 5 alle 6? Nei miei obblighi di ordine scientifico?
Ma tutte queste possibilità e tutti questi contesti impiegati per tro-
vare un senso fluttuano essi stessi in una specie di spazio senz’aria
e non sono radicati in niente di unitario e singolare. La filosofia
contemporanea non fornisce principi per tale collegamento, e in
ciò consiste la sua crisi. L’atto è scisso in contenuto di senso ogget-
tivo e processo soggettivo di compimento. Dal primo frammento si
crea un’unità sistematica della cultura, unica e veramente superba
nella sua rigorosa chiarezza; dal secondo, se non è scartato come
assolutamente inadatto (infatti, privo del contenuto-senso, esso è
puramente e interamente soggettivo), si può nel migliore dei ca-
si tirar fuori e ammettere qualcosa di estetico e teorico, del tipo
della durée dell’élan vital di Bergson, <12 parole illegg.>. Ma in
entrambi i casi non c’è posto per un compimento-azione reale e
responsabile.
Tuttavia la filosofia contemporanea conosce anche l’etica e la
ragion pratica. Pure il primato kantiano della ragion pratica è
devotamente osservato dal neokantismo contemporaneo. Quan-
do abbiamo parlato del mondo teorico contrapponendolo all’atto
responsabile abbiamo passato sotto silenzio le costruzioni etiche
contemporanee, le quali di fatto hanno a che fare con l’atto. In
realtà, la presenza del senso etico nella filosofia contemporanea
non aggiunge niente di nuovo <?.>; quasi tutta la critica al teorici-
smo può essere anche estesa ai sistemi etici. Perciò non entreremo
in un’analisi dettagliata delle dottrine etiche esistenti; delle singole
concezioni etiche (l’altruismo, l’utilitarismo, l’etica di Hermann
72 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɤɚɄɨɝɟɧɚɢɩɪ ɢɫɜɹɡɚɧɧɵɯɫɧɢɦɢɫɩɟɰɢɚɥɶɧɵɯɜɨɩɪɨɫɚɯɦɵ
ɛɭɞɟɦɝɨɜɨɪɢɬɶɜɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɭɸɳɢɯɦɟɫɬɚɯɧɚɲɟɣɪɚɛɨɬɵɁɞɟɫɶ
ɧɚɦɨɫɬɚɟɬɫɹ ɥɢɲɶ ɩɨɤɚɡɚɬɶ ɱɬɨ ɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɚɹ ɮɢɥɨɫɨɮɢɹ ɜ ɟɟ
ɨɫɧɨɜɧɵɯ ɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɹɯ ɨɬɥɢɱɚɟɬɫɹ ɨɬ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɥɢɲɶ ɩɨ
ɩɪɟɞɦɟɬɭɧɨɧɟɩɨɦɟɬɨɞɭɧɟɩɨɫɩɨɫɨɛɭɦɵɲɥɟɧɢɹɬɟɱɬɨɢ
ɨɧɚɫɩɥɨɲɶɩɪɨɧɢɤɧɭɬɚɬɟɨɪɟɬɢɡɦɨɦɚɞɥɹɪɟɲɟɧɢɹɷɬɨɣɡɚɞɚɱɢ
ɪɚɡɥɢɱɢɹɦɟɠɞɭɨɬɞɟɥɶɧɵɦɢɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɹɦɢɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɵ
ȼɫɟɷɬɢɱɟɫɤɢɟɫɢɫɬɟɦɵɨɛɵɱɧɨɢɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɩɪɚɜɢɥɶɧɨɩɨɞ-
ɪɚɡɞɟɥɹɸɬɫɹ ɧɚ ɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɵɟ ɢ ɮɨɪɦɚɥɶɧɵɟ ɉɪɨɬɢɜ ɦɚɬɟɪɢ-
ɚɥɶɧɨɣ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɣ ɷɬɢɤɢɦɵɢɦɟɟɦɞɜɚɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɵɯ
ɜɨɡɪɚɠɟɧɢɹ ɩɪɨɬɢɜ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɣ ² ɨɞɧɨ Ɇɚɬɟɪɢɚɥɶɧɚɹ ɷɬɢɤɚ
ɩɵɬɚɟɬɫɹ ɧɚɣɬɢ ɢ ɨɛɨɫɧɨɜɚɬɶ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɵɟ ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɵɟ ɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɟ ɧɨɪɦɵ ɢɧɨɝɞɚ ɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɵɟ ɢɧɨɝɞɚ ɢɡɧɚɱɚɥɶ-
ɧɨɪɟɥɹɬɢɜɧɵɟɧɨɜɨɜɫɹɤɨɦɫɥɭɱɚɟɨɛɳɢɟɧɨɪɦɵɞɥɹɤɚɠɞɨɝɨ
ɗɬɢɱɟɧ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɬɨɝɞɚ ɤɨɝɞɚ ɨɧ ɫɩɥɨɲɶ ɧɨɪɦɢɪɭɟɬɫɹ ɬɨɥɶɤɨ
ɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɣ ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɣ ɧɨɪɦɨɣ ɢɦɟɸɳɟɣ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨ
ɨɛɳɢɣɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɣɯɚɪɚɤɬɟɪɉɟɪɜɨɟɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɟɜɨɡ-
ɪɚɠɟɧɢɟɭɠɟɡɚɬɪɨɧɭɬɨɟɧɚɦɢɜɩɪɟɞɵɞɭɳɟɦɫɜɨɞɢɬɫɹɤɫɥɟɞɭ-
ɸɳɟɦɭɧɟɬɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɢɯɧɨɪɦɤɚɠɞɚɹɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹ
ɧɨɪɦɚɞɨɥɠɧɚɛɵɬɶɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɨɛɨɫɧɨɜɚɧɚɜɫɜɨɟɣɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢ
ɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɭɸɳɟɣɧɚɭɤɨɣɥɨɝɢɤɨɣɷɫɬɟɬɢɤɨɣɛɢɨɥɨɝɢɟɣɦɟɞɢ-
ɰɢɧɨɣɨɞɧɨɣɢɡɫɨɰɢɚɥɶɧɵɯɧɚɭɤɄɨɧɟɱɧɨɜɷɬɢɤɟɡɚɜɵɱɟɬɨɦ
ɜɫɟɯ ɧɨɪɦ ɧɚɲɟɞɲɢɯ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɟ ɨɛɨɫɧɨɜɚɧɢɟ ɜ ɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɭ-
ɸɳɟɣ ɞɢɫɰɢɩɥɢɧɟ ɨɤɚɠɟɬɫɹ ɧɟɤɨɬɨɪɨɟ ɤɨɥɢɱɟɫɬɜɨ ɧɨɪɦ ɩɪɢ-
ɱɟɦ ɨɛɵɤɧɨɜɟɧɧɨ ɜɵɞɚɜɚɟɦɵɯ ɡɚ ɨɫɧɨɜɧɵɟ  ɤɨɬɨɪɵɟ ɧɢɝɞɟ ɧɟ
ɨɛɨɫɧɨɜɚɧɵɢɞɚɠɟɬɪɭɞɧɨɛɵɜɚɟɬɫɤɚɡɚɬɶɜɤɚɤɨɣɞɢɫɰɢɩɥɢɧɟ
ɨɧɢɜɨɨɛɳɟɦɨɝɥɢɛɵɛɵɬɶɨɛɨɫɧɨɜɚɧɵɢɬɟɦɧɟɦɟɧɟɟɡɜɭɱɚ-
ɳɢɯɭɛɟɞɢɬɟɥɶɧɨɈɞɧɚɤɨɩɨɫɜɨɟɣɫɬɪɭɤɬɭɪɟɷɬɢɧɨɪɦɵɧɢɱɟɦ
ɧɟɨɬɥɢɱɚɸɬɫɹɨɬɧɚɭɱɧɵɯɢɩɪɢɞɚɜɚɟɦɵɣɷɩɢɬɟɬ©ɷɬɢɱɟɫɤɢɣª
ɧɟ ɩɨɧɢɠɚɟɬ ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɫɬɢ ɜɫɟ ɠɟ ɞɨɤɚɡɚɬɶ ɧɚɭɱɧɨ ɢɯ ɢɫɬɢɧ-
ɧɨɫɬɶɷɬɚɡɚɞɚɱɚɨɫɬɚɟɬɫɹɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɬɚɤɢɦɧɨɪɦɚɦɛɭɞɟɬ
ɥɢɨɧɚɤɨɝɞɚɧɢɛɭɞɶɪɟɲɟɧɚɢɥɢɧɟɬ²ɤɚɠɞɚɹɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹ
ɧɨɪɦɚɞɨɥɠɧɚɛɵɬɶɜɨɡɜɟɞɟɧɚɧɚɫɬɟɩɟɧɶɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɝɨɧɚɭɱɧɨɝɨ
ɩɨɥɨɠɟɧɢɹɞɨɷɬɨɝɨɨɧɚɨɫɬɚɟɬɫɹɬɨɥɶɤɨɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɢɩɨɥɟɡɧɵɦ
ɨɛɨɛɳɟɧɢɟɦɢɞɨɝɚɞɤɨɣȻɭɞɭɳɢɟɮɢɥɨɫɨɮɫɤɢɨɛɨɫɧɨɜɚɧɧɵɟɫɨ-
ɰɢɚɥɶɧɵɟɧɚɭɤɢ ɬɟɩɟɪɶɨɧɢɧɚɯɨɞɹɬɫɹɜɜɟɫɶɦɚɩɟɱɚɥɶɧɨɦɩɨɥɨ-
ɠɟɧɢɢ ɡɧɚɱɢɬɟɥɶɧɨɭɦɟɧɶɲɚɬɱɢɫɥɨɬɚɤɢɯɛɥɭɠɞɚɸɳɢɯɧɟɭɤɨ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 73

Cohen24, ecc.) e delle questioni specifiche ad esse legate parleremo


al momento opportuno nel nostro lavoro. Qui dobbiamo soltanto
mostrare come la filosofia pratica, nei suoi orientamenti principa-
li, si distingua dalla cosiddetta filosofia teorica soltanto per il suo
oggetto, non per il metodo o per il modo di pensare; anch’essa,
cioè, è interamente impregnata di teoricismo, e, nell’assolvimento
del compito che si pone, non esiste differenza tra i suoi particolari
indirizzi.
Tutti i sistemi etici sono di solito distinti, giustamente, in ma-
teriali e formali. Contro l’etica materiale (contenutistica) abbiamo
due obiezioni di principio, contro l’etica formale una sola. L’etica
materiale cerca di trovare e fondare norme contenutistiche morali
specifiche, norme talvolta aventi validità universale, talvolta ordi-
nariamente relative, ma in ogni caso generali, applicabili per ognu-
no. Un atto è etico solo quando è governato interamente da una
corrispondente norma morale, che possiede un determinato conte-
nuto di carattere generale. La prima obiezione di principio nei con-
fronti dell’etica materiale o contenutistica, obiezione a cui abbiamo
già avuto occasione di accennare prima, consiste in questo: non
ci sono norme specificamente etiche. Ogni norma contenutistica
trova il suo fondamento specifico nella sua validità per la disciplina
scientifica ad essa corrispondente: la logica, l’estetica, la biologia,
la medicina, o qualcuna delle scienze sociali. Certo, nell’etica, tolte
tutte le norme che hanno trovato un fondamento in una disciplina
appropriata, resta una certa quantità di norme (per di più fatte pas-
sare solitamente come fondamentali) che non trovano fondamento
da nessuna parte – per le quali sarebbe anche difficile dire quale
disciplina potrebbe in generale fondarle – e che tuttavia suona-
no come persuasive. Nella loro struttura, tuttavia, tali norme non
si distinguono in alcun modo da quelle scientifiche, e l’aggiunta
dell’epiteto “etico” non riduce la necessità di dimostrarne comun-
que in modo scientifico la veridicità. In relazione a tali norme il
problema rimane, indipendentemente dal fatto che esso trovi so-
luzione o meno: ogni norma di contenuto deve elevarsi al livello
di una speciale posizione scientifica; fino ad allora essa rimane so-
lo una generalizzazione praticamente utile o una congettura. Le
future scienze sociali fondate filosoficamente (al momento attuale
esse versano in uno stato deplorevole) ridurranno considerevol-
mente il numero di tali norme vaganti non radicate in alcuna unità
74 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɪɟɧɟɧɧɵɯɧɢɜɤɚɤɨɦɧɚɭɱɧɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɨɪɦ ɷɬɢɤɚɠɟɧɟɦɨɠɟɬ
ɛɵɬɶɬɚɤɢɦɧɚɭɱɧɵɦɟɞɢɧɫɬɜɨɦɚɩɪɨɫɬɨɫɜɨɞɤɨɣɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɢ
ɧɭɠɧɵɯɩɨɥɨɠɟɧɢɣɢɧɨɝɞɚɧɟɞɨɤɚɡɚɧɧɵɯ ȼɛɨɥɶɲɢɧɫɬɜɟɫɥɭ-
ɱɚɟɜɬɚɤɢɟɷɬɢɱɟɫɤɢɟɧɨɪɦɵɩɪɟɞɫɬɚɜɥɹɸɬɢɡɫɟɛɹɦɟɬɨɞɢɱɟɫɤɢ
ɧɟɪɚɫɱɥɟɧɟɧɧɵɣ ɤɨɧɝɥɨɦɟɪɚɬ ɪɚɡɥɢɱɧɵɯ ɩɪɢɧɰɢɩɨɜ ɢ ɨɰɟɧɨɤ
Ɍɚɤɜɵɫɲɟɟɩɨɥɨɠɟɧɢɟɭɬɢɥɢɬɚɪɢɡɦɚɩɨɞɥɟɠɢɬɜɟɞɟɧɢɸɢɤɪɢ-
ɬɢɤɟɫɨɫɬɨɪɨɧɵɫɜɨɟɣɧɚɭɱɧɨɣɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɬɪɟɦɹɫɩɟɰɢɚɥɶɧɵɦɢ
ɞɢɫɰɢɩɥɢɧɚɦɢɩɫɢɯɨɥɨɝɢɟɣɮɢɥɨɫɨɮɢɟɣɩɪɚɜɚɢɫɨɰɢɨɥɨɝɢɟɣ
ɋɨɛɫɬɜɟɧɧɨɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɩɪɟɜɪɚɳɟɧɢɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨ-
ɥɨɠɟɧɢɹ ɜ ɧɨɪɦɭ ɜ ɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɨɣ ɷɬɢɤɟ ɨɫɬɚɟɬɫɹ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ
ɧɟ ɨɛɨɫɧɨɜɚɧɧɵɦ ɭ ɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɨɣ ɷɬɢɤɢ ɧɟɬ ɞɚɠɟ ɤ ɧɟɦɭ ɩɨɞ-
ɯɨɞɚ ɭɬɜɟɪɠɞɚɹ ɫɭɳɟɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɵɯ ɷɬɢɱɟɫɤɢɯ ɧɨɪɦ
ɨɧɚɬɨɥɶɤɨɫɥɟɩɨɞɨɩɭɫɤɚɟɬɱɬɨɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɟɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ
ɩɪɢɫɭɳɟɧɟɤɨɬɨɪɵɦɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɦɩɨɥɨɠɟɧɢɹɦɤɚɤɬɚɤɨɜɵɦ
ɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɫɥɟɞɭɟɬɢɡɢɯɫɦɵɫɥɨɜɨɝɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɬɟɱɬɨ
ɧɟɤɨɬɨɪɨɟ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɜɵɫɲɢɣ ɩɪɢɧɰɢɩ ɷɬɢɤɢ 
ɩɨ ɫɚɦɨɦɭ ɫɜɨɟɦɭ ɫɦɵɫɥɭ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɞɨɥɠɧɵɦ ɩɪɟɞɩɨɫɥɚɜ
ɤɨɧɟɱɧɨɫɭɳɟɫɬɜɨɜɚɧɢɟɫɭɛɴɟɤɬɚɱɟɥɨɜɟɤɚɗɬɢɱɟɫɤɨɟɞɨɥɠɟɧ-
ɫɬɜɨɜɚɧɢɟɢɡɜɧɟɩɪɢɫɬɟɝɢɜɚɟɬɫɹɆɚɬɟɪɢɚɥɶɧɚɹɷɬɢɤɚɧɟɫɩɨɫɨɛ-
ɧɚɞɚɠɟɭɪɚɡɭɦɟɬɶɤɪɨɸɳɟɣɫɹɡɞɟɫɶɩɪɨɛɥɟɦɵɉɨɩɵɬɤɢɛɢɨɥɨ-
ɝɢɱɟɫɤɢɨɛɨɫɧɨɜɚɬɶɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɫɭɬɶɧɟɞɨɦɵɫɥɢɹɧɟɫɬɨɹ-
ɳɢɟɪɚɫɫɦɨɬɪɟɧɢɹəɫɧɨɨɬɫɸɞɚɱɬɨɜɫɟɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɟɧɨɪɦɵ
ɞɚɠɟ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨ "! ɞɨɤɚɡɚɧɧɵɟ ɧɚɭɤɨɸ ɛɭɞɭɬ ɨɬɧɨɫɢɬɟɥɶɧɵ
ɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɸɢɛɨɨɧɨɩɪɢɫɬɟɝɧɭɬɨɤɧɢɦ
ɢɡɜɧɟəɦɨɝɭɫɨɝɥɚɫɢɬɶɫɹɫɬɟɦɢɥɢɢɧɵɦɩɨɥɨɠɟɧɢɟɦɤɚɤɩɫɢ-
ɯɨɥɨɝɫɨɰɢɨɥɨɝɸɪɢɫɬH[FDWKHGUDɧɨɭɬɜɟɪɠɞɚɬɶɱɬɨɬɟɦɫɚɦɵɦ
ɨɧɨɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɧɨɪɦɢɪɭɸɳɟɸɦɨɣɩɨɫɬɭɩɨɤɧɨɪɦɨɣ²ɡɧɚɱɢɬ
ɩɟɪɟɩɪɵɝɧɭɬɶɱɟɪɟɡɨɫɧɨɜɧɭɸɩɪɨɛɥɟɦɭȾɚɠɟɞɥɹɫɚɦɨɝɨɮɚɤɬɚ
ɦɨɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɫɨɝɥɚɫɢɹɫɨɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɸɞɚɧɧɨɝɨɩɨɥɨ-
ɠɟɧɢɹ H[ FDWKHGUD ² ɤɚɤ ɦɨɟɝɨ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ² ɦɚɥɨ ɟɳɟ ɨɞɧɨɣ ɜ
ɫɟɛɟɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɩɨɥɨɠɟɧɢɹɢɦɨɟɣɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɣɫɩɨɫɨɛɧɨ-
ɫɬɢɫɨɨɛɪɚɠɟɧɢɹɧɭɠɧɨɟɳɟɧɟɱɬɨɢɡɦɟɧɹɢɫɯɨɞɹɳɟɟɢɦɟɧɧɨ
ɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɞɨɥɠɧɚɹɭɫɬɚɧɨɜɤɚɦɨɟɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸ
ɤɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɜɫɟɛɟɡɧɚɱɢɦɨɦɭɩɨɥɨɠɟɧɢɸɷɬɭɬɨɧɪɚɜɫɬɜɟɧ-
ɧɭɸ ɭɫɬɚɧɨɜɤɭ ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɢ ɧɟ ɡɧɚɟɬ ɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɚɹ ɷɬɢɤɚ ɬɨɱɧɨ
ɩɟɪɟɩɪɵɝɢɜɚɹɱɟɪɟɡɤɪɨɸɳɭɸɫɹɡɞɟɫɶɩɪɨɛɥɟɦɭɧɟɜɢɞɹɟɟɇɢ
ɨɞɧɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟɩɨɥɨɠɟɧɢɟɧɟɦɨɠɟɬɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɨɛɨ-
ɫɧɨɜɚɬɶ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɞɚɠɟ ɩɨɫɬɭɩɤɚɦɵɫɥɢ ɜ ɟɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ
ɫɨɜɟɪɲɚɟɦɨɫɬɢ ȼɨɨɛɳɟ ɧɢɤɚɤɢɯ ɧɨɪɦ ɧɟ ɞɨɥɠɧɨ ɡɧɚɬɶ ɬɟɨɪɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɟɦɵɲɥɟɧɢɟ ɇɨɪɦɚ ² ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɚɹ ɮɨɪɦɚ ɜɨɥɟɢɡɜɨɥɟ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 75

scientifica (l’etica in sé non può costituire tale unità scientifica, non


può che essere contemplazione di proposizioni praticamente ne-
cessarie, talvolta non dimostrate). Nella maggioranza dei casi tali
norme etiche rappresentano un conglomerato metodologicamente
non articolato di diversi principi e valutazioni. Così la posizione
suprema dell’utilitarismo è soggetta alla competenza e alla critica,
dal lato della sua validità scientifica, di tre discipline speciali: psi-
cologia, filosofia del diritto e sociologia. Il dovere in quanto tale,
la trasformazione di una posizione teorica in norma, rimane nell’e-
tica materiale assolutamente infondato. Nell’etica materiale non si
trova nemmeno un solo approccio ad esso: affermando l’esistenza
di norme etiche speciali, essa ammette soltanto ciecamente che il
dovere morale sia proprio di alcune posizioni contenutistiche in
quanto tali, che consegua direttamente dal suo contenuto-senso,
cioè da una certa posizione teorica (il supremo principio dell’etica)
per il suo stesso senso possa essere una posizione di dovere – dopo
aver premesso, naturalmente, l’esistenza del soggetto, dell’uomo. Il
dovere etico è giustapposto dall’esterno. L’etica materiale è addi-
rittura incapace di intendere il problema che qui si cela. I tentativi
di fondare biologicamente il dovere sono inadeguati e addirittura
immeritevoli di considerazione. Di qui dovrebbe risultare chiaro
che tutte le norme contenutistiche, anche quelle <?.> dimostrate
da una scienza, saranno relative rispetto al dovere, giacché esso
vi è aggiunto dall’esterno. Come psicologo, sociologo, giurista, ex-
cathedra, io posso essere d’accordo con l’una o con l’altra posizione:
ma affermare che per ciò stesso essa diventa norma che regola la
mia azione significa scavalcare il problema fondamentale. Anche
per il fatto stesso del mio reale accordo con la validità della po-
sizione data ex-cathedra – come mio atto – è insufficiente la sola
validità in sé della posizione e la mia capacità psicologica di com-
prensione. È necessario ancora qualcosa che abbia origine in me, e
precisamente l’orientamento di dovere morale della mia coscienza
rispetto alla posizione in sé teoricamente valida. Questo orienta-
mento morale della coscienza, appunto, è sconosciuto all’etica ma-
teriale, la quale scavalca proprio il problema che qui si cela, senza
vederlo. Nessuna posizione teorica può fondare direttamente nella
sua reale compiutezza, un’azione, nemmeno un’azione-pensiero. In
generale il pensiero teorico non deve conoscere alcuna norma. La
norma è una speciale forma di libero arbitrio di uno in relazione
76 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɢɹɨɞɧɨɝɨɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɞɪɭɝɢɦɢɤɚɤɬɚɤɨɜɚɹɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨ
ɫɜɨɣɫɬɜɟɧɧɚɬɨɥɶɤɨɩɪɚɜɭ ɡɚɤɨɧ ɢɪɟɥɢɝɢɢ ɡɚɩɨɜɟɞɢ ɢɡɞɟɫɶ
ɟɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹɨɛɹɡɚɬɟɥɶɧɨɫɬɶɤɚɤɧɨɪɦɵɨɰɟɧɢɜɚɟɬɫɹɧɟɫɨ
ɫɬɨɪɨɧɵɟɟɫɦɵɫɥɨɜɨɝɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɧɨɫɨɫɬɨɪɨɧɵɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɣ ɚɜɬɨɪɢɬɟɬɧɨɫɬɢ ɟɟ ɢɫɬɨɱɧɢɤɚ ɜɨɥɟɢɡɜɨɥɢɬɟɥɹ ɢɥɢ ɩɨɞɥɢɧ-
ɧɨɫɬɢ ɢ ɬɨɱɧɨɫɬɢ ɩɟɪɟɞɚɱɢ ɫɫɵɥɤɢ ɧɚ ɡɚɤɨɧ ɧɚ ɩɢɫɚɧɢɟ ɩɪɢ-
ɡɧɚɧɧɵɟɬɟɤɫɬɵɢɧɬɟɪɩɪɟɬɚɰɢɢɩɪɨɜɟɪɟɧɧɭɸɩɨɞɥɢɧɧɨɫɬɶɢɥɢ
ɛɨɥɟɟ ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ ɨɫɧɨɜɵ ɠɢɡɧɢ ɨɫɧɨɜɵ ɡɚɤɨɧɨɞɚɬɟɥɶɧɨɣ
ɜɥɚɫɬɢɞɨɤɚɡɚɧɧɭɸɛɨɝɨɜɞɨɯɧɨɜɟɧɧɨɫɬɶɩɢɫɚɧɢɹ ȿɟɫɨɞɟɪɠɚ-
ɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɚɹɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɨɛɨɫɧɨɜɚɧɚɬɨɥɶɤɨɜɨɥɟɢɡɜɨɥɟɧɢ-
ɟɦ ɡɚɤɨɧɨɞɚɬɟɥɟɦ Ȼɨɝɨɦ  ɧɨ ɜ ɫɨɡɧɚɧɢɢ ɫɨɡɞɚɸɳɟɝɨ ɧɨɪɦɭ ɜ
ɩɪɨɰɟɫɫɟɟɟɫɨɡɞɚɧɢɹɢɨɛɫɭɠɞɟɧɢɹɟɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɩɪɚɤɬɢɱɟ-
ɫɤɨɣɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɨɧɚɹɜɥɹɟɬɫɹɟɳɟɧɟɧɨɪɦɨɣɚɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦ
ɭɫɬɚɧɨɜɥɟɧɢɟɦ ɮɨɪɦɚɩɪɨɰɟɫɫɚɨɛɫɭɠɞɟɧɢɹɩɪɚɜɢɥɶɧɨɢɥɢɩɨ-
ɥɟɡɧɨɥɢɛɭɞɟɬɬɨɬɨɬɟɬɨɦɭɬɨɧɚɩɨɥɶɡɭ ȼɨɜɫɟɯɨɫɬɚɥɶɧɵɯ
ɨɛɥɚɫɬɹɯ ɧɨɪɦɚ ɹɜɥɹɟɬɫɹ ɫɥɨɜɟɫɧɨɣ ɮɨɪɦɨɣ ɩɪɨɫɬɨɣ ɩɟɪɟɞɚɱɢ
ɭɫɥɨɜɢɣ ɩɪɢɫɩɨɫɨɛɥɟɧɢɹ ɧɟɤɢɯ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯ ɩɨɥɨɠɟɧɢɣ ɤ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɣɰɟɥɢɟɫɥɢɬɵɯɨɱɟɲɶɢɥɢɬɟɛɟɧɭɠɧɨɬɨɬɨɢɬɨ
ɬɨɬɨɜɜɢɞɭɬɨɝɨɱɬɨ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɡɧɚɱɢɦɨɟɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɬɵ
ɞɨɥɠɟɧ ɩɨɫɬɭɩɢɬɶ ɬɚɤɬɨ ɢ ɬɚɤɬɨ Ɂɞɟɫɶ ɢɦɟɧɧɨ ɧɟɬ ɜɨɥɟɢɡɜɨ-
ɥɟɧɢɹɚɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨɢɚɜɬɨɪɢɬɟɬɚɜɫɹɫɢɫɬɟɦɚɨɬɤɪɵɬɚɟɫɥɢ
ɬɵɯɨɱɟɲɶɉɪɨɛɥɟɦɚɚɜɬɨɪɢɬɟɬɧɨɝɨɜɨɥɟɢɡɜɨɥɟɧɢɹ ɫɨɡɞɚɸɳɟɝɨ
ɧɨɪɦɭ ɟɫɬɶɩɪɨɛɥɟɦɚɮɢɥɨɫɨɮɢɢɩɪɚɜɚɮɢɥɨɫɨɮɢɢɪɟɥɢɝɢɢɢ
ɨɞɧɚɢɡɩɪɨɛɥɟɦɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɣɮɢɥɨɫɨɮɢɢɤɚɤ
ɨɫɧɨɜɧɨɣɧɚɭɤɢɩɟɪɜɨɣɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɩɪɨɛɥɟɦɚɡɚɤɨɧɨɞɚɬɟɥɹ>+
DɜɬRɪD"!@
ȼɬɨɪɨɣ ɝɪɟɯ ɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɨɣ ɷɬɢɤɢ ² ɟɟ ɨɛɳɧɨɫɬɶ ² ɩɪɟɞ-
ɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɱɬɨ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɪɚɫɩɪɨɫɬɪɚɧɟɧɨ
ɨɬɧɨɫɢɬɶɫɹɤɤɚɠɞɨɦɭɗɬɚɨɲɢɛɤɚɤɨɧɟɱɧɨɜɵɬɟɤɚɟɬɢɡɩɪɟɞ-
ɲɟɫɬɜɭɸɳɟɝɨɊɚɡɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɧɨɪɦɜɡɹɬɨɢɡɧɚɭɱɧɨɡɧɚɱɢɦɨɝɨ
ɫɭɠɞɟɧɢɹɚɮɨɪɦɚɧɟɩɪɚɜɨɦɟɪɧɨɭɫɜɨɟɧɚɨɬɩɪɚɜɚɢɥɢɡɚɩɨɜɟɞɢ
² ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɧɟɢɡɛɟɠɧɚ ɨɛɳɧɨɫɬɶ ɧɨɪɦ Ɉɛɳɧɨɫɬɶ ɞɨɥɠɟɧ-
ɫɬɜɨɜɚɧɢɹ ² ɧɟɞɨɫɬɚɬɨɤ ɫɜɨɣɫɬɜɟɧɧɵɣ ɬɚɤɠɟ ɢ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɣ
ɷɬɢɤɟ ɤ ɤɨɬɨɪɨɣ ɦɵ ɩɨɷɬɨɦɭ ɢ ɩɟɪɟɣɞɟɦ ɬɟɩɟɪɶ Ɏɨɪɦɚɥɶɧɨɣ
ɷɬɢɤɟɱɭɠɞ ɤɨɧɟɱɧɨɜɟɟɩɪɢɧɰɢɩɟɤɚɤɮɨɪɦɚɥɶɧɨɣɚɧɟɜ!
ɟɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɢɢɝɞɟɨɛɵɱɧɨɩɪɨ-
ɢɫɯɨɞɢɬɫɦɹɝɱɟɧɢɟ"!ɜɫɟɯɩɪɢɧɰɢɩɨɜɢɩɪɢɜɧɟɫɟɧɢɟɫɨɞɟɪɠɚ-
ɬɟɥɶɧɵɯɧɨɪɦɬɚɤɠɟɭɄɚɧɬɚ ɪɚɡɨɛɪɚɧɧɵɣɧɚɦɢɤɨɪɟɧɧɨɣɧɟɞɨ-
ɫɬɚɬɨɤ ɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɨɣ Ɉɧɚ ɢɫɯɨɞɢɬ ɢɡ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɩɪɚɜɢɥɶɧɨɝɨ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 77

agli altri, e in quanto tale è essenzialmente propria solo del diritto


(legge) e della religione (comandamenti), dove la sua reale obbliga-
torietà – come norma – è valutata non dal lato del suo contenuto-
senso, ma da quello della reale autorevolezza della sua fonte (libero
arbitrio) o dell’autenticità ed esattezza della trasmissione (riferi-
menti a leggi, scritture, testi canonici, interpretazioni, verifiche
dell’autenticità o – più essenzialmente – le basi della vita, le basi
del potere legislativo, la provata ispirazione divina delle scritture).
La sua validità di contenuto-senso si fonda solo sul libero arbitrio
(da parte del legislatore, da parte di Dio), ma nel processo della
sua creazione – della valutazione della sua validità teorica e prati-
ca – la norma, nella coscienza di chi la crea, non è ancora norma,
ma costituisce una determinazione teorica (la forma del processo
di valutazione potrebbe essere la seguente: sarà la tal cosa giusta
o utile, cioè, è a vantaggio del tale o del tal altro?). In tutti gli altri
settori, la norma è semplicemente la forma verbale che notifica le
condizioni di adattamento convenzionale di alcune tesi teoriche ad
uno scopo determinato: se vuoi o se ti occorre questa o quest’altra
cosa, allora, visto che... (qui si fa appello alla tesi teoricamente vali-
da), allora devi agire così e così. Qui non c’è alcun libero arbitrio, e
dunque, di conseguenza nessuna autorità: l’intero sistema è aperto:
se vuoi. Il problema di un arbitrio autorevole (che crea la norma) è
un problema di filosofia del diritto, di filosofia della religione, non-
ché uno dei problemi di una effettiva filosofia morale, in quanto
scienza prima, filosofia prima (il problema del legislatore).
Il secondo difetto dell’etica materiale è la sua universalità – la
supposizione che il dovere possa essere esteso, possa applicarsi a
ciascuno. Questo errore deriva, certamente, dal precedente. Dal
momento che il contenuto delle norme è tratto dal giudizio scien-
tificamente valido e la sua forma è presa dal diritto e dai coman-
damenti, l’universalità delle norme è assolutamente inevitabile.
L’universalità del dovere è anche un difetto all’etica formale, che
dunque passiamo ora a considerare. All’etica formale è estraneo il
difetto fondamentale dell’etica materiale da noi individuato (pe-
rò in linea di principio, in quanto appunto formale, e non nella
sua reale realizzazione concreta, dove di solito si ha abitualmente
una specie di addolcimento <?> di tutti i principi e un apporto
esteriore di norme di contenuto particolare, anche in Kant). Essa
parte dall’idea, perfettamente corretta, che il dovere sia una cate-
78 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɭɫɦɨɬɪɟɧɢɹɱɬɨɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɟɫɬɶɤɚɬɟɝɨɪɢɹɫɨɡɧɚɧɢɹɮɨɪ-
ɦɚɧɟɦɨɝɭɳɚɹɛɵɬɶɜɵɜɟɞɟɧɧɨɣɢɡɤɚɤɨɝɨɧɢɛɭɞɶɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨ-
ɝɨɦɚɬɟɪɢɚɥɶɧɨɝɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɇɨɮɨɪɦɚɥɶɧɚɹɷɬɢɤɚɪɚɡɜɢɜɲɚ-
ɹɫɹɢɫɤɥɸɱɢɬɟɥɶɧɨɧɚɩɨɱɜɟɤɚɧɬɢɚɧɫɬɜɚɞɚɥɟɟɦɵɫɥɢɬɤɚɬɟɝɨ-
ɪɢɸ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ ɤɚɤ ɤɚɬɟɝɨɪɢɸ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ
ɬɟɬɟɨɪɟɬɢɡɭɟɬɟɟɢɜɫɥɟɞɫɬɜɢɟɷɬɨɝɨɬɟɪɹɟɬɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɣ
ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɇɨ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɟɫɬɶ ɢɦɟɧɧɨ ɤɚɬɟɝɨɪɢɹ ɢɧɞɢɜɢ-
ɞɭɚɥɶɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɞɚɠɟɛɨɥɟɟɤɚɬɟɝɨɪɢɹɫɚɦɨɣɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶ-
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ɧɢɦɨɫɬɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɟɝɨ ɢɫɬɨɪɢɱɧɨɫɬɢ Ɍɚɤ
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ɦɨɦɟɧɬɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɩɨɫɬɭɩɤɚɄɚɬɟɝɨɪɢɱɧɨɫɬɶɢɦɩɟɪɚɬɢɜɚ
ɩɨɞɦɟɧɹɟɬɫɹ ɟɝɨ ɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɸ ɦɵɫɥɢɦɨɸ ɩɨɞɨɛɧɨ ɬɟɨɪɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɣɢɫɬɢɧɟ
Ʉɚɬɟɝɨɪɢɱɟɫɤɢɣ ɢɦɩɟɪɚɬɢɜ ɨɩɪɟɞɟɥɹɟɬ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɤɚɤ ɨɛɳɟ-
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ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɚɛɫɨɥɸɬɧɨɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɤɚɬɟɝɨɪɢɱɧɨɞɥɹɦɟɧɹɇɨ
ɩɨɧɹɬɢɟ ɡɚɤɨɧɧɨɫɬɢ ɧɟɫɪɚɜɧɟɧɧɨ ɲɢɪɟ ɢ ɤɪɨɦɟ ɭɤɚɡɚɧɧɵɯ ɦɨ-
ɦɟɧɬɨɜɫɨɞɟɪɠɢɬɬɚɤɢɟɤɨɬɨɪɵɟɚɛɫɨɥɸɬɧɨɧɟɫɨɜɦɟɫɬɢɦɵɫ!
ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɦ ɸɪɢɞɢɱɟɫɤɚɹ ɨɛɳɧɨɫɬɶ ɢ ɩɟɪɟɧɨɫ ɫɸɞɚ 
ɧɪɡɛ!ɦɢɪɚɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɷɬɢɫɬɨɪɨɧɵɡɚɤɨɧ-
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ɡɚɤɨɧɧɨɫɬɢ
ȼɬɨɪɨɣɧɟɞɨɫɬɚɬɨɤɫɥɟɞɭɸɳɢɣɡɚɤɨɧɩɪɟɞɩɢɫɚɧɫɟɛɟɫɚɦɨɣ
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ɫɨɨɛɪɚɡɧɨɫɬɶ²ɷɬɨɢɦɦɚɧɟɧɬɧɵɣɡɚɤɨɧɜɨɥɢɁɞɟɫɶɦɵɜɢɞɢɦ
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PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 79

goria della coscienza, una forma che non può essere derivata da
un qualche contenuto materiale determinato. Ma l’etica formale,
sviluppatasi esclusivamente sul terreno del kantismo, pensa poi la
categoria del dovere come categoria della coscienza teorica, cioè la
teoricizza, e di conseguenza perde l’atto individuale. Ma il dovere
è proprio una categoria dell’atto individuale: di più, la categoria
dell’individualità stessa, della singolarità dell’atto, della sua inso-
stituibilità e non-interscambiabilità, del suo carattere, per chi lo
compie, della necessità e della non derogabilità, del suo carattere
storico. Ebbene sì <?>: proprio tramite il dovere l’etica formale
ritiene di stabilire il carattere di validità universale dell’atto. La
categoricità dell’imperativo cede il posto alla sua universalità, con-
cepibile sul modello della verità teorica.
L’imperativo categorico determina l’atto come legge di validità
universale, ma è privo di un determinato contenuto positivo parti-
colare. Esso è la legge stessa in quanto tale, l’idea della pura lega-
lità: cioè, il contenuto della legge consiste nella legalità stessa, l’at-
to deve essere conforme alla legge. Tale concezione contiene due
aspetti validi: 1) l’atto deve essere assolutamente non casuale; 2) il
dovere assume effettivamente per me un carattere assolutamente
necessario, categorico. Ma la nozione di legalità è incomparabil-
mente più ampia e, oltre agli aspetti indicati, ne contiene altri che
sono assolutamente incompatibili con il dovere: l’universalità giu-
ridica e il trasferimento, nel nostro contesto, del suo mondo della
validità teorica universale. Questi aspetti della legalità sottopongo-
no l’atto alla pura teoria, alla giustificazione puramente teorica del
giudizio, e proprio in questa sua giustificazione teorica risiede la le-
galità, l’imperativo categorico in quanto generale e universalmente
valido. È esattamente ciò Kant esige: la legge che regola il mio
atto deve essere giustificata in quanto capace di divenire norma di
condotta universale. E come avviene tale giustificazione? Chiara-
mente, soltanto per mezzo di determinazioni puramente teoriche:
sociologiche, economiche, estetiche, scientifiche. L’atto è rigettato
nel mondo teorico in base al vacuo requisito della legalità.
L’altro difetto dell’etica formale è il seguente: la volontà si auto-
prescrive la legge, e autonomamente fa della pura conformità alla
legge la propria legge immanente. Qui scorgiamo una completa
analogia con l’edificazione <1 parola illegg.> del mondo autonomo
della cultura. La volontà-atto crea una legge cui si sottomette, e
80 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɬɟɤɚɤɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɚɹɭɦɢɪɚɟɬɜɫɜɨɟɦɩɪɨɞɭɤɬɟȼɨɥɹɨɩɢ-
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ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ȼɨɥɹ ² ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɬɜɨɪɱɟɫɤɢ
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ɧɢɹɧɟɚɤɬɢɜɟɧɨɧɩɪɨɞɭɤɬɢɜɧɨɚɤɬɢɜɟɧɥɢɲɶɜɦɨɦɟɧɬɩɪɢɨɛ-
ɳɟɧɢɹɜɫɟɛɟɡɧɚɱɢɦɨɣɢɫɬɢɧɵɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɭɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɦɭ
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ɞɟɣɫɬɜɭɸɳɟɝɨ ɸɪɢɞɢɱɟɫɤɨɝɨ ɡɚɤɨɧɚ ɡɞɟɫɶ ɥɢɲɶ ɦɨɦɟɧɬ  ɉɨ
ɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɡɚɤɨɧɭɜɡɹɬɨɦɭɫɨɫɬɨɪɨɧɵɟɝɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣɡɧɚɱɢ-
ɦɨɫɬɢɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɩɨɫɬɭɩɤɚɜɵɪɚɠɚɟɬɫɹɬɨɥɶɤɨɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ
ɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹɟɦɨɦɩɪɢɡɧɚɧɢɢɜɞɟɣɫɬɜɟɧɧɨɦɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɢ
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IDFWXPɨɩɢɫɚɧɢɩɨɧɹɬɫɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɮɨɪɦɚɥɶɧɨɣɷɬɢɤɢɄɚɧɬɚɢ
ɤɚɧɬɢɚɧɰɟɜɄɠɢɜɨɦɭɩɨɫɬɭɩɤɭɜɪɟɚɥɶɧɨɦɦɢɪɟɡɞɟɫɶɧɟɬɩɨɞ-
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ɨɞɧɨɣɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɨɛɥɚɫɬɢɧɚɞɜɫɟɦɢɞɪɭɝɢɦɢɢɩɨɬɨɦɭɬɨɥɶ-
ɤɨɱɬɨɷɬɨɨɛɥɚɫɬɶɫɚɦɨɝɨɩɭɫɬɨɝɨɢɧɟɩɪɨɞɭɤɬɢɜɧɨɝɨɨɛɳɟɝɨ
Ɂɚɤɨɧɡɚɤɨɧɨɫɨɨɛɪɚɡɢɹɟɫɬɶɩɭɫɬɚɹɮɨɪɦɭɥɚɱɢɫɬɨɣɬɟɨɪɟɬɢɱɧɨ-
ɫɬɢ Ɇɟɧɟɟ ɜɫɟɝɨ ɩɨɞɨɛɧɵɣ ɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɢɣ ɪɚɡɭɦ ɦɨɠɟɬ ɨɛɨɫɧɨ-
ɜɚɬɶ ɩɟɪɜɭɸ ɮɢɥɨɫɨɮɢɸ ɉɪɢɧɰɢɩ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɣ ɷɬɢɤɢ ɜɨɜɫɟ ɧɟ
ɟɫɬɶ ɩɪɢɧɰɢɩ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɚ ɩɪɢɧɰɢɩ ɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨ ɨɛɨɛɳɟɧɢɹ ɭɠɟ
ɫɜɟɪɲɟɧɧɵɯɩɨɫɬɭɩɤɨɜɜɢɯɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɬɪɚɧɫɤɪɢɩɰɢɢɎɨɪ-
ɦɚɥɶɧɚɹɷɬɢɤɚɫɚɦɚɧɟɩɪɨɞɭɤɬɢɜɧɚɢɩɪɨɫɬɨɥɢɲɶɨɛɥɚɫɬɶɫɨɜɪɟ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 81

quindi in quanto volontà individuale muore nel suo prodotto. La


volontà descrive un cerchio, vi si chiude dentro, escludendo la rea-
le attività individuale e storica dell’azione. Si tratta della stessa illu-
sione della filosofia teorica: nel caso della filosofia teorica, abbiamo
l’attività della ragione, con la quale niente ha in comune la mia
attività storica, individualmente responsabile, e per la quale tale
attività categoriale della ragione è resa passivamente obbligatoria;
succede la stessa cosa nel caso della volontà. Tutto ciò altera radi-
calmente il reale dovere morale e non fornisce affatto un approccio
alla realtà dell’atto. Nell’atto la volontà è attiva in modo effettivo e
creativo, ma non fornisce affatto una norma, una formula univer-
sale. La legge è opera di un atto speciale – un atto-pensiero, ma
anche l’atto-pensiero non è attivo nell’aspetto contenutisticamente
valido di una formula. Esso è produttivamente attivo solo nel mo-
mento dell’incorporazione della verità valida in sé nell’essere sto-
rico (aspetto realmente costitutivo del conoscere, dell’apprendere):
l’atto è attivo nel prodotto reale unico che esso ha creato (in una
azione reale effettuata, in una parola detta, in un pensiero pensato,
dove, in più, la validità astratta da sé della reale legge giuridica non
è che un momento). Rispetto alla legge considerata nella sua vali-
dità di senso, l’attività dell’atto si manifesta solo in un riconosci-
mento realmente effettuato, in un giudizio effettivamente espresso.
Così il fatale teoricismo – l’astrazione dal mio singolare io – ha
luogo anche nell’etica formale: qui, il mondo della ragion pratica
è in realtà un mondo teorico, e non il mondo nel quale realmente
l’atto è effettuato. L’atto già compiuto nel mondo puramente teori-
co, che richiede soltanto un’indagine di ordine teorico, potrebbe
essere descritto e compreso – e anche questo solo post factum – dal
punto di vista dell’etica formale di Kant e dei kantiani. Qui non c’è
alcun approccio possibile al vivo atto nel mondo reale. Il primato
della ragion pratica è in realtà il primato di un dominio teorico su
tutti gli altri, e ciò solo perché è il dominio della forma più vuota
e improduttiva di ciò che è universale. La legge della conformi-
tà alla legge è una formula vuota del puro teoricismo. Men che
mai una simile ragione pratica può fondare una filosofia prima. Il
principio dell’etica formale non è affatto un principio d’atto, ma
il principio della generalizzazione possibile di atti già dati nella
loro trascrizione teorica. L’etica formale stessa non è produttiva ed
è semplicemente un settore della moderna filosofia della cultura.
82 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

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ɛɵɬɶɥɨɝɢɤɨɣɫɨɰɢɚɥɶɧɵɯɧɚɭɤɉɪɢɬɚɤɨɣɩɨɫɬɚɧɨɜɤɟɬɪɚɧɫɰɟɧ-
ɞɟɧɬɚɥɶɧɵɣɦɟɬɨɞɦɨɠɟɬɫɞɟɥɚɬɶɫɹɦɧɨɝɨɩɪɨɞɭɤɬɢɜɧɟɟɇɨɡɚ-
ɱɟɦ ɬɨɝɞɚ ɧɚɡɵɜɚɬɶ ɥɨɝɢɤɭ ɫɨɰɢɚɥɶɧɵɯ ɧɚɭɤ ɷɬɢɤɨɣ ɢ ɝɨɜɨɪɢɬɶ
ɨ ɩɪɢɦɚɬɟ ɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɪɚɡɭɦɚ" Ʉɨɧɟɱɧɨ ɧɟ ɫɬɨɢɬ ɫɩɨɪɢɬɶ ɨ
ɫɥɨɜɚɯɩɨɞɨɛɧɚɹɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɚɹɮɢɥɨɫɨɮɢɹɦɨɠɟɬɛɵɬɶɢɞɨɥɠɧɚ
ɛɵɬɶɫɨɡɞɚɧɚɧɨɦɨɠɧɨɢɞɨɥɠɧɨɫɨɡɞɚɬɶɢɞɪɭɝɭɸɟɳɟɛɨɥɟɟ
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ɮɢɥɨɫɨɮɢɸɟɞɢɧɨɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɧɚɫɨɞɟɪ-
ɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣ ɫɬɨɪɨɧɟ ɨɛɴɟɤɬɢɜɢɪɨɜɚɧɧɨɦ ɩɪɨɞɭɤɬɟ ɜ
ɨɬɜɥɟɱɟɧɢɢ ɨɬ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɚɤɬɚɩɨɫɬɭɩɤɚ ɢ
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ɝɨ ɷɬɢɱɟɫɤɢ ɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɝɨ Ɍɨɥɶɤɨ ɢɡɧɭɬɪɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ
ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɰɟɥɨɫɬɧɨɝɨ ɢ ɟɞɢɧɨɝɨ ɜ ɫɜɨɟɣ ɨɬɜɟɬ-
ɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɟɫɬɶɩɨɞɯɨɞɢɤɟɞɢɧɨɦɭɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɛɵɬɢɸɜ
ɟɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɬɨɥɶɤɨɧɚɧɟɦɦɨɠɟɬɨɪɢɟɧɬɢ-
ɪɨɜɚɬɶɫɹɩɟɪɜɚɹɮɢɥɨɫɨɮɢɹ
ɉɨɫɬɭɩɨɤ ɧɟ ɫɨ ɫɬɨɪɨɧɵ ɫɜɨɟɝɨ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ ɚ ɜ ɫɚɦɨɦ ɫɜɨ-
ɟɦɫɜɟɪɲɟɧɢɢɤɚɤɬɨɡɧɚɟɬɤɚɤɬɨɢɦɟɟɬɟɞɢɧɨɟɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟ
ɛɵɬɢɟɠɢɡɧɢɨɪɢɟɧɬɢɪɭɟɬɫɹɜɧɟɦɩɪɢɱɟɦɜɟɫɶ²ɢɜɫɜɨɟɣɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɣɫɬɨɪɨɧɟɢɜɫɜɨɟɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ
ɮɚɤɬɢɱɧɨɫɬɢɢɡɧɭɬɪɢɩɨɫɬɭɩɨɤɜɢɞɢɬɭɠɟɧɟɬɨɥɶɤɨɟɞɢɧɵɣɧɨ
ɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɤɨɧɤɪɟɬɧɵɣɤɨɧɬɟɤɫɬɩɨɫɥɟɞɧɢɣɤɨɧɬɟɤɫɬɤɭɞɚ
ɨɬɧɨɫɢɬɢɫɜɨɣɫɦɵɫɥɢɫɜɨɣɮɚɤɬɝɞɟɨɧɩɵɬɚɟɬɫɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ
ɨɫɭɳɟɫɬɜɢɬɶɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɭɸɩɪɚɜɞɭɢɮɚɤɬɚɢɫɦɵɫɥɚɜɢɯɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦȾɥɹɷɬɨɝɨɤɨɧɟɱɧɨɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɜɡɹɬɶɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɧɟɤɚɤɮɚɤɬɢɡɜɧɟɫɨɡɟɪɰɚɟɦɵɣɢɥɢɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦɵɫɥɢɦɵɣɚ
ɢɡɧɭɬɪɢ ɜ ɟɝɨ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɗɬɚ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɟɫɬɶɭɱɟɬɜɧɟɦɜɫɟɯɮɚɤɬɨɪɨɜɢɫɦɵɫɥɨɜɨɣɡɧɚɱɢɦɨɫɬɢɢɮɚɤ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɜɟɪɲɟɧɢɹɜɨɜɫɟɣɟɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɢɫɬɨɪɢɱɧɨɫɬɢɢɢɧ-
ɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɫɬɢɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɩɨɫɬɭɩɤɚɡɧɚɟɬɟɞɢɧɵɣɩɥɚɧ
ɟɞɢɧɵɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɝɞɟ ɷɬɨɬ ɭɱɟɬ ɜɨɡɦɨɠɟɧ ɝɞɟ ɢ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɚɹ
ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶ ɢ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɚɹ ɮɚɤɬɢɱɧɨɫɬɶ ɢ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨ-
ɥɟɜɨɣ ɬɨɧ ɮɢɝɭɪɢɪɭɸɬ ɤɚɤ ɦɨɦɟɧɬɵ ɟɞɢɧɨɝɨ ɪɟɲɟɧɢɹ ɩɪɢɱɟɦ
ɜɫɟɷɬɢɪɚɡɧɨɡɧɚɱɧɵɟɩɪɢɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɣɬɨɱɤɟɡɪɟɧɢɹɦɨɦɟɧɬɵɧɟ
ɨɛɟɞɧɹɸɬɫɹɢɛɟɪɭɬɫɹɜɨɜɫɟɣɩɨɥɧɨɬɟɢɜɫɟɣɫɜɨɟɣɩɪɚɜɞɟɟɫɬɶ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 83

Ma il discorso cambia quando l’etica tende ad essere la logica delle


scienze sociali. Riguardo a tale orientamento il metodo trascen-
dentale può divenire molto più produttivo. Ma allora perché chia-
mare etica la logica delle scienze sociali e parlare di primato della
ragione pratica? Certo, non vale la pena discutere sui termini: una
filosofia morale del genere può e deve essere creata, ma certamente
si può e si deve crearne anche un’altra, che meriti di più – anche se
non esclusivamente – tale nome.
Dunque, abbiamo riconosciuto come infondati ed essenzial-
mente senza speranza tutti i tentativi di orientare una filosofia
prima, la filosofia dell’essere-evento uno e unico, in relazione
all’aspetto di contenuto-senso, di prodotto oggettivato, facendo
astrazione dall’azione-atto singolare e dal suo autore – colui che
pensa teoricamente, contempla esteticamente, agisce eticamente.
Solo dall’interno dell’atto reale, singolare – unitario unico nella
sua responsabilità – è possibile un approccio anch’esso singolare,
unico all’esistere nella sua concreta realtà; solo in rapporto ad esso
può orientarsi una filosofia prima.
L’atto – considerato non a partire dal suo contenuto, ma nella
sua stessa effettuazione – in qualche modo sa, in qualche modo
possiede l’unitario e singolare esistere della vita; si orienta in esso,
e lo considera nella sua interezza – sia nel suo aspetto contenutisti-
co che nella sua reale singolare fattualità; dall’interno, l’atto non
vede più soltanto un singolare contesto, ma anche l’unico contesto
concreto, il contesto ultimo, al quale esso riferisce sia il suo senso
e il suo fatto, dove cerca di realizzare responsabilmente la verità
(pravda) unica sia del fatto sia del senso nella loro unità concreta.
Per questo è necessario, evidentemente, assumere l’atto non come
un fatto contemplato oppure teoricamente pensato dall’esterno, ma
assunto dall’interno, nella sua responsabilità. Questa responsabi-
lità dell’atto comporta la presa in considerazione di tutti i fattori:
tanto la validità di senso che il compimento fattuale in tutta la sua
concreta storicità e individualità; la responsabilità dell’atto conosce
un unico piano, un unico contesto, in cui tale considerazione è
possibile e dove sia la validità teorica che la fattualità storica e il to-
no emotivo-volitivo figurano come momenti di un’unica decisione.
Inoltre, tutti questi momenti – che, da un punto di vista astratto,
sembrano avere un diverso significato – anziché essere impoveri-
ti, sono assunti in tutta la loro pienezza e verità; di conseguenza,
84 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨ ɭ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɟɞɢɧɵɣ ɩɥɚɧ ɢ ɟɞɢɧɵɣ ɩɪɢɧɰɢɩ ɢɯ


ɨɛɴɟɦɥɸɳɢɣ ɜ ɟɝɨ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ Ɉɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ ɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɨɞɢɧɩɪɟɨɞɨɥɟɜɚɟɬɜɫɹɤɭɸɝɢɩɨɬɟɬɢɱɧɨɫɬɶɜɟɞɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ
ɩɨɫɬɭɩɨɤɟɫɬɶɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɢɟɪɟɲɟɧɢɹ²ɭɠɟɛɟɡɵɫɯɨɞɧɨɧɟɩɨ-
ɩɪɚɜɢɦɨɢɧɟɜɨɡɜɪɚɬɧɨɩɨɫɬɭɩɨɤ²ɩɨɫɥɟɞɧɢɣɢɬɨɝɜɫɟɫɬɨɪɨɧ-
ɧɢɣɨɤɨɧɱɚɬɟɥɶɧɵɣɜɵɜɨɞɩɨɫɬɭɩɨɤɫɬɹɝɢɜɚɟɬɫɨɨɬɧɨɫɢɬɢɪɚɡ-
ɪɟɲɚɟɬɜɟɞɢɧɨɦɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɢɭɠɟɩɨɫɥɟɞɧɟɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɢ
ɫɦɵɫɥɢɮɚɤɬɢɨɛɳɟɟɢɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɟɢɪɟɚɥɶɧɨɟɢɢɞɟɚɥɶ-
ɧɨɟɢɛɨɜɫɟɜɯɨɞɢɬɜɟɝɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɭɸɦɨɬɢɜɚɰɢɸɜɩɨɫɬɭɩɤɟ
ɜɵɯɨɞɢɡɬɨɥɶɤɨɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢ ɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɪɚɡɢɧɚɜɫɟɝɞɚ
Ɇɟɧɟɟɜɫɟɝɨɦɨɠɧɨɨɩɚɫɚɬɶɫɹɱɬɨɮɢɥɨɫɨɮɢɹɩɨɫɬɭɩɤɚɜɟɪ-
ɧɟɬɫɹ ɤ ɩɫɢɯɨɥɨɝɢɡɦɭ ɢ ɫɭɛɴɟɤɬɢɜɢɡɦɭ ɋɭɛɴɟɤɬɢɜɢɡɦ ɩɫɢɯɨ-
ɥɨɝɢɡɦ ɤɨɪɪɟɥɹɬɢɜɧɵɟ ɩɨɧɹɬɢɹ ɤ ɨɛɴɟɤɬɢɜɢɡɦɭ ɥɨɝɢɱɟɫɤɨɦɭ 
ɢ ɩɨɥɭɱɚɸɬɫɹ "! ɥɢɲɶ ɩɪɢ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɦ ɪɚɡɞɟɥɟɧɢɢ ɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɧɚɟɝɨɨɛɴɟɤɬɢɜɧɵɣɫɦɵɫɥɢɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɵɣɩɪɨɰɟɫɫɫɜɟɪɲɟɧɢɹ
ɢɡɧɭɬɪɢɫɚɦɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɜɟɝɨɰɟɥɨɫɬɧɨɫɬɢɧɟɬɧɢɱɟɝɨɫɭɛɴɟɤ-
ɬɢɜɧɨɝɨɢɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɝɨɜɫɜɨɟɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɡɚɞɚɟɬ ɫɟɛɟ ɫɜɨɸ ɩɪɚɜɞɭ ɤɚɤ ɨɛɴɟɞɢɧɹɸɳɭɸ ɨɛɚ ɷɬɢ ɦɨɦɟɧɬɚ
ɪɚɜɧɨɤɚɤɢɦɨɦɟɧɬɨɛɳɟɝɨ ɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɝɨ ɢɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɝɨ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɗɬɚɟɞɢɧɚɹɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɚɹɩɪɚɜɞɚɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɡɚɞɚɧɚɤɚɤɫɢɧɬɟɬɢɱɟɫɤɚɹɩɪɚɜɞɚ
ɇɟɦɟɧɟɟɧɟɨɫɧɨɜɚɬɟɥɶɧɨɢɨɩɚɫɟɧɢɟɱɬɨɷɬɚɟɞɢɧɚɹɢɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɚɹɫɢɧɬɟɬɢɱɟɫɤɚɹɩɪɚɜɞɚɩɨɫɬɭɩɤɚɢɪɪɚɰɢɨɧɚɥɶɧɚɉɨɫɬɭ-
ɩɨɤɜɟɝɨɰɟɥɨɫɬɧɨɫɬɢɛɨɥɟɟɱɟɦɪɚɰɢɨɧɚɥɟɧ²ɨɧɨɬɜɟɬɫɬɜɟ-
ɧɟɧ Ɋɚɰɢɨɧɚɥɶɧɨɫɬɶ ² ɬɨɥɶɤɨ ɦɨɦɟɧɬ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ 
ɢɥɢɧɪɡɛ!ɫɜɟɬ©ɤɚɤɨɬɛɥɟɫɤɥɚɦɩɵɩɟɪɟɞɫɨɥɧɰɟɦª ɇɢɰɲɟ 
ȼɫɹ ɫɨɜɪɟɦɟɧɧɚɹ ɮɢɥɨɫɨɮɢɹ ɜɵɲɥɚ ɢɡ ɪɚɰɢɨɧɚɥɢɡɦɚ ɢ ɧɚ-
ɫɤɜɨɡɶ ɩɪɨɩɢɬɚɧɚ ɩɪɟɞɪɚɫɫɭɞɤɨɦ ɪɚɰɢɨɧɚɥɢɡɦɚ ɞɚɠɟ ɬɚɦ ɝɞɟ
ɫɬɚɪɚɟɬɫɹ ɫɨɡɧɚɬɟɥɶɧɨ ɨɫɜɨɛɨɞɢɬɶɫɹ ɨɬ ɧɟɝɨ ² ɱɬɨ ɬɨɥɶɤɨ ɥɨ-
ɝɢɱɟɫɤɨɟ ɹɫɧɨ ɢ ɪɚɰɢɨɧɚɥɶɧɨ ɦɟɠɞɭ ɬɟɦ ɤɚɤ ɨɧɨ ɫɬɢɯɢɣɧɨ ɢ
ɬɟɦɧɨɜɧɟɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɤɚɤɢɜɫɹɤɨɟɜɫɟɛɟɛɵɬɢɟ
Ʌɨɝɢɱɟɫɤɚɹ ɹɫɧɨɫɬɶ ɢ ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɚɹ ɩɨɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨɫɬɶ ɨɬɨ-
ɪɜɚɧɧɵɟɨɬɟɞɢɧɨɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɰɟɧɬɪɚɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɨ-
ɡɧɚɧɢɹ ² ɬɟɦɧɵɟ ɢ ɫɬɢɯɢɣɧɵɟ ɫɢɥɵ ɢɦɟɧɧɨ ɜɫɥɟɞɫɬɜɢɟ ɩɪɢ-
ɫɭɳɟɝɨ ɥɨɝɢɱɟɫɤɨɦɭ ɡɚɤɨɧɚ ɢɦɦɚɧɟɧɬɧɨɣ ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɫɬɢ Ɍɚ
ɠɟ ɨɲɢɛɤɚ ɪɚɰɢɨɧɚɥɢɡɦɚ ɨɬɪɚɠɚɟɬɫɹ ɢ ɜ ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɢ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 85

l’azione ha un unico piano e un unico principio che li comprende


nella sua responsabilità. Soltanto l’atto responsabile supera ogni
ipoteticità, perché esso è – in maniera ormai inevitabile, irrime-
diabile e irrevocabile – la realizzazione di una decisione; l’atto è il
risultato finale, una complessiva conclusione definitiva; concentra,
correla e risolve in un contesto unico e singolare e ormai finale il
senso e il fatto, l’universale e l’individuale, il reale e l’ideale, dal
momento che tutto viene a far parte della sua motivazione respon-
sabile; l’atto costituisce lo sbocco dalla mera possibilità nella sin-
golarità della scelta una volta e per sempre.
Non si deve affatto temere che una filosofia dell’atto ricada nel-
lo psicologismo e nel soggettivismo. Il soggettivismo e lo psico-
logismo sono correlativi appunto dell’oggettivismo (logico) e <?>
compaiono solo quando l’atto è astrattamente diviso in senso og-
gettivo, da una parte, e in processo soggettivo del suo compimento,
dall’altra. Dall’interno dell’atto stesso, assunto nella sua integrità,
non c’è niente di soggettivo e di psicologico; nella sua responsa-
bilità, l’atto si pone il compito della sua propria verità come ve-
rità che unisce entrambi i suoi aspetti, così come unisce l’aspetto
dell’universale (la validità universale) e dell’individuale (il reale).
Questa verità unitaria e singolare dell’atto va posta come compito
in quanto verità di sintesi.
Non meno infondato è il timore che questa verità sintetica uni-
taria e singolare dell’atto sia irrazionale. L’atto nella sua integrità
è più che razionale – è responsabile. Rispetto alla responsabilità la
razionalità è solo un suo momento <1 o 2 parole illegg.>, una lu-
ce che è come il barlume di “una lampada in un chiaro mattino”
(Nietzsche).
Tutta la filosofia contemporanea è nata dal razionalismo ed è
interamente impregnata dal pregiudizio del razionalismo – anche
laddove deliberatamente cerca di liberarsi da esso – secondo il
quale solo ciò che è logico è chiaro e razionale – mentre esso, al
contrario, tra l’altro è primordiale e oscuro al di fuori della co-
scienza responsabile, proprio come lo è tutto ciò che è per sé. La
chiarezza e la necessaria coerenza logica, separate dall’unitario e
singolare centro della coscienza responsabile, sono forze oscure e
primordiali proprio in base alla legge della necessità immanente
inerente a ciò che è logicamente valido. Lo stesso errore del ra-
zionalismo si riflette anche nella contrapposizione tra ciò che è
86 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɝɨɤɚɤɪɚɰɢɨɧɚɥɶɧɨɝɨ²ɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɨɦɭɢɧɞɢɜɢɞɭ-
ɚɥɶɧɨɦɭɟɞɢɧɢɱɧɨɦɭɤɚɤɢɪɪɚɰɢɨɧɚɥɶɧɨɦɭɢɫɥɭɱɚɣɧɨɦɭɁɞɟɫɶ
ɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɦɭ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨ ɨɬɞɟɥɟɧɧɨɦɭ ɨɬ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɩɪɢɞɚɧɚ
ɜɫɹ ɪɚɰɢɨɧɚɥɶɧɨɫɬɶ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɩɪɚɜɞɚ ɧɟɢɡɛɟɠɧɨ ɨɛɟɞɧɟɧɧɚɹ 
ɚɜɫɟɨɫɬɚɥɶɧɨɟɡɚɜɵɱɟɬɨɦɷɬɨɝɨɨɛɴɹɜɥɟɧɨ"!ɤɚɤɫɭɛɴɟɤɬɢɜ-
ɧɵɣɩɪɨɰɟɫɫɆɟɠɞɭɬɟɦɤɚɤɜɫɟɬɪɚɧɫɰɟɧɞɟɧɬɚɥɶɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨ
ɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɣɤɭɥɶɬɭɪɵɧɚɫɚɦɨɦɞɟɥɟɬɟɦɧɨɢɫɬɢɯɢɣɧɨɫɩɥɨɲɶ
ɨɬɨɪɜɚɧɧɨɟ ɨɬ ɟɞɢɧɨɝɨ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɰɟɧɬɪɚ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ-
ɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɤɨɧɟɱɧɨ ɫɩɥɨɲɧɨɣ ɨɬɪɵɜ ɜ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɧɟ
ɜɨɡɦɨɠɟɧɢɩɨɫɤɨɥɶɤɭɦɵɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɵɫɥɢɦɨɧɨɫɢɹɟɬ
ɡɚɺɦɧɵɦɫɜɟɬɨɦɧɚɲɟɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɌɨɥɶɤɨɩɨɫɬɭɩɨɤɜɡɹ-
ɬɵɣɢɡɜɧɟɤɚɤɮɢɡɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣɛɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣɢɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟ-
ɫɤɢɣɮɚɤɬɦɨɠɟɬɩɪɟɞɫɬɚɜɢɬɶɫɹɫɬɢɯɢɣɧɵɦɢɬɟɦɧɵɦɤɚɤɜɫɹ-
ɤɨɟ ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɟ ɛɵɬɢɟ ɧɨ ɢɡɧɭɬɪɢ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɫɚɦ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ
ɩɨɫɬɭɩɚɸɳɢɣɡɧɚɟɬɹɫɧɵɣɢɨɬɱɟɬɥɢɜɵɣɫɜɟɬɜɤɨɬɨɪɨɦɢɨɪɢɟɧ-
ɬɢɪɭɟɬɫɹɋɨɛɵɬɢɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɹɫɧɨɢɨɬɱɟɬɥɢɜɨɞɥɹɭɱɚɫɬɧɢɤɚ
ɜɟɝɨɩɨɫɬɭɩɤɟɜɨɜɫɟɯɫɜɨɢɯɦɨɦɟɧɬɚɯɁɧɚɱɢɬɥɢɷɬɨɱɬɨɨɧɟɝɨ
ɥɨɝɢɱɟɫɤɢ ɩɨɧɢɦɚɟɬ" Ɍ ɟ ɱɬɨ ɟɦɭ ɹɫɧɵ ɬɨɥɶɤɨ ɨɛɳɢɟ ɬɪɚɧɫ-
ɤɪɢɛɢɪɨɜɚɧɧɵɟɜɩɨɧɹɬɢɹɦɨɦɟɧɬɵɢɨɬɧɨɲɟɧɢɹ"ɇɟɬɨɧɹɫɧɨ
ɜɢɞɢɬɢɷɬɢɯɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɯɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɯɥɸɞɟɣɤɨɬɨɪɵɯɨɧ
ɥɸɛɢɬɢɧɟɛɨɢɡɟɦɥɸɢɷɬɢɞɟɪɟɜɶɹɧɪɡɛ!ɢɜɪɟɦɹɜɦɟɫɬɟ
ɫ ɬɟɦ ɟɦɭ ɞɚɧɚ ɢ ɰɟɧɧɨɫɬɶ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɭɬɜɟɪɠ-
ɞɟɧɧɚɹ ɰɟɧɧɨɫɬɶ ɷɬɢɯ ɥɸɞɟɣ ɷɬɢɯ ɩɪɟɞɦɟɬɨɜ ɨɧ ɢɧɬɭɢɪɭɟɬ ɢ
ɢɯɜɧɭɬɪɟɧɧɢɟɠɢɡɧɢɢɠɟɥɚɧɢɹɟɦɭɹɫɟɧɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɢ
ɞɨɥɠɧɵɣɫɦɵɫɥɜɡɚɢɦɨɨɬɧɨɲɟɧɢɣɦɟɠɞɭɧɢɦɢɷɬɢɦɢɥɸɞɶɦɢɢ
ɩɪɟɞɦɟɬɚɦɢ²ɩɪɚɜɞɚɞɚɧɧɨɝɨɨɛɫɬɨɹɧɢɹ²ɢɟɝɨɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚ-
ɧɢɟɩɨɫɬɭɩɨɱɧɨɟɧɟɨɬɜɥɟɱɟɧɧɵɣɡɚɤɨɧɩɨɫɬɭɩɤɚɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɟɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɨɛɭɫɥɨɜɥɟɧɧɨɟɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɵɦɦɟɫɬɨɦɜɞɚɧɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɫɨɛɵɬɢɹ²ɢɜɫɟɷɬɢɦɨɦɟɧɬɵ
ɫɨɫɬɚɜɥɹɸɳɢɟɫɨɛɵɬɢɟɜɟɝɨɰɟɥɨɦɞɚɧɵɢɡɚɞɚɧɵɟɦɭɜɟɞɢɧɨɦ
ɫɜɟɬɟ ɟɞɢɧɨɦ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɦ ɫɨɡɧɚɧɢɢ ɢ ɨɫɭ-
ɳɟɫɬɜɥɹɸɬɫɹɜɟɞɢɧɨɦɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɦɩɨɫɬɭɩɤɟ
ɂ ɷɬɨ ɫɨɛɵɬɢɟ ɜ ɰɟɥɨɦ ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɬɪɚɧɫɤɪɢɛɢɪɨɜɚɧɨ ɜ ɬɟ-
ɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯ ɬɟɪɦɢɧɚɯ ɱɬɨɛɵ ɧɟ ɩɨɬɟɪɹɬɶ ɫɚɦɨɝɨ ɫɦɵɫɥɚ ɫɜɨ-
ɟɣɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢɬɨɝɨɢɦɟɧɧɨɱɬɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɡɧɚɟɬɢɧɚɱɟɦ
ɨɪɢɟɧɬɢɪɭɟɬɫɹ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɇɟɩɪɚɜɢɥɶɧɨ ɛɭɞɟɬ ɩɨɥɚɝɚɬɶ ɱɬɨ ɷɬɚ
ɤɨɧɤɪɟɬɧɚɹɩɪɚɜɞɚɫɨɛɵɬɢɹɤɨɬɨɪɭɸɢɜɢɞɢɬɢɫɥɵɲɢɬɢɩɟɪɟ-
ɠɢɜɚɟɬɢɩɨɧɢɦɚɟɬɩɨɫɬɭɩɚɸɳɢɣɜɟɞɢɧɨɦɚɤɬɟɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɩɨɫɬɭɩɤɚ²ɧɟɫɤɚɡɚɧɧɚɱɬɨɟɟɦɨɠɧɨɬɨɥɶɤɨɤɚɤɬɨɩɟɪɟɠɢɜɚɬɶ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 87

oggettivo in quanto razionale e ciò che è soggettivo, individuale,


singolare, in quanto irrazionale e fortuito. A ciò che è oggettivo,
astrattamente separato dall’atto, si attribuisce l’intera razionalità
dell’atto (certamente ineludibilmente impoverita), mentre ciò che è
fondamentale e che resta da quanto si è sottratto, è dichiarato <?>
processo soggettivo. In realtà, l’intera unità trascendentale della
cultura oggettiva è invece oscura e primordiale, una volta che è sta-
ta totalmente separata dal centro unico e singolare della coscienza
responsabile; certo, un totale distacco è in realtà impossibile e, in
quanto realmente pensiamo quell’unità, essa brilla della luce rifles-
sa della nostra responsabilità. Solo assunto dall’esterno come fatto
fisiologico, biologico e psicologico l’atto può apparire primordiale
e oscuro, come tutto ciò che è astratto; ma dall’interno dell’atto
colui che agisce responsabilmente conosce una luce chiara e di-
stinta, nella quale si orienta. L’evento nel suo effettuarsi può essere
chiaro ed evidente, in ogni suo momento, per colui che partecipa
al suo atto. Ciò significa che egli lo comprende logicamente? Vale a
dire, che gli sarebbero chiari solo gli aspetti e i rapporti universali
trascrivibili sotto forma di concetti? No, egli vede chiaramente sia
le persone individuali, uniche, che egli ama, sia il cielo e la terra, e
questi alberi <9 parole illegg.>, e il tempo; e simultaneamente gli
è dato il valore, concretamente e realmente affermato, di queste
persone, di questi oggetti, di cui intuisce la loro vita intima e i
desideri; e gli è chiaro anche il senso reale e il senso di ciò che è
dovuto riguardo alle relazioni reciproche tra se, queste persone,
questi oggetti – la verità (pravda) di un determinato stato di cose –
nonché il suo dovere inerente all’atto, non la legge astratta dell’at-
to, ma il reale concreto dovere, condizionato dal posto che lui solo
occupa nel contesto dato dell’evento. E tutti questi momenti, che
compongono l’evento nel suo insieme, sono a lui dati e posti come
compito in un’unica luce, in un’una e unica coscienza responsabile,
e si realizzano nell’atto responsabile unificante e singolare. E que-
sto evento nel suo insieme non si può trascrivere in termini teori-
ci, per non perderne il senso stesso del suo carattere di evento, il
senso di ciò che precisamente l’atto sa in maniera responsabile e il
rapporto a cui si orienta. Sarebbe inesatto credere che questa verità
concreta dell’atto, che colui che agisce nell’atto singolare dell’azio-
ne responsabile vede, sente, esperisce e comprende, sia ineffabile,
che la si possa soltanto, in qualche modo, esperire nel momento
88 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜ ɦɨɦɟɧɬ ɩɨɫɬɭɩɥɟɧɢɹ ɧɨ ɧɟɥɶɡɹ ɨɬɱɟɬɥɢɜɨ ɢ ɹɫɧɨ ɜɵɫɤɚɡɚɬɶ


ə ɩɨɥɚɝɚɸ ɱɬɨ ɹɡɵɤ ɝɨɪɚɡɞɨ ɛɨɥɟɟ ɩɪɢɫɩɨɫɨɛɥɟɧ ɜɵɫɤɚɡɵɜɚɬɶ
ɢɦɟɧɧɨɟɟɚɧɟɨɬɜɥɟɱɟɧɧɵɣɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣɦɨɦɟɧɬɜɟɝɨɱɢɫɬɨɬɟ
Ɉɬɜɥɟɱɟɧɧɨɟɜɫɜɨɟɣɱɢɫɬɨɬɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɧɟɫɤɚɡɭɟɦɨɜɫɹɤɨɟ
ɜɵɪɚɠɟɧɢɟɞɥɹɱɢɫɬɨɝɨɫɦɵɫɥɚɫɥɢɲɤɨɦɤɨɧɤɪɟɬɧɨɢɫɤɚɠɚɟɬɢ
ɡɚɦɭɬɧɹɟɬ ɟɝɨ ɫɦɵɫɥɨɜɭɸ ɜ ɫɟɛɟ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶ ɢ ɱɢɫɬɨɬɭ ɉɨɷɬɨ-
ɦɭɦɵɧɢɤɨɝɞɚɧɟɛɟɪɟɦɜɵɪɚɠɟɧɢɟɜɨɜɫɟɣɟɝɨɩɨɥɧɨɬɟɩɪɢɚɛ-
ɫɬɪɚɤɬɧɨɦɦɵɲɥɟɧɢɢ
əɡɵɤɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɜɵɪɚɫɬɚɥɜɭɫɥɭɠɟɧɢɢɭɱɚɫɬɧɨɝɨɦɵɲɥɟ-
ɧɢɹɢɩɨɫɬɭɩɤɚɢɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɦɭɦɵɲɥɟɧɢɸɨɧɧɚɱɢɧɚɟɬɫɥɭɠɢɬɶ
ɥɢɲɶ ɜ ɫɟɝɨɞɧɹɲɧɢɣ ɞɟɧɶ ɫɜɨɟɣ ɢɫɬɨɪɢɢ Ⱦɥɹ ɜɵɪɚɠɟɧɢɹ ɩɨ-
ɫɬɭɩɤɚɢɡɧɭɬɪɢɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɜɤɨɬɨɪɨɦɫɜɟɪ-
ɲɚɟɬɫɹɩɨɫɬɭɩɨɤɧɭɠɧɚɜɫɹɩɨɥɧɨɬɚɫɥɨɜɚɢɟɝɨɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨ
ɫɦɵɫɥɨɜɚɹ ɫɬɨɪɨɧɚ ɫɥɨɜɨɩɨɧɹɬɢɟ  ɢ ɧɚɝɥɹɞɧɨɜɵɪɚɡɢɬɟɥɶɧɚɹ
ɫɥɨɜɨɨɛɪɚɡ ɢɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɚɹ ɢɧɬɨɧɚɰɢɹɫɥɨɜɚ ɜɢɯ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɂɜɨ!ɜɫɟɯɷɬɢɯɦɨɦɟɧɬɚɯɟɞɢɧɨɟɩɨɥɧɨɟɫɥɨɜɨɦɨ-
ɠɟɬɛɵɬɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɡɧɚɱɢɦɵɦ²ɩɪɚɜɞɨɣɚɧɟɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɨ
ɫɥɭɱɚɣɧɵɦ ɇɟ ɫɥɟɞɭɟɬ ɤɨɧɟɱɧɨ ɩɪɟɭɜɟɥɢɱɢɜɚɬɶ ɫɢɥɭ ɹɡɵɤɚ
ɟɞɢɧɨɟɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟɢɩɨɫɬɭɩɨɤɟɦɭɩɪɢɱɚɫɬ-
ɧɵɣɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɜɵɪɚɡɢɦɵɧɨɮɚɤɬɢɱɟɫɤɢɷɬɨɨɱɟɧɶɬɪɭɞɧɚɹ
ɡɚɞɚɱɚɢɩɨɥɧɚɹɚɞɟɤɜɚɬɧɨɫɬɶɧɟɞɨɫɬɢɠɢɦɚɧɨɜɫɟɝɞɚɡɚɞɚɧɚ
Ɉɬɫɸɞɚ ɹɫɧɨ ɱɬɨ ɩɟɪɜɚɹ ɮɢɥɨɫɨɮɢɹ ɩɵɬɚɸɳɚɹɫɹ ɜɫɤɪɵɬɶ
ɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟɤɚɤɟɝɨɡɧɚɟɬɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɧɟɦɢɪ
ɫɨɡɞɚɜɚɟɦɵɣ ɩɨɫɬɭɩɤɨɦ ɚ ɬɨɬ ɜ ɤɨɬɨɪɨɦ ɨɧ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ ɫɟɛɹ
ɨɫɨɡɧɚɟɬɢɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɧɟɦɨɠɟɬɫɬɪɨɢɬɶɨɛɳɢɯɩɨɧɹɬɢɣɩɨɥɨ-
ɠɟɧɢɣɢɡɚɤɨɧɨɜɨɛɷɬɨɦɦɢɪɟ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɚɛɫɬɪɚɤɬɧɚɹɱɢɫɬɨ-
ɬɚɩɨɫɬɭɩɤɚ ɧɨɦɨɠɟɬɛɵɬɶɬɨɥɶɤɨɨɩɢɫɚɧɢɟɦɮɟɧɨɦɟɧɨɥɨɝɢɟɣ
ɷɬɨɝɨɦɢɪɚɩɨɫɬɭɩɤɚɋɨɛɵɬɢɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɬɨɥɶɤɨɭɱɚɫɬɧɨɨɩɢ-
ɫɚɧɨɇɨɷɬɨɬɦɢɪɫɨɛɵɬɢɟɧɟɟɫɬɶɦɢɪɛɵɬɢɹɬɨɥɶɤɨɞɚɧɧɨɫɬɢ
ɧɢɨɞɢɧɩɪɟɞɦɟɬɧɢɨɞɧɨɨɬɧɨɲɟɧɢɟɧɟɞɚɧɨɡɞɟɫɶɤɚɤɩɪɨɫɬɨ
ɞɚɧɧɨɟɩɪɨɫɬɨɫɩɥɨɲɶɧɚɥɢɱɧɨɟɧɨɜɫɟɝɞɚɞɚɧɚɫɜɹɡɚɧɧɚɹɫɧɢɦ
ɡɚɞɚɧɧɨɫɬɶɞɨɥɠɧɨɠɟɥɚɬɟɥɶɧɨɉɪɟɞɦɟɬɚɛɫɨɥɸɬɧɨɢɧɞɢɮɮɟ-
ɪɟɧɬɧɵɣɫɩɥɨɲɶɝɨɬɨɜɵɣɧɟɦɨɠɟɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɨɫɨɡɧɚɜɚɬɶɫɹ
ɩɟɪɟɠɢɜɚɬɶɫɹɩɟɪɟɠɢɜɚɹɩɪɟɞɦɟɬɹɬɟɦɫɚɦɵɦɱɬɨɬɨɜɵɩɨɥɧɹɸ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 89

in cui si agisce, ma che non sia possibile esprimerla in maniera


chiara e distinta. Ritengo che il linguaggio sia molto più adatto a
esprimere esattamente quella verità di quanto lo sia riguardo all’a-
spetto logico astratto nella sua purezza. Nella sua purezza, ciò che
è astratto, è davvero ineffabile: ogni espressione è troppo concreta
per il senso puro, ne deforma e offusca la validità e la purezza di
senso in sé. Per questo nel pensiero astratto non prendiamo mai
un’espressione in tutta la sua pienezza.
Storicamente il linguaggio si è sviluppato al servizio del pensie-
ro partecipe e dell’atto, e soltanto nei tempi recenti della sua storia
ha cominciato a servire il pensiero astratto. L’espressione dell’atto a
partire dall’interno e l’espressione dell’esistere-evento singolare nel
quale si compie l’atto richiedono l’intera pienezza della parola: cioè
sia il suo aspetto di contenuto-senso (la parola-concetto), sia quello
emotivo-volitivo (l’intonazione della parola), nella loro unità. E in
tutti questi momenti la parola piena e unica può essere responsa-
bilmente significativa: può essere la verità (pravda), e non solo qual-
cosa di soggettivo e fortuito. Certo, non bisogna sopravvalutare
il potere del linguaggio: l’esistere-evento irripetibile e singolare e
l’atto che vi partecipa sono, in linea di principio, esprimibili, ma di
fatto si tratta di un compito assai difficile, e una piena adeguazione
è fuori portata, anche se resta sempre come fine.
Da ciò risulta chiaro che la filosofia prima, che cerca di acco-
starsi all’esistere-evento come lo conosce l’atto responsabile – cioè
non il mondo creato dall’atto, ma quello in cui l’atto è consapevo-
le di sé e si compie in maniera responsabile – non può costruire
concetti universali, proposizioni e leggi generali su questo mondo
(cosa che riguarda l’atto nella sua purezza teorico-astratta), ma può
essere soltanto una descrizione, una fenomenologia di tale mondo
dell’atto. Un evento può essere descritto solo in modo partecipe.
Ma questo mondo-evento non è solamente il mondo dell’esiste-
re, della datità; nessun oggetto, nessun rapporto è dato qui come
semplicemente dato, come semplicemente, totalmente, presente; è
sempre dato insieme a qualcosa da fare, da compiere, cui esso è
legato: si deve…, è desiderabile…. Un oggetto assolutamente in-
differente, totalmente ovvio, non potrebbe divenire qualcosa di
realmente riconosciuto, di effettivamente esperito25: quando ho
esperienza diretta di un oggetto, vuol dire che con ciò stesso sto
facendo qualcosa in rapporto ad esso, esso rientra nel rapporto
90 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɧɟɦɭɨɧɜɫɬɭɩɚɟɬɜɨɬɧɨɲɟɧɢɟɫɡɚɞɚɧɧɨɫɬɶɸ
ɪɚɫɬɟɬɜɧɟɣɜɦɨɟɦɨɬɧɨɲɟɧɢɢɤɧɟɦɭɉɟɪɟɠɢɜɚɬɶɱɢɫɬɭɸɞɚɧ-
ɧɨɫɬɶ ɧɟɥɶɡɹ ɉɨɫɤɨɥɶɤɭ ɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɩɟɪɟɠɢɜɚɸ ɩɪɟɞɦɟɬ
ɯɨɬɹɛɵɩɟɪɟɠɢɜɚɸɦɵɫɥɸɨɧɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɦɟɧɹɸɳɢɦɫɹɦɨɦɟɧ-
ɬɨɦ ɫɜɟɪɲɚɸɳɟɝɨɫɹ ɫɨɛɵɬɢɹ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹɦɵɲɥɟɧɢɹ ɟɝɨ ɬ ɟ
ɨɛɪɟɬɚɟɬɡɚɞɚɧɧɨɫɬɶɬɨɱɧɟɟɞɚɧɜɧɟɤɨɬɨɪɨɦɫɨɛɵɬɢɣɧɨɦɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɝɞɟɧɟɪɚɡɞɟɥɢɦɵɦɨɦɟɧɬɵɡɚɞɚɧɧɨɫɬɢɢɞɚɧɧɨɫɬɢɛɵɬɢɹɢ
ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹɛɵɬɢɹɢɰɟɧɧɨɫɬɢȼɫɟɷɬɢɨɬɜɥɟɱɟɧɧɵɟɤɚɬɟ-
ɝɨɪɢɢɹɜɥɹɸɬɫɹɡɞɟɫɶɦɨɦɟɧɬɚɦɢɧɟɤɨɟɝɨɠɢɜɨɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨ
ɧɚɝɥɹɞɧɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɰɟɥɨɝɨ²ɫɨɛɵɬɢɹɌɚɤɢɠɢɜɨɟɫɥɨ-
ɜɨɩɨɥɧɨɟɫɥɨɜɨɧɟɡɧɚɟɬɫɩɥɨɲɶɞɚɧɧɨɝɨɩɪɟɞɦɟɬɚɭɠɟɬɟɦɱɬɨ
ɹɡɚɝɨɜɨɪɢɥɨɧɟɦɹɫɬɚɥɤɧɟɦɭɜɧɟɤɨɬɨɪɨɟɧɟɢɧɞɢɮɮɟɪɟɧɬɧɨɟ
ɚɡɚɢɧɬɟɪɟɫɨɜɚɧɧɨɞɟɣɫɬɜɟɧɧɨɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟɩɨɷɬɨɦɭɬɨɫɥɨɜɨɧɟ
ɬɨɥɶɤɨɨɛɨɡɧɚɱɚɟɬɩɪɟɞɦɟɬɤɚɤɧɟɤɨɬɨɪɭɸɧɚɥɢɱɧɨɫɬɶɧɨɫɜɨɟɣ
ɢɧɬɨɧɚɰɢɟɣ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɩɪɨɢɡɧɟɫɟɧɧɨɟ ɫɥɨɜɨ ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɧɟ
ɢɧɬɨɧɢɪɨɜɚɬɶɫɹ ɢɧɬɨɧɚɰɢɹ ɜɵɬɟɤɚɟɬ ɢɡ ɫɚɦɨɝɨ ɮɚɤɬɚ ɟɝɨ ɩɪɨ-
ɢɡɧɟɫɟɧɢɹ ɜɵɪɚɠɚɟɬɢɦɨɟɰɟɧɧɨɫɬɧɨɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟɤɩɪɟɞɦɟɬɭ
ɠɟɥɚɬɟɥɶɧɨɟɢɧɟɠɟɥɚɬɟɥɶɧɨɟɜɧɟɦɢɷɬɢɦɩɪɢɜɨɞɢɬɟɝɨɜɞɜɢ-
ɠɟɧɢɟɩɨɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɸɷɚɞɚɧɧɨɫɬɢɟɝɨɞɟɥɚɟɬɦɨɦɟɧɬɨɦɠɢɜɨɣ
ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢ ȼɫɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɟ ɩɟɪɟɠɢɜɚɟɬɫɹ
ɤɚɤ ɞɚɧɧɨɫɬɶɡɚɞɚɧɧɨɫɬɶ ɢɧɬɨɧɢɪɭɟɬɫɹ ɢɦɟɟɬ ɡɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨ
ɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧɜɫɬɭɩɚɟɬɜɞɟɣɫɬɜɟɧɧɨɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟɤɨɦɧɟɜɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɨɛɴɟɦɥɸɳɟɣɧɚɫɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢ>ɤɚɜɬɨɪɭɫɨɡɟɪɰɚɬɟɥɸ²ɢ
ɝɟɪɨɸ ɜ ɨɬɧɨɲɟɧɢɟ ɹ ɡɚɧɢɦɚɸ ɩɨɡɢɰɢɸ ɢ ɝɟɪɨɣ ɡɚɧɢɦɚɟɬ ɩɨ-
ɡɢɰɢɸ@ ɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɬɨɧ ² ɧɟɨɬɴɟɦɥɟɦɵɣ ɦɨɦɟɧɬ
ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɞɚɠɟ ɫɚɦɨɣ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɣ ɦɵɫɥɢ ɩɨɫɤɨɥɶɤɭ ɹ ɟɟ ɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɵɫɥɸɬɟɩɨɫɤɨɥɶɤɭɨɧɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɨɫɭɳɟɫɬ-
ɜɥɹɟɬɫɹ ɜ ɛɵɬɢɢ ɩɪɢɨɛɳɚɟɬɫɹ ɤ ɫɨɛɵɬɢɸ ȼɫɟ ɫ ɱɟɦ ɹ ɢɦɟɸ
ɞɟɥɨɞɚɧɨɦɧɟɜɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦɬɨɧɟɢɛɨɜɫɟɞɚɧɨɦɧɟ
ɤɚɤɦɨɦɟɧɬɫɨɛɵɬɢɹɜɤɨɬɨɪɨɦɹɭɱɚɫɬɟɧɉɨɫɤɨɥɶɤɭɹɩɨɦɵɫɥɢɥ
ɩɪɟɞɦɟɬɹɜɫɬɭɩɢɥɫɧɢɦɜɫɨɛɵɬɢɣɧɨɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟɉɪɟɞɦɟɬɧɟ-
ɨɬɞɟɥɢɦɨɬɫɜɨɟɣɮɭɧɤɰɢɢɜɫɨɛɵɬɢɢɜɟɝɨɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɨɦɧɨɣ
ɇɨɷɬɚɮɭɧɤɰɢɹɩɪɟɞɦɟɬɚɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɚɫɨɛɴɟɦɥɸɳɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɝɨ ɫɨɛɵɬɢɹ ɟɫɬɶ ɟɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹ ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɚɹ ɰɟɧ-
ɧɨɫɬɶɬɟɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧɟɝɨ
ɉɨɫɤɨɥɶɤɭɦɵɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɪɚɡɞɟɥɹɟɦɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 91

con qualcosa che mi pongo come compito, acquista spessore nella


mia relazione con esso. Non si può vivere l’esperienza di una da-
tità pura. Nel momento in cui realmente vivo l’esperienza di un
oggetto – anche se lo penso soltanto – esso diventa un momento
dinamico di quell’evento in corso che è il mio pensarlo-esperirlo;
esso acquista, cioè, il carattere di qualcosa che si sta compiendo,
o, più precisamente, esso mi è dato nell’ambito dell’evento nella
sua unità, di cui sono momenti inscindibili ciò che è dato e ciò che
è da compiersi, ciò che è e ciò che deve essere, il fatto e il valore.
Tutte queste categorie astratte risultano qui come i momenti di
un’unità viva, concretamente tangibile, singolare: l’evento. Analo-
gamente, anche la parola viva, la parola piena, non ha a che fare
con l’oggetto interamente dato: per il semplice fatto che ho iniziato
a parlare di esso, sono entrato con esso in un rapporto che non è
indifferente ma è interessato-affettivo, e per questo la parola non
solo denota un oggetto come in qualche modo presente, ma con la
sua intonazione (una parola realmente pronunciata non può evitare
di essere intonata, l’intonazione è inerente al fatto stesso dell’essere
pronunciata) esprime anche il mio atteggiamento valutativo riguar-
do all’oggetto – ciò che in esso vi è di desiderabile e di non desi-
derabile – e, con ciò stesso, gli conferisce un movimento verso ciò
che si deve fare di esso, lo rende momento di un evento vivo. Tutto
ciò che è rientra nella viva esperienza viene esperito come qualcosa
che riguarda insieme il dato e il da farsi, riceve un’intonazione,
possiede un tono emotivo-volitivo, entra in un rapporto affettivo
con me nell’unità dell’evento che ci abbraccia [entra in relazione
con l’autore-osservatore – e con l’eroe; io occupo una posizione e
l’eroe un’altra]. Il tono emotivo-volitivo è un momento imprescin-
dibile dell’atto, perfino del pensiero più astratto in quanto mio
pensiero realmente pensato, cioè in quanto esso realmente viene
ad esistere, si incorpora nell’evento. Tutto ciò con cui io ho a che
fare mi è dato in un certo tono emotivo-volitivo, giacché tutto mi
è dato come momento dell’evento del quale io sono partecipe. In
quanto ho pensato un oggetto, sono entrato con esso in un rappor-
to evenziale. Nella sua correlazione con me, l’oggetto è inscindibi-
le dalla sua funzione nell’evento. Ma questa funzione dell’oggetto
nell’unità dell’evento reale che ci abbraccia è il suo valore reale,
affermato, vale a dire il suo tono emotivo-volitivo.
In quanto separiamo astrattamente il contenuto dell’esperien-
92 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɬɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɩɪɟɞɫɬɚɜɥɹɟɬɫɹ
ɧɚɦɚɛɫɨɥɸɬɧɨɢɧɞɢɮɮɟɪɟɧɬɧɵɦɤɰɟɧɧɨɫɬɢɤɚɤɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ
ɢɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɨɣɞɚɠɟɦɵɫɥɶɨɰɟɧɧɨɫɬɢɦɨɠɧɨɨɬɞɟɥɹɬɶɨɬɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɨɰɟɧɤɢ ɨɬɧɨɲɟɧɢɟ ɤ ɰɟɧɧɨɫɬɢ Ɋɢɤɤɟɪɬɚ  ɇɨ ɜɟɞɶ
ɬɨɥɶɤɨɜɫɟɛɟɡɧɚɱɢɦɨɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹɦɵɫ-
ɥɢɱɬɨɛɵɫɬɚɬɶɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɧɵɦɢɩɪɢɨɛɳɟɧɧɵɦ
ɷɬɢɦɤɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɦɭɛɵɬɢɸɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹɞɨɥɠɧɨ
ɜɫɬɭɩɢɬɶɜɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɭɸɫɜɹɡɶɫɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɨɰɟɧɤɨɣɬɨɥɶɤɨ
ɤɚɤɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹɰɟɧɧɨɫɬɶɨɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɟɬɫɹɦɧɨɸɦɵɫɥɢɬɫɹ
ɬ ɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɚɤɬɢɜɧɨ ɦɵɫɥɢɦɨ ɜ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦ
ɬɨɧɟ ȼɟɞɶ ɨɧɨ ɧɟ ɩɚɞɚɟɬ ɜ ɦɨɸ ɝɨɥɨɜɭ ɫɥɭɱɚɣɧɨ ɤɚɤ ɦɟɬɟɨɪ ɢɡ
ɞɪɭɝɨɝɨɦɢɪɚɨɫɬɚɜɚɹɫɶɬɚɦɡɚɦɤɧɭɬɵɦɢɧɟɩɪɨɧɢɰɚɟɦɵɦɨɫɤɨɥ-
ɤɨɦɧɟɜɩɥɟɬɟɧɧɵɦɜɟɞɢɧɭɸɬɤɚɧɶɦɨɟɝɨɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɝɨ
ɞɟɣɫɬɜɟɧɧɨɠɢɜɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹ ɤɚɤ ɟɝɨ ɫɭɳɟɫɬɜɟɧ-
ɧɵɣɦɨɦɟɧɬɇɢɨɞɧɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɧɟɛɵɥɨɛɵɪɟɚɥɢɡɨɜɚɧɨɧɢɨɞɧɚ
ɦɵɫɥɶɧɟɛɵɥɚɛɵɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɩɨɦɵɫɥɟɧɚɟɫɥɢɛɵɧɟɭɫɬɚɧɚɜ-
ɥɢɜɚɥɚɫɶɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɚɹɫɜɹɡɶɦɟɠɞɭɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɢɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶ-
ɧɨɜɨɥɟɜɵɦɬɨɧɨɦɟɝɨɬɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɨɣɟɝɨɰɟɧ-
ɧɨɫɬɶɸ ɞɥɹ ɦɵɫɥɹɳɟɝɨ Ⱥɤɬɢɜɧɨ ɩɟɪɟɠɢɜɚɬɶ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟ ɦɵɫ-
ɥɢɬɶɦɵɫɥɶ²ɡɧɚɱɢɬɧɟɛɵɬɶɤɧɟɦɭɚɛɫɨɥɸɬɧɨɢɧɞɢɮɮɟɪɟɧɬɧɵɦ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦ ɨɛɪɚɡɨɦ ɭɬɜɟɪɠɞɚɬɶ ɟɝɨ Ⱦɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ
ɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɟɦɵɲɥɟɧɢɟɟɫɬɶɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɟɦɵɲɥɟɧɢɟ
ɢɧɬɨɧɢɪɭɸɳɟɟɦɵɲɥɟɧɢɟɢɷɬɚɢɧɬɨɧɚɰɢɹɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɩɪɨɧɢɤɚ-
ɟɬɢɜɫɟɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵɦɵɫɥɢɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ
ɬɨɧ ɨɛɬɟɤɚɟɬ ɜɫɟ ɫɦɵɫɥɨɜɨɟ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɦɵɫɥɢ ɜ ɩɨɫɬɭɩɤɟ ɢ ɨɬ-
ɧɨɫɢɬɟɝɨɤɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸɂɦɟɧɧɨɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶ-
ɧɨɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧɨɪɢɟɧɬɢɪɭɟɬɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɛɵɬɢɢɨɪɢɟɧɬɢɪɭɟɬ
ɜ ɧɟɦ ɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɭɬɜɟɪɠɞɚɟɬ ɫɦɵɫɥɨɜɨɟ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ Ⱦɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɝɨɢɟɫɬɶɟɝɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɟ
ɜɤɥɸɱɟɧɢɟɩɪɢɨɛɳɟɧɢɟɟɞɢɧɨɦɭɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸȼɫɟɛɟɢɫɬɢɧɚ
ɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɞɥɹɧɟɝɨɢɫɬɢɧɨɣ>ɉɨɧɢɦɚɧɢɟɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨ-
ɝɨ ɧɟ ɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɟ Ɍɟɪɦɢɧɵ ɋɢɫɬɟɦɚ ɨɰɟɧɤɢ ɢɥɢ ɨɬɧɨɲɟ-
ɧɢɟ ɤ ɰɟɧɧɨɫɬɢ  ɜ ɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɨɣ ɤɨɦɩɨɡɢɰɢɢ "! ɢ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢ-
ɤɟɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɶɨɰɟɧɤɢɋɢɫɬɟɦɚɨɰɟɧɤɢɚɜɬɨɪɚɞɨɥɠɧɚɛɵɬɶ
ɩɨɡɢɰɢɟɣ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɣ ɧɟ ɜɵɯɨɞɢɬɶ ɡɚ ɩɪɟɞɟɥɵ ɛɵɬɢɹ@.
ɇɨɦɨɠɧɨɩɵɬɚɬɶɫɹɭɬɜɟɪɠɞɚɬɶɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɫɥɭɱɚɣ-
ɧɨɫɬɶ ɫɜɹɡɢ ɦɟɠɞɭ ɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɸ ɫɦɵɫɥɨɜɨɝɨ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ ɢ ɟɝɨ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦ ɬɨɧɨɦ ɞɥɹ ɚɤɬɢɜɧɨ ɦɵɫɥɹɳɟɝɨ Ɋɚɡɜɟ
ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɞɜɢɠɭɳɟɣ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɫɢɥɨɣ ɦɨɟɝɨ
ɚɤɬɢɜɧɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹ ɫɥɚɜɨɥɸɛɢɟ ɢɥɢ ɷɥɟɦɟɧɬɚɪɧɚɹ ɠɚɞɧɨɫɬɶ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 93

za diretta dal suo reale esperire, il contenuto ci si presenta come


assolutamente indifferente rispetto al valore in quanto valore reale
e affermato; perfino un pensiero sul valore può essere separato
da una valutazione reale (posizione di Rickert riguardo al valo-
re). Tuttavia, per divenire realmente attuato e incorporato con ciò
all’essere storico della conoscenza reale, il contenuto valido in sé
di una possibile esperienza vissuta (di un pensiero) deve entra-
re in un legame essenziale con la valutazione effettiva; solo come
valore effettivo esso viene da me esperito (pensato), è cioè dav-
vero pensabile attivamente in tono emotivo-volitivo. Infatti esso
non cade nella mia testa per caso, come una meteora da un altro
mondo, rimanendovi chiuso e impenetrabile, senza intrecciarsi
nella tela unica del mio vivo pensare-esperire emotivo-volitivo co-
me suo momento essenziale. Nessun contenuto sarebbe realizzato,
nessun pensiero sarebbe realmente pensato, se non si stabilisse il
legame essenziale tra il contenuto e il suo tono emotivo-volitivo,
cioè il suo valore realmente affermato per colui che pensa. Vivere
un’esperienza, pensare un pensiero, vuol dire non essere nei suoi
confronti assolutamente indifferente, vuol dire affermarlo in modo
emotivo-volitivo. Il reale pensiero che agisce è pensiero emotivo-
volitivo, è pensiero che intona, e tale intonazione penetra in manie-
ra essenziale in tutti i momenti contenutistici del pensiero. Il tono
emotivo-volitivo avvolge l’intero contenuto di senso del pensiero
nell’azione e lo riferisce all’esistere-evento singolare. È proprio il
tono emotivo-volitivo a orientare nell’esistere singolare, a orientare
e affermare realmente il contenuto-senso. L’esperienza 26 reale di
un vissuto possibile è precisamente il suo inserimento, la sua messa
in comunione con l’esistere-evento singolare. La verità (istina) in
sé deve diventare verità per me. [La comprensione dell’elemento
emotivo-volitivo non deve essere psicologica. I termini. Il sistema
di valutazione (o il rapporto al valore) nella composizione <?> in
prosa e la sua architettonica, il carattere di evento della valutazio-
ne. Il sistema di valutazione dell’autore deve essere una posizione
architettonica, non deve uscire dai limiti dell’esistere].
Si può tuttavia cercare di affermare che il legame tra la validità
del contenuto di senso e il suo tono emotivo-volitivo sia inessen-
ziale, casuale, per colui che pensa attivamente. Davvero non è pos-
sibile che forza motrice emotivo-volitiva del mio pensiero attivo
sia semplicemente la brama di gloria o una bramosia elementa-
94 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɚɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɷɬɢɯɦɵɫɥɟɣɨɬɜɥɟɱɟɧɧɵɟɝɧɨɫɟɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɟɩɨ-
ɫɬɪɨɟɧɢɹ"Ɋɚɡɜɟɧɟɧɨɫɢɬɨɞɧɚɢɬɚɠɟɦɵɫɥɶɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɪɚɡ-
ɧɵɟ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɟ ɨɤɪɚɫɤɢ ɜ ɪɚɡɥɢɱɧɵɯ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɵɯɫɨɡɧɚɧɢɹɯɦɵɫɥɹɳɢɯɷɬɭɦɵɫɥɶɥɸɞɟɣ"Ɇɵɫɥɶɦɨɠɟɬɛɵɬɶ
ɜɩɥɟɬɟɧɚɜɬɤɚɧɶɦɨɟɝɨɠɢɜɨɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨ
ɜɨɥɟɜɨɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɩɨ ɫɨɨɛɪɚɠɟɧɢɹɦ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɩɨɫɬɨɪɨɧɧɢɦ
ɢ ɧɟ ɧɚɯɨɞɹɳɢɦɫɹ ɧɢ ɜ ɤɚɤɨɦ ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɦ ɨɬɧɨɲɟɧɢɢ ɤ ɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣ ɫɬɨɪɨɧɟ ɞɚɧɧɨɣ ɦɵɫɥɢ ɑɬɨ ɩɨɞɨɛɧɵɟ
ɮɚɤɬɵɜɨɡɦɨɠɧɵɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɢɦɟɸɬɦɟɫɬɨɧɟɩɨɞɥɟɠɢɬɫɨ-
ɦɧɟɧɢɸɇɨɦɨɠɧɨɥɢɨɬɫɸɞɚɞɟɥɚɬɶɜɵɜɨɞɨɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɣ
ɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɢ ɫɥɭɱɚɣɧɨɫɬɢ ɷɬɨɣ ɫɜɹɡɢ" ɗɬɨ ɡɧɚɱɢɥɨ ɛɵ
ɩɪɢɡɧɚɬɶɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɭɸɫɥɭɱɚɣɧɨɫɬɶɜɫɟɣɢɫɬɨɪɢɢɤɭɥɶɬɭɪɵ
ɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɟɸɫɨɡɞɚɧɧɨɦɭɦɢɪɭɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɡɧɚɱɢɦɨɝɨɫɨ-
ɞɟɪɠɚɧɢɹ Ɋɢɤɤɟɪɬɢɟɝɨɨɬɧɟɫɟɧɢɟɰɟɧɧɨɫɬɢɤɛɥɚɝɚɦ Ɍɚɤɭɸ
ɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɭɸ ɫɥɭɱɚɣɧɨɫɬɶ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɧɨɝɨ
ɫɦɵɫɥɚɟɞɜɚɥɢɤɬɨɧɢɛɭɞɶɫɬɚɥɛɵɭɬɜɟɪɠɞɚɬɶɞɨɤɨɧɰɚȼɫɨ-
ɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɮɢɥɨɫɨɮɢɢ ɤɭɥɶɬɭɪɵ ɫɨɜɟɪɲɚɟɬɫɹ ɩɨɩɵɬɤɚ ɭɫɬɚɧɨ-
ɜɢɬɶɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɭɸɫɜɹɡɶɧɨɢɡɧɭɬɪɢɦɢɪɚɤɭɥɶɬɭɪɵɄɭɥɶɬɭɪ-
ɧɵɟ ɰɟɧɧɨɫɬɢ ɫɭɬɶ ɫɚɦɨɰɟɧɧɨɫɬɢ ɢ ɠɢɜɨɦɭ ɫɨɡɧɚɧɢɸ ɞɨɥɠɧɨ
ɩɪɢɫɩɨɫɨɛɢɬɶɫɹɤɧɢɦɭɬɜɟɪɞɢɬɶɢɯɞɥɹɫɟɛɹɩɨɬɨɦɭɱɬɨɜɤɨ-
ɧɟɱɧɨɦɫɱɟɬɟɫɨɡɧɚɧɢɟ"!ɢɟɫɬɶɩɨɡɧɚɧɢɟɉɨɫɤɨɥɶɤɭɹɬɜɨɪɸ
ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɹɬɟɦɫɚɦɵɦɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɪɢɡɧɚɸɰɟɧɧɨɫɬɶɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɢ ɞɨɥɠɟɧ ɬɨɥɶɤɨ ɷɤɫɩɥɢɰɢɬɧɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɩɪɢ-
ɡɧɚɬɶɟɝɨɢɷɬɢɦɜɨɫɫɬɚɧɨɜɥɹɟɬɫɹɟɞɢɧɫɬɜɨɦɨɬɢɜɚɢɰɟɥɢɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɫɜɟɪɲɟɧɢɹ ɢ ɟɝɨ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɝɨ ɫɦɵɫɥɚ ɗɬɢɦ
ɩɭɬɟɦɠɢɜɨɟɫɨɡɧɚɧɢɟɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɤɭɥɶɬɭɪɧɵɦɚɤɭɥɶɬɭɪɧɨɟ²
ɜɨɩɥɨɳɚɟɬɫɹ ɜ ɠɢɜɨɦ ɑɟɥɨɜɟɤ ɨɞɧɚɠɞɵ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɭɬɜɟɪ-
ɞɢɥɜɫɟɤɭɥɶɬɭɪɧɵɟɰɟɧɧɨɫɬɢɢɬɟɩɟɪɶɹɜɥɹɟɬɫɹɫɜɹɡɚɧɧɵɦɢɦɢ
Ɍɚɤɜɥɚɫɬɶɧɚɪɨɞɚ ɩɨ Ƚɨɛɛɫɭ ɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹɟɬɫɹ ɥɢɲɶ ɨɞɧɚɠɞɵ ɜ
ɚɤɬɟ ɨɬɤɚɡɚ ɨɬ ɫɟɛɹ ɢ ɩɟɪɟɞɚɱɢ ɫɟɛɹ ɝɨɫɭɞɚɪɫɬɜɭ ɚ ɡɚɬɟɦ ɧɚɪɨɞ
ɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɪɚɛɨɦɫɜɨɟɝɨɫɜɨɛɨɞɧɨɝɨɪɟɲɟɧɢɹɉɪɚɤɬɢɱɟɫɤɢɷɬɨɬ
ɚɤɬɩɟɪɜɢɱɧɨɝɨɪɟɲɟɧɢɹɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɹɰɟɧɧɨɫɬɢɤɨɧɟɱɧɨɥɟɠɢɬ
ɡɚ ɝɪɚɧɢɰɟɣ ɤɚɠɞɨɝɨ ɠɢɜɨɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɜɫɹɤɨɟ ɠɢɜɨɟ ɫɨɡɧɚɧɢɟ
ɭɠɟɩɪɟɞɧɚɯɨɞɢɬɤɭɥɶɬɭɪɧɵɟɰɟɧɧɨɫɬɢɤɚɤɞɚɧɧɵɟɟɦɭɜɫɹɟɝɨ
ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɫɜɨɞɢɬɫɹɤɩɪɢɡɧɚɧɢɸɢɯɞɥɹɫɟɛɹɉɪɢɡɧɚɜɪɚɡɰɟɧ-
ɧɨɫɬɶ ɧɚɭɱɧɨɣ ɢɫɬɢɧɵ ɜɨ ɜɫɟɯ ɞɟɣɫɬɜɢɹɯ ɧɚɭɱɧɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹ
ɹ ɭɠɟ ɩɨɞɱɢɧɟɧ ɟɟ ɢɦɦɚɧɟɧɬɧɨɦɭ ɡɚɤɨɧɭ ɫɤɚɡɚɜɲɢɣ ɚ ɞɨɥɠɟɧ
ɫɤɚɡɚɬɶɢɜɢɫɢɬɚɤɜɟɫɶɚɥɮɚɜɢɬɄɬɨɫɤɚɡɚɥɪɚɡɞɨɥɠɟɧɫɤɚɡɚɬɶ
ɞɜɚ ɢɦɦɚɧɟɧɬɧɚɹ ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɫɬɶ ɪɹɞɚ ɟɝɨ ɜɥɟɱɟɬ ɡɚɤɨɧ ɪɹɞɚ 
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 95

re, mentre il contenuto di tali pensieri siano costruzioni gnoseo-


logiche astratte? Davvero uno stesso pensiero non ha sfumature
emotivo-volitive diverse nelle diverse coscienze reali di coloro che
pensano quello stesso pensiero? Un pensiero può essere intreccia-
to nella trama della mia viva coscienza reale emotivo-volitiva per
ragioni completamente estranee, che non abbiano alcun rapporto
necessario con l’aspetto di contenuto-senso del pensiero dato. Non
ci sono dubbi che simili fatti siano possibili e che davvero abbiano
luogo. Ma davvero di qui si può concludere che tale legame è per
principio inessenziale e fortuito? Ciò significherebbe riconoscere
che l’intera storia della cultura è per principio casuale in relazione
al mondo da essa creato – il mondo di un contenuto oggettivamen-
te valido (Rickert e il suo riferire il valore ai beni). Difficilmente
qualcuno persisterebbe nel sostenere fino all’estreme conseguenze
che il mondo del senso realmente realizzato sia fondamentalmente
il risultato di un caso. La contemporanea filosofia della cultura
tenta di stabilire un simile legame essenziale, ma dall’interno del
mondo della cultura. I valori culturali sono valori in se stessi, e una
coscienza viva deve adattarsi ad essi, affermarli per se stessa, per-
ché alla fin fine la creazione <?> è conoscenza. In quanto io creo
esteticamente, io con ciò stesso riconosco responsabilmente il va-
lore di ciò che è estetico, e l’unica cosa che devo fare è riconoscerlo
esplicitamente, realmente; con ciò si ricostituisce l’unità del motivo
e dello scopo, del reale compimento e del senso del suo contenuto.
Questa è la strada per cui una coscienza viva diventa coscienza cul-
turale, e una coscienza culturale si incarna in una coscienza viva.
Un tempo l’uomo ha affermato realmente tutti i valori culturali, ed
ora è legato ad essi. Così il potere del popolo, secondo Hobbes, si
realizza solo una volta, nell’atto della rinuncia a sé e della consegna
di sé allo Stato; da quel momento, il popolo diviene schiavo della
sua libera decisione. Praticamente, questo atto della decisione ori-
ginaria, dell’affermazione del valore, giace naturalmente al di là
dei confini di ogni coscienza viva, ogni coscienza viva trova i valori
culturali come già dati ad essa, tutta la sua attività si riduce a ri-
conoscerne la validità per sé. Una volta riconosciuto il valore della
verità scientifica in tutti gli atti del pensiero scientifico, io sono già
sottomesso alla sua legge immanente: chi dice a, deve dire b, c, e
così per l’intero alfabeto. Chi dice uno, deve dire due, la necessità
immanente della serie lo trascina (legge della serie). Il che significa
96 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɗɬɨ ɡɧɚɱɢɬ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ


ɬɨɧ ɦɨɝɭɬ ɨɛɪɟɫɬɢ ɫɜɨɟ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɬɨɥɶɤɨ ɜ ɟɞɢɧɫɬɜɟ ɤɭɥɶɬɭɪɵ
ɜɧɟ ɟɝɨ ɨɧɢ ɫɥɭɱɚɣɧɵ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ ɫɨɡɧɚɧɢɟ ɱɬɨɛɵ ɛɵɬɶ
ɟɞɢɧɵɦɞɨɥɠɧɨɨɬɪɚɡɢɬɶɜɫɟɛɟɫɢɫɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɤɭɥɶ-
ɬɭɪɵ ɫ ɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɭɸɳɢɦ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦ ɤɨɷɮɮɢɰɢɟɧ-
ɬɨɦ ɤɨɬɨɪɵɣ ɩɨ ɨɬɧɨɲɟɧɢɸ ɤ ɤɚɠɞɨɣ ɞɚɧɧɨɣ ɨɛɥɚɫɬɢ ɦɨɠɟɬ
ɛɵɬɶɩɪɨɫɬɨɜɵɧɟɫɟɧɡɚɫɤɨɛɤɭ
ɉɨɞɨɛɧɵɟɜɨɡɡɪɟɧɢɹɜɤɨɪɧɟɧɟɫɨɫɬɨɹɬɟɥɶɧɵɩɨɭɠɟɩɪɢɜɟ-
ɞɟɧɧɵɦɧɚɦɢɫɨɨɛɪɚɠɟɧɢɹɦɢɩɨɩɨɜɨɞɭɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹɗɦɨ-
ɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɬɨɧ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹ ɨɰɟɧɤɚ ɜɨɜɫɟ ɧɟ ɨɬɧɨ-
ɫɢɬɫɹɤɫɨɞɟɪɠɚɧɢɸɤɚɤɤɬɚɤɨɜɨɦɭɜɟɝɨɢɡɨɥɹɰɢɢɚɤɧɟɦɭɜ
ɟɝɨɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɨɦɧɨɣɜɨɛɴɟɦɥɸɳɟɦɧɚɫɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɫɨɛɵ-
ɬɢɢ ɛɵɬɢɹ ɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɟ ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟ ɨɛɪɟɬɚɟɬ ɫɜɨɣ
ɬɨɧɧɟɜɤɨɧɬɟɤɫɬɟɤɭɥɶɬɭɪɵɜɫɹɤɭɥɶɬɭɪɚɜɰɟɥɨɦɢɧɬɟɝɪɢɪɭɟɬɫɹ
ɜɟɞɢɧɨɦɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɠɢɡɧɢɤɨɬɨɪɨɣɹɩɪɢɱɚɫɬɟɧ
ɂɧɬɟɝɪɢɪɭɟɬɫɹ ɢ ɤɭɥɶɬɭɪɚ ɜ ɰɟɥɨɦ ɢ ɤɚɠɞɚɹ ɨɬɞɟɥɶɧɚɹ ɦɵɫɥɶ
ɤɚɠɞɵɣ ɨɬɞɟɥɶɧɵɣ ɩɪɨɞɭɤɬ ɠɢɜɨɝɨ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɜ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ
ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɫɨɛɵɬɢɣɧɨɝɨɦɵɲ-
ɥɟɧɢɹɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧɪɚɡɦɵɤɚɟɬɡɚɦɤɧɭɬɨɫɬɶɢɫɟɛɟ
ɞɨɜɥɟɧɢɟ ɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ ɦɵɫɥɢ ɩɪɢɨɛɳɚɟɬ ɟɝɨ ɟɞɢ-
ɧɨɦɭ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸ ȼɫɹɤɚɹ ɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɚɹ
ɰɟɧɧɨɫɬɶɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɡɧɚɱɢɦɨɣɬɨɥɶɤɨɜɢɧɞɢɜɢ-
ɞɭɚɥɶɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟ
ɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧɨɬɧɨɫɢɬɫɹɢɦɟɧɧɨɤɨɜɫɟɦɭɤɨɧ-
ɤɪɟɬɧɨɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɭ ɜ ɟɝɨ ɰɟɥɨɦ ɜɵɪɚɠɚɟɬ ɜɫɸ
ɩɨɥɧɨɬɭɫɨɫɬɨɹɧɢɹɫɨɛɵɬɢɹɜɞɚɧɧɵɣɦɨɦɟɧɬɜɟɝɨɞɚɧɧɨɫɬɢɡɚ-
ɞɚɧɧɨɫɬɢɢɡɦɟɧɹɤɚɤɟɝɨɞɨɥɠɧɨɝɨɭɱɚɫɬɧɢɤɚɉɨɷɬɨɦɭɨɧɧɟɦɨ-
ɠɟɬɛɵɬɶɢɡɨɥɢɪɨɜɚɧɜɵɞɟɥɟɧɢɡɟɞɢɧɨɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɤɨɧ-
ɬɟɤɫɬɚɠɢɜɨɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɤɚɤɨɬɧɨɫɹɳɢɣɫɹɤɨɬɞɟɥɶɧɨɦɭɩɪɟɞɦɟ-
ɬɭɤɚɤɤɬɚɤɨɜɨɦɭɷɬɨɧɟɟɫɬɶɨɛɳɚɹɨɰɟɧɤɚɩɪɟɞɦɟɬɚɧɟɡɚɜɢɫɢ-
ɦɨɨɬɬɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɤɨɧɬɟɤɫɬɚɜɤɨɬɨɪɨɦɨɧɦɧɟɜɞɚɧɧɵɣ
ɦɨɦɟɧɬɞɚɧɧɨɜɵɪɚɠɚɟɬɜɫɸɩɪɚɜɞɭɩɨɥɨɠɟɧɢɹɜɟɝɨɰɟɥɨɦɤɚɤ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɢɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɨɝɨɦɨɦɟɧɬɚɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢ
ɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɬɨɧ ɨɛɴɟɦɥɸɳɢɣ ɢ ɩɪɨɧɢɤɚɸɳɢɣ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟ ɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟ ɧɟ ɟɫɬɶ ɩɚɫɫɢɜɧɚɹ ɩɫɢɯɢɱɟɫɤɚɹ
ɪɟɚɤɰɢɹɚɧɟɤɚɹɞɨɥɠɧɚɹɭɫɬɚɧɨɜɤɚɫɨɡɧɚɧɢɹɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɡɧɚ-
ɱɢɦɚɹ ɢ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ ɚɤɬɢɜɧɚɹ ɗɬɨ ² ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ ɨɫɨɡɧɚɧ-
ɧɨɟɞɜɢɠɟɧɢɟɫɨɡɧɚɧɢɹɩɪɟɜɪɚɳɚɸɳɟɟɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɶɜɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɫɬɶɨɫɭɳɟɫɬɜɥɟɧɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɩɨɫɬɭɩɤɚɦɵɫɥɢɱɭɜɫɬɜɚ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 97

che l’esperire un’esperienza e il tono emotivo-volitivo possono ac-


quisire la loro unità solo nell’unità della cultura, e che al di fuori
di essa essi sono casuali; la coscienza reale, per essere una, deve
riflettere in sé l’unità sistematica della cultura con il rispettivo co-
efficiente emotivo-volitivo, che in relazione ad ogni dato dominio
non può che essere posto fuori parentesi.
Simili concezioni sono radicalmente inconsistenti per le stes-
se ragioni che già abbiamo esposto riguardo al dovere. Un tono
emotivo-volitivo, una valutazione reale non si riferiscono affatto
al contenuto in quanto tale nel suo isolamento, bensì ad esso nel-
la sua correlazione con me nell’evento singolare dell’esistere che
ci ingloba. Non è nel contesto della cultura che un’affermazione
emotivo-volitiva acquista il suo tono; tutta la cultura nel suo insie-
me viene integrata nell’unitario e singolare contesto della vita alla
quale io partecipo. Vengono integrati sia la cultura nel suo insieme,
sia ogni singolo pensiero, ogni singolo prodotto dell’atto vivo nel
contesto unitario e singolare del pensare come evento reale. Il to-
no emotivo-volitivo interrompe l’isolamento e l’autosufficienza del
contenuto possibile del pensiero, lo incorpora nell’unitario e sin-
golare esistere-evento. Ogni valore avente validità generale diviene
realmente valido solo in un contesto singolare.
Il tono emotivo-volitivo è precisamente in rapporto all’unità
singolare concreta nel suo insieme, esprime l’intera pienezza dello
stato-evento a un momento preciso, e lo esprime come ciò che è
dato ed è dato da compiere (dannost’-zadannost’) a partire dall’in-
terno di me in quanto partecipante a un imperativo. Pertanto esso
non può essere isolato, separato dall’unitario e singolare contesto
di una viva coscienza, come se si rapportasse a un particolare og-
getto in quanto tale; esso non è la valutazione generale di un ogget-
to indipendentemente da quel singolare contesto nel quale esso mi
è dato in quel momento, ma esprime l’intera verità della posizione
nel suo insieme, come momento unico e irripetibile di ciò che ha
carattere di evento.
Il tono emotivo-volitivo, che abbraccia e compenetra l’esiste-
re-evento singolare, non è una reazione psichica passiva, ma una
sorta di orientamento imperativo della coscienza, orientamen-
to moralmente valido e responsabilmente attivo. Si tratta di un
movimento della coscienza responsabilmente consapevole, che
trasforma una possibilità nella realtà di un atto effettuato, di un
98 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɠɟɥɚɧɢɹ ɢ ɩɪ ɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦ ɬɨɧɨɦ ɦɵ ɨɛɨɡɧɚɱɚɟɦ


ɢɦɟɧɧɨ ɦɨɦɟɧɬ ɦɨɟɣ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢ ɜ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɢ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟ
ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹ ɤɚɤ ɦɨɟɝɨ ɹ ɦɵɫɥɸ ² ɩɨɫɬɭɩɚɸ ɦɵɫɥɶɸ ɗɬɨɬ
ɬɟɪɦɢɧ ɭɩɨɬɪɟɛɥɹɟɦɵɣ ɜ ɷɫɬɟɬɢɤɟ ɢɦɟɟɬ ɬɚɦ ɛɨɥɟɟ ɩɚɫɫɢɜɧɨɟ
ɡɧɚɱɟɧɢɟ Ⱦɥɹ ɧɚɫ ɜɚɠɧɨ ɨɬɧɟɫɬɢ ɞɚɧɧɨɟ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟ ɤɨ ɦɧɟ
ɤɚɤɟɝɨɚɤɬɢɜɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɸɳɟɦɭɗɬɨɨɬɧɟɫɟɧɢɟɤɨɦɧɟɤɚɤɚɤ-
ɬɢɜɧɨɦɭɢɦɟɟɬɱɭɜɫɬɜɟɧɧɨɨɰɟɧɢɜɚɸɳɢɣɢɜɨɥɟɜɨɣ²ɫɜɟɪɲɚɟ-
ɦɵɣɯɚɪɚɤɬɟɪɢɜɬɨɠɟɜɪɟɦɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɪɚɰɢɨɧɚɥɶɧɨȼɫɟɷɬɢ
ɦɨɦɟɧɬɵɞɚɧɵɡɞɟɫɶɜɧɟɤɨɬɨɪɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɩɪɟɤɪɚɫɧɨɡɧɚɤɨɦɨɦ
ɤɚɠɞɨɦɭɩɟɪɟɠɢɜɚɜɲɟɦɭɦɵɫɥɶɫɜɨɸɱɭɜɫɬɜɨɫɜɨɟ²ɤɚɤɫɜɨɣ
ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɬɟɚɤɬɢɜɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɜɲɟɦɭɌɟɪɦɢɧ
ɩɫɢɯɨɥɨɝɢɢ ɤɨɬɨɪɚɹ ɪɨɤɨɜɵɦ ɞɥɹ ɧɟɟ ɨɛɪɚɡɨɦ ɨɪɢɟɧɬɢɪɨɜɚɧɚ
ɧɚɩɚɫɫɢɜɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɸɳɟɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚɧɟɞɨɥɠɟɧɡɞɟɫɶɜɜɨɞɢɬɶ
ɜɡɚɛɥɭɠɞɟɧɢɟɆɨɦɟɧɬɫɜɟɪɲɟɧɢɹɦɵɫɥɢɱɭɜɫɬɜɚɫɥɨɜɚɞɟɥɚ
ɟɫɬɶɚɤɬɢɜɧɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɚɹɭɫɬɚɧɨɜɤɚɦɨɹ²ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨ-
ɥɟɜɚɹɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɨɛɫɬɨɹɧɢɸɜɟɝɨɰɟɥɨɦɜɤɨɧɬɟɤɫɬɟɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɟɞɢɧɨɣɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɠɢɡɧɢ
ɑɬɨɷɬɨɬɚɤɬɢɜɧɵɣɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧɩɪɨɧɢɤɚɸɳɢɣ
ɜɫɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɟ ɨɬɪɚɠɚɟɬ ɜɫɸ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶ-
ɧɭɸɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɨɫɬɶɞɚɧɧɨɝɨɦɨɦɟɧɬɚɫɨɛɵɬɢɹɨɬɧɸɞɶɧɟɞɟɥɚ-
ɟɬɟɝɨɢɦɩɪɟɫɫɢɨɧɢɫɬɫɤɢɛɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɦɢɦɧɢɦɨɡɧɚɱɢɦɵɦ
Ɂɞɟɫɶɬɨɢɥɟɠɚɬɤɨɪɧɢɚɤɬɢɜɧɨɣɦɨɟɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɨɧɫɬɪɟ-
ɦɢɬɫɹɜɵɪɚɡɢɬɶɩɪɚɜɞɭɞɚɧɧɨɝɨɦɨɦɟɧɬɚɢɷɬɨɨɬɧɨɫɢɬɟɝɨɤɩɨ-
ɫɥɟɞɧɟɦɭɟɞɢɧɨɦɭɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɟɞɢɧɫɬɜɭ
ɉɟɱɚɥɶɧɨɟɧɟɞɨɪɚɡɭɦɟɧɢɟɧɚɫɥɟɞɢɟɪɚɰɢɨɧɚɥɢɡɦɚɱɬɨɩɪɚɜ-
ɞɚ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɬɨɥɶɤɨ ɢɫɬɢɧɨɣ ɫɥɚɝɚɸɳɟɣɫɹ ɢɡ ɨɛɳɢɯ ɦɨɦɟɧ-
ɬɨɜɱɬɨɩɪɚɜɞɚɩɨɥɨɠɟɧɢɹɟɫɬɶɢɦɟɧɧɨɩɨɜɬɨɪɢɦɨɟɢɩɨɫɬɨɹɧ-
ɧɨɟɜɧɟɦɩɪɢɱɟɦɨɛɳɟɟɢɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ ɥɨɝɢ-
ɱɟɫɤɢ ɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟ  ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɚɹ ɠɟ ɩɪɚɜɞɚ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧ-
ɧɨɛɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɚ ɬ ɟ ɢɡɨɥɢɪɭɟɬ ɞɚɧɧɭɸ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɫɬɶ
ɗɬɨɩɪɢɜɨɞɢɬɜɦɚɬɟɪɢɚɥɢɡɦɟɤɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭɟɞɢɧɫɬɜɭɛɵɬɢɹ
ɷɬɨ ɤɚɤɨɣɬɨ ɭɫɬɨɣɱɢɜɵɣ ɫɟɛɟ ɪɚɜɧɵɣ ɢ ɩɨɫɬɨɹɧɧɵɣ ɫɭɛɫɬɪɚɬ
ɫɩɨɥɧɚ ɞɚɧɧɨɟ ɬɭɩɨɟ "! ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɢɥɢ ɤɚɤɨɣɬɨ ɫɟɛɟ ɪɚɜɧɵɣ
ɡɚɤɨɧ ɩɪɢɧɰɢɩ ɫɢɥɚ ȼ ɢɞɟɚɥɢɡɦɟ ² ɤ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭ ɟɞɢɧ-
ɫɬɜɭɫɨɡɧɚɧɢɹɹ²ɤɚɤɧɟɤɢɣɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɣɩɪɢɧɰɢɩɟɞɢɧɫɬɜɚ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 99

atto di pensiero, di sentimento, di desiderio, ecc. Con tono emo-


tivo-volitivo indichiamo esattamente il momento del mio essere
attivo nell’esperienza vissuta, l’esperire l’esperienza come mia: io
penso – agisco con il pensiero. Questa espressione è usata nell’e-
stetica ma possiede in essa un significato più passivo. Per noi è
importante riferire una data esperienza vissuta a me come a co-
lui che attivamente la vive. Questo rapportare l’esperienza a me
in quanto attivo ha un carattere valutativo-sensoriale e volitivo-
compitivo ed è, al tempo stesso, responsabilmente razionale. Tutti
questi momenti sono dati qui in una certa unità, perfettamente
nota a ciascuno nell’esperienza vissuta del suo proprio pensiero,
del suo proprio sentimento come proprio atto responsabile, cioè a
ciascuno che lo esperisca attivamente. Questa espressione ripresa
dalla psicologia che, fatalmente per essa, è orientata al soggetto
che esperisce passivamente, non deve qui indurre in errore. Il mo-
mento dell’attuazione del pensiero, del sentimento, della parola,
di una azione, è precisamente una mia disposizione attivamente
responsabile – emotivo-volitiva in rapporto alla situazione nel
suo insieme, nel contesto della mia vita reale, unitaria e singolare.
Il fatto che il tono emotivo-volitivo attivo, che penetra in tutto
ciò che è realmente vissuto, rifletta l’intera irripetibilità individuale
del momento dato dell’evento, non lo rende affatto impressioni-
sticamente irresponsabile e illusoriamente valido. Proprio qui si
trovano le radici della responsabilità attiva che è la mia; esso cerca
di esprimere la verità (pravda) del momento dato, il che lo rapporta
all’unità ultima una e singolare.
È un triste equivoco, eredità del razionalismo, ritenere che la
verità (pravda) possa essere solo la verità universale (istina) fatta
di momenti generali, e che, di conseguenza, la verità (pravda) di
una situazione consista esattamente in ciò che in essa c’è di ripro-
ducibile e permanente, ritenendo inoltre che ciò che è universale
e identico (logicamente identico) sia vero per principio, mentre
la verità individuale sia artistica e irresponsabile, cioè isoli una
data individualità 27. Nel materialismo28 ciò conduce all’unità te-
orica dell’essere: è una sorta di sostrato stabile, eguale a se stesso
e costante, una unità passiva <?> interamente data, o una leg-
ge, un principio, una forza, che permangono identici a se stessi.
Nell’idealismo, ciò conduce all’unità teorica della coscienza: io
sono una sorta di principio matematico unitario della serie del-
100 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɪɹɞɚɫɨɡɧɚɧɢɹɢɛɨɨɧɨɩɪɟɠɞɟɜɫɟɝɨɞɨɥɠɧɨɛɵɬɶɢɫɯɨɞɧɨɬɨɠɟ-
ɫɬɜɨɦɫɟɛɟɪɚɜɧɵɦɩɨɧɹɬɢɟɦȿɫɥɢɢɝɨɜɨɪɹɬɨɛɚɤɬɢɜɧɨɦɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɦ ɚɤɬɟ ɮɚɤɬ  ɬɨ ɜɫɟ ɠɟ ɢɦɟɸɬ ɜ ɜɢɞɭ ɟɝɨ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ
ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɫɟɛɟɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟ ɚɧɟɦɨɦɟɧɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ
ɞɟɣɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɜɟɪɲɟɧɢɹɚɤɬɚɇɨɛɭɞɟɬɥɢɷɬɨɟɞɢɧɫɬɜɨɩɪɢɧɰɢ-
ɩɢɚɥɶɧɵɦɟɞɢɧɫɬɜɨɦɛɵɬɢɹ²ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɟɫɟɛɟɪɚɜɟɧɫɬɜɨ
ɬɨɠɟɫɬɜɨɢɩɨɫɬɨɹɧɧɨɟɩɨɜɬɨɪɟɧɢɟɷɬɨɝɨɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɨɦɟɧɬɚ
ɩɪɢɧɰɢɩɪɹɞɚ ²ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɵɦɦɨɦɟɧɬɨɦɜɩɨɧɹɬɢɢɟɞɢɧɫɬɜɚ"
ɇɨɫɚɦɷɬɨɬɦɨɦɟɧɬ²ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɟɩɪɨɢɡɜɨɞɧɨɟɨɩɪɟɞɟɥɹɟɦɨɟ
ɭɠɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɦɟɞɢɧɫɬɜɨɦȼɷɬɨɦɫɦɵɫɥɟ
ɫɚɦɨɫɥɨɜɨɟɞɢɧɫɬɜɨɞɨɥɠɧɨɛɵɥɨɛɵɨɫɬɚɜɢɬɶɤɚɤɫɥɢɲɤɨɦɬɟ-
ɨɪɟɬɢɡɨɜɚɧɧɨɟɧɟɟɞɢɧɫɬɜɨɚɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɫɟɛɹɧɢɝɞɟɧɟɩɨ-
ɜɬɨɪɹɸɳɟɝɨɰɟɥɨɝɨɢɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɢɨɬɫɸɞɚɞɥɹɠɟɥɚɸ-
ɳɟɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦɵɫɥɢɬɶɷɬɨɰɟɥɨɟɢɫɤɥɸɱɚɟɬ"!ɤɚɬɟɝɨɪɢɸ
ɟɞɢɧɫɬɜɚ ɜ ɫɦɵɫɥɟ ɩɨɜɬɨɪɹɸɳɟɝɨɫɹ ɩɨɫɬɨɹɧɧɨ  Ɍɚɤ ɩɨɧɹɬɧɟɟ
ɫɞɟɥɚɟɬɫɹ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɚɹ ɤɚɬɟɝɨɪɢɹ ɬɨɥɶɤɨ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɫɨɡɧɚ-
ɧɢɹɜɧɟɦɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɨɛɯɨɞɢɦɚɹɢɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɚɹɧɨɩɨɫɬɭ-
ɩɚɸɳɟɟɫɨɡɧɚɧɢɟɩɪɢɨɛɳɟɧɨɤɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ
ɤɚɤ ɦɨɦɟɧɬ ɟɟ ȿɞɢɧɫɬɜɨ ɠɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ ɩɨ-
ɫɬɭɩɚɸɳɟɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɧɟ ɞɨɥɠɧɨ ɦɵɫɥɢɬɶ ɤɚɤ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɟ
ɩɨɫɬɨɹɧɫɬɜɨ ɩɪɢɧɰɢɩɚ ɩɪɚɜɚ ɡɚɤɨɧɚ ɟɳɟ ɦɟɧɟɟ ɛɵɬɢɹ ɡɞɟɫɶ
ɛɥɢɠɟɦɨɠɟɬɨɯɚɪɚɤɬɟɪɢɡɨɜɚɬɶɫɥɨɜɨɜɟɪɧɨɫɬɶɤɚɤɨɧɨɭɩɨɬɪɟ-
ɛɥɹɟɬɫɹɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɥɸɛɜɢɢɛɪɚɤɭɟɫɥɢɬɨɥɶɤɨɧɟɩɨɧɢɦɚɬɶ
ɥɸɛɨɜɶ ɫ ɬɨɱɤɢ ɡɪɟɧɢɹ ɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɝɨ ɩɚɫɫɢɜɧɨɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ
ɬɨɝɞɚɨɤɚɡɚɥɨɫɶɛɵɩɨɫɬɨɹɧɧɨɩɪɟɛɵɜɚɸɳɟɟɜɞɭɲɟɱɭɜɫɬɜɨɧɟ-
ɱɬɨɜɪɨɞɟɩɨɫɬɨɹɧɧɨɨɳɭɳɚɟɦɨɝɨɬɟɩɥɚɦɟɠɞɭɬɟɦɩɨɫɬɨɹɧɧɨɝɨ
ɱɭɜɫɬɜɚ ɜ ɫɦɵɫɥɟ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ ɧɟɬ ɜ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦ ɩɟɪɟɠɢɜɚ-
ɧɢɢ ɟɝɨ  ɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɬɨɧ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɝɨ ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɡɞɟɫɶ ɥɭɱɲɟ ɩɟɪɟɞɚɧ ȼɩɪɨɱɟɦ ɜ ɫɨɜɪɟɦɟɧ-
ɧɨɣɮɢɥɨɫɨɮɢɢɡɚɦɟɱɚɟɬɫɹɧɟɤɨɬɨɪɵɣɭɤɥɨɧɩɨɧɢɦɚɬɶɟɞɢɧɫɬɜɨ
ɫɨɡɧɚɧɢɹ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɛɵɬɢɹ ɤɚɤ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɧɟɤɨɬɨɪɨɣ ɰɟɧɧɨɫɬɢ
ɧɨɢɡɞɟɫɶɰɟɧɧɨɫɬɶɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɬɪɚɧɫɤɪɢɛɢɪɭɟɬɫɹɦɵɫɥɢɬɫɹ
ɢɥɢ ɤɚɤ ɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɜɨɡɦɨɠɧɵɯ ɰɟɧɧɨɫɬɟɣ ɢɥɢ
ɤɚɤɩɨɫɬɨɹɧɧɵɣɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɵɣɩɪɢɧɰɢɩɨɰɟɧɤɢɬɟɧɟɤɨɬɨɪɚɹ
ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹɭɫɬɨɣɱɢɜɨɫɬɶɜɨɡɦɨɠɧɨɣɨɰɟɧɤɢɢɰɟɧɧɨɫɬɢɢ
ɮɚɤɬɞɟɣɫɬɜɢɹɡɪɢɦɨɨɬɫɬɭɩɚɟɬɧɚɡɚɞɧɢɣɩɥɚɧɇɨɜɧɟɦɬɨɜɫɟ
ɞɟɥɨ ɇɟ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɨɛɹɡɚɬɟɥɶɫɬɜɚ ɦɟɧɹ ɨɛɹɡɵɜɚɟɬ ɚ ɦɨɹ ɩɨɞ-
ɩɢɫɶ ɩɨɞ ɧɢɦ ɬɨ ɱɬɨ ɹ ɟɞɢɧɨɠɞɵ ɩɪɢɡɧɚɥ ɩɨɞɩɢɫɚɥ ɞɚɧɧɨɟ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 101

la coscienza, perché essa deve prima di tutto essere costituita


dall’identità, concepita come eguale a se stessa. Anche quando
si parla di un atto in compimento (un fatto) singolare, si pen-
sa al contenuto (il contenuto identico a se stesso) e non al mo-
mento del compimento reale, effettivo dell’atto. Ma questa unità
– l’uguaglianza di contenuto, l’identità e la costante ripetizione
di questo momento identico (il principio della serie) – è l’uni-
tà essenziale dell’esistere, il momento necessario al concetto di
unità? In effetti questo momento stesso è astratto e derivato, già
determinato da un’unità singolare ed effettiva. In questo senso il
termine stesso “unità” dovrebbe essere abbandonato in quanto
troppo teorizzato; non l’unità, ma la singolarità di un tutto as-
solutamente irripetibile, e la sua realtà, sicché, per chi desideri
pensare teoricamente, questo tutto singolare esclude29 <?> la ca-
tegoria dell’unità nel senso di ciò che si ripete costantemente. Co-
sì diviene più comprensibile la categoria speciale della coscienza
puramente teorica, in questo tutto assolutamente necessaria e
determinata: ma la coscienza agente è associata alla singolarità
reale come componente di questa singolarità. Invece, l’unità della
coscienza reale agente in maniera responsabile non deve essere
concepita come permanenza contenutistica di un principio, del
diritto, della legge, men che meno dell’essere; qui la parola che
meglio può caratterizzare ciò è fedeltà, come essa è usata in re-
lazione all’amore, al matrimonio, però non intendendo l’amore
dal punto di vista di una coscienza psicologica passiva (in tal ca-
so esso risulterebbe un sentimento sempre presente nell’anima,
qualcosa come un calore costantemente percepito, mentre nella
reale esperienza vissuta di questo sentimento non c’è un senti-
re permanente nel senso del contenuto). Il tono emotivo-volitivo
della coscienza unica reale è qui meglio reso. D’altra parte, nella
filosofia contemporanea, si nota una certa inclinazione a conce-
pire l’unità della coscienza e l’unità dell’essere come unità di un
certo valore, ma anche qui il valore viene trascritto teoricamente,
pensato come contenuto identico di valori possibili oppure come
principio costante, identico, di valutazione, cioè come una certa
stabilità del contenuto di una possibile valutazione e di un valore,
e il fatto dell’agire passa palesemente in secondo piano. Ma pro-
prio qui sta tutta la questione. Non è il contenuto dell’impegno
scritto ad obbligarmi, ma la mia firma apposta alla fine, il fatto
102 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɪɢɡɧɚɧɢɟɂɜɦɨɦɟɧɬɩɨɞɩɢɫɚɧɢɹɧɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɞɚɧɧɨɝɨɚɤɬɚ
ɜɵɧɭɞɢɥɨɩɨɞɩɢɫɶɷɬɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɧɟɦɨɝɥɨɢɡɨɥɢɪɨɜɚɧɧɨɩɨɛɭ-
ɞɢɬɶɤɩɨɫɬɭɩɤɭ²ɩɨɞɩɢɫɢɩɪɢɡɧɚɧɢɸɧɨɥɢɲɶɜɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢ
ɫɦɨɢɦɪɟɲɟɧɢɟɦɞɚɬɶɨɛɹɡɚɬɟɥɶɫɬɜɨ²ɩɨɞɩɢɫɚɧɢɟɦɩɪɢɡɧɚɧɢ-
ɟɦɩɨɫɬɭɩɤɨɦɜɷɬɨɦɩɨɫɥɟɞɧɟɦɬɚɤɠɟɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹɫɬɨɪɨɧɚ
ɛɵɥɚɥɢɲɶɦɨɦɟɧɬɨɦɢɪɟɲɢɥɨɞɟɥɨɩɪɟɠɞɟɜɫɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɛɵɜɲɟɟɩɪɢɡɧɚɧɢɟɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟ²ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɢɬɚɤɞɚɥɟɟȼɫɸɞɭɦɵɧɚɣɞɟɦɩɨɫɬɨɹɧɧɭɸ"!ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ
ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɧɟɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɟɩɨɫɬɨɹɧɫɬɜɨɢɧɟɩɨɫɬɨɹɧ-
ɧɵɣɡɚɤɨɧɩɨɫɬɭɩɤɚ²ɜɫɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɬɨɥɶɤɨɦɨɦɟɧɬɚɧɟɤɨɬɨ-
ɪɵɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɮɚɤɬɚɤɬɢɜɧɨɝɨɩɪɢɡɧɚɧɢɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɢ ɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɨɝɨ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɝɨ ɢ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɢɧɞɢɜɢ-
ɞɭɚɥɶɧɨɝɨ Ʉɨɧɟɱɧɨ ɜɫɟ ɷɬɨ ɦɨɠɧɨ ɬɪɚɧɫɤɪɢɛɢɪɨɜɚɬɶ ɜ ɬɟɨɪɟ-
ɬɢɱɟɫɤɢɯɬɟɪɦɢɧɚɯɢɜɵɪɚɡɢɬɶɤɚɤɩɨɫɬɨɹɧɧɵɣɡɚɤɨɧɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɞɜɭɫɦɵɫɥɟɧɧɨɫɬɶ ɹɡɵɤɚ ɷɬɨ ɩɨɡɜɨɥɹɟɬ ɧɨ ɦɵ ɩɨɥɭɱɢɦ ɩɭɫɬɭɸ
ɮɨɪɦɭɥɭɤɨɬɨɪɚɹɫɚɦɚɧɭɠɞɚɟɬɫɹɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɦ ɩɪɢɡɧɚɧɢɢ ɱɬɨɛɵ ɡɚɬɟɦ ɧɢɤɨɝɞɚ ɛɨɥɟɟ ɧɟ ɜɨɡɜɪɚɳɚɬɶɫɹ ɜ
ɫɨɡɧɚɧɢɢ ɜ ɫɜɨɸ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɭɸ ɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ Ɇɨɠɧɨ ɤɨ-
ɧɟɱɧɨɜɞɨɜɨɥɶɮɢɥɨɫɨɮɫɬɜɨɜɚɬɶɨɧɟɦɧɨɞɥɹɬɨɝɨɱɬɨɛɵɡɧɚɬɶ
ɢ ɩɨɦɧɢɬɶ ɢ ɨ ɪɚɧɟɟ ɫɞɟɥɚɧɧɨɦ ɩɪɢɡɧɚɧɢɢ ɤɚɤ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ
ɛɵɜɲɟɦ ɢ ɢɦɟɧɧɨ ɦɧɨɸ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɦ ɷɬɨ ɩɪɟɞɩɨɥɚɝɚɟɬ ɟɞɢɧ-
ɫɬɜɨɚɩɩɟɪɰɟɩɰɢɢɢɜɟɫɶɦɨɣɚɩɩɚɪɚɬɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɚ
²ɧɨɜɫɟɝɨɷɬɨɝɨɧɟɡɧɚɟɬɠɢɜɨɟɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɟɫɨɡɧɚɧɢɟɜɫɟɷɬɨ
ɩɨɹɜɥɹɟɬɫɹ ɥɢɲɶ ɩɪɢ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɬɪɚɧɫɤɪɢɩɰɢɢ SRVW ɮɚɤɬɚ
Ⱦɥɹɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɜɫɟɷɬɨ²ɥɢɲɶɬɟɯɧɢɱɟɫɤɢɣɚɩɩɚ-
ɪɚɬɩɨɫɬɭɩɤɚ
Ɇɨɠɧɨ ɭɫɬɚɧɨɜɢɬɶ ɞɚɠɟ ɧɟɤɨɬɨɪɭɸ ɨɛɪɚɬɧɭɸ ɩɪɨɩɨɪɰɢɸ
ɦɟɠɞɭ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦ ɟɞɢɧɫɬɜɨɦ ɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɫɬɶɸ ɛɵɬɢɹ ɢɥɢ ɫɨɡɧɚɧɢɹ  ɑɟɦ ɛɥɢɠɟ ɤ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭ
ɟɞɢɧɫɬɜɭ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɦɭ ɩɨɫɬɨɹɧɫɬɜɭ ɢɥɢ ɩɨɜɬɨɪɹɸɳɟɣ-
ɫɹ ɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ  ɬɟɦ ɛɟɞɧɟɟ ɢ ɨɛɳɟɟ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟ ɞɟɥɨ "!
ɫɜɨɞɢɬɫɹ ɤ ɟɞɢɧɫɬɜɭ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ ɢ ɩɨɫɥɟɞɧɢɦ ɟɞɢɧɫɬɜɨɦ ɨɤɚ-
ɡɵɜɚɟɬɫɹɩɭɫɬɨɟɫɟɛɟɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟɜɨɡɦɨɠɧɨɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɱɟɦ
ɞɚɥɶɲɟ ɨɬɯɨɞɢɬ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɚɹ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɬɟɦ ɨɧɚ ɫɬɚ-
ɧɨɜɢɬɫɹ ɤɨɧɤɪɟɬɧɟɟ ɢ ɩɨɥɧɟɟ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ
ɫɜɟɪɲɚɸɳɟɝɨɫɹ ɛɵɬɢɹ  ɫɨɛɵɬɢɹ ɜɨ ɜɫɟɦ ɟɝɨ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɦ
ɦɧɨɝɨɨɛɪɚɡɢɢɤɤɪɚɸɤɨɬɨɪɨɝɨɩɪɢɞɜɢɝɚɟɬɫɹɩɨɫɬɭɩɨɤɜɟɝɨɨɬ-
ɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ Ɉɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɟ ɜɤɥɸɱɟɧɢɟ ɜ ɩɪɢɡɧɚɧɧɭɸ ɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɭɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɢɟɫɬɶɩɪɚɜɞɚɩɨɥɨɠɟ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 103

che io ho, una volta, riconosciuto e sottoscritto tale impegno. E,


al momento della firma, non è il contenuto di questo atto che mi
ha obbligato a firmare, in quanto tale contenuto da solo non po-
teva spingermi all’atto – alla firma-riconoscimento, ma lo poteva
soltanto in correlazione alla mia decisione di assumere l’impegno
– compiendo l’atto della firma-riconoscimento; e anche in que-
sto atto l’aspetto contenutistico non era che un momento, e ciò
che è stato decisivo è stato il riconoscimento che effettivamente
ha avuto luogo, l’affermazione – l’atto responsabile, ecc. Ciò che
ritroviamo in ciascun caso è una costante <?> singolarità nella
responsabilità, non la permanenza del contenuto né una legge
costante dell’atto – tutto il contenuto non è che una componen-
te –, ma solo un certo fatto reale di riconoscimento, singolare e
irripetibile, emotivo-volitivo e concretamente individuale. Certo,
si può trascrivere tutto ciò in termini teorici ed esprimerlo come
legge costante dell’atto, l’ambiguità della lingua lo permette, ma
otterremmo una formula vuota, che necessiterebbe essa stessa
di un reale riconoscimento singolare, per non ritornare mai più,
nella coscienza, alla sua identità contenutistica. Si può, certo, fi-
losofare a volontà su questo, ma solo per conoscere e ricordare
anche il riconoscimento prima fatto come realmente effettuato
e compiuto proprio da me; e ciò presuppone l’unità dell’apper-
cezione e tutto il mio apparato di unità conoscitiva, ma tutto ciò
resta ignoto alla coscienza viva e agente, e tutto ciò compare solo
in una trascrizione teorica post factum. Per la coscienza che agisce
tutto questo non è che l’apparato tecnico dell’atto.
Si può anche stabilire un rapporto inversamente proporzio-
nale tra l’unità teorica e la reale singolarità (dell’esistere o della
coscienza dell’esistere). Quanto più si avvicina all’unità teorica
(costanza di contenuto o identità ripetitiva), tanto più la singolari-
tà individuale è povera e generica, riducendosi l’intera questione
<?> all’unità del contenuto, e l’unità ultima risulta consistere in
un possibile contenuto vacuo e identico a se stesso; invece, tanto
più la singolarità individuale se ne allontana, tanto più essa diviene
concreta e piena: l’unicità dell’esistere come evento che si compie
realmente in tutta la sua varietà individuale, al cui margine si col-
loca l’atto nella sua responsabilità. L’inclusione responsabile nella
singolarità unica riconosciuta dell’essere-evento è ciò che costitu-
isce la verità (pravda) della situazione. Il darsi di ciò che è assolu-
104 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɢɹ Ɇɨɦɟɧɬ ɚɛɫɨɥɸɬɧɨ ɧɨɜɨɝɨ ɧɟ ɛɵɜɲɟɝɨ ɢ ɧɟ ɩɨɜɬɨɪɢɦɨɝɨ


ɡɞɟɫɶɧɚɩɟɪɜɨɦɩɥɚɧɟɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɪɨɞɨɥɠɟɧɧɵɣɜɞɭɯɟɰɟɥɨ-
ɝɨɨɞɧɚɠɞɵɩɪɢɡɧɚɧɧɨɝɨ
ȼɨɫɧɨɜɟɟɞɢɧɫɬɜɚɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɥɟɠɢɬɧɟɩɪɢɧɰɢɩ
ɤɚɤɧɚɱɚɥɨɚɮɚɤɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɩɪɢɡɧɚɧɢɹɫɜɨɟɣɩɪɢɱɚɫɬɧɨ-
ɫɬɢ ɤ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸ ɮɚɤɬ ɧɟ ɦɨɝɭɳɢɣ ɛɵɬɶ
ɚɞɟɤɜɚɬɧɨ ɜɵɪɚɠɟɧ ɜ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɯ ɬɟɪɦɢɧɚɯ ɚ ɥɢɲɶ ɨɩɢɫɚɧ
ɢ ɭɱɚɫɬɧɨ ɩɟɪɟɠɢɬ ɡɞɟɫɶ ɢɫɬɨɤ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɢ ɜɫɟɯ ɤɚɬɟɝɨɪɢɣ ɤɨɧ-
ɤɪɟɬɧɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɝɨɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹɂɹɟɫɦɶ
²ɜɨɜɫɟɣɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɩɨɫɬɭɩɨɱɧɨɣɩɨɥɧɨɬɟɷɬɨɝɨɭɬ-
ɜɟɪɠɞɟɧɢɹ²ɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɫɦɶ²ɜɰɟɥɨɦɢɨɛɹɡɭɸɫɶɫɤɚɡɚɜ
ɷɬɨɫɥɨɜɨɢɹɩɪɢɱɚɫɬɟɧɛɵɬɢɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɢɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɵɦ
ɨɛɪɚɡɨɦ ɹ ɡɚɧɢɦɚɸ ɜ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ ɛɵɬɢɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟ ɧɟɩɨ-
ɜɬɨɪɢɦɨɟ ɧɟɡɚɦɟɫɬɢɦɨɟ ɢ ɧɟɩɪɨɧɢɰɚɟɦɨɟ ɞɥɹ ɞɪɭɝɨɝɨ ɦɟɫɬɨ ȼ
ɞɚɧɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɬɨɱɤɟɜɤɨɬɨɪɨɣɹɬɟɩɟɪɶɧɚɯɨɠɭɫɶɧɢɤɬɨ
ɞɪɭɝɨɣ ɜ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ ɜɪɟɦɟɧɢ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɧɟɧɚɯɨɞɢɬɫɹɂɜɨɤɪɭɝɷɬɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ
ɬɨɱɤɢɪɚɫɩɨɥɚɝɚɟɬɫɹɜɫɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɛɵɬɢɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɢɧɟ-
ɩɨɜɬɨɪɢɦɵɦɨɛɪɚɡɨɦɌɨɱɬɨɦɧɨɸɦɨɠɟɬɛɵɬɶɫɨɜɟɪɲɟɧɨɧɢɤɟɦ
ɢɧɢɤɨɝɞɚɫɨɜɟɪɲɟɧɨɛɵɬɶɧɟɦɨɠɟɬȿɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɧɚɥɢɱɧɨɝɨ
ɛɵɬɢɹ ² ɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨ ɨɛɹɡɚɬɟɥɶɧɚ ɗɬɨɬ ɮɚɤɬ ɦɨɟɝɨ ɧɟ ɚɥɢɛɢ ɜ
ɛɵɬɢɢ ɥɟɠɚɳɢɣ ɜ ɨɫɧɨɜɟ ɫɚɦɨɝɨ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɧɟ ɭɡɧɚɟɬɫɹ ɢ ɧɟ ɩɨɡɧɚɟɬɫɹ ɦɧɨɸ ɚ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ ɨɛɪɚɡɨɦ ɩɪɢɡɧɚɟɬɫɹ ɢ ɭɬɜɟɪɠɞɚɟɬɫɹ ɉɪɨɫɬɨɟ
ɩɨɡɧɚɧɢɟ ɟɝɨ ɟɫɬɶ ɧɢɡɜɟɞɟɧɢɟ ɟɝɨ ɧɚ ɧɢɡɲɭɸ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨ-
ɥɟɜɭɸ ɫɬɟɩɟɧɶ ɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢ ɉɨɡɧɚɜɚɹ ɟɝɨ ² ɹ ɟɝɨ ɨɛɨɛɳɚɸ
ɜɫɹɤɢɣ ɧɚɯɨɞɢɬɫɹ ɧɚ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ ɢ ɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɨɦ ɦɟɫɬɟ ɜɫɹ-
ɤɨɟɛɵɬɢɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɁɞɟɫɶɦɵɢɦɟɟɦɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟɭɫɬɚɧɨɜ-
ɥɟɧɢɟ ɫɬɪɟɦɹɳɟɟɫɹ ɤ ɩɪɟɞɟɥɭ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɝɨ ɨɫɜɨɛɨɠɞɟɧɢɹ ɨɬ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɝɨ ɬɨɧɚ ɋ ɷɬɢɦ ɩɨɥɨɠɟɧɢɟɦ ɦɧɟ ɧɟɱɟɝɨ
ɞɟɥɚɬɶ ɨɧɨ ɧɢɱɟɦ ɦɟɧɹ ɧɟ ɨɛɹɡɵɜɚɟɬ ɉɨɫɤɨɥɶɤɭ ɹ ɦɵɫɥɸ ɦɨɸ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɤɚɤɦɨɦɟɧɬɦɨɟɝɨɛɵɬɢɹɨɛɳɢɣɫɨɜɫɟɦɛɵɬɢɟɦ
ɹɭɠɟɜɵɲɟɥɢɡɦɨɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɫɬɚɥɜɧɟɟɟ
ɢɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦɵɫɥɸɛɵɬɢɟɬɟɤɫɨɞɟɪɠɚɧɢɸɫɜɨɟɣɦɵɫɥɢɹ
ɧɟɩɪɢɨɛɳɟɧɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɤɚɤɩɨɧɹɬɢɟɦɨɠɧɨɥɨɤɚɥɢɡɨɜɚɬɶ
ɜɦɢɪɟɨɛɳɢɯɩɨɧɹɬɢɣɢɬɟɦɭɫɬɚɧɨɜɢɬɶɪɹɞɥɨɝɢɱɟɫɤɢɧɟɨɛɯɨɞɢ-
ɦɵɯɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɣɇɨɩɨɥɧɵɣ"!ɫɦɵɫɥɚɤɬɚ"!ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɹ
ɜɵɫɤɚɡɵɜɚɧɢɹ ɦɨɟɝɨ ɨ! ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɦɨɟɣ
ɚɛɫɨɥɸɬɧɨɫɷɬɢɦ!ɧɟɫɨɜɩɚɞɚɟɬɢɧɟɨɛɨɛɳɚɟɬɧɢɱɟɝɨɢɡɬɨɝɨ!
ɱɬɨɟɫɬɶɹɢɷɬɨɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɨɟɩɪɢɡɧɚɧɢɟɞɚɟɬɪɹɞɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɞɨɥɠɧɵɯɩɨɫɬɭɩɤɨɜɗɬɨɩɪɢɡɧɚɤɧɢɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɫɬɢɦɨɟɝɨɭɱɚɫɬɢɹɜɛɵɬɢɢɟɫɬɶɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹɢɞɟɣɫɬɜɟɧɧɚɹ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 105

tamente nuovo, che non è mai esistito prima e che non può essere
ripetuto, è qui in primo piano, e in maniera responsabile ad esso
si dà seguito nello spirito di questo insieme una volta riconosciuto.
Alla base dell’unità di una coscienza responsabile non c’è un
principio in quanto inizio, bensì il fatto del reale riconoscimento
della mia propria partecipazione all’esistere come evento singo-
lare, cosa che non può essere adeguatamente espressa in termini
teorici, ma solo descritta ed esperita in maniera partecipe; qui è
l’origine dell’atto e di tutte le categorie del dovere concreto, sin-
golare e impellente. Anch’io sono – in tutta la pienezza emotivo-
volitiva attuativa30, di tale affermazione – e realmente sono – total-
mente e ho l’obbligo di dire questa parola, anch’io sono partecipe
all’esistere in modo singolare e irripetibile, io occupo nell’esistere
singolare un posto unico, irripetibile, insostituibile e impenetra-
bile da parte di un altro. In questo preciso punto singolare in cui
io ora mi trovo, nessun altro si è trovato nel tempo singolare e
nello spazio singolare di un esistere unico. Ed è intorno a questo
punto singolare che si dispone tutto l’esistere singolare in modo
singolare e irripetibile. Ciò che può essere fatto da me non potrà
mai essere fatto da nessuno, mai. La singolarità dell’esistere pre-
sente è irrevocabilmente obbligatoria. Questo fatto del mio non-
alibi nell’esistere31, che è alla base del dovere concreto e singolare
dell’atto, non è qualcosa che io apprendo e di cui ho conoscenza,
ma qualcosa che io riconosco e affermo in modo singolare e unico.
Basta la sua semplice conoscenza per ridurlo ad un grado emoti-
vo-volitivo inferiore della possibilità. Rendendolo oggetto di co-
noscenza, lo universalizzo: ognuno occupa in un posto singolare
e irripetibile, ogni esistere è unico. Abbiamo qui una constata-
zione teorica che tende al limite dell’assoluta liberazione da ogni
tonalità emotivo-volitiva. Con questo assunto io non ho da fare
nulla, esso non mi obbliga in alcun modo. Se penso che la mia
singolarità in quanto caratteristica del mio esistere è comune a
tutto l’esistere in quanto tale, sono già uscito dalla mia singolarità
unica, mi sono messo al di fuori di essa e penso teoricamente l’esi-
stenza, cioè non sono incorporato nel contenuto del mio pensiero;
come concetto, la singolarità può essere localizzata nel mondo dei
concetti generali e, in tal modo, stabilire una serie di correlazioni
logicamente necessarie <…>32. Questo riconoscimento della mia
partecipazione all’esistere è la base reale ed effettiva della mia
106 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɫɧɨɜɚ ɦɨɟɣ ɠɢɡɧɢ ɢ ɩɨɫɬɭɩɤɚ Ⱥɤɬɢɜɧɵɣ ɩɨɫɬɭɩɨɤ LPSOLFLWH


"! ɭɬɜɟɪɠɞɚɟɬ ɫɜɨɸ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɢ ɧɟɡɚɦɟɧɢɦɨɫɬɶ ɜ ɰɟɥɨɦ
ɛɵɬɢɹɢɜɷɬɨɦɫɦɵɫɥɟɜɧɭɬɪɟɧɧɟɩɪɢɞɜɢɧɭɬɤɟɝɨɤɪɚɹɦɨɪɢɟɧ-
ɬɢɪɨɜɚɧɜɧɟɦɤɚɤɰɟɥɨɦȾɥɹɨɫɦɵɫɥɟɧɢɹɷɬɨɝɨ"!ɰɟɥɨɝɨ"!
ɧɭɠɧɨɭɱɟɫɬɶɜɫɸɩɨɥɧɨɬɭɟɝɨɦɨɦɟɧɬɨɜɗɬɨɧɟɟɫɬɶɩɪɨɫɬɨɭɬ-
ɜɟɪɠɞɟɧɢɟɫɟɛɹɢɥɢɩɪɨɫɬɨɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɛɵɬɢɹ
ɧɨɧɟɫɥɢɹɧɧɨɟɢɧɟɪɚɡɞɟɥɶɧɨɟɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɫɟɛɹɜɛɵɬɢɢɹɭɱɚ-
ɫɬɟɧɜɛɵɬɢɢɤɚɤɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɟɝɨɞɟɹɬɟɥɶ"!ɧɢɱɬɨɜɛɵɬɢɢ
ɤɪɨɦɟɦɟɧɹɧɟɟɫɬɶɞɥɹɦɟɧɹɹɄɚɤɹ²ɜɨɜɫɟɦɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨ-
ɥɟɜɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɫɦɵɫɥɚɷɬɨɝɨɫɥɨɜɚ²ɹɬɨɥɶɤɨɫɟɛɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɩɟɪɟɠɢɜɚɸɜɨɜɫɟɦɛɵɬɢɢɜɫɹɤɢɟɞɪɭɝɢɟɹ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɟ ɧɟɟɫɬɶ
ɹɞɥɹɦɟɧɹɷɬɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɦɨɟ ɧɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɹɩɪɢɱɚɫɬɧɨ
ɤɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɛɵɬɢɸɹɟɫɦɶɜɧɟɦȾɚɥɟɟɡɞɟɫɶɧɟɫɥɢɹɧɧɨɢ
ɧɟɪɚɡɞɟɥɶɧɨɞɚɧɵɢɦɨɦɟɧɬɩɚɫɫɢɜɧɨɫɬɢɢɦɨɦɟɧɬɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢɹ
ɨɤɚɡɚɥɫɹɜɛɵɬɢɢ ɩɚɫɫɢɜɧɨɫɬɶ ɢɹɚɤɬɢɜɧɨɟɦɭɩɪɢɱɚɫɬɟɧɢɦɨ-
ɦɟɧɬɵɞɚɧɧɨɫɬɢɢɡɚɞɚɧɧɨɫɬɢɦɨɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɞɚɧɚɧɨɜɬɨ
ɠɟɜɪɟɦɹɟɫɬɶɥɢɲɶɩɨɫɬɨɥɶɤɭɩɨɫɤɨɥɶɤɭɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɨɫɭɳɟɫɬ-
ɜɥɟɧɚɦɧɨɸɤɚɤɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɨɧɚɜɫɟɝɞɚɜɚɤɬɟɜɩɨɫɬɭɩɤɟɬ
ɟɡɚɞɚɧɚɢɛɵɬɢɟɢɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɹɟɫɦɶɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɧɟ-
ɡɚɦɟɧɢɦɵɣɢɩɨɬɨɦɭɞɨɥɠɟɧɨɫɭɳɟɫɬɜɢɬɶɫɜɨɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ
ɉɨ ɨɬɧɨɲɟɧɢɸ ɤɨ ɜɫɟɦɭ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɭ ɜɨɡɧɢɤɚɟɬ
ɦɨɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɫɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚ
ɜɛɵɬɢɢəɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɧɢɜɨɞɢɧɦɨɦɟɧɬɧɟɦɨɝɭɛɵɬɶɛɟɡɭɱɚ-
ɫɬɟɧ ɜ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɢ ɛɟɡɵɫɯɨɞɧɨɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ
ɠɢɡɧɢɹɞɨɥɠɟɧɢɦɟɬɶɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɨɜɫɟ-
ɦɭɤɚɤɨɜɨɛɵɨɧɨɧɢɛɵɥɨɢɜɤɚɤɢɯɛɵɭɫɥɨɜɢɹɯɧɢɛɵɥɨɞɚɧɨ
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ɧɟɫɨɜɩɚɞɟɧɢɟɧɢɫɱɟɦɱɬɨɧɟɟɫɬɶɹɜɫɟɝɞɚɞɟɥɚɟɬɜɨɡɦɨɠɧɵɦɢ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɢɧɟɡɚɦɟɧɢɦɨɟɞɟɣɫɬɜɢɟɦɨɟɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɨɜɫɟ-
ɦɭɱɬɨɧɟɟɫɬɶɹɌɨɱɬɨɹɫɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɜɛɵɬɢɢɦɟɫɬɚ
ɯɨɬɹɛɵɬɨɥɶɤɨɜɢɠɭɡɧɚɸɞɪɭɝɨɝɨɞɭɦɚɸɨɧɟɦɧɟɡɚɛɶɲɚɸɟɝɨ
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ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹ ɜɨ ɦɧɟ ɜɨɫɩɨɥɧɹɸɳɟɟ ɟɝɨ ɛɵɬɢɟ ɚɛɫɨɥɸɬɧɨ ɩɪɢ-
ɛɵɥɶɧɨɟ ɢ ɧɨɜɨɟ ɢ ɬɨɥɶɤɨ ɞɥɹ ɦɟɧɹ ɜɨɡɦɨɠɧɨɟ ɗɬɚ ɩɪɨɞɭɤɬɢɜ-
ɧɨɫɬɶɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɞɟɣɫɬɜɢɹɢɟɫɬɶɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɢɣɦɨɦɟɧɬɜ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 107

vita e del mio atto. Il mio atto attivo afferma implicite <?> la sua
singolarità e insostituibilità in tutto l’esistere, e in questo senso
è spinta internamente e dentro a questo tutto verso i suoi limiti
estremi, è orientata in esso come un tutto. Per dare un senso a
questo <?> tutto <?> bisogna prendere in considerazione tutta la
varietà delle sue componenti. Non si tratta soltanto dell’afferma-
zione di sé o semplicemente dell’affermazione dell’esistere reale,
ma dell’affermazione inconfondibile e indivisa di me nell’esistere:
io partecipo all’esistere come suo attore unico <?>; nell’esistere,
niente, all’infuori di me stesso, è per me io. Io posso vivere come
io – in tutta l’unità emotivo-volitiva del senso di questa parola –
solo me stesso, unico, in tutto l’esistere; tutti gli altri io (teorici)
per me non sono io; invece questo mio io unico (e non teorico)
partecipa all’esistere nella sua singolarità: io sono in esso. Inoltre,
qui sono dati – inconfondibili e indivisi – sia il momento della
mia passività sia quello della mia attività; io mi trovo nell’esistere
(passività) e io vi partecipo attivamente; anch’io sono dato a me
stesso sia come dato sia come ciò che mi è dato da compiere33; la
mia singolarità è data, ma allo stesso tempo esiste solo perché è re-
almente attuata da me come singolarità, essa è sempre, nell’azione,
nell’atto, cioè come ciò che mi è dato da compiere; al tempo stesso
essere e dovere: io sono reale, insostituibile ed è per questo che
devo realizzare la mia peculiare singolarità. In rapporto a tutta
l’unità reale, emerge il mio dovere singolare a partire dal mio po-
sto singolare nell’esistere. Io, come unico io, non posso nemmeno
per un momento non essere partecipe della vita reale inevitabil-
mente e necessariamente34 singolare; io devo avere un mio dovere;
in relazione al tutto, di qualsiasi cosa si tratti e in qualsiasi condi-
zione mi sia data, io devo agire a partire dal mio posto unico, an-
che se si tratta di un agire solo interiormente. La mia singolarità,
come necessaria non coincidenza con tutto ciò che non sono io,
rende sempre possibile il mio atto come singolare e insostituibile
rispetto a tutto ciò che io non sono. Il semplice fatto che io, a
partire dal mio posto unico nell’esistere, veda, conosca un altro,
pensi a lui, non lo dimentichi, il fatto che egli esista anche per me
– tutto questo è qualcosa che io solo, unico, in tutto l’esistere, in
un dato momento, posso fare per lui: un atto del vissuto reale in
me che completa la sua esistenza, assolutamente proficuo e nuovo,
e che trova in me solo la sua possibilità. Questo atto produttivo
108 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɟɦȾɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟɜɩɟɪɜɵɟɜɨɡɦɨɠɧɨɬɚɦɝɞɟɟɫɬɶɩɪɢɡɧɚɧɢɟ
ɮɚɤɬɚɛɵɬɢɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɥɢɱɧɨɫɬɢɢɡɧɭɬɪɢɟɟɝɞɟɷɬɨɬɮɚɤɬɫɬɚ-
ɧɨɜɢɬɫɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɦɰɟɧɬɪɨɦɬɚɦɝɞɟɹɩɪɢɧɢɦɚɸɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧ-
ɧɨɫɬɶɡɚɫɜɨɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɡɚɫɜɨɟɛɵɬɢɟ
Ʉɨɧɟɱɧɨɷɬɨɬɮɚɤɬɦɨɠɟɬɞɚɬɶɬɪɟɳɢɧɭɦɨɠɟɬɛɵɬɶɨɛɟɞɧɟɧ
ɦɨɠɧɨ ɢɝɧɨɪɢɪɨɜɚɬɶ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶ ɢ ɠɢɬɶ ɨɞɧɨɣ ɩɚɫɫɢɜɧɨɫɬɶɸ
ɦɨɠɧɨ ɩɵɬɚɬɶɫɹ ɞɨɤɚɡɚɬɶ ɫɜɨɟ ɚɥɢɛɢ ɜ ɛɵɬɢɢ ɦɨɠɧɨ ɛɵɬɶ ɫɚ-
ɦɨɡɜɚɧɰɟɦɆɨɠɧɨɨɬɤɚɡɚɬɶɫɹɨɬɫɜɨɟɣɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɟɣɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ
Ɉɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɢ ɟɫɬɶ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɧɚ ɨɫɧɨɜɟ ɩɪɢ-
ɡɧɚɧɢɹɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɗɬɨɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɧɟ
ɚɥɢɛɢɜɛɵɬɢɢɢɟɫɬɶɨɫɧɨɜɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɣɞɚɧ-
ɧɨɫɬɢɡɚɞɚɧɧɨɫɬɢɠɢɡɧɢɌɨɥɶɤɨɧɟɚɥɢɛɢɜɛɵɬɢɢɩɪɟɜɪɚɳɚɟɬ
ɩɭɫɬɭɸɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɶɜɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤ
ɱɟɪɟɡɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɟɨɬɧɟɫɟɧɢɟɤɫɟɛɟɤɚɤɚɤɬɢɜɧɨɦɭ 
ɗɬɨɠɢɜɨɣɮɚɤɬɢɡɧɚɱɚɥɶɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɜɩɟɪɜɵɟɫɨɡɞɚɸɳɢɣɨɬ-
ɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɟɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɭɸ ɬɹɠɟɫɬɶ ɧɭɞɢɬɟɥɶ-
ɧɨɫɬɶ ɨɫɧɨɜɚ ɠɢɡɧɢ ² ɤɚɤ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɢɛɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɛɵɬɶ
ɜɠɢɡɧɢ²ɡɧɚɱɢɬɩɨɫɬɭɩɚɬɶɛɵɬɶɧɟɢɧɞɢɮɮɟɪɟɧɬɧɵɦɤɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɰɟɥɨɦɭ ɍɬɜɟɪɞɢɬɶ ɮɚɤɬ ɫɜɨɟɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɧɟɡɚ-
ɦɟɧɢɦɨɣɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢɛɵɬɢɸ²ɡɧɚɱɢɬɜɨɣɬɢɜɛɵɬɢɟɢɦɟɧɧɨ
ɬɚɦɝɞɟɨɧɨɧɟɪɚɜɧɨɫɟɛɟɫɚɦɨɦɭ²ɜɨɣɬɢɜɫɨɛɵɬɢɟɛɵɬɢɹ
ȼɫɟ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɟ ɛɵɬɢɟ ² ɤɚɤ ɧɟɤɨɬɨɪɚɹ ɫɨ-
ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɫɬɶɰɟɧɧɨɫɬɶ²ɤɚɤɜɫɟɛɟɡɧɚɱɢɦɚɹ
ɢɫɬɢɧɚɞɨɛɪɨɤɪɚɫɨɬɚɢɩɪ²ɜɫɟɷɬɨɬɨɥɶɤɨɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢɤɨɬɨ-
ɪɵɟɦɨɝɭɬɫɬɚɬɶɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɸɬɨɥɶɤɨɜɩɨɫɬɭɩɤɟɧɚɨɫɧɨɜɟ
ɩɪɢɡɧɚɧɢɹ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢ ɦɨɟɣ ɂɡɧɭɬɪɢ ɫɚɦɨɝɨ
ɫɦɵɫɥɨɜɨɝɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɧɟɜɨɡɦɨɠɟɧɩɟɪɟɯɨɞɢɡɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢɜ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɭɸ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶ Ɇɢɪ ɫɦɵɫɥɨɜɨɝɨ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ
ɛɟɫɤɨɧɟɱɟɧɢɫɟɛɟɞɨɜɥɟɟɬɟɝɨɜɫɟɛɟɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɞɟɥɚɟɬɦɟɧɹɧɟ
ɧɭɠɧɵɦɦɨɣɩɨɫɬɭɩɨɤɞɥɹɧɟɝɨɫɥɭɱɚɟɧɗɬɨɨɛɥɚɫɬɶɛɟɫɤɨɧɟɱ-
ɧɵɯɜɨɩɪɨɫɨɜɝɞɟɜɨɡɦɨɠɟɧɢɜɨɩɪɨɫɨɬɨɦɤɬɨɦɨɣɛɥɢɠɧɢɣ
Ɂɞɟɫɶɧɟɥɶɡɹɧɚɱɚɬɶɜɫɹɤɨɟɧɚɱɚɥɨɛɭɞɟɬɫɥɭɱɚɣɧɵɦɨɧɨɩɨɬɨ-
ɧɟɬ ɜ ɦɢɪɟ ɫɦɵɫɥɚ Ɉɧ ɧɟ ɢɦɟɟɬ ɰɟɧɬɪɚ ɨɧ ɧɟ ɞɚɟɬ ɩɪɢɧɰɢɩɚ
ɞɥɹ ɜɵɛɨɪɚ ɜɫɟ ɱɬɨ ɟɫɬɶ ɦɨɝɥɨ ɛɵ ɢ ɧɟ ɛɵɬɶ ɦɨɝɥɨ ɛɵ ɛɵɬɶ
ɢɧɵɦɟɫɥɢɨɧɨɩɪɨɫɬɨɦɵɫɥɢɦɨɤɚɤɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɚɹ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 109

unico è precisamente quello in cui si costituisce il momento del


dovere. Il dovere trova la sua originaria possibilità là dove c’è il
riconoscimento del fatto dell’unicità dell’esistenza di una persona
e tale riconoscimento avviene all’interno di essa stessa, là dove
questo fatto diviene il centro responsabile, là dove io mi assumo la
responsabilità della mia propria unicità, del mio proprio esistere.
Certo, tale fatto può incrinarsi, può impoverirsi; si può ignorare
l’attività e vivere della sola passività, si può cercare di dimostrare
il proprio alibi nell’esistere, si può essere impostori. Si può abdi-
care alla propria singolarità imperativa (alla singolarità del proprio
dovere).
L’atto responsabile è appunto l’atto sulla base del riconosci-
mento di questa singolarità imperativa. Tale affermazione del mio
non-alibi nell’esistere è la base del reale e necessitante esser dato e
da compiere della vita. Solo il non-alibi nell’esistere trasforma la
vuota possibilità in atto responsabile reale (attraverso il riferimen-
to emotivo-volitivo a me come attivo). È il fatto vivo di un atto ad
essere all’inizio dell’atto responsabile e a crearlo, insieme alla sua
reale pesantezza e obbligatorietà; è esso la base della vita come
atto, poiché essere realmente nella vita significa agire, essere non
indifferenti al tutto nella sua singolarità. Affermare il fatto della
propria singolare e insostituibile partecipazione all’esistere signifi-
ca entrare nell’esistere esattamente là dove esso non è uguale a se
stesso, entrare nell’evento dell’esistere.
Tutto ciò che riguarda il contenuto-senso – l’esistere come qual-
cosa di determinato contenutisticamente, il valore come valido in
sé, il vero (istina), il bene, il bello, ecc. – tutto ciò è solo un insieme
di possibilità, che possono divenire realtà solo nell’atto fondato
sul riconoscimento della mia partecipazione singolare. Dall’inter-
no del contenuto-senso stesso, non è possibile il passaggio da una
potenzialità ad una realtà singolare. Il mondo del contenuto-senso
è infinito e autosufficiente, la sua validità in sé mi rende inutile,
per esso il mio atto è fortuito. È la regione delle domande infinite,
dove è possibile anche la domanda: “chi è il mio prossimo?”. In
questo ambito non è possibile dare inizio a niente, ogni inizio sarà
fortuito, annegherà nel mondo del senso. Non c’è un centro, non
si dà un principio in base al quale si possa scegliere; tutto ciò che
è potrebbe anche benissimo non essere, potrebbe essere altro, se
lo si può semplicemente concepire come qualcosa di determinato
110 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɫɬɶɋɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɫɦɵɫɥɚɜɨɡɦɨɠɧɵɥɢɲɶɛɟɫɤɨ-
ɧɟɱɧɨɫɬɶɨɰɟɧɤɢɢɚɛɫɨɥɸɬɧɚɹɧɟɭɫɩɨɤɨɟɧɧɨɫɬɶɋɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹ
ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɝɨɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɜɨɡɦɨɠɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɢɜɫɹɤɢɣɩɪɟɞɦɟɬ
ɤɚɤɛɵɨɧɧɢɛɵɥɯɨɪɨɲɞɨɥɠɟɧɛɵɬɶɥɭɱɲɟɜɫɹɤɨɟɜɨɩɥɨɳɟɧɢɟ
ɫɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɫɦɵɫɥɚɞɭɪɧɨɟɢɫɥɭɱɚɣɧɨɟɨɝɪɚɧɢɱɟɧɢɟɇɭɠɧɚ
ɢɧɢɰɢɚɬɢɜɚɩɨɫɬɭɩɤɚɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɫɦɵɫɥɭɢɷɬɚɢɧɢɰɢɚɬɢɜɚ
ɧɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɫɥɭɱɚɣɧɨɣɇɢɨɞɧɚɫɦɵɫɥɨɜɚɹɜɫɟɛɟɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶ
ɧɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɤɚɬɟɝɨɪɢɱɟɫɤɨɣɢɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɣɩɨɫɤɨɥɶɤɭɭɦɟɧɹ
ɟɫɬɶɦɨɟɚɥɢɛɢ ɜ ɛɵɬɢɢ Ɍɨɥɶɤɨ ɩɪɢɡɧɚɧɢɟ ɦɨɟɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ
ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢɫɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɞɚɟɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣ
ɰɟɧɬɪɢɫɯɨɠɞɟɧɢɹɩɨɫɬɭɩɤɚɢɞɟɥɚɟɬɧɟɫɥɭɱɚɣɧɵɦɧɚɱɚɥɨɡɞɟɫɶ
ɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨ ɧɭɠɧɚ ɢɧɢɰɢɚɬɢɜɚ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɦɨɹ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶ ɫɬɚ-
ɧɨɜɢɬɫɹɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɣɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɟɣɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɸ
ɇɨɜɨɡɦɨɠɧɚɧɟɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɧɧɚɹɦɵɫɥɶɧɟɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɧɧɨɟ
ɞɟɣɫɬɜɢɟɧɟɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɧɧɚɹɫɥɭɱɚɣɧɚɹɠɢɡɧɶɤɚɤɩɭɫɬɚɹɜɨɡ-
ɦɨɠɧɨɫɬɶ ɠɢɡɧɶ ɧɚ ɦɨɥɱɚɥɢɜɨɣ ɨɫɧɨɜɟ ɫɜɨɟɝɨ ɚɥɢɛɢ ɜ ɛɵɬɢɢ
²ɨɬɩɚɞɚɟɬɜɛɟɡɪɚɡɥɢɱɧɨɟɧɢɜɱɟɦɧɟɭɤɨɪɟɧɟɧɧɨɟɛɵɬɢɟȼɫɹ-
ɤɚɹɦɵɫɥɶɧɟɫɨɨɬɧɟɫɟɧɧɚɹɫɨɦɧɨɸɤɚɤɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɟɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɵɦɟɫɬɶɬɨɥɶɤɨɩɚɫɫɢɜɧɚɹɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɶɨɧɚɦɨɝɥɚɛɵɢɧɟ
ɛɵɬɶɦɨɝɥɚɛɵɛɵɬɶɞɪɭɝɨɣɧɟɬɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɧɟɡɚɦɟɧɢɦɨɫɬɢ
ɟɟɛɵɬɢɹɜɦɨɟɦɫɨɡɧɚɧɢɢɫɥɭɱɚɟɧɢɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧ
ɬɚɤɨɣɧɟɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɧɧɨɢɜɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɦɵɫɥɢɬɨɥɶɤɨɨɬ-
ɧɟɫɟɧɢɟɜɟɞɢɧɵɣɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɤɨɧɬɟɤɫɬɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹɱɟ-
ɪɟɡɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɩɪɢɡɧɚɧɢɟɦɨɟɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɭɱɚɫɬɧɨɫɬɢ
ɜɧɟɦɫɨɡɞɚɟɬɢɡɧɟɟɦɨɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɂɬɚɤɢɦɩɨ-
ɫɬɭɩɤɨɦ ɞɨɥɠɧɨ ɛɵɬɶ ɜɫɟ ɜɨ ɦɧɟ ɤɚɠɞɨɟ ɦɨɟ ɞɜɢɠɟɧɢɟ ɠɟɫɬ
ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟɦɵɫɥɶɱɭɜɫɬɜɨ²ɜɫɟɷɬɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɜɨɦɧɟ²
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɱɚɫɬɧɢɤɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɫɨɛɵɬɢɹ²ɬɨɥɶ-
ɤɨɩɪɢɷɬɨɦɭɫɥɨɜɢɢɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɠɢɜɭɧɟɨɬɪɵɜɚɸɫɟɛɹɨɬ
ɨɧɬɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɯɤɨɪɧɟɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɛɵɬɢɹə²ɜɦɢɪɟɛɟ-
ɡɵɫɯɨɞɧɨɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɚɧɟɫɥɭɱɚɣɧɨɣɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢ
Ɉɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɜɨɡɦɨɠɧɚɧɟɡɚɫɦɵɫɥɜɫɟɛɟɚɡɚɟɝɨɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɟɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɧɟɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟȼɟɞɶɦɨɠɧɨɩɪɨɣɬɢɦɢɦɨ
ɫɦɵɫɥɚɢɦɨɠɧɨɛɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɪɨɜɟɫɬɢɫɦɵɫɥɦɢɦɨɛɵɬɢɹ
Ɉɬɜɥɟɱɟɧɧɨ ɫɦɵɫɥɨɜɚɹ ɫɬɨɪɨɧɚ ɧɟ ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɧɚɹ ɫ ɛɟɡɵɫ-
ɯɨɞɧɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸ ² ɩɪɨɟɤɬɢɜɧɚ ɷɬɨ
ɤɚɤɨɣɬɨ ɱɟɪɧɨɜɢɤ ɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨ ɫɜɟɪɲɟɧɢɹ ɞɨɤɭɦɟɧɬ ɛɟɡ ɩɨɞ-
ɩɢɫɢɧɢɤɨɝɨɢɧɢɤɱɟɦɭɧɟɨɛɹɡɵɜɚɸɳɢɣȻɵɬɢɟɨɬɪɟɲɟɧɧɨɟ
ɨɬɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɝɨɰɟɧɬɪɚɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 111

nel contenuto-senso. Dal punto di vista del senso sono possibi-


li solo l’infinità della valutazione e l’assoluta mancanza di quiete.
Dal punto di vista del contenuto astratto di un valore possibile,
ogni oggetto, per quanto buono, dev’essere migliore, ogni incar-
nazione, dal punto di vista del senso, è una cattiva e accidentale
limitazione. È necessaria l’iniziativa dell’atto in rapporto al senso,
e tale iniziativa non può essere fortuita. Nessuna validità di senso
in sé può essere categorica e perentoria fino a quando ho il mio
alibi nell’esistere. Solo il riconoscimento della mia partecipazione
unica dal mio posto unico dà un reale centro di origine dell’atto
e rende non fortuita l’iniziativa; è qui che l’iniziativa dell’atto di-
viene essenzialmente necessario, che la mia attività diviene attività
sostanziale, diviene dovere.
Ma è possibile anche un pensiero non incarnato, un agire non
incarnato, una vita aleatoria non incarnata in quanto vuota possi-
bilità; una vita sulla silenziosa <?> base del mio alibi nell’esistere
cade nell’essere indifferente, non radicato in niente. Ogni pensiero
che non sia correlato con me come qualcosa di imperativamente
unico è solo una possibilità passiva; esso potrebbe benissimo an-
che non esistere, potrebbe essere diverso, il fatto che sia nella mia
coscienza non presenta nessuna obbligatorietà, insostituibilità; non
incarnato nella responsabilità, anche il tono emotivo-volitivo di ta-
le pensiero è fortuito; è solo il rapporto all’unico e singolare conte-
sto dell’esistere-evento tramite l’effettivo riconoscimento della mia
reale partecipazione ad esso, che fa di esso un atto responsabile. E
tutto in me – ogni movimento, ogni gesto, ogni esperienza vissuta,
ogni pensiero, ogni sentimento – dev’essere un tale atto; è solo a
questa condizione che io realmente vivo, non mi sradico dalle ra-
dici ontologiche dell’esistere reale. Io esisto nel mondo della realtà
ineluttabile, non in quello della possibilità fortuita.
La responsabilità è possibile non relativamente al senso in se
stesso, ma rispetto alla sua singolare affermazione/non-afferma-
zione. Infatti si può passare al di sopra del senso oppure si può
irresponsabilmente far passare il senso al di sopra dell’esistere.
L’aspetto astratto del senso, non correlato con la reale-inelutta-
bile singolarità, ha lo stesso valore di un progetto; è una specie di
brutta copia di un possibile compiersi, un documento non firma-
to che non obbliga nessuno a niente. L’esistere, isolato dal centro
emotivo-volitivo unico della responsabilità, è soltanto un abbozzo
112 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɬɢ ² ɱɟɪɧɨɜɨɣ ɧɚɛɪɨɫɨɤ ɧɟɩɪɢɡɧɚɧɧɵɣ ɜɨɡɦɨɠɧɵɣ ɜɚɪɢɚɧɬ


ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɬɨɥɶɤɨɱɟɪɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɭɸɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɶ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɦɨɠɧɨɜɵɣɬɢɢɡɛɟɫɤɨɧɟɱɧɵɯɱɟɪɧɨɜɵɯ
ɜɚɪɢɚɧɬɨɜɩɟɪɟɩɢɫɚɬɶɫɜɨɸɠɢɡɧɶɧɚɛɟɥɨɪɚɡɢɧɚɜɫɟɝɞɚ
Ʉɚɬɟɝɨɪɢɹɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɦɢɪɚɛɵɬɢɹ²ɤɚɤ
ɫɨɛɵɬɢɹ ² ɟɫɬɶ ɤɚɬɟɝɨɪɢɹ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ɩɟɪɟɠɢɜɚɬɶ ɩɪɟɞ-
ɦɟɬ²ɡɧɚɱɢɬɢɦɟɬɶɟɝɨɤɚɤɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɭɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɧɨ
ɷɬɚɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɩɪɟɞɦɟɬɚɢɦɢɪɚɩɪɟɞɩɨɥɚɝɚɟɬɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɟ
ɫɦɨɟɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸȼɫɟɨɛɳɟɟɢɫɦɵɫɥɨɜɨɟɨɛɪɟɬɚɟɬɫɜɨɸ
ɬɹɠɟɫɬɶɢɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɬɨɠɟɬɨɥɶɤɨɜɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸ
ɍɱɚɫɬɧɨɟ ɦɵɲɥɟɧɢɟ ɢ ɟɫɬɶ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɟ ɩɨɧɢɦɚ-
ɧɢɟɛɵɬɢɹɤɚɤɫɨɛɵɬɢɹɜɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ²ɧɚɨɫɧɨ-
ɜɟɧɟɚɥɢɛɢɜɛɵɬɢɢ²ɬɟɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɟɦɵɲɥɟɧɢɟɬɟɨɬɧɟ-
ɫɟɧɧɨɟɤɫɟɛɟɤɚɤɤɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɦɭ
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ɧɢɟɦ ɢ ɦɢɪɨɦ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹ Ⱦɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ ɛɵ-
ɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟ ɞɚɧɧɨɟɡɚɞɚɧɧɨɟ ɜ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɯ ɬɨɧɚɯ
ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɧɨɟ ɫ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ ɰɟɧɬɪɨɦ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ ² ɜ
ɫɜɨɟɦɫɨɛɵɬɢɣɧɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɜɚɠɧɨɦɬɹɠɟɥɨɦɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɦ
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ɜɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɦɨɟɣɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸɧɭɞɢ-
ɬɟɥɶɧɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɥɢɤɫɨɛɵɬɢɹɨɩɪɟɞɟɥɹɟɬɫɹɫɦɨɟɝɨɢɞɥɹ
ɦɟɧɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɇɨɜɟɞɶɨɬɫɸɞɚɫɥɟɞɭɟɬɱɬɨɫɤɨɥɶɤɨ
ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɯɰɟɧɬɪɨɜɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɯɭɱɚɫɬ-
ɧɵɯɫɭɛɴɟɤɬɨɜɚɢɯɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɟɦɧɨɠɟɫɬɜɨɫɬɨɥɶɤɨɪɚɡɧɵɯɦɢ-
ɪɨɜ ɫɨɛɵɬɢɹ ɟɫɥɢ ɥɢɤ ɫɨɛɵɬɢɹ ɨɩɪɟɞɟɥɹɟɬɫɹ ɫ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɦɟɫɬɚɭɱɚɫɬɧɨɝɨɬɨɫɬɨɥɶɤɨɪɚɡɧɵɯɥɢɤɨɜɫɤɨɥɶɤɨɪɚɡɧɵɯɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɵɯɦɟɫɬɧɨɝɞɟɠɟɨɞɢɧɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɢɟɞɢɧɵɣɥɢɤ"ɉɨ-
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ɬɢɧɚ ɦɢɪɚ ɨɞɧɚ ɞɥɹ ɞɪɭɝɨɝɨ ɞɪɭɝɚɹ ɂɥɢ ɩɪɢɯɨɞɢɬɫɹ ɩɪɢɡɧɚɬɶ
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ɧɨɫɬɶɸɫɨɦɧɟɧɢɟɢɦɟɧɧɨɨɧɨɥɟɠɢɬɜɨɫɧɨɜɟɧɚɲɟɣɞɟɣɫɬɜɟɧɧɨ
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ɪɟɱɢɟ ɫ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦ ɩɨɡɧɚɧɢɟɦ ɗɬɚ ɰɟɧɧɨɫɬɶ ɫɨɦɧɟɧɢɹ ɧɢ-
ɫɤɨɥɶɤɨɧɟɩɪɨɬɢɜɨɪɟɱɢɬɟɞɢɧɨɣɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɩɪɚɜɞɟɢɦɟɧɧɨ
ɨɧɚɷɬɚɟɞɢɧɚɹɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɚɹɩɪɚɜɞɚɦɢɪɚɟɝɨɬɪɟɛɭɟɬɂɦɟɧɧɨ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 113

o una brutta copia, una variante possibile, non riconosciuta, dell’e-


sistere singolare; solo attraverso la partecipazione responsabile
dell’atto singolare si può uscire dalle infinite varianti della bozza e
riscrivere la propria vita in bella copia una volta per tutte.
La categoria dell’esperienza vissuta del mondo-essere reale –
in quanto evento – è la categoria dell’unicità. Esperire un oggetto
significa possederlo come unicità reale, ma tale unicità dell’og-
getto e del mondo presuppone la correlazione alla mia propria
singolarità. Anche tutto ciò che è universale e pertiene al senso
acquista la sua pesantezza e obbligatorietà solo in correlazione
alla reale singolarità.
Un pensiero partecipe è appunto la comprensione emotivo-vo-
litiva dell’esistere come evento nella sua concreta singolarità, sulla
base del non-alibi nell’esistere. Cioè, è pensiero che agisce e che si
riferisce a se stesso come unico attore responsabile.
Ma qui emerge una serie di conflitti con il pensiero teorico e
con il mondo del pensiero teorico. L’esistere-evento reale, al tempo
stesso dato e dato da compiere in toni emotivo-volitivi, e correlato
con un centro unico di responsabilità, è determinato, nel suo senso
di evento, di importanza singolare, grave, necessario – nella sua
verità (pravda) – non in se stesso, ma in correlazione appunto alla
mia singolarità imperativa; la faccia reale obbligante dell’evento
è determinata dal mio – e per me unico – posto. Ma ne conse-
gue allora che, quanti sono i centri individuali di responsabilità,
i soggetti partecipi singolari – una infinita moltitudine –, tanti
sono i diversi mondi dell’evento, e, se la faccia dell’evento è de-
terminata dal posto singolare del soggetto partecipante, allora vi
sono tante facce diverse quanti sono i posti singolari, e soprattutto
dov’è, allora, la faccia una-unica e sola? Poiché il mio atteggia-
mento è essenziale per il mondo, se il suo senso emotivo-volitivo
riconosciuto sul piano dei valori è reale, allora questo valore rico-
nosciuto, il quadro emotivo-volitivo del mondo, è questo per me,
mentre è un’altra cosa per un altro. Oppure dobbiamo riconoscere
il dubbio come valore di tipo particolare? Sì, noi riconosciamo il
dubbio appunto come valore particolare, che sta alla base della
nostra vita effettivamente agente e operante, e ciò non entra af-
fatto in contraddizione con la conoscenza teorica. Tale valore del
dubbio non contraddice affatto la verità (pravda) una e unica; anzi,
è proprio essa, questa una e unica verità del mondo, a richiederlo.
114 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɧɚɬɪɟɛɭɟɬɱɬɨɛɵɹɪɟɚɥɢɡɨɜɚɥɫɩɨɥɧɚɫɜɨɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɭɸɩɪɢ-
ɱɚɫɬɧɨɫɬɶɛɵɬɢɸɫɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚȿɞɢɧɫɬɜɨɰɟɥɨ-
ɝɨɨɛɭɫɥɨɜɥɢɜɚɸɬ"!ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɟɢɧɢɜɱɟɦɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɵɟ
ɪɨɥɢɜɫɟɯɭɱɚɫɬɧɢɤɨɜɆɧɨɠɟɫɬɜɨɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɨɰɟɧɧɵɯɥɢɱɧɵɯ
ɦɢɪɨɜ ɪɚɡɪɭɲɢɥɨ ɛɵ ɛɵɬɢɟ ɤɚɤ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɟ
ɝɨɬɨɜɨɟɢɡɚɫɬɵɜɲɟɟɧɨɨɧɨɢɦɟɧɧɨɜɩɟɪɜɵɟɫɨɡɞɚɟɬɟɞɢɧɨɟɫɨ-
ɛɵɬɢɟɋɨɛɵɬɢɟɤɚɤɫɟɛɟɪɚɜɧɨɟɟɞɢɧɨɟɦɨɝɥɨɛɵɩɪɨɱɟɫɬɶSRVW
IDFWXP ɛɟɡɭɱɚɫɬɧɨɟ ɧɟ ɡɚɢɧɬɟɪɟɫɨɜɚɧɧɨɟ ɜ ɧɟɦ ɫɨɡɧɚɧɢɟ ɧɨ ɢ
ɬɭɬɞɥɹɧɟɝɨɨɫɬɚɥɚɫɶɛɵɧɟɞɨɫɬɭɩɧɨɣɫɚɦɚɹɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɶɛɵ-
ɬɢɹ ɞɥɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɭɱɚɫɬɧɢɤɚ ɫɜɟɪɲɚɸɳɟɝɨɫɹ ɫɨɛɵɬɢɹ
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ɟɝɨɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɩɪɟɞɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɦɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ
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ɛɵɬɶɩɪɨɬɢɜɨɪɟɱɢɹɢɢɡɫɨɡɧɚɧɢɹ"!ɢɩɪɨɫɬɨɫɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɦɟɫɬɚɤɚɠɞɨɝɨɭɱɚɫɬɧɢɤɚɉɪɚɜɞɚɫɨɛɵɬɢɹɧɟɟɫɬɶɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨ
ɫɟɛɟ ɪɚɜɧɚɹ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹ ɢɫɬɢɧɚ ɚ ɩɪɚɜɚɹ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɚɹ ɩɨ-
ɡɢɰɢɹɤɚɠɞɨɝɨɭɱɚɫɬɧɢɤɚɩɪɚɜɞɚɟɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɝɨ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɹ ɉɪɨɫɬɨɣ ɩɪɢɦɟɪ ɩɨɹɫɧɢɬ ɫɤɚɡɚɧɧɨɟ ə
ɥɸɛɥɸɞɪɭɝɨɝɨɧɨɧɟɦɨɝɭɥɸɛɢɬɶɫɟɛɹɞɪɭɝɨɣɥɸɛɢɬɦɟɧɹɧɨ
ɫɟɛɹɧɟɥɸɛɢɬɤɚɠɞɵɣɩɪɚɜɧɚɫɜɨɟɦɦɟɫɬɟɢɧɟɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɨɚ
ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ ɩɪɚɜ ɋ ɦɨɟɝɨ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɦɟɫɬɚ ɬɨɥɶɤɨ ɹɞɥɹ
ɫɟɛɹɹ ɚɜɫɟɞɪɭɝɢɟ ²ɞɪɭɝɢɟ ɞɥɹ ɦɟɧɹ ɜ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟ-
ɜɨɦɫɦɵɫɥɟɷɬɨɝɨɫɥɨɜɚ ȼɟɞɶɩɨɫɬɭɩɨɤɦɨɣ ɢɱɭɜɫɬɜɨ²ɤɚɤ
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ɧɟɝɨɫɚɦɨɝɨɢɤɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɞɪɭɝɨɦɭɨɛɹɡɵɜɚɟɬɦɟɧɹɢɟɝɨɇɨ
ɤɨɧɟɱɧɨɡɞɟɫɶɧɟɬɩɪɨɬɢɜɨɪɟɱɢɹɈɧɨɦɨɝɥɨɛɵɜɨɡɧɢɤɧɭɬɶɞɥɹ
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ɡɧɚɧɢɹ ɛɵɥɢ ɛɵ ɫɟɛɟ ɪɚɜɧɵɟ ɫɚɦɨɰɟɧɧɨɫɬɢ ² ɥɸɞɢ ɚ ɧɟ ɹ ɢ
ɞɪɭɝɨɣɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɢɧɚɱɟɰɟɧɧɨɫɬɧɨɡɜɭɱɚɳɢɟ
ɇɟɦɨɠɟɬɜɨɡɧɢɤɧɭɬɶɢɩɪɨɬɢɜɨɪɟɱɢɟɦɟɠɞɭɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɢ
ɢɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɵɦɢɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦɢɤɨɧɬɟɤɫɬɚɦɢɑɬɨɡɧɚɱɢɬɭɬɜɟɪɠ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 115

È proprio questa verità a richiedere che io, dal mio posto unico,
realizzi pienamente la mia singolare partecipazione all’esistere. Il
carattere unitario del tutto <?> condiziona i ruoli, unici e affatto
irripetibili, di tutti i partecipanti. L’esistere come determinato nel
contenuto, pronto e pietrificato, distruggerebbe la moltitudine dei
mondi personali irripetibilmente validi, mentre è proprio questo
esistere a creare per la prima volta l’evento unico. L’evento come
eguale a se stesso, unico, potrebbe essere letto post factum da una
coscienza non-partecipe, non interessata ad esso; ma anche qui
alla coscienza rimarrebbe inaccessibile il suo carattere di evento;
mentre per il reale partecipe all’evento che si compie, tutto tende
all’atto unico imminente, nel suo dover assolutamente indetermi-
nato, concreto, unico e obbligatorio. Il fatto è che tra le immagini
del mondo valutative di ogni singolo partecipante non ci sono – né
ci devono essere – contraddizioni; né dall’interno della coscienza
<?> né, semplicemente, dal posto unico di ogni soggetto partecipe.
La verità (pravda) dell’evento non è un vero (istina), per contenuto,
identicamente uguale a se stesso; è invece l’unica giusta posizio-
ne di ciascun partecipante, la verità (pravda) del suo reale dovere
concreto35. Un semplice esempio chiarirà questo punto. Io amo un
altro, ma non posso amare me stesso, l’altro mi ama, ma non ama
se stesso; ciascuno ha ragione nel suo proprio posto, e ha ragione
non soggettivamente, ma responsabilmente. Dal mio posto unico,
solo io-per me-stesso sono io, mentre tutti gli altri sono altri per
me (nel senso emotivo-volitivo del termine). Infatti il mio atto (e il
sentimento come atto) si orienta proprio su ciò che è condizionato
dall’unicità e irripetibilità del mio posto. L’altro, nella mia coscien-
za emotivo-volitiva partecipe, è esattamente al suo posto, in quanto
io lo amo come altro, non come me stesso. L’amore dell’altro verso
di me suona emotivamente in modo del tutto diverso per me, nel
mio contesto personale, da come lo stesso amore suona per l’altro
che lo avverte verso di me, e impegna me e l’altro per cose assolu-
tamente diverse. Ma, naturalmente, qui non c’è opposizione. Essa
potrebbe risultare a qualche terza coscienza, non incarnata, non
partecipe. Per tale coscienza ci sarebbero valori-in-sé eguali a se
stessi: esseri umani, e non io e l’altro, che suonano per principio in
modo completamente diverso da un punto di vista valutativo.
Né può sorgere opposizione tra contesti valutativi singolari e af-
fermati. Che cosa significa “contesto affermato di valori”? Si tratta
116 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɞɟɧɧɵɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɰɟɧɧɨɫɬɟɣ ɫɨɜɨɤɭɩɧɨɫɬɶ ɰɟɧɧɨɫɬɟɣ ɰɟɧɧɵɯ


ɧɟɞɥɹɬɨɝɨɢɥɢɢɧɨɝɨɢɧɞɢɜɢɞɭɭɦɚɜɬɭɢɥɢɢɧɭɸɷɩɨɯɭɚɞɥɹ
ɜɫɟɝɨ ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɬɜɚ ɇɨ ɹ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣ ɞɨɥɠɟɧ
ɫɬɚɬɶɜɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɟɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟɤɢɫɬɨ-
ɪɢɱɟɫɤɨɦɭ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɬɜɭ ɹ ɞɨɥɠɟɧ ɭɬɜɟɪɞɢɬɶ ɟɝɨ ɤɚɤ ɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɰɟɧɧɨɟɞɥɹɦɟɧɹɷɬɢɦɫɚɦɵɦɫɬɚɧɟɬɞɥɹɦɟɧɹɰɟɧɧɵɦɢ
ɜɫɟɞɥɹɧɟɝɨɰɟɧɧɨɟɑɬɨɡɧɚɱɢɬɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɱɬɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɟ
ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɬɜɨ ɩɪɢɡɧɚɟɬ ɜ ɫɜɨɟɣ ɢɫɬɨɪɢɢ ɢɥɢ ɫɜɨɟɣ ɤɭɥɶɬɭɪɟ ɬɨ
ɢɥɢɢɧɨɟɰɟɧɧɨɫɬɶɸ²ɩɭɫɬɚɹɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɚɹɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɶɧɟ
ɛɨɥɟɟ ɑɬɨ ɦɧɟ ɞɨ ɬɨɝɨ ɱɬɨ ɜ ɛɵɬɢɢ ɟɫɬɶ ɚ ɤɨɬɨɪɨɦɭ ɰɟɧɧɨ ɜ
ɞɪɭɝɨɟɞɟɥɨɤɨɝɞɚɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɩɪɢɱɚɫɬɟɧɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɛɵ-
ɬɢɸɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɵɦɨɛɪɚɡɨɦɉɨɫɤɨɥɶɤɭ
ɹɭɬɜɟɪɠɞɚɸɫɜɨɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɦɟɫɬɨɜ!ɟɞɢɧɨɦɛɵɬɢɢɢɫɬɨ-
ɪɢɱɟɫɤɨɝɨɱɟɥɨɜɟɱɟɫɬɜɚɩɨɫɤɨɥɶɤɭɹɧɟɚɥɢɛɢɟɝɨɫɬɚɥɤɧɟɦɭ
ɜ ɚɤɬɢɜɧɨɟ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɟ ɨɬɧɨɲɟɧɢɟ ɹ ɫɬɚɧɨɜɥɸɫɶ ɜ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɟ ɨɬɧɨɲɟɧɢɟ ɤ ɩɪɢɡɧɚɜɚɟɦɵɦ ɢɦ ɰɟɧɧɨ-
ɫɬɹɦɄɨɧɟɱɧɨɤɨɝɞɚɦɵɝɨɜɨɪɢɦɨɰɟɧɧɨɫɬɹɯɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨɱɟ-
ɥɨɜɟɱɟɫɬɜɚ ɦɵ ɢɧɬɨɧɢɪɭɟɦ ɷɬɢ ɫɥɨɜɚ ɦɵ ɧɟ ɦɨɠɟɦ ɨɬɜɥɟɱɶɫɹ
ɨɬɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɝɨɨɬɧɨɲɟɧɢɹɤɧɢɦɨɧɢ
ɧɟ ɩɨɤɪɵɜɚɸɬɫɹ ɞɥɹ ɧɚɫ ɫɜɨɢɦ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɦ ɫɦɵɫɥɨɦ ɨɧɢ
ɫɨɨɬɧɨɫɹɬɫɹ ɫ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ ɭɱɚɫɬɧɢɤɨɦ ɢ ɡɚɝɨɪɚɸɬɫɹ ɫɜɟɬɨɦ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɢɋɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɨɬɤɪɵɬ
ɩɨɞɯɨɞɤɨɜɫɟɦɭɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɦɢɪɭɢɞɥɹɦɟɧɹɬɨɥɶɤɨɫɧɟɝɨ
Ʉɚɤɪɚɡɜɨɩɥɨɳɟɧɧɵɣɞɭɯɹɬɟɪɹɸɦɨɟɞɨɥɠɧɨɟɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɟɨɬ-
ɧɨɲɟɧɢɟɤɦɢɪɭɬɟɪɹɸɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɦɢɪɚɇɟɬɱɟɥɨɜɟɤɚɜɨ-
ɨɛɳɟɟɫɬɶɹɟɫɬɶɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɣɤɨɧɤɪɟɬɧɵɣɞɪɭɝɨɣɦɨɣɛɥɢɡ-
ɤɢɣ ɦɨɣ ɫɨɜɪɟɦɟɧɧɢɤ ɫɨɰɢɚɥɶɧɨɟ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɬɜɨ  ɩɪɨɲɥɨɟ ɢ
ɛɭɞɭɳɟɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɯɧɚɥɢɱɧɵɯ"!ɥɸɞɟɣ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ
ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɨɝɨɱɟɥɨɜɟɱɟɫɬɜɚ ȼɫɟɷɬɨɫɭɬɶɰɟɧɧɨɫɬɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵ
ɛɵɬɢɹɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɡɧɚɱɢɦɵɟɢɧɟɨɛɨɛɳɚɸɳɢɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɟɛɵɬɢɟɨɬɤɪɵɜɚɸɳɢɟɫɹ"!ɞɥɹɦɟɧɹɫɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɦɟɫɬɚɤɚɤɨɫɧɨɜɵɦɨɟɝɨɧɟɚɥɢɛɢɜɛɵɬɢɢȺɫɨɜɨɤɭɩɧɨɫɬɶɨɛ-
ɳɟɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹɨɩɪɟɞɟɥɹɟɬɱɟɥɨɜɟɤɚɜɨɨɛɳɟ ɤɚɤKRPRVDSLHQV 
ɬɨɧɚɩɪɢɦɟɪɱɬɨɨɧɫɦɟɪɬɟɧɨɛɪɟɬɚɟɬɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɫɦɵɫɥɥɢɲɶ
ɫɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɩɨɫɤɨɥɶɤɭɹɛɥɢɡɤɢɣɜɫɟɢɫɬɨɪɢ-
ɱɟɫɤɨɟɱɟɥɨɜɟɱɟɫɬɜɨɭɦɢɪɚɸɬɢɤɨɧɟɱɧɨɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɷɦɨɰɢɨ-
ɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɫɦɵɫɥ ɦɨɟɣ ɫɦɟɪɬɢ ɫɦɟɪɬɢ ɞɪɭɝɨɝɨ ɛɥɢɡɤɨɝɨ
ɮɚɤɬɫɦɟɪɬɢɜɫɹɤɨɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɝɥɭɛɨɤɨɪɚɡɥɢɱ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 117

di un insieme di valori validi non per il tale o il tal altro individuo,


in questa o in quell’altra epoca, ma per l’intera umanità storica. Ma
io, io nella mia singolarità e unicità, devo assumere un particolare
atteggiamento emotivo-volitivo nei confronti dell’umanità storica,
la devo affermare come avente realmente valore per me, e facendo
ciò, di conseguenza, tutto ciò che ha valore per essa diverrà valido
anche per me. Che cosa significa affermare che l’umanità storica
riconosce nella storia e nella propria cultura determinate cose co-
me valori? Si tratta dell’affermazione di una vuota possibilità di
contenuto, niente di più. Che cosa importa a me che nell’ambito
di ciò che esiste ci sia un a per cui b ha valore? Altra cosa accade
invece se io nella mia singolarità partecipo a ciò che singolarmente
esiste e vi partecipo con la mia affermazione in maniera emotivo-
volitiva. Dal momento in cui io affermo il mio posto unico nell’e-
sistere unico dell’umanità storica, dal momento in cui ne sono il
non-alibi, cioè sto con essa in un rapporto emotivo-volitivo attivo,
io entro in un rapporto emotivo-volitivo con i valori da essa rico-
nosciuti. Certo, quando parliamo dei valori dell’umanità storica,
diamo un’intonazione a tali parole, non possiamo fare astrazio-
ne da un determinato rapporto emotivo-volitivo con essi; essi non
coincidono per noi con il loro contenuto-senso; essi si correlano
con un partecipante unico e si illuminano della luce di un valore
reale. A partire dal posto unico che io occupo, si apre l’accesso
a tutto il mondo nella sua unicità, e per me, solo da esso. Come
spirito disincarnato, invece, io perdo la mia necessitante relazione
di dovere con il mondo, perdo la realtà del mondo. Non c’è l’uomo
in generale, ci sono io, e c’è un determinato, concreto, “altro”: il
mio prossimo, il mio contemporaneo (l’umanità sociale), il passato
e il futuro delle persone reali (della umanità storica reale). Tutti
questi sono momenti di valore dell’esistere, individualmente validi
e che non universalizzano l’esistere singolare, che si aprono <?> a
me dal mio posto unico quale base del mio non-alibi nell’esistere.
L’insieme della conoscenza generale determina l’uomo in generale
(come homo sapiens), il fatto, per esempio, che egli sia mortale,
che però acquista un senso di valore solo dal mio posto unico – in
quanto a morire sono io, una persona a me vicina, l’intera umanità
storica; e, naturalmente, il senso di valore emotivo-volitivo della
mia morte, della morte dell’altro, del mio prossimo, del fatto della
morte di ciascun uomo reale, varia profondamente caso per caso,
118 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɵɜɤɚɠɞɨɦɫɥɭɱɚɟɢɛɨɜɫɟɷɬɨɪɚɡɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨ-
ɝɨɫɨɛɵɬɢɹɛɵɬɢɹȾɥɹɪɚɡɜɨɩɥɨɳɟɧɧɨɝɨɛɟɡɭɱɚɫɬɧɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚ
ɦɨɝɭɬ ɛɵɬɶ ɜɫɟ ɫɦɟɪɬɢ ɪɚɜɧɵ ɇɨ ɧɢɤɬɨ ɧɟ ɠɢɜɟɬ ɜ ɦɢɪɟ ɝɞɟ
ɜɫɟɥɸɞɢɰɟɧɧɨɫɬɧɨɪɚɜɧɨɫɦɟɪɬɧɵ ɧɭɠɧɨɩɨɦɧɢɬɶɱɬɨɠɢɬɶɢɡ
ɫɟɛɹɫɨɫɜɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɨɬɧɸɞɶɟɳɟɧɟɡɧɚɱɢɬɠɢɬɶ
ɬɨɥɶɤɨɫɨɛɨɸɬɨɥɶɤɨɫɨɫɜɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɜɨɡɦɨɠɧɨ
ɢɦɟɧɧɨɠɟɪɬɜɨɜɚɬɶ²ɦɨɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɚɹɰɟɧɬɪɚɥɶɧɨɫɬɶɦɨɠɟɬ
ɛɵɬɶɠɟɪɬɜɟɧɧɨɸɰɟɧɬɪɚɥɶɧɨɫɬɶɸ 
ɋɟɛɟɪɚɜɧɨɣɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɣɩɪɢɡɧɚɧɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɢɧɟɬɢɛɨɟɟ
ɩɪɢɡɧɚɧɧɚɹɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɨɛɭɫɥɨɜɥɟɧɚɧɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɦɨɬɜɥɟɱɟɧ-
ɧɨ ɜɡɹɬɵɦ ɚ ɜ ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢ ɟɝɨ ɫ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ ɦɟɫɬɨɦ ɭɱɚɫɬ-
ɧɢɤɚɧɨɫɷɬɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɦɨɝɭɬɛɵɬɶɩɪɢɡɧɚɧɵɜɫɟ
ɰɟɧɧɨɫɬɢɢɜɫɹɤɢɣɞɪɭɝɨɣɱɟɥɨɜɟɤɫɨɜɫɟɦɢɫɜɨɢɦɢɰɟɧɧɨɫɬɹɦɢ
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ɧɟɨɛɹɡɵɜɚɟɬɢɧɟɜɵɜɨɞɢɬɢɡɩɪɟɞɟɥɨɜɛɵɬɢɹɞɚɧɧɨɫɬɢɩɭɫɬɨɣ
ɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢɩɨɤɚɹɧɟɭɬɜɟɪɞɢɥɫɜɨɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɩɪɢɱɚɫɬ-
ɧɨɫɬɢɷɬɨɦɭɛɵɬɢɸ
Ɍɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɟ ɩɨɡɧɚɧɢɟ ɩɪɟɞɦɟɬɚ ɫɚɦɨɝɨ ɩɨ ɫɟɛɟ ɫɭɳɟ-
ɫɬɜɭɸɳɟɝɨ ɧɟɡɚɜɢɫɢɦɨ ɨɬ ɟɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɩɨɥɨɠɟɧɢɹ ɜ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ ɦɢɪɟ ɫ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɦɟɫɬɚ ɭɱɚɫɬɧɢɤɚ ɫɨɜɟɪ-
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ɫɥɭɠɟɛɧɵɣ ɬɟɯɧɢɱɟɫɤɢɣ ɦɨɦɟɧɬ ɟɝɨ Ɇɨɟ ɨɬɜɥɟɱɟɧɢɟ ɨɬ ɫɜɨɟ-
ɝɨ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɦɟɫɬɚ ɦɨɟ ɤɚɤ ɛɵ ɪɚɡɜɨɩɥɨɳɟɧɢɟ ɫɚɦɨ ɟɫɬɶ
ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ ɚɤɬ ɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹɟɦɵɣ ɫ ɦɨɟɝɨ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɦɟɫɬɚ ɢ ɜɫɟ ɩɨɥɭɱɟɧɧɨɟ ɷɬɢɦ ɩɭɬɟɦ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɟ ɩɨɡɧɚɧɢɟ
²ɜɨɡɦɨɠɧɚɹɫɟɛɟɪɚɜɧɚɹɞɚɧɧɨɫɬɶɛɵɬɢɹ²ɞɨɥɠɧɨɛɵɬɶɢɧ-
ɤɚɪɧɢɪɨɜɚɧɨ ɦɧɨɸ ɩɟɪɟɜɟɞɟɧɨ ɧɚ ɹɡɵɤ ɭɱɚɫɬɧɨɝɨ ɦɵɲɥɟɧɢɹ
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ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɨɛɹɡɵɜɚɟɬɞɚɧɧɨɟɡɧɚɧɢɟɬɟɨɧɨɞɨɥɠɧɨ
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ɧɢɹ ɩɪɟɞɦɟɬɚ ɜ ɫɟɛɟ ɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹ ɡɧɚɧɢɟɦ ɟɝɨ ɞɥɹ ɦɟɧɹ ɫɬɚɧɨ-
ɜɢɬɫɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɨɛɹɡɭɸɳɢɦɦɟɧɹɭɡɧɚɧɢɟɦɈɬɜɥɟɱɟɧɢɟɨɬ
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ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɝɞɟɹɡɧɚɸɳɢɣɫɬɚɧɨɜɥɸɫɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɦ
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ɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɝɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨɡɧɚɧɢɹɧɚɭɤɢɞɨɥ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 119

giacché sono tutti momenti diversi dell’esistere-evento singolare.


Per un soggetto disincarnato, non partecipe, tutte le morti possono
essere indifferentemente eguali. Ma nessuno vive in un mondo in
cui tutti sono – rispetto al valore – egualmente mortali (non va
dimenticato che vivere a partire da sé, dal proprio posto unico,
non significa affatto vivere solo per conto proprio; anzi soltanto dal
proprio posto unico è possibile il sacrificio – è da qui che la mia
centralità responsabile può divenire centralità sacrificata).
Un valore uguale a se stesso, riconosciuto come universalmente
valido, non esiste, in quanto la sua validità riconosciuta è condizio-
nata non dal contenuto preso astrattamente, ma dalla sua correla-
zione con il posto singolare di colui che partecipa; ma da questo
posto singolare si possono riconoscere tutti i valori e così ciascun
altro uomo con tutti i suoi valori, a condizione appunto che que-
sto riconoscimento avvenga. La semplice constatazione teorica che
qualcuno riconosce questi o quei valori non impegna nessuno a
niente, né conduce fuori dai confini del semplice essere dato, della
vuota possibilità, finché io non abbia affermato nei suoi confronti
la mia propria singolare partecipazione.
La conoscenza teorica di un oggetto come esistente per se stes-
so, indipendentemente dalla sua posizione reale in un mondo sin-
golare a partire dal posto singolare di chi vi partecipa, è del tutto
giustificata; tuttavia non è la conoscenza ultima, ma soltanto un
momento tecnico ausiliario di essa. Il mio fare astrazione dal mio
posto unico, questa presunta mia disincarnazione, è esso stesso un
atto responsabile, realizzato dal mio posto unico, e tutta la cono-
scenza contenutistica così ottenuta – la sua possibilità di darsi co-
me qualcosa che è uguale a se stesso – deve venire da me incarnata,
tradotta nel linguaggio del pensiero partecipe, deve permettermi
di sapere a che cosa obbliga me, unico, dal mio posto unico, la
conoscenza data. Cioè, essa deve essere posta in correlazione con
la mia unicità sulla base del mio non-alibi nell’esistere, in un to-
no emotivo-volitivo, sicché la conoscenza [znanie] del contenuto
dell’oggetto in sé diviene una conoscenza di esso per me, diviene
riconoscimento [uznanie] che mi obbliga responsabilmente. L’astra-
zione da sé è un artificio tecnico che trova giustificazione già dal
mio posto unico dove io, che conosco, divengo responsabile e ob-
bligato da questo riconoscimento. Tutto il contesto infinito della
conoscenza umana teorica possibile – o della scienza – deve, per la
120 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɠɟɧɫɬɚɬɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɭɡɧɚɧɧɵɦɞɥɹɦɨɟɣɩɪɢɱɚɫɬɧɨɣɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɢɷɬɨɧɢɫɤɨɥɶɤɨɧɟɩɨɧɢɠɚɟɬɢɧɟɢɫɤɚɠɚɟɬɟɝɨɚɜɬɨ-
ɧɨɦɧɨɣɢɫɬɢɧɵɧɨɜɨɫɩɨɥɧɹɟɬɟɟɞɨɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɡɧɚɱɢɦɨɣɩɪɚɜ-
ɞɵ Ɇɟɧɟɟ ɜɫɟɝɨ ɩɨɞɨɛɧɨɟ ɩɪɟɜɪɚɳɟɧɢɟ ɡɧɚɧɢɹ ɜ ɭɡɧɚɧɢɟ ɟɫɬɶ
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ɩɨɜɬɨɪɹɟɦɠɢɬɶɢɡɫɟɛɹɧɟɡɧɚɱɢɬɠɢɬɶɞɥɹɫɟɛɹɚɡɧɚɱɢɬɛɵɬɶ
ɢɡɫɟɛɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɭɱɚɫɬɧɵɦɭɬɜɟɪɠɞɚɬɶɫɜɨɟɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɟ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ ɧɟɚɥɢɛɢ ɜ ɛɵɬɢɢ ɀɢɡɧɶ ɢɡ ɫɟɛɹ ɫɨ! ɫɜɨɟɝɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɜɢɞɢɬɡɧɚɟɬɛɟɫɤɨɧɟɱɧɵɟɡɧɚɧɢɹɧɨɧɟɬɟ-
ɪɹɟɬɫɟɛɹɜɧɢɯɛɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɚɩɨɬɨɦɭɢɨɧɢɧɟɬɟɪɹɸɬɞɥɹ
ɧɟɟɫɜɨɟɣɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ
ɇɟɫɨɜɩɚɞɚɟɬɫɧɚɲɟɣɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɶɛɵɬɢɸɫɨ-
ɛɵɬɢɸ ɦɢɪɚ ɜ ɟɝɨ ɰɟɥɨɦ ɫ ɛɟɡɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɦ ɫɚɦɨɨɬɞɚɧɢɟɦ ɛɵ-
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ɧɚɹɄɷɬɨɦɭɨɞɟɪɠɚɧɢɸɛɵɬɢɟɦ ɨɞɧɨɫɬɨɪɨɧɧɹɹɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɶ ɜ
ɡɧɚɱɢɬɟɥɶɧɨɣɫɬɟɩɟɧɢɫɜɨɞɢɬɫɹɩɚɮɨɫɮɢɥɨɫɨɮɢɢɇɢɰɲɟɞɨɜɨɞɹ
ɟɟ ɞɨ ɚɛɫɭɪɞɚ ɫɨɜɪɟɦɟɧɧɨɝɨ ɞɢɨɧɢɫɢɣɫɬɜɚ ɉɟɪɟɠɢɜɚɟɦɵɣ ɮɚɤɬ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢɡɞɟɫɶɨɛɟɞɧɹɟɬɫɹɬɟɦɱɬɨɭɬɜɟɪɠ-
ɞɟɧɧɨɟɛɵɬɢɟɡɚɜɥɚɞɟɜɚɟɬɭɬɜɟɪɞɢɜɲɢɦɜɠɢɜɚɧɢɟɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɟɭɱɚɫɬɧɨɟɛɵɬɢɟɩɪɢɜɨɞɢɬɤɩɨɬɟɪɟɫɟɛɹɜɧɟɦ ɧɟɥɶɡɹɛɵɬɶɫɚ-
ɦɨɡɜɚɧɰɟɦ ɤɨɬɤɚɡɭɨɬɫɜɨɟɣɞɨɥɠɟɧɫɬɜɭɸɳɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ
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ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɨ ɫɨɡɧɚɧɢɸ ɤɭɥɶɬɭɪɵ ɤɚɤ ɫɚɦɨɞɨɜɥɟɸɳɟɦɭ
ɉɪɟɞɫɬɚɜɥɟɧɨ ɤɚɤ ɛɵ ɞɜɚ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ ɤɨɧɬɟɤɫɬɚ ɞɜɟ ɠɢɡɧɢ
ɠɢɡɧɶɜɫɟɝɨɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɝɨɦɢɪɚɜɟɝɨɰɟɥɨɦɦɨɝɭɳɟɦɛɵɬɶɬɨɥɶ-
ɤɨɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɩɨɡɧɚɧɧɵɦɢɦɨɹɦɚɥɟɧɶɤɚɹɥɢɱɧɚɹɠɢɡɧɶɋɭɛɴ-
ɟɤɬɨɦɩɟɪɜɨɣɹɜɥɹɟɬɫɹɦɢɪɤɚɤɰɟɥɨɟɫɭɛɴɟɤɬɜɬɨɪɨɣ²ɫɥɭɱɚɣ-
ɧɵɣɟɞɢɧɢɱɧɵɣɫɭɛɴɟɤɬɈɞɧɚɤɨɜɟɞɶɷɬɨɧɟɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɨɟɤɨ-
ɥɢɱɟɫɬɜɟɧɧɨɟɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɛɨɥɶɲɨɝɨɦɢɪɚɢ
ɨɱɟɧɶɦɚɥɟɧɶɤɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɨɞɧɨɣɟɞɢɧɢɰɵɢɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɝɨɦɧɨ-
ɠɟɫɬɜɚɟɞɢɧɢɰɫɭɳɟɫɬɜɄɨɧɟɱɧɨɦɨɠɧɨɩɪɨɜɨɞɢɬɶɫɨɫɬɨɪɨɧɵ
ɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɣ"!ɬɟɨɪɢɢ"!ɷɬɨɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟɦɢɪɚɢ
ɨɬɞɟɥɶɧɨɝɨ ɱɟɥɨɜɟɤɚ ɧɨ ɧɟ ɜ ɷɬɨɦ ɟɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣ ɫɦɵɫɥ
Ɇɚɥɟɧɶɤɢɣɢɛɨɥɶɲɨɣɡɞɟɫɶɧɟɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɟɤɚɬɟɝɨɪɢɢɚɱɢɫɬɨ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɟɂɞɨɥɠɧɨɫɩɪɨɫɢɬɶɜɤɚɤɨɦɫɨɡɧɚɧɢɢɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹ-
ɟɬɫɹɷɬɨɰɟɧɧɨɫɬɧɨɟɫɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟɱɬɨɛɵɛɵɬɶɧɭɞɢɬɟɥɶɧɵɦɢ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɡɧɚɱɢɦɵɦ" Ɍɨɥɶɤɨ ɜ ɭɱɚɫɬɧɨɦ ɫɨɡɧɚɧɢɢ ɉɚɮɨɫ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 121

mia unicità partecipe, diventare qualcosa di responsabilmente rico-


nosciuto, il che non ne diminuisce né deforma affatto il vero [istina]
autonomo, ma lo completa fino a che divenga verità (pravda) nella
sua validità obbligante. E una tale trasformazione della conoscen-
za in riconoscimento non è affatto una questione del suo utilizzo
immediato come mezzo tecnico per il soddisfacimento di qualche
necessità pratica della vita; lo ripetiamo, vivere a partire da sé non
significa vivere per sé, ma significa essere, a partire da sé, respon-
sabilmente partecipi, affermare il proprio reale e obbligante non-
alibi nell’esistere.
Dal nostro punto di vista, la partecipazione all’esistere-evento
del mondo nella sua interezza non coincide con un’irresponsabile
abbandono all’essere, con il proprio lasciarsi esistere; perché in
questo caso passa in primo piano unilateralmente il solo momento
passivo della partecipazione, mentre si riduce l’attività come dato
da compiere. A questo lasciarsi esistere (una partecipazione unila-
terale) si riduce in gran parte il pathos della filosofia di Nietzsche
– che è spinta fino all’assurdo del dionismo contemporaneo. Il fat-
to vissuto di una reale partecipazione è, in questo caso, così impo-
verito, che l’esistenza si impadronisce di colui che l’ha affermata;
l’immedesimazione con il reale esistere cui si partecipa porta alla
perdita di sé in esso (non si può essere impostori), al rifiuto della
propria singolarità imperativa.
La coscienza partecipe, incarnata, può apparire ristretta, limi-
tatamente soggettiva, solo quando la si contrapponga alla coscien-
za della cultura in quanto autosufficiente. È come se si presen-
tassero due contesti di valore, due vite: la vita dell’intero mondo
infinito nella sua totalità, quale può essere conosciuto solo ogget-
tivamente, e la mia piccola vita personale. Soggetto della prima è
il mondo come totalità, soggetto della seconda il singolo soggetto
accidentale. Tuttavia non si tratta della contrapposizione matema-
tica, quantitativa, tra il mondo infinitamente grande e l’uomo mol-
to piccolo, tra un’unità e un’infinita moltitudine di unità-esseri.
Certo, dal punto di vista di una teoria <?> generale <?> questa
contrapposizione tra mondo e uomo singolo si può sostenere, ma
non è in questo il suo senso reale. Piccolo e grande qui non so-
no categorie teoriche, ma puramente valutative. E la domanda da
porre è: su quale piano si attua questo confronto di valore, per es-
sere necessitante e realmente valido? Solo nella coscienza parteci-
122 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɦɨɟɣ ɦɚɥɟɧɶɤɨɣ ɠɢɡɧɢ ɢ ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɝɨ ɦɢɪɚ ² ɩɚɮɨɫ ɦɨɟɝɨ


ɭɱɚɫɬɧɨɝɨɧɟɚɥɢɛɢɜɛɵɬɢɢɷɬɨɟɫɬɶɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɟɪɚɫɲɢɪɟɧɢɟ
ɤɨɧɬɟɤɫɬɚ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɩɪɢɡɧɚɧɧɵɯ ɰɟɧɧɨɫɬɟɣ ɫ ɦɨɟɝɨ ɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɦɟɫɬɚ ɉɨɫɤɨɥɶɤɭ ɠɟ ɹ ɨɬɜɥɟɱɟɧ ɨɬ ɷɬɨɝɨ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɝɨɦɟɫɬɚɫɨɜɟɪɲɚɟɬɫɹɪɚɫɤɨɥɦɟɠɞɭɜɨɡɦɨɠɧɵɦɛɟɫɤɨɧɟɱɧɵɦ
ɦɢɪɨɦɩɨɡɧɚɧɢɹɢɦɚɥɟɧɶɤɢɦɦɢɪɤɨɦɦɧɨɸɩɪɢɡɧɚɧɧɵɯɰɟɧɧɨ-
ɫɬɟɣɌɨɥɶɤɨɢɡɧɭɬɪɢɷɬɨɝɨɦɚɥɟɧɶɤɨɝɨɧɨɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɝɨɦɢɪɚɞɨɥɠɧɨɩɪɨɢɫɯɨɞɢɬɶɷɬɨɪɚɫɲɢɪɟɧɢɟɜɩɪɢɧɰɢɩɟ
ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɟ ɧɨ ɧɟ ɩɭɬɟɦ ɪɚɡɨɛɳɟɧɢɹ ɢ ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɹ
ɬɨɝɞɚ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɧɢɱɬɨɠɧɵɣ ɦɢɪ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɛɭɞɟɬ ɫɨ
ɜɫɟɯ ɫɬɨɪɨɧ ɨɦɵɜɚɬɶɫɹ ɜɨɥɧɚɦɢ ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɣ ɩɭɫɬɨɣ ɜɨɡɦɨɠ-
ɧɨɫɬɢɞɥɹɷɬɨɣɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢɧɟɢɡɛɟɠɟɧɪɚɫɤɨɥɦɨɟɣɦɚɥɟɧɶɤɨɣ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɪɚɡɧɭɡɞɚɧɧɚɹ ɢɝɪɚ ɩɭɫɬɨɣ ɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɫɬɢ
ɫɩɨɫɨɛɧɚ "! ɥɢɲɶ ɩɨɬɟɪɹɬɶ ɜɫɸ ɧɚɥɢɱɧɭɸ ɛɟɡɵɫɯɨɞɧɨɧɭɞɢ-
ɬɟɥɶɧɭɸɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɨɧɚɫɚɦɚɩɪɢɞɚɟɬɥɢɲɶɜɨɡɦɨɠɧɭɸ
ɰɟɧɧɨɫɬɶ"!ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɵɦɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɹɦɌɨɝɞɚɪɨɠɞɚɟɬɫɹɛɟɫ-
ɤɨɧɟɱɧɨɫɬɶɩɨɡɧɚɧɢɹɜɦɟɫɬɨɬɨɝɨɱɬɨɛɵɩɪɢɨɛɳɚɬɶɜɫɟɬɟɨɪɟɬɢ-
ɱɟɫɤɨɟɜɨɡɦɨɠɧɨɟɩɨɡɧɚɧɢɟɦɢɪɚ ɞɚɠɟɮɚɤɬɬɨɥɶɤɨɬɟɨɪɟɬɢɱɟ-
ɫɤɢɩɨɡɧɚɧɧɵɣɤɚɤɮɚɤɬɟɫɬɶɩɭɫɬɚɹɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɶɧɨɜɟɫɶɫɦɵɫɥ
"!ɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɝɨ"!ɫɭɠɞɟɧɢɹɢɦɟɧɧɨɜɬɨɦɱɬɨɨɧɨɨɛɵɤ-
ɧɨɜɟɧɧɨɧɟɨɫɬɚɟɬɫɹɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɦɫɭɠɞɟɧɢɟɦɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ
ɩɪɢɨɛɳɚɟɬɫɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɛɵɬɢɸɡɞɟɫɶɬɪɭɞɧɨɜɫɹɤɨɟɨɬɜɥɟ-
ɱɟɧɢɟ ɨɬ ɫɜɨɟɣ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢ  ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ
ɢɡ ɫɟɛɹ ɠɢɡɧɢ ɤɚɤ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɟ ɭɡɧɚɧɢɟ ɦɵ ɩɵɬɚɟɦɫɹ ɫɜɨɸ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɭɸɠɢɡɧɶɩɪɢɨɛɳɚɬɶɜɨɡɦɨɠɧɨɦɭɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭ
ɤɨɧɬɟɤɫɬɭɢɥɢɩɪɢɡɧɚɜɚɹɜɧɟɣɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɵɦɢɥɢɲɶɨɛɳɢɟɟɟ
ɦɨɦɟɧɬɵɢɥɢɨɫɦɵɫɥɹɹɟɟɤɚɤɦɚɥɟɧɶɤɢɣɤɥɨɱɨɤɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɚɢ
ɜɪɟɦɟɧɢɛɨɥɶɲɨɝɨɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɢɜɪɟɦɟɧɧɨɝɨɰɟɥɨɝɨɢɥɢ
ɞɚɜɚɹɟɣɫɢɦɜɨɥɢɱɟɫɤɨɟɢɫɬɨɥɤɨɜɚɧɢɟ
ȼɨ ɜɫɟɯ ɷɬɢɯ ɫɥɭɱɚɹɯ ɟɟ ɠɢɜɚɹ ɧɭɞɢɬɟɥɶɧɚɹ ɢ ɛɟɡɵɫɯɨɞɧɚɹ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ ɪɚɡɛɚɜɥɹɟɬɫɹ ɜɨɞɨɣ ɬɨɥɶɤɨ ɦɵɫɥɢɦɨɣ ɩɭɫɬɨɣ
ɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢ Ʌɸɛɢɦɚɹ "! ɩɥɨɬɶ "! ɨɛɴɹɜɥɹɟɬɫɹ ɡɧɚɱɢɦɨɣ
ɥɢɲɶɤɚɤɦɨɦɟɧɬɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɣɦɚɬɟɪɢɢɧɚɦɛɟɡɪɚɡɥɢɱɧɨɣɢɥɢ
ɷɤɡɟɦɩɥɹɪKRPRVDSLHQVɩɪɟɞɫɬɚɜɢɬɟɥɶɫɜɨɟɣɷɬɢɤɢɜɨɩɥɨɳɟɧɢɟ
ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɝɨɧɚɱɚɥɚɜɟɱɧɨɣɠɟɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɜɫɸɞɭɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨ ɡɧɚɱɢɦɨɟ ɨɤɚɡɵɜɚɟɬɫɹ ɦɨɦɟɧɬɨɦ ɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨ ɦɨɹ ɠɢɡɧɶ ²
ɤɚɤɠɢɡɧɶɱɟɥɨɜɟɤɚɜɨɨɛɳɟɚɷɬɚɩɨɫɥɟɞɧɹɹ²ɤɚɤɨɞɧɨɢɡɩɪɨ-
ɹɜɥɟɧɢɣɠɢɡɧɢɦɢɪɚɇɨɜɫɟɷɬɢɛɟɫɤɨɧɟɱɧɵɟɤɨɧɬɟɤɫɬɵɰɟɧɧɨ-
ɫɬɟɣɧɢɜɱɟɦɧɟɭɤɨɪɟɧɟɧɵɬɨɥɶɤɨɜɨɡɦɨɠɧɵɜɨɦɧɟɧɟɡɚɜɢɫɢ-
ɦɨɨɬɛɵɬɢɹɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɝɨɢɨɛɳɟɡɧɚɱɢɦɨɝɨɇɨɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨɧɚɦ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 123

pe. Il pathos della mia vita piccola e del mondo infinito è il pathos
del mio partecipe non-alibi nell’esistere, è l’ampliamento respon-
sabile del contesto dei valori realmente riconosciuti dal mio posto
unico. Se io astraggo da questo posto unico, si attua una scissione
tra il possibile mondo infinito della conoscenza e il piccolo mondo
dei valori da me riconosciuti. È solo dall’interno di questo mondo
piccolo, ma reale e necessitante, che deve avvenire l’ampliamento,
infinito in linea di principio, e tuttavia non tramite separazioni e
contrapposizioni; in questo caso il mondo del tutto insignificante
della realtà sarebbe bagnato da ogni parte dalle onde della vuota
possibilità infinita, e per questa possibilità sarebbe inevitabile la
scissione della mia piccola realtà, il gioco sfrenato della vuota og-
gettività <?> che perde tutta la realtà esistente, fatalmente neces-
sitante, e che non apporta che un valore <?> soltanto possibile a
vuote possibilità. È in queste condizioni che nasce l’infinità della
conoscenza; invece di incorporare l’intera conoscenza teorica pos-
sibile del mondo nella vita reale a partire da sé, come responsabile
riconoscimento36 (anche un fatto, noto soltanto teoricamente è,
in quanto fatto, una possibilità vuota; tuttavia tutto il senso <?>
di un giudizio cognitivo consiste precisamente nel fatto che esso
non resta un giudizio teorico, ma si incorpora nell’esistere singo-
lare, dove ogni astrazione da una partecipazione reale è difficile),
cerchiamo di inserire la nostra vita reale nel contesto teorico pos-
sibile, riconoscendo in essa come essenziali solo i suoi momenti
universali, oppure intendendola come un piccolo frammento di
spazio e di tempo del grande insieme spaziale e temporale, o an-
cora dandole un’interpretazione simbolica.
In tutti questi casi la sua viva singolarità, necessitante e inevi-
tabile, è diluita nell’acqua della possibilità vuota e solo pensabile.
Il corpo <?> che ama <?> viene riconosciuto solo come momento
di una materia infinita che a noi è indifferente, o come esemplare
dell’Homo Sapiens, o come rappresentante di una propria etica, o
come incarnazione del principio astratto dell’eterno femminino;
ciò che è realmente valido risulta, in ogni caso, come momento di
ciò che è possibile: la mia vita è come la vita dell’uomo in generale,
e quest’ultima è come una delle manifestazioni della vita del mon-
do; ma tutti questi infiniti contesti di valori non sono radicati in
niente, sono solo possibili in me indipendentemente dall’essere og-
gettivo e universalmente valido. Tuttavia ci è sufficiente incarnare
124 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɬɶɫɚɦɵɣɷɬɨɬɚɤɬɧɚɲɟɝɨɦɵɲɥɟɧɢɹ
ɞɨ ɤɨɧɰɚ ɩɨɞɩɢɫɚɬɶɫɹ ɩɨɞ ɧɢɦ ɢ ɦɵ ɨɤɚɠɟɦɫɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ
ɩɪɢɱɚɫɬɧɵɦɢɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸɧɪɡɛ!ɢɡɧɭɬɪɢɧɟɝɨɫɧɚɲɟɝɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚ
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ɟɝɨɧɟɚɥɢɛɢɜɛɵɬɢɢɢɩɨɫɬɭɩɨɤɦɵɫɥɶɢɩɨɫɬɭɩɨɤɱɭɜɫɬɜɨɢ
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ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɟɧɩɨɫɬɭɩɨɤɜɫɜɨɟɦɦɚɥɨɦɧɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦɨɧɢ
ɩɪɢɱɚɫɬɧɵɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɦɭɰɟɥɨɦɭɂɷɬɨɨɬɧɸɞɶɧɟɡɧɚɱɢɬɱɬɨɹ
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ɧɟɜɬɨɦɫɦɵɫɥɟɜɤɨɬɨɪɨɦɝɨɜɨɪɢɬȽɟɬɟ©ɜɨɜɫɟɦɬɨɦɱɬɨɦɵ
ɩɪɚɜɢɥɶɧɨ ɩɪɨɢɡɜɨɞɢɦ ɦɵ ɞɨɥɠɧɵ ɜɢɞɟɬɶ ɩɨɞɨɛɢɟ ɜɫɟɝɨ ɱɬɨ
ɦɨɠɟɬɛɵɬɶɩɪɚɜɢɥɶɧɨɫɨɡɞɚɧɨªɁɞɟɫɶɨɞɢɧɢɡɫɥɭɱɚɟɜɫɢɦɜɨ-
ɥɢɱɟɫɤɨɝɨɢɫɬɨɥɤɨɜɚɧɢɹɩɪɢɩɚɪɚɥɥɟɥɢɡɦɟɦɢɪɨɜɩɪɢɜɧɨɫɹɳɢɣ
ɦɨɦɟɧɬɪɢɬɭɚɥɶɧɨɫɬɢɜɤɨɧɤɪɟɬɧɨɪɟɚɥɶɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤ
Ɉɪɢɟɧɬɢɪɨɜɚɬɶɩɨɫɬɭɩɨɤɜɰɟɥɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɫɨɛɵ-
ɬɢɹɜɨɜɫɟɧɟɡɧɚɱɢɬ²ɩɟɪɟɜɟɫɬɢɟɝɨɧɚɹɡɵɤɜɵɫɲɢɯɰɟɧɧɨɫɬɟɣ
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ɬɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɪɟɚɥɶɧɨɟɭɱɚɫɬɧɨɟɫɨɛɵɬɢɟɜɤɨɬɨɪɨɦɧɟɩɨɫɪɟɞ-
ɫɬɜɟɧɧɨɨɪɢɟɧɬɢɪɭɟɬɫɹɩɨɫɬɭɩɨɤəɩɪɢɱɚɫɬɟɧɫɨɛɵɬɢɸɩɟɪɫɨ-
ɧɚɥɶɧɨɢɬɚɤɠɟɜɫɹɤɢɣɩɪɟɞɦɟɬɢɥɢɰɨɫɤɨɬɨɪɵɦɢɹɢɦɟɸɞɟɥɨ
ɜ ɦɨɟɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɠɢɡɧɢ ɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɨ ɩɪɢɱɚɫɬɧɵ ə ɦɨɝɭ
ɫɨɜɟɪɲɚɬɶɩɨɥɢɬɢɱɟɫɤɢɣɚɤɬɢɪɟɥɢɝɢɨɡɧɵɣɨɛɪɹɞɤɚɤɩɪɟɞɫɬɚ-
ɜɢɬɟɥɶɧɨɷɬɨɭɠɟɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɟɞɟɣɫɬɜɢɟɤɨɬɨɪɨɟɩɪɟɞɩɨɥɚɝɚɟɬ
ɮɚɤɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɭɩɨɥɧɨɦɨɱɟɧɢɹɦɟɧɹɧɨɢɡɞɟɫɶɹɧɟɨɬ-
ɪɟɤɚɸɫɶɨɤɨɧɱɚɬɟɥɶɧɨɨɬɫɜɨɟɣɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɨɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢ
ɧɨɫɚɦɨɟɦɨɟɩɪɟɞɫɬɚɜɢɬɟɥɶɫɬɜɨɢɭɩɨɥɧɨɦɨɱɟɧɧɨɫɬɶɟɟɭɱɢɬɵ-
ɜɚɸɬ Ɇɨɥɱɚɥɢɜɨɣ ɩɪɟɞɩɨɫɵɥɤɨɣ ɪɢɬɭɚɥɢɡɦɚ ɠɢɡɧɢ ɹɜɥɹɟɬɫɹ
ɜɨɜɫɟɧɟɫɦɢɪɟɧɢɟɚɝɨɪɞɨɫɬɶɇɭɠɧɨɫɦɢɪɢɬɶɫɹɞɨɩɟɪɫɨɧɚɥɶ-
ɧɨɣɭɱɚɫɬɧɨɫɬɢɢɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɉɵɬɚɹɫɶɩɨɧɢɦɚɬɶɜɫɸɫɜɨɸ
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ɪɢɬɭɚɥɶɧɵɣ²ɦɵɫɬɚɧɨɜɢɦɫɹɫɚɦɨɡɜɚɧɰɚɦɢ
ȼɫɹɤɨɟ ɩɪɟɞɫɬɚɜɢɬɟɥɶɫɬɜɨ ɧɟ ɨɬɦɟɧɹɟɬ ɚ ɥɢɲɶ ɫɩɟɰɢɚɥɢɡɭ-
ɟɬɦɨɸɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɭɸɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶȾɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɩɪɢ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 125

in pieno in maniera responsabile l’atto stesso del nostro pensiero,


sottoscriverlo, per risultare realmente partecipi dell’essere-evento
a partire dal nostro posto unico.
Inoltre, in quanto sono miei atti reali sulla base del mio non-
alibi nell’esistere, sia l’atto-pensiero, sia l’atto-sentimento, sia
l’atto-azione sono effettivamente spinti ai limiti estremi dell’esi-
stere-evento, orientati in esso come in un tutto unitario e singo-
lare, e, per quanto contenutisticamente ricco sia il pensiero e per
quanto concretamente individuale sia l’azione, nel loro piccolo
ma reale ambito essi partecipano al tutto. Il che non significa
affatto che io debba pensare me stesso, l’azione, questo tutto
come qualcosa di determinato nel contenuto: ciò non è possi-
bile, né necessario. La mano sinistra può non sapere che cosa
fa la destra, e tuttavia la destra compie la verità (pravda). E non
nel senso dell’osservazione di Goethe: “in tutto ciò che realiz-
ziamo in maniera giusta, dobbiamo vedere l’immagine di tutto
ciò che può essere creato in maniera giusta”. Qui abbiamo un
esempio di interpretazione simbolica sulla base del parallelismo
dei mondi, il che introduce un momento di ritualità nell’atto
concretamente reale.
Orientare l’atto nell’insieme dell’esistere-evento singolare non
significa affatto tradurlo nella lingua dei valori supremi, di cui
quell’evento partecipe concreto e reale, nel quale l’atto si orienta
direttamente, risulterebbe soltanto una rappresentazione o un ri-
flesso. Io partecipo all’evento personalmente, e anche ogni oggetto
o persona con cui io abbia a che fare nella mia vita singolare vi
partecipano personalmente. Io posso compiere un atto politico e
un rito religioso in qualità di rappresentante, ma si tratta già di
un’azione speciale che presuppone che io abbia l’autorizzazione a
compierla, ma neppure in questo caso io abdico definitivamente
alla mia responsabilità personale; al contrario, il mio ruolo rappre-
sentativo, il potere a cui sono stato autorizzato ne tengono conto. Il
tacito presupposto del ritualismo della vita non è affatto l’umiltà,
ma l’arroganza. Bisogna invece divenire umili fino alla partecipa-
zione e alla responsabilità personali. Se cerchiamo di interpretare
la nostra vita intera come celata rappresentanza, e ogni nostro atto
come rituale, diveniamo degli impostori.
Ogni rappresentanza non abolisce, ma semplicemente specializ-
za, la mia personale responsabilità. Il reale riconoscimento-afferma-
126 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɡɧɚɧɢɟ ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟ ɰɟɥɨɝɨ ɤɨɬɨɪɨɦɭ ɹ ɛɭɞɭ ɩɪɟɞɫɬɚɜɢɬɟɥɶ-


ɫɬɜɨɜɚɬɶ ɟɫɬɶ ɦɨɣ ɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɨ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣ ɚɤɬ ɉɨɫɤɨɥɶɤɭ
ɨɧ ɜɵɩɚɞɚɟɬ ɢ ɹ ɨɫɬɚɸɫɶ ɬɨɥɶɤɨ ɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɦ ɹ
ɫɬɚɧɨɜɥɸɫɶ ɨɞɟɪɠɢɦɵɦ ɚ ɦɨɢ ɩɨɫɬɭɩɤɢ ɨɬɨɪɜɚɧɧɵɟ ɨɬ ɨɧɬɨ-
ɥɨɝɢɱɟɫɤɢɯ ɤɨɪɧɟɣ ɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɨɣ ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢ ² ɫɬɚɧɨɜɹɬɫɹ
ɫɥɭɱɚɣɧɵɦɢɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɩɨɫɥɟɞɧɟɦɭɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɟɞɢɧ-
ɫɬɜɭ ɜ ɤɨɬɨɪɨɦ ɧɟ ɭɤɨɪɟɧɟɧɵ ɤɚɤ ɧɟ ɭɤɨɪɟɧɟɧɚ ɞɥɹ ɦɟɧɹ ɢ ɬɚ
ɨɛɥɚɫɬɶɤɨɬɨɪɚɹɫɩɟɰɢɚɥɢɡɢɪɭɟɬɦɨɣɩɨɫɬɭɩɨɤɌɚɤɨɣɨɬɪɵɜɨɬ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɤɨɧɬɟɤɫɬɚɩɨɬɟɪɹɩɪɢɫɩɟɰɢɚɥɢɡɚɰɢɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɣɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɨɣɭɱɚɫɬɧɨɫɬɢɨɫɨɛɟɧɧɨɱɚɫɬɨɢɦɟɟɬɦɟɫɬɨɩɪɢ
ɩɨɥɢɬɢɱɟɫɤɨɣɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɄɬɨɣɠɟɩɨɬɟɪɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɚɩɪɢɜɨɞɢɬɢɩɨɩɵɬɤɚɜɢɞɟɬɶɜɤɚɠɞɨɦɞɪɭɝɨɦɜɤɚɠɞɨɦ
ɩɪɟɞɦɟɬɟɞɚɧɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɧɟɤɨɧɤɪɟɬɧɭɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɩɟɪ-
ɫɨɧɚɥɶɧɨɩɪɢɱɚɫɬɧɭɸɛɵɬɢɸɚɩɪɟɞɫɬɚɜɢɬɟɥɹɧɟɤɨɟɝɨɛɨɥɶɲɨɝɨ
ɰɟɥɨɝɨɗɬɢɦɧɟɩɨɜɵɲɚɟɬɫɹɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɢɨɧɬɨɥɨɝɢɱɟɫɤɚɹ
ɧɟɫɥɭɱɚɣɧɨɫɬɶɦɨɟɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɚɭɥɟɝɱɚɟɬɫɹɢɧɟɤɨɬɨɪɵɦɨɛɪɚ-
ɡɨɦɞɟɪɟɚɥɢɡɭɟɬɫɹɩɨɫɬɭɩɨɤɧɟɨɩɪɚɜɞɚɧɧɨɝɨɪɞɢɷɬɨɩɪɢɜɨɞɢɬ
ɬɨɥɶɤɨ ɤ ɬɨɦɭ ɱɬɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɫɬɶ ɧɭɞɢɬɟɥɶɧɨ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɧɚɱɢɧɚɟɬɪɚɡɥɚɝɚɬɶɫɹɨɬɜɥɟɱɟɧ-
ɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɶɸɇɚɩɟɪɜɨɦɩɥɚɧɟɞɥɹɭɤɨɪɟɧɟɧɢɹ
ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɞɨɥɠɧɚ ɧɚɯɨɞɢɬɶɫɹ ɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɚɹ ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɶ ɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɝɨɛɵɬɢɹɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɪɟɞɦɟɬɚɢɛɨɟɫɥɢɬɵɢɩɪɟɞ-
ɫɬɚɜɢɬɟɥɶɫɬɜɭɟɲɶɛɨɥɶɲɨɟɰɟɥɨɟɬɨɩɪɟɠɞɟɜɫɟɝɨɩɟɪɫɨɧɚɥɶɧɨ
ɢɫɚɦɨɷɬɨɛɨɥɶɲɨɟɰɟɥɨɟɫɥɨɠɟɧɨɧɟɢɡɨɛɳɢɯɚɤɨɧɤɪɟɬɧɨɢɧ-
ɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜ
ɇɭɞɢɬɟɥɶɧɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɪɟɚɥɶɧɚɹɡɧɚɱɢɦɨɫɬɶɞɟɣɫɬɜɢɹɜɞɚɧ-
ɧɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟ ɤɚɤɢɦɛɵɨɧɧɢɛɵɥ ɦɨɦɟɧɬɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɜ ɧɟɦ ɢ ɟɫɬɶ ɟɝɨ ɨɪɢɟɧɬɚɰɢɹ ɜ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɛɵɬɢɢɜɟɝɨɰɟɥɨɦ
Ɇɢɪ ɜ ɤɨɬɨɪɨɦ ɨɪɢɟɧɬɢɪɭɟɬɫɹ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɧɚ ɨɫɧɨɜɟ ɫɜɨɟɣ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢɛɵɬɢɸ²ɬɚɤɨɜɩɪɟɞɦɟɬɧɪɚɜɫɬɜɟɧ-
ɧɨɣɮɢɥɨɫɨɮɢɢɇɨɜɟɞɶɩɨɫɬɭɩɨɤɧɟɡɧɚɟɬɟɝɨɤɚɤɧɟɤɨɬɨɪɭɸ
ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɭɸ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɫɬɶ ɨɧ ɢɦɟɟɬ ɞɟɥɨ ɥɢɲɶ ɫ ɨɞɧɢɦ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɥɢɰɨɦɢɩɪɟɞɦɟɬɨɦɩɪɢɱɟɦɨɧɢɞɚɧɵɟɦɭɜɢɧ-
ɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɯɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɯɬɨɧɚɯɗɬɨɦɢɪɫɨɛɫɬɜɟɧ-
ɧɵɯɢɦɟɧɷɬɢɯɩɪɟɞɦɟɬɨɜɢɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɯɯɪɨɧɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɯɞɚɬ
ɠɢɡɧɢɉɨɞɪɨɛɧɨɟ"!ɨɩɢɫɚɧɢɟɦɢɪɚɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɠɢɡɧɢɩɨ-
ɫɬɭɩɤɚɢɡɧɭɬɪɢɩɨɫɬɭɩɤɚɧɚɨɫɧɨɜɟɟɝɨɧɟɚɥɢɛɢɜɛɵɬɢɢɛɵɥɨ
ɛɵɫɚɦɨɨɬɱɟɬɨɦɢɫɩɨɜɟɞɶɸɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɦɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦ
ɇɨ ɷɬɢ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɵɟ ɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɵɟ ɦɢɪɵ ɞɟɣ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 127

zione di tutto quello di cui sarò rappresentante è un mio atto per-


sonalmente responsabile. Se quest’atto venisse meno e io rimanessi
solo latore di una responsabilità speciale, diverrei un posseduto e
le mie azioni, separate dalle radici ontologiche della mia partecipa-
zione personale, diverrebbero fortuite rispetto all’unità singolare
ultima, nella quale esse non sono radicate – così come per me non
è radicato quel campo che specializza il mio atto. Questo genere di
separazione dal contesto singolare, la perdita nella specializzazione
della partecipazione personale singolare, hanno luogo particolar-
mente spesso nella responsabilità politica. A questa stessa perdi-
ta dell’unità singolare porta anche il tentativo di vedere in ogni
atto, in ogni oggetto di un dato atto, non la concreta singolarità
personalmente partecipe all’esistere, ma il rappresentante di un
qualche grande insieme. Il che non aumenta la responsabilità e la
non-casualità ontologica del mio atto, ma al contrario l’alleggeri-
sce e in un certo senso lo de-realizza: l’atto è ingiustificatamente
orgoglioso, è arrogante, e ciò porta soltanto al fatto che la reale
concretezza di una singolarità effettivamente necessitante degenera
in possibilità concettuale astratta. Per radicare l’atto, la partecipa-
zione personale di un’esistenza singolare e di un oggetto singolare
si deve trovare in primo piano, giacché se sei rappresentante di un
grande insieme, lo sei soprattutto personalmente. E questo stesso
grande insieme, a sua volta, non è composto di aspetti generali, ma
di momenti individuali concreti.
La validità reale, concretamente necessitante, di un’azione in
un contesto singolare dato (quale che sia), il momento della realtà
in esso, è proprio il suo orientamento nell’esistere reale singolare
nella sua totalità.
Il mondo nel quale si orienta l’atto sulla base della sua par-
tecipazione singolare all’esistere: questo è l’oggetto della filosofia
morale. Ma l’atto non lo conosce come qualcosa dal contenuto de-
terminato; essa ha a che fare soltanto con una persona unica e con
un unico oggetto, che, inoltre, gli sono dati in toni emotivo-volitivi
individuali. È un mondo di nomi propri, di questi singolari og-
getti e di determinati dati cronologici della vita. Una descrizione
<?> esemplificativa del mondo della vita-atto singolare dall’inter-
no dell’atto, sulla base del suo non-alibi nell’esistere, sarebbe una
specie di resoconto-confessione, individuale e unico. Ma questi
mondi concreto-individuali, irripetibili, di coscienze che realmen-
128 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɩɨɫɬɭɩɚɸɳɢɯɫɨɡɧɚɧɢɣɢɡɤɨɬɨɪɵɯɤɚɤɢɡɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɵɯɪɟɚɥɶɧɵɯɫɥɚɝɚɟɦɵɯɫɥɚɝɚɟɬɫɹɢɟɞɢɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟ
ɛɵɬɢɟɫɨɛɵɬɢɟɢɦɟɸɬɨɛɳɢɟɦɨɦɟɧɬɵɧɟɜɫɦɵɫɥɟɨɛɳɢɯɩɨ-
ɧɹɬɢɣɢɥɢɡɚɤɨɧɨɜɚɜɫɦɵɫɥɟɨɛɳɢɯɦɨɦɟɧɬɨɜɢɯɤɨɧɤɪɟɬɧɵɯ
ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɗɬɭɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɭɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɦɢɪɚɩɨɫɬɭɩ-
ɤɚɢɞɨɥɠɧɚɨɩɢɫɚɬɶɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɚɹɮɢɥɨɫɨɮɢɹɧɟɨɬɜɥɟɱɟɧɧɭɸ
ɫɯɟɦɭɚɤɨɧɤɪɟɬɧɵɣɩɥɚɧɦɢɪɚɟɞɢɧɨɝɨɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩ-
ɤɚɨɫɧɨɜɧɵɟɤɨɧɤɪɟɬɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵɟɝɨɩɨɫɬɪɨɟɧɢɹɢɢɯɜɡɚɢɦ-
ɧɨɟɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɢɟɗɬɢɦɨɦɟɧɬɵɹɞɥɹɫɟɛɹɞɪɭɝɨɣɞɥɹɦɟɧɹɢ
ɹɞɥɹɞɪɭɝɨɝɨɜɫɟɰɟɧɧɨɫɬɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɠɢɡɧɢɢɤɭɥɶɬɭɪɵ
ɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɵ ɜɨɤɪɭɝ ɷɬɢɯ ɨɫɧɨɜɧɵɯ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɢɯ ɬɨɱɟɤ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɦɢɪɚ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɧɚɭɱɧɵɟ ɰɟɧɧɨɫɬɢ ɷɫɬɟɬɢɱɟ-
ɫɤɢɟ ɩɨɥɢɬɢɱɟɫɤɢɟ ɜɤɥɸɱɚɹ ɢ ɷɬɢɱɟɫɤɢɟ ɢ ɫɨɰɢɚɥɶɧɵɟ  ɢ ɧɚ-
ɤɨɧɟɰ ɪɟɥɢɝɢɨɡɧɵɟ ȼɫɟ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɜɪɟɦɟɧɧɵɟ ɢ ɫɨɞɟɪ-
ɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɵɟɰɟɧɧɨɫɬɢɢɨɬɧɨɲɟɧɢɹɫɬɹɝɢɜɚɸɬɫɹɤɷɬɢɦ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦ ɰɟɧɬɪɚɥɶɧɵɦ ɦɨɦɟɧɬɚɦ ɹ ɞɪɭɝɨɣ ɢ ɹ
ɞɥɹɞɪɭɝɨɝɨɉɟɪɜɚɹɱɚɫɬɶɧɚɲɟɝɨɢɫɫɥɟɞɨɜɚɧɢɹɛɭɞɟɬɩɨɫɜɹɳɟɧɚ
ɪɚɫɫɦɨɬɪɟɧɢɸɢɦɟɧɧɨɨɫɧɨɜɧɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɦɢɪɚɧɟɦɵɫɥɢɦɨɝɨɚɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɝɨɋɥɟɞɭɸɳɚɹ
ɛɭɞɟɬ ɩɨɫɜɹɳɟɧɚ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɤɚɤ ɩɨɫɬɭɩɤɭ ɧɟ
ɢɡɧɭɬɪɢɟɟɩɪɨɞɭɤɬɚɚɫɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɚɜɬɨɪɚɤɚɤɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ
ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɝɨɠɢɡɧɟɧɧɨɣ"!ɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢ²ɷɬɢɤɟɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧ-
ɧɨɝɨɬɜɨɪɱɟɫɬɜɚɌɪɟɬɢɣ²ɷɬɢɤɟɩɨɥɢɬɢɤɢɢɩɨɫɥɟɞɧɢɣ²ɪɟɥɢ-
ɝɢɢȺɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɚɷɬɨɝɨɦɢɪɚɧɚɩɨɦɢɧɚɟɬɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɭɦɢɪɚ
Ⱦɚɧɬɟɢɫɪɟɞɧɟɜɟɤɨɜɵɯɦɢɫɬɟɪɢɣ ɜɦɢɫɬɟɪɢɢɢɜɬɪɚɝɟɞɢɢɞɟɣ-
ɫɬɜɢɟɬɚɤɠɟɩɪɢɞɜɢɧɭɬɨɤɩɨɫɥɟɞɧɢɦɝɪɚɧɢɰɚɦɛɵɬɢɹ 
ɋɨɜɪɟɦɟɧɧɵɣ ɤɪɢɡɢɫ ɜ ɨɫɧɨɜɟ ɫɜɨɟɣ ɟɫɬɶ ɤɪɢɡɢɫ ɫɨɜɪɟɦɟɧ-
ɧɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɈɛɪɚɡɨɜɚɥɚɫɶɛɟɡɞɧɚɦɟɠɞɭɦɨɬɢɜɨɦɩɨɫɬɭɩɤɚɢ
ɟɝɨɩɪɨɞɭɤɬɨɦɇɨɜɫɥɟɞɫɬɜɢɟɷɬɨɝɨɡɚɜɹɥɢɩɪɨɞɭɤɬɨɬɨɪɜɚɧɧɵɣ
ɨɬɨɧɬɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɯɤɨɪɧɟɣȾɟɧɶɝɢɦɨɝɭɬɫɬɚɬɶɦɨɬɢɜɨɦɩɨɫɬɭɩ-
ɤɚɩɨɫɬɪɨɹɸɳɟɝɨɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɭɸɫɢɫɬɟɦɭɗɤɨɧɨɦɢɱɟɫɤɢɣɦɚɬɟ-
ɪɢɚɥɢɡɦɩɪɚɜɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɧɚɫɬɨɹɳɟɦɭɦɨɦɟɧɬɭɧɨɧɟɩɨɬɨ-
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ɜ ɟɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɦɨɬɢɜɚɰɢɢ ɇɨ ɭɠɟ ɧɟ ɢɡɧɭɬɪɢ ɩɪɨɞɭɤɬɚ
ɦɨɠɧɨ ɢɫɩɪɚɜɢɬɶ ɞɟɥɨ ɡɞɟɫɶ ɧɟ ɩɪɨɛɢɬɶɫɹ ɤ ɩɨɫɬɭɩɤɭ ɚ ɢɡɧɭ-
ɬɪɢɫɚɦɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɌɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɢɣɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɦɢɪɵɨɬɩɭ-
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ɨɛɳɢɬɶ ɤ ɩɨɫɥɟɞɧɟɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɭ ɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɬɶ ɢɯ ȼɫɥɟɞɫɬɜɢɟ
ɬɨɝɨɱɬɨɬɟɨɪɢɹɨɬɨɪɜɚɥɚɫɶɨɬɩɨɫɬɭɩɤɚɢɪɚɡɜɢɜɚɟɬɫɹɩɨɫɜɨɟɦɭ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 129

te agiscono – di cui, come da componenti reali, si compone anche


l’unitario e singolare esistere-evento – hanno delle componenti co-
muni: non nel senso di concetti o di leggi generali, ma nel senso
di momenti comuni delle loro concrete architettoniche. È questa
architettonica del mondo reale dell’atto che la filosofia morale deve
descrivere, non come uno schema astratto, ma come il piano con-
creto del mondo dell’atto unitario e singolare, i momenti concreti
fondamentali della sua costruzione e della loro disposizione reci-
proca. Questi momenti fondamentali sono: io-per-me, l’altro-per-
me e io-per-l’altro; tutti i valori della vita reale e della cultura si
dispongono intorno a questi punti architettonici fondamentali del
reale mondo atto: valori scientifici, estetici, politici (inclusi anche
quelli etici e sociali) e, infine, religiosi. Tutti i valori e i rapporti
spazio-temporali e di contenuto-senso tendono a questi momenti
emotivo-volitivi centrali: io, l’altro, e io-per-l’altro. La prima par-
te del nostro studio sarà dedicata appunto all’analisi dei momenti
fondamentali dell’architettonica del mondo reale, non in quanto
pensato ma in quanto vissuto. La parte successiva sarà dedicata
all’attività estetica come azione, a partire dall’interno del suo pro-
dotto ma dal punto di vista dell’autore in quanto partecipante <?>
responsabile, e all’etica della creazione artistica. La terza parte sarà
dedicata all’etica della politica, e l’ultima all’etica della religione.
L’architettonica di tale mondo ricorda l’architettonica del mondo
di Dante e dei misteri medievali (nei misteri e nelle tragedie anche
l’azione è spinta verso i confini ultimi dell’esistere).
La crisi contemporanea è, fondamentalmente, crisi dell’atto con-
temporaneo. Si è creato un abisso tra il motivo dell’atto e il suo pro-
dotto. Ma in conseguenza di ciò anche il prodotto, strappato dalle
sue radici ontologiche, è appassito. Il denaro può diventare motivo
di un atto che costruisce un sistema morale. In relazione al momen-
to attuale il materialismo economico ha ragione, ma non perché i
motivi dell’atto siano penetrati all’interno del prodotto, bensì, al
contrario, perché il prodotto nella sua validità è separato dall’atto
nella sua motivazione reale. Ma questa situazione non si può più
correggere dall’interno del prodotto, in quanto non si può da qui
giungere all’atto; la si può risolvere solo dall’interno dell’atto stesso.
I mondi teorico ed estetico sono lasciati in libertà, ma dal loro in-
terno è impossibile collegarli e associarli all’unità ultima, incarnarli.
Dal momento che la teoria si è separata dall’atto e si sviluppa secon-
130 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɦɭ ɢɦɦɚɧɟɧɬɧɨɦɭ ɡɚɤɨɧɭ ɩɨɫɬɭɩɨɤ ɨɬɩɭɫɬɢɜɲɢɣ ɨɬ


ɫɟɛɹɬɟɨɪɢɸɫɚɦɧɚɱɢɧɚɟɬɞɟɝɪɚɞɢɪɨɜɚɬɶȼɫɟɫɢɥɵɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧ-
ɧɨɝɨ ɫɜɟɪɲɟɧɢɹ ɭɯɨɞɹɬ ɜ ɚɜɬɨɧɨɦɧɭɸ ɨɛɥɚɫɬɶ ɤɭɥɶɬɭɪɵ ɢ ɨɬ-
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ȼɫɟɛɨɝɚɬɫɬɜɨɤɭɥɶɬɭɪɵɨɬɞɚɟɬɫɹɧɚɭɫɥɭɠɟɧɢɟɛɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɝɨ
ɚɤɬɚɌɟɨɪɢɹɨɫɬɚɜɥɹɟɬɩɨɫɬɭɩɨɤɜɬɭɩɨɦɛɵɬɢɢɜɵɫɚɫɵɜɚɟɬɢɡ
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ɨɛɥɚɫɬɶɨɛɟɞɧɹɟɬɩɨɫɬɭɩɨɤɈɬɫɸɞɚɩɚɮɨɫɬɨɥɫɬɨɜɫɬɜɚɢɜɫɹɤɨ-
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ɨɫɬɚɟɬɫɹɝɨɥɚɹɛɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɚɹɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɨɫɬɶɚɤɬɩɨɬɪɟɛɧɨɫɬɶ
Ɉɬɫɸɞɚɢɤɚɠɟɬɫɹɱɬɨɬɨɥɶɤɨɤɚɤɩɨɷɬɤɚɤɭɱɟɧɵɣɹɨɛɴɟɤɬɢɜɟɧ
ɢɞɭɯɨɜɟɧɬɟɬɨɥɶɤɨɢɡɧɭɬɪɢɫɨɡɞɚɧɧɨɝɨɦɧɨɸɩɪɨɞɭɤɬɚɢɡɧɭ-
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ɡɧɚɱɢɦɨɟ ɜ ɩɨɫɬɭɩɤɟ ɜɯɨɞɢɬ ɜ ɬɭ ɨɛɥɚɫɬɶ ɤɭɥɶɬɭɪɵ ɤɭɞɚ ɨɬɧɨ-
ɫɢɬɫɹ ɫɨɡɞɚɧɧɵɣ ɩɨɫɬɭɩɤɨɦ ɨɛɴɟɤɬ ɑɪɟɡɜɵɱɚɣɧɚɹ ɫɥɨɠɧɨɫɬɶ
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ɡɪɚɤɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɣɤɭɥɶɬɭɪɵɤɨɬɨɪɵɣɧɟɭɦɟɟɦɡɚɤɥɹɫɬɶɈɬɫɸ-
ɞɚɤɪɢɬɢɤɚɒɩɟɧɝɥɟɪɚɈɬɫɸɞɚɟɝɨɦɟɬɚɮɢɡɢɱɟɫɤɢɟɦɟɦɭɚɪɵɢ
ɩɨɞɫɬɚɧɨɜɤɚɢɫɬɨɪɢɢɦɟɠɞɭɞɟɣɫɬɜɭɸɳɢɦ"!ɢɟɝɨɡɧɚɱɢɦɵɦ
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ɬɟɯɧɢɱɟɫɤɨɟɞɟɣɫɬɜɢɟɇɨɬɚɤɨɣɩɨɫɬɭɩɨɤɧɟɞɨɥɠɟɧɩɪɨɬɢɜɨɩɨ-
ɫɬɚɜɥɹɬɶɫɟɛɹɬɟɨɪɢɢɢɦɵɫɥɢɧɨɜɤɥɸɱɚɬɶɢɯɜɫɟɛɹɤɚɤɧɟɨɛ-
ɯɨɞɢɦɵɟɦɨɦɟɧɬɵɩɨɥɧɨɫɬɶɸɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɟɍɒɩɟɧɝɥɟɪɚɷɬɨ
ɧɟɢɦɟɟɬɦɟɫɬɚɈɧɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɢɥɩɨɫɬɭɩɨɤɬɟɨɪɢɢɢɱɬɨɛɵ
ɧɟɨɱɭɬɢɬɶɫɹɜɩɭɫɬɨɬɟɩɨɞɫɬɚɜɥɹɟɬɢɫɬɨɪɢɸȿɫɥɢɦɵɜɨɡɶɦɟɦ
ɫɨɜɪɟɦɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɨɬɨɪɜɚɧɧɨɨɬɡɚɦɤɧɭɜɲɟɣɫɹɜɫɟɛɟɬɟɨ-
ɪɢɢ ɬɨ ɩɨɥɭɱɢɦ ɛɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣ ɢɥɢ ɬɟɯɧɢɱɟɫɤɢɣ ɚɤɬ ɂɫɬɨɪɢɹ
ɧɟ ɫɩɚɫɚɟɬ ɟɝɨ ɢɛɨ ɨɧ ɧɟ ɭɤɨɪɟɧɟɧ ɜ ɩɨɫɥɟɞɧɟɦ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɀɢɡɧɶɦɨɠɟɬɛɵɬɶɨɫɨɡɧɚɧɚɬɨɥɶɤɨɜɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɨɬ-
ɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɎɢɥɨɫɨɮɢɹɠɢɡɧɢɦɨɠɟɬɛɵɬɶɬɨɥɶɤɨɧɪɚɜɫɬɜɟɧ-
ɧɨɣɮɢɥɨɫɨɮɢɟɣɆɨɠɧɨɨɫɨɡɧɚɬɶɠɢɡɧɶɬɨɥɶɤɨɤɚɤɫɨɛɵɬɢɟɚ
ɧɟɤɚɤɛɵɬɢɟɞɚɧɧɨɫɬɶɈɬɩɚɜɲɚɹɨɬɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɠɢɡɧɶɧɟ
ɦɨɠɟɬɢɦɟɬɶɮɢɥɨɫɨɮɢɢɨɧɚɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɫɥɭɱɚɣɧɚɢɧɟɭɤɨ-
ɪɟɧɟɧɚ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 131

do la sua legge interna immanente, l’atto stesso, sbarazzatosi della


teoria, inizia a degradare. Tutte le forze di un compimento respon-
sabile si ritirano nel territorio autonomo della cultura, e l’atto sepa-
rato da esse scade al grado di motivazione biologica ed economica
elementare, perdendo tutte le sue componenti ideali: è questa ap-
punto l’attuale situazione della civiltà. Tutta la ricchezza della cul-
tura viene posta al servizio dell’agire biologico. La teoria lascia l’atto
in balia di una esistenza istupidita, ne assorbe tutte le componenti
ideali a vantaggio del suo dominio autonomo chiuso, impoverisce
l’atto. Di qui il pathos del tolstoismo e di ogni nichilismo culturale.
Così stando le cose, potrebbe sembrare che ciò che rimane, una
volta esclusi i momenti di senso della cultura oggettiva, sia una nu-
da soggettività biologica, l’atto-bisogno. Da qui anche l’impressione
che, solo come poeta o come scienziato, io sia oggettivo e spirituale
– cioè, solo dall’interno del prodotto da me creato, ed è dall’interno
di questi oggetti che si deve costruire la mia biografia spirituale; tol-
to questo, rimane un agire soggettivo; tutto ciò che è obiettivamente
valido nell’atto rientra in quel dominio della cultura cui si rapporta
l’oggetto creato dall’atto. Eccezionale complessità del prodotto ed
elementare semplicità della motivazione. Abbiamo evocato lo spet-
tro della cultura oggettiva, che non sappiamo esorcizzare. Di qui
la critica di Spengler. Di qui le sue memorie metafisiche e il suo
inserire la storia tra l’azione <?> e la sua espressione sotto forma
di un atto valido. Alla base dell’atto si trova il suo incorporamento
nell’unità singolare: il responsabile non si riduce allo specialistico
(la politica), in caso contrario non avremmo un atto, ma azione tec-
nica. Ma un tale atto non deve contrapporsi alla teoria e al pen-
siero, ma racchiuderli in sé come momenti necessari, interamente
responsabili. In Spengler ciò non avviene. Egli contrappone l’atto
alla teoria, e per non finire nel vuoto egli introduce la storia. Se
prendiamo l’atto contemporaneo come separato da una teoria a sua
volta chiusa in sé, otteniamo un atto biologico o tecnico. La storia
non lo salva, poiché esso non è radicato nell’unità singolare ultima.
La vita può essere compresa dalla coscienza solo nella respon-
sabilità concreta. Una filosofia della vita non può che essere una
filosofia morale. Si può comprendere la vita solo come evento, e
non come essere-dato. Separatasi dalla responsabilità, la vita non
può avere una filosofia; essa è, per principio, fortuita e priva di
fondamenta.
132 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɑ,

Ɇɢɪɝɞɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɩɪɨɬɟɤɚɟɬɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɩɨɫɬɭɩɨɤ²
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ɫɦɵɫɥɨɜɭɸɚɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɭɸɬɹɠɟɥɭɸɢɧɭɞɢɬɟɥɶɧɭɸ
ɝɚɪɚɧɬɢɪɭɟɬ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɩɪɢɡɧɚɧɢɟ ɦɨɟɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ
ɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢɦɨɟɝɨɧɟɚɥɢɛɢɜɧɟɦɗɬɚɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɚɹɩɪɢɱɚɫɬ-
ɧɨɫɬɶɦɨɹɫɨɡɞɚɟɬɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ²ɪɟɚɥɢɡɨɜɚɬɶ
ɫɜɨɸɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɤɚɤɧɟɡɚɦɟɧɢɦɭɸɜɨɜɫɟɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶ
ɛɵɬɢɹɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɨɜɫɹɤɨɦɭɦɨɦɟɧɬɭɷɬɨɝɨɛɵɬɢɹɚɡɧɚɱɢɬ
ɩɪɟɜɪɚɳɚɟɬɤɚɠɞɨɟɩɪɨɹɜɥɟɧɢɟɦɨɟɱɭɜɫɬɜɨɠɟɥɚɧɢɟɧɚɫɬɪɨɟ-
ɧɢɟɦɵɫɥɶ²ɜɚɤɬɢɜɧɨɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɦɨɣ
ɗɬɨɬɦɢɪɞɚɧɦɧɟɫɦɨɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɤɚɤɤɨɧɤɪɟɬ-
ɧɵɣ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣ Ⱦɥɹ ɦɨɟɝɨ ɭɱɚɫɬɧɨɝɨ ɩɨɫɬɭɩɚɸɳɟɝɨ ɫɨ-
ɡɧɚɧɢɹ²ɨɧɤɚɤɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟɰɟɥɨɟɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɜɨɤɪɭɝ
ɦɟɧɹɤɚɤɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɰɟɧɬɪɚɢɫɯɨɠɞɟɧɢɹɦɨɟɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚɨɧ
ɧɚɯɨɞɢɬɫɹɦɧɨɸɩɨɫɤɨɥɶɤɭɹɢɫɯɨɠɭɢɡɫɟɛɹɜɦɨɟɦɩɨɫɬɭɩɤɟ
ɜɢɞɟɧɢɢɩɨɫɬɭɩɤɟɦɵɫɥɢɩɨɫɬɭɩɤɟɞɟɥɟȼɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɦɨɢɦ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɦɟɫɬɨɦɚɤɬɢɜɧɨɝɨɢɫɯɨɠɞɟɧɢɹɜɦɢɪɟɜɫɟɦɵɫɥɢ-
ɦɵɟ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɟ ɢ ɜɪɟɦɟɧɧɵɟ ɨɬɧɨɲɟɧɢɹ ɩɪɢɨɛɪɟɬɚɸɬ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɰɟɧɬɪɫɥɚɝɚɸɬɫɹɜɨɤɪɭɝɧɟɝɨɜɧɟɤɨɬɨɪɨɟɭɫɬɨɣɱɢ-
ɜɨɟɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟɰɟɥɨɟ²ɜɨɡɦɨɠɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨ
ɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸ Ɇɨɟ ɚɤɬɢɜɧɨɟ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɦɟɫɬɨɧɟɹɜɥɹɟɬɫɹɬɨɥɶɤɨɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɝɟɨɦɟɬɪɢɱɟ-
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ɪɨɦɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɣɢɜɪɟɦɟɧɧɨɣɦɨɦɟɧɬ²ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɦɟɫɬɨɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɧɟɩɨɜɬɨɪɢɦɵɣɢɫɬɨɪɢɱɟ-
ɫɤɢɣ ɞɟɧɶ ɢ ɱɚɫ ɫɜɟɪɲɟɧɢɹ ² ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɵɣ ɧɨ ɧɟ ɢɫɱɟɪɩɵɜɚ-
ɸɳɢɣ ɦɨɦɟɧɬ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ ɞɥɹ ɦɟɧɹ ɰɟɧɬɪɚɥɶɧɨɫɬɢ Ɉɧ ɧɟ
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ɟɞɢɧɫɬɜɨɪɚɡɥɢɱɧɵɟɫɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɣɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɩɥɚɧɵɢɩɪɨ-
ɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɜɪɟɦɟɧɧɚɹɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɫɬɶɢɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟ-
ɜɵɟɬɨɧɚɢɫɦɵɫɥɵȼɵɫɨɤɨɧɚɞɩɨɞɧɚɤɨɧɟɰɩɨɡɞɧɨɟɳɟɭɠɟ
ɧɭɠɧɨɞɨɥɠɧɨɞɚɥɶɲɟɛɥɢɠɟɢɬɞɩɪɢɨɛɪɟɬɚɸɬɧɟɫɨɞɟɪɠɚ-
ɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣ²ɬɨɥɶɤɨɜɨɡɦɨɠɧɵɣɢɦɵɫɥɢɦɵɣ²ɧɨɞɟɣ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 133

Parte prima
Il mondo in cui l’atto realmente si svolge è un mondo unitario e
singolare concretamente vissuto: è un mondo visibile, udibile, tan-
gibile, pensabile, interamente permeato dai toni emotivo-volitivi
della validità di valori assunti come tali. Ciò che garantisce la realtà
dell’unitaria singolarità di questo mondo – singolarità non quanto
al contenuto-senso, ma singolarità emotivo-volitiva, pesante e pres-
sante – è il riconoscermi insostituibile nella mia partecipazione,
è il mio non-alibi in tale mondo. Questa partecipazione assunta
come mia inaugura un dovere concreto: realizzare l’intera singo-
larità come singolarità assolutamente non sostituibile dell’esistere,
in rapporto a ciascun momento di tale esistere. Il che vuol dire che
questa partecipazione trasforma ogni mia manifestazione – senti-
menti, desideri, stati d’animo, pensieri – in un mio atto attivamente
responsabile.
Questo mondo mi è dato dal mio posto in cui io solo mi trovo
come concreto e insostituibile. Per la mia coscienza attiva e par-
tecipe, esso, come un tutto architettonico, è disposto intorno a me
come unico centro di realizzazione del mio atto; ho a che fare con
questo mio mondo in quanto io stesso mi realizzo nella mia azione-
visione, azione-pensiero, azione-fare pratico. In correlazione con
il mio posto particolare che è il luogo da cui prende avvio la mia
attività nel mondo, tutti i rapporti spaziali e temporali pensabili
acquistano un centro di valori, intorno a cui si compongono in un
certo concreto insieme architettonico stabile, e l’unità possibile di-
viene singolarità reale. Il posto che io solo occupo e dove agisco è il
centro non soltanto in senso astrattamente geometrico, ma come il
concreto centro emotivo-volitivo responsabile della concreta varie-
tà del mondo, nella quale il momento spaziale e temporale – il rea-
le posto unico e l’irripetibile giorno storico reale e l’ora dell’evento
– è momento necessario, ma non esclusivo della mia centralità re-
ale, una centralità per me stesso. Questo centro non è immanente
<?>. Qui convergono per formare un’unità concreta e singolare
piani che, da un punto di vista astratto, sono tra loro diversi: speci-
ficazione spazio-temporale, toni emotivo-volitivi, sensi. Espressioni
come “alto”, “basso”, “sotto”, “finalmente”, “tardi”, “ancora”, “già”,
“è necessario”, “si deve”, “più oltre”, “più prossimo”, ecc. non solo
assumono il contenuto-senso a cui fanno pensare – cioè soltanto il
134 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣ ɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɵɣ ɬɹɠɟɥɵɣ ɧɭɞɢɬɟɥɶɧɵɢ ɤɨɧɤɪɟɬ-


ɧɨɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɣ ɫɦɵɫɥ ɫ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɦɟɫɬɚ ɦɨɟɣ ɩɪɢɱɚɫɬ-
ɧɨɫɬɢɛɵɬɢɸɫɨɛɵɬɢɸɗɬɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹɦɨɹɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɶɫ
ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɬɨɱɤɢɛɵɬɢɹɫɨɡɞɚɟɬɪɟɚɥɶɧɭɸɬɹɠɟɫɬɶ
ɜɪɟɦɟɧɢɢɧɚɝɥɹɞɧɨɨɫɹɡɚɬɟɥɶɧɭɸɰɟɧɧɨɫɬɶɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɚɞɟɥɚ-
ɟɬ ɬɹɠɟɥɵɦɢ ɧɟ ɫɥɭɱɚɣɧɵɦɢ ɡɧɚɱɢɦɵɦɢ ɜɫɟ ɝɪɚɧɢɰɵ ² ɦɢɪ
ɤɚɤɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɢɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɟɟɞɢɧɨɟɢɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɟɰɟɥɨɟ
ȿɫɥɢɹɨɬɜɥɟɤɭɫɶɨɬɷɬɨɝɨɰɟɧɬɪɚɢɫɯɨɠɞɟɧɢɹɦɨɟɣɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɣɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢɛɵɬɢɸɩɪɢɬɨɦɧɟɬɨɥɶɤɨɨɬɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɣ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɫɬɢ ɟɟ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɫɬɢ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɜɪɟɦɟɧ-
ɧɨɣɢɬɩ ɧɨɢɨɬɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɭɬ-
ɜɟɪɠɞɟɧɧɨɫɬɢɟɟɧɟɢɡɛɟɠɧɨɪɚɡɥɨɠɢɬɫɹɤɨɧɤɪɟɬɧɚɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɫɬɶ ɢ ɧɭɞɢɬɟɥɶɧɚɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶ ɦɢɪɚ ɨɧ ɪɚɫɩɚɞɟɬɫɹ ɧɚ
ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɨɛɳɢɟ ɬɨɥɶɤɨ ɜɨɡɦɨɠɧɵɟ ɦɨɦɟɧɬɵ ɢ ɨɬɧɨɲɟɧɢɹ
ɦɨɝɭɳɢɟɛɵɬɶɫɜɟɞɟɧɧɵɦɢɤɬɚɤɨɦɭɠɟɬɨɥɶɤɨɜɨɡɦɨɠɧɨɦɭɚɛ-
ɫɬɪɚɤɬɧɨɨɛɳɟɦɭ ɟɞɢɧɫɬɜɭ Ʉɨɧɤɪɟɬɧɚɹ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɚ ɩɟɪɟɠɢ-
ɜɚɟɦɨɝɨɦɢɪɚɡɚɦɟɧɢɬɫɹɧɟɜɪɟɦɟɧɧɵɦɢɧɟɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɦ
ɢ ɧɟɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦ ɫɢɫɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɦ ɟɞɢɧɫɬɜɨɦ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɨɛ-
ɳɢɯɦɨɦɟɧɬɨɜɄɚɠɞɵɣɦɨɦɟɧɬɷɬɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɚɜɧɭɬɪɢɫɢɫɬɟɦɵ
ɥɨɝɢɱɟɫɤɢɧɟɨɛɯɨɞɢɦɧɨɫɚɦɚɨɧɚɜɰɟɥɨɦɬɨɥɶɤɨɨɬɧɨɫɢɬɟɥɶɧɨ
ɜɨɡɦɨɠɧɚɬɨɥɶɤɨɜɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɨɦɧɨɣ²ɚɤɬɢɜɧɨɦɵɫɥɹɳɢɦ
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PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 135

contenuto-senso possibile – ma acquistano un valore reale, vissuto,


pesante e pressante, concretamente determinato dal posto singo-
lare da me occupato nella mia partecipazione all’esistere-evento.
Tale mia partecipazione da un punto concreto-singolare dell’esi-
stere crea l’effettivo peso del tempo e il valore evidente e palpabile
dello spazio, rende tutti i confini pesanti, non casuali, validi: il
mondo come insieme unitario e singolare, vissuto in maniera reale
e responsabile.
Se io faccio astrazione da questo centro da cui parte la mia
singolare partecipazione all’esistere – e, inoltre, non solo faccio
astrazione dalla sua specificazione contenutistica (specificazione
spazio-temporale, ecc.), ma anche dalla sua reale affermazione sul
piano emotivo-volitivo – inevitabilmente la singolarità concreta e
la pressante realtà del mondo si disgregano; il mondo si frantuma
in momenti e in rapporti astrattamente generali, solo possibili, che
possono essere ridotti a un’unità altrettanto astratta e solo possi-
bile. L’architettonica concreta del mondo vissuto sarà rimpiazzata
da un’unità sistematica a-temporale, non a-spaziale e a-valutativa
fatta di momenti astrattamente universali. All’interno del sistema,
ogni componente di questa unità è logicamente necessaria, ma il
sistema in sé nel suo complesso è solo relativamente possibile; solo
in correlazione con me, con me in quanto attivamente penso, solo
in correlazione con l’atto del mio pensiero responsabile, esso si
incorpora nella reale architettonica del mondo vissuto, come suo
momento, si radica nella sua reale singolarità, significativa come
valore. Tutto ciò che è astrattamente universale non è direttamente
un momento del reale mondo vissuto, come lo è quest’uomo qui,
come lo è questo cielo, quest’albero; ma lo è indirettamente, come
contenuto-senso (eterno nella sua validità di senso, ma non nella
realtà e nel vissuto reale) di questo reale, singolare pensiero, di
questo libro reale; solo in questo rapporto il contenuto-senso può
essere realmente vivo e partecipe, e non in sé, nella propria auto-
sufficienza di senso. Ma non è forse vero che il senso è eterno,
mentre transitorie sono questa realtà della coscienza e questa realtà
del libro? Certamente, ma l’eternità del senso, fuori dalla sua rea-
lizzazione, è solo un’eternità possibile priva di valore, insignificante.
Se, infatti, questa eternità-in-sé del senso fosse veramente valida
sul piano del valore, l’atto della sua incarnazione, del suo pensiero,
della sua effettiva realizzazione da parte del pensiero operativo,
136 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɢɦɜɟɱɧɨɫɬɶɫɦɵɫɥɚɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɰɟɧɧɨɣ²ɡɧɚ-
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ɪɚɟɬɫɹɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦɫɜɟɬɨɦɢɜɟɱɧɵɣɫɦɵɫɥɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɨɫɭ-
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ɫɬɪɚɧɫɬɜɚɢɤɨɧɟɱɧɨɬɨɥɶɤɨɷɬɨɝɚɪɚɧɬɢɪɭɟɬɫɦɵɫɥɨɜɭɸɨɞɧɨ-
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ɫɬɜɟɧɧɭɸɯɨɬɹɢɨɬɤɪɵɬɭɸɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɫɬɶɆɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɨɟ
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PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 137

sarebbe superfluo e inutile; solo in correlazione con esso, l’eternità


del senso acquista un valore reale, diviene significativa. Il senso
eterno diviene valore che muove il pensiero operativo solo come
suo momento costitutivo, solo in correlazione con la realtà effet-
tiva; come l’eternità del valore di questo pensiero, di questo libro.
Ma anche qui la luce del valore è luce riflessa; ciò che è pressan-
temente valido in ultima istanza è l’effettiva eternità dell’effettiva
realtà concreta stessa nella sua interezza: la realtà di questo uomo,
di queste persone e dei loro mondi con tutti i loro momenti reali;
solo così il senso eterno del pensiero effettivamente realizzato si
illumina della luce del valore.
Tutto ciò che è assunto indipendentemente dal centro unico di
valori da cui ha origine la responsabilità dell’atto, vale a dire senza
riferimento ad esso, si deconcretizza e si derealizza, perde il peso
valutativo, la necessità emotivo-volitiva, diviene vuota possibilità,
astrattamente generale [Il tempo e lo spazio artistici].
Dal posto unico della mia partecipazione all’esistere, il tempo e
lo spazio nella loro singolarità sono individuati e incorporati come
momenti di una concreta unicità di ordine valutativo. Dal punto
di vista teorico lo spazio e il tempo della mia vita sono segmenti
insignificanti (assumono un senso astratto-quantitativo; il pensiero
partecipe vi introduce solitamente un tono valutativo) di un unico
spazio-tempo e, naturalmente, solo questo garantisce l’univocità
di senso delle loro determinazioni nell’ambito dei giudizi; ma,
dall’interno della mia vita partecipe, questi segmenti hanno a che
fare con un centro singolare di valori, il che conferisce anche allo
spazio e al tempo reali il carattere della singolarità, sebbene aperta.
Il tempo e lo spazio matematici garantiscono la possibile unità di
senso dei giudizi possibili (invece per un giudizio reale occorre un
reale interessamento emotivo-volitivo), mentre la mia reale parte-
cipazione ad essi dal mio posto unico garantisce la loro inevitabile
e necessitante realtà e la loro singolarità di valore – come se con-
ferisse loro carne e sangue; dall’interno della mia partecipazione
e in rapporto ad essa, ogni tempo e ogni spazio matematicamente
possibile (infiniti possibili passati e futuri) acquista una consisten-
za di ordine valutativo; è come se dalla mia unicità si irradiassero
raggi che, attraversando il tempo, affermassero il carattere umano
della storia, illuminando della luce del valore ogni tempo possibile
e la temporalità stessa in quanto tale, essendo io realmente parte-
138 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɵɟɢɜɧɟɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɟ²ɢɞɟɚɥɶɧɨɫɬɶɢɩɨɞɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɹ
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ɬɢɱɟɫɤɢɦɢ ɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɦɢ ɩɨɧɹɬɢɹɦɢɧɨɠɢɜɵɜɦɵɲɥɟɧɢɢ
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ɨɫɬɚɥɶɧɨɟɜɦɢɪɟɥɢɲɶɫɥɭɠɟɛɧɨɟɧɚɱɚɥɨəɞɥɹɫɟɛɹ²ɰɟɧɬɪ
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ɫɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɨɛɨɫɧɨɜɵɜɚɟɬɜɫɟɨɫɬɚɥɶɧɵɟɠɢɡɧɟɧɧɵɟɰɟɧɧɨɫɬɢ
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ɬ ɟ ɫɢɫɬɟɦɚɬɢɡɢɪɨɜɚɬɶ ɇɟ ɫɢɫɬɟɦɭ ɢɞɟɚɥɶɧɭɸ ɢ ɧɟ ɫɢɫɬɟɦɚ-
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ɧɨɫɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɸɫɨɛɢɪɚɟɦɫɹɦɵɞɚɬɶɚɢɡɨɛɪɚɠɟɧɢɟɨɩɢɫɚɧɢɟ
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ɚɫɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɤɨɧɤɪɟɬɧɵɦɰɟɧɬɪɨɦ ɢɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɦɢ
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ɫɜɹɡɚɧɧɵɟɤɨɧɤɪɟɬɧɵɦɢɫɨɛɵɬɢɣɧɵɦɢɨɬɧɨɲɟɧɢɹɦɢ ɡɞɟɫɶɥɨ-
ɝɢɱɟɫɤɢɟɨɬɧɨɲɟɧɢɹɹɜɥɹɸɬɫɹɥɢɲɶɦɨɦɟɧɬɨɦɪɹɞɨɦɫɤɨɧɤɪɟɬ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 139

cipe di essa. Definizioni spazio-temporali come “infinità”, “eter-


nità”, “immensità”, di cui abbonda, nella vita, nella filosofia, nella
religione, nell’arte, il nostro pensiero partecipe emotivo-volitivo,
nell’uso effettivo non sono affatto concetti teorici puri (matematici),
ma vivono nel nostro pensiero come momenti del senso valutativo
che ad essi è proprio, brillando di una luce valutativa in rapporto
alla mia unicità partecipe.
Riteniamo opportuno ricordare che vivere dall’interno di se
stessi, partendo da se stessi nelle proprie azioni, non significa af-
fatto vivere e agire per sé. La centralità della mia partecipazione
unica all’esistere dentro all’architettonica del mondo dell’espe-
rienza vissuta non è affatto la centralità di un valore positivo <?>
per cui tutto il resto nel mondo non è che un fattore ausiliario.
L’io-per-me costituisce il centro d’origine dell’atto e dell’attività di
affermazione e di riconoscimento di ogni valore, giacché questo è
il punto singolare in cui io responsabilmente partecipo all’esistere
singolare – il centro operativo, il quartier generale della mia pos-
sibilità e del mio dovere nell’evento dell’esistere, giacché solo dal
mio posto unico io posso e devo essere attivo. La mia confermata
partecipazione all’esistere è non solo passiva (il godimento dell’esi-
stenza), ma anche e soprattutto attiva (il dovere di rendere effettivo
il mio posto unico). Non si tratta di un supremo valore vitale che,
all’interno di un sistema, fondi per me tutti gli altri valori della
vita come relativi, da esso condizionati; non intendiamo costruire
un sistema o un inventario di valori, logicamente unitario, con a
capo un valore fondamentale – la mia partecipazione all’esistere –,
un sistema ideale di possibili valori diversi, né ci proponiamo una
trascrizione teorica dei valori storicamente, realmente riconosciuti
dall’uomo, con il fine di stabilire tra di essi rapporti logici di di-
pendenza, di subordinazione, ecc.37 – cioè di sistematizzarli. Non è
nostra intenzione fornire un sistema o un inventario sistematico di
valori, in cui puri concetti (identici a se stessi per contenuto) siano
legati tra loro in base a una correlazione logica. Ciò che intendia-
mo fornire è una raffigurazione, una descrizione della reale ar-
chitettonica concreta del mondo di valori realmente esperito, non
governato da una fondazione analitica, ma con un centro d’origine
realmente concreto, sia spaziale che temporale, di valutazioni reali,
di affermazioni, di azioni, i cui partecipanti siano oggetti effetti-
vamente reali, legati da concreti rapporti di eventi nel singolare
140 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɨɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɦɢɜɪɟɦɟɧɧɵɦɢɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦ ɜ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɫɨɛɵɬɢɢɛɵɬɢɹ
ɑɬɨɛɵ ɞɚɬɶ ɩɪɟɞɜɚɪɢɬɟɥɶɧɨɟ ɩɨɧɹɬɢɟ ɨ ɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢ ɬɚɤɨɣ
ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɧɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢɝɞɟɦɨɦɟɧɬɵ²ɪɟɚɥɶɧɵɟ
ɩɪɟɞɦɟɬɵɧɚɯɨɞɹɳɢɟɫɹɜɪɟɚɥɶɧɨɦɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɦɜɡɚɢɦɨɨɬ-
ɧɨɲɟɧɢɢɢɪɚɫɩɨɥɚɝɚɸɳɢɟɫɹɜɨɤɪɭɝɧɟɤɨɬɨɪɨɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨɰɟɧ-
ɧɨɫɬɧɨɝɨɰɟɧɬɪɚɦɵɞɚɞɢɦɡɞɟɫɶɚɧɚɥɢɡɦɢɪɚɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟ-
ɧɢɹ²ɦɢɪɚɢɫɤɭɫɫɬɜɚɤɨɬɨɪɵɣɫɜɨɟɸɤɨɧɤɪɟɬɧɨɫɬɶɸɢɩɪɨɧɢɤɧɭ-
ɬɨɫɬɶɸɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦɬɨɧɨɦɢɡɜɫɟɯɤɭɥɶɬɭɪɧɨɨɬɜɥɟɱɟɧ-
ɧɵɯ"!ɦɢɪɨɜ ɜɢɯɢɡɨɥɹɰɢɢ ɛɥɢɠɟɤɟɞɢɧɨɦɭɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ
ɦɢɪɭɩɨɫɬɭɩɤɚɈɧɢɩɨɦɨɠɟɬɧɚɦɩɨɞɨɣɬɢɤɩɨɧɢɦɚɧɢɸɚɪɯɢɬɟɤ-
ɬɨɧɢɱɟɫɤɨɝɨɫɬɪɨɟɧɢɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɦɢɪɚɫɨɛɵɬɢɹ
ȿɞɢɧɫɬɜɨɦɢɪɚɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɧɟɟɫɬɶɫɦɵɫɥɨɜɨɟɫɢ-
ɫɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɨɟ ɧɨ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɨɧ
ɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɜɨɤɪɭɝɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨɰɟɧɬɪɚɤɨɬɨɪɵɣɢ
ɦɵɫɥɢɬɫɹɢɜɢɞɢɬɫɹɢɥɸɛɢɬɫɹɗɬɢɦɰɟɧɬɪɨɦɹɜɥɹɟɬɫɹɱɟɥɨɜɟɤ
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ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɱɟɥɨɜɟɤɨɦɤɚɤɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɟȼɫɟɜɨɡɦɨɠɧɨɟɛɵ-
ɬɢɟɢɜɟɫɶɜɨɡɦɨɠɧɵɣɫɦɵɫɥɪɚɫɩɨɥɚɝɚɸɬɫɹɜɨɤɪɭɝɱɟɥɨɜɟɤɚɤɚɤ
ɰɟɧɬɪɚɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɢɜɫɟ²ɢɡɞɟɫɶɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɜɢ-
ɞɟɧɢɟɧɟɡɧɚɟɬɝɪɚɧɢɰ²ɞɨɥɠɧɨɛɵɬɶɫɨɨɬɧɟɫɟɧɨɫɱɟɥɨɜɟɤɨɦ
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ɥɨɠɢɬɟɥɶɧɚɹ ɰɟɧɧɨɫɬɶ ɜ ɫɦɵɫɥɟ ɩɪɢɞɚɧɢɹ ɟɦɭ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨ
ɩɨɥɨɠɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨ ɷɩɢɬɟɬɚ ©ɯɨɪɨɲɢɣ ɤɪɚɫɢɜɵɣª ɢ
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ɨɩɪɚɜɞɚɬɶɟɝɨɜɨɩɪɟɤɢɫɦɵɫɥɭɢɫɩɪɚɜɟɞɥɢɜɨɫɬɢɜɫɟɷɬɨɦɨɠɟɬ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 141

evento dell’esistere (qui i rapporti logici non sono che un momento


accanto ai concreti momenti spaziali, temporali e emotivo-volitivi).
Per dare un’idea preliminare della possibilità di una tale ar-
chitettonica concreta – di ordine valutativo – architettonica che
si compone di oggetti reali in interrelazione reale, che si dispon-
gono intorno a un centro concreto di valori –, analizzeremo qui il
mondo della visione estetica, il mondo dell’arte – che con la sua
concretezza e compenetrazione di toni emotivo-volitivi è, di tutti
i mondi (nel loro isolamento) culturali astratti <?>, il più vicino
al mondo unitario e unico dell’atto. Esso ci aiuterà appunto ad
avvicinarci alla comprensione della costruzione architettonica del
mondo reale dell’evento.
L’unità del mondo della visione estetica non è un’unità di senso,
non è un’unità sistematica, ma una unità concretamente architet-
tonica, che si dispone intorno a un concreto centro di valori che è
pensato, visto, amato. È un uomo questo centro, e tutto in questo
mondo acquista significato, senso e valore solo in correlazione con
un uomo, solo in quanto reso così un mondo umano. Tutta l’esi-
stenza possibile e tutto il senso possibile si dispongono intorno a
un uomo come centro e valore unico; tutto – e qui la visione este-
tica non conosce frontiere – deve essere correlato con un uomo,
deve divenire umano. Ma ciò non significa che in ogni caso l’eroe
dell’opera debba essere presentato come un valore con un conte-
nuto positivo, nel senso che gli venga attribuito un certo epiteto di
valore positivo: “buono”, “bello” ecc; perché gli epiteti possono
essere invece interamente negativi – e l’eroe può essere, malvagio,
misero, vinto e sconfitto in ogni senso, e tuttavia è su di lui che si
concentra la mia attenzione interessata nella visione estetica, ed è
intorno a lui, al cattivo, che, malgrado tutto, completamente si di-
spone, come intorno all’unico centro dei valori, quanto, sul piano
del contenuto, è migliore sotto tutti gli aspetti. Non ami un uomo
perché è bello, ma è bello perché lo ami. In ciò sta il carattere spe-
cifico della visione estetica38. Tutto il topos di valori, tutta l’archi-
tettonica della visione sarebbero diversi, se non fosse egli il centro
di valori. Il quadro, che mi si pone di fronte, della rovina e della
disgrazia pienamente motivata di una persona che amo mi risulterà
totalmente diverso da quello della rovina di chi, dal punto di vista
del valore, mi è indifferente. E non perché cercherò di giustificare
questa persona contro ogni buon senso e giustizia; tutto questo
142 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɛɵɬɶɢɫɤɥɸɱɟɧɨɤɚɪɬɢɧɚɦɨɠɟɬɛɵɬɶɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɩɪɚɜɟɞɥɢ-
ɜɨɣɢɪɟɚɥɢɫɬɢɱɧɨɣɢɜɫɟɠɟɤɚɪɬɢɧɚɛɭɞɟɬɢɧɚɹɢɧɚɹɩɨɫɜɨɟɦɭ
ɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɬɨɩɨɫɭ ɩɨ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦɭ ɪɚɫɩɨɥɨɠɟ-
ɧɢɸɱɚɫɬɟɣɢɞɟɬɚɥɟɣɩɨɜɫɟɣɫɜɨɟɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɟɹɛɭɞɭɜɢ-
ɞɟɬɶɢɧɵɟɰɟɧɧɨɫɬɧɵɟɱɟɪɬɵɢɢɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵɢɢɧɨɟɪɚɫɩɨɥɨ-
ɠɟɧɢɟɢɯɢɛɨɤɨɧɤɪɟɬɧɵɣɰɟɧɬɪɦɨɟɝɨɜɢɞɟɧɢɹɢɨɮɨɪɦɥɟɧɢɹ
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ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣ ɫɬɨɪɨɧɵ ɋɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɚɹ
ɫɬɨɪɨɧɚ ɫɨɛɵɬɢɹ ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨ ɜɡɹɬɚɹ ɪɚɜɧɚ ɫɟɛɟ ɢ ɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɚ
ɩɪɢ ɪɚɡɧɵɯ ɤɨɧɤɪɟɬɧɵɯ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ ɰɟɧɬɪɚɯ ɜɤɥɸɱɚɹ ɫɸɞɚ ɢ
ɫɦɵɫɥɨɜɭɸɨɰɟɧɤɭɫɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɬɨɣɢɥɢɢɧɨɣɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɢɞɨɛɪɚɤɪɚɫɨɬɵɢɫɬɢɧɵ ɧɨɷɬɚɫɨɞɟɪ-
ɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɚɹ ɫɟɛɟ ɪɚɜɧɚɹ ɫɬɨɪɨɧɚ ɫɚɦɚ ɬɨɥɶɤɨ ɦɨɦɟɧɬ
ɜɫɟɣɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢɜɟɟɰɟɥɨɦɢɩɨɥɨɠɟɧɢɟɷɬɨɝɨ
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ɰɟɧɬɪɚɯɜɢɞɟɧɢɹȼɟɞɶɨɞɢɧɢɬɨɬɠɟɫɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨ-
ɜɨɣ ɬɨɱɤɢ ɡɪɟɧɢɹ ɩɪɟɞɦɟɬ ɫɨɡɟɪɰɚɟɦɵɣ ɫ ɪɚɡɧɵɯ ɬɨɱɟɤ ɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɝɨɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɚɧɟɫɤɨɥɶɤɢɦɢɥɸɞɶɦɢɡɚɧɢɦɚɟɬɪɚɡɧɵɟ
ɦɟɫɬɚɢɢɧɚɱɟɞɚɧɜɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɦɰɟɥɨɦɩɨɥɹ
ɜɢɞɟɧɢɹɷɬɢɯɪɚɡɧɵɯɥɸɞɟɣɟɝɨɧɚɛɥɸɞɚɸɳɢɯɩɪɢɱɟɦɫɦɵɫɥɨ-
ɜɚɹɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɟɝɨɜɯɨɞɢɬɤɚɤɦɨɦɟɧɬɜɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɜɢɞɟɧɢɟ
ɨɧɚ ɥɢɲɶ ɨɛɪɚɫɬɚɟɬ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɢɡɢɪɨɜɚɧɧɵɦɢ ɢ ɤɨɧɤɪɟɬɧɵɦɢ
ɱɟɪɬɚɦɢ ɇɨ ɩɪɢ ɫɨɡɟɪɰɚɧɢɢ ɫɨɛɵɬɢɹ ɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨ ɩɪɨɫɬɪɚɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɟ ɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɟɫɬɶ ɥɢɲɶ ɦɨɦɟɧɬ ɟɞɢɧɨɣ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨ
ɜɨɥɟɜɨɣɩɨɡɢɰɢɢɭɱɚɫɬɧɢɤɚɫɨɛɵɬɢɹɌɚɤɢɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɬɨɠɟ-
ɫɬɜɟɧɧɚɹɨɰɟɧɤɚɨɞɧɨɝɨɢɬɨɝɨɠɟɥɢɰɚ ɨɧ²ɩɥɨɯ ɦɨɠɟɬɢɦɟɬɶ
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ɬɟɥɶɧɨɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨɰɟɧɬɪɚɜɞɚɧɧɵɯɨɛɫɬɨɹɬɟɥɶ-
ɫɬɜɚɯɥɸɛɥɸɥɢɟɝɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɢɥɢɦɧɟɞɨɪɨɝɚɬɚɤɨɧɤɪɟɬ-
ɧɚɹɰɟɧɧɨɫɬɶɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɤɨɬɨɪɨɣɨɧɧɟɫɨɫɬɨɹɬɟɥɟɧɚɨɧ
ɛɟɡɪɚɡɥɢɱɟɧɷɬɨɪɚɡɥɢɱɢɟɤɨɧɟɱɧɨɧɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨ
ɜɵɪɚɠɟɧɨ ɜ ɜɢɞɟ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɣ ɫɭɛɨɪɞɢɧɚɰɢɢ ɰɟɧɧɨɫɬɟɣ ɷɬɨ
ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɜɡɚɢɦɨɨɬɧɨɲɟɧɢɟ ɇɟɥɶɡɹ ɩɨɞ-
ɦɟɧɹɬɶɰɟɧɧɨɫɬɧɭɸɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɭɫɢɫɬɟɦɨɸɥɨɝɢɱɟɫɤɢɯɨɬɧɨ-
ɲɟɧɢɣ ɫɭɛɨɪɞɢɧɚɰɢɟɣ ɰɟɧɧɨɫɬɟɣɢɫɬɨɥɤɨɜɵɜɚɹɪɚɡɥɢɱɢɹɜɢɧ-
ɬɨɧɚɰɢɢɫɥɟɞɭɸɳɢɦɫɢɫɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɦɨɛɪɚɡɨɦ ɜɫɭɠɞɟɧɢɢɨɧ
²ɩɥɨɯ ɜɩɟɪɜɨɦɫɥɭɱɚɟɜɵɫɲɟɣɰɟɧɧɨɫɬɶɸɹɜɥɹɟɬɫɹɱɟɥɨɜɟɤ
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ɧɢɣɦɟɠɞɭɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɢɞɟɚɥɶɧɵɦɩɨɧɹɬɢɟɦɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɦ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 143

non c’entra, e il quadro può essere giusto e realistico nel suo con-
tenuto, e tuttavia esso sarà diverso, diverso per il suo topos essen-
ziale, diverso per la concreta disposizione, relativamente ai valori,
delle parti e dei dettagli, per l’intera sua architettonica; sicché io
vi vedrò altre caratteristiche di valore, e altri elementi, e un’altra
loro disposizione, giacché il centro concreto della mia visione e
della composizione del quadro sarà diverso. Non si tratterà di una
soggettiva e interessata deformazione della visione, poiché l’archi-
tettonica della visione non riguarda l’aspetto del contenuto-senso.
L’aspetto di contenuto-senso dell’evento, astrattamente considera-
to, è uguale a se stesso e anche identico a centri valutativi concreti
diversi (ivi inclusa anche la valutazione del senso dal punto di vista
di un dato valore determinato rispetto al contenuto: il bene, la bel-
lezza, la verità); ma tale aspetto di contenuto-senso uguale a se stes-
so è esso solo una componente dell’architettonica complessiva, e la
posizione di questa componente astratta è diversa se i centri valu-
tativi della visione sono diversi. Infatti uno stesso oggetto – uguale
dal punto di vista del contenuto-senso –, considerato da diversi
punti di uno stesso spazio da persone diverse, occupa posizioni
diverse ed è diversamente dato nell’insieme architettonico con-
creto del campo visivo di queste persone che lo osservano; la sua
identità di senso appena viene a far parte come componente nella
visione concreta, si arricchisce di tratti concreti e individualizzati.
Ma nella contemplazione dell’evento la posizione spaziale astratta
non è che un momento della singolare posizione emotivo-volitiva
di chi partecipa all’evento. Analogamente, anche la valutazione di
una medesima persona, benché identica quanto al contenuto (“egli
è cattivo”), può avere diverse intonazioni reali a seconda del reale
concreto centro dei valori in circostanze date: l’amo veramente, op-
pure ciò che mi importa è quel certo valore concreto in relazione al
quale quella persona risulta carente, mentre quest’ultima in sé mi
è indifferente? Questa indifferenza, certo, non può essere espressa
astrattamente, sotto forma di una particolare subordinazione di
valori; si tratta di un’interrelazione concreta, architettonica. Non si
può sostituire un’architettonica di valori con un sistema di rapporti
logici (di subordinazione) tra i valori, interpretando le differenze
di intonazione nel giudizio “egli è cattivo”) nel modo seguente: nel
primo caso il valore supremo è l’uomo, e valore subordinato è il
bene, nel secondo il contrario. Non possono esserci rapporti del
144 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɤɨɧɤɪɟɬɧɵɦɩɪɟɞɦɟɬɨɦɧɟɦɨɠɟɬɛɵɬɶɨɬɜɥɟɱɶɫɹɠɟɜɱɟɥɨɜɟɤɟ
ɨɬɟɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɨɫɬɚɜɢɜɫɦɵɫɥɨɜɨɣɨɫɬɨɜ
KRPRVDSLHQV ɬɨɠɟɧɟɥɶɡɹɈɬɜɥɟɱɟɧɧɨɫɦɵɫɥɨɜɚɹɨɰɟɧɤɚɦɨ-
ɠɟɬɛɵɬɶɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɧɚɬɨɥɶɤɨɜɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦɟɞɢɧɨɦɨɛɫɬɨɹɧɢɢ
ɝɞɟɟɫɬɶɦɟɫɬɨɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɢɧɬɨɧɚɰɢɢɜɨɛɫɬɨɹɧɢɢɜɟɝɨ
ɰɟɥɨɦɨɩɪɟɞɟɥɹɟɦɨɦɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɦɤɨɧɤɪɟɬɧɵɦɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦ
ɰɟɧɬɪɨɦɂɫɤɚɠɟɧɧɚɹɠɟɢɞɭɪɧɚɹɩɪɢɫɬɪɚɫɬɧɚɹɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɨɫɬɶ
ɛɭɞɟɬ ɢɦɟɬɶ ɦɟɫɬɨ ɥɢɲɶ ɬɚɦ ɝɞɟ ɜ ɷɬɭ ɤɨɧɤɪɟɬɧɭɸ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨ-
ɧɢɤɭɜɢɞɟɧɢɹɛɭɞɟɬɜɜɟɞɟɧɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣɦɨɦɟɧɬɫ
ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɠɟɫɦɵɫɥɨɜɨɣɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɥɨɠɧɵɣɢɧɟɜɟɪɧɵɣ
ɱɬɨɫɜɹɡɚɧɨɢɫɢɫɤɚɠɟɧɢɟɦɢɩɟɪɟɫɬɪɨɣɤɨɣɜɫɟɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢ
ɜɰɟɥɨɦɇɨɷɬɨɧɟɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɵɣɫɥɭɱɚɣ
ɂɬɚɤɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦɰɟɧɬɪɨɦɫɨɛɵɬɢɣɧɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɹɜɥɹɟɬɫɹɱɟɥɨɜɟɤɧɟɤɚɤɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɟɫɟɛɟ
ɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟ ɧɟɱɬɨ ɚ ɤɚɤ ɥɸɛɨɜɧɨ ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɚɹ ɤɨɧɤɪɟɬɧɚɹ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɉɪɢɷɬɨɦɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɜɢɞɟɧɢɟɨɬɧɸɞɶɧɟɨɬ-
ɜɥɟɤɚɟɬɫɹɨɬɜɨɡɦɨɠɧɵɯɬɨɱɟɤɡɪɟɧɢɹɰɟɧɧɨɫɬɟɣɧɟɫɬɢɪɚɟɬɝɪɚ-
ɧɢɰɭɦɟɠɞɭɞɨɛɪɨɦ²ɡɥɨɦɤɪɚɫɨɬɨɣ²ɛɟɡɨɛɪɚɡɢɟɦɢɫɬɢɧɨɣ
² ɥɨɠɶɸ ɜɫɟ ɷɬɢ ɪɚɡɥɢɱɟɧɢɹ ɡɧɚɟɬ ɢ! ɧɚɯɨɞɢɬ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟ
ɜɢɞɟɧɢɟɜɧɭɬɪɢɫɨɡɟɪɰɚɟɦɨɝɨɦɢɪɚɧɨɜɫɟɷɬɢɪɚɡɥɢɱɟɧɢɹɧɟɜɵ-
ɧɨɫɹɬɫɹɧɚɞɧɢɦɤɚɤɩɨɫɥɟɞɧɢɟɤɪɢɬɟɪɢɢɩɪɢɧɰɢɩɪɚɫɫɦɨɬɪɟ-
ɧɢɹɢɨɮɨɪɦɥɟɧɢɹɜɢɞɢɦɨɝɨɨɧɢɨɫɬɚɸɬɫɹɜɧɭɬɪɢɟɝɨɤɚɤɦɨ-
ɦɟɧɬɵɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢɢɜɫɟɪɚɜɧɨɨɛɴɟɦɥɸɬɫɹɜɫɟɩɪɢɟɦɥɸɳɢɦ
ɥɸɛɨɜɧɵɦɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟɦɱɟɥɨɜɟɤɚɗɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɜɢɞɟɧɢɟɡɧɚɟɬ
ɤɨɧɟɱɧɨ ɢ ©ɢɡɛɢɪɚɸɳɢɟ ɩɪɢɧɰɢɩɵª ɧɨ ɜɫɟ ɨɧɢ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢ-
ɱɟɫɤɢ ɩɨɞɱɢɧɟɧɵ ɜɟɪɯɨɜɧɨɦɭ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɭ ɰɟɧɬɪɭ ɫɨɡɟɪɰɚɧɢɹ
²ɱɟɥɨɜɟɤɭ
ȼɷɬɨɦɫɦɵɫɥɟ>ɉɪɟɞɜɨɫɯɢɳɚɸɳɟɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟɚɜɬɨɪɚɤɝɟ-
ɪɨɸ ² ɛɟɫɤɨɪɵɫɬɧɚɹ ɡɚɢɧɬɟɪɟɫɨɜɚɧɧɨɫɬɶ@ ɦɨɠɧɨ ɝɨɜɨɪɢɬɶ ɨɛ
ɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɣɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣɥɸɛɜɢɧɟɩɪɢɞɚɜɚɹɬɨɥɶɤɨɷɬɨɦɭɫɥɨ-
ɜɭɩɚɫɫɢɜɧɨɝɨɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɝɨɡɧɚɱɟɧɢɹɤɚɤɨɩɪɢɧɰɢɩɟɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɐɟɧɄɮɢɥɨɫɨɮɢɢɩɨɫɬɭɩɤɚɧɨɫɬɧɨɟɦɧɨɝɨ-
ɨɛɪɚɡɢɟɛɵɬɢɹɤɚɤɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɝɨ ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɧɨɝɨɫɱɟɥɨɜɟɤɨɦ 
ɦɨɠɟɬɛɵɬɶɞɚɧɨɬɨɥɶɤɨɥɸɛɨɜɧɨɦɭɫɨɡɟɪɰɚɧɢɸɬɨɥɶɤɨɥɸɛɨɜɶ
ɦɨɠɟɬɭɞɟɪɠɚɬɶɢɡɚɤɪɟɩɢɬɶɷɬɨɦɧɨɝɨɢɪɚɡɧɨɨɛɪɚɡɢɟɧɟɪɚɫ-
ɬɟɪɹɜɢɧɟɪɚɫɫɟɹɜɟɝɨɧɟɨɫɬɚɜɢɜɬɨɥɶɤɨɝɨɥɵɣɨɫɬɨɜɨɫɧɨɜɧɵɯ
ɥɢɧɢɣɢɫɦɵɫɥɨɜɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜɌɨɥɶɤɨɛɟɫɤɨɪɵɫɬɧɚɹɥɸɛɨɜɶɩɨ
ɩɪɢɧɰɢɩɭ©ɧɟɩɨɯɨɪɨɲɭɦɢɥɚɩɨɦɢɥɭɯɨɪɨɲªɬɨɥɶɤɨɥɸɛɨɜ-
ɧɨɡɚɢɧɬɟɪɟɫɨɜɚɧɧɨɟɜɧɢɦɚɧɢɟɦɨɠɟɬɪɚɡɜɢɬɶɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨɧɚɩɪɹ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 145

genere tra un concetto astrattamente ideale e un concreto oggetto


reale, così come non è possibile fare astrazione in un uomo dalla
sua realtà concreta, conservando soltanto l’ossatura del senso (ho-
mo sapiens). La valutazione39 del senso sul piano astratto può essere
incarnata soltanto in una situazione concreta unitaria, in cui ha
luogo anche un’intonazione reale, un situazione nel suo complesso,
che si definisce in base a un concreto centro di valori. Si avrà una
cattiva e alterata soggettività parziale soltanto là dove sarà intro-
dotto, da questa visione architettonica concreta, un contenuto di
senso inesatto e falso dal punto di vista di questo contenuto di sen-
so, il che è legato anche a una alterazione e a una ristrutturazione
dell’intera architettonica. Ma non è questo il caso fondamentale.
Dunque centro valutativo dell’architettonica dell’evento della
visione estetica è un uomo, ma non come un qualcosa di identico
a se stesso per contenuto, ma come realtà concreta amorosamen-
te affermata. In questo, la visione estetica non fa assolutamente
astrazione dai possibili punti di vista dei valori, non cancella il
confine tra bene e male, tra bello e brutto, tra verità e menzogna; la
visione estetica conosce e trova tutte queste differenze all’interno
del mondo contemplato, ma queste differenze non scaturiscono da
esso come criteri ultimi, come principio dell’analisi e della forma
del visibile, ma rimangono al suo interno come momenti dell’archi-
tettonica, e tuttavia lo stesso sono abbracciati dall’affermazione di
un uomo, un’affermazione amorosa che tollera tutto. Certo, anche
la visione estetica conosce “principi di selezione”, ma essi sono tutti
architettonicamente subordinati al centro valutativo sovrano della
contemplazione – un uomo.
In questo senso [il rapporto di anticipazione dell’autore col suo
eroe è un interesse disinteressato] si può parlare di amore estetico
oggettivo – ma senza attribuire a questa espressione un significato
psicologico passivo – come principio della visione estetica. La va-
rietà di valore dell’esistere in quanto umano (cioè correlato con un
uomo) può essere data solo alla contemplazione amorosa; solo l’a-
more è in grado di affermare e consolidare, senza perderla e senza
disperderla, questa varietà e molteplicità, senza lasciare soltanto il
nudo scheletro delle linee e dei momenti di senso fondamenta-
li. Solo un amore disinteressato secondo il principio “non lo amo
perché è bello ma è bello perché l’amo”, solo un’attenzione amoro-
samente interessata, può sviluppare una forza abbastanza intensa
146 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɠɟɧɧɭɸɫɢɥɭɱɬɨɛɵɨɯɜɚɬɢɬɶɢɭɞɟɪɠɚɬɶɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɦɧɨɝɨɨɛɪɚ-
ɡɢɟɛɵɬɢɹɧɟɨɛɟɞɧɢɜɢɧɟɫɯɟɦɚɬɢɡɢɪɨɜɚɜɟɝɨɊɚɜɧɨɞɭɲɧɚɹɢɥɢ
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ɩɪɟɞɦɟɬ ɪɟɚɤɰɢɹ ɩɪɨɣɬɢ ɦɢɦɨ ɩɪɟɞɦɟɬɚ ɜɨ ɜɫɟɦ ɟɝɨ ɦɧɨɝɨɨɛ-
ɪɚɡɢɢ ɢɝɧɨɪɢɪɨɜɚɬɶ ɢɥɢ ɩɪɟɨɞɨɥɟɬɶ ɟɝɨ ɋɚɦɚ ɛɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɚɹ
ɮɭɧɤɰɢɹ ɪɚɜɧɨɞɭɲɢɹ ɟɫɬɶ ɨɫɜɨɛɨɠɞɟɧɢɟ ɧɚɫ ɨɬ ɦɧɨɝɨɨɛɪɚɡɢɹ
ɛɵɬɢɹɨɬɜɥɟɱɟɧɢɟɨɬɩɪɚɤɬɢɱɟɫɤɢɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨɞɥɹɧɚɫɤɚɤ
ɛɵɷɤɨɧɨɦɢɹɫɛɟɪɟɠɟɧɢɟɧɚɫɨɬɪɚɫɫɟɹɧɢɹɜɦɧɨɝɨɨɛɪɚɡɢɢɌɚ-
ɤɨɜɚɠɟɢɮɭɧɤɰɢɹɡɚɛɜɟɧɢɹ
Ȼɟɡɥɸɛɨɫɬɶ ɪɚɜɧɨɞɭɲɢɟ ɧɢɤɨɝɞɚ ɧɟ ɪɚɡɨɜɶɸɬ ɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨ
ɫɢɥɱɬɨɛɵɧɚɩɪɹɠɟɧɧɨɡɚɦɟɞɥɢɬɶɧɚɞɩɪɟɞɦɟɬɨɦɡɚɤɪɟɩɢɬɶɜɵ-
ɥɟɩɢɬɶ ɤɚɠɞɭɸ ɦɟɥɶɱɚɣɲɭɸ ɩɨɞɪɨɛɧɨɫɬɶ ɢ ɞɟɬɚɥɶ ɟɝɨ Ɍɨɥɶɤɨ
ɥɸɛɨɜɶ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢ ɩɪɨɞɭɤɬɢɜɧɨɣ ɬɨɥɶɤɨ ɜ ɫɨɨɬ-
ɧɟɫɟɧɢɢɫɥɸɛɢɦɵɦɜɨɡɦɨɠɧɚɩɨɥɧɨɬɚɦɧɨɝɨɨɛɪɚɡɢɹ
ɉɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɭɰɟɧɬɪɭ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦɭɱɟɥɨɜɟ-
ɤɭ  ɦɢɪɚ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ɧɟ ɞɨɥɠɧɨ ɪɚɡɥɢɱɚɬɶ ɮɨɪɦɭ ɢ
ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɟɱɟɥɨɜɟɤɢɮɨɪɦɚɥɶɧɵɣɢɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɣɩɪɢɧɰɢɩ
ɜɢɞɟɧɢɹɜɢɯɟɞɢɧɫɬɜɟɢɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɧɨɜɟɧɢɢɌɨɥɶɤɨɩɨɨɬɧɨ-
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ɦɟɧɬɵɫɬɚɧɨɜɹɬɫɹɤɨɧɤɪɟɬɧɵɦɢɦɨɦɟɧɬɚɦɢɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢɬɨɥɶ-
ɤɨɜɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɶɸɫɦɟɪɬɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚ
ȼɫɟ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɟ ɢ ɜɪɟɦɟɧɧɵɟ ɨɬɧɨɲɟɧɢɹ ɫɨɨɬɧɨɫɹɬɫɹ
ɬɨɥɶɤɨɫɧɢɦɢɬɨɥɶɤɨɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɧɟɦɭɨɛɪɟɬɚɸɬɰɟɧɧɨɫɬ-
ɧɵɣɫɦɵɫɥɜɵɫɨɤɨɞɚɥɟɤɨɧɚɞɩɨɞɛɟɡɞɧɚɛɟɫɩɪɟɞɟɥɶɧɨɫɬɶ²
ɜɫɟɨɬɪɚɠɚɸɬɠɢɡɧɶɢɧɚɩɪɹɠɟɧɢɟɫɦɟɪɬɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɤɨɧɟɱɧɨ
ɧɟɜɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɨɦɡɧɚɱɟɧɢɢɢɯɚɜɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨ
ɜɨɥɟɜɨɦɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɫɦɵɫɥɟ
Ɍɨɥɶɤɨɰɟɧɧɨɫɬɶɫɦɟɪɬɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɞɚɟɬɦɚɫɲɬɚɛɵɞɥɹɩɪɨ-
ɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɢɜɪɟɦɟɧɧɨɝɨɪɹɞɚɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨɭɩɥɨɬɧɹɟɬɫɹɤɚɤ
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ɧɢ ɫɦɟɪɬɧɨɝɨ ɱɟɥɨɜɟɤɚ ɩɪɢɱɟɦ ɢ ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɭɸ ɜɪɟɦɟɧɧɭɸ
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ȿɫɥɢɛɵɱɟɥɨɜɟɤɧɟɛɵɥɫɦɟɪɬɟɧɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɬɨɧɷɬɨɝɨ
ɩɪɨɬɟɤɚɧɢɹɷɬɨɝɨɪɚɧɶɲɟɩɨɡɠɟɟɳɟɤɨɝɞɚɧɢɤɨɝɞɚɢɮɨɪɦɚɥɶ-
ɧɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜɪɢɬɦɚɛɵɥɛɵɢɧɨɣɍɧɢɱɬɨɠɢɦɦɚɫɲɬɚɛɵɠɢɡɧɢ
ɫɦɟɪɬɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɩɨɝɚɫɧɟɬɰɟɧɧɨɫɬɶɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɝɨ²ɢɪɢɬɦɚ
ɢɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɄɨɧɟɱɧɨɞɟɥɨɡɞɟɫɶɧɟɜɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɣɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 147

da abbracciare e trattenere la concreta varietà dell’esistere, senza


impoverirlo e senza schematizzarlo. Una reazione indifferente o
ostile è sempre una reazione che impoverisce e disgrega l’oggetto:
passa oltre l’oggetto qual è in tutta la sua varietà, lo ignora o lo
supera. La stessa funzione biologica dell’indifferenza consiste nel
liberarci dalla varietà dell’esistere, nel farci prescindere da ciò che
è inessenziale per noi praticamente: è una sorta di economia, di
risparmio nei confronti della dispersione della varietà. È questa
anche la funzione dell’oblio.
Il disamore e l’indifferenza non genereranno mai forze suffi-
cienti per farci attardare, soffermare intensamente sull’oggetto, in
modo che resti fissato e scolpito ogni suo minimo particolare e
dettaglio. Solo l’amore può essere esteticamente produttivo, solo
in correlazione con chi si ama è possibile la pienezza della varietà.
In relazione al centro valutativo del mondo della visione este-
tica (un uomo concreto) non vale la distinzione tra forma e conte-
nuto, giacché il principio tanto della forma quanto del contenuto
della visione nella loro unità e interpenetrazione è un uomo. Tale
distinzione è possibile solo in rapporto a categorie contenutistiche
astratte. Tutti i momenti astratto-formali divengono momenti con-
creti dell’architettonica solo in correlazione al valore concreto di
un uomo in quanto mortale. Tutti i rapporti spaziali e temporali si
correlano solamente ad esso, e solo in rapporto ad esso acquistano
un senso valutativo: alto, lontano, sopra, sotto, abisso, infinità –
tutte queste espressioni riflettono la vita e la tensione di un uomo
mortale, ma non in un senso astratto, matematico, ma in senso
valutativo, emotivo-volitivo.
Solo il valore di un uomo mortale fornisce la scala di misura
delle serie spaziale e temporale: lo spazio si condensa come oriz-
zonte possibile di un uomo mortale, come suo ambiente possibile,
mentre il tempo assume spessore e peso di ordine valutativo in
quanto scorre nella vita di un uomo mortale, con la determina-
zione, inoltre, sia del contenuto temporale, sia del peso formale,
lo scorrere significativo del ritmo. Se l’uomo non fosse mortale,
il tono emotivo-volitivo di questa progressione, di questo prima,
dopo, ancora, quando, mai, e dei momenti formali del ritmo sa-
rebbe diverso. Sopprimiamo la componente costituita dalla vita
dell’uomo mortale, e si estinguerà il valore di ciò che è vissuto: il
valore del ritmo e il valore del contenuto. Certamente qui non si
148 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɤɨɣɞɥɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣɠɢɡɧɢ ɥɟɬ ɨɧɚɦɨɠɟɬɛɵɬɶ


ɩɪɨɢɡɜɨɥɶɧɨɜɟɥɢɤɚɢɥɢɦɚɥɚɚɬɨɥɶɤɨɜɬɨɦɱɬɨɟɫɬɶɬɟɪɦɢɧɵ
ɝɪɚɧɢɰɵɠɢɡɧɢ²ɪɨɠɞɟɧɢɟɢɫɦɟɪɬɶ²ɢɬɨɥɶɤɨɮɚɤɬɧɚɥɢɱɧɨ-
ɫɬɢɷɬɢɯɬɟɪɦɢɧɨɜɫɨɡɞɚɟɬɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɭɸɨɤɪɚɫɤɭɬɟɱɟɧɢɹ
ɜɪɟɦɟɧɢ ɨɝɪɚɧɢɱɟɧɧɨɣ ɠɢɡɧɢ ɢ ɫɚɦɚɹ ɜɟɱɧɨɫɬɶ ɢɦɟɟɬ ɰɟɧɧɨɫɬ-
ɧɵɣ ɫɦɵɫɥ ɥɢɲɶ ɜ ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢ ɫ ɞɟɬɟɪɦɢɧɢɪɨɜɚɧɧɨɣ ɠɢɡɧɶɸ
Ʌɭɱɲɟɜɫɟɝɨɦɵɦɨɠɟɦɩɨɹɫɧɢɬɶ"!ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟɪɚɫ-
ɩɨɥɨɠɟɧɢɟɦɢɪɚɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɜɨɤɪɭɝɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨɰɟɧ-
ɬɪɚ²ɫɦɟɪɬɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɞɚɜɚɧɚɥɢɡ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶ-
ɧɵɣ  ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢ ɤɚɤɨɝɨɧɢɛɭɞɶ ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹ
Ɉɫɬɚɧɨɜɢɦɫɹɧɚɞɜɭɯɥɢɪɢɱɟɫɤɢɯɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɯɉɭɲɤɢɧɚɝɨ
ɝɨɞɚ©Ɋɚɡɥɭɤɚªɢɢɥɢɧɪɡɛ!

>Ⱦɥɹɛɟɪɟɝɨɜɨɬɱɢɡɧɵɞɚɥɶɧɨɣ
Ɍɵɩɨɤɢɞɚɥɚɤɪɚɣɱɭɠɨɣ
ȼɱɚɫɧɟɡɚɛɜɟɧɧɵɣɜɱɚɫɩɟɱɚɥɶɧɵɣ
əɞɨɥɝɨɩɥɚɤɚɥɩɪɟɞɬɨɛɨɣ
Ɇɨɢɯɥɚɞɟɸɳɢɟɪɭɤɢ
Ɍɟɛɹɫɬɚɪɚɥɢɫɶɭɞɟɪɠɚɬɶ
Ɍɨɦɥɟɧɶɟɫɬɪɚɲɧɨɟɪɚɡɥɭɤɢ
Ɇɨɣɫɬɨɧɦɨɥɢɥɧɟɩɪɟɪɵɜɚɬɶ

ɇɨɬɵɨɬɝɨɪɶɤɨɝɨɥɨɛɡɚɧɶɹ
ɋɜɨɢɭɫɬɚɨɬɨɪɜɚɥɚ
ɂɡɤɪɚɹɦɪɚɱɧɨɝɨɢɡɝɧɚɧɶɹ
Ɍɵɜɤɪɚɣɢɧɨɣɦɟɧɹɡɜɚɥɚ
Ɍɵɝɨɜɨɪɢɥɚ©ȼɞɟɧɶɫɜɢɞɚɧɶɹ
ɉɨɞɧɟɛɨɦɜɟɱɧɨɝɨɥɭɛɵɦ
ȼɬɟɧɢɨɥɢɜɥɸɛɜɢɥɨɛɡɚɧɶɹ
Ɇɵɜɧɨɜɶɦɨɣɞɪɭɝɫɨɟɞɢɧɢɦª

ɇɨɬɚɦɭɜɵɝɞɟɧɟɛɚɫɜɨɞɵ
ɋɢɹɸɬɜɛɥɟɫɤɟɝɨɥɭɛɨɦ
Ƚɞɟɬɟɧɶɨɥɢɜɥɟɝɥɚɧɚɜɨɞɵ
Ɂɚɫɧɭɥɚɬɵɩɨɫɥɟɞɧɢɦɫɧɨɦ
Ɍɜɨɹɤɪɚɫɚɬɜɨɢɫɬɪɚɞɚɧɶɹ
ɂɫɱɟɡɥɢɜɭɪɧɟɝɪɨɛɨɜɨɣ²
Ⱥɫɧɢɦɢɩɨɰɟɥɭɣɫɜɢɞɚɧɶɹ
ɇɨɠɞɭɟɝɨɨɧɡɚɬɨɛɨɣ@

ȼ ɷɬɨɣ ɥɢɪɢɱɟɫɤɨɣ ɩɶɟɫɟ ɞɜɚ ɞɟɣɫɬɜɭɸɳɢɯ ɥɢɰɚ ɥɢɪɢɱɟ-


ɫɤɢɣɝɟɪɨɣ ɨɛɴɟɤɬɢɜɢɪɨɜɚɧɧɵɣɚɜɬɨɪ ɢɨɧɚ Ɋɢɡɧɢɱ ɚɫɥɟɞɨ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 149

tratta di una determinata durata matematica della vita umana (70


anni), che può essere considerata lunga o breve, come si vuole, ma
semplicemente del fatto che ci sono dei termini, i limiti della vita
– la nascita e la morte –, ed è il solo fatto della loro esistenza ad
attribuire una sfumatura emotivo-volitiva al trascorrere del tempo
di una vita limitata; e l’eternità stessa ha un senso valutativo solo in
correlazione con una vita delimitata.
Il modo migliore per chiarire <?> la disposizione architettoni-
ca del mondo della visione estetica intorno a un centro di valori
– un uomo mortale – è fornire un’analisi (contenutistico-formale)
dell’architettonica concreta di una qualche opera. Ci soffermeremo
sulla lirica di Puškin del 1830 Razluka [Dipartita40].

Per le rive della patria lontana


Stavi lasciando il suolo straniero.
Nell’ora atroce che il tempo non sana,
Molto già piansi mentre accanto ti ero.
Cercavano le mie gelide dita
Di trattenerti ancor qualche momento.
Che l’acre pena della dipartita
Non finisse implorava il mio lamento.

Ma ecco che dal mio bacio doloroso


Allora le tue labbra separasti.
Dalla terra d’esilio tenebroso
A un’altra terra tu mi convocasti.
Dicesti: «Il giorno in cui ci incontreremo
Sotto il ciel sempre azzurro nel colore,
Là all’ombra degli olivi riuniremo,
Amico mio, i baci dell’amore».

Ma, ahimè, dove del cielo risplende


La volta d’un azzurro festoso
E ombra d’ulivi sull’acque si stende
T’assopisti nell’ultimo riposo.
La tua bellezza ed ogni tuo tormento
Scomparvero nell’urna sepolcrale —
Ed anche il bacio del tuo appuntamento…
Ma io l’aspetto, la tua promessa vale…

In questa poesia ci sono due personaggi: l’eroe lirico (l’auto-


re oggettivato) e lei (Riznich41) e, di conseguenza, due contesti di
150 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɚɬɟɥɶɧɨɞɜɚɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯɤɨɧɬɟɤɫɬɚɞɜɟɤɨɧɤɪɟɬɧɵɟɬɨɱɤɢɞɥɹ
ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɹ ɤ ɧɢɦ ɤɨɧɤɪɟɬɧɵɯ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ ɦɨɦɟɧɬɨɜ ɛɵɬɢɹ
ɩɪɢ ɷɬɨɦ ɜɬɨɪɨɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɧɟ ɬɟɪɹɹ ɫɜɨɟɣ ɫɚɦɨɫɬɨɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɨ ɨɛɴɟɦɥɟɬɫɹ ɩɟɪɜɵɦ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨ ɭɬɜɟɪɠɞɚɟɬɫɹ ɢɦ 
ɢ ɨɛɚ ɷɬɢɯ ɤɨɧɬɟɤɫɬɚ ɜ ɫɜɨɸ ɨɱɟɪɟɞɶ ɨɛɴɟɦɥɸɬɫɹ ɟɞɢɧɵɦ ɰɟɧ-
ɧɨɫɬɧɨɭɬɜɟɪɠɞɚɸɳɢɦɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɦɤɨɧɬɟɤɫɬɨɦɚɜɬɨɪɚɯɭɞɨɠ-
ɧɢɤɚ ɧɚɯɨɞɹɳɟɝɨɫɹ ɜɧɟ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢ ɜɢɞɟɧɢɹ ɦɢɪɚ ɩɪɨɢɡɜɟ-
ɞɟɧɢɹ ɧɟɚɜɬɨɪɝɟɪɨɣɱɥɟɧɷɬɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢ ɢɫɨɡɟɪɰɚɬɟɥɹ
ȿɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɦɟɫɬɚɜɛɵɬɢɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚ ɚɜɬɨɪɚ
ɫɨɡɟɪɰɚɬɟɥɹ  ɬɨɱɤɚ ɢɫɯɨɠɞɟɧɢɹ ɟɝɨ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɢ
² ɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɣ ɥɸɛɜɢ ɤ ɱɟɥɨɜɟɤɭ ² ɢɦɟɟɬ ɬɨɥɶɤɨ ɨɞɧɨ ɨɩɪɟ-
ɞɟɥɟɧɢɟ²ɜɧɟɧɚɯɨɞɢɦɨɫɬɶɜɫɟɦɦɨɦɟɧɬɚɦɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɝɨ
ɟɞɢɧɫɬɜɚɦɢɪɚ"!ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɱɬɨɢɞɟɥɚɟɬɜɩɟɪɜɵɟ
ɜɨɡɦɨɠɧɵɦ ɨɛɧɢɦɚɬɶ ɜɫɸ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɭ ɢ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɭɸ
ɢ ɜɪɟɦɟɧɧɭɸ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨ ɟɞɢɧɨɣ ɭɬɜɟɪɠɞɚɸɳɟɣ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɸ
ɗɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɜɠɢɜɚɧɢɟ²ɜɢɞɟɧɢɟɝɟɪɨɹɩɪɟɞɦɟɬɚɢɡɧɭɬɪɢ²
ɚɤɬɢɜɧɨɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɫɷɬɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɜɧɟɧɚɯɨɞɢɦɨɝɨɦɟɫɬɚ
ɢɡɞɟɫɶɠɟɧɚɧɟɦɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɩɪɢɹɬɢɟɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɟ
ɢɨɮɨɪɦɥɟɧɢɟɦɚɬɟɪɢɢɜɠɢɜɚɧɢɹɜɟɞɢɧɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɟɜɢɞɟ-
ɧɢɹȼɧɟɧɚɯɨɞɢɦɨɫɬɶɫɭɛɴɟɤɬɚɢɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɚɹɢɜɪɟɦɟɧɧɚɹ
ɢ ɰɟɧɧɨɫɬɧɚɹ ² ɧɟ ɹ ɩɪɟɞɦɟɬ ɜɠɢɜɚɧɢɹ ɢ ɜɢɞɟɧɢɹ ² ɜɩɟɪɜɵɟ
ɞɟɥɚɟɬɜɨɡɦɨɠɧɨɣɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɭɸɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɨɮɨɪɦɥɟɧɢɹ
ȼɫɟɤɨɧɤɪɟɬɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢɫɬɹɝɢɜɚɸɬɫɹɤɞɜɭɦ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦɰɟɧɬɪɚɦ ɝɟɪɨɣɢɝɟɪɨɢɧɹ ɢɪɚɜɧɨɨɛɴɟɦɥɸɬɫɹɭɬ-
ɜɟɪɠɞɚɸɳɟɣ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɣ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɚɤɬɢɜɧɨ-
ɫɬɶɸɜɟɞɢɧɨɦɫɨɛɵɬɢɢɗɬɢɰɟɧɧɨɫɬɧɵɟɤɪɭɝɢɛɵɬɢɹɢɜɡɚɢɦɧɨ
ɩɪɨɧɢɤɚɸɬɞɪɭɝɞɪɭɝɚɢɧɟɫɥɢɹɧɧɵ²ɜɷɬɨɦɟɞɢɧɫɬɜɟɫɨɛɵɬɢɣ-
ɧɨɫɬɢ ɉɪɨɫɥɟɞɢɦ ɷɬɨ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɤɨɧ-
ɤɪɟɬɧɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜɛɵɬɢɹ

Ⱦɥɹɛɟɪɟɝɨɜɨɬɱɢɡɧɵɞɚɥɶɧɨɣ
Ɍɵɩɨɤɢɞɚɥɚɤɪɚɣɱɭɠɨɣ

Ȼɟɪɟɝɚ ɨɬɱɢɡɧɵ ɥɟɠɚɬ ɜ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɜɪɟ-


ɦɟɧɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɠɢɡɧɢɝɟɪɨɢɧɢȾɥɹɧɟɟɨɬɱɢɡɧɚɜɟɟɷɦɨɰɢ-
ɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦ ɬɨɧɟ ɜɨɡɦɨɠɧɵɣ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɣ ɤɪɭɝɨɡɨɪ
ɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹ ɨɬɱɢɡɧɨɣ ɜ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦ ɫɦɵɫɥɟ ɫɥɨɜɚ
ɜɩɨɥɧɨɬɟɫɦɵɫɥɚɟɝɨ ɫɟɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸɫɨɨɬɧɟɫɟɧɨɢɫɨ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 151

valori, due punti concreti cui sono correlati i momenti valutativi


concreti dell’esistere. Inoltre, il secondo contesto, senza perdere
la propria indipendenza, è, sul piano dei valori, abbracciato dal
primo (è affermato, sul piano dei valori, da esso); ed entrambi so-
no a loro volta abbracciati dal contesto estetico, unificante e che
afferma dei valori, dell’autore-artista e contemplatore, il quale si
trova collocato fuori dall’architettonica della visione del mondo
dell’opera (diversamente dall’autore-eroe, che è membro di tale
architettonica). Il posto singolare del soggetto estetico (dell’autore,
del contemplatore) nell’esistere, il punto di irradiazione della sua
attività estetica – del suo amore oggettivo per un certo uomo – ha
una sola definizione: la sua exotopicità42 rispetto a tutti i momenti
dell’unità architettonica <?.> della visione estetica, che rende per
la prima volta possibile abbracciare l’intera architettonica, sia spa-
ziale che temporale, con un’unica attività che afferma dei valori.
L’empatia estetica – la visione dell’eroe, dell’oggetto, dall’interno
– si realizza attivamente da questo posto singolare exotopico, e
proprio a partire da qui si compie la ricezione estetica, affermazio-
ne e messa in forma della materia dell’empatia nell’architettonica
unificante della visione. L’exotopia del soggetto, exotopia spaziale,
temporale, valutativa, il fatto, cioè che non sono io stesso l’oggetto
dell’empatia e della visione, rende possibile per prima volta l’atti-
vità estetica della messa in forma.
Tutte le concrete componenti dell’architettonica convergono
intorno a due centri valutativi (l’eroe e l’eroina) e sono entrambi
egualmente abbracciati in un unico evento dall’attività estetica,
umana, valutativa, affermativa. In questa unità dell’evento questi
cerchi valutativi dell’esistenza interagiscono tra loro ma mai fino
alla fusione. Seguiamo la disposizione di questi concreti momenti
dell’esistere:

Per le rive della patria lontana


Stavi lasciando il suolo straniero,

Le rive della patria si trovano nel contesto valutativo spazio-


temporale della vita dell’eroina. La “patria” è tale per lei, è nel
suo tono emotivo-volitivo che il possibile orizzonte spaziale diviene
“patria” (nel senso valutativo concreto della parola, nella suo senso
pieno), ed è in correlazione con la sua – di lei – singolarità che
152 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɛɵɬɢɣɧɨɤɨɧɤɪɟɬɢɡɨɜɚɧɧɨɟɜ©ɤɪɚɣɱɭɠɨɣªɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨɂɦɨ-
ɦɟɧɬ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɞɜɢɠɟɧɢɹ ɢɡ ɱɭɠɛɢɧɵ ɜ ɨɬɱɢɡɧɭ ɞɚɧ
ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɜɟɪɲɚɟɬɫɹɜɟɟɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦɬɨɧɟɈɞɧɚɤɨ
ɨɧɤɨɧɤɪɟɬɢɡɨɜɚɧɡɞɟɫɶɨɞɧɨɜɪɟɦɟɧɧɨɢɜɤɨɧɬɟɤɫɬɟɠɢɡɧɢɚɜɬɨ-
ɪɚɤɚɤɫɨɛɵɬɢɟɜɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɟɝɨɠɢɡɧɢɬɵɩɨɤɢɞɚɥɚ
Ⱦɥɹɧɟɟ ɜɟɟɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦɬɨɧɟ ɨɧɚɛɵɜɨɡɜɪɚɳɚɥɚɫɶ
ɜ!ɨɬɱɢɡɧɭɢɡɱɭɠɛɢɧɵɬɟɩɪɟɨɛɥɚɞɚɥɛɵɛɨɥɟɟɩɨɥɨɠɢɬɟɥɶ-
ɧɵɣɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɬɨɧɗɬɨɫɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚɜɫɨɛɵɬɢɢ
ɨɧɚ©ɩɨɤɢɞɚɟɬª ɬɟɪɚɡɥɭɱɚɟɬɫɹɫɟɝɨ"!ɨɬɱɢɡɧɨɣ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɟ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɫɨɛɵɬɢɹ ɟɝɨ ɠɢɡɧɢ ɜ ɟɝɨ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦ
ɬɨɧɟɞɚɧɢɤɨɧɤɪɟɬɧɵɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɢɣɦɨɦɟɧɬɜɵɪɚɠɟɧɧɵɣ
ɷɩɢɬɟɬɨɦ ©ɞɚɥɶɧɨɣª Ɂɞɟɫɶ ɫɨɛɵɬɢɣɧɨ ɧɟ ɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨ ɱɬɨ ɟɣ
ɩɪɢɞɟɬɫɹɫɨɜɟɪɲɢɬɶɞɥɢɧɧɵɣɩɭɬɶɚɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɱɬɨɨɧɚɛɭɞɟɬ
ɞɚɥɟɤɨɨɬɧɟɝɨɯɨɬɹ©ɞɚɥɶªɢɦɟɟɬɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɜɟɫɢɜɟɟɤɨɧɬɟɤ-
ɫɬɟ Ɂɞɟɫɶ ɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɧɨɜɟɧɢɟ ɢ ɟɞɢɧɫɬɜɨ ɫɨɛɵɬɢɹ ɩɪɢ ɰɟɧ-
ɧɨɫɬɧɨɣɧɟɫɥɢɹɧɧɨɫɬɢɤɨɧɬɟɤɫɬɨɜ
ɗɬɨ ɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɧɨɜɟɧɢɟ ɢ ɰɟɧɧɨɫɬɧɚɹ ɧɟɫɥɢɹɧɧɨɫɬɶ ²
ɟɞɢɧɫɬɜɨɫɨɛɵɬɢɹ²ɟɳɟɨɬɱɟɬɥɢɜɟɟɜɨɜɬɨɪɨɣɩɨɥɨɜɢɧɟɫɬɪɨɮɵ

ȼɱɚɫɧɟɡɚɛɜɟɧɧɵɣɜɱɚɫɩɟɱɚɥɶɧɵɣ
əɞɨɥɝɨɩɥɚɤɚɥɧɚɞɬɨɛɨɣ

ɂɱɚɫɢɟɝɨɷɩɢɬɟɬɵ ɧɟɡɚɛɜɟɧɧɵɣɩɟɱɚɥɶɧɵɣ ɢɞɥɹɧɟɝɨɢ


ɞɥɹɧɟɟɫɨɛɵɬɢɣɧɵɨɛɪɟɬɚɸɬɜɟɫɜɟɟɢɜɟɝɨɜɪɟɦɟɧɧɨɦɪɹɞɭ
ɞɟɬɟɪɦɢɧɢɪɨɜɚɧɧɨɣɫɦɟɪɬɧɨɣɠɢɡɧɢɇɨɟɝɨɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨ-
ɥɟɜɨɣɬɨɧɩɪɟɨɛɥɚɞɚɟɬȼɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɧɢɦɰɟɧɧɨɫɬɧɨɨɩɥɨɬ-
ɧɟɜɚɟɬɷɬɨɬɜɪɟɦɟɧɧɨɣɦɨɦɟɧɬɤɚɤɰɟɧɧɨɫɬɧɨɡɚɩɨɥɧɟɧɧɵɣɪɚɡ-
ɥɭɤɨɣɱɚɫɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɠɢɡɧɢ
ȼɩɟɪɜɨɣɪɟɞɚɤɰɢɢɢɧɚɱɚɥɨɛɵɥɨɞɚɧɨɜɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɤɨɧɬɟɤ-
ɫɬɟɝɟɪɨɹ

Ⱦɥɹɛɟɪɟɝɨɜɱɭɠɛɢɧɵɞɚɥɶɧɨɣ
Ɍɵɩɨɤɢɞɚɥɚɤɪɚɣɪɨɞɧɨɣ
Ɂɞɟɫɶɱɭɠɛɢɧɚ ɂɬɚɥɢɹ ɢɪɨɞɧɨɣɤɪɚɣ Ɋɨɫɫɢɹ ɞɚɧɵɜɷɦɨ-
ɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦ ɬɨɧɟ ɚɜɬɨɪɚɝɟɪɨɹ ȼ ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢ ɫ ɧɟɣ ɬɨ
ɠɟɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨ²ɜɫɨɛɵɬɢɢɟɟɠɢɡɧɢ²ɡɚɧɢɦɚɟɬɩɪɨɬɢɜɨɩɨ-
ɥɨɠɧɨɟɦɟɫɬɨ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 153

lo spazio si concretizza nell’evento come “suolo straniero”. Anche


l’aspetto costituito dal movimento spaziale dal paese straniero alla
terra natale è dato, si realizza in quanto evento, nel tono emotivo-
volitivo di lei. Tuttavia, esso è qui concretizzato simultaneamente
anche nel contesto della vita dell’autore come evento nel contesto
valutativo della sua – di lui – vita: tu stavi lasciando. Per lei (nel
tono emotivo-volitivo di lei) si trattava di tornare dal suolo stra-
niero alla terra natale, avrebbe dovuto prevalere, quindi, un tono
valutativo più positivo. È dal punto di vista del posto singolare di
lui nell’evento che lei “sta lasciando”. Anche il momento architet-
tonico concreto espresso dall’epiteto “lontano” è dato nell’unità
singolare dell’evento della vita di lui, nel suo tono emotivo-volitivo.
Qui, rispetto all’evento, essenziale è non il fatto che a lei toccherà
compiere un lungo viaggio, bensì il fatto che lei sarà lontana da lui,
sebbene la “lontananza” abbia un peso sul piano del valore anche
nel contesto di lei. Qui vi è interpenetrazione e una unità dell’even-
to mentre i contesti valutativi rimangono distinti.
Questa compenetrazione e distinzione valutativa – l’unità
dell’evento – è ancora più evidente nella seconda metà della strofa:

Nell’ora triste, che il tempo non sana,


Molto già piansi mentre accanto ti ero.

Sia l’ora che i suoi epiteti (“che il tempo non sana”, inobliata,
“triste”) hanno il carattere dell’evento tanto per lui quanto per lei,
acquistano un peso nelle sequenze temporali della vita mortale
determinata di lui e di lei. Ma predomina il tono emotivo-volitivo
di lui. È in correlazione a lui che questo momento temporale <il-
legg.> prende corpo come l’ora della sua vita singolare valutativa-
mente riempita dalla separazione.
Nella prima redazione, anche l’inizio era dato nel contesto va-
lutativo dell’eroe:

Per rive di terra estranea e lontana


Stavi tu lasciando il suolo natìo.

Qui la terra straniera (l’Italia) e il suolo natìo (la Russia) sono dati
nel tono emotivo-volitivo dell’autore-eroe. In relazione a lei, lo stesso
spazio occupa – nell’evento della sua vita – una posizione opposta.
154 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

Ɇɨɢɯɥɚɞɟɸɳɢɟɪɭɤɢ
Ɍɟɛɹɫɬɚɪɚɥɢɫɶɭɞɟɪɠɚɬɶ

ȼ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦ ɤɨɧɬɟɤɫɬɟ ɝɟɪɨɹ ɏɥɚɞɟɸɳɢɟ ɪɭɤɢ ɫɬɚɪɚɥɢɫɶ


ɭɞɟɪɠɚɬɶ ɜ ɫɜɨɟɦ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɦ ɨɤɪɭɠɟɧɢɢ ɜ ɧɟɩɨɫɪɟɞ-
ɫɬɜɟɧɧɨɣɛɥɢɡɨɫɬɢɤɬɟɥɭ²ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɦɭ
ɰɟɧɬɪɭɬɨɦɭɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦɭɰɟɧɬɪɭɤɨɬɨɪɵɣɨɫɦɵɫɥɹɟɬɰɟɧɧɨɫɬ-
ɧɨ ɭɩɥɨɬɧɹɟɬ ɢ ɨɬɱɢɡɧɭ ɢ ɱɭɠɛɢɧɭ ɢ ɞɚɥɶ ɢ ɛɥɢɡɨɫɬɶ ɢ ɩɪɨ-
ɲɥɨɟɢɤɪɚɬɤɨɫɬɶɱɚɫɚɢɞɨɥɝɨɬɭɩɥɚɱɚɢɜɟɱɧɨɫɬɶɧɟɡɚɛɜɟɧɢɹ

Ɍɨɦɥɟɧɶɹɞɨɥɝɨɝɨɪɚɡɥɭɤɢ
Ɇɨɣɫɬɨɧɦɨɥɢɥɧɟɩɪɟɪɵɜɚɬɶ

ɂɡɞɟɫɶɩɪɟɨɛɥɚɞɚɟɬɤɨɧɬɟɤɫɬɚɜɬɨɪɚɁɞɟɫɶɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɢ
ɪɢɬɦɢɱɟɫɤɚɹɧɚɩɪɹɠɟɧɧɨɫɬɶɢɧɟɤɨɬɨɪɨɟɭɫɤɨɪɟɧɢɟɬɟɦɩɚ²ɧɚ-
ɩɪɹɠɟɧɧɨɫɬɶɫɦɟɪɬɧɨɣɞɟɬɟɪɦɢɧɢɪɨɜɚɧɧɨɣɠɢɡɧɢɰɟɧɧɨɫɬɧɨɟ
ɭɫɤɨɪɟɧɢɟɠɢɡɧɟɧɧɨɝɨɬɟɦɩɚɜɧɚɩɪɹɠɟɧɧɨɣɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢ

Ɍɵɝɨɜɨɪɢɥɚɜɱɚɫɫɜɢɞɚɧɶɹ
ɉɨɞɧɟɛɨɦɜɟɱɧɨɝɨɥɭɛɵɦ

ȿɟɢɟɝɨɤɨɧɬɟɤɫɬɜɧɚɩɪɹɠɟɧɧɨɦɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɧɨɜɟɧɢɢɩɪɨ-
ɫɤɜɨɠɟɧɧɵɟɟɞɢɧɫɬɜɨɦɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨɤɨɧɬɟɤɫɬɚɫɦɟɪɬɧɨɝɨɱɟɥɨ-
ɜɟɱɟɫɬɜɚ ɜɟɱɧɨ ɝɨɥɭɛɨɟ ɧɟɛɨ ² ɜ ɤɨɧɬɟɤɫɬɟ ɤɚɠɞɨɣ ɫɦɟɪɬɧɨɣ
ɠɢɡɧɢ ɇɨ ɡɞɟɫɶ ɷɬɨɬ ɦɨɦɟɧɬ ɨɛɳɟɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣ ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɫɬɢ
ɞɚɧ ɧɟ ɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭ ɫɭɛɴɟɤɬɭ ɜɧɟɩɨɥɨɠɧɨ-
ɦɭ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɟ ɦɢɪɚ ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹ ɚɜɬɨɪɭɫɨɡɟɪɰɚɬɟɥɸ  ɚ
ɢɡɧɭɬɪɢɤɨɧɬɟɤɫɬɨɜɝɟɪɨɟɜɬɟɜɯɨɞɢɬɤɚɤɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɵɣɰɟɧ-
ɧɨɫɬɧɵɣ ɦɨɦɟɧɬ ɜ ɫɨɛɵɬɢɟ ɫɜɢɞɚɧɢɹ ɋɜɢɞɚɧɢɟ ² ɫɛɥɢɠɟɧɢɟ
ɤɨɧɤɪɟɬɧɵɯɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯɰɟɧɬɪɨɜɠɢɡɧɢ ɟɝɨɢɟɟ ɜɤɚɤɨɦɛɵɬɨ
ɧɢɛɵɥɨɩɥɚɧɟ ɡɟɦɧɨɦɧɟɛɟɫɧɨɦɜɪɟɦɟɧɧɨɦɧɟɜɪɟɦɟɧɧɨɦ ²
ɜɚɠɧɟɟ"!ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɣɛɥɢɡɨɫɬɢɜɟɞɢɧɨɦɤɪɭɝɨɡɨɪɟɜɨɞɧɨɦ
ɨɤɪɭɠɟɧɢɢ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦ ɋɥɟɞɭɸɳɢɟ ɞɜɟ ɫɬɪɨɮɵ ɭɝɥɭɛɥɟɧɧɨ
ɤɨɧɤɪɟɬɢɡɭɸɬɫɜɢɞɚɧɢɟ

ɂɬɚɦɜɞɚɥɢɝɞɟɧɟɛɚɫɜɨɞɵ
ɋɢɹɸɬɜɛɥɟɫɤɟɝɨɥɭɛɨɦ
Ƚɞɟɩɨɞɫɤɚɥɚɦɢɞɪɟɦɥɸɬɜɨɞɵ
Ʉɮɢɥɨɫɨɮɢɢɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɍɫɧɭɥɚɬɵɩɨɫɥɟɞɧɢɦɫɧɨɦ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 155

Cercavano le mie gelide dita


Di trattenerti ancor qualche momento.

Qui il contesto è quello valutativo dell’eroe. Le fredde mani


cercavano di trattenerla nel loro ambito spaziale, nella immedia-
ta vicinanza del proprio corpo – all’unico centro spaziale, a quel
centro concreto che da un senso e sostanzia la patria e la terra
straniera, la lontananza e la vicinanza, il passato, la brevità dell’ora,
la durata del pianto, l’eternità del ricordo.

Che l’acre pena della dipartita


Non finisse implorava il mio lamento.

Anche qui il contesto dell’autore prevale. Qui si avverte nel


contenuto sia la tensione ritmica, sia una certa accelerazione del
tempo – è la tensione di una vita mortale determinata, l’accelera-
zione valutativa del tempo della vita nella tensione dell’evento.

Dicesti: il giorno in cui ci incontreremo


Sotto il ciel sempre azzurro nel colore,

Il contesto di lui e di lei si trovano in intensa interpenetrazione,


permeati dell’unità del contesto valutativo dell’umanità mortale:
il cielo eternamente azzurro esiste nel contesto di ciascuna vita
mortale. Qui, tuttavia, questo momento costituito da un evento
comune a tutta l’umanità è dato non direttamente al soggetto este-
tico (all’autore-contemplatore situato al di fuori dell’architettonica
del mondo dell’opera), ma dall’interno dei contesti degli eroi; ri-
entra, cioè, come momento valutativamente affermato nell’evento
dell’appuntamento. L’appuntamento – l’avvicinamento dei centri
valutativi concreti della vita (di lui e di lei) in un qualsiasi piano
(terreno, celeste, temporale, atemporale) – è più importante <?>
dell’evento della loro vicinanza all’interno di un unico orizzonte,
di un unico ambiente valutativo. Le seguenti due strofe concretiz-
zano profondamente l’appuntamento:

Ma, ahimé, dove del cielo risplende


La volta d’un azzurro festoso
E ombra d’ulivi sull’acque si stende
T’assopisti nell’ultimo riposo.
156 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

Ɍɜɨɹɤɪɚɫɚɬɜɨɢɫɬɪɚɞɚɧɶɹ
ɂɫɱɟɡɥɢɜɭɪɧɟɝɪɨɛɨɜɨɣ
ɂɫɱɟɡɢɩɨɰɟɥɭɢɫɜɢɞɚɧɶɹ
ɇɨɠɞɭɟɝɨɨɧɡɚɬɨɛɨɣ

ɉɟɪɜɵɟɬɪɢ ɫɬɪɨɤɢ ɷɬɢɯ ɩɨɫɥɟɞɧɢɯ ɞɜɭɯ ɫɬɪɨɮ ɢɡɨɛɪɚɠɚɸɬ


ɫɨɛɵɬɢɣɧɵɟ ɦɨɦɟɧɬɵ ɨɛɳɟɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɝɨ ɤɨɧɬɟɤɫɬɚ ɰɟɧɧɨɫɬɟɣ
ɤɪɚɫɨɬɚɂɬɚɥɢɢ ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɵɟɜɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɝɟɪɨɢ-
ɧɢ ɟɟɦɢɪ ɢɨɬɫɸɞɚɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɨɜɯɨɞɹɳɢɟɢɜɤɨɧɬɟɤɫɬɝɟɪɨɹ
ɗɬɨ²ɨɤɪɭɠɟɧɢɟɫɨɛɵɬɢɹɟɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣɫɦɟɪɬɢɢɞɥɹɧɟɟɢ
ɞɥɹɧɟɝɨɁɞɟɫɶɜɨɡɦɨɠɧɨɟɨɤɪɭɠɟɧɢɟɟɟɠɢɡɧɢɢɛɭɞɭɳɟɝɨɫɜɢ-
ɞɚɧɢɹɫɬɚɥɨɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɦɨɤɪɭɠɟɧɢɟɦɟɟɫɦɟɪɬɢɐɟɧɧɨɫɬɧɨ
ɫɨɛɵɬɢɣɧɵɣ ɫɦɵɫɥ ɦɢɪɚ ɂɬɚɥɢɢ ɞɥɹ ɝɟɪɨɹ ² ɦɢɪ ɝɞɟ ɟɟ ɭɠɟ
ɧɟɬ ɦɢɪ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨ ɨɫɜɟɳɟɧɧɵɣ ɟɟ ɭɠɟɧɟɛɵɬɢɟɦ ɜ ɧɟɦ Ⱦɥɹ
ɧɟɟ²ɦɢɪɝɞɟɨɧɚɦɨɝɥɚɛɵɛɵɬɶȼɫɟɫɥɟɞɭɸɳɢɟɫɬɪɨɤɢɞɚɧɵ
ɜ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦ ɬɨɧɟ ɚɜɬɨɪɚɝɟɪɨɹ ɧɨ ɜ ɷɬɨɦ ɬɨɧɟ ɢɯ
ɭɠɟ ɩɪɟɞɜɨɫɯɢɳɚɟɬɫɹ ɩɨɫɥɟɞɧɹɹ ɫɬɪɨɤɚ ɭɜɟɪɟɧɧɨɫɬɶ ɱɬɨ ɨɛɟ-
ɳɚɧɧɨɟɫɜɢɞɚɧɢɟɜɫɟɠɟɛɭɞɟɬɱɬɨɧɟɡɚɦɤɧɭɬɤɪɭɝɫɨɛɵɬɢɣɧɨɝɨ
ɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɧɨɜɟɧɢɹ ɢɯ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ ɤɨɧɬɟɤɫɬɨɜ ȼɟɱɧɨɫɬɶ ɟɟ
ɛɵɬɢɹ "! ɧɭɠɧɚ ɢ ɛɭɞɟɬ ɢɡɧɭɬɪɢ ɟɝɨ ɢ ɟɟ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɩɪɢ-
ɱɚɫɬɧɨɫɬɢ ɗɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɬɨɧ ɪɚɡɥɭɤɢ ɢ ɧɟɫɨɫɬɨɹɜɲɟ-
ɝɨɫɹɫɜɢɞɚɧɢɹɡɞɟɫɶɩɟɪɟɯɨɞɢɬɜɬɨɧɩɨɞɝɨɬɨɜɥɹɹɟɝɨɜɟɪɧɨɝɨɢ
ɧɟɢɡɛɟɠɧɨɝɨɫɜɢɞɚɧɢɹɬɚɦ
Ɍɚɤɨɜɨ ɪɚɫɩɪɟɞɟɥɟɧɢɟ ɫɨɛɵɬɢɣɧɵɯ ɦɨɦɟɧɬɨɜ ɛɵɬɢɹ ɜɨɤɪɭɝ
ɞɜɭɯ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ ɰɟɧɬɪɨɜ Ɉɞɢɧ ɢ ɬɨɬ ɠɟ ɩɪɟɞɦɟɬ ɂɬɚɥɢɹ  ɫ
ɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɣɪɚɡɥɢɱɟɧɤɚɤɫɨɛɵɬɢɣ-
ɧɵɣɦɨɦɟɧɬɪɚɡɥɢɱɧɵɯɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯɤɨɧɬɟɤɫɬɨɜɞɥɹɧɟɟ²ɪɨɞɢ-
ɧɚɞɥɹɧɟɝɨ²ɱɭɠɛɢɧɚɮɚɤɬɟɟɨɬɛɵɬɢɹɞɥɹɧɟɟ²ɜɨɡɜɪɚɳɟ-
ɧɢɟɞɥɹɧɟɝɨ²ɩɨɤɢɞɚɧɢɟɢɬɞȿɞɢɧɚɹɢɫɟɛɟɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɚɹ
ɂɬɚɥɢɹɢɨɬɞɟɥɹɸɳɚɹɟɟɨɬɊɨɫɫɢɢɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɫɟɛɟɪɚɜɧɚɹ
ɞɚɥɶ²ɡɞɟɫɶɜɨɲɥɢɜɟɞɢɧɫɬɜɨɫɨɛɵɬɢɹɢɠɢɜɵɜɧɟɦɧɟɫɜɨɟɣ
ɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɸɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɫɬɶɸɚɬɟɦɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɦɦɟɫɬɨɦ
ɤɨɬɨɪɨɟɨɧɢɡɚɧɢɦɚɸɬɜɟɞɢɧɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɟɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɧɵɟ
ɜɨɤɪɭɝ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɯ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ ɰɟɧɬɪɨɜ Ɇɨɠɧɨ ɥɢ ɨɞɧɚɤɨ
ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɥɚɝɚɬɶ ɟɞɢɧɭɸ ɫɟɛɟɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɭɸ ɂɬɚɥɢɸ ɤɚɤ ɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɭɸɢɨɛɴɟɤɬɢɜɧɭɸɬɨɥɶɤɨɫɥɭɱɚɣɧɨɣɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɨɦɭ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 157

La tua bellezza ed ogni tuo tormento


Scomparvero nell’urna sepolcrale —
Ed anche il bacio del tuo appuntamento…
Ma io l’aspetto, la tua promessa vale!

I primi tre versi di queste due ultime strofe raffigurano gli ele-
menti di un evento in un contesto di valori comuni a tutta l’u-
manità (la bellezza dell’Italia), affermato nel contesto valutativo
dell’eroina (il mondo di lei), da dove entrano, affermati, anche nel
contesto dell’eroe. Si tratta, sia per lei che per lui, dell’ambiente
dell’evento singolare della morte di lei. Il possibile ambiente del-
la sua vita e del futuro appuntamento diviene qui ambiente reale
della sua morte. Nel suo valore, il senso dell’evento del mondo
dell’Italia è per l’eroe quello di un mondo in cui ella non c’è già
più, un mondo illuminato valutativamente dal suo – di lei – non-
esserci-più. Per lei è il mondo in cui avrebbe potuto esistere. Tutti
i versi successivi sono dati nel tono emotivo-volitivo dell’autore-
eroe, ed è ancora in questa tonalità che è espressa l’anticipazione
dell’ultimo verso: la convinzione che l’appuntamento promesso ci
sarà malgrado tutto, che il cerchio della compenetrazione recipro-
ca degli eventi dei loro contesti valutativi non è chiuso. L’eternità43
dell’evento <?> è necessaria e avrà luogo dall’interno della loro
partecipazione singolare a lui e a lei. Il tono emotivo-volitivo della
separazione e dell’appuntamento che qui non si è realizzato si muta
nella tonalità di un appuntamento, che essa prepara, un appunta-
mento sicuro e inevitabile altrove.
Questo è dunque il modo in cui si dispongono intorno ai due
centri valutativi le componenti dell’evento esistenziale. Uno stes-
so oggetto (l’Italia) – lo stesso dal punto di vista del contenuto/
senso – è diverso come componente-evento di contesti valutativi
differenti: per lei è la patria, per lui la terra straniera; per lei il fatto
della partenza è un ritorno, per lui un abbandono, ecc. L’Italia una
e identica a se stessa e la distanza, matematicamente uguale a se
stessa, che la separa dalla Russia, sono qui entrate nell’unità dell’e-
vento e sono vive in esso non per la loro identità di contenuto, ma
per il posto singolare che occupano nell’unità dell’architettonica,
una volta disposte intorno a due centri valutativi singolari. Ma è
forse lecito contrapporre l’Italia una, identica a se stessa, che è la
sola reale e oggettiva, a un’Italia aleatoria di una soggettiva espe-
158 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɸɂɬɚɥɢɢ²ɪɨɞɢɧɵɱɭɠɛɢɧɵɂɬɚɥɢɸɝɞɟɨɧɚɬɟ-
ɩɟɪɶɫɩɢɬɧɨ!ɤɭɞɚɨɧɦɨɠɟɬɛɵɬɶɫɬɪɚɫɬɧɨɫɬɪɟɦɢɬɫɹɛɟɫ-
ɩɥɨɬɧɨɣ ɂɬɚɥɢɢ ɫɭɛɴɟɤɬɢɜɧɨɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨ ɩɟɪɟɠɢɜɚɟɦɨɣ"
Ɍɚɤɨɟɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟɜɤɨɪɧɟɧɟɩɪɚɜɢɥɶɧɨ
ɋɨɛɵɬɢɣɧɨɟ ɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟ ɂɬɚɥɢɢ ɜɤɥɸɱɚɟɬ ɤɚɤ ɧɟɨɛɯɨɞɢ-
ɦɵɣɦɨɦɟɧɬɟɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɜɟɞɢɧɨɦɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧ-
ɧɨɦɛɵɬɢɢɇɨɨɩɥɨɬɧɟɜɚɟɬɷɬɚɟɞɢɧɚɹɂɬɚɥɢɹɨɛɪɚɫɬɚɟɬɩɥɨɬɶɸ
ɢɤɪɨɜɶɸɥɢɲɶɢɡɧɭɬɪɢɦɨɟɣɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɨɣɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɢɟɞɢɧ-
ɫɬɜɟɧɧɨɦɭɛɵɬɢɸɦɨɦɟɧɬɨɦɤɨɬɨɪɨɝɨɹɜɥɹɟɬɫɹɢɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɚɹ
ɂɬɚɥɢɹ ɇɨ ɷɬɨɬ ɫɨɛɵɬɢɣɧɵɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɩɪɢɱɚɫɬ-
ɧɨɫɬɢɧɟɡɚɦɤɧɭɬɢɧɟɢɡɨɥɢɪɨɜɚɧȾɥɹɫɨɛɵɬɢɣɧɨɝɨɤɨɧɬɟɤɫɬɚ
ɚɜɬɨɪɚ ɝɟɪɨɹ ɝɞɟ ɂɬɚɥɢɹ ² ɱɭɠɛɢɧɚ ɩɨɧɹɬɟɧ ɢ ɭɬɜɟɪɠɞɟɧ ɢ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɝɞɟ ɂɬɚɥɢɹ ² ɪɨɞɢɧɚ ɟɟ ɤɨɧɬɟɤɫɬ  ɑɟ-
ɪɟɡɩɪɢɱɚɫɬɧɨɫɬɶɝɟɪɨɹɛɵɬɢɸɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɦɟɫɬɟɷɬɚɟɞɢɧɚɹ
ɫɟɛɟ ɬɨɠɟɫɬɜɟɧɧɚɹ ɂɬɚɥɢɹ ɭɩɥɨɬɧɢɥɚɫɶ ɞɥɹ ɧɟɝɨ ɜ ɱɭɠɛɢɧɭ ɢ
ɞɥɹɧɟɝɨɠɟɜɪɨɞɢɧɭɟɝɨɜɨɡɥɸɛɥɟɧɧɨɣɢɛɨɨɧɚɰɟɧɧɨɫɬɧɨɭɬ-
ɜɟɪɠɞɟɧɚɢɦɚɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨɢɜɟɫɶɟɟɰɟɧɧɨɫɬɧɨɫɨɛɵɬɢɣɧɵɣ
ɤɨɧɬɟɤɫɬɝɞɟɂɬɚɥɢɹ²ɪɨɞɢɧɚɂɜɫɟɨɫɬɚɥɶɧɵɟɜɨɡɦɨɠɧɵɟɫɨ-
ɛɵɬɢɣɧɵɟ ɨɬɬɟɧɤɢ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɂɬɚɥɢɢ ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɧɨɣ ɫ ɤɨɧ-
ɤɪɟɬɧɵɦɢɰɟɧɧɨɫɬɧɨɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɵɦɢɥɸɞɶɦɢ²ɂɬɚɥɢɹɱɟɥɨɜɟ-
ɱɟɫɬɜɚɜɯɨɞɹɬɜɩɪɢɱɚɫɬɧɨɟɫɨɡɧɚɧɢɟɫɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɦɟɫɬɚ
ɇɨɨɧɚɞɨɥɠɧɚɜɫɬɭɩɢɬɶɜɤɚɤɨɟɧɢɛɭɞɶɫɨɛɵɬɢɣɧɨɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟ
ɤɤɨɧɤɪɟɬɧɨɭɬɜɟɪɠɞɟɧɧɨɣɰɟɧɧɨɫɬɢɱɬɨɛɵɫɬɚɬɶɦɨɦɟɧɬɨɦɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɯɨɬɹɛɵɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɨɡɧɚɧɢɹɫɨɡɧɚ-
ɧɢɹɝɟɨɝɪɚɮɚɁɞɟɫɶɧɟɬɧɢɤɚɤɨɝɨɪɟɥɹɬɢɜɢɡɦɚɩɪɚɜɞɚɛɵɬɢɹɫɨ-
ɛɵɬɢɹɰɟɥɢɤɨɦɜɦɟɳɚɟɬɜɫɟɛɹɜɫɸɜɧɟɜɪɟɦɟɧɧɭɸɚɛɫɨɥɸɬɧɨɫɬɶ
ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɣɢɫɬɢɧɵȿɞɢɧɫɬɜɨɦɢɪɚ²ɦɨɦɟɧɬɟɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɨɣ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɢɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɟɭɫɥɨɜɢɟɧɚɲɟɣɦɵɫɥɢɫɨɫɬɨɪɨ-
ɧɵɟɟɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹɬɟɦɵɫɥɢɫɭɠɞɟɧɢɹɧɨɞɥɹɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣ
ɦɵɫɥɢɩɨɫɬɭɩɤɚɦɚɥɨɨɞɧɨɝɨɟɞɢɧɫɬɜɚ
Ɉɫɬɚɧɨɜɢɦɫɹɟɳɟɧɚɧɟɤɨɬɨɪɵɯɨɫɨɛɟɧɧɨɫɬɹɯɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢ
ɪɚɡɛɢɪɚɟɦɨɣ ɥɢɪɢɱɟɫɤɨɣ ɩɶɟɫɵ ɐɟɧɧɨɫɬɧɵɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɝɟɪɨɢɧɢ
ɭɬɜɟɪɠɞɟɧɢɜɤɥɸɱɟɧɜɤɨɧɬɟɤɫɬɝɟɪɨɹȽɟɪɨɣɧɚɯɨɞɢɬɫɹɜɬɨɱɤɟ
ɧɚɫɬɨɹɳɟɝɨ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɜɪɟɦɟɧɢ ɫɜɨɟɣ ɠɢɡɧɢ ɫɨɛɵɬɢɹ ɪɚɡ-
ɥɭɤɢɢɫɦɟɪɬɢɥɸɛɢɦɨɣɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɵɜɟɝɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɩɪɨ-
ɲɥɨɦ ɩɟɪɟɜɟɞɟɧɵ ɜ ɩɥɚɧ ɜɨɫɩɨɦɢɧɚɧɢɹ  ɢ ɱɟɪɟɡ ɧɚɫɬɨɹɳɟɟ
ɧɭɠɞɚɸɬɫɹ ɜ ɡɚɩɨɥɧɟɧɧɨɦ ɛɭɞɭɳɟɦ ɯɨɬɹɬ ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɣ ɜɟɱɧɨ-
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 159

rienza vissuta – quella dell’Italia come patria o come terra stranie-


ra –, contrapporre l’Italia dove lei adesso riposa, e dove, forse, lui
si precipita con passione 44, a quella esperita in maniera soggettivo-
singolare? Una tale contrapposizione è radicalmente errata.
L’esperienza vissuta dell’Italia come evento racchiude come
componente indispensabile la sua reale unicità in un esistere uni-
tario e singolare. Ma questa Italia una acquista corpo, si riveste di
carne e di sangue, solo dall’interno della mia affermata partecipa-
zione alla singolarità dell’esistere, di cui anche l’unica Italia è una
componente. Tuttavia il contesto dell’evento della partecipazione
singolare non è chiuso in se stesso e non è isolato. Il contesto valu-
tativo in cui l’Italia è patria (il contesto di lei), è compreso e affer-
mato anche dal contesto evenziale dell’autore-eroe, dove l’Italia è
terra straniera. Mediante la partecipazione dell’eroe dal suo posto
singolare all’esistere, l’Italia, identica a se stessa, si è consolidata,
per lui, nella terra straniera e, sempre per lui, nella patria della
sua amata, poiché lei – e di conseguenza, anche l’intero contesto
valutativo dell’evento in cui l’Italia è patria – è valutativamente
affermata da lui. E tutte le altre sfumature possibili dell’evento di
un’Italia singolare relativamente a persone concrete affermate sul
piano dei valori – l’Italia dell’umanità – entrano nella composizio-
ne della coscienza partecipante dell’eroe a partire dal suo posto
singolare. Per divenire momento di una reale coscienza, anche di
una coscienza teorica, del geografo ad esempio, l’Italia deve entrare
in un evento in qualche rapporto con un valore concretamente af-
fermato. Qui non c’è alcun relativismo: la verità (pravda) dell’esiste-
re-evento contiene totalmente in sé tutto l’assoluto extra-temporale
della verità (istina) teorica. L’unità del mondo è un momento della
sua singolarità concreta e una condizione necessaria del nostro
pensiero considerato dal punto di vista del suo contenuto, cioè del
pensiero-giudizio; ma per il pensiero-atto reale, l’unità da sola non
è sufficiente.
Soffermiamoci ancora a considerare alcune particolarità dell’ar-
chitettonica della lirica da noi scelta. Il contesto valutativo dell’e-
roina è affermato e incluso nel contesto dell’eroe. L’eroe si trova
nel punto presente del tempo singolare della sua vita, gli eventi
della separazione e della morte dell’amata sono disposti nel suo
singolare passato (trasposti sul piano del ricordo) e attraverso il
presente richiedono un futuro pieno, vogliono un evento eterno,
160 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

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ɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨɫɬɢɢɜɫɜɨɢɯɮɨɪɦɚɥɶɧɵɯɦɨɦɟɧɬɚɯɠɢɜɚɞɥɹɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɭɛɴɟɤɬɚɥɢɲɶɩɨɫɬɨɥɶɤɭɩɨɫɤɨɥɶɤɭɢɦɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
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ɫɹɹɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɢɡɫɟɛɹɢɫɯɨɞɹɳɢɣɧɚɯɨɠɭɫɶɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 161

e ciò dà consistenza e senso a tutti i limiti temporali e a tutti i


rapporti temporali – è l’esperienza vissuta partecipativa del tempo
dell’evento. Tutta questa architettonica nel suo insieme è data al
soggetto estetico (all’artista-contemplatore), che è situato al di fuori
di essa. Per questo soggetto sia l’eroe sia tutto il contesto concreto
del suo evento sono correlati con il valore dell’uomo e dell’umano,
in quanto egli – il soggetto estetico – partecipa affermativamente
all’esistere singolare, in cui l’uomo e tutto ciò che è umano costi-
tuiscono la componente valutativa. Ed è sempre per lui che anche
il ritmo si riempie di vita, come trascorrere valutativamente orien-
tato della vita di uomo mortale. Tutta questa architettonica, sia nel
suo contenuto, sia nei suoi momenti formali, è viva per il soggetto
estetico solo in quanto da parte sua si trova realmente affermato il
valore di tutto ciò che è umano.
Questa è, dunque, la concreta architettonica del mondo della
visione estetica. Qui la componente valore è ovunque condizionata
non da un principio logicamente fondante, ma dal posto unico che
occupa un oggetto nella concreta architettonica dell’evento, dal
punto di vista del posto singolare di un soggetto partecipe. Tutte le
componenti dell’architettonica sono affermate come momenti del-
la singolarità di un uomo concreto. Le componenti spaziale, tem-
porale, logica, valutativa, si consolidano e sono incorporate nella
loro concreta unità (patria, lontananza, passato, fu, sarà, ecc.), sono
correlate con il centro valutativo concreto, sono subordinate ad es-
so, ma non sistematicamente, bensì architettonicamente; ricevono
senso e localizzazione attraverso di esso e in esso. Ogni compo-
nente qui è viva in quanto singolare, e l’unità stessa non è che una
componente della concreta singolarità di un uomo. [L’immortalità
come postulato del vero amore. Componente formale-sostanziale].
Ma questa architettonica estetica, raffigurata da noi a caratteri
generali, è l’architettonica della contemplazione del mondo pro-
dotto nell’atto estetico, mentre l’atto stesso e io che compio l’atto ci
troviamo al di fuori di essa, ne siamo esclusi. Si tratta del mondo
dell’esistenza di altri uomini che viene affermata, ma io, io-che-
affermo, in esso non ci sono. È il mondo di altri singoli, unici, la
cui origine e costruzione è a partire dal loro interno, il mondo di
un’esistenza valutativamente correlata con questi altri, ma questi
altri sono incontrati da me, mentre io, io-singolare, che ho origine
e mi costruisco dal mio interno, mi situo per principio al di fuori
162 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɧɟɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɢəɩɪɢɱɚɫɬɟɧɥɢɲɶ²ɤɚɤɫɨɡɟɪɰɚɸɳɢɣɧɨ
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PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 163

di questa architettonica. Io vi partecipo solo come contemplatore,


ma la contemplazione è l’effettiva exotopicità attiva del contempla-
tore rispetto all’oggetto della contemplazione. La singolarità di un
uomo contemplata esteticamente non coincide, per principio, con
la mia singolarità. L’attività estetica è una partecipazione speciale,
oggettivata; dall’interno dell’architettonica estetica non c’è uscita
nel mondo del soggetto dell’atto, perché esso si trova al di fuori del
campo della visione estetica oggettivata.
Se passiamo ora alla architettonica reale del mondo vissuto del-
la vita, del mondo della coscienza che agisce in modo partecipe,
noteremo prima di tutto una differenza architettonica di principio
tra la mia singolarità unica e la singolarità di ciascun altro uomo,
sia estetico che reale, tra la concreta esperienza vissuta di sé e l’e-
sperienza vissuta dell’altro. Il valore concretamente affermato di
un uomo e il mio valore-per-me stesso sono radicalmente diversi.
Qui non stiamo parlando di una valutazione astratta di una
coscienza teorica disincarnata, che conosce solo il valore di conte-
nuto-senso generale di ogni persona, di ogni uomo. Una coscienza
del genere non può generare in maniera non fortuita un atto con-
creto unico, ma solo la valutazione dell’azione post factum come
esemplare dell’atto. Stiamo parlando, invece, di una valutazione
concreta e operante da parte di una coscienza che agisce, dell’auto-
valutazione, che cerca la propria giustificazione non all’interno di
un sistema, ma in una realtà unica e concreta, irripetibile. Questa
coscienza contrappone se stessa per sé a tutte le altre come altre
per se stessa, contrappone il proprio io emergente dall’interno di
sé a tutti gli altri uomini singolari che incontra, contrappone al
mondo di cui, in quanto io, è partecipe il sé-partecipe e, in esso, lo
contrappone a tutti gli altri uomini. Io, io-unico, emergo dall’in-
terno di me stesso, mentre tutti gli altri li trovo – e in ciò consiste
la profonda differenza ontologica nell’evento.
Il principio architettonico supremo del reale mondo dell’atto
è la contrapposizione concreta, architettonicamente valida, tra io
e l’altro. La vita conosce due centri di valori, differenti per prin-
cipio ma correlati tra loro: l’io e l’altro, e intorno a questi centri si
distribuiscono e dispongono tutti i momenti concreti dell’esistere.
Uno stesso oggetto, identico per contenuto, è un momento dell’e-
sistere che ha un aspetto valutativo diverso, qualora sia correlato
con me o con l’altro; e il mondo intero, contenutisticamente uno,
164 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɟɫɶɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɨ ɟɞɢɧɵɣ ɦɢɪ ɫɨɨɬɧɟɫɟɧɧɵɣ ɫɨ ɦɧɨɸ ɢɥɢ ɫ


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ɥɟɠɚɬɜɨɞɧɨɦɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɢɡɦɟɪɟɧɢɢɜɦɢɪɟɞɪɭɝɢɯɞɥɹɦɟɧɹ
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ɧɨɫɬɧɵɣɩɥɚɧɞɪɭɝɨɝɨ
ɗɬɨ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɟ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɪɚɫɩɚɞɟɧɢɟ ɦɢɪɚ ɧɚ ɹ ɢ
ɜɫɟɯɞɪɭɝɢɯɞɥɹɦɟɧɹɧɟɟɫɬɶɩɚɫɫɢɜɧɨɫɥɭɱɚɣɧɨɟɚɚɤɬɢɜɧɨɟɢ
ɞɨɥɠɧɨɟɗɬɚɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɚɞɚɧɚɢɡɚɞɚɧɚɢɛɨɷɬɨɟɫɬɶɚɪɯɢɬɟɤ-
ɬɨɧɢɤɚɫɨɛɵɬɢɹɈɧɚɧɟɞɚɧɚɤɚɤɝɨɬɨɜɚɹɢɡɚɫɬɵɜɲɚɹɜɤɨɬɨɪɭɸ
ɹɩɨɦɟɳɟɧɩɚɫɫɢɜɧɨɷɬɨɡɚɞɚɧɧɵɣɩɥɚɧɦɨɟɣɨɪɢɟɧɬɚɰɢɢɜɫɨ-
ɛɵɬɢɢɛɵɬɢɢɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɚɧɟɩɪɟɫɬɚɧɧɨɚɤɬɢɜɧɨɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹ-
ɟɦɚɹ ɦɨɢɦ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɵɦ ɩɨɫɬɭɩɤɨɦ ɩɨɫɬɭɩɤɨɦ ɜɨɡɜɨɞɢɦɚɹ ɢ
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ɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɟɫɬɶ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɞɨɥɠɟɧɫɬɜɨɜɚɧɢɟ ɨɫɭɳɟ-
ɫɬɜɢɬɶɫɜɨɟɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɟɦɟɫɬɨɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɫɨɛɵɬɢɢɛɵɬɢɢ
ɢɨɧɨɩɪɟɠɞɟɜɫɟɝɨɨɩɪɟɞɟɥɹɟɬɫɹ²ɤɚɤɰɟɧɧɨɫɬɧɨɟɩɪɨɬɢɜɨɩɨ-
ɫɬɚɜɥɟɧɢɟɹɢɞɪɭɝɨɝɨ
ɗɬɨ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟ ɫɜɟɪɲɚɟɬ ɤɚɠ-
ɞɵɣɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɵɣɩɨɫɬɭɩɨɤɢɟɝɨɩɨɧɢɦɚɟɬɷɥɟɦɟɧɬɚɪɧɨɟɧɪɚɜ-
ɫɬɜɟɧɧɨɟ ɫɨɡɧɚɧɢɟ ɧɨ ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɚɹ ɷɬɢɤɚ ɧɟ ɢɦɟɟɬ ɞɥɹ ɜɵɪɚ-
ɠɟɧɢɹɟɝɨɚɞɟɤɜɚɬɧɨɣɮɨɪɦɵɎɨɪɦɚɨɛɳɟɝɨɩɨɥɨɠɟɧɢɹɧɨɪɦɵ
ɢɥɢɡɚɤɨɧɚɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɧɟɫɩɨɫɨɛɧɚɜɵɪɚɡɢɬɶɷɬɨɩɪɨɬɢɜɨɩɨ-
ɫɬɚɜɥɟɧɢɟ ɫɦɵɫɥ ɤɨɬɨɪɨɝɨ ɟɫɬɶ ɚɛɫɨɥɸɬɧɨɟ ɫɟɛɹɢɫɤɥɸɱɟɧɢɟ
ɇɟɢɡɛɟɠɧɨ ɜɨɡɧɢɤɧɟɬ ɞɜɭɫɦɵɫɥɟɧɧɨɫɬɶ ɩɪɨɬɢɜɨɪɟɱɢɟ ɮɨɪɦɵ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 165

correlato con me e con l’altro, è permeato di un tono emotivo-


volitivo diverso, è dotato, nel suo senso più vivo e più essenziale, di
una validità differente sul piano del valore. Ciò non compromette
l’unità di senso del mondo, ma la eleva al grado di unicità propria
dell’evento.
Questa biplanarità della determinatezza valutativa del mondo
– per me e per l’altro – è molto più profonda e più essenziale della
differenza nella determinazione dell’oggetto che abbiamo osser-
vato all’interno del mondo della visione estetica, in cui un’unica
e stessa Italia risultava terra natale per l’uno e terra straniera per
l’altro, e in cui tutte queste differenze di validità erano di natura
architettonica, ma si trovavano in una stessa dimensione valutativa,
quella del mondo di chi è altro per me. Si tratta dell’interazione
architettonica tra due altri valutativamente affermati. Sia l’Italia-
patria sia l’Italia-terra straniera risultano osservate in una stessa
tonalità, entrambe sono situate in un mondo che è correlato con
un altro. Il mondo che è correlato con me, come io, non può, per
principio, entrare nell’architettonica estetica. Come vedremo in
dettaglio più avanti, contemplare esteticamente significa rapporta-
re l’oggetto al piano valutativo dell’altro.
Questa divisione architettonica del mondo in io e in tutti quelli
che per me sono altri non è passiva e casuale, ma attiva e impera-
tiva. Questa architettonica è data ed è da compiere essendo l’ar-
chitettonica di un evento. Essa non è data come un’architettonica
pronta e consolidata, nella quale io sarei collocato passivamente,
ma è il piano da effettuare del mio orientamento nell’esistere-
evento, un’architettonica incessantemente e attivamente realizzata
dal mio atto responsabile, edificata dal mio atto e che trova la sua
stabilità solo nella responsabilità del mio atto. Il dover concreto
è un dover architettonico: il dovere di realizzare il proprio posto
unico nell’evento singolare dell’esistere; ed esso si determina prima
di tutto come opposizione valutativa tra l’io e l’altro.
Questa opposizione architettonica si compie in ciascun atto
morale, ed è intesa da un’elementare coscienza morale, ma l’etica
teorica non possiede una forma adeguata ad esprimerla. La forma
di tesi generale, di norma o di legge non è, per principio, capace di
esprimere tale opposizione, il cui senso è l’assoluta auto-esclusione.
Sorge inevitabilmente in questo caso un’ambiguità, una contraddi-
zione tra forma e contenuto. Questo momento può essere espresso
166 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɢ ɫɨɞɟɪɠɚɧɢɹ Ɍɨɥɶɤɨ ɜ ɮɨɪɦɟ ɨɩɢɫɚɧɢɹ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨ ɚɪɯɢɬɟɤ-


ɬɨɧɢɱɟɫɤɨɝɨɜɡɚɢɦɨɨɬɧɨɲɟɧɢɹɦɨɠɧɨɜɵɪɚɡɢɬɶɷɬɨɬɦɨɦɟɧɬɧɨ
ɬɚɤɨɝɨɨɩɢɫɚɧɢɹɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɚɹɮɢɥɨɫɨɮɢɹɩɨɤɚɟɳɟɧɟɡɧɚɥɚɈɬ-
ɫɸɞɚ ɨɬɧɸɞɶ ɧɟ ɫɥɟɞɭɟɬ ɤɨɧɟɱɧɨ ɱɬɨ ɷɬɨ ɩɪɨɬɢɜɨɩɨɫɬɚɜɥɟɧɢɟ
ɨɫɬɚɥɨɫɶɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɜɵɪɚɠɟɧɧɵɦɢɧɟɜɵɫɤɚɡɚɧɧɵɦ²ɜɟɞɶ
ɷɬɨɫɦɵɫɥɜɫɟɣɯɪɢɫɬɢɚɧɫɤɨɣɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɢɡɧɟɝɨɢɫɯɨɞɢɬɢ
ɚɥɶɬɪɭɢɫɬɢɱɟɫɤɚɹ ɦɨɪɚɥɶ ɧɨ ɚɞɟɤɜɚɬɧɨɝɨ ɧɚɭɱɧɨɝɨ ɜɵɪɚɠɟɧɢɹ
ɢɩɨɥɧɨɣɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɣɩɪɨɞɭɦɚɧɧɨɫɬɢɷɬɨɬɢɥɢɧɪɡɛ!
ɩɪɢɧɰɢɩɧɪɚɜɫɬɜɟɧɧɨɫɬɢɞɨɫɢɯɩɨɪɧɟɩɨɥɭɱɢɥ
PER UNA FILOSOFIA DELL’ATTO RESPONSABILE 167

solo nella forma di una descrizione della concreta interrelazione


architettonica, ma questa descrizione rimane fino ad ora sconosciu-
ta alla filosofia morale. Da ciò non consegue affatto, naturalmente,
che tale opposizione non sia stata assolutamente mai espressa o
enunciata – è questo, infatti, il senso di tutta la moralità cristiana,
e da qui parte anche la morale altruistica; tuttavia questo <2 o 3
parole illegg.> principio di moralità non ha fino ad ora trovato
un’espressione scientifica adeguata né una riflessione approfondita.
ɆɆȻɚɯɬɢɧ
Ⱥɜɬɨɪɢɝɟɪɨɣɜɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢ
Michail M. Bachtin
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA
Frammento del I capitolo

[1920-24]
!ɨɛɭɫɥɨɜɥɟɧɵɜɪɟɦɟɧɟɦɠɢɡɧɢɢɫɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɹɚɬɚɤɠɟɱɢ-
ɫɬɨɫɥɭɱɚɣɧɵɦɫɨɫɬɨɹɧɢɟɦɦɚɬɟɪɢɚɥɨɜɢɷɬɨɬɦɨɦɟɧɬɜɧɨɫɹɳɢɣ
ɧɟɤɨɬɨɪɭɸɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɭɸɭɫɬɨɣɱɢɜɨɫɬɶɢɦɟɟɬɱɢɫɬɨɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɢɣɯɚɪɚɤɬɟɪɌɚɤɨɜɚɢɫɬɨɪɢɤɨɝɟɨɝɪɚɮɢɱɟɫɤɚɹɤɚɪɬɚɦɢɪɚ
Ⱦɚɧɬɟɫɟɟɫɨɜɩɚɞɚɸɳɢɦɢɝɟɨɝɪɚɮɢɱɟɫɤɢɦɚɫɬɪɨɧɨɦɢɱɟɫɤɢɦɢ
ɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɦɰɟɧɧɨɫɬɧɨɫɨɛɵɬɢɣɧɵɦɢɰɟɧɬɪɚɦɢɁɟɦɥɹɂɟɪɭ-
ɫɚɥɢɦɫɨɛɵɬɢɟɢɫɤɭɩɥɟɧɢɹȽɨɜɨɪɹɫɬɪɨɝɨɝɟɨɝɪɚɮɢɹɧɟɡɧɚɟɬ
ɞɚɥɢ ɢ ɛɥɢɡɨɫɬɢ ɡɞɟɫɶ ɢ ɬɚɦ ɥɢɲɟɧɚ ɚɛɫɨɥɸɬɧɨɝɨ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨ-
ɝɨ ɦɚɫɲɬɚɛɚɢɡɦɟɪɟɧɢɹ ɜɧɭɬɪɢ ɟɟ ɢɡɛɪɚɧɧɨɝɨ ɰɟɥɨɝɨ Ɂɟɦɥɹ  ɚ
ɢɫɬɨɪɢɹɧɟɡɧɚɟɬɩɪɨɲɥɨɝɨɧɚɫɬɨɹɳɟɝɨɢɛɭɞɭɳɟɝɨɞɨɥɝɨɬɵɢ
ɤɪɚɬɤɨɫɬɢɞɚɜɧɨɫɬɢɢɧɟɞɚɜɧɨɫɬɢɤɚɤɚɛɫɨɥɸɬɧɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɯ
ɢɧɟɨɛɪɚɬɢɦɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜɫɚɦɨɜɪɟɦɹɢɫɬɨɪɢɢɧɟɨɛɪɚɬɢɦɨɤɨ-
ɧɟɱɧɨ ɧɨ ɜɧɭɬɪɢ ɜɫɟ ɨɬɧɨɲɟɧɢɹ ɫɥɭɱɚɣɧɵ ɢ ɨɬɧɨɫɢɬɟɥɶɧɵ ɢ
ɨɛɪɚɬɢɦɵ ɢɛɨɧɟɬɚɛɫɨɥɸɬɧɨɝɨɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨɰɟɧɬɪɚɇɟɤɨɬɨɪɚɹ
ɷɫɬɟɬɢɡɚɰɢɹɢɫɬɨɪɢɢɢɝɟɨɝɪɚɮɢɢɜɫɟɝɞɚɢɦɟɟɬɦɟɫɬɨ
ɋɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɮɢɡɢɤɨɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɨɣɜɪɟɦɹɢɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨ
ɠɢɡɧɢɱɟɥɨɜɟɤɚɫɭɬɶɥɢɲɶɧɢɱɬɨɠɧɵɟɨɬɪɟɡɤɢ²ɫɥɨɜɨ©ɧɢɱɬɨɠ-
ɧɵɣªɢɧɬɨɧɢɪɭɟɬɫɹɢɢɦɟɟɬɭɠɟɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɫɦɵɫɥ²ɟɞɢɧɨ-
ɝɨɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɝɨɜɪɟɦɟɧɢɢɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɚɢɤɨɧɟɱɧɨɬɨɥɶɤɨɷɬɨ
ɝɚɪɚɧɬɢɪɭɟɬ ɢɯ ɫɦɵɫɥɨɜɭɸ ɨɞɧɨɡɧɚɱɧɨɫɬɶ ɢ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɫɬɶ ɜ
ɬɟɨɪɟɬɢɱɟɫɤɨɦ ɫɭɠɞɟɧɢɢ ɧɨ ɢɡɧɭɬɪɢ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣ ɠɢɡɧɢ ɨɧɢ
ɨɛɪɟɬɚɸɬɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɣɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɰɟɧɬɪɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɤɨ-
ɬɨɪɨɦɭ ɭɩɥɨɬɧɹɸɬɫɹ ɧɚɥɢɜɚɸɬɫɹ ɤɪɨɜɶɸ ɢ ɩɥɨɬɶɸ ɧɚɱɢɧɚɸɬ
ɜɢɞɟɬɶɫɹ ɢ ɡɜɭɱɚɬɶ ɨɬɜɟɬɫɬɜɟɧɧɨ "! ɏɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟ ɜɪɟɦɹ ɢ
ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨ ɧɟ ɨɛɪɚɬɢɦɨɟ ɢ ɭɫɬɨɣɱɢɜɨ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɜ
ɫɨɨɬɧɨɲɟɧɢɢɫɨɩɥɨɬɧɟɧɧɵɦɜɪɟɦɟɧɟɦɠɢɡɧɢɩɪɢɨɛɪɟɬɚɟɬɷɦɨ-
ɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɭɸɬɨɧɚɥɶɧɨɫɬɶɢɜɤɥɸɱɚɟɬ"!ɤɚɤɬɚɤɨɜɵɟɢ
ɜɟɱɧɨɫɬɶɢɜɧɟɜɪɟɦɟɧɧɨɫɬɶɢɝɪɚɧɢɰɵ"!ɢɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɫɬɶɢ
ɰɟɥɨɟɢɱɚɫɬɶɜɫɟɷɬɢɫɥɨɜɚɞɥɹɮɢɥɨɫɨɮɚɢɦɟɸɬɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣ
ɜɟɫɬɟɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧɵəɫɧɨɱɬɨɦɵɝɨɜɨɪɢɦɡɞɟɫɶɧɟɨɫɨɞɟɪ-
ɠɚɬɟɥɶɧɨɦɚɢɦɟɧɧɨɨɮɨɪɦɚɥɶɧɨɦɭɩɨɪɹɞɨɱɟɧɢɢɜɪɟɦɟɧɧɨɝɨɢ
<…> e condizionato sia dal tempo della vita del ricercatore,
sia dalla condizione puramente fortuita dei materiali, e questo
momento, il momento che garantisce un certo grado di stabilità
architettonica, presenta un carattere puramente estetico. È questo
ciò che caratterizza la carta geografica del mondo di Dante, con
i suoi centri geografici, astronomici e storici che coincidono tra
loro, centri di valori, ma anche di avvenimenti: la Terra, Geru-
salemme, l’evento della redenzione. In senso stretto, la geografia
non conosce termini come lontano e vicino, là e qua, è priva di
qualsiasi metro assiologico di misura all’interno della sua totalità
definita (la Terra); allo stesso modo, la storia non conosce passato,
presente e futuro; non sa che cosa sia un tempo breve o lungo, non
conosce le espressioni tanto tempo fa o recentemente intese come
momenti assolutamente unitari e irreversibili; il tempo della storia
è esso stesso irreversibile, ma al suo interno tutte le connessioni
sono relative e fortuite (e reversibili) perché non vi è un centro
di valori assoluto. La storia e la geografia sono in qualche misura
immancabilmente estetizzate.
Dal punto di vista fisico-matematico, il tempo e lo spazio della
vita di un uomo non sono altro che tratti insignificanti – ma qui la
parola “insignificante” è inadatta e assume già un significato este-
tico – di un tempo unico e di uno spazio infinito e, certamente,
soltanto ciò garantisce l’univocità e l’esattezza del loro significato
nell’ambito di un giudizio teorico, mentre dall’interno della vita
umana essi assumono un unico centro di valore, in rapporto al
quale prendono forma, si riempiono di sangue e di carne <?>. In
correlazione con il corporeo e solidificato tempo della vita umana,
il tempo e lo spazio artistico, irreversibile ed architettonicamen-
te stabile, acquisisce una tonalità emotivo-volitiva e contiene [?],
come tale, l’eternità e l’extra-temporalità, e i confini <?> e l’infi-
nitezza, il tutto e la parte; tutte queste parole per il filosofo han-
no un peso assiologico, cioè un valore estetico. Chiaramente, non
stiamo parlando qui dell’ordinamento contenutistico del tempo e
172 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɝɨɰɟɥɨɝɨɧɟɬɨɥɶɤɨɮɚɛɭɥɢɱɟɫɤɨɦɧɨɢɷɦɩɢ-
ɪɢɤɨɮɨɪɦɚɥɶɧɨɦɦɨɦɟɧɬɟɂɜɧɭɬɪɟɧɧɟɟɜɪɟɦɹɮɚɛɭɥɵɢɜɧɟɲ-
ɧɟɟ ɜɪɟɦɹ ɟɟ ɩɟɪɟɞɚɱɢ ɢ ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɟ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ɢ
ɜɧɟɲɧɟɟɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨɢɡɨɛɪɚɠɟɧɢɹɢɦɟɸɬɰɟɧɧɨɫɬɧɭɸɬɹɠɟɫɬɶ
²ɤɚɤɨɤɪɭɠɟɧɢɟɢɤɪɭɝɨɡɨɪɚɢɤɚɤɬɟɱɟɧɢɟɠɢɡɧɢɫɦɟɪɬɧɨɝɨɱɟ-
ɥɨɜɟɤɚȿɫɥɢɛɵɱɟɥɨɜɟɤɧɟɛɵɥɫɦɟɪɬɟɧɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ
ɬɨɧɷɬɨɝɨɩɪɨɬɟɤɚɧɢɹɷɬɢɯɪɚɧɶɲɟɢɩɨɡɠɟɟɳɟɢɭɠɟɬɟɩɟɪɶ
ɢɬɨɝɞɚɜɫɟɝɞɚɢɧɢɤɨɝɞɚɢɬɹɠɟɫɬɶɢɡɧɚɱɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɡɜɭɱɚɳɟ-
ɝɨɪɢɬɦɚɛɵɥɢɛɵɩɨɝɚɲɟɧɵɍɧɢɱɬɨɠɶɬɟɦɨɦɟɧɬɠɢɡɧɢɫɦɟɪɬ-
ɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɢɩɨɝɚɫɧɟɬɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɫɜɟɬɜɫɟɯɪɢɬɦɢɱɟɫɤɢɯɢ
ɮɨɪɦɚɥɶɧɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜȾɟɥɨɡɞɟɫɶɤɨɧɟɱɧɨɧɟɜɦɚɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɣɞɥɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣɠɢɡɧɢ ɛɢɛɥɟɣɫɤɢɟ
ɥɟɬ ɨɧɚɦɨɝɥɚɛɵɛɵɬɶɥɸɛɨɣɜɚɠɧɨɥɢɲɶɱɬɨɟɫɬɶɬɟɪɦɢɧɵ
²ɝɪɚɧɢɰɵɠɢɡɧɢɢɤɪɭɝɨɡɨɪɚ²ɪɨɠɞɟɧɢɟɢɫɦɟɪɬɶ²ɬɨɥɶɤɨ
ɧɚɥɢɱɧɨɫɬɶɷɬɢɯɬɟɪɦɢɧɨɜɢɜɫɟɝɨɨɛɭɫɥɨɜɥɟɧɧɨɝɨɢɦɢɫɨɡɞɚɟɬ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɭɸɨɤɪɚɫɤɭɬɟɱɟɧɢɹɜɪɟɦɟɧɢɨɝɪɚɧɢɱɟɧɧɨɣ
ɠɢɡɧɢɢɧɪɡɛ!ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɚ²ɨɬɪɚɠɟɧɢɟɭɫɢɥɢɹɢɧɚɩɪɹ-
ɠɟɧɢɹ ɫɦɟɪɬɧɨɝɨ ɱɟɥɨɜɟɤɚ ɢ ɫɚɦɢ ɜɟɱɧɨɫɬɶ ɢ ɛɟɡɝɪɚɧɢɱɧɨɫɬɶ
ɩɨɥɭɱɚɸɬɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɫɦɵɫɥɥɢɲɶɜɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɞɟɬɟɪɦɢɧɢ-
ɪɨɜɚɧɧɨɣɠɢɡɧɶɸ
ɉɟɪɟɣɞɟɦɬɟɩɟɪɶɤɭɩɨɪɹɞɨɱɟɧɢɸɫɦɵɫɥɚȺɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɚ²
ɤɚɤɜɨɡɡɪɢɬɟɥɶɧɨɢɧɬɭɢɬɢɜɧɨɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɟɧɟɫɥɭɱɚɣɧɨɟɪɚɫɩɨ-
ɥɨɠɟɧɢɟɢɫɜɹɡɶɤɨɧɤɪɟɬɧɵɯɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɯɱɚɫɬɟɣɢɦɨɦɟɧɬɨɜɜ
ɡɚɜɟɪɲɟɧɧɨɟɰɟɥɨɟ²ɜɨɡɦɨɠɧɚɬɨɥɶɤɨɜɨɤɪɭɝɞɚɧɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚ
²ɝɟɪɨɹɆɵɫɥɶɩɪɨɛɥɟɦɚɬɟɦɚɧɟɦɨɝɭɬɥɟɱɶɜɨɫɧɨɜɭɚɪɯɢɬɟɤ-
ɬɨɧɢɤɢ ɨɧɢ ɫɚɦɢ ɧɭɠɞɚɸɬɫɹ ɜ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɦ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɦ
ɰɟɥɨɦɱɬɨɛɵɯɨɬɶɫɤɨɥɶɤɨɧɢɛɭɞɶɡɚɜɟɪɲɢɬɶɫɹɜɦɵɫɥɢɡɚɥɨɠɟ-
ɧɚ ɷɧɟɪɝɢɹ ɜɧɟɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɜɧɟɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɫɬɢ
ɩɨ ɨɬɧɨɲɟɧɢɸ ɤ ɤɨɬɨɪɨɣ ɜɫɟ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟ ɫɥɭɱɚɣɧɨ ɨɧɚ ɦɨɠɟɬ
ɞɚɬɶ ɥɢɲɶ ɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɟ ɜɢɞɟɧɢɹ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨ ɧɨ ɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɟ
ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɨɟɧɟɦɨɝɭɳɟɟɡɚɜɟɪɲɢɬɶɰɟɥɨɝɨȾɚɠɟɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɨɟ
ɞɢɫɤɭɪɫɢɜɧɨɟɰɟɥɨɟɧɚɭɱɧɨɣɪɚɛɨɬɵɧɟɨɛɭɫɥɨɜɥɟɧɨɫɭɳɟɫɬɜɨɦ
ɨɫɧɨɜɧɨɣɦɵɫɥɢɟɟɧɨɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɫɥɭɱɚɣɧɵɦɢɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸ
ɤ ɷɬɨɦɭ ɫɭɳɟɫɬɜɭ ɦɨɦɟɧɬɚɦɢ ɢ ɩɪɟɠɞɟ ɜɫɟɝɨ ɫɨɡɧɚɬɟɥɶɧɨ ɢɥɢ
ɛɟɫɫɨɡɧɚɬɟɥɶɧɨɨɝɪɚɧɢɱɟɧɧɵɦɤɪɭɝɨɡɨɪɨɦɚɜɬɨɪɚɞɚɠɟɫɢɫɬɟɦɚ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 173

della totalità spaziale ma di quello propriamente formale, non so-


lo del momento fabulistico, ma anche di quello empirico-formale.
Tanto il tempo interno della fabula quanto il tempo esterno della
sua trasmissione, sia l’aspetto interno dello spazio sia la rappresen-
tazione spaziale esterna, hanno un peso assiologico – come am-
biente e orizzonte e come svolgimento della vita dell’uomo mor-
tale. Se l’uomo non fosse mortale, il tono emotivo-volitivo di tale
svolgimento, cioè il prima e il poi, l’ancora e il già, l’ora e l’allora,
il sempre e il mai, e il peso e il significato di questo ritmo sonoro
svanirebbero. Una volta annullati i momenti costituivi dalla vita
dell’uomo mortale, si spegne la luce che illumina, valorizzandoli,
tutti i momenti ritmici e formali. Certamente, ciò che conta qui
non è la durata matematicamente determinata della vita umana,
con la sua durata lunga o breve (all’incirca settanta anni); ciò che
è particolarmente importante è che ci siano dei punti terminali,
i limiti della vita e dell’orizzonte – la nascita e la morte –; solo
la presenza di questi punti terminali con tutto il loro condizio-
namento costituisce la colorazione emotivo-volitiva dello scorrere
del tempo della vita e <1 parola illegg.> dello spazio – come rifles-
so dello sforzo e della tensione dell’uomo mortale; anche l’eternità
e l’infinità ricevono il loro senso valutativo solo in correlazione
con una vita indelimitata.
Passiamo ora a considerare l’organizzazione del significato.
L’architettonica – come visuale necessaria, come disposizione
non fortuita e come connessione di parti e di momenti unici in
un insieme – può compiersi solo intorno ad un uomo, l’eroe. Un
pensiero, un problema, un tema, non possono essere la base di
un’architettonica, ma hanno essi stessi bisogno di un insieme ar-
chitettonico concreto, per ottenere un certo grado di compimento;
nel pensiero in quanto tale è racchiusa l’energia dell’infinitezza ex-
traspaziale ed extratemporale, in rapporto a cui tutto il concreto
è meramente fortuito; il pensiero può soltanto fornire un orienta-
mento a qualcosa di concreto, ma questo orientamento è infinito,
non può realizzarsi in un tutto compiuto. Anche il tutto prosastico,
discorsivo, di un’opera scientifica è condizionato non dall’essenza
del suo pensiero principale ma da momenti assolutamente fortuiti
nei confronti di questa essenza, e, fra tali momenti, prima di tutto,
consapevolmente o inconsapevolmente, dall’orizzonte delimitato
del suo autore; anche un sistema filosofico esternamente chiuso
174 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɬɨɥɶɤɨɜɧɟɲɧɟɡɚɤɪɵɬɚɢɡɚɜɟɪɲɟɧɚɜɧɭɬɪɟɧɧɟɠɟ!ɨɬɤɪɵɬɚɢ
ɛɟɫɤɨɧɟɱɧɚɢɛɨɟɞɢɧɫɬɜɨɩɨɡɧɚɧɢɹɜɫɟɝɞɚɡɚɞɚɧɨɂɧɬɟɪɟɫɧɚɡɚ-
ɞɚɱɚɪɚɫɫɦɨɬɪɟɬɶɫɷɬɨɣɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɭɬɚɤɨɝɨɩɪɨ-
ɢɡɜɟɞɟɧɢɹɤɚɤ©Ʉɪɢɬɢɤɚɱɢɫɬɨɝɨɪɚɡɭɦɚªɢɨɩɪɟɞɟɥɢɬɶɩɪɨɢɫ-
ɯɨɠɞɟɧɢɟɦɨɦɟɧɬɨɜɡɚɜɟɪɲɟɧɢɹɜɧɟɣɛɟɡɨɫɨɛɨɝɨɬɪɭɞɚɦɨɠɧɨ
ɭɛɟɞɢɬɶɫɹɱɬɨɨɧɢɧɨɫɹɬɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɢɞɚɠɟɚɧɬɪɨɩɨɦɨɪɮɢɱɟ-
ɫɤɢɣɯɚɪɚɤɬɟɪɢɛɨɄɚɧɬɜɟɪɢɥɜɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɶɡɚɤɪɵɬɨɣɫɢɫɬɟɦɵ
ɡɚɤɪɵɬɨɣɬɚɛɥɢɰɵɤɚɬɟɝɨɪɢɣȼɪɟɦɟɧɧɨɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɟɱɥɟ-
ɧɟɧɢɟɢɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɢɟɱɚɫɬɟɣɞɢɫɤɭɪɫɢɜɧɨɝɨɰɟɥɨɝɨɞɚɠɟɬɚɤɨɝɨ
ɷɥɟɦɟɧɬɚɪɧɨɝɨɤɚɤɭɦɨɡɚɤɥɸɱɟɧɢɟɩɨɫɵɥɤɚɧɪɡɛ!ɜɵɜɨɞɢ
ɩɪɨɬɪɚɠɚɸɬɧɟɫɚɦɵɣɦɨɦɟɧɬɚɜɪɟɦɟɧɧɨɣɩɪɨɰɟɫɫɬɟɱɟɧɢɹɱɟ-
ɥɨɜɟɱɟɫɤɨɝɨɦɵɲɥɟɧɢɹɩɪɚɜɞɚɧɟɫɥɭɱɚɣɧɨɩɫɢɯɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣ
ɚ ɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧɧɵɣ ɪɢɬɦɢɱɟɫɤɢɣ Ⱥɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɚ ɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɨɝɨ
ɞɢɫɤɭɪɫɢɜɧɨɝɨɰɟɥɨɝɨɛɥɢɠɟɜɫɟɝɨɤɦɭɡɵɤɚɥɶɧɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢ-
ɤɟɢɛɨɩɨɷɬɢɱɟɫɤɨɟɜɤɥɸɱɚɟɬɫɥɢɲɤɨɦɦɧɨɝɨɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɯ
ɢɡɪɢɦɵɯɦɨɦɟɧɬɨɜɉɪɨɡɚɱɬɨɛɵɡɚɜɟɪɲɢɬɶɫɹɢɨɬɥɢɬɶɫɹɜɡɚ-
ɤɨɧɱɟɧɧɨɟ ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɟ ɞɨɥɠɧɚ ɢɫɩɨɥɶɡɨɜɚɬɶ ɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧɧɵɣ
ɩɪɨɰɟɫɫɬɜɨɪɱɟɫɤɨɝɨɢɧɞɢɜɢɞɭɭɦɚ²ɚɜɬɨɪɚɟɟɨɬɪɚɡɢɬɶɜɫɟɛɟ
ɨɛɪɚɡɡɚɤɨɧɱɟɧɧɨɝɨɫɨɛɵɬɢɹ ɬɜɨɪɱɟɫɬɜɚɟɝɨɢɛɨɢɡɧɭɬɪɢɫɜɨɟ-
ɝɨɱɢɫɬɨɝɨɨɬɜɥɟɱɟɧɧɨɝɨɨɬɚɜɬɨɪɚɫɦɵɫɥɚɨɧɚɧɟɦɨɠɟɬɧɚɣɬɢ
ɧɢɤɚɤɢɯ ɡɚɜɟɪɲɚɸɳɢɯ ɢ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɢ ɭɩɨɪɹɞɨɱɢɜɚɸɳɢɯ
ɦɨɦɟɧɬɨɜ ɇɟ ɧɭɠɞɚɟɬɫɹ ɜ ɨɫɨɛɨɦ ɨɛɴɹɫɧɟɧɢɢ ɱɬɨ ɢ ɬɨɬ ɱɭɜ-
ɫɬɜɟɧɧɵɣɦɚɬɟɪɢɚɥɡɚɩɨɥɧɹɸɳɢɣɜɪɟɦɟɧɧɨɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɣ
ɩɨɪɹɞɨɤɫɯɟɦɭɜɧɭɬɪɟɧɧɟɝɨɫɨɛɵɬɢɹ²ɮɚɛɭɥɵɢɜɧɟɲɧɟɣɤɨɦ-
ɩɨɡɢɰɢɢɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɜɧɭɬɪɟɧɧɢɣɢɜɧɟɲɧɢɣɪɢɬɦɜɧɭɬɪɟɧɧɹɹ
ɢɜɧɟɲɧɹɹɮɨɪɦɚɬɚɤɠɟɭɩɨɪɹɞɨɱɢɜɚɸɬɫɹɥɢɲɶɜɨɤɪɭɝɰɟɧɧɨɫɬ-
ɧɨɝɨɰɟɧɬɪɚɱɟɥɨɜɟɤɚɨɞɟɜɚɸɬɟɝɨɫɚɦɨɝɨɢɟɝɨɦɢɪ
ɑɬɨ ɠɟ ɤɚɫɚɟɬɫɹ ɞɨ ɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɫɦɵɫɥɚ ɬɨ ɜ ɨɛɳɢɯ ɱɟɪɬɚɯ
ɚ ɡɞɟɫɶ ɦɵ ɧɟ ɦɨɠɟɦ ɤɨɧɤɪɟɬɢɡɨɜɚɬɶ ɷɬɨɬ ɦɨɦɟɧɬ ɧɟ ɩɪɟɞɜɨɫ-
ɯɢɳɚɹ ɞɚɥɶɧɟɣɲɟɝɨ ɦɵ ɟɝɨ ɨɫɜɟɬɢɦ ɝɨɜɨɪɹ ɨ! ɪɚɡɥɢɱɢɢ ɫɨ-
ɛɵɬɢɹɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨɢɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɡɚɤɪɵɬɶɷɬɢɱɟɫɤɨɟɫɨɛɵɬɢɟɫ
ɟɝɨɜɫɟɝɞɚɨɬɤɪɵɬɵɦɩɪɟɞɫɬɨɹɳɢɦɫɦɵɫɥɨɦɢɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɢ
ɭɩɨɪɹɞɨɱɢɬɶ ɟɝɨ ɦɨɠɧɨ ɬɨɥɶɤɨ ɩɟɪɟɧɟɫɹ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣ ɰɟɧɬɪ ɢɡ
ɡɚɞɚɧɧɨɝɨɜɞɚɧɧɨɫɬɶɱɟɥɨɜɟɤɚ²ɭɱɚɫɬɧɢɤɚɟɝɨ
ɉɨɹɫɧɢɦɜɫɟɫɤɚɡɚɧɧɨɟɧɚɦɢɨɛɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɣɮɭɧɤɰɢɢ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨ ɰɟɧɬɪɚ ɱɟɥɨɜɟɤɚ ɜ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɦ ɰɟɥɨɦ ɧɚ ɚɧɚ-
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 175

e compiuto è internamente aperto e infinito, poiché l’unità della


conoscenza è sempre ancora da compiersi. Può essere interessan-
te esaminare, dal punto di vista architettonico, un’opera come la
Critica della ragion pura e determinare l’origine dei momenti da
cui trae il proprio compimento; ci si può facilmente convincere
che essi hanno un carattere estetico e persino antropomorfico,
perché Kant credeva nella possibilità di un sistema compiuto e
di una tabella racchiudente categorie già determinate. L’articola-
zione spazio-temporale e la disposizione delle parti di un insieme
discorsivo anche elementare come un sillogismo con le sue premes-
se, conseguenze, ecc. riflettono non il momento stesso <2 parole
illegg.>, ma il processo temporale dello svolgimento del pensiero
umano, processo in realtà non casuale e psicologico, ma estetico
e ritmico. L’architettonica di un insieme prosastico e discorsivo si
avvicina di più all’architettonica musicale, giacché l’elemento po-
etico comprende una grande quantità di momenti spaziali e visivi.
La prosa, per compiersi e per prendere forma di opera finita, deve
utilizzare il procedimento estetico dell’individuo che crea, cioè il
suo autore, il quale riflette in sé l’immagine dell’evento compiuto
del suo atto creativo, dal momento che, dall’interno del suo si-
gnificato, presa di per sé, staccata dall’autore, essa non può avere
nessun momento compiuto e architettonicamente unificato. Non è
necessaria una speciale spiegazione del fatto che il materiale dotato
di senso, per conferire all’opera un ordine spazio-temporale, uno
schema di fabulazione interna e di composizione esterna – il ritmo
interno ed il ritmo esterno, la forma interna e la forma esterna –, si
colloca soltanto intorno al centro costituito dall’essere umano e al
materiale dotato di senso che riveste l’uomo stesso e il suo mondo.
Per quanto riguarda il significato etico, dato che qui non pos-
siamo trattare concretamente questo momento, né possiamo an-
ticipare quanto segue, cerchiamo di chiarirlo in termini generali
parlando delle differenze fra eventi etici ed eventi estetici: un even-
to etico che è invariabilmente aperto può essere chiuso ma lo sarà
sempre con un significato futuro da realizzare e lo si può ordinare
architettonicamente soltanto trasponendo il centro di valori da ciò
che è ancora da compiere a ciò che è dato, per esempio, un essere
umano come partecipante a quell’evento.
Chiariamo tutto ciò che è stato detto circa la funzione archi-
tettonica del centro di valori costituito da un essere umano all’in-
176 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɥɢɡɟ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨ ɩɪɢɦɟɪɚ ɗɬɨɬ ɚɧɚɥɢɡ ɛɭɞɟɬ ɜɵɞɟɥɹɬɶ ɥɢɲɶ


ɬɟ ɦɨɦɟɧɬɵ ɤɨɬɨɪɵɟ ɧɚɦ ɡɞɟɫɶ ɧɭɠɧɵ ɢ ɨɬɜɥɟɤɚɬɶɫɹ ɨɬ ɜɫɟɝɨ
ɨɫɬɚɥɶɧɨɝɨ ɢɧɨɝɞɚ ɯɨɬɹ ɛɵ ɢ ɜ ɜɵɫɲɟɣ ɫɬɟɩɟɧɢ ɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨ-
ɝɨɞɥɹɰɟɥɨɝɨɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨɜɩɟɱɚɬɥɟɧɢɹɞɥɹɬɨɝɨɱɬɨɛɵɩɨ
ɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢɧɟɩɪɟɞɜɨɫɯɢɳɚɬɶɞɚɥɶɧɟɣɲɟɝɨɷɬɨɬɫɩɟɰɢɚɥɶɧɵɣ
ɢɢɧɨɝɞɚɞɚɠɟɩɪɢɛɥɢɡɢɬɟɥɶɧɨɧɟɢɫɱɟɪɩɵɜɚɸɳɢɣɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧ-
ɧɨɝɨɰɟɥɨɝɨɯɚɪɚɤɬɟɪɧɚɲɟɝɨɚɧɚɥɢɡɚɹɩɪɨɲɭɢɦɟɬɶɜɜɢɞɭ
ə ɨɫɬɚɧɨɜɥɸɫɶ ɧɚ ɥɢɪɢɱɟɫɤɨɣ ɩɶɟɫɟ ɉɭɲɤɢɧɚ ɝɨ ɝɨɞɚ
©Ɋɚɡɥɭɤɚªȼɨɬɨɧɚ

Ⱦɥɹɛɟɪɟɝɨɜɨɬɱɢɡɧɵɞɚɥɶɧɨɣ
Ɍɵɩɨɤɢɞɚɥɚɤɪɚɣɪɨɞɧɨɣ

ȼɷɬɨɣɥɢɪɢɱɟɫɤɨɣɩɶɟɫɟɞɜɚɝɟɪɨɹɫɨɛɫɬɜɟɧɧɨ©ɥɢɪɢɱɟɫɤɢɣ
ɝɟɪɨɣª ² ɜ ɞɚɧɧɨɦ ɫɥɭɱɚɟ ɨɛɴɟɤɬɢɜɢɪɨɜɚɧɧɵɣ ɚɜɬɨɪ ɢ ©ɨɧɚª
² ɜɟɪɨɹɬɧɨ Ɋɢɡɧɢɱ ɚ ɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨ ɢ ɞɜɟ ɩɪɟɞɦɟɬɧɵɟ ɷɦɨ-
ɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɟ ɭɫɬɚɧɨɜɤɢ ɞɜɚ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ ɤɨɧɬɟɤɫɬɚ ɞɜɟ
ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɟɬɨɱɤɢɞɥɹɨɬɧɟɫɟɧɢɹɢɭɩɨɪɹɞɨɱɟɧɢɹɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯ
ɦɨɦɟɧɬɨɜɛɵɬɢɹȿɞɢɧɫɬɜɨɥɢɪɢɱɟɫɤɨɝɨɰɟɥɨɝɨɜɨɫɫɬɚɧɨɜɥɹɟɬɫɹ
ɬɟɦɱɬɨɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɤɨɧɬɟɤɫɬɝɟɪɨɢɧɢɜɟɝɨɰɟɥɨɦɨɛɴɟɦɥɟɬɫɹ
ɢɭɬɜɟɪɠɞɚɟɬɫɹɤɨɧɬɟɤɫɬɨɦɝɟɪɨɹɩɪɢɨɛɳɚɟɬɫɹɟɦɭɤɚɤɦɨɦɟɧɬ
ɟɝɨ ɢ ɨɛɚ ɷɬɢɯ ɤɨɧɬɟɤɫɬɚ ɜ ɫɜɨɸ ɨɱɟɪɟɞɶ ɨɛɴɟɦɥɸɬɫɹ ɟɞɢɧɵɦ
ɮɨɪɦɚɥɶɧɵɦ²ɫɨɛɫɬɜɟɧɧɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɦ²ɤɚɤɰɟɧɧɨɫɬɧɨɭɬ-
ɜɟɪɠɞɚɸɳɢɦ ɚɤɬɢɜɧɵɦ ɤɨɧɬɟɤɫɬɨɦ ɚɜɬɨɪɚ ɢ ɱɢɬɚɬɟɥɹ ɉɪɟɞ-
ɜɨɫɯɢɳɚɹɧɟɫɤɨɥɶɤɨɞɚɥɶɧɟɣɲɟɟɫɤɚɠɟɦɩɨɥɨɠɟɧɢɟɜɤɨɬɨɪɨɦ
ɧɚɯɨɞɢɬɫɹɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɫɭɛɴɟɤɬ²ɱɢɬɚɬɟɥɶɢɚɜɬɨɪ²ɬɜɨɪɰɵ
ɮɨɪɦɵ ɨɬɤɭɞɚ ɢɫɯɨɞɢɬ ɢɯ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɚɹ ɮɨɪɦɢɪɭɸɳɚɹ ɚɤ-
ɬɢɜɧɨɫɬɶɦɨɠɟɬɛɵɬɶɨɩɪɟɞɟɥɟɧɨ²ɤɚɤɜɧɟɧɚɯɨɞɢɦɨɫɬɶɜɪɟ-
ɦɟɧɧɚɹ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɚɹ ɢ ɫɦɵɫɥɨɜɚɹ ɜɫɟɦ ɛɟɡ ɢɫɤɥɸɱɟɧɢɹ
ɦɨɦɟɧɬɚɦ ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɝɨ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɝɨ ɩɨɥɹ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧ-
ɧɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɷɬɨɢɞɟɥɚɟɬɜɩɟɪɜɵɟɜɨɡɦɨɠɧɵɦɨɛɧɹɬɶɜɫɸɚɪɯɢ-
ɬɟɤɬɨɧɢɤɭɰɟɧɧɨɫɬɧɭɸɜɪɟɦɟɧɧɭɸɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɭɸɢɫɦɵɫ-
ɥɨɜɭɸ ² ɟɞɢɧɨɸ ɪɚɜɧɨ ɭɬɜɟɪɠɞɚɸɳɟɸ ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɸ ɗɫɬɟɬɢ-
ɱɟɫɤɨɟɜɠɢɜɚɧɢɟ (LQIKOXQJ ²ɜɢɞɟɧɢɟɩɪɟɞɦɟɬɨɜɢɝɟɪɨɟɜɢɡ-
ɧɭɬɪɢ²ɚɤɬɢɜɧɨɫɨɜɟɪɲɚɟɬɫɹɫɷɬɨɣɜɧɟɧɚɯɨɞɹɳɟɣɫɹɬɨɱɤɢɝɞɟ
ɞɨɛɵɬɵɣ ɜɠɢɜɚɧɢɟɦ ɦɚɬɟɪɢɚɥ ɜɦɟɫɬɟ ɫ ɦɚɬɟɪɢɚɥɨɦ ɜɧɟɲɧɟɝɨ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 177

terno di un insieme artistico con l’analisi di un esempio concreto.


Questa analisi individuerà soltanto quei momenti dell’insieme che
sono pertinenti nel presente contesto e prescinderà da tutti gli al-
tri, anche se questi talvolta possono essere di grande importanza
per l’effetto artistico complessivo, al fine di evitare, per quanto è
possibile, l’anticipazione di ciò che verrà detto in seguito: bisogna
tenere presente questo particolare carattere della nostra analisi,
cioè il fatto che essa, in ogni caso, non vuole essere una esaustiva
trattazione del tutto artistico.
Analizzerò un componimento di Puškin del 1830, Razluka, Di-
partita1:

Per le rive della patria lontana


Stavi lasciando il suolo straniero.

In questa poesia ci sono due eroi: un “eroe lirico” in sen-


so stretto – in questo caso, l’autore oggettivato – e “lei”, pro-
babilmente Riznič, e quindi ci sono due oggettive collocazioni
emotivo-volitive, due contesti di valori, due punti di vista unici
per la disposizione e l’ordinamento dei momenti o costituenti
assiologici dell’esistenza. L’unicità dell’insieme lirico si ristabili-
sce nel momento in cui il contesto assiologico dell’eroina, nella
sua unità, è compreso e affermato nel contesto dell’eroe, che lo
incorpora come suo momento, ed entrambi questi contesti, a loro
volta, sono compresi nel contesto attivo, unitario, assiologicamen-
te significativo – propriamente estetico – dell’autore e del lettore.
Per anticipare qualcosa su cui ci soffermeremo dopo, diciamo
che la situazione in cui si trova il soggetto estetico – cioè il lettore
e l’autore –, il contesto da cui proviene la sua attività artistica,
creativa, può essere determinata come exotopia rispetto al tempo,
allo spazio e al significato, senza con ciò escludere i momenti che
appartengono al campo architettonico interno della visione ar-
tistica; e questa posizione exotopica rende possibile abbracciare
per la prima volta tutta l’architettonica – il valore, il tempo, lo
spazio, il significato – in un senso unitario che equivale ad un’at-
tività autosignificativa. Il co-sentirsi estetico (Einfühlung) – la vi-
sione interna degli oggetti e degli eroi – si compie attivamente da
questo punto di vista exotopico, in cui il materiale che si ottiene
attraverso il co-sentirsi si associa alla materialità esterna della
178 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɢɞɟɧɢɹɢɫɥɵɲɚɧɢɹɨɛɴɟɞɢɧɹɟɬɫɹɢɨɮɨɪɦɥɹɟɬɫɹɜɟɞɢɧɨɟɤɨɧ-
ɤɪɟɬɧɨɟɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟɰɟɥɨɟȼɧɟɧɚɯɨɞɢɦɨɫɬɶ²ɧɟɨɛɯɨɞɢ-
ɦɨɟɭɫɥɨɜɢɟɞɥɹɫɜɟɞɟɧɢɹɤɟɞɢɧɨɦɭɮɨɪɦɚɥɶɧɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɭ ɤɨɧɬɟɤɫɬɭ ɪɚɡɥɢɱɧɵɯ ɤɨɧɬɟɤɫɬɨɜ ɨɛɪɚɡɭɸɳɢɯɫɹ
ɜɨɤɪɭɝɧɟɫɤɨɥɶɤɢɯɝɟɪɨɟɜ ɨɫɨɛɟɧɧɨɷɬɨɢɦɟɟɬɦɟɫɬɨɜɷɩɨɫɟ 
ȼ ɧɚɲɟɣ ɩɶɟɫɟ ɜɫɟ ɤɨɧɤɪɟɬɧɵɟ ɦɨɦɟɧɬɵ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨ-
ɝɨ ɰɟɥɨɝɨ ɫɬɹɝɢɜɚɸɬɫɹ ɤ ɞɜɭɦ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦ ɰɟɧɬɪɚɦ ² ɝɟɪɨɹ ɢ
ɝɟɪɨɢɧɢɩɪɢɱɟɦɩɟɪɜɵɣɤɪɭɝɨɛɴɟɦɥɟɬɜɬɨɪɨɣɲɢɪɟɟɝɨɢɨɛɚ
ɨɧɢɪɚɜɧɨɨɛɴɟɦɥɸɬɫɹ²ɤɚɤɟɞɢɧɨɟɫɨɛɵɬɢɟ²ɮɨɪɦɢɪɭɸɳɟɸ
ɚɤɬɢɜɧɨɫɬɶɸɚɜɬɨɪɚɱɢɬɚɬɟɥɹɬɚɤɢɦɨɛɪɚɡɨɦɨɤɚɡɵɜɚɸɬɫɹɬɪɢ
ɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɚɸɳɢɯɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯɤɨɧɬɟɤɫɬɚɚɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨɢ
ɜɬɪɟɯɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɹɯɞɨɥɠɧɚɫɨɜɟɪɲɚɬɶɫɹɢɧɬɨɧɚɰɢɹɩɨɱɬɢɤɚɠ-
ɞɨɝɨ ɫɥɨɜɚ ɷɬɨɣ ɩɶɟɫɵ ɪɟɚɥɶɧɚɹ ɢɧɬɨɧɚɰɢɹ ɝɟɪɨɢɧɢ ɪɟɚɥɶɧɚɹ
ɠɟɝɟɪɨɹɢɮɨɪɦɚɥɶɧɚɹɢɧɬɨɧɚɰɢɹɚɜɬɨɪɚɱɢɬɚɬɟɥɹ ɩɪɢɞɟɣɫɬɜɢ-
ɬɟɥɶɧɨɦ ɢɫɩɨɥɧɟɧɢɢ ɩɶɟɫɵ ɡɚɞɚɧɢɟ ɢɫɩɨɥɧɢɬɟɥɹ ɧɚɣɬɢ ɪɚɜɧɨ-
ɞɟɣɫɬɜɭɸɳɭɸɷɬɢɦɬɪɟɦɢɧɬɨɧɚɬɢɜɧɵɦɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɹɦ ɉɪɨɫɥɟ-
ɞɢɦ ɠɟ ɪɚɫɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɤɨɧɤɪɟɬɧɵɯ ɦɨɦɟɧɬɨɜ ɜ 
ɧɪɡɛ!ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɤɟ

Ⱦɥɹɛɟɪɟɝɨɜɨɬɱɢɡɧɵɞɚɥɶɧɨɣ
Ɍɵɩɨɤɢɞɚɥɚɤɪɚɣɱɭɠɨɣ

©Ȼɟɪɟɝɚɨɬɱɢɡɧɵªɥɟɠɚɬɜɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɜɪɟ-
ɦɟɧɧɨɦ ɤɨɧɬɟɤɫɬɟ ɠɢɡɧɢ ɝɟɪɨɢɧɢ ɞɥɹ ɧɟɟ ɜ ɟɟ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨ
ɜɨɥɟɜɨɦɬɨɧɟɜɨɡɦɨɠɧɵɣɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɵɣɤɪɭɝɨɡɨɪɫɬɚɧɨɜɢɬ-
ɫɹɨɬɱɢɡɧɨɸɷɬɨɦɨɦɟɧɬɫɨɛɵɬɢɹɟɟɠɢɡɧɢɌɚɤɠɟɜɫɨɨɬɧɟɫɟ-
ɧɢɢɫɧɟɸɧɟɤɨɬɨɪɨɟɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɟɰɟɥɨɟ²ɤɚɤɦɨɦɟɧɬɟɟ
ɫɭɞɶɛɵ ² ɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹ ©ɤɪɚɟɦ ɱɭɠɢɦª Ⱦɜɢɠɟɧɢɟ ɟɟ ɜ ɨɬɱɢɡɧɭ
²©ɬɵɩɨɤɢɞɚɥɚª²ɛɨɥɶɲɟɬɨɧɢɪɭɟɬɫɹɜɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɢɤɝɟɪɨɸ
ɜɤɨɧɬɟɤɫɬɟɟɝɨɫɭɞɶɛɵɜɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɢɤɧɟɣɥɭɱɲɟɛɵɥɨɛɵɫɤɚ-
ɡɚɬɶ©ɜɨɡɜɪɚɳɚɥɚɫɶªɜɟɞɶɨɧɚɟɞɟɬɧɚɪɨɞɢɧɭȼɫɭɞɶɛɟɟɝɨɢɟɟ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɭɩɥɨɬɧɹɟɬɫɹɞɚɥɶ²ɷɩɢɬɟɬ©ɞɚɥɶɧɨɣª²ɨɧɢɛɭɞɭɬ
ɞɚɥɟɤɢɞɪɭɝɨɧɞɪɭɝɚ
ȼ ɪɟɞɚɤɰɢɢ ɜɚɪɢɚɧɬɚ Ⱥɧɧɟɧɤɨɜ  ɩɪɟɨɛɥɚɞɚɟɬ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣ
ɤɨɧɬɟɤɫɬɝɟɪɨɹ

Ⱦɥɹɛɟɪɟɝɨɜɱɭɠɛɢɧɵɞɚɥɶɧɨɣ
Ɍɵɩɨɤɢɞɚɥɚɤɪɚɣɪɨɞɧɨɣ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 179

visione e dell’ascolto e prende forma definitiva in un insieme ar-


chitettonico unitario e concreto. L’exotopia è la condizione neces-
saria dell’integrazione dei diversi contesti che si formano intorno
ad alcuni eroi in un unico contesto assiologico, estetico-formale
(ciò ha luogo soprattutto nell’epica).
Nella poesia presa in esame, tutti i momenti concreti dell’in-
sieme architettonico si concentrano in due centri di valore – l’eroe
e l’eroina; al tempo stesso, il primo centro comprende il secondo,
essendo più esteso di esso, ed entrambi ugualmente si estendono,
come un unico esistere, ad una ben individuata attività di autore-
lettore. Risultano, dunque, tre contesti di valore che si interpene-
trano e quindi bisogna che l’intonazione di quasi ogni parola di
questo componimento avvenga secondo tre direzioni: l’intonazio-
ne reale dell’eroina, quella reale dell’eroe e l’intonazione formale
dell’autore-lettore (nell’effettiva recitazione della poesia il proble-
ma dell’esecutore consiste nel trovare il giusto equilibrio fra queste
tre direzioni intonative). Esaminiamo allora la disposizione dei mo-
menti unitari concreti di questa <1 parola illegg.> architettonica:

Per le rive della patria lontana


Stavi lasciando il suolo straniero.

“Per le rive della patria lontana” è un verso collocato nel con-


testo assiologico spazio-temporale dell’eroina: per lei, nella sua to-
nalità emotivo-volitiva, un orizzonte spaziale possibile si configura
come patria: questo è un momento dell’evento della sua vita. Ed è
anche in relazione a lei che un insieme spaziale – come momento
del suo destino – si configura come suolo straniero. Il movimento
verso la patria – stavi lasciando – si intona maggiormente in dire-
zione dell’eroe, nel contesto del destino di lui: riguardo a lei meglio
sarebbe stato dire “ritornavi” dato che va verso la sua patria. Nel
destino di lui e di lei la distanza si consolida assiologicamente –
l’aggettivo “lontana” – essi saranno lontani l’uno dall’altra.
In una variante del testo (Annenkov)2 prevale il contesto valu-
tativo dell’eroe:

Per le rive della terra straniera


Tu stavi lasciando il paese natìo
180 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

Ɂɞɟɫɶɱɭɠɛɢɧɚ²ɂɬɚɥɢɹ²ɢɤɪɚɣɪɨɞɧɨɣ²Ɋɨɫɫɢɹ²ɰɟɧ-
ɧɨɫɬɧɨɨɩɪɟɞɟɥɟɧɵɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɝɟɪɨɸ

ȼɱɚɫɧɟɡɚɛɜɟɧɧɵɣɜɱɚɫɩɟɱɚɥɶɧɵɣ
ə ɞɨɥɝɨɩɥɚɤɚɥɧɚɞɬɨɛɨɣ

ɑɚɫɫɟɝɨɧɪɷɛ!ɢɜɪɟɦɟɧɧɨɣɩɪɨɬɹɠɟɧɧɨɫɬɶɸɨɜɟɹɧ©ɞɚ-
ɥɶɸªɩɨɥɭɱɢɥɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɜɟɫɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɯɜɪɟɦɟɧɧɵɯɪɹɞɚɯ
ɟɝɨɢɟɟɞɟɬɟɪɦɢɧɢɪɨɜɚɧɧɵɯɫɦɟɪɬɧɵɯɠɢɡɧɟɣɤɚɤɱɚɫɪɚɡɥɭɤɢ
ȼɜɵɛɨɪɟɫɥɨɜɢɰɟɧɬɪɚɥɶɧɵɯɨɛɪɚɡɨɜɩɪɟɨɛɥɚɞɚɟɬɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣ
ɤɨɧɬɟɤɫɬɟɝɨɫɭɞɶɛɵ

Ɇɨɢɯɥɚɞɟɸɳɢɟɪɭɤɢ
Ɍɟɛɹɫɬɚɪɚɥɢɫɶɭɞɟɪɠɚɬɶ
Ɍɨɦɥɟɧɶɹɞɨɥɝɨɝɨɪɚɡɥɭɤɢ
Ɇɨɣɫɬɨɧɦɨɥɢɥɧɟɩɪɟɪɵɜɚɬɶ!
Ɍɵɝɨɜɨɪɢɥɚɜɱɚɫɫɜɢɞɚɧɶɹ
ɉɨɞɧɟɛɨɦɜɟɱɧɨɝɨɥɭɛɵɦ
ɍɫɬɚɞɥɹɫɬɪɚɫɬɧɨɝɨɥɨɛɡɚɧɶɹ
Ɇɵɜɧɨɜɶɦɨɣɞɪɭɝɫɨɟɞɢɧɢɦ
ɂɬɚɦɜɞɚɥɢɝɞɟɧɟɛɚɫɜɨɞɵ
ɋɢɹɸɬɜɛɥɟɫɤɟɝɨɥɭɛɨɦ
Ƚɞɟɩɨɞɫɤɚɥɚɦɢɞɪɟɦɥɸɬɜɨɞɵ
ɍɫɧɭɥɚɬɵɩɨɫɥɟɞɧɢɦɫɧɨɦ
Ɍɜɨɹɤɪɚɫɚɬɜɨɢɫɬɪɚɞɚɧɶɹ
ɂɫɱɟɡɥɢɜɭɪɧɟɝɪɨɛɨɜɨɣ²
ɂɫɱɟɡɢɩɨɰɟɥɭɣɫɜɢɞɚɧɶɹ
ɇɨɠɞɭɟɝɨɨɧɡɚɬɨɛɨɣ

Ⱦɚɥɟɟɨɫɬɚɧɚɜɥɢɜɚɬɶɜɧɢɦɚɧɢɟɱɢɬɚɬɟɥɹɧɚɫɬɨɥɶɷɥɟɦɟɧɬɚɪ-
ɧɨɩɨɧɹɬɧɨɣɜɟɳɢɹɧɟɛɭɞɭɹɫɧɨɱɬɨɜɫɟɦɨɦɟɧɬɵɷɬɨɝɨɰɟɥɨɝɨ
ɢ ɜɵɪɚɠɟɧɧɵɟ ɩɪɹɦɨ ɢ ɧɟ ɜɵɪɚɠɟɧɧɵɟ ɫɬɚɧɨɜɹɬɫɹ ɰɟɧɧɨɫɬɹ-
ɦɢɢɭɩɨɪɹɞɨɱɢɜɚɸɬɫɹɥɢɲɶɜɫɨɨɬɧɟɫɟɧɢɢɫɨɞɧɢɦɢɡɝɥɚɜɧɵɯ
ɝɟɪɨɟɜ ɢɥɢ ɜɨɨɛɳɟ ɫ ɱɟɥɨɜɟɤɨɦ ɤɚɤ ɫɭɞɶɛɚ ɟɝɨ ɉɟɪɟɯɨɞɢɦ ɤ
ɞɪɭɝɢɦɛɨɥɟɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɵɦɦɨɦɟɧɬɚɦɷɬɨɝɨɰɟɥɨɝɨɗɬɨɦɭɫɨ-
ɛɵɬɢɣɧɨɦɭ ɰɟɥɨɦɭ ɩɪɢɱɚɫɬɧɚ ɢ ɩɪɢɪɨɞɚ ɨɧɚ ɨɠɢɜɥɟɧɚ ɢ ɩɪɢ-
ɨɛɳɟɧɚɤɦɢɪɭɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣɞɚɧɧɨɫɬɢɜɞɜɭɯɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɹɯɜɨ
ɩɟɪɜɵɯɤɚɤɨɤɪɭɠɟɧɢɟɢɮɨɧɫɨɛɵɬɢɹɠɟɥɚɧɧɨɝɨɢɨɛɟɳɚɧɧɨɝɨ
ɫɜɢɞɚɧɢɹɝɟɪɨɹɢɝɟɪɨɢɧɢɜɣɫɬɪɨɮɟ ɩɨɰɟɥɭɣɩɨɞɜɟɱɧɨɝɨɥɭ-
ɛɵɦɧɟɛɨɦ ɢɨɤɪɭɠɟɧɢɟɫɨɛɵɬɢɹɟɟɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɣɫɦɟɪɬɢɜ!
ɢɫɬ ©ɝɞɟɧɟɛɚɫɜɨɞɵɫɢɹɸɬɭɫɧɭɥɚɬɵɩɨɫɥɟɞɧɢɦɫɧɨɦª 
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 181

Qui la terra straniera, l’Italia, e il paese natìo, la Russia, sono


assiologicamente connotati in relazione all’eroe.

Nell’ora atroce che il tempo non sana,


Molto già piansi mentre accanto ti ero.

L’ora nel suo estendersi <?> temporale alla “lontananza” ha ac-


quisito un peso assiologico all’interno della concezione temporale
di lui e nella determinazione della vita mortale di lei, come ora del-
la loro separazione. Nella scelta delle parole e delle figure centrali
domina il contesto assiologico del destino di lui.

Cercavano le mie gelide dita


Di trattenerti ancor qualche momento.
Che l’acre pena della dipartita
Non finisse implorava il mio lamento <…>

Dicesti: il giorno in cui ci incontreremo


Sotto il ciel sempre azzurro nel colore,
Là all’ombra degli olivi riuniremo,
Amico mio, i baci dell’amore.

Ma, ahimè, dove del cielo risplende


La volta d’un azzurro festoso
E ombra d’ulivi sull’acque si stende
T’assopisti nell’ultimo riposo.
La tua bellezza ed ogni tuo tormento
Scomparvero nell’urna sepolcrale —
Ed anche il bacio del tuo appuntamento…
Ma io l’aspetto, la tua promessa vale!

Non intratterrò il lettore su ciò che di questa poesia è più facil-


mente comprensibile: evidentemente, tutti i momenti di questo tut-
to unitario, direttamente o indirettamente espressi, hanno valore e
sono ordinati soltanto in relazione con uno degli eroi ovvero, in ge-
nerale, con un essere umano e il suo destino. Passiamo ora ad altri
più importanti momenti di tale totalità. Partecipe degli avvenimen-
ti che fanno parte di questa totalità è la natura; essa è vivificata e
associata al mondo dell’elemento umano in due modi: primo, come
ambiente e sfondo dell’incontro dell’eroe con l’eroina desiderato e
promesso (“i baci sotto il cielo sempre azzurro”) e come ambiente
182 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɪɢɱɟɦɜɩɟɪɜɨɦɫɥɭɱɚɟɷɬɨɬɮɨɧɭɫɢɥɢɜɚɟɬɪɚɞɨɫɬɶɫɜɢɞɚɧɢɹ
ɫɨɡɜɭɱɟɧɟɣɜɨɜɬɨɪɨɦɤɨɧɬɪɚɫɬɢɪɭɟɬɫɨɫɤɨɪɛɶɸɫɦɟɪɬɢɟɟ²
ɷɬɨ²ɱɢɫɬɨɮɚɛɭɥɢɱɟɫɤɨɟɩɪɢɨɛɳɟɧɢɟɩɪɢɪɨɞɵɢɜɨɜɬɨɪɵɯ
ɫɨɛɵɬɢɣɧɨɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɟ ɞɜɢɠɟɧɢɟ ɢ ɠɢɡɧɶ ɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨ
ɜɧɟɫɟɧɵɜɧɭɬɪɶɟɟɧɟɛɚɫɜɨɞɵ²ɤɪɨɜɱɟɥɨɜɟɤɚɦɟɬɚɮɨɪɵɫɢ-
ɹɸɬɢɞɪɟɦɥɸɬɜɨɞɵɩɨɞɫɤɚɥɚɦɢ²ɫɤɚɥɵɭɤɪɵɜɚɸɬɫɨɧɜɨɞ
ɜɟɱɧɨɝɨɥɭɛɨɟɧɟɛɨ²ɜɟɱɧɨɫɬɶɧɟɛɚɰɟɧɧɨɫɬɧɨɫɨɨɬɧɨɫɢɬɫɹɫ
ɞɟɬɟɪɦɢɧɢɪɨɜɚɧɧɨɣɠɢɡɧɶɸɱɟɥɨɜɟɤɚɩɪɢɱɟɦɨɞɧɢɦɟɬɚɮɨɪɵ
ɧɨɫɹɬ ɚɧɬɪɨɩɨɦɨɪɮɢɱɟɫɤɢɣ ɯɚɪɚɤɬɟɪ ɫɢɹɸɬ ɞɪɟɦɥɸɬ ɞɪɭɝɢɟ
ɬɨɥɶɤɨɩɪɢɨɛɳɚɸɬɩɪɢɪɨɞɭɫɭɞɶɛɟɱɟɥɨɜɟɤɚɫɜɨɞɵɜɟɱɧɨɝɨɥɭ-
ɛɨɟɗɬɨɜɬɨɪɨɟɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɟɨɠɢɜɥɟɧɢɹɩɪɢɪɨɞɵɧɟɡɚɜɢɫɢɬɨɬ
ɮɚɛɭɥɢɱɟɫɤɢɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɝɨɨɠɢɜɥɟɧɢɹ
Ɍɟɩɟɪɶ ɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨ ɨɫɬɚɧɨɜɢɬɶɫɹ ɧɚ ɫɥɟɞɭɸɳɢɯ ɦɨɦɟɧɬɚɯ
ɧɚ ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɣ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɟɧɧɨɣ ɮɨɪɦɟ ɧɚ ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɦ ɪɢɬɦɟ
ɪɚɡɜɟɪɬɵɜɚɧɢɹɫɨɛɵɬɢɹ ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɟɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟɜɪɟɦɹ ɧɚ
ɜɧɟɲɧɟɦɪɢɬɦɟɧɚɢɧɬɨɧɚɬɢɜɧɨɢɫɬɪɭɤɬɭɪɟɢɧɚɤɨɧɟɰɧɚɬɟɦɟ
Ɇɵɧɚɯɨɞɢɦɜɞɚɧɧɨɦɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɢɬɪɢɫɤɭɥɶɩɬɭɪɧɨɠɢɜɨ-
ɩɢɫɧɨɞɪɚɦɚɬɢɱɟɫɤɢɯ ɨɛɪɚɡɚ ɨɛɪɚɡ ɪɚɡɥɭɤɢ ɯɥɚɞɟɸɳɢɟ ɪɭɤɢ
ɫɬɚɪɚɸɳɢɟɫɹɭɞɟɪɠɚɬɶɬɵɝɨɜɨɪɢɥɚ ɨɛɪɚɡɨɛɟɳɚɧɧɨɝɨɫɜɢ-
ɞɚɧɢɹ ɫɨɟɞɢɧɟɧɢɟɭɫɬɜɩɨɰɟɥɭɟɩɨɞɝɨɥɭɛɵɦɧɟɛɨɦ ɢɧɚɤɨɧɟɰ
ɨɛɪɚɡɫɦɟɪɬɢ ɩɪɢɪɨɞɚɢɝɪɨɛɨɜɚɹɭɪɧɚɝɞɟɢɫɱɟɡɥɢɤɪɚɫɚɢɫɬɪɚ-
ɞɚɧɶɹɟɟ ɷɬɢɬɪɢɨɛɪɚɡɚɫɬɪɟɦɹɬɫɹɤɧɟɤɨɬɨɪɨɣɱɢɫɬɨɢɡɨɛɪɚɡɢ-
ɬɟɥɶɧɨɣɡɚɤɨɧɱɟɧɧɨɫɬɢ
ȼɪɟɦɟɧɧɨɣ ɜɧɭɬɪɟɧɧɢɣ ɪɢɬɦ ɫɨɛɵɬɢɹ ɬɚɤɨɜ ɪɚɡɥɭɤɚ ɢ ɨɛɟ-
ɳɚɧɢɟ ɫɜɢɞɚɧɢɹ ɫɦɟɪɬɶ ɢ ɛɭɞɭɳɟɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ ɫɜɢɞɚɧɢɟ
Ɇɟɠɞɭ ɩɪɨɲɥɵɦ ɢ ɛɭɞɭɳɢɦ ɝɟɪɨɟɜ ɱɟɪɟɡ ɧɚɫɬɨɹɳɟɟ ɜɨɫɩɨɦɢ-
ɧɚɧɢɹɭɫɬɚɧɚɜɥɢɜɚɟɬɫɹɧɟɩɪɟɪɵɜɧɚɹɫɨɛɵɬɢɣɧɚɹɫɜɹɡɶɪɚɡɥɭɤɚ
²ɚɪɡɢɫɨɛɟɳɚɧɧɨɟɫɜɢɞɚɧɢɟ²ɬɟɡɢɫɫɦɟɪɬɶ²ɚɪɡɢɫ²ɜɫɟ
ɠɟɛɭɞɟɬɫɜɢɞɚɧɢɟ²ɬɟɡɢɫ
ɉɟɪɟɯɨɞɢɦ ɤ ɢɧɬɨɧɚɬɢɜɧɨɣ ɫɬɪɭɤɬɭɪɟ Ʉɚɠɞɨɟ ɜɵɪɚɠɟɧɧɨɟ
ɫɥɨɜɨɨɛɨɡɧɚɱɚɟɬɧɟɬɨɥɶɤɨɩɪɟɞɦɟɬɧɟɬɨɥɶɤɨɜɵɡɵɜɚɟɬɧɟɤɨɬɨ-
ɪɵɣɨɛɪɚɡɧɟɬɨɥɶɤɨɡɜɭɱɢɬɧɨɢɜɵɪɚɠɚɟɬɧɟɤɨɬɨɪɭɸɷɦɨɰɢɨ-
ɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɭɸɪɟɚɤɰɢɸɧɚɨɛɨɡɧɚɱɚɟɦɵɣɩɪɟɞɦɟɬɤɨɬɨɪɚɹɩɪɢ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɦ ɩɪɨɢɡɧɟɫɟɧɢɢ ɫɥɨɜɚ ɜɵɪɚɠɚɟɬɫɹ ɜ ɢɧɬɨɧɚɰɢɢ
ɟɝɨɁɜɭɤɨɜɨɣɨɛɪɚɡɫɥɨɜɚɧɟɬɨɥɶɤɨɹɜɥɹɟɬɫɹɧɨɫɢɬɟɥɟɦɪɢɬɦɚ
ɧɨɢɧɚɫɤɜɨɡɶɩɪɨɧɢɤɧɭɬɢɧɬɨɧɚɰɢɟɣɩɪɢɱɟɦɩɪɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɦ ɱɬɟɧɢɢ ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹ ɦɨɝɭɬ ɜɨɡɧɢɤɧɭɬɶ ɤɨɧɮɥɢɤɬɵ ɦɟɠɞɭ
ɢɧɬɨɧɚɰɢɟɣɢɪɢɬɦɨɦɄɨɧɟɱɧɨɪɢɬɦɢɢɧɬɨɧɚɰɢɹɧɟɱɭɠɟɪɨɞ-
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 183

dell’evento della sua morte effettiva (“dove si leva la volta del cielo...
t’assopisti nell’ultimo riposo”); nel primo caso tale sfondo rafforza
la gioia dell’incontro, è in armonia con tale gioia, mentre nel secon-
do esso contrasta con il dolore per la morte di lei – cioè qui la natu-
ra è animata è accomunata al destino umano al livello della fabula;
e secondo: l’aspetto dell’evento umano e della vita umana è imme-
diatamente introdotto nella natura: la volta del cielo; le metafore:
“si addormentano le acque sotto gli scogli”3– l’eternità del cielo co-
me valore è confrontata con la vita delimitata dell’individuo uma-
no; alcune metafore hanno un carattere antropomorfico: levarsi,
addormentarsi; mentre altre associano la natura al destino umano:
la volta, l’eterno azzurro. Questo secondo modo di animare la natu-
ra non dipende da una vivificazione immediata a livello di fabula.
Ora è necessario soffermarsi sui momenti successivi dell’insie-
me: sulla forma spaziale interna, sul ritmo interno dello svolgimen-
to dell’evento (il tempo artistico interno), sul ritmo esterno, sulla
struttura intonativa e, infine, sul tema.
Troviamo nella poesia in esame tre immagini plastico-pittoriche
e drammatiche: l’immagine dell’addio (le gelide dita, il tentativo di
trattenerti... dicesti...), l’immagine dell’incontro promesso (riuni-
remo i baci dell’amore sotto il cielo azzurro) e, infine, la figura
della morte (la natura e l’urna sepolcrale, dove sono scomparse la
bellezza e ogni tormento di lei): queste tre immagini tendono ad
una pura perfezione raffigurativa.
Il ritmo temporale interno dell’evento è questo: l’addio e l’in-
contro promesso, la morte ed il reale incontro futuro. Tra il passato
ed il futuro degli eroi si stabilisce, attraverso l’attualità del ricor-
do, una continua interconnessione sul piano degli eventi: l’addio
è l’arsis, l’incontro promesso la thesis; la morte è l’arsis, che ci sarà
l’incontro la thesis.
Passiamo ora alla struttura intonativa. Ogni parola espressiva
non solo designa l’oggetto, non solo rinvia ad una immagine, non
solo ha un senso, ma esprime anche una reazione emotivo-volitiva
all’oggetto designato, la quale trova la sua espressione nell’intona-
zione della parola qual è realmente enunciata. L’immagine sonora
della parola non solo è portatrice di ritmo, ma è permeata intera-
mente dall’intonazione; perciò, in una lettura in senso vero e pro-
prio dell’opera, possono sorgere rapporti conflittuali tra intonazio-
ne e ritmo. Evidentemente, ritmo e intonazione non sono elementi
184 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɵɟ ɫɬɢɯɢɢ ɢ ɪɢɬɦ ɜɵɪɚɠɚɟɬ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɭɸ ɨɤɪɚɫɤɭ


ɰɟɥɨɝɨɧɨɨɧɦɟɧɟɟɩɪɟɞɦɟɬɟɧɧɨɝɥɚɜɧɨɟɨɧɩɪɟɞɫɬɚɜɥɹɟɬɢɡ
ɫɟɛɹɩɨɱɬɢɢɫɤɥɸɱɢɬɟɥɶɧɨɱɢɫɬɭɸɮɨɪɦɚɥɶɧɭɸɪɟɚɤɰɢɸɚɜɬɨ-
ɪɚɧɚɫɨɛɵɬɢɟɜɟɝɨɰɟɥɨɦɦɟɠɞɭɬɟɦɤɚɤɢɧɬɨɧɚɰɢɹɩɨɩɪɟɢɦɭ-
ɳɟɫɬɜɭ ɟɫɬɶ ɢɧɬɨɧɚɰɢɨɧɧɚɹ ɪɟɚɤɰɢɹ ɝɟɪɨɹ ɧɚ ɩɪɟɞɦɟɬ ɜɧɭɬɪɢ
ɰɟɥɨɝɨ ɢ ɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɭɹ ɨɫɨɛɟɧɧɨɫɬɹɦ ɤɚɠɞɨɝɨ ɩɪɟɞɦɟɬɚ ɛɨɥɟɟ
ɞɢɮɮɟɪɟɧɰɢɪɨɜɚɧɧɚɢɪɚɡɧɨɨɛɪɚɡɧɚȼɫɟɠɟɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɟɪɚɡɞɟ-
ɥɟɧɢɟ ɢɧɬɨɧɚɰɢɢ ɢ ɪɢɬɦɚ ɧɟ ɫɨɜɩɚɞɚɟɬ ɫ ɞɪɭɝɢɦ ɚɛɫɬɪɚɤɬɧɵɦ
ɠɟɪɚɡɞɟɥɟɧɢɟɦ²ɪɟɚɤɰɢɢɝɟɪɨɹɢɪɟɚɤɰɢɢɚɜɬɨɪɚɢɢɧɬɨɧɚɰɢɹ
ɦɨɠɟɬɨɞɧɨɜɪɟɦɟɧɧɨɜɵɪɚɠɚɬɶɢɪɟɚɤɰɢɸɝɟɪɨɹɢɪɟɚɤɰɢɸɚɜɬɨ-
ɪɚɢɪɢɬɦɬɚɤɠɟɦɨɠɟɬɜɵɪɚɠɚɬɶɢɬɭɢ!ɞɪɭɝɭɸɉɨɩɪɟɢɦɭ-
ɳɟɫɬɜɭ ɜɫɟ ɠɟ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɚɹ ɪɟɚɤɰɢɹ ɚɜɬɨɪɚ ɧɚɯɨɞɢɬ
ɫɜɨɟ ɜɵɪɚɠɟɧɢɟ ɜ ɪɢɬɦɟ ɚ ɝɟɪɨɹ ɜ ɢɧɬɨɧɚɰɢɢ Ɋɟɚɤɰɢɸ ɝɟɪɨɹ
ɬɟɜɵɪɚɠɟɧɢɟɨɰɟɧɤɢɩɪɟɞɦɟɬɚɜɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɤɨɧɬɟɤɫɬɟɝɟɪɨɹ
ɦɵɛɭɞɟɦɧɚɡɵɜɚɬɶɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɨɣɪɟɚɤɰɢɟɣ²ɟɣɛɭɞɟɬɫɨɨɬ-
ɜɟɬɫɬɜɨɜɚɬɶɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɚɹɢɧɬɨɧɚɰɢɹɢɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɢɣɪɢɬɦ
ɪɟɚɤɰɢɸ ɚɜɬɨɪɚ ² ɨɰɟɧɤɭ ɩɪɟɞɦɟɬɚ ɜ ɤɨɧɬɟɤɫɬɟ ɚɜɬɨɪɚ ² ɦɵ
ɛɭɞɟɦɧɚɡɵɜɚɬɶɮɨɪɦɚɥɶɧɨɣɪɟɚɤɰɢɟɣɟɣɛɭɞɟɬɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɨɜɚɬɶ
ɮɨɪɦɚɥɶɧɚɹɢɧɬɨɧɚɰɢɹɢɮɨɪɦɚɥɶɧɵɣɪɢɬɦɎɨɪɦɚɥɶɧɚɹɢɧɬɨ-
ɧɚɰɢɹɢɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɢɣɪɢɬɦɜɫɬɪɟɱɚɸɬɫɹɪɟɠɟɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɨɣ
ɢɧɬɨɧɚɰɢɢ ɢ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɝɨ ɪɢɬɦɚ Ʉɚɤ ɦɵ ɭɜɢɞɢɦ ɞɚɥɶɲɟ ɜɵ-
ɪɚɠɟɧɢɟɦɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣɪɟɚɤɰɢɢɢɨɰɟɧɤɢɦɨɝɭɬɛɵɬɶ
ɧɟɬɨɥɶɤɨɢɧɬɨɧɚɰɢɹɢɪɢɬɦɧɨɢɜɫɟɦɨɦɟɧɬɵɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɰɟɥɨɝɨɢɜɫɟɫɬɨɪɨɧɵɫɥɨɜɚɢɨɛɪɚɡɢɩɪɟɞɦɟɬɢɩɨɧɹɬɢɟ
ɉɨɹɫɧɢɦ ɫɞɟɥɚɧɧɨɟ ɧɚɦɢ ɪɚɡɥɢɱɟɧɢɟ ȼ ɞɪɚɦɟ ɢɧɬɨɧɚɰɢɹ
ɧɨɫɢɬ ɨɛɵɤɧɨɜɟɧɧɨ ɱɢɫɬɨ ɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɢɣ ɯɚɪɚɤɬɟɪ ɞɪɚɦɚɬɢ-
ɱɟɫɤɢɣ ɞɢɚɥɨɝ ² ɤɚɤ ɬɚɤɨɜɨɣ ² ɩɪɟɞɫɬɚɜɥɹɟɬ ɢɡ ɫɟɛɹ ɛɨɪɶɛɭ
ɦɟɠɞɭ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɦɢ ɤɨɧɬɟɤɫɬɚɦɢ ɞɟɣɫɬɜɭɸɳɢɯ ɥɢɰ ɜɵɪɚɠɟ-
ɧɢɟ ɫɬɨɥɤɧɨɜɟɧɢɹ ɦɟɠɞɭ ɪɚɡɥɢɱɧɵɦɢ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɵɦɢ
ɩɨɡɢɰɢɹɦɢɡɚɧɹɬɵɦɢɞɟɣɫɬɜɭɸɳɢɦɢɥɢɰɚɦɢɜɨɞɧɨɦɢɬɨɦɠɟ
ɫɨɛɵɬɢɢ ɜɵɪɚɠɟɧɢɟ ɛɨɪɶɛɵ ɨɰɟɧɨɤ Ʉɚɠɞɵɣ ɭɱɚɫɬɧɢɤ ɞɢɚɥɨ-
ɝɚɜɩɪɹɦɨɣɪɟɱɢɤɚɠɞɵɦɫɥɨɜɨɦɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɜɵɫɤɚɡɵɜɚɟɬ
ɩɪɟɞɦɟɬɢɫɜɨɸɞɟɣɫɬɜɟɧɧɭɸɪɟɚɤɰɢɸɧɚɧɟɝɨ²ɢɧɬɨɧɚɰɢɹɠɢɡ-
ɧɟɧɧɨɪɟɚɥɢɫɬɢɱɧɚɚɜɬɨɪɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɧɟɜɵɪɚɠɟɧɇɨɜɫɟ
ɷɬɢ ɩɪɨɬɢɜɨɛɨɪɫɬɜɭɸɳɢɟ ɜɵɪɚɠɟɧɧɵɟ ɪɟɚɤɰɢɢ ɞɟɣɫɬɜɭɸɳɢɯ
ɥɢɰ ɨɛɴɟɦɥɸɬɫɹ ɟɞɢɧɵɦ ɪɢɬɦɨɦ ɜ ɬɪɚɝɟɞɢɢ ɹɦɛɢɱɟɫɤɢɦ ɬɪɢ-
ɦɟɬɪɨɦ ɩɪɢɞɚɸɳɢɦɧɟɤɨɬɨɪɵɣɟɞɢɧɵɣɬɨɧɜɫɟɦɜɵɫɤɚɡɵɜɚɧɢ-
ɹɦɩɪɢɜɨɞɹɳɢɦɢɯɜɫɟɤɚɤɛɵɤɨɞɧɨɦɭɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɦɭ
ɡɧɚɦɟɧɚɬɟɥɸ ɪɢɬɦ ɜɵɪɚɠɚɟɬ ɪɟɚɤɰɢɸ ɧɚ ɪɟɚɤɰɢɸ ɟɞɢɧɭɸ ɢ
ɨɞɧɨɨɛɪɚɡɧɭɸ ɱɢɫɬɨ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɭɸ ɪɟɚɤɰɢɸ ɚɜɬɨɪɚ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 185

tra loro estranei: il ritmo esprime la colorazione emotivo volitiva


dell’insieme, ed è il meno oggettivo. Ma l’essenziale è che il ritmo
rappresenta una reazione quasi esclusivamente formale dell’autore
all’evento nel suo insieme, mentre l’intonazione è essenzialmente la
reazione intonativa dell’eroe rispetto a un certo oggetto all’interno
del tutto e, poiché essa si intona alla singolarità di ogni oggetto, è
più differenziata e diversificata. La distinzione astratta tra intona-
zione e ritmo non coincide in maniera puntuale ed esclusiva con
l’altra distinzione, anch’essa astratta, tra la reazione dell’eroe e la
reazione dell’autore: l’intonazione può, nello stesso tempo, rappre-
sentare sia la reazione dell’eroe sia la reazione dell’autore, e anche
il ritmo può rappresentare sia l’una che l’altra. La reazione emoti-
vo-volitiva dell’autore trova essenzialmente la sua espressione nel
ritmo, quella dell’eroe nell’intonazione. Chiameremo reazione rea-
listica la reazione dell’eroe, cioè l’espressione della valutazione di
un soggetto nel contesto assiologico dell’eroe; ad essa corrispondo-
no l’intonazione realistica ed il ritmo realistico, mentre chiamere-
mo reazione formale e ritmo formale la reazione dell’autore – cioè
la valutazione di un oggetto nel contesto dell’autore. L’intonazione
formale ed il ritmo realistico si incontrano più raramente rispetto
all’intonazione realistica e al ritmo formale. Come potremo notare
in seguito, la reazione emotivo-volitiva e la valutazione si possono
esprimere non soltanto con l’intonazione ed il ritmo ma anche con
tutti i momenti dell’insieme artistico e con tutti gli aspetti della
parola: con le forme e con gli oggetti quanto con i concetti.
Chiariamo meglio la distinzione tracciata. Nel dramma, l’into-
nazione ha, di solito, un carattere puramente realistico: il dialogo
drammatico, come tale, rappresenta l’espressione del conflitto tra
diverse posizioni emotivo-volitive assunte dalle dramatis personae
in un preciso evento, rappresenta la lotta fra diverse valutazioni.
Ciascun partecipante al dialogo drammatico, con ciascuna parola
del discorso diretto, esprime chiaramente e con immediatezza sia
l’oggetto sia la sua attiva reazione ad esso – un’intonazione reali-
stica, viva perché l’autore non vi è direttamente espresso. Ma tutte
queste espressioni, in conflitto tra loro, delle reazioni di determina-
ti personaggi assumono un unico ritmo (nella tragedia, il trimetro
giambico) che conferisce un tono unitario a tutta l’enunciazione;
e, riducendole tutte ad un comune denominatore emotivo-volitivo,
il ritmo esprime una reazione alla reazione: la reazione unitaria,
186 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɧɚɜɫɟɩɪɨɬɢɜɨɛɨɪɫɬɜɭɸɳɢɟɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɢɟɪɟɚɤɰɢɢɝɟɪɨɟɜɧɚ
ɜɫɟɬɪɚɝɢɱɟɫɤɨɟɫɨɛɵɬɢɟɜɟɝɨɰɟɥɨɦɷɫɬɟɬɢɡɭɹɟɝɨɜɵɪɵɜɚɟɬɢɡ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢ ɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɨɣ  ɢ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨ
ɨɛɪɚɦɥɹɟɬ ɟɝɨ Ʉɨɧɟɱɧɨ ɹɦɛɢɱɟɫɤɢɣ ɬɪɢɦɟɬɪ ɧɟ ɜɵɪɚɠɚɟɬ ɢɧ-
ɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɭɸ ɪɟɚɤɰɢɸ ɚɜɬɨɪɚ ɧɚ ɢɧɞɢɜɢɞɭɚɥɶɧɨɟ ɠɟ ɫɨɛɵɬɢɟ
ɞɚɧɧɨɣ ɬɪɚɝɟɞɢɢ ɧɨ ɫɚɦɵɣ ɨɛɳɢɣ ɯɚɪɚɤɬɟɪ ɟɝɨ ɭɫɬɚɧɨɜɤɢ ɩɨ
ɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɩɪɨɢɫɯɨɞɹɳɟɦɭɢɦɟɧɧɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣ ɜɫɹɬɪɚɝɟ-
ɞɢɹɡɚɢɫɤɥɸɱɟɧɢɟɦɩɨɱɬɢɨɞɧɢɯɯɨɪɨɜɧɚɩɢɫɚɧɚɬɪɢɦɟɬɪɨɦ 
ɜɵɩɨɥɧɹɟɬɤɚɤɛɵɮɭɧɤɰɢɸɪɚɦɩɵɨɬɞɟɥɹɬɶɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɫɨɛɵ-
ɬɢɟɨɬɠɢɡɧɢɄɚɤɢɡɜɟɫɬɧɨɜɧɭɬɪɢɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɣɦɟɬɪɢɱɟɫɤɨɣ
ɫɬɪɭɤɬɭɪɵ ɹɦɛɢɱɟɫɤɨɝɨ ɬɪɢɦɟɬɪɚ ɜɨɡɦɨɠɧɵ ɧɟɤɨɬɨɪɵɟ ɪɢɬɦɢ-
ɱɟɫɤɢɟɜɚɪɢɚɰɢɢ²ɨɬɤɥɨɧɟɧɢɹɨɧɢɨɛɵɱɧɨɧɟɫɭɬɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟ-
ɫɤɭɸɮɭɧɤɰɢɸɩɨɞɱɟɪɤɢɜɚɹɢɭɫɢɥɢɜɚɹɠɢɡɧɟɧɧɵɟɢɧɬɨɧɚɰɢɢ
ɝɟɪɨɟɜɧɨɢɧɨɝɞɚɢɧɪɡɛ!ɩɟɪɟɞɚɜɚɹɪɢɬɦɞɭɲɟɜɧɨɣɠɢɡɧɢ
ɝɨɜɨɪɹɳɟɝɨ ɩɟɪɟɞɚɜɚɹ ɧɚɩɪɹɠɟɧɧɨɫɬɶ ɭɫɤɨɪɟɧɢɟ ɬɟɦɩɚ ɢ ɩɪ
Ɇɵɡɞɟɫɶɨɬɜɥɟɤɚɟɦɫɹɨɬɞɪɭɝɢɯɦɨɦɟɧɬɨɜɬɪɚɝɟɞɢɢɜɵɪɚɠɚɸ-
ɳɢɯɚɜɬɨɪɚɢɟɝɨɮɨɪɦɚɥɶɧɭɸɪɟɚɤɰɢɸ ɚɢɧɨɝɞɚɢɧɟɮɨɪɦɚɥɶ-
ɧɭɸ ɤɚɤɬɨɨɬɱɚɫɬɢɯɨɪɵɚɧɬɢɱɧɨɣɬɪɚɝɟɞɢɢɧɪɡɛ!ɱɚɫɬɟɣ
ɜɵɛɨɪɨɛɪɚɡɨɜɡɜɭɤɨɩɢɫɶɢɩɪɱɢɫɬɨɮɨɪɦɚɥɶɧɵɟɦɨɦɟɧɬɵɌɚɤ-
ɠɟɨɬɜɥɟɤɚɟɦɫɹɢɨɬɬɨɝɨɱɬɨɡɜɭɤɨɜɨɣɨɛɪɚɡɫɥɨɜɚɦɨɠɟɬɢɦɟɬɶ
ɧɟɬɨɥɶɤɨɪɢɬɦɢɱɟɫɤɢɟɢɢɧɬɨɧɚɬɢɜɧɵɟɮɭɧɤɰɢɢɧɨɢɱɢɫɬɨɢɡɨ-
ɛɪɚɡɢɬɟɥɶɧɵɟ ©ɡɜɭɤɨɩɢɫɶª 
ȼɷɩɨɫɟɩɪɹɦɚɹɪɟɱɶɝɟɪɨɟɜɬɨɧɢɪɭɟɬɫɹɤɚɤɢɜɞɪɚɦɟɪɟɚɥɢ-
ɫɬɢɱɧɨɜɤɨɫɜɟɧɧɨɩɪɢɜɨɞɢɦɨɣɚɜɬɨɪɨɦɪɟɱɢɝɟɪɨɟɜɜɨɡɦɨɠɧɨ
ɩɪɟɨɛɥɚɞɚɧɢɟɪɟɚɤɰɢɢ ɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɨɣ ɧɨ ɜɨɡɦɨɠɧɨ ²ɢ ɮɨɪ-
ɦɚɥɶɧɨɣ ɪɟɚɤɰɢɢ ɚɜɬɨɪɚ ɜɟɞɶ ɫɥɨɜɚ ɝɟɪɨɹ ɜɵɪɚɠɚɸɳɢɟ ɟɝɨ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɭɸɩɨɡɢɰɢɸɚɜɬɨɪɦɨɠɟɬɩɟɪɟɞɚɜɚɬɶɜɵɪɚɠɚɹɜɬɨɧɟ
ɩɟɪɟɞɚɱɢɫɜɨɟɫɨɛɫɬɜɟɧɧɨɟɨɬɧɨɲɟɧɢɟɤɧɢɦɫɜɨɸɩɨɡɢɰɢɸɩɨ
ɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɝɟɪɨɸɧɚɩɪɢɦɟɪɢɪɨɧɢɱɟɫɤɢɭɞɢɜɥɟɧɧɨɜɨɫɬɨɪ-
ɠɟɧɧɨɜɝɥɭɛɨɤɨɫɩɨɤɨɣɧɨɦɷɩɢɱɟɫɤɨɦɬɨɧɟɜɡɜɨɥɧɨɜɚɧɧɨɬɪɚ-
ɝɢɱɟɫɤɢɜɟɥɢɱɚɜɨɢɬɩɈɩɢɫɚɧɢɟɩɪɟɞɦɟɬɨɜɢɪɚɫɫɤɚɡɨɫɨɛɵ-
ɬɢɹɯɜɷɩɨɫɟɢɧɨɝɞɚɩɪɨɢɡɜɨɞɢɬɫɹɫɩɪɟɨɛɥɚɞɚɧɢɟɦɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹ
ɢɯɰɟɧɧɨɫɬɢ ɰɟɧɧɨɫɬɢɩɪɟɞɦɟɬɨɜɢɫɨɛɵɬɢɣ ɞɥɹɝɟɪɨɟɜɜɬɨɧɟ
ɢɯɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨɨɬɧɨɲɟɧɢɹɤɷɬɢɦɩɪɟɞɦɟɬɚɦɢɫɨɛɵɬɢɹɦɢɧɨɝɞɚ
ɠɟ ɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨ ɩɪɟɨɛɥɚɞɚɟɬ ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣ ɤɨɧɬɟɤɫɬ ɚɜɬɨɪɚ ɬ ɟ
ɫɥɨɜɚɨɩɢɫɚɧɢɹɦɢɪɚɝɟɪɨɟɜɜɵɪɚɠɚɸɬɪɟɚɤɰɢɸɚɜɬɨɪɚɧɚɝɟɪɨɟɜ
ɢɢɯɦɢɪɇɨȺɜɬɨɪɢɝɟɪɨɣɜɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢɤɚɤɚɹ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 187

uniforme, puramente formale-estetica dell’autore a tutte le reazio-


ni realistiche e conflittuali degli eroi, a tutti gli eventi tragici nel
loro insieme, estetizzandoli; esso astrae la reazione dell’autore dalla
realtà conoscitivo-etica, lo forgia. Naturalmente, il trimetro giam-
bico non esprime la reazione individuale dell’autore all’evento,
anch’esso individuale, di una data tragedia, ma il carattere del suo
atteggiamento in relazione a ciò che sta avvenendo, e precisamente
l’atteggiamento estetico (l’intera tragedia, ad eccezione dei cori, è
scritta in trimetri), si compie come se avesse funzione di cornice,
separa l’evento estetico dalla vita. Come già sappiamo, all’interno
della determinata struttura metrica del trimetro giambico, sono
possibili alcune variazioni ritmiche, le digressioni, che spesso han-
no una funzione realistica, sottolineano e rafforzano le intonazioni
della vita degli eroi, ma talvolta <2 illegg.> esprimono la vita inte-
riore di colui che parla: ne trasmettono l’intensità, il ritmo serra-
to, ecc. Qui prescindiamo dagli altri momenti della tragedia che
esprimono l’autore e la sua reazione formale (e talvolta non forma-
le), come i cori della tragedia antica, <1 parola illegg.>, la distri-
buzione delle parti, la scelta dei personaggi, la orchestrazione del
suono ed altri puri momenti formali. Prescindiamo pure dal fatto
che l’immagine acustica della parola può avere non soltanto le sue
funzioni ritmiche ed intonative, ma anche figurative (onomatopea).
Nella narrativa (epos4), il discorso diretto degli eroi ha un’into-
nazione realistica, come nel dramma, mentre nel discorso indiretto
degli eroi citato dall’autore è possibile non solo la predominanza
della reazione realistica, ma anche quella della reazione formale
dell’autore; benché trasmetta le parole dell’eroe che esprime la sua
posizione assiologica, l’autore può trasmettere la sua posizione in
relazione all’eroe, esprimendo nel tono con cui la trasmette il suo
personale rapporto con lui, per esempio l’ironia, lo stupore, l’en-
tusiasmo, attraverso un tono epico particolarmente intenso, ecc.
La descrizione degli oggetti e il racconto degli eventi, nell’epos,
si effettua talvolta con il predominio del punto di vista dei loro
rispettivi valori (i valori dell’oggetto e dell’evento) da parte degli
eroi, nel tono dei possibili rapporti degli eroi con tali oggetti ed
eventi; talvolta, invece, predomina completamente il contesto as-
siologico dell’autore, cioè le parole che descrivono il mondo degli
eroi esprimono la reazione dell’autore agli eroi e al loro mondo. Ma
qualsiasi reazione predomini, la parola nell’epos rimane sempre
188 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɛɵɪɟɚɤɰɢɹɧɢɩɪɟɨɛɥɚɞɚɥɚɫɥɨɜɨɜɷɩɨɫɟɟɫɬɶɜɫɟɝɞɚɫɥɨɜɨɚɜ-
ɬɨɪɚɫɥɟɞɨɜɚɬɟɥɶɧɨɜɫɟɝɞɚɜɵɪɚɠɚɟɬɢɪɟɚɤɰɢɸɚɜɬɨɪɚɯɨɬɹɬɨ
ɢɥɢ ɢɧɨɟ ɫɥɨɜɨ ɢ ɰɟɥɚɹ ɫɨɜɨɤɭɩɧɨɫɬɶ ɫɥɨɜ ɦɨɠɟɬ ɛɵɬɶ ɨɬɞɚɧɚ
ɩɨɱɬɢɜɩɨɥɧɨɟɪɚɫɩɨɪɹɠɟɧɢɟɝɟɪɨɸɜɷɬɨɦɫɦɵɫɥɟɦɵɦɨɠɟɦ
ɫɤɚɡɚɬɶɱɬɨɤɚɠɞɨɟɫɥɨɜɨɷɩɨɫɚɤɪɨɦɟɩɨɧɹɬɢɹɩɪɟɞɦɟɬɚɢɨɛ-
ɪɚɡɚɜɵɪɚɠɚɟɬɪɟɚɤɰɢɸɧɚɪɟɚɤɰɢɸɪɟɚɤɰɢɸɚɜɬɨɪɚɧɚɪɟɚɤɰɢɸ
ɝɟɪɨɹɬɟɤɚɠɞɨɟɩɨɧɹɬɢɟɨɛɪɚɡɢɩɪɟɞɦɟɬɠɢɜɟɬɜɞɜɭɯɩɥɚɧɚɯ
ɢɨɫɦɵɫɥɢɜɚɟɬɫɹɜɞɜɭɯɰɟɧɧɨɫɬɧɵɯɤɨɧɬɟɤɫɬɚɯ²ɜɤɨɧɬɟɤɫɬɟ
ɝɟɪɨɹɢɜɤɨɧɬɟɤɫɬɟɚɜɬɨɪɚȾɚɥɟɟɦɵɭɜɢɞɢɦɱɬɨɷɬɢɰɟɧɧɨɫɬ-
ɧɵɟ ɪɟɚɤɰɢɢ ɥɟɠɚɬ ɜ ɪɚɡɧɵɯ ɤɭɥɶɬɭɪɧɵɯ ɦɢɪɚɯ ɜɟɞɶ ɪɟɚɤɰɢɹ
ɢ! ɨɰɟɧɤɚ ɝɟɪɨɹ ɟɝɨ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɚɹ ɭɫɬɚɧɨɜɤɚ ɧɨɫɢɬ
ɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɢɣɢɠɢɡɧɟɧɧɨɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɢɣɯɚɪɚɤɬɟɪ
ɚɜɬɨɪɪɟɚɝɢɪɭɟɬɧɚɧɟɟɢɡɚɜɟɪɲɚɟɬɟɟɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɋɭɳɟɫɬɜɟɧ-
ɧɚɹɠɢɡɧɶɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɟɫɬɶɷɬɨɫɨɛɵɬɢɟɞɢɧɚɦɢɱɟɫɤɢɠɢɜɨɝɨ
ɨɬɧɨɲɟɧɢɹɝɟɪɨɹɢɚɜɬɨɪɚȼɠɢɜɨɦɱɬɟɧɢɢɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɦɨɠɧɨ
ɝɨɥɨɫɨɦ ɩɟɪɟɞɚɜɚɬɶ ɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨ ɨɬɱɟɬɥɢɜɨ ɨɛɟ ɢɧɬɨɧɚɰɢɢ ɬɚɦ
ɝɞɟɷɬɨɛɵɜɚɟɬɧɭɠɧɨɤɨɧɟɱɧɨɧɟɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɤɚɠɞɨɦɭɨɬ-
ɞɟɥɶɧɨɦɭɫɥɨɜɭɜɨɜɫɹɤɨɦɫɥɭɱɚɟɱɢɫɬɨɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɨɟɱɬɟɧɢɟ
ɧɟɞɨɩɭɫɬɢɦɨɜɝɨɥɨɫɟɜɫɟɜɪɟɦɹɞɨɥɠɧɚɡɜɭɱɚɬɶɚɤɬɢɜɧɚɹɷɫɬɟ-
ɬɢɱɟɫɤɢɮɨɪɦɢɪɭɸɳɚɹɷɧɟɪɝɢɹɚɜɬɨɪɚ
ȼɥɢɪɢɤɟɚɜɬɨɪɧɚɢɛɨɥɟɟɮɨɪɦɚɥɢɫɬɢɱɟɧɬɟɬɜɨɪɱɟɫɤɢɪɚɫ-
ɬɜɨɪɹɟɬɫɹɜɨɜɧɟɲɧɟɣɡɜɭɱɚɳɟɣɢɜɧɭɬɪɟɧɧɟɣɠɢɜɨɩɢɫɧɨɫɤɭɥɶ-
ɩɬɭɪɧɨɣɢɪɢɬɦɢɱɟɫɤɨɣɮɨɪɦɟɨɬɫɸɞɚɤɚɠɟɬɫɹɱɬɨɟɝɨɧɟɬɱɬɨ
ɨɧɫɥɢɜɚɟɬɫɹɫɝɟɪɨɟɦɢɥɢɧɚɨɛɨɪɨɬɧɟɬɝɟɪɨɹɚɬɨɥɶɤɨɚɜɬɨɪ
ɇɚɫɚɦɨɦɠɟɞɟɥɟɢɡɞɟɫɶɝɟɪɨɣɢɚɜɬɨɪɩɪɨɬɢɜɨɫɬɨɹɬɞɪɭɝɞɪɭɝɭ
ɢɜɤɚɠɞɨɦɫɥɨɜɟɡɜɭɱɢɬɪɟɚɤɰɢɹɧɚɪɟɚɤɰɢɸɋɜɨɟɨɛɪɚɡɢɟɥɢ-
ɪɢɤɢɜɷɬɨɦɨɬɧɨɲɟɧɢɢɢɟɟɨɛɴɟɤɬɢɜɧɨɫɬɶɦɵɡɞɟɫɶɟɳɟɨɛɫɭɠ-
ɞɚɬɶɧɟɦɨɠɟɦɌɟɩɟɪɶɠɟɦɵɜɟɪɧɟɦɫɹɤɢɧɬɨɧɚɬɢɜɧɨɣɫɬɪɭɤɬɭ-
ɪɟɧɚɲɟɣɩɶɟɫɵɁɞɟɫɶɜɤɚɠɞɨɦɫɥɨɜɟɡɜɭɱɢɬɞɜɨɣɧɚɹɪɟɚɤɰɢɹ
ɇɭɠɧɨɢɦɟɬɶɪɚɡɢɧɚɜɫɟɝɞɚɜɜɢɞɭɱɬɨɪɟɚɤɰɢɹɧɚɩɪɟɞɦɟɬɟɝɨ
ɨɰɟɧɤɚ ɢ ɫɚɦɵɣ ɩɪɟɞɦɟɬ ɷɬɨɣ ɨɰɟɧɤɢ ɧɟ ɞɚɧɵ ɤɚɤ ɪɚɡɧɵɟ ɦɨ-
ɦɟɧɬɵɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɢɫɥɨɜɚɷɬɨɦɵɢɯɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɪɚɡɥɢɱɚɟɦɜ
ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɨɰɟɧɤɚɩɪɨɧɢɤɚɟɬɩɪɟɞɦɟɬɛɨɥɟɟɬɨɝɨɨɰɟɧɤɚ
ɫɨɡɞɚɟɬ ɨɛɪɚɡ ɩɪɟɞɦɟɬɚ ɢɦɟɧɧɨ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɚɹ ɪɟɚɤ-
ɰɢɹɫɝɭɳɚɟɬɩɨɧɹɬɢɟɜɨɛɪɚɡɩɪɟɞɦɟɬɚɊɚɡɜɟɧɚɲɚɩɶɟɫɚɢɫɱɟɪ-
ɩɵɜɚɟɬɫɹɜɩɟɪɜɨɣɟɟɱɚɫɬɢɬɨɧɨɦɫɤɨɪɛɢɪɚɡɥɭɤɢɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɢ
ɩɟɪɟɠɢɬɨɣɷɬɢɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɢɫɤɨɪɛɧɵɟɬɨɧɚɟɫɬɶɧɨɨɧɢɨɯɜɚ-
ɱɟɧɵɢɨɛɜɨɥɚɤɢɜɚɸɬɫɹɜɨɫɩɟɜɚɸɳɢɦɢɢɯɫɨɜɫɟɦɧɟɫɤɨɪɛɧɵɦɢ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 189

parola dell’autore; malgrado ciò, certe parole o un complesso di


parole possono essere considerate quasi a completa disposizione
dell’eroe; in questo senso possiamo dire che ogni parola dell’epos
esprime una reazione alla reazione, la reazione dell’autore alla rea-
zione dell’eroe, cioè ogni comprensione, forma e oggetto, vive su
due piani, viene intesa all’interno di due contesti assiologici: nel
contesto dell’eroe e nel contesto dell’autore. In seguito vedremo
che queste reazioni assiologiche si situano in differenti universi
culturali: la reazione ed il giudizio dell’eroe, la sua collocazione
emotivo-volitiva che possiede un carattere etico-conoscitivo e rea-
listico-esistenziale; l’autore reagisce a tale reazione e la porta a
compimento esteticamente. La vera vita dell’opera consiste in que-
sto evento del rapporto dinamico, vivo tra eroe e autore. Leggendo
un’opera, con la voce possiamo distinguere abbastanza distinta-
mente entrambe le intonazioni, naturalmente quando è necessario,
e non è in relazione ad ogni singola parola; però, in ogni caso, una
lettura puramente realistica è inammissibile, poiché nella voce,
per tutto il tempo, deve poter risuonare l’attiva energia estetico-
formativa dell’autore.
Nella lirica l’autore è più formalista, cioè si dissolve in una
forma esternamente sonora e internamente plastico-pittorica e
ritmica, sicché sembra che egli sia assente, o che sia tutt’uno con
l’eroe, oppure, al contrario, che qui non vi sia l’eroe ma sia presen-
te solo l’autore. In realtà, qui l’eroe e l’autore si contrappongono
l’uno all’altro, ed in ogni parola risuona una reazione alla reazio-
ne. Non possiamo esaminare qui il carattere peculiare della lirica
sotto questo aspetto o la sua oggettività. Torneremo, invece, alla
struttura intonativa della nostra poesia. Qui in ogni parola risuona
una doppia reazione. Bisogna tener presente, una volta per tutte,
che la reazione all’oggetto, la sua valutazione e lo stesso oggetto di
tale valutazione, non ci sono dati come momenti diversi dell’opera
e della parola, e noi li distinguiamo solo per astrazione; in realtà,
la valutazione permea l’oggetto valutato e, soprattutto, crea l’im-
magine dell’oggetto valutato, perché è proprio la reazione estetico-
formale che rafforza la comprensione dell’immagine dell’oggetto.
Forse che il tono del dolore, dell’addio, qual è nella reale vita vis-
suta può realmente esaurire la nostra poesia nella sua prima parte?
Questi toni sono realisticamente dolorosi, ma essi sono stati avvolti
e si avvolgono, da toni non dolorosi che li esaltano e li celebrano:
190 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɬɨɧɚɦɢɪɢɬɦɢɢɧɬɨɧɚɰɢɹ²©ɜɱɚɫɧɟɡɚɛɜɟɧɧɵɣɜɱɚɫɩɟɱɚɥɶ-
ɧɵɣɹɞɨɥɝɨɩɥɚɤɚɥɧɚɞɬɨɛɨɣª²ɧɟɬɨɥɶɤɨɩɟɪɟɞɚɸɬɬɹɠɟɫɬɶ
ɷɬɨɝɨ ɱɚɫɚ ɢ ɩɥɚɱɚ ɧɨ ɢ ɜɦɟɫɬɟ ɢ ɩɪɟɨɞɨɥɟɧɢɟ ɷɬɨɣ ɬɹɠɟɫɬɢ ɢ
ɩɥɚɱɚɜɨɫɩɟɜɚɧɢɟɢɯɞɚɥɟɟɠɢɜɨɩɢɫɧɨɩɥɚɫɬɢɱɟɫɤɢɣɨɛɪɚɡɦɭ-
ɱɢɬɟɥɶɧɨɝɨɩɪɨɳɚɧɢɹ©ɦɨɢɯɥɚɞɟɸɳɢɟɪɭɤɢª©ɦɨɣɫɬɨɧɦɨɥɢɥ
ɧɟɩɪɟɪɵɜɚɬɶª²ɜɨɜɫɟɧɟɩɟɪɟɞɚɟɬɬɨɥɶɤɨɦɭɱɢɬɟɥɶɧɨɫɬɶɟɝɨ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɚɹ ɪɟɚɤɰɢɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɦɭɱɢɬɟɥɶɧɨɝɨ
ɩɪɨɳɚɧɢɹɧɢɤɨɝɞɚɢɡɫɟɛɹɧɟɦɨɠɟɬɩɨɪɨɞɢɬɶɩɥɚɫɬɢɱɟɫɤɢɠɢ-
ɜɨɩɢɫɧɵɣɨɛɪɚɡɞɥɹɷɬɨɝɨɷɬɚɦɭɱɢɬɟɥɶɧɚɹɪɟɚɤɰɢɹɫɚɦɚɞɨɥɠɧɚ
ɫɬɚɬɶɩɪɟɞɦɟɬɨɦɨɬɧɸɞɶɧɟɦɭɱɢɬɟɥɶɧɨɣɚɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɦɢɥɭɸ-
ɳɟɣɪɟɚɤɰɢɢɬɟɷɬɨɬɨɛɪɚɡɩɨɫɬɪɨɹɟɬɫɹɧɟɜɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɤɨɧ-
ɬɟɤɫɬɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɪɚɫɫɬɚɸɳɟɝɨɫɹ ɇɚɤɨɧɟɰ ɢ ɜ ɩɨɫɥɟɞɧɢɯ
ɫɬɪɨɤɚɯ ©ɢɫɱɟɡ ɢ ɩɨɰɟɥɭɣ ɫɜɢɞɚɧɶɹª ² ɬɨɧɚ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ-
ɝɨɨɠɢɞɚɧɢɹɢɜɟɪɵɝɟɪɨɹɜɩɪɟɞɫɬɨɹɳɢɣɩɨɰɟɥɭɣɨɛɴɟɦɥɸɬɫɹ
ɧɢɱɟɝɨ ɧɟ ɠɞɭɳɢɦɢ ɚ ɜɩɨɥɧɟ ɡɚɜɟɪɲɟɧɧɨ ɭɫɩɨɤɚɢɜɚɸɳɢɦɢ ɜ
ɧɚɫɬɨɹɳɟɦ ɬɨɧɚɦɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ ɛɭɞɭɳɟɟ ɝɟɪɨɹ ɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹ
ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɵɦ ɛɭɞɭɳɢɦ ɞɥɹ ɚɜɬɨɪɚ ² ɬɜɨɪɰɚ ɮɨɪɦɵ Ʉɪɨɦɟ
ɬɨɝɨɤɚɤɦɵɭɠɟ ɪɚɧɶɲɟ ɨɬɦɟɬɢɥɢ ɪɟɚɤɰɢɹ ɝɟɪɨɹ ɜ ɧɟɤɨɬɨɪɵɟ
ɦɨɦɟɧɬɵɫɚɦɚɨɛɴɟɦɥɟɬɪɟɚɤɰɢɸɝɟɪɨɢɧɢɧɨɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɤɨɧ-
ɬɟɤɫɬɝɟɪɨɹɜɫɟɠɟɧɟɞɨɫɬɢɝɚɟɬɡɞɟɫɶɩɨɥɧɨɣɫɚɦɨɫɬɨɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢ
ɉɟɪɟɯɨɞɢɦɬɟɩɟɪɶɤɬɟɦɟɧɚɲɟɣɩɶɟɫɵ
ɇɟɨɛɯɨɞɢɦɨɜɫɟɜɪɟɦɹɢɦɟɬɶɜɜɢɞɭɱɬɨɪɚɡɥɢɱɚɟɦɵɟɧɚɦɢ
ɢɧɬɨɧɚɰɢɢ ɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɚɹ ɢ ɮɨɪɦɚɥɶɧɚɹ ɧɢɝɞɟ ɧɟ ɞɚɧɵ ɜ ɫɜɨ-
ɟɦɱɢɫɬɨɦɜɢɞɟɞɚɠɟɜɠɢɡɧɢɝɞɟɤɚɠɞɨɟɫɥɨɜɨɢɧɬɨɧɢɪɭɟɬɫɹ
ɧɚɦɢɷɬɚɢɧɬɨɧɚɰɢɹɧɟɛɵɜɚɟɬɱɢɫɬɨɪɟɚɥɢɫɬɢɱɟɫɤɨɣɧɨɜɫɟɝɞɚ
ɫ ɧɟɤɨɬɨɪɨɣ ɩɪɢɦɟɫɶɸ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣ ɱɢɫɬɚ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɚɹ ɩɨ-
ɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɚɹɪɟɚɤɰɢɹɧɨɟɟɜɵɫɤɚɡɵɜɚɧɢɟɞɥɹɞɪɭɝɨɝɨ
ɧɟɢɡɛɟɠɧɨ ɩɪɢɧɢɦɚɟɬ ɜ ɫɟɛɹ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣ ɷɥɟɦɟɧɬ ɜɫɹɤɨɟ ɜɵ-
ɪɚɠɟɧɢɟ ² ɤɚɤ ɬɚɤɨɜɨɟ ɭɠɟ ɷɫɬɟɬɢɱɧɨ Ɉɞɧɚɤɨ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣ
ɷɥɟɦɟɧɬ ɡɞɟɫɶ ɢɝɪɚɟɬ ɥɢɲɶ ɫɥɭɠɟɛɧɭɸ ɪɨɥɶ ɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ
ɧɚɩɪɚɜɥɟɧɢɟɪɟɚɤɰɢɢ²ɪɟɚɥɢɫɬɢɱɧɨɋɤɚɡɚɧɧɨɟɪɚɫɩɪɨɫɬɪɚɧɹ-
ɟɬɫɹɢɧɚɮɨɪɦɚɥɶɧɭɸɪɟɚɤɰɢɸ 
ɂɬɚɤ ɩɟɪɟɯɨɞɢɦ ɤ ɬɟɦɟ ȼɫɥɟɞɫɬɜɢɟ ɭɤɚɡɚɧɧɨɣ ɭɠɟ ɨɫɨɛɟɧ-
ɧɨɫɬɢ ɱɢɫɬɨɣ ɥɢɪɢɤɢ ɩɨɱɬɢ ɩɨɥɧɨɦɭ ɫɨɜɩɚɞɟɧɢɸ ɚɜɬɨɪɚ ɢ ɝɟ-
ɪɨɹ ɱɪɟɡɜɵɱɚɣɧɨ ɬɪɭɞɧɨ ɜɵɞɟɥɢɬɶ ɢ ɮɨɪɦɭɥɢɪɨɜɚɬɶ ɬɟɦɭ ɤɚɤ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɟ ɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɢ ɡɧɚɱɢɦɨɟ ɩɨɥɨɠɟɧɢɟ ɢɥɢ ɷɬɢɱɟɫɤɨɟ
ɨɛɫɬɨɹɧɢɟɋɨɞɟɪɠɚɧɢɟɥɢɪɢɤɢɨɛɵɱɧɨɧɟɤɨɧɤɪɟɬɢɡɨɜɚɧɨ ɤɚɤɢ
ɦɭɡɵɤɢ ɷɬɨɤɚɤɛɵɫɥɟɞɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨɧɚɩɪɹɠɟɧɢɹ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 191

il ritmo e l’intonazione – “Nell’ora atroce che il tempo non sana


/ Molto già piansi mentre accanto ti ero” – non solo si risentono
dell’oppressione di quest’ora e del pianto, ma ne sono, nello stesso
tempo, anche il superamento, la loro esaltazione; inoltre, la forma
plastico-pittorica dello straziante commiato: “Cercavano le mie ge-
lide dita di trattenerti ancor qualche momento...” non trasmette
completamente solo il suo tormento: la reazione emotivo-volitiva
dell’effettivo straziante addio non può mai generare da sé una fi-
gura plastico-pittorica, perciò questa stessa reazione dolorosa deve
diventare l’oggetto di una reazione che non è del tutto dolorosa,
deve diventare l’oggetto di una reazione esteticamente dolorosa;
cioè questa immagine non si costruisce nel contesto assiologico
di un effettivo distacco. Infine, nei versi successivi: “scomparvero
[…. ] ed anche il bacio del tuo appuntamento...” – i toni dell’attesa
reale e la fiducia dell’eroe nel bacio futuro sono racchiusi da toni
che non si aspettano niente dal futuro e che sono completamente
compiuti e bloccati nel presente; il futuro reale dell’eroe diventa
un futuro artistico per l’autore, per il creatore della forma. Inoltre,
come abbiamo già detto, la reazione dell’eroe, in alcuni momen-
ti, si estende alla reazione dell’eroina, ma il contesto assiologico
dell’eroe qui non raggiunge la piena indipendenza.
Passiamo ora al tema della nostra poesia.
(È necessario tenere costantemente presente che l’intonazione
che abbiamo distinto in intonazione realistica e intonazione for-
male non è mai determinata così in senso puro; anche nella vita,
l’intonazione che ogni parola riceve da noi non è mai puramente
realistica, ma è sempre mescolata con quella estetica. Una reazione
etico-conoscitiva per quanto pura, contiene nella sua enunciazione
per un altro inevitabilmente un elemento estetico; ogni espressio-
ne come tale è già estetica. Tuttavia, l’elemento estetico qui gioca
solo un ruolo secondario ed ogni effettivo orientamento di una
tale reazione è realistico. Tutto ciò è estensibile anche alla reazione
formale).
E così torniamo al tema. Data la peculiarità della lirica pura,
cioè quasi piena convergenza dell’autore e dell’eroe, è straordina-
riamente difficile individuare e formulare un tema come situazione
avente un preciso significato prosastico, come un evento epico. Il
contenuto della lirica spesso non è (come nella musica) reso in mo-
do concreto: è come se fosse la traccia di una tensione etico-cono-
192 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɬɨɬɚɥɶɧɚɹɷɤɫɩɪɟɫɫɢɹ²ɟɳɟɧɟɞɢɮɮɟɪɟɧɰɢɪɨɜɚɧɧɚɹ²ɜɨɡɦɨɠ-
ɧɨɣ "! ɦɵɫɥɢ ɢ ɩɨɫɬɭɩɤɚ ɫɚɦɨɟ ɢɧɬɟɥɥɟɤɬɭɚɥɶɧɨɟ ɢ ɜɨɥɟɜɨɟ
ɭɫɢɥɢɟɧɚɩɪɹɠɟɧɢɹ ɜɨɡɦɨɠɧɨɝɨ ɩɨɡɧɚɧɢɹ ɢ ɩɨɫɬɭɩɤɚɉɨɷɬɨɦɭ
ɮɨɪɦɭɥɢɪɨɜɚɬɶ ɬɟɦɭ ɞɨɥɠɧɨ ɱɪɟɡɜɵɱɚɣɧɨ ɨɫɬɨɪɨɠɧɨ ɢ ɜɫɹɤɚɹ
ɮɨɪɦɭɥɢɪɨɜɤɚɛɭɞɟɬɭɫɥɨɜɧɚɧɟɛɭɞɟɬɜɵɪɚɠɚɬɶɚɞɟɤɜɚɬɧɨɞɟɣ-
ɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɢɣɤɨɧɬɟɤɫɬɁɞɟɫɶɦɵɢɧɟɢɦɟɟɦɜɜɢɞɭ
ɭɫɬɚɧɚɜɥɢɜɚɬɶɷɬɨɬɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɢɣɤɨɧɬɟɤɫɬɞɥɹ
ɷɬɨɝɨɩɪɢɲɥɨɫɶɛɵɭɱɟɫɬɶɛɢɨɝɪɚɮɢɱɟɫɤɨɟɫɨɛɵɬɢɟ ɷɬɢɱɟɫɤɨɟ 
ɨɞɟɫɫɤɨɣ ɥɸɛɜɢ ɉɭɲɤɢɧɚ ɢ ɟɟ ɨɬɡɜɭɤɢ ɜ ɩɨɫɥɟɞɭɸɳɟɟ ɜɪɟɦɹ
ɭɱɟɫɬɶ ɫɨɨɬɜɟɬɫɬɜɭɸɳɢɟ ɷɥɟɝɢɢ  ɢ  ɝɨɞɚ ɞɪɭɝɢɟ ɩɪɨɢɡɜɟ-
ɞɟɧɢɹɝɨɞɚɢɩɪɟɠɞɟɜɫɟɝɨ©Ɂɚɤɥɢɧɚɧɢɟªɭɱɟɫɬɶɥɢɬɟɪɚɬɭɪ-
ɧɵɟɢɫɬɨɱɧɢɤɢɨɛɪɚɛɨɬɤɢɬɟɦɵ²ɜɟɟɲɢɪɨɤɨɣɮɨɪɦɭɥɢɪɨɜɤɟ
²ɥɸɛɜɢɢɫɦɟɪɬɢɢɩɪɟɠɞɟɜɫɟɝɨȻɚɪɪɢɄɨɪɧɭɨɥɚɤɨɬɨɪɵɟɨɛ-
ɭɫɥɨɜɢɥɢɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɛɥɢɡɤɨɟɩɨɬɟɦɟɫɬɢɯɨɬɜɨɪɟɧɢɟ©Ɂɚ-
ɤɥɢɧɚɧɢɟªɢɰɟɥɵɣɪɹɞɞɪɭɝɢɯɯɪɨɧɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɛɥɢɡɤɢɯɩɪɨɢɡ-
ɜɟɞɟɧɢɣɧɚɤɨɧɟɰɜɫɸɛɢɨɝɪɚɮɢɱɟɫɤɭɸɢɞɭɯɨɜɧɭɸɨɛɫɬɚɧɨɜɤɭ
ɝɨɞɚ ɩɪɟɞɫɬɨɹɳɢɣɛɪɚɤɢɩɪ ɇɟɩɨɞɥɟɠɢɬɫɨɦɧɟɧɢɸɱɬɨ
ɷɬɢɱɟɫɤɚɹɢɞɟɹ©ɜɟɪɧɨɫɬɢªɜɫɜɹɡɢɫɛɢɨɝɪɚɮɢɱɟɫɤɨɣɨɛɫɬɚɧɨɜ-
ɤɨɣɡɚɧɢɦɚɥɚɨɞɧɨɢɡɰɟɧɬɪɚɥɶɧɵɯɦɟɫɬɜɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢɱɟ-
ɫɤɨɣɠɢɡɧɢɚɜɬɨɪɚɜȻɨɥɞɢɧɟ ©Ɋɵɰɚɪɶɛɟɞɧɵɣª©ɉɪɨɳɚɧɢɟªɢ
ɩɪ©ɄɚɦɟɧɧɵɣȽɨɫɬɶª ɉɪɢɱɟɦɞɥɹɨɫɜɟɳɟɧɢɹɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɨɝɨ
ɤɨɧɬɟɤɫɬɚɥɢɪɢɤɢɫɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɟɡɧɚɱɟɧɢɟɢɦɟɸɬɧɟɥɢɪɢɱɟɫɤɢɟ
ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹ ɚɜɬɨɪɚ ɝɞɟ ɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɚɹ ɢɞɟɹ ɜɫɟɝɞɚ ɨɬɱɟɬɥɢɜɨ
ɜɵɪɚɠɟɧɚɉɨɞɨɛɧɚɹɪɚɛɨɬɚɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɧɟɜɯɨɞɢɬɜɤɪɭɝɧɚɲɟɣ
ɡɚɞɚɱɢɧɚɦɜɚɠɟɧɥɢɲɶɨɛɳɢɣɦɨɦɟɧɬɢɧɤɚɪɧɚɰɢɢɥɢɪɢɱɟɫɤɨɣ
ɬɟɦɵ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɦɭ ɰɟɥɨɦɭ ɩɨɷɬɨɦɭ ɧɚɲɚ ɮɨɪɦɭɥɢɪɨɜɤɚ
ɧɟ ɦɨɠɟɬ ɩɪɟɬɟɧɞɨɜɚɬɶ ɛɵɬɶ ɫɬɪɨɝɨ ɜɨ ɜɫɟɯ ɦɨɦɟɧɬɚɯ ɨɛɨɫɧɨ-
ɜɚɧɧɨɣɂɧɤɚɪɧɢɪɭɟɦɚɹɬɟɦɚɥɸɛɨɜɶɢɫɦɟɪɬɶ²ɨɫɥɨɠɧɟɧɚɢ
ɤɨɧɤɪɟɬɢɡɨɜɚɧɚ ɱɚɫɬɧɨɣ "! ɬɟɦɨɣ ©ɨɛɟɳɚɧɢɟ ɢ ɢɫɩɨɥɧɟɧɢɟª
ɨɛɟɳɚɧɢɟɫɜɢɞɚɧɢɹɫɥɸɛɢɦɨɣɛɭɞɟɬɢɫɩɨɥɧɟɧɨɯɨɬɹɧɚɞɨɪɨɝɟ
ɢɫɬɚɥɚɫɦɟɪɬɶɜɜɟɱɧɨɫɬɢɗɬɚɬɟɦɚɢɧɤɚɪɧɢɪɨɜɚɧɚɱɟɪɟɡɨɛɪɚɡ
©ɩɨɰɟɥɭɹ ɫɜɢɞɚɧɶɹª ɨɛɟɳɚɧɧɵɣ ɩɨɰɟɥɭɣ ɫɜɢɞɚɧɶɹ ©ɭɫɬɚ ɞɥɹ
ɫɬɪɚɫɬɧɨɝɨɥɨɛɡɚɧɶɹɦɵɜɧɨɜɶɫɨɟɞɢɧɢɦª ɭɦɟɪɲɢɣɩɨɰɟɥɭɣ
©ɢɫɱɟɡ ɢ ɩɨɰɟɥɭɣ ɫɜɢɞɚɧɶɹª  ɜɨɫɤɪɟɫɲɢɣ ɩɨɰɟɥɭɣ ©ɠɞɭ ɟɝɨ
ɨɧɡɚɬɨɛɨɣª ɬɟɦɚɤɨɧɤɪɟɬɢɡɨɜɚɧɚɫɢɧɟɤɞɨɯɢɱɟɫɤɢɌɟɦɚɱɢɫɬɨ
ɷɬɢɱɟɫɤɚɹɧɨɨɧɚɥɢɲɟɧɚɫɜɨɟɝɨɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨɠɚɥɚɡɚɤɪɵɬɚɨɛ-
ɪɚɡɨɦɩɨɰɟɥɭɹ²ɷɬɨɰɟɧɬɪɚɥɶɧɵɣɬɟɦɚɬɢɱɟɫɤɢɣɨɛɪɚɡɁɚɞɚɧɵ
"!ɦɨɦɟɧɬɵɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨɫɨɛɵɬɢɹɥɸɛɜɢɢɡɚɝɪɨɛɧɨɝɨɫɜɢɞɚɧɢɹ
ɫɥɸɛɢɦɨɣɢɫɜɹɡɚɧɧɵɯɫɧɢɦɢɷɬɢɱɟɫɤɢɯɩɨɫɬɭɩɤɨɜɜɟɪɧɨɫɬɶ
ɨɱɢɳɟɧɢɟ ɢ ɩɪ ɤɨɬɨɪɵɟ ɜɨɲɥɢ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢ ɩɟɪɟɪɨɠɞɟɧɧɵɟ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 193

scitiva, l’espressione totale – ancora indifferenziata – di un possibi-


le [?] pensiero ed azione. Perciò si deve formulare il tema con
estrema precauzione, ed ogni formulazione sarà ipotetica, non
esprimerà adeguatamente l’effettivo contesto prosastico; il che ri-
chiederebbe di prendere in considerazione: l’evento biografico (eti-
co), per esempio, l’innamoramento di Puškin a Odessa e la sua
successiva risonanza nella sua opera; le relative elegie del 1823 e
del 18245 e anche altre opere scritte nel 1830, e tra queste prima di
tutto “Incantesimo”6; le fonti letterarie per l’elaborazione del tema
– nella sua formulazione più ampia – dell’amore e della morte, che
fece da motivo del componimento intitolato “Incantesimo” e di
altri lavori dello stesso periodo e, tra tali fonti letterarie, prima di
tutto i lavori di Barry Cornwall7; infine, di tutte le circostanze bio-
grafiche e spirituali del 1830 (l’imminente matrimonio, ecc.). Non
c’è dubbio che l’idea etica di “fedeltà”, in relazione alle circostanze
biografiche, occupò un posto centrale nella vita etico-conoscitiva
dell’autore a Boldino (“Il cavaliere povero”, “Dipartita”, “Il convi-
tato di pietra”). Inoltre, per l’interpretazione del contesto prosasti-
co della poesia, hanno un significato sostanziale le opere non liri-
che dell’autore, dove l’idea prosastica viene distintamente espressa.
Una tale ricerca non rientra affatto nella sfera del nostro compito,
a noi interessa soltanto il momento generale dell’incarnazione del
tema lirico nel tutto artistico e quindi la nostra formulazione non
può pretendere di essere particolareggiata in tutti i momenti dell’a-
nalisi. Perciò il tema “amore e morte” è reso più complesso ed è
concretizzato dal [?] tema “promessa e adempimento”: la promessa
dell’incontro con l’amata verrà realizzata nell’eternità, benché lun-
go il cammino verso l’eternità ci sia la morte. Questo tema, incar-
nato attraverso l’immagine del “bacio”, il bacio promesso (noi uni-
remo di nuovo le labbra per l’appassionato bacio), il bacio svanito
(svanito il bacio dell’appuntamento), il bacio richiamato alla vita
(lo aspetto, me lo devi), questo tema, appunto, si concretizza sined-
dochicamente. Il tema puramente etico, ma privato del suo pungi-
glione etico è chiuso nell’immagine del bacio, che è un’immagine
tematica centrale di questa poesia. I momenti determinati [?]
dell’evento estetico dell’amore e dell’incontro nell’oltretomba con
l’amato, sono legati adesso da azioni estetiche (la fedeltà, la purifi-
cazione, ecc. – tali azioni sono presentate come esteticamente rige-
nerate nella poesia di Dante), dove un evento effettivo si verifica
194 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜ ɥɢɪɢɤɭ Ⱦɚɧɬɟ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɟ ɚɛɫɨɥɸɬɧɨɟ ɩɪɟɞɫɬɨɹɳɟɟ ɫɨ-


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L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 195

nel futuro reale, e sono distribuite in un insieme metaforico e rit-


mico. Se la fede e la speranza reali nell’incontro futuro (esse avreb-
bero potuto esistere nella coscienza dell’autore, di Puškin, solo che
la sua biografia rende incerta questa ipotesi, e lo stesso accade in
Žukovskij8), se fossero state effettivamente presenti (sicché l’autore
sarebbe venuto a coincidere totalmente con il suo eroe), non avreb-
bero potuto generare di per sé nulla di compiuto e di autosufficien-
te, malgrado il futuro effettivo dell’eroe, anche se un futuro dotato
di senso. Il momento conclusivo è determinato da un’altra disposi-
zione emotivo-volitiva in relazione all’evento come insieme, cioè da
una disposizione che collega questo evento con i suoi propri parte-
cipanti e costituisce come suo centro di valore non l’oggetto di
questa emozione e di questa aspirazione (l’effettivo incontro
nell’oltretomba), ma la stessa emozione ed aspirazione da parte del
soggetto, dal punto di vista di chi ne fa esperienza – dell’eroe. Non
è necessario sapere se Puškin abbia realmente potuto ricevere il
bacio nell’oltretomba <?>, non abbiamo bisogno <1 o 2 parole il-
legg. > di un’argomentazione filosofica, religiosa o etica sulla pos-
sibilità e sulla necessità di un incontro nell’aldilà e sulla resurrezio-
ne (l’immortalità come postulato del vero amore), perché per noi
l’evento è pienamente compiuto e risolto. L’analisi prosastica può e
deve approfondire questo tema dal punto di vista filosofico e reli-
gioso in maniera appropriata: il postulato dell’immortalità dell’a-
more, la forza ontologica della devozione eterna (“Chi non ha di-
menticato, non rinuncia a nulla”, “Ogni cosa è un dono che Dio
riprende, ma che il cuore testardo non vuol cedere”) – è uno dei
temi più profondi della lirica d’amore di tutti i tempi (Dante, Pe-
trarca, Novalis9, Žukovskij, Ivanov10, Solov’ëv11, ecc.). Questo com-
pimento di un perpetuo, intenso tema filosofico sempre aperto e di
una possibilità di azione etica ed esistenziale, è ottenuto da parte
dell’autore attraverso uno spostamento dell’evento, col suo signifi-
cato già determinato, che viene raffigurato relativamente all’eroe-
uomo. Perciò questo eroe-uomo può venire a coincidere con l’auto-
re-uomo, cosa che quasi sempre accade, ma l’eroe dell’opera non
può mai coincidere con il suo autore-creatore, altrimenti non
avremmo un’opera d’arte. Se la reazione dell’autore si fonde con la
reazione dell’eroe, allora essa talvolta [?] può essere [?] conoscitiva
ed etica; essa si dirige direttamente verso l’oggetto ed il significato;
l’autore comincia a conoscere e ad agire insieme all’eroe, ma perde
196 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɬɟ ɫ ɝɟɪɨɟɦ ɧɨ ɬɟɪɹɟɬ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟ ɡɚɜɟɪɲɚɸɳɟɟ ɜɢɞɟɧɢɟ


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ɧɢɟɤɧɟɦɭɚɜɬɨɪɚ"Ɉɛɷɬɨɦɡɞɟɫɶɥɢɲɶɧɟɫɤɨɥɶɤɨɩɪɟɞɜɚɪɢɬɟɥɶ-
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L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 197

la compiutezza propria della visione artistica. Ciò, però, avviene


fino ad un certo grado. La reazione si collega immediatamente
all’oggetto: quindi l’intonazione enunciando direttamente, non
può essere esteticamente produttiva, ma solo conoscitiva ed etica;
la reazione estetica è reazione ad una reazione, non all’oggetto e al
significato in se stessi, ma all’oggetto e al significato per un dato
individuo umano, cioè messi in relazione con i valori dell’indivi-
duo umano in questione. Nella nostra poesia, il tema etico-cono-
scitivo della fede e della speranza <?> viene fatto incarnare nell’e-
roe lirico <3 parole illegg.>. Che cosa significa ciò per l’eroe e in
quale rapporto l’autore sta con lui? Su questo argomento faremo
qui solo delle osservazioni preliminari. Cominciamo a parlare del
rapporto, perché è il rapporto creativo a determinare l’oggetto. Il
rapporto dell’autore con l’eroe lirico è qui semplicemente un rap-
porto immediatamente formale ed estetico: il sentire etico-conosci-
tivo e assiologico, cromatico, dell’eroe, che è una reazione oggetti-
va, qui diventa l’oggetto immediato della reazione puramente
estetica, demiurgica, celebrativa dell’autore; e si può affermare che
le emozioni dell’eroe qui non sono direttamente incorporate nella
forma e nel ritmo, e perciò sembra che non vi sia autore né eroe,
cioè una persona individuale che percepisce assiologicamente. Tra
loro, come vedremo dettagliatamente più oltre, nell’epos, e soprat-
tutto nel romanzo, ma talvolta anche nella lirica (Heinrich Heine),
l’eroe e il suo sentire, la sua disposizione emotivo-volitiva nel suo
insieme, non si sono incorporati direttamente nella pura forma
estetica, ma ricevono preliminarmente una ridefinizione dall’auto-
re; cioè l’autore, prima di reagire ad essi in modo immediatamente
estetico-formale, reagisce in modo conoscitivo-etico, ma fa subito
seguire alla ridefinizione conoscitivo-etica dell’eroe-morale, psico-
logica, sociale, filosofica, <2 parole illegg.>, ecc., il suo compimen-
to artistico, e ciò anche laddove l’eroe è fortemente autobiografico.
Questa ridefinizione etico-conoscitiva, così strettamente e forte-
mente legata alla successiva forma estetica da essere appena distin-
guibile da essa anche in un’analisi astratta, qui si compie quasi
immediatamente ed impercettibilmente in seguito al passaggio da
un punto di vista creativo all’altro. Inoltre, provate a scindere il
procedimento estetico-formale dalla valutazione morale-conosciti-
va dell’eroismo, dell’umorismo, dell’ironia, della satira, a distin-
guere il puro procedimento formale-artistico dall’eroicizzazione,
198 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

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ɦɚɥɶɧɨɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɣɯɚɪɚɤɬɟɪɟɝɨɡɞɟɫɶɫɨɫɨɛɟɧɧɨɣɨɱɟɜɢɞ-
ɧɨɫɬɶɸɨɩɪɚɜɞɵɜɚɟɬɫɹɋɞɪɭɝɨɣɫɬɨɪɨɧɵɜɷɬɢɯɹɜɥɟɧɢɹɯɨɫɨ-
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ɜɯɨɞɹɜɟɟɩɪɢɧɰɢɩɢɚɥɶɧɨɟɪɚɫɫɦɨɬɪɟɧɢɟɨɰɟɧɤɭɢɨɛɨɛɳɟɧɢɟ
ɢ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɟ ɡɚɜɟɪɲɟɧɢɟ ɫɨɜɟɪɲɚɟɬɫɹ ɛɟɡɛɨɥɟɡɧɟɧɧɨ ɥɟɝɤɨ
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ɝɞɟɩɟɪɟɠɢɜɚɧɢɟɤɚɤɛɵɫɚɦɨɫɟɛɹɜɨɫɩɟɜɚɟɬɫɤɨɪɛɶɢɫɤɨɪɛɢɬ
ɩɪɟɞȺɜɬɨɪɢɝɟɪɨɣɜɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɣɞɟɹɬɟɥɶɧɨɫɬɢɦɟɬɧɨ ɷɬɢɱɟ-
ɫɤɢ ɢɜɨɫɩɟɜɚɟɬɫɟɛɹɨɞɧɨɜɪɟɦɟɧɧɨɢɩɥɚɱɟɬɢɜɨɫɩɟɜɚɟɬɫɜɨɣ
ɩɥɚɱ ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɫɚɦɨɭɬɟɲɟɧɢɟ ɤɨɧɟɱɧɨɪɚɡɞɜɨɟɧɢɟɧɚɝɟɪɨɹ
ɢ ɚɜɬɨɪɚ ɡɞɟɫɶ ɟɫɬɶ ɤɚɤ ɢ ɜɨ ɜɫɹɤɨɦ ɜɵɪɚɠɟɧɢɢ ɬɨɥɶɤɨ ɧɟɱɥɟ-
ɧɨɪɚɡɞɟɥɶɧɵɣ ɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɵɣ ɜɨɣ ɤɪɢɤ ɛɨɥɢ ɧɟ ɡɧɚɸɬ ɟɝɨ
ɢɞɥɹɩɨɧɢɦɚɧɢɹɷɬɨɝɨɹɜɥɟɧɢɹɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɫɞɟɥɚɬɶɢɞɨɤɨɧɰɚ
ɨɫɨɡɧɚɬɶɷɬɨɪɚɡɥɢɱɟɧɢɟɧɨɷɬɨɨɬɧɨɲɟɧɢɟɧɨɫɢɬɥɢɲɶɨɫɨɛɵɣ
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ɧɟɫɬɵɞɢɬɫɹɛɵɬɶɜɵɪɚɠɟɧɧɵɦ ɢɪɨɧɢɱɟɫɤɚɹɥɢɪɢɤɚ ɚɜɬɨɪɭɧɟ
ɧɭɠɧɨɫɧɢɦɛɨɪɨɬɶɫɹɨɧɢɤɚɤɛɵɪɨɠɞɟɧɵɜɨɛɳɟɣɤɨɥɵɛɟɥɢ
ɞɪɭɝɞɥɹɞɪɭɝɚȾɨɥɠɧɨɨɞɧɚɤɨɫɤɚɡɚɬɶɱɬɨɷɬɚɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧ-
ɧɨɫɬɶɥɢɪɢɤɢɢɦɟɟɬɫɜɨɢɝɪɚɧɢɰɵɥɢɪɢɱɟɫɤɨɟɞɭɲɟɜɧɨɟɫɨɛɵ-
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L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 199

dall’umorizzazione, dall’ironizzazione: ebbene, ciò non è possibile


<1 parola illegg.>, e non solo per motivi di analisi, dato il carattere
insieme formale e contenutistico che qui risulta con particolare
evidenza. D’altra parte, particolarmente in questi casi risulta come
il ruolo dell’autore e l’evento esistenziale siano costituiti dalla sua
relazione con l’eroe.
La peculiarità della lirica pura, particolarmente al livello della
reazione oggettiva dell’eroe, non è abbastanza evidenziata e non
è determinata in via di principio; è come se l’autore esprimesse il
proprio parere sul piano etico e conoscitivo non entrando nella
questione di principio, nella valutazione, nella generalizzazione;
e così il compimento formale si attua senza difficoltà, facilmente.
Anche sotto questo aspetto la lirica è simile ad un canto immediato
in cui è come se si celebrasse il sentire vissuto, come se il dolore
si compiangesse non soltanto oggettivamente (eticamente) ma si
esaltasse nello stesso tempo, come se piangesse ed esaltasse il suo
pianto (autoconsolazione estetica); certamente, qui si verifica uno
sdoppiamento tra eroe ed autore, come in ogni espressione non c’è
solo il gemito immediato ed inarticolato, il grido di dolore; e per la
comprensione di questo fenomeno è necessario fare e comprendere
pienamente tale distinzione, ma questa relazione ha qui un carat-
tere del tutto particolare: è rassicurante e desiderata, l’eroe non si
addolora e non si vergogna di essere manifestato, all’autore non
è necessario lottare con lui, essi sono come venuti alla luce dalla
stessa culla, l’uno per l’altro. Bisogna, però, dire che questa imme-
diatezza della lirica ha i suoi limiti: l’evento lirico e sentimentale
può degenerare in un episodio sentimentalistico, e d’altro canto
esso può risultare falso <?>, una relazione incerta e non sentita
tra l’autore e l’eroe, una loro reciproca incomprensione, la paura
di guardarsi l’un l’altro direttamente negli occhi e di mettere to-
talmente in chiaro il loro rapporto: tale reazione molto sovente ha
luogo nella lirica, provocando una soluzione dai toni dissonanti,
che non si amalgamano armonicamente nel tutto. È anche possibi-
le una lirica sintetica [?] che non si realizza totalmente in poesie di-
stinte ed autosufficienti. Brani di varie opere liriche (la Vita nuova,
in parte i sonetti del Petrarca, a cui, nell’ambito della letteratura
contemporanea, si accostano Vjaceslav Ivanov e Das Stundenbuch
di Rilke), che sono veri e propri cicli lirici, costituiscono un’altra
possibilità. Per tali opere liriche ai fini dell’unificazione in un tutto
200 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɫɬɚɬɨɱɧɨɟɞɢɧɫɬɜɚɬɟɦɵɧɨɩɪɟɠɞɟɜɫɟɝɨɧɟɨɛɯɨɞɢɦɨɟɞɢɧɫɬɜɨ
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L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 201

unitario, l’unità tematica non è sufficiente; ciò che è necessario è


che ci sia l’unità dell’eroe e della sua posizione; in alcuni casi è per-
sino possibile parlare di carattere lirico dell’eroe. Ne riparleremo
in seguito. In ogni caso, per ciò che riguarda la lirica pura nel com-
plesso, rimane invariata la nostra posizione sulla diretta relazione
estetica dell’autore con l’eroe, sull’atteggiamento emotivo-volitivo
la cui tendenza conoscitiva ed etica non ha un carattere distinta-
mente oggettivo, né è fondato su un principio essenziale. Anche
se non possiamo, qui, per ora, fermarci sui particolari concernenti
l’eroe della nostra poesia, sulla sua relazione con l’autore, risulta
che, anche qui, la sua impostazione non è in via di principio, l’auto-
re non la valuta e non la generalizza, ma l’afferma immediatamente
in tutta la sua bellezza <?> (la gradevolezza della lirica). Ma quello
stesso tema (il suo aspetto etico-conoscitivo), nell’epos, o anche
nella lirica, avrebbe potuto essere incarnato altrimenti, attraverso
un altro eroe e avrebbe potuto avere una diversa impostazione in
rapporto all’autore. Ricordiamo che tale tema, nella stessa generale
direzione etico-conoscitiva, ma secondo un [?] del tutto differente
si ritrova nella figura di Lenskj in Evgenij Onegin di Puškin: “Egli
cantava l’abbandono e la tristezza e un non so che e la lontananza
nebbiosa [...]”12. “Lo scopo della nostra vita era per lui un mistero
affascinante, sul quale si rompeva la testa; e credeva nei prodigi”13.
Qui il tema è completamente privato della sua autorità etico-co-
noscitiva, in quanto diviene soltanto un momento della caratteriz-
zazione artistica di un dato uomo, cioè Lenskj, caratterizzazione
dai toni umoristici e popolari; qui la reazione dell’autore è con-
dizionata e dalla scelta delle parole e dall’intonazione dell’intera
posizione emotivo-volitiva ed etico-conoscitiva dell’eroe, che non
è valutata e determinata dall’autore soltanto da un punto di vista
artistico-formale, ma anche ed essenzialmente da quello etico-
conoscitivo (egli è generalizzato al punto da costituire un tipo); e
l’autore <?> penetra direttamente nella forma artistica conclusiva.
La forma è inscindibile dalla valutazione nella poesia dello stesso
Lenskij14, Dove, dove siete volati?, una parodia del cattivo romanti-
cismo. Questa valutazione, che permea l’intera struttura formale e
contenutistica della poesia, viene successivamente rigettata: “Così
egli scriveva, in modo oscuro e fiacco”15. Qui la reazione dell’autore
all’eroe non è immediatamente lirica.
(Va sempre tenuto presente quanto segue: la reazione emotivo-
202 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɜɫɟɝɞɚɩɪɟɞɦɟɬɧɨɨɛɪɚɡɧɚɫɞɪɭɝɨɣɫɬɨɪɨɧɵɢɩɪɟɞɦɟɬɧɢɤɨɝɞɚ
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ɬɟɦɫɚɦɵɦɱɬɨɹɡɚɝɨɜɨɪɢɥɨɩɪɟɞɦɟɬɟɨɛɪɚɬɢɥɧɚɧɟɝɨɜɧɢɦɚ-
ɧɢɟɜɵɞɟɥɢɥɢɩɪɨɫɬɨɩɟɪɟɠɢɥɟɝɨɹɭɠɟɡɚɧɹɥɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤ
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ɜɷɬɨɦɫɦɵɫɥɟɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɚɹɪɟɚɤɰɢɹɚɜɬɨɪɚɜɵɪɚɠɚɟɬ-
ɫɹɢɜɫɚɦɨɦɜɵɛɨɪɟɝɟɪɨɹɢɬɟɦɵɢɮɚɛɭɥɵɜɜɵɛɨɪɟɫɥɨɜɞɥɹɟɟ
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ɢɡɜɟɞɟɧɢɢɨɧɚɭɝɚɞɵɜɚɟɬɫɹɢɩɪɢɱɬɟɧɢɢɝɥɚɡɚɦɢɧɟɜɵɪɚɠɚɟɬ-
ɫɹɡɜɭɤɨɜɵɦɨɛɪɚɡɨɦ²ɯɨɬɹɮɢɡɢɨɥɨɝɢɱɟɫɤɢɣɢɬɟɥɟɫɧɵɣ"!
ɷɤɜɢɜɚɥɟɧɬɟɫɬɶɜɜɵɪɚɠɟɧɢɢɝɥɚɡɝɭɛɦɢɦɢɤɟɥɢɰɚɜɞɵɯɚɧɢɢ
ɞɜɢɠɟɧɢɢɢɩɪɧɨɤɨɧɟɱɧɨɨɧɢɧɟɚɞɟɤɜɚɬɧɵɬɨɠɟɧɭɠɧɨɫɤɚ-
ɡɚɬɶ ɢ ɨɛ! ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɣ ɭɫɬɚɧɨɜɤɟ ɢ ɪɟɚɤɰɢɢ ɝɟɪɨɹ
ɨɧɚ ɧɚɯɨɞɢɬ ɫɟɛɟ ɜɵɪɚɠɟɧɢɟ ɜɨ ɜɫɟɯ ɦɨɦɟɧɬɚɯ ɫɨɫɬɚɜɥɹɸɳɢɯ
ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɟɢɫɥɨɜɨɟɫɥɢɠɟɦɵɜɵɞɟɥɹɟɦɢɧ-
ɬɨɧɚɰɢɸɬɨɬɨɥɶɤɨɩɨɬɨɦɭɱɬɨɨɧɚɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɜɵɪɚɠɚɟɬɬɨɥɶɤɨ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɭɸɪɟɚɤɰɢɸɬɨɧɚɥɶɧɨɫɬɶɩɪɟɞɦɟɬɚɞɪɭɝɨɣ
ɮɭɧɤɰɢɢɭɧɟɟɧɟɬȼɨɨɛɳɟɜɫɟɷɬɢɜɵɞɟɥɟɧɧɵɟɷɥɟɦɟɧɬɵɫɥɨ-
ɜɚɢɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨɰɟɥɨɝɨɩɪɟɞɦɟɬɨɛɪɚɡɪɢɬɦɢɧɬɨɧɚɰɢɹɢ
ɩɪ²ɬɨɥɶɤɨɚɛɫɬɪɚɤɬɧɨɜɵɞɟɥɢɦɵɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɫɬɢɫɥɢɬɵ
ɜɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɰɟɥɨɫɬɧɨɟɟɞɢɧɫɬɜɨɜɡɚɢɦɨɩɪɨɧɢɤɚɸɬɢɜɡɚɢɦɨ-
ɨɛɭɫɥɨɜɥɹɸɬɞɪɭɝɞɪɭɝɚɉɨɷɬɨɦɭɢɜɞɪɚɦɚɬɢɱɟɫɤɨɦɞɢɚɥɨɝɟɧɟ
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ɞɚɦɵɝɨɜɨɪɢɦɨɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɨɦɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɢɝɟɪɨɹ
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L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 203

volitiva è inseparabile dall’oggetto e dall’immagine di esso, cioè è


sempre oggettivo-formale; d’altra parte, l’oggetto stesso non vie-
ne mai reso nella sua pura ed indifferente materialità: e infatti,
nel momento stesso in cui comincio a parlare dell’oggetto, in cui
rivolgo ad esso la mia attenzione e lo pongo in risalto o semplice-
mente lo lascio da parte, ho già assunto una posizione volitiva ed
emotiva nei confronti dell’oggetto stesso, gli attribuisco un valore);
in questo senso la reazione emotivo-volitiva dell’autore si esprime
non solo nel ritmo e nell’intonazione, ma anche nella scelta stessa
di un certo eroe, del tema, della fabula, nella scelta delle parole
per l’espressione del tema e della fabula, nella scelta e nella co-
struzione delle immagini. Generalmente, l’intonazione non si nota
direttamente nell’opera, ma si intuisce, e, quando leggiamo con
gli occhi soltanto, non si esprime in un’immagine acustica, benché
[?] vi sia un equivalente fisiologico di essa: nell’espressione degli
occhi, delle labbra, nella mimica del volto, nella respirazione, ecc.,
ma evidentemente tutte queste cose da sole non sono sufficienti;
la stessa cosa va detta anche circa la posizione emotivo-volitiva e
la reazione dell’eroe: essa si esprime anche in tutti i momenti che
formano l’opera d’arte). Se noi abbiamo isolato l’intonazione, è
solo perché essa esprime in maniera particolare la reazione emo-
tivo-volitiva, la tonalità di un oggetto, e non ha un’altra funzione.
In genere, tutti questi elementi isolabili nella parola e nel tutto
artistico: l’oggetto, l’immagine, il ritmo, l’intonazione, ecc., sono
isolabili solo per astrazione, perché in realtà sono fusi in un’unità
concreta integrale, essi si interpenetrano reciprocamente e si con-
dizionano l’un l’altro. È per questo che anche nel dialogo dram-
matico la posizione emotivo-volitiva dell’eroe viene espressa non
solo mediante l’intonazione delle sue parole ma anche mediante
la scelta delle parole, dei significati oggettivi e delle loro immagi-
ni, e perciò questi momenti rappresentano al tempo stesso anche
altre funzioni; inoltre, non solo la reazione dell’eroe ma anche la
reazione inglobante dell’autore – il suo atteggiamento in relazio-
ne all’intero e alle sue parti – viene espressa non solo mediante il
ritmo, ma anche mediante il posto che un dato enunciato dell’e-
roe occupa nel dialogo e mediante la posizione dell’intero dialogo
nel tutto, mediante la colorazione intonativa del dialogo e a volte
anche mediante i suoi significati e le immagini legate all’oggetto.
Quando parliamo della determinazione conoscitivo-etica dell’eroe,
204 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɦɚɥɶɧɨɟ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɟ ɬɨ ɧɟ ɧɭɠɧɨ ɩɪɟɞɫɬɚɜɥɹɬɶ ɟɝɨ ɫɟɛɟ ɞɢɫ-


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ɝɟɪɨɹ ɛɟɡɭɫɥɨɜɧɨ ɩɪɟɨɛɥɚɞɚɟɬ ɧɟ ɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɵɣ ɚ ɷɬɢɱɟɫɤɢɣ
ɩɨɞɯɨɞɮɢɥɨɫɨɮɫɤɨɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɵɣɦɨɦɟɧɬɝɨɫɩɨɞɫɬɜɭɟɬɜɨɬ-
ɧɨɲɟɧɢɢ ɤ ɬɟɦɟ ɢ ɤ ɨɬɞɟɥɶɧɵɦ ɦɨɦɟɧɬɚɦ ɝɟɪɨɹ ɟɝɨ ɦɢɪɨɜɨɡ-
ɡɪɟɧɱɟɫɤɨɦɭ "!  ɧɪɡɛ! ɐɟɥɨɟ ɝɟɪɨɹ ² ɬɨɬɚɥɶɧɚɹ ɷɤɫɩɪɟɫ-
ɫɢɹɝɟɪɨɹ²ɧɨɫɢɬɱɢɫɬɨɷɬɢɱɟɫɤɢɣɯɚɪɚɤɬɟɪ ɩɨɫɤɨɥɶɤɭɜɨɨɛɳɟ
ɦɨɠɧɨ ɝɨɜɨɪɢɬɶ ɨ ɧɟɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɦ ɰɟɥɨɦ  ɧɟ ɞɢɫɤɭɪɫɢɜɧɨɝɨ ɚ
ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɨɝɨɩɨɪɹɞɤɚɧɪɡɛ!ɫɬɵɞɧɪɡɛ!ɧɢ-
ɱɬɨɠɟɫɬɜɨɫɜɹɬɨɫɬɶɚɜɬɨɪɢɬɟɬɧɨɫɬɶɩɪɚɜɨɬɚɥɢɱɧɨɫɬɢɥɸɛɨɜɶ
ɧɪɡɛ!ɢɩɪɉɨɜɬɨɪɹɟɦɟɳɟɪɚɡɱɬɨɷɬɢɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢ-
ɱɟɫɤɢɟ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɹ ɩɨɱɬɢ ɧɟɪɚɡɥɢɱɢɦɵ ɨɬ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɷɫɬɟɬɢ-
ɱɟɫɤɢɯɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɣɉɪɢɱɟɦɷɬɨɬɪɹɞɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨɷɬɢɱɟɫɤɢɯ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɣ ɨɩɪɟɞɟɥɹɸɳɢɯ ɤɨɧɤɪɟɬɧɨɝɨ ɱɟɥɨɜɟɤɚ ɜɨɨɛɳɟ ɧɟ
ɩɪɨɢɡɜɨɞɢɬɫɹɧɢɝɞɟɤɪɨɦɟɢɫɤɭɫɫɬɜɚɟɳɟ²ɜɠɢɡɧɢɧɨɢɡɞɟɫɶ
ɨɧɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧɌɨɬɭɠɟɦɨɦɟɧɬɱɬɨɩɨɡɧɚɜɚɬɟɥɶɧɨ
ɷɬɢɱɟɫɤɨɟɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɟɨɬɧɨɫɢɬɫɹɤɰ ɟ ɥ ɨ ɦ ɭ  ɱɟɥɨɜɟɤɚɨɯɜɚɬɵ-
ɜɚɟɬɟɝɨɜɫɟɝɨ²ɟɫɬɶɭɠɟɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɦɨɦɟɧɬɗɬɢɱɟɫɤɨɟɨɩɪɟ-
ɞɟɥɟɧɢɟɨɩɪɟɞɟɥɹɟɬɞɚɧɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɫɬɨɱɤɢɡɪɟɧɢɹɡɚɞɚɧɧɨɝɨ
ɩɪɢɱɟɦɜɷɬɨɦɩɨɫɥɟɞɧɟɦɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɰɟɧɬɪɞɨɫɬɚɬɨɱɧɨɩɟɪɟɧɟ-
ɫɬɢɟɝɨɜɞɚɧɧɨɟ²ɢɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɟɛɭɞɟɬɭɠɟɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɷɫɬɟɬɢ-
ɡɨɜɚɧɨɆɨɠɧɨɫɤɚɡɚɬɶɩɪɟɠɞɟɱɟɦɡɚɧɹɬɶɱɢɫɬɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɭɸ
ɩɨɡɢɰɢɸɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɝɟɪɨɸɢɟɝɨɦɢɪɭɚɜɬɨɪɞɨɥɠɟɧɡɚɧɹɬɶ
ɱɢɫɬɨɠɢɡɧɟɧɧɭɸ Ɋɢɬɦɡɞɟɫɶɫɦɵɫɥɨɜɨɣɦɨɦɟɧɬɨɛɴɟɤɬɚɗɬɨ
ɧɟɦɨɦɟɧɬɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɚɟɝɨɨɛɴɟɤɬɚɦɢɪɨɜɨɝɨɤɨɧɬɟɤɫɬɚ
ȼɫɟ ɪɚɡɨɛɪɚɧɧɵɟ ɧɚɦɢ ɷɥɟɦɟɧɬɵ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɰɟɥɨɝɨ
ɧɚɲɟɣ ɩɶɟɫɵ ɩɪɟɞɦɟɬɧɵɟ ɦɨɦɟɧɬɵ ɨɬɱɢɡɧɚ ɱɭɠɛɢɧɚ ɞɚɥɶ
ɞɨɥɝɨ ɩɪɟɞɦɟɬɧɨɫɦɵɫɥɨɜɨɟɰɟɥɨɟ ɩɪɢɪɨɞɚ ɫɤɭɥɶɩɬɭɪɧɨɠɢ-
ɜɨɩɢɫɧɵɟ ɨɛɪɚɡɵ ɬɪɢ ɨɫɧɨɜɧɵɯ  ² ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɟ ɩɪɨɫɬɪɚɧɫɬɜɨ
ɜɧɭɬɪɟɧɧɢɣ ɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɪɢɬɦ ² ɜɧɭɬɪɟɧɧɟɟ ɜɪɟɦɹ ² ɷɦɨɰɢɨ-
ɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟɜɚɹ ɩɪɟɞɦɟɬɧɚɹ ɩɨɡɢɰɢɹ ɝɟɪɨɹ ɢ ɚɜɬɨɪɚ ɢ ɫɨɨɬɜɟɬ-
ɫɬɜɭɸɳɢɟ ɟɣ ɢɧɬɨɧɚɰɢɨɧɧɵɟ  ɧɪɡɛ! ɜɪɟɦɟɧɧɨɣ ɜɧɟɲɧɢɣ
ɪɢɬɦɪɢɮɦɚɢɜɧɟɲɧɹɹɤɨɦɩɨɡɢɰɢɹ ɤɨɬɨɪɚɹɧɚɦɢɡɞɟɫɶɧɟɦɨɝ-
ɥɚɛɵɬɶɤɨɧɟɱɧɨɩɨɞɜɟɪɝɧɭɬɚɫɩɟɰɢɚɥɶɧɨɮɨɪɦɚɥɶɧɨɦɭɚɧɚɥɢ-
ɡɭ ɢɧɚɤɨɧɟɰɬɟɦɚɬɟɜɫɟɤɨɧɤɪɟɬɧɨɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɵɟɷɥɟɦɟɧɬɵ
ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹ ɢ ɢɯ ɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢɱɟɫɤɨɟ ɭɩɨɪɹɞɨɱɟɧɢɟ ɜ ɟɞɢɧɨɦ
ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɦ ɫɨɛɵɬɢɢ ɨɫɭɳɟɫɬɜɥɹɸɬɫɹ ɜɨɤɪɭɝ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɝɨ
ɰɟɧɬɪɚ ɱɟɥɨɜɟɤɚɝɟɪɨɹ ɛɵɬɢɟ ɫɬɚɥɨ ɡɞɟɫɶ ɫɩɥɨɲɶ ɨɱɟɥɨɜɟɱɟɧ-
ɧɵɦɜɟɞɢɧɫɬɜɟɧɧɨɦɫɨɛɵɬɢɢɜɫɟɱɬɨɡɞɟɫɶɟɫɬɶɢɡɧɚɱɢɦɨ²
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 205

che precede e condiziona la sua determinazione in termini artisti-


co-formali, non dobbiamo presentarci l’eroe come discorsivamente
definito, specialmente perché, in relazione all’interezza dell’eroe, è
l’approccio etico e non quello conoscitivo che predomina indiscu-
tibilmente, laddove il momento filosofico-conoscitivo predomina
in relazione al tema e alle componenti particolari dell’eroe, alla sua
visione del mondo <?> <1 parola illegg.>. L’eroe nel suo insieme
– l’espressione totale dell’eroe – ha un carattere puramente etico
(per quanto in generale si possa parlare di insieme non estetico),
un ordine non discorsivo ma emotivo-volitivo: <1 parola illegg.>, la
vergogna, <1 parola illegg.>, la meschinità, la santità, l’autorità, la
rettitudine personale, l’amore, ecc. Ripetiamo ancora una volta che
queste definizioni etico-conoscitive sono quasi indistinguibili dalle
definizioni estetico-formali; l’uomo concreto non <1 parola illegg.>
affatto, eccetto che nell’arte o anche nella vita, ma anche qui egli è
estetizzato fino ad un certo punto. Il momento in cui una definizio-
ne etico-conoscitiva si riferisce all’intero uomo, lo circonda tutto,
è già un momento estetico. La definizione etica determina un dato
essere umano dal punto di vista del non compiuto; il centro del va-
lore, inoltre, è in quest’ultimo; tutto ciò che bisogna fare è spostare
l’uomo verso il già compiuto, e la definizione sarà già totalmente
estetizzata. Si può affermare, dunque, che prima di assumere una
posizione puramente estetica in rapporto all’eroe e al suo mondo,
l’autore deve assumere quella puramente esistenziale. Il ritmo, qui,
è un momento significativo dell’oggetto. Esso non è un momento
dell’opera, ma del suo oggetto, del contesto del mondo.
Tutti gli elementi che abbiamo analizzato nell’insieme artistico
della nostra poesia e cioè i momenti oggettivi (la patria, il paese
straniero, la distanza, la lontananza), l’insieme oggettivo e signifi-
cativo (la natura), le forme plastico-pittoriche (essenzialmente tre:
lo spazio interno, il ritmo temporale interno e il tempo interno) le
posizioni emotivo-volitive dell’autore e dell’eroe e le corrispondenti
posizioni intonative <1 parola illegg.>, il ritmo temporale esterno,
la rima e la composizione esterna (nessuno dei quali, chiaramente,
ha potuto qui, essere sottoposto ad un’analisi specialistica e forma-
le) e infine il tema: cioè tutti gli elementi concreti e unitari della
poesia, come pure la loro collocazione architettonica in un evento
artistico unitario, si realizzano intorno a quel centro assiologico
che è l’uomo-eroe; l’evento si è qui completamente umanizzato in
206 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɟɫɬɶɥɢɲɶɦɨɦɟɧɬɫɨɛɵɬɢɹɠɢɡɧɢɞɚɧɧɨɝɨɱɟɥɨɜɟɤɚɫɭɞɶɛɵɟɝɨ
ɇɚɷɬɨɦɦɵɦɨɠɟɦɡɚɤɨɧɱɢɬɶɚɧɚɥɢɡɩɶɟɫɵ
ȼ ɧɚɲɟɦ ɚɧɚɥɢɡɟ ɦɵ ɧɟɫɤɨɥɶɤɨ ɡɚɛɟɝɚɥɢ ɜɩɟɪɟɞ ɝɨɜɨɪɢɥɢ
ɧɟɬɨɥɶɤɨɨɱɟɥɨɜɟɤɟ²ɰɟɧɬɪɟɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɧɨɢɨɛ
ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɢɝɟɪɨɹɢɞɚɠɟɤɚɫɚɥɢɫɶɨɬɧɨɲɟɧɢɹɤɧɟɦɭɚɜɬɨɪɚ
ɑɟɥɨɜɟɤ ɟɫɬɶ ɭɫɥɨɜɢɟ ɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢ ɤɚɤɨɝɨ ɛɵ ɬɨ ɧɢ ɛɵɥɨ
ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ɜɫɟ ɪɚɜɧɨ ɧɚɯɨɞɢɬ ɥɢ ɨɧɨ ɫɟɛɟ ɨɩɪɟɞɟ-
ɥɟɧɧɨɟ ɜɨɩɥɨɳɟɧɢɟ ɜ ɡɚɤɨɧɱɟɧɧɨɦ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɦ ɩɪɨɢɡɜɟɞɟ-
ɧɢɢɢɥɢɧɟɬɬɨɥɶɤɨɜɷɬɨɦɩɨɫɥɟɞɧɟɦɩɨɹɜɥɹɟɬɫɹɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɣ
ɝɟɪɨɣ ɩɪɢɱɟɦ ɧɟɤɨɬɨɪɵɟ ɦɨɦɟɧɬɵ ɦɨɝɭɬ ɛɵɬɶ ɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧɵ ɢ
ɛɟɡɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɝɨɨɬɧɨɲɟɧɢɹɤɧɟɦɭɚɤɱɟɥɨɜɟɤɭɜɨɨɛɳɟ
ɤɚɤ ɜ ɧɚɲɟɦ ɩɪɢɦɟɪɟ ɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɨɠɢɜɥɟɧɢɹ ɩɪɢɪɨɞɵ
ɧɟɡɚɜɢɫɢɦɨ ɨɬ ɮɚɛɭɥɵ ɟɟ ɩɪɢɨɛɳɟɧɢɹ ɤ ɫɨɛɵɬɢɸ ɠɢɡɧɢ ɨɩɪɟ-
ɞɟɥɟɧɧɨɝɨ ɝɟɪɨɹ Ƚɟɪɨɣ ɭɠɟ ɧɟ ɭɫɥɨɜɢɟ ɜɨɡɦɨɠɧɨɫɬɢ ɚ ɬɨɠɟ
ɤɨɧɤɪɟɬɧɵɣɩɪɟɞɦɟɬɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɩɪɚɜɞɚɩɪɟɞɦɟɬSDU
H[FHOOHQFH ɢɛɨ ɜɵɪɚɠɚɟɬ ɫɚɦɭɸ ɫɭɳɧɨɫɬɶ ɟɝɨ ɧɨ ɜɟɞɶ ɤ ɱɟɥɨ-
ɜɟɤɭ ɦɨɠɧɨ ɩɨɞɨɣɬɢ ɧɟ ɫ ɬɨɱɤɢ ɡɪɟɧɢɹ ɰɟɧɧɨɫɬɢ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣ
ɞɚɧɧɨɫɬɢ KRPRVDSLHQVɛɢɨɥɨɝɢɢɱɟɥɨɜɟɤɷɬɢɱɟɫɤɨɝɨɩɨɫɬɭɩɤɚ
ɱɟɥɨɜɟɤ ɢɫɬɨɪɢɢ  ɢ ɨɛɪɚɬɧɨ ɫ ɬɨɱɤɢ ɡɪɟɧɢɹ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɨɣ ɞɚɧ-
ɧɨɫɬɢ ɦɨɠɧɨ ɜɡɝɥɹɧɭɬɶ ɧɚ ɥɸɛɨɣ ɩɪɟɞɦɟɬ ɢ ɷɬɨɬ ɜɡɝɥɹɞ ɛɭɞɟɬ
ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɦ ɧɨ ɫɨɛɫɬɜɟɧɧɨ ɝɟɪɨɹ ɜ ɧɟɦ ɧɟ ɛɭɞɟɬ Ɍɚɤ ɷɫɬɟɬɢ-
ɱɟɫɤɨɟ ɫɨɡɟɪɰɚɧɢɟ ɩɪɢɪɨɞɵ ɨɱɟɥɨɜɟɱɟɧɨ ɧɨ ɧɟ ɢɦɟɟɬ ɨɩɪɟɞɟ-
ɥɟɧɧɨɝɨɝɟɪɨɹ ɜɩɪɨɱɟɦɢɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨɚɜɬɨɪɚɡɞɟɫɶɟɫɬɶɫɨ-
ɜɩɚɞɚɸɳɢɣɫɫɨɡɟɪɰɚɬɟɥɟɦ"!ɚɜɬɨɪɧɨɨɧɤɪɚɣɧɟɩɚɫɫɢɜɟɧɢ
ɪɟɰɟɩɬɢɜɟɧ"!ɯɨɬɹɫɬɟɩɟɧɶɩɚɫɫɢɜɧɨɫɬɢɪɚɡɥɢɱɧɚ ȼɨɡɦɨɠɧɨ
ɢ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɟ ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɟ ɛɟɡ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨ ɜɵɪɚɠɟɧɧɨɝɨ
ɝɟɪɨɹ ɨɩɢɫɚɧɢɟ ɩɪɢɪɨɞɵ ɮɢɥɨɫɨɮɫɤɚɹ ɥɢɪɢɤɚ ɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧ-
ɧɵɣ ɚɮɨɪɢɡɦ ɮɪɚɝɦɟɧɬ ɭ ɪɨɦɚɧɬɢɤɨɜ ɢ ɩɪ Ɉɫɨɛɟɧɧɨ ɱɚɫɬɵ
ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɛɟɡɝɟɪɨɹɜɞɪɭɝɢɯɢɫɤɭɫɫɬɜɚɯɩɨɱɬɢɜɫɹɦɭɡɵɤɚ
ɨɪɧɚɦɟɧɬ ɚɪɚɛɟɫɤ ɩɟɣɡɚɠ QDWXUH PRUWH ɜɫɹ ɚɪɯɢɬɟɤɬɭɪɚ ɢ ɩɪ
ɉɪɚɜɞɚɝɪɚɧɢɰɚɦɟɠɞɭɱɟɥɨɜɟɤɨɦ²ɭɫɥɨɜɢɟɦɜɢɞɟɧɢɹɢɝɟɪɨɟɦ
²ɩɪɟɞɦɟɬɨɦɜɢɞɟɧɢɹɱɚɫɬɨɫɬɚɧɨɜɢɬɫɹɡɵɛɤɨɣɞɟɥɨɜɬɨɦɱɬɨ
ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɟɫɨɡɟɪɰɚɧɢɟ²ɤɚɤɬɚɤɨɜɨɟɬɹɝɨɬɟɟɬɤɬɨɦɭɱɬɨɛɵ
ɜɵɞɟɥɢɬɶ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨ ɝɟɪɨɹ ɜ ɷɬɨɦ ɫɦɵɫɥɟ ɤɚɠɞɨɟ ɜɢɞɟɧɢɟ
ɡɚɤɥɸɱɚɟɬɜɫɟɛɟɬɟɧɞɟɧɰɢɸɤɝɟɪɨɸɩɨɬɟɧɰɢɸɝɟɪɨɹɜɤɚɠɞɨɦ
ɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢ ɜɨɫɩɪɢɧɹɬɨɦ ɩɪɟɞɦɟɬɟ ɤɚɤ ɛɵ ɞɪɟɦɥɟɬ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧ-
ɧɵɣ ɱɟɥɨɜɟɱɟɫɤɢɣ ɨɛɪɚɡ ɤɚɤ ɜ ɝɥɵɛɟ ɦɪɚɦɨɪɚ ɞɥɹ ɫɤɭɥɶɩɬɨɪɚ
ɇɟɬɨɥɶɤɨɷɬɢɤɨɢɫɬɨɪɢɱɟɫɤɢɣɧɨɱɢɫɬɨɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɢɣɦɨɦɟɧɬɜ
ɦɢɮɨɥɨɝɢɱɟɫɤɨɦɩɨɞɯɨɞɟɡɚɫɬɚɜɥɹɥɜɞɟɪɟɜɟɩɪɨɜɢɞɟɬɶɞɪɢɚɞɭ
ɨɪɟɚɞɭ ɜ ɤɚɦɧɟ ɡɚɫɬɚɜɥɹɥ ɩɨɞɧɹɬɶɫɹ ɧɢɦɮ ɢɡ ɜɨɞ ɜ ɫɨɛɵɬɢɹɯ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 207

un evento unitario; ogni cosa che esiste ed ha un certo valore è qui


solo un evento del suo destino. Possiamo terminare qui l’analisi
del brano.
Nella nostra analisi abbiamo talvolta anticipato ciò di cui dovrà
essere trattato in seguito: abbiamo parlato non solo dell’individuo
umano come centro della visione estetica, ma anche della defini-
zione dell’eroe e abbiamo anche sfiorato la questione della sua re-
lazione con l’autore.
L’essere umano rappresenta la condizione di possibilità della
visione estetica, e, sia che egli trovi una determinata incarnazione
all’interno dell’opera d’arte finita o che invece non la trovi, soltan-
to in quest’ultima può emergere un eroe definito; nel qual caso,
alcuni momenti possono essere estetizzati anche senza una diretta
relazione con l’eroe, ma sono pur sempre connessi con l’uomo in
generale, come nel nostro esempio, dove c’è l’immediata vivifica-
zione della natura, indipendentemente dalla fabula e la sua intro-
duzione nell’evento della vita dell’eroe in questione. L’eroe non è
solo la condizione di possibilità, ma anche l’oggetto concreto della
visione estetica, anzi proprio il suo oggetto par excellence, poiché
ne esprime l’essenza. Inoltre, ci si può interessare dell’uomo da
un punto di vista diverso da quello del valore di un determinato
uomo (per es. l’Homo Sapiens, come essere biologico, l’uomo come
essere etico, l’uomo come essere storico), e viceversa: dal punto
di vista di un determinato uomo si può guardare all’oggetto del
proprio interesse e questo sguardo sarà estetico, ma non sarà so-
stanzialmente quello dell’eroe. Così, la contemplazione estetica
della natura è personificata, ma non ha un eroe determinato (né un
determinato autore; se ciò accade, c’è un autore che coincide con
la contemplazione [?], ma egli è estremamente passivo e ricettivo
[?], sebbene il grado di passività sia molto variabile). È possibile
un’opera d’arte senza che vi sia espresso un determinato eroe: la
descrizione della natura, la poesia filosofica, l’aforisma con valore
estetico, il frammento dei Romantici, ecc. In particolare, le parti
dell’opera prive di eroi sono frequenti nelle altre arti: quasi tutta
la musica, l’ornamento, l’arabesco, il paesaggio, le nature morte,
tutta l’architettura, ecc. In verità il limite tra l’uomo, presupposto
della visione, e l’eroe, oggetto della visione estetica, diventa spesso
incerto: il punto è che la contemplazione estetica in quanto tale
tende a mettere in risalto l’eroe determinato, e, in questo senso,
208 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɩɪɢɪɨɞɵ ɜɢɞɟɬɶ ɫɨɛɵɬɢɹ ɠɢɡɧɢ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɯ ɭɱɚɫɬɧɢɤɨɜ Ⱦɨ


ɤɨɧɰɚ ɨɩɪɟɞɟɥɢɬɶ ɩɪɟɞɦɟɬ "! ɫɨɛɵɬɢɹ ɢ ɷɦɨɰɢɨɧɚɥɶɧɨɜɨɥɟ-
ɜɭɸɭɫɬɚɧɨɜɤɭɚɜɬɨɪɚɦɨɠɧɨɬɨɥɶɤɨɩɨɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɨɩɪɟɞɟɥɟɧ-
ɧɨɦɭɝɟɪɨɸɉɨɷɬɨɦɭɦɨɠɧɨɭɬɜɟɪɠɞɚɬɶɱɬɨɛɟɡɝɟɪɨɹɷɫɬɟɬɢ-
ɱɟɫɤɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ɢ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹ ɧɟ ɛɵɜɚɟɬ ɢ
ɞɨɥɠɧɨ ɬɨɥɶɤɨ ɪɚɡɥɢɱɚɬɶ ɝɟɪɨɹ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨ ɜɵɪɚɠɟɧɧɨɝɨ
ɢɝɟɪɨɹ!ɩɨɬɟɧɰɢɚɥɶɧɨɝɨɤɨɬɨɪɵɣɤɚɤɛɵɫɬɪɟɦɢɬɫɹɩɪɨɛɢɬɶ-
ɫɹɱɟɪɟɡɫɤɨɪɥɭɩɭɤɚɠɞɨɝɨɩɪɟɞɦɟɬɚɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹ
Ⱦɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɞɥɹ ɜɵɹɫɧɟɧɢɹ ɰɟɧɧɨɫɬɧɨɣ ɩɨɡɢɰɢɢ ɚɜɬɨɪɚ ɩɨ
ɨɬɧɨɲɟɧɢɸɤɷɫɬɟɬɢɱɟɫɤɨɦɭɰɟɥɨɦɭɢɤɚɠɞɨɦɭɦɨɦɟɧɬɭɟɝɨɛɭ-
ɞɟɬɜɚɠɧɨɬɚɦɝɞɟɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨɝɟɪɨɹɧɟɬɚɤɬɭɚɥɢɡɨɜɚɬɶɡɚɥɨ-
ɠɟɧɧɵɟɜɩɪɟɞɦɟɬɟɜɢɞɟɧɢɹɩɨɬɟɧɰɢɢɝɟɪɨɹɞɨɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨɜ
ɢɡɜɟɫɬɧɨɣɫɬɟɩɟɧɢɨɛɪɚɡɚ>Ƚɟɪɨɣɚɪɯɢɬɟɤɬɨɪɚ"!²ɨɛɢɬɚɬɟɥɶ
ɰɚɪɶȻɨɝɱɟɥɨɜɟɤɜɥɚɫɬɢɢɩɪɱɟɥɨɜɟɤɩɨɬɪɟɛɢɬɟɥɶ  ɉɪɢɩɢɫɚ-
ɧɨɜɧɢɡɭɫɬɪɚɧɢɰɵɛɟɡɡɧɚɤɚɜɫɬɚɜɤɢ²ɉɪɢɦɊɟɞ@Ⱦɚɥɟɟɦɵ
ɭɜɢɞɢɦ ɱɬɨ ɜ ɨɫɧɨɜɟ ɩɨɥɭɮɢɥɨɫɨɮɫɤɢɯ ɩɨɥɭɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɵɯ
ɤɨɧɰɟɩɰɢɣɦɢɪɚ²ɤɚɤɨɜɵɤɨɧɰɟɩɰɢɢɇɢɰɲɟɨɬɱɚɫɬɢɒɨɩɟɧ-
ɝɚɭɷɪɚɥɟɠɢɬɠɢɜɨɟɫɨɛɵɬɢɟɨɬɧɨɲɟɧɢɹɚɜɬɨɪɚɤɦɢɪɭɩɨɞɨɛ-
ɧɨɝɨ ɨɬɧɨɲɟɧɢɸ ɯɭɞɨɠɧɢɤɚ ɤ ɫɜɨɟɦɭ ɝɟɪɨɸ ɢ ɞɥɹ ɩɨɧɢɦɚɧɢɹ
ɬɚɤɢɯɤɨɧɰɟɩɰɢɣɧɭɠɟɧɞɨɢɡɜɟɫɬɧɨɣɫɬɟɩɟɧɢɚɧɬɪɨɩɨɦɨɪɮɧɵɣ
ɦɢɪ ² ɨɛɴɟɤɬ ɢɯ ɦɵɲɥɟɧɢɹ ȼɫɟ ɠɟ ɜ ɞɚɥɶɧɟɣɲɟɦ ɦɵ ɛɭɞɟɦ
ɫɬɪɨɝɨɪɚɡɥɢɱɚɬɶɫɨɛɫɬɜɟɧɧɨɝɟɪɨɹɢɱɟɥɨɜɟɤɚ²ɭɫɥɨɜɢɟɷɫɬɟɬɢ-
ɱɟɫɤɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹ²ɩɨɬɟɧɰɢɸɝɟɪɨɹɢɛɨɫɬɪɭɤɬɭɪɚɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɝɨɝɟɪɨɹɧɨɫɢɬɫɨɜɟɪɲɟɧɧɨɨɫɨɛɵɣɯɚɪɚɤɬɟɪɢɜɤɥɸɱɚɟɬɜ!
ɫɟɛɹɰɟɥɵɣɪɹɞɦɨɦɟɧɬɨɜɩɟɪɜɨɫɬɟɩɟɧɧɨɣɜɚɠɧɨɫɬɢɤɨɬɨɪɵɯɧɟ
ɡɧɚɟɬ ɩɨɬɟɧɰɢɚɥɶɧɵɣ ɝɟɪɨɣ ɤɪɨɦɟ ɬɨɝɨ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɵɣ ɝɟɪɨɣ
ɩɨɦɟɳɟɧɜɨɬɱɚɫɬɢɭɠɟɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧɧɵɢɩɨɬɟɧɰɢɚɥɶɧɵɦɝɟɪɨɟɦ
ɦɢɪɢɧɟɭɩɪɚɡɞɧɹɟɬ"!ɪɚɛɨɬɵɷɬɨɝɨɩɨɫɥɟɞɧɟɝɨ ɤɚɤɢɜɧɚɲɟɦ
ɩɪɢɦɟɪɟ ɷɫɬɟɬɢɡɨ ɜɚɧɚ ɩɪɢɪɨɞɚ  ɞɚɥɟɟ ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɫɨɞɟɪɠɚ-
ɬɟɥɶɧɵɟɨɩɪɟɞɟɥɟɧɢɹɪɚɡɧɨɜɢɞɧɨɫɬɟɣɝɟɪɨɹɯɚɪɚɤɬɟɪɬɢɩɩɟɪ-
ɫɨɧɚɠɩɨɥɨɠɢɬɟɥɶɧɵɣɥɢɪɢɱɟɫɤɢɣɝɟɪɨɣªɢɢɯɩɨɞɪɚɡɞɟɥɟɧɢɹ
ɩɨɱɬɢ ɧɟ ɪɚɫɩɪɨɫɬɪɚɧɢɦɵ ɧɚ ɩɨɬɟɧɰɢɚɥɶɧɨɝɨ ɝɟɪɨɹ ɨɬɧɨɫɹɫɶ
ɩɪɟɢɦɭɳɟɫɬɜɟɧɧɨɤɦɨɦɟɧɬɚɦɟɝɨɚɤɬɭɚɥɢɡɚɰɢɢɜɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶ-
ɧɨɦ Ⱦɨ ɫɢɯ ɩɨɪ ɧɚɲɟ ɢɡɥɨɠɟɧɢɟ ɜɵɹɫɧɹɟɬ ɥɢɲɶ ɨɛɳɢɟ ɮɭɧɤ-
ɰɢɢ ɱɟɥɨɜɟɤɚ ² ɭɫɥɨɜɢɹ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ɢɦɟɸɳɟɝɨ
L’AUTORE E L’EROE NELL’ATTIVITÀ ESTETICA 209

ogni visione estetica ha in sé una tendenza verso l’eroe, la poten-


zialità di un eroe; in ogni percezione estetica dell’oggetto è come
se si celasse una figura umana ben precisa, come nel blocco di
marmo per lo scultore. Nella concezione mitologica, non soltanto
il momento etico-storico, ma anche quello puramente estetico, ha
costretto la driade nell’albero, le oreadi nella pietra, ha costretto
le ninfe a scappare dalle acque, a vedere negli eventi naturali gli
eventi della vita di determinati partecipanti. In ultima analisi, si
possono definire <?> gli eventi e la partecipazione emotivo-volitiva
dell’autore soltanto in relazione ad un determinato eroe. Perciò si
può affermare che senza l’eroe non esiste né una visione estetica
né un’opera d’arte, e si deve solo distinguere l’eroe effettivo da
quello espressivo e potenziale che lotta per rompere il guscio di
ogni oggetto della visione artistica. Infatti, per chiarire la posizione
assiologica dell’autore in rapporto all’insieme estetico e ad ogni
suo momento, sarà importante, dove non c’è un determinato eroe,
utilizzare le potenzialità dell’eroe inerenti all’oggetto della visione
fino a che essa fornisce una determinata immagine, definita alme-
no fino a un certo grado. [L’eroe dell’architetto <?> — abitante: il
re, Dio, l’uomo di potere e sim., l’uomo-consumatore]. Vedremo
più oltre che nelle concezioni semifilosofiche e semiartistiche del
mondo – come la concezione di Nietzsche e in parte di Schopen-
hauer – si ritrovano l’evento esistenziale del rapporto dell’autore
col mondo ed anche il rapporto artistico col suo eroe; per la com-
prensione di tali concezioni è necessario riferirsi, entro un certo
grado, al mondo antropomorfico, all’oggetto del loro pensiero.
Tuttavia, in seguito opereremo una distinzione precisa tra l’eroe
in senso stretto e l’uomo-presupposto della visione estetica, che
rappresenta l’eroe potenziale, giacché la struttura dell’eroe effettivo
ha un carattere molto particolare e comprende tutta una serie di
momenti di estrema importanza che l’eroe potenziale non conosce.
Inoltre, l’eroe effettivo si trova in un mondo parzialmente estetiz-
zato dall’eroe potenziale e non abolisce [?] l’opera di quest’ultimo
(come anche nel nostro esempio è estetizzata la natura); inoltre,
le definizioni formali e di contenuto dei vari tipi di eroe: carat-
tere, tipo, personaggio, eroe positivo, lirico e le loro suddivisioni
sono quasi inapplicabili all’eroe potenziale, dal momento che si
riferiscono prevalentemente ai momenti in cui esso prende forma
reale. Fin qui la nostra esposizione ha chiarito solo le funzioni ge-
210 ARTE, VITA, RESPONSABILITÀ (1919-1926)

ɦɟɫɬɨɢɬɚɦɝɞɟɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨɝɟɪɨɹɧɟɬɢɥɢɲɶɨɬɱɚɫɬɢɩɪɟɞ-
ɜɨɫɯɢɳɚɟɬɮɭɧɤɰɢɢɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨɝɨɝɟɪɨɹɜɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɢɢɛɨ
ɨɧɢ ɞɟɣɫɬɜɢɬɟɥɶɧɨ ɜɡɚɢɦɧɨ ɬɹɝɨɬɟɸɬ ɢ ɱɚɫɬɨ ɩɟɪɟɯɨɞɹɬ ɞɪɭɝ ɜ
ɞɪɭɝɚɧɟɩɨɫɪɟɞɫɬɜɟɧɧɨɑɟɥɨɜɟɤ²ɮɨɪɦɚɥɶɧɨɫɨɞɟɪɠɚɬɟɥɶɧɵɣ
ɰɟɧɧɨɫɬɧɵɣɰɟɧɬɪɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɧɨɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɣ
ɝɟɪɨɣɦɨɠɟɬɢɧɟɧɚɯɨɞɢɬɶɫɹɜɰɟɧɬɪɟɞɚɧɧɨɝɨɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨ
ɩɪɨɢɡɜɟɞɟɧɢɹɟɝɨɦɨɠɟɬɧɟɛɵɬɶɫɨɜɫɟɦɨɧɦɨɠɟɬɨɬɫɬɭɩɢɬɶɧɚ
ɡɚɞɧɢɣ ɩɥɚɧ ɩɟɪɟɞ ɬɟɦɨɣ ɷɬɨ ɢ ɢɦɟɥɨ ɦɟɫɬɨ ɜ ɧɚɲɟɣ ɥɢɪɢɱɟ-
ɫɤɨɣɩɶɟɫɟ²ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɵɣɥɢɤɝɟɪɨɹɡɞɟɫɶɧɟɫɭɳɟɫɬɜɟɧɟɧɇɨ
ɢɦɟɧɧɨ ɜɫɥɟɞɫɬɜɢɟ ɢɧɬɢɦɧɨɣ ɛɥɢɡɨɫɬɢ ɨɩɪɟɞɟɥɟɧɧɨɝɨ ɝɟɪɨɹ ɤ
ɫɚɦɨɦɭ ɩɪɢɧɰɢɩɭ ɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨ ɜɢɞɟɧɢɹ ² ɜɨɱɟɥɨɜɟɱɟɧɢɸ
²ɢɧɚɢɛɨɥɶɲɟɣɨɬɱɟɬɥɢɜɨɫɬɢɜɧɟɦɬɜɨɪɱɟɫɤɨɝɨɨɬɧɨɲɟɧɢɹɚɜ-
ɬɨɪɚɚɧɚɥɢɡɫɥɟɞɭɟɬɧɚɱɢɧɚɬɶɜɫɟɝɞɚɫɝɟɪɨɹɚɧɟɫɬɟɦɵɜɩɪɨ-
ɬɢɜɧɨɦ ɫɥɭɱɚɟ ɦɵ ɥɟɝɤɨ ɦɨɠɟɦ ɩɨɬɟɪɹɬɶ ɩɪɢɧɰɢɩ ɢɧɤɚɪɧɚɰɢɢ
ɬɟɦɵ ɱɟɪɟɡ ɩɨɬɟɧɰɢɚɥɶɧɨɝɨ ɝɟɪɨɹɱɟɥɨɜɟɤɚ ɬ ɟ ɩɨɬɟɪɹɬɶ ɫɚɦ
ɰɟɧɬɪɯɭɞɨɠɟɫɬɜɟɧɧɨɝɨɜɢɞɟɧɢɹɢɟɝɨɤɨɧɤɪɟɬɧɭɸɚɪɯɢɬɟɤɬɨɧɢ-
ɤɭɩɨɞɦɟɧɢɬɶɩɪɨɡɚɢɱɟɫɤɢɦɪɚɫɫɭɠɞɟɧɢɟɦ
ɋɥɟɞɭɟɬɟɳɟɫɤɚɡɚɬɶɱɬɨɹɡɵɤɤɨɬɨɪɵɣɜɡɧɚɱɢɬɟɥɶɧɨɣɫɬɟ-
ɩɟɧɢɭɠɟɩɪɟɞɧɚɯɨɞɢɬɫɹɯɭɞɨɠɧɢɤɨɦɫɥɨɜɚɝɥɭɛɨɤɨɷɫɬɟɬɢɡɨɜɚɧ
ɦɢɮɨɥɨɝɢɱɟɧɢɚɧɬɪɨɩɨɦɨɪɮɢɱɟɧɬɹɝɨɬɟɟɬɤɰɟɧɧɨɫɬɧɨɦɭɰɟɧ-
ɬɪɭ ² ɱɟɥɨɜɟɤɭ ɨɬɫɸɞɚ ɷɫɬɟɬɢɡɦ ɝɥɭɛɨɤɨ ɩɪɨɧɢɤɚɟɬ ɜɫɟ ɧɚɲɟ
ɦɵɲɥɟɧɢɟ ɢ ɮɢɥɨɫɨɮɫɤɚɹ ɦɵɫɥɶ ɞɚɠɟ ɧɚ ɫɜɨɢɯ ɜɵɫɨɬɚɯ ɞɨ
ɫɢɯɩɨɪɩɪɢɫɬɪɚɫɬɧɨɱɟɥɨɜɟɱɧɚɷɬɨɨɩɪɚɜɞɚɧɧɨɧɨɥɢɲɶɜɢɡ-
ɜɟɫɬɧɵɯɝɪɚɧɢɰɚɯɤɨɬɨɪɵɟɱɚɫɬɨɩɟɪɟɫɬɭɩɚɸɬɫɹɢɹɡɵɤ²ɢɥɢ
ɬɨɱɧɟɟɦɢɪɹɡɵɤɚ²ɤɚɤɛɵɢɦɟɟɬɫɜɨɟɝɨɩɨɬɟɧɰɢɚɥɶɧɨɝɨɝɟɪɨɹ
ɤɨɬɨɪɵɣ ɜ ɠɢɡɧɟɧɧɨɦ ɜɵɫɤɚɡɵɜɚɧɢɢ ɚɤɬɭɚɥɢɡɭɟɬɫɹ ɜɨ ɦɧɟ ɢ ɜ
ɞɪɭɝɨɦɢɥɢɲɶɩɪɢɫɩɟɰɢɚɥɢɡɚɰɢɢɢɨɬɞɟɥɟɧɢɢɨɬɞɪɭɝɢɯɬɟɧ-
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ɞɪɭɝɢɦɢɬɟɧɞɟɧɰɢɹɦɢɧɚɱɢɧɚɟɬɞɢɮɮɟɪɟɧɰɢɪɨɜɚɬɶɫɹɢɜɵ