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INTERVISTA ALUISA LAUREATI BRIGANTI di CARLA PIRO

Luisa Laureati è stata vitale protagonista della vita intellettuale romana dal 1965, quando
la sua libreria L’Oca (divenuta galleria nel 1967) era luogo prediletto da Pasolini, Moravia,
Ungaretti, Elsa Morante, Flaiano. Ha attraversato metà del Novecento e, con i suoi occhi,
che evocano profondità marine, osservato mutamenti culturali e sociali. Ha diviso il
cammino e la passione con il marito Giuliano Briganti, studioso di storia dell’arte. Guarda
al passato con sapiente distacco; vive il presente con prudenza e consapevole autocritica.
Alla cultura ha dedicato la propria casa (dotata di ampia biblioteca) in Via della Mercede,
aprendola a incontri, seminari e lezioni.

Fra il 1965 e il 2006 L’Oca (dal nome della via che ne ospitava la sede originaria) è
più volte risorta come la mitica Fenice. Dalla letteratura al mondo delle arti visive:
quali sono i motivi della metamorfosi?
Sono cresciuta legata all’ambiente dell’arte: con mio padre, amico di molti artisti, visitavo
mostre; ho conosciuto Matta, Caporossi, Cagli. Il mio sogno di una galleria s’infrangeva a
causa delle condizioni economiche familiari, ma amavo la letteratura e ripiegai sulla
libreria. Nel 1967 è avvenuta la trasformazione con un’esposizione di Gastone Novelli;
sono seguiti Angeli, Festa, Matta, Turcato, Kounellis, Paolini, Carol Rama, Mattiacci. L’Oca
era accentratrice: si affacciava sulla strada, luogo della vita sociale e di incontri importanti.
Gli stessi posti, un tempo vitali, oggi sono esanimi. In Via dell’Oca sono stata fino al
1997.

Poi si è spostata?
C’è stato un periodo oscuro: dopo la perdita di mio marito nel 1992 ho avuto il rifiuto di
qualcosa che amavo ma che faceva troppo male. La soluzione allora mi era sembrata
l’oblio.

Quando ha ripreso?
Nel 2003 il desiderio verso l’impegno culturale e la sollecitazione degli amici artisti mi
hanno portato a mettere a disposizione delle idee la grande casa in Via della Mercede,
facendone uno studio per l’arte contemporanea.

L’abitazione accoglie un’importante biblioteca.


Era merito di mio marito Giuliano. I suoi 50.000 libri di Storia dell’arte (molti rari e di
pregio) occupavano cinque stanze. Lui li consultava frequentemente. Ricordo la mattina
quando, andando in taxi all’Università, portava con sé un prezioso volume del Piranesi da
mostrare agli studenti. Ho tentato di continuare a curarla ma era impegnativa: una
biblioteca deve essere vissuta, seguita ed arricchita; altrimenti è destinata a perire.
Sarebbe stato insensato lasciare quelle sale chiuse. Dunque ho deciso di cederla al
Comune di Siena affinché continuasse a vivere. Sono stati necessari anni per spostare i
volumi e inaugurare nel 2005 la biblioteca intestata a Giuliano Briganti in Santa Maria
della Scala.

E le cinque stanze?

Sono rimaste vuote. Le ho adibite alle opere: Paolini, Kounellis, Nunzio, Mattiacci. C’è
ancora una biblioteca costituita dai miei libri sull’arte contemporanea, che prima erano
maltrattati e sparsi fra la casa e la galleria, perché ce n’erano di più importanti. Cerco di
tenerla aggiornata tuttavia l’acquisto delle pubblicazioni è oneroso.

Cosa l’ha portata nel 2006 alla nuova sede in Via del Vantaggio 45?

Da una parte mi spinge il desiderio di riproporre una vetrina sulla strada: quindi intenti
espositivi e commerciali; dall’altra un regolamento condominale piuttosto rigido che
impedisce di aprire la mia casa al pubblico, anche se per fini intellettuali. Si è perso quel
mondo che in passato metteva al centro la cultura. Ora non c’è più interesse; il rapporto è
cambiato: la cultura viene usata, ma non si produce.

Lei ha vissuto intensamente la seconda metà del Novecento conoscendo valenti


letterati. Cosa è cambiato nel mondo dell’arte e nel pubblico?
Io non so quali siano oggi i grandi scrittori. Se ci fossero, comunque non potremmo
concederci una pausa per leggere. Le gallerie sono poco visitate, mentre una volta erano
frequentate anche da personaggi come Einaudi. Questo è cambiato: nessuno perde più
tempo nella riflessione; il tempo ci è stato rubato da quegli stessi strumenti creati per
farcelo risparmiare.

Letteratura, pittura, scultura: ogni forma d’arte stimola differenti sensi; sollecita
anche la mente in maniera diversa?
Penso di sì. Non credo che le persone compiano grandi sforzi di fronte alle opere, mentre
almeno la lettura impone l’impegno di prendere un libro, affrontare il testo, dedicargli
tempo. L’arte non obbliga alla concentrazione: si fa una passeggiata e si guarda un
quadro come fosse una vetrina. Pochi cercano di capire e di informarsi. La maggior parte
consuma: per snobismo, per moda.

Allora come si porta il pubblico in galleria?


Educandolo; facendo conoscere la storia. Questo è il motivo dei seminari tenuti in Via
della Mercede da studiosi come Ester Coen, Luca Marziali ed altri.

Cosa l’avvicina ad un artista?


La comunione di linguaggio. Ho sempre curato artisti con i quali ho condiviso qualcosa in
quasi settant’anni di vita. A questa età non puoi confrontarti con una generazione di
trentenni: il vivere, l’espressione, la visione del mondo sono diversi.

Allora si crea una frattura?


Per me è un problema difficile. Cerco costantemente la qualità: è un punto di riferimento
fondamentale. Non credo oggi si trovi, oppure non è quella che io conosco. Vi è
intelligenza; tuttavia manca qualcosa. La qualità è ancora il mio metro; ma il mondo è
cambiato e non voglio rendere assoluta una valutazione personale: dunque diventa vitale
che mi affianchi qualcuno capace di cogliere il nuovo con un criterio per me inedito.

La differenza sta anche nel diverso modo di rapportarsi al futuro da parte delle
nuove generazioni? Oggi la visione del tempo è limitata al quotidiano, mentre in
passato si aveva uno sguardo a lunga posa e il desiderio di migliorare l’esistenza
anche mediante la qualità.
E’ vero. Manca il senso del futuro: noi avevamo la follia di cambiare il mondo; eravamo
determinati negli obiettivi e con ideali animati da una sana politica.

Guardando avanti: cosa pensa della fiera d’arte in preparazione per la Capitale?
Colma quella che ho sempre sentito come una grande mancanza, perché è un
avvenimento, interessa il pubblico, crea movimento. In fiera si trova tutto concentrato: è
ideale per chi è occupatissimo. Non conta se l’opera viene pagata ad un prezzo maggiore;
forse nemmeno la qualità ha importanza: ci si sente rassicurati dalla folla, dall’acquisto
collettivo. Diversamente in galleria vi è un senso di solitudine; si avverte la responsabilità
di una scelta individuale. Ho subito aderito al progetto anche se il periodo (spostato da
aprile a settembre) mi sembra poco adatto: la città è ancora calda e vuota. Non so quanto
valga il mio sì; ma penso sia giusto provare.