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Prima edizione 1971

INTRODUZIONE A

HUME
DI

ANTONIO SANTUC CI

EDITORI LATERZA
I. «LA NUOVA S CENA DEL PENSIERO»

I maestri di Hume al college universitario di


Edimburgo erano quasi tutti newtoniani. Colin Drum­
mond, che v'insegnava logica e metafisica, aveva
sottoscritto la View o/ Sir Isaac Newton's Philo­
sophy del Pemberton; aperti alle idee della nuova
scienza si dimostravano il docente di filosofia natu­
rale Robert Stewart e il matematico James Gregory.
Con essi il giovane David avvicinava un pensiero
chè, pui: caricandàsi "di signiftèaii---iriétafisiéi, ""sug-gc�
riva un nuovo atteggiamento metodico. Se ne
vedranno più avanti gli effetti. Ma nemmeno si de­
vono trascurare le altre lezioni del collegio scozzese;
che avèva adottato il sistema della specializzazione
sul modello di Utrecht e di Leida. C'era William
Law· che lo introduceva, nel" suo corso di etica e
pneumatica, ai testi di Cicerone tra gli antichi e di
Bacone fra i moderni, e c'era Charles Mackie, inse­
gnante di storia, a cui è probabile che dedicasse una
esercitazione sul declino delle virtù classiche e sulla
nascita della falsa cavalleria gotica.
Altri stimoli gli sarebbero venuti dal Rankenian
Club, dove si discutevano le idee del Berkeley, e
più tardi dai circoli di Edimburgo, dove s'era recato
nel 1726 a impratichirsi nell'avvocatura presso il
«cugino » Henry .Home. Proprio gli studi di legge
lo inducevano a un confronto tra la retorica degli
7
antichi e il carattere argomentativo dell'eloquenza
moderna: il giurista non avrebbe avuto più tempo
per cogliere i fiori del Parnaso, soprattutto non
avrebbe potuto dedicarsi all'apprendimento di una
cultura che toccasse l'uomo nella sua natura più
profonda 1• Questa era da cercare nei poeti· come
Virgilio, con le sue visioni di un mondo sereno e
privo di · artifici, o nelle sentenze dei moralisti e del
suo Cicerone. In ogni caso, l'esperienza dei classici
restava inimitabile e acuiva la sua insofferenza per
le streghe e le superstizioni che il Medioevo aveva
lasciato nella Scozia presbiteriana.
«Quale pericolo può mai venire - avrebbe
scritto a Gilbert .Elliot of Minto - da un ragiona­
mento accorto e dalla ricerca? Il peggiore degli
scettici speculativi non è sempre da preferire al mi­
gliore dei devoti superstiziosi e dei bigotti? » 2 • Hume
era giunto a questa convinzione non ancora ventenne,
quando aveva bruciato un manoscritto che conteneva,
pagina dopo pagina, Io sviluppo dei suoi pensieri
in direzione dello scetticismo religioso. Prima·
aveva cercato di confermare l'opinione comune, poi
s'erano introdotti i dubbi e n'era seguita una lotta
dell'immaginazione irrequieta contro la ragione. Una
certa la:dness of temper, questo è certo, l'aveva preso
nel 1729 e nemmeno le letture degli antichi vi pone­
vano . rimedio; ché anzi, a ben vedere, la loro morale
conceèleva troppo alle invenzioni o alla premedita­
zione. Se ne sarebbe ricordato nell'introduzione del
suo Treatise:

Se voglio conoscere gli effe tti di un corpo su un


altro in certe condizioni, non ho che· da metterlo in
1 Citiamo dal saggio Of Eloqumce del 1742. Esso fa
parte degli Essays Mora!, Politica! and "Literary e figura nel
vol. III dei Pbilosopbicnl \Vorks of David Hume, a cura di
T. H: Grccn e di T. H. Grose, London 1874-5, pp. 163-74
(qui p. 168).
2 Letters of David Httme, cd. J. Y. T. Greig, Oxford
1932, l, pp. 153-7.

8
quelle condizioni e osservare che ne risulta. · Ma se cer­
cassi similmente di chiarire. 'un dubbio di filosofia mo­
rale, ponendomi nelle medesime condizioni di ciò che
indago, è evidente che la riflessione e la premeditazione
disturberebbero tanto la spontaneità delle mie operazioni
da non consentirmi di trarre ; dal fenomeno alcuna le­
gittima conclusione. I nostri esperimenti in. questa
scienza devono quindi procedere con una cauta, osser­
vazione della vita umana, quali si presentano comune­
mente nella condotta degli uomini che vivono in so-
cietà, negli affari·o nei piaceri 3•
· ·

Per questo studio dell'uomo i moderni, da Shaftes­


bury a Locke, da Hutcheson a Butler, disponevano
di un metodo più efficace che non gli antichi. Dira­
davano le ipotesi come quelle relative alle differenze
tra. l'anima c il corpo, di cui Cartesio si serviva per
spiegare l'origine e la dinamica delle passioni. Né
l'indirizzo sperimentale poteva andare d'accordo con
scrittori deisti come Cudworth, che faceva del bene
e del male, del giusto e dell'ingiusto altrettante
essenze immutabili, o come Samuel Clarke, erasmiano
e poi sostenitore della philosophia naturalis newto­
niana contro il fanatismo delle chiese, quando presu­
meva di dedurre la volontà di Dio dai suoi attributi
necessari e di· sottometterle le ·nostre azioni 4•
·Le discussioni edimburghesi facevano il punto
su queste tendenze razionalistiche. Il mondo degli
uomini v'appariva semplificato, distinto in reprobi e
virtuosi. Ma i problemi della virtù e della religione,
aveva obiettato Shaftesbury, non sono. gli stessi e
anche se c'è · un moral sense che fa da spia all'armo-

l Treatise of Hmnan Nature, ed. L. A. Selby·Bigge,


Oxford 1888, p. XXIII.
4 Il Treatise conceming Eterna! and Immutab!c Morality
di Cudworth, pubblicato nel 1731, è ripreso nel secondo vo­
lume dei British Moralists, a cura di L. A. Sclby-Biggc c con
una nuova introduzione di B. H. Baumrin, Ncw York 1964,
PD. 247-66. Di Clarke si ha presente il primo corso delle
Doylc Lectures, A Dcmonstration of the Bei11g and Attributcs
of God, London 1705.

9
nia del tutto, se c'è una coscienza che pare ordinare
il gioco degli impulsi e si carica di analogie plato­
niche, non per questo gli atteggiamenti degli indi­
vidui devono perdere in ricchezza e complicazione.
Teocle, il protagonista di un suo dialogo famoso, era
l 'entusiasta che cerca e ritrova Dio dovunque; ma
Filocle, il suo interlocutore scettico, preferiva met­
tere in caricatura il legalismo moralistico e la super­
stizione. Paradossi e pamphlets, se spiacevano a
uomini éome William Law, riprendevano i temi del­
l 'etica hobbesiana e colpivano le ipocrisie della socie­
tà. Cosl Mandeville avvertiva il lettore benpensante
che «l'uomo, oltre che di pelle, carne, ossa, eccetera,
è composto di varie passioni, le quali, quando siano
eccitate o prevalgano, lo dominano di volta in volta,
voglia o non voglia ». Dal tempo del peccato di
Adamo la forza e la debolezza della natura umana
erano rimaste le stesse in tutti i punti del globo;
il singolo può ben essere virtuoso, ammetteva l'au­
tore della Fable of the Bees, ma non è pensabile che
uno Stato conservi la propria ricchezza facendo a
meno dei vizi; le debolezze provocano il loro con­
trario, «l'alternarsi degli alti e bassi è una ruota che
gira sempre e dà movimento a tutta la macchina » e
cosl l'avarizia e la prodigalità sono indispensabili al
vivere comune 5•
La denuncia del moralista si prolungava nell'apo­
logetica del Butler. Tanta sicurezza nella dimostra­
zione dèll'esistenza e degli attributi divini, scriveva
al Clarkc, lo lasciava stupito. La risposta migliore
alle obiezioni portate da Toland e dai freethinkers
alla provvidenza consisteva nella nostra ignoranza.
L'analogia doveva subentrare a quelle prove, come
l'unico metodo che ci mostra le dilierenzè· tra il
finito e l'infinito, e assecondare la «percezione del
<:uore », la facoltà morale che riconosciamo identica

5 The Fable of tbc Bces: or Private Vices, Public Bene­


fits, ed. F. B. Kayc, Oxford 1924, l, p. 250.

lO
in noi e negli altri quando valutiamo i caratteri 6•
Per questo occorreva diffidare dei principi e ricor­
rere ai vizi, agli errori, alle speranze, ai tanti fram­
menti della vita quotidiana ·che cadono sotto l'oc­
chio dell'analista e arricchiscono la casistica morale.
Hume non sarebbe rimasto indifferente agli argo­
menti dei Sermons e della Analogy. Ma un'altra
lezione, più sistematica, doveva contare sul progetto
del capolavoro, quella di Francis Hutchesoi:l e della
sua Inquiry into the Origina! of our Ideas o/ Beauty
and Virtue ·uscita nel 1725. Primo tra i @osofi
britannici ad occuparvi una cattedra universitaria, il
suo insegnamento, come ricordava Dugald Stcwart,
aveva contribuito a diffondere in Scozia il gusto per
le discussioni analitiche e lo spirito della libera
ricerca. Egli manteneva la distinzione lockiana tra
senso esterno e senso interno, ma evitava a propo­
sito del secondo il termine reflexion. Un tale termine
omette . le analogie con gli altri sensi e non tiene
conto dci sensi interni di specie non cognitiva, come
appunto il morale e l'estetico. Le impressioni degli
inner senses richiedono quelle dei sensi esterni, ma
solo in questo il sentimento del bello e del buono
può dirsi secondario. C'è infatti una «determina­
zione della nostra mente a ricevere idee gradevoli o
sgradevoli » che s'impone alle volontà particolari e
si direbbe quasi, osservava Hutcheson; che la natura
ci predisponga a sentire ciò che è bene c giusto,
garantendo ai nostri giudizi una regolarità parago­
nabile a quella procurata ai corpi dalla forza di
gravità. Tali giudizi non si riferiscono a un ordine
oggettivo e ci suggeriscono soltanto un disegno bene­
volo della mente divina: nessuna ragiqnc, insomma,

6 Si veda qui, con i primi tre dei Fijtee11 Sermons, la


dissertazione sulla virtù in appendice alla prima edizione di
The Analogy of Religion, Natura! and Ret•ealed, to the Consti­
tution a11d Course of Nature, London 1736.

11
si dà dell'approbatio11 che non sia l'approvazione
stessa 7;
L'apporto hutchesoniano, ha notato Kemp Smith,
è pari per importanza a quello di Newton e di Locke.
Esso· è all'origine della «scopèrta » 'che il senti­
mento non si limita al dominio dell'etica e della
estetica, ma interviene nelle nostre conoscenze in
materia di fatto. Anche il nesso causale ne viene
coinvolto e deriva da un modo di sentire, per cui
la ragione non dipenderebbe dall'istinto solo nel caso
della scienza matematica. Hume, tuttavia, toglieva
all'ipotesi ogrii carattere teologico: la natura che ci
spinge a giudicare, allo stesso modo che ci fa «sen­
tire e respirare », va ritratta cosl com'è. Né man­
cava di farlo notare al'maestro che lo rimproverava
per una certa freddezza nel trattare i problemi della
morale:

Ci sono due diversi modi di cd�'s'id�rare la mente c


il corpo. Possiamo esaminarli da anatomisti o da pittore,
spicgarne le . origini e i 'princlpi più segreti oppure de­
scriverne la grazia e 1:1 bellezza degli atti. Penso che sia
impossibile conciliare queste due prospettive. Un anato­
mista può tuttavia dare un buon consiglio al pittore e
allo scultoré; e io sono ugualmente convinto che un
metafisico è di grande aiuto a un moralista, sebbene non
mi riesca di concepire questi due caratteri uniti nello
stesso . lavoro 8•

Che significava, anzitutto, il termine naturale?


Se si riferiva alle cause finali, si trattava di una
«considerazione incerta e poco filosofica ». Quale
sarebbe, infatti, il fine· dell'uomo, è creato per la
felicità o per la virtù, per questa vita o per quella
futura, per se stesso o per il suo autore?

7 Questi temi ritornano nelle Il/ustrations upo11 the Mo­


ral Sense, London 1728, c figurano nella raccolta dei Brilish
.Moralists eit., l, pp. 403-18.
a Letters cit., l, pp. 32-3.

12
Lo studio delle passioni si chiariva in una . pro­
spettiva sperimentale e si· sottometteva 'a delle regole
precise. Qui la lezione di Newton diventava premi­
nente. A Edimburgo il filosofo v'era stato di casa
con i vari Keill, Cotes e Maclaurin, ma c'è da credere
che lo scozzese non si soffermasse più di tanto sulle
definizioni con cui s'aprivano i Principia, sugli assio­
mi del movimento e sull'ottica geometrica, sulle os­
servazioni .riguardanti la riflessione, la rifrazione e i
.colori dei corpi trasparenti. L'attenzione andava al­
l'Opticks, apparsa per la prima volta in inglese nel
1704 ed edita in · latino da Clarkè nel1706, e soprat­
tutto alle trentuno Queries dell'edizione definitiva.
·'.!
.

Gli. Aristotelici - avvertiva Newton - hanno dato


il nome di occulte a quelle qualità che essi ritenevano
stare nascoste nei· corpi ed essere le cause sconosciute di
fenomeni palesi. Di questo genere sarebbero le cause
della gravità, delle attrazioni magnetiche ed elettriche
e delle fermentazioni, se immaginassimo cpe tali forze
ed azioni nascano da qualità a noi ignote che non pos­
sono essere scoperte o rese manifeste. Tali qualità occulte
ostacolano il progresso della filosofia naturale e perciò
sono state respinte negli ultimi tempi. Sostenere che le
singole specie delle cose sono dotate di specifiche qua·
lità occulte per il cui mezzo esse agiscono c producono
determinati effetti equivale a non dir nulla. Ma derivare
dai fenomeni della natura due o tre prindpi generali del
moto e poi spiegare come le proprietà e le azioni di
tutte le · cose corporee procedano da questi prindpi pa­
lesi costituirebbe un grandissimo progresso in filosofia,
anche se le cause di questi princlpi non fossero ancora
conosciute 9.

La gravità, avrebbe ripetuto Keill nella sua


Introductio ad veram Physicam, non designa la causa
dei fenomeni che essa indica, ma il fatto stesso e le

9 Si tratta della trentunesima Query per il cui testo si


rimanda agli Opera quae exstanl omnia, voli. 5, ed. S. Horsley,
London 1779·85.

13
leggi che ne regolano la vanaz10ne quantitativa:
ugualmente si dicono prindpi l'inerzia e la . coesione
dei corpi, che hanno il carattere manifesto delle qua­
lità sensibili.
Questa limitazione dell'indagine empirica sem­
brava a Hume il merito maggiore del-pensiero newto­
niano. Anche Boyle era stato ligio>agli esperimenti e
i discorsi di Paracelso l'avevano indotto a dire degli
alchimisti che somigliavano ai marinai della flotta
tarsense d� Salomone. Come questi recavano dai
viaggi oro e argento, ma anche scimmie e pavoni,
cosl i filosofi ermetici della natura si portavano dietro
osservazioni degne di fede e dottrine assolutamente
fantastiche 10• Il « chimico scettico >> aveva attaccato
le forme sostanziali e le concezioni degli spagiristi
sulla costituzione della materia, ma poi s'era arreso
alla teoria corpuscolare intravista nei testi di Gas­
sendi c di Cartesio e ne aveva fatto una filosofia
universale. Diversamente da lui, Newton, il genio
»
« più grande e vero delle isole britanniche, si limi­
tava, a proposito dell'attrazione, a concepirla come
una forza per mezzo della quale i corpi tendono l'uno
verso l'altro. Come precisava nel terzo libro del­
I'Opticks, «l'analisi consiste nel fare esperimenti e
osservazioni e nel derivarne delle conclusioni generali,
respingendo le obiezioni che non siano tratte da
esperimenti e da altre verità certe. La filosofia speri­
mentale non deve infatti tener conto delle ipotesi.
E sebbene l'indurre dei prindpi dagli esperimenti e
dalle osservazioni non valga a dimostrarli, nondimeno
esso è il modo migliore di ragionare permesso dalla
natura e si può considerare tanto più saldo quanto più
l'induzione è generale » 11•
Questa regola della semplicità e della gcne.ralità,

to Il rilievo appare in The Scepticol Chymist, che è com­

preso ·nei Works of the Honoroble Robert Boyle, ed. Th.


Birch, London 1772, I, p. 584.
Il Opticks, Q. XXXI.

14
la prima dei Principia, guidava il progetto sistema­
tico di Hume nella « nuova scena del �ensiero >) che
gli si era aperta sui diciotto anni di età 1 Nel secondo

libro del Treatise, egli avvertiva come molti siano


gli effetti in natura e pochi i prindpi da cui sorgono
e come a maggior ragione ciò deve dirsi per la mente
umana, la quale è incapace di contenere il « mo­
struoso >) cumulo di prindpi che occorrerebbe per
eccitare le passioni dell'orgoglio e dell'umiltà, se
ogni causa delle passioni procedesse da una distinta
serie degli stessi u. Cosl l'Abstract del capolavoro,
uscito anonimo nel 1740, ripeteva che « se nell'esa­
me dei var� fenomeni, noi constatiamo che si risol­
vono in un solo principio e che questo principio
possiamo ricondurlo a un altro, arriveremo infine a
quei pochi prindpi semplici da cui dipende tutto il
resto » 14• Ma il metodo ipotetico-deduttivo si sotto­
metteva a un'istanza umanistica. I fùosofi naturali
conseguono infatti il loro intento solo in cose remote
(remote) come i corpi celesti o sottili (minute) come
la luée 15• Prima dell'astronomia e dell'ottica, che
non hanno verità per sé, venivano le indagini con­
dotte dai moralisti .sulla natura umana, ma corrette
e organizzate in sistemi, senza le reticenze ancora

12 La lettera, che Mossner vuole indirizzata· al dott. AI­


buthnot anziché al Cheyne, è del marzo o aprile 1734: Letters
ci t., l, . pp. 12-8.
13 Treatise cit., Il, l, 3.

14 Ci si riferisce all'edizione di Cambridge del 1938 che


reca il titolo An Abstract of Treatise of Human Nature,
1740: A Pamphlet hitherto unknown by David Hume, con
una introduzione di J, M. Keynes e P. SraJia in cui si espon­
gono le ragioni dell'attribuzione allo scozzese.
IS Per questa nota manoscritta di Hume rimandiamo a
MossNER, Hume's Early Memoranda, 1729-1740 - The Com­
plete Text, in << Journal of the History of ldcas )), IX, 1948,
pp. 492-518. Lo studioso americano raccoglie le note in tre
sezioni, rispettivamente dedicate alla filosofia naturale, alla
:filosofia e ad argomenti generali: la seconda, in contrasto con
il Burton, viene collocata tra il 1730 e il 1734, prima del
viaggio in Francia.

15
presenti m un . maestro come Locke. Poco im­
portava. che, nell'analisi della- conoscenza, ne fosse
toccato l'assioma causale e si dovesse distinguere tra
le percezioni in un_ modo diverso dai razionalisti. Né
c'era allora bisogno di ricorrere, come nel caso di
Newton, a un « Essere incorporeo, vivente e onni­
potente, che, nello spazio infinito come nel proprio
sensorio, vede le cose nella loro intimità e le perce-
pisce e le comprende interamente» 16•
·

L'umanista aveva di mira una nuova scienza a


cui tutte le altre devono riferirsi. Nel. suo progetto
ritroviamo gli scrittori greci e latini che figurano
nei Memoranda stesi prima del viaggio in Francia,
ci sono gli analisti moderni con H loro materiale da
ordinare, c'è la metodica newtoniana e c'è il feno­
menismo di Berkeley. Esso si disponeva sullo sfondo
della cultura scozzese, penetrata da un ideale di clas­
sicità che cercava di saldarsi con uno sperimentalisrrio
coraggioso, dove le dispute religiose tra conserva­
tori e moderati .non erano sopite. Ma la « nuova
scena del pensiero» non distingueva. ancora le diffi­
coltà che il Treatise avrebbe accertato una a una,
mettendo di fronte le varie ispirazioni. Queste fonti
sono più numerose di quelle che Hume lascia intra­
vedere c se ne dirà più avanti. A Baylc, il cui nome
ricorre sedici volte nelle note manoscritte, conviene
però accennare subito. Una prima traduzione del suo
Dictiomzaire historique et critique era uscita in In­
ghilterra nel 1710; altre dovevano seguirlà, affian­
candosi alle versionLdél Commentaire philosopbique
e delle Pensées diverses; un protèstante rifugiatosi
a Londra, il Desmaizeaux, ne aveva poi curato una
biografia e s'era fatto editore delle sue opere. Ora
Bayle. gli consentiva' di addentrarsi nelle pieghe della
controversia pirroniana. Lo introduceva a una vicenda
ambigua come nessun'altra, i cui protagonisti, difen­
sori delb tradizione e innovatori, erano associati agli
16 Opticks cit,, Q. XXVII.

16
atei e ai liberti"ni. Con essa lo scetttctsmo classico
era penetrato nel pensiero del tard � inascimento,
aveva toccato gli epigoni di Montai_ • : ...., um:misti
cortigiani come Le Vayer e Naudé. . ·ancava

.,
chi, come il vescovo Pierre-Daniel .Huet, - • ivava
l'indizio più sicuro di una rinascita della - ed
anche una lettura di Bayle in chiave .illumi
ha avvertito Popkin, 'va intrapresa con pru
Per lui il dubbio degli scettici investiva la religio ,
solo quando si pretende assoluta. Le dispute con
Jurieu c con Jaquelot mostravano come altrimenti
si potesse difenderne il valore insostituibile per
l'uomo:

Quando st rtesce a capire con esattezza tutti i modi


dell'epoché esposti da Sesto Empirico, ci si accorge che
questa logica rappresenta lo sforzo più sottile compiuto
dallo spirito umano e che qUesto acume non può tuttavia
recare alcuna soddisfazione. Essa finisce per confondere
se stessa, perché, se fosse solidamente fondata, prove­
rebbe almeno con certezza la necessità del dubbio; e
allora ci sarebbe una· certezza, disporremmo di una re­
gola di ·vita e si distruggerebbe il sistema. Bisogn:t dun­
que dubitare se bisogna dubitare. Quale disordine e
malessere per lo spirito! Questa sciagurata situazione è
quanto mai adatta a convincerci che la nostra ragione;
se si spiega in . tutta la sua sottigliezza, finisce per
sviarci c farci precipitare in un simile ·abisso. Ne do­
vrebbe naturalmente seguire la rinuncia a ,qucst:t guida
c· b preghiera rivolta al Creatore di tutte le· cose per

attenerne una di migliore. Conoscere i difetti della


ragione è già una felice disposizione della fede cd è
per questo che Pasca! e altri hanno notato che, se si
vuole convertire i libertini, occorre mortificare la ra­
gione e insegnare loro a diffidarne 11.

L'apologetica bayliana non portava a un esito


mistico e ci sono anzi dei luoghi, come quelli che

17 Qui- citiamo dalle note all'articolo su Pirrone nel


Dictionnaire historique et critique, cd. M. Bohm, Rotterdam
1720, IV, pp. 2306 sgg.
17
riguardano l'ordine del mondo e del suo creatore, in
cui il distacco dai deisti sembra meno marcato. Ma
quale Bayle, il c�ntroversista o l'erudito, riusciva
più stimolante per Hume? La critica dell'argomento
teleologico e dell':malogia, le analisi dell'idea di
spazio, la questione della ragionevolezza degli animali
e dell'immaterialità dell'anima: volta a volta vi ritro­
veremo l'incidenza dei testi bayliani. Niente invece
che rammenti l'inquietudine religiosa del calvinista,
il quale, nelle sue polemiche con i ·teologi razionalisti,
univa per avere contro di sé gli esponenti di tutte
le sette. Hume le volgeva ai fmi di una scienza sciolta
dalla superstizione, di una scienza che non s'accon­
tentava di occupare un « castello o un villaggio alla
frontiera » e puntava dritto alla capitale. Soprattutto
lo convincev:mo l'attacco alla tradizione scolastica e
il ricorso alla storla, al dialogo tra gli antichi e i
moderni, alle invenzioni e alle conquiste degli uomini.
Ne venivano colpite le filosofie, come la cartesiana,
che credevano di derivare ogni conoscenza da prin­
clpi innati e si suggeriva una nuova metodica. Que­
sta scavava nelle aporie della ragioqe, ne differen­
ziava gli usi e i compiti, e poco contava che ne
fossero coinvolti, per i dubbi lasciati nei contendenti,
un Arnauld e un Nicole, che lo stesso Malebranche
apparisse un ateo al gesuita Hardouin, che si molti­
plicassero le accuse e le difese. La crise pyrrhonienne
portava insomma le idee a misurarsi su un terreno
diverso da quello delle istituzioni, le tirava fuori
dagli schemi e le metteva a confronto, le cimentava
in una dimensione più concreta. Si capisce allora
come la lettura del Dictionnaire di Bayle dovesse
essere eccitante per il giovane David e riparasse alle
lacune della sua informazione. Più immediatamente
essa lo portava lontano dalle pratiche della legge e
del commercio, in modo da « conservare intatta la
libertà e considerare trascurabile ogni cosa che non

18
fosse l'applicazione del proprio ingegno alle let­
tere » 18•
La Francia, un paese paragonabile alla Grecia
antica per la varietà e la ricchezza dei talenti, era
adattissima a questo fine. Il cavaliere Ramsay, sco­
laro cosmopolita di Fénelon e autore dei Voyages de
Cyrus, era pronto a introdurlo presso i filosofi pari­
gini anche se non gli sembrava che lo scozzese avesse
un «genio capace di tutta la geometrica attenzione,
penetrazione e attenzione necessarie a fare un meta­
fisico autentico » 1 • È probabile che il·giudizio rispec­
9

chiasse i tratti «fanatici » di un impegno sistematico,


ormai prossimo a tradursi nei tre libri del Treatise.
Per parte sua, il cavaliere aveva già smascherato gli
errori dei pirroniani. Che le verità . ideali non esclu­
dano l'errore e le conoscenze in materia di fatto non
siano dimostrabili, egli era disposto ad ammettere:
non per questo noi siamo liberi di dubitare e di
respingere, a meno di cadere in un delirio filosofico,
ciò che ci si impone con un certo grado di evidenza.
Questi temi si collegavano ad altri già noti a Hume,
alle obiezioni di Baxter agli argomenti scettici di
Berkeley e all'Examen del pirronismo antico e moderno
istruito dal Crousaz. Poi, nella quiete del collegio di
La Flèche, egli aveva modo di avvicinare diretta­
mente i testi di Descartes e Malebranche, gli Elé­
ments de géométrie del Malezieu, tra le opere scien­
tifiche, c di saldarne gli argomenti a un pensiero nato
da un'esigenza radicale.
« lo ero senza speranza - aveva scritto nel
1 734 - di esprimere le mie opinioni con tale ele­
ganza e correttezza da attirare su me l'attenzione del
mondo, c vorrei vivere e morire nell'oscurità piut-
18
L'autobiografia humiana figura nel vol. II dci Phi­
losopbical Works cit., pp. 1-8.
19
La lettera del Ramsay è del 24 agosto 1742 ed è
conservata nell'Università di Edimburgo, Laing Mss., II, 301 .

19
20
tost� che esporle mutile e imperfette » • Di ritorno
nelle sue isole, egli si portava dietro un lavoro pres­
soché· concluso. L'ambizione dell'umanista sistema­
tico era soddisfatta, ma già solcata da un'inquietu­
dine che retroagiva sulle premesse. Il suo Treatise
non aveva partorito un « mostro bizzarro e strano,
incapace di unirsi agli altri in società, espulso da
ogni commercio2 umano e completamente abbandonato
>> 1•
a se stesso?

Il. CONOS CENZA CERTA E CONOS CENZA PROBABILE

. Il primo libro del Treatise usciva a Londra nel


1 739 dalla stamperia di John Noon. Gli studiosi
l'avrebbèro ignorato e ·solo nel novembre la « History
of the Works of. the Learned » pubblicava una recen­
sione, probabilmente del vescovo, Warburton, assai
negativa. Hume l'aveva previsto: « Coloro che sono
abituati a riflettere su questi astratti argomenti, sono
solitamente pieni di pregiudizi; e coloro . che non ne
hanno, non sono versati nei ragionamenti meta.fisici.
I miei princlpi si differenziano a tal segno dai comuni
sentimenti in · questa materia che, se dovessero alier­
inarsi, produrrebbero una rivoluzione quasi totale
nella filosofia e voi sapete che simili rivoluzioni non
si realizzano facilmente » 1• Tuttavia� come doveva
ricordare nell'Abstract, « i tentativi sono sempre bene­
fici netla repubblica delle lettere, se scuotono il
yoke of authority e abituano gli uomini a pensare
con la propria testa, se offrono nuovi spunti 2
che
possono essere sviluppati da uomini geniali » •
Dove bisogna cercare la novità? Nel �getto
sistematico di una scienza dell'uomo, nella cri'tièii
·-·�-l.�l"!L.- -

20 Letters cit., l, p. 17.


21 Treatise cit., l, IV, 7.
l I.etters cit., l, p. 26.
2 Abstract cit.

20
dell'assioma causale, nelle lezioni scettiche sul mondo
èSternoesull·ioe'fmtà person31è:r'"Slilliì' ...radiCa1ita'dei
primonòllcr's'ònctd.libb'ie-nemmeno sull'attacco ai
« trombettieri, tamburini e musicanti » che avevano

dato fiato alle dispute metafisiche. Dallo' studio della


natura umana dipendono anche la matematica ! e la
fisica e ci si può domandare quali progressi in tali .
campi, come in quello della religione naturale, sareb­
bero possibili se conoscessimo la portata dell'intelli­
genza. Per questo diventava preminente la logica che
spiega le regole e le operazioni del ragionamento, ma
anche la morale e l'estetica che riguardano il gusto
c il sentimento e la politica che considera gli uomini in

società, contribuivano al perfezionamento dello spirito.

e
La scienza dell'uomo, precisava Hume, si attiene alla
osservazione -nlloes-'erièilzae··n-onaevè'""S'iii"ire"cl:ie
net'StiOCii 50'1'àP'PH�iiziOn'itCièf"illétòdo5P'et:f;ne·niale·
�2f �fe?rv��6-··�#!9�1r;i�[�: ·���ft?If�1�}�c�?�
g

(i'""seb6Cri"t"occorra"'}'en"dé"re "i'; principi unive�sali pe;


quanto si può, elevando i nostri esperimenti al mas­
simo grado di generalità e spiegando gli effetti con
poche e semplicissime cause, è tuttavia indubitabile
che non possiamo andare oltre l'esperienza, sicché,
qualunque ipotesi pretendesse di scoprire le ultime
e originarie qualità della natura umana, la dobbiamo
scnz'altro condannare come presuntuosa e chime­
rica)) 3• {-,"�\�ci\�·.,, Jt\ m.!�l."'-� .ar;t'.., �' ,.�.:ft.
Que�to �R�o J�n.2t:n eE.<?}2(;!§rè già avvertibile
_ , .
e
!'origine, della composizione dell'astrazione delle
nelle pnme pagtne del Treattse, òove si tratta del­

tdee. Qui ci si imbatte. nella differenza che interviene,


nelle percezioni dello spirito umano, tra le impres­
sioni e le idee. Con il termine impressione, chiariva
Hume, non si vuole tanto esprimere il modo con
cui le percezioni forti si producono nell'anima, q�an­
to le percezioni stesse, restituendo cosl la parola

3 Treatise cit., Introd.

21
idea al significato dal quale Locke l'aveva allontanata.
Le idee e le impressioni si corrispondono sempre,
sicché le prime sembrano il riflesso delle seconde e
una percezione può mostrarsi o come impressione o
come idea. Ma quando se ne sia proposta la divisione
in semplici e complesse, troviamo che molte idee
complesse non ebbero mai impressioni corrispondenti
e che . molte impressioni complesse non sono mai
riprodotte con esattezza dalle idee. Riusciamo a
immaginare una città come Nuova Gerusalemme con
il selciato d'oro e le mura di rubini, anche se non ne
abbiamo mai visto una di simile, e non siamo invece
in grado, pur avendola visitata, di farci un'idea pre­
cis;"\ di Parigi. Se tuttavia passiamo a considerare le
percezioni. semplici, noteremo che « tutte le idee
semplici, nella loro prima presentazione [appearance] ,
derivano dalle impressioni semplici corrispondenti e
le rappresentano esattamente » 4• C'è al riguardo un
fenomeno in contrario. Ognuno ammetterà, infatti,
.che le varie idee dei colori sono diverse tra loro e
che lo stesso deve dirsi per le sfumature del. mede­
simo colore; s'immagini allora un uomo che conosce
perfettamente tutte le specie di colore, tranne una
particolare sfumatura di blu che non ha mai visto,
e gli si presentino le sfumature di quel colore, eccet­
tuata quella che ignora; egli percepirà un vuoto dove
manca quella sfumatura e ne avrà un'idea. senza la
sensazione corrispondente. Questo caso non smen­
tiva tuttavia la massima generale e Hume passava
a distinguere tra le impressioni di sensazione e di
riflessione: le priine nascono originariamente nell'ani­
ma da cause ignote, le seconde derivano dalle idee
di sensazione quando tornano ad agire sulla mente.
Poiché l'esame delle sensazioni spetta all'anatomia
e le impressioni di riflessione, ossia le passioni,
procedono dalle idee, converrà allora invertire il me-

4 Treatise 'cit., I, I, l.

22
todo apparentemente più naturale e cominciare dal­
I'esame delle ultime.
La coerenza dell'empirista non viene meno in
queste sezioni iniziali. Non possiamo decidere se le
impressioni dei sensi provengano dagli oggetti o
siano prodotti dallo spirito o ci derivino dall'autore
del nostro essere. Tanto varrebbe abbandonarci a una
direzione « immaginaria » del cervello. Nemmeno
si dovrà separare l'atto dal contenuto della perce­
zione, anche se poi la ricerca si trova a distinguere
tra un oggetto e il. modo in cui si presenta alla
mente: ché proprio nel modo, nel suo diverso grado
di force e liveliness, le impressioni differiscono dalle
idee. Il fatto che le idee derivino dalle percezioni
forti e ne stano le tmmagìruillangwàrte non tndìCà'
·soltanto una prtont'?t'teil'lpo'Càle"'delleseconde: c'è' •

una normattvttà àell'iiilp'réSslone-"éne- Coil'Sistè�ii"élla


§llirtà'"Tsf
il fii'tivae-pràtiéà déi séntlrè.-QueStàwéra:··l;,
...... ....

« scoperta »Cinlurtiee·noif"eclìee·g1i"lapaorOriègPi
·còil1ple!a·meilte:--·rrrèti!a'-�·aane·oistTnzioilr iiltelièHu�
)I5He:ne�dr·--�c;rrgineloé'kTana.-·cnè-�:lggiunge;'�'aél
èSe'mpro";''aU:t'Clèterminai:ezza "èlèll'impressione la divi­
sione in semplice e complessa? Non sembra che la
sua realtà possa dividersi e spezzettarsi, trattandosi
di un'energia che va presa nella sua unità inconfon­
dibile. C'è poi un'altra obiezione: la dilferenza tra
l'impressione ·di sensazione e l'impressione di rifles­
sione non ripropone al limite un dualismo tra gli
oggetti esterni e le passioni del soggetto, contrario
all'assunto fenomenologico dello scozzese per cui ci
si dovrebbe attenere al dato delle percezioni?
Sono difficoltà che la semplicità dell'esposizione
non riesce a mascherare. La novità del feeling inari­
disce negli schemi di una psicologia atomistica e le
due lezioni, quelle di Newton e di Hutcheson, ven­
gono a conflitto. Le analisi dei moralisti si urtano
con i precetti dell'Opticks e con le suddivisioni lo­
·Ckiane, si rivelano più originarie dell'assunto siste­
:matico. Le sezioni dedicate agli elementi dell'espe-
23
rienza sarebbero allora da riportare,. come ha sugge­
rito Kemp Smith, alla dottrina della credenza e allo
studio delle passioni. Non a caso la struttura del
belief si modella su quella della simpatia, per cui si
ha la conversione di un'idea in un'impressione . a.
misura che il sentimento immediato del nostro io
espande la sua vivacità alle idee degli oggetti e :vi
effonde la propri:'! forza. « È evidente - precisava
Hume - che l'idea, o piuttosto l'impressione, di
noi stessi ci è sempre intimamente presente e che
abbiamo della nostra persona una coscienza tanto
·viva da non immaginarne una superiore su questo
punto. Ogni oggetto in rapporto con noi va quindi
perisato con una simile vivacità di concezione; e seb­
bene questa relazione non sia cosl forte come quella
di causalità, il suo influsso deve essere tuttavia note�
vole» 5• Nessuna qualità è insomma più rilevante in
se stessa e nei suoi risultati di questa inclinazione a
simpatizzare con gli altri e a ricercarne, comunicando
con loro, le tendenze e· gli affetti, benché diversi e
oppost_i ai nostri. · ·
La scoperta del sentimento si urtava con l'esi­
gcnzadìi:ii'isnlfere-llssoltitoCiiiipnméV.1'a14'Treàiiiè
unanaarrienfò-iiporcUèCCL'1i""dlsiinzìòne·· élelle-' irìipi:es�
"Sièini'iii'"semplid�ééomplesse si limita, come s'è visto.
al loro contenuto teorico. Se ora si estende la que­
stione alle idee, le domande si moltiplicano. Le idee
complesse sono tali perché riflettono le corrispon­
denti impressioni o per una funzione ·sintetica della.
immaginazione che ne è la facoltà specifica? La com­
plessità è un fatto del sentire o del pensare? E se·
esprime una sintesi, come va d'accordo con una con­
cezione atomistica deila mente? :r:.��mmaginazione non
è tenuta, ·come la memoria, ailo stesso ordine c alla.
stessa forma delle impressioni originarie, è libera di
trasporre c c::tmbiare le sue idee. Anch'ess::t ammette
però un principio d'ordine. Questo consiste in una

s Treatisc cit., II, I, 11.

2-l
specie di gentle forE!J con cui la natura sembra
indicare· a-clascuro le idee semplici adatte a essere
riunite in idee complesse. Le proprietà che dànno
origine a una tale associazione sono la somiglianza,
la contiguità nel tempo e nello spazio e la causa e
l'effetto, e l'ultima è di gran· lunga la più estensiva
nel senso che due oggetti ne sono uniti non solo
quando uno di essi produce un movimento o una
azione nell'altro, ma anche quando ha il potere di
produrli. C'è dunque un'attrazione che ha nel mondo
mentale, non meno che in quello fisico, un'impor­
tanza straordinaria; e se le sue cause ci restano scono­
sciute e conviene assumerle come princìpi originari,
i suoi effetti sono evidenti dovurique 6•
Questi meccanismi associativi richiamano la lezio­
ne newtoniana. Essi sarebbero intervenuti anche nella
considerazione delle passioni, non tanto o non solo
per spiegarne la ·complessità con pochi c semplici
princlpi, ma per liberarlc dalle ipotesi metafisiche di
Descartes e di Malebranche. L'orgoglio di una per·
sona per la propria prestanza deriverebbe cosl dal­
l 'impressione piacevole, prodotta · dall'idea della bel­
lezza associata all'impressione piacevole dell'orgoglio,
la quale si lega all'idea dell'io che è a sua volta in
relazione con l'idea della bellezz:t. Però nessun filo­
sofo, a giudizio di Hume, aveva mai tentato di
enumerare e classificare tutti i prindpi dell'associa­
zione 7• Ciò non toglie che l'argomento fosse dibat­
tuto da un pezzo. Hartley ne aveva abbozzato una
teoria nella prefazione alle Conjectttrae quaedam de
se1tstt, motu et idearum generatione e le aveva
dato un supporto fisiologico, seguito in questo da
Priestley; anche i filosofi empiristi, a cominciare da
Hobbes, si erano soffermati sui vari modi in cui le
idee si connettono tra .loro,. involontari o. ,guidati

6 Trealise cit., l, l, 4.
7 Enquiry concerniug Human Underslaudin J!.,/ ed. L'. A)
Sclby-Biggc, Oxford 19022, IV, 1.

25
da un'intenzione; e ancora sarebbero da ricordare·
Hutcheson, Gay, lo stesso Malebranche che indicava
nello spirito l'esclave dell'immaginazione 8• Quali che­
siano gli antecedenti, il problema restava quello di
determinare la natura della sintesi immaginativa. Se·
questa sintesi, sebbene più languida che non sia la
memoria, riflette una spontaneità della mente, le­
analogie con il mondo fisico no� diventano fuorvianti?
E se poi se ne vuole garantire l'autonomia, perché
dovrebbe limitarsi alla rappresentazione di ciò che
si dà nell'impressione? La scienza non si pone forse
oltre l'immediatezza percettiva?
Queste difficoltà si precisano nell'analisi delle
idee complesse di relazioni, modi e sostanze. A rigore
dovrebbero dirsi tutte relazioni, ma Hume preferiva
conservare la classificazione Jockiana. Cosl la r.ela;!:_ipne­
va intesa nel senso della proprietà ·per cui due idee
si connettono nell'immaginazione in modo che l'una
introduce naturalmente l'altra o in quello per cui,.
anche nel caso che l'unione di due idee sia arbitraria,
crediamo opportuno di confrontarle. Delle. ..rclazionf
si può ancora dire che ci sono quelle naturali; come
la somiglianza, la contiguità spazio-tempornle e ]a
causa ed effetto, che possono assumere un carattere
volontario, e quelle che sono soltanto filosofiche,.
come l'identità, la quantità o numero, il grado quali­
tativo, la contrarietà, ]e quali costituiscono il pen-

8 Per le Conject11rae si veda l'edizione a cura di R. E. A.


Palmer e M. Kullich, Los Angeles 1959; il Leviathan, qui
ripreso nei capp. II-III delln prima parte, figura nel terzo
dei 5 volumi degli Opera philosophica, ed. W. Molesworth,
London 183945, mentre per il Locke e il Berkeley si ri­
manda rispettivamente all'Essay concerning Hmnan Under­
standing (ed. A. C. Fraser, Oxford 1894, II, XXXI II, 1-18)
e al Treatise concerning the Principles of H11man Knotvledge
(ed. A. C. Fraser, Oxford 19012, I, 30); la Dissertation con­
ce;ning the ·Fu_ndamental Principle of Virtue or Morality del
Gay rompare'- nei British Moralists cit., pp. 267-85; per la
Récherche_ de lJ''vérité, di cui alle Oeuvres complètes curate
da G. Rodis-Lc�vis (Paris 1962), si veda I, 1-3.

26
siero riflesso. Si prenda ora la somiglianza. Ci si po­
trebbe chiedere,-con il Dal Pra, se nel suo caso valga
il nesso che si stabilisce tra due contenuti obiettiva­
mente intesi, quale si dà tra un ritratto e la persona
a cui si riferisce, oppure se essa sia il risultato del
passaggio naturale dell'immaginazione. Alla radice
della somiglianza sta un elemento teorico, la perce­
zione di un rapporto, o la tensione pratico-istintiva
che s'è ammessa caratteristica dell'impressione? Que­
sto rilievo dato alle relazioni s'estendeva alle sostanze
c ai modi. L'idea che abbiamo delle prime è quella

di una ·collezione di idee semplici tenute insieme


dall'immaginazione. Quando escludiamo che le qua­
lità particolari siano riferibili a un quid sconosciuto,
pensiamo infatti che esse siano unite dalla relazione
di contiguità e di causalità: ne consegue che ogni
nuova qualità semplice che abbia la stessa connes­
sione con le altre viene subito compresa insieme a
loro, seppure non entrava nella prima concezione di
quella sostanza. Diversamente va per i modi, poiché
le idee semplici di cui sono formati « rappresentano
qualità che, disperdendosi in diversi oggetti, non
sono unite da contiguità e causalità », oppure, se
vanno insieme, il principio che le unisce non è consi­
derato il fondamento dell'idea complessa 9•
Questa critica dell'ontologia classica procedeva
dall'analisi dei meccanismi istintivi che consolidano
o alterano la funzione immaginativa. Essa si prolun­
gava nella questione, tanto controversa, delle idee
astratte. Che le idee generali siano in _realtà delle
idee particolari, congmnte a una' certaparolà-Che ne
cstenèleil�ignifit"ii.i:cn:....rìeriéhiarri'a"all'ocèo"rrenZa'·altre
.
ìi1diviauaJ1srmltt·à-Iorouesta�·é-rasiatà1a��sco'c'ifa
pC'i3�·r:�(èlcy:-xn;ffi·��;c;··'è�è dc�c,m-o
I'fèi�3-7st't3i't"à-
... ..

rapp"resenù 'gli uomini di ogni grandezza e qualità,


il problema è se le rappresenti tutte insieme o non
ne rappresenti qualcuna in particolare. Assurda la
9 Treatise cit., l, I, 6.

27
prima, Hume respingeva la . seconda soluzione. Non
sarebbe infatti possibile formarsi una idea . di
quantità o dl qualità senza averne una precisa del
loro grado, e inoltre, se è vero che la capacità' della
mente non è sconfinata, riusciamo tuttavia a farci
una nozione di tutti i possibili gradi di qualità e
quantità che servono agli scopi della riflessione e
della conversazione. Il primo argomento, addotto
contro Locke e gli scolastici, insisteva sul fatto che
gli oggetti differenti sono sempre distinguibili e, se
distinguibili, separabili dal pensiero e dall'immagi-.
nazione. Per sapere se l'astrazione implica una
separazione, si consideri se le circostanze, da cui
:tstraiamo nelle nostre idee generali, si possano distin­
guere da quelle ritenute essenziali; ebbene, si noterà
a « prima vista » che In precisa lunghezza di una
linea non è diversa dalla linea stessa, cosl come il
grado di una qualsiasi qualità non differisce dalla
qualità medesima; e dunque l'idea generale di una
linea possiede, nonostante le nostre « astrazioni . e
raffinatezze », un preciso grado quantitativo e quali�
tativo, se anche ne rappresenta altre con diversi gradi.
Il secondo argomento ci rammenta come, avendo
ogni impressione una data quantità e qualità, ·lo
stesso debba valere per l'idea che ne costituisce la
copia o rappresentazione. Se è assurdo un triangolo
che non abbia una data proporzione di lati c di angoli

tato è eh�< l'immagine nella mente è sempre quella


nella realtà, tanto più lo sarebbe nell'idea. Il risul­

4Lun . os_s�P.!\t�l{§.J§g;::�!.!.sli�·· se:_:�'f�f���:m� ùn


-
uso ne� nostr.t. ragtomnnentt ..COJ1.1e fosse umversale . '>'>'10:'
··�t:t-Clòt'iiffia- hùmia:na · dell'{itiiversalc·-;;···c::IHè"a' di
inflessioni pratiche e strumentali. Precisiamola un
poco. Troviamo una somiglianza, notava lo scozzese,
tra i vari oggetti che ci capitano davanti e diamo
a loro lo stesso nome, quali ne siano le differenze
nei gradi ·della quantità e della qualità; Se ora, con-

IO Treatise cit., I, I, 7.

28
tratta quest'abitudine� udiamo un tale. nome, esso
·

evoca in noi l'idea di uno di quegli oggetti e spinge


l'immaginazione · a concepirla nelle sue particolari
circo.stanze e. proporzioni. Ma la stessa parola, poiché
è stata adoperata per individui diversi .dall'idea che
ci è presente nella mente , si limita a far rivivere
l'abitudine che abbiamo assunto nell'esaminarli ,. così
da considerare l'uno o l'altro di essi col mutare delle
esigenze: la parola, insomma, sveglia un'idea indivi-.
duale e una certa abitudine, che produce ogni altra
idea a seconda delle circostanze. Uno dei fenomeni
più straordinari, conveniva Hume,: questo delle idee
astratte. Esse divengono ·tali quando si unisCO'ilOa
termTni ·generali, a un termine che per un'associa­
zione abituale si trova ·in rapporto con · altre idee
particolari e subito le richiama all'immaginazio"ne:
sono generali per ciò che rappresentano, ma parti­
colari erìòrOii'à"fiirà:"' - -··-�-:--·�··-···�·�......
·--Pè '"'O'Cke'" -c:tfètkeley l'universalità consisteva,
Tt
differenze a pat�neUarelifzio'ne�vd:ic'"•il'"·pensie'fo
i�.tituisce tra i particolari. . Essa no'iì"Puo-àppar'tcneré
alfe'-[dèépcr-·se·-stesse��·è'"berisl'�'il"'Hsulfato "di '"i.iiia
àstra:Zìonc éli1ipoìilt'élléTI'li'a1èn:-·ra-doi'tì-ìnanmnfiina
ernmvece n1uaaerenfènllin:i1:it'Fièe:Pslcòlòoica'"e-l:i
·

·;ii:i""aHéiiZiò'iieiìst'rai:'tiViiinorava·ne iii ·vorp-e;··snrebbe


diventata con Harriilton c Mill il cardine di una teoria
empiristica dei concetti. L'idea è un simbolo che
evoca i particolari che gli sono associati per una
necessità organica, né il nome ha altra funzione che
quella di suscitare con l'idea particolare a cui è con­
giunto ogni altra idea individuale che sia richiesta
dall'occasione. Tutta la trattazione dell'universale
�inclina cosl ver � u �:f.§ill§lli)n_i):J?}.1�?lo �!s�: :�
!!2!.U!.J?UO a��t!?.�v·�PI.I)}One !c.S9.':l.égy��.d�a M�����& _
e Metz traglt altri, che fa d'elfo scozzese Il Begrmi'Jer
�el n�!!l.@"'�T�I[��1nè:-·pjintòSw'"'il ....i>ròDrèrriu-'F

Il LocKE, Essay cit., III, III, 11-4; BERKELEY, Principles

of Httman Knowlrdge cit., Introd., 1 1-2.

29
un altro, se sia rispettato il principio che, essendo le
idee copie delle impressioni, queste siano d�l tutto
determinate e inconfondibili. La funzione rappre­
sentativa che ci porta a usare le idee oltre la loro
natura (heyond their nature) suppone pur sempre
l 'immagine di un oggetto particolare e allora ci si
potrebbe chiedere se la somiglianza, indicata da · un
nome, che abbiamo trovato tra i diversi oggetti,
soddisfi tali condizioni. Cosl, per fare degli esempi,
quando Hume ci dice che la mente non possiede
un'idea adeguata del numero mille, m::t può soltanto
produrre l'idea dei decimali necessari a formare · que­
sto numero, aggiungendo che l'imperfezione non è
avvertibile nei nostri ragionamenti · e che si tratta di
un . caso analogo a quello delle idee generali, non si
dà per scontato ciò che occorre spiegare? L'idea dei
decimali è davvero un'immagine adeguata? E ancora,
se le impressioni e le immagini corrispondenti sono
gli unici materiali della conoscenza e la loro parti­
colarità viene richiesta dall'astrazione, si conferme­
rebbe la funzione meramente rappresentativa della
facoltà immaginativa. Ebbene, la somiglianza che si
introduce nelle cose per altri aspetti dissimili, per la
form::t o per il colore, non restituisce un valore e
un'autonomia alle idee astratte? E perché, doman­
dava Russell, il criterio della particobrità dovrebbe
valere per gli oggetti e non per il nome?
Ci si imbntte di nuovo nel contrasto, caratteri-
��co dej l�.!lloso&.!l . pE.IEi!!!1.� . -�E�J.'"?.�-�r�I.1Z:-t :�W�P,�-
!.1_e!lza i
. e es1g_enza d1 una conoscenza generale. Quan­
do s'a!Ierma ·cfieba'S�porreolie�-quiìntiHI. uguali
davanti a uno perché i contenuti originari::tmente
discontinui suggeriscano (suggest) b loro uguaglianza,
nel senso che con essi l:iiJ1.magi_IJl!Zione si mette in
moto e li connette secondo l 'impulso associativo di
somiglianza, bisognerà domandarci come e in quale
misura i nessi ideali che figurano nella sua sintesi
non ripetono i nessi sensibili. Se poi l'immaginazione,
ossia lo stesso principio produttivo delle idee, si

30
riduce a un istinto, ·i problemi si moltiplicano e la
compattezza delle sezioni inizi�li del ' Treatise si
sgretola. Riprendiamo l'analisi della sostanza, del
meccanismo per cui la mente scambia per qualcosa
di semplice e di identico una collezione di idee
tenute insieme dall'immaginazione. Quello che per
Locke era un'esigenza della ragio!le diventava, come
si vedrà più avanti, il prodotto di un impulso che
coinvolge la mente in una serie di finzioni. È. evidente,
avvertiva Hume, che quando le idee delle diverse,
distinte e successive· qualità degli oggetti sono unite
da uno strettissimo rapporto, la mente viene portata
da un punto all'altro con un facile passaggio e non
s'accorge del cambiamento. Ora questo passaggio,
che è l'effetto o piuttosto l 'essenza della relazione,
ci fa attribuire un'identità a quella che è la mutevole
successione delle qualità connesse. Se poi ci accade di
confrontare la condizione di tale oggetto immutabile
dopo un cambiamento notevole, allora « il corso del
pensiero [ the progress of the thought] si rompe e
abbiamo l'idea della diversità » 12• Per sanare una
tale contraddizione, l'immaginazione rimanda natu­
ralmente a qualcosa d'ignoto e inintelligibile, che
suppone identico sotto tutte le variazioni e chiama
sostanza, sostanza o materia prima, originaria. C'è
dunque una tendenza spontanea a introdurre un'iden­
tità tra gli oggetti che percepiamo separatamente
nella realtà, una « abituale · e trascurata maniera di
pensare » che ci spinge a cogliere una connessione
tra gli oggetti che vediamo costantemente uniti; ma
c'è anche il pensiero dei peripatetici, i quali si ren­
dono conto dell'errore dell'opinione volgare e tuttavia
restano più lontani dalla vera filosofia a forza di
cercare la connessione nella materia o nelle cause
invece che nella potenza della mente 13•
La critica dell'immaginazione ne metteva in luce

12 Treatise cit., I, IV, 3.


13 lvi.

31
i princlpi « permanenti e irresistibili .», come quelli
che ci fanno passare dalla causa all'effetto. Ma già
adesso se ne scoprivano di mutevoli e irregolari, che
però non sono meno naturali. Li dovremo ammettere
o respingere? E se li ammetteremo, a quale titolo
vi saremo obbligati? La gg_1JJ.k.f.Qr.ce agisce nel mondo
mentale come una specie di attrazione e questo
sembra . anche il caso del « facile corso di pensiero »,
quando scambia volentieri un'idea per un'altra. Biso­
gnerà attendere le lezioni « scettiche » perché questo
nodo si sciolga e s'intraveda chiaramente la novità
humiana. Non a caso, intanto, il suo atteggiamento
verso le · matematiche è cosl controverso. Egli ne
faceva, d'accordo con il pen'siero cartesiano, la scienza
per" eccellenza e la riportava alle "relazioni di somi­
glianza, contrarietà, grado qualitativo e proporzione
quantitativa che sono tali da dipendere interamente
dalle idee poste a confronto. Cosl, al termine della
prima Enqttiry, Hume invitava · a buttare alle fiamme
tutti i libri che non trattassero di numeri e di
esperienze, anteponeva Galileo all'empirico Bacone ed
elogiava Napier per l'invenzione dci logaritmi. Ma
neppure lesinava le critiche:

La matematica pretende che le idee form:.mti i propri


oggetti siano di natura troppo raffinata e spirituale
[refin'd and spiritttal] per essere concepita dall'imma­
ginazion!! e debbano venire comprese da un punto di
vista puro e intellettuale, del quale solo le superiori fa­
coltà dell'anima sono capaci. La stessa ·nozione si trova
di frequente in filosofia; dove si usa soprattutto per
spiegare le idee astratte e mostrare il modo con cui
possiamo, ad esempio, f�uci l'idea di un triangolo che non
sia né isoscele, né scaleno, né abbia qualche particolare
lunghezza e proporzione di lati. È facile indovinare per­
ché i filosofi siano tanto indulgenti verso queste pure
e spirituali percezioni; essi mescolano in tale materia
molte delle loro assurdità e ricorrono a idee oscure e
incerte invece che sottomettersi a quelle chiare e deci­
sive. Ora, per distruggere l'artificio, basta pensare al

32
noto principio che ogni nostra . idea è copi� di un'im­
pression_e 14•

:
Ma quali . sono, se ci sono, i suoi contributi sul­
l 'argomento? Dobbiamo· farne. davvero un: ripetitore
di _Sesto Empirico? Occ_orre riportarsi , alle· · questioni
dello. spazio e del . tempo che impegnavano fisici , e
teologi: Non a . caso Io spaziò : assoluto di . Newton,
« senza relazione a qualcosa di esterno,
. sempre simile
e immobile », . come il tempo « vero, . matematico, in'
sé c per sua natura senzà ·àlcun · rapp(:>rto ad alcun­
ché di es'terno, scorrente uniformemente,� altrimenti
chiamato. dùrata », venivano indicati nell'Opticks
come il sensorio' di Dio u. Né ·si trattava ' di un tardo
·

scrupolo metafisica. La scoperta del manoscritto D�


gravitatio11e et aequipoitdio fluidorltm ne - ha messo
in luce . i legami . con gli · scritti di More . e di Barro\v,
in cui. l 'attacco . al concetto cartesh-ino di estensione·
riprendeva motivi del platonismo. e dell'atomismo
con l 'aggiunta di alcuni elementi cabalistici. Per
questo: lo spazio e il tempo assoluto e�ano una neces­
sità logic� ancor prin1a che , 'fisica: . co_sl « il moto
cartesiano non è moto, perché non c'è in ·essò velocità, .
né 'direzione; né spazio,· . né percorre · alcuna distanza.
È dunque necessario che la deGniziorie dei luoghi, e
quindi dei moti locali, sia' riferita a un ente immo­
bile, · qual è . soltanto ·l'estensione, òssia lò . spazio in
quanto lo �i. consideri veramente distinto da'i cor­
pi » 16• Nessun ente, aggiungeva Newton, . 'esiste . o

14 Treatise cit., l, III, L


JS Dei Philosophiae Naturalis Principia Mathem.rtica qui
si vcd:1 lo .Scolio nlle Definizioni del primo libro · c dell'Oplicks
la ventottcsim:l Query. . . · · ·
1 � De gravi!., p. 98. n · manosi:ritto, di 'cui si sono occu­
pati . il Koyré . c il- Westfall, . è stato · pubblicato per h prima
volta con una imroduzione e una vèrsione· da' -A. R. Hall e
.M. Boas Hall negli Unpublished Scientific Papers of l. Newton
(Cambridge 1962, pp·. 75·156) e, parzialmente, da J. HERIVEi.,
Tbe - Background lo Nervton's Principia . . .
. (Oxford .
1965,
pp. 220·35).

33
2. Snnlurri
:�
può esistere se non si riferisce in qualche modo allo
spazio; Dio è dovunque, le menti � - te sono in .
qualche luogo e il corpo è nello spa � riempie,

per cui ciò che non è downque, n ' ualche


luogo, non è; ne segue che lo spazio è 1 .ctus
emanativus dell'ente primo, perché, posto u
que ente, si pone lo spazio. Non vale allora,
�...
si wol fissare l'origine della dottrina newton •
della materia, limitarsi alla visione dell'universo­
macchina accolta dai Principia. La critica epistemo­
logica di Mach è ancora lontana e intanto non capi­
remmo come mai il Bentley e il Cheyne ne propagan­
dassero i motivi teologici, perché Leibniz entrasse in
polemica con Clarke. La d.ivisjbilità dello spazio non
comporta che, essendo gli spazi relativi parti dello
spazio assoluto, anche Dio sia divisibile? E se si
fa dello spazio l'organo di cui Dio si serve per
sentire le cose, non ne segue che esse non dipendono
interamente da Lui? 17
Leibniz non era solo in questi attacchi. Nei
Principles Berkeley osservava che la dottrina newto­
niana portava all'ateismo, Cotes se ne allarmava e
ne accennava al Newton, che avrebbe aggiunto uno
Scholium generale alla seconda edizione del capo­
lavoro 18• Tutte le questioni, insomma, scivolavano
nella metafisica. Quella dello spazio e del ; tempo si
poneva a Hume con l'altra degli infinitesimali, come
si presentava nel calcolo newtoniano delle flussioni.
Dell'infinitamente piccolo o indivisibile si era oc­
cupato Fontenelle negli Eléments de la géométrie

17 L'obiezione si trova nell a Colleclion of Papers which


passed between the learned Mr. Leibniz and Dr. Clarke,
London 1717, p. 3.
18 L'attacco del Berkeley occupa i §§ 1 11-117. Per i
significati teologici connessi alla concezione . newtoniana dello
spazio sono ·· qui da · ricordare, tra gli altri, - J. RAPHSON, De·
spatio reali seu ente infinito conamen mathematico-metaphy­
sicum, London 1702, e J. }ACKSON, The Exislence and Unity
.of God, prot•ed /rom bis Nature and Allributes, London 1734.

34
de l'infini; ma la sua volgarizzazione non escludeva
che un biografo del Maclaurin vi scorgesse una certa
« aria misteriosa » e disdicevole per le scienze 19• Di
certo · il testo humiano non sembra familiare con le
cosiddette quantità « evanescenti », con il modo di
determinare l'incremento delle quantità ma�ematiche
per meZzo delle loro variazioni minime (o tendenti a
zero) . . Esso non s'avvedeva come si passasse, nel caso
di Newton, da un'intuizione cinematica al concetto
matematico delle prime e ultime ragioni, come gli
« indivisibili » introdotti nel calcolo avessero per fme
la determinazione di rapporti finiti e costanti. Per
Hume il problema si legava a quello, prettamente
gnoseologico, della possibilità di conseguire una « pie·
na e adeguata » 'nozione dell'infinitesimale. « Chi
nega - egli avvertiva - la capacità infinita della
mente deve 'ammettere che la divisione delle idee
arriva a un termine ultimo: né c'è maniera di sot·
trarsi · all'evidenza di questa conclusione. 1:imm�g i·
nazione deve quindi raggiungere un minimum, darsi
un'idea · di cui non sia concepibile una suddivisione
e che non possa essere diminuita senza venire com·
pletamente distrutta » .20; Ciò che si compone di parti
è distinguibile e ciò che si distingue è separabile:
l'idea di · un granello di sabbia non lo · è in venti, e
ancora meno in « mille, diecimila o in un numero
infinito di differenti idee ». Ora, poiché le nostre
idee sono rappresentazioni adeguate delle parti anche
più piccole dell'estensione, tutto quello che si mo­
strerà contraddittorio dal confronto di queste idee lo
sarà a maggior ragione nella realtà.
Ciò che è divisibile all'infinito, si dice, contiene
un numero infinito di parti. Se un'estensione finita
è divisibile in infinitum, si può dunque ammettere

1 9 Si tratta della Li/e premessa all'Account o/ Sir lsaac


Newton's Philosophical Discoveries, pubblicato ·a Londra nel
1748 dai manoscritti dell'autore, pp. xvu sgg.
20 Treatise cit., I, Il, l.

35
che essa contenga un . numero infinito di par:ti; al
contrario, · se c'è contraddizione nel fatto che una
estensione finita contenga un numero infinito di
parti, nessuna estensione finita potrebbe dividersi
all'infinito. Un primo · argomento humiano muoveva
dall'idea più piccola che riusciamo a formarci di una
parte dell'estensione. Quando si ripete più volte . que­
sta idea, di altrettanto aumenta quella complessa
dell'eStensione e si capisce che, se si addizionasse
all'infinito, anche l'idea dell'infinito diventerebbe
infinita: ma allora l'idea di un'estensione infinita
coinciderebbe con l'idea di. un'estensione compren­
dente un numero infinito di parti, il . che, doy.endo.
valere anche nella realtà, mostra come ·sia . assurda
una (( estensione finita che . contiene un numero infi­
nito . di parti ».� Né valeva al riguardo l'obiezione,
del tutto frivolous, che l'jnfinita · divisibilità suppone
un numero infinito di parti proporzionali e non
aliquote. Si chiamino· come si · vogliono, replicava
Hume, non potrebbero essere inferiori alle più mi­
nute che ' riusciamo a ·concepire e 'dare, . sommandole,
un'estensione minore. Un secondo argomento attin­
geva dalle Réfl.exions sur !es Ì!zcommensurables del
Malezieu e osservava come l'esistenza sia attribui­
bile al numero solo . in considerazione delle unità
che lo compongono. Già Sesto Empirico aveva indi­
cato nell'unità la causa efficiente dei · numeri; essa
è un'idea semplice e perfettamente intelligibile, aveva
aggiunto Malebranche, che può applicarsi a ogni
specié di oggetti. . Se ora il metafisica ritiene che
l'estensione sia un numero non risolubile in unità,
ne viene che essa . non esiste e non conta obiettare
che una· data quantità d'estensione è un'unità che
ammette . un numero infinito di frazioni; perché con
questa regola i venti uomini a cui accennava Malezieu
e il globo terrestre e l'intero universo sarebbero da
considerare come un'unità. Ma una tale unità, eviden­
temente, si ridurrebbe a un nome fittizio.
Detto che tali argomenti valgono anche per i l

36
tempo, Hume si portava sulla massima . metafisica che
« tutto ciò che la mente concepisce' con. chiarezza

include l'idea di una possibile esistenza >>. Ora rion


si dubita che noi possediamo un'idea dell'estensione,
che essa non è divisibile all'infinito e non consiste
di un numero infinito di parti. Tutte le obiezioni in
proposito sono delle « sofistichei:ie scolastiche » .e
occorre piuttosto determinare a quali impressioni dei
sensi essa corrisponde. Queste provengono dalla vista,
e dal tatto, in quanto una cosa non appare estesa
se non è visibile e tangibile. Più precisamente, si
dovrà dire che · l'estensione è un'idea derivante da
un'impressione complessa, ossià. comprendente le
impressioni dej singoli . « atomi o corpuscoli dotati di
colore e solidità ». Essi non coincidono con i punti
matematici perché non ne deriverebqe alcuna esten-,
sione c nemmeno con i punti · fisici, sono', bensl delle
entità percettive o minimi sensibili per cui l'idea di
spazio si configura diversamente che nei cartesiani e
negli atomisti. Ma .con i punti colorati e tangibili si fa
presente nell'idea di spazio anche il loro modo di·
apparire, la . loro disposizione a stare assieme e altret­
tanto avviene per il tempo: « .Qmista idea non deriva
da un'impressione particolare mescolata [m ix'd up]
con altre, e da . essa nettamente distinguibile, rria
nasce dalla maniera con . cui le impressioni, tutte
insieme, si affacciano allo spirito senza essere nessuna
di loro. Cinque note suonate . sul flauto ci dànno
l'impressione o l'idea' del temp'o , ma il tempo non
è una sesta impressione che lo spirito per 'riflessione
trovi in se stesso » 21 • Qui non . si dice soltanto che
non c'è tempo senza una successione d'impressioru,
allo stesso modo che non c'è estensione· senza . uria
coesistenza di punti colorati e 'tangibili: si diCe che
le parti di cui si costituiscono le . idee dell'uno o
dell'altra « appaiono . unite )) ai nostri sensi, che
questa first appeara11ce prevale sulla concezione che
21 Treatise cit., I, II, 3.

�7
ne ha l'immaginazione. In tale caso la funzione im­
maginativa non sarebbe libera, bensl riproduttiva, e
le propensities della mente non farebbero che rifl�t­
tere i nessi sensibili. Qui però rinascono i problemi
perché l'ordine delle impressioni non si identifica con
le stesse impressioni, a meno di non ammettere un
sentire di per sé irrelativo; ugualmente si deve
riconoscere che non esiste un ordine oltre le impres­
sioni se non si vogliono avere delle idee vuote di
spazio e di tempo; ne consegue, sembra, che esista
una sintesi sensibile. Ma sia pure questa sintesi, lo
schema humiano non entra in crisi? Le impressioni
sono semplici o complesse e le ·ultime, se si dividono
in parti, non si possono proporre a origine e modello
dell'idea di estensione, che è appunto idea di un
ordine di elementi semplici e rion è divisibile se non
annullandosi come ordine.
Trascuriamo le altre difficoltà e vediamo come
Hume discuta lo stato della geometria. Le defini-
2ioni dei matematici distruggevano, a suo avviso, le
loro pretese dimostrazioni. Se infatti abbiamo l'idea
di punti, linee, superfici indivisibili, conforme alla
definizione, la loro esistenza è certamente possibile;
se non l'abbiamo, non potremo · concepire il limite
di una qualunque figura e nemmeno potrà esserci,
senza questo concetto, una dimostrazione geometrica.
Quando la geometria sentenzia sopra le proporzioni
di una quantità, essa procede « all'ingrosso » come
constatiamo esaminandone le idee più essenziali di
uguaglianza e· ineguaglianza, di linea retta e di super­
ficie piana . . Ci riferiamo in tali casi · al « debole o
fallibile giudizio pronunciato all'apparire degli oggetti,
corretto con il compasso o altra comune misura » ed
è vano ricorrere all'ipotesi di una divinità che sia in
grado di formare una figura geometrica perfetta e
descrivere una linea retta senza curve o inflessioni. La
perfezione di una cosa consiste nella conformazione al
suo modello e il modello di questa figura deriva dai
sensi e dall'immaginazione. Se l'idea di spazio è la
38
stessa di punti visibili e tangibili distribuiti con un
certo ordine, ne viene che anche il vuoto è inconce­
pibile. La semplice rimozione degli oggetti visibili .
non produce l'impressione di un•estensione senza
materia, né da un moto invariato ( « supponiamo un
uomo sospeso in aria e trasportato da una forza invi­
sibile ») potrà mai derivarne una qualche idea. Ci
sono tre relazioni tra la distanza che produce l'idea
di estensione e quella che non è riempita da alcun
oggetto colorato e solido: gli oggetti distanti colpi­
scono i sensi allo stesso modo nei due casi, una
distanza invisibile e intangibile può convertirsi in
una visibile e tangibile senza - un loro mutamento,
entrambe le distanze diminuiscono ugualmente la
forza di ogni qualità. Queste relazioni tra le due
specie di distanza fanno in modo che l'una sia presa
per l'altra e ci immaginiamo di avere un•idea della
estensione senza l'idea di alcun oggetto della vista o
del tatto . . Ovunque c'è uno stretto rapporto tra due
idee, lo spirito è indotto all'errore: cosl la finzione
del vuoto ha origine . da un meccanismo pratico-istin­
tivo che ci riporta · alle tre relazioni di somiglianza, .
contiguità e causalità, delle quali la prima appare la
più feconda di inganni 22•
Il vuoto, aveva scritto Locke nel secondo libro
dell'Essay, è uno spazio senza corpo e nessuno può
negarne l'esistenza, a meno di volere . rendere infinita
la materia e togliere a Dio la possibilità di aumen­
tarne una qualche particella. Libero da scrupoli teolo­
gici, Hume preferiva attenersi all'esperienza.

Fino a quando limitiamo le nostre speculazioni alle


apparenze s_ensibili degli oggetti senza disquisire sulla
loro natura e sul loro modo di operare, siamo al riparo
da ogni obiezione imbarazzante. Cosl, se uno domandasse
s� la distanza è qualcosa di reale o è niente, vien facile
r1 spondere che è una proprietà degli oggetti che im-

22 Treatise cit., l, Il, 5.

39
pressionano i nostri sensi. Se poi uno InSIStesse a chie�
dcrci se due oggetti separati da quella distanza si toccano
o no,: . risponderemo che tutto dipende dalla definizione
della parola toccarsi: se si dice che due oggetti si" toc­
cano .. quando niente di sensibile. si · interpone fra loro,
quegli oggetti si toccano; ma se . si dice che si toc!=ano
quando le loro immagini colpiscono parti contigue del�
l'occhio o la mano li sente successivamente, senza mo­
vimento intermedio, allora non ·è vero che si tocchino 23•

· S'ammetta pure il vuoto, concludeva lo scozzese;


con questo si dice soltanto che esistono dei corpi
situati in modo da riceverne altri senza esserne pene­
trati o urtati e tanto basta a una filosofia newtoniana
rettamente concepita.
' L'arte con. cui stabiliamo le proporzioni supera
i n esattezza gli « slegati giudizi » dei sensi, ma i suoi
prindpi · dipendono dalla comune apparenza degli ·
oggetti. È questa origine empirica degli enti geome­
trici a pregiudicarne l'universalità? O forse Hume ne
limitava . il valore, come propone · Kemp Smith, per
sfuggire alle antinomie intraviste da Bayle? · Resta il
fatto che l'estensione, seppure supera in qualche·
·

modo l 'irrelatività dei punti colorati · e . tangibili, non


� meno legata alle impressioni. Che una figura sia·
più ' 6, ·meno grande di un'altra, quésto Io si perce­
pisce a « ·colpo d'occhio ». Ma lo stesso ,potrebbe
dirsi dell'uguaglianza e. · di ogni altra proporzione·
esatta? Qui intervengono le congetture, a meno che '
non si tratti" ' di numeri molto brevi o di limitate
porzioni di estensione. " Il (( vedere » della geometria:,
insisteva Hume, è debole e rimane lontano dalla
sottigli�a della natUra. Le - nostre idee ci assicurano
chc:·due linee, rette 'nori hanno" un segmento comune,·
ma:, se consideriamo queste idee, troviamo ' che esse
.

suppongono . sempre un'inclinazione sensibile . delle


dti� linee e che, quat:do . l'angolo ' tra ' le due sia picco�

23 Il passo è riportato in appendice e si riferisce al


Trealise cit., I, Il, 5.
·

40
·lissimo, non · disponiamo di: un modello tanto · preciso
·da · garantire Ja verità di quella proposizione.
·

. Lo possiedono l'algebra e l'�ritmètica? << Quan­


do due nU.meri si . combinano in modo che uno abbia
sempre una unità corrispondente . � ciascuna unità
'dell'altro, noi diciamo che sono uguali ; ed è appunto
per non disporre di un simile modello di uguaglianza
nell'estensione che la. geometria non può conside­
rarsi una scienza perfetta e infallibile » 24• Donde
deriva, anzitutto, l'idea di numero? Si supponga . che
esista un oggetto e . allora o ne esiste anche un altro
e . si avrà l'idea di numero o 'non ne esiste un altro
e ci si ferina all'unità� Se ancora riguardiamo due
punti di un tempo, possiamo consider'arli nello stesso
istante e avremo l'idea di numero tanto per. . i mede­
simi; quanto per l'oggetto che. · deve essere moltipli­
cato per concepirsi nei due. punti diversi contempo­
raneamente. Altrimenti possiamo seguire la , succes­
sione del tempo e, concependo il primo .. momento
in uno con l'oggetto allora esistente, immaginare un
cambiamento nel tempo senza . alcuna variazione o
intcrruzioite ·nell'oggetto, nel quale caso s'avrà l'idea
di unità 25• L'idea del numero presuppone, in ogni
caso, che noi si consideri nello stesso , · tempo due
'punti qualunque .di una durata o di un'estensione.
Ora · resta da spiegare perché, avendo a che fare con
·un'origine spaziale, essa debba vantare una più « net­
ta distinzione » rispetto alle figure. Com'è . che, nel
caso dell'algebra e dell'aritmetica, ci si muove in
una serie di ragionamenti intricati con perfetta esat­
tezza?
Per la geometria lo standard of equaiity procede
dall'apparenza degli oggetti e bisognerà . attendere la
prima Enquiry perché essa venga promossa a scienza
rigorosa. Qui Hume avrebbe osservato che « se non
esistessero in natura circoli e triangoli, le verità dimo-

24 Treatise cit., I, III, l .


25 Treatise cit . , I , IV, 2 .

41
strate da Euclide conserverebbero sempre la loro
certezza ed evidenza » 26• Ci troviamo dinanzi a una
purà operazione di pensiero? Non sembra . I r3gio­
namenti astratti sulle quantità e sui numeri derivano
la loro necessità da�;�rance ; questa ( !:Y!���a.
j�_MlQaHv.I!L�.i di���=- �§.:!c!�!?..;d�li�__!occa
JS�<l..�e].I::JalWè s'impone nel suo1 trattl malterapill, ,
seè:onao :t'1ctentità di sapere e vedere che era stata
comune a Descartes e a Locke; e tuttavia, essendo
una copia dell'apparenza sensibile, il suo resta un
a priori empirico� Non esiste un'autonomia del sapere
matematico e la certezza oellesueproposiZìOni-c:on:
Sisteìiei-nòn-"poferèeìie"·rappresenHire ·�n·-e:onfiàrio,
iiena congruerìzaiìi.fùiHva'"·aelle�imìììagiru:-·r:•irrap:
presentabìleeci0c:he1a�·m.enté' 'riòn . i:iésce� a conce­
pire distintamente ·e la contraddizione logica si risolve
in una contraddizione di fatto. Cosl Hume si preoc­
cupava del�'origine percettiva delle idee di punto,
numero c uguaglianza e non pretendeva di ridurre le
matematiche a un corpo di assiomi c di definizioni.
Questo intento si riportava alla sua scienza dell'uomo
·e gli impediva, hanno obiettato i positivisti, di pre­
cisare la differenza tra i ragionamenti astratti e i
ragionamenti sperimentali, tra le relazioni ideali e le
questioni di fatto. Se però lo si trascura, non si
capiscono le incertezze di Hume quando deve cimen­
tarsi con le scienze della quantità e si rischia di
"perderne la novità, ossia la priorità dell'impressione.
_g_ noto l'errore di Kant quando attribuiva a
Hume l'affermaziOileChela-inàtemàl:idi"'·pròcédé-pér
'àìialiS�7:-Ci-s6rio�indubbiarii énte�·proposizioni'·ifi""cw
'if1lredicato . appartiene al soggetto, è incluso nel suo
concetto. Ma questo rapporto di implicanza vale per
quelle come « dove non c'è proprietà, non ci può
essere ingiustizia » , in cui basta definire i termini e

26Enquiry I cit., I, IV, l .


27C i riferiamo a i Prolegomena z u einer ;eden kiin/tigen
Metaphysik che compaiono nei I. Kants \Verke, ed. Cassi­
rer, Berlin 1922, 1�, pp. 18-9.
" 42
spiegare che l'ingiustizia viola la . proprietà o . , per.
quelle tautologiche - che sono i ragionamenti sillogi�­
stici, tanto frequenti nelle discipline giuridiche e
morali . . Quando del quadrato dell'ipotenusa non pos­
siamo asserire l'uguaglianza con i quadrati costruiti
sui cateti, anche definendone i termini, se non per
mezzo di una serie di ricerche e di ragionamenti, che
se ne deve invece concludere? Che ci troviamo di­
nanzi a un sapere estensivo e non per questo meno
necessario. Una tale necessità è ciò che risulta com­
patibile nell'ordine delle appearances e non contras.ta
con il carattere sintetico delle matematiche, con là
determinazione di nuovi rapporti. Non s'evade, in
ogni caso, .da un contesto percettivo .. La diffidenza
di Hume l?!r !_! ragionamenti sottili » è la stessa elle
lo portaVa a seglifreBérkeley-eafimitare il valore
dell'astrazione. Essa resta coerente al principio del­
l'impressione e impedisce la fondazione di una scienza
del tutto svincolata dai dati sensibili. Che ne è,
d'altra parte, dell'appearance distinta dall'experience?
Essa appare priva. dell'immediatezza del sentire e
tuttavia mantiene un'evidenza che non è puramente
logica quando ci si ricordi · che, ancora nell'Enquiry
a proposito della superiorità delle matematiche sulla
morale, Hume l'avrebbe giustificata con il fatto che
« le loro idee, essendo sensibili [being sensible] ,
sono . sempre chiare e determinate » 28• Le difficoltà
dell'empirista sono tutte in queste alternative ène�ò"i"a
lo spingono a 'oenunciàreJa�"fiiéS'ùn':iionè-.' dei"'�mafé: ...

ìruiiic1è"'Or7i'i0aicanò�.o.'éllè-scTenzé'deTnùrricro�è-dellà
quàntità-l'unica:-forma�·di -certezza:-' Ma •�1•apod:i ·'nò"n
'è"escogit:it'ilad7rtc;essit·e'ìlmod0iii""cui"'il'"'filosofo
recede dalle sue .,eretese si'S't'èmatfchcé'-3C'éertntn·con�
_ç,reto le_eossibilità-d'�n;·-:-iìatù�à'··\irr;;;;a·��·M.�·--·-.. -···� -
-cè unaconoscenzace'rt7n!c'èUnà conoscenza
pro?abile. Già &li � � ��:��fn!:���!�:ror y�
ti
�OCiety avevano InSIStitO SUlllmltl aelle s·clenzer�an-
-�he T Iogiçt·Cfi'-7i>èirt-nòaç�e-r-nòil"d.lré-ai�càrfèSio
VII,Y....
l..,.._-::J.!. ..,....,.$�.�·-'C.'::·:r.;;.uJ::::;!,:;::'If:'"--:c�:..,.. :.-.�-:�-:-�•--r...r";,;.;
�� 2 a....:Enquiry
- :.;;: �..,.... ...,._, :... ·�v-.•
-
I cit., ... ... ..

43
e dei suoi epigoni, ne àvevano trattato nella loro
conaanna dellé"'1esi." pirroniane; LOcke, infine, aveva
inteso il probabile come << l'apparenza di una concor­
danza delle idee, mediante l'intervento . di prove il
cui legame non è costante ed immutabile, o, per · lo
meno, non è percepito come tale, ma è o appare
tale per lo più, e basta a indurre lo spirjto a giudi­
care che. la proposizione è vera o falsa, piuttosto
che non il contrario )) 29• Ci sono poi delle influenze
più dirette; come quella del Ramsay a · proposito
dellà distinzione della ragione umana nelle tre specie
della . k11owledgc, delle propfs e delle probabilities 30•
Per Hume, più predsamente, la questione della cono­
scenza probabile muoveva dalle. relazioni d'identità,
di situazione spaziale o temporale c · di causalità che
non dipendono dall'idea e possonò . esserci o man­
care anche se quella resta invariata. Nelle prime due
non ci s.i può spingere oltre gli oggetti immediata�
mente presenti ai sensi; solo la causalità, infatti,
produce una tale connessione da darci la certezza che
all'esistenza di un oggetto segul o precedette un'altra
esistenza. Le prime due rdazjoni non entrano quindi
in un . ragionamento se non entrano in quella di
causalità, di cui conviene esaminare l'idea e l'ori­
gine. Troviamo cosl che gli oggetti considerati come
causa' ed effetto sono anzitutto contigui, che un
secondo rapporto, sebbene . più controverso, . è quello
della priorità temporale della prima e che non esiste
un · solo caso che ci consenta di andare più in là. Un
oggetto può tuttavia essere contiguo e anteriore a
un altro senza che sia considerato come la sua causa:
occorre Che intervenga, affinché lo sia, un rapporto
di connessione necessaria. Il problema, se non Io· · si
affronta direttamente, si ròmpe in due. Perché, anzi-

29 LocKE, Essay cit., IV, XV, l.


30Per la posizione di Ramsay si veda il sesto libro dei
Voyages de Cyrus, London 1728. Le distinzioni humiane sono
in Treatise cit., l, III, 1 1 .

44
tutto; una causa . deve esserci di necessità? Perché
certe· cause particolari dovrebbero avere senz'altro
certi particolari effetti e qual è la natura di questa'
inferenza e della credenza che l'accompagna?
Conosciamo, per cominciare dalla prima· questio­
ne, quali relazioni sono oggetto di certezza ' imme­
diata e mediata; Ebbene, in nessuna di esse è com­
presa la prop6sizione : che << tutto ciò · che ha un prin­
.
cipio ha anche una .causa della sua esistenza »': · causa
ed effetto sono idee che l'immaginazione può ben
separare e non c'è contraddizione nel · concepire · un
oggetto non esistente in questo momento ed esistente
il momento dopo senza che vi s'unisca l'idea di una
causa o di un principio produttore. Tanto bastava a
respingere gli argomenti dei rnzjonalisti e. anche
·

Hobbes era messo nel . mazzo_ 'quando sosteneva che


ogni cosa deve avere· una causa perché altrimenti· non
si capirebbe come una cosa nasca in un dato luogo
e tempo, essendo ' tutti i punti dello spazio e ' del
tempo uguali per se stessi 31• La questione di sapere
se l'oggetto debba · o no · esistere, replicava Hume,
viene prima di quella del dove e del quando comin­
cerà ad esistere: se poi l'assenza di una causa fosse
· intuitivamente assurda nel primo caso, lo sarebbe
anche nel secondo c comunque · ci vorrà uria prova ·

per entrambe quando una· tale assurdità non fosse


evidente. Ogni cosa, affermavano Clarke c Wolloston,
deve avere una cousa, perché, se mmcosse di una
causo, produrrebbe se stesso ossia esisterebbe prima
· �i ·_ esistere, ciò che è impossibile. Ora questo · argo­
mento non prova niente in quanto suppone che,
negando che ci sia una causa, si conceda proprio quel
che si nega, che debba esserci una causa, . la quale
si pone essere l'oggetto 32• Quanto poi all'argomento·

• 3 1 L'argomento · di Hobbcs · figura nel quarto volume degli


English Works, ed. Molesworth, London 1840, p. 276, e
viene ripreso, come i successivi, in Treatise cit., I, III, 3.
32 CLAR.KE, A Demonstration of the Being and Attribtttes
of God cit., I-IL

45
di Locke, esso ci dice che se una cosa si produce
senza nessuna causa, essa ha il nulla come causa e
il niente non può essere causa più di quel che possa
essere qualcosa o essere uguale a due angoli rctt_i.
Qui ci imbattiamo nello stesso sofisma di. prima se
è vero che, quando escludiamo le cause, le esclu­
diamo effettivamente tutte e non supponiamo che il
niente sia la causa dell'esistenza: dunque nessun
argomento può essere tratto dall'assurdità di queste
supposizioni per provare l'assurdo di una tale esclu­
sione 33•
L'idea della necessità di una causa non deriva
dalla conoscenza o da un ragionamento scientifico.
Ci viene forse dall'esperienza? Limitiamo per ora la
questione e torniamo a chiedere perché certe cause
non abbiano certi effetti. S'è già notato che l'intel­
letto si porta, nei suoi ragionamenti causali, al di là
degli oggetti e che tuttavia non li perde di vista.
Quando deriviamo degli elietti da certe cause, occorre
constatarne l'esistenza e per questo ricorriamo alla
percezione immediata di quel che sentiamo o all'infe­
renza da altre cause, che proseguirebbe all'infinito se
non ci fosse un'impressione della memoria o dei
sensi per togliere ogni dubbio. In tali ragionamenti
si adoperano pertanto dei « materiali di natura mista
ed eterogenea » , i quali, sebbene connessi, sono
essenzialmente diversi. Solo la vivacità c la forza
della percezione pongono le basi dei ragionamento che
di lì passa alla relazione di causa ed effetto: altri­
menti esso resterebbe ipotetico. Hume ne forniva
l'esempio nell'Abstract, uscito anonimo nel 1740,
quando si riferiva all'impressione di una palla che
si dirige verso un'altra e le imprime un movimento.
Se analizziamo l'evento, dove causa ed effetto sono
presenti ai nostri sensi, non ci riesce di vedere niente
più della contiguità nel tempo e nello spazio, della
priorità e di una terza circostanza, quella della con-
33 Loc!CE, Essay cit., IV, X, 3 .

.46
giunzione costante, per · cui facendo « la prova con
la stessa o con palle simili, nella stessa o in simili
circostanze, trovo che dopo il movimento e l'urto
dell'una segue il movimento dell'altra » 34• Ma suppo.
niamo ancora che io veda una palla procedente in
linea retta verso un'altra: subito ne concludo
che si urteranno e che la seconda si muoverà. Questa
è propriamente l'inferenza dalla causa all'effetto e di
tale natura sono i ragionamenti della vita e · della
filosofia, con l'eccezione delle matematiche. Neppure
un uomo nel pieno vigore dell'intelligenza come
Adamo potrebbe infatti, senza prova, inferire dal
movimento della prima palla il movimento della
seconda. Nella causa la ragione non scorge nulla che
ci induca a dedurre l'effetto, nel qual caso sj tratte­
rebbe di una dimostrazione. Bisognerà allora ammet­
tere che i ragionamenti causali si fondano sull'espe­
rienza e sulla supposizione che il corso della natura
continuerà a essere il medesimo.
Ci si avvede però, a proposito dj questa unifor­
mità, che non c'è esperienza del passato che provi
niente per il futuro a meno di supporre che esista
una somiglianza tra passato e futuro. La pretesa
che essa s'appoggi ad argomenti probabili, preciserà
Hume nell'Enquiry, significa « muoversi in un circolo
e accettare conie sicuro proprio ciò che è in que­
stione » 35• Solo l'abitudine ci fa ritenere che il futuro
sarà conforme al passato e ci spinge, alla vista di una
palla in movimento verso un'altra, al consueto effetto.
I poteri per mezzo dei quali operano i corpi ci · sono
infatti sconosciuti, di essi percepiamo soltanto le
qualità sensibili. Il custom è un principio psicologico
che va descritto e preso com'è, una sorta di istinto
o di tendenza, infallibile nelle sue operazioni e libero
dalle deduzioni dell'intelletto. Esso ci guida nella
vita e ci rassicura che la natura resterà la stessa, né

34 Abstract cit., pp. 13 sgg.


Js Enq11iry I cit., VII, l.

47
la ragione, per fadle èhe sembri questo passo, sarebbe
mai in grado di compierlo per tutta l'eternità. ,
· L'analisi della causalità non si fermava · qui: Qua�­
do vedo, proseguiva ··uume, una palla che muove
verso l'altra, la · mia mente viene immediatamente
portata dall'abitudine all'effetto . solito e anticipa la
mia vista concependo la seconda palla in moto. Mi
limito con ciò a concepire il movimento o non
accade che io creda che la seconda palla si muoverà?
E in chè, allora, questo belie/ · si distingue dalla
semplice . concezione· di una cosa? Nelle· questioni di
fatto, nelle quali _è sempre · possibile il' contrario,
esso introduce una differenza tra la concezione a etti
diamo· l'assenso e la concezione a cui . lo neghiamo.
Forse la credenza . aggiunge qualche nuova idea a
quella pdva di nsseriso? L'ipotesi risulta falsa perché,
quando concepiamo un oggetto, lo concepiamo in
tutte le parti anche se non crediamo che esista. Se
dunque il credere implica la concezione e ·tuttavia
:è qualcosa di più, pur non aggiungendo una nuova
idea, ne conseguirà che essa è un diverso modo di
· concepire l'oggetto·. Per tornare ·alla · palla di biliardo
che . si sposta verso l'altra, la mente ·non si limita a
concepire il movimento e sente qualcosa di diverso
da ciò che prova in un « semplice sogno dell'immagi­
nazione » .
Non c'è altro modo di estendere al futuro la
nostra esperienza del passato e converrà adesso, tor­
·nando alla più laboriosa esposizione del Treatise,
vedere quale meccanismo sia all'origine della cre­
denza. Hume si riportava a una massima generale
per cui, « quando un'impressione ci è presente, non
solo essa trasporta la mente a quelle ' idee con le
quali è in relazione, ma comunica a loro anche una
parte della sua forza e vivacità » 36• Ma l'impressione
non può da sola diventare · il fondamento della cre­
denza, occorre averla osservata nel passato e trovata
36 Treatise cit., I, III;· 8.

48
costantemente congiunta a "qualche altra impressione.
Se chiamiàmo abitudine ciò che ·procede da un'ante­
cedente . ripetizione, senza l'intervento di .un. nuovo
ragionamento, ne deriva che ogni credenza, che segua
un'impressione presente, ha in questa la · sua unica
origine. C'e · poi un terzo ordine di esperimenti che
va tenuto presente, per cui, mutando la prima im­
pressione in un'idea, m'avvedo che, nonostante l'abi­
tUdine a passare all'idea' relativa, non si verifica
'alcuna credenza. La . presenza di un'impressione ' è
dunque una condizione necessaria perché il belief
consegua la forza è la vivacità che lo distinguono
dall'idea. La conclusione, davvero decisiva, è che
<< l'iriù�ro ragionamento probabile si . riduce a una
specie . di sehsàzione » e. ,che dobbiamo assecondare
il.'nostro gusto, òltre che . nella. poesia e nella musica�
anche in filosofia 37•
Che la credenza fosse un'idea resa vivace dal rap­
porto di contiguità, Sçlmiglianza e causalità' COn una
impressione · presente, tutto questo bastava a scalzare
le classificazioni introdotte dai logici negli . atti della
mente. Non per questo Hurne riusciva a darne · una
de.sc'rizione esauriente, che valicasse il dato psicolo­
gico della solidità (solidity' ), della· fermezza (firm­
ness) e stabilità (steadiness). Se tentassimo una sua
definizione, troveremmo il compito difficile come se
cercassimo di chiarire · la passione dell'ira . a chi 'n on
l'abbia mai provata. Ogni ùomo è tuttavia cosciente
del � sentimento
. a cui· si riferisce l::t credenza e come
sarebbe possibile, infatti, dubitare che le idee a cui
assentiamo siano più vivide di quelle dei · castelli in
aria, che diverso sia il modo di ·leggere un libro a
seconda che Io concepiamo come un romanzo o una
storia vera? Qui giunto, Hume poteva tornare sui
suoi passi e considerare l'idea di · una connessione
necessaria� Che diciamo quando ' affemiiamo che due
oggetti sono necessariamente connessi? Che essi sono

37 lvi.

49
contigui nel tempo e nello spazio e che quello chia­
mato causa precede quello chiamato effetto. Non
sembra possibile scoprirvi un terzo rapporto. Se però
si esaminano molti casi, in cui oggetti simili figurano
in rapporti simili, si trova che la ripetizione produce
quella nuova impressione che è all'origine dell'idea
che si cerca. Accade allora che, dall'apparire di uno
degli oggetti, la mente sia portata dall'abitudine a
rappresentarsi ciò che suole accompagnarlo e ·a inten­
derlo tanto più fortemente nel suo nesso con il primo
oggetto. È quindi quest'impressione o determinazione
che ci procura l'idea di necessità. Detto altrimenti:
La necessaria connessione tra causa ed effetto è il
fondamento della nostra inferenza dall'una all'altro; ma,
a sua volta, il fondamento della nostra inferenza consiste
nel passaggio che viene operato per un'azione abituale:
le due cose, dunque, fanno una cosa sola. O anche: l'idea
di necessità deve pur nascere da qualche· impressione, ma
non ne esiste una, trasmessa dai sensi, che produca que­
sta idea. Essa deve quindi derivare da un'impressione in­
terna o di riflessione. Però non esiste alcuna impressione
interna, tranne la tendenza generata dall'abitudine a
passare da un oggetto all'idea del suo concomitante
usuale. È questa, pertanto, l'essenza della nec�ssità 38•

L'opinione comune non avrebbe accolto volen­


tieri una tale conclusione. Il pensiero può ben dipen­
dere dalle cause nelle sue operazioni, ma non le cause
dal pensiero; diversamente ne verrebbe rovesciato
l'ordine della natura e si metterebbe prima quel che
viene dopo. Ora Hume concedeva che d siano delle
qualità sconosciute, né il mondo cascava a chiamarle
« potere » o « efficacia »: l'errore cominciava a insi­
nuarsi quando si designava con tale termine qualcosa
di cui avremmo un'idea chiara. Nessun argomento
aveva suscitato tante dispute tra i filosofi antichi e
moderni. La soluzione più « generale e popolare »

38 Treatise cit., I, III, 14.

50
appariva quella di Locke, secondo cui; trovando con
l'esperienza · che esistono nuove produz· ni in natura
come i movimenti e le variazioni • corpo e
derivandone che ci debba essere da . e parte
qualcosa capace di produrlo, giungiamo 1 'idea
di potenza o efficacia. A essa c'era solo ,� "' · iet­
tare che il ragionamento non fa nascere d·
un'idea originale e che la ragione non ci por .
concludere che una causa o qualità produttiva è ric
sta per ogni cominciamento d'esistenza. Ma altri
ricorrevano - alle forme sostanziali, agli accidenti e
alle qualità, e cosl via; e come questi non si face­
vano presenti ai sensi, il . Malebranche non aveva
esitato a sostenere che la materia è del tutto sprov­
vista d'energia e che tutte le sue operazioni si com­
piono unicamente tramite quelle dell'Essere Supremo.
Se ora s'esclude che l'idea di Dio sia innata, essa
non consisterà che in una composizione delle idee
che acquistiamo riflettendo sulle operazioni della
nostra mente. Queste non ci forniscono alcuna nozione
di energia più che non lo possa la materia e quando
ricorriamo ali 'esperienza, essa ci mostra solo oggetti
contigui, in successione tra loro e costantemente
congiunti. Dunque, concludeva Hume, o non posse­
diamo alcuna idea di tale forza o energia oppure
questi termini non significano che la determinazione
del pensiero, appresa con l'abitudine, a passare dalla
causa all'effetto che solitamente ne consegue 39•
Che le operazioni della natura siano indipendenti
dal pensiero si può ben ammettere, quando ci fermia­
mo a esaminare le relazioni di contiguità e successione.
Ma non ci sarà mai dato di cogliere in esse un potere
e una . connessione necessaria, per cui vale, ricapito­
lando l'argomento, proporre una definizione del .nesso
causale dal punto di vista filosofico e naturale. Secondo
quest'ultimo, che è poi quello che conta, la « causa
è un oggetto precedente e contiguo a un altro, e cosl

39 Treatise cit., I, III, 11.

51
unito con questo, che l'idea . dell'uno determina ' la
mente . a formare l'idea dell'altro e l'impressione del­
l'uno· a formarsi dell'altr9 un;idea più vivace ». Tanto
basta a togliere ogni fondamento alle cause efficienti,
formali, materiali, esemplari e . finali, a smentire la
differenza tra causa e occasione, ad ammettere una
·sola specie di necessità. Di qui procedeva una riforma
positiva delle varie" forme del sapere, che . ne stabi­
lisse i gradi di certezza. Ci sono argomenti causali,
osservava Htime, che appaiono completamente . liberi
daL dubbio e ci soho quelli probabili che' nascono dal
-caso e dalle cause. Il caso non ha, a rigore; alcuna
realtà e distrugge le · determh:iazioni del pensiero, che
viene cosl abbandonato al suo naturale stato d'indif­
ferenza. Dove niente limita i casi, qualunque nozione,
anche. la più stravagante, sta sullo « stesso piano
d'uguaglianza » delle altre; ci deve essere una mesco­
lanza di cause tra i casi perché s'argomenti a · favore
dell'uno o dell'altro. Non è tuttavia da dimostrazioni
o da probabilità che si genera la credenza, quando
si dia un numero superiore di casi, ma dal fatto che
la causalità agente in essi produce un impulso ad
accordare ai medesimi una preferenza rispetto agli
altri.
Con _ciò ci " si riporta alla seconda specie del ragio­
namento congetturale, che s'affida all'abito derivato
da un'esperienza imperfetta; dalle cause contrarie e
daWanalogia. · All'abito difettoso la mente potrà ripa­
rare riflettendo sull'unione delle ·cause e degli . effetti,
ma sulla contrarietà la gente che « giudica delle. cose
al loro primo apparire » c il filosofo dànno una
·

risposta diversa: la prima l'attribuisce all'incertezza


delle cause, il secondo alla « segreta operazione »
.

delle cause contrarie. Le loro conclusioni sono non­


dimeno fondate sugli stessi prindpi, perché, quando
l'unione di- due oggetti è frequente senza che · sia
costante, la mente non passa da wio all'altro con la
perfetta abitudine che si nota se l'unione è ininter­
rotta e tutti i casi incontrati sono uniformi e "di un
52
:solò peso. A rendere esitante la credenza interviene
-soprattutto la' considerazione dei- 'cusi contrari · . nel
pass'atci, siCché si può concludere che tali · ragiona­
menti probubili non derivano che indirettamente dal­
l'abitudine. Se infatti, esaminando' la specie contraria
-di · qùesti 'fenomeni, l'abito non ci ' si presenta con
degli oggetti stabili, ognurio degli oggetti disgregati
.si · prende una parte della, - forza dell'impulso. Ne
segue che gli effetti_ della probabilità si distinguono
-da · quelli della possibilità opposta soltanto per la
superiore vivadtà ' dell'immagine che le viene da un
"numero " maggiore di oggetti, dal fatto che la vista di
un· ' oggetto . singolo si fonde con ' le altre immagini
somiglianti 40•
-

.•

Qùanto alla probabilità derivante dall'analogia, es­


sa è divers'a 'da quella dei . casi :e delle cause perché
non si riporta alla congiunzione .costante di due
oggetti nell'esperienza passata. Non è .qui tanto la
unione, · bensl la somiglianza di un ' oggetto presente
·COn uno di essi che s'indebolisce; Ma senza un qual­
che' grado di somiglianza·, è impossibile ragionare; e
poiché la' stessa ammette· molti gradi, il ragionamento
diventa in proporzione più o meno solido. · Per questo
vanno considerati quattro tipi di · prob:�bilità · non
filosofica, trascurati drigli analisti. La prima considera
l':�ttenuarsi dell'impressione che s'er� presentata alla
memoria e al senso; · la seconda mostra come prevalga
sul · giudiZio un'esperienza « recente e fresca », men­
tre la' terza riguarda i ragionamenti per prove che si
convertono in probabilità per la quantità di ilrgo­
menti che vi sono connessi; la . quarta mette. in que­
stione il pregiudizio secondo cui un irbndese non può
essere arguto o un· francese essete serio, · e ne scopre
l'origine nella prevalenza che le circostanze superflue
hanno talora su quelle essenziali e sull'immagina-
2ione senza che la riflessione corregga l'inferenza.
Si completava cosl l'istruttoria humiana sulla
40 Treatise cit., l, III, 12.

53
causalità. Kant " le avrebbe riconosciuto il merito di
avere posto la questione nei suoi termini reali, come
il concetto che contiene la necessità dell'esistenza del
diverso 41 • Non ci sono antecedenti nelle dottrine degli
scettici antichi. Quando Enesidemo si chiedeva se
due cose diverse possono essere necessariamente
connesse in re, egli si fermava a una nozione reali­
stica della causa che ha poco da spartire con quella,
schiettamente gnoseologica, dello scozzese, il quale
l'estendeva a una critica della ragione dogmatica 42•
Si potrebbe richiamare Nicola di Autrecourt, quando
si riferiva all'unione dei fatti per spiegare l'inferenza
dalla causa all'effetto: ma anche nel suo caso, a parte
la prospettiva teologica, non si dava rilievo ai pro­
cessi istintivi . dell'immaginazione che subentrano al
ragionamento deduttivo 43 • Il discorso non muta se ci
riferiamo ai filosofi sperimentali dopo Galileo. Nel
De corpore Hobbes considerava la causa come « l'in­
sieme di quelle circostanze, poste le quali, non è
con�epibile che non segua l'effetto » e le conservava
i caratteri della necessità 44• Più oscillante, premuta
da uno scrupolo antologico, la posizione di Locke.
Egli ammetteva di non capire come uno spirito
muova il corpo o questi produca un pensiero, una
volta che, in tali e altri fatti ::maloghi, benché si
mostrino in una « costante e regolare connessione nel
corso ordinario delle cose », non sia possibile. ravvi­
sare un legame necessario fra le idee stesse. Tuttavia
l'assioma causale . restava per lui un principio di
ragione, se è vero che « l'idea è necessariamente con­
nessa con l'idea di qualche operazione e l'idea di
quest'ultima con · qualcosa di operante che chiamiamo
causa », con una sorgente che da ultimo ci riporta

; • 41 Il rilievo della Kritik der praktiscbm ·Vernu11jt è nel


vol. V dci citati \Verke, pp. 57 sgg. ·

42 SEsTo · EMPIRICO, Pyrr. Hyp., I, 180-6.


43 Qui si rimanda all'Epistola ad Bemardt1m, ed. Lappc,
Miinster 1908.
44 Cfr. il I vol. degli Opera Pbi/osophica cit., Il, IX, J.

54
all'origine di tutti i poteri, ossia a un Essere. Etemo 45•
Le citazioni potrebbero moltiplicarsi. Talora, come
nel caso di Glanvill, esse mostrerebbero degli argo­
menti comuni. Non per questo ne sarebbe toccata
l'originalità dell'analisi humiana che va preservata dai
·« precursori » come da certi epigoni positivisti. D'ac­

cordo sul merito antimetafisico della sua analisi della


causa, come si può trascurare l'intervento del custom
che la· rende una relazione naturale? A questo punto,
l'obiezione di psicologismo, per fondata che sia, non
ci fa avanzare d'un passo nella comprensione del testo
humiano. Lo può un'obiezione epistemologica? Si
prenda il dilemma dell'empirista a cui Reichenbach
ha costretto lo scozzese: o lo si è radicalmente e si
rinuncia a ogni previsione, oppure si ammette l'indu­
zione e con ciò si accoglie un principio che non è
�nalitico o derivabile sperimentalmente. Il risultato
è l'impossibilità stessa della conoscenza e si spiega
con il fatto che Hume non si era ' liberato dall'in­
fluenza della filosofia raztoniìlistica anch.e senerèspiil­
geva Pintento Clogmatico. Non-basta'd.ire"chè,"Ié-'"osSer:
vazion!deglr-ev�eilti�·tras·corsi sono certe e che le
previsioni sono probabili per impostare correttamente
il problema dell'induzione. Una risposta resta parziale
·se non ci si chiede come debba essere una conoscenza
del futuro perché �i giustifichino le osservazioni che
lo riguardano. Il problema logico dell'induzione

�o�������ill*:i�·�����'!_?;fs�l7��}efy��
<:! cons�nte di"preveàeren-·fii filr'oe''Cll:E"redisporre
strumenti -formali -più'opC
·- ..........
portun ""'·-
gli
,, �-�,.,•. ,..

---n rsiingiiendo"fra'.Iii''ì)"rooaoìlifa-:'"'del caso e la pro­


babilità delle cause, ha notato -Key�-;-H:umeffic}.
strava a'iver�chii'ira!à-differenZ'a�trnil�liìé'tOdo'lléi
illatèffiatìC:Tbasnié>sùlpriiiCiPfoa'iri'èliféf renZ'ànè,SliéllO'
llialitt rvoch-e·�slTonaastill 'ésPéC!enia'aèlle\irìitòr.
:m:rtr.l>eròeglinoil" éOnosC:eva-·i-"éérlffihuH·-che
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45 Essay cit., IV, X, 3.

55
. div�_:p�E�UtYSi:.d1:Y'7-
; a,t�.rig��.!?J. . . "J,�&C?n.9.Q, Je..Q"rt:R
��g JRu:m9.) 9 i:LEJ
� J g ,ll oy�r,- Pascal, Be�n9T�l!!
con - la sua Ars . cottJectand"l.",f$.iQ.,��!l,$gi,1.Q_e�g�
...

. che i suoi _inter�sJ L.��':'�,�!!t.9.X.�ì.,�b!r..Js.-,�


9,J�1om
!':!.�:c!if���=���:'Y,à.9,�,9-,.P,.oste. sul terreno eg1stemo�
.!p�o? Pur ponendo tl problema, Hume non entra
n elfe�dispute sull'interpretazione probabilistica . della
· induzione ed è di scarso aiuto a .chi, come Reichen­
bach o Black, hanno discusso la legittimità di una
sua giustificazione pragmatica . . Altra era la scoperta
che aveva illuminato la << nuova scena del pen­
siero », essa consisteva nella credenza che su­
bentra all'evidenza delle proporzioni quantitative.
Qui, semmai, entrava in crisi il progetto · di una
scienza della natura umana. Come è infatti possibile
conseguire un sapere obiettivo, investito di valori
sistematici, se lo si vincola alla percezione? E d'altra
parte, se ci si attiene alle percezioni come a delle
eritità comparabili . agli atomi fisici, che ne è della
vita mentale e affettiva? Nella prospettiva newto­
niana di Hume .il belie/ finiva con il dipendere . da
un meccanismo associativo che garantisce il pnssaggio
della forza c della vivacità dell'impressione all'idea.
Ma non si neutralizzava con ciò la coscienza imme­
diata che abbiamo di noi stessi, quella coscienza che
è · essenziale al prodursi della simpatia e sul cui mo­
dello 'si struttura la credenza?
Eccoci giunti a un altro nodo. La passione dell'io,
che si comunica agli oggetti con cui è in rapporto,
non compariva nei luoghi sull'identità personale. « Per
parte mia, quanto più mi addentro in ciò che chiamo
me stesso, m'imbatto sempre in una percezione parti­
colare di caldo o di freddo, di luce o di oscurità, .di
amore o di 'odio, di dolore o di piacere, o di altro.
Non riesco mai a cogliere me stesso senza una perce­
zione e a notarvi qualcosa che non sia un·a percezione. ­
Se qualcuno ritiene, dopo una lunga e spregiudicata
riflessione, di avere una nozione diversa di se stesso,

56
dichiaro : che non · posso continuare a ragionare con
lui ». La conclusionè non era meno esplicita:

A parte i metafisici . di questa specie, oso tuttavia


sostenere che per gli altri uomini siamo solo fasci o col�
lezioni di di.fierenti percezioni che si . susseguono ·con ·.una
rapidità inconcepibile, in . un continuo 'flusso e movi­
mento. I nostri occhi non possono girare nelle loro orbite
senza ·variare le nostre· percezioni. Il nostro pensiero è
anco'ia più mutevole della nostra vista, la n.tente è · una
sorta di teatro dove . diverse percezioni fanno le loro
apparizioni,- passano e· ripassano,- scivolano e si mesco·-·
lano ["glide away and mingle] con una varietà infinita
di atteggiamenti e di situazioni. Non c'è in esse alcuna
semplicità in un dato tempo, né identità in tempi diffe­
renti, quale che sia l'inclinazione naturale· ·a immaginare
quella semplicità . e identità 46, ·

- Locke c poi Butler, nell'Analogy �/ Religion,


ave�Octièà1'Cr'',':iiè1lil'""ffiemoria·�·n·· . --rlnci'"io"'�dèlla
raentit?i ��a·�davvèfò"'SC"iioie"va"'"i;;'�à�èd�re'"(ìli@:'
ro�·cne l'assomigliasse alla. vitesse . inconcevablc
che il Malebranchc attribuh;a alle impressioni della
vista?': La questione' no.n ·era solo . di parole, per.ché,
quando · si corrisponde un'identità a soggetti. variabili·
c interrotti, il . nos�ro errore è accÒrripagnato da una
finzione. Gli oggetti variabili c irùerrotti risultano
all'osservatore imparziale 'da una successione di parti
unite :dal ràpporto di somiglianza, contiguità c cau­
salitài · Come .ci accade allora di ·attribuire a essa
una perfetta identità c di considerarla invariabile . e
ininterrotta? La
� �g]��"..����L�l!:�i.gi.D��-4�.k15.2!J:
usione che .§t�, t� t. � � �;�e 4 .?..?.;:;�g�!��.,?.e,H� JE, �� S�
.•

' . " ,
a un oggetto a1 1 al t ro aa fane semurare

d 1 contem-
Plare u1ic)ggettò�5olO'ecòntinuo.;-QuéSt1.sono'·gli
unpulst- che··s•insinuà'ii o-:"'iielfe""'Pìè'ihe dell'immagina�

. 46. Treatisc cit., . I, IV, 6. .


47 LocKE, Essay cit., II, XXVII, 9-23. Del Butler è in­
vece da vedere la Dissertation on Personal Identity che figura
nell'Analogy of Religion, Natura/ , and Revealed, ci t.

57
zione e ne turbano la regolarità. Essi producono un:r
credenza e ci sarebbe ora da chiedersi se questa si
spiega meglio con i meccanismi di derivazione newto­
niana o con l'approccio psicologico dei moralisti. Quan­
do prevalgono i primi, viene meno ogni riferimento
al self e s'insiste sul ruolo tenuto dall'associazione
nella formazione dell'abito; quando il belief designa
una disposizione della mente, prende invece rilievo
la lezione di Hutcheson che ne aveva indicato il
modello nella coscienza immediata del nostro io.
Nei due casi, la credenza prende il posto della ragione
cartesiana e garantisce l'ordine delle nostre opera­
zioni caricandosi di significati che sembrano sorpas­
sare l'esperienza.

Qualcuno mi chiederà se sono uno di quegli scetuct


che sostengono l'incertezza di ogni cosa e che il nostro
giudizio non ha una misura per il vero e per il falso.
Rispondo che la domanda è del tutto inutile e che mai
nessuno, né io né altri, è mai stato sinceramente e co­
stantemente di questa opinione. Per una necessità asso­
luta e inevitabile, la natura ci spinge a giudicare come
a respirare e a sentire. Chiunque si è preso la briga di
confutare i cavilli dello scetticismo totale, in verità ha
discusso senza avversari e difeso con argomenti una
facoltà che la natura ha ben piantato nello spirito ren-
dendola inevitabile 48•
·

Questo sentimento che ci guarisce dai timori pare


davvero sconfinare in una prospettiva metafisica.
L'intera funzione immaginativa ci riporta a una cre­
denza predisposta dalla natura e la stessa ragione,
avrebbe notato Hume, non è che un « meraviglioso
e inesplicabile istinto » della nostra anima che ci
guida per una serie di idee e le arricchisce di certe
qualità, secondo le particolari situazioni e relazioni.
Cosl Kemp Smith ha insistito suiie analogie di carat­
tere biologico e funzionale che si sostituiscono a

48 Treatise cit., l, IV, l.

58
quelle di tipo meccanico nell'esame dei natural beliefs.
In questo senso il legame misterioso stabilito dal­
l'abitudine sembrerebbe anticipare quel « modo uni­
forme d'operazione e di mutamento )) che Dewey
doveva prendere a prova della superiorità del nuovo
empirismo. Ma l'alternativa humiana è più comples­
sa e si pone ora tra una metafisica dell'istinto e un
sentimento ridotto alla prospettiva esistenziale, libero
dni presupposti sistematici delle ·sezioni iniziali.

III. LE LEZIONI S CETTICHE

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1multau a cui 1o spìr1to'è'c0ricl0ito:-'"Ora'�il-dogmi='
uco non s'accoigc-énél ragionamenti, quando non
cadono per la loro stessa sottigliezza, sono insieme
forti e deboli, né · capisce che lo scettico, costretto
a fare uso di argomenti razionali per provarne la
fallacia, giunge a un risultato che ha il peso della
ragione c tuttavia la scalza a poco a poco, dal di
dentro. Benché contrarie nelle operazioni e nelle ten­
denze, · la ràgione dogmatica c · la ragione scettica sono
della stessa pasta e se una perde forza, altrettanta ne
toglie all'avversaria 1• Per fortuna la natura inter­
viene a spezzare la disputa, costringe il pirronista ad
ammettere l'esistenza dei corpi anche se non se ne
può fornire la dimostrazione. Cosl non conta, e nem­
meno si potrebbe, sapere se i corpi esistono o no,
ma importano le cause che ci spingono a credere nella
loro realtà. Al riguardo due questioni vanno insieme,
quella della continuità e quella dell'esistenza distinta

l Treatise cit., I, IV, l .

59
degli oggetti: se infatti gli oggetti. dei nostri sensi:
.continuano ad esistere anche quando non sono perce-·
piti, la loro esistenza è . indipendente e distinta dalla:
percezi9ne, e viceversa, se la loro esistenza è indipen-·
dente e distinta dalla percezione, essi debbono conti­
nuare a esistere sebbene non siano percepiti 2• ·
I sensi non ci dànno la nozione di una realtà.
continua a meno d'ammettere. che percepiscono , gli
oggetti quando non sono loro presenti e neppure · ci
suggeriscono l'idea di un'esistenza distinta, perché
allora dovremmo, non meno delle percezioni, essere
noi stessi oggetto dei sensi . per procedere a un loro·
confronto. Forse la credenza nel mondo esterno deriva
dalla ragione?. Acèanto agli argomenti dei filosofi,.
notava Hume,· ci sono quelli deL volgo che confonde
percezioni e oggetti e attribuisce un'esistenza distinta
e continua solo alle cose che tocca e vede. Ciò ' è
contraddittorio perché si verrebbe a concludere che
.

una perceziÒne si percepisce quando . non si perce­


pis.ce. Ma se anche si abbandona questa concezione
zmreasonable e si distingue tra la .percezione e. l'og­
getto, . non ne segue alcuna · certezza eh� i corpi · ab-.
biano un'esistenza distinta e continua. . Essa dovrà
essere . rimessa all'immaginazione. Per cominciare,
tutti. gli oggetti a cui attribuiamo un'indipendenza e
una continuità presentano. una particolare costanza
che li distingue dalle: impressioni che facciamo dipen­
dere . dalle . nostre percezioni. Le montagne, le case,
gli alberi che _vedo adesso sono i medesimi che ho
sempre visto nello stesso ordine e se chiudo gli occhi
o volgo la testa mi si ripresenteranno senza il minimo
cambiamento. Una tale costanza suppone qualche ec­
cezioné, . come accade per i corpi . che mutano di
�isposizione e di qualità, e tuttavia questi conservano�
per la regolarità con cui dipendono gli uni dagli altri,
una coerenza che serve di fondamento · a una specie
di ragionamento ca�sale. Cosl, tornando in camera

2 Trcatise cit., I, IV, 2.

60
dopo un'ora di assenza, non ' trovo il fuoco come l'ho
lasciato; ma io sono abituato a vedere una simile altera­
zione, prodotta in simile tempo, in altre circostanze, che
io sia· presente o assente, vicino o lontano; la céeren:­
za è insomma una caratteristica degli · oggetti esteriori.
L'esistenza · continua dei corpi dipende dunque
dalla costanza e dalla coerenza di ce'rte impressioni.
Se ' ad esempio sento un rumore alle . mie spalle, . come
quello di · una porta . che gira sui cardini, ne deduço
che tale . rumore non può -che provenire dalla porta
che ricordo d'aver. visto dall'altra parte della stanza . .
Però io sono abituato a . udire un certo suono nello
stesso . tempo che scorgo un certo oggetto in movi-:
mento; mentre adesso non ho ricevuto le due perce­
zioni insieme. Per. . superare . la difficoltà occorre
ammettere che la porta sia stata aperta senza eh� ne
abbiamo avuto la percezione, cioè suppor�e una con­
tinuata esistenza degli oggetti in modo da collegarne
le · apparenze secondo che · conviene . . alla )oro parti­
colare natura e alle circostanze. Siamo cosl indotti a
S2nsiderare il mQD.Qg_ç.Q.J!l_e CJ.�lcosa -�� .:.�..aE:.�:�g�
vore;an che quando cessa dl essere presente alla . m1il
... ..

percezione, ma unà''Taleccììlclùsione;-sebb'é'iìe""semofi.
oella stessa spec�e è'lelragiOnamen'FCCa'uSàH;--�aerìva
JatrlntèUigèòzae5oloiriairHfàrrie'ìifep"dàll'àbii'uoih"e'3•
Questa nonsi'acqGi!i"tl:C'che�pef"·mczzo�aèllii�regOlare
successione delle . percezioni . e se non ci, riesce di.·
constatare la perfetta connessione di due oggetti,
quando un « volgere di testa » o. il « chiudere gli
occhi » basta a romperla, bisogna ricorrere a qualche.
altro · principio. Tale è l'immaginazione che, ponen­
dosi in un · certo ordine di pensieri, è capace ·di
continuare anche se l'oggetto le viene a mancare,:
simile a una galea messa in moto dai remi; allo
stesso modo la mente, una volta sulla via di osseryare
l'uniformità degli oggetti, prosegue spontaneamente
sino a renderla la più po_ssibile completa.

3 Ivi.

61
Con la coerenza va rilevata la costanza delle
percezioni. Qui Hume faceva notare che, quando
troviamo che la percezione del sole o dell'oceano
ritorna a noi dopo un'assenza · nello stesso ordine e
composizione della prima apparizione, tendiamo a
non considerare queste percezioni intermittenti come
diverse; quali realmente sono, ma, per via della somi­
glianza, come ognuna fosse sempre la stessa. ·Poiché
l'intermittenza è contraria all'identità, « noi masche­
riamo [ we disguise] il più possibile l'interruzione,
anzi l'eliminiamo del tutto supponendo che tali per­
cezioni intermittenti siano connesse in un'esistenza
reale di cui tuttavia non abbiamo coscienza )) 4• ·Il
processo psicologico è lo stesso che genera la fin­
zione della sostanza reale; il facile passaggio della
immaginazione attraverso le somiglianze delle perce­
zioni intermittenti e diverse esprime la medesima
tendenza della mente allorché consideriamo un'unica
percezione costante· c ininterrotta; avviene insomma
che si scambi il simile con l'identico e che si riesca
a fingere un'esistenza continuata che colma i vuoti.
Questa finzione non tarda ad assumere i tratti della
credenza, quando l'idea di una realtà continua sia
resa vivace dalla memoria che ci presenta numerosi
casi di percezioni somiglianti a differenti intervalli
di tempO e dopo considerevoli interruzioni 5•
Che dire della · deduzione humiana del mondo
esterno, ·cosl come procede? Da una parte s'incontra
un costume immaginativo indiretto che ci porta a
supporre una uniformità nelle percezioni in grado di
assicurare una regolarità nel molteplice empirico; dal­
l'altra c'è la fantasia che, confondendo il simile con
l 'identico, introduce una costanza che dà unità e
compattezza alla realtà esterna. Ma la legalità impo­
sta alle percezioni dall'immaginazione esclude le fin­
zioni della fancy? O lo. sccpsi è già obbligata a perlo

4 lvi.
s lvi.

62
in dubbio? E qual è, intanto, l'opinione . dei filosofi
che sanno distinguere tra le percezioni e gli oggetti?
Essi considerano le prime « intermittenti, transitorie
e diverse a ogni loro ripetersi », mentre i secondi
sarebbero « ininterrotti, dotati di una esistenza con­
tinua e di identità » . Ora questa ipotesi c:ij una doppia
esistenza non è necessaria né iùla ragione, né alla
immaginazione. Non lo è per la ragione che si limita
alle percezioni e ne fa il fondamento dei nostri ragio­
namenti causali, non lo è per l'immaginazione a meno
che non si spieghi come dalla constatazione dell'in­
termittenza e dalla diversità delle percezioni si pro­
duca, direttamente e immediatamente, la credenza in
un'altra esistenza, simile per naturn a quelle perce­
zioni e tuttavia ininterrotta e identica. Essa non può
che attingere dall'opinione volgare per cui le nostre
percezioni sono i nostri soli oggetti e continuano ad
esistere anche . quando non sono percepiti. C'è infatti
una grande differenza tra le idee che ci formiamo
dopo una riflessione e le idee a cui aderiamo per una
specie d'istinto, e non è difficile, quando sorga una
opposizione tra loro, pronosticare quali avranno la
meglio. Appena il pensiero rallenta la sua attenzione,
la natura prende il sopravvento. L'ipotesi della doppia
esistenza accontenta tanto la ragione che l'immagina­
zione, è un « mostruoso connubio » di due opposti
princlpi che vengono abbracciati dalla mente incapace
di escludere l'uno o l'altro.

L'immaginazione ci dice che le percezioni somiglianti


hanno un'esistenza continuata e ininterrotto, e non ven­
gono distrutte quando non ci sono presenti. La rifles­
sione ci dice invece che le nostre percezioni, sebbene so·
miglinnti, sono sempre interrotte nella loro esistenza e
differenti l'una dall'altra. Il contrasto tra queste due
opinioni è eluso ' con una nuova . .finzione, .conforme ai
dettati della riflessione come a quelli della fantasia> attri­
buendo quelle opposte qualità a diverse esistenze: l'in­
termittenza alle percezioni e la continuità agli oggetti 6.

6 lvi.
63
€1. Riàssumendo, c'è l'opinione del . volgo per cui le
percezioni somiglianti sono identiche, c'è quella dei
·filosofi che . sono tanto propensi a crederle tali da.
inventarne arbitrariamente . una nuova serie . c · c'è
infine il giudizio del pensatorè cauto che scorge la
·opposizione tra- le ragioni che ricaviamo dai , rapporti
causali e le ragioni che ci persuadono della continua
·C indipendente . esistenza dei corpi. Ma . non si tratta,
nel caso dello scettico, di un conflitto sanabile: il suo
·dubbio è ormai tanto affilato dalle aporie che 'non
può sostare in alcuna soluzione, venga dalla . rifles­
sione ·oppure dai sensi, a rischio di dogmatizzarsi.
·Cosl egli · si volgeva ai sistemi antichi e moderni e
li confrontava con . i risultati della propria inchiesta.
Le finzioni dei primi, le · sostanze a· gli accidenti o le ·
·qualità occulte, . si spiegavano ; allora ; con i princlpi
della . · natura umana e l'analista poteva indicarne i
meccanismi. Quando seguiamo un oggetto nei suoi
mutamenti successivi, · il facile corso · del pensiero ci
fa attribuire alla successione un'identità; se poi, con­
frontandone . la condizione dopo un mutamento, quel
corso si spezza, allora abbiamo l'idea del diverso; ed
ecco ché l'immaginazione si finge qualcosa d'ignoto
c d'invisibile, che chiama sostanza o materia prima,
originaria. La tendenza a prestare alle cose le nostre
simpatie e antipatie; come . accadeva nella fisica degli .
·aristotelici, è certamente congeniale agli individui;
ma quando se ne sono scoperte le origini, sconosciute
ai fanciulli per la loro età e ai poeti assorti nelle
loro invenzioni, si possono scusare i filosofi che non
se ne · rendono conto?
L'immaginazione . restil il « giudice supremo di
tutti � sistemi )) e qui occorre distinguere tra . i suoi
.
prindpi permanenti, . come l'abitudine a passare. dall:l
causa all'effetto, e quelli deboli
. e irregolari che com�
paiono nelle fantasie .degli an tichi.. E tutt"avia, . avver�
tiva Hume, se ci si muove. dalla posizione moderna
che fa propria la differenza tra le qualità primarie e
:Secondarie, ci condanniamo a uno scetticismo strava-
64
gante; E infatti, ammesso che colori, suoni, sapori
siano semplici percezioni, non rimane piìt nulla che
si supponga dotato di un'esistenza reale, nemmeno
il movimento, l'estensione e ' la solidità; il " movimento
rimanda all'idea,di uri corpo che si muove e questa si
risolve. a sua volta. in un'idea di estensione e . di soli­
dità;: ora l'idea di estensione si compone di. parti
colorate e . solide, ma il colore è una qualità secon­
daria e ; Jà solidità non si comprende senza i corpi .
solidi che mantengono una separata e distinta realtà.
Questi corpi risultano tuttavia inesplicabili quando
siano stati privati delle qualità secondarie, né · la
solidità può farsi dipendere do. quella . di movimento
e di estensione a meno di .cadere in un circolo vizioso.
Per concludere, non si vede come . si possa passare
dall'esistenza della percezione a quella dell'oggetto.
Qt.iesta più « matura riflessione », che è poi la
..

stessa del Berkeley, esasperava l'impasse:


Seguite gli istinti e le inclinazioni . della natura; con·
sentendo alle testimonianze dei sensi? Questi ci portano
a credere che quella stessa percezione o immagine sensi-.
bile è l'oggetto esterno. Sconfessate questo principio oer
. .

ammettere l'opinione più razionale che le percezioni sono


solo rappresentazioni di qualcosa d'!!sterno? Vi allonta­
nate dalle vostre tendenze abituali e dai vostri senti·
menti più· ·comuni; c neppure riuscite a soddisfare la
vostra ragione, che non può i:ròyare alcun argomento
convincente per provare con l'esperienza che ·· ]e perce­
zioni sono collegate con qualche oggetto esterno '·

La scepsi pare qui consumare tutte le posizioni


e se ne· ha la prova 'nelle sezioni conclusive che . riguar�
dano l'immaterialità dell'anima e l'identità perso­
nale. Anzitutto, quale impressione produrrebbe l'idea
dello spirito, un'impressione di sensazione o di rifles­
sione, piacevole o penosa, continua o intermittente?
Non si risolve la questione se le percezioni siano o

7 Enquiry I cit., III, l.

65
non siano inerenti a una sostanza materiale o imma­
teriale quando non ne stabiliamo preliminarmente il
significato. L'argomento_ a sostegno dell'anima imma­
teriale pare insidioso per la stessa posizione religiosa.
Con esso si dice che tutto ciò che è esteso consta di
parti e che ciò che consta di parti è divisibile nella
immaginazione, se non nella realtà. Ma è impossibile
che una cosa si congiunga a un pensiero o a una
percezione, poiché questi non ammettono una distin­
zione o separazione di parti. Se il pensiero s'unisce
all'estensione, deve esistere in qualche parte entro i
limiti della stessa; e allora, o il pensiero esiste in
una parte e quindi, essendo questa indivisibile, il
pensiero è unito ad essa e non all'estensione, oppure,
se va unito a ogni sua parte, pure lui risulta esteso
e divisibile non meno del corpo, il che è assurdo 8•
Un tale argomento, precisava Hume, tocca il pro­
blema del congiungimento locale dell'anima con la
materia. Al riguardo si osserva che in contrasto con
la tesi per cui qualcosa deve essere esteso per esistere
e, in quanto esteso, avere una figura particolare, un
desiderio e una qualunque impressione non derivante
dalla vista e dal tatto'·non hanno una figura e tuttavia
esistono . . Ne consegue la massima, condannata da
molti metafisici, che un oggetto può esistere e non
essere in alcun luogo. Una riflessione morale si mette
forse a destra o a sinistra, un sapore o un suono
sono quadrati o circolari? Se non sembrano avere un
posto particolare, è possibile che esistano cosl: ciò
che si concepisce, infatti, è ben possibile. L'errore
di localizzare quel che vi ripugna dipende, al solito,
da un'inclinazione, e più precisamente dalla tendenza
a completare l'unione fondata sulla causalità e sulla
contiguità nel tempo con l'attribuire agli oggetti un
congiungimento locale.
Se vanno condannati i materialisti · come Hobbes
che uniscono il pensiero all'estensione, sono da ripren-

8 Treatise cit., l, IV, 5.

66
dere anche i cartesiani che lo connettono a una
sostanza semplice e indivisibile. Essendoci impres­
sioni o idee realmente estese, in quanto « dire che
l'idea di estensione si accorda con una cosa è come
dire che questa stessa è estesa », il libero pensatore
può infatti chiedere come s'incorpora un soggetto
semplice e indivisibile con una percezione estesa.
Cosl gli argomenti dei teologi, avvertiva Hume, si
ritorcono paradossalmente contro di loro. Il soggetto
indivisibile, ossia la sostanza immateriale, si trova da
questa o quella parte, alla sinistra o alla destra delle
percezioni? Non basta. La dottrina dell'immaterialità,
della semplicità e dell'indivisibilità di una sostanza
pensante può piegare a un « vero ateismo » e giusti­
ficare le opinioni per cui Spinoza veniva universal­
mente infamato. Le obiezioni erano le stesse riportate
nel Dictionnaire bayliano e concludevano a questo,
che . chi trova un'incompatibilità tra l'estensione come
modificazione e l'essenza semplice, non composta,
come sostanza di un oggetto, ugualmente la deve
scoprire tra la percezione, o l'impressione di questo
oggetto esteso, e la stessa essenza priva di ogni com­
posizione 9 ••

Che dire poi della causa delle percezioni? Materia


c movimento, sostenevano gli scolastici, restano sem­
pre tali sebbene mutino. Sarebbe assurdo immaginare
un moto circolare che sia diverso da com'è o un moto
ellittico che si cambi in una passione: l'una non può
dirsi causa dell'altro. Tutto chiaro? Si ponga mente
al fatto che tutti : gli oggetti non contrari sono suscet­
tibili di unione costante e che è per essa che stabi­
liamo in qualche modo un rapporto di' · causa ed
effetto; ora noi troviamo per esperienza che pensiero
e movimento vanno sempre insieme e poiché sono
queste le sole considerazioni che entrano nell'idea di

9 lvi. Per le obiezioni bayliane . contenute nell'articolo


« Spinoza » del Dictiomraire (IV, pp. 26.31-49) occorre rife­
rirsi alle note N, P, · cc, EE.

67
causa quando si applica alla materia, se ne conclude
che il movimento è la causa del pc ·ero e della
percezione. Né conta qui l'argoment - iente può
essere la causa di un'altra cosa, se la l"J., ­
percepisce la connessione nelle sue idee.
rebbe ammettere allora che nell'universo •
alcun principio produttivo, neanche · la divinit11
ché l'idea dell'Essere Supremo deriva da impres
particolari di . cui nessuna sembra avere - un rappor
con qualche altra esistenza. Quando poi ci si riferisca
a Dio per supplire alle deficienze di tutte le cause,
non si tarda a cadere nell'empietà e non importa che
alcuni filosofi, · come Malebr:inche, pongano l'attività
divina in rapporto con ogni operazione della mente,
tranne che con le volizioni, in quanto, se attivo è
ciò che mostra un potere e il pensiero non è in nulla
più attivo della materia, questa inattività ci costringe
a ricorrere a· un Essere Supremo che sarà la ·causa
delle nostre azioni sia buone che Viziose 10•
Anche a proposito dell'identità personale la scepsi
non è in grado di fermarsi a un principio. Ci sono
. gli argomenti contro l 'evidenza che Cartesio e Locke
volevano assicurare alla semplicità e nll'identità dell'io,
ma c'è ·anche la coscienza immediata di noi stessi a
ci.Ji si accennerà nel secondo libro del Treatise per
spiegare il processo simpatetico. In un caso l'intelli­
genza scopre al pqsto dell'identità una specie di teatro
in cui le percezioni si mescolano in infinite combina­
zioni, nell'altro questo flusso s'arresta e cede alla
concezione · viva della nostra p'crsona. Su tale identité
passionelle, come l'ha chiamata Leroy, sembra allora
ricomporsi la soggettività dianzi risolta nei meccani­
smi associativi. Non ce se ne può sbarazzare come di
una finzione della fantasia, è il sentimento che qui
IO Treatise cit., I, IV, 5. Per l'occasionalismo del Male·

branche va tenuta presente anche la Letter from a Gentleman


lo bis Fricnd in Edinburgh, che è del 1745, il cui testo, con
l'attribuzione a Hume, può leggersi nell'edizione di E. C.
·

Mossner c ]. V. Price, Edinburgh 1967.

68
s'impone con la stessa forza che ci fa comunicare con
gli altri e ci impegna nel mondo . degli uomini. Il
dubbio sarebbe tornato all a fine ,del capolavoro:

Se ie percezioni sono esistenze distinte, esse form� nò.


un tutto soltanto in quanto .si connettono insieme; ma
l'intelligenza non può mai scoprire alcuna cònnessione
tra esistenze. distinte; noi ci limitiamo a sentir/a come
una determinazione del pensiero a passare da un oggetto
a un . altro. Ne segue che soltanto il pensiero trova
l'identità personale, quando, riflettendo sulle serie delle
percezioni passate che compongono la mente,. le loro
idee si connettono e l'una tira dietro l'altra. Per straor­
dinaria che sembri, questa conclusione non deve stupire.
Molti filosofi inclinano a pensare che l'identità perso­
nale nasce dalla. coscienza, e la coscienza non è che un
pensiero o percezione riflessa. La presente filosofia ha
dunque un aspetto promettente. Ma tutte le speranze dile­
guano quando m'accingo a spiegare i princlpi che uni­
scono le nostre percezioni successive nel nostro pensiero
o coscienza. Non mi riesce di scoprire una teoria soddi-.
sfacente su questo punto. In breve, ci sono due princlpi
che non so armonizzare . e a cui non mi sento però di
rinunciare: che tutte le nostre percezioni distinte sono
percezioni distinte e che la mente non percepisce mai
tma reale connessione tra esistenze distinte. Se le nostre
percezioni inerissero a qualcosa di semplice e individuale,
oppure la mente percepisse qualche reale connessione,
non ci sarebbe · più riessuna difficoltà u .

Qui giunto, Hutne invocava il privilegio concesso


allo scettico e dichiarava la questione superiore alla
sua intelligenza. Da troppo si sentiva un « mostro
strano e bizzarro », espulso dai rapporti umani e
abbandonato a se stesso. Tutto sembra contraddirmi,
confessava licenziandosi dal lettore, ogni passo mi
rende pauroso di qualche errore o assurdità nel ragio­
namento.· I · .metafisici c i teologi lo guardavano con
odio, i filosofi del senso comune gli addebitavano i

Il Trcatise cit., Appendix.

69
paradossi della idea! theory di Cartesio e di Locke:
l'idea, insisteva Reid, non è affatto un'immagine delle
cose nella mente e la percezione si porta sull'oggetto
stesso 12• Quale ·era stato invece il risultato sconcer­
tante della scepsi? Se l'esperienza e l'abitudine agi­
scono sull'immaginazione e fanno sl che certe idee si
avvertano in modo più intenso di altre, se un prin­
cipio dall'apparenza cosl trivial ci consente di ragio­
nare di cause e di effetti e ci porta oltre le perce­
zioni immediatamente presenti alla coscienza, esso
non si rivela alla fine il medesimo che ci convince
dell'esistenza continuata degli oggetti quando sono
assenti dai sensi? Queste due operazioni, benché
ugualmente « naturali e necessarie » alla mente, sono
contrarie. A quale, allora, ci si dovrà appigliare?
L'espediente dei filosofi che scelgono successivamente
i due princlpi è da scartare. D'altra parte, a cercare
le cause ultime dei fenomeni e l'energia con cui
agiscono sugli effetti , s'accresce il nostro disappunto.
Una tale energia ci si mostra per quella che è, una
disposizione della mente acquistata con l'abitudine a
passare dall'impressione di un oggetto all'idea vivace
di quello che solitamente l'accompagna. Ma con ciò
si rafforza l'antinomia. Quando infatti respingiamo le
<< volgari suggestioni » della fantasia e ci atteniamo

alle proprietà più stabili dell'immaginazione, l'intel­


letto si condanna alla propria distruzione. Si deve per
questo rinunciare al ragionamento sottile ed elabo­
rato? Ci faremmo forti di una sola proprietà della
immaginazione e inoltre ci contraddiremmo, una volta
che il nostro rifiuto dipende da un ragionamento
abbastanza « metafisica )),
L'alternativa sembra dunque restringersi tra una
falsa ragione e la mancanza di una ragione, tra un

12 Ci riferiamo in particolare alla premessa dell'Inquiry


into the Human 1\find on the Principles of Common Seme,
pubblicato nel 1764; si trova nei Works curati da W. Ha­
milton, Edinburgh 18636, pp. 95-6.

70
pensiero stravagante e un intelletto che si distrugge
se resta coerente ai suoi princìpi. Da questo « delirio
filosofico » ci salva la natura, un'impressione vivace
dei sensi che scaccia tutte le chimere. Ne dobbiamo
concludere che esiste un dualismo tra la ragione e
l'istinto o lo scettico lo respingerà come fittizio, non
potendo l'una stare senza l'altro? Quando la ragione
i.Y�_a.��-�-4!�c-HI)������-�"""9';!.�!é!J.!!.qi �l9.11,
� é� g}"_f

sccytr1a; �!!_d9 non ��LE..�Jl no,.n...Q.a,.3S 1 �!_t
d t.!?.
a comaJ1darci. �èl primo caso, ramente si raccoglie
.

Ìn se stéSSa'C tende naturalmente a considerare gli


argomenti dibattuti nei libri e nelle conversazioni. Io
non potrei proibirmi, precisava Hume, « la curiosità
di conoscere i prindpi del bene e del male, la natura
e il fondamento dei governi, la causa di tante pas­
sioni e inclinazioni che mi muovono e governano. Que­
sti sentimenti affiorano naturalmente dalla mia pre­
sente disposizione e se io mi sforzassi di eliminarli
applicandomi ad altri affari o divertimenti, sento che
ci perderei dàl lato del piacere. Questa è l'origine
della mia filosofia » 13 •
<' Ricapitoliamo. La scoperta del feeling, che si im­
pone con la sua forza e vivacità nell'impressione,
s'era urtata con un'esigenza sistematica che l'aveva
risolto negli schemi di una psicologia associazioni­
stica. Ci sono note le difficoltà che ne seguivano. Il
ragionamento astratto non escludeva che le relazioni
ideali dipendessero dalle apparenze immaginative, éhe
l'origine degli enti mat�matici consistesse in una per­
cezione. La loro evidenza era tuttavia di specie am­
bigua, un compromesso tra un concetto empirico e
un concetto formale delle matematiche. Altrimenti
l'immaginazione si restituiva all'esperienza, si svelava
nelle questioni di fatto come una specie di sensa­
zione o credenza rafforzata dall'abitudine·. Come si
potrebbe, a questo punto, bandire le « finzioni » del­
l'immaginazione_ a meno di far intervenire un nuovo
Il Treatisc cit., I, IV, 7.

71
principio dògmatko? E non conveniva piuttosto ac­
cettare la natura umana cosl com'è, ispezionarne le
operazioni e impedire che esse diventassero esclusive
l'una dell'altra? L'impegno dello scettico non era
anzitutto fenomenologico? La stessa ricerca del filo­
sofo si sarebbe allora chiarita nel suo senso, avrebbe
cessato di essere un esercizio ' appartato e innaturale.
La delusione sistematica·-----
....�
.,.
è anche ...
n·�,.fascino
�-P';-···...,..-
Treatise. Con esso il mondo del a vita, notava Hus-
- • '..O..•w·,....,..,""J<'
··
_. .,. ·:-.•:· .del '
� ·' • '- ·· " '" . . . ... ..... �.

ifrrsùbenttaa�(\� ��t}Yci.��"eJ!:i.:.--5�!���,��.�
gal1le1ano e ne rffi ta 1 s1mbo)1 che lo allontanano
u
·
.
Clall'uomç_ « La condott:iCJiurr-·uomo cnéStuai?i
"li'losolta"in questo. modo spensieratC? è più genuina­
mente scettica di quella di chi, mentre sente una
forte disposizione per essa, si lascia nondimeno vin­
cere dai dubbi e dagli scrupoli 'sino a sopprimerla
totalmente. u� vero scettico diffiderà: sempre dei
suoi .dubbi, come delle sue convinzioni speculative,
e · non prenderà mai motivo dagli uni e dalle altre
per · rifiutare un'innocente soddisfazione che gli si
offre .» 14. Se non sono da trasctirare· i ragionamenti
più laboriosi, tanto meno si deve impedire la ten­
denza che ci · porta a « essere positivi e certi nei
punti particolari secondo la luce in cui li vediamo in
un istante particolare ». Qui veniva . meno . il ricorso
·

O.t"���· ·'l""· -t"=!T:'-�---


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IV. LA DOTTRINA DELLE PA S S IONI


E IL NATURALISMO ETICO

14 lvi.

72
na. Ma non è un caso che del libro . delle passioni, '
mèito""trermrpress<J'"il-Nòo�comé"'oelfaLJimr­
tation del '57 sullo stesso argomento, Hume non
sarebbe rimasto soddisfatto. · . I . mecdiiiic
ism òii
cu1 s1 as.soc;:� l� �'E.IH��sl�n.�El e 1�-�:�;::�,rP,:
pure sta"'61ffi1 m vta tpoteuca e rilevabili empm­

COrilpièS'Sitàaeiia v1t:C"'iiiòfilè:-" I:'lli<liviouò'"...'restiva


caffieìire;-rioii''"'glì"'C:lovév1i'iici"'""'semb'rare·�·adeguati· "alla

astratto e�feneri'2,�si"rìierTva"7C'Una:"oé'fèrmiiiata

èSistenza-ìieUospazto enel tèiìiP.Q."''N�·--ume'tooo


mfOOsP'é�·arCièHV'aziaileu'carì:eslaìla'·"e"'IoC:t<ian:i:
poteva . constderarsi 'vemffiérit'é7ale7"'Come-noiavà
Preti, 1 sentimentidcloiaceree'"ètè1la"""penà�..Té'"lorò
àSsoctazt<;>!E.!:f..! iv��ò- ii!f��ì··:<[s.[<?iili§@''·�If"�:J�
vane essenze Clell"'oèlio · e aelfSmore, . che possono
alloraconsraerarsi-delte'IinziOni�·fefiomefiologichè' ·e:oil
élii'iernr i1t etiamo c rendiilm'osr�nìlicaiifì""• cérti"évenii
osserva.bi'l'I:-·-.-w.·�_,.:...t ,...... .. .. Q. ..-:.w'*"": ,.�....,.., .o(....
� �- 'lo;""' . ..
--"7' """"' .. .... ......

..........L'mfèiìto
... antimetafisico di Hume è chiaro se lo
si c"'Oilro'ntacOnle""lndaglni-dlGirfi:Sioedi- M:ile:
t>r:lnclie, - lnècntrirtc....sù1-aualisffio
.. ·""'d e1l'aì11rlia''"'e···..aa·
corpo. Il primo aveva"'Cfe1irutciièwp':ls'Sioiii"céime'";"per�
è'eZtom o sentimenti o emozioni dell'anima, che si
riportano particolarmente a essa e sono causate,
sostenute e rafforzate da qualche movimento degli
spiriti » sulla ghiandola pil)eale; esse non si ·confon­
dono con le . azioni e con la volontà che sono prodotte
dall'anima stessa e la dispongono a desiderare · quei
che è utile e a sfuggire quel che è dannoso; non
diversamente · ne . aveva scritto Malebranche che le
riferiva alle « emozioni che l'anima avverte natural­
mente in occasione dci mouvements extraordinaires
degli spiriti animali » 1• Il meccanicismo e il pantei­
smo, con il loro carattere necessitante, vincolavano
invece le indagini di Hobbes e Spinoza. Le emozioni
sono « princìpi invisibili del movimento del corpo
umano », aveva osservato l'inglese, , sono fatti fisio-

l Recherche de la vérité cit., V, l .

73
logici che si dicono appetiti o avversioni nei riguardi
degli oggetti che li producono e controllano la con­
dotta intera dell'individuo; la passione è un appetito
che coinvolge la mente e il corpo, precisava l'autore
dell'Ethica, ed è destinato, da pura affezione, a diven­
tare un'idea sub specie aeternitatis 2 •
Hun:ie si prop?ne!.a, al contrario, .dL."mo�tra�.
come nella nasc1fa e ne[ modo di operare delle pas­
·

Sionié1sia-un'''éertò�-regolar(t"riiectanìsmo'"chè'' pos·�
Si'àiiioinda�'·arc<connoìl''minoré' ·ac:<:U'ta'fé'ZZ�aaèlie�Ieggt
�:rer�ffiotò� 'deJPouica-;-aetl 'iaròstàtiC:à""""ò""<Ir�\1-ualsiasl
àrt"rn'oarre-aéllàhrasof1a·�nahìràlè�3�"A.rtn-n-tènl i"'aàUé
tmpre�iO'iiiCflSènsaziòne;cliè'"sono originarie, le pas­
sioni possono dirsi impressioni secondarie o riflesse,
derivanti dalle prime immediatamente o per il frap­
porsi delle loro idee. Anche se esse sono precedute
dalle idee, non. ne rappresentano una copia e conser­
vano dunque la loro concretezza. Le impressioni di
riflessione possono essere calme (calm), come il senso
del bello e del brutto nelle azioni o nello stile, oppure
violente ( violent), come l'amore e l'odio, la tristezza
c la gioia, l'orgoglio e l'umiltà. Ci sono poi le pas­
sioni dirette che sorgono immediatamente dal bene
e dal male, dal piacere e dal dolore, come è il caso
del desiderio e dell'avversione, della tristezza e della
gioia, della speranza e della paura, della disperazione
e della tranquillità; e ci sono quelle indirette, deri­
vanti dagli stessi prindpi in unione con altre qualità,
che comprendono l'orgoglio, l'umiltà, l'ambizione, la
vanità, l'amore, l'odio, l'invidia, la pietà, la gene­
rosità. Ma alle passioni nate direttamente dal bene
e dal male sensibile bisogna aggiungere quelle che
li producono e hanno la loro radice in un istinto
« assolutamente inesplicabile », in una struttura ori-

2 Ethica ordine geometrico demonstrala, ed. C. Gebhart,


Heidelberg 1925, V, 3 ; V, 29, Schol.
3 Cosl si conclude la Disser/atiott 011 the Passions del
1757 che figura nel vol. IV dei Philosophical \Vorks cit.,
p. 166.

74
ginaria della natura umana. La fame e la sete sono
appetiti primitivi che ci spingono a impossessarci di
un oggetto e dalla loro soddisfazione deriva un pia­
cere che può diventare l'oggetto di un'altra specie di
desiderio o inclinazione, secondario e interessato. Allo
stesso modo esistono delle passioni mentali per cui
cerchiamo oggetti particolari come la fama, la potenza
o la vendetta, senza alcuna considerazione del van­
taggio che se ne ritrae: cosl avviene che io provi
piacere a fare del bene a un amico perché lo amo,
non già che io lo ami per il desiderio di quel piacere 4•
Qui Hurrie si P-Ortava oltre l'edonismo osicolo.­
gico di :CòCfZe.N'On -b:iStitiìlfàftr"�pfeiàrè la'"'d�rmi�
�nàZion"é"acl "'volere con la mancanza di un bene, cosl
...

come viene sentita, se poi essa coincide con il piacere


consapevole che seguirebbe alla sua soddisfazione.
Nessun desiderio, aveva già notato Hutcheson, può
sorgere . immediatamente dalla prospettiva della sen­
sazione piacevole che è connessa alla sua riuscita o
soddisfazione; tanto meno si riuscirebbe a fondare
quel desiderio ultimo, sussistente senza l'idea di un
bene personale, in cui consiste la benevolenza disin­
teressata 5• Diversamente da Hutcheson, Butler aveva
respinto il dualismo tra gli impulsi altruistici origi­
nari e l'amore di sé a cui s'atteneva il selfish system
e li aveva considerati alla stregua di nostre afie­
zioni, che sono insieme interessate e disinteressate 6•
È sulla scorta di questi antecedenti che va seguito lo
studio humiano delle passioni. Proseguiamolo ritor­
nando, dopo l'accenno agli istinti esistenti in tutti i
popoli e in tutte le età, alle passioni dirette secon­
darie che nascono dal bene o dal male con la massima
4 0/ the Dignity or Afea11ness o/ Human Nature compare
nei Philosophical Works cit., pp. 150-6 (qui p. 155).
s Qui citi:lJllo dalla prima edizione del 1755 del System
of Moral Philosophy, ripreso nei Britisb Moralists cit., I,
pp. 419-20.
6 Al riguardo si veda tutto il sermone XI nei British
Moralists cit., I, pp. 225-40.

75
spontaneità. Esse si connettono con le· passioni indi­
rette, che, essendo piacevoli o spiacevoli, aggiungono
loro vigore e accrescono il desiderio e l'avversione.
Cosl « un bel vestito ci piace per la sua bellezza e
il piacere produce le pass�oni dirette, ossia le impres­
sioni di volizione o di desiderio; quando poi questo
è visto come nostro, la doppia relazione ci dà un
sentimento di orgoglio che è passione indiretta e il
piacere che accompagna la passione · ritorna ai senti­
menti diretti e comunica nuova forza al nostro desi­
derio o alla volontà, alla nostm gioia o alla nostra
speranza » 7•
Hume ne faceva consistere la differenza nella
certezza o nel grado di probabilità che si attribuisce
al bene e al male. Lo stesso evento che, per la sua
certezza, produrrebbe gioia o tristezza procura spe­
ranza o paura quando è soltanto incerto o probabile.
Poiché la probabilità sorge dallo scontro dei casi o
dalle cause, la mente viene sbalzata di qui e di là
e fluttua t� opposte prospettive. Quanto alle pas­
sioni, il ,fii lndJnon è come « uno strumento musicale
a fiato, i'ìl-tu(. scorrendo sulla tastiera, i suoni cessano
subito con la mancanza dell'aria, ma rassomiglia piut­
tosto a uno strumento a corde, nel quale, dopo ogni
tocco, le vibrazioni trattengono il suono che va grada­
tamente e insensibilmente morendo » 8• Le passioni
sono lente e tarde, sicché, quando si presenta un
oggetto che offre una varietà di aspetti all'immagina­
zione e di passioni all'emozione, sebbene la prima
possa mutare velocemente i suoi punti di vista, ogni
suo tocco non produrrà una nota di passione chiara
e distinta, ma una passione finirà con il �p.ischiarsi e
confondersi con l'altra. Avviene cosl che, per le op­
poste prospettive dell'immaginazione, la gioia e la tri­
stezza si mescoUno tra loro e producano le passioni del­
la speranza e del timore. Queste si sviluppano quando

7 Treatisc cit., Il, III, 9.


8 lvi.

76
le chances sono uguali da entrambe le parti; si spostas­
sero dal lato del bene �ppure del male, la speranza
diventerebbe gioia e il timore tristezza; È evidente,
nei due casi, l'influenza delle relazioni delle idee.
Infatti, « se gli oggetti delle passioni contrarie sono
del tutto diversi, le passioni sono come due ; liquidi
differenti in bottiglie diverse che non si influenzano
a vicenda. Se gli oggetti sono intimamente. uniti, le
passioni assomigliano a un alcale e a un acido, che,
mescolati, si distruggono l'un l'altro . . Se la relazione
è imperfetta e consiste in aspetti contraddittori del
medesimo oggetto, le passioni sono come l'olio e
l'aceto, i. quali, benché mischiati, non si uniscono e
compenetrano mai completamente » 9•
,
Il bene e il male non sono incerti solo in rap­
porto all'esistenza, ma anche al genere. Quando un
uomo si sente dire . che uno dei su9i figli è rimasto
ucciso, la passione destata dall'evento non è di pura
tristezza sino a quando non sa di quale figlio si tratta:
la paura non ammette, in questo caso, la più piccola
porzione di gioia e nasce semplicemente dal fluttuare
della fantasia tra i suoi oggetti. Tante erano le com­
plicazioni dello spirito diviso tra opposte emozioni,
ma Hume preferiva diffondersi sulle passioni indi­
rette. Ci si doveva, anche qui, limitare a : descriverle
enumerando le circostanze che le accompagnano. Del­
l'orgoglio e dell'umiltà, cosl come dell'amore e del­
l'odio, conveniva intanto fissare l'oggetto e la causa.
Sebbene contrari, l'orgoglio e l'umiltà hanno il primo
in comune. Questo è il nostro io, ossia il succedersi
<<

di idee e impressioni in relazione di cui abbiamo


un'intima memoria e consapevolezza », ed è qui che
si fissa il nostro sguardo quando siamo presi da una
delle due passioni. · Tuttavia esso non può eccitarle,
perché se il loro oggetto fosse anche la loro causa
avremmo due passioni simultanee e di uguale inten­
sità, che, opponendosi, si eliminerebbero reciproca-
9 lvi.

. 77
mente. Dobbiamo dunque distinguere tra l'oggetto
e la causa di queste passioni, tra l'idea che le procura
e l'idea a cui dirigono il loro . fine; nelle cause, consi­
stenti nei più svariati pregi o difetti, occorre poi
separare la qualità che agisce dal soggetto in cui si
trova; cosl, se un tale 'è vanitoso di una bella casa
che lui stesso ha costruito, la qualità è la bellezza e
il soggettò è la casa da lui progettata, ed entrambe
le parti sono essenziali. Qui ci si può chiedere se le
cause che producono le passioni siano naturali come
l'oggetto a cui si volgono, se siano cioè costanti e rego­
lari, e la risposta è affermativa: il potere, b ricchezza
o la bellezza rendono sempre l'uomo orgoglioso e le
eccezioni risultano trascurabilissime. Ma, esaminandole,
troviamo che non sono originarie, che molte sono
un prodotto dell'arte o dell'industria, della moda o
della fortuna. A meno che non vogliamo ricadere
in uno stato simile a quello dell'astronomia prima
di Copernico, dovremo allora attenerci alla massima
newtoniana che la molteplicità degli oggetti va spie­
gata con pochi princlpi.
La prima Qroprietà della natura umana è l'asso-
S!!;çip11�,,9�l.JS.).�.�e.. Ja., ���9.:1}.9.�J :èi��}I.�:g§g[���l.s�-
.. ..
siom per CUI una passiOne ne mtroduce Immediata­
mente un'nl'tra.''Cosl.la-iris't'Cziaela·èletùsione'Iirino
so-rgcf'è':l'ira;"'·1·ira l'invidia, l'invidia la malignità, e
via di seguito. Detto che le idee si connettono per
somiglianza, contiguità e causii.Tit'à-;-"menth!-'le-'iml)'rès·:
5rénTperlasola rassomiglfa�nzà���é'è'··àncora-:-aa ossei:­
\;'are..:.èhè- questì"ctue'''"gé'ner:t'''dt associazione (( si �re-
....

...

stan�e9da.J�f:&§2.�-�)�!o".1.Che-�.CP'F€gg}�

zione
�I�*�nt�
W��1:�<> '"dèlle
11��a��?�����iit'i�� ��-a.r�Q���>>
-ideé-< è'T-v'iSil)ifene1"'1egnme che sussiste
tra l'io, oggetto della passione, e la qualità che è
all'origine della stessa: quando mancasse, niente po­
trebbe eccitare l'orgoglio e l'umiltà. Quanto alle im-
IO Treatise cit., II, l, 4.

78
pressioni, ci si chiede se l:i C!!usa della passione pro­
vochi per parte sua un sentimento simile alla passione
e sia agevole il versarsi dell'uno nell'altra; ebbene,
una tale associazione si può accertare a proposito
della sensazione dell'orgoglio che è piacevole (come
è penosa quella dell'umiltà) e della tendenza della
causa dell'orgoglio e dell'umiltà a produrre . un pia­
cere e · un dolo�e indipendenti dalla passione. Il
meccanismo psicologico prevede dunque un'idea, la
quale produce un'impressione legata a un'altra im­
pressione connessa con un'idea che si salda alla prima
idea: ad esempio, l'idea della bellezza fisica produce
un'impressione piacevole che si unisce a quella piace­
vole dell'orgoglio, che è legato all'idea dell'io a sua
volta in rapporto con l'idea della bellezza.
Occorre però limitare il principio che tutto ciò
che è in relazione con noi e produce piacere o pena,
produca similmente orgoglio od umiltà. Perché il
piacere si converta in orgoglio, si · richiede una rela­
zione assai più stretta: l'orgoglio piacevole deve
app:utenerci in proprio o essere comune a poche
persone, deve apparire tale anche agli altri ed essere
stabile nel suo rapporto con noi. Dopo che. a queste
restrizioni si sia aggiunta quella che procede dalle
genera! rules, non resta che esaminare le cause del­
l'orgoglio e dell'umiltà e .scoprirvi la doppia relazione
con cui agiscono sulle passioni per vedere se generano
un piacere o una pena indipendenti. Tali sono il
vizio e la virtù quando si amm�tta che, se non sono
originati dalla pena e dal piacere, non si separano da
essi; alle qualità spirituali bisogna poi aggiungere
il wit che . s'oppone alla goffaggine; il bello e il brutto,
la proprietà e la ricchezza, e cosl di seguito. Ora ci
potrà essere qualcuno, « abituato allo stile delle
scuole e del pulpito », che si meraviglia di . una virtù
.

che eccita l'orgoglio considerato solitamente un vizio,


e di un vizio che produce l'umiltà, tenuta dai più in
conto di virtù. Ma anche la morale più austera, avver­
tiva Hume, ci consente di provare piacere al pensiero
79
di un'azione genérosa che abbiamo compiuto, mentre
nessuno stima virtuoso il rimorso che ci prende al
ricordo di una nostrà furfanteria 11•

Passando alle altre due passion! indirette del­


l'amore e dell'odio, va · detto che il loro oggetto imme­
diato è un'altra persona e che la lorò causa produce
un piacere e un dolore separati. Però il meccanismo
resta lo stesso: ci sono le cause, ossia le qualità
piacevoli o penose,- e ugualmente interviene la duplice
relazione delle impressioni e delle idee, per cui il
distinto piacere o dolore della causa si associa alla
emozione piacevole o dolorosa dell'amore o dell'odio,
eccitandolo, cosl come l'idea· della causa si connette
all'idea dell'oggetto, cioè dell'altra persona. Questa
doppia relazione non sarebbe tuttavia possibile se
non agisse un nuovo principio. · Infatti, · benché le
idee dei vini squisiti, della musica, dei · parchi di cui
gode il ricco possano diventare piacevoli, l'imma­
ginazione non vi si ferma e si volge agli oggetti che
sono in rapporto con quelle cose e con la persona
che le possiede. Ora è naturale che la visione grade­
vole generi una passione verso la persona tramite la
sua · relazione con l'oggetto; ma perché se ne condi­
vida la gioia, non basta l'idea o l'impressione degli
oggetti di cui quello dispone, occorre la simpatia.
Una solitudine completa - concludeva Hume - è
forse il castigo più grande di cui possiamo soffrire; ogni
piacere goduto da soli languisce, ogni pena si fa più
crudele e insopportabile. Quale che sia la passione do�
minante, l'orgoglio o l'ambizione, l'avarizia o . la brama
di sapere, il desiderio di vendetta o la voluttà, il prin­
cipio c l'anima di queste passioni è sempre la sympathy,
né avrebbero una qualche forza se ci staccassimo dai
pensieri e dai sentimenti degli altri. Che le potenze e
gli elementi della natura obbcdiscano all'uomo, che il
sole sorga o tramonti a un suo cenno, che il mare e i
fiumi scorrano a suo piacimento o b terra lo provveda
Il Treatise cit., II, I, 7.

80
di ciò che gli può essere uti�e o gradito, egli rimarrà un
infelice f:ino a quando non metterete vicino a lui una
persona con èui divida la sua fc� ici �à 12 ,
_

Nessuna . qualità della natura è più rilevante di


questo dormant princip!e dell.'amore e dell'odio, della
tendenza. a simpatizzare con gli altri e a riceverne le
inclinazioni e i sentimenti, sebbene diversi o anche
contrari ai nostri. · Perché nasca in noi un sentimento
per simpatia, . occorre che lo si . conosca ner suoi
effetti e nei 'segni esterni che ne . suscitano l'idea:
questa
. si muta allora in impressione e acquista un
talé grado di ,forza e vivacità da diventare la p�ssione
stessa. La rassomiglianza ,che la natura pon.e tra le
creature . umane è tanto grande che non accade mai
di notare una passione o un'idea negli altri senza
trovarne un parallelo in noi stessi. La nostra strut­
tura mentale è infatti come la struttura fisica e se
le parti differiscono in forma e "m isura, la loro costi­
tuzione e il loro ordinamento sono generalmente i
medesimi. Per conseguenza, quando, oltre la rasso­
miglianza, c'è una particolare vicinanza con le nostre
maniere e il nostro carattere, ciò facilita la simp'atia,
ossia ·l'immaginazione trasferisce all'idea posta in
relazione la vivacità di concezione che accompngna
l'impressione di noi stessi. Se ne conclude che la
simpatia <( corrisponde esattamente alle operazioni
dell'jntelletto e ha inoltre in sé qualcosa di più sor­
prendente e straordinario » u. Mentre l'orgoglio e
l'umiltà, « pure emozioni dell'anima », non spingono
immediatamente all'azione, l'amore e l'odio sono
seguiti dal desiderio della felicità della persona che
si ama e · dell'infelicità di quella che si odia, dalla
benevolenza e dall'ira. Fra queste e la compassione
e l'invidia esiste una relazione strettissima, una somi­
glianza di tendenza. Anche la compassione sembra

1 2 Treatise cit., Il, Il, 5.


Il Treatise cit., II, I, 1 1 .

81
nascere dall'idea che ci facciamo dell'altrui sofferenza
·e giunge, per mezzo della simpatia,_ ad averne un
sentimento, contrariamente al giudizio di Hobbes
per cui essa deriverebbe dall'immaginazione di nostre
.future calamità; il « paragone di noi stessi con gli
altri » è invece all'origine dell'invidia e della mali­
gnità, una volta che l'infelicità di un'altra persona ci
reca un'idea più vivace della nostra felicità e la sua
felicità della nostra infelicità; e dunque si tratta di
una specie di «impressione a rovescio » 14.
. �p��i?,!l,.S.� R.:L)!�Ua's!���� ��-� ���!!s�,.� !-�l�:
ttva, u vero movente aell az1one. Non a caso 51
..

1ilsCrrvaqurl:t'èìUe'Stìoriè 'deTia'libertà e della neces­


sità, poi ripresa nella prima Enq�tf.ry.)}ssa, s� poneva
con quella della volontà, dell'in:lp��ssi6riiniité�éi:("éhe
noi avvertiamo quando facciamo· coscieriterriéiùe sor­
gere qualche nuovo movimento nel corpo o qualche
nuova percezione nella mente. Se orn non ci si vuole
perdere nei « sofismi oscuri » dci metafisici, avver­
tiva Hume, conviene ammettere che le « operazioni
dei corpi esterni sono necessarie e che, nella trasmis­
sione dei loro movimenti e nella loro reciproca attua­
zione e coesione, non esiste la minima traccia di
indifferenza o libertà » 15. Non possiamo penetrare
nella struttura dei corpi, conosciamo soltanto la loro
unione costante e da essa nasce la necessità, che è
]a stessa determinazione della mente a passare da
un oggetto all'oggetto che abitualmente lo accom­
pagna e a inferire l'esistenza dell'uno dall'esistenza
dell'altro. Si tratta allora di vedere se le nostre azioni
presentino una tale unione con i movimenti che ci
spingono ad agire, con le circostanze e il tempera­
mento. Ebbene, considerando gli uomini nelle loro
di!Ierenze di sesso e di età, di forma di governo e
di condizione sociale, si osserva lo stesso regolare
influsso dei prindpi naturali. Quale credito trove­
rebbe un viaggiatore che raccontasse di uomini come
14 Trealisc cit., II, II, 8.
15 Trcatise cit., II, III, l .

82
quelli descritti da Platone nella Repubblica o da
Hobbes nel Leviathan? Ma se la necessità è certa, si
obietta da taluno, la condotta umana è capricciosa
e non può derivare dalla prima. Che bisogna rispon­
dere a costoro se non che l'intento sperimentale
proporziona la necessità al diverso grado di regolarità
presente nei casi passati? Forse non si giudicano i
pazzi privi di libertà appunto perché le loro azioni
sono le più imprevedibili? Un principe che impone
una tassa ai sudditi si aspetta obbedienza, un gene­
rale conta sul coraggio dei suoi soldati. Non su altro
si basa l'evidenza morale che si fonde · con quella
naturale in modo da formare un'unica catena di
argomenti collegati. Se ora la libertà, escludendo la
necessità, esclude anche la causalità e si risolve nel
puro caso, bisognerà muovere contro di essa le mede­
sime obiezioni rivolte al caso come qualcosa di con­
trario all'esperienza Pochi sanno distinguere tra la
1 6•

libertà di spontaneità, come la si chiama nelle scuole,


e la libertà di indifferenza, tra la libertà che si oppone
alla violenza e quella che implica la negazione della
necessità e della causalità. Se dunque con libertà si
1

intende un potere di agire o di non agire secondo


le determinazioni della volontà, come nel caso che,
volendo star fermi, stiamo fermi, oppure, volendo
muoverei, ci muoviamo, non c'è disputa. Questa
nasce solo a proposito dello scambio che se ne fa
con il cosiddetto liberum arbitrium indifferentiae,.
per cui s'esclude una qualsiasi regolarità di rapporti
tra le azioni e i moventi. Ora non è difficile mostrare
b falsità di questa sensazione o esperienza della
libertà, di questo volere che non sarebbe soggetto a
nulla e si muoverebbe a suo ugio in tutte le direzioni.
Chi ci guarda può ben h1ferire i nostri atti dai
motivi che li determinuno e sa, quando non li cono­
sca, che ne sarebbe in grado appena fosse informato

16 Treatisc cit., II, III, 2.

83
della nostra situ:tZione · e del nostro temperamento.
Con ciò Hume continuava una polemica degli
empiristi contr'o-lafi"nziorié�·r""di"()'figi.né""teòlògìè�--ar
ùiialib"erta�sériza"""'riioven:te·ch�é"'rioncTsia"'Tin'astratta
fintenlta vol'èndi'af"'P?>sfO'"cfegllìmpulsf"e�aegli''appè­
titçérie-il"'pro6lema-déll�nibèri:à�del""fare'siii'"l'iiruco
�lì'e'�é'onti;--t;àvèVà-già-"'s'Oste"riilto"'Hobbe's:"·-sur--J?unto'
�3'""1ilieìVCnùtòai1che't:aace:,....,. .�, ,. ...... ,..,_
•. ..

So che la libertà è riposta da alcuni in un'indiffe­


renza dell'uomo antecedente alla determinazione· della
sua volontà. Vorrei che quanti insistessero su questa
indifferenza, ci avessero detto con chiarezza se sia ante­
cedente al pensiero e al giudizio dell'intelligenza, oltre
che al decreto della volontà. Poiché riesce assai difficile
dire che essa si trovi in mezzo a quelli, ossia immedia­
tamente dopo il giudizio dell'intelligenza e prima della
determinazione della volontà; invero, la determinazione
della volontà segue immediatamente il giudizio dell'in­
telligenza e il far consistere la libertà in un'indifferenza,
antecedente al pensiero c al giudizio dell'intelligenza,
mi pare mettcrla in uno stato di oscurità nel quale non
possiamo né vedere né dire qualche cosa su essa 17•

Senonché l'autore dell'Essay tornava poi ad attri­


buire l'indifferenza alle potenze attive dell'uomo e
restava distante dalla prospettiva sperimentale dello
scozzese che limitava la necessità ai legami accerta­
bili tra i moventi e le azioni umane. Quali conse­
guenze pericolose dovrebbero venirne per la religione
e la morale? Sia che s'indichi nella necessità la con­
giunzione costante di oggetti simili o l'inferenza della
mente qa un oggetto a un altro, essa è stata, « nelle
scuole, dal pulpito e nella vita quotidiana », attri­
buita alla vita umana, e nessuno ha mai coritestatò
che se ne derivino delle illazioni sul comportamento
dei singoli. Il dissenso consisteva semmai nell'oppor­
tunità del termine adoperato, ma il danno era di poco
17 LocKE, Essay cit., II, XXI, 73.

84
-conto se poi si conveniva sul significato.
si trattava, infatti, di attribuire al
sità inesplicabile che si suppone
quella qualità che, la si chiami o
l'ortodossia più rigorosa deve ......v.-Ja
te, a toglierla di mezzo, leggi e , _sarlZI<)nl'
rebbero inefficaci, in · quanto l'oggetto apJ�ro:IYd�l..
dell'odio e della vendetta è la persona
non sono cond�nnate le azioni commesse per
·O a caso.
L'analisi dei motivi che influenzano la volontà
introduce alla morale « naturale » di Hume. Essa è
la stessa del rapporto tra passione e ragione, pregiu­
·dicato da una secolare tradizione metafisica: eterna
e divina l'una,; incostante e fallace l'altra, non sembra .
dubbio a chi spetti la superiorità. Ma a mostrarne
l'inconsistenza bastava ricordarè come l'intelletto si
esplichi in due modi diversi, nel ragionamento certo
c probabile. Il primo attiene alle idee e non inter­
viene nel « mondo della realtà » altritilenti che per
-dirigere il nostro giudizio circa gli effetti delle nostre
azioni; il secondo si limita ugualmente a guidare la
passione prodotta dal piacere o dal dolore che ci
suscita un oggetto e a scoprire le direzioni a cui
volge l'attenzione. È dunque impossibile che la ra­
gione produca o impedisca da sola una volizione:
niente può opporsi o ritardare l'impulso della pas­
sione che non sia un impulso contrario, per cui essa
è la schiava delle passioni (the slave of the passions).
Queste sono dei modi primitivi eU esistenza e non
hanno in sé alcuna qualità rappresentativa che ne
facciano la copia di qualche altra realtà. Esse possono
·essere contraddette dalla ragione solo in quanto siano
accompagnate da giudizi e opinioni; ed anche in que­
:sto caso l'irragionevolezza dovrebbe a rigore riser­
varsi al giudizio che ci porta a supporre l'esistenza
di oggetti che non esistono o ci fa scegliere dei mezzi
jnadatti allo scopo. Non c'è contesa tra la passione
.e la ragione e il principio che s'oppone alla prima,

85
tanto raccomandato nei sermoni, consiste in una.
passione tranquilla, la quale guarda le cose da un
punto di vjsta ·generale e remoto e mette in moto la
volontà senza produrre alcuna emozione sensibile. Si
tratta di un principio fisso d'azione, ossia di una
tendenza sulla via di farsi stabile, e dunque restiamo
nell'ambito delle passioni, dove le une contrastano
con le altre o con la volontà senza che si debba ricor-
rere alla ragione propriamente intesa. .
.

Lo studio dei moventi è essenziale per determi­


nare il valore delle nostre valutazioni. Le azioni non
sono infatti per noi che dei segni esterni o indici
dell'esistenza · di certi prindpi dello spirito 18• Esse
riflettono gli impulsi dell'uomo e restano indifferenti.
nel loro prodursj, alle leggi eterne del bene e del
male. Cosl bisogna cercare, insisteva Hume, il . modo
in cui si formano e si consolidano le idee morali. La
dottrina della valutazione non ha di mira un sistema
di doveri e intende invece spiegare attraverso quali
meccanismi si producano le nostre nozioni del buono
e del cattivo, i nostri giudizi di valore. Se la mente
ha presente soltanto le sue percezioni, ossia le impres­
sioni e le idee, la distinzione tra il vizio e In virtù.
tra l'azione degna di biasimo o di lode, è un fatto
che va riferito alle prime oppure alle seconde? C'è
una disputa, si legge ancora nella seconda Enquiry,
intorno ai fondamenti generali della morale, « se
essi, cioè, siano derivati dalla ragione o dal senti­
mento, se ·giungiamo n conoscerli per via di un seguito
di argomenti e di induzioni, o per· via di un senti­
mento immediato e di un fine sentimento interiore.
se essi debbano, come ogni legittimo giudizio di
verità e falsità, essere i medesimi per ogni essere
razionale, o se, come In percezionè del bello e del
brutto, debbano fondarsi completamente sulla costi­
tuzione e sul particolare temperamento della specie
umana » 19•
18 Treatise cit., III, II, l.
19 E11quiry conceming tbe Pri11ciples o/ .Morals, ed L . A .
J.
.

Sclby-Bigge, Oxford 19022,


86
Ci sono coloro, come Clarke e Wollaston, che
fanno consistere la virtù nel comportamento secondo
ragtone. Essi sostengonocnele-regole-aei'· b"e'iie� e
delmàle st· trovanonéllecosesTésSè�-tali-dit'iirìporrè
Un'oh61ìSOa.-n"éhea1la�divii1 ità·:-r:a:moralità;-c:ò-me·la
verit�. è rivelata solodalle"'fdee, dal loro accosta­
mento e confronto, di modo che « l'iniquità sarebbe
per l'azione ciò che la contraddizione o la falsità è
per la teoria » 20• Ma anche senza richiamare l'indo­
lenza della ragione, che non si sa come sarebbe
all'origine di un principio attivo quale la coscienza
morale, chi stima vizioso l'individuo se incorre in rin
giudizio falso? Si dica pure che si tratta di un giudizio
di diritto e non di fatto, ed ceco che il bene e il male
son fatti esistere prima del giudizio che non potrà
allora considerarsi la loro fonte. Se, d'altra parte, si
sostiene che chi si impossessa di un bene altrui e lo
usa come proprio commette ingiustizia per la « fal­
sità » del suo atto, non ci s 'avvede d'incorrere in un
circolo. Come parlare di proprietà e di diritto senza
una morale che esiste di già? Ammettiamo comunque
che il pensiero e l'intelletto siano i soli capaci di
stabilire i limiti del bene e del male; le operazioni
intellettuali sono di due specie, il confronto delle
idee e · le conclusioni in materia di fatto, e la virtù
non può essere scoperta che da una delle due: man­
ca insomma una terza possibilità. Ci sono filosofi,
come Cudworth, per i quali la mòrale ·e m grado
C!C conSe'Ui'rell'rlà"'cèrrezza·�;ro-·c;Oàl)iiea'-uella··aèua
georrieti:�·-&ll'alg'èlJrà�--�-zio vfrtii�C:��slsfé"rannò'
8it
à:Uòr:Ffn'"'"quìllé1fe"rè1àz1one che bisognerà indicare
fra le quattro, di somiglianza o di contrarietà, di
proporzione della quantità o di grado qualitativo,
-che risultano dotate di evidenza. -..n Cosl
·
.facendo, tut·
· � · >t:o��o�.....-....•

20 Del Clarke si veda il già citato Discourse nei British


Moralists cit., pp. 3 sgg.; del \Vollaston qui si riporta la
_prima sezione di The Religion of Nature Delinea/ed, Lon­
.don 1724.

87
tnvia incorriamo in molte assurdità perché tali rela­
ZIOm' sono a- Iì'Ca1J'Ili'"'iiriél1"e-"a�'li'_o_ 'eùriil."ri nimài:i' e
·q-�esti-aivé�è't)IJeio�susS.�tfi�JL8T5n�J.!���:9r:�-�:
merito. Quando poi si osservi che la morale c.ons1ste
Iiè1Jascoperta di qualche nuova relazione, replicava
Hume, bisognerebbe indicarla se non si vuole
rischiare di « colpire ' dove non esiste il nemico » 21•

·La valutazione non si risolve neppu�e in un


ragionamento che riguardi i matters_ of fact. Esami­
niamo un'azione che si considera riprovevole, ad
.esempio un omicidio volontario. Che. cosa_ vi trove­
remo che non siano motivi e affetti, volizioni e
pensieri? Per scoprire il vizio dovremo rivolgerei là
dove 'nnsce il senso di disapprovazione per quell'atto.
Il vizio e la virtù consistono in un sentimento, pos­
sono paragonarsi ai suoni e ai colori, sono delle perce­
zioni nella mente anziché qualità degli oggetti. Di
quale sentimento o impressione si tratta? Quella che
procede da unn nobile azione è piacevole, quella che
procede da una condotta crudele è spincevole. ' Non­
dimeno il termine piacere esprime sensazioni molto
diverse o somiglianti quel tanto che basta n raggrup­
·parle sotto di esso. Se una buona composizione musi­
càle e una bottiglia di vino d'nnnata producono ugual­
mente piacere, ne concluderemo che il vino è armo­
nioso e che la musica è saporita? Ma anche dal carat­
tere e dalle azioni di una persona derivnno piaceri
e dolori di diversa natura, come nel caso del nemiCo,
le cui buone qualità, seppure ci siano di danno, s'im­
pongono al nostro rispetto. Ci dovrà essere allora
un sentimento comune al genere umano che racco­
mandi il medesimo oggetto all'approvazione generale.
Sia pure la moralità di un atto più sentita (felt) che
pensata (judg'd), resta ·infatti vero che lo crediamo
buono o cattivo solo quando prescindiamo dai nostri
interessi particolari. L'origine della moralità va dun­
que cercata in questo sentime?to disinteressato e non
21 Treatise cit., III, I, l .

88
c'è bisogno di ricorrere a qualità o relazioni misteriose.
Quella di Hu'me è, · si direbbe oggi, una teoria
erno"iiò'ilià eoèl-gilliliiio ·di valore. Questo�wvièiie-·à
dipendere, come nel caso aeu:a-valutiiZione"este'tiéà-;'
da una s ecte rugilsiO":""Nèiwdue ...."casi ·�-op-ei:a·"·un

·s·éi111ilieiit di-sòddisfazicìne'"'é�·si"·rratterà�'"aiiora:··�di
corrtsp_opdèf.i![' ui1ilf0r"Hia''ijìè'èifica:"'fàle"e;-'nèllii''p'sic'd:
10g'ia illwninistièà�1'èsrgenza"Oiun·'"'senso-.mor:Ue
ortgmano e oìsimei:efsalo:''Né'ssun ClubSìo"''èhe'�ess':f ....
inroffi'"irì'-nì:ìmèrose""'difficoltà"'"la
. ... '"'''Hma"'Hetrè.,..
. _)·, n· -�Y
consiste nel fatto che la considerazione di· un · atto·
.�-<4�.,.--_,� ... ..
• ,,..,...,,. ,_.,.,.,..., ..,..,., . .. ... ...
uali•1'
.,: fol"'l"' •:•·,ro-�;•9.•·;�-
}"' ...,. __.,_ ·;..·
..
rquàfe'•tafCdeli?t"'o11"troél.fméiit'O)"noi:i'''pùò 'esimersi ..
dai suoi tra!v�.L.PJaceY_9li_9., s.eias..���lS�g:��h:e.J�§.� ....
ro l'la, se . 51 vuote garantire Ìa pureZza oel gtu­
dizio Cii valore, la : mgi0rié7l-ftime··la''•'J.d'entificàva
con la ragtone causaleecos1"trasruriiva;"èomelià
notatoB'roiles-;l'important'é distihziohe'··hutchesonian:l ...
tra le ragioni Cliespingono-all':iiioiie'-(exèìiili1('"'ièa­
sons) -..�. gueJ�Ji§:Ia'ij!§!!§Sà!iCf(/iirlìf{'ing reason� ).
������{J-,�l?.l��f11. . . 2 ����� ;ill �.Ya �.t�.����;.• . !!.C. ,.����; !
nscc e eone tZIOnt e a corregge o l mtegra per mezzo
d'C''rè80ìègèt1èrafi;--m-a-nonc-FeduC:Urone'"oTrfe"dei
ro1i'fici'cHepc>trebbè''"s·(iséitàré"'il�·scntirii ento""pef"'cui
·ii··�rovE1m6'�<n:oiidilnili'ri'mO'�·aeferìliina·f;t'nzion'i;"'aie
"Prg;rebb'è"'ri"''è'teiìle·ra-·'iì':iiilràlezz!C.Ch'C'' s"lò'tenae 'in:� ....
ft
t.1'fti"'pet'·n ura?'"Sitessa"'s1gnifica · ciò che s'oppone
al miracoloso, il vizio e la virtù sono entrambe natu­
rali, mentre se vale come l'opposto a quel che è
raro o all'artificio, si dovrebbe ammettere che la .
virtù è innaturale o che entrambi, ii · vizio e la virtù,' ·

sono artificiali n .
Ma in che consiste l'universalità emotiva del
giudizjo etico? Qual è il principio generale che deve
affiancare il , piacere e la pena c porsi a fondamento
delle distinzioni morali? I moventi sono . considerati
come mezzi rivolti a un fine; ora i mezzi sono valu­
tabili iri rapporto a un fine solo a patto che anche il

22 Trcatise cit., III, I, 2.

89
fine sia valutato; . ma la finalità di chi ci è estraneo
ci colpisce unicamente in forza della simpatia ed è
dunque alla simpatia che va attribuito il sentimento­
di approvazione per i moventi utili e piacevoli alla
società o alla persona che li possiede. La simpatia,.
precisava Hume, è « quel principio che ci solleva
tanto fuori di noi stessi da provare di fronte al carat­
tere di un altro un piacere o una pena, come se
tendesse al nostro vantaggio o svantaggio » 23• Gli
uomini sono simili negli impulsi e nelle operazioni,
nessuno avverte un'impressione che non sia avvertita
anche da un altro. Accade, a dire la forza della siro- .
patia, quello che capita alle corde ugualmente tese.
che il movimento dell'una si comunica alle rimanenti
c le influenza profondamente; essa è un sentimento
dell'immaginazione, un belief affettivo che· si distin­
gue da quello causale per fondarsi sulla relazione di
somiglianza e supera in vivacità il paragone egoistico.
La coscienza simpatetica non ci rende solo giudici
degli altri, ma anche di noi stessi per la simpatia
con il piacere o il dolore che gli altri provano per
le nostre azioni. Ci sono tuttavia due circostanze che
sembrano contraddire il sistema. Noi simpatizziamo
di più con le persone vicine che con quelle lontane,
più con gli amici che con i forestieri, e nondimeno
approviamo le stesse qualità mcirali tanto in Cina
che in Inghilterra: ma allora, se muta la simpatia
senza che muti l'approvazione, questa non può deri­
vare dall'altra. Hume respingeva l'obiezione facendo
intervenire, ancora una volta, le general rules. Queste
hanno il compito di conciliare la soggettività ··della
simpatia con la costanza della valutazione morale, di
raggiungere un giudizio più stabile quale che sia la
situazione in cui agiamo. La stessa esperienza ci inse­
gna subito a correggere . i nostri sentimenti o, almeno,
il nostro modo di esprimerci. Cosl un nostro servo
fedele può suscitarci un amore più intenso che non
23 Treatise cit., III, III, l.

90
lo provochi l'immagine storica di Marco Bruto, ma
non per questo ne concludiamo che il suo carattere
sia da preferire a quello del romano. Quanto alla
seconda obiezione, essa fa presente che noi valutiamo
positivamente anche le persone o qualità che non
producono utilità o piacere per gli altri: c'è una valu­
tazione e non sembra esserci la simpatia in quanto
manca il piacere. Ora bisogna osservare che se un
oggetto è adatto a raggiungere uno scopo piacevole,
esso ci procura diletto anche se difettano talune
circostanze per renderlo efficace; cosl non c'è dubbio
che hi simpatia è più vivace quando la causa è
completa, quando interviene una credenza nell'esi­
stenza dell'effetto; c tuttavia soccorre, nel nostro
caso, l'immaginazione con cui si introducono le corre­
zioni che bastano a regolare le nostre nozioni astrat­
te 24• Qual è il peso di queste regole, della rifles­
sione in generale? Di nuovo Humc si trovava a
discutere il « posto dell:J ragione nell'etica » ed era
indotto a moderarne il dualismo con le passioni, ad
attenuare la rigida separazione delle « facoltà ». Egli
doveva ammettere che lo scambio dei sentimenti nella
società contribuisce a formare uno standard of vice
and virtue comune a tutti. Certamente il nucleo origi­
nario della coscienza morale va cercato nella s1mpati3,
ma CIO non esciucteclic!Je- regoJegenera1i;·ossia-i
t · ·
% . ... .. ��� � �qft.......�
�����e -oy_� :�� � [ � """'=" �r . ..9.�}�.�!L.9JP.c;m!l?.
.M � : !��. ... �....fow.t-��
;.SE!�J.t� l����.h�!lL���E�lv..:} .. Q.2Jc:!.
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�2�rr�....�Y���l��i-9!l!.,,_.m<?..mtl,.�_,_,.Iwimi!���-�� g�n�E9.J!,��.
�·�� l- -,H..�!J!J�J,,.. .
Una vutu vestita a lutto, che non appaia gentile
e benefica, affabile o addirittura gaia, è concepibile
solo nella mente dei teologi. Una tavola dei doveri
non può invece trascurare che gli individui sono per
metà colombe c per metà lupi e serpenti. Non a caso
la giustizia vi tiene il primo posto, facendo da
2� I vi.

91
tramite tra la morale e la politica che considera gli'.
uomini uniti in società; II suo carattere è artificiale­
nel senso che i comuni prindpi d'azione, i quali si
adatterebbero alle particolari circostanze, vengono.
disciplinati in norme inflessibili. II rimedio alle pas­
sioni incontrollate non dipende dalla natura, ma dal­
l'artificio, o, se- si vuole, è la natura che lo assicura.
nella forma dell'intelletto e del giudizio. La giustizia.
non muove dalla considerazione di un interesse pub:.
blico, che è un motivo « troppo remoto e sublime »�
ma · nemmeno da quella dell'interesse egoistico, il.
quale, lasciato libero, diventerebbe la f<?nte di ogni.
violenza. Piuttosto si opera un mutamento di
direzione della passione interessata, che viene me-·
glia garantita da una limitazione della propria libertà.
o licenza. Ne consegue :che la condizione fondamen­
tale dell'uomo è la società, dove i vantaggi privati e·
pubblici si equilibrano, e che lo stato di natura caro
ai filosofi ·come Pufendorf si svela una finzione
poetica, simile a quella dell'età dell'oro 25•
Riprenderemo più avanti la polemica di Hume
contro i giusnaturalisti. Vediamo adesso come egli
spiegasse il nascere e il consolidarsi della giustizia.
Non esiste animale che versi, come l'uomo, in una
condizione tanto miserevole; i suoi bisogni sono innu­
merevoli e inadeguati i mezzi per soddisfarli; solo
unendosi e dividendo il lavoro, gli individui accre­
scono la loro abilità e si trovano meno esposti ai
colpi della fortuna. I vantaggi di questa unione sono
però troppo oscuri per trarli fuori dall'isolamento; è
l'impulso sessuale che avvicina l'uomo e la donna · e
li stringe in un legame dest�nato a rafforzarsi con la
nascita dei figli; la famiglia è il primo nucleo della
società a cui gli stessi figli si preparano una volta che
il costume c la consuetudine ne hanno moderato gli
impulsi. Tuttavia Hume non si nascondeva che anche
l'amore per i familiari, secondo soltanto a quello per
25 Trcatise cit., III, Il, 2.

92
se stesso, si converte in egoismo e nuoce alla forma­
zione della società. Che altro ce ne tiene lontani?
Esistono tre· specie di beni: le soddisfazioni dell'ani­
mo dj cui siamo sicuri, i vantaggi esterni del còrpo
che ci possono essere tolti senza che - abbia a guada­
gnarne chi ce ne priva e, infine, i beni materiali che­
s'espongono alla violenza altrui e passano dall'uno­
all'altro senza danno e alterazione 26• Proprio la preca­
rietà del possesso e la scarsità di quei beni impediscono
il consolidarsi della vit ::t in comune, ed : è allora che­
interviene « una convenzione tra tutti i membri della
società, la quale ha lo scopo di rendere stabile il
possesso dei beni materiali e di lasciare ognuno nel
godimento pacifico . di ciò che può acquistare con il
suo lavoro e con la . sua fortuna )) n . . Questa conven­
zione non è la promessa che suppongono i contrat­
tualisti, · per cui un patto sarebbe all'origine della:
società, ma consiste in un sentimento generale del-.
l'interesse comune che . produce una cond<;>tta ad_e­
guata. Due uomini che spingono una . barca a remi�
ceco lo stupendo esempio dello scozzese, lo fanno in
base a un tacito accordo, senza che . sia · stata scam­
biata una qualche promessa; le norme che garanti­
scono la stabilità della proprietà non derivano meno
da una convenzione, anche se sorgono a poco a poco·
e a seguito delle (( ripetute esperienze )) dei danni
conseguenti alla loro trasgressione. ·
Qui si tocca la novità di una ricerca che attingeva
dalla storia concreta degli uomini. Il sense of justice,.
o coscienza �irl�9..._QQI}....�L{�l?.Cl�....�H91! ��g���J·
•.

ma deriva dalle impressioni o sentimenti che scaturi­


scono dall'artlhCIO e dalle cériVeriZioru1 cosl-�
graqualmente s'lmpongon�sòliiiiito 'dill'Cg'orsmò
dell'iòdlvidUòe"dalla"sua generosità limitata, unita"
mente alla scarsità con cui la natura ha provvisto a.
soddisfare i suoi bisogni, che trae origine la giusti-

26 lvi .
TI lvi.

93
zia » Che questa differisca dalle.. virtÙ · naturali è
28•

provato dal fatto che, mentre in quelle il bene pro­


<:ede da un singolo atto, un atto di giustizia è talora
<:ontrario all'interesse privato e anche pubblico, come
nel caso di un uomo generoso a cui viene tolto ciò
che possiede se l'ha acquistato per errore e di un
egoista che gli subentra nel possesso. Qui è l'intero
piano o schema giuridico che conta, né il singolo deve
perderlo di v�sta per l'ordine che assicura alla società
e mancare di pretendere dagli altri la stessa linea di
<:ondotta. Le nozioni di proprietà, diritto e obbliga­
zione non si spiegano senza le leggi della giustizia,
ma ne dipendono per intero. Non esiste · in natura
un diritto inalterabile della proprietà fino a quando
le passioni non siano disciplinate da una convenzione
che impedisca ogni attacco ai beni altrui. Ma basta
un « minimo d� riflessione » per invertire la direzione
dell'egoismo e fissare, nell'allargarsi della società, le
regole che garantiscono la stabilità dei possessi. La
prima di queste regole è che ognuno continui a
godere di ciò che possiede al presente, che la pro­
prietà costante sia aggiunta al possesso immediato;
la seconda collega l'idea della proprietà al primo
possesso e all'occupazione, intendendo per possesso
il potere di usare qualcosa, di alterarlo o distruggerlo;
la terza si riferisce al lungo possesso o prescrizione;
la quarta e la quinta riguardano infine l'accessione,
per cui acquistiamo la proprietà di .certi oggetti quan­
do siano strettamente uniti con gli altri già in -nostro
potere, e la successione. '
Con la stabilità del possesso, il diritto « natu­
rale » di Hume prevedeva il trasferimento di pro­
prietà che si attua mediante il consenso del proprie­
tario e l'adempimento delle promesse. Quest'obbligo
non si giustifica senza un movente o una passione,
senza la convenzione che è all'origine della società,
e tanto basta a mostrare l'errore dei contrattualisti

28 lvi.

94
che lo farebbero derivare da una promessa. Quali
che siano i limiti che esse impongono alle passioni,
le leggi della giustizia ne sono il prodotto e costitui­
scono una via artificiale e più raffinata di soddi­
<<

sfarle » Quando poi s'intenda con natura ciò che­


29 •

s'oppone al miracoloso e all'arbitrario, allora niente


è più naturale della giustizia e non si capisce perché
le sue norme dovrebbero essere meno stabili degli
originari istinti di benevolenza a cui erano ricorsi
Shaftesbury e Hutcheson �- I Politica! Discourscs
sarebbero tornati in modo più diretto su quest.i argo­
menti e sulle origini dello Stato. Come nasce que­
st'ultimo? Il capolavoro ne forniva la spiegazione
più generale, più conforme . alla scienza della natura
umana. Si sa che gli uomini sono governati dalla
immaginazione e sono mossi negli affetti più dalla
luce in cui si presenta un oggetto che. dalla realtà del
medesimo: ecco perché essi agiscono in contrasto con
il loro interesse e preferiscono un vantaggio effimero
al mantenimento della pace sociale. Bisognerà cam­
biare le circostanze oppure fare dell'osservanza della
giustizia l'interesse più immediato, ma ciò non varrà
che per pochi, per i magistrati civili, i ministri e i
legislatori. Queste persone obbediscono alle leggi
perché sono soddisfatte del loro stato nella società
e sono quindi spinte ad obbligare gli altri alla stessa
obbedienza. Non diversa è l'origine del governo civile,
a cui gli uomini debbono sottomettersi unicamente
per la ragione del pubblico interesse. Se due vicini
riescono a mettersi d'accordo per prosciugare un
prato, che sia un loro possesso comune, difficilmente

29 Treatise cit., III, Il, 6.


.lO Per Io Shaftcsbury si rimanda al i'En quiry
concerning
Virtue, pubblicata nel 1699 c ripresa nel seeondo volume
delle Charac/eristics of Afe11, Ma1mers, Opinions and Times,
London 171 1 . Di Hutcheson è qui da vedere, i n particolare,
la V sezione dell'lnquiry i11to the Originai of ottr Ideas of
·

Beauty and Virtue, London 1725.

95
vi riuscirebbero cento individui e dunque non verreb­
bero costruiti i ponti o allestite le flotte 3 1 •
Cosl .si doveva respingere la concezione di Hob.
bes, secondo cui gli uomini non potrebbero vivere
senza· governo. Questa è invece una delle condizioni
più naturali dell'uomo e si mantiene- fino a quando
l'accrescimento della ricchezza conseguita per mezzo
della guerra non li costringe a · darsi un ordine. Non
meno contestabili erano gli scrittori -politici come
Locke; che avevano indicato la fonte . dell'obbedienza
dei cittadini al governo in una promessa o in un
contratto originario. Secondo costoro gli uomini en­
trano in società e si sottopongono al governo per' un
consenso volontario, avendo a ·mente i vantaggi . che
ne conseguono; a sua volta, il magistrato civile deve
assumersi l'impegno della protezione · e della sicurez­
za; se poi, invece di tali garanzie gli individui trove­
ranno tirannide e oppressione, essi saranno sciolti
dalle · loro promesse e potranno tornare alla libertà
che precedeva il governo. Le obiezioni le · ritro­
veremo, più legate alle dispute politiche, nel saggio
Tbe Origina! Contraci del 1748. Ma i presupposti
·son già chiari. « È necessario - osservava Hume -
-obbedire al magistrato civile per conservare l'ordine
e la concordia nella società; è necessario mantenere
le promesse per generare la. fiducia reciproca nei
doveri della vita: i fini, come i mezzi, sono nssolu­
tameni:e distinti e non si subordinano l'uno all'al­
tro » 32 • Non vale confondere i due interessi, anche
se sono-dello stesso genere, e cosl pure vanno distinti
i rispettivi obblighi morali. La giusta conclusione
dci contrattualisti, secondo cui un · eccesso di tiran­
nide basta a liberare i sudditi dall'obbedienza, va
-difesa con un diverso argomento. Occorre . riferirsi
all'interesse come alla sanzio"ne immediata del gover­
no, che non può al�ora durare più a lungo dell'inte-
31 Treatise cit., III, II, 7.
32 Treatise cit., III, II, ·s.

96
resse; ne segue che se il magistrato civile è talmente
opprimente da rendere intollerabile la sua autorità,
non siamo obbligati a restargli sottomessi; « cessata
la causa, deve cessare anche l'effetto. » 33• Nondimeno
è vantaggioso per la società che il potere sia stabile
c dunque conviene fissare i criteri su cui si fonda il
suo esercizio. Il primo è quello del lungo possesso,
in quanto il tempo dà solidità alle cose; il secondo
si raccomanda alla prudenza · e alla morale, prescri·
vendo . di accettare il governo stabilitosi nel paese
dove ci capita di vivere, mentre il diritto di con·
quista si presenta come la terza fonte del governo;
quando poi manchino tutti tre, allora' si può ric6r�­
rere alla. successione nel caso delle monarchie elettive
o alle leggi positive, se « la legislazione stabilisce
una certa forma di· governo e . una certa , dinastia 'di
prìncipi » 34• . . ·. · ..
Lo scienziato politico lasciava sullo sfondo le lotte

del suo tempo. Ma il risultato della scepsi avrebbe .


presto spinto Hume a dirigersi dove l'interesse lo
guidava. Tutta . la materia si caricherà allora delle
incertezze e delle ambiguità dello studioso che prende
posizione; ma se ne gioverà anche l'analisi psicolo-.
gica che introduceva alla teoria . della valutazione e
pretendeva di isolare un senso morale originario. Già
si sono avvertiti, intanto, i progressi sul selfish
system, e s'è visto come la simpatia, questo . senti­
mento dell'immaginazione, conducesse a un edonismo
altrimenti concreto. Questo si legava a un atteggia­
mento sperimentale che gli epigoni utilitaristi, da
Bentham allo stesso Mill, avrebbero impoverito nel
tentativo di una morale più scientifica, più soggetta
alle categorie. della quantità. Certo manca, e non
può che mancare rr via dei Suòi eresuppostl, una
esplicita teorta J.�3o\ier§_ ����.§.fol�gT[.'"'�§
Hume ne matcava !eConaiztom negattve, come
,........_ll!'ooW")IIn�·�'�ar-•�•l&o.�....,�--��..:·��.... :..,�,...

33 Treatise· cit., III, II, 9.


3� Treatise cit., III, II, 10.

97
V. GLI « E S SAYS » E LE « ENQUIRIES »

« Oggi abbiamo molto a che fare cori i saggi e


assai irragionevolmente disprezziamo una èultura si­
stematica, mentre i nostri padri la tenevano nel giusto
valore » Così si lamentava lsaac \Vatts a proposito
1•

del nuovo genere letterario, venuto di gran voga con


Addison e Steele. Molti scrittori lo preferivano al
trattato per la possibilità che offriva di variare i
termini della ricerca e di abbondare negli esempi e
nelle digressioni. Per Hume non si trattava, o non
si trattava soltanto, di assecondare un gusto e di
compiacere il lettore. Piuttosto egli si liberava dagli
imbarazzi del sistema e aderiva meglio alle sue incli­
nazioni. Così la lezione newtoniana assumeva un
significato diverso da quello che lo aveva attratto
nella « nuova scena del pensiero »: non tanto conta­
vano, adesso, le regole della semplicità e della gene­
ralità, quanto la cautela e la duttilità sperimentale.
Per questo non si può isolare la saggistica politica e
storica dalla condizione scettica che ne costituisce il
presupposto, a meno di opporre tra loro il filosofo
del -Treatise e l'umani sta erudito che insegue il suc­
cesso mondano. Dagli interessi morali era nato il
progetto di una scienza fondata sui nessi associativi
che si stabiliscono tra le impressioni e le idee. Ora
Hume tornava a essi dopo una peripezia che aveva
messo a confronto le varie credenze e impediva alla
ricerca di chiudersi in una prospettiva definita.
35 Treatise cit., III, I, l.
1 I . \Y/ATTS, Logick: Or, the Right Use of Reason in the
Inquiry after Truth, London 1729, p. 219.

98
Degli Essa:is Mora! and Politica! usciva nel 1742
a Edimburgo il secondo volume, che aggi�ngeva
dodici scritti ai quindici precedenti. Essi ebbero una
accoglienza favorevole e fecero dimenticare allo scoz­
zese il disappunto precedente. Spariva da lui il « mo­
stro bizzarro e strano », si moderava la presunzione
della giovinezza, non si disdegnavano gli argomenti
frivolous. Ma in parecchi saggi si può scorgere, in
uno scorcio o in un'annotazione, . uno sviluppo coe­
rente di pensiero. Si vedano quelli dedicati alle sette
filosofiche antiche, che diventavano altrettanti esem­
plari delle concezioni sulla vita e sulla felicità degli
uomini. C'è l'epicureo il quale placava l'angoscia con
l'idea che, se tino' spirito regge il mondo, dovrebbe.
rallegrarsi di vederci gioire dei piaceri per cui siamo
stati creati; esiste certamente un essere che domina
l'universo, gli obiettava· lo stoico, ed è in grado di
ridurre gli elementi contrastanti a · una giusta propor­
zione, sicché l'uomo morale non si domanda se ci
sia una vita dopo la morte del corpo e se ne sta·
soddisfatto del posto che quello gli ha assegnato; il
platonico, invece, si perdeva nella contemplazione
della natura divina e si doleva della nostra debo­
lezza che ce ne allontana la perfezione 2• Su questi
sentimenti, ridotti deliberatamente a tipi, emergeva
per complicazione quello dello scettico. Hume lo
faceva interprete della sua esperJenza:

Ho accolto a lungo il dubbio sulle conclusioni dei


filosofi in tutte le questioni c mi trovo più incline· a
discuterle che ad accettarle. C'è un errore a cui essi sono
soggetti quasi senza eccezione, che consiste nel limitare
con troppo rigore i propri princlpi e non renderli ade­
guati . all'immensa varietà che la natura mostra in ogni
sua opera. Una volta appoggiato saldamente a un prin­
cipio favorito, che basta forse a spiegare alcune mani-

2 I saggi dedicati all'epicureo, allo stoico e al platonico


figurano nel teno volume dei Philosophical Works eit., ri­
spettivamente alle pp. 197·203, 203-10, · 210·3.

99
festazioni naturali, il filosofo lo estende al creato e vi
riduce ti.Jtti i fenomeni anche a costo del ragionamento
più forzato e assurdo 3•
Nelle operazioni della mente Io sp'irito non fa
che trascorrere sui suoi oggetti senza aggiungere
nulla; cosl, se esaminiamo i sistemi di Tolomeo e
di Copernico, crediamo di dar loro, nei nostri con­
cetti, le stesse relazioni che hanno nei cieli; un
modello reale, seppure ignoto, sembra corrispondere
all'attività dell'intelletto. Ma che avviene quando lo
spirito :non si contenta di osservare le cose come sono
in se · stesse e percepisce un sentimento di piacere
o di pena, di approvazione o di condanna? Euclide
ha spiegato le proprietà del cerchio, . ma non ha detto
niente sùlla sua . bellezza e ciò si spiega se si pensa
che essa non è congiunta a nessuna parte di quella
linea i· cui punti sono tutti ugualmente lontani da
un centro comune. La bellezza, cioè, non è una pro­
prietà del cerchio, ma piuttosto l'effetto che una tale
figura produce in noi. Se ora abbiamo appreso qual­
cosa dalla filosofia, avvertiva Hume, è che « non
esiste nulla che sia pregevole o spregevole di per sé,
desiderabile o detestabile, bello o deforme, ma che
tutti questi attributi sorgono dalla particolare costi­
tuzione e organizzazione dei sentimenti e delle affe­
zioni umane » 4•
Certamente i sentimenti sono più uniformi delle
passioni c i critici possono · ragionare più plausibil­
mente dei· cuochi . e dei profumieri. , Ma questa rego­
larità non esclude che ci sia una notevole varietà nel
senso . del bello o del degno e eh� l'educazione e il
costume� i pregiudizi e gli umori modifichino il
nostro gusto. Come non va ammessa una struttura
inalterabile del mind, cosl ' non vale esagerarne la
duttilità. L'abitudine è un potere che influenza la
J The Sceptic, in Philosophical Works cit., III, pp. 213-
214.
4 The Sceptic cit., p. 218.

100
mente e ci rinsalda · nella nostra inclinazione; la
ragione filosofica non ne prescinde e indica le circo­
stanze che · altrimenti ci sfuggirebbero, aiuta il genio
e il suo interprete a liberarsi dai pregiudizi; l'esat­
tezza nel distinguere e la vivacità nell'apprendere
sono ugualmente essenziali alla produzione e. al
discernimento dell'opera d'arte. Sebbene non sembri,
avrebbe . osservato Hume nella , dissertazione del �57
Of the Standard of Taste, niente è più soggetto al
caso o alla moda delle certezze della scienza. Lo
stesso non accade per l'eloquenza e la poesia, ché « se
Aristotele e Platone, Epicuro . e Descartes possono
cedere il campo l'uno all'altro, :Terenzio e Virgilio con­
servano intatto il loro dominio sull'animo umano » 5•

C'è dunque una regola del gusto, che il « buon criti­


co » cercherà di fissare .con la pratica e l'abilità · dei
confronti, limitando le differenze degli umori e dei
costumi prevalenti nelle varie età.
Con gli scritti d'occasione, non mancano negli
Essays talune osservazioni sui partiti e sulla libertà
di stampa, sull'indipendenza del parlamento e sui
princlpj del governo, che : si preciseranno nelle opere
politiche mature. Né un saggio, come 0/ Superstition
and Enthusiasm, è privo di rilievo se pensiamo che
lo scozzese v'iniziava la sua fenomenologia dell'espe­
rienza religiosa e intravedeva nel fanatismo puritano
l'origine della libertà religiosa; e ancora ci sarebbero
da riprendere · le osservazioni su un topico illumini­
stico come quello relativo alla nascita e al progresso
delle arti e delle scienze. Ma è l'atteggiamento hu­
miano quello che conta, cosl come lo ritroviamo in
Of Essay Writing messo avanti ai saggi:
Quella parte dell'umanità, che non è immersa in una
vita animale e si applica alle operazioni della mente, può
distinguersi in learned econversible. La prima si riserva
le attività dell'intelletto più difficili ed elevate e,
non

5 0/ the Sta11dard of Taste, in Phi/osopbical W"orks cit.,


III, p. 280.

101
può giungere alla perfezione senza una lunga prepara­
zione e un severo lavoro. La seconda lega a
una
e
·

disposizione socievole e incline ai p i' amabili


ni sugli
·

esercizi dell'intelligenza, alle consuete


e
·

affari umani sui doveri della vita co i1: a loro


separazione sembra essere stata ilgrande del-
i

'

l'ultimo periodo e ha avuto una cattiva n .


libri e sulla compagnia. E infatti, quale possibilità "·"""".!li">.
di trovare argomenti di conversazione adatti all'inc
di nature ragionevoli, senza ricorrere qu:llche volta
storia, alla o c
p liti a eai più · noti princlpi della filosofia? 6

Questo scritto non compare nelle edizioni succes­


sive dei saggi, ma le sue indicazioni ritornano nella
opera che, con il 1758, avrebbe preso il titolo di
Enquiry cbncerning Human Understanding. Qui
Hume osservava come esistono due specie di filosofi,
quelli che considerano l'uomo nato per l'azione e
dominato dal sentimento e quelli che lo ritengono
un soggetto più ragionevole che attivo. Una filosofia
facile appare più utile della riflessione « profonda »,

destinata a soccombere appena siamo presi dagli affari.


Se essa sbaglia, rimedia presto appellandosi al senso
comune; nell'altro caso, un errore ne genera un altro
per la coerenza a cui si è costretti. Il filosofo pro­
fondo comunica con difficoltà i suoi pensieri e con­
travviene la massima per cui · bisogna, quale che sia
il nostro pensiero, essere un uomo. Quando abbia
rinunciato alle sue astruserie, egli è tuttavia d'aiuto
al letterato e al politico con una descrizione precisa,
anche nei tratti più rivoltanti, della natura umana.
Il suo compito è lo stesso di un . analista che cerca
di rendere chiare, con quelle già note dell'intelletto
e delb volontà, dell'immaginazione e delle passion'i,
le · distinzioni più sottili, senza alcuna arroganza siste­
matica. Che ne sarà allora della semplicità e della
generalità della ricerca? Poiché è probabile che una
6 0/ Essay l'Vriti11g, in Philosophical Works cit., IV,
p. 367.

102
operazione e un principio dipendano da altre opera­
zioni e altri prindpi, i logici sono da scusare per il
loro attaccamento all'universale. Ma forse conviene
che le diverse specie di :filosofia si dispongano a un
confronto che ne riveli i caratferi parziali.

Abbiamo cercato - concludeva Hume - eli gettare


qualche luce su oggetti dai quali i saggi sono stati eli­
stolti per l'incertezza e gli ignoranti per l'oscurità. Felici
se potremo unire i confini delle differenti filosofie, con­
ciliando la ricerca profonda con la chiarezza e la verità
con la novità. E :mcor più felici se, ragionando in questa
agevole maniera, potremo insidiare i fondamenti eli un
pensiero astruso, che sembra abbia servito soltanto a
ospitare la superstizione e a coprire l'assurdo e l'errore 7•

Quale specie di scetticismo va d'accordo con que­


sto proposito? Ce n'è uno, « antecedente a ogni
studio e a ogni · filosofia », che è molto r:tccomandato
da Descartes e che consiste in un dubbio esteso sino
:tlle nostre facoltà, della cui verncità ci nssicureremo
solo per mezzo di un ragionnmento dedotto da un
principio autoevidente. Ma esiste un tnle principio e,
se c'è, riusciremo a fare un pnsso oltre di esso senza
us:tre « le facoltà » di cui dobbiamo diffidare? Il
dubbio cartesiano, avvertiva Hume nnticipnndo Peirce,
non sembra facile a prodursi e neppure si vede come
sarebbe rimediabile quando lo si esasper:t troppo e
non lo si concepisce come un avviamento allo studio
della filosofia. Sono noti gli argomenti portati contro
l'evidenza dei sensi, il caso del remo che sembra
spezzato se viene immerso nell'acqua e della doppia
immagine che si ottiene con la pressione su un oc­
chio. In tali casi dobbiamo ricorrere alla ragione e
considerare la natura del mezzo, la distanza del­
l'oggetto oppure la disposizione dell'organo. Ma che
dire del fatto che gli uomini, mossi da un istinto
« cieco e potente », credono a una realtà, come

7 Enquiry I cit., L

103
questa tavola 'che vediamo bianca e sentiamo dura,
indipendente dalla percezione? Esso è presto distrutto
dalla· più sottile filosofia che ci insegna come alla
mente siano presenti solo le perc"ezioni e non ci sia
una relazione immediata tra la ' mente e l'oggetto. Ora
è una questione di fatto se queste percezioni sono
prodotte da oggetti esterrii che assomigliano a loro o
no. Ci si dovrebbe dunqtie. riferire all'esperienza, se
non fosse che essa è qui interamente muta e' la mente
non riesce a cogliere una connessione delle percezioni
con gli oggetti. A questo punto, gli scettici impon­
gono la loro alternativa.' Seguite, ci dicono, gli istinti
e ne concluderete che l'immagine .sensibile è la cosa
stessa, oppure ammettete che l'imi:n'agine è una rap­
presentazione di qualcosa d'esterno e la ragione non
sarà più in grado di trovare un argomento per convin.­
cervi che le percezioni sono connesse con gli oggetti.
Proviamoci allora a seguire le migliori lezioni di
scetticismo, degli antichi come dei moderni, Bayle
incluso, estendiamo con Berkeley alle qualità primarie
dell'estensione e della solidità i risultati ottenuti con
quelle secondarie, che esse siano percezioni della
mente senza alcun modello esterno. Non avremo con
ciò spogliato la materia di tutte le determinazioni
intelligibili e lasciato a causa delle percezioni qual­
cosa' di sconosciuto e inesplicabile? 8•
. Esiste però uno scetticismo più moderato, o filo­
sofia accademica, che corregge il dubbio pirroniano
con il buon senso. La sua specie più . apprezzabile
consiste nel limitare le nostre ricerche' alle capacità
dell'intelletto e nell'affidare gli argomenti « sublimi »
ai poeti · o ai preti. I filosofi si volgeranno là dove li
spinge il loro interesse e s'accorgeranno alla fine che
i loro pensieri sono le stesse riflessioni della vita
d'ogni giorno, rese « più metodiche e accurate ». Essi
ammetteranno che gli unici oggetti della scienza
astratta sono la quantità e il numero, mentre delle
8 Enquiry I cit., XII, 2.

104
questioni "di fatto non si dà · dimostrazione. Ci verrà
tra le mani un volume di teologia o di metafisica
scolastica, ci accorgeremo che non presenta un qual­
che ragionamento astratto o ·sperimentale? Converrà
gettarlo nel fuoco perché non contiene che .so.fi.sti­
cherie e inganni (sopbistry and illusion) Questo
9•

protrettico si presta bene a una lettura « positivi­


stica ». Però esso non rende in tutto la novità della
posizione humiana e la libertà che la scepsi assicu­
rava all'indagine del mondo umano. Che l'istinto ci
distolga dall'abulia e ci immerga nostro . malgrado
negli affari quotidiani, questo. non va _scambiato per
naturalismo o utilitarismo volgare. )l feeli�tg s'avvia
inoltre. a perdere ogni carattere provvidenziale e : sta
solo a significare l'origine pragmatica . della filosofia,
la sua radice esistenziale. Il metafisica si isola dalla
vita, dopo di che il suo atteggiamento diviene intol­
lerante verso chi non condivide la sua verità; l'espo­
nente del senso comune esalta le credenze condivise
dalla maggioranza degli uomini e v'intravede un
intervento divino; il pirroniano, appena « risvegliato
dal suo. sogno », si arrende alla forza del sentimento
e delle abitudini. Diversamente da loro, lo scettico
humiano sa dubitare dei suoi . dubbi come delle sue
convinzioni e ne deriva un impulso che lo spinge a
collaborare con gli altri e lo fa curioso delle loro
opere.
Il Treatise aveva preteso di innovare tutte le
parti « sublimi » della filosofia. Un attacco del reve­
rendo Wishart, quando era candidato alla cattedra di
filosofia morale di Edimburgo, gli attribuiva un pirro­
nismo radicale, conseguente alla demolizione del­
l'assioma causale, e alla negazione della spiritualità
e dell'immortalità dell'anima. Poco, allora, contava
che in una Letter /rom a Gentleman to bis Friend
in Edinburgb egli si dichiarasse, pur 'tra qualche ma­
lizia, uno scettico cauto e diffidente soltanto dei
9 Enq11iry I cit., XX, 3.

105
falsi amici della religione 10• Ora, a \ distanza di
anni, Hume tornava a dolersi del tono assertorio che
vi prevaleva: ma quale successo le stesse dottrine,
meglio stabilite ed espresse, potessero incontrare, que­
sto era ancora da decidere Cosl consigliava all'ami­
1 1•

co Elliot of Minto di concentrarsi sull'Enquiry:


« Riassumendo e sempllficando le questioni, in realtà
le rendo molto più complete. Addo1 dum minuo: i
princlpi filosofici sono i medesimi nelle due opere, ma
fui spinto dal calore della giovinezza e dell'immagina­
zione a pubblicare il Treatise troppo precipitosamente.
Un'impresa tanto vasta, concepita prima dei ventuno
anni e composta prima dei venticinque, doveva neces­
sariamente essere molto difettosa: mi sono rammari­
cato della mia impulsività cento e cento volte » 12•
C'è dunque un nesso tra le due opere, ma è mutato
il modo di presentare e sviluppare gli argomenti. Si
sono ridotte le digressioni del pensiero, l'esposi­
zione è diventata più agile, gli esempi prevalgono
sulle leggi. Viene meno la pretesa di risalire dalla
molteplicità degli effetti a pochi princlpi e subentra
l'invito di Hutcheson a non trascurare quel che si
oppone alle nostre ipotesi iniziali.
Si tratta, come crediamo, del passaggio da un
umanismo sistematico a un atteggiamento sperimentale
che garantisca alla ricerca una maggiore libertà?
Hume confermava, a proposito delle impressioni e
delle idee, il principio della force e della liveliness.
Ma presto ci si accorge che la ricerca attinge da un
to L'opuscolo del rev. Wishart, rettore dell'università
cdimburghese dal 1737 al '54, recava il titolo A Specimcn
of the Principles cottcerning Religion and Moralitj•, main­
tain'd in a Book lately p11blished, intitulcd, A Treatise of
Human Nature, etc. Mossner ne ha attribuito la replica allo
scozzese sulla scorta di una lettera a Hcnry Home, di cui alle
New Letters of David Hume, cd. R. Klibansky e E. C. Moss­
ner, Oxford 1954.
1 1 Cosl in una lettera del febbraio 1754 a John Stcwart:
·

Letters cit., I, p, 187.


12 Letters cit., I, p. 158.

1 06
materiale più eterogeneo; si citano i !apponi e i negri,
che non hanno mai gustato il vino, per mostrare che
chi manca di una data sens:tzione è privo dell'idea
corrispondente;- e pare insomma che lo storico e il
viaggiatore diano spesso una mano allo scienziato
della natura umana. Invece la distinzione tra le idee
semplici e complesse è toccata di sfuggi_ta, appena si
entra nel merito delle impressioni di sensazione e di
riflessione e si omette di dire qualcosa sulle tre classi
delle idee complesse; né esiste traccia delle relazioni
filosofiche e naturali e poco o nulla si osserva a pro­
posito dell'astrazione e della sostanza. Sui principi
dell'associazione, come si sa, lo scozzese escludeva
che l'elenco fosse completo e invitava a « scorrere
parecchi esempi, a esaminare - accuratamente il prin­
cipio che lega . i diversi pensieri l'uno all'altro e di
non sostare fino a quando non l'abbiamo reso il più
generale possibile » 13 • Cosl, nelle edizioni che prece­
dono quella postuma del 1777, ci imbattiamo in
un'analisi degli effetti dell'associazione sulle passioni
e sull'immaginazione. Qui s'apre, avvertiva Hume,
un campo di speculazione più divertente e istruttivo
degli inventari. Come avviene, ad esempio, che nelle
composizioni narrative, gli eventi c le azioni riferite
da uno scrittore si connettono secondo certi legami?
Non converrà riprendere le questioni già trattate a
proposito dell'efficacia della credenza? Ovidio s'era
attenuto, . per il piano della sua opera, al principio
della somiglian�a e allo stesso si riferiva ogni trasfor­
mazione miracolosa voluta dagli dèi; un analista o
uno storico, che intenda descrivere le vicende del­
l'Europa nel corso di un secolo, è invece influenzato
dalla contiguità nel tempo e nello spazio; la specie
più usuale di connessione che entra nei loro racconti,
se si cercano le originj e le conseguenze delle azioni
descritte, è però quella della causa e dell'effetto, sic­
ché la narrazione guadagna in perfezione quanto più
13 Enquiry I cit., III.

107
continua appare la catena degli eventi. Che dire poi
dell'unità d'azione raccomandata da Aristotele, del­
l'unità che la poesia epica e la tragedia richiedono
in modo più stretto della biografia e della storia?
Qui l'immaginazione, nell'autore come nel lettore,
si mostra vivacissima e ce lo si spiega. La poesia,
che è una specie di pittura, ci avvicina agli oggetti
più di .qualsiasi racconto e se non esige, come nel­
l'Iliade, che .si sappia. quante volte l'eroe si lega_ le
scarpe o si annoda le giarrettiere, abbisogna tuttavia
di maggiori particolari che non avesse fo.rnito Vol­
taire nell'Henriade. Un poeta epico non deve insom­
ma risalire alle cause per un grande lasso di tempo
e mancare di introdurre i suoi personaggi in una
scena comune, in modo che le passioni passino senza
sforzo da un oggetto all'altro c l'immaginazione man­
tenga l'affezione nello stesso canale 14�
« Ho messo assieme questi sparsi accenni - con­
cludeva Hume - per eccitare la curiosità dei filosofi
e provocare il sospetto, se non una piena convin­
zione, che su tale materia c'è molto da dire e che
molt� operazioni della mente dipendono dalla con­
nessione o associazione di idee ». Per questo conve­
niva passare sopra questioni come quella dell'identità
personale e rinunciare a definire la credenza dopo
che se ne fossero accertate la dipendenza dall'abitu­
dine. e �a funzione per la vita. Se l'immaginazione,
che controlla le sue idee variandole e combinandole
in ogni modo, non riesce a conseguire la credenza,
allora il belicf non si riporta all'ordine delle . stesse
e consiste piuttosto nella maniera di concepirle. La
credenza si conferma, d'accordo con la psicologia di
Hutchesoil, un atto della mente che va descritta cosl
come si produce. Quando si getta un pezzo di legno
secco nel fuoco, la mente è subito spinta a concepire
che esso accresca la fiamma; questo passaggio della
14 Questi luoghi, che figurano nel testo dell'Enquiry I

cit., III, sono omessi nell'edizione lond.incse del 1777.

108
causa all'effetto non procede dalla ragione, ma de�iva
dalla consuetudine e. dall'esperienza; esso muove, più
precisamente, da un oggetto . presente ai sensi che
rende l'idea della fiamma più forte di qualsiasf sogno
dell'immaginazione. La : credenza non fa . insomma che
indicare una concezione più vivace (vivid) .e intensa
(lively), più potente (/orcible) e forte (firm) e stabile
(steady), né pos.siamo aggiungervi altro.
Questi termini si riferiscono a un'esperienza. in-.
trospettiva, al modo . in cui un'idea si presenta alla
mente? Se ne consideriamo il significato letterale, ha
osservato Price, ci accorgiamo che essi sono tutti,
tranne lively, disposizionali ossia nomi di proprietà
causali: denominiamo forte e stabile ciò che ha la
capacità di resistere a un:�. qualche forma di disturbo,
cosl come la parola solido sta per quel che s'oppone
a una penètrazione o deformazione. Le credenze diffe­
rirebbero allora · dalle idee per' gli effetti che hanno
su noi e non già per un loro ca'rattere intrinseco.
Esse ci appaiono, per cosl dire, più importanti e si
trasformano in altrettante regole della nostra cori­
dotta: ché se poi si temesse di · forzare il testo di
Hume, si potrebbe dire che le nostre disposizioni
sono le conseguenze della qualità posseduta dalla
proposizione a cui diamo l'assenso e che prendiamo
�< seriamente >>. Questo tratto impegnativo ricorre in

tutte le conoscenze che non concernono le pure rela­


zioni ideali e va dunque considerato nei suoi effetti.
Non per questo mancava nell'Enquiry l'accenno
.
:l una « armonia prestabllita » tra il corso della
natura e i nostri pensieri, cosl da fornire materia di
meraviglia per chi si diletta nella contemplazione
delle cause finali. Rispuntava cioè il pericolo che,
riportato il ragionamento sperimentale al belief, si
trascUrassero le condizioni richieste per la formazione
della credenza e si equivocasse tra la sua forza · istin­
tiva· e l'infallibilità che. la natura le avrebbe corri­
sposto per guidarci nella vita. L'ruternativa è allora
.tra l'analista che proporziona la ricerca alle sue passi-

109
bilità e il filosofo che si rimette all'istinto per. rime­
diare ai guasti della scepsi. Quando prevale il primo,
come già sovente accade, Hume non teme di omettere
le parti che sente poco congeniali e di portare il
peso delle sue scelte. Ci si spiega cosl perché manchi
un seguito alla trattazione dello spazio e del tempo,
perché la «rivalutazione» della geometria non aggiunga
nulla alla dottrina dell'infinita divisibilità dell'esten­
sione. « Una quantità reale, infinitamente più piccola
di qualsiasi quantità finita, contiene quantità infini­
tamente più piccole di se stesse e cosl in infinitum »:
questa costruzione gli appariva tanto temeraria e si
urtava talmente con i più « chiari e naturali » P.rin­
clpi della ragione da consigliarne un rapido abban­
dono se non si voleva esporre la scienza al disprezzo
degli ignoranti.
I veri interessi di Hume li ritroviamo nelle
sezioni dedicate alla libertà e ai miracoli. Esse ven­
gono dopo l'unulisi dell'idea di connessione neces­
suria e si leguno, significativamente, al problema
della provvidenza divina. La necessità è regolare, si
dice, e la condotta umana è incerta. Ne segue forse
che l'una non deriva dall'altm o non si deve piuttosto
procedere con le regole adoperate nello studio della
natura, mostrando che le controversie sulla libertà
avevano « girato sino allora su delle parole? » 15• I
modi di vivere degli uomini sono differenti in r:tp­
porto ai diversi puesi? Ma proprio allora ci rendiumo
conto dell'abitudine e dell'educuzione che modellano
lo spirito dull'infunziu e lo rendono stubile. II com­
portamento dei due sessi :tppare diverso, come di­
verse risultano le azioni della stessa persona nei vuri
periodi della vita? Le differenze impresse dalla natura
e i mutamenti non si intenderebbero senza la rela­
tiva uniformità che consente la conoscenza degli indi­
vidui e delle loro inclinazioni. Se l'uomo volgare
prende le cose come sono al loro primo apparire e

1s Enquiry I cit., VIII, l.

110
non sa spiegarsi l'incertezza degli eventi, il filosofo
risale alle cause contrarie che spezzano la regolarità
di un fai:to e applica il medesimo ragionamento alle
azioni individuali. La mutua dipendenza degli uomini
è tanto grande che difficilmente un atto non viene
riferito a un altro: il povero artigiano, ad esempio,
conta sulla protezione del magistrato e si attende di
trovare al mercato chi gli compri le merci. I filosofi
non erano mai stati di un'opinione diversa. Che ne
sarebbe, altrimenti, della storia? Potrebbe la politica
essere una scienza, se le leggi non avessero un influsso
uniforme sulla società? E quale fondamento preten­
derebbe la morale, se i sentimenti non operassero
in modo costante sulle azioni? 16•
Eliminata la finzione teologica di una libertà
senza moventi, gli avversari si facevano avanti con due
obiezioni. La prima è che se le azioni risalgono con
una « catena necessaria » alla divinità, esse non pos­
sono mai essere malvage a causa della sua infinita
pedezione: cosl gli stoici, tra gli antichi, avevano
sostenuto che i mali dei singoli si rivelano dei beni
per l'universo nel suo insieme. Ora un tale. argo­
mento, replicava Hume, è « sublime é specioso ». Ci
si provi infatti a calmare un malato di gotta, nel bel
mezzo del suo dolore, con l'esposizione delle leggi
generali che producono gli umori cattivi del suo
corpo: lo irriteremo e basta. Lo stesso accade per
il male morale perché non c'è speculazione, intesa a
chiarire la giustizia di ogni cosa in rapporto al tutto,
che basti a bilanciare i sentimenti derivanti dalla
visione immediata degli oggetti. Lo spirito umano,
ripeteva lo scolaro di Hutcheson, sembra cosl for­
mato che « al mostrarsi di certi caratteri, disposizioni
e azioni, subito avverte un senso di approvazione e
di biasimo, né ci sono emozioni più essenziali alla
sua struttura e costituzione » 17• Meno facile è, sem-

16 lvi.
17 Enqt1iry I cit., VIII, 2.

111
mai, rispondere alla seconda obiezione e spiegare
come la divinità sia la causa di tutte le · azioni umane
senza essere l'autrice del peccato. Questi sono misteri
che la ragione naturale non riesce a penetrare: come
potrebbe conciliare l'indifferenza e . la contingenza
degli atti umani con la prescienza, difendere i decreti
assoluti e sottrarre la divinità alla responsabilità · del
peccato?
·

Le ·questioni della libertà e della necessità non


dovevano prestarsi all'apologetica. Esse si riferiscono
alla condotta individuale che l'analista accerta negli
aspetti ricorrenti e nelle eccezioni, affidandosi ai
documenti degli storici o ai rapporti dei viaggiatori.
Non diverso era l'atteggiamento di Hume nella consi­
derazione dei miracoli sin dal tempo di La Flèche e
delle dispute sugli eventi straordinari che sarebbero
accaduti nel collegio. Accantonato per paura dei ben­
pensanti, il saggio trovava ora la sua collocazione.
Che si deve dire, dunque, a proposito dei miracoli
che figurano nella storia sacra e profana? L'uomo
ragionevole proporziona il suo assenso all'evidenza e
questa si ferma alla probabilità quando . ha che fare
con un'opposizione di esperimenti in cui una parte
sopravanza l'altra. Non vi si sottrae la testimonianz::t
degli eventi accaduti nel passato, a cui attribuiamo
un credito solo se risultano conformi ai fatti che
l'esperienza ci presenta nella loro congiunzione ·co­
stante. Supponiamo adesso che un testimone si sforzi
di stabilire qualcosa di straordinario ed ecco che la
evidenza subisce una diminuzione, maggiore .o minore
secondo che l'evento appaia ' più o meno inconsueto.
Il miracolo è una violazione delle leggi di nittur::t,
cosl come sono stabilite da un'esperienza inaltera­
bile, e se un'esperienza uniforme equivale a una
prova, ne segue che questa può venire distrutta solo
per mezzo di una contraria e superiore.

Non esiste - chiariva Hume - una testimonianza


sufficiente a stabilire un miracolo, a meno che essa sia

1 12
di tal genere che la sua falsità sarebbe più 'miracolosa
del fatto che si sforza di stabilire; ed . anche in questo
caso c'è una distruzione reciproca di argomenti _e sol�
tanto la parte superiore ci ,: fornisce una sicurezza con­
forme a quel grado di forza chè resta dopo che ne
18
sia stata tolta la parte . della forza inferiore •
·

Vedremo più avanti, quando. i Dialogues ci da­


ranno modo di ripercorrere .l'esperienza religiosa di
Hume, quale posto v'avrà lo scritto sui miracoli. Esso
veniva dopo decenni di. disj:n.ite che avevano impe­
gnato gli esponenti delle varie correnti deistiche, gli
ortodossi e i freethinkers, dopo che il Leslie aveva
cercato. di difendere i miracoli del Vecchio e Nuovo
Testamento dall'attacco dei razionalisti, fissando'
quattro regole di critica storica 19• Ora Hume rimet­
teva l'intera questione all'esperièn'za e dava rilievo
alla coscienza religiosa che la contravveniva con· la
sua passione dell'eccezionale. Non diversamente egli
procedeva nella · sezione sulla provvidenza particolare
e sullo stato futuro, . dove la critica del deisino non
potrebbe· essere più serrata. Qui un rappresentante
di Epicuro s'apprestava a scalzare l'argomento teleo�
logico, per eui dall'ordine dell'universo se ne infe­
riscc una causa intelligente. Se la causa, egli obiet­
tava, si conosce solo dall'effetto, non dovremmo mai
attribuirle qualità che non siano necessarie a produrlo;
ammettiamo allora che gli dèi siano gli autori del­
l'universo, ne seguirà che essi possiedono lo stesso
grado di potere, intelligenza e bontà che si manifesta
nella loro creazione; ogni aggiunta saprebbe di « adu­
lazione ». L'ipotesi religiosa va dunque intesa come
un metodo particolare di spiegare i fenomeni visibili
dell'universo e nessuno oserà trarne qualche singolo
fatto o aggiungervi qualcosa. Tanto bastava a Hume
per accantonare l'idea di una provvidenza e slittare
18 Enquiry I cit., · x, 1 .
1 9 I criteri sono esposti in A Short and Easy Method
with tbe Deisls, London 17125,

1 13
verso una posizione naturalistica nel senso inteso da
Warburton. Ma è poi possibile, egli si chiedeva alla
fine della sezione, che una causa si conosca per
mezzo dei suoi efietti oppure è di una natura tanto
singolare da non ammettere alcun parallelo e somi­
glianza con altra causa od oggetto caduto sotto la
nostra osservazione? Solo quando troviamo che due
specie di oggetti sono costantemente congiunti deri­
viamo l'una dall'altra, né sapremmo formarci qualche
congettura quando l'effetto non si riduca a una specie
nota: l'esperienza, l'osservazione c l'analogia restano
le nostre uniche guide 20•
La critica del teismo sperimentale portava alla
scoperta di un inconfondibile sentimento religioso.
Questo non è da relegare tra le alfezioni patologiche,
ma va studiato senza pregiudizio. Semmai la con­
danna si doveva volgere all'uso che i preti fanno
dell'amore del meraviglioso per rafforzare In proprin
nutorità e opporsi nl progresso delle scienze. Qui
l'illuministn si imponevn all'inquirer e lo rendevn
sensibile nlle degenernzioni delle pnssioni, ne preci­
savn l'impegno n misura che egli si calavn nella
storia e s'imbatteva nelle dispute delle fazioni. Non è
allora che il suo atteggi:tmento manchi di nmbiguità
e che l'nnalista non si tramuti in un conserva­
tore corrucciato. Mn questi sono i pericoli di unn
scienza sulln via di farsi un snpere dell'uomo e
l'Enquiry co1rceming the Principles of Morals, pub­
blicnta a Londra nel 17 51, ne reca tu tti i segni.
Molti, a cominciare da Mill, dovevano scorgervi un
indebolimento delln qualità teoreticn; altri, come il
Selby-Bigge, ne hanno sottolineato positivamente il
cnrnttere più descrittivo che teoretico. Forse l'opera
va riferita ·più strettamente all'esperienza· humiana,
cosl come si veniva nrricchendo con i viaggi e le
osservazioni, e annodata alla saggisticn. Se ne capi­
rnnno meglio i mutamenti intervenuti rispetto al

20 Enquiry I cit., XI.

1 14
terzo libro d el Treatise, il diverso rilievo dato agli
argomenti, il senso delle digressioni letterarie e delle
citazioni dei classici. Soprattutto si noterà come essa
faccia posto ai problemi del tempo e cerchi di padro­
neggiarli, di volgerli a soluzioni ragionevoli e contra­
rie al disordine sociale.
Non a caso . la benevolenza diviene il principio
della morale, coincide con un sentimento originario
che è comune a tutti gli uomini e ne favorisce
l'accordo. Nessuna qualità, insisteva Hume, ha titoli
maggiori della simpatia e del desiderio del pubblico
bene. I sentimenti . morali non si giustificano ricor­
rendo al principio dell'amor proprio, né gli interessi
della società d sono indifferenti. « L'utilità si ha solo
quando d si propone di raggiungere un fine, ed è
una contraddizione in termini che una cosa piaccia
come mezzo per il conseguimento di un fine, quo.ndo
non ci interessa nulla di per sé. Se dunque l'utilità
è fonte di sentimento morale e se questa utilità non
si considera sempre in rapporto a noi s�essi, ne segue
che tutto ciò che contribuisce alla felicità della
società si raccomanda direttamente alla nostra appro­
vo.zione e buona volontà » 21 • L'utile sociale costitui­
sce il merito della benevolenza e d conferma l'edo­
nismo concreto dello scozzese. Ma l'enfasi che esso
riceve mostra anche, da una parte, il timore di una
convivenza disordinata e, dall'altra, la consapevolezza
che l'amore di sé non potrebbe, se non arbitraria­
mente, pretendersi come unico principio della morale.
Cosl il rifiuto del selfish system, contraddetto dagli
esempi che avevano dato in vita gli stessi Hobbes e
Locke, si precisava nella seconda appendice:

La benevolenza c la generosità, affezioni come l'amo­


re, l'amicizia, la compassione e la gratitudine hanno le
loro cause, i loro effetti, i loro oggetti e le loro opera­
zioni ben note al linguaggio e all'osservazione comune e

21 Enquiry II cit., V, 2.

115
:assolutamente distinte da quelle delle passioni egoistiche.
Poiché questa è la maniera in cui le cose si mostrano,
conviene accettarle fino a quando non si scopre qualche
ipotesi che, penetrando più a fondo nella natura umana,
possa provare che le prime nffezioni non sono le modifi­
cazioni delle passioni egoistiche. Tutti i tentativi di que­
sto tipo si sono rivelati sin qui inutili e sembra che
derivino interamente da quell'amore di semplicità che è
.all'origine di molti falsi ragionamenti in filosofia 22•

Alle virtù sociali, che bisogna difendere contro


l'instabilità e la rovina delle istituzioni, appartengono
anche le .qualità che sono « immediatamente piacevoli
:agli altri » e non sono utili in se stesse. Le buone
maniere, lo spirito (wit}, · l'doquio facile e vivace, la
genialità e persino : il buon senso, sono pregi che
.-s'affidano alla testimonianza_ cieca, ma sicura, del gu­
st9. Ma esistono :mche le virtù personali, come le
natural abilities in generale, che recano dei v:mtaggi
a chi li possiede e nondimeno s'impongono alla
nostra _approvazione. Qui il sospetto di egoismo, che
può toccare la stima delle virtù_ sociali per la sicu­
rezza che ne deriviamo, cade del tutto e occorre am­
mettere che il sentimento simpatetico prevale su ogni
altro proposito. Piuttosto c'è da notare come l'etica
humiana, includendo nelle virtù i talenti naturali,
-si riportasse all'etica classica in polemica con i divieti
della _morale cristiana.

Il celibato, il digiuno, la penitenza, la mortificazione,


l'abnegazione, l'umiltà, il silenzio, la ·solitudine e l'intero
complesso delle virtù monastiche: per quale ragione tutto
ciò viene respinto dovunque dagli uomini di buon sen·
-so, se non perché non serve a risultati di alcun genei:e c
non fa progredire la fortuna di una persona al mondo,
né la rende un elemento più apprezzabile nella società
o più capace di divertire una compagnia di amici? Osser-

22 Questi rilievi compaiono nella seconda Appendice del­


l'Enquiry, che nelle edizioni dal 1751 al 1764 si presentava
come parte I della sezione II.
·

116
viamo, al contrario, che le suddette qualità sono di osta­
colo a questi fini desiderabili . . Infatti esse ottundono l'in- ·
tdligenza e induriscono il cuore, intorbidano la fantasia
e inaspriscono il carattere 23•

Si guardasse invece alle virtù di · Cleante, alla sua


lealtà e gentilezza, alla sua conoscenza degli um�ini
e degli affari, al suo garbo e alla sua galanteria senza
affettazione . . Ne yeniva . un ritratto che superava in
compjtezza quello disegnato dal Grach1n e da Casti­
glione e davvero esemplare di un'etica mondana,
senza le concessioni teologiche che 'resistevano negli
altri moralisti. Per questo non valeva tanto insistere
sull'impossibilità di dedurre i princlpi dalla ragion�
che è « fredda e indifferente », che non costituisce .un
movente per l'azione e dirige soltanto l'impùlso, indi­
cando i mezzi per conseguire la felicità ed evitare il
suo contrario.- ·Piuttosto bisognava fermarsi sul fatto
che i fini si raccomandano ai sentimenti dell'umanità e
che ·esiste una obbligazione naturale alla base della
morale, una sanzione psicologica che deriva dall'ap­
provazione degli altri e non da una norma 24•
Cosl . il · filosofo insisteva sul consolidamento del
costume, l'esaltava e lo proponeva come · garante di
un vivere ·civile che altrimenti sarebbe ricorso, come
è pure necessario, ai éhecks istitUzionali. QUi si scio­
glieva l'ambiguità ·della seconda Enquiry, cui avevano
fatto da premessa i saggi come Poligamy and Divorces
contro la rottura del vincolo matrimoniale a causa
dell'educazione dei figli, e, soprattutto, quel Dialogue
del 1751, dove Pascal veniva descritto come un uomo
.di qualità, anzi un genio, solo che . avesse consentito
.alle sue buone tendenze di esercitarsi ed esp.andersi 25•

23 Enquiry II cit., IX.


24 Si tratta della prima Appendice; Concerning .Moral
Sentimcnt, della seconda Enquiry.
25 Il Dialogue ambientato nell'imm aginario Fourli è com­
:preso nell'edizione .citata delle Enquires, pp. 32443 · (qui,
p. 342).

1 17
Hume non vi recedeva dalle sue convinzioni, le dispo­
neva nella prospettiva più mobile della storia e le
rafforzava con le sentenze dei classici e dei moderni,
di Polibio e Cicerone, di Montaigne e Fontenelle,
insistendo sugli affetti capaci di produrre le azioni
che ci sono richieste come dovere e sulle convenzioni
che le fissano e non le espongono all'arbitrio. I con­
flitti della società britannica, ora che aveva preso a
scriverne le vicende dal tempo dei Tudor, gli face­
vano infatti temere, con la superstizione e la smoda­
tezza dei nuovi ricchi, la distruzione dei valori racco­
mandati dallo scettico.

VI. SOCIETÀ E STATO

Prima ancora che nell'Etzquiry, « il migliore degli


scritti, storici e filosofici o letterari », la politica
aveva già occupato molte sezioni del capolavoro hu­
miano. Neppure vanno trascurati alcuni saggi del '41
che ne precisano l'esigenza scientifica. C'è differenza
tra le forme di governo, era il tema di That Politics
may be reduced to a Science, od ogni forma di
governo può diventare buona o cattiva secondo che
viene amministrata? Se la diversità consistesse sol­
tanto nel carattere dei governanti e si prendesse ad
esempio il regno di Enrico IV di Francia, si por­
rebbe fine alla maggior parte delle dispute politiche.
Ma non è forse vero che i governi assoluti, com'erano
stati quelli inglesi fino alla metà del XVII secolo,
dipendono dall'amministrazione, nel che consiste uno
dei loro inconvenienti? E un governo libero e repub­
blicano non sarebbe un'assurdità se i controlli escogi­
tati dalla costituzione non avessero un'influenza e non
interessassero al pubblico bene anche i malvagi? « Cosl
grande è la forza delle leggi e delle particolari forme
di governo, e tanto poco sono soggette agli umori e
al temperamento degli uomini, che è possibile talora
dedurne delle conseguenze quasi altrettanto generali
1 18
e certe di quelle forniteci dalle scienze
che » 1 • La repubblica romana aveva <M ·.

tutto il potere legislativo, senza diri.-��li:l�


nobiltà o ai consoli, e gli effetti di ta1
senza organo rappresentativo erano stati
e la sedizione; ci sono aristocrazie per cui og 11
partecipa del potere in quanto parte dell'intero .aY>....'"'""
come è il caso di quella veneta, e ce ne sono altre
cui tutto il corpo gode del potere perché composto
-d� parti che hanno ciascuna una diversa autorità,
-come è il caso della polacca; è possibile infine costi-
tuire un governo libero con un individuo, lo si chiami
doge o principe, che abbia una grossa porzione di
potere e faccia da contrappeso all'altra parte della
legislatura. In rapporto alle tre situazioni si poteva
-allora indicare, come un assioma universale in poli­
tica, che « un principe ereditario, un'aristocrazia
senza vassalli e un popolo che voti attraverso i suoi
rappresentanti formano rispettivamente la migliore
monarchia, aristocrazia e democrazia » 2•
Ma la scienza della politica non può. stare senza
l 'analisi della società, che è il vero statò di natura
-dell'uomo. Essa ci indica quali istituzioni ne consen­
tono e ne rafforzano il progresso, moderano gli im­
pulsi egoistici e soddisfano i bisogni. La stabilità di
una comunità, che si - regga su un equilibrio reale e
non sulla coercizione della legge, era il fine perse­
guito da Hume. Per questo occorreva affrontare il
problema della libertà civile in rapporto ai governi
con spregiudicatezza e senza limitarsi alle testimo­
nianze degli scrittori, si trattasse pure di Machiavelli.
Che le arti e le scienze prosperino nei governi liberi,
il confronto delle città greche con gli egiziani e i
persiani era Il a provarlo; e tuttavia Longino non
avrebbe saputo giustificare il fatto che la R�ma mo-

l That Politics may be rcde1ced to a Science è nei Phi­


Josophical Works cit., · III, p. 99.
2 Philosophical Works cit., p. 101.

1 19
derna, s�bbcne « gemesse sotto la tirannia dei preti » ,
e Firenze, con l'usurpazione dei Medici, erano giunte
alla perfezione nèlla pittura e nella poesia. Quanto
poi al commercio, è vero che le città mercantili libere
e protestanti, e quindi « doppiamente libere », come
Amsterdam e Amburgo , ne avevano consentito lo
sviluppo: ma la fortuna di quello francese" non fa
eccezione alla norma? Semmai il commercio decade
nei regimi assoluti perché v'è considerato meno digni­
toso e si richiede una gerarchia di ranghi per soste­
nere la monarchia: « la nascita, i titoli - e la posizione
devono essere onorati più dell'operosità e della ric­
chezza » e pertanto i commercianti saranno indotti a
trascurare le proprie attività e a dedicarsi agli impie­
ghi cui ' si connettono qUegli onori. Se tuttavia si
vuole continuare nel confronto tra i governi assoluti
e quelli liberi, allora si deve ammettere che nei
primi le possibilità di miglioramento sono maggiori
che nei secondi. Non c'è dubbio, infatti, che il sistema
di esazione in Francia, il « modello più perfetto di
monarchia », incide sulla nobiltà che ne dovrebbe
essere il supporto, rovinando le loro terre e i loro
affittuari, e fa la fortuna dei financiers: ma basta un
principe o un ministro oculato per correggere l'abuso.
Nei governi liberi, invece, l'abitudine di contrarre
debiti e ipotecare le pubbliche entmte . rende le tasse
intollerabili: cosl, mentre il sovrano può fallire
quando gli piace e i suoi sudditi non saranno mai
oppressi dai debiti, nei regimi popolari, essendo i
più - alti uffici tenuti dai pubblici creditori, lo Stato
non ricorrerà · mai a un tale rimedio.
D'accordo con Montesquieu, Hume diffidava delle
formule ·e s'applicava ai problemi posti dall'evolu­
zione sociale. Un primo risultato era che il popolo
non è un mostro pericoloso e che conviene guidare
gli uomini come creature razionali piuttosto che tra­
scinarli come bestie. Prima dell'esempio delle Pro­
vince Unite la tolleranza non pareva compatibile con
un buon governo e s'escludeva che un certo numero
120
di . sette ; religiose potessero vivere in pace; ora anche
l'Inghilterra mostrava che la civil liberty rion · produce
gli effetti · temuti 3; · Il fermento popolare teneva a
freno l'ambizione della corte e dunque non valeva
porre dei divieti alla stampa, in cui si rivelano la
cultura e il genio della nazione; Anche in questo
caso, il problema dei controlli di una parte sull'altra
era essenziale al consolidamento delb ' libertà. C'è
un impulso che spinge · a esso, ma deve essere :�ssi­
stito drilla ragione ed entrai:e nei progetti dello scien­
ziato !>olitico, esposto com'è alla: . turbolenza dei par­
ti ti. La storia degli is titu ti inglesi, la ria tura stessa
·

della costituzione, ne metteva di fronte : due,. quellci


della corte (court-party) e quello del paese ( co untry­
party); l'uno amante dell'ordine e • favorevole alla
Corona é l'altro app:�ssionato della libertà e timoroso
della tirannide. A questa differenza di principio. se
ne :�ggiu'ngeva una di interesse; perché la · monarchia
avvantaggia ' coloro che le sono solidali e li induce ad
andare _oltre le loro convinzioni, cosl da esasperare i
sospetti degli avversari. Quanto alle fazioni ecclesia­
stiche, Hume notava come si fossero sempre fondate
sulle « pie frodi » e avessero avuto in odio la libertà,
come, · in condizioni norm:�li, gli anglicani s'appog­
giasser� al partito delb corte · e i dissentcrs d'ogni
.

specie all'opposto. Che era successo, tuttavia, dopo


il �onflitto tra la corona c l'opposizione, fatale prima
al re e poi al Parlamento? Erano sorti due partiti, il
whig e · il tory, che la complessità delle circostimze
aveva allontan:�to dagli scopi originari. La differenza
sem�rava vertere sul principio . dell'obbedienza pas­
siva, ma già la Dissertation 11pon Parties del Boling­
broke s'era soffermata sulle vicende ideologiche che
b venivano scalzando. I tories agivano spesso da
repubblicani e non ne esisteva alcuno che, temendo
di essere sconfitto sulla questione della successione,

3 Il saggio Of the Liberty of the Press è del 1741 e


compare nei Philosophical Works cit., III, pp. 94-8.

121
non avrebbe imposto dei limiti alla Corona; i whigsp
per parte loro, erano stati costretti dall'ignoranza dei
capi a volere la successione come garanzia della liber­
tà; gli uni parteggiavano per gli Stuart e non rinun­
ciavano a essere liberi, gli altri erano fautori della
successione protestante e potevano definirsi_ amanti:
della libertà che non rinunciavano alla monarchia 4•
La complicazione delle lotte politiche richiedeva
un'analisi che delineasse, come sz.rebbe accaduto nella
History of England tracciata su quella classica dei
Clarendon, i rapporti tra la Corona, l'aristocrazia e i
Comuni. Il declino della feudalità, gin in atto al tempo·
di Enrico VII, aveva corrisposto all'ascesa della bor­
ghesia che s'era legata alla monarchia come alla fonte
della legge e della giustizia. Una società nuova si
sostituiva all'antica con lo scioglimento dei vincoli
serviti, con la formazione di un middle rank of mett
costituito da artigiani c mercanti e di nuovi tipi di
reddito, con Io sviluppo delle città. Però il fanatism<>
religioso aveva travolto, con la monarchia degli Stuart,.
In vera libertà e l::t Restaurazione non aveva favorito
un nuovo equilibrio delle istituzioni. Solo con la
rivoluzione del 1688 s'era imposto un diverso rap­
porto tra Parlamento e Corona, che aveva modHicat<>
il programma dei partiti. Per parte sua, Hume si
professava un old whig e si sentiva attratto dall'onore
e dalla dignità. Ma pur auspicando l'aumento delle
libertà civili ed economiche, egli temeva le esplo­
sioni che turbano la pace c presto il suo atteggia­
mento si sarebbe diviso tra la prudenza dello scet­
tico che non si illude degli equilibri esistenti e le
diffidenze del misoneista, tra una critica delle ideo­
logie e. una posizione conservatrice.
I dubbi sulla monarchia non pareggiavano in ogni
caso quelli verso la parte popolare e già nel 17 41.
prima dei moti giacobiti, l a scelta appariva netta:

4 Qui è 0/ the Parties of Great Britain che si trova


nei Philosophical Works cit., III, pp. 13344 (qui, p. 139).

122
Sebbene la felicità sia quasi sempre preferibile alla
schiavitù, tuttavia mi sembra che in questa isola una
monarchia assoluta convenga di più di una repubblica.
Che tipo di repubblica potremmo aspettarci? La . do­
manda non riguarda uno Stato immaginario da concepire
nel proprio studio. Non c'è dubbio, infatti, che se ne
possa ideare uno più perfetto della monarchia assoluta
cd anche della nostra costituzione attuale. Ma perché
dovremmo aspettarci che un simile governo si stabilisca
in Gran Bretagna al cadere della monarchia? Se un in­
dividuo si procura una forza bastante per mettere una
nuova costituzione al posto della vecchia, egli è un mo­
narca assoluto e abbiamo già un esempio che una tale
persona non abbandonerà il suo potere e non fonderà
un libero governo. Le cose vanno quindi lasciate cosl
come sono e la Camera dei Comuni deve essere la sola
legislatura in questo governo popolare. Gli inconvenienti
che accompagnano una tale situazione si presentano a
migliaia e se, nell'occasione, la Camera dei Comuni si
scioglie, bisogna attenderci una guerra civile a ogni ele­
zione. Se invece continua, subiremo la tirannia di una
famiglia divisa in nuove fazioni. E poiché un governo
tanto violento non regge a lungo, alla fine, dopo molte
turbolenze e guerre civili, troveremo pace nella monar­
chia assoluta che avremmo fatto assai meglio ad accogliere
dall'inizio. La monarchia assoluta è dunque la morte
meno sgradevole, la vera eutanasia della monarchia bri­
tannica 5•

Questo passo riflette un atteggiamento che si


sarebbe 'precisato nella critica delle diverse tradizioni
politiche. Lo scritto 0/ Passive Obedience del 1748
era appunto rivolto contro le esasperazioni della dot­
trina tory. Poiché l'obbligo della ·giustizia si basa
sugli interessi della società, i quali esigono che ci
si astenga dalla proprietà degli altri per mantenere
l'ordine, è evidente che esso va sospeso quando com­
porta delle conseguenze dannose. Non diverso è il

5 \Vhether the Brilish Government inclines more to


Absolttle Monarchy, or lo a Repub/ic: cfr. i Philosophical
\Vorks cit., III, pp. 122-6 (qui, p. 126).

123
caso per. il dovere dell'obbedienza, quando a . es�a
s'accompagnasse la pubblica rovina. Anche i monar­
chici più radicali, malgrado la loro « sublime teoria » ,
si conformeranno allora al giudizio degli · altri e do­
vranno limitarsi a discutere il grado di necessità · che
giustifica la resistenza. La ragione più valida sembra
essere questa, che un diritto senza rimedio, come
quello che ci oppone al principe quando protegge
i suoi ministri e persevera nell'ingiustizia, costitui­
rebbe un paradosso. Concesso questo, osservava Hu­
me, sarà però bene stare con quanti (( tengono stretto
il vincolo dell'obbedienza e considerano la sua infra­
zione l'estremo rifugio in casi disperati, quando lo
Stato versa nel più grave pericolo per la violenza o
la tirannide » 6• .
Non c'è .soltanto il partito che fa risalire il gover­
no alla divinità per renderlo sacro e · inalterabile anche
nella più piccola cosa. Che lo stesso governo si fondi
sul consenso popolare, che ci sia stata una specie di
contratto originario per cui i sudditi si sono · tacita­
mente accordati di resistere quando il governo· li
opprime, questo era il dogma ·del partito whig. Nel
suo caso e in quello dell'avversario, se i sistemi
speculativi sono esatti, le conseguenze pratiche non.
lo sono altrettanto quando vengano spinte al punto
estremo. Certamente il popolo, risalendo all'origine
del governo nei « boschi e nei deserti », è la fonte
del potere in quanto rinuncia alla nativa libertà per
amore dell'ordine · e accetta la legge da un suo mem­
bro. Se ora questo si intende come un contratto
originario, · non si può negare che la più rozza . accolta
di uomini si sia formata in forza di tale principio.
Non tanto converrà allora chiedersi in quali docu­
menti ' sia registrata questa carta delle nostre libertà,
in una pergamena o su una foglia o scorza d'albero.

6 Lo scritto 0/ Passive Obedience risale al 1748 e fa


parte dci Politica/ Discourses, ripresi nei Philosophkal lVorks
cit., III, pp. 460-3 (qui, p. 461). ·

124
Basterà ispezionare la natura dell'uomo e si vedrà
come il consenso si spieghi con il senso dell'oppor­
tunità. Ma il filosofo politico non se ne accontenta
e sostiene che gli uomini non devono obbedire a
nessun principe o governo a meno che non siano
vincolati dall'obbligo e dalla sanzione di una · pro­
messa. Questa promessa, beninteso, . s'intende condizio­
nata e non impone dei doveri al singolo, quando non
riceve giustizia e protezione dal: proprio sovrano. Cosl
i contrattualisti alla Locke: ma c'è davvero qualcosa�
domandava lo scozzese, che giustifichi un ragionamen­
to tanto elaborato? I dubbi al riguardo sono gli stessi
dello storico. Nessun principe esige dai sudditi il
consenso e l'obbedienza diventa tanto abituale che
se qualcuno andasse in giro a predicare che le con­
nessioni politiche si fondano sul consenso volontario­
o su una promessa reciproca, gli amici . Io farebbero­
ricoverare per i suoi spropositi. .
Che autorità, d'altra parte, dovrebbe vantare il
contratto · originario? Quasi tutti i governi di cui
resta una · traccia nella storia si · sono costituiti sulla
usurpazione o sulla conquista, senza che ci fosse una
volontaria soggeziòne del popolo; il volto della terra
è in continuo mutamento e ovunque prevalgono la
forza e la violenza; persino nei paesi dove vige l'ele­
zione, questa si limita alla combinazione di pochi
grandi che decidono per tutti e non consentono oppo­
sizione; Se il consenso popolare è un giusto fonda­
mento di governo, esso opera raramente nella sua
pienezza e bisognerà ammetterne qualche altro. Gli
uomini 'non nutrono per la giustizia un rispetto cosl
« inflessibile » da astenersi spontaneamente dalla pro­
prietà degli altri ·e neppure hanno un intelletto tanto
perfetto da conoscere sempre i loro interessi: nel
primo caso essi sarebbero rimasti in uno stato di
libertà e nel secondo non si sarebbero sottomessi che
a una forma di governo discussa in ogni sua parte
dai membri della collettività. Ora , la ragione, la
storia e l'esperienza ci mostrano che tutte le società
125
politiche hanno avuto un'origine molto meno « defmi­
tiva e regolare », e che, se in una costituzione conso­
lidata non si trascurano le esigenze popolari, « _nella
furia della rivoluzione, delle conquiste o delle pub­
bliche convulsioni » è la forza militare o l'astuzia
politica a decidere solitamente della controversia 7•
Nel saggio, il più humiano fra tutti, si mescola­
vano l'osservazione spregiudicata e il timore del con­
servatore. Vi troviamo una confutazione del dogma
contrattualistica e, subito dopo, un consiglio di pru­
denza verso il mondo in cui « c'è, a ogni ora, un uomo
che esce e uno che entra ». Nessun dubbio che esi­
stano dei mutamenti nelle istituzioni e che il genio
di un'età v'imprima una giusta direzione; ma essi
non devono essere violenti anche se tentati dal corpo
legislativo. Ne verrebbe più male che bene; e se la
storia ci recasse degli esempi in contrario dovremmo
concludere che la scienza politica ha poche regole
che non ammettono eccezioni. Ci sono, concludeva
Hume, due classj di doveri morali: quelli imposti da
un· istinto naturale, come l'amore per i fanciulli o la
pietà per gli sventurati, c quelli che vengono sugge­
riti, come la giustizia e la fedeltà, dalla considera­
zione dei bisogni sociali. Il dovere civile dell'obbe­
dienza rientra nei secondi e che bisogno c'è, allora,
di fondarlo sulla fedeltà alle promesse quando sem­
bra evidente che l'obbedienza e la fedeltà sono en­
trambe soggette agli interessi della società? Qui ritor­
navano le considerazioni del Treatise e mostravano
l'inconsistenza delle tesi lockiane per cui b monar­
chia assoluta non potrebbe essere una forma di gover­
no civile. Si dava bensl un esempio dell'antica lette­
ratura, il Critone platonico, in cui si attribuisce l'ob­
bligo dell'obbedienza al governo a una promessa e
Socrate deriva una conclusione tory dal presupposto

7 Anche 0/ the Originai Contraci è del 1748 ed è


compreso nei Politica/ Discourses: cfr. Philosophical Works
cit., III, pp. 443�0 (qui, p. 450).

126
whig del contratto ongmario. Ma sùll'argomento
conveniva affidarsi all'opinione generale e abbando­
nare· le dottrine che si allontanano dalla « prassi e
dal giudizio ». In nessun caso è possibile scambiare
per leggi le convenzioni, i modi della condotta che
sono fissati dal costume e garantiscono la stabilità
della vita in comune nel senso indicato da Mon­
tcsquieu.
Il contratto ha il valore di una credenza che
impegna la volontà dci singoli, non il significat.o asso­
luto che gli corrisponde il giusnaturalista. Hobbes e
Locke facevano forza sulle combinazioni in cui si"
distribuiscono le tendenze dei singoli alla felicità,
trascuravano quegli aspetti artificiali, ma non arbi­
trari, del vivere, su cui si esercitava la curiosità dello
storico subentrato · allo psicologo nello studio della
natura umana. Essi svelavano, più precisamente, una
intenzione ideologica che lo scettico doveva respin­
gere per non venir meno alla sua spregiudicatezza
sperimentale. Qui, tuttavia, s'aggiungeva la diffidenza
per ogni possibile mutamento, cosl che il contrasto
già avvertito nel terzo libro del Treatise tra la singo­
larità delle tendenze affettive e l'esigenza di una
norma assoluta si convertiva nell'idea di un ordine
garantito dall'autorità. Riandando al « selvaggio fana­
tismo presbiteriano » esploso nella guerra civile, egli
si preoccupava di togliere dalla History ogni traccia
di radicalismo e aderiva alle tesi dei King's Frieirds
che autorizzano il re a disfare le fazioni in nome
dell'interesse nazionale. « Alcuni mi odiano - scri­
veva a Elliot of Minto - perché non sono un tory,
altri perché non sono whig, altri ancora perché non
sono un cristiano e tutti perché sono scozzese. Posso
davvero continuare a dirmi un cittadino ·inglese? » 8•

tare l'invito di Lord Hertford a seguirlo come segre­


Meglio considerarsi un cittadino del mondo e accet­

tario d'ambasciata in Francia, un paese dove un lette-


a Letters cit., I, p. 470.

127
rato contava più di un politico; meglio fuggire il
mob londinese . e il fanatismo di un Wilkes e inse­
guire, seppure idealmente, le isole greche per « respi­
rarvi l'aria di Omero, Saffo, Anacreonte, in tranquil­
lità e grande opulenza » 9 • Cosl Hume ritornava con
il Turgot sulle sue stesse illusioni, sulla speranza
che l'umana società potesse procedere verso la perfe­
zione e che la libertà di stampa evitasse le ricadute
nell'ignoranza e nella barbarie. Che accadeva invece?
Che il popolo inglese, forse perché il più libero al
mondo, si trascinava in disordini di cui non si scor­
geva la fine. La stessa bontà della costituzione, por­
tata all'estremo, aveva un'influsso negativo sui mini­
stri per la poca differenza che c'è · tra governanti e
governati. Un ministro troppo controllato non può
ammassare fortune e concedere impieghi ai propri
.amici, dovendoli attribuire a quanti sostengono con
il voto il governo; per questo gli uomini di rango e
patrimonio aspirano ad assumere una carica o la
tengono con negligenza; ne consegue, · alla fine, che
l'attaccamento degli inferiori viene meno e il disor­
dine non ha freni che lo impediscano 10•
Il timore di una libertà eccessiva non era il solo
di Hurne. · I fatti politici non si dissociavano, nella
salute e nella mabttia, dagli economici e feno­
meni come quello del debito pubblico non potevano
che scuotere la fiducia dei suoi ·primi saggi. Ogni
attività produttiva v'era riferita al lavoro, che è un
bisogno naturale e necessario dell'uomo. Essa non si
limita all'agricoltura, come pretenderebbero ' i fisio­
cratici, ma s'estende all'industria e al commercio che
ugualmente partecipano al prodotto· netto della nazio­
ne. Se infatti ci si chiede quale dei modi di vita, il
semplice o il raffinato, sia il più vantaggioso per lo
Stato, non c'è dubbio che il secondo sia da preferire

9 Leucrs cir.; II, p. 47.


10 LeJters cit., Il, pp. 179-81. Ma si veda anche la
Ristory of England, 8 voli., London 1782 (V, p. 487).

128
perché incoraggia lo scambio e le manifatture. Vi­
vano gli uomini sobriamente come gli antichi e trag�
gano il necessario dal lavoro domestico, il sovrano
non potrebbe riscuotere tasse in denaro e dovrebbe
imporne in natura, limitandosi ad attingere dalla città;
né il denaro ha lo stesso valore in una simile situa­
zione e in tempi di industria e commercio; tutto
risulta più caro dove l'argento e l'oro si suppongono
sempre uguali, in quanto sono minori i prodotti che
giungono al mercato e la moneta mantiene una pro­
porzione più alta con quel che compra. Ciò dimostra
la fallacia della tesi per cui uno Stato, seppure popo­
loso e ben coltivato, è debole perché difetta di
moneta. Sono gli uomini, insisteva Hume, la forza
reale di una comunità ed è il modo semplice di vivere
che la danneggia, concentrando l'oro in poche mani
c impedendone la diffusione, mentre l'attività e i
lussi lo distribuiscono tra i molti e il sovrano può
attingere dovunque per comprare maggiori beni 1 1 •
Il saggio d'interesse è il barometro dello Stato.
Quando è basso, la condizione di un popolo è fiorente.
Ci fossero solo proprietari terrieri, la landed gentry,
e i contadini, i mutuatari sarebbero numerosi e l'in­
teresse tenderebbe a crescere: non tanto occorre che
il metallo prezioso sia abbondante, ma che esso si
concentri in un ceto finanziario (monied interest) e si
connetta a un aumento delle arti e del commercio.
Quando, infatti, l'industria e le idee degli individui
s'allargano, le parti più remote dello Stato non potreb­
bero assistersi l'un l'altra se non intervenissero i
mercati. Costoro fanno da canale alla produzione e
arginano la prodigalità dei proprietari, creano una
cospicua offerta di denaro e abbassano il saggio di
interesse. Quest'ultimo non si scompagna dai bassi
profitti, che contribuiscono, una volta esteso lo scam­
bio e sviluppata la concorrenza, ad aumentare ulte­
rio�rnente il commercio e l'industria rendendo i pro-
11 Of Money è nei Philosophical \Vorks cit., III, p. 319.

129
dotti meno cari e incoraggiando il consumo 12• Se poi
consultiamo la storia, osservava Hume, troveremo
che nella maggior parte delle na.Zioni il commercio
estero ha anticipato il progresso nelle manifattUre
locali e ha dato origine al lusso domestico. Esso desta
gli individui dall'indolenza e reca alla << parte più
gaia e opulenta » del paese gli oggetti che non avreb­
be mai sognato, arricchisce i mercanti che sanno il
segreto dell'importazione e stimola alla competizione
le industrie locali, cosl che il « loro acciaio e ferro
diventano uguali all'oro e ai rubini delle Indie » 13•
Le obiezioni dei moralisti vanno dunque respinte.
Un progresso nelle arti è sempre favorevole . alla
libertà e tende a conservarla, contrariamente alle
nazioni in cui esistono · solo le due classi dei proprie­
tari e dei loro vassalli e questi sono soggetti ai primi.
Dove il lusso alimenta l'industria, i contadini diven­
tano ricchi con un adeguato sfruttamento della terra
e i mercanti d�nno prestigio al ceto medio che costi·
tuisce la base più salda di un governo libero; la
Camera bassa, infatti, deve la sua influenza all'incre­
mento del commercio che mette tante proprietà nelle
mani dei Commotzs; non è allora incoerente biasi­
mare il lusso delle arti e presentarlo come il cam­
pione dello spirito pubblico? D'altra parte, se ban­
diamo il lusso senza curarci dell'indolenza che ne
, potrebbe derivare, si deprime l'attività nello Stato
· e niente s'aggiunge alla generosità degli uomini. Due
vizi possono essere più vantaggiosi di uno solo di
essi, senza che per questo si debba dichiarare il vizio
utile di per sé come fa Mandeville quando sostiene
contraddittoriamente · che le distinzioni morali sono

12 Of Interest: cfr. Phi/osophical Works cit., III, pp. 320-


330.
13 Il saggio 0/ Commerce, compreso nei Politica! Discour·
ses, figura nei Phi/osophical ìVorks cit., III, pp. 287-99
(qui, p. 296).

130
invenzioni dei politici e . che la corruzione- conviene
allo Stato u. ·
· Con i dogmi mercantilistici della moneta e della
bilancia commerciale, anche i programmi dei fisio­
cratici non. venivano risparmiati. « lo spero - scri­
veva al Morellet che gli aveva mandato il progetto
di un Dictionnaire dtl Commerce - che nel vostro
lavoro li fulminerete, li schiaccerete, li ridurrete a
polvere e a cenere! Essi sono la specie più chimerica
e arrogante che esista oggi » IS . La dottrina fisiocra­
tica rappresentava, avrebbe osservato Adam Smith,
la maggiore approssimazione alla verità in fatto di
economia politica. Gli esponenti della scuola si cimen­
tavano con i problemi del capitalismo incipiente, ma
credevano di ·porre · delle restrizioni alle manifatture
e al commercio estero; essi indicavano nella libertà
il solo mezzo efficace per aumentare la ricchezza delle '
nazioni e poi limitavano l'attività produttiva alla
agricoltura� Il sistema sembrava abbastanza incoe­
rente per preferirgli quello << semplice e ovvio » che
si realizza spont::meamente. Non c'era bisogno di
ricorrere all'ordine metafisica teorizzato da Quesnay,
bastava attenersi all'interesse che muove l'azione de­
gli individui e alla stima dei vantaggi che ne cleri-.
vano. Un'ispezione empirica dei sentimenti avrebbe
delineato una figura dell'uomo ass::ti più complicata
di quella tracciata dagli utilitaristi francesi e dai
seguaCi della scuola. Il meccanismo dei moventi,
riferendosi a un piacere e a un dolore originari, aveva ·
indotto Helvétius :1 concili::tre la felicità dei singoli
con il berie pubblico; questo principio edonistico era
stato inteso dai fisiocratici al modo di una . legge
economica naturale e tale da escludere l'intervento
del legislatore; in entrambi i casi, il gioco delle
tendenze affettive e delle situazioni in cui si combi-

14 Per questi rilievi di 0/ Refinement in tbe Arts si ve­


dano ancora i Pbi/osopbical Works cit., III, pp. 299-309.
I S Letters cit., Il, pp. 203-7.

131
nano veniva semplificato arbitrariamente e l'analista
doveva diffidarne.
Questa varietà si rifletteva nell'idea di una gerar­
chia. politica commisurata su quella di una società,
in cui i singoli bastano a se stessi e i loro rappre­
sentanti sono in grado di resistere alle lusinghe della
Corona. Con ciò Hume intendeva la libertà come un
privilegio c riprendeva la tradizione politica inglese,
dalla nascita baronale alla soluzione parlamentare.
Ma proprio la rivoluzione industriale s'avviava a
distruggere i presupposti sociali del suo progetto e
l'equilibrio che ne era alla base. Il debito pubblico
si prestava alle speculazioni del monied interest, i
cui capitali venivano reinvestiti in titoli e sottratti .
alla terra, la borghesia rurale s'indeboliva e con essa
la fonte principale di un'autorità indipendente. La
ricchezza prodotta dal lavoro passava, per via di un
fiscalismo sempre più esoso, ai creditori dello Stato
c ne seguiva, agli occhi dello scozzese, la nascita di
un nuovo Leviatano. Di qui un timore che non
l'avrebbe abbandonato negli ultimi anni, anche dopo
il soggiorno a Parigi e le lodi dei philosophes. Lo
scettico non poteva condividere la loro fiducia in una
civiltà razionale destinata a subentrare a uno stato
di disordine; ma neppure egli si lasciava persuadere
·dall'edonismo di un Lamettrie e dagli ozi intellet­
tuali di una nobiltà snervata, fedele all'immagine
inquietante che Crocker ci ha dato di certi illumi­
nisti, o si sentiva attratto dall'ateismo predicato dal
barone d'Holbach nella « sinagoga » di Rue Royale:
si trattava di disegni o miti ingannevoli, fuori della
nostra portata, innaturali. Non tutti erano eredi · di
Cartesio, un enciclopedista come D'Alembert s'avvi­
cinava all'ideale scientifico newtoniano e teneva in
ugual conto l'esperienza e il calcolo matematico. Ma
anche nel suo caso non si . dubitava di un ordine
progrediente delle conoscenze da cui l'umanità avreb­
be tratto la regola del suo vivere e tanto bastava a

132
mettere . in sospetto chi sapeva la durezza e l'irrazio­
nalità delle passioni.
L'ultimo Hume si caricava del peso . delle sue
stesse scoperte e ne volgeva la novità in senso con­
servatore. Il costume e· l'autorità devono far fronte
agli impulsi della populace, la stessa superstizione è
preferibile all'anarchia e non importa che il governo
sia la . monarchia di Francia o la più libera demo­
crazia dei cantoni svizzeri 16• Cosl, nel saggio com­
posto nella primavera del '74 Of the Origin of Go­
vernment, la scelta non esita ad avvalersi degli esem­
pi forniti da Montesquieu:
In tutti i governi c'è una continua lotta, aperta o
segreta, tra l'autorità e la libertà e nessuna di esse pu�
mai prevalere completamente nella contesa. Un grande
sacrificio deve essere fatto di necessità in ogni governo,
ma anche l'autorità non pu� mai o dovrebbe mai diven­
tare assoluta e incontrollabile. Il sultano dispone della
vita e della fortuna degli individui, ma non gli viene
concesso di imporre nuove tasse stii suoi sudditi; un mo­
narca francese può imporre tasse a volontà, ma trove­
rebbe pericoloso attentare alla vita e alle fortune dei
singoli. Il governo che comunemente si ritiene libero è
quello che ammette una ripartizione del potere tra molti
membri, la cui autorità non è meno grande o è anzi
maggiore di quella del sovrano, ma che, nel corso ordi­
nario dell'amministrazione, deve agire conformemente a
leggi generali note in precedenza a tutti i membri e ai
loro sudditi. In questo senso occorre ammettere che la
libertà rappresenta la perfezione della società civile, ep­
pure l'autorità va riconosciuta essenziale alla sua stessa
esistenza: e nelle contese che spesso si producono tra
l'una e l'altra, l'ultima può per tale motivo pretendere
·

la preferenza n.

1 6 Lo scriveva olia Macaulay, una storica whig, il 29 mar­


zo 1764: cfr. New Letters cit., p. 81.
1 7 Il saggio 0/ the Origin of Governmen/ si trova nei
Philosophical \\'lorks · cit., III, pp. 1 1 6-7.

1 33
Guai _ tuttavia a nptegare sulle lodi del tempo
antico o a fare della Vecchia Inghilterra il modello
del governo e della legge. Sono lodi che essa non
merita, scriveva al Pcrcy, senza che per questo, come
conveniva Burke, ci si debba sentire seguaci di
Voltaire e di Rousseau 18• Proprio con il ginevrino, di
ritorno dalla Francia, ci sarebbe stata la nota e
spiacevolissima affaire. Meglio davvero, dopo aver
contribuito a modificare la semantica -politica del
secolo, ritirarsi a Ninewells e aggiustare in pace i
propri lavori.

VII. IL « FILOSOFO CAUTO » E LA RELIGIONE

Se in Inghilterra, aveva scritto Voltaire nella sua


lettera sui presbiteriani, ci fosse una sola religione, si
dovrebbe temere il dispotismo; ce ne fossero due, le
fazioni si taglierebbero la gola, ma ne esistono una
trentina e vivono felici e in pace 1• In realtà, solo
all'inizio del Settecento il paese delle sette era sulla
via di darsi una tregua, dopo che il deismo intran­
sigente aveva respinto l'attacco delle dissidenze fana­
tiche. Il teismo sperimentale opera un accordo tra
la scienza e la fede appoggiandoroi all'autorità di
Newton; Locke suggerisce un cristianesimo ragione­
vole che non ignori la rivelazione e difende la tolle­
ranza contro gli esclusivismi ideologici del papa
romano e dei protestanti; Butler indica nell'analogia
il modo di avviCinare il piano della creazione e
s'affida a un sentimento del cuore. che ci guidi nella
vita. Ci si oppone alle tesi radicali di un Toland
che in Christianity not mysterious aveva mostrato
1 8 New Letters cit., pp. 197-9. Per le Reflcctions on the
Revolution in France del Burke ci si riferisce qui alla nona
edizione, uscita a Loridra nel 1791, pp. 127-8.

1 Per la lettera Sur /es Presbytériens si rimanda alle


Lettres pbilosopbiques, ed. G. Lanson, Paris 191.52, I, p. 74.

134
come il Vangelo non presentasse nulla di « contrario
o superiore » alla ragione e nessun divieto dovesse
porsi al suo esame, diversamente da quel che soste­
nevano gli ambienti moderati dell'episcopato angli­
cano 2 ; né è un caso che gli epigoni di Newton
seguano il maestro nella ricerca . di nuove prove, sto­
riche ed esegetiche, in difesa della religione, dopo
che l'universo-macchina s'era prestato a interpreta­
zioni eterodosse · o addirittura materialistiche. Le stes­
se dispute sulla religione naturale non avevano tar­
dato a far intravedere, in un Collins o in un .Tindal,
il disegno di una ragione integralmente laica; e il
latitudinario Clarke era stato pronto a rintuzzare gli
argomenti . dei discepoli «, più o meno oscuri » di
Hobbes e Spinoza e a distinguere tra la sostanza divina
e i suoi accidenti, l'una inesplicabile e deducibili gli al­
tri per mezzo di approssimazioni negative. Ma · la que­
relle, cosl ricca di stimoli ideologici per il filosofo
continentale, non era solo pervasa dall'ideale della
ragione o della , ragionevolezza. Vicino ai platonici
della · scuola di Cambridge, . Shaftesbury si riporta a
un sentimento che garantisca l'autonomia della vita
morale e ci immedesimi con l'ordine e l'amore del­
l'universo, in cui consiste la rivelazione accolta dalle
ragioni positive; anche Hutcheson, ministro presbite­
riano, accenna a un mora! sense che ci spinge a giudi­
care delle azioni degli altri e ci si impone sponta­
neamente; in entrambi i casi, il conflitto tra una
religione naturale e il cristianesimo viene meno e la
prima vale solo . da remora a ogni fanatismo risor­
gente.
Il clima appare dunque pacificato negli anni della
maturità humiana. Ma non mancano i sospetti . dei
bigotti e gli zelanti non concedono niente alle idee
dei /reetbinkers. Per questo il « cugino » Henry
Home l'aveva dissuaso dal pubblicare il saggio sui
miracoli con il suo attacco al razionalismo deistico.

2 Qui si c;ita dall'edizione, uscita nel 1696 a Londra, p. 6 .

135
d ;gi, qunndo In fals;tà della testh
riferisce sia più miracolosa degli ev .

La questione non si fermava all'accettazione dei pro­
che H
e intende
stabilire, e dunque non si limitava, com ,• Leroy,
a un calcolo delle probabilità. Anzitutt , . ? tiva
Hume, non c'è modo di trovare in tutta ·o ia
un qualche miracolo sostenuto da un numer
ciente di · uomini dotati di cultura e di buon · se "
Ma esiste un secondo argomento che diminuisce l'at­
tendibilità delle testimonianze, per cui, se respingiamo
senza difficoltà un fatto che sembri insolito in un
grado ordinario, non ci atteniamo alla stessa regola
quando ci imbattiamo in qualcosa di completamente
assurdo. Interviene qui ]a passione per il sorpren­
dente e quale non è, infatti, « l'avidità con cui si
accolgono i racconti miracolosi di viaggia.tori, le loro
descrizioni di mostri marini c terrestri, le loro rela­
zioni di avventure mirabili, di uomini strani, di
costumi singolari ! ». L'illuminista deve studi aria come
è, ma guai se lo spirito di religione s'unisce all'amore
del meraviglioso, sarebbe la fine del senso comune
c le prove umane perderebbero la loro autorità: un
fanatico può ben immaginare di vedere quel che non
esiste e chi lo ascolta sa difficilmente sottrarsi al suo
fascino.
Che dire poi del fatto che i miracoli abbondano
tra i popoli ignoranti e che i miracoli vantati dalle
religioni dell'antica Roma e della Turchia, dal Siam
e dalla Cina per rafforzare il proprio sistema contra­
stano gli uni con gli altri? Ma talora accade che essi
si siano verificati sul posto, in un'epoca colta, e che
i testimoni siano degni di fede. Basterebbe, per tacere
di quelli accolti nei Afémoires del cardinale de Retz,
ricordare i prodigi compiuti sulla tomba di un famoso
giansenista, l'abate Paris: certamente non se ne attri·
buirono mai tanti a una sola persona c i gesuiti
stessi non riuscirono a confutarli. Niente si può
allora opporre che non sia l'assoluta inesplicabilità
o la natura miracolosa degli eventi, il che è il mede-

136
simo. Il caso dell'oscurità durata otto giorni in una
certa epoca non è lo stesso di quello della regina
Elisabetta che torna a governare dopo essere rimasta
sepolta un mese: n « corrompersi )) della natura è
infatti reso probabile da tante analogie da ammet­
tere tra le testimonianze qualunque mostri una ten­
denza a una tale catastrofe. Ne viene che mai un
miracolo può essere assunto a fondamento di un siste­
ma religioso e tanto - dovrebbe bastare a smascherare
quei « pericolosi amici o nemici travestiti >> del cri­
stianesimo, come i deisti in genere, che .vogliono
difenderla per mezzo della ragione anziché della fede.
L1 pura ragione, concludeva Hume, non ci convince
della sua veracità e chiunque sia mosso dalla fede
a prestarle il suo assenso è consapevole di un mira­
colo continuato che opera nella sua stessa persona
e sconvolge i princlpi della sua intelligenza, indu­
cendolo a credere a ciò che è contrario. alla consue­
tudine c all'esperienza 3•
Ci troviamo dinanzi a un colpo di scena, escogi­
tato da uno ' scettico che poi s'arrenderebbe alla co­
scienza immediata di una presenza divina? Proprio
non pare. La credenza religiosa si confermava per
ciò che è, una passione del meraviglioso che si urta
con la legalità sperimentale, un'impressione interna
che non si lascia toccare dalla reasonableness lockiana.
La sua novità psicologica s'inseriva nella critica del
deismo e proseguiva, come s'è visto, nelle sezioni
dedicate alla provvidenza particolare c allo stato fu­
turo. Sulla stessa linea era n · saggio del '55, pubbli­
cato postumo, Of the Immortality of the Soul, dove
si consideravano gli argomenti metafisici e fisici a
favore dell'anima immortale e si replicava che non
è possibile stabilire a priori se la materia sia la causa
del' pensiero e se questo cessa con il venir meno
della prima, perché il fatto sfugge all'esperienza che
rappresenta « l'unica fonte di giudizio >> in tali que-

3 Enquiry I cit., X, 2.

137
stioni. Se poi s'ammette una sostanza spirituale di­
spersa per l'universo come il fuoco etereo degli stoici,
perché non dovrebbe seguirne per analogia che la
natura la usi nello stesso modo in cui usa la materia
e che ne faccia una specie di argilla che si viene
modificando in una varietà di forme e di esistenza?
Come la sostanza materiale compone i corpi viventi,
cosl quella spirituale può comporre le loro menti ed
essere continuamente dissolta dalla morte. Né .vale
trascurare il fatto che nessuna forma riesce a mante­
nersi quando si trasferisca in una condizione diversa
dall'originaria e che è dunque contraria a ogni ana­
logia naturale la supposizione che una sola forma,
l'anima, sia immortale e indissolubile 4•
Mentre i fondamenti razionali della religione
venivano esaminati nei Dialogues conceming Natura!
Religion, usciti postumi nel 1779, il problema delle
sue origini nell'anima umana si poneva al centro
della Natura! History of Religion entrata a far parte
delle Four Dissertations del 1757. Entrambi risali­
vano agli anni cinquanta e di fatto gli .uni non possono
stare . senza l'altra. Ancor prima che fosse nota al
pubblico, capitatagli fra le mani una copia della
dissertazione, il solito \'\7arburton ne aveva scritto
all'editore Millar giudicandola un'opera dove s'adu­
navano i peggiori vizi della mente e una sola volta
l'autore si , dichiarava cristiano La testimonianza,
5•

anche se riguarda un conservatore arrabbiato, è


indicativa dello sgomento prodotto da una ricerca
che muoveva dai dati etnologici forniti dalle fonti
classiche e dai moderni, come il Boulainvilliers e
Fontenelle, e risaliva ai primi principi della religione.

4 li saggio . OJ the Immortality of the Soul figura nei


Philosophical \Vorks cit., IV, pp. 399-406.
s \Varbur/on's Unpublished Papers, ed. F. Killvert, Lon·
don 1841. Nel 1757 uscivano . anonimi i Remarks on Mr.
David Hume's Essay on /be Natura/ History of Religion:
Addressed lo the Rev. dr. Warburton con una introduzione
del rev. Richard Hurd.

138
Lo studio psicologico ne guadagnava · in concretezZa
·

e confermava, nel variare delle · circostanze storiche,


la permanenza di taluni meccanismi affettivi. La fede
in una invisibile potenza intelligente, avvertiva Hume,
non è tanto universale da non ammettere eccezioni.
Se dobbiamo credere ai viaggiatori, esistono dei po­
poli che non ne possiedono alcuna. I princlpi reli­
giosi non sono delle passioni originarie, come l'amor
proprio o l'attrazione dei sessi, che · si volgono a un
soggetto determinato; essi debbon essere nati in un
secondo momento, giacché appaiono facilmente cor­
rotti da accidenti c da cause varie 'e persino i loro
effetti, per un singolare concorso · di circostanze, pos­
sono essere modificati 6• Il primo risultato · in questa
direzione era il rifiuto dell'opinione deistica, divul­
gata da Tindal, secondo cui il monoteismo era
stata la prima religione dell'um:tnità e ne sarebbero
derivati, per la sua corruzione, il politeismo e le
superstizioni pagane. È evidente infatti che, seguendo
il processo naturale del pensiero, il · volgo ignorante
avrà dapprima alcune idee semplici e rozze e di qui
risalirà a quella dell'essere perfetto, a meno che non
si sostenga che lo studio della geometria abbia prece�
duto l'agricoltura e . che gli uomini abbiano abitato
in palazzi e poi siano passati nelle casupole.
Più risaliamo nell'antichità, più troviamo l'uma­
nità dedita · al politeismo. Essa proietta le alterne
vicende dell:t sua condizione in una prospettiva cosmi­
ca e quello che noi chiamiamo il disegno d� una prov­
videnza particolare vi diviene cosl casuale che, quan­
do lo sapessimo ordinato da esseri intelligenti, do­
vremmo ammettere un contrasto tra i loro disegni e
una lotta continua tra le opposte tendenze. Questa
divinità è imprevedibile, come voleva una certa tradi­
zione libertina, esige preghiere e sacrifici e .ha un

6 La Natura! History of Religio11 si trova nei Philoso­


phical Works eit., IV, pp. 309-63 (qui è l'introduzione,
p. 310).

139
carattere antropomorfico. « Ignoranti dell'astronomia
e dell'anatomia delle piante e degli animali, e troppo
poco curiosi per notare la disposizione mirabile delle
cause finali, gli uomini non sono infatti capaci di
riconoscere un primo e supremo creatore e quello
spirito infinitamente perfetto che da solo, con la sua
volontà onnipotente, ha dato ordine a tutta la natu­
ra » 7• Ne segue che il dio conserva le nostre passioni
ed è destinato a moltiplicarsi. Ogni sentimento ci
conduce all'idea di una potenza invisibile, la speranza
e soprattutto il timore, se è vero che « l'uomo piega
molto più spesso i ginocchi per l'afflizione che per la
gioia » e una qualunque disgrazia, spingendoci a
cercarne i prindpi, aumenta le apprensioni per il
futuro. Non c'è luogo più usato dai teologi antichi,
come informa Diodoro Siculo, di quello che spiega
i vantaggi del dolore in quanto costringe gli uomini
a purificarsi. Gli dèi politeisti non sono migliori degli
elfi e dei folletti dei nostri antenati e tuttavia, se
non ci fermiamo alle rozze raffigurazioni, possiamo
notare in essi alcuni tratti delle religioni evolute. Ne
va anzi dello stesso passaggio dal politeismo al mono­
teismo. O gli uomini suppongono che la loro nazione
sia stata assegnata alla giurisdizione di una divinità
particolare, oppure, per analogia con le cose terrene,
rappresentano come re o supremo magistrato un solo
dio; i suoi fedeli cercheranno allora di carpirne il
favore e si studieranno, quando i timori diventano
più gravi, di compiacerlo con ogni sorta di adula­
zione; cosl essi giungono a un infinito oltre cui non
riescono ad avanzare e distruggono, con la natura
intelligibile della divinità, il culto razionale 8•
Hume non fermava qui l'analisi dell'esperienza
religiosa. Le idèe sulla divinità, diventata astratta,
non si conservano a lungo nella loro purezza e ci
vuole chi avvicini l'uomo all'essere supremo. Nascono

7 Natura! History cit., III.


8 Natura! History cit., VI.

1 40
i semidei · che fanno rivivere l'idolatria da poco ban­
dita, determinando quel flusso e riflusso del poli­
teismo e del teismo in cui consiste la dialettica del
sentimento religioso. La mente è troppo limitata per
appagarsi della divinità come un puro spirito e tut­
tavia i suoi terrori le impediscono di attribuire a
essa la minima imperfezione. Gli uomini oscillano
tra questi e non s'arrestano all'uno o all'altro. Che
ne deve concludere il filosofo sperimentale? Egli sa
bene che una tale situazione degenera nel fanatismo
e costituisce un pericolo per la società civile, ma
nemmeno può ignorare la forza del belief religioso e
ridurlo a un artificio escogitato dalle chiese. Non
vale allora misurarne il grado di verità, come preten­
dono i teologi naturali, piuttosto bisogna accertare
quali ne siano l� conseguenze. Il politeismo presenta,
a questo riguardo, il difetto di àccogliere qualsiasi
credenza religiosa e il vantaggio di limitare il potere
della divinità. Lo spirito tollerante degli idolatri,
ricordava Hume, è ben noto a chi è familiare con i
racconti degli storici e dei viaggiatori e solo gli
egiziani, che adoravano diverse specie di animali, ne
rappresentano l'eccezione. Ben diverso il caso dei
teisti, i quali non possono pensare che lo stesso dio
si compiaccia di riti diversi e perseguono spietata­
mente chi ne è seguace. Tutti conoscono lo spirito
fazioso dei giudei e quello sanguinario delle religioni
musulmane, e se fra i cristiani gli inglesi e gli olan­
desi hanno accolto i prindpi della tolleranza, ciò
dipende dalla decisione del magistrato civile avversa
nlle pressioni degli ecclesiastici. · Raramente, se ne
potrebbe concludere, la corruzione degli idolatri è
più pericolosa di quella dei teisti: i sacrifici umani
dei cartaginesi e dei messicani non valgono le perse­
cuzioni di Roma e Madrid, che hanno di mira la
scienza e l'amore di libertà dei loro avversari e lascia­
no la società nell'ignoranza più vergognosa.
La condanna humiana dell'intolleranza non va,
•mcora una volta, confusa con quella dei deisti intran-
141
sigenti e moderati. Gli ';l ni e gli altri respi�g;vano !l
fanatismo come una dtstorstone _ dello spmto reh­
gioso e gli opponevano la teologia naturale o il cri­
stianesimo ragionevole. Più radicalmente, Hume indi­
cava nell'entusiasmo e nel « sacro zelo » la radice
stessa della religione. Ma il nemico della supersti­
zione non poteva ignorare l'inquirer che s'addentrava
nelle pieghe della natura umana, per esaminarne le
forme e i conflitti senza pregiudizio. Lo scettico teme
gli impulsi della passione, però non li trascura come
il filosofo illuminista quando mostra di credere a
un'umanità razionale: né egli ignora i fenomeni dove
l'esperienza religiosa non è resa sistematica ma vive
nella sua naturalezza, non è autor�taria ma è lieta e·
fantasiosa. Se gli dèi ci sovrastano di poco, fioriscono
Io zelo e la baldanza, · il coraggio e l'amore della
libertà; quando invece la divinità è infinitamente
superiore agli uomini, la fede s'unisce a terrori super­
stiziosi ed esalta la virtù dei frati; il posto di Ercole
e Teseo, di Ettore e Romolo, degli eroi pagani, è preso
da Domenico e Francesco, Antonio e Benedetto e le
distruzioni dei mostri, come le vittorie sui tiranni.
cedono alle fustigazioni e ai digiuni 9•
La filosofia s'avvicina alla teologia a misura che
prevalgono i princlpi del teismo. Ma se questi si
rivelano incerti, essa « si troverà male accoppiata con
l'alleata di prima » c finirà con il giustificare le peggiori
assurdità. La storia della Chiesa ne fornisce gli esempi
e si può concludere, · riprendendo le posizioni degli
Ariani e dei Pelagiani, dei Nestoriani e dei Sociniani,
che l'opinione più misurata è sempre stata consi­
derata come un'eresia. Avviene cioè che un sistema

vo�e si muta nel più strav::1gante c che opporsi alla


teologico, proprio per essere all'inizio il più ragione­
•.

rehg10ne scolastica con un principio come quello


che « è impossibile che una stessa cosa sia e non
sia » è lo stesso che pretendere di fermare l'oceano con
9 Natura! History cit., X.

142
un giunco. Si deve ammettere che i cattolici romani
sono una setta assai colta, eppure nessuna religione
pareva tanto assurda ad Averroè, il quale pure cono·
sceva le sùperstizioni egiziane, come quella i cui
seguaci mangiano il loro dio dopo che li ha creati.
In realtà, le varie religioni popolari non fanno che
esprimere due tendenze contraddittorie della . natura
umana. I nostri terrori ci dànno l'idea di una divinità
malvagia, la nostra tendenza all'adulazione ci spinge
a pensarne una eccellente. La paura aumenta in pro­
porzione all'autorità . del dio e c� tiene lontani dal
biasimo, cosl che tutto è « applauso, rapimento,
estasi »; quando poi le cure dolorose attribuiscono
alla divinità un comportamento che . noi giudichiamo
riprovevole, gli 'uomini debbono « fingere » di lodarlo
e ammirarlo; ci troviamo, insomma, nel caso delle
religioni popolari, dinanzi a una specie di demonismo
e quanto più la divinità viene esaltata· nel suo potere,
tanto più se ne diminuisce la bontà. Chi legge la
storia degli dèi in Omero e in Esiodo e scopre le
loro ingiustizi�, resta poi sorpreso quando s'avvede
che le stesse azioni sono condannate dalle leggi del
mondo. Non diversamente, un. autore insospettabile
come il Cavaliere Ramsay arretrava dinanzi al fatto
che i liberi pensatori, i . cristiani giudaizzanti e i
dottori fatalisti avessero sfigurato i sublimi misteri
della fede: « I pagani più rozzi s'erano contentati di
divinizzare la lussuria, l'incesto e l'adulterio, ma i
teologi della predestinazione hanno divinizzato la
crudeltà, la collera, il furore e tutti gli altri vizi più
neri >) 10• Solo se penetriamo in questa fantasia reli­
giosa, con tutte ' le sue finzioni, capiamo come ne
derivi un , obbligo assolutamente distinto da quello
etico. · Non conta, se . pensiamo alle quaresime dei
moscoviti, la maggiore asprezza della pratica morale
rispetto a quella dei culti. Piuttosto va detto che
l'uomo, quando sia veramente virtuoso, è indotto a
IO Nat11ral History cit., XIII.

143
compiere il suo dovere senza sforzo. Anche per le
virtù più austere e fondate sulla riflessione, l'obbli­
gazione morale esclude ogni pretesa di merito reli­
gioso e la condotta buona consiste semplicemente in
ciò che dobbiamo alla società e a noi stessi: l'uomo
superstizioso, invece, non vi troverà niente che lo
raccomandi alla protezione del dio.
Il corollario della Natura! History è parso ambi­
guo a molti, dettato da ragioni di convenienza. Vi
si riscontra l'elogio del teismo puro, il quale, se
anche non si riferisce a un istinto originario, può
considerarsi un sigillo che l'autore divino ha impresso
alla sua opera e porta l'uomo a inferire dalle opere
della natura il suo creatore. Se ne deve concludere
per questo che le tesi dei deisti sono rivalutate, come
parrebbe anche dal fatto che, <( rovesciata la meda­
glia » e prese in esame le religioni popolari nelle
varie età storiche, ci si imbatte nelle stramberie di
scimmie in forme umane? L'ignoranza è la madre
della devozione, conveniva Hume, ma un popolo che
sia totalmente privo di religione differisce poco dai
bruti. E dunque la fede, colta nella sua determina­
tezza psicologica, è una condizione genuina dell'uomo
e non vale assumere nei suoi riguardi un atteggia­
mento moralistico. In realtà,
tutto è un punto interrogativo, un enigma, un mistero
inesplicabile. Dubbio, incertezza, sospensione di giudizio
sembrano l'unico approdo della nostra ricerca al riguardo.
Ma la ragione umana è tanto debole, la suggestione delle
opinioni cosl irresistibile che è molto dilii cilc conservare
questo 'cauto dubbio. Per nostro conto non vogliamo al­
largare il nostro orizzonte e le lasceremo, opponendo una
superstizione all'altra, combattere tra loro; intanto, men­
t :e dura la loro violenta contesa, troveremo felicemente
riparo nelle serene, seppure poco note, regioni della filo­
sofia 11,

11 Natura[ History cit., XV.

144
Lo scettico condanna il fanatismo, ma non crede
che la ragione possa mai soppiantare il sentimento
religioso senza farsi essa stessa innaturale e precipi­
tare nel dogmatismo. I Dialogues concerning Natura(
Religion avrebbero consumato definitivamente le illu­
sioni del deista. Sappiamo che nel · '51 essi giravano
già . tra alcuni amici, teologi moderati e avversi alle
correnti più retrive dell'evangelismo scozzese. Un
sample era stato inviato a E11iot of Minto con la
preghiera di rinsaldare, per quanto possibile, l'argo­
mento teologico di Cleante, quale appariva nelle
prime tre parti. L'amico, che non aveva ancora rag­
giunto una « filosofica indifferenza » in simili que­
stioni, ne doveva disapprovare la pubblicazione 12•
Dodici anni dopo l'avrebbe dissuaso anche il reve­
rendo Hugh Blair, che pure l'avvertiva, alla vigilia
del viaggio in Francia, come solo in materia di reli­
gione i philosophes lo trovassero un po' zelante.
Certo, se avesse mostrato loro certi dialoghi, gli
sarebbe stata eretta una statua in onore: ma non era
allora meglio rimandarne la stampa dopo la mor­
te? 13 Il testo, ritoccato qua e là, doveva restare
pressoché lo stesso. D'importante c'è un'aggiunta che
figura nell'ultima parte, là dove si dice che « l'in­
sieme de11a teologia naturale si risolve in una sola
proposizione, semplice se anche un po' ambigua, o,
almeno, indefinita, cioè che la causa o le cause del­
l'ordine nell'universo presentano probabilmente una­
qualche analogia con l'intelligenza umana » 14• L'ulte­
riore vicenda dei Dialogues, che ebbe a protagonisti
Adarri Smith e l'editore Strah<ln, è nota e c'è solo
da . ricordare come Hume Io giudicasse il suo libro
migliore. Vediamone adesso i personaggi e riman-
12 La
lettera a Elliot è in data 10 m:�rzo 1751: Lel/crs
cit., I, pp. 153-7.
u New Letters cit., pp. 72-3.
14 Per i Dialogues concernilrg Natura! Rcligion ci rife­
riamo all'edizione e all'introduzione di N. Kemp Smith, Edin­
burgh 19472 (qui è l'Appendice C, pp. 1 19-21).

- 145
diamo a più avanti la questione se. sia possibile iden­
tificare lo scozzese con qualcuno dt loro. Mossner ha
fatto il punto sulle loro componenti speculative e
quanto al primo, almeno, non esistono dubbi. Demea
è il rappresentante di un indirizzo dogmatico, dove
si riconoscono Cartesio, Malebranche e soprattutto
il Clarke apologista, sostenitore dell'inconoscibilità
della sostanza divina a differenza degli attributi, come
già sappiamo, e dunque apriorista e mistico. Più
complessa la posizione di Cleante, che r�sente sicura­
mente della lezione empiristica di Locke e dell'Ana­
logy di Butler, ma in cui sono anche evidenti gli
intenti apologetici degli epigoni newtoniani, segna­
tamente del Cheyne dei Philosopbical Principlcs of
Religion e di Maclaurin. La parte dello scettico è
infine affidata a Filone, che conduce con spregiudi­
catezza l'attacco agli argomenti della religione natu­
rale largamente condivisa dagli ambienti anglicani.
La disputa·, disposta in una elegante cornice cice­
roniana, era presentata da Pan@o. Essa non riguar­
dava l'esistenza di Dio, ma la sua natura, i suoi attri­
buti e decreti, il piano stesso della provvidenza: cioè
a dire i punti su cui « la ragione umana non è mai
arrivata ad alcuna determinazione certa » 15• Su que­
sti limiti Demea c Filone erano d'accordo, né il
secondo ignorava la difficoltà dellil scienza, fosse pure
quella della quantità: « Quando la" coesione delle
parti di una pietra o anche la loro composizione che
ne fa qualcosa di esteso, quando questi oggetti fami­
liari sono a tal punto inesplicabili e implicano
delle circostanze cosl incompatibili e contraddit­
torie, con quale sicurezza possiamo decidere circa
l'origine dei mondi o tracciare la loro storia di eter­
nità in eternità? ». Sui due interveniva Cleante, che
escludeva la possibilità di uno scetticismo totale una
volta che gli oggetti esterni e le passioni stimolano
l'uomo. I dubbi non si possono esasperare, conve-
15 Dialogues cit., Introd.

146
niva Filone� e la :filosofia · ya intesa come un ragiona­
mento « più regolare e metodico » sulle cose della
vita: ma il senso comune e l'esperienza, ecco il
punto, c'entrano per qualcosa nelle dispute teologiche
o non ci troviamo qui come viaggiatori in un paese
straniero? La replica era pronta. Esclusi gli scettici
che si fidano degli stregoni e non prestano attenzione
alla più semplice proposizione di Euclide, quelli più
raffinati saranno costretti ad ammettere che oggetti
astrusi come la luce e i corpi celesti si spiegano
meglio degli altri e che l'assenso va proporzionato al
grado di evidenza che si presenta. Se ora la dottrina
copernicana ' contiene i paradossi più sorprendenti,
perché contrari alle :ipparenze dei sensi, si possono
mantenere delle riserve verso l'ipotesi religiosa?
Nella seconda parte Hume chiariva la posizione
degli interlocutori. Demea ricorreva a Malebranche
sul merito della teologia negativa, Filone l'appog­
giava contro i vari antropomorfismi, Cleante passava
a esporre i princlpi del teismo sperimentale.
Volgete gli occhi attorno - egli avvertiva - contem­
platene l'insieme e ogni singola parte; troverete che essò
è una grande macchina suddivisa in un numero infinito
di macchine più piccole [ in an infinite number o/ /esser
machines] , le quali ammettono a loro volta ulteriori di­
visioni sino a un grado che supera quel che i sensi e le
umane facoltà riescono a scoprire e spiegare. Tutte que­
ste diverse macchine e anche. le loro parti più minute
sono accomodate le une alle altre con una esattezza che
s tupisce chi le abbia contemplate. La singolare corrispon­
denza dei mezzi ai fini in tutta la natura assomiglia
esattamente, pur superandola di molto, ai prodotti del
nostro artificio, dei progetti, del pensiero, della saggezza
e dell'intelligenza umana. Poiché dunque gli effetti si
assomigliano, siamo indotti a inferire, secondo tutte le
regole dell'analogia, che ugualmente si assomigliano le
cause e che l'autore della natura è in qu:ilche modo si�
mile alla mente dell'uomo, sebbene dotato di faèoltà più
ainpie e proporzionate alla grandezza dell'opera che ha
compiuto 16•
16 Dialogues cit., Il.
147
L'argomento era a posteriori, giungeva a Hume
dalle dottrine stoiche esposte nel De natura deorum,
provava a un tempo l'esistenza della divinità e la
sua somiglianza con la mente dell'uomo. Ma Filone
era lesto a ribattere:
Che una pietra cada, che il fuoco bruci, che · la terra
-sia solida noi l'abbiamo notato mille e mille volte, e
quando si presenta un nuovo caso di tale specie ne
·deriviamo senza esitazione la solita inferenza. La somi­
.glianza esatta dei casi ci rende del tutto sicuri di questo
risultato, né desideriamo o cerchiamo un'evidenza più
forte. Ma a misura che vi allontanate anche in minima
parte dalla somiglianza dci casi, diminuite .in propor­
zione l'evidenza e la riducete alla fine a una debolissima
analogia, la quale è soggetta a errore e incertezza 17 •

Quando osserviamo una casa noi concludiamo


con certezza che essa ha un architetto, ma non sem­
bra davvero che l'universo possieda una tale somi­
.glianza con una casa da inferire con altrettanta sicu­
rezza una simile causa. Soltanto l'esperienza può indi­
care la vera causa di un fenomeno qualsiasi, · sicché
l'ordine delle cause finali non rappresenta la prova
di un disegno divino e la stessa materia potrebbe
implicare un'intenzione. Se tutti i ragionamenti speri­
mentali suppongono che cause simili trovino effetti
simili ed eiietti simili cause simili, non si fa forse
un passo troppo grande a paragonare all'universo
le case, le navi e le macchine, derivando dalla somi­
glianza in alcuni punti una somiglianza nelle cause?
Il pensiero e la volontà, quali si scoprono nell'uomo,
non costituiscono una sola delle fonti dell'universo
allo stesso modo che Io sono il caldo e il freddo,
l'attrazione e la repulsione? Come ci pronunceremmo
in modo decisivo sull'origine del tutto, quando ce
ne è nota imperfettamente una parte e per un tempo
assai limitato? Non conviene seguire l'avviso di
17 lvi.

148
Simonide, che, interrogato su che fosse Dio, chiese un
·giorno per pensarvi, e poi due e cosl di seguito,' senza
venirne mai a capo? Né vale obiettare che le mede­
-sime riserve si possono avanzare contro il sistema
copernicano, ché altre sono le analogie su cui esso
si sosteneva. Basta, al riguardo, andarsi a leggere i
dialoghi di Galileo, in cui quel genio « sublime ))
.aveva cominciato col togliere le differenze tra le
sostanze elementari e celesti, passando poi a provare
la somiglianza della luna con la terra, la sua forma
·convessa, la densità, le variazioni delle sue fasi, etc.
La novità dei Dùzlogues non va consumata nella
vittoria di Filone sul teista sperimentale. Lo scettico
viene ripreso dall'interlocutore quando la sua critica
minaccia di radicalizzarsi . e Cleante, a sua volta, non
·è tale avversario da non ricorrere ad argomenti più
« persuasivi » che razionali. Cosl Hume, sebbene
vicino a Filone, non vi si identifica totalmente a
meno che, come si vedrà, non se ne colgano i limiti
.c le concessioni, in una peripezia che avvicina e
integra volta ·::� volta la posizione sua e dell'antago­
nista. Ne viene che la disputa, inasprita da studiosi
come Kemp Smith e Laing, se lo scozzese sia Filone
o Cleantc, sembra dovere cedere al riconoscimento
che nessuno dei due ne esaurisce la scepsi. Questa
non . esaspera i dubbi oltre misura e ci fa accedere :1
una dimensione n:tturalc dell'uomo. Si capisce allora
l'imbar:tzzo di Filone din:mzi agli argomenti di
Cleante, quando questi ribatteva che · « l'anatomia di
un animale offre mille prove più forti di una finalità
che non la lettura di Livio o di Tacito » e accennava
alla perfezione dell'occhio o all'adattamento dei sessi,
ossia agli esempi più vicini . al senso comune, per dare
forza alle proprie idee. L'imbarazzo non è tanto
provocato dalla giustezza delle osservazioni, quanto
dal fatto, sorprendente in un teista, che esse sem­
brano appoggiarsi all'immediatezza dell'opinione vol­
gare e ne sollecitano la meraviglia. Le obiezioni teori­
.che non sono infatti difficili e occupano tutta la
149
quinta parte. Che effetti uguali provino cause uguali,
questo sembrava a Cleante l'argomento sperimentale
e anche il solo teologico. Ebbene, quali ne sareb­
bero le conseguenze? Che si dovrebbe rinunciare alla
infinità degli attributi e alla perfezione di Dio, in
quanto la causa va proporzionata all'effetto, e l'ef­
fetto, ossia il mondo, ci risulta finito. Se poi s'am­
mette la perfezione del mondo, perché essa non
scaturirebbe, come accade per le cose umane, da
molti tentativi che di per sé sono difettosi e non
sarebbe prodotta da più divinità, col che s'esclude
l'unità della sua causa?
Le analogie empiriche, aggiungeva . Demea, non
escludono neppure l'antica ipotesi ilozoistica e non
conta che il teista le respinga in . quanto una divinità
come anima del mondo eliminerebbe ogni mutamento
nell'universo e porrebbe nelle cose un ordine incon­
sapevol_e 18• Niente impedisce, volendo difendere un
particolare sistema naturale, di concepirne uno che
assegni nl mondo un principio d'ordine eterno e
intrinseco, se anche accompagnato da rivoluzioni e
alterazioni continue. Una volta escluso il caso, le
cose non potrebbero essere quelle che sono se non
esistesse in qualche parte, nel pensiero o nella mate­
ria, una regola. O bisogna forse risuscitare l'antica
teologia pagana, che, seguendo · Esiodo, rimetteva il
governo del globo a trentamila divinità scaturenti
dalle forze sconosciute della natura? Meglio conclu­
dere che, d'accordo con gli stessi prindpi di Cleante,
« questi sistemi di scetticismo, politeismo · e teismo
sono tutti su un medesimo piano [on a Uke foot­
i1rg] e nessuno di essi si avvantaggia sugli altri » 19•
Non disponiamo di dati per stabilire un qualunque
sistema cosmogonico _ e la nostra esperienza limitata
non ci fornisce una congettura probabile sull'insieme
delle cose, non ci dice quale principio, la ragione o

IB Dialogues cit., VI.


19 lvi.

150
l'istinto, la' generazione o ·la vegetazione, valga a
spiegare compiutamente il mondo. Qui l'invenzione,
avvertiva Filone, è libera di sbrigliarsi e può persino
riprendere, con qualche modificazione, l'ipotesi epi­
curea. Non c'è bisogno di far intervenire nel movi­
mento della materia un agente volontario, la sua
quantità potrebbe mantenersi nell'universo dall'eter­
nità, e anzi ne viene un'ipotesi per cui, con la
conservazione di tale energia, la materia non altera
le forme che produce. Il meccanicismo del Tolarid,
cosl come era esposto nelle Letters to Serena, ren­
deva superflua l'insistenza sull'impiego che hanno
negli animali e nei vegetali le loro parti e sulla
meravigliosa corrispondenza . che hanno tra . l�ro. Ba­
stava constatare che ogni essere perisce appena cessa
tale convenienza e che la m'aterhi corrotta cerca
sempre nuove forme.
·

Quanto alle difficoltà della prova cosmologica,


sostenuta da Demea nella nona parte, esse non erano
minori di quelle del desigtz argimzent. Il ricorso
all'assioma causale di Clarke portava ad affermare · un
essere necessariamente esistente, che ha in se stesso
la ragione della propria esistenza e non può pensarsi
non esistente senza che ci si contraddica. E qui
Cleante precedeva Filone nel mostrare come sia as­
surdo provare con argomenti a priori una materia
di fatto (matter of fact), ossia un'esistenza, che pos­
siamo sempre concepire come non esistente. Si ag­
giunga che, risalendo a un'eterna successione di
oggetti, sembra irragionevole cercare una causa gene­
rale o un primo autore. Come può qualcosa che esiste
dall'eternità avere una causa, se tale relazione implica
una priorità nel tempo e un cominciamento di esi­
stenza? Perché il tutto dovrebbe esigere una causa
quando . risulta spiegato a sufficienza indicando la
causa di ogni singola parte? Nessun dubbio che il
Kant della Dialettica · risentisse qui dei dialoghi
humiani, a lui noti attraverso la traduzione di
1-lamann, e che ne derivasse la critica dell'uso trascen-

151
dente dei nessi d'esperienza. Sicuramente Hume esclu­
deva la possibilità di trasferire all'Assoluto la rela­
zione causale, che è fenomenica e temporale, e respin­
geva le soluzioni della :vecchia metafisica antologica.
Semmai c'è da notare, a conferma del gioco deile
parti a cui egli s'affida, come la critica fosse desti­
nata a Cleante e Filone si limitasse ad affiancarlo per
denunciare il pericolo di . introdurre la necessità anche
in materia di esistenza.
Le aileanze sono frequenti nei Dialogues, ma
provvisorie. Si stipulano e si disfano secondo l'intento
aporetico e costruttivo del suo autore. Cosl i due
protagonisti tornavano a dividersi a proposito del
tema del male e deila miseria umana. Lo scettico non
concedeva nuila <tll'ottimismo del King e del Leibniz,
Cleante cercava di difenderlo e presto la questione
toccava la teodicea con le « vecchie domande » di
Epicuro suila volontà e sulla potenza della divinità.
Filone vi coglieva il suo trionfo perché, se in molti
spettacoli dell'universo la bellezza e la convenienza
delle cause finali ci colpiscono con una forza irresi­
stibile, qui, messi di fronte ai fenomeni e ai rngio­
namenti sperimentali da cui si inferirebbero gli attri­
buti morali di Dio, b negazione non poteva che
essere radicale. Il male dipende da quattro circo­
stanze che non sono necessarie, dal dolore che non
è richiesto per lo sviluppo della vita e dalle leggi
generali, dalla frugalità con cui si distribuiscono le
forze ai singoli esseri e dalla « costruzione poco
accurata di tutte le fonti e principi della grande
macchina della natura » 20• Niente potrà dunque
dedursene relativamente alle prime cause dell'uni­
verso, sicché valgono le ipotesi che esse siano dotate
di una perfetta bontà o di un'altrettanto perfetta
malizia, che abbiano insieme. bontà e malizia o che
non possiedano né l'una né l'altra. Ciò che si dice
per il male naturale va esteso al male morale e, in
20 Dialogues cit., XI.

152
breve, non d sono maggiori motivi per inferire che
la rettitudine dell'Essere supremo asso Jia a quella
·

umana di quanti se ne abbiano per - ere che la


sua bontà somiglia alla bontà dell'uo
Andatosene Demea, che si sente gioca � " ­
tino Filone, questi non manca di sorprend -
suno più di lui, egli ci dice, adora l'Essere �
quale si rivela alla ragione nella costruzione e neb
setto dell'universo. Uno scopo, una intenzione, una
volontà colpisce da ogni lato (strikes everywhere)
anche il pensatore più ottuso c che la « natura non
faccia niente invano » è una massima stabilita in
tutte le scuole, appena se ne contemplino le opere.
Ci troviamo davanti a un voltafaccia, a una ritrat­
tazione imposta dalle circostanze? S'aggiungereb­
bero ad altri esempi della prudenza humiana. O dav­
vero Filone deve cedere a Cleante, a colui che più
si è avvicinato alla realtà? Le due interpretazioni
non convincono. Le idee dello scozzese si precisano
nell'attacco a cui i due interlocutori sono esposti di
volta in volta; cosl Filone ha perso l'animosità che
gli consentiva di far breccia negli argomenti del
tcista e il teista, messo irreparabilmente in difficoltà
sui princìpi, ha ora buon gioco nel mostrare a quali
conseguenze dannose porterebbero i dubbi resi siste­
matici; e sembra chiaro, insomma, che Humc non
si cala nella parte dei contendenti per togliersene al
momento opportuno, ma si esprime per intero nel
confronto delle due posizioni. Queste, neppure alla
fine, rischiano di confondersi. Lo scettico ribadisce
il suo orrore per le superstizioni volgari e Cleantc
gli obietta che una religione, anche corrotta, è
sempre meglio dell'assenza di una religione c che la
dottrina dell'esistenza di una vita futura rappresenta
una garanzia per la morale. Quando poi il teista le
assegna il compito di guidare il cuore degli uomini,
e di infondere in essi un senso di ordine, Filone
21 lvi.

153
conviene che questo è il caso di una religione che sia
filosofica e razionale. Ma dov'è possibile trovarla
altrimenti che in un piccolissimo numero di persone?
Quella che si « scopre comunemente nel mondo >>
non pare tanto ligia alla morale. Consideriamo l'attac­
camento che ci lega alle cose presenti e lo scarso
interesse che nutriamo per gli oggetti remoti. Ebbene,
<< quando gli ecclesiastici declamano contro la con­

dotta e il comportamento degli uomini, essi dipin­


gono sempre questo principio come H più forte imma­
ginabile e descrivono l'intero genere umano come ne
fosse dominato, sprofondato nel letargo e nell'indif­
ferenza più profonda verso gli interessi religiosi.
Tuttavia questi ecclesiastici, quando confut::mo i lo'ro
avversari sul piano speculativo, ritengono che i mo­
tivi della religione siano tanto potenti che, senza
essi, la società civile non sussisterebbe, né provano
vergogna di cadere in una contraddizione cosl evi­
dente » 22• Chi asseconda l'inclinazione naturale si
mantiene sotto il vincolo della morale, mentre chi
s'affida al sentimento religioso crede di potersi racco­
mandare alla divinità con « frivole osservanze o rapi­
menti estatici ». Ma anche quando la superstizione
non si oppone direttamente alla moralità, essa crea
nuove specie di merito che producono gli effetti più
rovinosi e indeboliscono l'attaccamento ai motivi
naturali di giustizia.
La requisitoria veniva interrotta da Cleante, che
avvertiva di non spingere troppo le cose e di non
lasciare che uno zelo eccessivo contro la falsa reli­
gione minacci la vera. Le riflessioni più piacevoli
dell'immaginazione restano quelle del puro teismo
che considera gli uomini come l'opera di un Essere
perfetto che li ha creati per la loro felicità e che,
ponendo in essi un desiderio inesauribile di bene,
ne prolungherà l'esistenza eternamente. Ma per la
maggioranza degli individui, replicava Filone, i terrori
22 Dialogues cit., XII.

154
della religione non prevalgono sui conforti? Il timore
e la speranza entrano entrambi nell'attéggiamento
.devoto, però il primo è la passione dominante e le
stesse crisi di gioia rompono l'equilibrio, ossia la
condizione più felice della . mente, e preparano una
paura superstiziosa. Da una · parte, si ripetevano gli
interrogativi inquietanti della Natttral History sulla
natura dell'esperienza religiosa, dall'altra, come faceva
fed� _ l'aggiunta del '76, si difendeva la tesi della
_

teologia naturale per ... cui esiste una remota analogia


della causa o delle cause dell'ordine universale con
l'intelligenza umana. Come va interpretato questo
residuo deistico? Si passi pure sopra . il « desiderio
ardente che piaccia al cielo di dissipare l'ignoranza
degli uomini offrendo loro qualche rivelazione spe­
ciale »: questa dichiarazione di fede, su cui hanno
insistito Metz e altri interpreti, sa di espediente reto­
rico. Piuttosto conviene far concludere a Filone,
quando notava che « essere uno scettico filosofico è,
per un uomo colto, il primo e più essenziale passo
per diventare un vero cristiano, un credente » e · rac­
comandava la proposizione a Panfilo 23• Questo scet­
tico, se non recede dalla confutazione del teismo
sperimentale, non può infatti negare · che la somi­
glianza delle opere naturali con le opere della mente,
cosl come l'idea di un autore di queste produzioni,
penetrino immediatamente in noi con, una forza para­
gonabile a quella della sensazione. La stessa visione
teleologica, con le sue conseguenze morali, ha dunque
un rilievo sentimentale e il filosofo « cauto », sosti­
tuendosi al teista che ne fa un principio di ragione
e la priva della sua efficacia, deve rendersene conto
e aggiungerla alle passioni del timore e della spe­
ranza che caratterizzano la coscienza religiosa. L'am­
bivalenza dei Dialogues non è reticenza, ma sta a
indicare l'originalità dell'atteggiamento humiano ri­
spetto alle dispute del secolo. Esso è volta a volta
2J lvi.

155
quello scettico che si lega alla scoperta del sentirep.
cosl come si è delineato nella peripezia del capolavo­
ro e nella dissoluzione dei suoi presupposti atomisticip
è quello fenomenologico che sostiene le indagini sto­
riche ed è quello « illuministico » preoccupato di
moderare ed equilibrare le varie affezioni umane.
Hume non credeva al disegno di una civiltà eman­
cipata dalle passioni e tuttavia pensava che la ragio­
ne, accertata nelle sue radici istintive, non dovesse
limitarsi a spiegarne il ruolo e il meccanismo. Più
egli avanzava nella ricerca, più si guardava dal gerar­
chizzare le « facoltà » e cercava di risolverle in
operazioni descrivibili secondo le loro possibilità ef­
fettive. Ma allora non vale farne semplicemente un
dogmatico del sentimento, attribuirgli una concezione
naturalistica dell'uomo da contrapporre al razion:i­
lismo cartesiano: è meglio risalire, come ha proposto
\Vilbanks, ai conflitti irrisolti dell'immaginazione e
vedere come dalla scepsi emergesse la nuova figura
del filosofo « cauto ».
Fermiamoci qui e non cediamo alle anticipazioni.
Ci sono quelle del Jacobson e del Clive che hanno
sottratto lo scozzese alla tutela positivistica e ne
hanno fatto un romantico c teologo esistenziale. Una
storia della critica può altrimenti liberarlo dai luoghi
comuni delle tradizioni e addentrarci nelle risposte
controverse, spesso insospettate, che si sono date
all'« enigma » di Hume. Proprio sul merito della
religione Kant avrebbe opposto al rifiuto dell'antro­
pomorfismo oggettivo un nuovo teismo che si rife­
risse all'Essere supremo non per ciò che è in se
stesso, ma per noi, secondo un'attribuzione analo­
gica: con il che, ·evidentemente, si sarebbe posto un
problema critico di Dio che va oltre la prospet­
tiva empiristica di Hume. Questi s'atteneva, non
c'è dubbio, all'ispezione della natura umana come si
mostra e si complica nella stòria. Su questo terreno
egli poteva deludere i pbilosophes che lo volevano
alleato nell'imminente Rivoluzione e continuare a
156
stupire chi, come il Maistre e gli altri apologeti
dell'antico regime, non capivano perché un alleato­
della Corona fosse stato un avversario della Chiesa 2�.
Le lodi dei circoli europei all'umanista e le invettive
dei conterranei, l'elogio del Monfesquieu e l'accusa
del Reid di distruggere il mondo esterno e l'identità.
personale: l'uomo che Adam Smith giudicava il più
equilibrato del suo tempo se n'era rallegrato e dispia-·
ciuto, ma confidava a Caronte che cento anni non.
sarebbero bastati a farsi capire dai suoi lettori 25 •
24 MAISTRE, Oeuvres complètes, Lyon 1884-9, III,.
pp. 386-7. Ma si veda anche il PoRTALIS, De l'usage et de­
l'abus de l'esprit philosophique durant le dix-huitième siècle,
Paris 18272, Il, p. 28.
25 Dell'immaginario incontro con Caronte, sull'esempio­
dci Dialoghi dei morti di Luciano, ne scriveva lo Smith al­
l'editore Strahan il 9 novembre 1776: Letters cit., III�
pp. 451-2.
CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE

1711; 26 aprile Nasce a Edimburgo da « buona famiglia ».


Il padre Joseph, avvocato, è dei conti di Home o Humc.
e la madre Katherinc è figlia di David Falconer, presi­
dente del Collegio di Giustizia. Al fratello maggiore John
spetterà il titolo di Lord , Halketon.
1725-29 , Conclude il suo corso di studi nel college di Edim­
burgo e viene avviato alla giurisprudellZll, ciò che gli dà
modo di frequentare la Advocates' Library della capitale
scozzese. Ma presto egli « prova un'avversione insupera­
bile per ogni ricerca . che non riguardi l'apprendimento
della filosofia e di una cultura generale ». B preso so­
prattutto, come · scrive all'amico Michael Ramsay, dalla
lettura · dci classici.
·

1729-33 Sui diciotto anni gli si apre una <( nuova scena del
pensiero » che lo rende indiiierente a qualsiasi occupa­
zione. Nonostante una /aziness of temper che lo prende
per l'eccessivo lavoro, raccoglie materiale per molti vo­
lumi; ma confida al dott. Arbuthnot di non essere ancora
in grado di esporre le proprie idee con esattezza ed
eleganza.
1734 Cerca (li iniziare una vita più attiva e s'impiega a
Bristol presso Michacl Miller, un mercante di zucchero.
Presto il lavoro gli diviene intollerabile e decide di
<( supplire olia scarsa fortuna con una rigida frugalità.
di conservare intatta la libertà e di trascurare ogni cosa
che non sia l'applicazione dell'ingegno alla lettura ».
1734-36 Si . reca in Francia e. viene accolto dal cavàlicre
Ramsay. Vi soggiorna tre anni , prima a · Reims e poi a
La Flèche, dove ordina gli appunti contenuti nei qua­
derni e attende alla stesura del Treatise of Humatt
Nature.
1737-40 Di ritorno a Londra, si preoccupa di dare alle
stampe il capolavoro. Nell'ultima settimana del gennai()

159
1739 l'editore John Noon ne pubblica i primi due libri,
O/ the Understanding e 0/ the Passions. Il terzo, 0/
.Morals, esce nel marzo dell'anno successivo per conto
di Thomas Longman. Nella primavera del '40 esce
l'Abstract del Treatise, che per molto tempo sarebbe
stato attribuito ad Adam Smith sulla scorta di una let­
tera a Hutcheson in data 4 marzo 1740.
1741-42 Amareggiato per gli scarsi echi c per le critiche
apparse sulla (( History of the Works of the Learncd »,
si ritira a Nincwclls e si dedica a saggi su argomenti
prevalentemente morali. Una prima raccolta di quindici
Essays Mora! and Politica! viene stampata, anonima, a
Edimburgo nel 1741 ; a essa si aggiunge, l'anno se­
guente, un secondo volume che comprende dodici nuovi
saggi. L'opera ottiene una buona accoglienza.
1744 Si presenta l'opportunità di succedere a John Pringle
nella cattedra di etica c filosofia pneumatica a Edim·
burgo. Essa viene invece assegnata, per l'opposizione
degli ambienti religiosi c dello stesso Hutcheson, a Wil­
liam Cleghorn.
1745-47 Per migliorare la propria condizione economica,
diventa l'uomo di compagnia del marchese di Annan­
dalc c vive con lui circa un anno. Si occupa quindi come
segretario presso il generale St. Clair per una spedizione
che deve raggiungere il Canada c finisce invece in una
« escursione lungo la costa francese ». Nel '47 è ancora
con il generale nelle ambasciate di Vienna e Torino.
Come ricorda nella My Owtz Li/c, questi anni costituisco­
no b sola interruzione degli studi nel corso della sua vita.
1748 Humc pubblica presso l'editore Millar i Pbiloiophical
Essays concerning Human Understanding. Il titolo del­
l'opera viene mutato nel 1758 in quello di An Enquiry
concernint. Hmnan Understatzding. In una lettera del
'51 a Gilbert Elliot of Minto osserva che essa contiene
tutte le considerazioni importanti sull'intelletto, rese
in for�a più semplice e completa.
1749-51 Nella quiete di Ninewells attende ai Politica! Dis­
cottrses, che usciranno a Edimburgo nel 1752 c gli varran­
no le lodi di Montesquieu. Nel 1751 appare la Enquiry
concerning the Principles of Morals, che egli giudica il
migliore dei suoi scritti storici, .filosofici e letterari. Di
questo periodo sono anche i Dialogues concerning Natu­
ra! Religiott c la Natura! History of Religion.
1751 Nonostante l'appoggio degli amici William Murc c
Gilbert Elliot, il clero conservatore gli impedisce di
prendere il posto di Adam Smith nella cattedra di logica
a Glasgow.
1 60
1752 La « Bibliothèque raisonnée 1>, seguita da altri perio­
dici culturali, si occupa con favore delle sue opere. Nel
febbraio ottiene la . nomina di conservatore della Advo­
cates' Library di .Edimburgo, che gli mette· a disposizione
un ricco materiale per le ricerche sulla storia inglese.
1753-54 Hume raccoglie negli Essays and Treatises on Se­
veral Subjects gli scritti precedenti. Il primo volume ap­
pare come IV edizione degli Essays Moral and- Politica!;
il secondo, pubblicato nel 1754, comprende la III edi­
zione dei Philosophical Essays concerning Humon Un­
derstanding; il terzo, uscito nel '53 , presenta la II edi­
zione dell'Enqr1iry concerning tbe Principles of Morals;
il quarto comprende una nuova edizione dei Politica!.
Discourses, di cui escono due versioni : in Francia nel
1754.
1754-61 _g un periodo di intensa attività saggistica. Il primo
volume 'della History of England, dedicato ai regni di
Giacomo III e Carlo l, esce nel .'54 e vende in un anno
quarantacinque copie, accompagnato dalla condann a una­
nime dei . « chierici e dei settari, dei liberi pensatori e
dei · partigiani della religione, dei patrioti e dei ·corti·
giani 1>; il secondo, meno dispiacente ni whigs, è del
1756 c si · riferisce al periodo. che va dalla morte di
Carlo I · alla Rivoluzione; · . tre anni dopo escono i due
libri sulla Casa dci Tudor, che sollevano un'aspra rea·
zione. Rientrato a Edimburgo nell'inverno del 1759,
dopo avere concluso con il libraio Millar un accordo per
· la pubblicazione della parte antica della storia inglese,
Hume porta a . termine l'opera nel 1761 con i due vo­
lumi che si portano dalle origini alla glierra delle Due
· Rose. · Nonostante la varietà dci « venti e delle stagioni »,·

la History ottiene alla fine un successo editoriale.


'
1757 Nel febbraio vengono pubblicate le Fo_ur Disser/ations.
Esse sono Tbe Natural History of Religion, ' che suscita
le proteste del vescovo ·Warburton, 0/ lhe Passions,
Of Tragedy c Of lhe Standard of Toste. Il progetto
originario prevedeva uno scritto sui princlpi della geo- .
metria e della filosofia naturale, poi distrutto per le
obiezioni dell'amico algebrista Lord Stanhope; l'ave­
vano rimpiazzato i due saggi 0/ lhe Immortolity of the
Sot1l c Of Suicide, che dovevano essere ritirati, appena
pronti i primi esemplari, per timore della reazione; essi
furono allora sostituiti, come si legge in una lettera a
Strahan, con lo scritto sulla regola del gusto.
1763-66 Lord Hertford, cugino di Horace Walpole, lo vuole
come segretario all'ambasciata di Parigi. Già famoso per
i saggi storici e politici, da tempo in corrispondenza con

161
Montcsquieu e Maupertuis, è accolto con grandi onori
nei salotti della marchesa du Deffand . e della signora
de Lespinasse. Coltiva un affettuoso rapporto con la
contessa de Bouffiers, sua ammiratrice, e diviene amico
dei pbilosophes pur non condividendone tutti gli ideali
scientifici e riformatori. Dopo il richiamo di Lord
Hertford, si trattiene a Parigi come incaricato d'affari
e quindi rientra a Edimburgo nell'estate del '66. È pro­
fondamente amareggiato, nonostante l'appoggio di Hol·
bach, dall'affaire Rousseau, nata dalla mania persecutoria
del ginevrino a cui Hume aveva offerto rifugio in Inghil·
terra c da molte circostanze sfortunate.
1767-69 · Ricevuto un invito da Lord Conway, lo assiste come
sottosegretario per gli affari del Nord e · per gli · affari
interni nel ministero formato da Pitt. Torna a Edim­
burgo, ricco di una rendita di mille sterline annue c con
la prospettiva di vedere accrescere la propria fama.
1769-75 Si occupa della revisione e del perfezionamento dei
suoi scritti. Dopo l'attacco del Rcid c di uno << sciocco
bigotto )) come Beattie, Hume prega Strahan di pre­
mettere all'ultima edizione degli Essays and Treatises
un avvertimento in cui, ammesso il carattere giovanile
del capolavoro, l'autore indica nelle due Enquiries le
sole che contengono i suoi princlpi filosofici.
1776 Nel marzo accusa un male allo stomaco che si rivela
incurabile. Le forze declinano rapidamente, ma non ne
soffrono l'ardore per lo studio e la gaiezza nella com­
pagnia. Si preoccupa dei Dialogues conceming Natmal
Religion, che vuole stampati e pubblicati entro due
anni dalla sua morte. Ne affida una copia all'editore
Strahan, un'altra al nipote David e una terza ad Adam
Smith. Muore in perfetta serenità il 26 agosto.
1779 Per le esitazioni di Strahan, il nipote provvede alla
stampa dei Dialogues che escono senza l'indicazione del­
l'editore. Hugh Blair, amico di Hume ed esponente
moderato della chiesa scozzese, li trova di una « eleganza
tutta particolare )) e riconosce che le idee esposte sono
le medesime delle opere precedenti.
STORIA DELLA CRITICA

l . Il Treatise era davvero « nato morto ». Annun­


ciato aalla « Bi6liottitque ra1sonnée », Jé((�eue Zei­
tungen von Gelehrten Sachen » ne davano una breve
notizia il 28 maggio 1739. Dopo un cenno della
« Bibliothèque nouvelle », compariva sulla « History
of the \Vorks of Learned » una critica severissima
che obbligava Hume a replicare all'anonimÒ recen­
sore, forse il \Varburton, con un estratto dell'opera.
Ancora le « Gottingische Zeitungen » osservavano,
in data 7'gèn"Oai0 i74o;-�·1éCOnèeziOnlàèllè
idee astratte, ·delle idee delti'iTlemorlae....dèll'imma'gi':
nazione, aer concetto cìrsostan"Z:1--è"'"'"JC.m'O:èìoef:in"ò
t nn to astr.af[C;5e�.2[�9Si !illi'P.i�.:çpifQ§r;:9ji�-�.O:�.
��s1 . s..e:!are una maggiore luce a proposito àelle
vcrita morali ». "CosT"le « scoperte >>...."dél-Càpo1avoro
snreboèfò�Hmaste isolate dalle ricerche d'ordine sto­
rico o morale intraprese nelle varie raccolte di saggi.
Questi gli valevano presto l'elogio dei philosophes
e il Montesquieu si preoccupava, senza fortuna, di
una versione francese degli scritti politici. Nel terzo
fascicolo del '52, la « Bibliothèque raisonnée >> dedi­
cava un articolo di cinque pagine alle ultime opere:
la seconda Enquiry vi veniva giudicata di « grande
chiarezza, precisione e forza », mentre le riserve
tornavano solo a proposito dei Philosophical Essays,
composti in imitazione del Bayle, per i dubbi che
riguardavano la conoscenza e facevano della religione
un « prodotto della stupidità e dell'impostUra ».

163
Dopo le menzioni favorevoli dei maggiori perio­
dici, cominciavano le traduzioni. Nel 17 52 ne appa­
rivano due in francese dei Politica! Discourses: la
prima, a cura del Mauvillon, usciva ad Amsterdam
ed era mal giudicata dall'abate Le Blanc che si
occupava di una seconda vérsione, in due volumi,
stampata ancora nella città olandese e venduta . a
Parigi. Nel 17 58 iniziava ad Amsterdam la pubbli­
cazione delle Oeuvres philosophiques de Mr. D.
Hume, in cinque tomi, a cui attendevano J.-B. Mé­
rian, J.-B.-R. Robinet e Mlle de la Chaux e dove
figuravano nell'ordine la ricerca sull'intelletto, la
Natura! History of Religion, le dissertazioni Sulle
passioni, Sullt� _tragedia. 'e Su!la regola del gusto, la
seconda Ettquiry. Una seconda edizione compariva
nel 1764, altre se ne. aggiungevano di altri scritti, e
anche la HiStory of England veniva presentata al
lettore francese dal Prévost e dalla Belot. Diciamo
ancora che nel 1759 usciva in Germania una versione
delle Four Dissertations, che nello stesso anno · n
Freydenker d i · J , A. Triniu·s. pubblicato a Lipsia
conteneva già cinque pagine dedicate alla biblio­
grafia humiana e fermiamoci. Ce n'è abbastanza per
,confermare ch�rHume saggista s'imponeva alla s_�
tura . Ht�inis�.r.'n!.sn!�:ITg��!,�iif:SC1(� !ffi[��<;
contmuavano a ctrcondare l'autore éfel Treattse.
"''"
""tn queS"to'"senso;'liaccogiì'enza'èoroialissi'ma''(li un
D'Aleinbert'-edt"uW·'H6lbach"""nascon·devfi'''"uii""'equi-

rr�i�I��-fat�!--�J�ri��f�����;�.
�car�· lasciavano s . �.!��p;.� �L
P�!P.!t: �2:.,.!:
apnva . altnmenti" sulii' ' natùra dell'uomo, ne mten-
.•

èleva .Ie pàSsloFi1ei""èOnflfitCsen2ta 'iìrè'gi;J'ai2 foT cosl


� stori:iSioffr'lvacoffietiri"càmpò 'inesaiìribile'"'""df
....

e�perlenzeeràCe'V:ilrrom1>ere-nelle'jici'ìones�·pSìèo-
12B��g_!ttn21Yl�E.ttr:!.:ç:�m��J;1·ss"1!7:9.Jw��LP��P.::
�su �renomenist1ci ne erano · coinvolti dopo che il
�le nostre idee, am.m.�.t�A...dJJ U
r.nncJplo-Hell_Im��W!:d:J.i_g� :::O�Sl ]iJ�.�!Xffi
_ .P.
� �i<l.
l1J...!m.JgF.g,
1 64
contrarie come il rag!9.M!IlW!2..:...causale e la credenza
<lei mondo · esterno. Ma gli scoizesiìi:lsiSi:evaiioSùlle'
èéinseguen.ze-sC'èTtiChè'-a--clli�em'des'iinai:c·1'tàea1'
!YpotEF.S-rs:-Còil-essa;precisavà""'ltéTd'-Iiella�"dédic:i
?lemess'à''all'Tiiljuirj'7irfà'7he �Huni"arz""Mind, s'intende
��:., « pi�.!!.��P.��!��;_ç_Q.�p_o_n,...�J�:·n�I:@:.iùfq:t.§:
cfie percepisce, clie m realta non percepiamo le cose
esferne"'--ma-s'òltanfocèrt(tiiiimagiru�Clelle'"'stesse·- mi'?
P.res�affienFeèhesrcnCOrio'"Iin!lr·essionreidée.
se--q-u�;to 105Sevèro,"5eCìoe"'SUppéinesSi�che-ceHè
impressioni e idee esistono nella mia mente, io non
potrei, dalla loro esistenza, inferire l'esistenza di
ru:nt'altro; . �.:_��l9. �..P.!; DLe.,.; !dss....to.m�)�...�..�5
����....�.�J?..9J.�<?.....�Y..e;�� 9�fl} � c ;,._.�<;.���-���"-��
concezione; esse sono essen tanto fugaci e · transiton
•.

èlie non p6sStiM'-nvete..."Un'esistcriza;...'più""lùiìga"'"ai


<ilièliamrur"ìiesoiio"'céiiS:ì:Pè'votè:--co·sl,··-per-una�-taiè
ìpamf:;'iJintero-crniverso';"'i-còrpi-f'gli'"'spititi;-1l''sole�·
latuna lè-sieue--latérra"'21i':mi'iéì�è lè"'reliìziòni;
tutte ]� cose'éli� ..iò-èred�v ""'dòt7ite'"''dl"'"uii;esistenza

.•

ì>érm'lfficntè:"'·te-·-pensassr"'ofip'U"re''iìò;'>rsva-nìsc'ònò'"'a•wi
trafto ». Nessun aùbòìo cneT'iagionamentn:Ièll'ingè=
grioso"'autore del Treatise fossero coerenti e che non
si dovessero sottoporre alla confutazione _del volgo.
Ma sui prindpi, sul fatto che tutte le nostre perce­
zioni sono esistenze distinte e che la nostra mente
non vi scorge una reale connessione, egli non aveva
recato alcuna evidenza e s'era opposto alla natura che
non ci 'esibisce tali : elementi separati. Cosl occorreva
distinguere meglio tra sensazione e percezione: la
prima, riguardata per se stessa, è un atto della mente
che non ammette alcun oggetto, che può essere piace­
vole o spiacevole e · che accompagna inevitabilmente
la percezione cui si connette la credenza in un mondo
indipendente. Questo belief si radica nel senso comu­
ne e · non va scambiato con l'opinione prevalente del
volgo, o con il gemeiner Menschenvcrstand di Kant,
ma si deduce da un'analisi dell'esperienza che indica
nelle impressioni . o nelle· idee humiane delle pure

165
finzioni. Esso si sottrae alle aporie di cui l'investi­
·rebbe la riflessione, dev'essere accettato come è, un
-« istinto mirabile e inesplicabile » che ci assicura
immediatamente di noi stessi e delle cose esterne.
. A questo punto veniva meno la possibilità di un
·confronto positivo e Hume avrebbe badato a tute­
larsi e a rimandare il lettore alle due Enquiries,
-dove egli aveva cercato di eliminare ogni argomento
-paradossale.
e.nche con gli e�}_��ni _ d�l!.!..J. �9JL ��3E.� 1!.. ...
giudìzio non aoveva mutare:-Egh restava un pensat()r:e
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Bi= ,\Tìl�"OarllòB:à'ffilli"oìl;'"dr�é{;éì:r� a�i ·d�Cso�no
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poco meno di un bambino al cospetto di un Hartley
che aveva individuato le componenti fisiologiche delle
relazioni fra le idee, mentre James Mill adattava
l'analisi dei fenomeni mentali agli schemi dell'utili­
tarismo benthamiano: in entrambi i casi si perdeva
l'intent() «sperimentale» di Hume e si risaliva all'arche­
tipo lockiano. Cosl non sorprende che un radicale come
il giovane Mill indicasse nel Bentham il « più grande
riformatore » degli studi speculativi, colui che aveva
introdotto nella morale e nella politica gli abiti di
pensiero - e i modi di investigazione essenziali 3ll'idea
di scienza. Ma forse V3le qui ripetere n -giudizio del
Della Volpe, in opposizione al Sidgwick, sulla spie­
gazione associazionistica della coscienza morale ten­
tata da Hartley e sul merito dell'etica benthamiana.
Nella prima si mancava di accennare ai nessi dell'im­
maginazione, alla categorb psicologica della somiglian­
za che dà origine e consistenza alla valutazione; nella
seconda una casistica naturalistica, del tutto astratta,
dei fatti morali subentrava all'edonismo concreto
dello scozzese. Nel terzo libro del Treatise, osservava
Bentham, si dimostra chiaramente che le virtù proce-
166
dono dall'utile e bisogna allora misurare la quantità
della pena e del piacere che costituiscono . gli unici
moventi della condotta. Ma con ciò egli non riusciva .
a spiegare il passaggio dall'egoismo originario all'al­
truismo, alla massima della <c più grande felicità del
maggior numero di persone·»; e infatti, come potreb­
be un insieme di desideri attuali, ciascuno dei quali ·
si dirige verso una singola parte della felicità gene­
rale, rappresentare di per sé un desiderio attuale?
Diversamente da quel che credeva, Hume s'era guar­
dato d�ll'identificare il bene e il màle con l'aumento
èr�-$ �.��EP�!l�·-.�.��Y�.J9ilili'i9.:;:su:[��
��['Pi�c.
sentimento stmpatetlco che ct porta a condivtdere ti
iìi'èfifci"'"di-ralt:rn-e""'azioni-risp'CITo�aliè:":�ilrre:�Te·�amé�
rerize;""inso'mma';'riorr".Po1èvàno-essèrepiù=nette.

2. L'attacco degli scozzesi, cosl come si precisava


nell 'Essay on the Nature and Immortality of Truth
in Opposition to Sophistry and Scepticism del Beattie,
non era soltanto un fatto insulare. Di esso appari­
vano, prima della fine del secolo, due traduzioni in
tedesco c non c'è dubbio che, omesse le invettive,
i passi importanti del capolavoro humiano che v'era­
no riportati costituissero un riferimento essenzirue
per Kant e per altri filosofi continentali. Ma l'autore
della Kritik non si fermava alle conseguenze della
idea! hypothesis e si portava sulla confutazione del­
l'assioma causale. Il primo passo nelle · cose della
pura ragione è quello dogmatico, il secondo è quello
scettico e attesta la prudenza di un giudizio scaltrito
dall'esperienza. Tuttavia lo scetticismo, come . non
consente la <c pace di una legittima ignoranza », cosl
non dice nulla sui prindpi che ci guidano nelle cono­
scenze. La loro applicazione a una realtà sovrasensi­
bile introduce ai problemi di Dio, della libertà e
dell'immortalità ed è proprio qui che il critico può
sostituirsi allo scettico senza ritornare all'ingenuità
del dogmatico. Con lui la metafisica cessa di essere
un fatto, diventa un problema e più precisamente il

167
problema della possibilità di giudizi sintetici a priori.
Ora K:mt concedeva che Hume vi si fosse avvicinato
più di ogni altro, ma escludeva che l'avesse pensato
con « sufficiente determinatezza e nella sua universa­
lità ». Limitandosi alla proposizione sintetica della con­
nessione dell'effetto con le sue cause, egli ne aveva con­
cluso che un tale principio a priori è impossibile e che
la metafisica è la stessa illusione di conoscere razional­
mente tutto quello che, in realtà, ci viene dall'espe­
rienza, traendo dall'abitudine l'apparenza della neces­
sità.
Mai egli sarebbe scivolato in una affermazione
del genere, distruggitrice di ogni filosofia, se avesse
avuto dinanzi l'intero problema, perché in tale caso
non potrebbe esistere, stando al suo principio, nep­
pure la matematica che consta di giudizi sintetici a
priori. Più precisamente Hume faceva consistere la
validità della nozione di causa efficiente nella sua
utilizzabilità nell'esperienza e nella necessità sogget­
tiva che ne consegue. Ebbene, che la luce del sole
fonda la cera e indurisca l'argilla, questo fatto nessun
intelletto potrebbe prevederlo dai concetti che ne
abbiamo anticipatamente e solo l'apparenza è in grado
di insegnarci una legge come questa. Ma nella Logica
trascendentale, obiettava Kant, s'è notato come, se
non è possibile trascendere il contenuto di un dato
concetto, si possa invece conoscere la legge della con­
nessione di una cosa con altre a priori, ossia in
rapporto con l'esperienza possibile. Quando la cera si
scioglie, sappiamo che deve · esserci stato in prece­
denza qualcosa, come il calore del sole, a cui il
fenomeno ha fatto seguito secondo una legge costante;
e questo vale anche se non si può a priori, o senza
che ce ne informi l'esperienza (ohne Belehrung der
Erfahrung), conoscere · direttamente la causa dall'ef­
fetto e l'effetto dalla causa. Dalla contingenza della
nostra determinazione, secondo la legge, lo scozzese
aveva invece tratto la falsa conclusione della contin­
genza della stessa legge, scambiando il passaggio dal
168
concetto di una cosa all'esperienza possibile con la
sintesi de�li c;>g��tti di �n'esperienza effettiva che è
J
sempre emPfrKifiMancavà'fttisomma un'ispezione siste­
matica di tutte le specie di sintesì mtellettualr-'SI
fOsse-r�sd"'t'ontti-é'òme�u-prìnciJ?iodelli'�i?crffiiìneD.za
anticipa l'esperienza, Hume avrebbe · posto. dei limiti
all'intelletto senza impoverirlo e senza trascurare l'esi­
genza formale che condiziona l'esperienza, . che - ne

cerca e ne attinge la legge.


Ora si dovrebbe entrare nel merito della sintesi
kantiana e ·vedere come e in qunle . misura essa . si
rende possibile tra il concetto intellettivo e la perce­
zione, se l'esperienza non diventa arbitrnria nel suo
contenuto quando si generi dall'nggiungersi (Zttsatz)
del primo alla' seconda. Qui pare davvero che Knnt
non risponda a Hume, al suo problema che è quello
del belief, del modo con cui connettiamo l'idea della
causa all'effetto e · viceversa. Questo sentimento con­
tiene tutta la legalità a cui pretende l'empirista e
non è tale, se ci atteninmo alla sua vivacità e alla
sua forza istintiva, da negare una qualche realtà all'io
personale e al mondo esterno. Esso éi porta su ciò
che vale immediatamente per la _coscienza e che
rifiuta, su questo piano, le obiezioni della riflessione;
ci introduce alla questione dell'esistenza, di cui s'esclu­
de che aggiunga qualcosa all'idea che abbiamo del­
l'oggetto e non è dunque un predicato concettuale.
Su tale posizione nssoluta si so.ffcrmava nnche Kant,
quando, pur considerando l'esistenza una delle cate­
gorie modali, escludeva che esse aumentassero in
qualcosa· il concetto cui si applicano e le . limitava
a esprimere il rnpporto con le . nostre facoltà cono­
scitive. Più determinntamente, nel secondo capitolo
dell'Analitica, egli l'avrebbe riferita al postulato per
cui è renle ciò che s'accorda con le condizioni
materiali dell'esperienza, ossia della sensazione. Ne
veniya che u n tale dato, non ancora assunto sotto le
pure intuizioni, si rivela di natura noumenicn: con
il che, evidentemente, il problema tornava a diver-
gere da quello humiano. .
Il richiamo a Hume non si esaur: ·•ui. Tramite
il riassunto-traduzione dei . Dialogues ·

Hamann nel 1780, Kant ne riprendev


dell'argomento cosmologico. Questo muove ._
rienza e poi s'appoggia alla prova ontologica,· ..'n����
cerca e trova nel concetto dell'ens realissimum i r
siti di una necessità assoluta, « riconducendoci, d

un breve giro, nel vecchio sentiero >). Diverso il


credito corrisposto alla prova fisico-teologica, « la più
critica, chiara e adatta alla mente umana ». Qui le
obiezioni di Hume potevano valere per l'antropomor­
fismo volgare, ma non per quello simbolico che, se
assume i concetti di causa e di fine per esprimere il
rapporto di Dio con il mondo sensibile, non ritiene
di attribuirgli le qualità umane e si ferma a una cono­
scenza per analogia, a una « somiglianza perfetta di"
due rapporti fra cose del tutto dissimili ». Cosl, con­
cludeva il Kant dei Prolegomena, « quando dico che
· siamo costretti a riguardare il mondo come fosse
l'opera di una Mente e di una Volontà suprema, dico
che nello stesso rapporto in cui un orologio, una nave,
un reggimento sta con l'artefice, con il costruttore e
il comandante, il mondo sensibile sta con l'Essere
ignoto, che pertanto non conosco come ·è in se stesso,
ma com'è per me, cioè in rapporto al mondo di cui
. sono una parte ». In · realtà, egli continuava ad accet­
tare l'ipotesi necessaria del deismo che Filone aveva
scalzato nelle sue pretese razionali e la poneva a
base della sua considerazione analogica di Dio. Come
si può spiegare il fraintendimento del testo se non
accentuando le differenze fra i due? Kant guardava
a Dio come a un'unità assoluta dei""fenomenr�crà
approssimare �1ndélirufienYe
im �ò4come'aun"j)'osMato
§lorate;-·Hum-e-"·s�1tenevi"" à1ni-=aeiicriZ1oiìe"'aell'esP.é:
..

!!enza rehg1osa, con �lesue spei:aiizè(tl suoCférrorl,


�,"!��f?.]!t2:[�a:�l:l �,�.L9P.E9��Q1fa�.tE.2L�g�J��J9�':1���.
..

170
3 . Diversamente da Kant, Hamann c Jacobi avreb­
bero....àH:iììi:<f"ii
. ll'immediatezz::('dclla·'·crederiZa '· religiosa
·c cercato d1 dcnvarne, còfilro-Io��te'ssò""Hlin:ie";""'ùna�
�i
������H��� ��ri[�E�1����f: a
'be!ìef-:::avvRtrra\111il--significaro·cn-zauh-;··ai-�fèèlé' nèr
ctivin<i. «'ra·reae-iilDro:-·neua-·-lihè'rf:��éll'fffiiiior­
iatiTh: questo è ìCgioié1Io-ctellii'nOstra�speCie:"·(tit
èam'ftcfé"ènè'-élistingue-I'umàiiità;e-Ia"'s�essa·aruiiìà
razionale-e-qumm;-;n0ii ''s6lfarìiò-. più antica di tutti
i sistemi, le dottrine c le . arti inventate dall'uomo,.
ma anche superiore a esse, come una forza che viene
direttamente · da Dio. La fede adombra la scienza e
la volontà divina nello spirito finito dell'uomo. Se
potessimo trasformarla in sapere; si adempirebbe la
promessa del serpente a Eva nel paradiso: diven­
teremo Dio ». L'esortazione di Jacobi ritornava nella
Vorrcde di un dialogo dedicato allo scozzese per
mostrare come fosse possibile un uso filosofico della
fede: non altrimenti che per mezzo suo, di un atto­
sensibile, si riesce infatti a cogliere ciò che è in sé
e si pone oltre la nos"tra rappresentazione. Ma con
questo, ha osservato Merlan, egli non si limitava a
lodare in Hume chi aveva difeso la natura, l'istinto,
il costume, la tradizione. Jacobi faceva molto di più,
E�sava sopra l'!!P.is.teynç�foglaScettic!L§.IJPS.I.:!H'a� al
àogmatismo drl_sentimento e giung�_!l_ !! stabilir$_!�
« verità » delle nostre credenze naturali .
-�soilò...T'"tèilil"'"reifgiosf,--inognl'caso; che ritro­
·

vjamo"nelle�·opcr�a�i-·'roiTià�l:.ici-�i'fdé�sèhl.·''"CéiS'l--non
Tm:iilc3nèi�ne1-"prfmì'-ot"tò�··cipi"ì6fì �de1Ii-Phi!osophie
der M.ythologie di Schelling, gli accenti alla priorità
del politeismo già asserita nella dissertazione humiana
del '57. Essa si precisava in rapporto alla mitologia,
che non è per niente l'invenzione di un poeta o il
prodotto di un individuo e di una nazione, ma va
intesa come un processo in cui Dio diviene ciò che è.
La prima fase di tale sviluppo è il morioteismo e ne
introduce una seconda, che aggiunge all'idea di un

171
unico dio quella di una divinità da cui ne procedono
altre. Qui ha inizio la storia e i Volker cominciano
a distinguersi tra loro. Ma il politeismo non tarda
a risolversi nel « vero » monoteismo, cosl che il
cristianesimo deve considerarsi, con il suo concetto ·
di un Dio uno e trino, una sintesi del monoteismo
preistorico e dello stesso politeismo. Su questo punto
Hume non aveva visto bene. Il politeisÌno non è
senz'altro un ateismo, ma in talune sue specie può
costituire un tipo erroneo di teismo in quanto si
appropria di una divinità e la rende esclusiva. Tale
ci appare se lo si inserisce in un processo teologico
che è di pér sé necessario e diviene falso solo se si
mantiene nella sua parzialità. Ora non c'è bisogno di
completare questo sviluppo con il monoteismo origi­
nario che Schelling poneva avanti a quello preisto­
rico. È già chiaro che ci troviamo dinanzj a una dedu­
zione che va oltre l'intento sperimentale di Hume.
Vediamo se Iò ritroviamo nella istanza scettica
degli epigoni kantiani. Essa ci si 1m�n':.o avvertiva
Schulze, . guaJ!dO. si convenga"Clle non ·-r-po'ssi:
bile gmn..&.cre a"""ùria" éonoscenzà oggehiva�" Sé' , ..se
... ...... ..

ne acèOlgonore-·rorrne-:l'""PrioO,""·non"'lia senso
riferirsi a una cosa in sé e l'idealismo appare inevita­
bile; se invece si dice che il conoscere è limitato alla
esperienza e che la cosa in sé è inattingibile, il reali­
smo si converte in scetticismo e l'esistenza degli
oggetti resta affidata alla nostra coscienza immediata.
Seguiva l'attacco di Hcgel con un saggio, Verhiiltnis
der Skeptizismus zur Philosophie, comparso nel
1802 sul « Kritisches .Journal der Philosophie » e
condotto sulla scorta del pensiero schellinghi:mo del­
.

l'identità. Vi si · chiarivano, a tutto · vantaggio· della


prima, le differenze tra la scepsi antica e moderna.
La prima, si tratti dell'Accademia di Arcesilao o dei
tropi fissati da Sesto Empirico, denuncia le aporie
del finito e s'intende come un passaggio verso il
C_?ncetto della filosofia di cui rappresenta il lato nega­
tJ.vo. Altro è il caso del « giochetto soggettivo »

172
proposto da Schulze. Egli viene irretito dai dogmi
della coscienza comune e le attribuisce una certezza
che non ha: si dovesse scguirlo in una << simile
barbarie », solo la fisica e l'astronomia dei nostri
giorni resisterebbero a ogni ragionevole dubbio. C'è
però nella conoscenza empirica, ammetteva Hegel
nell'Encyklopaedie, questo grande principio, che ciò
che è vero deve essere vero nella . realtà ed esservi
per la percezione. Un tale principio « si oppone al
dover essere, con il quale la riflessione si gonfia e
prende un atteggiamento sprezzante verso il reale e
il presente, adducendo un al di là che dovrebbe avere
la sua sede e la sua esistenza solo nell'intelletto
soggettivo. Come . l'empirismo; anche . la filosofia cono­
sce unicamente dò che è: essa non sa : niente di ciò
che solo deve essere . e · che, per conseguenza, non è )) ,
Bisogna ancora concedere all'empirismo il principio
della libertà, che « quello che l'uomo vuole ·ammet·
tere nel suo sapere, deve egli stesso vederlo e saper­
visi presente . . Ma poiché il suo contenuto si restringe
al fmito, esso deve · poi rifiutare la conoscenza del
sovrasensibile e concedere al pensiero soltanto l'astra­
zione e . l'universalità e identità formale ».
Questi rilievi valevano soprattutto per lo scetti­
cismo· di Hume, che era dunque da distinguersi da
guello greco. Egli avevaposto a fondamento lii'«"Ve=
rit�-·Cielf'èii1P'IriC:o-Ciei'....5en�tiffieii"fò�--aen'iil-tliiZioiie·
�icè!iE.:"i!t:g§.yili�::S.ssa:.:somfi3IfiY..a.J�P"i§.éJi>L��
lèìegg_ir g�l'li j!],_'J.�.!�!� ·. ìl��E:-��l,._Sl��:.�.�è..)e.�
g
mezzo aella perceztone sensib e »; 1 scettici anttchi ,
àl<:Ori'trarro:�·<<Criilosr'ìtrte:'Osl�ronranrcrarcònsì'derarè
·1r5é"fl'tirileììi:ò"'·e�·l'riiruizioiié·�c:ome"""tiii-·l>riilcipTO:'-di
� mi<Iai:ivolgersi�""jgffiia')JnèU:IOrif�<i)!:.s�n%:
, �5un diib'b10 che quil'osservazione di Hegel

cogliesse nel segno. Ma essa non andava oltre, non
toccava le antinoniie che erano emerse dall'annlisi
del principio dell'immaginnziorie e avevano condotto
a un'idea . nuova del filosofare. Per lui la scepsi
humiana si sarebbe risolta nel divieto posto dalla

. 173
dialettica trascendentale di. portarsi oltre l'esperienza
e di conseguire la ragione come identità del pensiero
e del reale. Hurne si spiegava con Kant, ne chiariva
il problema e il tentativo di soluzione, entrando
cosl, per tale « anticipazione », nell'unica genealogia
speculativa ammessa dall'idealismo assoluto.

4. !! presupyosto -�'!���afisico �..J�!.���!!.�. ,S


Hu_lp����g 1, pqsWY�.tJ;)5��� peJ:ai�egQq,...�lStem�tlç<>,
�i"Comt� e .2! 1-.J!� si��ie_.;!�<;h.; Ia no� :l�$-�.9.1?.9:.
J?.g�si!..-sgm�n1J_�a.,.,nellç;.,.Q�.s.�zy�_qp{,."gi.U� C!�f��� s.
... ...

sulla vita affettiva. Per l'autore del Cours, egli poteva


.... ..

tlèii:·'nguì:a.re traquanti, abbandonando le astrazioni


personificate e le forze occulte, s'erano attenuti ai
fatti descrivibili e alla loro previsione per mezzo
delle leggi che ne esprimono i rapporti. Più contro­
verso sarebbe stato l'atteggiamento degli emprnsti"
l)rit'àriruCi 'aiiOrO à'atieprese· ron'l'InHiìzioruSiiiO "'acslf
scozzes1. J:e verm:Conven!va"N.iilr>néf-'System òl
!ogic, Si conoscono in due modi, nlcune direttnmente
c alcune per la mediazione di nltre verità: le prime
costituiscono l 'oggetto dell'intuizione o coscienza, le
seconde dell'inferenzn. Le verità conosciute per intui­
zione, come le nostre sensazioni corporee e i senti­
menti mentali, sono le premesse originarie da cui
tutte le altre vengono dedotte. Ora nessuna scienza,
nessuna regola dell'arte può renderne la conoscenza
più certa di quanto già non sia. Ma noi possi:lmo
anche immaginare di apprendere intuitivamente quello
che è, in renltà, il risultato di un'inferenza. Non c'è
nulla, ad esempio, di cui sembriamo consci più im­
·mediatamente della distanza di un oggetto da noi;
eppure s'è accertato che ciò che percepiamo con
l'occhio non è che una superficie diversamente colo­
rata e che, in luogo della distanza, noi vediamo
realmente certe variazioni di dimensioni apparenti e
gradi di colori indistinti; la nostra valutazione deriva
cosl da una mpida inferenza delle sensazioni musco­
lari che accompagnano l'aggiustamento focale dell'oc-

174
chio a oggetti disegualmente lontani da noi e da un
confronto tra la dimensione e il colore dell'oggetto
come appaiono in quel momento . e la dimensione e
il colore del medesimo come apparvero quando erano
vicini o il loro grado di lontananza ci era noto tramite
una evidenza di altro tipo. Se ora ci chiediamo, con­
tinuava Mill, quali sono gli oggetti dell'intuizione e
quali quelli che inferiamo, noi ci addentriamo nel
dominio della metafisica e torniamo a imbatterci
nelle questioni dell'esistenza della materia o dello
spirito, della loro differenza, della realtà del tempo
e dello spazio, delle facoltà intellettuali e delle emo­
zioni, se siano innate o prodotte dall'associazione,
etc. Un tale campo di ricerca è estraneo alla logica,
che non si preoccupa di esaminare · l'atteggiamento
o l'atto di chi crede, ma vuole essere . la scienza della
prova o dell'evidenza. In quanto l'assenso pretenda
di fondarsi su una prova, il suo compito è di verifi­
care se esso sia o non sia giustificato: ma allora la
« logica non h::� che f::�re con la pretesa che una propo­
sizione sia creduta sulla base della coscienza, cioè
senza l'evidenza nel senso proprio del termine ».
Qui s'avverte, anche se non v'è reso esplicito, il
distacco da Hume. Questi aveva cercato l'origine del
belief causale e dei vari gradi del probabile in certi
meccanismi istintivi. Messo su questa strada, egli
doveva indicare nella viv::�cità delle nostre idee lo
stesso principio che ci convince dell'esistenza di un
mondo esterno e ammettere che le due operazioni,
sebbene contrade, sono entrambe necessarie e natu­
rali. Questa naturalezza non si confondeva con l'evi­
denza che gli scozzesi, preoccupati dell'esito scettico
del Treatise, avrebbero attribuito alla credenza in
una realtà indipendente: . essa non era, semplicemente,
che la stessa forza con cui ci si impone; Ora il
problema tornava a Mill, ma le sue obiezioni all'in­
tuizionismo di Hamilton non tenevano conto di una
tale qualità istintiva e mostravano come la credenza
non fosse qui intuitiva, ma acquisita. La diversa
175
prospettiva era la stessa che portava a una revisione
dell'associazionismo. Prima di determinarne le leggi,
notava Mill, bisogna ammettere che lo spirito umano
sia capace d'attesa, che dopo aver provato delle
sensazioni effettive si sia in grado di concepire sensa­
zioni che ora non proviamo e che tuttavia potremmo
provare in certe condizioni. Cosl il concetto che adesso
ci facciamo del mondo comprende, con le sensazioni
attuali, una varietà inesauribile di sensazioni possi­
bili, tutte quelle che l'osservazione passata ci dice che
potremmo avvertire in determinate circostanze. La
nostra credenza, cosl come le nostre previsioni, si
fondano su un'abitudine associativa · che riporta la
sensazione presente al fo�do permanente e stabile
delle sensazioni possibili donde si è staccata. Queste
e non le attuali, come sosteneva Hume, sono le per­
cezioni che sentiamo più intensamente.
L'associazione delle idee è la legge della mente e
fa tutt'uno con l'uniformità della natura. Essa è il
principio o assioma generale dell'induzione, che con­
siste « nell'inferire da alcuni casi individuali, nei
quali si osserva che ricorre un fenomeno, che questo
ricorre in tutti i casi di una classe, in tutti quelli che
somigliano al primo nelle circostanze essenziali ».
Sarebbe però un errore, avvertiva Mill, spiegare il
processo induttivo con tale generalizzazione. Essa
stessa è un esempio di induzione, una delle ultime che
conseguono una « rigorosa accuratezza filosofica » e
si basa su precedenti generalizzazioni. Se ora, tra le
uniformità osservate nella successione dei fenomeni,
ci chiediamo quale si mostri inconfutabile e si riveli
anzi la « radice dell'intera teoria dell'induzione », noi
la dovremmo indicare nella legge causale. La validità
dei metodi in uso nella ricerca sperimentale, ossia
quelli della concordanza e della differenza, dei re­
sidui e delle variazioni concomitanti, dipende infatti
dall'assunto che ogni evento debba avere qualche
causa o antecedente dalla cui esistenza consegue in­
variabilmente e inç.ondizionatamente. La legge non
176
si riferisce a un istinto o a una credenza universale,
dobbiamo ricorrere a una prova e questa non è tale
che la mente le si . arrenda, è invece « quella cosa a
cui essa ha l'obbligo di arrendersi » se il belief in­
tende conformarsi al fatto. Non giungeremmo a tale
legge se non passassimo attraverso la generalizzazione
di molte leggi meno generali. Le più ovvie unifor­
mità particolari dànno evidenza all'uniformità gene­
rale e questa, una volta stabilita, ci consente di pro­
vare le altre uniformità particolari da cui risulta. Essa
si riduce dunque a un'induzione per enumerationem
simplicem e il circolo pare inevitabile. Ma l'espe­
rienza non può che essere il criterio di se medesima
e l'induzione consisterà nel « correggere una genera­
lizzazione con un'altra, una generalizzazione più ri­
stretta con una più ampia ».
L'analisi dell'inferenza induttiva s'avviava così
a perdere i tratti psicologici che aveva in Hume,
quando era ricorso alla struttura dell'abitudine per
spiegare i vari gradi delle n9stre aspettative. · Lo si
nota anche più chiaramente se si collega il problema
della credenza a quello "della probabilità. Ancora
De Morgan la riguardava come uno state of mind che
può, nonostante le differenze inevitabili, essere · sot­
toposto a una misura. Mill si riferiva invece alle con­
cezioni del Laplace e cercava di. emendarla di ogni
apriorismo, mostrando come nei casi complessi non
basti utilizzare il principio dell'equipossibilità se non
conosciamo la frequenza relativa con cui accadono
gli avvenimenti in esame. Più precisamente, « la pro­
babilità degli eventi, quando sia calcolata sulla loro
semplice frequenza nell'esperienza passata, offre per
la condotta pratica una base meno sicura della pro­
babilità che venga dedotta da una conoscenza ugual­
mente esatta della frequenza d'accadimento delle loro
cause ». Da psicologico il problema diventava episte­
mologico, riguardava i metodi da utilizzare nella ri­
cerca empirica. Né la polemica contro la scuola scoz­
zese mancava di coinvolgere la pretesa humiana che
177
l'immediatezza delle nostre percezioni ci garantisca
di coglierla direttamente e senza errore.. Essa· trascu­
rava le riserve che lo stesso Hume aveva levato sùl­
l'introspezione e non teneva conto del feeling che
determina l'originalità della credenza, inattaccabile
nel suo piano dall'attacco della scepsi.
Più aderente al proposito humiano sembra allora
l' anahs1 condotta dàf'"Ba1ii1nTh"è"�Emotio'mand . t be
Wilr.--Anclì'essa··'rieritrava·"nella'·"·:revisione�·déll'��;ò:'
èiazlonisma:·"-ma'res"iltui"vaalra creoenza 'irsùocarat�-­
tcrcmf'eu'h'irtivcf'''·' e'rl'aziò'tù!�-e""facèva�aa""tramite''ai'
p-i:igffiàBsti�<Ièf'MéfaphysiC:àt' éltib:-··ycf;;néi-aea�a�
il "'siio''seii.so· rdàWaftiv1tf�·clle-ne·dipende, non si
•.

esaurisce in una immagine o nozione intellettuale e


supera in forza ogni idea concorrente. Ne seguiva che
la psicologia e la logica se ne sarebbero disputato il
concetto e il ruolo, complicando ulteriormente la pe­
ripezia dell'empirismo. Le ricerche condotte nella
prospettiva . dell'evoluzionismo darwiniano dovevano
quindi precisarne le componenti organiche e di adat­
tamento ambientale. Ma anche in questo caso alcuni
insistevano sul suo c·arattere individuale e altri, so­
prattutto il Peirce, l'assumevano come una regola
d'azione generalizzabile c ne facevano dipendere il
significato delle nostre asserzioni. Cosl il problema
diventava quello di stabilire se esiste una qualche
giustificazione logica od empirica delle credenze,
quale che sia la natura delle loro variazioni. Per
questo Venn adattava una definjzione piuttosto larga,
indicando nel belief una « condizione mentale per cui
ci sentiamo disposti ad agire in base alla verità di una
qualunque proposizione ». Tanto bastava a distin­
guere tra il feeli11g messo in rilievo da Hume e
l'evidence che la credenza può assumere quando sia
riferita ai suoi effetti visibili nella condotta.

-�-��!l��� �..i,.,<:!!
5.tr�l_�- po�i-�ivis��-L.c!;lm�.J�g_12..Ji .... :.?JJ. 2�9�I1�
;;.e_e_;��� .b� �fl. <;. JP.2�gqn.��-�- �ssllDlo.no ,
�l!.? llL�1�:E.::h��$;�:i;:JLsmùl�HQ...�ç-���....M iltq��l_l_q!).
...

178
r.ifi1E_r_g,Y_e,tava all�� s,:�zese, in una no ta apparsa nel
. .
••

1 824 sul!a'"«"\VestmmsterReview », dt non avere al.


cun rig u_Eto per la verità e di aìi1are"ii:Sì:icce·ssò
�gClan� . -...o t.!��ifanar�iTII�'fg[�f.ey�:a�si�
tuato nelle . Enqmrres ti suo gusto per la letteratura
e l teml frTvOli;1ìiieidOCol- i dlserta;e "i(t'fi.toso11a.-Que.:'
5ta:' Iffiffià!iine·-aello-sceuié0-aòveva-pe53rè'·a�Iuni0'
..

suglisiiidiosi;-ilncne�Se prestò-res�sareobe'coòlht!J�
pcis'fa"qtièllaaell'agnostTco-e:neèlìfènde' Ié-rìlgìoni' 'élèllà
scieilza�éMrro"4I"�vanilocilììométa:fisic'ò:····t·ap-P.rés'ià'va .
'HùXley"lfiWiYo.PCrrtaei·�rs79;-a··mezzo'tr'it la···moilò­
graGa� è il pamphlet, che indic_ava in Hume il conti­
nuatore del pensiero 1oclùà'noe l'an.'t'ècèèlente""imme­
èliato�"'d1'K'iilit�Il'ftl1e�del'-èrftlasmo=non""iipeteva�rièlla
....

so·slanza-l'esi�nza-del-Treatiré?'-Atiche'·�questa-"efà
nega uva e 1ììillt:i'Va"1àConoscenzaaC fenomenr;·· 15ii�
01y..�u11-P!.��:.!;1!rel'er;t:.o_f�:W.�. s.b.TI��:.c�!�����;.�2�: ��§.-
·
prue la verità.
--·-�n mondooorghese dell'800 non aveva dubbi sul
progresso della scienza. Non ne avevano neppure•. in
una mutata costellazione di valori, gli esponenti del
\Viener Kreis quando attendevano al loro progetto
di un'enciclopedia del sapere. Se si vuole assicurare
un fondamento empirico alle conoscenze e dimostrare
l'assenza di significato della m.etafisica, bisogna far
posto all'analisi logica di tutti i concetti e di tutte
le proposizioni. Questa wissenscbaftliche 'Veltauffas­
stmg non mancava di indicare i suoi predecessori e
Neurath ne compilava la lista per nazioni e per
programmi. Vi troviamo anche Hume accanto agli il­
luministi, a Comte e a Mill, a Mach e ad Avenarius.
Che cosa doveva mettersi sul suo conto? La scoperta
che il dominio del ragionamento deduttivo non si
estende agli enunciati sui dati di fatto era nota prima
di lui. Il merito consiste, precisava Weinberg, nella
sua applicazione radicale e nel tentativo di ridurre
tali enunciati a enunciati che riguardano soltanto
l'esperienza. Detto questo, egli restava lontano dal
nuovo positivismo quando ammetteva l'esistenza di
179
un mondo esterno c si riferiva per . questo alla cre­
denza. L'idea del bclief come metodo eli descrizione
o di spiegazione non si sottraeva a un'ipotesi meta­
fisica e si muoveva in un ambito psicologico estraneo
all'analisi logica. .
Non è diverso il caso dell'atomismo di Russell ap­
pena lo si confronta con le impressioni e le idee che
lo scozzese aveva indicato come i contenuti elemen­
tari della mente. Se Hume ne affidava l'individuazione
a un'analisi di tipo psicologico; il filosofo matematico
si portava sulle strutture e sulle proposizioni che rap­
presentano gli eventi in cui si connettono i sensibilio.
Questi sono gli elementi semplici, i dati eU senso che
fanno a meno della sensazione e forniscono il mate­
riale per una costruzione della realtà dove siano tolte
le differenze tra il fisico e il mentale. Il monismo
«neutrale », già delineato in Our Ktzowledge of
External World del 1914, doveva dare una risposta
ai problemi classici della percezione e delle cose che
sono fuori di noi. Esso cercava di recuperare la
ricchezza e la solidità del mondo come viene con­
cepito dal senso comune e df garantire alla ricerca la
libertà negata dall'idealismo di Bradley. Rieccoci
dunque a Hume, che riveva attinto dall'opinione . vol­
JYare . ner sottrarsi ai Tarsi'aiiemmìoi"una"sp '"· erula:
�iOii'(t'iasèìatn'sò1a'''ii"'sè'''""5iess'a�,.Ma"·ar:l!IiònTo · ··fi.i11V:a
IT"e lo st é:ip�ussellslriferiva all'atomismo lo­
gico come a una teoria in grado di adeguare, muo­
vendo dagli ingredienti più semplici, la varietà del­
l'esperienza. Essa assumeva un rilievo metafisica e
ignorava le antinomie emerse nel contesto del
Treatise, quando lo stesso principio dell'immagi­
nazione si scopriva alla radice del ragionamento cau­
sale e della credenza in un mondo esterno.
Il caso Hume si sarebbe riproposto nell'ambiente
un ji?_�]:òfisncatoffi"'OXfora:·r:•analiSH\"èh�e·"'noxr�caéie
"j!eC'.triio<>:ç-chetti -aénametansiCa""véiiiVa·'"'""ùr···r-èferito
� f"
:illo- Sc:iénzi3tòaéua.··riat1lf:t;unaì1:c·"t:-oi1t' i;.; �-r;;.-·c;h:
b1ìg'3tora'disfarst'"ar-·o:, on·rresioù'irpsicol gico e abban-

180
donava l'intento persuasivo per uno argomentativo.
Così molti suoi problemi si rivelavano mal posti.
Hume insiste a distinguere, notava Ryle nei Dilem­
mas, tra le impressioni e le idee e deve tuttavia am­
mettere che le ultime, seppure siano delle copie, non
ci si dànno come imitazioni più di quanto le impres­
sioni non si presentino come dei « modelli » o degli
-<< originari »; c'è indubbiamente una differenza tra
i serpenti visti allo zoo e quelli visti dal dipsomane,
ma l'errore consiste nell'intendere la percezione come
un genere di cui si darebbero due specie, le impres­
sioni e i loro fantasmi, 'mentre è vero che questi non
esistono e che, quando esistessero, sarebbero delle

il
impressioni. Se poi la vivacità fa tutt'uno con . l'inten­
sità, il vizio dell'argomento sta nell'estenderne con­
fronto che è possibile tra le sensazioni alle immagini
o idee: queste non hanno la forza delle prime e non

si vede come per l 'immaginazione un mormorio · o un


bnccano potrebbero differire, se immaginarli significa
soltanto che io credo di sentirli.
Trascuriamo le altre sottigliezze dell'interlocutore
oxoniense. Piuttosto sorprende che egli non presti

� !w.�ci�c�_dal!a �l'Q�.Q6Jl� .!fsti:


attenzione al carattere terap,eutico della sce.e!i hu­
mi ana: ta filo #a _ci
tmsce l uomo alla sua naturalezza. Qui il . confronto
,
tra un 'Rume restioaliét'èiitazTòill metafisiche come
all'arroganza del senso comune e l'analista moderno
diventerebbe interessante. Né è detto che il primo
si facesse più illusioni sull'esito della malattia, su
una salute che non ne conservi una traccia. Piuttosto
l'analista ha partita vinta quando si porta sulle cate­
gorie adoperate da Hume e mostra. come il loro stato
logico sia inadeguato, come esse non sporgono sui
fatti che dovrebbero spiegare. Quine ha ragione di
obiettare all'empirista tradizionale il riduzionismo
che anticipa il principio di verificazione e impone a
un termine, per essere significante, di essere il nome
di un dato sensoriale o un composto di tali nomi o
un'abbreviazione di tale composto; ce l;ha Rcicheri-

181
bach quando scava nella sua impasse e ne mostra
l'incapacità di intendere la conoscenza in termini di
probabilità; ce l'ha anche Von Wright quando os­
serva che Hurne, esposte con chiarezza le . ragioni con­
trarie alla giustificazione dell'induzione, non ne ha
però capito il senso « grammaticale ». Ma la discus­
sione epistemologica non prende interesse peFìl
« pro6lema » fitimlrl'ti'o':"'"to-l�sda-stillò''"sfòndò-;-iion"
.
lo Clmenf:i COn •}(t"'opirucìru'-de"f'c'ò ntemporaneÌ:--non
ro--ségùènéllo-sviliipp<n::telle�riceiché-di'�tifio"':Sto.dco·
o-iìiorale'!""v'àltifige;'"'Vb lfa'"a"'"'\tolfa';"'per'"discufeié!" le"'
tc'Sì'�IénOmeniSiiCFié"'""agg!Or'nare-lacHHea�dell·assio:
ma causale�------ �.-,.��·-·,..··r:.,....._c-n.....wr.�W,_.·--: ·':'"•""'
-r::eobTézioni dei pragmatisti toccavano più da
vicino il dìscorsò�-si.ill'uomo�Es·sct"si"'\iolgevrino ·al.:'
"'
l'atomlSlno psicologico elle� ne"fa"'reboe'"''un'f:lntiisma�e
Ìlç!J...ia...
. vssaev�� liffàvra:··c-omctlaXlscepsi' .avesse··cò�·

rlls�ci�Gtrs���h��:;�\;���;��:��r!�����w�-t���i;}·
_iintè
iC ,··avvertrva�ram:es�ner·Faitéì'fiiF'òl�Psj'Ciiòtoi.i:·
. i!ì�ç,hç."llçg ll,·P.er�ino-,un..,�<�mo. A�
Ntr e@fi't'Q:J§:f:.H&:
���s._!i.P.�,�,9�P -��ti.��i:'!�.s!�mi�;�-nçl.p,�!:l.�i.e.t9.,
a
e ammette so 1 o 1 1 01verso e 1l a1scontmuo. L'emp1nsta
raoicàle""'muove..'fiivecè'aalTàtio""éfielè""«" relazioni fra
le cose, �ongiuntive e disgiuntive, . sono oggetto di
esperienza particolare » e arriva alla conclusione ge­
neralizza ta che le « parti dell'esperienza sono unite
l'una all'altra per mezzo di relazioni che s�no esse
stesse parti di esperienza ». Questa consiste in un
continuum determinato da condizioni biologiche,
avrebbe precisato Dewey, e non c'è bisogno di un'en­
tità misteriosa come il custom per evitare che le
percezioni si risolvano in altrettanti universi separati.
Le qualità specifiche non sono isolabili da una situa­
zione complessa e rappresentano delle distinzioni fun­
zionali, introdotte dall'indagine in un certo campo
con il fine di controllare certi risultati. Ma l'abitu­
dine assolveva davvero , una funzione provvidenziale,
oppure il Treatise, mostrandone le alternative e le

182
lSJ
6. La foì:tuna di Hume pare cosl affidata a una serie
di . ilegaZ"iom. renserve èlèT"fifosofi""émpifisii"':nan·
'Sò"rlò'men6"reticenti di quelle dei più noti avversari.
La matrice psicologica, la conoscenza sperimentale
ridotta a una specie di sènsazione, è all'origine dei
sospetti e il problema che subito ne viene, stimolante
per la rottura di certi schemi, è di sapere quale posto
deve occupare nell'empirismo moderno. O lo si estro­
mette o si allarga la definizione di quest'ultimo, riper­
correndone l'intera vicenda e facendo posto alle

1 84
differenze e ai conflitti. Per tale compito, che rifiuta i
« precorrimeriti » e le genealogie troppo sicure, con­
verrà interrogare gli storici.- Questi non sono degli s tu­
diosi appartati e senza ipotesi, nelle scelte e nei
metodi si portano dietro le varie filosofie, ma dovreb­
bero avere 'dalla loro una m aggiore «leal tà » e cu­
riosità dei testi. È bene dunque che questi accenni alla
critica humiana terminino con loro.
I meriti di Hume erano molti per gli eredi del
posihvisÌno:-Egli""era sta.Tòlt« vero�promòToTe�èlel'
metodoSciemifi"éO""i"pQ}lcatg_�hun9Ek::'C:'ij_lJ� s'[S!f
logiii », conveniva Lechartier nel .suo Davià Hume
•.

moraliste et sociologue. del '900. Ma · ecco l'obiezione:


se l'esperienza . non · vale che�rì:rpassatò;lasi.i"a
eHca-riOii'SI ndurrà a una reg!Sfrilzionedeglf""aftì
rompmh e a un'hrstortquecfeCcostum1iAnéorauna
v'Oit:i;-·np-fCgìo-è�·ir Hffiiie'�si'livano-. · iieuc;�·sc:etHCismo:
'!Gnt-l"aveva conhitaiO-eper.quésto''"oé'Cèirreva
ridurre la tematica humiana all'essenziale, consi­
derarne, nel Treatise più che nelle Enquiries, la
peculiarità gnoseologica.- ��ili.. �i_ggro�.P.....Eella
prospettiva del· _ neogitiq!ìrno,_era. condotto da C�s.:
•. __ _

sìrer.-·QU:indo'"l!Ume 'considera le finzioni dell'io' e


'aèl'..inondo esterno, dopo che la relazione. di' somi­
glianza è scambiata con una identità · assoluta, questa
identità non spetta ogge ttivamente alle s�ngole perce­
zioni e · deve piuttosto· cqnsiderarsi una determina­
zione che noi attribuiamo a esse sulla base del
loro legame nella nostra immaginazione. Come po­
!�� ora , c!?..�. . èJ.!!...Cassirer
. ,_g!:!_ç!2ç:_!l1P.Jìce_!, t<;.�:
.!�.2.?�-���-. P��.S��-•.<?.r11.�çlj�.-�J]o nbbl1.!19'9.�.���-�q�1,1}),
.!�-�,t��- Ja sua passivi!_L�...kt.!!:��t;n_i r.ewn�_Lgi� .. �eY�­
.•..

rappreSèiilazioni? "La sp iegazione che egli ci . élà del­


l'origìnedèl"ccincètto di io presuppone lo stesso con­
cetto in un s ig nifica to che è diverso da quello am­
messo. Cosl l indagine si interrompe proprio là dove
'

dovrebbe cominciare. Hume risolve in rapporti gli


elementi dell'esperienza interna ed esterna e tuttavia
non può intenderne il valore oggettivo perché ha
185
stabilito come criterio dell'obiettività la singola im­
pressione isolata. Poiché l'ipotesi di un ignoto « sog­
getto » delle percezioni non è dimostrabile, anche la
funzione concettuale con cui connettiamo le sensa­
zioni in un'unità necessaria sarà priva di fondamento
sebbene non la consideriamo superflua. Si scorge l'il­
lusione e non la si riesce a distruggere. Ma se Hume
indicava nella spensieratezza l'unico modo di salvarsi,
la sua filosofia dell'esperienza conteneva gli elementi
che avrebbero portato a rovesciare il criterio tradi­
zionale della conoscenza.
Jl.EE�ortf>� ��,!�9::.��.2�!?}1S2 �w<:..���lli
m.$.@3i.�e_!!�!,.�l .�ne -�.J?.a�2V9 �p _Q��ID..:W,!!:,
'Esso s'Imponeva an'Clìeagh StUdiosi d'oltre Mantca,
...

dove si stava sgretolando il mito di Spencer e gli


epigoni positivisti di Hume erano esclusi dalla storia
del pensiero. Ne scrivevano lo Stirling nei· saggi com­
parsi su « Mind » nel 1884 e nel 1885, Kant has not
answered Hume, e, soprattutto, il Green nelle due
introduzioni del '74 a una nuova edizione del Trea­
tise. Non s'usciva, in entrambi, dalla tesi che il cri­
ticis�'ìdè'àTi'Smo tedeschi fo5ser'()"'t50li'1nierprétf
L!... ��!:1f.OX:L 9 ��-�=�:S]l�,�ijmrni ��t�l'ulio'wtriò'-;
strava le chfficolta mcontrate oa IGnt nel mantenere
..

il nesso soggettivo del giudizio d'esperienza che il


concetto intellettivo dovrebbe poi oggettivare, l'altro
si assumeva il « compito tedioso » di denunciare le
inconseguenze a cui era giunto l'empirismo britan­
nico e l'astrazione di una filosofia che aveva inteso
affidarsi al sentimento nelle questioni gnoseologiche e
morali . ..�Ql!$1E.t. .2..S9.��1��)�.E..SE!!1_s_g� l !!���.S,EH!:!
di un nuovo atteggiamento annlitico, i colfé'ies avreb�
Bero'])te56"·'1il'feres5c"i>-èrHurrieTn�'Iòrrìie·non_.aéèa-
2§f.Sli7Cf1ib'é.rf!l[}iihl!:$h1.J1l��liifi.she;··-con'-inter-
ventt particolari su argomenti ·particolari.
. . La priorità -�L-1?!2��_m n.,. ,..c2;12�0!�9o. �v.�'"''�
ms1stere sul conrronto con 1 e pos1z1om a··P-��.!.1 [ock-e e
n�E§l:Y.:�}l,.;'i�P...C?�g-vrsrrifèm.a··rfèllè".Hume:
a. àien
rtii" a propos1to della dottrinn dell'universale e
186
indicava nello scozzese il BJ'grì{naèr del moderno
·;offiìiWismo:-:··"lrgiù'diZìO':erà"cte5mtif''"-'"à'"aiventafé'
pò�ccr�meno-aruri!uogo comune e . " Vìafaceva
foiZa'SùUanovmi"diB:iiffie;""'érìratizzan .
ausiliaria del nome e trascurando il cost .u ·
nativo connesso all'idea particolare che esso
Era questo costume a produrre l'universale
fare della posizione humiana una sorta di conce
lismo psicologico ben lontano, nella sua radica
e nella sua coerenza, dall'intellettualismo degli em­
piristi che l'avevano preceduto. Mancava, come
avrebbe notato Della Volpe nella ·Filosofia dell'espe­
rienza di David Hume del '33, il rilievo a quella
forza e immediatezza del sentire che s'avverte o d­
spunta, quando sia provvisoriamente accantonata,
nell'ispezione dell'esperienza·. Cruciale sarebbe diven­
tata al riguardo la questione delle relations of ideas
c dei matters of fact e l'altra, che le è connessa, dello

statuto delle matematiche. Insistendo sulla loro. dif­


ferenza, cosl come appariva nella prima Enquiry,
non si doveva trascurare che le relazioni ideali, o
ragionamenti sulla quantità, avevano il loro fonda­
mento nell'apparenza immaginativa, copia della sen­
sibile, mentre i secondi si riferivano propriamente
all'esperienza. Altrimenti accadeva al Richter di Der
Skeptizismus in der Pbilosophie tmd sebze Ueberwin­
dtmgm, ed anche al Metz, di fraintendere il carattere
intuitivo che Hume attribuiva alla matematica e di
contestarne la certezza sulla base della sua origine
empirica:
Gi'à in questi anni, tuttavia, la critica humiana
veniva complicandosi per più aspetti. Due saggi di
Kemp Smith, intitolati Tbe Naturalism of Hume,
apparivano su « Mind » nel 1905 e due anni dopo
uno scritto di Schiller, Humism and Humanism, fi.
gurava nei « Proceedings of the Aristotelian Society » ;
:rv1oore pubblicava nel 1909 la sua Hmne's Philosopby
e Thomscn s'addentrava nell'esperienza religiosa con
un contributo che sarebbe stato seguito, tre anni
187
più tardi, dall'opera maggiore David Hume. Seilt Le­
ben und Seine Philosophie. Della _ nuova prospettiva
si faceva interprete il_h�if;Brub.Un
un articolo del
1909 sulla « Revue de M taphysique et de Morale »,
L'orientation de la pettsée. philosophique de David
Hume, in cui s'invitava ad avvicinàre il pensiero hu­
miano nella sua novità e s'insisteva sulla . continuità
del Treatise con la saggisticà'"suècesSivi:""No�"· bisogni"
t'mieunpa�ss'Ci"""òb"61igato'"ììéll;àffermazione dell'idea­
lismo, avrebbe insistito Laing nel suo David Hume
del '32; il suo contributo alla filosofia, precisava la
Maund, non consiste nel portare· le false premesse
dei predecessori alle loro logiche conclusioni. C'erano
nello scozzese dei motivi originali che• lo presenta­
vano volta a volta come un naturalista, un pragma­
tista o un maestro d'analisi e che, comunque, ne
giustificavano la novità nei riguardi degli altri illu­
ministi. Questa novità doveva . essere accertata am­
pliando " lo studio delle fonti e delle letture, cosl da
smentire il giudizio del Grose, uno dei due editori
dei Philosophical Works, che le aveva limitate al
Locke e a Berkeley. In questo senso, oltre i vecchi
schemi, si orientavano le principali monografie, da
quella uscita a Stuttgart del Metz, Hume. Leben tmd
Philosophie, all'altra del Laird, Htmre's Philosophy
of Human Nature, apparsa a Londra nel '36, dagli
Studies in the Philosophy of David Hume di Hendel
ai contributi della Kuypers sul backgrotmd illumi­
nistico · dell'empirismo humiano: scettici come Glan­
vill e controversisti come Huet, moralisti e scien­
ziati, Bayle e Newton entravano nella « nuova scena
del pensiero » e . lo . esponevano a nuove interpreta­
zioni.
Su questa via si metteva anche Kemp Smiili._ e
�-�g���� nella Philosopby of David Httme del 1941,
��.�E!�tL$8!i..sJ!:I.c!i h.l!.l!'.��f.:.,.É.�.IL�!,kJ;!D-�'.:�.
� Iflì,!!,�d2_1Jl1[!�9,.t.�_!iç!.l_9.,.S.�qz����..,.P�t..!,.PH?l?1.<!1J!i
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188
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�genaereoH§:téirdi�eo�tré"�vat���.io�f� e: ch�'
�T.���r�L.P.:&g9;Jl�f?!J����-�qu çl1�,.ç_h_è:J�
gravita assicura al mondo fis1co. Da lm Hume den-
:�-�Y.��:'acc"àìi't'o""aneOsservazionl'sullit"térmlnologia"'fi':
loso.fica e sulle questioni del' tempo e dello spazio,
la sua· scoperta · più importante; ossia l'estensione del
sc:ntimento,._!-.tU...lLdQ. lti mi!.liQ_q�ll_���is�_s�!1.lif
sol:ieCcCz'tone delle matematiche. Ma questa non se
ne stava aa sola, s'urtava · con quella altrettanto rile­
vante di . Newton e di qui ' prendeva avvio un con­
trasto che è ben 'avvertibile nelle sezioni conclusive
del Treatise. Quando prevale Hutcheson, il ragiona­
mento sperimentale s'astiene da ogni riferimento al­
l'io; ma una sua unità pragmatica, un'identité . 'pas­
sionelle per ripetere l'espressione del Leroy, sembra
ricostituirsi appena ci volgiamo alla simpatia, all'in­
superabile vivacità . dell'impressione . che abbiamo · di
noi stessi; Da una parte s'intravede, nei meccanismi
�ssociativi ·cf1e_Rr_ç>d�it.:_ç;l,m�v�7-:Jl:J?f.o'géù9:=-aJ
�O:·nisiéacf'e11a .mente; dall�@ht�hJL�<...m..tmw!glJq�g�w.c;
@èSplicabtle istinto » .sh..u1-li9Uutt!:J��·nos_tre,,opc;­
razlom c1 nporta alla lezione del moralista. Sono
9'ueste "due féiìO�eg.J!iferiifiòìlS�:-.J!Il:§P.fr�:..lf'!�
mran1i';IlonriUscena0sL.n.J.::�ldiite_tt:}_,I_çm?.J,JL.§Jtct
�!:,dam� schiettamente � ....�.!! 52-.
Le tesi di KemP. Smltfi sono state riprese . da
Mossner, l;;utore df �{onclamentaleufè'of''Davtd'
Hwn·é Clle reca la data del '54 e viene dopo ven­
...

t'anni di ricerche d'archivio nelle biblioteche di


Edimburgo e degli Stati Uniti. Documenti, mano­
scritti, lettere, tutto un materiale inedito è passato
al setaccio dello studioso americano che ha evitato il
<< biogra fismo >>: letterario del Greig e ha fatto luce

su aspetti e problemi fin qui sconosciuti. Soprattutto


gli echi dei contemporanei,. l'attacco dei benpensanti,
i rapporti con i philosophes ne sono stati precisati
e ci consentono di seguire meglio lo sviluppo del-
189
l'esperienza humiana. Meno accettabile diventa al­
lora, al cospetto di questi risultati filosofici, la re­
strizione delle discoveries alla definizione della cre­
denza come una « idea vivace in relazione o associata
con un'impressione presente » e all'inclusione in ess:1
di tutte le conoscenze di fatto. Qui Mossner andrebbe
corretto con Mossner e si dovrebbe evitare di far
apparire centrale questa o quella dottrina, scompo­
nendo i vari paragrafi e libri del Treatise, alla ricerca
di un ordine teorico diverso da quello che essi esi­
biscono. La stessa novità del sentire, notava Dal Pra
nel suo tiifme del'"''4r;-nonvaenfàtiZ'Zata, - ma se:.
guita e legata _ all'intcrlocùtOrccartesìàno�dicUìTalorn
seiiThra5u1>1i!è"1'àltérn-atrv·ri''Ytal:l'"prospéttrvrì"""d 1una'
ragioné3Sm·tfa-é�lamanèi:inza-ai-ògnrTagWY1e:"'·�--­
rac:ribhi''cleglr·stUdiOsr-più"'recenti�ha-�porfàì:o alla
..... ...

rinuncia della monografia esauriente. La forma sag­


gistica pare aderire meglio allo spirito di Hume e
soprattutto evita, delimitando gli argomenti, di im­
pegnarsi in un giudizio definitivo. Una certa canonica
storiografia è stata messa in crisi e ne ha guadagnato
la libertà dell'indagine. Questa si è mossa in molte
direzioni e dovremo ·qui solo accennarne ad alcune
con pochi esempi. Sui problemi connessi alla perce-
2ione e al rapporto mind-body, sulla deduzione del­
l'identità personale e del mondo esterno sono tor­
nati i filosofi oxoniensi. Esemplare è il lavoro di
Price, Httme's Theory of Extemal World, dove, tra
le varie questioni, ritorna quella del self e della sua
coerenza con la teoria dell'inferenza induttiva e della
realtà indipendente. L'immaginazione che ho. un ruolo
decisivo in entrambe assomiglia all'io o sembra es­
sere permanente in un senso diverso delle impres­
sioni; un continuo è infatti una serie di particolari ·
numericamente e qualitativamente diversi tra cui
l'immaginazione opera un facile passaggio, sicché la
sua identità può dirsi fittizia o « costruita » ; ma
se è l'immaginazione a effettuare un tale passaggio
non deve essa stessa possedere un'identità che non
1 90
è fittizia e costruita? Forse si può evitare di riam­
mettcre il puro Io che Hume ha respinto, ma allora
il problema va riformulato diversamente. Qui si toc­
cavano, come nel caso delle ricerche di Flew sulla
nozione di credenza, i limiti dell'analitica humiana.
Essi appaiono di natura 1irigùiSficàe--s1-5picgano.
come "CmervavrPa:ssm'nl:'è�nclle-Hi7nìè•s-Jiitèiilions;
con 'lo scarso conto in "Cù'i lo scozzese aveva tenuto
'réti'és1ioiirdr-aroie�·E·'li �éòncedèvà-chct i ·�··robtè!Tir
...,.
re.1.9.,_,_..
at1v1 a11a .-,. . . ·-·- "" ·-·grammatica
g ,-.r.-1.e-· 'fossero
_,J?, ...� persona
1aent1ta "--�•P.�·�·•'F'."·-1"•""
1,
milfo'itorifava-"à cònttappotre-'-le'""d iffiéòltà-linguistt­
�• ••,
, ...... • , .. ..

...

èhe a quelle real["J)iqm''1I15Isogi:io-;qUa"n'"é!OSì-fOSSe


èompletiifit'"l•ésp'erienza storica, di apprestare un
nuovo contesto argomentativo.
Gli echi delle recenti querelles non mancano ne­
gli studi dedicati alle passioni e alla morale. La psi­
cologia del Settecento, avvertiva Preti in Alle origini
aeWética C01tfemporanea;sìp0frebbè-aefinire la de­
scrizione concreta di un ''"'lndiVidiiè):lsfmtto; céirì'··)e
'Sùè faé:él'tà'ben classillciiteèrolfegate'l'una·an'ali:r:i'
..

fiti�àveVa"'"iìCcen'tu ato n-iràiio-sC:ièCìtifièo;-mr­


ra-naooi-moao-incm""SlfoTmanolé-ìdée··-e-·lè.�emo:.
:Zionimor·iilì-errffiii<:i T:iiido-a-qua1unqlie1iit'ento···p-rè­
èeitisiic<>:--- Poiché"" le·--regote·-eticlict·'-riori"' ·dipe'ridono
'dàllif"ragione e le passioni che ci muovono ad agire
corrispondono a stati iletici, ne conseguiva la tesi
accolta oggi da Stevenson e Ayer che il giudizio
morale non è conoscitivo. Le difficoltà restavano
molte, come quella' di dover mettere a base di ogni
valutazione, una volta ridotto o annullato il « posto
della ragione », una forma specifica di sentimento in
corrispondenza uni-univoca, un moral sense primitivo.
Né bastava a sanarla il rilievo che l'immaginazione,
con la teoria dei sentimenti morali « artificiali », as­
sumeva nel processo simpatetico -posto all'origine dei
nostri giudizi d'approvazione.
Sull'incidenza delle passioni nella dottrina del­
la valutazione, sulla necessità di procedere a una loro
classificazione che colmi l'apparente frattura tra
191
-
il secondo e il terzo libro del Treatise', sono . tornati
in molti. Cosl le passioni calme e violente, osservava
Arda! in polemica con la Kydd, dipendono intera­
mente dalla situazione e dagli abiti che noi abbiamo
sviluppato; le prime non sono in nessun caso il so­
stituto della ragione e Hume era ben consapevole
che si trattasse di una distinzione « volgare e spe­
ciosa ». Come si spiega questo divieto posto alla
ragione? L'ultimo che ha cercato di rispondervi è
stato il Broiles in The Mora! Philosophy of David
Hume. L'opera è del '64 e non manca di riferimenti
alle controversie tra rnzionnlisti e sentimentalisti, a
Wollaston e a Clarke da una parte e a Shaftesbury
e a Hutcheson dall'altra. Ma i risultati più stimo­
bnti cominciano là dove egli si oppone alla tesi di
Kemp Smith sulla prevalenza degli interessi morali
nel . giovane Hume e sul peso che nvrebbero eserd­
tnto nella . stesura del suo capo d'opera. Bisogna in­
vece insistere, come aveva fatto Laird, sull'influenza
della scienza newtoniana per dò che riguarda jl con­
cetto di ragione limitato al ·nesso causale. Non si
cnpisce altrimenti perché egli riportnsse l 'azione a
motivi del tutto istintivi e trascurnsse ogni altro con­
testo giustificativo.
Mn è sòprattutto sul merito dell'esperienza reli­
giosa che i critici sono divisi. Ci troveremmo dinanzi
a un vero puzzle se non ci riferissimo alla « santa
alleanza della scienza e della fede » che il Willey
considera uno speciale fenomeno inglese. In La cri­
tique et la religion chez David Hume, che risale al
1930, Lcroy non aveva escluso un'esito mistico dci
Dialogues; ma poi, ripercorsa l'intera vicenda bio­
grafica e speculativa, Kef;llp Smith sarebbe tornato
nell'edizione oxoniens�J)"a'idcntificare Hume
con lo scettico Filone. Proprio suipérsoriaggi;"ossià'
Suiie'iìraSecn re a ·arsposizione dello scozzese, è pro­
seguita una disputa che si è estesa di volta in volta
ai deisti, ai teisti sperimentali, ai liberi pensatori
con le loro complicatissime vicende. Talora, come
192
nel caso degli articoli_. di Mossner, i riferimenti ap­
paiono precisi e consentono di individuare, chiarendo
i rapporti della t teologia anglicana con . la religione
naturale, l'interlocu�ore humiano; . . oppure, come nel
caso del più re·cente Hume, . Newton and. tbe Argu­
ment Design di Hurlbutt, siamo messi dinanzi a de­
gli esatti riscontri tra le dottrine sostenute da Cleante
c gli scritti di Cheyne e di Maclaurin. Ora .lo scru­

polo esegetico non fa che confermarci la novità di


Hume, che s'appoggia ora all'uno e ora all'altro dei
due protagonisti per confutare il deismo e garantire
all'esperienza religiosa la sua naturalezza. Né c'è bi­
sogno · di · forzare questa novità : come fa Deleuze
quando sostiene in Empirisme et sttbjectivité che c'è
un senso in cui il teismo è valido anche per Hume:
basta pèi;tsare negativamente Dio come la. causa delle
leggi associative ed ceco che si . reintrodurrebbe anche
la finalità, pensabile come l'accordo. originario . dei
princìpi della natura umana . con la Natura . stessa.
Ma davvero la finalità ha, nel nostro caso, il valore·
di un postulato o non va riportato a una particolare
esigenza della « fabbrica ·umana »? · L'illuminista · si·
tiene ben stretto alle radici naturali della · religione�
Tanto meno egli ha quei cedimenti mistici che lo do­
vrebbero avvicinare ai teologi esistenzialisti o ai poeti
della disperazione in una sorta . di preambolo roman­
tico.
Facciamo il punto, trascurando le ricerche este­
tiche ferme al Brunet, con Hume scienziato della
politica. Il giudizio di Meinecke, che lo riporta alle
anticipazioni sette'centesche dello storicismo, resiste
bene. Ma il Giarrizzo s'è provato di recente ad ani­
marlo nel suo David Hume politico e storico, dove
l'analisi lega più strettamente riflessioni e interventi
sulla società civile, aderisce a una condizione umana
esposta alle rotture e ai correttivi del cttstom, ac­
certa i pregiudizi e le scoperte. Ne doveva venire, per
l'alleato dell'ordine e della monarchia, un'ambigua
fortuna tra i restauratori dell'antico regime e qui
193
vale la pena affidarsi al David Hume-Prophet of Coutt­
ter-Revolution del Bongie. Esso ci stimola a veder
meglio il vecchio e il nuovo che s'urtavano nell'atteg­
giamento dello scozzese, a chiarirne la cifra politica
in rapporto alle rapide trasformazioni e all'avanzata
dei nuovi ceti. Un approccio « sociologico » alle opere
humiane potrebbe insomma affiancare, senza svisarne
l'apporto teoretico, quello che da tempo s'è imposto
in rapporto alle fonti e alle letture scientifiche.
Hume non � P.�ì;.2l p e ?.��!��;..!�!!!�!! 9.SÈ.e -�.�.9,g_�
_
con"'"'tasol�ritica dell'assioma causale, al rtcordo
aer-filOs'Oll."Isuonnàésmsr·sono'"'moitìpiféiiiC.�ì�C:he'
sè-egWnòri...mos tra'····ei''"Iofétuìla"''ìi'rticola:re· -deferén�;·
e'Q"Inè'i"iè'�·s-p-èssoT.arP-Ciiarlcr.,...�à'gOiiìs"il'-dèlla·· Ci-iié'
pyrrhòìiiénné"noh...,.glieraiio ignoti e Popkin ne ha
fatto un prezioso inventario. S'è cosl accumulato un
notevole materiale, ,gs>co resta da sco�e e le sor-
P.!�Je�}?;e.rr�Q!l9,..��[1W���{(è.:,u':!oy��-�iJleJqpJ�:g"t41:.
'"
turahsuche. Ma se anche per gli storici non è mai
·tempo-·'drbilanci, forse sarebbe bene chiederci il si-

�����ue1ra��i�]�P���=
�r����;������������
!!__
ruolo Èt�..J.C��sJ... �..J�:,t!!�ggi��.e.!1!9""�h�""Q J�� P.
messo a prova. L empmsta non VI trova una scienza
9�PP.9JLe�illJf.:. �w @.��.I] iL0:�� �t� [i .E�;
� � J �
m!..n�CJ!.�.l!-l]!!§.!.l_t.�.�.! J......�!J.. a._prass.�.�e .,.s!J� a....stç,r�a.., . �- gU
.uomim.
BIBLIOGRAFIA
I. OPERE DI CARA'ITERE BIBLIOGRAFICO.

Ueberweg F., Grtmdriss der Geschichte der Philosophie,


Berlin 192412, pp. 692-4.
Metz R., · ·Bibliographie der Hume-Literatur, in « Li­
terarische Berichte aus dem Gebiete der Philosophie »,
nn. 15-16, 1927. ·
Jessop T. E., A Bibliography of David Ht1me and of
Scottish Philosophy from Hutcbcson to Lord Balfotir,
London 1938. · .
Mòssner E. C., Humc' s « Four Dissertations >>, an Essay
in Biography and BibliogFaphy, in << Modern Philo-
.
logy », XLIII, 1950, p"p. 37-57.
Lameere ]., Notes bibliographiques, . in « Revue Inter­
nationale de · Philosophie », · VI, 1952, pp. 250-3.
Mossner E. C., The Life of David Httme, Edinburgh
1954, pp. 625-40.
Matczak S. A., A Sclect and Classified Bibliography of
David Humc, in « The Modern Schoolman », XLII,
1964, pp. 70-81.
. . . . .

Ronchetti E., . Bibliografia humiana dal 1937 a/ ' 1967, in


« Rivista critica di storia · della filosofia », XXII, 1967,
.
pp. 495-520:
.

II. EDIZIONI DELLE OPERE IN LINGUA ORIGINALE

Per le pi-imc edizi� ni dcllè opere humiane occorre ri­


ferirsi · alla "citata · Bibliography del Jcssop, pp. 5-42. Un�
storia delle stesse è tracciata da T. H. Grosc come · pre­
messa · al " tcrzo volume dei Philosophical Works of David
Hmue, da lui curati con T. H. Grecn, London 1 874-5

197
( III, pp. 15-86 ). Questa edizione, che resta a tutt'oggi
la più importante, è in quattro volumi; i primi due,
rispettivamente di pp. VIII-556 e VIII-472 contengono
il Treatise e i Dialogues, gli altri, di pp. XIII-594 e di
pp. VIII-470, gli Essays Mora/, Politica!, and Literary. ,

Ristampe dei primi due volumi si sono avute nel 1875,


1878, 1882, 1886, 1898, 1909 e di recente nel 1964
dall'ed. Scientia, Aalcn; del terzo c del quarto le stesse
risalgono al 1882, 1889, 1898, 1907, 1912 c ancora al
1964. Qui di seguito ci riferiamo, aggiornandole agli
ultimi anni, alle principali edizioni del Treatise escluse
dalle varie collezioni:

A Treatise of Huma11 Nature: · Beiltg an Attempt to


Introduce the Experimemal Method of Reasoni11g into
Moral Subiects, vol. I : 0/ the Understanding e vol. II:
Of the Passio11s, John Noon, London . 1739.
" Idem, vol. III: Of Morals, Thomas Longman, London
1740.
Idem, nuova cdiz. Allman, London 1817.
Idem, edito con un indice analitico da L. A. Selby-Bigge,
Oxford 1888 ( ristampato nel 1897, 1917, 1928, 1941,
1946, 1949, 1951, 1958, 1960).
Idem, con una introd. di A. D. Lindsay, London 1 9 1 1
(ristampato nel 1923, 1926, 1928).
Idem, Libro l, ediz. e introd. a cura di D. G. C. Macnabb,
London 1962.

Il compendio del !reatise fu pubblicato, anonimo, nel


1750 a Londra per l'editore Borbet con il titolo A11
Abstract of a Book lately Published; entituled A Trea­
tise of Human Nature etc. whereilz the Chief Argument
of that Book is farther Illustrated and Explained. J. M.
Keynes e P. Sraffa hanrio riprodotto in una nuova edi­
zione lo scritto del 1740 e l'hanno attribuito a Hume.
Essa reca il titolo Att Abstract of Human Nature, etc.,
Cambridge 1938.

Degli Essays Mora( and Politica/, il cui sommario viene


esposto nella bibliografia di Jessop, vengono riportate
le prime edizioni. Per quelle successive al 1748 ci si
riferisce agli Essays and Treatises, di cui più avarti:

198
Essays Moral and Politica!, stampati da R. Fleming' e
A. Alison per A. Kincaid, Edinburgh 1742 (l'opera
è annunciata nel <( Gentleman' Magazine » del marzo
1742, vol. XII, p. 168).
Idem, II ediz. corretta, A. Kincaid, Edinburgh 1742.
Idem, vol. II, stampato da R. FJeming e A. AIJson per
A. Kincaid, Edinburgh 1742.
Thrcc Essays Moral and Politica!: never before published,
voll. 2, stampati per A. Millar, London e per A. Kin­
caid, Edinburgh 1748.
Essays Moral and Politica!, III ediz. con aggiunte e cor­
rezioni, stampati per A. Millar, London e per A. Kin­
caid, Edinburgh . 1748.

I Philosophical Essays concerning Human Understad­


ing dovevano, nell'edizione del 1758 degli Essays and
Treatises più avanti riportati, mutare il titolo in quello
di An Enquiry concerning Huma11 Understandi11g. Ec­
cone, nel periodo precedente, le edizioni:

Philosophical Essays conceming ' H11man Understanding,


A. Millar, London 1748.
Idem, II ediz. con aggiunte e correzioni, A. Millar,
London 1750.
Idem, II ediz. con aggiunte e correzioni, M. Cooper,
London 1751.

L'Enquiry concerning the Principles of Morals, edita


dal Millar nel 1751, torna a figurare con l'altra Enquiry
negli Essays and Treatises on Severa! Subjects, di cui
riportiamo le edizioni secondo l'indicazi�ne di Grose:

Essays and Treatises on Severa! Subjects, voll. 4, A. Mil­


lar, London: A. Kincaid, Edinburgh 1753-4.
Idem, nuova ediz. A. Millar, London: A. Kincaid e
A. Donaldson, Edinburgh 1758.
Idem, voll. 4, A. Millar, London: A. Kincaid e A. Do­
naldson, Edinburgh 1760.
Idem, vòll. 2, A. Millar, London: A. Kincaid e A. Do­
naldson, Edinburgh 1764.
Idem, voll. 2, A. Millar, London: A. Kincaid e J. Bell,
Edinburgh 1768.

199
Idem, voli. 4, T. Cadell, London: A. Kincaid e A. Do-
naldson, Edinburgh 1770. · ·
Idem, voli. 2, T. Cadell, London: A. Donaldson e w:
Crccch, Edinburgh 1777.

Delle edizioni successive delle due Enquiries, collezioni


escluse, segnaliamo:
A11 Enquiry conceming Human Understanding and · En­
quiry conceming the Principles of Morals, ediz; con
introduzione e un indice m1alitico di L. A. Selby-Bigge, .
Oxford 1814 (II ediz. 1902, rist. 1927).
·

Hume's Essays. I. An Enquiry concernbzg Human Un­


dersla11ding. II. An Enquiry concerning the Principles
of Morals, a cura di C. T. Goham, London 1906> .
An Inquiry co1zcerning Human · Understanding;· ediz. di
·

C. W. · Hendel, New York ' 1955. .


Idein, ediz. e introd. di R. Kirk, Chicago 1956.
An Inquiry concerning the Principles of Morals e A Dia­
logue, cdiz. e introd.
' di C. W. Hendel, New York
·1957.
A1z Jnquiry concerning Human Understanding, a cura di
A. Sesonske c R N. · Fleming, San Francisc� 1965.

I -Politica! Discourses, annunciati · nel febbraio 1752 in


« Gentleman's Magazine >> (vol. XXII, p. 94), furono
stampati da R. Fleming per A. Donaldson a Edimburgo
nel 1752. Per -l'indicazione del contenuto . e · altre no­
tizie, si veda Jessop, op: · cit., p. 2J.· La seconda edizione;
per gli stessi editori, è. _del 1752; la terza, con aggiunte c
correzioni; è stamp:ita :i Edimburgo nel 1754 da Sands,
Murmy e Cochran per Kincaid e Donaldson; per le suc­
cessive occorre riferirsi ai citati Essays and Treatises. Delle
edizioni più recenti citiamo: ·

Hume' s Politica! Discourses, ediz. e introd. · Beli Ro-


bcrtson, London 1908.
·

. . :di -F. Watkins,


Hume D.: Theory of Politics, a cura
·.
Edinburgh 1951 . .
Politica! Essays, a cura di C. W.. Hendel, New York
1953.

I volumi della History of Great Britain apparvero, con

200
i titoli qui indicati, nel seguente · ordine: nov. 1754,
vol. 1: Containing tbc Rcigns of ]ames i and Ghar/es I,
stampato da Hamilton, Balfour e Neill, Edlnburgh; 1757,
vol. IJ: Containing tbe Commonwealth and the Reig11
of Charles II a11d ]ames II, Millar, London; . 1759, Tbe
History of England tmder tbe House of Tudor, voli. 2,
lvlillar, London; 1762, Tbc History of England, fronr
tbe Invasion of ]ulius Caesar to tbc Accession of Henry
VII, voli. 2, Millar, London.

Delle edizioni successive segnaliamo:


Tbc History of England from the Invasion . of ]ulius
Cacsar to tbe ·Revolution in 1688, voli. 6,. nuova ediz.
corretta, Millar, · London 1762.
Idem, volL 8, nuova ediz. corretta, Millar, London 1763.
Idem, voll. 8; Cadell, London 1770.
Idem, voli. 8, Dublin 1772.
Idem, voli. 8, London 1773.
Idem, nuova ediz. con le correzioni e i miglioramenti
dell'autore, Cadei!, London 1778.
lnnumeri le edizioni successive a quelle del 1778 per
cui si rimarida a · Jessop, op. ci t., pp. 27-33.
Annunciate nel « Gentleman' s Mag. )� del febbraio
1757 (vol. XXVII, p. 94) le Four Dissertations (l The
Natura/ History of Religion, II 0/ tbe Passions, III
Of Tragedy, IV 0/ tbe Standard of Toste) furono edite
nello stesso anno a Londra dal Millar.
Esse furono ripubblicate nell'edizione del 1758 degli
Essays and Treatises. Una delle edizioni più recenti della
Natura/ History of Religion è quella di H. E. Rot, St:m­
ford 1957. I due saggi 0/ Suicide e 0/ the Immorta­
lity of the Soul, stampati arionimi nel '77, apparvero a
Londra, per i tipi . di M. Smith, nel 1783: una nuova
edizione, presso G. Kearsley, nel 1789.
La prima edizione dei Dialogues concerning Natura/
Religìon, di cui dette breve notizia il « Gentleman' s
Mag. )>, nell'ottobre (vol. XLIX, pp. 507 sgg.), è quella
londinese del 1779. Nello stesso anno ne segul una
seconda: cfr. Jessop, op. cit., pp. 40-1. Delle edizioni
successive si segnalano:
201
Dialogues on Natura/ Religion, III ediz., London 1804.
Idem, con una introd. di Bruce M' Ewen, Edinburgh­
London 1907.
Dialogues conceming Natura/ Religion, ediz. e introd.
di N. Kemp Smith, Oxford 1935 (il testo, condotto
sui manoscritti di Edimburgo, riporta i passaggi omessi
e le· correzioni autografe; una seconda edizione è ap­
parsa nel 1947).
Idem, in The English Phi/osophers /rom Baco to Mill,
ed. E. A. Burtt, New York 1939, pp. 690-764.
Idem, a cura di H. D. Aiken, New York 1948.
Idem, in Foundations of \Vestem Thought: Six Major
Philosophers, ed. di J. G. Clapp, M. Philipson e·
H. M. Rosenthal, New York 1962.
L'autobiografia, di cui alla Bibliography di Jessop a
p. 39, fu edita a Londra da W. Strahan e T. Cadell
nel 1777. Ancora al Jessop si rimanda per l'epistol:J.rio
humiano di cui si indicano qui di seguito le raccolte
più importanti:
Burton J. H., Life and Correspondence of David Hume,
voli. 2, Edinburgh 1846.
Hill G. B., Letters of David Hume to William Strahan,
Oxford 1888.
Greig J. Y. T., The Letters of David Hume, voli. . 2,
Oxford 1932.
Klibansky R. e Mossner E. C., New Letters of David
Hume, London 1954.

Le ultime ricerche hanno inoltre condotto alla sco­


perta di un materiale inedito o non attribuito a Hume.
Citiamo:
\'<lasserman E. P., Unedited Letters by Sterne, Hume and
Rousseau, in « Modero Language Notes », LXVI, 1951,
pp. 73-80.
Hunter G., David Hume: Some Unpublished Letters,
in « Tc."as Studies in Literature and Language », II,
1960, pp. 127-50.
Mossner E. C. e Price J. V., A Letter /rom a Glent/ema11
to bis Friend i11 Edinburgh, Edinburgh 1967 (il testo,
qui ascritto a Hume, comparve anonimo nel 1745).

202
Vanno ancora ricordati, a cura del Mossner, l'edizione
di uno scritto che figura nei manoscritti della Royal So­
ciety di Edimburgo con il titolo David Hume' s « An
Historical Essay on Chivalry a1zd Modern Honour », in
« Modcrn Philology », XLV, 1947, pp. 54-60 e quella

degli importantissimi Hume' s Early Memoranda (1729-


1 740) . The Complete Text, che appare in <( Journal of
the History of Ideas », X, 1948, pp. 492-518,

I I I . TRADUZIONI DELLE OPERE IN LINGUA ITALIANA

Raggruppiamo le varie traduzioni, complete o parziali,


con riferimento ad a) il Treatise e le Enqttiries e b) i
saggi morali e politici, gli scritti religi!)si, i lavori storici.
In c) figurano le antologie.
a) Treatise ed Enquiries:

Saggi filosofici" sull'intelletto umano, trad. di G. B. Griggi,


voli. 2, Pavia 1820.
Ricerche sull'intelletto umano e sui princìpi della morale,
trad. di G. Prezzolini, Bari 1910, 19272•
Trattato sull'intelligenza umana, trad. e note di A. Car­
lini, Bari 1926.
La conoscenza e la morale, passi scelti a cura' di F. Al-
beggiani, Milano 1935.
Ricerca intorno ai princìpi della morale, passi scelti e
trad. con introd. e note a cura di R. Campanini, To­
rino 1935.
Ricerche sull'intelletto umano, trad. parziale, introd. c
note di A. Maros dell'Oro, Padova 1941.
Estratto del Trattato della natura umana, testo ingl. con
prcf. e introd. di L. Gui, Padova " 1942.
Il Trattato della natura umana riassunto dall'Autore,
trad. di A. Baratono in Hume e l'illuminismo inglese,
Milano 1943, pp. 243-63.
Ricerche sull'intelletto umano, ediz. a cura di N. Can­
taro, Verona 1946.
Compendio del Trattato sulla natura umana, trad. e in-
trod. di A. Carlini, Bari 1948. .
Ricerca sull'intelletto umano, sez. XII, in « Cultura c
realtà », 1950, pp. 1 16-29.

203
Trattato sulle passioni, trad. introd. e note di ·M. Dal
Pra al II libro del Treatise, Torino 19572•
Ricerche sull'intelletto umano e · sui
rale, a cura di M. Dal Pra, Bari l
A��· della mo-
·

Trattato sull'itttelligenza umana, trad. di ' rlini e


introd. di A. Santucci,· Bari 1967.
Estratto del Trattato sulla natma umana con a 'gl
Lettera ad u11 amico · in Edimburgo, a cura di .l\'.1
Pra, Dari 1968.
b) Saggi morali, scritti religiosi, lavori storici:

Saggi politici sopra il commercio, trad. di M. Dandolo,


Parmà 1798.
Storia d'Inghilterra, . trad. di Clerichetti, Pavia 1825-7.
Della popolazione delle antiche nazioni, in « Biblioteca
di storia ed economia » diretta da V. Pareto, vol. IV,
1909.
Storia della religione e Saggio sul suicidio, trad. c prcf.
di U. Forti, Dari 1928 (nuova ediz., rivista da P. Ca­
sini: Dari 1970).
Saggi morali, letterari c autobiografia, trad, di U. Forti,
Dari 1930 (vi figurano i saggi morali l, X, XI, XIII,
XV, XVII e i saggi letterari XIII, XIX, XXII, XXIIl
nonché « Un di:llogo » ).
La regola del gusto, trad. e introd. a cura di G. Preti,
Milano 1946 (nuova edizione: Bari 1967).
Dialoghi sulla religione naturale, trad. di M. Dal Pra,
Milano 1947 (nuova edizione: Bari 1963).
La norma del gusto, trad., introd. e note di P. A. Piérola,
Tucuman 1949.
Storia naturale della religione, trad. di S. D'Angelo,
Milano '1950.
Storia naturale della religione, trad. di I. Cappiello e in­
trod. di A. Sabetti, Firenze 1968.
c) Antologie:
David Hmne, scelta dalle principali opere a cura di
M. M. Rossi, in L'estetica dell'empirismo inglese, Mi-
lano 1943. · ·

David Hume, antologi:t sistematica a cura di F. Costa,


Palermo 1946.

204
La. natura umana, antologia sistematica con introd., trad.
e note di M. Dal Pra, Firenze 1949 (nuova edizione·:
Firenze 1965 ). . - . ··
-
. . ·

Antologia_ degli scritti politici; a cur a di . G. Giarri:i:zo,


Bologna 1961. .
Il pensiero di David Hume, a·ntologia degli scritti a
cura di A.· Santucci; Torino 1969.
.,
'
David Ht��ne, scelta dalle principali opere per la trad;: e
con una introd. di A. Santucci nella Grande Antologia
Filosofica, Milano 1968, vol. XIII, pp. 805-987 ..

..
IV. TRADUZIONI IN LINGUA STRANIERA

Sulle prime versioni in francese delle opere humiane


si sofferma l'Appendice : A delle Letters, ed. Greig, II,
pp. -343-7, a cui . ci riferiamo nella nostra Storia della
critica, e inoltre il Jessop, op. cit., pp. 5 sgg. Delle suc­
cessive citiamo:
Psychologie de Hume. Traiié de la nature humaine (livre
I ou de l'entendement), tr. di Cb. Renouvier e _F.
Pillon, Paris 1878.
Essais philosophiques sur l'entendement, trad. di Mérian
corretta con una introd. di F. Pillon, Paris 1878 . .
Oeuvres philosophiques choisies de D. Huine, trad. di
M. David, voll. 2, Paris 1912. . . ,, . .. :
Traité de la nature humaine, trad. c note di A." Lerciy,
voli. 2, Paris 1946.
EnquCie sttr l'entendement humain, trad. e pref. di
A . . Leroy, Paris 1947. ._ _

Enquéte sur !es principes · de la morale, trad. e pref. di


A. Leroy, Paris 1948. ·
Dialogues sur la religion nature/le, ed. C. Rousset, Paris
1964.
Délle traduzioni fn lingua tedesca, per le quali ri­
mandiamo a Jessop, ci limitiamo a segnalare:
Herrn David Hume, Esq. Verm_iscbte Scbriften, voli. · 4,
Hamburg-Leipzig 1754·6.
Vier Abhandlungen, trad. attribuita a F. G. Resewitz,
Quedlinburg 1755. ·
·Geschichte von Eng,land, voli. . 4, Breslau und Leipzig
1767-71.
205
Gespriiche uber naturliche Religion, trad. di K. G. Schrei­
. ter, Leipzig 1781.
Ueber die menschliche Natur. Aus dem Englischen nebst
kritischen Versuchen zur Beurtheilung dieses Werks
von L. H. Jacobi, voli. 3, Halle 1790-2.
Untersuchtmg uber de1z menschlichen Verstand, tr. di
M. W. G. Tennemann, Jena 1793.
Politische Versuche vo1z David Hume, trad. di J. Kraus,
Koenigsberg 1800.
Traktat iiber die menschliche Natur. I Teil, trad. di
E. Kottgen, Hamburg und Liepzig 1895, 19234•
Idem, II Teil, Hamburg und Leipzig 1906, 19234•
Die Naturgeschichte der Religion, a cura di A. ]. Sus­
snitzki, Frankfurt a. M. 191 1 .
Eine Untersuchung uber den menschlichen Verstand, trad.
R. Eisler, Leipzig 1912 (rist. 1951).
Untersuchung uber die Prinzipien der Moral, trad. di
C. Winckler, Hamburg 1921 (è stato ristampato nel
1955).
Untersuchung iiber den menschlicben Verstand, rist. della
trad. · di Richter del 1907, Leipzig 1961.
Le traduzioni degli scritti humiani in altra lingua
sono numerose c si sono infittite negli ultimi anni (cfr.
Ronchetti, Bibliografia humiana cit., pp. 495-500). Qui
di seguito ne vengono indicate le più recenti e signi­
ficative:
Investigaci6n sobre entendimiento humano, trad. di J. A.
V:isqucz, Buenos Aires 1939.
Ditilogos sobre religi6n natura/, trad. di E. O' Gorman
e introd. di E. Nicol, México 1942.
Investigaci61Z sobre la moral, trad. di J. A. V:isquez,
Buenos Aires 1945.
Badania dotyc:;:ace vozumu ludzkiego, trad. della Enquiry
concerning Human Understanding a cura di J. Luka­
siewicz c K. Twardovski, Krak6v 1947.
Ensayos politicos, trad. di E. D. Ticrno Galv:in, Madrid
1955.
Dialogi o rcligii naturalnej, Natttralna historia rcligii,
Wraz z dodatkami, trad. e introd. di A. Hochfcldowa
dei Dialogues e della Natura/ HistorJ• of Religion, del
saggio 0/ Suicide e della lettera di A. Smith a W.
Strahan, Warszawa 1962.
206
Traktat o naturze ludskie;, trad. di Cz. Znamierowski,
Warszawa 1963.

V. STUDI CRITICI

l. Studi generali.

Ci si muove dagli ultimi decenni del secolo scorso.


Per la letteratuça critica precedente, ricchissima di note
e di polemiche, sono da vedere Jessop, op. cit., pp. 43
sgg. e Mossner, The Life of David Hmne, cit., pp. 629-36.
Jodl F., Lebe11 und Philosophie D. Humes, Halle 1872.
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Swain C. W., Hama�m and the Philosophy o/ David
Hume, in « Journal of the History òf Philosophy »,
v. 1967, pp. 343-51.
Raphael D. D., Adam Smith and « The Infection of
David flume's Society ,>, in <( Journal ·o f the History
of Ideas )>, XXX, 1969, pp. 225-48.
·

Sul « caso '> Rousseau sono da vedere:


Schinz A., La querelle Rotmeau-Hmne, in « Ann. de
la Société J.-J. Rousseau », XVII, 1926, pp. 13-51.
People M. H., La querelle Rormeau-Hume, in « Ann.
de la Société J.-J. Rousseau », XVIII, 1927, pp. 1-33 1.
Ebert H., ].-]. Rousseau tmd Hume, Wiirzburg 1936.
Roddier H., La querelle Rousseau-Hume, in <( Revue de
Littérature comparée », XVIII, 1938, pp. 452-77.
Guillemin H., <( Celte affaire infernale ,>, l'affaire ].-].
Rousseau - P. Hume 1 766, Paris 1942.
Meyer P. H., The Manuscript of Hume's Account ol His
Dispute with Rousseau, in <( Comparative Literature »,
IV, 1952, pp. 341-50.
Per le ultime questioni storiche e filologiche si segna­
lano infine:
Hoernlé R. F. A., A .Misprint in Certain Editions of
Hume's Enquiry Concerning the Principles of Morals,
in « Mind ,>, XLVIII, 1939, p. 270.
Mossner E. C., A Ms _Fragment of Hume's Treatise,
1 740, in « Notes and Queries », 1949, pp. 520-2.

8. Santucci 225
Jessop T. E., Some Misunderstandings of Hume, in « Rc­
vue Intcrnationale de Philosophie », VI, 1952, pp. 155-
167.
Lafleur L. J., A Footnote on Descartes and Hume, in
« The Journal of Philosophy », IL, 1952, pp. 780-3.
Wicncr P. P., Did Hume Ever Read Berkeley?, in « Thc­
Journal of Philosophy », LVI, 1959, pp. 533-35.
Popkin R. H., Did Hume Ever Read Berkeley?, in « The
Journal of Philosophy », LVI, 1959, pp. 535-45.
Mossner E. C., Did Hume Ever Read Berkeley? A Reion­
der to Professar Popkin, in « The Journal of Philo­
. sophy », LVI, 1959, pp. 992-5.
Flew A., Did Hume Ever Read Berkeley?, in « The Jour­
nal of Philosophy », LVIII, 1961, pp. 50-1.
Popkin R. H., So Hume Did Read Berkeley, in « The·
Journal of Philosophy », LXI, 1964, pp. 773-8.
Santucci A., Problemi e orientamenti della critica humia­
na, in « Rivista critica di storia della filosofia », XX,.
1965, pp. 313-35.
Murphy J. S., Hume's Analogies bt Treatise I and the
Commentators, in « The Journal of the History of
Philosophy », IV, 1966, pp. 155-9.
INDICE
DAVID HUME

l. « La nuova scena del pensiero » 7


II. Conoscenza certa e conoscenza probabile 20
III. Le lezioni scettiche 59
IV. La dottrina delle passioni e il naturalismo etico 72
V. Gli Essays e le Enquiries 98
VI. Società e Stato 118
VII. II « filosofo cauto » e l a religione 134
Cronologia della vita c delle opere 159
Storia della critica i63

BIDLIOGRAFIA
I. Opere di carattere bibliografico 197
II. Edizioni delle opere in lingua originale 197
III. Traduzioni delle opere· in lingua italiana 203
IV. Traduzioni in lingua straniera 205
V. Studi critici 207