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RISCALDAMENTO GLOBALE E POLITICA

–di Paul Krugman | 02 settembre 2017

«Non è uno scherzo della vostra immaginazione: le estati stanno diventando più calde.» Così titolava il New
York Times che riportava l'analisi statistica condotta dall'esperto del clima James Hansen, che prende in
esame l'andamento climatico decennio per decennio. L'articolo si concludeva così: «adesso le estati sono
calde o molto più calde rispetto a metà del Ventesimo secolo.»
Ma allora qual è la novità? È ormai comprovato che il riscaldamento globale provocato dall'uomo è sempre
più grave e i possibili scenari per il futuro – disastri meteorologici, innalzamento del livello dei mari, siccità,
per citarne alcuni – fanno sempre più paura.
In un mondo razionale, i governi correrebbero subito ai ripari per arginare il problema.
Ma il governo americano è evidentemente controllato da un partito per cui il negazionismo climatico –
rifiutando non solo l'evidenza scientifica ma anche l'inconfutabile esperienza diretta, e opponendosi
strenuamente a qualunque sforzo teso a rallentarne l'andamento – è diventato un segno distintivo di identità
tribale.
Per dirla in altre parole: i Repubblicani non riescono ad abrogare l'Obamacare e le recriminazioni fra i leader
del Senato e il twittatore in capo riempiono le prime pagine dei giornali. Ciononostante, il partito
repubblicano è assolutamente compatto nel suo progetto di distruggere la civiltà e sta facendo molti
progressi per raggiungere l'obiettivo.
Ma da dove viene questo negazionismo climatico?
Intanto va detto che gli esperti non hanno sempre ragione. È già successo che uno schiacciante consenso
scientifico si sia poi rivelato infondato. E se qualcuno, in buona fede, lancia una critica sfidando l'opinione
prevalente, pur di arrivare alla verità, quel qualcuno merita di essere ascoltato.
Tuttavia, per chiunque segua il dibattito in corso sul clima è evidente che nessuno degli scettici sia
effettivamente alla ricerca della verità. Io non sono uno scienziato del clima, però so riconoscere
un'argomentazione pretestuosa e non mi viene in mente un solo illustre scettico che non stia chiaramente
agendo in cattiva fede.
Pensate per esempio a tutti quelli che hanno preso il caldo insolito del 1998 per dimostrare come il
riscaldamento globale si fosse fermato vent'anni fa, come se un giorno particolarmente caldo di maggio
fosse la dimostrazione che l'estate è un mito. O tutti quelli che hanno preso le dichiarazioni degli studiosi del
clima e le hanno decontestualizzate per dimostrare che è in atto una grande cospirazione scientifica.
Oppure pensate a chi prende a pretesto l'“incertezza” come scusa per non fare niente, quando dovrebbe
essere lampante che, se interveniamo troppo poco, i rischi di un cambiamento climatico più rapido del
previsto non sono niente rispetto ai rischi di fare troppo se il cambiamento è più lento del previsto.
Ma cos'è che sta alimentando questa epidemia di cattiva fede? La risposta è che vi sono tre gruppi implicati,
una specie di “asse climatico del male”.
Il primo è l'industria dei combustibili fossili – pensate ai fratelli Koch – che ha un chiaro interesse
finanziario a continuare a vendere energia sporca. E l'industria – seguendo lo stesso schema attraverso il
quale i gruppi industriali hanno messo in dubbio i pericoli provocati dal tabacco, dalle piogge acide, dal buco
dell'ozono e via discorrendo – ha sistematicamente coperto di denaro i think tank e gli scienziati disposti a
esprimere il loro scetticismo sul cambiamento climatico. È emerso che molti degli autori, forse la grande
maggioranza, che mettevano in dubbio il riscaldamento globale, abbiano ricevuto un sostegno finanziario da
parte dell'industria dei combustibili fossili.
Eppure qui non si tratta solo degli interessi mercenari delle lobby dei combustibili fossili, è anche una
questione ideologica.
Una fetta influente dello spettro politico americano – scrive il Wall Street Journal – è contraria a qualsiasi
forma di regolamentazione economica pubblica; crede nella dottrina Reagan per cui lo Stato è sempre il
problema e mai la soluzione.
Sono quelli che hanno sempre avuto un problema con l'inquinamento: quando le azioni sregolate del singolo
impongono dei costi agli altri, voglio vedere come fai a evitare una qualche forma di intervento pubblico. E
fra tutti i problemi dell'inquinamento, il cambiamento climatico è quello più grave.
Qualche conservatore è disposto a guardare in faccia la realtà e sostenere un intervento pro-mercato per
limitare le emissioni dei gas serra, ma troppi preferiscono semplicemente negare il problema: se i fatti
confliggono con la loro ideologia, loro li negano.
E poi ci sono alcuni intellettuali pubblici, meno importanti dei plutocrati e degli ideologi, ma per me ancora
più vergognosi – che adottano una posa di scetticismo sul cambiamento climatico per puro ego. Dicono:
«Guardate! Quanto sono intelligente! Io faccio il bastian contrario! Vi mostrerò quanto sono bravo a negare il
consenso scientifico!» E così non fanno che trascinarci ancora più giù verso la catastrofe.
Il che mi riporta all'attuale situazione politica. Per i progressisti la situazione è migliorata molto rispetto ad
alcuni mesi fa: Donald Trump e i suoi amici/nemici al Congresso stanno ottenendo molto meno di quanto
sperato, e anche di quanto temuto dai loro avversari. Ma questo non cambia la realtà: l'asse climatico del
male ha in pugno la politica americana e il mondo potrebbe non riprendersi più.
(Traduzione di Francesca Novajra)
© 2017 The New York Times Company

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