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BREVE PRESENTAZIONE DEI DIALETTI D’ITALIA

Elena PÎRVU

1. Dal punto di vista linguistico, l’Italia è notevolmente differenziata al suo


interno: oltre all’italiano, lingua nazionale almeno dal XVI secolo, sono presenti –
e con diverso grado di vitalità – numerose altre varietà linguistiche per le quali
comunemente si adopera il termine dialetto. Ma questa parola, dal significato
ambiguo, non sempre è accettata dai parlanti, perché è ritenuta di valore inferiore
rispetto a lingua e spesso associata a stereotipi negativi.
Il termine dialetto è un cultismo nella tradizione linguistica italiana; le sue
remote origini risalgono al greco diálektos che significa dapprima ‘colloquio,
conversazione’ poi anche ‘lingua’, ‘lingua di un determinato popolo’. Passato al
latino, nelle forme dialectos (alla greca) o dialectus, il vocabolo indica ‘parlata
locale assunta a importanza letteraria’ (Marcato 2002: 13).
La prima attestazione del termine dialetto nel significato attuale, cioè di
parlata diffusa in un territorio ristretto e in contrapposizione all’italiano (ossia al
toscano), appartiene al letterato Anton Maria Salvini e risale al 1724: “I vostri natii
dialetti vi costituiscono cittadini delle sole vostre città; il dialetto toscano appreso
da voi, ricevuto, abbracciato, vi fa cittadini d’Italia” (Cortelazzo 1969: 13).
La prima classificazione dell’Italia dialettale è stata fatta da Dante nel suo
trattato di retorica sull’arte del dire in volgare, composto in latino intorno al 1303-
1304, il De vulgari eloquentia. La classificazione dantesca si avvale di un criterio
geografico:

“Dico per prima cosa che l’Italia è divisa in due parti, la destra e la
sinistra. Se qualcuno chiede quale sia la linea di divisione, rispondo brevemente
che è la catena dell’Appennino. Infatti, come la cima di una grondaia fa
scendere di qua e di là le acque per diversi condotti, l’Appennino sgocciola di
qua e di là per lunghi condotti verso i contrapposti litorali […] La parte destra
va verso il mare Tirreno, la sinistra finisce nell’Adriatico.
Le regioni di destra sono la Puglia (ma non tutta), Roma, il Ducato di
Spoleto, la Toscana e la Marca di Genova. Le regioni di sinistra sono una parte
della Puglia, la Marca di Ancona, la Romagna, la Lombardia, la Marca di
Treviso con Venezia. Il Friuli e l’Istria non possono appartenere se non all’Italia
di sinistra. Le isole del mar Tirreno, cioè la Sardegna e la Sicilia, appartengono
all’Italia di destra, o meglio vanno associate alla parte destra d’Italia. Le lingue
degli uomini variano in ciascuna di queste due parti, e nelle loro appendici: così
la lingua dei Siciliani è diversa dagli Apuli, quella degli Apuli dai Romani,
quella dei Romani dagli abitanti di Spoleto, quella di costoro dai Toscani, quella
dei Toscani dai Genovesi, quella dei Genovesi dai Sardi; e così la lingua dei
Calabri è diversa dagli Anconitani, e quella di costoro è diversa dai Romagnoli,
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quella dei Romagnoli è diversa dai Lombardi, quella dei Lombardi dai
Trevigiani e dai Veneti, quella di costoro è diversa dagli abitanti di Aquileia, e
quella di questi ultimi dagli Istriani. Credo che nessun italiano la pensi
diversamente su questo argomento.
Dunque la sola Italia presenta una varietà di almeno quattordici volgari.
Questi volgari, inoltre, contengono tutti delle differenziazioni interne, come ad
esempio in Toscana, i Senesi e gli Aretini, in Lombardia i Ferraresi ed i Piacentini.
Senza contare che qualche variazione di linguaggio può essere colta in una
medesima città […]. Pertanto, se volessimo calcolare le varietà del volgare d’Italia,
le principali, le secondarie, e quelle gerarchicamente ancora minori, persino in
questo piccolissimo angolo di mondo, si arriverebbe alle mille varietà di parlato, ed
anche oltre” (Dante 1990: 39-41).

2. Per diversi secoli in Italia la parlata nettamente prevalente è il dialetto. Per


quanto riguarda l’italiano, fissato sulla base del toscano, anzi del fiorentino scritto
trecentesco, dai grammatici del XVI secolo, questa è una lingua che si legge, si
scrive, si studia a scuola, ma è parlata da un numero limitato di persone almeno
fino alla seconda metà del XIX secolo. A partire dall’Unità d’Italia (1861, poi 1870
con Roma capitale) si accelera il processo di diffusione dell’italiano avviato da
tempo anche a livello di lingua parlata, non senza i contatti e le interferenze con i
vari dialetti che si usano facilmente quando la competenza della lingua è scarsa e si
padroneggia meglio il dialetto.
La diffusione della lingua nazionale è favorita da circostanze diverse:
l’unificazione nazionale con il suo apparato burocratico, la scuola, i mezzi di
comunicazione, l’urbanizzazione.
Più si espande l’italiano meno si usano i dialetti, ma ciò non significa che i
dialetti stiano scomparendo. “Benché di questi tempi vi sia un progressivo calo nel
numero dei parlanti dialetto, mentre aumentano coloro che preferiscono usare solo
l’italiano, le statistiche informano che i dialetti sono adoperati o conosciuti ancora
da buona parte della popolazione che spesso alterna, e mescola, nell’uso quotidiano
italiano e dialetto. La conservazione è maggiore in regioni come il Veneto e la
Sicilia, ma in generale è maggiore al Sud che al Nord; a Bologna il dialetto è assai
vitale rispetto ad altre grandi città del Nord, tendenzialmente i piccoli centri sono
più conservativi di quelli grandi” (Marcato 2002: 18).

3. Dopo Dante, che aveva classificato i volgari secondo il criterio


geografico, tenendo come riferimento l’Appennino, nuove proposte di
classificazione dei dialetti appaiono nel XIX secolo. Nella seconda metà del XIX
secolo il tema della classificazione dei dialetti viene ripreso specialmente per opera
di Graziadio Isaia Ascoli, seguito poi da studiosi come Clemente Merlo e Giovan
Battista Pellegrini.
Nella maggior parte delle classificazioni vale il principio (che si deve
sostanzialmente all’Ascoli) del rapporto con il latino, ovvero un criterio
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“genealogico”, cioè una valutazione della maggiore o minore distanza dei diversi
dialetti dalla lingua dalla quale, per l’appunto, sono derivati (Marcato 2002: 162).
Nello studio L’Italia dialettale, pubblicato in “Archivio Glottologico
Italiano”, nr. 8, 1882: 98-128, Graziadio Isaia Ascoli propone uno schema che
comprende quattro gruppi:
– gruppo A: dialetti franco-provenzali, dialetti ladini (cioè dialetti
considerati appartenenti a sistemi neolatini estranei all’Italia);
– gruppo B: dialetti gallo-italici, dialetti sardi;
– gruppo C: veneziano, dialetti centrali, dialetti meridionali, còrso;
– gruppo D: toscano.
Il quarto gruppo è caratterizzato da una maggiore fedeltà al latino. Questo
non significa che il toscano somiglia al latino ma che i cambiamenti, rispetto al
latino, sono più contenuti che in altri dialetti come si può vedere nella struttura
della parola. Per esempio, gli esiti dialettali di un termine latino come DOMINĬCA
sono: toscano domenica; veneto doménega, friulano domènie; romagnolo dmenga
(Idem: 162).
Se la classificazione di Ascoli si basa sulla descrizione della situazione del
suo tempo, la classificazione proposta da Clemente Merlo (nello studio L’Italia
dialettale, in “L’Italia Dialettale”, nr. 1, 1924: 12-26) aggiunge una prospettiva
storica richiamando le antiche fasi linguistiche prelatine dell’Italia. Lo schema di
Clemente Merlo piuttosto simile a quello di Ascoli, ne differisce aggiungendo il
vegliotto (parlata dell’isola di Veglia estinta nel 1898; era una delle varietà del
dalmatico, idioma neolatino diffuso lungo le coste della Dalmazia) nel gruppo A e
spostando al gruppo B i dialetti con sostratto venetico (Idem: 162-163).
La classificazione dialettale che è stata seguita da vari studiosi, e che
seguiamo anche noi in questo lavoro, è quella proposta da Giovan Battista
Pellegrini, in Saggi di linguistica italiana, 1975: 55-87, e in Carta dei dialetti
d’Italia, 1977, che si fonda sul concetto di italo-romanzo, con il quale allude al
complesso delle “varie parlate della Penisola e delle Isole che hanno scelto, già da
tempo, come «lingua guida» l’italiano” (Pellegrini 1975: 56-57).
Assumendo come principio classificatorio tale criterio, non rientra, ad
esempio, nel gruppo italo-romanzo il dialetto còrso che ha come “lingua guida” il
francese.
Pellegrini suddivide l’italo-romanzo in cinque gruppi o sistemi
fondamentali: 1. dialetti settentrionali; 2. friulano; 3. toscano; 4. dialetti
centromeridionali (compresa la Sicilia); 5. sardo.
I dati linguistici che sono alla base dell’individuazione di cinque aree, o
gruppi o sistemi, fondamentali in seno all’italo-romanzo, provengono da fonti
diverse, ma in particolare dalle carte dell’AIS (Karl Jaberg e Jakob Jud, Sprach-
und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, 1928-1940), l’atlante linguistico i cui
materiali sono stati raccolti – mediante inchieste sul campo – tra il 1919 e il 1928,
quando la dialettalità in Italia era certo più spiccata (Bruni 1987: 291).
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La classificazione di Pellegrini va oggi in parte rivista se si assume di
considerare le varietà dell’Italia linguistica diverse dall’italiano come suddivisibili
nei due gruppi seguenti:
a) dialetti italiani o dell’Italia;
b) minoranze linguistiche.
Infatti per la legge 482 del 15 dicembre 1999 “Norme di tutela delle
minoranze linguistiche storiche”, la quale stabilisce che tra le minoranze sono
compresi anche friulano e sardo, tali varietà entrano nel gruppo b). Ad esse
Pellegrini riserva comunque una posizione a sé stante nell’ambito italo-romanzo,
dati i peculiari tratti linguistici che le caratterizzano.
Al di là di criteri puramente linguistici – dai quali ovviamente non si può
prescindere – è rilevante, invece, nel quadro delineato dal Pellegrini, il criterio
politico-culturale che tiene conto della posizione di tali varietà rispetto alla lingua
nazionale: il friulano e il sardo hanno come lingua guida l’italiano e pertanto vanno
inclusi – secondo questo criterio – nell’insieme che forma l’Italia dialettale e
inseriti nell’ambito della storia linguistica italiana (Marcato 2002: 164).

4. Le varietà fondamentali dell’italo-romanzo sono, come abbiamo visto,


cinque: 1. i dialetti settentrionali; 2. il friulano; 3. il toscano; 4. i dialetti
centromeridionali; 5. il sardo.
4.1. Il gruppo dei dialetti settentrionali ha tra i suoi tratti fonetici più
caratteristici e generali la sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche e lo
scempiamento delle consonanti doppie o geminate.
Altri fenomeni hanno una distribuzione areale diversificata all’interno di
questo vasto sistema che – proprio sulla base della compresenza di taluni fenomeni
caratterizzanti – può essere suddiviso in due aree principali: galloitalica e veneta.
L’area galloitalica comprende i dialetti piemontesi, lombardi, liguri,
emiliani e romagnoli. È così denominata già da Bernardino Biondelli (Saggio sui
dialetti gallo-italici, Milano 1853) perché condivide elementi che sono anche
dell’area francese e che costituiscono il risultato di un’evoluzione comune, dal
latino, per ragioni storiche e culturali: presenza di sostrato celtico e di un
superstrato germanico, continuità di rapporti con la Gallia perlomeno sino all’XI
secolo e anche dopo.
Oggi, il veneto, principalmente di tipo veneziano, si parla anche in aree che
in passato avevano un dialetto diverso (per esempio nella zona di Trieste, di
dialetto friulaneggiante, attestato almeno fino al XVIII secolo), nelle quali si è
diffuso grazie al prestigio culturale e all’espansione politica, economica e culturale
di Venezia; questo veneto, irradiatosi in tal modo, è denominato “veneto
coloniale”.
All’Italia del Nord appartiene anche il friulano, parlato in Friuli.
4.1.1. I dialetti piemontesi sono le parlate locali del Piemonte. La
denominazione di Piemonte, adottata inizialmente per designare i possessi sabaudi
della pianura del Po (corrispondenti ad una zona molto più ristretta a quella che
avrebbe assunto in seguito quel nome) fu via via estesa fino ad indicare
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genericamente la parte occidentale della Pianura Padana, situata, appunto, “al piede
dei monti” (Marazzini 1997: 1). Si tratta della regione più ad Ovest d’Italia, al
confine con la Francia, ciò che ha influenzato tutta la sua storia politico-culturale e
linguistica. “Lo stato sabaudo, che comprendeva i territori oltralpini della Savoia
(con capitale Chambéry), la Valle d’Aosta, il Piemonte e la contea di Nizza, era
caratterizzato dalla posizione a cavaliere delle montagne e dalla presenza di due
aree geografiche, culturali e linguistiche diverse, quella savoiardo-francese e quella
piemontese-italiana. La diversità linguistica delle due aree favorì per lungo tempo
un sostanziale bilinguismo della classe dirigente, fino a quando non maturò una
scelta «italiana», portata alle estreme conseguenze nel sec. XIX con la cessione alla
Francia dei territori di Nizza e della Savoia, in cambio dell’aiuto militare nelle
guerre del Risorgimento.” (Idem: 1).
I dialetti piemontesi dunque risentono senz’altro di questo costante ed
intenso rapporto con la Francia e si caratterizzano per la presenza di alcuni
elementi che assomigliano appunto al francese, come la scarsezza di consonanti
doppie, l’abbondanza di parole tronche e di voci che terminano in consonanti (man
‘mano’, vurp ‘volpe’), ed ancora la presenza evidente e caratteristica delle vocali
turbate ö e ü, dando vita a scür ‘scuro’, füs ‘fuso’, lüm ‘lume’ (Marazzini 1997: 1;
Devoto – Giacomelli [1972] 1991: 3).
4.1.2. I dialetti lombardi sono i dialetti che caratterizzano la regione
Lombardia. La carta dialettale della regione non corrispinde alla carta
amministrativa, ma la travalica: infatti, sono di tipo lombardo, a Occidente, anche i
dialetti di parte della provincia di Novarra e dell’Ossola, così come, a Oriente, i
dialetti trentini a Ovest dell’Adige; inoltre, fuori dei confini nazionali sono di tipo
lombardo anche i dialetti del Canton Ticino. D’altra parte, alcune zone,
amministrativamente lombarde, non lo sono più, o non interamente, dal punto di
vista linguistico: l’Oltrepò pavese risente di forti influssi emiliani, piemontesi e
liguri, e la provincia di Mantova, per gran parte incuneata tra Veneto e Emilia, è
largamente esposta alle influenze di queste regioni (Bongrani e Morgana 1997: 86).
I dialetti lombardi condividono con i dialetti settentrionali le caratteristiche
più significative a livello del vocalismo e del consonantismo. Fra queste sono da
ricordare: l’ampia caduta delle vocali atone, non solo in fine di parola (dove
cadono tutte tranne la -a e la -e dei plurali, con conseguente uscita delle parole in
consonante) ma anche all’interno, in sede pretonica e postonica (PILU > pel, SALE
> sal, SEPTIMANA > stmana ecc.); la presenza di vocali miste ö e ü (ROTA >
röda, LUMEN > lüm ecc.); la sonorizzazione delle sorde intervocaliche, che può
portare fino al dileguo della consonante (CATENA > cadena, SPUTARE > spüa
ecc.); lo scempiamento delle con sonanti geminate (CATTA > gata, BUCCA >
boca ecc.); l’assibilazione delle consonanti palatali preromanze provenienti dalle
velari latine /k/ e /g/ seguite da e e i (CYMA > sima, GENTE > śent ecc.); la
palatalizzazione dei nessi latini CL e GL, in posizione iniziale (CLAMARE >
ćama(r), GLAREA > āara ecc.) e intervocalica, dove -CL- generalmente
secondario (cioè risultante dalla caduta di una vocale atona) si è dapprima
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sonorizzato in -GL- e ha dato poi la palatale sonora (AURIC(U)LA > oreāa,
MAC(U)LA > maāa ecc. (Idem: 86-87).
Tratti tipicamente lombardi sono invece la palatalizzazione del nesso latino
-CT- (e del nesso -GD- divenuto finale) in ć – è il fenomeno per cui la maggior
parte della Lombardia ha lać ‘latte’ (< LACTE), fać ‘fatto’ (< FACTU), freć
‘freddo’ (< FRIGIDU), mentre le stesse voci suonano lat, fat, fred nei dialetti
emiliani e lait, fait, freit nei dialetti piemontesi –, e la velarizzazione di a davanti a
l + consonante: ALTERU > olter, CAL(I)DU > cold ecc. (Idem: 87).
4.1.3. I dialetti liguri si estendono su una carta un po’ più ampia di quella
corrispondente all’attuale regione amministrativa; scavalcano nella zona di Tenda
il confine francese, si spingono in Piemonte verso Novi Ligure e in val Tanaro
entrano anche in Toscana (val di Magra) (Beniscelli, Coletti e Coveri 1997: 45).
I dialetti liguri appartengono al gruppo galloitalico ma non senza eccezioni
considerevoli. Sono tratti galloitalici le vocali turbate (brütu, früta, növu, nöte per
‘brutto, frutta, nuovo, notte’), la lenizione delle consonanti intervocaliche, la
metafonesi (con valore spesso morfologico: can/chèn, bun/buin, ‘cane/cani’,
‘buono/buoni’). Per altri aspetti invece i dialetti liguri fanno gruppo a parte: ad
esempio per la relativa saldezza delle atone finali, per il mancato passaggio di a ad
e negli infiniti (mangià, ‘mangiare’), per la palatalizzazione spinta anche nei gruppi
di labiale con l (giancu, cian per ‘bianco’ e ‘piano’). Interessante poi l’esito faucale
di -n-, corrispondente a una sua pronuncia velare in seguito alla nasalizzazione
della vocale precedente (pinna, lanna per ‘piena, lana’) (Rohlfs 1966-1969: 312;
Devoto-Giacomelli [1972] 1991: 11).
4.1.4. L’area dialettale emiliano-romagnola è più ampia della circoscrizione
amministrativa corrispondente. Essa comincia a occidente già a Pavia e Voghera
anziché a Piacenza; ripassa il corso del Po anche più a valle, per comprendere
Mantova. Più a oriente, scende invece al di là della Cisa nella Lunigiana e
raggiunge Carrara. Comprende la parte transappenninica della provincia di Firenze
nella zona di Marradi, infine, invade le Marche fino al corso dell’Esino. La
frontiera dialettale è netta verso i dialetti marchigiani e ancor più verso i toscani;
meno netta verso quelli liguri, ancora meno verso i piemontesi e i lombardi, mentre
di nuovo si accentua rispetto a quelli veneti (Devoto-Giacomelli [1972] 1991: 55).
“Sul piano linguistico, i principali raggruppamenti intraregionali, che
comprendono parlate emiliane occidentali (Piacenza e zone appenniniche di Parma,
Reggio, Modena), centrali (Parma, Reggio, Modena), orientali (Bologna), orientali
settentrionali (Ferrara) e romagnole, sono costituiti da varietà prive di nette
demarcazioni, tendenti a sfumare con gradualità l’una nell’altra e anche a
influenzare linguisticamente zone poste al di fuori dei confini amministratori
regionali” (Foresti, Marri e Petrolini 1997: 336).
I dialetti emiliani e romagnoli presentano specifiche caratteristiche e parziali
differenze, pur in un quadro di ampie similarità. Così, ad esempio, A latina, in
sillaba aperta, si trova riflessa prevalentemente con ę (męr ‘mare’) da Piacenza,
dove si ha anche ä, a Parma, Reggio, Modena, Bologna e in parte della Romagna
(che presenta pure ẹ e dittonghi discendenti); la palatalizzazione non si riscontra
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invece, di norma, in larghe zone della Bassa parmense, reggiana, modenese e in


tutta l’area ferrarese.
Il vocalismo atono documenta il fenomeno del dileguo in finale di parola,
dove si conserva soltanto – di norma – la a, e in posizione postonica e protonica,
con maggiore intensità nella parte centro-orientale: bol. dmadga ‘domenica’ ~ piac.
dumẹnika, bol. śbdę:l ‘ospedale’ ~ piac. ospedäl.
Nel consonantismo si registra principalmente la degeminazione (bol. ga:l
‘gallo’, tę:ra ‘terra’, skapę:r ‘scappare’), ma la consonante rimane o diviene
intensa dopo vocale breve (mod. ratt ‘rotto’, lọmm ‘lume’, lẹbber ‘libro’); la
sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche (bol. rọda ‘ruota’, vsiga
‘vescica’) e l’esito delle occlusive sonore in spiranti (bol. fę:va ‘fava’, mod. kavva
‘coda’), oppure il loro dileguo (piac. pọr ‘povero’) (Idem: 337).
4.1.5. I dialetti di tipo veneto ricoprono la regione Veneto, tranne la
provincia di Belluno, che nella fascia superiore presenta dialetti di tipo ladino, e
con espansione nel Trentino orientale e meridionale, e soprattutto nella zona
altoadriatica, in cui il veneziano – dal 1420, data di annessione del Patriarcato di
Aquileia – è stato per secoli lingua egemone, imponendosi fino ad Udine, a
Pordenone e Portogruaro, dove ha annulato i tratti friulani dei centri urbani, e alle
zone di confine (Cortelazzo e Paccagnella 1997: 221).
Questi dialetti presentano una notevole vitalità e una distinzione
sufficientemente precisa in quattro gruppi fondamentali: 1) veneziano lagunare
(varietà: di Pellestrina e Chioggia, di Burano, di Caorle, dell’immediata terrraferma
di Mestre); 2) veneto centrale: padovano, vicentino, polesano; 3) veneto
occidentale: veronese, fino alla zona d’interferenza con il mantovano-bresciano; 4)
veneto nordorientale: trevigiano, feltrino, bellunese, con le varietà «liventina» (ad
interferire con il veneziano) e agordino-zoldana, ad interferire con il ladino (Idem:
221).
Tra i fenomeni fonetici che caratterizzano i dialetti veneti ricordiamo: la
lenizione e sonorizzazione delle sorde intervocaliche: SAPŌNE > savón, venez.
saón; MONĒTA > padov. monéda, venez. monèa; AMĪCU > amigo; lo
scempiamento delle consonanti geminate: ANNU > ano; l’evoluzione delle palatali
neolatine in affricata o sibilante: CIMĬCE > venez. sìmese; mantenimento dei
dittonghi in sillaba libera, ie: PĔCORA > piègora; PĔDE > piè; e uo, che in fase
odierna si è per lo più ridotto a o: CŎCU > venez. cógo (Idem: 221-222).
4.2. Il friulano è la varietà romanza che si parla nella parte nord-orientale
della Penisola italiana. A nord il limite della regione linguisticamente friulana è
segnato dal confine tra Italia e Austria, a est da quello tra Italia e Slovenia
(provincia di Trieste esclusa), a sud dal Mare Adriatico e a ovest dal confine con la
vicina Regione Veneto. Sono dunque friulane le province di Gorizia, Pordenone e
Udine, comprese nella Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, più la parte
orientale del mandamento di Portogruaro, che fa parte della provincia di Venezia;
quest’area corrisponde, grosso modo, a quello che si suole definire «Friuli storico»
(Rizzolatti 1981: 16-17).
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La fisionomia linguistica del friulano, come quella di altre varietà romanze,
si è delineata tra il VI e il X secolo ed è caratterizzata, in particolare, da alcuni
fenomeni fondamentali: la continuità della parlata neolatina anche dopo
l’occupazione germanica (Goti, Longobardi e Franchi); l’appartenenza della stessa,
pur caratterizzata da specifiche evoluzioni morfo-fonologiche, all’ambito
linguistico dell’Italia settentrionale; il carattere del friulano come lingua del
popolo, soprattutto dei contadini; la divaricazione sempre crescente tra il volgare
parlato e il latino, lingua scritta del culto e dell’amministrazione (Francescato
1981: 390-394).
La principale divisione dell’area linguisticamente friulana è quella segnata
dal fiume Tagliamento, che nel passato separava le diocesi di Aquileia, a est, e di
Concordia, a ovest. Dal punto di vista linguistico, ancora, si sogliono distinguere
quattro gruppi principali di parlate friulane: il friulano centrale (Udine), il friulano
orientale o sonziaco (Gorizia), il friulano occidentale o concordiese (Pordenone), il
friulano carnico (Tolmezzo e Carnia) (Pellegrini 1972: 12-16 e Frau 1984: 14-16).
Pur mancando un vero e proprio standard, la varietà che si adopera nelle
occasioni ufficiali e che viene scritta dalla maggior parte dei letterati è quella
centrale (koiné): questa varietà è riconosciuta come ufficiale dall’amministrazione
della Regione Autonoma ed è attivamente promossa dall’azione della Società
Filologica Friulana,
Fra le caratteristiche proprie del friulano, notiamo: la distinzione fra le vocali
lunghe e brevi: miele > mîl; mille > mil; la conservazione dei gruppi latini pl, bl, cl,
gl, fl: pieno > plen (lat. PLENU(M)); bianco > blanc (lat. *BLANCU(M)); chiave
> clâf (lat. CLAVE(M)); ghiaccio > glace (lat. GLACIA(M)); fiore > flôr (lat.
FLORE(M)); la palatalizzazione dei gruppi latini ca, ga: casa > cjase (lat.
CASA(M)); gallo > gjal (lat. GALLUM); la conservazione di -s finale latino nel
plurale dei sostantivi e degli aggettivi e nelle seconde persone verbali: pari ‘padre’
- paris ‘padri’; furlan ‘friulano’ - furlans ‘friulani’; tu tu amis ‘tu ami’ - vualtris ’o
amais ‘voi amate’ (Pellegrini 1972: 12-16 e Vicario 2005: 49-55).
4.3. Il toscano è tradizionalmente articolato in quattro principali varietà:
gruppo pisano-lucchese-pistoiese; gruppo senese e grossetano; gruppo aretino-
chianaiolo; il fiorentino (Pellegrini 1975: 85-86).
“I caratteri fondamentali dei dialetti toscani sono quattro: a) sono i soli in
Italia a ignorare e ad aver ignorato la metafonia (o compenso qualitativo) di
qualsiasi tipo; estranei ai dialetti toscani sono rapporti come capello-capilli sotto
l’influenza di una I finale che si indeboliva; b) le consonanti occlusive sorde in
posizione intervocalica tendono a spirantizzarsi (in certi casi a dileguare); c) la
finale del latino volgare -ARIU è resa con -AIO contro i tipi -ARO o -ERO delle
altre regioni; d) il gruppo RV è reso con RB (come LV con LB): per esempio il
latino nervus diventa nerbo, il latino Ilva diventa Elba. A sua volta il dialetto
fiorentino ha ulteriori caratteri particolari: a) il passaggio a una articolazione velare
della t intervocalica in posizione postonica: così andaho per «andato»; b) il
mantenimento del colorito I e U davanti ai gruppi di N più consonante guturale
come in mungo, lingua, sottratti al passaggio in mongo lengua, normale in tutte le
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altre aree; c) il passaggio di -AR- non accentato in -ER- come nei futuri loderò,
amerò; d) il mantenimento delle consonanti semplici dopo l’accento in parole
sdrucciole, che nelle altre aree tendono invece al raddoppiamento, per esempio
Africa, sabato di fronte a Affrica, sabbato” (Devoto-Giacomelli [1972] 1991: 66).
Toscani sono anche i dittonghi uo (come in nuovo) e ie (come in piede), in
corrispondenza delle vocali o ed e che in latino sono pronunciate brevi (e
successivamente aperte) e si trovano in sillaba aperta. Questo sistema di
dittongazione è meglio rappresentato nell’area fiorentina.
4.4. Il sistema dei dialetti centromeridionali si suddivide in tre aree
principali: area mediana (comprendente Marche e Umbria centromeridionali, Lazio
centrale); area meridionale; area estrema (Salento, Calabria centromeridionale,
Sicilia).
Nei dialetti centromeridionali, le principali caratteristiche fonetiche si
possono classificare così: le consonanti sorde diventano sonore dopo una nasale:
montone > mondone; ancora > angora; il nesso latino pl- è diventato chi- (non pi-
come in Toscana e nel nord Italia): chiù (lat. PLUS, it. più); nd passa a nn e mb a
mm: quando > quannu; mondo > monno, gamba > jamma; si è conservata la u
finale delle parole latine; anzi, quando la finale di una parola è i od u, la o e la e
precedenti diventano uo, ie, se seguite da due consonanti: denti > dienti; corpo >
cuorpu. Altrimenti diventano u ed i: solo > sulu; aceto > acitu (Bruni 1987: 316-
317).
Da ricordare che questi fenomeni non si manifestano tutti alla stessa maniera
in tutta la vasta area dell’Italia centro-meridionale.
Così, dal punto di vista dialettale, le Marche sono assai lontane dall’unità. Il
territorio della provincia di Pesaro e la parte più settentrionale e costiera di quella
di Ancona appartiene all’area gallo-italica, e i dialetti rispettivi si collegano
direttamente con quelli romagnoli. Il resto della provincia di Ancona e quella di
Macerata costituiscono il nucleo dei dialetti marchigiani, diretta prosecuzione di
quelli dell’Umbria (Devoto-Giacomelli [1972] 1991: 72-73).
L’Umbria è regione in buona parte priva di frontiere naturali e la tradizione
umbro-latina, se anche intrinsecamente stabile, si è svolta entro limiti geografici
oscillanti.
In complesso la tradizione dialettale nel Lazio è stata esposta più che quella
di altre regioni a influenze vicine e lontane. “Un che di squilibrato ha sempre
accompagnato più propriamente il romanesco” (Idem: 93).
L’Abruzzo (come sta prendendo sempre più piede oggi) distingue due tipi
dialettali differenziati negli esiti fonetici e nelle strutture fonologiche: a) dialetto
aquilano, che non è una varietà abruzzese ma romanza; b) dialetto abruzzese
propriamente detto (Vignuzzi 1997: 595).
La regione Campania presenta una unità dialettale di fondo, favorita dalla
secolare centralità di Napoli (Bianchi, De Blasi e Librandi 1997: 629-630).
All’interno dei suoi confini geografici, la Calabria non presenta
generalmente alcuna uniformità dialettale (Devoto-Giacomelli [1972] 1991: 135).
Elena PÎRVU
Favoriti dalla conformazione geografica di isola, i dialetti siciliani sono
abbastanza unitari, anche se le differenze che li distinguono non sono del tutto
insignificanti. Tuttavia una propaggine siciliana esce dalla Sicilia per estendersi
attraverso lo stretto di Messina nella Calabria meridionale (Idem: 143).
4.5. Il sardo, parlato nell’isola di Sardegna, comprende almeno quattro
varietà: logudorese, parlato nel centro dell’isola (è la varietà più conservativa);
campidanese (parte meridionale, gravita su Cagliari; è la varietà più innovativa);
gallurese (parte nordorientale, con influssi toscaneggianti e italianeggianti, fin dai
tempi della dominazione di Pisa, nel XIII secolo); sassarese (parte nordoccidentale)
(Pellegrini 1975: 82).
Per la formazione delle singole tradizioni linguistiche in Sardegna è stato
importante l’XI secolo nel quale tre ragioni hanno contribuito ad assestare la
situazione: 1) la costituzione dei giudicati sardi che posero il problema di una
lingua cancelleresca; 2) la sconfitta definitiva degli Arabi attraverso lo sforzo
comune dei genovesi e pisani; 3) l’inizio della pressione pisana dalla Corsica e la
sua affermazione parallela a Cagliari e nel suo immediato retroterra.
Al di là di questi fattori che hanno inciso nella storia linguistica della
Sardegna direttamente sulle strutture, gli eventi posteriori, culturalmente anche più
importanti, si sono limitati a tracce lessicali esteriori (Devoto-Giacomelli [1972]
1991: 158).
Nel sardo il latino ha subito il minor numero di trasformazioni. In questo
idioma infatti le vocali latine si sono conservate senza mutamenti di sorta (non c’è
neppure la distinzione tra vocali aperte e chiuse) e si sono conservate persino
alcune consonanti finali delle desinenze, tanto che alcune voci verbali sono
identiche alle latine: cantas ‘(tu) canti’; cantat ‘(egli) canta’.
Il fenomeno più caratteristico è però la conservazione (nell’area centrale
della Sardegna) del suono gutturale della c e della g anche davanti ad i e ad e,
secondo la pronuncia latina: chentu ‘cento’; leghere ‘leggere’ (Bruni 1987: 325 e
Marcato 2002: 179-180).

5. Conclusioni
Ho cercato di dare, in questo contributo, uno schematico quadro dei dialetti
italiani. Dopo avere ricordato i valori della parola “dialetto” e la classificazione
dialettale di Dante, ho continuato con le classificazioni di Graziadio Isaia Ascoli,
Clemente Merlo e Giovan Battista Pellegrini. Nel lavoro, lo spazio più ampio è
stato attribuito alla presentazione delle caratteristiche specifiche delle diverse
sottodivisioni delle cinque varietà fondamentali del complesso italo-romanzo.

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Elena PÎRVU
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ABSTRACT

This paper is a short survey of the most important linguistic characteristics


of the various Italian dialects. The presentation of these dialects has been made
within the five groups or fundamental linguistic systems: the Septentrional dialects,
Friulian, Tuscan, Central-Meridional and Sardinian, identified by Giovan Battista
Pellegrini in the Italo-Roman space.

Key words: The Italo-Romance space, Italian dialects, short survey