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Qui di seguito l'intervento che la Dott.

ssa Luisa Barbato ha esposto al Convegno


sulle cure psicosomatiche e complementari tenutosi a Luccal' 1 ed il 2 marzo.
Le immagini, correlate al testo danno una comprensione complessa, quasi
sensoriale, del vissuto depressivo.

In cosa consiste la depressione? E’ una costellazione di sintomi: la persona depressa si presenta


lamentandosi del suo essere triste e lo esprime in vari modi: si sente scoraggiato, deluso, annoiato,
giù di corda, pessimista, scontento nervoso, irritabile. Vive il corpo come estraneo, ha sensazioni
sgradevoli e sentimenti di malessere, spesso vive un angoscioso ritiro sociale, nella solitudine e
nell’abbandono, non ha stima di se stesso, non ha futuro davanti a sé e il mondo non gli riserva
niente di positivo. In sintesi, si ha tristezza vitale, inaridimento affettivo, inibizione psico-motoria,
arresto del tempo interiore, abbassamento dell’energia organismica.

In realtà vi sono molti tipi di depressione, clinicamente se ne individuano due principali:


depressione maggiore e depressione minore, ma non per questo meno importante.
Le depressioni maggiori sono le più gravi con una caduta verticale in uno stato di deprivazione
vitale, abbassamento del livello di energia, chiusura del cuore, svuotamento di senso della vita, sono
le depressioni che possono portare al suicidio.
Le depressioni minori fanno riferimento a un ampio spettro di casistiche e sono quelle che
incontriamo più spesso, quelle che tutti noi, a tratti nella nostra vita abbiamo vissuto, infatti la
parola depressione è ormai divenuta di uso comune, come a designare uno stato possibile della
quotidianità, quello che riconosciamo in molti altri vicino a noi.

Come nasce un vissuto depressivo? Di solito la depressione è legata a un tema di perdita, di


separazione, più antica e profonda è stata la perdita più grave sarà lo stato depressivo che si può
riattivare in età adulta. Il tema della separazione è in realtà un tema di fine relazione che può essere
vissuto in maniera più o meno grave, per le depressioni c’è spesso un vissuto di abbandono o di
distacco precoce dalla figura materna che interessa tutte le prime fasi della vita dal parto
all’allattamento, allo svezzamento. Più in generale il vissuto depressivo è legato a un venir meno
dello slancio vitale, del desiderio di vivere, della sensazione di caldo e di pace profonda che dà una
relazione intima, di quell’energia che si sviluppa nel rapporto con la mamma nelle primissime fasi
di vita: la percezione dell’abbandono completo nelle braccia della mamma, dell’appagamento sia
affettivo sia fisico, in sintesi tutto quello che viene mediato dal nutrimento, fisico, affettivo,
energetico dato dal latte e dall’allattamento.

La relazione tra depressione e oralità è stata di frequente osservata e analizzata nel mondo
psicologico, Reich e poi Lowen arrivarono a definire una specifica tipologia caratteriale collegata ai
blocchi che si creano nella fase di vita che va dal parto allo svezzamento che definirono come
“carattere orale”. Possiamo dire che i blocchi del secondo livello psicosomatico, dell’energia di
pancia che si collega direttamente al blocco del cuore, sono stati collocati funzionalmente dalle
intuizioni di Reich e dei bionergetisti, nella zona dell’oralità, proprio perché la zona muscolare che
si attiva principalmente nei primi mesi di vita è proprio quella della bocca.

E quali sono le caratteristiche del carattere “orale” secondo Reich? La tematica


fondamentale è la ricerca di tenerezza, accadimento, calore, rispecchiamento energetico. Le
persone orali hanno avuto troppo poco o hanno subito distacchi repentini o traumatici dalla figura di
accudimento e sono convinti di non avere diritto ad ottenere secondo il loro bisogno, questo crea
una situazione depressiva dei ritmi e delle attività pulsatorie organiche. Dal punto di vista
energetico gli “orali” hanno così una carica ridotta, c’è poca energia nella periferia del corpo,
mentre psicologicamente il vissuto è quello di deprivazione, vuoto interiore, con una tendenza ad
aggrapparsi agli altri, ad essere poco indipendenti, c’è un continuo bisogno dell’appoggio e
dell’affetto degli altri.
Ora bisogna tenere presente che un blocco energetico-emozionale ferma una persona a un tempo, un
passaggio della sua storia personale e anche a un luogo del corpo, e tutto questo al livello della
psiche diviene un insieme di contenuti.

E per le persone bloccate al tempo della relazione primaria con la madre il vissuto è quello
della perdita-attaccamento. Ogni volta che nella nostra vita di adulti passiamo per una separazione,
un abbandono, una mancanza profonda affettiva, può essere anche un lutto, viviamo una
deprivazione vitale, una contrazione che chiude il cuore e crea l’esperienza depressiva. Se la
deprivazione è avvenuta nella storia personale in tempi molto antichi, es. un parto traumatico, un
distacco repentino, violento o spesso anticipato, fuori tempo naturale, più facilmente la depressione
sviluppata da adulti diviene maggiore, con una perdita consistente di energia e la difficoltà di
riportare al centro del cuore le proprie energie.

Ma come viviamo tutti noi le separazioni della nostra vita? Le risposte possono essere
diverse, spesso, se la separazione è insostenibile, si sviluppa uno schema di attaccamento, di
dipendenza dall’altro, qualsiasi movimento verso l’esterno è condizionato all’approvazione e al
consenso dell’altro, e si ritorna alla figura dell’orale!
Oppure, lo schema può essere di negare il vissuto depressivo della separazione e sviluppare una
posizione di falsa autonomia e negazione del bisogno, strutturando personalità narcisistiche o
falliche. La nostra società è piena di individui narcisisti, vincenti, affermativi che se vengono
smontati da queste posizioni per gli eventi della vita (perdita del lavoro, rovesci economici o sociali,
lutti o anche semplicemente l’arrivo della vecchiaia) sviluppano delle depressioni più o meno gravi.
Ritorniamo al tema della perdita, pensate a mani pulite, ai suicidi che si sono verificati in quel
periodo tra le persone potenti indagate che sono cadute in depressioni deflagranti.
Tutto questo ci permette di estendere a qualche riflessione più sociale perché la depressione,
insieme agli attacchi di panico e alle dipendenze, è considerata uno dei sintomi della modernità, una
di quelle patologie ormai ritenute a livello endemico nelle società occidentali, pensate che il prozac,
o i suoi derivati, è uno dei primi cinque farmaci più venduti al mondo.
Il vissuto depressivo è legato al fallimento, alla perdita, alla morte, all’abbandono e tutte queste
dimensioni sono negate, non riconosciute dalla nostra cultura sociale che enfatizza l’efficienza, la
produttività, la salute, l’indipendenza, il successo. Non c’è più la possibilità di elaborare queste
esperienze nella nostra cultura a partire dalla morte che viene relegata a un evento da rendere il più
asettico e veloce possibile, nascosto, così come lo scacco, il fallimento, l’abbandono, tutte le
dimensioni ombra della nostra vita. E poiché non viene data alle persone la possibilità di elaborare,
di condividere queste dimensioni, ecco che la depressione, quella patologica, diviene la risposta
strutturale degli individui. E si ritorna al concetto dell’identificazione con la persona morta nella
melanconia di Freud, quindi depressione come identificazione con la morte, la fragilità, la fallibilità
umane, chiusura del cuore in risposta alla negazione, al non riconoscimento di tutto questo nelle
nostre culture occidentali che purtroppo stanno diventando la cultura imperante in tutto il mondo.

Tornando al tema della separazione, questa ultima rimanda più nel profondo al tema del
passaggio. La difficoltà o non funzionalità della separazione dalla mamma rimanda a tutte le
separazioni della nostra vita e poiché ogni passaggio della nostra esistenza, di crescita, evolutivo, di
fase della vita, di età, persino di conoscenza e di livello di coscienza necessariamente implica una
separazione, bisogna pur lasciare qualcosa o qualcuno per affermare o far posto al nuovo, ecco che
ogni passaggio della nostra vita è facilmente contrassegnato da un vissuto depressivo. Possiamo
incontrare temi depressivi (attenzione: temi, non una vera e conclamata depressione) al parto, allo
svezzamento, alla fase edipica, alla pubertà, ai cambiamenti di vita della fase adulta, lì dove sono i
passaggi, i punti critici, quando il cuore si chiude, si oscura.
Troviamo vissuti depressivi persino nei passaggi di coscienza, nelle testimonianze dei grandi
mistici, nei percorsi dei maestri verso l’illuminazione, nel passaggio nell’ombra di Jung, in Cristo
nell’orto di Jetstemani, quando l’oscurità sembra impadronirsi della vita, quando lo sgomento
rischia di diventare disperazione e affiora la debolezza, la mancanza di energia, il senso di vuoto.
Possiamo allora pensare che non esiste un solo tipo o due di depressioni, ma molte e che la
depressione, o forse sarebbe meglio dire la condizione depressiva, non è solo patologica, ma
appartiene all’esperienza umana, al vissuto di alcune fasi, come dire che occorre passare per una
chiusura (del cuore) per poter di nuovo riaprire a nuove e più evolutive possibilità.