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Il dubbio di Didone

Piero D’Ancona & Eugenio Montefusco

Dipartimento di Matematica G. Castelnuovo


Università degli Studi di Roma La Sapienza
Piazzale A. Moro 5, 00185 Roma
http://www.mat.uniroma1.it/people/dancona
http://www.mat.uniroma1.it/people/montefusco

...mercatique solum, facti de nomine Byrsam,


taurino quantum possent circumdare tergo.
(...comprarono tanta terra quanto una pelle di toro potesse circondarne,
per questo la città ha pure il nome di Birsa.)
(Eneide, L. I, 367-368, [7])

1 La matematica e il problema immobiliare

C’era una volta una regina africana che peregrinava con il suo seguito di
sudditi alla ricerca di un regno. La regale signora era puttosto angosciata
dal problema; non le sembrava molto serio, per una persona del suo rango,
starsene a spasso senza una reggia, né un giardino, né un trono... Inoltre
non poteva neanche presentarsi da parenti o suoi colleghi re, col rischio di
essere ignominiosamente sbeffeggiata! Cominciò allora a documentarsi su
come riuscire a risolvere la questione. Comprò libri di favole, di miti e di
leggende, ma non trovò nulla di adeguato: le ricette richiedevano invaria-
bilmente una fata o un mago e qualche incantesimo, ingredienti che, come
è noto, non si rimediano tanto facilmente...
Dopo lunghe peregrinazioni (sempre seguita dal codazzo di sudditi
mugugnanti) arrivò, ormai scoraggiata, ad una splendida spiaggia tunisi-
na. I sudditi immediatamente si spogliarono e si tuffarono e dichiararono
che da lı́ non si sarebbero piú mossi, regina o non regina. Didone si rese
conto che doveva tentare il tutto per tutto. Ma che fare? Banche non esi-
stevano, di mutui neanche a parlarne... Senza molte speranze, si vestı́ da
regina e andò a intercedere presso il legittimo proprietario, il re del luogo,

1
sperando nella sua clemenza. Ma la fortuna, finalmente, si ricordò di Di-
done: il re fu affascinato dalla bellezza della nostra eroina. Prima cercò di
farsi pagare in natura, poi vista la reazione non proprio amichevole tentò di
recuperare e di far colpo con un po’ di umorismo fuori luogo. Le promise
che le avrebbe regalato tanta terra quanta potesse contenerne con una pelle
di toro.
Didone era bella ma non stupida, e non si lasciò sfuggire l’occasione.
Chiese un paio di forbici, tagliò in striscioline sottilissime la pelle, le annodò
e con il filo ottenuto recintò un bel pezzo di terreno con vista sulle Eolie...
Quindi si sedette (con i suoi sudditi festanti), finalmente in casa propria,
soddisfatta del suo operato. (La nostra povera Didone non immaginava
che di lı́ a poco, mentre stava ancora costruendo la sua villetta sul mare
con tripli servizi, sarebbe arrivato lo skipper Enea a romperle le uova nel
paniere... per il finale vedi [7]).
Nella fretta di approfittare dell’offerta del re, Didone aveva agito d’i-
stinto e con la strisciolina di pelle aveva recintato un terreno con la forma
di un semicerchio. Intanto i suoi sudditi, capita l’idea della regina, si accapi-
gliavano discutendo su come fare per racchiudere la superficie piú grande
possibile. E non terminò lı́: anche dopo, i sudditi continuarono a litigare su
quale fosse la forma migliore. E la loro discussione si estese ai popoli vicini,
e arrivò in Grecia, e i greci cominciarono a discutere, e poi gli italiani, e i
francesi, e i tedeschi...
La domanda non trovò risposta tanto presto, anzi! Il problema ha una
storia lunghissima, molti matematici nel corso dei secoli se ne sono occu-
pati, generalizzandolo e traendone ispirazione per teorie sempre piú com-
plicate e interessanti. Qui naturalmente ci limiteremo a dare una piccola
introduzione al problema classico e a ricordare alcuni degli eroi piú impor-
tanti di questa storia, ma la letteratura sull’argomento è sterminata e chi
fosse interessato ad approfondire non ha che l’imbarazzo della scelta (vedi
la Bibliografia per qualche suggerimento al riguardo).

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2 Orologi a cucú e porismi

Jakob Steiner nacque il 18 marzo


1796 nel villaggio di Utzendorf, nel
cantone di Berna, in Svizzera. La sua
famiglia era molto povera, ed eviden-
temente non teneva la cultura in con-
siderazione maggiore del pascolo del-
le mucche, se è vero che, come narra-
no le leggende, Steiner imparò a leg-
gere solo a 14 anni. Ma da quel mo-
mento in poi la sete di sapere del ra-
gazzo fu inarrestabile, e il suo talento
matematico esplose. Dalle stalle alle
stelle: non lontano da lui insegnava
Johann Heinrich Pestalozzi, uno dei pionieri della pedagogia moderna. A
diciotto anni, contro il parere della famiglia, il giovane Jakob si recò da lui, e
Pestalozzi riconobbe subito le sue capacità eccezionali. La carriera di Jakob
Steiner era assicurata.
Iniziò insegnando matematica a scuola, prima dei venti anni; ma sen-
tendo la necessità di approfondire le sue conoscenze matematiche, si tra-
sferı́ ad Heidelberg nel 1818 e poi a Berlino nel 1821, mantenendosi co-
me poteva con lezioni private. In quel momento il centro della matematica
mondiale era Parigi; se si scorre la lista dei matematici parigini dell’epoca
sembra di sfogliare l’indice di un testo di Analisi (Cauchy, Legendre, La-
grange, Fourier, Poisson, Laplace...). In Germania esistevano molte buone
università, ma la grande matematica tedesca non era ancora nata; l’unica
vera star era Gauss, a Göttingen, famoso per il suo caratteraccio. Negli anni
venti-trenta emersero a Berlino e a Göttingen vari giovani talenti eccezio-
nali (Steiner, Jacobi, Abel, Weber, Dirichlet, Weierstrass...) che aprirono la
strada alle ondate successive (Heine, Riemann, Dedekind, Cantor, Schwarz,
Klein e poi Weber, Hurwitz, Minkowski, Hilbert, e non dimentichiamo Ein-
stein). Insomma il baricentro della matematica mondiale si spostò decisa-
mente in Germania, e vi rimase fino all’avvento del nazismo. Persecuzioni
razziali e intolleranza culturale costrinsero buona parte degli scienziati te-
deschi ad emigrare negli Stati Uniti, e da allora il baricentro è rimasto là,
ma questa è un’altra storia....
Torniamo a Berlino, 1820: l’ingegner Crelle sta pensando di fondare una
rivista molto particolare, dedicata soltanto ad articoli di matematica! un’i-
dea rivelatasi subito di grande successo e che in seguito vantò innumerevoli
tentativi di imitazione... Naturalmente ha bisogno di articoli di qualità ele-
vata, e Steiner, Abel, Jacobi si mettono al lavoro. Questo profluvio di lavori

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e la loro grande diffusione tramite la rivista danno una notevole pubblicità
ai nuovi matematici tedeschi. Importantissimo a Berlino il ruolo del Baro-
ne Alexander von Humboldt e di suo fratello Wilhelm, grandi uomini di
cultura (Alexander esplorò il Sudamerica e la Siberia) nonché mecenati e
politici molto ascoltati dal re Friedrich Wilhelm. L’influenza di Alexander
fu determinante nel poderoso sviluppo della scienza tedesca a Berlino, e in
particolare riuscı́ ad ottenere che varie nuove cattedre fossero create per im-
piegare in modo permanente i nuovi talenti emersi. Bisogna rendersi conto
che all’epoca non esistevano concorsi o borse di studio, e per diventare pro-
fessore si doveva aspettare che ne morisse un altro, oppure andare dal Re e
convincerlo (pensandoci bene, la situazione attuale non è molto diversa...).
Grazie all’intervento di von Humboldt, nel 1834 fu creata una cattedra di
Geometria per Jakob Steiner che da quel momento in poi poté dedicarsi
indisturbato alle sue ricerche.
Come matematico Steiner diffidava dei calcoli algebrici e odiava cor-
dialmente l’Analisi, e accettava solo argomenti geometrici sintetici come
quelli della Geometria Euclidea. Il suo lavoro continua la tradizione dei
grandi matematici greci, e non a caso i suoi contemporanei lo considerava-
no il più grande geometra dai tempi di Apollonio.
Naturalmente un problema molto complesso di Geometria si può spes-
so trattare in modo piú semplice introducendo delle coordinate cartesiane e
riducendo il tutto ad un problema di equazioni; ma Steiner aborriva questo
tipo di soluzione. Quando accadeva che uno dei sui brillanti colleghi (ad
esempio Jacobi) risolvesse con metodi analitici un problema su cui si era
arenato, Steiner considerava questa come una sconfitta della Geometria, e
non si dava pace finché non era riuscito a trovare una soluzione completa-
mente sintetica. Va detto però che le creazioni di Steiner erano molto belle
e di un gusto paragonabile davvero a quello degli antichi Greci.
Per citare solo una delle decine di
esempi della sua fantasia, ecco quel-
lo che è noto come il Porisma di Stei-
ner. Consideriamo due circonferenze
concentriche A e B di raggio diverso;
otteniamo una corona circolare. Pos-
siamo inscrivere una circonferenza C1
piú piccola nella corona, che tocca sia
A sia B; accanto a questa possiamo
metterne una seconda C2 che tocca
A, B e C1 ; poi una terza C3 che toc-
ca A, B e C2 ; e cosı́ via per un certo numero di circonferenze C1 , . . . , Cn .
Alla fine, torneremo al punto di partenza; o meglio, in certi casi resterà un
piccolo spazio fra Cn e C1 in cui non riusciamo ad incastrare un’ultima

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circonferenza Cn+1 ; invece, in alcuni casi fortunati l’ultima circonferenza
tocca esattamente la prima e otteniamo una catena chiusa di circonferenze.
Tutto dipende dal rapporto dei raggi di A e B; se il rapporto è quello giu-
sto (e cioè? sareste capaci di calcolarlo?), allora è chiaro che non importa
dove cominciamo a disegnare C1 ; da qualunque punto si inizi la catena, si
ottiene sempre una catena chiusa.
Tutto ciò è abbastanza evidente.
Ma, dice Steiner, e questo è il suo po-
risma, se A e B non sono concentri-
che, succede esattamente lo stesso! os-
sia, in alcuni casi la catena si chiude,
in altri no; e quando si può chiudere,
non importa il punto di partenza: da
qualunque punto si inizi a disegnare
la catena di cerchi, la catena si chiu-
de sempre. Sorprendente, no? notare
che le circonferenze della catena ora
hanno raggi tutti diversi tra di loro, e se partiamo da un punto diverso ot-
teniamo una seconda catena fatta di circonferenze completamente diverse
da quelle della prima catena.
Sicuramente questo risultato diede grande soddisfazione a Steiner. Se
si prova a risolvere il problema per via analitica, anche soltanto impostare
un sistema di equazioni è di una difficoltà mostruosa; ma basta un sem-
plice ragionamento di inversione, puramente geometrico, per convincersi
che il caso di circonferenze non concentriche è completamente equivalente
a quello banale in cui A e B sono concentriche, e quindi il teorema è dimo-
strato. Non abbiamo spazio qui per dare una dimostrazione completa, però
potreste provarci voi...

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3 Il problema isoperimetrico e il problema di Didone

Veniamo ora al problema al quale il nome di Steiner è piú strettamente


legato e cioè il problema isoperimetrico. Se ne occupò a lungo, dando varie
soluzioni differenti, anche se... ma andiamo con ordine.
Il problema è il seguente:
Problema Isoperimetrico: assegnata una lunghezza L > 0, tra tutte
le curve piane chiuse di lunghezza L, trovare quella che racchiude area
maggiore.
Naturalmente il problema di Didone era un po‘ diverso. Come rinun-
ciare ad un bel tratto di spiaggia tunisina? sabbia finissima, acqua limpida
(ricordate che siamo nell’800 avanti Cristo). Oltretutto, i suoi sudditi erano
già tutti in acqua a giocare a racchettoni e non sarebbe stato carino lasciarli
fuori dal regno prima ancora di fondarlo. Per cui, dopo un attimo di rifles-
sione, mentre guardava con occhi sognanti il mare e accarezzava la pelle di
bue, Didone decise che il suo vero problema era il
Problema di Didone: data una retta R e assegnata una lughezza L > 0,
tra tutte le curve piane che hanno entrambi gli estremi sulla retta R, trovare
quella che racchiude area maggiore.
La retta R naturalmente rappresenta la spiaggia di Cartagine. Vedremo
fra poco che i due problemi sono essenzialmente equivalenti.
Come già accennato, il problema isoperimetrico era ben noto agli an-
tichi Greci, i quali avevano capito perfettamente che la soluzione era data
da un cerchio di lunghezza L (un semicerchio nel caso del problema di
Didone). Però mancava una dimostrazione rigorosa, e anche di questo gli
antichi Greci si erano accorti. Vari tentativi di varia efficacia erano stati fatti
da Archimede, Zenodoro, Pappo; e poi in tempi piú recenti da Eulero, Gali-
leo, Legendre, L’Huilier, Riccati, Simpson, e, tra il 1838 e il 1841, da Steiner
a piú riprese. Ma la ricerca non si ferma qui, e dopo Steiner si occupano
del problema Blaschke, Bonnesen, Carathéodory, Edler, Frobenius, Hurwi-
tz, Lebesgue, Liebmann, Minkowski, Sturm, Tonelli, Hilbert... (eccetera). Il
contributo principale di Steiner fu di aver fornito un approccio geometrico,
molto semplice ed intuitivo, al problema, e le sue idee furono poi applicate
anche in situazioni molto diverse con grande efficacia.
Studiamo in dettaglio una delle dimostrazioni di Steiner. Chiamiamo γ
la nostra curva chiusa di lunghezza L e area massima, cioè la soluzione del
problema isoperimetrico, e cerchiamo di capire com’è fatta. Naturalmente
un analista pretenderebbe subito una maggiore precisione: di che curva si
tratta? quanto è regolare? è continua, C 1 , C 2 ? che vuol dire la lunghezza di
γ? che vuol dire l’area racchiusa da γ? Ma per il momento seguiamo l’ap-

6
proccio puramente geometrico di Steiner e rimandiamo a dopo le odiose
considerazioni di tipo analitico.
Dunque, la prima osservazione di Steiner è che
I) La regione A racchiusa da γ dev’essere convessa.
Questo vuol dire che la regione non ha rientranze, ossia, detto in modo
piú preciso: se uniamo due punti di A con un segmento, questo segmento
è tutto contenuto dentro A. Nella figura seguente, la regione a sinistra è
convessa, quella a destra no.

La stessa cosa si può enunciare semplicemente dicendo che: se uniamo


due punti della curva γ con un segmento, allora il segmento sta tutto dentro
A (infatti, se prendiamo due punti qualunque dentro A e li uniamo, possia-
mo prolungare il segmento fino a tagliare la curva γ e quindi otteniamo un
segmento piú lungo che deve stare tutto dentro A).
Allora, prendiamo due punti della curva γ e uniamoli con un segmento.
Se il segmento cade tutto dentro A, abbiamo finito. Se cade un po’ dentro
e un po’ fuori, facciamo un’operazione semplicissima: prendiamo un tratto
della curva γ staccato dal segmento, e ribaltiamolo intorno ad esso: ottenia-
mo una nuova figura che invece di una rientranza ha una sporgenza. La
nuova figura chiaramente ha un’area maggiore di quella di A, ma la lun-
ghezza del suo contorno è la stessa di prima! quindi la curva di partenza
non poteva essere quella ottimale. In altri termini, la figura ottimale de-
ve essere convessa. (Questo argomento è leggermente impreciso: in alcuni
casi il ribaltamento può presentare qualche problema... ma non è difficile
modificarlo in modo da funzionare sempre).

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La seconda osservazione di Steiner è che
II) Per risolvere il problema isoperimetrico, basta risolvere il problema di Dido-
ne e raddoppiare la figura ottenuta.
Piú precisamente: per risolvere il
problema isoperimetrico con lunghez-
za assegnata L, basta prendere una
D
soluzione D del problema di Didone
con lunghezza assegnata pari a L/2,
farne una copia, ribaltarla e unire le
due copie lungo il segmento di base.
Otteniamo in questo modo una figu- D A
ra A il cui perimetro è lungo L, e la
cui area è il doppio dell’area di D.
Steiner afferma che A risolve il pro-
D
blema isoperimetrico. Infatti se que-
sta non è la soluzione, consideriamo
la vera soluzione A0 del problema isoperimetrico con lunghezza L; dunque
l’area di A0 è maggiore di quella di A; allora prendiamo due punti P e Q
sul bordo di A0 che dividono il perimetro di A0 in due parti uguali (quindi
lunghe L/2), e uniamoli; il segmento P Q sta tutto dentro A0 per la prima os-
servazione e divide A0 in due figure; scegliamo quella delle due che ha area
maggiore e chiamiamola D0 . Dato che A0 ha area maggiore di A, anche D0
deve avere area maggiore di D, e quindi abbiamo ottenuto una soluzione
migliore del problema di Didone, il che è impossibile.
Ora possiamo concentrarci sulla soluzione del problema di Didone; l’ul-
tima osservazione di Steiner è che
III) La soluzione del problema di Didone è un semicerchio.
Chiamiamo P e Q gli estremi del segmento di base, che coincidono con gli
estremi della curva γ. Per dimostrare che γ è un semicerchio basta far vede-
re che, preso un punto qualunque M su γ, l’angolo P M Q è un angolo retto.
Infatti, ogni punto M sul semicerchio di diametro P Q ha questa proprietà
(come si studia in qualunque scuola superiore...); quindi, se il punto M sta
fuori dal semicerchio, l’angolo P M Q è minore di 90◦ , e se il punto sta den-
tro il semicerchio, l’angolo è maggiore di 90◦ . In conclusione, se tutti i punti
della curva formano sempre un angolo retto, la curva deve coincidere con
il semicerchio.
Ora, partiamo dalla soluzione del problema di Didone e prendiamo un
punto M sulla curva. Per visualizzare l’operazione che stiamo per fare, im-
maginiamo che in M ci sia una cerniera e la zona fra la curva e il trian-
golo P M Q sia fatta di due pezzi incernierati in M . Possiamo allargare o
restingere l’angolo in M a piacere (questa si chiama la manovra di Steiner);

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la lunghezza della curva non cambia, mentre cambia l’area tra la curva e il
segmento P Q. Piú precisamente, i due pezzi incernierati si muovono ma re-
stano uguali, mentre cambia l’area del triangolo P M Q. Allora tutto quello
che dobbiamo far vedere è che l’area del triangolo P M Q è massima quan-
do l’angolo in M è retto. (Anche la manovra di Steiner presenta un piccolo
problema tecnico in certi casi, che non è difficile risolvere. Riuscite a vedere
di che problema si tratta?).

Q P Q
P

L’ultimo passo quindi è il seguente: dobbiamo dimostrare che se consi-


deriamo tutti i triangoli che si ottengono fissando le lunghezze di due lati e
facendo variare l’angolo fra quei due lati, l’area massima si ottiene quando
l’angolo è retto. Ma questo è evidente: per convincersene basta disegnare
il triangolo rettangolo e uno qualunque dei triangoli non rettangoli in mo-
do da far coincidere le basi P M (che sono uguali): chiaramente il triangolo
rettangolo ha l’altezza massima tra tutti questi triangoli e quindi è quello
di area massima.

La dimostrazione di Steiner è terminata.


Immaginate adesso la costernazione di Steiner quando l’analista Diri-
chlet, gongolante, gli fece osservare che... la sua dimostrazione era sbaglia-
ta! E non si tratta di una delle numerose imprecisioni a cui abbiamo accen-
nato prima, ossia che i concetti di curva, area e area racchiusa da una curva
dovrebbero essere definiti in modo piú rigoroso; questi dettagli si possono
mettere a punto in vari modi e non costituiscono un problema. Nel ragiona-
mento precedente c’è un errore molto grosso, ed è abbastanza sorprendente

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sapere che Steiner non accettò mai la critica di Dirichlet, ritenendo invece la
sua dimostrazione ineccepibile. La comprensione, e la soluzione, di questo
tipo di difficoltà, sono alla base dell’analisi moderna.
Avete capito qual è la falla nella dimostrazione di Steiner? Per renderla
ancora piú chiara portiamola alle estreme conseguenze risolvendo il
Problema superperimetrico: tra tutte le curve chiuse piane di lunghez-
za maggiore o uguale a 1, trovare quella che racchiude area maggiore.
Dovrebbe essere evidente che la soluzione a questo problema non esiste:
data una qualunque curva, è sempre possibile trovarne una di lunghezza
maggiore o uguale a 1 che racchiude un’area piú grande, quindi la curva di
area massima semplicemente non c’è.
Ma se facciamo finta di non saperlo, e ragioniamo come sopra, senza
cambiare una virgola, i vari passi della dimostrazione funzionano perfet-
tamente. Anzi, possiamo trovare una dimostrazione ancora piú veloce, e
per dirla tutta possiamo dimostrare senza fatica che la curva in questione
è un quadrato, o un pentagono, o una curva a forma di elefante. Dimo-
strazione: consideriamo la curva γ che risolve il problema. Se per assurdo
non avesse la forma di un elefante, potremmo prendere una circonferenza
sufficientemente grande (e di raggio maggiore di 1) che la contiene tutta;
tale circonferenza ha lunghezza maggiore di 1 e racchiude un’area maggio-
re, quindi γ non può essere la soluzione del problema superperimetrico,
contro l’ipotesi, e questo è assurdo.
Riassumendo, Steiner in realtà non risolve il problema isoperimetrico,
ma dimostra solo che:

Teorema 1 Se una soluzione del problema isoperimetrico esiste, essa è una circon-
ferenza.

(e analogamente, poco fa abbiamo dimostrato che: se una soluzione del


problema superperimetrico esiste, allora essa ha la forma di un elefante).
Non è un problema di poco conto. In questo contesto molto semplice,
tutto sembra chiaro: è ovvio che la soluzione del primo problema esiste,
mentre nel secondo caso non c’è, e il nostro ragionamento può sembrare
un po’ assurdo. Ma esattamente la stessa difficoltà si presenta in situazioni
in cui non è affatto chiaro se l’estremo cercato esista o no, e allora si rende
necessario qualche argomento supplementare.
Nel prossimo paragrafo mostreremo alcune possibili vie d’uscita alla
difficoltà, per quanto riguarda il problema isoperimetrico. A Steiner non
avrebbe fatto piacere sapere che tutte le soluzioni note hanno bisogno di
qualche argomento analitico; a tutt’oggi non si conosce una soluzione pu-
ramente geometrica del problema. Ricordiamo che Steiner, qualche anno

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più tardi, elaborò una nuova dimostrazione alla quale nessuno (neanche
Dirichlet) trovò da obiettare. Tale approccio (basato sulla simmetrizzazione
di Steiner) esula dalle nostre possibilità, per saperne di più si consulti [2].
Aggiungiamo che per problemi di minimo piú generali, spesso non c’è
una via d’uscita semplice; in molti problemi è necessario dimostrare a parte
che il minimo esiste, prima di poterne studiare le proprietà. Qualche anno
dopo Steiner, Riemann commise lo stesso tipo di errore in una situazione
molto piú complessa e interessante, in un problema di calcolo delle va-
riazioni. La soluzione di una certa equazione differenziale poteva essere
descritta in modo equivalente come il minimo di un opportuno problema,
sotto l’ipotesi che quel minimo esistesse, il che Riemann dava per scontato. (Per
una strana coincidenza, il problema in questione si chiama Problema di Di-
richlet...). Questa volta fu Weierstrass a mettere in luce l’errore, che Rie-
mann ammise senza difficoltà. Nella seconda metà dell’800 l’opinione ge-
nerale era che i risultati di Riemann fossero assolutamente corretti, anche
se la dimostrazione conteneva una falla; Weierstrass assegnò al suo studen-
te Schwarz il compito di trovare una dimostrazione alternativa, e Schwarz
vi riuscı́ nel 1870. Tuttavia solo nel 1901 Hilbert chiarı́ completamente il
problema e diede una formulazione rigorosa ai risultati di Riemann.
Per finire, qualche spunto di riflessione ulteriore:

Quesito 2 Sapendo che la soluzione del problema isoperimetrico è il cerchio, e


usando la manovra di Steiner, dimostrare il risultato seguente: se consideriamo un
qualunque quadrilatero Q, e tutti gli altri quadrilateri i cui lati hanno le stesse
lunghezze di quelli di Q (anche se gli angoli possono essere diversi), quello di area
massima è quello che si può inscrivere in un cerchio.

Quesito 3 Nel problema di Didone abbiamo rappresentato la spiaggia con una


linea retta; ma che succede se invece si prova a risolvere il problema contro un
bordo diverso da una retta? È ancora vero che la soluzione è un arco di cerchio,
oppure in qualche caso si ottengono figure diverse?

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4 Complicando le cose semplici...

Nel precedente paragrafo abbiamo fatto un lavoro che può sembrare inuti-
le, dato che non abbiamo risolto il problema isoperimetrico. In realtà siamo
riusciti a capire cosa dobbiamo veramente provare, e questo è necessario
per qualunque dimostrazione!
Intendiamo procedere per gradi, quindi cominciamo affrontando un
problema più semplice che possa, però, insegnarci qualcosa: tra tutti i qua-
drilateri di perimetro assegnato, quale ha area massima?
Supponiamo di avere un quadrilatero di lati a, b, c e d, angoli α, β, γ e δ
e siano S la sua area e P = (a + b + c + d) il perimetro.

XX
XXXc


XXX
d α 
 
 
 γ 
Z
Z  b
Z 
Z 
a ZZ 
δ
Z 
Z

Per il teorema dei seni abbiamo che


1 1
S = (ab sin(δ) + cd sin(β)) = (bc sin(α) + ad sin(γ)) ,
2 2
dove le lettere greche indicano gli angoli del quadrilatero come nel pre-
cedente disegno. Sommando e dividendo le relazioni abbiamo facilmente
che
1
S = (ab sin(δ) + cd sin(β) + bc sin(α) + ad sin(γ)) .
4
Senza alterare il valore del perimetro, cerchiamo adesso di ottenere del-
le quantità più grandi dell’area attraverso delle disuguaglianze puramente
algebriche. Reinterpretare in chiave geometrica le maggiorazioni che stia-
mo per fare ci farà capire la risposta al nostro problema.
Ricordiamo subito che | sin(t)| ≤ 1 per ogni t ∈ R e che 2|x||y| ≤ x2 + y 2
per ogni x, y ∈ R, questi saranno i nostri soli strumenti!

1 1
S≤ (ab + cd + bc + ad) = (a + c)(b + d)
4 4
1 1
= (a + c)(b + d) + (a + c)(b + d)
8 8

12
1  1
(a + c)2 + (b + d)2 + 2(a + c)(b + d) = P 2 .


16 16
In questo modo abbiamo provato che per ogni quadrlatero vale

16S ≤ P 2 . (1)

Notiamo che le precedenti maggiorazioni sono delle uguaglianze se e


soltanto se nel caso in cui α = β = δ = γ = π/2 e a = b = c = d, rispetti-
vamente, cioè se e soltanto se il quadrilatero è un quadrato! Quindi (1) im-
plica che, considerando tutti i quadrilateri di perimetro fissato, l’area è una
quantità superiormente limitata e che il valore dell’estremo superiore è as-
sunto dal quadrilatero avente lati uguali, cioè dal quadrato, in conclusione
abbiamo dimostrato il seguente risultato.

Teorema 4 Tra tutti i quadrilateri di perimetro assegnato, il quadrato ha area


massima.

Questo primo risultato chiarisce alcuni punti della discussione del pa-
ragrafo 3, infatti abbiamo scelto un insieme di curve (i quadrilateri) e abbia-
mo studiato un anlogo del problema isoperimetrico. Inoltre abbiamo visto
che un buon modo di risolverlo è di provare una disuguaglianza che leghi
area e perimetro e che mostri che fissando il perimetro l’area non può es-
sere arbitrariamente grande. Infine la disuguaglianza mostra che il segno
di uguale risolve un problema di massimo (esattamente il problema iso-
perimetrico tra quadrilateri), a questo punto è facile provare che esiste un
quadrilatero che verifica l’uguaglianza e ottenere le sue proprietà geome-
triche. Da qui in avanti intendiamo ripertere questo tipo di ragionamento,
per quanto possibile.
A questo punto possiamo cominciare a lavorare ad un problema un po’
più impegnativo: provare un teorema analogo per i poligoni! Infatti vo-
gliamo provare il prolema isoperimetrico procedendo per approssimazio-
ne, come vedremo più avanti. Prima di darci dentro dobbiamo richiamare
una semplice definizione: nel seguito diremo che un poligono è convesso se
ogni segmento congiungente due suoi vertici è interno al poligono stesso.
Provare che questa definizione è, per i poligoni, equivalente a quella data
precedentemente!
Mostriamo ora che possiamo ridurci a studiare i nostri problemi di mas-
simo nell’insieme dei poligoni convessi. Precisamente vgliamo provare che
Dato un n-gono G è possibile costruire un n-gono convesso G0 avente area non
minore e perimetro non maggiore.
E’ relativamente facile provare la precedente affermazione. Supponia-
mo di avere un generico n-gono G, se G è convesso la costruzione è ter-

13
minata, infatti è sufficiente prendere G0 = G, quindi nel seguito possiamo
limitarci al caso G non convesso.
Poiché, per ipotesi, G non è convesso sappiamo che almeno uno dei seg-
menti congiungenti due vertici del poligono giace all’esterno della figura,
quindi tracciamo tutti i segmenti aventi per estremi due vertici e consi-
deriamo solo quelli che non giacciono all’interno di un qualsiasi poligono
generato dall’insieme delle linee tracciate, come si può vedere nel disegno
seguente.

XXX
@  XXX
 @  XX
 
@  
 @   
   
 G   G0 
Z  Z 
Z Z
Z  Z 
Z  Z 
Z  Z 
Z Z
Z  Z 
Z Z

In questo modo abbiamo costruito un nuovo poligono G0 che risulta


convesso per costruzione (G0 si dice involucro convesso di G. Inoltre la sua
area è aumentata e il suo perimetro è diminuito, visto che ho incorporato a
G almeno un triangolo e la lunghezza di due lati di un triangolo è sempre
maggiore della lunghezza del terzo lato.
L’unico problema è che G0 può non essere un n-gono, ma è facile rime-
diare: basta aggiungere dei vertici fittizi sui lati di G0 fino a raggiungere il
numero desiderato...
L’enunciato precedente ci permette di affrontare il problema nella classe
degli n-goni convessi, visto che l’operazione di convessificazione descritta
precedentemente permette di far crescere l’area della figura diminuendone
il perimetro. Questo infatti implica che se esiste un analogo del Teorema
4 per gli n-goni, il massimo dell’area (tenendo fissato il perimetro) deve
essere assunto dall’n-gono convesso.

Teorema 5 Nell’insieme G degli n-goni convessi aventi perimetro fissato, il mas-


simo dell’area è raggiunto dall’n-gono regolare.

Dimostrazione. Proveremo il teorema nel seguente modo: dato G ∈ G


costruiremo un n-gono regolare G0 avente area maggiore in due passaggi.
Nel primo renderemo uguali tutti i lati del poligono, nel secondo faremo
uguali tutti gli angoli della figura; con entrambe le costruzioni otterremo

14
n-goni aventi lo stesso perimetro ma area maggiore. Il risultato finale sarà
l’n-gono regolare! Indicheremo con P (G) la lunghezza del perimetro di G
e con S(G) il valore della sua area.
Osserviamo subito che ∀G ∈ G, P (G) = P è un valore fissato, quindi, a
meno di rototraslazioni, esiste un solo poligono regolare avente tutti i lati
lunghi P/n, il quale sarà l’unico punto di massimo appartenente a G.
Sia G ∈ G. Costruiremo un poligono G0 di area almeno pari a quella di
G ed avente tutti i lati di lunghezza P/n. Se G ha già tutti i lati di ugua-
le lunghezza non abbiamo nulla da dimostrare, altrimenti sappiamo che
esistono almeno due lati di lunghezza diversa da P/n, precisamente uno
più corto e uno più lungo. Vogliamo mostrare che possiamo suppore che
siano due lati adiacenti, per farlo mostriamo che possiamo mutare l’ordine
dei lati, senza alterare né il valore dell’area, né la lunghezza del perimetro.
Quindi siano A, B e C tre vertici consecutivi del poligono, consideriamo
l’asse del segmento AC e sia B 0 il punto simmetrico di B rispetto all’as-
se. A questo punto se sostituiamo il vertice B con il punto B 0 otteniamo un
n-gono con area e perimetro uguali a G, e i lati AB e BC scambiati tra di lo-
ro. Questo procedimento, applicato il numero di volte necessario, permette
di far diventare adiacenti due lati a scelta. Il fatto che G sia convesso fa sı̀
che questo procedimento di riflessione non costruisca un poligono che si
autointersechi.
Consideriamo ora tre vertici consecutivi A,B e C e assumiamo che AB <
P/n e BC > P/n. Possiamo facilmente trovare un punto B 0 in modo che
AB 0 = P/n e AB + BC = AB 0 + B 0 C.
Dobbiamo mostrare che S(AB 0 C) > S(ABC) e avremo bisogno della for-
mula di Erone: dato un triangolo di lati a, b e c vale
1p
S= ((a + b)2 − c2 )(c2 − (a − b)2 ). (2)
4
Dalla costruzione abbiamo ottenuto che
AB + BC = AB 0 + B 0 C,
AB < AB 0 = P/n < BC.

Quindi seguono le seguenti disuguaglianze


BC − AB > BC − AB 0 ,
B0C = AB + BC − AB 0 < AB + BC − AB = BC,
BC − AB > BC − AB 0 > |B 0 C − AB 0 |.

A questo punto confrontiamo l’area dei due triangoli, grazie alla (2)
2 2
16S 2 (ABC) = ((AB + BC)2 − AC )(AC − (AB − BC)2 ),
2 2
16S 2 (AB 0 C) = ((AB 0 + B 0 C)2 − AC )(AC − (AB 0 − B 0 C)2 ),

15
è facile accorgersi del fatto che il primo fattore a destra del simbolo di ugua-
glianza è lo stesso per entrambi i triangolo, mentre il secondo termine è
maggiore per il triangolo AB 0 C, da cui la disuguaglianza affermata prima!
Dunque, per costruzione, abbiamo un nuovo n-gono avente area maggiore
ed uguale perimetro; ripetendo questo ragionamento (al più (n − 1) volte)
otterremo G0 un n-gono avente P (G0 ) = P , tutti i lati di lunghezza P/n e
area maggiore.
Per concludere la dimostrazione ci resta di provare che rendendo uguali
gli angoli del nostro poligono l’area aumenta ancora, per farlo distinguere-
mo due casi.
Assumiamo che n = 2k, cioè che il poligono abbia un numero pari di
vertici, in questo caso possiamo riadattare la manovra di Steiner nel se-
guente modo: sia P un vertice del poligono e Q il suo opposto (cioè il k-
simo vertice contando da quello scelto) e tracciamo la diagonale P Q. La
linea divide il poligono in due metà che possiamo supporre uguali (altri-
menti scegliendo la parte avente area maggiore, per riflessione, potremmo
ottenere un poligono avente lo stesso perimetro e area maggiore). Adesso
la stessa procedura descritta nel paragrafo 3 prova che l’area aumenta fis-
sando un vertice R e portandolo con P e Q su di una circonferenza, tenen-
ˆ Ripetendo
do bloccata la lunghezza dei lati e tutti gli angoli, tranne P RQ.
questa procedura con i restanti vertici si ottiene il 2k-gono regolare.
Consideriamo ora il caso n = 2k + 1, vogliamo ricondurci nuovamente
ad usare la manovra di Steiner, però in questo caso non è evidente come
individuare due vertici da usare come base del meccanismo. Poniamo uno
dei lati sulla circonferenza circoscritta all’(2k+1)-gono regolare avente i lati
di uguale lunghezza del nostro poligono e costruiamo il triangolo isoscele
avente il terzo vertice sulla circonferenza che non intersechi il poligono.
In questo modo abbiamo ottenu- b
a
b

a a b
to un (2k + 2)-gono, che ha 2k lati a a
b
a
a b

a b
a
uguali a quelli di prima e due lati piú a a
a a

a
piccoli. Peró se uniamo il vertice che a

a
a a

a a
abbiamo aggiunti con quello oppo- a
a

sto con un segmento AB, possiamo


ragionare esattamente come abbiamo fatto poco fa usando la manovra di
Steiner: otteniamo che tutti i vertici di questo poligono devono trovarsi sul-
la circonferenza di diametro AB. Notiamo che durante la manovra di Stei-
ner il triangolino aggiunto puó benissimo deformarsi; ma alla fine, quan-
do abbiamo raggiunto la configurazione ottimale, riotteniamo proprio il
triangolino di partenza! Se lo tagliamo via, ciò che rimane é esattamente il
(2k + 1)-gono regolare con lo stesso lato di quallo iniziale, che deve quindi
avere area massima.

16
E con questo possiamo considerare il teorema dimostrato!

Facendo uso della trigonometria possiamo calcolare che relazione ci sia


tra il perimetro e l’area di un n-gono regolare. Supponiamo di avere un
poligono regolare G e che la lunghezza del suo lato sia `. Ovviamente vale
che
P (G) = n`,
il calcolo dell’area del poligono è leggermente più impegnativo, ma consi-
derando il triangolo individuato da un qualsiasi lato e dal centro del poli-
gono e usando un po’ di trigonometria

B
 B
 2π
nB
 B
 B
 B
 B
 B
 B
`

si può provare facilmente che

1 ` P 2 (G)
S(G) = n ` = .
2 2n tan π/n 4n tan(π/n)

Poiché ogni altro n-gono (a parità di perimetro) ha superfice minore,


possiamo dire che il teorema 5 equivale a dire che per ogni n-gono G deve
valere la seguente disuguaglianza isoperimetrica
π 
4n tan S(G) ≤ P 2 (G). (3)
n

A questo punto siamo in grado di risolvere il problema isoperimetico


attraverso la seguente disuguaglianza isoperimetrica

4πS(D) ≤ L2 (∂D),

come fatto per il teorema 4.


Cominciamo osservando che se la disuguaglianza è vera il segno di
uguale è soddisfatto dalla circonferenza: in altre parole già conosciamo
la soluzione del problema di massimo collegato, come dimostrato da Stei-
ner, e ovviamente possiamo limitarci a dimostrare il teorema per curve che
cingono domini convessi.

17
Siano P1 , . . . , Pk punti della frontiera di un generico dominio convesso
D e sia Gk il poligono avente vertici nei punti scelti. E’ abbastanza intuitivo
che, per domini non troppo strani, il perimetro di Gk è una buona appros-
simazione della lunghezza della frontiera e che l’area del poligono è una
buona approssimazione dell’area del dominio, almeno quando il numero
k diventa molto grande (si veda [4], per esempio, per delle dimostrazioni
rigorose di questi fatti).
Sicuramente vale che

P (Gk ) ≤ L(∂D),

visto che il segmento è la curva più corta che unisce due punti qualsiasi nel
piano, inoltre, a causa della convessità del dominio abbiamo anche che

S(Gk ) ≤ S(D),

visto che il poligono è interamente contenuto in D.


Cosa stiamo cercando di fare? Abbiamo un dominio nel piano D, cioè
un sottoinsieme di R2 di cui, in generale, non sappiamo come calcolare
area e lunghezza della sua frontiera. L’unico metodo con cui possiamo ten-
tare è di ricondurci a qualcosa di noto, cioè poligoni, calcolare le grandezze
di questi poligoni e ottenere da questi le grandezze dell’area e della lun-
ghezza della frontiera del dominio D. La cosa estremamente interessante
è che questo approccio, tutto sommato abbastanza intuitivo, è esattamente
il procedimento tramite il quale si definisono le aree dei domini piani e la
lunghezza delle curve in R2 ! In conclusione il nostro discorso è rigoroso,
nonostante le apparenze, e risponde ad alcuni quesiti che ci eravamo posti
in precedenza!
Da quanto abbiamo detto vale che

lim P (Gk ) = L(∂D), lim S(Gk ) = S(D),


k→+∞ k→+∞

cioè per k abbastanza grande le aree e i perimetri dei poligoni sono pra-
ticamente le grandezze che ci interessano del nostro dominio. A questo
proposito dobbiamo osservare che quando k cresce i punti che scegliamo
sulla frontiera di D devono essere sempre più vicini, detto meglio staimo
chiedendo che per k → +∞ si abbia supj=1,...,k |Pj − Pj−1 | → 0. Con que-
sta accortezza il ragionamento di approssimazione può superare qualsiasi
critica.
Dal teorema 5 possiamo affermare che
π 
4k tan S(Gk ) ≤ P 2 (Gk ),
k

18
e, poiché 4k tan(π/k) → 4π, passando al limite nella precedente relazione
otteniamo
4πS(D) ≤ L2 (∂D),
per un qualsiasi dominio del piano, quindi abbiamo dimostrato il seguente
risultato.

Teorema 6 Sia D un dominio, cioè un insieme aperto e convesso, avente come


frontiera una curva di classe C 1 a tratti, allora vale

4πS(D) ≤ L2 (∂D). (4)

L’uguaglianza nelle precedente relazione vale se e soltanto se D è un cerchio.

La dimostrazione della disugua-


glianza isoperimetrica che abbiamo
proposto è ispirata dal lavoro di Wi-
lhelm Blaschke e risale al 1916 (il la-
voro originale è in tedesco [1], proba-
bilmente è preferibile leggere l’agile
e divertente libro [5]), tranne per l’u-
so della manovra di Steiner nel caso
del (2k + 1)-gono (in fin dei conti è
possibile approssimare le curve con
poligonali aventi un numero pari di
vertici...) che appartiene agli autori.
W. Blaschke è stato uno dei maggio-
ri (anche se meno famosi) matemati-
ci contemporanei di Steiner, i suoi in-
teressi spaziarono dalla geometria differenziale e integrale, alla topologia
differenziale e a varie questioni di analisi complessa e teoria della misura.

19
5 La prima e l’ultima soluzione

Storicamente il primo a risolvere in


modo completo il problema isoperimetri-
co (secondo gli standard di rigore moder-
ni) fu Hurwitz nel 1902. Adolf Hurwitz
fu un altro che ebbe la fortuna di studia-
re con alcuni nomi sacri dell’analisi, pri-
mo su tutti Weierstrass, ma anche Klein,
Kummer e vari altri. In seguito conob-
be anche Hilbert, di cui divenne grande
amico.
Nonostante la salute un po’ cagione-
vole, come è frequente tra i matematici
(che faccia male?), i suoi principali inte-
ressi di ricerca furono le superfici di Rie-
mann e i settori della matematica ad esse legate. In particolare scrisse mol-
ti lavori sulle serie di Fourier, che riuscı́ ad utilizzare nella sua soluzio-
ne del problema isoperimetrico! Seguiamo il ragionamento di Hurwitz per
dimostrare la disuguaglianza (4).
Sia γ una curva chiusa e semplice di classe C 1 , L la sua lunghezza e S
l’area del dominio D racchiuso al suo interno. E’ ben noto (vedi [4]) che
Z Z Z
1
S = xdy = −ydx = (xdy − ydx),
γ γ 2 γ

ovviamente la curva deve essere orientata positivamente e gli integrali so-


no da intendersi nel senso di Riemann. Inoltre se γ è parametrizzata dalle
equazioni (x(t), y(t)), con t ∈ [0, 2π], vale
Z Z b Z Z b
xdy = x(t)y 0 (t)dt, ydx = y(t)x0 (t)dt.
γ a γ a

Assumiamo, per semplicità, che la lunghezza di γ sia L = 2π, che γ sia


parametrizzata per lunghezza d’arco e che
Z 2π
x(t)dt = 0,
0

ovviamente tutto questo non lede la generalità del ragionamento.


Avendo parametrizzato γ per lunghezza d’arco, risulta
Z 2π
|x0 (t)|2 + |y 0 (t)|2 dt,

2π =
0

20
quindi segue che
Z 2π
|x0 (t)|2 − 2x(t)y 0 (t) + |y 0 (t)|2 dt

2(π − S) =
0
Z 2π Z 2π 2
0 2 2
x(t) − y 0 (t) dt.

= |x (t)| − |x(t)| dt +
0 0

Entrambi gli integrali sono non negativi, il secondo perché l’integrando


è un quadrato, il primo per la disuguaglianza di Wirtinger che dimostrere-
mo fra poco (Lemma 7). Moltiplicando per 2π la precedente disuguaglianza
segue che
4π(π − S) ≥ 0,
cioè
4πS ≤ 4π 2 = L2 ,
che è la disuguaglianza isoperimetrica. Vale l’uguaglianza se e solo se en-
trambi gli integrali si annullano. La disuguaglianza di Wirtinger (sempre il
Lemma 7 qui di seguito) assicura che il primo integrale si annulla se e solo
se
x(t) = A sin(t) + B cos(t).
Il secondo integrale si annulla se e solo se y risolve l’equazione y 0 = x, cioè
se e solo se
y(t) = −A cos(t) + B sin(t) + C,
con C costante. Concludiamo che la disuguaglianza isoperimetrica è un’u-
guaglianza se e solo se γ è una circonferenza.

Ci resta solo da provare la disuguaglianza di Wirtinger per completare


la dimostrazione di Hurwitz. In effetti nel lemma seguente è necessario usa-
re qualche strumento analitico leggermente piú sofisticato rispetto a quelli
usati finora, ma abbiamo pensato che comunque fosse interessante per i let-
tori avere a disposizione una dimostrazione completa. E poi, come diceva
d’Alembert, “Allez en avant, la foi vous viendra!”
Lemma 7 [Wirtinger] Sia f ∈ C 1 [0, 2π] una funzione periodica avente media
nulla. Allora Z 2π Z 2π
|f 0 (t)|2 dt ≥ |f (t)|2 dt,
0 0
e l’uguaglianza vale se e soltanto se f (t) = A cos(t) + B sin(t).

Dimostrazione. Sviluppando f in serie di Fourier abbiamo



X
f (t) = (ak cos(kt) + bk sin(kt)) ,
k=1

21
ricordando che non c’è il termine a0 /2 perché la funzione ha media nulla.
Allora derivando otteniamo

X
0
f (t) = (kbk cos(kt) − kak sin(kt)) .
k=1

Per l’identità di Parseval abbiamo


Z 2π ∞
X Z 2π ∞
X
2 2 2 0 2
k 2 a2k + b2k ,
 
|f (t)| dt = ak + bk , |f (t)| dt =
0 k=1 0 k=1

da cui Z 2π ∞
X
|f 0 (t)|2 − |f (t)|2 dt = (k 2 − 1) a2k + b2k ,
 
0 k=1

e il lemma è provato. Infatti il secondo membro è non negativo ed è nullo


soltanto se ak = bk = 0 per ogni k > 1.

La dimostrazione di Hurwitz , già molto semplice, fu poi ulteriormente


semplificata da Peter Lax in [6]; questa ha il pregio di essere la prova più
corta, almeno per il momento (anzi : “Una scorciatoia per il cammino piú
corto”, come recita il titolo scherzoso del lavoro di Lax).
La storia della disuguaglianza isoperimetrica non termina con Hurwitz,
anzi in un certo senso inizia soltanto nel ’900. Non solo perché, dopo Hur-
witz, furono elaborate molte altre dimostrazioni che fanno ricorso agli stru-
menti matematici più disparati (per una storia piú completa rimandiamo a
[2]). Ma soprattutto perché la comprensione dei concetti di area, lunghezza
(anzi perimetro), e le relazioni delle disuguaglianze di tipo isoperimetrico
con problemi di calcolo delle variazioni e con le equazioni differenziali so-
no state uno dei filoni piú fecondi della matematica degli ultimi decenni.
Si puó dire che intorno a ognuno degli elementi del problema sia fiorita
un’intera teoria matematica, e qualche volta piú d’una.

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Per fare una storia completa del problema ci vorrebbe un’intera serie
di volumi (e di altri autori...). Ma dobbiamo ricordare almeno il contribu-
to del grande Ennio De Giorgi, che in piú di un senso mise un suggello
definitivo al problema isoperimetrico (vedi [3]). De Giorgi chiarı́ nel mo-
do piú generale il significato del perimetro di un insieme e il suo rapporto
con l’area contenuta, sviluppando in molte direzioni le idee contenute nella
disuguaglianza isoperimetrica.
La figura di De Giorgi merita di
essere ricordata per molti motivi. Iscrit-
to al corso di laurea in Ingegneria del-
l’Università degli Studi di Roma La
Sapienza si rende conto ben presto del-
la irresistibile attrazione che la Ma-
tematica esercita su di lui, e cambia
corso di studi. Il suo maestro è Pi-
cone, anche se l’influenza maggiore
sulle sue prime ricerche, proprio sul-
la teoria geometrica della misura e sul-
le superfici minime, è quella di Cac-
cioppoli che riconosce subito la ge-
nialità del giovanissimo De Giorgi. Nel 1956 risolve (contemporaneamente
a Nash) il XIX problema di Hilbert. Qualche anno dopo si trasferisce alla
Scuola Normale Superiore di Pisa dove rimarrà per il resto della sua carriera,
dedicandosi in modo totale alla ricerca e producendo un flusso di nuove
idee e risultati che ebbero un’influenza grandissima sulla matematica del
XX secolo (e del XXI...). Se poi si pensa che a un’attività di questo livello De
Giorgi univa un profondo interesse per il problema dei diritti umani, con
il suo sostegno di Amnesty International, e una profonda fede religiosa, si
può capire facilmente quale ricordo abbia potuto lasciare in chi ha avuto
l’occasione di conoscerlo.
Abbiamo finito, o quasi... non possiamo salutarvi senza menzionare un
ultimo problemino, a dire il vero un po’ difficilotto, ma su cui vale la pena
di riflettere: per invogliarvi diciamo soltanto che i fenomeni di cui si parla
qui sono alla base della teoria della relatività...

Quesito 8 Se invece di curve piane consideriamo tutte le curve tracciate su una


sfera, possiamo studiare anche in questo caso il problema isoperimetrico; e infatti
vale anche qui una disuguaglianza isoperimetrica, ma con una costante diversa.
Secondo voi la costante è maggiore o minore di 4π? Stessa domanda se invece della
sfera si disegnano curve su una superficie che ha la forma di una sella di cavallo. E
se si considera una superficie qualunque?

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Riferimenti bibliografici

[1] W.Blaschke, Kreis und Kugel, Leipzig, 1916.

[2] I. Chavel, Isoperimetric inequalities. Differential geometric and ana-


lytic perspectives, Cambridge Tracts in Mathematics 145, Cambridge
University Press, Cambridge, 2001.

[3] E. De Giorgi, Sulla proprietà isoperimetrica dell’ipersfera, nella clas-


se degli insiemi aventi frontiera orientata di misura finita, Atti Accad.
Naz. Lincei. Mem. Cl. Sci. Fis. Mat. Nat. Sez. I 8, 33–44, 1958.

[4] E. Giusti, Analisi Matematica. Volume 2, Bollati Boringhieri, 1988.

[5] N.D. Kazarinoff, Geometric inequalities, tradotto in Disuguaglianze


geometriche, Zanichelli, 1972.

[6] P. Lax, A short path to the shortest path, Amer. Math. Monthly 102 (2),
158–159, 1995.

[7] P. Virgilio Marone, Eneide, trad. C. Vivaldi, Edisco Torino.

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