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Cronache

d'Umbra

9) Alcune questioni e la Scorza


Racconto di P.Ag.
Pubblicato sul sito web http://theforge.altervista.org
Blog: http://cronacheumbre.blogspot.com/
Basato sull'ambientazione “Mondo di Tenebra” e “Vampiri: il Requiem”
Scritto e distribuito senza fini di lucro.

Questo Pdf è stato scaricato presso il sito web: http://theforge.altervista.org

Testo consigliato a un pubblico maturo.

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Alcune questioni e la Scorza
Qualche ora prima che la coterie padovana arrivasse in città...

Fuori dei confini dell'Acropoli ci sono molti posti, un po' meno celebri e raffinati,
ugualmente interessanti da visitare per le persone e per i loro predatori.
A metà strada tra la cima della città e la zona della stazione FS, c'è Piazzale della
Cupa, da sempre preso di mira dagli automobilisti in quanto unico (e ultimo)
parcheggio libero di Perugia. Un tempo era molto grande, ma ultimamente il cantiere
del Minimetrò lo ha ristretto quasi della metà. Fortunatamente c'è ancora spazio per
posteggiare e il buon vecchio Tommy's Bar non lo hanno toccato (lo hanno solo spostato
sul lato opposto della strada). È giusto una casa-container (sì, esattamente) ma l'ingegno
e la passione dei proprietari hanno fatto in modo che restasse uno dei punti più
gradevoli e trafficati della città, dove puoi fermarti a prendere le sigarette e buttare giù
una birra, o rilassarti sotto la veranda ottimamente ricavata nei pochi metri quadrati che
il Comune concesse.
Non che il panorama o le attrazioni siano chissà cosa: è solo un posteggio non
molto ben illuminato per circa cinquecento auto a lato di una via trafficata, a lato di un
cantiere edile (in questi ultimi anni), ma qualsiasi perugino c'è passato almeno una volta
e molti vi si recano ogni giorno, dal pomeriggio alla sera, finanche a trattenersi per tutta
la notte a cazzeggiare.
Un punto di ritrovo in mezzo a un lago di asfalto e lamiere abbastanza in ombra,
dove è possibile lo smercio di bustine, pillole e ogni tanto il cristallo di un'auto va in
frantumi; “C'è forse posto migliore per andare a Caccia?”, si chiedono i vampiri.
Dipende dal vampiro.
Per alcuni questo posto è l'ultimo dove metterebbero piede, per non parlare delle
prede. Il miglior sangue che si può ricavare è quello che sa di adrenalina, paura o di alcol
e marijuana. E poi raramente la vena che lo contiene è materiale interessante. Per questo
motivo, nonostante il Tommy's non sia affatto lontano dal centro, è fuori dall'Acropoli.
Questo è 'Territorio Carthiano', o così i compagni del Movimento affermano e il Primo
Stato non dà conferma o smentita, ma soltanto – di quando in quando – ci fa una
capatina.
Le ragioni possono essere le più disparate, e in verità sono quasi sempre di natura
personale. Per esempio, la Signorina Martina Dannegelli, giovane Dama dell'Invictus
detta 'Tina' e recente acquisizione della Società cittadina, è venuta qui questa sera
unicamente per il brivido del proibito.
Anche se neonata (solo perché non ha sire a Perugia), lei è una Sorella del Corso,
omaggiata di poter cacciare al Velvet (uno dei più esclusivi locali alla moda della città)
estremamente adatto per chi ha conosciuto un Requiem a partire solo dal XXI secolo.
Fu un dono d'onore che ricevette quando si prostrò ai piedi dell'Invictus dopo essere
arrivata da lontano, sola e spaesata nei confronti di ogni cosa, ma ebbe la congrua
furbizia di mettersi subito dalla parte di chi comanda per avere tutti i privilegi a un
prezzo equo.
Ma ogni tanto Tina sente il bisogno di abbandonare i figli di papà del centro per
avere una preda più casareccia. Lei si stanca presto dell'accento quasi effeminato che
hanno i perugini del centro, del loro far gruppo come eterni compagni di liceo, della
sensibilità raffinata, e dell'adulazione delicata per lo schianto di ragazza mediterranea
che sarebbe. Alta, mora e procace, con la pelle candida e perfetta; una voce da usignolo
per la quale non c'era stato uno di sua conoscenza che non le avesse proposto di tentare
la via del gruppo rock o pop.
A Tina piace ogni tanto sentire “che il suo culo lo fa rizzare ai morti” (e infatti) dai
vocioni a pieno petto che di solito usano a Perugia quando parlano in dialetto stretto. E
le piace anche l'invadenza di quelli che, più o meno brilli o fatti, cercano di strusciarsi
contro il suo corpo per sentirle le tette. E il meglio era riuscire a dare a quegli uomini
l'illusione che potevano averla, dentro una macchina appartata in una stradina: la più
bella figa sulla piazza, che addirittura non se la tira più di tanto. Poi vengono
direttamente nelle mutande quando questa lupa dalla pelle di latte li bacia sul collo.
Una figura di merda gigantesca che regolarmente li costringerà a girarsi dall'altra parte la
prossima volta che la incroceranno.
Ma questi non sono che balocchi. Trastulli che lei può strappare a qualsiasi mortale.
All'inizio le sembrò un potere immenso, ma sono già passati degli anni e non le basta
più. Il vero piacere di farsi una scampagnata fuori porta è nell'atto di predare nel
territorio di un altro predatore e rubare una vittima; con la consapevolezza che se se le
cose vanno male le basterà fingere una scusa e andarsene. Le regole del gioco sono
queste: se un altro entra da lei senza permesso, questo viene punito, lei però può
permettersi il contrario; è una Dama del Primo Stato, gli altri sono solo zotici.
Quella sera Tina non aveva deciso chi tra Alessandro e Marco stava cercando di
apparire più attraente nei suoi confronti. Seduta su una panca della veranda, si faceva
accendere le sigarette e giocherellava con lo shottino di rum e pera sempre all'altezza
della scollatura. Era ancora presto, e poi c'era un tizio con un paio di spalle larghe che
faceva un gran casino dietro di lei. Se avesse iniziato a tirarle contro le bucce delle
arachidi, forse avrebbe scelto lui per umiliare qualcuno stasera. Immersa in tutto quel
calore di viventi, quasi non si accorse che nel giro di un attimo praticamente tutta la
clientela interruppe bruscamente qualsiasi attività per formare un disordinato
capannello al limite estremo della veranda.
Tina non vedeva bene cosa stava avvenendo. Lasciò stare il bicchiere e si sporse a
destra e poi a sinistra. Sembrava che la gente ruotasse intorno a qualcuno; in un
momento le persone si allontanarono un poco ed emerse un tizio. Statura media,
vestiario anonimo, capelli corti e molto, in volto, pallido. Questi si girò verso Tina:
occhiaie, rughe da trentenne, aspetto da duro ritto e ben piazzato. E la fissò.
Non le piaceva, perché stavano tutti intorno a lui. E non le importava se era stata
notata, il tizio aveva la faccia torva. Lo stomaco di Tina si incendiò. Del fervore
improvviso le salì in faccia come uno sbuffo d'aria infuocata. Si ritrovò con la testa
proiettata all'indietro, stava per cadere. Contorse il busto per evitarlo e gambe e braccia
lavorarono istintivamente per alzarsi. Ebbe una visione istantanea della strada che
portava al Tommy's e l'urgenza frenetica di percorrerla a ritroso, ora!
No, non qui, aspetta. Razionalizzò serrando la mascella e sentendosi pungere le
gengive dalle zanne scattate istintivamente nella bocca.
Aspetta, respira. No, che ti vien da urlare, raccogli la borsetta.
Riuscì negli intenti, poi le gambe fecero da sole e senza preoccuparsi del fatto che
qualche suo conoscente poteva notare la sparizione precipitosa. Non era quello il suo
pensiero attuale.
Tina uscì dalla veranda per infilarsi tra file delle auto parcheggiate, passando al
centro del piazzale, zona completamente nel buio. Sarebbe arrivata in fondo, al
terrapieno dove c'erano delle scale, salendole sarebbe giunta al livello della strada
principale e poi seguendo le scale mobili sarebbe ritornata in un luogo più adatto a una
signora. E se qualcuno avesse tentato di fermarla, gli avrebbe fatto scoprire che non è
mai il caso di infastidire una Daeva a cui si è guastata la serata.
Due occhi neri si spianarono di fronte a Tina. Gelidi, sembravano due bocche di
un'arma da fuoco. Oltre questi c'era una fronte spaziosa, un volto quadrato sporcato di
fitta barba incolta da qualche giorno con dei neri capelli corti.
Era sempre quello quello di prima, ma senza il Marchio di prima. Erano in mezzo a
due auto. Tina poteva solo tornare indietro, ma non sembrava il caso. Ma che voleva
questo? Era un Fratello? Se lo era, era un Mekhet o un Infestatore Carthiano. Tina
avrebbe dovuto sapere come comportarsi, si era persino preparata le battute tempo fa.
Ma questo qua le faceva terrore. Era un Nosferatu, sì, indubbiamente. Magari non era
inguardabile come al solito, ma faceva impressione. E poi chi lo diceva che non era
mostruoso? I Nosferatu sanno usare quel trucco per somigliare agli altri...
Signore. Ma che vuole? Non dice niente. Non fa niente. Non è altissimo ma è
grosso. Va be', la stazza non conta, conta il Sangue, e se l'aveva fatta scappare solo
facendogli sentire la sua Bestia era un casino. No, niente panico! Tina sei
dell'Aristocrazia, non può toccarti.
“Va bene mi scuso, non volevo, una persona che conosco ha voluto per forza venire
qua...” L'Infestatore che sembrava la quintessenza di una belva sanguinaria in jeans e
giubbotto di pelle non la fece terminare: “Chi sei?”, le disse strizzando gli occhi e
aggrottando la fronte.
“Io sono Martina Dannegelli! Tu non hai freddo?” Rispose lei infilando una frase in
codice nel momento più appropriato.
“I morti non hanno freddo”, rispose il supposto Infestatore.
Tina iniziò a rivivere una scena del passato: una giovane Dannata smarrita nella
notte che vagava a casaccio in una città sconosciuta, l'incontro con un altro Fratello.
Certo, ora gli interpreti non erano esattamente gli stessi, ma tanto bastava.
“Io sono una Sorella dell'Invictus. Sai, no?”
“Sì, sì. Lo sono pure io”.
“Eh? Ma mi sta prendendo in giro oppure?”
“No. Quando sarà la prossima Corte?”
Un secondo di attesa e Tina si sentì il seno compresso dal petto del vampiro mai
visto prima. “Quando?” Ripeté lui scandendo e impedendo così ogni possibile reazione
alla molestia.
“Il tredici del mese”, fu costretta a rispondere la bella Daeva. Lui si ritrasse, mosse i
piedi e si allontanò da Tina. Lei non ebbe il tempo di rialzare gli occhi che aveva
abbassato intimorita che già l'altro era scomparso dalla vista.
Tina sperò di essere rimasta sola, così avrebbe potuto sfogare la rabbia con una
sgambata fino in centro. Era a piedi perché non si fidava di prendere un autista quando
si avventurava fuori dall'Acropoli; i servi del Primo Stato hanno la lingua lunga.
Traversò il piazzale e salì sul marciapiede. Cosa avrebbe fatto di questo brutto
incontro? Non lo aveva mai visto prima e aveva detto di essere uno di Loro? Impossibile!
Poteva essere qualsiasi cosa, ma non un Fratello di Qualità; non solo era acconciato
come l'ultimo dei Selvaggi tra i Pagani, ma quell'atteggiamento...Il corpo dei Fratelli è
sacro! Non si tocca. E il fatto che le era piombato sul seno a quel modo era il dettaglio
peggiore di tutti. Era sembrato che la volesse divorare, non desiderio sessuale ma
bramosia cannibalesca.
Avrebbe raccontato tutto a suoi anziani? No, no. Non solo avrebbe dovuto
confessare la sua scappatella, ma anche ammettere di essere stata inetta: volle concedersi
un lusso tra i pericoli della città e si dimostrò incapace di fronteggiarne uno. Meglio fare
come tutti: mantenere il silenzio. Si dice che il silenzio paga.
Ma se poi quel coso feroce sarebbe ricomparso, se le cose sarebbero venute a galla?
Le cose vengono sempre a galla! Signore! Che disastro!
Qualcosa doveva farla assolutamente. Doveva dirlo a qualcuno, ma a chi? Era
appena arrivata e già mezzo Dominio si era ingelosito di lei. Finora le era andata bene (a
parte quella storia proprio nelle prime notti, ma va be'), ma sapeva che in molti non
aspettavano che il minimo momento di debolezza per punirla e umiliarla; soprattutto il
Primogenito Florenzi...Ma sì, il Barone! Certo! Alla prossima...
Oh no! Ancora!
Un altro Fratello era nelle sue vicinanze. Tina alzò gli occhi e lo vide. Questa volta
lo riconobbe subito. Era una Succube. L'unico Daeva dei Carthiani, si chiamava Basile e
le era stato detto di trattarlo sempre con disprezzo più o meno manifesto. Tina avrebbe
avuto persino il diritto di evitarlo se fosse stato possibile, ma il confratello di clan
puntava dritto verso di lei.
Questo Basile non è tanto male dopotutto, anche se a Tina piacciono più alti di lei
(cioè sopra l'uno e settanta), e si dice che è Carthiano perché lo fu il suo sire, e fu
pescato proprio tra la feccia di Perugia. E si vede: eskimo, anfibi e pantaloni sformati.
Bleah, per non dire di quel ridicolo taglio capelli fino al collo che andava cinquant'anni
fa.
Basile le sorrise.
Tina non aveva mai fatto caso ai suoi occhi quasi grigi, però quel filo di barba se la
potrebbe radere.
“Buonasera Signorina”.
Tina stava ancora cercando di evitarlo, si fermò di scatto allargando le braccia e
facendo un mezzo passo indietro in segno di ripulsa: “Mi hanno già mandata via, va
bene?”, rispose lei frettolosa.
Basile continuava a sorridere col suo volto da ragazzo intorno ai venticinque: “Oh
no, non si preoccupi”.
“Infatti non mi sto preoccupando, me ne sto andando”.
A Basile sarebbe piaciuta una risposta diversa. Tina lo intuì perché certi vampiri (per
fortuna) non cambiavano mai.
“Chi ha incontrato Signorina? Me lo dica che metto tutto a posto”, ci provò ancora
Basile, e Tina capì pure questa volta l'intenzione di trattenerla, così che un Invictus si
'confondesse' coi Carthiani.
“Oh non lo so, mi ha fatto uno dei vostri scherzi da Nosferatu!”
“Ma io...”
“Arrivederci”, disse infine Tina, lasciando (questa volta fu il suo turno) lì dov'era
Basile.
Mi ha confuso con un Nosferatu la stronza! Merda! Sia stato di proposito o no, la
prossima volta che la becco nel nostro territorio non la passa liscia.
Intanto, per smaltire l'offesa, Basile avrebbe puntato sul Tommy's, aveva una mezza
voglia di prendere alle spalle il primo stronzo che capitava e stapparlo sopra il cofano di
un'auto. Neanche il tempo di coprire metà della distanza che restava e il Motorola Razr
iniziò a squillare: Asclepio.
Basile rispose.
“Oh! Di' Oh! Ma posso sape' indo' se'?”, si sentì trapanare un timpano dal donca di
Asclepio.
“Ch'è successo?”, sbuffò in risposta per darsi un tono.
“La ronda! Per Dio! Perché non stai all'ospedale a fa' la ronda?”
“All'ospedale? Ma mica toccav'a me!”, rispose nuovamente affrettando la cadenza in
dialetto.
“Ah, no eh? 'Spetta”.
Basile sentì dei rumori indistinti, come uno sfogliare di carte. Dopo pochi secondi
tornò il vocione di Asclepio che non permetteva di capire se era incazzato o meno: “Ma
chi è che scrive com'un figlio di tre anni?”
Basile avrebbe voluto far notare che i bambini di tre anni di solito non scrivono, ma
gli venne in mente una parola e prima ancora di averla finita di pensare l'aveva
esclamata: “Peppe!”
“Peppe? Ma Peppe st'a Marsciano stasera”.
“A fa' che?”
“Lassa gì”, rispose in dialetto stretto Asclepio, “Sta in ritardo”.
“E ma io non ne sapevo niente”.
“Vabè, vabè. Vien giù, c'è bisogno”.
“Ma io”.
“T'ho detto: vien giù!”
“Ok, ok, non t'incazzà tanto”.
Il compagno Stefano Basile si trovò nell'inderogabile condizione di dover lasciar
perdere i propositi di caccia muscolare antecedentemente preventivati e persino di
rinviare il successivo incontro coi freghi che aveva in lista per quella notte. Pensare che
proprio questa sera aveva la mezza intenzione di introdurre qualcosa di più al suo
piccolo gruppo di proletari incazzati col sistema: superare la fase dei litigi più a parole
che a fatti con i soggetti clerico-liberal-fascisti della provincia e puntare più su progetti
di aggressione a determinati nodi del sistema. Tutto rinviato, merda, per un'altra notte
ancora a causa di questa convocazione. Fortunatamente le prospettive di lungo periodo
non erano un suo problema.
Mentre scendeva con la sua Alfa Brera da Piazzale della Cupa verso l'Ospedale,
annunciò ai suoi che stasera doveva scopare una, e quindi si rimandava. Poi arrivò al
Silvestrini, posteggiò ed entrò passando per la porticina del magazzino della biancheria
di cui aveva la chiave ed era (in pratica) l'unico Carthiano a dover evitare le entrate
principali della struttura perché dopo la disgrazia occorsa al suo sire, Caterina, Basile era
rimasta l'unica Succube del Movimento. La sua congrega non aveva quello che si poteva
chiamare un 'vasto assortimento di Famiglie'; la maggioranza dei compagni erano
Nosferatu, attratti dal carisma del Prefetto (nonché anziano e Primogenito), c'era
un'Ombra (Peppe) venuta giù dal Veneto circa vent'anni fa e infine c'era lui. Ma la
situazione non dispiaceva Basile, il suo era l'unico Marchio presente alle assemblee del
Movimento, e poi si ricordava che era sempre stato così fin da quanto era stato vivo; a
quei tempi era un agiato figlio di papà che sentiva un certo impulso a condividere la
rabbia e il desiderio di ribellione con i figli della gente lasciata diseredata dalla guerra.
Poi conobbe Caterina che lo rese Immortale e dotato di una cosa magica, la Luce,
dicono i Daeva. Per lui quindi il fatto di essere affascinante e brillante in mezzo a una
moltitudine d'Infestatori e di Ombre non è assolutamente la prima scelta su una lista di
brutte opzioni.
Basile camminava a memoria nei recessi della più grande struttura ospedaliera
dell'Umbria e pensava tra sé e sé a una serie di battute pungenti per quella montagna di
Nosferatu paranoico di Asclepio, sempre pronto a rompere il cazzo agli altri compagni
per strapparli alle loro faccende private e a costringerli a passare ore a discutere
nell'obitorio dell'ospedale. Forse soffriva di solitudine, chi lo sa, di solito si evita di fare
domande di questo genere agli Infestatori anche dopo mezzo secolo di conoscenza.
Proprio quando si trovò di fronte alla porta della saletta che il Movimento utilizzava
abitualmente per ritrovarsi all'interno dell'Ospedale, a Stefano venne in mente la
seguente battuta: Oh, di' oh! Ma proprio a me devi veni' a mugne' il cazzo? Ti ricordo che
mi devi un favore: chi t'ha consigliato di compra' la Pegeout 1007 pe' non ave' più problemi
colle portiere de le macchine?
Poi aprì la porta e trovò Asclepio seduto – o meglio, la posizione della sua massa
suggeriva che sotto quella vi fosse una sedia impegnata in uno sforzo enorme – le
braccia abbandonate sui fianchi e la sua seconda bocca estremamente ben visibile. Non
era proprio il momento di far battute.
Ci sono molte cose nei vampiri che travalicano i limiti della natura, della scienza e
della normalità; alcune sono sottili, altre più evidenti, e i Dannati imparano a
nasconderle abilmente. Ma è quasi del tutto impossibile abituarsi al senso di disagio e di
orrore che provoca un Nosferatu, specialmente quando non è intenzionato a mettervi a
vostro agio. Infatti Basile cercò di salutare il suo compagno di congrega facendo un solo
e semplice gesto di complicità, annuendo e contraendo le labbra, come per dire “Tosto.
Bella lì, socio”.
“Oh toro”, disse senza convenevoli Asclepio, “Qui la babbìlonia del non si sa chi
cazzo non c'è, chi sta di ronda e chi si spara le seghe al cesso deve fini' una volta pe'
tutte”.
Stefano si staccò dalla porta del salottino dei medici buttando in avanti il petto e
con lentezza consumata (e un pizzico di circospezione) arrivò a una sedia per lasciarsi
cadere con uno sbuffo. Mancava solo che mettesse i piedi sul tavolo, ma evitò: “Ch'è
success?”, sibilò con tranquillità.
“Visite”.
Stefano socchiuse gli occhi e alzò il mento nella direzione opposta a quella di
Asclepio e tese le labbra per sorridere. Era come se dicesse: “Ebbe'? Quando il sangue
scarseggia vengono tutti a casa degli 'zotici' a elemosinare, i Lorsignori”.
“Schidone”, sillabò sibilando Asclepio.
Stefano perse l'aria da furbetto. Sul suo collo i capelli da popstar britannica quasi si
rizzarono e la sfacciataggine lasciò il posto al sospetto: “Gl'hai spezzato le gambe, ve'?”
“Maddèche!”, rispose Asclepio come l'anziano seduto al tavolino del bar, “Diceva
che l'aveva mandato il Barone ché dovevamo combinargli 'na nottata co' Attia”.
Stefano aggrottò un sopracciglio, il suo bel volto di ragazzo era distorto in una
smorfia: “E glielo combini! Dico, gli combiniamo 'no scherzetto in modo che la Bestia
se lo magna?”
“So 'na sega io!”, eruppe Asclepio con un che di minaccioso, “A 'ste cose ci pensa
Teucride, ora ascolta a me, quest'è importante: sai com'è arrivato qua Skidone?”
“Lasciando la macchina negli spazi pell'ambulanze e sonando il clacson?”
“No! Merda! S'è fatto piglia' sotto da'n SUV ed è arrivato coll'ambulanza come un
morto”.
Basile cercò di parlare, ma le sue parole si mescolarono a una risata che non riuscì a
trattenere: “Ma a 'sta cosa c'avevo pensato pur'io”, e poi scese col volto sotto il tavolo
travolto dall'ilarità. Si riprese a causa di un rumore metallico. Alzò gli occhi e vide il
gigantesco Asclepio che ingombrava tutto lo sfondo. Paventò di chiamare il Sangue per
esser pronto a qualsiasi evenienza.
“E de 'ste cose ne parliamo solo dopo che so' successe?” Gridava, “Oh, ma io 'sto
territorio me lo so' guadagnato co' un Requiem di lavoro, e voglio che sia davvero del
Movimento, e non solo che i Lorsignori ci concedono di stare, ma poi tutti quanti
fanno il cazzo che vogliono!”
Basile riabbassò la testa come un ragazzino: “No, no Scle', c'hai ragione”.
Asclepio gli dava le spalle: “Andiamo. Ti devo fa' vedere una cosa”.

Stefano era divenuto familiare con la vista dei cadaveri posti sopra un piano
d'acciaio molto prima che la stanza delle autopsie diventasse una scenografia ricorrente
nelle serie televisive. Aveva anche sviluppato una certa sensibilità del tutto particolare
rispetto ai corpi che vedeva ogni tanto, quando Asclepio lo lasciava entrare. La chiamava
'il Muso della Morte', e non aveva niente in comune con le fisionomie dei defunti che
vedeva. Quelli non erano che oggetti sui quali la Morte si depositava e parlava a chi,
come Stefano Basile, aveva il fantastico lusso di farsi beffe sia della Morte che del suo
oggetto. Immortale da cinquant'anni e più, di vivi morenti, morti viventi e andati del
tutto ne aveva visti a sufficienza, ma non abbastanza da non stupirsi o disgustarsi – e
Asclepio lo teneva sott'occhio di proposito.
Sul piano fino a pochi secondi prima c'era stato un morto coperto da un telo di
cotone color verde stinto; ora c'era qualcosa di orribile e indefinibile anche per chi è un
fenomeno soprannaturale. Stefano fissava con gli occhi che sembravano di vetro un
corpo con la gola offesa da una ferita irregolare e slabbrata lunga circa quattro
centimetri. La carne lacerata e strappata aveva un che d'arte perversa, ma a parte questo,
e a parte il fatto che solo dei denti avrebbero potuto fare quel genere di lavoro, il peggio
stava oltre la ferita. Il cadavere era quello di una ragazza, bionda e magra, doveva aver
avuto un incarnato pallido anche da viva; la pelle era liscia e tesa, e su questa risaltava
una fitta trama di strie blu e violette che correvano su un intero quarto dell'epidermide.
Anche questo raccapricciante dettaglio aveva un tocco d'arte, sembravano tatuaggi
certosinamente disegnati per imitare i corsi di decine di torrenti e fiumi che confluivano
l'uno dentro l'altro; invece erano proprio le sue vene e le sue arterie che si erano
inspiegabilmente esposte sulla pelle. Dall'arteria del femore sinistro a quella del braccio,
senza escludere una fitta tela intono all'aorta e ai polmoni, quel complesso disegno dei
torrenti e dei canali di un corpo umano convergeva alla ferita sul collo che si completava
con un grosso ematoma. Quando Asclepio accese una lampada Stefano poté notare
meglio il fosco riflesso del sangue coagulato intorno a quella strana lacerazione.
“Ma che è?” Chiese Stefano decisamente turbato se non dal Muso della Morte
almeno dal mistero.
Asclepio fece risuonare il suo vocione da popolano: “Quest'è la Scorza! Altrimenti
detta la Buccia dai compagni fuori Perugia”.
“Eh?” Fece Basile per poi aggiungere d'istinto: “Roba nostra?”
Asclepio allargò un sorrisetto con la bocca buona, il grasso delle guance prese tono
alzandosi ad affossare i suoi occhi piccoli e miopi, trasformandolo in una maschera
grottesca.
“Sine, è un potere ch'è stato inventato in tempo di guerra, quando c'era poco da
magna' in giro e toccava fa' di fretta...Tant'era tempo di guerra e i morti
fioccavano...Indovina un po' perché si chiama Scorza?”
La cosa era evidente: “Perché quando finisci della vacca non resta altro che la buccia
di fuori”.
“Già: se so' bevuti 'sta pôretta in pochi minuti minuti, pô èsse' secondi. I segni sulla
pelle vengono da una vasculite acuta dell'apparato circolatorio. Detto tra noialtri, quel
che se l'è fatta, l'ha succhiata come se al posto della bocca c'avesse avuto un'idrovora da
diec'atmosfere”.
“Cazzo bisogna èsse' de' tori per fa' 'sto lavoretto di bocca”.
“E sì eh, e forti e pure celeri”.
Asclepio non aveva ancora gettato quella smorfia a suo modo rubiconda, e a sentirlo
Stefano ebbe un sussulto: “Ah no eh! Non è ché so' Daeva che dovete cerca' me! Io la
guerra non l'ho fatta, ero figlio ai tempi, la Scorza non la so fa'”.
“E allora la cosa è un po' più incasinata di quella che si pô pensa'”.
“Ah bene, hai pensato subit'a me!”
“A di' il vero avrei preferito pensa' Caterina che di bocca era notoriamente bôna,
peccato ch'è cenere da trentanni ormai. Siediti che ti racconto un paio di retrosceni su
'sta morta”.
Basile cercò uno sgabello e bloccò l'impulso di aggredire Asclepio per la pessima
battuta su Caterina. Va bene! Cristo! Caterina era una troia e persino una stronza
traditrice, ma era stata il suo sire e l'unico vero amore della sua esistenza, vincolo di
sangue o meno. Va bene! Cercò di fottere mezzo Movimento d'Italia nel tentativo di
vendere il Sangue della famiglia Zelani al Barone, e i compagni del Movimento la fecero
fuori, ma ora basta! Quanto durerà l'onta per la sua progenie innocente?
“Allora”, iniziò Asclepio, “'Sta disgraziata ce l'ha portata quelle belle chiappe del
Segugio”.
“Merda”.
“No, no. Ce l'ha portata com'al solito pe' smaltire in modo pulito il corpo”.
“Ah bene”.
“Sì ma, visto com'è conciata, vôl saper di più”.
“Eh certo, che culo che possiamo imboscare la storia”.
“Seh! Ti sembra facile! Non sai mica indo' l'han trovata a questa”.
“Ah già!”.
“Nel territorio dei Pagani”.
“Eh?” Basile sgranò gli occhi.
“E non di': allora so' stati loro! Ché so' stati proprio loro a chiama' il Segugio pe'
avverti'”.
Basile iniziò a sentire puzza di merda, ossia previde che la faccenda si sarebbe
complicata esponenzialmente.
“Quelli del Circolo”, continuò Asclepio, “Sàran' matti, ma non so' stupidi: ti trovi
co' un corpo di reato in casa, meglio evita' casini se non c'hai colpa. Giusto?”.
“Più che giusto. Ma siam certi che non so' stati loro? C'è quella lì...Quella censurata
ch'era un'ergastolana matta...Quella dice che potrebbe fa' cose del genere”.
“Sì, la Sambuco. Lei potrebbe...Potrebbe taglia' i diti a qualcuno e poi infilarglieli
uno pe' uno su pe' il retto...Ma non pô fa' questo...” Asclepio impugnò un bisturi e
incise la carotide della morta sul lato integro del collo: non uscì una goccia di sangue,
“...Se non c'hai la giusta conoscenza de le Qualità del Sangue”.
“E chi ti dice che solo un Carthiano pô fa' una cosa del genere? Poi quelle so'
streghe!”
“Ma m'ascolti? Primo: 'sta cosa della Scorza la sappiam io e te; secondo i Pagani
non han trovato solo 'sta morta, ma anche due tizi che la stavano a butta' in un casolare
abbandonato”.
“Apposto!” Stefano si batté i palmi delle mani ma notando che Asclepio non lo
assecondava: “Vôi dire che?”.
“Che i Pagani so' matti e non stupidi, ma dato che la loro matteria vie' prima de la
loro intelligenza, prima si so' svenati quei due, poi si so' accorti del cadavere. Vuoi
vedere?” Indicando le celle frigorifere.
“No, mi fido”, rispose Stefano, “Per me, l'han fatto di proposito pe' rompe le palle”,
proseguì.
“Probabile”, gli fece eco Asclepio.
“Quindi?”
"Quindi un cazzo. Cioè dobbiam sape' chi è stato, possibilmente prima che i
Lorsignori incomincino a rompere i coglioni”.
“E poi se ha usato pe' davvero la Scorza gli facciamo democraticamente il culo,
giusto?” Stefano fece scrocchiare le ossa del collo.
“Prima tocca arrivarci, e 'n fretta”.
“Sì, sì. Che sappiam di 'sta morta?”
“Ch'era una battona: abiti da troia, zatteroni, niente documenti, contanti in borsa,
rossetto e un sacco di preservativi”.
“Quindi potrebbe averla ammazzata chiunque”.
“Il problema è un altro in verità: quando un vampiro ammazza una puttana, quelli
dell'Invictus si incazzano du' volte: una volta per via della Tradizione...”
“La seconda perché tutte le lucciole di Perugia so' roba loro: gl'hai distrutto un
mezzo di produzione, gl'hai mancato di rispetto eccì eccì eccì...Solite stronzate da
mafiosi”.
“Già ma il peggio è che l'Invictus è già incazzato pe' un'altra cosa”.
“Cosa?”
“Oh ma tu non sai mai un cazzo! Qualche notte fa è saltato per aria un laboratorio
al Mignottificio”.
“Fico! Noi non c'entriamo niente, vero?” Fece Basile passando dall'esaltazione alla
depressione.
“No ma potrebbe fini' male lo stesso. Dice che nessuno ha spiegato come sia saltato
in aria il laboratorio di Cestcenko, e questo fa incazzare il russo. Secondo te, stanotte
che si ritrova co' una puttana di meno come si sente?”
“Del brutto...”
“E secondo te, se noi facciam finta di niente, mollerà l'osso?”
"No", disse Stefano pensieroso. La storia era un casino assurdo, “Di' un po': ma di
quei due che so' morti sotto l'artigli de i Pagani? Che se ne sa?”
“Guardeli”. Asclepio aprì una cella e fece uscire il cadavere di un tipo tra i venti e i
trenta, livido, con addosso decine di segni morsi inconfondibili. Il fisico era prestante e
c'era un tatuaggio.
“Cazzo Scle', ma quest'è un fascio!”.
“Così me pare”.
“Oh ma! Allora inizia a filare: chi è che pô chiede' a un fascio di far sparire una
morta come quella senza problemi?”
“Boh!”
“Come boh?” Disse Stefano iniziandosi a esaltare, “Vôi di' che non sappiamo chi
tra i Fratelli pô arriva' a un fascio?”
“Fin quando tu e i tu' freghi li pesterete a vista invece di studiarli non sapremo mai
un cazzo”, rispose da filosofo il Nosferatu.
“E daje...Mo sbaglio pure in questo”.
Asclepio chiuse di scatto la cella frigorifera.
Pausa di brevi secondi.
“Ma quella cosa di fa' parla' le cose?” Domandò Basile; Asclepio si girò lentamente
verso di lui, “Sì, è 'na roba de la Vista”, precisò la Succube.
“Io non la so fa'”, rispose il Nosferatu.
“Io manco”.
Altra pausa.
“Peppe!”
“Peppe?” Riprese Asclepio.
“Lu'è Mechét!”
“No, aspe'...” Ma Basile era già uscito rapido. Asclepio non lo avrebbe mai
raggiunto.
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