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LE CAMPAGNE SICILIANE TRA IL PERIODO BIZANTINO E QUELLO ARABO

Il popolamento rurale in Sicilia nell’altomedioevo ed in particolare la dinamica tra


insediamento accentrato e sparso sono ancora avvolti nella nebbia sia per la natura stessa
della documentazione materiale e scritta, sia soprattutto per lo stato degli studi di
archeologia medievale. Come abbiamo tuttavia già suggerito in altre sedi (1), alcuni
indizi interessanti emergono dalle indagini archeologiche sia di superficie, sia
sistematiche. Inoltre, tra gli studi recenti, ricco di spunti e di dati è il volume di
Ferdinando Maurici (1992) sui castelli siciliani dai bizantini ai normanni, nel quale
vengono utilizzate fonti di diversa natura (scritte, toponomastiche, archeologiche), mentre
la Sicilia romana e tardoromana dispone ora dei saggi di sintesi di R.J. Wilson (1990 e
1993). Infine abbiamo in più sedi proposto una tipologia della ceramica fine siciliana che
permette una datazione grosso modo al cinquantennio delle produzioni isolane, comprese
tra la seconda metà del X e la prima metà del XIII secolo (2). Riteniamo dunque possibile
rivalutare le cronologie proposte per alcuni siti.
In questa sede vorremmo riprendere brevemente quanto sembrerebbe, a nostro
parere, emergere dalle indagini archeologiche vecchie e nuove, per poi proseguire con le
riflessioni, già altrove abbozzate, sul possibile significato storico dei dati archeologici,
anche alla luce degli studi, più avanzati e numerosi, sulla Spagna musulmana.
Negli ultimi anni si sono andate intensificando le ricognizioni di superficie più o
meno sistematiche, soprattutto in relazione allo studio dei territori di pertinenza di città di
epoca classica (Eraclea Minoa (3), Himera (4), Entella (5)), ma anche finalizzate alla
comprensione dello sfruttamento agricolo in epoca romana (Marsala, villa di Timpone
Rasta (6)), alle trasformazioni plurisecolari di un territorio per il quale si dispone
soprattutto di una ricca documentazione scritta di epoca medievale (territorio alle
dipendenze della chiesa di Monreale (7)) o infine decisamente mirate all’identificazione
di siti medievali (Valle del Platani) (8).
Quello che sembrerebbe registrare l’archeologia estensiva è la tendenza, a fronte di
una certa diversità di situazioni di partenza (ville più o meno grandi e più o meno
lussuose; vici e mansiones,) verso quella che sembrerebbe una concentrazione
dell’habitat, specialmente a partire dal V secolo e sul luogo spesso di precedenti
insediamenti romani di pianura/collina. Questi centri maggiori avrebbero anche in molti
casi sigillate africane databili fino al VI-VII secolo. In altri termini, intorno al V-VI
secolo in tutta l’Isola sembrerebbero intensificarsi i fenomeni di abbandono dei siti rurali
aperti, ma questo potrebbe essere interpretato, a seconda delle zone, vuoi come
concentrazione della proprietà, vuoi come accentramento insediativo con la creazione di
grosse borgate rurali.
Il dato tuttavia più interessante, per quanto riguarda il periodo medievale, è il fatto

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che in un numero elevato di questi siti maggiori si ritrovino anche le prime ceramiche
islamiche invetriate (seconda metà del X-XI secolo) (9). Il problema della continuità di
insediamento in questi siti anche nell’altomedioevo è reso arduo dalla nostra scarsa o
nulla conoscenza delle ceramiche di VIII/prima metà del X secolo. Tuttavia
l’associazione tra le più tarde sigillate africane e le prime invetriate islamiche è così
ricorrente, da far decisamente propendere per una continuità di occupazione di molti dei
siti tardoromani/bizantini, fino ad almeno l’XI secolo. Vorrei inoltre sottolineare il fatto
che la grande maggioranza dei casali arabi fino ad oggi individuati sul terreno (scavati e
non), presentano preesistenze tardoromane/bizantine e come questo sia vero non solo nei
casi in cui le ricerche sono condotte da antichisti (che quindi cercano e segnalano solo i
siti di età classica), ma anche in quelli che partono esplicitamente dai toponimi e
documenti medievali (Valle del Platani e Monreale survey).
La continuità insediativa sembrerebbe inoltre essere confermata dai casi in cui i siti
aperti sono stati scavati più o meno sistematicamente, come nel vicus di Sophiana (10),
nella villa di Patti (11), nel Casale Nuovo presso Mazara del Vallo (12), nel casale di
Calliata nel Belice (13), ma soprattutto nell’insediamento di Contrada Saraceno (14),
presso Agrigento, per il quale esiste un’edizione più dettagliata.
Lo scavo del sito in Contrada Saraceno permette di seguire tutte le successive
trasformazioni subite da una villa sorta tra il II ed il III secolo d.C., con funzioni
prevalentemente residenziali (il proprietario era forse un ricco signore di Agrigento), e
che al momento del suo abbandono nel medioevo era un agglomerato di case contadine.
La villa imperiale già tra la fine del IV/prima metà del V secolo avrebbe subito un
notevole degrado e cambiamenti di funzione con il prevalere di quella agricola su quella
residenziale, mancherebbero inoltre ceramiche della seconda metà del V secolo ed un
potente strato alluvionale sigillerebbe questa fase. Questo primo abbandono sarebbe
collegato, secondo gli autori degli scavi, alle scorrerie vandale. Tra la metà circa del VI
ed il VII secolo sarebbero state completamente ricostruite delle strutture, con lo stesso
orientamento della villa imperiale, ma ormai prive di qualsiasi elemento di “lusso” e con
un disegno funzionale esclusivamente agricolo. Questa “fattoria” avrebbe potuto far
parte, sempre secondo gli archeologi che l’hanno scavata, di una proprietà più vasta e
non esserne pertanto più il centro. Si è ipotizzato il fatto che potesse essere la residenza di
un conductor o di un enfiteuta, in ogni caso risulterebbe difficile determinare sulla base
delle trasformazioni di un solo sito la permanenza del latifondo o la conquista della terra
da parte dei contadini. La “fattoria” sarebbe sostanzialmente durata fino alle soglie del IX
secolo, con ristrutturazioni, alcune delle quali legate forse alla costruzione di un piccolo
oratorio cristiano. Vorremmo inoltre sottolineare come fino a tutto il VII secolo arrivino
in questo centro rurale le sigillate africane. L’abbandono nel IX secolo sarebbe da
collegare con l’arrivo dei saraceni. Il sito tuttavia sarebbe stato rioccupato e sarebbero
anche state costruite delle casupole con orientamento piuttosto discordante rispetto a
quello delle strutture tardoromane. Questa rioccupazione daterebbe al X-XI secolo,
l’abbandono definitivo del casale avverrebbe invece nel periodo svevo, ma questo
sarebbe in crisi già nel XII secolo e la frequentazione del XIII secolo sarebbe solo
sporadica (15).
Esistono naturalmente anche casi nei quali gli abbandoni furono probabilmente più

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lunghi, come sembrerebbe essere in quello della villa di Piazza Armerina, dove
mancherebbero le fasi propriamente altomedievali e dove la rioccupazione potrebbe
essere semplicemente dettata dalle favorevoli condizioni geografiche (16).
Nella Sicilia occidentale, in particolare, i siti aperti del tipo del casale
sembrerebbero entrare in crisi tra il periodo normanno e soprattutto quello svevo (17).
La lettura dei dati archeologici relativamente ai siti di altura è più complessa anche
perché alcuni di questi centri sorti nel medioevo sono tutt’ora abitati e le indagini nei siti
a continuità di vita sono uno dei punti più deboli dell’archeologia siciliana. Inoltre le
attività costruttive recenti hanno spesso completamente cancellato la storia edilizia di
molti paesi. Limitandoci quindi agli insediamenti abbandonati, come ha sottolineato tra
gli altri R.J.A. Wilson (18), molte delle città in sito di acropoli, specialmente quelle
dell’interno, sarebbero in crisi già in età romano-imperiale e verrebbero disertate a favore
degli insediamenti sparsi di pianura/collina. Nel V-VI secolo sarebbero segnalate alcune
rioccupazioni di zone limitate di queste antiche acropoli ed anche di alcune alture minori,
è il caso di Morgantina, Camarina; Selinunte (19); Monte Maranfusa/Calatrasi (20), ma
anche di Monte Castellazzo di Poggioreale (21) e di Muculufa (22). In altri casi, come
quelli di Segesta (23) e Monte Iato (24), gli insediamenti sembrerebbero sopravvivere
invece fino all’epoca tardoromana, probabilmente senza soluzione di continuità, ma
fortemente ridimensionati nell’estensione e con segni evidenti di impoverimento e
degrado (25). Sembrerebbe tuttavia che queste rioccupazioni o occupazioni residue non
abbiano avuto fortuna e non siano comunque un dato così generale: nel caso ad esempio
di Segesta (26), sembrerebbero attestati materiali di V-VI secolo e quindi vi sarebbe un
lungo iato fino al XII secolo. Numerosi sembrerebbero poi i siti di altura con periodi
ancora più lunghi di abbandono o nei quali mancherebbero totalmente le fasi antiche ed
altomedievali, come nei casi di Entella (27); di Calathamet (28); di Monte d’Oro di
Collesano (in tutti siti citati sono stati eseguiti sondaggi archeologici più o meno estesi)
(29).
Queste riflessioni possono naturalmente essere troppo generali in quanto prive di
dati quantitativi più circostanziati ed essere limitate dal fatto che in alcuni casi le indagini
archeologiche mancano di finezza stratigrafica (e la possibilità di cogliere le fasi
altomedievali dipende da essa in grande misura!) o hanno interessato zone limitate dei siti
antichi. È infatti pressante l’esigenza di studiare un territorio più limitato tenendo conto
della possibile dinamica tra centri eminenti ed accentrati da un lato, e centri sparsi
dall’altro, combinando indagini archeologiche sistematiche con ricognizioni di superficie
(è questo il progetto del Segesta Survey, che dovrebbe iniziare nel 1995). Ritengo tuttavia
che dei dati archeologici fin qui esposti si debba e si possa tenere conto nelle sintesi
storiche, senza naturalmente disconoscerne i limiti.
Il primo problema posto dai dati archeologici che abbiamo illustrato, è quello
dell’incastellamento nel periodo bizantino, riguardo al quale periodo precoce la Sicilia
non differisce fondamentalmente dal resto d’Italia, dove il problema delle origini del
fenomeno si scontra con la rarità e la indeterminatezza sia delle fonti scritte sia di quelle
archeologiche (30). Riguardo alla Sicilia esistono diverse ipotesi sul periodo ed i motivi
dell’arroccamento insediativo, che riprendiamo qui molto sinteticamente. Secondo ad
esempio Lellia Cracco Ruggini il fenomeno inizierebbe nella seconda metà del VII

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secolo, quando una spiccata tendenza alla militarizzazione delle provincie periferiche
dell’impero, si combinerebbe con la fuga spontanea della popolazione contadina nei
“rifugi muniti” di fronte alle scorrerie saracene. Questi fenomeni determinerebbero
l’abbandono dell’insediamento sparso ed i kastra da nuclei abitativi si trasformerebbero
col tempo in vere e proprie circoscrizioni fiscali (31).
Ferdinando Maurici attribuirebbe l’incastellamento ad una iniziativa statale ben
precisa e limitata nel tempo, che, grazie alle testimonianze di Ibn-al Athir ed An-Nuwayri
(32), dovrebbe collocarsi nell’VIII secolo in una pausa delle offensive saracene, sempre
più pressanti e vicine ad una invasione, specialmente nel 740, con la spedizione
capeggiata da Habib ibn Abi Ubaydah. Quella che sarebbe stata un vera e propria
“rivoluzione castrale”, sarebbe stata principalmente dettata da motivi difensivi.
L’insediamento intercalare non sarebbe totalmente scomparso, ma certamente
drasticamente ridimensionato. I kastra bizantini di età tematica avrebbero comunque
cambiato la facies e l’organizzazione complessiva del territorio. Due affermazioni di
Maurici, nell’ambito delle sue argomentazioni sull’incastellamento bizantino, mi
sembrano piuttosto importanti: la prima è che non esisterebbero in Sicilia fortezze
private, come nel resto dell’impero; la seconda che la difesa del territorio siciliano
sarebbe stato principalmente incentrato sulle città antiche.
Per quanto riguarda la teoria generale di Maurici riteniamo che essa possa essere
considerata una delle ipotesi di lavoro, uno dei possibili modelli, ma che l’attuale grande
indeterminatezza delle fonti archeologiche relative ai siti di altura (specialmente labili per
l’VIII-IX secolo (33)) non permettano purtroppo affermazioni così precise quanto
all’epoca ed alla committenza dei kastra. Come anche in Liguria, dove esiste una certa
varietà di soluzioni per i “castelli” bizantini (34), riteniamo poi che si possano ipotizzare
diverse soluzioni riguardo alle “fortezze”, citate soprattutto dalle fonti arabe sulla
conquista (35): centri urbani fortificati e sedi di guarnigioni (anche se sarebbe certamente
da chiarire il significato di “urbano”); fortezze squisitamente militari (come potrebbe ad
esempio essere il recinto, privo di abitazioni, di Castronovo, descritto accuratamente da
Maurici (36)); rifugi temporanei, naturalmente forti. È possibile insomma che i kastra
bizantini non avessero già l’aspetto delle “terre” di età normanno-sveva, caratterizzate
dalla presenza di estesi villaggi, dominati da un fortilizio e che fossero così numerosi e
raccogliessero ed organizzassero la maggior parte del territorio rurale. In altri termini
l’urgenza difensiva può senz’altro provocare la costruzione di fortificazioni di vario tipo,
ma non è detto che determini una repentina riorganizzazione di tutto l’habitat.
A complicare a nostro parere la lettura del tardo periodo bizantino in Sicilia è anche
la scarsa conoscenza che si ha della società dell’epoca. In particolare rimane per lo più
oscuro quale effetto ebbe sulle campagne e sull’organizzazione del territorio agricolo
l’istituzione verso la fine del VII secolo del tema siciliano (37) e quali ceti sociali
furono favoriti dalla sostanziale perdita da parte della chiesa di Roma dei suoi sterminati
possedimenti siciliani, nella prima metà dell’VIII secolo (38). Se in sostanza vi sia stato
un effettivo progresso del possesso medio-piccolo e se le campagne siciliane abbiano
tratto giovamento dal fatto di non dover più nutrire una città come Roma o la fiscalità
bizantina abbia azzerato questo vantaggio.
È possibile anche che con il progredire della conquista musulmana nel corso del IX

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secolo si sia accentuata o definitivamente sancita l’autonomia dell’aristocrazia dell’Isola
dal sistema statale bizantino (39), come con ogni probabilità avvenne nell’enclave
cristiana, che resisterà in sostanza fino al 965 nelle rocche della Sicilia nord-orientale ed
in particolare di Taormina e di Rametta (40). Di estremo interesse è, a questo proposito,
l’epigrafe della chiesa di Castelmola (sopra a Taormina), che ricorda la costruzione di un
kastron da parte di un Costantino patrizio e stratego di Sicilia. Il Costantino dell’epigrafe
è stato identificato con il Caramalo, che con poche truppe avrebbe difeso Taormina nel
902 (41). Rispetto a questo personaggio non è chiaro se egli sia stato mandato
dall’imperatore Leone VI in difesa della città o se si tratti invece di un aristocratico
locale, che si è quindi impossessato di prerogative statali, quale era la costruzione di un
castello.
Venendo poi alla fase islamica della storia siciliana, per quel che riguarda
l’insediamento, i modelli interpretativi si devono principalmente ad H. Bresc, ripreso in
parte anche da Maurici nel suo saggio recente (42). Sintetizzando all’estremo le ipotesi
formulate da questi studiosi sulla base principalmente delle fonti scritte (specialmente
importanti sarebbero, oltre alle fonti narrative arabe, le prime fonti normanne
contemporanee o di poco successive alla conquista) e della toponomastica: i conquistatori
arabi avrebbero ereditato la rete di castelli bizantini, incrementati anche dalla lunga
guerra di conquista, che avrebbe comportato tra l’altro ricorrenti razzie specie nella
Sicilia orientale. L’insediamento intercalare sarebbe tuttavia resistito accanto a quello di
altura (43). In Sicilia esisterebbe pertanto un sistema insediativo simile a quello spagnolo
dei “distretti castrali”, del tipo .his.n+alquerías. Nodo problematico sarebbe inoltre il più
volte citato rescritto del califfo fatimida al-Mucizz (44), che avrebbe dovuto segnare la
scomparsa dell’abitato intercalare e la costruzione o il potenziamento di capoluoghi di
distretto. L’interpretazione più recente data da H. Bresc del rescritto ne fa un tentativo,
simile per certi versi a quello applicato un secolo prima in Tunisia, di combinare: la
difesa della provincia, il controllo delle antiche tribù, l’acculturazione ai modelli urbani
arabi, l’organizzazione fiscale, l’islamizzazione e l’arabizzazione linguistica (45). Incerta
rimarrebbe comunque la completa efficacia del rescritto, specialmente per quanto
riguarda la scomparsa dell’abitato intercalare. Infine, la presenza di una trentina di
toponimi in Ab-u, del tipo costituito da Qal ‘at Abi Thawr (il castello di Ab-u Thawr)
testimonierebbe poi “dell’esistenza di delegazioni del potere e di fortezze dal quale
esercitarlo” (46). Un incastellamento spontaneo potrebbe infine essere seguito
all’indebolimento della dinastia kalbita (47).
Nel valutare la storia della Sicilia islamica, sempre nell’ottica di evidenziare quello
che può avere maggiormente influito sulle modifiche dell’habitat, è a nostro parere
opportuno distinguere fondamentalmente tre grandi periodi: il primo andrebbe all’incirca
dall’inizio della conquista nell’827 all’affermazione del primo emiro kalbita al-.Hasan
ibn ‘Alî nel 948; il secondo terminerebbe con il crollo della dinastia kalbita intorno al
1040 e l’ultimo coinciderebbe con l’affermarsi dei “regoli” siciliani e si concluderebbe
con la conquista normanna (1060-1091) (48).
Il primo periodo individuato può senz’altro essere definito di transizione e volendo
stabilire un parallelo con la Spagna, esso si può forse considerare simile alla cosiddetta
“epoca emirale”. Le forze in gioco sembrerebbero in sostanza simili (49): la nobiltà

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cristiana erede di quella bizantina arroccata in siti quali Taormina e Rametta; le tribù
berbere, che sembrerebbero occupare soprattutto la zona di Agrigento, che ne sarebbe la
capitale, e quelle arabe, ben attestate ad esempio a Palermo e dintorni. Entrambi gli
schieramenti tribali si ribellano all’imposizione di un potere di tipo statale, rifiutando
sistematicamente gli emiri imposti dagli Aglabidi prima e dai Fatimidi poi (50). Il
risultato sembrerebbe essere quello di una situazione di guerra civile endemica, che
potrebbe forse essere individuata tra i motivi che avrebbero favorito, incrementato o
provocato l’arroccamento insediativo (51). Non è un caso quindi che gli atti di governo
che caratterizzano il primo emiro kalbita, descritto nelle fonti come colui che riporta
l’ordine, e quindi suo figlio A.hmad, siano in primo luogo l’uccisione dei capi delle tribù
residenti in Palermo (in particolare dei Banû a.t-.Tabarî) (52); quindi il completamento
della conquista dell’Isola con l’espugnazione definitiva di Rametta e Taormina (53) ed
infine l’attuazione del rescritto di al-Mu‘izz (54). Tutto sembrerebbe insomma indicare
l’affermarsi di uno stabile potere statale.
Il fenomeno dei regoli siciliani è stato paragonato a quello dei reinos de taifas
spagnoli ed in Sicilia questo sembrerebbe un periodo di relativo benessere materiale,
anche se non ne sarebbero molto chiari gli effetti sull’organizzazione del popolamento. Si
tratta comunque di un periodo piuttosto breve, che presto si complica con l’arrivo dei
Normanni (55).
Dopo quanto abbiamo molto sommariamente detto sia sulle principali ipotesi sul
popolamento, sia su quali fenomeni potrebbero a nostro parere essere ulteriori fattori di
cambiamento, ritorniamo alla discussione dei dati archeologici. Sebbene i nostri dati
siano ancora molto parziali, un dato molto generale sembrerebbe essere quello di una
forte permanenza dell’insediamento aperto anche nei periodi tardo-bizantino e arabo,
persino in zone costiere molto esposte a possibili attacchi nemici, come è ad esempio la
pianura tra Marsala e Mazara (56). La continuità di insediamento in uno stesso sito non è
tuttavia di per sé significativa della continuità di strutture sociali ed economiche (57) ed
abbiamo visto come si sia, ad esempio, profondamente modificata nel corso dei secoli la
villa in Con-trada Saraceno.
In generale il periodo tra la seconda metà del V ed il VI secolo sembrerebbe essere
denso di cambiamenti con l’abbandono di molti siti aperti e la rioccupazione di alcuni siti
di altura. Si esclude normalmente che alla base di questi fenomeni vi siano motivi bellici
e difensivi, legati alle scorrerie vandale o alla guerra greco-gotica (58). Per quanto
riguarda le rioccupazioni o le occupazioni residue dei siti di altura, i pochi dati a
disposizione sembrerebbero indicare che si tratti, almeno in alcuni casi, di piccoli nuclei
contadini, che forse tentavano di sottrarsi all’aggravarsi del peso fiscale, dovuto al
ripristino del tributo annonario in seguito alla conquista vandala dell’Africa (59). Questi
piccoli nuclei di altura non sembrerebbero inoltre influire, come abbiamo visto, sulla
permanenza dell’habitat sparso di pianura/collina. Rispetto a quest’ultimo sembrerebbero
tuttavia sopravvivere o essere rifondati siti piuttosto estesi, la cui natura resta tuttavia da
indagare. Rispetto ai primi secoli della dominazione bizantina il problema da chiarire è
pertanto come influisse la grande proprietà imperiale ed ecclesiastica sulla configurazione
e la qualità dell’insediamento. Le grandi ville senatorie scompaiono o si degradano e
nessun grande complesso di lusso sembra fondato a partire dal V secolo (60), ma come

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sottolineato per la fase bizantina di Contrada Saraceno è difficile dire se gli edifici
rinvenuti siano l’abitazione di un conductor, di un enfiteuta, di un piccolo proprietario e
se il centro della proprietà si sia spostato altrove.
Per il periodo tra la seconda metà del VII e fino alla invasione musulmana nell’827,
i problemi sono principalmente, come abbiamo accennato più sopra, se si verificò
effettivamente una progressiva erosione del latifondo a favore della proprietà medio-
piccola e quale peso ebbero le scorrerie saracene sulla dislocazione dell’habitat.
Entrambe le questioni rimangono attualmente aperte, tuttavia rispetto alla seconda ci
sembra di poter dire che l’incastellamento tardo-bizantino non sembrerebbe in ogni caso
così esteso e totalizzante ed anzi andrebbero meglio comprese le forme che esso
eventualmente assunse.
Densissimo di interrogativi è anche il periodo islamico. I pochi dati che si hanno
sulle fasi islamiche dei casali sembrerebbero indicare che si tratti generalmente di
villaggi, che non conservano neppure l’orientamento dell’insediamento antico. Un primo
problema rispetto a questi insediamenti aperti è chi erano i suoi abitanti, se la
popolazione contadina autoctona, che dopo eventuali fasi di distruzione tornò ad abitare
gli stessi luoghi, i nuovi invasori oppure entrambi. Indicazioni preziose a questo
proposito potrà dare in futuro la ripresa dello studio sistematico dei toponimi ed in
particolare di quelli in rahal e manzil, che possono contenere indicazioni su parte almeno
degli abitanti del sito al quale si riferiscono (61). Anche l’archeologia dovrebbe poter
contribuire a chiarire questi aspetti, attraverso interventi sistematici e numerosi. Uno
degli aspetti da indagare sarà comunque se gli invasori furono sempre portatori di una
cultura materiale radicalmente diversa da quella autoctona e se influirono anche sugli
aspetti più modesti della vita quotidiana. È il caso ad esempio delle tanto discusse pentole
modellate a mano, con anse ad orecchie, decorazioni spesso a cordone applicato e fondo
piatto, che in Sicilia hanno una tradizione che risale alla protostoria, ma che si ritrovano
anche in epoca romana, tardo-romana e medievale e riteniamo quindi anche
nell’altomedioevo (62). Per l’appunto tali pentole sono note con caratteristiche molto
simili anche nell’Africa settentrionale (dalla quale vi fu una consistente emigrazione
verso la Sicilia) e nella Spagna sud-orientale, dall’epoca tardoromana ad almeno tutto
l’altomedioevo (63).
Strettamente legata alle questioni della provenienza degli abitanti dei casali nel
periodo arabo è quello del regime di proprietà della terra. Una fonte di prim’ordine a
questo proposito sono i pareri giuridici di al D-awud-l, che riguardano il regime fondiario
in Sicilia tra il IX ed il X secolo (64). Senza entrare nel dettaglio della giurisprudenza
islamica, in Sicilia come nel resto del mondo musulmano, vi era una casistica complessa
nel regime di proprietà della terra, legata comunque alle modalità della conquista.
Accanto a terre demaniali, potevano esistere terre assegnate ai soldati o lasciate in piena
proprietà alle popolazioni soggette. Dal testo di al D-awud-l si evince anche l’esistenza di
terre possedute illegalmente, ossia sulle quali si vennero a stabilire spontaneamente
popolazioni contadine (non meglio specificate), che si misero per altro ad esportare i loro
raccolti in Ifriqya. Infine poteva divenire di piena proprietà una terra incolta, dissodata e
messa a coltura. Dal testo appena citato, sembrerebbe trasparire anche una certa
instabilità e un certo ricambio nella occupazione della terra.

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Anche in Sicilia i musulmani furono certamente portatori di nuove tecniche agricole
(l’agricoltura irrigua) e di nuovi tipi di piante, come risulta ad esempio da fonti scritte
narrative e documentarie di epoca araba e normanna (65) e da termini specifici, di origine
araba, legati all’agricoltura, ancora oggi in uso nel dialetto siciliano (66). Un ulteriore
interrogativo è quindi come si adattarono alla nuova agricoltura gli insediamenti posti
nelle stesse località dei siti tardoromani. Vi dovette naturalmente essere una casistica
complessa dettata anche dalle condizioni stesse dei suoli. Sappiamo del resto che la
vocazione granaria della Sicilia non venne mai meno (67).
Tornando a parlare del problema dell’incastellamento, abbiamo suggerito come
anche la guerra civile della prima fase della dominazione islamica può avervi influito.
Tuttavia bisogna dire, che allo stato attuale delle ricerche, sulle alture le tracce più
evidenti di occupazione sembrerebbero essere databili a partire dalla seconda metà del X
secolo (soprattutto ceramiche e gettoni di vetro) e questo vorrebbe poter dire, che esse
vennero abitate stabilmente (come fenomeno generalizzato) solo a partire da questo
periodo o anche che non siamo in grado di distinguere la ceramica del IX-prima metà del
X secolo (le monete sarebbero comunque rare). È comunque forte la tentazione di mettere
in relazione questo più diffuso insediamento in forma stabile delle alture al rescritto di al-
Mucizz e diremmo soprattutto all’affermarsi di una dinastia sostanzialmente ereditaria e
di una amministrazione statale efficiente (68). Il sistema dei “distretti castrali”
(.hi.sn+alquerías) potrebbe pertanto essere giunto a maturazione durante il regno della
dinastia kalbita. Rispetto tuttavia alla Spagna dove la formazione di tali distretti avrebbe
comportato un “decastellamento” (69), in Sicilia il processo sarebbe opposto con la
ricolonizzazione dei siti eminenti, il risultato sarebbe comunque analogo. Ma siamo qui
ancora nel campo delle ipotesi se si pensa che sono sostanzialmente sconosciuti edifici o
fortificazioni, che risalgano appunto al X-XI secolo, né è stato ad esempio possibile
confrontare la cultura materiale di un sito di altura e di un casale che ad esso facesse
capo.
Concludendo, sebbene i dati materiali propongano attualmente più interrogativi di
quanti non ne risolvano, essi indicano, a nostro parere, nuovi possibili percorsi per la
ricerca storico-archeologica.
Alessandra Molinari

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(1) Molinari 1992; Ead. 1994a.
(2) Cf. Molinari c.s.; Ead. 1992; Ead. 1994b.
(3) Wilson 1981.
(4) Himera III.
(5) Canzanella 1992; Ead. 1993; Entella 1988, pp. 1479-1491.
(6) Fentress et al., 1990.
(7) Cf. da ultimo Johns 1992.
(8) Rizzo 1990; Ead. 1992. Bisogna inoltre aggiungere che anche alcune ricognizioni ancora inedite
e che sono partire dalla documentazione medievali, condotte nella zona di Noto, stanno rivelando
associazioni ceramiche analoghe a quelle delle altre aree citate (comunicazione del dott. Lorenzo Guzzardi
al Convegno su Federico II e la Sicilia - Palermo settembre 1994)
(9) Cf. Molinari 1992, pp. 503-506; Ead. 1994a, pp. 368-370, con bibliografia.
(10) Adamesteanu 1963.
(11) Voza 1976-77.
(12) Molinari-Valente, c.s.
(13) Castellana 1992a.
(14) Castellana-McConnel 1990; Castellana 1992a-b.
(15) Per la fase finale del sito ho usufruito delle informazioni personali del dott. Castellana, che
ringrazio. Alcuni dei materiali arabi del Casale Saraceno sono editi in Castellana 1992a, p. 40, fig. 8a.
(16) Cf. De Miro 1988; sul tema delle buone condizioni geografiche cf. anche Johns 1992, p. 416-
417.
(17) Cf. Molinari 1994a, p. 372.
(18) Wilson 1990, pp. 330-337; Id. 1993.
(19) Cf. Wilson 1990, p. 334-335, con bibliografia.
(20) Johns 1992, p. 414.
(21)Falcone-Leonard 1978; Id. 1979, p. 77. In questo sito dopo un lungo abbandono (dal sec. V
a.C.), vi sarebbe una rioccupazione forse in epoca tardoromana (VI-VII secolo?; Ibidem, p. 70 e p. 75, fig.
29), costituita da un povero edificio quadrangolare con muri a secco. La ceramica tipica di questa fase
sarebbero pentole modellate a mano, in un caso almeno con anse ad orecchie, e pochi frammenti imitanti la
sigillata chira. Al di sopra di questa fase sarebbero livelli di frequentazione di epoca arabo normanna.
L’unico frammento illustrato di questa fase, (fig. 6, p. 63) potrebbe essere del tipo pavoncella. (cf. Molinari
1992, pp. 504-505).
(22) Il sito ha visto principalmente una occupazione nell’età tardoromana (terra sigillata chiara); ha
ceramiche di IX secolo e l’ultima fase di occupazione si data al X-XI secolo. Le strutture medievali
individuate sarebbero di tipo contadino, non si esclude inoltre un uso del sito come rifugio: cf. Fiorilla-
Scuto 1990, pp. 136-147; McConnel 1991; Id. 1992.
(23) Segesta 1991; Nenci 1991.

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(24) Cf. Isler 1991, con bibliografia.
(25) A Monte Iato sorge ad esempio una casa privata sull’agorà, cf. ad es. Isler 1991, p. 39.
(26) È quello che risulta in particolare dalle ultime campagne di scavo; Segesta non sarebbe un caso
isolato e ad es. a Selinunte i pochi materiali medievali che si conoscono sono di età sveva: cf. D’Angelo
1971.
(27) Entella 1986; 1988; 1990; Corretti 1992a-b; Ghizolfi 1992, per le ceramiche medievali. Il sito
sembrerebbe rioccupato verso la seconda metà del X-XI e quindi abitato continuamente fino alla metà del
XIII secolo.
(28) Pesez-Poisson 1984. Le tracce più antiche di occupazione daterebbero soltanto a partire dal X-
XI secolo (p. 64).
(29) Di Stefano 1978; D’Angelo 1978. Il sito sarebbe occupato soltanto tra l’XI secolo e la prima età
sveva (ceramica, gettoni di vetro e monete sveve).
(30) Cf. ad esempio Francovich-Milanese 1989, passim ed in particolare le pagine di sintesi di
Paolo Delogu (pp. 270-274).
(31) Cracco Ruggini, 1980, pp. 39-40.
(32) Si veda la traduzione di M. Amari rispettivamente in Amari 1880-81, I, pp. 361-363 e II, p.
113. Inoltre Maurici 1992, pp. 13-47.
(33) Riprendendo ad esempio alcuni siti citati da Maurici: la fortezza di Selinunte non si è certi se
sia un “castellum” oppure un “ribat” (Mertens 1989); a Castronovo l’unico elemento forse bizantino
sarebbero le tegole solcate, che hanno tuttavia una cronologia molto ampia (dagli inizi del V secolo all’età
bizantina – Wilson 1979, p. 23; Id. 1990, p. 269); le ceramiche pubblicate anche di recente provenienti dal
Monte della Giudecca (corrispondente probabilmente alla fortezza bizantina di Platani) sembrerebbero in
prevalenza del XII-XIII secolo (Rizzo 1990, pp. 53-56), a parte le tegole solcate di cui sopra (ibidem, p. 52)
Mentre è riconosciuta dallo stesso autore la difficoltà di datare gli insediamenti rupestri (Maurici 1992, pp.
32-36).
(34) Cf. da ultimo Mannoni-Murialdo 1990. Accanto al castrum di S. Antonino con funzioni
squisitamente militari e nato grazie ad una precisa pianificazione delle difesa, esiste ad esempio il possibile
campo trincerato di Filattiera posto su di una bassa altura sovrastante l’abitato tardoromano/altomedievale.
(35) Cf. Maurici, 1992, pp. 18-23.
(36) Ibidem, pp. 36-42.
(37) Guillou 1977, p. 120; Cracco Ruggini 1980, pp. 38-43.
(38) Guillou 1977, pp. 105-107 e Cracco Ruggini 1980, pp. 46-47, considerano i provvedimenti di
Leone III sostanzialmente di natura fiscale, tuttavia come ha di recente suggerito Federico Marazzi si
determinò, di fatto, una “indisponibilità” da parte della Chiesa dei patrimoni meridionali, che le fonti papali
considerano equivalenti ad una perdita: cf. Marazzi 1991, passim.
(39) Di queste tendenze autonomistiche vi sarebbero già stati chiari segnali con le insurrezioni che
si susseguirono dopo la metà del VII secolo e che si conclusero con la figura di Eufemio nell’827, cf.
Cracco Ruggini 1980, p. 49.
(40) Amari 1933-39, II, cap. III, pp. 293-313.
(41) Cf. Pace 1949, p. 133, fig. 36; CIG, IV, 8689; Maurici 1992, p. 27. Sulla figura di Costantino
Caramalo, cf. Amari 1933-39, II, p. 100 e p. 108.
(42) Nell’ambito della grande produzione di H. Bresc sui problemi dell’insediamen-to in Sicilia si
veda Bresc 1984 e da ultimo Bresc 1994a-b; inoltre Maurici 1992, pp. 48-89.
(43) Non è chiaro se si voglia supporre una ricolonizzazione delle pianure o la continuità con gli
insediamenti tardo-romani/bizantini.
(44) “al-Mucizz, dando avviso della pace all’emiro A.hmad, gli comandò di rifabbricare le mura
della capitale e di ben afforzarla, avvertendolo che fosse meglio fare il lavoro oggi che domani. Gli
comandava ancora di edificare in ciascuno iqlim (distretto) una città fortificata, con una moschea djami ed
un minbar, e di obbligar la popolazione di ogni iqlim a soggiornare nella città (capoluogo), non
permettendo che vivessero sparpagliati nelle campagne. L’emiro Ahmad si affrettò ad eseguire così fatte

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disposizioni; mise mano alla edificazione delle mura della capitale e mandò per tutta l’isola degli sayh che
vegliassero a far popolare e munire (le città di provincia)”, cf. An Nuwayri, in Amari 1880-81, II, p. 135.
(45) Bresc 1994, p. 65.
(46) Bresc 1994, p. 66. Non mi è veramente chiaro se Bresc voglia ipotizzare l’esistenza di fortezze
private o di funzionari dello stato.
(47) Bresc 1994a, p. 66.
(48) Si veda in generale l’opera di M. Amari (1933-39), nonché la Cronaca di Cambridge (Cozza
Luzi 1890; Amari 1880-81, pp. 276-293) ed Ibn al Athir (Amari 1880-81, pp. 353-507).
(49) Per la Spagna ci riferiamo in particolare ai lavori di M. Acién Almansa (1989; 1992; 1994)
(50) Cf. Amari 1933-39, II, pp. 48-61.
(51) Le fonti non mancano di riferimenti a rocche assediate o conquistate, si veda ad esempio la
Cronaca di Cambridge in Amari 1880-81, I, pp. 287-289.
(52) Cf. Amari 1933-39, II, pp. 240-247, con i rimandi alle fonti.
(53) Ibidem, pp. 293-311.
(54) Ibidem, pp. 314-318.
(55) Ibidem, pp. 482 e ss.
(56) Si vedano le già citate ricognizioni in Fentress et al. 1990.
(57) Cf. Carandini 1993, pp. 14-17.
(58) Da ultimo Wilson 1990, pp. 330-337.
(59) Secondo Domenico Vera (1988) il ruolo annonario che verrebbe a riassumere la Sicilia in
questo periodo, ne provocherebbe il nuovo declino.
(60) Sulla estromissione da parte di Giustiniano dell’aristocrazia senatoria dal governo dell’Isola si
veda Vera 1988.
(61) Lo studio della toponomastica di origine araba o berbera in funzione della storia del
popolamento è ancora sostanzialmente ferma ai suggerimenti contenuti in Amari-Doufour 1859. Carattere
prevalentemente linguistico hanno i contributi di G.B. Pellegrini (in particolare 1961); sulle potenzialità di
questo tipo di studi applicati all’area di pertinenza della chiesa di Monreale si veda Bercher et al. 1979, in
particolare tav. II.
(62) Cf. Molinari 1994a, p. 363, con bibliografia.
(63) Si veda da ultimo Gutiérrez 1993, passim, e tutta la discussione che ne segue.
(64) Abdul Wahab-Dachraoui 1962, passim; cf. anche Amari 1933-39, II, pp. 16-42.
(65) Tra le testimonianze più precoci mi sembra si possa annoverare quella di Ibn
.Hawkal (s.m. X sec.) nella descrizione di Palermo e dintorni: cf. Amari 1880-81, pp. 21 e 23; per
passare poi ad esempio ad Edrisi (ibidem, pp. 31-133); ai documenti di Monreale (Bercher et al. 1979, pp.
527-530), ecc.
(66) Cf. ad es. Amari 1933-39, II, pp. 511-512; Caracausi 1983, per gli arabismi medievali.
(67) Cf. ad es. Abulafia 1991, p. 83.
(68) Questa interpretazione sarebbe più vicina a quella data da M. Acién Almansa (1992) per la
Spagna, piuttosto che a quella del gruppo di studiosi che fa capo alla Casa di Velazquez (cf. ad es. Bazzana
et al., 1988).
(69) Acién Almansa 1992, p. 265.

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