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"il pianoforte spirituale di O.

Messiaen"

La produzione pianistica di Olivier Messiaen è ormai da annoverare tra i


capitoli più importanti nella letteratura dedicata allo strumento nel XX secolo;
un catalogo che presenta una serie tale di capolavori (quasi sette ore di musica)
che oggi è irrinunciabile porsi, che sia ascolto o esecuzione, inanzi a tale
corpus. Maestro di tutta una generazione di compositori che hanno declinato in
seguito gran parte delle "avanguardie", dagli anni cinquanta in poi (basta
pensare che tra gli allievi di Messiaen compaiono Pierre Bolulez, Karlheinz
Stockhausen, George Benjamin, György Ligeti, Gérard Grisey, Jannis Xenakis e
molti altri), Olivier Messiaen vede nel pianoforte, come lo videro Chopin, Liszt
e Debussy, mezzo privilegiato per l'esplorazione e la creazione del suo
linguaggio musicale, teso al disvelamento di una sintesi estrema e profonda che
pone le sue radici ben al di là della musica occidentale. Possiamo,
sinteticamente, individuare tra aspetti che caratterizzano la poetica di Messiaen:
l'irriducibile e profondissima ispirazione religiosa - che fa di Messiaen, al pari
di Satie e Skrjabin, un compositore mistico - lo studio di tradizioni musicali
extra-europee come quella indiana - che permettono a Messiaen, soprattutto in
ciò che concerne le strutture ritmiche, di ampliare in maniera strepitosa il suo
linguaggio musicale occidentale - e la centralità dell'elemento naturalistico,
quasi sempre rappresentato dalla presenza nelle sue composizioni di citazioni ed
elaborazioni di canti di innumerevoli specie di uccelli di cui Messiaen si è fatto,
in tutta la sua vita, entusiasta trascrittore musicale; si può pensare alla musica di
Messiaen come un mirabolante tentativo di summa teologica, una sorta di
rappresentazione musicale dell'intera creazione. Le Visions dell'Amen (1943)
sono, insieme al Quatour pour la fin du temps tempi, di poco precedente, il
primo grande affresco teologico di Messiaen seguito poi dalla grandiosa
raccolta del 1946 dei Vingt Regards sur l'Enfant-Jesus. La suite è suddivisa in
sette grandi quadri (sette come i giorni della creazione) e che traggono
ispirazione da diverse interpretazione della parola Amen, suggerita a Messiaen
da una riflessione del teologo francese Ernest Hello, posta in esergo all'opera:

Amen, parola della Genesi, che è l'apocalisse dell'esordio. Amen, parola


dell'Apocalisse, che è la Genesi della consumazione.

L'opera è costruita secondo una sapiente alternanza di temi ciclici (citiamo il


tema della creazione, una sorta di corale che apre la raccolta, in contrappunto ad
un disegno ritmico di ferrea concezione, e che ricompare trasmigrando di
numero in numero nell'ultimo Amen del Compimento) e l'applicazione dei
principi compositivi che Messiaen aveva esposto nel suo precoce Trattato
(l'utilizzo di scale e accordi tratti da scale modali insieme all'utilizzo dei
cosiddetti ritmi non retrogradabili, ovvero, come dice lo stesso Messiaen, un
raggruppamento di durate la cui lettura resta identica sia procedendo da
sinistra verso destra che da destra verso sinistra, e la permanenza di chiari
riferimenti alla tonalità come ne è esempio la raccolta degli Amen). Messiaen
spiega anche il contenuto spirituale dell'opera che vale la pena citare
integralmente:

Amen ha quattro significati differenti: Amen, così sia! L'atto creatore. Amen, mi
sottometto, accetto. Sia fatta la tua volontà! Amen, il desiderio, la speranza che
così sia, che voi vi doniate a me ed io a voi! Amen, così è, tutto è fissato per
sempre, consumato nel Paradiso. Unendovi pure la voce delle creature che
dicono amen per il fatto stesso che esistono, ho provato ad esprimere le diverse
ricchezze dell'Amen in sette visioni musicali.

I numeri 1, 3, 4, 7 corrispondono alle quattro interpretazioni principali, mentre i


numeri 2 e 5 sono dedicati alle creature. Messiaen non rinuncia a includere
anche uno sguardo inquietante a coloro che si sono esclusi volontariamente
dalla grazia divina, nel sesto brano, il più breve e angosciante della raccolta. La
composizione dell'opera fu il primo frutto del sodalizio d'arte e di vita con la
pianista Yvonne Loriod. I ruoli dei due pianoforti sono considerati in qualche
modo complementari: il primo pianoforte, al quale sono affidati rutilanti
successioni accordali, scale e intricate strutture ritmiche adatte al virtuosismo
trascendentale della Loriod; il secondo pianoforte, che veniva eseguito da
Messiaen, invece sintetizza e concentra su di sé il materiale musicale e
tematico, le idee che di volta in volta sembrano germinare come da un affresco
di immense dimensioni, ed al quale è affidato un grande a solo centrale di
incomparabile potenza espressiva. Nel brano finale (Amen del compimento), in
cui si celebra la perfezione del creato, il principio compositivo si svela in tutta
la sua potenza, e se al primo pianoforte è affidato un’imponente massa di
accordi, come gli abbaglianti colori delle vetrate delle cattedrali gotiche che
Messiaen tanto amava, al secondo pianoforte l'elemento melodico genera una
sorta di grandiosa e apoteosi finale.

Leonardo Zunica