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Edoardo Segantini, La nuova chiave a stella.

Storie di persone nella fabbrica del futuro

Edoardo Segantini, giornalista del Corriere della Sera, in questo passo del suo libro "La nuova chiave a
stella" sottolinea la criticità delle problematiche inerenti all'occupazione, per le quali risultano necessarie
urgenti misure di intervento.

In particolare, la tematica della disoccupazione è accompagnata dal timore che la rivoluzione tecnologica
possa contribuire alla perdita dei posti di lavoro e accentuare il divario tra un’élite di lavoratori altamente
professionali e un esercito di sotto-qualificati.

Alcuni segnali di tale cambiamento sono già visibili e chiari nelle cifre preoccupanti della disoccupazione
giovanile, nell’estensione del precariato, nell’emergere di comportamenti sociali che alludono ad una
struttura sociale diversa.

A questo proposito, il manager e imprenditore Franco Bernabè sostiene che oggi le prospettive di
miglioramento per le persone non sono più collettive e legate all’appartenenza ad una classe, o alla
mobilità sociale, bensì individuali.

Per questo motivo i 20 Paesi emergenti nella competizione globale sono quelli in cui è centrale il ruolo degli
individui e tra di essi l’Italia soffre particolarmente, a causa inoltre di diversi fattori che limitano gli
investimenti nell'imprenditoria, quali, il peso della fiscalità, l’eccesso di burocrazia, la lentezza della
giustizia, il non rispetto delle regole e la difficoltà di accesso ai capitali.

La disoccupazione tecnologica si afferma a seguito dell'avvicendamento di fasi di trasformazione sotto la


spinta di una serie di distruzioni creatrici, che comportano un drastico processo selettivo nel mercato del
lavoro e che producono effetti trasversali a diversi settori.

Uno dei settori emergenti e maggiormente rivaleggianti con la forza lavoro umana è quello della robotica.

I progressi nella robotica infatti, stanno attivando una nuova generazione di sistemi capaci di concorrere
con la mente umana, grazie alla crescente capacità percettiva e cognitiva delle macchine.

Jerry Kaplan, celebre scienziato-imprenditore americano, ritiene che l’intelligenza artificiale stia avanzando
grazie all'elaborazione di sistemi che apprendono empiricamente e alla creazione di dispositivi dotati sia di
sensori che delle capacità di vista, udito e interazione dei robot.

Kaplan sostiene inoltre che uno degli effetti dell'evoluzione tecnologica attualmente più lesivi
dell'occupazione consiste nella concentrazione in determinate categorie lavorative dei costi economico-
sociali dell’alta tecnologia e in contemporaneo la diffusione dei benefici che ne derivano.

Dunque, nel breve periodo, il peso maggiore ricade subito sui lavoratori che vengono sostituiti dalle
macchine, mentre i vantaggi, in termini di prezzi inferiori, prodotti migliori e crescita del benessere, si
dispiegano con maggior lentezza e si estendono ad una parte molto più ampia della società.

A questo proposito, la preoccupazione principale è posta nella transizione da oggi, periodo di distruzione, a
domani, quando la disoccupazione potrebbe essere compensata dall’emergere di altra tecnologia, capace
di generare nuovo lavoro.

Idealmente, nel lungo periodo, la tecnologia crea però benefici per tutti, inclusi gli stessi lavoratori.

A tale fine, Kaplan fornisce inoltre delle misure per sostenere le persone che saranno sostituite o che
svolgono lavori superati dall’evoluzione tecnologica.

Egli non considera efficace né le politiche di laissez-faire liberiste, secondo cui il mercato sarebbe in grado
di autoregolarsi, né i grandi programmi basati sulla spesa pubblica, che potrebbero essere utili solo se non
producessero l'effetto di ritardare il progresso tecnologico.
Il primo intervento, secondo Kaplan, per sostenere la crescita dell'occupazione è quello di creare strumenti
e incentivi per riqualificare i lavoratori e reinserirli nelle aziende che crescono.

Un possibile secondo intervento è invece quello di lanciare iniziative come quella che Kaplan definisce
Public Benefit Index, ossia un indice di proprietà collettiva, per favorire, con forti incentivi fiscali, le società
ad azionariato diffuso, affinché più persone traggano benefici dai profitti.

Un’altra voce autorevole a sostegno della centralità dell’uomo nella fabbrica del futuro è quella di
Marcus Weldon, direttore dei Bell Labs americani, il quale sostiene che, la rivoluzione tecnologica che è in
procinto di iniziare, se guidata bene, non produrrà solamente l'effetto di sostituire il lavoro umano, bensì
contribuirà a supportarlo.

Essa potrebbe permettere di liberare tempo all'individuo lavoratore, così che lo possa dedicare ad altri suoi
interessi quali lo studio, la famiglia, gli affetti.

Secondo questa prospettiva di rivoluzione, fortemente focalizzata sul fattore umano, anche a seguito della
rivoluzione tecnologica, l’uomo resterebbe centrale e con lui l’esperienza professionale e il bagaglio
culturale che gli consentirebbero di analizzare i dati sempre più abbondanti di cui dispone.

In linea con tale posizione, anche lo studioso Federico Butera sostiene da tempo che, ragionare in termini di
impatto della tecnologia sull’occupazione, è profondamente sbagliato e che l’innovazione tecnologica e
organizzativa vada invece progettata a partire dal ruolo dell'essere umano, che ne è parte essenziale.

Nonostante ciò, rispetto a quanto è già accaduto, l’innovazione tecnologica si è dimostrata molto più veloce
della capacità delle organizzazioni di assumerne il controllo e gestirla.

Anche la disuguaglianza, a partire da quella retributiva tra i top manager e gli ultimi lavoratori della catena,
nonostante i tentativi di attenuazione della stessa, continua ad accrescere e ad aggravare tale divario.