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Bruno Camaioni

I PERSONAGGI DE’ “I PROMESSI SPOSI”

Analisi critiche
ANAGOGICA

Opere di Bruno Camaioni


Notizie sull'autore

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere


all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside
di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie,
romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai
pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.
Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i
valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché
chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa
nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in
rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.

Note sul diritto d'autore

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la


distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la
presente dicitura) e citandone l'autore.

Opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

• Il Problema del Male - Riflessioni


• Eremita a Orgosolo - Romanzo
• L'Aiuola Contesa - Romanzo
• Riassunto de "I Promessi Sposi" - Riassunto con commento estetico e
morale (*)
• I Personaggi de' "I Promessi Sposi" (*)

Opere depositate ad aprile 2005 e novembre 2005 (*).

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PREFAZIONE

Questo saggio sui personaggi dei “Promessi Sposi” è nato nella scuola,
come frutto di personale riflessione critica maturatasi nel contatto vivo e
giornaliero con le giovani menti dei discenti, per cui penso che esso debba
riuscire utile soprattutto ad essi,nel lavorio inteso ad approfondire i problemi
critici che scaturiscono dall’analisi dei vari caratteri che compaiono nel
capolavoro manzoniano; mi auguro però che la lettura di questo libro possa
tornare proficua per chi, anche fuori delle esigenze scolastiche, si senta
interessato a una tematica estetica e morale, e voglia quindi rivolgere la propria
attenzione alla ricca tipologia del romanzo.
Tutti sanno che il concetto di arte, per il Manzoni, è basato sul vero, sull’utile,
sull’interessante. Ebbene, i personaggi dei “Promessi Sposi” come possono
essere definiti, se non veri, utili e interessanti? Essi sono veri, perché tratti dalla
realtà perenne della vita e dalla viva esperienza dell’Autore; utili, perché ci
propongono una problematica etica che stimola al confronto dei comportamenti,
all’autocritica e, in definitiva, al miglioramento morale; interessanti, perché sono
tutti così artisticamente riusciti e, alcuni, così ricchi di poesia, da restare
indelebili nel nostro cuore come nella nostra immaginazione.
I personaggi manzoniani sono naturalmente calati in un contesto sociale e in
una realtà storico-geografica nettamente definita, cioè nella Lombardia del XVII
secolo, sotto la tronfia, inetta e rapace dominazione spagnola; ma i tipi umani di
questi personaggi, siano essi storici o d’invenzione, sono di ogni età, perché
l’animo umano non muta nei secoli, almeno nei suoi pregi e difetti essenziali.
Perciò con i personaggi manzoniani noi possiamo sempre instaurare un rapporto
attuale, un confronto di idee, che risulta di grande attualità e interesse sia dal
punto di vista estetico che da quello morale. E dal confronto scaturisce il
giudizio.
Nel Manzoni, cattolico convinto e nella vita e nella produzione letteraria edita
dopo la cosiddetta conversione, è sempre prevalente il giudizio morale, come in
Dante; ma questo giudizio non è rigido e intransigente come nella “Divina
Commedia”, bensì mite e bonario, espresso con arguzia e spesso condito di
sorridente umorismo. Il cristianesimo dei “Promessi Sposi” è, per così dire,
evangelico, mentre quello di Dante potrebbe definirsi, in un certo senso, biblico,
in quanto egli vede in Dio più la giustizia che la misericordia. Il messaggio del
Vangelo è il sostrato del romanzo, così com’è la suprema regola di vita del suo
Autore; questo sublime messaggio, di giustizia di pace di amore, nutre del suo
succo vitale le più belle pagine del romanzo, dà sostanza e vigore alla
narrazione, illuminandone ogni situazione esistenziale.

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Sui personaggi manzoniani si sono scritti innumerevoli libri, a cominciare da
quello, ben noto, di Luigi Russo; tuttavia io confido di aver detto, in questo mio
lavoro, qualcosa di utile e anche, mi si perdoni l’immodestia, qualcosa di nuovo.
Anche se tiene conto ovviamente dei precedenti studi, il mio è un lavoro tutto “di
prima mano”, scaturito da una lettura ripetuta, oltre che attenta e amorosa, del
capolavoro manzoniano. Lettura ripetuta, ho detto, perché questo romanzo lo si
gusta e comprende appieno solo riflettendoci su e sapendo leggere, come suol
dirsi, tra le righe. A questo proposito voglio citare una chiara ammissione di
Benedetto Croce, il quale nel 19521, scriveva: “Per parte mia, soglio rileggere
questo libro periodicamente, e ne traggo sempre commozione e conforto, e
sempre rinnovata ammirazione per la perfezione della forma.” Se il Croce, con il
suo profondo acume critico, sentiva il bisogno di rileggere ogni tanto il romanzo,
che cosa dovremmo fare noi, uomini dotati di comuni capacità! E quanto appare
ridicola e stolta la sicumera di qualche studentello il quale, dopo una prima e
frettolosa e forse saltuaria lettura, sentenzia che il romanzo del Manzoni è
farraginoso e seccante! Certo, non è il racconto a fumetti cui forse è abituato.
Come potrà costatare chi avrà la bontà e la pazienza di leggere il mio lavoro,
l’analisi dei vari personaggi è stata condotta in modo ampio ed esauriente, ma
spero senza uggiosa prolissità; se poi consideriamo il numero dei personaggi
presi in esame, mi sembra proprio di non averne trascurato nessuno, almeno di
quelli su cui valeva la pena di soffermarsi. Se ciò non costituisce un pregio, è
però un assunto di completezza di cui mi si vorrà dare atto.
Se “il lungo studio e il grande amore” con cui mi sono accostato ai
“Promessi Sposi” abbiano prodotto buon frutto, dovrà giudicarlo il lettore; io mi
riterrò ben pago se avrò contribuito, anche un poco, a fargli conoscere il
capolavoro del Manzoni nei suoi valori più profondi e inespressi, onde gustarne
la finezza delle analisi psicologiche e apprezzarne la saggia moderazione del
giudizio morale. E la moderazione dell’Autore sia per noi di esempio e di monito!

Roma, 25 ottobre 1971

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L’anno della sua morte.

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1 - LUCIA
Lucia è una creatura quasi perfetta: in lei la sensibilità naturale è stata
affinata dalla religione, formando un carattere di rara soavità, unita a prudenza e
fortezza cristiana. Ella ha avuto la fortuna di essere guidata spiritualmente da un
frate santo, il padre Cristoforo, il quale nutriva per lei l’ammirazione e la
compiacenza che si può sentire per chi ha meritato la pienezza della grazia divina
con la sua umiltà e docilità, con la sua sconfinata fiducia nell’amore e nella
provvidenza di Dio.
Le sue virtù sono quindi quelle che si possono trovare in una religiosità
sentita e profonda: amore filiale verso Dio, carità verso il prossimo veramente
evangelica, accompagnata da una prudenza cauta e intelligente; il tutto soffuso di
un pudore incantevole, quasi celestiale, tanto da poter sembrare eccessivo o
magari irreale; per lei insomma potremo riesumare la frase bellissima della
Bibbia: “pura come colomba, prudente come serpente”.
La mitezza e la dolcezza della sua indole va però unita alla fortezza cristiana,
alla tenace resistenza al male morale, alla pugnace volontà di non cedervi mai;
doti quasi virili, che non si sospetterebbero in una ragazza in apparenza così
timida e fragile.
Ha una concezione morale molto rigida; in questo non assomiglia troppo a
sua madre: Agnese è un po’ di manica larga in fatto di comportamento morale, la
figlia invece è intransigente; la madre è alquanto ciarliera, Lucia al contrario è
estremamente riservata; Agnese è un po’ tirata, lei invece è generosa; la madre si
lascia talvolta trasportare da sentimenti punitivi verso chi ha fatto del male alla
sua figliola, la quale al contrario perdona sempre e prega per i suoi stessi
persecutori, secondo il dettame evangelico.
Mi sembra quindi che non sia nel giusto il De Sanctis quando definisce
Agnese “una Lucia in reminiscenza”; grande è infatti il divario spirituale tra
madre e figlia. Porterò un esempio: quando Lucia, liberata, racconta sobriamente
alla mamma il terrore del rapimento e le angosce della prigionia, Agnese si lascia
trasportare da sentimenti di vendetta contro don Rodrigo, che evidentemente era la
causa prima di tutti quei mali:
“Ah anima nera! Ah tizzone d’inferno! Ma verrà la sua ora anche per lui.
Domineddio lo pagherà secondo il merito; e allora proverà anche lui…”
Ma la figlia amorevolmente la interrompe:
“No, no, mamma; non gli augurate di patire, non l’augurate a nessuno… No,
no! Preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli tocchi il cuore…”
Il rispetto, anzi la venerazione che ha verso la madre non impedisce a Lucia
di contraddirla qui e altrove, tutte le volte che la sua coscienza “dignitosa e netta”
non può approvare la morale un po’ addomesticata della madre. Lo vediamo nella
faccenda del matrimonio clandestino, suggerito da Agnese; la figlia contrasta quel

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disegno con validi argomenti, e soprattutto con un dilemma che non offre
scappatoie: “o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perché non dirla al
padre Cristoforo?” Questo ragionamento così esatto e rigoroso dimostra anche la
spiccata intelligenza di Lucia, certamente superiore a quella della madre e anche a
quella, pur notevole, di Renzo.
Questo intuito naturale, affinato dalla profonda religiosità, permette a Lucia
di comprendere lo stato d’animo dei suoi persecutori, e le suggerisce quasi
istintivamente quelle parole che toccano il cuore del Nibbio e dell’Innominato.
Riascoltiamole, quelle parole semplici ma cariche di commozione, quelle parole
insostituibili che venivano dal cuore e andavano dritte al cuore. Al Nibbio dice
supplichevole:
“Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha fatto
niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio per
voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate quello che
patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che
un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi
qui: il Signore mi farà trovar la mia strada”.
Non dissimili sono le parole che rivolge a colui che la tiene prigioniera nel
suo castello:
“Sono una povera creatura: cosa le ho fatto?... Cosa posso pretendere io
meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per
un’opera di misericordia! Mi lasci andare! Non torna conto a uno che un giorno
deve morire di far patir tanto una creatura… Perché lei mi fa patire? Mi faccia
condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita… Mi conduca lei in
chiesa… quei passi Dio glieli conterà.”
Lucia è ingenua, schietta e sincera fino allo scrupolo. Quando la madre, alla
presenza del Cardinale, si lascia prendere dal suo risentimento e accusa
apertamente don Abbondio per non aver fatto il suo dovere, adducendo per di più
“il pretesto dei superiori”, Lucia, “non contenta di quella maniera di raccontar la
storia”, non bada alle occhiatacce della mamma, e confessa umilmente il male che
avevano fatto loro col tentativo di celebrare il matrimonio contro le regole. Ella
non pensa ad accusare, ma ad accusarsi, perché si sente effettivamente in colpa.
Lucia è amante della verità e della giustizia, scevra da ogni infingimento.
Quando donna Prassede, benefattrice dal cuore arido, dipinge Renzo a tinte
fosche, come un “birbante venuto a Milano per rubare e scannare”, Lucia lo
difende per amore della verità, anche sapendo che la sua difesa sarà fraintesa dalla
signora, la quale ne trarrà il pretesto per tormentarla ancora a lungo. Se fosse stata
meno schietta o meno amante del giusto e del vero, avrebbe accettato in silenzio
l’ingiusto giudizio della matrona, pur di evitare i reiterati rabbuffi dell’ispida
padrona di casa, la quale non aveva ombra di carità cristiana nel cuore, pur
essendo dedita alle pratiche esterne della carità.
Lucia è cristianamente forte e non acconsente mai al male, ma lotta contro di
esso finché glielo consentono le sue forze. Se cede momentaneamente al male, lo
fa soltanto per evitare un male maggiore. Riguardo al matrimonio clandestino, si

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oppone sino all’ultimo, e alla fine acconsente solo per evitare il peggio, cioè
l’esplosione dell’odio vendicativo di Renzo contro don Rodrigo. E infatti il
giovane, dopo il suo consenso, rientra in sé stesso e quasi si vergogna del suo
furore e delle sue parole per nulla cristiane. Del resto Lucia è convinta che la cosa
propostagli, per quanto illecita, non riveste gravità; altrimenti sua madre, che ha
timor di Dio, non gliel’avrebbe suggerita. Anche se non se ne rende conto, ella
cede anche per un impulso di amore, perché capisce che ormai solo così potrà
realizzare il suo sogno di sposare chi ama; e per questo il Manzoni, finissimo
psicologo, annota che ella forse non fu “in tutto e per tutto malcontenta d’essere
stata spinta ad acconsentire”.
Ma se in quella occasione cedette per un impulso di amore, anche se
inconfessato, lo fece sostanzialmente perché era convinta di non andare contro la
volontà di Dio; ché altrimenti sarebbe stata irremovibile. Infatti quando nel
lazzaretto, ancora convalescente dalla peste, rivede inaspettatamente Renzo, non
cede affatto alle sue minacce di mandare al diavolo il mestiere e la buona
condotta, se lei non sarà sua moglie. Piange, soffre le pene dell’inferno, ma non si
piega, perché ciò che lui chiede è per lei peccato gravissimo, nera ingratitudine
verso il Signore e la Madonna, vera perfidia. Come le poteva chiedere di violare il
voto di verginità, una promessa fatta a Dio in piena coscienza? Renzo sbraita, la
intimidisce gridando che per causa sua vivrà arrabbiato e disperato per tutta la
vita,. Ricorre a tutti i mezzi e a tutti gli argomenti, cerca di farla capitolare ora con
le minacce ora con le suppliche accorate e appassionate; lei ne è sconvolta e
straziata, ma non cede; si sente venir meno, assalita da sentimenti così forti e così
radicati, ma la sua scelta è indubbia, la sua decisione è irrevocabile: fedeltà a Dio
a ogni costo. Per resistere alla terribile prova, ricorre innanzi tutto alla preghiera,
ben sapendo che in essa sta la forza del cristiano:
“O Vergine santissima, aiutatemi voi! Voi sapete che, dopo quella notte, un
momento come questo non l’ho mai passato. M’avete soccorsa allora;
soccorretemi anche adesso!”
Quindi si rivolge a Renzo con tono di accorato rimprovero:
“Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri morti, finitela, finitela; non
mi fate morire… Non sarebbe un buon momento. Andate dal padre Cristoforo,
raccomandatemi a lui, non tornate più qui, non tornate più qui.”
Sono parole significative che denotano, insieme con l’angoscia dell’animo,
anche l’amore che Lucia ancora nutriva per il giovane, amore che si era
repentinamente riacceso per la presenza di lui, tanto da far vacillare la sua fedeltà
al voto. Nel suo cuore la lotta era stata terribile, e lei sentiva di aver avuto dei
tentennamenti; ecco perché disse: “Non sarebbe un buon momento” per morire.
Infatti si sentiva colpevole di un certo cedimento interiore, quasi un pentimento o
un rincrescimento del voto fatto, anche se poi era riuscita a ricacciare la
tentazione. Ma si sentiva debole e insicura, temeva di soccombere a un nuovo
assalto; i moti del cuore, i sensi stessi insorgevano contro la sua decisione; ecco
perché supplicò: “non tornate più qui”. Se Renzo fosse tornato all’attacco, che
cosa sarebbe successo?

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Lucia era una creatura celestiale, eppure si sentiva debole davanti alla
tentazione di venir meno al voto; era una tentazione terribile, che si insinuava in
tutti i suoi pensieri, che sorgeva dal suo stesso amore per Renzo, che il voto non
poteva certamente spegnere. La poverina si sentì assalire da questa tentazione sin
dal primo momento in cui, nella casa del sarto, si rammentò del voto; prima che
potesse controllarsi, pensò desolata:
“Oh povera me, cos’ho fatto!”
L’amore di Lucia per Renzo bisogna intuirlo da queste espressioni, capirlo da
un gesto, da uno sguardo, saperlo leggere insomma tra le righe. Il Manzoni
rifugge dalla descrizione dell’amore, per intimo pudore non dissimile da quello di
Lucia; egli ci fa però comprendere l’intensità del sentimento della ragazza da tante
espressioni apparentemente indifferenti, ma pregne di un affetto profondo, da
alcune reticenze, da certe interruzioni significative.
Scegliamo qualche esempio, da cui traspare l’amore di Lucia per Renzo
anche dopo il voto. Allorché la giovane rivelò il segreto alla madre, le chiese
accoratamente di aiutarla a mantenere la promessa fatta a Dio; però aveva
desiderio di avere anche notizie di Renzo, e pregò la madre di mandargliele:
“E voi, la prima volta che avete le sue nuove, fatemi scrivere, fatemi saper
che è sano; e poi… non mi fate più saper nulla”.
Voleva dunque saperlo sano, ma poi non voleva più averne alcuna notizia,
perché a ogni notizia di Renzo si sarebbe riacceso più impetuoso nel suo animo il
conflitto tra il voto e l’amore. Ma in quello stesso colloquio chiese alla madre di
mandare all’ex-fidanzato metà dei cento scudi ricevuti dall’Innominato; lo chiese
con tutto il cuore, quasi supplice, mostrando come “il suo cuore faceva ancora a
mezzo con Renzo, forse più che lei medesima non lo credesse”. Quando poi,
alcuni mesi dopo, seppe che il giovane “era vivo e in salvo e avvertito” del suo
voto, “non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per dir la cosa
proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla”. Non sembri una sfumatura di
poco conto: Lucia era sicura che Renzo non la poteva dimenticare, come neppure
lei poteva dimenticare lui; ma tuttavia doveva cercare di dimenticarla, come
appunto si sforzava di fare lei con lui, ma invano.
Mi sembra quindi che Lucia sia una ragazza profondamente innamorata, ma
di un amore puro e cristianamente inteso, il quale trova il suo naturale
coronamento nel matrimonio religioso; non sono perciò d’accordo con Francesco
De Sanctis che trova in lei “assai poco di quel femminile, che ci rende così
amabili le Giuliette e le Margherite”. Certo, l’amore di Lucia non esplode come
passione travolgente, e lei è ben diversa dai due celebri personaggi femminili
dello Shakespeare e del Goethe; ma il suo amore è tenero e fedele, radicato
nell’animo più che nei sensi. Forse il Manzoni ha ricavato la figura di questa
ragazza soave dalla donna che lui amò di più, la sua adorabile Enrichetta. Non si
dica quindi che Lucia è una fanciulla troppo ideale perché possa trovarsene un
riscontro nella realtà: ragazze come Lucia ce ne sono sempre state nelle famiglie
cristiane, e se ne trovano anche oggi, a dispetto della sensualità e dell’erotismo
che tentano di dissacrare il vero amore.

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Lucia è un personaggio nuovo di donna nella nostra letteratura e nella stessa
produzione manzoniana. In questa abbiamo la figura di Ermengarda, che per certi
aspetti potrebbe far pensare a Lucia, a parte le profonde differenze storiche e
sociali. Non oserei però mettere l’amore di Lucia per Renzo sullo stesso piano di
quello della principessa longobarda per Carlo. L’amore di Ermengarda è
certamente più appassionato, ma non più intenso né più tenero di quello di Lucia;
e l’una e l’altra, per pudore innato, non sanno esprimerlo né confessarlo
interamente, ma lo custodiscono gelosamente nell’animo con dolce sollecitudine.
Lucia è estremamente riservata; ma l’amore che le inonda il cuore lo fa
intendere in modo indiretto, magari con lo sguardo o col tono della voce, che
danno un calore insolito alle espressioni più semplici e usuali. Renzo sapeva
molto bene che, come alle parole e ai complimenti di certe persone bisogna
togliere la tara della piacenteria, così a quelli di Lucia bisognava aggiungere tutto
l’affetto segreto che trapelava appena nelle espressioni esteriori. Il giovane
“intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore
di Lucia; del resto era facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle:
una per Renzo, e un’altra per tutta la gente che potesse conoscere”. Se una
somiglianza tra Lucia e Ermengarda c’è, essa consiste proprio in questo pudore
virginale, che rende l’amore più tenero e pregiato, quando naturalmente sia
compreso dalla persona amata. Renzo aveva certamente capito l’amore segreto di
Lucia, mentre forse Carlo Magno non aveva compreso appieno quello della sua
sposa; ma le struggenti parole della figlia di Desiderio potrebbero stare anche
sulle labbra dell’umile popolana del romanzo:
“ né tutta mai
Questo labbro pudico osato avria
Dirti l’ebbrezza del mio cor segreto.”
Se Lucia non fosse stata così pudica e fedele nel suo amore, se non fosse
stata così umile e casta, sarebbe rimasta certamente lusingata dalla corte di don
Rodrigo, avrebbe facilmente scambiato per amore la passione sensuale di lui (è
così facile a quell’età illudersi nel campo sentimentale!), magari vedendo nel
giovin signore il “principe azzurro” che è nel cuore di ogni fatua Cenerentola. Ma
la bella popolana, che ha risvegliato la bramosia erotica di don Rodrigo, non è una
fatua né una vanerella; essa è una donna saggia, e ha dato il suo cuore a un
giovane della sua condizione, ma onesto e buon cristiano; e la corte del nobile,
lungi dal lusingarla, le fa paura, perché la sa mossa da una brutale passione.
A proposito della bellezza di questa ragazza, certamente notevole se attirò
l’attenzione del giovane cavaliere, il Manzoni non spreca troppe parole; egli ce la
fa intuire più che descrivercela, appunto come fa col suo amore per Renzo. Questo
artista sommo non indulge alla moda dei narratori, non cerca i facili effetti
suscitati dall’argomento della bellezza e dell’amore, è anzi schivo di quelle
descrizioni che in ogni tempo hanno formato la grande attrattiva per avere un gran
numero di lettori. Egli non vuol gareggiare con i romanzieri alla moda, che
mandano in sollucchero le adolescenti; egli ha in uggia il trito sentimentalismo, e
odia la sensualità che forma l’unica attrazione di tanta narrativa; egli va dunque

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contro corrente e, cosciente di avere ben altro da dire, schifa i soliti ammennicoli
degli scrittori in cerca di popolarità o meglio di guadagno.
Della bellezza fisica di Lucia il Manzoni ci dà solo dei fuggevoli cenni,
ricordando “ora i lunghi e neri sopraccigli” ora i capelli ora gli occhi; ma egli ci fa
capire che la bellezza dell’anima della ragazza è superiore a quella del suo viso.
Per lo scrittore cristiano quello che più conta è l’anima, la parte spirituale di
noi, quella che possiamo affinare sino alla perfezione, sicché la sua bellezza è
soprattutto merito nostro; il corpo è quale ce l’ha dato madre natura, e se questa ci
ha concesso la bellezza , dobbiamo essergliene grati, ma anche pensare che di
questa dote dobbiamo fare buon uso, perché anche di essa dobbiamo rendere
conto come di ogni altra.
E che la bellezza di Lucia fosse più spirituale che fisica, è confermato dalla
delusione di quanti, nel paese del Bergamasco dove Renzo andò a stare, si
aspettavano che la sposa, di cui si era fatto un gran parlare, “avesse i capelli
proprio come l’oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l’uno più bello
dell’altro”. Costoro, quando finalmente potettero vederla, cominciarono a
criticare:
“Cos’è poi? Una contadina come tant’altre. Eh! Di queste e delle meglio, ce
n’è per tutto. – Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto,
chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovaron brutta affatto.” Questo perché
in quel paese si era creata, non per colpa di Renzo, un’attesa eccessiva della sua
bellezza; e il Manzoni, da fine psicologo, avverte: “Ora sapete come è
l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa…
e fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione.” Quando invece
Renzo si accasò in un altro paese, dove di Lucia non c’era nessuna attesa, tutti
furono contenti della ”bella baggiana”. Da questo si può vedere come le nozioni
di bello e di brutto dipendano molto spesso dal nostro stato d’animo.
Dopo aver parlato delle doti, più morali che fisiche, della nostra protagonista,
dovremmo per obiettività trattare anche dei suoi difetti. Ne avrà avuto anche lei,
in quanto creatura umana e non angelica; di questo non c’è dubbio; ma dalla
lettura del romanzo non è agevole scoprirli. Qualcuno ha pensato a una certa
debolezza di volontà, a un’eccessiva arrendevolezza; ma a me non pare, anzi ho
già detto che è una ragazza ben ferma nelle sue idee, soprattutto quando pensa
che, venendo meno ad esse, offenderebbe Dio. Se cedette a Renzo infuriato nella
questione del matrimonio clandestino, fu perché non lo riteneva una colpa grave e
solo così poteva evitare un male peggiore, come il pervertimento morale di
Renzo; ma non cedette affatto, nel lazzaretto, né alle minacce né alle lusinghe e
nemmeno alle tenere perorazioni dell’ex-fidanzato, perché appunto riteneva che
mancare al voto fosse una gravissima colpa, e lei preferiva soffrire qualunque
cosa pur di non commetterla. Cedette anche alla Signora di Monza,
allorquando costei volle inviarla al convento dei Cappuccini; ma sappiamo che lei
cercò di sottrarsi a quell’incarico, con buone e veraci ragioni; e acconsentì
soltanto quando la sua benefattrice, “ammaestrata a una scuola infernale”, si
mostrò meravigliata della sua ingratitudine. Ingrata lei, che aveva verso la monaca

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tanta tenera riconoscenza, tanta umile devozione? E solo per non apparire, come
non era, ingrata, si indusse a fare ciò che la sua abituale prudenza le sconsigliava,
a uscire sola contro l’oscuro pericolo che presentiva.
Un critico recentemente ha parlato addirittura di Lucia “superstiziosa”,
insinuando che la ritrosia della ragazza per il matrimonio clandestino derivi
appunto dal fatto che quel giorno era venerdì, e si sa che per il popolino
superstizioso “né di Venere né di Marte non si sposa e non si parte”. E questo
tabù, come un incubo, avrebbe paralizzato tutte le energie della poveretta, la quale
non riuscì quindi a pronunciare neppure la breve formula del matrimonio. A
questa taccia di superstizione basta rispondere che chi è profondamente religioso
non può essere minimamente superstizioso; la superstizione è la negazione della
vera fede, del fiducioso e totale abbandono nella divina Provvidenza. Lucia usciva
dalla scuola spirituale di padre Cristoforo, era una creatura eletta dalla Grazia, e la
superstizione non poteva quindi deturpare la sua religiosità verace e profonda. La
superstizione inoltre è frutto dell’ignoranza; ma Lucia, benché non sapesse né
leggere né scrivere, non era affatto ignorante nel campo morale e spirituale, anzi
era giunta a un livello così alto di spiritualità, da suscitare l’ammirazione di
quanti, come il buon frate e il Cardinale, avevano in materia un fine intendimento
unito a una lunga esperienza diretta e indiretta.
Qualcuno potrebbe dire che Lucia è troppo austera, troppo seria, perché non
sorride e non scherza mai, assomigliando più a una zitella inacidita che a una
ragazza ventenne. Per rispondere a questa critica, che ha una certa parvenza di
verità, dirò che bisogna innanzi tutto tener conto del carattere di Lucia, che non è
loquace ed estroverso, ma serio e meditativo; in secondo luogo dobbiamo badare
alle circostanze della sua vita; come avrebbe potuto, la povera ragazza, ridere e
scherzare in mezzo a tutti i guai che la bersagliavano? Tutt’al più poteva cercare
di rimanere serena e fiduciosa, e ci riusciva solo mediante la preghiera e l’assiduo
lavoro, che fugavano le apprensioni e i tristi pensieri.
Tuttavia, prima che i guai per lei cominciassero e dopo che furono finiti,
possiamo cogliere qualche accenno della sua indole per nulla triste, ma ilare e
soave, e talora anche amabilmente scherzosa.
Quando Lucia si veste per le nozze, da celebrare solennemente in chiesa, ed è
ben lontana dall’immaginare la tempesta che sta per piombarle addosso a causa
della turpe passione di don Rodrigo, anzi è ormai certa che colui ha rinunciato a
ogni tentativo verso di lei vedendo il suo comportamento riservato, ella mostra
apertamente la gioia del suo cuore, pur con la sua abituale modestia soave. “Le
amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei
s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine,
facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i
lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso”.
Il Manzoni aggiunge che la ragazza, oltre all’ornamento proprio della
giornata delle nozze, “aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata
allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevano sul viso: una gioia
temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di

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quand’in quando sul volto delle spose e, senza scompor la bellezza, le dà un
carattere particolare.”
I critici sono tutt’altro che concordi sul significato da dare all’espressione
“modesta bellezza”: bellezza media, cioè non straordinaria né troppo appariscente,
oppure bellezza soffusa di modestia cioè pudica? Il collocamento dell’attributo
farebbe propendere per la prima interpretazione, ma forse l’Autore ha tenuto
presente anche il secondo significato, e ha lasciato volutamente l’espressione nella
sua pregnante vaghezza.
Anche alla fine dei suoi guai, quando è sposa e madre felice, per quanto felici
si possa essere in questo mondo, Lucia mostra il suo carattere serio sì, ma anche
sereno e ilare e, all’occasione, garbatamente scherzoso.
Infatti quando Renzo, facendo il moralista spicciolo, si mette a sciorinare
tutte le cose che ha imparate dai suoi guai (non mettersi nei tumulti, non predicare
in piazza, badare con chi si parla, non alzar troppo il gomito ecc.), Lucia, vedendo
quella morale troppo angusta, perché senza una visione religiosa della vita e del
problema del male, interrompe il suo moralista con un’osservazione acuta:
“E io, cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai:
son loro che son venuti a cercar me.”
Ma per togliere il marito dall’imbarazzo e avviare un discorso costruttivo,
aggiunge subito, sorridendo soavemente:
“Quando non voleste dire… che il mio sproposito sia stato quello di volervi
bene, e di promettermi a voi.”
E’ uno scherzo garbato, che nasconde però un fondo di verità. Lucia, sin da
quando cominciò a “discorrere” con Renzo, capì subito che era un bravo giovane,
onesto e laborioso, ma non certamente della sua elevatezza spirituale e della sua
sensibilità morale. Tuttavia, umile e modesta com’era, lo amò lo stesso con tutta
l’anima, sperando di elevarlo col suo amore a una sfera superiore di spiritualità.
Ma Renzo come levatura spirituale rimase sempre al di sotto della sposa, alla
quale principalmente si deve quella conclusione morale del romanzo, che
rappresenta “come il sugo di tutta la storia”, in quanto ci dà una visione più alta
della vita con la soluzione cristiana del problema del dolore. Lucia nella sua
umiltà e carità non vuole aver l’aria d’insegnare al marito, ma con le sue accorte
osservazioni lo conduce discretamente a quella conclusione che lei aveva già da
tempo trovata, per mezzo della sua superiore intelligenza e, soprattutto, della sua
più profonda religiosità, qualità che lei si guarda bene dal far apparire.
L’umiltà e la dolcezza di Lucia è evidente in molte occasioni; per esempio,
non se la prende affatto, anzi (possiamo scommettere) sorride con indulgenza
allorché don Abbondio, divenuto a un tratto loquace e burlone per la notizia della
morte sicura di don Rodrigo, la chiama “acqua cheta, santerella e madonnina
infilzata”, ridicolizzando piuttosto grossolanamente quelle virtù profonde e
sincere che il prete materialone non poteva certamente né comprendere né tanto
meno ammirare.
Però questa mitezza e direi sottomissione, per la quale ella dà del “voi” a
Renzo anche quando è diventato suo marito, in segno di rispetto, non deve trarci

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in inganno, facendoci credere che Lucia sia una debole, una remissiva anche
davanti all’ingiustizia e alla violenza. No, ella si oppone al male risolutamente e
con tutte le sue forze, anche fisiche, e possiamo essere sicuri che si sarebbe fatta
piuttosto uccidere che violentare. Ai bravi che l’hanno rapita si oppone sino allo
stremo delle forze, tentando ripetutamente di divincolarsi e di fuggire. Nel castello
dell’Innominato rimane ostinatamente raggomitolata in un angolo della stanza, in
un istintivo atteggiamento di difesa; e quando il superbo signore le comandò con
voce tonante di alzarsi, sdegnato “d’aver due volte comandato invano”, la povera
prigioniera obbedì solo in parte: si mise in ginocchio, come una martire davanti al
persecutore, e disse:
“son qui: m’ammazzi.”
Quindi gli rinfaccia la crudeltà del rapimento e della prigionia “con una voce
in cui, col tremito della paura, si sentiva una certa sicurezza dell’indignazione
disperata.” Il suo rimprovero è breve, ma tocca il cuore:
“Perché mi fa patire le pene dell’inferno? Cosa le ho fatto io?”
In seguito, nel momento della liberazione, rivedendo colui che l’aveva fatta
soffrire tanto, istintivamente fece un gesto come di “subitaneo ribrezzo”,
stringendosi alla buona donna che era andata a liberarla e nascondendole il viso in
seno; ma tosto lo rialzò, e comprendendo con un solo sguardo il dramma intimo
dell’Innominato, gli rivolse quelle soavi parole che scesero come un balsamo sul
suo cuore contrito e umiliato:
“Oh, il mio signore! Dio le renda merito della sua misericordia!”
Nessun rimprovero ricorre più sulle labbra della mite fanciulla, nemmeno
una memoria del doloroso passato, ma solo un accorato e affettuoso
ringraziamento, in un tono soave di pietà e di simpatia: “Oh, il mio signore!” Sono
parole ineffabili e indimenticabili, pregne di carità cristiana, che rivelano “la luce
intellettual piena d’amore” che rischiarava la bella anima di Lucia.
A qualcuno questa ragazza è apparsa piuttosto fuori della realtà,
specialmente trattandosi di un’operaia analfabeta nata da stirpe di contadini.
Rispondo che la nobiltà d’animo e l’elevatezza spirituale non traggono origine
dall’estrazione sociale, né si commisurano alla vastità della cultura; la grazia del
Signore poi predilige le umili e povere creature. E’ certo che Lucia incarna
l’ideale cristiano celato in un animo femminile proveniente dal popolo;
evidentemente il Manzoni credeva, nel suo realismo, che simili ragazze esistono
specialmente nell’ambiente degli umili e dei diseredati, che sono più vicini a Dio
e alla sua santa legge.

2 - RENZO
Renzo è un giovane di circa vent’anni, orfano di ambedue i genitori, e
quindi tanto più bisognoso di affetto. Per buona sorte ha conosciuto, nel suo stesso
paese, una brava e bella ragazza come Lucia, e subito ha deciso di formare con lei

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una famiglia cristiana. Agnese, madre di Lucia, è contenta del giovane che ha
messo gli occhi sulla figliola, mentre costei, teneramente innamorata, attende con
ansioso desiderio che “il sospiro segreto del cuore” sia solennemente benedetto in
chiesa, col matrimonio religioso, per cui l’amore viene comandato e santificato
dal sacramento. Padre Cristoforo, direttore spirituale della ragazza, viene messo al
corrente delle oneste intenzioni di Renzo e, conoscendolo per un bravo figliolo,
laborioso operaio e buon cristiano, approva calorosamente il fidanzamento; e
quando sa della persecuzione di don Rodrigo nei riguardi di Lucia, le consiglia di
affrettare le nozze. La ragazza, pur a malincuore, perché teme di essere mal
giudicata dal fidanzato, deve fare forza a sé stessa e al proprio pudore facendo,
com’ella dice, “la sfacciata”, pur di obbedire al prudente consiglio del confessore,
nel quale riponeva cieca fiducia. E il matrimonio fu anticipato, da dopo Natale, a
prima dell’Avvento; ma a nulla valse: il burbanzoso signorotto pose ugualmente il
suo veto, e vano risultò ogni tentativo del buon frate. Costui aveva riposto una
grande speranza in questa coppia di sposi cristiani, ai quali aveva deciso di
lasciare, col “pane del perdono”, il suo più caro retaggio spirituale. Le parole che
il santo frate rivolge loro nel lazzaretto dimostrano la grande fiducia che egli
ripone nei due promessi:
“Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e certo, se
mai m’è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli…”
Fra Cristoforo non si poteva ingannare sul conto di Renzo, perché
probabilmente era confessore anche di lui, e comunque lo conosceva da gran
tempo e l’aveva quasi visto nascere. Renzo ha dunque le doti del buon cristiano:
onesto, laborioso, economo, serio, fedele, sincero, caritatevole e amante della
giustizia. Queste belle qualità spiccano nei vari episodi del romanzo, e ci rendono
tanto simpatico questo giovanotto, che si rivela anche ottimista, scherzoso,
facondo, estroverso diremmo noi, e per di più tenace nei suoi propositi e pieno
d’entusiasmo, soprattutto quando è convinto di lavorare per una buona causa.
Ora metteremo in luce qualche tratto del suo carattere, spigolando tra le
molte pagine del romanzo che lo riguardano.
Renzo era innanzi tutto alieno dal sangue e dalla violenza: dote molto
singolare in quel secolo spavaldo ne sanguinario, in cui sbudellare una persona era
ritenuta una prodezza. Quando, nel forte del tumulto di Milano, davanti al palazzo
del Vicario di provvisione assediato dalla folla inferocita, sente le nefande parole
di quel vecchio malvissuto, il quale vuole crocifiggere con grossi chiodi il Vicario
al portone della sua stessa abitazione, non esita a esprimere la sua viva
riprovazione e il suo ribrezzo con parole veementi di rimprovero, rischiando
perciò di essere linciato dalla folla inferocita, che lo prende per un servo del
Vicario e addirittura per lo stesso Vicario travestito. E buon per lui che, proprio in
quel momento, l’arrivo della lunga scala a pioli polarizzò a un tratto l’attenzione
generale.
Renzo, scampato a quel brutto pericolo, non disarma, non se ne va ad
accudire ai fatti propri: il suo senso di giustizia e il suo coraggio gli impongono di
rimanere, per cercare di evitare l’esecuzione sommaria dell’assediato, che pur

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considera colpevole della carestia. E quando giunge il gran cancelliere Ferrèr “per
condurre il Vicario in prigione”, Renzo si mette all’opera con grande animo per la
riuscita di questo intento umanitario, perché odia l’ingiustizia e l’assassinio,
l’arbitrio e la violenza, anche quella del popolo di cui fa parte. E’ perciò uno dei
più validi collaboratori di Ferrèr in questo rischioso salvataggio, tanto che ne
riceve più di un sorriso di ringraziamento, e ingenuamente crede di essergli già
diventato amico. Ed eccoci a dover parlare della ben nota ingenuità del nostro
giovane; secondo me, essa “in nuce” non è un difetto, nasce anzi come buona
qualità, in quanto questa ingenuità non è altro che fiducia nella bontà e nella
sincerità degli uomini; ma Renzo stesso si accorge del suo errore, quando
ripetutamente constata la malafede altrui, e allora corre ai ripari.
“Renzo – dice il Manzoni – era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un
giovine schietto e nemico d’ogni insidia”.
Questa sua schiettezza nativa però lo espone a gravi pericoli, ed egli deve
imparare a sue spese a non fidarsi troppo degli altri. E qui si rivela l’acume del
montanaro, il quale si rende subito conto del suo errore, e riesce a scampare con
estrema abilità dai guai che si è lui stesso tirati addosso. “Le tribolazioni aguzzano
il cervello” afferma l’Autore, e Renzo, che è sveglio per natura, per necessità di
cose diviene anche astuto e calcolatore, non certamente per far del male agli altri,
ma per salvarsi lui stesso. Per esempio, dopo essere incappato in quel bargello
travestito, nel timore di incontrarne qualche altro, non chiede affatto la strada ai
presenti, una volta liberatosi dai birri, ma si allontana velocemente in una
direzione qualsiasi, affidandosi al suo istinto di animale braccato. E quando, poco
dopo, deve necessariamente informarsi della strada, se vuole uscire ad una porta
che lo avvii in direzione di Bergamo, agisce con estrema prudenza e compie
“forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la figura che gli paresse a
proposito”. Dopo aver scartato diversi tipi che per un motivo o per un altro gli
davano sospetto, trova finalmente l’uomo che fa per lui: un uomo sincero che gli
risponde garbatamente e con esattezza. Se il fuggitivo sa scegliere bene, non
ostante il comprensibile orgasmo, lo deve alla sua intelligenza.
L’intelligenza di Renzo è pronta e intuitiva, per cui egli si rende subito conto
della situazione. Per esempio, capisce subito che le gentili parole e gli amichevoli
consigli del notaio criminale, che era andato ad arrestarlo nell’osteria di Milano,
mascheravano l’apprensione e la paura per quanto i tumultuanti potevano osare;
sicché, una volta in strada, fece esattamente il contrario di quanto gli era stato così
scopertamente consigliato da quel “furbo matricolato” che, perduta la sua calma,
non faceva che commettere sciocchezze. Renzo invece, che aveva ripreso tutto il
suo sangue freddo e la sua lucidità, aveva immediatamente capito che poteva
tentare con successo di uscire da quelle grinfie, e che non bisognava perdere
quella occasione favorevole: “se non mi aiuto ora, pensò, mio danno”. E attuò il
suo piano di fuga con un’abilità consumata: innanzi tutto, sporgendosi in avanti e
indietro, cercò di richiamare su di sé l’attenzione dei passanti; e allorché i birri,
per dargli una lezione, strinsero i manichini dando una girata ai legnetti, si mise
addirittura a strillare facendo accorrer gente, e infine si ribellò apertamente

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appellandosi alla generosità del popolo; e gli andò bene: “audaces fortuna iuvat”.
Ma Renzo osò dopo aver fatto bene i suoi calcoli.
Tutta la sua fuga da Milano è un capolavoro di prudenza e di abilità; quanto
più si era mostrato ingenuo prima dell’arresto, tanto più divenne accorto dopo
essere caduto nelle mani della Giustizia. Accorto e anche sospettoso; neppure del
vino si fida più, perché gli ha giocato quel brutto tiro all’osteria della “luna
piena”. Ormai non ha alcun dubbio che durante quella solenne sbronza, cicalando
col sedicente spadaio così servizievole e procacciante, gli aveva spiattellato
ingenuamente le proprie generalità, dopo aver così tenacemente rifiutato di
declinarle all’oste che invece era in dovere di chiedergliele. E per evitare che
qualche oste possa di nuovo chiedergliele, decide di passare la notte magari su un
albero, come un uccello, ma non in un’osteria. Qui possiamo notare la grande
schiettezza di Renzo, che non pensa nemmeno lontanamente a inventare un nome
finto; e quando in seguito, nel Bergamasco, assumerà il nome di Antonio Rivolta,
lo farà certamente per iniziativa del cugino Bortolo, con partecipazione personale
tanto scarsa, che quando veniva chiamato, le più volte non rispondeva, inducendo
così il nuovo padrone a crederlo un po’ intontito.
Renzo durante la fuga da Milano mostra una grandissima prudenza: non solo
non vuole seguire la via maestra, dove giustamente temeva di essere inseguito, ma
evita rigorosamente di dare anche la minima indicazione sul suo conto. Vediamo
con quanta disinvoltura sa schermirsi dalle domande curiose della vecchia nella
piccola osteria di campagna; e con abilità sopraffina, approfittando della stessa
curiosità dell’ostessa, riuscì a conoscere il nome di “quel paese, piuttosto grosso,
sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano”, che lo
avrebbe tolto dal grande imbarazzo di chiedere a ogni piè sospinto la strada per
Bergamo, il che “gli pareva puzzar tanto di fuga, di sfratto, di criminale”.
Uscendo da quella osteriuccia egli potrà, con molta naturalezza e senza destar
sospetto, domandare ai passanti la strada per Gorgonzola, il paese indicatogli
appunto dalla curiosa vecchietta.
Molto accorto il nostro fuggitivo si dimostra anche nell’osteria di
Gorgonzola, dove uno degli sfaccendati che erano lì in attesa di notizie dalla
capitale, gli chiese a bruciapelo se veniva da Milano. Renzo, sorpreso
dall’inaspettata domanda del curioso, e non volendo rispondere affermativamente
per non compromettersi, cerca di guadagnar tempo con delle risposte evasive; e
quando non può più eludere la reiterata domanda, risponde pacatamente:
“Vengo da Liscate”, perché in realtà veniva anche da questo paese, essendoci
passato.
Questa risposta ci dimostra ancora una volta che Renzo non è capace di dire
bugie; e questo rispecchia il rigorismo giansenistico dell’Autore, che si oppone al
lassismo morale di certa casistica gesuitica. Il nostro giovane si trae d’impaccio
senza rincorrere a bugie, servendosi della sua intelligenza, e l’importuno, convinto
che il viaggiatore non venisse da Milano, lo lascia in pace. Renzo, liberatosi da
colui con tanta destrezza, si mise in attesa del cibo e dell’oste, al quale aveva già
deciso di chiedere abilmente ciò che più gli premeva sapere, cioè la distanza

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dell’Adda, e dove la si potesse passare. Ma l’oste è un tizio molto curioso e un
tantino malizioso, e Renzo comprende subito che deve usare tutta la sua
scaltrezza, per non metterlo in sospetto. Perciò le domande, invero un po’
scottanti, sui traghetti dell’Adda, gliele rivolge “con un fare da addormentato”,
come di chi chiede così per chiacchierare, per dire qualcosa. La cosa gli riesce
abbastanza bene; ma quando vuole informarsi se esiste qualche altro traghetto
meno lontano, adatto per “chi avesse bisogno di prendere una scorciatoia”, si
tradisce alquanto, perché rivolge la domanda “con un’aria d’indifferenza portata
fino all’affettazione”. L’oste, insospettito, lo squadrò “ficcandogli in viso due
occhi pieni d’una curiosità maliziosa”; bastò questo a far capire a Renzo che non
era il caso d’insistere su quell’argomento; e infatti egli deviò subito il discorso,
chiedendo se il vino era sincero, ben sapendo che gli osti sono sempre pronti a
decantare le doti del proprio vino. E le lodi del proprio vino fecero dimenticare
all’oste il sospetto concepito poco prima sul conto del forestiero. Se Renzo si era
alquanto scoperto, era avvenuto perché aveva commesso un errore di dosaggio
della sua “aria d’indifferenza”: aveva esagerato, cadendo nell’affettazione; ma si
accorse immediatamente della topica e riparò in modo brillante, il che dimostra
ancora una volta la sua pronta intelligenza.
Renzo è generoso e caritatevole. Allorché si reca da don Abbondio per il
matrimonio di sorpresa, prende un po’ di denaro con l’intenzione di regalar
generosamente il curato, quando questi l’avesse, suo malgrado, servito. In
precedenza aveva regalato venticinque berlinghe a Tonio per il piccolo servizio di
fargli da testimone assieme al fratello Gervaso, e offrì anche da mangiare a tutti e
due. A Menico, che gli aveva portato con tanto rischio il prezioso avviso di padre
Cristoforo, regala una berlinga nuova fiammante. Intende compensare con un po’
di denaro sia il barcaiolo che lo traghetta, insieme con Lucia e Agnese, oltre il
lago, sia il barocciaio che li trasporta a Monza; ma l’uno e l’altro, essendone stati
pregati dal santo frate, miravano a una ricompensa ben diversa, e ritirarono la
mano quasi con ribrezzo, come fosse loro proposto di rubare, quando Renzo tentò
di farvi scivolare degli spiccioli.
Il nostro giovane si mostra grato a tutti quelli che gli danno un qualunque
aiuto, e li ringrazia sempre con grande calore; e non lo fa per semplice buona
educazione, ma per un sincero trasporto dell’animo verso chi gli fa del bene.
Ringrazia anche il sedicente spadaio Ambrogio Fusella, che crede un galantuomo,
perché si è offerto d’accompagnarlo in un’osteria in cui starebbe molto bene, cioè
in prigione; e anche se a quell’osteria non arriva, in quanto Renzo ne trova prima
un’altra, tuttavia ringrazia l’accompagnatore del suo buon cuore e l’invita
cordialmente a bere un bicchiere con lui. La mattina seguente ringraziò i suoi
liberatori con poche parole, ché il tempo stringeva, ma così di cuore:
“Grazie tante, figliuoli: siate benedetti.”
Ringraziò calorosamente anche il barcaiolo che lo portò in salvo sulla riva
sinistra dell’Adda, e lo compensò con una berlinga ”che, attese le circostanze,
non fu un piccolo sproprio”; e infine nel Bergamasco, dopo essersi rifocillato

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all’osteria, dà alla povera famiglia che langue sulla strada tutto ciò che gli rimane,
esclamando:
“La c’è la Provvidenza!”
Sicché giunse al paese del cugino Bortolo senza un soldo in tasca, ma con
una grande fiducia nell’aiuto della divina Provvidenza la quale, se si era servita di
lui per sostentare quella famiglia, come avrebbe poi potuto abbandonare colui al
quale “aveva dato un sentimento così vivo di sé stessa, così efficace, così
risoluto?” E il buon cuore di Renzo viene subito compensato dalla cordiale
accoglienza del cugino che gli procura anche un lavoro.
La gratitudine è tanto radicata nell’animo di Renzo, che ringrazia anche i
monatti che l’avevano accolto sul loro carro, anche se per lui sarebbe stato più
sicuro squagliarsela “insalutato ospite”, per evitare che coloro potessero fare
qualche gesto, qualche pubblicità “che mettesse in malizia i passeggeri” nei suoi
riguardi. Ma non gli piace andarsene alla chetichella dopo essere stato salvato;
perciò dice loro di tutto cuore:
“Vi ringrazio della vostra carità: Dio ve ne renda merito”.
Purtroppo il monatto più vicino gli risponde:
“Va’, va’ povero untorello; non sarai tu quello che spianti Milano”.
Buon per Renzo che non c’era lì nei pressi nessun cittadino che potesse udire
queste parole; altrimenti sarebbe ricominciata la caccia all’untore, e quell’epiteto
di “untorello” lo avrebbe messo in un altro bel guaio! E questo per aver voluto
ringraziare anche quei ribaldi. Nel lazzaretto, allorché padre Cristoforo lo ospita
nella sua capanna, offrendogli la minestra e il vino, vediamo con quale commossa
riconoscenza lo ringrazia:
“Tocca a lei a far codeste cose? Ma già lei è sempre quel medesimo. La
ringrazio proprio di cuore.”
E con quanta maggiore tenerezza lo ringrazia “vivamente con gli occhi”,
quando il santo frate ha sciolto il voto di Lucia, ultimo ostacolo alla sua felicità!
Renzo sente per il buon padre una devozione veramente filiale, conscio com’è di
tutti i benefici che ne ha ricevuti; e quando dovette distaccarsi definitivamente da
lui, sicuro di non rivederlo più sulla terra, provò una stretta al cuore e, come dice
sobriamente il Manzoni, “stette lì a guardarlo fin che non l’ebbe perso di vista”.
Quanto muto accoramento!
Il cuore di Renzo non è soltanto generoso e riconoscente, ma è anche molto
tenero e facilmente si commuove davanti al bisogno e alla sventura. Per esempio,
egli accorre subito, proprio “di corsa”, alle invocazioni della povera donna
sequestrata in casa con i figlioli, perché il marito è morto di peste, e sentendo che
essi muoiono di fame, dona immediatamente i due pani che ha in tasca, e quindi
con cristiana sollecitudine avverte un prete della penosa situazione di quella
sventurata famiglia. Poco dopo, sempre in Milano desolata dalla peste, vediamo
come rimane commosso sino alle lagrime, allorché vede quella giovane madre
accomodare la sua morticina sul carro dei monatti con tanta affettuosa cura, e poi
parlarle con tanta serena speranza, dandosi l’appuntamento in cielo e con lei e con
gli altri cari già ghermiti dalla peste. E con quanta intima partecipazione al

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dramma sublime della fede e del dolore innalza a Dio la sua accorata preghiera
per quella mamma veramente cristiana:
“O Signore! Esauditela! Tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito
abbastanza, hanno patito abbastanza!”
Renzo è anche ottimista e tenace; non perde mai la fiducia, neppure nei
peggiori momenti, e sempre spera in un domani migliore. La forza che lo sostiene
deriva dalla fede in Dio e dall’amore per la sua Lucia. Sostenuto da questi due
grandi sentimenti, egli lotta sempre contro le avversità e non si scoraggia mai. Per
quasi due anni è costretto a vivere lontano dalla sua amata, ma pensa sempre a lei,
e non appena può si mette alla ricerca di lei, senza farsi spaventare né dalla
difficoltà dell’impresa in sé, né dalla cattura che gli pende sul capo. E il buon frate
non può che lodarlo per questa sua costanza che lo spinge a una ricerca quasi
disperata:
“Dio… certamente benedice questa tua perseveranza d’affetto, questa tua
fedeltà in volere e in cercare colei ch’Egli t’aveva data.”
E qui facciamo punto con l’analisi delle buone qualità del nostro
protagonista, ché altrimenti non la finiremmo più; e chiediamoci piuttosto se egli
non abbia anche dei difetti. La risposta è senz’altro affermativa. Renzo non è
Lucia, fanciulla quasi angelica, alla quale ci è stato difficile trovar dei pur piccoli
difetti; i difetti di lui sono macroscopici, e non è difficile scoprirli; anzi Renzo
stesso è pronto a riconoscerli, ad accusarsi dei suoi errori e a denunciare le proprie
manchevolezze. Infatti alla fine del romanzo, quando già i grandi guai sono finiti
ed egli è ormai sposo e padre felice, si impanca a moralista e facendo, come si
direbbe oggi, l’autocritica, si mette a elencare tutte le cose che ha imparato dai
suoi errori. Dall’elenco si nota che egli si accusa soprattutto d’imprudenza e
d’intemperanza:
“Ho imparato a non mettermi nei tumulti; ho imparato a non predicare in
piazza; ho imparato a guardare con chi parlo; ho imparato a non alzar troppo il
gomito; ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì
d’intorno gente che ha la testa calda; ho imparato a non attaccarmi un campanello
al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.”
Riguardo all’imprudenza, siamo d’accordo: è uno dei suoi principali difetti,
che lo mette in tanti guai, dai quali per fortuna si può liberare in grazia della sua
intelligenza sveglia, che subito gli fa scoprire l’errore e gli suggerisce il rimedio.
Riguardo all’intemperanza, cioè al bere troppo vino, non possiamo parlare di
vero e proprio difetto, perché gli accade una sola volta, e certamente gli dobbiamo
riconoscere molte attenuanti: il gran gridare, la gola secca, tutta l’agitazione di
quella giornata straordinaria, che lo aveva un po’ esaltato con la sensazione
inconscia di esserne stato un primo attore.
Ma la sbronza, per le sue gravi conseguenze, gli serve di lezione per tutta la
vita; ne rimane tanto scottato, che il giorno dopo non ne vuol proprio sapere di
vino, e allorché la vecchia dell’osteria di campagna glielo offre assieme con lo
stracchino, lo rifiuta recisamente, perché – spiega il Manzoni – “gli era venuto in
odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti”.

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Ma il vino è anche un buon amico, per chi lo sappia bere con
moderazione e durante i pasti. Un detto popolare ammonisce: chi non beve vino è
una pecora, chi ne beve giusto è un leone, chi ne beve troppo è un maiale. Quindi
Renzo si ricrede presto del suo troppo assoluto ostracismo, e viene a patti
ragionevoli con Bacco. Infatti già alla fine di quella memorabile giornata di fuga,
in cui le sue gambe avevano macinato parecchie decine di chilometri, sedutosi
stanchissimo nell’osteria di Gorgonzola, “chiese un boccone e una mezzetta di
vino”, perché – commenta l’Autore, - “le miglia di più, e il tempo gli avevano
fatto passare quell’odio così estremo e fanatico”, per il quale aveva giurato di non
berne mai più.
Renzo era per abitudine sobrio, e quella sbornia di Milano fu dovuta a un
insieme di fattori straordinari e concomitanti, principalmente all’arsura della gola
per aver tanto gridato a favore di Ferrèr e della giustizia, per cui tracannò alcuni
bicchieri di seguito prima di cominciare a mangiare; e il fumo del vino gli salì
subito alla testa appunto perché non era abituato a berne troppo, e tanto meno a
digiuno. Quell’arsione molesta gli impedì di dosarne la quantità; ma quei tre o
quattro bicchieri, osserva il Manzoni, “a un bevitore un po’ esercitato non
avrebber fatto altro che levargli la sete.” Andato su di giri in grazia di quei primi
bicchieri ingozzati a stomaco vuoto, il nostro eroe non seppe più controllarsi; e
sentendosi la mente un po’ annebbiata, “per uno di quei falsi istinti che, in tante
cose, rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco”, aggravando sempre
più il suo stato, finché la sbronza divenne proprio solenne, con tutte le
conseguenze che sappiamo.
A questo proposito l’Autore fa una bella osservazione:
“Le abitudini temperate e oneste recano anche questo vantaggio, che, quanto
più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena se
n’allontani, se ne risente subito; dimodoché se ne ricorda poi per un pezzo; e
anche uno sproposito gli serve di scuola”.
E’ proprio il caso di ripetere: “Errando discitur”.
Quando il Cardinale chiede a don Abbondio informazioni su Renzo, il
curato lo dipinge come “un giovane un po’ vivo, un po’ testardo, un po’
collerico”. Naturalmente il giudizio non è troppo sereno; su di esso pesa un certo
risentimento per il modo risoluto col quale Renzo gli aveva cavato di bocca il
nome di colui che non voleva far celebrare il matrimonio: il giovane aveva chiuso
la porta della stanza, mettendosi in tasca la chiave e, consapevolmente o no, aveva
anche messo “la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino”. Ma noi
non sapremmo dar torto a Renzo per il modo in cui si comportò in quella
occasione; fu violento e impulsivo, è vero, ma per difendere il suo diritto, per non
essere infinocchiato, per sapere quello che era suo diritto sapere.
Se don Abbondio fosse stato un vero sacerdote, e si fosse messo dalla sua
parte contro la prepotenza, il giovane non sarebbe certamente ricorso a maniere
coercitive. Questo il curato lo sapeva bene; tant’è vero che, costretto a motivare il
suo giudizio dall’arcivescovo, “con più particolari e precise domande, dovette
rispondere ch’era un galantuomo”. Davanti al suo superiore egli non poteva certo

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accusare Renzo né per la maniera brusca con cui gli aveva cavato dalla bocca il
nome di don Rodrigo, né per il tiro birbone del matrimonio contro le regole: le
accuse infatti si sarebbero ritorte contro di lui, perché proprio lui lo aveva
costretto a ricorrere a quei mezzi, col mancare al suo preciso dovere sacerdotale.
Perciò si rimangiò le sue insinuazioni poco benevole, e dovette riconoscere –
obtorto collo – che Renzo era un galantuomo; il che era la sacrosanta verità.
Tuttavia nell’analisi astiosa di don Abbondio c’è qualcosa di vero: il nostro
giovane è molto impulsivo e piuttosto corrivo all’ira. La sua spiritualità non è
profonda, e quando è ferito nei suoi sentimenti più cari, il risentimento subito lo
acceca e gli fa concepire anche l’omicidio. Lo vediamo al ritorno dalla canonica,
dopo aver conosciuto il nome del suo rivale: “ in quei momenti, il suo cuore non
batteva che per l’omicidio”. Infatti, “internandosi, con feroce compiacenza, in
quell’immaginazione”, pensava di prendere il suo fucile, di appostarsi in un luogo
solitario, di freddare il prepotente signorotto, di correre a salvarsi oltre il confine.
Ma poi si ricordò di Lucia, e subito dileguarono quelle truci fantasie.
Badate: pensò a Lucia, non a Dio e alla sua legge di amore e di perdono; ciò
dimostra che la religiosità di Renzo non è radicata e profonda, ma è, per così dire,
riflessa: deriva da quell’angelo di fede e di bontà che si chiama Lucia; è lei che lo
sostiene e lo eleva “in più spirabil aere”.
Ma anche in presenza di quest’angelo Renzo si lascia accecare dall’ira sino
al furore omicida; e allora pronuncia parole terribili: “Sì, la farò io, la giustizia; lo
libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà…! E poi in tre salti…!” In tre salti
sarebbe andato a mettersi in salvo nel territorio bergamasco!
Povero Renzo! Questa volta è tanto fuori dei gangheri, che nemmeno la
soave fidanzata riesce a calmarlo, se non promettendo di andare al matrimonio
clandestino, al quale fino allora non aveva acconsentito. Ma il nostro giovane in
questa circostanza fu anche un po’ astuto, nel suo furore: aveva capito che solo
spaventando Lucia, con la minaccia di fare un atto inconsulto, poteva smuoverla e
farla desistere dal suo diniego nei riguardi della proposta materna; e perciò invece
di calmarsi alle preghiere di Agnese e alle suppliche di Lucia, si era mostrato
sempre più furibondo, sino a che la ragazza, presa dal terrore, acconsentì
precipitosamente al piano che le era stato proposto: “Sì, sì: verrò dal curato,
domani, ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.”
E allora la grande ira di Renzo sbollisce come per incanto, troppo presto; e
in noi si radica il sospetto che quel gran furore fosse in parte artefatto, mirasse
cioè allo scopo di far recedere Lucia dal suo ostinato rifiuto; scopo che
prontamente ottenne. Certo, non bisogna pensare a un disegno preconcetto del
giovane, ma a qualcosa di inconscio, di per così dire istintivo: a un tratto, nella sua
gran collera, vedendo sbiancare Lucia per lo spavento, balenò a Renzo l’idea di
poterla piegare per quella via; egli “sentì” che solo in quel modo poteva vincerla,
e si abbandonò tutto al suo furore. Dato lo scopo, possiamo perdonarlo.
Ma quello che sembra inconcepibile è che Renzo si lascia accecare dall’ira
anche nel lazzaretto, in mezzo a quello spettacolo da apocalisse e da giudizio
universale che avrebbe dovuto impressionarlo, e per di più davanti a fra

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Cristoforo, del quale egli aveva sempre sentito un po’ di soggezione; e qui non
c’era alcun motivo per cui egli fosse indotto ad accentuare il suo furore, tutt’altro!
Eppure si lascia trasportare affatto dalla collera ed esprime senza ambagi i suoi
propositi assassini, gridando in faccia al frate che, nel caso non avesse trovato
Lucia viva, avrebbe certamente scovato l’autore di tutti i loro guai, e ne avrebbe
fatto giustizia lui, se la peste non l’aveva ancora fatta. Parole terribili egli
pronuncia quasi fuor di sé, e ad accecarlo non è tanto l’odio per l’avversario,
quanto la poca speranza di poter trovare Lucia viva in quel mortorio.
Il padre Cristoforo, che lo conosceva bene, per farlo rientrare in sé, non
ricorre alle preghiere, ma alla più fiera rampogna. L’austero frate si mostra non
solo amareggiato, ma anche sdegnato, e pronuncia pure lui parole terribili,
chiamandolo per ben tre volte “sciagurato” e minacciando di abbandonarlo a sé
stesso:
«Guarda chi è colui che castiga!... Colui che giudica, e non è giudicato!
Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia!...
Va’, sciagurato, vattene!... Va’! non ho più tempo di darti retta.»
Sono parole di fuoco, parole che scuotono e che purificano; Renzo, preso
con la maniera forte, rinsavisce subito, e questa volta perdona davvero e
definitivamente il suo nemico:
«Sì, sì: capisco che non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho
parlato da bestia, e non da cristiano: e ora, con la grazia del Signore, sì, gli
perdono proprio di cuore.»
Un altro difetto del nostro giovane è la testardaggine, la quale in certi casi lo
fa apparire privo di tatto e di ogni riguardo, privo addirittura di delicatezza anche
verso la sua cara e soave Lucia. E’ quello che avviene, sempre nel lazzaretto,
quando cerca di smuovere la ragazza dal suo voto. Egli crede che quello di Lucia
sia un falso scrupolo, da vincere alla solita maniera, cioè come nel caso del
matrimonio clandestino, mostrandosi arrabbiato e minacciando di fare qualcosa di
terribile, onde spaventare la poverina e farla acconsentire alle nozze.
Lucia infatti si spaventa, supplica e piange, ma non cede; e allora egli
ricorre ad altri mezzi, più rudi e insidiosi, senza alcuna pietà per l’angosciato
cuore della ragazza, che era ancora tanto innamorata. Renzo non bada più alle
parole che dice, quanto esse siano offensive e ingiuste: anche per lui il fine
giustifica i mezzi.
Infatti, atteggiandosi a vittima, lamenta che lei lo vuol lasciare, perché è
stato perseguitato ed ha patito, perché è povero e sbandato; e infine insinua
malignamente (inaudito!) che il voto è solo una scusa per lasciarlo.
Tutta la simpatia che abbiamo per Renzo è messa davvero a dura prova
davanti a questo suo inqualificabile comportamento, a questa provocazione
indecorosa che non ci saremmo mai aspettata da lui. Ma lo compatiamo lo stesso,
perché sappiamo che lo faceva per amore: lui voleva arrivare ad avere Lucia, e
non pesava davvero le parole, pur di giungere all’ambito scopo. I mezzi questa
volta ci appaiono addirittura brutali verso una fanciulla tenera come Lucia, la

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quale infatti si sente davvero morire, ferita nel più profondo dell’anima da quelle
parole ruvide, da quelle insinuazioni offensive per il suo affetto sincero.
Renzo qui si rivela un “uomo senza cuore”, e Lucia, nel suo angoscioso
abbattimento, glielo rinfaccia apertamente; sì, uomo senza cuore, perché non ha
alcun rispetto per il dolore e l’amore di lei, per la sua debolezza, e la vuol far
capitolare, assalendola senza pietà e da tutte le parti.
Un ultimo difetto di Renzo si rivela nelle ultime pagine del romanzo: quello
di essere suscettibile e permaloso. Avendo sentito dire, nel paese del Bergamasco
dove è andato ad abitare, che alcuni criticavano la bellezza della sua sposa, si
mette anche lui a trovar difetti alle donne degli altri, sino al punto da diventare
sgarbato e disgustoso, alienandosi quelle simpatie che in un primo momento si era
conciliate col suo carattere franco e cordiale.
Siccome “ognuno poteva essere uno dei critici di Lucia”, lui a buon conto li
trattava male tutti, con un atteggiamento beffardo e urtante; “aveva un non so che
di sardonico in ogni sua parola”, facendo dell’ironia su tutti e su tutto, finanche
sul clima del paese!
Per fortuna andò subito via da quel paese, dove l’aria per lui era diventata
quasi irrespirabile a causa dei rapporti tesi con la gente del luogo. Però dobbiamo
per la verità riconoscere che egli fu provocato; la sua fu una reazione, esagerata
per dire il vero, a delle vaghe voci, inopportunamente rapportategli dai soliti
“amici” alla rovescia. In questo egli peccò di buon senso e di misura; ma lui non
poteva permettere che si criticasse la sua Lucia! Guai a chi lo facesse!
“Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le
malefatte di costui”.
Infatti, essendo morto di peste in un paese vicino il proprietario di una
filanda, il figlio volle disfarsene a qualunque prezzo; l’affare venne alle orecchie
di Bortolo, che pensò di comprare l’opificio, a metà con Renzo; così costui
divenne, da operaio, proprietario e andò ad abitare nel nuovo paese, dove la
bellezza di Lucia non fu affatto criticata, tutt’altro! Infatti lì nessuno aveva sentito
parlare di lei e delle sue peripezie, e nessuno l’aspettava, e nessuno si aspettava
una nuova Venere; per cui piacque a tutti per la sua amabile grazia e per la sua
“modesta bellezza”. E il marito ne gongolava, questa volta! Perché, se Renzo era
suscettibile, lo era solo per Lucia: era dunque anche questa una prova di amore.
Per concludere, diremo che Renzo, pur con tutti i suoi difetti, e non ostante
la sua permalosità a volte veramente urtante, è un bravo giovane simpatico, al
quale non si può non voler bene per la sua onestà profonda e il suo amore fedele
verso la sposa promessa.

3 - AGNESE
Abbiamo già detto, tracciando il ritratto di Lucia, che non condividiamo la
definizione del De Sanctis il quale, chiamando Agnese “una Lucia in

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reminiscenza” mostra di ritenere che la madre, a suo tempo, non fu dissimile dalla
figlia. La differenza che c’è tra madre e figlia non è soltanto quella stabilita dagli
anni e dalla maggiore esperienza di chi è nata prima, trent’anni prima per la
precisione; la differenza è soprattutto di natura morale, spirituale, intellettuale.
Lucia possiede una morale più intransigente, una spiritualità più profonda, una
intelligenza più accentuata, una più fine sensibilità.
Ma con questo non si vuol dire che Agnese non sia una gran brava donna,
una vedova e una madre direi esemplare. Ricordiamo che Lucia è stata educata da
lei, ed è in parte merito suo se la figliola è cresciuta così religiosamente formata,
così pudica e virtuosa. Certo, il merito principale va all’insegnamento di fra
Cristoforo e soprattutto alla grazia di Dio, la quale scende più abbondante nelle
anime più degne, cioè più umili e più pure; ma anche l’educazione materna ha la
sua parte. La buona vedova ha educato la figliola senza l’aiuto del marito, e per
tirarla su con tanta cura ha dovuto affrontare sacrifici non indifferenti, difficoltà
certamente notevoli, dando prova di spirito d’iniziativa e di fortezza d’animo.
Agnese è una donna onesta e laboriosa, che ha riposto tutta la sua
compiacenza nella sua unica figlia, e anche in colui che la vuol fare sua sposa, il
quale già la chiama madre, mentre lei lo considera ormai come un caro membro
della sua famiglia.
E quando il sospirato matrimonio viene impedito dal turpe capriccio di un
potente, lei non si scoraggia, ma attinge alla sua esperienza i rimedi che ritiene più
efficaci. Ha fiducia in Dio, ma anche nei mezzi umani, seguendo il motto: “Aiutati
che Dio t’aiuta”. In un primo tempo spera nell’opera del padre Cristoforo, e
quindi approva la figlia la quale lo ha mandato a chiamare per mezzo di fra
Galdino, il loquace laico cercatore che ha bussato alla loro porta per la consueta
cerca delle noci. Ma quando il tentativo del Padre di smuovere il signorotto dal
suo turpe proposito non riesce, la buona donna crede giunto il suo momento. E’
vero che il cappuccino ha promesso loro che continuerà a proteggerli, a lavorare
per loro, seguendo il filo che la Provvidenza gli ha posto in mano; ma questo filo
a lei sembra troppo tenue e quasi enigmatico, e lei non vuole rimarsene con le
mani in mano, vivendo di speranza inerte. Agnese si sente in certo qual modo
investita di responsabilità e anche di autorità: è la più anziana della famiglia, a lei
tocca consigliare ed agire. E in questa sua azione in difesa dei suoi cari ella appare
fornita di buon senso e di notevole abilità non solo pratica, ma anche dialettica.
Vediamo dunque come agisce.
Innanzi tutto, come ogni buon capitano in una situazione difficile, rianima i
suoi giovani: “Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si
dipinge”. Quindi in primo luogo consiglia di ricorrere a un bravo avvocato il
quale, a quanto le consta, ha cavato altri da impicci peggiori. Ma siccome il
ricorso all’avvocato finisce nel bel modo che sappiamo, Agnese ne pensa un’altra,
attingendo alla vantata sua esperienza: il matrimonio di sorpresa.
Sa che la cosa non sta bene, ma ormai non c’è altra scelta; del resto è
convinta che non è colpa grave, specialmente quando si agisce in stato di
necessità, per colpa di un parroco che manca spudoratamente al proprio dovere

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sacerdotale. E allorché la figlia asserisce che è una cosa illecita e non bisogna
perciò farla, si risente come offesa, perché si sente onesta e cristiana:
“Che! Ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio?”
Agnese è fondamentalmente onesta, ma la sua morale è piuttosto elastica,
come possiamo costatare qui e altrove.
La nostra vedova è anche abbastanza intelligente e, riguardo all’efficacia del
matrimonio clandestino, sa ben convincere Renzo il quale non riesce a capire
“come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand’è fatta”. Lo
persuade con un esempio davvero calzante e con un linguaggio colorito:
“Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene;ma dato
che gliel’abbiate, né anche il papa non glielo può levare”.
La similitudine è pienamente azzeccata, non solo per gli effetti, ma anche
per la gravità relativa del fatto in sé; infatti dare un pugno è una colpa lieve, e se
c’è l’attenuante della provocazione, la colpa svanisce quasi del tutto; ma l’effetto
del pugno è indubitabile, comunque sia stato dato, o a torto o a ragione. Renzo è
subito conquistato da questo argomento semplice ma efficacissimo, e abbraccia il
piano con grande entusiasmo.
Fattolo come suo, si mette immediatamente all’opera per attuarlo. Per
trovare i due testimoni necessari, escogita un espediente “da far onore a un
giureconsulto”; ma non pensa all’ostacolo di Perpetua, la quale non li avrebbe
certamente fatti entrare, i promessi sposi, nella casa del curato.
Come superare questo ostacolo imprevisto?
A Renzo in difficoltà viene in aiuto la scaltra Agnese, la quale conosce il
modo infallibile per incantare la fedele serva del curato; possiede per così dire lo
specchietto magico per far calare quell’allodola e farla cadere in trappola: parlarle
dei vari partiti matrimoniali che ella aveva rifiutati!
La nostra vedova, non c’è che dire, è molto scaltra, ma talora non
sufficientemente perspicace dal punto di vista psicologico. Per esempio, quando
propone il matrimonio di sorpresa, per convincere i due giovani della sua validità
canonica, porta l’esempio di una sua amica la quale, essendo ricorsa a questo
ripiego, aveva ottenuto il suo scopo di sposare colui che i suoi familiari non
volevano; ma l’incauta Agnese si lascia sfuggire una conclusione che avrebbe
fatto bene a tacere: “la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni”.
E’ chiaro che questa chiusa infausta non può che impressionare la pia Lucia,
la quale è indotta a pensare che colei se ne pentì appunto perché aveva agito
contro la santa legge di Dio; il fallimento di quel matrimonio le può apparire come
una punizione divina, come una dimostrazione che esso non andava fatto.
Quindi con l’inopportuno esempio la madre ottiene l’effetto contrario; e
invano cerca di correre ai ripari, asserendo che quel fallimento fu dovuto all’aver
agito contro il volere dei genitori, mentre nel caso di Lucia era l’opposto. La
sensibilissima figlia era rimasta colpita dall’infausta conclusione di quel
matrimonio, e si era perciò confermata nel suo diniego, da cui recederà solo per lo
spavento incussole da Renzo.

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Come gran parte delle donne, Agnese è un po’ ciarliera, mentre sua figlia è
tanto riservata. Per questo Lucia, che la conosce bene, non le rivela certe cose che
non voleva si risapessero, come per esempio le lusinghe di don Rodrigo. La figlia
non le parlò affatto di quegli incontri e degli adescamenti del signorotto, per “non
mettere a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere
gelosamente sepolta”.
Noi possiamo essere quasi sicuri (e Lucia certamente lo sospettava
inorridendo a questo pensiero) che Agnese, se fosse venuta a conoscenza della
cosa, non si sarebbe trattenuta dal riferirla alle comari, forse anche con un tantino
di compiacenza che la bellezza di sua figlia avesse attirato gli sguardi di un
giovane cavaliere.
Le mamme sono sempre un po’ vanesie in questo; e Lucia si sentiva morire
di vergogna al solo pensiero che la madre potesse vantarsi anche minimamente del
fatto. La figlia conosce esattamente i limiti di Agnese, la sua scarsa delicatezza e
sensibilità, e perciò evita di dirle certe cose. Così fa anche per il voto di verginità;
e protrae il silenzio sull’argomento finché non può fare a meno di rivelarglielo,
soprattutto per farlo sapere a Renzo, e invitarlo a mettere il cuore in pace. I motivi
di questo silenzio sono essenzialmente due: innanzi tutto il timore che la madre,
“come aveva fatto nell’affare del matrimonio, mettesse in campo qualche sua
regola larga di coscienza, e volesse fargliela trovar giusta per forza”, e in secondo
luogo la quasi certezza che ella non avrebbe saputo mantenere il segreto.
Però, a onor del vero, quando Agnese viene informata del voto,
comprendendo che si tratta di una promessa solenne fatta a Dio e alla Madonna,
non rimprovera affatto la figlia né fa alcuna obiezione, ma curva il capo
rassegnata, perché sa che non si può mentire a Dio.
Anche se la sua spiritualità non è profonda, ella sa che il voto è intangibile, e
non mette affatto in campo delle ragioni contro di esso. Maliziosamente si
potrebbe insinuare che Agnese si rassegna prontamente al voto, perché in fondo al
cuore non le dispiace che la figlia, non sposandosi, rimanga solo sua e tutta sua, e
resti sempre con sé.
Sarebbe un riaffiorare, seppure inconscio, dell’esclusivo ed egoistico amore
materno. E’ vero che lei era stata tanto entusiasta del matrimonio della figlia con
Renzo, che ormai considerava come un figlio; ma ora il giovane era sbandito, e
chi sa quando sarebbe potuto tornare, ammesso che restasse fermo nella sua
promessa, cosa di cui la povera vedova non poteva essere affatto sicura.
Agnese è una buona cristiana, come si dice; ma la sua sensibilità religiosa è
piuttosto scarsa. Un esempio lo abbiamo dal capitolo VII. Allorché Renzo, fuor di
sé per la rabbia, esprime chiaramente il bieco proposito di uccidere don Rodrigo,
Lucia rimane esterrefatta, pensando alla grave offesa della legge di Dio e del
precetto della carità, il quale ci impone di amare anche i nostri nemici, mentre
Agnese pensa unicamente alla difficoltà dell’impresa, al rischio che si deve
correre nell’attuarla, e soprattutto alle conseguenze dinanzi alla giustizia umana,
la quale non potrebbe non muoversi, trattandosi di un nobile. Ella infatti,

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abbassando la voce, come se qualche spia del signorotto possa sentire, chiede al
giovane:
“Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand’anche…
Dio liberi!... Contro i poveri c’è sempre giustizia”.
L’unico timore che essa esprime è che Renzo vada a farsi uccidere, dato che
don Rodrigo era ben difeso da tanti bravacci; e anche nell’ipotesi che l’impresa
fosse riuscita, Agnese sapeva bene che un plebeo non poteva sfuggire al capestro.
Questo è il suo timore; nessuna preoccupazione di ordine morale e religioso
affiora dalle sue parole. Per questa scarsa religiosità ella rassomiglia al suo futuro
genero.
Proprio per questa spiritualità poco profonda, Agnese si mostra talora
vendicativa, tanto da dover essere richiamata dalla figlia, la cui religiosità è ben
diversa. Quando infatti viene a conoscenza del rapimento della figlia,
riconoscendone subito responsabile don Rodrigo, lo maledice di cuore,
augurandogli ogni male temporale ed eterno; per cui la figlia la riprende
soavemente:
“Preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli tocchi il cuore”.
Agnese serba anche un certo risentimento verso don Abbondio per il suo
comportamento vile e poco sacerdotale; e quando ha l’occasione di parlare a tu
per tu col Cardinale, spiffera tutto sulla prevaricazione del curato; quindi, avendo
l’apparenza di attenuare le accuse, quasi per pietà verso il povero prete, non fa che
rincarare la dose:
“Non lo sgridi, perché già quel che è stato è stato; e poi non serve a nulla: è
un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso.”
Con queste parole, mentre sembra voler scusare, aggrava l’accusa, facendo
capire che non si è trattato di una colpa accidentale del parroco, ma di un suo
modo di comportarsi vile ed egoistico, di una sua regola abituale di condotta
diametralmente opposta ai doveri sacerdotali. Anche in questa occasione deve
intervenire Lucia la quale, malgrado le occhiatacce della madre, confessa che
anche loro hanno trasgredito la santa legge di Dio, tentando di realizzare un
matrimonio contro le regole. In questo episodio è evidente il divario tra la morale
un po’ addomesticata della madre, che vede solo i difetti altrui, e quella
intransigente della figlia la quale non ammette sotterfugi e si accusa apertamente
anche per una lieve colpa.
Agnese non ha tanti scrupoli neppure se deve dire una bugia, quando crede
che sia utile per il raggiungimento del suo fine. Per infinocchiare Perpetua e
allontanarla dalla porta della canonica, in occasione del matrimonio clandestino,
non esita a imbastire tutto un racconto menzognero e inventato dalla “a” alla
“zeta”, e lo fa con la massima disinvoltura e quasi con intimo compiacimento per
la sua bravura. Lucia invece non direbbe una sola bugia per tutto l’oro del
mondo; allorché Gertrude, nel mandarla al convento dei Cappuccini per farla
rapire, le suggerisce di dire una bugia, nel caso la fattoressa le domandasse dove
andava, si sente dolorosamente sorpresa e impacciata di dover ricorrere a quel
sotterfugio. E possiamo essere certi che, se davvero fosse stata interrogata dalla

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fattoressa all’uscita dal monastero, quella bugia non avrebbe saputo dirla, tanto il
suo animo rifuggiva da ogni infingimento.
Agnese è anche un po’ avara, un po’ tirata voglio dire; ma questo difetto può
essere spiegato: essa è una povera vedova che non ha beni di fortuna, se non
quella modesta casetta un po’ fuori del paese, circondata da qualche metro di orto;
è ben naturale che sia molto parsimoniosa, e tra la parsimonia e l’esser tirati il
passo è breve. Quando la figlia dà tutte quelle noci a fra Galdino, venuto per la
questua, le fa “un volto attonito e severo”; e una volta partito il cercatore, la
rimprovera apertamente per la sua prodigalità. Ma Lucia le rivela il motivo
particolare di quell’abbondante offerta (far sì che il laico, incaricato di avvertire
fra Cristoforo, possa tornare al più presto al convento), e la madre “la quale, coi
suoi difettucci, era una gran buona donna,” approva l’operato della figliola:
“Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto”.
Quando riceve, dalle mani del Cardinale, tutti quegli scudi da parte
dell’Innominato, accetta senza far troppe cerimonie; ringrazia di cuore, ma anche
raccomanda al Cardinale di non dir nulla a nessuno, perché in quel paese non ci si
poteva fidar troppo della gente… Qui, con la ben nota mancanza di delicatezza,
osserviamo anche la disinvoltura che ella mostra dinanzi ai grandi personaggi. La
notiamo una seconda volta quand’essa giunge al castello dell’Innominato, assieme
a Perpetua e a don Abbondio, per sfuggire all’invasione dei lanzichenecchi.
Incontrato il signore tanto famoso, dopo le prime presentazioni e i saluti,
subito gli si avvicina familiarmente all’orecchio e sussurra:
“Ho anche a ringraziarla…” alludendo agli scudi ricevuti.
Quegli scudi così cari, lei li portava ben cuciti dentro al busto, vicino al
cuore! Non li aveva seppelliti sotto un albero, come quella scapata di Perpetua; lei
li portava con sé, ben custoditi, perché costituivano l’unica sua risorsa.
Quanto aveva gioito e sognato nel riceverli!
Rileggete quella pagina del romanzo in cui l’Autore descrive, con un certo
compiacimento divertito, il suo ritorno a casa col prezioso involto: “Andò a casa,
zitta zitta; si chiuse in camera, svoltò il rotolo, e quantunque preparata, vide con
ammirazione, tutti in un mucchietto e suoi, tanti di que’ ruspi, de’ quali non aveva
forse mai visto più d’uno alla volta, e anche di rado; li contò, penò alquanto a
metterli di nuovo per taglio, e a tenerli lì tutti, ché ogni momento facevan pancia,
e sgusciavano dalle sue dita inesperte…”
Essa non stava più in sé per l’emozione; e quanti bei disegni subito fece, non
per sé, ma per la sua Lucia che in tal modo, con tutto quel denaro, avrebbe più
facilmente potuto coronare il suo sogno d’amore con Renzo. Col denaro a tutto si
rimedia, col denaro tutto diventa facile!... Passò il resto della giornata ad
almanaccare, a fare un progetto dietro l’altro, uno più magnifico dell’altro;
quando si coricò, non riusciva a prender sonno per il mulinare di tutte quelle
fantasie nel suo povero cervello; e allorché finalmente riuscì ad addormentarsi,
sognò naturalmente i begli scudi d’oro che covava “in un cantuccio del suo
saccone”.

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Fu naturalmente per lei una brutta doccia fredda, quando seppe che la figlia
non poteva più sposarsi a causa del voto; svanirono a un tratto tutti quei magnifici
castelli in aria, tutti quei meravigliosi progetti: ormai per lei i preziosi scudi non
avevano più nulla di affascinante! E quando la figlia le chiese di mandarne una
metà a Renzo, non fece difficoltà, ma acconsentì subito, contrariamente alla stessa
aspettativa di Lucia la quale, ritenendo quella condiscendenza piuttosto difficile,
dato il carattere tirato della madre, aveva perorato la causa dell’ex-fidanzato con
grande trasporto; e fu lei la prima a meravigliarsi delle altruistiche parole della
madre:
“Ebbene, cosa credi? Glieli manderò davvero.”
Però in questo pronto acconsentire di Agnese, che pur amava tanto quegli
scudi, possiamo vedere anche una riprova del buon cuore della nostra vedova la
quale in seguito, quando andava da don Abbondio a farsi spicciolar qualche scudo
per i bisogni giornalieri, gli lasciava sempre qualcosa per i poveri, e dobbiamo
credere che lo facesse non per ispirazione del curato, piuttosto allergico alla
generosità, ma di sua propria iniziativa.
Agnese dunque è nel complesso “una gran buona donna”, come appunto
dice il Manzoni, pur coi suoi piccoli difetti, che quasi ce la rendono anche più
simpatica.
Uno di questi è l’orgoglio, e innanzi tutto l’orgoglio materno; ma quale
madre non sarebbe stata orgogliosa di una figlia come Lucia? L’orgoglio, in
questo caso, confina con l’amore; e Agnese “si sarebbe, come si dice, buttata nel
fuoco per quell’unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza”.
Agnese è anche orgogliosa della sua esperienza e quindi dei pareri che sa
dare. Quando consigliò di ricorrere all’avvocato, “Renzo abbracciò molto
volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese superba d’averlo dato…”
consegnò al giovane i capponi da portare al dottore, “perché non bisogna mai
andar con le mani vuote da que’ signori”, avverte saggiamente l’esperta donna.
Della sua esperienza non si deve dubitare; e quando il futuro genero avanza
dei dubbi sulla validità del matrimonio di sorpresa da lei consigliato, quasi si
offende:
“Come! State a vedere che, in trent’anni che ho passati in questo mondo,
prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla”.
Il suo orgoglio di donna navigata, che sa stare al mondo e conosce le
creanze, si nota anche nell’incontro con l’Innominato, quando don Abbondio
pretende di insegnare a lei e a Perpetua il modo di comportarsi con il nobile
signore. Dopo i primi scambi di saluti, in cui la vedova si comportò con la
disinvoltura che abbiamo visto, tutta gongolante lei “diede al curato un’occhiata
che voleva dire: veda un poco se c’è bisogno che lei entri di mezzo tra noi due a
dar pareri”.
Agnese è una donna arguta, vivace, di reazioni immediate, tutta estroversa,
come appunto Renzo col quale va pienamente d’accordo. E’ ciarliera. È vero, e
anche un tantino vendicativa; don Abbondio, che la conosce bene, quando è

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convinto che il Cardinale non sa ancora nulla del suo rifiuto di sposare i due
promessi, esclama tra sé quasi incredulo:
“Agnese è stata zitta: miracolo!”
Ma il miracolo non era avvenuto: la donna aveva già spifferato tutto, con
grande piacere, perché si era così sfogata un po’. Però, come potremmo noi far
carico alla povera vedova per quello sfogo tanto naturale contro il comportamento
del parroco, così anticristiano e scandaloso? Anzi, considerando le conseguenze
salutari, per lo stesso don Abbondio, di questo sfogo del tutto comprensibile,
possiamo dire che Agnese in definitiva fece bene ad avvertire il superiore, perché
è opportuno che gli errori dei subalterni siano risaputi da chi può provvedere e
rimediare ad essi. Questo, che può sembrare un fare la spia, in certi casi invece si
configura come preciso dovere morale, perché la denuncia di certe colpevoli
manchevolezze può evitare altro male; ed è un dovere di coscienza per il cristiano
evitare sempre e ovunque il male, sotto qualunque forma si presenti.
Infatti il Cardinale, messo sull’avviso appunto dalla denuncia di Agnese,
poté intervenire e riprendere il vile prete, il quale solo in questo modo capì quanto
avesse mancato contro il suo dovere e contro la carità cristiana, si pentì, anche se
non troppo profondamente, e da quel giorno fu un po’ migliore, un po’ diverso,
almeno intenzionalmente, perché la sua natura paurosa non poteva mutarsi. Certo,
non possiamo approvare il sentimento col quale Agnese fece la sua denuncia,
perché non fu mossa dalla carità, ma dal risentimento; le circostanze però la
scusano, almeno in parte. Sicché possiamo concludere che ella è una donna
simpatica, pur con le sue piccole astuzie, le sue ciarle e la sua saccenteria, perché i
difetti non offuscano le belle doti del suo animo.

4 - DON ABBONDIO
Il ritratto del curato del villaggio di Renzo e Lucia è delineato dal Manzoni
con tale icastica evidenza nel primo capitolo del romanzo, che ogni tentativo di
rifarlo si risolverebbe in una parafrasi inefficace e vana; il ritratto è lì, verso la
fine del capitolo, e conviene rileggerselo, perché è un capolavoro di acuta
osservazione e di fine analisi psicologica. Ma quello che voglio subito dire è che
la figura di don Abbondio, anche se ha degli aspetti umoristici e magari
grotteschi, non è umoristica nella sostanza, bensì seria, direi molto seria.
E non è una figura isolata, “sui generis”, limitata al basso clero o
all’ambiente secentesco; è piuttosto il prototipo di una innumerevole categoria di
uomini, di ogni tempo e di ogni ceto, che vivono senza luce intellettuale, senza
pungolo di coscienza, senza alcun senso di responsabilità morale e sociale, dal
momento che pensano solo ai propri comodi e al proprio quieto vivere, sordi a
ogni altro richiamo celeste o anche terrestre, ciechi dinanzi ai bisogni e alle
necessità altrui, ai pericoli e alle sofferenze del prossimo, tutti chiusi nel proprio
sconfinato egoismo.

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Questa nefasta categoria di gente ha i suoi rappresentanti, oggi, in tutti i ceti
sociali, e non soltanto nel clero minuto il quale oggi, grazie alla migliore selezione
e formazione, si presenta di una levatura molto superiore che nel Seicento. Certo,
in don Abbondio è più stridente il contrasto tra la missione spiccatamente
altruistica del sacerdozio, che pure ha abbracciato, e la pratica spudoratamente
egoistica della sua vita; ma anche quei tanti cristiani che vivono come lui, tutti
presi dalla difesa delle proprie comodità, del proprio gretto egoismo,
evidentemente del cristianesimo hanno solo il battesimo e la buccia esteriore di
vane pratiche, così come il nostro curato aveva del sacerdozio solo l’unzione
sacra.
Don Abbondio non è un personaggio fantastico e fuori della realtà, ma
purtroppo molto reale, incarnato pur oggi in tanti uomini meschini, dalle vedute
rigorosamente egocentriche; e possiamo essere sicuri che l’Autore, nel delineare
questo personaggio, non ha voluto tanto divertirci, quanto farci riflettere sulle
caratteristiche e sulle conseguenze dell’egoismo, che è la negazione assoluta della
religione cristiana, la quale è essenzialmente amore, cioè altruismo. E quando
sorridiamo sul modo di comportarsi di questo pretonzolo, sorridiamo un po’ anche
di noi stessi, perché un po’ del don Abbondio l’abbiamo quasi tutti.
Ogni qualvolta manchiamo al nostro dovere, lasciandoci prendere dalla
pigrizia, e rimandiamo agli altri quello che tocca a noi; ogniqualvolta rapportiamo
tutto al nostro interesse personale, pretendendo che gli altri pensino a noi, mentre
noi non vogliamo pensare affatto agli altri; tutte le volte che ci adagiamo nella
sinecura del nostro impiego, cercando di starci comodi il più possibile, a scapito
della carità e del dovere, allora dobbiamo riconoscere che la filosofia di don
Abbondio ci ha conquistato.
Quindi il buon Manzoni ci ha voluto tirare le orecchie un po’ a tutti, senza
averne l’aria, quando ha rappresentato così argutamente il carattere e il modo di
agire di questo prete, nel quale quasi tutti dobbiamo, almeno un tantino,
riconoscerci.
Fatta questa premessa, cominciamo col mettere in rilievo qualche sua
qualità. Mi sembra innanzi tutto che egli non manchi di intelligenza.
Probabilmente fin da bambino mostrò di essere ben sveglio di mente, tanto che i
genitori pensarono di farne un sacerdote, perché a quei tempi l’unico modo di
elevarsi, per un ragazzo del popolo, era quello di studiare da prete e quindi
abbracciare la carriera ecclesiastica; era naturalmente una scelta economica, che
non aveva nulla a che fare con la vera vocazione. E della sua intelligenza pratica,
cioè capace di valutare il proprio tornaconto, abbiamo una prova innegabile:
“prima quasi di toccar gli anni della discrezione” (badate!) si era accorto di essere
“un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”.
Per un ragazzino, mi sembra una prova d’intuito tanto straordinaria, che sono
propenso ad ammettere che qui il Manzoni abbia un tantino esagerato: certe
valutazioni, certe riflessioni non si fanno davvero in tenera età! Comunque fosse,
egli aveva, “assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete”. Aveva
capito che non era nato leone, che non possedeva né zanne né artigli per

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difendersi; e allora che cosa deve fare una povera pecora imbelle, che non se la
sente di essere divorata? Deve cercarsi una protezione efficiente, “una classe
riverita e forte” come quella ecclesiastica, che gli dia anche da mangiare “con
qualche agio” senza che egli debba affannarsi troppo, perché si sente piuttosto
incline al dolce far niente.
“Non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al
quale si dedicava”; per lui farsi sacerdote non costituiva la risposta generosa alla
chiamata divina, ma una scelta fatta per un calcolo di convenienza, in pieno
accordo con i suoi familiari, i quali naturalmente avevano di mira solo la
sistemazione economica di questo ragazzo che mostrava attitudine per gli studi.
In seminario impara il “latinorum” e il diritto canonico, perché sono gli
strumenti del suo mestiere, ma non legge il Vangelo, o se lo legge non ne penetra
il significato profondo, non medita sulla vera dottrina cristiana, sul messaggio di
fratellanza e di amore portato da Gesù in questa terra. Non riflette sulle beatitudini
evangeliche:
“Beati quelli che soffrono per amore della giustizia, perché di essi è il regno
dei cieli. Beati siete voi, quando vi insultano e perseguitano, e dicono male contro
di voi, mentendo, per causa mia.”
Non ha badato alle parole che il Redentore disse ai suoi discepoli:
“Vi mando come agnelli in mezzo a lupi rapaci…”
In una parola, non ha capito o non ha voluto capire nulla del Cristianesimo,
del quale pure si è fatto banditore. E a buon diritto il Cardinale un giorno lo
rimprovererà:
“E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non
sapete questo, che cosa predicate? Di che siete maestro? Qual è la buona nuova
che annunziate ai poveri?”
La sua intelligenza dunque don Abbondio non l’applicò nello studio e nella
realizzazione della legge cristiana, ma l’usò tutta per crearsi un sistema di quieto
vivere, per definire una specie di filosofia del proprio comodo: scansar tutti i
contrasti, cedere in quelli inevitabili, sacrificando magari i poveri innocenti,
giammai sé stesso.
Orgoglioso di questa filosofia della viltà e dell’egoismo, era “un rigido
censore degli uomini che non si regolavano come lui”, e specialmente dei
confratelli che facevano il loro dovere con proprio rischio, accusandoli di
immischiarsi “nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero”.
Il suo motto? Eccolo:
“Neutralità disarmata in tutte le guerre.”
La sua sentenza preferita era poi questa:
“A un galantuomo, il quale badi a sé, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai
brutti incontri”.
Attenendosi a queste norme “era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran
burrasche”. Ma doveva pur riversare su altri il fiele che gli rimaneva in corpo con
quel suo cedere e ingozzare sempre davanti ai prepotenti, ché altrimenti ne
sarebbe andata di mezzo la sua salute, a cui teneva come alla tranquillità.

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Orbene, il malumore o anche la bile che accumulava giornalmente, li
sfogava sulla gente inoffensiva, come i suoi buoni parrocchiani, i pii confratelli, la
fedele governante. Ma nonostante la sua vigile e continua attenzione di scansare
ogni inciampo, la burrasca gli casca addosso improvvisa e violenta in quella fatale
sera del 7 novembre 1628, mentre ignaro se ne tornava “bel bello” verso casa
dalla solita passeggiata, che faceva per prendere un po’ di appetito e poter quindi
gustar meglio la cena, innaffiata dal suo vino preferito.
Approfittava della lenta camminata anche per leggere il breviario; così se ne
sbrigava al più presto e non doveva perderci altro tempo, una volta tornato a casa;
e possiamo immaginare con quanto raccoglimento egli recitasse quei salmi e
quelle preghiere!
Mentre camminava a suo bell’agio, girava “oziosamente gli occhi
all’intorno”, senza commuoversi affatto della magnifica scena del tramonto; ma
generalmente guardava a terra, davanti ai suoi passi, per buttare “con un piede
verso il muro i ciottoli che facevano inciampo sul sentiero”.
In questo gesto quasi istintivo si rivela un tratto notevole del suo carattere:
scansare ogni pur minimo e potenziale pericolo; infatti su uno di quei ciottoli, se
fossero rimasti lì in mezzo alla strada, egli avrebbe potuto inciampare una sera o
l’altra, e magari rompersi la noce del collo. Invece inciampò quella sera stessa,
non sui sassi, bensì sui bravi di don Rodrigo, che lui aveva sempre definito “un
rispettabile cavaliere” per via della sua prepotenza. Ora la prepotenza del
signorotto si abbatte su di lui, o meglio su due pecorelle del suo gregge; e lui, il
pastore, come reagisce?
“Disposto, disposto sempre all’obbedienza”.
Don Abbondio non obbedisce al suo dovere, ricalcitra anche alle esortazioni
e agli ammonimenti del suo Arcivescovo, che è disarmato, ma obbedisce
puntualmente agli ordini iniqui di coloro che hanno le spade e gli schioppi, con la
ferma determinazione di usarli.
Per obbedire all’iniquo potente, e non celebrare le nozze, il vile curato deve
infinocchiare Renzo, il quale naturalmente vorrà sapere il motivo del rinvio del
suo matrimonio. Don Abbondio è sicuro di aver ragione del giovane ignorante:
basta rimandare il rito di una settimana, e Renzo è in trappola; infatti il poveretto
non sa che in periodo di Avvento non si possono celebrare nozze; così l’ingenuo
rimarrà con un palmo di naso, mentre lui avrà un gran respiro a fin dopo
l’Epifania. Ormai egli considera Renzo come il suo avversario diretto, il nemico
del suo quieto vivere; la lotta non è tra lui e don Rodrigo, ma tra lui e il suo
povero parrocchiano, rispetto al quale si sente forte e sicuro:
“Vedremo – diceva tra sé – egli pensa alla morosa;io penso alla pelle: il più
interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto”.
Lo scontro con Renzo è vinto dal curato, il quale già si stropiccia le mani
soddisfatto, pensando che ormai ha a sua disposizione ben due mesi, in cui “può
nascer di gran cose”, mentre il giovane se ne va convinto che il rinvio è soltanto di
una settimana, periodo di tempo sopportabile anche da un fidanzato ardente come
lui. Davanti alla perfidia del vile prete, il quale così spudoratamente inganna uno

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dei suoi fedeli, ci riempie di sdegno tanta doppiezza ipocrita da parte di un
ministro del Buon Dio. Ma l’inganno così abilmente architettato non ha successo:
quella chiacchierona di Perpetua si lascia sfuggire un imprudente accenno ai
“birboni, prepotenti, uomini senza timor di Dio”, per cui Renzo, intuendo
confusamente la verità, torna come una furia nella canonica, e chiede
perentoriamente chi è quel prepotente che non vuole che egli sposi Lucia.
Don Abbondio, com’era da aspettarsi, tentò di sfuggire alla stretta. Per
quanto pesante di corpo, “spiccò un salto dal suo seggiolone, per slanciarsi
all’uscio”, ma l’altro si aspettava quella mossa, e poté facilmente sventarla
chiudendo a chiave la porta; e più incollerito che mai insisteva per sapere quel
nome, quasi fuor di sé, con “la mano sul manico del coltello che gli usciva dal
taschino”. Il codardo si trovava tra due paure: una vicina e una lontana; obbedì
naturalmente a quella più vicina, anzi presente e pressante, e sputò fuori il suo
rospo, contravvenendo all’ordine del silenzio. I bravi gli avevano detto:
“E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato
per suo bene; altrimenti… ehm… sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio”.
Queste bieche minacce riecheggiavano nell’animo doppiamente terrorizzato
di don Abbondio il quale, rivelato il nome, cominciò a scongiurare il giovane di
non fiatar della cosa, di giurargli almeno di non dir nulla a nessuno. Nelle sue
parole il dramma della paura assume ora un tono quasi tragico:
“E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste…! Per amor del cielo!
Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza”.
Qui spicca tutta l’amara verità della sua filosofia utilitaristica, ma pure
realistica entro certi limiti: la ragione disarmata ha torto (chi a questo proposito
non ricorda l’affermazione del Machiavelli riguardo ai profeti disarmati?), mentre
il torto armato ha ragione; quindi conviene stare dalla parte della forza, la quale ha
sempre la meglio e, vincendo, si arroga la ragione rigettando il torto sulla
sprovveduta avversaria. E la forza, per il nostro curato, non è quella morale, come
può essere quella del suo Arcivescovo, ma soltanto quella materiale, la forza di
chi si circonda di scherani e può assegnare, non dei rimproveri, ma delle
schioppettate. Di queste ha egli soprattutto paura, e non la nasconde; infatti a
Perpetua dice esplicitamente:
“Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi!
L’arcivescovo me la leverebbe?”
Per questo non ascolta la domestica, che gli aveva consigliato di far ricorso
al Cardinale, e non ascolta neppure la voce del buon senso, la quale dovrebbe
convincerlo che “le schioppettate non si danno via come confetti”.
Se don Abbondio ha trasgredito, per una più immediata e più forte paura,
l’ordine del silenzio, non trasgredisce certamente l’ordine principale, di non
celebrare quel tal matrimonio; e per osservarlo con maggiore sicurezza non esita a
tapparsi in casa, dandosi ammalato e non ricevendo assolutamente nessuno.
Rimane chiuso nella canonica tutto quel giorno, che era un mercoledì, poi ancora
il giovedì e il venerdì, facendo credere di essere ammalato; e Perpetua, a tutti
quelli che venivano a chiedere del curato, doveva rispondere dalla finestra che il

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padrone era costretto a letto da “un febbrone”. Ma il venerdì sera infranse lui
stesso il suo isolamento, facendo entrare qualcuno; fu un venir meno al suo piano
rigidamente difensivo, una specie di capitolazione davanti alla convenienza.
Capitolò per la sua avarizia, figlia diretta del suo egoismo e grande forse quanto la
sua codardia; per avidità di denaro egli non volle perdere l’occasione di riscuotere
finalmente da Tonio le venticinque berlinghe dovutegli per il fitto di un campo:
una somma che non voleva assolutamente perdere e per la quale aveva preteso,
come pegno, la collana d’oro della moglie del povero contadino.
Renzo conosceva bene l’amore del parroco per il dio oro, e architettò
abilmente il piano per penetrare nella fortezza, e prendere don Abbondio all’amo
ricoperto dall’esca delle venticinque lire. La passione per l’agognato denaro si
rivela anche nel modo come riceve il prezioso involtino: “si rimesse gli occhiali,
l’aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza difetto”.
L’avarizia gelosa e sospettosa trapela da tutto il suo atteggiamento: quando
dovette prendere la collana dal suo scrigno, per restituirla a chi di dovere, lo fece
con estrema cautela: “guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori,
aprì una parte dello sportello, riempì l’apertura con la persona, mise dentro la
testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese e, chiuso
l’armadio, la consegnò a Tonio…” Si sente che gli costa molto restituire quel
pegno: gli sarebbe piaciuto tenerselo anche dopo aver riavuto il suo denaro; lo si
legge nella stizza che lo prende, allorché Tonio osa chiedergli una ricevuta per il
fitto pagato:
“Ih! Com’è divenuto sospettoso il mondo!”
Bella pretesa la sua! Lui aveva voluto una collana d’oro in pegno del suo
credito, senza fidarsi affatto del suo parrocchiano; e ora pretendeva che questi si
fidasse ciecamente di lui, rinunciando alla sua ricevuta! In questo suo
atteggiamento riaffiora il suo egocentrismo: tutti gli altri avevano dei doveri verso
di lui, mentre lui non riconosceva di averne alcuno verso gli altri.
L’avarizia e la paura sono dunque le sue passioni principali, e or l’una or
l’altra prevale, secondo le circostanze presenti. Abbiamo visto come, all’annuncio
della visita di Tonio, la cupidigia di denaro prevalesse sul sospetto; ma quando,
poco dopo, dietro i due fratelli, comparvero Renzo e Lucia con la chiara
intenzione di celebrare un matrimonio clandestino davanti a quei testimoni, la
paura ebbe di nuovo il sopravvento, all’improvviso. La paura è per lui una molla
potente, che lo fa scattare a dispetto dei suoi anni e della sua corpulenza; egli
diventa agile come un gatto e brutale come un grassatore: ne sa qualcosa la soave
Lucia la quale, investita dalla sua reazione fulminea, si smarrisce e non riesce a
pronunciare la formula sacramentale, perché viene da lui imbacuccata e quasi
soffocata con la tovaglia strappata dal tavolino. La poverina, che era andata contro
voglia alla spedizione, rimase tanto dolorosamente sorpresa, che, “affatto
smarrita, non tentava neppure di svolgersi” e rimase a lungo immobile, quasi
pietrificata: “e poteva parere – aggiunge l’Autore argutamente, quasi per
sdrammatizzare la situazione con una tinta di ridicolo – una statua abbozzata in
creta, sulla quale l’artefice ha gettato un umido panno.”

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Ma lasciando stare il tema della paura e dell’avarizia, su cui non la
finiremmo più, tanti sono i casi in cui esse appaiono, passiamo a trattare di un
altro grave difetto del nostro curato: il suo colpevole disinteresse per la chiesa e
per tutte le cose riguardanti il culto. Quando scendono i lanzi, pensa a mettere in
salvo sé stesso, si preoccupa di nascondere il gruzzolo, ma non pensa affatto alla
sua chiesa: alla chiesa devono pensare i fedeli, perché lui deve badare alla sua
pelle. Vorremmo almeno credere che egli si sia preoccupato di consumare o
portare con sé il Sacramento, ben sapendo come erano soliti profanarlo quei
luterani fanatici, i quali trasformavano le chiese cattoliche in stalle; ma purtroppo
ne dobbiamo dubitare, conoscendo l’uomo e la pochezza della sua fede.
E in quelle tre o quattro settimane che passò nel castello dell’Innominato,
durante la discesa degli imperiali, pensò mai a celebrare una messa, a organizzare
una qualche assistenza religiosa? Mah! Il Manzoni non accenna a nulla di simile,
e il nostro dubbio inclina piuttosto al no; e, certamente, se fece qualcosa per il
servizio divino, durante quelle settimane di paura, non sarà stato per sua
iniziativa, ma per preghiera o esplicita richiesta dei ricoverati e soprattutto del pio
signore.
E quando il Cardinale lo rimprovera autorevolmente ma con amore, per
fargli capire quanto abbia mancato al suo dovere non solo di sacerdote, ma anche
di semplice cristiano, rimane per molto tempo duro e insensibile a ogni
argomento, perché quella maledetta paura è sempre lì a far l’ufficio d’avvocato
difensore. Solo verso la fine del colloquio, dinanzi all’umile e ardente carità del
porporato, appare, se non convinto, almeno un po’ commosso, un po’ pentito: “lo
stoppino umido e ammaccato” aveva cominciato prima a fumigare e poi ad
accendersi accanto a quella gran fiamma di amore cristiano che promanava dal
cuore del Cardinale; ma quel fioco lucignolo si sarebbe subito spento davanti al
più piccolo soffio del vento gelido della paura e dell’egoismo.
Ne abbiamo la prova alla fine del romanzo, allorché, finita la peste e
tornata la quasi normalità, Renzo gli chiede di celebrare finalmente quel
matrimonio che avrebbe dovuto benedire due anni prima, se avesse avuto cuore di
vero sacerdote.
Don Abbondio non è cambiato: non risponde apertamente di no, ma si
trincera dietro la scusa della prudenza, dicendo che non gli avrebbe reso un buon
servizio a spiattellare il suo nome in chiesa, “coram populo”, con la cattura che gli
pendeva sul capo. E’ un mendace pretesto, perché il pavido curato sapeva bene,
contrariamente a Renzo, che la cattura non aveva più vigore in seguito
all’amnistia elargita dal re di Spagna per la nascita dell’Infante; ma intanto punta
sullo spauracchio della giustizia per non fare il suo dovere. Il giovane capisce a
volo che il vero motivo è sempre la paura di don Rodrigo, e si fa a descrivergli
come lo ha trovato nel lazzaretto, più di là che di qua.
Ma è inutile; il curato protesta che quel tale non c’entra per nulla, e nello
stesso tempo fa capire che quello è il canchero che lo rode: sì, lui lo aveva visto in
fin di vita; ma chi gli assicurava che fosse proprio morto? E se si fosse ripreso?
Cosa non impossibile, dato il fisico forte e giovanile del nobile cavaliere. Ma

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quando, poco dopo, è certo della grande notizia, che il burbanzoso signorotto ha
finalmente tirato le cuoia, quando la lieta novella gli è confermata dal suo fedele
sagrestano, allora esplode nella sua gioia selvaggia, nella sua invettiva irriverente
contro il morto, raggiunto secondo lui dalla giustizia divina.
Non gli viene in mente neppure per un istante che don Rodrigo sia stato
invece raggiunto dalla misericordia di Dio proprio alla fine dei suoi giorni; si
mostra tanto accanito contro il defunto, che Renzo gli deve dare una lezione di
carità, affermando che gli ha perdonato di cuore e ha pregato per la sua
conversione, e ora continuerà a pregare in suffragio della sua anima. Ma il vile
prete non rinuncia alla sua indecorosa invettiva contro il defunto: è la vendetta
postuma del codardo sul nemico caduto. Sentiamo l’inverecondo epinicio, il suo
impietoso grido di trionfo:
“Ah! È morto dunque! È proprio andato! Vedete, figlioli, se la Provvidenza
arriva alla fine certa gente… non ci si poteva vivere con colui… non lo vedremo
più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell’albagìa, con quell’aria, con
quel palo in corpo, con quel guardare la gente, che pareva che si stesse tutti al
mondo per sua degnazione… Non manderà più di quell’ambasciate ai
galantuomini…”
Ora che non ha più quel peso sullo stomaco, don Abbondio diventa
tutt’altro, rinasce come a nuova vita; e innanzi tutto scioglie la sua parlantina, che
non la finirebbe più.
Il matrimonio? Quando lo vogliono gli interessati? Lui è pronto,
prontissimo; non devono pensare di andare a sposarsi altrove, perché la vuole lui
la grande consolazione di celebrare le loro nozze. Renzo non poteva che sorridere
dentro di sé davanti a queste generose profferte, pensando che fino a poche ore
prima il curato non aveva fatto altro che insinuargli di andare a sposarsi altrove,
per misura prudenziale. Ma la grande notizia ha mutato tutto di punto in bianco.
Ora don Abbondio ci tiene proprio a benedire quelle nozze, anche per fare il
bello presso il Cardinale, al quale parteciperà la lieta notizia, per dimostrargli il
suo zelo; infatti il Cardinale gli aveva raccomandato tanto di amarli i due
promessi sposi, appunto perché avevano sofferto tanto.
Tutto è cambiato come per incanto, come per il tocco di una bacchetta
magica; è proprio il caso di ripetere: “mors tua, vita mea”.
Ora (oh, miracolo) il nostro curato, da musone serioso e atrabiliare, è
diventato arguto, lepido e scherzoso. Ma il suo scherzare è plebeo, e rivela il
livello piuttosto basso del suo animo, come della sua educazione. Chiama Renzo
“buffone” e “malandrinaccio”, e fin qui lo scherzo può andare; poi chiama Lucia
“acqua cheta, santerella e madonnina infilzata”, e lo scherzo appare un po’
pesante, data la soave delicatezza della ragazza; infine si rammarica ridendo che
Perpetua se ne sia andata nel numero dei più a causa della peste: “chè questo –
aggiunge irriverente – era il momento che trovava l’avventore anche lei”.
Ma passa ogni limite di decenza quando chiede alla mercantessa, che ha
appena conosciuta, se anche intorno a lei hanno cominciato a “ronzare dei
mosconi”; e poi aggiunge, sempre ridacchiando, che neppure Agnese deve

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rimanere scompagnata, ma trovare anche lei un altro marito. Insomma dice tante
di quelle bubbole, che è uno spasso sentirlo.
Ma se la fine della gran paura ha sbloccato la sua mente e la sua lingua, non
ha cambiato affatto il suo animo, che rimane egoistico e grossolano come prima.
La mancanza assoluta di delicatezza e la volgarità delle sue espressioni saltano
agli occhi sin dalle prime pagine del romanzo.
Vi ricordate come nel capitolo II, parlando tra sé, qualifica il proposito
matrimoniale di Renzo?
Le sue parole sono veramente grossolane e offensive, non solo nei riguardi
dei due sposi, ma anche per il sacramento del matrimonio; e questa volgarità ci
dispiace ancor più da parte di una sacerdote. Egli, preparandosi moralmente allo
scontro con Renzo, si rinfranca con questo pensiero:
“Vedremo, egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato
son io, lasciando stare che sono il più accorto”.
Poi, per rincuorarsi ancor di più, apostrofa tra sé lo sposo:
“Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non
voglio andarne di mezzo”.
Le parole che poi dirà realmente a Renzo presente, se anche un po’ diverse,
risulteranno sempre indelicate e mancanti di qualsiasi tatto:
“Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il
grillo di maritarvi…”
Ecco come un parroco rispetta il buon proposito di un suo parrocchiano, il
quale intende formare una famiglia cristiana; ecco come sente la santità del
matrimonio, “sacramentum maximum”! Giustamente il giovane si risente per
quelle parole volgari e offensive, e gli risponde piuttosto alterato:
“Che discorsi son questi, signor mio?”
E il vile prete cerca alla meglio di riparare, per calmare l’ira del suo
interlocutore:
“Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire”.
Ma tornando a quel suo ultimo colloquio con gli sposi, quando questi si
recarono alla canonica assieme con Agnese e la mercantessa per trattare del
matrimonio, dobbiamo notare con vero rammarico come egli non ammetta affatto
di essersi comportato male; un simile riconoscimento, anche tardivo,
dimostrerebbe che egli è un tantino cambiato nell’animo, e ce lo renderebbe
simpatico o almeno un po’ meno antipatico. Ma è vano sperare un qualsiasi
cambiamento da un simile uomo! Non solo non chiede scusa, ma prende la
parvenza della vittima, per concedere lui un magnanimo perdono:
“Io ho perdonato tutto: non ne parliamo più: ma me n’avete fatti dei tiri.”
A sentirlo, non possiamo nascondere la nostra stizza per una simile faccia
tosta; ma che vogliamo farci? Don Abbondio rimane sempre un perfetto egoista,
anche dopo la morte di don Rodrigo, e il suo è il tipico modo di ragionare di chi
rapporta tutto a sé stesso, dell’ipocrita che nota il bruscolino nell’occhio del
prossimo e non scorge la trave che offusca la sua pupilla. Il pretonzolo vede

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enormemente ingrandito il lieve sgarro fatto a lui, mentre ha dimenticato affatto il
nero tradimento da lui perpetrato.
Però, se non è cambiato d’animo, è cambiato di comportamento e di umore;
e anche la sua mente si è per così dire sbloccata, finita la gran paura: ora è fertile
di trovate, e non sciocche, anche se neppure eccezionali.
Pensa, per agevolare i fidanzati, di chiedere alla curia vescovile la dispensa
da due delle tre pubblicazioni prescritte, in modo da poter celebrare il rito entro
pochi giorni. Poi assicura di voler comunicare la lieta notizia delle nozze al
Cardinale; ha l’aria con questo di fare un gran piacere agli sposi, mentre pensa
solo a mettersi in bella luce presso il suo superiore, come se la realizzazione del
matrimonio fosse tutto merito suo! Invece sino all’ultimo aveva ricalcitrato; e se
non fosse intervenuta la morte del signorotto, possiamo essere sicuri che si
sarebbe rifiutato in eterno di benedire quelle nozze.
Ma appena gli viene confermata la grande notizia della fine di colui, cambia
repentinamente registro, in modo smaccato; ma il furbo vuol far credere che era
pronto anche prima a celebrare quel matrimonio:
“Ora, tornando a noi, vi ripeto: fate voi altri quel che credete. Se volete che
vi mariti io, son qui… e poi ho la consolazione di maritarvi io”.
Quale ipocrisia! Sembra proprio che per tutta la vita abbia aspettato questa
grande consolazione.
Però bisogna riconoscere che egli ha un’idea veramente buona, quando
riceve l’inaspettata visita del valente marchese erede di don Rodrigo. Il
brav’uomo, anche per interessamento del Cardinale, è ansioso di giovare in
qualche modo ai due giovani così indegnamente perseguitati dal suo defunto
parente; don Abbondio, richiestone da lui, gli suggerisce un modo veramente
intelligente di aiutarli senza aver l’apparenza di far loro l’elemosina: comprare a
prezzo equo le povere proprietà che essi sarebbero costretti a svendere, dovendo
lasciare il paese per andare a stabilirsi nel Bergamasco. Il generoso marchese
accoglie con entusiastica riconoscenza il suggerimento, e in tal modo con molta
signorilità riesce a indennizzare quei poveretti di tutto il male ricevuto,
acquistando a prezzo elevato, di vera elezione, quelle due topaie e quella vigna
desolata da due anni d’abbandono.
Don Abbondio inoltre, “tutto gongolante” per l’accoglienza riservata e a lui
e alla sua proposta dal nobile signore, gli suggerisce un’altra carità
opportunissima: ottenere a Milano una “buona assolutoria” per Renzo, sempre
utile nel caso che lui o i suoi figlioli volessero tornare nello Stato.
Anche questa fu un’ottima idea, che dimostra nel nostro curato un certo
buon senso, quando l’egoismo e la paura non gli danno ombra, cioè quando non
deve scegliere tra sé e gli altri.
Don Abbondio alla fine del romanzo ci sembra dunque un altro uomo, più
spontaneo e più sensato; egli è per così dire uscito dal ruvido tegumento del suo
bozzolo difensivo, e fa un tutt’altro vedere.
Ma è cambiato nell’intimo? Vorremmo tanto poterlo credere o almeno
sperare, ma purtroppo siamo anche noi del parere di Agnese:

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“tornando il caso, farebbe lo stesso”.
Quando dovrà scegliere tra l’obbedienza rischiosa al proprio dovere e la
supina acquiescenza alla forza iniqua, non avrà esitazioni e, ciò che è peggio,
neppure rimorso. Quando sui piatti della bilancia ci saranno, in posizione di
conflitto, da una parte il proprio quieto vivere, dall’altra il bene del prossimo,
affidatogli da Dio, non esiterà un istante a preferire sé stesso e il proprio comodo
alla giustizia e alla carità.
Per quest’uomo di chiesa lo spirito del vangelo, che pur predica ogni
domenica, rimarrà per sempre ignorato. Lo ha sentito solo una volta vibrare nelle
parole ispirate del suo santo vescovo, e ne è rimasto solo un po’ impressionato;
ma è stato un momento: subito dopo l’egoismo ha ripreso a dominare
incontrastato nell’animo ottuso di questo prete senza orizzonti spirituali, senza
luce intellettuale.

5 - PERPETUA
Perpetua ha nel romanzo una parte limitata, ma tipica e insostituibile; come
potremmo infatti immaginare don Abbondio, così impacciato e privo d’iniziativa
negli eventi difficili, senza al fianco la sua “serva affezionata e fedele”, la quale
possiede tanto buon senso pratico, accompagnato da pronta risolutezza e da spirito
d’iniziativa?
Le buone qualità di Perpetua sono tutte qui; ma mi sembrano sufficienti a
farci scusare i suoi difetti, che sono poi quelli tipici delle donne, e specie delle
zitelle: la loquacità pettegola, l’invadente curiosità, l’importuna vanità.
Perpetua, quando appare nel romanzo verso la fine del primo capitolo, viene
presentata con pochi tocchi magistrali, che mettono in rilievo il suo carattere di
serva-padrona: “sapeva obbedire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a
tempo il brontolio e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le
proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età
sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si
erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse,
come dicevan le sue amiche”.
Il dramma di Perpetua deriva appunto dall’essere rimasta zitella; ma è un
dramma più esteriore che intimo. Si sa infatti che questa condizione, nei piccoli
paesi, risulta molto penosa, appunto per i pregiudizi e le chiacchiere che negli
ambienti chiusi e angusti pullulano più che nelle grandi città, dove ciascuno è
portato, dalla stessa dinamica sociale, a impicciarsi poco dei fatti privati della
gente.
Vivendo in un villaggio, la nostra Perpetua non può sfuggire alle dicerie; le
sue stesse amiche (che amiche!) sono con lei ingenerose e spietate: vanno
dicendo, naturalmente alle sue spalle, che lei non ha trovato un cencio d’uomo che
la volesse.

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Le maligne insinuazioni giungono puntualmente alle sue orecchie,
rapportate dalle solite amiche fidate, che forse erano le più cattive; lei deve per
forza difendersi, ché altrimenti sarebbe subissata e perderebbe la faccia. Sostiene
naturalmente che ha avuto molti pretendenti, non tanti quanti Penelope, ma
comunque parecchi, e ne può fare anche i nomi: Beppe Suolavecchia, Anselmo
Lunghigna ecc. Lei aveva solo la difficoltà della scelta; invece li ha rifiutati tutti,
per il semplice motivo che non aveva intenzione di maritarsi: ecco tutto.
Le maldicenti però affermavano che quei tali o non avevano mai pensato a
lei o ci avevano rinunciato dopo i primi approcci, vedendo di che si trattava; lei
ribatteva che era stata lei a non volerli, per quanto quelli spasimassero. Insomma
era una continua schermaglia o scaramuccia o addirittura battaglia di chiacchiere e
di smentite, di botte e risposte; un combattimento che non sarebbe mai finito,
sostenuto con accanimento e senza esclusione di colpi, ma fatto alla lontana, per
via indiretta, per il tramite delle buone amiche che si divertivano a riferire le
nuove ciarle a Perpetua, e quindi a divulgarne le repliche vivacissime e perentorie.
Il tasto del suo mancato matrimonio non poteva essere toccato senza
suscitare il suo più vivo interesse o la sua più energica reazione, secondo
l’intenzione di colei che lo faceva risuonare. A questo argomento era
particolarmente suscettibile, straordinariamente sensibile anche al minimo
accenno alle sue nozze fallite; ciò era ben noto a tutte le comari del villaggio, per
cui Agnese pensa subito di ricorrere a questo espediente in occasione del
matrimonio clandestino. L’astuta vedova è sicura, toccando questo tasto, di
poterla agganciare e distrarre; quindi l’avrebbe, discorrendo, portata lontana dalla
porta della canonica, onde permettere agli sposi di entrare dal curato. Agnese è
sicura della riuscita del suo piano, e lo dice con una certa compiacenza:
“Ho un segreto per attirarla, e per incantarla di maniera che non s’accorga di
voi altri, e possiate entrare”.
Al tocco di quella corda Perpetua era così sensibile, che come sappiamo
rimarrà alla mercè dell’amica, e si infervorerà tanto nella narrazione dei vari
partiti da lei rifiutati, da dimenticare ogni precauzione e ogni più elementare
prudenza.
Questa è la vanità della donna, la quale non vuol riconoscere di non aver
trovato un marito, perché questa ammissione la porrebbe in condizione
d’inferiorità rispetto alle amiche, e sostiene quindi di aver rifiutato i partiti
migliori; e questo lo fa in perfetta buona fede, perché in questa materia tutti ci
facciamo delle illusioni e diventiamo un po’ mitomani. Chi potrà dunque
condannare Perpetua per questa sua piccola vanità tipicamente femminile?
Poverina! Deve difendersi dagli attacchi ingenerosi delle comari; che meraviglia
se, nell’ardore dell’autodifesa, esagera un pochino?
Passiamo ora a trattare dell’altro difetto della serva-padrona: la curiosità
morbosa, aggravata dall’incapacità di mantenere il segreto. Questo difetto appare
evidente fin dal primo suo colloquio col padrone, reduce dalla triste passeggiata; il
dialogo è vivacissimo e serrato, e la domestica riesce finalmente nell’intento di
sapere che cosa è successo. In questo è veramente straordinaria la sua abilità e,

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diciamo pure, la sua intelligenza o, per meglio dire, il suo intuito nello scoprire i
punti deboli dell’interlocutore.
Innanzi tutto Perpetua possiede l’occhio clinico, pronto e infallibile: capisce
subito che al curato è accaduto “qualche gran caso”, e naturalmente muore dal
desiderio di saperlo.
Ma dobbiamo riconoscere, a onor del vero, che non è soltanto la curiosità
pettegola che la muove, ma anche la sollecitudine per il benessere del padrone, al
quale è sinceramente affezionata, considerandolo ormai come un fratello
maggiore o un padre a cui accudire. Infatti si mostra preoccupata della sua salute,
e vorrebbe anche dargli un parere, se è possibile; ma don Abbondio risponde che
non può parlare, perché ne va la vita. Allora lei assicura che manterrà il segreto,
che si può fidare della sua discrezione; ma qui tocca inavvertitamente un tasto
falso, per cui il padrone subito la rimbecca, rinfacciandogli qualche altra volta che
aveva promesso la stessa cosa, e invece… La donna si morde le labbra, accusando
il colpo; ma comprende immediatamente non solo che deve cambiare registro,
perché quello è stonato, ma anche che il registro adatto, in quel caso, è quello
affettivo.
E cambiando subito il tono, “con voce commossa e da commuovere”, fa la
sua dichiarazione di fedeltà e di attaccamento:
“Io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura,
perché vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l’animo…”
La perorazione è davvero efficace, e don Abbondio capitola, anche perché
lui stesso ha bisogno di uno sfogo, che non si può concedere se non raccontando
l’accaduto.
Il buon senso di Perpetua appare dal consiglio che, in questa occasione, dà al
suo pavido padrone. Lei conosce bene la sua pochezza d’animo e il suo scarso
impegno sacerdotale, e sa bene che non gli può consigliare di celebrare il
matrimonio infischiandosi delle minacce; dà perciò un consiglio prudente,
calibrato per il suo uomo: non fare il matrimonio, per non sfidare il prepotente, ma
nello stesso tempo avvertire il Cardinale, perché trovi lui una soluzione, in modo
che i due sposi non rimangano vittime della violenza. Consiglio non ardito, ma
veramente saggio; tant’è vero che il cardinale, in seguito, allorché rimprovererà il
curato per il suo vile comportamento, gli dirà in sostanza la stessa cosa: non
potevi avvertirmi, e io avrei provveduto sia a te sia ai poveri perseguitati?
Ma don Abbondio non lo vuol nemmeno sentire il saggio consiglio della sua
domestica, terrorizzato com’è dalle eventuali schioppettate dei bravi di don
Rodrigo. E inutilmente la donna cerca di farlo ragionare, di dimostrargli quanto
sia esagerata la sua paura:
“Eh! Le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi cani
dovessero mordere tutte le volte che abbaiano!”
In un linguaggio popolare, ma molto colorito ed efficace, Perpetua dimostra
ancora una volta il suo senso della realtà, il suo giudizio pronto ed esatto sulla
portata delle minacce del signorotto. Sostanzialmente dirà la stessa cosa il

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Cardinale, nel colloquio cui ho già accennato, anche se in una forma più
raziocinante:
“Non sapevate che, se l’uomo promette troppo spesso più che non sia per
mantenere, minaccia anche non di rado, più che non si attenti poi di commettere?
Non sapevate che l’iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla
credulità e sullo spavento altrui?”
E infatti, a pensarci bene, che cosa avrebbe osato don Rodrigo contro il
curato, quando avesse saputo che il Cardinale era al corrente della cosa e vegliava
sulla sua incolumità? Probabilmente nulla, perché il signorotto non voleva
mettersi a cozzare con un’autorità così importante come l’Arcivescovo di Milano.
Questo Perpetua lo capisce, ma don Abbondio no; per cui la serva gli rinfaccia
apertamente la sua viltà, per vedere se le riesce di smuoverlo un po’ da quella
codardia vergognosa, e farlo agire da uomo e non da pecora; e allo scopo adopera
parole forti, frasi un po’ plebee ma efficaci:
“Perché lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti
vengono, con licenza, a…”
Il padrone le comanda di tacere, ma lei non disarma, anzi rincara la dose, per
svergognare quel fifone, il quale se la fa sempre addosso a ogni pur minima
minaccia:
“Quando il mondo s’accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a
calar le…”
Non erano punzecchiate di vespa, ma stoccate vigorose che avrebbero fatto
scattare e reagire chiunque avesse avuto un po’ di sangue nelle vene; ma don
Abbondio aveva solo acqua nelle sue vene, e neppure le cannonate lo avrebbero
smosso dalla sua decisione di obbedire a puntino all’ordine iniquo: non fare il
matrimonio e tacere! Perpetua capisce subito che sono parole sprecate, e non
insiste.
Come abbiamo visto da questo episodio, Perpetua non manca di
spigliatezza, di buon senso e anche di un certo coraggio, almeno verbale; a suo
modo è fiera e forte, e si sdegna della pusillanimità del padrone; ma lei stessa è
poi debole in altre cose.
Uno dei suoi punti deboli è la incapacità quasi congenita di mantenere un
segreto rigorosamente. Non è che lo spiattelli; si guarderebbe bene! Non vuole
aver l’aria di tradire il suo padrone, specialmente quando ha promesso di tacere.
Ma non sa tacere completamente: fa le sue allusioni, si lascia sfuggire qualche
accenno, che ritiene insignificante ma tale non è, sicché l’interessato alla fine
viene a capo del mistero.
A questo proposito il Manzoni ci regala una delle sue similitudini più belle:
“stava (il segreto) nel cuore della povera donna, come, in una botte vecchia e
mal cerchiata, un vino molto giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle e, se non
manda il tappo per aria, gli geme all’intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra
doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e dire a un di
presso che vino è”.

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Infatti, allorché Renzo vuol sapere da lei il motivo per cui il curato non può
o non vuole celebrare il matrimonio, ella si tradisce subito anche coi suoi dinieghi:
“Oh! Vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?”
Quindi ammette che c’è sotto un segreto, e non davvero le formalità da
sbrigare secondo le richieste dei superiori, come aveva voluto far credere don
Abbondio; ma poi la donna si lascia sfuggire una frase anche più compromettente:
“Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo”.
Dunque era questione di nascere povero, di appartenere al ceto debole;
allora c’era sotto la prepotenza di qualche ricco potente! Renzo, che comincia a
capire, insiste con abilità per sapere tutto, e alla fine la poveretta non ne può
proprio più di tenere nel cuore quel gran segreto, non ce la fa quasi
fisiologicamente; non è colpa sua, ma della natura della botte vecchia che deve
contenere un vino rubesto.
Ella infatti si sbottona completamente:
“C’è bene a questo mondo dei birboni, dei prepotenti, degli uomini senza
timor di Dio”…
Anche se non ha pronunciato il nome di colui, ha detto tutto di lui, lo ha
dipinto: birbone, prepotente, irreligioso; tant’è vero che il giovane, un momento
dopo, può fulminare il curato con la sua perentoria domanda:
“Chi è quel prepotente che non vuol ch’io sposi Lucia?”
Perpetua dunque ha fatto trapelare il segreto; ma lei è convinta di aver
mantenuto la promessa, perché vuol sentirsi capace di tenere la parola; e lo dice a
Renzo quasi con aria di sfida, come per significare che lei è fedele sino alla morte:
“Io non posso parlare, perché… non so niente: quando non so niente, è come
se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di
bocca”.
Si dice dunque pronta ad affrontare finanche la tortura pur di mantenere quel
segreto, che sostanzialmente ha già rivelato. Ma lei è convinta del contrario; e
quando don Abbondio l’accusa:
“Voi sola potete aver parlato”, risponde sicura:
“Non ho parlato”.
Però io credo che, in questo far trapelare il segreto del padrone, ci sia in
Perpetua, anche se inconscio, il desiderio di giovare a Renzo, di mettersi dalla
parte del debole, di metterlo sull’avviso in modo che possa in qualche modo
difendersi dal prepotente; io vedo nel suo gesto anche una certa sorda rivalsa
contro la viltà del parroco, il quale non si perita di obbedire all’iniquità per
rovinare due poveri innocenti, che devono restare nell’ignoranza per poter essere
oppressi meglio. Lei ha promesso di tacere; ma tacere del tutto le sembra
un’indegnità, un’enormità, un mettersi dalla parte dell’iniquo e ricco potente
contro la gente del popolo, a cui lei è fiera di appartenere.
Ma tutto questo ella sente così in confuso, quasi inconsciamente, e agisce
come per istinto, non per un chiaro disegno; è tuttavia innegabile che tutto ciò, se
è vero come io credo, riscatta e mette in ben diversa luce la sua poca segretezza.

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Un altro gran segreto che non può restar seppellito nel cuore di questa donna
è quello del matrimonio di sorpresa tentato ai danni del suo padrone. Costui anche
in questa occasione le comanda di restare zitta; e lei risponde che non c’è bisogno
di “suggerirle una cosa tanto chiara e tanto naturale”; ma il vino gagliardo trapela
naturalmente dalla botte vecchia e mal cerchiata. In questo caso non possiamo
dire che lei si metta dalla parte dei perseguitati, tutt’altro! Qui trionfa la loquacità
pettegola e anche una buona dose di risentimento, soprattutto contro Agnese la
quale l’aveva infinocchiata in quella maniera, fingendosi amica.
Direi anche che questa volta la molla che la fa parlare è proprio quel certo
sordo rancore contro chi aveva, secondo lei, abusato della sua fiducia e della sua
amicizia. Una giusta ritorsione, dunque; Perpetua è nel complesso una buona
donna, ma non è davvero una santa; col tempo dimenticherà, perdonerà; ma nei
primi momenti il tiro giocatole dall’amica non lo può proprio mandar giù, bisogna
proprio che si sfoghi. E nel suo risentimento contro Agnese sono naturalmente
coinvolti anche Renzo e Lucia.
Ma badate, lei non si lamenterà del tiro giocato a lei: sarebbe stato come
confessare la sua dabbenaggine, e far ridere le comari alle sue spalle; lei si
mostrerà indignata dell’inganno ordito contro il parroco “da quel giovine dabbene,
da quella buona vedova, da quella madonnina infilzata”.
Userà l’ironia più fine per vendicarsi dell’affronto ricevuto, che le cuoce in
petto e non le dà pace; a lei non interessa affatto l’offesa fatta al padrone, ma si
sente friggere per come lei stessa era stata impaniata.
Possiamo essere sicuri che, se non ci fosse stata la trappola tesa a lei, lei
sarebbe stata arcicontenta che i due sposi fossero riusciti nel tentativo del
matrimonio di sorpresa, perché nel fondo del cuore ella parteggiava per loro
contro l’iniquo potente.
Ma questa volta questa simpatia viene dimenticata a causa dell’offesa
immeritatamente ricevuta; e la ritorsione le sembra più che legittima.
Abbiamo detto che Perpetua, nonostante i suoi difetti, è una donna piena di
buon senso, una assennata consigliera del suo padrone, anche se i suoi consigli
sono mal graditi o mal compensati. Allorché il Cardinale giunge in visita pastorale
in un paese vicino alla sua parrocchia, la brava serva vuole che don Abbondio
vada a ossequiare l’Arcivescovo, dicendo che sarebbero andati i parroci anche di
villaggi più lontani.
Lei ci tiene che il suo padrone non brilli per la sua assenza, non manchi al
suo dovere; e lui obbedisce alla sua “padrona”, pur brontolando perché deve
vincere la propria pigrizia. Ma quando poi si vede imbarcato in quella brutta
avventura, per cui è costretto a viaggiare con l’Innominato verso la fosca valle, a
entrare nel formidabile castello, in mezzo a quelle facce di briganti, allora
maledice cordialmente e Perpetua e il suo bel consiglio:
“Ah, se posso uscirne a salvamento, m’ha da sentire la signora Perpetua,
d’avermi cacciato qui per forza, quando non c’era necessità, fuor della mia
pieve…”

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Ma anche se qualche volta è stizzito contro di lei, don Abbondio non ne può
fare a meno, e ricorre sempre a lei nelle situazioni difficili. Per esempio, quando si
avvicinano quegli arrabbiati lanzichenecchi, “che ammazzare un sacerdote
l’hanno per opera meritoria”, il vile prete perde addirittura la testa, e va come
piagnucolando dietro la gonna della fedele serva, la quale è tutta intenta a
nascondere e sotterrare la roba di casa. Privo d’iniziativa com’era, piativa dalla
domestica un consiglio o una risoluzione; “ma lei, tra il fare, e la fretta, e lo
spavento che aveva anch’essa in corpo, e la rabbia che le faceva quello del
padrone, era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse stata mai”,
rimproverando il vile prete per la sua dappocaggine, e invitandolo piuttosto a
“dare una mano, invece di venir tra’ piedi a piangere e impicciare”. E correndo
alle sue faccende, lo pianta lì mortificato e balordo, “avendo già stabilito, finita
che fosse alla meglio quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un braccio,
come un ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna”. Ma provvidenzialmente
interviene Agnese, con la proposta di andare a rifugiarsi al castello
dell’Innominato.
Perpetua, che ha ormai dimenticato ogni rancore verso colei che l’aveva
infinocchiata in quella maniera che sappiamo, accoglie il consiglio di Agnese con
approvazione entusiastica, dimostrando ancora una volta il suo senso pratico e il
suo pronto intuito di ciò che convien fare:
“Dico che è una ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e
mettersi la strada tra le gambe”.
Il padrone invece, spirito ottuso, non sa che obiettare:
“E se andassimo a metterci in gabbia?”
Incapace di prendere una risoluzione per conto suo, è bravo solo per trovare
critiche a quella degli altri, scorgendo in tutte le cose unicamente le ombre che gli
fa vedere la corta vista della sua paura. Tuttavia si fa rimorchiare volentieri dalle
due donne, che ora sono alleate, e s’impongono tanto più facilmente al pavido
curato, al quale basta aver formulato la sua critica per sentirsi la coscienza a
posto: se le cose non andranno bene, saprà con chi prendersela. Ma le due donne
adesso agiscono di conserva, e non temono né smentita né insuccesso. E’
completamente scomparso, nel cuore di Perpetua, il risentimento per la “buona
vedova” che l’aveva così indegnamente invischiata quella sera, prendendola allo
specchietto come una stupida allodola; e questo dimostra il fondo buono
dell’animo della nostra zitella, la quale non sa conservare rancore, anche se
l’offesa è stata piuttosto cocente.
E’ un vero piacere sentire con quanta sagacia, tempismo e anche ardire le
due comari ora zittiscono o magari svergognano don Abbondio, tutte le volte che
brontola con le sue solite osservazioni pavide ed egoistiche. A un certo punto
della strada Perpetua si ricorda con rammarico di aver nascosto male qualche
oggetto e, sincera e franca com’è, lo confessa. Allora il curato crede di poter
sfogare il suo malumore, prendendosi la rivincita sulla serva-padrona, e le
rinfaccia il poco senno con parole di aspro rimbrotto; ma Perpetua non se lo tiene,
e contrattacca decisa:

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“Come! Verrà ora a farmi codesti rimproveri, quand’era lei che me la faceva
andar via, la testa, invece d’aiutarmi e farmi coraggio!”
Don Abbondio, punto sul vivo, non fiatò più, e non tornò sull’argomento se
non quando, ritornati alla canonica dopo quell’alluvione rovinosa degli imperiali,
videro allibiti che era stato trafugato il tesoro che Perpetua aveva sotterrato sotto il
fico dell’orto. Allorché scorsero la buca aperta e sparita la preziosa cassettina,
prima emisero tutt’e due un solo grido d’angoscia; poi il curato cominciò a inveire
contro la scapataggine della serva, la quale però rispose per le rime, mettendolo
subito a tacere. La lingua di Perpetua, quand’era risentita, tagliava più di una
forbice affilata, e non si limitava a difendersi, ma passava volentieri al
contrattacco.
Avendo infatti saputo, a furia di domandare e di andare spiando, che molte
delle suppellettili, “credute preda o strazio dei soldati, erano invece sane e salve
in casa di gente del paese”, cominciò lei a rimproverare il padrone perché per la
sua paura era stato l’ultimo a tornare a casa, permettendo quindi ai facinorosi del
paese di completare l’opera di saccheggio. Pretendeva anche che si facesse avanti
a quella gente male intenzionata a richiedere il fatto suo; figuratevi se don
Abbondio le poteva dar retta in questa cosa; e allora lei lo svergognava per la sua
viltà:
“Rubare agli altri è peccato, ma a lei, è peccato non rubare”.
Il poveretto, per non sentirsi più simili rinfacci, dovette finire di lamentarsi
ogni volta che non trovava qualche cosa; perché appena appena osava accennare
alla mancanza di quel dato oggetto, si sentiva prontamente rimbeccare:
“Vada a chiederlo al tale che l’ha, e non l’avrebbe tenuto fino a quest’ora, se
non avesse che fare con un buon uomo”.
Il senso ironico di “buon uomo” è abbastanza evidente, e per il vile prete il
sapore dispregiativo della frase doveva essere come una frustata; ma a tali colpi il
suo animo era del tutto insensibile, quando era posseduto dalla paura. E questa
volta aveva paura di quei tali ladruncoli, perché erano ritenuti violenti e
vendicativi.
Il buon senso di Perpetua, e anche di Agnese, lo notiamo anche durante il
lungo soggiorno nel castello dell’Innominato; infatti tutt’e due, “per non mangiare
il pane a ufo, avevan voluto essere impiegate nei servizi che richiedeva una così
grande ospitalità”, dimostrando discrezione e laboriosità, mentre don Abbondio in
quelle tre o quattro settimane non fece altro che oziare, senza minimamente
pensare all’assistenza religiosa dei poveri rifugiati.
“Questo – dice il Manzoni – non aveva nulla da fare, ma non s’annoiava
però; la paura gli teneva compagnia”.
Per la paura di un assalto esterno, stava quasi sempre tappato dentro le
solide mura; e se qualche volta ne usciva, era soltanto per “andar cercando un
nascondiglio in caso d’un serra serra”. Anche quando i lanzi sono ormai passati,
lui non si decide a lasciare il munito fortilizio, appunto perché teme d’incontrare
per la strada qualche soldato sbandato che gli possa fare la pelle; e infatti è

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proprio l’ultimo a lasciare l’ospitale rifugio, con la conseguenza di abbandonare la
canonica anche al saccheggio dei predoni paesani.
Perpetua, nel suo buon senso popolano, glielo aveva fatto presente e ogni
giorno l’aveva incitato a partire; ma erano state parole sprecate: “quando si
trattava d’assicurar la pelle, era sempre don Abbondio che la vinceva”.
Poi venne purtroppo “la scopa” della peste e spazzò via anche la fedele
serva, per la cui morte il prete egoista non mostra alcun dispiacere, non ha alcun
pensiero gentile o pietoso. Se si ricorda della poveretta, che pure gli aveva
sacrificato, o almeno dedicato, tanti anni della sua esistenza, è solo per ridere di
lei e della sua vanità di zitella inacidita.
A questo proposito lo scherzo del curato è davvero di pessimo gusto:
“Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; ché questo era il
momento che trovava l’avventore anche lei”.
Lo sproposito, correggiamo noi, l’aveva fatto la peste, col portarsi via quella
donna utile e sensata, invece del suo inutile padrone. Povera Perpetua: sfortunata
sino all’ultimo! Tanto più essa merita tutta la nostra simpatia. Schernita dalle
amiche, infinocchiata da Agnese, derisa da don Abbondio anche defunta: si può
immaginare una scalogna peggiore? Ma è uno dei personaggi più vivi e ben
delineati di tutto il romanzo, tanto che il suo nome è passato, per antonomasia, a
designare la domestica di un parroco o di un qualsiasi sacerdote.

6 - FRA CRISTOFORO
In questo personaggio, nel quale pare s’identifichi storicamente un certo
P.Picenardi da Cremona, dobbiamo per chiarezza espositiva distinguere due fasi
della vita: quella precedente la vestizione religiosa, in cui il suo nome era
Lodovico, e quella successiva, nella quale si chiamò fra Cristoforo in memoria
dell’uomo morto per causa sua, nel ricordo del cavaliere da lui ucciso, la cui
morte egli volle espiare col sacrificio di tutta la vita. Ma non si creda che tra il
primo e il secondo periodo ci sia una netta opposizione di carattere, perché in
Lodovico vindice dei deboli già s’intravede il frate protettore degli oppressi.
Questo figlio di ricco mercante, educato signorilmente come un nobile sia
nelle lettere che negli esercizi cavallereschi, aveva un’indole “onesta insieme e
violenta”, che gli faceva sentire “un orrore spontaneo e sincero per l’angherie e
per i soprusi”.
Per questa sua natura schietta e nemica dell’ingiustizia, il giovane Lodovico
cominciò ben presto a lottare contro i prepotenti signori della sua città, spinto
anche da un certo risentimento per il fatto che essi lo trattavano con aria di
sufficienza, per mettere in rilievo che non era un nobile come loro. Questa loro
ostentata superiorità generò in lui astio e sentimento di rivincita; e per dimostrare
che non era loro inferiore, si mise a cozzare con essi in ogni campo.

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S’imbarcò innanzi tutto in una gara di sfarzo, in cui dilapidava la ricchezza
lasciatagli dal padre; quindi ingaggiò una più pericolosa lotta di supremazia,
prendendo le difese di coloro che fossero perseguitati dai nobili, per avere la
soddisfazione di farli stare a dovere e dimostrare così che era lui il più forte. Ma
per vincere una tale lotta, aveva bisogno di tenere al suo servizio molti bravi, e tra
i più sfegatati e feroci, e doveva purtroppo ricorrere anche lui alle insidie e alle
violenze, che pure tanto gli dispiacevano negli altri; doveva insomma, come dice
l’Autore, “vivere co’ birboni, per amor della giustizia”.
Condizione piuttosto difficile, anzi disperata; vedeva da una parte che il suo
patrimonio si assottigliava paurosamente, dall’altra che quella lotta, anche quando
riusciva vittoriosa, era ben lungi dal soddisfarlo, dovendo egli scendere a continui
compromessi con la propria coscienza, che gli davano un senso di colpa e di
rimorso; per cui più d’una volta gli venne l’idea di piantar tutto e farsi frate, onde
poter lottare contro l’ingiustizia in modo coerente e consono coi suoi principi
morali, che erano fondamentalmente retti.
La grazia di Dio operava già da tempo, anche se insensibilmente, nella sua
anima proprio mediante questa insoddisfazione, questa noia, questa inquietudine,
questa specie di ribrezzo delle proprie azioni; sentimenti che anche per
l’Innominato furono, come vedremo, i prodromi della conversione.
Ma per Lodovico non si può parlare di conversione in senso stretto, in
quanto egli era stato educato cristianamente e credeva sempre in Dio, anche se
aveva dimenticato il suo precetto di mitezza e di amore, mentre l’Innominato era
vissuto sino a sessant’anni come se Dio non esistesse.
Ci fu però anche per Lodovico, come per l’Innominato, il momento della
crisi risolutrice, il punto di rottura col passato e di cambiamento totale di vita; per
l’anziano signore esso fu rappresentato dalla prigionia di Lucia, con le sue lagrime
e le sue ispirate parole; per il nostro invece il momento risolutore venne con
l’uccisione di un cavaliere che l’aveva provocato, ferendolo e uccidendogli il
fedele servitore Cristoforo che si era parato a sua difesa.
Nella crisi spirituale che segue a questo deprecato fatto di sangue, “la
fantasia di farsi frate”, che gli era balenata più volte in passato nei momenti di
scoraggiamento, riappare con una tale suggestione persuasiva, da prendere la
forza di una chiamata divina alla quale non ci si può rifiutare. Quello che lo
inquietava, nell’obbedire a questa vocazione, era che il mondo potesse credere che
egli si faceva frate per paura terrena, per sfuggire alla vendetta della nobile
famiglia offesa e alla punizione della giustizia degli uomini.
Che si potesse avere di lui una simile opinione lo amareggiava
profondamente, perché toglieva valore alla sua decisione, facendola apparire
dettata da considerazioni umane; ma pensò subito che doveva affrontare
serenamente questa umiliazione, anche se ingiusta e offensiva, appunto in
espiazione della sua colpa. Anzi, per umiliarsi più apertamente, chiese
insistentemente di poter andare a chiedere perdono alla famiglia dell’ucciso,
prima di partire da quella città, teatro del cruento duello, per andare a fare il
noviziato in un convento lontano.

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Il fratello del cavaliere ucciso vide nella cosa una soddisfazione
dell’orgoglio; perciò accolse la preghiera e volle dare alla cerimonia la maggiore
pubblicità possibile, invitando ad essa tutta la parentela.
Quando il novizio, entrando il giorno stabilito nel nobile palazzo, vide tutta
quella folla di persone curiose e non certo ben disposte, provò un turbamento
profondo, ma si fece forza pensando che, quanto più l’umiliazione fosse solenne,
tanto più servirebbe alla espiazione del suo peccato. E infatti si rivolse al fratello
dell’ucciso con sì profonda umiltà, parlò con tanta semplicità, accusò sé stesso
con una compunzione così sincera, chiese perdono con un cuore così contrito, che
il gentiluomo e tutti i presenti ne rimasero profondamente commossi e
spiritualmente edificati. Sicché sia il fratello dell’ucciso sia i parenti, che avevano
voluto “assaporare in quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si trovarono invece
ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza”.
Terminato il noviziato e ordinato sacerdote, il padre Cristoforo, agli uffici
consueti del suo ministero, ne aggiunse volontariamente altri due: mettere pace,
appianando ogni contesa, e difendere i poveri perseguitati; in quest’ultimo
proposito, dice il Manzoni, si rivelava “un resticciolo di spiriti guerreschi, che
l’umiliazioni e le macerazioni non avevan potuto spegner del tutto”.
Questo energico zelo di fra Cristoforo nel proteggere gli oppressi gli
procurava non solo l’odio dei prepotenti signori, ma anche, bene spesso, le
critiche poco benevole dei suoi stessi confratelli o superiori. Qualcheduno, come
il guardiano del convento di Monza, sapeva però giudicarlo con equità:
“Quel brav’uomo! non c’è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche
impegno; ma lo fa per bene”.
Invece il suo padre provinciale pensa che il suo zelo sia eccessivo e, in certi
casi, perfino compromettente. Ecco infatti quello che, tra sé, rimugina di lui
durante il diplomatico colloquio col signor Conte zio del Consiglio Segreto:
“Lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare di
pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare sei mesi in un luogo, specialmente in
conventi di campagna”.
Soprattutto nelle campagne infatti si verificavano quelle prepotenze nobiliari
che fra Cristoforo non poteva tollerare, perché offendevano in modo grave la
santa legge di Dio; e lui perciò le combatteva a viso aperto, con ogni mezzo e
spirituale e materiale.
La principale tentazione, per il nostro frate, è quella dell’orgoglio; per cui il
primo suo impegno è quello dell’umiltà, per mortificare appunto questo suo
orgoglio nativo. Il suo capo, dice l’Autore, “s’alzava di tempo in tempo, con un
movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito
s’abbassava, per riflessione d’umiltà”. Questo orgoglio s’accompagnava a una
profonda insofferenza per ogni viltà servile come per ogni prepotenza signorile; e
il suo sdegno per ogni bassezza traspariva dai suoi occhi i quali, profondamente
infossati nelle orbite a causa dell’astinenza, “eran per lo più chinati a terra, ma
talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina”, allorché lo sdegno aveva ragione
della pazienza, l’orgoglio domato risorgeva e sopraffaceva l’abituale umiltà.

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Il padre Cristoforo, che conosceva bene queste sue passioni, lottava
quotidianamente contro di esse con la preghiera, la meditazione e la
mortificazione, ma non sempre riusciva a vincerle come avrebbe voluto. Quando
si recò da don Rodrigo per cercare di smuoverlo dal suo infame capriccio,
s’impegnò con sé stesso a essere paziente e umile, propose fermamente di
mantenersi calmo, senza sdegnarsi né adontarsi mai, qualunque cosa al signorotto
piacesse dire; ma i suoi bei propositi andarono ben presto in fumo.
Dobbiamo francamente riconoscere che in quel colloquio la spuntò don
Rodrigo, nel senso che riuscì nel suo intento di far perdere le staffe al suo
interlocutore. Sin dal principio infatti il giovin signore, riconoscendo il suo stato
d’inferiorità morale e dialettica, si era proposto di far perdere la calma
all’importuno frate, “per volgere il discorso in contesa”, e aver quindi il pretesto
di cacciarlo in malo modo, senza farlo pervenire al nocciolo della questione. Ciò
si verificò puntualmente.
Infatti, dopo aver a lungo ingoiato amari bocconi di cocenti offese senza
reagire affatto, il nostro frate fu sopraffatto dallo sdegno e non ci vide più quando
quello sfrontato gli propose cinicamente di cooperare all’infamia, inducendo
Lucia ad andare al palazzotto, per mettersi sotto la sua protezione. Allora ruppe
ogni ritegno, dimenticò ogni proposito, e col volto acceso di sdegno, con gli occhi
infuocati dall’interno ardore, gli rispose che quella innocente era sotto la
protezione di Dio; e trascinato dalla santa indignazione, folgorò il turpe signorotto
con parole di profetica minaccia:
“Avete colmato la misura; e non vi temo più… Lucia è sicura da voi: ve lo
dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà
un giorno…”
Ma la temibil profezia fu troncata dallo scatto iroso del giovane, che se lo
tolse dai piedi coprendolo d’improperi, e così vinse lo scontro, nel senso che
riuscì a far perdere al frate la sua calma, come appunto si era prefisso, per “non
dargli luogo di venire alle strette”. Ma la sua fu una vittoria di Pirro; egli non
aveva certamente previsto la formidabile reazione dell’avversario a quelle sue
parole di spudorata provocazione. Finché don Rodrigo aveva offeso lui,
tacciandolo anche di spia, il frate aveva sopportato pazientemente; ma allorché
colui tentò d’insozzare la pura figura di Lucia, con l’invito a consigliarle di
divenir la sua concubina, “tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza
andarono in fumo; l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in quei casi,
fra Cristoforo valeva veramente per due”. E le parole dell’ispirato frate colpirono
talmente quel giovane cinico, che si sentì accapponare la pelle e, come ci assicura
il Manzoni, fu più volte tentato di lasciar perdere ogni cosa, pur di sottrarsi alla
minaccia dell’infausta profezia.
Un altro difetto del nostro Cristoforo consiste nel sentirsi strumento
necessario della Provvidenza nella sua protezione verso gli oppressi: è un resto
dell’antico orgoglio, pur attenuato e, per così dire, santificato da un alto
sentimento della sua missione. Quando gli viene comandato di partire
immediatamente da Pescarenico, esclama tra sé:

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“Oh Dio! cosa faranno que’ meschini, quando io non sarò più qui!”
Ma rifletté subito che essi erano sotto la protezione di Dio, ben più efficace
della sua, “e s’accusò d’aver mancato di fiducia, d’essersi creduto necessario a
qualche cosa”. Anche riguardo allo sventato ratto di Lucia, egli credeva di essere
stato tramite della protezione divina, avendola avvertita di fuggire al convento;
invece noi sappiamo che la ragazza si era salvata solo perché era uscita di casa per
andare alla spedizione notturna in casa del curato, per un’azione quindi che il
buon frate non avrebbe certo né consigliata né approvata. Vedi come spesso erra
l’opinione umana, anche la più retta!
Però questo piccolo difetto d’orgoglio, di cui è ben consapevole, il santo
frate lo compensa con un profondo senso di giustizia e con l’erdente carità verso il
prossimo, per il quale affronta ogni sacrificio e ogni mortificazione, senza alcun
rispetto umano. E non si fa scrupolo di passar sopra certe regole, pur giuste e
sante, allorché è urgente e necessario per operare il bene. Convince fra Fazio a
vegliare con lui in chiesa, di notte, tenendo la porta socchiusa, per accogliere i
poveri fuggitivi; e davanti ai reiterati scrupoli del confratello per quel venir meno
alla Regola, esce nel famoso detto “Omnia munda mundis”, che ha la magia di
acquietare tutti i dubbi del torzone con le arcane parole latine. Lui non va dietro
alla lettera che mortifica, ma allo spirito che vivifica. Nel lazzaretto non esita a
dare a Renzo l’autorizzazione di entrare nel recinto delle donne, contro il
regolamento, perché sa che il giovane ci va per uno scopo onesto, e si fa volentieri
garante per lui davanti a ogni conseguenza.
Ma egli obbedisce umilmente ai superiori, in cui vede l’autorità stessa di
Dio; allorché viene trasferito, pur intuendo i motivi meschini del provvedimento,
non fa obiezioni né critiche: china la testa con umile rassegnazione. Gli hanno
comandato di troncare ogni impegno, di non mantenere corrispondenza con
persone del posto, ed egli obbedisce silenziosamente, pur sentendo quanto ciò sia
ingiusto, quanto giovi alla prepotenza infame. Soffre atrocemente per l’indegna
collusione del suo Provinciale col prepotente iniquo, ma non lo giudica male:
rimette la sua causa nelle mani di Dio, perché è convinto che Egli permette il male
solo a fin di bene.
Infatti questo suo allontanamento dall’azione, se lo fece soffrire
intensamente, affinò anche la sua virtù, liberandolo da quel resticciolo di orgoglio
di cui abbiamo parlato; e quando il frate riappare sulla scena del lazzaretto, appare
veramente purificato da ogni macchia terrena in una carità inesausta e in una
fiducia illimitata nella divina Provvidenza; ora ogni passione terrena è dimenticata
nel gran fuoco dell’amore, che gli fa desiderare soltanto di immolarsi per il
prossimo.
E la peste gliene dà l’ambita occasione. L’uomo che vediamo all’opera nel
regno del dolore e della morte è come trasfigurato dalla carità: il corpo è rotto
dalla fatica e dall’infermità, ma lo spirito è esaltato dal pensiero che sta per
ricongiungersi al suo Creatore in un olocausto d’amore.
In lui, come dice il Manzoni, “si vedeva una natura esausta, una carne rotta e
cadente, che s’aiutava e si sorreggeva, ogni momento, con uno sforzo

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dell’animo… L’occhio soltanto era quello di prima, e un non so che più vivo e più
splendido; quasi la carità, sublimata nell’estremo dell’opera, ed esultante di
sentirsi vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco più ardente e più puro di
quello che l’infermità ci andava a poco a poco spegnendo”.
Queste parole, pervase da un alto lirismo religioso, ben ci rappresentano la
trasfigurazione del padre Cristoforo, che ormai non ha più nulla di terreno, poiché
si è tutto trasferito in Dio. Nei lunghi mesi in cui è stato lontano dalla battaglia
attiva contro l’oppressione, macerandosi nella mortificazione, approfondendo la
sua spiritualità con la preghiera e la meditazione, invocando sulle vittime
dell’iniquità la protezione divina con infinito accoramento, ha finalmente
compreso che l’orgoglio umano non ha ragione d’esistere neppure nel bene, che in
tutto e per tutto bisogna affidarsi a Dio, perché senza di Lui l’azione umana è del
tutto inefficace.
Dopo questa grande vittoria sull’orgoglio, dopo la conquista di una più
convinta umiltà, fra Cristoforo è davvero un santo. Nel lazzaretto, in quel tragico
scenario d’apocalisse, egli agisce e parla come un santo, con l’autorevolezza di un
santo; e come tale egli affida ai due sposi, assieme al pane del perdono, il suo
comandamento d’amore, che è come il suo testamento spirituale. Lasciando ai
suoi protetti quella cara reliquia, li ammonisce con parole semplici ma
indimenticabili:
“Qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità…
fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in
mezzo ai superbi e ai provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto,
tutto!”
In queste parole, insieme al ben noto realismo manzoniano, che riconosce il
male che c’è nel mondo, risuona il messaggio eterno della carità cristiana,
l’essenza profonda dell’insegnamento di Gesù. E allorché Lucia, nel congedarsi
da lui, si mostra preoccupata per le sue precarie condizioni di salute, risponde con
tono dolce e ispirato:
“E’ già molto tempo che chiedo al Signore una grazia, e ben grande: di finire
i miei giorni in servizio del prossimo. Se me la volesse ora concedere, ho bisogno
che tutti quelli che hanno carità per me, m’aiutino a ringraziarlo”.
Sono le parole sublimi di un testimone della carità evangelica, che vede
nella morte per il prossimo il più grande premio della sua fatica terrena.

7 - IL CARDINALE BORROMEO
A proposito della mirabile vita di Federigo Borromeo il Manzoni ricorre a
una similitudine efficacissima, assomigliandola a “un ruscello che, scaturito
limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidirsi mai, in un lungo corso per
diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume”.

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Ciò vuol dire che nella sua vita non abbiamo deviazioni né gravi colpe da
redimere, come in quelle di fra Cristoforo e dell’Innominato; ma non dobbiamo
pensare che la sua esistenza sia trascorsa senza lotta interiore, senza continuo
sforzo per migliorare sé stesso. Anzi l’Autore ci dice esplicitamente che la soavità
dei suoi modi e la pacatezza imperturbabile, che dimostrava in ogni circostanza,
erano “l’effetto d’una disciplina costante sopra un’indole viva e risentita”, cioè
sopra una natura per nulla docile né amabile.
Parlando della sua puerizia, il Manzoni accenna alle due morali contrastanti
che purtroppo coesistono anche in molte famiglie che si dicono cristiane. La
prima insegna che vani sono i piaceri terreni, che l’orgoglio e l’egoismo sono
sentimenti indegni di un seguace di Cristo, che la vera dignità è quella dell’anima
e i veri beni sono quelli spirituali, gli unici veramente nostri e che nessuno ci può
sottrarre. Se sono vere le massime di questa morale, non possono essere vere
quelle diametralmente opposte, “che pure si trasmettono di generazione in
generazione, con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra”, le quali esaltano
il successo come unico scopo della vita, la ricchezza come fonte di piacere e di
potenza, l’orgoglio come molla per sfondare, e l’egoismo come sicuro sistema che
porta alla vittoria nella spietata lotta della vita. E la mira suprema, per molti che
seguono questa seconda morale, è quella di uscire dall’anonimato, di emergere
dalla massa in qualunque modo, magari anche con lo scandalo, la disonestà e la
violenza: insomma far parlare di sé, bene o male non importa.
Fin da ragazzo Federigo, pur “tra gli agi e le pompe”, che certamente non
servono a inculcare l’umiltà e l’abnegazione, comprese qual è la morale vera, cioè
quella evangelica, e decise di seguirla sino in fondo, senza alcun rispetto umano.
E dimostrando una maturità di giudizio superiore ai suoi anni, si convinse “che la
vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per
tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto”.
Egli pensò che l’esistenza è un impegno serio per tutti, ricchi e poveri, dotti
e ignoranti, nobili e plebei; chi più ha avuto in talenti e in beni terreni, di più deve
rispondere davanti a Dio; infatti la responsabilità individuale esige un impiego
diligente del tempo e degli altri doni che abbiamo ricevuto, di cui dobbiamo
rendere stretta ragione.
C’è dunque in Federigo, sin dal tempo del seminario, un serio impegno di
perfezionamento interiore, onde mettere in pratica quei precetti che aveva
abbracciati come veri. Anche lui, come fra Cristoforo, aggiunse alle occupazioni
ordinarie altre due attività che miravano ad affinare insieme l’umiltà e la carità, le
virtù basilari del cristiano: “insegnar la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del
popolo, e visitare, servire, consolare e soccorrere gl’infermi”.
Fin da seminarista, e poi sempre per tutta la vita, dovette combattere coi
sostenitori del motto “ne quid nimis”, cioè con quei falsi prudenti “che
s’adombrano delle virtù come dei vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel
mezzo; e il mezzo lo fissano giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci
stanno comodi”.

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In seminario erano, questi “galantuomini del ne quid nimis”, gli istitutori
che si proponevano di trattarlo con particolari attenzioni, in quanto nobile e
cugino del cardinale Carlo Borromeo, mettendolo in una posizione di preminenza
mentre lui voleva essere trattato come tutti gli altri, convinto che la vera dignità
non è quella della nascita ma quella del merito. Era una lotta continua tra lui che
evitava rigorosamente ogni particolarismo, e quelli che, o per sviscerato
servilismo o per un calcolo di convenienza, “cercavano di mettergli davanti ,
addosso, intorno, qualche suppellettile più signorile, qualcosa che lo facesse
distinguer dagli altri”.
Una volta arcivescovo e cardinale, dovette combattere con alcuni congiunti,
i quali si lamentavano che egli avvilisse il suo nobile casato e la sua alta carica
con un tenore di vita troppo modesto, col vestire troppo dimesso e soprattutto col
discendere al livello dei più umili; in una parola lo rimproveravano proprio per il
suo ammirabile stile di pastore veramente evangelico, perché erano appunto di
quelli “che s’adombrano delle virtù come dei vizi”.
Ebbe purtroppo a contrastare anche con alcuni del suo seguito, i quali
credevano loro dovere richiamarlo tutte le volte che compiva gesti di coraggio
apostolico o di eroica carità, che comportassero a loro vedere qualche rischio.
Come esempio di questo zelo fuori posto il Manzoni riporta un episodio
significativo. Durante la visita pastorale in un paesello montano, Federigo si mise
come al solito ad insegnare la dottrina a un gruppo di poveri fanciulli, sporchi e
cenciosi; ed essendosi lasciato andare ad accarezzarli e abbracciarli, secondo il
suo solito, uno del seguito si ritenne in dovere di avvertirlo “che usasse più
riguardo nel far tante carezze a que’ ragazzi, perché eran sudici e stomacosi”.
Come se il Cardinale non fosse tale da accorgersene!
Per lui il decoro di cardinale arcivescovo non consisteva affatto nello sfarzo
delle vesti, ma nella somiglianza intima al modello divino di Gesù Cristo, primo e
sommo Pastore. Perciò egli non smetteva una veste prima che fosse lisa, e per il
mantenimento suo e del suo seguito faceva la più stretta economia, e voleva che il
relativo onere finanziario fosse attinto alle sue rendite private, riservando ai poveri
non solo tutte le rendite ecclesiastiche, ma anche gran parte di quelle provenienti
dal suo ricco patrimonio familiare.
Non permetteva sprechi di nessun genere, considerandoli offese verso la
divina Provvidenza e insulti alla miseria di tanti, né tollerava spese o pompe
inutili; tuttavia unì sempre all’innato amore “della semplicità quello d’una squisita
pulizia: due abitudini notabili infatti, in quell’età sudicia e sfarzosa”.
Questi tratti del suo comportamento potrebbero far pensare a una “virtù
gretta, misera, angustiosa”; ma non è affatto così: Federigo seppe concepire e
attuare disegni grandiosi, impegnandovi somme per quei tempi ingentissime. Per
alleviare le sofferenze della popolazione durante la carestia e la peste realizzò un
vasto e mirabile piano di carità, in cui profuse tutte le sue sostanze.
E non badava solo ai bisogni immediati della popolazione, ma anche al
modo di incrementare il progresso per mezzo della cultura; a tale scopo fondò la
Biblioteca Ambrosiana, dotandola “con sì animosa lautezza”, che ancor oggi ne

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restiamo ammirati. Il regolamento di questa biblioteca fu ispirato a principi di
“servizio pubblico”, per quei tempi quasi rivoluzionari.
Infatti, mentre nelle altre biblioteche pubbliche “i libri non eran nemmen
visibili, ma chiusi in armadi, donde non si levavano se non per gentilezza dei
bibliotecari, quando si sentivano di farli vedere un momento”, Federigo ordinò
che “i libri fossero esposti alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e
datogli anche da sedere, e carta, penne e calamaio, per prender gli appunti che gli
potessero bisognare”.
E quanto fosse pronto a spendere somme anche forti per il bene, lo si ricava
dal seguente episodio.
Avendo saputo che un nobile voleva costringere la figlia a farsi suora, lo
mandò a chiamare per appurare il motivo di questa sopraffazione; e avendo
conosciuto che il vero motivo era economico, per non aver quel padre i
quattromila scudi per maritare convenientemente la figliola, sborsò lui quella
somma molto volentieri per evitare una monacazione forzata.
Federigo, oltre che pastore di anime, fu anche uomo di cultura e grande
studioso. Approfittava di tutti i ritagli di tempo per coltivare le scienze
ecclesiastiche, ritenendo superfluo per un vescovo occuparsi di quelle profane; e
di questa sua fervida attività intellettuale ci rimangono circa cento opere, fra edite
e inedite. Questi però sono tratti, pur interessanti, ma secondari della sua
personalità, la quale ci lascia ammirati soprattutto per il coraggioso zelo e
l’inesausta carità.
Queste virtù spiccano nei due episodi in cui giganteggia la ieratica figura del
Porporato: l’incontro con l’Innominato e il colloquio con don Abbondio.
Nell’animo dell’uno egli deve coronare l’opera salvifica della Grazia, nell’animo
dell’altro, chiuso dall’egoismo, cerca di far penetrare un raggio almeno di luce
spirituale.
E cominciamo col primo fatto.
Allorché gli viene annunziata “la strana visita” del famigerato signore,
mentre sta studiando in attesa della funzione religiosa, subito si alza e, “con un
viso animato”, dice al cappellano crocifero di introdurlo immediatamente. Ma
quello, lungi dall’obbedire, esprime subito il sospetto di qualche trama da parte di
quell’appaltatore di delitti:
“Lo zelo fa dei nemici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che più
d’un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l’altro…”
Il Cardinale però taglia corto a quelle paure con un ordine perentorio:
“Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo”.
E quando il signore entra da lui, gli va “incontro con un volto premuroso e
sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata”. Non mi dilungo
sul colloquio tra i due, il quale va letto nell’originale, e meditato, da chiunque
voglia avere un’idea della spiritualità profonda e della fine sensibilità cristiana di
questo personaggio, nel quale il Manzoni ha rappresentato un po’ di sé stesso e
l’essenza delle sue convinzioni religiose. Voglio qui mettere soltanto in rilievo la
sua delicatezza e sollecitudine pastorale: per far superare al visitatore il

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vergognoso impaccio, e metterlo a suo agio, si rimprovera con sinceri accenti di
non essere andato lui a trovarlo nel suo castello:
“Oh! – disse – che preziosa visita è questa! E quanto vi devo esser grato
d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!”
Dopo questa apertura così affabile, dopo questa accoglienza così cordiale,
l’Innominato può vincere la sua riluttanza istintiva e aprire il cuore esacerbato alla
luce della fede, alla consolazione della speranza, all’ardore della carità. La grazia
di Dio scende ora come balsamo ineffabile in quell’animo già squassato dalla
tempesta.
Nel colloquio con don Abbondio il Cardinale si accorge subito in quale
abisso di viltà e di egoismo giaccia lo spirito del parroco, convinto di avere delle
buone ragioni per tradire i doveri più elementari del suo ministero sacerdotale.
Profondamente amareggiato per tale mancanza di carità, sente nell’intimo uno
sdegno irrefrenabile per quella vile condotta, inammissibile in un ministro di Dio;
ma si ricorda di Gesù che è venuto, non a condannare, ma a salvare, non a
spezzare la canna fessa, ma a reintegrarla nella grazia. Il suo compito di pastore è
di recuperare quell’anima, per quanto refrattaria, di non perdere nessuna delle
pecorelle a lui affidate; e con paziente opera di persuasione, con parole ardenti di
amore di Dio e del prossimo, ora con moniti severi ora con accorati appelli, cerca
di far capire all’inferiore quanto gravemente abbia mancato al suo dovere non solo
di sacerdote, ma anche di semplice cristiano.
Il vile prete però, tutt’altro che convinto, si lascia scappare per la stizza una
larvata accusa di “predica bene e razzola male” per il suo superiore:
“Vossignoria parla bene; ma bisognerebbe esser nei panni d’un povero prete,
ed essersi trovato al punto”.
Si morde subito la lingua per aver detto ciò che non conveniva, offendendo
ingiustamente il suo arcivescovo; e si prepara a ricevere l’inevitabile rimprovero
dicendo tra sé: “ora vien la grandine”. Ma la grandine non cade sulla sua testa,
perché il Cardinale non solo non si è offeso, ma ha accettato umilmente il grave
appunto, convinto di essere tutt’altro che perfetto. Perciò invita don Abbondio a
farlo edotto delle sue mancanze le quali, come è ben noto, riescono più evidenti
agli altri che all’interessato; lo prega con sincera umiltà di fargliele conoscere:
“Se voi sapete che io abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto,
trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi ravvedere; affinché,
dov’è mancato l’esempio, supplisca almeno la confessione”.
Questo abbassarsi del santo Cardinale davanti al suo pavido e ottuso curato
ci commuove, perché deriva da umiltà vera e profonda, non da quella ipocrita, che
si abbassa solo per essere esaltata, che si vilipende solo per essere lodata.
Allorché il papa Clemente VIII propose a Federigo l’arcivescovado di
Milano, questi “apparve fortemente turbato, e ricusò senza esitare. Cedette poi al
comando espresso del papa”. L’Autore a questo proposito osserva che molti fanno
simili dimostrazioni d’umiltà, per cui alcuni le irridono tutte in blocco, come
dimostrazione d’ipocrisia. Ma non bisogna essere così sommari nel giudizio;
bisogna saper distinguere l’uomo veramente umile dall’ipocrita. Basta guardare le

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loro azioni: dai frutti si riconosce l’albero. ”La vita è il paragone delle parole:” e
la vita di Federigo, fatta “di disinteresse e di sacrificio”, dimostra che quel diniego
era dettato da vera umiltà.
Egli era fermamente persuaso che non c’è “giusta superiorità d’uomo sopra
gli uomini, se non in loro servizio”; e se cercava di ricusare le dignità
ecclesiastiche, non era certamente perché non voleva servire gli altri, ma perché
non si riteneva “abbastanza degno né capace di così alto e pericoloso servizio”.
Perciò nei conclavi ai quali partecipò, cercò sempre di stornare da sé l’attenzione
dei colleghi, poiché non aspirava minimamente “a quel posto così desiderabile
all’ambizione, e così terribile alla pietà”; sicché una volta che un cardinale gli
offrì il voto suo e del suo gruppo, rifiutò così recisamente, che colui cambiò idea.
L’umiltà di Federigo è così sincera e profonda, che scuote anche l’apatico
don Abbondio. Invitato a rivelare le manchevolezze del suo superiore, egli esce in
un elogio del “petto forte” e dello “zelo imperterrito” dell’arcivescovo, il quale
subito l’interrompe:
“Io non vi chiedevo una lode, che mi fa tremare, perché Dio conosce i miei
mancamenti, e quello che ne conosco anch’io, basta a confondermi”.
Invita quindi il curato a umiliarsi assieme a lui davanti al Signore, il quale
conosce le manchevolezze di ognuno, ma dà, a tutti quelli che gliela chiedono, la
forza e la grazia necessaria per assolvere il proprio compito. Don Abbondio,
colpito dalla mite umiltà del suo superiore che si mette al suo stesso livello, è
finalmente scosso dalla sua apatia; il Cardinale con le sue dolci e umili parole è
riuscito a far emergere quel poco di buono che giaceva sopito nel fondo
dell’animo del pavido curato: lo stoppino misero e acciaccato si è alla fine acceso
alla fiamma di quella gran torcia di carità.
La carità è dunque la virtù più eminente di questa ammirevole figura di
vescovo, e dalla carità derivano tutte le altre belle virtù; e il Manzoni mette
appunto in bocca a lui il più sublime elogio di “quella carità che ripara al passato,
che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che
diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno”. L’Autore si diffonde
intorno a questo personaggio con intimo e palese compiacimento, perché vede in
lui un modello in cui la dottrina evangelica è divenuta norma costante di vita e di
azione.
Però il Manzoni, nella sua obiettività, accenna anche ai limiti di questo pur
mirabile personaggio. Durante la peste, ad esempio, pregato ripetutamente dal
Consiglio dei decurioni di autorizzare una solenne processione con il corpo di San
Carlo, finì col cedere, pur avendo buone ragioni per non acconsentire.
A questo proposito l’Autore esprime il dubbio che egli non avesse sempre,
con gli altri, una volontà abbastanza ferma e decisa; ma è certo che egli agì
sempre, e anche in quel caso, in perfetta buona fede e senza secondi fini, perché in
tutta la sua vita si rivela “un obbedir risoluto alla coscienza, senza riguardo a
interessi temporali di nessun genere”. Se ci fu quindi un errore, va ascritto
all’intelletto e non alla coscienza.

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Egli infatti non fu superiore al suo secolo riguardo a certe opinioni erronee e
a certi pregiudizi; per esempio, nel trattatelo “De Pestilentia”, mostra di credere,
almeno in parte, alle nefande imprese degli untori. Ma anche questo si rivela come
un errore intellettuale, che non intacca affatto la coscienza di questo venerando
ma pur umano personaggio, nel quale il Vangelo di Cristo, da dottrina, si è fatto
pratica giornaliera di vita.

8 - L’INNOMINATO
L’Innominato, per la storia Bernardino Visconti, feudatario di Brignano
Ghiara d’Adda, non occupa molta parte nel romanzo: vi appare solo nel capitolo
XIX, vi domina per molte pagine, poi scompare; riappare nel capitolo XXIX,
durante la calata dei lanzichenecchi, per scomparire poco dopo e definitivamente.
Lo stesso può dirsi del cardinale Borromeo; eppure sono ambedue
personaggi principalissimi per la trama e soprattutto per il significato del
capolavoro manzoniano.
Infatti l’uno rappresenta il Cristianesimo, come opera in un animo innocente
e convinto sin dall’infanzia; l’altro invece il Cristianesimo come opera in un
animo che lo ignora volontariamente, impegnato com’è a realizzare un suo ideale
di potenza, da attuarsi con la violenza e senza alcuna preoccupazione morale; da
una parte insomma una vita innocente, dall’altra una vita redenta dalla Grazia.
Sono ambedue figure titaniche; “sono – come afferma il De Sanctis –
apparizioni straordinarie e fuggitive, meteore che illuminano e passano, lasciando
dietro di sé stupore e ammirazione. E’ una specie di epopea, che fa la sua ultima
apparizione nel nostro mondo borghese, messa al seguito di Renzo e Lucia”.
L’uno è gigante nel bene, praticando la carità e l’umiltà per tutta la vita; l’altro
appare, per gran parte della vita, gigante nel male, attuando la sua volontà di
potenza con spietato orgoglio; quindi, dopo la conversione, giganteggia ancora
nell’umiltà senza abbassamento e nella mitezza disarmata eppur virile.
Per l’Innominato si può parlare esattamente di conversione, termine che non
è appropriato, come abbiamo già detto, per il mutamento che si verificò
nell’animo di Lodovico dopo il cruento duello. Infatti conversione, dal verbo
latino “se convertere”, significa volgersi in direzione opposta alla precedente, cioè
cominciare ad amare ciò che si odiava, e a odiare ciò che prima si amava.
Lodovico invece amò la giustizia sin dalla prima giovinezza e allorché, per
difendere appunto la giustizia, s’indusse anche lui a usare la violenza e l’inganno,
rimase subito turbato e scontento, e capì che quella non era la sua strada.
L’Innominato, al contrario, percorse la sua strada nefasta, lastricata
d’insidie, di violenze e di delitti, sino ai sessant’anni senza tentennamenti; solo al
principio sentì qualche rimorso, subito vinto dalla sete di potenza e da “un misto
sentimento di sdegno e d’invidia impaziente” che provava alla vista di tante
sopraffazioni. Anche lui, come Lodovico, volle entrare in gara con i prepotenti,

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che invidiava e odiava nello stesso tempo, per vincerli e superarli tutti; e ci riuscì
con la forza del suo orgoglio smisurato, la molla potente della sua esistenza.
Ma il fondo del suo animo non era malvagio: egli non voleva il male per il
male, ma il male come mezzo per affermare la sua superiorità, per instaurare il
suo orgoglioso dominio. La strada del male dovette fatalmente imboccarla per
attuare la sua volontà di potenza, che perseguì con un’attività indomita,
impetuosa, sprezzante di ogni pericolo, come di ogni riguardo morale, sociale e
politico.
Egli infatti non ama il lieto viver cittadino, la vita comoda e i piaceri, le
pompe e i divertimenti della capitale, come fa invece don Rodrigo; egli ha rotto
con l’autorità costituita, col ceto nobiliare, con tutta la società; vive bandito,
esecrato, odiato, ma temuto; “essere arbitro, padrone negli affari altrui” lo ripaga a
usura di ogni privazione, di ogni rischio e di ogni sacrificio. A lui bastava
dominare tutto all’intorno dall’alto del suo castello, “come l’aquila dal suo nido
insanguinato”, e non vedere “mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto”. Per
attuare questo dominio assoluto seguì imperterrito la via dell’iniquità, seminando
lagrime e lutti, esigendo un’obbedienza cieca anche dai suoi dipendenti.
Però difese spesso e volentieri anche il debole contro il prepotente, se questi
non era uno dei tanti a lui ligi e a lui sottoposti in tutto e per tutto, in quanto non
tollerava intorno a sé degli alleati, ma soltanto dei sudditi. Perciò i nobili e i
tirannelli di tutto il territorio intorno si erano già da tempo offerti a lui, mettendosi
sotto la sua protezione e dichiarandosi pronti sempre a eseguire i suoi ordini. Al
principio non erano stati molti i prepotenti disposti a riconoscere la sua
supremazia e a dichiararglisi subordinati; e tanto più facilmente gli capitò, come a
Lodovico, di difendere qualche poveretto contro un signorotto burbanzoso, che
però dovette subito sottomettersi se volle evitare il peggio.
Ma ben presto non ci fu nessuno che osasse stargli a fronte né resistergli,
perché questo significava “essere tisico in terzo grado”, cioè avere scarse
possibilità di sopravvivere. Anche coloro che non avevano che fare con lui, si
affrettarono a dichiararglisi amici, per impedire che, in una contesa, il loro
avversario ricorresse al potente signore per assicurarsi la vittoria; se poi la lite
scoppiava tra due a lui subordinati, egli se ne faceva arbitro.
Don Rodrigo, allorché seppe che Lucia si era rifugiata nel monastero di
Monza, sotto la protezione della potente “Signora”, capì subito che solo
l’Innominato poteva espugnare le sacre mura, perché le mani di lui “arrivavano
spesso dove non arrivava la vista degli altri”. Era anche sicuro che il potente
amico non si sarebbe tirato indietro di fronte al grave rischio, perché sapeva molto
bene che per quel diavolo “la difficoltà delle imprese era spesso uno stimolo a
prenderle sopra di sé”.
Tuttavia egli esitò molto prima di ricorrere all’aiuto di lui, “potente
ausiliario certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiero”,perché
temeva che colui, dopo averlo servito, si volesse servire di lui per chi sa quali
imprese; e una volta imbarcatosi con quello, non sapeva fin dove sarebbe
arrivato. Ma la passione era così cocente, così ardente il desiderio di non darla

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vinta a un frate e a un tanghero, che alla fine si risolvette e si recò al castellaccio;
e siccome conosceva bene l’orgoglio puntiglioso del suo interlocutore, si mise a
esagerare le difficoltà dell’impresa; “a questo l’Innominato, come se un demonio
nascosto nel suo cuore gliel’avesse comandato, interruppe subitamente, dicendo
che prendeva l’impresa sopra di sé”.
Egli s’impegnò subito, dando la sua parola, per precludersi l’adito a ogni
esitazione e ripensamento: avendo promesso, non poteva più tirarsi indietro; ma
non appena don Rodrigo fu partito, si pentì di aver promesso: “da qualche tempo
cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze…
Una certa ripugnanza provata nei primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi
affatto, tornava ora a farsi sentire”.
Egli non si sentiva vecchio, perché aveva appena sessant’anni, e mostrava
“nella durezza risentita dei lineamenti” una vigoria fisica quasi giovanile; tuttavia
da qualche tempo era assillato dallo spettro della vecchiaia che sentiva avvicinarsi
a gran passi: “invecchiare! morire! e poi?”
Di Dio, di cui pure aveva sentito parlare nella fanciullezza, non si era mai
preoccupato se esistesse o no, ma certo era vissuto fino allora come se non
esistesse affatto né Lui né la sua santa legge; ora però, “in certi momenti
d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva di sentirlo
gridar dentro di sé: Io sono però”.
La semplice ipotesi dell’esistenza di un Essere Supremo, autore del mondo e
della vita, secondo la cui legge immutabile ognuno sarà giudicato per la vita
futura che sarà eterna, gli metteva nell’animo una inquietudine insolita, una
preoccupazione, una esitazione e una insoddisfazione mai provate nel passato. Era
il lento lavorio della grazia divina in quel cuore superbo e violento; ma egli
provava orrore di questa sua strana debolezza, e cercava disperatamente di
mascherare questo interiore vacillamento con una grinta più dura e più fiera.
Ma i prodromi della conversione erano già evidenti.
Non è certo il caso di dilungarsi nella descrizione della conversione e delle
conseguenze di un così radicale mutamento, di un così mirabile rinnovamento
dell’animo dell’Innominato. All’uopo conviene rileggere le stupende pagine del
romanzo, che ogni parafrasi sciuperebbe. Io perciò mi limito a fare qualche
riflessione. La prima è che la crisi di quest’uomo, da tempo latente per la lenta
opera della Grazia, giunge all’acme a causa del rapimento di Lucia, e trae quindi il
suo motivo risolutore proprio dalle parole che la ragazza gli dice e gli ripete con
una certa ispirata autorevolezza:
“Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”
Una seconda osservazione potrebbe essere questa: tutta la vicenda
dell’Innominato sembra confermare il ventilato giansenismo del Manzoni, il quale
avrebbe voluto rappresentare in lui un predestinato della Grazia; infatti il suo
animo è letteralmente squassato dalla grazia divina, e non ha tregua finché non si
arrende alla violenza misteriosa di un tale miracolo trasformatore. I sostenitori del
giansenismo manzoniano si chiedono: perché questo intervento straordinario
della Grazia non si è verificato, per esempio, in don Rodrigo? Quale merito può

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accampare l’Innominato di fronte al suo amico, se non quello di essere più avanti
nella malvagità?
Non intendo pronunciarmi sulla spinosa questione del giansenismo del
Manzoni, argomento che esula dallo scopo del presente lavoro; infatti, per capire
almeno i termini della questione, dovremmo esporre la dottrina di Giansenio, che
si riallaccia a certe proposizioni di Sant’Agostino (non per nulla il vescovo
olandese intitolò “Augustinus” la sua opera), e l’assunto sarebbe davvero
ponderoso, oltre che inopportuno in queste pagine.
Mi limiterò a dire che il Manzoni, come ogni vero cristiano, crede che tutti
gli uomini sono chiamati alla salvezza, senza preclusione alcuna, e che a nessuno
mancano i mezzi per salvarsi, perché il Signore li fornisce in abbondanza. I mezzi
della Grazia sono vari e spesso inopinati: letture, ispirazioni, parole sentite o
consigli ricevuti, buoni esempi, e soprattutto il grande e severo richiamo del
dolore, il terribile monito della morte.
Anche don Rodrigo ebbe i mezzi sufficienti per salvarsi, come li hanno tutti;
ricevette addirittura “il predicatore in casa”, come lui stesso beffardamente si
esprime, un predicatore santo e ispirato che lo scosse con la minacciosa profezia,
per cui fu lì lì per abbandonare il suo sporco impegno; provò talora anche lui
uggia e fastidio del suo operato, e infine ebbe la prova suprema del dolore, per
mezzo della peste e del tradimento del suo fedelissimo; né gli mancarono le
preghiere dei buoni, cioè del frate e degli stessi sposi da lui perseguitati.
Si sarà convertito?
Il Manzoni non ha voluto chiarire il mistero, probabilmente per un motivo
non artistico, ma di realismo morale; ci ha voluto cioè insegnare che la Grazia
opera spesso in incognito, per cui noi dobbiamo astenerci dal trinciare giudizi, e
soprattutto dal condannare. E lo stesso fra Cristoforo, mostrandolo a Renzo nel
lazzaretto, immobile e insensato sul misero giaciglio, non può che esclamare:
“Può essere castigo, può essere misericordia”.
Ma certo il signorotto ha avuto la possibilità di salvarsi; non sappiamo se
alle sollecitazioni della Grazia egli rispose con l’atto, indispensabile, della sua
libera volontà. Se dunque per giansenismo si vuole intendere che alcuni pochi
sono predestinati alla salvezza, di contro a una massa dannata senza speranza e
senza luce, possiamo affermare che il Manzoni è del tutto immune da questa
eresia.
Dopo questa digressione chiarificatrice, torniamo all’Innominato.
Nell’animo di lui la grazia divina scende invero sovrabbondante, violenta come
marea che scuote, spaventa e finalmente trascina. Davanti al suo dramma
spirituale ci tornano in mente i versi immortali della “Pentecoste”, i quali
costituiscono il commento lirico appropriato di questa tempesta interiore che si
placa nella palingenesi dello spirito. Nell’inno sacro il Manzoni invoca il
Paraclito, pregandolo di scendere su tutti gli uomini, anche sui prepotenti:
“scendi bufera ai tumidi
pensier del violento;
vi spira uno sgomento

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che insegni la pietà.”
La grazia di Dio scese veramente come un turbine nell’animo orgoglioso del
potente signore, seminandovi il terrore del passato e la paura dell’avvenire; sicché
egli cominciò a sentir pietà della povera Lucia, che soffriva per causa sua. Questo
sgomento lo portò sino alle soglie della disperazione e del suicidio; ma in quel
terribile momento lo Spirito, lasciando di perseguitarlo col formidabile pungolo
del rimorso, gli fece intravedere la speranza di una vita nuova, santificata dal
perdono e dalla bontà, illuminata dalla fede e dalla carità cristiana. Anche
l’Innominato, come Napoleone, aveva disperato, travolto dai pungenti ricordi,
“… ma valida
venne una man dal cielo
e in più spirabil aere
pietosa li trasportò.”
E’ appunto il secondo atto della Grazia: dopo la distruzione dell’uomo
vecchio, operata con la violenza di un turbine, ecco la rigenerazione, la
costruzione dell’uomo nuovo, operata con l’amorevole sollecitudine e dolcezza di
una madre.
Ma non è detto che nell’uomo nuovo l’uomo vecchio sia del tutto
scomparso; le possenti qualità di quell’animo (volontà impetuosa, eroico ardire,
imperturbata costanza) avevano solo bisogno di mutare direzione e scopo di
azione, di volgersi insomma al bene invece che al male. Infatti allorché
l’Innominato, con accento di angoscia, chiese al Cardinale che cosa mai Dio
potrebbe fare di lui peccatore, Federigo rispose con dolce sicurezza:
“Un segno della sua potenza e della sua bontà… Chi siete voi, pover’uomo,
che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male,
che Dio non possa farvene volere e operare nel bene?”
Se dunque l’Innominato era stato grande nel male, servendosi dei soli suoi
mezzi, ancor più grande sarebbe stato nel bene, una volta sostenuto e infiammato
dalla grazia divina. Questa opera così prontamente e con tanta efficacia in
quell’animo, per natura ardente e generoso, che nello spazio di poche ore egli
appare profondamente trasformato; sicché la moglie del sarto, e in seguito anche
Lucia, non esitano a definirlo un “santo”. E una trasformazione così radicale non
poteva che apparire sotto l’aureola del miracolo, a coloro che non conoscevano la
lenta e progressiva opera della grazia divina in quell’animo tormentato.
Quando i lanzichenecchi scendono nel Milanese, il convertito pensa subito
di mettere sé stesso e il castello a disposizione dei poveri fuggiaschi. In tale
occasione l’uomo vecchio, cioè il provetto capitano capace di organizzare una
valida difesa, si trovò d’accordo con l’uomo nuovo, che voleva soltanto mettersi
al servizio del suo prossimo. In vista di tanto accorrer di profughi, egli si premurò
di mettere in piedi degli efficienti servizi logistici e di instaurare un’efficace
disciplina di tipo militare, per essere pronto a sostenere anche un assalto o un
assedio; tanto da scandalizzare quel brontolone di don Abbondio, che a quella
vista subito borbotta tra sé:
“Ma cosa vuol fare? Vuol fare la guerra? Vuol fare il re, lui?”

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Non comprende, quel meschino, che quei preparativi di difesa sono il
prodotto di una carità previdente e premurosa, di una carità intelligente e sollecita,
non dissimile da quella che il Cardinale mostrerà nella carestia e nella peste. Del
resto, quanto egli rifuggisse ora dalla forza delle armi, è dimostrato dal fatto che
egli rimase sempre disarmato al comando di quel manipolo di armati, da lui
organizzati al solo scopo di proteggere i suoi ospiti da ogni pericolo e da ogni
violenza.
E l’ospitalità ch’egli seppe approntare per i fuggitivi fu veramente generosa
e in tutto squisita; né la sua cura andò soltanto ai rifugiati nel castello, ma si
preoccupò anche della sicurezza degli abitanti della valle, e non esitò a soccorrere
qualche paese più lontano, invaso da gruppi di soldati sbandati.
In una di queste spedizioni ebbe la consolazione di salvare un paesetto dal
saccheggio di simili predoni, e le sue armi furono in tal caso benedette, mentre in
precedenza erano state tante volte esecrate.
Se la generosità di questo signore è grande verso tutti, è particolarmente
sollecita verso coloro che ha offeso, per riparare in qualche modo il male fatto.
A Lucia e Agnese invia cento scudi per mezzo del Cardinale, “per servir di
dote alla giovine”; dopo il passaggio dei lanzi, dà ad Agnese altri scudi, in
riparazione del danno che avrebbe trovato certamente a casa, e in più le dona un
corredo di biancheria; inoltre mette signorilmente una carrozza a disposizione dei
suoi più graditi ospiti, perché possano tornare al loro paese il più comodamente
possibile.
Se è dunque vero che la grazia di Dio si riversò abbondante su quest’uomo
di grandi doti, dobbiamo riconoscere che egli seppe corrispondere degnamente a
tanta grazia, mettendo nell’operare il bene una volontà ancor più impetuosa di
quella che aveva impiegato nel male; e pur avendo imboccato tardi la via del
bene, vi si avviò con tale ardore, da far dimenticare il triste passato e da
recuperare abbondantemente il tempo perduto.

9 - DON RODRIGO
Questo burbanzoso signorotto è convinto che per lui ci siano solo diritti e
nessun dovere, e che la vita debba essere per lui un festino continuato. Infatti è
nato nella classe privilegiata dei nobili, e ha tutte le possibilità di far l’arte di
Michelaccio, come dice don Abbondio: “lui ricco, lui giovine, lui rispettato, lui
corteggiato”. Non gli sarà mancata una buona educazione, anche dal punto di vista
religioso e morale, giacché il Manzoni ci avverte che il padre “era stato
tutt’un’altra cosa” da lui, cioè un galantuomo, che non avrà mancato di mettere il
figliolo sulla buona strada.
Ma il suo onesto intento risultò vano, forse perché morì troppo presto, e
allora il figlio, lasciato in balia di sé stesso, si scosse presto di dosso

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quell’educazione paterna, la quale non era penetrata nel suo intimo anche a causa
delle insorgenti passioni giovanili.
Tra queste notiamo soprattutto, strettamente legate, la lussuria e
l’ambizione: egli ritiene, in quanto nobile ricco e forte, di poter possedere ogni
donna che gli piaccia, specie nei paesi di campagna dove si trovano i suoi vasti
possedimenti e dove crede di poterla fare da padrone assoluto, come un feudatario
dei bei tempi antichi.
Allorché, nel dolce ozio della villeggiatura autunnale che trascorre nel suo
palazzotto di campagna, adocchia tra le operaie della filanda una ragazza di
particolare bellezza, subito se ne incapriccia e vuol farla sua. E’ sicuro che la bella
montanara si concederà a lui assai di buon grado, per un doveroso atto di omaggio
a un giovane cavaliere come lui, ed è pronto a scommettere col cugino Attilio che
la ragazza gli cadrà ai piedi come tante altre. Ma quando vede che la ragazza non
gli dà affatto retta, preferendogli un operaio, non ci vede più per la rabbia e decide
senz’altro di usare la forza, prima di impedirne il matrimonio e poi per rapire
Lucia che ha osato resistere alle sue lusinghe.
Riesce nel primo intento assai facilmente, poiché i due bravi da lui mandati
hanno a che fare con un parroco vile come don Abbondio; ma la spedizione per il
ratto, per quanto abilmente organizzata, va clamorosamente fallita, per il
contrattempo causato dal matrimonio di sorpresa tentato dai due promessi, il quale
aveva fatto allontanare da casa Lucia poco prima che i bravi vi facessero
irruzione.
Quando apprende che la ragazza è fuggita a Monza con Renzo, per iniziativa
di padre Cristoforo, monta su tutte le furie per la gelosia:
“Fuggiti insieme! – gridò – insieme! E quel frate birbante!... Quel frate me
la pagherà!”
Ripensa con rabbia al tempestoso colloquio avuto qualche giorno prima col
cappuccino, il quale gli aveva lanciato come una sfida:
“Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate.”
Egli si arrovella per l’audacia del frate, che era venuto a provocarlo a casa
sua; ma insieme con la stizza sente anche “un lontano e misterioso spavento” per
quell’inizio di infausta profezia che ancora gli rintrona nelle orecchie.
Don Rodrigo è, rispetto all’Innominato, un malvagio mediocre: egli è
soprattutto un gaudente, uno che vuole godersi la vita con tutti i piaceri che gli
sono concessi facilmente dal rango, dalla ricchezza e dalla giovinezza; è una
specie di “vitellone” del Seicento: se ricorre alla violenza, è solo per soddisfare le
due passioni che lo divorano, cioè la lussuria e l’orgoglio.
Egli ama vivere in società, godere delle distinzioni della sua casta, usufruire
di tutti i privilegi nobiliari; adora le comodità della vita cittadina, ma sta volentieri
anche in campagna, nel suo palazzotto in vista del lago, per sentirsi come un
piccolo re in mezzo ai suoi sudditi; coltiva l’amicizia dell’Innominato, ma vuole
essere in ottimi rapporti con l’autorità costituita, per poter tenere una mano sulle
bilance della giustizia e farle tracollare sempre in suo vantaggio.

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Vediamo infatti che, in villa, invita spesso a pranzo il podestà di Lecco, il
quale deve appunto chiudere un occhio sulle sue malefatte campagnole, e non
dimentica di foraggiare l’avvocato più reputato di Lecco, affinché lo tenga al
riparo dalla giustizia, coprendo le sue illegalità con la cortina fumogena delle
stesse gride.
E’ fiero di avere uno zio molto potente nella capitale, in quanto membro del
Consiglio Segreto, e ricorre volentieri a lui, mediante il cugino Attilio, per
sbarazzarsi nel modo più sicuro del molesto frate; ma tiene gelosamente nascosta,
sia allo zio sia alle sfere ufficiali, la sua relazione con l’Innominato, la quale, se
risaputa, avrebbe potuto compromettere i suoi rapporti con l’alta società milanese.
Ma probabilmente in lui è rimasta qualche traccia dell’educazione morale e
religiosa ricevuta nella fanciullezza; seguendo il male, infatti, egli sente
nell’intimo che viola una legge etica, e rimane profondamente scosso, pur tra la
rabbia, dalla tronca profezia di padre Cristoforo. Ripensando a quelle parole di
oscura minaccia, si sente venire la pelle d’oca, e più d’una volta è tentato di
rinunciare insieme alle due cose che allora più gli premevano, avere Lucia e
vendicarsi dell’odioso frate.
La sua passione è un “misto di puntiglio, di rabbia e d’infame capriccio”; a
un certo punto Lucia passa, per così dire, in secondo piano: si tratta soprattutto di
non darla vinta a uno zotico villano e a un frate temerario, di spuntare un impegno
in cui ormai è impegnato il suo onore di cavaliere. Infatti, come sarebbe potuto
tornare tra la brillante società della capitale con lo “sfregio di un colpo fallito”?
Come poteva rimanere a villeggiare sul lago, o tornarci gli anni successivi, se non
rialzava la riputazione della sua potenza? Chi lo avrebbe più temuto, se non era
capace di vincere e di vendicarsi?
Ma più di ogni altra cosa egli temeva lo scherno del cugino Attilio, il suo
Mefistofele, il quale col riso beffardo lo spingeva sempre più al male, mentre lui
forse avrebbe voluto qualche volta fermarsi o anche tornare indietro. Attilio era un
giovane gaudente e spensierato, intelligente e spregiudicato.
Don Rodrigo sotto sotto lo invidiava, perché avrebbe voluto possedere
quella spavalda sicurezza, quell’inconscio cinismo; lui invece non sapeva godersi
veramente la vita, pieno com’era di ubbie e di preoccupazioni. Se si fosse per caso
ritirato dall’impresa, don Attilio non gli avrebbe più dato un attimo di pace,
ridicolizzando la sua passione popolana presso tutti gli altri oziosi “giovini
signori” della società milanese, davanti ai quali o non avrebbe più dovuto alzare il
viso per la vergogna, ”o avere ogni momento la spada alle mani”, per battersi a
duello con gli audaci provocatori.
Per il cinico e brillante cugino don Rodrigo sentiva, assieme all’attrazione e
all’invidia, anche un certo inconfessato livore, perché colui era come il suo genio
malefico. Anche l’infame capriccio per Lucia era cresciuto a dismisura proprio
per le sghignazzate incredule del conte Attilio il quale, più intelligente del cugino,
aveva subito capito che quella ragazza così modesta non era il tipo da cedere alle
lusinghe di chicchessia, ed era stato perciò pronto a scommettere con don Rodrigo
che non l’avrebbe posseduta. E quando il giorno di San Martino passò senza che

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Lucia fosse giunta al palazzotto, allo scornato cavaliere cocevano non tanto gli
scudi che doveva pagare per la scommessa perduta, quanto le sgangherate risate
del cugino, che ferivano profondamente il suo orgoglio e di invitto signore e
d’irresistibile conquistatore. E così il capriccio divenne passione, la passione si
trasformò in tormentosa gelosia, la gelosia generò un’assillante brama di rivincita.
Oserei dire che l’odioso signorotto in certo qual modo si riabilita e si riscatta
in questo tormento; è un tormento ignobile, che si è procurato lui stesso per
soddisfare un suo turpe capriccio; ma è pur sempre una sofferenza, che a poco a
poco si fa più profonda, acuita com’è da quell’aguzzino del conte Attilio, al quale
non sembra vero di avere quel motivo di spasso, e cerca di prolungarlo più che
può.
Infatti, se lo aiuta a liberarsi dell’importuno frate, è solo per spassarsela sino
in fondo con quella passionaccia del cugino per la bella contadinotta. E se don
Rodrigo si decise a proseguire nell’impresa, ricorrendo all’Innominato, fu soltanto
per una lettera del cugino il quale, da Milano, informandolo del trasferimento
dell’arrabbiato frate, lo istigava a non tirarsi indietro ora che aveva via libera,
minacciando, in caso contrario, “di gran canzonature”.
Ormai, come poteva don Rodrigo tirarsi indietro senza perder la faccia?
Infatti “Attilio certamente avrebbe già preso la tromba, e messo tutti in
aspettativa. Da ogni parte gli avrebbero domandate notizie della montanara:
bisognava render ragione”.
Don Rodrigo in questo caso ci fa quasi compassione, perché in definitiva è
la vittima, non tanto della sua sporca passione, quanto di quello scanzonato di
Attilio, che lo domina e lo ricatta, schernendolo continuamente per l’insuccesso e
ridendosi di tutte le sue ubbie. Allorché don Rodrigo si preoccupa per il podestà,
che il cugino non si è tenuto dall’irritare, egli scoppia a ridere:
“Sapete, che comincio a credere che abbiate un po’ di paura? Mi prendete
sul serio anche il podestà…” Quando don Rodrigo gli riferisce lo scontro verbale
avuto col frate, egli fa le più grandi meraviglie che l’abbia lasciato andar via senza
assestargli un sacco di legnate, tacciando apertamente il cugino di essere un
pavido e di non possedere la grinta di un vero nobile che si rispetti. Insomma il
cinico conte si diverte, mentre il cugino soffre e si tormenta per una sequela di
delusioni.
Ha qualche spiraglio di speranza, qualche attimo di “ scellerata allegrezza”,
quando viene a sapere che Lucia si è fermata a Monza, mentre Renzo ha
proseguito per Milano: il saperli separati, mentre placa la sua gelosia, gli fa
sperare di poter giungere allo scopo. Ma la speranza e la gioia durano poco: il
giorno dopo il Griso, mandato in esplorazione a Monza, gli riferisce che la
ragazza è ricoverata nel monastero della “Signora” e sotto la sua speciale
protezione. Don Rodrigo sapeva che quel monastero non era espugnabile dalle sue
forze; perciò questa notizia fu per lui una brutta doccia fredda.
Ma non si dà per vinto: ricorre all’Innominato, il quale prende su di sé
l’arrischiata impresa. Ormai il successo è assicurato: quel signore non prometteva
invano. Ma mentre don Rodrigo attendeva, da un giorno all’altro, la sospirata

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notizia del rapimento, ricevette invece l’ultima e più cocente delusione: la
ragazza, già felicemente rapita, era stata in seguito liberata dallo stesso signore,
che si era convertito cambiando completamente vita!
Se fu un duro colpo per l’orgoglioso signorotto, lo lascio immaginare a voi.
Per smaltire la sua rabbia impotente, rimase due giorni chiuso nella sua bicocca;
ma poi, avendo saputo che il Cardinale sarebbe venuto in visita pastorale nel
paese di Lucia, dovette partire precipitosamente per Milano. Infatti il Conte zio
avrebbe preteso che, in tale occasione, lui andasse a ossequiare il Presule, per
ricevere da lui pubblicamente “le più distinte accoglienze”; ma il nipote preferiva
cento volte le canzonature dei vitelloni milanesi a quella pessima figura davanti al
Borromeo. Né, attese le circostanze, noi sapremmo dargli torto; infatti il Cardinale
sapeva che il mandante del rapimento era appunto lui, e lo sporco motivo era più
che evidente.
Il superbo signorotto dovette dunque partire dalla villeggiatura alla
chetichella, come un fuggitivo, per non dare nell’occhio, e molto probabilmente
non rimise più piede in quel palazzotto che gli suscitava tanti cocenti ricordi.
Per quanto l’Autore non dica niente, noi che conosciamo l’animo di don
Rodrigo, facile a preoccuparsi e impressionarsi, dobbiamo pensare che egli restò
vivamente impressionato dall’improvvisa conversione del suo potente amico; e se
questa spiacevole emozione non produsse alcun salutare effetto in lui, fu
certamente perché al suo fianco c’era sempre quel mefistofelico cugino, sempre
pronto a schernire ogni suo ripensamento.
Vi ricordate che cosa avvenne dopo il colloquio con fra Cristoforo?
Vedendo il cugino preoccupato, don Attilio lo prende in giro dicendo che il
frate lo ha convertito; contraffacendo quindi il cappuccino con voce nasale e con
gesti caricati, improvvisa una predica in cui mette in caricatura don Rodrigo, “un
cavaliere scapestrato, più amico delle femmine, che degli uomini dabbene”.
Insomma quel cinico derideva ogni suo tentennamento, prendendolo per
debolezza.
Don Rodrigo in effetti è un debole, perché è “succubo” del cugino, e per
nascondere qualsiasi resipiscenza di natura morale o religiosa, affoga il rimorso
negli stravizi, pur di non mostrare al suo “incubo”, cioè al cugino che lo domina,
qualche imperdonabile debolezza. Ma in fondo all’animo sente un certo sordo
risentimento contro colui che, dominandolo col suo riso beffardo, non gli concede
alcuna possibilità di evasione da quella vita viziosa e oziosa. E quando don Attilio
crepa di peste, don Rodrigo si sente finalmente libero e padrone di sé, e per
quanto i tempi siano calamitosi, egli si sente tanto allegro, da far “rider tanto la
compagnia, con una specie d’elogio funebre” del morto.
Una volta sottratto al genio malefico del cugino, si sente altrettanto, sicuro e
padrone di sé; ma purtroppo questa sua nuova libertà durò ben poco e non poté
dare alcun frutto: la sua miseranda fine è prossima.
Siamo verso la fine di agosto del 1630, proprio quella sera che, in un ridotto
di amici, suoi compagni di bagordi, aveva tessuto quella ridicola orazione per il

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defunto, ottenendo messe di risa e di sghignazzi; ma tornato a casa dopo quel
successo, si accorge di essere contagiato e si sente perduto.
Il sogno che ebbe in quella notte di delirio febbrile dimostra che in fondo
alla sua coscienza, o se vogliamo nel subcosciente, non era mai scomparsa la
preoccupazione dell’aldilà, “quel lontano e misterioso spavento” ispiratogli dalle
minacciose parole del frate, anche se cercava di seppellire quella paura
ultraterrena col riso scettico e sprezzante, e di dimenticarla immergendosi nei
facili piaceri.
La sua morte è veramente compassionevole. Scoperto sul suo corpo il sozzo
bubbone, marchio terribile della peste, ha un solo terrore, di essere preda dei
monatti, e una sola speranza, di essere curato in casa; per non cadere nella
disperazione, si affida tutto a questa pur tenue speranza e confida nella gratitudine
del “fedel Griso”, il quale invece lo tradisce nel nero modo che sappiamo.
Don Rodrigo ci desta pietà anche per questo: è tradito da chi egli aveva, a
suo modo, beneficato, col sottrarlo alla giustizia e col dargli un lauto stipendio.
Negli ultimi istanti di lucidità gli si rivela lo spaventoso “vero” della sua vita
sbagliata: la cruda realtà gli deve fare un’impressione orrenda. Il tradimento del
Griso gli dà il colpo di grazia; ormai né la peste né la morte gli fanno più paura: è
rassegnato a tutto, e i monatti non gli fanno più ribrezzo. Vorrebbe solo vendicarsi
di quel vile:
“Lasciatemi ammazzar quell’infame, e poi fate di me quel che volete”.
Comprendendo, almeno allora, di aver sbagliato tutto, di aver sprecato
un’esistenza, avrà avuto un attimo di pentimento? E’ il mistero della Grazia, il
segreto della misericordia di Dio; e noi non possiamo neppure tentare di diradare
quel velo arcano.
Al lazzaretto giace per quattro giorni buttato su di un giaciglio, col viso nero
e tumefatto, con lo sguardo incantato e assente, in un’agonia lunga e penosa ma
senza conoscenza. Noi non possiamo che ripetere, col padre Cristoforo:
“Può essere castigo, può essere misericordia”.
Ma certamente nella sua miserabile fine don Rodrigo non ci è più odioso: ci
fa soltanto pena, una grande pena.

10 - IL CONTE ATTILIO
Attilio ha in comune col cugino il desiderio di divertirsi, considerando anche
lui la vita un festino a cui sono invitati solo i nobili e i ricchi; ma mentre don
Rodrigo non ci riesce troppo, perché oppresso da complessi che lo rendono
preoccupato, lui raggiunge sino a un certo punto il suo scopo, essendo di carattere
scettico e scanzonato. E’ nato nella classe privilegiata e vuol godersi liberamente
e compiutamente i suoi privilegi; e mentre il cugino vive in uno stato di ansia,
temendo che questi privilegi gli siano tolti, e quindi si circonda con un nugolo di

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bravi, egli non ha alcuna preoccupazione, crede nella propria superiorità nobiliare,
per cui non si fa scrupolo di offendere senza ritegno i non nobili.
Don Attilio vuol divertirsi, ma senza sforzo o pericolo, soprattutto senza
prendersi pena; è di carattere estroverso, ridanciano, e si ride tanto volentieri del
cugino, che è sempre così cupo e ansioso, mentre lui è un superficiale che prende
la vita alla leggera. Non ha nessun complesso morale, né scrupolo di carattere
religioso; è insomma un edonista convinto e spregiudicato, che si diverte un
mondo a beffare gli altri e soprattutto a stuzzicare il cugino con pungente ironia.
Ha sempre una voglia matta di ridere.
La prima volta che, assieme al cugino, vede Lucia, mentre l’altro tenta
invano di trattenerla “con chiacchiere non punto belle”, lui “ride forte”, godendosi
la scena e assaporando già le prevedibili conseguenze.
Il giorno dopo, mentre il cugino non riesce a fermare la ragazza, che
cammina a occhi bassi “nel mezzo delle compagne”, lui “sghignazza” per la
ritrosia della contadinotta e per la figura del corteggiatore il quale, punto sul vivo,
è pronto a scommettere che farà sua la bella montanara.
Il comportamento irridente del conte Attilio rende don Rodrigo più
intestardito che mai nel suo turpe capriccio; egli è, per così dire, il genio malefico
del cugino, perché lo spinge sempre più al male, canzonandolo tutte le volte che
mostra un po’ d’indecisione, e minacciando peggiori canzonature nel circolo dei
“giovini signori” milanesi, qualora non avesse avuto ragione di quella ritrosa.
Nel banchetto presso don Rodrigo, è lui che invita fra Cristoforo ad
accomodarsi nella sala del convito, perché si diverte un mondo a mettere in
imbarazzo sia il cappuccino, non abituato a simili convegni, sia il padrone di casa,
che dai frati voleva stare alla larga, perché gli risvegliavano qualcosa di sgradito,
quel senso di colpa latente nel fondo del suo animo.
Durante il banchetto Attilio mette in luce la sua burbanza nobiliare; infatti in
quel disordinato conversare egli trincia giudizi e non si tiene dall’offendere il
podestà di Lecco, che non è nobile, facendo preoccupare il cugino, il quale vuole
invece tenersi amico quel rappresentante del Governo. E allorché, qualche giorno
dopo, don Rodrigo si lamenterà con lui del modo irriverente tenuto col podestà,
gli risponderà con un riso di scherno, tacciandolo di fifone:
“Mi prendete sul serio anche il podestà…”, come se prendere sul serio un
podestà significasse coprirsi di ridicolo.
Ma torniamo al banchetto e alla discussione che si tenne in quella occasione,
perché in essa domina la burbanza del nostro personaggio.
Si discuteva di un recente fatto di cronaca: un tale che aveva portato una
sfida, da parte di un cavaliere spagnolo, a un nobile milanese, era stato bastonato
dal fratello di costui, perché aveva osato consegnargli il cartello senza
chiedergliene il permesso.
Il podestà, uomo di legge, sostiene che il messo è inviolabile, come dice
anche il proverbio: “ambasciator non porta pena”; il conte Attilio invece, che nel
suo orgoglio di nobile si considera al di sopra della legge, sostiene che quelle

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bastonate sono meritatissime da quel messo insolente, e che il nobile ha avuto
“una vera ispirazione” ad appioppargliele.
E quando, davanti alle ragioni storico-giuridiche del podestà, rimane a corto
di argomentazioni, l’ignorante e altezzoso signore passa alle offese, insinuando
malignamente nei riguardi del suo interlocutore:
“Quello che non posso capire è perché le premano tanto le spalle d’un
mascalzone”.
Quasi per dire: è forse un mascalzone anche lei, che si riscalda tanto per quel
villano? Per evitare che le parole divenissero più pesanti, dovette intervenire don
Rodrigo il quale, in un primo tempo, volle costituire giudice della lite il padre
Cristoforo, nella speranza che potesse sopirla; in un secondo tempo, avendo il
frate dato una risposta evasiva, mise in tavolo un altro argomento per far
dimenticare il primo, che era divenuto incandescente.
Ma colui che si era accalorato di più era il podestà, il quale sentiva di aver
ragione e non voleva cedere, in una questione di principio, davanti alla prepotenza
nobiliare; in pratica poi era disposto a chiudere tutt’e due gli occhi davanti alle
prepotenze di don Rodrigo, che lo onorava della sua mensa. Il conte invece
discuteva senza prendersela troppo, per puro divertimento, e ci godeva nel far
andare in bestia il “signor podestà riverito”, come diceva con tono apertamente
ironico.
Gli piaceva anche mettere in imbarazzo e il cugino e gli altri convitati.
A un certo punto della discussione, cerca di tirarvi in ballo il dottor
Azzecca-garbugli, il quale non badava che a mangiare e bere “col naso più
rubicondo del solito”; gli si rivolge in tono scherzoso e ironico:
“E lei, signor dottor riverito, in vece di farmi dei sogghigni, per farmi capire
ch’è del mio parere, perché non sostiene le mie ragioni, con la sua buona
tabella?”2
E’ chiaro che non gl’interessa affatto essere sostenuto dall’avvocato, ma si
diverte a sorprenderlo e metterlo in imbarazzo; infatti il dottore “rispose
confusetto”, non potendo evidentemente dare torto né al rappresentante
dell’autorità né a quello della nobiltà.
Anche nella seconda questione, suscitata da don Rodrigo per sedare la
precedente, si verifica lo scontro fra il puntiglio del magistrato spagnoleggiante e
l’albagia del nobile nazionalista. Discutendosi della guerra di Mantova e delle
voci di accomodamento che circolavano, il conte afferma di aver saputo da ottima
fonte milanese che sono in corso delle trattative tra le parti, che il podestà
smentisce recisamente, facendosi forte delle confidenze del castellano spagnolo, il
cui padre è molto vicino al Conte duca, primo ministro di Spagna, nientemeno!
Ma il burbanzoso Attilio quasi ride di simili informazioni, con evidente
disprezzo per gli informatori spagnoli:
“Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri
personaggi…”

2
= parlantina avvocatesca

71
Lo scontro tra i due si riaccende anche circa la pronuncia esatta del nome del
generale tedesco Wallenstein, che naturalmente il podestà vuole pronunciato alla
spagnola, Vagliensteino, nonostante le repliche irriguardose del conte Attilio.
Sicché don Rodrigo, per evitare il peggio, prega il cugino, col cenno degli
occhi, che per amor suo cessi dal contraddire. Ma poiché il podestà, prendendo
aire dal silenzio dell’avversario, non la finisce più con le lodi del Conte duca, don
Attilio, imbestialito per quell’elogio sperticato, non si tiene dal far versacci, tanto
che il padrone di casa stima bene proporre un brindisi, per affogare nel vino ogni
animosità.
Il carattere superficiale e altezzoso del conte Attilio è confermato dal
giudizio che egli esprime sulla carestia, che sarebbe stata prodotta artificialmente
dagli incettatori e dai fornai. Su questo tutti concordavano; ma mentre il podestà,
esponente del diritto, invocava contro i colpevoli “dei buoni processi”, il nostro
conte sbraitava:
“Che processi? Giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di
quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e
impiccarli”.
Insomma il capestro e le bastonate sono i mezzi di persuasione, e anche
d’approvvigionamento, di questo nobile cinico e arrogante.
Ma nel suo carattere prevale la nota scanzonata e ironica. Dopo il colloquio
di don Rodrigo col padre Cristoforo, gli insinua malignamente che il frate lo abbia
convertito; e trovando la cosa molto divertente e ridicola, si mette a fare la
caricatura e del frate, pettoruto e superbo per il successo, e del convertito, “tutto
compunto e con gli occhi bassi”.
E quando arriva il giorno di San Martino senza che Lucia sia nel palazzotto,
don Attilio canta vittoria con “un viso e un atto canzonatorio”, perché prova una
gioia matta nel vedere il cugino con la bocca asciutta; quando poi conosce le
offese che egli ha ricevute dal cappuccino, si meraviglia che l’abbia lasciato andar
via, “quel temerario birbante”, senza dargli un carico di legnate. Considerando poi
l’offesa fatta al cugino come uno sfregio per tutta la parentela, prende su di sé
l’incarico di dare una lezione all’arrabbiato frate:
“Lo prendo io sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione
d’insegnargli come si parla coi pari nostri”.
Per liberare il cugino dal frate, pensa subito di servirsi, come mezzo più
sbrigativo, del conte zio, e soddisfatto della sua idea esclama: “quanto mi diverto
ogni volta che lo posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro!”
Infatti tutto è divertimento per lui, a questo comune denominatore egli
riduce qualunque questione, perché egli non prende sul serio niente e nessuno,
eccetto sé stesso. Allorché don Rodrigo è preoccupato per le possibili
conseguenze giudiziarie del tentato rapimento di Lucia, il conte Attilio lo
schernisce per la sua vana paura: a un nobile è consentito bastonare la gente e
anche rapire una donna onesta!

72
Proprio qui sta la vera differenza tra i due cugini: l’uno non prende sul serio
niente e nessuno, l’altro dà importanza a troppe cose, e arriva a preoccuparsi delle
reazioni di un borghesuccio di podestà!
Però quest’uomo che verbalmente si mostra tanto spavaldo e sicuro di sé,
sempre pronto ad assegnare legnate agli ignobili, mostra la sua intima viltà in
occasione del tumulto di Milano; infatti le “notizie del tumulto e della canaglia
che girava per le strade, in tutt’altra attitudine che di ricever bastonate”, gli
consigliarono di trattenersi prudenzialmente in campagna, nel timore che le busse
questa volta toccassero a lui.
Intelligente qual era, aveva subito compreso che in quei giorni, nella
capitale, non spirava per lui un’aria propizia, e si tenne alla larga, perché non si
sentiva affatto di affrontare quella plebe che tanto disprezzava. Quando poi la
forza tornò nelle mani delle autorità e le forche furono alzate contro i rivoltosi,
allora tornò in città con la solita boria sprezzante.
Ritorna perché deve incontrarsi col Conte zio per la faccenda del frate, come
ha promesso al cugino.
Il modo come impegna lo zio ad agire contro il padre Cristoforo, è un vero
capolavoro di abilità e di menzogna.
Innanzi tutto dipinge il frate coi più foschi colori, ricordando il delitto della
sua gioventù, “onde, per inscansar la forca”, si è fatto frate; quindi dice che se l’è
presa contro don Rodrigo solo perché è un nobile, e lui, da vile plebeo, ce l’ha
contro tutti i nobili.
Lo zio risponde che certamente il frate non sa che don Rodrigo è suo nipote,
sottintendendo: basterà farglielo sapere, e le cose cambieranno come dalla notte al
giorno. Allora don Attilio, mentendo sfacciatamente, vibra il colpo maestro per
ferire la boria vanitosa del membro influente del Consiglio Segreto:
“Se lo sa! Anzi questo è quel che gli mette più il diavolo addosso.”
Il colpo centra il punto debole del politicone, la sua vanità; e ormai per fra
Cristoforo non c’è scampo; ma Attilio raddoppia il colpo, per maggiore sicurezza,
affermando che quel frate va dicendo che “se la ride dei grandi e dei politici, e che
il cordone di San Francesco tien legate anche le spade…”
Il grande politico diventa addirittura furioso contro il “frate temerario” che
lo tiene in così poco conto, se ne appunta il nome sul taccuino, e ormai non avrà
pace finché non lo saprà relegato in “qualche nicchia un po’ lontana”.
Ma al diabolico nipote non basta aver montato lo zio contro il povero
cappuccino; vuole anche metterlo sulla buona strada per ottenere lo scopo presto
e bene. Sì direbbe che egli diffidi assai dell’intuito del politicone, e perciò non
rinuncia a dargli l’imbeccata, per quanto si aspetti una reazione dalla “boria
ombrosa” dello zio. Senza aver l’aria di dargli un consiglio, gli prospetta la
possibilità di servirsi del Padre provinciale dei cappuccini, suo grande amico,
come del mezzo più adatto per far cambiare subito aria all’arrabbiato frate.
Com’era da prevedersi, il gran politico si adombra per un “suggerimento
così scoperto”, ma quel volpone del nipote lo calma subito, esclamando “con un

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tentennamento di testa, e con un sogghigno di compassione per sé stesso: Ah è
vero! Son io l’uomo da dar pareri al signore zio!”
Ma intanto il suggerimento è stato dato, e sarà puntualmente seguito, anche
se probabilmente il Conte zio avrebbe trovato anche da sé quell’espediente così
congeniale col suo carattere diplomatico.
Allorché il trasferimento di fra Cristoforo a Rimini è ormai un fatto
compiuto, Attilio scrive subito al cugino per comunicargli la fausta notizia e
incitarlo a non demordere, ora che non sono più d’ostacolo né il cappuccino né
Renzo, il quale è bandito e fuggitivo: se si fosse tirato indietro adesso, avrebbe
dimostrato palesemente di essere un buonanulla, e in questo caso si doveva
aspettare i dileggi e del cugino e di tutti i giovini signori di Milano, in quanto lui
avrebbe propalato la notizia… La minaccia di gran canzonature ottenne l’effetto
desiderato: don Rodrigo per non mollare la preda dovette ricorrere all’Innominato.
Probabilmente non si sarebbe deciso a un passo tanto grave, se non ci fosse
stata quella tal minaccia a pendergli sulla testa come una spada di Damocle.
Don Attilio sa imporre la sua volontà ai suoi parenti e far fare loro quello
che lui vuole; e sa dosare con accortezza i mezzi per giungere al suo scopo: con lo
zio adopera l’astuzia menzognera e il sorrisetto di commiserazione per sé stesso,
col cugino adopera il ricatto e il riso ironico. Non è meraviglia che questi sentisse
per lui un sordo rancore, che poté sfogare solo quando la peste lo liberò
finalmente dal molesto condizionatore della sua vita, al quale riservò un beffardo
elogio funebre pronunciato con allegro spirito di rivalsa: il cugino lo aveva
dominato, ma ora lui lo dominava, in quanto era ancora vivo. Per sua sfortuna
poté godere ben poco di questa rivincita, perché la peste ghermì pure lui,
inesorabile.
Che giudizio dobbiamo dunque dare del conte Attilio?
Da un lato ci piace, perché è intelligente, abile, estroverso; ma non possiamo
che condannarlo moralmente, in quanto ha messo le sue doti al servizio del male e
ha spinto sempre più in basso il cugino, dominandolo completamente e sempre.

11 - GERTRUDE
La storia di questa donna abbraccia nel romanzo gran parte del capitolo IX°
e quasi tutto il X°; è quindi molto più diffusa sia della storia di Lodovico (cap:
IV°) sia di quella di Federigo (cap: XXII°), tanto da apparire quasi un romanzo
nel romanzo. Anzi nella prima stesura del capolavoro manzoniano, che aveva il
titolo di “Fermo e Lucia”, la storia della monaca occupava più di quattro capitoli,
diffondendosi in molti particolari anche scabrosi, che poi l’Autore tolse via per
motivi non solo morali, ma anche artistici, per dare al personaggio una più
vigorosa e drammatica essenzialità.

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Il Manzoni per la storia di Gertrude attinse liberamente dal Ripamonti, dato
che gli atti del processo celebrato contro di lei furono pubblicati solo dopo
l’edizione del romanzo del 1827.
Gertrude è dunque un personaggio storico, ma nel raccontarne la vita
l’Autore non si attiene sempre ai dati documentari, poiché egli non scrive una
monografia storica, bensì un’opera d’arte e di fantasia, anzi di poesia, e il “vero
manzoniano” non va inteso tanto in senso storicistico, quanto in senso morale.
La verità storica del personaggio è stata dunque liberamente interpretata e
poeticamente rielaborata dalla commossa fantasia del Manzoni, al quale preme
soprattutto mettere in luce la tormentata umanità di questa donna, disgraziata più
che colpevole.
Questa storia ci rivela una delle piaghe del Seicento, quelle monacazioni
forzate che erano dovute alla consuetudine del maggiorasco: per lasciare tutto il
patrimonio al primogenito, i nobili lasciavano senza dote i figli successivi; per i
maschi si prospettava o la carriera delle armi (i famosi cadetti) o quella
ecclesiastica, per le femmine purtroppo non c’era che il chiostro, che per alcune
non rappresentava che un’odiosa prigione. E quest’iniquo trattamento s’imponeva
a tanti giovanetti e fanciulle per non dividere l’asse ereditario, ché altrimenti si
sarebbe assottigliato e non avrebbe potuto più sostenere il decoro del casato!
La prima libertà che l’Autore si prende con questo personaggio è quella del
nome: si chiamava infatti Maria Anna de Leyva e, divenuta religiosa, Suor
Virginia, un nome bello ma che risulta di amara ironia in rapporto alla vita
immorale che condusse per molti anni.
La seconda e più grande libertà è la collocazione cronologica: infatti Suor
Virginia era nata nel 1575, e quindi nel 1628, anno in cui fa la sua apparizione nel
romanzo, non era più giovane come viene rappresentata, e non era neppure più a
Monza, poiché sin dal 1607 era stata arrestata per ordine dell’Autorità
ecclesiastica, processata e condannata a essere rinchiusa a vita nella terribile “casa
delle penitenti” presso il monastero di Santa Valeria in Milano, dove morì nel
1650.
La madre di Maria Anna de Leyva morì quando la bambina aveva appena un
anno, lasciandola erede di una metà del suo vistoso patrimonio; e appunto per
appropriarsi di esso, il padre don Martino de Leyva (il nome rivela chiaramente
l’origine spagnola), che si era risposato e aveva avuto altra prole (per la precisione
tre maschi e una femmina, anch’essa monacatasi), mise a sei anni l’orfanella nel
monastero di Santa Margherita in Monza, “per educazione e ancor più per
istradamento alla vocazione” monacale impostale.
Il caso di Maria Anna, che era erede legittima di un patrimonio, non
rientrava propriamente nella consuetudine del maggiorasco, ma l’avido genitore
ce la fece rientrare, per impadronirsi della ricca eredità.
Questa è la Gertrude storica; è sintomatico il fatto che il Manzoni ne abbia
cambiato il nome, quasi a sigillare la libertà con cui ci ha presentato il
personaggio storico. Infatti egli non accenna affatto alla madre morta e alla
matrigna che ne prese il posto e, allontanandosi dalla storia, dice che essa era

75
l’ultima figlia di un “gran gentiluomo milanese… che aveva destinati al chiostro
tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso”; però sostanzialmente il Manzoni dice la
verità sull’odiosa figura del padre don Martino, il quale chiuse tra le Francescane
Scalze, a Madrid, anche la figlia di secondo letto; si vede che questo era il suo
sistema di provvedere alla felicità delle sue creature.
Nonostante che la storia di Gertrude, dalla prima alla seconda stesura, sia
stata praticamente dimezzata, risulta sempre abbastanza ampia; e ci potremmo
chiedere perché l’Autore abbia tanto indugiato in essa. Io credo che l’abbia fatto
per alcuni motivi importanti, che ora cercherò di esporre.
Innanzi tutto egli doveva motivare la condotta della Suora nei riguardi di
Lucia, specie quando la mandò fuori dal monastero, con un falso incarico, per
farla rapire; e non avrebbe potuto motivarla, se non accennando alla sua colpevole
relazione con Egidio, la quale a sua volta era spiegabile con la monacazione
forzata.
In secondo luogo questa lunga storia permise al Manzoni di stigmatizzare a
dovere una delle peggiori piaghe del seicento, il maggiorasco, che era una causa
permanente di monacazioni forzate, portando la corruzione nei monasteri e nei
conventi, popolati da tanti cadetti che avevano ben altra brama che darsi
all’ascetismo.
In terzo luogo il caso di Gertrude fornisce all’Autore la possibilità di
tracciare la storia di due anime; egli era un profondo psicologo, e seppe
magistralmente rappresentarci da una parte la fanciulla, che non vorrebbe che
amare ed essere amata, e viene costretta a prendere i voti, dall’altra il principe-
padre il quale, pur amando a suo modo la figlia, non esita a sacrificarla per
salvaguardare il prestigio della famiglia, basato sulla conservazione del
patrimonio.
La figura del padre infatti non è così univoca come qualcuno crede: egli non
è semplicemente il tiranno che angaria la figliola, perché in certo senso soffre pure
lui, vittima inconsapevole dei pregiudizi del secolo e del suo ceto.
Il Manzoni non è mai superficiale nella rappresentazione dei caratteri, né
semplicistico nelle valutazioni morali; per lui non ci sono uomini in tutto e per
tutto cattivi, perché il seme del bene è stato da Dio deposto nell’animo di
ciascuno, e per di più a tutti Egli concede la grazia e i mezzi sufficienti per la
salvezza. Perciò l’analisi psicologica e morale dei vari personaggi è sempre nel
romanzo fine e profonda, essendo condotta da una mente pensosa e abituata a
indagare in “questo guazzabuglio del cuore umano”.
Dopo questo preambolo, torniamo a Gertrude, per esaminare brevemente gli
aspetti della sua indole.
Un suo difetto, comune del resto alla maggior parte delle fanciulle, è la
vanità; un difetto nel suo caso aggravato dall’orgoglio nobilesco, coltivato e
accresciuto dai parenti prima e dalle suore educatrici poi, perché su di esso
puntavano per farle piacere il chiostro, dove la sua vanità era soddisfatta dal
trattamento eccezionale: “posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta
proposta all’altre per esemplare; chicche e carezze senza fine”.

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Tanti riguardi non potevano non colpire la giovinetta, la quale vedeva quelle
stesse suore, così compiacenti con lei, trattare le altre educande con aria severa. A
poco a poco quel piccolo difetto di vanità naturale, in tal modo favorita, diventa
capriccio, puntiglio e insofferenza di qualsiasi disciplina. La vera religione che
avrebbe potuto emendare quel difetto, non penetrò nell’animo della ragazza,
poiché il suo posto era stato preso dalla falsa religione ipocrita e formalistica,
alleata col fasto e con le soddisfazioni di questo mondo, in netta antitesi con lo
spirito evangelico.
“La religione, come l’avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa
l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come
un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era
più la religione, ma una larva come le altre”.
In queste gravi parole si avverte già la compassione che il Manzoni sente per
questa ragazza, la quale viene privata e in famiglia e in convento del fondamentale
insegnamento della religione, stella direttrice nella burrascosa navigazione della
vita. A quale ancora di salvezza la sventurata potrà ricorrere per resistere alla
furiosa tempesta che squasserà la sua fragile navicella? Come potrà evitare il
naufragio?
L’orgoglio, proposto come virtù nobiliare, le venne istillato in famiglia sin
dai primi anni, col sottinteso che il desiderio di supremazia, derivante
dall’orgoglio, poteva attuarsi solo in un monastero. Per lodare l’aspetto
prosperoso della bambina, i familiari esclamavano: ”che madre badessa!” quando
faceva dei capricci, per averla vinta in qualche cosa, le sussurravano con
indulgenza: “quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta”.
Allorché entrava in eccessiva familiarità con la servitù, il padre non mancava di
richiamarla:
“Ehi! Ehi! Non è questo il fare d’una par tua… ricordati che tu devi essere,
in ogni cosa, la prima del monastero, perché il sangue si porta per tutto dove si
va”.
Se Gertrude era portata a trattare familiarmente domestici e cameriere, era
perché non trovava nei genitori quell’affetto di cui il suo cuore aveva tanto
bisogno; invece in una casa nobile una femminuccia era appena tollerata, in attesa
di essere spedita in convento. Questa mancanza di amore nei primi anni di vita
provocherà in Gertrude, come c’insegna la psicologia, insicurezza morale e
debolezza di carattere, e quindi una insaziabile sete di amore negli anni perigliosi
dell’adolescenza.
Il padre cercava di raggiungere il suo scopo con le maniere persuasive e con
le immagini allettanti, illudendosi che la figlia potesse prendere il velo volentieri,
attratta dalle belle prospettive, e che la supremazia nel convento potesse
soddisfare la vanità naturale di lei, che egli non aveva mancato all’uopo di
coltivare. E fino a un certo tempo l’idea di comandare in un monastero soddisfece
l’animo della fanciulla, la quale infatti “parlava magnificamente dei suoi destini
futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le
altre un soggetto d’invidia”.

77
Però alcune delle educande, che non erano destinate al chiostro,
probabilmente perché di ricca famiglia borghese, non mostravano affatto invidia
per Gertrude, anzi opponevano alle sue ben altre aspettative, di nozze e di festini,
di vestiti e di carrozze. La ragazza in un primo momento sentì solo della stizza
contro queste compagne, e replicava che, se lei volesse, poteva godersi quelle
cose meglio di loro. Ma allorché giunse l’età critica della pubertà, quelle
magnifiche fantasie di supremazia che l’avevano finora sostenuta cominciarono a
vacillare, a divenire fredde e insulse; sentì insomma bisogno di amore, tanto più
ora, quanto meno ne aveva ricevuto nella prima età.
La religione, che talora riaffiorava in lei, le faceva apparire questa brama
come una grave colpa, e “l’infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da
una confusa idea di doveri… prometteva in cuor suo d’espiarla, chiudendosi
volontariamente nel chiostro”. Erano momenti di torbido misticismo, presto
sopraffatti dagli insorgenti desideri terreni.
Comincia per la povera ragazza una lotta continua e snervante, sia dentro
che fuori di sé, tra il suo desiderio di sposarsi e la volontà dei genitori di farla
suora, tra la brama di piaceri sensuali e il complesso di colpa che talvolta la
assale.
La sua volontà è indebolita da questo dissidio non mai risolto, sicché ella
cede ripetutamente alla volontà del padre il quale, anche se indirettamente, le fa
capire chiaramente che deve farsi monaca. Il Manzoni, che ha raccontato tutte le
fasi di questa lotta straziante da fine psicologo e artista impareggiabile, non
nasconde un senso di profonda pietà per la vittima infelice, anche quando è
costretto a condannarla. E ogni lettore non può che concordare con lui.
In questa lotta impari tra la volontà di Gertrude di non essere sacrificata, e la
decisione contraria del principe-padre, questi ha a un tratto un gran vantaggio
insperato dall’episodio del paggio, che gli fornisce il pretesto di relegare la figlia
nell’isolamento più completo sino alla sua capitolazione.
Gertrude era allora alle soglie dell’adolescenza; infatti sappiamo dai
documenti che prese il velo di novizia ad appena tredici anni e tre mesi; orbene
come avrebbe potuto una ragazza così immatura, con un carattere ancora incerto,
e soprattutto desiderosa di affetto, resistere a lungo a una simile prigionia in casa?
Per di più il senso di colpa, sempre risorgente dietro i suoi desideri terreni, fu
questa volta ingigantito dall’astuto genitore, col dare un valore di irreparabile
gravità alla piccola leggerezza della figliola (una letterina sentimentale al ragazzo
che solo s’interessava a lei!), sia col castigo irrogato, sia con quello peggiore, ma
indeterminato, che le minacciava con parole oscure ma terribili.
Gertrude infatti, tormentata da questo complesso di colpa, e invelenita per il
comportamento inquisitorio della cameriera guardiana (che era la stessa che le
aveva strappato di mano il biglietto per il paggio), dopo alcune interminabili
giornate di prigionia non resistette più, avendo bisogno di vedere altri visi e di
essere trattata diversamente, e scrisse al padre una lettera in cui, implorando
perdono, si mostrava pronta a fare quanto gli piacesse.

78
La lettera era sincera e rispecchiava da una parte il pentimento, dall’altra la
generosità dell’animo giovanile il quale, in certi momenti, “è disposto in maniera
che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di
bene e di sacrificio”.
A indicare lo stato d’animo di Gertrude in questa circostanza, il Manzoni ci
porta una delle sue più belle similitudini floreali, la quale fa degnamente il paio
con quella del “fiore già rigoglioso sullo stelo”, riferita alla madre di Cecilia (cap.
XXXIV°); l’animo di Gertrude è invece assomigliato a un fiore appena sbocciato
il quale “s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue
fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno”.
E la prima aria fu purtroppo l’aria gelida dell’egoismo del padre, che
cinicamente approfittò della disponibilità dell’animo della figliola per piegarla
definitivamente al chiostro, ribadendo così le sue catene, col suo consenso.
Infatti il principe ci teneva a rispettare formalmente la libertà di decisione
della figlia, probabilmente per precostituirsi un alibi morale, o forse anche
giuridico; ma mentre ipocritamente fingeva di aspettare la sua decisione, le faceva
intendere che, dopo il fattaccio col paggio, non c’era altra soluzione onorevole per
lei che quella di prendere il velo, poiché lui non poteva regalarla in moglie a
nessun galantuomo; quindi le prospettive non erano che due: o onorata badessa
nel monastero o disonorata zitella in casa. Lei era liberissima di scegliere; ma si
poteva chiamare una scelta, quella?
Davanti a tanta perfidia del genitore, si sarebbe indotti a pensare che egli
non avesse alcun affetto per la figliola. Ma non è vero; egli l’amava a suo modo,
tanto che voleva che nel monastero fosse coccolata, invidiata, ammirata; insomma
l’avrebbe voluta monaca contenta e orgogliosa del suo stato, ed egli era pronto ad
accontentarla in tutto, purché avesse preso il velo.
Il principe non sembra un cuore di pietra: egli soffre veramente tutte le volte
che la figlia deve sostenere qualche prova importante, come quando deve andare
al monastero a fare la sua richiesta formale di entrare in religione, e più ancora
quando deve sostenere l’esame della vocazione da parte del “vicario delle
monache”.
Al punto a cui erano giunte le cose, che poteva fare Gertrude se non mentire
al vicario? Così infatti fece.
Ma per tutto il tempo che lei rimase sotto l’interrogatorio dell’ecclesiastico,
il padre stette “in una sospensione molto penosa”; quando finalmente l’esame finì,
e il vicario gli assicurò che la figlia mostrava una sicura disposizione per il
chiostro, si sentì felice e, “dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di
corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un giubilo
cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera”.
Ma Gertrude, una volta divenuta monaca per sempre, avendo emessi i voti
definitivi (e l’emetterli costituì per lei un’altra prova tormentosa), si dibatteva
sotto il peso di quella vita chiusa e monotona come sotto un insopportabile giogo,
“e così ne sentiva più forte il peso e le scosse”.

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Solo la fede poteva salvarla, la quale, se veramente sentita, dà la forza “di
far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù… piega
l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e
dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la
saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione”.
Ma la religione per Gertrude era soltanto una larva, che però talora si
trasformava in spettro minaccioso, sorgente non di consolazione e di letizia, bensì
di tormento e di paura, in quanto le insinuava nell’animo, quando si risvegliava,
un torbido senso di colpa, un’angosciosa insoddisfazione di sé, e nient’altro.
In verità Gertrude era stata una debole, a far coartare la sua volontà in modo
così spudorato; ma riflettiamo: quale ragazza a quell’età (pronunciò i voti perpetui
a soli 16 anni!) e in quelle condizioni avrebbe saputo essere più forte?
La poveretta, quando si rendeva conto del suo stato, “rimasticava
quell’amaro passato… accusava sé di dappocaggine, altri di tirrania e di perfidia.
Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a
struggersi in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna, in
qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel
mondo quei doni”.
Quindi non ci meravigliamo che essa, in uno di questi momenti in cui più
acre sentiva lo stimolo dei sensi insieme a un molle desiderio di amore,
rispondesse alle parole lusingatrici di un giovane senza scrupoli. Trovato questo
amore (la meschina s’illudeva di essere amata, e non soltanto desiderata!), il suo
carattere cambiò subito come per incanto (lo stesso si era verificato dopo
l’incontro col paggio): “divenne, tutt’a un tratto, più regolare, più tranquilla,
smesse gli scherni e il brontolio, si mostrò anzi carezzevole e manierosa”. Ma
l’idillio durò poco: sopravvenne la relazione infame e sacrilega, e la catena del
peccato l’avvinse implacabile, trascinandola sempre più in basso, sino
all’uccisione di una conversa che aveva minacciato di rivelare la sua tresca con
Egidio (nella storia Gian Paolo Osio).
Allora la disgraziata non prese più pace: i suoi rimorsi divennero incubi, i
suoi sonni allucinazioni terrificanti; ma pur non aveva la forza di spezzare i ceppi
di quella fosca passione, che ormai la teneva schiava con la forza ineluttabile del
delitto: per liberarsi avrebbe dovuto confessare troppe infamie!
Eppure Gertrude non era cattiva, tutt’altro! Se si fosse potuta sposare, come
era suo desiderio, sarebbe stata una brava moglie, perché la sua sete di affetto si
sarebbe placata nel saldo vincolo coniugale. Un gran senso di pena ci prende nel
costatare a quali estremi di male sia giunta questa creatura fondamentalmente
buona; e il compianto si sente vibrare anche nelle pagine manzoniane. Che fosse
inclinata al bene, lo si desume dalla protezione che accordò volentieri a Lucia: lo
fece per molti motivi profani, come “il desiderio d’obbligare il padre guardiano, la
compiacenza di proteggere” e anche “una certa inclinazione per Lucia”, ma nella
sua decisione influì pure, come ci assicura l’Autore, “un certo sollievo nel far del
bene a una creatura innocente, nel soccorrere e consolare oppressi”.

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Tra la popolana e la “signora” si stabilì ben presto un rapporto di affetto
scambievole; alla monaca dispiaceva solo “quel pudore così delicato” della
ragazza, che costituiva per lei come un rimprovero; ma poi “tutto si perdeva nella
soavità d’un pensiero che le tornava ogni momento, guardando Lucia: - a questa
fo del bene -.
Ed era vero; perché oltre il ricovero, que’ discorsi, quelle carezze famigliari
erano di non poco conforto a Lucia”.
E per la monaca il contatto giornaliero con la ragazza pura e buona era di
consolazione non solo, ma anche mezzo di espiazione e di purificazione.
Sicché quando Egidio le ordinò di far uscire Lucia dal monastero con un
pretesto, onde permetterne il ratto, la cosa “riuscì spaventosa a Gertrude… la
sventurata tentò tutte le strade per esimersi dall’orribil comando, tutte, fuorché la
sola ch’era sicura”, la ribellione al comando iniquo, e quindi alla lunga servitù del
peccato e del delitto. Ma questa aperta ribellione implicava per lei la confessione
delle sue atroci colpe, l’umiliazione, l’espiazione; il suo animo orgoglioso
rifuggiva da tutto ciò, che significava anche disonore e vergogna, per sé per il
monastero per la famiglia.
Era un prezzo troppo elevato, che non si sentiva di pagare.
Non rimaneva che obbedire ancora una volta al comando del peccato: essere
pronta a sacrificare la sua protetta, a tradire chi si fidava di lei, ad aggiungere
insomma delitto a delitto, dato che non aveva il coraggio di spezzare quella
infame catena.
Ma non aveva previsto la ritrosia di Lucia, la quale portò delle buone ragioni
per esimersi da quell’incarico che le incuteva spavento, quasi che il cuore le
parlasse. Ebbe però subito ragione di quella ritrosia: “ammaestrata a una scuola
infernale”, mostrò tanto dispiacere di non trovare corrispondenza e gratitudine in
colei “di cui credeva poter far più conto”, che la poverina, “commossa e punta a
un tempo”, si disse pronta ad andare, per non sembrare ingrata verso la sua
benefattrice.
Ma Gertrude ebbe un’ultima esitazione al momento in cui Lucia stava per
varcare la soglia per uscire in strada, e la richiamò: il rimorso aveva avuto un
sussulto, quasi istintivo; ma solo un sussulto, prima di essere definitivamente
sopraffatto.
Infatti, allorché la ragazza fu di nuovo davanti a lei, per attendere la sua
nuova decisione, lo spirito del male aveva di nuovo vinto, come sempre, nel suo
animo. Finse allora di volerle dare più chiare indicazioni su quanto doveva fare; e
dopo averle ripetuto le istruzioni già impartite, la mandò di nuovo allo sbaraglio,
rimanendo questa volta impassibile, almeno esteriormente.
Nel fondo del suo animo, come abbiamo già detto, non era malvagia;
schiava di una trista passione, non riusciva a scuotersi di dosso le catene ribadite
dal peccato e dal delitto.
Ma la grazia del Signore non tardò a illuminare quest’animo non abbrutito,
ma solo offuscato dalla colpa. Nel capitolo XXXVII° l’Autore ci fa sapere, e la
notizia è storica, che “la sciagurata, caduta in sospetto d’atrocissimi fatti, era stata,

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per ordine del Cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo
molto infuriare e dibattersi, s’era ravveduta, s’era accusata”, e aveva iniziato una
vita durissima in espiazione dei suoi gravi peccati.
In realtà era stato celebrato contro di lei un processo ecclesiastico, finito con
la condanna alla reclusione perpetua in una casa di pena per religiose traviate, in
cui le condizioni di vita delle recluse erano davvero terrificanti; ma lei sopportò
tutto serenamente e morì santamente.
Gertrude fu certo una grande peccatrice, ma le sue colpe hanno molte
attenuanti, perché derivano tutte dalla costrizione che subì; non costretta a farsi
suora, sarebbe stata ben diversa. La sua conversione non poteva mancare, perché
essa non era cattiva; tuttavia tanto male poteva essere evitato, se e il padre e la
figlia fossero stati veramente cristiani, se cioè la religione non fosse stata per essi,
come per la maggior parte dei nobili, una semplice larva.
La drammatica storia di questa donna ci lascia pensosi a meditare sul facile
pervertimento della natura umana, quando non c’è la vera religione a sostenerla e
ad elevarla.

12 - IL PADRE PROVINCIALE
Il padre provinciale dei Cappuccini ci appare solo nel cap. XIX, nel famoso
colloquio col Conte zio, il quale gli chiede di trasferire il padre Cristoforo.
In realtà egli cedette al suo illustre interlocutore, che risultò così, almeno in
apparenza, il vincitore di quel movimentato scontro verbale, combattuto con le
fini arti della diplomazia. Tuttavia il padre provinciale si dimostra non meno abile,
e certamente più intelligente, del Conte; se cede alla richiesta di questi, lo fa solo
per opportunità politica, seguendo egli la pratica del compromesso, sintetizzata
nella massima: “do ut des”.
La debolezza del Provinciale deriva dall’aver egli inteso la sua carica non in
senso spirituale, ma politico, quasi avesse per scopo solo la salvaguardia del
prestigio dell’Ordine e di quello suo personale. Messosi su questa strada, egli
dovette coltivare le amicizie influenti, per ottenere determinate garanzie o
particolari favori, e non poté esimersi dal fare anche lui delle concessioni:
immischiatosi nella politica, ne subì le conseguenze.
Chi si mette nella politica, deve purtroppo deflettere dai principi
d’intransigenza morale, ché altrimenti sarebbe travolto come il Savonarola; e il
nostro Provinciale non ha certo la stoffa del domenicano ferrarese, né aspira al
martirio. Gli piace godere di alta considerazione presso i grandi, e non disdegna i
loro inviti a pranzo. Se amasse essere intransigente e non fare alcuna concessione
contro coscienza, dovrebbe per prima cosa rifiutare gli inviti dei nobili, perché
nascondono sempre un secondo fine. Accettando questi inviti, che considera
onorifici, si mostra già disposto al compromesso, e finisce per venire a patti con la
propria coscienza.

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Ma dobbiamo, per senso di obiettività, riconosce al “padre molto reverendo”
delle attenuanti. Innanzi tutto è difficile, per uno che abbia la sua carica, restare
completamente fuori della politica, in rigido isolamento; è più facile per il
semplice frate, mentre “uno che stia sopra a molti individui… vede a un tratto
cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da scansare, cento
cose da salvare; e si può quindi prendere da cento parti”.
In secondo luogo egli concede nient’altro che un trasferimento; e il
trasferimento di un frate è un atto di ordinaria amministrazione, che si fa anche
senza alcun motivo particolare, per una semplice opportunità di rotazione, per
evitare che alcuni si impigriscano nel quieto vivere. Padre Cristoforo poi era bene
“farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare sei mesi in un luogo,
specialmente in conventi di campagna”.
Il Provinciale conosce bene il carattere combattivo del frate di Pescarenico;
e siccome nelle campagne i nobili facevano il buono e il cattivo tempo, era
opportuno non tenere in quei posti un soggetto così intransigente, se si voleva
evitare scontri pericolosi coi prepotenti signori. Infine, a rendere ancora più
opportuno il trasferimento di fra Cristoforo, c’era appunto una richiesta di
predicatore da Rimini, un grosso borgo, dove bisognava mandare un oratore di
vaglia; probabilmente, anche senza la richiesta del Conte, la scelta del
quaresimalista per Rimini sarebbe caduta sul frate di Pescarenico. Perciò il
provinciale è disposto a concedere il trasferimento sin dal principio del colloquio,
ma non lo fa capire, perché vuol dimostrare che il favore che farà è di gran valore
e merita di essere ripagato, prima o poi, con un altro di uguale peso da parte del
Conte.
A costui, del resto, il Padre non poteva dir di no, poiché tra lui e “il conte
zio passava un’antica conoscenza: s’eran veduti di rado, ma sempre con gran
dimostrazioni d’amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi”.
Dopo tante cerimoniose profferte, poteva ora il Provinciale negare all’amico
un sì piccolo piacere?
Il nostro personaggio è molto abile come dialettico e nel tirare l’acqua al suo
mulino. Per esempio, durante il banchetto, il Conte avrebbe voluto parlare sempre
lui per magnificare la sua splendida carriera politica; ma il Padre a un certo punto
si inserisce abilmente nel discorso, e si mette a parlare anche lui a distesa degli
argomenti che dimostrano il prestigio dell’Ordine. Quando poi inizia col Conte il
colloquio a quattr’occhi, dalle prime battute capisce cosa si vuole da lui; ma non
concede subito, anzi difende bravamente il suo frate dalle insinuazioni dell’altro, e
dalle sue parole si nota che non è una semplice difesa d’ufficio:
“Per quanto ne so io, è un religioso… esemplare in convento, e tenuto in
molta stima anche fuori”.
Se la schermaglia tra i due continua, e il Padre para e ribatte con disinvoltura
i colpi dell’avversario, è perché questi vorrebbe ricevere il favore senza abbassarsi
a chiederlo, ma quasi mostrando di far lui un piacere al Provinciale, avvertendolo
di alcuni pericoli che lo minacciano e agita davanti all’interlocutore lo
spauracchio del Governatore, che potrebbe sapere dei rapporti tra il detto frate e il

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sedizioso Lorenzo Tramaglino, e inviare una lagnanza alla Curia Romana, dalla
quale potrebbe arrivare al provinciale qualche richiamo o peggio. Ma questi non
s’intimorisce affatto, anzi sostiene che, se il frate ha avuto dei contatti con quel
tale, è stato solo per rimetterlo sulla buona strada; quindi non può riscontrarsi nel
fatto alcuna responsabilità, tutt’altro! E conclude dicendosi tranquillo sul conto
del suo inferiore:
“Il padre Cristoforo, lo conosco”.
Il Conte non disarma: vuole mettere in cattiva luce quel frate, rivangando il
suo passato poco edificante; ma il Provinciale è pronto alla replica: da che ha
preso l’abito, Cristoforo è stato un religioso esemplare, ed è un onore per l’Ordine
aver saputo mutare un uomo così radicalmente. Il Conte non ha altri argomenti per
provocare il trasferimento del frate per via indiretta, senza doverlo chiedere come
favore personale; deve quindi scoprire il suo gioco, dire il vero motivo del
provvedimento richiesto: il frate ha preso a cozzare con suo nipote don Rodrigo!
Ora il Conte ha scoperto le proprie batterie, invero un po’ meschine: si tratta
infatti di un misero puntiglio nobilesco. Ma il provinciale, che è invischiato nella
politica, deve cedere al puntiglio: se non si mostrasse compiacente, perderebbe
l’amicizia dell’influente membro del Consiglio Segreto, e si attirerebbe
l’inimicizia di tutto il casato, tutta gente potente di cui l’illustre ospitante, a scopo
dimostrativo, gli ha fatto trovare a mensa un bell’assortimento.
Il Provinciale sa che deve cedere, ma in cuor suo sente una certa ribellione
istintiva per le pretese dei nobili:
“Quando un povero frate è preso a noia da voi altri… o vi dà ombra, subito,
senza cercar se abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare”.
Lo pensa, ma non lo dice, perché certe verità sono impolitiche.
Anche se ha deciso di fare il piacere, il Provinciale non ha nessuna fretta di
cedere; anzi fa ancora opposizione, allo scopo di vendere il favore a maggior
prezzo; risponde quindi che fra Cristoforo può anche aver mancato di riguardo al
signor nipote, ma che si è “soggetti a sbagliare… tanto da una parte, quanto
dall’altra”, e perciò sarà suo dovere “prender buone informazioni d’un fatto
simile”. Informazioni? Mai sia! Avrebbero rivelato che il frate non è il
provocatore, ma il provocato, o meglio l’avvocato delle vittime.
Il Conte perciò insiste che bisogna subito “sopire, troncare”, allontanare la
paglia dal fuoco per impedire un incendio; in fin dei conti, che cosa chiede di
straordinario? Un semplice trasferimento! Una cosa così usuale! Ma il
Provinciale ribatte che esso potrebbe sembrare una punizione per il frate, mentre il
nipote potrebbe vantarsene, gli estranei scandalizzarsene, scapitarne l’Ordine.
Chiede quindi, come condizione indispensabile, che il signor nipote faccia una
dimostrazione solenne di deferenza all’Ordine, in modo da mettere a tacere i
maligni.
Il Conte a sua volta deve chinare la fronte e promettere, anche se non ha
proprio l’intenzione di mantenere. Comunque le apparenze sono salve, e ognuno
dei due contendenti può dirsi pago del compromesso.

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Che giudizio dobbiamo dare di questo frate? Certo egli manca al suo dovere,
perché decide il trasferimento di un inferiore senza esaminare a fondo la
questione, credendo di poterlo fare senza alcun danno. Se avesse saputo che si
trattava di difendere la virtù d’una ragazza, certamente non avrebbe ceduto. Il suo
errore consiste nell’essersi immischiato nella politica, allo scopo di accrescere la
propria influenza, credendo in tal modo di assicurare il prestigio dell’Ordine e
facilitarne la missione. E’ in buona fede, e la sua colpa merita molte attenuanti.
Per il modo in cui gioca di scherma con il Conte, parandone tutti i colpi e
costringendolo a scoprirsi, egli si guadagna la nostra ammirazione, se non la
simpatia.
Quello che ci dispiace in lui è lo zelo inopportuno che mette poi nell’attuare
il trasferimento promesso: non si limita a mandare l’ordine scritto “per fra
Cristoforo, di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima”, il che sarebbe
stato sufficiente e non avrebbe addolorato troppo il trasferito; no, vuol fare di più,
per compiacere il Conte anche in ciò che costui non ha osato chiedere: infatti
manda insieme una lettera al guardiano con l’istruzione di ordinare “al detto frate
che deponga ogni pensiero d’affari che potesse avere avviati nel paese da cui deve
partire, e che non vi mantenga corrispondenze”.
Questo ordine farà certamente capire a Cristoforo che il trasferimento non è
un provvedimento ordinario, ma una punizione; e il fatto non potrà che
addolorarlo; infatti capirà come press’a poco si è giunti a questo. Con tutta
probabilità il Provinciale, per farsi bello, avrà mandato al Conte una copia della
lettera, come per dire: Vede se so servire un amico!
Sinceramente, questa sua piaggeria ci urta più dell’ingiusto trasferimento.

13 - IL CONTE ZIO
Lo zio di don Rodrigo e don Attilio, membro accreditato del Consiglio
Segreto, è invero una intelligenza mediocre, per non dire una testa di legno. Però
ha un punto a suo favore: avendo capito di valer poco, si è ammantato di sussiego
e di prosopopea; accortosi di avere avuto dalla natura un viso goffo, ha saputo
ricoprire quella goffaggine con più mani di pretenziosa vernice politica.
Il Manzoni lo assomiglia a una di “quelle scatole che si vedono ancora in
qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’è nulla; ma
servono a mantenere il credito alla bottega”. Bisogna riconoscere che il prestigio
del Conte deriva soltanto da questa indovinata verniciatura esterna; egli è una
carabattola vistosa, anzi imponente, ma vuota; è come la maschera tragica della
favola: “O quanta species”, ma purtroppo “cerebrum non habet”.3
Però non bisogna esagerare; egli ha abbastanza cervello per capire che, così
al naturale, non vale nulla e ha per di più un aspetto ridicolo; e quindi si fabbrica
una maschera adatta a camuffare la sua pochezza. E ci riesce così bene, che la sua
3
= Oh quanta apparenza! Ma non ha cervello.

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persona acquista un aspetto imponente, tanto da incutere soggezione. Ne deve
avere avuto della costanza; la sua maschera l’ha dovuta riverniciare più volte,
adattandola e migliorandola sempre più, sino a farne un vero capolavoro: alla fine
non sembrava più maschera, ma volto vero. Egli seppe sfruttare abilmente, come
certe donne, anche i suoi difetti.
Non sapeva parlare? Aveva povere idee? Ignorava molte cose?
Ebbene, ecco il rimedio: “un parlare ambiguo, un tacere significativo, un
restare a mezzo, uno stringer d’occhio che esprimeva: non posso parlare”.
Tutto serviva ad accrescere il suo credito; anche quando restava zitto, perché
non sapeva che dire, atteggiava il suo silenzio in modo da far credere ai presenti
che lui la sapeva più lunga di tutti. Era insomma un volpone, in queste finte.
Per imporsi, il Conte ha saputo trarre vantaggio da ogni cosa, sia dai mezzi
propri che dagli errori altrui, e a poco a poco si è formata un’esperienza
consumata, diventando un diplomatico di grande abilità. Un certo credito già gli
proveniva dall’esser nato nobile e ricco; partendo da questo punto di forza, egli
inizia la sua ascesa politica, sostenuto da una grande ambizione, impiegando
sapientemente le sue risorse, dosando i suoi interventi, adeguandosi
continuamente alle mutevoli necessità ambientali.
E’ la carriera politica di tante teste di legno le quali, giunte ai più alti gradi,
fanno esclamare a chi le conosce a fondo: ma come son potute arrivare sin lì?
Potremmo rispondere: non per i propri meriti, ma per gli altrui demeriti, cioè
per lo scarso acume di tanta gente che si fa abbindolare da questi marpioni.
Il credito del Conte va lentamente ma continuamente crescendo, e non esiste
alcuno altrettanto abile “nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri”.
Un’occasione favorevole, che lui sa sfruttare con abilità, gli fa fare a un tratto un
passo da gigante: nientemeno che “un viaggio a Madrid, con una missione a
corte”.
Dopo questo gran successo, in ogni conversazione egli non farà che
decantare le meraviglie di Madrid, le trionfali accoglienze ricevute finanche dalla
famiglia reale, l’affettuosa cordialità dimostratagli dal Primo Ministro, il famoso
Conte duca! Ormai, dopo l’apoteosi madrilena, poteva aspirare a un certo posto
più alto, ma per sua sfortuna era occupato; quando si fosse reso vacante, sarebbe
stato suo, ma “temeva di non arrivare a tempo”. Solo per questo “gli dava noia
d’avere i suoi anni. Non già che piangesse i passatempi, il brio, l’avvenenza della
gioventù: frivolezze, sciocchezze, miserie!”
Da questo suo giudizio sulla gioventù, egli potrebbe sembrare un saggio; ma
questo disprezzo dei piaceri giovanili non è sincero; è piuttosto il paravento della
sua ambizione. Questa si rivela a prima vista con la sua boria sospettosa, che sta
sempre sul chi vive, perché egli teme che gli altri si accorgano delle sue reali
capacità e attentino al suo prestigio. Si adombra anche quando il nipote Attilio gli
suggerisce, pur senza averne l’aria, di ricorrere al provinciale per sbarazzarsi nel
modo più semplice dell’arrabbiato frate.
Quasi offeso gli risponde ruvidamente:
“Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria”.

86
Ma poi decide di seguire proprio il consiglio di quello “scapestrato”, il quale
abilmente lo ha istigato contro il povero cappuccino, col fargli credere che se l’è
presa con don Rodrigo, suo nipote, appunto per dimostrare che lui se la ride dei
politici. L’offesa era direttamente personale, infamante, e doveva essere lavata,
non nel sangue come avrebbe preteso un guerriero, ma con un trasferimento
punitivo, rappresaglia degna di un politico.
Il Conte si preparava accuratamente a ogni incontro importante, senza
lasciare nulla al caso e all’inventiva del momento: sapeva di averne poca.
Studiava il piano di azione senza trascurare alcun particolare di cui potesse
giovarsi; ogni dettaglio era da lui predisposto con fine discernimento: “un grande
studio, una grand’arte, di gran parole, metteva… nel maneggio d’un affare; ma
produceva poi anche effetti corrispondenti”; cioè vinceva sempre o quasi.
Allorché decide di chiedere al provinciale il trasferimento immediato del
padre Cristoforo, prepara il piano di battaglia con grande oculatezza. Innanzi tutto
lo invita a pranzo, perché quando uno si è gustato un pranzo coi fiocchi, diventa
certamente più malleabile. A tavola poi cerca di impressionarlo con la sua
conversazione, tutta tesa a dimostrare la sua grande influenza, e con la corona di
convitati che ha scelti e “assortiti con un intendimento sopraffino”: si tratta dei
parenti più titolati e dei clienti più devoti e più adulatori.
Il trasferimento, invece, cercherà d’ottenerlo non come un favore personale,
ma con un provvedimento cautelativo per lo stesso Provinciale; mostrerà di far lui
un gran servigio al Padre, avvertendolo che, per prevenire un passo del
Governatore alla Curia Romana, gli conviene trasferire subito quel frate, che
aveva avuto dei rapporti molto sospetti con uno dei caporioni del tumulto di San
Martino: lui per spirito di amicizia lo aveva voluto mettere in guardia, perché gli
dispiaceva che il Provinciale avesse delle grane a causa di quel frate. Era stato il
nipote Attilio a metterlo al corrente del fatto che Lorenzo Tramaglino era un
protetto dell’odioso cappuccino, e anche lui aveva convenuto che questa
circostanza “doveva fare un gioco mirabile” per ottenere l’allontanamento
immediato del frate.
Purtroppo il gioco non riesce, perché il Provinciale lo intuisce subito, e non
si mostra affatto impressionato della cosa: conosce fra Cristoforo ed è sicuro che,
se ha avuto che fare con quel sedizioso, è stato soltanto per mettergli la testa a
posto; quindi nessun pericolo di interferenze politiche.
Allora il Conte, per mettere in cattiva luce il frate, ricorda il suo brutto
passato, insinuando che il lupo cambia il pelo ma non il vizio. Ma anche questa
volta il Padre è pronto a ribattere, affermando che Cristoforo, da quando ha
indossato il saio, ha tenuto una condotta esemplare, perché è una gloria dell’abito
saper trasformare così radicalmente tanti peccatori. In breve, tutte le manovre
miranti a ottenere il trasferimento di colui in via indiretta, falliscono miseramente,
per quanto abilmente preparate e condotte.
Al Conte non rimane che togliersi la maschera e scoprire il suo gioco,
rivelando il vero motivo per cui quel frate è indesiderato nello Stato di Milano: ha
preso a offendere il nipote don Rodrigo! E se non lo si allontana subito, può

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nascere un grave conflitto nel quale egli dovrà, pur dolente, schierarsi contro
l’Ordine a difesa del prestigio del proprio casato.
Insomma, per ottenere lo scopo, il magnifico signore deve impegnare sé
stesso, la parentela e tutte le cospicue attinenze; allora il padre molto reverendo
finalmente cede, ma con l’aria di chi fa all’amico una grande concessione, che
non dovrà restare senza adeguato compenso. E infatti chiede, per il momento, da
parte del nipote, una dimostrazione straordinaria di amicizia e di riguardo verso
l’Ordine, non escludendo altre future richieste in compenso del favore accordato.
Il signore è riuscito vincitore solo perché al provinciale è convenuto cedere,
onde poterlo obbligare; ma nel duello verbale non direi che il Conte si dimostri
superiore. Il Padre, abile quanto lui, è certamente più intelligente, e lo tiene a bada
finché vuole, costringendolo così a scoprirsi e a confessare il vero scopo della
richiesta, il quale si rivela in tutta la sua meschinità: la soddisfazione del puntiglio
nobiliare del nipote.
I due diplomatici contendenti sono dal Manzoni accomunati nel misero
destino finale: ambedue sono spazzati via dalla peste. Il successore del
Provinciale, nel forte del contagio, accoglie volentieri la richiesta di fra Cristoforo
di essere richiamato nel Ducato di Milano, per prestare la sua opera nel lazzaretto.
La domanda del santo cappuccino sarebbe stata accolta, possiamo esserne
certi, anche se il Conte zio fosse stato ancora in vita, perché in Milano ormai
“c’era più bisogno d’infermieri che di politici”.
Alla scomparsa di questo supponente personaggio l’Autore non dedica che
un breve cenno, e ben gli sta: lui che credeva di dominare la storia, scompare
anonimamente nella gran moria, senza lasciar nessuna traccia, perché nulla di
buono egli ha fatto. E noi lettori nessuna simpatia possiamo certo provare per
questo conte borioso e vanesio, che si crede così importante, mentre è
perfettamente inutile per il buon governo delle cose umane.

14 - DON FERRANTE
E’ un personaggio secondario, ma caratteristico, del romanzo, nel quale
compare solo tre volte: nel cap. XXV, allorché stende per la moglie la lettera al
Cardinale a proposito di Lucia; nel XXVII, dove si descrive la sua famosa
biblioteca; nel XXXVII, in cui si descrive la sua morte a causa della peste.
Don Ferrante è nobile e ricco, e può quindi dedicarsi completamente ai suoi
studi, non avendo preoccupazioni di ordine materiale; non deve occuparsi neppure
delle cinque figlie e della servitù, perché c’è la moglie che ci pensa e non vuole
inframmettenze. Lui ne gode, perché è un dotto, un letterato, che ama passare “di
grand’ore nel suo studio” dove, da appassionato bibliofilo, ha raccolto circa
trecento volumi, che secondo lui sono le opere migliori nelle materie da lui
coltivate, mentre in realtà sono libri inutili di una cultura futile e vana, della quale
egli si mostra pago.

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Come don Chisciotte è infatuato della cavalleria, da tempo tramontata, così
don Ferrante è entusiasta di una scienza ormai morta e seppellita, a cui dedica
tutto il suo tempo, considerandola viva e vitale. Tra tanti autori che ha studiato o
compulsato, due soltanto, oltre al prediletto Aristotele, sono veramente grandi: il
Machiavelli, che giudica “mariolo sì, ma profondo”, e il Tasso, la cui opera
poetica serve però a lui come testo cavalleresco.
Se nell’astrologia e nella magia era addottrinato, nella scienza cavalleresca
“meritava e godeva il titolo di professore”, tanto che veniva spesso chiamato a
dirimere punti di onore e questioni di cavalleria, molto frequenti in quel secolo
puntiglioso.
Don Ferrante è un ingegno mediocre, che si è applicato con entusiasmo alla
pseudo-scienza fondata sull’aristotelismo, che egli segue con una costanza degna
di miglior causa fino alle estreme conseguenze, cioè fino a negare la realtà in base
all’”ipse dixit”, cioè a quanto aveva detto lui, il divino Aristotele.
Nei suoi interessi intellettuali è un ritardatario: è infatuato di cavalleria,
mentre la pratica cavalleresca è ridicolizzata dagli ingegni più svegli; infatti sin
dal 1605 è stata pubblicata a Madrid quella mirabile parodia della cavalleria che è
il “Don Chisciotte della Mancia”, di cui però il nostro studioso non ha alcuna
notizia.
Segue la fisica aristotelica e l’astrologia; eppure il Galileo ha già gettate le
solide basi del metodo sperimentale e della scienza astronomica! Del grande
Pisano e delle sue mirabili scoperte egli non sa niente, ma descrive “esattamente
le forme e l’abitudini delle sirene e dell’unica fenice”. Chiuso nell’angusta torre
della sua cultura fasulla e del più vieto aristotelismo, non presta orecchio alle voci
dei grandi contemporanei. Francesco Bacone aveva sin dal 1620 pubblicato il
«Novum Organum» in latino, perché diretto all’intellettualità europea e non solo
inglese. In esso aveva posto le basi della scienza sperimentale e del metodo
scientifico; ma don Ferrante lo ignora.
Egli crede di poter coartare la realtà entro i vuoti schemi dei suoi sillogismi,
basati su premesse aprioristiche, dedotte dal principio d’autorità. Per esempio,
nega vittoriosamente il contagio con un ragionamento fondato sulla distinzione
scolastica tra sostanze e accidenti: dimostrando che il contagio della peste non può
essere né sostanza né accidente, conclude che non esiste.
“His fretus4 – dice il Manzoni – vale a dire su questi bei fondamenti, non
prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire,
come un eroe del Metastasio, prendendosela con le stelle”.
Infatti lui sosteneva che il contagio era dovuto a un influsso sidereo.
In questa sua morte rassegnata, se non proprio stoica, notiamo una buona
qualità di questo don Chisciotte della cultura: è perlomeno conseguente, e va
imperterrito là dove il suo ragionamento sballato lo porta. Se dunque don Ferrante
non vale niente come dotto, vale qualcosa come uomo; direi che è un tipo.

4
= basandosi su questi argomenti.

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“Non gli piaceva né di comandare né d’ubbidire”; questa mi sembra una
delle sue migliori caratteristiche: il desiderio d’indipendenza. Che sia riuscito a
mantenersi indipendente da una moglie invadente come donna Prassede, va
attribuito a suo grande merito, e dimostra che egli aveva delle buone doti di
carattere.
Alla signora moglie prestava “a un’occorrenza l’ufizio della penna”, ma solo
quando si trattava di un affare veramente importante, come in occasione della
lettera per il Cardinale; altrimenti rifiutava, specie “quando non fosse persuaso di
ciò che lei voleva fargli scrivere”. In tali casi ricusava di fare da segretario alla
consorte con rude franchezza, non scevra d’ironia: “La s’ingegni, faccia da sé,
giacché la cosa le par tanto chiara”. In questo suo amore di libertà il fatuo letterato
si riscatta.
La moglie tentò per molto tempo di ridurlo docile strumento del suo
dispotismo, “di tirarlo dal lasciar fare al fare”, cioè all’eseguire i suoi ordini, ma
non ci riuscì; e questo denota il grande spirito d’indipendenza e la notevole forza
di carattere di questo letterato perduto dietro le sue fanfaluche.
La consorte poteva pur brontolare contro di lui, chiamandolo “uno
schivafatiche”, ma lui non cedeva; e quando ne aveva abbastanza del suo
brontolio, si ritirava dignitosamente nel suo regno letterario, nel suo studio
tranquillo, a rincorrere le chimere, o si appartava con altri dotti del suo calibro a
dissertare delle varie meraviglie della natura: “come la salamandra stia nel fuoco
senza bruciare: come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e l’abilità di
fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque gran nave…”
Come si vede, la zoologia di don Ferrante era un coacervo di pittoresche
fantasie, che potevano anche essere piacevoli ad ascoltare. E a don Ferrante
piaceva molto avere un uditorio attento, a cui poter “predicare alla distesa”,
sciorinando le svariate notizie del suo vasto scibile, così come alla moglie piaceva
comandare a bacchetta nel governo della casa.
Ma non era sempre facile, per lui, trovare ascoltatori docili, che pendessero
dalle sue labbra, come meritava la sua dottrina. Durante la peste, per esempio,
finché era intento a dimostrare, a fil di logica, che il contagio non esisteva,
trovava dappertutto “orecchi attenti e ben disposti” che lo seguivano e lo
approvavano con calore; ma quando poi passava a sostenere che c’era “un male
terribile e generale”, dovuto a “quella fatale congiunzione di Saturno con Giove”,
allora il suo successo finiva, e invece di applausi d’approvazione riceveva aperti
rinfacci, sicché “la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e
bocconi”.
Che delusione per il nostro astrologo, così addottrinato sugli influssi celesti!
Non possiamo però esprimere un giudizio del tutto negativo su questo
aristotelico convinto e conseguente; e non lo definirei personaggio ridicolo o una
semplice macchietta. Nella cultura, é vero, seguiva ancora il metodo aristotelico,
quando era già sorto il metodo scientifico; ma se non è un antesignano, bensì un
ritardatario, chi può fargliene carico? Egli seguiva l’opinione corrente nella sua
gioventù, quando si era formato quel gran bagaglio di nozioni fasulle, che ora non

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si sentiva di gettar via per rinnovarsi; era troppo vecchio per farlo, e perciò si
aggrappava a quella cultura retrograda con un attaccamento che quasi ci
commuove.
Rispettiamo don Ferrante perché è un uomo di carattere, nella vita e nella
morte. A rendercelo simpatico, basterebbe il fatto che seppe sottrarsi alla tirannia
di donna Prassede, che è tutto dire. E’ un essere inutile per il progresso della
società e della scienza, è vero; ma socialmente non è dannoso, non fa male a
nessuno: e questo è già un gran merito.
Lui nobile, lui ricco: poteva prendere la via della prepotenza sopraffattrice,
come don Rodrigo; invece imboccò quella dello studio: studio vacuo e ozioso
quanto si voglia, ma pur sempre innocuo.

15 - DONNA PRASSEDE
Se don Ferrante si riscatta con le sue doti umane, e ci fa sorridere con
indulgenza sulla sua fatua cultura, la sua signora moglie ci riesce sinceramente
antipatica, anche se ha abbracciato ufficialmente la missione del far del bene alla
gente.
Sarebbe stato molto meglio, per la sua famiglia e per il prossimo, se invece
di dedicarsi a una missione così sublime, si fosse occupata di qualche attività più
modesta, in cui fosse più difficile combinar guai. Sì, perché essa combinava
spesso guai, e anche grossi, allorché interveniva per sanare situazioni che invece
erano sanissime. Era insomma come un chirurgo che volesse operare
assolutamente, asportando organi sani, e debilitando quindi l’organismo invece di
rafforzarlo.
Il fatto sta che donna Prassede voleva far del bene a ogni costo, a tutti quelli
che gli venivano a tiro, perché riteneva che gli altri avessero urgente bisogno della
sua guida e dei suoi lumi; era in realtà una fanatica autoritaria che il bene lo
voleva imporre, e spesso otteneva l’effetto contrario. Il suo dispotismo si
esplicava innanzi tutto in famiglia, con la servitù, e lì tutti dovevano obbedirgli, in
quanto il marito la lasciava fare, purché rispettasse la sua autonomia. Ma quando
voleva fare la despota fuori di casa, le cose non andavano più tanto lisce.
Siccome aveva cinque figlie, tre monache e due sposate, donna Prassede
pretendeva comandare anche in tre monasteri e in due case estranee, ficcando il
naso in ogni cosa, intervenendo in ogni circostanza, peggiorando sempre le
situazioni invece di aggiustarle; sicché si verificava una levata di scudi contro di
essa sia nei monasteri, da parte delle tre badesse, sia nelle due famiglie, da parte
dei generi, tutte le volte che lei voleva intromettersi. Ma lei imperterrita
continuava a intrufolarsi, e respinta dalla porta entrava, come si dice, dalla
finestra, perché si sentiva investita da Dio di una missione di salvezza, cui non
voleva venir meno. Ed era tanto infervorata del suo compito, parlava con tanta
convinzione della sua missione di benefattrice dell’umanità, si ammantava di tale

91
rigorismo morale, che molti la ritenevano una santa; lei poi si reputava uno
strumento necessario della Provvidenza per la redenzione dei traviati.
Questa gran dama così piena di sé aveva una mente gretta, con poche idee,
di cui molte storte, e a queste era particolarmente attaccata. Spesso perciò si
proponeva come bene ciò che non lo era affatto, oppure usava mezzi
controproducenti, o ricorreva a espedienti illeciti, convinta che “chi fa più del suo
dovere, possa far più di quel cui avrebbe diritto”.
Credeva insomma che il fine giustifichi i mezzi, e quindi non si faceva
scrupolo di essere, qualche volta, indiscreta o bugiarda o acerba, poiché lo faceva
a fin di bene. Il bene era paravento della sua presunzione, e sotto l’etichetta del
bene voleva contrabbandare della merce spuria.
Vediamo, a mo’ d’esempio, come si comporta con Lucia, che lei stessa ha
chiesto al Cardinale di poter ospitare, perché è convinta che la ragazza ha bisogno
di lei. Comincia, come al solito, con un pregiudizio: Lucia è follemente
innamorata di Renzo, questo “birbante venuto a Milano per rubare e scannare”, e
lei glielo deve togliere dal cuore assolutamente, a costo di farla piangere e
soffrire. Il risultato è purtroppo quello che si può immaginare; infatti Lucia, che
cercava di non pensare più a Renzo per via del voto, e ci riusciva fino a un certo
punto, era costretta a pensare a lui dall’arcigna signora, in quanto “l’indegno
ritratto che la vecchia faceva del poverino” risvegliava nella sua mente
l’immagine vera dell’ex-fidanzato.
La ragazza poi non poteva permettere che del giovane donna Prassede desse
giudizi così ingiusti, e riteneva suo dovere correggerli, “per puro dovere di carità,
per amor del vero”; ma quell’incauta difesa forniva all’impietosa matrona nuovi
argomenti per dimostrare che “il suo cuore era ancora perso dietro” a quel
manigoldo. In definitiva donna Prassede otteneva l’effetto contrario: volendo
sradicare il ribaldo dall’animo di Lucia, faceva sì che questa pensasse a lui più che
mai, per logica reazione alla falsa rappresentazione che ne faceva la signora, che
si mostrava animata da odio fanatico contro il fuggitivo.
Naturalmente la ragazza ne soffriva molto, e dopo ogni rabbuffo della
padrona di casa rimaneva tanto sconvolta, “che ci voleva molto tempo e molta
fatica per tornare a quella qualunque calma di prima”.
L’unica attenuante per l’aspra ammonitrice è che agiva con buona
intenzione, convinta di far del bene; e in questo convincimento non si lasciava
impietosire dalle lagrime di Lucia, ma faceva il suo dovere sino in fondo: “come i
gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme di un nemico, ma non
il ferro d’un chirurgo”.
Il Manzoni ci assicura che nel resto donna Prassede trattava la sua ospite
“con gran dolcezza”. Non sappiamo se lo faceva per un impulso spontaneo, che la
riabiliterebbe alquanto, facendoci dimenticare in parte la sua condotta così poco
caritatevole verso Renzo, oppure per ipocrito calcolo. Infatti il Cardinale,
nell’affidarle la ragazza, gliel’aveva lodata e raccomandata caldamente; ora lei
poteva temere che qualche voce sul suo aspro trattamento giungesse alle orecchie

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del Porporato, il quale magari avrebbe potuto toglierle la cura di Lucia, con grave
suo disdoro.
In questo caso la dolcezza del suo comportamento sarebbe stato un calcolato
correttivo dell’asprezza sua naturale, onde evitare il risentimento della ragazza, e
soprattutto l’intervento del Cardinale, dinanzi al quale ci teneva molto a far bella
figura.
Noi vogliamo credere alla sua buona fede, e perciò ammettiamo che questa
sua dolcezza, anche saltuaria, riscatta alquanto l’ispida matrona, la quale ci rimane
tuttavia uggiosa nonostante la sua conclamata professione di benefattrice.

16 - IL SARTO DEL VILLAGGIO E LA MOGLIE


Il sarto, nella casa del quale viene ospitata per più giorni Lucia liberata, e la
moglie, che andò a rilevare la poverina al castello dell’Innominato, costituiscono
una bella coppia di sposi veramente cristiani e caritatevoli. L’ospitalità che essi
danno a Lucia e alla madre è quanto di meglio si possa desiderare: discreta,
cordiale, squisita.
Il marito è un gran brav’uomo, onesto attivo parsimonioso, ed è uno dei
pochi che nel villaggio sappiano leggere e scrivere. Questo gli dà un po’
d’orgoglio, l’unico suo difetto. Si riteneva un letterato, poiché aveva letto più
volte il “Leggendario dei Santi”, “Il Guerrin Meschino” e “I reali di Francia”. La
gente lo considerava “un uomo di talento e di scienza”; lui, pur rifiutando questa
lode, non sapeva tenersi dal dire che aveva sbagliato vocazione: avrebbe dovuto
infatti dedicarsi agli studi, invece di tanti altri… la reticenza era abbastanza
significativa della sua vanità, che pur cercava di coprire con una dichiarazione di
modestia.
Nonostante questo piccolo e comprensibile difetto, egli era “la miglior pasta
del mondo”, e soprattutto altruista. Aveva consentito volentieri che la moglie
andasse al castello a prendere Lucia, e “le avrebbe fatto coraggio, se ce ne fosse
stato bisogno”; quindi accolse la poverina in casa sua con grande cordialità,
mettendola subito a suo agio e facendole gran festa come “alla giovine del
miracolo”. Durante il pranzo, memore della predica del Cardinale che aveva
invitato tutti alla carità, riempie un piatto da mandare a “Maria la vedova”, e lo fa
in maniera così delicata, così evangelica, che Lucia, commossa, “sente in cuore
una tenerezza ricreatrice”.
La sua vanità riceve, per la visita del Cardinale a casa sua, prima
un’esaltazione e poi una cocente mortificazione. Allorché Federigo uscì dalla
canonica per recarsi a consolare Lucia, il sarto si trovava per caso in strada, e si
mise anche lui a seguire il Cardinale, senza sapere dove fosse diretto. Quando
vide che entrava proprio da lui, molto eccitato “si fece far largo” tra la folla,
gridando: “lasciate passare chi ha da passare”. Però la soddisfazione per l’onore
resogli dal Borromeo fu poco dopo mortificata dalla meschina risposta che diede

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al Presule, allorché questi gli chiese se era contento di ospitare per pochi giorni
Lucia e la madre.
Il poveretto, “messo in orgasmo dalla presenza d’un tale interrogatore, dal
desiderio di farsi onore in un’occasione di tanta importanza, studiava
ansiosamente qualche bella risposta”. Ma la memoria gli si bloccò, tutta la sua
preparazione letteraria si eclissò a un tratto, e per quanto spremesse le meningi
non seppe dir altro che un insulso:
“Si figuri!”
Questa prosaica risposta non solo lo avvilì sul momento, ma anche in
seguito gli amareggiò il vanto per quella straordinaria visita, in cui avrebbe voluto
immortalarsi con una risposta degna d’un letterato.
Questo brav’uomo è però tanto ingenuo da ritenere che la sapienza consista
nell’aver letto molti libri; tant’è vero che parlando del Cardinale afferma: “un
uomo tanto sapiente che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a
cui non è mai arrivato nessun altro, né anche in Milano”, come se Milano fosse
poi tutto il mondo.
Ma se ha vedute così limitate in fatto di cultura, è però sempre disposto ad
aiutare il prossimo, con tutto il cuore; e questo lo riscatta a usura della sua vanità
di letterato. Essendo il sarto del villaggio e dei dintorni, abitati quasi
completamente da contadini, in tempo di carestia avrebbe ben poco da lavorare,
perché la gente, non avendo il sufficiente per il vitto, non poteva certo pensare al
vestito; ma lui viene in aiuto della povera gente, vestendola a credito, in attesa del
ritorno dell’abbondanza; non si chiude egoisticamente nel suo benessere, ma va
incontro agli altrui bisogni, coadiuvato in ciò dalla moglie.
E’ sempre pronto a fare dei favori: allorché don Abbondio, Agnese e
Perpetua, diretti al castello dell’Innominato, si fermano a casa sua, li trattiene a
pranzo, e poi trova loro un baroccio, affinché possano proseguire il viaggio più
comodamente.
Al curato offre gentilmente libri da leggere, libri in volgare, ma adatti per
passare un po’ il tempo; don Abbondio però non accetta: lui per compagna ha la
sua paura, e non avrà affatto bisogno di leggere per non sentirsi solo.
Dopo lo storico evento della visita dell’Arcivescovo a casa sua, il sarto
aveva affisso alla facciata interna della porta una stampa raffigurante il Porporato,
per poter dire a chiunque capitasse in casa che non gli rassomigliava troppo: lo
poteva ben dire lui, che gli aveva parlato a tu per tu in quella stessa stanza!
Ormai la mortificazione provata in quella circostanza era stata dimenticata, e
rimaneva più che mai viva la soddisfazione per l’onore ricevuto, che costituiva il
più bel vanto di tutta la sua vita.
Sulla moglie del nostro sarto non ci dilungheremo troppo; basterebbe dire
che è buona come il marito, e certamente più spontanea, perché è illetterata. E’
davvero “una donna di cuore e di testa”, la quale sa “usar le maniere più a
proposito, trovar le parole più adattate, a rincorare, a tranquillizzare” Lucia che,
nel suo turbamento, poteva sospettare della stessa liberazione.

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La brava donna compie la sua missione in modo ammirevole; non pensa
affatto a sé, ma soltanto a lei; le piacerebbe conoscere la storia della giovane,
sentire dalle sue labbra il racconto delle straordinarie avventure, ma sa frenare la
sua femminile curiosità, perché ha discrezione e sente l’ospitalità con squisita
delicatezza. E’ l’opposto della vecchia del castello, la quale non sapeva far
coraggio, perché aveva il cuore inaridito; la moglie del sarto invece ha un gran
cuore, un carattere affettuoso, e sa benissimo trovare le parole adatte a
incoraggiare.
Ispira subito fiducia all’atterrita Lucia col suo cordiale sorriso, con la sua
sincera premura, con l’accento amorevole, con le parole semplici, ma che
vengono su dal cuore.
E’più semplice e spontanea del marito; infatti quando il Cardinale entra in
casa sua, non è presa dall’orgasmo, non pensa affatto a far bella figura davanti
all’illustre ospite. E’ una donna analfabeta che parla come sa, col cuore in mano; e
richiesta dal Porporato, se è contenta di ospitare per qualche giorno le due donne,
risponde subito, col viso illuminato dalla gioia:
“Oh! Sì signore”.
Sono parole disadorne, ma che indicano l’intimo piacere di poter fare un po’
di bene. In questa brava sposa e ottima madre di famiglia non saprei trovare un
difetto di rilievo, mentre le sue virtù sono tante. Se proprio volessimo trovare,
come si dice, il pelo nell’uovo, potremmo dire che in lei si avverte una punta di
vanità. Ci tiene, per esempio, a far sapere a Lucia che la sua famiglia sta bene
economicamente, grazie al Cielo; ma probabilmente glielo dice non tanto per
vantarsi, quanto per tranquillizzare la ragazza, facendole capire che loro possono
ospitarla senza alcun fastidio nemmeno economico.
La vanità è più evidente allorché, parlando di don Abbondio, ci tiene a
mettere in rilievo la pochezza del curato nella spedizione al castello: “e trovandosi
al nostro paese anche il vostro curato…, ha pensato il signor Cardinale di
mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già l’avevo sentito
dire ch’era un uomo da poco; ma in quest’occasione, ho dovuto proprio vedere
che è più impicciato che un pulcin nella stoppa”.
Per quanto il giudizio su don Abbondio sia esatto, tuttavia si nota nelle sue
parole il desiderio di far risaltare, per contrasto, l’importanza della propria parte.
Ma chi la potrebbe biasimare per questa piccola compiacenza per la sua buona
azione? In definitiva ella dice la verità, e dire la verità non è mai superbia, e
neppure vanagloria. La verità è che la moglie del sarto è una donna franca, e
quello che ha in mente, lo ha anche sulla lingua, e giudica con sincerità secondo
che sente nel cuore. Questo lo ascriviamo a suo merito.
Non voglio chiudere questa breve analisi dei due coniugi, senza una nota
curiosa sulla loro famigliola, formata, oltre che dai genitori, da tre figli. Ma il
bello è che, mentre nel cap. XXIV essi sono “due bambinette e un fanciullo”, nel
cap. XXIX, dove si torna a parlare di essi, sono diventati due ragazzetti e una
bambina. Una banale svista di don Lisander, davvero molto strana, tenendo conto
della meticolosità con cui egli ha più volte corretto la sua opera. Ma è ancora più

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strano che anche i commentatori se ne siano accorti molto tardi, di questa
singolare smemorataggine del grande Manzoni e di questo curioso cambiamento
di sesso.
Mi sembra di aver già azzardata altrove l’ipotesi (che per me è quasi certa)
che il Manzoni abbia fatto apposta l’errore, per vedere quando i recensori se ne
sarebbero accorti.
Lui era molto arguto, e si divertiva anche a fare questi garbati scherzi. Per
quanto ne so io, lui vivente, nessun critico lo prese in castagna per questa
confusione di sesso. Mi sembra che l’incongruenza sia stata notata, per primo, dal
Bellezza nel 1901; ma il Manzoni era morto nel 1873, o ignaro del suo errore o,
come io credo, contento dello scherzo riuscito.

17 - IL NIBBIO E IL GRISO
Questi due ministri d’iniquità, l’uno al servizio dell’Innominato, l’altro di
don Rodrigo, hanno nel romanzo delle parti di ampiezza diversa: il Nibbio vi fa
un’apparizione molto breve, nel cap. XX e all’inizio del successivo; il Griso
invece compare nella trama sin dal cap. VII, e ne esce definitivamente col cap.
XXXIII. Possiamo dire in linea preliminare che i due caporali sono degni accoliti
dei rispettivi padroni, ai quali in parte assomigliano.
Cominciamo dal Nibbio.
Il suo soprannome è molto azzeccato e significativo: il nibbio è infatti un
uccello rapace che piomba fulmineo sulla preda; se è inferiore all’aquila per
potenza, non la cede ad essa in decisione e ferocia; se il suo padrone è l’aquila
dominatrice, lui, suo luogotenente, è il nibbio predatore. Se l’Innominato dall’alto
del castello, “come l’aquila dal suo nido insanguinato,… dominava all’intorno
tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi”, il suo dipendente rapiva a
man salva le donne, “come il nibbio i pulcini da un’aia deserta”.
Il Manzoni non dice espressamente che egli fosse il capo dei bravi
dell’Innominato, ma ce lo fa intuire quando afferma che egli era “uno dei più
destri e arditi ministri delle sue enormità”. Il Nibbio infatti è incaricato di
un’impresa rischiosa come il rapimento di Lucia, effettuato nei pressi di Monza e
in pieno giorno, e conduce a termine l’impresa in modo brillante: è lui che afferra
la poverina all’improvviso, cacciandola fulmineamente nella carrozza, è lui che la
tiene inchiodata sul sedile finché è necessario, è lui che cerca di calmarla
rispondendo senza arroganza alle sue domande angosciate.
Dal modo come parla alla ragazza, si vede subito che il Nibbio non è del
tutto cattivo, e un fondo di bontà s’intravede nel suo animo traviato: infatti tenta
in tutti i modi di tranquillizzare Lucia, assicurandole che non ha cattive intenzioni
su di lei, non le mette le mani addosso che per impedirle di slanciarsi fuori della
carrozza, e le risponde nel modo più umano che gli riesce. Prova compassione e

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quasi si commuove, allorché la prigioniera lo supplica, per amore di Dio e della
Madonna, di lasciarla andare; e sono invero parole toccanti:
“Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha fatto
niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio per
voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate quello che
patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che
un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia”.
Il Nibbio è colpito da queste parole, ma non può esaudirle; e risponde
ripetutamente che non può liberarla, perché lui deve eseguire degli ordini e non
può fare di testa sua. Irremovibile in questo, tratta per il resto la ragazza meno
rudemente che può, e ordina agli altri di non spaventarla:
“Non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla?”
E quando la poverina prova ancora a gridare, invece di imbavagliarla, cerca
di farle capire che è inutile.
Il Nibbio non è un ipocrita che sappia fingere o dissimulare; ultimata la
missione, fa il suo breve rapporto, ma poi confessa apertamente al padrone, senza
timore di apparire un debole, che quella ragazza gli ha fatto “troppa compassione”
per cui avrebbe preferito “che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella
schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso”.
E’ vero che quasi si vergogna della sua compassione, perché la compassione
è un po’ come la paura: ”se uno la lascia prender possesso, non è più uomo”;
tuttavia confessa apertamente questa sua debolezza, perché ha un carattere franco
e nemico di ogni finzione. E allorché il padrone, fuor di sé dalla meraviglia, vuol
sapere come abbia fatto colei a destare la pietà in un cuore tanto spietato, risponde
quasi con candore:
“O signore illustrissimo! Tanto tempo!... piangere, pregare, e far cert’occhi,
e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e
certe parole…”
La sincera confessione del suo subalterno, nella sua ingenuità, ha la forza di
scuotere e turbare l’animo dell’Innominato, il quale non riesce a capacitarsi come
una femminuccia abbia potuto ottener questo. Ed ecco che lo assale un pensiero
assillante:
“Compassione al Nibbio! Come può aver fatto costei?”
E dopo un breve contrasto interiore, come preso da un impulso irrefrenabile
quanto inspiegabile, decide di vederla; e la grazia di Dio penetra così nell’animo
dell’Innominato attraverso le umili e accorate parole di Lucia, non meno efficaci
di quelle dette al Nibbio. Questi è perciò, in un certo modo, il sollecitatore della
conversione del suo padrone, colui che gliene dà l’occasione e l’impulso con la
sua ingenua confessione di pietà; come dunque sarebbe possibile che, dopo la
conversione del signore, egli abbia continuato a camminare nella via del male?
Per quanto l’Autore nulla dica in proposito e anzi non parli più di lui,
possiamo essere sicuri, sempre nella linea immaginaria del racconto manzoniano,
che il Nibbio fu uno dei primi a seguire il padrone sulla nuova strada: era stato
fedele prima, gli fu certamente fedele dopo, nel bene, sino alla morte.

97
Ben diversa è la figura del Griso, nel quale s’intravede subito la doppiezza,
la millanteria, la cattiveria e la viltà. Probabilmente ebbe il soprannome di Griso
(= grigio) perché aveva già i capelli brizzolati, sebbene fosse ancora giovane;
forse l’ingrigimento precoce era dovuto agli stravizi o a qualche paura
straordinaria. Comunque era al servizio di don Rodrigo quale “capo dei bravi,
quello a cui s’imponevano le imprese più rischiose e inique, il fidatissimo del
padrone, l’uomo tutto suo, per gratitudine e per interesse. Dopo aver ammazzato
uno, di giorno, in piazza, era andato ad implorar la protezione di don Rodrigo; e
questo, vestendolo della sua livrea, l’aveva messo al coperto da ogni ricerca della
polizia”.
Il Griso fa credere al signorotto di essere fedele e coraggioso per mezzo
dell’ossequio adulatorio e della spavalda millanteria, mostrandosi sempre pronto
non solo a eseguire i suoi ordini, ma anche a indovinare le sue intenzioni; la sua
risposta baldanzosa a ogni comando è: “lasci fare a me”. Per cui quando torna a
mani vuote dal tentato ratto, “con quella goffa e sguaiata presenza del birbone
deluso,”ben a ragione don Rodrigo lo apostrofa con acerba ironia:
“Ebbene, signor spaccone, signor capitano, signor lascifareame?”
Ma il fanfarone non si scompone, e sa rintuzzare con abilità l’ironia del
padrone, esagerando la difficoltà e il pericolo dell’impresa:
“L’è dura… l’è dura di ricever de’ rimproveri, dopo aver lavorato
fedelmente, e cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la pelle”.
Sicché don Rodrigo, dopo aver ascoltato il dettagliato rapporto del colpo
fallito, finì col congedare il suo caporale “con molte lodi, dalle quali traspariva
evidentemente l’intenzione di risarcirlo degli improperi precipitati coi quali lo
aveva accolto”.
Il Griso è soprattutto avido di denaro, e adula ipocritamente il padrone pur di
averne dei regali; si fa poi bello dei meriti dei suoi sottoposti, che egli manda
avanti quando ci sia qualche rischio, restando lui al sicuro, salvo poi ad attribuirsi
ogni successo davanti al signore, sempre per averne laute mance, oltre lo
stipendio.
Nell’impresa del rapimento di Lucia, entra lui per primo nella camera dove
crede sia la vittima, perché sa che è inerme, e vuole avere lui il piacere di mettere
le mani su quelle tenere carni. A proposito di mani, don Rodrigo nutre qualche
sospetto sulle intenzioni del suo fidatissimo, che non voglia approfittare della
fanciulla, e lo ammonisce esplicitamente:
“Ma non le si torca un capello; e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni
maniera. Hai inteso?”
Al che il malandrino risponde con aria umile e con fiorito linguaggio
adulatorio:
“Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a vossignoria,
senza toccarlo”.
Ma pur col tono sottomesso delle sue parole, il bravaccio sembra ridere sotto
i baffi della gelosia del padrone, che non vorrebbe si tocchi la sua bella; ma lui
abilmente ha già messo le mani avanti, precostituendosi una specie di alibi.

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Gli altri bravi di don Rodrigo evidentemente non erano contenti che, mentre
il rischio era soprattutto loro, gli onori e i compensi andassero esclusivamente al
capo. Infatti nella notte in cui doveva effettuarsi il ratto, i due bravi che erano stati
mandati all’osteria del paese in osservazione, si mettono a seguire Renzo con
l’intenzione di accarezzargli le spalle di loro iniziativa, per avere loro tutto il
merito dell’impresa; ma il giovane si accorge di qualcosa; allora quelli si fermano
indecisi, e uno di loro dice sottovoce:
“Sarebbe però un bell’onore, senza contar la mancia, se, tornando al palazzo,
potessimo raccontare d’avergli spianate le costole in fretta in fretta, e così da noi,
senza che il signor Griso fosse qui a regolare”.
In quel “signor Griso” si avverte il risentimento e l’invidia verso il capo a
cui toccano tutti gli onori e anche le mance, che invero il fedelissimo sapeva
spillare con molta disinvoltura. Per esempio si guadagnò ben quattro scudi solo
col riportare al padrone le voci che circolavano nel villaggio e a Pescarenico circa
la fuga dei due promessi a Monza, da dove poi Renzo aveva proseguito per
Milano. La notizia della separazione dei fidanzati aveva fatto immenso piacere al
geloso signorotto, onde si spiega la generosità della sua mancia.
La viltà del fanfarone si rivela allorché don Rodrigo lo incarica di andare a
Monza, a prendere informazioni precise sul rifugio della ragazza. Questa volta il
caporalaccio chiede che sia mandato un altro, perché lui a Monza è troppo
conosciuto, e sulla testa gli pende una taglia di cento scudi. Il padrone si mostra
molto stupito di tale improvvisa codardia:
“Che diavolo! Tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena
d’avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta, guardandosi indietro se quei di
casa lo spalleggiano, e non si sente d’allontanarsi!”
Svergognato in tal modo, il Griso deve farsi coraggio e partire; infatti si
mette subito in cammino verso Monza “con faccia allegra e baldanzosa, ma
bestemmiando in cuor suo Monza e le taglie e le donne e i capricci dei padroni”.
Il Griso assomiglia al suo padrone anche nel timore dell’autorità costituita e
della forza pubblica. Don Rodrigo ha riguardo del podestà di Lecco, che potrebbe
prendere qualche provvedimento contro di lui, in seguito alle sue malefatte, e
perciò se lo tiene amico con inviti e donativi; il Griso, “per vivere quieto”, tratta
da amici i birri, anche se la cosa gli sembra poco onorevole, perché deriva da una
certa paura.
Tutte le volte che il Manzoni parla del Griso, non manca di aggiungere un
attributo di fedeltà: fido, fedele, fedelissimo; tale infatti egli si finge, e tale si fa
credere al suo padrone, il quale non ha acume né esperienza di uomini. Il
“fedelissimo” è quindi un aggettivo carico di ironia, che accompagna il bieco
personaggio in tutte le sue apparizioni sino all’ultima, quando il ribaldo si toglie la
maschera ipocrita e mostra il suo vero volto di traditore.
Il tradimento è macchinato per avidità di denaro: quale occasione migliore
che consegnare ai monatti il padrone appestato, per impadronirsi agevolmente del
suo scrigno? L’avarizia lo rende cieco, per cui tradisce con vile perfidia il padrone

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che si fida di lui per averlo beneficato. Mandato a chiamare il medico, porta in
casa i monatti, coi quali si è accordato sulla divisione del bottino.
L’avarizia non gli fa avere riguardi: non bada al contatto coi luridi monatti,
non pensa che il padrone potrebbe anche guarire, e far terribile vendetta; e mentre
quello viene portato al lazzaretto, non esita a frugare nelle tasche del signore per
impadronirsi anche degli spiccioli.
Per don Rodrigo appestato, il nero tradimento del suo fedelissimo fu
davvero una cosa orrenda, che gridava vendetta; e lui l’invocò con tutta l’anima:
“Ah diavolo dell’inferno! Posso ancora guarire! Posso guarire!”
Per lui ora non sono tanto odiosi i monatti, quanto il traditore; e vedendolo
tutto affaccendato a “spezzare, a cavar fuori danaro, roba, a far le parti”,mugghia
furibondo:
“Scellerato!... Lasciatemi ammazzar quell’infame… e poi fate di me quel
che volete”.
La vendetta, invano agognata da don Rodrigo, è eseguita poco dopo dalla
stessa peste. La perfidia di questo abominevole ribaldo è punita prontamente e in
modo esemplare: “il giorno dopo,… mentre stava gozzovigliando in una bettola,
gli vennero a un tratto de’ brividi, gli s’abbagliaron gli occhi, gli mancaron le
forze, a cascò. Abbandonato da’ compagni, andò in mano de’ monatti, che
spogliatolo di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale
spirò, prima d’arrivare al lazzaretto”.
Un caso di peste fulminante! Questa fine miserrima non desta in noi neppure
un briciolo di compassione, dato che nel suo animo non c’era nemmeno un
granello di bontà. Un po’ di pietà sentiamo invece per il suo padrone, portato e
scaricato al lazzaretto come un “miserabil peso”, mentre prima, contornato da tutti
quei bravi, si riteneva un dominatore. Ma il colpo peggiore, per lui, fu il vedersi
perfidamente tradito dal suo fedelissimo.
La fiducia tra i malvagi non può davvero avere salde radici.

18 - EGIDIO
Questo fosco giovane è, come Gertrude, personaggio storico, anche se nel
1628, quando, incaricato dall’Innominato, avrebbe organizzato il rapimento di
Lucia, era stato da tempo giustiziato.
Abbiamo già accennato, parlando di Gertrude, allo spostamento cronologico
operato dall’Autore, necessario per fare della peste del 1630 il cardine e insieme il
principio risolutore del romanzo.
Il vero nome di Egidio era Giampaolo Osio (il cognome, che in greco
significa “pio”, risulta sinistramente ironico per un tale soggetto): un giovane
ricco e depravato che, dimorando in una casa attigua al monastero di S.
Margherita in Monza, per riempire il suo ozio, approfittando che la parte
posteriore dell’abitazione affacciava su un cortile, dove le educande facevano

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ricreazione, ardì mettersi ad amoreggiare con una di esse. Allorché la ragazza, che
non era destinata suora, uscì dal convento per sposarsi, lo scellerato pensò di
rimpiazzarla e, “allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall’empietà dell’impresa,
un giorno osò rivolgere il discorso”a Suor Virginia la quale, come maestra delle
educande, si aggirava anche lei spesso in quel cortile. “La sventurata rispose”.
Così dice il Manzoni con terribile laconicità, tacendo per pudore quanto
avvenne dopo quel primo cedimento della sciagurata che in seguito, per
nascondere la tresca sacrilega, giunse a far uccidere una conversa che aveva
minacciato di rivelare tutto.
La passione sensuale è tirannica per sua natura; ma quando, nell’animo di
Gertrude, al peccato si aggiunse il delitto, le catene della colpa vennero ribadite,
ed ella s’incamminò, pur con acerbi rimorsi, “in una strada d’abbominazione e di
sangue”. Egidio ormai dominava la volontà della monaca, prigioniera della sua
turpe passione; sicché l’Innominato, che aveva in Egidio uno dei più stretti
collaboratori ed era al corrente di questa relazione, poté promettere con tanta
sicurezza a don Rodrigo che avrebbe pensato lui a rapire Lucia.
Non fece altro che mandare il Nibbio da Egidio, per ordinargli ciò che
doveva fare, e il cinico giovane impose ancora una volta alla suora la sua bieca
volontà. La voce del seduttore, “che aveva acquistato forza e, direi quasi, autorità
dal delitto, le impose ora il sacrificio dell’innocente che aveva in custodia”.
Per quanto l’ordine le riuscisse spaventoso, Gertrude non aveva via di
scampo: o obbedire o spezzare le catene del peccato, cioè ribellarsi al male. Non
ebbe la forza di farlo, per timore delle conseguenze, e cedette ancora una volta al
sinistro amante, che ormai era divenuto il tirannico padrone della sua anima come
del suo corpo.
Questo giovane senza coscienza, ugualmente pronto al sacrilegio e al delitto,
non può suscitare che orrore e ribrezzo; sicché non proviamo alcuna pietà per la
sua brutta fine, ampiamente meritata. Per i delitti consumati con Suor Virginia, fu
nel 1608 condannato a morte in contumacia dal Senato milanese; dopo un periodo
di latitanza all’estero, osò spavaldamente tornare nello Stato di Milano, ma fu
preso ed ebbe mozza la testa, distrutta la casa. Nell’area rimasta libera, a fianco
del monastero, fu eretta una “colonna infame”, che poi si ritenne più opportuno
abbattere, affinché di un uomo sì empio non rimanesse neppure la memoria.

19 - LA VECCHIA DEL CASTELLO


La vecchia incaricata dall’Innominato di fare coraggio a Lucia prigioniera, è
in verità una povera disgraziata, incapace di ogni umano sentire, la quale dimostra
con evidenza a quale stadio di degradazione morale e intellettuale possa giungere
una creatura umana in un ambiente chiuso, dominato dall’ignoranza, dalla
violenza e dai bassi istinti.

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“Era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di esso, e
aveva passata lì tutta la sua vita… L’idea del dovere, deposta come un germe nel
cuore di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme coi sentimenti d’un
rispetto, d’un terrore, d’una cupidigia servile, s’era associata e adattata a quelli…
Ragazza già fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco dopo, essendo
andato a una spedizione rischiosa, lasciò l’ossa sur una strada, e lei vedova nel
castello. La vendetta che il signore ne fece subito, le diede una consolazione
feroce… D’allora in poi, non mise piede fuor del castello, che molto di rado; e a
poco a poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle che ne
riceveva in quel luogo”.
Finché fu giovane, vivendo in mezzo a quella masnada di sgherri, è
probabile che le toccasse pure qualche complimento, magari interessato, qualche
parola gentile o lusinga; ma quando divenne vecchia e brutta, per lei non ci fu più
né rispetto né pietà da parte di quegli uomini brutali, e anche il suo cuore si fece
duro e insensibile. I bravi le davano sempre da fare: “ora aveva cenci da
rattoppare, ora da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione,
ora feriti da medicare”.
Per ringraziamento riceveva beffe e insulti; all’appellativo usuale di
“vecchia” quei bestioni aggiungevano sempre qualche aggettivo ingiurioso; al che
lei, come ammaestrata a una scuola infernale, replicava con improperi ancora più
laidi, con insulti brucianti, unico modo con cui potesse difendersi da quell’orda di
bravacci.
Le sue passioni dominanti erano la pigrizia, che veniva continuamente
disturbata, e la stizza, che la faceva reagire alle provocazioni con un linguaggio
davvero satanico.
Si crucciava di essere vecchia, ricordandosi con amaro rimpianto della
giovinezza, in cui qualche piacere lo aveva provato anche lei; mentre ora non
riceveva che scherni. Guardava perciò le giovani con invidia astiosa:
“Io son vecchia, son vecchia. Maledette le giovani, che fanno bel vedere a
piangere e a ridere, e hanno sempre ragione”.
Nei primi anni della fanciullezza aveva sentito parlare di Dio, e aveva anche
lei imparato a pregare; ma perduto il marito, in quella vita così animalesca, in
quell’ambiente così saturo di volgarità e di violenza, aveva ben presto dimenticato
ogni nozione religiosa e ogni pratica di pietà. Sicché quando Lucia la supplicò, in
nome della Vergine, di lasciarla andare, “quel nome santo e soave” fece nella
mente della sciagurata “un’impressione confusa, strana, lenta, come la
rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino.”
Spenta la religione, è spenta purtroppo anche la pietà.
Che meraviglia allora che essa non sappia come si fa a dar coraggio a uno?
Non lo sa davvero, e lo chiede ingenuamente al padrone il quale, affidandole la
custodia di Lucia, le ha appunto comandato di farle coraggio. L’Innominato si
irrita per la domanda, perché neppur lui lo sa: lui aveva sempre fatto paura alla
gente, mai coraggio; perciò le risponde stizzito:

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“Falle coraggio, ti dico… Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai
avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in quei momenti? Dille di quelle
parole: trovale, alla malora”.
E la poveraccia, che dopo la spiegazione del padrone ne sa quanto prima, si
limita a ripetere alla prigioniera:
“…ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio… Non abbiate paura, state
allegra, ché m’ha comandato di farvi coraggio. Glielo direte, eh? Che v’ho fatto
coraggio?”
Si vuol precostituire un alibi davanti al signore; infatti quando questi,
vedendo Lucia buttata a terra come un cencio, la rimprovera per l’inumano
trattamento, si difende:
“Io ho fatto di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei”.
E’ convinta, poveretta, di aver obbedito all’ordine, di essere a posto!
Per indurre l’angosciata prigioniera a cenare, trova delle parole invero più
efficaci, che quasi fanno venire l’acquolina in bocca; e possiamo scommettere che
la gola era uno dei suoi vizi capitali. Sentiamola come decanta la squisitezza dei
cibi:
“di quei bocconi che, quando le persone come noi possono arrivare a
assaggiarne, se ne ricordan per un pezzo! Del vino che beve il padrone coi suoi
amici… quando capita qualcheduno di quelli…! e vogliono stare allegri! Ehm!”
Ma siccome la ragazza non voleva né mangiare né mettersi a letto, e ogni
lusinga riusciva inutile, ogni invito inefficace, esclamò a un tratto stizzita:
“Perché vi protegge, avete messo su superbia… Non istate poi a dirgli
domani ch’io non v’ho fatto coraggio… Ricordatevi che v’ho pregata più volte”.
E come se, con questa dichiarazione, si fosse messa l’anima in pace, si mise
a mangiar lei avidamente di quelle delizie; quindi si coricò nel suo letto, dopo
un’ultima protesta verso la ragazza accucciata a terra in un angolo:
“Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto sulla
sponda; starò incomoda per voi”.
Ci teneva alla comodità del letto, avendo avuto dalla vita così poco! Il
padrone le aveva detto che per una notte poteva dormire per terra, ma lei non se la
sentiva; del resto , perché farlo, se il letto doveva rimanere vuoto?
Non ci sentiamo proprio di disprezzare questa sventurata vecchia, che non
ha pietà degli altri, ma di cui nessuno sente pietà. In quell’ambiente volgare e
violento il suo cuore si era chiuso a ogni sentimento buono. Diventata, nella
squallida vecchiaia, un ceffo deforme e sgraziato, è lo zimbello di una masnada di
birboni; che meraviglia se, per difendersi, s’ingegna a coniare insulti peggiori di
quelli dei suoi aguzzini?
Sinceramente, ci fa solo pena questa povera vecchia in cui non rimane nulla
di femminile e, direi quasi, di umano. Ma la sua depravazione deriva
dall’ambiente in cui è condannata a vivere: come avrebbe potuto essere diversa?
Anche se questa figura di vecchia è tutta fantasia del Manzoni, tuttavia essa
ci fa pensare a tanti casi uguali o simili, e di uomini e di donne, che riscontriamo
nella realtà della vita. Essa ci lascia pensosi perché siamo indotti a chiederci:

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come mai la Grazia non è riuscita a illuminarla e a salvarla? L’ambiente è dunque
tanto potente da impedire ogni redenzione? Come mai esso può condizionare a tal
punto una vita umana?

20 - GLI OSTI E LE OSTESSE


Riguardo agli osti, ci sovvien la scarsa simpatia che ha per loro il poeta
latino Orazio, il quale affibbia ai “caupones” dei duri epiteti: “perfidi, maligni”.
Non diversamente la pensa il nostro Renzo:
“Maledetti gli osti! Più ne conosco, peggio li trovo”.
Fra tutti gli osti che compaiono nel romanzo, mi sembra che il peggiore sia
quello del villaggio degli sposi. Nella sua osteria, considerata dalla povera gente
“luogo di delizie”, Renzo va a mangiare due volte, la prima soltanto con Tonio, la
seconda con questo e con lo scempiato Gervaso, suo fratello, i quali gli devono
fare da testimoni nel matrimonio di sorpresa. Notiamo che questa birba di oste usa
due pesi e due misure nel trattare la gente; a Renzo infatti, il quale vorrebbe
sapere chi siano gli avventori forestieri, cioè i bravi di don Rodrigo, risponde
mentendo che non li conosce, ma che sono certamente dei galantuomini; invece a
uno dei due bravacci, che gli chiede chi siano i tre paesani, dà ogni informazione,
facendo così correre a Renzo il rischio di aver spianate le costole da quei messeri.
Il Manzoni osserva a questo proposito che quest’oste “faceva professione d’esser
molto amico dei galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto
maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di
birboni”.
Il gestore dell’osteria milanese della “luna piena” a me sembra il più onesto.
Innanzi tutto si rammarica che Renzo sia giunto nel suo locale con quel bargello
travestito, per cui lo deve assolutamente denunciare per il rifiuto di declinare le
proprie generalità; ché altrimenti ne andrebbe di mezzo lui stesso. Il suo
soliloquio nei riguardi dell’avventore che non aveva voluto obbedire alla grida è
in fondo benevolo:
“Testardo d’un montanaro!... Fossi almeno capitato solo; che avrei chiuso un
occhio, per questa sera; e domattina t’avrei fatto intender la ragione. Ma no
signore; in compagnia ci vieni, e in compagnia d’un bargello, per far meglio!”
Data la sua irritazione per quella grana capitatagli tra capo e collo, gli
perdoniamo certi epiteti che regala al cliente sgradito: “pezzo d’asino, tanghero”;
e dobbiamo riconoscere la sua onestà. Si paga da Renzo lo scotto senza
approfittare della sua ubriachezza, per cui potrebbe facilmente imbrogliarlo o
anche derubarlo; in seguito, quando al palazzo di giustizia presenta la sua
denuncia, dice semplicemente la verità, attenuando piuttosto che esagerando.
Allorché il notaio criminale lo rimprovera di aver taciuto che quell’avventore ha
portato all’osteria “una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di
saccheggio e di sedizione”, non esita a difenderlo:

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“Vien uno con un pane in tasca; so assai dov’è andato a prenderlo. Perché, a
parlar come in punto di morte, posso dire di non avergli visto che un pane solo”.
E quando il notaio gli ricorda come colui “abbia avuto la temerità di proferir
parole ingiuriose contro le gride, a di fare atti mali e indecenti contro l’arme di sua
eccellenza” il Governatore, elude lo scottante argomento col farsene nuovo
affatto:
“Come vuole vossignoria ch’io badi agli spropositi che posson dire tanti
burloni che parlan tutti insieme? Io devo attendere ai miei interessi”. Quando
infine gli viene chiesto se quel cliente “continua a schiamazzare, a metter su
gente, a preparar tumulti per domani”, risponde che è invece andato a letto, quasi
per far capire che è un povero diavolo tradito dal vino, non un facinoroso.
L’oste di Gorgonzola è il più maligno, e proprio per lui Renzo esclama tra
sé:
“Maledetti gli osti!”.
Infatti egli dimostra subito per l’avventore forestiero “una curiosità
maliziosa”che veramente indispone. Il nostro fuggiasco voleva sapere se c’era
qualche scorciatoia che portasse a qualche traghetto dell’Adda, dove si potesse
passare alla svelta, senza formalità…; ma l’oste gli ficcò in viso due occhi così
sospettosi, da far morire in bocca a Renzo ogni ulteriore domanda. Quello sguardo
maligno sembrava chiedere: contrabbandiere o bandito? Perché “la gente che può
dar conto di sé” non cerca traghetti clandestini.
Di ostesse ne incontriamo due nel romanzo, e precisamente la moglie
dell’oste della “luna piena”, e la vecchia dell’osteria di campagna, dove Renzo si
ferma primieramente a rifocillarsi dopo la fuga da Milano. La prima badava
ordinariamente ai figlioli, scendendo nell’osteria solo quando il marito doveva
allontanarsi per qualche affare urgente. Non aveva quindi una grande esperienza
del mestiere, per cui il marito le dà particolareggiate istruzioni, allorché deve
lasciarla al suo posto per andare al palazzo di giustizia a fare la deposizione contro
Renzo.
Le raccomanda di farsi rispettare, ma soprattutto di usare prudenza, in quella
torbida giornata, facendo finta di non sentire le frasi compromettenti, che possono
essere pronunciate anche a scopo provocatorio. La donna assicura di non essere
un’ingenua:
“Oh! Non sono una bambina, e so anch’io quel che va fatto”.
Ma il marito insiste:
“E badar che paghino…; quando si sentono certe proposizioni, girar la testa,
e dire: vengo; come se qualcheduno chiamasse da un’altra parte”. Consiglio
davvero prezioso.
L’ostessa di campagna è una vecchia che, non avendo avventori se non
raramente, non vuol perdere il tempo e pensa a filare; ci viene infatti presentata
“con la rocca al fianco e col fuso in mano”. E’ dunque una donna laboriosa, ma
anche molto curiosa; per cui tempesta Renzo “di domande, e sul suo essere, e sui
grandi fatti di Milano”; ma non è né maligna né sospettosa. Anzi il giovane,
approfittando della sua curiosità, riesce a sapere da lei il nome di Gorgonzola,

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“quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, però nello stato di Milano”.
Seppe anche che questo benedetto paese distava da lì dieci o dodici miglia,
distanza non eccessiva per le sue gambe; e così Renzo, d’allora in poi, poté
chiedere senza destar sospetto la strada per Gorgonzola, perché il domandare
quella per Bergamo “gli pareva puzzar tanto di fuga, di sfratto, di criminale”.
Per concludere, diremo che l’oste del villaggio degli sposi è il più ipocrita,
quello di Milano il più onesto, quello di Gorgonzola il più maligno, mentre la
vecchia ostessa di campagna è la più ingenua nella sua curiosità, ed è l’unica che
dia a Renzo una notizia sommamente utile.

21 - BETTINA E MENICO
Bettina ha nel romanzo appena una particina, alla fine del II capitolo; ma la
recita con tanta grazia, che il piccolo personaggio rimane gradevolmente impresso
nella nostra mente. E’ una fanciulletta la quale, sapendo che nella mattinata di
quel mercoledì 8 novembre 1628 si sarebbe celebrato in paese il matrimonio
dell’anno, tra Lucia e Renzo, si reca di buon’ora davanti alla casa della sposa per
godersi lo spettacolo; soprattutto vuol vedere come è acconciata la sposa, poiché
si sente ormai una donnina, e sente irresistibile il fascino degli abiti e anche delle
cerimonie matrimoniali.
Spera anche di ricevere qualche chicca, qualche dolcetto; ma l’invito della
gola è per lei secondario rispetto all’attrazione degli occhi. Ce la immaginiamo
infatti ansiosa e coi grandi occhi sgranati, mentre spia trepidante verso la finestra
del primo piano, da cui giunge il cicaleccio delle amiche di Lucia, radunatesi nella
sua stanza per farle festa. Lei era ancora una ragazzetta acerba e, per quanto lo
desiderasse, non poteva figurare tra le giovani; si doveva perciò accontentare di
guardare dall’esterno, di seguire il corteo, di applaudire; ma lo faceva con tutto il
cuore.
Appena vede Renzo che giunge, come lei crede, a prendere la sposa, subito
gli corre incontro festosa, gridando:
“Lo sposo! Lo sposo!”
Ma questi ha ben altra voglia che di essere applaudito, dal momento che ha
l’inferno nel cuore, avendo saputo che don Rodrigo impedisce le sue nozze perché
vuole Lucia per sé. Perciò impone alla ragazzetta di tacere e, non volendo andar
lui di sopra a chiamare la fidanzata, per non mostrarsi “a quel mercato, con quella
nuova in corpo”, incarica lei dell’imbasciata, raccomandandole di riferire in
segreto a Lucia che lui deve parlarle subito, per cui l’aspetta a pianterreno: ”ma
che nessuno senta né sospetti di nulla, ve’…” Bettina ora si sente importante, oltre
che felice di poter vedere la sposa già vestita: “la fanciulletta salì in fretta le scale,
lieta e superba d’avere una commissione segreta da eseguire”. E l’esegue proprio
con zelo: “la piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece
intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua

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parolina all’orecchio”. Qui finisce la piccola parte di questa ragazzetta così
sveglia e simpatica, che avremmo rivista volentieri nel seguito del romanzo; ma
all’Autore è sembrato diversamente: pazienza!
Anche Menico (accorciativo familiare di Domenico) è un ragazzo sveglio e
simpatico, il quale si rende utile in una circostanza ben più importante, che si
rivela addirittura rischiosa. E’ incaricato di portare un’imbasciata agli sposi, da
parte di Fra Cristoforo; si tratta di un avviso importante, tanto che il Padre ha
invitato Renzo ad andare lui al convento, per riceverlo, o a mandare almeno “un
uomo fidato, un garzoncello di giudizio”, per mezzo del quale egli potesse fargli
sapere il da farsi. Renzo non vuol andare, perché teme che il frate, con quei suoi
occhi penetranti, gli legga in viso il piano che ha preparato per il matrimonio di
sorpresa; allora Agnese decide di mandare Menico, “un ragazzetto di circa dodici
anni, sveglio la sua parte”, che è un suo lontano nipote; lo chiede perciò ai
genitori in prestito, per così dire, per l’intera giornata.
Dopo avergli dato una buona colazione, gli dice di andare a Pescarenico, e di
presentarsi al padre Cristoforo, il quale gli deve affidare una notizia per loro. Nel
caso debba attendere anche per molto tempo, gli raccomanda di non allontanarsi
dal convento, né tanto meno andare in riva al lago, a lanciar sassi sull’acqua in
gara con altri ragazzi, per il gusto di vederli rimbalzare più volte. “Bisogna sapere
che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti, grandi e
piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle
sole”.
Quest’ultima battuta mostra, in uno sprazzo, il sottile umorismo dell’Autore,
il quale sembra voler dire: volesse il cielo che facessimo solo le cose che
sappiamo fare! Purtroppo vogliamo fare, troppo spesso, anche quelle che non
sappiam fare…
Ma torniamo al nostro Menico: alle ammonizioni della zia egli assicura che
non cederà alla tentazione, perché ormai si sente responsabile. Però quando
Agnese gli promette, a missione compiuta, due monetine, chiede di averle subito,
tradendo così il suo desiderio di giocare a soldi con i compagni; per questo la zia
non lo accontenta, ma gliene promette anche di più, se si porterà bene.
Menico ci si mette con tutto l’impegno, e per condurre a termine il suo
incarico ci rimedia anche una gran paura. Tornando infatti frettolosamente, a notte
fatta, dalla zia, a portare l’avviso di fuggire subito tutti al convento, incappa nei
bravi di don Rodrigo, che hanno già invaso la casetta. Il povero ragazzetto caccia
un urlo quando viene afferrato da due malandrini, di cui uno gli tappa la bocca,
mentre l’altro gli fa luccicare davanti agli occhi terrorizzati un’affilata lama di
coltello: “il garzoncello trema come una foglia, e non tenta neppur di gridare”.
Per sua fortuna la campana a martello sorprende i manigoldi, che lo
lasciano subito per pensare a sé stessi. Insperatamente libero, Menico corre a
gambe levate verso il campanile, dove qualcuno deve esserci, ma per la strada
incontra gli sposi con Agnese, e “con la forza d’uno spaventato” comanda loro di
non tornare a casa, dove “c’è il diavolo”, ma al convento, per ordine di fra
Cristoforo.

107
Menico collabora così all’opera di salvezza organizzata dal frate; Agnese e
gli sposi, rimasti promessi, lo accarezzano commossi, “per ringraziarlo
tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare”. Nel rimandarlo a casa,
dove i genitori lo staranno aspettando con ansia, la zia, ricordandosi della
promessa, gli dà quattro monetine, mentre Renzo gli regala una berlinga; “Lucia
l’accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti,
intenerito; e tornò indietro”, mentre quelli si avviavano mestamente al convento.
Menico, tornato a casa, raccontò tutto ai genitori i quali, impressionati per il
fatto che il loro figliolo avesse fatto fallire una trama di don Rodrigo, gli
comandarono con minacce di non fiatarne con nessuno, e per maggiore sicurezza
lo tennero chiuso in casa per qualche giorno.
Il Manzoni a questo punto osserva con umorismo che costoro, dopo aver
imposto così drasticamente il silenzio al figlio, non seppero poi osservarlo essi
stessi; e solo per il piacere di mostrarsi più informati degli altri, ciarlando il giorno
dopo con la gente, rivelarono che gli sposi con Agnese si erano rifugiati a
Pescarenico. La notizia si diffuse con tale celerità, che giunse poco dopo alle
orecchie del Griso, il quale era stato mandato al villaggio per chiarirsi su quanto
accaduto nella notte precedente, “la notte degli imbrogli”.
Come Bettina anche Menico, dopo questa breve comparsa e la sua
avventura, di cui non poté neppure vantarsi, scompare per sempre dalla trama del
romanzo; con nostro rammarico, perché è un ragazzo simpatico, che ci lascia una
gradevole impressione di freschezza e di spontaneità.

22 - TONIO E GERVASO
Tonio è un povero diavolo che, per quanto lavori, non riesce a sfamare la
numerosa famiglia, composta della madre, del fratello Gervaso, della moglie
Tecla e di tre o quattro figlioli:5 tutte persone fornite di buon appetito, di cui una
parte doveva purtroppo restare insoddisfatta, ogni volta che si sedevano a tavola
per il magro desinare. Renzo va a casa di Tonio per invitarlo a fare da testimone al
suo matrimonio clandestino, e lo trova in una mansione prettamente donnesca, che
sta rimenando, “col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran
saraceno”.
Per parlare con lui in segreto, lo invita ad andare a mangiare all’osteria. Con
grande piacere di tutta la famiglia che vede eliminato, intorno alla polenta, “un
concorrente, e il più formidabile”.
Tonio è un contadino nullatenente, un proletario diremmo oggi; molto
sveglio di mente, ha un carattere gioviale e un appetito formidabile, tanto che di
lui l’oste del villaggio dice: “peccato che n’abbia pochi; che li spenderebbe tutti

5
Il Manzoni, sempre così preciso, lascia questa volta indeterminato il numero: «tre o quattro
ragazzetti», come potrebbe dire un estraneo che entrando in una casa, non si mette a contare il
numero dei marmocchi, ma vede che sono parecchi.

108
qui”. Gli piaceva tanto mangiare e bere in compagnia allegra, ma la carestia non
solo gli aveva fatto perdere l’abitudine di frequentare “quel luogo di delizie”, ma
anche lo aveva messo nell’impossibilità di pagare al curato il fitto di un terreno
della parrocchia, per cui aveva dovuto consegnare a quell’avaraccio, in pegno, la
collana d’oro della moglie. Se la potesse riavere, la baratterebbe in tanta polenta
per sfamare la famiglia.
Quando Renzo, mentre mangiavano soli soli all’osteria, gli ricordò quel
debito, Tonio abbozzò un amaro sorriso:
“Ah, Renzo! Con che cosa mi vieni fuori? M’hai fatto andar via il buon
umore”.
Ma l’altro glielo fa tornare subito, dicendosi pronto a pagarlo, in cambio di
un piccolo servizio: fargli da testimone nel matrimonio di sorpresa. Tonio quasi
non crede alle sue orecchie e non sta più nella sua pelle per la gioia: saldando quel
conto, non sentirà più le lagnanze del curato, non vedrà più le sue occhiatacce
significative, finanche durante la predica! Occorrendo un secondo testimone,
propone quel sempliciotto di suo fratello Gervaso, al quale insegnerà lui il da
farsi, perché ha avuto “anche la sua parte di cervello”, e sa manovrarlo come una
marionetta.
Renzo accetta, fidandosi delle sue assicurazioni; quindi gli chiede come farà
a eludere la curiosità della moglie, la quale naturalmente vorrà sapere di che cosa
hanno parlato. Tonio, per nulla preoccupato, risponde con un sorriso malizioso
che Tecla gliene dice tante di bugie, che lui non riuscirà mai a render la pariglia;
sicché è ben contento di poterle impastocchiare qualche fandonia per metterle il
cuore in pace.
Tonio si dimostra, all’opera, molto scaltro. Allorché, la sera stabilita, si reca
col fratello dal parroco a pagare le venticinque lire, viene apostrofato, dalla
finestra, dalla serva:
“Che discrezione? Tornate domani”.
Ma lui non si scompone affatto al perentorio diniego; sa di avere in suo
possesso un’esca infallibile, a cui la donna e il padrone non potranno resistere.
Replica infatti con tono sornione:
“Sentite: tornerò o non tornerò; ho riscosso non so che danari, e venivo a
saldar quel debituccio che sapete: avevo qui venticinque belle berlinghe nuove;
ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n’abbia
messi insieme degli altri”.
L’aria fintamente rassegnata di queste parole fa colpo su Perpetua, la quale
lo prega di aspettare e si precipita da don Abbondio per convincerlo a farli entrare;
ma il curato era dello stesso parere: l’esca aveva funzionato perfettamente. Tonio
dimostra la sua abilità anche durante il tentativo del matrimonio; anzi possiamo
dire che è lui il regista di tutta la sequenza, manovrando, a cenni, anche quello
scempiato del fratello. E vediamo con quanta disinvoltura chiede al curato la
ricevuta del denaro versato, per quanto lui brontoli per la mancanza di fiducia. Al
borbottìo di don Abbondio il nostro contadino, “scarpe grosse e cervello fino”,
come dice il proverbio, sa rispondere a tono, con un velo d’ironia:

109
“Come, signor curato! S’io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio
nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito… dunque, giacché ha già avuto
l’incomodo di scrivere una volta, così… dalla vita alla morte…”
Sembra voler dire: lei si è fidato tanto poco di me, che oltre a registrare il
mio debito, ha preteso la collana della mia Tecla; e ora io dovrei fidarmi di lei? E
così Tonio ha la sua brava ricevuta; ma purtroppo la carta gli cade a terra durante
il parapiglia provocato dalla disperata reazione del curato all’apparizione
improvvisa dei fidanzati, con le loro formule sacramentali.
In quella confusione Tonio non si preoccupa che della sua ricevuta, perché
evidentemente si fida poco del curato; e carpone nell’oscurità va spazzando con le
mani il pavimento, per vedere di raccapezzarla. Invece Gervaso, “spiritato,
gridava e saltellava, cercando l’uscio di scala, per uscire a salvamento”.
Essendo l’impresa clamorosamente fallita, Tonio era preoccupato delle
conseguenze, qualora il podestà avesse voluto imbastire un processo contro Renzo
e complici per violenza privata e violazione di domicilio; per questo comandò al
fratello, con minaccia di pugni, di non fiatare con nessuno della spedizione
notturna alla casa del curato; ma poi lui stesso non resisté alla tentazione di
raccontare la cosa alla moglie, “la quale non era muta”. La litote manzoniana ci fa
capire che Tecla era anche una chiacchierona, oltre che un’abile bugiarda;
potremmo arguire che fosse anche piuttosto pigra, dal fatto che faceva dimenare la
polenta al marito, invece di farlo lei, da brava massaia.
Dopo l’episodio del matrimonio di sorpresa Tonio scompare dalla scena del
romanzo, ma non definitivamente come Gervaso; infatti ricompare brevemente
nel colmo della peste, precisamente nel cap. XXXIII. Renzo, tornando in
incognito al proprio paese, lo incontra seduto per terra, in camicia, “in
un’attitudine d’insensato”. Vedendolo così da lontano, l’aveva addirittura
scambiato per quel sempliciotto di Gervaso, perché “la peste, togliendogli il
vigore del corpo insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo
atto un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l’incantato fratello”.
Povero Tonio! La malattia lo ha reso come scimunito, lui che era così
sveglio; e a ogni domanda di Renzo non fa che rispondere:
“A chi la tocca, la tocca”.
Era la frase che, scherzando sulla peste, aveva chissà quante volte
pronunciato, quasi per scaramanzia, nella speranza di passarla liscia; invece era
toccata proprio a lui!
Su Gervaso non ci dilungheremo perché, parlando di Tonio, abbiamo
incidentalmente parlato anche di lui. Nel tentativo di matrimonio clandestino
questo povero scemo, “che non sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si
poteva far nulla”, seguiva il fratello come un’ombra, pendendo dalle sue labbra o
meglio dai suoi occhi. Per fargli fare da testimone, Renzo gli offre una cenetta
all’osteria. Qui, mentre mangia una volta tanto a sazietà, e anche dei buoni
bocconi, innaffiandoli col vino, Gervaso diventa loquace e, di punto in bianco,
scappa fuori a dire:
“Che bella cosa, che Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno…”

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Ma, poveretto, non poté finire la sua inopportuna rivelazione, perché “Renzo
gli fece un viso brusco”, mentre il fratello gli appioppò una gomitata, dicendogli
iroso:
“Vuoi stare zitto, bestia?”
E’ abbastanza evidente quello che l’ingenuo avrebbe voluto dire, se glielo
avessero permesso: che cuccagna poter fare da testimone, e guadagnarmi così a
buon mercato una lauta cena! Gervaso ne avrebbe voluto tante di simili occasioni,
per poter sbafare a ufo; era sincero, lui; ma la sua sincerità non viene apprezzata:
quando parla lui, sbaglia sempre, e si busca anche dei punzoni. Doveva fare il
teste muto.
Dopo il tentato matrimonio, “Gervaso, a cui non pareva vero d’essere una
volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola gloria l’aver avuta una
gran paura, a cui, per aver tenuto di mano a una cosa che puzzava di criminale,
pareva d’esser diventato un uomo come gli altri, crepava di voglia di vantarsene”.
Ma nossignore! Il fratello, coi pugni sul viso, gli voleva impedire anche quello
sfogo, che non negava a sé stesso, perché confidò tutto alla moglie, la quale a sua
volta fece le sue chiacchiere con le comari, chissà con quanto gusto.
Per Gervaso invece erano botte, quando si azzardava a dire una sola parola.
Questo significa essere nato mezzo scemo. Povero Gervaso! Ci fa quasi tenerezza,
con la sua gran voglia di essere un uomo come gli altri; la natura invece lo ha
destinato a fare da comparsa. Ma il capir poco, in questo mondo, non è sempre
una disgrazia: uno scimunito non è mai un infelice, perché non ha coscienza del
proprio stato. Il contrario avviene per l’uomo intelligente; onde possiamo
concludere che a ogni cosa c’è compenso su questa terra.

23 - IL PRINCIPE-PADRE E LA SUA FAMIGLIA


Il principe, padre di Gertrude, è storicamente don Martino de Leyva, oriundo
spagnolo, principe di Ascoli e signore di Monza, il quale comandava una
compagnia di lancieri.
Sposatosi nel 1574 con donna Virginia Marino, vedova di un Savoia, ne
ebbe l’anno successivo la figlia Maria Anna, la manzoniana Gertrude. La
bambina, morta la madre e risposatosi il padre, fu messa a sei anni nel monastero
di Santa Margherita in Monza, “per educazione e ancor più per istradamento alla
vocazione impostale”, onde permettere al padre di appropriarsi della proprietà
della madre, che le era stata lasciata in legittima proprietà.
Gertrude quindi non è vittima propriamente della consuetudine del
maggiorasco, in quanto ella aveva la sua bella dote già assegnata, e nessun
sacrificio patrimoniale doveva compiere suo padre per accasarla
convenientemente; ella è vittima dell’avidità del padre il quale, imponendole la
monacazione, usurpava la dote della figlia per accrescere il suo patrimonio.

111
La principessa, cioè la seconda moglie di questo tirannico padre, non è la
vera madre di Gertrude, ma la matrigna; per cui non ci meravigliamo troppo della
sua connivenza col marito ai danni della figliastra; infatti col sacrificio di costei
veniva impinguato il patrimonio che un giorno sarebbe stato del suo primogenito,
il vezzeggiato principino. Questi, fratellastro di Gertrude, storicamente era a lei
minore di qualche anno, in quanto nato dal secondo matrimonio; invece il
Manzoni inverte le parti, facendo di Gertrude “l’ultima figlia del principe”. Oltre
al primogenito, don Martino ebbe dalla seconda moglie altri due maschi e una
femmina, chiusa anch’essa inesorabilmente in un convento di Francescane Scalze
a Madrid.
Evidentemente il principe, scegliendo per la seconda femmina questa città
così lontana, voleva mettersi al riparo da eventuali scandali che potessero
intaccare l’onore della famiglia. E’ certo che il processo ecclesiastico a carico di
Suor Virginia (probabilmente si chiamò così in ricordo della madre) fu un duro
colpo per la principesca famiglia; sicché don Luigi, successore di don Martino,
non trovò di meglio, per rialzare il suo prestigio, che negare il vincolo di parentela
con la suora condannata, affermando che suo padre non aveva avuto prole dal
primo letto!
Come si vede, la perfidia e la menzogna discende spesso “per li rami”, per
usare la frase dantesca. E questa incredibile affermazione il principe don Luigi
non la fece solo oralmente, ma la lasciò scritta in una sua opera genealogica del
casato.
Il principino, come dicevamo, dovrebbe essere fratellastro minore di
Gertrude, mentre nel romanzo appare molto di lei maggiore. Ormai giovanotto, ci
viene presentato amante delle carrozze e dei cavalli, cioè con un carattere fatuo ed
esibizionista, corrispondente a quello degli attuali “patiti” di vetture sportive.
Bazzica perciò il più del tempo nelle scuderie, mentre in casa si mostra impaziente
e piuttosto arrogante, tanto che Gertrude ne ha un vero e proprio timore.
Infatti, allorché si deve andare a Monza per fare la domanda solenne di
entrare in convento, la cameriera, per far sbrigare Gertrude, le dice che “il signor
principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su, ed è all’ordine per partire
quando si sia… Ma quand’è pronto, non bisogna farlo aspettare, perché… allora
s’impazientisce e strepita… guai a chi lo tocca in quei momenti! Non ha riguardo
per nessuno, fuorché per il signor principe”.
Se, come dice la cameriera, ha rispetto solo per il principe, questo degno
rampollo della nobiltà secentesca non avrà alcun riguardo né per la madre né,
tanto meno, per la sorellastra. Sicché costei, che prima non aveva alcuna voglia
d’affrettarsi, sapendo a quale dolorosa cerimonia doveva recarsi, “all’immagine
del principino impaziente” si riscosse dal suo vano fantasticare e si vestì in fretta,
mentre tutti i pensieri, che si erano affollati alla sua mente dopo il risveglio,
fuggivano via “come uno stormo di passere all’apparir del nibbio”.
Dopo aver abbozzato il ritratto del principino, passiamo a delineare quello
della principessa-matrigna, il quale dalle pagine del romanzo appare piuttosto
sbiadito. Possiamo dire che ella fu in tutto e per tutto solidale col marito nel duro

112
trattamento verso Gertrude; e non ce ne meravigliamo, trattandosi per lei di una
figliastra. Essa era sempre pronta ad approvare quello che diceva o faceva il
principe, senza mai sollevare nessuna obiezione; sembra una donna senza
iniziativa e succuba del carattere autoritario del marito.
Nella scelta della “madrina” di Gertrude, cioè della nobildonna che
“diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel tempo tra la richiesta e
l’entratura nel monastero”, la principessa crede che debba essere lei a proporla, e
si accinge a fare qualche nome; ma il marito glielo impedisce, col pretesto di
accordare la più ampia libertà alla figliola:
“No, no, signora principessa: la madrina deve prima di tutto piacere alla
sposina; e benché l’uso universale dia la scelta ai parenti, pure Gertrude ha tanto
giudizio, tanta assennatezza, che merita bene che si faccia un’eccezione per lei”.
Il rimettere la scelta alla figlia vuol apparire come un delicato riguardo per la
sua autonomia, mentre è un modo subdolo per vincolare ancora quella debole
volontà; infatti Gertrude, coll’aderire a quell’invito, così pomposo e solenne, a
quella concessione che si annunciava così eccezionale e onorifica, espletava
volontariamente un’altra formalità per entrare in monastero. Ma come avrebbe
potuto sottrarsi, la poverina, a quell’onore tanto straordinario? Si piegò ancora una
volta alla volontà tirannica ammantata d’ipocrisia, e “nominò la dama che, in
quella sera, le era andata più a genio; quella cioè che le aveva fatto più carezze”.
Dietro quelle carezze l’infelice fanciulla sperava di trovare un po’ di
comprensione e di amore, di cui era assetata più che della luce. Così, con quella
scelta, ella ribadì le sue catene, disse un altro “sì” sulla via del chiostro,
precludendosi ormai essa stessa ogni ripensamento, che sarebbe apparso sempre
più strano e scandaloso.
La figura del principe l’abbiamo lumeggiata abbastanza, anche se
indirettamente, per cui basteranno pochi tratti per completare l’odioso quadro.
L’ipocrisia e la perfidia sono le armi con cui combatte questo tiranno: l’ipocrisia è
il suo scudo, con cui si ripara da ogni sospetto e da ogni possibile recriminazione;
la perfidia è la sua lancia, con cui colpisce con premeditazione e senza pietà. Egli
infatti non dice mai alla figlia, esplicitamente, che deve farsi monaca; se ne
guarda bene, l’ipocrita, che ci tiene a essere formalmente irreprensibile; ma
intanto la spinge inesorabilmente verso il chiostro, con azione subdola e tenace,
approfittando spietatamente di ogni errore della vittima, onde fiaccarne la
resistenza.
Sa sfruttare in modo ributtante e quasi diabolico l’inesperienza,
l’isolamento, lo stesso desiderio di affetto della figliola, per legarne la debole
volontà con un nodo indissolubile, al solo scopo di appropriarsi della sua dote.
Quasi con sadico cinismo ne violenta l’animo tenero e assetato di amore,
con brutale accanimento brancica nel suo pugno di ferro quel “fiore appena
sbocciato”, che fiducioso “s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a
concedere le sue fragranze alla prim’aria che aliti punto d’intorno”.
Gertrude è la vittima innocente che viene sacrificata sull’altare dell’egoismo
da questo padre snaturato, i cui occhi avevano sulla poverina un potere per così

113
dire diabolico, un fascino sinistro; ella ne aveva gran paura, e nello stesso tempo
non poteva fare a meno di guardarli ogni momento, per leggere in essi il suo fato.
“E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di
redini invisibili”.
Un vantaggio insperato, nella sua opera di costrizione della figlia, diede al
principe l’errore di costei, che si fece sorprendere a scrivere un bigliettino
d’amore a un paggio; lieve colpa invero, che però il padre ingigantì, sino a farla
apparire di una gravità irreparabile. Il complesso di colpa, che la poverina ne
derivò, finì per paralizzare ogni suo tentativo di liberazione. Il principe, che glielo
aveva fatto sorgere nell’animo con arte mefistofelica, non mancò di approfittarne
fino a che non ebbe raggiunto il suo scopo.
E nei momenti decisivi, come la richiesta ufficiale alla badessa e l’esame da
parte del “vicario delle monache”, nei quali Gertrude avrebbe potuto vacillare o
addirittura rivelare la trama paterna, ribellandosi all’imposizione tirannica, il
principe non esitò ad agitarle ancora davanti agli occhi il terribile spauracchio di
quel fallo imperdonabile, come per dire: se tu esiti, e fai nascere qualche dubbio o
nella badessa o nel sacerdote, io sarò costretto a svelare tutto, per salvare il mio
onore, a dire apertamente che hai dovuto prendere la decisione di monacarti in
seguito a quel fallo, che ti preclude per sempre la possibilità di sposarti
onoratamente. A questa ipotesi la poverina si sentiva morire per la vergogna, e
dovette continuare a mentire contro sé stessa.
Le due occasioni, a cui ho dianzi accennato, nelle quali le si offriva la
possibilità di squarciare la trama che la irretiva, furono per la poverina momenti
molto dolorosi. Davanti alla badessa ebbe un attimo d’esitazione, per aver visto
tra le educande una sua compagna ben nota, “che la guardava con un’aria di
compassione e di malizia insieme, e pareva che dicesse:
“Ah! La c’è cascata la brava”.
A questa vista sentì un tuffo al cuore, e provò irrefrenabile l’impulso di dire
la verità, qualunque cosa costasse; ma “alzato lo sguardo alla faccia del padre,
quasi per sperimentar le sue forze, scorse in quella un’inquietudine così cupa,
un’impazienza così minaccevole”, che sentì svanire tutto il coraggio, e si affrettò a
rispondere come il padre le aveva suggerito.
E non possiamo passare sotto silenzio, in quell’occasione, l’ipocrito
comportamento reciproco della badessa e del principe, alleati nel coartare la
volontà della fanciulla. Chiamato l’illustre ospite in disparte, la reverenda madre
gli dice che, solo per eseguire una formalità in quel caso del tutto oziosa, lo deve
avvertire che incorrerebbe nella scomunica, qualora coartasse la volontà della
figlia; al che il principe con tono untuoso risponde:
“Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo
giusto… ma lei non può dubitare…”
Queste interruzioni sono un capolavoro d’ipocrisia; ma intanto il tirannico
padre non afferma e non nega niente, e si può ritenere con la coscienza a posto.
Anche la badessa si sente la coscienza tranquilla, perché ha detto quello che
doveva dire in ottemperanza alla Regola, e accoglie per esauriente l’evasiva

114
risposta dell’interlocutore. Per non metterlo a disagio, si accontenta di quelle
vaghe parole che non dicono nulla, e conclude soddisfatta:
“Oh! Pensi, signor principe… ho parlato per obbligo preciso… del resto…”
E’ il dialogo delle reticenze ipocrite e imbarazzate; e dopo queste battute
untuose, si affrettarono a separarsi con molti inchini, “come se a tutt’e due
pesasse di rimaner lì testa testa”. Certo si sentivano a disagio a stare lì faccia a
faccia, con in viso la brutta maschera dell’ipocrisia.
Il nostro giudizio sul principe non può essere che di riprovazione, perché ci
sembra che il suo cinico egoismo non ammetta alcuna attenuante, e la sua brutale
violenza morale meriti la condanna più assoluta. Tuttavia il Manzoni, il quale
cristianamente crede che il seme del bene sia deposto nel cuore di ogni uomo e
che nessuno sia sempre e del tutto cattivo, sembra invitarci a scoprire anche in
questo odioso personaggio qualche indizio di umanità.
Come debole scusa per il suo comportamento potremmo dire che egli non fa
che seguire una consuetudine molto invalsa nella nobiltà; ma storicamente
sappiamo che, nel caso di Gertrude, non si tratta di maggiorasco, bensì di
appropriazione della dote che ella aveva avuto dalla madre; però possiamo dire
che il principe ama a suo modo la figlia, in quanto desidera che essa nel convento
viva rispettata e coccolata, in modo che non si senta infelice. E infatti le altre
monache dovevano sopportare le sgarbatezze, i dispetti e anche gli aperti rinfacci
di Gertrude, appunto per timore del padre che naturalmente la proteggeva: “perché
il principe aveva ben voluto tiranneggiar la figlia quanto era necessario per
spingerla al chiostro; ma ottenuto l’intento, non avrebbe così facilmente sofferto
che altri pretendesse d’aver ragione contro il suo sangue”.
Questo padre controllatissimo, che studiava e misurava ogni gesto e ogni
parola nei riguardi della figlia, in vista del suo scopo recondito tenacemente
perseguito, ha solo una volta un gesto di naturalezza spontanea, il quale rivela in
lui qualche palpito umano. Fu durante l’esame della figlia da parte del vicario. Per
tutto il tempo che Gertrude subì l’interrogatorio dell’ecclesiastico, in un segreto
quasi di confessione, il principe rimase in uno stato di ansia tormentosa, temendo
per l’esito della prova, in cui era impegnato il suo interesse e il suo onore insieme.
Quando finalmente seppe, dallo stesso esaminatore, che l’esame era stato
superato brillantemente, “respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò
quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un
giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è questo
guazzabuglio del cuore umano.”
Certo: chi può scandagliare l’abisso rappresentato dal cuore di un uomo?
Forse il principe, allorché il vicario volle congratularsi con lui “delle buone
disposizioni in cui aveva trovata la sua figliola”, si illuse per un momento che ella
si facesse suora di spontanea volontà? E che perciò lui non aveva nulla da
rimproverarsi?
Noi non lo crediamo, ma non ci meravigliamo del suo tripudio: il fine della
sua lunga e tenace azione era ormai realtà, la proprietà della figlia poteva già dirsi
sua; e volete che non gioisse e non riversasse la sua gioia sulla vittima rassegnata?

115
24 - I BAMBINI NEL ROMANZO
Oltre a Bettina, che è appena una fanciulletta, e a Menico, che è ormai un
ragazzo, nel romanzo compaiono molti bambini di varia età, dai lattanti ai
giovinetti. Il Manzoni, padre di numerosa prole, ci rappresenta questi innocenti
con evidente simpatia. Perciò non manca di accennare alla bella prole nata dal
felice matrimonio degli sposi lungamente promessi. Alla primogenita, venuta ben
presto a rallegrare quell’unione, fu dato il nome di Maria, secondo la “magnanima
promessa” di Renzo.
“Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e
Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli
cattivacci, stampando loro in viso dei bacioni, che ci lasciavano il bianco per
qualche tempo”. E’una rappresentazione idillica di famiglia felice, che rasserena
tutta la storia manzoniana.
Ma i bambini appaiono anche in altre circostanze, tutt’altro che idilliche. A
Milano, durante la peste, Renzo incontra molti fanciulli, sia nella schiera degli
ammalati che vengono condotti al lazzaretto, sia poi in questo luogo di dolore e di
morte. Nel gruppo delle persone contagiate, che i monatti accompagnavano
brutalmente al lazzaretto, c’erano anche “donne coi bambini in collo; fanciulli
spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella compagnia, più che dal pensiero
confuso della morte, i quali ad alte strida imploravano la madre e le sue braccia
fidate, e la casa loro”.
La scena stringe il cuore, ma in essa non manca qualche tratto di soave
rassegnazione e d’ingenua speranza: c’erano, in quella processione di languenti,
ragazzetti e fanciulline “che guidavano i fratellini più teneri e, con giudizio e con
compassione da grandi, raccomandavano loro d’essere ubbidienti, gli
assicuravano che s’andava in un luogo dove c’era chi avrebbe cura di loro per farli
guarire”.
Ma ben pochi guarivano di questi tenerelli, e lo spettacolo della loro morte
era ben triste. Chi non si commuove alla vista di Cecilia, la morticina così
amorevolmente agghindata dalla madre per le meste esequie, e della sua sorellina
più piccola, ancor viva, ma coi segni della morte sul viso?
La nostra commozione si riaccende nella contemplazione di quello “spedale
d’innocenti” approntato nell’interno del lazzaretto: bambini dappertutto, alcuni
adagiati per terra su trapunte o semplici lenzuoli, altri in braccio alle nutrici: chi
addormentato, chi poppante, chi piangente. E insieme alle balie, si aggiravano nel
recinto anche delle caprette che, quasi animate da istinto materno, accorrevano da
quelli che piangevano, cui cercavano di porgere il loro capezzolo, accomodandosi
sopra di essi e belando insieme, “quasi chiamando chi venisse in aiuto a tutt’e
due”. E’ uno spettacolo di pietà e tenerezza, nella cui descrizione l’Autore indugia
con tono commosso, perché le sofferenze dei bambini innocenti accorano ogni
animo sensibile.
E ora, per terminare con una nota lieta, veniamo a parlare dei figli del sarto.

116
La scena è ambientata nella cucina della casa ospitale dove Lucia, liberata
dalla prigionia dell’Innominato, si sta rifocillando, amorevolmente servita dalla
moglie del sarto, la quale è andata a prenderla al castello.
“Tutt’a un tratto, si sente uno scalpiccio, e un chiasso di voci allegre. Era la
famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un fanciullo entran saltando; si
fermano un momento a dare un’occhiata curiosa a Lucia, poi corrono alla
mamma, e le s’aggruppano intorno: chi domanda il nome dell’ospite sconosciuta,
e il come e il perché; chi vuol raccontare le meraviglie vedute…”
La madre li fa tacere con dolcezza, per non disturbare Lucia; e quando
giunge il marito, apparecchia per tutti. Ecco la bella famigliola intorno al desco, in
santa letizia, in una giornata solenne, e per la visita del Cardinale e per la
conversione del potente signore dei dintorni e per la liberazione miracolosa della
ragazza. Il bravo padre di famiglia, uomo letterato, non poteva restarsene zitto, e
“cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con grand’enfasi, in mezzo
all’interruzioni dei ragazzi, che mangiavano intorno alla tavola, e che in verità
avevano viste troppe cose straordinarie, per fare alla lunga la sola parte
d’ascoltatori”.
E infatti ora l’una ora l’altra chiacchierina interrompe l’oratore con domande
curiose o con esclamazioni ingenue; quindi è il fanciullo che vuol sapere “perché
piangevan tutti a quel modo, come bambini”; ma nemmeno lui riceve risposta,
essendo il padre tutto infervorato nel resoconto della cerimonia religiosa. A ogni
interruzione della figliolanza egli ripete il comando di stare zitti e attenti; tutto
preso dal suo racconto, non degna di risposta le ingenue domande dei bambini,
che considera fuori posto. Purtroppo noi adulti abbiamo la pessima abitudine di
ignorare o eludere o zittire le domande dei piccoli, che c’importunano perché
vogliono sapere; ancora oggi come nel secolo XVII, pur con tanto progresso della
pedagogia e della psicologia.
Ammiriamo, tra i figli del sarto, la disinvoltura della maggiore, che riceve
dal padre il delicato incarico di portare un po’ di mangiare alla povera vedova
Maria, affinché possa stare anche lei serena e lieta coi suoi figlioli, in quel giorno
così festivo. Possiamo star sicuri che la ragazzetta avrà compiuto la sua mansione
con molta grazia e in tutta segretezza, come appunto le era stato raccomandato:
“Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina. E
non dir niente, se incontri qualcheduno”.
In queste semplici parole del sarto aleggia lo spirito evangelico della carità
umile e segreta, l’unica accetta al Signore.
I simpatici figli del sarto ricompaiono nella scena del romanzo, al cap.
XXIX, precisamente un anno dopo l’episodio dianzi rievocato. Siamo al tempo
della calata delle truppe alemanne nel ducato di Milano, avvenuta nell’autunno del
1629. Don Abbondio, Perpetua e Agnese, diretti al castello dell’Innominato,
scelto come rifugio, si fermano per una breve tappa presso l’ospitale casa del
sarto, dove fanno insieme uno spuntino. In questa occasione però, con grande
nostra meraviglia, come figli del sarto ci vengono presentati due ragazzi e una
bambina e non, come la prima volta, due bambine e un ragazzetto. Una piccola

117
svista del pur oculatissimo don Lisander, che è vano cercar di spiegare, come fa
Manara Valgimigli, con ragioni di comodo; è una svista e basta, che ci fa quasi
piacere, perché è come un neo su un bel viso di donna, che gli dona un che di
civettuolo6.
E’ naturale che i ragazzi sono i più contenti dell’arrivo degli ospiti, che
attirano la loro viva curiosità: essi “s’eran messi con gran festa intorno ad Agnese
loro amica vecchia”; ma il padre non li vuole lì oziosi: devono darsi da fare anche
loro per fare un po’ d’onore ai forestieri. Perciò manda la bambina a diricciar
quattro castagne primaticce, là nella dispensa, mentre manda i maschietti
nell’orto, a cogliere delle pesche e dei fichi, dicendo loro con aria di amorevole
rimprovero:
“Già lo conoscete anche troppo quel mestiere”.
Infatti quei frugoli salivano spesso su quegli alberi di loro iniziativa, per
farsi delle scorpacciate di frutta. Questa bella famigliola di gente modesta è ben
diversa da quella principesca considerata nel capitolo precedente: questa è sana,
semplice e cristianamente affiatata, e ci mette davvero allegria come una bella
giornata di sole; quella è aduggiata dall’orgoglio e dall’egoismo, dall’avidità e dal
disamore, e ci rattrista come un fosco cielo piovoso.

25 - I GOVERNATORI DI MILANO
Don Gonzalo Fernandez de Cordova governava il Ducato di Milano, per
conto del re di Spagna Filippo IV, nel 1628, anno in cui ha inizio la storia
manzoniana, e lo governò sino al 22 agosto del 1629; il 29 dello stesso mese gli
successe il marchese Ambrogio Spìnola sia nel governo dello Stato sia nella
condotta della guerra per la conquista di Casale. Il Manzoni evidentemente non
compulsò tutti i documenti storici riguardanti i due governatori, per cui ci ha
lasciato un ritratto piuttosto sommario di essi, e specialmente di don Gonzalo,
definito da qualche critico “una vittima storica” del romanziere.
Stando alle risultanze degli studi di Fausto Nicolini, che esaminò non
soltanto i documenti milanesi, ma anche le relazioni e i dispacci diplomatici
esistenti negli archivi dei disciolti Stati italiani, don Gonzalo sarebbe stato un
uomo molto pio, di discreta cultura, di maniere gentili; e avrebbe intrapreso
l’assedio di Casale contro la propria volontà. Comunque stiano le cose dal punto
di vista storico, a noi ora interessa il personaggio creato dal Manzoni, il quale si
attenne soprattutto a quanto ne scrissero il Ripamonti e il Tadino.
Don Gonzalo compare la prima volta nel romanzo con la sua grida contro i
bravi, cui si accenna nel primo capitolo, e quindi nel capitolo terzo con un’altra
grida, posteriore di pochi giorni, contro i vari atti tirannici che si commettevano

6
Ma non sono lontano dal credere che il Manzoni abbia fatto a bella posta l’errore, nella sua
arguzia, per vedere quando i critici se ne sarebbero accorti. E se ne accorsero molto tempo dopo la
sua morte: incredibile!

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dai prepotenti contro i fedeli sudditi di Sua Maestà Cattolica, tra i quali viene
anche ricordato quello di impedire un matrimonio, minacciando il prete perché
“non faccia quello che è obbligato per l’ufficio suo”. E’ la famosa grida del 15
ottobre 1627, letta a Renzo dal dottor Azzecca-garbugli, la quale dette appunto al
nostro Autore, che la lesse in un’opera del Gioia, la prima idea del romanzo.
L’ironia manzoniana si esercita più volte su questo personaggio, di cui viene
posta in rilievo la stolta ambizione; quando infatti si accese la controversia per la
successione di Mantova, egli soffiò nel fuoco perché si venisse alle armi, poiché
dopo aver comandato una guerra in Fiandra, era “voglioso oltremodo di condurne
una in Italia”, evidentemente per emulare la gloria del “Gran Capitano”, suo
antenato e omonimo.
Ma rimase poi deluso degli eventi di quella guerra tanto agognata, sicché
“non ci trovava tutta quella soddisfazione che s’era immaginato”. Infatti il
Governo di Madrid gli lesinava i mezzi bellici, l’alleato Duca di Savoia, col quale
aveva concordato la spartizione del Monferrato, lo aiutava anche troppo, in
quanto, “dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella assegnata
al re di Spagna”. E don Gonzalo doveva ingozzare, per non urtare la suscettibilità
del Savoia, capacissimo di passare dalla parte opposta, se poco poco fosse stato
contrariato. E per accrescere l’amarezza del capitano spagnolo, quella maledetta
città di Casale non voleva arrendersi a nessun patto, e per le salde difese, e per i
pochi mezzi e i molti spropositi dell’assediante. Il Manzoni non si pronuncia sugli
errori strategici o tattici di don Gonzalo, ma osserva bonariamente che, se la cosa
fu realmente così, egli la trova “bellissima, se fu cagione che in quell’impresa sia
restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno e, ceteris paribus,
anche soltanto un po’ meno danneggiati i tegoli di Casale”.
L’Autore non risparmia la sua ironia contro coloro i quali, per il piacere di
far la guerra di conquista, non solo trascurano gli interessi dei sudditi, ma anche
procurano a questi sofferenze e pene inenarrabili. Don Gonzalo infatti aggravò la
carestia con le requisizioni militari e gli stanziamenti di truppe, che si
comportavano anche in territorio amico come in territorio nemico, tutto predando
e saccheggiando, tanto da costringere molti contadini ad abbandonare per sempre
i campi desolati.
In seguito, non avendo impedito il passaggio nel Milanese dell’esercito
alemanno, egli si rese responsabile dell’ingresso del contagio nel Ducato; eppure
era stata già a lui segnalata la presenza della peste nelle truppe imperiali.
“Don Gonzalo – osserva il Manzoni – pare che avesse una gran smania
d’acquistarsi un posto nella storia, la quale infatti non poté non occuparsi di lui”.
Ma non è certo un posto glorioso, tutt’altro! Allorché il Tadino, a nome del
Tribunale di Sanità, lo scongiurò di impedire la discesa nel Milanese delle bande
alemanne, nelle quali covava la peste, rispose “che non sapeva cosa farci; che i
motivi d’interesse e di riputazione, per i quali s’era mosso quell’esercito, pesavan
più che il pericolo rappresentato; che con tutto ciò si cercasse di riparare alla
meglio, e si sperasse nella Provvidenza”.

119
Il Manzoni, poeta della Provvidenza, non può approvare questo gratuito
appello all’intervento divino da parte di chi mancava ai suoi più elementari doveri
di governante; la Provvidenza non intervenne a raddrizzare la situazione
compromessa da don Gonzalo, e questi, “poco dopo quella risposta, se n’andò da
Milano; e la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione. Veniva rimosso per i
cattivi successi della guerra, della quale era stato il promotore e il capitano; e il
popolo lo incolpava della fame sofferta sotto il suo governo”.
Il giorno in cui lasciò la città, una gran massa di gente gli fece una
dimostrazione ostile, gridando: “la va via la carestia, va via il sangue dei poveri”.
Dalle grida, la folla inferocita passò ai fatti: una fitta sassaiola salutò la
carrozza sin fuori le mura.
Però dai documenti contemporanei risulta che don Gonzalo fece più di un
tentativo per impedire il passaggio dei lanzichenecchi nel Milanese; allo stesso
scopo si adoperò il suo successore Ambrogio Spìnola, il quale fu messo dinanzi al
fatto compiuto dal conte Rambaldo di Collalto, che il 10 settembre 1629 entrò nel
Ducato seguendo il corso dell’Adda e quindi la strada a oriente del lago di Como.
Colico fu il primo paese “che invasero quei demoni; si gettarono poi sopra
Bellano; di là entrarono e si sparsero nella Valsàssina, da dove sboccarono nel
territorio di Lecco”.
I poveri paesi attraversati erano letteralmente saccheggiati.
Il marchese Ambrogio Spìnola, genovese di nascita ma spagnolo d’elezione,
aveva militato al servizio della Spagna nelle guerre di Fiandra, acquistandosi fama
di abile generale; per questo fu mandato a sostituire don Gonzalo il 29 agosto
1629, poco prima della calata dei lanzi, per evitare la quale egli poté fare ben
poco. L’assedio di Casale non procedeva affatto bene per la Spagna, e lui fu
mandato soprattutto a “raddrizzar quella guerra e riparare agli errori di don
Gonzalo, e incidentemente, a governare”.
Per la corte di Madrid contava soprattutto la guerra, che bisognava vincere,
non la sorte di centinaia di migliaia di sudditi, che avrebbero dovuto essere
governati con sollecita giustizia ed essere preservati dalle calamità. Anche contro
lo Spìnola il Manzoni sfoga in punte ironiche il suo severo giudizio di condanna
contro i bellicisti, che non si preoccupano affatto delle sofferenze della povera
gente, e contro i governanti negligenti e boriosi, che mancano al proprio esplicito
dovere di provvedere al benessere dei sottoposti.
E vediamo come il nuovo Governatore si preoccupa della sorte dei cittadini
affidati alle sue cure. Il 14 novembre 1629 il medico Alessandro Tadino, con un
altro membro del Tribunale di Sanità, si presentò a lui, al quartier generale nei
pressi di Casale, per prospettargli la grave situazione del Ducato, a causa della
peste scoppiata in molti paesi toccati dall’esercito alemanno. I due delegati,
tornati a Milano dalla loro infruttuosa ambasceria, riferirono: “aver lui di tali
nuove provato molto dispiacere, mostratone un gran sentimento; ma i pensieri
della guerra esser più pressanti”. Praticamente, il Governatore dava solo delle
buone parole, senza muovere un dito a favore dei suoi amministrati alle prese col
contagio.

120
Ma i Milanesi fecero un altro tentativo per scuotere la sua apatia. Il 22
maggio 1630 il consiglio dei Decurioni (all’incirca il nostro Consiglio Comunale,
ma nominato dall’alto) inviò al campo due dei suoi membri più qualificati, “che
gli rappresentassero i guai e le strettezze della città” a causa della peste che ormai
infieriva dentro le mura e nel contado.
“Il governatore scrisse in risposta condoglianze, e nuove esortazioni:
dispiacergli di non poter trovarsi nella città, per impiegare ogni sua cura in
sollievo di quella; ma sperare che a tutto avrebbe supplito lo zelo di quei signori…
e sotto, un girigogolo, che voleva dire Ambrogio Spìnola, chiaro come le sue
promesse”. E per non essere più infastidito da simili ambascerie, cioè per lavarsi
del tutto le mani dei problemi cittadini, trasferì poco dopo il governo civile al gran
cancelliere Ferrèr, “avendo lui, come scrisse, da pensare alla guerra”.
Ma ci pensò ancora per poco; infatti morì entro quell’anno, “in quella stessa
guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul campo, ma in letto,
d’affanno e di struggimento, per rimproveri, torti, disgusti d’ogni specie ricevuti
da quelli a cui serviva”. Il giudizio dell’Autore non è storico, ma morale; egli
condanna anche questo governatore e per la sua mania di far la guerra e perché
non aveva fatto nulla per evitare il peggio, “quando la peste minacciava, invadeva
una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balia”.
Quest’ultima espressione getta una luce sinistra su tutto il governo spagnolo
in Italia, fondato sull’arbitrio e sullo sfruttamento; un governo che, come si disse,
a Palermo rosicchiava, a Napoli mangiava, a Milano divorava i beni degli Italiani.

26 - IL GRAN CANCELLIERE FERRER


Antonio Ferrèr, spagnolo, gran cancelliere del ducato di Milano, è un
vecchio burocrate, ma non del tutto privo di umanità; e su di lui il giudizio del
Manzoni è meno severo che contro i due governatori suoi superiori; anche
l’ironia, a suo riguardo, è meno mordente, quasi bonaria. Certo, egli commise un
errore madornale, foriero di tanti guai, col fissare al pane un prezzo molto
inferiore al reale, cioè a quello che scaturisce naturalmente dall’incontro fra
domanda e offerta. Le leggi economiche esigono che in tempo di carestia, essendo
la disponibilità di grano inferiore al fabbisogno, si ottenga un minore consumo di
pane rialzandone il prezzo, e così compensando anche i produttori del diminuito
introito. E’ una legge di mercato, utile quanto inevitabile, in un’economia libera e
sana: se la merce è poca, i prezzi salgono; e non li si può tener bassi
artificiosamente, con un intervento d’autorità. Ma il Ferrèr credette di poterlo fare:
“fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si fosse
comunemente venduto trentatré lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta. Fece
come una donna stata giovane, che pensasse di ringiovanire, alterando la sua fede
di battesimo”. La similitudine muliebre, col suo tono leggero, dimostra subito che

121
l’Autore è indulgente verso il Ferrèr, considerando il suo errore più un abbaglio
che una colpa.
Ci si potrebbe chiedere come mai il Gran Cancelliere, che pure non era un
incompetente, si inducesse a emanare una simile ordinanza, evidentemente
dissennata oltre che iniqua, in quanto imponeva ai fornai di lavorare in perdita. Io
penso che il Ferrèr fosse mosso soprattutto dal desiderio di popolarità: voleva, con
un provvedimento favorevole al popolo, cattivarsene la simpatia, la quale magari
poteva fruttargli la promozione a governatore, ora che l’astro di don Gonzalo
stava declinando per gl’insuccessi bellici. La popolarità l’ottenne, pronta e
clamorosa; ma quel suo provvedimento fu la causa, anche se indiretta, di gravi
tumulti.
Allorché quella “meta” da cuccagna diventò insostenibile, e i fornai
minacciavano di “gettar la pala nel forno, e andarsene”, il Ferrèr tenne duro,
volendo lasciare ad altri l’odiosità di revocare quello che lui aveva fissato: egli
evidentemente non poteva farlo senza esporsi, non solo al ridicolo, ma all’ira della
folla delusa, la quale infrange i suoi idoli con la stessa facilità con cui li innalza.
Dinanzi alla sua ostinazione, molto comprensibile, il Consiglio dei Decurioni
ricorse al Governatore il quale, com’era da aspettarsi, nominò una giunta (oggi
diremmo commissione) che fissasse al pane un prezzo equo, “da poterci campar
tanto una parte che l’altra”. La giunta, com’era da prevedersi, rincarò il pane, pur
sapendo che giocava una carta rischiosa; infatti, se i produttori, cioè i fornai,
furono soddisfatti, i consumatori, cioè la massa del popolo, andarono in bestia,
prendendosela soprattutto contro il Vicario di Provvisione, il quale era
considerato, a dritto o a torto, il responsabile e della penuria e del rincaro.
Questo magistrato infatti aveva la direzione dell’annona e quindi la cura
degli approvvigionamenti; se ci doveva essere un capro espiatorio, non poteva
esser che lui. Il favore popolare per il Ferrèr era rimasto intatto; ma il risentimento
della plebe delusa esplose in tumulti e saccheggi, non scevri di sangue, e l’odio
generale si appuntò contro lo sventurato Vicario. Il popolo inferocito assalì il suo
palazzo, per farne giustizia sommaria, quasi all’improvviso, sicché i suoi servi
fecero appena in tempo a sprangare il portone. Il comandante del castello di Porta
Giovia mandò un drappello di soldati, i quali si postarono a una certa distanza,
non osando affrontare la folla minacciosa. Mentre per il povero vicario sembrava
non ci fosse più alcuna speranza, perché il portone stava per cedere all’opera
furiosa dei guastatori, ecco intervenire il Gran Cancelliere: “veniva a spender bene
una popolarità male acquistata”. E’ vero che, come dice Dante, “di mal tolletto”
non si può “far buon lavoro”;7 tuttavia è sempre preferibile spendere bene ciò che
si è male acquistato, piuttosto che spenderlo male. Bisogna riconoscere che
Antonio Ferrèr mostra, nel suo intervento a favore del Vicario, il meglio delle sue
doti: tempestività, conoscenza degli uomini, un certo coraggio. Sì, dobbiamo
dargli atto del suo ardimento: gli poteva anche andar male, poiché col popolo
inferocito non si ragiona, né si possono prevedere le sue reazioni. Il Ferrèr

7
Par. V v.33

122
conosce la psicologia della folla, e sa come prenderla per cattivarsene la simpatia.
Si presenta ad essa senza alcuna scorta, nella sua solita carrozza, umile,
sorridente, fiducioso, accompagnato dal fedele cocchiere Pedro. La fiducia e
l’ardire del vecchio piace alla folla, o meglio a una parte di essa, perché gli
estremisti evidentemente non vedono di buon occhio il suo intervento; ma questi
via via perdono terreno davanti all’abile messinscena del Gran Cancelliere. Egli
gestisce e parla come un grande attore, recitando la sua parte in modo mirabile;
soprattutto sa trovare le parole che fanno piacere alla folla: pane e giustizia! Una
frase magica, che gli guadagna in breve il favore popolare. Egli si comporta con
abilità consumata: non dice che viene a liberare il Vicario, ma a imprigionarlo,
“per dargli il giusto castigo che si merita”. Ma a questa promessa aggiunge,
sottovoce e in spagnolo, per maggior sicurezza, la sua brava condizione: “si es
culpable”. Il popolo lo acclama con entusiasmo, contento che il Vicario sia portato
in prigione, che il pane torni a buon mercato, che i fornai sian fatti rigar diritto; il
Ferrèr ha vinto meritatamente la sua battaglia incruenta, illudendo la folla, anche
se forse in buona fede. A lui si attaglia la bella similitudine virgiliana del libro I
dell’Eneide (versi 148-153), che mi piace riportare:
Ac veluti magno in populo cum saepe coorta est
Seditio, saevitque animis ignobile vulgus,
Jamque faces et saxa volant, furor arma ministrat:
Tum pietate gravem ac meritis si forte virum quem
Conspexere, silent arrectisque auribus adstant ;
Ille regit dictis animos et pectora mulcet.8
Il celebre passo virgiliano mi sembra il miglior commento alla scena
rappresentata da questo vegliardo che ci sa fare, non c’è che dire; prudentemente
egli continua a imbonire la folla anche quando, ottenuto lo scopo, si allontana alla
svelta da quella bolgia, col Vicario ben rimpiattato nella sua carrozza. Assicura la
folla che il Vicario non scapperà, che sarà punito severamente, perché è un
birbante. Poi in spagnolo aggiunge all’acquattato compagno, per scusarsi:
“Esto lo digo por su bien… por ablandarlos”.
Antonio Ferrèr con questo abile e rischioso salvataggio riscatta la precedente
colpa, e ci riesce simpatico nel suo improvvisato debutto di attore. Come tale
rivela brio e senso dell’umorismo, accompagnato da intuito e da una notevole
carica umana; egli insomma è un tipo: come economista non vale niente, ma come
uomo ispira simpatia. E non smentisce il suo spirito neppure quando è ormai fuori
dal tumulto e dal pericolo. All’ufficiale spagnolo che, schierato il plotone, gli
presenta le armi, risponde ironicamente:
“beso a usted las manos”.

8
Come quando in un grande popolo è in atto
una ribellione, e l’ignobile volgo infierisce per odio,
e già si scagliano sassi e fiaccole, e il furore si serve di ogni arma;
allora se per caso vedono arrivare un uomo stimato per onestà e meriti,
fanno silenzio e lo ascoltano con orecchie intente;
egli richiama alla ragione gli scalmanati e li calma con dolcezza.

123
Il Gran Cancelliere non aveva davvero da lodarsi del comportamento di quel
reparto, rimasto pressoché inattivo mentre lui aveva dovuto affrontare inerme la
folla scalmanata; ma sa bene che un rimprovero non servirebbe a nulla, per cui
ricorre all’ironia, con cui mortifica quel poveretto più di qualsiasi rimbrotto. Un
commento adatto a questa situazione, come osserva argutamente il Manzoni,
sarebbe stata la famosa frase di Cicerone:
“Cedant arma togae”.(=le armi si inchinino alla diplomazia)
Una volta tanto la diplomazia aveva prevalso sulle armi, aveva vinto senza
spargimento di sangue; e il cristiano non può che rallegrarsene.

27 - IL VICARIO DI PROVVISIONE
E’ un personaggio storico, che il Manzoni ha lasciato anonimo per poterlo
rielaborare artisticamente, lasciando alla propria fantasia la più ampia libertà. Non
mi sembra però che ne abbia fatto una caricatura, come è sembrato ad alcuni, i
quali si sono presa la briga di compulsare i documenti di archivio, onde
“restituirgli quella dignità che aveva perduta nel colpo infertogli dalla
ricostruzione artistica del Manzoni”. (Cesare Angelini).
A me invece sembra che l’Autore ci abbia voluto dare, in lui, la
raffigurazione viva dell’uomo preso a un tratto dalla paura; non del vile, ma di chi
vede con terrore tutta una moltitudine inferocita che lo vuole morto, senza che lui
abbia nessuna colpa.
In circostanze simili a quelle in cui si trovò il nostro personaggio, anche il
più coraggioso sarebbe rimasto sconvolto, nella prospettiva di essere linciato
senza potersi minimamente difendere; solo un incosciente, credo, sarebbe potuto
rimanere impassibile. E’ vero che il Manzoni, nel narrare la vicenda del Vicario,
ci fa qualche volta sorridere con qualche battuta umoristica o con l’accentuazione
del grottesco di certe situazioni; ma lo fa non per costruire una macchietta
ridicola, ma per allentare la tensione drammatica dei fatti, obbedendo al fren
dell’arte. Però egli non prende in giro il personaggio, per il quale sente l’umano e
cristiano compatimento che si deve a chi è stato scelto come capro espiatorio di
colpe non sue; e gli stessi aggettivi (“sventurato, meschino”) che usa a suo
riguardo, mostrano il sentimento dell’Autore, per nulla canzonatorio, ma di
sincera pietà.
Storicamente il Vicario si chiamava Lodovico Melzi d’Eril, nobile e dottore
in giurisprudenza: un gran brav’uomo, stando a quanto risulta dalle memorie
contemporanee. Il mercante milanese, che incontriamo nell’osteria di Gorgonzola,
parla di lui con molto rispetto, definendolo “un signor dabbene, puntuale”. Il
giudizio del mercante potrebbe essere tacciato di partigianeria, in quanto egli gli
vendeva il panno per le livree della servitù; ma dai documenti sappiamo che il
Vicario era davvero un uomo dabbene. Eppure era inviso alla plebe; “in tempi di
fame e d’ignoranza”, osserva il Manzoni, era inevitabile che chi presiedeva

124
all’approvvigionamento dei viveri si attirasse l’inimicizia di coloro che non
riuscivano a sfamarsi.
L’odio contro il poveretto, latente da un pezzo nell’animo rozzo e
passionale del popolo, esplode improvviso tra la folla tumultuante, delusa ed
esasperata nel vedere il forno del Cordusio, sul quale aveva fatto assegnamento,
troppo ben difeso per tentarne l’assalto. In mezzo a quella massa furibonda, che
voleva sfogare contro qualcuno la sua ira, ecco che si leva un grido sciagurato:
“c’è qui vicino la casa del vicario di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare
il sacco”.
La folla urlante si muove subito al richiamo, come per una cosa decisa da un
pezzo, di cui a un tratto ci si ricorda. L’assalto è così subitaneo, che la servitù fa
appena in tempo a sprangare il portone.
“Lo sventurato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo agro e
stentato d’un desinare biascicato senza appetito, e senza pan fresco, e attendeva
con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca, lontano però dal
sospettare che dovesse cader così spaventosamente addosso a lui”.
Il meschino non sospetta di nulla, perché si sente la coscienza a posto: non è
lui il colpevole della penuria, e il prezzo del pane era stato rincarato non da lui
solo, ma da tutta una giunta, la quale del resto non aveva altra scelta. Appena
avvertito del pericolo, e che non si può più tentare una fuga all’esterno, corre in
soffitta e si rannicchia nel nascondiglio più sicuro, col cuore in gola e con
l’orecchio teso, “se mai il funesto rumore s’affievolisse”. Ma siccome lo sentiva
crescere sempre più, e gli giungevano i fieri urti al portone e le selvagge grida di
morte, “come fuor di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le
braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta… Del resto, quel
che facesse precisamente non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta
a indovinare. Fortuna che c’è avvezza”.
Non mi sembra neppur in questo passo che il Manzoni metta in ridicolo il
Vicario; egli ci dà una rappresentazione di icastica evidenza dell’uomo disperato,
smorzando infine la tensione con una sorridente battuta ironica, la quale però non
è diretta al povero infelice, ma agli storici immaginifici e fantasiosi.
Finalmente arriva Ferrèr a salvarlo, a liberarlo da quelle angosce mortali;
dopo un’attesa così spaventosa il pover’uomo, allo stremo delle forze, scende le
scale “mezzo strascicato e mezzo portato” dai suoi servitori, pallido come un
morto. Al vedere il suo salvatore si rianima un po’, e gli torna un po’ di sangue; lo
ringrazia con espressioni piene di smarrimento, ma non vili:
“Sono nelle mani di Dio e di vostra eccellenza. Ma come uscir di qui? Per
tutto c’è gente che mi vuol morto”.
Quando sguscia fuori dal portone, per raggiungere la carrozza lì davanti, si
fa piccino piccino, “rannicchiato, attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un
bambino alla sottana della mamma”. Anche se gli attributi usati dall’Autore sono
un po’ troppo insistenti, scoprendo l’intenzione lievemente umoristica, a me
sembra che l’atto del Vicario sia istintivo nella sua naturalezza, e la similitudine
non toglie affatto dignità al personaggio: in certe circostanze ridiventiamo tutti

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come bambini, bisognosi della mamma, desiderosi di aggrapparci ancora alla sua
gonna fidata.
Nella carrozza il poverino entra per primo, “e vi si rimpiatta in un angolo”;
anche questo è un gesto naturale, imposto dalla più elementare prudenza: se non si
fosse nascosto, sarebbe stato un incosciente, che sfidando la folla ostile avrebbe
messo a gran repentaglio, con la sua, anche l’incolumità del suo liberatore.
La cosa era tanto importante per il successo del salvataggio, che lo stesso
Ferrèr, “appena seduto, s’era chinato per avvertire il vicario, che stesse ben
rincantucciato nel fondo, e non si lasciasse vedere, per l’amor del cielo; ma
l’avvertimento era superfluo”. Anche qui, nella chiusa, la battuta ci fa sorridere
per la fine arguzia; ma lo scrittore non intende affatto ridere di chi sta sulle spine:
tutt’altro!
Solamente quando il pericolo è ormai passato, e la carrozza corre sicura
verso il Castello, il Vicario può tirarsi su, dietro invito del Gran Cancelliere;
allora, “rassicurato dal cessar delle grida,e dal rapido moto della carrozza, e da
quelle parole, si svolse, si sgroppò, s’alzò”. Anche qui la compiacenza verbale di
quei tre verbi denota la leggera intenzione umoristica dell’Autore; e anche noi
sorridiamo alquanto nel vedere il nobile personaggio sgomitolarsi dal fondo del
sedile, dove era rimasto fino allora tutto aggomitolato, trattenendo finanche il
respiro. Ma se la situazione è tragicomica, il gesto del Vicario è naturalissimo, e
nel Manzoni non c’è irrisione per l’uomo, ma solo il sorridente compiacimento
per la fine di un incubo, che aveva costretto il “qualificato personaggio” a
comportarsi come un bambino o come un comunissimo mortale.
Forse l’unica battuta veramente ironica di tutta questa scena la troviamo alla
fine dell’episodio, laddove il Manzoni, dopo aver detto che il Vicario era deciso a
dimettersi, per andare “a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l’eremita”,
aggiunge allusivamente, con malizioso candore:
“Che avvenisse poi di questo suo proponimento, non lo dice il nostro
autore”.
Tra le righe possiamo comprendere che non ne fu niente: passata la paura,
tornata la forza nelle mani delle autorità, cessato ogni pericolo, il pio proposito
svanisce, l’ardore anacoretico viene dimenticato. E’ una battuta maliziosetta, ma
anche una grande verità: nella tempesta s’invoca Dio e si propone di cambiare
vita; tornata la bonaccia, si torna pigramente alla vita di sempre.
Il Vicario, come ce lo presenta il Manzoni, non è una macchietta ma un caso
umano, trattato con indulgente comprensione, talora con fine arguzia, ma sempre
con sano realismo.
A questo riguardo possiamo aggiungere che il Manzoni aveva assistito in
Milano, il 20 aprile 1814, all’assassinio di Giuseppe Prina, ministro delle Finanze
del Governo Vicereale francese, capro espiatorio delle miserande condizioni in
cui la città trovavasi a causa delle requisizioni e spietate esazioni ordinate da
Napoleone. Anche il Prina, come il Vicario di provvisione, fu assalito nel suo
palazzo, ma purtroppo non fu soccorso da nessuno del Governo, per cui fu preso e
poi orrendamente linciato in mezzo alla strada a furor di popolo, che sfogò contro

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di lui l’odio accumulato in tanti anni contro le vessazioni di ogni genere patite dal
dominio straniero.
L’Autore abitava non lontano dalla casa del Prina, e quel giorno ebbe forse
anche lui a temere per sé e la propria famiglia, perché la folla inferocita non
ragiona, non distingue, e può essere da qualunque facinoroso facilmente spinta
alla devastazione e al saccheggio, anche senza altra motivazione che quella di
menar le mani e far bottino.

28 - IL CAPITANO DI GIUSTIZIA
Il signor Capitano di Giustizia, che ha invero nel romanzo una piccola parte,
si chiamava storicamente Giambattista Visconti; sembra che fosse un uomo
mediocre, ma di carattere bonario, in contrasto con la sua carica poliziesca. Il
Manzoni però costruisce il suo personaggio tutto in chiave umoristica e talora
ironica, in quanto egli non credeva affatto a quella finzione di giustizia, instaurata
dagli Spagnoli in Italia per mezzo della tortura e della forca.
All’inizio del tumulto dell’11 novembre 1628, giorno di San Martino, il
Capitano sguinzaglia subito i suoi scagnozzi, per appurare i caporioni e i più
facinorosi, da arrestare poi a cose calme; ma i bargelli, travestiti o no, invece di
dare la caccia ai veri delinquenti, se la prendevano, per evitare ogni rischio, coi
poveri diavoli tipo Renzo, ai quali poi avrebbero fatto confessare, coi tratti di
corda, tutti i reati possibili e immaginabili. E allorché i miserabili corpi sarebbero
penzolati dai capestri, la Giustizia poteva vantarsi di aver fatto il suo dovere a
salvaguardia del civile consorzio!
L’Autore che, per scrivere la “Storia della colonna infame”, aveva
diligentemente studiato i procedimenti vigenti a Milano nel Seicento, non
nasconde il suo disprezzo per i ministri di una simile giustizia, specie per quelli
che, pur di riempire le prigioni e di rizzare le forche, se la prendevano con la
povera gente sprovveduta e indifesa, lasciando indenne la nobiltà prepotente, che
si permetteva ogni illegalità.
Quando viene sollecitato il suo soccorso al “forno delle grucce”, il Capitano
ci si reca con una scorta di alabardieri, credendo di poter facilmente ridurre alla
ragione quegli scalmanati col solo apparato della forza pubblica; allorché si
accorge che la forza, nella fattispecie, non è precisamente dalla sua parte, cambia
registro e tenta di mandare in pace, con delle buone parole, quella folla risoluta a
conquistarsi il pane.
Depone perciò il cipiglio militaresco, e s’improvvisa predicatore da pulpito:
“Ma figlioli… Dov’è il timor di Dio?... ma andate a casa. Da bravi! Che
diamine volete far qui?... Niente di bene, né per l’anima, né per il corpo”.
Ma vedendo che il suo sermone non sortiva alcun effetto, e neppure era
udito, per il chiasso infernale, se non dai più vicini, i quali spinti dalla massa lo

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stringevano in modo da togliergli il respiro, pensò di salir sopra, per predicare più
a suo agio, da una finestra, come da un pergamo.
Entra perciò nel forno e, salito al primo piano, si affaccia per riprendere la
sua predica:
“Figliuoli… Perdono generale per chi torna subito a casa… Giudizio,
figliuoli! Badate bene! Siete ancora a tempo… Eh! Eh! Smettete con quei ferri;
giù quelle mani. Vergogna! Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in
tutto il mondo!... siete sempre stati buoni fi… Ah canaglia!”
Uno di quei buoni figlioli, forse infastidito dalla predica, lo aveva colpito in
fronte con un sasso, che lo fece ritirare precipitosamente e desistere
definitivamente dal regalare parole a chi chiedeva pane. In breve il forno viene
invaso, e il Capitano e gli alabardieri riparano in soffitta e si acquattano nei
nascondigli. Buon per loro che i tumultuanti, in vista del bottino, si dimenticano
dei loro propositi di vendetta per i due morti che avevano avuto; ma la paura degli
assediati fu tale, che alcuni, “uscendo per gli abbaini, andavano su pe’ tetti, come i
gatti”.
Il popolo, quello vero, è generoso: non vuole sangue, ma solo pane e
giustizia.
Allorché l’oste della “luna piena” si reca al Palazzo di Giustizia, a fare la sua
deposizione contro Renzo, vi trova il Capitano indaffarato a dare ordini, a
mandare presidi, a sguinzagliare i suoi migliori bracchi, onde metter le mani su
qualche “reo buon uomo”, sul quale poter sfogare il suo livore contro i
tumultuanti.
“Ognuno può pensare – osserva argutamente il Manzoni – che sentimenti
avesse per le sollevazioni e per i sollevati, con una pezzetta d’acqua vulneraria sur
uno degli organi della profondità metafisica”.
Con una pezzuola imbevuta di acqua disinfettante sulla ferita della fronte, ,
ha ripreso il suo solito cipiglio, con in più un desiderio di rivalsa su qualcuno, non
importa se reo o innocente. Dopo l’amara esperienza, il Capitano non ha più
nessuna voglia di fare il predicatore; ora non parla più di “buoni figlioli” e di
“perdono generale”, ma ha ripreso il suo ruolo e ha spiegato le sue forze per
“assicurare la forza nelle mani solite a adoperarla”. E le mani solite erano le sue,
fino a prova contraria.
E’ passato il suo momento di debolezza, che lo aveva fatto apparire quasi
ridicolo, con quella pretesa di mandare in pace degli affamati con delle belle
parole.
Ora si sente forte: i suoi segugi, in parte travestiti, stanno seguendo le piste
della selvaggina inerme, che ormai non ha più scampo; egli fiuta già l’abbondante
preda, e sente meno il bruciore della ferita alla testa, che verrà ripagata a usura sui
tristi che saranno acciuffati e sottoposti alla tortura “per processo informativo”.
Infatti il disdoro di quella ferita fu lavato con l’impiccagione di quattro
presunti caporioni della sedizione; tra essi doveva figurare anche il nostro Renzo,
il capo dei capi, il quale aveva piantato in asso i suoi birri nel bel mezzo di
Milano. Egli la rivuole a ogni costo, quella preda; e per riprenderla nel suo covo,

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manda un corriere espresso al podestà di Lecco, con l’ordine di arrestarlo e legarlo
a dovere, cioè “con buone manette, attesa l’esperimentata insufficienza de’
manichini per il nominato soggetto.”
Ma Renzo, per fortuna, non è stato tanto sciocco da tornare a casa sua, ed è
quindi al sicuro dalla caccia di questo velleitario Capitano di Giustizia, contro il
quale si appunta giustamente l’ironia dell’Autore, non come persona, ma come
rappresentante della legale ingiustizia di quei tempi calamitosi, la quale, lasciando
in pace i veri delinquenti, mandava di tanto in tanto al patibolo qualche presunta
strega, qualche “reo buon uomo”, al solo scopo di mantenere alto il suo prestigio
di inflessibile tutrice dell’ordine e della legalità.

29 - IL PODESTA’ DI LECCO
I ricercatori minuziosi hanno trovato che il podestà di Lecco, al tempo dei
promessi sposi, era un tal Giovanni Garcia, dottore “in utroque iure”;
naturalmente, se il Manzoni lo ha lasciato anonimo, lo ha fatto per concedere la
più ampia libertà alla propria fantasia. Il personaggio che ne risulta, piuttosto
ridicolo per i suoi esagerati entusiasmi filospagnoli, è tra le figure minori del
romanzo meglio caratterizzate. Il Podestà non è un nobile, ma ricopre una carica
importante nell’amministrazione locale, e per di più ha al suo comando un certo
numero di birri; quindi si ritiene persona rispettabile anche da parte dei nobili, e in
certo qual modo anche temibile.
Don Rodrigo, se vuole che egli chiuda un occhio sulle sue malefatte, se lo
deve tenere amico, invitandolo spesso a pranzo e inviandogli dei presenti, e
soprattutto lo deve tenere in conto, non permettendo per esempio che il cugino
Attilio gli manchi di riguardo. Inoltre è dottore in Giurisprudenza, e considera il
suo titolo accademico come un blasone di tutto rispetto anche per i nobili, che non
hanno lauree; e per la sua conoscenza del diritto pretende di aver ragione su di
essi, se non altro nelle discussioni accademiche e negli sterili agoni verbali;
perché nella pratica era sempre a compiacere la nobiltà ricca e potente, purché lo
trattasse da amico. Invano i poveri diseredati speravano di trovare una difesa nel
suo “utroque iure” contro la prepotenza dei nobili; lui era un borghese, ma si era
inserito nel sistema della classe dominante e, fatto oggetto di qualche attenzione,
ci si sentiva a suo agio.
Le principali caratteristiche di questo personaggio sono la boria della carica
e la doppiezza. Egli ha un alto concetto della sua cultura giuridica, è un difensore
del diritto e della legge, in teoria; per cui non cede al conte Attilio, assertore delle
bastonate per gli ignobili e della giustizia sommaria per gli speculatori,
opponendo l’esigenza di “buoni processi”. Esigenza rispettabilissima, se i “buoni
processi” non avessero rappresentato la più flagrante violazione della giustizia e
della dignità umana. Il Podestà è orgoglioso della sua amicizia col signor
Castellano spagnolo, comandante di quei bravi soldati del presidio di Lecco, “che

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insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di
tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate,
non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire ai
contadini le fatiche della vendemmia”.
Secondo il Podestà, il Castellano è informatissimo in ogni campo, politico
militare diplomatico, per essere figlio di un favorito del Primo Ministro di Spagna.
Per questi, il famoso Conte Duca, il nostro Podestà ha poi una vera e propria
venerazione, entusiastica sino al fanatismo: davanti a lui il Cardinale di Richelieu
è una vera nullità! L’infatuazione per il Conte Duca gli fa dire le più grandi
sciocchezze:
“Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale, a voler cozzare con un conte
duca, con un Olivares… Il conte duca… è una volpe vecchia… che farebbe perder
la traccia a chi si sia: e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a
sinistra; ond’è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli
stessi che devon metterli in esecuzione… non ne capiscon niente”.
Il Podestà vuol farci ridere di “quel pover’uomo del cardinale di Riciliù”
(pronuncia spagnola) che “tenta di qua, fiuta di là, suda, s’ingegna”, e non
approda a nulla; ma ridicolo è proprio lui che, mentre crede di esaltare la grande
abilità dell’Olivares, ne mette in risalto la grande ingenuità e inettitudine. Infatti,
se si può esser certi che, quand’egli accenna a destra, colpirà a sinistra, dov’è mai
la sorpresa? E se gli esecutori dei suoi ordini non ne capiscon niente, come
potranno eseguirli bene? La logica non è davvero il forte del nostro Podestà,
almeno quando vuole lodare a ogni costo.
Abbiamo già parlato, parlando del conte Attilio, della disputa dibattuta tra i
due a proposito di certe bastonate, date da un cavaliere milanese al messo di un
nobile spagnolo, portatore di un cartello di sfida. Il Podestà, difensore a parole del
diritto, stigmatizza l’operato del bastonatore, “giacché il messaggero è di sua
natura inviolabile, per diritto delle genti”.
Indubbiamente ha ragione; ma questo pugnace difensore del diritto teorico,
questo strenuo campione della giustizia in astratto, era purtroppo “sempre sordo e
cieco e muto sui fatti di quel tiranno”, cioè sulle prodezze di don Rodrigo, che lo
intrattiene amichevolmente per averlo connivente alle sue prepotenze. Però il
signorotto deve avere dei riguardi verso di lui, cercando di non metterlo in
imbarazzo, salvando almeno le apparenze; perché lui ci tiene a far rispettare la
legge, formalmente! Per questo, dopo il tentato ratto di Lucia, don Rodrigo fa
ordinare al console del villaggio di non fare alcuna denuncia al Podestà circa
l’accaduto, se ci tiene a morire di vecchiaia.
Don Attilio parla del Podestà sempre con aria di sufficienza, che tradisce il
disprezzo del nobile per il borghesuccio saccente e causidico; ma quando vuole
irritare il cugino, per divertirsi alle sue spalle, accenna alla pignoleria del
burocrate e al puntiglio del leguleio:
“Codesto vostro podestà, gran caparbio, gran testa vuota, gran seccatore
d’un podestà… è poi un galantuomo, un uomo che sa il suo dovere; e appunto
quando s’ha che fare con persone tali, bisogna aver più riguardo di non metterle in

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impicci. Se un mascalzone di console fa una deposizione, il podestà, per quanto
sia ben intenzionato, bisogna pure che…”
A questa prospettiva poco gradita don Rodrigo va appunto in bestia, com’era
nell’intenzione d’Attilio, e gli risponde stizzito:
“Ma voi, voi guastate le mie faccende, con quel vostro contraddirgli in tutto,
e dargli sulla voce, e canzonarlo anche, all’occorrenza”.
Allora sì che il Conte scoppia in una saporita risata alle spalle di tutt’e due,
del pavido cugino e del funzionario presuntuoso:
“Sapete, che comincio a credere che abbiate un po’ di paura? Mi prendete
sul serio anche il podestà… Alla fin dei conti, ha più bisogno lui della nostra
protezione, che voi della sua condiscendenza”.
Quel cinico di Attilio coglie l’essenza del rapporto di convenienza tra i due:
don Rodrigo sta al Podestà, come la protezione del nobile sta alla condiscendenza
del leguleio.
Don Attilio ha ragione: il podestà si appoggia ai nobili, li spalleggia contro
la povera gente; e quando il prestigio di don Rodrigo declina, dopo la liberazione
di Lucia, anche il Podestà è coinvolto nello smacco: il popolo, che è al corrente
del suo favoritismo verso il signorotto, non si tiene dal rosolarlo ben bene, ma alla
lontana, perché, come don Rodrigo ha i suoi bravi, così il Podestà tiene ai propri
ordini un manipolo di birri, non meno perniciosi dei bravi.
Allorché, come un inappellabile giudizio di Dio, giunge la peste a riportare
gli uomini su un piano di uguaglianza, non ci sono più né i birri né le amicizie
potenti né le trappole legali che possano salvare il Podestà dal contagio; nessun
rimpianto da parte nostra, nel vedere la grande giustiziera spazzar via dalla scena
del mondo questo funzionario presuntuoso e saccente, profondamente ligio
all’arbitrio nobiliare.

30 - IL DOTTOR AZZECCA-GARBUGLI
Il soprannome di questo indegno avvocato è come un ritratto morale; il
nomignolo affibbiatogli dal popolo, quasi sempre giudice acuto, lo denuncia
apertamente come avvocato imbroglione.
La prima presentazione di lui ci viene fatta da Agnese nel capitolo III del
romanzo, dove consiglia a Renzo di andare a Lecco, a cercare “di quel dottore
alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia…
quello è una cima d’uomo!”
La donna, per questo giudizio entusiastico, evidentemente si basava su
alcuni ben noti successi dell’avvocato, ottenuti con gli imbrogli o con la
protezione dei nobili, per cui qualcuno, che prima “era più impicciato che un
pulcin nella stoppa”, si era potuto salvare mercè il suo patrocinio.
Lo studio del dottore, sulla cui descrizione il Manzoni indugia con fine
intendimento, ci dà un’idea precisa di quest’uomo, ormai nella fase discendente

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della carriera come della vita: dappertutto polvere e disordine, vecchiume e
abbandono. Evidentemente è un uomo che si è lasciato andare; e non è difficile
intuire che la causa principale di questa decadenza e senilità precoce è l’eccessivo
amore di Bacco, come testimonia il naso, che sembra un bel peperone rosso.
Le abbondanti libagioni lo hanno fatto diventare trascurato anche nella
persona e nel vestiario; si presenta a Renzo, che è andato a chiedergli un parere,
“in veste da camera, cioè coperto d’una toga ormai consunta, che gli aveva
servito, molt’anni addietro, per perorare, ne’ giorni d’apparato, quando andava a
Milano, per qualche causa d’importanza”.
Ora a Milano non va più, perché non ha cause importanti da trattare; si
accontenta di dare consigli alla gente impicciata con la legge, ricevendo in
compenso magari dei capponi o un panierino di uova; e per difendere i suoi clienti
si basa non tanto sulle gride quanto sulla protezione dei nobili, al cui carro è
aggiogato, i quali per parte loro non mancano d’invitarlo ai loro pranzi. Le gride
gli servono, qualche volta, per mettere nei pasticci gli avversari dei suoi clienti, o
per rovinare le persone invise ai suoi nobili protettori.
L’abuso del vino gli ha ormai indebolita la memoria e tolta la lucidità
mentale, ma non ha intaccato la sua abilità di spillare denaro dai clienti, che sa
accogliere affabilmente, quando vede che non sono venuti a mani vuote. Affinché
il cliente sia più disposto a spendere, astutamente fa apparire il caso prospettatogli
più grave e complicato di quanto sia in realtà, e la cosa gli riesce tanto più
facilmente quanto più la gente è ignorante e sprovveduta. Come intuito e
intelligenza lascia molto a desiderare; con Renzo fraintende addirittura la
questione, credendolo reo di aver fatto lui la prepotenza al parroco. Subodora
subito un caso per lui lucroso, basandosi sul presente dei quattro capponi,
compenso abbastanza opimo per un semplice consiglio; perciò si mette a
lumeggiare la gravità delle sanzioni, allo scopo di impressionare il suo
interlocutore e fargli allargare il cordone della borsa:
“Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l’animo di fare, in
un’occasione… ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso
persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’
di spesa, intendiamoci… D’ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il
vostro caso è serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro… Io vi parlo da amico: le
scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità…”
Insiste sulla necessità di essere sinceri col proprio avvocato, perché gli
sembra che Renzo gli nasconda qualche cosa, mentre è lui che ha frainteso:
“Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice bugie al dottore,
vedete figliolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna
raccontar le cose chiare: a noi tocca poi imbrogliarle”.
Il nostro mozzorecchi è abbastanza esplicito: vi difenderò a patto che non
abbiate offeso un nobile o un ricco o un potente, e a condizione che siate disposto
a spendere molto per infischiarvi della giustizia. E’ convinto che Renzo sia uno
della mala genìa dei bravi, che per precauzione si sia fatto tagliare il ciuffo; in
questo caso avrà avuto come mandante un nobile o un potente, interessato a

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proteggerlo, perché, “salvando sé, salverà anche” il mandatario, e naturalmente
l’avvocato andrà da lui, “ad implorar la sua protezione, per un povero giovane
calunniato”.
Forse ha intuito che il mandante è stato don Rodrigo, cui è devoto. In questo
caso tutto sarà più facile e più lucroso: difendendo il cliente, renderà un servigio
anche al signorotto, il quale non lesinerà una gratifica straordinaria per chi si
dimostra così premuroso del suo onore.
Immaginate come rimane, quando capisce che dovrebbe agire legalmente,
per difendere un villano, contro il nobile suo protettore! proprio contro don
Rodrigo!
La cosa gli sembra addirittura mostruosa, e la sua reazione è immediata e
violenta; l’affabilità untuosa e ipocrita si muta in stizza:
“Eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi
discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un
galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite”.
E così caccia in malo modo il povero Renzo, il quale si domanda smarrito
che cosa possa aver detto o fatto di tanto grave, da meritare quell’affronto; e deve
riprendersi melanconicamente i quattro capponi, che l’infuriato dottore gli fa
restituire con disprezzo, e quasi con ribrezzo, quasi gli contaminassero la casa.
Come poteva Renzo immaginare che l’avvocato, il quale avrebbe dovuto
difenderlo contro don Rodrigo, doveva pranzare in casa di costui proprio il giorno
dopo? Naturalmente, per acquistare maggior grazia presso di lui, il “signor dottor
riverito” avrà messo al corrente il signorotto della bella pretesa di quello
scalzacane, e del modo spiccio con cui lo aveva messo alla porta.
Ma per conoscere meglio la servilità di quest’uomo, entriamo nel palazzotto
di don Rodrigo, e diamo uno sguardo discreto alla sala del convito. Gli ospiti di
riguardo sono, con don Attilio, il Podestà e il nostro dottore. Il primo sedeva “con
gran rispetto, temperato però d’una certa sicurezza, e d’una certa saccenteria”,
perché aveva una carica importante e godeva della considerazione del Castellano
spagnolo; cose di cui non poteva vantarsi l’avvocato pitocco, il quale si mostra
tutto umile.
“In faccia al podestà, in atto d’un rispetto il più puro, il più sviscerato,
sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli, in cappa nera, e col naso più rubicondo
del solito”.
Egli parla poco, mangia però molto, bevendo ancor di più; gustando le
squisitezze luculliane della ricca mensa, atteggia il viso a un grato sorriso. Adula
tutti: i nobili perché sono ricchi e hanno al loro comando una masnada di bravi, il
Podestà perché è un rappresentante del Governo, e può disporre dei birri; lui può
disporre solo delle sue chiacchiere, ma le sa far fruttare bene. Cerca accortamente
di dar ragione a tutti, magari con funambolismi verbali, perché ha bisogno di
molti inviti a pranzo, da parte di chiunque possa imbandire una mensa opima. Ora
che è in piena decadenza professionale, non ambisce più a vincere cause, “con la
sua buona tabella”, ma solo a scroccare pranzi.

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A questo scopo deve compiacere tutti; se proprio non può dare ragione a
tutti, cerca almeno di non dare torto a nessuno. Don Rodrigo, per metterlo
scherzosamente alla prova, lo invita a difendere il padre Cristoforo, il quale aveva
osato proporre l’abolizione delle sfide e delle bastonate:
“Animo, dottore, animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo.
Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo”.
All’invito dell’anfitrione il nostro cavalocchi non si tira indietro; e abbozza
la sua apologia, “tenendo brandita in aria la forchetta”, che certo sapeva adoperare
meglio della penna.
Egli sta con i nobili, ma non al punto da prender posizione contro il Podestà,
il quale ha anche lui un mezzo per nuocere, la forza legale; e il conte Attilio cerca
invano di smuoverlo da questa neutralità di comodo:
“E lei, signor dottor riverito, in vece di farmi dei sogghigni, per farmi capire
ch’è del mio parere, perché non sostiene le mie ragioni…?”
L’avvocato, sorpreso dall’invito, risponde un po’ imbarazzato, ma riesce
ugualmente a eludere la richiesta, dicendosi lieto di assistere a quella “dotta
disputa… che ha dato occasione a una guerra d’ingegni così graziosa”.
Incensando le due parti in lotta, evita di prender posizione; le sue lodi vanno e al
nobile e al funzionario, equamente, perché ha bisogno di ambedue.
Ma non si tira davvero indietro, quando si tratta di fare un brindisi al Conte
Duca o d’inneggiare alla sontuosità dei banchetti di don Rodrigo, che “vincono le
cene d’Eliogabalo”; allora, oltremodo lusingato dall’invito, si accinge alla
meritoria impresa animosamente, tirando “fuor del bicchiere un naso più
vermiglio e più lucente di quello”, e sfodera la sua enfatica e trionfa retorica, per
osannare alla magnificenza di quel palazzo, “dove siede e regna la splendidezza”.
E di questa splendidezza lui è ben felice di godere i favori, che ha meritato col suo
servilismo.
Dopo questo brindisi reboante e adulatorio, il nostro personaggio scompare
quasi completamente dalla scena del romanzo, che gli riserva in seguito solo
qualche cenno. Allorché il prestigio di don Rodrigo subì il tremendo colpo della
liberazione di Lucia, in seguito alla conversione dell’Innominato, anche la
rispettabilità dell’Azzecca-garbugli cadde in basso loco; e la gente con lui non
aveva alcun riguardo, perché non aveva né bravi né birri, con cui far paura, ma
solo vuote “chiacchiere e cabale”.
Fu perciò mostrato a dito e guardato con occhi torvi, la povera paglietta,
sicché pensò bene di non farsi vedere in giro, per qualche tempo, per non subire
più cocenti umiliazioni. La scopa della peste, a suo tempo, spazzerà via anche
questa paglietta senza dignità, difensore a oltranza della nobiltà prepotente che
graziosamente lo foraggiava, per averne la servile e compiacente adulazione.
Nessun rimpianto in noi lettori per la misera fine di questo causidico scroccone,
venduto alla causa nobiliare e comunque al diritto del più forte, in barba al diritto
di cui si professa cultore. Le leggi a lui servono solo come mezzo per spillar
danaro; per questo esse sono ambivalenti: “a saper ben maneggiare le gride,
nessuno è reo, e nessuno è innocente”.

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Bella filosofia del diritto! Iddio ci guardi da simili legulei, il cui seme
pernicioso credo continui a germogliare ancor oggi.

31 - IL CONSOLE DEL VILLAGGIO


Nonostante il nome pomposo, il console è un semplice delegato podestarile
nel villaggio: un contadino un po’ più evoluto, incaricato di rappresentare
l’autorità tra i suoi compaesani, insomma una specie di tratto d’unione tra la
comunità contadina e il podestà cittadino. Lo troviamo che accorre, insieme agli
altri, ai rintocchi della campana a martello; ma si vede subito che non ha alcuna
voglia di esporsi, di prendere l’iniziativa di fronte al pericolo; solo quando è
chiamato a gran voce, esce fuori dalla massa anonima:
“Son qui; ma bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire”.
I suoi ordini però non sono di battaglia; mirano piuttosto a guadagnar tempo,
nella speranza che la situazione si risolva da sé: il sagrestano riprenda a sonare la
sua campana, così si radunerà più gente; e “uno corra a Lecco a cercar soccorso”.
Balza agli occhi che è uno sprovveduto, che non ha né abitudine né
attitudine al comando; altrimenti non direbbe: “uno corra a Lecco a cercar
soccorso”, ma piuttosto: tu, Sempronio, corri al Comando dei birri, a nome mio, e
di’ che vengano subito ad aiutarci. Possiamo essere sicuri che, con quell’ordine
così in aria, nessuno si mosse per andare a Lecco, perché a nessuno pungeva
vaghezza d’andarsi a cacciare nei guai per un comando impersonale.
E nemmeno al console pungeva vaghezza di mettersi alla testa di quella
truppa disordinata, armata solo di forconi, per marciare contro un drappello di
bravi o di banditi armati sino ai denti. Sicché quando un fifone astuto, che seppe
restare anonimo, “gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s’eran messe
in salvo in una casa”, non chiese di meglio, e pago della notizia se ne tornò a casa
sua. O è un vile o non ci sa fare, o tutt’e due le cose insieme. La mattina dopo poi,
mentre stava vangando nel suo campo, ripensando ai misteriosi fatti della notte, e
si chiedeva non cosa gli toccasse fare, ma cosa gli convenisse meglio per il suo
quieto vivere, la soluzione dei suoi dubbi gli venne come per incanto. Infatti fu
avvicinato da due bravi di don Rodrigo, “uomini d’assai gagliarda presenza,
chiomati come due re dei Franchi della prima razza”, i quali con fare poco
cerimonioso gl’intimarono di non fare alcuna deposizione sui fatti della notte, “di
non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non
fomentar le ciarle dei villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di
malattia”.
Che poteva fare il povero console, se non obbedire? Si sottomette alla forza
senza alcun dramma interiore; ma la sua acquiescenza è scusata dalla sua
debolezza: se tutti, a cominciare dalle autorità di Milano, erano conniventi con i
nobili ricchi e potenti, che poteva fare lui contro di loro? Anche se fosse stato un
eroe o un martire, non avrebbe combinato un granché, essendo lui l’ultima rotella

135
del gran carro governativo; ma lui non si sentiva la vocazione né per l’eroismo né
per il martirio, e quindi lasciava andare le cose per il loro verso. Voleva almeno
conservare la speranza di morire di vecchiaia o, al peggio, di malattia; non gli
sorrideva l’idea di morire fulminato da una schioppettata.
Certo, date le circostanze, non potremmo condannarlo: anche lui ricevette
l’ordine da don Rodrigo, come don Abbondio, e obbedì come il curato; ma la
colpa è ben diversa, sia in sé sia nelle conseguenze.
Quella del console è veniale.

32 - IL BARGELLO TRAVESTITO
Il bargello che denuncia Renzo, quel sedicente “Ambrogio Fusella, di
professione spadaio, con moglie e quattro figliuoli”, ci riesce francamente odioso,
non perché faccia il birro o perché vada in giro travestito, ma perché invece di
dare la caccia ai veri facinorosi, se la prende con la povera gente inoffensiva. Egli
viene sguinzagliato, con altri segugi, sin dall’inizio del tumulto, col compito di
cogliere sul fatto qualcheduno da potersi riconoscere, per arrestarlo poi a cose
quiete. E vediamo come l’amico interpreta e attua il suo mandato.
“Sentite quattro parole di quella predica di Renzo, colui gli aveva fatto
subito assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon uomo, proprio quel che
ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del paese, aveva tentato il colpo maestro
di condurlo caldo caldo alle carceri, come alla locanda più sicura della città, ma
gli andò fallito”.
Non mollò per questo insuccesso il suo uomo, ma gli si mise al fianco come
compagno e quasi come amico, e non lo lasciò finché, con un’astuta trovata, non
gli fece spiattellare “nome, cognome e patria”, che Renzo fino allora aveva
testardamente voluto tacere all’oste, il quale glieli aveva chiesti per ottemperare a
un’ordinanza.
Non appena si fu impadronito delle preziose generalità del povero
montanaro, il bargello corse al palazzo di Giustizia a denunciarlo come uno dei
caporioni della rivolta, aggiungendo, per farsi bello, “cent’altre belle notizie
congetturali”, che cioè colui aveva portato all’osteria una quantità di pane rubato
“con violenza, per via di saccheggio e di sedizione”; ed esagerando ad arte tutto
ciò che Renzo aveva fatto o detto, lo accusò di aver “avuta la temerità di proferir
parole ingiuriose contro le gride, e di fare atti mali e indecenti contro l’arme”, cioè
contro lo stemma di don Gonzalo, stampato in testa alla grida.
Così egli aggrava la posizione del povero Renzo, al solo scopo di mettere in
mostra la sua capacità, per aver saputo scovare uno dei sediziosi più pericolosi.
Forse egli aspirava a qualche premio o promozione per la sua bravura.
Renzo si fida di lui, lo invita a bere, considerandolo già un amico e
ringraziandolo per la sua gentilezza; infatti si era offerto d’accompagnarlo a una
locanda che faceva per lui, vale a dire la prigione! Come poteva il nostro giovane

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pensare a tanta perfidia? E quanto meno egli si guarda, tanto più facilmente quegli
lo mette in trappola, approfittando della sua ingenuità. Povero Renzo, tra quali
grinfie è capitato! Ma non tutte le ciambelle riescono col buco, come dice il
proverbio; e noi ridiamo proprio di cuore, allorché il birbone rimane deluso nella
sua speranza di condurre il leprotto direttamente in prigione. Egli era quasi certo
di riuscirci, data l’inesperienza del malcapitato forestiero; ma quella maledetta
insegna dell’osteria della “luna piena” gli ruppe le uova nel paniere. Il giovane
vorrebbe entrare lì, ma lui tenta di dissuaderlo:
“No, no! Venite dov’ho detto io, che c’è poco; qui non istareste bene”.
Renzo però si sente stracco morto, con la gola riarsa, e non ha affatto voglia
di camminare ancora; questo lo salva. Risponde al gentile accompagnatore, come
per persuaderlo, che lui si contenta di poco, un boccone e un letto, perché non è
“un signorino avvezzo a star nel cotone”; ed entra senz’altro in quell’usciaccio,
esclamando:
“Alla provvidenza!”
E fu proprio una fortuna per lui essere entrato in quell’osteria, piuttosto che
nella locanda designata dalla sua guida, dalla quale non tanto facilmente sarebbe
scappato.
Il bargello rimane per questa volta scornato, ma non molla la preda; e poco
dopo si rifà dell’insuccesso con un bel colpo, con cui strappa alla sua vittima le
generalità complete, che riferisce ai propri superiori assieme a tante esagerazioni e
menzogne. Non possiamo non ammirare l’abile stratagemma col quale egli si fa
dire da Renzo il nome e cognome, senza che questi nemmeno se ne accorga;
questo dimostra che è un poliziotto abile, il quale però esercita la propria abilità
contro chi non nuoce a nessuno, invece di cimentarsi coi delinquenti.
Sicché questo servitore dell’iniqua giustizia di quel tempo, che dimostra il
suo zelo solo contro gli uomini inoffensivi, risparmiando i facinorosi o per calcolo
o per paura o semplicemente per desiderio di quieto vivere, suscita in noi uno
spontaneo senso di antipatia e di disprezzo, che non vale a mitigare neppure la sua
indiscussa abilità investigativa.

33 - I BRAVI E I BIRRI
La definizione di bravi o vagabondi possiamo desumerla da una grida,
riportata nel romanzo, la quale definisce tali tutti coloro che, “essendo forestieri o
del paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno ma, senza
salario, o pur con esso, s’appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, ufficiale o
mercante… per fargli spalle e favore, o veramente, come si può presumere, per
tendere insidie ad altri”.
Un segno di riconoscimento dei bravi era il ciuffo, per cui erano
comunemente chiamati anche ciuffi. La folta e lunga zazzera serviva loro per
coprirsi il volto, come con una maschera, quando volevano assestare un colpo

137
senza essere riconosciuti; allora si toglievano la reticella che teneva in sesto i
lunghi capelli, i quali scendevano a coprire la fronte e parte del volto, travisando
completamente la persona; “il ciuffo era dunque quasi una parte dell’armatura, e
un distintivo dei bravacci e degli scapestrati”. Perciò le gride si erano scagliate
anche contro la foggia dei capelli lunghi; ed era punito con un’ammenda di
trecento scudi o tre anni di galera colui che portasse “i capelli di tal lunghezza che
coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente”, ovvero avesse la treccia o davanti
o dietro alle orecchie; per i recidivi le pene erano accresciute, ad arbitrio del
Governatore. Gravi pene erano comminate anche ai barbieri che avessero lasciato
i capelli lunghi ai loro clienti: erano cento scudi o tre tratti di corda in pubblico, e
anche maggiore pena ad arbitrio di Sua Eccellenza.
I bravi generalmente non lavoravano in proprio, come banditi di strada o di
bosco, ma trovavano più comodo mettersi al servizio dei potenti, dei nobili
soprattutto; vivevano perciò nei castelli o nei palazzi dei loro padroni, e portavano
divise dalle fogge sgargianti, coi colori della livrea del casato che servivano.
Per questo, il numero dei bravi che poteva schierare era per il nobile
manifestazione di prestigio, oltre che di forza e di ricchezza, non meno delle
carrozze, delle superbe pariglie e dei saloni dorati.
Il Manzoni ci descrive minutamente l’ornamento e l’armamento di questi
scherani: “avevano intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero
sinistro, terminata con una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme
ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a
quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto,
come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino
degli ampi e gonfi calzoni: uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine
d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti”.
A queste armi si aggiungeva, in caso di necessità, anche il trombone, una
specie di schioppo la cui canna si slargava a guisa di tromba, per permettere ai
pallini di spandersi in un’ampia rosa di fuoco, con un tiro davvero micidiale se
fatto a breve distanza.
Nel romanzo incontriamo, in diverse occasioni, parecchi tipi di bravi, e
innanzi tutto i due che fermano don Abbondio durante la sua passeggiata, per
comunicargli il perentorio ordine del loro padrone. Di essi l’uno si mostra più
diplomatico, quasi conciliante, mentre l’altro, che parla poco, appare più brutale e
punteggia con bestemmie le sue parole, per renderle più efficaci. Egli non
ammette obiezioni, e va in bestia quando il curato azzarda qualche scusa; sicché
l’altro interviene a moderare l’irruenza del truculento:
“Zitto, zitto; il signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam
galantuomini, che non vogliam fargli del male, purché abbia giudizio”.
Però non transige neppur lui per quanto riguarda l’ordine in sé; e quando
don Abbondio chiede suggerimenti sul modo d’eseguire quell’ordine, lui esclama
“con un riso tra lo sguaiato e il feroce: - Oh! Suggerire a lei che sa di latino! A lei
tocca. –”

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Se furono poco cerimoniosi i bravi che fermarono il curato, ancor più rudi e
sbrigativi furono i due che ordinarono, qualche giorno dopo, al console del
villaggio di tacere con tutti circa i fatti della sera precedente, “per quanto aveva
cara la speranza di morir di malattia”. La minaccia di morte, in caso di
disubbidienza, è abbastanza esplicita: essa faceva parte dell’azione intimidatoria
di questi mercenari spavaldi e truculenti, che però nel pericolo spesso si
rivelavano piuttosto pavidi.
Lo possiamo constatare in occasione del tentato ratto di Lucia; allorché la
campana comincia a sonare a martello, i bravi di don Rodrigo, che avevano invaso
la casetta di Agnese, sono presi dal panico: “si confondono, si scompigliano,
s’urtano a vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per arrivare all’uscio… Ci
volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non
fuga.”
Altri bravi compaiono nel capitolo IV, due a fianco di Lodovico, quattro a
fianco del gentiluomo che venne a duello con lui; naturalmente anch’essi scesero
in lizza a difesa dei rispettivi padroni, e Lodovico ricevette una pugnalata al
braccio sinistro da un bravo del nobile signore. Non sarebbe stato secondo le
regole della cavalleria, le quali volevano che si duellasse “similes cum similibus”,
alla pari; quindi i satelliti dei due nemici avrebbero dovuto battagliare a coppie e
ad armi pari; ma dalla parte di Lodovico, anche a voler contare l’anziano servitore
Cristoforo, si era inferiori di un’unità, e quindi un bravo del gentiluomo, non
avendo il proprio avversario diretto, rivolse le armi contro l’avversario principale,
in ausilio al suo padrone.
Questi, del resto, voleva a ogni costo uccidere il proprio nemico, e non
badava davvero alle regole della cavalleria, pur di stendere a terra chi osava stargli
a fronte. La furibonda zuffa finì con la morte del burbanzoso signore e del povero
Cristoforo, che aveva coraggiosamente salvato la vita al proprio padrone. Visto
cadere il nobile signore, che cosa fanno i suoi quattro bravi? Continuano a
combattere per vendicarlo? Ma nient’affatto! Sono dei mercenari, non dei soldati
che combattano per una causa: morto il padrone che finora li ha stipendiati, essi si
sentono liberi e pensano solo a sé stessi.
“I bravi del gentiluomo, visto ch’era finita, si diedero alla fuga, malconci:
quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare, e
non volendo trovarsi impicciati nella gente, scantonarono dall’altra parte”.
Ma torniamo ai bravi di don Rodrigo, i quali son quelli che nel romanzo
compaiono di più.
Come Dante si è divertito ad affibbiare i nomi a una decina di diavoli, così il
Manzoni ha voluto farci conoscere i nomignoli ben appioppati di molti di questi
odiosi giannizzeri, comandati dal fedel Griso: Grignapoco, Tiradritto,
Montanarolo, lo Sfregiato, Squinternotto, Biondino, Carlotto. Don Rodrigo
considerava lo Sfregiato e il Tiradritto tra i migliori, e li diede al Griso come
compagni per la spedizione a Monza; il Grignapoco era del contado di Bergamo, e
per questo egli doveva essere l’unico a parlare durante il ratto di Lucia, appunto
“per far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella parte”. Don

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Rodrigo insomma vuole sviare gli indizi, far credere che il rapimento è stato
organizzato non da lui, ma da persone lontane; ha di queste precauzioni perché
vuol vivere in pace con la giustizia ufficiale, e soprattutto non vuol mettere in
imbarazzo il Podestà, il quale lo favorisce ma desidera anche salvare le apparenze,
rispettando le formalità giuridiche.
Altri bravi compaiono nel capitolo XX del romanzo, nell’episodio del
rapimento di Lucia: sono bravi dell’Innominato, comandati dal Nibbio, e
conducono a termine l’impresa con fredda decisione, coadiuvati, a terra, da uno
sgherro di Egidio, quello che rivolge alla ragazza “quella domanda traditora”,
chiedendole la strada per Monza. I bravi dell’Innominato non sono meno odiosi di
quelli di don Rodrigo, anzi sono proprio loro che fanno soffrire tanto la povera
Lucia; eppure essi, forse per un riflesso della personalità del loro padrone, ci
appaiono meno ribaldi degli altri, come se fossero più disciplinati soldati che
tracotanti masnadieri.
A questo punto ci si affaccia spontanea la domanda: i bravi erano tutti empi
e malvagi?
Dobbiam credere di no.
Molti abbracciavano quel mestiere perché dava di che vivere in mezzo allo
sfarzo delle divise e al luccichio delle armi, nell’agiatezza dei palazzi signorili,
con un rischio piuttosto relativo.
Insomma parecchi erano attirati, più che dagli allettamenti della licenza o
dalla vocazione alla prepotenza, dalla convenienza di una sistemazione che, senza
avere né i rischi né la disciplina della milizia, ne aveva il piglio militaresco e
anche un poco avventuroso che in quasi tutte le età è piaciuto alla gioventù.
Diversi nobili poi tenevano i bravi più per difesa che per offesa, o forse più per
lustro che per necessità.
In molti di questi spavaldi spadaccini pulsava un cuore umano, magari
pronto a commuoversi come quello del Nibbio; e anche il sentimento religioso
talora era non assente ma solo latente in questi animi apparentemente cinici, e si
rivelava in seguito a qualche straordinaria commozione per qualche fatto
spiritualmente edificante.
Per esempio, quando fra Cristoforo, ancora novizio, andò a chiedere perdono
al fratello del gentiluomo da lui ucciso, lo fece con tanta sincera umiltà e così
profonda compunzione, che tutti i presenti si commossero, e uscendo dal palazzo
il frate “ebbe a combatter nell’anticamere, per isbrigarsi dai servitori, e anche dai
bravi, che gli baciavano il lembo dell’abito, il cordone, il cappuccio”.
Allorché, in seguito, la grave carestia costrinse molti signori a licenziare una
parte dei bravi, non potendoli più mantenere, tra i miseri accattoni di Milano si
videro, “e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi,… molti di quella
genìa dei bravi che, perduto, per la condizion comune, quel loro pane scellerato,
ne andavan chiedendo per carità. Domati dalla fame, non gareggiando con gli altri
che di preghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per le strade che avevano per
tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospettoso e feroce, vestiti di
livree ricche e bizzarre, con gran penne, guarniti di ricche armi, attillati,

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profumati; e paravano umilmente la mano, che tante volte avevano alzata
insolente a minacciare, o traditrice a ferire”.
La sventura accomuna tutti, e insegna l’umiltà anche a questi spietati
scherani.
Riguardo ai birri vorremmo poter parlare bene, perché essi erano le guardie
di Pubblica Sicurezza di quel tempo, e svolgevano quindi un compito necessario e
non facile. Essi purtroppo non erano all’altezza del loro compito, perché erano
arruolati senza una rigorosa selezione morale e attitudinale, sicché spesso
assomigliavano per comportamento ai bravi, che appunto avrebbero dovuto
combattere.
Erano per lo più violenti, sfrenati, corrotti: “eran generalmente dei più
abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico loro era tenuto a vile anche da
quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben
naturale che costoro, invece d’arrischiare, anzi di gettar la vita in un’impresa
disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si
riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in
quelle occasioni dove non c’era pericolo; nell’opprimer cioè, e nel vessare gli
uomini pacifici e senza difesa”.
La conseguenza era che la povera gente veniva a essere tartassata non solo
dai signorotti coi loro bravi, ma anche dai birri, dipendenti dell’autorità costituita.
Di questi alcuni, o usualmente o in qualche caso, facevano servizio in
borghese, cioè travestiti, per cogliere di sorpresa i delinquenti. Anche questi
bargelli travestiti, come il sedicente spadaio Ambrogio Fusella, invece di
combattere contro i veri facinorosi, se la prendevano coi poveracci che potessero
apparir facilmente dei rei, ma erano in realtà inoffensivi, come il nostro Renzo,
intrappolato e denunciato dal predetto bargello, uomo abile ma senza coscienza
morale. Infatti aveva messo gli occhi sul nostro giovane, solo perché gli era
apparso come “un reo buon uomo”, cioè uno che, pur non avendo fatto nulla di
grave, messo alla tortura avrebbe finito per dichiararsi colpevole di tutti i delitti
che agli inquisitori sarebbe piaciuto di ascrivergli.
I birri non saranno stati tutti di questa risma, vogliamo ben crederlo; ma
purtroppo i volenterosi e gli onesti non potevano cambiare quella situazione
scandalosa, né tanto meno aver ragione dei “bravi” e dei ribaldi, quand’anche
“fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a
sacrificarsi come martiri…, inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di
sottomettere, con una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e,
per così dire, in teoria, imponeva loro di operare”.
Infatti la maggior parte dei magistrati, dei podestà, degli ufficiali, delle
autorità insomma da cui i birri dipendevano, erano o nobili e clienti dei nobili,
come il podestà di Lecco, connivente con le prepotenze di don Rodrigo. Queste
autorità naturalmente, essendo o di estrazione nobiliare o legate ai nobili da
motivi d’interesse, non potevano permettere che i loro dipendenti arrestassero i
“bravi” dei nobili, i quali erano loro familiari o amici o alleati.
Che avrebbero potuto fare i birri, non sostenuti dal loro capi?

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Questa era purtroppo la dura condizione a cui dovevano sottostare anche i
pochi birri ligi al proprio dovere, questa era la triste situazione della giustizia di
quel tempo; la condotta inerte o connivente dei birri era una conseguenza
ineluttabile della corruzione che minava alla base tutto il sistema della
dominazione spagnola in Italia.
Nella scena del romanzo compaiono con un certo rilievo due soli birri: quelli
che, al comando di un notaio criminale, arrestano Renzo nell’osteria della “luna
piena”. Essi appaiono baldanzosi e sicuri di sé, perché sanno che il prigioniero è
“un reo buon uomo”, da cui non può temersi alcuna reazione; per questo
minacciano di portarlo via addirittura in camicia, se non si spiccia, e dalle
minacce passano subito all’azione, tirando il malcapitato sgarbatamente fuori
dalle coperte. Ma questi reagisce vivacemente, sia col gesto sia con le parole,
nelle quali traspare un certo disprezzo per quei birri prepotenti:
“Eh! Non toccate la carne d’un galantuomo”.
Quasi per dire: sono una persona onesta, e non permetto che mi tocchino dei
birboni! Evidentemente Renzo considerava i birri degli artefici d’ingiustizia:
giudizio esagerato, ma sostanzialmente vero. Perciò il giovane non si tiene
dall’offenderli, alla prima occasione; infatti, pretendendo la restituzione del
denaro e della lettera che gli avevano sequestrato, esclama sprezzante:
“Alla larga! Bazzicate tanto coi ladri, che avete un poco imparato il
mestiere”.
I birri vorrebbero fargli rimangiare la bruciante ingiuria, ma il loro capo fa
cenni di non irritare il prigioniero, sicché devono ingozzare l’amaro boccone. Ma
si rifanno poco dopo, quando gli stringono ai polsi i manichini, vero strumento di
tortura; e il povero montanaro deve mordere il freno. I birri credono allora di poter
disporre a loro piacimento dell’arrestato, preso come un puledro alla mordacchia,
e per tenerlo più quieto pensano bene di dare un’ulteriore stretta a quegli impietosi
aggeggi. Ma si sbagliano: Renzo si ribella al dolore, urla, attira la folla, e per
mezzo di essa si libera dai suoi aguzzini, i quali a loro volta non tanto facilmente
si liberano dalla moltitudine minacciosa che li piglia e urta da ogni parte, per dar
loro una lezione, una volta tanto.
Bravi e birri sono dunque un aspetto della violenza e della ingiustizia che
dominava nel ducato di Milano e negli altri territori italiani soggetti alla Spagna;
erano opposti solo in teoria, perché in pratica si rispettavano e risparmiavano a
vicenda, o si ritrovavano addirittura alleati per operare di conserva contro la
povera gente sprovveduta, gli uni al servizio della violenza privata, gli altri di
quella pubblica, non meno spietata e feroce.
Erano i manutengoli dell’ingiustizia dominante in quella società rozza e
incivile, pur nello sfarzo esteriore; erano generalmente gli uomini più abbietti,
qualunque padrone servissero, o lo Stato o i nobili, alleati nell’opprimere il
popolo.
Servono a chiarirci bastevolmente della situazione le parole del Griso, che
alludono alla collusione degli interessi apparentemente opposti:

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“Il signor podestà è amico di casa; i birri mi portan rispetto; e anch’io… è
cosa che fa poco onore, ma per viver quieto… li tratto da amici”.
Abominevoli gli uni e gli altri, questi facinorosi prepotenti; ma dal nostro
punto di vista meritano quasi più rispetto i “bravi”, i quali almeno rischiano
mettendosi apertamente contro la legalità, al contrario dei birri, i quali non
rischiano quasi mai, e le loro odiose prepotenze le compiono sotto l’egida della
legge; la loro azione non è solo ingiusta e violenta, ma anche vile, perché
infierisce sulle persone deboli e indifese.

34 - IL NOTAIO CRIMINALE
E’ il rappresentante qualificato della polizia giudiziaria dell’epoca dei
“promessi sposi”, il funzionario in cappa nera che, al Palazzo di Giustizia, riceve
la denuncia contro Renzo Tramaglino ed è incaricato di arrestarlo, l’indomani
mattina, a cose quiete.
Il Manzoni, che ha sì poca fiducia nella giustizia del tempo, si diverte
alquanto con questo personaggio, il quale simboleggia quella tal fatta giustizia. Il
tono della rappresentazione passa dall’arguzia bonaria all’ironia frizzante, anche
se pacata, per concludersi col ridicolo finale, quasi una “comica” in appendice al
dramma per fortuna incruento.
Infatti nella movimentata scena del capitolo XV assistiamo allo scontro tra il
rappresentante ufficiale della Giustizia, “un furbo matricolato”, e un ingenuo
montanaro, inerme e inoffensivo, denunciato da un bargello mendace come un
caporione della sedizione del giorno di San Martino. Una volta tanto da questo
duello impari esce perdente l’autorevole funzionario, il quale era partito vincente,
perché aveva dalla parte sua, oltre la legge e la forza, anche la sua sperimentata
astuzia e l’abilità propria del mestiere.
Però le cose non vanno secondo le previsioni, e la situazione a un tratto
precipita a favore del debole sprovveduto, il quale sa ben approfittarne. L’Autore
si diverte quasi a rappresentarci gli errori che il notaio commette, una volta
perduto il sangue freddo datogli dalla sua superiorità; sicché Renzo, che era
considerato già spacciato, riesce alla fine ad aver ragione di uno tanto più forte e
più furbo di lui.
Alla prova dei fatti, il montanaro la fa all’astuto funzionario.
Ma veniamo ai fatti. Il notaio criminale, una specie di commissario di
pubblica sicurezza di quel tempo, verbalizza, la sera della burrascosa giornata di
San Martino, la deposizione fatta contro Renzo, prima dal bargello travestito, poi
dall’oste della “luna piena”. Mentre il primo, per accrescere il suo merito, dipinge
a fosche tinte la figura del denunciato, il secondo non dice che la pura verità.
Perciò il notaio lo rimprovera, accusandolo di voler coprire le gravi colpe
dell’avventore; ma l’oste sa difendersi, ribattendo punto per punto ogni addebito.
Il funzionario allora, dopo aver deplorato la reticenza e la partigianeria del

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deponente, sfoga il proprio disappunto contro l’ignoto rivoluzionario, già
pregustando la gioia di potergli mettere le grinfie addosso:
“Domani, domani, vedrete se gli sarà passato il ruzzo. Cosa credete?... Che
la canaglia sia diventata padrona di Milano?... Vedrete, vedrete… Badate a non
lasciarlo scappare… e abbiate giudizio… E non crediate che la giustizia abbia
perduta la sua forza”.
Lo zelante rappresentante della giustizia già affila le armi contro lo
sconosciuto, e si mostra impaziente di arrestare e torturare (rientrava nella prassi
ordinaria) il facinoroso venuto da fuori a saccheggiare i forni, beffandosi delle
gride e dello stemma del Governatore.
Ma per somma disdetta, la soddisfazione di torturare il sedizioso, il notaio
non la può avere: l’impazienza e l’eccessiva sicurezza lo tradiscono. Egli infatti si
reca a eseguire l’arresto con due soli sbirri, e senza attendere che la situazione
fosse completamente sotto il controllo della polizia. Crede di poter osare:
“audaces fortuna juvat”; ed egli vuol acquistarsi dei meriti con un’azione
tempestiva, compiuta con pochi mezzi: supplirà lui con la propria abilità. Già
andando all’osteria però la sua baldanza scema alquanto: ha notato un certo
movimento per le strade, che non promette nulla di buono; decide perciò di
sbrigarsi e di evitare ogni contrasto, onde portare il prigioniero al Palazzo di
Giustizia d’amore e d’accordo. Per riuscirci, deve moderare l’irruenza dei birri, e
ingozzare lui stesso amari bocconi. Avrebbe tanta voglia di divertirsi, lui cittadino
scaltrito, con quell’inesperto abitante del contado, vorrebbe giocarci come il gatto
col topolino caduto nelle sue grinfie; vorrebbe ridere della bella pretesa di Renzo,
che vuole essere condotto da Ferrèr, affermando che quegli è un galantuomo e gli
è obbligato! Oh! come vorrebbe ridere; ma il riso non gli viene. Sente dalla strada
dei rumori sospetti; si accosta alla finestra e sbircia senza parere: vede un
drappello di soldati, in servizio di ordine pubblico, che cerca di sciogliere degli
assembramenti; ma i cittadini, all’ordine di sgomberare, non se la danno per
inteso, o si allontanano con un brontolio minaccioso; ma l’indizio peggiore per
lui, il “segno mortale” fu che “i soldati eran pieni di civiltà”.
Cos’era successo? Quando mai l’autorità dello Stato era scesa tanto in basso,
che i soldati fossero costretti a chiedere invece di comandare? Questo era per lui
un presagio davvero nefasto!
Renzo, l’ingenuo campagnolo, non perde né un gesto né un’espressione del
viso del suo antagonista: vi legge sotto pelle la titubanza e la paura, e pensa che
può osare, che deve osare, se vuole uscirne a salvamento. Approfittando
dell’indecisione dell’avversario, diventa puntiglioso, petulante, quasi arrogante.
Rivuole assolutamente la borsa del denaro e la lettera di padre Cristoforo, che gli
erano state sequestrate; riavutale, provoca addirittura i rappresentanti della Legge,
borbottando che essi, a forza di bazzicare coi ladri, lo erano diventati anche loro!
Era il colmo!
“I birri non potevan più stare alle mosse; ma il notaio li teneva a freno con
gli occhi, e diceva intanto tra sé: - se tu arrivi a metter piede dentro quella soglia,
l’hai da pagar con usura, l’hai da pagare -.”

144
Già pregustava la sua vendetta su quell’ingiurioso malfattore, una volta che,
per l’interrogatorio, fosse legato sul cavalletto della tortura; ma per non
pregiudicarsi quella rivalsa, doveva intanto fingere e abbozzare. Crede che nelle
presenti circostanze l’arma migliore sia l’ipocrisia: si finge perciò animato verso il
prigioniero delle migliori disposizioni, si dice suo amico, un amico che vuol
consigliarlo per il meglio, e aiutarlo a sbrigare quella piccola formalità al Palazzo
di Giustizia, impegnandosi a testimoniare in suo favore. Ma la sua finzione è tanto
scoperta, che il giovane la comprende a volo, e fa quindi tutto il contrario di
quello che il notaio gli consiglia per il suo bene. Quel volpone lo esorta ad andare
quieto quieto per la strada, senza farsi notare: così non perderebbe il suo onore, e
in quattro e quattr’otto sarebbe rimesso in libertà; ma Renzo capisce bene che
deve invece farsi notare, per tentare di uscir da quell’unghie, e che deve osare
tutto per tutto, ché altrimenti sarà perduto, in quanto la sbirraglia non la perdona ai
poveracci come lui.
Fa perciò tutto il contrario: si sporge a destra e a sinistra, avanti e indietro,
per richiamar l’attenzione dei passanti; tossicchia e con gli occhi fa dei cenni alla
gente che gli viene d’incontro; tiene insomma un atteggiamento così appariscente
e provocante, che i birri, per richiamarlo al dovere, pensano bene di dare una
stretta ai manichini. Fu un grave errore, che fece precipitare la situazione già tesa:
Renzo si agita gridando per il dolore, la gente si affolla intorno incalzante, il
notaio deve togliersi la maschera dell’ipocrisia, e dice a quelli che gli si stringono
intorno:
“E’ un malvivente, è un ladro colto sul fatto. Si ritirino, lascin passare la
giustizia”.
Ma il prigioniero protesta con forza:
“Figliuoli! Mi menano in prigione, perché ieri ho gridato: pane e giustizia.
Non ho fatto nulla”.
La calda invocazione del giovane trova simpatia tra la folla, che si stringe
minacciosa addosso ai birri i quali, vista la mala parata, lasciano la presa dei
manichini e se la battono per non essere malmenati; anche il notaio vorrebbe
eclissarsi, ma non gli riesce a causa della cappa nera, che lo rende facilmente
riconoscibile. Lui cercava di andarsene quatto quatto, fingendo di essersi trovato lì
per puro caso; ma la folla non lo lasciò andare tanto facilmente, e alle grida ostili
si aggiunsero gli urti e i pugni; finché il malcapitato, “parte con le gambe proprie,
parte con le gomita altrui, ottenne ciò che più gli premeva in quel momento,
d’esser fuori di quel serra serra”.
E’ la meschina figura del furbo deluso, dell’intrappolatore intrappolato;
infatti, come osserva il Manzoni, anche i furbi, quando sono alle strette e perdono
la calma, commettono delle sciocchezze che “fanno pietà e muovon le risa”, tanto
sembrano maldestre; loro stessi sarebbero i primi a riderne, se le vedessero fare ad
altri.
Perduto il loro sangue freddo, anche questi volponi matricolati diventano
stupidi, con in più la goffaggine dei novellini inesperti ma saputi.

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“Perciò – conclude argutamente l’Autore – non si può mai abbastanza
raccomandare ai furbi di professione di conservar sempre il loro sangue freddo, e
d’esser sempre i più forti, che è la più sicura”. Infatti la vittoria è sempre del più
forte, e contro la forza la ragion non vale.
Esser sempre i più forti: è questo il bel programma dei nobili, e in genere
della classe dominante del Seicento. Ma la realtà talora si diverte a mescolare le
carte o addirittura invertire le parti, per cui anche i deboli e gli oppressi hanno
talora le loro buone carte da giocare. E allora i forti e anche le vecchie volpi ci
fanno una figura meschina e ridicola. Così il nostro notaio, furbo di tre cotte,
viene giocato dall’ingenuo montanaro, che non si lascia davvero sfuggire la sua
favorevole occasione, e diventa subito uccel di bosco.

35 - IL PADRE GUARDIANO DI MONZA


Il padre guardiano del convento dei Cappuccini di Monza, il quale compare
solo nel capitolo IX del romanzo, ci è presentato come un “provetto cappuccino” e
grande amico di fra Cristoforo.
E’ un bravo religioso, anche se non di così profonda spiritualità come il suo
confratello di Pescarenico. Egli rivela subito un temperamento cordiale, talora
anche scherzoso, ma è piuttosto superficiale nei giudizi sulle persone; è pronto a
prodigarsi, ma talvolta è un po’ corrivo.
Allorché riceve la lettera dell’amico, sulla soglia del suo convento, subito
esce in un’esclamazione di gioia, riconoscendo la cara calligrafia:
“Oh! Fra Cristoforo!”
Leggendo poi l’accorata lettera, “faceva, di tanto in tanto, atti di sorpresa e
d’indignazione: e, alzando gli occhi dal foglio, li fissava sulle donne con una certa
espressione di pietà e d’interesse”. Questo atteggiamento dimostra senz’altro
un’indole vivace e sincera, di chi prende subito a cuore una situazione che meriti
o esiga il suo intervento, e si mette immediatamente all’opera.
Letta la lettera, il buon frate stette alquanto a pensare, a ponderare le varie
soluzioni; ma la migliore gli sembrò affidare la giovane perseguitata alla Signora,
mettendola sotto la sua protezione potente e autorevole, proprio nel monastero.
Evidentemente il bravo guardiano non aveva alcun sospetto circa la doppia vita
della suora nota col semplice nome di “Signora”; altrimenti non sarebbe
certamente ricorso a lei. Al guardiano la monaca di Monza appare come una
dispensatrice di grazie e di favori, e il suo monastero come un rifugio “più che
sicuro, più che onorato”, ed è visibilmente compiaciuto di averlo trovato di primo
acchito, senza dover far aspettare la gente, in una situazione così angosciosa.
Invita perciò le donne a seguirlo al monastero della Signora, il quale era nel
cuore della città mentre il convento ne era fuori; ma mentre si avviano, le avverte
con un sorriso d’arguzia:

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“State però discoste da me alcuni passi, perché la gente si diletta di dir
male; e Dio sa quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre
guardiano per la strada, con una bella giovane… con donne voglio dire”.
Fa così un complimento alla bellezza di Lucia, certamente spontaneo, ma
opportuno non direi. Infatti “Lucia arrossì; il barocciaio sorrise, guardando
Agnese, la quale non poté tenersi di fare altrettanto”. Se la madre sorride di
compiacenza per la diletta figlia, questa arrossisce di pudore, pensando che la sua
bellezza, dono di Dio, possa essere occasione di cattivi pensieri o di
mormorazioni. Già quella bellezza aveva suscitato le turpi voglie di don Rodrigo,
e causata la sua fuga; ora potrebbe essere motivo di chiacchiere anche per un
religioso: un animo puro e soave come quello di Lucia non poteva che rimanerne
mortificato. Perciò ritengo quanto meno inopportuna la battuta galante del
guardiano.
Prima d’introdurre le donne nel parlatorio della Signora, egli raccomanda
loro, per quanto non ce ne sia bisogno, di essere umili e rispondere con sincerità, e
di non parlare se non quando siano interrogate, affidandosi per il resto a lui.
Nel colloquio con la principessa-monaca il Cappuccino si mostra oltremodo
rispettoso, parlando “a capo basso, e con la mano al petto”, come se temesse
d’incontrare quegli occhi inquietanti; ma sa anche destramente rintuzzare la
curiosità morbosa della suora circa i pericoli che hanno costretto Lucia a
ricoverarsi presso di lei:
“Sono pericoli – dice con tono autorevole – che all’orecchie purissime della
reverenda madre devon essere appena leggermente accennati”.
Parole sostenute e quasi di rimprovero, tanto che la Signora ne arrossisce
suo malgrado, non certo per verecondia, come poco prima aveva fatto Lucia, ma
per vergogna non esente da una certa stizza.
Siamo portati a credere che il guardiano fosse il confessore della monaca:
costei naturalmente non gli ha mai confessato le sue vere e gravi colpe, ma solo
peccatucci veniali. Il buon Cappuccino perciò non sospetta affatto quale marcio ci
sia in quel cuore; a lui non è sfuggita l’inquietudine di quello sguardo, talvolta
davvero conturbante, la svagatezza di certe parole e l’arditezza di certi gesti; ma
non ne trae conclusioni troppo pessimistiche: pensa anche lui, come Agnese, che i
nobili hanno tutti qualcosa di strano, e non se ne scandalizza troppo. E’ però
anche vero che, con una monaca così spinta, il provetto cappuccino si tiene
prudenzialmente sulla difensiva, col “capo basso e con la mano al petto”, a guisa
di scudo, quasi fiutasse istintivamente il pericolo. Ma è tanto lontano
dall’immaginare il grave pericolo che corre la ragazza affidata alla protezione di
lei, che anzi esce dal colloquio tutto soddisfatto; e fiero per il risultato ottenuto,
esclama tra sé:
“Gran cervellino che è questa signora! Curiosa davvero! Ma chi la sa
prendere per il suo verso, le fa far ciò che vuole”.
E lui era uno di quelli che la sapevano indurre al bene!

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E’ veramente e sinceramente contento il buon frate, di aver saputo sistemare
la cosa così presto e bene: contento per le donne, per sé stesso, per l’opera di
carità, e anche per il caro collega di Pescarenico:
“Il mio Cristoforo non s’aspetterà certamente ch’io l’abbia servito così
presto e bene… Buon per lui questa volta, che ha trovato un amico, il quale, senza
tanto strepito, senza tanto apparato, senza tante faccende, ha condotto l’affare a
buon porto, in un batter d’occhio”.
Fierezza giustificata, a giudicare dal risultato in sé; ma chissà come rimase il
poveretto, quando più tardi venne a sapere del tradimento della sua generosa,
anche se capricciosa, Signora! Allora l’avventata fierezza si sarà mutata, come
spesso avviene, in grave mortificazione per il pericolo a cui aveva esposto la
povera ragazza, credendo di far bene.

36 - FRA GALDINO E FRA FAZIO


Sono ambedue frati laici (chiamati anche conversi o torzoni), i quali nei
conventi sbrigano le mansioni umili, manuali, non avendo capacità per gli studi, e
non avendo quindi potuto raggiungere la dignità dell’ordine sacro, con la
possibilità di dir messa e di confessare.
Fra Galdino era il cercatore del convento di Pescarenico, e percorreva
periodicamente i villaggi e le campagne circostanti per la cerca ora delle noci, ora
dell’olio, ora del vino, ora di altre derrate, che servivano non soltanto per il
mantenimento dei frati, ma anche per il sostentamento dei poveri che andavano a
bussare giornalmente alla porta del convento. L’umile frate ha un’idea molto viva
della carità dei fedeli che per mezzo suo affluisce al convento, e da questo è
distribuita ai bisognosi; egli infatti così si esprime, parlando ad Agnese:
“Noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a
distribuire a tutti i fiumi”.
E’ davvero una bella e grandiosa immagine della carità, potente e sconfinata
come il mare.
Ovviamente fra Galdino non è istruito, perché altrimenti avrebbe preso
messa, e non sarebbe rimasto umile questuante; ma non è davvero sciocco, anzi
adempie la sua modesta funzione con molto zelo e abilità, e anche con una certa
soddisfazione. A causa del suo incarico viene a contatto con tanta gente, e finisce
col conoscere tutto e tutti; torna così spesso nelle case di quei modesti contadini,
che diventa quasi uno di famiglia e s’intrattiene volentieri a scambiare con loro
quattro chiacchiere. Questo fermarsi nelle case, chiedendo e dando notizie, faceva
un po’ parte del suo mestiere; il cercatore era un po’ come il messo del convento,
l’addetto alle “pubbliche relazioni”, ai contatti minuti col popolo cristiano, il
quale non avrebbe gradito un cercatore musone, serioso, che non si mettesse a
discorrere familiarmente con loro, interessandosi dei loro problemi grandi e
piccoli. A fra Galdino piaceva molto indugiare nelle case, chiacchierando del più

148
e del meno, perché era piuttosto curioso, e per lui l’intrattenersi a parlare
cordialmente non era soltanto un dovere di ospitalità, e magari un mezzo per fare
del bene, ma anche un vero piacere al quale non facilmente avrebbe rinunciato.
Egli infatti è un buon parlatore, ha il dono della parola facile e arguta, e
racconta con linguaggio fiorito e immaginoso degli episodi edificanti, che valgano
a ravvivare la carità dei fedeli. Per esempio, il racconto del miracolo delle noci,
fatto ad Agnese, che non è di manica larga, mira a incitarla alla generosità. La
donna infatti aveva scusato la scarsità delle offerte, lamentata dal cercatore, con la
penuria dei raccolti:
“Quando s’ha a misurar il pane, non si può allargar la mano nel resto”.
Ma il laico ribatte prontamente:
“E per far tornar il buon tempo, che rimedio c’è, la mia donna?
L’elemosina”.
E nella fantasiosa narrazione che fa del miracolo operato dal santo frate
Macario, tutto mira a inculcare la generosità; e si nota, alla fine del racconto, una
punta d’invidia per il cercatore di quel convento di Romagna, che ebbe da un
benefattore anche un asino per trasportare le copiose offerte, in modo da non
essere più costretto a caricarsi lui come una bestia. In ciò possiamo vedere una
certa qual furbizia; ma si tratta di una furbizia a fin di bene: il migliore risultato
della cerca non impingua le tasche del povero fraticello, ma serve per il convento,
e quindi in definitiva per i poveri. Quindi non metterei questa specie di astuzia tra
i difetti di fra Galdino, il quale certamente ne ha.
Il principale suo difetto è la curiosità ciarliera e un po’ pettegola. Come
entra in casa di Agnese, si vede che muore dalla voglia di sapere che cosa è
successo:
“E questo matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una
certa confusione, come se ci fosse una novità. Cos’è stato?”
Anche ad Agnese piaceva chiacchierare; ma la figlia, che lo sapeva, le aveva
fatto cenno di tacere, soffermandosi alle spalle del converso. Se non ci fosse stato
quell’invito di Lucia, fatto “con tenerezza, con supplicazione, e anche con una
certa autorità”, probabilmente la donna si sarebbe sbottonata, rischiando di far
correre per molte bocche un segreto che andava gelosamente custodito. E Agnese,
obbedendo alla figlia, risponde semplicemente che il rito non si può celebrare per
l’improvvisa malattia del parroco, e quindi cambia discorso.
Lucia, che ha pensato di servirsi del torzone per avvertire fra Cristoforo
dell’impedimento, gli dà una bella quantità di noci, in modo da riempire quasi la
sua bisaccia, prima semivuota. Ripresa per questa prodigalità dalla madre, dopo la
partenza del laico, si scusa dicendo che, se non avesse fatto così, chissà quando il
cercatore sarebbe tornato al convento, e “con le ciarle che avrebbe fatte e sentite”,
chissà se si sarebbe più ricordato dell’ambasciata da lei ricevuta. Dunque anche
Lucia, che non è affatto maligna, ammette che fra Galdino è un po’ ciarliero; e se
lo dice Lucia, che è la bocca della verità, dobbiamo proprio crederlo.
Dopo la prima apparizione del cap. III, il loquace frate ricompare solo nel
cap. XVIII, quando Agnese, di ritorno da Monza, si ferma al convento di

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Pescarenico per parlare con padre Cristoforo. Fra Galdino, che viene ad aprirle, le
comunica che il suo padre è andato a Rimini. La povera donna chiede se starà
molto a tornare, credendo che fosse un paese vicino; allora il laico le dice che è
molto lontano, e chissà quando il padre potrà tornare, se pure tornerà. A questa
notizia Agnese non nasconde la sua desolazione: sembra come il cieco che
improvvisamente ha perduto il suo bastone.
In questa occasione si nota come il laico resti indifferente al dramma che si
agita nel cuore della derelitta, non comprendendo l’angoscia di quell’animo.
Infatti insiste nel proporre alla poveretta di rivolgersi, per consiglio, a un altro
frate, per esempio al padre Zaccaria che, per quanto “sia così mingherlino, con
una vocina fessa, e una barbetta misera misera… per dar pareri, è un uomo”.
Agnese è desolata, perché ha perduto l’unico suo sostegno; ma fra Galdino
non ha abbastanza perspicacia per capire quel dolore, per comprendere che cosa
veramente rappresentava fra Cristoforo per i suoi protetti. Non è colpa sua, se non
ha sensibilità e acume per penetrare nel profondo delle anime. E le ultime parole
che rivolge alla donna, a guisa di commiato, sono addirittura urtanti per grettezza
e mancanza di tatto:
“Ehi, mi lascerò poi veder presto, per la cerca dell’olio”.
In questo congedo si rivela la rozzezza del torzone.
Fra Fazio è un altro laico del convento di Pescarenico, dove è sagrestano
dell’annessa chiesa, aperta al pubblico. Egli appare nel romanzo soltanto nel cap.
VIII, quando assieme con padre Cristoforo veglia all’interno della chiesa, in attesa
dei fuggiaschi. C’era voluto tutto l’ascendente del santo frate, “per ottenere dal
laico una condiscendenza incomoda, pericolosa e irregolare”; ma finalmente fra
Fazio era stato persuaso dal confratello “con preghiere e con ragioni”. Ma al bravo
sagrestano, a mano a mano che il tempo passa, l’azione che stavano facendo
appariva sempre più illecita: gli altri frati erano già nelle loro celle, a dormire,
mentre loro ancora lì in chiesa, senza alcun permesso del guardiano, e per di più
con la porta socchiusa, mentre la Regola prescriveva che le porte del convento e
della chiesa si dovevano chiudere al calar delle tenebre. E poi, se la cosa era
lecita, perché non dirlo al padre guardiano?
Ci immaginiamo fra Fazio, seduto accanto al confratello, nell’ultimo banco
della chiesa, il più vicino alla porta, al fioco lume di qualche lampada: nella
snervante attesa un disgusto crescente gli si dipinge sul viso, per fortuna nascosto
dalla semioscurità; vorrebbe esporre i suoi dubbi, ma non osa; vorrebbe ritirare il
suo consenso, ma gli sembra un’offesa per il confratello, che pur considera un
santo: ormai ha acconsentito, e non può rimangiarsi la sua parola; ma non vede
l’ora che la cosa finisca, una cosa poi che non ha neppur capito che cosa sia di
preciso; e intanto sta lì malvolentieri, inquieto, tutt’occhi e tutt’orecchi, temendo
qualche pericolo, e anche una punizione del guardiano per l’infrazione palese.
Quando poi vede entrare due donne con un giovanotto, e fra Cristoforo che
riaccosta “la porta adagio adagio”, come in un’aria di segreto e di connivenza,
viene riassalito dagli scrupoli, non riesce più a contenersi, e tentennando la testa
in atto di disapprovazione, bisbiglia all’orecchio del confratello:

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“Ma padre, padre! Di notte… in chiesa… con donne…”, e chiede quasi
supplice di mandar via gli estranei e di serrar la porta, come comanda la Regola.
Fra Cristoforo rimane interdetto e amareggiato: certo il laico si sarebbe
precipitato ad aprire la porta della chiesa per sottrarre un delinquente assassino
alle grinfie della giustizia; ma trova illecito e scandaloso accogliere “una povera
innocente, che scappa dagli artigli del lupo…” che ne vuol fare scempio.
Questo avrebbe voluto spiegare il santo frate al sagrestano pignolo,
esortandolo alla congruenza e alla carità soprattutto; ma capì subito che era fiato
sprecato, perché il converso, di mente gretta e di sentire limitato, si sarebbe
trincerato ancora dietro gli articoli della Regola: lui conosceva solo la lettera che
mortifica, non lo spirito che vivifica… Che fare?
A un tratto ebbe come un’illuminazione celeste, si ricordò di una frase di
San Paolo, proprio adatta al caso:
“Omnia munda mundis”.9
E gliela disse per tutta risposta, in latino, così come la si legge nell’epistola
della Messa, non badando che quegli non capiva tale lingua. Fu proprio questo
fatto a compiere il miracolo: l’illetterato sentì di nuovo, potente, la soggezione che
gli proveniva dal dotto e santo confratello; in quella frase arcana c’era la risposta a
tutte le sue ubbie, e lui poteva mettersi il cuore in pace. Fra Cristoforo ne sapeva
più di lui e di Regola e di sacri testi: egli aveva studiato Latino e Filosofia,
Patristica e Teologia, Storia Ecclesiastica e Diritto canonico… che si poteva
chieder di più? Acquietatosi a un tratto, sussurrò umilmente:
“Basta! Lei ne sa più di me”.
Il confratello gli rispose con un sorriso:
“Fidatevi pure”.
Ed egli, tutto rassicurato, non ebbe bisogno di chieder di più: ora era
veramente convinto!
All’insorgere dei dubbi e degli scrupoli dell’indotto sagrestano si oppone in
modo quasi taumaturgico la misteriosa frase, che li fuga con la sola magia
dell’arcano suono. Consolazione davvero ineffabile per noi poveri letterati:
qualche volta il Latino, oggi caduto per forza di legge in basso loco, può anche
servire a qualcosa, o compiere addirittura un miracolo!

37 - PADRE FELICE E I SUOI COLLABORATORI


Nel colmo della peste il Tribunale di Sanità, non sapendo come provvedere
al funzionamento del lazzaretto, dove mancavano medici e medicine, personale di
servizio e infermieri, e soprattutto ordine e disciplina, pensò di rivolgersi ai
Cappuccini. Il Provinciale politicante, quello che aveva trasferito fra Cristoforo,
era morto di peste poco prima, e il padre che ne faceva le veci, in attesa
dell’elezione del successore, designò per sovrintendente al lazzaretto “un padre
9
Lettera a Tito I,15

151
Felice Casati, uomo d’età matura, il quale godeva un gran fama di carità,
d’attività, di mansuetudine insieme e di fortezza”, le doti più opportune per il
governo di quel luogo di dolore. Come aiutante gli fu affiancato “un padre
Michele Pozzobonelli, ancor giovane, ma grave e severo, di pensieri come
d’aspetto”.
Con loro altri cappuccini andarono a servire nel lazzaretto, via via che il
bisogno cresceva; e in quell’ospizio di miserie fecero tutto quello che c’era da
fare, da confessore a cuciniere, da direttore a lavandaio, da infermiere a
magazziniere. Nulla era per loro troppo umile o troppo difficile, quando si trattava
di soccorrere il prossimo sofferente, sovvenendo ai suoi bisogni sia materiali che
spirituali.
Il padre Felice era il capo e l’animatore di questo piccolo manipolo di eroi
della carità; egli era presente ovunque, da prode, incurante di sé stesso, e animava
tutti con l’esempio della propria abnegazione. Fu ogni giorno immerso nel
contagio senza alcuna precauzione, volendo sublimare la sua carità nell’olocausto.
Invece Iddio volle serbarlo in vita: fu colpito dalla peste, ma ne guarì, e una volta
tornategli le forze, riprese con raddoppiato ardore il suo servizio umile e alto in
favore dei miseri appestati, per la salvezza dei quali aveva offerta a Dio la propria
vita sin dal primo giorno del suo ingresso nel lazzaretto.
Nel cap. XXXVI del romanzo viene riportato il breve discorso che egli tiene
ai guariti, prima d’accompagnarli in processione al luogo dove avrebbero
trascorso la quarantena. Li esorta innanzi tutto a dedicare a Dio il tempo che Lui
misericordiosamente aveva loro concesso di trascorrere ancora su questa terra; a
non abbandonarsi alla gioia rumorosa e mondana, ma ad essere di santa
edificazione a tutti; a soccorrere amorosamente i bisognosi e i sofferenti, nel
ricordo dei propri dolori. Se commoventi erano le parole, ancor più commovente
fu il suo gesto, allorché messasi una corda al collo e buttatosi in ginocchio davanti
ai guariti, chiese loro perdono, anche a nome dei confratelli che lì servivano, per
tutte le loro mancanze, causate dalla pigrizia o dall’impazienza o dall’orgoglio.
Furono pochi quelli che riuscirono a trattenere le lagrime allo spettacolo di questo
frate eroico, di questo campione di carità, “che chiamava privilegio quello di
servir gli appestati, perché lo teneva per tale; che confessava di non averci
corrisposto, perché sentiva di non averci corrisposto degnamente; che chiedeva
perdono, perché era persuaso d’averne bisogno”. Quindi nulla di teatrale in quel
gesto, nulla di esagerato in quelle parole, ma solo la manifestazione sincera e
spontanea di una carità ardente, unita all’umiltà.
Tra i suoi degni collaboratori ricordiamo il già citato padre Michele, fornito
di molto spirito di iniziativa oltre che di santa energia e di ardore giovanile. Nel
periodo più spaventoso della morìa, mentre il Tribunale di Sanità si dibatteva
nell’impossibilità di far sgomberare i cadaveri dalle strade e di dar loro una pur
sommaria sepoltura, egli si offrì ad assicurare quel servizio così necessario, e con
l’autorità “dell’abito e delle sue parole”, riuscì in poche giorni a liberare la città
dai mucchi di cadaveri, permettendo la sepoltura, e di quelli e degli altri che

152
sarebbero morti in seguito, con lo scavo di un adeguato numero di grandi fosse
comuni.
Nel romanzo è nominato anche un certo padre Vittore, giovane cappuccino,
al quale fra Cristoforo chiede di fare le sue veci, presso i suoi malati, mentre lui
deve allontanarsi con Renzo per andare a trovare Lucia. Gli raccomanda di tener
d’occhio tutti, ma principalmente quel tale, cioè don Rodrigo, “se mai desse il più
piccolo segno di tornare in sé”. Nel qual caso, voleva essere avvertito subito, per
poter correre al capezzale di lui, che gli stava a cuore più di ogni altro, perché era
stato maggiormente suo nemico, perché lo aveva fatto trasferire lontano dai suoi
cari, perché lo aveva insultato e offeso.
Il fatto che questi bravi frati seppero adempiere con successo delle mansioni
tanto aliene dal loro ufficio consueto, dimostra con evidenza la grandezza e la
multiformità della carità cristiana, la quale sa diventare, in ogni caso, la virtù di
cui abbiamo bisogno, perché è la virtù fondamentale del Cristianesimo, quella su
cui poggiano tutte le altre, la virtù senza la quale le rimanenti non possono
assolutamente sussistere, e non potrebbero essere che mere parvenze, mancando
della loro base essenziale.

38 - IL MERCANTE MILANESE
Il mercante di tessuti che, nell’osteria di Gorgonzola, riferisce sugli
avvenimenti di Milano, attirando l’attenzione estatica degli avventori, è stato
generalmente giudicato come un egoista, uno che pensa solo al suo “particolare” e
giudica tutto in conseguenza.
Il primo a giudicarlo male, anzi ad essere irritato contro di lui, è lo stesso
Renzo, il quale passa un quarto d’ora di pena, proprio come se fosse sulle spine,
per causa del cicalare di colui sugli straordinari fatti di Milano; e una volta uscito
dall’osteria, polemizza con lui in un appassionato soliloquio, in cui dice,
accennando al “gran fascio di lettere” che gli sarebbero state sequestrate, che si
tratta invece di una sola lettera, nella quale non c’è affatto scritta “tutta la cabala”,
ma una semplice raccomandazione. E infervorandosi nella polemica, il giovine
immagina di avere davanti l’importuno mercante, e gli vuol dare una lezione di
carità cristiana e di moderazione nel parlare: “e questa lettera, se lo volete sapere,
l’ha scritta un religioso che vi può insegnar la dottrina, quando si sia; un religioso
che, senza farvi torto, val più un pelo della sua barba che tutta la vostra… E
imparate a parlare un’altra volta; principalmente quando si tratta del prossimo”.
L’indignazione di Renzo è comprensibile, dato il suo stato d’animo, da cui
deriva anche il suo ammonimento severo contro chi si era reso colpevole di
spifferar a vanvera notizie e giudizi infondati e tendenziosi.
Il giudizio severo di Renzo è più che naturale, data la passione del momento;
ma non posso condividere il giudizio negativo di molti critici su questo
personaggio, il quale a me sembra sostanzialmente un brav’uomo: di carattere

153
posato e abitudinario, sa parlare con brio e una certa arguzia. E se nel raccontare
esagera i fatti ed è avventato nei giudizi, ha però molte attenuanti. Innanzi tutto lui
“relata refert”; le cose erano state riferite a lui già esagerate, e lui non può
esimersi dall’ingrandirle a sua volta. Si sa che ognuno ama attaccare le frange ai
fatti che gli sono stati narrati, quando a sua volta anch’egli si prende la
soddisfazione di propinarli agli altri, e vuol fare la sua figura. Soprattutto se si
tratta di un buon parlatore che voglia soddisfare la curiosità di ascoltatori esigenti,
i quali attendono sempre notizie grosse, straordinarie, e non si accontenterebbero
di fatti usuali, ordinari.
Il mercante racconta per il gusto di raccontare e per soddisfare a pieno
l’aspettativa dell’uditorio. E ci riesce meravigliosamente; l’unico scontento è il
nostro Renzo; ma come poteva immaginare, l’arguto narratore, che fra gli
ascoltatori ci fosse proprio lui, “uno dei capi” della sedizione, quello che, “nel
forte del baccano, aveva fatto il diavolo”? Ma che colpa aveva il mercante, se gli
avevano dato quelle notizie? Lui non aveva fatto che riferirle, naturalmente con
l’ingrandimento normale in simili casi. Aveva fatto con le notizie come faceva
normalmente con la merce della sua bottega: se la comprava a cento, la doveva
rivendere a centoventi almeno; altrimenti, perché stare in commercio? E così per
le notizie: se non ci metteva le sue frange, perché disturbarsi a parlare? Tanto
valeva restarsene zitti e risparmiare il proprio fiato!
Anche se Renzo lo avesse affrontato al di là dell’Adda, come ardentemente
si augurava, per chiedergli conto di tutte quelle esagerazioni e menzogne che
aveva propalato sul suo conto, il mercante avrebbe risposto tranquillamente:
“Scusami, amico; ma che colpa ho io, se mi hanno informato così? Io ho
forse calcato un po’ le tinte, come di consueto, ma l’ho fatto in perfetta buona
fede: credevo proprio che tu fossi stato un caporione della sommossa; mi rallegro
che la cosa stia ben diversamente”.
La fonte prima delle menzognere notizie sul “caporione” era stata proprio la
polizia. Se per essa, che avrebbe dovuto denunciare la pura verità, Renzo aveva
portato all’osteria della “luna piena” non una pagnotta, ma “una quantità di pane
rubato, e rubato con violenza, per via di saccheggio e di sedizione”, non c’è da
meravigliarsi che una sola lettera diventi, nel racconto immaginoso del facondo
mercante, “un fascio di lettere”, dove c’è descritto tutto il piano della rivolta,
organizzata dal Cardinale di Richelieu in odio alla Spagna. La fantasiosa notizia
non era sua: era stata propalata dai soliti bene informati, cioè dalle stesse fonti
governative, che avevano interesse a far passare come una trama francese, di
natura quindi puramente politica, quello che invece era un tumulto di carattere
prettamente economico, dovuto alla mancanza del pane, o meglio al prezzo di
esso non troppo accessibile per il popolo.
Ma se la stessa polizia propalava notizie esagerate o addirittura inventate,
come avrebbe potuto fare il nostro mercante ad appurare la verità? Del resto a lui,
in quel momento, la verità interessava sino a un certo punto; a lui bastava avere
delle notizie da dare in pasto a degli ascoltatori, oltremodo vogliosi di ascoltarle
grosse. Inoltre, non stava parlando davanti a un giudice, sotto giuramento, per far

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condannare un uomo, ma solo per accontentare della gente desiderosa di novità,
di notizie strabilianti, da poter poi riferire ad altri, con l’aggiunta di belle frange,
onde mostrarsi ben informati.
Da che mondo è mondo, è stato sempre così: si parla spesso per sentito dire,
e le notizie, passando di bocca in bocca, vengono esagerate o addirittura distorte;
e ciò si verifica non soltanto nei discorsi alla buona, ma anche nella stampa
d’informazione, purtroppo. Quante non sono, nei giornali, le notizie gonfiate o
infondate o tendenziose o del tutto immaginarie, che vengono propinate alla
buona fede dei lettori!
Dunque non prendiamocela troppo col nostro mercante il quale riferisce, con
un linguaggio colorito, ciò che ha sentito dire, accontentando pienamente i suoi
ascoltatori. Egli è certamente in buona fede, e le sue ciarle sortiscono anche un
effetto salutare, allorché riferisce l’azione edificante di quel brav’uomo milanese
il quale, per far rinsavire la folla che stava per dar fuoco al forno sul Cordusio,
aveva esposto a una finestra un crocifisso tra due candele accese. Il mercante
conclude la colorita narrazione con una bella morale:
“La gente guarda in su. In un Milano, bisogna dirla, c’è ancora del timor di
Dio; tutti tornarono in sé. La più parte, voglio dire; c’era bensì dei diavoli che, per
rubare, avrebbero dato fuoco anche al paradiso; ma visto che la gente non era del
loro parere, dovettero smettere e star cheti”.
La pia azione di quello sconosciuto, insieme con la notizia che i caporioni
sarebbero stati impiccati, produce un benefico effetto sugli ascoltatori,
inducendoli alla resipiscenza; sicché mentre prima dell’arrivo del mercante molti
di loro si proponevano d’andare a Milano, per fare anche loro le loro prodezze,
dopo aver sentito il racconto tutti mostrano sentimenti pacifici e di grande
attaccamento al focolare domestico. Il pittoresco resoconto ha non solo dilettato,
ma fatto anche un po’ di bene.
Renzo, come abbiam detto, è molto polemico verso il mercante, che gli ha
guastato la cenetta all’osteria di Gorgonzola; vorrebbe trovarsi con lui al di là del
confine e apostrofarlo con aria di rimprovero:
“Sappiate che, intanto che voi stavate a guardar la vostra bottega, io mi
facevo schiacciar le costole, per salvar il vostro signor vicario di provvisione, che
non l’ho mai né visto né conosciuto. Aspetta che mi muova un’altra volta, per
aiutar signori…”
Dobbiamo pur dire che il nostro giovane esagera, quando rimprovera al
mercante di esser rimasto a difendere la propria roba; infatti ognuno ha il diritto, e
direi quasi il dovere, di farlo; e il farlo non significa egoismo, come Renzo
vorrebbe insinuare, ma solo salvaguardia di legittimi interessi.
Il mercante è un gran parlatore, che con la sua arguzia sa tener desta
l’attenzione degli avventori dell’osteria; si vede che se la gode a raccontare a
bell’agio, pacatamente, interrompendosi nei momenti di maggiore sospensione,
per rendere più interessante la continuazione del racconto.
Lui non ha fretta; vuol raccontare con tutto suo comodo, e si diverte a tenere
sospeso l’animo degli ascoltatori. Non risponde subito alle pressanti domande dei

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curiosi; prima si assicura, con l’oste, che sia libera la sua solita camera, poi chiede
il suo solito boccone, perché è un tipo abitudinario; quindi centellina un bicchiere
del suo solito vino, dopo aver sollevato i baffi e lisciato la folta barba; e infine
comincia a parlare placidamente, mentre trincia la pietanza e mette in bocca i
primi bocconi.
E’ un uomo posato e metodico, il nostro mercante di tessuti; mangia e
racconta insieme, e mostra di fare ambedue le cose con uguale piacere, direi con
uguale raffinatezza. Le interpunzioni del suo discorso sono tutte dirette a tendere
al massimo l’attenzione degli uditori; sentiamone alcune:
“Dunque ne sentirete delle belle… o delle brutte… Dunque lasciatemi
bagnar le labbra; e poi vi dirò le cose d’oggi. Sentirete… Proprio il diavolo:
sentirete… Non v’ho detto tutto; ora viene il buono”.
Uguale abilità e arguzia ironica troviamo nelle sue sospensioni, in certe
domande retoriche, in alcune battute conclusive:
“Andavan dunque con la buona intenzione di dare il sacco; ma… Quando
videro questo bell’apparato… una bella fila di micheletti, con gli archibugi
spianati, per riceverli come si meritavano… Cosa avreste fatto voi altri?... C’era
una lega, sapete?”
La sua arguzia si colora dove d’umorismo dove d’ironia, e si rivela magari
nel tono di una frase o in un aggettivo o anche in un’espressione presa dal gergo
della malavita, come quando dice che gli incettatori di derrate dovrebbero essere
mandati, a dar calci all’aria, per significare che andrebbero impiccati. Come si
vede, egli ce l’ha anche contro i mercanti e i fornai disonesti; ma soprattutto se la
prende contro i sediziosi e contro quelli che approfittavano della confusione per
arraffare roba nei vari negozi; cosa che lo tocca direttamente: “Cominciavan già a
prendere il vizio d’entrar nelle botteghe, e di servirsi, senza metter mano alla
borsa; se li lasciavan fare, dopo il pane sarebbero venuti al vino, e così di mano in
mano… Pensate se coloro volevano smettere, di loro spontanea volontà, una
usanza così comoda. E vi so dir io che, per un galantuomo che ha bottega aperta,
era un pensier poco allegro.” Nessuno lo mette in dubbio!
Il mercante è il tipico rappresentante del ceto medio, né nobile né plebeo,
che col suo buon senso getta un valido ponte tra l’una e l’altra classe, adempiendo
un’utile funzione sociale. Ma i suoi giudizi sono egoistici e unilaterali, ha detto
qualcuno.
Vediamo fino a qual punto questa critica sia vera.
Egli chiama il Vicario di provvisione “un signor dabbene, puntuale”; ma
forse che abbiamo elementi per affermare il contrario? Anzi dalle cronache
contemporanee sappiamo che quel signore fu un gran brav’uomo. Ma si dirà: il
giudizio del mercante è interessato,perché egli forniva al Vicario il panno per le
livree della servitù.
Bene: se aveva con lui anche dei rapporti di natura economica, certamente lo
doveva conoscere meglio, e il suo giudizio sarà stato tanto più fondato. Allora non
erano troppi i nobili che pagavano puntualmente i mercanti, specie quelli che
vendevano gli articoli che servivano alla necessità; migliore trattamento

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ricevevano quelli che servivano al lusso e alla voluttà, come ci fa sapere il Parini;
dunque la puntualità nei pagamenti è già una bella virtù da apprezzare.
E’ vero: il mercante giudica Renzo “birbante e manigoldo”, certamente a
torto, senza cognizione di causa. Ma come poteva definirlo diversamente, stando
alle notizie propalate dalla stessa polizia, che avrebbe avuto il sacrosanto dovere
di appurare la verità?
E’ vero: egli pensa solo al suo fondaco, alla difesa del suo “particolare”,
come se non ci fossero al mondo che i suoi interessi. Ma bisogna compatirlo,
mettendoci un po’ nei suoi panni: a chi sorride l’idea che la propria bottega sia
saccheggiata, chi auspica l’abitudine di servirsi nei negozi dando busse in
pagamento, chi è disposto a favorire il disordine, se ha da perdere qualcosa? Il
nostro mercante è un uomo d’ordine, ma non vuole prepotenze neppure da parte
delle autorità; egli esige la giustizia:
“Dicono che i fornai son birboni. Lo so anch’io; ma bisogna impiccarli per
via di giustizia. C’è del grano nascosto. Chi non lo sa? Ma tocca a chi comanda a
tener buone spie, e andarlo a dissotterrare, e mandare anche gl’incettatori a dar
calci all’aria in compagnia de’ fornai. E se chi comanda non fa nulla, tocca alla
città a ricorrere”.
Le sue richieste sono moderate, e rivelano un certo equilibrio tra gli opposti
estremismi. Nel mercante notiamo anche un certo orgoglio cittadino, che non
stona affatto col suo carattere bonario. Egli tende a vedere nella sedizione
milanese una trama francese contro la Spagna, diretta appunto contro Milano,
perché è il caposaldo dell’impero: “qui sta la forza del re”. Ma la trama, per
fortuna, è stata sventata; e il mercante con visibile compiacenza, non scevra
d’ironia per gl’incauti mestatori, afferma:
“Milano, quand’io ne sono uscito, pareva un convento di frati”.
Mi sembra dunque, nel complesso, che il mercante sia un brav’uomo, non
privo di acume, e anche un po’ scettico verso certi provvedimenti improvvisati,
che non l’inducono davvero all’ottimismo.
Accennando, per esempio, al nuovo prezzo del pane, una vera cuccagna,
esprime il suo dubbio in proposito:
“La vigna è bella; pur che la duri”.
Ma obiettivamente non poteva durare, e infatti non durò. Era un
provvedimento di emergenza, la carota da dare in pasto all’asino ribelle, prima di
usare il bastone; calmatesi poi le acque, e impiccati per monito i caporioni dei
tumulti, il pane fu rincarato, e divenne a poco a poco sempre più caro per la grave
carestia. E fu la fame nera; ma non si mosse più nessuno: poiché, come c’insegna
il Machiavelli, gli uomini si ribellano ai mali mediocri, mentre chinano rassegnati
la testa sotto i mali estremi. Se infatti i Milanesi non si ribellarono più, non fu
tanto per la paura della forca, quanto per l’enormità e l’ineluttabilità del triplice
flagello che li colpì: guerra, fame, peste.

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39 - LA MERCANTESSA
E’ una donna che ci riesce simpatica a prima vista, non solo per la sua
generosità e il suo disinteresse, ma anche per la discrezione e lo spirito di cui dà
bella prova. Nelle disgrazie mostra un animo forte: “s’era visto morire in casa il
marito e tutti i figlioli”, eppure si era rassegnata; aveva capito che non aveva
senso continuare a piangere e a disperarsi, ma bisognava guardarsi intorno e fare
un po’ di bene, perché il beneficare è il miglior balsamo del dolore.
La Provvidenza l’ha fatta incontrare con un’anima eletta come Lucia; infatti,
colta anch’essa dal morbo dopo lo sposo e i figli, viene portata al lazzaretto e
messa nella stessa capanna della ragazza la quale, cominciando già a riaversi dalla
peste, pone ogni cura nell’assisterla e curarla. Quando la vedova fu anch’essa
fuori pericolo, capì quale prezioso aiuto aveva avuto, e si legò con Lucia di una
tenera amicizia, la quale può nascere solo tra anime buone. Nella lunga
convalescenza si fecero fida compagnia, come due sorelle, e conversando
familiarmente e servendosi a vicenda, con reciproca gratitudine e soddisfazione.
La mercantessa, che “era per trovarsi sola e trista padrona di molto più di
quel che le bisognasse per viver comodamente, voleva tener Lucia con sé, come
una figliuola o una sorella. Lucia aveva aderito, pensate con che gratitudine per
lei, e per la Provvidenza”, e aspettava che la compagna fosse completamente in
forze, per uscire insieme da quel luogo di dolore e di grazia, e per vivere poi
insieme, col consenso di Agnese, facendosi buona e cara compagnia nel cammino
della vita, la quale pur continuerebbe dopo la gran tempesta della peste. Possiamo
dire che la brava vedova si comporta verso Lucia come una sorella maggiore.
Quando Renzo, trovata la sua ex-fidanzata nel lazzaretto, ha con lei quel
colloquio così appassionato ma così straziante per la poveretta, la mercantessa
rimane ferma nel suo lettuccio, pur tutta attenta e compresa, perché la discrezione
le impedisce d’intervenire. Ma una volta partito il giovane, vedendo l’amica
piangere dirottamente, le chiede il perché di tutto ciò, non certo per curiosità,
bensì per poterla meglio consolare, per permetterle di riversare la sua angoscia in
un cuore affezionato.
Infatti Lucia, dice il Manzoni, “aveva almen tanto bisogno di sfogarsi,
quanto l’altra desiderio di sentire”. Uno dei benefici dell’amicizia è proprio
questo.
Allorché, con l’intervento del padre Cristoforo, l’ostacolo del voto è
rimosso, e Renzo e Lucia possono tornare serenamente ai pensieri di un tempo in
vista delle nozze, la mercantessa non si rammarica affatto dell’evento che le
impedisce di tenere Lucia sempre con sé, come aveva sperato, anzi è oltremodo
contenta che la sua mica abbia ritrovato la pace e la felicità, e ringrazia il frate per
la consolazione che ha dato ai due giovani, come per una cosa che abbia ricevuto
lei stessa. E decide intanto di tenere con sé Lucia sino al tempo del matrimonio e
di farle lei il corredo; chiede questo onere come un grande onore, come
un’attribuzione d’affetto. Non c’è perciò da meravigliarsi che la ragazza esprima
verso l’amica la più grata fiducia e simpatia:

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“Questa buona signora mi fa lei intanto da madre: noi due usciremo di qui
insieme, e poi essa penserà a tutto”.
Sentendo queste buone disposizioni della brava vedova, fra Cristoforo si
accostò al suo lettuccio con una benedizione di ringraziamento, contento che la
ragazza avesse trovato lì come un’altra madre, buona e affezionata non meno di
quella naturale.
Infatti è la mercantessa che, in carrozza, riaccompagna Lucia alla casa
materna, portando anche il corredo, come aveva promesso. In quei pochi giorni in
cui rimase ospite di Agnese, insieme ai due sposi, “non soltanto non guastava la
compagnia, ma ci faceva dentro molto bene”, perché era molto socievole e di
umore gioviale. Avendo compreso il carattere di Lucia, molto riservato, cercava di
darle un po’ la spinta, ma garbatamente, affinché dimostrasse anche
esteriormente, nelle parole nel volto e nei gesti, tutta la felicità d’amare che aveva
nel cuore.
E perché la ragazza diventasse più aperta e disinvolta con lo sposo
promesso, invitò costui a portarle un po’ in giro a visitare quei bei posti intorno al
lago, mentre Agnese doveva rimanere in casa per il da fare domestico, sicura che
la figlia era affidata in buone mani, e perciò del tutto tranquilla. La forestiera si
comportava infatti verso Lucia come una madre, forse più indulgente e
comprensiva di Agnese, ma non meno retta ed esperta e prudente; del resto la
ragazza, data la sua estrema riservatezza, aveva più bisogno di spinta che di freno
nei riguardi di Renzo. La mercantessa lo aveva capito, e si adoperava
delicatamente in questo senso.
In seguito, quando si trattò di andare dal curato per mettersi d’accordo sulla
celebrazione del matrimonio, volle andare anche lei con Lucia e Agnese, per
vedere se le riusciva di espugnare quella fortezza della paura, di cui aveva sentito
fin troppo parlare in quei pochi giorni, e anche per la curiosità di conoscere il bel
campione di prete che difendeva quella fortezza, con la speranza di divertirsi
anche un po’ alle sue spalle, se le si offriva il destro. Ma con un don Abbondio
chiuso nella corazza della paura e dell’egoismo c’era ben poco da divertirsi, ma
solo da restarne esasperati.
La fortezza insomma resiste anche all’assalto femminile, e il curato fa fronte
alle argomentazioni muliebri con molta faccia tosta, pur sorridente; capitola solo,
e con molto piacere, quando Renzo reca la notizia certa, confermata dal
sagrestano, della morte di don Rodrigo. E’ proprio il caso di dire: “Mors tua vita
mea”.
Infatti don Abbondio, alla sospirata notizia, diventa addirittura un altro:
festoso allegro burlone. Ora gli va di scherzare, e lo fa piuttosto volgarmente,
chiedendo alla giovane vedova se “hanno principiato a ronzarle intorno dei
mosconi”. La donna non si offende per il triviale accenno, e risponde che non ci
pensa nemmeno a risposarsi; ma il curato non ne è troppo convinto:
“Sì, sì, che vorrà esser lei sola”.
Lo scetticismo di don Abbondio ci sembra una volta tanto giustificato; e
anche noi tendiamo a credere che una giovane donna così cordiale e ottimista, così

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estroversa ma equilibrata, non sarà rimasta a lungo solitaria, soprattutto dopo aver
perduto la bella compagnia di Lucia, la quale con la sua presenza sarebbe stata
capace di riempire qualunque vuoto. In un nuovo matrimonio la mercantessa avrà
trovato il completamento della sua personalità esuberante, facendo insieme la
felicità propria e quella di un’altra persona, perché era una donna fine e
intelligente, insomma una moglie che ogni bravo cristiano amerebbe trovare.

40 - LA MADRE DI CECILIA
Nella peste di Milano, descrittaci dal Manzoni, come in quella di Firenze
narrataci dal Boccaccio e in quella di Atene raffigurataci icasticamente da
Tucidide, i dolori, le sofferenze e gli spettacoli miserandi furono tali, che in molti
si verificò l’estinzione di ogni senso di pietà anche verso i più stretti familiari, i
congiunti più cari; si assisté, assicura il nostro Autore, allo spettacolo disumano e
raccapricciante di morti che venivano gettati, per liberarsene nel modo più
sbrigativo, dalle finestre giù nella strada, a fracassarsi sul duro lastrico, dove poi
rimanevano finché i monatti non si degnavano di raccoglierli.
L’aspetto più triste della peste era proprio questo indurirsi e inselvatichirsi
degli animi, questo oblio di ogni affetto, questo abbandono di qualsiasi rispetto
per i vincoli di sangue e di umanità, questa carenza delle cure più doverose verso i
congiunti malati o morti.
Anche l’amore materno, certamente il più forte e istintivo, in molti casi
venne meno; molti bambini rimanevano abbandonati perché la madre era morta,
ma talora, “sciagura degna di lacrime ancor più amare! la madre, tutta occupata
dei suoi patimenti, aveva dimenticato ogni cosa, anche i figli, e non aveva più che
un pensiero: di morire in pace. Pure, in tanta confusione, si vedeva ancora qualche
esempio di fermezza e di pietà”.
L’esempio più insigne di un amore materno che resiste alla bufera del male,
che anzi è sublimato dalla violenza stessa dell’immane tragedia, è quello della
madre di Cecilia, il quale commuove sino alle lagrime Renzo che n’è spettatore,
ispira rispetto anche a un monatto, e dà a noi lettori un senso di cristiano sollievo
in mezzo a tante miserie, ricreando il nostro spirito dalla vista di sì innumerevoli
brutture. Finalmente possiamo ammirare una madre forte, una madre veramente
cristiana, a cui la sventura immane non ha fatto smarrire il senso religioso della
vita, intesa come terrestre doveroso servizio d’amore, in vista della sua
dimensione eterna, nel Cielo, nel seno di Dio, principio e fine di ogni amore vero.
La madre di Cecilia è una donna ancor giovane, la cui bellezza è “velata e
offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale… La sua
andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lagrime, ma
portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato
e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo”.

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Aveva visto morire il marito e altri figli, ma non aveva perduto la testa, non
si era abbandonata né al dolore né alla disperazione né all’egoismo, non aveva
smarrito il senso del suo dovere cristiano verso chi è morto e verso chi ancora
vive. Or ora ha perduto la sua Cecilia, la sua più grandicella, la sua donnetta
novenne, in cui tante volte si era compiaciuta, vedendola crescere così assennata e
affezionata; la figlioletta più piccola, l’ultima che le rimane, è aggravatissima e
non scamperà; anche lei è oppressa dal morbo, e si trascina a stento, con una gran
forza di volontà. Ma non cede all’inerzia o allo sconforto anche se il suo sistema
nervoso è scosso ed esaurito: l’amore la sostiene, vuol compiere il suo dovere di
madre sino all’ultimo respiro, vuol proteggere le sue creature sino allo stremo
delle sue povere forze.
Veste la sua morticina con ogni cura, le mette indosso il vestito candido
della prima Comunione, ricamato dalle sue mani con tanto amore, le pone sul
capo, pettinato amorevolmente, un bel diadema di fiorellini bianchi, anch’essi
ricamati con infinita pazienza, le infila le calzine che mise in quel giorno radioso,
e le stesse scarpine bianche, ripulite un’ultima volta con la cura meticolosa di
sempre… Ecco, ora la sua bella bambina, per nulla deturpata dalla morte, è pronta
per il viaggio estremo, agghindata come “per una festa promessa da tanto tempo, e
data per premio”.
E dopo averla vestita e adornata con tanto trasporto d’amore, se la prende in
braccio, cercando di tenerla diritta, come se fosse semplicemente addormentata;
ma il viso era reclinato sull’omero materno “con un abbandono più forte del
sonno.” Ma per lei la bimba è viva!
Allorché compare nella strada col suo tesoruccio in braccio, un turpe
monatto le si fa incontro per toglierle il cadaverino, “con una specie d’insolito
rispetto, con un’esitazione involontaria”, perché anche il suo duro animo è a un
tratto soggiogato dalla pietà che spira da questa scena insolita d’amore, in mezzo a
tanto desolata indifferenza e a tanto crudo egoismo.
Lei, mettendo nelle mani del monatto la borsa con tutti i suoi risparmi, lo
prega di fargliela accomodare sul carro con le sue mani; e ve la depone infatti con
cautela, come per non svegliarla, coprendola poi accuratamente con un
lenzuolino, come per farla dormire. Il suo addio alla sua creatura è semplice, ma
soffuso di dolce speranza cristiana:
“Addio Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar
sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri”.
Mai addio più semplice e più commovente!
Poi, rientrata in casa, si affacciò alla finestra con in braccio l’altra sua
figlioletta, che aveva i “segni della morte in volto”. Seguì con lo sguardo e con la
preghiera fervida il carro dei monatti che si allontanava con la sua Cecilia, finché
non lo perse di vista; quindi, affranta, si sdraiò sul letto stringendo al petto il
tesoruccio che le rimaneva, per morire insieme, per giungere insieme alla vita
vera, dove avrebbe ritrovato tutti i suoi cari nella visione gaudiosa di Dio. Ormai
la morte, per la derelitta, non era più la nemica, ma l’amica pietosa che l’avrebbe
ricongiunta alle persone amate, alla presenza del Padre comune, in un’esistenza

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che non ammette timori né miserie né ingiustizie, in una “vita celestial piena
d’amore”.
La fede e la speranza cristiana sono le virtù che sublimano questa
ammirabile madre. L’episodio è di toccante lirismo, e la similitudine che suggella
l’ultima scena, della donna che attende la morte abbracciata alla figlioletta, è di
rara bellezza: “come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino
ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato”.
Però l’immagine cruda della falce, molto appropriata per la peste, mal si
adatta alla concezione cristiana della “sorella morte”, la quale coglie i fiori dalle
tormentate aiuole terrestri solo per trapiantarli nei perenni giardini olezzanti del
Cielo.

41 - IL SUPERBO GENTILUOMO E SUO FRATELLO PERITO


IN DUELLO
Il cavaliere, che muore sulla pubblica via in uno scontro sanguinoso con
Lodovico, ci viene descritto come un giovin signore arrogante e soverchiatore;
assomiglia quindi molto a don Rodrigo, il quale è soltanto un po’ meno impulsivo.
Ambedue si scontrano con la stessa persona, Lodovico, poi divenuto fra
Cristoforo, ma il primo in uno scontro cruento e mortale, il secondo in uno scontro
puramente verbale, anche se violentissimo. La passione dominante del cavaliere,
che rimane vittima del duello, da lui stesso voluto, è certamente la superbia,
l’orgoglio di sé e della propria origine, che alimenta l’ira contro chiunque offenda
in qualche modo il suo onore; dalla superbia e dall’ira nasce l’odio implacabile
contro Lodovico il quale, non nobile, osa competere coi nobili con l’intenzione di
superarli.
Questo cavaliere era, come dice il Manzoni, “arrogante e soverchiatore di
professione”; ed è quindi naturale che Lodovico cercasse di ostacolarne le
prepotenze, guadagnandosi molto astioso rancore, ricambiato con altrettanto
disprezzo. Anche se non si erano mai incontrati direttamente né scambiata una
sola parola, si aborrivano profondamente, “giacché – osserva acutamente l’Autore
– è uno dei vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed essere odiati,
senza conoscersi”. Ma bastava una piccola scintilla, un’occasione qualsiasi,
perché l’odio esplodesse in una zuffa feroce.
Questa infatti scoppia quando essi per caso si incontrano per strada,
Lodovico accompagnato da due bravi, il signorotto da quattro. La lite si accende
tra i due per un puntiglio, che a noi sembra un’inezia: si tratta in sostanza di una
questione di precedenza, alla quale però la presenza di molti spettatori dona una
gravità particolare, perché per ciascuno dei due costituisce un impegno d’onore e
un’affermazione di superiorità non cedere il passo davanti all’avversario. E per
non cedere, ognuno aveva, o credeva di avere, il suo buono motivo: il nobile era
convinto che la precedenza sullo stretto marciapiede spettasse a lui come a nobile;

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il “vile meccanico”, cioè il plebeo Lodovico, riteneva che invece fosse sua, perché
egli strisciava il muro col lato destro; “ ciò, secondo una consuetudine, gli dava il
diritto… di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse”.
Le parole sono poche, e dal cavaliere sono pronunciate con tono offensivo,
“squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso”, come se l’altro fosse
un insolente provocatore.
Notiamo subito che il superbo signore vuole a ogni costo umiliare
l’avversario, e spingere le cose al peggio, forte della sua superiorità numerica,
mentre l’altro ribatte le perentorie ingiunzioni mantenendo una certa correttezza,
almeno formale. Nello scambio verbale, insomma, avviene ciò che avverrà subito
dopo con l’incrociare dei ferri: l’uno mira a uccidere il nemico, l’altro si difende
cercando di disarmare l’avversario.
Il nobile dà del “voi” a Lodovico solo nelle prime battute del concitato
alterco; poi passa al “tu” destinato agli inferiori, e comanda con insultante
alterigia:
“Nel mezzo, vile meccanico”.
Quindi, dispregiando di battersi con un plebeo, ordina imperiosamente ai
propri sgherri:
“Gettate nel fango questo ribaldo”.
Ma quando vede che l’avversario osa difendersi, si getta anche lui nella
mischia, dopo aver dichiarato che spezzerà la sua spada, allorché sarà macchiata
del sangue ignobile del nemico. Mentre il gentiluomo ricorre subito ai più
obbrobriosi insulti, notiamo che Lodovico mostra nella violenta disputa una certa
moderazione, e non si lascia accecare completamente dall’ira; infatti egli dà
sempre del “voi” all’avversario, e non è certo lui il primo a metter mano alla
spada.
La folla parteggia naturalmente per Lodovico, “protettor degli oppressi”, ma
standosene ben alla larga; solo alla fine del duello, quando vede i bravi del
signorotto ritirarsi, accorre in aiuto del proprio beniamino, ferito non gravemente,
e l’accompagna a un convento, che per fortuna si trova vicino, raccomandandolo
ai frati accorsi alla porta:
“E’ un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l’ha fatto per sua
difesa: c’è stato stirato per i capelli”.
I cappuccini del convento, che lo avrebbero accolto comunque, perché ci
tenevano al loro diritto di asilo, tanto più volentieri lo ricevettero e lo curarono,
assicurandogli l’immunità, di cui allora i conventi e le chiese erano molto gelosi.
Però, accordando protezione all’uccisore, il convento si attirava le ire della
famiglia del morto gentiluomo, che gridava vendetta.
“La famiglia dell’ucciso, potente assai, e per sé, e per le sue aderenze”, pur
non avendo pianto affatto il morto, voleva però assolutamente tra le unghie
l’uccisore, vivo o morto, perché altrimenti ne sarebbe andato di mezzo il suo
prestigio. E dopo molto agitarsi e minacciare, essa ebbe finalmente la sua
soddisfazione, ma non come l’aveva pregustata, bensì in modo assai diverso, anzi

163
diametralmente opposto: aveva preteso la gioia feroce della vendetta, provò la
gioia soave del perdono e della pace.
Lodovico, vestendo l’abito dei cappuccini, assunse il nome di Cristoforo,
allo scopo di ricordare per tutta la vita, assieme con l’uomo sacrificatosi per lui,
anche quello da lui ucciso; e prima di lasciare quella città, per andare a fare il
noviziato in un altro convento, volle andare a implorare il perdono al fratello
dell’ucciso, il quale si sentì lusingato dalla richiesta, e invitò all’uopo tutta la
parentela, pensando che, “quanto più quella soddisfazione fosse solenne e
clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito”, attribuendo la richiesta del
novizio a sola paura di punizione da parte di lui, rappresentante della famiglia
offesa.
Allorché fra Cristoforo vide quell’apparato mondano e comprese
l’intenzione del gentiluomo, provò una stretta al cuore, sentendosi quasi smarrito;
ma poi si fece coraggio, pensando che la sua umiliazione davanti a tanta gente
curiosa o ostile, e certo non amica, sarebbe stata da parte sua una doverosa
riparazione del male fatto, anche se da parte dei presenti era una soddisfazione
dell’orgoglio.
Il padrone di casa “stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e
il mento in aria… in atto di degnazione forzata, e d’ira compressa”; non era certo
un atteggiamento da rincuorare il novizio, ma questi si gettò umilmente ai piedi
del gentiluomo e gli chiese perdono con semplici parole sgorgate dal cuore, che
però rivelavano un pentimento così sincero e profondo, che colui ne fu commosso,
e anche i presenti ne restarono edificati.
Il burbanzoso signore fu talmente sopraffatto dal nuovo e imprevisto
sentimento, che rimase per qualche attimo turbato e incerto; ma poi non si
contenne più: sollevò da terra il frate e l’abbracciò con vero trasporto,
accordandogli di tutto cuore il sospirato perdono.
“Da quel giorno in poi – annota il Manzoni – quel signore fu un po’ men
precipitoso, e un po’ più alla mano”.
Si vede che non era senza un fondo di buoni sentimenti, che riaffiorarono
prepotentemente davanti all’umile gesto del novizio; forse lo stesso può dirsi del
fratello ucciso in duello, se prima di spirare, come ci dice l’Autore, si era
confessato pentendosi dei suoi peccati e perdonando chi lo aveva ridotto in quello
stato. La certezza che l’uomo da lui ucciso era morto bene aveva molto lenito il
dolore di Lodovico, facendogli maturare il disegno di dedicare a servizio del
prossimo il resto della sua vita.

42 - I MONATTI
I monatti, come ci spiega il Manzoni, “erano addetti ai servizi più penosi e
pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzaretto, i cadaveri;
trasportarli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzaretto

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gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta”. Andavano
vestiti di rosso in segno di riconoscimento, e portavano generalmente un
campanello legato alla caviglia, per avvertire la gente della loro presenza.
In un’epidemia così grave essi erano, come ognuno comprende, degli
inservienti necessari e direi meritori, se avessero svolto il loro compito con onestà
e senso del dovere; ma purtroppo non era così: a questo servizio tanto essenziale
“non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e
della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo”.
Avevano come sovrintendenti i commissari di sanità, i quali dovevano
vigilare e dirigere la loro opera; ma col progredire del contagio, divenuti i
commissari pochi e svogliati, i monatti non ebbero più alcun freno, divenendo gli
arbitri della situazione, i veri padroni dell’infelicissima città, desolata dalla peste
e terrorizzata dai rossi serventi.
Salvo qualche lodevole eccezione, essi si comportavano in modo odioso e
nefando: entravano nelle case da nemici, abbandonandosi a violenze, a ruberie, a
saccheggi organizzati; talora rifiutavano di portar via i morti, anche di più giorni,
se non fosse pagata loro una determinata somma, che variava secondo la
possibilità delle vittime dell’iniqua taglia; talora ponevano le loro mani infette e
sozze addosso ai sani, per propagare il contagio, o minacciavano di farlo, se quelli
non sborsavano del denaro. Arrivavano a tale impudenza, da lasciar “cadere
apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta
per essi un’entrata, un regno, una festa”.
A tenerli al dovere avrebbero dovuto pensare anche i birri, oltre ai
commissari; ma purtroppo i birri, decimati essi pure dalla morìa, erano stati in
gran parte rimpiazzati da elementi della peggiore specie, i quali invadevano ancor
essi le abitazioni private, in combutta o in gara con i monatti, facendo lo stesso e
anche peggio.
Perciò la misera popolazione non aveva alcun rimedio contro le angherie di
questi tristi, che gavazzavano in mezzo al terrore e alla disperazione degli infelici
cittadini, i quali si vedevano continuamente minacciati e insultati e ricattati. I
monatti si aggiravano in mezzo al contagio con la massima sicurezza, perché in
genere avevano già avuto la peste e quindi erano immuni, oppure, pur non
avendola avuta, sfidavano spavaldi il morbo, ritenendo che valesse la pena correre
qualche rischio per il raggiungimento dei loro loschi obiettivi di licenza e di
saccheggio.
Naturalmente i cittadini, vittime di tante angherie, nutrivano verso i monatti
un odio e un rancore profondo, e andavano dicendo che, finito il contagio,
dovevano essere tutti impiccati come delinquenti e manigoldi; i monatti
ricambiavano l’astio con lo scherno feroce, col disprezzo insultante e con
trattamenti più spietati contro i miseri che capitavano sotto le loro grinfie, e nelle
case e nella strada.
Certo, non saranno stati tutti così malvagi e cinici, perché il seme del bene è
deposto nel cuore di ciascun uomo, e può germogliare in ogni ambiente, anche il
più depravato.

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Fra i tanti monatti che il Manzoni ci presenta, notiamo quello che si fece
incontro alla madre di Cecilia per prendere la morticina. Non doveva essere un
birbone, perché si accostò alla dolente donna “con una specie d’insolito rispetto,
con un’esitazione involontaria”. Il sentimento del bene si era repentinamente
risvegliato nel suo animo davanti a quella scena insolita di materna pietà, di amore
devoto che vince l’orrore del morbo e la stanchezza stessa delle sofferenze. A
quello spettacolo in lui si ravviva a un tratto la pietà. “sentimento ormai stracco e
ammortito nei cuori”, specie in quelli dei monatti; ma la vista di quella madre
dolorosa con la figliola in braccio, così amorevolmente aggiustata per quelle
misere esequie, commosse il cuore del monatto, che evidentemente era ancora
capace di compassione.
Infatti quando la donna, mostrandogli una borsa di denaro, lo pregò di non
toglierle nulla di dosso, “il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto
premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come
soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a fare un po’ di posto
sul carro per la morticina”.
Non era certo di buon cuore quell’altro monatto al quale Renzo, poco dopo
l’incontro con la madre di Cecilia, si rivolse rispettosamente per sapere dove
abitasse don Ferrante, ricevendone una risposta sprezzante e offensiva:
“In malora, tanghero”.
Ma poco dopo i monatti furono i provvidenziali salvatori del nostro giovane,
allorché la gente lo voleva linciare come untore; allora per scamparla dovette fare
un bel tratto di strada sui loro sozzi carri, e la compagnia non gli sembrò affatto
ributtante, stante che tutto all’intorno non spirava per lui aria propizia. Tra i
monatti del convoglio presso il quale Renzo trova rifugio, spicca qualche tipo, o
bieco o fellonesco o ridanciano, dal linguaggio o cinico o ironico o umoristico.
Uno di essi si diverte a mettere in fuga precipitosa gli inseguitori del
montanaro, facendo finta di gettare contro di essi un laido cencio impregnato di
pus; bastò la minaccia, e a un tratto l’inseguito, con soddisfatta meraviglia, “non
vide più che schiene di nemici, e calcagni che ballavano rapidamente per aria, a
guisa di gualchiere”.
Non doveva essere tanto tristo quel monatto, ché altrimenti quel sozzo
panno lo avrebbe gettato davvero; ai ringraziamenti di Renzo, risponde:
“Di che cosa? Tu lo meriti: si vede che sei un bravo giovane. Fai bene a
ungere questa canaglia: ungili, estirpali costoro, che non vaglion qualcosa, se non
quando son morti; che, per ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e
vanno dicendo che, finita la morìa, ci vogliono fare impiccar tutti. Hanno a finir
prima loro che la morìa; e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria, e a
sguazzar per Milano”.
Come si vede, egli non manca di fantasia nel disegnare il suo allettante
programma!
Un suo compagnone, anche lui con lo scilinguagnolo ben sciolto, lo supera
in cinica e beffarda ironia, brindando alla salute di un morto col vino rubato alla
sua cantina. Preso il gran fiasco in mano, si rivolge con gesto trucemente

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cerimonioso verso il carro dove colui è stato gettato, e “con un suo atroce e
maledetto ghigno” intona il suo discorsetto d’occasione:
“Si contenta, padron mio, che un povero monattuccio assaggi di quello della
sua cantina? Vede bene: si fa certe vite: siam quelli che l’abbiam messo in
carrozza, per condurlo in villeggiatura”.
Quindi si rivolse a Renzo aggiungendo, con un certo tono di compatimento:
“Bisogna che il diavolo col quale hai fatto il patto, sia ben giovine; ché, se
non eravamo lì noi a salvarti, lui ti dava un bell’aiuto”.
E’ dunque piuttosto scettico sulle capacità del montanaro di ungere i
Milanesi; e probabilmente fu proprio lui stesso che, rispondendo al saluto e al
ringraziamento di Renzo il quale, a un certo punto, credette bene di liberarsi dei
suoi liberatori, esclamò con aria di sprezzante compassione:
”Va’, va’, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano”.
Il tono ironico e beffardo doveva essere piuttosto abituale sulle bocche di
questi birboni consapevoli della loro potenza. Dei due monatti che irruppero in
casa di don Rodrigo per condurlo al lazzaretto, colui che per primo gli fu addosso,
per strappargli la pistola, lo rimproverò con finta aria di dignità offesa:
“Ah birbone! Contro i monatti! Contro i ministri del tribunale! Contro quelli
che fanno l’opere di misericordia!”
E mentre il signorotto cercava di divincolarsi dalle sue mani nerborute,
l’aguzzino, tenendolo inchiodato sul letto con una presa soffocante, gli diceva
tuttavia in tono di paternale:
“Sta’ buono, sta’ buono”.
Voltandosi quindi verso il compagno, che col Griso stava scassinando lo
scrigno, raccomandava di fare le parti giuste:
“Fate le cose da galantuomini!”
Questi tristi figuri osavano chiamarsi galantuomini, perché avevano un loro
codice d’onore, il codice della malavita, per cui non si dovevano insidiare a
vicenda nel loro saccheggi, e nelle rapine comuni dovevano fare le parti uguali,
frenando l’istinto egoistico, e soprattutto dovevano difendersi e proteggersi con la
connivenza e la solidarietà assoluta e contro i cittadini e contro le autorità.
Obbedendo a questi patti, essi si credevano davvero fior di galantuomini!
Non diversamente dai loro degni compari, i “bravi”, i quali si ritenevano anch’essi
dei galantuomini, se invece d’imporre la loro volontà con le schioppettate, si
mostravano così compiacenti da farla conoscere alle povere vittime, avvertendole
cortesemente per il loro bene. Come fecero col console del villaggio e con lo
stesso don Abbondio, al quale infatti dissero con aria di beffarda vanteria:
“Noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purché abbia
giudizio”.
Atto davvero di grande degnazione e magnanimità, far edotti gli interessati
della volontà sovrana dei loro signori! Atto meritevole di perenne gratitudine!
Allo stesso modo i monatti pretendevano di aver diritto alla gratitudine dei
cittadini, perché si degnavano di portarli al lazzaretto o alla fossa; invece quegli

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ingrati li volevano impiccare! Giusto quindi il risentito sdegno degli incompresi
benefattori del genere umano.

43 - AMBROGIO IL SAGRESTANO
Ambrogio, il sagrestano di don Abbondio, rappresenta una discreta parte nel
capitolo VIII del romanzo, allorché, prendendo l’iniziativa di sonare a martello,
porta un elemento risolutore nella complicata notte degli imbrogli; quindi
compare brevemente nell’ultimo capitolo, quando Renzo lo porta dal curato per
confermare l’arrivo al palazzotto dell’erede di don Rodrigo; anche questa volta
porta un elemento risolutore, perché la sua conferma della morte di don Rodrigo
sblocca la situazione verso la felice celebrazione delle sospirate nozze.
Nonostante questi suoi indiscutibili meriti risolutori, Ambrogio è un povero
diavolo che, conscio dei propri limiti, se ne starebbe volentieri in disparte dai fatti
che non lo riguardano, sia perché non si sente un eroe sia perché obbedisce alla
vecchia saggezza delle plebi oppresse e diffidenti. Lui sa troppo bene che i cenci
vanno sempre all’aria, e prudentemente cerca di non esporsi; chi potrebbe dargli
torto? Il Manzoni ce lo presenta, è vero, come una macchietta, ma con un sorriso
d’indulgente umorismo e di divertito interesse umano.
Allorché don Abbondio, quella sera del tentato matrimonio clandestino,
lancia dalla finestra il suo sgangherato grido di aiuto, Ambrogio è chiamato in
ballo; ma il poveretto non se la sente di andare allo sbaraglio, così disarmato e
solo, magari contro dei briganti armatissimi. Non volle rischiare, ma neppure
venir meno al disperato appello e, “quantunque mezzo tra il sonno e più che
mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che
gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio”.
Nella fretta di correre al campanile, per sonare a martello la più grande delle
due campanucce, non si mette neppure le brache, ma “se le caccia sotto il braccio,
come un cappello di gala”; e non smette di sonare, se non quando si accorge che è
arrivata sul sagrato molta gente. Allora lascia la corda e va ad aprire la porta della
chiesa, cercando di infilarsi intanto quell’arnese, che però gli rimane mezzo
appeso, tanto che deve tenerselo per un lembo, per evitare che scivoli a terra.
L’Autore insiste umoristicamente sul particolare di queste benedette brache
che non volevano reggersi assolutamente: un quadretto chiaramente allusivo. Il
nostro sagrestano è un uomo prudente, sì, ma anche piuttosto fifone; rassomiglia
un poco al suo padrone, sempre pronto a calarsi le brache “in ogni incontro”, e a
mettere gli altri nei guai, invece di rischiare lui. Ambrogio dunque ha preso dal
suo curato: la sua paura si ammanta di prudenza, e anche se sa sonare a martello,
il nostro campanaro non ha certo il cuore di un Pier Capponi. (1446-1496) che
con la minaccia delle campane a martello indusse a più miti pretese il potente re
Carlo VIII. Il Piero era pronto a menar le mani assieme al fiero popolo di Firenze,

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l’Ambrogio cerca di mandare avanti gli altri, lui si limita a dare l’allarme, ma non
vuole entrare nella mischia: non è un eroe, un capitano, e lui bel lo sa.

44 - IL PADRE DI LODOVICO
Del padre di Lodovico, cioè di fra Cristoforo, si parla solo in una pagina del
capitolo IV, dedicato in gran parte alla narrazione della vita del frate e della sua
professione religiosa. Il padre di Lodovico era un mercante “che, nei suoi ultimi
anni, trovandosi assai fornito di beni, e con quell’unico figliuolo, aveva rinunziato
al traffico, e s’era dato a vivere da signore”.
Poteva vivere contento, ma c’è un inciampo.
“Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di
tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo”. Lo stato
d’animo dell’ex-mercante, che oggi ci appare piuttosto incomprensibile, non
doveva essere a quei tempi né raro né immotivato. Consideriamo che allora
dominava il pregiudizio nobiliare, per cui era rispettabile solo l’uomo che vivesse
di rendita feudale, mentre chiunque lavorasse era considerato un “vile
meccanico”, uno schiavo del bisogno, e quindi un essere inferiore. Tale il padre di
Lodovico non voleva essere considerato.
Si mise perciò a menar vita da gran signore, con ricevimenti e pranzi
lussuosi; figuratevi se gli potessero mancare i clienti della sua nuova attività di
anfitrione!
Ma i suoi amici, e i parassiti che volentieri affollavano la sua mensa,
dovevano fare una grande attenzione a non lasciarsi scappare di bocca la benché
minima allusione all’attività che egli aveva esplicato in passato, il più lieve
accenno al suo lavoro di una volta, che pure gli aveva procurato tanta agiatezza.
L’ostracismo al passato laborioso e fortunato era tanto rigoroso, che le stesse
parole “mercante, merce, mercatura, fondaco, negozio” erano assolutamente
bandite dal vocabolario della conversazione in quella casa, come anche ogni altra
parola che potesse anche lontanamente rimandare ad esse per qualche nesso
logico analogico o cronologico. Ma il poveretto intanto, mentre cercava di far
dimenticare agli altri ciò che era stato per tanto tempo, non riusciva a dimenticarlo
lui stesso, e il fondaco, nel quale aveva passato gran parte della vita, alla vista di
tutti, ora gli compariva “sempre nella memoria, come l’ombra di Banco a
Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso dei parassiti”. Pensiamo
appunto che questi fossero molti, e anche molto compiacenti con la manìa
commerciofoba del prodigo padrone di casa.
Mania davvero strana e risibile per noi; e l’ex-mercante è davvero un bel
tipo da commedia, degno di essere immortalato da un Molière o dal Goldoni. Egli
avrebbe potuto vivere tranquillo e sereno godendosi un meritato e agiato riposo;
invece per una stupida ubbia e una falsa idea di grandezza angustiò sé e gli altri
che gli erano vicini, passando gli ultimi anni infelicemente, sempre nel timore “di

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essere schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa più ridicola che il
comprare”. Il pacato ragionamento era vinto e fugato dal pregiudizio.
In realtà egli era malato d’orgoglio, e avrebbe voluto a ogni costo essere
considerato un nobile, perché era ricco. Ma i nobili vivevano di rendita ereditaria,
e disprezzavano quelli che facessero un qualunque lavoro, per quanto utile esso
fosse.
Era uno dei tanti pregiudizi di quell’età sudicia e sfarzosa; e si sa che ogni
secolo ha i suoi, più o meno radicati nel costume e sempre duri a morire. Per
esempio, nell’epoca della repubblica romana, i cittadini del ceto senatorio, che
erano i nobili di allora, disdegnavano fare gli attori e anche scrivere opere teatrali,
come documenta il cattivo significato assunto dalla parola “histrio”, che nei tempi
più antichi significava semplicemente “attore”, mentre poi “istrione” venne usato
in senso spregiativo, come se quella dell’attore fosse un’attività degradante.
E perché il figlio Lodovico non avesse a vergognarsi della sua origine
borghese, l’ex-mercante lo fece educare nobilmente, dandogli “maestri di lettere e
d’esercizi cavallereschi”, come per farlo diventare “cavaliere”, non accorgendosi
che in tal modo gli metteva nel cuore il seme pernicioso dell’orgoglio, il quale
non avrebbe potuto dare che frutti di lagrime e di sangue.
Molto significativo, oltre che ridicolo, è l’episodio che l’Autore ci narra a
proposito della cura che tutti coloro che frequentavano la casa del ricco anfitrione
dovevano avere nella conversazione, per evitare ogni pur indiretta allusione alla
precedente condizione del padrone di casa. Un giorno, in mezzo alla gioia di uno
splendido banchetto, il suscettibile convitante si divertiva a punzecchiare
bonariamente un commensale, “il più onesto mangiatore del mondo”, il quale, per
corrispondere allo scherzo, si lasciò sfuggire:
“Eh! Io fo l’orecchio del mercante”.
Non ci fu bisogno che lo colpisse il sorriso repentinamente agghiacciatosi
sul viso del padrone di casa: lui stesso fu terrorizzato dalla sinistra parola che gli
era uscita di bocca, e restò come paralizzato; alla loquace allegria successe un
gelido e imbarazzato silenzio, che neppure gli altri convitati seppero rompere, a
causa del loro turbamento, per cui lo scandalo divenne irreparabile.
“La gioia, per quel giorno, se n’andò; e l’imprudente o, per parlare con più
giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito”.
Ma forse più del convitato ne soffrì il convitante, perseguitato dalla sua
sciocca fobia; a tal punto un ridicolo pregiudizio può rovinare la vita di un uomo!

45 - IL PAGGIO
La figura di questo giovincello, che compare un istante nel corso del
capitolo IX, scompare subito come una pallida meteora per non più riapparire
sulla scena del romanzo; ma rimarrà per Gertrude come il principe azzurro della
favola, il termine fisso dei sogni di una ragazza che sente i primi palpiti misteriosi

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dell’amore nascente nell’animo. In Gertrude il bisogno di affetto era acuito dal
trattamento noncurante, e talvolta duro, che riceveva in casa, non solo dai
familiari, ma dalla stessa servitù, che obbediva a ordini precisi.
La ragazza, che aveva in fondo un animo buono e affettuoso, chiedeva
umilmente e quasi mendicava un po’ di amore; ma rimaneva urtata e umiliata da
quella trascuratezza manifesta, da quella specie di congiura della freddezza e del
silenzio. La poverina, che aveva atteso con tanta ansia il ritorno a casa,
aspettandosi una vita ben diversa da quella chiusa e monotona del convento,
rimaneva triste e isolata, e rimpiangeva quasi il collegio conventuale, dove
almeno era trattata dalle suore con ogni riguardo, e poteva con le compagne
conversare liberamente e dare sfogo alla sua ardente fantasia. Aveva sognato una
vita varia, brillante, piena di ricevimenti, festini, scarrozzate, in cui potesse mirare
ed essere mirata; invece si sentiva messa da parte e quasi esclusa dalla vita
familiare.
“A ogni annunzio di una visita, Gertrude doveva salire all’ultimo piano, per
chiudersi con alcune vecchie donne di servizio”.
Di uscire non se ne parlava neppure, neanche per la Messa, che le facevano
ascoltare da una grata del palazzo, la quale dava nell’interno di una chiesa attigua.
In questa rigida clausura, in cui si sentiva delusa e solitaria, la giovinetta
“dovette però accorgersi che un paggio, ben diverso da coloro, le portava un
rispetto, e sentiva per lei una compassione d’un genere particolare”. Gertrude si
aggrappa con tutta l’anima a questa nuova presenza umana: le sembra di emergere
da una cupa e fredda prigione alla luce calda del sole meridiano. E’ sbocciato nel
suo cuore, assetato di affetto e di felicità, il primo amore: sentimento ancora
ingenuo e inconsapevole, fatto di tenerezza e di sguardi, più che di parole; di dolci
emozioni, di pensieri soavi e ricorrenti, di affascinanti immagini, più che di azioni
reali; di fantasie più che di fatti. La fantasia della fanciulla galoppa sfrenatamente
per i regni fascinosi dell’irreale; la sua condotta e il suo stesso aspetto esteriore
cambiano completamente: in lei si nota la gelosa ma calda preoccupazione “di chi
ha trovato qualche cosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni momento, e
non lasciar vedere agli altri”.
Il principe, che vigila attentamente, capisce subito che c’è qualche
pericolosa novità, e raddoppia la sorveglianza, sia propria che dei familiari e di
tutta l’occhiuta servitù; sicché la tenera e innocente sua prima letterina d’amore
viene letta, invece che dal paggio, dal padre! Immaginiamo la delusione di
Gertrude, che da un dolcissimo sentimento e da un sogno radioso piomba
repentinamente nella vergogna e nell’angoscia.
Ma anche il romantico paggio, che con qualche tenero sguardo e con
qualche gentile parola aveva fatto galoppare così sfrenatamente l’accesa fantasia
della fanciulla, vide naufragare malamente il suo breve idillio di adolescente: fu
infatti cacciato dalla casa ospitale con la minaccia di terribili castighi, se avesse
osato fiatare dell’increscioso incidente. E perché la minaccia risultasse più
efficace, il severo principe credette bene di appioppargli due solenni ceffoni,
come a un ragazzaccio impertinente che avesse attentato al suo onore.

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Confuso e umiliato anche lui, dunque; e non rivide più la fanciulla dei suoi
sogni, nel cui cuore egli sarà vissuto imperituro, perché legato al ricordo
appassionato del primo amore.

46 - BORTOLO
Bortolo è il cugino di Renzo, al quale è molto affezionato, tanto che più
volte l’ha invitato a trasferirsi presso di lui nel Bergamasco, dove i filatori di seta
sono accolti a braccia aperte e, se sono abili e onesti, possono fare fortuna. Lui
infatti ha fatto fortuna, diventando il capo operaio della filanda in cui lavora e
l’uomo di fiducia del padrone, che di uomini se ne intende. Ma Renzo ha sempre
declinato il suo invito perché, si sa, il suo cuore è già legato a Lucia, e non vuole
allontanarsi dal suo paesello, cioè da lei.
Bortolo ha capito benissimo questo motivo; pur essendo scapolo, sa che gli
affari del cuore sono talora più pressanti che quelli della borsa, e perciò ha
praticamente rinunciato al suo progetto di trapiantare il cugino nella sua filanda,
per farsene il braccio destro, il primo lavorante, essendo lui ormai il factotum
dell’opificio, il dirigente tecnico dell’impresa. Ma Renzo giunge da lui
all’improvviso, quando egli meno se l’aspetta e meno lo vorrebbe, perché ora il
lavoro ristagna a causa della crisi economica generale prodotta dalla carestia. Ma
allorché apprende che è dovuto fuggire, lo accoglie calorosamente e gli fa un gran
coraggio:
“Tu hai fatto capitale di me; e io non t’abbandonerò… fa’ conto di me. Dio
m’ha dato del bene, perché faccia del bene; e se non ne fo ai parenti e agli amici, a
che ne farò?”
E da quell’uomo pratico che è, chiede innanzi tutto se ha mangiato; saputo
di sì, domanda sullo stato delle finanze del suo ospite. Non si sgomenta
nell’apprendere che non possiede il becco di un quattrino; anzi lo rianima
cordialmente:
“Non importa, n’ho io: e non ci pensare, che presto presto, cambiandosi le
cose, se Dio vorrà, me li renderai, e te n’avanzerà anche per te”. A qualcuno potrà
urtare questo accenno alla restituzione del denaro imprestato; piacerebbe un
Bortolo più generoso, più disinteressato. Ma il nostro factotum è un uomo coi
piedi a terra, ancorato alla realtà: presta volentieri il suo danaro, senza interessi,
ma gli dispiacerebbe perderlo, perché se l’è guadagnato con tanti sacrifici; del
resto egli metterà il cugino in condizione di restituirglielo col frutto del suo lavoro
onestamente retribuito. Che cosa pretendiamo di più da un brav’uomo?
Bortolo è un uomo saggio e previdente; perciò avverte per prima cosa il
cugino che, se vuol vivere lì in santa pace, deve succhiarsi l’epiteto di “baggiano”.
Non faceva certo piacere sentirsi definire così, perché il vocabolo equivaleva a
“babbeo”; ma nell’uso bergamasco esso aveva perduto il suo significato

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offensivo, per assumere quasi un valore positivo, come per dire “onesto e bravo
lavoratore”.
Renzo è piuttosto restio a succhiarsi quel termine, ma il cugino cerca di
convincerlo con le buone:
“Per questa gente, dar del baggiano a un milanese, è come dar
dell’illustrissimo a un cavaliere”.
Renzo non è persuaso, e insiste col dire che non oseranno dare quel titolo a
un operaio intelligente e abile, che abbia del sangue nelle vene e non lo voglia
sentire. Allora Bortolo, per fugar le velleità del cugino, diventa duro e perentorio:
“Figliuol mio, se tu non sei disposto a succiarti del baggiano a tutto pasto,
non far conto di poter vivere qui”.
Il suscettibile montanaro finalmente la intende, con la maniera forte però.
Bortolo è un gran brav’uomo, molto pratico e cordiale, buon conoscitore del
cuore umano, amabile parlatore, talora argutamente ironico. Tornando sul
“baggiano”, per meglio catechizzare il nuovo venuto e nello stesso tempo
consolarlo per il piccolo sacrificio dell’orgoglio, gli dice con un sorriso d’intesa:
“Sai come dice il mio padrone, quando parla di me co’ suoi amici? - Quel
baggiano è stato la man di Dio, per il mio negozio; se non avessi quel baggiano,
sarei ben impicciato. – L’è usanza così… Cos’è finalmente? Era ben altra cosa
quelle galanterie che t’hanno fatte, e il di più che ti volevan fare i nostri cari
compatrioti”.
Per Renzo il cugino è una vera provvidenza: gli procura il lavoro, gli
fornisce tutto il suo sostegno materiale e morale, gli ridà fiducia; e quando viene a
sapere che, per interessamento del Governo milanese, si stanno facendo delle
ricerche sul fuoruscito, lo porta immediatamente in un altro paese, allogandolo in
un’altra filanda per via d’amicizia, e gli fa anche cambiare il nome in quello di
Antonio Rivolta.
Per sviare quindi le temute indagini, propala abilmente molte false notizie
sul cugino, “certe voci in aria e contraddittorie”, che servivano a meraviglia da
cortine fumogene, per ostacolare e imbrogliare le ricerche: “essersi il giovane
arruolato per il Levante, esser passato in Germania, perito nel guadare un fiume”.
Allorché poi cessò ogni pericolo inquisitorio, perché la Serenissima aveva
dichiarato le ostilità contro la Spagna, Bortolo non tardò ad andare a riprendersi il
cugino, per “tenerlo ancora con sé, e perché gli voleva bene, e perché Renzo,
come giovine di talento, e abile nel mestiere, era, in una fabbrica, di grande aiuto
al factotum, senza poter mai aspirare a diventarlo lui, per quella benedetta
disgrazia di non saper tener la penna in mano”.
Dunque Bortolo nutre una certa gelosia verso il cugino, abile e
intraprendente come lui e di lui più giovane; probabilmente non sarebbe tanto
generoso con lui, se non fosse sicuro che non gli potrà mai soffiare il posto,
essendo analfabeta. Il sentimento di Bortolo non scaturisce però da malignità o
invidia, ma soltanto da un calcolo prudenziale; egli è un uomo navigato e, pur
fidandosi del cugino, sa che qualche volta l’occasione fa perdere la testa anche
alle persone modeste.

173
Egli non aveva certamente letto la famosa massima di Sallustio:
“Opportunitas… etiam medìocres viros spe praedae transvorsos agit”;10 ma
conosceva bene il proverbio italiano press’a poco equivalente: “l’occasione fa
l’uomo ladro”, e si rallegrava che Renzo, quest’occasione tentatrice, non
l’avrebbe mai potuta avere, per fortuna di entrambi. Egli ha fiducia nel cugino,
giovane sincero e a lui legato non solo dal vincolo di parentela, ma anche da
quello della riconoscenza; ma sa che la maledetta “opportunitas” travolge ogni
legame, anche di sangue e di gratitudine, e che l’ambizione cova nel cuore di
ognuno, anche del più moderato, e l’occasione propizia è di per sé un grande
incentivo. Perciò obbedisce ai proverbi, stilati dalla sapienza dei secoli, quali:
“fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, oppure: “fa’ bene e scordati, fa’ male e
pensaci”, il quale ultimo ci ammonisce sulla labilità della gratitudine nel cuore
umano.
L’esperienza distillata nei proverbi rende Bortolo prudente anche nei
rapporti col cugino fidato: è con lui generoso, ma “ne quid nimis!” non gli
sorriderebbe l’idea di essere soppiantato dal cugino più giovane e intraprendente;
non gli piacerebbe cader vittima della propria dabbenaggine. Sì, perché per lui
sarebbe un’imperdonabile dabbenaggine non cautelarsi ben bene verso tutti,
nessuno escluso. E qui potrebbe tornare in ballo la critica che Bortolo è troppo
prosastico, troppo gretto; ma don Lisander argutamente ci avverte:
“Forse voi vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo.
Quello era così”.
E’ un uomo generoso, onesto sino allo scrupolo, ma un po’ diffidente, ecco.
Bortolo si rende utile al cugino anche dopo le sue nozze, mettendolo a parte
di un ottimo affare, l’acquisto di un filatoio alla periferia di Bergamo. Sapendo
che Renzo può ora disporre di una notevole somma, gli propone quell’occasione
d’investimento. Il novello sposo, scorgendo la sua convenienza, accoglie grato il
suggerimento; comprano infatti la filanda in società e in perfetto accordo. Per
Renzo fu una vera fortuna, perché andandosene a stare sul suo si poté anche
liberare dalla incresciosa situazione che si era venuta a creare nel paese dove
lavorava prima, a causa della sua suscettibilità nei riguardi della bellezza di Lucia,
e della sua imprudenza nel parlare e nel trinciare giudizi, per cui si era alienato
l’animo di quasi tutti quelli che gli erano vicini.
Per concludere, Bortolo è un personaggio ben caratterizzato e, diciamo pure,
molto simpatico; pur nella modestia della sua parte, è una felice creazione
manzoniana. Ha quel piccolo difetto di attaccamento al proprio denaro e di gelosia
per il suo posto, ovverosia di eccessiva prudenza con una punta di diffidenza
anche per i più prossimi. Ma è tanto simpatico e cordiale, onesto e buon cristiano;
ne vorremmo incontrar tanti di simili galantuomini sul nostro cammino!

10
= L’occasione opportuna travolge anche gli uomini modesti con la speranza di un gran guadagno
(illecito).

174
47 - L’AMICO D’INFANZIA DI RENZO
L’amico d’infanzia al quale Renzo, tornato al suo paese durante la peste,
chiede ospitalità, poiché ormai la propria casa non può “esser più abitazione che
da topi e da faine”, è tra i personaggi anonimi del romanzo uno dei minori, ma
non certo dei meno simpatici.
Era all’incirca suo coetaneo, “suo compagno fin da piccino”, e abitava,
essendo contadino, in una casa a pochi passi dal paese. Nella terribile morìa ha
perduto tutti i suoi cari, rimanendo triste e solo; è anche uno dei pochi uomini
validi sopravvissuto al flagello nel villaggio, e certamente il più condiscendente,
per cui “Paolin de’ morti”, il becchino, ricorre sempre a lui per farsi aiutare nel
faticoso incarico di seppellire tanta gente cristiana. Il poverino è stanco e
sfiduciato, e per i lutti familiari e per la vista continua di cadaveri e di miserie, per
cui vorrebbe essere lasciato un po’ in pace.
Quando Renzo si avvicinò alla sua casa, “l’amico era sull’uscio, a sedere sur
un panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come
un uomo sbalordito dalle disgrazie, e inselvatichito dalla solitudine”. All’intorno
dominava l’assorto silenzio dell’avemaria, mentre scendeva l’oscurità della sera.
Sentendo un calpestio, crede che sia il solito Paolino per la consueta richiesta di
aiuto, ed esclama con un gesto di stizza:
“Non ci sono che io? Non ne ho fatto abbastanza ieri? Lasciatemi un po’
stare, che sarà anche questa un’opera di misericordia”. Evidentemente il becchino
lo aveva sempre convinto a seguirlo, ricordandogli il dovere cristiano di compiere
le opere di misericordia, tra le quali, ultima ma non meno importante, vi è quella
di seppellire i morti. Renzo, interdetto per la strana accoglienza, gli rispose
chiamandolo per nome. Allorché sentì la voce che pronunciava il suo nome,
riconobbe subito l’amico e gli corse incontro con trasporto, ritrovandosi essi a un
tratto molto più amici di prima, “perché all’uno e all’altro… eran toccate di quelle
cose che fanno conoscere che balsamo sia all’animo la benevolenza; tanto quella
che si sente, quanto quella che si trova negli altri”.
Il giovane accolse l’amico con la più grande cordialità, e mentre gli
preparava qualcosa da mangiare, lo informò dei fatti del villaggio, tutti tristi
purtroppo. Nell’amichevole conversazione gli precisò il casato di don Ferrante,
che a Renzo premeva appunto di sapere, in quanto non l’aveva mai potuto
decifrare dalle lettere di Agnese, e gli dette anche la notizia che il podestà di
Lecco era morto con quasi tutta la sbirraglia. Questo fatto non poté che fare
piacere al fuoruscito, in quanto gli dava una relativa sicurezza; la verità
dell’antico adagio “mors tua vita mea” riceveva purtroppo una nuova conferma!
Insomma stettero un pezzo a raccontarsi le reciproche vicende, pur tristi,
sfogandosi così in qualche modo, finché l’amico concluse:
“Son cose brutte… cose da levarvi l’allegria per tutta la vita: ma però, a
parlarne tra amici, è un sollievo”. Infatti l’amicizia consola proprio nella sventura.
Il giorno dopo Renzo parte dalla casa ospitale alla volta di Milano, per farvi
ricerca di Lucia. Il commiato dall’amico è dominato dalla grande incertezza sul

175
risultato di questa ricerca, d’importanza vitale per Renzo, nelle cui parole traspare
l’ansia angosciosa: ”Se la mi va bene, se la trovo in vita, se… basta… ripasso di
qui;… ma se, per disgrazia, per disgrazia che Dio non voglia… allora, non so quel
che farò, non so dov’anderò: certo, da queste parti non mi vedrete più”. Le ultime
parole sono pronunciate con tono quasi disperato: Renzo è cosciente che sulla sua
strada ci sono purtroppo molti “se”, di cui il terzo, interrotto dalla reticenza, si
riferisce alla faccenda del voto, di cui l’amico non sa nulla; anche quell’ostacolo
dovrà essere superato prima che Renzo possa cantare vittoria.
Ma quando è di ritorno da Milano, dopo aver ritrovato Lucia e avere sciolto
anche il terzo “se”, il tono del giovane è ben altro:
“La c’è, la c’è, la c’è”.
La notizia è così bella, che quasi non sa dire altro; poi aggiunge:
“E la c’è, e la verrà qui, e sarà mia moglie; e tu devi far da testimonio; e,
peste o non peste, almeno qualche ora, voglio che stiamo allegri”.
L’affermazione perentoria “e sarà mia moglie”, che all’amico sarà sonata
abbastanza ovvia, aveva invece per Renzo un valore straordinario, in quanto
rispondeva trionfalmente al famoso terzo “se” che lo aveva assillato durante tutto
il viaggio verso Milano: non bastava trovarla viva e sana, bisognava farla sua
nonostante il voto; e questo si era avverato! A Renzo sembra di toccare il cielo col
dito, e ne ha ben onde. Il buon amico si congratula con lui per la grande grazia che
ha ricevuto, ma, da uomo pratico, pensa subito a rifocillarlo, e scherzando gli
dice:
“Capisco che da bere, per la strada, non te ne sarà mancato; ma da
mangiare…”
Infatti l’amico aveva fatto una gran bevuta di acqua celeste, ma la manna dal
cielo, non aveva potuto averla. Al cibo ci penserà ora lui con sollecitudine, e reso
allegro dalla felice conclusione della vicenda, si mette a scherzare anche con
l’aspetto strano di Renzo, beato in volto e pur così malridotto, tutto inzuppato e
inzaccherato dalla fitta pioggia che si era presa addosso e dalla fanghiglia, nella
quale aveva sguazzato allegramente per quasi tutto il percorso da Milano:
“Ma come sei conciato!... A dir la verità, potresti adoprare il da tanto in su,
per lavare il da tanto in giù”.
E dicendo queste parole gli toccava sorridendo la vita, per significare che
con l’acqua che s’era presa dalla vita in su poteva lavare il fango che portava
attaccato dalla vita in giù. Siccome continuava a piovigginare e non si poteva
andare a lavorare nel campo, stettero tutta la giornata insieme, nella più serena
cordialità, mentre Renzo non la finiva più di raccontare le sue mirabolanti
peripezie milanesi, concludendo sempre col suo grido di vittoria: la c’è!
Sino al giorno delle nozze il promesso sposo rimase ospite dell’amico, al
quale rese volentieri degli utili servigi, aiutandolo nei lavori di campagna, nei
quali era abile non meno che in quelli della filanda. E dopo il matrimonio, in cui
naturalmente l’amico dovette fare da testimone, partecipando poi al pranzo e a
tutta la festa, il distacco di Renzo dal suo amico d’infanzia non poté essere che
tenero e commosso; e non soltanto quello di Renzo, ma anche quello di Lucia e di

176
Agnese, per le quali già il distacco definitivo dal loro paesello era un motivo di
viva commozione: figuratevi quello dalle persone buone e amiche! Distacco
commosso, ma arriso dalla dolcezza di un affetto e ricordo duraturo.
E’ proprio il caso di dire che soave è il balsamo dell’amicizia vera, che però
non può nascere e crescere che tra gente buona: essa è una proiezione dell’amore
cristiano, e si radica solo nei cuori semplici e sinceri.

48 - IL CAPPELLANO CROCIFERO
Il cappellano crocifero era il sacerdote che, nelle funzioni e processioni a cui
partecipava il Cardinale, nei suoi ingressi solenni nei vari paesi della diocesi, era
incaricato di portare la croce davanti a lui. Faceva parte del seguito del Prelato, e
fungeva praticamente da suo segretario. Come tale viene chiamato in causa
allorché l’Innominato, entrato nella canonica del paese vicino al suo castello, dove
il Cardinale era in visita pastorale, chiede di parlare con lui.
La richiesta appare subito sospetta al cappellano, il quale aveva sentito
parlare di quel facinoroso come di un “appaltatore di delitti”; ma cercando di
dominare la sua sgradevole sorpresa scruta “con una curiosità inquieta” quel viso,
come per leggervi le intenzioni occulte, ma abbassa ben tosto gli occhi non
osando sostenere quello sguardo formidabile. Vorrebbe liberarsi da colui,
rispondendo che il Cardinale non c’è o è occupato, ma non osa ricorrere a simili
miseri espedienti davanti a un tale personaggio, e balbetta confuso:
“Non saprei se monsignore illustrissimo… in questo momento… si trovi…
sia… possa… Basta, vado a vedere”.
Recatosi dal porporato a portare la strabiliante notizia, rimane di stucco
allorché Federigo, con un viso acceso di carità, gli risponde d’introdurlo subito.
Ma lui non si muove, perché pensa che ci sia un equivoco, e ritiene suo preciso
dovere mettere sull’avviso il suo superiore, aprire gli occhi al Pastore troppo
buono e fiducioso:
“Ma… vossignoria illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel
famoso…”
Il Cardinale ribatte che è un’occasione provvidenziale il poter far sentire a
questo figliol prodigo la parola del padre; ma il sospettoso prete, con pertinacia
degna di miglior causa, insiste nelle sue insinuazioni:
”Lo zelo fa dei nemici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che più
d’un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l’altro…”
Neppure dinanzi alle considerazioni pastorali del Cardinale disarma lo zelo
importuno del cappellano, che vuole a ogni costo impedire l’incontro:
“Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene
corrispondenza coi disperati più furiosi, e che può essere mandato…”
E quando Federigo, dopo avergli ricordato che San Carlo sarebbe andato a
trovarlo nel suo castello senza attendere che venisse a lui spontaneamente, gli

177
ordina perentoriamente d’introdurlo subito, perché ha già aspettato troppo, si
avvia contrariato, mormorando tra sé:
“Non c’è rimedio: tutti questi santi sono ostinati”.
Avvicinandosi poi all’Innominato per introdurlo dal Cardinale, pensa che
sarebbe suo dovere invitarlo almeno a depositare le armi che certamente porta
nascoste sotto la casacca, ma tituba e non si risolve. E mentre lo precede verso la
stanza del Presule, lancia ai confratelli radunati nella sala delle occhiate
significative, quasi per dire:
“Non lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo?”
In quegli sguardi esprimeva tutta la giustificazione della sua coscienza: egli
se la sentiva a posto, perché aveva tentato in tutti i modi di evitare il pericoloso
incontro; ma alla fine doveva pur obbedire; delle conseguenze lui non era
minimamente responsabile: il Cardinale era testardo in certe cose, purtroppo, e
tutti lo sapevano.
Per tutto il lungo colloquio a porte chiuse, il povero cappellano rimase sulle
spine ad attenderne l’esito, sempre paventando il peggio. Il suo animo è
dolorosamente sospeso, perché a suo modo è devoto al Cardinale, e teme
sinceramente per la sua vita. Quando finalmente si sente chiamare col noto squillo
di campanello, entra da lui con grande ansietà, e rimane estatico a guardare la
faccia mutata del signore e la gioia contenuta del suo superiore; e allorché esce,
con la bocca ancora aperta e “col viso ancor tutto dipinto di quell’estasi”, non può
che esclamare: “Haec mutatio dexterae Excelsi”.11 E per qualche momento non sa
aggiungere altro; ma poi riprende “il tono e la voce della carica” per comunicare
gli ordini del Presule.
Il cappellano è nel complesso un bravo prete, ma di carità troppo angusta, la
quale naturalmente stona accanto al grande ardore pastorale dell’animo
evangelico di Federigo. E’ preso eccessivamente dalle preoccupazioni di ordine
terreno, e rivolge il proprio zelo più a tutelare l’incolumità e il prestigio del suo
superiore, che a favorirne l’azione apostolica. E’ uno dei galantuomini del “ne
quid nimis”,12 che si scandalizzano delle virtù straordinarie allo stesso modo che
dei vizi, e vogliono imporre agli altri i loro limiti, le loro vedute grette, predicando
sempre che la virtù sta nel giusto mezzo. Ma il guaio è, come osserva argutamente
il Manzoni, che il “giusto mezzo” lo fissano loro, secondo la loro visione limitata
e nello stesso tempo piuttosto presuntuosa della realtà. Infatti il nostro cappellano,
allorché deve introdurre suo malgrado l’Innominato, è convinto che il Cardinale
sta commettendo un grave errore, rischiando senza profitto; invece è proprio lui
che sbaglia, non intuendo al primo sguardo lo stato d’animo dello strano
visitatore. Alla sua carità limitata si aggiunge anche una scarsa penetrazione
psicologica.
Quando deve introdurre Lucia e Agnese dal Cardinale, la seconda volta che
le due donne furono ammesse alla sua presenza, le trattiene un po’ “per dar loro,

11
= E’ proprio una conversione operata da Dio!
12
= Mai esagerare! (neppure nel bene)

178
in fretta in fretta, un po’ d’istruzione sul cerimoniale da usarsi con monsignore, e
sui titoli da dargli; cosa che soleva fare ogni volta che lo potesse di nascosto da
lui”.
Riteneva che ciò fosse suo precipuo dovere, onde tutelare la dignità del
Cardinale; per lui era scandaloso che la gente si rivolgesse al Porporato come a
uno qualsiasi, calpestando l’etichetta e gli epiteti del grado; e questo avveniva,
diceva sconsolato, “per troppa bontà di quel benedett’uomo”.
In quel “benedett’uomo” traluce un certo compatimento affettuoso per
l’Arcivescovo troppo corrivo e trasandato, troppo fiducioso e alla mano; sembra
che voglia dire: per fortuna ci sono io, altrimenti se ne vedrebbero delle belle! Il
bravo prete pone perciò tutto il suo impegno, non ad agevolare l’ardente
apostolato di Federigo, ma piuttosto a frenarlo, a imbrigliarlo, considerando la
santità una specie di frenesia pericolosa. Lui è lì per mettere ordine, per
richiamare all’equilibrio, per tutelare il decoro: è l’uomo che ci vuole al fianco di
quel sant’uomo troppo avulso dalla realtà!
Il Manzoni non lo precisa, ma probabilmente fu proprio lui che, in quella
visita pastorale “d’un paese alpestre e selvatico”, ritenne suo dovere avvertire il
Cardinale che evitasse di accarezzare paternamente i bambini che gli si
stringevano intorno, perché “eran troppo sudici e stomacosi”. Mirabile
avvedutezza di segretario!
In questo modo egli credeva di dimostrarsi zelante del decoro del Porporato;
“come se supponesse, il buon uomo – aggiunge severamente l’Autore – che
Federigo non avesse senso abbastanza per fare una tale scoperta, o non abbastanza
perspicacia, per trovare da sé quel ripiego così fino”. Ma il Cardinale non si
faceva certamente frenare nei suoi slanci d’amore dalle inopportune osservazioni
del suo cappellano; e in quell’occasione gli rispose un po’ risentito: “Sono mie
anime, e forse non vedranno mai più la mia faccia; e non volete che li abbracci?”13
A quella scena il cappellano avrà scosso tristemente la testa, convinto come
sempre di essere lui nella ragione, e il Cardinale nel torto.
Ci si potrebbe chiedere perché mai Federigo tenesse accanto a sé degli
uomini dalla visuale così limitata e tutta invischiata nell’etichetta e nel malinteso
prestigio. Penso che lo facesse a ragion veduta. Tali sacerdoti, per il loro scarso
spirito evangelico, erano poco adatti alla cura delle anime nelle varie parrocchie;
perciò li utilizzava, al suo seguito, in mansioni di ufficio, nella speranza anche che
a poco a poco s’infiammassero di carità.
Faceva insomma come un bravo e accorto generale, il quale utilizza in prima
linea i soldati migliori, mentre adopera negli uffici e nelle furerie i militari di
limitate capacità belliche.
Alla scuola del Cardinale quegli uomini gretti e pur saccenti avrebbero pur
dovuto imparare qualcosa! Ma talvolta la presunzione impedisce di far tesoro
anche delle più belle lezioni. Il cappellano crocifero, per esempio, era fermamente
13
Il Manzoni scrive gli per li, come allora generalmente si diceva; io qui e in altri passi ho fatto
qualche piccola modifica del testo, per renderlo più chiaro: infatti oggi gli o è articolo plurale (es.
gli uomini) o pronome dativo (= a lui), e non pronome accusativo (=quelli).

179
convinto di aver ragione lui e di dover continuare come sempre, nel compimento
di un suo preciso dovere, che era poi quello di mantenere nei giusti limiti, cioè nei
suoi limiti, quel benedett’uomo ostinato, sul quale doveva tenere gli occhi ben
aperti, perché non commettesse qualche pazzia: lui era l’uomo saggio, l’uomo
provvidenziale, incaricato di ridurlo alla santa ragione, quel sant’uomo!

49 - IL CURATO DEL PAESE DEL SARTO


Si vede subito che questo curato è ben diverso da don Abbondio, che è un
pastore zelante e pieno d’iniziativa. Allorché il cappellano crocifero, per ordine
del Cardinale, li chiama entrambi per affidar loro degli incarichi di fiducia, il
primo si fa subito avanti contento di poter essere utile, mentre il secondo, il
pavido don Abbondio, non ne vuol sapere di andare allo sbaraglio e, rimanendo
come nascosto nel folto dei preti lì riuniti, fa sentire un “Io?” di meraviglia e di
disappunto, come per dire: che c’entro io? ci deve essere un errore!
Il curato del paese del sarto si dimostra all’altezza della situazione,
eseguendo con diligenza le istruzioni dell’Arcivescovo, e agisce con prontezza,
perché è reso sollecito dalla carità di Cristo, secondo il motto di San Paolo:
“Charitas Christi urget nos”.14 Egli conosce a fondo i suoi parrocchiani, le sue
pecorelle che ama e da cui è riamato, e sa quindi scegliere con sicurezza tra essi
“una donna di cuore e di testa”, adatta per andare a rilevare Lucia al castello
dell’Innominato, e capace di rianimarla e consolarla.
Però anche questo pur bravo sacerdote è un po’ malato della malattia del
cappellano crocifero, tenendo anche lui alquanto dalla parte dei galantuomini del
“ne quid nimis”. Quando infatti il Cardinale esprime l’intenzione di rendere visita
alla famiglia del sarto e alle loro due ospiti, egli si affretta a dire che non è il caso
che monsignore si disturbi, che si prenda tanto fastidio, perché non c’è che da
mandarla a chiamare quella brava gente, e correranno subito da lui. E vorrebbe,
con zelo inopportuno, andar subito lui a recare l’avviso. Sicché l’Arcivescovo
deve ribadire il suo proposito, facendo capire con una certa risolutezza che quella
è la sua volontà.
“Il curato guastamestieri”, osserva in proposito il Manzoni, non capiva “che
il Cardinale voleva con quella visita rendere onore alla sventura, all’innocenza,
all’ospitalità e al suo proprio ministero in un tempo”.
Quando poi il Presule è incamminato verso la casa ospitale, e un folla
festante si stringe familiarmente intorno a Federigo, il nostro curato si affanna ad
allontanarla, a tenerla a debita e rispettosa distanza, ammonendo ripetutamente:
“Via, indietro, ritiratevi”.
Il Cardinale cercava di frenare il suo zelo mal posto, dicendogli di lasciarli
fare, e avanzava lieto e sorridente in mezzo al suo popolo, “ora alzando la mano a
benedir la gente, ora abbassandola ad accarezzare i ragazzi che gli venivan tra’
14
= L’amore di Cristo ci spinge (ad agire).

180
piedi”. Sembra davvero di assistere alla ripetizione della scena evangelica, di
Gesù che dice ai suoi apostoli: “Sinite parvulos venire ad me”.15
Non dobbiamo essere però troppo severi nel giudicare questo parroco, il
quale ritiene suo preciso dovere salvaguardare la dignità del Cardinale dalle
eccessive effusioni della folla, perché teme che gli si manchi di rispetto; egli in
fondo è un buon prete e, se talora spende male il suo zelo, lo fa in perfetta buona
fede, cioè a fin di bene.
E’ vero che la sua visione del bene non si eleva alla spiritualità sublime di
Federigo, ma è pur sempre, e di gran lunga, superiore a quella ben nota di don
Abbondio, per il quale il bene si identificava con il suo interesse.

50 - IL VICARIO DELLE MONACHE


La mansione di questo sacerdote ci viene chiaramente spiegata dallo stesso
Autore:
“Era legge che una giovane non potesse venire accettata monaca, prima
d’essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario delle monache, o
da qualche altro deputato a ciò, affinché fosse certo che ci andava di sua libera
scelta”.
Il vicario era delegato a questa delicata mansione dallo stesso Arcivescovo,
del quale faceva in questo caso le veci; e da questa delega derivava il suo nome.
Quello che esamina la vocazione di Gertrude, come è ampiamente narrato nel
capitolo X del romanzo, è stato giudicato con severità da qualche critico. Il
Manzoni lo chiama invero “uomo dabbene” e, poco dopo, “buon prete”; ma a
qualcuno questi epiteti sono parsi ironici; anzi il Donadoni lo condanna
apertamente come ipocrita, al pari del principe padre e della badessa. Ma una
lettura attenta delle pagine manzoniane che parlano di lui, se non viziata da
pregiudizi, ci dimostra senza ombra di dubbio che il vicario non è in mala fede,
cioè non è complice della trama che doveva chiudere in convento la riluttante
ragazza.
Si potrebbe parlare di una certa ingenuità da parte del nostro vicario; ma
forse anche questo giudizio è immeritato. Il fatto sta che il brav’uomo era stato in
certo qual modo suggestionato dal principe, il quale gli aveva parlato, forse con
tono di finto disappunto, di una gran vocazione della figliola, la quale voleva farsi
monaca a ogni costo. Il principe è un gran volpone, e il vicario rimane ingannato
dalle sue mendaci affermazioni; del resto, come acutamente osserva l’Autore,
“ben di rado avviene che le parole affermative e sicure d’una persona autorevole,
in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la mente di chi le ascolta”.
Ma il provetto ecclesiastico “sapeva che la diffidenza era una delle virtù più
necessarie nel suo ufizio”, e perciò condusse l’esame con cautela e con scrupolo,
facendo molto bene la parte del tentatore, cioè l’avvocato del diavolo, come si
15
= Lasciate che i fanciulli si avvicinino a me (mentre gli apostoli volevano cacciarli via).

181
dice. Ma Gertrude, preparata ben bene dal padre a quell’esame, fu più diabolica di
lui, con le sue risposte sicure e impeccabili, che non lasciavano adito a dubbi.
Sicché il vicario finì col credere di trovarsi davvero davanti a una gran vocazione.
Le parole del Manzoni sono esplicite al riguardo, e non lasciano spazio a
un’interpretazione ironica, come vuole qualcuno. Infatti, non ostante le pronte e
ineccepibili risposte che riceveva, il vicario “insistette con le domande; ma
Gertrude era determinata d’ingannarlo… L’esaminatore fu prima stanco
d’interrogare, che la sventurata di mentire”.
Il buon prete a un certo punto ritenne di aver fatto abbastanza “la parte del
diavolo”; lasciato perciò il tono inquisitorio, si rallegrò con lei per la bella
vocazione, e la confermò nel santo proposito con parole appropriate.
Andandosene, manifestò la sua soddisfazione anche al principe, e quindi tornò a
casa sua con la coscienza tranquilla, non sospettando minimamente di essere stato
ingannato e dal tiranno e dalla stessa vittima. Per subodorare e sventare quella
trama egli avrebbe dovuto avere delle virtù eccezionali, che purtroppo non aveva;
era però diligente e abbastanza diffidente.
E’ pur vero che negli “Sposi Promessi” la figura dell’esaminatore è un po’
diversa, e lo stesso Autore sembra volerlo condannare per la sua superficialità e
quasi incoscienza nell’espletamento della sua mansione. Ma poi il Manzoni ci
ripensò e ritenne opportuno ritoccare il personaggio, credo per ragione di misura;
gli sembrò cioè eccessivo e poco verisimile che intorno alla povera Gertrude, per
farle prendere il velo, ci sia stata una congiura così generale, da comprendere
anche il vicario, oltre che le monache faccendiere e, naturalmente, la badessa.
La figura del vicario, quale ci appare nell’edizione definitiva del romanzo, è
dunque quella che abbiamo esposto, e l’Autore non autorizza alcun dubbio sulla
sua dirittura e assoluta buona fede. Egli non fa parte della congiura contro
Gertrude, ma purtroppo lui stesso è vittima di una congiura abilissima, ordita dal
principe ma attuata alla perfezione dalla figlia, la misera vittima di tutto il
dramma, la quale mentisce dolorosamente contro sé stessa, perché ormai crede di
non avere altra scelta che farsi monaca: meglio adulata in un convento, che
disprezzata e sepolta viva nella propria casa.
E come poteva il povero prete venire a capo di una congiura così diabolica,
in cui la vittima si mostrava d’accordo col carnefice?

51 - IL MARCHESE EREDE DI DON RODRIGO


Come il padre di don Rodrigo era stato ben diverso dal figlio, così anche il
suo erede per fidecommisso era, come afferma Renzo, un bravissimo uomo.
Don Abbondio ricorda d’averlo “sentito nominar più d’una volta per un
bravo signore davvero, per un uomo della stampa antica”. Avevano ambedue
ragione, poiché il marchese innominato era “un uomo tra la virilità e la vecchiaia,
il cui aspetto era come un attestato di ciò che la fama diceva di lui: aperto, cortese,

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placido, umile, dignitoso, e qualcosa che indicava una mestizia rassegnata”.
Aveva infatti perduto nella peste la moglie e tutt’e due i figli, rimanendo solo in
quell’età declinante in cui si ha forse più bisogno d’affetto che nella fanciullezza.
Essendo però un buon cristiano, è rassegnato alla volontà di Dio, e deciso a
spendere per il bene il resto dei suoi anni e anche la sua vasta proprietà. La peste,
colpendolo negli affetti più cari, ma pur terreni, gli aveva fatto capire che tutte le
cose umane sono effimere, e conviene crearsi dei tesori là dove la morte non può
fare più paura, perché ivi nulla può toglierci il vero bene.
Aveva del superfluo anche prima del contagio, ma dopo la gran bufera del
morbo si ritrova molto più ricco, proprio quando meno ne ha bisogno, avendo
ereditato le proprietà di tre parenti portati via dal morbo. Con queste proprietà può
fare molto bene; e innanzi tutto vorrebbe riparare e in qualche modo risarcire i
danni che don Rodrigo ha causato ai due promessi sposi, rimasti tali appunto per
le angherie del suo prossimo parente. Essendo stato messo al corrente della cosa
dal Cardinale, al quale ha reso visita di congedo prima di lasciare Milano per
recarsi a villeggiare nel palazzotto che già era stato di don Rodrigo, è ansioso di
sapere notizie dei due giovani, per vedere che cosa può fare per loro.
Si reca perciò a trovare il curato, per avere da lui le informazioni che gli
premono, e anche chiedere dei consigli sul modo migliore di aiutare i fidanzati.
Figuratevi la soddisfazione di don Abbondio per questa grande degnazione del
signor marchese, dopo aver dovuto sopportare per tanti anni la sprezzante
condotta di don Rodrigo, “con quegli sgherri dietro, con quell’albagìa, con
quell’aria, con quel palo in corpo”.
Il curato si affretta a comunicargli la notizia che i due promessi stanno
finalmente per coronare davanti all’altare il loro tenace proposito, per poi lasciare
il paese per recarsi nel Bergamasco, dove lo sposo ha un lavoro sicuro. Il
marchese allora chiede che cosa può fare per loro, come debita riparazione del
male fatto da “quel povero don Rodrigo”. Il nostro parroco il quale, passata la
gran paura, appare come trasformato, dimostra in questa occasione di essere
tutt’altro che sciocco; e infatti consiglia al suo visitatore due ottime cose: far
togliere il bando a Renzo e comprare quella poca proprietà che i due sposi
avevano lì e di cui dovevano necessariamente disfarsi. Si trattava, come sappiamo,
delle due case e della vigna desolata di Renzo, la cui casa era diventata una topaia
inabitabile per il lungo abbandono.
Data la generale svalutazione dei beni immobili dovuta alla grande moria,
che aveva lasciato disabitate tante case e incolti tanti campi, le misere proprietà
degli sposi valevano ben poco, e difficilmente avrebbero trovato un compratore, a
meno che essi non avessero voluto, come si dice, regalarle. A loro doleva molto,
naturalmente, disfarsene a quel modo, e non sapevano che fare.
Il marchese, con squisito tatto signorile, accettò con calore la proposta, che
gli permetteva di beneficare coloro, senza aver l’apparenza di far l’elemosina; si
offrì perciò ad acquistare quegli immobili e pregò il curato di fissarne lui il
prezzo, raccomandandosi che fosse ben alto. Quando poi don Abbondio, in
presenza degli interessati, fu invitato a dire il prezzo, “proferì, a parer suo, uno

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sproposito”. Evidentemente la somma proposta era eccessiva non solo in quei
tempi, ma anche in tempi normali; ma il curato aveva parlato per ubbidienza.
“Il compratore disse che, per la parte sua, era contentissimo; e, come se
avesse frainteso, ripeté il doppio; non volle sentir rettificazioni, e troncò e
concluse ogni discorso invitando la compagnia a desinare per il giorno dopo le
nozze, al suo palazzo, dove si farebbe l’istrumento in regola”.
Come si vede da questi particolari, il nostro marchese era non solo generoso,
ma anche molto alla mano, di sentimenti diremmo oggi democratici. Per il
compromesso della compra-vendita si era voluto recare lui stesso alla casetta di
Agnese, facendo restare strabiliato don Abbondio, che ebbe anche lui l’onore di
accompagnarsi a un sì degno rappresentante della nobiltà.
Egli intendeva col suo gesto e rendere onore alla sventura e riparare il male
fatto dal parente; allo stesso scopo mirava l’invito a pranzo nel suo palazzo, esteso
a tutta la compagnia, comprendente, con gli sposi, anche Agnese e la mercantessa,
nonché il nostro ineffabile don Abbondio, che avrebbe benedetto le sospirate
nozze.
Seguiamo i cari giovani nel palazzotto, non più sinistro e minaccioso, ma
ospitale e quasi familiare. Lì, in un bel tinello, il marchese accoglie cordialmente i
suoi ospiti, li fa sedere a tavola, li mette a loro agio intavolando una
conversazione bonaria, s’intrattiene con loro un po’, aiutando anche a servirli;
quindi si ritira, per pranzare con don Abbondio in disparte.
Ma perché non rimase a mangiare con loro?
Il Manzoni lo attribuisce a un certo residuo orgoglio nobiliare, quasi un
pregiudizio di casta, osservando che il marchese era umile, ma non un portento di
umiltà.
“N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al disotto di quella buona gente,
ma non per star loro in pari”.
L’osservazione dell’Autore è, come al solito, di grande acutezza psicologica;
io però penso che, a parte l’umiltà su cui non intendo interloquire, fu da parte del
marchese atto di grande discrezione lasciare a un certo punto gli invitati padroni
di sé stessi. Infatti quei poveretti si sarebbero trovati ben impacciati, se avessero
dovuto mangiare per tutto il pranzo sotto gli occhi di un marchese. La soggezione
avrebbe loro tolto gran parte del piacere e della gioia. Anche senza la presenza del
nobile anfitrione, i due novelli sposi erano già abbastanza emozionati nel vedersi
seduti a tavola in un palazzo signorile, e in quel palazzo poi!
Perciò il ritirarsi a mangiare in disparte, che il Manzoni attribuisce a
un’umiltà non ancora evangelica, io penso invece che abbia tolto gli sposi da una
gran soggezione, e abbia fatto trarre anche agli altri convitati un respiro di
sollievo. Mangiare tutti insieme, a una sola tavola, si sa, sarebbe stato più
popolare, più romanticamente bello; ma forse non opportuno: il troppo storpia!

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52 - IL VECCHIO MALVISSUTO E LA VECCHIA BUGIARDA
Il feroce vecchio, che spiccava tra i tumultuanti davanti al palazzo del
vicario di provvisione, “ed era lui stesso spettacolo”, è descritto dal Manzoni con
tinte degne del Caronte virgiliano e di quello dell’Inferno dantesco: costui,
“spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno
di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava
in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di voler
attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse”.
Il vecchiaccio sembra davvero “Caron demonio con gli occhi di bragia”;
davanti a una tale ripugnante figura, davanti ai suoi propositi sanguinari, noi
inorridiamo non meno di Renzo, il quale non si tenne dal rimbeccarlo con
sdegnosa protesta, rischiando per questo di essere linciato dalla folla inferocita.
Il nostro ribrezzo è accresciuto dal fatto che tali propositi omicidi sono
proferiti da un vecchio. La vecchiaia ci suggerisce infatti sentimenti di serenità, di
mitezza, di saggezza, e di pace; invece questo vecchio sanguinario, che
immaginiamo con i bianchi capelli arruffati e con la bava sulle labbra, è invasato
da mania omicida e manifesta propositi di efferata crudeltà. Verso i vecchi noi
sentiamo un rispetto e una venerazione istintiva; invece questo vecchio non può
che riuscirci odioso, anche se comprendiamo che forse la colpa non è tutta sua.
Probabilmente egli avrà subito delle ingiustizie, e il risentimento ha scavato
nel suo animo rozzo seminandovi l’odio più brutale e irragionevole. Questo
vecchio comunque suscita in noi un’infinita pena: egli è vissuto nel male,
nell’incomprensione e nel livore, e neppure quando ha ormai un piede nella tomba
sa elevarsi a sentimenti più miti, ravvedendosi e mutando vita: egli purtroppo
appare irrecuperabile al bene, e morirà male così come è vissuto, senza alcuna
luce di bontà, senza alcun pensiero, non dico di carità, ma neppure di umanità.
Guardando la sua “canizie vituperosa”, non possiamo che ricordare, per
antitesi, la veneranda canizie di altri vecchi, come Federigo e fra Cristoforo; e ci
viene anche in mente la lirica invocazione al Paraclito contenuta nella
“Pentecoste”:
“Adorna la canizie – di liete voglie sante”.
Purtroppo in questo disgraziato vecchio troviamo ben altro che desideri
celesti, ma biechi propositi di vendetta e di sangue. Ci potremmo chiedere se
vecchi simili siano solo frutto dell’inventiva manzoniana o esistano veramente
nella realtà.
Sappiamo che il nostro Autore si è prefisso “il vero per soggetto”, e quindi
possiamo essere sicuri che la figura del vecchio malvissuto non è fantastica, ma
tratta dall’esperienza diretta o indiretta del romanziere;del resto anche la nostra
più modesta esperienza ci conferma che non sempre la vecchiaia induce
sentimenti di pace e di mitezza. In genere si può dire che chi è vissuto male nelle
altre età, vive male anche nella vecchiaia: il lupo muta il pelo ma non il vizio, dice
infatti il proverbio a tutti ben noto.

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Non così vituperevole, ma certo ugualmente odiosa ci appare la vecchia che
in Milano, nel colmo della peste, grida “all’untore!” contro Renzo, colpevole di
tener appoggiata la mano al picchiotto della porta di don Ferrante, con
l’intenzione di picchiare ancora, per avere più precise notizie di Lucia.
La rappresentazione di questa vecchia megera è di evidenza non meno
icastica di quella del vecchio malvissuto; anch’essa è una figura da Malebolge o
da Giudizio Universale, tanta è l’esasperata tensione dei suoi tratti somatici che
evidenziano il suo stato d’animo.
Infatti la vecchiaccia, “con un viso ch’esprimeva terrore, odio, impazienza e
malizia, con cert’occhi stravolti… spalancando la bocca… alzando due braccia
scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa di artigli, come
se cercasse d’acchiappar qualcosa”, voleva chiamar gente contro Renzo senza che
questi se n’avvedesse.
Ma quando il giovane la guardò insospettito, “colei, fattasi ancor più brutta,
si riscosse come persona sorpresa”, e lasciò scappare dalla bocca sdentata e
sgraziata il grand’urlo di “dagli all’untore!”, che nella generale esasperazione
degli animi poteva equivalere a una condanna a morte.
Renzo che lo sapeva troppo bene, cercò di farla tacere:
“Chi? Io! Ah strega bugiarda! Sta’ zitta”.
Ma poi si accorse che il grido di allarme e di richiamo aveva già prodotto il
suo sinistro effetto, e bisognava salvarsi dalla furia popolare, allora più cieca che
mai; e buon per lui che nelle vicinanze transitava un convoglio di carri pieni di
cadaveri, su uno dei quali poté riparare, mettendosi sotto la protezione dei
monatti.
Così andò delusa la mania omicida della vecchia, come era rimasta
inappagata quella del vecchio sanguinario.
La prima voleva far la festa al forestiero, credendolo untore e quindi
colpevole della moria; il secondo voleva ammazzare il vicario di provvisione,
credendolo colpevole della carestia.
Ma tra i due c’è una certa differenza: la donna è accecata dal pregiudizio
generale, e può essere mossa anche da un istintivo senso di giustizia, che vuole
puniti gli autori di un sì grave misfatto contro l’umanità; essa vuole una
esecuzione sommaria, popolare, immediata, è vero, ma pur sempre una cosa che a
lei sembra giustizia dovuta e sacrosanta contro gli attentatori della pubblica
incolumità. Se la vecchia ha qualche attenuante nel suo intento omicida, non si
può dire la stessa cosa per il vecchio malvissuto, che si dimostra bestiale e
sanguinario: egli è malvagio sin nel profondo dell’animo, abbrutito in una vita
tutta spesa nel male e ormai senza speranza alcuna di redenzione.
Di questo indegno vecchio parla anche Giuseppe Ripamonti nella sua storia
della peste, ed è quindi un uomo reale, perché il Ripamonti (1573-1643),
contemporaneo ai fatti, parla di cose da lui viste o comunque per lui certe. Simili
vecchi sono sempre esistiti ed esistono, forse più che mai, anche oggi, e ogni
lettore può portarne degli esempi o per esperienza o per conoscenza.

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53 - IL VECCHIO SERVITORE DI DON RODRIGO
Del vecchio servitore o piuttosto cerimoniere di don Rodrigo si parla nel
romanzo solo nei capitoli V, VI e VII, che vanno dalla visita di padre Cristoforo al
palazzotto al tentato rapimento di Lucia.
Egli compare sulla scena borbottante, perché il picchio al portone gli
annunzia una visita del tutto contraria all’etichetta. Infatti fra Cristoforo si
presenta al palazzo in un’ora piuttosto indiscreta, mentre il padrone s’intrattiene a
pranzo coi suoi amici e non vuol essere disturbato.
Se fosse stato un altro visitatore, il buon uomo non avrebbe mancato di
manifestare il suo disappunto; ma, visto il santo frate, per cui aveva una speciale
venerazione, gli fece un profondo inchino e si affrettò ad acquietare i feroci
mastini che abbaiavano furiosamente mostrando le formidabili zanne. Non pensò
più alla poca discrezione del visitatore, ma l’introdusse senza alcuna obiezione,
“guardandolo con una cert’aria di maraviglia e di rispetto”, perché i frati non
erano più entrati in quella casa, da quando era morto il vecchio padrone, “il quale
era stato tutt’un’altra cosa” dal figlio degenere. Il padre infatti era stato onesto e
virtuoso, don Rodrigo era invece prepotente e irreligioso.
Questi, alla morte del padre, aveva dato lo sfratto a tutta la servitù, abituata
all’antica condotta di vita, e quindi non adatta per i suoi intenti di vita violenta e
viziosa; si era infatti circondato di bravacci, ma aveva trattenuto in casa questo
servitore, “e per esser già vecchio” (il che dimostra che il giovane padrone non era
del tutto cattivo d’animo, se aveva qualche senso di pietà per la vecchiaia), e
perché era molto devoto al casato, di cui conosceva la storia e aveva un’alta
opinione; inoltre egli possedeva “una gran pratica del cerimoniale”. Infatti nei
giorni d’invito e di ricevimento occorreva un cerimoniere, che conoscesse i più
minuti particolari dell’etichetta, e che, come maggiordomo, dirigesse tutti i
preparativi senza dovere improvvisare; e per tutto questo il nostro buon vecchio
diventava allora un personaggio importante, anzi indispensabile, perché poteva
assicurare un servizio impeccabile.
Il vecchio servitore, che era “di massime e di costume diverso interamente”
dal nuovo padrone, era credente e voleva salvare la propria anima; è facile
immaginare che, per le sue pratiche religiose, frequentasse la non lontana chiesa
del convento di Pescarenico, nella quale si esplicava il ministero sacerdotale di fra
Cristoforo.
Quando lo vide venire inopinatamente a trovare il suo padrone, provò
meraviglia ma anche un senso di approvazione per l’iniziativa:
“Sarà per far del bene”, disse all’ospite a guisa di saluto; quindi soggiunse
come tra sé:
“Del bene se ne può far per tutto”.
Egli subito decide di favorire la missione del frate, e perciò non esita a
introdurlo, disposto ad annunciarlo subito, anche passando sopra all’etichetta, per
quanto il padre gli chieda modestamente “d’esser lasciato in qualche canto della
casa, fin che il pranzo fosse terminato”. Alla prudente discrezione del frate fa

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riscontro l’animosa iniziativa del servitore che non vorrebbe farlo aspettare, per il
rispetto che sente per lui.
Avendo intuito press’a poco lo scopo della visita di fra Cristoforo, vuole
favorirlo a ogni costo, e non si fa scrupolo d’origliare alla porta del padrone,
mentre questi è a colloquio col visitatore, perché vuole confermarsi nel suo
sospetto, onde poter prestare tempestivamente la sua opera per il trionfo del bene.
A questo proposito il Manzoni pone il problema della liceità morale del suo
comportamento che, “secondo le regole più comuni e men contraddette”, sarebbe
biasimevole; eppure il frate, quando ne fu informato, non solo non lo riprese, ma
implicitamente lo approvò. L’Autore non risolve il dubbio, ma ci dà la chiave per
risolverlo, allorché si chiede: “ma quel caso non poteva riguardarsi come
un’eccezione?”
Infatti era proprio un’eccezione ben motivata: quando si tratta di prevenire
un male o di evitare un pericolo grave, per il quale si hanno fondati sospetti, è
lecito contravvenire a certe regole di discrezione e di rispetto dell’altrui intimità.
In tal caso origliare alla porta o aprire una lettera diretta a una persona cara
insidiata o magari intercettare una telefonata, non solo non è una colpa, ma può
configurarsi addirittura come un preciso, per quanto sgradito e perfino odioso,
dovere di chi ha una certa responsabilità e sensibilità morale.
Naturalmente non è affatto facile giudicare di queste cose così delicate, ed è
più che evidente che l’eccezione non può mai diventare regola; a garanzia di
questa eccezionalità dovrà esserci l’avallo di una coscienza retta e sensibile.
Allorché il frate esce dal burrascoso colloquio, il buon vecchio gli assicura il
suo appoggio, rivelando che c’è già in aria un disegno contro Lucia, e promette
che cercherà di venirne a capo e di avvertirlo in tempo. E cerca di mantenere la
parola; ma pur stando “a occhi aperti, e a orecchi tesi”, viene a conoscenza della
trama solo quando essa sta per essere messa in atto. Possiamo ben immaginare la
sua preoccupazione di non fare in tempo ad avvertire chi di dovere!
“Il povero vecchio, quantunque sentisse bene a che rischioso giuoco
giocava, e avesse anche paura di portare il soccorso di Pisa, pure non volle
mancare”; se non avesse avuto un alto senso di responsabilità, gli sarebbe stato
facile rinunciare alla lotta contro il tempo, adducendo come scusa l’inutilità del
suo intervento e anche i limiti della propria età. Invece sentì che doveva
ugualmente tentare e, nonostante l’età, trottò verso il convento per portare il suo
avviso, che non risultò affatto inutile.
Il suo zelo fu così premiato. Per quanto il Manzoni non ci dica nulla al
riguardo, possiamo ben immaginare l’ansia con cui il servitore passò quella notte,
nel dubbio se il suo avviso fosse giunto in tempo o no, e la gioia che inondò il suo
animo al mattino seguente, allorché fu certo che la ragazza si era salvata; ma
dobbiamo credere che in mezzo alla gioia si insinuasse il timore di essere scoperto
e severamente punito.
Questo servo quindi si è adoperato per far fallire un piano del proprio
padrone, verso il quale ha il dovere della fedeltà; la sua azione rientra dunque in
quelle eccezioni motivate di cui sopra abbiamo parlato. Per don Rodrigo, se lo

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avesse scoperto, egli sarebbe stato un vile traditore, degno della più grave
punizione; il Griso, che per colpa sua ebbe quell’insuccesso e passò anche quella
brutta notte, si sarebbe vendicato contro di lui nel modo più feroce, se avesse
saputo che era stato lui a mandargli all’aria l’impresa. Ma lui agisce lo stesso,
vincendo ogni rispetto umano, facendo tacere la sua stessa paura senile e la
debolezza degli anni.
Egli sa che non si può servire a due padroni, ed è perciò coscientemente
infedele al padrone terreno, per restare fedele a quello Celeste, il vero e unico
Signore. E’ un vecchio coraggioso, che ha capito quello che più importa su questa
terra; ha compreso che la salvezza della propria anima è il dovere supremo,
l’unica cosa che veramente conti e dinanzi alla quale tutti i doveri terreni passano
in second’ordine o non contano più affatto.
Davanti a questo servo, che obbedisce risolutamente alla coscienza, non
possiamo che inchinarci commossi e ammirati, nella speranza che tali vecchi
animosi nella Fede esistano anche nella realtà, e non solo nella fantasia creatrice
del Manzoni.

54 - LA VECCHIA GOVERNANTE
E’ un tipico personaggio, anche se del tutto secondario, che troviamo nel
palazzo principesco del padre di Gertrude, al servizio della quale fu messa per
qualche tempo, dopo essere stata la governante del principino, il fortunato erede
del glorioso casato. E la gloria della vecchia cameriera consiste appunto nell’aver
tenuto in braccio il prezioso rampollo della stirpe, destinato a propagarne il seme
nei secoli avvenire.
Allorché Gertrude, dopo la lettera accorata scritta al padre, nella quale per
meritare il perdono si mostrava disposta ad accontentarlo in tutto, si accorse che il
genitore era ancor lui disposto ad accontentarla in tutto, purché si monacasse,
“volle approfittare dell’auge in cui si trovava” per vendicarsi almeno della
cameriera-carceriera, la quale era stata la causa della sua disgrazia, per averle
strappato di mano e consegnato al principe la fatale letterina diretta al paggio
gentile.
La sua era una vendetta per modo di dire: voleva soltanto togliersela di
torno, dato che la sua presenza le era ormai divenuta odiosa. Il padre, per darle
soddisfazione, le fece capire che l’avrebbe rimproverata o anche punita; ma era
una finzione, perché per lui quella cameriera era altamente benemerita, in quanto
gli aveva dato in mano lo strumento decisivo per piegare la riluttante volontà della
figlia. Infatti il biglietto d’ingenuo amore, che l’arcigna cameriera aveva strappato
dalle mani di Gertrude per metterlo in quelle del padre, fu per così dire la “fatalis
machina” che permise al tirannico genitore di espugnare la fortezza che ancora
resisteva, facendo capitolare la volontà della figliola tredicenne.

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Per accontentare Gertrude, il principe ordinò il cambiamento della
cameriera: a servire la fanciulla fu designata colei che, essendo stata “già
governante del principino, che aveva ricevuto appena uscito dalle fasce, e tirato su
fino all’adolescenza”, si era talmente infatuata di questo suo incarico, che aveva
riposte nell’erede “tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria”.
Questa donna appare quasi commovente per la sua devozione e per il suo
entusiasmo verso il principino, che considera un po’ come un figliolo, perché gli
si è affezionata e quasi visceralmente attaccata. Ormai ella non vive che per lui,
non canta che le sue lodi, non esalta che le sue prodezze, non vede che la sua
futura grandezza. Tutto ella mira e valuta nella visuale della preminenza assoluta
del principino, perché “un giorno, il signor principe sarà lui,” e nell’erede c’è un
po’ di lei, della sua vecchia governante, che l’ha portato in braccio.
Si potrebbe osservare che questa cameriera sia tanto entusiasta del futuro
principe solo per un calcolo di convenienza personale, pensando che il suo
figlioccio, una volta prese le redini del comando, si ricorderà della sua vecchia
balia; ma questa critica sarebbe ingiusta, perché la donna è sinceramente
affezionata al ragazzo, anzi ne è infatuata, e s’invanisce nella considerazione della
sua futura grandezza, e non del proprio eventuale tornaconto. Tutto ciò che
riguarda il principino riguarda un po’ anche lei. Ella è contenta della decisione di
Gertrude, perché facendosi suora lascia tutta la proprietà al fratello, che così potrà
mantenere tutto il suo decoro e sposarsi un giorno convenientemente, cioè con
una gran signorona.
Per questo la buona donna considerava come “una sua propria fortuna” la
monacazione di Gertrude, la quale poverina, dopo quella giornata faticosa per
tante contrastanti emozioni, “per ultimo divertimento, dovette succiarsi le
congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia”, la quale non la finiva più di
decantare la beata vita del monastero.
Infatti una nobile come lei avrebbe ricevuto, nel pio luogo, un trattamento di
gran riguardo, e ottenuto soddisfazioni di gran lunga superiori a quelle che
avrebbero potuto avere le altre dame nella vita di società. La predica o meglio
l’esaltazione della vita del chiostro era stata forse sincera, ma non per questo
meno noiosa per gli orecchi di Gertrude, la quale sapeva benissimo che cosa
l’attendeva in quella prigione, pur dorata.
“La vecchia aveva parlato mentre spogliava Gertrude, quando Gertrude era a
letto; parlava ancora, che Gertrude dormiva”.
Nel suo entusiasmo ingenuo, nella sua concezione della vita tutta esteriore,
non la sfiora neppure il dubbio che la ragazza possa essere colà infelice, perché
spinta a farsi monaca senza vocazione alcuna.
Questa vecchia cameriera è tutta pervasa da “quella svisceratezza servile che
s’invanisce e si ricrea nello splendore altrui”; ella ormai non desidera più nulla per
sé, non vive che per il casato che ha servito per tutta la vita, e soprattutto per il
principino, di cui è orgogliosa come di un proprio figliolo. Non possiamo che
provare indulgenza per l’esagerazione e deformazione sentimentale di questa
donna la quale, non avendo avuto nella vita proprie soddisfazioni e propri affetti,

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si attacca con tutto il cuore a un figlio altrui, per il quale ha avuto però cuore e
cure di madre. Il suo istinto materno ha potuto così in qualche modo appagarsi.

55 - LA SGARBATA DOMESTICA DI DON FERRANTE


La incontriamo nel capitolo XXXIV, e fa quasi il paio con l’odiosa megera
che poco dopo grida “all’untore” contro il povero Renzo, che sembra aver iniziato
sotto malvagia stella l’affannosa ricerca della sua Lucia. Chiamarla sgarbata,
questa domestica della casa di don Ferrante, è forse dir poco; la si potrebbe infatti
definire maligna e senza cuore, a giudicare dal modo come risponde al forestiero
che, col cuore in gola, le chiede notizie della fidanzata. Ma forse a sua parziale
discolpa si può addurre la paura dei monatti, di cui si conoscevano le gesta
criminose, e anche il diffuso terrore delle unzioni, dal quale ogni animo era come
dominato.
Dal terrore nasce il sospetto, sentimento sempre un poco irragionevole, che
ora è stato esasperato e reso cieco dal generale pregiudizio e dalle vaghe e
spaventose dicerie. E il sospetto domina questa serva: al picchiare del giovane
apre la finestra appena un poco, “fa capolino, guardando chi era, con un viso
ombroso che par che dica: monatti? Vagabondi? Commissari? Untori? Diavoli?”
Ma sentendo quel forestiero chiedere di Lucia, avrebbe dovuto almeno
rassicurarsi, pensare che si trattava certamente di un suo parente, che aveva tutto il
diritto di essere compiutamente informato; avrebbe dovuto mettersi nei suoi
panni, e cercare di agevolarne al massimo le ricerche.
E invece no: prima risponde asciuttamente che quella donna non c’è più, e
invita l’importuno ad andarsene; poi, dinanzi all’insistenza di Renzo, dice che è
stata portata al lazzaretto, e di nuovo vuole chiudere la finestra, per far capire che
ne ha abbastanza e che è stata fin troppo infastidita. Ma il giovane la supplica, per
amor del cielo, di dirgli qualcosa di più, e chiede se vi è stata portata con la peste
addosso.
A questa domanda un po’ ingenua in verità, ma comprensibile in un animo
agitato dal timore, il quale quasi non vuole credere alla cruda realtà paventata, la
donna risponde con beffarda ironia:
“Già. Cosa nuova, eh? Andate”.
Ma l’altro non si rassegna ad andarsene così, vorrebbe sapere qualcosa a cui
attaccare disperatamente la sua speranza; e chiede ancora se era ammalata molto,
e da quanto tempo era stata portata là; ma la serva aveva davvero chiuso la
finestra, indifferente alle pene di un cuore infranto.
L’insensibilità di questa donna al dolore altrui ci sbalordisce; il suo modo di
agire indispettisce il lettore non meno di quanto indispettì il povero Renzo, che fu
lì lì per attaccarsi al martello e picchiare furiosamente, e per sfogarsi e per farla
affacciare di nuovo, quella cattiva, e costringerla a dirgli tutto quello che lui aveva
il diritto di sapere. La condotta della donna denota non solo mancanza di carità

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cristiana, ma assenza della più elementare e doverosa cortesia, rivelando un
egoismo chiuso a ogni riguardo verso il prossimo. Il suo comportamento ci
sembra davvero inspiegabile, dal momento che ella si dovette rendere conto che
colui che voleva sapere le notizie non poteva essere che un familiare di Lucia.
Ma forse una spiegazione c’è: questa cameriera era vissuta tanti anni agli
ordini di donna Prassede, alla scuola di quella puritana arcigna e spietata, vivente
negazione della carità evangelica. La serva in tanti anni non poté che assorbire le
cattive qualità della padrona. Come l’una era rimasta insensibile alle pene di
Lucia, che essa stessa provocava con gli ingiusti sospetti e gli acerbi rimbrotti,
così ora l’altra, ammaestrata alla sua scuola, si dimostra insensibile alle pene di
Renzo, e sembra quasi che ne goda. Ci viene quasi il sospetto che nella domestica
ci sia la consapevolezza che quel giovane che chiede notizie di Lucia è il
famigerato fidanzato, quel delinquente di cui la padrona aveva fatto tante volte
l’odioso ritratto; sicché nella condotta della serva traspare l’odio, predicato da
donna Prassede, contro il “birbante venuto a Milano, per rubare e scannare”.
Se le cose stessero veramente così, il comportamento della domestica
potrebbe trovare qualche attenuante, o per lo meno sarebbe in qualche modo
spiegabile. Spiegabile, ma non perdonabile.
Infatti essa si dimostra non solo insensibile, ma anche maligna e
menzognera. Infatti quando Renzo, proprio a causa del suo comportamento
sgarbato, indugia fremente dinanzi al portone patrizio con la mano al martello ed è
preso per untore, la perfida, che intanto era rimasta a spiare tutta sospettosa dietro
le persiane, si riaffaccia e si mette a gridare anche lei:
“Piagliatelo, pigliatelo; che dev’essere uno di quei birboni che vanno a
unger le porte dei galantuomini”.
L’odio che traspare da queste parole, altrimenti immotivate, ci conferma nel
sospetto che la donna avesse intuito che colui era proprio il criminale ex-fidanzato
di Lucia, di cui la padrona aveva più volte dipinto l’impietoso ritratto morale.
Noi non possiamo che provare orrore al pensiero che, per causa di questa
donna, Renzo si trovò nella dura alternativa o di farsi linciare come untore dalla
folla inferocita o di aprirsi la strada col coltello per uscire da quell’accerchiamento
senza scampo; per fortuna nessuna delle due ipotesi si verificò, perché si
trovarono lì vicino, provvidenzialmente, i carri dei monatti, che furono per
l’inseguito la sicura isola di salvezza in mezzo alle onde tempestose.
Pensare che, se la domestica fosse stata un po’ meno sgarbata, e avesse
risposto con un po’ di pazienza o di carità alle pressanti domande di Renzo, per
costui non ci sarebbe stato nessun pericolo né per l’anima né per il corpo.
Questa ovvia riflessione può esserci di monito alla gentilezza e alla carità,
cioè alla considerazione delle altrui necessità; queste virtù, se fossero praticate un
po’ di più, potrebbero evitare su questa terra tanto male e tanto dolore. Ma perché
ci riesce tanto difficile saperci mettere, nelle varie circostanze della vita, anche un
po’ nei panni dell’altro, cioè del nostro prossimo?

192
56 - LA BADESSA IPOCRITA E LE MONACHE FACCENDIERE
La condanna morale del Manzoni per queste suore, così poco compenetrate
di spirito religioso, balza con evidenza dalle sue pur sobrie notazioni:
“La badessa e alcune altre monache faccendiere, che avevano, come si suol
dire, il mestolo in mano… corrisposero pienamente all’intenzioni che il principe
aveva lasciate trasparire sul collocamento stabile della figliola: intenzioni che
andavan così d’accordo con le loro”.
Infatti esse pensavano che avere con loro una principessa, per di più figlia
del feudatario della città, sarebbe stato per il convento e motivo di gloria e mezzo
di utile protezione nei loro rapporti col mondo. Però, nonostante le loro raffinate
lusinghe, Gertrude era piuttosto restia a prendere il velo, e non tanto facilmente si
sarebbe indotta a indirizzare la domanda scritta al vicario delle monache per
sottoporsi all’esame sulla vocazione, come prescriveva la Regola. La badessa e le
sue accolite erano preoccupate per l’inattesa resistenza della giovinetta, che
rischiava di compromettere tutti i loro piani. Ma per loro fortuna Gertrude, per la
quale la religione era come una larva, talora paurosa, veniva in certi momenti
assalita da un complesso di colpa, come se la sua riluttanza al velo fosse un grave
peccato; e allora si mostrava pronta a espiare questo peccato di ostinazione,
“chiudendosi volontariamente nel chiostro”.
Sono momenti non di vera religiosità, ma di scrupolo quasi superstizioso;
sono in definitiva momenti di debolezza, “che l’astuzia interessata spia
attentamente e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda”. Di un
simile momento saprà in seguito approfittare destramente il principe-padre,
allorché riceverà la lettera della figlia abbattuta e pentita, vergognosa e sgomenta
per l’episodio del paggio e le possibili conseguenze. Le suore non sono da meno
in fatto di astuzia e direi di perfidia.
“Quelle monache che avevan preso il tristo incarico di far che Gertrude
s’obbligasse per sempre, con la minore possibile cognizione di ciò che faceva,
colsero un dei momenti che abbiam detto, per farle trascrivere e sottoscrivere una
tal supplica”.
Da queste parole si evince che la domanda era stata già da tempo stilata
dalle interessate; si trattava soltanto di ricopiarla e firmarla; poi avrebbero pensato
loro a inoltrarla immediatamente, prima che la ragazza cambiasse di umore, cosa
molto prevedibile.
Infatti, come ci assicura il Manzoni, “la supplica non era forse ancor giunta
al suo destino, che Gertrude s’era già pentita d’averla sottoscritta”. Immaginiamo
che si sarà lamentata con le suore che l’avevano indotta al passo, le quali
l’avranno calmata col ripeterle, come anche prima le avevano assicurato, “che
finalmente era una mera formalità, la quale (e questo era vero) non poteva avere
efficacia, se non da altri atti posteriori, che dipenderebbero dalla sua volontà”.
Le monache faccendiere, per aver partita vinta, seppero servirsi con abilità
di tutti i mezzi, dalle lusinghe affettuose alle suggestioni religiose; e la povera
adolescente era sola e disarmata di fronte alla vasta e ben orchestrata congiura.

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Sicché finiva col pentirsi di essersi pentita, “passando così i giorni e i mesi in
un’incessante vicenda di sentimenti contrari”.
Tra la perfidia delle monache faccendiere spicca quella della badessa, la
quale naturalmente dà il la all’azione subdola e capziosa delle consorelle. La sua
perfidia è ammantata da un velo d’ipocrisia. Questa diventa evidente nell’incontro
che la badessa ha col principe, in occasione della domanda solenne, da parte di
Gertrude, di essere ammessa nel monastero. E in tale circostanza l’ipocrisia della
badessa trova una degna corrispondenza nell’uguale ipocrisia del principe: i due, a
fronte a fronte, recitano una farsa che sarebbe ridicola, se non fosse odiosa,
davanti a due suore anziane, anch’esse ahimé conniventi. Il breve dialogo,
imbastito solo per ottemperare a una formalità della Regola, è untuoso e reticente,
e tradisce un certo imbarazzo, per la consapevolezza reciproca della vile congiura
ai danni di una fanciulla innocente e indifesa. Riascoltiamo le battute impagabili
di questa scena grottesca.
Lei: “Signor principe, per ubbidire alle regole… per adempiere una
formalità indispensabile, sebbene in questo caso… pure devo dirle… che… la
superiora, quale io sono indegnamente… è obbligata ad avvertire i genitori… che
se, per caso… forzassero la volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica.
Mi scuserà…”
Lui: “Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è
troppo giusto… Ma lei non può dubitare…”.
Lei: “Oh! Pensi, signor principe… ho parlato per obbligo preciso… del
resto…”
Lui: “Certo, certo, madre badessa”.
E’ tutto, e i due si separano con un profondo inchino, con reciproche mute
congratulazioni per la scena così ben rappresentata. Su di essa si cala il sipario
dell’ipocrisia; non importa se, dietro a quel sipario, una tredicenne si troverà
monacata per forza, in seguito a questa congiura così ben organizzata tra famiglia
e monastero per il conseguimento di un risultato vantaggioso per ambedue, in
danno della vittima.
E’ troppo naturale che, quando Gertrude si rese conto di questa perfidia,
cercasse di sfogarsi contro le responsabili.
“La vista di quelle monache che avevan tenuto di mano a tirarla là dentro, le
era odiosa. Si ricordava l’arti e i raggiri che avevan messi in opera, e le pagava
con tante sgarbatezze, con tanti dispetti, e anche con aperti rinfacciamenti”.
Contro la badessa si sfogava in modo diverso: stando in mezzo alle
educande, di cui era stata nominata maestra, si divertiva a imitare il cicalio della
reverenda madre, facendone “una scena di commedia”. Ma purtroppo questo
sfogo non le faceva buon sangue, anzi la lasciava con la bocca amara.
Rinfocolando l’odio contro chi l’aveva così perfidamente sacrificata, sentiva
prepotente la brama di rivalsa e di ribellione al suo destino di vergine forzata; e
mentre pensava continuamente al modo, si dibatteva fieramente sotto il giogo che
le era stato imposto, “e così ne sentiva più forte il peso e le scosse”.

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Nel monastero c’erano anche , è vero, delle suore pie e contente, aliene da
qualsiasi interesse terreno, le quali non avevano congiurato affatto contro di lei e,
lungi dal volerla in convento senza vocazione, avevano cercato di impedirne la
monacazione votando, nel capitolo, contro la sua accettazione. Ma Gertrude,
ormai invelenita nell’animo, anche contro costoro si scagliava, perché la loro
condotta lieta era come un perenne rimprovero per la sua cupezza, la loro pietà
fervorosa come un’accusa per la sua disperata aridità; “e non lasciava sfuggire
occasione per deriderle dietro le spalle, come pinzochere, o di morderle come
ipocrite”. Non volendo ammettere di essere lei nel torto, tacciava di finzione “la
loro aria di pietà e di contentezza”, da cui era urtata e irritata appunto perché,
inconsciamente, le invidiava.
Ormai Gertrude, nella sua perenne esasperazione, non poteva più giudicare
serenamente e, per reazione istintiva, se la prendeva contro tutto e contro tutti, a
torto o a ragione. E’ la reazione comprensibile, anche se non approvabile, di un
animo esacerbato. Eppure quell’animo era in origine incline alla mitezza e alla
comprensione, cioè fondamentalmente buono; lo avevano poi depravato la
famiglia, cioè il padre, e il monastero, cioè la badessa e le sue degne accolite.
Perciò mentre sentiamo una pena infinita per la traviata ragazza, non
possiamo che provare sentimenti di riprovazione e di condanna per la perfida
ipocrisia di queste monache.

57 - LA FAMIGLIA SACCOMANNA
E’ una scena un po’ inusuale quella che si presenta a Renzo nel suo primo
ingresso in Milano, nella famosa giornata di San Martino: padre, madre e figlio,
che se ne tornano a casa con la preda, frettolosamente, dopo aver preso parte al
saccheggio del “forno delle grucce”.
“Erano tutt’e tre in una figura strana. I vestiti o gli stracci infarinati;
infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; e andavano non solo curvi, per il peso,
ma sopra doglia, come se gli fossero state peste l’ossa. L’uomo reggeva a stento
sulle spalle un gran sacco di farina… ma più sconcia era la figura della donna: un
pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una
pentolaccia a due manichi; e di sotto a quel pancione uscivan due gambe, nude fin
sopra il ginocchio, che venivano innanzi barcollando”. La donna aveva ripiegato a
sacco la lunga gonna, riempiendola di farina sino all’orlo, sicché camminando
l’andava seminando per terra. Il ragazzetto poi reggeva in bilico sulla testa una
paniera troppo colma di pani, per cui ogni tanto ne cadeva qualcuno. Anche il
sacco portato dall’uomo presentava più di un buco, sicché anche lui faceva un
seminìo di farina lungo la strada. E’un evento piuttosto usuale in simili saccheggi,
in cui è più la grazia di Dio che si spreca di quella che si gode.
Questa della famiglia saccheggiatrice non è davvero una scena straordinaria,
ma ho voluto rilevare questo piccolo episodio del romanzo, perché il Manzoni in

195
poche battute di dialogo ci fa capire il carattere di ciascun membro
dell’avventurosa famigliola: la madre iraconda e avida, il figlio ingenuo e
sprovveduto, il padre conciliante e bonario, quasi filosofo, di una filosofia
popolare, fatta di buon senso.
La donna, vedendo che il ragazzo fa cader qualche pane, lo assale con la
lingua, non potendolo fare con le mani, che tiene sfortunatamente occupate. Il
figlio, reso sicuro da questo fatto, risponde tra ingenuo e impertinente:
“Io non li butto via; cascan da sé: com’ho a fare?”
La madre va in bestia, e digrignando i denti gli grida:
“Ih! Buon per te che ho le mani impicciate”.
E così dicendo dimena furibonda i pugni con tutto il pancione, facendo
“volar via più farina, di quel che ci sarebbe voluto per farne i due pani lasciati
cadere”. Interviene con la sua pacata saggezza il marito:
“Via, via, torneremo indietro a raccoglierli, o qualcheduno li raccoglierà. Si
stenta da tanto tempo: ora che viene un po’ d’abbondanza, godiamola in santa
pace”.
E’ un invito alla moderazione e all’indulgenza.
Ma la moglie non l’intende così. Infatti, poco più in là, uno che arriva dalla
periferia chiede alla donna dove si prende il pane. “Più avanti”, risponde quella
vagamente, con tono seccato; poi, quando colui si è allontanato, aggiunge con
stizza:
“Questi contadini birboni verranno a spazzar tutti i forni e tutti i magazzini,
e non resterà più niente per noi”.
Ma il marito, più ragionevole e meno egoista, la rimbecca:
“Un po’ per uno, tormento che sei”.
E in verità una tale donna, così scontrosa e linguacciuta, è un vero tormento:
per il marito, che affligge col suo continuo brontolio, e per il figliuolo, sul quale
sfoga anche coi pugni il suo umore nero. Questa Santippe appare insopportabile;
per fortuna il marito ha la sua filosofia paziente quasi socratica, e non se la prende
troppo; il ragazzo poi si affiderà alle sue gambe leste, per evitare il resto di
quelle minacce iraconde. Insomma a tutto c’è rimedio, su questa terra, o in un
modo o in un altro, se si è un po’ tolleranti o accorti.

58 - GLI AVVENTORI DELLE OSTERIE


Sono dei personaggi minimi, poco appariscenti nell’economia del romanzo;
ma sono una parte di quel popolo sul quale si appunta lo sguardo scrutatore
dell’Autore, che lo ha elevato a soggetto della sua storia, la quale non è altro che
l’epopea degli umili. Perciò anche gli avventori delle osterie ci offrono spunti
interessanti per capire il vasto quadro sociale di quel secolo. E vediamo innanzi
tutto gli ambienti in cui queste comparse rappresentano la loro parte corale, cioè le
osterie, che in quei tempi rappresentavano gli unici luoghi di divertimento e anche

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di trattenimento per i popolani, che andavano lì non solo per bere un bicchiere, ma
anche per chiacchierare un po’ con gli altri e conoscere le novità della vita
paesana o cittadina.
Queste osterie ci appaiono or poco or molto affollate, per motivi contingenti.
Quella del paese di Renzo aveva ben pochi avventori, perché la carestia “aveva
divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie”. Infatti, allorché il giovane
ci si recò con Tonio, per confabulare circa il matrimonio clandestino, potettero
sedersi e parlare con tutta libertà, perché erano proprio soli.
Il giorno dopo, quando ci tornò con Tonio e quel sempliciotto di suo fratello
Gervaso, trovarono altri avventori; ma erano bravi di don Rodrigo, andati là
travestiti in missione esplorativa, perché stando lì come in vedetta potevano spiare
se ci fossero novità, e vedere quando tutti fossero rincasati. Allora, attraversando
le poche strade del villaggio, per accertarsi che fossero davvero deserte, avrebbero
dovuto raggiungere il loro capo, onde procedere con lui e con gli altri al
rapimento di Lucia.
Dei tre bravi, mandati all’osteria dal Griso, in esplorazione, uno si piantò
sulla porta, in modo da occuparne metà, a guisa di cariatide; sicché Renzo con i
suoi amici dovette passare “per isbieco, col fianco innanzi”; gli altri due
compagnoni giocavano animatamente alla morra, seduti a un canto della lunga
tavola, e si mescevano a vicenda da bere. Renzo viene riconosciuto dai tre birboni,
che con l’occhietto si fanno un cenno d’intesa; ma per accertarsi meglio uno dei
tre si avvicinan all’oste e gli chiede sottovoce, in cucina, chi siano i nuovi venuti.
L’oste, ignorando lo scopo della richiesta, risponde genericamente:
“Buona gente qui del paese”; ma il bravaccio “con voce alquanto sgarbata”
insiste per sapere i loro nomi; e l’oste, sempre compiacente con tipi simili, si
affretta ad accontentarlo. Ma poco dopo, a un’analoga domanda di Renzo, il quale
ancor lui avrebbe interesse a conoscere quei forestieri così sospetti, l’oste si
trincera nel suo riserbo, dicendo di non conoscerli, ma che sono certamente dei
galantuomini. E quando Renzo gli chiede come faccia a definirli galantuomini, se
non li conosce, tira fuori una sua definizione sul galantomismo, ben calibrata col
suo egoistico interesse di esercente. E sentiamo quant’è bella:
“Quelli che bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza
tirare… e se hanno una coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettare
fuori… tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli sono i
galantuomini.”
Per lui, anche quelli che danno coltellate, purché fuori dall’osteria, sono
galantuomini!
Quando poi Renzo, terminata la cena, uscì dall’osteria con i suoi amici, quei
due che giocavano smisero subito per seguirlo, accarezzando il disegno di
conciarlo male, secondo l’intenzione espressa dal padrone, dal quale così
speravano di ricevere un ricco premio. Ma l’intraprendente piano fallì, poiché il
giovane, messo in sospetto da quell’esser seguito, si fermò in atteggiamento
deciso e nello stesso tempo guardingo, per non farsi cogliere alle spalle di

197
sorpresa; allora coloro, visto che c’era ancora gente per le strade, pensarono bene
di ritirarsi.
Molto affollata ci si presenta invece l’osteria milanese “della luna piena”, il
cui oste ci appare abbastanza onesto, checché ne paia a Renzo, avventore
sprovveduto e maldestro.
Anche quest’oste, ben inteso, giudica le cose dal punto di vista del suo
interesse, e non vuol certamente rimetterci lui per le pazzie del forestiero; ma non
cerca affatto di peggiorarne la situazione, anche se è stizzito per questa tegola che
gli è capitata sulla testa quando meno ci voleva. Quando Renzo entra nella sua
osteria, la sera di San Martino, la trova affollata in modo inconsueto.
E’ stata la giornata di saccheggio dei forni; ma irrompendo in essi, i furbi
hanno cercato di arraffare i soldi, perché il pane serve solo per sfamarsi, mentre il
denaro serve per tutti gli usi, e anche (perché no?) per divertirsi un po’.
Molti di quelli che avevano rubato dei contanti dalle ciotole dei fornai o
dalle tasche di qualche spettatore distratto, si erano riuniti nelle osterie per
spassarsela a mangiare e a bere, ma soprattutto a giocare, sicché la tavola fungeva
anche da tavoliere.
In mezzo a questa accolta di lestofanti, nell’aria greve dell’osteria della
“luna piena”, capita il nostro Renzo con tanta arsura e stanchezza dopo le
emozioni e il gran gridare della giornata. Egli si trova in uno stato di euforica
esaltazione, si sente importante per aver aiutato Ferrèr e aver arringato la folla,
riscuotendo con le sue calde parole molti consensi; e in breve anche nell’osteria
riesce con le sue uscite tra ingenue e appassionate a polarizzare l’attenzione
generale.
I compagnoni cominciano a interessarsi al montanaro quando costui mostra
“il pane della provvidenza”, e vuole convincere gli astanti che l’ha trovato per
terra, che l’ha semplicemente raccolto, ed è pronto a pagarlo al legittimo
proprietario.
Alle parole sincere di Renzo quelli si mettono a ridere, tra ironici e divertiti;
quindi, alla replica del giovane, che conferma la sua asserzione, sghignazzano più
forte, per accendere l’oratoria del forestiero, alla quale prendono un gusto matto.
Lo applaudono quando non vuole dare le sue generalità e parla contro le gride che
imbrogliano la povera gente invece di aiutarla; e un buontempone vuole spiegargli
come mai “tutti quelli che regolano il mondo, voglian fare entrar per tutto carta,
penna e calamaio”. Il motivo da lui addotto è davvero spiritoso:
“Quei signori son loro che mangian l’oche, e si trovan lì tante penne, tante
penne, che qualcosa bisogna che ne facciano”.
La battuta suscita l’ilarità generale, e anche Renzo esclama:
“To’, è un poeta costui”.
Infatti nel Milanese il popolino chiama poeta, non un allievo delle Muse, ma
“un cervello bizzarro e un po’ balzano”. Ma il nostro giovane pretende di dirla lui
la ragione vera:
“E’ perché la penna tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e
spariscono; le parole che dice un povero figliolo, stanno attenti bene, e presto

198
presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per
servirsene, a tempo e luogo”.
Il montanaro ha ormai preso l’aìre, vedendo molta gente attenta alle sue
parole, e non si ferma più nella sua oratoria confusa e appassionata. Anche se il
suo accompagnatore, carpitogli il nome con un abile stratagemma, l’ha piantato,
egli non si sente solo, ma come tra vecchi amici. Ed è uno spasso per i
compagnoni, che gli tengono bordone, mentre lui se la prende non solo con le
gride cattive, con i nobili prepotenti, con gli avvocati venduti e i giudici parziali,
ma anche con gli osti, i quali dovrebbero tenere per i poveri figlioli, loro avventori
abituali, e non per i ricchi signori. E nella foga del discorso si rivolge direttamente
all’oste, in tono di amorevole rimprovero:
“Dimmi un poco; chi è che ti manda avanti la bottega? I poveri figlioli, n’è
vero? Dico bene? Guarda un po’ se quei signori delle gride vengono mai da te a
bere un bicchierino”.
E siccome uno aveva osservato ironico che quella gente beve solo acqua, il
buontempone di prima commentò:
“Vogliono stare in sé, per poter dir le bugie a dovere”.
La battuta piacque a Renzo che esclamò:
“Ah! Ora è il poeta che ha parlato”.
E continuando a sproloquiare, non tacque dell’insidia subdola del
“latinorum”.
Ma a poco a poco Renzo, ormai preso dai fumi di Bacco, divenne lo
zimbello di quegli omacci, che si divertivano a stuzzicarlo, per farlo parlare, e
quindi ridere alle sue spalle. L’ingenuo montanaro era capitato male in quella
bolgia di lestofanti.
“Tra male gatte era venuto il sorco”,16 direbbe Dante; infatti Renzo, ubriaco,
non riusciva più a controllarsi, e diceva cose compromettenti, mentre quei birboni
matricolati potevano e bere senza ubriacarsi e sparlare del Governo senza
incappare nei rigori della legge.
L’oste li definisce molto appropriatamente: “Abbiamo laggiù una mano di
scapestrati che, tra il bere, e tra che di natura sono sboccati, ne dicon di tutti i
colori”.
E passiamo agli avventori dell’osteria di Gorgonzola, dove Renzo capita
durante la sua fuga da Milano. Essi sono nient’altro che degli sfaccendati i quali,
desiderosi di avere notizie fresche dei tumulti di Milano, sono lì in attesa di
qualche viaggiatore che soddisfi la loro curiosità.
Entra Renzo, ma è chiaro il suo proposito di restare appartato; infatti si
mette a sedere “in fondo alla tavola, vicino all’uscio: il posto dei vergognosi”. Il
poveretto ha perduto la baldanza del giorno prima, la sicurezza di sé con cui era
entrato nell’osteria milanese: allora si sentiva qualcuno e gli piaceva attirare
l’attenzione; ora si sente braccato dalla sbirraglia e vorrebbe non essere notato da
nessuno; si siede perciò vicino alla porta, pronto anche a tagliare la corda, al

16
Inf. XXII, 58

199
bisogno. Nonostante il suo desiderio di non essere disturbato, uno dei presenti non
resiste alla pungente curiosità e, avvicinatosi, gli domanda, per attaccare, se viene
da Milano.
E’ una domanda innocente, introduttiva; ma è abbastanza imbarazzante per
Renzo che, per prender tempo, chiede quasi sorpreso:
“Io?”
L’altro, quasi scusandosi, ribadisce:
“Voi, se la domanda è lecita”.
Ma il nostro giovane intanto ha pensato la risposta, e può abilmente, senza
neppure dire una bugia,17 eludere la curiosità di colui, che deluso si riunisce agli
altri sfaccendati. Questi sono smaniosi non solo di sapere notizie, ma anche di fare
qualcosa anche loro, di menare un po’ le mani per ottenere anch’essi dei vantaggi;
e già alcuni si mettono d’accordo per andare il giorno dopo nella capitale, a
vedere che cosa ci fosse ancora da fare, a informarsi almeno. Uno, pieno
d’entusiasmo per l’iniziativa, esclama:
“La bocca l’abbiamo anche noi, sia per mangiare, sia per dir la nostra
ragione; e quando la cosa sia incamminata…”
Prudentemente pensa bene di lasciare in tronco la proposizione alquanto
rivoluzionaria. Un altro, “con un’aria cupa e maliziosa”, comincia a fare delle
proposte concrete per un’azione “in loco”:
“Del grano nascosto, non ce n’è solamente in Milano…” ma anche lui è un
velleitario, e non conclude: allude reticente, e basta.
Per fortuna giunse proprio allora un mercante milanese loro conoscente, il
quale poté e soddisfare la loro curiosità,recando le ultime notizie della metropoli,
e ridurli anche a più miti consigli, assicurando che i caporioni erano stati presi e
sarebbero stati impiccati. A tale inaspettata notizia quelli che avevano delle
velleità rivoluzionarie rimasero male, e quasi increduli: loro credevano che fare un
tumulto fosse una cosa bellissima e meritoria, oltre che utile per gl’intraprendenti
saccheggiatori. Quasi per rincorarsi, si mostrano scettici circa il capestro
minacciato:
“L’impiccheranno poi davvero?” Pensano che sia una minaccia per burla;
ma il mercante è perentorio e non lascia adito a dubbi:
“Eccome e presto”. Ma uno non si rassegna, e azzarda ancora una domanda
pregna di minacciose allusioni:
“E la gente cosa farà?” La risposta è bruciante:
“La gente? Andrà a vedere”.
Altro che ribellarsi! Andrà a godersi lo spettacolo dei calci all’aria degli
impiccati.
Dopo questo sgradito ma opportuno chiarimento gli ardenti propositi
sbollono sotto la doccia fredda manovrata accortamente dal mercante. Le idee
bellicose sfumano; e chi poco prima era così smanioso di correre a Milano a
17
Infatti non risponde: “non vengo da Milano”, che sarebbe una palese bugia, ma: “Vengo da
Liscate.” Era la verità, perché c’era passato; ma per il curioso era come dire: non vengo da Milano,
e basta.

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menar le mani anche lui, ora mostra pensieri pacifici e miti, da buon padre di
famiglia. La palinodia segue la palingenesi; dice uno: “E per questo, io che so
come vanno queste faccende, e che nei tumulti i galantuomini non ci stanno bene,
non mi son lasciato vincere dalla curiosità, e son rimasto a casa mia”.
Invece poco prima si era rammaricato di non essere andato a Milano, la
mattina. Tanto è mutato il suo stato d’animo alla notizia dei capestri pronti per i
ribelli! Un altro, che in precedenza aveva assicurato di essere pronto a recarsi a
Milano l’indomani, ora mostra ben altro proposito:
“Se per caso mi fossi trovato in Milano, avrei lasciato imperfetto qualunque
affare, e sarei tornato subito a casa mia. Ho moglie e figlioli; e poi, dico la verità, i
baccani non mi piacciono”.
In fondo è della brava gente, solo molto curiosa e anche un po’ annoiata, e
perciò desiderosa di evadere, una volta tanto, dal solito grigiore di una magra e
piatta esistenza; ma quando si convince che le scappate si pagano, torna subito in
sé e rinnega ogni velleità. Gli avventori dell’osteria di Gorgonzola sono quindi
ben diversi da quelli della bettola della “luna piena”: gli uni sono degli sfaccendati
curiosi, gli altri degli scapestrati a cui puzzano le mani e che già hanno compiuto
le loro prodezze, non per la comunità ma per il proprio particolare interesse, e che
provano un gusto matto a inguaiare un povero montanaro sprovveduto.

59 - BARCAIOLI E BARROCCIAI
Nel romanzo compaiono due barcaioli: il primo trasporta i promessi sposi e
Agnese alla riva destra dell’Adda ovvero del lago, nella notte della fuga dal paese
natio, il secondo traghetta il solo Renzo alla riva sinistra dello stesso fiume, nella
sua fuga da Milano. Il primo, che è stato pregato da fra Cristoforo di rendere un
servigio a dei poveri fuggiaschi, per amor di Dio, esegue il suo compito con umile
e sollecita carità. Allorché, giunti in salvo all’altra riva, i tre ringraziarono
commossi il barcaiolo, egli rispose con cristiana semplicità:
“Di che cosa? Siam quaggiù per aiutarci l’un con l’altro”.
E volendo Renzo dargli una macia, “ritirò la mano, quasi con ribrezzo, come
se gli fosse proposto di rubare”. Non era il suo un gesto di disprezzo, ma il segno
evidente che egli aveva inteso obbedire al precetto evangelico della fratellanza.
Diversamente dal barcaiolo lecchese, che obbedisce a un impulso di carità,
quello che trasporta Renzo in salvo sulla riva bergamasca obbedisce a un calcolo
di convenienza. Facendo il pescatore in quella zona dove l’Adda segnava il
confine tra il ducato di Milano e la Serenissima, egli era abituato a servire anche
contrabbandieri e banditi bisognosi di un passaggio, “non tanto per amore del
poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non farsi dei nemici
in quelle classi”. Ma lo faceva con la massima prudenza, di nascosto, perché non
voleva esporsi alle punizioni o alle rappresaglie, della legge o della malavita che
fossero.

201
Il Manzoni dice argutamente che egli cercava d’andare d’accordo sia coi
birri sia coi banditi, “con quell’imparzialità che è la dote ordinaria di chi è
obbligato a trattar con cert’uni, e soggetto a render conto a cert’altri”. In certe
situazioni, bisogna davvero sapersi barcamenare.
Allorché Renzo lo scorge dalla riva milanese, al baluginare dell’alba, gli “dà
una voce leggiera leggiera”, indizio di gran discrezione, che per il barcaiolo è una
certa qual garanzia. Ma prima di aderire alla chiamata, prudentemente “gira uno
sguardo lungo la riva, guarda attentamente lungo l’acqua che viene, si volta a
guardare indietro, lungo l’acqua che va.”
Probabilmente è un bergamasco; infatti quando Renzo gli chiede:
“E’ Bergamo, quel paese?”, corregge con un certo orgoglio campanilistico:
“La città di Bergamo”.
A quei tempi il ruolo di «città» era come un titolo nobiliare, che si acquisiva
per decreto del Governo o dell’autorità costituita, e non soltanto per importanza o
numero di abitanti.
Il nostro giovane, il quale non vedeva l’ora di posare il piede in territorio
veneto, chiede ancora con ansia:
“E quella riva lì, è bergamasca?”
La risposta affermativa è ancora una volta soffusa di orgoglio cittadino:
“Terra di San Marco”.
La sua prudenza non si smentisce neppure alla fine del traghetto; allorché
Renzo, saltato sull’agognata riva, gli tese la mancia, egli diede “ancora una
occhiata alla riva milanese, e al fiume di sopra e di sotto”, quindi, presa e riposta
la berlina, “strinse le labbra, e per di più ci mise il dito il croce”; poi riprese
silenziosamente il largo, dopo aver augurato buon viaggio al suo cliente.
Dei barrocciai, carrettieri, cocchieri e conduttori di bussole, ricorderemo
innanzi tutto quello che, pregato da fra Cristoforo, trasportò col suo barroccio gli
sposi rimasti promessi e Agnese dalla riva destra dell’Adda a Monza. E’ un gran
brav’uomo, che si rende utile ai poveri fuggiaschi in ogni modo; giunti a
destinazione, li accompagna innanzi tutto in un’osteria dove, “come pratico del
luogo e conoscente del padrone”, fa loro assegnare una buona stanza e ve li
accompagna. Renzo voleva dare anche a lui, come al barcaiolo, un compenso per
il servigio ricevuto, “ma quello, al pari del barcaiolo, aveva in mira un’altra
ricompensa, più lontana, ma più abbondante”. Non per nulla erano, tutt’e due,
amici e ammiratori di fra Cristoforo.
Dopo aver lasciato, con molta discrezione, che i profughi si riposassero e
ristorassero in assoluta libertà, mentre lui pensava a governare il suo cavallo, il
buon uomo si ripresentò per guidare le donne al convento dei Cappuccini, dove
consegnarono la lettera di fra Cristoforo al padre guardiano. Costui, letta la
missiva, invitò subito le donne a seguirlo al convento della Signora, ma a debita
distanza, perché la gente ciarlerebbe vedendo un frate in compagnia di una bella
ragazza.
A questa battuta “Lucia arrossì; il barocciaio sorrise, guardando Agnese, la
quale non poté tenersi di non fare altrettanto”. Il sorriso del barrocciaio denota la

202
cordialità simpatica di quest’uomo del popolo, il quale poi spiega alle donne chi
sia la Signora alla quale il Guardiano intendeva raccomandarle, concludendo con
parole di assoluta fiducia: “e perciò, se quel buon religioso lì, ottiene di mettervi
nelle sue mani, e che lei v’accetti, vi posso dire che sarete sicure come
sull’altare”. Questa assicurazione allargò il cuore alle poverette.
La nostra simpatia verso questo cordiale barrocciaio non vien meno neppure
davanti al piccolo peccato d’orgoglio che commise tornando al suo paese. Si sa
che chi ha fatto un’opera buona con buona intenzione, si sente contento ed è
disposto a confidarla, non tanto per vanto quanto per un certo sfogo naturale, per
un moto di interna soddisfazione che vuol comunicarsi agli altri.
Il brav’uomo non seppe resistere a questo desiderio di sfogarsi o meglio di
confidarsi, ed essendosi appunto imbattuto in un amico fidato, “raccontò, in gran
confidenza, l’opera buona che aveva fatta, e il rimanente”. Il brav’uomo non
immaginava minimamente che la gelosa notizia, di bocca in bocca, cioè da amico
fidato ad amico fidato, sarebbe giunta dopo qualche ora alle vigili orecchie del
Griso, mandato appunto a Pescarenico per indagare sul mistero della fuga di Lucia
e degli altri. Sicché quella sera stessa don Rodrigo poté sapere, per l’imprudenza
del barrocciaio, che le donne si erano rifugiate a Monza.
Nel romanzo incontriamo anche un pescivendolo il quale, recandosi ogni
settimana col barroccio a Milano, fu pregato da fra Cristoforo di portare le sue
notizie alle donne, ricoverate nel monastero di Monza. Costui passava da Monza il
giovedì, poiché il venerdì mattina doveva essere a Milano, per vendervi il suo
pesce, più apprezzato nel giorno di magro. Per due giovedì successivi si recò a
salutare le donne, le quali provavano un grande sollievo per la sua visita, perché
per mezzo di lui si sentivano come legate al loro paese e soprattutto al buon padre
che s’interessava di loro. Esse rimasero perciò molto male, quando il terzo giovedì
attesero invano la consueta visita del pesciaiolo. Agnese, preoccupata e non
sapendo che si pensare, decise di aspettarlo il giorno dopo sulla strada, nel viaggio
di ritorno da Milano, per chiedergli notizie del frate e anche per farsi trasportare a
casa; infatti da tempo pensava di fare una capatina al suo paese, per sistemare
tante cose. Era venuta via di notte, all’improvviso, abbandonando ogni cosa: ora
voleva andare a vedere la casa, a sistemare qualcosa, e anche a prendere un po’ di
biancheria per sé e la figliola.
“La donna – osserva il Manzoni – non ebbe bisogno di pregare, per ottenere
il piacere che desiderava”. La gente umile infatti è quasi sempre pronta ad aiutare
il suo prossimo con cordiale semplicità, nel modo più naturale e spontaneo.
Un piccolo cenno, in questo nostro discorso sui barrocciai e conducenti di
bestie in genere, merita anche il lettighiero del Cardinale, che andò con don
Abbondio a prelevare Lucia al castello dell’Innominato. L’Autore ci dice che egli
era l’unico oggetto sul quale, in quel penoso viaggio, il povero prete potesse
“riposar con fiducia lo sguardo”; il lettighiero infatti, “essendo al servizio del
Cardinale, doveva essere certamente un uomo dabbene, e insieme non aveva aria
d’imbelle”. Il timido curato, che temeva chissà quali insidie e pericoli, si sentiva

203
perciò alquanto rincuorato al pensiero che colui, a un bisogno, l’avrebbe difeso e
aiutato.
E, per chiudere, non possiamo dimenticare Pedro, il cocchiere spagnolo del
Gran Cancelliere. Ha nel romanzo una particina limitata a poche battute, a qualche
gesto; eppure la sua figura ci rimane indelebile, tanto è ben caratterizzata. Nel
viaggio rischioso verso il palazzo del Vicario, in mezzo alla folla tumultuante, egli
recita la sua parte molto bene, come il suo padrone. Distribuisce anche lui
largamente i suoi sorrisi a destra e a sinistra, aggiungendo l’umile preghiera che
facciano un po’ di largo; e avanza con estrema prudenza, “senza arrotar piedi né
ammaccar mostacci”, perché il minimo incidente avrebbe indispettito la gente,
che allora era arbitra della situazione, e messo “a un gran repentaglio l’auge
d’Antonio Ferrèr”. Pedro non vuol compromettere con qualche malaugurato
incidente la missione del proprio padrone, e pensa anche alla sua personale
incolumità, in mezzo a quella folla volubile e malfida.
Il cocchiere, consapevole che per condurre a buon termine quella missione
bisognava non trascurare neppure un particolare, si comportava da attore provetto:
“sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia affettuosa, come se fosse
stato un gran personaggio; e con un garbo ineffabile, dimenava adagio adagio la
frusta”.
Ma sulla via del ritorno verso il castello, a pericolo ormai cessato, in mezzo
alla folla ormai diradata e amica, Pedro si comporta con disinvoltura e senza
troppe cerimonie. Quando poi passò tra quelle due file di micheletti che
presentavano le armi, sentì risvegliarsi in petto l’orgoglio atavico, l’antica
fierezza. Allora ogni riguardo fu messo da parte, ogni timore fugato: “si rammentò
chi era, e chi conduceva”, e schioccando alteramente la frusta, lanciò i cavalli a un
trotto serrato, costringendo la gente a scappare precipitosamente chi di qua chi di
là, se non voleva essere investita.
Era sì un semplice cocchiere, ma veniva dalla Spagna, la dominatrice: in
quel momento anche lui si sentiva un dominatore.

60 - LE FOLLE E LA LORO PSICOLOGIA


Nel romanzo compare parecchie volte il personaggio collettivo, direi corale,
della folla, ma il Manzoni s’intrattiene sulla psicologia di essa solo a proposito
della folla che tumultua a Milano nella giornata di San Martino. Egli ha simpatia
per gli umili, e quindi per il popolo, formato di lavoratori diseredati, in gran parte
onesti e laboriosi, anche se ignoranti, o meglio tenuti nell’ignoranza, la quale li
rende talvolta superstiziosi e magari fanatici. Se ha però simpatia per il popolo
come classe sociale, non ne ha punto per la folla usata come massa di manovra e
di urto, come strumento irresponsabile, fanatizzato e reso cieco da agitatori furbi e
freddamente decisi.

204
L’Autore, profondamente cristiano, difende il concetto della responsabilità
personale, che non può venir meno neppure di fronte alle passioni dominanti o
alle più vive sollecitazioni dell’ambiente. Da questo concetto sorge il richiamo
alla ragione e alla retta coscienza, oltre che, naturalmente, alle virtù tipicamente
cristiane della carità, della giustizia e della verità.
In certi casi la folla può costituire per l’individuo un pericolo di
deterioramento morale e di deformazione dello stesso giudizio. L’individuo sarà
magari buono e ragionevole, ma quando s’imbranca coi peggiori diventa massa
bruta, perde quasi sempre il lume della ragione in un rigurgito di bassi istinti; e
allora può diventare anche vandalico e spietato, in preda a impulsi oscuri e
incontrollabili.
Questo sapevano bene anche i Latini, che ammonivano: “Senatores boni
viri, senatus mala bestia”. In certi casi l’urlo della folla, mossa da istinti belluini,
non può essere la voce di Dio, ma la voce del soqquadro, della violenza, dell’odio
e talora del sangue. Il Manzoni, vero cristiano, non approva la violenza neppure
quando pretende di far giustizia.
Il tumulto di San Martino non si può certo rassomigliare a una
dimostrazione dei nostri giorni, la quale viene indetta da partiti o fazioni,
preparata da dirigenti esperti, capitanata e diretta da attivisti decisi. Il tumulto di
Milano, almeno all’inizio,fu tutto spontaneo; la gente era indignata, anzi
imbestialita, per il rincaro del pane, e scese nelle strade per manifestare la sua
vibrata protesta. Il rincaro appariva tanto più cocente, in quanto veniva dopo un
momentaneo ribasso che aveva dato l’illusione dell’abbondanza, e che ora
appariva come una beffa. Gli scontenti si radunano per protestare, senza alcun
accordo precedente, ma “trasportati da una rabbia comune”; a poco a poco i
piccoli gruppi si agglomerano, “quasi senza avvedersene, come gocciole sparse
sullo stesso pendio”, le quali fatalmente si riversano prima nella gora e poi nel
torrente rovinoso. Dopo questo avvio tutto naturale, entrarono in azione “alcuni
più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l’acqua
s’andava intorbidando”, e cercavano con le loro frasi tendenziose d’intorbidarla
sempre più, allo scopo di pescare nel torbido.
Dunque si notano, sin dalle prime avvisaglie della sedizione, alcuni furbi e
freddi calcolatori, che sanno strumentalizzare una folla appassionata e credula ;
questi furbi non seguono un credo politico, non hanno un impegno rivoluzionario,
ma mirano a un guadagno personale. Essi, quando la massa, usata da loro come
ariete, sfonderà le porte dei forni, non correranno al pane o alla farina, merce vile
e ingombrante, ma ai cassetti dei soldi, merce molto più leggera e appetibile.
Però quelli che, nei tumulti, spingono le cose al peggio, non sono solo questi
lestofanti. Essi hanno purtroppo molti alleati, che agiscono “o per un
riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno
scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro”. Li vediamo tutti in azione
davanti alla casa del Vicario, che “propongono e promuovono i più spietati
consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire”.

205
Ma l’azione di quelli che vogliono tirare le cose al peggio non è senza
ostacoli; ci sono per fortuna anche altri i quali, “con pari ardore e con insistenza
pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario”. E infine c’è la massa grigia e
amorfa, il “corpaccio” del tumulto, che quelle due anime antagoniste si
contendono, per prenderne possesso e farlo muovere secondo le proprie
intenzioni.
L’Autore chiama questa massa il “materiale del tumulto”, quasi una materia
grezza che può essere trasformata in prodotti del tutto antitetici, e ne fa una
descrizione quanto mai esatta e anche suggestiva. Si tratta in definitiva del volgo
volubile, sempre in bilico tra la ferocia e la misericordia, di uomini mobili da un
estremismo all’altro, pronti “a detestare e a adorare, secondo che si presenti
l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento
di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a
qualcuno, o d’urlargli dietro…; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti
d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia
degno d’esser portato in trionfo”.
Il braccio di ferro o, per dir più appropriatamente, il tiro alla fune tra le due
parti attive del tumulto, nell’intento di trascinare la massa dalla propria parte, può
durare più o meno a lungo in equilibrio di forze, o quasi; ma è naturale che, se a
un certo punto una delle due fazioni comincia a prevalere, e prende l’abbrivo,
riesce sempre più difficile per l’altra contrastarne la foga e rovesciare le sorti della
partita, a meno che non intervenga qualche fattore straordinario che le ridia
coraggio e vigore.
Nel tumulto di Milano la setta dei cattivi aveva ormai partita vinta, e si
proponeva il linciaggio del Vicario e il saccheggio del suo palazzo, allorché un
intervento eccezionale salvò la situazione già gravemente compromessa e ormai
disperata per coloro che non volevano sangue e violenza, ma solo pane e giustizia:
l’arrivo del gran cancelliere Antonio Ferrèr, “gradito alla moltitudine, per quella
tariffa di sua invenzione così favorevole a’compratori”. Poco poco che il suo
arrivo fosse tardato, sarebbe risultato il proverbiale “soccorso di Pisa”, e la
moltitudine imbestialita avrebbe attuato “una di quelle sue giustizie, che sono
delle peggio che si facciano in questo mondo”. Gli animi erano talmente accesi
che un assassinio sarebbe parsa giustizia!
Naturalmente il volgo furente andava calmato con tatto e prudenza, non
prendendolo di petto, ma aggirandolo, non contraddicendolo, ma dandogli ragione
e nello stesso tempo distogliendolo dal suo truce proposito; e Antonio Ferrèr ci
riuscì a meraviglia, dichiarando alla folla inferocita che “veniva a condurre in
prigione il vicario: così il furore contro costui, che si sarebbe scatenato peggio, chi
l’avesse preso con le brusche, e non gli avesse voluto conceder nulla, ora, con
quella promessa di soddisfazione, con quell’osso in bocca, s’acquetava un poco, e
dava luogo agli altri opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli
animi”.
Certo, non tutti erano soddisfatti di quel contentino: c’erano i furiosi ostinati
che volevano continuare a ogni costo la loro opera di guastatori, ormai vicina al

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successo, e già presentendo l’odore della preda, non volevano assolutamente
lasciarsela sfuggire. Ma i moderati, ormai preponderanti, prima cominciarono a
dar loro sulla voce, poi, vedendo che ciò non serviva con tale gente, passarono
subito a “dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli indietro, a
levar loro dall’unghie gli ordigni. Questi fremevano, minacciavano anche,
cercavan di rifarsi; ma la causa del sangue era perduta: il grido che predominava
era: prigione, giustizia, Ferrèr!”
Il Manzoni in questo brano, in cui si dimostra fine e profondo psicologo,
mette anche in risalto l’importanza della propaganda: quel complesso di parole, o
semplici frasi, ma significative e indovinate, che colpiscono l’attenzione del
popolo, accendendone la speranza e suscitandone il sentimento. Per conquistare
l’animo popolare, i fautori del bene e quelli del male “fanno a chi saprà sparger le
voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore dell’uno e
dell’altro intento; a chi saprà più a proposito trovare le nuove che riaccendano gli
sdegni, o li affievoliscano, risveglino le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il
grido, che ripetuto dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il
voto della pluralità, per l’una o per l’altra parte”. Tutta la gamma della moderna
tecnica di propaganda è qui sottolineata e analizzata dall’Autore, attento
osservatore degli umori umani.
Sicché i partigiani della pace ebbero allora partita vinta, oltre che per
l’intervento di Ferrèr, anche perché le loro parole, le loro grida e i loro detti erano
più indovinati, più accetti, più suggestivi. Non che tutti, ripetiamo, ne fossero
soddisfatti; coloro ai quali pizzicavano le mani, che volevano fare qualche grosso
colpo, erano affatto scontenti di un finale così freddo, proprio quando erano
prossimi a raggiungere il fine agognato; gli scettici e i maligni poi ironizzavano o
sghignazzavano addirittura circa i propositi giustizieri di Ferrèr:
“Non abbiate paura, che non l’ammazzeranno: il lupo non mangia la carne
del lupo”.
Poi c’erano i cinici più maliziosi, i quali con stizza mormoracchiavano “che
era stata una pazzia il far tanto chiasso, per lasciarsi poi canzonare in quella
maniera”. Ma erano ormai voci isolate e inefficaci.
Dopo aver ampiamente analizzato, seguendo lo svolgimento del tumulto di
San Martino, il comportamento della folla milanese, resistiamo, per amore di
brevità, alla tentazione di esaminare la psicologia delle altre folle, magari meno
numerose, che compaiono nel romanzo, come quella che assiste al duello di
Lodovico, quella che accorre al richiamo della campana a martello, quella dei
poveri affamati per le strade di Milano durante la carestia, quella dei profughi che
fuggono davanti all’avanzata dei lanzi, quella che dimostra contro don Gonzalo
che lascia Milano, e infine la folla miseranda degli appestati.
Sono folle di uomini, con tutti i loro pregi e difetti, che nell’accomunarsi
fanno spiccare maggiormente le passioni e i sentimenti; sicché notiamo, di volta
in volta, la simpatia o l’odio, il coraggio o la viltà, l’ignoranza o il pregiudizio, la
rassegnazione o la disperazione. Il Manzoni, come s’è già detto, non crede
nell’affermazione “Vox populi, vox Dei”, e neppure che Dio si manifesti nel

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popolo come nel suo legittimo rappresentante in terra, secondo l’idealistico motto
mazziniano “Dio e Popolo”.
Il nostro Autore, più realisticamente, ritiene che il popolo abbia tutti i difetti
dell’uomo, potenziati anche per somme e moltiplicazioni. Ma, pur senza
utopistiche idealizzazioni, egli sente per la folla, spesso cieca perché ignorante, e
ignorante perché tenuta nell’abbandono, un’infinita pietà e una non sterile
simpatia umana, che trova la sua sorgente in una grande comprensione cristiana.
La folla è il popolo di Dio che bisogna amare, istruire, educare, e soprattutto
elevare. I regimi oscurantistici hanno tenuto le plebi in una secolare abiezione,
allo scopo di dominarle; la mira dello scrittore cristiano, con la sua arte popolare e
con la sua ricerca del vero, dell’utile e dell’interessante, è quella di illuminarle e
migliorarle. Mai la letteratura ha avuto uno scopo migliore; ma purtroppo in
seguito, e soprattutto oggi, la narrativa spesso ha mirato ad abbrutire l’uomo,
sollecitando i suoi più bassi istinti.

61 - IL SEICENTO
E’ stato il noto critico Luigi Russo ad affermare, con felice intuizione, che il
Seicento è il “protagonista vero e immanente in ogni pagina” del romanzo. Ed è
vero: questo secolo è rappresentato nel vivo della sua essenza, e la
rappresentazione è realistica e drammatica. Il Manzoni ha un particolare gusto di
analisi storica e morale, anzi possiamo dire che la sua stessa ispirazione è etico-
storica, perché della storia si sostanzia la sua riflessione sulla condizione umana, e
nella rappresentazione del secolo egli motiva il suo giudizio morale su fatti e
personaggi.
Il quadro del Seicento comincia a delinearsi sin dall’introduzione, con il
pezzo di prosa barocca, coniata dall’Autore, ma attribuita all’anonimo secentesco,
che ci dà un’immagine colorita dell’aspetto letterario di quel secolo pomposo, che
negli scritti e nell’arte in genere, e anche nel vestire e nell’adornarsi, mirava
unicamente a eccitare la meraviglia. E per meravigliare il lettore, ecco che il buon
Manzoni secentista dell’introduzione spara tutte le sue batterie e suona le sue
grancasse; ma il tutto si riduce a una vera “grandine di concettini e di figure”, a
una retorica bolsa e goffa, stonata e pretenziosa, fatta di declamazioni ampollose,
di similitudini preziose o strampalate, di immagini affettate o ridicole.
Il Manzoni ci dice che il “proprio carattere degli scritti di quel secolo” è una
specie di “goffaggine ambiziosa”, per cui il letterato secentista, “accozzando, con
un’abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di riuscir rozzo
insieme e affettato”. E’ infatti un’affettazione maldestra, che rivela un artificio
dozzinale.
Lo stile dell’artefatta introduzione, mirabile per l’imitazione realistica,
denuncia dunque sin dall’inizio del romanzo questo secolo insincero, questa “età
sudicia e sfarzosa”, esteriormente pomposa e appariscente, intimamente vile e

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meschina, senza vera religione e senza ideali nobili e sentiti. Per essa l’apparire
vale più dell’essere, nella convinzione radicata e generale che si è solo quello che
si appare; e a sostenere il decoro di una persona, l’onore di un casato valgono solo
i palazzi, gli stemmi, le livree, le carrozze dorate, le vesti sgargianti e sfarzose, le
trine e i pizzi, le inamidate gorgiere, le spade lunghe e scintillanti, che vengono
sfoderate per il minimo puntiglio d’onore.
Sì, perché l’onore è l’idolo al quale brucia il suo incenso questa nobiltà
spagnolesca, indigena o forestiera, che imita le qualità frivole dei dominatori con
sciatto snobismo. I titoli nobiliari determinano il valore dei personaggi, i quali
fanno naturalmente a gara a chi ne può elencare di più, e non c’è pericolo che
nelle intestazioni o nelle presentazioni ufficiali ne venga dimenticato qualcuno:
per il nobile sono, con gli stemmi, “l’unica laude”, come dice il Foscolo,18 tutto il
suo orgoglio, la sua grandigia.
I governatori di Milano, nelle loro sterili gride, fanno pompa dei loro
numerosi titoli nobiliari, come se essi soli bastassero a rendere efficace un
decreto, scoraggiando i malviventi e dando fiducia agli onesti cittadini e alle forze
dell’ordine.
Il Manzoni, con intento ironico,riporta le intestazioni di alcune gride, con
tutti i titoli nobiliari e le qualifiche ufficiali dei vari governatori, quasi a pomposa
dimostrazione della loro impotenza. La prima grida citata, del 1583, la fece
affiggere a sterminio dei bravi “l’illustrissimo ed Eccellentissimo signor don
Carlo d’Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca di Terranova, Marchese
d’Avola, Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia,
Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia”.
Sembra che la sola eco di questo preambolo araldico dovrebbe spaventare i
facinorosi; e invece no: quei tristi erano affatto immuni da simili fobie; essi non si
facevano né incantare né atterrire dai titoli illustri, rispettavano solo la forza
effettiva, la quale era nelle mani dei signori più forniti di assoldati satelliti.
Il Seicento è quindi il secolo della violenza e della illegalità organizzata, che
le stesse autorità favorivano e tolleravano.
“Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi
anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta
prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per
ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure,
studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli
d’impedimento a proferire una condanna… Con tutto ciò, anzi in gran parte a
cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non
servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza dei loro autori; o,
se producevano qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte
vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano dai perturbatori, e
d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi”. L’analisi storica non potrebbe essere
più esatta.

18
«Dei Sepolcri» v. 145

209
Questa era la legalità del Seicento, o meglio la legalità imperante nei domini
spagnoli; infatti gli Spagnoli, con il loro formalismo e con il loro culto
dell’esteriorità, furono appunto quelli che aggravarono al massimo grado i comuni
difetti del secolo. Il quale può essere definito il secolo della paura: paura dei
prepotenti signorotti, paura dei bravi, che spadroneggiavano infischiandosi della
legge, e paura anche dei birri, che applicavano i decreti a rovescio, infierendo
contro i deboli e pacifici cittadini, indifesi contro le loro e le altrui angherie.
E’ anche il secolo dell’esteriorità. Tutti i rappresentanti di esso, nobili
magistrati bravi birri, mostrano principalmente due intenti: impressionare con la
loro pompa sfarzosa, anche se sudicia, e incutere paura con le loro armi
appariscenti o magari soltanto col cipiglio. Sì, perché il cipiglio autoritario e il
sussiego sprezzante sono i principali atteggiamenti di chi vuole imporsi sugli altri
con mezzi del tutto esteriori. A questo proposito possiamo ricordare la galleria di
quadri del palazzotto di don Rodrigo, che il Manzoni indugia a descrivere dopo
averci parlato del burrascoso colloquio del signorotto con fra Cristoforo.
Sono i ritratti degli antenati, appesi alle pareti della stanza in cui, non senza
motivo d’impressionare, il nobile cavaliere ha concesso udienza all’umile frate.
Questi però non si è fatto suggestionare dalle minacciose figure, gloria del nobile
casato; e don Rodrigo, dopo aver cacciato l’irriverente frate, misura a passi
concitati la stanza, arrovellandosi per tanta mancanza di riguardo.
“Quando si trovava col viso a una parete, e voltava, si vedeva in faccia un
suo antenato guerriero, terrore de’nemici e de’suoi soldati, torvo nella
guardatura… Don Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava,
ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de’litiganti e degli avvocati…
macilento, con le ciglia aggrottate… di qua una matrona, terrore delle sue
cameriere; di là un abate, terrore de’suoi monaci: tutta gente insomma che aveva
fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele”. L’ispirare terrore era dunque il modo
migliore per sostenere il proprio decoro e per imporre la propria volontà di
potenza.
E non soltanto i nobili hanno questa pretesa di suggestionare gli altri, di
intimorire, ma anche i loro armatissimi scherani. Se noi infatti osserviamo i due
bravi che in quel fatale vespro, all’inizio del romanzo, fermano don Abbondio
nella sua consueta passeggiata, notiamo che anche loro vogliono impressionare la
loro vittima: e all’armamento, che incute rispetto o più propriamente paura, è
accoppiato lo sfarzo dell’uniforme, che mira a destare una riverente meraviglia.
La pompa e la paura erano due aspetti così tipici di quel secolo, che ne venivano
contagiati anche gli uomini inoffensivi, come Renzo. Vediamo come si agghinda
il giorno delle nozze.
“Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore
al cappello, col suo pugnale dal manico bello, nel taschino dei calzoni, con una
cert’aria di festa e nello stesso tempo di braveria, comune allora anche agli uomini
più quieti”.
Tanto il comportamento spavaldo e prepotente dei dominatori aveva
contagiato la condotta di tutti! Se i nobili e i bravi facevano mostra di pistole e di

210
spade dalle else forbite e lucenti, i popolani non volevano essere da meno, e si
armavano anch’essi di affilati pugnali o coltelli. Allorché Renzo, dopo aver avuto
la peste, volle tornare nel Milanese, alla ricerca di Lucia, non solo prese con sé il
benservito,19 ma “in un taschino dei calzoni si mise un coltellaccio, ch’era il meno
che un galantuomo potesse portare a quei tempi”. E come i cavalieri erano pronti
a metter mano alla spada per ogni pur piccola offesa, così purtroppo anche i plebei
ricorrevano facilmente al coltello, e non sempre per semplice minaccia. La visione
continua della violenza suscitava in molti una cupa emulazione.
Il Seicento è infatti il secolo del puntiglio, del punto d’onore, che è il
sentimento falsato della propria dignità, la quale viene riposta non nelle cose
essenziali, bensì nelle più futili apparenze, magari in una parola, in una
scommessa, in un capriccio. Il duello era un fatto abituale, i cartelli di sfida erano
all’ordine del giorno. Nessuno vuol perdere la faccia davanti agli altri, nessuno si
tira indietro davanti a una provocazione. Il duello di Lodovico contro quel
signorotto, con il risultato di due morti, è provocato da uno stupido puntiglio,
rinfocolato dalla presenza del pubblico: perciò nessuno dei due vuol cedere, cioè
lasciare il marciapiede, per far luogo all’altro, e finiscono per sbudellarsi. La
passione stessa di don Rodrigo per Lucia, nata come capriccio, viene portata fino
alle estreme conseguenze solo perché si è fatta puntiglio d’onore: se non l’avesse
spuntata, ne sarebbe andato di mezzo il suo decoro!
Non doveva assolutamente darla vinta a un frate villano e a un tanghero
plebeo! E il puntiglio nobiliare fa insorgere contro l’audace frate prima il conte
Attilio e quindi il Conte zio, nume tutelare dell’onore di tutto il casato. Anche gli
ecclesiastici hanno la loro dignità da proteggere, non solo quella morale, ma anche
quella mondana, molto importante. Nel colloquio col signor Conte, il Provinciale
dei Cappuccini non cede subito alla richiesta del suo nobile interlocutore, perché
non sarebbe dignitoso accoglierla senza adeguata contropartita: lui deve tutelare il
decoro dell’abito, e non avvilire ma anzi accrescere il prestigio dell’Ordine
davanti agli occhi del mondo.
Se i nobili e l’alto clero devono tutelare il loro decoro, i magistrati non
nobili devono salvaguardare il prestigio della loro carica, e anche loro incutono
paura: se non hanno i bravi, si servono dei birri, spesso non meno faziosi e
violenti dei loro colleghi irregolari. Chi non sa o non può incutere paura, è perduto
in questa società senza legge: gli animali senza artigli o zanne sono destinati a
essere sbranati, i vasi di terracotta sono frantumati inesorabilmente da quelli di
ferro. La fierezza di un nobile sta non nell’aver ragione, ma nel farsi sempre
ragione di fatto, con la forza, nello spuntare ogni impegno, anche il più infame,
come quello di don Rodrigo. I suoi antenati, anche dai muti quadri, lo guardano
accigliati, quasi con rimprovero, perché si è fatto mancar di rispetto da un vile
frate, in casa sua; e col loro fiero cipiglio sembra che lo spronino alla vendetta,
pronta e adeguata.

19
Gli era stato rilasciato, col nome di Antonio Rivolta, dal secondo datore di lavoro: era in quei
tempi come una carta d’identità.

211
La dignità delle famiglie nobili doveva essere tutelata a ogni costo, e anche
la consuetudine del maggiorasco serviva allo scopo: tutta la proprietà doveva
restare indivisa a sostenere il decoro del casato, impersonato dal primogenito; ché
altrimenti, con la divisione della proprietà fra tutti i figli, l’asse ereditario si
sarebbe via via assottigliato, e il nobile blasonato e ozioso non avrebbe più avuto i
latifondi di cui gloriarsi. E col maggiorasco si commettono tante iniquità, come
monacazioni forzate e vocazioni imposte; ma questa società così intimamente
marcia, così moralmente bacata, sa salvare molto bene le apparenze, è sempre
esteriormente corretta e irreprensibile. A tale scopo viene messa in atto la perfidia
più raffinata, l’ipocrisia più untuosa, la falsità più pretestuosa.
Un campione di questa società spagnolesca, tutta apparenza e tutta pompa
esteriore, è appunto il principe de Leyva, tirannico e ipocrita, il quale non dice
mai esplicitamente alla figlia “ti devi far monaca”, ché sarebbe una sopraffazione,
punibile con la scomunica; ma con azione lenta ma inesorabile spinge la ragazza
nel monastero e ve la chiude per sempre, non preoccupandosi affatto di quello che
sarà di lei, una volta sepolta tra quelle mura. Le armi del principe, per vincere la
sua battaglia contro l’indifesa figliola, sono una perfidia e un’ipocrisia più che
farisaiche: la perfidia, per approfittare cinicamente di ogni debolezza della
fanciulla, e per piegarne la volontà creandole dei complessi di colpa; l’ipocrisia,
per nascondere i suoi biechi piani sotto l’apparenza di assoluta legalità e di totale
rispetto per la volontà della poverina, alla quale egli potrà dire con aria di vanto:
“Tutto quel che s’è fatto finora, s’è fatto di vostro consenso”.
E la poverina purtroppo non poteva ribattere nulla alla sfrontatezza paterna!
Gli poteva rimproverare tutto, ma in pratica niente!
All’ipocrisia del principe tiene bordone quella della madre badessa del
convento in cui Gertrude fu chiusa a sei anni “per istradamento alla vocazione
impostale”. Essa sa benissimo che la volontà della fanciulla è coartata, e non
pertanto collabora attivamente a farla diventare monaca per sempre; tuttavia, al
momento della richiesta ufficiale, per ossequio formale alla Regola, avverte
cerimoniosamente il principe che, se influisse sulla figlia con lusinghe o con
minacce, incorrerebbe nella scomunica. E dopo aver dato questo avvertimento, si
sente la coscienza a posto, avendo eseguito tutti gli adempimenti voluti dalle
regole canoniche.
Il Seicento appare, si può dire, in ogni pagina del romanzo, nella mentalità
gretta e formalistica, nei pregiudizi radicati, nella burbanzosa ignoranza della
classe dominante, violenta e farisaica, riboccante di gride e d’illegalità, sporca e
lussuosa. Come le vesti sfarzose, così anche i mobili e l’arredamento in genere
testimoniano questo culto dell’esteriorità.
Diamo uno sguardo allo studio dell’avvocato Azzecca-garbugli: è di un
barocco vistoso, ma in disfacimento, col suo “seggiolone a braccioli, con una
spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che
s’alzavano a foggia di corna”. Questa apparenza solenne e dignitosa nasconde la
polvere, il sudiciume, l’abbandono: la copertura di vacchetta, non più trattenuta
qua e là dalle vistose borchie d’ottone, si accartoccia agli angoli scoprendo la vile

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imbottitura; il grande scaffale di noce, come il tavolo, è pieno di polvere e di
disordine; lo stesso leguleio è coperto “d’una toga ormai consunta”, indice del
decadimento dell’uomo come di tutto il secolo.
Un secolo ammiratore delle monarchie assolute e teorizzatore
dell’autocrazia; sicché alle pareti dello studio del nostro avvocato non possono
mancare i ritratti dei dodici Cesari, immortalati dalle biografie di Svetonio, quali
simboli dell’assolutismo.
La toga consunta dell’avvocato in questo caso è indice di decadenza e di
sudiciume, caratteristiche di quel secolo pomposo e meschino. Eppure l’abito liso
e dimesso non toglieva nulla alla grandezza di un altro personaggio del romanzo,
che visse in aperta antitesi col suo secolo: il cardinale Federigo. Egli era amante
della semplicità e della nettezza; applicava nelle sue spese personali la più rigida
economia, tanto “che badava di non smettere un vestito, prima che fosse logoro
affatto; unendo però, come fu notato da scrittori contemporanei, al genio della
semplicità quello d’una squisita pulizia: due abitudini notabili infatti, in quell’età
sudicia e sfarzosa”.
Abbiamo detto che il puntiglio e l’orgoglio sono le passioni dominanti di
questo secolo, le molle che fanno muovere non solo gli individui ma anche le
potenze. Pure la famosa guerra per la successione al Ducato di Mantova, sulla
quale il Manzoni torna più volte nel corso del romanzo, e che fa quasi da tragico
sfondo all’azione di esso, nasce da un puntiglio, da un malinteso senso del
prestigio, e si trascina rovinosa per un biennio, causando prima la carestia o
meglio rendendola più grave, e poi portando in Italia la stessa peste, flagello dei
flagelli. E questa bella guerra, dopo aver rovinato e desolato “i luoghi per cui
passò, e figuratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il sacco di Mantova; finì
col riconoscerne tutti il nuovo duca, per escludere il quale la guerra era stata
intrapresa”.
Dopo tanto sangue, dopo tante sofferenze causate ai poveri e ignari sudditi,
dopo tanti saccheggi e distruzioni, l’orgoglio dei contendenti poteva ritenersi
soddisfatto: ognuno infatti aveva salvato il suo prestigio, a cominciare
dall’imperatore Ferdinando II, che aveva mandato in Italia i suoi feroci lanzi solo
perché il nuovo duca di Mantova aveva trascurato di rendergli omaggio, secondo
le antiche tradizioni feudali, con le quali veniva concessa l’investitura.
Tra i pregiudizi imperanti in quel secolo ignorante e pretenzioso, gravissimi
e deleteri furono quelli circa la magia e la stregoneria, ai quali dettero corpo e
base pseudo-scientifica, e quindi grande attendibilità, gli scritti di un gesuita
belga, il famigerato Martino Delrio, “le cui veglie costaron la vita a più uomini
che l’imprese di qualche conquistatore… le cui «Disquisizioni Magiche»…
divenute il testo più autorevole, più irrefragabile, furono, per più d’un secolo,
norma e impulso potente di legali, orribili, non interrotte carneficine”. Infatti tutti
sanno che i processi contro i maghi e specialmente contro le streghe erano
comunissimi, e finivano invariabilmente col rogo delle vittime, dopo le più
raffinate torture.

213
Questa ignoranza generale, questi pregiudizi diffusi anche nelle classi
cosiddette colte, fanno sì che non siano adottati i rimedi opportuni né per
combattere la carestia né per evitare il contagio, previsto e annunciato da pochi
saggi, ma negato dai più; e quando il contagio non può essere più negato, tanto è
terribilmente evidente, si ricorre a un’altra stortura, sempre per non ammettere di
aver sbagliato, sempre per quel maledetto orgoglio, vizio massimo del secolo; e si
va dicendo che a diffondere la peste siano gli untori, sostenuti magari da arti
diaboliche. E su queste belle premesse si inizia la caccia agli untori, si
imbastiscono iniqui e feroci processi contro innocenti, o addirittura si giustificano
dei linciaggi. Il Manzoni ci ha lasciato una documentazioni di tali incredibili
aberrazioni nella sua “Storia della colonna infame”.
La procedura giudiziaria di questo secolo è basata sulla tortura, la scienza
giuridica difende la pena di morte come unico deterrente dei malvagi; la chimica è
ancora ferma ai quattro elementi di Empedocle, la fisica alle favolose invenzioni
di Archimede, l’astronomia alla metafisica concezione tolemaica, che dava
soddisfazione all’orgoglio della Terra, centro dell’Universo. Eppure era già sorto
il Galilei, il fondatore della vera scienza, l’iniziatore del metodo sperimentale,
l’interprete cristianamente umile ma modernamente illuminato delle Sacre
Scritture; ma la cultura ufficiale ancora lo ignora o ne mostra dispregio come di
un ciarlatano, o ne concepisce sospetto come di un eretico presuntuoso, che osi
mettere in dubbio le sante basi della Fede, gl’inconcussi principi di Aristotele,
gl’infallibili sillogismi basati sull’”ipse dixit”.
Il campione della vecchia scienza fatiscente è nel romanzo un innocuo
pedante, infatuato di aristotelismo e di tutto uno scibile futile e vano,
l’indimenticabile don Ferrante; è uno studioso serio di discipline inutili o
misteriose o fantastiche, come la cavalleria, la magia e l’astrologia, un profondo
conoscitore della filosofia naturale, cioè della fisica aristotelica con le
incrostazioni immaginose di tutta l’antichità, il quale sa descrivere “esattamente le
forme e l’abitudini delle sirene e dell’unica fenice”, e ama dissertare con convinta
serietà di altre simili fanfaluche. Don Ferrante ha anche lui il suo decoro da
salvare, non tanto quello di nobile quanto quello di dotto; gli sta a cuore, più del
blasone, la sua giornea di filosofo, cioè di amante della scienza, di scienziato.
Allorché viene la peste, e qualche medico parla di contagio, egli ne ride, e a
ragione; infatti dimostra trionfalmente, con logica serrata, con dilemmi e
sillogismi irrefutabili, che il contagio è una cervellotica invenzione di menti
malate, nonché ignoranti, perché non può essere ovviamente né sostanza né
accidente, e quindi non può esistere nel campo degli enti possibili. Egli afferma
invece, con l’aria di chi conosce la ragione ultima delle cose, che la peste è dovuta
a un maligno influsso celeste, causato dalla fatale congiunzione di Saturno con
Giove. E si comporta con coerenza, il nostro scienziato: siccome contro i pianeti
non c’è niente da fare, non prende alcuna precauzione contro la peste, e muore
appestato, ma stoicamente, senza accusare l’inesistente contagio, ma solo le stelle
lontane.

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Abbiamo detto che anche la gente umile aveva preso un po’ dei costumi
violenti che vigevano nella classe dominante; e questa mancanza di moderazione,
che era poi in sostanza mancanza di vera educazione, cioè di autocontrollo, si
rivelava anche in certe dimostrazioni di affetto. Per esempio, a proposito
dell’entusiasmo popolare che accompagnava le apparizioni in pubblico del
cardinale Federigo, il Manzoni ricorda un episodio significativo: “sul principio
stesso del suo pontificato, nel primo solenne ingresso in duomo, la calca e
l’impeto della gente addosso a lui era stata tale, da far temere della sua vita; e
alcuni gentiluomini che gli eran più vicini, avevano sfoderate le spade, per
atterrire e respinger la folla”.
E a questo riguardo l’Autore così conclude:
“Tanto c’era in quei costumi di scomposto e di violento, che, anche nel far
dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle, si dovesse
andar vicino all’ammazzare”.
E poiché la mitezza e la sincerità sono tra le principali virtù cristiane,
possiamo concludere che quel secolo violento e ipocrita fu quanto di meno
cristiano si possa immaginare. E fu anche il secolo delle guerre di religione,
spietate carneficine tra cattolici e protestanti, in obbedienza al dettato evangelico,
che le due confessioni proclamavano di seguire e interpretare.

62 - LA NATURA E LE NOTAZIONI PAESISTICHE


La descrizione dei magnifici e commoventi spettacoli naturali, come albe
tramonti meriggi assolati, cieli sereni o nuvolosi, notti stellate e diafane, placidi
chiari di luna, è nel romanzo non frequente e sempre molto sobria.
Verso le bellezze della natura, descritte con tanta compiaciuta retorica dai
classicisti, e con tanto estatico languore dai romantici, il Manzoni si è comportato
come verso gli altri due temi tanto abusati dagli scrittori, la bellezza muliebre e
l’amore, che sono da lui appena sfiorati e quasi sottintesi. Egli sente come un
istintivo pudore di indugiare sui temi di tanto facile risonanza in ogni cuore
sensibile; e circa gli spettacoli naturali egli avverte, nella loro descrizione,
l’insidia latente della retorica, la tentazione della bella immagine, della frase
sonante, dell’aggettivo suggestivo, cui non hanno resistito artisti pur famosi, come
per esempio il Foscolo in certe pagine celebrate dell’”Ortis”. Chi non ricorda, tra
queste, la famosa descrizione del tramonto, piena di risonanze classiche,
innegabilmente belle, ma che tradiscono la ricerca dell’effetto?
Il Manzoni è profondamente antiretorico, perché è sincero sino allo
scrupolo, e le sue descrizioni sono sobrie, essenziali, contenute, talora anche
scarne, ma pur vibranti di intima e frenata commozione. Egli quasi teme di
compiacere più a sé stesso che al lettore nell’abbandonarsi alla descrizione di
certe bellezze, di certi sentimenti ovvi e naturali, e li fa sentire con notazioni
sommesse, ma pregne di profonda suggestione. Spesso le sue note locative e

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temporali sono appena delle pennellate sfumate, ridotte magari a un verbo o a un
aggettivo, tanto disadorne da apparire intenzionalmente comuni.
Per esempio, la sera del matrimonio clandestino, quando Renzo si recò dalla
fidanzata, “il sole cadeva”; a Milano, allorché uscì dal tumulto, dopo aver
accompagnato come in trionfo la carrozza di Ferrèr, Renzo dette uno sguardo alla
sera incombente dall’alto: ormai “il sole era andato sotto, le cose diventavan tutte
d’un colore”.
Sono notazioni semplici, essenziali, ma vere; non sono la descrizione della
cosa, ma la cosa stessa come si presenta ai nostri occhi, nella sua evidenza
plastica, quasi tattile. Questa rarefazione dell’immagine la rende potentemente
lirica. Vediamo qualche altro esempio di questa essenzialità descrittiva.
Nella sera degl’imbrogli, allorché lo sposo promesso, dopo la cena
all’osteria, si avviò con i due testimoni verso la casa di Lucia, era già buio, ed egli
“continuò la sua strada nelle tenebre crescenti”. Questo solo aggettivo basta non
solo a delineare un contorno, ma a fissare uno stato d’animo d’ansiosa attesa e
d’inquieta incertezza.
Solo tre volte il Manzoni si diffonde in una distesa descrizione del paesaggio
e dei fenomeni della natura: all’inizio del romanzo, allorché rappresenta i luoghi
intorno al lago di Como, in cui si svolgerà parte dell’azione dei “Promessi Sposi”;
nel capitolo XXXIII, in cui indugia a descrivere lo stato della vigna di Renzo,
invasa dalle erbacce; verso la fine del romanzo, allorché descrive a più riprese
l’afosa giornata di fine agosto, col suo caldo chiuso e opprimente, sino al suo
improvviso risolversi nella benefica pioggia.
La descrizione dei luoghi che contornano “quel ramo del lago di Como”, che
ad alcuno è parsa troppo minutamente topografica, obbedisce al concetto di
chiarezza e di verità, sia storica che geografica, che per il nostro Autore è
inscindibile dal concetto di arte; obbedisce anche a un sentimento nostalgico per
quel dolce paesaggio a lui così familiare, dato che fin da ragazzo egli era solito
villeggiare al “Caleotto”, una villa nei pressi di Pescarenico.
La descrizione manzoniana è analitica, precisa, puntuale, ma non priva di
fascino e di suggestione, per il palpitare sommesso, tra le righe, di una struggente
nostalgia. Assieme alla rappresentazione dei monti e dei colli, del variato specchio
d’acqua con le sue insenature dolci e i suoi acuti promontori, noi abbiamo non
soltanto la nitida raffigurazione paesistica, rilevata con plastica evidenza quasi
tridimensionale, ma anche il sentimento che pervade quei luoghi così cari,
rievocati come persone di famiglia di cui non si vuol smarrire l’accorato ricordo.
Specialmente la seconda parte del brano descrittivo, dopo l’accenno a Lecco col
suo castello e la sua guarnigione, sulla quale si appunta per un momento l’amara
ironia del Manzoni, si distende in una rappresentazione pervasa di vero gusto
paesistico, pregno di accorato lirismo, tutto calato nelle cose e nei luoghi.
Rileggiamo qualche squarcio più significativo: “di qua lago, chiuso
all’estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di
mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo
sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, coi paesetti posti sulle rive; di là braccio

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di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va perdendosi in un lucido
serpeggiamento pur tra monti che l’accompagnano, degradando via via, e
perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte”.
La descrizione della scena circostante, cominciando con notazioni così
puntuali, ha la capacità di allargarsi a poco a poco in un vasto respiro lirico, finché
alla fine ci dà una sensazione come d’infinito. Non è quindi una semplice
fotografia quella che ci presenta l’Autore al capitolo primo del romanzo, e tanto
meno un’oleografia convenzionale e coloristica, ma una rappresentazione viva e
palpitante, che c’immette convenientemente nel mondo dei promessi sposi,
mondo semplice e raccolto, ma pervaso di poesia familiare e paesistica.
Riguardo alla descrizione della desolata vigna di Renzo, quasi tutti i critici
biasimano l’eccessiva minuzia dei particolari, mostrando di non gradire questo
pezzo di bravura botanica, che sembra essere fine a sé stesso, del tutto inutile
all’economia morale e artistica del romanzo. Io rispetto queste opinioni, ma mi
permetto di dissentire, non per il deprecabile costume di voler difendere in tutto e
per tutto un grande autore, ma perché mi sembra che la discussa descrizione vada
interpretata in chiave morale. La minuta descrizione botanica infatti non rimane
fredda e incolore, ma si anima di scene vivaci, di spettacoli interessanti e quasi
umani, che sottendono profonde significazioni allegoriche.
Innanzi tutto l’Autore pone l’accento sull’indifferenza e sull’egoismo della
gente la quale, pur avendo pietà “di quel poverino”, non si perita di far man bassa
delle sue cose. “Per due inverni di seguito la gente del paese era andata a far
legna” nella vigna abbandonata, nella quale non rimase neppure un tronco degli
alberi già coltivati con tanta cura da Renzo.
A questo proposito mi vengono in mente i versi della “Quercia caduta” del
Pascoli:
“Ognuno loda, ognuno taglia; a sera
Ognuno col suo grave fascio va”.
Nel caso di Renzo, ognuno mostrava di aver compassione del povero
bandito, vittima della persecuzione di don Rodrigo, ma ugualmente tagliava le sue
piante e saccheggiava la sua proprietà, approfittando dell’assenza del fuggitivo.
La vigna, dopo due anni di abbandono, non conserva neppur una delle piante
fruttifere, ma è invasa da una vegetazione nuova e prepotente, che fruttifica solo
in spine e aculei. Senza la coltivazione accurata, e senza la vigilanza diligente del
padrone, ogni pianta utile scompare dal terreno, che viene invaso da una
marmaglia di erbacce.
Così avviene pure – sembra ammonire il Manzoni – per l’animo umano:
senza coltivazione e senza vigilanza, cioè senza l’assidua cura
dell’autoperfezionamento, il cuore umano non rimane allo stato di prima, ma è
invaso dalle turpi passioni che covano nel fondo dell’animo, come nel terreno si
annidano i semi di tutte le male erbe, pronte a prendere il sopravvento, non appena
viene meno l’opera continua e paziente del coltivatore. Questo mi sembra che
l’Autore voglia dirci sotto il velame.

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E poi, quelle erbacce che fanno a sopraffarsi, ci richiamano la lotta per
l’esistenza, tanto più accanita e spietata, quanto meno è presente un ordine morale
e sociale, un senso di responsabilità personale e collettiva.
“Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro
nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto
per ogni verso”. E dopo la constatazione amara, ma obiettiva della realtà, ecco la
nota dolente, l’accenno accorato ai deboli, bisognosi di appoggio nella dura lotta
per la vita; i poverini difficilmente trovano una mano amica nella spietata platea
umana, e per lo più vanno in malora. Talora poi si appoggiano ad altri deboli
come loro, e vanno a fondo insieme; ma la loro solidarietà, pur inutile, ci riempie
di commozione per loro, e di sdegno per i cinici sopraffattori.
Tra le erbacce, nota infatti il Manzoni, cercava di vivere anche un’innocua
zucca selvatica la quale, bisognosa d’appoggio, “s’era avviticchiata ai nuovi tralci
d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a
vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie
poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si
prendon l’un con l’altro per appoggio”.
E infine ecco la rappresentazione del prepotente: è il rovo fitto e pungente,
che ha invaso tutto il terreno e la fa da padrone, soffocando e opprimendo ogni
altra pianta: simbolo anche dello spietato egoismo che, quando si radica in un
cuore, soffoca ogni altro sentimento, e tiranneggia l’uomo divenuto ormai sua
vittima. Il rovo, osserva il Manzoni, si propagava rigoglioso dappertutto e,
“attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo,
anche al padrone”. Certo, il padrone effettivo ormai era lui!
Concludendo, mi pare di poter affermare che la descrizione della vigna di
Renzo, pur con qualche prolissità che poteva evitarsi, abbia una sua motivazione
artistica e soprattutto morale.
La descrizione della pesante giornata di fine agosto, in cui Renzo entra in
Milano alla ricerca di Lucia, è lunga e continuata, in quanto l’Autore più volte
torna ad essa durante l’itinerario del giovane per le vie della città e nel lazzaretto.
La plumbea cappa del cielo afoso e opprimente è come il contrappunto
atmosferico del dolente viaggio, finché, dopo la risoluzione dell’azione dei
protagonisti, anch’essa si dissolve nella copiosa pioggia che tutto ravviva e
ristora.
Questo contrappunto atmosferico comincia discreto, quasi in sordina, poi via
via assume toni più incisivi e drammatici, quasi commentando la ricerca ansiosa e
sfibrante di Renzo, sofferta sino allo spasimo sotto la soffocante cappa celeste. Il
Manzoni comincia con l’accennare, allorché il giovane giunge sotto le mura di
Milano, all’aria “immobile bigia”, nella quale si perde pigramente, in ampie
volute, il fumo nero che si leva dalle suppellettili infette bruciate qua e là sugli
spaldi. L’aspetto del cielo coincide con il penoso stato d’animo del povero Renzo.
“Il tempo era chiuso, l’aria pesante, il cielo velato per tutto da una nuvola o
da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole, senza prometter la

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pioggia; la campagna d’intorno, parte incolta, e tutta arida; ogni verzura scolorita,
e neppure una gocciola di rugiada sulle foglie passe e cascanti”.
Quale commento più adatto per farci intendere lo stato d’animo triste e
spaurito del giovane all’inizio di quella ricerca disperata?
Dalla mattinata senza rugiada e senza sole giungiamo al meriggio afoso e
snervante. La sua descrizione, che abbraccia tutto un capoverso, quasi all’inizio
del capitolo XXXV, appare penosamente sospesa nella sua angoscia smarrita,
punteggiata di notazioni soffocate come i respiri affannosi di un uomo oppresso
sotto un enorme peso. “Sunt lacrimae rerum”, ci viene di mormorare davanti a
questa scena meteorologica, in cui la natura stessa appare come in doglia,
all’unisono col travaglio umano.
“La nebbia s’era a poco a poco addensata e accavallata in nuvoloni che,
rabbuiandosi sempre più, davano idea d’un annottar tempestoso; se non che, verso
il mezzo di quel cielo cupo e abbassato, traspariva, come da un fitto velo, la spera
del sole, pallida, che spargeva intorno a sé un barlume fioco e sfumato, e pioveva
un calore morto e pesante. Ogni tanto… si sentiva un borbottar di tuoni, profondo,
come tronco, irresoluto… avreste potuto crederlo un correr lontano di carri, che si
fermassero improvvisamente. Non si vedeva, nelle campagne d’intorno, muoversi
un ramo d’albero, né un uccello andarvisi a posare, o staccarsene. Era uno di quei
tempi… forieri della burrasca, in cui la natura, come immota al di fuori, e agitata
da un travaglio interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale
gravezza a ogni operazione, all’ozio, all’esistenza stessa”.
Se opprimeva anche gli uomini in buona salute, immaginiamoci quali atroci
sofferenze quest’afa soffocante dovesse procurare ai malati e ai moribondi del
lazzaretto, rendendo la loro agonia più affannosa e atroce.
Continuiamo nella descrizione della travagliata giornata. Siamo ormai nel
tardo vespro: Lucia è stata ritrovata, ma non è stato sciolto il nodo del voto. Renzo
non si è affatto rassegnato al diniego della ragazza, e torna verso la capanna di lei
con fra Cristoforo che, “stanco dalle fatiche, aggravato dal male, oppresso
dall’afa, camminava stentatamente, alzando ogni tanto al cielo la faccia smunta,
come per cercare un respiro più libero”.
Il tempo non si era ancora risolto, ma “s’era andato sempre più rabbuiando,
e annunziava ormai certa e poco lontana la burrasca. Dei lampi fitti rompevano
l’oscurità crescente, e lumeggiavano d’un chiarore istantaneo…i bassi comignoli
delle capanne; e i tuoni scoppiati con istrepito repentino, scorrevano
rumoreggiando dall’una all’altra regione del cielo”.
Poi finalmente, con lo scioglimento del voto da parte del frate, anche la cupa
atmosfera si scioglie in pioggia fresca e benefica. Renzo non vuole ripararsi
affatto dall’acqua, perché ormai, dato che Lucia è di nuovo sua, “notte e giorno,
sole e pioggia, zefiro e tramontano, eran tutt’uno per lui”. Ed ecco, non appena fu
uscito dal lazzaretto, “principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi,
che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto
polverio; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la
veniva giù a secchie. Renzo… ci sguazzava dentro, se la godeva in quella

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rinfrescata, in quel sussurrio, in quel brulichio dell’erbe e delle foglie, tremolanti,
gocciolanti, rinverdite, lustre”.
Questi quattro aggettivi dipingono icasticamente la scena: la natura
rinasceva con l’acqua celeste, rinnovava i suoi magici colori, verniciava a nuovo
ogni cosa creata, e il giovane si sentiva felice sotto gli scrosci, come sotto la
carezza benevola di madre natura. Ho riportato solo poche notazioni di questa
magnifica pagina di poesia, di questo contrappunto lirico che accompagna Renzo
per tutta la giornata, dal mattino immoto in una sospensione grave di paura, alla
sera scrosciante di pioggia, ma fremente di vita fresca e di rinnovate speranze.
Dopo queste tre descrizioni diffuse e analitiche, possiamo notare nel
romanzo altre descrizioni naturali più sobrie, di contenuta liricità, talune ridotte
proprio alle notazioni essenziali più immediate. Innanzi tutto ricordiamo le tre
descrizioni dell’alba autunnale, non sempre serena.
La prima, più famosa, è descritta all’inizio del capitolo IV, ed è quella che
padre Cristoforo guarda con l’animo assorto, mentre di prima mattina sale dal suo
convento sulla riva del lago alla casa di Lucia. La scena naturale era lieta, non
così quella umana.
“Il cielo era tutto sereno; di mano in mano che il sole s’alzava dietro il
monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità dei monti opposti, scendere, come
spiegandosi rapidamente, giù per i pendii, e nella valle”.
Non è l’alba che si può ammirare negli aperti orizzonti marini o della
pianura; ma è anche più suggestiva, perché più variata e multiforme. Siamo in
autunno inoltrato, e la brezza stacca dai gelsi le foglie avvizzite e dalle viti gli
ultimi pampani color ruggine, che formano negli anfratti una morbida coltre. Ma il
morire della vegetazione e lo spettacolo dei mendichi e degli stessi contadini, che
dissodavano di mala voglia l’avara terra, rattristavano il frate, “il quale
camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche
sciagura”.
Tutto lieto è invece lo spettacolo dell’alba che Renzo osserva sulla riva
dell’Adda, mentre si accinge a passarla, per mettersi in salvo nel Bergamasco.
“Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza
raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso
l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo”.
E dopo aver descritto l’aspetto delle nubi leggere, basse sull’orizzonte, che
s’andavan orlando “d’una striscia quasi di fuoco”, il Manzoni conclude con un
omaggio sincero e commosso a “quel cielo di Lombardia, così bello quand’è
bello, così splendido, così in pace”. Parole che da un lato rivelano l’amore
dell’Autore per la propria terra, dall’altra la sua ritrosia a indugiare in simili
descrizioni così abusate e così ovvie. La frase di piglio popolaresco “così bello
quand’è bello” nasconde, nella sua arguzia, un insegnamento morale: il cielo è
bello finché resta sereno e puro, ma se è attediato dalla caligine o da nubi nere,
addio bellezza! Il cielo è lo specchio dell’animo umano, che anch’esso può essere
puro oppure ottenebrato dalle passioni; e come il cielo tempestoso si può

220
rasserenare, così anche l’animo può liberarsi dalle brutte passioni, purché ascolti
la voce della ragione retta, che è poi la voce di Dio.
La terza alba, quella che vede l’Innominato dopo la notte disperata, è chiusa
e sospesa come il suo animo. “Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo,
piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola”. Ma la caligine si
diraderà, le nuvole diventeranno leggere e diafane, non appena in quell’animo
fosco e oppresso dai rimorsi discenderà a conforto la luce della fede, il palpito
della speranza, l’ardore della carità cristiana. Il tramonto del giorno precedente era
apparso rosseggiante, presagio di un domani migliore, come il Manzoni afferma
nell’ultima strofa del coro di Ermengarda.
Infatti la sera prima l’Innominato, dopo aver inviato la vecchia serva
incontro alla carrozza in cui si trovava Lucia come prigioniera, indugiò alla
finestra con insolita sospensione d’animo, quindi alzò gli occhi “al sole, che in
quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi guardò le nuvole sparse al di
sopra, che di brune si fecero, quasi a un tratto, di fuoco”. Fuoco simbolo della
grazia, che illumina e accende.
Oltre a questo tramonto di fuoco, che colpisce lo sguardo dell’Innominato,
altri due tramonti sono brevemente descritti nel romanzo; il primo proprio
all’inizio della vicenda, allorché don Abbondio se ne torna bel bello dalla sua
consueta passeggiata vespertina verso la canonica. Il nostro curato non ha un
animo sensibile, e tanto meno artistico, e quindi non può ammirare il grandioso
spettacolo della natura, né tampoco commuoversi. Lui guarda in giro solo
oziosamente, per puro passatempo, e quasi per abitudine. A un certo punto della
strada che saliva verso il paese, egli fissò con indifferenza gli occhi “alla parte
d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte
opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e ineguali pezze
di porpora”.
Don Abbondio non indugia davvero nella contemplazione di questo
spettacolo, certamente bello, ma che a lui non dice nulla di particolare; padre
Cristoforo invece, come abbiamo visto precedentemente, possiede la sensibilità
per ammirare le grandiose scene della natura, pur preso com’è dalle sue
sollecitudini pastorali. Infatti quando stava tornando dal palazzotto di don
Rodrigo, dopo il tempestoso colloquio, non aveva né il tempo né la disposizione
d’animo per contemplare lo spettacolo del tramonto; tutto preso dai suoi ansiosi
pensieri, tuttavia “alzò gli occhi verso l’occidente, vide il sole inclinato, che già
toccava la cima del monte”.
La vista del sole occiduo non poteva che aumentare la sua tristezza; ma lui
reagì e affrettò il passo, perché non doveva arrendersi, doveva lottare ancora
contro il male; e intanto doveva passare dagli sposi, a fare il suo triste resoconto,
per poi rientrare in fretta in convento prima di notte.
Insieme alle descrizioni dei grandi fenomeni naturali, ora ampie e distese,
ora concentrate in poche pennellate essenziali, il Manzoni ci ha dato anche alcune
note paesane di ispirazione realistica, ma di un realismo reso con afflato poetico,

221
con senso di umana comprensione, con simpatia sincera per gli umili. Un
bell’esempio in proposito è la descrizione della sera del villaggio:
“C’era… quel brulichio, quel ronzio che si sente… sulla sera, e che, dopo
pochi momenti, dà luogo alla quiete solenne della notte”.
Ecco le donne, che ritornano dai campi portando in braccio i bambini più
piccoli e per mano quelli più grandicelli, ai quali fanno recitare le preghiere della
sera; ecco gli uomini, stanchi e pensierosi, con le vanghe sulle spalle; ecco gli usci
che si aprono e i saluti che vengono scambiati sommessamente: tutta la scena è
soffusa di tenerezza non scevra di mestizia. L’ombra della carestia pesa sugli
animi intorbidando la gioia del ritorno a casa.
E’ invece percorsa da brividi di paura la notte di Renzo, nella sua ansiosa
fuga da Milano verso l’Adda. All’uscire da Gorgonzola, le tenebre non erano
ancora fitte, la solitudine non lo preoccupava granché: qualche lume traspariva
ancora dalle impannate dei rari casolari, facendogli compagnia. Ma a poco a poco
le tenebre si fecero opprimenti, la solitudine divenne paurosa, come anche il
silenzio.
“Altre voci non sentiva, che un mugolio di cani, che veniva da qualche
cascina isolata, vagando per l’aria, lamentevole insieme e minaccioso… gli alberi
che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose;
l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero
illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che
calpestava o muoveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che
d’odioso”.
A un certo punto, addentrandosi in una fitta selva, l’uggia e l’orrore
indefinito sfociarono in un panico irragionevole, in un terrore folle che fu lì lì per
travolgerlo, per fargli perdere la testa del tutto; ma riuscì a frenarsi, a ragionare, a
calmarsi alquanto, terrorizzato all’idea del suo stesso terrore; e quando le orecchie
cessarono di ronzare così paurosamente, poté finalmente sentire la voce amica
dell’Adda, e si sentì come in porto: ogni paura scomparve immediatamente.
Gli spunti paesistici sono numerosi nel romanzo, dovuti all’osservazione
attenta del Manzoni e al suo gusto per la descrizione realistica e puntuale, spesso
arguta, sempre vigilata dal freno dell’arte e pervasa da un interesse vivissimo per
l’uomo e per il vario paesaggio che lo circonda. Prendiamo ad esempio, nel
capitolo V, la descrizione del piccolo regno del tirannello del Lecchese:
“Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d’una bicocca,
sulla cima d’uno dei poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera… Appiè del
poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e verso il lago, giaceva un
mucchietto di casupole, abitate da contadini di don Rodrigo… la gente che vi
s’incontrava erano omacci tarchiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul
capo, e chiuso in una reticella; vecchi che , perdute la zanne, parevan sempre
pronti, chi nulla nulla li aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce
maschie, con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della lingua,
quando questa non bastasse: nei sembianti e nelle mosse dei fanciulli stessi, che
giocavan per la strada, si vedeva un non so che di petulante e di provocatorio”.

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Pur nella descrizione puntuale e attenta dei tipi umani, si avverte nelle parole
dell’Autore la pena per questa umanità priva di luce e di amore, educata dal
signorotto solo alla sopraffazione e alla violenza, oltre che alla cieca sudditanza,
perché questi contadini erano come i suoi soldati di riserva.
Le stesse doti descrittive e la stessa pena umana si notano nella
rappresentazione della valle angusta e uggiosa, a cavaliere della quale sorgeva il
castello dell’Innominato. Il sinistro maniero si levava minaccioso “sulla cima d’un
poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir
bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da
un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti…
Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio
signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi, e
non vedeva mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto”.
Come possiamo vedere anche da questa descrizione, sempre nel Manzoni
alle notazioni locali o temporali si fondono quelle umane, perché è l’uomo che a
lui interessa soprattutto, e il paesaggio è in funzione dell’uomo, non viceversa.
Nelle descrizioni notturne il Manzoni mostra una certa predilezione per i
chiari di luna, talora evocati a mo’ di similitudine, tanto erano cari a lui, come del
resto a tutti i romantici. Nel capitolo VIII, per esempio, descrivendoci don
Abbondio tutto intento, al fioco lume di una lucerna, a leggere un panegirico di
San Carlo, dice che le “due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della
papalina”, i sopraccigli, i baffi, il pizzo, “tutti canuti, e sparsi su quella faccia
bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un
dirupo, al chiaro di luna”.
Questa similitudine selenica è la più adatta a introdurre la rappresentazione
di quella notte così drammatica, ma illuminata dalla placida faccia della luna
piena.
“Era il più bel chiaro di luna; l’ombra della chiesa, e più in fuori l’ombra
lunga e acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e
lucente della piazza: ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno”.
L’immagine della pacifica luna pendente nel cielo perlaceo torna ancora
altre volte in quella “notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Allorché i fuggiaschi,
giunti al convento, sospinsero la porta della chiesa, “la luna, entrando per lo
spiraglio, illuminò la faccia pallida e la barba d’argento del padre Cristoforo, che
stava quivi ritto in aspettativa”. Alla fine dello stesso capitolo VIII ammiriamo la
descrizione paesistica più giustamente famosa del romanzo, tutta pervasa com’è di
accorato lirismo; la scena indimenticabile della partenza è illuminata dalla luce
discreta della luna, che sembra partecipare alla pena degli esuli, i quali in barca si
allontanano mestamente dal paese natio.
“Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso
immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggero della luna, che vi si
specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi
sulle ghiaie del lido, il gorgoglio più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte,
e il tonfo misurato di quei due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago,

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uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca,
riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava
allontanando dal lido”.
La descrizione è di straordinaria forza evocatrice e di intensa suggestione.
In questa atmosfera assorta e quasi incantata, in questa commozione sospesa
tra cielo e lago, ugualmente azzurri nell’argenteo chiarore lunare, in questo
scenario traslucido e come attonito, è mormorato quell’ “Addio, monti” che segna
il culmine della poesia del romanzo per unanime riconoscimento della critica.
Anche qui, come sempre, la descrizione del dolce paesaggio non è fine a sé stessa,
ma si fonde con l’ansia del cuore di Lucia, che teme e ama, che piange e confida,
che prega e rimpiange con accorata nostalgia.
Nell’ “Addio, monti”, più che la descrizione del paesaggio, vibra il
sentimento del paesaggio, l’interpretazione religiosa del paesaggio, e dalle parole
ineguagliabili sale come un anelito verso il Creatore della natura e il Padre degli
uomini, una tenera preghiera verso Iddio che è dappertutto, “e non turba mai la
gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.
E mi piace chiudere questo mio modesto lavoro con questa affermazione
manzoniana, che nella sua limpida semplicità racchiude tutta la consolante
certezza cristiana, il significato profondo del romanzo, che è nato da
un’ispirazione poetica squisitamente religiosa.

63 - LE SIMILITUDINI NEL ROMANZO


La similitudine è un ornamento stilistico dell’espressione, per cui un concetto,
una persona o un’azione viene lumeggiata meglio con un accostamento o
confronto o parallelo con qualcos’altro che è diverso, ma che ha qualcosa di
somigliante, per cui il “detto prima” ne riceve luce e intensità espressiva.
Tutti i grandi scrittori, narratori o poeti, hanno fatto ricorso alle similitudini,
perché esse abbelliscono il discorso, lo rendono più chiaro e incisivo, se non sono
artificiose, ma vengono in modo naturale alla mente non solo dell’autore, ma
anche del lettore che abbia una certa sensibilità di osservazione e di riflessione.
Anche l’uomo comune è portato a fare questi accostamenti, sicché espressioni
«coraggioso come un leone», «buono come il pane», «amaro come il fiele»,
«dolce come il miele» e tante altre simili sono sulla bocca di tutti. Di similitudini
così semplici e comuni se ne trovano molte nel romanzo. Per esempio: il
principino era «vispo come una lepre» (cap.X, r.203), alla predica del Cardinale
«piangevano tutti come bambini» (cap.XXIV, r.420) dopo lo sfondamento del
forno delle grucce le guardie «andavano su per i tetti come i gatti». (cap.XII,
r.266)
Ma le similitudini artistiche, che piacciono ai grandi scrittori e poeti, sono
meno comuni, più sottili e raffinate, talora del tutto nuove, impensate, o talmente
elaborate da risultare originali.

224
La similitudine regolare o classica, insomma quella espressa nella forma più
consueta, è quella introdotta dalla particella «come» e continuata con la particella
«così».
Come tipico esempio porto quella che si riferisce al Griso il quale un po’
rudemente riordina i suoi bravi, spaventati e scompigliati dai sinistri rintocchi
della campana a martello:
«Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si
sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro
col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino [=
il Griso] acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro;
caccia indietro col bordone uno e un altro che s’avviavan da quella parte: grida
agli altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel
mezzo del cortiletto.» (Cap. VIII, r. 311)
Le due particelle possono avere anche ordine inverso, e qualche volta ce n’è
una sola, generalmente la prima. Qualche volta le due particelle classiche
mancano entrambe, e il confronto tra le due entità viene introdotto in altro modo,
ma sempre di similitudine si tratta, cioè della somiglianza tra due concetti che,
accostati, si lumeggiano a vicenda, anche se, a rigore, è la cosa assunta dopo
quella che lumeggia “il detto prima”. Di ogni similitudine che, a modo di
esempio, io citerò in seguito, indicherò il capitolo e il rigo, affinché il lettore, se
vuole, possa riscontrarla nel testo del romanzo. Il rigo è preso dal testo
dell’edizione Mondadori a cura di Pietro Nardi; è chiaro che in altre edizioni il
numero del rigo può variare, generalmente in meno.
Il Manzoni è generalmente moderato nell’uso delle similitudini, moderato nel
numero e moderato nella lunghezza; spesso la similitudine è di poche parole, ma
talora è un po’ lunghetta.
Una delle più lunghe, invero, e delle meno appropriate, è quella del Griso,
inviato a Monza dal padrone a investigare su Lucia, assomigliato a un lupo.
L’accostamento sarebbe azzeccato, se il Manzoni si limitasse ad assomigliare quel
bravaccio a un lupo che avanza nella pianura per predare. Ma questa volta don
Lisander si lascia prendere la mano, dato che questa similitudine è stata usata da
quasi tutti i poeti, a cominciare da Omero, e lui vuole dire qualcosa di diverso e
di meglio. Ecco dunque «il lupo, che spinto dalla fame, col ventre raggrinzato, e
con le costole che gli si potrebbero contare, scende dai suoi monti, dove non c’è
che neve, s’avanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una zampa
sospesa, dimenando la coda spelacchiata.»
Il quadro è già abbastanza dettagliato e immaginifico come in un bel
documentario televisivo, ma l’Autore non si accontenta, e insiste a rifinirlo e
completarlo, scomodando anche l’amico Tommaso Grossi, di cui riporta un verso
del poema allora ancora inedito “I Lombardi alla prima crociata”. Infatti il lupo
«”leva il muso, odorando il vento infido”, se mai gli porti odore d’uomo o di
ferro, rizza gli orecchi acuti, e gira due occhi sanguigni, da cui traluce insieme
l’ardore della preda, e il terrore della caccia.» (cap. XI, r.368)

225
Come ognun vede, questa icastica descrizione del predatore, che è atterrito
dalla caccia che può subire, mentre è anelante di cogliere la sua preda, mal si
attaglia al Griso, il quale per nulla affamato o malconcio, ma «con faccia allegra e
baldanzosa», va a Monza con due guardie del corpo, per cercare di sapere dove si
è rifugiata Lucia. E’ vero che a Monza il bravaccio ha ucciso un uomo, e sulla sua
testa pende una taglia di cento scudi; ma come attribuire al Griso questo terrore di
essere «preda», lui che di professione era «predatore»?
E’ ovvio che io ho accennato a questa similitudine, un po’ stiracchiata, non
per amore di critica, ma per avvertire che anche il Manzoni qualche volta
«sonnecchia» come il sommo Omero, cioè suona tasti un po’ stonati. Invece
abbastanza intonata è la similitudine che inizia il capitolo XI: «Come un branco di
segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, tornano mortificati verso il padrone,
coi musi bassi, e con le code ciondoloni, così, in quella scompigliata notte,
tornavano i bravi al palazzotto di don Rodrigo.»
Il lettore potrà notare che molti capitoli del romanzo cominciano con una
similitudine; è evidente che il M. voleva in tal modo introdurre la narrazione con
una immagine bella e accattivante; non è quindi un caso, ma un voluto effetto
retorico.
Non starò qui a elencare le innumerevoli belle e calzanti similitudini del
Manzoni; sarebbe un lavoro interessante, che lascio però ad altri. A me basta dare
degli spunti, delle indicazioni, che potrebbero servire come direttive per un lavoro
del genere.
E incomincio dicendo che le similitudini possono essere catalogate sotto
aspetti diversi, per esempio:
similitudini da uomo a uomo;
similitudini da uomo a animale;
similitudini da uomo a cosa;
da uomo a fiore;
da pianta a uomo;
da cosa a cosa;
da stato d’animo a stato d’animo. E potrei continuare il catalogo dettagliato.
Di ogni categoria porterò qualche esempio indicativo, lasciando a un
eventuale lettore volenteroso e paziente un’elencazione esaustiva.
Per le similitudini da uomo a uomo possiamo cominciare da don Abbondio il
quale, proprio al principio del cap. II, è assomigliato al gran Capitano francese
Condé, che la notte prima della battaglia di Rocroi (1643) in cui sconfisse gli
Spagnoli, dormì saporitamente. L’accostamento è ironico e fatto per antitesi: il
generale francese era un grande stratega, mentre il prete di campagna era un
deplorevole ministro; il Condé dormì tranquillo perché aveva pronto il suo piano
di battaglia, e pronte e allertate anche le truppe; don Abbondio invece, nella notte
seguente all’incontro con i bravi, sapeva solo che il giorno seguente sarebbe stato
un giorno di battaglia (con Renzo), per cui doveva affannosamente studiare il suo
piano, e dormì poco e fece brutti sogni.

226
Questa è anche una delle similitudini presentate non col classico
«come…così», ma come un confronto un po’ umoristico tra due personaggi e due
situazioni.
Non è invece umoristico, proprio al principio del cap. VII, l’accostamento di
fra Cristoforo a «un buon capitano che, perduta, senza sua colpa, una battaglia
importante [incontro-scontro con don Rodrigo], afflitto ma non scoraggiato, sopra
pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo
chiede, a premunire i luoghi minacciati, a raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini.»
Anche questa similitudine è un po’ troppo insistita, e anch’essa è introdotta in
modo atipico:
«Il padre Cristoforo arrivava nell’attitudine d’un buon capitano…»
Lo stesso frate, nello stesso capitolo VII r.262, è assomigliato al profeta
biblico Nathan, che rimproverò David (2° libro di Samuele cap. 12) per essersi
appropriato di Betsabea, facendone uccidere il marito. Il confronto è calzante:
anche fra Cristoforo rimprovera don Rodrigo perché si vuole appropriare di Lucia,
che è «donna d’altri» come Betsabea per David. Il confronto in sé è ben fatto, ma
anche qui il M. è poco realistico, perché dice che è don Rodrigo a essere
indignato, «che un frate avesse osato venirgli addosso con la prosopopea di
Nathan».
Figurarsi se il signorotto poteva pensare a Nathan! Probabilmente non sapeva
neppure chi era, come la maggior parte dei lettori del romanzo; per lui il frate era
soltanto un «profeta di sventure», che solo l’erudito M. assomiglia al profeta
biblico. E’ quindi un errore di prospettiva mentale.
E’ invece in una prospettiva esatta l’accostamento di don Rodrigo al Faraone
(cap.VI, r.110) per la durezza del cuore, fatto dal frate nel tempestoso colloquio,
perché a lui il raffronto veniva naturale; chissà quante volte nelle prediche lo
aveva portato ad esempio, per concludere che, quel cuore indurito del Faraone,
«Dio ha saputo spezzarlo»; la stessa cosa il frate voleva minacciare al signorotto.
Al nostro buon frate si riferiscono altre similitudini, e ne voglio riportare per
intero una, che mi sembra notevole.
Nel cap. IV r.52 il M. ne descrive l’aspetto fisico, e fissando lo sguardo sul
suo volto ormai emaciato dall’astinenza, ferma l’attenzione sugli occhi che, come
ben si sa, sono lo specchio dell’anima:
«Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano,
con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un
cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di
tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di
morso.»
Forse l’immagine dei due cavalli bizzarri, riferita agli occhi, è un po’
esagerata, un po’ barocca direi; ma è nuova ed efficace.
Voglio riportare per intero anche un’altra similitudine, che il M. argutamente
attribuisce all’anonimo scrittore da lui rinvenuto, e del quale dice «che aveva un
gusto un po’ strano in fatto di similitudini»; e se lo dice lui (di sé stesso),
possiamo credergli. Egli dunque scrive che «l’uomo, fin che sta in questo mondo,

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è un infermo che si trova su un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri
letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone.
Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia,
pigiando, a sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme:
siamo insomma, a un dipresso, alla storia di prima.»
E’ una similitudine lunga e dettagliata, ma vera, che il M. conclude con una
bella massima cristiana:
«Si dovrebbe pensare più a far del bene che a star bene: e così si finirebbe
anche a star meglio.» (cap.XXXVIII, r.518)
Ma per non dilungarmi in questi confronti di immagini e di personaggi, nei
quali resterei irretito, perché essi sono numerosi e talora intriganti, passo
immediatamente dall’ultimo al penultimo capitolo (cap. XXXVII, r.451), in cui si
accenna alla stoica morte di don Ferrante il quale, non credendo al contagio, «non
prese nessuna precauzione contro la peste, gli s’attaccò [la peste a lui]; andò a
letto a morire, come un eroe di Metastasio prendendosela con le stelle.»
La similitudine è arguta, anche se noi ci chiediamo se il M. si riferisce qui a
un eroe in particolare, o se accenna solo a uno stato d’animo, comune a molti
personaggi dei moltissimi melodrammi.
Per le similitudini tratte da animali, oltre a quella del lupo assimilato al Griso,
possiamo ricordare quella dell’aquila (cap. XX, r.15) a cui è assomigliato
l’Innominato il quale, «dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido
insanguinato… dominava all’intorno tutto lo spazio… e non vedeva mai nessuno
al di sopra di sé.»
Il M. però per le sue similitudini non tira in ballo solo il re dei rapaci, ma
anche il più tenero e indifeso tra i volatili, il pulcino. Ad esso il Nibbio (cap. XX,
r.315) assimila la povera Lucia rapita:
«Non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla?»
A un pulcino è anche assimilato don Abbondio a tu per tu con l’infiammata
carità del cardinale Federigo che cerca di elevarlo a concetti evangelici, ma invano
(cap. XXV, r.413): lo spirito del vile parroco «si trovava tra quegli argomenti,
come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione
sconosciuta…»
In questa similitudine Federigo sarebbe il falco che con i suoi artigli rapisce in
aria il pulcino; l’assimilazione non è troppo appropriata, perché il falco rapisce
dall’aia il pulcino per divorarlo e non per portarlo «in più spirabil aere», come
dice il M. nel «Cinque Maggio».
Il pauroso curato è assomigliato a un pulcino anche in un’altra circostanza e
con altro intento. E’la moglie del sarto che, riferendosi al pavido comportamento
di don Abbondio durante la liberazione di Lucia, dice:
«In questa occasione, ho dovuto proprio vedere che è più impicciato che un
pulcin nella stoppa.»(cap.XXIV, r.147)
E giacché dalla stoppa si forma anche lo stoppino delle candele e delle
lucerne, passiamo a un’altra similitudine, nella quale lo stesso prete egoista è
paragonato appunto a uno stoppino, e quindi non più a un animale ma a una cosa

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(cap.XXVI, r.184). Don Abbondio, investito dal fuoco di carità del Cardinale, era
«come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma
d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol sapere nulla;
ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.»
In questa similitudine due persone sono assimilate a due cose: il Cardinale alla
torcia, il prete allo stoppino; ma l’immagine rende bene il senso.
E poiché stiamo parlando di don Abbondio, forse il personaggio meglio
caratterizzato del romanzo, accenniamo a un’altra similitudine (da uomo a cosa)
che lo riguarda. Nel cap. I r.397, proprio quando l’Autore comincia a parlare di
lui, dice che egli si accorse di essere «come un vaso di terra cotta, costretto a
viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», dai quali lui «non nobile, non
ricco, coraggioso ancor meno» non si sentiva proprio di essere frantumato; e a
questo scopo, oltre a «mettersi in una classe riverita e forte» (il clero), aveva
escogitato un suo sistema di vita, che rappresentava la quintessenza dell’egoismo.
Una bella similitudine, di carattere naturalistico, è usata per descrivere
l’aspetto fisico di don Abbondio, mentre a sera tarda sta leggendo tranquillamente
un panegirico di San Carlo al lume di una lucerna: «Due folte ciocche di capelli…
due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella
faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti
da un dirupo, al chiaro di luna.» (cap. VIII r.82) E la luna, con la sua luce ora
intensa ora discreta, è spesso presente nel romanzo.
Un’altra similitudine di questo tipo, ma ben diversa come senso e intento, è
quella che il M. mette in bocca a fra Galdino (cap. III, r.434) il quale, esaltando la
missione caritativa dei cappuccini, dice: «Noi siam come il mare, che riceve acqua
da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi», in forma di pioggia
benefica.
Alcune significative similitudini sono portate dal M. per lumeggiare certi stati
d’animo o atteggiamenti di fra Cristoforo nello scontro col signorotto. Allorché
costui, per provocarlo, lo accusa di essere venuto a fargli la spia in casa, il frate si
sente le fiamme in viso, ma poi si calma, per non rovinare tutto, e risponde
mitemente, «però col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara.»
(cap. VI, r.45)
E poco dopo, sotto la gragnola degli insulti che don Rodrigo gli riversa
addosso (villano temerario, poltrone incappucciato, mascalzone), il frate, che in
precedenza si era alquanto infiammato nel contrasto, abbassa umilmente il capo e
rimane immobile «come, al cader del vento, nel forte della burrasca, un albero
agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e riceve la grandine come il ciel la
manda.»(cap.VI, r.128)
E’ una bella immagine presa dalla natura, ma forse è migliore quella riferita al
cardinale Federigo, o meglio alla sua vita esemplare e santa. (cap. XXII, r.102)
«La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza
ristagnare né intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a
gettarsi nel fiume.»

229
Però le più belle similitudini di questo tipo sono quelle in cui compaiono i
fiori.
Una è al principio del cap. X, e si riferisce a Gertrude o meglio al suo stato
d’animo dopo il lieve fallo della letterina al paggio, che il padre aveva ingigantito
come macchia indelebile. Completamente abbattuta, essa scrive al padre
implorando perdono e mostrandosi pronta a qualunque sacrificio. Era in realtà un
cedimento psicologico, ma lei in quel momento lo sentiva come una resipiscenza,
un risvegliarsi della coscienza buona, pronta a sacrificarsi: «come un fiore appena
sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue
fragranze alla prim’aria che gli aliti d’intorno.»
L’immagine del fiore appena sbocciato richiama alla nostra mente un altro
fiore (cap. XXXIV, r.425), cioè la madre di Cecilia che muore con la sua ultima
figlioletta: «come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino
ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.»
E ora, quasi per contrasto a queste tenere immagini floreali, voglio accennare
a una similitudine un po’ curiosa, la quale ai lettori, che non conoscono come è
allevato il baco da seta (bombice del gelso), può apparire anche strana.
E’ riferita a don Gonzalo, governatore di Milano.
Egli aveva protestato presso il Governo Veneziano perché (secondo lui) aveva
dato ricetto a «un malandrino, un ladrone pubblico, un promotore di saccheggio e
d’omicidio», cioè al famigerato Lorenzo Tramaglino. Il Governo Veneziano, dopo
aver fatto cambiare paese e nome a Renzo, rispose assicurando che mai quel
bandito aveva messo piede nel territorio della Serenissima Repubblica. Il
dispaccio diplomatico fu portato al Governatore mentr’era impegnato nell’assedio
di Casale Monferrato, la cui fortezza non voleva arrendersi, e lui quindi aveva da
pensare a tutt’altro che al bandito.
Ebbene il M. dice che, letta la comunicazione veneta, egli «stette lì un
momento, per farsi tornar vivo nella memoria quel fatto… Alzò e dimenò la testa,
come un baco da seta che cerchi la foglia… ebbe un’idea fugace e confusa del
personaggio; passò ad altro, e non ci pensò più.»
Il bruco del baco da seta effettivamente alza e dimena la testa per cercare la
foglia di gelso; ma immaginare don Gonzalo che dimena la testa, per cercarvi un
ricordo, non vi pare un’immagine un po’ curiosa?
Mi accorgo che mi sto lasciando prendere la mano dall’argomento, e perciò
cercherò di accennare in fretta alle similitudini da piante a uomini, che a rigore
non sono la stessa cosa di quelle da uomini a piante, perché qui vengono prima le
piante, che poi sono assomigliate a uomini; ma è chiaro che i termini si possono
invertire, perché se certe piante sono simili a determinati uomini, anche questi tali
uomini sono simili alle predette piante.
Nella vigna di Renzo, dopo due anni di abbandono e di saccheggio, è cresciuta
una vegetazione spontanea, selvatica. In mezzo a questa marmaglia di piante c’è
anche una zucca, selvatica anch’essa, che cerca di arrampicarsi su qualcosa di
solido, ma non trova che alcuni tralci rimessiticci, cioè polloni di un ceppo di vite
tagliato alla base, ai quali cerca di aggrapparsi coi suoi viticci, come questi tralci

230
teneri si avviticchiano a loro volta alla zucca (cap.XXXIII,r.538); ma unendosi, e
appesantendosi a vicenda, non si sollevano, ma cadono a terra.
Fin qui ammiriamo l’immagine realistica e la descrizione puntuale; ma subito
dopo il M. dice che le due umili piante cadono «come accade spesso ai deboli, che
si prendon l’un l’altro per appoggio.» La similitudine è vera, ma un po’ troppo
amara e sconsolata, lasciata così. La concezione religiosa del Manzoni poteva
aggiungere che questi deboli, anche se invece di sollevarsi vanno a terra, tuttavia
si aiutano se non altro consolandosi a vicenda, e neppure a terra essi sono
dimenticati da Dio. Insomma un po’ di solidarismo cristiano non guasterebbe in
questa vigna desolata di Renzo, che poi rappresenta il mondo con la sua spietata
competizione.
Ma non insisto su queste considerazioni, che non sembri che io voglia riveder
le bucce al Manzoni, che certamente non è eccelso in ogni pagina; del resto già in
precedenza ho detto, in italiano, quello che Orazio dice di Omero nell’ “Arte
Poetica” (v. 359):
«Quandoque bonus dormitat Homerus.»20
E perciò, non volendo apparir censore o revisore, passo a trattar delle
similitudini tra cosa e cosa, e mi limiterò a due sole, a mo’ di esempio.
La prima è alla fine del capitolo VI, r.487. Fra Cristoforo, tornando dal
palazzotto di don Rodrigo, arriva frettoloso alla casa di Agnese. Le donne e Renzo
sentono non solo lo scalpiccio dei sandali, ma anche «un rumore di tonaca
sbattuta, somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti del
vento.»
Questa similitudine, tra tonaca e vela, mi sembra esagerata, perché lo sbattere
di una tonaca è appena avvertibile, ma lasciamola correre, che non abbiate a dire
che cerchiamo il proverbiale pelo nell’uovo.
La seconda è nel capitolo VIII, r.201, e si riferisce ad Ambrogio, il sacrestano
di don Abbondio. Quando il parroco, nel tentativo di matrimonio clandestino di
Renzo e Lucia, si sottrae a furia a sposi e testimoni, e dalla finestra grida
chiedendo aiuto, il sagrestano balza dal letto, ma per non rischiare lui, corre
seminudo a sonar la campana a martello, per far accorrere gli altri. Ma avviandosi
«dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un
cappello di gala.»
Qui non abbiamo il confronto sproporzionato «tonaca-vela», ma quello
«brache-cappello di gala», che è certamente più proporzionato come grandezza,
anche se non per qualità.
Ma non fermiamoci a queste quisquilie, e andiamo avanti cercando di
concludere.
Potremmo dire che anche la definizione di «madonnina infilzata», che danno a
Lucia sia Perpetua (cap. XI, r.197)) sia don Abbondio (cap. XXXVIII, r.250), è
una similitudine brevissima ma azzeccatissima, almeno nel contesto e nell’intento

20
= Talora il (pur) valente Omero sonnecchia.

231
di costoro, i quali hanno qualcosa da rimproverare a «quest’acqua cheta, questa
santerella», che ha però la sua testolina.
E giacché sono tornato a parlare di Lucia, approfitto per accennare a un’altra
similitudine che la riguarda.
Nel tentativo di matrimonio clandestino, don Abbondio, per non farle
pronunciare la formula del rito, la investe malamente col tappeto del tavolino,
imbacuccandola quasi da soffocarla; e la poverina, tutta smarrita, non tenta neppur
di liberarsi, rimane immota, come bloccata. E’ una scena piuttosto drammatica,
che l’Autore stempera però in una immagine un po’ surreale: «poteva parere una
statua abbozzata in creta, sulla quale l’artefice ha gettato un umido panno».
Non azzardo commenti, che lascio ai lettori, perché io voglio concludere
questo discorso sulle similitudini; esse mi tentano e invitano lusinghiere, e se
dessi loro retta non la finirei più. Accenno perciò a un solo esempio di
similitudine «da stato d’animo a stato d’animo».
Quando all’inizio del cap. IV fra Cristoforo di buon mattino si stava recando
alla casa di Agnese, la scena naturale che si offriva ai suoi occhi era lieta, ma non
così quella umana. I contadini «andavan gettando le lor semente, rade, con
risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme.» (r.28)
Non posso poi non accennare a due similitudini mitologiche, che il romantico
Manzoni ha usato molto irriverentemente, quasi per dileggio, per dimostrare che
la mitologia può servire solo come materia grezza e informe, da usare come si
vuole, perché non ha una propria anima.
Nel cap. VI, r.280 un parroco sorpreso da sposi clandestini viene assomigliato
al dio marino Proteo, che si trasformava e faceva di tutto per sfuggire agli
importuni; nel cap. XV (r.91) l’oste della luna piena viene assomigliato niente di
meno che a Psiche «quando sta a spiare furtivamente le forme del consorte
sconosciuto.» E il consorte sconosciuto sarebbe Renzo, al quale l’oste (che
sarebbe Psiche!) dice (mentalmente) «Pezzo d’asino!»
E così la patetica favola di «Amore e Psiche», che ha sedotto tanti poeti,
pittori, scultori e anche filosofi, viene degradata sino alla somaraggine.
E’certamente un’esagerazione, una forzatura concettuale, ma fatta forse a bella
posta, con intento polemico contro l’infatuazione mitologica dei poeti classicisti,
come il Monti e il Foscolo, che tiravano in ballo le antiche favole a ogni piè
sospinto. Ma anche lo stesso Manzoni aveva cercato di abbellire con la mitologia
le poesie classicheggianti composte prima della conversione.
Ma non posso mettere fine a questa appendice senza citare un’ultima
similitudine, piuttosto appropriata, anche se sviluppata con un certo
compiacimento descrittivo. E’ quasi alla fine del capitolo XXVII (rigo 507) e
pone la somiglianza tra due funesti fenomeni della natura, uno biologico (la
peste), uno meteorologico (l’uragano). Il M. dopo aver detto che la carestia e la
guerra, i primi due flagelli biblici che si abbatterono sulla Lombardia nel 1629,
«non portarono nessun cambiamento notabile nella sorte dei nostri
personaggi»(Renzo, Lucia, Agnese), aggiunge che il terzo flagello (la peste) li
investì in pieno, assieme agli altri altolocati rappresentanti di quella società,

232
«come un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo (=abbattendo) e
sbarbando (=sradicando) alberi, arruffando tetti, scoprendo campanili, abbattendo
muraglie, e sbattendone qua e là i rottami, solleva anche i fuscelli nascosti tra
l’erba, va a cercare negli angoli le foglie appassite e leggere, che un minor vento
vi aveva confinate, e le porta in giro involte nella sua rapina.»
Come si vede è una similitudine un po’ insistita, ma vivace e anche
complessa, perché ne contiene, implicite, altre due: infatti i robusti alberi sono i
grandi personaggi, mentre le foglie leggere rappresentano gli umili; ma gli uni e
gli altri sono investiti e sbatacchiati dal ciclone della peste, che poi don Abbondio
assomiglierà a una scopa provvidenziale, perché gli ha spazzato via don Rodrigo.

FINE

233
INDICE

ANAGOGICA.......................................................................................2
PREFAZIONE.......................................................................................3
1 - LUCIA .............................................................................................5
2 - RENZO ..........................................................................................13
3 - AGNESE........................................................................................23
4 - DON ABBONDIO .........................................................................30
5 - PERPETUA....................................................................................40
6 - FRA CRISTOFORO.......................................................................48
7 - IL CARDINALE BORROMEO .....................................................53
8 - L’INNOMINATO ..........................................................................59
9 - DON RODRIGO ............................................................................64
10 - IL CONTE ATTILIO....................................................................69
11 - GERTRUDE.................................................................................74
12 - IL PADRE PROVINCIALE .........................................................82
13 - IL CONTE ZIO ............................................................................85
14 - DON FERRANTE ........................................................................88
15 - DONNA PRASSEDE ...................................................................91
16 - IL SARTO DEL VILLAGGIO E LA MOGLIE ............................93
17 - IL NIBBIO E IL GRISO...............................................................96
18 - EGIDIO......................................................................................100
19 - LA VECCHIA DEL CASTELLO...............................................101
20 - GLI OSTI E LE OSTESSE .........................................................104
21 - BETTINA E MENICO ...............................................................106
22 - TONIO E GERVASO.................................................................108
23 - IL PRINCIPE-PADRE E LA SUA FAMIGLIA..........................111
24 - I BAMBINI NEL ROMANZO ...................................................116
25 - I GOVERNATORI DI MILANO................................................118
26 - IL GRAN CANCELLIERE FERRER.........................................121
27 - IL VICARIO DI PROVVISIONE...............................................124
28 - IL CAPITANO DI GIUSTIZIA ..................................................127
29 - IL PODESTA’ DI LECCO .........................................................129
30 - IL DOTTOR AZZECCA-GARBUGLI .......................................131
31 - IL CONSOLE DEL VILLAGGIO ..............................................135
32 - IL BARGELLO TRAVESTITO .................................................136
33 - I BRAVI E I BIRRI ....................................................................137
34 - IL NOTAIO CRIMINALE .........................................................143
35 - IL PADRE GUARDIANO DI MONZA......................................146
36 - FRA GALDINO E FRA FAZIO .................................................148
37 - PADRE FELICE E I SUOI COLLABORATORI........................151
38 - IL MERCANTE MILANESE ....................................................153
39 - LA MERCANTESSA.................................................................158
40 - LA MADRE DI CECILIA..........................................................160

234
41 - IL SUPERBO GENTILUOMO E SUO FRATELLO PERITO IN
DUELLO...........................................................................................162
42 - I MONATTI ...............................................................................164
43 - AMBROGIO IL SAGRESTANO ...............................................168
44 - IL PADRE DI LODOVICO........................................................169
45 - IL PAGGIO ................................................................................170
46 - BORTOLO.................................................................................172
47 - L’AMICO D’INFANZIA DI RENZO.........................................175
48 - IL CAPPELLANO CROCIFERO ...............................................177
49 - IL CURATO DEL PAESE DEL SARTO....................................180
50 - IL VICARIO DELLE MONACHE .............................................181
51 - IL MARCHESE EREDE DI DON RODRIGO ...........................182
52 - IL VECCHIO MALVISSUTO E LA VECCHIA BUGIARDA ...185
53 - IL VECCHIO SERVITORE DI DON RODRIGO.......................187
54 - LA VECCHIA GOVERNANTE.................................................189
55 - LA SGARBATA DOMESTICA DI DON FERRANTE..............191
56 - LA BADESSA IPOCRITA E LE MONACHE FACCENDIERE 193
57 - LA FAMIGLIA SACCOMANNA..............................................195
58 - GLI AVVENTORI DELLE OSTERIE .......................................196
59 - BARCAIOLI E BARROCCIAI ..................................................201
60 - LE FOLLE E LA LORO PSICOLOGIA.....................................204
61 - IL SEICENTO............................................................................208
62 - LA NATURA E LE NOTAZIONI PAESISTICHE.....................215
63 - LE SIMILITUDINI NEL ROMANZO........................................224

235