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RIFLETTERE SULLA FRASE

Le attività riflessive supportano l’apprendimento linguistico, in quanto una conoscenza acquisita in modo attivo viene memorizzata e fissata meglio,
ma è tuttavia necessario prevedere un sillabo riflessivo, tarato sulle abilità cognitive e i bisogni degli alunni, rifuggendo dall’estemporaneità. Di M aria
Cristina Peccianti

La priorità della frase


Partendo dal presupposto che le attività riflessive favoriscono e rinforzano gli apprendimenti linguistico-comunicativi,
in quanto una conoscenza acquisita in maniera attiva viene memorizzata e ritenuta meglio nel tempo rispetto a ciò che
è stato dato come semplice informazione, dobbiamo tuttavia chiederci quale possa essere il sillabo riflessivo più
efficace, e quali siano gli elementi di base della comunicazione, quelli che meglio possono soddisfare i bisogni
comunicativi degli apprendenti che per primi devono essere portati all’attenzione degli alunni
Se osserviamo la prassi consueta, seguita nelle attività riflessive che ritroviamo nella maggior parte dei libri di scuola,
inclusi quelli per insegnare l’italiano L2, vediamo che è per lo più quella di iniziare dalla morfologia, cioè dallo studio
della forma delle parole, per poi passare alla sintassi. Ma questo mal corrisponde ai bisogni degli alunni stranieri,
bisogni che invece suggeriscono l’opportunità di dare priorità alla frase, come elemento di base della
comunicazione, mirando a rendere gli alunni consapevoli delle sue forme e dei suoi usi.

Far riflettere sulla frase significa far osservare e scoprire in modo graduale i diversi aspetti sintattici della frase semplice: l’ordine delle parole, le concordanze, la
centralità del verbo e i suoi argomenti, la frase minima. E a fare questo tipo di riflessione possiamo iniziare anche con i bambini della primaria, già in classe terza,
sfatando l’idea che il lavoro sulla frase, che si compone di più parole, sia più difficile del lavoro sulla singola parola. Lavorare sull’articolo all’interno della frase, ad
esempio, considerando le sue forme in necessità della concordanza con il nome a cui è strettamente legato e a cui viene sempre anteposto, è molto più facile per i
bambini che prendere in considerazione isolatamente “paroline” come l’articolo, di scarsa rilevanza fonica e poco significative di per sé, presentate magari attraverso
astratte tabelle delle forme e attività di carattere meccanico.

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Il modello valenziale
Per far riflettere sulla frase e darne consapevolezza d’uso, è prezioso il modello valenziale, che meglio di ogni altro descrive la struttura della frase italiana. È un
modello semplice che consente di evitare la pur diffusa, ma errata, definizione della frase minima come frase composta dal solo soggetto e predicato, che porta ad
attribuire lo status di frasi ad espressioni come Il papà abbraccia; Yusef mette; La maestra consegna.

Secondo il modello valenziale il punto di partenza della costruzione della frase, e quindi anche della sua analisi, è il verbo e tutto ruota intorno ad esso.
Ciascun verbo ha il potere di attivare una scena particolare e, per farlo, ha bisogno di un numero variabile di attori, detti argomenti o valenze. Questi argomenti, cioè
gli elementi assolutamente necessari perché si possa avere una frase di senso compiuto, vanno da zero (è il caso dei verbi che indicano fenomeni atmosferici) a tre (è il
caso di verbi come mettere: Yusef mette i libri nello zaino), con le pochissime eccezioni di verbi che possono avere quattro argomenti, come tradurre. E una frase
minima, o frase nucleare è una frase composta solo dal verbo e dai suoi argomenti. Per alcuni verbi basta l’argomento soggetto (Anita corre), ma per molti altri no (Il
papà abbraccia Anita).

Lavorare con gli alunni stranieri, ma non solo, partendo dalla frase e dalla centralità del verbo all’interno di essa, rendendoli consapevoli delle condizioni che ogni verbo
pone per la costruzione della frase stessa, li aiuterà molto nello sviluppo della competenza linguistica, orale e scritta.

In classe
Il senso della frase può essere dato ai più piccoli con attività giocose, fornendo i vari sintagmi scritti su cartoncino con sfondi di diverso colore, facendo ritagliare,
scomporre e ricomporre prima i sintagmi e poi le singole parole, osservando e discutendo su quali sono gli spostamenti accettabili e quali non lo sono. Con lo stesso
sistema facciamo poi scoprire che il numero di elementi necessari a formare “una frase” non è sempre uguale e chi lo decide è il verbo. In questo caso possiamo anche
ricorrere alla drammatizzazione della scena che mette in atto un verbo e far scoprire, concretamente, quanti attori sono necessari. Proponiamo in un primo momento di
allestire scene in cui basta un solo attore (il soggetto), come nel caso dei verbi parlare, correre, cantare, camminare. Passiamo poi a due attori, necessari per mettere
in scena verbi come baciare, abbracciare, raccogliere, e infine a tre attori, necessari con verbi quali regalare, consegnare, mettere.
Con i più grandi invece, partendo dall’osservazione di frasi diverse, possiamo sollecitare l’enunciazione di ipotesi, animare un confronto, guidare alla scoperta delle
regole che fanno sì che un insieme di parole sia una frase. Possiamo anche utilizzare tipi differenti di rappresentazioni iconiche (schizzi, schemi ecc.) per rappresentare
i tipi di verbi (a zero, a uno, due o tre argomenti). Il genere di approccio, la quantità e la qualità dei supporti didattici, l’andamento del percorso, segnato da passi più o
meno piccoli, saranno determinati dal livello di competenza degli alunni, ma soprattutto dalla loro età, considerando che le capacità riflessive crescono con essa.

7 Aprile 2017

Italiano L2 - articoli

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