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La letteratura medioevale

STORIA, IMMAGINARIO, LETTERATURA

Il termine Medioevo, il cui significato letterale è “età di mezzo”, venne usato dai dotti umanisti del
Cinquecento e del Seicento per indicare il lungo arco di tempo che li aveva separati dal mondo antico. La
cultura Umanistica, infatti, voleva ricollegarsi direttamente all’epoca classica dell’antichità greco-romana,
scavalcando idealmente i secoli “bui” intercorsi dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) e la
nascita della nuova cultura, fatta coincidere con l’avvento degli europei nelle Americhe, nel 1492.

Tuttavia la visione negativa del medioevo che vedeva contrapporsi il vecchio, il gotico e la superstizione
contro la luminosità della ragione e dell’innovazione, perde, oggi, di valore. Infatti, sebbene non si possa
negare la crisi del vecchio mondo che il medioevo ha portato con sé, è altresì vero che da tale decadenza,
che aveva visto l’interruzione delle vie di comunicazione e la sostituzione del latino con il volgare, si
assisterà, ancora, ad una catarsi delle arti e delle lettere e alla nascita e crescita di un nuovo sistema socio-
economico e politico. E’ utile, quindi, distinguere due momenti: l’Alto Medioevo e il Basso Medioevo.

Gli inizi del Medioevo furono segnati dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente e dai flussi migratori
incessanti delle popolazioni del nord Europa (i cosiddetti barbari) verso le pendici meridionali del
continente. Data la mescolanza di popoli e di culture e a causa della frattura che ne derivò, il Cristianesimo
fu l’unico collante efficace, e di conseguenza la Chiesa Cattolica divenne la stella polare, l’unica bussola in
grado di evitare lo smarrimento in secoli dominati dal Caos.

Il feudalesimo fu il sistema economico, sociale e politico caratteristico dell’epoca medievale. Il termine


derivava dal latino feudum, che riprendeva la radice germanica feh, cioè “bestiame”, e indicava
originariamente le ricchezze quantificate in terre e bestiame che venivano date in beneficio da un signore a
chi gli prestava servizio di ordine economico o militare. Ad ogni modo, la supremazia della nobiltà terriera
affermatasi durante il Basso Medioevo, nella fase successiva subisce una variazione di tendenza, dovendo
convivere con la rapida ascesa del commercio e la produzione di merci, le quali porteranno al suo
superamento.

Il sistema economico era, quindi, basato quasi esclusivamente sull’allevamento del bestiame e l’agricoltura,
mentre i rapporti sociali erano fondati sul rapporto personale di dipendenza e subordinazione che vincolava
il vassallo, cioè colui che riceveva il beneficio, al feudatario, ossia il signore che glielo concedeva. A sua volta
il vassallo avrebbe intrapreso tale relazione con i suoi sottoposti, i valvassori, i quali anche loro si sarebbero
imposti ai propri asserviti, cioè i valvassini, in cambio di altri benefici. I vassalli e i loro dipendenti erano
tenuti a servire in guerra agli ordini del signore e gli dovevano fedeltà eterna e “omaggio”, dal francese
homme, ‘uomo’. L’hommage era la cerimonia in cui il vassallo offriva la sua fedeltà al signore del feudo,
divenendo, quindi, una sua proprietà.

La struttura feudale presupponeva un’aristocrazia terriera che traeva la propria forza delle ricchezze
fondiarie e che deteneva tutto il potere, sia quello politico-economico, sia quello giudiziario. La società era
suddivisa in tre ordini: gli oratores (il clero), i bellatores (i guerrieri) e il laboratores (i contadini). I primi due
ruoli erano quelli dominanti, suddivisi al loro interno in rigide gerarchie. Fra i guerrieri ricoprivano un ruolo
particolare i cavalieri, generalmente figli non primogeniti dei signori e dunque esclusi dall’eredità del feudo,
ma tuttavia abbastanza ricchi da permettersi di possedere una cavalcatura e di ricoprire quindi ruoli
fondamentali nelle guerre dell’epoca.
Altro fattore caratterizzante di questo periodo storico riguardava la lingua: durante l’Alto medioevo l’unica
lingua scritta era rappresentata dal latino; si parla infatti del cosiddetto medioevo latino, in cui la cultura
era esclusivamente espressa in questa lingua e gli argomenti erano di stampo classico religioso. La lingua
parlata invece aveva seguito un percorso a se stante, aumentando la distanza con l’ars scrittoria che era
prerogativa esclusiva dei dotti, andandosi a fondere e trasformare con le lingue dei vari popoli germanici.
Nascevano così le lingue dette “volgari” (da vulgus), in quanto parlate dal popolo. Solo nel Basso medioevo
il volgare, da semplice linguaggio di tradizione orale, diventerà una lingua letteraria, dando poi vita alle
varie letterature nazionali, sebbene il latino avrebbe continuato ad imporsi come la lingua del sapere
filosofico, teologico e scientifico, ma anche, e ancora, letterario.

Convenzionalmente si fa cominciare il Medioevo con la caduta dell’Impero romano, nel 476 d.C., sebbene
alcuni storiografi pongano la sua origine ancora prima, ossia nel 395 d.C., con la morte dell’imperatore
Teodosio e la conseguente spartizione dell’impero tra i figli Arcadio, a cui spettò l’impero d’Oriente e
Onorio, il quale ebbe come lascito l’impero d’Occidente. Ad ogni modo, i secoli dal V al VII furono segnati
dalle invasioni barbariche e da una gravissima crisi economica e demografica. Solo con l’ascesa della
dinastia Carolingia (o dei Pipini) cominciò a registrarsi una lenta ripresa, che visse il suo picco con l’ascesa di
Carlo Magno, diventato imperatore nell’anno 800. Egli tentò di realizzare il sogno di una traslatio imperii, e
cioè una rinascita dell’Impero e della civiltà romana e mediterranea a partire dalla città di Aquisgrana per
poi svilupparsi in tutto il Nord Europa. Quindi l’asse politico e culturale della cristianità si sposta verso il
centro e il nord del continente anche a causa dell’espansione dell’Islam che aveva preso piede in quel
periodo nel meridione. Infatti già dall’800 gli arabi dominavano quasi tutta la Spagna, la Sicilia e l’Africa
settentrionale, controllando in questo modo tutta la fascia del Mediterraneo e rendendo difficoltosi i
commerci e gli scambi. Sempre durante l’epoca di Carlo Magno, l’Impero Bizantino (Impero romano
d’oriente), avendo perduto l’Egitto e la Siria conquistati in precedenza dagli arabi, era ormai limitato ai
possedimenti della Grecia, dell’Anatolia (attuale Turchia) e di alcune zone dell’Italia meridionale. A
Occidente il dominio di Carlo Magno si estendeva in Francia, Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Austria e in
gran parte dell’Italia, ad esclusione della Sicilia, della Calabria e della Puglia, queste ultime ancora
dipendenti da Bisanzio.

Questi furono secoli difficili per l’Europa alto medievale, poiché la scarsa densità demografica e la
conseguente mancanza di forza lavoro portò a trascurare il lavoro dei campi, facendo sì che le paludi e i
boschi invadessero i terreni, rendendo ardui i collegamenti e gli spostamenti, portando quindi ad un brusco
arresto dei commerci e al ritorno del baratto come moneta di scambio. Frequenti erano, inoltre, le carestie
e le epidemie che stremavano e decimavano le popolazioni. Tuttavia, a partire dal 1100 ca. si cominciò ad
assistere ad una progressiva ripresa dei commerci insieme alla crescente necessità di urbanizzazione che
condusse a programmi di disboscamento, i quali favorirono la ripresa dei raccolti. Anche la geografia
politica cambiò considerevolmente: gli arabi vennero cacciati dall’Italia e in Spagna, grazie alla Reconquista,
furono obbligati a retrocedere, mentre in Oriente subirono le persecuzioni in nome di una guerra religiosa
nota con il nome di Crociate. Nel sud dell’Italia, quindi, gli arabi vennero sostituiti dai Normanni, mentre il
centro-nord dipendeva dall’Imperatore tedesco, sebbene quello fu il periodo i cui la nascita dei Comuni
cominciò a mettere in discussione il potere centrale del sovrano. Intanto la Chiesa, già a partire dall’VIII
secolo aveva dato origine al proprio Stato indipendente nei territori del Patrimonio di San Pietro (Italia
centrale). Più oltre, la nascita dei Regni nazionali di Francia, Germania e Borgogna, dovuta alla
disgregazione dell’Impero, sarà auspicio di sviluppo e progresso economico, culturale e civile, creando nei
popoli l’esigenza di riconoscersi in quanto appartenenti di uno Stato, consentendo la fioritura delle varie
letterature nazionali.
A partire dal 1100 in Francia, Fiandre, Germania e Italia, con le sempre più crescenti richieste di economia
politica ed economica dall’Impero si assistette alla nascita di una nuova struttura sociale, i Comuni, ossia
un’organizzazione di governo locale allo stato embrionale, controllata dalle varie monarchie nazionali. In
Italia, tuttavia, mancando un governo nazionale, si raggiunse un compromesso fra vecchia nobiltà e la
nuova borghesia, volto anch’esso a raggiungere il comune obbiettivo di un’autonomia politica dal potere
centrale. Per questa ragione, a differenza di quelli del nord Europa, i Comuni italiani divennero vere e
proprie città-stato, estendendo i propri domini politici ed economici su tutto il territorio circostante. Il
nuovo modello di organizzazione comunale non prese piede in tutta la penisola: infatti il Veneto e il
Piemonte erano ancora controllati dai signori feudali, mente il Meridione risultava essere sotto il dominio
dell’Imperatore Federico II di Svevia. Sotto tali prospettive si infranse la visione di un impero che unisse in
sé tutti gli Stati, e allo stesso tempo venne meno, durante i pontificati di Innocenzo III prima, e di Bonifacio
VIII dopo, anche il sogno teocratico dei papi di costruire un Papato universale, raggiungendo l’apice della
crisi nel 1309 con il trasferimento della sede papale ad Avignone operata da Clemente V. Il logoramento, in
Italia, dei due poteri universali – Papato e Impero – fu in parte causa e conseguenza dello sviluppo dei
Comuni, i quali si affidavano all’uno o all’altro in base alle fedeltà dimostrata, che fossero guelfi e quindi
filopapali, oppure ghibellini (filoimperiali), ma di fatto contribuendo a indebolirli entrambi.

E’ possibile distinguere l’epoca dei comuni in due periodi distinti: il primo periodo, che va dal 1198 al 1303
circa, fu quello che raggiunse il massimo fervore democratico ed artistico, infatti è qui che si segna il
momento della nascita della grande letteratura italiana con Dante Alighieri, e poi con Petrarca e Boccaccio.
Successivamente, a causa di difficoltà economiche e tensioni sociali, e data anche la crisi demografica
prodotta dalla grande peste a metà del trecento, si assiste alla crisi della società comunale e in seguito
all’affermazione di un nuovo regime politico, la Signoria. Il termine ultimo della crisi si può ritrovare
nell’evento rinominato “tumulto dei Ciompi”: nella Firenze medievale venivano indicati come ciompi o
scardassieri i salariati appartenenti soprattutto al settore della lavorazione della lana (addetti alla
pettinatura e alla cardatura), che rappresentavano uno dei gradini più bassi della scala sociale dell'epoca.
Essi avevano come luogo di ritrovo la chiesa di Santa Maria dei Battilani in via delle Ruote (oggi
sconsacrata). Nel sistema delle Corporazioni delle arti e mestieri i Ciompi, assieme ad altri mestieranti più
umili, non godevano di alcuna rappresentanza ed erano per questo esclusi da una qualsiasi gestione politica
della società. La gerarchia politico-sociale era quindi rappresentata da un "popolo grasso" al vertice,
rappresentante le Arti Maggiori, più prestigiose e redditizie, e da un "popolo minuto" (o medio), composto
dalla piccola borghesia (le Arti Minori) e da un cosiddetto "popolo magro", consistente nel proletariato:
braccianti, operai e piccoli commercianti, spesso immigrati dal contado per soddisfare la necessità di lavoro
a basso costo, le cui condizioni economiche erano caratterizzate da estrema precarietà, privi inoltre di
qualsiasi forma di rappresentanza. L'etimo di ciompi deriva dal verbo "ciompare", sinonimo di battere,
picchiare, percuotere e siccome una delle operazioni iniziali della lavorazione della lana consisteva nel
batterla con un bastone per favorire il distacco dei mazzeri di pelo e permetterne poi la cardatura quelli che
battevano, "ciompavano", venivano definiti ciompi. Il 24 giugno 1378 i Ciompi occuparono il Palazzo dei
Priori, chiedendo il diritto di associazione e la partecipazione alla vita pubblica. Grazie all'effetto sorpresa la
loro protesta ebbe buon esito. Riuscirono infatti a eleggere come gonfaloniere di giustizia (la più alta carica
esecutiva della Repubblica fiorentina, seppure con un mandato di durata molto breve) il loro leader
Michele di Lando, e ottennero la creazione di tre nuove Arti che rappresentassero i ceti più bassi (da allora
chiamato enfaticamente il "popolo di Dio"), quella dei Ciompi, appunto, quella dei Farsettai (i sarti) e quella
dei Tintori. Essi inoltre ottennero, per queste tre nuove corporazioni, il diritto di eleggere un terzo delle
magistrature della città. Successivamente, Il "popolo grasso" si alleò con quello minuto (la piccola
borghesia), e il 31 agosto un numeroso gruppo di Ciompi, stabilitisi in Piazza della Signoria, fu cacciato con
facilità dalle forze combinate delle altre Arti. La corporazione dei Ciompi venne abolita, Michele di Lando
esiliato (sebbene non perseguitato, venendo anzi nominato Capitano di Volterra) assieme alle famiglie più
compromesse con la rivolta, ed entro il 1382 la dominazione del "popolo grasso" era di fatto restaurata.
L’immobilità è caratteristica della società feudale dell’alto medioevo. Tutto ciò che era estraneo all’ambito
ristretto dell’esperienza diventava pauroso, straordinario, meraviglioso. Così la notte, la foresta, i luoghi più
lontani e meno frequentati apparivano popolati da esseri bizzarri, talora dotati di poteri o di virtù magici. La
dimensione dello spazio è verticale: la verità e il potere discendono dall’alto verso il basso, dal cielo alla
terra, dalle autorità religiose e politiche agli strati più bassi della popolazione. Il tempo è quello della
Chiesa, scandito dalle ore canoniche e secondo le esigenze della liturgia. Manca il senso della differenza tra
passato e presente, mentre il futuro coincide con la fine del mondo, giudicata prossima. La concezione del
mondo è rigidamente gerarchica, subordinata all’autorità ecclesiale e politica. L’universo viene interpretato
attraverso le opposizioni binomiali tipiche di una visione religiosa: Dio e Satana, l’anima e il corpo, il
Paradiso e l’Inferno. L’enciclopedismo medievale organizza ogni elemento dello scibile umano all’interno di
una interpretazione simbolica della natura e della storia, che si fonda sull’autorità della Chiesa e dei suoi
Fondatori, sulla cui base si leggeva e si assimilava anche la cultura classica. L’uomo medievale interpreta
l’intero universo come una manifestazione di Dio e lo vede popolato da forze paurose e straordinarie. Ogni
particolare assume immediatamente un significato simbolico, un valore misterioso e trascendente. Così ad
esempio i trattati dedicati agli animali – i bestiari – non studiavano affatto le loro concrete specificità, ma
miravano alla loro interpretazione simbolica in senso religioso o morale, senza alcuna distinzione tra
animali esistenti o immaginari, come draghi e unicorni.

I BESTIARI: I bestiari, i lapidari e gli erbari, assolvevano nel medioevo la stessa funzione dei moderni trattati
di zoologia, mineralogia e biologia vegetale. Il punto di partenza è il Fisiologo, un testo greco del II-III secolo,
di eccezionale importanza, che trasferisce nella simbologia cristiana il patrimonio delle conoscenze
naturalistiche dell’antichità. Successivamente la trattazione degli animali, delle piante e delle pietre si
specializzò in generi distinti. Tra questi, particolare fortuna ebbero i bestiari come repertorio di immagini
per l’arte e la letteratura. Secondo la concezione simbolica della natura, le cui apparenze sensibili, se lette
attentamente, svelano le verità celesti, l’animale è descritto nella sua natura (proprietà e caratteri) e, sulla
base di poteri e abitudini fantasiose attribuitegli, viene interpretato come figura, decifrato cioè come
simbolo religioso. Più avanti, soprattutto nel XIII secolo, la simbologia animale viene anche interpretata in
chiave morale o amorosa. Così l’unicorno (o liocorno) da simbolo dell’incarnazione passa ad assumere un
significato erotico, diventa l’animale che si lascia ammansire e catturare solo al profumo di una vergine.
L’immagine del parpaglione (farfalla) che si brucia alla luce o quella della tigre che, ammaliata allo specchio
dalla propria bellezza, viene privata dei piccoli o presa prigioniera, sono metafore largamente riprese dalla
lirica amorosa. Inoltre l’idea favolosa di un Oriente popolato di mostri scatena una sorta di zoologia
surrealista che popola i capitelli dei chiostri. Le piante e le pietre negli erbari e nei lapidari erano
interpretate secondo categorie magiche. Esse avevano virtù capaci di agire sull’organismo umano e
costituivano la base della terapia medica medievale, per cui gli erbari erano dei veri e propri ricettari. I
poteri delle erbe e delle pietre erano resi operativi da formule magiche e condizionati dall’influenza astrale.
Questa continuità tra l’uomo e la natura trova testimonianza nella rappresentazione delle piante negli
erbari, dove le foglie e le radici hanno spesso forme zoomorfe o antropomorfe, come la mandragora che
costituiva uno degli ingredienti principali per la maggior parte delle pozioni mitologiche e leggendarie.
Innanzitutto il nome, probabilmente di derivazione persiana (mehrejiah), le è stato assegnato
dal medico greco Ippocrate. Nell'antichità le venivano accreditate virtù afrodisiache; era utilizzata anche per
curare la sterilità. Alla mandragora venivano, nel Medioevo, attribuite qualità magiche e non è un caso se
fosse inclusa nella preparazione di varie pozioni. È raffigurata in alcuni testi di alchimia con le sembianze di
un uomo o un bambino, per l'aspetto antropomorfo che assume la sua radice in primavera. Da ciò ne è
derivata la leggenda del pianto della mandragola ritenuto in grado di uccidere un uomo e per questo, come
ricorda Machiavelli nell'omonima sua commedia, il metodo più sicuro per coglierla era legarla al guinzaglio
di un cane e quindi lasciarlo libero di modo che, tirando la corda, questi avrebbe sradicato la mandragola
udendone il lamento straziante e morendo all'istante, consentendo così al proprietario di coglierla.
La mandragora veniva considerata una creatura a metà del regno vegetale e animale, come il meno
noto agnello vegetale di Tartaria. Nel 1615, in alcuni trattati sulla licantropia, tra i quali quello di Njanaud,
appariva l'informazione dell'uso di un magico unguento a base di mandragora che permetteva la
trasformazione in animali. Ma ad attrarre gli artisti e i poeti non furono tanto le virtù delle piante e dei
minerali, quanto il simbolismo dei colori e dei fiori, i bagliori luminosi delle pietre preziose, la bellezza delle
forme vegetali e animali.

In concomitanza con il profondo cambiamento storico culturale che segna l’inizio del nuovo millennio, nel
basso medioevo si assiste all’allargamento dell’interpretazione allegorica che tende a sostituire quella
simbolica precedente e ad estendersi all’intera visione del mondo senza più limitarsi alla sola
interpretazione della Bibbia. Questo passaggio dal simbolico all’allegorico porta a rivalutare la concretezza
materiale della vita e la spinta alla conoscenza da parte dell’uomo. Esso è avvertibile tanto nell’arte, con la
crisi dello stile romanico (di fattura eminentemente simbolica) e con l’avvento del gotico (esclusivamente
allegorico), quanto nella filosofia: nel XIII secolo il pensiero della scolastica esalta infatti il momento
razionale della ricerca e il processo stesso della formazione della verità.

SIMBOLO E ALLEGORIA NEL MEDIOEVO: “Noi vediamo come in uno specchio, in immagine, solo allora (nella
vita eterna) vedremo invece faccia a faccia”. Su queste parole di San Paolo (lettera ai Corinzi), riprese da
Sant’Agostino, si fonda il modo di pensare e di rappresentare il mondo tipico del medioevo. L’intera natura
appare come un libro scritto da Dio, che manifesta attraverso i fenomeni e le creature sensibili i segni della
sua volontà. L’universo è dunque un grande sistema di simboli da decifrare. La ricerca dei significati occulti
delle cose si basa essenzialmente su un procedimento analogico ed intuitivo, che tende ad illuminare le
corrispondenze segrete tra i diversi piani dell’esperienza. Le piante, gli animali, i minerali sono descritti nelle
loro caratteristiche naturali, nei colori e comportamenti, in quanto spie di virtù o vizi che li oltrepassano e li
rendono simbolici. Le pietre gialle e verdi guariscono per analogia le malattie del fegato, quelle rosse le
emorragie. La rosa bianca rimanda alla verginità, quella rossa alla carità: entrambe simboleggiano la
Vergine. La mela (da malum) simboleggia il peccato, mentre il grappolo d’uva il sangue che Cristo ha
versato per l’uomo. Gli animali incarnano soprattutto il male: il caprone la lussuria, lo scorpione la falsità. I
numeri nel medioevo non servivano tanto a misurare quantità o distanze, quanto a stabilire corrispondenze
simboliche tra microcosmo e macrocosmo; quattro sono gli elementi della natura (aria, acqua, terra, fuoco),
quattro gli elementi del corpo umano (carne, sangue, respiro, calore). Fondamentale è l’uso simbolico della
proporzione numerica che riproduceva nella cattedrale l’ordine cosmico. Ma è soprattutto la parola la
chiave che permette l’accesso al senso delle cose: il loro significato si recupera risalendo alla loro origine ed
essenza per mezzo del nome: di qui il valore e la diffusione delle etimologie dove parole e cose si
corrispondono. Lo studio della grammatica, della littera, è anche alla base dell’interpretazione allegorica dei
testi, che si fonda sulla distinzione tra senso letterale e senso spirituale: questo metodo di lettura era
applicato fin dall’antichità alla Bibbia, per cogliere il vero senso che si nascondeva dietro le metafore dei
salmi e delle parabole. Esteso poi anche ai testi profani dell’antichità classica ne permise un uso
strumentale, funzionale al loro inserimento nella concezione morale cristiana. Fulgenzio, autore cristiano del
V secolo, lo applicò all’Eneide, che si trasformò così in una specie di allegoria della salvezza dell’anima.
L’interpretazione allegorica esprime una concezione cristiana della Storia in cui il passato, il presente e il
futuro sono legati da un rapporto di prefigurazione nella prospettiva della salvezza finale, il Vecchio
Testamento prefigura il Nuovo, Adamo prefigura Cristo e Cristo la salvezza dell’anima. “L’interpretazione
figurale – osserva Auerbach – stabilisce fra due fatti e persone un nesso in cui uno di essi non significa
soltanto se stesso, ma significa anche l’altro, mentre l’altro comprende e adempie il primo. I due poli della
figura sono separati nel tempo, ma si trovano entrambi nel tempo come fatti e figure reali”.