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BOX Cosa accade quando competenze gestionali e metodo manageriale si applicano al settore dell’arte? Italian Factory e Nuova Figurazione (iniziative legate alla società milanese DL Arte, di Simona Di Bello e Giuseppe Lezzi) forniscono una possibile risposta. Con la mission di valorizzare culturalmente ed economicamente l’arte figurativa italiana, l’azienda (costituita nel 1994) offre ai propri pittori e scultori: mostre, curatela, pubblicazioni, notorietà e conseguentemente un mercato. Al collezionista dedica ponderati investimenti e propone il modello operativo del marketing relazionale: appuntamento a domicilio o in sede, presentazione privata delle opere, vendita diretta. Braccio operativo della società è una efficace squadra di consulenti che in Italia assistono l’acquirente nella scelta, mentre all’estero si adoperano come promotori degli italici talenti presso le gallerie straniere. Dall’incontro fra DL Arte e il critico Alessandro Riva è nato nel 2003 Italian Factory: movimento dal marchio registrato, dotato di una efficace struttura imprenditoriale (Nuova Figurazione,

appositamente costituita per amministrare l’iniziativa), che rilancia a livello internazionale la figurazione nostrana, trasformandola con intraprendente astuzia in fenomeno artistico e commerciale. IF è un progetto aperto al quale partecipano, in base ad esigenze espositive o curatoriali, esponenti con storia e formazione diverse, uniti dal recupero e dalla rielaborazione di linguaggi, strumenti (pittura e scultura: Velasco, Pignatelli, Bergomi, Demetz, Schmidlin) e generi tradizionali (ritratto e paesaggio: Durini, Fiorentino, Petrus, Siciliano) calati nella contemporaneità.

Il 2007 è anno di grandi cambiamenti. DL Arte si tramuta in Società per Azioni; espugna la

Capitale aprendo First Gallery (a Via Margutta 14), in cui propone anche ospiti da gallerie straniere. Oggi, ad un anno dall’ouverture romana, il tandem Di Bello–Lezzi medita di replicare l’esperienza espositiva a Milano, con un ampio spazio periferico nell’area post industriale, per lanciarsi alla conquista della città meneghina.

INTERVISTA a Simona Di Bello e Giuseppe Lezzi (DL ARTE; ITALIAN FACTORY; FIRST GALLERY)

di Carla Piro

Un connubio professionalmente consolidato quello fra Simona Di Bello e Giuseppe Lezzi della società DL Arte: professionisti di lungo corso nella vendita di opere d’arte. Disuguali fra loro come il sole e la luna: lei, occhi limpidi e vivaci, luminosa e comunicativa; lui, tenebroso e indecifrabile, con lo sguardo impenetrabile nel misurare il mondo intorno a lui. Colpisce tale diversità capace di produrre un armonioso dinamismo umano e numerosi successi lavorativi.

DL Arte, Nuova Figurazione, Italian Factory, First Gallery: due società, un movimento artistico, una galleria. Quale relazione li unisce? Simona. Fa tutto parte del medesimo progetto. DL Arte è la società delle origini, nata nel 1994 (divenuta SpA nel 2007). Nuova Figurazione è la recente attività sorta per gestire Italian Factory, del cui marchio è proprietaria e concessionaria. First Gallery è luogo di rappresentanza, il salotto buono a Roma, in cui accogliere clienti, visitatori, manifestazioni raffinate; è motivo di collaborazione con gallerie straniere che ci aprono al mercato internazionale. Inoltre è passepartout per le grandi Fiere, alle quali non potremmo partecipare come DL Arte o IF.

Cosa rappresenta Italian Factory? Simona. Questo marchio, nato dall’idea di promuovere un progetto nazionale (il nome stesso “fabbrica italiana” ne sottolinea la forte identità) non definisce un singolo luogo, galleria, esposizione, critico o artista, ma nasce dalla collaborazione di differenti professionalità. IF è

pensato come una grande scatola modulare che accoglie ed assimila molteplici manifestazioni:

può cambiare il contenuto; tuttavia non si modificano i principi fondamentali della rivalutazione, nonché protezione commerciale e culturale, di quel segmento dell’arte italiana impostato al recupero della tradizione. Il riscatto della classicità e della bellezza sono i punti fermi di ogni iniziativa ed il legante fra IF, DL Arte, First Gallery. Il presupposto è che l’espressione creativa non debba necessariamente sconvolgere lo spettatore, bensì rendere apprezzabile il bello, a lungo sacrificato in nome della sensazione.

Come si entra nella squadra di Italian Factory? Giuseppe. Al nucleo iniziale dell’Officina milanese (Luca Pignatelli, Velasco Vitali, Marco Petrus, Giovanni Frangi, della generazione anni ’60), altri si sono aggiunti per esigenze espositive. Il Premio IF (ormai alla terza edizione) ha fatto emergere alcuni nuovi talenti. La partecipazione a questa competizione è fondamentale: la vittoria o la segnalazione rappresentano l’unico modo per inserirsi nella nostra struttura.

Tuttavia è riservato agli under 30. Una preclusione che taglia fuori significativi esponenti della cultura figurativa italiana. Giuseppe. Dipende dalla politica di protezione sul mercato da noi attuata. Esiste in Italia la inspiegabile pratica del “doppio prezzo”, per cui le opere sono battute alle aste fino a un quarto del valore dichiarato in galleria. Per contrastare il fenomeno monitoriamo le vendite pubbliche, controllando che nessuno dei nostri si attesti al di sotto delle quotazioni: altrimenti interveniamo con l’acquisto, garantendo la cifra ufficiale. Sarebbe oltremodo arduo ed economicamente oneroso applicare questa strategia ad artisti oramai consolidati.

Italian Factory è contemporaneamente interessante fenomeno di mercato e dinamico movimento che, associando talenti isolati, cerca risposta all’esigua presenza italiana sulla scena internazionale Simona. In Italia l’esigenza e la capacità di esportare ingegni si è fermata con la Transavanguardia, a cui è seguito un vuoto storico e culturale. Infatti la grande intuizione di Bonito Oliva (e, ancor prima, del Futurismo) è stata creare un movimento che accomunasse diverse espressioni della medesima identità. Da questa considerazione è nata l’urgenza di organizzare gli artisti (penalizzati per il proprio individualismo) e di creare un gruppo tanto vigoroso da espugnare gli Usa, ultimo baluardo di un’arte contemporanea mondiale che trova legittimazione solo attraverso il mercato americano.

Con Roma, Milano, Palermo, Strasburgo, Madrid, New York, Mosca, anche Tokio, Shanghai, Taipei hanno ospitato importanti mostre firmate IF. Quale accoglienza riserva l’Oriente all’arte made in Italy? Giuseppe. Nonostante la loro identità artistica sia ben precisa, il successo di pubblico è stato inimmaginabile. Tuttavia non ci siamo posti obiettivi commerciali. Sarebbe un errore pensare di arrivare (in Cina o altrove) e creare ex novo un collezionismo. L’inserimento a livello internazionale è graduale: bisogna intraprendere alleanze con gallerie già avviate. A New York, San Francisco, Londra, Spagna ci sono dealer che promuovono i nostri artisti, offrendo ai galleristi scambi con First Gallery. Paesi come Cina e Russia mostrano grande interesse; tuttavia le difficoltà organizzative e doganali frenano la corsa verso quei mercati.

In una temperie di crisi economica mondiale, l’arte viene considerata un bene voluttuario o un bene rifugio?

Giuseppe. Valutando quello che è accaduto dagli anni Ottanta ad oggi: credo sia più di un bene rifugio. Si pensi alla Transavanguardia, agli investimenti della Deutsche Bank con i “ Selvaggi tedeschi”, agli artisti americani che in dieci anni sono stati rivalutati fino al 500%. Allora negli Stati Uniti si compravano con poche migliaia di dollari: Jean Michel Basquiat, Keith Haring, Andy Warhol, poi Cecily Brown. Qui non è successo nulla di simile: avevamo Migneco e Cascella, i cui prezzi sono rimasti invariati, pur non essendo inferiori ai colleghi stranieri. La differenza sta in una questione di organizzazione, promozione, protezione.

Il vostro “modus operandi” (organizzazione, promozione, protezione) tende a garantire artisti e collezionisti. Potrebbe tracciare un profilo di questi ultimi? Giuseppe. Ci rivolgiamo a coloro che abbiano cultura per apprezzare l’arte e disponibilità economica per acquistarla. Fondamentale è l’emozione di possedere l’opera; nel caso contrario risulta inutile proporre un investimento. A fronte delle numerose richieste, ci concediamo il privilegio di valutare e scegliere l’acquirente. Generalmente, infatti, il collezionismo italiano compra i giovani e li rivende dopo due anni per guadagnare il 20%. Noi apprezziamo, invece, chi voglia creare un patrimonio .

L’arte costituisce,dunque, un investimento a lungo termine? Giuseppe. Un piccolo implemento in tempi brevi non incide sulla ricchezza di un individuo, mentre un’attesa oculata può cambiare la vita di una persona giovane o dei suoi figli. Chi ha comprato Damien Hirst nel Novanta ha dovuto aspettare circa quindici anni, ma ha raccolto considerevoli frutti. Creare un patrimonio è diverso dall’investire su un’opera e cedere un lavoro dopo poco tempo vanifica anche il nostro impegno. Per questo valutiamo con attenzione che il compratore non sia uno speculatore

Il problema delle speculazioni riguarda, quindi, anche il mondo dell’arte? Simona. Sull’arte non ci deve essere speculazione da parte di nessuno: artista, gallerista, acquirente. Cercare il facile affare non è sano: risulta rischioso al pari che improvvisarsi giocatore in borsa e le bolle speculative in questo settore provocherebbero danni inestimabili. Il possesso di un quadro deve costituire la risposta ad una pulsione emotiva; tendere ad un arricchimento culturale, prima che patrimoniale: questo è il principio che vogliamo trasferire al nostro collezionismo.

Numerose sono le attività in cui siete impegnati: vi considerate prevalentemente manager, talent scout, galleristi o imprenditori? Giuseppe. Io mi sento più manager; Simona sicuramente imprenditrice. Non siamo talent scout perché crediamo nella divisione di ruoli. Ognuno svolga la propria funzione: il critico deve selezionare i talenti e segnalarli al mercante (termine che preferisco a “gallerista”), al quale spetta il mercato. Certamente anche costui con il tempo e con l’esperienza acquisisce conoscenze; tuttavia è il critico la professionalità competente sul mondo dell’arte.

Il critico riesce ad intuire le potenzialità commerciali di un artista? Giuseppe. No; è compito del gallerista. Tuttavia il critico propone e il mercante dispone, decidendo di scommettere su uno degli artisti segnalati.