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Mattia Lualdi

Non voglio un lavoro, ridatemi il mestiere

(Per una filosofia dell’individuo libero)

“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”

Così recita l’Art. 1 della Costituzione italiana. E riesco già a sentire i commenti sarcastici, quelli che oggigiorno sono sulla bocca di tutti: ma non mi importa l’ormai scontata mancanza di lavoro! Quello che a me interessa è il peso psicologico della parola “lavoro” e le conseguenze che ha avuto sulla cultura, l’educazione e la società italiane questo celeberrimo articolo (praticamente un mantra per il popolo).

Ogni cosa a suo tempo. Vediamo intanto che gli articoli 35 e 36 sostengono adeguatamente il concetto di lavoro:

“La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.”

“Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.”

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufciente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.”

So che rileggere (sono ottimista) questi articoli può fare ancora più rabbia visto il panorama in cui ci stiamo muovendo negli ultimi tempi, ma è importante sapere esattamente a cosa possiamo aspirare (anche se molti, troppi, hanno perso l’entusiasmo necessario).

L’Art. 4 è il mio preferito:

“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Quello che intendo svelare è fondamentale e per quanto possa sembrare capzioso o superfluo è in realtà la chiave per la libertà individuale di ciascuno. Il punto centrale del mio ragionamento (e della mia proposta) è che c’è un profondo sbaglio linguistico nella decisione di usare la parola “lavoro”.

Posso già immaginare i soliti impauriti, poco avvezzi alla riflessione e all’analisi o fin troppo abituati a saltare frettolosamente alle conclusioni, che reagiscono prontamente: “ah tu ne fai una questione filosofica…”

Nient’affatto! Sono più concreto che mai, perché il linguaggio plasma e accompagna la nostra realtà e ce ne rendiamo perfettamente conto quotidianamente quando interagiamo con i bambini o i cuccioli, quando siamo innamorati o viviamo un momento di passione, quando siamo all’estero e non padroneggiamo la lingua oppure quando ci relazioniamo con stranieri nel nostro Paese.

Il nostro linguaggio rappresenta la base dei nostri ragionamenti e i cambiamenti che attuiamo (o
Il nostro linguaggio rappresenta la base dei nostri
ragionamenti e i cambiamenti che attuiamo (o le
situazioni che scegliamo di mantenere) si fondano proprio
sui nostri processi di pensiero (e fino a dove abbiamo il
coraggio di condurli).

Se a tutto questo aggiungiamo oltre mezzo secolo di abitudine, speranze e aspettative legate a questi articoli, si capisce che siamo stati fortemente influenzati dal fatto che l’Italia si preoccupa così tanto del lavoro.

E cosa c’è di potente nella parola “lavoro”?

IDENTIKIT DI UNA PAROLA
IDENTIKIT DI UNA PAROLA

Deriva dal latino labor cioè fatica. Labor a sua volta deriva dalla radice labh che proviene dal sanscrito rabh di cui ha mutato la “r” in “l” (come ruc - splendere - ha dato luc, da cui luce).

In antico slavo rabu è lo schiavo. In francese lavoro si dice travail, in spagnolo trabajo e anche in siciliano abbiamo il travagghiu, sempre fatica insomma.

Il lavoro assume quindi connotati un po’ più precisi: è la fatica che noi facciamo in

cambio di un compenso.

Il lavoro consiste nel barattare il proprio tempo e la propria energia con il denaro.
Il lavoro consiste nel barattare il proprio tempo e la propria energia
con il denaro.

Sinceramente, è qualcosa di allettante?

Elevante?

Entusiasmante?

Emozionante?

Onestamente, quale mente illuminata metterebbe al primo posto l’idea di fare fatica in cambio di denaro? Quale bambino lo farebbe?

E soprattutto, quante persone ricche o di successo l’hanno mai fatto?

Nessuna.

E questo è il punto più importante.

STORIA DI UN INGANNO
STORIA DI UN INGANNO

“Trovati un lavoro, così potrai farti una famiglia, comprare una casa e vivere serenamente”.

“Fai carriera, così potrai avere una macchina migliore, una casa più bella e offrire

di più alla tua famiglia”. “Evita i rischi e potrai concederti qualche lusso ogni tanto”. E ricorda, come recitano l’articolo 52 e 54 della Costituzione italiana, che

“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.”

“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica”

e l’individuo? Un brutta faccenda. L’individuo ha sogni, ambizioni, intuizioni, genialità e pochissimi bisogni. Insomma, praticamente inutile (per non dire “troppo scomodo”) per la società in cui viviamo, la tarda società industriale (TSI), meglio nota come società dei consumi (anche se in realtà sono due cose leggermente diverse).

Infatti, il marketing delle multinazionali (il principale strumento operativo della TSI) si basa proprio su un principio molto semplice: gli attuali mezzi produttivi

producono (è il loro scopo!) molto più di quello che gli individui possano aver bisogno

di utilizzare (ecco il problema da risolvere).

Mi rendo conto che il ragionamento è un po’ contorto, quindi lo espongo nuovamente: l’apparato industriale del nostro mondo produce molto più di quello che

serve agli individui, quindi, è sorto il marketing con il preciso scopo di farti credere che hai oggettivamente bisogno di “quel qualcosa in più”. Per “giustificare” l’operazione e non farla sembrare così brutale, il marketing si impegna a mostrarti persone di successo che si concedono beni materiali (più o meno lussuosi) spingendoti a pensare che “se se lo sono concessi loro, è bello e positivo che possa averlo anch’io” facendoti dimenticare che molto probabilmente a loro il prodotto è stato regalato o che dopo aver fatto la pubblicità se ne sono dimenticati e sono tornati ai loro prodotti artigianali, artistici o fatti su misura (alle persone di successo non interessa affatto avere un prodotto industriale fatto in serie… Magari lo pubblicizzano, ma poi nella vita di tutti i giorni usano qualcosa che evidenzi la loro unicità).

L’oggettività è una grandissima menzogna e uno degli strumenti più potenti del marketing.
L’oggettività è una grandissima menzogna e uno degli strumenti più
potenti del marketing.

Semplicemente, l’oggettività non è dimostrabile e non è ripetibile prescindendo dal contesto e dalle condizioni date. Mi rendo conto che anche questo pensiero possa apparire un po’ contorto, quindi faccio un esempio concreto tratto dalla mia esperienza personale. Ho praticamente suonato ogni tipo di chitarra esistente… E nessuna è oggettivamente migliore delle altre, anche se l’ufficio marketing dell’Ibanez soddisferà qualsiasi capriccio dei suoi testimonial per assicurarti che le sue chitarre sono OGGETTIVAMENTE migliori dei vecchi modelli Fender, il cui ufficio marketing è costantemente impegnato a dimostrare che i suoi ritrovati tecnologici abilmente miscelati alla tradizione sono in grado di soddisfare praticamente chiunque; allo stesso modo, un musicista fedele alla Gibson non vuole nemmeno sentir parlare di altri strumenti, così come c’è il devoto che tocca solo la chitarra amata dal suo idolo adolescenziale…

Fortunatamente, non credo mai a niente e a nessuno e quindi ho fatto in modo di mettere le mani su qualsiasi modello reperibile in Italia e sono giunto a due conclusioni:

1. se suonata con amore e desiderio, qualsiasi chitarra è quella perfetta nel

momento in cui la suoni (se suoni quello che vuoi veramente)

2. ho fatto costruire chitarre di liuteria progettate in base alle mie esigenze e

idiosincrasie. Naturalmente, tutto questo richiede una certa consapevolezza, quindi soggettività, quindi proprio quello che le multinazionali non vogliono che tu abbia.

Fondamentalmente, tutto è nato dal fatto che i progettisti e i produttori della tarda società industriale sono stati proprio bravi e hanno reso più efficaci e più efficienti i mezzi di produzione, facendo in modo di avere molti più prodotti a costi molto più bassi. Sfortunatamente, i proprietari dei suddetti mezzi di produzione (che solo occasionalmente coincidono con progettisti e/o produttori) non hanno optato per la possibilità di estendere queste risorse al mondo intero, ai giovani o agli artisti, ma hanno deciso di spremere fino in fondo l’occidente, dimora fisica della TSI.

A quel punto è stato necessario convincere le persone che avevano oggettivamente

bisogno di più cose e anche con una certa regolarità: così è nata la società dei consumi.

Una società che ha molti più prodotti di prima ma rimane con lo stesso numero
Una società che ha molti più prodotti di prima ma rimane con lo
stesso numero di fruitori, dovrà necessariamente convincerli a
consumare i prodotti per poi acquistarne di nuovi se non vuole
buttare via la sovrapproduzione.

E così la TSI è diventata la società dei consumi, cioè la società che consuma

velocemente un oggetto e lo sostituisce con uno nuovo.

Più recentemente, ciò che viene consumato non è l’oggetto in sé ma il bisogno che si ha dell’oggetto: il marketing è passato dalla volontà di convincerti che hai bisogno di un oggetto tecnologicamente più avanzato, all’intento di dimostrarti che hai un nuovo bisogno (emozionale, mentale, psicofisico, ecc.) che prima non avevi e che quindi hai bisogno di un nuovo acquisto per soddisfare tale bisogno.

E cosa c’entra il lavoro con tutto questo?

Semplice: per fare in modo che il numero di consumatori aumentasse (a un certo punto divenne inevitabile) è stato necessario garantirsi un numero crescente di persone in grado di permettersi di consumare.

Uno scrittore vuole carta e penna e poi una macchina per scrivere (oggi un computer). Un pittore vuole un supporto e pigmenti. Un musicista vuole uno strumento adatto alle proprie esigenze espressive. Un inventore vuole una necessità e poi un progetto. Un imprenditore vuole un’idea e un mercato. Un insegnante vuole un concetto e un pubblico da far crescere. Un attore vuole un copione.

E così via.

Tutti, ma proprio tutti, vogliono inoltre emozioni da trasformare in parole, forme, suoni, utensili, oggetti, spettacoli, eccetera.

Chi fa davvero tutto questo è un individuo e non un pezzo di un meccanismo più grande progettato per consumare.

Gli individui sono quelle persone straordinarie che mettono al primo posto le proprie abilità, i
Gli individui sono quelle persone straordinarie che mettono al primo
posto le proprie abilità, i propri talenti e i propri sogni invece di agire
perseguitate dalla paura.

Gli individui hanno pochi bisogni perché passano il proprio tempo a fare ciò che amano. E si sa: questo fa paura (oggi e in occidente) perché richiede consapevolezza, soggettività e autonomia, cioè i principali nemici della società dei consumi e infatti costituiscono il principale bersaglio del marketing, della politica, dell’informazione e dell’istruzione.

Altro esempio. C’è una pubblicità agghiacciante che cito spesso per spiegare un concetto che mi sta molto a cuore. Tutta la prima parte della pubblicità in questione è emozionante: si vede un pianista a un concerto nel momento in cui termina l’esecuzione, con il pubblico in visibilio; subito dopo la telecamera si avvicina al volto soddisfatto del musicista e con un effetto hollywoodiano passa dagli occhi alla mente del pianista, iniziando un viaggio all’indietro nel tempo in cui si vedono tutti i sacrifici che il ragazzo ha dovuto affrontare (notti insonni a studiare, litigi con la fidanzata gelosa della musica, ore seduto al pianoforte per affinare la tecnica, …) sempre andando indietro nel tempo, fino ad arrivare al musicista bambino che per la prima volta schiaccia un tasto del pianoforte e sorridendo decide a cosa dedicare la propria vita. Insomma, un climax di emozioni e di entusiasmo e proprio nel momento emozionalmente più significativo, arriva lo slogan: “nuova xyz, tua a partire da tot, il prezzo dell’unicità è cambiato!” Guardiamo la pubblicità al contrario, quindi avanti nel tempo: un bambino è talmente innamorato della musica che decide di dedicare la sua vita a questo sogno e affronta con entusiasmo e coraggio il viaggio che conduce al successo. Naturalmente, tutto questo è impegnativo, rischioso e a volte incomprensibile… Certo in cambio ti dà l’unicità… Ma siamo proprio sicuri che ne valga la pena? Dai, lascia stare, rinuncia ai tuoi sogni: oggi puoi sentirti unico condividendo il sogno di qualcun altro e utilizzando i tuoi soldi (che naturalmente hai guadagnato lavorando) per sentirti un po’ meglio.

Non importa se domani i sogni torneranno a bussare alla tua porta, ci sarà già un’altra pubblicità pronta a demolirli.

“Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea
“Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per
comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà
né la sicurezza.”
Benjamin Franklin

N.B. I modelli top di gamma di questa casa automobilistica non hanno pubblicità… Perché? Perché costano molto più del modello in questione e chi può permetterseli sicuramente non lavora (cioè non baratta il proprio tempo e la propria energia con il denaro) ma fa qualcosa di diverso e più avanti vedremo cosa e come.

Pensaci bene: il lavoro, così come lo conosci, serve davvero a te per permetterti di acquistare ciò che vuoi veramente e che ti serve per esprimerti?

Oppure le multinazionali e lo Stato hanno bisogno che tu lavori affinché tu riesca a pagare ciò che loro producono (e che attraverso mezzi manipolativi di massa fanno in modo che tu desideri)?

INTERMEZZO
INTERMEZZO

Se va tutto bene, adesso dovresti provare un po’ di rabbia. Nei confronti del mondo che ti circonda oppure nei miei. Puoi provare sconforto per la condizione attuale dell’occidente… Oppure puoi pensare al potere che hai nelle tue mani (o meglio, nella tua testa) perché stai per scoprire come liberarti. Se invece ce l’hai con me e con le idee che espongo, benissimo, significa che hai trovato il punto in cui scavare, la x sulla mappa del tesoro!

Negli ultimi anni mi è capitato sovente di confrontarmi con genitori e figli

adolescenti e il motivo principale dei loro dissidi è sempre lo stesso: i genitori vogliono che i figli studino, trovino un lavoro sicuro e non diano preoccupazioni (insomma, che

si tolgano i grilli dalla testa).

I figli, al contrario, esprimono in maniera dirompente e spesso inconsapevole un

concetto tanto semplice quanto potente: “caro genitore, non mi freghi, io lo vedo che non sei felice e che hai rinunciato ai tuoi sogni in cambio delle presunte sicurezze che

ti dà il lavoro che tanto difendi… Ma preferisco rischiare di essere felice piuttosto che avere la certezza che soffrirò, mi ammalerò, ingrasserò, mi arrabbierò e vivrò in funzione del denaro.”

È merito di questi ragazzi se stai leggendo queste pagine ed è per loro che le ho scritte. E, in fondo, anche un po’ per gli adulti: per dimostrare che i rischi sono limitati.

I MILIONARI
I MILIONARI

Immagina una mattina di qualche anno fa… Frequentavi ancora le scuole elementari, magari erano i primi tempi… Ti svegli e c’è una bellissima giornata… Il giorno precedente hai iniziato un’attività importante con i tuoi amici e alla prima ora c’è la tua materia preferita… Naturalmente hai voglia di fare colazione, prendere energie e correre a scuola. Qualche giorno dopo, invece, ti svegli e piove… C’è pure il vento… Non hai nessun gioco in corso con i tuoi compagni e alla prima ora dovresti ascoltare la lezione più noiosa al mondo… L’unico tuo desiderio è ritornare a dormire. Naturalmente, i tuoi genitori ti costringono ad andare a scuola (e in parte hanno pienamente ragione). Scenari del genere si ripetono costantemente nella vita di un bambino: anche quando si tratta di mangiare, oppure di andare da qualche parte… Le persone, le reazioni e i comportamenti cambiano, ma c’è un elemento che accomuna tutti i bambini: sanno perfettamente cosa piace a loro e cosa invece vorrebbero evitare.

Il loro senso della felicità funziona benissimo: sanno perfettamente cosa fare per essere felici e riconoscono all’istante ciò che li rende infelici (non hanno ancora imparato che a volte occorre tapparsi metaforicamente il naso e recarsi sul posto di lavoro perché c’è un mutuo da pagare). Quindi la situazione è piuttosto semplice: da bambini sappiamo perfettamente cosa ci piace e cosa non ci piace e sappiamo perfettamente cosa vogliamo fare e cosa vogliamo evitare; l’organizzazione all’interno della quale ci troviamo, però, pretende

che noi facciamo determinate cose, sia che ci piaccia farle sia che non ne abbiamo voglia.

A quel punto nella testa del bambino sorge un dubbio: “o sbagliano gli adulti o

sbaglio io…” Eh sì, perché se un individuo si ritrova costantemente a volere alcune

cose e a essere costretto a farne altre, si accorgerà presto che c’è qualcosa che non va, giusto?

Se vogliamo andare al cinema e abbiamo troppo mal di testa, il fatto di essere

costretti a stare a casa non ci piace, ce lo dice anche la pubblicità! E se questo evento capita troppo spesso chiunque inizia a farsi qualche domanda.

La maggior parte dei bambini, purtroppo, propende per la seconda possibilità e si

convince di sbagliare: il fatto di volere così spesso cose che gli adulti non vogliono o che ritengono sbagliate o impossibili inizia a essere insostenibile e così il senso della felicità si incancrenisce e diventa senso di colpa.

Ci sono poi bambini che invece nutrono e mantengono forte e in salute il proprio

senso della felicità e se ne fregano di piacere agli adulti, di soddisfare i bisogni altrui o

di accettare le paure che la TSI ci propina: fanno solo quello che amano veramente e

se ne fregano dei brutti voti o degli insuccessi temporanei, perché sanno cosa vogliono e credono in se stessi. Questi bambini, crescendo, hanno il brutto vizio di diventare ricchissimi e molto spesso famosi.

A questo proposito, l’autobiografia di Keith Richards (per gli sfortunati che non lo

conoscono, è il chitarrista dei Rolling Stones) è il manuale d’istruzioni perfetto.

In qualsiasi ambito, non importa cosa fai o quanta tecnica hai: ciò che conta è
In qualsiasi ambito, non importa cosa fai o quanta tecnica hai: ciò
che conta è l’intensità con cui vivi l’esperienza e la generosità con cui
la condividi. Le persone non comprano né il meglio né il giusto: le
persone cercano ciò che emoziona e ciò che funziona.
ANCHE TU MILIONARIO/A
ANCHE TU MILIONARIO/A

Anche io ho letto quel libro e ho addirittura frequentato il corso. Ma sì, dai, quel libro che ti spiega come pensa la gente ricca, cosa fa la gente ricca e alla fine, coerentemente, ti vende un corso in cui ti trasformerà in una persona pronta a diventare ricca. Che esperienza. Ho visto gente senza soldi impegnarsi legalmente a pagare svariate migliaia di euro per frequentare seminari in cui avrebbe imparato a diventare milionaria. Ho visto gente benestante tornare da quei corsi e sputtanarsi per 100 (cento) euro di debito. E quindi ho capito: la motivazione a diventare ricchi è tra le più diffuse e tra le più potenti. Sembra che a questa gente non importi diventare abile in qualcosa o meritarsi quei soldi… No, le importa solo diventare ricca, molto ricca… E le importa a tal punto da essere pronta a spendere soldi per farlo e a costo di imbruttirsi o di compiere la volontà altrui per riuscirci. Perché? Pensaci bene, perché tutto questo?Ma per scappare dal lavoro, naturalmente. Siccome per molti, troppi, forse addirittura per la maggior parte delle persone, il lavoro (ricorda: barattare il proprio tempo e la propria energia con il denaro) è l’unica prospettiva rimasta, in tante vogliono diventare ricche per essere libere e per riappropriarsi del proprio tempo e delle proprie energie (e magari aiutare il partner o gli amici a fare lo stesso).

"Quando qualcuno non vive al massimo, non sembra stare tanto bene, non si comporta bene,
"Quando qualcuno non vive al massimo, non sembra stare tanto
bene, non si comporta bene, non cammina neanche bene. La
maggior parte della gente è morta ancora prima di essere seppellita,
ecco perché i funerali sono così tristi. La maggior parte della gente si
arrende troppo facilmente, accetta la paglietta corta, compete per
premi insignificanti e diventa insignificante. Non mi aspetto che
siano tutti geni ma non avrei mai immaginato che così tanti
corressero incontro all'idiozia con tale aplomb."
Charles Bukowski

Il tentativo di evasione funziona? Per qualcuno sì, per chi ama la vendita, per esempio. Ma i ricchi, di solito, seguono una formula ben diversa da quella proposta dai guru della ricchezza (a proposito, hai mai notato che nessuna persona di successo è mai

stata da un guru della ricchezza prima di diventare famosa?) e naturalmente io ho più domande che risposte, ma mi sembra che l’atteggiamento di uno come Keith Richards possa avvicinarsi a qualcosa del genere:

I. fai solo quello che ti piace e fallo con convinzione, se non hai così tanto coraggio, fallo il più spesso possibile

II. impegnati per dare il meglio di te, non importa se non sempre ci riesci

III. vivi con intensità l’esperienza e condividi il tutto con generosità

IV. relazionati affettuosamente con gli altri

V. fai pace con il tuo passato (ma anche no)

insomma, piacere + intensità + generosità = una vita che ha senso.

Evidentemente, un approccio del genere non è propriamente replicabile su larga scala e ognuno dovrà adeguarlo alle proprie esigenze… E come fare? Da dove iniziare?

TI PRESENTO TE
TI PRESENTO TE

Pensa a 5 attività che ti piace fare e che ti vengono bene. Non devono necessariamente essere attività che svolgi perfettamente o che sono già al livello massimo dei tuoi standard qualitativi (per qualcuno suonare bene la chitarra significa accompagnarsi mentre canta Battisti, per qualcun altro significa essere istantaneamente in grado di eseguire qualsiasi idea musicale possa venirgli in mente). Non è nemmeno necessario che siano attività che svolgi tuttora: magari hanno fatto significativamente parte del tuo passato (vicino o lontano che sia). L’importante è che siano attività che ti vengono bene E che ti piace fare; per intenderci: se sei un asso a tagliare il prato e nessuno lo fa bene quanto te, ma odi ogni singolo istante che passi con la falciatrice tra le mani, ecco, quest’attività non va bene! Se adori cantare ma è meglio che tu lo faccia esclusivamente sotto la doccia per evitare di farti sentire, nemmeno quest’attività va bene :) Se invece prepari ottimi dolci che tutti i tuoi amici divorano appena li servi e ami ogni momento della preparazione, perfetto, hai centrato il bersaglio. Nel corso degli anni mi è capitato di trovare tra queste attività: suonare, giocare a basket, studiare, imparare lingue straniere, fare fotografie, organizzare feste, cucinare, guidare, fare l’amore, ballare e chi più ne ha più ne metta. Elenca qui sotto le tue:

1.

2.

3.

4.

Adesso arriva la parte davvero emozionante di questo esercizio: per ognuna di queste attività dovrai scrivere le 5 caratteristiche in cui ti ritrovi maggiormente. Quindi non le caratteristiche più importanti, ma quelle che ti fanno davvero apprezzare queste attività. Quando feci questo esercizio su di me, una delle attività scelte era “giocare a basket” e le caratteristiche fondamentali erano: sport di squadra, tutti giocano sia in attacco sia in difesa, ci si muove molto, si può improvvisare, non è detta l’ultima parola fino all’ultimo momento. Buon divertimento!

I attività

 

1

2

3

4

5

II

attività

1

2

3

4

5

III

attività

1

2

3

4

5

IV

attività

1

2

3

4

5

V

attività

1

2

3

4

5

5 x 5 = 25 giusto? Ma sono certo che non hai trovato 25 caratteristiche tutte diverse tra loro, non è vero? Sicuramente ce ne sono alcune che tornano più volte, una magari è presente in tutte le attività scelte, un’altra in quattro e magari più di una tornano due o tre volte… Ecco, quelle che interessano a me sono le tre caratteristiche che ritornano più spesso nella griglia appena compilata, quelle con la maggior frequenza. Perché sono così importanti queste tre caratteristiche? Perché costituiscono la tua identità: sono ciò che ti permette di dare il meglio di te e allo stesso tempo di provare piacere in quello che fai.

“Chiunque ha talento. Ciò che è raro è il coraggio di seguire quel talento nel
“Chiunque ha talento. Ciò che è raro è il coraggio di seguire quel
talento nel luogo oscuro a cui conduce.”
Erica Jong

Sapere cosa ti fa dare il meglio di te e sapere cosa ti permette di apprezzare pienamente una situazione è il primo fondamentale passo verso l’autentica consapevolezza. Il secondo passo? Niente formule standard, nessuna risposta definitiva: solo tu potrai scoprirlo. Quello che posso fare è aiutarti a rendere la partenza più semplice! Infatti, dopo aver trovato queste tre caratteristiche, sarà semplice porti queste due domande:

ciò che sto facendo mi permette davvero di esprimere la mia identità? c’è (o ci sarà presto) modo di attuare almeno due delle caratteristiche fondamentali? Ti posso garantire che queste domande non tollerano a lungo ripetuti “no” come risposte.

ALADINO
ALADINO

Ovvero, l’affamato. Ho notato che pochissime persone prestano sufficiente attenzione a questo aspetto fondamentale della fiaba. Innanzitutto, una precisazione: mi sto riferendo alla fiaba scritta, non alla versione animata della Disney; nell’originale non ci sono limiti ai desideri e fino a quando uno è in possesso della lampada può usarla quante volte vuole. Dunque, parlavamo della fame: Aladino ha fame e quindi la prima cosa che chiede al Genio è cibo, semplice. Riceve cibo in abbondanza, così lui e la madre possono saziarsi per alcuni giorni… Poi il cibo finisce e cosa pensi che faccia Aladino? Vende i piatti e i vassoi d’argento su cui il Genio gli aveva servito il cibo! Con i soldi guadagnati compra altro cibo e di nuovo può saziare se stesso e sua madre per alcuni giorni… Poi il cibo finisce di nuovo e cosa fa a questo punto Aladino? Naturalmente, rimane affamato per qualche giorno! Perché la sua identità è quella del povero affamato e non si sente ancora a suo agio con le possibilità del Genio. Quando la fame torna a essere insopportabile, Aladino si fa coraggio e prova a sfregare di nuovo la lampada… La sequenza di eventi che ti ho appena descritto si ripete altre due volte! Aladino è talmente abituato a vedersi come un povero affamato che non riesce proprio a chiedere altro al genio: è come se una parte della sua capacità immaginativa fosse bloccata. Finalmente un’anima generosa svela ad Aladino che il compratore d’argento è disonesto e che gli spettano molti più soldi.

Non poteva andargli peggio: si crogiola nella gioia di avere tanto denaro e si dimentica nuovamente della lampada. Poi un giorno accade qualcosa di meraviglioso: Aladino incontra la principessa. Per fugare ogni dubbio, la fiaba ci dice subito che la vede mentre si fa il bagno. L’amore fa il suo ingresso e Aladino scopre di poter chiedere qualsiasi cosa: smette di vedersi come un povero affamato, si stacca mentalmente dal suo passato e inizia a credere in qualcosa di più grande. Proprio questo cambio di prospettiva gli permette di ottenere ciò che prima non riusciva nemmeno a pensare di poter chiedere: smette di credere a se stesso e inizia a credere in se stesso. Smette di identificare la propria identità col passato e inizia a scorgere infinite possibilità in tutto ciò che lo circonda.

Le persone infelici credono ai propri ruoli, al proprio passato e alle proprie scuse. Le
Le persone infelici credono ai propri ruoli, al proprio passato e alle
proprie scuse.
Le persone felici credono in se stesse e continuano a sognare e a
chiedere.

Generalmente, quello che mi diverto a chiamare “il metodo Aladino” consiste in tre passaggi:

1. volere

2. decidere

3. chiedere

Ognuno di questi tre punti avrebbe bisogno di un saggio a se stante, ma so che dentro di te hai già capito che devi tornare a volere con pienezza, decidere cosa vuoi veramente e chiedere a te stesso/a di fare tutto il necessario per ottenerlo.

METTITI ALLA PROVA
METTITI ALLA PROVA

Pensa a tutto quello che ti piacerebbe avere, raggiungere, ottenere, fare o realizzare. Non preoccuparti se si tratta di cose fattibili oppure no. Non preoccuparti nemmeno se sono cose che vuoi veramente. Adesso devi allenare la tua capacità immaginativa: riempi lo spazio bianco sottostante di tutti i desideri che ti vengono in mente. Lascia che sia la tua mano a scrivere, non pensarci troppo, impegnati solo a volere.

Hai riempito tutto lo spazio a disposizione? Hai scritto follie come “avere 13 Ferrari” oppure “fare un viaggio attorno alla terra su un razzo”? L’importante è che tu abbia espresso quella parte della psiche che possiamo definire volontà e che è molto diversa dalla programmazione (nonostante quello che la scuola, la pubblicità e i consulenti vogliono farti credere).

Adesso devi cancellare tutte le cose che hai scritto e che non ti interessano davvero; possibili o impossibili che siano, ora divertiti a far fuori quelli che non sono desideri autentici. Il secondo passaggio è distinguere ciò che è possibile da ciò che è irrealizzabile; non voglio però cancellare l’impossibile, sarà sufficiente evidenziare ciò è realizzabile. A questo punto hai un elenco di cose che vuoi veramente e che sono anche possibili: scegline tre, quelle che ti emozionano maggiormente.

Permettimi una domanda: se sono cose che vuoi veramente e che sono anche realizzabili, perché stanno su un foglio e non nella tua vita?

IDENTIKIT DI UN’ALTRA PAROLA
IDENTIKIT DI UN’ALTRA PAROLA

Se rileggi gli articoli della Costituzione italiana citati all’inizio di questo saggio, soprattuto alla luce di tutto quello che hai letto finora, probabilmente proverai una certa confusione.

Se leggi l’art. 3 della Costituzione, sicuramente ti chiederai cosa è successo al mondo che ti circonda:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'e fettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Dopo quello che abbiamo detto sull’autentico significato della parola “lavoro” questi articoli risultano quantomeno contraddittori; inoltre, non si capisce come sia possibile che ideali tanto belli abbiano portato le persone a essere sempre più bloccate invece di seguire l’esempio di Aladino…

Come dicevo all’inizio, ritengo che il problema sia eminentemente linguistico e di conseguenza mentale e filosofico più che sociale ed economico.

Mettendo al primo posto il lavoro, è stato ucciso il mestiere. E quindi sorge spontanea la domanda: cos’è veramente il mestiere? Praticamente durante tutte le conferenze e i seminari che ho tenuto negli ultimi anni ho posto questa domanda: da dove arriva la parola mestiere? Invariabilmente, un buon numero di persone risponde con convinzione: “dalla maestria”.

Invece, le cose stanno in maniera leggermente diversa.

Deriva dall’antico provenzale menestier cioè servigio, carica e anche officio, nel senso di opera.

Da menestier, a sua volta, deriva menestrello.

E cosa facevano i menestrelli? Andavano da un castello all’altro per intrattenere le

persone.

E come lo facevano? Chi recitando, chi cantando e suonando, chi danzando, e così

via. Perché si spostavano di corte in corte? Perché erano molto bravi in quello che facevano e quindi i sovrani li richiedevano in continuazione.

In un mondo diffusamente stanziale, i menestrelli erano liberi di muoversi perché venivano chiamati (e pagati) per fare quello che sapevano fare bene.

Il mestiere consiste nel saper fare talmente bene qualcosa che le altre persone sono interessate
Il mestiere consiste nel saper fare talmente bene qualcosa che le altre
persone sono interessate a pagarti per farti fare questa cosa.

Questo modo di intendere il mestiere è prevalso per secoli e ancora adesso vediamo che lo stesso principio si applica all’arte, alla scienza e al cinema: i musicisti, gli

scienziati e i pensatori vanno dove le persone li vogliono ascoltare; gli artisti, gli attori

e i registi vanno dove le persone li vogliono vedere; gli atleti e gli acrobati continuano

a far emozionare come millenni fa.

Ci sono anche moltissimi elettricisti, medici, idraulici, massaggiatori, falegnami e

avvocati che vengono chiamati perché sono bravi. Tutto questo ci deve far ben sperare perché il mestiere può risorgere e può diventare la nostra migliore risorsa.

IN CONCLUSIONE
IN CONCLUSIONE

Immagina di poter vivere mettendo in pratica le tue caratteristiche fondamentali, quelle che delineano la tua identità. Immagina di ricevere moltissime richieste per continuare a fare ciò che ti viene meglio. Immagina di guadagnare grazie a tutto questo.

Ora la domanda è semplice: lo vuoi veramente?

Se la risposta è sì, allora decidi di farlo sapere al mondo, perché non immagini nemmeno quanto abbia bisogno di persone come te.

Un ultimo appello personale: invece di cercare un lavoro per quello che ti può dare, proponi quello che tu hai da offrire!