Sei sulla pagina 1di 8

I

Animo peregrin, servo d’Amore,


che in rocte rime i miei lamenti ascolti,
de gli anni consumati in pensier stolti
iscusa me per giovenile errore.

E se fiama amorosa in gentil cuore


non è ancor spenta (che pur vive in molti),
de’ miei sofferti mal con meco duolti
e prega fine al mio longo dolore.

Vedrai delle catene el grave pondo


e la constante fede ne’ martiri
che per donna crudel servir portai.

Ode et intende i miei caldi sospiri


con pïetade, e certo abi ch’al mondo
magior beltà non è, né naque mai.

II

Già il Tauro a noi dal ciel col corno aurato


le porte aperte avea di primavera,
e Zefir contra el verno accampato era
con sue fiorite squadre in ogni prato.

L’aria e ’l ciel mansüeto, el mar placato,


vestiti i monti, adorna ogni riviera,
e del sol sotto la giocunda spera
ringioviniva quanto al mondo è nato.

El tuto a pien narrar non si concede,


pur mia libèrta persi in tempo tale
(ahi, longa servitù senza mercede!).

Ma poco onor fu a dui che portano ale


batagliar tanto in cuor di pura fede
che vincer si potea con minor strale.

III

Ben monstraron le stelle in quel momento,


quando a me s’inchinò el bel sguardo altiero,
che senza dubio alcun sotto suo impero
nostro stato è (che i savi chiaman vento).

Ché quando meco ben disputo attento


ch’io son, chi è lei e quel che i ciel la fêro,
non pur dié libertate el mio pensiero
ma per lei perder vita esser contento.

Mente non è chi contemplando vole


al par di sue belleze, e in dir di quelle
lingua non fia già mai ch’al ver risponde.

Pensi chi sa, ché ogni occhio offusca il sole.


e chi s’affanna in numerar le stelle,
quanto è più el ciel seren, più si confonde.

IV

La eterna maiestà senz’altra equale


che fé soggetto a sé quanto si vede,
mirabilmente a sua beata sede
alzò, creando, quei che portan l’ale.

Né Policleto o man d’omo mortale


bastante era fra noi farne qui fede,
ché Lui dal ciel uno angel vivo diede,
che ’l mondo di bene empie, e me di male.

Per tal beltà non mai più vista o nata


volse affidarsi in questa val palustre
de providentia e d’arte, a chi ’l comprende.
Or d’un tal don la terra facta illustre
è superbita, e del gran lume armata
col ciel de più felicità contende.

Beata piaga fu, beato el dardo,


beatissimo el dì, beato el loco,
e chi ferìme, e chi m’accese el foco
del dignissimo amore, ond’io sempre ardo;

beati quanti raggi io scontro e guardo


del sol, chi mi distrugge a poco a poco,
e beate le voci, ond’io son roco
a chieder quel sol ben che m’è sì tardo.

Beato sopra tutto el suo bel nome,


che centomiglia volte el giorno chiamo,
beato el laccio dell’aurate chiome;

beato el mio cuor preso a sì dolce amo,


beato infin chi far beato pòme
un ponto sol di quel che ogni dì bramo.

VII

Come ’l pensier, che ’n altro non è mai,


el vostro santo nome a chiamar movo,
col fin della parola in ciel mi trovo,
e dal mondo col cuor lontano assai.

Altra requie non sento ai longhi guai


de gli ardenti disir che per voi provo:
così me là co gli angeli rinuovo
e prendo qualità di vostri rai.

O santa e sol beltà che nulla affronta,


sì che voi seti, in questa infima riva,
scala de gire al cielo a chi vi chiama;

donque Angela, Angela, Angela, alma e diva


Angela sempre, acciò che spesso monta
al paradiso ch’ogni spirto brama.

XVI

Quando talor madonna a qualche caso


dolcemente parlando a sé mi stringe,
e ad ora ad ora el bel che la dipinge
color vien fuor dal timido coraso,

io, che già per miracul son rimaso


a veder se gli è vero o s’ella il finge,
sensibilmente ho inteso che mi spinge
a la rapina d’un furtivo baso.

Ma soprastando pur nel consegliarmi,


anzi ’l nemico mio son facto smorto,
e simulato ho puoi d’asconder l’armi.

El sguardo bel, del mal pensier accorto,


m’ha sbigottito, e così intender parmi:
“Chi pensa in su l’assalto è il primo morto”.

XXIII

Se quel chi pianse anni trentuno indarno


veduto avesse onde ’l mio stil commenza,
fama de’ pianti suoi avria Piacenza,
tracte all’Augusta le muse dell’Arno.

Ma il viso bel, per ch’io mi strugo e scarno,


non ebbe a tempo tanta conoscenza,
e pur anch’ei d’onor non sarà senza
ch’a tutto ’l mio puoter l’ombreggio e ’ncarno.
Non è men bel veder d’un verde alloro
un angel vivo, e n’è d’una colonna
un altissimo pin coi fructi d’oro.

Spirto chi sia non ha in corporea gonna


Nome più excelso, e perciò in tal lavoro
io volarò su al ciel colla mia donna.

XXVI

In terren paradiso un angel sacro


et in scolpito avorio un idol vivo
vidi sull’erta d’un fiorito rivo,
per far del corpo suo chiaro lavacro.

Io, chi ’l dolce riffuto e gusto l’acro,


velen mio dolce antiquo nutritivo,
ferma’mi; et alor dissi, et oggi ’l scrivo:
-Questo è, Pigmalëon, tuo simulacro! -

Cose non mai più viste in un diserto


mi mostrò: sotto altiera e verde pianta,
un sen velato, né chiuso, né aperto:

veder mi parve una relequia santa,


né l’accuso per furto, ma i’ son certo
ch’eran duo pome dell’orto d’Atlanta.

XLI

In gran dubio eran tutti i miei disiri


posti del stato lor per l’altrui febre,
ch’a pena chiuse l’umide palpèbre,
m’apparvi Amor, con suoi superbi giri.

Scoccato l’arco, disse: - A’ miei martiri


non può teco por fin colpo funèbre,
e da quest’occhi lagrime più crebre
voglio, e da questo pecto altri sospiri. –

Svegliato a’ detti del fiero omicida,


mutai, tucto dubioso di me stesso,
color, come uom che mosso sangue stempre.

In questa fassi giorno, et ecco un messo,


anzi un angel da cielo: - Antonio, - e’ grida –
la tua donna è salvata, ama pur sempre! –

XLVII

Trassemi in sogno il mio pensier con quella


che ’l cuor di quest’un sol s’ha facto albergo,
nel primo occorso ella se volse a ttergo,
più che mai verso me tranquilla e bella.

L’audïenzia sua dolce a mia favella


Con lei richieggio, e, fiso al bel volto ergo,
d’uno in uno i miei mal contando pergo,
e tuttora nel dir piango con ella;

umil m’ascolta, e dolci acri, che ponno


placar l’irato mar, me usa guardando,
e dice: - Anco avrà fine el tuo tormento. –

Deh, perché ’l pianto m’interroppi el sonno,


che, poco più l’impressa ombra durando,
d’un baso almeno mi facea contento.

LVI

È questo el tempio in cui el terrestre manto


giace di Laura, e sue reliquie asconde?
Son qui i be’ rami e quelle acerbe fronde
che fur già in arbor verde amate tanto?
O constanzia d’amor, o fidel pianto,
come ’l vostro partito al mio risponde:
io son colui che di duo treccie bionde
càdi nel laccio, e pur d’uno angel canto.

Né ’n quanti mai partiti al mondo ho visti


Alcun più proprio a mie sciagure riede,
molt’anni fa che ’l san quest’occhi tristi.

In signor grazia, in longo amor mercede,


da creder è che stabil servo acquisti,
ma per fortuna l’un, l’altro per fede.

LXXVIII

Trïumphal compagnia in piaggia altiera


Vidi condure Amor col carro d’oro
a tôrre el verde e glorïoso alloro
il primo dì di maggio a schiera a schiera.

Qua non fur color negri o gente austiera,


ma tra fior frondi ricco ornato coro,
e benché molti in festa trïumphòro,
luce non fu quel dì, ch’ella non gli era.

Giovini e donne, armati dell’insegna


che dà Cupido a chi in lui spera e crede,
tornòro al fin per far l’impresa degna.

A me fra gli altri un seco ramo diede,


e se speranza el verde ci disegna,
o quanto longe io son d’aver merzede!

LXXIX

Per mari alti a caval cantando vidi


(cosa impossibil quasi, e pur è certa)
fiorita gente andar tutta cuoperta
d’ombrosi rami colti in verdi lidi.

Ferìano el ciel gl’inamorati gridi


e trombe e suon per la pianura aperta,
de festa udì’ saltar le fiere all’erta
e cantar gli ucelleti in gli lor nidi.

Quant’io vidi quel dì, tucto fu amore,


dolci parole oneste, risio e canti
da romper per dolceza ogni dur cuore.

Alora io dissi: - O peregrini amanti,


voi seti in prosper stato, et io son fuore,
ché vostre luci feste, e le mie han pianti. -

Interessi correlati