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Anteprima parziale

Anteprima parziale

Lectura Dantis
Lupiensis
vol. 3 – 2014
a cura di
Valerio Marucci e Valter Leonardo Puccetti

LONGO EDITORE RAVENNA


Volume pubblicato con il contributo
di Banca Monte dei Paschi di Siena,
erogato tramite il Dipartimento di Studi Umanistici
dell’Università del Salento

Participation in CLOCKSS and PORTICO Ensures Perpetual Access to Longo Editore content

ISBN 978-88-8063-820-9
© Copyright 2015 A. Longo Editore snc
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Printed in Italy
Anteprima parziale (pp. 63-64 e 85-86)

ELISA BRILLI

«Dove poter peccar non è più nostro» (Purg. XXVI, 132)


Dante e la poetica della conversione

1. Il ‘debole’ congedo di Guido Guinizzelli

Questo saggio è parte di una ricerca sull’eredità di Agostino in Dante, in


particolare in sede politico-teologica e in riferimento all’opera tra le agosti-
niane meno frequentata dai dantisti, il De civitate Dei1. In questo ambito in-
tendo soffermarmi su due sole terzine che contengono un riferimento
agostiniano chiaro anche se non ancora rilevato, almeno a mia conoscenza. A
partire da qui, discuterò altri punti di contatto tra questo capitolo del De civi-
tate Dei e la Commedia, e cercherò di mettere in luce le implicazioni di que-
sto riferimento ad Agostino in un capitolo fondamentale tanto del viaggio
nell’aldilà quanto dell’autobiografia letteraria dantesca: l’incontro con Guido
Guinizzelli (e Arnaut Daniel)2.
1
Il progetto di ricerca «L’homme, la cité terrestre, la théologie de l’histoire. Augustin chez
Dante», finanziato dal Fondo Nazionale della Ricerca Svizzero con una borsa Ambizione-Pro-
sper/Score (nel 2012), presso il Romanisches Seminar dell’Università di Zurigo, è attualmente
sospeso e i suoi risultati sono da considerarsi ancora provvisori. Ringrazio questi enti per avermi
garantito delle condizioni di lavoro eccellenti. Ringrazio inoltre vivamente P. Borsa per aver
letto e commentato questo contributo in anteprima. Per un primo inquadramento storiografico
della ricerca su Dante e Agostino, cfr. E. BRILLI, Firenze e il profeta. Dante tra teologia e po-
litica, Roma, Carocci, 2012, pp. 240-270 (cui rinvio per la bibliografia relativa). Un altro ca-
pitolo di questa ricerca ha visto la luce come E. BRILLI, I Romani virtuosi del Convivio, Lettori
e modalità di lettura del De civitate Dei di Agostino nei primi anni del Trecento, in Il Convivio
di Dante, a cura di J. Bartuschat e A. Robiglio, Ravenna, Longo, 2015, pp. 135-156.
2
La bibliografia sul canto è ricca e relativamente dispersa, dato che l’episodio rientra tra i
prediletti dalla critica. Per il presente studio, e innanzitutto per escludere la segnalazione ante-
riore del riscontro agostiniano qui discusso, mi sono avvalsa, oltre che degli lavori disponibili
su Dante e Agostino (e per i quali rinvio al mio Firenze e il profeta, cit.), della serie di commenti,
antichi e moderni, inclusi nella banca dati del Dante Darmouth Project (www.dante.dar-
mouth.edu), e delle lecturae seguenti: F. TORRACA, Il canto XXVI del Purgatorio (1900), in Let-
ture Dantesche, Purgatorio, a cura di G. Getto, Firenze, Sansoni, 1958, pp. 521-537; A.
RONCAGLIA, Il canto XXVI del Purgatorio, Roma, Signorelli, 1951; A. MONTEVERDI, Canto
XXVI (1963), in Lectura Dantis Scaligera, Purgatorio, Firenze, Le Monnier, 1967, pp. 957-990;
R. KOFFLER, The Last Wound: Purgatorio XXVI, «Italian Quarterly», XII, 1968, 45, pp. 27-43;
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Le due terzine in questione sono quelle conclusive del discorso tenuto da


Guido Guinizzelli a Dante pellegrino. Dopo aver dato voce alla polemica con-
tro Guittone d’Arezzo e aver introdotto il poeta provenzale protagonista del-
l’ultima sequenza del canto, Guido Guinizzelli prende congedo dal pellegrino
e gli chiede d’intercedere per lui una volta giunto in Paradiso, e dice:
Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio,
falli per me un dir d’un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro3.

Tradizionalmente, queste terzine sono guardate alla stregua di un momento


‘debole’ in un canto per altro verso densissimo. Il loro significato appare, da
un lato, più che trasparente e, dall’altro, banale. La richiesta d’intercessione ri-
volta dalle anime al pellegrino è un topos della seconda cantica, e l’osserva-
zione circa la pertinenza solo parziale del Padre nostro per le anime purganti

G. TOJA, Il canto XXVI del Purgatorio, in Nuove letture dantesche, vol. 5, Firenze, Le Monnier,
1972, pp. 69-101; G. Folena, Il canto di Guido Guinizzelli (1977), in ID., Textus testis, Torino,
Bollati Boringhieri, 2002, pp. 241-265; M. MARTI, Il XXVI del «Purgatorio» come omaggio
d’arte: Guinizzelli e Daniello nel cammino poetico di Dante (1980), in ID., Studi su Dante, Ga-
latina, Congedo, 1984, pp. 153-172; G. SAVARESE, Dante e il mestiere di poeta. Intorno al XXVI
del Purgatorio (1986), in ID., Una proposta per Forese e altri studi danteschi, Roma, Bulzoni,
1992, pp. 57-82; L. BLASUCCI, Autobiografia letteraria e costruzione narrativa nel XXVI del
Purgatorio, «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», Classe di Lettere e Filosofia, s.
III, XVIII, 1988, pp. 1035-1065; G. SANSONE, Varia ermeneutica di Purgatorio XXVI, «Me-
dioevo Romanzo», XIII, 1988, pp. 55-74; M. DELL’AQUILA, Canto XXVI, in Lectura Dantis
Neapolitana. Purgatorio, a cura di P. Giannantonio, Napoli, Loffredo, 1989, pp. 503-514; G.
GORNI, «Gru» di Dante. Lettura di Purgatorio 26, «Rassegna europea di letteratura Italiana»,
III, 1994, pp. 11-34; M. PICONE, Canto XXVI, in Lectura Dantis Turicensis: Purgatorio, ed. a
cura di G. Güntert e M. Picone, Firenze, Cesati, 2001, pp. 407-422; F. SBERLATI, Maestri e
amici nel XXVI del Purgatorio, «Studi e Problemi di Critica Testuale», LXV, 2002, pp. 89-132;
P. SHAW, A reading of Purgatorio XXVI, in Dante and his literary precursors. Twelve essays, a
cura di J. C. Barnes, J. Petrie, Dublin, Four Courts Press - The Foundation for Italian Studies,
2007, pp. 235-259 (poi riedito in Lectura Dantis. Purgatorio, a cura di A. Mandelbaum, A. Ol-
dcorn, C. Ross, Berkeley-Los Angeles-London, University of California Press, 2008, pp. 288-
302); A. TARTARO, La riabilitazione di Guinizzelli: Purg. XXVI, in ID., Cielo e terra. Saggi
danteschi, Roma, Edizioni Studium, 2008, pp. 155-174; R. ANTONELLI, Il destino del perso-
naggio-poeta. Lettura del canto XXVI del Purgatorio, «Rivista di studi danteschi», XII, 2012,
2, pp. 361-387. Altra bibliografia di diverso taglio è citata nel corso del saggio su questioni
specifiche. È un topos di lunga e illustre storia, nelle lecturae di questo canto, principiare af-
fermando che è già stato detto tutto ciò che si poteva convenientemente dire e poi discuterne
per filo e per segno; al contrario, vorrei limitarmi a poche osservazioni che non trovo ancora
formulate: non posso tuttavia escludere che alcuni dettagli siano stati già messi in rilievo altrove,
e ringrazio anticipatamente per ogni segnalazione a riguardo.
3
Purg. XXVI, 127-132.
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Dante e la poetica della conversione 85

10. Agostino e la poetica della conversione

Proviamo a tirare le fila. Il primo apporto di questa escursione consiste, mi


pare, nella possibilità di restituire alle terzine conclusive del discorso di Guido
Guinizzelli in Purgatorio 26 la densità che è loro propria. Guido non si con-
geda dal pellegrino con una topica e banale richiesta d’intercessione; Guido si
congeda enunciando un principio teologico di matrice agostiniana, quello se-
condo cui lo stato di beatitudine e la suprema libertà cui pervengono gli eletti
è il «non poter peccare». Tra i molteplici vettori di questo principio nella tra-
dizione medievale, ho suggerito che Dante potesse mutuarlo direttamente – il
che non significa ‘esclusivamente’ – dalla frequentazione delle pagine con-
clusive del De civitate Dei, quelle in cui Agostino aveva tratteggiato il trionfo
della civitas Dei nell’aldilà. Non stupisce che queste pagine potessero attrarre
chi intendeva consacrare un’intera cantica allo stesso argomento, e per di più
in esse s’incontrano alcuni problemi affrontati anche da Dante, quali la con-
cordia degli eletti nonostante i diversi gradi di beatitudine; la memoria speciale
che sarà dei beati; infine, la concezione del trionfo della civitas Dei come con-
quista della vera pax, della vera gloria e del verus honor. Si aggiunga che i
luoghi deputati da Dante alla trattazione di tali questioni offrono dei nessi di
carattere intra-testuale con il canto XXVI del Purgatorio che, senza essere en-
fatizzati, meritano nondimeno di essere tenuti presenti quali spie di una rela-
tiva coerenza ideativa (l’associazione tra Guido e Piccarda; la prima menzione
del Letè da parte di Guido).
Più importante è invece l’ultima affermazione di Agostino nel capitolo con-
clusivo del suo trattato, quella sul trionfo della verità nelle declinazioni di
pace, gloria e onore: essa consente di rileggere in chiave esemplare la polemica
condotta dal personaggio di Guido Guinizzelli contro Girault de Bornelh e
contro Guittone d’Arezzo, dando inoltre ragione dell’insistenza dantesca sul
motivo del trionfo del Vero. Tale rilettura, discostandosi da quelle che hanno
assolutizzato la dimensione letteraria di questo scambio, suggerisce che tale
polemica, certo di argomento letterario, s’iscriva però per Dante in un più ge-
nerale orizzonte teologico. Vanno nel medesimo senso le osservazioni circa il
peccato che fu del Guido dantesco e soprattutto circa la conversione che Dante
gli attribuisce: entrambe le operazioni, meglio giustificata la prima e più au-
dace la seconda a mio avviso, permettono a Dante di fare di questo personag-
gio un exemplum tanto del pericolo costituito da un’arte spesa al servizio del
desiderio sensuale (l’«infamia» dalla quale voleva scagionarsi il Dante del
Convivio), quanto, e in funzione anti-guittoniana, della possibilità di una di-
versa conversione della poesia d’amore alla caritas; quella stessa che Dante
pellegrino sperimenterà in Eden e di cui Dante autore darà mirabili prove tra
gli imminenti canti edenici e la terza cantica.
Così ripercorso il ragionamento, apparirà allora meno casuale e meno in-
nocente il fatto che il Guido di Dante, divenuto un exemplum di conversione
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della più alta lirica d’amore, si congedi parlando una lingua e adoperando un
lessico che non sono affatto quelli della poesia dell’eros, per quanto aulica e
angelicata, bensì attingono direttamente alle sorgenti della teologia della ca-
ritas. Tanto meno potrà apparire accidentale che le ultime parole pronunciate
da questo Guido, reinventato ad hoc per meglio servire l’elaborazione dante-
sca di una «poetica della conversione» che raccordasse in un percorso unita-
rio gli esordi stilnovisti all’impresa della Commedia, siano un prestito letterale
dall’opera di Agostino, che per Dante è colui che meglio di ogni altro «diede
essemplo e dottrina» della conversione (Conv. I ii 14)54. In modo del tutto ana-
logo a ciò che si legge subito sotto, laddove Dante presta a Arnaut Daniel un
incipit in verità di Folchetto da Marsiglia (Purg. XXVI, 140), nel congedo di
Guido il «padre» putativo dello Stilnovo e il Padre della Chiesa quasi si con-
fondono nell’annuncio e nell’attesa fiduciosi della città che verrà.

54
Con l’espressione «poetica della conversione» mi riferisco evidentemente ai saggi rac-
colti in J. FRECCERO, Dante: The Poetics of Conversion, Harvard University Press, 1986 che ben
mettono in luce l’ascendente agostiniano di questa problematica in Dante. Per l’importanza ma
anche per i limiti dell’autobiografia di conversione nella Commedia, rinvio per brevità a E.
BRILLI, Firenze e il profeta, cit., pp. 326 e ss.
Indice

Presentazione p. 5

ANDREA MAZZUCCHI
Strategie formali e connotazioni ideologiche nel Convivio » 7

FRANCESCO BAUSI
Incipit poema sacrum. Lettura del primo canto dell’Inferno » 27

DOMENICO COFANO
La ‘fortuna’ di Francesca nella letteratura italiana
dell’Ottocento » 47

ELISA BRILLI
«Dove poter peccar non è più nostro» (Purg. XXVI, 132).
Dante e la poetica della conversione » 63

FABIO MOLITERNI
«Questo trepido vivere nei morti».
La presenza di Dante nell’opera di Vittorio Sereni » 87

Indice dei nomi e dei luoghi notevoli » 109