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La Conoscenza Storica

Henri-Irénée Marrou

0. Introduzione

Questo piccolo libro vuole essere una introduzione filosofica alla storia (≠ da Bloch → Artigiano del
mestiere)

1. La storia come conoscenza

Cos’è la storia? (espediente pedagogico → una sola definizione non può spiegare a pieno la storia)
Le singole scienze sono nate prima che i filosofi le elaborassero, sulla base di un’esperienza empirica.
A questa legge non fa eccezione nemmeno la sociologia (il cui sviluppo è stato ostacolato dalle speculazioni
metodologiche di Comte e Durkheim.
Allo stesso modo esiste la storia e noi non vogliamo dare giudizi, ovvero non vogliamo definire a priori il
tipo di storia astrattamente ipotizzabile come il più valido (non si dirà qual è la storia migliore) ma ci
limiteremo a constatare l’esistenza del nostro oggetto: un settore della natura con i suoi tecnici
specializzati, che sono appunto gli storici, e accettiamo come un dato la prassi riconosciuta valida dagli
specialisti competenti.

determinata tradizione metodologica (Erodoto, Tucidide, Braudel), rigorosamente stabilita da
“autorevoli” figure (storici importanti).
tradizione metodologica che non ha mai cessato di trasformarsi.

La storiografia di rigoroso impegno scientifico ha inizio soltanto nel XIX secolo, quando nel campo delle
scienze ausiliarie il rigore del metodo critico perfezionato dai grandi eruditi dei due secoli presunti fu esteso
alla ricostruzione storica → svolta scientifica: storiografia + tecniche erudite scientifiche.

2 grandi tipologie di storici:


I. Eruditi meticolosi (filologi), studiosi molto minuziosi e eruditi (topi di biblioteca)
II. Forti personalità che guardano al quadro generale e non ai dettagli.
Almeno provvisoriamente accettiamo queste diversità di prospettive ritenendole tutte ugualmente possibili
e cerchiamo di conoscere la storia così come ci si presenta in tutta la sua varia e complessa realtà, quale
risultato dell’attività dello storico.

La storia, dunque, è conoscenza del passato umano (historia rerum gestorum), l’apporto delle discussioni e
dei commenti che essa solleva, ma non narrazione, non opera letteraria, non studio e non ricerca (che
invece sono i mezzi per arrivare alla conoscenza finale). La storia è conoscenza anche se non viene
raccontata, anche se rimane nella testa dello storico.

Ciò che interessa sono i risultati ottenuti (sarebbe inutile studiare se non arrivassimo ad una
conoscenza). La storia si qualifica per la verità che riesce a raggiungere, rifiutando ogni falsa,
ipotetica, irreale rappresentazione del passato (l’utopia, il mito, le tradizioni popolari e le leggende).
Questa verità della conoscenza storica è un ideale e con il progredire si dimostrerà raggiungibile
con sempre maggiori difficoltà (la storia deve essere il risultato dell’impegno più rigoroso e
sistematico per avvicinarsi a quell’ideale.

Precisazione ulteriore della definizione: storia come conoscenza scientificamente elaborata del passato =
procedere secondo insegnamenti e tecniche che nascono dall’esperienza → percorso di formazione.
La storia non viene intesa come Episteme (=conoscenza certa), ma come Téchne (=saper operare in maniera
competente, conoscenza elaborata in funzione di un metodo sistematico e rigoroso che si rivela come
fattore optimum di verità).
Conoscenza del passato anche se si tratta di storia immediatamente contemporanea;
Conoscenza del passato umano non come analisi dell’evoluzione biologica dell’uomo, ma come
comprensione degli atti umani (res gestae) perché in qualche modo gli appartengono in quanto umani.
Quando lo stesso studioso della preistoria sposta la sua indagine su quegli oggetti che conservano i segni di
un atto volontario dell’uomo (artifacts), attraverso la loro mutua testimonianza si sforza di comprendere le
tecniche materiali o spirituali, questa sua attività rientra in quel ramo della storia che è l’archeologia, può
già dirsi storia. → riteniamo artifacts soltanto quegli oggetti che a noi sembrano conservare con evidenza le
tracce di attività umana (comprendiamo il fatto che gli uomini agiscono per qualche motivo → sappiamo
come interrogare le tracce, ai migliori storici non sfuggono le informazioni).
I documenti parlano solo se si sanno interrogare, si sanno interrogare solo se si conoscono, le la
formazione dello storico lo permette → la storia che lo storico può ricostruire dipende quindi dalla sua
cultura personale.

𝑷
𝒉=
𝒑

h = storia (historia rerum gestorum)


P = passato umano (res gestae)
p = presente (che è lo storico)

La storia è l’incontro, il rapporto posto in essere dello storico tra i due piani dell’umanità:
- Il passato vissuto dagli uomini di un tempo
- Il presente in cui si sviluppa un sforzo inteso a rievocare questo passato, perché ne tragga profitto
l’uomo (ovvero gli uomini che verranno) = la storia serve a vivere meglio.

Poiché la storia si definisce come conoscenza, ovviamente presuppone un oggetto: esige quindi di
conoscere un passato che l’umanità abbia realmente vissuto. Ma di questo passato noi non possiamo dire
niente, possiamo solo postularne l’esistenza (esiste ma non si vede), va presupposto.

L’oggetto della storia si presenta antologicamente, cioè come noumeno (= realtà che c’è ma che
non vediamo)

La storia assume volta per volta entrambe le accezioni (res gestae e historia rerum gestorum), quindi c’è
ambiguità. Tale fenomeno è generale → in tutte le lingue nelle quali si esprime la cultura europea.
Per non essere ambigui, la compiuta conoscenza, ovvero la storia come res gestae, viene denominata come
evoluzione dell’umanità (nella sua accezione biologia, “evoluzione” sta ad indicare il complesso di relazioni
causali che uniscono nel tempo l’essere vivente ai suoi diretti predecessori → Darwin: l’umanità che
vediamo oggi è il risultato dell’evoluzione).
Non bisogna dimenticare che ogni concetto scientifico, trasportato in un campo di esperienza diverso da
quello per cui era stato elaborato in origine, viene progressivamente a svalutarsi → non bisogna essere
“troppo Darwiniani”.

Ma storia non è semplicemente la coniugazione di passato realmente vissuto e di evoluzione dell’umanità!


Lo storico sa che la storia non sarà mai in grado di riprodurre fedelmente il passato (P), ma non dovrà per
questo tradirlo, inventandosi le cose (il passato è caratterizzato da una qualificazione specifica: è
conosciuto in quanto passato, quando era “reale” per i suoi protagonisti), dovrà invece rispettarlo.
Cosa deve fare lo storico per ridurre al massimo l’errore di falsarlo?
a) Deve rispettare il passato (esso è perfetto, esiste di per sé e non è modificabile), rendendosi conto
della diversità tra passato reale e passato percepito tramite le fonti (non come i pittori che
rappresentano uomini del passato ma con vesti del presente). Non bisogna tralasciare il senso
storico della realtà e della lontananza (= consapevolezza che il passato sia diverso da noi).
b) Deve rendersi conto che questa lontananza del passato non implica che tutto il tempo trascorso
fino ad oggi sia separato da noi, al contrario il passato è unito a noi come un filo ininterrotto →
coscienza di questa continuità.
c) Deve tenere conto che quando il passato era qualcosa di vero, quindi di “presente”, lo era non
diversamente dal presente che noi viviamo oggi: nebbioso, confuso, multiforme e intellegibile. Un
campo in cui si riscontrano forze indicibilmente complesse, qualcosa che la coscienza dell’uomo si
mostra necessariamente del tutto incapace a cogliere nella sua realtà.

Il passato, essendo stato presente, si comporta allo stesso modo e necessita di essere
strutturato. La differenza però sta nel compito dello storico, che non deve ottenere ad ogni
costo la stessa puntualità nel particolare, ma la sua conoscenza mira all’intellegibilità, a
“sollevarsi dalla polvere dei piccoli fatti” per creare una visione ordinata (ricerca che non
può essere fatta nel tempo presente poiché il presente può essere modificato – è
imperfetto, il passato non può essere modificato – è perfetto). → Intellegibilità che deve
essere autentica e non immaginaria, deve trovare la sua ragione nella “realtà” del passato
umano. Solo a queste condizioni è possibile affermare che la storia possa raggiungere una
conoscenza che sia comprensibile (comprensione delle catene di relazioni causali finaliste,
dei significati e dei valori).

2. La storia è inseparabile dallo storico

“La storia, purtroppo, è inseparabile dallo storico”



Inseparabile = condizioni e limiti entro i quali si possa raggiungere una conoscenza autentica.
Purtroppo = I positivisti volevano porre la storia sullo stesso piano delle le scienze che loro
definivano esatte (positive), le quali prevedevano che la conoscenza fosse valida per tutti.
Per i positivisti, infatti, 𝒉 = 𝑷 + 𝒑 (intervento dello storico che interferisce con la perfetta
oggettività della storia). → I positivisti vedono nella storia l’obiettiva registrazione del passato con
un inevitabile intervento del presente (“purtroppo”), in cui si muove lo storico (che attenta
all’integrità della realtà oggettiva con il suo apporto personale).
P come il complesso dei “fatti” che era possibile trarre dai documenti, i quali già la comprendono, reale se
pur latente, prima ancora che intervenga lo storico. Egli non ricostruisce la storia ma la ritrova attraverso:
a) Ricerca dei documenti
b) Processo di “toilette” (= critica esteriore o tecnica della ripulitura e del restauro)
c) Interpretazione critica della testimonianza (= critica interna, negativa, dell’esattezza e della
sincerità)
d) Accumularsi a poco a poco nelle nostre schede, il “buon grado dei fatti” → allo storico resta solo di
riferire con fedeltà ed esattezza, sino quasi a scomparire.
Ma una metodologia simile non portava ad altro se non a degradare la storia in erudizione.

Per Marrou la storia è il risultato dell’attività creatrice dello storico che stabilisce un rapporto tra passato
evocato e presente che è il suo. → non esiste la realtà storica già definita prima che intervenga la scienza,
ma è qualcosa che implica un duro lavoro dello storico.
“La storia è il passato nella misura in cui possiamo conoscerlo” (Galbraith di Cambridge)

Avventura che conosce solo successi parziali, sproporzionati alle ambizioni iniziali (conoscenza dei
propri limiti).
Lo storico deve conoscere il suo compito e che cosa gli servirà per ottenere una conoscenza sicura e
totale.
Perfezione = conoscenza del tutto → non è possibile conoscere tutto (infinita rete di relazioni), le
cose sono molto più complesse di quanto si riesca ad attingere. Il passato non comparirà mai tutto
intero nelle nostre capacità ricostruttive, ma apparirà frammentario.
Per la sua estensione e profondità, dunque, il problema che il passato dell’uomo pone rivela una struttura
doppiamente complessa.
Qual è lo spirito che può dirsi all’altezza della storia? Javè → “conviene che il filosofo si fermi e pronunzi
con adorazione in Nome ineffabile, poiché solo la sua meditazione varrà ad allontanarlo dalla tentazione
più insidiosa: hỳbris” (lo storico deve ricordarsi della sua condizione di uomo → discorso di un cristiano: “tu
non sei il buon Dio, non dimenticarti mai di essere soltanto un uomo) → invito a non scoraggiarsi di fronte
ai limiti (“sei soltanto un uomo ma questo non è un buon motivo perché tu non faccia il tuo mestiere, il tuo
mestiere di uomo-storico, umile, difficile, ma nei suoi limiti certamente fecondo”).

Fondamentale sproporzione tra l’oggetto della storia (= la realtà noumenica che non può essere compresa
da altri se non da Dio) e i mezzi di cui la conoscenza storica dispone, i suoi sforzi dello spirito umano, i suoi
metodi, i suoi strumenti. → la storia è ciò che del passato lo storico riesce a possedere, ma passando
attraverso i suoi strumenti di conoscenza questo passato ha subito una così profonda rielaborazione da
mostrarsi interamente cambiato da divenire ontologicamente tutt’altra cosa.

Secondo i positivisti la storia si fa con i documenti → ma lo storico, invece, è qualcosa di più di un semplice
operaio intento alla trasformazione di una materia prima. Il suo lavoro presuppone un’attività artigianale
fondata sull’iniziativa → questionario.
La storia è la risposta ad una domanda che l’intelligenza e lo spirito storico rivolgono al mistero del passato.
→ devo saper interrogare le testimonianze → la logica vuole che il processo di elaborazione storica sia un
atto originale che si concretizza nella scelta, delimitazione e concezione del soggetto.
Per secoli gli storici si sono accontentati di un’esposizione del tutto analoga a questa descritta → studio e
ripetizione dei grandi avvenimenti storici.
Oggi della storia si ha una concezione più ampia e allo stesso tempo più profonda (= Marc Bloch) → per
comprendere la storia in tutte le sue complessità, è stata divisa in diversi settori speciali per essere più
precisi, ma non bisogna mai allontanarsi dall’importanza che hanno nella storia i nomi, le date, gli
avvenimenti precisi e i fatti politici (importanza riconosciuta anche da Bloch, nonostante la sua contrarietà
alla definizione di storia esclusivamente attraverso date e nomi).

Bisogna comunque non dimenticare che la conoscenza storica non parte da zero, lo storico, grosso modo,
sa già quali sono i problemi, le idee, i sentimenti, le caratteristiche riferibili agli uomini di una certa epoca
ambientale. → “si naviga meglio in un mare conosciuto” = un oggetto già interrogato sarà facile da
arricchire e sintetizzare, i campi inesplorati, invece, sono più difficili (quando la scienza storica inizia lo
studio di un nuovo settore le riesce assai assurdo evitare il grave peccato di anacronismo).
È possibile che la conoscenza di un oggetto storico possa pericolosamente deformarsi o impoverirsi a causa
degli errori di impostazione iniziali.

La ricchezza della conoscenza storica dipende direttamente dall’abilità e dall’intelligenza con cui si
porranno questi problemi iniziali, condizioni all’orientamento generale di tutto il lavoro che dovrà
svolgersi. Grande storico sarà chi, nei limiti del suo sistema di pensiero:
o saprà porre il problema storico nel modo più ampio e più capace di sviluppi
o saprà vedere quale domanda imposta rivolgere al passato
o sarà opportunamente istruito per poter trovare fonti e bibliografie già fatte e scritte
o in campo di nuove scoperte, saprà tornare alle fonti per procedere verso una continua
evoluzione della conoscenza
Pertanto, il valore della storia (sia riferito al suo interesse umano, sia alla sua intrinseca validità) è
strettamente subordinato al genio dello storico.

3. La storia si fa con i documenti

Questo capitolo parla dei tre processi che hanno a che fare con i documenti; le tracce devono infatti:
1. Essere lasciate
2. Essere ritrovate
3. Essere interpretate

1. Una volta lasciate diventano fonti. Ragionando sui documenti ci accorgiamo della differenza fra
historia rerum gestarum e res gestae, fra il passato umano e la storia scritta dagli storici. Ranke
diceva che è possibile fare storia solo se abbiamo i documenti ma questo non significa che gli
uomini non hanno vissuto; Spengler diceva che storia è ciò che è stato attivo, egli voleva fare
storia anche senza i documenti; a tal proposito Marrou ci dice che si può fare storia solo
attraverso i documenti; lo storico deve avere la modestia di essere un uomo e non Dio, quindi
non potrà mai conoscere tutto ciò che è accaduto. Le fonti, o sono troppe o sono troppo poche,
in entrambi i casi la storia ne soffre.
2. Un grande storico non sarà soltanto chi pone delle domande ma chi sarà capace di trovare gli
strumenti per rispondere. Lo storico fa' un lavoro di raccolta: l'euristica. Non solo le fonti sono
infinite ma sono infinite anche le domande che alla stessa traccia si possono rivolgere, cioè
possono essere sollecitati punti di vista diversi. Alla ricerca delle fonti si associa strettamente
l'analisi della “bibliografia”. Spesso l'esistenza dei documenti si rivela dal momento in cui lo
storico si interessa, la pretende, la ricerca. Ogni traccia da cui lo storico (p) sappia dedurre
qualche elemento per la conoscenza (h) del passato umano (P), considerato in funzione della
domanda che gli è stata rivolta, può considerarsi un documento. Lo spessore dello storico
dipende da una personalità innata ma anche dalla cultura che si ottiene dalla formazione di
lunghi anni. Non tutti i documenti sono ammissibili per ogni tipo di ricerca, ci sono quelli scritti
a cui si può fare maggiore affidamento, questi ci raccontano davvero qualcosa, si dimostrano
insostituibili per la loro precisione. Per quanto uno ricerchi non potrà mai essere sicuro che non
c'è nient'altro che possa essere utile per la sua ricerca. Lo sforzo della ricerca euristica va'
commisurato alla grandezza del problema che ci siamo posti.
3. Comprendere una testimonianza significa trasformarla in un documento. Dal punto di vista
empirico, queste fonti sono classificabili come indizi o segni (volontari o involontari) di una
presenza umana. I documenti diventano tanto più eloqui quanto più si riesce ad inserirli in un
contesto che non si limita solo ai fatti umani. Entriamo nel campo di una conoscenza che deve
tenere conto dell'intersubiettività (la relazione tra i soggetti). Se ci si vuole limitare alla teoria
della conoscenza storica, che è la comprensione dei documenti, si può vedere come questa non
differisca da ciò che quotidianamente si fa nel presente per conoscere un altro. Comprendere il
passato tramite le fonti e le documentazioni è un'operazione analoga che comprende “un altro
da noi” nella nostra contemporaneità cioè comprendere un codice espressivo. La
comprensione dei documenti e quindi l'avvicinamento al passato avviene tramite un processo
di estraneazione di sé stessi per rispettare il passato e avvicinarsi a questo. Chi non è capace di
ascoltare gli altri nel presente, difficilmente riuscirà ad ascoltare il passato in maniera
conveniente. Lo storico quando legge un documento che lo sorprende confronta sempre
l'uomo che esprime questa cosa del passato con sé stesso, ci riflette su, torna al documento,
cerca altre fonti e fa un'ulteriore verifica, se ancora non gli torna tutto torna indietro. Le parti
dei documenti che si faticano a comprendere immediatamente, si identificano normalmente
appoggiandosi sul resto che si ha conosciuto.

4. Condizioni e mezzi per la comprensione

Storico è colui che attraverso l'epokhè sa uscire da sé stesso per incontrarsi con gli altri. Secondo Marrou lo
spirito critico pone erroneamente lo storico quasi come antagonista del documento, non si fida di questo e
cerca di smascherarlo; questa diffidenza ostacola “l'andare verso l'altro”; un atteggiamento del genere è
altrettanto pericoloso nella vita di ogni giorno. Ci deve essere invece una comunione fraterna tra storico e
documento. È necessario avere uno spirito critico sia nella storia che nella vita reale perchè smascherarne
le manchevolezze significa amare gli amici, ma ci vuole un equilibrio, cioè non bisogna scivolare nella
diffidenza programmatica. Gli storici lavorano su percorsi che sono compiuti dagli altri, anche per lo spirito
critico e l'amicizia dei documenti avviene così; ci vogliono anche quelli che mettono a soqquadro una
credenza, perché questo permette una riflessione più serena. Ci sono state generazioni di studiosi che non
si sono occupati d'altro che trovare il difetto nella documentazione, condannandola; per Marrou questo
atteggiamento è odioso perché dietro questo c'è la percezione di sé migliore rispetto agli altri. Lo storico
deve essere umile, la storia è un incontro con gli altri, molto spesso gli uomini del passato sono più grandi
di noi e bisogna riconoscerlo. I documenti ci ingannano, ci fanno cadere in errore, ma l'errore più grande
che lo storico può fare è non capire. Lo storico non deve essere semplicemente un tecnico di laboratorio
ma deve avere qualcosa in più, quelle affinità psicologiche che gli permetteranno di fare amicizia con i
documenti. Lo storico deve essere disponibile alla scoperta e non ottuso e continuare a chiedere sempre la
stessa cosa. Qualsiasi documento è utile, perché anche quello falso, lo è per un motivo; ci racconta una
storia di falsificazione. La critica interna ed esterna va' fatta ma poi lo stesso teniamo il documento. Il
documento dice sempre la verità, è lo storico che si fa ingannare. La storia oscilla tra la nomotetica e
l'ideografia; i mezzi per conoscere il documento ce li dà la critica tradizionale ma questa ha bisogno dei
correttivi e ha bisogno di superare dei pregiudizi che avevano confronto i documenti; bisogna sempre
comprendere e questo si realizza attraverso una dialettica tra l'Io e l'<<Altro-da-me>>; si conoscono anche
regole generali ma quello che interessa alla storia conoscere è il singolare. Gli storici per attivare la
dialettica fra l'Io e l'<<Altro-da-me>> hanno a disposizione i saperi delle scienze ausiliarie, che sono
agglomerati composti e complessi. Gli storici, a volte, scambiano per certo ciò che è infinitamente
probabile, ma non certezza scientifica che permetta di arrivare a una certezza induttiva.

Le scienze ausiliarie rientrano nei mezzi che ha lo storico per comprendere i documenti. Lo storico ha a
disposizione questi saperi che possiede in sé o che deduce grazie all'ausilio di colleghi; sono fondamentali
ma non sono assoluti perché dipendono comunque dalla capacità dello storico di padroneggiarli.

5. Dal documento al passato

È sbagliato affezionarsi troppo alla questione iniziale perché potrebbe essere mal posta e quindi è
necessario ascoltare le risposte che ci danno i documenti fin dalla fase della loro raccolta, dell'euristica; il
modo di formulare le domande dello storico è un po' retorico, cioè invita già a un tipo di risposta. Tanto più
comprendiamo il documento nella sua essenza tanto più sarà vera quella conoscenza che è ciò che quei
documenti testimoniano.

Esistono dei casi che spiegano in quale modo si realizzi la conoscenza del passato espresso nel documento:

a. il passato si identifica col documento; la comprensione del documento è già una comprensione del
passato in qualche modo
b. non bisogna occuparsi solo della fonte ma anche del suo autore, mi interrogo su cosa l'autore
intendesse dire con quel documento
c. non mi interessa solo della fonte e dell'autore, ma anche individuare uno squarcio della mentalità
dell'uomo di quel tempo
d. non solo tutto quello che abbiamo detto prima, ma si vuole anche ricostruire gli avvenimenti della
società

I documenti si devono verificare, non si può risalire alla realtà di un fatto servendosi solo di un documento.
Lo storico che deve apprendere la realtà del passato si preoccupa più dell'essenza che dell'esistenza. La
storiografia vuole mirare all'essenza della questione individuando la complessità della realtà umana. La
critica del documento è un'operazione che deve far comprendere se quel documento riflette qualcosa del
passato. Non si può mai essere sicuri del documento, c'è sempre un margine di incertezza. In questa
debolezza del colloquio con le fonti si coglie l'essenza stessa della conoscenza storica. Quello che si riesce a
comprendere del passato è una probabilità che si crede vera; tutte le operazioni, tecniche raffinate,
arrivano a un grado di probabilità che lo storico assume a livello di certezza ma esprimendo un atto di fede,
è convinto di essere arrivato a una verità sulla base della documentazione che ha avuto a disposizione.
Come la storia del cristianesimo si fonda anche sulla teologia così anche la fede dei documenti si nutre di
elementi di razionalità, cioè fondata sulla ragione. Se la verità storica implica una necessità di un atto di
fede della propria ragione, nella consapevolezza che la comprensione sia parziale, tutto questo non elimina
la validità della conoscenza storica. Esistono gli ipercritici della storia e ne deducono una estrema
inaffidabilità. L'accordo tra gli scettici e quelli che si fidano dei documenti è pacifico su alcune questioni, un
po' meno su altre. Se si guarda la storia, non con lo spirito dei positivisti che la volevano come scienza allora
ci sottraiamo alle polemiche scettiche sulla verità perché ammettiamo che la storia ci possa offrire solo
verità perfette; tanto più conosco i termini di un problema quanto più mi accorgo che le mie risposte sono
insufficienti a renderne i contorni veri perché mi rendo conto che è difficile comprendere tutto.

6. L’uso del concetto

Questa parte Bloch denominava analisi; Marrou fa' il riassunto con tre concetti dei capitoli precedenti: del
capitolo 3° dove si parla di ricerca euristica, del 4° dove si parla di comprensione e del 5° dove si parla di
utilizzazione dei documenti. Bisogna unire a un dato un concetto, per poterlo capire. Se una cosa esiste, ha
un nome ed esprime una certa idea. Bisogna che il passato lo identifichiamo, gli diamo un nome; senza
questo non possiamo incasellare le informazioni in categorie. Dobbiamo capire quanta verità storica siamo
in grado di restituire alla h utilizzando determinati concetti piuttosto di altri. Alcuni concetti sono le chiavi
di lettura utilizzati dagli storici per qualificare la propria storia:

a. Concetti che sono espressi da nome che ambiscono ad essere universali, vicini alla nostra esperienza
tanto quanto a quella degli uomini del passato. Siamo nel campo nomotetico. Molte sono le fonti da dove ci
arrivano questi concetti universali: scienze naturali, scienze dell'uomo, idee sull'uomo, sulle cose dell'uomo,
sull'umanità. Il rischio della nomenclatura è l'anacronismo. Esistono due norme di metodo: imparare a
pensare con rigore; formulare un concetto più generale che per astrazione e trasposizione si mostri
estensibile a un più vasto settore. L' universalità dei concetti dipende dalla forza intrinseca concettuale che
queste parole possono esprimere; quindi non tanto dal singolo individuo che è lo storico ma da come lo
storico ritrovi i formulati della cultura che li ha elaborati.

b. A volte si usano concetti universali, altre volte concetti specifici per comprendere qualcosa di molto
diverso attraverso trasposizioni analogiche. Uso analogico di questi concetti che sono precisi ma vengono
astratti dalla loro precisione per essere applicati ad altri, prescinde dallo espirit de géometrie (del fresatore)
e si richiama allo espirit de finesse (all'arte del liutaio, che misura a tatto l'efficacia delle sue azioni).

c. Bisogna trovare l'esatto significato del concetto; le cose più comuni sono quelle meno spiegate e non
sono chiare. Il pericolo è l'anacronismo: attribuire al passato qualcosa che non gli appartiene

d. I casi più coerenti, più comprensibili, più ricchi di significato, più organici sono i Tipi-Ideali; il Tipo-Ideale è
un concetto astratto che si elabora rispetto a una realtà e che restituisce a un'altra realtà; lo storico deve
utilizzarlo in piena consapevolezza del suo carattere nominalista, concettuale.

Qualche volta è più importante cogliere il cuore delle questioni che i piccoli dettagli; se si pensa che
l'immaginazione sia l'essere allora si arriva a una storia non veritiera e non reale.

e. Si può reificare un concetto che è invece complesso, rendendolo onnicomprensivo, astratto e non
corrispondente alla realtà. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi immaginazione, di qualsiasi
concetto che serve a capire la storia, che serve a conoscere e razionalizzare la storia ma non a renderne la
verità completa; lo storico deve utilizzare questi concetti in maniera flessibile e duttile, senza farsi
possedere.

7. La spiegazione e i suoi limiti

La storia deve portare a una comprensione, per capire bisogna razionalizzare e spiegare. Le spiegazioni
sono di molti tipi e si fondano su due presupposti: la filosofia della storia e le leggi del comportamento
umano. Esistono situazioni individuali che possono essere generalizzate, si possono rappresentare. Le
ipotesi organicistiche (immaginare che le società o gli avvenimenti umani corrispondono al funzionamento
di un organismo) sono utili per spiegazioni di massima, ma difettose quando applicate a casi singolari. Se
esistono degli organismi, questi vanno ricercati non postulati. Lo storico deve andare oltre gli schemi
preconcetti; qualsiasi schematizzazione, è sempre un'interpretazione dello storico, non la realtà. Dare una
spiegazione, non significa solo inserire le vicende umane in uno schema interpretativo organicistico, ma
attivare quei meccanismi di conoscenza che derivano dai rapporti di causa – effetto. Le cause e le
conseguenze non sono solo quelle immediate, queste sono una serie più ampia di circostanze che spiegano
quello che avviene agli uomini; ci sarà sempre qualcosa che sfugge agli storici. La spiegazione è inserire
quello che studiamo in un flusso della società comprendendo che appartiene alla continuità di un gruppo,
questo fa comprendere l'individualità. Lo storico tende a ridurre le spiegazioni ad unità (medioevo –
cristianità); ogni interpretazione è legata ad un'idea forte ma gli uomini sono portati ad individuare
l'elemento più valido per dare una spiegazione pur conoscendo la complessità che c'è sotto. Mai
affezionarsi troppo a un'idea altrimenti si modifica la realtà, si rende tutto troppo semplice ma non
veritiero.

8. L’esistenziale in storia

C'è un coinvolgimento dello storico rispetto alla sua materia. Il modo di intendere l'esistenziale in storia, dai
filosofi, porta a un coinvolgimento eccessivo dello storico, quasi che in esso riesca a trovare le soluzioni del
suo presente; questo non deve accadere, la storia vera è espressione dello storico stesso. Ogni storico dà
un'interpretazione alla sua storia, ma quel che importa è di essere consapevoli dei limiti della storia e
accettarli. Gli argomenti che coinvolgono troppo lo storico non è detto siano così importanti, bisogna
guardarsi un po' da quei argomenti. I pericoli della passione sono cause di accecamento, bisogna utilizzare:
la temperanza e la prudenza. La realtà è l'incontro con “l'altro da noi”, questo implica il rispetto dell'altro.
Consapevoli dei difetti, gli storici devono anche sapere qual è la condizione della storia, la ricerca della
verità; che non è l'obiettività. Quanto più la storia sarà disinteressata tanto più sarà frutto dell'ascesi.

9. La verità della storia

Quella della storia è una verità che corrisponde alla sua essenza. L'idea che la storia sia obiettiva, ci è stata
propinata dai positivisti, ma la verità della storia non sta nell'obiettività, la soggettività c'è sempre. Le
scienze esatte (naturali) e della storia (dello spirito) sono sempre uguali, perché la ragione umana è sempre
la stessa, ci sono procedimenti analoghi che vanno applicati per comprendere queste discipline; altro
aspetto in comune è il peso dell'autorità, il prestigio dello storico. Nonostante queste analogie, l'opera degli
storici darà sempre risultati differenti; ma gli storici possono arrivare a un accordo su alcune cose. Partendo
dalla considerazione che la storia (h) è nello stesso tempo il rapporto tra percezione dell'oggetto (P) e
avventura spirituale del soggetto conoscente (p), allora pur essendo consapevoli del peso della soggettività
non toglie che quella storia sia vera, la sua verità è duplice: verità sul passato (P) e testimonianza sullo
storico (p). La verità è sempre parziale, è quanto lo storico può arrivare a capire e comprendere; l'oggetto
della storia è la realtà, gli storici devono fare di tutto per arrivare a quella verità. Tutta la tradizione storica
aiuta ad arrivare a una verità migliore. Un difetto della scienza storica è che gli storici non hanno riflettuto
abbastanza sul loro mestiere. Marrou invita all'umiltà, di evitare la presunzione; lo storico deve accettare la
servitù, nei confronti: dei documenti, della logica, della filosofia, della cultura, dell'orientamento, della
posizione esistenziale, dell'essere stesso dello storico. Tanto più lo storico di dimostrerà ricco di saperi
quanto più la storia sarà veritiera; non è tanto la polimazia che fa grande uno storico ma la capacità di
interpretare le esperienze in maniera valida e positiva.

La verità della storia dipende dalla qualità del rapporto tra P e p, sarà più o meno grande da quanto più o
meno grande sarà lo storico.
10. L’utilità della storia

Se nella storia c'è utilità, questa è di tipo culturale. La risposta sull'utilità della storia è complessa perchè la
storia persegue una molteplicità di fini e si pone su diversi piani dell'essere. La storia è utile all'uomo che ha
sete di sapere, questa parla all'uomo dell'uomo. Nella storia c'è anche l'elemento dell'alterità; lo storico
deve uscire da sé stesso per incontrare l'altro-da-me.

Tre risposte sull'utilità della storia:

1) La curiosità; insaziabile avidità di conoscere la storia. Lo storico deve avere un equilibrio: non
deve portarsi dalla parte della semplice curiosità ma nemmeno ad intendere tutto con
utilitarismo.
2) L'umanità nella sua essenza; possibilità di fare esperienza dei caratteri umani. Aiuta a conoscere
meglio la varietà umana.
3) Funzione di scienza ausiliaria. Storia dell'arte, della musica, della filosofia. Si riesce a
comprendere meglio un'opera d'arte se si inserisce in un contesto storico; la storia è utile
perché fa da scienza ausiliaria per capire meglio altre scienze che contribuiscono ad arricchire
l'esperienza culturale; lo storico può dare un senso culturale a un'opera d'arte ma non può
giudicare il valore estetico. Le idee filosofiche che sembrano derivare dalla natura stessa in
realtà non sono altro che proposizioni storiche. La storia della filosofia è utile per storicizzare le
idee stesse; il filosofo però deve rinunciare al suo egocentrismo e comportarsi da storico, cioè
assumere quel comportamento chiamato epochè. Il vero nemico dell'ausilio verso la
consapevolezza che la storia dovrebbe compiere è il dogmatico, il quale si accontenta della
propria idea e non vuole confrontarsi con gli altri. Dall'altra parte il rischio nella storia del
pensiero, è di conformarsi agli altri e di perdere una propria personalità; il filosofo deve aver
chiarito in sé la propria idea e poi si potrà confrontare con gli altri, ma questo non significa
rinunciare ai propri principi; altrimenti questo si chiama dilettantismo. La storia non deve
sostituirsi a nessuna disciplina ma deve fornire (al filosofo, al pittore) gli strumenti per
esercitare il suo giudizio e la sua volontà; poiché questa fa conoscere gli uomini, in questo
vediamo la grandezza e l'utilità dello studio storico. La storia frantuma i limiti dell'uomo
riguardo il tempo (riusciamo a parlare con Cleopatra).

Si presenta una differenza tra l'evoluzione biologica e l'evoluzione dell'umanità; noi accettiamo quello che
siamo perché sappiamo da dove veniamo.

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