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LA SOLITUDINE E LA PERDITA DI SE'

La solitudine è un sentimento che avvolge l'esistenza di Drogo fin dal primo impatto con il
mondo della fortezza e lo isola sempre di più (ad esempi l'atmosfera della solitudine molto
intensa durante la prima notte passata all'interno della fortezza Bastiani, che non poteva
essere colmata e placata da nessuno poiché nessuno nel mondo pensava a lui, neanche sua
madre, quella madre che fino a quando non era entrato nella fortezza lo amava e lo pensava
sempre).
La solitudine si fa sempre più opprimente man mano che si va avanti nella vicenda, pur
provando a riconoscersi all'interno delle ferree regole militari, o cercando di appartenere ad
una comunità (quella dei soldati).
L'unica soluzione a questa situazione diventa una battaglia (in realtà l'unica vera battaglia che
Drogo combatte è quella contro la noia), o meglio l'attesa di una battaglia quella contro i
Tartari.
La ricerca di costanti indizi che diano consistenza all'attesa della battaglia è in realtà una
fasulla ricerca di evadere dall'immobilità esistenziale in cui sono paralizzati gli uomini.
I Tartari per Drogo sono l'unica speranza per dare un significato uno scopo alla sua esistenza e
non sentirsi emarginato, singolo all'interno della pluralità.
Come abbiamo detto la solitudine è talmente grande e attanaglia talmente Drogo che cerca
all'interno della fortezza di sottostare ai rigidi formalismi, pur non condividendoli in un primo
momento, a mascherarsi, pur di appartenere alla grande “macchina”che è la fortezza,
perdendo la sua personalità (non esiste più come Drogo ma come militare).
Solo alla fine del romanzo, con il pianto liberatorio, Drogo riesce a dimostrare che l'arrivo dei
Tartari è un mero formalismo e questa certezza fa in modo che la sua vita non sia stata
completamente sprecata, in quanto comprende che la società in cui viveva era una apparenza
poiché basata sul formalismo della regola.

Lavoro di gruppo di:Andrea,Pietro,Clarissa,Matteo,Antonio

AUTOINGANNO (il Deserto dei Tartari)

Il romanzo “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, narrando la vita di Giovanni Drogo, affronta
un tema molto importante: l’autoinganno. Esso consiste in un’autosuggestione atta ad
eliminare i particolari sgradevoli della realtà e a sostituirvi una visone confortante anche se
falsa. Quest’atteggiamento è tipico delle persone che, prive di autonomia psicologica, non
riuscendo ad accettarsi, per poter superare momenti di solitudine e di angoscia, si rifugiano in
una condizione diversa da quella reale, autoconvincendosi della sua veridicità. Alla Fortezza
Bastiani, dove la vita scorre lenta ed inutile, ogni soldato, pur rendendosi conto della difficoltà
di poter avere un destino eroico, cerca di autoilludersi che prima o poi quest’evenienza
accadrà. La fortezza va assumendo caratteristiche estetiche tali per cui Drogo accetta le regole
che essa impone; la regola presuppone che esistano gradi superiori in funzione dell’eroicità. Se
concepisco l’esistenza dell’eroe è perché concepisco un mondo che ammette l’esistenza
dell’eroe; qui l’eroe è colui che va in guerra contro il nemico o che muore in modo decoroso e
valoroso combattendo.
autoinganno è il ricorso, da parte nostra, a varie misure difensive mentali attraverso le quali
miriamo inconsciamente a preservare la nostra autostima, i nostri interessi egoistici e i nostri
bisogni inaccettati, aggirando la censura dell'Io e del Super-Io. Esiste un livello conscio, ma
esso non è l’unica cosa che inficia il giudizio umano critico della realtà. Esiste l’IO cosciente,
ma anche, secondo Freud, il SUPER-IO, ciò a cui aspiro, che dipende in parte dall’educazione
ricevuta. Freud teorizzò, poi, la presenza dell’inconscio, il luogo della rimozione: le esperienze
che colpiscono in maniera dolorosa vengono rimosse, non eliminate, e riemergono quando
l’inconscio ha il sopravvento sul conscio; esiste, dunque una lotta tra le due parti. La rimozione
avviene in automatico, non per volontà propria.
L’autoinganno si realizza soprattutto attraverso false giustificazioni del nostro operato e del
nostro modo di pensare, giustificazioni alle quali ci sforziamo di credere perché
inconsapevolmente sostituiamo la motivazione consciamente rifiutata con una ragione sociale o

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morale lodevole.
Oppure, possiamo mascherare il fine egoistico inaccettabile con un altro che propagandiamo a
noi stessi e agli altri come altruistico.
Infatti tutti i personaggi sono coscienti che le loro speranze di gesta eroiche e l’arrivo dei
tartari sono impossibili ma cercano di autoilludersi per rendere piacevole o almeno sopportabile
il soggiorno forzato alla Fortezza. Come abbiamo appena detto la speranza è l’unica che pur far
sopravvivere un uomo in una situazione difficile, così i personaggi del romanzo e in prima
persona Drogo, si rifugiano nella fantasia e nell’irrealtà per dimostrare a se stessi che i loro
sacrifici e cioè la loro permanenza alla Fortezza non è del tutto inutile e che anzi, prima o poi,
verranno premiati. Anche l’uomo del 900 tenta continuamente di sostituire ad una realtà
negativa la fiducia che qualche cosa finalmente cambierà e fa questo non tanto per convincere
gli altri ma per suggestionare e confortare se stesso. L’alienazione, l’incomunicabilità, la
solitudine partono come conseguenza: l’angoscia e l’insicurezza ed è per questo che il nostro
protagonista si ammala prima nell’anima e poi nel corpo. La sua non accettazione fisica
traspare fin dal primo capitolo quando, osservandosi allo specchio, Giovanni afferma di vedere
uno stentato sorriso nel proprio volto “che invano aveva cercato di amare”.

E’ questa la manifestazione di quella crisi interiore che lo accompagna per tutto il romanzo e
che si dissolverà soltanto alla fine, quando in punto di morte, riuscirà ad accettarsi
dimostrando di aver finalmente raggiunto l’equilibrio.

IL DESERTO DEI TARTARI di Dino Buzzati

La tematica della “regola”

“La regola” è una delle tematiche principali di questo romanzo e si presenta attraverso molte
sfaccettature. Inizialmente è vista come una dolce illusione, è bella perché è razionale e logica
e non ammette eccezioni. Ben presto, però, si trasforma in una costrizione da cui l’uomo è
totalmente assorbito; sembra dare protezione, ma in verità spinge solo l’uomo alla perdita di
sé. La regola è talmente perfetta che il soldato una volta tornato a casa sente la mancanza
della perfezione che dona tranquillità all’uomo. L’uomo si immedesima nella regola perdendo la
concezione della realtà e di ciò che lo circonda: la regola, infatti, possiede anche la doppia
valenza di apparenza e realtà. L’apparenza a cui la regola conduce diventa la realtà dell’uomo,
una realtà malsana che porta a condurre una vita senza scopo. La regola è come un nido in cui
l’uomo può rifugiarsi e trovare riparo, cercando di evitare la “vera” realtà, quella dalla quale
vuole scappare e che non vuole affrontare. L’uomo riesce ad affrontare la vera realtà solo se
possiede una capacità individuale, una costanza che gli permetta di proseguire il proprio
cammino senza lasciarsi “affascinare” da questa sorta di scappatoia. È proprio quello che
nell’opera fa Angustina. Angustina è un personaggio che si distingue tra tutti gli altri, ormai
schiavi della regola, proprio perché tenta di sovrastarla, invece di sottostare ad essa; egli
sceglie di essere libero, anche se una simile scelta può costare la morte. La morte, però, in
questo caso appare come una liberazione e risulta persino eroica, sradicando lo stereotipo che
una morte valorosa può avvenire solo in battaglia.
È proprio questo tipo di morte che desiderano i soldati della fortezza, a tal punto da essere
disposti a sprecare la propria vita aspettando l’attacco dei Tartari. Inizia a scorrere il tempo in
attesa di ciò che non arriverà mai e gli uomini devono, perciò, trovare un modo di evadere:
avere qualcosa da fare, qualcosa in cui credere, per non essere sopraffatti dal tempo e dalle
condizioni di vita della fortezza.
La vera e propria ossessione per la regola può portare anche ad una morte insensata. Nel libro
l’esempio di ciò è dato esplicitamente dal Lazzari che, non rispettando il turno di guardia per
recuperare un cavallo, tenta di fare rientro alla fortezza dopo esserne uscito senza permesso.
Egli, però, non è a conoscenza della nuova parola d’ordine che serve per rientrare e per questo
viene ucciso. Ucciso dalla regola! Tutto accade in un attimo: il colonnello dà l’ordine di far
fuoco al Moretto che, conservando ancora un poco della propria individualità, tentenna, ma poi
prende una decisione, quella di sparare, che non può essere esplicitamente chiamata tale in
quanto è dettata dalla regola. Si potrebbe parlare, perciò, più correttamente di conseguenza
alla quale la regola porta dal momento che ormai è radicata nel più profondo dell’animo
umano. L’ uomo in questo modo diventa una macchina facendosi completamente coinvolgere

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dalla routine della fortezza, dalle regole militari e “non” che vi sono. Oltre alla razionalità della
regola dovrebbe esserci anche la razionalità del singolo uomo.

Andrea Arrigoni, Giulia Cassano, Giacomo Besuschio, Ester Lovati, Rebecca Modenese, Luca
Papetti

Il Tempo nel romanzo “ Deserto dei Tartari” – Dino Buzzati

Il tempo svolge un ruolo predominante: si identifica, infatti, come antagonista di Giovanni


Drogo e come la principale causa del suo dramma e del suo costante senso di oppressione.
Ecco che per il protagonista inizia, come la definisce lo stesso autore, la fuga del tempo: il
trascorrere di quest'ultimo, di capitolo in capitolo, sembra non seguire più una linea
cronologica e sequenziale. Ciò è verificabile sin dai primi capitoli: sempre più le giornate si
conformano alla regola militare "Ieri e l'altro ieri erano eguali, egli non avrebbe più saputo
distinguerli. un fatto di tre giorni prima o di venti finiva per sembrargli ugualmente lontano"
(Cap. X). Sono individuabili due diverse sezione nel romanzo per quanto riguarda questo tema:
la prima narra la giovinezza dell'ufficiale, la seconda, invece, la vecchiaia.
1) Primi anni trascorsi tra le mura della Fortezza Bastiani vedono, infatti, "il fermarsi
dell'esistenza di Drogo", e il continuo logorarsi dell'ambiente spaziale che lo circonda:
“Nessuno c’ era che gli dicesse “Attento, Giovanni Drogo!”. La vita gli appariva
inesauribile, ostinata illusione, benchè la giovinezza fosse già cominciata a sfiorire”
(Cap. X).La monotonia pervade tutte le giornate dell'ufficiale che diventano per lui
sempre più uguali “La vita alla Fortezza si è fatta sempre più monotna...” (Cap. XXV):
ecco quindi che egli perde la cognizione del tempo e la sua giovinezza velocemente e,
soprattutto, inconsciamente trascorre. I rari casi, in cui sembra che l'arrivo dei
famigerati Tartari sia vicino, fanno rimandare a Drogo la richiesta per il suo
trasferimento, che si deciderà troppo tardi a formulare.
2) Nella seconda fase Giovanni Drogo passa il tempo seguendo la regola, la quale
considerava solo la durata di una singola giornata e non l’ arco di una vita, così
ottenendo che il protagonista si limita a seguire la regola militare e il suo tempo si
limita alle ventiquattro ore della giornata di servizio nella Fortezza Bastiani. La frase:
“Sepolto che fu il tenente Angustina, il tempo rincominciò a scorrere alla Fortezza,
identico a prima” (Cap. XVI) fa capire come un evento, come la morte di un compagno
d’ arme e un amico assieme, non turbi l’inesorabile e quasi terrificante scorrere del
tempo scandito dalla Regola militare, che l’ autore illustra cosa sia il tempo per il
protagonista con questa frase:” Intanto il tempo correva, il suo battito silenzioso
scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo,
neppure per un’ occhiata indietro. “ Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce
ch’è tutto inutile. Tutto quanto fugge via...” (Cap. XXIV).
3) La terza fase della sua vita: ora il tempo incomincia a trasportare con se anche il
protagonista che allargando il proprio sguardo oltre i limiti imposti dalla fortezza, si
accorge che effettivamente "niente sembra mutato" e che la sua era solamente una
cecità mascherata dalle proprie aspettative per il domani. Il domani, tuttavia, è
improvvisamente giunto; sono passati ben quindici anni, ma le sue speranze tardano
ancora ad essere esaudite: "Le montagne - invece - sono rimaste identiche, sui muri del
Forte si vedono sempre le stesse macchie, ce ne sarà qualcuna di nuova, ma di
dimensioni trascurabili. Uguale e il cielo, uguale è il deserto dei Tartari..... Quindici anni
per le montagne sono state meno che nulla, ma per gli uomini sono stati un lungo
cammino....." (Cap. XXV).

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Nel passo in cui sta per morire, la fuga del tempo, si ferma, Giovanni Drogo si ritova solo
nella stanza e capisce il senso della sua vita, in un momento nel quale anche l’ autore aiuta
il lettore a capire cosa il protagonista voglia dire. A questo proposito, uno dei problemi
principali del protagonista e che, come fanno molti uomini nella Fortezza, egli non abbia
vissuto in rapporto al tempo, bensì sia stato il tempo a vivere per lui. Drogo aveva dei
progetti e delle aspirazioni da realizzare durante il corso della sua carriera militare, ma per
la condizione in cui trascorse la maggior parte della sua vita e per la sua natura, a mio
parere, fondamentalmente inetta, non è stato in grado di metterli in atto: solo prima di
morire riesce a vincere l’ unica vera battaglia della sua esistenza, ovvero quella contro la
sua apatia esistenziale e di imporre al tempo una sua precisa e incondizionata scelta.