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Francesco Marchianò

Io, gli Ufo e la


canna da pesca
Brevissimi racconti di una locanda di pescatori
Avvertenza

Questo volumetto raccoglie alcuni post usciti tra il


2008 e il 2010 nel blog “La locanda dei pescatori”, che
tenevo insieme a un amico. Il blog narrava di storie che
avevano come tema le avventure di pesca, di funghi, di
cacce ai tesori e di misteri.
In questa raccolta sono pubblicati solo i miei scritti.

F.M.
Il mustelide a Musica

Era una notte d’inizio estate. Il paese non si era


ancora riempito dei turisti e degli emigrati che vengono a
godersi le vacanze. I bar avevano abbassato le
saracinesche e le poche persone ancora in giro stavano
ormai tornando nelle proprie case.
Io e Marcus decidemmo che era ancora troppo presto
per andare a dormire. Così ci mettemmo a fare i nostri
soliti giri in macchina per le strade interpoderali di San
Demetrio Corone, una comunità albanese in provincia di
Cosenza, il nostro borgo. Sul mio vecchio mangianastri
suonavano le note di vecchie canzoni francesi: Brel, Piaf,
Brassens, Montand…
A un certo punto muovemmo verso Nord per una
contrada denominata Musica. Si tratta di un luogo di
campagna pieno di vigneti e qualche uliveto. Ma non
solo. Musica è un luogo ambiguo. Un luogo strano. Qua
e là salici piangenti. E poi dei boschi umidi popolati di
pini e di abeti. Non sono nemmeno 500 i metri sul mare,
ma sembra di stare in mezzo a boschi fatati cantati dalle
tradizioni nordiche, popolati da elf e folletti, che alle
prime piogge autunnali si riempiono di muffe e funghi.
Fu ai principi di uno di questi boschi che fermai
improvvisamente l’automobile. Un curioso animale mi si
fece incontro. Per la prima volta riuscivo a vederlo, dopo
che in molti mi avevano giurato della sua esistenza dalle
nostre parti: si trattava di un bellissimo esemplare di
istrice. L’animale si scansò dal raggio di luce dei fari e
prese la via del bosco.
Grande fu la mia gioia, ma a essa ben presto subentrò
uno strano senso di inquietudine. Dopo neanche dieci
metri uno strano animale tozzo e lento ci tagliò la strada.
Sembrava una faina gigante, un misto tra un tapiro e un
formichiere, con il pelo corto che di notte sembrava
marrone, un muso molto grosso, la coda cortissima.
L’animale non ebbe assolutamente paura della presenza
dell’auto. Il suo sguardo sembrava cattivo. Con assoluta
lentezza attraversò la stradina interpoderale poi sparì nel
bosco misterioso.
Ci siamo a lungo chiesti di che animale si trattasse.
Molti sostennero che fosse un tasso anche se il pelo e le
grosse dimensioni sembravano smentirlo. Con ogni
probabilità si trattava comunque di un animale
appartenente alla famiglia dei mustelidi.
Per ora il mistero rimane.
I funghi incantatori

I giorni precedenti aveva piovuto. Poi era tornato il


sole tiepido di metà settembre. Tutto ci spingeva a
pensare che nei boschi della Serra Crista, pieni di
castagni, pini e abeti, fossero ormai spuntati i primi
funghi. 

La speranza, presuntuosa come spesso sono le
speranze, era quella di trovare dei bei porcini che dalle
nostre parti, nei boschi della Sila Greca che si affacciano
sul mare Jonio, sono soliti gradire i raggi di sole.
Io e Marcus partimmo nel primo pomeriggio. A
nemmeno 5 km dal paese si passa da 500 a 1000 metri,
dalla collina alla montagna. Lasciammo l’auto accanto
alla strada e ci inoltrammo per i sentieri del bosco.

Il pomeriggio non è l’orario migliore per andare a
funghi. La mattina presto, i “fungiari” che vivono da
quelle parti, profondi conoscitori della montagna e dei
boschi, avevano già fatto il loro copioso raccolto. L’unica
possibilità era di trovare qualche zona non battuta oppure
di imbatterci in qualche piacevole sorpresa.
Dopo un’ora però il bottino era magro. Nessun
porcino, solo qualche “pinicolo”, dal bel colore
arancione, qua e là.
 Decidemmo così di inoltrarci ancora
più dentro il bosco cercando di raggiungere una piccola
vetta. All’inizio non si vedeva nulla. Il posto era
palesemente inesplorato. Non c’erano tracce di ruote né il
carbone lasciato dai piccoli fuochi che sono soliti
accendere gli operai forestali.
All'improvviso ci trovammo in un piccolo pianoro
molto più luminoso. Un silenzio soave ci avvolgeva. La
sensazione di pace che percepivamo ci invitava a
inoltrarci in questa zona e così facemmo. 

Fu allora che iniziammo a vedere decine di grossi
funghi, alti anche 30 cm, dai colori vivaci e più vari. Rossi
con pois bianchi, viola, grigio-verdi, bianchi. Tutti
palesemente tossici o velenosi. Eppure tutti così attraenti,
con questi colori che ci richiamavano alla nostra infanzia.
Entravamo dentro questo scenario un po’ naif e nello
stesso tempo viaggiavamo dentro noi stessi, nel nostro
inconscio.
Ce ne andammo commentando entusiasti questo
posto. Anche se nel nostro cesto c’erano solo pochi
“pinicoli”, i funghi colorati ci hanno riempito di gioia.
Forse era merito loro se quel luogo isolato e diffcile da
raggiungere emanava questo senso di pace, di
rilassamento, di tranquillità.

Di altro.
La casa del “totaro”

Era l’agosto del 1999. Nel nostro paese, San Demetrio


Corone, si stava svolgendo una caccia al tesoro
dall’emblematico titolo: “7 gocce di sangue bianco”. La
caccia al tesoro è uno sport che oramai da decenni si
svolge in paese e nel quale si cimentano vari ideatori.
Il penultimo indizio di questa caccia era nascosto in
aperta campagna tra i ruderi di una “turra” (cioè una
abitazione che un tempo fu del “torriere”, il fedele
custode delle terre del padrone), sita in località Calliano.
Calliano è una zona selvaggia, oramai completamente
disabitata, alla quale vi si può giungere tramite una
stradina interpoderale che per un lungo tratto è diventata
impraticabile. Ma Calliano è anche una località
misteriosa. In alcuni luoghi, scavando, si possono
ritrovare fossili marini; un tempo qui, infatti, non c’era
terra ma solo il mare, durante il pleistocene. Ma c’è
anche un aspetto inquietante. Qua e là ci sono vecchie
case decadenti e, spesso, accanto a esse, si possono
ritrovare resti di cadaveri umani. L’antica usanza, infatti,
tramandata dalle tradizioni pagane, voleva i propri morti
sepolti in casa o nel terreno di cui erano stati padroni.
Ma torniamo alla nostra storia. Nessuna squadra
riusciva a trovare l’indizio che consisteva in una scritta.
Dopo circa un’ora, iniziarono ad arrivare i primi
partecipanti con la soluzione che però era sbagliata. La
scritta reale, che ora non ricordo bene, era di colore nero
ma tutti riferivano di un’altra scritta, di colore rosso
sangue, col seguente testo: “La casa del Totaro”.
Tempo dopo chiesi a M., uno dei partecipanti, di
descrivermi il luogo dove fu trovata questa scritta. Mi
spiegò che si trattava di una “turra” (casupola di
campagna) ancora non distrutta al cui interno le pareti
erano state riempite di disegni esoterici e fnanco osceni.
In prevalenza, l’amico mi segnalava la presenza di una
invereconda quantità di membri maschili di tutte le
dimensioni, anche le più inverosimili.
Non visitai mai “la casa del Totaro”, come poi rimase
battezzata, forse per scetticismo, o forse per paura. Non
mi sono mai nemmeno spiegato come essa fu raggiunta
da tutti i partecipanti visto che il luogo esatto dell’indizio
era da tutt’altra parte.
Ma soprattutto mi sono sempre chiesto quale fosse il
senso di quei segni sui muri e chi mai fosse stato l’autore
che aveva trasformato una casa di campagna in un
misterioso tempio pagano.
Chissu è 'bbuanu

Il caldo ottobre di quell’anno era una tentazione alla


quale non potevamo resistere. Quasi ogni giorno
scendevamo a Schiavonea per andare a buttare le nostre
lenze nel mare. Era il periodo dei tonnetti che a branchi
nuotavano a poche decine di metri dalla riva.
Il porto non era il posto migliore per questo c’eravamo
portati dalla parte opposta, dopo le ultime case del
lungomare di Schiavonea, sopra due vecchi moli che
facevano la veglia allo sfato di una fumara.

Non eravamo mai soli. Assieme a noi c’erano altri
pescatori che venivano dai paesi vicini e poi c’erano i
ragazzi della “Marina” che arrivavano in bicicletta e che
erano sempre pronti a darci qualche dritta in cambio di
una bella esca artifciale o di una bombarda.
Tra i tanti pescatori c’era un signore anziano,
probabilmente proveniente da uno dei paesi
dell’Appenino Paolano, che veniva assieme al fglio.
Quest’ultimo pescava tirando e ritirando la bombarda dal
punto può lontano del molo e, mi ricordo, ingaggiò un
duro scontro con un pesce di grosse dimensioni, forse una
lampuga, che alla fne prevalse nella lotta.
Il vecchio pescatore, invece, si era messo proprio
all’inizio del molo e, cosa strana, gettava la lenza della sua
piccolissima canna da pesca più nel fume che nel mare.
Incuriositi ci avvicinammo e iniziammo a fare amicizia. Il
signore, molto alla mano, si divertiva a tirar su dall’acqua
pesciolini piccolissimi, lunghi come un dito mignolo.
Ogni volta che tirava su un pescetto ci guardava
mostrandocelo e sentenziava con tono enfatico: “Chissu è
bbuanu!”, cioè, se non si fosse capito, “questo è buono”.
Gettammo anche noi alcune lenze là vicino e ogni
volta che abboccava qualcosa il vecchio ci puntava negli
occhi come se volesse essere interrogato al riguardo.
Allora, per una sorta di rispetto, portavamo a vedere il
pesce al nostro amico che subito, con lo stesso tono
ripeteva: “Chissu è bbuanu!”.
La cosa ci fece un po’ divertire perché quale che fosse
il pesce, anche quelli apparentemente non commestibili,
egli ripeteva “chissu è bbuanu” con la stessa convinzione.
All’inizio pensavo che forse ci volesse prendere un po’
in giro ma poi, guardando il volto pieno di rughe del
vecchio, le sue grosse mani da lavoratore, ho pensato che
mi sbagliavo. Quel volto evocava una giovinezza trascorsa
in tempi diffcili fatti di miseria, di mancanza di lavoro, di
emigrazione. Tempi nei quali anche accontentarsi di
poco era un lusso poiché presupponeva possederlo. E
allora ho realizzato che il vecchio pescatore voleva dirci
qualcosa di più con quella sua espressione. Voleva dirci
che nel mare, come nella vita, bisogna seguire il pesce
grande ma accontentarsi anche del pesce piccolo. Voleva
dirci che bisogna avere sempre rispetto e gratitudine per il
mare, quale che sia il tributo che quel giorno voglia
donarci.
Le mazze di tamburo

Avevo viaggiato tutta la notte. Verso le 5 del mattino il


pullman lasciò l’autostrada a Ferramonti di Tarsia e
proseguì per le strade provinciali che attraversano i paesi
della Destra Crati. A ogni paese si faceva una sosta e
dopo Bisignano l’autista si fermava anche nelle frazioni
per far scendere le persone che abitavano in campagna.
Nonostante potesse sembrare noiosa, questa era la
parte del viaggio che preferivo. Mi piaceva passare per le
case e per i terreni di campagna coperti dalla brina
mattutina. Mi piaceva vedere i contadini svegliarsi presto,
salire nei trattori, andare a lavorare.
Arrivati ad Acri scesero tutti i passeggeri e sul pullman
rimasi da solo. Decisi così di consumare la mia ultima
mezz'ora di viaggio facendo quattro chiacchiere con
l’autista, un simpatico giovane poco più grande di me che
conosceva alcune persone del mio paese.
Man mano iniziavano a spuntare i primi raggi di sole.
Il pullman procedeva lentamente mentre io ridevo in
continuazione poiché l’autista mi stuzzicava con battute
maliziose sulle ragazze italo-albanesi e si mostrava
desideroso di averne una per amante. Intanto
affrontavamo la strada piena di curve.
Quando un pullman deve fare una curva provo
sempre una sorta di piacere. Mi piace vederlo andare
tutto da una parte e poi sterzare improvvisamente
dall’altra. In una di queste curve vidi di fronte una
piacevole sorpresa: sul selciato, tra le erbacce, si
distinguevano due bianchi “gemelli” alti più di 20
centimetri. “Sono funghi!” esclamai con gioia. L’autista
confermò che non mi sbagliavo, ma senza metterci il mio
stesso entusiasmo. Arrivai a casa e mi misi subito a
dormire dimenticandomi della sorpresa.
La sera vidi Marcus e dopo un po’ mi ricordai dei
“gemelli”. Senza esitazioni Marcus mi disse: “Saranno
sicuramente delle Mazze di Tamburo”. Assieme a noi
c’era anche Persicus che, incuriosito dalla notizia, disse
subito: “Dai, andiamo a vedere, magari le hanno
lasciate”. Io non mi ricordavo con esattezza il posto ma
decidemmo comunque di andare. Camminavamo a passo
d’uomo, scrutando a ogni curva se si riuscissero a
intravedere i funghi. Sembrava di fare una caccia al
tesoro. A un tratto urlai: “Eccoli!”. Marcus fermò la
macchina, prese il piccolo serramanico che portava
sempre con sé e raccolse i due funghi.

Erano davvero due Mazze di Tamburo. Io e Persicus
abbiamo voluto che a prenderle fosse Marcus. Se fossero
buone o meno solo lui lo sa.
Il Caprigno

Ne hanno sentito parlare in molti e più di una persona


giura di averlo visto. Il caprigno, essere immondo,
demone infernale, da moltissimi anni fa parlare con
paura i cittadini di San Demetrio Corone. C’è chi è
scettico e archivia la sua presunta esistenza come frottola;
c’è chi ci crede e prova nello stesso tempo attrazione e
repulsione verso questa creatura; c’è chi invece giura di
averlo visto spuntarselo in faccia all’improvviso nei
sentieri di campagna.
Non posso dirvi nulla di dimostrabile sulla sua
esistenza. L’unica cosa che mi sento di fare è di riportarvi
le parole che il Magistro, persona autorevole e studioso
preparato, ebbe a dire in pubblica sede sul Caprigno.

“Da giovane ero sempre stato attratto dal mistero.


Una calda notte di inizio estate degli anni Settanta, forse
il 1974, non dormivo nella mia stanza ma sotto, in un
magazzino reso abitabile. L’estate era il posto ideale per
dormirci sia perché era più fresco, sia perché così potevo
facilmente eludere i miei genitori sugli orari.

Avevo passato la serata a discutere con gli amici e
verso mezzanotte e mezza, quando rientrai, per il paese
non era rimasto in giro più nessuno. Nel letto mi giravo e
rigiravo ma non riuscivo a prendere sonno. Il sudore
bagnava i miei pensieri frenetici e ogni secondo era una
specie di tortura.
A un certo punto, dalla fnestra che avevo lasciato
socchiusa, sentii dei rumori dalla strada. Erano
certamente dei passi. Ma passi decisi. Forti. Più che di
scarpe, di zoccoli. Mi avvicinai alla fnestra e, con
indicibile terrore, vidi per strada una fgura inquietante.
Un enorme caprone, alto più di due metri, camminava
eretto su due zampe.

Mi inflai di corsa i jeans e mi buttai dalla fnestra
seguendolo di nascosto. La fera lasciò subito le luci del
paese e salì per una piccola scala che portava in un
giardino abbandonato. Qui sistemò una specie di altare e
iniziò a celebrare una litania, forse un sabba.
La creatura mi dava le spalle. Io, nascosto in un
cespuglio, la spiavo con orrore ma anche con curiosità
mentre la luce malvagia di Selene allungava
smisuratamente su un muro di recinzione l’ombra delle
sue corna attorcigliate.

All’improvviso il demone fermò la sua macabra
liturgia e, sempre dandomi le spalle, gridò: “So che sei là
dietro e so anche chi sei. Quando vorrai potrai unirti
anche tu a noi. Sarai ben accetto”. A quel punto il sangue
mi si raggelò. Mi buttai velocemente dal muretto e corsi a
casa. Sbarrai tutte le porte e le fnestre, accesi una piccola
luce e attesi che l’alba tornasse a darmi sollievo.

Era destino che quella notte non avrei dovuto
dormire”.
Punti... di vista

Marcus conosceva il posto dei tartuf e aveva promesso


di svelarcelo senza fare troppe storie. Io e Persicus lo
ascoltavamo estasiati. Pensavamo già alla gioia di trovarli
e al gusto di mangiarceli insieme ad altri amici.
Ci ritrovammo nel primissimo pomeriggio in una
tiepida giornata di marzo. Io mi ero vestito come un
cacciatore, con un pile verde militare munito di
tascapane. Oltre al solito coltello (un fedele Opinel) mi
ero portato la pipa e il Capstan, un tabacco a base di
Virginia pressati, un classico per i marinai.
Arrivammo nelle campagne di Monte Morro,
parcheggiammo la Uno rossa di Marcus e ci inoltrammo
per un sentiero di campagna. Trovammo varie buche
scavate da altri cercatori ma tartuf niente.
Dopo un’oretta e più di inutile ricerca decidemmo di
cambiare i nostri piani. Visto il periodo optammo per gli
asparagi.

Risalimmo in auto e ci dirigemmo verso il lago di
Tarsia. In una piccola collinetta che spariva dentro le
acque del lago iniziammo la ricerca, questa volta più
fruttuosa. Per me era la prima volta che andavo ad
asparagi così chiedevo ogni poco consigli a Persicus che
mi stava vicino.
All’improvviso sentii un urlo forte accompagnato da
varie imprecazioni impronunciabili. Era Marcus che si
copriva l’occhio sinistro lamentandosi moltissimo. Un
ramo o qualcos’altro lo aveva colpito dentro l’occhio
facendogli molto male. Non riusciva a vedere. La
soluzione migliore era cercare un ospedale per farsi
medicare. Ma qui si poneva un problema: quale
ospedale? Avevamo tre opzioni: Corigliano Calabro,
Cosenza, Acri.
Scegliemmo di andare ad Acri.
Alla guida si mise giustamente Persicus che quella
volta si distinse per lo stile scoordinato con il quale
imboccava le curve della strada che sale verso Acri.

Giunti all’ospedale un medico, sconsolato, ci disse che
non poteva fare nulla perché non c’era il reparto adatto e
ci invitò ad andare da un oculista. E noi così facemmo.
Purtroppo, essendo usciti tutti con pochi soldi, dovemmo
fare la colletta per pagare la visita e la medicazione.
Marcus si era fatto un bel taglietto in mezzo all’occhio,
stile “Cane Andaluso”, ma per fortuna senza gravi
conseguenze.
 Al ritorno ci fermammo anche nello
spaccio di Sant’Angelo per farci un grappino.
La sera stessa andammo tutti insieme al Ritrovo, a
Santa Sofa d’Epiro, e Marcus, che con un occhio
bendato sembrava un vero pirata, ci offrì la pizza.

Marcus: occhio da pirata, cuore da pescatore.
Il pesce pazzo

Era la prima volta che Trianus veniva alla Foce e, da


grande amante del mare, era davvero eccitatissimo. Noi
c’eravamo attrezzati alla grande. Io, Marcus e Von Bayer
avevamo sette canne e due rezzagli di cui uno fatto venire
appositamente dalla Norvegia. Trianus, invece, era
venuto assieme a Serras che aveva la sua sofsticata
attrezzatura da pesca subacquea.
Usciti dalla Statale 106, imboccammo il vecchio
sentiero che a un certo punto si perde tra profumatissimi
agrumeti. Prima di giungere alla foce si passa tra luoghi
incantevoli, pieni di alberi altissimi ricoperti d’edera,
splendidi anfratti, tanti colori. Qua e là qualche martin
pescatore. Quando parcheggiamo nella sabbia vedemmo
in lontananza anche un airone nero.
Sistemata l’attrezzatura iniziammo a rezzagliare.
Ovviamente il primo fu Marcus che sapeva bene come
lanciare il rezzaglio. Io e Von Bayer cercavamo di
scrutare i suoi movimenti per riuscirci anche noi. Trianus
intanto si godeva il paesaggio mentre Serras inflata la
muta e caricato il fucile era pronto per l’immersione.
Dopo un paio di rezzagliate, Marcus era riuscito a
prendere un solo cefalo; purtroppo l’acqua era bassa e la
foce era quasi del tutto chiusa dalle sabbie. Anche Serras
era riemerso lamentandosi della molta sabbia che
rendeva torbida l’acqua e diffcile la vista del fondale.
All'improvviso, mentre eravamo tutti e cinque allineati
davanti alla foce, un cefalo saltò dall’acqua ma anziché
rituffarvici fnì dall’altra parte, sopra la spiaggia. Serras
non esitò un attimo. Si tuffo dentro il fume, andò subito
sotto, si mise a nuotare, raggiunse l’altra sponda e afferrò
il cefalo con le mani. Si rituffò in acqua tenendo il cefalo
con una mano fuori dall’acqua e ritornò nuotando a
dorso.
Noi eravamo tutti piegati a ridere come matti. Scene
cosi esilaranti capitano di rado. Quando ci sono dei
predatori come le spigole, i cefali spesso saltano per
sfuggire alla cattura. Ma un cefalo che pur di sfuggire
esce dal mare, beh, è quasi impossibile. Sarà stato un
cefalo stanco della solita vita.

È sfuggito alla spigola, ma a Serras no.
Porcini immaginari

Un tale ci parlò di un posto dove c'erano tantissimi


porcini, grossi e profumati, che non aspettavano altro che
essere raccolti. Io e MacVicenzi non credevamo alle
nostre orecchie. Poi il tizio ci svelò con esattezza il posto:
“Sono nel bosco di querce, prima di Santa Sofa d'Epiro”.
A questo punto non si poteva aspettare, ci siamo dati
appuntamento verso le due e siamo partiti equipaggiati
alla meglio con coltellacci, scarponi da campagna,
giacche militari e un caratteristico cesto che avremmo
dovuto riempire di funghi.
Dopo meno di mezz'ora eravamo già sul posto.
Parcheggiata con un po' di fatica la mia Palio, ci
inoltrammo nel bosco bramosi ed emozionati. Di tanto in
tanto io interrogavo MacVicenzi perché mi rassicurasse:
“Ma tu li conosci bene i porcini? Ma non è che ci
confondiamo con qualche amanita?”. MacVicenzi ogni
volta mi diceva di non preoccuparmi.
Dopo le prime perlustrazioni non avevamo trovato
nessun fungo. Io avevo notato là vicino una piccola
discarica abusiva e non ero per niente convinto di
continuare a cercare. Ma le parole del tizio avevano avuto
troppo potere su di me e faticavo a dimenticarmele.
Allora iniziai ad urlare forte: “Corri, corri, vieni a
vedere”. MacVicenzi mi raggiunse e cominciò a ridere
dicendo: “Uhuhuh! - e aggiungendo con tono ironico-
andiamo via”.
Era successo che, entrando dentro il bosco, avevo
trovato la carcassa di una capra e quella di un cane bell'e
putrefatte, coperte di mosche, che emanavano un gran
fetore. Non solo, ma tra le due carogne c'era un
imprecisato numero di lumini rossi da cimitero, quelli che
si accendono sopra le tombe. Una cosa surreale che lì per
lì ci fece ridere, ma se fosse stata notte con ogni
probabilità ci avrebbe terrorizzato.
Sconsolati decidemmo di non abbandonare la ricerca
e ci recammo nella pineta di Toninus. Anche qui però
niente di niente. Né porcini né altro. Così, mentre
tornavamo per la stradina di campagna mi venne in
mente di fare l'attore. Ogni volta che passava un'auto e ci
vedeva, io alzavo il cesto (vuoto) e lo facevo odorare a
MacVicenzi facendo gesti con la mano come a dire:
“Annusa, guarda che bontà!”. E a sua volta MacVicenzi
faceva gesti compiacenti e di apprezzamento per
l'ipotetico raccolto di funghi.
Avrei voluto tanto darglielo a quel tizio che ci parlò
dei porcini quel cesto. Sono sicuro che ne avrebbe fatto
un'ottima mangiata.
La Leggenda

“La leggenda della fanciulla agreste”, si chiamava così


una delle più dure e paurose cacce al tesoro organizzate a
San Demetrio Corone che ha lasciato il suo segno nella
mente di molti partecipanti. Gli ideatori furono Marcus
ed Emmanuel.
Mi ricordo che la caccia fnì alle sette del mattino, in
un bosco di pini vicino una strada di campagna in passato
frequentata dai mugnai che andavano a macinare nel
vecchio mulino del Collegio di Sant'Adriano. Fummo io e
Shon a trovare il tesoro. Sui tronchi degli alberi c'erano
delle macchie di sangue (ovviamente artefatto) che ci
guidavano nel punto del tesoro. Nessuno, però, riusciva a
vedere l'ultima macchia, quella che ci avrebbe rivelato il
posto esatto. Un'altra squadra, quella dei Ratti Mannari,
venne con noi nel posto e dopo mezz'ora se ne andò. Fu
Shon che all'ultimo vide un esile ramo “insanguinato”
che, come un braccio teso, ci indicava la meta. Per noi fu
una soddisfazione immensa, era il primo tesoro trovato. E
ci andò bene perché, mentre lo prendevamo, stava già
arrivando Persicus, storico leader della squadra dei
Serpenti, che certo avrebbe impiegato meno tempo per
trovarlo.
Marcus si congratulò con noi e ci disse che lui era
sicuro che avremmo vinto noi fn dal primo quesito
quando, in qualche modo, la maledizione di cui era
avvolta la caccia, ci predilesse.
Era successo che nessuno riusciva a trovare quel
primo indizio, men che meno la squadra della quale
facevo parte. Tutti erano vicini al posto, compresi i miei
compagni di squadra, ma nessuno riusciva trovarlo. Io
ero in equipaggio con Shon, alla guida, Halfman e El
Breshanos. Dopo un paio d'ore decidemmo di
raggiungere tutti i partecipanti che oramai si erano tutti
riuniti nello stesso luogo: la vetta di Monte Santo, sotto la
quale si adagia il nostro paese. Mentre salivamo per il
sentiero scivoloso e scosceso, però, notammo una cosa
curiosa. A gruppi, tutti scendevano e ci dicevano: “Andate
via! È pericoloso! Ci sono i cani di Janarus!”. Ma noi
niente, continuavamo a salire. E più salivamo e più
trovavamo persone che se ne andavano e ci
scoraggiavano. Finché, arrivati in cima, l'ultimo
temerario si ritirava e ci diceva anche lui di andarcene
che non era cosa: troppi cani inferociti. Era Persicus.
A questo punto rimanemmo da soli nella montagna.
Halfman e El Breshanos insistevano perché ce ne
andassimo. Io e Shon, invece, anche se impauriti,
decidemmo di proseguire. Afferrammo un “mazzacano”
(sasso di grosse dimensioni il cui nome è tutto un
programma) e continuammo a camminare. Uno strano
silenzio ci avvolgeva. Non abbiamo sentito nessun cane,
solo il sibilo della brezza estiva. E poi su un grande
arbusto vedemmo scritto “666” mentre per terra c'era
uno strano simbolo esoterico. Era la soluzione.
Tornammo di corsa alla base, ma qui ci attendeva una
brutta sorpresa: mentre noi eravamo lassù, da soli, a
cercare, gli organizzatori, sentiti i capitani, compreso il
nostro, annullarono il quesito e passarono a quello
successivo. Nessuno, nemmeno i nostri, avevano creduto
in noi. Marcus ed Emanuel, però, vennero comunque a
complimentarsi, dicendo che era stato stupido il nostro
capitano a non aspettarci e ci invitarono a continuare
come se nulla fosse, anche se eravamo sconsolati.
Secondo me lui aveva già capito tutto. Non siamo stati
noi a vincere. In qualche modo fu la caccia a sceglierci. Si
chiamava “La leggenda della fanciulla agreste” e fu
l'unica caccia della storia nella quale non solo l'ultimo
indizio ma anche il primo è stato trovato solo da una
squadra.
La caccia a Strigari. Parte Prima.
Meriggio a San Cosmo Albanese

Una sera io e Marcus, mentre passeggiavamo per le


vie del paese, incontrammo Persicus che ci diede una
notizia per noi magnifca. A Strigari (San Cosmo
Albanese), un paese vicino al nostro, si sarebbe svolta di lì
a pochi giorni una caccia al tesoro e noi eravamo invitati.
Fare una caccia fuori paese è una bella impresa perché
bisogna avere una conoscenza di posti, fatti e personaggi
storici, soprannomi, eccetera. Di solito, di tutte queste
cose si ha una vaga conoscenza del proprio paese,
fguriamoci di quelli altrui.
Io e Marcus ci mostriamo subito molto interessati ma
soprattutto entusiasti. Capiamo subito che si trattava di
una vera sfda e avremmo dovuto giocarcela come si deve.
Così chiediamo altre informazioni. Persicus ci guardò con
un sorriso gioioso e poi ci disse con tono solenne: “Ci
vediamo domani sera, verso le undici al Collegio. Un mio
amico di San Cosmo che vedrò domani mi porterà gli
indizi della caccia dell'anno scorso così potremo
cominciare ad allenarci”.
La sera seguente io Marcus non stavamo nella pelle,
alle undici meno un quarto eravamo già sul posto
dell'appuntamento. Dopo una buona mezz'ora arrivò
anche Persicus, si affancò alla nostra auto, abbassò il
fnestrino e ci consegnò una decina di lettere in busta
chiusa. Erano i quesiti. Io e Marcus li prendemmo al volo
e cominciammo a leggerli.
Dopo la prima lettura rimanemmo un po' stupiti e
anche un po' delusi. Ma non vinti. Chiedemmo a
Persicus, che non fece obiezioni, il permesso di tenerceli
per studiarli meglio, ci salutammo e andammo a dormire.
Io lo so a cosa si doveva la nostra delusione. Leggere i
quesiti senza poterli andare a cercare è una cosa molto
frustante. È come preparare un bel cocktail senza poterlo
bere. Così dopo due o tre giorni decidemmo che era
giunto il momento di fare un giro a Strigari. Ci
ritrovammo alle due e un quarto, sotto una cappa di
calore (era fne luglio). Io mi portai il mio solito zainetto
verde con un binocolo, una torcia elettrica militare, due
coltelli (il solito Opinel e un Victorinox milleusi modello
MacGyver), un taccuino, un libro sulla storia di Strigari,
varie cartine geografche. Per circa un'ora girammo per le
vie di San Cosmo, riuscimmo a capire alcuni luoghi ma
senza trovare gli indizi (probabilmente si erano
cancellati).
Prima di andarcene, andammo a fare una sosta al bar
vicino al campo sportivo. The freddo per me, birra
ghiacciata per Marcus.
Sulla strada del ritorno ci fa compagnia la solita
delusione. Ma all'improvviso io urlo: “Ferma! Ho capito!
La soluzione! Ho la soluzione! Gli elementi! Hai capito
Marcus? Aria, Terra, Acqua, Fuoco e Vento. Sono loro
gli ‘assassini’ ”. Marcus mi sorrise e annuì. “Esatto! –
esclamò - e facendo l'anagramma delle iniziali si trova il
personaggio storico nella cui casa è nascosto il tesoro”.
Io continuavo a urlare eccitato. Un grande sorriso di
soddisfazione si disegnò sui nostri volti. Ci battemmo il
cinque e ce ne andammo felicissimi.
Mancavano ancora dieci giorni per la caccia.

(...Continua)
Il masso della strega

La strada che porta al Bivio di Santa Sofa divide in


due la ftta selva che s'innalza verso la Sila. Castagni,
querce, lecci, faggi compongono la ftta ombra, lasciando
passare qua e là qualche raggio di sole. Intorno regnano
sovrani profumi umidi e muschiosi.
Le auto sono solite passare veloci davanti al Bivio visto
che è uno dei pochi punti in cui la strada si fa dritta, a
cominciare da Mattarise. La velocità, però, è nemica
dell'osservazione. Allo sguardo frenetico sfuggono i
particolari. Uno di questi lo si trova a pochi piedi dal
Bivio, proseguendo verso Sud, sul lato sinistro del bosco.
Guardando bene tra i tronchi degli alberi si scorge un
enorme macigno ricoperto di foglie umide. Esso domina
il luogo conferendogli incanto e suggestione. Ma la sua
presenza spicca soprattutto per non essere coerente col
resto del paesaggio. Intorno in fatti non ci sono pietre, né
piccole né grandi, solo terra umida e alberi.
Da sempre i massi ritrovati nei boschi hanno
solleticato la curiosità di molti. Spesso si è trattato di
interessanti scoperte di siti neolitici. Il più delle volte,
però, le spiegazioni della scienza hanno lasciato spazio a
quelle popolari, come la versione che vorrebbe le grosse
pietre di Stonehenge condotte lì dal Diavolo.
Anche sul Masso del Bivio ci sono varie versioni.
Alcune parlano di un meteorite precipitato lì nel XVI
secolo. Altre di un pegno ivi sotterrato per un patto
tradito tra due amici. Altri ancora spiegano la presenza
del Masso come una volontà celeste e attribuiscono a esso
capacità oracolari e miracolose. Una sorta di luogo per
mettersi in contatto con la divinità e ricevere i consigli
che essa vuole darci.
Vi è, infne, un'altra versione più oscura e anche meno
nota, accreditata, però, da fonti molto attendibili (tra i
suoi sostenitori vi è anche il Magistro). Secondo questa
versione, sotto quel masso è sepolta una donna che si dice
fosse stata una strega vissuta tra il XIX e il XX secolo
nelle nostre zone. Non potendo rivolgersi al Santo Uffzio
alcuni paesani si organizzarono per ucciderla e
neutralizzare, così si narra, la sua maledizione.
Il 31 luglio del 1904 un gruppo di donne e uomini
rapì la donna, martoriò il suo corpo e infne lo condusse a
morte in modo efferato. Poi il cadavere della donna, dopo
essere stato dissezionato, fu chiuso in un solido baule
ricoperto di pesanti catene e sigillato con un simbolo
sacro. Infne, venne sotterrato e sul suo sepolcro venne
posto il grande masso, trascinato da ventuno giovani
forzuti, affnché nessuno potesse risvegliare l'anima nera
ivi sepolta.
Si conosce anche il nome della presunta strega, ma mi
sia consentito di non pronunciarlo. Non vorrei proprio
ora evocarla.
La Caccia a Strigari. Parte Seconda.
Il giorno della caccia.

L'appuntamento era per le 18 in piazza Monumento.


Noi non avevamo sparso molto la voce perché avevamo
paura che, se fossimo stati in molti, non ci avrebbero fatto
partecipare. Così la caccia di Strigari per noi aveva preso
le sembianze del segreto e più che una squadra
sembravamo una confraternita.
Io, Marcus e Persicus, puntualissimi eravamo già lì.
Persicus ci disse che avrebbe portato la sua fdanzata e
che sarebbe venuto anche Thanasius di Santa Sofa, pure
lui con la ragazza.
A un certo punto vedemmo avvicinarsi in lontananza
un persona con andatura decisa. Un raggio di sole gli si
specchiò negli occhiali, poi abbozzò un sorriso. Era lui,
non c'era dubbio: Dhimitri Terremotjesku. Marcus e io
esclamammo insieme: “Evvai!”. Dhimitri Terremotjesku,
infatti, è una persona che nelle cacce può fare la
differenza. Esperto in informatica, elettronica, chimica,
fsica, astronomia, matematica avanzata, apprezzato per
le sue conoscenze in codici, trasmissioni, radiofrequenze,
teoria quantistica, nanotecnologie, geometria euclidea.
Una vera punta di diamante per la nostra squadra.
All'appello mancava solo Von Bayer che con un'ora
abbondante di ritardo ci raggiunse. Partimmo con due
auto. In una c'erano Dhimitri Terremotjesku, Persicus e
la ragazza; nell'altra Von Bayer, Marcus e io. Thanasius e
la ragazza ci avrebbero raggiunto dopo.

Giunti a Strigari, raggiungemmo la piazzetta dove si


sarebbe svolta la caccia. Camminavamo ognuno per i
fatti suoi. Terremotjesku stava davanti a me. Io notai, sul
suo vecchio zaino Invicta, una lucina rossa che
lampeggiava, così lo affancai e gli chiesi cosa fosse. Lui
alzò gli occhi, mi mostrò solo il suo telefonino
ipertecnologico e sentenziò: “Noi siamo qui!”. E mentre
me lo diceva io guardavo sul suo telefonino un puntino
rosso che lampeggiava su una pianta di San Cosmo
Albanese. Era il 2007 e ancora smartphone e Gps non
erano affatto diffusi.
La caccia tardava a cominciare. Quando fummo tutti
riuniti facemmo un breve catalogo di ciò di cui
disponevamo: otto torce elettriche, due walkie talkie, un
navigatore satellitare, una super macchina fotografca
digitale con teleobiettivo. Un'attrezzatura poderosa per
una caccia che si svolgeva tutta nel centro storico e nella
quale era vietato l'uso delle automobili. Mi ricordo che
molte persone ci guardavano stupite, non essendo
abituate a vedere squadre così attrezzate ed esaltate per
una caccia.
Il nome che scegliemmo fu quello storico: i Serpenti.
Per lungo tempo siamo stati in gara. Poi ci fu un quesito
che consegnammo per ultimi, ma riuscimmo a
recuperare presto. Arrivammo al quesito del tesoro con
tutte le squadre e nessuno riusciva a trovarlo. Mi ricordo
che io e Dhimitri Terremotjesku, per trovarlo, ci
buttammo per una strada pericolosa e buia che si inflava
in un bosco scosceso che portava nelle vecchie porcilaie
del paese. Alcuni ragazzi di un'altra squadra provarono a
seguirci ma poi si fermarono e io udii uno di loro dire:
“Ma dove vanno? Questi sono pazzi. Lasciamo stare,
torniamo indietro”.
Per la cronaca vinse una squadra di Strigari che ci
aveva anche aiutato in un questo precedente. Noi ci
siamo comunque divertiti. Tornammo in paese verso le 5
del mattino. Salutammo Luigi che andava ad aprire il bar
e andammo a dormire proprio mentre cominciavano a
spuntare i primi raggi di sole.
La vecchia canna

Quando salivo nella sofftta del nonno la vedevo


appesa sul muro, piena di polvere, accanto a seghe,
martelli, ferro flato e altri attrezzi. La canna da pesca
stava lì a riposare, oramai da molti anni, ed io speravo
che prima o poi sarebbe toccato a me utilizzarla.
Un giorno d'agosto del 1993, il nonno andò nella
sofftta, spolverò la canna, poi andò a comprare un nuovo
mulinello e me la consegnò assieme ad ami, flo, piombi e
galleggianti. Da qualche giorno mi vedeva andare al
mare con una canna di bambù e pensò che con la sua
sarebbe stato meglio.
Io non stavo nella pelle, il giorno dopo andai subito a
provarla ma con scarsi risultati. Ci sarebbe voluto un bel
po' di tempo perché imparassi a usarla bene.
Per molto tempo la lasciai perdere, ma poi la ripresi.
Era una vecchia Daiwa, color arancione chiaro, di quelle
a due pezzi. La cosa più bella è che non aveva mai
pescato in Italia. Mio nonno l'aveva presa negli Stati
Uniti e l'aveva usata solo lì. Io ancora me lo immagino su
qualche molo di Long Island, nei giorni di riposo, che
buttava la lenza nell'Atlantico aspettando che qualche
grosso pescione abboccasse.
Mi diceva che si prendevano pesci di grossissima taglia
della specie dei pescicani e infatti mi consigliava di
utilizzare come esca carne cruda perché all’odore del
sangue nessuno di quei pesci avrebbe resistito.
Naturalmente sullo Jonio non funzionava: molto più
ghiotti di bigattini e vermi coreani sono i nostri pesci.
Spesso mi raccontava di quando vinse anche una gara.
In venti o più affttarono un barcone e ciascuno mise una
quota di dollari che sarebbe andata a chi avesse catturato
il pesce più grosso. Fu lui a prenderlo, naturalmente. E
poi concludeva il racconto con la stessa frase: “Quella
volta vinsi una barca di soldi!”.
Anche se è una vecchia canna, ogni volta che vado a
pesca la porto con me e la lancio sempre in mare. Col
tempo ho sistemato anche il mulinello originale. Mi
sembra doveroso onorare questa canna corrosa dal sale di
mari e oceani.
E chissà magari un giorno qualche pescecane dovrà
fari i conti con lei.
Appunti di demonologia calabro-albanese

Ogni comunità ha i suoi fantasmi. Spesso si tratta di


mostri fantastici inventati per fare paura ai bambini. Altre
volte si tratta di fatti clamorosi, spesso di sangue, sui quali
si costruiscono sopra leggende. Infne vi sono mostri dei
quali non si riesce a risalire alle origini e che sembrano
eterni.
Di seguito elencherò brevemente alcuni dei demoni
più conosciuti nella comunità albanese di Calabria.

Malura: con ogni probabilità una strega molto


potente, un'abitatrice dei campi, come si dice nelle
comunità albanesi. Secondo la leggenda essa appare in
tarda primavera e in estate nelle ore più assolate del
giorno (“kundrur” come si dice in paese) specialmente in
campagna. Con la sua luce stordisce e ipnotizza qualsiasi
persona inducendola al suo volere e spesso facendola
misteriosamente sparire. Si narra che i bambini siano le
sue vittime predilette.
Sissgjat: anche in questo caso si tratta di un mostro
“femminile”. Una donna anziana dai bianchi capelli
dotata di due lunghissime mammelle che si attorcigliano
come serpenti. A differenza di Maulra, Sissgjat compare
nei vicoli oscuri del paese, specie di notte. Con le sue
mostruose mammelle riesce ad avvolgere e a stringere le
persone fno a ucciderle soffocandole.

Babbarrokku: è un mostro notturno, tra i più


terrorizzanti. Mentre i primi due, infatti, si trovano
comunque fuori, Babbarrokku entra nelle nostre case la
notte, si infla nelle nostre stanze, nei nostri sonni. È
l'incubo che non ci fa dormire. Che ci fa sudare e
palpitare. Essere immondo di grosse dimensioni,
immensamente forte, possiede due occhi rossi e ha una
pelle bianchissima. La cosa che più fa rabbrividire è la
sua voce gutturale.
Babbarrokku è senza dubbio il più spaventoso dei
mostri locali.

Lumunera: demone che si accanisce particolarmente


con le persone adulte. Può comparire in qualsiasi
momento della giornata. Portatrice di disgrazie e
sciagure, Lumunera agisce come una “magara” e come
tale in grado di procurare grandi “magarie”.

Tizoku: è il meno pericoloso dei demoni, a tratti si


dice fnanche buffo. È piccolo di statura, quasi come un
nano, nerissimo di pelle, si distingue per i suoi denti
bianchissimi. Può comparire all'improvviso e anche se
non fa del male per il suo aspetto curioso risulta molto
seducente allo sguardo dei bambini. Spesso attratti da
Tizoku si può fnire nella ragnatela di mostri più
pericolosi.

Dorezezë: con ogni probabilità un adepto di Malura.


Si dice non abbia volto, solo dei terribili guanti neri di
pizzo (il nome letteralmente è “manonera”) che
avvolgono le sue mani. Spunta all'improvviso alle spalle,
coprendo la bocca per impedire di urlare. Il suo guanto è
intriso di un potente unguento capace di paralizzare ogni
muscolo tranne quelli degli occhi che rimangono aperti.
In seguito cattura le sue vittime e le fa sparire nei
meandri più oscuri delle nostre campagne.
La mia prima volta

Mancavano pochi giorni al mio diciottesimo


compleanno. Erano i primi di ottobre di un qualche anno
e il clima era mite, anche se spesso il cielo era coperto da
nuvoloni.
Un giorno, mentre facevo il mio solito giro mattutino,
incontro Marcus che mi dice: “Delò vuoi venire con me
oggi? Andiamo a pescare ai laghetti”.
A me si illuminarono gli occhi; negli anni passati
avevo provato a pescare da solo, ma senza una guida,
senza un maestro che mi insegnasse, non c'era niente da
fare. Per questo motivo mi stancavo subito e lasciavo
perdere. Marcus già allora era piuttosto noto tra i
pescatori. Mi ricordo che quando io ero ancora un
bambino, mentre mangiavo un cucciolone al Bar
Fantasma, di primo pomeriggio, vidi lui e Giamp che
riempivano con canne di tutti i tipi il cofano della loro
auto per una battuta di pesca di quelle storiche.
Ma torniamo a noi. Io avevo due sole canne: la Daiwa
del nonno e una cinese di bambù donatami da mio zio.
Le portai entrambe. Mi vestii in maniera accurata con
scarponi, camicia di jeans, gillet multitasca e caratteristico
cappellino da pescatore. Quando Marcus mi venne a
prendere, vedendomi, rise per almeno cinque minuti.
Arrivati ai laghetti, Marcus iniziò a insegnarmi i
rudimenti: nodi, ami, galleggianti, esche. Io ero
visibilmente impacciato. Gli chiesi di fare il nodo alla mia
lenza, ma mentre lui esaudiva il mio desiderio, commisi
una grossa imprudenza. Coi miei scarponi, mi impigliai
nel flo che teneva in mano, inflandogli l'amo in un dito
e facendogli un grosso taglio. Marcus, arrabbiatissimo, mi
gridò contro un numero enorme di frasi impronunciabili.
Finita la montatura della mia lenza, mi invitò ad
inflare l'esca nell'amo. Qui andai nel panico per la
seconda volta. Afferrai una camola, ma la rimisi subito
nel contenitore. La riprendevo e poi la rilasciavo. Poi
presi nuovamente la camola ma, mosso a compassione,
guardai Marcus sentenziando: “Marcus, le batte il cuore.
Si rifuta!”. Marcus mi regalò un'altra dose di improperi,
anche se di minor spessore.
Io naturalmente non presi nulla, il mio maestro invece
prese tre belle trote. Al che io commisi l'ultima gaffe della
giornata. Presi il guadino con le trote ancora vive e dissi:
“Perché non le liberiamo? Mi dispiace”. E a questo punto
Marcus sbottò: “Basta! La devo smettere di andare a
pesca con questi alternativi come te e Pastarus che
vogliono liberare i pesci. Li prendo io, capito. E questa è
l'ultima volta che andiamo a pesca insieme”.
Le cose andarono molto diversamente. A pesca
insieme andammo chissà quante altre volte anche se io il
vizio delle gaffe non l'ho ancora perso.
E le trote? Vi chiederete. Beh alla fne due le presi io e
le feci cucinare a mia madre con la ricetta alla calabrese:
erano ottime!
Fu così che andò la mia prima volta.
La “turra” di Persicus

“Andate voi a cercare una turra come si deve - dissi a


Sir Sackot e a Monzet- io resto qua a rivedere gli altri
indizi”. Era un pomeriggio di agosto di molti anni fa e
noi tre stavamo preparando la nostra prima caccia al
tesoro: La Congrega delle Pie di Sodoma. Dovevamo
scrivere l'ottavo quesito e avevamo deciso di metterlo in
una casa di campagna abbandonata di quelle diffcili da
raggiungere.
Sir Sackot e Monzet tornarono dopo un'ora,
visibilmente estasiati. “È il massimo – urlavano - guarda
qui”. E mi fecero vedere una mappa da loro tracciata.
“Fai attenzione. A tre chilometri dall'uscita del paese,
seguendo l'Orsa Minore, si giunge in un lungo rettilineo.
Dopo due rossi cancelli affancati, inizia un sentiero di
campagna. Lo si deve percorrere per 150 metri. Poi c'è
un primo bivio e si va a sinistra. Inizia un altro sentiero di
campagna ancora più stretto. Bisogna percorrerlo per
oltre 200 metri. Seconda biforcazione. Di nuovo a
sinistra. Altri 100 metri. Da qui la via svanisce nel bosco,
ma in altro a sinistra, a 60 metri circa, c'è una vecchia
turra. È lì che metteremo l'ottavo indizio. Vedrai Persicus
farà salti di gioia”.
Persicus è un grande appassionato di cacce al tesoro.
Soprattutto egli adora i quesiti nascosti in luoghi diffcili
da raggiungere come quelli in campagna. Per questo
motivo, mentre cercavamo il posto, pensavamo a lui, a
quanto tempo avesse impiegato per trovarlo e in che
condizioni sarebbe tornato da quel posto visto che spesso
era solito cadere e graffarsi a sangue.
Durante la caccia la squadra di Persicus, i gloriosi
Serpenti, non fu mai in testa. Solo quella di Marcus (una
squadra di inesperti improvvisata al momento) era dietro
a loro. I Serpenti presero l'ottavo quesito per penultimi.
Ma non si persero d'animo. Capito subito il posto,
sguinzagliarono Persicus che si buttò come un forsennato
alla ricerca dell'indizio, nell'oscurità della notte e della
campagna. Saranno state le tre del mattino.
Persicus trovò gli altri equipaggi arrivati lì da poco che
stavano rientrando, ma anziché tornare per la strada fatta
prima preferì fare di testa sua. Per guadagnare tempo
tagliò per il bosco, senza seguire nessun sentiero,
fdandosi solo del suo intuito. Arrivò per primo alla base
correndo ancora come un pazzo. Tutto sudato si avvicinò
a noi organizzatori e, prima di darci la soluzione, venne a
stringerci la mano. “Bellissimo! Micidiale! Mi sono
“scialato”! Complimenti!”.
Grazie al guizzo micidiale di Persicus la squadra dei
Serpenti andò in testa. Trovò per prima anche l'indizio
successivo e infne vinse la caccia.
Per noi che organizzavamo una caccia per la prima
volta fu un vero onore ricevere i complimenti di un
veterano come Persicus!
Il fungo sull'albero

Mio padre disse di salire in auto a me e mia sorella e


portò con se la macchina fotografca. Era la seconda
metà dell’ottobre del 1992. C'erano giornate molto
soleggiate in quel periodo. In paese mancavano pochi
giorni alla festa patronale di San Demetrio
Megalomartire ed erano già arrivati i camion dei giostrai.
Arrivarono per prima le sedioline e il tiro a segno. Infne
arrivò anche l'autoscontro che era quello che preferivo.
Mi ricordo che tornando a piedi da scuola, passavo
davanti ai camion delle giostre e sognavo a occhi aperti
guardando quelli che le montavano. A me avevano
sempre affascinato, forse anche per quel pizzico di
proibito che allora mi davano l'idea di possedere.
Insomma saranno state le tre del pomeriggio al
massimo. Appena usciti con la nostra Duna bianca (la
berlina non la station wagon) io avevo lo sguardo fsso
verso le palazzine dove stavano montando l'autoscontro.
Guardavo e sognavo. Ci passammo davanti, ma mio
padre non si fermò. “Dove stiamo andando?” gli chiesi
allora. “È una sorpresa. Magari ti piacerà”. Mia sorella,
seduta dietro non faceva domande, stava solo attenta a
non far cadere la macchina e i vari obiettivi che mio
padre si era portato dietro.
Finalmente, percorsa la via panoramica, ci fermammo
davanti alle case del rione Mormorico da dove si domina
il paese. Ad aspettarci c'era Glenn Kugnat con un' accetta
in mano. Ci salutò calorosamente e poi entrò da un
cancello che portava a una graziosa villetta nel bosco
della quale era una specie di custode.
A una certo punto, giunti sotto una grande quercia
esclamò: “Eccolo lì! Adesso salgo e lo vado a ‘fare’. Voi
reggetemi la scala”. E così dicendo ci indicò un fungo
enorme, di colore giallo-arancione che era spuntato tra il
fusto dell'albero e un grande ramo.
Mio padre fece appena in tempo a scattare alcune
foto. Poi con un paio di colpi di accetta ben assestati,
Glenn Kugnat tagliò il fungo, scese con la scala e lo porse
a mio padre dicendogli che lo doveva tenere lui e che lo
avrebbero mangiato in compagnia di altre persone la sera
seguente perché sua madre lo sapeva cucinare bene.
Mio padre con molta gioia prese il fungo enorme e lo
mise sul cofano anteriore dell'auto. Poi con noi a bordo
entrò in paese a velocità bassissima e per farci felici di
tanto in tanto suonava il clacson così da richiamare
l'attenzione dei passanti. Lo abbiamo esibito e festeggiato
come sono soliti fare i cacciatori con le volpi.
Io non andai a mangiarlo perché alla tavolata erano
tutti grandi; tuttavia mio padre me ne portò un pezzo.
Sembrava un petto di pollo arrostito, era proprio buono.
Fu davvero un piacevole antipasto prima della festa
patronale.
La scritta fantasma

Quando ero più piccolo avevo molta paura....Forse


meno di ora!
Mi facevano paura tantissime cose: le storie misteriose,
i flm horror, gli angoli più nascosti del paese, le vecchie
strade di campagna eccetera, eccetera. Nonostante ciò,
ero attratto da tutte queste cose e così cercavo in ogni
modo di non perdere le emozioni che esse mi potevano
suscitare. Di notte, però, elaboravo queste emozioni con
insonnia prolungata, pantagrueliche sudate e, fno al
1994, richiesta di dormire con un genitore nello stesso
letto (suvvia sarà capitato a molti di voi).
Insomma, un'estate di tanti anni fa, partecipavo a una
caccia al tesoro per ragazzi organizzata da Sir Sackot e
un suo amico. Le cacce al tesoro per ragazzi si erano
diffuse da un paio d'anni, più o meno dal 1993, e col
tempo erano diventate piuttosto diffcili. Soprattutto
erano diventate paurose perché gli organizzatori, me
compreso, si ispiravano moltissimo agli storici
organizzatori, specialmente il Magistro.
Durante questa caccia c'erano almeno quattro
squadre e in una mi ricordo che era presente anche
Giamp il quale, a dire il vero, non era proprio
giovanissimo. Io facevo parte di una squadra piuttosto
scarsa, fatta di poche persone per di più molto giovani,
che stava cercando di portare a termine la propria caccia
con dignità.
Intanto si entrava sempre più nella storia e la cosa
cominciava a mettermi i brividi. Ora non ricordo
esattamente, ma si parlava di un maniaco serial killer che
si aggirava per le vie del paese. Correvano anche voci che
questo maniaco sarebbe anche spuntato all'improvviso
durante la caccia per mettere paura ai partecipanti. Si
sarebbe trattato di un trucco, ovvio, ma di paura ne
avrebbe messa.
Insomma io ero abbastanza suggestionato. Arrivò un
quesito che conduceva sotto il tunnel della vecchia strada
che dal Collegio di Sant'Adriano va verso Acri. Io avevo
capito che la scritta da trovare era lì, ma avevo paura di
andare a vedere così dissi al mio compagno che guidava
lo scooter di fermarsi prima, vicino a un pontino intorno
al quale c'erano molte case. Io scesi in fretta, feci luce con
la torcia e poi urlai: “L'ho trovato, andiamo, di corsa!”.
Naturalmente non avevo trovato nulla, sul pontino non
c'era scritto proprio niente.
Mentre tornavamo il mio compagno mi chiedeva cosa
ci fosse scritto. Io iniziai a farfugliare delle strane parole
senza senso. Avevo due minuti di tempo per inventare
una parola plausibile con il contesto della caccia e
spararla agli organizzatori. Dovevo fngere fno all'ultimo
altrimenti avrebbero capito che avevo paura.
Arrivai davanti agli organizzatori e sparai una parola
a caso, non ricordo cosa. Ebbene, era corretta! Forse sarà
stata l'assonanza, ma Sir Sackot fece un cenno con la
testa e mi diede il quesito successivo.
A pensarci bene, se fossi andato nel tunnel avrei perso
anche più tempo.

PS: Esiste un'altra storia legata alla caccia al tesoro e a


quel tunnel che vide protagonista Von Bayer. Sono certo
che prima o poi Marcus ce la racconterà.
Lo spettro di Gofa

Fu Skeez a dircelo per primo. Noi facevamo la quarta


elementare e lui era quello che abitava più vicino a quella
casa che si diceva fosse abitata dai fantasmi. Si trattava di
un’antica dimora disabitata e corrosa dal tempo, ubicata
nella zona sud-orientale del paese.
Un giorno ci propose di andare a fare una
perlustrazione così, usciti da scuola, mangiammo
velocemente e, prima delle tre del pomeriggio, io, Shon e
Halfman eravamo già sotto casa di Skeez. Lui era
certamente il più coraggioso tra noi se non altro perché,
abitando vicino alla casa dei fantasmi, aveva già avuto
modo di visitarla e di conoscere per primo i suoi segreti.
Giunti davanti al portone verde che era socchiuso,
Skeez ci guardò negli occhi dicendo: “Fate attenzione, qui
dentro c'è lo spettro di Gofa”. Noi tre eravamo tutti
piuttosto spaventati, ma decidemmo di entrare lo stesso.
Aprimmo la porta che scricchiolò lievemente e
iniziammo a salire le vecchie scale, coi gradini ricurvi,
piene di polvere. Qua e là erano ammucchiati mattoni,
legna e altro materiale. Dalle persiane di legno rotte
penetravano spifferi freddissimi che rendevano ancor più
bianche le nostre guance. Erano i primi del gennaio del
1991 e fuori faceva molto freddo.
Quando arrivammo in una stanza al piano di sopra,
uno di noi disse di fare silenzio. Fu in quel momento che
iniziammo a sentire piccoli rumori cui la nostra
immaginazione attribuiva chissà quale causa. A un tratto,
non so chi, si mosse in maniera strana, come se avesse
visto o udito qualcosa, e si buttò per le scale di corsa. Noi
lo seguimmo urlando pieni di spavento, ma senza un
motivo.
Uscimmo velocemente dalla casa, ma quando fummo
fuori Skeez ci disse che dovevamo andare anche nella
cantina (che per fortuna aveva un entrata da un lato
esterno). Sotto c'erano due botti distrutte e delle travi di
legno sul pavimento ricoperto di fango. Camminammo
inseguendo Skeez che poi si fermò indicandoci una
parete sulla quale vi era una specie di loculo scoperto.
“Ecco! – disse - è qui che a volte viene a riposare Gofa.
Questo è il suo marchio”, e così dicendo ci mostrò un
specie di sigillo sbiadito nel muro.
Nella casa dei fantasmi tornai una sola volta perché
per molto tempo mi fece paura. Solo molti anni dopo
venni a sapere che in realtà quel sigillo era un indizio di
una caccia al tesoro di Kenzin.
Troppo fumo.....e niente pesci

“Quando piove o soffa il vento, non andare a pesca: è


perdita di tempo”. Recita così un antico adagio noto a
tutti i pescatori. A insegnarmelo fu Marcus, una
domenica sera di fne marzo, un po' di anni fa. Purtroppo
avrebbe dovuto dirmelo prima, avrei impiegato
diversamente il pomeriggio di quel giorno. Ma forse è
stato meglio così.
Era un periodo in cui volevo a tutti i costi andare a
pesca. Ancora non avevo mai preso un pesce in vita mia
e, avendo speso un po' di soldi in attrezzatura, non
sopportavo più l'idea che ami, galleggianti, piombi e
canne stessero nel magazzino a riempirsi di polvere.
Radunai alcuni amici per le 14. L'equipaggio era così
composto: io, Shon, McVicenzi e Halfman. Ognuno di
noi era vestito come un pescatore professionista,
attrezzato per una battuta al marlin. Halfman fu il più
esagerato. Aveva un giaccone a vento arancione tipo
spedizione sull'Antartide, cappellino da tiratore scelto e
degli anfbi stile Arancia Meccanica. Quando andai a
prenderlo a casa mi fece l'attenti all'americana, solo con
l'indice e il medio. Va ricordato che Halfman non
possedeva, e a tutt'oggi non possiede, nessuna
attrezzatura da pesca.
Andammo al porto di Schiavonea in un pomeriggio di
vento e con una fastidiosa pioggerellina. Sui moli non
c'era nessun pescatore. Noi, “intelligentemente”, non
usavamo il piombo ma andavamo a galleggiante. Il
risultato, ovvio, era che ogni volta che lanciavamo, la
lenza si bloccava a mezz'aria e tornava indietro.
A proposito di lenza, da grandi esperti avevamo
portato come esca il mais (che si usa per prendere le
carpe al fume) e MacVincenzi era venuto con del pane e
del formaggio. Non so chi gli disse che in quel modo
avremmo potuto fare un’effcace pastura per cefali.
Dopo un'oretta, si avvicinò a noi un tizio a bordo di
una panda 4x4 rossa. Scese dall'auto, estrasse dal
giaccone una pipa, la caricò (mi pare con Amphora Black
Cavendish) e iniziò a fumarsela guardando i pescherecci
ormeggiati sui moli. Al che io, percependo il gesto del
signore come una sorta di sfda, mi misi in bocca una
pipa che a mia volta mi ero portato. Poi tirai fuori una
scatola contenente 100 grammi di tabacco: era un Ocean
Linear Hambourg-New York Flake and Cavendish.
Caricai la pipa anch'io e cominciai a fumare.
I miei amici iniziarono a urlare entusiasti: “Evvai! Vai!
Grande! Questo è buono! Questo sì che sa fumare!”. E
così dicendo guardavano il signore.
Tornammo all'imbrunire. La sera incontrai Marcus e
gli raccontai del pomeriggio al porto. Fu allora che mi
svelò il proverbio. Non l'ho più dimenticato.
Un fungo del passato

La meta era l'Eremo di San Nilo, il luogo dove il


monaco di Rossano, vissuto più di 1000 anni fa, si
raccoglieva in preghiera alla ricerca dell'ascesi. Il posto si
trova nel Vallone Sant'Elia, vicino a un torrente. Oggi
sono rimaste solo delle pietre diroccate, ma all'interno
ancora si scorge un antico affresco raffgurante scene
mistiche.
Lo scopo era di fare una bella passeggiata nel bosco,
guardare l'affresco (bisogna bagnarlo d'acqua per togliere
la polvere altrimenti non si vede nulla) e cercare qualche
avventura all'aria aperta. Così verso le quattro del
pomeriggio di un giorno di fne agosto, tante estati fa, io e
MacVicenzi partimmo con molto buon umore alla volta
dell'Eremo.
Fin da bambini abbiamo avuto un debole per
l'attrezzatura, anche effmera, che può servire in queste
“avventure” in campagna. Da sempre eravamo in
possesso di coltellini di ogni tipo, binocoli, walkie talkie,
kit di primo soccorso, pistole ad aria compressa, eccetera.
Per dirla con franchezza, il motivo non ultimo per il quale
andammo all'Eremo era proprio quello di poter giocare
con questa attrezzatura.
Quando fnimmo la spedizione, al ritorno, notammo
su di un albero un fungo enorme di forma tonda, per
metà ormai marcio. Sembrava un tartufo gigante.
Entusiasti lo raccogliemmo e, tornando a piedi a casa, lo
facemmo vedere ai tanti passanti che a quell'ora uscivano
dalla chiesa di Sant'Adriano dov'erano andati per il
novenario. Non lo conosceva nessuno. Solo Kenzin e il
vecchio Professor Raphus ci dissero che quel fungo,
trattato in vario modo, veniva trasformato in flamenti
infammabili e un tempo in molti lo utilizzavano per
questo motivo.
Quando cerchi nel passato c'è sempre qualcosa di esso
che ritorna.
Io non ho paura

Nel 1997 Kenzin organizzò una caccia al tesoro che si


chiamava “Caccia al Tesoro”. Kenzin, assieme al
Magistro, è uno degli organizzatori storici delle cacce. I
due però sono molto diversi come stile. Nelle cacce del
Magistro, che sono intrise di mistero e paura, il
protagonista è sempre il Male, in tutte le sue forme.
L'estetica, prevalentemente gotica, predilige esprimersi in
versi e sconfna spesso nell'irrazionale. Al contrario
Kenzin, più razionalista, bada meno agli aspetti formali e
per questo motivo evita spesso di dare un titolo alle sue
cacce. Kenzin è un patito di anagrammi e rompicapi
enigmisti e spesso gioca con le parole, anche se non
disdegna cimentarsi con mappe e, recentemente, antiche
fotografe.
In questa caccia al tesoro del 1997, Kenzin aveva due
collaboratori e uno era il giovane, allora giovanissimo, Sir
Sackot col quale poi organizzai moltissime cacce. Sir
Sackot ha una grande ossessione: i manichini. Non c'è
stata persona che abbia organizzato con lui una caccia
che non abbia dovuto fabbricare uomini fnti da
nascondere negli angoli del paese per fare paura. Lo fece
anche con me nel 1999 e con Marcus nel 2003.
Anche nella caccia con Kenzin ci fu il manichino che
venne nascosto in una casa disabitata del centro storico.
Io partecipavo a una squadra composta da ragazzini e
genitori e tra essi c'era anche Blek Macigno che è il padre
di MacVicenzi e che qualche anno dopo, quando
diventammo più grandi, diede anche il nome alla squadra
che fu “Il Grande Blek”.
Allora disponevo di un ciclomotore d'altri tempi, un
vecchio e scassato Gilera Cba a pedali di colore bordò
scuro col quale mi misi a cercare un indizio da solo,
seguendo la squadra dei Serpenti. Li vidi entrare in una
vecchia casa e andai appresso a loro. Sul letto
dell'abitazione, sdraiato a pancia in giù, c'era il
manichino che sembrava vero. Avevo una paura enorme.
I Serpenti erano almeno in cinque e tra essi mi ricordo
Persicus e Nivuronus. Io ero da solo.
A un tratto percepii qualcosa dai miei avversari. Mi
girai di scatto e vidi che loro stavano facendo luce sulla
scritta da trovare. “Non fate rumore!” urlò Nivuronus
piuttosto arrabbiato.
Io lessi allora l'indizio che recitava: “Non avere
paura!”. Uscii di corsa. Salii sul motorino e lo accesi in
discesa. Corsi fno alla base e andai da uno degli
organizzatori urlando: “Io non ho paura. Io non ho
paura” anche se in realtà me l'ero fatta sotto. Lui mi
sorrise e mi diede l'indizio successivo.
Era nato un nuovo Serpente, modestamente.
Pinoli e monachelle

Arrivammo di primissimo pomeriggio con la Uno blu


di mia zia nei boschi di pini e abeti in località Musica.
Mia zia conosceva i posti dove spuntavano le monachelle.
Mi ricordo che c'era anche mia sorella. Era il novembre
del 1993.
Parcheggiammo la Uno e ci mettemmo subito alla
ricerca dei funghi. Fuori, nonostante il sole, era freddo e
umido. Io avevo un piccolo coltellino e di tanto in tanto
mi divertivo ad appuntire piccoli ramoscelli di legno.
Mi zia trovò la prima monachella, la prese e ce la fece
vedere. “Ecco!- disse- devono essere come questo.
Quando li trovate fatemeli vedere. Non prendete altri
funghi, mi raccomando”. Io e mia sorella ci mettemmo a
girare nel bosco, prima insieme e poi da soli. Era
bellissimo poter passeggiare in quei boschi umidi.
Respirare il profumo degli abeti. Lasciarsi colpire da
raggi di sole che penetravano qua e là. Trovare
animaletti, fori colorati, funghi strani. Mi ricordo che
vidi un fungo bianco, tipo una palla, che, dopo una mia
pressione con le dita, scoppiò come in una bolla d'aria.
Era il celebre “Porda Ulku”.
Dopo un'oretta, e dopo che mia zia trovò un bel po' di
monachelle, cambiammo posto. Andammo più su in un
altro bosco vicino al rifugio della forestale. Io qui trovai
una pigna grande, verde, tutta chiusa. Era la prima volta
che ne vedevo una così. Quando tornammo a casa la
diedi a mio nonno che la mise sopra il camino e disse:
“La mettiamo qui e la lasciamo stare al caldo. A Natale
potremmo mangiarne i pinoli”.
Il 24 dicembre, appena imbrunì, mio nonno mi
chiamò. Mi mandò a prendere la mazzetta sopra e
rompemmo insieme la pigna che era piena di pinoli. Ce li
mangiammo dopo il cenone, giocando a tombola accanto
al camino.
Licantropi e paranoici

La caccia al tesoro organizzata dal Magistro nel 1996


si chiamava: “Sotto il segno di Selene – Lycanthropus” e
narrava appunto di un licantropo che compiva delitti in
paese e di una persona che provava ad aiutarlo a liberarsi
dalla sua maledizione. Per far ciò il licantropo era
costretto a sottoporsi ad alcuni “atti di dolore”.
Era una notte dei primi di agosto, ma il tempo non
era propriamente estivo. Dopo la mezzanotte si scaricò
sui partecipanti un temporale con lampi e tuoni. Mi
ricordo che mentre eravamo nel boulevard del cimitero
alla ricerca di un indizio, un lampo illuminò
all'improvviso la chiesa murata. Sembrava di stare in un
flm horror.
Uno degli ultimi indizi era situato dopo la frazione
Gurisa, in una turra fuori mano, raggiungibile solo
attraverso un antico tratturo. All'interno vi erano dei
contenitori con della cenere che bisognava recuperare e
portare alla base.
Io facevo parte di una squadra nella quale c'erano solo
due maggiorenni, gli altri erano tutti ragazzini. Per
questo motivo ci davano una mano anche alcuni genitori.
Iniziammo a cercare questo indizio, ma uno di noi che
aveva la macchina e che aveva, notoriamente, manie di
persecuzione, mentre percorrevamo le buie e strette
strade di campagna, iniziò a fare paranoie. “Ve lo giuro –
diceva- me l'ha detto anche una professoressa del liceo.
Di notte qui ci sono delle persone che fanno del male.
Esce uno in mezzo alla strada e ti ferma dicendo che è
uscito con l’auto di strada. Tu accosti per dargli una
mano, ma subito vengono fuori i suoi complici che ti
aggrediscono, ti rubano i soldi e l'auto e ti lasciano in
quelle condizioni in aperta campagna”.
Noi iniziammo a suggestionarci. Senonché,
giungemmo in un punto nel quale ci dovevamo fermare.
Lì sul posto vedemmo una persona con un cosa in mano
tipo un manganello grosso. “Ecco! - urlò spaventato il
paranoico – te l'ho detto, andiamo via”, e così dicendo
scalò e accelerò nonostante fossimo su una Fiat 127
vecchio tipo. Andammo ancora avanti e raggiungemmo
altre squadre che cercavano altrove, ma dell'indizio
nessuna traccia.
Ora quella persona che ci ha spaventato non era un
predone. Era Marcus, con una torcia spenta in mano che
stava aspettando Persicus. Tutti e due erano nella squadra
dei Serpenti e furono i primi a trovare l'indizio anche se
poi ci furono dei problemi col Magistro.
Io glielo dissi: “Guardate che è Marcus. È lì che
dobbiamo andare, né sono sicuro”. Ma i miei compagni
di squadra non mi diedero retta. Preferirono fdarsi del
paranoico. E infatti non riuscimmo a trovare mai
quell'indizio.
“Ronde du Sabbath”

Marcus non ne poteva più di ascoltarmi. Ogni giorno


lo assillavo chiedendogli di andare a pescare al porto di
primo pomeriggio. Lui ogni volta mi diceva di no, ché coi
bigattini a quell'ora non avremmo preso niente. Io però
non mi davo per vinto. Un giorno riuscii a convincerlo e
così partimmo.
Arrivati al bivio San Mauro la sua Uno cominciò a
segnare rosso fsso. Così, prima di andare al negozio delle
esche, ci fermammo in una pompa di benzina per fare
rifornimento. Per fortuna, oltre al carburante, c'era anche
un piccolo bazar con giochi, dischi, libri, caramelle,
eccetera, così ci mettemmo a curiosare.
“No – fece Marcus all'improvviso - questo Cd lo devo
assolutamente comprare”. E così dicendo me lo mostrò.
Io lessi i titoli, alcuni li conoscevo altri no. Poi domandai:
“Marcus ma hai già 999 Cd, cosa ne devi fare?”, e lui con
calma mi rispose candidamente: “Questo mi manca”.
Così dicendo si avvicinò alla cassa e lo comprò. Io,
invece, per non uscire a mani vuote, comprai un pacco di
liquirizie per le quali vado matto.
Arrivati al porto, non si pescava nulla. Il tempo
passava inutilmente e noi ci eravamo un po’ stancati.
Avevamo tre o quattro canne e così ci divertivamo a
cambiare tecniche ed esche: fondo, pastura, bigattino,
galleggiante. Dopo un paio d'ore me ne uscii con questa
proposta: “Marcus, perché non facciamo una lenza con
dieci terminali e poi pasturiamo intorno e vediamo se
vengono molti pesci”. Io ero diventato un buon
montatore d'ami e mi sarei divertito certamente a legarli.
Marcus abbozzò un sorriso e poi disse: “Mi piacciono
queste cose alla Giamp. Comincia a montare gli ami”.
Dopo un po' però ci accorgemmo che anche questa
tecnica non dava frutti.
Mentre si faceva buio iniziò ad alzarsi un forte vento.
In lontananza dei nuvoloni minacciosi venivano in
direzione del porto. Noi raccogliemmo al volo le
attrezzature e iniziammo a posarle nel cofano dell'auto.
Quando avvolsi il flo dell'ultima canna, buttata col
piombo qualche ora prima e mai toccata, mi accorsi che
all'amo aveva abboccato una piccola triglia.
Marcus la prese con delicatezza, le estrasse l'amo e la
rimise in acqua. “Tanto lo so che vuoi liberarla” mi disse.
Io fui felicissimo, naturalmente.
Ce ne andammo senza pesci, ma molto contenti. Il Cd
ebbi modo di ascoltarlo anch'io ed era magnifco,
specialmente la “Ronde du Sabbath” di Hector Berlioz.
Ordinate sotto casa

Erano i giorni prima di Natale, tanti anni fa. Faceva


freddo, una nebbia copriva il paese; intorno tanta umidità
e una pioggerellina fastidiosa. Mio padre, come spesso
faceva in queste giornate, di primo mattino si era messo a
scavare dei piccoli canali con la pala per far scorre l'acqua
ed evitare che si facesse il pantano vicino casa nostra. Io
non ero andato a scuola e stavo guardando qualche
teleflm americano vestito col pigiama e con qualche
maglione pesante addosso. Nel mentre inzuppavo grosse
fette di pandoro nel cappuccino che assorbivano il latte
come una spugna.
Dopo un po' sentii dei piccoli rumori alla fnestra, “tic,
tic, tic”. Erano dei sassolini che mio padre lanciava per
attirare l'attenzione. Io corsi veloce e aprii la fnestra,
chiedendo cosa volesse. Lui mi guardò con un sorriso
enorme, osteggiando un pizzico di vanità, e mi fece:
“Vieni a vedere cos'ho scoperto”. Io però non avevo
voglia di vestirmi e di scendere a vedere; ero preso dal
teleflm e dal pandoro così gli risposi un po' seccato. Lui
all'inizio insistette, poi non se la prese più di tanto e se ne
andò dicendo: “Tra qualche giorno vedrai”.
Aveva scoperto che dietro un cespuglio vicino casa
erano spuntati dei bellissimi funghi, grossi e profumati,
distribuiti in fla indiana, tutti ordinati. Erano “miretti” o,
appunto, ordinate. Mio padre le lasciò crescere altri
giorni poi li andò a fare e ce li mangiammo il giorno di
Natale.
Io lo prendevo in giro e dicevo che ci sarebbe capitato
come a Marcovaldo di Italo Calvino nei “Fughi in città”
ma lui aveva preso delle precauzioni e si era informato.
Da allora, i “miretti” crebbero ogni anno sotto casa mia
e, cucinati con le tagliatelle, sono diventati un piatto
tradizionale: non c'è Natale o Santo Stefano in cui non
vengano mangiati tutti insieme.
Spero che quest'anno non manchino
all'appuntamento.
La quercia di Satan

Dopo un anno di stop, nel 2000 il Magistro tornò a


organizzare una caccia al tesoro che si chiamava “Il
Testamento del Male”. Il Magistro era deciso a non
organizzare nessuna caccia, ma poi ricevette una strana
lettera anonima, come lui stesso ci riferì, che lo convinse a
cambiare idea.
Pochi giorni prima della caccia, io e Marcus eravamo
molto frenetici. Giravamo per le campagna del paese,
osservando i luoghi nei quali pensavamo potesse esserci
un indizio. Un pomeriggio, verso le 16 mi ricordo che
eravamo in località Mezzana, prima della salita che porta
al Triangolo desolato. Marcus fermò la macchina sul
pontino e disse: “Delox scendi qui e vai a vedere, c'è un
indizio me lo sento”. Io scesi un po' perplesso, ma non
trovai nulla.
Risalii in macchina e continuammo le nostre
peregrinazioni nell'afa di agosto. Bruciavamo una
sigaretta dopo l'altra mentre ascoltavamo una
compilation di musica psichedelica fatta da Marcus. Era il
periodo nel quale andavamo tutti i giorni alla radio
libera, la musica accompagnava ogni nostra azione.
In macchina io dissi a Marcus: “Secondo me il tesoro
lo mette verso Macchia, me lo sento, il tesoro sarà a
Oriente”.
Arrivò il giorno della caccia. Noi c'eravamo presentati
col nome de “I Tulipani Neri”. Fummo sempre in testa.
C'era persino un quesito a Mezzana, poco più sopra di
dove Marcus mi aveva detto di guardare giorni prima.
Giunti al penultimo quesito, quando andai dal Magistro
per dare la soluzione lui mi fssò, fece una smorfa, poi
esclamò: “No Delox, già ti devo dare il quesito del tesoro.
È presto. Prendi quest'altro prima”. E così dicendo mi
diede un quesito in più che inizialmente non era previsto.
In quel momento capii che non avremmo più vinto.
Quel quesito ci fermò di colpo. Faceva riferimento al
“culo del gigante” e a una quercia sperduta. Ci
raggiunsero tutte le squadre e ci superarono. Noi non lo
trovammo mai.
Il giorno dopo con Marcus andai a vederlo. Era a
pochi passi dal bivio sopra il paese. Su una quercia c'era
scritto “Satan” a caratteri cubitali di colore rosso e
qualche altro segno esoterico.
Spesso passo con la macchina e guardo la quercia e
ogni volta mi viene una piccola dose di rabbia.
Per la cronaca il tesoro era a Oriente, verso Macchia.
E pensare che lo avevo sempre detto.
La frequenza del Male

L'ultimo anno delle superiori se lo ricordano un po'


tutti con affetto per tanti motivi. Anch'io ho dei bei
ricordi legati soprattutto alla radio libera che frequentavo:
Radio Shpresa Europa 1, un'emittente comunitaria italo-
albanese alla cui programmazione partecipavano
volontariamente giovani e meno giovani.
Quell'anno proponemmo al proprietario che fossimo
noi a gestirla presentandogli un cartella piena di
programmi. Lui accettò così io, Marcus, Dhimitri
Terremotjesku, Monzet, Victor e Doc, diventammo la
“Nuova Gestione”.
Tanti erano i programmi più o meno belli che
andavano in onda. C'era “Onda Sismica” di
Terremotjesku, fatto totalmente in digitale, allora una
novità assoluta. Poi c'era “Profonda Notte”, il notturno
che facevamo io e Fra' Gostino, “Incensurato”, di
Marcus. Ma soprattutto c'era “Alternative”, un
programma totalmente demenziale che rimase tra le
chicche di quella programmazione. Era fatto da tutti noi
ma con pseudonimi: Dj Ringo, Dj Oscar, Dj Mistero e Il
Gitano.
Tutti i giorni io, Marcus e Terremotjesku giravamo
per le vie del paese e nei dintorni per vedere i punti nei
quali il segnale dei 92,300 Mhz in FM si prendevano
meglio. Una sera, intorno alle 23, con la 127 blu di
Marcus c'eravamo parcheggiati vicino al Collegio.
Mentre ascoltavamo la radio beccammo una strana
frequenza. Non c'erano né parole comprensibili né
musica, solo una litania che sembrava una messa nera.
L'atmosfera che se ne ricavava era simile alla scena di
Eyse Wide Shut di Kubrik, nella quale il protagonista
incontra tutte quelle persone mascherate.
Noi all'inizio ci mettemmo a ridere. Poi però, vedendo
che la litania continuava, iniziammo a farci domande.
“Ma che diavolo è?” mi chiese Marcus. “E che ne so –
risposi – sarà qualche setta”. Ascoltammo quella
“trasmissione” per più di mezzora. Non si interruppe
mai. Poi chiudemmo per stanchezza.
Tornammo la sera seguente, ma non riuscimmo più a
prendere quel segnale. Né allora né mai.
Ci sono dei segnali che giungono dall'etere. Altri da
chissà dove.
Segni premonitori

Nessuna caccia al tesoro era in programma per il


2005. Il Magistro non le organizzava più da un paio
d'anni; Marcus ed Emanuel non volevano più farla e
Kenzin, come nel suo stile, non si sbilanciava. Per questo
motivo, già all'inizio dell'estate, io e Sir Sackot venivamo
continuamente pressati dagli appassionati affnché ne
organizzassimo una.
Io e Sir Sackot, assieme a Monzet, avevamo fatto in
passato varie cacce al tesoro che spesso erano piaciute: La
Congrega delle Pie di Sodoma nel 1998; 7 Gocce di
Sangue Bianco nel 1999; L'Arcano Incantatore nel 2000.
Purtroppo nell'ultima che organizzammo (Il Museo dei
Balocchi, nel 2001) ci fu un incidente, per fortuna non
grave, e da allora io non ne volli fare più.
Nel 2005, però, furono davvero in tanti a spingerci
così cominciai man mano a cambiare idea anche se non
convintamente. Solo dopo un pomeriggio trascorso in
compagnia di Sir Sackot ebbi la quasi conferma che
avremmo dovuto fare la caccia al tesoro. In quel periodo
io andavo spesso a fare lunghe e lente corsette per la via
che va verso Acheruntia. Un giorno si unì a me anche Sir
Sackot e andammo insieme. Ci mettemmo subito a
parlare di caccia, ma io mostravo sempre le mie
perplessità. Senonché, mentre correvamo, incontrammo
sul lato della strada un caprone che ci fssò immobile. Noi
lo guardammo quasi compiaciuti.
Passarono altri minuti e tra i boschi udimmo in
lontananza l'eco profonda della civetta. “Mi sa che ce
l'hanno con noi” dissi a Sir Sackot. Lui con un sorrisetto
ironico mi rispose: “Non ci resta che organizzarla allora”.
Ma io non ne volevo ancora sapere.
Il giorno seguente, di primissimo pomeriggio, ero nella
mia stanza a sfogliare i quesiti delle vecchie cacce.
Conservo un copioso materiale riguardante le cacce al
tesoro mie e altrui del quale sono anche abbastanza
geloso. Fuori faceva molto caldo, le cicale mi facevano
compagnia con il loro cantare. Aprii la fnestra per far
entrare più luce e sotto vidi un gatto nero. Il felino mi
fssò e, come il caprone, non si mosse. Poi scomparve tra i
cespugli.
Un caprone, una civetta e un gatto nero. Ho voluto
interpretarli come dei segni che mi rivelassero qualcosa.
Io decisi che si doveva organizzare una caccia che poi si
chiamò Capitolo V.
Ma ancora oggi non so se ho interpretato
correttamente quei segni.
Il pomeriggio dell'Enzosauro

MacVicenzi aveva comprato una canna da pesca


nuova e voleva a tutti i costi provarla. Spesso mi chiedeva
se volevo andare con lui a pesca, ma poi non ci
trovavamo e rimandavamo ogni volta. Tra l'altro
MacVicenzi è un tipo molto discontinuo e anche se dice
che vuole venire a pesca un giorno, è capace che il giorno
dopo non ne ha più voglia. Per queste sue indecisioni più
di una volta si è rifutato di venire con me e Marcus. Per
altro una delle volte in cui venne si macchiò di un fatto
eticamente squalifcabile. Eravamo andati al Crati con la
bilancia, ma riuscimmo a prendere un solo cefalo grazie a
Marcus. MacVicenzi lo volle a tutti i costi, ma poi ci
confdò di averlo dato in pasto ai gatti.
Un giorno di fne agosto fnalmente riusciamo ad
andare a pesca. Comprammo due panini a testa con
salame piccante e provola dolce e comprammo anche due
birre che MacVicenzi conservò al fresco nella borsetta
termica che porta sempre con sé. MacVicenzi era andato
pochissime volte a pesca con pessimi risultati e io, che
allora ne sapevo qualcosina in più, vestii i panni del
maestro. Gli ordinai di fermarsi al primo negozio che
aveva quello che ci serviva e prendemmo un po' di cose:
una secchio di pastura per cefali, una scatola di koreani,
un euro di bigattini. Invano tentai di convincerlo a
comprare una bombarda. Per tutto il resto avevo già fatto
la scorta io prima, da Tummaso che aveva ancora le
scatoline di ami norvegesi Mustad&Son per i quali
andavo matto.
Arrivati alla spiaggia verso le 13, per prima cosa
mangiammo i panini e bevemmo le birre. Poi io gli
spiegai come si mette la pastura nella mazzetta e gliela
feci lanciare. In seguito attaccai la lenza alla bombarda e
mi feci aiutare da lui a inflare il koreano. Cominciai a
lanciare e raccogliere, dicendo anche a lui di fare così.
Lui afferrò una canna cortissima, attaccò un piombo
enorme, che la canna faceva fatica a reggere, e poi una
lenza di appena 20 cm con l'esca. “È troppo corta – gli
dissi – così non pigli niente!”.
Dopo dieci minuti sento MacVicenzi che mi chiama.
“Pesce Delò! Pesce!”. Io mi avvicinai e notai che aveva
abboccato un piccolo pesce bianco con dei puntini neri.
“Molto bene – dissi – bravo. Continua così”. Dopo un po'
ne presi uno anch'io, ma lui era già a tre. Passò un po' di
tempo e stavolta l'urlo di MacVicenzi fu sovrumano:
“Cefaloooo, ceeeefaaaalooooo!”. Nella canna lanciata a
pastura aveva abboccato un cefalo di almeno un chilo.
MacVicenzi era entusiasta.
Al termine della giornata aveva preso undici pesci
bianchi come il primo (con ogni probabilità sauri) e un
bel cefalo. Quando tornammo a casa volli che tutto il
bottino fosse lui a prenderlo anche perché io avevo
contribuito in minima parte (solo quattro sauri e una
sogliola troppo piccola che rimettemmo in mare). Il cefalo
lo fece al cartoccio. Con i sauri venne fuori una frittura
squisita. Almeno così mi disse.
La notte degli Ufo

È successo tanti anni fa, quando io ero ancora


bambino e le notti estive in paese avevano un profumo e
un mistero che da grande non ho mai più ritrovato.
Suoni, odori, racconti, personaggi...e luci. Che incanto
quelle notti estive che non ritorneranno mai più.
Giocavamo a nascondino fno a tardi tra i vicoli del rione
Croci, mentre nonni e papà facevano agguerrite e
interminabile partite di briscola e tressette al bar
Fantasma, tra un trancio di margherita, una Dreher e
una gazzosa al caffè. Il resto del paese, quello dei giovani,
si riuniva più sopra, al Bar Sant'Adriano, che ora non c'è
più, e dava vita alla “movida” notturna locale.
Quando il bar Fantasma abbassava le serrande e
spegneva le sue luci,, noi piccoli capivamo che si
avvicinava l'ora del rientro. I frequentatori del locale
tornavano a casa, ma prima si fermavano a parlare con i
vari gruppi di persone, prevalentemente donne, che
chiacchieravano nel rione. Si stava seduti sulla “scilata”
oppure sulle sedie piccole di legno e paglia che ognuno
portava da casa.
Mi ricordo che una sera arrivarono assieme mio
nonno e mio padre che, non avendo preso ancora le ferie,
ci salutò e andò a dormire subito perché aveva la sveglia
alle 6. Mio nonno, invece, si avvicinò sorridendo, si mise
una MS morbida tra le labbra, l'accese, fece due boccate
e poi disse: “Ma state ancora qui? Non li andate a vedere
gli Ufo?”. Tutti i presenti scoppiarono a ridere con gusto.
Noi più piccoli, invece, fummo subito attraversati da un
brivido.
“E dove sarebbero questi Ufo?”, gli chiese qualcuno a
mo' di sfottò. Mio nonno fece un'altra boccata, sorrise e
rispose: “Non ci credete vero? E allora venite con me, vi
faccio vedere”. Tutti allora si alzarono dalla sedia e
andarono dietro a mio nonno. Noi piccoli chiudevamo la
coda della piccola processione che intanto si era formata.
Facemmo pochi passi e ci fermammo vicino alla pompa
di benzina. “Guardate lassù – disse il nonno – guardate
bene. Cosa sono quelle luci?”. Nel punto dove lui
indicava comparve una piccola luce blu sfuocata a forma
ovale che faceva una specie di movimento rotatorio. Poi
un'altra. Un'altra ancora. Tutti guardavano stupiti e
incuriositi. Io ero vicino ad Halfman che, visibilmente
emozionato, decise in seguito di dedicare gli otto anni
successivi della sua vita allo studio degli Ufo e degli alieni,
ma senza trarne grandi risultati. Fu una gran bella
emozione. Le luci stavano nel cielo e andavano e
tornavano.
Mio nonno ci lasciò lì e andò a dormire sorridendo e
accendendosi l'ennesima sigaretta. Noi rimanemmo
ancora col viso all'insù per contemplare lo spettacolo e
cercare di svelare quel mistero.
Tempo dopo seppi che si trattava di alcuni potenti fari
di una discoteca di Schiavonea che puntati in cielo
venivano in qualche modo riflessi dai gas dell'atmosfera.
Ma quella sera, per noi, furono solo Ufo.
La trota resuscitata

Il 26 ottobre di ogni anno nel mio paese c'è la festa del


santo protettore e per qualche giorno si svolge anche una
fera che può rivelarsi sempre un'occasione utile per
ottimi acquisti. Un bel po' di anni fa mi ricordo che
comprai una canna da pesca cinese da un ambulante
africano. Accanto a me quella mattina c'erano Shon,
MacVicenzi e Halfman che si complimentarono per il
mio acquisto.
Innamorato della mia nuova canna, la terza per la
precisione, chiesi se volevano venire con me per provarla
il giorno stesso. Nessuno di loro era mai andato a pesca e
il solo che possedeva una piccola canna da pesca,
giocattolo per giunta, era MacVicenzi. Per convincerli
dissi che avrei dato loro le mie tre canne e che ci
saremmo divertiti comunque. Ma non ci fu bisogno
perché la mia proposta li rapì immediatamente.
Io avevo preso da poco la patente, così di primo
pomeriggio passai a prenderli uno a uno con la Duna
diesel. La meta erano i laghetti che mi aveva insegnato
Marcus ai quali giungemmo non prima di aver sbagliato
quattro o cinque incroci. Arrivati a destinazione,
comprammo un po' di esche nel piccolo spaccio e ci
mettemmo all'opera.
Dopo quasi un'ora, fnalmente, io riuscii a montare la
prima lenza. Prima del lancio richiamai l'attenzione di
tutti. “Siete pronti?” chiesi. Poi liberai il mulinello, portai
la canna indietro, e feci un lancio con una forza
sovrumana. Amo e galleggiante fnirono impigliati su un
alberello dall'altra sponda del laghetto. MacVicenzi fu
molto gentile nell'andare a piedi a cercare di trovare la
mia lenza, ma il suo sacrifcio si rivelò vano.
Decidemmo così di dividerci. Halfman e MacVicenzi
andarono più lontano e si misero a pescare con
un'attrezzatura oscena. Si pensi, solo per dare l'idea, che
usavano una bottiglia di Coca Cola vuota, rimediata nei
paraggi, come galleggiante. Io e Shon invece, seppure
provvisti di un'attrezzatura più consona, non riuscivamo a
prendere nulla.
Mentre imbruniva, Shon notò che la corrente aveva
trasportato vicino a riva un trota morta. “Ho un'idea” mi
disse chiudendomi un occhio. E aggiunse: “Aiutami a
prenderla, vediamo che faccia fanno”. Afferrammo la
trota e provammo a inflarle l'amo, ma si sflava. Allora
legammo il flo della lenza attorno alla coda e
ributtammo il pesce in acqua.
Mentre MacVicenzi e Halfman si avvicinavano io
mossi la canna facendo fnta che qualche pesce avesse
abboccato. Poi iniziai a raccogliere il flo enfatizzando i
miei gesti e dando l'idea che ci fosse qualcosa di grosso.
La trota morta uscì dall'acqua a testa in giù mentre con
delle frustrate alla canna cercavo di simulare i suoi
movimenti. MacVicenzi si mise a gridare come un
forsennato. Halfman era gioioso anche lui. Erano così
presi che non riuscivano a vedere l'abominio che
avevamo combinato. Io e Shon stavamo scoppiando dalle
risate. Ci volle un po' per calmarli e riportarli alla realtà.
MacVicenzi se la prese un po' ma poi tutto fnì in una
risata collettiva.
La trota la rimettemmo in acqua con delicatezza,
come se fosse ancora viva.
Rezzagliate e mortadella

Mia sorella stava facendo lo scritto della maturità e i


miei erano fuori ad aspettarla. All'una e un quarto mi
chiamò Marcus e mi disse di prepararmi perché alle due
sarebbe passato a prendermi e che saremmo andati alla
Foce insieme a Maius per provare il rezzaglio. Io, che non
avevo mai visto la Foce né provato mai il rezzaglio, fui
entusiasta. Cucinai al volo due piccolissime fettine con
burro e salvia, indossai il costume da bagno e alla due ero
già pronto fuori casa.
Marcus arrivò con Maius puntualissimo, con i suoi
occhiali scuri, mi fece un sorriso e mi interrogò subito:
“Delò sei pronto?”. “Come sempre – risposi io sorridendo
– anche se ho ancora fame, ho mangiato poco”.
Facemmo la via vecchia che solo lui conosce, quella
della contrada che passa per il giardino del peccato e ci
inflammo tra le alte canne costeggianti il fume, immersi
nell'odore forte di agrumeti. Quando vidi la Foce rimasi
senza parole. Era davvero un bagno di luci, suoni, colori:
natura selvaggia, diffcile e appagante.
Piano piano, Marcus provò a insegnarmi a rezzagliare
e io mi impegnai anche in maniera discreta. Maius se la
cavava piuttosto bene. Poi dovemmo cambiare zona e
Marcus volle che si attraversasse il fume dentro l'acqua
scalzi, e non sulla riva, per decine e decine di metri. “I
veri pescatori fanno così – disse - bisogna essere un
tutt'uno con la natura”.
Riuscimmo a prendere due cefali, uno Marcus e uno
Maius, ma su mia insistenza (il solito!) li ributtammo in
acqua. Al ritorno il sole era ancora alto. Decidemmo di
prendere la via più lunga per tornare in paese, quella che
costeggia per più tempo il Crati. Passammo da San Nico
e prima di Sant'Agata ci fermammo in un'area servizio
per fare gas. Scendemmo per bere qualcosa, ma il banco
dei salumi ci attrasse inesorabilmente. Al che io proposi:
“Dai vi offro un panino”. Il tizio del banco ci preparò tre
bei paninoni con mortadella che mangiammo in
macchina.
Fu uno dei panini più buoni che ricordi.
La scuola col vampiro

La scuola era fnita da poco e quella era una delle


prime caldissime domeniche di giugno che anticipavano
l'estate. Io ero un ragazzino ed ero uscito con la mia
banda di amici del rione Croci. Mi ricordo che c'erano:
Franciscus Bistecca, Juan Braiucus Gallina, I Gemellini,
Halfman e suo cugino Lewis Halfman II.
Eravamo nei pressi delle scuole elementari, sopra i
sotterranei della cisterna del gasolio, sui quali da qualche
giorno si era diffusa una leggenda. Si diceva che lì sotto ci
fosse una bara, forse abitata da un vampiro.
Effettivamente dalla strada si intravedeva una specie di
bara, o meglio, un non identifcato mobile in legno
intarsiato.
Alla nostra banda si aggiunse anche Serras che, non
essendo delle Croci ma di Kappadirtu, veniva guardato
con diffdenza. Alla fne fu lui ad azzardare una proposta:
“Vediamoci questo pomeriggio alle due e scendiamo così
potremo vedere cosa c'è. Tanto i vampiri non si svegliano
prima del tramonto”.
Io sono stato l'unico a confermargli la presenza così di
primo pomeriggio eravamo già nei pressi della scuola.
Utilizzammo una vecchia scala in legno per scendere e
fummo nei sotterranei...... Naturalmente non c'era
nessuna bara, ma solo una vecchia cassettiera vuota di
chissà quale anno scolastico. Accanto ad essa, però, c'era
anche una vecchia gettoniera Sip, con i numeri ruotanti,
che da tempo non erano più in uso.
Serras l'afferrò, la scosse, e sentì che c'erano ancora
dei gettoni all'interno. Decidemmo così di prendere la
gettoniera e di portarla nel suo magazzino per sezionarla.
Lui aveva dei petardi rossi (tipologia Magnum o Mefsto)
avanzatigli dal capodanno e con essi facemmo saltare la
gettoniera. Trovammo una manciata di soldi spicci che io
non volli dividere.
Più tardi andammo a giocare a pallone.
Un tesoro sotto al fume

La prima caccia al tesoro alla quale partecipai si


chiamava “Il Sacro Tesoro”. Si svolse per ben due giorni
nell'agosto del 1993 e la organizzò Mykelangjelos
coadiuvato da Persicus e Maius. Io allora ero un
mocciosetto che aveva appena fnito la prima media e
passavo le estati andando sempre al mare ascoltando le
canzoni del Festivalbar. Quello, fra l'altro, fu l'anno nel
quale per la prima volta provai la canna da pesca: fu mio
zio a regalarmene una in bambù e dopo pochi giorni me
ne regalò una anche il nonno.
Una mattina, mentre andavo al mare, mia zia mi
propose di partecipare alla caccia. Io sapevo di che si
trattava perché avevo letto con cura il manifesto. A
Ferragosto era stata male la mia bisnonna e rimasi
praticamente tutto il giorno solo con mia sorella senza
fare nessun pranzo. Quando mia madre tornò
dall'ospedale mi diede dei soldi e mi mandò a prendere
dei gelati al bar Fantasma, lo fece per creare un'atmosfera
festosa. Mi ricordo anche di aver preso per me una
Coppa Rica Algida al cioccolato. Affsso sul vetro della
porta del bar c'era il manifesto della caccia che mi rapì
completamente soprattutto perché non avevo capito che
si trattava solo di un gioco: a me sembrava fosse vero.
La storia narrava di un tesoro conservato dai preti di
rito greco donato loro direttamente dall'apostolo Paolo e
che si era tramandato per secoli e secoli. Infne l'ultimo
conoscitore del segreto, sul letto di morte, consegnò a un
suo parente delle buste contenenti le tracce per il suo
ritrovamento.
La sera della caccia avevo l'obbligo di ritirata a
mezzanotte. Quando andai a dormire la prima sera la
mia squadra non riuscì a trovare nessun indizio. Seppi poi
che ciò era dovuto al fatto che le scritte erano minuscole e
nessuno riusciva a vederle. Ciò si verifcò anche la
seconda sera.
La caccia passò alla storia perché nessuno riuscì a
trovare il tesoro che Persicus e Maius avevano
“argutamente” nascosto sotto il letto del torrente che
attraversa il Vallone Sant'Elia, presso l'Eremo di San Nilo.
Alle cinque del mattino tutte le squadre si trovavano nelle
vicinanze del tesoro "incriminato" e gli organizzatori
rischiarono il linciaggio quando sentenziarono che, non
essendo stato trovato, nessuno avrebbe ricevuto il
compenso della vincita né i soldi che aveva messo in palio
per partecipare. Almeno così mi è stato raccontato perché
io non c'ero.
Per la cronaca quel tesoro è ancora sepolto sotto il
letto di quel fume.
Vongole da paura

Questa volta voglio fare outing e raccontare di un


episodio divertente e un po' imbarazzante... per me
naturalmente.
Era un'estate dei primi anni Novanta, non mi ricordo
quale esattamente. Ogni mattina io e mia sorella
andavamo al mare con nostra madre e ci univamo ad
altre compagnie di amici che come noi, non avendo casa
al mare, facevano i pendolari.
Io mi divertivo a fare il piccolo sub. Munito di
maschera, pinne e guadino, stavo per ore immerso
sott'acqua, respirando col tubicino, dando la caccia a
paguri, granchi e, talvolta, a qualche passera di mare,
che, sia chiaro, è una specie di sogliola.
Con noi in auto veniva anche un'amica di mia madre
che era davvero un'ottima, e un po' spericolata,
nuotatrice. Fu grazie a lei che fn da piccolo imparai ad
andare lontano da riva senza problemi, anche oltre i 100
metri, che non è poco se si considera che allora la zona di
mare tra il porto di Schiavonea e la Foce del Crati era
piuttosto profonda.
In una di queste nuotate a distanza mi ero portato
maschera e guadino e mi ero messo alla caccia di
qualcosa di grosso. A un tratto, vidi sul fondale un
mucchietto di vongole, tutte una sopra l'altra. Il cuore
iniziò a battermi forte. “È fatta! - pensai – adesso ce le
potremo anche mangiare”.
Tolsi il boccaglio dalla bocca e mi tuffai verso il
fondale con il guadino tenuto in avanti in direzione delle
vongole. Quando, però, ero sul punto di toccarle, il
mucchietto di vongole aprì improvvisamente gli occhi:
non erano vongole infatti, ma un polpo ben mimetizzato
che, provocato dal sottoscritto, mostrò i tentacoli con fare
minaccioso e poco ci mancò che non mi spruzzasse
dell'inchiostro.
Io, preso dalla paura, riemersi a razzo e iniziai a
nuotare piuttosto velocemente verso la riva con il terrore
che il polpo mi seguisse. Nella nuotata affannosa sentii
qualcosa attaccato ad una gamba che non voleva
scollarsi. “Aiutoooo!!!” iniziai ad urlare, e, continuando ad
urlare, percorsi i restanti 25 metri di mare che mi
separavano dalla riva in 7 secondi netti, roba da guinnes
dei primati.
Intanto le mie urla avevano destato l'attenzione dei
bagnanti e mia madre si era sbiancata in volto, convinta
che mi fosse successo chissà cosa.
Sulla spiaggia mi aiutarono a riemerge e a prendere
fato. Tolsi maschera e pinne e mentre posavo il guadino
mi accorsi che era rimasto solo il bastone. La rete, prima
di fnire sul fondale, mi si era attorcigliata su una gamba e
io l'avevo confusa con il polpo che voleva vendicarsi.
La paura e la suggestione fanno vedere sempre una
realtà che non esiste.
Storia di un falso scoop

Faceva molto freddo in quel febbraio del 1997. Io


frequentavo la quinta ginnasiale e, per riempire i vuoti
pomeridiani, proposi alla mia classe di fare un giornalino
scolastico. La mia proposta fu subito accolta con successo
e, dopo un'assemblea lampo, fu deciso – a dire la verità
con poca fantasia – di chiamarlo “Eureka”.
Tra i tanti incarichi che mi volli assumere ci fu anche
quello di fare le fotografe, compito che svolsi insieme a
Shon, mio compagno di banco, col quale scrivevo anche
gli articoli. Fare le foto ci avrebbe divertito molto,
pensavo, anche perché mio padre, per la prima volta, mi
aveva affdato la sua macchina fotografca con tutti i vari
obiettivi.
Facemmo tante foto a cose e persone, alcune anche a
edifci che non ci sono più come la vecchia palestra
comunale. Poi, in un momento di gloria creativa,
decidemmo di fotografare un fnto Ufo. Avremmo
lanciato in aria un sasso e io avrei provato a
“immortalarlo” al volo sperando che la velocità del
movimento avrebbe sfumato i contorni dell'oggetto
rendendolo irriconoscibile.
Shon afferrò una grossa pietra e si allontanò da me di
una quindicina di metri. Io settai a intuito l'apertura
dell'otturatore e il tempo di esposizione. Poi gli dissi: “Al
mio tre: uno, due e....” click!, la foto fu scattata. Quando
andammo a prendere gli sviluppi, concordammo nel
valutare ottimo il risultato ottenuto. Decidemmo, però, di
non inserirla nel numero del giornalino: l'avremmo solo
mostrata a chi voleva comprarlo per fare pubblicità al
numero successivo nel quale ci sarebbe stato un reportage
sulle apparizioni di Ufo a San Demetrio.
Purtroppo non uscì mai un secondo numero di Eureka
e dello scoop non si fece nulla. Tempo dopo seppi che
proprio in quei giorni, alcune persone avevano visto delle
luci strane nel cielo. Posso garantire che io e Shon non
c'entravamo nulla.
Una caccia sfortunata

Avevo un forte dolore al tallone ogni volta che


correvo. Forse era legato allo sviluppo. Il medico che mi
aveva visitato disse che non era nulla di grave, ma che
avrei dovuto usare delle suole particolari. Così un giorno
d'agosto del 1995, accompagnato da tutta la famiglia,
andai a Cosenza a farmi fare queste suole e poi, visto che
ci sbrigammo in tempo, tutti quanti andammo a trovare
alcuni parenti che villeggiavano al mare a
Centoquattordici. Io però non vedevo l'ora che
ritornassimo a casa perché quella sera era in programma
una caccia al tesoro sulla mitologia greca cui volevo a
tutti i costi partecipare.
Quando ritornammo in paese, andai direttamente nel
piazzale antistante la pretura, teatro di decine di cacce al
tesoro. Qui mi avvicinai a un gruppo di persone tra cui
c'erano Persicus e Maius e, con un po' di timidezza,
essendo tutti più grandi, chiesi di partecipare. Loro mi
accolsero volentieri e così venni promosso di grado nella
squadra dei Serpenti.
C'erano un sacco di persone allora. Mi ricordo
Nivuronus, sempre pronto a dar battaglia. Klaudio
Maccarrunos che sfrecciava con la sua Punto color oro. E
poi c'era anche Saint Germain che allora faceva parte
della nostra squadra e Mikel che ogni volta toglieva dai
guai Persicus. In ultimo venne a darci una mano anche
Mykelangjelos.
Per buona parte della caccia fummo in gara. Poi in un
quesito a contrada Sepe fummo colpiti dalla cattiva sorte.
Io mi slogai il piede destro perché non riuscivo a correre
bene con le suole nuove. Saint Germain scivolò da una
turra e dovette andare alla guardia medica a medicare il
polso. Mikel, al ritorno, prese una buca verso Civetteria e
dovette sostituire la ruota che scoppiò.
Non per vantarmi, ma devo dire che se mi avessero
ascoltato nell'ultimo indizio forse sarebbe andata
diversamente. Si parlava dell'albero del Pascoli e io mi
ricordavo che in quarta elementare avevamo studiato un
sua poesia che si chiamava “La quercia caduta”. Dissi
allora che l'albero era una quercia e che poteva essere al
Collegio. Io, però, non avevo ancora compiuto tredici
anni e quelli più grandi ed eruditi insistettero sul fatto che
l'albero fosse un cipresso. Quando realizzarono che era
una quercia e che era al Collegio arrivarono sul posto, ma
c'erano già i Predatori Aretini che furono più veloci di
Maius nell'afferrare il tesoro.
Per me si trattò di un'ulteriore promozione agli occhi
dei Serpenti.
Il sottomarino

Io iniziai le scuole elementari alla fne degli anni ’80.


Niente di strano, a prima vista. Però quelli furono anni di
grandi e veloci cambiamenti storici che mutarono
sensibilmente lo scenario geopolitico e i miei libri di
scuola facevano fatica a stargli dietro. Accadeva così, per
esempio, che il sussidiario avesse ancora capitoli con titoli
come Urss, Jugoslavia, Repubblica Democratica Tedesca,
Cecoslovacchia eccetera. La guerra fredda era fnita da
tempo eppure nei miei libri di scuola, e ancor più nel mio
immaginario, sembrava che fossimo ancora nell’era
bipolare.
Ad alimentare questa mia visione contribuirono spesso
alcune leggende che mi riempivano di fascino e curiosità.
Una in particolare che mi affascinò più di altre risale a
una imprecisata estate di quel periodo. Ogni mattina, dai
primi di luglio, scendevo al mare nella zona di Thurio
con mia madre, mia zia e altri amichetti della mia età con
le loro famiglie. Allora eravamo soliti frequentare alcuni
lidi come Il Salice e il DueLLe. Un giorno trovammo
sulla spiaggia un cartello con su scritto: “Divieto di
balneazione”. Rimanemmo tutti senza parole tranne mia
zia Didia che sentenziò: “Allora è proprio vero, per questo
hanno chiuso le spiagge”. Tutta la comitiva osservò con
sguardo interrogativo Didia che, sentendosi in dovere di
spiegazioni, aggiunse: “Il sottomarino. Il sottomarino
americano. Non avete sentito? Lo dicevano pure in paese.
Da alcuni giorni c’è un sommergibile americano sotto le
acque del porto di Schiavonea in missione segreta. Spesso
compie delle perlustrazioni nei nostri fondali ed è per
questo che, periodicamente, arrivano delle onde anomale
giganti quando il mare non è agitato. Chissà!”.
Noi cambiammo lido, ma rimanemmo da quelle parti.
Le onde anomale continuarono ad arrivare improvvise
per alcuni giorni. I più agguerriti ne parlavano in paese la
sera al bar Fantasma, mentre noi più piccoli bevevamo
gazzose e giocavamo con le sorprese delle patatine fritte
impregnate d’olio. Dicevano che era un sottomarino
nucleare come il Nautilus, pronto a colpire i nemici che,
alternativamente, potevano essere i Sovietici o i Libici e,
per qualcuno che non era particolarmente erudito in
Storia, persino i Nazisti.
Io non sapevo nulla di geopolitica e il suono di questi
nomi spesso mi faceva brillare gli occhi con una lacrima
per l’emozione.
Dopo un po’ di tempo la storia del sommergibile passò
nel dimenticatoio. Forse le onde erano causate da qualche
grosso mercantile a largo, magari diretto a Taranto, che
la foschia dell’orizzonte aveva ben celato.
Ancora oggi, quando scendo al mare di Thurio per
farmi il bagno o pescare, capita che arrivi anche qualche
onda anomala a farmi perdere l’equilibrio o a bagnarmi i
reggicanne. E ogni volta accenno un sorriso e, tra me e
me, penso: “Ecco! Un altro sottomarino americano!”.
Dossier 05/1992

Nel maggio del 1992 si verifcarono in breve tempo


alcuni fatti misteriosi a San Demetrio Corone che a
tutt’oggi non hanno trovato spiegazione. Non so se esiste
un nesso tra questi fatti; tuttavia ritengo utile esporli in
base al ricordo che ho di allora, quando ero solo un
bambino che frequentava la quinta elementare.

“Animale misterioso non identificato”


Nel mio Paese è in uso ancora la pratica
dell’allevamento privato di suini e per questo motivo in
varie zone ci sono ancora delle porcilaie nelle quali,
alcuni privati cittadini, tengono i maiali. Una mattina,
nelle porcilaie ubicate nei pressi della Fontana d’Andrea,
vennero rinvenute le carcasse di due maiali. Entrambi
presentavano una larga ferita tra il collo e l’orecchio
destro simile al morso di un grosso animale. Alcuni giorni
dopo fu trovato un altro maiale sbranato in un'altra
porcilaia. In giro si sparse la voce della presenza di un
orso. Venne fatto un sopralluogo dal WWF ma senza
esito. Uscirono alcuni articoli sulla Gazzetta del Sud.
Secondo una perizia di un veterinario incaricato dalla Asl
di Acri doveva trattarsi di “un misterioso animale non
identifcato”. Nessuna spiegazione plausibile venne mai
data.

La Bestia
Di seguito riporto a memoria la testimonianza del
prof. D. A. ascoltata per voce della sig.na M. G. su quanto
accaduto nelle campagne site tra le frazioni Sofferetti e
Campanaro: “Mi trovavo in campagna ad annaffare le
mie piante. Avevo terminato il mio lavoro e stavo
avvolgendo la pompa. Si era fatto ormai scuro quando,
avvicinandomi alla mia automobile, sentii un rumore alle
mie spalle. Mi voltai di scatto e davanti a me apparve un
animale spaventoso mai visto prima. Era un grosso felino,
simile a un puma. L’animale mi guardò dritto negli occhi.
Io rimasi impietrito. Una goccia di sudore mi colò dalla
fronte e andò a bagnare il dorso freddo della mano
mentre il cuore mi stava per uscire dalla bocca. Ci mancò
poco che svenissi. La cosa che mi terrorizzava era
l’immobilità della fera e il suo fssarmi con quegli occhi
che sembravano volessero farmi intendere qualcosa. Poi
con un grosso balzo il felino scomparve nel buio. Tornai a
casa e andai subito a cercare sui libri. Non so cosa fosse,
ma assomigliava molto a una delle iconografa del
Diavolo. Da allora sono convinto di aver visto negli occhi
il Maligno”.
L’Evaso
Da poco tempo avevano ristrutturato l’edifcio delle
scuole elementari e così l’ultimo anno lo feci nella scuola
nuova dopo aver passato gli anni precedenti nel vecchio
istituto delle Agrarie. Una mattina in classe sentimmo
all’improvviso il forte rombo di un motore nel cielo. Ci
affacciammo dalla fnestra e ben due elicotteri dei
carabinieri volavano sopra la scuola. Alcuni dicevano che
usavano il tetto del nostro edifcio, che era piatto, per
atterrare, ma non so se sia vero. Noi credevamo che
fossero lì per dare la caccia al “misterioso animale non
identifcato”. Quando uscimmo da scuola vedemmo tutti
i carabinieri del nostro paese in tuta mimetica. Sapemmo
dal fglio di uno di loro che stavano dando la caccia a un
pericoloso latitante evaso da un carcere che forse si era
rifugiato nelle nostre campagne.

Il Branco
Quello che segue è il racconto della prof.ssa. T. G. in
base ai miei ricordi: “Non riuscivo a prendere sonno
quella notte così mi alzai per andare in bagno. Saranno
state le due del mattino. Aprii la fnestra per prendere
una boccata d’aria e mi accesi una sigaretta. In
quell'istante vidi una cosa stranissima. Sopra il ponte di
via Caminona si erano ammassati almeno venti cani che
giravano in branco. Forse erano in calore. Dopo un po’
vidi i fari di un’auto che si avvicinava a velocità bassa.
L’auto si accorse dei cani in mezzo alla strada e rallentò
fno a fermarsi. In un attimo venne circondata e l’autista
iniziò a suonare forte il clacson. Un cane salì addirittura
sopra l’auto. Preoccupata tornai nella camera da letto a
svegliare mio marito che si precipitò in bagno.
Guardammo tutti e due ma inspiegabilmente sia i cani
che l’auto erano scomparsi. Sopra il ponte non c’era più
nulla”.
La collina dei demoni

L’afoso caldo infernale di quei primi giorni d’agosto


aveva spinto mia madre a una decisione piuttosto
drastica: per alcuni giorni io, lei e mia sorella, avremmo
dormito a casa della nonna, che era più fresca; mio
padre, che ancora non era in ferie, avrebbe invece
continuato a dormire a casa. La soluzione era stata
accettata con ampia condivisione, anche perché tra casa
nostra e quella di mia nonna c’erano appena cinquanta
metri di distanza.
Era la fne degli anni ’80 e passavamo le serate in una
piccola piazzola del vicinato dove si radunavano donne e
uomini, giovani e anziani. Noi bambini (oltre a me c’era
Halfman e Lewis Halfman II con sua sorella MaryPaula)
ascoltavamo i discorsi dei più grandi che spesso parlavano
di argomenti misteriosi: morti, esorcismi, apparizioni,
fantasmi.
Dopo le chiacchiere, spesso, andavamo a fare un giro
con la Uno blu di mia zia Didia. Dovevamo scendere per
il campo sportivo, dopo il Bar Sant’Adriano, perché
iniziava l’isola pedonale, e poi rientravamo da una salita
che sbucava prima del Collegio. Infne ci fermavamo nel
grande spiazzo accanto alla palestra del Liceo, che oggi
non c’è più. Il posto non era illuminato; le uniche fonti di
luce arrivavano dai primi lampioni vicino alla chiesa.
Io guardavo sopra la collina, che saliva dietro la
palestra, gli esili alberi. I raggi lunari attraversavano,
quasi ferendola, la selva. Alla fne della collina vi erano
degli arbusti più grossi che, nell’oscurità della notte,
risuonavano sinistramente quando erano mossi dalla
brezza estiva. A me, che li vedevo sfocati, parevano dei
grossi demoni incatenati che danzavano esibendo le
corna appuntite e raffguranti volti tremendi.
Tornati a casa, toccava dormire. Per stare freschi,
c’eravamo stesi su un grande materasso nel salone:
dormivamo tranquillamente in tre…. O meglio in due,
perché io non riuscivo a prendere sonno tanto era grande
il terrore accumulato. Ogni mezz’ora, una pendola
appesa al muro, suonava i suoi sinistri rintocchi. Io,
anziché stare fresco, sudavo dalla paura. Spesso si
sentivano rumori metallici, e io ero convinto che fossero
le catene dei demoni.
Ne avrei passate molte altre di notti bianche, ma
quelle furono le prime della mia vita…

… E, in fondo, furono anche le più belle.