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L’amore e il perdono di Dio possono arrivare fino a un livello scandaloso: quello di assolvere un omicida e,

per di più, un omicida seriale e ideologicamente motivato. Perché vi è qualcosa di più tremendamente
profondo dell’essere semplicemente un assassino: è uccidere in nome di un’ideologia o di un modus vivendi
che si è assunto, per così dire, col latte materno. Dove la logica umana alza bandiera bianca, dove uno Stato
fallisce o, peggio, accetta compromessi, la Grazia riesce a fare breccia conseguendo il pentimento e
aprendo la porta alla Misericordia.

La storia della Chiesa è piena di racconti in cui un cammino segnato dal sangue innocente è stato alla fine
redento. Spesso si tratta di criminali comuni, incalliti nel loro male eppure mossi in estremo ad un gesto di
conversione, come accadde al francese Pranzini davanti alla ghigliottina. Quando il peccato diventa
strutturale, coinvolgendo cioè non solo la persona nelle sue scelte individuali, ma la inserisce in un contesto
sociale intrinsecamente orientato al peccato ed alla soppressione del più debole, il cammino di ritorno
all’umanità sembra impossibile.

Vi è qualcosa di impensabile nella conversione di un mafioso. Il contesto sociale delle organizzazioni


criminali del sud Italia è endemico, per cui l’abitudine al male non trova contrasto nella sanzione sociale. Si
può avere la sensazione che l’omicida sia “nato Caino”, e che semmai quella dell’omicida seriale sia una
condizione invidiabile e a suo modo rispettata, perché esercita la “giustizia” amministrata dal clan. Da un
aneddoto possiamo comprendere la naturalezza atroce con la quale vengono perpetrati i delitti di mafia: un
collaboratore di giustizia ricorda un episodio in cui Gaspare Spatuzza con una mano mescolava con un
bastone di legno i resti sciolti nell’acido di un giovane ladro appena ucciso, e con l’altra mangiava un panino
acquistato con i soldi trovati in tasca alla vittima.

Leggendo la testimonianza di don Marcello Cozzi, sacerdote a contatto con detenuti del carcere di Potenza,
torna in mente un altro carcere, quello di Cracovia, dove trovò la conversione e la fede l’ufficiale nazista e
criminale di guerra Rudolf Höss. Soprannominato “animale” dai sopravvissuti allo sterminio, venne
imprigionato alla fine della guerra e condannato alla pena capitale. Non era terrorizzato tanto dalla morte
quanto dalla detenzione, convinto che le guardie polacche si sarebbero vendicate torturandolo per tutto il
tempo della prigionia. La sua sorpresa fu enorme quando vide uomini le cui mogli, figlie e figli, erano stati
uccisi ad Aushwitz, che lo trattavano bene. Fu quello il momento della conversione, della misericordia che è
«l’amore che non meritiamo»: non meritava il loro perdono, bontà, gentilezza, eppure li ricevette tutti.

Nessuno vuole avere davanti a sé il volto di Caino. I mafiosi vengono condannati all’isolamento, per il
criminale nazista non si trovava un confessore disposto ad ascoltarlo. Vi è come la sensazione che, per un
delitto senza riparazione come l’omicidio, sia impossibile anche l’assoluzione sacramentale. Ma alla fine la
Misericordia arriva a chi la implora con tutto il cuore: per Höss ebbe il volto di padre Wladyslaw Lohn, per i
mafiosi ha il volto di padre Pietro Capoccia, don Massimiliano De Simone, monsignor Giuseppe Molinari, e
l’elenco può continuare a lungo.

Per quanto paradossale, uno dei principali ostacoli all’evangelizzazione e alla conversione dei mafiosi è
proprio lo Stato, più preoccupato dello svolgimento delle indagini che non del recupero del delinquente.
Padre Giacomo Ribaudo racconta: «L’unica preoccupazione della Magistratura sembrava quella di sapere
chi avessi incontrato, e dove. Non feci il nome di [Pietro] Aglieri né degli altri mafiosi che mi avevano
chiesto di parlarmi. Qualche giorno dopo, Aglieri mi mandò una lettera. Ribadiva la volontà di cambiare
espressa da una frangia della mafia, mi parlava del pentimento cristiano. Non credo fosse un tentativo di
furbizia. Passarono i giorni, mi resi conto che né lo Stato né la società civile né la Chiesa volevano costruire
un ponte verso questi uomini intenzionati a cambiare vita. Aglieri lo capì. E rivolle indietro la lettera».

Durante il Giubileo del 2000 i cappellani delle carceri siciliane hanno cercato di riprendere le fila di quel
dialogo con i mafiosi, facendo intravedere anche a loro la prospettiva del perdono della Chiesa. Veniva
indicata persino una via possibile: la riconciliazione con la "parte offesa" attraverso il risarcimento ai
familiari delle vittime. Ma è ancora una strada tortuosa, la Chiesa siciliana resta lacerata al suo interno da
un dibattito mai risolto sulla pastorale antimafia. «La Chiesa non deve avere paura», dice don Lillo Tubolino,
«il coraggio delle parole nuove è nel martirio di Pino Puglisi. A chi aveva incendiato il portone della
parrocchia, il sacerdote di Brancaccio disse dall’altare: siete figli di questa comunità, qui siete stati
battezzati, le porte della chiesa restano aperte, vi aspetto. Puglisi tuonava contro la mafia struttura di
peccato, ma aveva dolci e vigorose parole di speranza per i mafiosi, che voleva recuperare al Vangelo».

Davanti a chi ha voluto approfondire l’indagine sul fenomeno delle conversioni dei mafiosi si delineano, con
sempre maggiore chiarezza, contraddizioni e conflitti che, non riescono a comporsi in un racconto dalla
trama lineare, né in un sentire univoco e definito. L’impressione è che sfugga sempre qualcosa, che ogni
significato palese ne nasconda uno latente; che tutto, nonostante la veridicità del racconto o forse proprio
per la veridicità del racconto, si colori di una perenne sfumatura di ambiguità. «In Cosa nostra sei obbligato
a mentire ogni giorno della tua vita e questo non è vivere», ribadisce più volte Gaspare Spatuzza. Ma se la
mafia non dà spazio all’animo dei suoi uomini, la Chiesa deve offrire loro una via d’uscita, rispondendo con
coraggio alle richieste di chi vuole cambiare vita. Rimane tuttavia aperto il problematico aspetto del
“pentitismo”: il mafioso pentito di solito non desidera denunciare i propri compagni, restando comunque
fedele al codice d’onore e rifiutando, spesso, qualunque forma di collaborazione con la giustizia; inoltre, la
conversione viene da lui compresa come un percorso interiore che non deve necessariamente avere un
risvolto pubblico. D’altro canto, la conversione non può essere ridotta a fatto intimistico ma esige il dovere
della riparazione: comporta un impegno fattivo affinché sia debellata la struttura organizzativa della mafia,
anche con l’indicazione all’autorità giudiziaria di situazioni e uomini, che se non fermati in tempo,
potrebbero continuare a provocare ingiustizie.

Come ha ribadito anche il Pontefice il 21 Giugno 2014: “I gesti esteriori di religiosità non bastano per
accreditare come credenti quanti, con la cattiveria e l’arroganza tipica dei malavitosi, fanno dell’illegalità il
loro stile di vita. Non si può dirsi cristiani e violare la dignità delle persone; quanti appartengono alla
comunità cristiana non possono programmare e consumare gesti di violenza contro gli altri e contro
l’ambiente”. “I gesti esteriori di religiosità non accompagnati da vera e pubblica conversione non bastano
per considerarsi in comunione con Cristo e con la sua Chiesa”. A quanti “hanno scelto la via del male e sono
affiliati a organizzazioni malavitose rinnovo il pressante invito alla conversione”: “Aprite il vostro cuore al
Signore! Il Signore vi aspetta e la Chiesa vi accoglie se, come pubblica è stata la vostra scelta di servire il
male, chiara e pubblica sarà anche la vostra volontà di servire il bene”.

Guardare negli occhi Caino significa innanzitutto comprendere che un cammino di conversione non si
conclude quasi mai in tempi brevi: dobbiamo assumere in noi stessi la stessa pazienza di Dio, che tollera nel
peccatore contrito anche l’imperfezione del giudizio e della volontà. Se in sede teoretica dobbiamo
affermare con forza che la conversione non potrà dirsi vera fino a quando non coinvolgerà anche gli aspetti
sociali ed esteriori della persona, in sede pratica dobbiamo comprendere che il distacco dalla mentalità
mafiosa e dal contesto culturale e sociale in cui tale mentalità è maturata, spesso a partire dalla più tenera
infanzia, è tutt’altro che facile ed ancor meno scontato. All’osservatore esterno potrà suscitare repulsione il
contrasto fra gli atti di devozione e preghiera, e la mancata collaborazione con le forze dell’ordine o il
mantenimento di comportamenti ritenuti “onorevoli” ma che consentono alla struttura di peccato di
continuare a sussistere ed operare: dobbiamo però evitare che una giusta istanza si trasformi in farisaica
pretesa di integrità altrui. La conversione dei mafiosi non è mai una fiaba a lieto fine, è semmai un doloroso
purgatorio di sensi di colpa atroci, di notti insonni, della percezione dell’irrimediabilità terrena del male
compiuto: a fare da orizzonte a questo cammino di dolore, la frase che sia don Puglisi, sia don Diana
pronunciarono davanti ai loro assassini: "Ti aspettavo... ti perdono"».