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Prof.

Giuseppe Genovesi
Dipartimento di Fisiopatologia Medica
Università di Roma La Spienza

PNEI
dell’Entanglement
Negli anni trenta del Novecento la fisica fu
scossa e rivoluzionata da nuove idee, il Principio
di indeterminazione di Heisenberg postulava
l'impossibilità di una conoscenza perfetta delle
quantità fisiche inerenti ad un oggetto. Fino
allora si concepiva che esistessero dei limiti
pratici, dovuti alla naturale imprecisione degli
strumenti di misura ma Werner Karl Heisenberg
postulava un principio ideale. L'ipotesi era
talmente rivoluzionaria ed inaccettabile da far
pronunciare ad Albert Einstein la famosa
affermazione che «Dio non gioca a dadi con
l'Universo».
Supponiamo di avere un segnale che varia nel
tempo, come un'onda sonora, e che si
vogliano sapere le frequenze esatte che
compongono il segnale in un dato momento.
Questo risulta essere impossibile: infatti per
poter determinare le frequenze
accuratamente, è necessario campionare il
segnale per un intervallo temporale e si perde
quindi la precisione sul tempo.
In altre parole, un suono non può avere
sia un tempo preciso, come in un breve
impulso, che una frequenza precisa,
come in un tono puro continuo. Il
tempo e la frequenza dell'onda nel
tempo, sono analoghi alla posizione e
al momento dell'onda nello spazio.
Jung non era nuovo alla tesi di un
parallelismo tra scienza fisica e
psicoanalisi: già nel 1928 in "Energetica
psichica" aveva esaminato a fondo la
contiguità tra fisica e psicologia
postulando una stretta contiguità tra la
nozione di energia nell'uno e nell'altro
ramo del sapere. Le ricerche che Jung, al
proposito, condusse negli anni a venire,
rafforzarono in lui e non smentirono
questo suo postulato ch'egli in quegli anni
aveva intuito.
L'incontro tra Jung e Pauli generò il quarto
escluso dalla triade della fisica classica:
tempo, spazio e causalità, a questo quarto
escluso è stato dato il nome di sincronicità.
In analogia alla causalità che agisce in
direzione della progressione del tempo e
mette in connessione due fenomeni che
accadono nello stesso spazio in tempi
diversi, viene ipotizzata l'esistenza di un
principio che mette in connessione due
fenomeni che accadono nello stesso tempo
ma in spazi diversi.
Nella elaborazione epistemologica e
teoretica successiva si è evidenziato
che esiste un ambito, estremamente
piccolo, indicativamente della
dimensione di una particella
elementare, in cui non sono valide le
leggi della fisica classica, tale da far
venir meno il principio di causa-
effetto.
La casualità dei fenomeni radioattivi dipende
da questo principio e consente idealmente di
portare il paradosso della causalità dall'ambito
infinitamente piccolo delle particelle all'ambito
macroscopico del nostro mondo. Erwin
Schrödinger elaborò un esperimento ideale, il
Paradosso del gatto di Schrödinger, che
divenne famoso ben oltre l'ambito della ricerca
fisica. Queste rivoluzioni scardinarono il
mondo della scienza più rigorosa e diedero
origine alla fisica quantistica.
L'ESPERIMENTO DI YOUNG 1801 (1)
Young riuscì a isolare un raggio di luce
solare facendolo passare attraverso un
piccolo foro in una persiana (oggi anziché
la luce solare viene usato un raggio laser).
Poiché necessitava di due sorgenti in fase
(con la stessa frequenza e lunghezza
d'onda), pose a una certa distanza un
ostacolo molto sottile, dando così origine a
due sorgenti puntiformi vicinissime.

Raccogliendo su uno schermo la luce che


si propagava oltre l'ostacolo notò che si
formavano frange di luce alternate a frange
di buio e non, come sarebbe dovuto
accadere se si credeva la luce un
corpuscolo, un'unica zona luminosa
circondata da penombra e poi dal buio.
L'ESPERIMENTO DI YOUNG 1801 (2)
La conclusione di Young fu che la luce, analogamente al suono, è un'onda che,
passando attraverso una piccola fenditura o un ostacolo, si diffrange.

Le due sorgenti di luce secondo Young generavano due


treni di onde circolari che interferivano tra loro
producendo sullo schermo frange luminose
corrispondenti ai punti in cui l'interferenza era costruttiva
e frange buie in cui cioè l'interferenza era distruttiva.
EFFETTO FOTOELETTRICO EINSTEIN 1905
L'effetto fotoelettrico rappresenta l'emissione di
elettroni da una superficie, solitamente metallica,
quando questa viene colpita da una radiazione
elettromagnetica avente una certa frequenza.
Tale effetto, oggetto di studi da parte di molti fisici, è
stato fondamentale per comprendere la natura
quantistica della luce.
IL PARADOSSO EPR
Si basa su un fenomeno predetto dalla meccanica quantistica, conosciuto come
entanglement quantistico, per mostrare che misure compiute su parti di un sistema fisico
separate spazialmente possono avere in apparenza un'influenza istantanea l'una sull'altra.
Questo effetto è noto come non località. Per illustrare tutto questo, consideriamo la versione
semplificata dell'esperimento ideale di EPR, formulata da David Bohm. Einstein credeva che
l’entanglement quantistico poteva essere usato per rivelare una falla nella teoria quantistica,
poiché pensava che avrebbe determinato una realtà fisica precedente all’osservazione – in
contrasto con i principi della teoria stessa.
Consideriamo due fotoni entangled, uno
dei quali inviato all’osservatore Alice, e
l’altro all’osservatore Bob (vedere il
diagramma sotto). I due osservatori
possono anche essere molto lontani fra
loro. Ora ricordiamoci dalla discussione
all’inizio della pagina che due fotoni
entangled devono avere polarizzazioni
ortogonali. Quindi quando Alice misura la
polarizzazione del suo fotone e la trova,
diciamo, verticale, sappiamo
Quando Alice misura la polarizzazione del suo fotone, instantaneamente che il fotone di Bob avrà
sappiamo instantaneamente quale valore otterrà Bob polarizzazione orizzontale – anche se Bob
quando farà la sua misurazione (basato su un non l’ha ancora misurata!
diagramma del libro Quantum Enigma).
RIPROPOSIZIONE DELL'ESPERIMENTO SUGGERITO DA EINSTEIN, PODOLSKY E
ROSEN, ESEGUITO CON ELETTRONI. UNA SORGENTE INVIA ELETTRONI VERSO
DUE OSSERVATORI, ALICE (A SINISTRA) E BOB (A DESTRA), I QUALI SONO IN
GRADO DI ESEGUIRE MISURE DELLA PROIEZIONE DELLO SPIN DEGLI
ELETTRONI LUNGO UN ASSE.

Si supponga di avere una sorgente che emette coppie di elettroni, uno dei quali viene inviato
alla destinazione A, dove c'è un'osservatrice di nome Alice, e l'altro viene inviato alla
destinazione B, dove c'è un osservatore di nome Bob. Secondo la meccanica quantistica,
possiamo sistemare la sorgente in modo che ciascuna coppia di elettroni emessi occupi uno
stato quantistico detto singoletto di spin. Questo si può descrivere come sovrapposizione
quantistica di due stati, indicati con I e II. Nello stato I, l'elettrone A ha spin parallelo all'asse z
(+z) e l'elettrone B ha spin antiparallelo all'asse z (-z). Nello stato II, l'elettrone A ha spin -z e
l'elettrone B ha spin +z. È quindi impossibile associare ad uno dei due elettroni nel singoletto di
spin uno stato di spin definito: gli elettroni sono quindi detti entangled, cioè intrecciati.
ESPERIMENTI ENTANGLEMENT

•ESPERIMENTO CHIEN-SHIUNG-WU E IRVING


SHAKNOV

• EFFETTO AHARONOV-BOHM

• TEOREMA DI BELL

• ESPERIMENTO DI ALAIN ASPECT


EFFETTO AHARONOV-BOHM
Il caso più comunemente descritto, a volte
detto effetto solenoidale Aharonov-
Bohm, si ha quando una funzione d'onda
di una particella carica passa attorno ad un
lungo solenoide, sperimentando uno
spostamento di fase come risultato del
campo magnetico racchiuso dalla funzione
d'onda, nonostante il campo magnetico sia
zero nella regione in cui la particella passa
effettivamente.
Schema di un esperimento a doppia
fenditura in cui può essere osservato
l'effetto di Aharonov-Bohm: gli elettroni
passano attraverso due fessure,
interferiscono su uno schermo di
osservazione, e le frange di
interferenza sono spostate quando un
campo magnetico B è attivato in un
solenoide cilindrico
TEOREMA DI BELL
Il Paradosso Einstein-Podolsky-Rosen presume il
realismo locale, ossia le nozioni intuitive che gli attributi
delle particelle abbiano valori definiti indipendentemente
dall'atto di osservazione, e che gli effetti fisici abbiano
una velocità di propagazione finita. Bell ha dimostrato che
il realismo locale impone delle restrizioni su certi
fenomeni, che non sono richieste dalla meccanica
quantistica. Queste restrizioni sono chiamate
disuguaglianze di bell.

L'esistenza di queste disuguaglianze permette di sottoporre a verifica


sperimentale l'esistenza (o la non esistenza) di variabili nascoste
tramite misure fatte su coppie di particelle "entangled (intrecciate)"
che hanno interagito e sono state separate.
ESPERIMENTO SULLA CORRELAZIONE QUANTISTICA FRA PARTICELLE

ALAIN ASPECT nel 1982 realizza una serie di apparecchiature che permettono di risolvere il
contenzioso che ormai da mezzo secolo aveva opposto i fisici che si riconoscono nelle
posizioni "classiche" (Einstein, ecc.), con i fisici quantistici .

Al centro delle apparecchiature utilizzate da Aspect e collaboratori nei loro esperimenti viene
posto un atomo di Calcio il cui decadimento produce una coppia di fotoni che sono fatti
muovere lungo percorsi opposti. Lungo uno di questi percorsi, di tanto in tanto e in maniera
del tutto casuale, viene inserito un "filtro" (un Cristallo Birifrangente) il quale, una volta che un
fotone interagisce con esso, può, con una probabilità del 50%, deviarlo oppure lasciarlo
proseguire indisturbato per la sua strada. Agli estremi di ogni tragitto previsto per ciascun
fotone viene posto un rivelatore di fotoni.

Quindi Aspect verifica che nel momento in cui lungo un percorso viene inserito il Cristallo
Birifrangente e si produce una deviazione del primo fotone verso il rivelatore fotonico posto
alla fine di quel percorso, anche il secondo fotone (cioè il fotone proseguente lungo un altro
percorso, quello con il fotone separato e senza "ostacoli" davanti), "spontaneamente" ed
istantaneamente, devia verso un altro rivelatore fotonico. Praticamente l’atto di inserire il
Cristallo Birifrangente con la conseguente deviazione del primo fotone produce un effetto
istantaneo a distanza sul secondo fotone, inducendolo a deviare.
Tutte le particelle nella storia del Cosmo hanno
interagito con altre particelle nella maniera
rilevata dagli esperimenti di Aspect.
Virtualmente qualunque cosa nel nostro
ambiente fisico immediato è fatto di quantiche
hanno interagito in questa maniera con altri
quanti dal BIG BANG al momento presente….

The Nonlocal Universe di Menas Kafatos e Robert Nadeau


David Bohm, uno
degli scienziati più
originali ed evoluti
del nostro secolo,
famoso per le sue
innovative ipotesi
scientifiche e per
la sua
collaborazione
con il fisico
Einstein, e con il
maestro spirituale
Krishnamurti.
Secondo il libro di Bohm "Universo, mente e materia",[3]
nell'universo esisterebbe un ordine implicito (implicate
order), che non vediamo e che egli paragona ad un
ologramma nel quale la sua struttura complessiva è
identificabile in quella di ogni sua singola parte, e uno
esplicito (explicate order) che è ciò che realmente
vediamo; quest'ultimo sarebbe il risultato
dell'interpretazione che il nostro cervello ci offre delle
onde (o pattern) di interferenza che compongono
l'universo. Secondo tale ipotesi, il principio di località
risulterebbe perciò falso. Poiché Bohm riteneva che
l'universo fosse un sistema dinamico e quindi in
continuo movimento, e siccome con il termine
ologramma solitamente ci si riferisce ad una immagine
statica, Bohm preferiva descrivere l’universo utilizzando
il termine, da lui creato, di Olomovimento.
Dopo l'esperimento di Aspect e colleghi del 1982 che rivelò
una comunicazione istantanea fra fotoni a distanze
infinitamente grandi, Bohm, che si era già confrontato con lo
stesso problema durante la sua riformulazione del paradosso
di Einstein-Podolsky-Rosen, ribadì come non vi fosse alcuna
propagazione di segnale a velocità superiori a quella della
luce, bensì che si trattasse di un fenomeno non riconducibile
a misurazione spaziotemporale. Il legame tra fotoni nati da
una stessa particella sarebbe quindi dovuto all'esistenza di
un insieme di variabili nascoste che formano un ordine delle
cose che noi normalmente non percepiamo, nel quale ogni
cosa (particella) non è da considerarsi come cosa separata o
"autonoma", bensì come facente parte di un ordine
atemporale e aspaziale universale, cioè l'Olomovimento.
Bohm ha apportato significativi contributi
alla neuropsicologia e allo sviluppo del
modello olonomico del funzionamento del
cervello [1]. In collaborazione con il
neuroscienziato di Standford Karl Pribram,
Bohm contribuì a elaborare il modello
olonomico di Pribram secondo la quale il
cervello opera in modo simile a un
ologramma, in conformità ai principi della
matematica quantica e alle caratteristiche dei
modelli delle onde d'interferenza.
Bohm suggerì che queste onde potessero comporre forme
come ologrammi, basando questa idea sull'applicazione
dell'Analisi di Fourier per decomporre le onde in singoli
seni.
Bohm con Pribram elaborarono quindi un teoria
basata su una descrizione in termini matematici dei
processi e delle interazioni neuronali capaci di
leggere le informazioni che si presenterebbero
quindi sotto forma di onde, per poi convertirle in
schemi di interferenza e trasformarle in immagini
tridimensionali [...] noi non vedremmo gli oggetti
“per come sono” (in accordo con quanto messo in
luce dalla teoria della relatività generale), ma
solamente la loro informazione quantistica.
In realtà, modelli teorici recenti molto
sofisticati accoppiati ad uno studio attento
del cervello, come ad esempio quello di
“neurodinamica quantistica” proposto dal
matematico Roger Penrose e
dall’anestesiologo Stuart Hameroff,
prevedono che i microtubuli che
costituiscono l’ossatura dei neuroni
cerebrali funzionino su tutta la massa
cerebrale in uno stato di “entanglement
orchestrato” tra loro, proprio quello che
genera un atto di coscienza.
Nel 1994 il più eminente fisico
teorico dell’Università di Oxford,
Sir Roger Penrose, pubblica
Shadows of the Mind, discusso
libro in cui afferma che il cervello
elabora quantisticamente
l’informazione grazie alla presenza
di microscopiche molecole di
tubulina all’interno dei neuroni.
I fusi mitotici che nelle cellule attuano
“spontaneamente” la divisione e la
ricomposizione in cellule figlie sono
microtubuli.

La coda dello spermatozoo, che


ondeggia muovendosi in direzione
dell’ovulo, è una struttura a
microtubuli.
I neuroni contengono molti microtubuli.

Probabilmente l’elemento fondamentale


dell’intelligenza cellulare è il microtubulo.

Stuart Hameroff, medico ricercatore


dell’Università dell’Arizona, negli anni 80
ipotizza che i microtubuli siano capaci di
calcolo. Fino ad allora erano sempre stati
considerati solo componenti del
citoscheletro.
Nel tempo si è scoperto che le funzioni dei
microtubuli sono:
Il trasposrto intracellulare di organelli
Il movimento ciliare, ondulatorio e
sincronizzato
L’organizzazione della divisione cromosomica
(movimento oscillatorio sincronizzato)
Scambio di segnali da un elemento all’altro
Comunicazione fra nucleo e interno della
cellula
Crescita di collegamenti fra neuroni.
L’energia dei microtubuli è di tipo
elettromeccanico, e la rete di
microtubuli si comporta come un
calcolatore elettromeccanico.
Hameroff ipotizzò nel 1982 che i
microtubuli si comportassero come
automi cellulari.
In realtà la struttura del microtubulo
assomiglia esattamente ad un
automa cellulare.
Ogni tubulo è costruito sulla base di
migliaia di dimeri di tubulina
sistemati in una griglia
bidimensionale arrotolata su se
stessa.
La griglia forma un vicinato
esagonale con sei vicini.
Le cariche elettrostatiche provocano
l’allineamento dei dimeri.
Il passaggio di un elettrone cambia la
conformazione del dimero.
In un automa cellulare è necessario un
“meccanismo di temporizzazione” che
faccia scattare l’aggiornamento
simultaneo delle celle: è necessario
trasmettere un segnale regolare, una
vibrazione periodica.
Oggi sappiamo
che le reti di
microtubuli
trasmettono
davvero forze
fluttuanti,
mantenendo quasi
istantaneamente in
tutta la rete un
equilibrio
dinamico.
Il meccanismo di
temporizzazione
può essere dato
dalle onde
ritmiche.
Il microtubulo funziona
quindi come un cavo
intelligente
autoadattativo.
In questo caso la rete
neurale del cervello è
abbinata alla rete dei
microtubuli e viceversa.
Un gruppo di scienziati
della Wayne State
University sta simulando
un computer molecolare
basato su microtubuli,
che apprende come una
rete di Hopfield e si basa
sulla natura oscillatoria
dei suoi elementi.
Si può a questo punto
ipotizzare la natura
quantistica di questi
processi: infatti la
tubulina, che
possiede due
possibili stati, a e b,
passa dall’uno
all’altro a causa del
passaggio per effetto
tunnel dal dimero a a
quello b.
<<...come fa notare Freeman
(neurofisiologo) vi è un fenomeno
addizionale che entra in gioco quando si
considera l'attività combinata di
agglomerati di cellule. Per formare un
sistema complesso i neuroni devono
essere semi-autonomi, ciascuno con
deboli interazioni con molti altri, ed
esibire relazioni input-output non lineari.
Tali sistemi sono aperti, dando forma
attraverso la loro attività collettiva a
pattern che trascendono il livello
Ecco le regole per le intenzioni:

1) Aiutare il cervello a identificare ciò che realmente


vogliamo per noi è il primo passo.

2) Formulare una intenzione precisa mai ambigua.


Evitare di dire: “voglio stare bene” ma dirci cosa
intendiamo con questo bene.

3) Visualizzare l’intenzione come già compiuta.

4) Sentire emozionalmente ora come ci si sentirà alla


realizzazione dell’intenzione.

5) Tutto deve avvenire senza sforzo.


Bohm scrisse che "noi
dobbiamo imparare ad
osservare qualsiasi cosa
come parte di una Indivisa
Interezza" ("Undivided
Wholeness"), cioè che
tutto è uno.
GRAZIE