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Filotea 5

La pratica delle virtù: la povertà


Nel nostro itinerario spirituale in compagnia di Filotea, dopo le virtù fondamentali dell’umiltà e della
dolcezza, senza le quali non si sviluppa il “fiore della carità” che è la “devozione”, è il momento di
affrontare i temi della povertà e della castità, che insieme all’obbedienza, costituiscono i cosiddetti
“consigli evangelici”.
Attenzione: non sono i “voti” dei consacrati, ma neanche gli “optional” dell’amore, ma sue dimensioni
costitutive: vale a dire che l’amore vero è povero, è casto, è obbediente. L’amore vero non
disprezza certo la ricchezza, il godimento, la libertà, ma li pone a servizio del vero fine dell’uomo,
che non è il mondo, ma il cielo, nel quale ci attende un bene, una gioia e una libertà
incomparabilmente più grande di quanto il mondo ci possa offrire.
Così, la povertà regola il giusto rapporto con le cose, la castità il rapporto con le persone,
l’obbedienza il rapporto con la propria libertà. Senza povertà, castità e obbedienza, l’anima non
sarà spirituale, ma carnale, vivrà l’ideale mondano di “soldi, sesso e potere”, puntualmente
imparentati nei potenti di questo mondo, che agiscono al soldo del “principe di questo mondo”, e
sarà schiava di avarizia, lussuria e superbia.
In altre parole, i consigli evangelici ci guariscono dalla cosiddetta “concupiscenza”, quel generale
disordine del cuore che sopravvive alla grazia del Battesimo, e mettono tutte le nostre facoltà
(l’intelligenza, l’affettività e la volontà) e le nostre relazioni (le cose, gli altri e noi stessi) a servizio
dell’amore: la povertà ci libera dalla schiavitù delle cose e ci rende pronti per la nostra missione, la
castità ci libera dalla schiavitù degli istinti ed eleva l’eros agli orizzonti di agape, l’obbedienza ci
libera dall’egoismo del nostro io e ci orienta a fare la volontà di Dio.
In fondo i consigli evangelici colgono da tre angolature diverse la verità della fede, che nella Scrittura
trova la propria incarnazione nei “poveri in spirito”, “nei puri di cuore” e negli “umili”, nei cuori
consegnati e appoggiati completamente a Dio, alla Parola di Dio, alla volontà di Dio.
Certo, non ci si può nascondere che povertà, castità e obbedienza, poiché rispondono a un amore
nuovo che il mondo non conosce, non sono mai state di moda, men che meno nel nostro tempo.
Nei cataloghi dei vizi e delle virtù del mondo pagano, esse non figurano neanche tra le virtù.

La povertà evangelica
1. Anzitutto chiariamo che la povertà evangelica non è l’indigenza, che è da combattere, ma una
libertà dalle cose in vista di una libertà per Dio, e questa è la povertà da coltivare. La povertà
evangelica non è stato di necessità, ma condizione di maggiore libertà. Poi certo, la logica del
Vangelo insegna che non si può essere e avere tutto, che per avere di più occorre saper
rinunciare al meno, che nuovi affetti richiedono alcuni distacchi, che trovare se stessi è anzitutto
rinnegare se stessi, che mani piene di beni mondani non sono libere per accogliere e trafficare i
doni di Dio. Non si può mai separare l’annuncio del Vangelo dall’appello alla conversione: Dio non
ci trova mai in situazione di equilibrio, ma sempre un po’ scompensati da una parte o dall’altra.
2. Più semplicemente, la povertà evangelica non è tanto non avere, ma non attaccare il cuore:
si può essere ricchi col cuore povero, distaccato, generoso, e si può essere poveri con il cuore ricco,
avaro, egoista, desideroso di possedere e timoroso di perdere. Caso mai, il Vangelo suggerisce
che le ricchezze del mondo vanno trafficate con industriosità e furbizia, e che saper trattare
saggiamente le cose del mondo è condizione perché ci possano essere affidate le cose del cielo.
Poi certo, va anche detto che l’esempio di Gesù e dei santi ci insegna che il distacco effettivo
aiuta grandemente il distacco affettivo: i beni del mondo sono ingombranti, e, col tempo, senza
accorgersene, rende insensibile il cuore! Ce ne rendiamo conto dall’enorme fatica che facciamo a
liberare il cuore e a snellire la vita quando abbiamo concesso troppo a una rilassatezza, a una
pigrizia, a una comodità, a un’agiatezza, a un bene futile o inutile. Ad ogni modo, nel Vangelo, Gesù
non esalta la povertà intesa come indigenza, mancanza dei mezzi fondamentali per una sussistenza
decorosa. Non è un idealista che fa della povertà una bandiera per unire in un unico partito i disperati
della terra. Il Vangelo presenta Gesù come una persona concreta, che conosce e comprende i
problemi, anche quelli legati alla mancanza di cibo, di salute, di denaro, per recare sollievo, operare
guarigioni, ridare speranza.
3. Va infine detto che il rapporto con i beni va pensato e vissuto sullo sfondo della verità cristiana
dell’universale destinazione dei beni nella sua storica tensione con la proprietà privata: qui
l’insegnamento cristiano è l’elemosina, intesa in senso ampio, come effettiva partecipazione alla
pietà di Dio che ama tutti i suoi figli, ed è particolarmente sensibile ai più poveri. Ma qui gli ostacoli
culturali sono ancora grandi: per farla breve, una paio di considerazioni: 1. la forbice fra i pochi
ricchi e i molti poveri è sempre più spalancata: l’1% della popolazione mondiale detiene la stessa
quantità di beni del restante 99%!?! 2. L’uomo occidentale è un homo consumens: tutto il
sistema produttivo è orientato a fare di noi dei consumatori 1, e non è facile remare controcorrente
rispetto alla logica di mercato, che col suo avanzare rende proporzionalmente insensibili alla
ricchezza di Dio e alla povertà di popoli (v. EG 1). Su questo la Dottrina sociale della Chiesa è
abbondante e abbondantemente disattesa.

A scuola con Filotea (III,14-16)


1. San Francesco di Sales inizia la trattazione della povertà dicendo chi è il vero povero di spirito,
secondo la beatitudine evangelica e afferma
Il povero di spirito è colui che non ha né le ricchezze nel cuore né il cuore nelle ricchezze. Il
ricco di spirito invece è un infelice perché ha le ricchezze nel cuore e il cuore nelle ricchezze!
Come si vede ancora una volta il Santo punta il dito sulla vera radice del bene e del male: il cuore!
Se possiedi delle ricchezze non impegnare il cuore in esse; non affogare quel dono del cielo
che è il cuore, nei beni della terra!
Poi con profondo senso dell’equilibrio aggiunge:

1 L’espressione è del famoso sociologo Z. BAUMAN, recentemente scomparso: Homo consumens: lo sciame inquieto dei consumatori
e la miseria degli esclusi, Erikson 2007. Egli mette in evidenza la logica perversa del “consumismo”, che deve indurre, soddisfare,
esaurire in breve la soddisfazione per ricreare nuovi bisogni, rendendo l’uomo schiavo. È una logica che tratta gli uomini come individui,
indebolendo il legame sociale, ed inoltre i poveri, poiché non sono consumatori, subiscono una doppia emarginazione rispetto agli
standard del sistema sociale. Al limite, il povero diventa colpevole.

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Puoi possedere ricchezze senza esserne avvelenata; questo se le hai in casa o nel portafoglio,
ma non nel cuore!
2. Ci sono due pericoli da evitare e verso i quali mantenere grande vigilanza. Il primo è il vizio
dell’avarizia:
Nessuno vorrà mai ammettere di essere avaro! Tutti negano di essere contagiati da questo
tarlo che inaridisce il cuore. Non si possiede mai abbastanza; si scopre sempre un motivo per
avere di più. L’avarizia è una febbre maligna che più è forte e bruciante e più rende insensibili.
Il secondo è desiderare la roba degli altri: dal desiderio si può infatti passare molto presto ad
azioni non sempre oneste per avere di più, come ha fatto Acab con la vigna di Nabot. È cosa buona
avere cura di accrescere il patrimonio, ma sempre con giustizia, calma e carità:
Non desiderare con una brama travolgente il bene che non hai; non impegnare troppo il cuore
in quello che possiedi; non disperarti per i rovesci che potranno colpirti!
3. Non dimentichiamo che Francesco era nobile e proveniva da una famiglia “ricca”: su questo tema
sembra che parli della sua esperienza personale e offre alcuni consigli su come tenere insieme,
mediante l’elemosina, povertà e ricchezza:
Vorrei mettere contemporaneamente nel tuo cuore la ricchezza e la povertà, una grande cura
e un grande disprezzo dei beni temporali
Dobbiamo avere cura nel rendere i nostri beni utili e fruttuosi e questo perché non sono nostri, ma
è Dio che ce li ha affidati e quindi dobbiamo lavorare con un impegno sereno, dolce e tranquillo.
Dobbiamo praticare una povertà reale ed effettiva, pur vivendo circondati da tutte le ricchezze
che Dio ci ha dato. Segno di questo distacco del cuore è l’elemosina: comincia a disfarti di un
po’ dei tuoi beni dandoli di tutto cuore ai poveri. Niente rende gli affari tanto prosperi quanto
l’elemosina. Ama i poveri e la povertà; è questo amore che ti farà sinceramente povera. Vuoi
fare di più? Non accontentarti di essere povera con i poveri, ma sii più povera di poveri. E
come? Fatti serva dei poveri. Gli esempi di S. Luigi di Francia e di Elisabetta d’Ungheria
illustrano quanto detto.
4. E quando manca qualcosa, accontentarsi di queste situazioni:
Accetta serenamente la diminuzione dei beni, adattati con pazienza ad avere qualcosa in meno.
Quando i nostri beni sono legati al cuore, se la grandine, i ladri o gli imbroglioni ce ne strappano
una parte, che urla, che agitazione, che tormento ne abbiamo!
Infine, “se sei povera di fatto, Filotea, cerca di esserlo anche nello spirito”. E come? Ci si lamenta
soltanto di ciò che ci dispiace:
Voler essere poveri e non volerne patire gli inconvenienti è una pretesa assurda. È pretendere
l’onore della povertà e gli agi delle ricchezze.
Modello anche in questo campo è la Madonna:

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ricordati spesso del viaggio che fece in Egitto per portare in salvo il Figlio e quanto disprezzo,
povertà e miseria dovette sopportare! Se vivrai così sarai molto ricca nella tua povertà.

Alla scuola della Parola


Lasciamoci ora provocare dalla forza delle parole di Gesù sulla vanità e la pericolosità delle
ricchezze, per smascherare se, in cosa e quanto viviamo degli attaccamenti alle cose del mondo, e
in che cosa ci è chiesto un sano distacco. E per rinnovare una grande fiducia nella Provvidenza.
13 Uno della folla gli disse: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». 14 Ma egli rispose:
«O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15 E disse loro: guardatevi e tenetevi
lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi
beni». 16 Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17 Egli
ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18 E disse: Farò così: demolirò i
miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me
stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia.
20 Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di

chi sarà? 21 Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio» (Lc 12)
24 Quando Gesù lo vide, disse: «Quant'è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno
di Dio. 25 È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno
di Dio!». 26 Quelli che ascoltavano dissero: «Allora chi potrà essere salvato?». 27 Rispose: «Ciò che è
impossibile agli uomini, è possibile a Dio». 28 Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato tutte le nostre
cose e ti abbiamo seguito». 29 Ed egli rispose: «In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato
casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30 che non riceva molto di più nel tempo
presente e la vita eterna nel tempo che verrà». (Lc 18)
Poi, nel tempo di deserto, prega il Sal 61, che invita a non attaccare il cuore ai beni corruttibili e a
riconoscere che solo Dio è l’unico bene che basta e resta. Solo così si trova vera pace:
2 Solo in Dio riposa l'anima mia; il mio saldo rifugio, la mia difesa è in Dio.
da lui la mia salvezza. 9 Confida sempre in lui, o popolo,
3 Lui solo è mia rupe e mia salvezza, davanti a lui effondi il tuo cuore,
mia roccia di difesa: non potrò vacillare. nostro rifugio è Dio.
4Fino a quando vi scaglierete contro un uomo, 10Sì, sono un soffio i figli di Adamo,
per abbatterlo tutti insieme, una menzogna tutti gli uomini,
come muro cadente, insieme, sulla bilancia, sono meno di un soffio.
come recinto che crolla? 11 Non confidate nella violenza,
5 Tramano solo di precipitarlo dall'alto, non illudetevi della rapina;
si compiacciono della menzogna. alla ricchezza, anche se abbonda,
Con la bocca benedicono, non attaccate il cuore.
e maledicono nel loro cuore. 12 Una parola ha detto Dio,
6 Solo in Dio riposa l'anima mia, due ne ho udite:
da lui la mia speranza. il potere appartiene a Dio,
7 Lui solo è mia rupe e mia salvezza, tua, Signore, è la grazia;
mia roccia di difesa: non potrò vacillare. 13 secondo le sue opere
8 In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; tu ripaghi ogni uomo.

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In pratica…
Vorrei offrirti una rilettura della povertà, tenendo presente la sensibilità di oggi. Giudicherai tu se
l’operazione è riuscita o no. Propongo, in forma molto sintetica, un percorso a tre tappe, tre gradini
semplici e concreti, accessibili a tutti. Se vuoi vivere da povero

1. Punta a uno stile di vita semplice


In quante famiglie si spreca il pane, si lasciano andare a male tanti alimenti, si buttano vestiti usati
poche volte perché non sono più di moda. Quanti soldi sciupati in cose di nessuna utilità: solo per
il gusto di spendere!
Il primo passo per camminare verso la virtù-beatitudine della povertà è abituarsi a poco a poco a
una vita semplice, che sa fare a meno di tante cose inutili.
Questo primo passo verso la povertà mira: 1. ad acquisire uno stile di vita sobrio, che sa fare a
meno di tante cose inutili; 2. a servirsi delle cose senza lasciarsi asservire dalle cose; 3. a
smascherare la mentalità del mondo per cui il lusso, la ricchezza sono sinonimi di felicità.

2. Diventa persona accogliente e disponibile


Ora l’attenzione si sposta dentro le persone, nella loro realtà più profonda, nel loro cuore. Per cuore
intendo la vita interiore, quella zona dell’anima dove si prendono le decisioni importanti e dove non
di rado si annidano i sentimenti più cattivi e pericolosi.
È a questa profondità che punta Gesù quando interviene sul tema della ricchezza e della povertà.
Rileggi le parole del ricco stolto: Luca 12,15-21. Questa è la situazione di quelli che accumulano
ricchezze solo per se stessi e non si preoccupano di arricchire davanti a Dio. Qui sta il
discriminante tra la stoltezza e la saggezza: arricchire solo per se stessi e arricchire davanti
a Dio.
Penso a Don Bosco: nella sua vita ha maneggiato cifre astronomiche, ma per arricchire davanti a
Dio. Chiedeva l’elemosina per i “nostri poveri giovani”. Ha costruito case, chiese; fondato opere in
Europa e in America per salvare la gioventù pericolante. Neppure un centesimo restò appiccicato
alle sue mani e per questo lo salutiamo come Padre e Maestro dei giovani. Per loro non solo ha
edificato case, ma ha aperto il suo cuore all’accoglienza, all’amicizia vera, al dialogo sereno per farli
diventare onesti cittadini e buoni cristiani.
La ricchezza, il denaro non sono realtà in se stesse negative, peccaminose: sono strumenti, mezzi
che acquistano la loro valenza di bene o di male in base al fine cui vengono destinate.
Gesù non condanna a priori né la ricchezza né i ricchi. Ma quando la ricchezza diventa corrosione
e indurimento del cuore, allora Gesù ci ricorda: “Procuratevi ricchezze che non si consumano, un
tesoro sicuro in cielo. Là i ladri non possono arrivare e la ruggine non lo può distruggere. Perché
dove sono le vostre ricchezze, là c’è anche il vostro cuore” (Luca 22,33-34).
Aprire il cuore all’accoglienza dell’altro, condividendo con lui quello che siamo e abbiamo. Ecco il
punto: far parte di quanto si possiede agli altri, sia che si tratti di cose materiali, sia di beni di altro
tipo. Oggi è difficile condividere il dono del tempo, dell’ascolto, della serenità, del conforto …
Essere poveri nel cuore vuol dire essere aperti nel profondo di noi. È più facile dare un’offerta in
denaro per le Missioni che interessarsi a qualche problema dei poveri vicini che … danno fastidio.

3. Riconosci con umiltà’ di essere una persona segnata dal limite e


bisognosa di Dio
Nella visione biblica ogni uomo è segnato da una profonda fragilità. “L’uomo è come l’erba, la sua
consistenza come il fiore del campo”. Povero è dunque colui che ha maturato la consapevolezza
della propria radicale creaturalità, della sua totale dipendenza da Dio. Tale dipendenza,
tuttavia, non è vissuta con lo stato d’animo che caratterizza i rapporti padrone-schiavo, ma con
quello che vive il figlio nei confronti del padre.
Le coordinate che danno la misura dell’autenticità e profondità con cui una persona vive o cerca di
vivere la povertà come virtù evangelica sono l’umiltà e la gioia. Noi troviamo insieme l’umiltà e la
gioia nel canto del Magnificat, il canto della povera ancella del Signore; “Egli ha guardato l’umiltà
della sua serva” e per questo “il mio spirito è pieno di gioia, in Dio, mio Salvatore”.
La povertà come umiltà non è solo la consapevolezza della propria radicale dipendenza da Dio,
nelle cui mani è la vita di ogni vivente, ma è anche il riconoscimento lucido e sofferto del proprio
peccato.
La gioia: se da un lato i doni ricevuti gratuitamente da Dio ci impediscono di appropriarcene e
vantarcene, d’altro canto ci riempiono il cuore di gioiosa riconoscenza. “Esulto di gioia per l’opera
delle tue mani!”
***
Per approfondire, ed vivere bene il tempo di Quaresima, ecco una pagina famosa di San Giovanni
Crisostomo, che insegna a non dissociare preghiera e carità, pietà religiosa e compassione umana:
Adorna il tempio, ma non trascurare i poveri. Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere
che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non
onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la
nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto
anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta
che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me
(cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime
pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a
onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che
vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro
credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia.
Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue
ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.
Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire,
con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma
gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri. Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi
offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di
ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa

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del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima
sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro
e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare,
se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno
privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti
ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci
e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai
in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce? Pensa la
stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di
accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio
sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in
carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi
a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto
prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio,
ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i
demoni. Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che
soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello.

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“Dove c’è meno del nostro, c’è più di Dio”! (III,16)