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L’ARTE: DALLA PARTE DEL MALATO

Di Carla Piro

Ho iniziato ad interrogarmi su come l’arte possa sostenere positivamente una persona


afflitta da patologia frequentando Giancarlo Calcagni, storico fondatore e direttore di “Arte
in”. Non mi ha mai permesso di pensare a lui come ad un malato: ha sempre agito in
modo che non lo si considerasse tale. Impedire che gli altri portassero il peso della sua
sofferenza era un modo per esorcizzare il male e renderlo meno reale.
Purtroppo nell’esistenza non ci è consentito scegliere: alcuni eventi capitano in sorte e si
deve affrontare la condizione assegnata. L’unico arbitrio di fronte ad una grave affezione è
decidere come sostenerne il peso: se subire o vivere con nuova consapevolezza i giorni
futuri. Questo mi ha insegnato Giancarlo con il suo esempio. In lui positività, forza e
saggezza non derivavano solo dal carattere; erano alimentate dalla fervida attività
intellettuale e dalla passione per l’arte di cui amava circondarsi: dalle opere, alle mostre,
agli artisti.
Forse avevamo in comune la medesima concezione platonica di un’arte “al servizio della
verità”, che non si riveli ingannevole “mimesi” (imitazione “per tre gradi lontana dalla realtà
in quanto copia di copia”), ma sia capace di sollevarsi da una visione particolare, immersa
nell’esistenza, ad uno sguardo complessivo, atto a cogliere il senso del reale.
Dunque: l’arte può sostenere il percorso terapeutico di una persona provata nel fisico ed
emotivamente destabilizzata dalla malattia? Può la bellezza alleviare il disagio psicologico
di chi si trovi in un luogo di cura? È possibile che una fredda ed impersonale struttura
ospedaliera -terra di confine fra vigore e dolore, tabù isolato dal contesto sociale- risulti un
ambiente confortevole e familiare grazie all’intervento della cultura?
Un suggerimento lo fornisce l’esperienza realizzata nel Policlinico Universitario di Modena
con “Arte in attesa”. Il Dottor Stefano Cencetti, Direttore Generale dell’azienda sanitaria,
persegue l’obiettivo di un ospedale a misura d’uomo, inserito nella vita collettiva e
partecipe di attività culturali.

Con tale iniziativa (unica in Italia) la struttura da lei diretta è stata dotata di circa
cento opere, che personalizzano il contesto ed alleviano il disagio avvertito in un
luogo generalmente associato alla malattia ed escluso dalla vivacità sociale. Come
è nata questa idea?
Parte tutto da una visione di ospedale aperto, che ho riportato dal mio vissuto
professionale alla attuale direzione generale: superare la visione tradizionale di struttura
recintata (circondata da muri, assolutamente estranea alla vita comune) per un luogo
permeato dalla città, al cui interno siano accolte le attività normalmente svolte all’esterno:
spettacoli, concerti e varie forme espressive dell’arte.
Ogni barriera psicologica fra Modena e l’ospedale è stata demolita: i suoi grandi giardini
circostanti sono divenuti un parco pubblico, nel quale le famiglie passeggiano con i
bambini. Questo per me significa “permeare”.
Inoltre, considerato lo stato di obsolescenza e la bruttura degli edifici preesistenti, si è
pensato al modo di rendere più gradevole l’impatto con il complesso, arricchendolo di
opere collocate nei luoghi principali, grazie al coinvolgimento di Comune ed Assessorato
regionale alla cultura.
Il concorso “Arte in attesa” ha permesso di conciliare due esigenze: aprire alle esperienze
culturali ed offrire a giovani talenti del territorio uno spazio espositivo inusuale ed
inimmaginabile (anche per il numero di visitatori giornalieri variabile fra otto e diecimila).
Una giuria di esperti ha individuato alcuni lavori originali da disporre nei luoghi di
passaggio interni (atrio, corridoi, sale di attesa); mentre le riproduzioni plastificate di altri
sono state collocate sulle facciate esterne. La loro presenza realizza il concetto di
ospedale aperto, permeato dalla vita sociale, collegato al vissuto normale e percepito in
modo nuovo da chi vi acceda.
Quali altre iniziative sono finalizzate a tale obiettivo?
“Libri in corsia” offre una piccola biblioteca, di cui si occupa l’associazione dei volontari. In
pediatria è attiva una scuola (dotata di due insegnanti stabili) dipendente dal I Circolo
Didattico e collegata al Comune con le attività di ludoteca e biblioteca. Inoltre i bambini,
connessi via rete e webcam alle proprie classi, possono seguire le lezioni e mantenere i
rapporti con gli amici. Spesso, infatti, i piccoli degenti con problemi oncologici o
ematologici si trattengono settimane o mesi. Tutte queste opportunità sono riconducibili
alla visione complessiva di ospedale umanizzato.

Come è vissuta l’insolita presenza della cultura?


Ho avuto solo riscontri positivi. Il primo contatto con la struttura si è modificato grazie
all’inserimento delle opere (che sono un elemento ulteriore rispetto alle amenities
ambientali: illuminazioni e colori selezionati). È molto apprezzata dai visitatori la presenza
nell’atrio di piante, che continuano all’interno il verde del parco. Inoltre, durante i concerti
organizzati in occasione delle festività, i degenti escono dalle stanze e (affacciandosi alle
balconate) mostrano di gradire la rottura della monotonia e dello stress dovuto al ricovero.
La partecipazione è importante al punto che si sta realizzando un network televisivo
interno per non escludere le persone costrette a letto.

Nell’Atto Aziendale (documento fondamentale che determina la mission e


l’organizzazione del Policlinico) sono dichiarati i seguenti principi: “centralità
dell’uomo” ed “umanizzazione delle cure”.
Tali principi comportano la definizione di appropriati percorsi diagnostico-terapeutici per
adeguare le soluzioni ai problemi di salute, ma anche la individuazione dei bisogni
quotidiani e dei diritti fondamentali del malato, fra cui il soggiorno in un ambiente
confortevole. Questo incide significativamente sul benessere dell’individuo. Il contatto
visivo può ridurre o potenziare lo stato di stress psicologico e le conseguenti capacità
cognitive. Un contesto accogliente sviluppa nel ricoverato (nel familiare e nel visitatore)
maggiore senso di sicurezza; predispone positivamente alla cura e consolida l’alleanza
terapeutica con il medico.
La ristrutturazione in corso al Policlinico (il cui obiettivo sono stanze da uno a due letti,
dotate di televisore, servizi e collegamento internet; dipinte ed arredate con colori vivaci)
sarà utile per rendere l’ospedalizzazione -non dico piacevole poiché non può mai esserlo-
meno devastante dal punto di vista psicologico ed umano.

L’individuo è unità psico-fisica e la partecipazione emotiva rappresenta un


importante contributo all’apporto farmaceutico. L’efficacia delle cure risulta
proporzionale a come il malato vive psicologicamente la propria condizione in un
contesto esteticamente e culturalmente piacevole?
Si, poiché l’umore dei pazienti, le reazioni emotive e psicologiche vengono molto aiutate e
supportate dall’ambiente, oltre che dal comportamento del personale (sulla cui formazione
si lavora molto).

Luciano Pavarotti è stato un degente straordinario del Policlinico di Modena. Il suo


ricovero ha ulteriormente sollecitato la sensibilità verso l’arte?
Vi era già in atto questa strategia. La permanenza di Pavarotti si è rivelata –in
conseguenza della pesante aggressione mediatica- un’esperienza “negativa”, anche a
motivo dei numerosi espedienti organizzativi e gestionali da noi attuati per assicurare la
privacy della persona e dei suoi familiari. Purtroppo ci siamo trovati tanto impegnati a
tutelare moglie e figlie da non riuscire a rapportarci in maniera positiva a tale circostanza.
È stato un tirocinio molto duro: questo accade in tutti di casi di pazienti esposti
mediaticamente.
La presenza del grande tenore ha rafforzato l’idea dell’importanza della musica nel
rapporto terapeutico?
Si. Qui realizziamo due concerti ogni anno. L’obiettivo sarebbe garantire più eventi nel
corso dei dodici mesi; tuttavia vi sono diverse questioni da affrontare, fra cui quella
finanziaria. La manifestazione “Arte in attesa” è stata possibile grazie al supporto della
Fondazione Cassa di Risparmio locale. Con gli attuali problemi economici della sanità noi
non riusciamo a tirar fuori risorse da destinare a queste iniziative: abbiamo bisogno di
sponsor.

“Arte in attesa” è una mostra permanente, ma dinamica poiché prevede un


concorso biennale per inserire nuovi lavori all’interno del Policlinico. Fino ad ora
nel progetto sono stati coinvolti gli spazi comuni. Quando arriveranno le opere nelle
stanze?
In realtà io sto maturando un’altra idea: coinvolgere i dipendenti poiché molti hanno
passioni o velleità artistiche. Si potrebbe renderli partecipi nell’abbellire l’ospedale, con il
vantaggio di legarli maggiormente al luogo in cui lavorano. Per quanto riguarda le opere
nelle camere dei malati: ci possiamo pensare. Probabilmente le ruberò l’idea.

BOX
L’arte approda al Policlinico di Modena grazie all’iniziativa “Arte in attesa”, che porta
all’interno della struttura le opere di 21 giovani talenti dell’Emilia Romagna, trasformando
l’ospedale in una galleria permanente. Circa 100 lavori sono distribuiti fra ingresso
esterno, muri perimetrali dei padiglioni e della adiacente Facoltà di Medicina e Chirurgia,
atri, sale d’aspetto ed ambulatori. Le proposte sono state selezionate in base alla
originalità, alla qualità, nonché alla capacità di inserimento a livello architettonico ed
emotivo nel contesto atipico, mediante concorso regionale (a cadenza biennale), da una
commissione composta da Paolo Credi (organizzatore culturale e titolare della galleria
West Village Gallery di Modena), Simonetta Ferretti (direttrice Servizi per l’Ospitalità del
Policlinico, ideatrice del progetto) e Gianfranco Maraniello (direttore del Mambo – Museo
d’Arte Moderna di Bologna).
Il progetto si prefigge significativi esiti sotto il profilo umano e sociale: rendere confortevoli
ambienti solitamente impersonali; infrangere le barriere psicologiche e l’austerità di un
nosocomio; distogliere i degenti dalla tensione emotiva conseguente alla
ospedalizzazione; infine cancellare l’immagine del Policlinico come luogo di cura e di
frettoloso passaggio, per trasformarlo in spazio pubblico integrato al territorio e vivacizzato
da manifestazioni culturali. Viene anche in questo modo perseguito il “principio di
umanizzazione” caratterizzante la direzione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di
Modena: porre al centro il paziente e al contempo immergere l’ospedale nella vita della
collettività.

Policlinico di Modena
via del Pozzo 71, Modena
Telefoni: +39 059 422 4141 +39 059 422 3342 +39 059 422 2209
Fax.: +39 059 422 2141
e-mail: ufficio.stampa@policlinico.mo.it