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SARDEGNA ARIANA

di Alfonso Stiglitz1

«Dormivano tranquilli nei loro letti Lino Businco, Lidio


Cipriani, Arturo Dosaggio, Leone Franzi, Guido Lan-
dra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan,
Sabato Visco ed Edoardo Zavattari, quando il primo
treno per Auschwitz partiva dalla stazione Tiburtina
con il suo carico di uomini, donne, bambini da loro
indicati come impuri di sangue e di pensiero, perciò
da eliminare».
Cuomo 2008, p. 195.

Nel 1938 il sardo Lino Businco, firmatario del Manifesto della Razza 2,
pubblicò su uno dei primi numeri della rivista La Difesa della Razza
un articolo dal titolo significativo di Sardegna ariana 3 (fig. 1). Nell’arti-
colo, scritto per criticare l’immagine negativa della Sardegna, cercò di
portare, dall’alto della sua autorità accademica medica, l’assunto della
purezza razziale dei Sardi «sul più rigido terreno scientifico», attraverso
lo studio di «vari quintali di ossa dai sepolcreti nuragici [dalle quali si]
constatò che tra i protosardi e la popolazione attuale vi era una singo-
lare continuità di caratteri che attestava una mirabile conservazione del
sangue attraverso i millenni»; conclude significativamente il suo articolo
affermando che «i Sardi vanno considerati come un gruppo purissimo di
quegli ariani mediterranei che trovano la migliore espressione entro la
razza italiana»; la dimostrazione di ciò stava nel “lapalissiano” assunto
che «Non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani
quegli uomini i cui antenati avevano dato origine alla luminosa civiltà
dei Nuraghi»4.

1
Comune di San Vero Milis - Centro di documentazione della memoria “Cosimo Orrù”.
2
Mai è stato chiamato a rispondere di quell’infamia, né mai, mi risulta, fatto ammenda.
3
Businco 1938.
4
Ibidem.
364 XENOI

Esponente del razzismo biologico5, Lino Businco partecipò allo studio


degli scheletri provenienti da scavi archeologici sardi, in primis quelli effettuati
da Antonio Taramelli, sui quali qualche anno prima, nel 1933, aveva pub-
blicato uno scritto dal titolo più anonimo Sardi nuragici e Sardi odierni6, nel
quale riportando i risultati degli studi degli scheletri provenienti dalle ricerche
archeologiche, nei quali aveva riscontrato la persistenza dei caratteri tipici in
quelli dei Sardi attuali, concludeva «questa persistenza è un dato di grande
rilievo in quanto fa dei sardi moderni, per discendenza diretta non turbata
da mistioni di razza, gli unici veri attuali rappresentanti dell’antica razza
mediterranea»7. Concetti ribaditi nel 1934 sul quotidiano Unione Sarda, dove
oltre a ribadire che i Sardi di oggi siano «i più puri discendenti della Razza
Mediterranea» conclude con il chiaro concetto che le opere mirabili, dei Sardi
e degli altri popoli si spiegano «con la vitalità intrinseca della razza»8.
Due anni dopo, nel 1935, nella rivista di cultura sarda Cadossene, aveva
puntato sulla “civiltà mediterranea”:

Questa, molto probabilmente ha avuto un unico centro iniziale le cui


faville vanno ricercate sulle coste africane onde mossero le prime popo-
lazioni mediterranee. Questi primi elementi si svilupparono tutti sul fondo
comune quando i popoli si stabilirono nelle diverse sedi (Egitto, Micene,
Sardegna, Etruria, Iberi, ecc.). Almeno così lasciano intendere le ipotesi
più accreditate sui primi movimenti dei popoli e l’unità antropologica
dei mediterranei9.

Nel settembre del 1938, in occasione della emanazione delle leggi raz-
ziali, anche il maggior quotidiano dell’isola, Unione Sarda, si fa promotore di
una campagna volta a identificare i Sardi con la pura razza; in primo luogo
con un editoriale in prima pagina, senza firma, che si impegna a dimostrare
l’inconsistenza dell’influsso ebraico sulla Sardegna e a celebrare la «razza
sarda, parte integrante in ogni estrinsecazione della sua attività spirituale e
materiale della razza italica di cui costituisce [...] una delle espressioni più
elevate»10. Alcuni giorni dopo il richiamo è ancora più diretto nel titolo, I

5
Gillette 2002, p. 83; successivamente si avvicina al razzismo spirituale: ivi, p. 107; cfr.
Businco 1940; sulla rivista La Difesa della Razza, sulla sua evoluzione e sul ruolo di Businco
in essa vedi l’ampio saggio di Francesco Cassata (2008, passim).
6
Businco 1933.
7
Ivi, p. 10 dell’estratto.
8
Businco 1934; l’Autore interviene in risposta a un articolo che tentava di dimostrare
l’esistenza dei giganti in Sardegna: cfr. Rosenstingl 1934.
9
Businco 1935.
10
Sardegna 1938.
SARDEGNA ARIANA 365

Figura 1 – Articolo di L. Businco (da La Difesa della Razza, I, 3, 5 settembre 1938-XVI, p.


26).
366 XENOI

sardi sono un gruppo purissimo di razza italiana11. L’originalità del pezzo del
quotidiano sta nel richiamo alle origini della lingua sarda, con una tesi ardita,
ma che avrà epigoni in tempi più recenti, «che il dialetto dei sardi sia ante-
riore alla dominazione di Roma per cui non è da disattendersi l’affermazione
che essi, i sardi, appartengano al puro ceppo dei Tirreni»12. Esplicito è il
riferimento all’articolo di Businco appena pubblicato13.
Partendo da queste premesse il problema che si pone è, ovviamen-
te, quello di dare sostanza storica alla appartenenza dei Sardi alla razza
italiana; di questo si incarica Paolo Rubiu nel 1939 sgombrando subito il
campo di «quegli strati in genere marginali, che hanno dovuto sottostare a
contatti esterni, come nella Sardegna alcune zone costiere [...] quelle sono
zone d’impoverimento del sangue della stirpe, sulle quali tuttavia prevarrà
nelle ore gravi il centro indigeno. E nel centro indigeno della Sardegna
caratteri costumi e tradizioni sono rimasti pressoché immutati superando i
secoli [...]»14. Si propone, quindi, la distinzione, ancora cara negli studi, tra
una costa aperta e un centro resistente. Ed è bene sgombrare il campo da
possibili influssi semiti:

Niente razza di pigmei mediterranei, i sardi, né spirito mercantile di fenici


semiti. [...] Razza autoctona, quella di Sardegna, insediata nell’isola prima
delle migrazioni dell’oriente semitico15.

Ma c’è, evidentemente, un problema storico in questo crescente esaltan-


te: i Sardi si ribellano ai Romani ma vengono conquistati. La soluzione è,
però, a portata di mano, vengono conquistati ma non spariscono:

proprio fra questi sardi delle montagne si trasfuse profondamente lo spirito


dei colonizzatori romani al punto da assimilarne anche la lingua. Sicché
ben può la Sardegna chiamarsi di razza ellenica romana [...] Romanità è
la sintesi di questa razza forte e fedele16.

A dare manforte a queste tesi e, probabilmente, ad allontanare possibili


equivoci sulla provenienza africana giunge Claudio Calosso che introduce,
nello stesso anno, il tema degli Shardana:

11
M. P. 1938.
12
Ibidem.
13
Businco 1938.
14
Rubiu 1939, p. 30.
15
Ibidem.
16
Ivi, p. 31.
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I Sardi dovevano coi Siculi e forse coi Liguri occupare la Libia, prima di
passare nelle isole mediterranee, e della loro esistenza possiamo essere
certi, se Max Muller ci parla di Scirtani o Sciardani, truppe mercenarie,
che ancora al principio del secolo XVI a.C. servivano i Faraoni17.

A perorare la causa della purezza razziale sarda collegata alla romanità


si presta con un reportage sul campo Giorgio Almirante che viene in Sarde-
gna nel 1940 a svolgere un’inchiesta sulla nascente città di Carbonia18, nella
quale avviene l’innesto di coloni italiani su una comunità sarda. In contrasto
con quanto sostenuto agli inizi del Novecento dall’antropologo Giuseppe
Sergi19 e da altri redattori nella stessa rivista (abbiamo già visto Businco,
Rubiu e Calosso) Almirante afferma che «non alla Sardegna neolitica ma a
quella romana ci si debba rifare per poter documentare una vera continuità
razziale»20. E quindi non dal neolitico, in quanto tra la preistoria e l’età ro-
mana sono diversi gli influssi pervenuti in Sardegna che però, in realtà, non
possono «avere lasciato sopravvivenze di ordine razziale […]. I Cartaginesi
si limitavano a stabilire empori commerciali sulle coste»21. A supporto poi
della romanità e dell’italianità dei Sardi chiama in causa l’antropologo Luigi
Castaldi che esaminando i bronzetti nuragici afferma perentorio (direi fasci-
sticamente perentorio):

E le figurette di questi protosardi? Così sono i sardi attuali; così ci ap-


paiono i sardi delle statuette del Museo cagliaritano. [...] Le donne sono
rappresentate tutte nello stesso atteggiamento: quello di madri. Con una
testimonianza che risale a tempi remotissimi, la Sardegna si dimostra
italiana anche in questo, e prima di tutto in questo: nel culto della ma-
ternità22.

L’anno seguente Claudio Calosso ritorna sul tema della continuità da


età preistorica:

Questa cultura preistorica [paleosarda] [...] può essere considerata come


una facies delle contemporanee civiltà fiorite nell’Asia Minore, a Creta, a
Micene, in certe regioni dell’Italia centrale ed in Spagna, entrando così a
parte del grande quadro sociale e razziale del Mediterraneo arcaico23.

17
Calosso 1939, p. 12.
18
Almirante 1940.
19
Sergi 1907.
20
Ivi, p. 30.
21
Ivi, p. 31.
22
Ivi, p. 34: L’uomo sardo, intervista al prof. Luigi Castaldi, pp. 33-34.
23
Calosso 1941, p. 25.
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Riprende, quindi, il concetto di isolamento:

Le zone del centro [...] generarono un tipo di civiltà indigena che, se si


differenziò in processo di tempo sulle coste più esposte ad influssi stra-
nieri, si mantenne però sul luogo d’origine, conservando sino ad oggi, in
gran parte, le particolarità somatiche di una razza antichissima, evolutasi
in tutte le altre regioni mediterranee24.

Gli elementi somatici sono alla base dell’analisi, a partire dai dati cranio-
logici perché «la craniologia ci offre alcuni dati per la ricostruzione sommaria
del tipo fisico dell’epoca: straordinarie sono le rassomiglianze con la razza
sarda moderna»25 nonché dall’esame dei bronzetti nuragici i cui «caratteri
somatici che analizzeremo, accostano senz’altro i paleosardi alla grande etnia
mediterranea, anzi la identificano con una varietà di questa»26. Tutto ciò si
conclude con l’esaltazione della civiltà della Sardegna:

ci troviamo dunque di fronte ai frammenti di una civiltà grandiosa e muta


che ci dice di una Sardegna non estranea a tanto movimento di un popo-
lo forse navigatore e certamente guerriero, audace, forte, già conosciuto
centinaia d’anni prima della caduta di Troja27.

Infine l’immancabile Atlantide con Aldo Capasso che, pur non aderendo
totalmente alle teorie di Herman Wirth28, le riporta ampiamente condivi-
dendone il quadro, a partire da una razza di Prenordici di circa 18.000 anni
fa, che, con lo spostamento dell’asse terrestre,

avrebbero trasportato nell’Atlantide il loro centro principale. Di lì sa-


rebbero venuti in contatto con l’Europa [con tre ondate]. Prima ondata,
[...], i Cromagnon [...] irradiatasi lungo il Danubio fino al Mar Nero. Una
seconda ondata più recente, comincia dalla Spagna e percorre il Medi-

24
Ibidem.
25
Ivi, p. 26.
26
Ivi, p. 28.
27
Ivi, p. 29.
28
Herman Felix Wirth (1885-1981) fondò nel 1935, assieme a Heinrich Himmler, la Deut-
sches Ahnenerbe, un istituto rivolto alla ricerca delle origini preistoriche delle razze nordiche
indogermaniche che rientrerà dal 1937 nell’ambito delle SS. Sull’Ahnenerbe esiste in italiano
un ampio studio (Zagni 2004), interessante sebbene contenga una qualche ambigua vicinanza
alla tipologia delle ricerche pur nel proclamato ripudio dell’ideologia che ad esse è legata ed
edito da una casa editrice notoriamente vicina all’area dell’estrema destra neonazista. L’Ah-
nenerbe svolse indagini in tutto il mondo; si ha notizia di ricerche anche in Sardegna, ma il
dato è per ora vago data la tipologia della fonte http://en.wikipedia.org/wiki/Ahnenerbe.
SARDEGNA ARIANA 369

terraneo: Baleari, Sardegna, Malta, Creta, Troia, Palestina filistea, ecc.


La terza ondata – compiuta dai Sud-atlantici – segue l’itinerario Catena
dell’Atlante-Libia-Egitto, dando luogo alle prime dinastie faraoniche (e
poi: Golfo Persico, foce del Tigri e zona sumerica, Cina, terre maori
dell’Oceania). Tutte queste tre ondate formerebbero il primo ciclo della
Civiltà NordicoAtlantica (Età della Pietra). Il secondo ciclo (Età del Bron-
zo) comprende una sola ondata, la quarta, quella dei Thuata, sboccata in
Irlanda e in parte spintasi fino al continente europeo29.

Il tentativo di Lino Businco e degli altri è quello di dare una sostanza


scientifica al discorso sulla razza basandolo su dati biologici, per «indivi-
duare un repertorio chiuso di tratti distintivi che catturassero una volta per
tutte la presunta essenza delle diverse razze, sistematizzandole in un’unica
griglia rigida e coerente»30. La ricerca della definizione della “razza italica”
deve, infatti, fare i conti con la realtà molteplice, frutto di mescolanze, che
caratterizza l’Italia. In questo l’arditezza maggiore sta, probabilmente, nel
caso sardo. Questi articoli erano tesi a smentire l’immagine positivista tardo
ottocentesca e degli inizi del ’900 dei sardi come razza maledetta, carat-
terizzata dalla sopravvivenza dell’arcaico, di un passato remotissimo31. La
soluzione è trovata nel ribaltare l’assunto: è proprio la persistenza, l’immunità
alle commistioni nonostante le numerose invasioni, che dimostra la purezza
razziale sarda, parte integrante della razza mediterranea i cui caratteri ariani
sono manifesti32.
A questi articoli fa da contraltare uno straordinario testo di un altro
sardo, Emilio Lussu, comparso nel 1938 in risposta al Manifesto della Raz-
za, nel quale mette alla berlina i comandamenti razziali e Mussolini33. In
primo luogo fa notare come il IV comandamento del Manifesto della Razza
stabilisca che «questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni
la nostra penisola», per cui è facile affermare che «Siccome la Sardegna non
fa parte della penisola ma è un’isola, l’affermazione suesposta non tocca i
Sardi né punto né poco». Ma non si ferma lì e con feroce ironia proclama:
«Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in
fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poiché ci siamo, ci
vogliamo stare. È tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente

29
Capasso 1943, pp. 10-11.
30
Pisanty 2006, p. 16.
31
Ad esempio Niceforo 1897.
32
Businco lo ribadirà ancora nel 1942 (Businco 1942).
33
Lussu 1938.
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razzisti» e, in un crescendo spesso esilarante, reclama «il diritto di chiamarci


semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano
ariani», chiamando a testimoni gli archeologi: «Che fa il prof. Taramelli
diventato senatore del regno per meriti scientifici e fascisti? Non parla? E
che ha egli mai fatto, in quarant’anni, se non rigirarci, noi sardi, da tutte le
parti e ritrovarci tutti semitici?». Infine mobilita «a difesa della razza sarda
[...] le impavide zanzare, di pura razza semitica».
Lo scopo principale di questa ricerca è quello di capire quali conseguenze
possano aver avuto queste tematiche razziste sulla ricerca archeologica sarda
per quell’epoca, gli anni ’30 e inizi anni ’40 (fig. 2). Una prima, immediata
e gravissima conseguenza ci fu, l’allontanamento, in quanto ebreo, del prof.
Doro Levi dalla cattedra di Archeologia classica presso l’Università di Ca-
gliari e, contemporaneamente, dall’incarico di Soprintendente archeologo
per la Sardegna34. Salvo questo grave episodio, va detto che nella sostanza
l’interpretazione scientifica non seguì le elaborazioni razziste delle quali nes-
suna traccia si trova negli scritti dell’epoca.
Ad esempio, uno dei successori di Levi, Salvatore Puglisi, nel 1942 pub-
blica gli scavi delle necropoli puniche di Cagliari e di Sant’Antioco35; nel
testo, parlando della civiltà fenicio-punica, riconosce che «nel campo storico
la sua enorme importanza è fuori di ogni dubbio»36. In netto contrasto con le
ricostruzioni degli autori della Difesa della Razza sostiene, inoltre, che l’in-
fluenza di questa civiltà «sembrerebbe più profonda nel territorio sardo, e
le comunità in esso stanziate, data la vastità e l’importanza delle necropoli,
fanno pensare ad una vera e propria penetrazione etnica [...] si accetta con
convinzione l’idea, che quest’isola costituisse qualcosa di più che una sem-
plice zona d’influenza commerciale per i navigatori punici»37. Notevole è la
distanza dai testi razzisti citati per i quali i Semiti non avrebbero lasciato
tracce in Sardegna.
Certo non mancano ingenue esaltazioni del fascismo, come nel caso di
un tentativo di collegamento tra l’ascia preistorica e il fascio littorio, come
fa un bravo collaboratore della Soprintendenza archeologica di Cagliari,
Romualdo Loddo, ma esse appaiono confinate in riviste letterarie e non
direttamente coinvolgenti la sostanza dell’analisi scientifica38.

34
Lilliu 1995, pp. 134-135.
35
Puglisi 1942.
36
Ivi, p. 92.
37
Ibidem.
38
Loddo 1927.
SARDEGNA ARIANA 371

Lo stesso Antonio
Taramelli39, pur aderen-
do all’ideologia del Regi-
me, fatto di cui in varie
sue pagine è facile trova-
re evidenza, nel momen-
to in cui passa a trattare il
dato scientifico torna ad
essere scienziato, come
chiaramente espresso dal
suo motto:

Con tutto il rispetto alle


fonti ed ai loro sagaci com-
menti, sia permesso a me
archeologo, di avere fede,
speranza ed amore prin-
cipalmente nell’indagine
archeologica. Nell’indagi-
ne del passato tenebroso,
Figura 2 – Nuraghe con la fiamma (da S. Deledda, Sardegna di lontano ed incerto la mia
Mussolini, Edizioni Sud Est, Cagliari s.d. [1939 ?], p. 59). luce è quella della punta lu-
minosa del mio piccone40.

Indicativo è il caso del rinvenimento a Porto Torres di un’iscrizione


bizantina, commemorativa di una vittoria contro i barbari longobardi; nel
darne la notizia su una rivista culturale sottolinea il ruolo vittorioso del
duce bizantino, del capo attorno al quale «si stringono i Sardi, fieri, valorosi
sempre, fedeli sempre, ed al natio valore della stirpe invitta»41, con palese
riferimento al capo del fascismo. Nel corrispondente articolo scientifico non
c’è traccia di questa esaltazione, tutta politica42.
Non è infrequente, soprattutto negli ultimi scritti, trovare espressioni
come le “bottegaie” città puniche che «cedono flaccidamente a Roma»43. O

39
Antonio Taramelli (1868-1939), uno dei padri dell’archeologia sarda, incaricato nel 1903
della direzione del Museo e degli Scavi di Antichità della Sardegna, fu quindi Soprintendente
archeologo per Sardegna e docente di Archeologia presso l’Università di Cagliari fino al
momento in cui lasciò il servizio attivo nel 1933; nel 1934 fu nominato senatore del Regno,
morì a Roma nel 1939.
40
Taramelli 1934, p. 115.
41
Taramelli 1927, p. 12.
42
Taramelli 1928.
43
Taramelli 1938, p. 3.
372 XENOI

l’esaltazione del Duce che dall’alto del Nuraghe Losa di Abbasanta «dovette
concepire la necessità di un ritorno al contatto con la terra per la rinascita
della Sardegna [...] l’energica attuazione di un programma demografico che
la contemplazione del passato ha fatto sorgere e maturare nella Sua mente
altissima e onniveggente»44. Proponendo un vero e proprio «Programma
nuragico»45.
O il richiamo agli stretti legami con la penisola italiana; infatti «Solo una
disamina superficiale ed incompleta, basata più sulle parvenze esteriori che
sulla realtà profonda dei fatti, poteva far ritenere che la gente che popolò
l’isola Sarda sia completamente estranea all’Italia»46.
E se arriva parlare di «una fondamentale unità di razza e di civiltà»47 a
proposito della Sardegna nuragica, non manca, poche pagine più in là, di
esaltare «questi arditi nocchieri, abilissimi coltivatori ed organizzatori mi-
rabili, che furono i Cartaginesi, lasciarono in Sardegna un’orma profonda
incancellabile»48, a riprova della lontananza dal pensiero di Businco e degli
altri.
Infine va sottolineato che davanti al dato scientifico, derivante dal “suo
piccone”, non si ritrae dall’affidare, nel 1933, lo studio dell’iscrizione bilingue
latino-neopunico rinvenuta a Bithia49, al semitista Giorgio Levi Della Vida50 e
a riprenderne, successivamente, i dati in controtendenza rispetto alla vulgata
razzista: «Si avrebbe quindi nella Sardegna meridionale, ancora al tempo
di Antonino (161-180) se non pure di Caracalla (211-217) la convivenza
[...] di tre strati di popolazione: uno romano, o interamente romanizzato;
un secondo nel quale si sarebbe continuata la stirpe dei coloni fenici [...]
finalmente un terzo elemento [...] nel quale i caratteri etnici dell’antica po-
polazione sarda si sarebbero mantenuti più tenacemente»; per concludere
che questo «dice della grande saggezza e tolleranza di Roma, che non volle
forzare violentemente il fenomeno dell’assorbimento delle razze soggette, ma
le rispettò, le protesse, le tenne sicure e tranquille nella pace e nel rispetto
delle sue leggi»51.

44
Taramelli 1935a, p. 69.
45
Ibid.
46
Taramelli 1935b, p. 59.
47
Taramelli 1939, p. 12.
48
Ivi, p. 14.
49
Taramelli 1933-1934, p. 290.
50
Levi Della Vida 1934-1935. Giorgio Levi Della Vida (1986-1967) fu uno dei rari docenti
universitari che nel 1931 rifiutò il giuramento al fascismo, motivo per il quale fu espulso
dall’insegnamento universitario presso l’Università di Roma (Amadasi Guzzo 2004).
51
Taramelli 1938, p. 8.
SARDEGNA ARIANA 373

L’archeologia, semmai, risente ancora delle elaborazioni positiviste tardo


ottocentesche e primo novecentesche come nel caso, ad esempio, di Gio-
vanni Lilliu che, giovane specializzando in archeologia52, in uno scritto del
1941 sulla Giara di Siddi delinea la sua lettura del fenomeno nuragico, per
cui la civiltà nuragica

è isolamento e accantonamento di forme [...]. Civiltà fiera la sarda, ribelle


ad intrusioni profonde – come le civiltà accantonate – di queste ebbe
la progredente evoluzione specifica per accumularsi di fattori intimi e
di somme di esperienze personali. La Sardegna nuragica non influisce
sull’andamento della cultura mediterranea53.

Già qui troviamo tutte le componenti di quello che sarà il suo modello
della «costante resistenziale sarda»54.
Un altro filone di indagine è quello di cercare di capire che cosa rimane
di tutto questo oggi, in un variegato mondo che va da quello scientifico al
parascientifico. Dalla rapida e necessariamente parziale analisi che abbiamo
fatto notiamo che il pensiero razzista di stampo fascista non penetri nel
campo dell’archeologia sarda, nonostante la contiguità politica di alcuni
esponenti. Si può però dire che il non aver affrontato il problema di questi
modelli ed elaborazioni ha portato al permanere di alcuni elementi base
che attraversano l’immagine della storia della Sardegna, secondo i più vieti
luoghi comuni, ancora duri da morire quali la continuità e immodificabilità
dei caratteri attraverso i millenni, il secolare isolamento dell’isola e l’arcaicità
dei costumi, la luminosa civiltà dei Nuraghi superiore a qualsiasi altra come
elemento costitutivo unico dell’identità sarda, Atlantide e gli Shardana come
elementi costitutivi della rivendicazione del primato. Modelli che sover-
chiano l’ispirazione e la volontà degli estensori, per molti dei quali è indub-
bia la buonafede e l’antirazzismo. Il fatto che, però, nell’ambito dell’analisi
scientifica si continuino a indicare gli indici craniometrici come segnali di
diversità di culture o, allo stesso modo, il colore della pelle, i “rossi” Fenici
e Shardana55, desta qualche perplessità.
È un dato di fatto che le analisi dei genetisti abbiano definitivamente
spazzato via la pretesa esistenza delle razze e la possibilità che le differenze

52
Si specializzò in archeologia preistorica, presso l’Università di Roma, nel gennaio 1942
con una tesi sulle stele puniche di Sulci, un tema ben poco incline al dominante pensiero
razzista.
53
Lilliu 1941, p. 163.
54
Lilliu 2002: raccoglie tutti i testi dell’Autore sul tema.
55
Vedi il libro di Ugas (2005, pp. 251-255).
374 XENOI

somatiche possano essere considerate come indicatore valido. Ma, parados-


salmente, è proprio nell’ambito delle analisi genetiche che, qui in Sardegna,
si sta aprendo un fronte estremamente delicato. La ricerca genetica del DNA
dei Sardi, che nasce da importanti esigenze mediche, tende in modo non del
tutto inevitabile a incrociare il cammino della ricerca storica e, in particolare,
archeologica, nel silenzio degli archeologi. Con passaggi, talvolta sovrap-
posizioni, tra il piano genetico e quello della cultura, quasi che, il secondo
derivi dal primo, un modo più raffinato di individuare le costanti biologiche
del divenire umano. E se questo può essere facilmente smontato nell’ambito
dell’uso che i mass media fanno di queste analisi, per cui le ricerche sareb-
bero indirizzate a trovare il DNA sardo, inteso come qualcosa di definito,
differente da quello degli altri, e chiaramente identico a quello dei Nuragici,
più delicato e complesso è il discorso in ambito scientifico. Il riferimento è a
testi nei quali qualche genetista si improvvisa storico e descrive la sequenza
degli avvenimenti sardi mettendo in relazione il dato storico e culturale con
quello genetico, veicolando, inconsapevolmente o meno, il messaggio di una
identità etnica sarda, differente dalle altre e inequivocabilmente fissata nel
DNA dei Sardi preistorici56.
Inevitabile, pertanto, il rilievo fuorviante dato dai mass media alla ricer-
ca scientifica57, nella quale il dato genetico delle differenze tra Ogliastrini e
Galluresi e l’asserita vicinanza dei primi ai Nuragici, portata sul piano storico,
attraverso modelli che avremmo preferito più approfonditi e con l’utilizzo
delle metodologie scientifiche storiche e di dati derivanti da ricerche un po’
più ampie, porta a conclusioni storiche aberranti, certamente estranee a que-
gli studiosi58. Se poi aggiungiamo che una delle società dedite alle ricerche
genetiche in Sardegna non ha trovato di meglio che chiamarsi Shardana,
può essere chiaro quali e quante siano le implicazioni alle quali questo tipo
di ricerca dovrebbe dare più attenzione.
Faccio venia delle elucubrazioni del mondo parascientifico, con il crescen-
te numero di libri sull’identificazione tra Atlantide e la Sardegna o sugli Shar-
dana custodi di conoscenze superiori, civiltà fondante dell’identità sarda, che
stanno avendo un grande seguito nell’opinione pubblica sarda grazie ai mass
media compiacenti e alla diffusione nell’ambito scolastico per la traballante
preparazione storica di alcuni docenti. In sostanza il rischio attuale è quello

56
Vedi ad esempio il testo di Sanna 2009.
57
Da ultimo Ghirotto et alii 2010.
58
G. Ghirra, Il DNA dei Nuragici nelle vene dei Sardi, “Unione Sarda” 24.08.2007; A. Mameli,
Dna, sono gli ogliastrini i più simili ai nuragici, “Unione Sarda” 12.01.2010. Da storico ritengo
che, storicamente e culturalmente, gli Ogliastrini attuali siano più vicini ai Galluresi attuali
che non ai nuragici.
SARDEGNA ARIANA 375

paventato da Valentina Pisanty del «passaggio dal nazionalismo al razzismo


[che] avviene quando la cultura che si vuole proteggere dalle influenze esterne
viene presentata come un patrimonio talmente radicato nella profonda indole
della Nazione da apparire quasi come una seconda natura»59.
Da qui la necessità di un monitoraggio attento che osservatori come il
Centro di documentazione della memoria “Cosimo Orrù” 60 stanno condu-
cendo, autentiche “zanzare semitiche” di lussiana memoria.

Nota biografica
Lino Businco (1908-1997), fino all’anno accademico 1936-1937, fu “aiuto incari-
cato” presso l’Istituto di Patologia Generale dell’Università di Cagliari, diretto da
Giuseppe Vercellana (Annuario 1937, p. 96), passò poi all’Istituto di Patologia ge-
nerale dell’Università di Roma; dopo qualche anno il direttore prof. Guido Vernoni
«non ebbe timore alcuno, dopo l’emanazione dei provvedimenti razzisti, a cacciare
[Lino Businco] dal suo istituto per insufficiente produttività scientifica» (Finzi 2003,
p. 177); dal 1938 è vice direttore dell’Ufficio studi sulla razza del Ministero della
Cultura popolare (Gillette 2002, p. 85; Murtas 2003, p. 225). Nel dicembre dello
stesso anno divenne membro, con Landra, del Comitato segreto italo-germanico
per le questioni razziali, al quale parteciparono da parte tedesca tra gli altri Rudolf
Hess e Heinrich Himmler. Il comitato si riunì per la prima volta in Germania tra il
13 e il 21 dicembre e in tale occasione Landra e Businco visitarono la scuola delle
politiche razziali di Babelsberg e il campo di concentramento di Sachsenhausen al
fine di conoscerne l’organizzazione; al termine Businco fu insignito da Hitler della
Croce rossa tedesca di seconda classe (Gillette 1997; Capogreco 2002, p. 218;
Cuomo 2005, pp. 112-121); un resoconto del viaggio è contenuto in un’informativa
dell’ambasciata italiana a Berlino, del 23 dicembre 1938, edita da De Felice (1993,

59
Pisanty 2006, p. 104.
60
Istituito nel 2008 e dotato di una biblioteca/mediateca specializzata sul tema, il centro
svolge attività divulgative, in occasione della Giornata della Memoria, e scientifiche. Le linee
di ricerca portate avanti dal Centro sono attualmente due: la prima è dedicata alla ricostru-
zione della straordinaria figura di Cosimo Orrù (San Vero Milis 1910-Litomeÿrÿ ice 1945) ma-
gistrato inviso al regime, Azionista, membro del CLN di Busto Arsizio, deportato prima nel
campo di Flossemburg, in Germania e poi nel campo di Litomeÿrÿ ice, nell’attuale Repubblica
Ceca, dove morì nel 1945. La seconda linea di ricerca è rivolta a verificare come il tema
del razzismo abbia influito sul modo di pensare la storia sarda, con particolare riferimento
all’antichità e sul come non aver fatto i conti con quel pensiero faccia sì che ancora oggi
certi modelli, seppure depurati dagli odiosi termini del razzismo, continuino a riproporsi,
dalla purezza etnica sarda che sarebbe rimasta tale dalla preistoria ai giorni nostri, alle varie
Atlantidi, per stare nel mondo degli appassionati, sino al tema dell’isolamento e dell’influsso
della geografia, decisamente più incardinato in molta parte della ricerca scientifica, anche
autorevole, anche ai giorni nostri.
376 XENOI

pp. 595-596). Nel gennaio del 1941 viene allontanato dal comitato di redazione de
La Difesa della Razza, anche se continuerà a scrivere nella rivista sino al 1942. Nel
dopoguerra divenuto direttore del Centro studi biologici dell’Associazione cavalieri
italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta venne insignito, nel 1962, dell’ono-
rificenza di “commendatore dell’ordine al merito della Repubblica”, come risulta
dall’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Levi Arian Giorgina, Spa-
gnoli, Trodos e Guidi (Camera dei Deputati 1964, p. 2224). Pochi si sono occupati
in Sardegna di questa figura del razzismo fascista e di altri suoi epigoni (Tognotti
2000, p. 186; Murtas 2003, pp. 225-226; Cubeddu 2000). Desta stupore, se non
indignazione, la voce dedicata al personaggio in una recente Enciclopedia della
Sardegna nella quale viene totalmente ignorato il suo ruolo durante il fascismo
con l’incredibile argomentazione che fu «ingiustamente accusato di razzismo», oltre
che una accurata scelta della sua bibliografia, ampiamente epurata dei testi razzisti
(Floris 2007, p. 156).

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