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Lezione 09 | Immunologia | 28/03/2017

Docente: Bosisio
Revisione: Giuli

CITOCHINE

Le citochine sono dei mediatori polipeptidici (circa 200), che fungono da segnale di comunicazione all’interno
del sistema immunitario. La comunicazione può avvenire sia tra cellule dell’immunità, che tra cellule e tessuti;
di conseguenza, le citochine possono essere prodotte da cellule del sistema immunitario ed agire su altre
cellule del sistema immunitario, ma possono anche essere prodotte dai tessuti ed agire sulle cellule
dell’immunità.
Il termine “citochina” è composto dalle parole “cellula” (cito-) e “proteina prodotta da una cellula” (-china).
N.D.S. Su internet ho trovato che in realtà -kinos significa “movimento”.
Le prime citochine sono state descritte verso la fine degli anni ‘30 e, a quel tempo, si parlava di proteine
prodotte specificamente da determinati tipi cellulari (linfochine, monochine, ecc.). Successivamente, quando
si è capito che quasi qualunque tipo cellulare può produrre tali molecole, il termine introdotto in senso più
generale è stato appunto citochine. Un altro termine, usato in alternativa, è interleuchine (comunicazione
tra leucociti), introdotto alla fine degli anni ’70. Tuttavia, questo nome è oggi utilizzato per indicare solo
determinate categorie di citochine (IL- seguito da un numero).
In generale, la comunicazione all’interno di un tessuto avviene mediante contatto diretto cellula-cellula.
Tuttavia, ciò non è possibile nel sistema immunitario, che è composto da cellule sparse; anche all’interno di
organi immunitari, come i linfonodi, non si trova un tessuto solido, bensì un insieme di cellule, che si trovano
solo di passaggio e non stabiliscono contatti diretti tra di loro. È quindi necessaria la presenza di citochine
come mediatori fra cellule.
Le citochine possono agire secondo tre modalità: autocrina, endocrina, paracrina.
 Autocrina: la citochina agisce sulla stessa cellula da cui è stata prodotta; non è un meccanismo molto
frequente, ma è importante per alcune citochine, come IL-2 che, agendo sul linfocita T da cui è stata
prodotta, determina l’espansione monoclonale del linfocita che ha riconosciuto l’antigene.
 Endocrina: analogamente agli ormoni, la citochina viene rilasciata in circolo e agisce su tessuti, organi
distanti; neanche questo meccanismo è molto frequente e viene utilizzato soprattutto dalle citochine
pro-infiammatorie primarie.
 Paracrina: la citochina agisce nelle immediate vicinanze della cellula che la ha prodotta; si tratta del
meccanismo più frequente.

Caratteristiche delle citochine


Le citochine hanno delle caratteristiche fondamentali:
1) Secrezione di breve durata e autolimitante: le citochine vengono prodotte solo se vi è necessità; uno
stimolo inizia la loro produzione e, quando non più necessarie, uno stimolo la blocca. Di conseguenza,
le citochine non vengono mai accumulate nella cellula; infatti, se venissero immagazzinate nei
granuli, con la morte della cellula verrebbero rilasciate, portando un messaggio di attivazione
dell’immunità potenzialmente pericoloso.
2) Pleiotropismo: una stessa citochina può agire in modo diverso su tipi cellulari diversi. Questa
caratteristica è finalizzata al risparmio evolutivo: con un’unica citochina si ottengono effetti diversi.
Ad esempio, IL-4 attiva risposte diverse in base al tipo cellulare: induce un tipo di attivazione nei
linfociti T, stimola la produzione di IgE da parte dei linfociti B e induce una polarizzazione in senso
M2 nei macrofagi.
3) Ridondanza: citochine diverse possono determinare lo stesso effetto su un tipo cellulare. Questa
caratteristica è finalizzata a garantire un determinato effetto, considerato fondamentale ai fini della
risposta immunitaria, anche nel caso in cui manchi una citochina, o nei tessuti in cui certe citochine
non sono abbondanti. Ad esempio, IL-2, IL-4, IL-5 e IL-6 portano alla proliferazione dei linfociti B.
4) Sono sinergiche/cooperative, ma anche antagoniste: a seconda del mix di citochine presente in un
tessuto, si riuscirà ad ottenere un effetto bilanciato, equilibrato.
5) La risposta ottenuta è dose-specifica: la risposta nei diversi tipi cellulari dipende sempre dalla
quantità di citochina rilasciata.
6) Necessitano di recettori sulle cellule bersaglio: i recettori per citochine sono presenti sulla membrana
delle cellule bersaglio e sono ad affinità medio-alta (10-10, 10-12; meno degli anticorpi, ma più del
MHC). L’espressione di tali recettori può essere regolata, positivamente o negativamente, per
modulare la risposta cellulare.
7) La risposta mediata da citochine richiede sempre neosintesi proteica: le cellule attivate da citochine
devono essere sane ed essere in grado di effettuare sintesi proteica.
8) Funzionano sempre in forma dimerica o trimerica, così come i loro recettori.
È importante sottolineare che citochine con funzione simile hanno anche struttura simile e, in base a questo
criterio, vengono raggruppate in famiglie. Anche i recettori per citochine con struttura e funzione simili sono
riuniti in famiglie strutturali.

Classificazione funzionale
In una prima classificazione funzionale delle citochine, si distinguono:
 Citochine dell’immunità innata: citochine infiammatorie primarie e secondarie, citochine
antinfiammatorie. Sono prodotte da cellule dell’immunità innata e agiscono sulle cellule
dell’immunità innata.
 Citochine dell’immunità adattativa: sono prodotte da cellule dell’immunità adattativa e agiscono su
cellule dell’immunità adattativa.
 Citochine ematopoietiche: mediano la produzione di cellule dell’immunità nel midollo.
Esiste poi un’altra classe di citochine, che fanno da ponte fra un’immunità e l’altra. Queste vengono prodotte
da cellule dell’immunità adattativa e agiscono su cellule dell’immunità innata, o viceversa.

Citochine dell’immunità adattativa


In generale, le citochine dell’immunità adattativa mediano i processi di attivazione e sviluppo dei linfociti B e
T. Tali citochine, così come quelle ematopoietiche, utilizzano due famiglie di recettori molto simili tra loro:
recettori per citochine di tipo I e recettori per citochine di tipo II.
I recettori di entrambe le classi sono caratterizzati da residui conservati di cisteina, nella porzione
extracellulare. Tuttavia, solo i recettori di tipo I presentano delle sequenze amminoacidiche fisse, nella
porzione più vicina alla membrana plasmatica.
I recettori di tipo I sono ulteriormente suddivisi in sottofamiglie; i membri di ciascuna sottofamiglia hanno
come caratteristica comune una catena recettoriale. Le sottofamiglie più importanti sono:
 Sottofamiglia della catena γ comune: comprende i recettori per IL-2, IL-15, IL-4, IL-9, IL-11, IL-21 e
altri. Tali recettori contengono una catena γ, deputata alla trasduzione del segnale. I recettori per IL-
2 e IL-15, in aggiunta, condividono una catena β (oltre alla catena γ). La catena α (per IL-2, è detta
D25), invece, conferisce affinità e specificità per una particolare citochina; grazie alla presenza della
catena α, bastano poche citochine per scatenare una risposta. Ad esempio, i recettori per IL-2 dei
linfociti T naive sono composti solo dalle catene γ e β; per questo, essi rispondono solo a grandi
quantità di IL-2. Quando il linfocita T riconosce l’antigene e viene attivato, comincia ad esprimere
anche la catena α, diventando capace di riconoscere piccolissime quantità di IL-2. Inoltre, il linfocita
inizia a produrre IL-2, che agirà in modalità autocrina.
Qualora mancasse la catena γ in questa sottofamiglia, molte citochine perderebbero la capacità di
attivare cellule. Questa condizione si verifica nella cosiddetta X-SCID, una severa immunodeficienza
che causa la mancanza delle risposte T, B e NK. Ciò non dipende tanto dalla mancata risposta a IL-2,
quanto dalla mancata risposta a IL-7, fondamentale nelle prime fasi di sviluppo dei linfociti T a livello
timico. Ovviamente, saranno ridotte anche le risposte a tutte le altre citochine che usano la catena γ
comune.

 Sottofamiglia della catena β comune: i recettori di questa classe presentano tutti una catena β (N.B.
diversa dalla catena β della famiglia precedente), condivisa da IL-5 e dal fattore di crescita GM-CSF
(Granulocyte-Macrophage Colony-Stimulating Factor).

 Sottofamiglia della catena gp130 comune: i recettori di questa sottofamiglia sono usati da IL-6 e IL-
11 (gp130 è una glicoproteina transmembrana).

Tutti i recettori, sia di tipo I che di tipo II, una volta arrivata la citochina, attivano le cellule attraverso una via
di trasduzione del segnale, denominata JAK-STAT. JAK e STAT sono le molecole necessarie per mediare la
risposta.

Trasduzione del segnale JAK-STAT


I recettori sono presenti sulla superficie cellulare in forma monomerica; quando arriva la citochina, i recettori
dimerizzano. Nella loro porzione intracitoplasmatica, le catene recettoriali sono legate ad una chinasi,
denominata JAK. Quando il recettore dimerizza, le due chinasi JAK si avvicinano e si fosforilano a vicenda,
oltre a fosforilare la coda del recettore. La coda recettoriale fosforilata recluta dal citoplasma una molecola
di STAT, che rappresenta il secondo mediatore della via. STAT viene quindi fosforilato, diventando così capace
di formare un dimero attivo, il quale arriva nel nucleo e attiva la trascrizione.

Nonostante questa via di trasduzione sia molto semplice, le citochine mediano una serie di segnali
ampiamente diversificati, ad esempio: gli interferoni regolano la risposta immunitaria; le interleuchine
mediano la proliferazione, il differenziamento cellulare e l’apoptosi; l’eritropoietina, l’ormone della crescita
e la prolattina mediano lo sviluppo, il differenziamento, l’apoptosi e l’ematopoiesi; i fattori di crescita hanno
un ruolo fondamentale nell’ematopoiesi, nel differenziamento e nella proliferazione. Di conseguenza, le
citochine non solo sono tante, ma portano anche segnali molto diversi.
Come è possibile che una via così semplice, ovvero la via JAK-STAT, possa garantire una tale specificità di
segnale? Innanzitutto, è da sottolineare che esistono diversi tipi di JAK e di STAT, i quali possono essere
reclutati in combinazioni differenti dai diversi recettori.

La famiglia JAK comprende quattro membri, completamente caratterizzati negli anni ’90: JAK1, JAK2, JAK3 e
TYK2. Queste chinasi hanno una struttura modulare simile, dunque svolgono funzioni simili. Il termine JAK
deriva formalmente da chinasi di Janus; infatti, sul recettore dimerizzato, le due chinasi sono posizionate
contrapposte, come un dio bifronte (il dio Giano, tipicamente raffigurato sulle antiche monete romane). In
realtà, pare che il termine JAK derivi dall’esclamazione “Just Another Kinase” (alla fine degli anni ’80, per
scoprire nuove proteine, si clonavano proteine a partire da librerie di cDNA; questo lavoro portava, nella
maggior parte dei casi, all’identificazione dell’ennesima chinasi).

Il termine STAT è un acronimo che sta per “Signal Transducer and Activator of Transcription”; questo nome,
infatti, vuole proprio sottolineare la peculiare caratteristica di questa proteina di essere
contemporaneamente un trasduttore di segnale e un attivatore di trascrizione (generalmente, invece, una
molecola o trasduce il segnale, o attiva la trascrizione).
La famiglia STAT comprende: STAT1 (presente nelle due isoforme α e β, codificate dallo stesso gene), STAT2,
STAT3, STAT4, STAT5a, STAT5b e STAT6. Sottolineiamo che le proteine STAT5a e STAT5b sono codificate da
due geni diversi. Tutti gli STAT condividono una struttura modulare molto simile, ma con alcune differenze.
Ciascuno STAT viene utilizzato preferenzialmente da alcune citochine:
 STAT1 e STAT2, nella forma di omodimeri o eterodimeri, mediano la risposta agli interferoni ed hanno
un ruolo fondamentalmente immunoregolatorio;
 STAT3 ha un ruolo di crescita e proliferazione, portando i segnali di IL-6 ed EGF (Epidermal growth
factor);
 STAT4 ha un ruolo strettamente immunitario e porta i segnali delle citochine Th1;
 STAT6 ha un ruolo immunitario e media le risposte Th2;
 STAT5 ha un ruolo di crescita, proliferazione e differenziamento cellulare.
Si osserva che STAT3 e STAT5 risultano spesso mutati, in senso iperfunzionante, nei tumori.

A ciascun dimero/monomero di STAT corrisponde un dimero/monomero di JAK. Ad esempio, a STAT5 si


associa l’utilizzo di JAK3, in particolare nelle cellule con recettori della sottofamiglia della catena γ comune.
La mancanza di JAK3 si manifesta con una patologia del tutto simile alla X-SCID, ma non legata al cromosoma
X.
Nella via JAK-STAT sono importanti i livelli di espressione dei due mediatori e la presenza di eventuali
adattatori che favoriscono le interazioni tra i due. Inoltre, i recettori per citochine di tipo I e di tipo II sono in
grado di attivare, oltre alla via JAK-STAT, altre vie di segnalazione. È poi da notare che gli STAT sono in grado
di legarsi ad altri fattori trascrizionali; ad esempio, STAT3 dimerizza con CREB, STAT5 dimerizza con i recettori
dei glucocorticoidi. In questo modo, si ampliano le sequenze di DNA riconoscibili, così come l’effetto biologico
che ne deriva.
All’interno della cellula, la via JAK-STAT prevede l’esistenza di alcuni inibitori. Si tratta di molecole indotte
dalle citochine stesse, soprattutto dalle citochine proinfiammatorie. Quindi, la presenza di molte citochine
infiammatorie induce tali inibitori, andando così a spegnere la risposta adattativa nelle cellule bersaglio.
Fra gli inibitori ricordiamo:
- PTP (proteine tirosin-fosfatasi): fosfatasi che contrastano l’azione delle JAK, rimuovendo le
fosforilazioni da esse introdotte; le più importanti sono SHP1 e SHP2 (c’è anche una PTP di
membrana, detta CD45).
- SOCS (Suppressor Of Cytokine Signaling): SOCS1, SOCS2, SOCS3, CISH. [nds: basta ricordare che esiste
il gruppo SOCS, non i singoli membri]
- PIAS (Protein Inhibitor of Activated STAT): inibitori dello STAT attivato che agiscono direttamente
sugli STAT fosforilati, rimuovendo tale fosforilazione.
Citochine a ponte
Le citochine che stanno a ponte tra l’immunità innata e l’immunità adattiva sono: IL-12 e interferone γ (IFN-
γ). Mentre IL-12 è prodotta dalle cellule dell’immunità innata e agisce sulle cellule dell’immunità adattativa,
IFN-γ è prodotto dalle cellule dell’immunità adattativa ed agisce su quelle dell’immunità innata.

IL-12
IL-12 è una citochina particolare, in quanto è un dimero legato covalentemente; tutte le altre citochine sono
dimeri funzionali, ma non sono legati in maniera definitiva, stabile.
IL-12 presenta due subunità: p40 e p35 (“p” rappresenta il peso in kDa, quindi p40 è la subunità più grande).
IL-12 può essere secreta dalla cellula solo quando il dimero si è formato. In particolare, la sua secrezione
sembra essere regolata da p35, prodotto solo quando necessario. Dal punto di vista funzionale, due dimeri
covalenti di IL-12 si affiancano, per potersi legare al recettore dimerico, composto da due catene recettoriali,
IL-12Rβ1 e IL-12Rβ2. Questo recettore attiva la via JAK-STAT che utilizza TYK2-JAK2 ed un omodimero di
STAT4.
IL-12 è prodotta da macrofagi e cellule dendritiche e va ad agire sui linfociti B e T e sulle cellule NK. In
particolare, sui linfociti T e sulle cellule NK, stimola la produzione di interferone e le capacità citolitiche; tali
meccanismi rientrano nella risposta Th1 (antivirale e contro patogeni intracellulari).
In realtà, si è scoperto che IL-12 è il prototipo di una famiglia di citochine, ovvero esistono altre citochine
caratterizzate dalla struttura di dimero covalente. Tra queste, ad esempio, si trova IL-23, che è
strutturalmente molto simile a IL-12: le due citochine condividono la subunità p40 e, quindi, anche una
catena recettoriale (IL-12Rβ1). Poi, al posto della subunità p35, IL-23 presenta una proteina più piccola, p19,
che lega IL-23R. La citochina IL-23, prodotta da macrofagi e cellule dendritiche, influenza la risposta Th17 dei
linfociti T.
Sono descritte alcune immunodeficienze da IL-12 che, in particolare, riguardano la proteina p40 e la catena
recettoriale IL-12Rβ1. Ovviamente, tali immunodeficienze coinvolgeranno anche le funzioni di IL-23. Le
conseguenze di questo quadro clinico sono infezioni severe da salmonelle e micobatteri, patogeni
intracellulari che richiedono una risposta Th1 per essere combattuti.
Il fatto che IL-12 e IL-23 condividano sia una parte della citochina stessa, che una parte del recettore, ha fatto
sì che, per molto tempo, le loro funzioni fossero sovrapposte. Infatti, i modelli murini utilizzati inizialmente
prevedevano la delezione di p40 e del recettore β1. Di conseguenza, gli effetti osservati venivano
completamente ascritti alla mancanza di IL-12. Solo in seguito al sequenziamento del genoma, si è capito che
esiste un’altra proteina, IL-23, che condivide delle subunità con IL-12. Perciò, i modelli animali sono stati
rianalizzati, considerando la delezione di p35 e p19; in questo modo si sono potute differenziare le due
citochine e, di conseguenza, l’attivazione Th1 e Th17.

Interferoni
Gli interferoni si legano ai recettori per citochine di tipo II. Esistono tre tipi di interferoni: I, II, III.
Gli interferoni di tipo I sono una ventina di proteine, tra le quali le più importanti sono:
 IFN-α: ne esistono 13 sottotipi, codificati da 13 geni diversi; vengono prodotti dalle cellule
dell’immunità innata, in particolare dalle cellule dendritiche plasmacitoidi.
 IFN-β (detti anche tissutali): sono prodotti da tutte le cellule dell’organismo, ma con particolare
efficienza dai fibroblasti.
 IFN-ε, IFN-κ, IFN-ω (meno importanti).
Tutti gli interferoni di tipo I hanno azione antivirale. Quindi, vengono prodotti dalle cellule dell’immunità
innata o da cellule dei tessuti in presenza di virus. In particolare, TLR endosomiali attivano il fattore di
trascrizione IRF, il quale induce la produzione di interferoni di tipo I. L’azione antivirale è svolta attraverso
due modalità:
1) Induzione di uno stato antivirale: nelle cellule non ancora infette viene bloccata la replicazione e vengono
prodotti enzimi in grado di danneggiare un eventuale genoma virale (es. PKR e OAS sono delle vere e proprie
elicasi che tagliano DNA/RNA virale).
2) Aumento dell’espressione sulle cellule infette di MHC di classe I, al fine di indurre la distruzione diretta
delle cellule infette da parte dei linfociti T CD8+.
È importante che l’interferone sia prodotto anche dai tessuti, perché questi sono i bersagli primari dei virus.
La risposta a livello tissutale è successivamente ampliata dall’azione delle PDC (cellule dendritiche
plasmacitoidi), le quali producono un’enorme quantità di IFN-α, che agisce anche a livello sistemico.
Gli interferoni di tipo I utilizzano, come via di segnalazione, JAK1 e Tyk2, con un eterodimero STAT1/STAT2
stabilizzato da IRF9.

Esiste un solo interferone di tipo II, ovvero IFN-γ (citochina a ponte), che viene prodotto dai linfociti T (in
particolare Th1), ma anche dalle cellule NK e CTL (linfociti T citotossici). La sua produzione è indotta da IL-12
e IL-18, mentre è inibita da citochine anti-infiammatorie, come TGF-β, IL-4 e IL-10. L’interferone di tipo II
utilizza JAK1 e JAK2, con un omodimero di STAT1.
La funzione dell’interferone di tipo II è più generale, ovvero:
 condivide con gli interferoni di tipo I un’azione antivirale, che però è meno spiccata;
 potenzia la risposta Th1, in maniera autocrina;
 aumenta l’espressione di molecole MHC I e II, quindi potenzia le funzioni di presentazione
dell’antigene;
 potenzia la capacità di killing da parte di NK e macrofagi (in particolare è responsabile della
polarizzazione in senso M1 dei macrofagi);
 induce la produzione di anticorpi opsonizzanti da parte dei linfociti B.
Data la vastità delle sue azioni, tutte le cellule del nostro organismo presentano recettori per IFN-γ.
Anche per gli interferoni sono note delle immunodeficienze, per lo più legate ad una delle catene del
recettore. Si manifestano in modo simile alle immunodeficienze da IL-12, in quanto generano suscettibilità
aumentata a micobatteri ambientali, scarsamente patogeni. In generale, la patologia risulta tanto più grave,
quanto più a monte si trova il processo metabolico colpito, all’interno della catena della risposta. Quindi, le
immunodeficienze da IL-12 sono più gravi di quelle da IFN-γ. Ciò si deve anche al fatto che parte delle funzioni
di IFN-γ vengono supplite dagli altri interferoni.

Gli interferoni di tipo III, tra cui IFN-λ, hanno una funzione totalmente sovrapposta a quella degli interferoni
di tipo I, perché utilizzano la stessa via di segnalazione intracellulare. I loro recettori risultano però espressi
prevalentemente sulle cellule epiteliali, al fine di difendere localmente gli epiteli, che sono il primo bersaglio
dei virus.

Recettori per IL-17


Recentemente, è stata scoperta una nuova famiglia di recettori: recettori per IL-17. Questa citochina,
caratterizzata nell’ambito della risposta Th17, presenta recettori con struttura diversa da tutti gli altri
recettori conosciuti. Esistono sia diverse catene recettoriali, che cinque diverse citochine IL-17, codificate da
almeno cinque geni diversi. Questa famiglia rimane in gran parte non caratterizzata; quello che a noi interessa
sono gli omodimeri di IL-17A e gli eterodimeri IL-17A/IL-17F, che si legano ad un recettore dimerico o
trimerico. IL-17 viene prodotta dai linfociti Th17 e agisce sulla maggior parte delle cellule dell’organismo, le
quali presentano il recettore per IL-17A o IL17-A/IL17-F. Si produce così una risposta proinfiammatoria, con
proteine di fase acuta, citochine infiammatorie, proteine antimicrobiche e chemochine. Tra le chemochine,
la più importante ed abbondante è CXCL8. Per questa ragione, quando è presente IL-17, si ha sempre
un’infiammazione neutrofilica, che contribuisce alla difesa dell’organismo, ma anche all’induzione di malattie
autoinfiammatorie. Essendo IL-17 una citochina proinfiammatoria, questa attiva una via di trasduzione del
segnale simile a quella dei TLR. In effetti, la lunga coda intracitoplasmatica dei recettori per IL-17 presenta
un dominio detto SEFIR, simile al dominio TIR. Tra le due, la via infiammatoria più potente è quella attivata
da IL-17.