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Leonardo Angelini

Raccontami
una storia
Fiabe e racconti
di Locorotondo
Funzioni e significati
del narrare orale in situazione
Finito di stampare nel maggio 2018
da Corpo 16 s.r.l. - Bari
ISBN 978-88-7470-630-3
Indice

Premessa 9

Fiabe

1. La storia del mortaio [Anna Angelini] 17


2. Gnumerìdde [Angela Caramia] 24
3. La storia di Viola [Anna Angelini] 27
4. Le due sorellastre e la matrigna [Donata Guarnieri] 32
5. Cudìcchie e la mucca zoppa [Colomba Leo] 37
6. Cuzzulìcchie e la corona rubata [Leonardo Cardone] 43
7. La storia di Marangella [Anna Angelini] 54
8. La storia dell’uccel di Grifù [Leonardo Cardone] 56
9. Il serpente a sette teste [Pasqua Lorusso] 64
10. Il furbo e lo scemo [Pasqua Lorusso] 71
11. Paoluccio e Maria [Pasqua Lorusso] 77
12. I tre gemelli [Cosimo Sarcinella] 86
13. Malpensiero [Giuseppe Sarcinella] 91
14. L’indovinello per la figlia del re [Cosimo Sarcinella
e Giuseppe Convertini] 97
15. Quaranta compari a Napoli [Pasqua Lorusso] 100
16. La chioccia d’oro [Giuseppe Sarcinella] 109
17. La storia di Saverio [Giuseppe Sarcinella] 112
18. Apriti cicerchia! [Pasqua Lorusso] 116

5
Narrazioni non fiabesche

19. Comare Bianca [Colomba Leo] 125


20. La storia della formica [Colomba Leo e Donata Guarnieri] 126
21. Il fischietto [Colomba Leo e Donata Guarnieri] 128
22. I tre amici a caccia [Colomba Leo e Donata Guarnieri] 129
23. Tegamino! Scorzettino! [Angela Caramia] 130
24. Il contadinello che viene a Locorotondo per la prima volta [Leonardo
Cardone] 130
25. Storielle varie di Gaetano di Sisto [Leonardo Cardone] 134
26. Tetè e il formaggio [Leonardo Cardone] 138
27. Tetè e la focaccia rubata [Leonardo Cardone] 141
28. Tetè e i fioroni [Leonardo Cardone] 146
29. Cristo, san Pietro e la pestilenza [Leonardo Cardone] 148
30. La storia di san Giorgio [Pasqua Lorusso] 152
31. La lumaca [Giuseppe Convertini] 155
32. Il testamento [Cosimo Sarcinella] 155
33. Il vero Maestro [Giuseppe Convertini] 160
34. San Pietro e il Maestro [Giuseppe Convertini] 161
35. La forza della scuola [Giuseppe Convertini] 162
36. Don Angelo [Cosimo Sarcinella] 163
37. Analisi delle urine [Cosimo Sarcinella] 164
38. Marito e moglie dall’avvocato [Cosimo Sarcinella] 166
39. Indovinello [Giuseppe Convertini] 167
40. La confessione [Cosimo Sarcinella] 168
41. Fratelli di religione [Cosimo Sarcinella] 169
42. I fioroni fasanesi [Cosimo Sarcinella] 170
43. Chi è più scemo [Cosimo Sarcinella] 171
44. Nicola lo scialacquatore [Cosimo Sarcinella] 173
45. La mucca rubata [Giuseppe Sarcinella] 175
46. Le mucche che diventano montoni [Concetta Palmisano] 177
47. Filastrocca di Cicirinella [Giuseppe Sarcinella] 180
48. Un testamento fatto in maniera fraudolenta [Giuseppe Convertini] 181
49. Storie di Donna Silvia [Giovanni Palmisano] 182

6
50. La luce mia [Pasqua Lorusso] 183
51. Il capitano Spacca [Cosimo Sarcinella] 184
52. La quaglia, il pettirosso e la tortora [Cosimo Sarcinella] 186
53. Il vino [Cosimo Sarcinella] 187
54. La volpe e la quaglia [Giuseppe Convertini] 188
55. Il gatto e il topo [Cosimo Sarcinella] 190
56. Le monache e il giovane inesperto [Cosimo Sarcinella] 191
57. La grazia [Pasqua Lorusso] 192

Funzioni e significati
del narrare orale in situazione

1. Ritornando nel regno delle fiabe 197


1.1. Riattraversamenti, p. 197 - 1.2. Rimaneggiamenti, p. 199 - 1.3. Misco-
noscimenti e dimenticanze, p. 200

2. Chi racconta le fiabe 202


2.1. Le ricerche sulle fiabe, p. 202 - 2.2. Le ricerche sulle fiabe in Italia, p.
204 - 2.3. Chi racconta le fiabe, p. 209

3. I luoghi e i tempi della affabulazione 213


3.1. La definizione del luogo, p. 213 - 3.2. C’era una volta: la dimensione
temporale delle fiabe, p. 216 - 3.3. La fiaba, il sogno, il mito: quali luoghi,
quali tempi, p. 218

4. Le storie e i fatti: il rapporto tra fiaba e altre forme del raccontare


orale a Locorotondo 222
4.1. Il termine ‘storia’: congruenze e affinità, p. 222 - 4.2. Le storie e i fatti:
primi elementi per una distinzione, p. 224 - 4.3. Dal fatto rammentato alla
fiaba, p. 226

5. Le fiabe locorotondesi: quali identificazioni e quali abreazioni 229


5.1. I presupposti che producono l’identificazione, p. 229 - 5.2. Processi di
identificazione e varietà delle culture, p. 232 - 5.3. Quali abreazioni, p. 235

6. Locorotondo, paese e campagna 237


6.1. La specificità dell’ambiente, p. 237 - 6.2. Il processo di distacco fra
paese e campagna, p. 240 - 6.3. Paese e campagna: due culture a confronto
o una cultura double face?, p. 244

7
7. Fiabe e racconti: dall’incanto dell’ascolto a bocca aperta al disincanto
della lettura critica 246
7.1. Il linguaggio dimenticato delle fiabe, p. 246 - 7.2. Quali conflitti e quali
angosce si celano nelle fiabe locorotondesi, p. 249 - 7.3. Funzioni difensive
dei racconti non fiabeschi, p. 253

8. Varietà culturale e fine dell’antagonista 256


8.1. Che fine ha fatto l’antagonista? Parti cattive del Sé in paese e in cam-
pagna, p. 256 - 8.2. Diverse funzioni terapeutiche delle fiabe a fronte di
diversi sistemi sociali di difesa, p. 259 - 8.3. Il processo di trasformazione
della fiaba e la varietà delle culture, p. 262 - 8.4. Rivalità fraterna e varietà
delle culture: l’esempio della fiaba de L’uccel di Grifù, p. 266

9. Il maschile e il femminile nelle fiabe locorotondesi 271


9.1. “Animus” e “Anima” nelle fiabe locorotondesi, p. 272 - 9.2. L’eroe
maschio e “il femminile” nelle fiabe locorotondesi, p. 276 - 9.3. Il femminile
e il maschile dal regno delle fiabe alla realtà di tutti i giorni, p. 279 - 9.4.
Perché a Locorotondo il narratore era di sesso maschile?, p. 282

10. Problemi metodologici 285


10.1. Il rapporto fra osservazione e partecipazione, p. 285 - 10.2. Le fonti
orali, p. 288 - 10.3. L’interpretazione dei fenomeni sociali (gruppali), p. 292
- 10.4. Schema strutturale delle fiabe di Locorotondo, p. 294

11. Il materiale raccolto: dalla registrazione alla trascrizione e traduzione


dei testi 296
11.1. Il dialetto, p. 296 - 11.2. La lingua delle fiabe popolari, p. 299 - 11.3.
Problemi e criteri di trascrizione e di traduzione, p. 301 - 11.4. Elenco delle
registrazioni e degli informatori, p. 302

Bibliografia 305

8
Premessa

Ad Antonia e Viola

Il primo ricordo che affiora alla memoria non appena penso alle fiabe della mia infan-
zia, e cioè di Locorotondo, è l’immagine del mio nonno paterno: Mèste Nàrde (Mastro
Leonardo), come lo chiamavano in paese; Nonònno Maschio, come lo chiamavamo noi
nipotini.
Nonònno Maschio nel mio ricordo, infatti, è prima di tutto associato alle fiabe, alle
“storie”– così lui le chiamava, e così tuttora usa dirsi dalle mie parti –, ed in special
modo alle “storie di Tetè”.
Queste storie, in verità, a guardarle adesso con gli oc-
chi di adulto (che, per mestiere, lavora con i bambini e che
quindi deve “farsi una cultura” sul loro modo di sentire e di
comunicare), queste “storie”– dicevo – non sono delle vere
e proprie fiabe, ma, se proprio vogliamo dar loro una deno-
minazione, dei fatti rammentati; cioè racconti che, al con-
trario delle fiabe, si riferiscono a fatti realmente accaduti, a
personaggi (Tetè, lo Zoppo, ecc.) realmente esistiti, ma che,
come vedremo meglio in seguito, nella cultura locorotonde-
se assolvono (o, almeno, hanno assolto in passato) funzioni
Tetè
simili, anche se non proprio uguali, a quelle della fiaba.
Il ricordo che ho, per essere più precisi, è quello di mio nonno che d’inverno, intorno
ad un braciere, racconta a me ed ai miei fratelli delle fiabe o delle “storie di Tetè”.
Ricordo che noi lo ascoltavamo “a bocca aperta”, anche se lui ripeteva sempre le
stesse storie. Ed infine ricordo che queste storie lui le raccontava in dialetto, anche se
mio padre avrebbe preferito che noi bambini si parlasse in italiano anche quando si era
in casa.
Ora, problematizzando ogni aspetto di questo ricordo, veniamo a trovarci di fronte
ad una serie di punti interrogativi la cui risoluzione ci aiuta a comprendere meglio
cosa sono le fiabe, quali funzioni esse assolvono nelle diverse culture ed a quali bisogni
tendono a dare una risposta.

9
Cosicché le domande che via via mi porrò, interrogandomi sulle fiabe da me raccolte
“sul campo” a Locorotondo nelle estati dell’82 e dell’83, sono le seguenti:
– Chi racconta le fiabe?
– Qual è il luogo e quali sono le condizioni in cui avviene il racconto?
– A chi le fiabe sono dirette?
– Qual è il rapporto tra fiaba, novella, fatto rammentato, ecc.?
– Quali meccanismi di identificazione permettono l’ascolto “a bocca aperta” da parte
del bambino?
– Per quale ragione il bambino sembra non stancarsi mai dell’ascolto delle fiabe?
– Ed infine: per quale ragione le fiabe ci riconducono cosi velocemente alla nostra
“ lingua madre”?
Per giungere poi a formulare una ipotesi sul significato cultural-specifico delle fiabe
locorotondesi e, più in particolare, sulle differenze tra fiabe ascoltate dagli abitanti del
paese e quelle che mi sono state raccontate dai contadini; nonché tra fiabe che hanno
come protagonista un eroe e fiabe incentrate intorno alla figura di una eroina.
Seguirà una rapida esposizione dei problemi metodologici incontrati ed un altrettan-
to rapido commento ai problemi derivanti dalla trascrizione e dalla traduzione dei testi,
per giungere infine alla trascrizione ed alla traduzione di tutti i racconti da me ascoltati.

Questo l’incipit del mio lavoro dell’ormai lontano 1989 sulle fiabe di Locorotondo,
allora intitolato Le fiabe e la varietà delle culture. Funzione terapeutica e preventiva
delle fiabe. L’esempio di Locorotondo, dalla cui revisione nasce il testo che il lettore
ha ora sotto gli occhi.
Si trattava di un testo che avevo scritto immaginando di rivolgermi ad un pub-
blico che comprendesse anche i miei concittadini, e più in generale i pugliesi. Il
passaggio dal “lettore implicito” a quello “empirico” invece – anche grazie al fat-
to che il testo divenne una lettura facoltativa nel corso di Antropologia tenuto dal
prof. Paolo Palmeri presso la facoltà di Psicologia dell’Università di Padova – rivelò
quanto lontano dal lettore reale fosse nella mia mente il lettore al quale mi ero rivol-
to durante la stesura del testo. Un lettore reale che alla fine comprese anche molti
lettori che erano fuori dell’Accademia, ma pochissimi fra quei “lettori impliciti” per
i quali avevo scritto.
Per cui quando un editore pugliese, l’amico Piero Cappelli, mi ha spronato a
ritornare sul testo ho accettato con gioia, anche se ero cosciente che nel frattempo
(praticamente sono passati trent’anni dalla stesura iniziale del testo, e quasi trenta-
cinque dalla ricerca sul campo che ha dato origine al testo) anche l’autore empirico
(che poi sarei io) è cambiato; e che un ritorno sul testo avrebbe per forza di cose
comportato una sua revisione che in certi casi – come poi è realmente accaduto –
avrebbe potuto avere le caratteristiche della riscrittura.
Il fatto poi che il testo pubblicato “allora” comprendesse solo la trascrizione e
la traduzione in italiano di nove delle diciotto fiabe da me raccolte a Locorotondo

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nelle estati del 1982-83 e neanche uno dei trentanove racconti non fiabeschi, men-
tre quello attuale comprende trascrizione e traduzione di tutto il materiale “allora”
registrato su nastro, unito al fatto che ora il mio pubblico implicito comprende a
maggior ragione rispetto a ieri dei lettori pugliesi, mi ha portato a ulteriori revisioni,
la più rilevante delle quali è il cambiamento del titolo del libro che ora il lettore
empirico si appresta a leggere, cui segue una sorta di rovesciamento dell’impagina-
zione del vecchio testo che mi ha condotto a porre in primo piano la trascrizione e
la traduzione delle fiabe e dei racconti, e solo a seguire i miei commenti di carattere
etnologico ed analitico sul materiale raccolto.
Il ritorno all’ascolto delle storie1 che i miei informatori avevano proferito in dia-
letto locorotondese nelle ormai lontane estati dell’82 e dell’832 per un verso mi ha
ricondotto al mio popolo perché, come ha detto qualcuno, la voce del popolo è il
popolo. Per altri versi mi ha fortemente emozionato poiché quelle voci provenivano
da individui che si erano presentati a me con tutto lo spessore della propria indivi-
dualità e come tali sono riemersi nel momento in cui li ho riascoltati. Ve li presento.
Pasqua Lorusso innanzitutto: la più fantasmagorica
delle mie informatrici. Nata a metà strada fra Locoroton-
do e Fasano, non solo si esprimeva in un dialetto ancora
intriso di inflessioni fasanesi, ma lasciava trasparire una
confidenza con il mare e un rapporto fra mare e campa-
gna che nessuno degli altri informatori aveva. È sua la
storia del Serpente a sette teste [9], che ha come prota-
gonista il figlio di un pescatore. Ricordo che, dopo un
intero pomeriggio passato a raccontarmi le sue storie, Pa-
squa mi diede appuntamento per il giorno successivo; e
quando all’indomani pomeriggio andai a trovarla esordì Pasqua Lorusso
dicendomi sorridendo che quella mattina, «con tutte
quelle storie in testa», si era dimenticata a letto, venendo meno ai doveri domestici.
Ricordo anche che fin dal primo giorno, insieme a me e a lei, si era accomodata
sulla porta d’ingresso del suo trullo, nella frazione di Battaglini, una vicina di casa
che «non stava bene di testa», come poi mi disse Pasqua di nascosto. All’inizio que-
sta sua vicina era un po’ agitata, ma poi si calmò, e il giorno dopo era lì, puntuale,
come per accedere ad una seconda seduta di psicoterapia. Anche Angela Caramia
(Cum’Angiulìne) – un’altra delle mie raccontatrici contadine – aveva avuto qualche

1
Cercheremo di analizzare poi il significato che questo termine assume nella cultura della
Murgia dei trulli
2
Voci che fra l’altro evocavano – e quasi mi riportavano – ad altre voci molto più distanti nel
tempo: quelle dei loro nonni, dei loro zii, o in ogni caso dei narratori in situazione, vissuti per lo
più fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, che venivano rievocate giacché
a ciascuno dei miei raccontatori chiedevo sempre da chi avessero ascoltato le “storie” che mi
andavano raccontando.

11
Angela Caramia Colomba Leo Donata Guarnieri

problema nel passaggio dalla maturità alla senescenza. Raccontava le sue storie con
un andamento scoppiettante e con una mimica facciale volta molto seriamente a
convincermi, ed a convincersi, della veridicità delle cose che andava narrando. O
meglio – come avrei compreso dopo – a costruire una membrana gruppale (oltre
a me, di solito, l’udienza comprendeva altre persone) capace di trasportarci tutti
in un mondo “altro”, fatato. Di lei sono portato a ricordare soprattutto La storia
di Gnumerìdde (Gomitoletto) [2] perché è di gran lunga la preferita di mia nipote
Viola, che l’ha ribattezzata come “La storia di Tulì”, per via della filastrocca che
Gnumerìdde canta ossessivamente per tutta la durata della fiaba: «Tulì, tulì! – tulì,
tulì! / A figghie du rié à vogghie jie».
Ho raccolto ben quattro versioni della storia di Cudìcchie (Codino) e la mucca
zoppa [5], che così è risultata la più gettonata a Locorotondo. Nel testo il lettore po-
trà leggere la versione di Colomba Leo che, fra i miei narratori, è stata colei che più
di tutti è riuscita ad arricchire il linguaggio parlato con tutta una serie di espressioni
e di gesti di complemento che accentuavano la vis dramatica della storia. A lei si è
aggiunta la figlia Donata Guarnieri che a sua volta, e quasi a completamento del
racconto materno, mi ha comunicato un insieme di trame non fiabesche che poi ho
ritrovato in tutti gli altri miei raccontatori.
È stato Leonardo Cardone (Nardùzze a Stìzze), un
altro dei miei narratori, a raccontarmi un insieme di fatti
frammentati fra i quali quelli incentrati sulla figura di un
certo Gaetano di Sisto, e soprattutto quelli di Tetè, che
da bambino avevo già ascoltato da mio nonno. Da Nar-
dùzze, amico d’infanzia di mio padre, ho ascoltato molte
altre storie non fiabesche, fra le quali mi piace ricor-
dare una novella religiosa a carattere scherzoso Cristo,
San Pietro e la pestilenza [29]; ma soprattutto La storia
dell’uccel di Grifù [8]: una fiaba che poi, come vedremo
meglio più avanti, ho ritrovato – ovviamente con versioni
diverse – sia a Reggio Emilia, città in cui vivo e lavoro Leonardo Cardone

12
da oltre 45 anni, sia a Rovereto in una versione che risale
al 1870, sia infine nelle storie siciliane del Pitré. Anche e
ancora di più per Leonardo Cardone vale quanto dicevamo
prima a proposito di Pasqua Lorusso: il suo dialetto, avendo
egli vissuto per gran parte della sua vita in Argentina, ap-
pare intriso di termini e di inflessioni spagnoleggianti. No-
nostante questa lunghissima assenza però la ricchezza del
materiale che in lui si era sedimentato quand’era bambino,
e che dentro di lui era sopravvissuto vivacissimo, nonostan-
te il suo allontanamento dal paese, testimonia la profondità
Cosimo Sarcinella
del suo attaccamento alla terra natale.
Dei fratelli Cosimo e Giuseppe Sarcinella, di Giuseppe
Convertini e di Concetta Palmisano3, abitanti delle con-
trade intorno a San Marco, ricordo soprattutto una specie
di jam session4 (di cui parlerò ampiamente nella seconda
parte del volume) che comprendeva molti vicini, e che a
mio avviso è stata una riedizione di quei racconti che d’esta-
te avvenivano sull’aia, e d’inverno intorno al braciere, che
hanno costituito la modalità principe con cui illo tempore
venivano raccontate le storie dalle mie parti5. All’interno di
questa specie di jam session, come avviene nell’improvvisa-
Giuseppe Sarcinella
zione jazz, ognuno dei quattro narratori, come sollecitato
dal racconto che lo aveva preceduto, di volta in volta lanciava un nuovo racconto
intorno al quale a catena, poi, si succedevano le altre storie. Giuseppe Sarcinella
mi fa venire in mente anche un altro episodio: un giorno,
mentre stavamo per finire di registrare un insieme di rac-
conti, arrivò in auto una delle sue figlie che portava con sé
alcuni nipotini. Alla vista dei bambini chiesi a Giuseppe se
quelle storie le raccontasse anche ai suoi nipotini. Al che lui
mi gelò con queste parole, che per i non pugliesi traduco in
italiano: «No, a loro le storie gliele racconta la televisione».
Infine colei alla quale in effetti mi sono rivolto per primo:
mia zia Anna Angelini (zia Ninnina) che era la storica della
famiglia, cioè colei dalla quale ho appreso tutte le storie che
riguardavano mio padre, i suoi fratelli, i miei nonni e i miei Anna Angelini

3
Purtroppo mancano le foto di Giuseppe Convertini e di Concetta Palmisano. Dopo tanto
tempo non sono ancora riuscito a ricostruire la loro rete parentale.
4
Jam session «è una riunione (regolare o estemporanea) di musicisti jazz che si ritrovano per
una performance musicale senza aver nulla di preordinato» (Wikipedia).
5
La stessa cosa avveniva a Reggio Emilia all’interno della stalla, in mezzo alle mucche, e si
chiamava filôss.

13
bisnonni. Afferma Cirese – uno dei padri degli studi demologici italiani – che in ogni
famiglia c’è «un dolce aedo» che lascia in eredità alle generazioni successive le storie
che, illo tempore, ha ascoltato. Ebbene, zia Ninnina, la dolce raccontatrice della
mia famiglia, che pure mi aveva fatto dono in passato di tutta una serie di aneddoti
familiari, non mi aveva mai parlato delle fiabe che invece, come mi disse quando
me le raccontò nell’estate dell’82, aveva “passato” a tutte le sue nipoti femmine.
La ragione di questa antica selezione di genere l’ho capita dopo avere ascoltato le
sue storie: quasi tutte avevano come protagonista un’eroina. Ed è con il richiamo
dell’attenzione del lettore ad una di queste storie – che successivamente ho utilizzato
ampiamente con le mie giovanissime pazienti – che voglio chiudere: La storia del
mortaio [1]. Questa storia, che come vedremo meglio in seguito significativamente è
l’unica che all’inizio del Novecento fu passata a mia zia da una raccontatrice donna,
presenta una caratteristica che la rende unica nel contesto delle fiabe da me raccolte:
quella di trasmettere alla bambina “di allora” un messaggio liberatorio non iscritto,
come in fondo avviene per tutte le altre fiabe, nell’ambito dell’universo patriarcale.
Ringrazio ciascuno ancora una volta! La maggior parte di loro non è più material-
mente con noi, ma penso che lo spirito che informava la loro propensione al raccon-
to traspaia ancora vivissimo da tutte le pagine del testo; e ringrazio i loro familiari
per la sensibilità dimostrata in occasione di questa riedizione.

Un ringraziamento particolare infine va a Piero Cappelli per l’occasione che ha voluto gene-
rosamente concedermi; a mia moglie Deliana Bertani e alla mia amica Arianna Migliari per
il loro prezioso aiuto nella correzione e nella revisione del testo; a Simona Valcavi per aver
contribuito a darmi la ricarica in un momento di stallo; alla Banca di Credito Cooperativo
di Locorotondo per l’aiuto materiale fornito all’editore; e a Dudduzzo Pastore e Filippo
Carrozzo per aver contribuito a mantenere vivo e caldo a Locorotondo e fuori il ricordo
delle “mie” fiabe e dei “miei” racconti.
Avevo dedicato il vecchio testo alla memoria di mia sorella Pernina e dei miei genitori
Giovanni e Antonietta, allora da poco scomparsi, cercando istintivamente – l’ho compreso
dopo! – nelle mie radici un motivo per reagire alla loro perdita. Dedico questo nuovo testo
a mia figlia Antonia e a mia nipote Viola, nella speranza che in futuro qualcosa rimanga in
esse di questa loro appartenenza meridiana.

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Convenzioni ortografiche

Le convenzioni ortografiche usate per trascrivere il locorotondese delle fiabe e dei racconti
che seguono sono desunte dal testo di don Peppino Rosato (1980), con qualche mia sem-
plificazione e specificazione.
La “e” in fine di sillaba o di parola, quando non è accentata, è muta. La “e” fonetica va
sempre accentata. Es.: Gelète (gelato), pecceuatèdde (tarallucci).
Gli accenti grafici della “e” sono quelli della lingua francese: grave “è” (scème = andia-
mo), acuto “é” (peccé = perché)
Quando due vocali consecutive non costituiscono un dittongo e non appartengono alla
stessa sillaba, la dieresi posta sulla prima è il segno dello stacco di pronuncia tra la prima e
la seconda vocale. Es.: rïèle (regalo) si legge ri-èl(e).
“à” vale “hai”
“a” vale “a” (congiunzione), “alla” o “al”.
“e’” vale “alle” o “le” (articolo).
“i” vale “e” (congiunzione); “i”, “gli” o “li”.
“o” vale “al”.
“u” vale “il” o “lo” (articolo), oppure “lo” (pronome).
Suoni espressamente locorotondesi, che non trovano riscontro nella lingua italiana, ven-
gono rappresentati dalle consonanti che più si avvicinano a rappresentare quei suoni: es.
“pegghiète” (preso), “sckitte” (soltanto), “surchiète” (succhiare), “chiànte” (pianta), “luc-
culègghie” (gridava), “iaddenère” (pollaio), “assùrme” (spavento, paura), “scìnne abbàsce”
(scendi giù), “jrànne” (grande); “kusse”, “késse”, “kire”, valgono “questo”, “quello”, “quel-
li” o “quelle”.
Da parte mia aggiungo: 1) che le parole bisillabi che non abbiano la “è” o la “é” non
vanno accentate; 2) che, siccome ciascuno dei miei informatori parlava un proprio dialetto,
frutto di diverse operazioni che potremmo definire di “micro-acculturazione linguistica”,
dovute spesso a piccoli (Fasano) o grandi (Argentina) storie di tipo migratorio, ho cercato
di lasciar traccia di queste diversità.
Fiabe

1. La storia del mortaio


[Informatrice: Anna Angelini, a lei narrata da Michelina Curri,
cugina del nonno paterno]

C’era una volta una famiglia di contadini. Questa famiglia era composta da una
figlia e da suo padre. Il contadino aveva un orto, un orticello, e lì zappava, colti-
vava l’insalata, la portava al mercato, e da questo viveva. Mentre la figlia allevava
delle galline, aveva una capra dal cui latte faceva la ricotta, la portava al mercato,
la vendevano, e da questo vivevano.
Un giorno il papà ha preso la zappa e se n’è andato nel suo fondo a zappare.
Mentre zappava ha urtato un oggetto che risuonava. Ha detto: «Sarà una pie-
tra!... ma pietra non è, perché sento un altro suono!». Allora, con delicatezza, è
andato intorno a quest’oggetto, ha fatto un fosso e, quando ha finito, è venuta
fuori una cosa che somigliava ad un mortaio. L’ha pulito, dato che era tutto pieno
di terra, ed ha visto, con grande sorpresa, che questo mortaio era tutto d’oro!!
«Ih!» ha detto «ora lo faccio vedere a mia figlia, così la faccio contenta!».
Allora è ritornato a casa e, subito, ha chiamato sua figlia e glielo ha fatto ve-
dere. Lei, quando lo ha visto: «Ih, papà!», ha detto, «quanto è bello...! però gli
manca il pestello!». Ed il padre: «Beh, figlia mia! questo è quello che io ho tro-
vato!». E lei: «Pensa, papà, noi che ne facciamo di questo oggetto di lusso nella
nostra casa? Non ci starebbe bene! Sai che devi fare?», ha continuato, «portalo al
re! Così quello ti farà un regalo e noi con quel denaro faremo qualcosa di utile!».
«Beh!», ha detto il padre, «figlia mia, così dici tu e così io farò».
Si è vestito in maniera più decente, ha preso la via del paese ed è andato fino
al palazzo reale. Mentre saliva le scale del palazzo: «Dove vai?» gli hanno detto

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le guardie. E lui: «Non vi preoccupate, ho da portare un regalo al re. Vorrei
parlare col re!». Ed alla fine gli hanno permesso di parlargli. Non appena il re ha
visto il mortaio: «Ih!», ha detto, «è bellissimo...! Però ci manca il pestello!». Ed
il contadino: «Anche mia figlia ha detto la stessa cosa!». «Ah! Allora tua figlia è
nella mia testa!», ha detto il re, «Beh! Assolutamente mi sia presentata tua figlia,
poiché io voglio vedere come mai lei ha lo stesso mio pensiero!». Ed il contadino:
«Ma quella non esce mai di casa! Viene qualche volta al mercato, ma di solito
non esce mai». «No, no, no! Domani tu porti qua tua figlia! E non è finita! Ché
tu la devi condurre da me né vestita né ignuda, né a cavallo né a piedi, né sazia né
a digiuno!». E, visto che il contadino lo guardava mortificato: «Va’, va’!», gli ha
detto, «ché in queste condizioni mi devi condurre tua figlia domani, altrimenti
mando lì le guardie, ti faccio condurre qua io e ti uccido!».
Il poveretto, figuriamoci, ha preso la via del ritorno tutto piangente. La figlia,
che lo stava aspettando sopra il muricciolo della loro casa: «Chissà che cosa ha
avuto di bello», diceva, «il mio papà dal re!». Quando il padre l’ha scorta l’ha
abbracciata e: «Piccola mia!», le ha detto, «ma chi me l’ha fatto fare a trovare
questo mortaio! Meglio non l’avessi...». «Perché?» ha detto la figlia. E il padre:
«Perché... perché! Perché ora il re ti vuole alla reggia, ti vuol vedere!». «Embè?
Ed io indosso il mio vestito migliore e ci vado!» «E no! Non è così facile! Il fatto
è questo: lui ti vuole né vestita né ignuda, né a cavallo né a piedi, né sazia né a
digiuno!» E la figlia: «Beh! Fammici pensare un attimo», ha detto, «per capire
com’è che ci devo andare». E, dopo essersi posta a studiare: «Beh, beh, beh!»,
ha detto, «ho visto com’è il fatto, ho visto! Sai cosa devi fare... tu non sei amico
di quel pescatore?». «Sì. Ma abita un po’ lontano!» ha detto il padre. E la figlia:
«Beh! Mettiti subito in cammino e ritorna entro domani con una rete da pescato-
re!». Così il padre s’è messo in cammino ed è andato a prendergliela.
All’indomani mattina la figlia si è coperta solo con questa rete da pescatore, se
l’è messa un po’ da sopra, un po’ da sotto, s’è avvolta in essa una o due volte per
coprirsi un poco e poi, presa la capra dalla stalla, ci si è messa sopra: «Così», ha
detto, «non vado né a piedi né a cavallo». Poi ha preso una noce e se l’è messa
sulla bocca, metà fuori e metà dentro: «Così non sono né sazia né a digiuno» ha
detto. E così si sono messi in cammino.
Ora il re, che la stava guardando dall’alto del suo palazzo, quando l’ha vista
salire per le scale con questa rete: «È furba, la ragazza» ha detto, e, rivolgendosi a
lei, ha detto: «Io ti voglio sposare. Mi piaci e ti voglio in sposa». «Sì, va bene!», ha
detto lei, «io non sono impegnata e con te mi trovo bene». «Però», ha soggiunto
il re, «i patti sono questi: che tu faccia la regina, ma che nei fatti del regno tu non
ti ci metta! Perché quelli sono affari miei, e tu non ci devi mettere il becco, sia

18
se vedi le cose andare per il verso giusto, sia se vedi delle ingiustizie!». «Sì, sì!»,
ha risposto lei, «cosa vuoi che mi importi?! Basta che io diventi regina!». Allora
si sono sposati.
Ma in quel paese, in quel tempo, c’era una piazza proprio sotto il palazzo rea-
le. In quella piazza c’era la fiera ed il re si stava divertendo a guardare questa fiera
quando, ecco, arriva un birocciaio che si ferma con il suo biroccio proprio sotto
il palazzo reale. E, poco dopo, ecco arriva un altro contadino con la sua asina che
si ferma lì vicino. Mentre tutti erano indaffarati nei contratti che solitamente si
stipulano nelle fiere, l’asina, che era incinta, partorì un’asinella.
Ora, il padrone del biroccio diceva: «L’asinella è mia». «E, no!», diceva il con-
tadino, «io l’ho tenuta per dodici mesi a casa mia e non ha partorito, ha partorito
adesso, ma l’asinella è mia!». «No, è mia!» Insomma, stavano per venire alle ma-
ni, stavano per darsele l’un l’altro, quando un’altra persona, che aveva assistito
alla scena, ha detto: «Beh! Non state a preoccuparvi, ché qui c’è il re! Andate dal
re, e come dice il re così sia fatto!».
Allora i due sono andati sotto alla finestra del re e gli hanno raccontato come
erano andate le cose. «Ah!», ha detto il re, «l’asina è nata sotto il biroccio e quin-
di è del birocciaio!». E, Madonna! Allora l’altro, poveretto, se n’è andato via ed
è scoppiato a piangere.
Anche la regina, che aveva ascoltato tutto, era rimasta dispiaciuta, e lo voleva
aiutare. Allora è andata presso un’altra entrata del palazzo ed ha detto al conta-
dino: «Vieni, vieni! Io so quel che è successo. Però si può fare ancora qualcosa:
domani prendi con te una barca con tutti i remi e vieni sotto al palazzo reale.
Sappi che il re ogni mattina si mette sul belvedere del palazzo a prender l’aria.
Tu vieni e mettiti a pescare. Guarda che lui dirà: “Scemo! Non sai che sotto il
palazzo reale non si pesca, dato che non c’è il mare!”; e tu gli risponderai: “Sì, lo
so, Maestà, che non c’è il mare, però ieri qui neanche il biroccio poteva partori-
re un’asinella, e tu, invece, hai sentenziato che era del birocciaio!”. Attenzione,
però», continuò la regina, «non dire assolutamente che sono stata io a suggerirti
questa risposta, poiché se lo viene a sapere il re per me c’è la pena di morte!».
«No, no! Assolutamente» disse il contadino «non dirò nulla».
Così il contadino se n’è andato ed il mattino successivo si è messo lì con una
barca. Il re, nel vederlo: «Ma guarda quel cretino!», ha detto, «E qui vieni a
pescare?! Non sai che non c’è il mare, qui?». «Sì, Maestà, lo so che non c’è il
mare, però ieri anche tu hai detto che l’asinella era stata partorita dal biroccio, e
neanche quello...» «Ah!», soggiunse il re, «chi ti ha suggerito questo pensiero?».
«No! Il pensiero è mio!» diceva il contadino. «No, no, no!» tagliò corto il re e,
detto fatto, mandò giù delle guardie che lo presero e lo portarono a palazzo.

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Il contadino continuava a dire: «Ma l’ho pensato io!». Ed il re: «Non è vero!
Tu mi devi dire chi te l’ha suggerito. O me lo dici o ti faccio prendere a schiop-
pettate!». E, rivolto alle guardie: «Prendetelo subito a schioppettate se non vi
dice il nome di chi gli ha suggerito questo pensiero!». Quando il poverino si è
visto in mezzo ai fucili: «Beh», è sbottato, «è la regina che me l’ha suggerito!».
«Bene, bene, bene! Vattene ora», ha detto allora il re, «prendi l’asinella che è tua
e vattene!».
E, chiamata la regina, l’ha così apostrofata: «Io ti avevo detto solo una cosa:
di non metterti nei fatti del regno!». E la regina: «Ma a me dispiaceva che quel
poveraccio fosse stato privato della sua asinella!». E il re, severamente: «Beh!
Ora io dispongo che tu te ne torni a casa tua! Però, prima che te ne vada, faremo
un pranzo al quale inviteremo tutti i consiglieri, tutti i capi di stato, tanta gente.
Dopo di che tu sceglierai per te il più bel fiore che c’è nel palazzo, te lo porterai
a casa tua e da quel momento noi due non ci vedremo più!».
Allora lei che ha fatto? In primo luogo ha chiamato il vetturale di corte e gli ha
detto: «Tu aspettami con la carrozza sotto l’arco, in modo che sia pronto quando
io ti chiamerò!». Poi ha preso una bustina di sonnifero e si è messa a sedere a
fianco del re ed a portata del suo bicchiere. Quando le è sembrato più opportuno
ha messo furtivamente il sonnifero nel bicchiere del re, cosicché lui, non appena
ha bevuto, ha perso i sensi. Lei, a sua volta, appena lo ha visto addormentato,
ha detto: «Il re dorme. Immediatamente portiamolo nel suo letto». E, rivolta ai
servi, ha intimato loro di obbedirle. Ma, appena usciti dalla sala, subito lei ha
soggiunto: «Non nel suo letto. Via, mettetelo nella carrozza». E così se l’è portato
via con sé.
Lo ha portato nella sua campagna. Lo ha deposto nel suo letto e lei gli si è po-
sta a dormire a fianco. Verso l’alba il re ha cominciato a voltarsi, a rigirarsi e, nel
far così, ha sentito il galletto cantare: «Chicchirichì!». «Mah!», ha detto, «dove
sarò?». Mentre stava in questi pensieri si è riaddormentato. «Chicchirichì!» ha
sentito nuovamente. «Per la miseria!», ha detto allora, «a palazzo reale ora ci
sono galli?!?». Al che la regina ha detto: «No! Qui non è palazzo reale. Siamo a
casa mia». «Beh! Ed io come mai sono a casa tua?!» «Eh!», ha detto la regina,
«tu non hai sentenziato: “Il più bel fiore portalo con te a casa tua”? Bene, il più
bel fiore del palazzo reale sei tu! Cosicché io ti ho colto e ti ho portato qui!».
«Beh!», ha detto infine il re, «adesso ho capito che non ce la faccio più a tenerti
testa!». Ed ha soggiunto: «Torna con me a palazzo. Fai tu, regna tu! Ed io mi
limiterò a firmare, poiché tu sei più capace di me».
E così hanno vissuto il resto della loro vita felici e contenti.

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Trascrizione

Jère ’na volte i jère ’na famìglie de contadìne. Questa famiglia era composta da ’na
figghie i da n’attène. U contadìne ci aveva un orto, un orticello, e lì zappava... da lì
viveva, inzòmme. Faceva dell’insalata, la portava al mercato; mentre la figlia c’aveva le
galline, c’aveva una capra i fascève la ricotta, la portava al mercato e la vendeva. E da
lì vivevano.
Senonchè ’na digghie il papà se n’è andato inde o fonde a zappare, s’è pegghiète a
zappe e se n’è andato a zappare. Mentre che zappava à urtète vicino a un oggetto che
suonava. À ditte: «E questa sarà una pietra!... na piète nan jé! peccé sento un altro suo-
no». Allore, con delicatezza, à gerète attùrne attùrne, ha fatto un fosso, quanne à viste
é ’ssute na cose còme nu murtère. L’à pulezzète, ca stève tutte chine de térre, quanne
à viste!! kusse murtère era di oro! «Ih!» à ditte «mu u porte a ffé vétre a fìggheme ca
kère à sté cuntènde».
Allore à sciùte a chèse, immandinènde à chiamète a figghie i l’à fatte avvedé! Késse
quande l’à viste: «Ih! papà quand’é bèlle!» à ditte «ma però ci manca il pestello!» à dit-
te. «Beh!» à ditte «Peccénna mégghie! kusse so ’cchiète jìe!». Allore késsa ddò à ditte:
«Ma u sé ce jé, tatà, ce ’nge n’ime a fé inte a chésa nòste» à ditte «de kusse oggètte ca
jé de lùsse. Nan nge père bune... u sé ce à ffé?» à ditte «pùrtele da o rié! accussì kure
t’à ddé nu rièle i néggue im’a ffé ngun’olta cose... cu kire solte fascìme n’olta cose!».
«Béh!» à ditte a’ttène «peccénna mégghie, accussì disce tu, i accussì fazze...».
S’à vestùte nu picche kiù decènte, à pegghiète a vigghie du paìse, i se n’è sciùte
o palazze du rié. Mu à ’nghianète o palàzze rièle. Òne ditte: «Addò vé?» one ditte i
wuardie. À ditte: «None! i purté nu rièle o rié. Vogghie parlé cu rié!». Allore l’one fatte
parlé. Mèntre ca l’à viste u rié: «Ih! è bellissimo!» à ditte «però ci manca il pestello!!...
u pesatùre!». À ditte: «Ca cussì à ditte pure fìgghieme!». «Ah!! Allore fìgghiete sté
n’ghèpe a méje!» à ditte «Beh! jìe assolutamènte vogghie vedé figghiete! Peccé égghi’a
vedé peccé késse tiène u stésse penzìre migghie!». À ditte: «Ca kère nan ge jèsse mé!
Viéne o marchète, ma nan ge jèsse mé!». «No! No! No!» disce «crémmène a purté ddò
fìlete!...». «Ma nan ge jé funùte u fatte!» à ditte kusse «tu l’à purté ni vestùte i ni spug-
ghiète, ni a cavàdde i ni a piète, ni abbenghiète i ni a dasciùne». I kusse s’é murtefe-
chète sùbete. «Vattìnne, vattìnne» à ditte «in queste condizioni m’a purté figghiete! Se
no, ce non ge viène crémmène, manne i wuardie, te manne pegghiànne, i tu si murte!».
Kusse poverìdde se n’é sciùte da figghie – fiùrete! – tutte chiangènne. A figghie u
sté ’spettégghie da sope a murédde du frabbekète: «Mu ’m’à vedé» descève «tatà ce à
’vùte da u rié». Quande l’à viste kusse l’abbrazzète a figghie. «Peccénna mégghie» à
dìtte «peccénna mégghie! Quande l’i sce acchiète kusse murtère jère mégghie ca n’av-
visse...». À ditte: «Peccé?». À ditte: «Ca u rié te vuole vedé a téje». «Ih! i ’mbéh?! i m’i
métte a vèsta buone i égghi’a venìje». «I none! nan jé accussi! Ca u fatte è kusse: ca cùre
na te vuole ni spugghiète i ni vestùte, ni abbenghiète i ni a’dasciùne, ni a cavàdde i ni a
piète.» «Beh! Famme penzé nu picche..» à ditte «ca égghie a penzé cume jé ca égghie

21
a scìje». Allore kèsse s’é puste a studié... «Beh! Beh! Beh! Tatà!» à dìtte «u so viste u
fatte cume jé. U so viste... Tu u sé ce à ffé? Tu na si amìche de kure pescatòre?». «Sine.
Ma jé na ’nzìdde luntène» à ditte. «Beh» à ditte «mu t’à métte n’cammìne i à scìje, peccé
sine a krémmène im’a scìe néggue... i fatte avé na rète de péscatòre». Accussì a’ttène s’é
puste in cammìne: à sciùte!
Acquanne jé venùte a demmène késse s’é puste a rète da sope a sotte, se l’é puste na
volte, duò volte, pe cuprì nu picche; può à pegghiète a crèpe da inte a stadde i s’é mise
sope: «Accussì» à ditte «i non ge voche a piète, i pite strascìnene pe ’ndérre! i accussì
voche jìe». Mu s’a pegghiète na nòsce i se l’é puste n’mòcche: ménze da fuòre i ménze
da inte: «Accussì nàn ge voche ni a ’dasciùne i ni abbengghiète». Accussì s’one ‘nviète.
Mu u rié a sté vedégghie da sope. Quand’a viste de ’nghiané i skèle cu késsa rète
«Kèsse é fine!» à ditte. «Beh! U sé ce jé?» à dìtte «io ti voglio per sposa. Mi piaci, i te
vogghje per sposa». «Ih. Sine! Sine!» à ditte kère «ije na ne ténghe zìte i me jàcchie
buone». «Però i patte so kisse» à ditte u rié «tu fa a régìne, a régenélle, ma inte é fatte
du régne tu nan t’à mètte! Peccé jìe m’i vedé jìe i fatte du régne i tu na ng’ìntre; i tu, o
vìte i cose torte o i vìte ’ndrétte, citte!!». «Sine! Sine!» à ditte kére «ca nge me prième
a méje?!» à ditte «abbàste ca devènte régìne!». Allore s’one spusète.
Mu ddé quand’ére prime facève na chiàzze sotte o palàzze rièle i jère na fière i u
rié a sté tremendève da suse késsa fière. Si divertiva. Mu arrìve nu trainìre, arrìve nu
trainìre i métte u traìne sotte u palazze rièle. Tanne stésse arrìve n’olte contadìne cu na
ciuccie. Pigghie ’sta ciuccie i a métte ddé vecìne. Méntre sté facèvene i contràtte da fière
a ciuccie parturìsce. Parturìsce i fèsce na ciucciarèdde.
Mu u patrùne du traìne: «A ciucciarèdde é mégghie!». «I none» descégghie l’olte
«ca jìe l’i tenùte dùdesce mise a kèsa mégghie in nan ge à parturìte. À parturìte mù»
disce «ma a ciuccie jé mégghie!». «None! jé mégghie!» Allore venèvene a é mène, s’az-
zecchèvene a mazzète. À ditte n’olte crestiène: «Beh! Nan ve scète ’ngarecànne ca ddò
ste u rié. Scéte da o rié, accùme fésce u rié accussì jé ben fatte!». Allore one sciùte sotte
o rié, i kisse l’one cuntète u fatte. «None» a ditte u rié «a ciuccie é nète sotte o traìne i
jé du trainìre!». I Madònne! Allore kusse poverìdde se n’é sciùte i s’é puste chiangènne
chiangènne!
A régenèlle à sendùte kusse fatte i li despiascève. U vulève aiuté! Allore é sciùte
da un’altra entrata, a ditte: «Vine! Vine!» à ditte a kudde «so sendùte u fatte ìje» à
dìtte, «però u sé ce a ffé? Krémmène pigghie na varche i vine cu i rème sotte o palàzze
rièle. Kure, u rié, a demmène se mètte da sope ca pigghie jàrie da sope u béllevedé du
palàzze. Tu vine i peschìsce. Vìde ca kure à dìscere: “Ih! ce scième! tu no sé ca sotte
o palazze rièle nan se pésche ca nan jé mère!” à ditte, i tu u sé ce à discere? “Sine! u
saccie, maestà, ca nan jé mère, però ajìre manghe u traìne putégghie fé a ciucciarédde i
tu à ditte ca jère de kudde!” Però» descì kère «na sci descènne nudde ca so ìje, ca ci u
vé sèpe u rié ca so jìe, kure, u rié, na vuole: jé pène de morte pe mèje!!!». «No, no, no,
none! na diche nudde!» Se n’é sciùte.
A demmène, kusse jé sciùte cu a varche. U rié: «Na! Quel cretìne» à ditte «i qui devi

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pescare! No sé ca non è mare qua!». «Sì Maestà!» à ditte «lo so ca non jé mère, però
tu ajire pure descìste u fatte da ciucciarèdde ca l’ére parturìte u traìne! ca manghe ku-
re...». «Ah!» à ditte. «Sali sopra!» à ditte «ca kusse non jé penzìre u tiggue! U saccie»
à ditte «ce t’à ditte kusse penzìre!». «None! Jé penzìre u migghie» descève kure. «No,
no, no!» Allore à mannète i wuardie i l’à mannète pegghiànne: da ’bbàscie l’one purtète
suse. À ditte kusse crestiène, à ditte: «None! l’i penzète jìe». À ditte: «No, no, no! Tu
l’à dìscere! O m’u disce o te fazze sparé!» à ditte. «Mu» à ditte a i wuardie «pegghiète
kure i sparàtele figne tanne ca ve disce ce è stèté». I kure crestiène quande s’é viste
accussì, ’minze e fucìle: «Beh! A régenélle m’à ditte!». «Ah! Beh, beh, beh! Vattìnne»
à ditte «va pìgghiete a ciuccie, ca a ciuccie jé téggue, ca mu m’i vedé jìe!» à ditte.
À chiamète a régenélle i ng’à ditte: «I ce te so ditte a téje, ca tu nan t’à métte inte é
fatte mégghie?». «Beh!» à ditte kéra poverèdde «Me despiascève ca kure nan s’éra peg-
ghié a ciuccie!». «Beh! I mu» à ditte «tu te n’à scìje a chèsa téggue stèsse. Però prime
de te ne scìje im’à ffé nu prànze» à ditte «im’à ’mmeté tutti i consiglieri, tutte i képe de
stète, ime ’mmeté tutte. Tu può skàcchiete u kiù bélle fiòre ce uìje ddò, i purtatille a
chésa téggue i da tanne nan ne vedìme kiù».
Mu chèssa ddò à pegghiète, à chiamète u carruzzìre i ng’à ditte: «Tu mìttete sotto
l’arco ca jìe quanne te chième à sté pronte!». Mu késse à pegghiète na cartìne d’ad-
dubbie i à ditte: «U buckire du rié ddò!». Jédde s’ere azzitere vecìne o rié. Quanne
l’è parùte a jèdde à pegghiète i à menète sta cartìne ddò. Kusse cume à vuvùte se n’è
sciùte. Cume à viste ca jé appapagnète pi’ à ditte: «U rié sté dòrme. Mu, sùbete! sùbete!
l’ime a purté inte o litte» à ditte késse. À ditte: «Pegghiàtele» à ditte a i sérve «ca l’ime
a purté inte o litte!». Però mèntre ca kèsse se n’é ’ssute da inte a sèle: «Mo, manìscete!
’ddò l’ime a purté!» à ditte a i sérve «none inte o litte!».
L’à fatte assì, l’à pegghiète inte a carròzze i s’a purtète! L’à purtète fuòre! L’à cuchète
inte o litte siggue! Bérefàtte, i jédde s’a cuchète appìrse. Mu jé arrevète a demmène
i u rié à ’ccumenzète a vultàrse, a geràrse, quande à sendùte il galletto di cantare:
«Chicchirichì!!». «Beh!» à ditte «i jìe addò me jàcchie?». Méntre ca stève accussi s’é
appapagnète n’ote picche: «Chicchirichì!!!???». À ditte: «Pe la madàngie! e a palazzo
reale ci sono i galli!?!». À ditte a régenélle: «None! ca ddò non jé palàzze rièle! Dò jé
chèsa mégghie». «I béh! I jìe accume me jacchie a chèsa teggue!?!» «None!» à ditte
«tu na descìste: “u kiù bélle fiòre”? u kiù bélle fiòre du palazze rièle jìre tu! I jìe te so
pegghiète i te so ’nutte ddò». «Beh!» à ditte «Mu n’a posse arrangé kiù!» à ditte «ve-
natìnne cu méje» à ditte. «Fa’ tu! Regnìsce tu, ca jìe quande fìrme sckitte» à ditte «ca
tu sì kiù brave de méje!».
Così one stète felìsce e contenti!

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