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Prevenzione dell’erosione del suolo,

delle frane e delle valanghe

Fatte da Rico
Erosione del suolo
L’erosione del suolo è un processo fisico naturale che consiste nella perdita dello strato più superficiale di
suolo a causa dell’azione di agenti naturali quali l’acqua, il vento e le valanghe.

In ambiente alpino questo include

• Frane superficiali (shallow landslides)


• Erosione laminare (sheet erosion)  stima nelle Alpi da 4 a >30 t/ha/yr
Es.

50 [𝑡] 35,7
= 35,7 → = 0,003 → 3 𝑚𝑚
1,4 [𝐵𝐷] 10000

Fenomeni franosi (landslides): Movimenti di materiale solido che, in virtù


della sua condizione di persistente instabilità, viene trascinato verso il basso
per effetto della sola forza di gravità. Le forze in gioco sono due:

• Forze di rottura (di taglio)


• Forze di coesione (di resistenza interna)

La classificazione dei fenomeni franosi:

Tipo di movimento:
2
1. Crolli
2. Ribaltamenti
3. Scivolamenti (rotazionali e traslativi)
4. Espansioni laterali
5. Colate
6. Fenomeni complessi

Tipo di materiale coinvolto:

1. Roccia
2. Detrito (materiale prevalentemente grossolano)
3. Terra/Suolo (materiale prevalentemente fine)

Tipo di materiale
Tipo di movimento
Terra Detrito Roccia
Crolli (Falls) Crollo di terra Crollo di detrito Crollo di roccia
Ribaltamenti (Topples) Ribalt. di terra Ribalt. di detrito Ribalt. di roccia
Rotazionali Scorr. rot. di terra Scorr. rot. di detrito Scorr. rot. di roccia
Scorrimenti (Slides)
Traslativi Scorr. trasl. di terra Scorr. trasl. di detrito Scorr. trasl. di roccia
Espansioni laterali (Lateral spreads) Espans. lat. di terra Espans. lat. di detrito Espans. lat. di roccia
Colata di terra Colata di detrito Colamento di roccia
Colamenti (Flows)
(Soil creep) (Deep creep)
Frane complesse (Complex) Combinazione di due o più tipi di movimento

Riccardo Conti Frane e Valanghe Non Rubare! 😊


Velocità dei fenomeni franosi

Classe Descrizione velocità Velocità (m/s)


1 Estremamente rapido 3 m/s 3
2 Molto rapido 0.3 m/min 0.005
3 Rapido 1.5 m/giorno 2 10-5
4 Moderato 1.5 m/mese 5 10-7
5 Lento 1.5 m/anno 5 10-8
6 Molto lento 0.06 m/anno 2 10-9
7 Estremamente lento

1. Crolli (rock falls)

Le frane di crollo consistono nel distacco improvviso di masse di roccia da


pareti molto ripide o anche strapiombanti. Le frane di crollo si formano,
solitamente:

• quando rocce più resistenti sovrastano rocce più alterabili così che
le prime, non più sostenute dalle sottostanti alterate dall’acqua,
collassano;
• per processi crioclastici: pressioni esercitate sulle pareti di pori e
fessure quando l’acqua presente in esse congela con aumento di volume.

Parti di una frana

✓ Scarpata principale/corona/coronamento: superficie che delimita il versante stabile dalla parte


superiore del corpo di frana 3
✓ Superficie di distacco: il suo prolungamento al di sotto del materiale in movimento
✓ Corpo di frana: tutto il materiale interessato dal movimento
✓ Terrazzo di frana/testa/testata: parte più elevata del movimento
✓ Piede: parte di frana che si trova a valle del materiale in movimento
✓ Zona di accumulo: accumulo del materiale che si è mosso
✓ Unghia: margine inferiore, generalmente curvo, del "materiale spostato" della frana, situato alla
maggior distanza dalla "scarpata

Riccardo Conti Frane e Valanghe Non Rubare! 😊


Esempio di una scheda informativa sulla frana

Reti paramassi

Composte da un montante in acciaio, che è fissato con un perno su una piastra ancorata al suolo. Gli anelli
della rete hanno un diametro di 30 cm e sono costituiti di un filo di acciaio ad elevata resistenza di 3 mm di
diametro. Sono avvolte tra le 5 e le 19 spire di filo, in funzione dell’energia di assorbimento necessaria.
Tutti i componenti in acciaio della barriera (montanti, piastre di base…) sono protetti con galvanizzazione
pesante (lega Zn/Al). La deformazione della rete è di tipo elastica se gli eventi sono quotidiani e contenuti.
Diventa invece plastica se l’evento è molto acuto andando così a deformare irrimediabilmente la rete.

La manutenzione va sempre fatta!

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Attualmente, in Francia, si sta studiando l’applicazione di reti paramassi ancorate agli alberi.

Valli paramassi e terre rinforzate

Strutture composte da terra e geogriglie o geotessuti che, per


attrito, sviluppano uno stato di tensione tangenziale che
consente al sistema composito di sostenere dei livelli di
sollecitazione altrimenti incompatibili con la natura del
materiale tal quale. Questo rinforzo conferisce al suolo quelle
caratteristiche di resistenza alla trazione di cui è naturalmente
sprovvisto.

I valli possono essere alti fino a 12 m e l’altezza varia a seconda


della stima fatta tramite modelli di quanti rimbalzi potrebbero
fare i massi al di sotto dell’opera.

➢ Prezzo a metro lineare: ~ 350 €


➢ Prezzo a metro quadrato di fronte: ~ 120 €

2. Ribaltamenti (rock topples)

Movimenti simili ai crolli e caratterizzati dal ribaltamento frontale del


materiale che ruota intorno ad un punto al di sotto del baricentro della
massa. I materiali interessati sono rocce lapidee che presentano delle
superfici di discontinuità. Queste frane si verificano generalmente nelle
zone dove: 5
• le superfici di strato risultano essere sub-verticali;
• esiste uno scalzamento al piede lungo le sponde dei corsi.

3a. Scivolamenti traslativi (rock slides)

Le frane di scivolamento o di slittamento (Rock slide) avvengono per


superamento della resistenza di taglio dei materiali rocciosi lungo una data
superficie. In molti casi si verificano su pendii “a franapoggio”, quando gli
strati non si sostengono a vicenda, tanto più se livelli argillosi con presenza
d’acqua sono intercalati tra gli strati. I blocchi iniziali tendono a rompersi in
pezzi più piccoli, durante la caduta, quando i pezzi collidono uno con l’altro.

3b. Scivolamenti rotazionali (slumps)

Le frane con movimento rotazionale (Slump) avvengono di solito con la


neoformazione di superfici di taglio curve entro materiali semicoerenti o
pseudocoerenti, nel momento in cui viene superata la resistenza al taglio dei
materiali stessi.

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Sono due situazioni in grado di alterare l’equilibrio di un versante:

1. Incremento degli sforzi tangenziali (di taglio)

• sollecitazioni sismiche
• aumento di carico sul versante (acqua)
• aumento di acclività del versante (scalzamento al piede dovuto a causa naturali o antropiche)
2. Decremento delle resistenze al taglio

• diminuzione della coesione tra le particelle


• elevato contenuto idrico (e.g. liquefazione)

Esempio di bollettino sulla probabilità di attivazione di scivolamenti traslativi o rotazionali

4. Espansioni laterali (lateral spreads)

Interessano spesso un intero rilievo e si innescano prevalentemente


quando una massa rocciosa compatta e fratturata è sovrapposta a strati
di materiali molto plastici come quegli argillosi. Con il susseguirsi dei
fenomeni piovosi, creandosi superfici di scorrimento, le fratture della
roccia sovrastante si allargano tanto da suddividere il rilievo in vari
blocchi che si muovono lateralmente scivolando sugli strati sottostanti.

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5. Colamenti (flows)

Nei colamenti i materiali vengono fluidificati dall’acqua e il tutto si


comporta come una massa ad elevata viscosità. La velocità della massa
in movimento dipende dalla pendenza del versante e dal suo
contenuto d’acqua, pertanto, mentre con materiali grossolani il
movimento è relativamente lento, con materiali fini si hanno colate che
possono essere estremamente veloci e, in molti casi, distruttive e
catastrofiche.

➢ Colate detritiche (Debris flow): Colate estremamente rapide, di materiale grossolano. Si


manifestano saltuariamente, in occasione di precipitazioni intense. Per contenerle si possono usare
soglie di cemento o griglie.
➢ Colate di fango (Mud flow): Sono colate estremamente rapide e prevalentemente fangose, anche
se i materiali sono di maggiori dimensioni, massi o alberi, possono essere dislocati e trasportati
dalla violenza del fenomeno. Come per i debris flow, si manifestano saltuariamente in occasione di
grossi nubifragi e, spesso, danno origine a danni imponenti.

Le frane superficiali indotte da precipitazioni spesso evolvono in colate detritiche ad alto potere distruttivo.
Una volta innescate, procedono verso valle a velocità molto elevata provocando danni ingenti a cose e
persone in tempi estremamente ridotti. Data la scarsità di segni premonitori nelle fasi antecedenti al
collasso, e vista la rapidità con cui l’evento franoso si propaga verso valle dopo l’innesco, risultano
difficilmente monitorabili. Le shallow landslides sono fenomeni franosi solitamente innescati da piogge
intense di breve durata o di media intensità prolungate nel tempo. Generalmente, si manifestano su
versanti naturali costituiti da una coltre sottile di suolo (dello spessore variabile da pochi centimetri a un 7
paio di metri) a medio/alta permeabilità, ed un sottostante substrato roccioso/formazione litoide a ridotta
conducibilità idraulica. Per loro natura, risultano difficili da prevedere. A differenze delle frane profonde a
cinematismo lento (soggette a mutevoli stati di attività), le frane superficiali non esibiscono segni
premonitori di collasso e si manifestano durante isolati eventi meteorici. Inoltre, una volta innescata, una
frana di questo tipo può evolvere in una vera e propria colata di detrito o fango, procedendo verso valle a
velocità sostenuta (nell’ordine di qualche m/s) con alto potere distruttivo. In questo senso, emblematici
sono i casi dei disastri di Sarno (1998), Messina (2009), Genova (2011), a testimonianza del fatto che il
problema coinvolge l’intero territorio nazionale. Lo
spessore di suolo (inteso come la profondità della coltre
superficiale sopra il substrato roccioso o la formazione
litologica a bassa conducibilità idraulica) è una variabile
cruciale nella descrizione dei processi di infiltrazione
d’acqua nei versanti (Tromp Van-Merveeld & McDonnell,
2006). La stima dello spessore di suolo, però, è spesso
trascurata nell'applicazione dei modelli per la predizione
della suscettibilità al franamento. Generalmente, infatti, si
assume che lo spessore della coltre di suolo sia costante
su tutto il bacino.

Sarno

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6. Frane complesse (complex)

Fenomeni complessi il cui movimento risulta dalla combinazione di due o più tipi di frane precedentemente
descritte

Analizzando l’evento pluviometrico dell’aprile 2009 in Piemonte si son visti in località piemon tesi diversi tipi
di frane. In località Braglia (Canelli), un esteso scivolamento traslativo con corona di 200m e scarpata di 1-
1,5m, con ulteriori scarpate secondarie sul corpo di frana coinvolgendo vigneti e la strada comunale. Nelle
Langhe si videro frane per saturazione e fluidificazione della coltre superficiale e scivolamenti rotazionali.

Canelli Langhe

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Movimenti lenti superficiali

Soliflussi  Spostamento lento verso il basso del suolo per effetto della gravità

Geliflussi  Li troviamo in alta quota andando a interessare il permafrost

Proprietà fisiche del suolo


L’erosione è influenzata dalle caratteristiche intrinseche dei suoli, ovvero dalle sue proprietà.
1. Densità (particle density – bulk density)
2. Porosità
3. Contenuto idrico
4. Tessitura
5. Superficie specifica
6. Temperatura (nei grafici del caso studio)
7. Colore
8. Struttura e aggregazione (stabilità)
9. Consistenza

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Densità del suolo

1) Massa volumica reale (o Densità Reale DR, Particle Density PD): massa suolo secco/volume suolo secco

Dipende da: minerali prevalenti, ossidi Fe….

• Range minerali: 2.6 - 2.8 g/cm3

es. quarzo = 2.65 g/cm3

es. piombo = 11.35 g/cm3

• Range suolo = 2.4 - 2.7 g/cm3

Strumento di misura: Picnometro, apparecchio impiegato per la misurazione della densità di solidi e liquidi.
Sono costituiti da una boccetta di vetro a collo largo, chiusa da un tappo smerigliato e terminante con un
tubo capillare su cui è incisa una tacca di riferimento.

2) Massa volumica apparente (o Densità Apparente DA, Bulk Density BD): massa suolo secco/volume
totale (vuoto x pieno)

Dipende da proprietà del suolo quali: struttura, contenuto di sostanza organica, lavorazioni…

• Range per suoli minerali: 1.1 - 1.5 g/cm3


• Range per suoli organici: 0.2 - 0.4 g/cm3

Strumento di misura: Cilindro di volume noto

NB: 1 ha di suolo di 25 cm di profondità (aratura) con BD media di 1.2 g/cm3 = 3000 t

Composizione media del suolo (% volume) 9

Con il 50% di volume in acqua, il suolo è SATURO!

Porosità

Rapporto tra spazi vuoti e volume del suolo, ovvero tra il volume pori/volume totale del suolo:
𝑑𝑒𝑛𝑠𝑖𝑡à 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑒𝑛𝑡𝑒
1− ( )
𝑑𝑒𝑛𝑠𝑖𝑡à 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑒
Dipende da: dimensioni frazione minerale, presenza materiale organico, dimensione dei pori…

• Range: 0.3 - 0.6

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Dimensione dei pori

Classe Sottoclasse Diametro [μm]


Macropori Grossolani >5000
Medi 2000-5000
Fini 1000-2000
Molto fini 75-1000
Mesopori 30-75
Micropori 5-30
Ultramicropori 0.1-5
Cryptopori <0.1

Gli spazi vuoti hanno una grande importanza funzionale, poiché dal volume dei pori , dalla loro forma e
orientamento, dal loro grado di connettività e tortuosità dipendono molte importanti proprietà del suolo
(conducibilità idraulica, scambi gassosi, ecc.).

È importante sottolineare come i pori derivino non soltanto dal vario accostamento delle singole particelle
(porosità primaria o tessiturale) ma anche, soprattutto nei suoli strutturati, dalla disposizione reciproca
degli aggregati (porosità secondaria o strutturale).

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Contenuto idrico

Contenuto relativo di acqua nel suolo (%)

a) Gravimetrico (θm): suolo umido – suolo secco/suolo secco (effettuato in laboratorio)

b) Volumetrico (θ): volume acqua/volume suolo (effettuato in campo)

Queste due possono essere convertite tramite la Bulk Density (importante):


𝐵𝐷 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑛𝑠𝑖𝑡à 𝐻2 𝑂
𝜃 = 𝜃𝑚 ∙ ⇆ 𝜃𝑚 = 𝜃 ∙
𝑑𝑒𝑛𝑠𝑖𝑡à 𝐻2 𝑂 𝐵𝐷 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜𝑙𝑜
Dove θ è l’umidità volumetrica e θ m è quella gravimetrica

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Destino dell’acqua nel suolo

Tessitura

La tessitura di un suolo è definita dalla percentuale (in peso) con cui sono presenti, nel terreno stesso, le tre
componenti della terra fine: sabbia (S-sand), limo (Si-silt) e argilla (C-clay).
(Terra fine = frazione < 2 mm diametro)

Strumenti di misura: Levigatore (Gattorta), Idrometro  Si basano sulla legge di Stokes

Altri strumenti: laser, centrifuga rX

Metodi di determinazione (pre-trattamenti): 11

• Tessitura reale (Na-esametafosfato + perossido di idrogeno): distruzione dei cementi organici. Si


disperdono completamente le particelle
• Tessitura apparente (Na-esametafosfato): solo dispersione. Si considerano come particelle anche
gli aggregati di suolo resistenti alla tecnica adottata.

Triangolo della tessitura USDA

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La tessitura influenza alcune proprietà del suolo

• Drenaggio
• Lavorabilità
• Resistenza all’erosione
• Compattazione
• Ecc.

Indici di aggregazione del suolo basati su dati tessiturali

• Argilla reale/apparente (sempre ≥ 1)


Più è elevato più l’argilla contribuisce all’aggregazione.

( Particelle di sabbia e limo apparente in realtà possono essere costituite da


particelle di argilla aggregate, quindi argilla reale ≥ argilla apparente)

• Sabbia reale/apparente (sempre ≤ 1)


Più è piccolo più la sabbia contribuisce all’aggregazione

( Particelle di sabbia apparente in realtà possono essere costituite da particelle più


fini che distruggendo i cementi possono essere quantificate, quindi sabbia reale ≤
sabbia apparente)

Limiti di Atterberg

Quantità di acqua su base gravimetrica (in laboratorio) con la quale si ha il passaggio di vari stati.
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IP = Indice Plastico (Limite liquido – Limite plastico)

IP Suolo
0 –5 Non plastico
5 – 15 Poco plastico
15 – 40 Plastico
> 40 Molto plastico

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Metodi di determinazione per Ll (Limite liquido)

• Metodo del cucchiaio di Casagrande: Dopo aver fatto una miscela di suolo e acqua distillata la si
pone nel cucchiaio e vengono contati i colpi necessari a far richiudere un solco di 13 mm di
lunghezza. Dopo averlo ripetuto diverse volte in un diagramma si riportano i valori del contenuto
d’acqua in funzione dei colpi necessari. Il Ll convenzionalmente viene assunto pari a quello per il
quale sono necessari 25 colpi. Più è umido, meno colpi do.

• Metodo del conopenetrometro: Il penetrometro usato è dotato di una punta a cono


con angolo di apertura di 30° ed è identificato come British
cone, in quanto possiede la massa, dell’insieme dell’asta di
guida e della punta conica, pari a 80 g. L’analisi è stata
effettuata sulla frazione di suolo ottenuta da una setacciatura
qualitativa a 0,5 mm della terra fine. L’analisi consiste nel
misurare la penetrazione del cono nei campioni setacciati a 0,5
mm, caratterizzati da diversa umidità. Il punto di liquidità è
convenzionalmente stabilito come l’umidità gravimetrica (%)
alla quale si ha una penetrazione di 20 mm, quindi si calcola 13
ponendo x = 20 mm e risolvendo l’equazione della retta.

Metodi di determinazione per Lp (Limite plastico)

• Metodo del “Rolling Thread Method”: Per la sua determinazione non è necessario l’utilizzo di
specifici strumenti, bensì si procede plasmando con il suolo inumidito, un cilindretto lungo 3-4 cm e
con diametro di 3 mm. Successivamente si dispone su un piano e viene piegato a formare un
angolo di 90°. Quando il cilindretto si spezza, si procede alla misura
dell’umidità, attraverso il sistema di pesate prima e dopo
l’essiccazione. Tale umidità corrisponde al limite di plasticità. Se, in
caso contrario, il cilindretto non si spezza, in quanto risulta essere
troppo umido, si procede ad impastarlo nuovamente, al fine di fargli
perdere ulteriore umidità. Si ripete la prova fino a quando è
possibile la determinazione. Sia il limite di liquidità che il limite di
plasticità sono espressi come percentuale di umidità gravimetrica.

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CASO STUDIO: 5 profili pedologici in corrispondenza di stazioni meteorologiche della regione Valle d’Aosta

1. Courmayeur - Mont de la Saxe (2076 m slm)

5. Pontboset – Fournier (1087 m slm)

2. La Thuile - Villaret (1488 m slm)

4. Lillianes - Granges (1256 m slm)


3. Cogne - Valnontey (1682 m slm)
Metodi analitici e indici utilizzati

➢ Misura di temperatura e umidità (contenuto volumetrico) del suolo lungo il profilo (3 profondità)
➢ Proprietà chimiche e fisiche:
o pH
o C, N
o Tessitura apparente, tessitura reale (con rimozione cementi organici) 14
o CSC (capacità scambio cationico) e cationi scambiabili
➢ Indici di erodibilità potenziale del suolo e/o di qualità fisica:
o Ll (limite liquido), Lp (limite plastico)
o Bulk Density (densità apparente)
o Particle Density (densità reale)

1. Arbusteto subalpino, suolo pressochè indisturbato, scarsa antropizzazione (Haplic Podzol District)

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2. Prato da sfalcio terrazzato (Haplic Phaeozems Abruptic)

3. Vivaio del Giardino Paradisia (Anthropic Garbic Regosols Eutric)

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4. È il risultato di un miglioramento fondiario ma è di fatto un “non-suolo” caratterizzato da profilo


scarsamente differenziato (non si distinguono orizzonti), potenza limitata (27 cm), altissima percentuale di
scheletro (>70%), bassissima porosità dovuta a forte compattazione, basso grado di aggregazione e
struttura quasi massiva. (Haplic Regosols)

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5. Prato da sfalcio, abbandonato e terrazzato (Haplic Cambisols Eutric)

Conducibilità idraulica satura (Ks)

La conducibilità idraulica satura è una misura quantitativa della capacità di un suolo saturo di permettere il
passaggio dell’acqua in presenza di un gradiente idraulico. Può essere intesa come la maggiore o minore
facilità con cui i pori di un suolo saturo permettono il movimento dell’acqua.

Gradiente idraulico: 𝑖 = ∆𝐻⁄𝑙

▪ ΔH è la differenza di potenziale fra 2 punti in un suolo


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▪ l è la distanza fra i 2 punti

Precipitazione/infiltrazione nel suolo

Colore del suolo

• Composizione spettrale (Tinta o Hue): indica il colore primario del suolo ed è espresso con lettere
(R per il rosso, Y per il giallo, G per il verde, B per il blu), precedute da numeri che vanno da 0 a 10.
Le cifre indicano la quantità relativa dei colori presenti in quella tinta;
• Luminosità (Valore o Value): indica la luminosità del colore. I colori più scuri sono indicati con
numeri che vanno da 0 a 5 mentre i colori più chiari da 5 a 10;
• Cromaticità (Croma o Chroma): è l’indice della purezza del colore. La scala di croma va da 0 per
colori neutri a 10 per colori fortemente espressi.

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Struttura del suolo

Per struttura del suolo si intende il modo in cui le sue parti celle primarie, cioè sabbia, limo, argilla, si
uniscono tra loro in particelle composte denominate aggregati.

La struttura del suolo influenza alcuni importanti fattori per la crescita delle piante:

o l’areazione, cioè la porosità del terreno;


o la permeabilità e la conducibilità idraulica;
o i regimi di temperatura e umidità del terreno;
o la crescita delle radici;
o l’attività biologica;
o la lisciviazione delle basi e dell’argilla;
o la resistenza dei suoli all’erosione.

Processi fisici, chimici e biologici influenzati dalla struttura del suolo

• Fisici: erosione idrica ed eolica, infiltrazione e movimenti dell’acqua, condizioni redox,


incrostamento, ritenzione idrica ed evaporazione;
• Chimici: assorbimento e rilascio di composti organici e inorganici e trasporto di soluti;
• Biologici: attività della microflora e microfauna, accumulo e rilascio di nutrienti, germinazione e
sviluppo delle piante

La struttura del suolo è stata definita l’architettura del suolo, ed è


probabilmente la caratteristica che più di ogni altra distingue il suolo dal
substrato geologico. Il modello gerarchico della struttura afferma che i
macro-aggregati sono il risultato dell’unione di micro-aggregati, a loro
17
volta formati da aggregati ancora più piccoli costituiti principalmente da flocculi di
argilla (clay domains). Il processo di formazione della struttura ha inizio con
la flocculazione delle sostanze colloidali presenti nel suolo. I colloidi sono
sostanze con proprietà intermedie fra quelle di una soluzione e quelle di una sospensione, caratterizzate da
aspetto gelatinoso; le particelle sospese hanno dimensioni < 1 μm. La frazione argillosa però comprende
particelle <2 μm, per cui non tutti i minerali argillosi presentano proprietà colloidali. I colloidi sono la
frazione più attiva del suolo e ne determinano in larga misura le proprietà fisiche e chimiche.

Colloidi inorganici: i minerali argillosi rappresentano la frazione più importante dei colloidi inorganici e
sono classificati in 3 gruppi principali:

• Argille a struttura cristallina (fillosilicati)


• Argille a struttura amorfa (allofane, imogolite)
• Sesquiossidi di Fe e Al (ossidi idrati di Fe e Al)

Colloidi organici: sono costituiti dai prodotti finali della decomposizione della sostanza organica e sono
normalmente conosciuti come humus.

Cementazione della struttura: la flocculazione dei colloidi è condizione necessaria ma non sufficiente per il
processo di aggregazione del suolo. Affinché la struttura rimanga stabile nel tempo occorre la presenza di
sostanze in grado di agire da “cementi”. Come le sostanze flocculanti, gli agenti cementanti possono essere
argillosi, organici o ferrici:

➢ L’argilla non flocculata tende a disporsi come una pellicola intorno agli aggregati.
➢ La stabilizzazione degli aggregati cementati dai composti organici è funzione dell’aggredibilità di
tali composti ad opera della microflora.
➢ In condizioni ordinarie i cementi ferrici sono irreversibili

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Il ruolo delle ife fungine e delle radici: queste favoriscono l’aggregazione delle particelle elementari e dei
micro-aggregati tramite azioni sia di natura fisica, sia chimica. Il fitto reticolo delle ife e delle sottili radici
penetra nella matrice del suolo e contribuisce a legare fra loro le particelle singole, aggregati e materiale
organico parzialmente decomposto. Gli essudati radicali, una sorta di gel mucillaginoso incrementa l’attività
microbica e la produzione di cementi e colloidi organici. Alcune micorrize sembrano avere una grande
efficacia nel promuovere il processo di aggregazione.

Il ruolo della pedofauna: fra le molte specie animali che vivono nel suolo, un ruolo fondamentale nel
promuovere la formazione e la stabilizzazione degli aggregati è svolto dai lombrichi. I lombrichi ingeriscono
suolo e le loro deiezioni sono piccoli ammassi tondeggianti (casts) formati da particelle elementari, micro-
aggregati e materia organica variamente decomposta.

Gradi di struttura

• Senza struttura (incoerente, cioè a grana singola, oppure coerente cioè massivo)
• Debole: aggregati indistinti poco visibili anche nel suolo indisturbato
• Moderata: aggregati poco distinti che si conservano in parte anche dopo il prelievo
• Forte: aggregati distinti e durevoli

Misura delle stabilità aggregati in laboratorio: WAS (Zanini et al., 1998)

1 − 𝑒𝑥
𝑦(𝑥) = 𝑎 + 𝑏 ( )
𝑐

▪ y = perdita di aggregati;
▪ x = tempo di agitazione in acqua;
▪ a = stima della perdita di aggregati per esplosione a saturazione;
18
▪ b = stima della perdita massima di aggregati per abrasione;
▪ c = parametro che controlla l'estensione temporale della funzione.

Quindi: a + b = stima della perdita massima potenziale di aggregati

Il deterioramento della struttura del suolo

La struttura è una proprietà dinamica del suolo. Alcuni dei processi di formazione della struttura sono
reversibili, e soggetti all’influenza degli andamenti stagionali. In particolare l’alterazione della struttura può
essere determinato da acqua, temperatura e lavorazioni del terreno.

Le lavorazioni meccaniche influenzano pesantemente le caratteristiche strutturali di un suolo. Ad esempio


l’azione di compressione operata dalle ruote e dagli organi lavoranti. Se tali attività sono condotte in
condizioni critiche di umidità (suolo allo stato plastico), possono condurre alla distruzione della struttura.
Effetti altrettanto negativi sono provocati dall’eccessiva frammentazione (polverizzazione) operata dai
mezzi meccanici (es. erpici rotanti). Le alte temperature favoriscono l’attività ossidante della microflora a
carico della sostanza organica, con potenziali effetti negativi sulla stabilità strutturale del suolo. L’azione
battente delle gocce di pioggia demolisce gli aggregati superficiali di suolo. Le particelle fini che vengono
liberate possono infiltrarsi e intasare gli spazi
vuoti all’interno del suolo, formando una
pellicola superficiale (soil sealing). Il
successivo essiccamento può provocare la
formazione di una crosta superficiale, in
grado di ostacolare la germinazione dei semi,
limitando lo sviluppo dei semi e riducendo gli
scambi gassosi suolo-atmosfera.

Riccardo Conti Frane e Valanghe Non Rubare! 😊


La Goccia

L’azione erosiva dell’acqua è prodotta sia dallo scorrimento superficiale (runoff), sia dall’impatto delle
gocce sul suolo (splash erosion). La velocità di caduta di una goccia è di circa 30-50 km/ora.

Erosione: distacco e trasporto

Il fenomeno fisico dell’erosione consiste di 2 fasi:

1. Distacco dal suolo del materiale


2. Trasporto del materiale

L’azione esercitata dall’impatto della pioggia è la causa principale del distacco, mentre contribuisce poco al
trasporto.

Esiste una relazione tra granulometria ed energia necessaria al distacco. L’energia cinetica specifica (J/m 2)
necessaria per distaccare un kg di sedimento dal suolo assume il valore minimo se il suolo ha tessitura
prevalente limoso, limoso-sabbiosa. Per tessiture più fini aumentano le azioni di stabilizzazione chimica
della struttura mentre per tessiture più grossolane aumenta la forza di massa. La presenza del vento
aumenta l’energia cinetica delle gocce in caduta, dando loro anche una velocità orizzontale, ed il fenomeno
di distacco può essere incrementato da 1.5 a 3 volte.

➢ Trasporto “distribuito”: come lo scorrimento superficiale con moto piano: sheet erosion  Questo
si manifesta solamente quando o il suolo è saturo o per una intensità di precipitazione superiore
alla velocità d’infiltrazione nel suolo;
➢ Trasporto “concentrato”: come correnti canalizzate: rills, gullies.

Il passaggio dall’erosione distribuita all’erosione incanalata avviene quando la velocità media di


19
scorrimento superficiale eccede la velocità critica di attrito necessaria affinché l’erosione non sia più
selettiva nei confronti della dimensione delle particelle. In tal caso sia le particelle più fini sia quelle più
grossolane possono essere inglobate e trascinate dalla corrente.

Erosione non incanalata o diffusa: identifica la prima fase di contatto tra suolo ed acqua, quando non si ha
ancora incisione di quest’ultimo.

• Erosione per azione battente delle gocce di pioggia (splash erosion) : è causata dall’impatto delle
gocce d’acqua sul suolo. L’energia cinetica provoca la rottura degli aggregati e la degradazione dei
cementi colloidali. Si formano così particelle di suolo più piccole e facilmente trasportabili dal flusso
d’acqua. Parte di queste si insinua tra gli aggregati del suolo e ne compromette la permeabilità (soil
sealing). Diminuendo l’acqua che infiltra, conseguentemente, aumenta quella che scorre in
superficie e l’erosione per scorrimento laminare. La presenza di abbondante scheletro superficiale
può concorrere alla mitigazione di questa tipologia erosiva, offrendo resistenza all’effetto di
“splash”.
• Erosione per scorrimento laminare (sheet erosion o interill erosion): è la rimozione dello strato
superficiale del suolo per effetto della “lama” d’acqua che scorre
in superficie. Il termine interill erosion, al posto di sheet erosion,
è suggerito da alcuni autori al fine di indicare sia il movimento
dell’acqua sia il trasporto delle gocce d’acqua e delle particelle di
suolo. Questa erosione è anche detta “selettiva”, perché asporta
soprattutto le particelle più piccole (argille e limi) e può
provocare il cambiamento della tessitura del primo strato di
suolo.
Sheet erosion

Riccardo Conti Frane e Valanghe Non Rubare! 😊


Gli aggregati sono rotti dall’azione battente delle gocce d’acqua (splash erosion). Parte di queste
particelle sono trasportate via, ma parte s’instaurano nei pori del suolo e vanno a diminuire
l’infiltrazione. Di conseguenza aumenta l’acqua che scorre in superficie (sheet Rill erosion
erosion) e l’allontanamento delle particelle più fini.

Erosione incanalata

• Erosione per ruscellamento (rill erosion): con il passare del tempo l’acqua inizia a
prendere delle vie preferenziali e si hanno le prime incisioni nel suolo;
• Erosione per burronamento (gully erosion): quando queste tendono ad
ingrandirsi, perché sempre più suolo è trasportato via, si formano veri e propri
“burroni”;
• Erosione per abrasione e scalzamento dell’alveo dei corsi d’acqua (channel
erosion)

Erosione di massa
Gully erosion
È dovuta all’eccessiva imbibizione di suoli situati su versanti instabili. L’acqua penetra tra
gli aggregati e tra gli altri costituenti fondamentali del suolo, provocandone l’allontanamento. Più questi si
allontanano e minori sono le forze di attrazione che li tengono uniti. Quando queste si annullano il suolo
liquefa, cioè non si comporta più come un corpo semisolido, ma come un liquido e tenderà a muovers i
seguendo la forza di gravità. La quantità d’acqua utile a provocare il fenomeno dipende essenzialmente dal
limite di liquidità del suolo (determinabile sperimentalmente), copertura vegetale, uso del suolo, pendenza
del versante, ecc. L’erosione di massa avviene nel momento in cui la forza di gravità prevale su quelle di
coesione interne delle particelle.

• Erosione per franamento (slumping): quando la massa terrosa, scivolando, si suddivide in diversi 20
corpi
• Erosione per smottamento (solifluxion): quando la massa terrosa, scivolando, rimane in un corpo
unico.

Più si va avanti e più questi eventi si sovrappongono ed interagiscono tra di loro complicando la dinamica
del processo.

Problemi determinati dall’erosione del suolo

• Perdita di valore del suolo eroso


• Danni in seguito a processi di deposizione
• Trasferimento di elementi inquinanti (es. pesticidi)

La maggior parte delle conoscenze attuali sul fenomeno dell’erosione


proviene dal lavoro, iniziato negli anni 30, dal Servizio di Conservazione del
Suolo degli Stati Uniti, che negli anni compresi fra il 1920 e il 1930 ha
dovuto affrontare gravissimi problemi di erosione connessi all’utilizzazione
agricola del suolo in alcuni stati.

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Erosione idrica – Modello USLE
L’erosione idrica laminare è stata stimata in ambito agronomico da Wishmeyer e Smith (1978), che hanno
elaborato e validato per un campo sperimentale la USLE (Universal Soil Loss Equation), nella forma:

𝐸𝑟𝑜𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 = 𝑅 × 𝐾 × 𝐿𝑆 × 𝐶 × 𝑃
▪ Erosione = t/ha/yr di suolo perso;
▪ R = fattore erosività della pioggia [MJ mm/h/ha/yr];
▪ K = fattore erodibilità del suolo [t h/MJ/mm];
▪ LS = fattore topografico o slope length factor (coefficiente adimensionale calcolato);
▪ C = copertura del suolo (coefficiente adimensionale stimato);
▪ P = pratiche di controllo dell’erosione (coefficiente adimensionale stimato).

Applicando gli ultimi 3 coefficienti correttivi sitospecifici il modello diventa di tipo reale e non più di tipo
potenziale.
𝑀𝐽 ∙ 𝑚𝑚 𝑡 ∙ℎ 𝑡
𝐸= ∙ =
ℎ ∙ ℎ𝑎 ∙ 𝑦𝑟 𝑀𝐽 ∙ 𝑚𝑚 ℎ𝑎 ∙ 𝑦𝑟
Solo nel ’97 aggiornarono il modello per una migliore stima dell’erosione su terreni a morfologia complessa
 RUSLE (Revised Universal Soil Loss Equation).

La tecnologia USLE/RUSLE consiste in un set di equazioni che stimano la perdita di suolo e la produzione di
sedimento derivanti dai processi di erosione per ruscellamento (rill erosion) e laminare. Essa deriva dallo
studio dei processi di erosione su un numero elevato di anni di osservazioni parcellari (>10000) sotto
l’influenza di pioggia naturale o simulata.
21
Fattore R
È definita come l’abilità potenziale della pioggia a causare erosione e dipende dalle caratteristiche
fisiche della pioggia: quantità totale, intensità, dimensione delle gocce, velocità ed energia
cinetica.
➢ Oltre alla quantità totale delle precipitazioni è fondamentale conoscere la distribuzione
annua. In generale, più è irregolare con picchi molto concentrati, e maggiore è il rischio di
erosione. Ad esempio nell’area mediterranea una quantità totale di pioggia non molto elevata
in valore assoluto può determinare un’intensa erosione.
o Tropeano (1991) ha misurato una perdita di suolo di 10,5 t/ha/yr in un bacino
idrografico sperimentale nel nordovest Italia, con 799 mm di piovosità annua media.
o Marques (1991) in un campo sperimentale in Spagna e con una piovosità media annua
di 560 mm, ha misurato 2,8 t/ha/yr.
o Romero (1988) in un bacino idrografico della Spagna, con una media annua di
precipitazioni di 300 mm, ha misurato un’erosione superiore a 4 t/ha/yr.

Questo accade perché le piogge sono concentrate in determinati


periodi e più intense, talvolta con carattere di flash-flood.
➢ L’intensità (mm/h) è determinante per la perdita di suolo, essendo il rischio di erosione potenzialmente
presente ogni qual volta l’intensità della pioggia è superiore alla capacità di infiltrazione del suolo.

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➢ Il diametro delle gocce influisce in modo direttamente proporzionale su velocità ed energia. Più sono
grandi e maggiore è la loro erosività. Bisogna però ricordare che c’è un limite, circa 5 mm, oltre al quale
le gocce non possono aumentare la loro dimensione perché contemporaneamente cresce la loro
resistenza all’aria e la tendenza a dividersi in gocce più piccole.
➢ La velocità terminale delle gocce dipende dalla dimensione e dall’altezza di caduta. Il suo quadrato
moltiplicato per la massa definisce l’energia cinetica.
1
𝐸 = ∙ 𝑚 ∙ 𝑣2
2

Per la fusione nivale hanno aggiunto un fattore correttivo uguale a 1,5.

Van der Knijff et al. (1999) calcola il fattore R annuale tramite l’equazione 𝑅 = 𝑎 ∙ 𝑃𝑗 dove a è uguale a 1,3 e
Pj sono le precipitazioni annuali in mm.

Si è dimostrato un metodo molto approssimativo e quindi pochissimo usato.

Indice di Fournier e indice di Fournier modificato


2
𝑃𝑚𝑎𝑥
𝐹=
𝑃
dove: Pmax è la quantità media mensile di precipitazioni del mese più piovoso (mm) e P è la quantità media
annua di precipitazioni (mm).

L’indice modificato da Arnoldus (1980) è:


22
12
2
𝑃𝑖
𝐹𝑀 = ∑
𝑃
𝑖=1

dove: Pi è la quantità media mensile di precipitazioni per il mese i (mm) e P è la quantità media
annua di precipitazioni (mm).

Anno idrologico  parte dal 1° ottobre


Anno solare  parte dal 1° gennaio

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Dalla Regione Piemonte e l’IPLA…

Fattore K 23

È la vulnerabilità o la suscettività intrinseca del suolo ad essere eroso, ovvero l’erodibilità del suolo.
Dipende dalle caratteristiche fisiche del suolo, da un lato quelle che facilitano l’infiltrazione dell’acqua e
dall’altro quelle che ne determinano la stabilità strutturale. Gli aspetti più importanti sono:

• Capacità d’infiltrazione idrica: è positiva perché aumentando l’infiltrazione diminuisce il flusso


erosivo superficiale;
• Stabilità strutturale: f(sostanza organica...)
• Compattezza e consistenza: f(lavorazioni…)
Indica quindi la facilità con cui il suolo può essere eroso. Dipende da tessitura, struttura, rapporti
acqua/suolo, ecc.

Si utilizzano nomogrammi per ricavare K dalla conoscenza di 5 parametri che caratterizzano il suolo:

1. % limo e sabbia fine


2. % sabbia
3. % sostanza organica
4. struttura
5. permeabilità

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Le attività della Regione Piemonte nel settore dello studio dell’erosione dei suoli

Per calcolare il fattore K dell’equazione di Wishmeyer sono stati utilizzati i dati di


circa 2500 orizzonti superficiali relativi ad altrettanti profili campionati ed
analizzati, distribuiti sull’intero territorio piemontese. I punti ricadenti all’interno
delle singole delineazioni delle Unità Cartografiche della carta dei Suoli a scala
1:250.000 sono stati raggruppati e per ogni delineazione si è proceduto a calcolare
la componente tessiturale media della frazione di sabbia molto fine, di sabbia fine
e di sabbia grossolana. Sono stati estrapolati inoltre i valori di struttura e di
permeabilità indispensabili per l’applicazione dell’apposito nomogramma che,
sotto forma di foglio elettronico di calcolo, ha fornito il valore di erodibilità (K).

Per calcolare il K possiamo utilizzare 3 metodi:

• Preciso: son necessari % limo, % sabbia fine, % sabbia grossolana, % S.O.,


struttura, classe di permeabilità
• Approssimato: sono necessari % argilla; % sabbia tot, % S.O., struttura, classe di permeabilità
• Tessitura: sono necessari classe di tessitura, o % argilla e % sabbia tot, e % S.O.
Quando la pioggia impatta sul suolo, la debole struttura è facilmente distrutta, le particelle si disperdono e
vanno ad occupare i pori impermeabilizzando la superficie. Si forma così la crosta superficiale che favorisce
ruscellamento ed erosione, dapprima laminare, poi concentrata. Inoltre, quando questi suoli sono asciutti,
l’inumidimento rapido provoca una rottura degli aggregati per esplosione e aumentano le particelle di
suolo disperse, che vanno ad incrementare l’occlusione superficiale dei pori e l’erosione.

24
Crusting Factor: viene corretto il fattore k, dove, oltre alla tessitura, viene presa in
considerazione l'influenza della crosta superficiale del suolo. L'indice risultante (CI)
fornisce una chiara indicazione della probabilità di formazione di una crosta
superficiale. Più dura è la crosta superficiale, più difficile è l'infiltrazione dell'acqua nel
terreno, aggravando così il deflusso superficiale e aumentando l'erosione delle
particelle del suolo. L’indice va da 0.75 a 1.25, ma questo è ancora in fase
sperimentale. Però è chiaro che utilizzando questo fattore incrementativo, il K può
cambiare molto.

Fattore K senza CI Fattore K con CI

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Fattore LS

I fattori di lunghezza L e pendenza S sono spesso valutati come un


singolo fattore LS.

Per determinare i 2 fattori si utilizza questo nomogramma.

Una strategia ampiamente utilizzata per ridurre l’erosione è la


costruzione di gradoni così per “giocare” sulla lunghezza e la pendenza di
un versante.

Fattore LS sull’arco alpino

25

Fattore C

Esso rappresenta l’effetto sulla perdita di suolo della vegetazione, della


copertura del suolo, della biomassa radicale, dei residui incorporati…

Maggiore è il fattore C, maggiore è il contributo di una data pratica


agricola/selvicolturale all’erosione idrica del suolo. Il fattore C è espresso
in valore medio annuo.

Alcuni esempi in Piemonte:


Relazione tra erosione e copertura vegetale
• Boschi di latifoglie: 0.0020
• Boschi di conifere: 0.0030
• Boschi misti: 0.0020
• Aree a pascolo naturale e praterie: 0.0200
• Brughiere e cespuglieti: 0.0500
• Boschi di neoformazione: 0.0070
• Aree con vegetazione rada: 0.3000
• Aree percorse da incendi: 0.3000
• Risaie: 0.0700
• Sistemi colturali e particellari complessi: 0.1800
Fattore C sull’arco alpino
• Aree verdi urbane: 0.0000
• Spiagge, dune, rocce nude, falesie…: 0.0000

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Fattore P

Si tratta del fattore di pratica colturale o antierosiva. È dato dal rapporto tra la quantità annua di suolo
eroso da un suolo su cui è effettuato un tipo ben definito di coltura con una certa pratica colturale e la

quantità annua di suolo eroso dallo stesso terreno con la stessa coltura effettuata con la pratica colturale di
lavorazione sulla massima pendenza. Le pratiche colturali antierosive contemplate nell’USLE:

✓ Terrazzamento (Terracing): consiste nel realizzare lungo il pendio dei terrapieni, con la funzione
di aumentare la superficie coltivabile e di interrompere il deflusso dell’acqua superficiale.
✓ Coltivazione lungo le curve di livello (Contouring): consiste nell’effettuare le lavorazioni del
terreno non nella direzione della massima pendenza ma seguendo le linee di livello.
✓ Coltivazione a strisce interrotte (Strip cropping): consiste nell’alternare le coltivazioni,
disponendo strisce successive di colture a cui corrispondono differenti tipi di coltura. Ad
esempio alternare strisce a mais con strisce di prato.

26

L’erosione lungo l’arco alpino varia da 10 a più di 50 t/ha/yr, valore SENZA il winter factor.

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Come si può limitare/evitare l’erosione idrica del suolo

❖ Mantenendo una copertura protettiva sul terreno: Rispetto ad un terreno privo di copertura
vegetale, la presenza di un frutteto inerbito riduce di circa 80 volte il potenziale erosivo di una
pioggia, un pascolo naturale o seminato lo riduce di circa 95 volte, mentre un bosco o una foresta
possono raggiungere valori protettivi 1.000 volte superiori;
❖ Creando una barriera agli agenti erosivi;
❖ Modificando il paesaggio per controllare la quantità ed il tasso di ruscellamento dell’acqua.
❖ Incrementando il tasso di infiltrazione dell’acqua, eseguendo le lavorazioni e le altre pratiche in
modo trasversale alla massima pendenza. Il sistema di lavorazioni secondo le curve di livello è
efficace su pendenze inferiori al 4% e dove le piogge non sono molto intense, ri ducendo la perdita
di erosione anche del 50% rispetto alle lavorazioni eseguite a rittochino;
❖ Aumentando la stabilità degli aggregati del suolo attraverso la conservazione e il miglioramento
della fertilità, intesa non soltanto come apporto di sostanze nutritive ma anche come corretta
scelta dei criteri di lavorazione, di irrigazione e di drenaggio.

Il trattamento dei suoli nei ripristini ambientali legati alle infrastrutture


Attenta analisi delle caratteristiche dei suoli ante-operam e della loro distribuzione sul territorio.

Descrizione dei tipi di suolo, in particolare dei Technosols

Elementi di progetto: eventuali effetti che il tipo di opera ha sul suolo.

Cosa prelevare: terre da scavo e terreno vegetale.


27
Normativa specifica: 221/2012  disciplina l’utilizzo di rocce e terre da scavo.

Asportazione: è importante separare gli orizzonti superficiali da quelli sottostanti.

Stoccaggio: cumuli divisi per orizzonte, evitare il compattamento.

Suolo obiettivo  deve essere dichiarato quale suolo ci si impegna a ricostruire (sulla base del suolo ante-
operam e sulle caratteristiche del suolo).
Piano di fertilizzazione: stima della quantità di compost/ammendanti da utilizzare per l’ottenimento del
suolo obiettivo.

▪ Compost: 35-55% s.s. in S.O.


▪ Zeolite: ammendante di tipo fisico che aumenta la CSC

Come si può evitare/limitare l’erosione provocata dal vento

L’erosione eolica è condizionata diversi fattori come la velocità e la direzione del vento. Dipende molto
anche dalla dimensione delle zone di aratura. I fattori che contrastano l’erosività sono: S.O. CaO 3 e argilla. Si
contrasta:

❖ Costruendo barriere frangivento, vive o morte: Wind breaks, flax strips, grass strips;
❖ Mantenendo l’umidità del suolo eseguendo l’irrigazione in turni brevi e a piccole dosi.

Fattore di erodibilità: tiene conto del contenuto di sabbia e limo, s.o. e CaO 3.

Fine prima parte…

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…Inizio seconda parte

28

Le Valanghe
Esistono diversi tipi di definizione:

❖ Da “Lo Zingarelli 2000” XII edizione 2000


➢ Valanga: massa di neve o ghiaccio che si stacca dalla sommità di un monte e precipita a
valle slittando sui pendii, accrescendosi di volume durante la caduta.
➢ Slavina: da lavina, massa di neve che scivola da un pendio montano.
❖ Da “Dizionario Garzanti della Lingua Italiana” edizione minore 1966
➢ Valanga: massa di neve che precipita a valle ingrossandosi progressivamente e trascinando
con sé tutto quello che incontra.
➢ Lavina: frana di neve bagnata che scivola da un pendio montano, di solito di primavera.
❖ Da “Enciclopedia Generale De Agostini Compact 1988”
➢ Valanga: massa di neve che precipita lungo un pendio di una montagna ingrossandosi
sempre più, trascinando seco altra neve e detriti e abbattendo tutto ciò che incontra. Le
valanghe possono essere causate dal vento, da vibrazioni acustiche, dalla pressione dei
piedi di un animale ecc.
➢ Slavina o Lavina: non citato.
❖ Gli Uffici Valanghe Italiani dell’AINEVA hanno concordato di utilizzare un termine unico
❖ Valanga: massa di neve in movimento lungo un pendio, piccola o grande che sia.

Valanga ≠ Slavina (gergale…)

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Aree a rischio di valanghe

La classificazione delle valanghe è importante per finalità:

• pratiche: descrizione della valanga con termini standard, semplici, comprensibili.


• scientifiche: descrizione della valanga secondo criteri utili allo studio delle leggi fisiche alla base del
fenomeno.

Terminologia

✓ Zona di distacco
o Area di distacco
o Spessore di distacco
✓ Zona di scorrimento
✓ Zona di accumulo
29
Zona di distacco: le potenziali aree di distacco, per
valanghe a lastroni di neve asciutta, in media le troviamo
su pendenze che variano tra i 38° e i 41°.

L’esposizione prevalente è NE-N-NW, ovviamente sono


condizioni che variano da ambiente ad ambiente.

Zona di scorrimento: si verifica un moto indipendente dalla modalità di distacco per via di un forte attrito
dinamico.

Zona d‘accumulo: la valanga inizia ad esaurirsi per perdita di energia dovuta all‘attrito e a depositare neve.
Avremo quindi basse velocità ed elevato attrito. L’angolo d‘inclinazione del pendio è simile all’angolo di
attrito dinamico. Angoli d‘inclinazione tipici: 15° o meno.

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Tipi di valanghe

In zona di distacco:

➢ Valanga a lastroni: sono tra le più distruttive. Modalità del distacco da una linea di frattura

• Neve bagnata: Sovraccarico dovuto a precipitazioni piovose, alterazioni della resistenza


all‘interno di uno strato debole a causa dell‘acqua, lubrificazione con acqua di una superficie di
scorrimento
➢ Valanga di neve a debole coesione: modalità del distacco da un punto
30

• Neve asciutta:
- basse temperature (lenta formazione di legami)
- assenza di vento (no compattazione)
- bassa densità (basso numero di legami)
• Neve bagnata:
- bassa coesione
- alto tenore d‘acqua
- i legami si sciolgono
➢ Valanga di superficie: posizione della superficie all’interno del manto nevoso
➢ Valanga di fondo: posizione della superficie sul terreno
➢ Valanga di neve asciutta: Acqua liquida nella neve assente
➢ Valanga di neve bagnata: Acqua liquida nella neve presente

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In zona di scorrimento:

➢ Valanga di versante: configurazione del percorso su pendio aperto


➢ Valanga incanalata: configurazione del percorso in canalone
➢ Valanga nubiforme: tipo di movimento nuvola di neve polverosa
• Neve a bassa densità: ~ 3 - 15 kg/m3
• Una parte consistente della massa nevosa rimane in sospensione (anche a notevole altezza dal
suolo). Il moto non risente della topografia
• Alte velocità: ~ 100 - 300 km/h
• Si generano su pendii ripidi
• Si sviluppano da valanghe radenti
o Neve fresca asciutta, fredda, a debole coesione
o Traiettoria lunga, ripida, con bruschi cambi di pendenza
➢ Valanga radente: tipo di movimento lungo il terreno
• Moto di tipo radente sul suolo
• Attrito sul terreno, influenza della topografia lungo il percorso
• Densità: ~ 100 - 300 kg/m3
• Velocità:
o neve bagnata: 5 - 50 km/h
o lastroni asciutti: 50 - 130 km/h
➢ Valanghe… miste: la nube polverosa si sviluppa dalla valanga radente

Nube in sospensione

Strato di saltazione
31

Manto nevoso
Parte densa

In zona di accumulo il deposito può essere:

• Grossolano: rugosità superficiale del deposito grossolana


• Fine: rugosità superficiale del deposito fine
• Asciutto: acqua liquida nel deposito assente
• Bagnato: acqua liquida nel deposito presente  a forma di palle (sono molto dure)
• Puro: nessuna contaminazione del deposito
• Misto: presenta una contaminazione del deposito  detrito (pietre, terra, rami, alberi…) e neve
Altre:

➢ Valanga di fondovalle: lunghezza della traiettoria dalla montagna al fondovalle


➢ Valanga di pendio: lunghezza della traiettoria con arresto a fine pendio
➢ Valanga catastrofica o con danni: danni a immobili, cose, mezzi, foreste…
➢ Valanga dello sciatore: danni da appassionati di sport invernali
➢ Valanga di ghiaccio: distacco di ghiacciaio

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Classificazione delle valanghe per dimensione

Damage potetial Quantitative Pressioni


Term Runout classification
classification classification d’impatto

Sluff o Piccole e innocue Nessun pericolo per Lunghezza < 50 m, P < 103 Pa
1
scaricamenti “lingue” di neve l’uomo Volume < 100 m3 (< 1kPa)

Può seppellire una


Lunghezza < 100 m, P ≈ 103 Pa
2 Piccole valanghe Si fermano sul pendio persona (con lesioni o
Volume < 1000 m3 (≈ 1 kPa)
morte)

Può seppellire e
distruggere piccole
Continua fino in fondo Lunghezza < 1000 m, P ≈ 104 Pa
3 Medie valanghe costruzioni e macchine,
alla discesa Volume < 10.000 m3 (≈ 10 kPa)
rompere singoli alberi e
danneggiare camion

Continua su aree
pianeggianti (meno di Può distruggere e
P ≈ 105 – 106 Pa
30°) fino ad una seppellire camion, treni, Lunghezza > 1000 m,
4 Grandi valanghe (≈ 100 – 1000
distanza di 50m. Può grandi costruzioni e Volume > 10.000 m3
kPa)
raggiungere anche il aree forestate
fondovalle

32

Pressione d’urto (kPa) Danni potenziali


1 Finestre rotte
5 Porte sfondate
30 Distruzione di infrastrutture in legno
100 Sradicamento di abeti maturi
1000 Spostamento di strutture in cemento armato

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Prevenzione
La prevenzione del rischio di valanghe si può ottenere mediante la realizzazione di opere di difesa.

Opere di difesa permanenti ( non in legno!)

Si possono distinguere due differenti tipologie di strutture per il controllo “a lungo termine delle valanghe”:

➢ Opere ubicate nella zona di distacco, finalizzate a prevenire il distacco delle valanghe  ATTIVE
➢ Opere ubicate nella zona di scorrimento e/o di arresto, finalizzate a ridurre il potenz iale
distruttivo delle valanghe  PASSIVE

Bosco: è la difesa più economica e con impatto ambientale nullo. Spesso bosco e opere di difesa attiva
vengono utilizzate insieme così da trarne vantaggi maggiori.

33
Andermatt (CH) Interazione bosco-opere di difesa

Ponti e reti da neve: sono strutture di ritenuta utilizzate nella zona di


distacco. Queste vengono messe soprattutto in aree al di sopra del limite
del bosco in modo che trattengano il manto nevoso e impedire quindi il
distacco di valanghe. Sono dimensionati
per resistere a cariche statiche del
manto nevoso, che dipendono
principalmente dallo spessore e dai
movimenti di deformazione dello stesso. L’altezza dell’opera è un
parametro cruciale per la sicurezza, soprattutto con riferimento a
condizioni nivometriche estreme. NB. L’altezza dell’opera deve essere tale
Rete da neve in funi d’acciaio
da superare il valore dell’altezza del manto nevoso atteso nella zona da
mettere in sicurezza per un tempo di ritorno pari a 100 anni.

Estensione e disposizione delle opere di stabilizzazione:

a. Inclinazione del pendio: Le pendenze da 30° a 50° rendono generalmente necessaria l’installazione
di opere di stabilizzazione.
b. Disposizione delle opere rispetto ai fronti di distacco: Le opere di stabilizzazione vanno
innanzitutto erette al di sotto dei fronti di distacco più alti, osservati o probabili, di valanghe a

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lastroni. Con la costruzione delle opere, generalmente si formano nuovi fronti di distacco secondari
più in basso, cosicché l’area da mettere in sicurezza dovrà estendersi verso valle fino a quando:
• la pendenza del terreno non è definitivamente diminuita al di sotto di circa 30°;
• si può prevedere che le valanghe che possono prodursi più in basso non raggiungeranno
più proporzioni dannose.
c. Disposizione delle opere rispetto alla direzione di pressione della neve: In planimetria le superfici
d’appoggio delle opere devono essere disposte il più perpendicolarmente possibile rispetto alla
presunta direzione della pressione della neve.
d. Particolarità delle opere a quote superiori: Quando il versante da sistemare è limitato
superiormente da una cresta con cornice, le opere a quota più elevata andranno erette il più vicino
possibile alla base della cornice, senza che ne vengano però seppellite. In previsione della forte
accumulazione che dovranno sostenere esse dovranno avere una struttura particolarmente solida.
In numerosi casi si può ridurre la formazione delle cornici mediante opere di difesa contro il vento,
che andranno eseguite prima della realizzazione delle opere di stabilizzazione. Necessità di rinforzo
anche nel caso in cui la zona da sistemare sia sovrastata da un pendio roccioso molto ripido.
e. Estensione laterale delle opere di stabilizzazione: Sin dalla sommità della zona di distacco le opere
di stabilizzazione devono estendersi sufficientemente in larghezza, in modo tale da coprire tutta
una “unità di terreno” e da potersi appoggiare a delimitazioni laterali naturali. Se a causa della
configurazione del terreno o per motivi economici, ciò non fosse possibile, le opere a confine con la
zona non protetta dovranno essere disposte a file degradanti verso il basso, in modo da evitare che
le opere inferiori vengano danneggiate dalle valanghe che possono scendere immediatamen te a
lato del perimetro.
f. Disposizione continua e frammentaria delle opere: la prima è composta da opere disposte in
lunghe file orizzontali che si estendono sull’intera zona da sistemare e presentano delle interruzioni
solo nei luoghi in cui non possono verificarsi distacchi di valanghe; nella seconda le interruzioni 34
sono molto più frequenti.

Altri tipi di opere di difesa permanenti

Opere di difesa contro il vento (barriere da vento, frangivento…): influenzano il deposito della neve in modo
da ostacolare la formazione di cornici e diminuire il deposito della neve nelle zone di distacco.

Opere di deviazione (dighe, muri, cunei, gallerie…): hanno lo scopo di deviare, di dividere o di contenere
una valanga in movimento.

Opere di protezione diretta degli oggetti (muri rinforzati, protezioni a cuneo, terrapieni a monte
dell’oggetto da proteggere): hanno lo scopo di proteggere direttamente l’oggetto rinforzandolo o
diminuendo la pressione della valanga sullo stesso.

Opere di intercettazione e di rallentamento (dighe di intercettazione, speroni, cumuli, coni frangiflusso):


operano il rallentamento della massa di neve in modo da ridurne la distanza di arresto.

Opere di difesa temporanee

Per evitare il distacco di valanghe in zone di rimboschimento e tentare


di ridurre al minimo i movimenti del manto nevoso, si può impiegare il
legno come materiale di costruzione. Però si deve essere certi che il
rimboschimento sia in grado di autoproteggersi dal distacco di valanghe
e dal movimento della neve in un arco di tempo di 30-50 anni. Con
l’utilizzo del legno, materiale a basso costo e di origine locale, è

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possibile realizzare gli interventi di protezione in modo economico.
Mettendo a confronto la protezione permanente con quella
temporanea quest’ultima ha solo una durata di vita inferiore.

Rastrelliere da neve in legname: Atte a stabilizzare il manto nevoso al


distacco. Successivo rimboschimento.

Treppiedi in legname: Per impedire lo slittamento del manto nevoso in


siti di piccole dimensioni. Successivo rimboschimento.

Il distacco programmato delle valanghe


Definizione: Intervento volontario capace di creare al momento voluto elevati sovraccarichi temporanei sul
manto nevoso, sufficienti a provocare il distacco di piccole masse nevose con anticipo sul fenomeno
spontaneo, evitando così che le valanghe assumano dimensioni tali da provocare danni alle cose o alle
persone che si intendono proteggere.

Vantaggi del distacco programmato:

✓ Riduzione al minimo dei tempi di chiusura di strade, comprensori sciistici e infrastrutture varie;
✓ Formazione di valanghe di piccole dimensioni  deve essere un’operazione costante per tutta la
stagione e non operare alla fine quando la neve e troppa e si rischierebbe una grande valanga.

Come si effettua?

➢ Artiglierie  con l’ausilio di un lanciarazzi. Tecnica usata perlopiù in Canada e negli USA;
➢ Distacco manuale  effettuato da un fochino; 35
➢ Distacco a distanza (es. Ca.T.Ex.)  Verso l’inizio degli anni ’70 ha preso avvio lo sviluppo tecnico
del Ca.T.Ex., cioè dei Cavi Trasportatori di Esplosivo. La possibilità di inviare una carica per mezzo di
un cavo aereo sulla verticale del punto zero offre il grande vantaggio di permettere di raggiungere
anche più punti di tiro operando da una posizione sicura, raggiungibile senza difficoltà o pericolo. Il
Ca.T.Ex. non comporta soltanto benefici di sicurezza e praticità, ma soprattutto permette
l’esplosione in aria, migliorando i risultati. Per contro, impone la soluzione del problema della quota
di tiro, perché la morfologia del terreno, che detta le geometrie dell’impianto, può portare il cavo
ad altezze troppo elevate rispetto al suolo perché il tiro risulti efficace. Si è così passati
progressivamente da sistemi di aggancio della carica a distanza fissa dal cavo trasportatore a
sistemi che ne permettevano la calata ad una determinata distanza;
➢ Sistemi con miscele esplosive gassose (es. GAZ EX,
AVALHEX)  il GAZ EX è in uso dal 1988. Permette il distacco Deposito gas
programmato di valanghe mediante la detonazione di una
miscela di gas – propano e ossigeno – opportunamente
dosati. È composto da un deposito gas (zona sicura) che
contiene anche la camera di espansione dei gas e gli
strumenti necessari per il funzionamento del sistema e da un
esploditore dove avviene la miscelazione e la combustione
dei gas, posto nella parte superiore della zona di distacco
della valanga. Quest’ultimo viene ancorato al suolo tramite
Esploditore
speciali barre di fissaggio. Le due componenti sono collegate
da una doppia tubazione in polietilene. Rispetto al distacco
con esplosivi presenta alcuni vantaggi:

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o Maggiore sicurezza, in quanto si evita l’uso di esplosivi con relativi problemi di trasporto in
quota, stoccaggio.
o Facilità e velocità di intervento (anche di notte ed in condizioni meteo sfavorevoli).
o Minore impatto ambientale rispetto ai Ca.T.Ex. per i quali sono necessari piloni di sostegno.
o Nessun rischio di colpo inesploso.
o Ridotto inquinamento ambientale per i residui carboniosi della combustione, tipici
dell’esplosivo tradizionale.
Però, ogni singola STRUTTURA è funzionale solo alla difesa di un’area limitata (a differenza dei
Ca.T.Ex. che possono operare al servizio di più aree).
L’AVALHEX è un sistema simile al GAS EX nel principio (sistemi con
miscele esplosive gassose), ne differisce però notevolmente nella
tecnica. Qui il deposito di gas alloggia solamente le bombole di
idrogeno compresso e una sola conduttura porta il gas al posto di tiro. Il
posto di tiro è costituito da una colonna metallica, alta un paio di metri
e di dimensioni adeguate a reggere le forti sollecitazioni dell’esplosione
e delle masse di neve in movimento. La colonna sorregge un “tamburo”
alla cui periferia sono sistemate 16 o 24 capsule che alloggiano palloni
di lattice di gomma, opportunamente ripiegati. Quando si apre
l’elettrovalvola che permette l’erogazione dell’idrogeno, la miscelazione
dei gas avviene nel pallone di lattice di gomma e l’esplosione si verifica
all’interno di questo, al di fuori dei contenitori metallici;
➢ Lancio di esplosivo da mezzo aereo  Carica Vassalle. Recentemente
si è messo a punto una carica esplosiva che può essere “innescata” a
bordo dell’elicottero e calata direttamente sul punto di tiro, invece che lasciata cadere dal gancio
baricentrico. 36

PI.D.A.V. (Piano di Intervento per il Distacco Artificiale delle Valanghe)

È quel documento, o meglio, quell’insieme di documenti che dettano le norme di utilizzo dell’esplosivo per
provocare il distacco artificiale delle valanghe in un determinato ambito territoriale.

Deve contenere:

✓ Elenco nominativi persone (fochino ed aiutanti)


✓ Documento cartografico
o pendii per i quali è previsto il distacco artificiale;
o estensione prevedibile delle valanghe staccate;
o perimetro vietato al pubblico durante le operazioni di tiro (sentinelle).
✓ Tecniche applicate
✓ Tempi per l’intervento
o altezza minima di neve dovuta a precipitazione nevosa o ad accumulo per vento, prima
della quale non si dovrà intervenire (deve essere fatto con continuità, ogni 30-40 cm di
neve al suolo)

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Mappe di pericolo valanghe  Divisione del territorio in aree soggette a differente pericolo valanghe 
ZONIZZAZIONE
Valutazione delle zone di pericolo valanghe

Il pericolo valanghe è una funzione di:

➢ Periodo di Ritorno (Frequenza) di una valanga di una certa dimensione


➢ Pressione d‘impatto su un grande ostacolo posto perpendicolarmente al percorso della valanga

Come elaborare le mappe di pericolo valanghe

• Catasto delle valanghe  istituito e aggiornato dal designato organo


competente. Vi son segnate dimensioni e frequenze delle valanghe.
• Valutazione del terreno con ausilio della carta  una mappa a buona
risoluzione può essere a scala 1:10.000. Le carte militari possono essere di
grande aiuto perché più dettagliate per le valanghe di alta quota o di zone meno
frequentate. Infine, attraverso il GIS, si può estrapolare una valida carta delle
pendenze, di aiuto per definire l’area di distacco, riconoscere bruschi cambi di
pendenza e individuare l’inizio della zona di arresto.
• Fotointerpretazione  attraverso foto aeree si può avere una buona visione
generale e una base per il lavoro su campo.
• Sopralluoghi  si va a guardare l’età degli alberi, i danni alla
vegetazione, le rocce trasportate, le tracce di erosione, il tipo di
substrato, gli eventuali salti di roccia. Sono molto importanti anche le
testimonianze dirette alla popolazione della zona.
• Condizioni nivo-meteorologiche  Analisi dati: Vento -> accumuli o 37
erosione da vento nella zona di distacco; Altezza neve -> analisi
statistiche per ottenere lo spessore di distacco per valanghe con
specifico tempo di ritorno. (vedi grafico sotto)
• Tipi di valanghe probabili e stima della periodicità  Per valanghe
polverose -> zone ripide ad altitudini elevate e neve incoerente (crolli
di ghiaccio); per valanghe dense -> pendenze moderate a tutte le altitudini..
• Applicazione di modelli statistici e/o di dinamica delle valanghe  Voellmy-Salm analitico,
Modelli topografici, AVAL-1D (numerico), AVAL-2D e AVAL-3D (sperimentazione).
• Considerazioni riguardanti la presenza di misure di protezione

Il grafico indica la relazione tra il tempo di


ritorno e l’altezza della neve.

La curva verde è quella che ci interessa di


più perché indica la quantità di neve che si
accumula in 3 giorni di nevicata
consecutiva per tempi di ritorno di 100
anni.

La curva rossa ci serve per poter progettare


al meglio le opere di difesa.

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Normativa urbanistica e di pianificazione territoriale della Valle d‘Aosta

➢ La Legge Regionale 14/1978 limitava qualsiasi utilizzo edificatorio del territorio in quelle aree che
risultavano a memoria d‘uomo essere interessate da fenomeni valanghivi, senza distinzione di
fenomenologie ed effetti.
➢ La Legge Regionale 44/1994 introdusse delle modifiche per permettere interventi edilizi nelle aree
esposte al pericolo di valanghe.
➢ La Legge Regionale 32/1996 introdusse per la prima volta il concetto di gradualità del rischio in
ambito urbanistico regionale.
La Legge Regionale 11/1998 definisce le zone di pericolo: la suddivisione delle aree esposte al
rischio valanghivo deve essere redatta in funzione delle pressioni d‘impatto dei fenomeni valanghivi
calcolate su tempi di ritorno non inferiori ai 100 anni e sul massimo evento storico. In più per legge
devono essere cartografate sia le zone esposte a fenomeni valanghivi (Va) sia le zone di probabile
localizzazione dei fenomeni (Vb).

Classificazione dei terreni Zona Limiti di pressione p


Alto rischio rossa p > 3 t/m2 (> 30 kPa)
Medio rischio gialla 0.5 < p < 3 t/m2 (5 – 30 kPa)
Basso rischio verde p < 0.5 t/m2 (< 5 kPa)

▪ Nelle aree ad alto rischio (rosse) è vietato ogni intervento edilizio o infrastrutturale eccedente
la messa in sicurezza e la manutenzione straordinaria. (anche se……)
▪ Nelle aree a medio rischio (gialle) sono consentite le costruzioni di edifici capaci di resistere alle 38
pressioni d‘impatto degli eventi attesi.
▪ Nelle aree a basso rischio (verdi) sono consentite le costruzioni di edifici capaci di resistere alle
pressioni d‘impatto degli eventi attesi.

Suggerimenti AINEVA

L‘Assemblea AINEVA del 19 giugno 2002 approva a Trento il documento di indirizzo “Criteri per la
perimetrazione e l‘utilizzo delle aree soggette al pericolo di valanghe” realizzato in collaborazione con il
Dipartimento di Ingegneria Idraulica e Ambientale dell‘Università di Pavia. Il documento ha finalità di
indirizzo per le Regioni e le Provincie Autonome di tutto l’Arco Alpino.

Livello di pericolo Zona Definizione su T e p


T = 30 anni e p > 3 kPa
Alto Rossa
T = 100 anni e p ≥ 15 kPa
T = 30 anni e p < 3 kPa
Moderato Blu
T = 100 anni e 3 < p < 15 kPa
T = 100 anni e p < 3 kPa
Basso Gialla
T = 300 anni
Nullo Bianca /

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▪ Le zone ad alta pericolosità (rosse) sono da considerare inedificabili (anche se…). Non sarebbe
permessa la costruzione di nuove abitazioni e bisogna effettuare un piano di evacuazione per le
costruzioni esistenti.
o Criterio pratico per valanghe dense: il limite della zona rossa può essere fatto coincidere
con la distanza di arresto dell’evento trentennale o con la soglia di pressione pari a 15 kPa
per l’evento centennale;
o Criterio pratico per valanghe polverose: il limite della zona rossa è dato dalla condizione
più conservativa tra la soglia di pressione pari a 3 kPa per l’evento trentennale e la soglia di
pressione pari a 15 kPa per l’evento centennale.
▪ L‘utilizzo a fini urbanistici delle zone a moderata pericolosità (blu) va fortemente limitato. La
costruzione è vincolata (strutture di rinforzo) e bisogna effettuare anche qui un piano di
evacuazione per le costruzioni esistenti.
o Criterio pratico per valanghe dense: il limite della zona blu può essere fatto coincidere con
la distanza di arresto dell’evento centennale
o Criterio pratico per valanghe polverose: il limite della zona blu è dato dalla condizione più
conservativa tra la soglia di pressione pari a 0.5 kPa per l’evento trentennale e la soglia di
pressione pari a 3 kPa per l’evento centennale.
▪ Le zone a bassa pericolosità (gialle) possono essere considerate edificabili con riserva. Bisogna
stare attenti nelle situazioni estreme poiché potrebbe esserci pericolo all’esterno.
o Criterio pratico per valanghe dense: il limite della zona gialla è delimitato con riferimento
al limite massimo di espansione di eventi a carattere eccezionale (ovvero con tempi di
ritorno superiori al secolo, per i quali si può assumere indicativamente, ma non
necessariamente, T = 300 anni); tale limite può essere desunto mediante indagini storiche,
aerofotogrammetriche, dendrocronologiche, e più in generale mediante attività di studio e
indagine sul campo che non prevedono necessariamente l’ausilio di modelli di calcolo. 39
o Criterio pratico per valanghe polverose: il limite della zona gialla è dato dalla soglia di
pressione pari a 0.5 kPa per l’evento centennale; potranno altresì essere de limitate in giallo
anche le zone riconosciute come interessate da danneggiamenti prodotti da valanghe
polverose eccezionali (ovvero con tempi di ritorno superiori al secolo, per i quali si può
assumere indicativamente, ma non necessariamente, T = 300 anni).

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Mappe di carattere temporaneo

In entrambi i casi trattati, si sottolinea il carattere temporaneo della perimetrazione delle aree soggette al
pericolo di valanghe. Si prevede infatti il loro aggiornamento in caso di condizioni modificate rispetto a
quelle presenti al momento della stesura delle mappe come nuovi eventi valanghivi, rinvenimento di
informazioni storiche non considerate, opere di difesa e rimboschimento o distruzione di boschi per incendi

Incertezze presenti nelle mappe di pericolo

• Catasto delle valanghe  i dati possono essere di buona qualità come di scarsa qualità
• Valutazione del terreno con ausilio della carta  Incertezze intrinseche nella carta alle varie scale.
• Fotointerpretazione e Sopralluoghi  L‘esperienza gioca un ruolo fondamentale! Non ci sono
regole precise su come effettuare una fotointerpretazione o un sopralluogo. Bisogna valutare caso
per caso i differenti segni sul terreno e considerare sempre la possibilità di altri fenomeni naturali
nel sito valanghivo in esame.
• Condizioni nivo-meteorologiche  Assenza completa di stazioni meteo nella zona in esame, serie
storiche su intervalli di tempo brevi, incertezze legate alle elaborazioni statistiche, difficoltà nel
valutare l‘apporto di neve dovuto a trasporto eolico.
• Tipi di valanghe probabili e stima della periodicità
• Applicazione di modelli statistici e/o di dinamica delle valanghe  Incertezze nei dati di input:
area di distacco, spessore di distacco, profilo, larghezza di flusso della valanga, coefficienti d‘attrito.
Valutazione dell‘influenza delle incertezze legate agli input sugli output del modello. Non si
conoscono ancora bene né i profili di velocità, né quelli di densità, né la distribuzione delle
pressioni. Si avranno quindi sempre difficoltà operative di misura, troppa variabilità dei parametri,
troppi effetti scala, pericolosità dei siti, ecc.… Ci vuole l’esperienza!!!
• Considerazioni riguardanti la presenza di misure di protezione 40

Carta di localizzazione probabile delle valanghe (CLPV)


Si tratta di una carta che riporta solamente le aree interessate o che in passato sono state interessate da
fenomeni valanghivi, ma non dà indicazioni sulle caratteristiche dinamiche (velocità, pressione, altezza di
flusso, distanza massima di arresto ecc.) e di frequenza dei singoli eventi. Per quanto concerne la frequenza
degli eventi si sottolinea che in questo prodotto cartografico possono essere evidenziati dei siti lungo i quali
solo in passato si sono verificati eventi valanghivi, ma successivamente sono intervenute modifiche dei
parametri permanenti (es. sviluppo copertura arborea nella zona di distacco) tali da rendere improbabili
ulteriori fenomeni. In questo caso l’informazione cartografica è utile per
prospettare un’azione di salvaguardia o di miglioramento degli elementi
significativi che hanno determinato la bonifica del sito. Rappresenta un
utile documento informativo di consultazione soprattutto perché consente
un’acquisizione immediata e generalizzata della realtà valanghiva in un
determinato contesto territoriale ma, per i limiti intrinseci dovuti al criterio
speditivo di indagine, alla scala utilizzata e alla mancanza di informazioni di
tipo previsionale necessariamente dipendenti da studi di dinamica, non
può essere considerata una carta di rischio e quindi adottata, in quanto
tale, come strumento vincolante per la redazione ad di Piani Urbanistici, a
differenza delle mappe di pericolo valanghe.

La carta è composta da 3 zone colorate: quelle in arancio sono le zone


acquisite dalla fotointerpretazione, quelle in viola sono le zone acquisite da
inchiesta e quelle rossicce sono le due zone che combaciano.

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Distanze d’arresto

La distanza di arresto di una valanga è definita dal punto di massima distanza raggiunto dalla valanga
nell’accumulo. Il calcolo della distanza d’arresto rappresenta un parametro chiave ai fini della pianificazione
dell’uso del territorio nelle aree esposte a valanghe.

Metodi per la determinazione:

• Osservazioni a lungo termine (catasto valanghe)


• Esame danni alla vegetazione e al suolo
• Indagine storica

Ad esempio la CLPV della Regione Veneto è definita come la Carta tematica di base, in scala 1:25.000, che
riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sia sulla base di testimonianze oculari e/o archivio, sia
mediante l’analisi dei parametri permanenti che contraddistinguono una zona soggetta a caduta di
valanghe.

Dinamica delle valanghe e modelli di simulazione (seminario M. Maggioni) (sta parte è fatta un po’ male
ma è tutta fisica e formule ed è ben fatta anche sulle slide della Maggioni, pardon!)

Modelli di simulazione per valanghe

41

Modelli empirici

Il modello topografico norvegese (Lied and BakkehØi, 1980)

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Modello comparativo (BakkehØi and Norem, 1994)

Comparazione delle caratteristiche topografiche del nuovo sito valanghivo con quelle degli eventi già
registrati nel catasto.

Parametri considerati:

• Pendenza zona di distacco


• Dislivello totale
• Curvatura del profilo
• Altitudine della zona di arresto
• Pendenza zona di scorrimento
• STD della curva che fitta il profilo e le coordinate del profilo reale

distanza di arresto del nuovo sito = media delle distanze di arresto dei siti simili nel catasto

Modelli dinamici per valanghe dense

Sliding Block Models  Modello Voellmy-Salm (Salm and Burkard, 1994)

Il moto della valanga è riconducibile al moto turbolento stazionario delle correnti idrauliche nei canali a
pelo libero. Il percorso della valanga viene diviso in tre parti a pendenza costante: distacco, scorrimento,
deposito. La massa della valanga è costante lungo tutto il percorso. Vi sono 3 tratti del percorso della
valanga e variabili di calcolo.

Q costante
42
μ coeff. attrito dinamico

ξ coeff. attrito turbolento

l’equazione a cui fanno riferimento questi modelli è la legge di conservazione della quantità di moto.

Dove:

• M(t) indica la massa complessiva della valanga ad ogni istante


• V(t) è la velocità istantanea del baricentro della massa nevosa
• Fext(t) è la risultante delle forze esterne agenti sulla valanga

Nell’ipotesi di massa della valanga costante (M(t)=M=cost), la formula si riduce alla legge fondamentale
della dinamica:

𝐹𝑒𝑥𝑡 (𝑡) = 𝑀 ∙ 𝑎(𝑡)


Dove:

• a(t) indica l’accelerazione istantanea del baricentro

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L’equazione di conservazione della quantità di moto possiamo anche indicarla così:

𝜕𝑣 𝜌∙ 𝑔 2
𝜌 ∙𝐻 ∙ = 𝜌 ∙ 𝑔 ∙ 𝐻 ∙ sin 𝜓 − (𝜇 ∙ 𝜌 ∙ 𝑔 ∙ 𝐻 ∙ cos 𝜓 + ∙𝑣 )
𝜕𝑡 𝜉

mxa Fg (Forza di gravità) Fa (Forze di attrito)


Forze di attrito

Determinazione del punto P

Inizio decelerazione:

sin 𝜑𝐾 − 𝜇 cos 𝜑𝐾 = 0
Pendenza critica:

tan 𝜑𝐾 = 𝜇 43

Nella zona di arresto:

tan 𝜑𝐴 < 𝜇

Calcolo delle variabili dinamiche

Velocità max in zona di scorrimento

𝑉𝑆 = √𝐻𝑆 𝜉(𝑠𝑖𝑛 𝜑𝑆 − 𝜇 𝑐𝑜𝑠 𝜑𝑆 )


Distanza di arresto

𝑣𝑆2
𝑋𝑅 =
𝑉 2𝑔
[2𝑔(𝜇 𝑐𝑜𝑠 𝜑𝐴 − 𝑠𝑖𝑛 𝜑𝐴 ) + 𝜉 ∙𝑆ℎ ]
𝑚

Modelli dinamici per valanghe dense con corpo deformabile

Hydraulic Models

Sono modelli continui (1d, 2d o 3d), la neve è considerata come un materiale continuo e deformabile.
Equazioni del moto: conservazione della massa e della quantità di moto. Diversi modelli: SAME - SNOW
AVALANCHE MODELLING, MAPPING AND WARNING IN EUROPE (EU contract n. ENV4-CT96-0258)

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Modello AVAL-1D per valanghe dense (numerico di Voellmy)

FL-1D è un modello numerico, continuo, “quasi”


mono-dimensionale (sezione e portata) basato sulla
soluzione delle equazioni di conservazione della
massa e conservazione della quantità di moto.

A(s,t) = w(s) * h(s,t)

Q(s,t) = A(s,t) * U(s,t)

La larghezza della traiettoria w(s) è nota.

L'altezza del flusso h(s,t) è mediata sulla larghezza


w(s).

La velocità di flusso U(s,t) è mediata sull'altezza di flusso h(s,t) (profilo di velocità costante).

Equazioni del moto

44

RAMMS: 2D model

RAMMS risolve le seguenti equazioni:

• Mass balance
• Momentum balance
• Random Kinetic Energy equation

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