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Filotea 2

Devozione: dalle premesse alla promessa


Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella
serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio (Coll. Dom. XXII)
O Dio, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa' che alimentiamo l'olio delle nostre lampade,
perché non si estinguano nell'attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con
te alla festa nuziale (Coll. Dom. XXII a)

Una famiglia di famiglie


Edificatevi a vicenda in ciò che più di tutto conta: pregare e amare!
Coltivate l’amicizia per trasmettere e moltiplicare la gioia del Vangelo!
Aiutate i vostri figli a vincere il narcisismo, a passare dal “chi sono io” al “per chi sono io”!
Incoraggiatevi a vincere le paure e a obbedire alla Parola, allo Spirito e alle Sue mediazioni.
Esortatevi l’un l’altro a confidare nella Provvidenza di Dio e affidare tutto a Maria!

Il tema e la prima tappa


SAN FRANCESCO DI SALES, LE RADICI DELLO SPIRITO DI DON BOSCO: una spiritualità della dolcezza e
della fortezza! Fare sul serio, ma non prendersi di punta!
LA DEVOZIONE COME PERFEZIONE DELL’AMORE: non solo la “grazia” che rende l’anima gradita a Dio,
non solo la “carità” che ci dà la forza di operare il bene, ma la “devozione” come agilità dell’amore,
capacità di amare con diligenza, fervore e prontezza!
IL PUNTO CRUCIALE non è essere perfetti, ma avere un sincero desiderio di perfezionarci!
I PRIMI PASSI sono avere una guida, custodire la pace del cuore, purificare la vita!

La posta in gioco spirituale e cultura


LA BATTAGLIA COMUNE. Lotta al narcisismo, crescita nella libertà interiore, sviluppo della capacità
di amare. Quella di san Francesco di Sales non è una dolcezza dolciastra e quella di Don Bosco
non è un’amorevolezza bonacciona! La gioia del Vangelo non sta senza l’appello alla conversione,
la mistica non sta senza ascetica. Bremond, commentando la Filotea e ricordando come San
Francesco di Sales fosse il più mortificato di tutti i santi, dice così: “chi non ci porta alla
mortificazione, alla croce, non ha letto il Vangelo, non è cristiano”.
LA CONVINZIONE DI FONDO. Al cuore si comanda: No al cuore ripiegato, lamentoso o ribelle, illuso
o rassegnato, agitato o rassegnato, afflitto da continui sensi di inadeguatezza o di paura, oscillante
fra la pretesa di sentirsi libero e l’evidenza di non esserlo veramente! Al cuore si comanda, i pensieri
vanno orientati, la volontà va allenata, le passioni tenute a bada; dalle tentazioni occorre fuggire, i
peccati vanno detestati, ai propositi occorre restare fedeli, la preghiera va coltivata, le leggi
osservate e amate, i doveri del proprio stato eseguiti con diligenza. Questo è diventare liberi, questo
è coltivare la vita di grazia, questo è entrare nella devozione
LA PAROLA DI DIO E L’ESEMPIO DEI SANTI di sempre è limpido e inequivocabile: desiderio del cuore
ma anche vigilanza della vita, amore dolce ma anche forte, guanto di velluto ma pugno di ferro.
Gli uomini e le donne della Bibbia, San Francesco di Sales e Don Bosco erano così: prudenti e
coraggiosi, amorevoli con le persone e risoluti nelle opere, indulgenti con gli altri ed esigenti con se
stessi. Si ascolti la dichiarazione d’amore e di servizio che San Francesco di Sales suggerisce a
Filotea alla fine del percorso di purificazione:
Io desidero, propongo, scelgo e decido irrevocabilmente di servirlo e amarlo adesso e per l’eternità. A
tal fine gli affido, gli dedico e gli consacro il mio spirito con tutte le sue facoltà, la mia anima con tutte le
sue potenze, il mio cuore con tutti i suoi affetti, il mio corpo con tutti i suoi sensi; protesto di non voler
più in alcun modo, abusare di nessuna parte del mio essere contro la sua divina volontà e la sua Maestà
sovrana; a lei mi sacrifico e mi immolo in ispirito, per essere per sempre nei suoi confronti, una creatura
leale, obbediente e fedele, senza più volermi ricredere o pentire. Ma, se per suggestione del nemico o
qualche umana infermità. Dovesse capitarmi di venir meno in qualche cosa a questa mia promessa e
a questa consacrazione, fin d’ora protesto e mi propongo, con l’aiuto della grazia dello Spirito Santo, di
rialzarmi immediatamente, appena ne avrò coscienza, di rivolgermi di nuovo alla misericordia divina
senza attendere un solo istante (Cap, XX).
In tutto questo, è consolante sapere che anche i nostri santi non sono nati santi! Hanno dovuto
lottare anche loro contro il peccato e le cattive inclinazioni, riconosce le loro imperfezioni e rinnovarsi
nel desiderio di perfezione. Don Bosco, campione di amorevolezza, aveva un temperamento
naturale collerico e aggressivo:
È significativo ascoltare ciò che diversi testimoni, soprattutto i più intimi, dicono a proposito del
temperamento naturale che Giovanni Bosco aveva e del lavorio spirituale che ha dovuto compiere su
di sé. Mons. Bertagna, vescovo ausiliare di Torino al momento della deposizione (1890), e don Secondo
Marchisio, entrambi originari di Castelnuovo d’Asti, affermano rispettivamente: “Credo che il Servo di
Dio avesse un naturale facilmente accendibile ed insieme molto duro e niente pieghevole” (Bertagna
261r-v) e “Per sua stessa confessione, da me udita, era di naturale focoso ed altero e non poteva
soffrire resistenze, eppure con molti atti seppe talmente frenarsi da diventare uomo pacifico e mansueto
e talmente padrone di se stesso che pareva non avesse mai cosa da fare” (Marchisio 629r). Simile è il
giudizio di don Cagliero e di don Rua: “Per sua stessa confessione, il suo naturale era focoso ed altero,
per cui non poteva soffrire resistenze, e provava in sé una lotta inesprimibile, quanto aveva da
presentarsi a qualcuno a domandare la carità” (Cagliero 1166r); “Egli era di carattere focoso, come io,
e molti altri con me, ho potuto constatare; poiché in varie circostanze ci accorgevamo quanta violenza
dovesse farsi per reprimere i moti di collera per le contrarietà che gli succedevano. E se questo si
verificava nella sua età avanzata, lascio luogo a credere, che ancor più vivo fosse il suo carattere nella
gioventù” (Rua 2621 r-v). “Focoso”, “accendibile”, “duro”, “altero” sono gli aggettivi che ritornano per
descrivere un temperamento dotato di forte sensibilità, ma che era naturalmente suscettibile, impetuoso
e incline all’impulsività, “non poteva soffrire resistenze”, tendeva a irrigidirsi nei propri convincimenti e
difficilmente si umiliava a chiedere. Questo è in qualche modo il punto di partenza di un itinerario di
conformazione al Signore, realizzato con un continuo dominio di se stesso e “con frequentissimi atti
contrarii” (Cagliero 1166r) alle inclinazioni del carattere. Don Rua ricorda di aver visto due volte don
Bosco, nei primi anni, “dare qualche scappellotto ai giovanetti impertinenti ed indisciplinati” (Rua 2658r)
e Bertagna gli rimprovera “alquanto di umanità” nella tenacia eccessiva con cui voleva riuscire nel suo
intento, come anche un’eccessiva insistenza nel chieder soldi e un attaccamento eccessivo alla propria

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opinione.1 Tutti però convergono nell’ammirare la trasfigurazione della sua umanità operata dalla grazia
e dal suo impegno, fino a divenire un uomo straordinariamente pacifico, “modello di pazienza,
mansuetudine e dolcezza” (Rua 2621v), alieno perfino da ogni turbamento. Don Rua arriva ad
affermare: “Negli ultimi trent'anni di sua vita, mai più lo scorsi neppur conturbato in se stesso, sebbene
non siano mancate frequenti occasioni” (Rua 2658 r).

L’ingresso nella vita devota e la purificazione dell’anima


KIT PER LA MEDITAZIONE. 1. Mettiti alla presenza di Dio. Sintonizza il cuore. Riconosci le distrazioni,
ripigliati, mettile in preghiera. Accetta la fatica iniziale, senza scoraggiarti. Chiedi lo Spirito; 2. Leggi
e rileggi, ascolta con calma e considera con attenzione il testo della Filotea e ancora di più
quello della Parola di Dio. A poco a poco alcune espressioni acquistano uno spessore inaspettato
e toccano la tua vita, quello che stai vivendo, qualche problema o difficoltà che ti assilla. È come
una luce che viene ad illuminare un angolo buio dove le cose sono un po’ in disordine e allora
occorre rimetterle a posto; 3. Prendi propositi risoluti che tocchino la vita, l’intelligenza, il cuore,
gli affetti, la volontà; 4. Ringrazia e prega che le ispirazioni e i doni ricevuti portino frutto.
PER ARRIVARE ALLA PROMESSA DI UNA VITA DEVOTA, SONO NECESSARIE ALCUNE PREMESSE. Qui san
Francesco di Sales fa risuonare la stessa preoccupazione di Gesù nel Vangelo: anche liberati dai
peccati mortali e pronti ad evitare anche quelli veniali, ci sono attaccamenti che rovinano tutto,
poiché impediscono la libertà interiore, compromettono il primato dell’amore di Dio e frenano l’amore
per il prossimo. Nel Vangelo, come è noto, a chi vuole seguire il Signore, Gesù chiede il distacco
dalle cose, dagli affetti, dal proprio io, in vista dell’amore vero, che è sempre in se stesso povero,
casto e obbediente, capace cioè di un giusto rapporto con le cose, con gli altri, con se stessi.
Ascoltiamo il Vangelo, disponendo il cuore a quella rinuncia, a quel distacco, a quella resa, ciascuno
la propria, che Gesù ci chiede. E chiediamo l’aiuto di Maria, l’unica creatura libera non solo dai
peccati, ma anche dalla concupiscenza, cioè da ogni desiderio disordinato!
25 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo
padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio
discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. 28
Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per
portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro
che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di
finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare
se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è
ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi
averi, non può essere mio discepolo. 34 Il sale è buono, ma se anche il sale perdesse il sapore, con che
cosa lo si salerà? 35 Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi
per intendere, intenda» (Lc 14,25-35)
Ed ora lasciamoci aiutare dalla dottrina spirituale di San Francesco di Sales!

1 “Se poi guardo a qualche tratto della sua vita, alla tenacità cioè con cui talvolta tentasse riuscire al suo intento, mi pare di vedervi
alquanto di umanità. Così, a quanto sembra al primo aspetto, parve talora alquanto inopportuno nel domandar limosine, alquanto
ardente, e più del convenevole, per ottenerle, sino ad esser troppo facile a promettere guiderdoni del Signore a che le dava, e lasciare
timore che le cose, né della sinistra né della destra non sarebbero andate bene, se gliele si negavano. Parimenti qualche volta parve
troppo restio ad abbandonare la propria opinione, quantunque questa non possa essere da me ripresa” (Bertagna 246v-247r).

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1. Una meditazione per purificare il cuore: il peccato
San Francesco di Sales mostra chiaramente come si cresce nella vita spirituale facendo atti
spirituali: considerazioni e dichiarazioni che tocchino la mente e il cuore. Circa il peccato, 1. Si
tratta anzitutto di considerare come sia offesa a Dio, rovina di sé e ferita delle relazioni, ma
soprattutto – qui la coloritura salesiana – come al di là delle radici di orgoglio e di disobbedienza,
il peccato sia ingratitudine, colpisce gli affetti, l’amore di Dio e per Dio; 2. Occorre perciò pentirsi,
implorare perdono, risolversi a una vita nuova: è la parte affettiva e morale del discorso; 3. E
infine è bene ringraziare e chiedere il dono di frutti buoni e duraturi.
PREPARAZIONE - 1. Mettiti alla presenza di Dio. 1. Pregalo di darti la sua ispirazione.
CONSIDERAZIONI - 1. Pensa da quanto tempo hai incominciato a peccare, e come, da allora, i peccati si
siano moltiplicati in te; li hai accresciuti ogni giorno, mettendoti contro Dio, contro te stessa, contro il
prossimo, in opere in parole, in desideri e in pensieri. 2. Pensa alle tue cattive inclinazioni e a come le
hai assecondate. E, soltanto meditando su questi due punti, dovrai constatare come le tue colpe siano
più numerose dei capelli che hai in testa, o meglio ancora dei granelli di sabbia della spiaggia. 3. Pensa
poi, in modo particolare, al peccato di ingratitudine verso Dio, peccato comune e presente in tutti gli
altri, e che li rende più gravi: guarda di quanti benefici Dio ti ha colmata, e di tutti ne hai abusato contro
il Donatore; e in modo hai disprezzato molte ispirazioni, hai lasciato cadere molti impulsi al bene. Ma
quello che è ancor peggio, dopo che hai ricevuto i sacramenti tante volte, dove sono i frutti? Dove sono
finiti gli ornamenti di cui ti aveva abbellita lo Sposo?...
AFFETTI E PROPOSITI - 1. Arrossisci alla tua miseria. Mio Dio, dove troverò il coraggio di comparire
davanti a te?... Sembra impossibile che io abbia potuto essere così sleale; non ho saputo conservare
integro uno solo dei miei sensi; una sola delle facoltà della mia anima, senza corromperla, violarla,
insozzarla; non ho trascorso un sol giorno della mia esistenza senza contaminarlo con affetti
indecenti… 2. Chiedi perdono e gettati ai piedi del Signore come un Figliuol prodigo, come una
Maddalena, come una donna che ha contaminato il letto matrimoniale con ogni sorta di adulterio.
Signore, pietà di questa peccatrice... 3. Decidi di vivere meglio. Signore, con la tua grazia, non voglio
mai più cedere al peccato. L’ho amato già troppo! Ora lo detesto e abbraccio Te, Padre di misericordia,
voglio vivere e morire con Te! 4. Per cancellare i peccati del passato ne farò una accusa coraggiosa, e
non tollererò che uno solo rimanga in me. 5. Farò tutto il possibile per sradicare dal mio cuore le
erbacce, in modo particolare le più dannose. 6. A tal fine, seguirò con impegno i consigli che mi
verranno dati e non riterrò mai di avere fatto abbastanza per riparare le colpe del passato.
CONCLUSIONE - 1. Ringrazia Dio che ti ha atteso pazientemente e ti ha dato questi buoni affetti. 1. Offrigli
il tuo cuore in pegno. 1. Pregalo che ti fortifichi, ecc. (Cap. XII)

2. Liberarsi dall’attaccamento ai peccati veniali


L’attaccamento al peccato veniale è peggio del peccato stesso: il peccato è una caduta, ma
l’affezionarsi è una serie di cadute! L’affezione al peccato veniale indebolisce le forze dello spirito,
apre la porta alle tentazioni, impedisce la prontezza della carità!
A misura che il giorno cresce, scopriamo meglio nello specchio le macchie e le impurità del nostro volto;
così, a misura che la luce interiore dello Spirito Santo illumina le nostre coscienze, distinguiamo con
maggiore chiarezza i peccati, le tendenze e le imperfezioni che possono impedirci di raggiungere la
vera devozione.
Scoprirai dunque, cara Filotea, che oltre al peccato mortale e agli affetti al peccato mortale, di cui ti sei
già liberata, nell’anima tu conservi ancora molte tendenze e affetti ai peccati veniali. Non dico che

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scoprirai dei peccati veniali, ma degli affetti e delle tendenze ad essi; ora, sono due cose ben diverse:
non saremo mai liberi completamente dai peccati veniali, almeno per un lungo tempo; ma possiamo
benissimo non avere affetto ai peccati veniali. Infatti è ben diverso dire una frottola una volta o due, in
allegria, in cosa di poca importanza, dal trovare gusto a mentire ed essere incalliti in quel genere di
mancanza.
Questi affetti, Filotea, sono direttamente contrari alla devozione, come gli affetti al peccato mortale lo
sono alla carità: indeboliscono le forze dello spirito, impediscono le consolazioni divine, aprono la porta
alle tentazioni; se è vero che non uccidono l’anima, la rendono però gravemente inferma… Allo stesso
modo, i peccati veniali, che capitano in un’anima devota senza soffermarsi per molto tempo, non le
recano un danno molto grave; ma se quei peccati rimangono nell’anima a causa dell’affetto che c’è in
noi per essi, questi le fanno perdere senz’altro il pregio dell’unguento, ossia la santa devozione.
Dire qualche bugia, è cosa da nulla; come pure dire qualche parola fuori posto, superare un po’ i giusti
limiti nell’agire, negli sguardi, negli abiti, nelle battute, negli scherzi, nei balli, purché, appena presa
coscienza di questi ragni spirituali, li respingiamo e li buttiamo fuori, come fanno le api con i ragni veri.
Ma se permettiamo loro di fermarsi nei nostri cuori, e per di più ci affezioniamo a trattenerli e moltiplicarli,
presto troveremo che il nostro miele è andato perduto e l’alveare della nostra coscienza contaminato e
disfatto. Ma, ripeto ancora una volta, che senso ha che una anima generosa trovi gusto a dispiacere a
Dio, si affezioni ad essergli sgradita e voglia quello che sa bene che Dio non vuole? (Cap. XXII)

3. Liberarsi dall’attaccamento alle cose inutili e pericolose


In sé non sono male: il male non è nel praticarle, ma nell’affezionarsi. Il tarlo della devozione è
infatti la tiepidezza, la mediocrità nelle cose di Dio, a cui corrisponde una passione non equilibrata
per cose che non meritano. Di fatto, si può essere cristiani, o addirittura religiosi), ma non aver
scelto Dio, continuare a cercare il proprio io, amare in modo esagerato le cose del mondo.
I giochi, i balli, i banchetti, le feste, gli spettacoli, in sé non sono cose cattive, ma indifferenti, e possono
essere vissute in bene o in male. Sono tuttavia sempre pericolose e ancor più pericoloso è attaccarsi
ad esse. Anche se è permesso giocare, danzare, agghindarsi, assistere a spettacoli onesti, fare
banchetti; esserci attaccati è contrario alla devozione e può nuocere e costituire pericolo. Il male non è
farli, ma affezionarsi. È da insensati seminare nella terra del nostro cuore affetti così vuoti e insulsi:
occupano lo spazio destinato ai buoni sentimenti, e impediscono che la linfa della nostra anima nutra
buone tendenze.
I cervi che hanno messo su troppo grasso, si ritirano in disparte e si nascondono nei cespugli, sapendo
che, se per caso dovessero essere attaccati, il grasso non permetterebbe loro di correre agilmente: il
cuore dell’uomo, quando si carica di affetti inutili, superflui o pericolosi, non riesce più a correre con
prontezza, agilità e facilità dietro al suo Dio, che è il centro della devozione (Cap. XXIII)

4. Liberarsi dalle cattive inclinazioni


Le cattive inclinazioni sono legate al temperamento. Non sono una fatalità! Ci si può correggere,
temperare, migliorare.
Ci sono poi in noi altre tendenze naturali le quali, visto che non hanno origine dai nostri peccati
personali, e non sono nemmeno veri e propri peccati, né mortali, né veniali, noi le chiamiamo
imperfezioni, e i loro atti difetti o mancanze

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Alcuni sono per natura loro di spirito leggero, altri burberi, altri ancora incapaci di ascoltare; alcuni sono
portati ad indignarsi di tutto, altri a montare in collera, altri ad innamorarsi; se guardiamo bene troviamo
pochissima gente che non abbia qualche imperfezione. Ora, benché siano spontanee e naturali, si
riesce, con cura e attenzione, a correggerle, o almeno a temperarle, e qualche volta addirittura anche
a correggerle e ad eliminarle totalmente: Filotea, io ti dico allora che devi farlo!
Non c’è temperamento al mondo che, per buono che sia, non possa essere reso cattivo dalle cattive
abitudini; al contrario, non esiste temperamento così perverso che, con prima di tutto con la grazia di
Dio, poi con la cura e la diligenza, non possa essere domato e vinto (Cap. XXIV)

Per la revisione di vita


1. Ho fatto la scelta di Dio? Contrasto sinceramente la ricerca del mio io con la lotta all’orgoglio e la
crescita nell’umiltà? Quanto e in cosa sono ancora troppo attaccato ai beni del mondo? Quanto e
come voglio bene ai miei cari? Quanto è povero, casto e obbediente il mio amore?
2. Lotta agli attaccamenti: con quali peccati veniali sono troppo accomodante? Quanto spazio
concedo e quanto tempo perdo in cose inutili o pericolose? Con quanta risolutezza contrasto aspetti
del mio temperamento che vanno non assecondati, ma corretti o arginati?
3. Per la condivisione: nell’educare i figli, come li aiutiamo a superare gli istinti, a lavorare sui difetti,
a essere affidabili e diligenti nelle responsabilità, a non scoraggiarsi nelle prove o negli insuccessi?
Tendiamo a lasciar correre, a rimproverare, o sappiamo dar loro gli strumenti per farli maturare,
lasciando il giusto tempo di “apprendistato”? Sappiamo accorgersi se e perché sono ribelli (figlio
minore) o conformisti (figlio maggiore), se dipende dai nostri rimproveri eccessivi o dai nostri ricatti
affettivi che li inducono ad avere paura di noi?
Negandosi per paura la possibilità di rendere condivisibile la sua esperienza, il bambino
paradossalmente si condanna più che proteggersi realmente, perché si preclude ogni tentativo di
liberarsi dal senso di colpa e di vergogna. Invece di narrarsi, svelarsi, identificare l’esperienza, egli non
può far altro che eludere ogni possibile contatto con essa, relegandola nei più profondi meandri del
proprio mondo interno… Questi meccanismi impediscono di soffrire troppo, ma impediscono anche di
accorgersi della sofferenza propria e degli altri. La colpevolizzazione e la vittimizzazione cronica, poi,
riduce sensibilmente, fino ad annullarla, qualunque capacità empatica di sentire la sofferenza altrui o
di entrare in contatto con la propria (Di Blasio)
L’inquietudine dei bambini in riferimento ai loro genitori si rivela più intensa, quando confrontata con
quella provata dai genitori rispetto ai loro figli… L’io del soggetto che è stato testimone passivo della
sofferenza dei genitori o vittima, personalmente, di maltrattamenti, si vede costretto, per proteggersi
contro il rullo compressore della colpevolezza, a sviluppare due serie di meccanismi di difesa;
l’espiazione e la petizione di innocenza. Il soggetto che si crede cattivo, nocivo e, di conseguenza,
colpevole di tutto ciò che avviene di negativo attorno a lui, cerca continuamente di punirsi, di farsi del
male, di maltrattarsi infliggendosi punizioni in maniera masochista per farsi giustizia ed espiare le colpe
immaginarie. Ciò varia, dall’obbligo di impedirsi la felicità privandosi dei piccoli piaceri della vita fino
all’ossessione di porre fine ai propri giorni, passando attraverso il bisogno inconscio di porsi
ripetitivamente in situazioni di scacco, di malattia, di rifiuto, come anche in condizioni di continuo fastidio
e molestia. Tale soggetto rappresenta la vittima ideale che attira il malcontento e l’aggressività
generale. In maniera parallela, l’io, esponendosi a tutte queste sofferenze allo scopo di trovare
un’assoluzione cerca anche, attraverso la richiesta di perfezione e di innocenza, di ricomporsi. Si
ingegna allora a mostrarsi gentile, buono, servizievole, terapeuta degli altri, irreprensibile, nella

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dimenticanza e nel sacrificio di sé, dei propri desideri e bisogni giudicati peggiorativamente come futili
ed egoistici. Ben lungi dal dare pace alla colpevolezza, questi due meccanismi di difesa non fanno altro
che trattenerli e intensificarli, poiché non esiste nulla di peggio che mortificarsi, ignorarsi, mancarsi
d’amore e di rispetto

Per la preghiera
2Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, 13 Tende lacci chi attenta alla mia vita,
non punirmi nella tua ira. trama insidie chi cerca la mia rovina,
3Le tue frecce mi hanno trafitto, e tutto il giorno medita inganni.
su di me è scesa la tua mano. 14 Io, come un sordo, non ascolto
4Per il tuo sdegno non c'è in me nulla di sano, e come un muto non apro la bocca;
15 sono come un uomo che non sente e non
nulla è intatto nelle mie ossa per i miei peccati.
risponde.
5Le mie iniquità hanno superato il mio capo,
come carico pesante mi hanno oppresso.
16 In te spero, Signore;
tu mi risponderai, Signore Dio mio.
6Putride e fetide sono le mie piaghe
a causa della mia stoltezza.
17Ho detto: «Di me non godano,
contro di me non si vantino
7 Sono curvo e accasciato,
triste mi aggiro tutto il giorno. quando il mio piede vacilla».
8 Sono torturati i miei fianchi,
18Poiché io sto per cadere
in me non c'è nulla di sano. e ho sempre dinanzi la mia pena.
9 Afflitto e sfinito all'estremo,
19Ecco, confesso la mia colpa,
ruggisco per il fremito del mio cuore. sono in ansia per il mio peccato.
10 Signore, davanti a te ogni mio desiderio
20 I miei nemici sono vivi e forti,
e il mio gemito a te non è nascosto. troppi mi odiano senza motivo,
11 Palpita il mio cuore,
21mi pagano il bene col male,
la forza mi abbandona, mi accusano perché cerco il bene.
si spegne la luce dei miei occhi. 22Non abbandonarmi, Signore,
12 Amici e compagni si scostano dalle mie Dio mio, da me non stare lontano;
piaghe, i miei vicini stanno a distanza. 23accorri in mio aiuto,
Signore, mia salvezza (Sal 37)

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