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Table of Contents
Il Re in Giallo e altri racconti
Maschere Fin-De-Siècle
Su Robert W. Chambers
Il re in giallo
I Il riparatoredi reputazioni
II La maschera
III Nella cortedel drago
IV Il segno giallo
V La demoiselle d’Ys
VI Il paradisodel profeta
VII La via deiquattro venti
VIII La via dellaprima bomba
IX La via dellaMadonna dei campi
X Rue Barrée
Il re in giallo
Il fabbricante di lune
Una piacevoleserata
Appendice bibliografica
Edizioni Hypnos

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Robert W. Chambers

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Il Re in Giallo
e altri racconti
Tutti i racconti fantastici Vol. I

Introduzione di Giuseppe Lippi


Traduzioni di C. Gavioli e Silvia Castoldi

Edizioni Hypnos

The Repairer of Reputation


The Mask
In the Court of the Dragon
The Yellow Sign
The Demoiselle d’Ys
The Prophets’ Paradise
The Street of the Four Winds
The Street of the First Shell
The Street of Our Lady of the Fields
Rue Barrée
Traduzione di C. Gavioli

The Maker of Moons


A Pleasant Evening
Traduzione di Silvia Castoldi

Progetto grafico: Julie Joliat (www.joliat.net)

Realizzazione ebook: Matteo Poropat

Il Re in Giallo © Edizioni Hypnos, 2014


Ebook ISBN 9788896952214
www.edizionihypnos.com

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Maschere Fin-De-Siècle
Indicazioni per il turista:
voi siete qui:

“Nel mutar degli anni, nella spirale delle cose,


nel clamore, nel rumore della vita futura.”
Algernon Charles Swinburne

Allo scadere di ogni secolo c’è sempre un po’ di movimento in più:


voragini si aprono su quello che è stato, visioni lampeggiano su quello che
verrà. Alla fine del Novecento abbiamo avuto la letteratura postmoderna
con la sua nostalgia del presente. Nel campo del fantastico, l’apocalittico e
il cyberpunk sono stati suoi tributari. Alla fine del XIX secolo si è registrata
un’analoga attività sismica che, al culmine della civiltà vittoriana, ha fatto
presentire la fine di un mondo e scosso le coscienze (o quel che ne restava)
con le immagini perturbanti del simbolismo “nero”. Preannunciato dal
successo del Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson (1886), negli anni
Novanta il genere si è arricchito di alcuni testi fantastici importanti,
pubblicati da autori specializzati e non: Il gran dio Pan (The Great God Pan,
1890-94) e I tre impostori (The Three Impostors, 1895) di Arthur Machen; La
macchina del tempo (The Time Machine, 1895), L’uomo invisibile (The Invisible Man,
1897) e La guerra dei mondi (The War of the Worlds, 1898) di H.G. Wells;
Dracula di Bram Stoker (1897); Il giro di vite di Henry James (The Turn of the
Screw, 1898), più tutta un serie di racconti brevi ma memorabili: dai Grim
Tales di E. Nesbit (1893) alla raccolta di Robert W. Chambers Il Re in Giallo
(The King in Yellow, 1895); senza dimenticare gli Black Spirits and White di
Ralph Adams Cram (1895) e The Upper Berth (“La cuccetta superiore”) di F.
Marion Crawford (1894).
Tra gli scrittori di quel periodo, Chambers occupa un posto singolare.
Oggi è ricordato soprattutto per aver influenzato H.P. Lovecraft e, come
tale, viene periodicamente riscoperto; poi entra in ibernazione e riemerge a
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molti anni di distanza, invitando nuovi lettori e tenendone altri
discretamente alla larga. I narratori della sua generazione sono stati a lungo
negletti, ma negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso hanno
conosciuto un significativo revival editoriale. Sull’onda della crescente
popolarità di Lovecraft, che in parte deve la sua ispirazione a Chambers e
in parte ad Arthur Machen, quei classici sono stati ripubblicati insieme a
Lord Dunsany, Algernon Blackwood e William Hope Hodgson. Poi, a
partire dagli anni Novanta, il sipario è calato di nuovo e i grandi eccentrici,
legati a una visione letteraria del genere, sono tornati nell’oblìo, sommersi
dalla produzione poco ispirata che da qualche decennio tiene banco nel
campo del soprannaturale. Non foss’altro per questo, è venuto il momento
di riscoprire ancora una volta le suggestioni del weird tale, i piccoli e grandi
maestri del fantastico con la loro arte consapevole. Molti sono stati
romantici post-litteram, altri hanno anticipato le visioni della fantascienza;
alcuni meritano di essere riletti nel XXI secolo.
In realtà Chambers fu prolifico in molti generi del romanzo e, una volta
conquistata la popolarità con opere di largo consenso, finì col rinunciare
all’ispirazione iniziale: di certo all’ispirazione che caratterizza Il Re in Giallo,
il suo libro di racconti più famoso, del quale non si può disconoscere
l’originalità. Con il carattere di uomo di mondo e uomo affermato che lo
contraddistingue – una parte attiva dell’intellighentsija, non certo un recluso
dell’immaginazione – Chambers ricorda davvero alcuni artisti di fine
millennio e le sue invenzioni più riuscite potrebbero passare per
l’equivalente dell’immaginario barocco e programmatico dei cyber-guru del
passato recente. Non per la tematica, ma perché nelle sue fantasie si
distinguono l’occhio profetico e l’accortezza estetica di quegli autori a noi
così prossimi. La sua fantascienza, spesso in chiave ironica, potrebbe essere
letta provocatoriamente come un’anticipazione dello “steampunk”; mentre
i racconti dell’orrore sono preparati in base a una ricetta estetica che non
trascura affatto il lato mondano (come avviene in Lovecraft, per esempio)
ma cala il soprannaturale nelle metropolis di Parigi o New York. Il suo
cocktail di arte e raffinatezza, di speculazione ed estetismo può far pensare,
come si accennava in apertura, alla visionarietà di un postmoderno d’antan.
E la sua fama nei media, ben oltre quella di un autore per pochi
appassionati, è stata tale da indurre i colleghi più in voga nel suo tempo a
prenderlo a paragone.
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In una delle prime avventure di Nero Wolfe, il pachidermico
investigatore fornisce la seguente ricetta a un uditorio di paurosi: “Prendete
un’edizione maneggevole del testo che Archie vi suggerisce qui sotto;
leggete fino a tardi, in un ambiente gradevole e a temperatura costante.
Entro le sei del mattino avrete riacquistato tranquillità e fortezza. Se è così,
invece di rischiare qualche residuo di brutti sogni glissate sulla seguente
postilla e andate a fare la prima colazione.”
Nel nostro caso, tuttavia, la postilla è fondamentale. Il testo che
Goodwin e Wolfe consigliano ai lettori è infatti Police!!! di Robert W.
Chambers, l’artista famoso per aver fatto rizzare i capelli alla generazione
fin de siècle e che, nel giro di una ventina d’anni, era divenuto sinonimo di
accettabile rimedio contro le paturnie della notte. Police!!! è una raccolta di
racconti a sfondo fantascientifico, conditi con un pizzico d’ironia e
pubblicati nel 1915; la ricetta di Wolfe risale alla metà degli anni Trenta.
Quando il re degli investigatori newyorchesi la sottopone al suo uditorio,
sono passati pochi anni dalla morte di Chambers, eppure New York è
diventata un’altra New York, la città tentacolare fa impallidire il ricordo
delle avventure romantiche ambientate a cavallo del secolo. I romanzi a
sfondo sociale di Chambers, imperniati sulle gesta di eroine in lotta perenne
contro i limiti e le prevaricazioni imposte alle donne del loro tempo,
cominciavano a sbiadire: “In fin dei conti”, ha scritto un critico, “i suoi
personaggi femminili non sono interessanti quanto quelli maschili, e questo
anche nei casi in cui l’eroina sia una donna”. Degli scrittori fantastici del
tempo, solo Ambrose Bierce non era caduto nell’oblìo, anzi si era
trasformato in un autore di culto. Per Chambers, viceversa, era cominciata
una discesa nell’anonimato dalla quale sarebbe stato tratto molti anni dopo
e per ragioni che a lui stesso sarebbero parse incomprensibili. Nel
frattempo, siccome Bierce veniva classificato tra i “diabolici”, in molti
avevano insistito nel sottolineare il legame tra Bierce e Poe, tra quest’ultimo
e la leggenda del cavaliere senza testa ripresa da Washington Irving, fino
alle storie d’incubo del primo narratore statunitense degno di questo nome,
Charles Brockden Brown. Altri, volendo rintracciare le origini della propria
ispirazione, avrebbero esaltato quella tradizione visionaria, cercando di
precisare una genealogia del supernatural horror in literature. Recluso e senza
autorità accademica, il ricercatore in questione, H.P. Lovecraft (1890-1937),
si ingegnò di produrre nuovi esempi di quello che considerava un genere
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nobilissimo, e che aveva battezzato weird tale: terrificante narrazione post-
gotica che, a voler essere generosi, derivava dall’esempio dei narratori
illustri di cui sopra. Poe e Hawthorne, dunque, l’indiavolato Bierce e, tra gli
ultimi, Robert W. Chambers. Anzi, da Chambers il nostro teorico
dell’orrore avrebbe tratto spunto per numerosi esercizi in proprio: il
Necronomicon, pseudo-libro maledetto la cui esistenza è avvolta nel mistero
ma che consente l’evocazione di demoni portentosi, deriva dal testo
ugualmente elusivo che Chambers aveva sfogliato nel 1895 e mai più
riposto, Il Re in Giallo; mentre tutti sanno che le Iadi sono una costellazione
colonizzata dall’autore newyorchese e che il Segno Giallo, con le sue
nefaste implicazioni semiotiche, è la più memorabile delle maledizioni
chambersiane. Se al novero aggiungiamo la Maschera pallida e il tenebroso
Hastur, la città di Carcosa e il lago di Hali (gli ultimi tre presi a prestito da
Ambrose Bierce, ma ricorrenti in Chambers), otterremo un cocktail di
anticipazioni lovecraftiane al cui fascino, in genere, l’addict non può
sottrarsi.
I terrori di Robert Chambers – quando scrive di terrori – sono del
genere evocativo, subspecie romantica. Ci vuole il nome sibilante di una
località bretone, la colorata semiologia di un ideogramma, il contrasto tra
buffoneria e crudeltà a suscitare l’emozione dell’ignoto. Come in Hop-Frog,
dirà qualcuno, e ancora meglio nella Maschera della morte rossa. Ma laddove in
Poe non vi è alcun sentimentalismo perché l’effetto straniante è
determinato dalla stranezza complessiva dell’universo (consiste in questo la
rivelazione del maestro), in Chambers e altri autori di fine Ottocento lo
spavento viene raggiunto attraverso la distillazione di un’atmosfera ormai
acquisita e tipicamente letteraria. Il mistero non è più avvertito come
conseguenza di una straordinaria capacità di penetrazione nel reale, anzi,
nel reale-oltre-il reale che puoi chiamare arabesco, ma come un ritorno di
fiamma estetico. In questo consiste lo scarto tra l’approccio analitico di Poe
– e più tardi, ma in modo personale, di Lovecraft – e le pur interessanti
fantasie dei suoi epigoni. Per il primo il mistero è il risultato di una radicale
novità e propone una rigorosa visione del mondo; nei tardo-romantici alla
Robert Chambers è il frutto di una sensibilità incline al patema e, non di
rado, all’evocazione sensuale (non per nulla Chambers nasce come pittore).
Egli, tuttavia, ha avuto il merito di aprire le suggestioni del suo
romanticismo a una visione più ampia, cosmica per dirla alla Pascoli o
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simbolica, se si preferisce: ed è perciò che l’artificio tipicamente
ottocentesco de Il Re in Giallo un testo teatrale che fa impazzire – non ci fa
sorridere ma procura un brivido genuino; è per questo che le sue avventure
nelle strade delle metropoli del tempo non ci sembrano polverose o
pretestuose ma trovano una propria collocazione tra i gioielli di famiglia del
weird tale.
Chambers, insomma, dipinge a colori impressionistici ma rimanda a
qualcosa di veramente intimo, segreto: un mistero dello spazio e del tempo
che solo le chinoiseries, solo gli ideogrammi e l’arte del “trompe-l’oeil”
sembrano in grado di simboleggiare. Ed è proprio il simbolo, la cifra – la
maschera, come vedremo – lo strumento espressivo del nostro scrittore,
almeno per quanto riguarda i suoi racconti d’immaginazione. Nel mondo
de Il Re in Giallo e delle altre opere originali di Chambers vedremo squarci
di Babilonia, luci dirette artificialmente sui pizzi e i merletti che emergono
dagli scavi, volti di donna: l’amore è spesso presente nelle sue narrazioni,
chiave di volta per accedere agli ordini di bellezza che si nascondono,
eventualmente, dietro il terrore. Avventura, mistero, racconto storico,
esercizio alla Poe, sono le corde di un romanziere che conobbe un notevole
successo nell’America dell’altro ieri, più di un secolo fa.

Robert William Chambers non venne al mondo in un ambiente di


sognatori ed esteti ma, come spesso accade ai ricchi, in una famiglia
predisposta a questo ed altro. Il suo borough è Brooklyn, la data di nascita il
26 maggio 1865; i genitori furono William P. Chambers, un celebre
avvocato, e Caroline Boughton, discendente diretta di Roger Williams, il
fondatore dello stato del Rhode Island. Il fratello di Robert, Walter
Boughton Chambers, divenne un architetto di fama mondiale, mentre il
nostro, dopo aver frequentato il politecnico di Brooklyn, scoprì il proprio
talento per il disegno e a vent’anni cominciò a studiare pittura alla Arts
Students League. Nel 1885 conobbe Charles Dana Gibson, destinato a
diventare l’illustratore di molti romanzi chambersiani. Anzi, la coppia
sarebbe divenuta proverbiale per aver descritto e tratteggiato “le ragazze di
Chambers” e “di Gibson”, epitome della giovane donna emancipata a
cavallo del secolo. Ma la febbre dell’arte si sarebbe difficilmente placata
nell’ambiente industrioso di New York e Chambers si trasferì a Parigi per
studiare all’École des Beaux Arts, poi all’Accademia di Julien (1886). Tra i
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suoi maestri vi furono Cormon, Lefebvre, Boulanger. La sua prima mostra
nella capitale francese si tenne nel 1889 e gli anni della vita artistica si
impressero nella memoria: la gioventù, gli amori, il talento costituirono per
lui una ripetuta fonte d’ispirazione. Nell’introduzione a The Yellow Sign –
una raccolta organica della narrativa fantastica chambersiana pubblicata nel
2000 – S.T. Joshi sostiene che l’ambiente francese dei pittori non fosse poi
così sentito, o l’autore vi sarebbe tornato in altri momenti della sua opera
matura. È indubbio, tuttavia, che Chambers abbia raccontato quegli anni
nel suo primo romanzo, negli episodi del Re in Giallo e che ne abbia
mostrato anche il contraltare inquietante. L’atmosfera di sogno che pervade
i suoi racconti è letteraria ma genuina, il talento visuale per ciò che vede e
sperimenta è tipico di un gusto coltivato.
Nel 1893 Robert tornò a New York e cominciò una carriera
d’illustratore per “Life”, “Vogue” e altre riviste. Il desiderio di scrivere si
era già manifestato da tempo e nel 1894 pubblicò il suo primo romanzo, In
the Quarter. Composto a Monaco nel 1887 e uscito in forma anonima,
rappresentava il racconto esaltato della vita di uno studente a Parigi.
Applaudito dai lettori (ci fu chi scrisse che se ne sarebbe potuto ricavare il
libretto per un’altra Bohème), il libro incoraggiò Chambers a pubblicare
subito un altro testo di narrativa, a tutt’oggi il suo più famoso: Il Re in Giallo
(The King in Yellow, 1895). Si tratta di una raccolta di dieci racconti, parte dei
quali collegati dall’invenzione di un testo immaginario – l’opera teatrale Il
Re in Giallo, appunto – la cui lettura provoca la follia.
Il capolavoro di Chambers coglie dunque lo spirito del tempo, appare
nel momento in cui le contraddizioni vittoriane raggiungono il culmine e,
non potendo esplodere in una guerra o una rivoluzione (non ancora), si
travestono per una sorta di artistico carnevale, la festa più trasgressiva. Nei
panni ricercati e nelle maschere simboliche dei suoi racconti si celebra il
trapasso di una civiltà, il suo trascorrere evolutivo verso un ordine nuovo:
“il sistema” del XX secolo. Il linguaggio allusivo di Chambers, Machen e
altri visionari del periodo desta la curiosità del pubblico. I primi quattro
racconti del Re in Giallo raccontano la storia di persone che in varie epoche
del presente, del passato o del futuro vengono in contatto con un testo
folgorante e dovranno sopportarne le straordinarie conseguenze. La follia
serpeggia nella festa, il terrore del sabba (il sabba sociale?) è in agguato, le
stelle tremano nelle nicchie celesti.
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Anche gli specialisti sono in allarme. Nel saggio Supernatural Horror in
Literature (1927) Lovecraft scriverà che la vena orrorifica dell’opera di
Chambers “è senz’altro autentica, pur se non priva dei manierismi e alcune
stravaganze tipiche degli anni Novanta. Il Re in Giallo… è un’opera che
raggiunge notevoli vette di terrore cosmico, nonostante il fatto che il suo
livello non sia omogeneo e che l’atmosfera francese degli ambienti artistici,
già popolarizzata nel Trilby di Du Maurier, risenta oggi di un che di
artefatto”.
Il successo letterario entusiasmò il giovane artista, che abbandonò il
pennello per dedicarsi completamente alla narrativa. Da allora in poi il
fantastico e il perturbante sarebbero tornati ripetutamente nella carriera di
Robert, ma senza costituire una vena esclusiva: altri interessi premevano
alla sua fantasia, altre preoccupazioni (non escluse quelle economiche e
indirizzate verso una produzione che rendesse bene sul piano editoriale).
Opere come The Maker of Moons (1896), The Mystery of Choice (1897), In Search
of the Unknown (1904), Police!!! (1906) e The Slayer of Souls (1920) raccolgono
quanto di meglio abbia prodotto la sua vena soprannaturale e costituiscono
la fonte cui attinge la presente traduzione del Chambers fantastico; ma non
va dimenticato che si tratta di uno dei tre filoni principali in cui si articola la
sua produzione. Gli altri due riguardano i romanzi storici (di frontiera, della
guerra franco-prussiana, ecc.) e i romanzi sui giovani americani. In
particolare sulle giovani donne che, all’alba del Novecento, entrano
prepotentemente nella storia del loro paese, non solo in virtù del
movimento femminile ma anche dell’evolversi del mercato del lavoro.
L’invenzione della macchina da scrivere, solo per fare un esempio,
permette a migliaia di americane di impiegarsi come dattilografe, creando de
facto il pubblico per i romanzi social-sentimentali di Robert Chambers e altri
autori come lui. In essi la donna lotta contro le discriminazioni, contro i
pregiudizi sociali ma anche contro gli ostacoli che si frappongono alla sua
realizzazione nel campo dei sentimenti. La giovane lavoratrice diventa
subito nota come “ragazza alla Chambers”, anche se di lì a poco verrà
ribattezzata “ragazza alla Gibson” in omaggio all’illustratore dei romanzi.
Anche nella vita il romanzo non si fece attendere: il 12 luglio 1898
Chambers sposò Elsa Vaughn Moller, da cui ebbe il figlio Robert;
quest’ultimo sarebbe diventato a sua volta scrittore di una certa notorietà
con il nome di Robert Husted Chambers. Negli anni di fine secolo la
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produzione chambersiana alternò le opere fantastiche a quelle storiche,
spesso con protagonisti giovanili: The Red Republic (1894), Lorraine (1896) e
Ashes of Empire (1897) sono i romanzi della guerra franco-prussiana. Un
libro del 1898, Outsiders, viene segnalato dai critici come “quello che
maggiormente, tra i suoi lavori, suscita interesse nello storico della società”,
nel senso che i suoi personaggi non seguono gli stereotipi dei libri più
corrivi degli anni seguenti. All’inizio del nuovo secolo apparvero alcuni tra i
romanzi più famosi: Cardigan (1901), The Maid-at-Arms (1902), The Hidden
Children (1914), The Little Red Foot (1921), i cui protagonisti, è stato detto,
“cercano di mettere a fuoco l’immagine della gioventù nel nuovo tempo”.
Nel periodo 1915-1919 usciranno alcuni romanzi sulla Grande guerra, e
intanto diventerà sempre più frequente il caso di libri pubblicati a puntate
sulle riviste prima di vedere la luce nell’edizione definitiva. La popolarità di
Chambers cominciò a farsi alterna solo dopo il conflitto mondiale, quando
l’ambiente dei suoi libri parve superato, ma nel momento in cui tornò al
romanzo storico (1924) le lodi non mancarono. Un recensore osservò che
il genere dimostrava “la sua capacità di rappresentare scene di massa, creare
episodi appassionanti e dipingere vividi paesaggi all’altezza del sua abilità di
pittore”.
Da parte sua, il romanziere era in pace con se stesso. Con il passare
degli anni aveva scelto di compiacere il pubblico e dargli quello che si
aspettava, ma continuò a dichiarare di scrivere soltanto ciò che lo
interessava: “Per quanto riguarda l’accoglienza del pubblico mi affido alla
fortuna, ma mi è sempre piaciuto imboccare nuove strade e spero che i
lettori si divertano con me. Facevo lo stesso quando ero pittore e passavo
da una tecnica all’altra: acquerello, tempera, olio, carboncino” (in Authors
Today and Yesterday). Per l’attrice Ada Rehan scrisse una commedia, The
Witch of Ellangowan, che fu rappresentata fin dal 1897. L’argomento dei suoi
romanzi storici, che già copriva la guerra franco-prussiana e la rivoluzione
americana, si allargò ad altri soggetti: la guerra del 1812 contro l’Inghilterra,
quella di secessione e i conflitti franco-indiani. Questi ultimi, ambientati
nelle regioni settentrionali dello stato di New York e al confine con il
Canada, affascinarono un giovane lettore texano, Robert E. Howard, che
due anni dopo la morte di Chambers vi si ispirò per l’avventura Beyond the
Black River, narrata come una romantica storia di frontiera.

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Chambers era un abitudinario. Si dice che lavorasse in uno studio
newyorchese di cui nessuno conosceva l’indirizzo, neanche i familiari.
L’orario era quello di qualunque ufficio, appena un po’ più comodo: dalle
dieci alle sei. Negli ultimi anni della carriera lo sforzo di produrre narrativa
a ritmo costante non lo interessava più, ma vi si sottopose ugualmente per
mantenere viva la firma e costante il flusso di entrate. Era un membro del
National Institute of Arts and Letters e apparteneva a un gran numero di
club e associazioni: il Metropolitan Club, l’Authors’ Club di New York, il
Saratoga Golf e il Calumet Club. Lo sforzo professionale conosceva una
gradita pausa durante l’estate, quando la famiglia si trasferiva nella proprietà
di Broadalbin, ai piedi dei monti Adirondack nello stato di New York.
Costruita dal nonno William Chambers, la casa fu riedificata dal fratello
architetto Walter. Robert l’aveva riempita di tappeti pregiati e vi coltivava la
passione del piantare alberi (si dice che ne abbia lasciati più di ventimila).
Dal 1924 al 1933, l’anno della morte, si dedicò esclusivamente al
romanzo storico. Un dizionario dell’epoca lo acclamò “tra i massimi autori
di narrativa romantica” e precisò che il suo stile era stato paragonato a
quello di Anthony Hope, l’autore del Prigioniero di Zenda: “Ma sebbene i due
romanzieri attingessero spesso agli stessi argomenti e personaggi,
Chambers rivela un’individualità e un’originalità che lo differenziano
sufficientemente da qualsiasi esponente di quella scuola”. Quattordici dei
suoi libri furono portati sullo schermo. Da uno di essi, The Tracer of Lost
Persons del 1906, fu tratto un serial radiofonico di grande successo, Mr. Keen,
Tracer of Lost Persons, cui si sarebbero ispirate le future serie televisive. È
ancora S.T. Joshi a riferire che The Fighting Chance (1906) e The Younger Set
(1907) furono i suoi principali bestseller, con duecentomila copie vendute
per ciascun romanzo.
Si può parlare dunque di un uomo di successo, del quale autori meno
fortunati avrebbero scritto con una punta d’invidia. Così H.P. Lovecraft in
una lettera a Clark Ashton Smith: “Chambers somiglia a Rupert Hughes e a
qualche altro titano abbattuto: ha la mente e la cultura che ci vogliono, ma
non l’abitudine a servirsene”. Un altro commentatore, Frederic Taber
Cooper, ha osservato che “gran parte dell’opera di Chambers risulta
irritante perché è evidente che avrebbe potuto facilmente far di meglio”.
Come se, per mantenere il successo arrivato fin troppo presto, il nostro
avesse rinunciato a prendersi sul serio fino in fondo.
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La produzione che meglio sfugge a queste pungenti osservazioni è, con
ogni probabilità, quella fantastica. Nel presente volume e in quelli che
seguiranno, il lettore italiano avrà a disposizione tutti i racconti bizzarri e
soprannaturali di Chambers (oltre a quelli contenuti ne Il Re in Giallo e che
non appartengono all’ambito del fantastico, ma che sono stati mantenuti
per offrire l’opera nella sua integrità). In questo primo tomo, dunque,
vengono dati i dieci racconti de Il Re in Giallo (1895) ripresi nella traduzione
che già fu di Fanucci, più quelli compresi in The Maker of Moons (1896), la
sua seconda collezione del fantastico. Nella continuazione del progetto
verrano pubblicati i testi che provengono da The Mystery of Choice (1897), In
Search of the Unknown (1904), The Tracer of Lost Persons (1906), The Tree of
Heaven (1907) e Police!!! (1915), con il suo tocco di humour fantascientifico.
Altre ricerche l’editore sta compiendo per rintracciare testi minori o sparsi
di una produzione ampia e non ancora perfettamente catalogata. Rimarrà
escluso, almeno da questa serie dedicata alla narrativa breve, il romanzo di
stregoneria The Slayer of Souls (1920).

Quando si esamina il panorama del weird tale novecentesco e si


prendono in considerazione i suoi precursori, l’apporto decadente e
simbolico è spesso sottovalutato. La cosa è comprensibile visto che si tratta
al novanta per cento di produzioni anglosassoni, una civiltà in cui
l’estetismo nel fantastico è un fatto relativamente più contenuto che nella
narrativa francese o russa, ma nessuno può negare un tocco di
decadentismo “alla Pater” in Arthur Machen, né l’influsso di Oscar Wilde e
dell’art nouveau di Aubrey Beardsley sullo stesso Chambers. Del resto, il
decadentismo inglese è temperato da una dose di umorismo e una saggezza
wildiana che raramente tollera l’orpello fine a se stesso. La letteratura
inglese è spesso drammatica, raramente tremenda: e quando raggiunge le
vette del terribile, come ad esempio in Thomas Hardy, lo fa con
un’invidiabile economia di mezzi. Invece nel fantastico un pizzico di
estetismo, di compiacimento torbido può stare benissimo. Di autori
fantastici “dannunziani” ve n’è forse uno solo, James Branch Cabell, ma a
tratti Machen e Chambers lo prefigurano. Per loro fortuna, tuttavia, non è
solo la tradizione del decadentismo ad averli influenzati ed entrambi
provano uno spontaneo interesse per il lato simbolico dell’arte. Più che il
simbolismo di Mallarmé, Rimbaud e Verlaine (con il loro antesignano
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Baudelaire), o quello dei pittori – Gustave Moreau, Odilon Redon – si
tratta dell’estetismo che influenzerà gli autori del Novecento, T.S. Eliot,
Wallace Stevens e Hart Crane. Come se questo distinguo già non bastasse,
un altro nume veglia sugli eccessi – anzi, sulla mancanza di eccessi
sgradevoli – dei tardoromantici alla Chambers: un patrono che si chiama
Robert Louis Stevenson. È all’influenza di Stevenson (Le nuove mille e una
notte, in particolare Il club dei suicidi) che si devono il romanzo circolare I tre
impostori di Machen e alcuni episodi di Chambers, compresa la struttura
enigmatica de Il Re in Giallo. Ed è a quel tipo di simbolismo, alla masque del
bene e del male che aveva dato un capolavoro cosciente nel Dottor Jekyll,
che si rifanno le maschere e le cifre spesso inconsce del Segno Giallo
(Chambers) o della Storia del sigillo nero (Machen).
Il simbolismo, che in ambito anglosassone viene definito estetismo,
allude al fatto che il mondo della realtà autentica sia misterioso, magmatico
e si estenda sotto un velo di apparenze ingannevoli. Le figure dell’arte, cioè
i suoi simboli, sono le chiavi per penetrare il segreto di una verità profonda
e assoluta. Il fantastico è perfettamente a suo agio in tutto questo, anzi
potremmo dire che nasca direttamente da quei processi psicologici ed
estetici. Come era già avvenuto nella stagione iniziale del romanticismo, le
figure letterarie attingono a quelle dell’immaginazione pura, portandole alla
ribalta della coscienza e facendo leva sui sogni per rivelare un patrimonio
nascosto. Da tutto questo si sviluppa e irrobustisce l’albero di un ricco
genere artistico: genere che in età tardo-romantica ha ormai a disposizione
un codice affatto maturo. Ecco il perché dell’importanza degli “oggetti” nel
racconto fantastico (notata da molti critici e, nel nostro campo, da un fine
specialista come Fritz Leiber): determinati oggetti sono viatici per superare
le apparenze di una realtà che senza di essi risulterebbe monca.
In uno dei Primi poemetti di Giovanni Pascoli (1904), l’oggetto simbolico
per eccellenza è “Il libro”, un tomo misterioso da fare concorrenza a Il Re
in Giallo. È appoggiato a un leggìo di quercia, ed ecco come viene descritto
il lettore davanti alle sue pagine:

“E sfoglia ancora; al vespro, che da nere


nubi rosseggia; tra un errar di tuoni,
tra un alïare come di chimere.

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E sfoglia ancora, mentre i padiglioni
tumidi al vento l’ombra tende, e viene
con le deserte costellazïoni
la sacra notte. Ancora e sempre: bene
io n’odo il crepito arido tra canti
lunghi nel cielo come di sirene.

Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,


invisibile, là, come il pensiero,

che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,


sotto le stelle, il libro del mistero”.

Libri, cifre e maschere sono le chiavi del fantastico a cavallo del secolo
e sono le vere protagoniste in Pascoli come in Chambers. Tutte si
presentano come strumenti di rivelazione, compresa la maschera che da un
lato nasconde e dall’altro personifica il ruolo di chi la porta: mistero che si
trasforma in nume, collegamento tra l’uomo e le forze dell’inconscio. Del
resto, in un celebre passo de Il Re in Giallo (la commedia che porta alla
follia, non il libro di Chambers che la cita), l’ospite più interessante del
ballo mascherato è quello che ci sorprende con la rivelazione contenuta
nella seguente citatissima scena:

CAMILLA: Signore, devi toglierti la maschera.


SCONOSCIUTO: Davvero?
CASSILDA: Davvero; è l’ora. Noi tutti abbiamo deposto i travestimenti, tranne
te.
SCONOSCIUTO: Io non ho maschera.
CAMILLA: (Atterrita, a parte a Cassilda): Non ha maschera? Non ha
maschera!

Il Re in Giallo, Atto I, Scena 2

Il personaggio che si presenta con il volto nudo e presumibilmente


mostruoso (da monstrum, che mostra ciò che è mirabile), denuncia la propria
funzione di simbolo che si auto-decodifica. Nel Segno Giallo, un altro
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episodio tra i primi del volume, la disciplina non ancor nata della semiotica
ci si annuncia con un “prossimamente” in technicolor da cui apprendiamo
che il misterioso glifo, creato nell’arcana dimensione di Carcosa, serve a
rendere mentalmente schiavo chi lo possieda. Chambers descrive una
condizione dell’anima sospesa fra incertezza e mistero, tra l’attitudine a
esplorare l’ignoto e il terrore che ne deriva. E dietro le opposizioni di
superficie vi è la tensione fra eros e morte, tra pulsioni vitali e il loro
contrario. La maschera che guarda l’artista negli occhi può assumere il
volto di un simbolo del carnevale, ma il suo ghigno d’avorio non lascia
adito a dubbi.
I racconti fantastici costituiscono poco più di metà de Il Re in Giallo,
mentre gli altri – per quanto ricchi d’interesse e di atmosfera – sono
resoconti romantici dei tempi della guerra franco-prussiana, scene di vita
che richiamano il primo romanzo di Chambers, In the Quarter. È curioso
notare come il racconto d’apertura, Il riparatore di reputazioni, si svolga nel
futuro rispetto al tempo in cui è stato scritto: un’America degli anni Venti
vista da un’angolazione fantascientifica che tornerà nei racconti di Police!!!
Quelli che appartengono al ciclo vero e proprio del Re sono i primi
quattro: Il riparatore di reputazioni, La maschera, Nella corte del drago e Il Segno
Giallo. La demoiselle d’Ys è una fantasia che s’ispira alla leggenda bretone,
mentre Il paradiso del profeta resta una vicenda enigmatica (ovvero un caso di
simbologia ostinata, che rifiuta di lasciarsi decodificare).
Vi è, in questi racconti, il gusto dell’atmosfera e dell’avventura. Il
fabbricante di lune propende per l’avventura misteriosa, il ciclo del Re in Giallo
per un altro genere di fenomeno culturale: la curiosità insaziabile che
suscitano gli pseudo-biblia. Ai tempi della prima edizione Fanucci (Il Re in
Giallo, Roma 1975) i curatori italiani Gianfranco de Turris e Sebastiano
Fusco si sono ampiamente soffermati sul caso letterario del libro che non
esiste. Nel frattempo, la mitologia di Lovecrat da una parte (libri che non
esistono) e quella di Borges dall’altra (autori inesistenti per capolavori
universalmente riconosciuti, come in Pierre Menard, autore del ‘Chisciotte’) si
sono attestate saldamente nel nostro paese e le giovani generazioni
conoscono a menadito i libri inesistenti (a volte solo quelli). Il Necronomicon
e i suoi originatori, anzitutto Il Re in Giallo, sono diventati di casa, libri da
comodino che non hanno bisogno di comodino.

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In definitiva, lo pseudo-biblium sarebbe un’incarnazione dell’idea
platonica di Libro e delle sue finite ma illimitate possibilità. Chiunque ami
accumulare libri sa che il piacere (e il potere) insito nell’operazione non sta
soltanto nella lettura del bottino così conquistato, ma nell’immaginare, a
lettura non ancora avvenuta, il contenuto potenziale dei singoli tomi e del
Tomo unico che li compendia tutti. Quest’ultimo è lo pseudo-libro, il testo
meraviglioso per eccellenza che conterrebbe – si suppone, e del resto è
impossibile verificare – la quintessenza dell’immaginario, dello scientifico e
del letterario messe insieme. È come quando si sogna: i libri onirici non
sono sempre un passo oltre l’invito e la malìa di quelli reali? Anzi, non sono i
soli libri reali?
Vi è nel libro un’ambigua valenza: da un lato macchina indispensabile
della cultura, dall’altro minaccia che tenta di sopraffare l’anima. Già gli
antichi se ne rendevano conto e Borges ci ha ricordato che il senso del
motto tante volte ripetuto, “Scripta manent, verba volant”, non è un elogio
della fermezza e stabilità del testo scritto, ma, paradossalmente, un
rimpianto della parola viva che il libro riduce a lapide, a sentenza. Nel caso
del Re in Giallo come del Necronomicon il libro è visto come illimitata
potenzialità (e fonte di potere: dunque come oggetto magico) e trappola
nello stesso tempo. Un libro inesistente come Il Re in Giallo, solo citato e
mai letto se non dai personaggi più sventurati dei racconti, combina
l’enigma dell’oracolo con quello dell’abisso: interrogalo, guarda nel fondo
ed esso a sua volta ti guarderà. Con le conseguenze che è facile immaginare.
Giorno verrà che leggeremo tutti gli e-book: allora lo pseudo-biblium si
sarà definitivamente incarnato, o meglio disincarnato com’è la sua autentica
natura. Non ci sarà più distinzione tra testi autentici e immaginari, corposi e
fantasmatici. Saranno tutti ugualmente eterei, tutti ancora più insidiosi.
Fino a quel momento potremo ancora illuderci di conservare un residuo di
libertà rispetto alla cultura e anzi la sfideremo, nutrendoci del possesso di
nuove bibbie, nuovi codici segreti, nuovi pseudo-volumi, come Il Re in
Giallo che infatti è qui.

La lettura di Chambers rimane un’esperienza letteraria e storica. Non


essendo un autore di consumo, almeno nella produzione che ci riguarda,
richiede una partecipazione che va di pari passo con l’adesione
dell’immaginazione. Il suo tempo, i suoi colori, i tetti della sua Parigi, il
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Quartiere per eccellenza – il Quartiere latino – non sono i nostri. Eppure,
non sono più nostri di tanta contemporaneità vuota di senso,
irrimediabilmente votata all’effimero? Nel mondo mascherato de Il Re in
Giallo non vi è posto per il volgare, per spiacevole che questo possa
suonare agli “eminenti turiferari di un mai defunto neo-realismo”. Ma
siccome l’intelligenza non ha frontiere e il gusto può varcarle agevolmente,
non è il caso di preoccuparsi. Le gemme preziose o semipreziose di un
altro tempo saranno sempre con noi, attraverso il potere di questi e altri
racconti.
Giuseppe Lippi

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Su Robert W. Chambers
BIOGRAFIA

— Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, voce “Chambers” in


Arcana. Il meraviglioso, l’erotica, il surreale, il nero, l’insolito nelle letterature di tutti i
tempi e paesi; Sugar editore, Milano 1969.

— Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, Gli pseudobiblia nella


letteratura fantastica, come introduzione a Robert W. Chambers, Il Re in
Giallo, Fanucci, Roma 1975.

— Mike Ashley, voce “Chambers” in Who’s Who in Horror & Fantasy


Fiction, Elm Tree Books, Londra 1977.

— Mike Ashley, voce “Chambers” in The Encyclopedia of Fantasy a cura


di John Clute & John Grant, Orbit, Londra 1997.

— S.T. Joshi, Introduction, The Yellow Sign and Other Stories. The Complete
Weird Tales of Robert W. Chambers. Chaosium Books, Hayward, California
2000.

— S.T. Joshi, Robert W. Chambers in The Evolution of the Weird Tale,


Hippocampus Press, New York 2004.

BIBLIOGRAFIA

— Everett F. Bleiler, voce “Chambers” in Checklist of Fantastic Literature,


Shasta, Chicago 1948.

— Everett F. Bleiler, voce “Chambers” in The Checklist of Science-Fiction


& Supernatural Fiction. Firebell Books, Glen Rock (NJ) 1974.

20
— Donald H. Tuck, voce “Chambers” in The Encyclopedia of Science
Fiction and Fantasy vol. I, Who’s Who: A-L. Advent, Chicago 1974.

— Ernesto Vegetti, Pino Cottogni, Ermes Bertoni, a cura di: voce


“Chambers”in Catalogo SF, Fantasy & Horror.Online
all’indirizzo:www.fantascienza.com/catalogo/A0196.htm#945

— William G. Contento and Charles N. Brown, Index to Science Fiction


Anthologies and Collections – Stories, Listed by Author. Online all’indirizzo:
www.philsp.com/homeville/isfac/s58.htm
www.philsp.com/homeville/isfac/d29.htm#A754 (ordine
cronologico).

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Il re in giallo
The King in Yellow
(F. Tennyson Neely Publisher, 1895)

22
“Sulla spiaggia s’infrange l’onda nebulosa,
ed i Soli gemelli tramontano nel lago;
le ombre s’allungano
a Carcosa.

Ardono stelle nere: la notte è misteriosa,


là dove strane lune s’aggirano nei cieli,
ma ben più strana è la persa
Carcosa.

Le Iadi canteranno l’armonia melodiosa,


ma dove sventolano i cenci del Re,
morrà inascoltata: nell’oscura
Carcosa.

Canto dell’anima mia, la mia voce è spenta.


anche tu muori, mai nato, come una lacrima mai pianta
s’asciuga e muore, nella persa
Carcosa.”

“Canzone di Cassilda”
— Il Re in Giallo, Atto I, Scena 2a

23
I
Il riparatore
di reputazioni
“Ne raillons pas les fous;
leur folie dure plus longtemps que la notre…
Voilà toute la difference.”

1
Verso la fine dell’anno 1920 il Governo degli Stati Uniti aveva
praticamente realizzato il programma adottato durante gli ultimi mesi del
mandato del presidente Winthrop. Il paese sembrava tranquillo. Tutti
sapevano benissimo in che modo erano stati risolti i problemi delle Tariffe
e del Lavoro. La guerra con la Germania, scoppiata quando la nazione
europea aveva occupato le Isole Samoa, non aveva lasciato cicatrici visibili
sulla Repubblica, e la temporanea occupazione di Norfolk a opera
dell’esercito invasore era stata presto dimenticata nella gioia suscitata dalle
numerose vittorie navali e dalla situazione precaria e ridicola in cui erano
venute conseguentemente a trovarsi le forze del generale Von Gartenlaube
nello Stato del New Jersey. Gli investimenti effettuati a Cuba e nelle Hawaii
avevano reso il cento per cento, e il territorio delle Samoa valeva bene il
suo prezzo come porto di rifornimento. L’intero paese era perfettamente
difeso. Tutte le città costiere erano state adeguatamente munite di
fortificazioni. L’esercito affidato alle cure paterne dello Stato Maggiore
Generale e organizzato secondo il sistema prussiano era stato portato a
trecentomila uomini, con una riserva territoriale di un altro milione. Sei
magnifiche squadre di incrociatori e di corazzate vigilavano sulle sei basi dei
mari navigabili, lasciando una riserva di altre unità a vapore a sorvegliare le
acque territoriali. Quei signori dell’Ovest erano stati finalmente costretti a
riconoscere che un’università per preparare i diplomatici era necessaria
quanto le facoltà di giurisprudenza erano indispensabili per preparare i
futuri avvocati; di conseguenza, non eravamo più rappresentati, all’estero,
da patrioti incompetenti.
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La nazione prosperava. Chicago, paralizzata per breve tempo dopo un
secondo grande incendio, era risorta dalle rovine, bianca e imperiale, più
bella della città candida che era stata costruita come giocattolo nel 1893.
Dovunque la buona architettura si sostituiva alla cattiva, e persino a New
York un’improvvisa aspirazione verso gusti più decenti aveva spazzato via
grande parte degli orrori esistenti. Le strade erano state ampliate,
pavimentate e illuminate decorosamente, erano stati piantati molti alberi,
erano state aperte nuove piazze, le strutture della ferrovia sopraelevata
erano state abbattute e sostituite da strade sotterranee. I nuovi palazzi
governativi e le caserme erano splendidi esempi di architettura e il sistema
dei lunghi moli di pietra che circondavano completamente la città era stato
trasformato in una serie di parchi e di giardini pubblici, rivelatisi per la
popolazione un autentico dono del cielo. Le sovvenzioni concesse al teatro
stabile e all’opera statale diedero il loro frutto. L’Accademia Nazionale di
Disegno degli Stati Uniti era molto simile alle corrispondenti istituzioni
europee. Nessuno invidiava al Segretario alle Belle Arti né la sua carica né il
suo portafoglio. Il Segretario alla Conservazione delle Foreste e della
Selvaggina aveva molto meno da fare, grazie all’efficienza della nuova
Polizia Nazionale a Cavallo. Avevamo tratto buoni profitti dai più recenti
trattati conclusi con la Francia e l’Inghilterra: l’esclusione degli ebrei nati
all’estero, come misura di autodifesa nazionale, la creazione del nuovo
Stato indipendente negro di Suanee, il controllo dell’immigrazione, le
nuove leggi sulla naturalizzazione e la centralizzazione graduale del potere
nelle mani dell’esecutivo contribuivano ad assicurare al paese pace e
prosperità. Quando il Governo risolse il problema indiano e squadroni di
esploratori indiani a cavallo, in costume indigeno, sostituirono le misere
organizzazioni accodate dal precedente Segretario di Stato ai reggimenti
ridotti al minimo degli effettivi, la nazione intera trasse un lungo respiro di
sollievo. Quando, dopo il colossale Congresso delle Religioni, il bigottismo
e l’intolleranza vennero sepolti e la bontà e la carità incominciarono ad
avvicinare tra loro le sette che in precedenza si erano combattute, molti
pensarono che fosse giunta l’“età dell’oro”, almeno nel Nuovo Mondo che,
in fin dei conti, era un mondo a sé.
Ma l’autodifesa costituiva l’imperativo principale, e gli Stati Uniti
avevano cominciato a preoccuparsi, impotenti, mentre la Germania, l’Italia,
la Spagna e il Belgio si dibattevano nelle convulsioni dell’Anarchia e la
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Russia, arroccata sul Caucaso, tendeva a impadronirsi di quei paesi, uno
dopo l’altro.
Nella città di New York, l’estate del 1889 fu contraddistinta dallo
smantellamento delle ferrovie sopraelevate. L’estate del 1900 vivrà nel
ricordo dei suoi abitanti per moltissimo tempo: in quell’anno venne tolta la
Statua di Dodge. L’inverno seguente incominciarono le agitazioni per
chiedere l’abrogazione delle leggi che vietavano il suicidio; si conclusero
vittoriosamente nel mese di aprile del 1920, quando a Washington Square
venne aperta la prima Camera Letale Governativa.
Quel giorno avevo lasciato la casa del dottor Archer in Madison
Avenue, dove mi ero recato per pura formalità, e avevo fatto una
passeggiata. Da quando ero caduto dal mio cavallo, quattro anni prima,
avevo sofferto spesso dolori alla nuca e al collo; ma ormai da molti mesi
non li avvertivo più, e il dottore quel giorno mi aveva congedato dicendomi
che ormai ero completamente guarito. Non ci sarebbe stato bisogno di
pagare il suo onorario, per saperlo; ormai me ne ero accorto anch’io. Ma
non rimpiangevo il denaro speso; mi dispiaceva molto di più l’errore che lui
aveva commesso all’inizio. Quando mi avevano raccolto, privo di
conoscenza, e qualcuno aveva misericordiosamente piantato una pallottola
nella testa del mio cavallo, mi avevano portato dal dottor Archer. Questi
aveva sentenziato che avevo subìto una lesione cerebrale, e mi aveva
ricoverato nella sua clinica privata, dove ero stato costretto a sottopormi a
molte cure. Finalmente, il dottore aveva deciso che ero guarito e io,
perfettamente consapevole che la mia mente era sempre stata lucida e sana
quanto la sua, “pagai la mia educazione”, come diceva lui scherzando, e me
ne andai. Gli dissi, sorridendo, che gli avrei fatto pagare il suo errore, e lui
rise allegramente, dicendomi di andare a farmi visitare ogni tanto. Lo feci,
sperando di avere l’occasione di pareggiare il conto, ma lui non me ne offrì
la possibilità; perciò gli dissi che avrei aspettato il momento opportuno.
Per fortuna, la mia caduta da cavallo non aveva lasciato esiti spiacevoli.
Al contrario, aveva cambiato in meglio il mio carattere. Mentre prima ero
un giovanotto pigro e sfaccendato, adesso ero diventato attivo, energico,
temperato e soprattutto, oh, soprattutto ambizioso. C’era una cosa sola che
mi turbava. Ridevo del mio disagio, eppure mi turbava veramente.
Durante la convalescenza, avevo acquistato e letto per la prima volta Il
Re in Giallo. Ricordo che, dopo aver finito il primo atto, avevo pensato
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fosse meglio smettere. Mi ero alzato e avevo scaraventato il libro nel
camino; il volume aveva urtato contro la griglia ed era caduto aperto, nella
luce delle fiamme. Se non avessi scorto le prime parole del secondo atto
non lo avrei mai finito; ma mentre mi piegavo per raccoglierlo, il mio
sguardo rimase inchiodato alla pagina aperta. Con un grido di terrore, o
forse di gioia così insopportabile che ne soffrii in ogni nervo, strappai il
volume dai carboni e mi trascinai, tremando, fino in camera da letto. Lo
lessi e lo rilessi, e piansi e risi e tremai in preda ad un orrore che talvolta mi
assale ancora oggi. Ed è questo che mi turba, perché non posso
dimenticare Carcosa, dove stelle nere si librano nei cieli; dove le ombre dei
pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, quando i soli gemelli
scendono nel Lago di Hali; e la mia mente conserverà per sempre il ricordo
della Maschera Pallida. Prego Iddio perché maledica l’autore, così come
l’autore ha maledetto il mondo con la sua creazione bellissima e tremenda;
terribile nella sua semplicità, irresistibile nella sua verità… un mondo che
ora tremava al cospetto del Re in Giallo. Quando il governo francese
sequestrò le copie tradotte appena arrivate a Parigi, Londra, ovviamente, fu
presa dalla smania di leggere quell’opera. Tutti sanno che il libro si diffuse
come una malattia infettiva da una città all’altra, da un continente all’altro,
qui proibito, là sequestrato, denunciato dalla stampa e dal pulpito, criticato
duramente persino dai letterati anarchici più spinti. In quelle pagine
perverse non era stato violato alcun principio preciso, non era stata
promulgata alcuna dottrina, non era stata offesa alcuna convinzione.
L’opera non poteva venire giudicata in base ad alcun criterio conosciuto,
eppure, benché tutti ammettessero che nel Re in Giallo era stata raggiunta la
più alta vetta dell’arte, tutti erano egualmente concordi nel ritenere che la
natura umana non era in grado di reggere quella tensione, di vivere di
parole nelle quali stava in agguato l’essenza del veleno più puro. La stessa
banalità, la stessa innocenza del primo atto servivano soltanto a fare sì che
il colpo sferrato più avanti producesse un effetto anche più devastatore.
Fu il 13 aprile del 1920, ricordo, che venne inaugurata la prima Camera
Letale Governativa, sul lato meridionale di Washington Square, tra
Wooster Street e la South Fifth Avenue. L’intero isolato, che un tempo era
formato di vecchi edifici squallidi, di caffè e di ristoranti per turisti, era
stato acquistato dal Governo nell’inverno del 1898. I caffè e i ristoranti
francesi e italiani erano stati demoliti; l’intero isolato, cinto da una
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cancellata di ferro dorato, era stato trasformato in un magnifico giardino,
ricco di prati, di fiori e di fontane. Al centro sorgeva un piccolo, austero
fabbricato bianco, di stile severamente classico, circondato da arbusti fioriti.
Sei colonne ioniche sostenevano il tetto e la porta a un solo battente era di
bronzo. Uno splendido gruppo marmoreo, raffigurante “I Fati” era stato
collocato davanti all’ingresso: era opera di un giovane scultore americano,
Boris Yvrain, morto a Parigi a soli ventitré anni.
Quando attraversai University Street ed entrai nella piazza, si stava
svolgendo la cerimonia dell’inaugurazione. Mi feci largo tra la folla
silenziosa degli spettatori, ma alla Fourth Street fui fermato da un cordone
di poliziotti. Un reggimento di Lanceri degli Stati Uniti stazionava nello
spazio intorno alla Camera Letale. Su di un podio rivolto verso Washington
Park c’era il governatore di New York, e dietro di lui stavano schierati il
sindaco di New York e Brooklyn, l’ispettore generale della polizia, il
comandante dell’esercito statale, il colonnello Livingston, aiutante militare
del Presidente degli Stati Uniti, il generale Blount, comandante di
Governor’s Island, il maggior generale Hamilton, comandante della
guarnigione di New York e Brooklyn, l’ammiraglio Buffby della flotta nel
North River, il generale medico Lanceford, i dirigenti dell’Ospedale
Gratuito Nazionale, i senatori Wyse e Franklin di New York e il
commissario delle Opere Pubbliche. La tribuna era circondata da uno
squadrone di ussari della Guardia Nazionale.
Il governatore stava terminando di rispondere al breve discorso del
generale medico. Lo sentii dire: “Le leggi che proibivano il suicidio e
punivano ogni tentativo in tal senso sono state abrogate. Il governo ha
ritenuto opportuno riconoscere all’uomo il diritto di porre fine alla propria
esistenza, quando gli è divenuta intollerabile sia per le sofferenze fisiche
che per l’angoscia morale. Siamo convinti che la comunità non potrà che
trarre beneficio dall’eliminazione di tali individui. Dopo l’approvazione
della nuova legge, il numero dei suicidi, negli Stati Uniti, non è affatto
aumentato. Ora che il governo ha deciso di istituire una Camera Letale in
ogni città, cittadina e villaggio del nostro paese, rimane da vedere se la
categoria di esseri umani dalla quale escono ogni giorno le nuove vittime
del suicidio accetterà l’aiuto e il sollievo offerto.” Fece una breve pausa, e si
volse verso la bianca Camera Letale. Nella strada, il silenzio era assoluto.
“Là dentro, una morte indolore attende colui che non sopporta più le
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sofferenze della vita. Se la morte è per lui la benvenuta, potrà cercarla qui.”
Poi, rivolgendosi rapidamente verso l’aiutante militare del Presidente, disse:
“Dichiaro aperta la Camera Letale.” Si girò di nuovo verso la folla e gridò,
con voce chiara: “Cittadini di New York e degli Stati Uniti d’America, a
nome del Governo dichiaro aperta la Camera Letale.”
Il silenzio solenne fu spezzato da un ordine secco. Lo squadrone di
ussari sfilò dietro la carrozza del governatore, i lanceri voltarono i cavalli e
si schierarono lungo la Fifth Avenue per attendere il comandante della
guarnigione, e i poliziotti a cavallo li seguirono. Lasciai la folla che fissava a
bocca aperta la Camera Letale di marmo bianco. Attraversai la South Fifth
Avenue, e m’incamminai lungo il marciapiede ovest, verso Bleecker Street.
Poi svoltai a destra e mi fermai davanti a un negozietto squallido che recava
la scritta

HAWBERK, ARMAIUOLO

Guardai attraverso la porta e vidi Hawberk indaffarato nella


botteguccia, in fondo all’andito. Alzò gli occhi, mi vide e gridò con la sua
voce profonda e cordiale: “Venga, venga, signor Castaigne!” Constance, sua
figlia, si alzò per salutarmi mentre varcavo la soglia, e mi tese la manina
graziosa, ma io scorsi il rossore di delusione sulle sue guance e capii che lei
stava aspettando un altro Castaigne, mio cugino Louis. Sorrisi della sua
confusione e mi complimentai con lei per la bandiera che stava ricamando,
usando come modello un’incisione colorata. Il vecchio Hawberk stava
ribattendo le borchie dei logori gambali di un’antica armatura. Ting! Ting!
Ting! Il ritmo del martello risuonava piacevolmente nel bizzarro negozio.
Poi lasciò cadere l’utensile, e per qualche istante si diede da fare con una
minuscola chiave inglese. Il tintinnare sommesso del metallo mi diede un
brivido di piacere. Amavo sentire la musica dell’acciaio che sfiorava
l’acciaio, il tonfo dolce del martelletto sui cosciali e il tintinnio dell’usbergo
di maglia. Era per quell’unica ragione che io andavo a trovare Hawberk.
Non avevo mai provato un interesse personale nei suoi confronti, e
neppure nei confronti di Constance, se non per il fatto che era innamorata
di Louis. Questo attirava la mia attenzione, e qualche volta mi faceva
addirittura rimanere sveglio la notte. Ma io sapevo benissimo che tutto
sarebbe andato bene, e che dovevo sistemare il loro futuro mentre
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attendevo di sistemare quello del mio bravo dottore, John Archer.
Comunque, non mi sarei mai preso il disturbo di andarli a trovare se, come
ho già spiegato, la musica del martelletto non avesse esercitato su di me un
bizzarro fascino. Restavo seduto per ore e ore ad ascoltare, e quando un
raggio di sole vagabondo colpiva l’acciaio intarsiato, provavo una
sensazione acuta, quasi insostenibile. I miei occhi rimanevano fissi, dilatati
da un piacere che tendeva ogni nervo sin quasi a spezzarlo, fino a quando
un movimento del vecchio armaiuolo oscurava il raggio. Allora, fremendo
segretamente, mi rilassavo e ascoltavo il fruscio dello straccio usato per
lucidare, swish, swish, che toglieva la ruggine dalle borchie.
Constance lavorava, con il ricamo sulle ginocchia: di tanto in tanto
s’interrompeva per studiare più attentamente il motivo raffigurato
sull’incisione colorata proveniente dal Metropolitan Museum.
“Per chi è?” domandai.
Hawberk spiegò che, oltre a occuparsi delle preziose armature del
Metropolitan Museum, del quale era l’armaiuolo ufficiale, si prendeva cura
anche di parecchie collezioni private, appartenenti a ricchi amatori. Quello
era il gambale mancante di un’armatura famosa, che un suo cliente aveva
scoperto in un negozietto del Quai d’Orsay, a Parigi. Hawberk aveva
recuperato il gambale, adesso l’armatura era completa. Posò il martelletto e
mi lesse la storia dell’armatura, passata a partire dal 1450 da un proprietario
all’altro, fino a quando era stata acquistata da Thomas Stainbridge. Quando
la splendida collezione era stata posta in vendita, il cliente di Hawberk
aveva comprato l’armatura, e da allora era incominciata la ricerca del
gambale mancante, ritrovato poi, quasi per caso, a Parigi.
“E lei ha continuato la ricerca con tanta insistenza, senza avere la
certezza che il gambale esistesse ancora?” domandai.
“Certo”, rispose serenamente Hawberk.
Allora, per la prima volta, provai un interesse personale nei suoi
confronti.
“Doveva valere parecchio, per lei”, osservai.
“No”, rispose quello, ridendo. “Il piacere che ho provato nel ritrovarlo
è stata la migliore ricompensa.”
“Non ha l’ambizione di arricchire?” domandai sorridendo.
“La mia unica ambizione è di essere il migliore armaiuolo del mondo”,
rispose lui in tono grave.
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Constance mi chiese se ero stato ad assistere alla cerimonia
dell’inaugurazione della Camera Letale. Aveva notato i reparti di cavalleria
che passavano per Broadway, quella mattina; le sarebbe piaciuto vedere
l’inaugurazione, ma suo padre voleva vedere unita la bandiera, perciò era
rimasta.
“Ha visto suo cugino, signor Castaigne?” mi chiese, con un tremito
lievissimo delle morbide ciglia.
“No”, risposi con indifferenza. “Il reggimento di Louis sta facendo le
manovre nella contea di Westchester.” Mi alzai e presi il cappello e il
bastone.
“Sale di nuovo da quel maniaco?”, rise il vecchio Hawberk.
Se avesse saputo quanto odiavo la parola “maniaco” non l’avrebbe mai
pronunciata in mia presenza. Suscita dentro di me sensazioni che preferisco
non spiegare.
Gli risposi, tranquillamente: “Credo che andrò a fare una visitina al
signor Wilde.”
“Poveretto”, commentò Constance, scrollando il capo. “Deve essere
molto duro, vivere soli anni e anni, poveri, invalidi e quasi pazzi. Lei è
veramente molto buono, signor Castaigne, a fargli visita tanto spesso.”
“Secondo me è un individuo malvagio”, osservò Hawberk, mentre
riprendeva il martello. Ascoltai il tintinnio aureo sulle lamine del gambale.
Quando ebbe terminato, risposi:
“No, non è malvagio, e non è affatto pazzo. La sua mente è una grotta
delle meraviglie, dalla quale può estrarre tesori che lei ed io saremmo
disposti a pagare con anni e anni della nostra vita.”
Proseguii, un po’ spazientito.
“Quell’uomo conosce la storia come non la conosce nessuno. Nulla,
per quanto banale e trascurabile, sfugge alle sue ricerche, e la sua memoria è
così assoluta, così precisa nei particolari, che se a New York si conoscesse
l’esistenza di un uomo simile, la gente non saprebbe più che fare, per
rendergli onore.”
“Sciocchezze”, brontolò Hawberk, chinandosi sul pavimento per
cercare un rivetto caduto.
“È una sciocchezza”, ribattei io, riuscendo faticosamente a reprimere i
miei sentimenti, “è una sciocchezza, quando lui dice che i cosciali e i
gambali dell’armatura smaltata, conosciuta comunemente come la
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‘Blasonata del Principe’, si possono ritrovare tra una massa di costumi
teatrali arrugginiti, di fornelli rotti e di cianfrusaglie da robivecchi in un
abbaino di Pell Street?”
Il martelletto di Hawberk cadde per terra, ma lui lo raccolse e chiese,
con molta calma, come facevo a sapere che i cosciali e il gambale sinistro
della “Blasonata del Principe” erano irreperibili. “Non lo sapevo prima che
il signor Wilde me lo dicesse, l’altro giorno. Ha detto che si trovano
nell’abbaino, al numero 998 di Pell Street.”
“Sciocchezze!” esclamò Hawberk: ma notai che la mano gli tremava,
sotto il grembiule di cuoio.
“E anche questa è una sciocchezza?” chiesi, garbatamente. “Quando il
signor Wilde parla di continuo di lei come del marchese di Avonshire e
della signorina Constance…”
Non finii la frase, perché Constance era balzata in piedi, con il terrore
dipinto sul volto. Hawberk mi fissò, allisciando lentamente il grembiule di
cuoio.
“È impossibile”, osservò. “Può darsi che il signor Wilde sappia
moltissime cose…”
“Delle armature, per esempio, e della ‘Blasonata del Principe’”, lo
interruppi sorridendo.
“Sì”, continuò Hawberk, lentamente, “anche delle armature, forse. Ma
si sbaglia per quanto riguarda il marchese di Avonshire il quale, come lei
ricorderà, uccise anni fa il calunniatore della moglie, e andò in Australia,
dove non sopravvisse di molto alla consorte.”
“Il signor Wilde si sbaglia”, mormorò Constance. Le labbra erano
sbiancate, ma la voce era dolce e calma.
“Allora ammettiamo, se volete, che il signor Wilde si sbagli per quanto
riguarda quest’unica circostanza”, dissi io.

2
Salii le tre rampe di scale maltenute come avevo fatto tante altre volte, e
bussai a una porticina, in fondo al corridoio. Wilde aprì ed io entrai.
Richiuso l’uscio a doppia mandata e, spintovi contro un pesante cassettone,
venne a sedersi accanto a me, scrutandomi in viso con gli occhietti chiari.

32
Mezza dozzina di graffi recenti gli coprivano il naso e le guance, e i fili
d’argento che sostenevano le orecchie artificiali erano fuori posto. Pensai
che non l’avevo mai visto così spaventosamente affascinante. Non aveva le
orecchie. Quelle artificiali, che adesso sporgevano ad angolo retto dai fili
sottili, erano la sua unica debolezza. Erano fatte di cera e colorate di un
rosa tenero: ma il resto della sua faccia era giallo. Forse avrebbe fatto
meglio a spendere il suo denaro per acquistare dita artificiali per la sua
mano sinistra che ne era completamente priva, ma quella mutilazione non
pareva affatto infastidirlo; ed era felice delle sue orecchie di cera. Era molto
piccolo, poco più alto di un bambino di dieci anni, ma le sue braccia erano
magnificamente sviluppate, e le cosce robuste come quelle di un atleta.
Tuttavia, la cosa più straordinaria nel signor Wilde era il fatto che un uomo
dotato di un’intelligenza e di una conoscenza tanto meravigliose avesse una
testa come quella. Era piatta e appuntita, come le teste di quegli sventurati
che la gente chiude negli ospizi per i deboli di mente. Molti sostenevano
che era pazzo, ma io sapevo che era sano di mente quanto me.
Non nego che fosse eccentrico; certamente era eccentrica quella sua
mania di tenere il gatto e di stuzzicarlo fino a quando quello gli si avventava
come un demonio contro la faccia. Non avevo mai capito perché tenesse
quell’animale, né quale piacere trovasse nel chiudersi nella sua stanza in
compagnia di una bestia bisbetica e maligna. Ricordavo che una volta,
alzando gli occhi dal manoscritto che stavo studiando alla luce delle candele
di sego, avevo visto Wilde accovacciato immobile sul seggiolone, gli occhi
ardenti di eccitazione, mentre il gatto, che aveva appena lasciato il suo
posto accanto alla stufa, strisciava sul pavimento dirigendosi verso di lui.
Prima che avessi il tempo di muovermi, la bestia appiattì il ventre per terra,
tremò, poi spiccò un balzo avventandosi contro la sua faccia. Gridando e
sbavando, i due rotolarono sul pavimento, scambiandosi unghiate, fino a
quando il gatto urlò e corse a rifugiarsi sotto l’armadietto, e Wilde si girò
sul dorso, agitando e contraendo braccia e gambe come le zampe di un
ragno morente. Era davvero eccentrico.
Il signor Wilde si era arrampicato sul seggiolone, adesso. Dopo aver
studiato il mio volto per qualche istante, prese un registro gualcito e lo aprì.
“Henry B. Matthews”, lesse, “contabile di Whysot, Whysot &
Company, grossisti di arredi sacri. Si è presentato il 3 aprile. Reputazione
danneggiata all’ippodromo. Conosciuto come allibratore che non paga le
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scommesse. Reputazione da riparare entro il 1° agosto. Tariffa cinque
dollari.”
Girò la pagina e fece scorrere le nocche senza dita lungo le colonne
coperte da una minuta scrittura.
“P. Greene Dusenberry, ministro della Chiesa Evangelica, Fairbeach,
New Jersey. Reputazione danneggiata nella Bowery1. Da riparare al più
presto possibile. Tariffa cento dollari.”
Tossì e aggiunse: “Si è presentato il 6 aprile.”
“Allora lei non ha bisogno di denaro, signor Wilde”, osservai.
“Ascolti”, fece lui e tossì di nuovo.
“Signora C. Hamilton Chester, di Chester Park, New York City. Si è
presentata il 7 aprile. Reputazione danneggiata a Dieppe, in Francia. Da
riparare entro il 1° ottobre. Tariffa cinquecento dollari.
“Nota: C. Hamilton Chester, comandante della U. S. S. Avalanche
ritornerà in patria dalla Squadra dei Mari del Sud il 1° ottobre.”
“Bene”, commentai. “La professione di Riparatore di Reputazioni è
redditizia.”
I suoi occhi incolori cercarono i miei.
“Volevo solo dimostrare che avevo ragione. Lei sosteneva che era
impossibile avere successo come Riparatore di Reputazioni e che se anche
ne avessi avuto in certi casi, mi sarebbe costato più di quanto avrei
guadagnato. Oggi ho alle mie dipendenze cinquecento uomini, malpagati,
ma che comunque continuano il loro lavoro con un entusiasmo derivato,
forse, dalla paura. Questi uomini s’insinuano in ogni strato sociale; alcuni
sono addirittura i pilastri dei santuari sociali più esclusivi; altri sono il
sostegno e l’orgoglio degli ambienti finanziari; altri ancora occupano
indiscusse posizioni di prestigio nel mondo dell’immaginazione e del
talento. Li ho scelti secondo il mio giudizio tra coloro che rispondono ai
miei annunci pubblicitari. È abbastanza facile: sono tutti vigliacchi. Potrei
triplicarne il numero in venti giorni, se lo volessi. Quindi, come vede, io ho
sul mio libro paga coloro che hanno in custodia le reputazioni dei loro
concittadini.”
“Ma le si potrebbero ribellare”, mormorai.
Wilde si passò il pollice sulle orecchie mozze, e sistemò le protesi di
cera.

34
“Credo di no”, bisbigliò pensieroso. “Mi capita di rado di dover usare
la frusta, e in quei casi basta una volta sola. E poi, sono contenti delle
ricompense.”
“E in che modo usa la frusta?” domandai.
Per un attimo, l’espressione del suo volto mi parve spaventosa. Gli
occhi si rimpicciolirono, divennero un paio di scintille verdi.
“Li invito a venire qui, a scambiare quattro chiacchiere con me”, disse
con voce sommessa.
Un bussare alla porta lo interruppe, e il suo viso riacquistò l’espressione
amabile.
“Chi è?” domandò.
“Il signor Steylette”, fu la risposta.
“Venga domani”, rispose Wilde.
“Impossibile”, cominciò l’altro, ma una specie di latrato lanciato dal
signor Wilde lo azzittì.
“Venga domani”, ripeté.
Sentimmo che il visitatore si allontanava dall’uscio e svoltava l’angolo,
dirigendosi verso la scala.
“Chi era?” domandai.
“Arnold Steylette, proprietario e direttore del più grande quotidiano di
New York.”
Tamburellò con la mano senza dita sul registro e aggiunse: “Lo pago
pochissimo, ma lui è convinto di aver fatto un buon affare.”
“Arnold Steylette!” ripetei, sbalordito.
“Sì”, fece il signor Wilde, con un soddisfatto colpo di tosse. Il gatto,
che era entrato nella stanza mentre lui parlava, esitò, alzò gli occhi per
guardarlo e soffiò. Wilde scese dal seggiolone e si accovacciò sul
pavimento; prese l’animale tra le braccia accarezzandolo. Il gatto smise di
soffiare e poco dopo iniziò a fare sonoramente le fusa, crescendo
d’intensità mentre il mio ospite lo accarezzava.
“Dove sono gli appunti?” domandai. Il signor Wilde indicò il tavolo, e
per la centesima volta presi il fascio di fogli manoscritti che portava il titolo

LA DINASTIA IMPERIALE D’AMERICA

35
Studiai una ad una le pagine sciupate, consumate soltanto dalle mie
mani, e sebbene sapessi già tutto a memoria, dall’inizio, “Quando da Carcosa,
le Iadi, Hastur e Aldebaran”, fino a “Castaigne, Louis de Calvados, nato il 19
dicembre 1877”, lessi con attenzione ardente ed estatica, soffermandomi per
ripeterne a voce alta certi brani, e insistendo soprattutto su “Hildred de
Calvados, unico figlio maschio di Hildred Castaigne ed Edythe Landes Castaigne,
primo nella successione”, eccetera eccetera.
Quando ebbi finito, il signor Wilde chinò il capo e tossì.
“A proposito delle sue legittime ambizioni”, disse, “come vanno
Constance e Louis?”
“Lei lo ama”, risposi, semplicemente.
Il gatto accovacciato sulle sue ginocchia si girò all’improvviso e gli saltò
agli occhi. Wilde lo scaraventò lontano e s’inerpicò sulla sedia di fronte a
me.
“E il dottor Archer! Ma quella è una faccenda che lei può sistemare
quando vuole”, aggiunse.
“Sì”, risposi. “Il dottor Archer può aspettare, ma è ora che io veda mio
cugino Louis.”
“Sì, è ora”, ripeté lui. Poi prese dal tavolo un altro registro e lo sfogliò
rapidamente.
“Adesso siamo in comunicazione con diecimila uomini”, mormorò.
“Potremo contare su centomila, entro le prossime ventotto ore, e fra
quarantotto lo Stato si solleverà en masse. L’intero paese seguirà lo Stato, e
per quella parte che non lo farà, cioè la California e il Nord-Ovest, sarà la
fine. A loro non manderò il Segno Giallo.”
Mi sentii salire il sangue alla testa; tuttavia mi limitai a osservare: “Scopa
nuova pulisce meglio.”
“L’ambizione di Cesare e di Napoleone impallidisce in confronto di
quella che non avrà pace fino a quando si sarà impadronita delle menti
degli uomini e avrà controllato persino i pensieri non ancora spuntati” disse
il signor Wilde.
“Lei sta parlando del Re in Giallo”, gemetti io, scosso da un brivido.
“È un Re che molti Imperatori hanno servito.”
“Io sono felice di servirlo”, risposi.
Il signor Wilde continuò a massaggiarsi le orecchie con la mano
mutilata.
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“Forse Constance non lo ama”, suggerì.
Feci per rispondere, ma all’improvviso una musica militare, proveniente
dalla strada sottostante, soverchiò la mia voce. Il ventesimo reggimento dei
Dragoni, già di guarnigione a Mount St. Vincent, stava rientrando dalle
manovre nella contea di Westchester alle nuove caserme di East
Washington Square. Era il reggimento di mio cugino. Erano individui
magnifici, nelle giubbe celesti aderenti, i superbi colbacchi e i calzoni
bianchi, bordati da una doppia striscia gialla, che modellavano i loro arti.
Ogni squadrone era armato di lance, dalle cui punte metalliche
sventolavano i guidoni bianchi e gialli. Passò la banda, che suonava la
marcia del reggimento; poi venivano il colonnello e gli alti ufficiali. I cavalli
battevano il selciato a ritmo regolare, facendo ondeggiare le teste
all’unisono, e i guidoni garrivano sulle punte delle lance. I Dragoni, montati
sulle bellissime selle inglesi, erano abbronzatissimi dopo l’incruenta
campagna tra le fattorie di Westchester, e la musica ritmica delle sciabole
contro le staffe, il tintinnio degli speroni e delle carabine mi sembravano
deliziosi. Vidi Louis con il suo squadrone. Era il più bell’ufficiale di
cavalleria che avessi mai visto. Il signor Wilde, che era salito su di una sedia
accanto alla finestra, lo vide anche lui, ma non disse nulla. Louis si voltò,
nel passare, e guardò la bottega di Hawberk; potei scorgere il rossore sulle
sue guance abbronzate. Penso che Constance fosse alla finestra. Quando gli
ultimi Dragoni furono passati con un grande scalpitio, e gli ultimi guidoni
scomparvero nella South Fifth Avenue, Wilde andò a spostare il cassettone
che bloccava l’uscio.
“Sì”, disse. “È ora che lei veda suo cugino Louis.”
Aprì la porta, e io, ripresi cappello e bastone, uscii nel corridoio. Le
scale erano buie. Mentre cercavo a tentoni un appiglio, posai il piede sopra
qualcosa di morbido, che ringhiò e soffiò. Sferrai un colpo feroce in
direzione del gatto, ma il bastone andò in pezzi contro la balaustrata, e
l’animale si precipitò nella stanza del signor Wilde.
Quando passai di nuovo davanti alla porta di Hawberk, vidi che stava
ancora lavorando sull’armatura. Non mi fermai; svoltai in Bleecker Street,
la percorsi fino a Wooster, costeggiai il giardino della Camera Letale, e
dopo avere attraversato Washington Park arrivai al mio alloggio, al
Benedick. Pranzai tranquillamente, lessi l’Herald e la Meteor, e finalmente
andai nella mia camera da letto, mi avvicinai alla cassaforte d’acciaio e
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regolai la combinazione ad orologeria. I tre minuti e tre quarti dell’attesa,
mentre la serratura a orologeria si apre, sono per me momenti d’oro.
Dall’attimo in cui regolo la combinazione fino all’istante in cui afferro le
maniglie e apro gli sportelli d’acciaio massiccio, vivo nell’estasi dell’attesa.
Devono essere momenti simili, quelli che si trascorrono in Paradiso. So ciò
che troverò quando l’attesa si concluderà. So che cosa serba per me quella
cassaforte massiccia, per me soltanto, e il piacere squisito dell’attesa si
accresce di ben poco quando la cassaforte si apre e io sollevo, dal supporto
di velluto, un diadema dell’oro più puro, sfolgorante di diamanti. Lo faccio
ogni giorno, eppure la gioia di attendere e di toccare di nuovo il diadema
sembra ingigantire con il passare dei giorni. È un diadema degno di un Re
dei Re, di un Imperatore degli Imperatori. Il Re in Giallo forse lo
disprezzerebbe, ma io lo porterò, nella mia qualità di suo regale servitore.
Lo tenni tra le braccia fino a quando la suoneria della cassaforte squillò
aspramente, e poi con tenerezza ed orgoglio tornai a deporlo e richiusi gli
sportelli d’acciaio. Ritornai a passi lenti nel mio studio che si affacciava su
Washington Square, e mi appoggiai al davanzale. Il sole pomeridiano
entrava dalle mie finestre, e una dolce brezza agitava i rami degli olmi e
degli aceri nel parco, coperti di gemme e di foglioline appena spuntate. Uno
sciame di piccioni volava in cerchio attorno al campanile della Memorial
Church, sfiorando talvolta il tetto dalle tegole purpuree, talaltra scendendo
verso la fontana delle ninfee, davanti all’arco marmoreo. I giardinieri
curavano le aiuole attorno alla fontana, e la terra, smossa da poco, esalava
un aroma dolce di spezie. Una falciatrice, trainata da un grasso cavallo
bianco, passava sferragliando sulla distesa verde, e i carri-botte lanciavano
spruzzi d’acqua sui viali asfaltati. Attorno alla statua di Peter Stuyvesant 2,
sostituita nel 1897 alla mostruosità che pretendeva di raffigurare Garibaldi,
i bambini giocavano nel sole primaverile, e le bambinaie facevano girare le
eleganti carrozzine senza alcun riguardo per i piccoli occupanti dai visini
cerei; e questo poteva forse essere spiegato con la presenza di una dozzina
di eleganti
Dragoni languidamente seduti sulle panchine. Attraverso gli alberi,
l’Arco di Washington splendeva argenteo nel sole; e più oltre, all’estremità
orientale della piazza, le caserme di pietra grigia dei Dragoni e le rimesse di
marmo bianco dell’artiglieria erano ravvivate dai colori e dal movimento.

38
Guardai la Camera Letale, all’angolo della piazza, di fronte a me. Pochi
curiosi indugiavano ancora attorno alla cancellata di ferro dorato, ma
all’interno i vialetti erano deserti. Guardai le fontane che zampillavano
scintillanti; i passeri avevano già scoperto quei nuovi bagni, e le vasche
erano affollate da quelle creaturine color polvere. Due o tre pavoni bianchi
passeggiavano sui prati, e un piccione dai colori spenti stava così immobile,
sul braccio di uno dei ‘Fati’, che sembrava anch’esso parte della pietra
scolpita.
Mentre stavo per scostarmi con indifferenza dalla finestra, una certa
agitazione nel gruppo di curiosi che oziavano presso i cancelli attirò la mia
attenzione. Un giovanotto era entrato, e avanzava a passi lunghi e nervosi
sul sentiero coperto di ghiaia che conduce alla porta bronzea della Camera
Letale. Si soffermò un attimo davanti ai ‘Fati’, e, quando alzò la testa verso
quelle tre facce misteriose, il piccione si levò in volo, descrisse un cerchio
nell’aria e si diresse verso oriente. Il giovanotto si nascose il volto tra le
mani, e poi con un gesto indefinibile balzò su per i gradini di marmo, e la
bronzea porta si chiuse dietro di lui. Mezz’ora dopo i curiosi si
allontanarono, pigramente, e il piccione ritornò ad appollaiarsi sul braccio
del “Fato”.
Mi misi il cappello e uscii nel parco per una passeggiatina prima di cena.
Mentre attraversavo il viale centrale, passò un gruppo di ufficiali. Uno di
loro chiamò: “Ciao, Hildred”, e tornò indietro per stringermi la mano. Era
mio cugino Louis, che sorrideva e si batteva il frustino contro i tacchi
ornati di speroni.
“Sono appena tornato da Westchester”, disse. “Ho fatto una vita
bucolica; latte e ricotta, sai, lattaie con cuffietta e parasole, che rispondono
‘coosa’ e ‘non ci credo’ quando tu dici che sono carine. Muoio dalla voglia
di un pranzo come si deve da Delmonico. Che novità ci sono?”
“Nessuna”, risposi garbatamente. “Ho visto arrivare il tuo reggimento,
questa mattina.”
“Davvero? Non ti ho visto. Dov’eri?”
“Alla finestra del signor Wilde.”
“Oh, diavolo!” cominciò Louis, impaziente. “Quell’uomo è matto da
legare! Non capisco perché tu…”
Si accorse che quella sua esplosione mi aveva irritato, e si affrettò a
chiedermi scusa.
39
“Davvero, vecchio mio”, disse, “non voglio sparlare di uno che ti è
simpatico, ma non riesco proprio a capire che cosa puoi avere da spartire
con un Wilde. Non è di buona nascita, per dirla con un eufemismo; è
orribilmente deforme; ha la testa di un maniaco criminale. Sai benissimo
che è stato in manicomio…”
“Ci sono stato anch’io”, lo interruppi, con calma.
Per un attimo, Louis mi guardò sorpreso e confuso, ma poi si riprese e
mi batté cordialmente una mano sulla spalla.
“Tu sei guarito perfettamente”, incominciò; ma io lo interruppi di
nuovo.
“Immagino volessi dire che hanno semplicemente riconosciuto che non
sono mai stato pazzo.”
“Ma certo… certo. È proprio questo che intendevo dire”, fece lui
ridendo.
Non mi piacque quella risata, perché mi rendevo conto che era forzata;
ma annuii allegramente, e gli chiesi dove stava andando. Louis seguì con lo
sguardo gli altri ufficiali che ormai avevano quasi raggiunto Broadway.
“Avevamo intenzione di assaggiare un cocktail da Brunswick, ma per
dirti la verità speravo di trovare una scusa per andare invece a trovare
Hawberk. Vieni, mi servirai tu da pretesto.”
Trovammo il vecchio Hawberk, vestito di un lindo abito primaverile,
ritto sulla porta della sua bottega e intento a fiutare l’aria.
“Avevo appena deciso di accompagnare Constance a fare una
passeggiatina prima di cena”, rispose alla raffica impetuosa di domande di
Louis. “Pensavamo di andare sulla terrazza del parco, lungo il North
River.”
In quel momento arrivò Constance, che diventò prima pallida e poi
rossa in viso quando Louis si chinò sulla sua manina inguantata. Cercai di
scusarmi, accennando a un impegno in centro, ma Louis e Constance non
vollero sentir ragioni, e io mi resi conto che cercavano di farmi restare per
tenere compagnia al vecchio Hawberk e per distrarre la sua attenzione. In
fondo, poteva essere il caso che io tenessi d’occhio Louis, pensai; e quando
chiamarono una carrozza pubblica a Spring Street, salii con loro e sedetti
accanto all’armaiuolo.
La splendida fila di giardini e di terrazze affacciata sui moli, lungo il
North River, iniziata nel 1910 ed ultimata nell’autunno del 1917, era
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diventata una delle passeggiate più popolari dell’intera metropoli. Giardini e
terrazze si estendevano dalla Battery alla 190a Strada, costeggiando il fiume
maestoso e offrendo un magnifico panorama della riva del New Jersey e
degli Highlands. Qua e là, tra gli alberi, erano sparsi caffè e ristoranti, e due
volte la settimana le bande militari delle guarnigioni venivano a suonare nei
chioschi del lungofiume.
Sedemmo al sole sulla panchina ai piedi della statua equestre del
generale Sheridan. Constance inchinò il parasole per ripararsi gli occhi, e
cominciò con Louis una conversazione sottovoce, che mi fu impossibile
afferrare. Il vecchio Hawberk, appoggiandosi al suo bastone dal pomo
d’avorio, accese un sigaro eccellente, me ne offrì uno identico che io
rifiutai, e sorrise. Il sole era basso sopra i boschi di Staten Island, e la baia
era colorata dai riflessi dorati delle vele delle navi nel porto.
Brigantini, golette, yacht, ingombranti navi-traghetto, con i ponti
brulicanti di passeggeri, i trasporti della ferrovia che portavano file e file di
vagoni merci marroni, azzurri e bianchi, maestose navi a vapore, vaporetti
declassati, navi guardacoste, draghe, chiatte, e dappertutto, nell’intera baia, i
piccoli impudenti rimorchiatori che sbuffavano e fischiavano dandosi
molte arie: questi erano i vascelli che riempivano le acque illuminate dal
sole, fin dove poteva giungere lo sguardo. In un sereno contrasto con la
fretta delle navi a vela e a vapore, la flotta silenziosa delle candide navi da
guerra stava immobile in mezzo al fiume.
La risata gaia di Constance mi strappò alle mie fantasticherie.
“Che cosa sta guardando?” mi chiese.
“Niente… la flotta”, sorrisi io.
Poi Louis ci spiegò cos’erano le navi, indicandole una dopo l’altra nelle
rispettive posizioni, a partire dal vecchio Red Fort su Governor’s Island.
“Quella piccola, a forma di sigaro, è una torpediniera”, spiegò. “Ce ne
sono altre quattro, attraccate vicino, sono la Tarpon, la Falcon, la Sea Fox e
l’Octopus. Le cannoniere, un poco più indietro, sono la Princeton, la
Champlain, la Still Water e l’Erie. Vicino a loro stanno gli incrociatori Farragut
e Los Angeles e più oltre le corazzate California e Dakota e la Washington, che
è l’ammiraglia. Quei due vascelli tozzi di metallo ancorati laggiù, davanti a
Castle William, sono i monitori a torrette gemelle Terrible e Magnificent; e
dietro di loro c’è la nave rostrata Osceola.”

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Constance lo guardò con un’aria di profonda approvazione negli occhi
bellissimi.
“Quante cose sa, per essere un militare”, disse. Ci mettemmo tutti a
ridere.
Finalmente Louis si alzò, congedandosi da noi con un cenno del capo,
e offrì il braccio a Constance. Si allontanarono lungo l’argine del fiume.
Hawberk li seguì con lo sguardo per qualche istante, poi si rivolse a me.
“Il signor Wilde aveva ragione”, disse. “Ho trovato i cosciali e il
gambale mancanti della Blasonata del Principe in un miserabile abbaino pieno
di cianfrusaglie in Pell Street.”
“Al numero 998?” domandai con un sorriso.
“Sì.”
“Il signor Wilde è un uomo molto intelligente”, osservai.
“Desidero che gli venga riconosciuto il merito di questa scoperta
importantissima”, continuò Hawberk. “Voglio fare sapere a tutti che gli
spetta questa fama.”
“Non gliene sarà riconoscente.” risposi io, in tono brusco. “La prego,
non ne faccia parola.”
“Sa quanto vale?” fece Hawberk.
“No. Cinquanta dollari, magari?”
“Ne vale cinquecento, ma il proprietario della Blasonata del Principe è
disposto a offrire duemila dollari alla persona in grado di completare
l’armatura: e anche questa ricompensa spetta al signor Wilde.”
“Ma lui non la vuole! La rifiuta!” risposi, indispettito. “Che ne sa, lei,
sul conto del signor Wilde? Non ha bisogno di denaro. È ricco, o meglio,
diventerà l’uomo più ricco del mondo, dopo di me. Che cosa ci importerà
del denaro, allora… che importerà, a lui e a me, quando… quando…”
“Quando che cosa?” domandò Hawberk, sbalordito.
“Vedrà”, risposi io, rimettendomi di nuovo in guardia. Hawberk mi
scrutò attentamente, in modo molto simile a quello abituale del dottor
Archer e io capii che, secondo lui, ero squilibrato mentalmente. Forse fu
una fortuna, per lui, che non gli venisse in mente di pronunciare in quel
momento la parola “maniaco”.
“No”, dissi poi, rispondendo al suo pensiero inespresso. “Non sono
debole di mente; il mio cervello è sano quanto quello del signor Wilde.
Non sono disposto a spiegare, per ora, ciò che sto facendo, ma si tratta di
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un investimento che renderà ben più che oro, argento e pietre preziose.
Assicurerà la felicità e la prosperità di un continente… sì, di tutto un
emisfero!”
“Oh”, fece Hawberk.
“E alla fine”, continuai, in tono più smorzato, “assicurerà la felicità di
tutto il mondo.”
“E tra l’altro, anche la sua felicità e prosperità, oltre a quella del signor
Wilde?”
“Esattamente”, feci, sorridendo. Ma avrei voluto strozzarlo, per il tono
che aveva usato.
Hawberk mi fissò in silenzio per qualche attimo e poi disse, molto
garbatamente: “Perché non abbandona un po’ i libri e gli studi, signor
Castaigne, e non va a farsi un giro tra le montagne, da qualche parte? Una
volta le piaceva molto pescare. Vada a divertirsi un po’ con le trote, nel
Rangelys.”
“Pescare non m’interessa più”, risposi, senza un’ombra d’irritazione
nella voce.
“C’erano tante cose che le piacevano”, continuò Hawberk. “L’atletica,
lo yachting, il tiro a segno, l’equitazione…”
“Non ho più provato il desiderio di andare a cavallo, dopo la mia
caduta”, risposi tranquillo.
“Ah, già, la caduta”, ripeté Hawberk, distogliendo lo sguardo da me.
Ritenni che quell’assurdità si fosse protratta anche troppo, e riportai la
conversazione su Wilde. Ma Hawberk aveva ripreso a scrutarmi in volto
con un’espressione che mi pareva estremamente offensiva.
“Il signor Wilde”, ripeté lui. “Sa che cosa ha fatto questo pomeriggio?
Ha sceso le scale e ha affisso un cartello sopra la porta dell’ingresso accanto
alla mia. C’era scritto:

SIG. WILDE
RIPARATORE DI REPUTAZIONI
3o CAMPANELLO

“Lei sa cosa può essere un Riparatore di Reputazioni?”


“Lo so”, risposi, reprimendo a fatica la rabbia che avevo dentro.
“Oh”, fece di nuovo Hawberk.
43
Louis e Constance ripassarono davanti a noi e si fermarono a chiederci
se volevamo andare con loro. Hawberk consultò l’orologio. Nello stesso
istante uno sbuffo di fumo scaturì dai bastioni di Castle William, e il rombo
del cannone del tramonto volò sull’acqua, riecheggiando dagli Highlands, al
di là del fiume. La bandiera scese rapidamente dal pennone, le trombe
suonarono sui ponti candidi delle navi da guerra, e le prime luci elettriche
scintillarono sulle rive del New Jersey.
Mentre ritornavo verso la città in compagnia di Hawberk, sentii
Constance mormorare a Louis qualcosa che non compresi; comunque udii
Louis bisbigliare in risposta “Tesoro mio”. E poi, poco dopo, mentre
attraversavo la piazza a fianco di Hawberk, sentii di nuovo un mormorio di
“carissima” e “mia Constance”, e compresi che era quasi arrivato il
momento di discutere con mio cugino Louis alcune faccende molto
importanti.

44
3
Una mattina, all’inizio di maggio, stavo davanti alla pesante cassaforte
del mio studio, e mi provavo la corona d’oro gemmata. I diamanti
sfavillavano come se fossero di fuoco mentre io mi giravo davanti allo
specchio, e il pesante oro battuto ardeva attorno alla mia testa come
un’aureola. Ricordai l’urlo torturato di Camilla e le parole terribili
echeggianti per le buie vie di Carcosa. Erano le ultime battute del primo
atto, e io non osavo pensare a ciò che veniva dopo: neppure nel sole
primaverile, nella mia stanza, circondato da oggetti tanto familiari,
rassicurato dal rumore del traffico che saliva dalla strada e dalle voci dei
servitori che risuonavano nel corridoio, osavo pensarci. Perché quelle
parole avvelenate erano scese lentamente nel mio cuore, come gocce del
sudore della morte che cadono su di un lenzuolo e ne vengono assorbite.
Tremando, mi tolsi il diadema dalla testa e mi asciugai la fronte, ma pensai
ad Hastur e alla mia legittima ambizione, e ricordai il signor Wilde come
l’avevo veduto l’ultima volta, la faccia straziata e insanguinata dagli artigli di
quell’animale diabolico; e ricordai ciò che aveva detto… ah, ciò che aveva
detto! La suoneria della cassaforte incominciò a trillare aspramente, e io
capii che il tempo era scaduto. Ma non me ne curai, e rimettendomi sul
capo il cerchio sfavillante della corona mi voltai con aria di sfida verso lo
specchio. Rimasi assorto a lungo nell’espressione mutevole del mio viso.
Lo specchio rifletteva una faccia che sembrava la mia, ma era più pallida, e
così magra che la riconoscevo a malapena. E intanto continuavo a ripetere,
tra i denti stretti: “Il giorno è venuto! Il giorno è venuto!” mentre la
suoneria della cassaforte trillava rumoreggiando, e i diamanti scintillavano e
fiammeggiavano sopra il mio capo.
Sentii aprirsi una porta, ma non vi badai. Poi all’improvviso vidi due
facce nello specchio… Vidi un’altra faccia oltre le mie spalle, e due occhi
incontrarono i miei. Girai su me stesso come un lampo e afferrai un lungo
coltello posato sulla toeletta. Mio cugino spiccò un balzo all’ indietro,
gridando: “Hildred! Per l’amor di Dio!” Poi, quando la mia mano ricadde,
aggiunse: “Sono io, Louis, non mi riconosci?”
Rimasi in silenzio. Non sarei riuscito a parlare neppure se ne fosse
andato della mia vita. Lui mi si avvicinò, e mi tolse il coltello dalle mani.
“Che cosa succede?” mi domandò, in tono gentile. “Ti senti male?”
“No”, risposi. Ma credo che lui non abbia udito.
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“Andiamo, andiamo, vecchio mio”, gridò Louis. “Togliti quella corona
di princisbecco e vieni nello studio. Hai intenzione di andare a un ballo in
maschera? Cosa significano questi orpelli teatrali?”
Fui contento, quando mi resi conto che credeva la corona fatta di
ottone e di vetro: ma il fatto che la pensasse così non me lo rese più
simpatico. Lasciai che me la togliesse dalle mani, sapendo che era meglio
accontentarlo. Louis gettò in aria lo splendido diadema, lo afferrò al volo e
me lo restituì sorridendo.
“Non vale cinquanta centesimi” disse. “A che ti serve?”
Non risposi; presi la corona dalle sue mani, la riposi nella cassaforte e
chiusi il pesante sportello d’acciaio. La suoneria interruppe di colpo il suo
baccano infernale. Louis mi osservò incuriosito, ma non sembrò notare
l’interruzione improvvisa di quel suono. Tuttavia, parlò della cassaforte
come se si trattasse di una scatola da biscotti. Temendo che esaminasse la
combinazione, lo precedetti nello studio. Louis si buttò sul divano e scacciò
le mosche con il solito frustino. Indossava l’uniforme da fatica, con la
giubba gallonata e il berretto da campagna, e io notai che aveva gli stivali
chiazzati di fango rossiccio.
“Dove sei stato?” gli domandai.
“A scavalcare ruscelli fangosi nel New Jersey”, mi rispose. “Non ho
ancora avuto il tempo di cambiarmi. Avevo molta fretta di parlare con te.
Non hai un bicchiere di qualcosa da offrirmi? Sono stanco morto; sono
rimasto in sella per ventiquattro ore.”
Gli diedi un po’ del mio brandy, prendendolo dall’armadietto dei
medicinali; lui lo bevve con una smorfia.
“È parecchio cattivo”, osservò. “Ti darò io un indirizzo dove vendono
brandy che è brandy davvero.”
“È abbastanza buono per le mie esigenze”, risposi io, in tono
indifferente. “Lo adopero per massaggiarmi il petto.” Louis mi fissò, poi
scacciò un’altra mosca.
“Stai a sentire, vecchio mio”, incominciò. “Ho un consiglio da darti.
Sono ormai quattro anni che ti sei chiuso qui dentro come un gufo, senza
andare mai in nessun posto, senza fare mai un po’ di movimento, senza
fare mai altro che studiare quei libri.”

46
Fece scorrere lo sguardo lungo la fila degli scaffali. “Napoleone,
Napoleone, Napoleone!” lesse a voce alta. “Per amor del cielo, non hai
altro che Napoleoni, qui dentro?”
“Vorrei che fossero rilegati in oro”, dissi io. “Ma aspetta, sì, c’è un altro
libro. Il Re in Giallo.” E lo guardai negli occhi, con fermezza.
“Lo hai mai letto?” domandai.
“Io? Grazie a Dio, no! Non voglio diventar pazzo.”
Mi accorsi che era pentito di quelle parole prima ancora di aver finito di
pronunciarle. C’è solo una parola che io detestavo più di “maniaco”, ed è
“pazzo”. Ma mi trattenni e gli chiesi perché ritenesse pericoloso Il Re in
Giallo.
“Oh, non saprei”, rispose Louis, in fretta. “Ricordo soltanto lo scalpore
che ha causato, le accuse della Chiesa e della stampa. Mi pare che l’autore si
sia sparato, dopo avere creato questa mostruosità, non è vero?”
“A quanto mi risulta, è ancora vivo”, risposi.
“Probabilmente questo è vero”, mormorò mio cugino Louis. “Le
pallottole non possono uccidere un tale demonio.”
“È un libro di grandi verità”, dissi io.
“Sì”, mi rispose. “Di ‘verità’ che gettano gli uomini in preda alla
frenesia e che distruggono le loro vite. Non m’interessa che quest’opera sia,
come dicono, la suprema essenza dell’arte. È un delitto averla scritta, e io
non ne aprirò mai le pagine.”
“È questo che sei venuto a dirmi?” domandai.
“No”, fece Louis. “Sono venuto per dirti che sto per sposarmi.”
Credo che per un attimo il mio cuore smettesse di battere; ma non
distolsi gli occhi dalla sua faccia.
“Sì”, continuò lui, con un sorriso felice. “Sposo la più cara ragazza della
Terra.”
“Constance Hawberk”, dissi, meccanicamente.
“Come hai fatto a saperlo?” gridò Louis, sbalordito. “Non lo sapevo
neppure io, prima di quella sera, l’aprile scorso, quando siamo andati a
passeggiare sul lungofiume, prima di cena.”
“Quando vi sposate?” domandai.
“Avevamo fissato per il settembre prossimo, ma un’ora fa è arrivato un
dispaccio al nostro reggimento con l’ordine di trasferirci al Presidio di San
Francisco. Partiamo domani a mezzogiorno. Domani”, ripeté. “Pensa,
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domani sarò l’uomo più felice che sia mai vissuto su questo mondo, perché
Constance partirà con me.”
Gli tesi la mano per congratularmi, e Louis l’afferrò e la strinse da
quello sciocco bonario che era… o che fingeva di essere.
“Avrò il comando del mio squadrone come dono di nozze”, continuò.
“Il capitano Louis Castaigne e signora, eh, Hildred?”
Poi mi disse dove si sarebbe svolta la cerimonia e chi sarebbe stato
presente, e mi fece promettere che sarei andato a fargli da testimone. Io
strinsi i denti, e ascoltai le sue chiacchiere puerili senza tradire ciò che
provavo, ma…
Stavo per arrivare al limite della sopportazione, e quando lui balzò in
piedi e, facendo tintinnare gli speroni, mi annunciò che doveva andare, non
lo trattenni.
“C’è una cosa che devi promettermi”, dissi, con calma.
“Fuori, parla: fa’ conto che abbia già promesso”, rise Louis.
“Voglio parlarti per un quarto d’ora, questa notte.”
“Certo, se vuoi”, rispose lui, un po’ perplesso. “Dove?”
“Lì nel parco.”
“A che ora, Hildred?”
“A mezzanotte.”
“Ma in nome di…” cominciò lui, ma si trattenne e assentì, ridendo. Lo
vidi scendere le scale e allontanarsi in fretta: la sua sciabola tintinnava ad
ogni passo. Svoltò in Bleecker Street, e io capii che andava a trovare
Constance. Calcolai che impiegasse dieci minuti per scomparire, poi lo
seguii, portando con me la corona gemmata e la veste di seta ornata del
Segno Giallo. Quando svoltai in Bleecker Street, ed entrai nel portone
accanto al quale stava il cartello

SIG. WILDE
RIPARATORE DI REPUTAZIONI
3o CAMPANELLO

vidi il vecchio Hawberk che si aggirava nella botteguccia, e mi sembrò


di sentire la voce di Constance nel salotto. Li evitai entrambi e salii
correndo le scale malferme che portavano all’appartamento del signor
Wilde. Bussai, ed entrai senza cerimonie. Wilde giaceva gemendo sul
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pavimento, la faccia coperta di sangue, gli abiti sbrindellati. Sul tappeto,
anch’esso lacerato e strappato per la lotta recente, c’erano molte gocce di
sangue.
“È quel maledetto gatto”, disse Wilde, smettendo di gemere, e
volgendo verso di me gli occhi incolori. “Mi ha aggredito mentre stavo
dormendo. Credo che finirà per uccidermi.”
Questo era troppo. Andai in cucina, presi un’accetta dalla dispensa e
cominciai a cercare quella bestia infernale per darle il fatto suo. Le mie
ricerche furono inutili, e dopo un po’ le abbandonai e tornai indietro.
Trovai il signor Wilde rannicchiato sul seggiolone, accanto alla tavola. Si era
lavato la faccia e aveva cambiato abito. Aveva riempito con il collodio i
grandi solchi lasciati sul suo viso dagli artigli del gatto, e uno straccio
nascondeva la ferita alla gola. Gli dissi che avrei ucciso il gatto non appena
lo avessi trovato, ma per tutta risposta lui scrollò la testa e tornò a guardare
il registro aperto. Lesse uno dopo l’altro i nomi delle persone che si erano
recate da lui per farsi riparare la reputazione, e le somme che aveva
accumulato erano sbalorditive.
“Di tanto in tanto do loro un giro di vite”, mi spiegò.
“Un giorno o l’altro qualcuno di quegli individui la ucciderà”, insistetti.
“Lo crede davvero?” fece, massaggiandosi le orecchie mutilate.
Era inutile discutere con lui, perciò andai a prendere il manoscritto
intitolato La Dinastia Imperiale d’America; era l’ultima volta che lo avrei
maneggiato nello studio del signor Wilde. Lo lessi fino in fondo, tremando
di piacere. Quando ebbi finito, Wilde lo prese e, avviandosi verso il
corridoio buio che porta dallo studio alla camera da letto, chiamò a voce
alta: “Vance”. Allora, per la prima volta, scorsi un uomo acquattato
nell’ombra. Non riesco a immaginare come potesse essere sfuggito alla mia
attenzione quando avevo cercato il gatto.
“Vance, venga qui”, gridò il signor Wilde.
La figura si alzò e strisciò verso di noi, e io non dimenticherò mai la
faccia che si alzò verso la mia, illuminata dalla luce che penetrava dalla
finestra.
“Vance, questo è il signor Castaigne”, disse Wilde. Prima ancora che
avesse finito di parlare, l’uomo si gettò sul pavimento davanti alla tavola,
ansimando e gridando “Oh, Dio! Oh, mio Dio, aiutami, perdonami! Oh,
signor Castaigne, tenga lontano quell’uomo. Non può, non può fare sul
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serio! Lei è diverso, mi salvi! Sono rovinato… ero in manicomio e
adesso… proprio mentre tutto stava per sistemarsi… quando avevo
dimenticato il Re… il Re in Giallo e… ma impazzirò di nuovo… impazzirò
di nuovo…”
La voce gli morì in un balbettio soffocato, perché il signor Wilde gli
balzò addosso e con la mano destra gli serrò la gola. Quando Vance cadde
sul pavimento, il signor Wilde tornò a inerpicarsi agilmente sul seggiolone
e, massaggiandosi le orecchie mutilate con il moncherino della mano
sinistra, si rivolse a me per chiedermi il registro. Lo tolsi dallo scaffale e lui
lo aprì. Dopo una brevissima ricerca tra le pagine scritte con cura,
tossicchiò compiaciuto e indicò il nome di Vance.
“Vance”, lesse a voce alta. “Osgood Oswald Vance.” Sentendo
pronunciare il suo nome, l’uomo sul pavimento alzò la testa e girò verso
Wilde la faccia convulsa. Aveva gli occhi iniettati di sangue, le labbra
tumefatte. “Si è presentato il 28 aprile”, continuò il signor Wilde.
“Occupazione, cassiere della Banca Nazionale di Seaforth; ha scontato una
condanna per falso a Sing Sing, da dove è stato successivamente trasferito
al manicomio criminale. Graziato dal governatore di New York, e dimesso
dal manicomio il 19 gennaio 1918. Reputazione danneggiata a Sheepshead
Bay. Corre voce che viva al di sopra delle sue possibilità. Reputazione da
riparare subito. Tariffa: 1.500 dollari.
“Nota: Si è appropriato indebitamente per un totale di 20.000 dollari a
partire dal 20 marzo 1919; ottima famiglia; ha ottenuto l’impiego attuale
grazie all’influenza dello zio. Il padre è presidente della Banca di Seaforth.”
Guardai l’uomo sul pavimento.
“Si alzi, Vance”, disse il signor Wilde con voce dolce, e quello si alzò,
come se fosse ipnotizzato. “Adesso farà quello che gli diremo”, osservò
allora il signor Wilde; aprì il manoscritto, e lesse tutta la storia della Dinastia
Imperiale d’America. Poi, con voce soave e suasiva, ripeté i punti più
importanti a Vance, il quale stava in piedi, immobile, e sembrava stordito.
Aveva gli occhi così vuoti che immaginai fosse diventato stupido, e lo feci
notare al signor Wilde, il quale rispose che la cosa non aveva importanza.
Con grande pazienza, spiegammo a Vance quale sarebbe stata la sua parte,
e dopo un po’ lui parve capire. Il signor Wilde illustrò il manoscritto,
ricorrendo a parecchie opere di araldica per corroborare il risultato delle
sue ricerche. Ricordò l’insediamento della Dinastia a Carcosa, i laghi che
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collegavano Hastur, Aldebaran e il mistero delle Iadi. Parlò di Cassilda e di
Camilla, e sondò le profondità nebulose di Demhe, e il Lago di Hali.
“Gli stracci festonati del Re in Giallo devono nascondere Yhtill per
sempre”, mormorò, ma non credo che Vance lo udisse. Poi, passo passo,
guidò Vance lungo le ramificazioni della Famiglia Imperiale, fino a Uoht e
Thale, da Naotalba e dallo Spettro della Verità fino ad Aldones. Poi gettò
da parte il manoscritto e gli appunti, e incominciò la storia meravigliosa
dell’Ultimo Re. Affascinato e tremante, lo guardai. Alzò la testa; le lunghe
braccia erano protese in un gesto magnifico di orgoglio e di potenza, e gli
occhi lampeggiavano, incassati profondamente nelle orbite, come due
smeraldi. Vance ascoltò, intontito. Io, quando finalmente il signor Wilde
ebbe finito e indicandomi gridò: “Il cugino del Re!” mi sentii girare la testa
per l’eccitazione.
Controllandomi con uno sforzo sovrumano, spiegai a Vance perché io
solo ero degno della corona, e perché mio cugino doveva andare in esilio o
morire. Gli feci comprendere che mio cugino non avrebbe mai dovuto
sposarsi, neppure dopo avere rinunciato a tutte le sue pretese, e soprattutto
non avrebbe dovuto sposare la figlia del marchese di Avonshire,
coinvolgendo l’Inghilterra nella questione. Gli mostrai un elenco di migliaia
di nomi compilato dal signor Wilde; ognuno degli uomini corrispondenti a
quei nomi aveva ricevuto il Segno Giallo, che nessun essere umano osava
ignorare. La città, lo Stato, tutto il paese erano pronti a levarsi e a tremare
davanti alla Maschera Pallida.
Era venuto il momento: la gente doveva conoscere il figlio di Hastur, e
tutto il mondo doveva inchinarsi davanti alle Stelle Nere librate nel cielo
sopra Carcosa.
Vance si appoggiò alla tavola, nascondendosi il volto tra le mani. Il
signor Wilde tracciò uno schizzo approssimativo sul margine dell’Herald del
giorno precedente, con un mozzicone di matita al piombo. Era una pianta
dell’abitazione di Hawberk. Poi scrisse l’ordine e vi applicò il sigillo; e
tremando come un paralitico, io firmai il mio primo ordine di esecuzione
con il nome di Hildred Rex.
Il signor Wilde si calò sul pavimento, apri l’armadietto e prese, dal
primo ripiano, una lunga scatola squadrata. La portò sulla tavola e tolse il
coperchio. Dentro, sulla cartavelina, c’era un coltello nuovo, e io lo presi e
lo consegnai a Vance, insieme all’ordine e alla pianta dell’appartamento di
51
Hawberk. Poi il signor Wilde disse a Vance che poteva andarsene; e quello
se ne andò, vacillando come un barbone ubriaco.
Rimasi seduto a lungo, a guardare la luce del sole che sbiadiva dietro il
campanile quadrato della Judson Memorial Church; poi finalmente,
raccogliendo il manoscritto e gli appunti, presi il cappello e mi avviai verso
la porta.
Wilde mi seguì con lo sguardo, in silenzio. Quando fui arrivato nel
corridoio, mi voltai indietro. I suoi occhietti erano ancora fissi sopra di me
e, alle sue spalle, le ombre si addensavano, la luce si affievoliva. Poi chiusi la
porta dietro di me e uscii, nelle strade sempre più buie.
Non avevo mangiato nulla, dopo colazione, ma non avevo fame. Un
miserabile individuo quasi morto di stenti che era fermo a guardare la
Camera Letale dall’altra parte della strada, mi notò e mi si avvicinò,
raccontandomi una storia straziante. Gli diedi del denaro, non so perché, e
quello se ne andò senza ringraziarmi. Un’ora dopo mi si avvicinò un altro
miserabile, che mi raccontò gemendo la sua storia. Avevo in tasca un foglio
di carta su cui era tracciato il Segno Giallo, e glielo porsi. Lui lo fissò
stupidamente per un momento e poi, lanciandomi un’occhiata incerta, lo
ripiegò con una cura che mi parve esagerata e se lo nascose in petto.
Le lampade elettriche brillavano tra gli alberi, e la luna piena splendeva
in cielo, sopra la Camera Letale. Era noioso aspettare nella piazza; andai
dall’Arco marmoreo alle rimesse dell’artiglieria, poi tornai fino alla fontana
delle ninfee. I fiori e l’erba esalavano una fragranza che mi turbava. Il getto
della fontana giocava nella luce della luna, e il suono musicale delle gocce
che cadevano mi ricordava il tintinnio delle maglie di ferro nella bottega di
Hawberk. Ma non era altrettanto affascinante, e lo scintillio cupo del chiaro
di luna sull’acqua non mi dava le sensazioni di piacere squisito che mi
arrecavano invece i raggi solari quando giocavano sull’acciaio lucido di una
corazza nella bottega di Hawberk. Guardai i pipistrelli sfrecciare e
volteggiare al disopra delle piante acquatiche della vasca, ma il loro volo
rapido e convulso m’irritava i nervi. Ricominciai a camminare avanti e
indietro tra gli alberi, senza scopo.
Le rimesse dell’artiglieria erano buie, ma nella caserma della cavalleria le
finestre dei quartieri degli ufficiali erano illuminate vivacemente, e
attraverso il portone si scorgevano militari in uniforme da fatica che
portavano paglia, finimenti e cesti ripieni di piatti di stagno.
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Mentre camminavo su e giù lungo il vialetto asfaltato, le sentinelle a
cavallo vennero cambiate due volte. Guardai l’orologio. Era quasi ora. Le
luci della caserma si erano spente una ad una, il cancello era stato chiuso, e
di tanto in tanto un ufficiale o due entravano passando dalla porticina
laterale, lasciando nell’aria notturna uno sferragliare d’armi e un tintinnare
di speroni. La piazza era diventata silenziosa. Gli ultimi vagabondi erano
stati allontanati dal parco dal poliziotto dalla divisa grigia, le piste carraie di
Wooster Street erano deserte, e l’unico suono che spezzava il silenzio era lo
scalpitare del cavallo della sentinella, il tintinnio della sua sciabola contro il
pomo della sella. Nella caserma, gli alloggi degli ufficiali erano ancora
illuminati, e i famigli passavano e ripassavano dietro le ampie finestre. Il
vicino campanile di St. Francis Xavier suonò mezzanotte; all’ultimo
rintocco della campana una figura passò dalla porticina accanto
all’inferriata, e ricambiò il saluto della sentinella. Attraversò la strada,
avanzò nella piazza e si diresse verso il Palazzo Benedick.
“Louis” chiamai.
L’uomo girò sui tacchi ornati di speroni e si avviò nella mia direzione.
“Sei tu, Hildred?”
“Sì. Sei stato puntuale.”
Strinsi la mano che lui mi porgeva, e ci avviammo insieme verso la
Camera Letale.
Louis continuò a parlare del suo matrimonio e della bellezza di
Constance e dei loro progetti per il futuro, richiamando la mia attenzione
sulle sue nuove spalline da capitano, sul triplice arabesco d’oro della manica
e del berretto da fatica. Credo di aver ascoltato più la musica degli speroni e
della sciabola di mio cugino che le sue chiacchiere puerili. Finalmente
arrivammo sotto gli olmi sulla Fourth Avenue, all’angolo della piazza di
fronte alla Camera Letale. Allora mio cugino rise e mi domandò cosa
volessi da lui. Gli accennai di sedere su una panchina, sotto il lampione, e
sedetti accanto a lui. Mi guardò curiosamente, con lo stesso sguardo
indagatore che odio e temo tanto nei dottori. Mi sentivo insultato; ma lui
non lo sapeva, e io nascosi con cura i miei sentimenti.
“Dunque, vecchio mio”, mi domandò, “cosa posso fare per te?”
Mi tolsi dalla tasca il manoscritto e gli appunti sulla Dinastia Imperiale
d’America, e fissandolo negli occhi risposi:

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“Te lo dirò. Dammi la tua parola di ufficiale, e promettimi di leggere
questo manoscritto dal principio alla fine, senza farmi domande.
Promettimi di leggere questi appunti nello stesso modo, e promettimi che
ascolterai quello che avrò da dirti dopo.”
“Prometto, se ci tieni”, disse Louis, garbatamente. “Dammi quei fogli,
Hildred.”
Incominciò a leggere, inarcando le sopracciglia con un’aria perplessa e
ironica che mi fece tremare di collera repressa. Mentre proseguiva la lettura,
le sue sopracciglia si contrassero, e le sue labbra parvero formare la parola
“scemenze”.
Poi assunse un’aria vagamente seccata; ma per assecondarmi continuò a
leggere, sforzandosi di mostrarsi interessato: e ben presto, il suo non fu più
uno sforzo. Trasalì quando, in quelle pagine scritte fittamente, trovò il suo
nome, e quando arrivò al mio abbassò i fogli e mi guardò fisso per un
momento. Tuttavia mantenne la parola e riprese la lettura; io lasciai che la
domanda inespressa gli si spegnesse sulle labbra. Quando arrivò in fondo e
lesse la firma del signor Wilde, ripiegò con cura le carte e me le restituì. Io
gli porsi gli appunti, e Louis si appoggiò allo schienale della panchina,
spingendosi all’indietro. Sulla fronte il berretto dell’uniforme da fatica, con
un gesto fanciullesco che ricordavo di avere visto tanto spesso a scuola. Lo
scrutai in viso, mentre leggeva, e quando ebbe terminato misi gli appunti
insieme al manoscritto e riposi tutto in tasca. Poi svolsi un rotolo che
recava il Segno Giallo. Louis vide quel segno, ma non mostrò di
riconoscerlo, ed io attirai bruscamente la sua attenzione.
“È il Segno Giallo”, dissi, incollerito.
“Oh, è quello?” fece Louis, con quel tono accattivante che anche il
dottor Archer aveva l’abitudine di usare con me, e che probabilmente
avrebbe usato ancora, se io non lo avessi già sistemato.
Cercai di dominare la mia rabbia e risposi con la maggior fermezza
possibile.
“Ascolta. Hai impegnato la tua parola?”
“Ti sto ascoltando, vecchio mio”, mi rispose lui, suadente. Cominciai a
parlare con la massima calma.
“Il dottor Archer, non so in che modo, era venuto a conoscenza del
segreto della Successione Imperiale, e ha tentato di defraudarmi dei miei
diritti, sostenendo che ero divenuto debole di mente, in seguito alla caduta
54
da cavallo di quattro anni fa. Progettava di tenermi rinchiuso nella sua
clinica sperando di farmi impazzire o di avvelenarmi. Non l’ho dimenticato.
Ieri sera sono andato a fargli visita, e quello è stato l’ultimo colloquio.”
Louis divenne pallidissimo, ma non si mosse. Io proseguii,
trionfalmente.
“Vi sono ancora tre persone da visitare, nell’interesse del signor Wilde e
nel mio. Sono mio cugino Louis, il signor Hawberk e sua figlia Constance.”
Louis balzò in piedi e anch’io mi alzai, e scagliai a terra il foglio che
recava il Segno Giallo.
“Oh, non ne ho bisogno, per dirti ciò che ho da dirti”, gridai, con una
risata di trionfo. “Devi rinunciare alla corona in mio favore, capisci? In mio
favore.”
Louis mi fissava con aria sbigottita; ma poi, riprendendosi, disse
gentilmente: “Ma certo, rinuncio alla… a che cosa debbo rinunciare?”
“Alla corona”, dissi, indignato.
“Ma certo”, rispose lui. “Vi rinuncio. Andiamo, vecchio mio. Ti
riaccompagnerò a casa.”
“Non cercare di giocarmi uno dei tuoi trucchi da dottore!” gridai,
tremando di furore. “Non comportarti come se fossi convinto che io non
sia sano di mente.”
“Che sciocchezza”, rispose Louis. “Andiamo, si sta facendo tardi,
Hildred.”
“No!” gridai. “Tu mi devi ascoltare. Non puoi sposarti. Te lo proibisco.
Mi hai sentito? Te lo proibisco. Rinuncerai alla corona, e in cambio ti
permetterò di recarti in esilio; ma se rifiuterai, dovrai morire.”
Cercò di calmarmi, ma io ero ormai esasperato; gli sbarrai la strada
sguainando il mio lungo coltello.
Poi gli dissi che avrebbero trovato il dottor Archer in cantina con la
gola tagliata, e gli risi in faccia, pensando a Vance e al suo coltello, e
all’ordine firmato da me.
“Ah, tu eri il Re”, gridai. “Ma adesso il Re sarò io. Chi sei tu, per
impedirmi di diventare l’Imperatore di tutte le terre abitabili? Sono nato
cugino di un Re, ma sarò il Re!”
Louis era immobile davanti a me, pallidissimo e irrigidito.
All’improvviso, un uomo arrivò correndo dalla Fourth Avenue, varcò il
cancello del Tempio Letale, percorse a tutta velocità il sentiero che
55
conduceva alla porta bronzea e si precipitò nella camera della morte con un
grido da demente. Io risi fino alle lacrime, perché avevo riconosciuto
Vance, e avevo capito che Hawberk e sua figlia non mi sbarravano più la
strada.
“Vai pure!” gridai a Louis. “Ormai tu non costituisci più una minaccia.
Ormai non sposerai più Constance, e se sposerai una qualunque altra
donna, nel tuo esilio, io verrò a farti visita, come l’ho fatta ieri notte al mio
dottore. Il signor Wilde si occuperà di te, domani.” Poi girai su me stesso e
mi lanciai di corsa lungo la South Fifth Avenue. Con un grido di terrore,
Louis lasciò cadere il cinturone e la sciabola e mi seguì, rapido come il
vento. Lo sentii farsi più vicino all’angolo di Bleecker Street, e sfrecciai nel
portone, passando sotto l’insegna di Hawberk. Lui mi gridò: “Fermati o
sparo!”, ma quando vide che salivo a precipizio le scale senza fermarmi alla
bottega di Hawberk, mi lasciò andare. Lo sentii gridare e tempestare di
pugni la porta degli Hawberk, come se fosse possibile svegliare i morti.
La porta del signor Wilde era aperta, ed entrai gridando: “È fatta! È
fatta! Ed ora, che le nazioni si levino e contemplino il loro Re!” Ma non
riuscii a trovare il signor Wilde; perciò mi diressi verso l’armadietto e trassi
dal suo scrigno lo splendido diadema. Poi indossai la veste di seta bianca,
sulla quale era ricamato il Segno Giallo, e mi cinsi il capo con la corona.
Finalmente ero Re, Re legittimo di Hastur, Re perché conoscevo il Mistero
delle Iadi, e la mia mente aveva sondato i segreti del Lago di Hali. Ero Re! I
primi raggi grigiastri dell’alba avrebbero scatenato una tempesta che
avrebbe sconvolto i due emisferi. Poi, mentre tutti i miei nervi vibravano
della tensione più intensa e mi sentivo sul punto di svenire per la gioia e lo
splendore del mio pensiero, fuori, nel corridoio buio, un uomo gemette.
Presi la candela e balzai alla porta. Il gatto mi passò davanti come un
demonio e la candela si spense, ma il mio lungo coltello fu più rapido
dell’animale, e udii il suo grido, e capii che la mia lama lo aveva centrato.
Per un attimo lo ascoltai incespicare e dibattersi nell’oscurità e poi, quando
le sue convulsioni si smorzarono, accesi una lampada e la sollevai alta sopra
la testa. Il signor Wilde giaceva sul pavimento con la gola squarciata. In un
primo attimo pensai che fosse morto; ma mentre lo guardavo, una scintilla
verde brillò nei suoi occhi infossati, la mano mutilata tremò, e poi uno
spasmo gli contrasse la bocca da un orecchio all’altro. Per un momento il
terrore e la disperazione cedettero il posto alla speranza, ma quando mi
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chinai su di lui, i suoi globi oculari rotearono; e morì. E poi, mentre restavo
immobile, inchiodato dal furore e dall’angoscia nel vedere la mia corona, il
mio impero, ogni mia speranza e ogni mia ambizione, la mia vita stessa
giacere prostrati lì, insieme al Maestro morto, arrivarono loro, e mi presero
alle spalle, e mi legarono, finché le mie vene si gonfiarono come corde, e la
voce mi mancò nel parossismo delle grida frenetiche. Ma continuai a
infuriare, sanguinante e rabbioso, tra loro, e più di un poliziotto provò i
miei denti aguzzi. Poi, quando non riuscii più a muovermi, loro vennero
più vicini. Vidi il vecchio Hawberk, e dietro di lui la faccia stravolta di mio
cugino Louis, e ancora più lontano, in un angolo, una donna, Constance,
che piangeva sommessamente.
“Ah! Adesso capisco!” urlai. “Ti sei impadronito della corona e
dell’impero! Guai, guai a te che sei incoronato con la corona del Re in
Giallo!”

[Nota dell’editore. Il signor Castaigne è morto ieri nel manicomio criminale.]

57
II
La maschera
CAMILLA: Signore, devi toglierti la maschera.
SCONOSCIUTO: Davvero?
CASSILDA: Davvero; è l’ora. Noi tutti abbiamo
deposto i travestimenti, tranne te.
SCONOSCIUTO: Io non ho maschera.
CAMILLA: (Atterrita, a parte a Cassilda): Non ha
maschera? Non ha maschera!

— Il Re in Giallo, Atto I, Scena 2a

1
Sebbene non capissi nulla di chimica, ascoltavo affascinato. Lui prese
un giglio che Geneviève aveva portato quella mattina da Notre Dame e lo
lasciò cadere nella vasca. Immediatamente, il liquido perse la sua
trasparenza cristallina. Per un secondo, il giglio fu avvolto da una schiuma
candida come il latte, che poi scomparve, lasciando il liquido opalescente.
Sfumature mutevoli di arancione e di cremisi giocarono sulla superficie, e
poi qualcosa che sembrava un raggio di purissima luce solare salì dal fondo,
dove giaceva il giglio. Nello stesso istante, lui immerse il braccio nella vasca
e ne trasse il fiore.
“Non c’è alcun pericolo” spiegò, “se si sceglie il momento adatto. Il
segnale è il raggio dorato.”
Mi porse il giglio ed io lo presi in mano. Si era trasformato in pietra, nel
marmo più puro.
“Vedi?” mi disse. “È assolutamente privo di difetti. Quale scultore
saprebbe riprodurlo?”
Il marmo era candido come la neve, ma nelle sue profondità le venature
del giglio erano sfumate di un celeste estremamente pallido, e un lieve
rossore indugiava in fondo al suo cuore.

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“Non chiedermene la ragione”, sorrise il mio amico, notando il mio
sbalordimento. “Non so perché le vene e il cuore siano leggermente
colorati, ma avviene sempre così. Ieri ho provato con uno dei pesci rossi di
Geneviève … eccolo.”
Il pesce sembrava scolpito nel marmo. Ma se lo si accostava alla luce, si
scopriva che la pietra era splendidamente venata di un lieve celeste, e
dall’interno scaturiva una luce rosea, simile a quella che sonnecchia in un
opale. Guardai nella vasca. Adesso, sembrava di nuovo ripiena di cristallo
purissimo.
“E se la toccassi adesso?” domandai.
“Non so”, rispose il mio amico. “Ma sarebbe meglio non provarci.”
“C’è una cosa che m’incuriosisce molto”, dissi io. “Da dove è venuto
quel raggio di sole?”
“È vero, sembrava proprio un raggio di sole”, disse lui. “Non so:
appare sempre quando immergo una cosa vivente. Forse”, continuò
sorridendo, “forse è la scintilla vitale dell’essere, che torna alla sorgente da
cui è venuta.”
Mi accorsi che stava scherzando e feci finta di minacciarlo con un
gesto; ma lui si limitò a ridere e cambiò argomento.
“Rimani a pranzo. Geneviève arriverà tra poco.”
“L’ho vista andare alla prima messa”, dissi io. “Era fresca e dolce come
quel giglio… prima che tu lo distruggessi.”
“Credi che l’abbia distrutto?” ribatté Boris, con aria seria.
“Distrutto o preservato… come possiamo saperlo?”
Sedemmo in un angolo dello studio, vicino al gruppo incompiuto dei
‘Fati’. Boris si appoggiò alla spalliera del divano, girando tra le mani uno
scalpello e scrutando la sua opera ad occhi socchiusi.
“A proposito”, disse, “ho finito di sistemare quella vecchia, accademica
‘Arianna’, e immagino che dovrà andare al Salon. Non ho pronto
nient’altro, quest’anno, ma dopo il successo che mi ha assicurato la
‘Madonna’, mi vergogno di mandare una cosa simile.”
La “Madonna” era un marmo squisito, per il quale aveva posato
Geneviève; era stata la grande sensazione del Salon dell’anno precedente.
Guardai l’ “Arianna”. Dal punto di vista tecnico era un’opera magnifica; ma
ero d’accordo con Boris nel ritenere che il mondo si sarebbe aspettato
qualcosa di meglio, da lui. Comunque, era ormai impossibile che lui finisse,
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in tempo per esporlo al Salon, quello splendido terribile gruppo ancora
avvolto parzialmente nel marmo, che stava dietro di me. “I Fati” avrebbero
dovuto aspettare.
Eravamo fierissimi di Boris Yvrain. Ci vantavamo di lui, e lui si vantava
di noi perché era nato in America, sebbene suo padre fosse francese e sua
madre russa. Tutti, alle Beaux Arts, lo chiamavano Boris. Eppure lui
chiamava per nome soltanto due di noi: Jack Scott e me.
Forse il fatto che io fossi innamorato di Geneviève c’entrava per
qualcosa nell’affetto che lui provava per me, anche se, tra di noi, non
l’avevamo mai ammesso. Ma dopo che tutto era stato risolto, e lei mi aveva
detto, con le lacrime agli occhi, di amare Boris, io ero andato a casa sua e
gli avevo fatto le mie congratulazioni. La perfetta cordialità di quel
colloquio non aveva ingannato né lui né me; ne ero sempre stato convinto,
anche se, almeno per uno di noi, era un grande conforto. Non credo che
Boris e Geneviève avessero mai parlato tra loro della faccenda; ma Boris
sapeva.
Geneviève era incantevole. La purezza del suo viso di Madonna
sembrava ispirata dal Sanctus della Messa di Gounod. Ma io ero sempre
contento quando lei mutava espressione per quelle che noi chiamavamo le
sue “Manovre d’Aprile”. Spesso lei era d’umore variabile, come una
giornata d’aprile. Seria, dignitosa e dolce al mattino, a mezzogiorno ridente
e capricciosa, a sera era come meno ce l’aspettavamo. Io la preferivo così
piuttosto che in quella serenità di Madonna che sconvolgeva il profondo
del mio cuore. Stavo sognando Geneviève, quando Boris riprese a parlare.
“Cosa ne pensi della mia scoperta, Alec?”
“Mi sembra meravigliosa.”
“Non me ne servirò, capisci, se non per soddisfare la mia curiosità; e il
segreto morirà con me.”
“Sarebbe un brutto colpo per la scultura, non è vero? Noi pittori
abbiamo perduto, con la fotografia, molto più di quanto abbiamo
guadagnato.”
Boris annuì, giocherellando con la punta dello scalpello.
“Questa nuova, perversa scoperta rovinerebbe il mondo dell’arte. No,
non confiderò mai il segreto a nessuno”, disse lentamente.
Sarebbe stato difficile trovare qualcuno meno informato di me su simili
fenomeni. Ma naturalmente avevo sentito parlare di fonti minerali talmente
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sature di silicio da trasformare dopo un certo tempo in pietra le foglie e i
ramoscelli che vi cadevano dentro. Comprendevo vagamente il processo
mediante il quale il silicio sostituiva le sostanze vegetali, atomo per atomo,
e creava un duplicato in pietra dell’oggetto. Confesso che la cosa non aveva
mai suscitato in me un grande interesse, e anzi gli antichi fossili prodotti in
quel modo m’ispiravano disgusto. Boris, a quanto pareva, aveva provato
curiosità anziché ripugnanza, aveva studiato il fenomeno, e per puro caso
aveva scoperto una soluzione la quale, attaccando l’oggetto immerso con
una violenza inaudita, in un secondo compiva l’opera di anni. Questo era
quanto riuscivo a capire della strana storia che lui aveva appena finito di
raccontarmi. Dopo un lungo silenzio, Boris riprese a parlare.
“Mi sento quasi spaventato, quando penso a ciò che ho scoperto. Gli
scienziati impazzirebbero di gioia. Ed è stato anche semplicissimo; la
scoperta si è compiuta da sola. Quando penso a quella formula, e a quel
nuovo elemento che precipita in scaglie metalliche…”
“Che nuovo elemento?”
“Oh, non ho pensato di dargli un nome, e credo che non glielo darò
mai. Ci sono già abbastanza metalli preziosi al mondo, perché gli uomini si
taglino la gola per impadronirsene.”
Rizzai le orecchie.
“Hai trovato l’oro, Boris?”
“No, qualcosa di meglio. Ma stai a sentire, Alec!” rise, alzandosi. “Tu
ed io possediamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno a questo mondo. Ah,
hai già assunto un’aria avida e sinistra!”. Anch’io risi e gli dissi che ero
divorato dalla bramosia dell’oro, e che avremmo fatto meglio a cambiare
discorso; quindi, quando Geneviève entrò, poco dopo, tutti e due avevamo
già voltato le spalle all’alchimia.
Geneviève era vestita di grigio argento dalla testa ai piedi. La luce
scintillò sulle curve dolci dei suoi capelli, quando porse la guancia a Boris;
poi mi vide e ricambiò il mio saluto. Non aveva mai dimenticato, prima di
quel giorno, di lanciarmi un bacio con la punta delle bianche dita, ed io mi
affrettai a protestare per quella dimenticanza. Lei sorrise e mi porse la
mano, e la lasciò cadere quasi subito dopo aver sfiorato la mia. Poi disse,
guardando Boris:
“Devi chiedere ad Alec di rimanere a pranzo.” Anche questa era una
novità. Fino a quel giorno, era sempre stata lei a invitarmi direttamente.
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“Già fatto”, rispose Boris.
“E tu hai detto di sì, spero.” Si volse verso di me con un affascinante
sorriso convenzionale, come se fossi un conoscente acquisito da pochi
giorni. M’inchinai profondamente.
“J’avais bien l’honneur, madame”, dissi. Ma lei, rifiutando adottare il nostro
solito tono scherzoso, mormorò un cortese luogo comune e sparì. Boris ed
io ci guardammo in faccia.
“Avrei fatto meglio ad andarmene a casa, non ti pare?” domandai io.
“Mi venga un accidente se lo so”, rispose lui, sinceramente. Mentre noi
stavamo discutendo dell’opportunità che me ne andassi, Geneviève
ricomparve sulla porta, senza cappellino. Era meravigliosamente bella, ma il
suo colorito era troppo acceso, i suoi occhi incantevoli troppo vivaci.
Venne dritta verso di me e mi afferrò per un braccio.
“Il pranzo è pronto. Sono stata sgarbata, Alec? Credevo di avere
l’emicrania, ma non ce l’ho. Vieni qui, Boris.” E prese a braccetto anche lui.
“Alec sa bene che non c’è nessuno al mondo, dopo di te, che mi sia
simpatico quanto lui, e quindi se qualche volta si sente trascurato non ne
deve soffrire troppo.”
“À la bonheur!” esclamai. “Chi dice che non ci sono temporali in
aprile?”
“Siete pronti?” cantilenò Boris. “Sì, pronti.” E tenendoci a braccetto
corremmo in sala da pranzo, scandalizzando i servitori. Dopotutto, non era
il caso di biasimarci: Geneviève aveva diciotto anni, Boris ventitré, ed io
non ne avevo ancora ventuno.

2
I lavori che stavo eseguendo in quel periodo per le decorazioni del
boudoir di Geneviève mi costrinsero a rimanere continuamente nel piccolo,
bizzarro palazzo di Rue Sainte-Cécile. In quei giorni Boris ed io
lavoravamo moltissimo, ma come ci suggeriva l’estro piuttosto capriccioso;
e tutti e tre, più Jack Scott, spesso passavamo insieme ore d’ozio.
Un pomeriggio tranquillo io avevo vagabondato, tutto solo, per la casa,
esaminando gli oggetti rari, ficcando il naso nei cantucci, scoprendo dolci e
sigari nei nascondigli più strani. E alla fine mi ero fermato nel bagno. C’era
Boris, tutto sporco di argilla, che si stava lavando le mani.
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Il bagno era interamente rivestito di marmo rosa, ad eccezione del
pavimento, eseguito a tasselli rosa e grigi. Al centro c’era una vasca
quadrata, più bassa del pavimento. Vi si scendeva per mezzo di alcuni
gradini, e le colonne scolpite reggevano il soffitto affrescato. Un delizioso
Cupido di marmo sembrava appena posato sul piedistallo, all’estremità del
locale. L’interno era interamente opera mia e di Boris. Quest’ultimo, che
indossava gli abiti da lavoro di tela bianca, si tolse dalle mani le tracce
dell’argilla e della cera da modellare e girò la testa per parlare al Cupido.
“Ti vedo benissimo”, insistette. “Non far finta di guardare dall’altra
parte e di non vedermi. Sai bene chi è stato a farti, mascalzoncello!”
In queste conversazioni scherzose, a me spettava sempre di interpretare
i sentimenti di Cupido; perciò, quando toccò a me, risposi in modo tale che
Boris mi agguantò per un braccio e mi trascinò verso la vasca, dichiarando
che mi avrebbe buttato lì dentro. Un attimo dopo mi lasciò il braccio e
impallidì.
“Santo Dio!” esclamò. “Avevo dimenticato che la vasca è piena della
soluzione!”
Rabbrividii, e gli consigliai, un po’ bruscamente, di ricordarsi meglio
dove aveva messo quel liquido.
“In nome del cielo! Perché tieni proprio in bagno un laghetto di quella
roba tremenda?” domandai.
“Volevo fare un esperimento con qualcosa di grosso”, rispose Boris.
“Con me, per esempio!”
“Ah! C’è mancato poco, e non me la sento di scherzarci sopra. Ma
voglio osservare l’effetto di questa soluzione su di un corpo vivente meglio
organizzato… cioè su quel grosso coniglio bianco”, disse, seguendomi
nello studio.
Jack Scott, che indossava una casacca macchiata di colori, entrò con
aria svagata, s’impadronì di tutti i dolciumi orientali su cui riuscì a mettere
le mani e saccheggiò il portasigarette; infine lui e Boris se ne andarono
insieme per visitare la Galleria del Lussemburgo, dove un nuovo bronzo
argentato di Rodin e un paesaggio di Monet attiravano l’attenzione
esclusiva di tutto il mondo artistico francese. Ritornai nello studio e ripresi
il lavoro. Era un paravento rinascimentale, che Boris mi aveva chiesto di
dipingere per il boudoir di Geneviève. Ma il bambino che posava
controvoglia, quel giorno, non voleva saperne di star buono, nonostante le
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mie promesse. Non restava fermo un istante nella stessa posizione, e nel
giro di cinque minuti avevo schizzato cinque pose diverse di quel monello.
“Stai posando, o stai ballando e cantando, amico mio?” gli domandai.
“Come vuole monsieur”, rispose lui, con un sorriso angelico.
Naturalmente lo rimandai a casa, per quel giorno, pagandogli l’orario pieno:
è così che noi viziamo i modelli.
Quando quel folletto se ne fu andato, diedi qualche pennellata poco
convinta al mio lavoro; ma ero del tutto privo d’ispirazione, e impiegai
tutto il resto del pomeriggio per rimediare al danno che avevo fatto; alla
fine raschiai la tavolozza, infilai i pennelli in una ciotola di detergente, e
passai nel fumoir. Credo che, a parte l’appartamento di Geneviève, in tutta la
casa non vi fosse una stanza che odorasse di tabacco meno di quella. Era
un caos di oggetti d’ogni genere; la tappezzeria che copriva le pareti era lisa.
Una vecchia spinetta dal suono dolce e in buone condizioni stava accanto
alla finestra. C’erano panoplie piene di armi, alcune vecchie e opache, altre
lucide e moderne, festoni di pezzi d’armature turche e indiane disposti
sopra il camino, due o tre quadri di buona fattura, e un portapipe. Era lì
che avevamo l’abitudine di recarci per cercare sensazioni nuove nel fumo.
Credo che non sia mai esistito un tipo di pipa che non fosse rappresentato
in quella collezione. Quando ne avevamo scelta una, la portavamo subito
altrove e la fumavamo; quella stanza, infatti, nel complesso era più tetra e
meno invitante di tutte le altre. Ma quel pomeriggio la penombra era dolce,
i tappeti e le pelli, sul pavimento, apparivano soffici e riposanti; il grande
divano era pieno di cuscini. Scelsi la mia pipa e mi raggomitolai sul divano
per un’eccezionale fumata. Ne avevo scelto una dalla cannuccia lunga e
flessibile, l’accesi e cominciai a sognare. Si spense poco dopo, ma io non mi
mossi. Continuai a sognare e finii per addormentarmi.
Mi svegliò la musica più mesta che avessi mai udito. La stanza era buia,
e non sapevo che ora fosse. Un raggio di luna inargentava un angolo della
vecchia spinetta, e il legno lucido sembrava esalare i suoni come una
cassetta di legno di sandalo esala il suo profumo. Qualcuno si alzò, nel
buio, e si allontanò piangendo sommessamente, e io fui così sciocco da
gridare: “Geneviève!”
Alla mia voce lei cadde, ed io ebbi il tempo di maledire me stesso,
mentre accendevo una luce e cercavo di sollevarla dal pavimento. Si scostò,
con un gemito di dolore. Invocò Boris. La portai sul divano, e andai a
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cercare il mio amico. Non era in casa, e i servitori erano andati a letto.
Perplesso e ansioso, mi affrettai a ritornare da Geneviève; era ancora dove
l’avevo lasciata, pallidissima.
“Non ho trovato Boris né i servitori”, dissi.
“Lo so”, rispose lei con un filo di voce. “Boris è andato a Ept con il
signor Scott. Non l’ho ricordato subito, quando ti ho mandato a cercarlo,
poco fa.”
“Ma in questo caso non può ritornare prima di domani pomeriggio e…
ti sei fatta male? Sei caduta perché ti ho spaventato io? Sono stato uno
stupido, ma non ero ancora sveglio.”
“Boris credeva che fossi andato a casa tua prima di cena. Scusaci, ti
prego, se ti abbiamo lasciato qui tutto solo per tanto tempo.”
“Ho fatto una dormita”, risi io. “E non sapevo se ero ancora
addormentato o no quando mi sono accorto che stavo guardando una
figura in movimento verso di me, e ho gridato il tuo nome. Avevi provato
la vecchia spinetta? Devi aver suonato molto piano.”
Sarei stato disposto a dire mille altre bugie peggiori di quella, pur di
vedere l’espressione di sollievo che le apparve sul viso. Sorrise
adorabilmente e disse, con il suo tono naturale: “Alec, sono inciampata su
quella testa di lupo, e credo di essermi storta la caviglia. Ti prego, chiama
Marie, e poi vai a casa.”
Obbedii e me ne andai quando entrò la cameriera.

3
Il giorno seguente, quando arrivai a mezzogiorno, trovai Boris che si
aggirava inquieto nello studio.
“Geneviève si è appena addormentata”, mi annunciò. “La storta alla
caviglia è una cosa da niente, ma perché ha la febbre così alta? Il dottore
non riesce a spiegarne la ragione… o forse non vuole”, mormorò.
“Geneviève ha la febbre?” domandai.
“Direi di sì, e questa notte ha avuto spesso periodi di stordimento. La
piccola, gaia Geneviève senza una preoccupazione al mondo… e adesso
continua a ripetere che ha il cuore spezzato e vuole morire!”
Il mio cuore si fermò.

65
Boris si appoggiò alla porta del mio studio, a occhi bassi, le mani in
tasca. I suoi occhi miti e acuti erano rannuvolati, e una piega di
preoccupazione era tracciata “sopra il buon segno della bocca, lasciato dal
sorriso”. La cameriera aveva l’ordine di chiamarlo non appena Geneviève
avesse aperto gli occhi. Attendemmo a lungo, e Boris continuò ad aggirarsi
irrequieto, pasticciando con la cera da modellare e con l’argilla rossa.
All’improvviso si avviò verso la stanza accanto.
“Vieni a vedere il mio bagno color rosa, pieno di morte”, mi gridò.
“Di morte?” chiesi, per assecondarlo.
“Immagino che non sarai disposto a chiamarla vita”, rispose lui. Mentre
parlava, prese dalla vaschetta un pesce rosso che si torceva e si divincolava.
“Lo manderemo a tenere compagnia all’altro… dovunque sia finito”, disse.
Nella sua voce c’era una nota di eccitazione febbrile. Anch’io mi sentivo
febbricitante, appesantito negli arti e nella mente mentre lo seguivo accanto
alla vasca piena di liquido limpido come il cristallo e pavimentata di rosa.
Boris lasciò cadere il pesciolino. Le scaglie lampeggiarono di ardenti
bagliori arancione nelle contorsioni rabbiose; ma nel momento in cui toccò
il liquido s’irrigidì e piombò di peso sul fondo. Poi vidi la schiuma lattea, le
sfumature splendide che s’irradiavano alla superficie e poi il raggio di luce
pura e serena che pareva salire da profondità infinite. Boris immerse la
mano e ne trasse uno squisito oggetto di marmo, venato d’azzurro, sfumato
di rosa e scintillante di gocce opalescenti.
“Un gioco da bambini”, mormorò, e mi guardò stancamente,
ansiosamente… Come se io fossi stato in grado di rispondere a simili
domande. Ma poi arrivò Jack Scott, e prese parte al “gioco”, come lo
chiamava lui in tono convinto. Voleva a tutti i costi tentare subito
l’esperimento con il coniglio bianco. Ero disposto ad ammettere che Boris
dovesse trovare una distrazione, ma mi dispiaceva vedere la vita sfuggire da
una creatura viva e calda, e mi rifiutai di rimanere. Presi un libro a caso e
sedetti nello studio a leggere. Purtroppo, avevo scelto Il Re in Giallo. Dopo
pochi istanti che mi parvero secoli, lo stavo mettendo via con un brivido
nervoso, quando Boris e Jack entrarono portando il loro coniglio di
marmo. Nello stesso tempo, suonò il campanello, e un gridò uscì dalla
stanza della malata. Boris corse via, e un attimo dopo gridò: “Jack, vai a
chiamare il dottore, presto, e portalo qui. Alec, vieni.”

66
Accorsi e mi fermai sulla porta. La cameriera, spaventata, uscì in fretta
e sgattaiolò via per andare a prendere qualche medicinale. Geneviève era
seduta sul letto, con le guance cremisi e gli occhi scintillanti; parlava
incessantemente e cercava di liberarsi di Boris, che tentava con dolcezza di
tenerla ferma. Lui mi chiese aiuto. Appena toccai Geneviève, lei sospirò e si
lasciò ricadere, chiudendo gli occhi. E poi… e poi… mentre eravamo
ancora chinati su di lei, li riaprì, guardò in faccia Boris, povera ragazza
delirante per la febbre, e rivelò il suo segreto. Nello stesso istante, le nostre
tre vite presero un nuovo corso: il legame che ci aveva tenuti uniti per tanto
tempo si spezzò, e un vincolo nuovo si formò al suo posto, perché
Geneviève aveva pronunciato il mio nome, e mentre la febbre la
tormentava, il suo cuore aveva riversato la sua angoscia nascosta. Stordito,
ammutolito, chinai il capo, mentre il mio volto ardeva come un carbone
acceso, e il sangue mi rombava nelle orecchie, stordendomi. Incapace di
muovermi, incapace di parlare, ascoltai le sue parole deliranti in una
sofferenza fatta di vergogna e di pena. Non potevo farla tacere, e non
osavo guardare Boris. Poi sentii un braccio sulla mia spalla, e Boris girò
verso di me il viso esangue.
“Non è colpa tua, Alec, non disperarti così se lei ti ama…” Ma non
riuscì a finire. Mentre il dottore entrava nella stanza esclamando: “Ah, la
febbre!”, afferrai per un braccio Jack Scott e lo trascinai in strada,
dicendogli: “Boris preferisce star solo.” Attraversammo la strada per
ritornare nel nostro appartamento e quella notte Jack Scott, accorgendosi
che stavo male anch’io, tornò a chiamare il dottore. L’ultima cosa che
ricordo chiaramente furono le parole di Jack: “Per amor del cielo, dottore,
che cos’ha, per avere quella faccia?” E io pensai al Re in Giallo e alla
Maschera Pallida.
Stavo molto male; cedevo finalmente alla tensione dei due anni che
avevo vissuto a partire da quel fatale mattino di maggio, quando Geneviève
aveva mormorato: “Ti amo, ma credo di amare più Boris”. Non avevo mai
immaginato che quella tensione sarebbe diventata insopportabile.
Esteriormente tranquillo, ero riuscito a ingannare anche me stesso.
Sebbene quella battaglia interiore infuriasse notte dopo notte ed io, solo
nella mia stanza, mi maledicessi per i miei pensieri, sleali verso Boris e
indegni di Geneviève, la mattina mi portava sempre il sollievo, e io

67
ritornavo da Geneviève e dal mio caro Boris con il cuore reso mondo dalla
tempesta notturna.
Mai quando ero con loro avevo tradito la mia angoscia, con una parola,
un gesto o un pensiero: neppure nei confronti di me stesso.
La maschera dell’auto-inganno non era più una maschera: era divenuta
parte di me. La notte la sollevavo, e metteva allo scoperto la verità repressa;
ma non c’era nessuno che potesse vederla, al di fuori di me, e quando
spuntava il giorno la maschera ritornava a posto, spontaneamente.
Questi erano i pensieri che attraversavano la mia mente turbata mentre
giacevo malato, ma erano disperatamente mescolati a visioni di creature
bianche, pesanti come pietre, che strisciavano nella vasca di Boris… della
testa di lupo, sul tappeto, che con la bava alla bocca cercava di azzannare
Geneviève, distesa sorridente lì accanto. Pensavo anche al Re in Giallo,
avvolto nei colori fantastici del suo mantello sbrindellato, e al grido amaro
di Cassilda: “Non su di noi, o Re, non su di noi!” Lottavo febbrilmente per
allontanare quelle visioni, ma scorgevo il Lago di Hali, sottile e squallido,
non agitato da onde o da venti, e vedevo le torri di Carcosa dietro la luna.
Aldebaran, le Iadi, Alar, Hastur, aleggiavano attraverso le masse di nubi che
svolazzavano e si agitavano passando come i cenci del Re in Giallo. E tra
tutti questi pensieri, ne persisteva uno lucido. Non vacillava mai, qualunque
cosa avvenisse nella mia mente sconvolta: era il pensiero che la ragione
prima della mia esistenza consisteva nel soddisfare certe esigenze di Boris e
di Geneviève. Non mi era mai chiaro quale fosse quell’obbligo, né di che
genere fosse; qualche volta sembrava il dovere di offrire protezione,
qualche altra di fornire un appoggio, durante una crisi tremenda. Di
qualunque cosa si trattasse, il suo peso ricadeva interamente su di me, ed io
non mi sentivo mai tanto malato e tanto debole da non essere in grado di
rispondere con tutta la mia anima. Attorno a me c’erano sempre
innumerevoli facce, quasi tutte sconosciute; ma qualcuna la riconoscevo, e
tra le altre quella di Boris. Poi mi dissero che questo era impossibile, ma io
so che, almeno una volta, lui venne a chinarsi sopra di me. Fu soltanto un
tocco, un’eco fievole della sua voce, e poi le nuvole ridiscesero a smorzare i
miei sensi, ed io lo persi, ma lui era veramente venuto lì, e si era curvato
verso di me, almeno una volta.
Finalmente una mattina mi svegliai, e vidi i raggi del sole che cadevano
sopra il mio letto, e Jack Scott che leggeva, seduto accanto a me. Non
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avevo la forza sufficiente per parlare a voce alta, e non riuscivo a pensare, e
tanto meno a ricordare; ma potei sorridere debolmente, quando lo sguardo
di Jack incontrò il mio, e quando lui balzò in piedi e mi chiese, premuroso,
se volevo qualcosa, io riuscii a bisbigliare: “Sì, Boris”.
Jack si accostò al capezzale del mio letto, e si piegò per aggiustarmi il
cuscino. Non riuscii a osservarlo in faccia, ma lui mi rispose cordialmente:
“Devi aspettare, Alec, sei ancora troppo debole, anche per vedere Boris.”
Aspettai e riacquistai le forze; entro qualche giorno fui in grado di
vedere chi desideravo, ma intanto avevo pensato e ricordato. Dal momento
in cui tutto il passato ridivenne chiaro nella mia mente, non ebbi più dubbi
su ciò che dovevo fare quando fosse giunto il momento, ed ero sicuro che
anche Boris avrebbe preso la stessa decisione, per quanto lo riguardava; per
quanto concerneva me solo, sapevo che avrebbe fatto in modo che io
facessi altrettanto. Non cercai più nessuno. Non chiesi più perché da loro
non mi perveniva alcun messaggio, perché, durante la settimana in cui
rimasi ancora a letto, aspettando e riacquistando le forze, non sentii più
pronunciare i loro nomi. Impegnato a cercare la strada giusta e a
combattere, debole ma deciso, la mia lotta contro la disperazione, accettai
semplicemente la reticenza di Jack, diedi per scontato il fatto che aveva
paura di parlare di loro, per evitare che mi agitassi e insistessi per vederli.
Nel frattempo, dissi a me stesso molte altre cose; immaginai come sarebbe
stato, quando la vita sarebbe ricominciata per noi tutti. Avremmo ripreso i
nostri rapporti esattamente come erano prima che Geneviève si ammalasse;
Boris ed io ci saremmo guardati negli occhi, e in quello sguardo non vi
sarebbe stato rancore, né viltà, né diffidenza. Sarei stato di nuovo con loro,
per qualche tempo, nella cara intimità della loro casa, e poi, senza pretesti
né spiegazioni, sarei sparito per sempre dalla loro vita. Boris avrebbe
saputo; Geneviève… l’unico conforto era la certezza che lei non avrebbe
saputo mai. Nel ripensarci, mi sembrava di avere scoperto il significato di
quel senso di dovere che aveva dominato tutto il mio delirio, e l’unico
modo per adempiere quell’impegno. Perciò, quando mi sentii pronto, un
giorno accennai a Jack di avvicinarsi e gli dissi:
“Jack, voglio vedere subito Boris; e porta i miei saluti più affettuosi a
Geneviève…”
Quando, finalmente, lui mi fece sapere che erano morti entrambi,
precipitai in una rabbia folle che distrusse quel poco di forza recuperata
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con la convalescenza. Delirai e maledissi me stesso fino a quando ebbi una
ricaduta. Ne uscii parecchie settimane più tardi: un ragazzo di ventun anni,
convinto che la sua giovinezza fosse finita per sempre. Mi sembrava di non
essere più capace di soffrire, e un giorno, quando Jack mi porse una lettera
e le chiavi della casa di Boris, le presi senza tremare e lo pregai di
raccontarmi tutto. Fu una crudeltà, da parte mia, ma non c’era altro da fare.
E Jack Scott si appoggiò stancamente alle mani magre, per riaprire una
ferita che non si sarebbe mai rimarginata completamente. Cominciò a
parlare con voce smorzata.
“Alec, a meno che tu sappia qualcosa di decisivo che io non so, non
sarai capace di spiegare quanto è accaduto più di quanto possa farlo io.
Immagino che tu preferiresti non ascoltare questi particolari, eppure devi
conoscerli, altrimenti ti eviterei questo mio racconto. Dio sa se vorrei che
mi venisse risparmiato il compito di dirtelo. Mi sbrigherò in poche parole.
“Quel giorno, quando ti ho lasciato alle cure del medico e sono
ritornato da Boris, l’ho trovato impegnato a lavorare attorno ai ‘Fati’. Mi ha
detto che Geneviève dormiva, per effetto dei sonniferi. Aveva perso la
testa, mi ha detto. Ha continuato a lavorare, senza parlare più, ed io sono
rimasto a guardarlo. Non era passato molto tempo, quando mi sono
accorto che la terza figura del gruppo, quella che guarda diritto davanti a sé,
verso il mondo, aveva la sua faccia. Questa è l’unica cosa per la quale mi
piacerebbe trovare una spiegazione, ma non credo che ci riuscirò mai.
“Comunque, Boris lavorava ed io l’osservavo in silenzio. È continuato
così fin verso la mezzanotte. Poi abbiamo sentito una porta che si apriva e
si chiudeva di scatto, e un rapido fruscio nella stanza vicina. Boris si è
precipitato con un balzo oltre la porta, ed io l’ho seguito; ma siamo arrivati
troppo tardi. Lei giaceva sul fondo della vasca, con le mani incrociate sul
petto. Allora Boris si è ucciso con una pallottola nel cuore.” Jack
s’interruppe; stille di sudore gli scorrevano sotto gli occhi, le guance magre
erano contratte. “Ho trasportato Boris nella sua stanza, e ho fatto scorrere
via quel liquido infernale dalla vasca, ho aperto i rubinetti dell’acqua e ho
lavato con cura il marmo. Poi, alla fine, quando ho avuto il coraggio di
scendere quei gradini, ho trovato lei che giaceva laggiù, bianca come la
neve. Poi, quando sono riuscito a decidere cosa dovevo fare, sono andato
nel laboratorio, e per prima cosa ho versato la soluzione della bacinella
nell’acquaio; poi ho buttato via anche il contenuto di tutte le brocche e di
70
tutte le bottiglie. C’era della legna nel camino, e allora ho acceso il fuoco;
ho forzato le serrature dell’armadietto di Boris, e ho bruciato tutti i fogli, gli
appunti e le lettere che vi ho trovato dentro. Ho preso un mazzuolo nello
studio e ho fatto a pezzi tutte le bottiglie vuote, e poi le ho messe nel
secchio del carbone, le ho portate in cantina e le ho buttate nella caldaia
accesa. Ho fatto quel tragitto sei volte, e non è rimasto nulla che possa
servire a riscoprire la formula di Boris. Solo allora ho avuto il coraggio di
chiamare il dottore. È un brav’uomo; abbiamo fatto di tutto perché il
pubblico non ne sapesse niente. Non ci sarei mai riuscito, senza il suo
aiuto. Abbiamo pagato i servitori e li abbiamo mandati in campagna, dove
il vecchio Rosier li tiene buoni raccontando che Boris e Geneviève stanno
facendo un viaggio in paesi remoti, e che torneranno solo tra parecchi anni.
Abbiamo sepolto Boris nel piccolo cimitero di Sèvres. Il dottore è molto
comprensivo, e sa quando si deve avere pietà di un uomo incapace di
continuare a vivere. Ha redatto un certificato di morte dove si parla di una
malattia di cuore, e non mi ha rivolto domande.”
Poi Jack Scott alzò il volto dalle mani e disse: “Apri quella lettera, Alec,
è per noi due.”
L’aprii. Era il testamento di Boris, e portava la data di un anno prima.
Lasciava tutto a Geneviève, e nel caso che lei morisse senza eredi, a me
spettava la casa di Rue Sainte-Cécile e a Jack Scott la tenuta di Ept. Alla
nostra morte, le proprietà sarebbero ritornate alla famiglia della madre di
Boris, in Russia, ad eccezione delle sculture in marmo eseguite da lui: quelle
le lasciava a me.
La nostra vista si annebbiò, e Jack si alzò e si avvicinò alla finestra. Poi
tornò accanto a me e sedette di nuovo. Tremavo al pensiero di ciò che
stava per dire, ma lui riprese a parlare con la stessa semplice dolcezza.
“Geneviève giace nella stanza di marmo davanti alla ‘Madonna’. La
‘Madonna’ si china teneramente sopra di lei, e Geneviève sorride a quel
viso sereno che non sarebbe mai esistito senza di lei.”
La voce di Jack si spezzò. Mi afferrò la mano, dicendomi: “Coraggio,
Alec.” La mattina dopo partì per Ept, per occuparsi del suo legato.

71
Quella sera stessa presi le chiavi e andai nella casa che conoscevo così
bene. Tutto era in ordine, ma il silenzio che vi regnava era terribile. Mi
accostai per due volte alla porta della sala dei marmi, ma non trovai il
coraggio di entrare. Andai nel fumoir e sedetti alla spinetta. Sui tasti giaceva
ancora un fazzolettino di pizzo, ed io mi scostai; mi sentivo soffocare.
Capii che non potevo rimanere; perciò chiusi tutte le porte e le finestre, e i
tre portoncini, e me ne andai. Il mattino seguente Alcide fece la mia valigia;
lo lasciai ad occuparsi del mio appartamento e presi l’Orient Express per
Costantinopoli. Durante i due anni che trascorsi vagabondando per
l’Oriente, nelle nostre lettere, all’inizio, non nominammo mai Geneviève e
Boris. Ma poco a poco i loro nomi cominciarono a comparire nella nostra
corrispondenza. Ricordo, in particolare, il brano di una delle lettere di Jack,
in risposta a una delle mie:
“Mi sconvolge sentirti affermare che hai visto Boris piegarsi su di te mentre eri
malato, e che hai sentito il tocco della sua mano sulla faccia e udito la sua voce. La scena
che tu mi descrivi dovrebbe essersi svolta quattordici giorni dopo la sua morte. Continuo
a ripetermi che avevi sognato, che era l’effetto del delirio, ma si tratta di una spiegazione
che non mi soddisfa, e credo non soddisfi neppure te.”
Verso la fine del secondo anno, mentre ero in India, ricevetti una
lettera di Jack; era così in contrasto con il suo carattere che decisi di tornare
subito a Parigi. Mi scriveva:
“Io sto bene e vendo tutti i miei quadri, come capita agli artisti che non hanno
bisogno di denaro. Non ho preoccupazioni, ma sono più inquieto che se ne avessi. Non
riesco a liberarmi da una strana ansia che riguarda te. Non si tratta di apprensione. È
piuttosto una specie di attesa convulsa: Dio sa di che cosa! Posso dire soltanto che mi
sfinisce. La notte sogno sempre di te e di Boris. Dopo non riesco a ricordare nulla, ma al
mattino mi sveglio con il cuore che batte forte, e l’eccitazione cresce per tutto il giorno, fino
a quando la sera mi addormento per ripetere la stessa esperienza. Sono letteralmente
esausto, e ho deciso di farla finita con questa morbosità. Devo assolutamente vederti.
Devo venire io a Bombay, oppure vieni tu a Parigi?”
Gli telegrafai di aspettarmi; sarei arrivato con il primo piroscafo.
Quando ci incontrammo, pensai che era cambiato pochissimo; ed io,
insistette lui, stavo magnificamente. Mi fece piacere udire di nuovo la sua
voce, e mentre parlavamo di quello che la vita aveva ancora in serbo per
noi, entrambi sentivamo che era piacevole essere vivi in quella fulgida
primavera.
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Restammo insieme a Parigi una settimana, poi io andai per una
settimana a Ept con lui. Per prima cosa ci recammo al cimitero di Sèvres,
dove era sepolto Boris.
“Dobbiamo mettere ‘I Fati’ tra gli alberi, sulla sua tomba?” chiese Jack.
Io risposi:
“Penso che soltanto la ‘Madonna’ debba vegliare su Boris.”
Jack, comunque, non era affatto migliorato dopo il mio ritorno. I sogni
dei quali non riusciva a rammentare neppure il più piccolo particolare
continuavano e lui diceva che talvolta il senso di attesa si faceva soffocante.
“Come vedi, la mia presenza ti fa più male che bene”, dissi io. “Prova a
cambiare aria senza di me.” E così Jack partì, da solo, per le Isole della
Manica, ed io ritornai a Parigi. Dopo il mio ritorno, non ero ancora entrato
nella casa di Boris, che adesso era mia, ma sapevo che dovevo farlo. Jack
aveva provveduto a conservarla in ordine. C’erano dei servitori, perciò
rinunciai al mio appartamento e andai a vivere là. Invece dell’agitazione che
avevo tanto temuto, provai un senso di calma, tanto che riuscii anche a
dipingere. Visitai tutte le stanze… tutte tranne una. Non me la sentivo di
entrare nella sala dei marmi, dove giaceva Geneviève, eppure provavo il
desiderio sempre più forte di rivedere il suo viso, d’inginocchiarmi accanto
a lei.
Un pomeriggio d’aprile stavo sdraiato a fantasticare nel fumoir come vi
ero stato due anni prima, e meccanicamente cercai con lo sguardo, tra i
tappeti orientali, la pelle di lupo. Distinsi finalmente le orecchie appuntite e
la testa piatta e feroce, e pensai al mio sogno, quando avevo visto
Geneviève giacere lì accanto. Gli elmi erano ancora appesi alla tappezzeria
lisa, e tra gli altri c’era il vecchio morione spagnolo, che una volta
Geneviève si era messa in testa, un giorno in cui ci eravamo divertiti con le
antiche armature. Girai lo sguardo sulla spinetta; ognuno dei tasti ingialliti
sembrava parlare della sua mano carezzevole. Mi alzai, trascinato dalla forza
della passione verso la porta sigillata della sala dei marmi. Le pesanti porte
si schiusero verso l’interno, sotto la spinta delle mie mani tremanti. Dalla
finestra entrava il sole, che colorava d’oro le ali di Cupido, e indugiava
come un’aureola attorno alla fronte della “Madonna”. Il suo volto tenero
era reclinato in atto compassionevole su di una forma di marmo così
squisitamente pura che io m’inginocchiai e mi feci il segno della croce.
Geneviève giaceva nell’ombra sotto la “Madonna”, eppure, attraverso il
73
candore delle braccia, scorsi le vene azzurro chiare, e sotto le mani giunte le
pieghe dell’abito erano sfumate di rosa, come per una luce calda che
s’irradiasse dal suo seno.
Con il cuore che mi si spezzava mi chinai, sfiorai i drappeggi marmorei
con le labbra, e poi ritornai nella casa silenziosa.
Arrivò una cameriera che mi consegnò una lettera, e io andai a sedermi
nella piccola serra per leggerla. Ma, mentre stavo per rompere il sigillo,
notai che la ragazza indugiava, e le domandai che cosa volesse.
Lei balbettò qualcosa a proposito di un coniglio bianco che era stato
catturato in casa, e chiese cosa dovevano farne. Le dissi di lasciarlo libero
nel giardino cintato dietro la casa e aprii la lettera. Era di Jack; ma era così
incoerente che io pensai che avesse perduto la ragione. Non faceva che
pregarmi di non lasciare la casa fino a che lui non fosse ritornato; non
poteva dirmi il perché, c’erano i sogni, diceva, non poteva spiegare niente,
ma era sicuro che non dovevo lasciare la casa di Rue Sainte-Cécile.
Quando ebbi finito di leggere alzai gli occhi e vidi la cameriera ferma
sulla porta; teneva in mano una ciotola di vetro piena d’acqua, in cui
nuotavano due pesciolini.
“Li rimetta nella vasca e mi spieghi perché continua a interrompermi”,
le dissi.
Con un gemito represso lei versò acqua e pesci nell’acquario in fondo
alla serra, poi si girò verso di me e mi chiese l’autorizzazione a lasciare il
mio servizio. Disse che qualcuno le stava facendo degli scherzi,
evidentemente con l’intenzione di farle passare qualche guaio; avevano
rubato il coniglio di marmo e l’avevano sostituito con uno vivo; i due
bellissimi pesciolini di marmo erano scomparsi, e lei aveva appena trovato
quei due normali cosini vivi che balzavano sul pavimento della sala da
pranzo. La tranquillizzai e la mandai via, dicendole che avrei dato
un’occhiata in giro personalmente. Andai nello studio: non c’era nulla,
tranne le mie tele e qualche stampo, e il giglio marmoreo. Lo vidi sulla
tavola, in fondo alla stanza. Mi avviai in quella direzione, irritato. Ma il fiore
che sollevai tra le dita era fresco e fragile e riempiva l’aria del suo profumo.
Allora, improvvisamente, compresi e mi lanciai lungo il corridoio, verso
il bagno di marmo. Le porte si spalancarono, la luce del sole m’investì il
volto; e attraverso quel chiarore, in uno splendore celestiale, la “Madonna”

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sorrideva, mentre Geneviève sollevava il viso arrossato dal giaciglio
marmoreo, e apriva gli occhi appesantiti dal sonno.

75
III
Nella corte
del drago

“Tu che ardi nel cuore per quelli nell’Inferno,


e che alimenterai le fiamme dell’Averno,
da tanto tempo gridi: ‘Pietà di loro, o Dio!’
Ma come osi insegnare qualcosa al Padreterno?”

Nella chiesa di St. Barnabé erano terminati i Vespri. I sacerdoti


lasciarono l’altare; i piccoli coristi passarono in frotta oltre la balaustrata e
presero posto negli stalli. Uno svizzero, nella splendida uniforme, avanzò
lungo la navata meridionale, battendo ogni quattro passi l’asta sul
pavimento di pietra; dietro di lui veniva Monseigneur C., predicatore
eloquente e uomo di grande bontà.
La mia sedia era vicina alla balaustrata. Mi girai verso l’estremità
occidentale della chiesa. Anche gli altri fedeli che stavano tra l’altare e il
pulpito si voltarono. Si udirono fruscii e struscii mentre i fedeli tornavano a
sedersi. Il predicatore salì la scala che portava al pulpito, e l’organo smise di
suonare.
Avevo sempre giudicato estremamente interessante l’organo di St.
Barnabé, e soprattutto il modo in cui veniva suonato. Uno stile colto e
scientifico, anzi troppo per la mia scarsa competenza; e tuttavia esprimeva
un’intelligenza vivida, anche se fredda. Inoltre, aveva il gusto tipicamente
francese; era il gusto che regnava supremo, controllato, dignitoso e
reticente.
Quel giorno, tuttavia, fino dal primo coro avevo avvertito un
cambiamento in peggio, un mutamento sinistro. Durante i Vespri aveva
suonato soprattutto l’organo del presbiterio che forniva il sottofondo al
bellissimo coro; ma di tanto in tanto, dalla galleria occidentale, dove sta il
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grande organo, una mano pesante aveva sferrato colpi attraverso la chiesa
contro la serenità di quelle voci terse. Era qualcosa di più di un suono aspro
e dissonante, e non tradiva affatto una mancanza di abilità. Poiché la cosa si
era ripetuta più volte, mi aveva fatto pensare a quanto dicevano i libri del
mio architetto a proposito dell’antica tradizione, quando il coro veniva
consacrato subito dopo essere stato costruito, mentre la navata, finita
talvolta anche mezzo secolo dopo, spesso non veniva invece benedetta. Mi
chiesi, pigramente, se questo era avvenuto a St. Barnabé, e se qualcosa, che
di solito non aveva posto in una chiesa cristiana, era riuscito a penetrare là
dentro senza farsi scoprire e si era impadronito della galleria occidentale.
Avevo letto che accadevano cose del genere; ma non nei libri di
architettura.
Poi ricordai che St. Barnabé aveva poco più di un secolo, e sorrisi di
quell’incoerente accostamento tra le superstizioni medievali e quel gaio
esempio del rococò del secolo decimottavo.
Ma adesso i Vespri erano terminati, e avrebbe dovuto essere la volta di
pochi accordi tranquilli, adatti ad accompagnare la meditazione, in attesa
dell’inizio della predica. Invece, in fondo alla chiesa eruppe quella
dissonanza, nel momento in cui i sacerdoti si allontanavano, come se nulla
potesse più tenerla a freno.
Io sono figlio di una generazione più vecchia e più semplice, che non
ama cercare nell’arte le sottigliezze psicologiche; e ho sempre rifiutato di
trovare nella musica altro che melodia ed armonia; ma sentivo che nel
labirinto dei suoni uscenti da quello strumento c’era qualcosa che veniva
inseguito. I pedali lo cacciavano, su e giù, mentre i tasti gridavano la loro
approvazione. Povero diavolo! Chiunque fosse, aveva ben poca speranza di
fuggire!
La mia irritazione nervosa si trasformò in collera. Chi stava facendo
una cosa simile? Come osava suonare in quel modo, durante una funzione
sacra? Diedi un’occhiata alla gente attorno a me; nessuno sembrava
minimamente turbato. Le fronti serene delle monache inginocchiate, rivolte
ancora verso l’altare, non avevano perduto nulla della loro astrazione
devota, sotto l’ombra pallida dei veli bianchi. L’elegante signora accanto a
me stava guardando intenta Monseigneur C. A quanto si poteva giudicare
dall’espressione del suo viso, si sarebbe detto che l’organo suonasse un’Ave
Maria.
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Ma ora, finalmente, il predicatore aveva tracciato il segno della croce,
intimando silenzio. Mi girai verso di lui, lietamente. Sino a quel momento
non avevo ancora trovato la pace che avevo cercato quando ero entrato nel
pomeriggio in St. Barnabé.
Ero esausto da tre notti di sofferenze fisiche e di turbamenti mentali;
questi ultimi erano stati la cosa peggiore. Era un corpo sfinito, una mente
stordita eppure acutamente sensibile, che avevo portato a guarire nella mia
chiesa preferita. Perché avevo letto Il Re in Giallo.
“Il sole si leva: ed essi si radunano e si rifugiano nelle loro lune.”
Monseigneur C. lesse il testo con voce calma, girando uno sguardo sereno sui
fedeli. I miei occhi, non so perché, si volsero verso il fondo della chiesa.
L’organista stava uscendo da dietro le canne dello strumento e si avviava
lungo la galleria per andarsene. Lo vidi sparire attraverso una porticina che
conduce alla scala dalla quale si accede direttamente alla strada. Era un
uomo magro, e il suo volto era bianco quanto era nera la sua giacca. “Buon
viaggio a te e alla tua musica perversa!” pensai. “Spero che l’assolo finale lo
suoni il tuo assistente.”
Con un senso di sollievo, un senso calmo e profondo di sollievo, tornai
a volgermi verso la faccia mite sul pulpito, e mi accinsi ad ascoltare.
Finalmente avrei trovato la serenità che ero venuto a cercare.
“Figlioli”, disse il predicatore, “vi è una verità che l’anima umana fatica
ad imparare più di qualsiasi altra: non vi è nulla da temere. L’anima umana
non riesce mai a comprendere che nulla può farle veramente del male.”
“Che strana dottrina per un prete cattolico!” pensai io. “Vediamo come
riuscirà a riconciliarla con i Padri della Chiesa!”
“Nulla, in realtà, può fare del male all’anima”, proseguì il predicatore,
con i suoi toni più chiari e più calmi. “Perché…”
Ma io non udii mai il seguito; il mio sguardo abbandonò il suo volto,
non so per quale ragione, e cercò l’estremità opposta della chiesa. Lo stesso
uomo stava uscendo da dietro l’organo e stava percorrendo la galleria, nella
stessa direzione di prima. Ma non aveva avuto il tempo di ritornare, e se anche
fosse ritornato io avrei dovuto vederlo. Provai un leggero brivido, e il cuore
mi si strinse; eppure, il fatto che andasse e venisse non mi riguardava. Lo
guardavo; anzi, non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla sua figura nera e
dalla sua faccia bianca. Quando fu proprio di fronte a me, si girò e lanciò
attraverso la chiesa, proprio ad incontrare i miei occhi, uno sguardo d’odio,
78
intenso e mortale: non ho mai visto uno sguardo simile e prego Dio di non
vederlo mai più! Poi scomparve attraverso la stessa porta dalla quale l’avevo
visto uscire non più di sessanta secondi prima.
Cercai di riordinare i miei pensieri. La mia prima impressione fu la
stessa che prova un bambino piccolo quando si fa molto male, e trattiene il
respiro prima di scoppiare a piangere.
Scoprire improvvisamente di essere l’oggetto di un simile odio era
straordinariamente doloroso; e quell’uomo mi era del tutto sconosciuto.
Perché doveva odiarmi tanto? Proprio me, che non aveva mai visto prima?
Per un attimo tutte le altre sensazioni si mescolarono a quella fitta dolorosa;
persino la paura era subordinata all’angoscia, e in quel momento non ebbi
dubbi. Ma subito dopo incominciai a ragionare, e il senso dell’assurdo mi
venne in aiuto.
Come ho detto, St. Barnabé è una chiesa moderna, piccola e bene
illuminata; la si può vedere tutta quanta quasi in una sola occhiata. La
galleria dell’organo riceve un’intensa luce bianca dalla fila delle lunghe
finestre, che non hanno neppure vetri colorati.
Poiché il pulpito è in mezzo alla chiesa, era evidente che, quando
guardavo in quella direzione, qualunque cosa si muovesse all’estremità
occidentale non poteva sfuggire alla mia attenzione. Quando l’organista era
passato, era logico che l’avessi visto; avevo semplicemente sbagliato nel
calcolare l’intervallo trascorso tra il primo e il secondo passaggio. L’ultima
volta era entrato dall’altra porta laterale. In quanto all’occhiata che mi aveva
tanto sconvolto, sicuramente non me l’aveva mai lanciata, ed io ero solo
uno sciocco troppo nervoso.
Mi guardai intorno. Non era un luogo adatto agli orrori sovrannaturali.
Il viso deciso e ragionevole di Monseigneur C., i suoi modi controllati, i suoi
gesti eleganti e tranquilli, non bastavano a scoraggiare l’idea di un mistero
atroce? Guardai oltre la sua testa e per poco non scoppiai a ridere. La
fanciulla volante, che reggeva un angolo del baldacchino del pulpito, simile
a una tovaglia di damasco agitata da un forte vento, non appena un
basilisco avesse tentato di posarsi lassù sull’organo, gli avrebbe puntato
contro la tromba d’oro e l’avrebbe annientato! Risi fra me di quell’idea che
sul momento mi sembrò molto divertente, e mi burlai di me stesso e di
tutto il resto: dalla vecchia arpia che stava presso la balaustra e mi aveva
fatto pagare dieci centesimi per la sedia prima di lasciarmi passare
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(somigliava più lei ad un basilisco, mi dissi, che non il mio organista
dall’aspetto anemico); da quella vecchia truce, oh, sì, purtroppo, fino allo
stesso Monseigneur C. Tutta la mia devozione era sparita. Non mi era mai
capitato nulla di simile in tutta la vita, ma adesso provavo la voglia di farmi
beffe di tutto.
In quanto alla predica… non riuscii a udirne una sola parola, perché
nelle orecchie mi risuonava il ritmo di

“Alle sottane di San Paolo è arrivato


dopo queste sei prediche quaresimali,
più untuoso di quanto sia mai stato.”

E quel ritmo sottolineava i pensieri più fantastici ed irriverenti.


Era inutile che continuassi a restare lì seduto; dovevo uscire e liberarmi
di quell’umore orribile. Mi rendevo conto di commettere una grave
scorrettezza; ma mi alzai egualmente ed uscii dalla chiesa.
Il sole primaverile splendeva su Rue Saint-Honoré, mentre scendevo di
corsa la scalinata. In un angolo c’era un banco pieno di giunchiglie gialle e
di violette pallide della Riviera, violette scure russe, e bianchi giacinti
romani, in una nuvola dorata di mimose. La strada era piena di sfaccendati
in cerca di piaceri domenicali. Agitai il bastone e risi con gli altri. Qualcuno
mi raggiunse e mi superò. Non si voltò mai, ma nel suo profilo bianco c’era
la stessa malignità mortale che era stata nei suoi occhi. Lo seguii con lo
sguardo a lungo, finché mi fu possibile. Anche la sua schiena magra
esprimeva la stessa minaccia; ogni passo che lo portava lontano da me
sembrava condurlo verso qualche missione collegata al mio annientamento.
Avanzavo fiaccamente, come se i miei piedi rifiutassero di muoversi.
Poi cominciò a balenare, dentro di me, un senso di responsabilità per
qualche cosa dimenticata da molto tempo. Mi sembrava di meritare ciò che
quell’individuo minacciava; era qualcosa che risaliva a molto tempo
prima… molto, moltissimo tempo prima. Era rimasto assopito per tutti
quegli anni, ma era sempre presente e adesso si sarebbe ridestato e io me lo
sarei trovato di fronte. Però io avrei cercato di sfuggire. Svoltai, incerto, in
Rue de Rivoli, attraversai Place de la Concorde e raggiunsi il Quai. Guardai
con occhi nauseati il sole che brillava attraverso la spuma bianca della
fontana e si riversava sulle schiene bronzee delle divinità fluviali, sull’Arco
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lontano che pareva una struttura di nebbia, color ametista, sugli
innumerevoli tronchi grigi, sui rami spogli appena chiazzati di gemme
verdi. Poi rividi l’uomo che scendeva sotto i castagni del Cours la Reine.
Abbandonai il lungofiume, mi avventurai ciecamente verso gli Champs
Elysées e svoltai verso l’Arco. Il sole al tramonto stendeva i suoi raggi sulla
verde spianata del Rond-point; in quella luce piena, l’uomo era seduto su
una panchina, e attorno a lui c’erano bambini e giovani madri. Non era
altro che uno sfaccendato domenicale, come gli altri, come me. Pronunciai
quelle parole quasi a voce alta, e intanto scrutavo l’odio maligno sul suo
volto. Ma lui non mi stava guardando. Passai oltre e trascinai i miei piedi
plumbei su per l’Avenue. Sapevo che ogni nostro incontro lo portava più
vicino al compimento della sua missione e del mio destino. Eppure, stavo
ancora cercando di salvarmi.
Gli ultimi raggi del sole filtravano attraverso il grande Arco. Vi passai
sotto, e mi trovai a faccia a faccia con l’uomo. L’avevo lasciato ben lontano,
sugli Champs Elysées, eppure stava arrivando dalla direzione opposta, in
mezzo a una marea di gente che ritornava dal Bois de Boulogne. Mi passò
così vicino che mi sfiorò. Il suo corpo esile sembrava saldo come il ferro
sotto gli abiti neri troppo ampi. Non tradiva né la fretta, né la stanchezza,
né alcun altro sentimento umano. Tutto il suo essere esprimeva una cosa
soltanto: la volontà, e il potere, di farmi del male.
Lo seguii angosciato con lo sguardo, lo vidi allontanarsi per l’ampia
Avenue affollata, accesa dal lampeggiare delle ruote delle carrozze e dei
finimenti dei cavalli, e degli elmi della Garde Republicaine.
Ben presto lo persi di vista; allora girai su me stesso e fuggii. Nel Bois, e
ancora più lontano… non so dove andai, ma dopo un lungo tempo, mi
parve, mi accorsi che era scesa la notte, e mi trovai seduto a un tavolino,
davanti a un piccolo caffè. Ero ritornato nel Bois. Erano passate ore,
ormai, da quando l’avevo visto l’ultima volta. La stanchezza fisica e la
sofferenza mentale non mi avevano lasciato neppure la capacità di pensare
e di sentire. Ero stanco, così stanco! Non vedevo l’ora di rifugiarmi nella
mia tana. Decisi di andare a casa: ma era lontanissima.
Io abito nella Court du Dragon, uno stretto passaggio che porta dalla
Rue de Rennes alla Rue du Dragon.
È un impasse, che si può percorrere soltanto a piedi. Sopra l’ingresso,
dalla parte di Rue de Rennes, c’era un balcone sostenuto da un drago di
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ferro. Nella corte, ai due lati, sorgono case vecchie e alte, che chiudono
anche le estremità dalla parte delle due strade. Gli enormi battenti, spinti
durante il giorno contro le pareti degli anditi profondi, vengono chiusi
dopo mezzanotte, e per entrare nella Corte bisogna suonare allora a certe
porticine laterali. La pavimentazione sconnessa forma pozzanghere sudicie.
Scale ripide conducono agli ingressi che si aprono sulla corte. Al piano
terreno ci sono le botteghe dei rigattieri e dei fabbri. Per tutta la giornata vi
riecheggiano i tonfi dei magli e lo sferragliare delle sbarre metalliche.
Per quanto al livello della strada la Corte sia molto sgradevole, di sopra
vi è gaiezza e tranquillità, e duro, onesto lavoro.
Al quinto piano ci sono gli studi di architetti e pittori, e i rifugi degli
studiosi di mezza età come me, che vogliono vivere soli. Quando ero
venuto ad abitare lì ero giovane, e non ero solo.
Dovetti camminare a lungo prima d’incontrare un mezzo di trasporto;
ma alla fine, quando ero quasi arrivato all’Arc de Triomphe, passò una
carrozza di piazza libera, e la presi.
Dall’Arco a Rue de Rennes c’è un tragitto di oltre mezz’ora,
specialmente quando si viene trasportati da un cavallo stanco che è stato
alla mercé dei festaioli della domenica.
Prima che passassi sotto le ali del Drago ebbi tutto il tempo necessario
per incontrare parecchie volte il mio nemico, ma non lo vidi nemmeno una
volta, e adesso ero ormai vicino al mio rifugio.
Davanti all’ampio andito stava giocando una piccola folla di bambini. Il
nostro concierge e la moglie passeggiavano in mezzo a loro con il barboncino
nero, richiamandoli all’ordine; alcune coppie stavano ballando il walzer sul
marciapiede. Ricambiai i saluti e mi affrettai ad entrare.
Tutti gli abitanti della corte si erano riversati sulla strada. Il luogo era
completamente deserto, illuminato soltanto da poche fievoli lanterne a gas.
Il mio appartamento era all’ultimo piano della casa, a metà della corte.
Ci si arrivava per mezzo di una scala che scendeva fin quasi sulla strada; in
mezzo c’era solo un breve tratto. Posai il piede sulla soglia della porta
aperta; davanti a me si levavano le vecchie, amiche scale malconce, che
portavano alla pace e alla sicurezza. Mi voltai indietro, sulla destra, e lo vidi,
a dieci passi di distanza. Doveva essere entrato nella corte con me.
Veniva diritto nella mia direzione, né adagio né in fretta, ma proprio
verso di me. E adesso mi stava guardando. Per la prima volta, da quando i
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nostri occhi si erano incontrati nella chiesa, s’incontrarono una seconda
volta, ed io seppi che il momento era venuto.
Tornai indietro, attraverso la corte, e me lo trovai di fronte. Avevo
intenzione di fuggire attraverso l’entrata in Rue du Dragon. I suoi occhi mi
dissero che non gli sarei mai sfuggito.
Mi pareva che passassero secoli mentre io indietreggiavo e lui avanzava
attraverso la corte, in un silenzio assoluto; ma finalmente sentii l’ombra
dell’andito, e un altro passo mi condusse là sotto. Avevo avuto intenzione,
appena giunto lì, di girare su me stesso e di correre sulla strada. Ma non era
l’ombra di un andito, quella; era l’oscurità di una cripta. La grande porta
che dava su Rue du Dragon era chiusa. Lo compresi dall’oscurità che mi
circondava; e nello stesso istante glielo lessi in faccia. Come luccicava quella
faccia, nelle tenebre, mentre si avvicinava rapidamente! La volta cupa, gli
enormi battenti chiusi dalle serrature di ferro erano dalla sua parte. Ciò che
mi aveva minacciato si era concretato; si addensava e mi piombava addosso
dalle ombre insondabili; e il punto dal quale avrebbe sferrato il colpo era
rappresentato dai suoi occhi infernali. Mi appoggiai con le spalle contro la
porta sbarrata e lo sfidai.

Vi fu uno struscio di sedie spostate sul pavimento di pietra, ed un


fruscio, mentre i fedeli si alzavano. Sentii l’asta dello svizzero battere
ritmicamente nella navata meridionale, precedere Monseigneur C. verso la
sacrestia.
Le suore inginocchiate si riscossero dalla loro devota astrazione,
compirono una genuflessione e se ne andarono. La signora elegante, seduta
vicino a me, si alzò a sua volta, con aggraziata riservatezza. Mentre si
allontanava, mi lanciò un’occhiata fuggevole di disapprovazione.
Mezzo morto, o almeno così mi sembrava, eppure intensamente vivo,
rimasi seduto in mezzo alla folla che si muoveva con calma, poi mi alzai
anch’io e mi diressi verso la porta.
Avevo dormito durante la predica. Avevo dormito davvero, durante la
predica? Alzai lo sguardo e lo vidi passare lungo la galleria, per tornare al
suo posto. Lo vidi solo di fianco: il braccio magro e piegato, coperto di
stoffa nera, mi parve uno di quei diabolici strumenti senza nome che
giacciono nelle camere di tortura abbandonate dei castelli medievali.

83
Ma gli ero sfuggito, sebbene i suoi occhi mi avessero detto che non
avrei potuto. Gli ero sfuggito? Ciò che gli dava potere su di me riemerse
dall’oblio in cui speravo di mantenerlo. Perché adesso lo conoscevo. La
morte e la dimora spaventosa delle anime perdute, dove l’aveva mandato la
mia debolezza tanto tempo prima… l’avevano trasformato per gli occhi di
chiunque altro, ma non per i miei. L’avevo riconosciuto sin quasi dal primo
istante; non avevo mai avuto dubbi su ciò che era venuto a fare; e adesso
sapevo che, mentre il mio corpo sedeva tranquillo nella piccola, gaia
chiesetta, lui stava dando la caccia alla mia anima nella Corte del Drago.
Mi trascinai verso la porta: lassù, l’organo proruppe in un’orgia di
suoni. Una luce abbagliante invase la chiesa, nascondendo al mio sguardo
l’altare. I fedeli svanirono, le arcate, il tetto a volta scomparvero. Levai gli
occhi bruciati verso quel bagliore insondabile, e io vidi le stelle nere librate
nei cieli, e i venti umidi che soffiavano dal Lago di Hali mi agghiacciarono il
viso.
E in quel momento, lontano, al di là di leghe e leghe di turbolenti
ondate di nuvole, vidi la luna gocciolante di spuma; e dietro la luna sorsero
le torri di Carcosa.
La morte e la dimora spaventosa delle anime perdute, dove l’aveva
mandato tanto tempo prima la mia debolezza, l’avevano trasformato per gli
occhi di chiunque, ma non per i miei. E poi udii la sua voce levarsi, gonfiarsi,
tuonare nella luce accecante e, mentre cadevo, lo splendore crebbe, crebbe,
si riversò su di me in ondate di fiamma. Allora precipitai nel profondo, e
udii il Re in Giallo bisbigliare alla mia anima: “È spaventoso cadere nelle
mani del Dio vivente!”

84
IV
Il segno giallo
“Che sia la rossa alba a indovinare
Cosa mai faremo,
Quando morrà questa luce blu stellare
E tutto arriverà al fine estremo.”

1
Vi sono tante cose che è impossibile spiegare! Perché certi accordi
musicali mi fanno pensare alle tinte marroni e dorate delle foglie
d’autunno? Perché la Messa di Santa Cecilia spinge i miei pensieri a vagare
fra grotte le cui pareti fiammeggiano di masse irregolari d’argento vergine?
Che cosa c’era, nel frastuono e nel caos di Broadway, alle sei, che faceva
balenare davanti ai miei occhi l’immagine d’una immota foresta bretone,
dove la luce del sole filtrava tra le fronde primaverili e Sylvia si chinava, un
po’ incuriosita ed un po’ intenerita, su di una lucertolina verde,
mormorando: “E pensare che anche questa è una creatura di Dio!”
Quando vidi per la prima volta il guardiano, mi voltava le spalle. Lo
seguii con lo sguardo, indifferente, finché entrò nella chiesa. Non gli prestai
più attenzione di quanta ne prestassi a qualunque altro uomo che passasse
per Washington Square quella mattina, e quando chiusi la finestra e mi girai
nello studio lo avevo già dimenticato. Più tardi, nel pomeriggio, poiché era
una giornata calda, alzai di nuovo il vetro della finestra e mi affacciai per
prendere una boccata d’aria. Nel cimitero della chiesa c’era un uomo, e io
lo notai di nuovo, con scarso interesse, come era accaduto la mattina.
Guardai, attraverso la piazza, il gioco d’acqua della fontana e poi, con la
mente piena di vaghe impressioni d’alberi, di asfalto, di gruppi in
movimento di bambinaie e di gente a passeggio in un giorno di festa, mi
avviai per tornare al cavalletto. Quando mi voltai, il mio sguardo
indifferente colse anche l’uomo laggiù, nel camposanto. Il suo viso, adesso,
era rivolto nella mia direzione; e con un moto assolutamente involontario
mi piegai per osservarlo. Nello stesso momento, l’uomo alzò la testa e
85
guardò me. Pensai, immediatamente, ad un verme in una bara. Non so cosa
vi fosse, in quell’uomo, che m’ispirava tanta repulsione, ma l’impressione di
un grasso verme bianco d’una tomba era così intensa e nauseante che
dovetti tradirla nella mia espressione, perché distolse la faccia gonfia con un
movimento che mi fece pensare ad un bruco disturbato in una castagna.
Tornai al cavalletto e accennai alla modella di rimettersi in posa. Dopo
aver lavorato per qualche tempo, mi resi conto che stavo rovinando ciò che
avevo fatto, e presi un raschietto per rimuovere il colore. Le tonalità della
carne erano cupe, malsane, e non capivo come avessi potuto inserire un
colore tanto nauseabondo in uno studio che poco prima rifulgeva di toni
radiosi.
Guardai Tessie. Non era affatto cambiata, e il rosa vivace della buona
salute le tingeva il collo e le guance, mentre io aggrottavo la fronte.
“Ho fatto qualcosa di male?” disse lei.
“No; ho fatto un pasticcio con questo braccio, e non so proprio come
ho potuto mettere questo colore fangoso sulla tela”, risposi.
“Non ho posato bene?” insistette lei.
“Perfettamente.”
“Allora non è stata colpa mia?”
“No. Mia.”
“Mi dispiace moltissimo” disse lei.
Le dissi che poteva riposarsi, mentre io usavo straccio e trementina per
togliere la chiazza immonda dalla tela; e lei se ne andò a fumare una
sigaretta e a guardare le illustrazioni del Courier Français.
Non so se ci fosse qualcosa nella trementina, o se fosse un difetto della
tela, ma più ripulivo e più quella cancrena sembrava espandersi. Lavorai
con l’impegno di un castoro per toglierla, eppure quel morbo pareva
estendersi da un arto all’altro. Allarmato, mi sforzai di arrestarlo; ma già il
colore del seno cambiava, e l’intera figura pareva assorbire l’infezione,
come una spugna assorbe l’acqua. Usai di nuovo energicamente il
raschietto, la trementina, pensando alla scenata che avrei fatto a Duval, il
quale mi aveva venduto la tela; ma ben presto mi resi conto che il difetto
non stava nella tela, e neppure nei colori di Edward. “Deve essere la
trementina”, pensai, irritato, “oppure i miei occhi sono così abbagliati e
confusi a causa della luce del pomeriggio che non riesco a vedere bene.”

86
Chiamai Tessie, la modella. Lei arrivò, si piegò sulla mia sedia soffiando
nell’aria cerchi di fumo.
“Che cosa gli ha fatto?” esclamò.
“Niente”, grugnii. “Deve essere la trementina.”
“Che colore orribile ha, adesso!” continuò lei. “Pensa davvero che la
mia carnagione sembra gorgonzola?”
“No”, feci, rabbiosamente. “Mi hai mai visto dipingere così, prima
d’ora?”
“No davvero!”
“E dunque!”
“Deve essere la trementina, o qualcosa d’altro”, ammise lei. S’infilò un
kimono giapponese e si avvicinò alla finestra. Io grattai e raschiai fino a
quando mi sentii stanco; alla fine raccolsi i pennelli e li scagliai contro la
tela con un’esclamazione risentita, della quale soltanto il tono giunse fino
alle orecchie di Tessie.
Lei, comunque, incominciò prontamente: “Ma bene! Bestemmii, si
comporti da sciocco e rovini i pennelli! Ha dedicato tre settimane a quello
studio, e lo guardi adesso! A che serve strappare la tela? Che razza di tipi
sono gli artisti!”
Io mi vergognavo come mi capitava di solito, dopo esplosioni di quel
genere, e girai verso il muro la tela rovinata. Tessie mi aiutò a pulire i
pennelli, poi si allontanò a passo di danza, per vestirsi. Mentre era dietro il
paravento, mi lanciò consigli frammentari a proposito dell’abitudine di
perdere la calma finché, forse convinta di avermi tormentato a sufficienza,
uscì pregandomi di abbottonarla alla cintura, sulla schiena, dove non
poteva arrivare da sola.
“È andato tutto storto dal momento che si è allontanato dalla finestra e
ha cominciato a parlare di quell’uomo orribile che ha visto nel
camposanto”, dichiarò.
“Sì, probabilmente è stato lui a stregare il quadro”, dissi, sbadigliando.
Diedi un’occhiata all’orologio.
“Sono le sei passate, lo so”, fece Tessie, aggiustandosi il cappellino
davanti allo specchio.
“Sì”, risposi. “Non intendevo trattenerti così a lungo.”

87
Mi affacciai alla finestra ma indietreggiai, pieno di disgusto, perché
l’uomo dal volto pastoso era là sotto, nel camposanto. Tessie vide il mio
gesto di disapprovazione e si sporse dalla finestra.
“È quello, l’uomo che non le va?” bisbigliò.
Annuii.
“Non riesco a vederlo in faccia, ma mi sembra grasso e flaccido. Non
so perché”, continuò, girandosi verso di me, “mi ricorda un sogno… un
sogno spaventoso che ho fatto una volta. Ma chissà”, fece, pensosa,
abbassando lo sguardo sulle sue scarpette eleganti, “Chissà se era davvero
un sogno.”
“Come posso saperlo io?” sorrisi. Tessie sorrise a sua volta.
“C’era anche lei”, disse. “Quindi, forse, può saperne qualcosa.”
“Tessie! Tessie!” protestai, “non cercare di lusingarmi dicendo che
sogni di me!”
“Ma è vero”, insistette lei. “Vuole che le racconti?”
“Racconta”, risposi, accendendo una sigaretta.
Tessie si appoggiò al davanzale della finestra aperta e cominciò a
parlare, con aria molto seria.
“Una notte, l’inverno scorso, ero a letto, e non pensavo a niente di
particolare. Avevo posato per lei, ed ero stanchissima, eppure mi sembrava
che non sarei mai riuscita ad addormentarmi. Sentii le campane della città
suonare le dieci, le undici, poi mezzanotte. Dovetti addormentarmi verso
mezzanotte, perché non ricordo di avere più sentito le campane. Mi pareva
di avere appena chiuso gli occhi quando ho sognato che qualcosa mi
costringeva ad andare alla finestra. Mi sono alzata, ho girato la maniglia e
ho guardato fuori. La Venticinquesima Strada era deserta, a quanto potevo
vedere. Ho cominciato ad avere paura; tutto, là fuori, sembrava così… così
nero e inquieto. Poi mi è giunto all’orecchio un rumore lontano di ruote, e
ho avuto l’impressione che fosse quello, che stavo aspettando. Lentamente,
il rumore si è avvicinato, e alla fine sono riuscita a distinguere un veicolo
che avanzava sulla strada, e si faceva più vicino. Quando è passato sotto la
finestra, ho visto che era un carro funebre. Poi, mentre tremavo per la
paura, il guidatore si è voltato e mi ha guardata. Quando mi sono svegliata,
ero in piedi accanto alla finestra aperta, e rabbrividivo, ma il carro funebre
impennacchiato di nero e il suo conducente erano spariti. Ieri notte, ho
fatto ancora lo stesso sogno. Si ricorda come pioveva? Quando mi sono
88
svegliata, in piedi davanti alla finestra aperta, la mia camicia da notte era
bagnata fradicia.”
“Ma io che c’entro, in quel sogno?” domandai.
“Lei… lei era nella bara; ma non era morto.”
“Nella bara?”
“ Sì.”
“E tu come lo sapevi? Mi hai visto?”
“No. Sapevo soltanto che c’era.”
“Avevi mangiato crostini al formaggio fuso, o insalata d’aragosta?”
Cominciai a ridere, ma la ragazza m’interruppe con un grido spaventato.
“Ehi, cosa succede?” dissi, mentre lei si ritraeva di scatto dal davanzale
della finestra.
“L’uomo… quell’uomo laggiù, nel camposanto… era lui che guidava il
carro funebre.”
“Che sciocchezza”, dissi io; ma gli occhi di Tessie erano sbarrati per il
terrore. Mi accostai alla finestra e guardai fuori. L’uomo se n’era andato.
“Suvvia, Tessie”, l’esortai. “Non fare la sciocca. Hai posato per troppo
tempo; sei nervosa.”
“Crede che potrei dimenticare quella faccia?” mormorò. “Per tre volte
ho visto il carro funebre passare sotto la mia finestra e ogni volta il
guidatore si è girato a guardarmi. Aveva la faccia così bianca e… e molle?
Sembrava morto… sembrava morto da tanto tempo.”
La convinsi a sedersi e a buttar giù un bicchiere di Marsala.
Poi sedetti accanto a lei, e cercai di darle qualche consiglio.
“Stammi a sentire, Tessie”, feci, “devi andare in campagna per una
settimana o due, e non sognerai più carri funebri. Posi per tutto il giorno, e
quando viene la notte hai i nervi tesi. Non puoi continuare così. E poi,
invece di andartene a letto quando hai finito di lavorare, corri ai picnic a
Sulzer’s Park, o vai all’Eldorado o a Coney Island, e la mattina dopo, quando
torni qui, sei sfinita. Non c’era nessun carro funebre. È stato solo un
incubo causato da troppa aragosta.”
Lei sorrise debolmente.
“E l’uomo del camposanto?”
“Oh, è soltanto un individuo comune, dall’aria malsana.”

89
“Com’è vero che mi chiamo Tessie Reardon, le giuro, signor Scott, che
la faccia dell’uomo, lì nel camposanto, è quella dell’uomo che guidava il
carro funebre!”
“E con questo?” feci io. “È un mestiere come un altro.”
“Allora lei crede che abbia visto il carro?”
“Oh”, dissi io, diplomaticamente, “se lo hai visto davvero, non è
improbabile che fosse proprio quell’uomo a guidarlo. Non c’è nulla di
strano.”
Tessie si alzò, srotolò il fazzolettino profumato, tolse un pezzetto di
gomma da una cocca annodata e se lo mise in bocca. Poi infilò i guanti, mi
porse la mano, con un fresco “Buonanotte, signor Scott” e se ne andò.

2
La mattina seguente Thomas, il fattorino, mi portò l’Herald e qualche
notizia. La chiesa vicina era stata venduta. Ne ringraziai il cielo: non perché,
essendo cattolico, provassi avversione per quella congregazione, ma perché
i miei nervi erano stati messi a dura prova da un predicatore le cui parole
echeggiavano nella chiesa come se fosse stata la mia casa, e insisteva sulle
“erre” con un’ostinazione nasale che mi rivoltava. C’era poi un diavolo in
forma umana, un organista che storpiava alcuni dei grandiosi, vecchi inni in
un’interpretazione tutta sua, e io avrei chiesto volentieri la testa di un
individuo capace di suonare canti religiosi con certi accordi quali si sentono
soltanto nei quartetti di dilettanti giovanissimi. Penso che il pastore fosse
un brav’uomo, ma quando urlava: “E il Signorrrre disse a Mosé, il
Signorrrre è il dio degli eserrrrciti; il Signorrrre è il suo nome. La mia
collerrrra si accenderrrrà e io ti ucciderrrrò con il mio brrrando!” mi
chiedevo quanti secoli di purgatorio avrebbe dovuto scontare per quel
peccato.
“E chi l’ha comprata?” domandai a Thomas.
“Nessuno che io conosca, signore. Dicono che ci aveva messo su gli
occhi quel signore che è già padrone degli Appartamenti Hamilton. Magari
ci farà degli altri studi.”
Mi diressi verso la finestra. Il giovane dalla faccia malsana stava fermo
accanto al cancello del camposanto; mi bastò guardarlo per sentirmi
invadere di nuovo da una ripugnanza schiacciante.
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“A proposito, Thomas”, dissi, “chi è quel tipo laggiù?”
Thomas tirò su con il naso.
“Quel verme là, signore? È il guardiano notturno della chiesa. Mi ha già
fatto perdere la pazienza; sta seduto tutta notte su quei gradini con
quell’aria insultante. L’ho anche preso a pugni… mi scusi, signore…”
“Vai avanti, Thomas.”
“Una sera, tornavo a casa con Harry, l’altro fattorino inglese, e lo vedo
lì seduto sui gradini. C’erano con noi Molly e Jen, le ragazze del servizio
ristoro, e lui ci guarda con un’aria così insultante che io mi avvicino e dico
‘Cos’hai da guardare lumacone?’ Chiedo scusa, signore, ma ho detto
proprio così. Lui non ha detto niente, e io: ‘Vieni fuori e ti piglio a pugni
sul grugno.’ Poi apro il cancello ed entro, ma lui non dice niente, mi guarda
con aria insultante e basta. Allora gli ho dato un pugno, ma, ugh!, era così
freddo e molle che mi ha fatto schifo toccarlo.”
“E allora, lui cos’ha fatto?” domandai, incuriosito.
“Lui? Niente.”
“E tu, Thomas?”
Il giovanotto arrossì, impacciato, e sorrise.
“Signor Scott, non sono un vigliacco. Ero nel Quinto Lancieri, signore,
trombettiere a Tel-el-Kebir, e sono stato anche ferito vicino ai pozzi.”
“Non vorrai farmi credere che sei scappato?”
“Sissignore, sono scappato.”
“Perché?”
“È quello che mi piacerebbe sapere, signore. Ho afferrato Molly e sono
scappato via, e anche gli altri erano spaventati quanto me.”
“Ma perché erano spaventati?”
Per qualche istante, Thomas rifiutò di rispondere, ma ormai la mia
curiosità si era destata e insistetti. Tre anni di soggiorno in America non
avevano modificato il suo accento cockney, ma gli avevano instillato la paura
tipicamente americana del ridicolo.
“Lei non mi crederà, signor Scott…”
“Sì, ti crederò.”
“Riderà di me, signore?”
“Ma no!”
Thomas esitò.

91
“Ecco, signore, giuro davanti a Dio che quando l’ho abbracciato lui mi
ha stretto i polsi, signore, e quando gli ho girato quel pugno molle e
muffito, una delle sue dita s’è staccata e m’è rimasta in mano.”
L’orrore dipinto sul volto di Thomas doveva riflettersi anche sul mio
viso, perché il giovanotto aggiunse: “È orribile, e adesso quando lo vedo gli
giro al largo. Mi dà la nausea.”
Quando Thomas se ne fu andato mi accostai alla finestra.
L’uomo stava accanto alla cancellata della chiesa, entrambe le mani
sulle sbarre; mi affrettai però a ritirarmi, nauseato e inorridito, perché vidi
che gli mancava il medio della mano destra.
Alle nove arrivò Tessie e subito sparì dietro il paravento con un gaio
“Buongiorno, signor Scott.” Quando fu ricomparsa e si fu messa in posa
sulla pedana, cominciai una tela nuova, con sua grande gioia. Rimase in
silenzio finché io continuai a disegnare; ma non appena lo scricchiolio del
carboncino cessò e io presi il fissativo, lei cominciò a chiacchierare.
“Oh, mi sono divertita tanto, ieri sera. Siamo andate da Tony Pastor.”
“Noi chi?” domandai.
“Oh, Maggie, sa, la modella del signor Whyte, e Rosetta McCormick…
la chiamiamo Rosetta perché ha quei bei capelli rossi che piacciono tanto a
voi artisti… e Lizzie Burke.”
Spruzzai un po’ di fissativo sulla tela e dissi: “Bene, continua.”
“Abbiamo visto Kelly e Baby Barnes, la ballerina e… e tutto il resto.
Ho preso una cotta.”
“Allora sei venuta meno alla promessa che mi hai fatto, Tessie?”
Rise e scrollò la testa.
“È il fratello di Lizzie Burke, Ed. È un vero gentiluomo.”
Mi sentii in dovere di darle qualche consiglio paterno a proposito delle
cotte, e lei ascoltò con un sorriso fulgido.
“Oh, so cavarmela con una cotta”, disse, esaminando il suo chewing
gum. “Ma Ed è diverso. Lizzie è la mia migliore amica.”
Poi raccontò che Ed era tornato dal calzificio di Lowell, nel
Massachusetts, e aveva trovato che lei e Lizzie erano molto cresciute; e che
lui era un giovanotto molto compito, e non aveva esitato a spendere un
dollaro in gelati e ostriche per festeggiare la sua assunzione come
commesso al reparto lanerie di Macy’s. Prima che Tessie avesse finito io
cominciai a dipingere, e lei si mise in posa, sorridendo e cinguettando come
92
un passerotto. A mezzogiorno, lo studio era già a buon punto, e Tessie
venne a guardarlo.
“Questo è meglio”, disse.
Anch’io la pensavo così; pranzai, con la consolante convinzione che
tutto andasse a dovere. Tessie dispose il suo pranzo sul tavolo da disegno
di fronte a me; bevemmo il chiaretto dalla stessa bottiglia e accendemmo le
sigarette con lo stesso fiammifero. Ero molto attaccato a Tessie. L’avevo
vista sbocciare in una donna snella ma squisitamente formata, da quella
bambina fragile e goffa che era stata. Aveva posato per me, in quegli ultimi
tre anni, ed era la preferita tra tutte le mie modelle. Sarei rimasto molto
turbato se fosse diventata “dura”, come si dice in gergo, ma non avevo mai
notato alterazioni nei suoi modi, e intuivo che fosse una ragazza a posto.
Non discutevamo mai di morale, né io intendevo farlo, in parte perché io
non avevo una morale, in parte perché sapevo che lei avrebbe fatto ciò che
voleva, qualunque cosa le dicessi. Speravo tuttavia che stesse alla larga dalle
complicazioni, perché le volevo bene, e inoltre provavo il desiderio
egoistico di conservare la migliore modella che avessi mai avuto. Sapevo
che le “cotte”, come le chiamava lei, non avevano alcun significato per
ragazze come Tessie, e che quel genere di cose, in America, non vanno
come vanno a Parigi. Tuttavia, poiché avevo vissuto con gli occhi aperti,
sapevo che un giorno o l’altro qualcuno l’avrebbe portata via, in un modo o
nell’altro, e benché ritenessi che il matrimonio fosse un’assurdità, speravo
sinceramente che, in tal caso, sulla scena sarebbe apparso un prete. Sono
cattolico. Quando ascolto la messa cantata, sento che tutto è più lieto, me
compreso, e quando mi confesso mi sento meglio. Un uomo che vive solo,
come me, deve confessarsi con qualcuno. E poi anche Sylvia era cattolica, e
questo mi bastava. Ma stavo parlando di Tessie, il che è diverso. Anche
Tessie era cattolica e molto più devota di me; quindi, tutto sommato, avevo
poco da temere per la mia graziosa modella, fino a quando non si fosse
innamorata. Sapevo che il destino avrebbe deciso il suo futuro, e mi
auguravo che la tenesse lontana da uomini come me, e mettesse sulla sua
strada soltanto giovani come Ed Burke e Jimmy McCormick, che fosse
benedetta!
Tessie stava seduta, soffiava cerchi di fumo verso il soffitto e faceva
tintinnare il ghiaccio nel bicchiere.

93
“Sai, piccola, che anch’io ho fatto un sogno, questa notte?” osservai.
Qualche volta la chiamavo così, “piccola”.
“Non avrà sognato quell’uomo”, rise lei.
“Esattamente. Un sogno simile al tuo, solo assai peggiore.”
Era da sciocco dirlo: ma si sa che in genere i pittori hanno poco tatto.
“Devo essermi addormentato verso le dieci”, continuai. “E dopo un
po’ ho sognato di svegliarmi. Ho sentito così chiaramente le campane di
mezzanotte, il vento tra i rami degli alberi, e il sibilo dei vapori nella baia,
che ancora adesso stento a credere che non fossi sveglio. Mi sembrava di
giacere in una cassa dal coperchio di vetro. Vedevo vagamente i lampioni,
mentre passavo, perché devo dirti, Tessie, che la cassa in cui giacevo
sembrava caricata su un veicolo molleggiato, che mi trascinava lungo una
strada. Dopo un po’ mi sono spazientito e ho cercato di muovermi, ma la
cassa era troppo stretta. Avevo le mani incrociate sul petto e non potevo
alzarle. Ascoltavo e cercavo di gridare, ma non avevo più voce. Sentivo lo
scalpicciare dei cavalli attaccati al carro e persino il respiro del conducente.
Poi ho avvertito un altro suono, come di una finestra che si sollevasse.
Sono riuscito a girare un po’ la testa, e ho scoperto che potevo vedere non
soltanto attraverso il coperchio di vetro della cassa, ma anche attraverso le
lastre di vetro ai lati del carro coperto. Ho visto delle case, vuote e
silenziose, senza luce né vita, eccettuata una. In quella casa c’era una
finestra aperta, al primo piano, e una figura tutta bianca guardava sulla
strada. Eri tu.”
Tessie aveva distolto il viso da me e si era appoggiata con il gomito alla
tavola.
“Ho potuto vedere la tua faccia”, ripresi. “E mi è parso che fossi molto
triste. Poi siamo passati oltre, abbiamo svoltato in un vicolo nero, stretto.
Poi i cavalli si sono fermati. Ho atteso a lungo, chiudendo gli occhi per la
paura e per l’impazienza, ma tutto intorno c’era un silenzio di tomba. Dopo
un intervallo che mi è sembrato di ore, ho cominciato a sentirmi inquieto.
La sensazione che qualcuno fosse accanto a me mi ha indotto ad aprire gli
occhi. Allora ho visto la faccia bianca del conducente del carro funebre che
mi guardava attraverso il coperchio della bara…”
Un singhiozzo di Tessie m’interruppe. Tremava come una foglia. Mi
accorsi di essermi comportato come uno stupido, e cercai di riparare al
danno che avevo fatto.
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“Suvvia, Tess”, dissi. “Te l’ho raccontato soltanto per dimostrarti quale
influenza può avere la tua storia sui sogni di un’altra persona. Non penserai
che fossi davvero nella bara, vero? Perché tremi così? Non capisci che il
tuo sogno e la mia irragionevole antipatia per quell’innocuo guardiano della
chiesa hanno messo in moto il mio cervello non appena mi sono
addormentato?”
Lei appoggiò la testa sulle braccia incrociate e singhiozzò, come se il
cuore le si stesse spezzando. Ero stato davvero un asino! Ma ormai stavo
per battere anche quel primato. Mi avvicinai e la cinsi con le braccia.
“Perdonami, Tessie cara”, dissi. “Non avevo il diritto di spaventarti con
queste sciocchezze. Sei una ragazza troppo sensata, sei troppo una buona
cattolica per credere ai sogni.”
La sua mano si strinse sulla mia; mi posò la testa sulla spalla; ma
tremava ancora. L’accarezzai, consolandola. “Andiamo, Tess, apri gli occhi
e sorridi.”
I suoi occhi si aprirono con un movimento languido e incontrarono i
miei; ma la sua espressione era così strana che mi affrettai a rassicurarla
ancora.
“È assurdo, Tessie. Non penserai che possa succederti qualcosa di
male.”
“No”, fece lei: ma le sue labbra scarlatte tremavano.
“E allora che cosa c’è? Hai paura?”
“Sì. Ma non per me.”
“Per me, allora?” domandai, gaiamente.
“Per lei”, mormorò Tessie, con un filo di voce che si udiva appena.
“Io… io le voglio bene.”
Stavo per mettermi a ridere; ma quando compresi, mi sentii scosso.
Rimasi immobile, come se fossi impietrito. Avevo commesso l’idiozia
peggiore. Nell’attimo che trascorse tra la sua risposta e la mia reazione,
pensai a mille modi per ribattere a quell’innocente confessione. Avrei
potuto passarci sopra con una risata, avrei potuto fraintenderla e
rassicurarla circa la mia salute; avrei potuto semplicemente farle osservare
che era impossibile che mi amasse. Ma la mia reazione fu più rapida dei
miei pensieri; e posso pensarci ora che è troppo tardi, perché l’avevo
baciata sulla bocca.

95
Quella sera feci la mia solita passeggiata a Washington Park, riflettendo
sugli avvenimenti di quel giorno. Ormai non c’era modo di uscirne, e
guardai in faccia il futuro. Non ero buono, né molto scrupoloso, ma non
pensavo di ingannare me stesso o Tessie. L’unica passione della mia vita
giaceva sepolta nelle foreste assolate della Bretagna. Era sepolta per
sempre? La speranza gridava “No!” Per tre anni avevo ascoltato la voce
della Speranza, e per tre anni avevo atteso di udire un passo davanti alla
mia soglia. Sylvia aveva dimenticato? “No!” gridava la Speranza.
Ho detto che non ero buono. È vero, ma tuttavia non ero proprio un
cattivo da opera buffa. Avevo condotto una vita spensierata, cogliendo il
piacere che mi si offriva, deplorandone e talvolta rimpiangendone
amaramente le conseguenze. In una sola cosa, a parte la pittura, avevo fatto
sul serio: e si trattava di qualcosa che era nascosto, e non perduto, nelle
foreste bretoni.
Ormai era troppo tardi per pentirmi di quanto era accaduto quel
giorno. Di qualunque cosa si fosse trattato, pietà, una tenerezza improvvisa
per quell’angoscia, o il più brutale istinto della vanità gratificata, ormai era
lo stesso: e se non volevo ferire un cuore innocente, mi rimaneva una sola
via da seguire. Il fuoco, la forza, la profondità passionale di un amore che
non avevo mai sospettato, nonostante la mia presunta esperienza del
mondo, non lasciava altre alternative: o ricambiare, o mandare via Tessie.
Non so se fosse perché ho sempre tanta paura di fare soffrire gli altri, o
perché in me c’è qualcosa di puritano; ma mi astenevo dal negare la
responsabilità di quel bacio dato senza pensare; anzi non avevo avuto
neppure il tempo di farlo, prima che lei spalancasse le porte del suo cuore e
ne lasciasse prorompere la marea dei sentimenti. Qualcun altro, che fa
abitualmente il proprio dovere e ricava una cupa soddisfazione nel rendere
infelice se stesso e gli altri, forse avrebbe resistito. Io no. Non avevo osato.
Quando la tempesta si era placata, le dissi che forse avrebbe fatto meglio ad
amare Ed Burke e a portare al dito una fede d’oro. Ma lei non volle
ascoltarmi, ed io pensai che, se proprio aveva deciso di amare qualcuno che
non poteva sposare, era meglio che quel qualcuno fossi io. Io, se non altro,
potevo trattarla con affetto intelligente, e quando si fosse stancata della sua
infatuazione non avrebbe avuto di che soffrire. Su questo punto ero deciso,
anche se sapevo che sarebbe stato difficile. Ricordavo le conclusioni
abituali delle relazioni platoniche, e quanto mi disgustava sentirne parlare.
96
Sapevo che mi assumevo un compito molto difficile, per un uomo di pochi
scrupoli come me, e avevo paura del futuro; ma neppure per un istante
pensai che Tessie non fosse al sicuro con me. Se fosse stata un’altra, non
mi sarei lasciato prendere dagli scrupoli. Ma non pensavo di sacrificare
Tessie, come invece avrei sacrificato una donna di mondo. Guardai
apertamente in faccia il futuro, e vidi le numerose conclusioni probabili di
quella faccenda. Lei si sarebbe stancata, o sarebbe diventata tanto infelice
che io avrei dovuto scegliere tra lo sposarla e l’andarmene. Se l’avessi
sposata saremmo stati infelici. Io con una moglie non adatta a me, e lei con
un marito non adatto a qualsiasi donna. Il mio passato non era tale da
darmi il diritto di sposarmi. Se me ne fossi andato, lei si sarebbe ammalata,
sarebbe guarita e avrebbe sposato un Ed Burke, oppure avrebbe fatto
qualche sciocchezza. D’altra parte, se si fosse stancata di me, si sarebbe
trovata davanti la vita intera, con un Ed Burke e le fedi nuziali e magari due
gemelli e un appartamento a Harlem e il cielo solo sa che altro. Mentre
camminavo tra gli alberi, accanto al Washington Arch, decisi che Tessie
avrebbe comunque trovato in me un amico fidato, e che il futuro sarebbe
stato quel che sarebbe stato. Poi tornai a casa e indossai l’abito da sera,
perché il bigliettino lievemente profumato, sulla mia toilette, diceva: “Vieni
in taxi all’uscita degli artisti alle undici”, ed era firmato “Edith Carmichel,
Metropolitan Theatre, 19 giugno 189…”
Quella sera cenai… O meglio, quella sera io e la signorina Carmichel
cenammo da Solari’s, e l’alba cominciava appena a indorare la croce sulla
Memorial Church quando arrivai a Washington Square dopo aver lasciato
Edith al Brunswick. Non c’era anima viva, nel parco, mentre passavo tra gli
alberi e prendevo il viottolo che porta dalla statua di Garibaldi alla
Hamilton Apartment House; ma quando passai davanti al camposanto vidi
una figura seduta sui gradini di pietra. Nonostante tutto, rabbrividii alla
vista di quella faccia bianca e gonfia, e mi affrettai. Allora lui disse qualcosa
che poteva essere rivolto a me, o che poteva essere un mormorio;
all’improvviso, mi sentii invadere da una furia fiammeggiante al pensiero
che un simile essere mi rivolgesse la parola. Per un attimo provai l’impulso
di girare su me stesso e di percuoterlo sul capo con il bastone; invece
continuai a camminare; entrai nell’edificio e salii nel mio appartamento. Per
qualche tempo mi agitai nel letto, cercando di togliermi dalle orecchie il
suono della sua voce, ma senza riuscirvi. Mi riempiva la testa, quel suono
97
mormorante, come il denso fumo oleoso di una caldaia in cui fonde il
grasso, o l’odore della putredine. E mentre mi agitavo, la voce nelle mie
orecchie sembrava più distinta, ed io cominciai a comprendere le parole
che quell’essere aveva pronunciato. Venivano a me lentamente, come se le
avessi dimenticate, e finalmente riuscii a ricavarne un senso. Dicevano:

“Hai trovato il Segno Giallo?”


“Hai trovato il Segno Giallo?”
“Hai trovato il Segno Giallo?”

Ero furibondo. Che cosa intendeva dire? Poi, maledicendolo, mi rotolai


nel letto e mi addormentai, ma quando più tardi mi svegliai ero pallido e
sconvolto, perché avevo fatto di ruovo il sogno della notte precedente, e mi
turbava più di quanto volessi ammettere.
Mi vestii e scesi nello studio. Tessie sedeva davanti alla finestra, ma
quando entrai si alzò e mi cinse il collo con le braccia, per un bacio
innocente. Era così dolce e graziosa che la baciai di nuovo, poi sedetti
davanti al cavalletto.
“Salve! Dov’è lo studio che ho incominciato ieri?” domandai.
Tessie sembrò intimidita, ma non rispose. Cominciai a cercare tra i
mucchi di tele, dicendo: “Presto, Tess, preparati; dobbiamo approfittare
della luce del mattino.”
Quando finalmente rinunciai a cercare tra le altre tele e mi voltai per
scrutare la stanza alla ricerca dell’abbozzo mancante, notai che Tessie era
ritta accanto al paravento, ancora vestita.
“Che succede?” chiesi. “Non ti senti bene?”
“Mi sento bene.”
“E allora sbrigati.”
“Vuoi che posi come… come ho sempre posato?”
Allora compresi. C’era una complicazione nuova. Naturalmente, avevo
perduto la migliore modella di nudo che avessi mai visto. Fissai Tessie. Era
scarlatta in viso. Ahimé, ahimé! Avevamo mangiato il frutto dell’Albero
della Conoscenza, e l’Eden e l’Innocenza erano sogni del passato… per lei,
voglio dire.
Credo che lei si fosse accorta del mio disappunto, perché disse:
“Poserò, se vuoi. L’abbozzo è dietro il paravento. Ce l’ho messo io.”
98
“No”, dissi. “Cominceremo qualcosa di nuovo.” Andai nel guardaroba
e presi un costume moresco, luccicante di lustrini. Era autentico, e Tessie
se lo portò dietro il paravento, incantata. Quando ne uscì, rimasi sbalordito.
I lunghi capelli neri erano annodati sulla fronte con un cerchietto di
turchesi, e ricadevano in riccioli sulla cintura scintillante. Ai piedi portava le
pantofoline a punta, ricamate, e la gonna del costume, curiosamente
intessuta di arabeschi d’argento, le scendeva alle caviglie. Il corsetto di un
azzurro carico, metallico, ricamato d’argento, e il corto bolero moresco
costellato di turchesi le stavano splendidamente. Mi si accostò e levò il viso,
sorridendo. Mi misi una mano in tasca, ne tolsi una catena d’oro cui era
appesa una croce, e gliela misi al collo, facendogliela passare sul capo.
“È tua, Tessie.”
“Mia?” balbettò.
“Tua. E adesso va’ a posare.” Allora, con un sorriso radioso, lei corse
dietro il paravento e subito tornò con una scatoletta sulla quale era scritto il
mio nome.
“Avevo intenzione di dartela prima di tornare a casa, stasera”, mi disse.
“Ma non voglio più aspettare.”
Aprii la scatoletta. Sull’ovatta rosa stava una spilla d’onice nero, sulla
quale era intarsiato, in oro, un curioso simbolo, o forse una lettera. Non era
arabo né cinese; e come scoprii in seguito, non apparteneva ad una scrittura
umana.
“È tutto quello che potevo darti per ricordo”, disse Tessie,
timidamente.
Ero irritato; ma le dissi che l’avrei tenuta cara, e promisi di portarla
sempre. Tessie me l’appuntò alla giacca, sotto al bavero.
“Che sciocca, Tess! Comprarmi un oggetto così bello!” le dissi.
“Non l’ho comprato”, rise lei.
“E dove l’hai preso?”
Allora mi disse che l’aveva trovato, un giorno, mentre usciva
dall’Aquarium, nella Battery; aveva messo un annuncio sul giornale e aveva
guardato le inserzioni degli oggetti smarriti, ma alla fine aveva rinunciato a
trovarne il proprietario.
“È stato l’inverno scorso”, disse. “Proprio il giorno in cui ho fatto per
la prima volta quell’orribile sogno del carro funebre.”

99
Ricordai il mio sogno della notte precedente, ma non dissi nulla. Pochi
attimi dopo, il carboncino volava su di una tela nuova, e Tessie stava
immobile sulla pedana di posa.

3
Il giorno seguente fu disastroso, per me. Mentre spostavo una tela
incorniciata da un cavalletto all’altro scivolai sul pavimento lucido e caddi
pesantemente sui polsi. Mi feci molto male, tanto che era inutile tentare di
impugnare un pennello, e fui costretto a vagabondare per lo studio,
guardando male i disegni e gli schizzi incompiuti, fino a quando cedetti alla
disperazione e mi sedetti a fumare e a far girare rabbiosamente i pollici. La
pioggia batteva contro le finestre e tambureggiava sul tetto della chiesa,
provocandomi una crisi di nervi con il suo ticchettare interminabile. Tessie
sedeva accanto alla finestra e ricamava; di tanto in tanto alzava il capo e mi
guardava con innocente compassione, così che finii per vergognarmi della
mia irritazione e mi guardai intorno per cercare qualcosa da fare. Avevo
letto tutte le riviste e tutti i libri della biblioteca, ma tanto per fare qualcosa
mi avvicinai agli scaffali e ne aprii gli sportelli con il gomito. Riconoscevo
ogni volume dal colore, e li esaminai tutti, passando lentamente attorno alla
libreria e fischiettando per risollevarmi il morale. Stavo per voltarmi e per
andare in sala da pranzo quando il mio sguardo cadde su un volume
rilegato in giallo, in un angolo del ripiano più alto dell’ultimo scaffale. Non
lo ricordavo, e non riuscivo a decifrare la pallida scritta sul dorso; andai nel
fumoir e chiamai Tessie. Lei arrivò dallo studio e si arrampicò per guardare il
libro.
“Che cos’è?” domandai.
Il Re in Giallo.
Rimasi sbalordito. Chi l’aveva messo lì? Com’era finito in casa mia?
Molto tempo prima avevo deciso che non avrei mai aperto quel libro, e
nulla al mondo avrebbe potuto indurmi ad acquistarlo. Temendo che la
curiosità mi spingesse ad aprirlo, non lo avevo mai neppure guardato, nelle
librerie. Se mai avessi provato la tentazione di leggerlo, la sorte tragica,
spaventosa del giovane Castaigne, che avevo conosciuto, mi avrebbe
comunque impedito di esplorare quelle pagine perverse. Avevo sempre
rifiutato di ascoltarne qualsiasi riassunto, e per la verità nessuno si era mai
100
azzardato a discuterne a voce alta la seconda parte, perciò non conoscevo
assolutamente ciò che potevano rivelare le sue pagine. Fissai quella
rilegatura di un giallo velenoso come se fosse stata un serpente.
“Non toccarlo, Tessie”, dissi. “Scendi.”
Naturalmente, la mia esortazione bastò a destare la sua curiosità, e
prima che potessi impedirglielo, prese il libro e, ridendo, andò a passo di
danza nello studio, con un sorriso di sfida, ed io la seguii, un po’
spazientito.
“Tessie!” gridai, entrando nella biblioteca. “Ascoltami, dico sul serio.
Metti via quel libro. Non voglio che tu lo apra!” La biblioteca era deserta.
Passai nei due salotti, poi nelle camere da letto, nel bagno, in cucina, e
finalmente tornai in biblioteca e incominciai una ricerca sistematica. Tessie
si era nascosta così bene che solo mezz’ora dopo la scovai accovacciata,
bianca e silenziosa, accanto alla finestra a grate del magazzino, al piano
superiore. Compresi, fin dalla prima occhiata, che era stata punita della sua
leggerezza. Il Re in Giallo giaceva ai suoi piedi, ma il libro era aperto alla
seconda parte. Guardai Tessie e vidi che era troppo tardi. Aveva letto Il Re
in Giallo. Allora la presi per mano e la condussi nello studio. Pareva
stordita, e quando le dissi di stendersi sul divano, mi obbedì senza dire una
parola. Dopo un po’ chiuse gli occhi e il suo respiro divenne regolare e
profondo, ma non riuscii a capire se dormisse oppure no. Rimasi seduto a
lungo accanto a lei, e Tessie non si mosse né parlò; alla fine mi alzai, andai
nel magazzino che non veniva mai usato, e presi il libro rilegato in giallo
con la mano meno dolorante. Sembrava pesante come il piombo, ma lo
portai nello studio. Sedetti sul tappeto accanto al divano, lo aprii e lo lessi,
dal principio alla fine.
Poi, indebolito e sopraffatto dalle emozioni, lasciai cadere il volume e
mi appoggiai stancamente al divano; Tessie aprì gli occhi e mi guardò.
Stavamo già parlando da diverso tempo con voce monotona quando mi
resi conto che stavamo discutendo del Re in Giallo. Oh, il peccato di
scrivere tali parole… parole limpide come il cristallo, limpide e musicali
come fonti gorgoglianti, e che scintillano e risplendono come i diamanti
avvelenati dei Medici! Oh, la perversità, la dannazione disperata di
un’anima che poteva affascinare e paralizzare gli esseri umani con tali
parole… parole comprese egualmente dal saggio e dall’ignorante, parole più

101
preziose dei gioielli, più suadenti della musica celestiale, più spaventose
della stessa morte.
Continuammo a parlare, dimentichi delle ombre che si addensavano, e
lei m’implorò di gettar via la spilla d’onice nero, bizzarramente ornata di
quello che, ormai lo sapevamo, era il Segno Giallo. Non saprò mai perché
rifiutai, benché persino adesso, qui nella mia camera da letto, mentre scrivo
questa confessione, sarei lieto di sapere che cosa m’impedì di strapparmi
dal petto il Segno Giallo e di gettarlo nel fuoco. Sono certo che volevo
farlo: ma Tessie mi supplicò invano. Cadde la notte e le ore si trascinarono,
ma noi continuammo a mormorare del Re e della Maschera Pallida, e
mezzanotte suonò dai campanili della città avvolta nella nebbia. Parlammo
di Hastur e di Cassilda, mentre fuori la nebbia ondeggiava contro i vetri
scuri delle finestre, come le ondate di nuvole ondeggiano e s’infrangono
sulle spiagge di Hali.
La casa era immersa nel silenzio che neppure un suono turbava,
salendo dalle strade nebbiose. Tessie giaceva tra i cuscini, ed il suo volto era
una chiazza nera nell’oscurità, ma le sue mani erano strette alle mie, ed io
sapevo che conosceva e leggeva i miei pensieri come io leggevo i suoi,
perché avevamo compreso il mistero delle Iadi e il Fantasma della Verità
era stato esorcizzato. Poi, mentre rispondevamo l’uno all’altra,
silenziosamente, rapidamente, pensiero dopo pensiero, le ombre si
agitarono nell’oscurità attorno a noi, e dalle strade lontane ci giunse un
suono. Si avvicinava, si avvicinava, il cupo scricchiolio delle ruote, ed era
sempre più vicino; e poi cessò, proprio davanti alla porta; io mi trascinai
alla finestra e vidi un carro funebre impennacchiato di nero. Il portone,
sotto, si aprì e si chiuse, e io mi trascinai tremando alla porta e la sbarrai,
ma sapevo che nessuna serratura, nessun catenaccio poteva impedire
l’ingresso all’essere che veniva per il Segno Giallo. Ora lo udivo muoversi
piano nel corridoio. Adesso era alla porta, e i catenacci s’imputridivano al
suo tocco. Adesso era entrato. Con gli occhi che mi schizzavano dalla testa
scrutai nelle tenebre, ma quando egli entrò nella stanza non lo vidi. Fu solo
quando lo sentii avvilupparmi nella sua stretta molle e fredda che io gridai e
mi dibattei con furia mortale, ma le mie mani erano impotenti, ed egli mi
strappò dalla giacca la spilla d’onice e mi colpì in pieno viso. Poi, mentre
cadevo, udii il grido sommesso di Tessie, e la sua anima volò a Dio; e
mentre cadevo mi augurai di poterla seguire, perché sapevo che il Re in
102
Giallo aveva aperto il suo manto sbrindellato, e ormai soltanto Dio poteva
salvarmi.
Potrei dire altre cose, ma non vedo di che utilità sarebbero per il
mondo. In quanto a me, non posso avere né aiuto né speranza. Mentre sto
qui disteso e scrivo, indifferente al fatto di morire o di non morire prima di
aver terminato, vedo il dottore che raccoglie le sue polveri e le sue fiale
rivolgendo al buon prete accanto a me un gesto che io ben comprendo.
Saranno molto curiosi di conoscere questa tragedia… quelli del mondo
esterno che scrivono libri e stampano milioni di giornali, ma io non
scriverò più, e il padre confessore sigillerà le mie ultime parole con il sigillo
della santità, dopo avere compiuto il suo sacro dovere. Quelli del mondo
esterno possono mandare i loro uomini in case distrutte, in focolari colpiti
dalla morte, e i loro giornali possono grondare sangue e lacrime: ma con
me, le loro spie dovranno arrestarsi davanti al confessionale. Sanno che
Tessie è morta e che io sto morendo. Sanno che gli abitanti di questo
edificio, destati da un urlo infernale, si sono precipitati nella mia stanza, ed
hanno trovato un vivo e due morti, ma non sanno ciò che dirò ora; non
sanno ciò che ha detto il dottore quando ha additato un orribile mucchio di
carne decomposta sul pavimento: “Non ho una teoria né una spiegazione;
quell’uomo deve esser morto da mesi!”
Sto morendo, credo. Vorrei che il prete…

103
V
La demoiselle d’Ys
“Mais je crois que je
Suis descendu on puitz
Tenebreux onquel disoit
Heraclytus estre Verité cachée.”

“Vi sono tre cose troppo meravigliose per me, sì, quattro che non conosco:
le vie di un’aquila nell’aria; le vie di un serpente sulla roccia; le vie di una
nave in mezzo al mare; e le vie di un uomo con una fanciulla.”

1
L’assoluta desolazione del panorama incominciava a fare il suo effetto.
Sedetti per considerare la situazione e, se possibile, per richiamare alla
mente qualche punto di riferimento che mi consentisse di districarmi di lì.
Se fossi almeno riuscito a scorgere di nuovo l’oceano, tutto sarebbe
diventato chiaro, perché sapevo che, dall’alto, avrei potuto vedere l’Isola di
Groix.
Deposi il mio fucile, m’inginocchiai dietro ad una roccia ed accesi la
pipa. Poi diedi un’occhiata al mio orologio. Erano quasi le quattro. Avevo
continuato ad allontanarmi da Kerselec fin dallo spuntare del Sole.
Il giorno prima, quando mi ero fermato con Goulven sui precipizi che
si trovavano sotto Kerselec, avevo guardato quella brughiera desolata, nella
quale, adesso, mi ero perduto; e quelle basse alture mi erano sembrate
piatte come una pianura che si estendeva fino all’orizzonte; e per quanto
sapessi come sono ingannevoli le distanze, non mi ero reso conto che
quelle che, viste da Kerselec, sembravano depressioni erbose, erano in
realtà grandi valli coperte d’erica e ginestre spinose, e quelli che
sembravano macigni sparsi erano in realtà enormi pareti di granito.

104
“È un brutto posto, per uno straniero”, aveva detto il vecchio Goulven.
“Farebbe bene a prendersi una guida.” Ed io avevo risposto: “Non mi
perderò.” Adesso sapevo che invece mi ero perso. Mi ero seduto a fumare,
e il vento del mare mi soffiava in faccia. Da ogni parte, attorno a me, si
estendeva la brughiera, coperta di ginestre e di eriche in fiore e di macigni
di granito. Non si scorgeva neppure un albero, né una casa. Dopo un po’,
ripresi il fucile e, volgendo le spalle al Sole, proseguii.
Serviva a ben poco seguire uno dei ruscelletti che di tanto in tanto mi
attraversavano la strada, perché invece di scendere al mare, scorrevano
verso l’interno, e si perdevano negli stagni cinti di canne, nelle depressioni
della brughiera. Ne avevo seguiti parecchi, ma tutti mi avevano condotto a
paludi o a piccoli stagni silenziosi dai quali si levavano pigolando i
beccaccini, allontanandosi in cerchio in un’estasi di paura. Cominciavo a
sentirmi stanco, e il fucile mi faceva dolere la spalla, nonostante la doppia
imbottitura. Il Sole scendeva sempre più basso e ormai era alla mia altezza,
al di là delle ginestre gialle e degli stagni.
Camminavo, guidato dalla mia ombra gigantesca, che sembrava farsi
ancora più lunga ad ogni passo. Le ginestre spinose mi graffiavano gli
stivali, scricchiolavano sotto i miei piedi, facevano piovere fiori sulla terra
scura, e le felci ondeggiavano e s’inchinavano lungo il mio percorso. Dai
ciuffi d’erica i conigli schizzavano via, lanciandosi a corsa tra le felci, e dalle
erbe palustri giungeva il richiamo assonnato delle anatre selvatiche. Una
volta, una volpe attraversò il mio cammino, e poi, mentre mi fermavo a
bere in un ruscello rapidissimo, un airone sbatté pesantemente le ali tra le
canne, poco lontano da me. Mi voltai a guardare il Sole. Sembrava toccare
ormai il ciglio della pianura. Quando finalmente decisi che era inutile
andare avanti, e che dovevo rassegnarmi a trascorrere almeno una notte
nella brughiera, mi lasciai cadere al suolo, completamente esausto. La luce
del sole al tramonto scendeva, obliqua e calda, sopra il mio corpo, ma il
vento del mare cominciò a rinforzarsi, ed io sentii un brivido salire dai piedi
calzati di stivali bagnati fradici. Sopra di me, molto in alto, giravano i
gabbiani, e sembravano pezzetti di carta bianca trasportati dal vento; da
qualche palude lontana si levò il grido solitario di un chiurlo. Poco a poco,
il sole affondò nella piana e lo zenith si arrossò del suo riverbero. Guardai il
Sole passare dall’oro pallido al rosa acceso, poi a un rosso di brace. Sopra di
me danzavano nugoli di moscerini e in alto, nell’aria tranquilla, un
105
pipistrello si tuffava e risaliva. Le palpebre cominciarono a chiudersi. Poi,
mentre mi scrollavo di dosso la sonnolenza, uno scricchiolio improvviso
tra le felci mi riscosse. Alzai gli occhi. Un grande uccello stava librato,
fremente, sopra il mio viso. Per un istante lo fissai a occhi sbarrati, incapace
di muovermi; poi qualcosa mi sfrecciò accanto, tra le felci, e l’uccello si
sollevò, descrisse un cerchio nell’aria, e si avventò in picchiata tra la
vegetazione.
In un attimo fui in piedi e guardai intento tra le ginestre. Da un folto
d’erica, non lontano, venne il rumore di una lotta, poi si smorzò. Avanzai,
con il fucile puntato, e poi, quando arrivai all’erica lo infilai di nuovo sotto
il braccio e restai immobile, in un silenzioso sbalordimento. Al suolo
giaceva una lepre morta, e su di lei stava un magnifico falcone, con una
zampa unghiata affondata nel collo della bestiola, l’altra piantata
fermamente nel fianco inerte. Ma ciò che mi sbalordì non fu la semplice
vista di un falcone posato sulla preda: era una scena che avevo visto altre
volte. Quel falco portava una specie di guinzaglio legato a entrambe le
zampe, dal quale pendeva un pezzo di metallo rotondo, simile ad un
sonaglio da slitta. L’uccello girò verso di me i fieri occhi gialli, poi si piegò e
piantò il becco ricurvo nella sua preda. Nello stesso istante tra l’erica
risuonarono passi frettolosi, e una ragazza apparve davanti a me. Senza
neppure lanciarmi un’occhiata si avvicinò al falcone, gli passò sotto il petto
la mano inguantata e lo sollevò dalla preda. Poi, abilmente, infilò un
minuscolo cappuccio sulla testa dell’uccello, e reggendolo sul guanto si
chinò a raccogliere la lepre.
Passò una funicella attorno alle zampe dell’animale e la fissò
all’estremità della cinghia che le pendeva dalla cintura. Poi si mosse per
ritornare indietro. Quando mi passò davanti, io mi tolsi il cappello, e lei
rispose con un cenno impercettibile del capo. Ero rimasto tanto sbalordito,
immerso nell’ammirazione della scena svoltasi davanti ai miei occhi, da non
rendermi neppure conto che lì c’era la mia salvezza. Ma quando la fanciulla
si allontanò, mi ricordai che, se quella notte non volevo dormire in una
brughiera ventosa, avrei fatto meglio a recuperare in fretta il dono della
parola. Appena incominciai a parlare lei esitò, e quando mi feci avanti, mi
sembrò di scorgere nei suoi occhi bellissimi un’espressione impaurita.
Quando le spiegai umilmente la spiacevole situazione in cui mi trovavo,
arrossì e mi guardò meravigliata.
106
“Certamente voi non siete di Kerselec!” esclamò.
La sua voce dolcissima non recava traccia dell’accento bretone, né di
altri accenti a me noti, eppure c’era qualcosa che mi sembrava di avere
udito altre volte, qualcosa d’indefinibile e di strano, come il motivo di una
vecchia canzone.
Spiegai che ero americano e non conoscevo il Finistère, dove ero
venuto a caccia per divertirmi.
“Un americano”, ripeté lei, con gli stessi, strani toni musicali. “Non
avevo mai visto un americano.”
Per un attimo restò in silenzio; poi mi guardò e disse: “Non riuscireste
a raggiungere Kerselec, anche se camminaste tutta la notte, anche se aveste
una guida.”
Era davvero una bella notizia.
“Però”, cominciai, “se riuscissi a trovare una casa di contadini, potrei
avere un riparo e qualcosa da mangiare.”
Il falcone posato sul polso della fanciulla sbatté le ali e scrollò la testa.
Lei gli carezzò il dorso lucido e mi lanciò un’occhiata.
“Guardatevi intorno”, disse dolcemente. “Riuscite a vedere la fine di
questa brughiera? Guardate a Nord, a Sud, ad Est, ad Ovest. Riuscite a
vedere altro che brughiera e felci?”
“No”, dissi io.
“La brughiera è selvaggia e desolata. È facile penetrarvi, ma qualche
volta coloro che vi entrano non ne escono più. E qui non vi sono case di
contadini.”
“Bene”, feci io, “se volete indicarmi in che direzione si trova Kerselec,
domani non impiegherò più tempo, per tornarvi, di quanto ne abbia
impiegato per venire fin qui.”
La fanciulla mi guardò ancora con un’espressione molto simile alla
pietà.
“Ah!” esclamò. “Venire è facile e richiede qualche ora; andarsene è
difficile… e si possono impiegare secoli.”
La fissai sbalordito, ma poi pensai di avere frainteso le sue parole.
Quindi, prima che avessi il tempo di parlare, lei trasse dalla cintura un
fischietto e vi soffiò.
“Sedete e riposate”, mi disse. “Siete venuto da molto lontano e siete
stanco.”
107
Si raccolse la gonna pieghettata e, accennandomi di seguirla, si avviò
con grazia attraverso le ginestre spinose, verso una roccia piatta tra le felci.
“Verranno direttamente qui”, disse lei. Sedette a un’estremità della
roccia e m’invitò ad accomodarmi dall’altra parte. La luce del tramonto
cominciava a sbiadire nel cielo, e un’unica stella scintillava fievole
attraverso la foschia rosata. Una lunga, ondeggiante formazione a triangolo
di uccelli acquatici passò sopra le nostre teste, diretta verso meridione, e
dalle paludi attorno a noi si levarono i richiami dei pivieri.
“È molto bella… questa brughiera”, disse lei, sottovoce.
“È bella, ma crudele con gli stranieri”, risposi.
“Bella e crudele”, ripeté lei, in tono sognante. “Bella e crudele.”
“Come una donna”, feci io, stupidamente.
“Oh!” esclamò lei, trattenendo il respiro, e mi fissò. Gli occhi scuri
incontrarono i miei; mi sembrò che fosse incollerita o spaventata.
“Come una donna”, ripeté sottovoce. “Che cattiveria, dire questo.” Poi,
dopo una pausa, come se parlasse a se stessa ripeté: “È una cattiveria dir
questo.”
Non so in che modo mi scusai per quelle parole sciocche e inoffensive,
ma so che lei appariva tanto turbata che incominciai a temere di aver detto,
senza rendermene conto, qualcosa di terribile; e ricordai con orrore tutte le
trappole e i trabocchetti che la lingua francese ha in serbo per gli stranieri.
Stavo cercando di immaginare che cosa potevo aver detto, quando un
suono di voci giunse attraverso la brughiera, e la giovane donna si alzò.
“No”, disse, con l’ombra di un sorriso sul volto pallido. “Non accetterò
le vostre scuse, Monsieur, ma vi dimostrerò che vi sbagliate, e questa sarà la
mia vendetta. Guardate. Ecco che stanno arrivando Hastur e Raoul.”
Due uomini apparvero nel crepuscolo. Uno portava sulle spalle una
bisaccia, e l’altro reggeva un cerchio davanti a sé, come un cameriere regge
un vassoio. Il cerchio era fissato alle sue spalle per mezzo di cinghie; e su di
esso erano posati tre falconi incappucciati, muniti di campanelli tintinnanti.
La fanciulla si avvicinò al falconiere, e con un rapido scatto del polso
trasferì il suo falcone sul cerchio; quello si spostò lateralmente, portandosi
accanto ai compagni che scrollarono le teste incappucciate e arruffarono le
penne fino a quando i sonagli dei geti3 tintinnarono nuovamente. L’altro
uomo si fece avanti; con un inchino rispettoso prese la lepre e la ripose nel
carniere.
108
“Questi sono i miei piqueurs”, disse la fanciulla, volgendosi verso di me
con dolce dignità. “Raoul è un buon fauconnier, e un giorno farò di lui il mio
grand veneur. Hastur è incomparabile.”
Senza dire nulla, i due uomini mi salutarono rispettosamente.
“Non vi ho detto, Monsieur, che vi avrei dimostrato che avevate torto?”
continuò la giovane donna. “Ecco, questa è la mia vendetta; fatemi la
cortesia di accettare cibo e riparo in casa mia.”
Prima che io potessi risponderle, lei parlò ai falconieri, e questi
s’incamminarono subito tra l’erica. Poi lei mi rivolse un gesto gentile e si
avviò a sua volta. Non sapevo come farle comprendere la mia profonda
gratitudine, ma sembrava contenta di ascoltarmi, mentre procedevamo tra
l’erica rugiadosa.
“Non siete molto stanco?” chiese lei.
Io avevo completamente dimenticato la stanchezza, grazie alla sua
presenza, e glielo dissi.
“Non vi pare che la vostra galanteria sia un po’ antiquata?” rispose lei; e
quando mi vide confuso e umiliato, aggiunse tranquillamente: “Oh, mi
piace. Mi piace tutto ciò che è antiquato, ed è delizioso sentirvi dire cose
tanto graziose.”
La brughiera, attorno a noi, era ormai silenziosa sotto la spettrale coltre
di nebbia. I pivieri avevano smesso di lanciare i loro richiami; i grilli e i
minuscoli esseri dei campi si azzittivano al nostro passare, eppure mi
pareva di udirli ricominciare in distanza, dietro di noi. I due falconieri che
ci precedevano avanzavano a lunghi passi tra l’erica e il tintinnare fievole
dei campanelli dei falchi giungeva alle nostre orecchie in rintocchi lontani,
mormoranti.
All’improvviso, dalla nebbia davanti a noi uscì uno splendido segugio,
subito seguito da un altro e da un altro ancora, fino a quando furono una
mezza dozzina, e saltavano e spiccavano balzi attorno alla fanciulla. Lei li
accarezzò e li acquietò con la mano guantata, parlando negli strani termini
che ricordavo di aver letto in antichi manoscritti francesi.
Poi i falconi posati sul cerchio portato dall’uomo che ci precedeva
incominciarono a sbattere le ali e a lanciare strida, e da qualche parte
risuonarono le note di un corno da caccia. I segugi balzarono via e
scomparvero nel crepuscolo, i falconi sbatterono ancora le ali, stridendo.

109
La fanciulla cominciò a canterellare, sul motivo del corno. La sua voce
risuonava chiara e dolcissima nell’aria della notte.

“Chasseur, chasseur, chassez encore,


quittez Rosette et Jeanneton,
tonton, tonton, tontaine, tonton,
ou pour rabattre dès l’aurore,
que les Amours soient de planton,
tonton, tontaine, tonton.”

Mentre io ascoltavo quella voce incantevole, una massa grigia, che si


faceva rapidamente sempre più distinta, apparve davanti a noi, e il corno
risuonò gioiosamente tra il tumulto dei segugi e dei falconi. Sulla porta
brillava una torcia, dall’uscio che si apriva filtrò una luce; varcammo un
ponte di legno che tremava sotto i nostri piedi e che si alzò scricchiolando
appena superammo il fossato. Eravamo in una piccola corte pavimentata di
pietra, cinta di mura da ogni parte. Un uomo uscì da una porta e,
inchinandosi, offrì una coppa alla fanciulla. Lei la prese e se la portò alle
labbra, poi riabbassandola si rivolse a me e disse, a voce bassa: “Vi do il
benvenuto.”
In quel momento uno dei falconieri arrivò con un’altra coppa; ma
prima di offrirla a me, la consegnò alla fanciulla, che l’assaggiò. Il falconiere
si tese per riceverla, ma lei esitò un attimo e poi, facendosi avanti, me l’offrì
con le sue mani. Compresi che si trattava di un gesto straordinario di
benevolenza, ma non riuscii a capire cosa dovessi fare; perciò non mi portai
subito la coppa alle labbra. La fanciulla arrossì bruscamente, e io mi resi
conto che dovevo agire in fretta.
“Mademoiselle”, mormorai, “uno straniero che voi avete salvato da
pericoli di cui non si renderà mai conto, vuota questa coppa in onore della
più gentile ed incantevole ospite di tutta la Francia.”
“In Suo nome” mormorò lei, facendosi il segno della croce, mentre io
vuotavo la coppa. Poi varcò la soglia e si girò verso di me con un gesto
grazioso; mi prese una mano tra le sue e mi condusse nella casa, dicendomi
più volte: “Siete il benvenuto, siete veramente il benvenuto nello Château
d’Ys.”

110
2
Mi svegliai, il mattino seguente, al suono del corno. Balzai dal letto
antico e corsi a una finestra chiusa dalle tende, dalla quale il sole filtrava
attraverso i piccoli vetri, profondamente incassati. Il suono del corno cessò
mentre io guardavo nel cortile sottostante.
Un uomo che avrebbe potuto essere il fratello dei due falconieri della
sera precedente stava in mezzo a una muta di segugi. Aveva legato alla
schiena un corno ricurvo, e stringeva tra le mani una lunga frusta. I cani
uggiolavano e guaivano, saltellandogli attorno frenetici; dal cortile più
lontano venne il battere degli zoccoli dei cavalli.
“Montate!” gridò una voce in bretone, e con un acciottolio di zoccoli i
due falconieri, con i falchi sui polsi, entrarono a cavallo nel cortile, in
mezzo ai segugi. Poi udii un’altra voce, che mi fece affluire più veloce il
sangue al cuore.
“Piriou Louis, lancia bene i segugi, e non risparmiare né sproni né
frusta. Tu, Raoul, e tu, Gaston, fate in modo che l’épervier non si dimostri
niais, e se lo ritenete opportuno, faites courtoisie à l’oiseau. Fardiner un oiseau
come il mué che Hastur ha sul polso non è difficile, ma tu, Raoul, potresti
non trovare molto semplice governare quell’hagard. La settimana scorsa, per
due volte ha schiumato au vif e ha perso la beccade, sebbene sia abituato al
leurre. Quell’uccello si comporta come uno stupido branchier. Paitre un hagard
n’est pas si facile.”
Stavo sognando? L’antico linguaggio della falconeria, che avevo letto
nei manoscritti ingialliti, il vecchio francese dimenticato del Medio Evo
risuonava alle mie orecchie mentre i segugi abbaiavano e i sonagli dei falchi
tintinnavano, accompagnando il trepestio dei cavalli. La fanciulla continuò
a parlare in quella dolce lingua dimenticata:
“Se preferisci attaccare la longe e lasciare il tuo hagard au bloc, Raoul, non
ti dirò nulla, perché sarebbe un peccato rovinare una così bella giornata con
un sors male addestrato. Essimer, abaisser… forse è il modo migliore. Ça lui
donnera des reins. Forse ho avuto troppa fretta con quell’uccello. Ci vuole
tempo per passare à la filière e agli esercizi d’escap.”
Raoul, il falconiere, s’inchinò sulle staffe e rispose: “Se piace a
Mademoiselle, terrò io il falco.”

111
“È mio desiderio”, rispose lei. “Me ne intendo di falconeria, ma tu hai
ancora molto da insegnarmi in fatto di Autourserie, mio povero Raoul. Sieur
Piriou Louis, monta!”
Il cacciatore scomparve sotto un’arcata e un attimo dopo ritornò,
montato su un robusto cavallo nero e seguito da un piqueur, pure a cavallo.
“Ah!” gridò la fanciulla, allegramente. “Presto, Clemarec René! Presto!
Tutti quanti! Suona il corno, Sieur Piriou!”
Il suono argentino del corno da caccia riempì il cortile, i segugi
balzarono attraverso il portone, e il galoppo dei cavalli si allontanò dal
cortile selciato; sonoro sul ponte levatoio, poi improvvisamente smorzato,
finì per perdersi nella brughiera, tra l’erica e le felci. Il suono del corno si
udì sempre più lontano, finché non divenne così fievole da venir
soverchiato, al mio orecchio, dall’improvviso canto di un’allodola che
volava altissima. Udii la voce, nel cortile, rispondere a un richiamo
proveniente dall’interno della casa.
“Non rimpiango la caccia, andrò un’altra volta. Cortesia verso lo
straniero, Pelagie, ricordalo!”
Dalla casa venne una voce fioca e tremante: “Courtoisie.”
Mi spogliai, mi lavai dalla testa ai piedi nell’enorme vasca di coccio,
piena d’acqua gelida, che stava sul pavimento di pietra in fondo al mio
letto. Poi mi guardai intorno per cercare i miei abiti. Erano spariti, ma su di
una panca accanto all’uscio c’era un mucchio d’indumenti che esaminai
sbalordito. Poiché i miei vestiti erano scomparsi, ero costretto a indossare
quel costume; evidentemente era stato messo lì perché lo portassi in attesa
che la mia roba si asciugasse. C’era tutto, berretto, scarpe, e farsetto da
caccia di stoffa grigio-argento tessuta a mano; ma quel costume aderente e
le scarpe senza cuciture appartenevano ad un altro secolo, e io ricordai lo
strano abbigliamento dei tre falconieri che avevo visto nel cortile. Ero
sicuro che non ci si vestiva così, ai miei tempi, in nessuna regione della
Francia o della Bretagna; ma solo quando fui vestito e mi guardai nello
specchio tra le finestre mi accorsi che ero abbigliato più come un giovane
cacciatore del Medio Evo che come un bretone dei miei giorni. Esitai e
presi il berretto. Dovevo scendere e presentarmi in quello strano
travestimento? Pareva che non potessi farne a meno, perché i miei abiti
non c’erano più, e in quell’antica stanza non esistevano campanelli per

112
chiamare la servitù. Quindi mi limitai a togliere dal berretto una corta
penna di falco, aprii la porta e scesi le scale.
Accanto al camino, nella grande sala del piano terreno c’era una vecchia
bretone, che filava servendosi di fuso e rocca. Quando comparvi, alzò gli
occhi verso di me e, con un sorriso franco, mi salutò nel suo dialetto; io le
risposi in francese, ridendo. Nello stesso istante apparve la mia ospite;
ricambiò il mio saluto con una grazia e una dignità che mi fecero tremare il
cuore. La testolina incantevole dai riccioli scuri era coronata da
un’acconciatura che acquietò tutti i miei dubbi circa l’epoca del mio
costume. La figura snella era squisitamente fasciata dall’abito da caccia,
tessuto a mano e orlato d’argento; sul polso inguantato reggeva uno dei
suoi cari falchi. Con perfetta semplicità mi prese per mano e mi condusse
nel giardino della corte; sedette a tavola e m’invitò dolcemente ad
accomodarmi accanto a lei. Poi, con quel lieve accento bizzarro, mi
domandò se avevo passato bene la notte e se m’infastidivano molto gli abiti
che la vecchia Pelagie mi aveva portato mentre dormivo. Guardai il mio
vestito e gli stivali che stavano asciugandosi al sole presso il muro di cinta
del giardino, e li detestai. Erano orribili, in confronto all’elegante costume
che indossavo in quel momento. Lo dissi ridendo alla fanciulla, ma lei
annuì con aria molto seria.
“Li butteremo via”, disse, in tono tranquillo. Sbalordito, cercai di
spiegare che non soltanto non potevo accettare abiti in dono da
chicchessia, anche se forse quella era una consuetudine dell’ospitalità da
quelle parti, ma che avrei fatto una figura assurda se fossi tornato in città
abbigliato in quel modo.
Lei rise e scosse la testolina, e disse in antico francese qualcosa che non
capii. Poi arrivò al trotto la vecchia Pelagie con un vassoio, sul quale
c’erano due ciotole di latte, una pagnotta di pane bianco, frutta, un piatto di
miele e una fiasca di vino rosso cupo.
“Come vedete, non ho ancora mangiato, perché desideravo che faceste
colazione con me. Ma ho molta fame”, disse la fanciulla, sorridendo.
“Preferirei morire, piuttosto che dimenticare una sola parola di ciò che
avete detto!” sbottai, con le guance in fiamme. “Crederà che io sia pazzo”,
aggiunsi tra me, ma lei mi guardò con occhi scintillanti.
“Ah”, mormorò. “Allora Monsieur conosce bene tutti i precetti della
Cavalleria…”
113
Si fece il segno della croce e spezzò il pane. Io guardavo le sue mani
candide, senza osare di levare gli occhi verso i suoi.
“Non mangiate?” domandò lei. “Perché siete così turbato?”
Ah, perché? Adesso lo sapevo. Sapevo che avrei dato la vita per sfiorare
con le labbra quelle palme rosee… capivo che dal momento in cui avevo
guardato quegli occhi scuri, nella brughiera, la sera precedente, io l’avevo
amata. La mia grande, improvvisa passione m’impediva di parlare.
“Vi sentite a disagio?” chiese ancora lei.
Allora, come se pronunciassi la mia condanna risposi a voce bassa: “Si,
sono a disagio perché vi amo.” E poiché lei non si mosse e non rispose, la
stessa forza misteriosa mosse le mie labbra ed io dissi: “Io, che pure non
sono degno del vostro pensiero più fuggevole, io che abuso dell’ospitalità e
ripago la vostra squisita cortesia con una sfrontata presunzione, io vi amo.”
Lei appoggiò la testa tra le mani e rispose sommessamente: “Io vi amo.
Le vostre parole mi sono molto care. Io vi amo.”
“Allora vi conquisterò.”
“Conquistatemi”, rispose lei.
Ma per tutto quel tempo ero rimasto seduto in silenzio, il viso rivolto
verso la fanciulla. Anche lei taceva, il volto dolce appoggiato al palmo della
mano, e mi guardava negli occhi. Sapevo che né io né lei avevamo
pronunciato parole umane; ma sapevo anche che la sua anima aveva
risposto alla mia, e mi scossi. Mi sentivo scorrere in ogni vena la giovinezza
e un amore gioioso. Lei, il viso incantevole acceso, sembrava appena
destata da un sogno, e i suoi occhi cercavano i miei con uno sguardo
interrogativo che mi faceva tremare di felicità. Facemmo colazione,
parlando di noi. Le dissi il mio nome, e lei mi disse il suo, Mademoiselle
Jeanne d’Ys.
Mi parlò della morte di suo padre e di sua madre, e disse che aveva
vissuto tutti i suoi diciannove anni nella piccola fattoria fortificata insieme
alla balia, Pelagie, a Clemarec René il piqueur, e ai quattro falconieri, Raoul,
Gaston, Hastur e il Sieur Piriou Louis, che avevano servito suo padre. Non
aveva mai lasciato la brughiera: non aveva mai visto anima viva, prima di
me, eccettuati i falconieri e Pelagie. Non sapeva come mai avesse sentito
parlare di Kerselec; forse vi avevano accennato i falconieri. Conosceva le
leggende del Loup Garou e di Jeanne la Flamme; le aveva apprese dalla balia.
Ricamava e filava il lino. I falchi e i segugi erano la sua unica distrazione.
114
Quando mi aveva incontrato nella brughiera, si era spaventata tanto che
quasi era svenuta nel sentire la mia voce. Sì, aveva visto le navi al largo dalle
scogliere, ma fin dove poteva giungere lo sguardo la brughiera era priva di
tracce della presenza umana. Pelagie soleva raccontare una vecchia
leggenda: chiunque si perdesse nella brughiera rischiava di non uscirne mai
più, perché era incantata. Non sapeva se fosse vero o no; non ci aveva mai
pensato, prima d’incontrare me. Non sapeva se i falconieri erano mai usciti
dalla brughiera, o se avrebbero potuto farlo, volendolo. I libri che si
trovavano nella casa, e che la balia Pelagie le aveva insegnato a leggere,
erano vecchi di secoli.
Tutto questo me lo disse con una dolce serenità che di solito s’incontra
soltanto nei bambini. Trovò facile da pronunciare il mio nome, e poiché il
mio nome di battesimo era Philip, sostenne che dovevo avere sangue
francese nelle vene. Non mi sembrava curiosa di apprendere qualcosa del
mondo esterno, ed io pensai che forse le storie raccontatele dalla balia
avevano annullato il suo interesse in proposito.
Eravamo ancora seduti a tavola, e lei gettava chicchi d’uva agli uccellini
dei campi che, senza paura, si avvicinavano fin quasi a sfiorarci i piedi.
Cominciai a parlare vagamente di andarmene, ma lei non volle saperne;
ancora prima di rendermene conto, le avevo promesso di trattenermi per
una settimana e di andare a caccia con i cani e i falchi in loro compagnia.
Ottenni da lei il permesso di tornare ancora da Kerselec a farle visita, dopo
la mia partenza.
“Oh”, disse lei, candidamente. “Non so cosa farei, se non tornaste
più!” Ed io, sapendo che non avevo il diritto di svegliarla con la brusca
rivelazione del mio amore, rimasi in silenzio, osando a malapena respirare.
“Tornerete molto spesso?” mi chiese.
“Molto spesso”, promisi.
“Tutti i giorni?”
“Tutti i giorni.”
“Oh”, sospirò lei. “Sono molto felice… Venite a vedere i miei falchi.”
Si alzò e mi prese di nuovo per mano, con una possessività candida e
innocente. Attraversammo il giardino, passammo tra gli alberi da frutto e
giungemmo su un prato erboso, costeggiato da un ruscello. Sul prato erano
sparsi quindici o venti tronchi d’albero, parzialmente piantati nel terreno; e
su tutti, tranne due, stavano i falchi. Erano legati ai ceppi da cinghie sottili,
115
fissate loro volta con rivetti d’acciaio alle zampe. Un rivolo di pura acqua di
fonte scorreva tortuoso a poca distanza dai posatoi, in modo che gli uccelli
potessero bere.
I falchi cominciarono a schiamazzare quando videro la fanciulla, ma lei
passò dall’uno all’altro, accarezzando questo, prendendone un altro sul
polso per un istante, chinandosi per aggiustare i geti di un altro ancora.
“Non sono belli?” disse. “Vedete, quello è un falcone gentile. Lo
chiamiamo ‘ignoble’ perché afferra la preda in caccia diretta. Questo è un
falcone azzurro. In falconeria lo chiamiamo ‘noble’ perché si leva in alto, al
di sopra della selvaggina e poi, ruotando, le piomba addosso dall’alto.
Quest’uccello bianco è un girafalco del Nord. Anche questo è nobile! Ecco
uno smeriglio, e questo tiercelet è un falcone degli aironi.”
Le chiesi come avesse appreso l’antico linguaggio della falconeria. Non
lo ricordava, ma pensava che glielo avesse insegnato suo padre, quand’era
ancora bambina.
Poi mi condusse via e mi mostrò i giovani falchi ancora nel nido.
“In falconeria vengono chiamati niais” spiegò. “Un branchier è un
uccello giovane, capace appena di lasciare il nido e di saltellare da un ramo
all’altro. Un uccello che non ha ancora mutato le penne si chiama sors, e un
mué è un falco che ha fatto la muta in cattività. Quando catturiamo un
falcone selvatico che ha già cambiato il piumaggio lo chiamiamo hagard.
Raoul è stato il primo che mi ha insegnato ad addestrare un falco. Volete
che v’insegni come si fa?”
Sedette sul bordo del rigagnolo che scorreva in mezzo ai falchi, e io mi
gettai ai suoi piedi per ascoltare.
Allora la Demoiselle d’Ys alzò un ditino roseo e cominciò, in tono
molto serio.
“Per prima cosa, dovete prendere il falcone.”
“Io sono già preso”, risposi.
Lei rise graziosamente e mi disse che il mio dressage sarebbe forse stato
difficile, perché ero noble.
“Sono già domato”, risposi. “Ho già i geti e i sonagli.”
Lei rise ancora, felice.
“Oh, mio coraggioso falcone; allora ritornerete al mio richiamo?”
“Sono vostro”, risposi convinto.

116
Lei tacque per un momento. Poi il rossore le ravvivò le guance; alzò di
nuovo il dito, dicendo: “Ascoltate: voglio parlarvi di falconeria…”
“Vi ascolto, Contessa Jeanne d’Ys.”
Ma lei si abbandonò di nuovo alla sua fantasticheria; i suoi occhi
parevano fissi su qualcosa, al di là delle nuvole d’estate.
“Philip”, disse finalmente.
“Jeanne”, mormorai.
“È tutto… tutto ciò che desideravo” sospirò lei. “Philip e Jeanne.”
Mi tese la mano ed io gliela sfiorai con le labbra.
“Conquistatemi”, disse lei: ma questa volta il corpo e l’anima parlavano
all’unisono.
Dopo un poco, lei ricominciò: “Parliamo di falconeria.”
“Incominciate”, risposi. “Abbiamo catturato il falcone.”
Allora Jeanne d’Ys mi prese una mano tra le sue e mi spiegò come, con
infinita pazienza, s’insegnava al falco giovane ad appollaiarsi sul polso, e lo
si abituava poco a poco ai geti e ai sonagli e allo chaperon à cornette.
“Devono avere un buon appetito”, disse lei. “Poi, poco a poco, riduco
il loro nutrimento, che in falconeria viene chiamato pât. Quando, dopo
molte notti passate au bloc, come questi uccelli, convinco l’hagard a restare
tranquillo sul polso, allora è pronto e posso insegnargli a venire a prendere
il cibo. Fisso il pât all’estremità di una cordicella chiamata leurre, e insegno al
falco a venire da me non appena incomincio a farla girare in cerchio, al di
sopra della mia testa. Dapprima lascio cadere il pât quando il falcone arriva,
e lui mangia il cibo a terra. Dopo un po’ impara ad afferrare il leurre in
movimento, mentre io lo faccio roteare nell’aria e lo trascino per terra.
Dopo è facile insegnare al falcone a piombare sulla selvaggina, senza
dimenticare mai di faire courtoisie à l’oiseau, cioè di permettergli di assaggiare
la preda.”
L’interruppe il grido di uno dei falchi, e lei si alzò per regolare la longe
attorcigliata attorno al bloc, ma il rapace continuò a sbattere le ali e a
lanciare strida.
“Che cosa succede?” fece lei. “Philip, vedete qualcosa?”
Mi guardai attorno e dapprima non vidi nulla che potesse giustificare lo
scompiglio, accresciuto dalle grida e dall’agitarsi di tutti gli uccelli. Poi il
mio sguardo si posò sulla roccia piatta accanto al ruscello. Un serpente

117
grigio strisciava lentamente sulla superficie del macigno, e gli occhi della
piatta testa triangolare brillavano come giaietto.
“Un couleuvre”, disse lei, sottovoce.
“È innocuo, non è vero?” domandai.
Lei indicò il segno nero, a forma di V, che quello aveva sul collo.
“È morte certa”, disse. “È una vipera.”
Seguimmo con lo sguardo il rettile che si muoveva lentamente sulla
roccia liscia, portandosi là dove i raggi del sole formavano un’ampia chiazza
calda.
Mi mossi per andare ad esaminarlo, ma lei mi si aggrappò al braccio
gridando: “No, Philip! Ho paura.”
“Per me?”
“Per voi, Philip. Io vi amo.”
Allora la presi tra le braccia e la baciai sulle labbra, ma non seppi dire
altro che “Jeanne, Jeanne, Jeanne.” E mentre lei mi si abbandonava
tremante sul petto, qualcosa tra l’erba mi colpì il piede, ma io non vi badai.
Poi qualcosa mi colpì di nuovo la caviglia, e un dolore acutissimo mi
trafisse. Guardai il dolce viso di Jeanne d’Ys e la baciai, e con tutte le mie
forze la sollevai tra le braccia e la scagliai lontano da me. Poi, piegandomi,
mi strappai la vipera dalla caviglia, e le schiacciai la testa con il tacco.
Ricordo di essermi sentito debole e stordito… ricordo di essere caduto a
terra. Con occhi che si annebbiavano lentamente, vidi il viso bianco di
Jeanne accostarsi al mio, e quando la luce svanì, sentii ancora le sue braccia
attorno al mio collo, la sua guancia morbida contro le mie labbra stirate.
Riaprii gli occhi e mi guardai intorno, atterrito. Jeanne era scomparsa.
Vidi il rigagnolo e la roccia piatta; vidi la vipera schiacciata sull’erba accanto
a me, ma i falchi e i blocs non c’erano più. Balzai in piedi. Il giardino, gli
alberi da frutto, il ponte levatoio e il cortile recintato erano spariti. Fissai
stupidamente un mucchio di rovine, grigie e coperte d’edera, tra le quali
erano cresciuti grandi alberi. Mi trascinai, con il piede intorpidito, e quando
mi mossi, un falcone s’innalzò dalle cime degli alberi tra le rovine e
descrivendo cerchi sempre più stretti, scomparve tra le nuvole che
ammantavano il cielo.
“Jeanne, Jeanne”, gridai, ma la voce mi morì sulle labbra, e caddi in
ginocchio tra le erbacce. E Dio volle che, senza saperlo, fossi caduto
davanti ad una lapide scolpita nella pietra in onore della Mater Dolorosa. Vidi
118
il volto mesto della Vergine spiccare nella pietra fredda. Vidi la croce e le
spine ai suoi piedi, e più sotto lessi:

PREGATE PER L’ANIMA


DELLA DEMOISELLE JEANNE D’YS
MORTA NEL FIORE
DELLA GIOVENTÙ PER AMORE
DI PHILIP, UNO STRANIERO
A.D. 1573

Ma sulla lastra gelida c’era un guanto di donna, ancora caldo e


profumato.

119
VI
Il paradiso
del profeta
“Ma se solo la turba che Vino e Amore vieta
un posto troverà nel Paradiso del Profeta,
ahimè, io temo assai che quel luogo sovrumano
sarà per sempre vuoto come il cavo d’una mano.”

LO STUDIO
Sorrise, dicendo: “Cercala per il mondo.”
Io dissi: “Perché mi parli del mondo? Il mio mondo è qui, ha queste
pareti e il lucernario di vetro sul capo; qui tra flaconi dorati e stemmi
ingioiellati, cornici opache e tele vuote, scure cassapanche e sedie dagli alti
schienali, scolpite con eleganza e dipinte di celeste e d’oro.”
“Chi stai aspettando?” chiese; ed io risposi: “Quando verrà, la
riconoscerò.”
Nel focolare, una lingua di fiamma bisbigliava segreti alle ceneri
bianche. Giù nella strada si udirono passi, una voce, un canto.
“Chi stai aspettando?” chiese, ed io risposi: “La riconoscerò.”
Passi, una voce, un canto giù nella strada, ed io conoscevo la canzone,
ma non i passi, né la voce.
“Pazzo!” gridò. “Il canto è sempre lo stesso, solo la voce e i passi sono
cambiati con gli anni!”
Nel cuore, una lingua di fiamma sussurrava alle ceneri bianche: “Non
aspettare più; se ne sono andati, i passi e la voce giù nella strada.”
Poi, lui sorrise, dicendo: “Chi stai aspettando? Cercala per il mondo!”
Risposi: “Il mio mondo è qui, fra queste pareti e il lucernario di vetro
sul capo; qui, tra flaconi dorati e stemmi ingioiellati, cornici opache e tele
vuote, scure cassapanche e sedie dagli alti schienali, scolpite con eleganza e
dipinte di celeste e d’oro.”

120
L’OMBRA
L’Ombra del Passato non volle andare oltre.
“Se è vero”, sospirò, “che tu trovi in me un’amica, ritorniamo indietro
insieme. Tu dimenticherai, qui, sotto il cielo d’estate.”
La tenni stretta, supplicante, accarezzandola; l’afferrai, pallido di collera,
ma lei resistette.
“Se è vero”, sospirò, “che tu trovi in me un’amica, torniamo indietro
insieme.”
L’Ombra del Passato non volle andare oltre.

IL SACRIFICIO
Andai in un campo pieno di fiori, i cui petali sono più bianchi della
neve e i cui cuori sono d’oro puro.
Lontano, una donna gridò: “Ho ucciso colui che amavo!” E da una
brocca versò sangue sui fiori i cui petali sono più bianchi della neve e i cui
cuori sono d’oro puro.
La seguii, lontano, e sulla brocca lessi mille nomi, mentre il sangue
fresco gorgogliava attorno all’orlo.
“Ho ucciso colui che amavo!” gridò lei. “Il mondo è assetato: che
beva!” Lei passò, e da lontano io la vidi versare il sangue sui fiori i cui petali
sono più bianchi della neve e i cui cuori sono d’oro puro.

DESTINO
Giunsi al ponte che pochi possono varcare.
“Passa!” gridò il custode, ma io risi, dicendo: “C’è tempo”, e lui sorrise
e chiuse le porte.
Al ponte che pochi possono varcare giunsero giovani e vecchi. Tutti
vennero respinti. Li contai pigramente fino a quando, stanco del loro
chiasso e dei loro lamenti, ritornai al ponte che pochi possono varcare.
La folla attorno alle porte gridò: “Arriva troppo tardi!” Ma io risi
dicendo: “C’è tempo.”
“Passa!” gridò il custode mentre io entravo; poi sorrise e chiuse le
porte.
121
LA FOLLA
Là, nella strada, dove la folla era più densa, io ero fermo con Pierrot.
Gli occhi di tutti erano fissi su di me.
“Perché ridono?” chiesi a Pierrot; ma lui sogghignò, spazzolando con la
mano un segno di gesso sul mio mantello nero. “Non riesco a vedere; deve
essere qualcosa di buffo, forse un ladro onesto!”
Gli occhi di tutti erano fissi su di me.
“Ti hanno rubato la borsa!” risero.
“La mia borsa!” gridai; “Pierrot… aiuto! C’è un ladro!”
Risero: “Ti hanno rubato la borsa!”
Poi Verità si fece avanti, reggendo uno specchio. “Se è stato un ladro
onesto”, gridò Verità, “Pierrot lo troverà con questo specchio!” Ma lui si
limitò a sogghignare, spazzolando con la mano il gesso dal mio mantello
nero.
“Vedi”, disse, “Verità è un ladro onesto: ti restituisce il tuo specchio.”
Gli occhi di tutti erano fissi su di me.
“Arrestate Verità!” gridai io, dimenticando che non uno specchio, ma
una borsa avevo perduto, mentre ero lì, con Pierrot, dove la folla era più
densa nella strada.

IL GIULLARE
“Era bella?” chiesi, ma lui si mise a ridere, ascoltando i campanelli che
gli tintinnavano sul berretto.
“Sgozzato”, sogghignò. “Pensa al lungo viaggio, ai giorni di pericolo,
alle notti paurose! Pensa quanto cammino per amor suo, anno dopo anno,
attraverso terre ostili, in cerca della sua gente, in cerca di lei!”
“Sgozzato”, sogghignò, ascoltando i campanelli che gli tintinnavano sul
berretto.
“Era bella?” chiesi, ma lui sbuffò, brontolando al ritmo dei campanelli
che gli tintinnavano sul berretto.
“Lo baciò davanti alla soglia”, sogghignò, “ma nell’atrio il benvenuto di
suo fratello gli toccò il cuore.”
“Era bella?” chiesi.

122
“Sgozzato”, rise lui. “Pensa al lungo viaggio, ai giorni di pericolo, alle
notti paurose! Pensa quanto cammino per amor suo, anno dopo anno,
attraverso terre ostili, in cerca della sua gente, in cerca di lei!
“Lo baciò davanti alla soglia, ma nell’atrio il benvenuto di suo fratello
gli toccò il cuore”.
“Era bella?” chiesi; ma lui sbuffò, ascoltando i campanelli che gli
tintinnavano sul berretto.

LA STANZA VERDE
Il Clown girò il volto infarinato verso lo specchio.
“Se essere di carnagione chiara significa essere attraenti”, disse, “chi
può paragonarsi a me, con la mia maschera bianca?”
“Chi può paragonarsi a lui, con la sua maschera bianca?” chiesi alla
Morte che mi stava accanto.
“Chi può paragonarsi a me?” disse la Morte. “Perché io sono più
pallida di lui.”
“Sei bellissima”, sospirò il Clown, distogliendo dallo specchio il volto
infarinato.

LA PROVA D’AMORE
“Se è vero che ami”, disse l’Amore, “allora non aspettare più. Donale
quei gioielli che la disonorerebbero e quindi disonorerebbero te perché ami
una disonorata. Se è vero che ami”, disse l’Amore, “non aspettare più.”
Io presi i gioielli e andai da lei, ma lei li calpestò, singhiozzando:
“Insegnami ad aspettare… io ti amo!”
“Allora aspetta, se è vero”, disse l’Amore.

123
VII
La via dei
quattro venti
“Ferme tes yeux à demi,
Croise tes bras sur ton sein,
Et de ton coeur endormi
Chasse à jamais tout dessein.

Je chante la nature,
Les étoiles du soir, les larmes du matin,
Les couchers de soleil à l’horizon lointain,
Le ciel qui parte au coeur d’existence future!”

1
La bestiola si fermò sulla soglia, in un atteggiamento interrogativo e
attento, pronta a fuggire se fosse stato necessario. Severn depose la
tavolozza, e protese la mano in un gesto di benvenuto. Il gatto rimase
immobile, gli occhi gialli fissi sull’uomo.
“Micio”, fece questi con la sua voce bassa e gradevole, “vieni dentro.”
La bestiola torse, incerta, la punta della coda sottile. “Vieni dentro”,
ripeté lui.
Il gatto dovette giudicare rassicurante la sua voce, perché sedette
lentamente sulle quattro zampe, senza distogliere lo sguardo da lui,
ripiegando la coda sotto i fianchi magri.
Severn si alzò dal cavalletto, sorridendo. Il gatto lo seguì con lo
sguardo, e quando l’uomo si avvicinò, lo guardò chinarsi senza muoversi;
gli occhi gialli seguirono la mano fino a quando toccò la testa della bestiola.
Poi emise un miagolio straziato.
Da molto tempo, ormai, Severn aveva l’abitudine di conversare con gli
animali, probabilmente perché viveva così solo; e ora disse: “Che c’è,
micio?”
Gli occhi timidi della bestiola cercarono i suoi.
124
“Ho capito”, fece lui, gentilmente. “Te lo do subito.” Muovendosi
senza far rumore, si affrettò ad espletare i doveri di un ospite. Sciacquò un
piattino, lo riempì con il latte rimasto nella bottiglia sul davanzale della
finestra; poi s’inginocchiò e sbriciolò un panino nel cavo della mano.
Il gatto si alzò e si avvicinò al piatto.
Con il manico di un raschietto, Severn mescolò le briciole e il latte, poi
indietreggiò, mentre la bestiola accostava il naso alla poltiglia. L’osservò in
silenzio. Di tanto in tanto, il piattino tintinnava sul pavimento, quando il
gatto si tendeva a prendere un boccone posato sull’orlo. Finalmente tutto il
pane sparì, e la lingua rosea passò su tutti i punti non ancora leccati, fino a
quando il piattino brillò come marmo lucidato. Poi il gatto si mise a sedere
e, voltando tranquillamente la schiena all’uomo, incominciò le sue
abluzioni.
“Pulisciti bene”, disse Severn, molto interessato. “Ne hai davvero
bisogno.”
Il gatto abbassò un orecchio ma non si voltò e non interruppe la sua
toeletta. Via via che il sudiciume veniva rimosso, Severn si accorse che la
natura aveva fatto di quella bestiola un gatto bianco. Il pelo era caduto a
chiazze, per qualche malattia o per le conseguenze delle battaglie, la coda
era ossuta e la spina dorsale spiccava sulla pelle. Ma quel poco di fascino
che possedeva veniva allo scoperto con quella pulizia vigorosa, e Severn
aspettò che avesse finito, prima di riprendere la conversazione. Quando,
finalmente, il gatto chiuse gli occhi e ripiegò le zampe anteriori sotto il
petto, lui ricominciò, gentilmente: “Micio, raccontami i tuoi guai.”
Al suono della sua voce, il gatto proruppe in un rombare rauco che lui
riconobbe come un tentativo di fare le fusa. Si piegò ad accarezzargli il
muso, e quello miagolò di nuovo, un miagolio amabile e interrogativo.
Severn rispose: “Certo, sei migliorato parecchio, e quando ti saranno
ricresciute le piume, sarai un uccellino incantevole.” Lusingatissimo, il gatto
s’alzò e gli girò attorno alle gambe, infilandogli il muso tra le caviglie e
facendo osservazioni compiaciute, alle quali l’uomo rispose con educata
serietà.
“Ora dimmi che cosa ti ha portato qui”, disse, “qui nella via dei
Quattro Venti, su per cinque piani, proprio davanti alla porta di chi ti
avrebbe accolto volentieri? Che cosa ti ha impedito di fuggire, quando ho
girato la testa dalla mia tela e ho incontrato i tuoi occhi gialli? Sei un gatto
125
del Quartiere Latino, come io sono un uomo del Quartiere Latino? E
perché porti affibbiata attorno al collo quella giarrettiera color di rosa?” Il
gatto gli era balzato sulle ginocchia e si era seduto, facendo le fusa, mentre
lui accarezzava quella pelliccia rada.
“Scusami”, continuò Severn, in toni pigri e suadenti, in armonia con il
suono delle fusa, “se ti sembro indiscreto, ma non posso fare a meno di
meravigliarmi per questa giarrettiera rosa, stranamente ornata di fiori e
fissata con un fermaglio d’argento. Perché il fermaglio è proprio argento. Si
vede il marchio della zecca, sull’orlo, come prescrive la legge della
Repubblica. Allora, perché questa giarrettiera di seta rosa, delicatamente
ricamata e dal fermaglio d’argento cinge la tua gola famelica? Sono
indiscreto se domando se la sua padrona è la tua padrona? È qualche
vecchia dama che vive nel ricordo delle vanità giovanili, che ti è affezionata
e ti orna con i suoi indumenti intimi? La circonferenza della giarrettiera mi
fa pensare proprio a questo, perché tu hai il collo sottile, e la giarrettiera ti
calza benissimo. Ma poi… ho notato, come noto sempre tante cose, che la
si può allargare parecchio. Lo dimostrano questi piccoli occhielli orlati
d’argento; e ne ho contati cinque. E adesso noto che il quinto occhiello è
consumato, come se il gancio del fermaglio si fosse sempre fissato lì. E
questo fa pensare a forme ben tornite.”
Il gatto arricciò le dita, contento. Fuori, nella strada, regnava il silenzio.
Severn continuò a mormorare: “Perché mai la tua padrona ti ha ornato
con un oggetto che serve sempre a lei? O almeno, che le serve quasi
sempre? Come mai ti ha infilato questa cosa di seta e d’argento attorno al
collo? È stato il capriccio di un attimo… quando tu, prima di perdere l’aria
prospera e ben nutrita, entravi cantando nella sua camera da letto per darle
il buongiorno? Certo, e lei si sollevava a sedere tra i cuscini, e i capelli le
ricadevano sulle spalle, e tu saltavi sul letto e facevi le fusa per dirle
‘Buongiorno, mia signora.’ Oh, è molto facile capirlo”, sbadigliò l’uomo,
appoggiando la testa alla spalliera della sedia. Il gatto continuava a fare le
fusa, contraendo e rilassando sul suo ginocchio le zampe vellutate.
“Devo parlarti di lei, micio? È molto bella… la tua padrona”, mormorò
Severn, assonnato. “Ha i capelli d’oro brunito, una massa pesante. Mi
piacerebbe dipingerla… non sulla tela perché avrei bisogno di toni e tinte e
sfumature e colori più splendidi dell’iride dell’arcobaleno più splendido.
Potrei dipingerla soltanto ad occhi chiusi, perché solo nei sogni si possono
126
trovare i colori che mi occorrono. Per i suoi occhi, ho bisogno dell’azzurro
dei cieli non turbati dalle nuvole… i cieli della terra del sogno. Per le sue
labbra, le rose dei palazzi del mondo del sonno, e per la fronte, la neve
delle montagne che si levano in guglie fantastiche verso le lune… oh, molto
più alte della nostra luna, le lune di cristallo dei sogni. È… molto bella… la
tua padrona.”
Le parole morirono sulle labbra dell’uomo, mentre le palpebre si
abbassavano.
Anche il gatto dormiva, il muso appoggiato sul fianco magro, le zampe
inerti, rilassate.

2
“È una fortuna”, disse Severn, levandosi a sedere e stiracchiandosi,
“che abbiamo dormito fin dopo l’ora di pranzo perché non posso offrirti
per cena se non ciò che si può comperare con un solo franco d’argento.”
Il gatto che gli stava sulle ginocchia si alzò, inarcò la schiena, sbadigliò e
lo guardò.
“Cosa vuoi? Un pollo arrosto con insalata? No? Forse preferisci il
manzo? Certo… ed io prenderò un uovo e un po’ di pane bianco. E i vini?
Per te latte? Benissimo. Io prenderò un po’ d’acqua fresca”, e indicò il
secchio dell’acquaio.
Si mise il cappello e uscì dalla stanza. Il gatto lo seguì fino alla porta, e
quando Severn l’ebbe chiusa alle sue spalle, si acquattò, fiutando le crepe e
inclinando un orecchio ad ogni scricchiolio di quel bizzarro, vecchio
edificio.
In basso, l’uscio si aprì e si richiuse. Il gatto, serissimo, assunse per un
attimo un’aria dubbiosa, e piegò le orecchie all’indietro, in un’attesa
innervosita. Poi si alzò agitando di scatto la coda, e incominciò il giro dello
studio, senza far rumore. Starnutì davanti a un barattolo di trementina, e si
affrettò a ritirarsi verso la tavola; poi vi balzò sopra, e dopo avere
soddisfatto la propria curiosità per un rotolo di cera per modellare, ritornò
alla porta e sedette, fissando gli occhi su una crepa. Poi alzò la voce in un
pianto esile.
Quando Severn ritornò, aveva l’aria grave; ma il gatto, felice ed
espansivo, gli girò attorno, strofinandogli contro le gambe il corpo scarno,
127
gli insinuò entusiasticamente la testa nella mano, e fece le fusa fino a
quando la sua voce divenne una specie di squittio.
Severn posò sul tavolo un pezzetto di carne avvolto in carta marrone, e
lo tagliò con un temperino. Prese il latte dalla bottiglia che un tempo aveva
contenuto una medicina, e lo versò nel piattino sul caminetto.
Il gatto si accovacciò davanti al latte, lappando e facendo le fusa nello
stesso tempo.
Severn cucinò l’uovo e lo mangiò, con una fetta di pane, guardando la
bestiola occupata a divorare i pezzetti di carne, e quando ebbe finito riempì
una tazza d’acqua al secchio dell’acquaio, poi sedette, prese il gatto sulle
ginocchia, e quello subito si acciambellò e incominciò a fare toeletta.
L’uomo riprese a parlare, sfiorando carezzevole la bestiola, di tanto in
tanto, per dare enfasi alle proprie parole.
“Micio, ho scoperto dove abita la tua padrona. Non è molto lontano…
è qui, sotto lo stesso tetto malconcio, ma nell’ala nord, che dovrebbe essere
disabitata. Così mi ha detto il portiere. Per puro caso, questa sera è quasi
sobrio. Il macellaio di Rue de Seine, dove ti ho comprato la carne, ti
conosce, e il fornaio, il vecchio Cabane, ti ha identificato con inutile
sarcasmo. Mi hanno detto certe cose, sul conto della tua padrona, che
preferisco non credere. Dicono che è pigra e vanitosa e amante dei piaceri;
dicono che ha un cervello di gallina ed è sventata. Quel piccolo scultore che
sta al pianterreno, e che era dal vecchio Cabane a comprare panini, questa
sera mi ha rivolto la parola per la prima volta, anche se prima ci limitavamo
a scambiarci un saluto. Ha detto che la tua padrona è molto buona e molto
bella. L’ha vista una volta sola, e non sa come si chiama. L’ho ringraziato;
non so perché l’ho ringraziato con tanto calore. Cabane ha detto: ‘In questa
maledetta Via dei Quattro Venti, i quattro venti portano tutto quanto c’è di
male.’ Lo scultore mi è sembrato confuso, ma quando è uscito con i panini,
mi ha detto: ‘Sono sicuro, Monsieur, che è buona quanto è bella’.”
Il gatto aveva terminato di fare toeletta; balzò silenziosamente sul
pavimento, andò alla porta e fiutò. Severn gli si inginocchiò accanto;
sganciò la giarrettiera e la tenne per un momento tra le mani. Poi disse:
“C’è un nome inciso sul fermaglio d’argento, sotto il gancio. È un bel
nome: Sylvia Elven. Sylvia è un nome di donna, Elven è un nome di città.
A Parigi, in questo quartiere, soprattutto in questa Via dei Quattro Venti, i
nomi vengono portati e abbandonati ogni stagione, con il cambiare della
128
moda. Conosco la piccola città di Elven, perché vi ho incontrato a faccia a
faccia il mio destino, e il destino è stato molto duro. Ma tu sai che a Elven
il destino aveva un altro nome, e quel nome era Sylvia?”
Riallacciò la giarrettiera e si alzò, guardò il gatto accoccolato davanti alla
porta chiusa.
“Il nome di Elven mi affascina. Mi parla di prati e di fiumi limpidi. Il
nome di Sylvia mi turba, come un profumo di fiori morti.”
Il gatto miagolò.
“Sì, sì”, disse Severn, suadente. “Ti porterò indietro. La tua Sylvia non è
la mia Sylvia; il mondo è grande ed Elven non è ignota. Eppure, nelle
tenebre e nel sudiciume della Parigi più povera, nelle ombre tristi di questa
vecchia casa, quei nomi mi fanno molto piacere.”
Sollevò la bestiola tra le braccia e si avviò lungo i corridoi silenziosi,
verso la scala. Scese i cinque piani, uscì nel cortile illuminato dalla luna,
passò davanti allo studio del piccolo scultore, poi entrò dal portone dell’ala
nord e salì le scale tarlate, fino a quando arrivò davanti ad una porta chiusa.
Bussò a lungo, e poi sentì qualcosa muoversi dietro l’uscio che si aprì.
Severn entrò. La stanza era buia. Quando l’uomo varcò la soglia, il gatto gli
balzò dalle braccia, lanciandosi nell’ombra. Severn rimase in ascolto, ma
non sentì nulla. Il silenzio era opprimente. Accese un fiammifero. Accanto
a lui c’era una tavola, e sulla tavola stava una candela in un candeliere
dorato. L’accese, poi si guardò in giro. La camera era grande, i tendaggi
appesantiti da ricami. Il caminetto aveva la mensola scolpita, grigia della
cenere di fuochi morti. In una rientranza, accanto alle finestre
profondamente incassate, c’era un letto; le lenzuola, morbide e fini come
trine, ricadevano sul pavimento lucido. Severn alzò la candela sopra la testa.
Ai suoi piedi giaceva un fazzoletto, lievemente profumato. Si girò verso le
finestre. C’era un canapè, e su questo erano gettati, alla rinfusa, una veste di
seta, un mucchio d’indumenti lievi come pizzi, bianchi e delicati come
ragnatele, lunghi guanti gualciti; e sotto, sul pavimento, le calze, le scarpette
appuntite, e una giarrettiera di seta rosa, ornata di fiori e con un fermaglio
d’argento. Turbato, Severn si mosse e aprì il pesante tendaggio del letto.
Per un attimo la candela gli sfolgorò tra le mani; poi i suoi occhi
incontrarono altri due occhi, spalancati, sorridenti, e la luce della candela
lampeggiò su una massa pesante di capelli d’oro.

129
Lei era pallida, ma non bianca quanto lui; i suoi occhi erano
imperturbati come quelli di un bambino; ma lui guardava, tremando dalla
testa ai piedi, mentre la candela gli vacillava tra le mani.
Finalmente bisbigliò: “Sylvia, sono io.”
E ripeté: “Sono io.”
Poi, sapendo che lei era morta, la baciò sulla bocca. E per tutta la lunga
veglia della notte, il gatto fece le fusa sulle sue ginocchia, serrando e
allentando le zampe vellutate, fino a quando il cielo si schiarì sopra la Via
dei Quattro Venti.

130
VIII
La via della
prima bomba
“Su state allegri: presto il Mese Triste morrà
ed una Luna giovane ci rasserenerà;
guarda la Vecchia, magra e curva che intristisce
per l’età ed il digiuno, e dal cielo svanisce.”

1
Nella stanza era già buio. I tetti alti, di fronte, nascondevano quel poco
che ancora rimaneva della luce di quel giorno dicembrino. La ragazza
accostò la sedia alla finestra, scelse un grosso ago, lo infilò, annodò il filo
sulle dita. Poi lisciò l’indumento da neonato che teneva sulle ginocchia e,
piegandosi, spezzò il filo con i denti e spinse l’ago più piccolo, infilato
nell’orlo. Quando ebbe tolto i fili staccati e i pezzi di merletto superflui,
posò di nuovo l’indumento sulle ginocchia, con gesti carezzevoli. Poi si
tolse l’ago infilato dal corsetto, lo passò attraverso un bottone. Ma quando
il bottone scese roteando lungo il filo, la mano di lei sussultò, il filo si
spezzò, e il bottone rotolò sul pavimento. La ragazza alzò la testa. I suoi
occhi erano fissi su di una striscia di luce morente, al di sopra dei
comignoli. In distanza, dalla città, giungevano suoni che sembravano rulli di
tamburo e più oltre, molto più lontano, un borbottio vago, che ora si
gonfiava, cresceva, rombava come il battere della risacca contro le rocce, ed
ora, come la risacca, recedeva in un borbottio di minaccia. Il freddo era
divenuto intenso, un freddo pungente e penetrante che faceva scricchiolare
travi e travetti e trasformava in ardesia il nevischio del giorno precedente.
Dalla strada sottostante, tutti i suoni salivano secchi e metallici: il ciabattare
degli zoccoli, lo sbattere delle imposte o la rara eco di una voce umana.
L’aria era pesante, oppressa dal freddo nero. Respirare era doloroso,
muoversi una fatica.
Nel cielo desolato c’era qualcosa, nelle nuvole minacciose, qualcosa che
rattristava. Penetrava la città agghiacciata tagliata dal fiume agghiacciato, la
131
splendida città con le sue torri e le cupole, i lungofiume e i ponti e le sue
mille guglie. Penetrava nelle piazze, s’impadroniva delle avenues, dei palazzi,
s’insinuava oltre i ponti e serpeggiava fra le strade strette del Quartiere
Latino, grigio sotto il cielo grigio di dicembre. Tristezza, tristezza assoluta.
Un nevischio fine e gelido cadeva incipriando le strade di una lieve polvere
cristallina; vorticava contro i vetri delle finestre e si ammucchiava sul
davanzale. La luce che filtrava dalla finestra era quasi scomparsa, e la
ragazza si piegò sul suo lavoro. Poi alzò la testa, scostandosi i riccioli dagli
occhi.
“Jack?”
“Cara?”
“Non dimenticare di pulire la tavolozza.”
“D’accordo.” Prese la tavolozza e sedette sul pavimento, davanti alla
stufa. La sua testa e le spalle erano in ombra, ma la luce del fuoco gli
cadeva sulle ginocchia e scintillava rossa sulla lama del raschietto. In piena
luce, accanto a lui, c’era una cassetta di colori. Sul coperchio era inciso

J. TRENT
École des Beaux Arts
1870

L’iscrizione era ornata da due bandiere, una americana ed una francese.


Il nevischio soffiava contro i vetri della finestra, coprendoli di stelle e di
diamanti; poi, fondendosi per il calore dell’interno, scorreva verso il basso e
tornava a gelare, disegnando una fantasia di felci.
Un cane guaì, e sullo zinco, accanto alla stufa, risuonò il passo di
piccole zampe.
“Jack, caro, credi che Hercules abbia fame?” Dietro la stufa, il suono
delle zampe raddoppiò.
“Guaisce”, continuò la ragazza, nervosamente. “E se non è perché ha
fame, è perché…”
La sua voce si spense. Un forte ronzio riempì l’aria, e le finestre
vibrarono.
“Oh, Jack”, gridò lei. “Un’altra…” Ma la sua voce fu sommersa
dall’urlo di un proiettile che lacerava le nuvole, lassù.
“Questa è ancora più vicina”, mormorò lei.
132
“Oh, no”, rispose lui, allegramente. “Probabilmente è caduta più
lontana, verso Montmartre.” Poiché la ragazza non rispose, lui proseguì,
con disinvoltura esagerata: “Non si prenderebbero mai il disturbo di
sparare sul Quartiere Latino; e comunque, non hanno una batteria capace
di danneggiarlo.”
Dopo un poco, lei riprese a parlare, in tono vivace: “Jack, caro, quando
mi porti a vedere le statue di Monsieur West?”
“Scommetto”, fece lui, lasciando cadere la tavolozza e accostandosi alla
finestra, accanto alla ragazza, “che Colette ci è andata oggi.”
“Perché?” domandò lei, spalancando gli occhi. “Oh, che peccato!
Davvero gli uomini sono così noiosi, quando sono convinti di sapere tutto!
E ti avverto che se Monsieur West è così vanitoso da immaginare che
Colette…”
Dal Nord un’altra bomba arrivò fischiando e rombando attraverso il
cielo, e passò sopra di loro con un sibilo protratto che fece fremere le
finestre.
“Questa”, sbottò lui, “era davvero troppo vicina.” Tacquero per
qualche tempo, poi l’uomo ricominciò a parlare, gaiamente: “Continua
pure, Sylvia, e finisci quel povero West.”
Ma lei si limitò a sospirare: “Oh, caro, non riuscirò mai ad abituarmi
alle bombe.”
L’uomo sedette sul bracciolo della poltrona, accanto a lei. Le forbici
caddero tintinnando sul pavimento; la ragazza gettò loro dietro il vestitino
non finito; cinse con entrambe le braccia il collo dell’uomo e se lo attirò
sulle ginocchia.
“Stasera non uscire, Jack.”
Trent baciò il viso levato verso di lui.
“Lo sai che devo andare; non rendermelo più difficile.”
“Ma quando sento le bombe e… e so che tu sei in giro per la città…”
“Ma cadono tutte a Montmartre…”
“Possono anche cadere tutte nelle Beaux Arts, hai detto tu stesso che
due hanno colpito il Quai d’Orsay…”
“Un puro caso…”
“Jack, abbi pietà! Portami con te!”
“E chi starà qui per preparare la cena?”
La ragazza si alzò e si buttò sul letto.
133
“Oh, non riesco ad abituarmici, e so che tu devi andare, ma ti supplico,
non arrivare tardi per la cena. Se tu sapessi quanto soffro! Io… io non
posso farci niente, e tu devi avere pazienza, caro.”
“Là è sicuro quanto casa nostra”, disse lui.
La ragazza lo guardò riempire la lampada ad alcool, e quando l’accese e
prese il cappello per uscire, balzò in piedi e lo strinse forte, in silenzio.
Dopo un attimo, lui disse: “Suvvia, Sylvia, ricordati che il mio coraggio è
sostenuto dal tuo. Su, adesso devo andare!” Lei non si mosse; l’uomo
ripeté: “Devo andare.” Allora la ragazza indietreggiò; lui pensò che stesse
per dire qualcosa e attese, ma lei si limitò a fissarlo. Un po’ impaziente, la
baciò di nuovo, dicendo: “Non preoccuparti, cara.”
Quando l’uomo fu arrivato sull’ultima rampa di scale, diretto verso la
strada, una donna uscì zoppicando dal gabbiotto della portineria; agitò una
lettera e gridò: “Monsieur Jack! Monsieur Jack! L’ha lasciata Monsieur
Fallowby!”
L’uomo prese la lettera e la lesse appoggiandosi alla porta del gabbiotto.

“Caro Jack,
credo che Braith sia in bolletta nera, e sono sicuro che Fallowby lo è. Braith
giura di non esserlo, e Fallowby giura di esserlo, quindi puoi trarne le
conclusioni. Ho un progetto per una cena e, se funziona, ve lo farò sapere.
Tuo WEST”

“P.S. Fallowby si è liberato di Hartman e della sua banda, grazie al


cielo! C’è qualcosa che puzza, sotto… o forse lui è semplicemente avaro.”

“P.P.S. Sono innamorato più disperatamente che mai, ma sono sicuro


che a lei non importa niente di me.”

“Bene”, disse Trent alla portiera, con un sorriso. “Mi dica, come sta
Papà Cottard?”
La vecchia scosse il capo e indicò il letto chiuso da cortine che si
scorgeva attraverso la porta aperta.
“Père Cottard!” gridò Trent, allegramente. “Come va oggi la ferita?”
Si avvicinò al letto e tirò le cortine. Tra le lenzuola in disordine giaceva
un vecchio.
134
“Va meglio?” sorrise Trent.
“Va meglio”, ripeté il vecchio, stancamente; e dopo una pausa: “Ha
qualche notizia, Monsieur Jack?”
“Non sono uscito tutto il giorno. Le riferirò tutte le voci che sentirò,
anche se il cielo sa che ne ho abbastanza di dicerie”, mormorò tra sé. Poi, a
voce alta: “Coraggio; ha un aspetto molto migliore.”
“E la sortie?”
“Oh, la sortie è per questa settimana. Il generale Trochu ha mandato gli
ordini ieri notte.”
“Sarà terribile.”
“Sarà nauseante”, pensò Trent, mentre usciva in strada e svoltava
l’angolo verso Rue de Seine. “Massacri e massacri, puah! Sono contento di
non esserci anch’io.”
La strada era quasi deserta. Alcune donne, imbacuccate in mantelli
militari sbrindellati, camminavano guardinghe sul fondo gelato, e un gamin
vestito miseramente era fermo sopra il tombino, all’angolo del boulevard. I
suoi stracci erano tenuti insieme da una corda legata alla cintura; e dalla
corda pendeva un ratto, ancora caldo e sanguinante.
“Lì dentro ce n’è un altro!” gridò a Trent. “L’ho colpito, ma mi è
scappato.”
Trent attraversò la strada e domandò: “Quanto?”
“Due franchi per un quarto di ratto grasso: è quello che pagano al
Mercato di St. Germain.”
Fu interrotto da un violento attacco di tosse, ma si asciugò il volto con
il palmo della mano e guardò Trent con aria furba.
“La settimana scorsa si poteva comprare un ratto per sei franchi, ma”, e
bestemmiò con violenza, “i ratti hanno lasciato Rue de Seine, e adesso li
ammazzano vicino all’ospedale nuovo. Questo glielo lascio per sette
franchi; potrei venderlo per dieci all’Isle St. Louis.”
“È una bugia”, disse Trent. “E lascia che ti avverta: se cerchi
d’imbrogliare qualcuno, in questo quartiere, la gente ti metterà a posto, te e
i tuoi ratti.”
Rimase a fissare per un momento il gamin, che fingeva di piagnucolare.
Poi gli buttò un franco, ridendo. Il ragazzino lo afferrò al volo, se lo cacciò
in bocca e girò su se stesso, lanciandosi verso il tombino. Si acquattò
immobile, attento, gli occhi fissi sulle sbarre del chiusino, poi con un balzo
135
avanti scagliò una pietra nel condotto, e Trent lo lasciò impegnato a finire
un feroce ratto grigio che si contorceva squittendo all’imboccatura della
fogna.
“Immagina Braith ridotto nelle stesse condizioni”, pensò. “Povero
piccino.” Allungò il passo, svoltò nel sudicio vicolo des Beaux Arts ed
entrò nella terza casa a sinistra.
“Monsieur è in casa”, balbettò il vecchio concierge.
Casa? Un abbaino assolutamente vuoto, a parte il letto di ferro in un
angolo, e il catino e la brocca di ferro sul pavimento.
West apparve sull’uscio, ammiccando con aria di grande mistero, e fece
segno a Trent di entrare. Braith, che stava dipingendo a letto per stare più
caldo, alzò gli occhi, rise, e gli strinse la mano.
“Nessuna novità?”
Quella domanda rituale ricevette come risposta la solita frase: “Niente,
tranne il cannone.”
Trent sedette sul letto.
“Dove diavolo te lo sei procurato?” domandò, indicando un pollo
mezzo finito che giaceva nella bacinella.
West sogghignò.
“Siete milionari, voi due? Avanti, ditemi tutto.”
Braith cominciò, con aria un po’ vergognosa: “Oh, è una delle prodezze
di West…” Ma subito fu interrotto da questi, il quale annunciò che avrebbe
raccontato la storia personalmente.
“Vedi, prima dell’assedio, ho avuto una lettera di presentazione per un
tizio, qui, un grosso banchiere tedesco-americano. Conosci quella razza,
vedo. Beh, naturalmente mi ero dimenticato di portare la lettera, ma questa
mattina ho pensato che fosse venuto il momento e sono andato a trovarlo.
“Quel mascalzone vive nel lusso. Fuochi accesi, ragazzo mio! Fuochi
accesi persino nelle anticamere! Il servo, finalmente, si è deciso a portare su
la lettera e il mio biglietto da visita, lasciandomi nel corridoio, e siccome a
me questo non piace, sono entrato nella prima stanza che mi è capitata, e
per poco non sono svenuto quando ho visto un banchetto preparato sulla
tavola, accanto al fuoco. Poi il servo scende, con un’aria molto insolente.
No, oh, no, il suo padrone non è in casa, anzi è troppo occupato per
ricevere lettere di presentazione in questo momento; l’assedio, le difficoltà
negli affari…
136
“Allora io do un calcio al servo, prendo questo pollo dalla tavola, butto
il mio biglietto da visita sul piatto vuoto, e dopo aver dato al servitore del
porco prussiano, me ne vado con il bottino di guerra.”
Trent scosse il capo
“Ho dimenticato di dire che spesso Hartman va là a pranzo, ed io ho
tratto le mie conclusioni”, continuò West. “Ora, per quanto riguarda il
pollo, metà è per Braith e per me, e metà per Colette, ma naturalmente tu
devi aiutarmi a mangiare la mia parte, perché non ho fame.”
“Neanch’io”, cominciò Braith, ma Trent, osservando con un sorriso i
loro volti contratti, scosse il capo e disse: “Che sciocchezza! Sapete che io
non ho mai fame!”
West esitò, arrossì, poi tagliò e mise da parte la porzione di Braith; non
mangiò nulla e, augurando agli altri la buonanotte, corse via per andare al
numero 470 di Rue Serpente, dove abitava una bella ragazza di nome
Colette, rimasta orfana dopo Sedan; e solo il Cielo sapeva come potesse
avere ancora le guance rosee, perché l’assedio era molto duro, per i poveri.
“Quel pollo la renderà felice, ma io credo che sia davvero innamorata
di West”, disse Trent. Poi si accostò al letto. “Stai a sentire, vecchio mio, e
non eludere la domanda: cosa ti è rimasto?”
L’altro esitò e arrossì.
“Andiamo, vecchio mio”, insistette Trent.
Braith prese una borsa di sotto il materasso e la porse all’amico con una
semplicità che lo toccò.
“Sette sous”, contò Trent. “Mi hai stufato! Perché non sei venuto da
me? Mi offendo, Braith! Quante volte debbo ripeterti le stesse cose e
spiegarti che siccome ho del denaro, è mio dovere dividerlo, ed è dovere
tuo e di tutti gli americani dividerlo con me? Non puoi procurarti neppure
un cent, la città è circondata, e il consolato americano ha il suo daffare con
tutti i pasticci tedeschi e il cielo sa che altro! Perché non ti comporti in
modo sensato?”
“Lo… lo farò, Trent, ma è un debito che forse non potrò mai ripagare
neanche in parte. Sono povero e…”
“Ma certo che mi pagherai! Se fossi un usuraio, chiederei come garanzia
il tuo talento. Quando sarai ricco e famoso…”
“Ma, Trent…”
“Sta bene, ma basta con queste stupidaggini.”
137
Infilò nella borsa una dozzina di monete d’oro, e la rimise sotto il
materasso, sorridendo a Braith. “Quanti anni hai?” domandò.
“Sedici.”
Trent posò la mano, leggermente, sulla spalla dell’amico.
“Io ne ho ventidue, e per quanto ti riguarda, ho tutti i diritti di un
nonno. Farai quello che ti dico, fino a quando avrai compiuto i ventun
anni.”
“L’assedio finirà prima, spero”, disse Braith, cercando di ridere; ma la
preghiera che era nei loro cuori, “Per quanto ancora, o Dio, per quanto
ancora?”, ricevette come unica risposta il sibilo fulmineo di una bomba che
volava nelle nubi temporalesche di quella notte dicembrina.

2
West era ritto sulla soglia di una casa di Rue Serpente e parlava in tono
collerico. Diceva che non gliene importava affatto se a Hartman piaceva o
no; gli stava dando un ordine, non stava semplicemente discutendo con lui.
“E dici di essere americano!” sbuffò. “Di americani così ne sono pieni
Berlino e l’inferno. Non fai che ronzare attorno a Colette con le tasche
piene di pane bianco e di carne di bue, e con una bottiglia di vino da trenta
franchi, e non puoi permetterti di offrire un dollaro per l’Ambulanza e
l’Assistenza Pubblica Americana, mentre Braith lo fa, e lui è mezzo morto
di fame!”
Hartman arretrò sul marciapiede, ma West lo seguì, rannuvolato in
volto.
“Non osare più affermare che sei un mio compatriota!” ringhiò. “No…
e neanche un artista! Gli artisti non s’imboscano nei servizi della Difesa
pubblica, dove non fanno altro che mangiare come ratti alle spalle del
popolo! E tanto vale che te lo dica”, continuò, abbassando la voce, perché
Hartman aveva sussultato, punto sul vivo, “farai meglio a tenerti alla larga
dalla Brasserie alsaziana e dai ladri dall’aria soddisfatta che la frequentano.
Sai che cosa fanno ai tipi sospetti!”
“Tu menti, carogna” urlò Hartman, e scagliò la bottiglia che aveva in
mano contro la faccia di West. In un secondo, West lo afferrò per la gola,
lo spinse contro il muro e lo scrollò rabbiosamente.

138
“Ascoltami bene”, mormorò, a denti stretti. “Tu sei già sospetto ed io,
lo giuro, credo che tu sia una spia stipendiata! Non è compito mio scoprire
simili vermi, e non ho intenzione di denunciarti, ma stammi bene a sentire!
A Colette non sei simpatico e io non ti sopporto, e se ti ripesco ancora in
questa strada, ti giuro che andrà a finir male. Squagliati, prussiano!”
Hartman era riuscito a togliersi dalla tasca un coltello, ma West glielo
strappò e lo gettò nella fogna. Un gamin che aveva assistito alla scena
scoppiò in una risata squillante che echeggiò nella strada silenziosa. Poi,
tutto intorno, parecchie finestre si spalancarono, e molte facce sparute
apparvero, curiose di scoprire perché qualcuno ridesse in quella città
affamata.
“Una vittoria?” mormorò uno.
“Guarda!” gridò West, mentre Hartman si rialzava da terra. “Guarda,
carogna, guarda quelle facce!” Ma Hartman gli lanciò un’occhiata che non
avrebbe mai dimenticato, e si allontanò senza dire una parola, Trent, che
era comparso improvvisamente all’angolo, lanciò un’occhiata incuriosita a
West, il quale si limitò ad indicare con un cenno del capo la porta, dicendo:
“Entra; di sopra c’è Fallowby.”
“Che ci fai con quel coltello?” domandò Fallowby, quando West e
Trent entrarono nello studio.
West si guardò la mano ferita che stringeva ancora l’arma, ma disse:
“Mi sono tagliato.” Poi buttò il coltello in un angolo e si lavò il sangue che
gli macchiava le dita.
Fallowby, grasso e pigro, lo osservò senza fare commenti: ma Trent,
indovinando come erano andate le cose, gli si avvicinò sorridente.
“Ho un osso da dividere con te!” esclamò.
“Dov’è? Ho fame”, rispose Fallowby con ostentata impazienza, ma
Trent, aggrottando la fronte, gli ingiunse di ascoltarlo.
“Quanto ti ho anticipato, una settimana fa?”
“Trecento e ottanta franchi”, rispose l’altro, con un fremito di
contrizione.
“Dove sono?”
Fallowby si lanciò in una serie di complicate spiegazioni che Trent
interruppe quasi subito.
“Lo so; li hai buttati via. Li butti sempre via. Non m’importa niente
cosa facevi prima dell’assedio; so che sei ricco e hai diritto di disporre del
139
tuo denaro come preferisci, e so anche che la cosa non mi riguarda, in
generale. Ma adesso mi riguarda, perché devo fornire io i fondi fino a
quando tu ti procurerai altro denaro, e non potrai farlo sino a quando
l’assedio sarà finito in un modo o nell’altro. Sono disposto a spartire quello
che ho, ma non mi piace di vederlo buttare dalla finestra. Oh, sì,
naturalmente so che mi rimborserai, ma il problema non è questo; e
comunque, vecchio mio, i tuoi amici sono convinti che non ti farebbe male
un po’ di astinenza dai piaceri della carne. Sei senza dubbio un fenomeno
vivente, in questa città di scheletri, devastata dalla fame!”
“Sono un po’ robusto”, ammise Fallowby.
“È vero che sei a corto di quattrini?” domandò Trent.
“Si, è vero”, sospirò l’altro.
“Quella porchetta arrosto di Rue St. Honoré… c’è ancora?” domandò
Trent.
“C… c… cosa?” balbettò Fallowby.
“Ah! Mi pareva di averti visto in estasi almeno una dozzina di volte,
davanti a quella porchetta!”
Poi, ridendo, offrì a Fallowby un rotolo di monete da venti franchi.
“Se spendi anche questi in lussi”, disse poi, “dovrai arrangiarti da solo.”
Poi andò ad aiutare West che era seduto accanto alla bacinella e si stava
fasciando la mano.
West lasciò che l’altro facesse il nodo, poi disse: “Ti ricordi, ieri,
quando ho lasciato te e Braith per portare il pollo a Colette?”
“Un pollo! Santo cielo!” gemette Fallowby.
“Un pollo”, ripeté West, godendosi l’angoscia dell’altro. “Io… voglio
dire… le cose sono cambiate. Colette ed io abbiamo intenzione di
sposarci…”
“E… e… il pollo?” mugolò Fallowby.
“Zitto tu!” rise Trent; prese per il braccio West e si avviò verso la scala.
“Quella poverina”, disse West. “Pensa, da una settimana non aveva più
neppure un pezzetto di legna da ardere, e non voleva dirmelo, perché
pensava che mi servisse per il mio modello d’argilla. Puah! Quando l’ho
saputo, ho fatto a pezzi quella ninfa d’argilla, e gli altri possono gelare e
andare al diavolo!” Dopo un attimo aggiunse, timidamente: “Perché non
passi a dirle bon soir? È al numero 17.”

140
“Sì”, disse Trent, e uscì, chiudendosi la porta alle spalle, senza far
rumore.
Si fermò al terzo pianerottolo, accese un fiammifero, scrutò i numeri
sulla fila di porte malconce e bussò al numero 17.
“C’est toi, Georges?” La porta si aprì.
“Oh, pardon, Monsieur Jack. Credevo che fosse Monsieur West.” Poi,
arrossendo violentemente: “Oh, vedo che l’ha saputo. Oh, la ringrazio
molto per i suoi auguri, e sono sicura che noi ci amiamo moltissimo e…
muoio dalla voglia di vedere Sylvia e di dirglielo e…”
“E cosa?” rise Trent.
“Sono molto felice”, sospirò lei.
“Lui è un ragazzo d’oro”, rispose Trent, e poi, gaiamente: “Voglio che
lei e George veniate a cena da noi, stasera. È un pranzetto… vede, domani
è la fête di Sylvia. Compirà diciannove anni. Ho scritto a Thorne, e i
Guernalec porteranno la loro cugina, Odile. Fallowby si è impegnato a non
portare altri che se stesso.”
La ragazza accettò, timidamente, lo pregò di portare molti saluti
affettuosi a Sylvia, e Trent le augurò la buonanotte.
Si avviò lungo la strada, camminando svelto perché il freddo era
pungente; tagliò attraverso Rue de la Lune ed entrò in Rue de Seine. La
notte invernale era calata quasi senza preavviso, ma il cielo era limpido e vi
brillavano migliaia di stelle. Il bombardamento era divenuto furioso: il
continuo tuono rotolante del cannone prussiano, punteggiato dalle pesanti
scosse di Mont Valérien.
I proiettili sfrecciavano nel cielo lasciando scie di stelle cadenti; quando
Trent si voltò a guardare, razzi azzurri e rossi lampeggiarono sopra
l’orizzonte, dal Forte di Issy, e la Fortezza del Nord ardeva come un falò.
“Buone notizie!” gridò un uomo dal Boulevard St. Germaine. Come
per magia, le strade si riempirono di gente… gente tremante e loquace,
dagli occhi infossati.
“Jacques!” gridò uno. “L’armata della Loira!”
“Eh, mon vieux, finalmente è arrivata! Te l’avevo detto! Te l’avevo detto!
Domani… stanotte… chissà?”
“È vero? C’è una sortie?”

141
Qualcuno disse: “Oh, Dio, una sortita… e mio figlio?” Un altro gridò:
“Verso la Senna? Dicono che si possono vedere le segnalazioni dell’Armata
della Loira, dal Pont Neuf.”
Vicino a Trent, un bambino continuava a ripetere: “Mamma, mamma,
allora domani possiamo mangiare pane bianco?” E accanto a lui, un
vecchio vacillava, inciampando, stringendosi al petto le mani
incartapecorite, e mormorava frasi insensate.
“È proprio vero? Chi ha sentito la notizia? Il calzolaio di Rue de Buci
l’ha saputo da un Mobile che aveva sentito un Franc-tireur ripeterlo a un
capitano della Guardia Nazionale.”
Trent seguì la folla che si riversava verso il fiume attraverso Rue de
Seine.
Un razzo dopo l’altro trapassava il cielo; da Montmartre tuonò il
cannone, e le batterie di Montparnasse si unirono al frastuono. Il ponte era
pieno di gente.
Trent domandò: “Chi ha visto le segnalazioni dell’Armata della Loira?”
“Stiamo aspettando”, fu la risposta.
Guardò verso il Nord. All’improvviso, la sagoma enorme dell’Arc de
Triomphe balzò in un rilievo nero contro il bagliore di una cannonata. Il
rimbombo rotolò lungo il Quai, e il vecchio ponte vibrò.
Un lampo e una pesante esplosione provenienti dal Point du Jour
scossero nuovamente il ponte, e poi l’intero bastione orientale delle
fortificazioni avvampò e crepitò, lanciando alta nel cielo una fiamma rossa.
“Qualcuno ha già visto le segnalazioni?” chiese di nuovo Trent.
“Stiamo aspettando”, fu la risposta.
“Sì, aspettano”, mormorò un uomo dietro di lui. “Aspettano, stanchi,
infreddoliti, affamati, ma aspettano. C’è una sortita? Ci vanno ben felici.
C’è da soffrire la fame? Soffrono la fame. Non hanno tempo per pensare
alla resa. Sono degli eroi, questi parigini? Risponda, Trent!”
Il chirurgo dell’Ambulanza Americana si voltò a scrutare il ponte.
“Qualche notizia, dottore?” chiese Trent, automaticamente.
“Notizie?” fece il dottore. “Non mi risulta. Non ho tempo per
ascoltarle. Che vuole questa gente?”
“Dicono che l’Armata della Loira ha fatto segnalazioni a Mont
Valérien.”

142
“Poveri diavoli.” Il dottore si guardò attorno per un istante, poi
proseguì: “Sono così preoccupato e assillato che non so più cosa fare.
Dopo l’ultima sortita abbiamo dovuto fare il lavoro di cinquanta
ambulanze, con quei pochi mezzi di cui disponiamo. Domani ci sarà
un’altra sortita, e vorrei che tutti voi poteste venire al Quartier Generale.
Forse avremo bisogno di volontari. Come sta madame?” aggiunse,
bruscamente.
“Bene”, rispose Trent. “Ma mi sembra che diventi sempre più nervosa
ogni giorno che passa. Dovrei essere con lei, adesso.”
“Abbia cura di lei”, disse il dottore; poi, lanciando una breve occhiata
alla folla: “Adesso non posso fermarmi… Buonanotte!” E si allontanò
svelto, mormorando: “Poveri diavoli!”
Trent si appoggiò al parapetto e, sbattendo le palpebre, guardò il fiume
nero che vorticava attorno alle arcate. Oggetti scuri, trasportati dalla
corrente rapida, urtavano con un rumore lacerante le banchine di pietra,
roteavano per un istante, e precipitavano via, nell’oscurità. I ghiacci della
Marna.
Mentre Trent guardava l’acqua, una mano si posò sulla sua spalla.
“Salve, Southwark!” esclamò lui, voltandosi. “Che posto strano per lei!”
“Trent, devo dirle una cosa. Non resti qui… non creda all’Armata della
Loira.” L’attaché della Legazione americana prese Trent per un braccio e lo
trascinò verso il Louvre.
“Allora è un’altra menzogna!” fece Trent, amaramente.
“Peggio… Alla Legazione lo sappiamo, e non possono parlarne. Ma
non è questo che dovevo dirle. Questo pomeriggio è successo qualcosa. C’è
stata un’irruzione alla Brasserie alsaziana ed hanno arrestato un americano,
un certo Hartman. Lo conosce?”
“Conosco un tedesco che dice di essere americano e che si chiama
Hartman.”
“Bene, lo hanno arrestato due ore fa. Hanno intenzione di fucilarlo.”
“Cosa!?”
“Naturalmente, noi della Legazione non possiamo permettere che lo
fucilino così, ma le prove sembrano schiaccianti.”
“È una spia?”
“Beh, le carte trovate a casa sua sono prove sufficienti, e per giunta lo
hanno sorpreso con le mani nel sacco, dicono, mentre frodava il Comitato
143
dell’Approvvigionamento Pubblico. Ritirava razioni per cinquanta persone;
come, non lo so. Lui sostiene di essere un artista americano, e noi, alla
Legazione, siamo stati costretti ad occuparcene. Una brutta storia.”
“Frodare il popolo di questi tempi è peggio che derubare una cassetta
delle elemosine!” gridò Trent, indignato. “Lasciate che lo fucilino!”
“È cittadino americano.”
“Sì, oh, sì”, disse l’altro, amaramente. “La cittadinanza americana è un
privilegio prezioso, quando tutti i tedeschi…” La collera lo soffocava.
Southwark gli strinse la mano, con calore. “Non possiamo farne a
meno; dobbiamo intervenire. Temo che lei verrà chiamato a identificarlo
per un artista americano”, disse, con l’ombra di un sorriso sul volto
profondamente segnato; poi si allontanò verso il Cours la Reine.
Trent imprecò tra sé per un momento, poi si tolse l’orologio dal
taschino. Erano le sette.
“Sylvia sarà in pensiero”, si disse, e allungando il passo ritornò verso il
fiume. La folla era ancora ammucchiata, tremante, sopra il ponte, una
massa cupa e patetica, che cercava con lo sguardo, nella notte, i segnali
dell’Armata della Loira. I cuori battevano al ritmo del tuonare dei cannoni,
gli occhi s’illuminavano ai lampi provenienti dai bastioni, e la speranza
s’innalzava con i razzi.
Sopra le fortificazioni incombeva una nube nera. Da orizzonte a
orizzonte il fumo delle cannonate si estendeva in fasce ondeggianti, ora
avvolgendo le guglie e le cupole, ora soffiando refoli sbrindellati lungo le
strade, ora scendendo dai tetti delle case, avviluppando i lungofiume, i
ponti e il fiume, in un vapore sulfureo. E attraverso la coltre di fumo i
lampi dei cannoni scaturivano abbaglianti, mentre di tanto in tanto uno
squarcio, in alto, mostrava un’insondabile volta nera punteggiata di stelle.
Trent svoltò di nuovo in Rue de Seine; la strada era triste e
abbandonata, con le file d’imposte chiuse e di lampioni spenti. Si sentiva un
po’ nervoso e un paio di volte si augurò di avere con sé un revolver, ma le
figure furtive che lo incrociavano nell’oscurità erano troppo indebolite dalla
fame per essere pericolose, pensò. Arrivò al suo portone senza che nessuno
lo molestasse. Ma poi qualcuno gli balzò alla gola. Rotolò più volte sul
selciato gelido, stretto al suo assalitore, cercando di strapparsi il cappio che
gli serrava il collo, e poi, con un balzo, scattò in piedi.
“Alzati”, gridò all’altro.
144
Lentamente, senza paura, un piccolo gamin si rialzò e squadrò Trent con
disgusto.
“Un bel trucco”, fece questi. “Un bambino della tua età! Finirai al
muro, prima o poi! Dammi quella corda!”
Il monello gli porse il cappio, senza dire una parola.
Trent accese un fiammifero e scrutò l’assalitore. Era l’ammazzaratti del
giorno prima.
“Uhm… L’avevo immaginato”, mormorò.
“Tien, c’est toi?” fece tranquillamente il gamin.
L’impudenza, l’audacia di quel ragazzetto lasciarono Trent senza fiato.
“Non sai, giovane strangolatore” ansimò, “che i ladri della tua età li
fucilano?”
Il ragazzino girò verso di lui un volto spassionato.
“Allora spara.”
Era troppo. Trent girò sui tacchi ed entrò nel palazzo.
Salì a tentoni le scale non illuminate e finalmente arrivò al suo
pianerottolo e cercò la porta, nel buio. Dal suo studio giungeva un suono di
voci: la risata cordiale di West e il ridacchiare di Fallowby. Finalmente trovò
la maniglia; spinse l’uscio, e per un attimo restò abbagliato dalla luce.
“Salve, Jack”, gridò West. “È molto gentile da parte tua, invitare la
gente a cena e poi farsi aspettare. Fallowby, qui, sta piangendo per la
fame…”
“Stai zitto”, osservò quest’ultimo. “Forse è uscito a comprare un
tacchino.”
“È stato fuori a strozzare la gente: guarda quel cappio!” rise Guernalec.
“Dunque è così che ti procuri il denaro”, aggiunse West.
“Vive le coup du Père François!”
Trent strinse la mano a tutti, e rise, scorgendo il volto pallido di Sylvia.
“Non volevo far tardi. Mi sono fermato un momento sul ponte a
guardare il bombardamento. Eri in pena, Sylvia?”
Lei sorrise e mormorò: “Oh, no!” Ma gli prese la mano e la strinse,
convulsamente.
“A tavola!” gridò Fallowby, lanciando un gioioso evviva. “Calma,
calma”, osservò Thorne, richiamandolo alle buone maniere. “Non sei tu il
padrone di casa, ricordalo.”

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Marie Guernalec, che fino a quel momento aveva chiacchierato con
Colette, si alzò e prese il braccio di Thorne, mentre Monsieur Guernalec
prendeva quello di Odile.
Con un cerimonioso inchino, Trent offrì il braccio a Colette, West lo
offrì a Sylvia, mentre Fallowby gravitava ansioso alla retroguardia.
“Bisogna marciare tre volte attorno alla tavola cantando la Marsigliese”,
spiegò Sylvia. “E Monsieur Fallowby batterà sulla tavola per dare il tempo.”
Fallowby propose di cantare dopo cena, ma la sua protesta fu
sommersa dal coro:

“AUX ARMES!
FORMEZ VOS BATAILLONS!”

Marciarono attorno alla stanza, cantando:

“MARCHONS! MARCHONS!”

con tutto il loro fiato, mentre Fallowby, di malagrazia, batteva sulla


tavola, consolandosi un po’ al pensiero che quell’esercizio gli avrebbe
aguzzato l’appetito. Hercules, il cane nero dal pelo lucido, fuggì sotto al
letto, e una volta al sicuro abbaiò e guaì fino a quando Guernalec lo tirò
fuori e lo posò sulle ginocchia di Odile.
“E adesso”, disse Trent solennemente, quando tutti furono seduti,
“udite!” E lesse il menu.

Zuppa di carne à la Siège de Paris.


____
Pesce.
Sardine à la Père Lachaise.
(Vino Bianco)
____
Rôti
(Vino Rosso).
Filetto fresco à la sortie.
____
Verdure.
146
Fagioli in Scatola à la chassepot,
Piselli in Scatola Gravelotte,
Patate Irlandaises,
Verdure Miste
____
Carne in Scatola Fredda à la Thiers,
Prugne Cotte à la Garibaldi.
____
Dessert.
Prugne secche – Pane bianco,
Gelatina di Ribes,
Tè – Caffè,
Liquori
Pipe e Sigarette

Fallowby applaudì freneticamente, e Sylvia servì la zuppa. “Non è


deliziosa?” sospirò Odile.
Marie Guernalec sorseggiava, in estasi.
“È tutta un’altra cosa del cavallo, e non m’importa quello che dicono, il
cavallo ha un sapore diverso dal manzo”, bisbigliò Odette a West.
Fallowby, che aveva già finito, cominciò ad accarezzarsi il mento e ad
adocchiare la zuppiera.
“Ne vuoi ancora, vecchio mio?” chiese Trent.
“Monsieur Fallowby, non posso dargliene più”, annunciò Sylvia. “Questa
la tengo da parte per la concierge.” Fallowby puntò gli occhi sul pesce.
Le sardine, tolte caldissime dalla griglia, furono un grande successo.
Mentre gli altri mangiavano, Sylvia corse al piano terreno con la zuppa per
la vecchia concierge e per il marito. Quando ritornò, ansimante e rossa in
viso, s’infilò al suo posto rivolgendo a Trent un sorriso felice. Allora il
giovane si alzò, e i commensali tacquero. Per un attimo guardò Sylvia, e
pensò che non l’aveva mai vista così bella.
“Tutti sapete”, cominciò, “che oggi è il diciannovesimo compleanno di
mia moglie…”
Fallowby, gorgogliando per l’entusiasmo, agitò in cerchio il bicchiere
sopra la propria testa, con grande terrore di Colette e di Odile, che gli erano
sedute accanto, e Thorne, West e Guernalec riempirono tre volte i loro
147
bicchieri prima che si calmasse l’uragano di applausi suscitato dal brindisi a
Sylvia.
Per tre volte i bicchieri furono riempiti e vuotati in onore di Sylvia, e
poi una volta in onore di Trent, che protestò.
“Questo è irregolare”, gridò. “Il prossimo brindisi è per le repubbliche
sorelle, Francia e America!”
“Alle repubbliche! Alle repubbliche!” gridarono tutti; bevvero tra
esclamazioni di “Vive la France! Vive l’Amerique! Vive la Nation!”
Poi Trent, rivolgendo un sorriso a West, brindò: “A una Coppia
Felice!” Tutti capirono, e Sylvia si sporse a baciare Colette, mentre Trent
s’inchinava a West.
Il filetto venne mangiato con relativa calma, ma quando terminò, e una
porzione venne messa da parte per i vecchi portinai, Trent gridò: “Beviamo
a Parigi! Che possa risorgere dalle rovine e schiacciare l’invasore!” Scoppiò
un applauso che per un momento sommerse il tuono monotono dei
cannoni prussiani.
Accesero pipe e sigarette, e Trent ascoltò per qualche istante il
chiacchierio animato attorno a lui, spezzato dalle risatine delle ragazze e dal
ridacchiare bonario di Fallowby. Poi si rivolse a West.
“Questa notte ci sarà una sortita”, disse. “Ho visto il chirurgo
dell’Ambulanza Americana, poco prima di rientrare e mi ha chiesto di
parlare con voi. Qualunque aiuto potremo dare sarà prezioso.”
Poi abbassò la voce e parlò in inglese.
“In quanto a me, uscirò con l’ambulanza domattina. Naturalmente non
c’è nessun pericolo, ma è meglio non farlo sapere a Sylvia.”
West annuì. Thorne e Guernalec, che avevano ascoltato, s’intromisero
per offrire il loro aiuto, e Fallowby, con un gemito, si propose come
volontario.
“Sta bene”, disse in fretta Trent. “Non parliamone più, per ora, ma
troviamoci domattina alle otto al Quartier Generale dell’Ambulanza.”
Sylvia e Colette, un po’ inquiete per quella conversazione in inglese,
vollero sapere di cosa avevano parlato.
“Di cosa parla di solito uno scultore?” gridò West, con una risata.
Odile lanciò uno sguardo di rimprovero a Thorne, il suo fiancé.
“Tu non sei francese, sai, e questa guerra non è affar tuo”, disse con
grande dignità.
148
Thorne non rispose, ma West assunse un’aria di virtù oltraggiata.
“A quanto pare”, disse a Fallowby, “un poveraccio non può discutere le
bellezze della scultura greca nella sua lingua madre, senza venire sospettato
apertamente.”
Colette si nascose la bocca con la mano e mormorò, rivolgendosi a
Sylvia: “Questi uomini sono dei bugiardi spaventosi.”
“Credo che la parola ‘ambulanza’ sia molto simile in tutte e due le
lingue”, disse vivacemente Marie Guernalec. “Sylvia, non fidarti di
Monsieur Trent.”
“Jack”, bisbigliò Sylvia, “promettimi…” L’interruppe un bussare alla
porta dello studio.
“Avanti!” gridò Fallowby, ma Trent balzò in piedi, aprì la porta e
guardò fuori. Poi scusandosi frettolosamente con gli altri, uscì nel corridoio
e chiuse la porta.
Quando ritornò, brontolava tra sé. “Che c’è, Jack?” gridò West.
“Che c’è?” ripeté Trent, esasperato. “Te lo dirò io che c’è. Ho ricevuto
un dispaccio del consolato americano. Devo andare immediatamente a
identificare come compatriota e collega uno sporco ladro e spia tedesca!”
“Non andarci”, suggerì Fallowby.
“Se non vado, lo fucileranno subito.”
“Lascia che lo facciano”, brontolò Thorne.
“Sapete chi è?”
“Hartman!” gridò West, in tono ispirato.
Sylvia balzò in piedi mortalmente pallida, ma Odile le cinse la vita con
un braccio e, sorreggendola, l’accompagnò a sedersi. Poi disse con calma:
“Sylvia si sente male… La stanza è troppo calda… Portate un po’ d’acqua.”
Trent si affrettò a dargliela.
Sylvia aprì gli occhi, e dopo un attimo si alzò. Sostenuta da Marie
Guernalec e da Trent, andò in camera da letto.
Fu come il segnale per andarsene; tutti strinsero la mano a Trent,
dicendo di sperare che Sylvia si riprendesse dopo un buon sonno, e
dichiarandosi certi che non fosse nulla di grave.
Quando Marie Guernalec si congedò da lui, evitò il suo sguardo, ma
Trent le parlò cordialmente e la ringraziò per l’aiuto.
“Posso fare qualcosa, Jack?” chiese West, esitando; poi corse giù per le
scale, per raggiungere gli altri.
149
Trent si affacciò alla ringhiera, ascoltando i passi e il parlottio; poi il
portone sbatté e nella casa ritornò il silenzio. Indugiò, fissando il buio e
mordendosi le labbra. Poi, con un movimento impaziente, “Sono pazzo!”
mormorò. Accese una candela e andò in camera da letto. Sylvia era sdraiata.
Si piegò su di lei, accarezzandole i riccioli della fronte.
“Ti senti meglio, cara Sylvia?”
Lei non rispose, ma alzò gli occhi verso di lui. Per un istante Trent
incontrò quello sguardo, ma ciò che vi lesse gli agghiacciò il cuore. Sedette,
nascondendosi il viso tra le mani.
Finalmente lei parlò, con una voce mutata e tesa, una voce che Trent
non aveva mai udito; abbassò le mani e ascoltò, rigido sulla sedia.
“Jack, è venuto il momento. L’ho temuto e ho tremato… ah, quante
volte sono rimasta sveglia, la notte, con questo peso sul cuore, e ho pregato
di poter morire prima che tu lo venissi a sapere! Ti amo, Jack, e se te ne
andrai non potrò sopravvivere. Ti ho ingannato… è accaduto prima di
conoscerti, ma fin dal primo giorno, quando mi trovasti piangente al
Lussemburgo e mi rivolgesti la parola, Jack, io ti sono stata fedele in ogni
pensiero e in ogni azione. Ti ho amato fin dal primo momento, e non
osavo dirti questo… temevo che mi avresti lasciata. E poiché il mio amore
è cresciuto e cresciuto… oh! Io soffrivo, ma non osavo dirtelo. E adesso tu
sai, eppure non sai ancora il peggio. Per lui… adesso… che me ne importa?
È stato crudele… oh, così crudele!”
Sylvia si nascose il volto tra le braccia.
“Devo continuare? Devo dirti… Non puoi immaginare, oh, Jack…”
Lui non si mosse; i suoi occhi sembravano spenti.
“Io… io ero tanto giovane. Non sapevo niente e lui diceva… diceva di
amarmi…”
Trent si alzò e colpì la candela con il pugno chiuso, e la stanza piombò
nell’oscurità.
Le campane di St. Sulpice batterono l’ora, e Sylvia trasalì parlando con
fretta febbrile.
“Devo finire! Quando tu dicesti che mi amavi, non… non mi chiedesti
nulla. Ma allora, già allora, era troppo tardi, e quell’altra vita che mi lega a lui
starà sempre tra me e te! Perché c’è un altro, che lui ha preteso per sé. Lui
non deve morire. Non possono fucilarlo… per il bene di quell’altro!”

150
Trent rimase immobile, ma i suoi pensieri turbinavano in un vortice
interminabile.
Sylvia, la piccola Sylvia, che divideva con lui la sua vita di studente, e
sopportava insieme a lui la tremenda desolazione dell’assedio, senza
lagnarsi… quella ragazza snella dagli occhi azzurri che gli era tanto cara,
che lui carezzava o provocava a seconda dell’umore, che talvolta lo
spazientiva un poco con la sua devozione appassionata… poteva essere la
stessa Sylvia che giaceva piangendo nel buio?
Poi strinse i denti. “Lascialo morire! Lascialo morire!” Ma per amore di
Sylvia e… per amore dell’altro… Sì, sarebbe andato: doveva andare. Il suo
dovere era chiaro. Ma Sylvia… non poteva essere più ciò che era stato per
lei, eppure un terrore vago lo afferrava, ora che era stato detto tutto.
Tremando, accese una lampada.
Lei giaceva sul letto, i riccioli che le ricadevano sul viso, le manine
bianche strette al petto.
Non poteva lasciarla, e non poteva restare. Non si era mai accorto di
amarla. Era stata solo una compagna, quella moglie bambina. Ah! Adesso
l’amava con tutto il cuore e con tutta l’anima, adesso che era troppo tardi.
Troppo tardi? Perché? Poi pensò all’altro, che la legava, la legava per
sempre a quell’uomo minacciato di morte. Con un’imprecazione si lanciò
verso la porta, ma l’uscio non si aprì, o forse era lui stesso che lo premeva,
lo chiudeva… e si gettava in ginocchio accanto al letto, sapendo che non
avrebbe osato lasciare ciò che per lui era tutto, nella vita.

3
Erano le quattro del mattino quando Trent uscì dalla prigione dei
condannati insieme al segretario della Legazione Americana. Una piccola
folla si era raccolta attorno alla carrozza del console americano ferma
davanti alla prigione. I cavalli battevano gli zoccoli sulla strada gelata, il
cocchiere stava rannicchiato a cassetta, avvolto nella pelliccia. Southwark
aiutò il segretario a salire in carrozza, e strinse la mano a Trent,
ringraziandolo per essere venuto.
“La faccia che ha fatto quel mascalzone!” esclamò. “La sua
testimonianza è stata peggio di un calcio, ma per il momento, almeno, gli

151
ha salvato la vita… e ha impedito ogni complicazione.” Il segretario
sospirò.
“La nostra parte l’abbiamo fatta. Adesso, anche se provano che è una
spia, noi possiamo lavarcene le mani. Salga, capitano! Venga anche lei,
Trent!”
“Ho una parola da dire al capitano Southwark, adesso mi aiuti lei. Sa
che il… il bambino è nell’appartamento di quell’uomo. Vada a prenderlo e
lo porti a casa mia. Se quell’uomo verrà fucilato, lo terrò io.”
“Capisco”, disse il capitano, con aria grave.
“Lo farà subito?”
“Immediatamente”, rispose Southwark.
Si strinsero la mano, con calore, poi il capitano Southwark salì in
carrozza, accennando a Trent di seguirlo, ma l’altro scosse il capo
mormorando un saluto. La carrozza si allontanò.
La seguì con lo sguardo sino in fondo alla strada, poi si avviò verso il
suo quartiere; ma dopo un paio di passi esitò, si fermò e finalmente
s’incamminò nella direzione opposta. Qualcosa, forse la vista del
prigioniero, lo aveva nauseato. Aveva bisogno di solitudine e di quiete per
riordinare i suoi pensieri. Gli eventi di quella sera l’avevano sconvolto
terribilmente, ma voleva camminare, seppellire tutto, e poi ritornare da
Sylvia. S’incamminò a passo svelto e per qualche momento i pensieri cupi
sembrarono svanire, ma quando alla fine si fermò, ansimante, sotto l’Arc de
Triomphe, l’amarezza e la desolazione… sì, della sua vita sbagliata
tornarono a trafiggerlo. Poi il volto del prigioniero, contratto nell’orribile
smorfia di paura, crebbe nell’ombra, davanti ai suoi occhi.
Con il cuore dolorante, vagò avanti e indietro, sotto al grande Arco,
cercando di tenere impegnata la propria mente; levò gli occhi verso i
bassorilievi, per leggere i nomi degli eroi e delle battaglie che vi erano
scolpiti, ma il viso cinereo di Hartman lo seguiva sempre, sogghignante di
terrore… Ma era terrore, o non piuttosto trionfo? A quel pensiero sussultò
come se si sentisse un coltello alla gola; ma dopo una furiosa camminata
attorno alla piazza, ritornò indietro e sedette a lottare con la propria
infelicità.
L’aria era fredda, ma le guance gli ardevano di vergogna rabbiosa.
Vergogna? Perché? Perché aveva sposato una ragazza che il caso aveva reso
madre? L’amava? Quella miserabile esistenza zingaresca, dunque, era il fine
152
e lo scopo della sua vita? Rivolse lo sguardo sui segreti del suo cuore, e vi
lesse una storia malvagia, la storia del passato. Si coprì il viso per la
vergogna, mentre, al ritmo del dolore sordo che gli martellava nella testa, il
cuore batteva la storia per il futuro. Vergogna e disonore.
Scosso finalmente da una letargia che aveva cominciato a ottundere
l’amarezza dei suoi pensieri, alzò la testa e si guardò intorno. Una nebbia
improvvisa era discesa sulle strade; l’Arco ne era soffocato. Sarebbe andato
a casa. Lo prese l’orrore di essere solo. Ma non era solo. La nebbia era
popolata di fantasmi. Si muovevano attorno a lui, tra i vapori, svanivano
attraverso le arcate in lunghe file, mentre altri si levavano dalla nebbia, gli
passavano accanto e venivano inghiottiti. Non era solo, perché gli si
affollavano al fianco, lo circondavano, lo toccavano, brulicavano davanti a
lui, accanto a lui, dietro di lui, lo spingevano, lo afferravano, lo trascinavano
con loro nella nebbia. Lungo un’avenue buia, per vicoli e viali bianchi di
nebbia si muovevano i fantasmi, e se parlavano le loro voci erano spente
come il vapore che li avvolgeva. Finalmente, una massa di terra e di
muratura tagliata da un massiccio cancello di ferro si levò torreggiando
dalla nebbia. Sempre più lentamente i fantasmi scivolarono, spalla contro
spalla, coscia contro coscia. Poi ogni movimento cessò. Una brezza
improvvisa agitò la nebbia, che ondeggiò e defluì. Gli oggetti si fecero più
nitidi. Un pallore apparve sopra l’orizzonte, sfiorando gli orli delle nubi
gonfie d’acqua e trasse scintillii cupi da mille baionette. Baionette… Erano
dovunque: fendevano la nebbia, o scorrevano sotto di essa in fiumi
d’acciaio. In alto, sul muraglione di mattoni e di terra stava un grande
cannone, e attorno ad esso si muovevano delle figure. Sotto, un ampio
torrente di baionette scorreva attraverso la porta dal cancello di ferro, si
riversava nella pianura buia. Si fece più chiaro. Le facce divennero più
distinte tra le masse che marciarono, e Trent ne riconobbe una.
“Tu, Philippe!”
La figura girò la testa.
Trent gridò: “C’è posto anche per me?” Ma l’altro si limitò ad agitare il
braccio in un vago gesto d’addio e scomparve. Poi cominciò a passare la
cavalleria, uno squadrone dopo l’altro, e si disperse nell’oscurità; poi molti
cannoni, poi un’ambulanza, e ancora le file interminabili di baionette.
Accanto a lui un corazziere era montato sul cavallo fumante; e davanti, in

153
un gruppo di ufficiali scorse un generale con il collo d’astrakan della giubba
alzato attorno al volto esangue.
Alcune donne stavano piangendo, vicino a lui; una di esse cercava
d’infilare una forma di pane nero nello zaino di un soldato. Il soldato
tentava di aiutarla, ma lo zaino era chiuso, e il fucile lo infastidiva. Trent
glielo resse, mentre la donna apriva lo zaino e vi infilava il pane, ormai
umido delle sue lacrime. Il fucile non era pesante; Trent lo trovò
meravigliosamente maneggevole. La baionetta era affilata? La provò. Poi un
desiderio improvviso, rabbioso, imperativo s’impadronì di lui.
“Chouette!” gridò un gamin, aggrappandosi alle sbarre del cancello.
“Encore toi, mon vieux?”
Trent alzò gli occhi, e l’ammazzaratti gli rise in faccia. Ma quando il
soldato ebbe ripreso il fucile e, ringraziandolo, si mise a correre per
raggiungere il suo battaglione, Trent si lanciò tra la folla che circondava la
porta.
“Vai anche tu?” gridò ad un marinaio che, seduto nel fossato si fasciava
il piede.
“Sì.”
Poi una ragazza… una bambina, lo prese per mano e lo condusse nel
caffè di fronte al cancello. La sala era affollata di soldati; alcuni, pallidi e
silenziosi, sedevano sul pavimento; altri, gementi, sui divani coperti di pelle.
L’aria era acre, soffocante.
“Scegli!” disse la ragazza con un piccolo gesto di pietà. “Loro non
possono andare!”
In un mucchio d’indumenti, sul pavimento, Trent trovò un mantello e
un chepì.
La ragazza lo aiutò ad affibbiarsi lo zaino, la cartuccera, e gli mostrò
come si caricava lo chassepot4, tenendolo sulle ginocchia.
Quando lui la ringraziò, lei balzò in piedi. “Sei straniero!”
“Americano”, disse lui, avviandosi verso la porta. Ma la ragazzina gli
sbarrò il passo.
“Io sono bretone. Mio padre è lassù, con il cannone della marina. Ti
sparerà, se sei una spia.”
Per un attimo si fronteggiarono. Poi, sospirando, Trent si chinò e baciò
la ragazzina.

154
“Prega per la Francia, piccola”, mormorò. E lei ripeté, con un pallido
sorriso: “Per la Francia e per te, beau Monsieur.”
Trent attraversò correndo la strada, varcò il cancello. Poi si mise in fila,
facendosi largo a spallate. Passò un caporale, lo guardò, ripassò, e
finalmente chiamò un ufficiale. “Tu sei del 60°”, brontolò il caporale,
guardando il numero sul suo chepì.
“Non ci servono i franc-tireurs”, disse l’ufficiale, dando un’occhiata ai
suoi calzoni neri.
“Mi presento volontario al posto di un camerata”, disse Trent, e
l’ufficiale alzò le spalle e passò oltre.
Nessuno gli prestò molta attenzione; uno o due si limitarono a
sbirciargli i calzoni. La strada era piena di fanghiglia arata e lacerata da ruote
e zoccoli. Un soldato che lo precedeva infilò un piede in un solco
ghiacciato, se lo storse e si trascinò gemendo sulla banchina. Attorno a
loro, la pianura era grigia di neve che si scioglieva. Qua e là, dietro le siepi
devastate, erano fermi carrozzoni che ostentavano bandiere bianche con la
croce rossa. Qualche volta il guidatore era un prete dal cappello e dalla
veste color ruggine, qualche volta un Mobile invalido. Una volta
incrociarono un carrozzone guidato da una suora della Carità. Ai lati della
strada erano ammucchiate case vuote e silenziose, che avevano grandi
squarci nei muri e tutte le finestre sventrate. Più avanti, nella zona del
pericolo, non restava nulla delle abitazioni, salvo, qua e là, un mucchio di
mattoni incrostato di ghiaccio o una cantina annerita, coperta dalla neve.
Da qualche tempo, Trent si sentiva infastidito perché l’uomo che
veniva dietro di lui gli stava alle calcagna. Finì per convincersi che quel
comportamento era intenzionale; si voltò per protestare e si trovò faccia a
faccia con un compagno di studio delle Beaux Arts. Trent spalancò gli
occhi.
“Ti credevo all’ospedale!”
L’altro scosse il capo, indicando si la mascella fasciata.
“Capisco, non puoi parlare. Posso fare qualcosa per te?”
Il ferito si frugò nello zaino e tirò fuori una crosta di pane nero. “Non
può mangiarlo, ha la mascella fracassata, e vuole che tu glielo mastichi”,
spiegò un soldato che gli camminava accanto.
Trent prese la crosta, la stritolò fra i denti, boccone per boccone, e la
porse all’affamato.
155
Di tanto in tanto, ordinanze a cavallo li superavano, correndo verso la
testa della colonna, coprendoli di fango. Fu una marcia silenziosa nel gelo,
attraverso i campi fradici avvolti nella nebbia. Lungo il terrapieno della
ferrovia, al di là del fossato, un’altra colonna avanzava parallela alla loro.
Trent la seguì con gli occhi; era una massa scura, qualche volta distinta,
qualche volta vaga, talora completamente nascosta da un banco di nebbia.
Una volta la perse di vista per mezz’ora, ma quando ricomparve notò una
fila sottile che si distaccava dal fianco e deviava rapidamente verso Ovest.
Nello stesso istante dalla nebbia, più avanti, proruppe un crepitio
prolungato. Altre file cominciarono a staccarsi dalla colonna, deviando
verso Est e verso Ovest, e il crepitio divenne continuo. Passò al galoppo
una batteria, e Trent si tirò indietro, insieme ai suoi compagni, per farle
strada. La batteria entrò in azione un po’ sulla destra del suo battaglione, e
quando lo sparo del primo pezzo echeggiò nella nebbia, il cannone dalle
fortificazioni aprì il fuoco con un rombo poderoso. Un ufficiale passò
accanto a loro al galoppo, gridando qualcosa che Trent non riuscì ad
afferrare; ma poi vide i ranghi davanti a lui separarsi all’improvviso dai suoi
e scomparire nell’ombra. Altri ufficiali sopraggiunsero, a cavallo, e si
fermarono accanto a lui, a scrutare nella nebbia. Molto più avanti il crepitio
era diventato uno scroscio ininterrotto. Attendere era spaventoso. Trent
masticò un po’ di pane per l’uomo che stava dietro di lui e che cercava di
inghiottirlo; ma dopo un po’ scrollò la testa e accennò a Trent di mangiare
il resto. Un caporale gli offrì un po’ di brandy e lui lo bevve. Ma quando si
voltò per restituire la borraccia, il caporale era steso al suolo. Allarmato,
lanciò un’occhiata interrogativa al soldato che gli stava accanto; quello alzò
le spalle e aprì la bocca per parlare, ma qualcosa lo colpì: cadde e rotolò nel
fossato. In quel momento il cavallo di uno degli ufficiali spiccò un balzo e
indietreggiò in mezzo al battaglione, sferrando calci con le zampe
posteriori. Un uomo venne scagliato al suolo; un altro ricevette un calcio in
pieno petto e fu scaraventato in mezzo alle file dei compagni. L’ufficiale
piantò gli speroni nei fianchi del cavallo e lo costrinse di nuovo ad
avanzare; l’animale si arrestò, tremando. Le cannonate sembravano farsi più
vicine. Un ufficiale dello Stato Maggiore, che cavalcava lentamente avanti e
indietro sul fianco del battaglione, all’improvviso si piegò sulla sella e si
aggrappò alla criniera della sua cavalcatura. Uno degli stivali pendeva,
arrossato e sgocciolante, dalla staffa. Poi, dalla nebbia più avanti, uscirono
156
correndo degli uomini. Le strade, i campi, i fossati ne erano pieni; molti di
loro caddero. Per un istante, a Trent parve di scorgere dei cavalieri che si
aggiravano come fantasmi tra i vapori, e un uomo dietro di lui bestemmiò
orribilmente, gridò che li aveva visti anche lui e che erano Ulani; ma il
battaglione rimase inattivo, e la nebbia tornò ad avvolgere i campi.
Il colonnello sedeva pesantemente in sella, la testa aguzza sepolta nel
collo d’astrakan della sua giubba, le gambe grasse tese all’esterno nelle
staffe.
I trombettieri si radunarono attorno a lui con le trombe levate; e dietro
un ufficiale di Stato Maggiore, dalla giubba celeste, fumava una sigaretta e
parlava con un ufficiale degli Ussari. Dalla strada più avanti giunse il suono
di un galoppo furioso; un’ordinanza venne a fermarsi davanti al colonnello,
che gli fece cenno di passare indietro, senza neppure girare la testa. Poi,
sulla sinistra, si levò un mormorio confuso che finì in un grido. Un Ussaro
passò come il vento, seguito da un altro e poi da un altro ancora; uno dopo
l’altro, gli squadroni sfrecciarono davanti a loro tra i banchi di nebbia. In
quell’istante il colonnello si sollevò sulle staffe, le trombe squillarono e
tutto il battaglione scese faticosamente la banchina, superò il fossato e si
avviò attraverso il prato fradicio. Trent perse quasi subito il chepì.
Qualcosa glielo strappò dalla testa, e lui pensò che fosse un ramo d’albero.
Molti dei suoi camerati rotolarono nella fanghiglia e nel ghiaccio, e lui
immaginò che fossero scivolati. Uno crollò proprio davanti a lui, e Trent si
chinò per aiutarlo; ma l’uomo urlò, quando lui lo toccò, e un ufficiale gridò:
“Avanti! Avanti!” Trent continuò ad avanzare, correndo. Fu una lunga
corsa faticosa nella nebbia, e spesso fu costretto a cambiare di mano il
fucile. Quando, finalmente, furono distesi, ansimanti, dietro la scarpata
della ferrovia, si guardò intorno. Aveva sentito il bisogno dell’azione, di una
lotta fisica disperata, di uccidere, di travolgere. Lo aveva preso il desiderio
di scagliarsi tra le masse, di colpire a destra e a sinistra. Voleva sparare,
usare la sottile baionetta aguzza del suo chassepot. Non si era aspettato tutto
questo. Voleva sfinirsi, lottare e colpire fino a che il suo braccio fosse
divenuto incapace di alzarsi ancora. Poi, aveva pensato, sarebbe ritornato a
casa. Sentì un uomo dire che metà del battaglione era andato perduto nella
carica, e vide un altro che esaminava un cadavere, sotto la scarpata. Il
corpo, ancora caldo, era avvolto in un’uniforme sconosciuta; ma anche

157
quando scorse l’elmo chiodato che giaceva al suolo poco lontano, non si
rese conto di ciò che era accaduto.
Il colonnello era in sella al suo cavallo, pochi metri alla sua sinistra, gli
occhi scintillanti sotto il chepì cremisi. Trent lo udì rispondere a un
ufficiale: “Posso tenere la posizione, ma se ci sarà un’altra carica, non mi
resteranno neppure gli uomini per suonare la tromba.”
“I prussiani erano qui?” chiese Trent a un soldato che era seduto e si
asciugava un filo di sangue tra i capelli.
“Sì. Li hanno spazzati via gli Ussari. Noi siamo stati presi in mezzo al
fuoco.”
“Stiamo appoggiando una batteria sulla banchina”, disse un altro.
Poi il battaglione strisciò sopra il terrapieno e avanzò lungo i binari
divelti. Trent si rimboccò i calzoni e li infilò nelle calze di lana; ma si
fermarono di nuovo. Alcuni uomini sedettero sulla linea ferroviaria
smantellata. Trent cercò con lo sguardo il suo compagno delle Beaux Arts.
Era in piedi, pallidissimo. Il cannoneggiamento era diventato terribile. Per
un momento la nebbia si alzò. Trent intravide il primo battaglione
immobile sui binari più avanti, i reggimenti sui due fianchi e poi, mentre la
nebbia tornava ad addensarsi, i tamburi rullarono e dall’estrema sinistra
giunse la musica delle trombe. Erano ormai vicini al fronte, perché il primo
battaglione avanzava sparando. Le ambulanze transitavano al galoppo ai
piedi del terrapieno, dirette verso le retrovie e gli Ussari passavano e
ripassavano come fantasmi. Erano finalmente al fronte, perché tutto
intorno a loro c’erano movimento e frastuono, mentre dalla nebbia, molto
vicino, giungevano grida e gemiti e scariche di fucileria. I proiettili
cadevano dappertutto, scoppiavano lungo il terrapieno e facevano piovere
su di loro spruzzi di fango gelato. Trent era spaventato. Cominciò a temere
l’ignoto che era là, e crepitava e fiammeggiava nell’oscurità. Lo
spostamento d’aria delle cannonate gli dava la nausea. Vedeva la nebbia
illuminarsi di un arancione cupo, mentre un tuono scuoteva il suolo. Era
vicino, ne era sicuro, perché il colonnello gridava “Avanti!” e il primo
battaglione avanzava. Sentiva il proprio respiro ansimante e tremava, ma
corse avanti. Una scarica spaventosa, davanti a lui, lo atterrì. Da qualche
parte, nella nebbia gli uomini lanciavano grida di trionfo, e il cavallo del
colonnello, coperto di sangue, si lanciò tra il fumo.

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Un’altra esplosione, proprio in faccia a lui, quasi lo stordì
completamente; barcollò. Tutti gli uomini, sulla sua destra, erano a terra. La
testa gli girava; la nebbia e il fumo lo inebetivano. Tese la mano per
appoggiarsi e riuscì ad afferrare qualcosa: era la ruota di un affusto di
cannone. Un uomo balzò da quel riparo, sferrando con un calcatoio un
colpo in direzione della sua testa, ma poi cadde all’indietro, urlando, con
una baionetta piantata nel collo, e Trent capì di averlo ucciso.
Meccanicamente si chinò a riprendere il fucile, ma la baionetta era ancora
infissa nelle carni dell’uomo che giaceva, battendo contro il suolo le mani
rosse di sangue. Quella vista gli diede la nausea; si appoggiò al cannone.
Adesso, tutto intorno a lui, gli uomini combattevano, e l’aria era
ammorbata dal fumo e dal sudore. Qualcuno l’afferrò alle spalle, qualcun
altro per il petto, ma altri abbrancarono a loro volta i suoi assalitori o li
colpirono con forza. Il click! click! click! delle baionette l’infuriò; impugnò il
calcatoio e cominciò ad avventare colpi all’impazzata, fino a quando
quell’arma improvvisata andò in pezzi.
Un uomo gli serrò il collo con un braccio e lo trascinò al suolo, ma
Trent lo strangolò e si risollevò sulle ginocchia. Vide un camerata afferrarsi
al cannone, cadervi sopra riverso, con il cranio fracassato; vide il colonnello
sbalzato dalla sella nel fango; poi perse conoscenza.
Quando rinvenne, era sdraiato sul terrapieno, tra i binari sconnessi. Da
ogni parte si ammucchiavano uomini che gridavano e imprecavano e
correvano via, nella nebbia. Si alzò in piedi, vacillando, e li seguì. Si fermò
una volta sola, per aiutare un camerata con il mento fasciato, che non
poteva parlare ma che gli si aggrappò al braccio per qualche istante e poi
cadde morto nel fango gelato; poi ne aiutò un altro che gemeva: “Trent, c’est
moi… Philippe”, fino a quando una scarica improvvisa, nella nebbia, lo
liberò di quella responsabilità.
Dalle alture scendeva un vento gelido, che faceva a pezzi la nebbia. Per
un istante, con una smorfia maligna, il sole si affacciò tra i boschi spogli di
Vincennes, affondò come un grumo scarlatto nel fumo delle batterie,
abbassandosi nella pianura intrisa di sangue.

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Quando suonò mezzanotte dal campanile di St. Sulpice le porte di
Parigi erano ancora intasate dai resti di quello che era stato un esercito.
Entrarono insieme alla notte, in un’orda tetra, sporchi di fango,
indeboliti dalla fame e dallo sfinimento. All’inizio ci fu poco disordine e la
folla ammassata alle porte si aprì in silenzio mentre i soldati si trascinavano
per le strade gelate. Con il passare delle ore, la confusione crebbe. Sempre
più svelti, squadrone dopo squadrone e batteria dopo batteria, con i cavalli
che sgroppavano e i cassoni che sussultavano, i superstiti del fronte si
ammassarono attraverso le porte, in un caos di cavalleria e di artiglieria che
lottavano per avere il diritto di passare. Dietro di loro si trascinava la
fanteria; qui un reggimento decimato che marciava in un disperato
tentativo di conservare una parvenza di ordine, là una banda rumorosa di
Mobiles che si faceva largo a spintoni, poi un turbine di cavalieri, di cannoni,
di drappelli privi di ufficiali, di ufficiali senza uomini, poi ancora una fila di
ambulanze, con le ruote che scricchiolavano sotto i pesanti carichi.
Muta, disperata, la folla stava a guardare.
Per tutto il giorno le ambulanze erano affluite, e per tutto il giorno la
folla sgomenta gemette e tremò accanto alle barriere. A mezzogiorno la
folla si era decuplicata, aveva riempito le piazze attorno alle porte e
brulicava tra le fortificazioni interne.
Alle quattro del pomeriggio le batterie tedesche si cinsero
improvvisamente di fumo, e le bombe cominciarono a cadere su
Montparnasse. Alle quattro e venti due proiettili colpirono una casa in Rue
de Bac, e un attimo dopo la prima bomba cadde nel Quartiere Latino.
Braith stava dipingendo a letto quando West entrò, spaventatissimo.
“Voglio che tu scenda; la nostra casa è ridotta che sembra un cappello
storto, e ho paura che qualche sciacallo si metta in mente di venire a farci
visita, stanotte.”
Braith balzò dal letto e si avviluppò in un indumento che un tempo era
stato un cappotto.
“Ci sono feriti?” domandò, mentre cercava di infilare una manica dalla
fodera sbrindellata.
“No. Colette si è barricata in cantina, e la concierge è scappata alle
fortificazioni. Se il bombardamento continua, qui si scateneranno le bande
dei saccheggiatori. Tu potresti aiutarci…”

160
“Ma certo”, disse Braith. Solo quando furono arrivati in Rue Serpente
ed ebbero girato nel passaggio che conduceva alla cantina di West,
quest’ultimo gridò: “Hai visto Jack Trent, oggi?”
“No”, rispose Braith, un po’ turbato. “Non era al Quartier Generale
dell’Ambulanza.”
“Penso che sia rimasto a curare Sylvia.”
Una bomba piombò scrosciando dal tetto di una casa, in fondo al
vicolo, ed esplose nella cantina, scagliando su tutta la strada una pioggia di
ardesia e di intonaco. Un’altra colpì un comignolo e piombò nel giardino,
seguita da una valanga di mattoni; un’altra ancora esplose con un frastuono
assordante nella strada vicina.
I due corsero lungo il passaggio, verso i gradini che conducevano in
cantina. Qui Braith tornò a fermarsi.
“Non pensi che farei bene a correre su, per vedere se Sylvia e Jack sono
ben riparati? Posso tornare prima che si faccia buio.”
“No. Tu vai da Colette. Andrò io.”
“No, no. Lascia che vada io. Non c’è pericolo.”
“Lo so”, rispose West, con calma; trascinò Braith nel vicolo e indicò la
scala della cantina. La porta di ferro era sbarrata.
“Colette! Colette!” chiamò. La porta si spalancò verso l’interno, e la
ragazza salì correndo gli scalini, incontro a loro. In quell’istante Braith,
volgendosi indietro, lanciò un grido sbigottito, spinse i due in cantina, li
seguì con un balzo e sbatté la porta di ferro. Pochi secondi più tardi un
colpo fortissimo, dall’esterno, fece tremare i cardini.
“Sono qui”, mormorò West, pallidissimo.
“Quella porta”, osservò calma Colette, “resisterà all’infinito.”
Braith esaminò la bassa struttura di ferro, che adesso tremava per i
colpi sferrati all’esterno. West guardò ansioso Colette, che non tradiva la
minima agitazione, e si sentì più tranquillo.
“Non credo che perderanno molto tempo qui”, disse Braith. “Frugano
le cantine solo per trovare vini e liquori, immagino.”
“A meno che abbiano sentito dire che ci sono nascosti oggetti di
valore.”
“Ma qui, senza dubbio, non c’è sepolto niente”, esclamò Braith,
inquieto.
“Purtroppo sì”, ringhiò West. “Quell’avaro del mio padrone di casa…”
161
Fu interrotto da uno scroscio, all’esterno, seguito da un grido.
Poi, un colpo dopo l’altro fecero tremare la porta, fino a quando si udì
uno scatto secco, un tintinnio metallico, e un pezzo triangolare di ferro si
ripiegò verso l’interno, lasciando un varco dal quale penetrò un raggio di
luce.
Immediatamente West s’inginocchiò, spinse il revolver attraverso
l’apertura e sparò tutte le cartucce. Per un attimo il vicolo riecheggiò degli
spari, poi seguì un silenzio assoluto.
Poi un unico colpo interrogativo centrò la porta, e un momento dopo
un altro e un altro ancora, poi una crepa zigzagò all’improvviso sulla lastra
di ferro.
“Qua”, disse West, afferrando Colette per un polso. “Tu seguimi,
Braith!” Corse verso una macchia circolare di luce, all’estremità opposta
della cantina. La luce filtrava da una botola sbarrata sul soffitto. West
accennò a Braith di montargli sulle spalle.
“Spingila! Devi riuscirci!”
Con poco sforzo Braith sollevò la griglia di ferro, passò, strisciando sul
ventre, e sollevò Colette, che era salita sulle spalle di West.
“Presto, vecchio mio!” gridò quest’ultimo.
Braith intrecciò le gambe attorno a una catena e si sporse dalla botola.
La cantina era inondata da una luce gialla, e l’aria puzzava delle torce a
petrolio. La porta di ferro reggeva ancora, ma già un’intera lastra metallica
era caduta; mentre i due guardavano, una figura passò strisciando in quel
varco, impugnando una torcia.
“Presto!” bisbigliò Braith. “Salta!” West penzolò, dondolando, fino a
quando Colette lo afferrò per le spalle e aiutò a trascinarlo fuori. Poi i nervi
le cedettero e cominciò a piangere, istericamente; ma West la cinse con un
braccio e la trascinò attraverso i giardini, verso la strada accanto, dove
Braith, dopo aver rimesso a posto l’inferriata appesantendola con alcune
lastre di pietra, li raggiunse. Era ormai quasi buio. Si avviarono in fretta
lungo la via, che adesso era illuminata soltanto dalle fiamme che divoravano
gli edifici e dal rapido bagliore delle bombe. Girarono alla larga dagli
incendi, ma in distanza videro tra le macerie le figure furtive dei
saccheggiatori. Qualche volta incrociarono donne simili a furie, ubriache,
che urlavano maledizioni contro il mondo, e qualche disgraziato che
tradiva, nel volto e nelle mani annerite, la parte avuta in quell’opera di
162
distruzione. Finalmente arrivarono alla Senna e varcarono il ponte; poi
Braith disse: “Io devo tornare indietro. Non sono tranquillo per Jack e
Sylvia.” Mentre parlava, si scostò perché una folla stava arrivando sul
ponte, lungo il fiume, dalla parte delle caserme del Quai d’Orsay. In mezzo
a quella massa, West scorse l’andatura misurata di un plotone. Passò una
lanterna, una fila di baionette, poi un’altra lanterna che gettava luce su un
volto mortalmente pallido, e Colette gemette: “Hartman!” Ma quello era già
scomparso. Guardarono, intimoriti, sul lungofiume, trattenendo il respiro.
Sul quai risuonarono dei passi, e il cancello della caserma sbatté. Per un
attimo, una lanterna splendette alla postierla, la folla premette contro le
sbarre, e poi si udì il crepitare di una scarica.
Una ad una, le torce a petrolio si accesero sul lungofiume, e tutta la
piazza fu in movimento. Dagli Champs Elysées e da Place de la Concorde
arrivavano i superstiti della battaglia, qui una compagnia, là un’orda. Si
riversarono da tutte le strade, seguiti da donne e bambini, e un grande
mormorio, portato dal vento gelido, investì l’Arc de Triomphe e l’avenue
buia: “Perdus! Perdus!”
Stavano passando i resti disordinati di un battaglione, lo spettro
dell’annientamento. West gemette. Poi una figura balzò fuori dai ranghi
immersi nell’ombra e lo chiamò per nome, e quando vide che era Trent,
West gridò. Trent lo afferrò, bianco di terrore.
“Sylvia?”
West lo fissò, incapace di parlare, ma Colette mormorò: “Oh, Sylvia!
Sylvia! E stanno bombardando il Quartiere!”
“Trent!” gridò Braith; ma lui era già scomparso, e non riuscirono a
raggiungerlo.
Il bombardamento cessò quando Trent attraversò il Boulevard St.
Germain, ma l’imboccatura della Rue de Seine era bloccata da un mucchio
di mattoni fumanti. Tutto intorno, i proiettili avevano aperto grandi
voragini nella pavimentazione. Il caffè era un ammasso di schegge e di
vetri, la libreria era stata sventrata dal tetto alla cantina, e la piccola bottega
di fornaio, chiusa ormai da tempo, sporgeva verso l’esterno, sopra una
massa di ardesia e di latta.
Trent scalò i mattoni fumanti e si precipitò in Rue de Tournon.
All’angolo ardeva un incendio che illuminava la sua strada, e sul muro sotto

163
a un lampione a gas squarciato, un gamin stava scrivendo, con un pezzo di
brace spenta:

QUI È CADUTA LA PRIMA BOMBA

Quelle lettere lo guardavano in faccia. L’ammazzaratti finì di scrivere e


indietreggiò per ammirare la sua opera, ma appena scorse la baionetta di
Trent lanciò un grido e fuggì. E mentre Trent avanzava vacillando per la
via devastata, dalle buche e dagli anfratti delle macerie donne rabbiose
fuggirono, maledicendolo e abbandonando il loro lavoro di saccheggio.
Dapprima non riuscì a trovare casa sua, perché era accecato dalle
lacrime; avanzò a tentoni, appoggiandosi al muro, tese le mani verso la
porta. Nell’alloggio del concierge ardeva una lanterna, e lì accanto giaceva il
vecchio, morto. Fiaccato dalla paura, Trent si appoggiò un attimo al fucile e
poi afferrò la lanterna e balzò su per le scale. Cercò di chiamare, ma la sua
lingua non si muoveva. Al secondo piano vide un mucchio d’intonaco che
ostruiva i gradini, e al terzo il pavimento era sventrato, e la concierge giaceva
in una pozza di sangue attraverso il ballatoio. Il piano di sopra era il suo, il
loro. L’uscio pendeva dai cardini, le pareti erano sventrate. Entrò e si lasciò
cadere accanto al letto, e due braccia gli cinsero il collo, un viso macchiato
dalle lacrime cercò il suo viso.
“Sylvia!”
“Oh, Jack! Jack! Jack!”
Dal cuscino accanto a loro si levò il pianto di un bambino.
“Lo hanno portato; è mio”, singhiozzò lei.
“Nostro”, mormorò Trent, cingendoli entrambi con le braccia.
Dal basso, dalle scale, salì la voce ansiosa di Blaith. “Trent! Tutto
bene?”

164
IX
La via della
Madonna dei campi
“Et tous les jours passés dans la tristesse
Nous sont comptés comme des jours heureux!”

1
Non è una strada elegante, ma non è neppure squallida. È un paria tra
le strade: una strada senza un Quartiere. In generale, si ritiene che sia al di
fuori della zona dell’aristocratica Avenue de l’Observatoire. Gli studenti del
Quartiere Montparnasse la considerano per bene e non ne vogliono sapere.
Il Quartiere Latino, dal Lussemburgo che costituisce la sua frontiera
settentrionale, ride della sua rispettabilità e guarda con sfavore gli studenti
decorosamente vestiti che la frequentano. Gli stranieri che vi si recano
sono pochi. Talvolta, però, gli studenti del Quartiere Latino se ne servono
come di una scorciatoia tra Rue de Rennes e il Bullier; ma a parte questo e
le visite settimanali pomeridiane di genitori e tutori al Convento presso Rue
Vavin, la Via della Madonna dei Campi è tranquilla come un boulevard di
Passy. Forse la parte più rispettabile è quella tra Rue de la Grande
Chaumière e Rue Vavin, o almeno questa fu la conclusione alla quale
giunse il reverendo Joel Byram, mentre la percorreva trascinandosi dietro
Hastings. A questi la strada sembrava gradevole, in quella luminosa
giornata di giugno; aveva cominciato a sperare che venisse prescelta
quando il reverendo Byram trasalì con violenza scorgendo la croce sul
convento di fronte.
“Gesuiti”, mormorò.
“Beh”, disse Hastings, stancamente, “penso che non troveremo niente
di meglio. Lei stesso ha detto che a Parigi trionfa il vizio, e mi sembra che
in tutte le strade troviamo dei gesuiti o peggio.”
Dopo un attimo ripeté: “O peggio, e naturalmente io non me ne
accorgerei, se lei non avesse la bontà di mettermi in guardia.”

165
Il dottor Byram si succhiò le labbra e si guardò intorno. Era colpito
dall’evidente rispettabilità di quell’ambiente. Poi, guardando il convento a
fronte aggrottata, prese Hastings per un braccio e attraversò la strada,
dirigendosi verso un cancello di ferro che portava il numero 201 bis dipinto
in bianco su fondo azzurro. Sotto c’era un cartello stampato in inglese:

1. Per chiamare il facchino, suonare una volta.


2. Per chiamare il servitore, suonare due volte.
3. Per il salotto, suonare tre volte.

Hastings premette tre volte il pulsante del campanello elettrico; una


camerierina azzimata li fece entrare in giardino, poi li introdusse in salotto.
La sala da pranzo vicina era aperta; dalla tavola, si alzò in fretta una donna
robusta che venne verso di loro. Hastings intravide un giovanotto dalla
testa grossa e parecchi vecchi signori impettiti seduti a colazione, prima che
la porta si chiudesse. La donna robusta veleggiò nella stanza, portando con
sé un aroma di caffè e un barboncino nero.
“È un plaisir riscevervi!” esclamò. “Monsieur è anglese? No? Americain?
Ma scerto! La mia pensione è soprattutto per Americains. Qui tutti parlano
anglese, scioè, il personelle; i servitori lo parlano, plus au moins, un po’. Sono
felisce di avervi comme pensionaires…”
“Madame”, cominciò il dottor Byram, ma venne immediatamente
interrotto.
“Ah, sì, lo so, ah, mon Dieu, loro non parlano franscese, ma sono venuti
per imparare! Mio marito parla franscese con les pensionaires. Al momento
abbiamo una famiglia americaine che impara il franscese da mio marito…”
A questo punto, il barboncino ringhiò contro il dottor Byram, e la
padrona si affrettò a dargli una scoppola.
“Veux tu!” gridò lei. “Veux tu! Oh! Le vilain, oh! Le vilain!”
“Mais, Madame”, disse Hastings, sorridendo, “il n’a pas l’air très féroce!”
Il barboncino scappò e la sua padrona esclamò: “Ah, che ascento
affascinante! Parla sgià francese come un sgiovane sgentiluomo parisgino!”
Poi il dottor Byram riuscì a dire qualche parola e a farsi dare qualche
informazione sui prezzi.
“È una pensione serieux; la mia clientelle è delle migliori, una vera
pensione di famiglia dove sci si sente a casa propria!”
166
Poi salirono al piano superiore per ispezionare il futuro alloggio di
Hastings, per provare le molle del letto e per prendere accordi sulla
fornitura settimanale degli asciugamani. Il dottor Byram sembrava
soddisfatto.
Madame Marotte li accompagnò alla porta e suonò per chiamare la
cameriera, ma mentre Hastings usciva sul vialetto coperto di ghiaia, il suo
mentore si soffermò un attimo e fissò Madame con gli occhi acquosi.
“Lei capisce”, disse, “che è un giovane scrupolosamente allevato, e il
suo carattere e la sua morale sono senza macchia. È giovane e non è mai
stato all’estero, non ha mai visto una grande città, e i suoi genitori hanno
pregato me, un vecchio amico di famiglia residente a Parigi, di provvedere a
sistemarlo in un buon ambiente. Deve studiare arte, ma i genitori non
tollererebbero mai che vivesse nel Quartiere Latino, se sapessero quale
immoralità vi imperversa.”
Un suono simile allo scatto di una serratura lo interruppe; alzò gli
occhi, ma non in tempo per vedere la cameriera che dava uno schiaffo al
giovanotto dalla grossa testa, dietro la porta del salotto.
Madame tossì, lanciò dietro di sé un’occhiata fulminante e poi si rivolse
raggiante al dottor Byram.
“Allora è proprio un bene che venga qui. Una pensione più seria il n’en
existe pas, non sce n’è!” annunciò in tono convinto.
E così, poiché non c’era altro da aggiungere, il dottor Byram raggiunse
Hastings al cancello.
“Spero”, disse sbirciando il convento, “che non farà amicizia con i
gesuiti!”
Hastings guardò il convento fino a quando una graziosa ragazza passò
davanti alla facciata grigia, e allora guardò lei. Un giovanotto che portava
una cassetta di colori e una tela sopraggiunse, si fermò davanti alla ragazza,
le strinse vigorosamente la mano dicendo qualcosa di cui risero entrambi, e
se ne andò per la sua strada, voltandosi a gridare: “A demain, Valentine!”
Nello stesso istante, lei gridò: “A demain!”
“Valentine”, pensò Hastings. “Che nome strano”, e si avviò per seguire
il reverendo Joel Byram, che si stava dirigendo verso la più vicina fermata
del tram.

167
2
“E le piace Parigi, Monsieur Astang?” domandò Madame Marotte la
mattina seguente, quando Hastings entrò nella saletta della pensione,
ancora roseo per l’immersione nella piccola vasca da bagno.
“Sono certo che mi piacerà”, rispose lui, chiedendosi perché mai si
sentisse tanto depresso.
La cameriera gli portò caffè e panini. Lui ricambiò lo sguardo vacuo del
giovanotto dalla testa grossa e rispose con diffidenza ai cenni di saluto dei
vecchi signori impettiti. Non tentò di finire il caffè e continuò a sbriciolare
un panino, senza accorgersi delle occhiate comprensive di Madame Marotte,
la quale ebbe abbastanza discrezione per non disturbarlo.
Poi arrivò una cameriera con un vassoio sul quale stavano in bilico due
tazze di cioccolata, e i vecchi signori impettiti le sbirciarono le caviglie. La
cameriera posò la cioccolata su un tavolo vicino alla finestra e sorrise a
Hastings. Poi una giovane donna molto sottile, seguita da un’altra eguale a
lei tranne che per l’età, entrò nella sala e prese posto al tavolo accanto alla
finestra. Erano chiaramente americane, ma Hastings rimase deluso, se pure
si aspettava un cenno di riconoscimento. Sentirsi ignorato dalle
compatriote aumentò la sua depressione. Giocherellò con il coltello e
guardò il piatto.
La fanciulla magra era abbastanza loquace. Si rendeva ben conto della
presenza di Hastings, pronta a sentirsi lusingata se lui la guardava, ma
d’altra parte godeva della propria superiorità, perché era a Parigi da tre
settimane mentre lui, lo si capiva benissimo, aveva appena disfatto il baule.
La sua conversazione era compiacente. Discusse con la madre i pregi
del Louvre e del Bon Marché, ma l’apporto della madre alla conversazione
era limitata quasi esclusivamente all’esclamazione: “Ma, Susie!”
I vecchi signori impettiti erano usciti in drappello dalla saletta,
esteriormente cortesi ma intimamente furiosi. Non potevano sopportare gli
americani, che riempivano la sala con le loro chiacchiere.
Il giovanotto dalla grossa testa li seguì con gli occhi, tossicchiando con
aria d’intesa e mormorò: “Che tipi simpatici!”
Il signor Bladen sorrise e disse: “Hanno fatto il loro tempo”, in un tono
che sottintendeva che adesso lui stava facendo il suo.
“Ed è per questo che hanno tutti le borse sotto gli occhi” esclamò la
ragazza. “Secondo me è una vergogna che i giovanotti…”
168
“Ma, Susie!” disse la madre, e la conversazione s’impantanò.
Dopo un po’ il signor Bladen posò il Petit Journal che leggeva tutti i
giorni a spese della pensione, e si rivolse a Hastings, cercando di
accattivarselo. Esordì dicendo: “Vedo che lei è americano.”
Hastings, che soffriva una tremenda nostalgia, rispose riconoscente a
quell’approccio originale e brillante, e la conversazione venne alimentata
giudiziosamente da osservazioni della signorina Susie Byng, chiaramente
rivolte al signor Bladen. Poi a lungo andare la signorina Susie dimenticò di
rivolgersi in esclusiva al signor Bladen, e Hastings cominciò a rispondere
alle sue domande di carattere generale; si stabilì un’entente cordiale, e Susie e la
madre estesero il loro protettorato su quello che era chiaramente un
territorio neutrale.
“Signor Hastings, lei non deve disertare la pensione tutte le sere come
fa il signor Bladen. Parigi è un posto tremendo per i giovani, e il signor
Bladen è un cinico orrendo.”
Il signor Bladen assunse un’aria soddisfatta.
Hastings rispose: “Sarò allo studio tutto il giorno, e immagino che la
sera sarò ben felice di tornare qui.”
Il signor Bladen il quale, per uno stipendio di quindici dollari
settimanali, fungeva da agente della Pewly Manufactoring Company di
Troy, New York, sorrise di un sorriso scettico e se ne andò ad un
appuntamento con un cliente a Boulevard Magenta.
Hastings uscì in giardino con la signora Byng e Susie; al loro invito
sedette all’ombra, di fronte al cancello.
I castagni portavano ancora le spighe fragranti di fiori bianchi e rosa e
le api ronzavano tra le rose arrampicate sui tralicci, contro le pareti bianche
della casa.
Nell’aria c’era una lieve freschezza. I carri-botte andavano avanti e
indietro per le strade, e un rivoletto limpido gorgogliava sugli immacolati
canali di scolo di Rue de la Grande Chaumière. I passeri saltellavano felici
sulle pietre, facendo un bagno dopo l’altro in quell’acqua, e arruffavano
beati le penne. In un giardino cintato, dall’altra parte della strada, un paio di
merli fischiettavano tra i mandorli.
Hastings inghiottì il groppo che aveva in gola, perché il canto degli
uccelli e il mormorio dell’acqua gli ricordavano i prati assolati di Millbrook.

169
“È un merlo”, osservò la signorina Byng. “Lo guardi, là, in quel
cespuglio dai fiori rosa. È tutto nero, tranne il becco, che sembra intinto in
un’omelette, come dicono i francesi…”
“Ma, Susie!” fece la signora Byng.
“È il giardino di uno studio dove abitano due americani”, continuò
serenamente la ragazza. “Li vedo passare spesso. Sembra che abbiano un
gran bisogno di modelli, per lo più giovani e di sesso femminile…”
“Ma, Susie!”
“Forse preferiscono dipingere quelle, ma non capisco perché debbano
invitarne cinque, insieme ad altri tre giovanotti, e poi montino tutti su due
carrozze a nolo e se ne vadano cantando. Questa strada”, continuò, “è
molto noiosa. Non c’è niente da vedere, tranne il giardino, e un tratto di
Boulevard Montparnasse attraverso Rue de la Grande Chaumière. Non
passa mai nessuno, tranne un poliziotto. All’angolo c’è un convento.”
“Mi pareva che fosse un collegio dei gesuiti”, cominciò Hastings; ma
subito fu sopraffatto da una descrizione degna del Baedecker, che terminò:
“Da una parte ci sono i palazzi di Jean Paul Laurens e di Guillaume
Bougereau, e di fronte, nel piccolo Passage Stanislas, Carolus Duran
dipinge i capolavori che incantano il mondo.”
Il merlo proruppe in un’ondata gorgheggiante di note dorate, e da
qualche lontana macchia verde un uccello selvatico sconosciuto rispose con
una serie di trilli liquidi e frenetici, fino a quando i passeri interruppero le
abluzioni per alzare la testa lanciando pigolii irrequieti.
Poi arrivò una farfalla e si posò su un ciuffo di eliotropi, e agitò nel sole
caldo le ali fasciate di cremisi. Hastings la sentì amica e davanti ai suoi occhi
apparve una visione di alte piante di tasso, di erbe profumate ravvivate da
ali dipinte, la visione di una casa bianca e di una piazza coperta di
caprifogli; un uomo che leggeva e una donna che si piegava su un’aiuola di
viole del pensiero… E il suo cuore si gonfiò. Un attimo dopo, la voce della
signorina Byng lo scosse.
“Credo che lei soffra di nostalgia!” Hastings arrossì. La signorina Byng
lo guardò con un sospiro di comprensione e continuò: “In principio, tutte
le volte che soffrivo di nostalgia, andavo con mamma a passeggiare nei
giardini del Lussemburgo. Non so perché, ma questi vecchi giardini mi
fanno sentire vicina a casa, più di tutto quello che si può trovare in questa
città artificiale.”
170
“Ma sono pieni di statue di marmo”, osservò in tono mite la signora
Byng. “Io non ci vedo nessuna somiglianza.”
“Dov’è il Lussemburgo?” chiese Hastings, dopo un breve silenzio.
“Venga con me fino al cancello”, disse la signorina Byng.
Lui si alzò e la seguì; lei gli indicò Rue Vavin, in fondo alla strada.
“Passi davanti al convento, sulla destra”, sorrise. E Hastings andò.

3
Il Lussemburgo era uno sfolgorio di fiori.
Hastings camminò lentamente per i lunghi viali alberati, passò davanti
ai marmi coperti di muschio e alle antiche colonne; attraversò il boschetto
nei pressi del leone di bronzo e uscì sulla terrazza coronata d’alberi, sopra
la fontana. La vasca scintillava nel sole. Mandorli in fiore cingevano la
terrazza e, in una spirale più ampia, i boschetti di castani si snodavano fra i
cespugli umidi, accanto all’ala occidentale del palazzo. In fondo al viale si
alzava l’Osservatorio, con le cupole bianche che lo facevano somigliare a
una moschea d’Oriente; all’estremità opposta sorgeva il massiccio palazzo;
tutti i vetri delle finestre riflettevano l’ardente sole di giugno.
Attorno alla fontana, bambini e bambinaie dalla cuffietta bianca, armati
di lunghe canne di bambù, sospingevano le barchette dalle vele afflosciate.
Un poliziotto con le spalline rosse e la sciabola da parata, li osservò per
qualche istante e poi andò a protestare con un giovanotto che aveva
lasciato libero il suo cane. Il cane era piacevolmente occupato a strusciarsi
con la schiena sull’erba e sulla terra, e agitava le zampe in aria.
Il poliziotto indicò l’animale; era ammutolito dall’indignazione.
“Ebbene, capitano?” sorrise il giovane.
“Ebbene, Monsieur studente?” ringhiò il poliziotto.
“Perché è venuto a lamentarsi con me?”
“Se non lo mette alla catena, lo porterò via”, gridò il poliziotto.
“Ed io che c’entro, mon capitaine?”
“C… ome? Quel bulldog non è suo?”
“Se lo fosse, non pensa che l’avrei tenuto al guinzaglio?”
L’agente lo squadrò per un attimo in silenzio; poi decise che quello
studente era veramente perfido, e cercò di agguantare il cane che si affrettò
a sfuggirgli. I due corsero intorno alle aiuole, e quando il poliziotto gli
171
arrivò troppo vicino, il bulldog attraversò un’aiuola: e questo,
probabilmente, non era un gioco pulito.
Il giovanotto aveva l’aria divertita, e anche il cane sembrava godersi
quella ginnastica.
Il poliziotto se ne accorse e decise di affrontare l’origine del guaio. Si
avviò con aria tempestosa verso lo studente e disse: “L’arresto quale
proprietario di questo pericolo pubblico!”
“Ma”, obiettò l’altro, “le ripeto che il cane non è mio.”
Era una situazione imbarazzante. I tentativi di acchiappare il cane
furono inutili fino a quando non arrivarono di rinforzo tre giardinieri, ma a
questo punto l’animale si lanciò a corsa e scomparve in Rue de Medici.
Il poliziotto si allontanò per andare a cercare consolazione tra le
bambinaie dalla cuffietta bianca, e lo studente, consultando l’orologio, si
alzò con uno sbadiglio. Poi scorse Hastings, sorrise e s’inchinò. Hastings gli
si avvicinò, ridendo.
“Toh, Clifford!” disse. “Non ti avevo riconosciuto.”
“È per via dei baffi”, sospirò l’altro. “Li ho sacrificati per soddisfare il
capriccio di… di una persona. Che te ne pare del mio cane?”
“Allora è tuo?” gridò Hastings.
“Sicuro. Per lui è un cambiamento piacevole, giocare ad acchiapparello
con i poliziotti, ma ormai lo conoscono e dovrò farlo smettere. Adesso è
andato a casa. Capisce sempre quando stanno per intervenire i giardinieri.
È un vero peccato: gli piace tanto rotolarsi sui prati.” Poi chiacchierarono
per qualche istante dei programmi di Hastings, e Clifford si offrì,
cortesemente, di appoggiarlo presso lo studio.
“Vedi, il vecchio pettegolo… voglio dire il dottor Byram, mi ha parlato
di te prima che ci conoscessimo”, spiegò Clifford. “Elliott ed io saremo lieti
di fare tutto il possibile.” Poi consultò di nuovo l’orologio e mormorò: “Ho
solo dieci minuti per prendere il treno per Versailles; au revoir.” Fece per
avviarsi, ma poi scorse una ragazza che si avvicinava alla fontana e si tolse il
cappello con un sorriso confuso.
“Perché non sei a Versailles?” fece lei, rivolgendo a Hastings un cenno
quasi impercettibile.
“Ci… ci sto andando”, mormorò Clifford.

172
Si guardarono in faccia per un attimo, poi Clifford, rosso in viso,
balbettò: “Con il tuo permesso, ho l’onore di presentarti il mio amico,
Monsieur Hastings.”
Hastings s’inchinò profondamente. La ragazza sorrise con grande
dolcezza, ma c’era una certa malizia nell’inclinazione della sua testolina di
parigina.
“Avrei voluto”, disse, “che Monsieur Clifford potesse dedicarmi un po’
più di tempo, quando porta con sé un americano tanto affascinante.”
“Devo… devo andare, Valentine?” cominciò Clifford.
“Certamente”, rispose lei.
Clifford si congedò di malagrazia, rabbrividendo quando la ragazza
aggiunse: “Porta i miei migliori saluti a Cécile!” Mentre lui spariva in Rue
d’Assas, la ragazza si voltò, come per andarsene, ma poi, ricordando
all’improvviso Hastings, lo guardò e scosse il capo.
“Monsieur Clifford ha proprio un cervello di gallina”, fece con un
sorriso. “Qualche volta è imbarazzante. Naturalmente, lei avrà saputo del
suo successo al Salon.”
Hastings apparve perplesso, e lei lo notò.
“Lei è stato al Salon, naturalmente?”
“No”, rispose lui. “Sono arrivato a Parigi soltanto tre giorni or sono.”
La ragazza non parve fare gran caso a quella spiegazione e continuò:
“Nessuno immaginava che avesse l’energia per fare qualcosa di buono, ma
il giorno del vernissage, tutti, al Salon, sono rimasti sbalorditi quando l’hanno
visto arrivare con l’aria più tranquilla del mondo e un’orchidea all’occhiello,
e con un quadro bellissimo.”
Sorrise tra sé a quel ricordo, poi guardò la fontana.
“Monsieur Bouguereau mi ha detto che Monsieur Julian è rimasto tanto
sbalordito che ha stretto la mano a Monsieur Clifford con aria stordita, e si è
persino dimenticato di dargli una pacca sulla spalla. Ci pensi!” continuò,
molto divertita. “Ci pensi, papà Julian che si dimentica di dare una pacca
sulla spalla a qualcuno!”
Hastings, sorpreso nell’apprendere che quella ragazza conosceva il
grande Bouguereau, la guardò con rispetto.
“Posso chiederle”, fece, diffidente, “se lei è un’allieva di Monsieur
Bouguereau?”

173
“Io?” disse lei, un po’ sorpresa. Poi lo guardò incuriosita. Si stava
prendendo la libertà di scherzare, sebbene la conoscesse da pochi minuti.
Ma lui la guardava con aria interrogativa, tutto serio e gentile. “Tiens”,
pensò la ragazza. “Che tipo curioso.”
“Lei studia arte, non è vero?” fece Hastings.
La ragazza si appoggiò al manico incurvato del parasole e lo fissò.
“Cosa glielo fa pensare?”
“Perché ha parlato come ha parlato.”
“Lei mi prende in giro”, disse la ragazza: “È una cosa di cattivo gusto.”
S’interruppe, confusa, vedendolo arrossire fino alla radice dei capelli.
“Da quanto tempo è a Parigi?” chiese finalmente.
“Tre giorni”, rispose lui, serio serio.
“Ma… ma sicuramente non è un nouveau! Parla troppo bene il
francese!”
Poi, dopo una pausa: “Davvero è un nouveau?”
“Sì”, fece lui.
La ragazza sedette sulla panchina di marmo che in precedenza era stata
occupata da Clifford, inclinò il parasole per ripararsi la testolina e lo
guardò.
“Non ci credo.”
Hastings apprezzò il complimento, e per un momento esitò, poco
propenso a confessare di appartenere a quella categoria disprezzata. Poi,
facendo appello a tutto il suo coraggio, le spiegò che era davvero un
novellino, con una franchezza che le fece spalancare gli occhi azzurri e
schiudere le labbra nel più dolce dei sorrisi.
“Non ha mai visto uno studio?”
“Mai.”
“E neppure un modello?”
“No.”
“Che buffo”, disse lei, solennemente. Poi risero entrambi.
“E lei”, chiese Hastings, “ha visto gli studi?”
“A centinaia.”
“E modelli?”
“Milioni.”
“E conosce Bouguereau?”

174
“Sì e anche Henner, e Constant e Laurens, e Puvis de Chavannes e
Dagnan e Courtoise… e tutti quanti!”
“Eppure dice di non essere un’artista.”
“Pardon”, fece lei, tutta seria. “Ho detto di non esserlo?”
“Perché non me lo dice?” fece Hastings, esitante.
Dapprima la ragazza lo guardò, scuotendo il capo e sorridendo, poi
all’improvviso abbassò gli occhi e cominciò a tracciare figure con il puntale
del parasole sulla ghiaia davanti a lei. Hastings si era seduto sulla panchina
e, con i gomiti sulle ginocchia, osservava il pulviscolo d’acqua sopra il getto
della fontana. Un bambino vestito alla marinara stava spingendo il suo
yacht e gridava: “Non voglio andare a casa!” La sua bambinaia levò le
braccia al cielo.
“Sembra proprio un ragazzino americano”, pensò Hastings, e una fitta
di nostalgia lo trafisse.
Finalmente la bambinaia catturò la barca, mentre il bambino si teneva
alla larga.
“Monsieur René, quando si deciderà a venir qui le ridarò la sua barca.”
Il bambino arretrò con una smorfia.
“Mi ridia la barca, ho detto!” gridò. “E non mi chiami René, perché il
mio nome è Randall, e lei lo sa!”
“Salve!” fece Hastings. “Randall? È inglese.”
“Sono americano”, annunciò il bambino in ottimo inglese, voltandosi a
guardare Hastings. “E quella è così sciocca che mi chiama René perché
mamma mi chiama Ranny…”
Schivò la bambinaia esasperata e andò a piazzarsi dietro Hastings, che
rise e, cingendogli la vita con un braccio, se lo issò sulle ginocchia.
“Un mio compatriota”, disse alla ragazza seduta accanto a lui.
Sorrideva, ma provava una strana sensazione, dentro la gola.
“Non vede le stelle e le strisce sul mio yacht?” chiese Randall. Infatti, la
bandiera con i colori americani penzolava sotto il braccio della bambinaia.
“Oh!” esclamò la ragazza. “È incantevole.”
Impulsivamente, si chinò a baciare il bambino, ma Randall sgusciò dalle
braccia di Hastings, e la bambinaia l’agguantò, lanciando un’occhiata
rabbiosa alla giovane donna.

175
Questa arrossì e si morse le labbra mentre la bambinaia, con gli occhi
ancora fissi su di lei, trascinava via il piccino, asciugandogli ostentatamente
le labbra con il fazzoletto.
Allora la ragazza lanciò un’occhiata furtiva a Hastings e tornò a
mordersi le labbra.
“Che brutto carattere, quella donna!” esclamò lui. “In America, le
bambinaie si sentono quasi sempre lusingate, quando qualcuno bacia i loro
bambini.”
Per un attimo la ragazza inclinò il parasole per nascondersi la faccia, poi
lo richiuse di scatto e lo fissò con aria di sfida. “Le sembra strano che
quella abbia avuto da obiettare?”
“Certo, perché no?” chiese Hastings, sorpreso.
Lei lo scrutò di nuovo, con occhi intenti.
Lo sguardo di lui era limpido e brillante; ricambiò il sorriso e ripeté:
“Certo, perché no?”
“Lei è proprio buffo”, mormorò la ragazza, chinando la testa.
“Perché?”
Ma lei non rispose; rimase seduta in silenzio a tracciare curve e cerchi
nella polvere con il parasole. Dopo un po’, Hastings disse: “Sono lieto di
constatare che i giovani, qui, godono di tanta libertà. Mi avevano detto che
i francesi non erano affatto come noi. Vede, in America, o almeno dove
abito io, a Millbrook le ragazze hanno la massima libertà: escono da sole e
ricevono gli amici da sole… Ed io temevo che qui avrei sentito la
mancanza di queste abitudini. Ma adesso ho visto come stanno le cose, e
sono contento di essermi sbagliato.”
La ragazza alzò lo sguardo per incontrare il suo.
Hastings continuò, garbatamente: “Da quando mi sono seduto qui, ho
visto molte belle ragazze passeggiare sulla terrazza… e anche lei è sola. Mi
dica, poiché non conosco le usanze francesi… lei è libera di andare a teatro
senza un’accompagnatrice?”
La ragazza lo studiò a lungo, e poi con un sorriso tremulo, domandò:
“Perché vuole saperlo?”
“Perché lei deve saperlo, naturalmente”, fece lui, in tono gaio.
“Sì”, rispose lei, indifferente. “Lo so.”
Hastings rimase in attesa della risposta, ma non la ricevette; e decise
che forse era stato frainteso.
176
“Spero che lei non pensi che io abbia intenzione di approfittare della
nostra conoscenza”, incominciò. “Anzi, è molto strano, ma non conosco
neppure il suo nome. Quando il signor Clifford mi ha presentato, ha detto
solo il mio. È questa l’usanza francese?”
“È l’usanza del Quartiere Latino”, disse la ragazza, con una luce strana
negli occhi. Poi all’improvviso prese a parlare, in tono quasi febbrile.
“Deve sapere, signor Hastings, che qui nel Quartiere Latino siamo tutti
un peu sans géne. Siamo molto bohémien, e l’etichetta e le cerimonie sono
bandite. È per questo che Monsieur Clifford mi ha presentato lei con così
poche cerimonie, e ci ha lasciato soli… Soltanto per questo; sono sua
amica, e ho molti amici nel Quartiere Latino, e ci conosciamo tutti molto
bene, ed io non studio arte, ma… ma…”
“Ma cosa?” fece Hastings, sbigottito.
“Non glielo dirò… è un segreto”, fece lei, con un sorriso incerto. Sulle
sue guance ardevano due chiazze di rossore, e gli occhi sfolgoravano.
Poi, in un attimo, il suo volto si oscurò. “È amico intimo di Monsieur
Clifford?”
“Non molto.”
Dopo un po’ la ragazza si girò verso di lui, seria e un po’ pallida.
“Il mio nome è Valentine… Valentine Tissot. Posso… posso chiederle
un favore, anche se ci conosciamo da così poco tempo?”
“Oh!” esclamò lui. “Sarà un onore, per me.”
“Si tratta soltanto di questo”, fece la ragazza gentilmente. “Non è
molto, mi prometta di non parlare di me a Monsieur Clifford. Mi prometta
che non parlerà di me a nessuno.”
“Prometto”, fece Hastings, molto perplesso.
Lei rise, nervosamente. “Desidero rimanere un mistero. È un
capriccio.”
“Ma”, cominciò lui, “avrei desiderato, avrei sperato che autorizzasse
Monsieur Clifford ad accompagnarmi… a presentarmi a casa sua.”
“A casa… a casa mia?” ripeté la ragazza.
“Voglio dire, dove abita… Insomma, a presentarmi ai suoi genitori.”
Il cambiamento d’espressione della ragazza lo sconvolse.
“Le chiedo scusa!” esclamò. “L’ho offesa.”
Con la rapidità di un lampo, lei lo comprese, perché era una donna.
“I miei genitori sono morti”, disse.
177
Hastings riprese, molto gentilmente.
“Le dispiacerebbe se la pregassi di ricevermi? È così che si usa?”
“Non posso”, rispose lei. Poi, alzando lo sguardo verso Hastings: “Mi
dispiace; ne sarei lieta ma, mi creda, non posso.”
Lui s’inchinò, serio, vagamente a disagio.
“Non è perché non voglia. Lei… lei mi è simpatico; è molto gentile con
me.”
“Gentile?” esclamò il giovane sorpreso e perplesso.
“Mi è davvero simpatico”, fece lei, lentamente. “E se verrà, ci vedremo,
qualche volta.”
“In casa d’amici?”
“No, non in casa d’amici.”
“Dove?”
“Qui”, fece lei, con uno sguardo di sfida.
“Oh!” esclamò Hastings. “Qui a Parigi avete idee molto più liberali di
noi.”
La ragazza lo guardò curiosamente.
“Sì, siamo molto bohémien.”
“Mi sembra affascinante”, dichiarò lui.
“Vede, ci troveremo nella migliore società”, si azzardò la ragazza,
timidamente, indicando con un gesto grazioso le statue delle regine,
schierate in file maestose sopra la terrazza.
Hastings la fissò, deliziato, e lei si ravvivò al successo della sua battuta
innocente.
“Davvero”, sorrise. “Avrò ottimi accompagnatori… perché, vede,
siamo sotto la protezione degli dèi; guardi, ecco là Apollo, e Giunone, e
Venere, sui loro piedestalli.” Li contò sulle dita guantate. “E Cerere, Ercole
e… Ma non riesco a vedere…”
Hastings si girò a guardare il dio alato sotto la cui ombra si erano
seduti.
“Oh, ma è Amore”, disse.

4
“C’è un nouveau, qui”, fece Laffat, con voce strascicata, appoggiandosi al
cavalletto e rivolgendosi al suo amico Bowles. “C’è un nouveau così tenero e
178
verde e appetitoso, che il cielo lo aiuti, se dovesse cadere dentro a
un’insalatiera.”
“Uno zotico?” si informò Bowles, sistemando uno sfondo con un
raschietto rotto e socchiudendo gli occhi per studiarne l’effetto, con aria di
approvazione.
“Sì. Di Squeedunk o di Oshkosh, e solo il cielo sa come sia cresciuto
fra le margherite e sia sfuggito alle mucche.”
Bowles passò il pollice lungo i contorni del suo schizzo “per aggiungere
un po’ d’atmosfera”, come diceva lui, lanciò un’occhiata scontenta al
modello, cercò la pipa, la trovò e accese un fiammifero sulla schiena del suo
vicino, per riattizzarla.
“Si chiama”, continuò Laffat, lanciando una pallina di mollica contro il
portacappelli, “si chiama Hastings. È un gioiello. Conosce il mondo”, e a
questo punto il volto di Laffat espresse una conoscenza di volumi e volumi
sul conto del pianeta, “meno ancora di quanto lo conosca un gatto vergine
alla sua prima passeggiata al chiaro di luna.”
Bowles era riuscito ad accendere la pipa; tornò a sfregare il pollice sui
contorni dello schizzo e fece: “Ah!”
“Sì”, continuò l’amico. “E immagina, sembra convinto che qui tutto
vada come nel suo maledettissimo piccolo ranch; parla delle belle ragazze
che girano per la strada da sole; dice che è molto sensato, e che i genitori
francesi, in America, sono molto sottovalutati; dice che da parte sua giudica
le ragazze francesi, e confessa di conoscerne una sola, simpatiche quanto le
ragazze americane. Ho cercato di aprirgli gli occhi, ho cercato di fargli
capire che genere di donne vanno in giro da sole o in compagnia degli
studenti, ma lui è troppo stupido o troppo innocente per capire. Allora
gliel’ho detto chiaro, e lui mi ha risposto che ero uno sciocco dalla
mentalità meschina e se n’è andato.”
“E tu l’hai preso a calci?” chiese Bowles, blandamente interessato.
“Beh, no.”
“Ti ha detto che sei uno sciocco dalla mentalità meschina.”
“E aveva ragione”, disse Clifford, dal suo cavalletto, poco più avanti.
“Cosa… cosa intendi dire?” domandò Laffat, facendosi rosso in viso.
“Quello che ho detto”, replicò Clifford.

179
“Chi ha parlato con te? Sono forse affari tuoi?” brontolò Bowles; ma
per poco non perse l’equilibrio quando Clifford girò di scatto su se stesso e
lo fissò.
“Sì”, disse lentamente. “Sono affari miei.”
Per qualche istante nessuno parlò.
Poi Clifford chiamò: “Vieni qui, Hastings!”
E quando Hastings abbandonò il cavalletto e si avvicinò, Clifford
indicò lo sbalordito Laffat con un cenno del capo.
“Quest’uomo è stato scortese con te, e voglio dirti che, quando avrai
voglia di prenderlo a calci, penserò io a tenerlo fermo.”
Hastings rispose, imbarazzato: “Oh, no! Non sono d’accordo con le
sue idee, nient’altro.”
Clifford fece: “Naturalmente.” Prese Hastings a braccetto e lo
condusse in giro, presentandolo a parecchi suoi amici; i nouveaux
spalancarono gli occhi per l’invidia, e tutto lo studio venne a sapere che
Hastings, sebbene fosse pronto a svolgere gli umili lavori dell’ultimo
nouveau, era già entrato a far parte della cerchia incantata dei vecchi
rispettati e temuti, veramente grandi.
Gli altri finirono, il modello si rimise in posa e il lavoro continuò tra un
coro di canzoni e di grida e di tutti i rumori assordanti che gli studenti
d’arte hanno l’abitudine di fare quando sono intenti alla loro attività.
Suonarono le cinque. Il modello sbadigliò, si stiracchiò e s’infilò i
calzoni; gli occupanti di sei studi si riversarono rumorosamente nel
corridoio, nell’atrio e sulla strada. Dieci minuti dopo, Hastings si trovò a
bordo di un tram di Montrouge, e poco dopo venne raggiunto da Clifford.
Scesero a Rue Gay Lussac.
“Scendo sempre qui”, osservò Clifford. “Mi piace attraversare a piedi il
Lussemburgo.”
“A proposito”, fece Hastings, “come posso venirti a trovare se non so
dove abiti?”
“Abito proprio di fronte a te.”
“Cosa? Lo studio nel giardino dove ci sono i mandorli e i merli…”
“Esattamente”, disse Clifford. “Ci vivo con il mio amico Elliott.”
Hastings pensò alla descrizione dei due artisti americani che gli aveva
fatto la signorina Byng, e restò sorpreso.

180
Clifford continuò: “Forse sarebbe meglio che mi facessi sapere quando
hai intenzione di venire da me… Così farò in modo… di essere in casa”,
concluse, impacciato.
“Non ci terrei a incontrare qualcuna delle tue amiche modelle”, fece
Hastings, sorridendo. “Vedi, ho idee piuttosto rigide… immagino che tu le
definiresti puritane. Non mi farebbe piacere e non saprei come
comportarmi.”
“Oh, capisco”, disse Clifford, ma aggiunse, con grande cordialità:
“Sono sicuro che diventeremo amici anche se tu non approvi me e il mio
ambiente: ma troverai molto simpatici Severn e Selby perché… perché
sono come te, vecchio mio.”
Dopo un attimo proseguì: “C’è qualcosa che vorrei dirti. Vedi, quando
la settimana scorsa, al Lussemburgo, ti ho presentato a Valentine…”
“Non una parola!” esclamò Hastings, sorridendo. “Non devi
assolutamente dirmi nulla di lei!”
“Ma…”
“No… non una parola!” disse quello, allegramente. “Insisto…
promettimi sul tuo onore che non mi parlerai di lei fino a quando non te ne
darò il permesso; prometti!”
“Prometto”, fece Clifford, stordito.
“È una ragazza affascinante… Abbiamo fatto una chiacchierata
deliziosa, dopo che te ne sei andato, e ti ringrazio per avermi presentato,
ma non dirmi più nulla di lei fino a quando te ne darò il permesso.”
“Oh”, mormorò Clifford.
“Ricorda la promessa”, sorrise Hastings, mentre entrava dal suo
cancello.
Clifford attraversò la strada, percorse il viottolo coperto di edera ed
entrò nel suo giardino.
Cercò la chiave dello studio, mormorando: “Mi chiedo… mi chiedo…
ma naturalmente lui non lo sa.”
Entrò nell’atrio, infilò la chiave nella toppa e si fermò a fissare i due
biglietti da visita fissati all’uscio.

FOXHALL CLIFFORD

RICHARD OSBORNE ELLIOTT


181
“Perché diavolo non vuole che parli di lei?”
Aprì la porta e, rifiutando i festeggiamenti dei due bulldog, si lasciò
cadere sul divano.
Elliott era seduto davanti alla finestra; fumava e disegnava con un
carboncino.
“Salve”, fece, senza voltarsi.
Clifford gli fissò distrattamente la nuca, e mormorò: “Ho paura. Ho
paura che quell’uomo sia troppo ingenuo. Ehi, Elliott”, disse, finalmente.
“Hastings… sai, quel tipo di cui è venuto a parlarci quel vecchio pettegolo
di Byram… il giorno che tu hai dovuto nascondere Colette nell’armadio…”
“Sì, che cosa?”
“Oh, niente. È un candido.”
“Sì”, fece Elliott, senza entusiasmo.
“Non sembra anche a te?” domandò Clifford.
“Sì, certo; ma sarà dura, per lui, quando alcune delle sue illusioni
svaniranno.”
“Vergogna a quelli che le faranno svanire!”
“Sicuro… Aspetta che venga a farci visita, all’improvviso,
naturalmente…”
Clifford assunse un’aria virtuosa e si accese un sigaro.
“Stavo proprio per dire”, osservò, “che gli ho chiesto di non venire
senza informarci in anticipo, così potremo rimandare le orge che tu puoi
avere in programma…”
“Ah!” esclamò Elliott, indignato. “Immagino che tu gli abbia detto
proprio così!”
“Non proprio”, sogghignò Clifford. Poi, in tono più serio: “Non voglio
che qui succedano cose capaci di sconvolgerlo. È un candido, ed è un
peccato che noi non gli somigliamo un po’.”
“Io sono come lui”, fece Elliott, compiaciuto. “Solo che, a furia di
vivere con te…”
“Stai a sentire!” esclamò l’altro. “Sono riuscito a combinarne una in
grande stile. Sai che cosa ho fatto? Beh… la prima volta che l’ho incontrato
per la strada… o meglio, al Lussemburgo, l’ho presentato a Valentine!”
“E lui si è indignato?”

182
“Credimi”, fece Clifford, in tono solenne, “questo arcadico Hastings
non immagina neppure che Valentine sia… sia Valentine, più di quanto si
renda conto di essere lui stesso un magnifico esempio di moralità in un
Quartiere dove la moralità è più rara degli elefanti. Ne ho saputo
abbastanza da una conversazione tra quel depravato di Laffat e quel piccolo
immorale di Bowles, per aprirmi gli occhi. Ti dico che Hastings è un
esemplare raro! È un giovanotto sano e pulito, allevato in un paesino di
campagna, convinto che i saloon siano succursali dell’inferno; e in quanto
alle donne…”
“Beh?” fece Elliott.
“Beh”, disse Clifford. “Secondo lui, l’immagine tipica di una donna
pericolosa è probabilmente una Jezabel con gli occhi dipinti.”
“Probabilmente”, rispose l’altro.
“È una creatura singolare!” esclamò Clifford. “E se giura che il mondo
è buono e puro come il suo cuore, io giurerò con lui.”
Elliott soffregò il carboncino sulla limetta per affilarlo e riprese a
disegnare, dicendo: “Non sentirà mai una parola pessimista dalla bocca di
Richard Osborne E.”
“Per me è una vera lezione”, continuò Clifford. Poi aprì un bigliettino
profumato, scritto su carta rosa, che stava sulla tavola davanti a lui.
Lo lesse sorridendo, fischiettò un paio di battute di Miss Helyett, e
sedette per rispondere sulla sua carta da lettere color crema. Quando ebbe
finito ed ebbe chiusa la busta, prese il bastone e camminò avanti e indietro
per lo studio un paio di volte, fischiettando.
“Esci?” chiese l’altro, senza voltarsi.
“Sì”, rispose Clifford, ma indugiò ancora a sbirciare sopra la spalla di
Elliott che, con un pezzetto di pane, alleggeriva i punti più chiari dello
schizzo.
“Domani è domenica”, osservò, dopo un attimo di silenzio.
“E allora?” domandò Elliott.
“Hai visto Colette?”
“No, la vedrò stasera. Viene da Boulant con Rowden e Jacqueline.
Immagino che ci verrete anche tu e Cécile.”
“Beh, no”, rispose Clifford. “Cécile stasera cena a casa, ed io… io
avevo idea di andare al Mignon.”
Elliott lo guardò con aria di disapprovazione.
183
“Puoi prendere tutti gli accordi per La Roche anche senza di me”,
continuò l’altro, evitando il suo sguardo. “Che cosa stai combinando?”
“Niente”, protestò Clifford.
“Non dirmelo”, osservò l’altro, sprezzante. “Nessuno corre da Mignon
quando la sua combriccola cena da Boulant. Chi c’è di mezzo? Ma no, non
te lo chiedo… a che serve?” Poi alzò la voce in tono lamentoso, battendo
la pipa sul tavolo. “A che serve cercare di tenerti d’occhio? Cosa dirà
Cécile… oh, sì, che cosa dirà? È un peccato che tu non sappia essere
costante per più di due mesi, sì, per Giove! E il Quartiere è indulgente, ma
tu abusi del suo buon carattere… e anche del mio!”
Si alzò, si piantò il cappello sulla testa e si avviò deciso verso la porta.
“Solo il cielo sa perché la gente sopporta le tue bizzarrie, ma lo fanno
tutti e lo faccio anch’io. Se fossi Cécile o un’altra di quelle graziose
stupidine con le quali ti sei gingillato e ti gingillerai ancora, secondo ogni
probabilità… dico, se fossi Cécile ti prenderei a sculaccioni! Io andrò da
Boulant, e come al solito dovrò fare le scuse a nome tuo e sistemare le
cose, e non me ne importa niente dove vai ma, per il teschio dello scheletro
dello studio, se domani non ti presenti con il tuo album da disegno sotto
un braccio e Cécile sotto l’altro… se non ti presenti in buona forma, non
voglio più vederti, e gli altri pensino pure ciò che vogliono. Buonanotte!”
Clifford gli augurò la buonanotte con il sorriso più gentile che riuscì a
improvvisare, poi sedette, fissando lo sguardo sulla porta. Prese l’orologio e
concesse a Elliott dieci minuti per allontanarsi, poi suonò il campanello per
chiamare il concierge mormorando: “Oh, povero me, perché lo faccio?”
“Alfred”, disse poi, quando il portiere dagli occhi svegli rispose alla sua
chiamata. “Si pulisca e si metta in ordine, Alfred, si tolga quegli zoccoli e
metta un paio di scarpe. Poi si metta il cappello migliore, e porti questa
lettera alla grande casa bianca di Rue de Dragon. Non c’è risposta, mon petit
Alfred.”
Il concierge si allontanò con uno sbuffo in cui si mescolavano la
disapprovazione per quella commissione e l’affetto per Monsieur Clifford.
Allora il giovanotto si abbigliò con cura con i capi migliori del proprio
guardaroba e di quello di Elliott. Impiegò parecchio tempo, interrompendo
di tanto in tanto la toeletta per suonare il banjo o per divertirsi con i suoi
bulldog caprioleggiando a quattro zampe insieme a loro.

184
“Ho due ore di tempo”, pensò, prendendo un paio di scarpini di seta di
Elliott; se ne servì per giocare a palla con i cani fino a quando si decise a
calzarli. Poi accese una sigaretta ed esaminò la giacca. Dopo averla vuotata
di quattro fazzoletti, un ventaglio e un paio di guanti gualciti lunghi quanto
il suo braccio, sentenziò che l’indumento non era adatto ad aggiungere éclat
al suo fascino, e cominciò a pensare a procurarsi un surrogato. Elliott era
troppo magro, e comunque, in quel momento le sue giacche erano chiuse
sottochiave. Rowden, probabilmente, era mal provvisto quanto lui.
Hastings! Hastings era l’uomo giusto! Ma quando ebbe indossato una
giacca e si presentò a casa di Hastings, si sentì dire che era uscito da più di
un’ora.
“Ma dove diavolo può essere andato?” mormorò Clifford, guardando
lungo la strada.
La cameriera non lo sapeva, quindi lui le rivolse un sorriso affascinante
e ritornò nel suo studio.
Hastings non era molto lontano; il Lussemburgo è distante cinque
minuti, a piedi, da Rue de Notre Dame des Champs, e il giovanotto sedeva
all’ombra di un dio alato, ormai da un’ora, facendo buchi nella sabbia e
sorvegliando la gradinata che portava dalla terrazza settentrionale alla
fontana. Il Sole, come un globo purpureo, stava librato sopra le colline
nebbiose di Meudon. Lunghe strisce di nuvole sfumate di rosa passavano
basse nel cielo, a ponente, e la lontana cupola della chiesa degli Invalidi
ardeva come un opale nella foschia. Dietro il Palazzo, il fumo di un alto
comignolo si levava diritto nell’aria color porpora fino a quando non
incontrava la luce del sole: allora si trasformava in una barra di fuoco
rovente. Sopra il fogliame scuro dei castani, si levavano le guglie gemelle di
St. Sulpice, e il loro profilo si faceva sempre più netto.
Un merlo assonnato cantava in un boschetto vicino, e i piccioni
passavano e ripassavano in volo, con il fruscio dei venti lievi nelle ali. La
luce sulle finestre del palazzo si era spenta, e la cupola del Pantheon
galleggiava luminosa al di sopra della terrazza a Nord, come un Valhalla
fiammeggiante nel cielo, mentre più sotto, in uno schieramento solenne
lungo la terrazza, le regine di marmo guardavano verso occidente.
Dall’estremità della lunga passeggiata, accanto alla facciata
settentrionale del palazzo, giungevano il frastuono degli omnibus e le voci
dei passanti. Hastings guardò l’orologio del palazzo. Erano le sei, e anche il
185
suo orologio era d’accordo; ricominciò a fare buchi nella ghiaia. Un flusso
costante di gente passava tra l’Odeon e la fontana: preti vestiti di nero, con
le scarpe dalle fibbie d’argento, soldati goffi, ragazze linde, senza cappello,
che portavano scatoloni da modista, studenti con le borse nere e i cappelli
alti, studenti con i berretti e grossi bastoni, ufficiali nervosi e svelti, sinfonie
di turchese e d’argento, cavalleggeri massicci e impolverati, garzoni di
pasticceria che correvano senza preoccuparsi della sorte dei canestri che
tenevano in equilibrio sulla testa, e poi i barboni magri, i tipici reietti
parigini, che camminavano con le spalle curve e gli occhietti che scrutavano
furtivamente per terra, alla ricerca di cicche abbandonate dai fumatori.
Tutti passavano in un flusso costante accanto all’Odeon, le cui lunghe
arcate cominciavano a risplendere di lumi a gas. I rintocchi malinconici di
St. Sulpice batterono l’ora, e la torre dell’orologio del palazzo s’illuminò.
Poi un passo frettoloso risuonò sulla ghiaia e Hastings alzò la testa.
“Com’è in ritardo”, fece ma la sua voce era rauca, e solo il suo volto
arrossato diceva quanto gli era parsa lunga quell’attesa.
Lei mormorò: “Sono stata trattenuta… Per la verità, ero così irritata…
e… posso fermarmi solo per un momento.”
Sedette accanto a lui e lanciò un’occhiata furtiva, dietro di sé, verso il
piccolo dio sul piedestallo.
“Che seccatura! Quel noioso Cupido c’è ancora?”
“Con ali e frecce”, disse Hastings, senza accorgersi che lei gli faceva
cenno di sedere.
“Le ali”, mormorò la ragazza. “Oh, sì… per volare via, quando si
stanca del suo gioco. Naturalmente, l’idea delle ali è venuta a un uomo,
altrimenti Cupido sarebbe insopportabile.”
“Lei la pensa così?”
“Ma foi, è così che pensano gli uomini.”
“E le donne?”
“Oh”, fece lei, scrollando la testolina. “Ho dimenticato di che cosa
stavamo parlando.”
“Stavamo parlando dell’amore”, esclamò Hastings.
“Io no”, disse la ragazza. Poi alzò gli occhi verso il dio marmoreo.
“Costui non mi piace per nulla. Non credo che sappia scagliare le frecce…
No davvero, è un vigliacco: avanza furtivo come un sicario nel crepuscolo.
Non mi piace la vigliaccheria”, annunciò, e voltò le spalle alla statua.
186
“Secondo me”, disse Hastings, sottovoce, “tira le frecce equamente e
piuttosto bene… Sì, dà addirittura un preavviso.”
“Lo sa per esperienza, Monsieur Hastings?”
Lui la guardò diritto negli occhi e disse: “Sta preavvisando me.”
“E allora gli dia ascolto!” esclamò la ragazza, con una risata nervosa. Si
era tolta i guanti mentre parlava e poi, con cura, aveva ricominciato a
infilarli. Dopo aver finito, guardò l’orologio del palazzo dicendo “Oh,
com’è tardi!” Arrotolò il parasole, lo srotolò, e finalmente guardò il
giovane.
“No”, fece lui. “Non darò ascolto a quel preavviso!”
“Oh, caro”, sospirò lei. “Sta ancora parlando di quella noiosissima
statua!” Poi, con un’occhiata furtiva: “Immagino… immagino che lei sia
innamorato!”
“Non lo so”, mormorò lui. “Credo di esserlo.” La ragazza alzò la testa,
con un gesto rapido.
“Sembra che l’idea la renda felice”, disse; ma si morse il labbro e tremò,
incontrando lo sguardo di lui. Poi la prese una paura improvvisa; balzò in
piedi, guardando l’oscurità che si addensava.
“Ha freddo?” chiese Hastings; ma lei si limitò a rispondere: “Oh,
povera me, povera me, è tardi… così tardi. Devo andare… buona notte.”
Gli diede per un momento la mano inguantata e poi la ritirò,
trasalendo.
“Che c’è?” insistette Hastings. “È spaventata?”
La ragazza lo guardò stranamente.
“No… no… non sono spaventata… lei è molto buono con me…”
“Per Giove!” sbottò Hastings. “Perché dice che sono buono con lei? È
almeno la terza volta che lo ripete, ed io non capisco perché!”
Fu interrotto dal rullo del tamburo che proveniva dal corpo di guardia
del palazzo.
“Ascolti”, bisbigliò la ragazza. “Stanno per chiudere. È tardi, oh, così
tardi!”
Il rullo del tamburo si avvicinò, e poi la sagoma del tamburino si
profilò contro il cielo, sopra la terrazza di levante. La luce morente indugiò
un attimo sulla cintura e sulla baionetta; poi l’uomo passò nell’ombra,
destando gli echi con il suono del suo strumento. Il rullo divenne più
fievole, lungo la terrazza orientale, poi crebbe e crebbe con intensità più
187
netta quando l’uomo passò davanti al viale, accanto al leone di bronzo, e si
avviò per la terrazza occidentale. Il tamburo risuonava sempre più forte, e
gli echi ne rimandavano le note dalle mura grigie del palazzo; poi il
tamburino apparve davanti a loro; i calzoni rossi erano una chiazza cupa
nell’oscurità che si addensava, l’ottone del tamburo e la baionetta che
scintillavano fievoli. Passò, lasciando nelle loro orecchie il frastuono del
suo strumento; e in distanza, nel viale, scorsero la piccola gavetta di latta
che luccicava sopra lo zaino. Poi le sentinelle incominciarono le loro grida
monotone: “On ferme! On ferme!” E dalla caserma di Rue Tournon suonò
una tromba.
“On ferme! On ferme!”
“Buonanotte”, bisbigliò la ragazza. “Devo rientrare da sola, questa
sera.”
Hastings la seguì con lo sguardo fino a quando raggiunse la terrazza
settentrionale, poi sedette sulla panchina di marmo, fino a quando una
mano posata sulla sua spalla e uno scintillio di baionette lo indussero ad
allontanarsi.
La ragazza passò attraverso il boschetto, poi svoltò in Rue de Medici,
passò nel Boulevard. All’angolo comprò un mazzo di violette e proseguì a
piedi lungo il Boulevard fino a Rue des Écoles. Davanti a Boulant era
ferma una carrozza di piazza; una graziosa ragazza balzò a terra, aiutata da
Elliott.
“Valentine!” gridò la ragazza. “Vieni con noi!”
“Non posso”, rispose lei, soffermandosi un attimo. “Ho un
appuntamento da Mignon.”
“Non sarà Victor?” gridò l’altra, ridendo, ma lei passò oltre con un
lieve brivido, chinando il capo per augurare la buonanotte; poi svoltò in
Boulevard St. Germain e affrettò il passo, per sfuggire ad un gruppo seduto
davanti al Café Cluny, che la chiamò per invitarla. Sulla porta del Restaurant
Mignon c’era un negro in uniforme, nero come il carbone; si tolse il berretto
mentre lei saliva i gradini coperti da un tappeto.
“Mandatemi Eugéne”, disse lei all’ingresso; attraversò il corridoio, a
destra della sala da pranzo e si fermò davanti a una fila di porte. Passò un
cameriere, e lei chiese di nuovo di Eugéne che poco dopo comparve a passi
silenziosi e s’inchinò mormorando: “Madame.”
“Chi c’è?”
188
“Nessuno nei salottini, Madame; in sala Madame Madelon e Monsieur
Gay, Monsieur de Clamart, Monsieur Clisson, Madame Marie e i loro amici.”
Poi si guardò intorno e, inchinandosi di nuovo, mormorò: “Monsieur sta
aspettando Madame da mezz’ora.” Bussò a una delle porte, che recava il
numero sei.
Clifford aprì la porta e la ragazza entrò.
Il garçon s’inchinò nel farla passare, bisbigliò “Monsieur abbia la bontà di
suonare”, e scomparve.
Clifford aiutò la ragazza a levarsi la giacca, le prese il cappello e
l’ombrellino. Quando lei fu seduta alla piccola tavola, di fronte a lui, gli
sorrise e si appoggiò sui gomiti, scrutandolo in viso.
“Che ci fai qui?” domandò.
“Aspettavo”, rispose Clifford, in tono d’adorazione.
Per un attimo, lei si girò a guardarsi nello specchio. I grandi occhi
azzurri, i capelli ricciuti, il naso diritto e le piccole labbra incurvate
lampeggiarono per un solo istante nello specchio, poi il vetro lucente
rifletté il collo grazioso e le spalle. “Così volgo le spalle alla vanità”, disse la
ragazza e, tendendo si di nuovo in avanti, ripeté: “Che ci fai qui?”
“Ti aspettavo”, fece Clifford, lievemente turbato.
“E Cécile?”
“Ti prego, Valentine…”
“Sai”, disse lei, calma, “che disapprovo la tua condotta?”
Lui rimase un po’ sconcertato, e suonò per chiamare Eugéne, per
nascondere la sua confusione.
La soupe era un bisque, il vino un Pommery; le portate si susseguirono con
l’abituale regolarità fino a quando Eugéne portò il caffè; poi sulla tavola
non restò altro che una piccola lampada d’argento.
“Valentine”, disse Clifford, dopo averle chiesto il permesso di fumare.
“Andiamo al Vaudeville o all’Eldorado, o a tutti e due, o al Nouveau Cirque,
o…”
“O qui”, disse Valentine.
“Bene”, fece lui, lusingato. “Temo di non poterti divertire…”
“Oh, sì, sei più divertente dell’Eldorado.”
“Ora stammi a sentire, Valentine; non prendermi in giro. Lo fai sempre
e… e… sai come si dice. Una bella risata uccide…”
“Che cosa?”
189
“Ehm… ehm… l’amore e tutto il resto.”
La ragazza rise fino a quando gli occhi le si riempirono di lacrime.
“Tiens”, esclamò. “Allora è morto!”
Clifford la fissò, con allarme crescente. “Sai perché sono venuta?”
chiese lei.
“No”, rispose l’uomo, a disagio. “Non lo so.”
“Da quanto tempo fai l’amore con me?”
“Beh”, fece lui, un po’ sorpreso. “Direi… da circa un anno.”
“È un anno, mi pare. Non sei stanco?”
Lui non rispose.
“Non sai che mi sei troppo simpatico per… per potermi innamorare di
te?” fece la ragazza. “Non sai che siamo troppo buoni compagni… troppo
vecchi amici? E se non lo fossimo… credi che io non sappia la tua storia,
Monsieur Clifford?”
“Non essere… non essere così sarcastica”, la esortò Clifford. “Non
essere cattiva, Valentine.”
“Non sono cattiva. Sono buona. Sono molto buona… con te e con
Cécile.”
“Cécile è stanca di me.”
“Spero che lo sia”, disse la ragazza. “Perché merita un destino migliore.
Tiens, sai che reputazione hai, nel Quartiere? D’incostante, assolutamente
incorreggibile, meno serio di un moscerino in una notte d’estate. Povera
Cécile!”
Clifford sembrava così a disagio che lei gli parlò con maggiore
gentilezza.
“Mi sei simpatico. Lo sai. Lo sanno tutti. Sei un bambino viziato, qui.
Ti è permesso tutto e tutti ti lasciano fare, ma non si può permettere che
tutti diventino vittime del capriccio.”
“Capriccio!” esclamò lui. “Per Giove, se non sono capricciose le
ragazze del Quartiere Latino…”
“Lascia perdere… lascia perdere. Non tocca a te trinciare giudizi; sei
l’uomo meno adatto. Perché sei qui, stasera? Oh”, esclamò, “te lo dirò io il
perché! Monsieur ha ricevuto un bigliettino; ha mandato una risposta; si è
messo gli abiti da conquistatore…”
“Non è vero”, fece Clifford, arrossendo.

190
“È vero, e ti stanno benissimo”, ribatté lei, con un lieve sorriso. Poi
proseguì, sommessamente: “Sono in tuo potere, ma so che sono in potere
di un amico. Sono venuta per riconoscerlo… ed è per questa ragione che ti
prego di… di un favore.”
Clifford spalancò gli occhi, ma non disse nulla.
“Sono… sono molto preoccupata. Si tratta di Monsieur Hastings.”
“E allora?” fece Clifford, un po’ sorpreso.
“Voglio chiederti”, continuò lei, a bassa voce, “Voglio chiederti… In
caso che dovessi parlare di me davanti a lui, non dire… non dire…”
“Non gli parlerò di te”, rispose lui, tranquillo. “Puoi… puoi impedire
che lo facciano altri?”
“Potrei impedirlo, se fossi presente. È lecito chiederti il perché?”
“Non è giusto”, mormorò la ragazza. “Tu sai come… come mi
considera… come considera tutte le donne. Sai quanto è diverso da te e
dagli altri. Non ho mai visto un uomo… un uomo come Monsieur
Hastings.”
La sigaretta si spense, senza che Clifford se ne avvedesse.
“Ho quasi paura di lui… paura che sappia cosa siamo, noi del
Quartiere. Oh, non voglio che lo sappia. Non voglio che… che si allontani
da me, che smetta di parlarmi come fa! Tu… tu e gli altri non potete sapere
cosa significa per me. Non riuscivo a credergli… Non potevo credere che
fosse così buono e… e generoso. Non voglio che sappia… così presto. Lo
scoprirà. Prima o poi lo scoprirà da solo, e allora si allontanerà da me. Oh!”
esclamò appassionatamente. “Perché dovrebbe allontanarsi da me e non da
te!”
Clifford guardò la sigaretta, imbarazzato. La ragazza si alzò,
pallidissima.
“È un tuo amico… hai il diritto di avvertirlo.”
“È mio amico”, ammise lui, dopo una lunga pausa. Si guardarono, in
silenzio.
Poi lei esclamò: “Per tutto ciò che ho di più caro, ti giuro che non hai
bisogno di avvertirlo!”
“Mi fido della tua parola”, fece Clifford, garbatamente.

5
191
Per Hastings quel mese trascorse in fretta, e lasciò poche impressioni
definite; comunque, qualcuna ne lasciò. Una fu la dolorosa impressione di
incontrare il signor Bladen sul Boulevard des Capucins in compagnia di una
giovane donna molto vistosa, la cui risata lo sbigottì; e quando finalmente
riuscì a scappare dal caffè dove il signor Bladen lo aveva trascinato, ebbe la
sensazione che tutti, sul Boulevard, lo guardassero e lo giudicassero dalla
sua compagnia. Più tardi, una convinzione istintiva che riguardava la
giovane donna incontrata in compagnia del signor Bladen gli fece
avvampare le guance; ritornò alla pensione in stato di tale depressione che
la signorina Byng si allarmò e gli consigliò di superare subito quella crisi di
nostalgia.
Un’altra impressione fu egualmente vivida. Un sabato mattina si sentì
molto solo; i suoi vagabondaggi lo portarono alla Gare St. Lazare. Era
presto per fare colazione, ma entrò nell’Hotel Terminus e sedette a un
tavolo accanto alla finestra. Mentre si girava per fare l’ordinazione, un
uomo che passava svelto gli urtò la testa, e quando Hastings alzò gli occhi
per accoglierne le scuse, ricevette invece una pacca sulla spalla e un
cordiale: “Che diavolo ci fai qui, vecchio mio?” Era Rowden, che lo afferrò
per un braccio e gli disse di seguirlo. Così, protestando vagamente, fu
introdotto in una sala privata dove Clifford, piuttosto rosso in viso, si alzò
da tavola e lo accolse con aria sbalordita, il cui effetto fu attenuato dalla
franca allegria di Rowden e dall’estrema cortesia di Elliott.
Quest’ultimo lo presentò a tre incantevoli ragazze, le quali lo salutarono
con garbo delizioso e assecondarono Rowden quando questi insistette
perché Hastings fosse della partita; e lui accettò subito. Mentre Elliott
spiegava brevemente la gita in programma a La Roche, Hastings mangiò
felice la sua omelette, e ricambiò i sorrisi d’incoraggiamento di Cécile, Colette
e Jacqueline. Nel frattempo Clifford, in un bisbiglio sommesso, stava
dando della bestia a Rowden. Il povero Rowden assunse un’aria infelice
fino a quando Elliott, indovinando come andavano le cose, guardò Clifford
con aria aggrondata, e trovò il momento propizio per assicurare a Rowden
che avrebbero fatto del loro meglio.
“Tu sta’ zitto”, disse a Clifford. “È destino, e questo sistema tutto.”
“È Rowden, e questo sistema tutto”, mormorò Clifford, nascondendo
un sogghigno. In fondo, lui non era il balio di Hastings. E così il treno
partito dalla Gare St. Lazare alle 9 e 15 del mattino arrestò un momento la
192
sua corsa verso Le Havre e sbarcò alla stazione dal tetto rosso di La Roche
una comitiva allegrissima, armata di parasoli, canne per la pesca alla trota e
un bastone, portato dal non belligerante Hastings. Poi, quando si furono
sistemati in un boschetto di sicomori sulla riva del piccolo fiume Ept,
Clifford, autorità riconosciuta in fatto di sport, assunse il comando.
“Tu, Rowden”, disse, “dividi le tue mosche con Elliott e tienilo
d’occhio, altrimenti cercherà di attaccare galleggiante e peso alla lenza.
Impediscigli con la forza di cercare i vermi.”
Elliott protestò, ma fu costretto a sorridere dalla risata generale.
“Mi disgusti”, dichiarò. “Credi che sia la mia prima trota?”
“Sarò felice di vederla, la tua prima trota”, disse Clifford; schivò un
amo lanciato contro di lui e cominciò a scegliere e ad attrezzare tre canne
sottili destinate a portare gioia e pesci a Cécile, Colette e Jacqueline. Con la
massima serietà fornì ogni lenza con piombini, un amo minuscolo, e un
lucente galleggiante di piuma.
“Io non toccherò mai i vermi”, annunciò Cécile con un brivido.
Jacqueline e Colette si affrettarono a spalleggiarla, e Hastings si offrì
garbatamente di provvedere a sistemare le esche e a staccare i pesci. Ma
Cécile, certamente affascinata dalle mosche sgargianti della cassetta di
Clifford, decise di farsi insegnare da lui la vera arte della pesca al lancio, e
poco dopo scomparve lungo la riva dell’Ept, con Clifford a rimorchio.
Elliott guardò Colette con aria dubbiosa.
“Io preferisco i ghiozzi”, rispose decisa la ragazza. “E tu e Monsieur
Rowden potete andare quando volete; non è vero Jacqueline?”
“Certamente”, rispose Jacqueline.
Elliott, indeciso, studiò canna e mulinello.
“Hai montato il mulinello a rovescio”, osservò Rowden.
Elliott esitò e lanciò un’occhiata furtiva a Colette.
“Ho… ho quasi deciso di non provare la pesca al lancio… ehm… per il
momento”, cominciò. “C’è il palo che ha lasciato Cécile…”
“Non chiamarlo palo”, lo corresse Rowden.
“E va bene, canna, allora”, continuò Elliott, e s’incamminò nella scia
delle due ragazze, ma venne prontamente riacciuffato da Rowden.
“No, non ci vai! Pensa un po’, un uomo che pesca con piombo e
galleggiante quando ha in mano una canna da lancio! Vieni!”

193
Nel punto dove il piccolo, placido Ept scorre tra i boschetti per gettarsi
nella Senna, una proda erbosa getta ombra sui tratti preferiti dai ghiozzi; su
quella proda sedettero Colette e Jacqueline, e chiacchierarono e risero e
osservarono il vorticare dei galleggianti vermigli, mentre Hastings, con il
cappello sugli occhi, la testa appoggiata sul muschio, ascoltava le loro voci
sommesse; sganciò galantemente dall’amo il piccolo ghiozzo indignato,
quando uno scossone della canna e un grido soffocato gli annunciarono la
preda. Il sole filtrava tra i boschetti fronzuti, destando al canto gli uccelli
della foresta. Le gazze, immacolate nel piumaggio bianco e nero,
svolazzavano atterrando poco lontano con un balzo, un salto e un agitarsi
della coda. Le ghiandaie azzurre e bianche, con il petto roseo, strillavano tra
gli alberi, e un falco, aleggiando basso, volteggiò tra i campi di grano quasi
maturo, mettendo in fuga stormi di cinguettanti uccellini da siepe.
Dall’altra parte della Senna, un gabbiano piombò sull’acqua. L’aria era
pura e immobile, e quasi non si muoveva una foglia. Da una fattoria
lontana giungevano suoni smorzati, il canto di un gallo e un abbaiare
monotono. Ogni tanto un piccolo rimorchiatore dal grande fumaiolo, che
portava il nome di Guêpe 27, risaliva il fiume trainandosi dietro un
convoglio interminabile di chiatte, o una barca a vela scendeva la corrente
verso la sonnolenta Rouen.
Un lieve, fresco odore di terra e d’acqua aleggiava nell’aria; nel sole,
farfalle chiazzate d’arancione danzavano sulle erbe palustri, e farfalle
vellutate svolazzavano nel bosco muscoso.
Hastings stava pensando a Valentine. Erano le due del pomeriggio
quando Elliott tornò indietro, ammettendo francamente di avere
abbandonato Rowden; sedette accanto a Colette e si preparò ad appisolarsi
soddisfatto.
“Dove sono le tue trote?” chiese severamente Colette.
“Sono ancora vive”, mormorò Elliott, e si addormentò quasi subito.
Poco dopo ritornò Rowden; gettò un’occhiata sprezzante all’amico
addormentato, e mostrò tre trote macchiate di cremisi. “E questo”, fece
Hastings, sorridendo pigramente, “è il sacro fine che il fedele si sforza di
raggiungere… il macello di questi pesciolini, con un pezzetto di seta e di
piume.”
Rowden non si degnò di rispondergli. Colette prese un altro ghiozzo e
svegliò Elliott, il quale protestò e si guardò intorno per cercare i cestini del
194
pranzo, mentre Clifford e Cécile sopraggiungevano, reclamando rinfreschi
immediati. Cécile aveva le gonne bagnate fradice e i guanti strappati, ma era
felice, e Clifford, esibendo una trota di un chilo, si fermò per ricevere
l’applauso di tutta la compagnia.
“Dove diavolo l’hai presa?” domandò Elliott.
Cécile, bagnata ed entusiasta, descrisse la battaglia, e poi Clifford elogiò
la bravura che la ragazza aveva mostrato nella pesca al lancio e, a titolo di
prova, tirò fuori dal cestino un ghiozzo defunto che, osservò, era quasi una
trota.
A pranzo furono tutti molto allegri e Hastings venne proclamato
“affascinante”. Si divertì moltissimo: solo, gli parve che talvolta i flirt, in
Francia, si spingessero più avanti che a Millbrook, nel Connecticut, e pensò
che Cécile avrebbe potuto mostrarsi un po’ meno entusiasta di Clifford,
che forse sarebbe stato meglio se Jacqueline si fosse seduta un po’ più
lontana da Rowden e che Colette avrebbe potuto distogliere, almeno per
un momento, gli occhi dalla faccia di Elliott. Tuttavia si divertì… tranne
quando i suoi pensieri ritornavano a Valentine e si rendeva conto di essere
molto lontano da lei. La Roche dista almeno un’ora e mezzo da Parigi.
Comunque, provò un senso di felicità e un battere più forte del cuore
quando, alle otto di sera, il treno che li riportava indietro entrò nella Gare
St. Lazare e lui si ritrovò di nuovo nella città di Valentine.
“Buonanotte!” fecero gli altri, stringendosi attorno a lui. “Devi venire
con noi anche la volta prossima!”
Hastings promise e li guardò allontanarsi, a due a due, nel buio che si
addensava sulla città; rimase lì fermo così a lungo che, quando alzò di
nuovo gli occhi, il grande Boulevard brillava di lumi a gas, attraverso i quali
le lampade elettriche splendevano come lune.

6
Fu con un altro violento batticuore che si svegliò la mattina dopo,
perché il suo primo pensiero fu per Valentine.
Il Sole indorava già le guglie di Notre Dame; gli zoccoli degli operai
destavano echi sonanti nella strada, e dirimpetto un merlo, tra i rami fioriti
di un mandorlo, si abbandonava a un’estasi di trilli.

195
Decise di svegliare Clifford per andare a fare una passeggiata in
campagna, con la speranza di attirarlo più tardi nella chiesa americana, per
il bene della sua anima. Trovò Alfred dagli occhi svegli occupato a lavare il
vialetto asfaltato che portava allo studio.
“Monsieur Elliott?” rispose quello. “Je ne sais pas.”
“E Monsieur Clifford…” cominciò Hastings, un po’ sorpreso.
“Monsieur Clifford”, disse il concierge, con fine ironia, “sarà lieto di
vederla, perché è rientrato presto; anzi, è appena tornato.”
Hastings esitò, mentre il concierge recitava un ardente elogio della gente
che non stava mai fuori tutta la notte e non veniva a bussare alla porta della
guardiola in ore che erano sacre al sonno persino per i gendarmi. Inoltre,
esaltò spesso le bellezze della temperanza, e bevve ostentatamente un sorso
d’acqua alla fontana del cortile.
“Credo che non entrerò”, disse Hastings.
“Pardon, Monsieur”, fece il concierge. “Forse sarebbe bene che lei vedesse
Monsieur Clifford. Forse ha bisogno d’aiuto. Me, mi caccia via tirandomi
dietro spazzole e scarpe. È una fortuna che non abbia appiccato fuoco a
qualcosa, con la sua candela.”
Hastings esitò per un istante, ma poi, inghiottendo la propria antipatia
per quella missione, si avviò lentamente per il vialetto coperto d’edera,
attraversò il giardino ed entrò nello studio. Bussò. Silenzio assoluto. Poi
bussò ancora, e questa volta, all’interno, qualcosa sbatté con violenza
contro l’uscio.
“Quella”, disse il concierge, “era una scarpa.” Infilò nella serratura il
duplicato della chiave e fece entrare Hastings. Clifford, in un abito da sera
tutto scompigliato, era seduto sul pavimento in mezzo alla stanza. Teneva
in mano una scarpa, e non si mostrò sorpreso nel vedere l’amico.
“Buongiorno, lei usa il sapone Pears?” chiese con un gesto vago della
mano e un sorriso anche più vago.
Hastings si sentì stringere il cuore.
“Per amor del cielo”, disse. “Clifford, va’ a letto.”
“No… finché quel… quell’Alfredo infila dentro la testa e io ho ancora
una scarpa.”
Hastings spense la candela, raccolse il cappello e il bastone di Clifford e
disse, con un’emozione che non riuscì a nascondere: “È terribile… io… io
non sapevo che facessi cose del genere.”
196
“Beh, le faccio”, disse Clifford.
“Dov’è Elliott?”
“Vecchio mio”, rispose Clifford, in tono malizioso. “La provvidenza
che nutre… nutre… ehm… i passeri eccetera veglia sul vagabondo
intemperante…”
“Dov’è Elliott?”
Ma Clifford si limitò a scrollare il capo e agitò un braccio, in un gesto
incomprensibile. “È fuori… da qualche parte.” Poi, all’improvviso, preso
dal desiderio di rivedere l’amico assente, alzò la voce e cominciò a
chiamarlo, lagnosamente.
Profondamente scandalizzato, Hastings sedette sul divano, senza una
parola. Poi, dopo aver sparso parecchie lacrime ardenti, Clifford si rianimò
e si alzò con grande precauzione.
“Vecchio mio”, osservò. “Vuoi vedere… uh… il miracolo? Beh, ecco
qua. Sto per cominciare.” S’interruppe e guardò nel vuoto. “Il miracolo”,
ripeté.
Hastings immaginò che per miracolo intendesse il fatto che riusciva a
mantenere l’equilibrio, e non disse nulla.
“Vado a letto”, annunciò l’altro. “Il povero vecchio Clifford se ne va a
letto, e questo è il miracolo!”
Andò a letto, con uno splendido calcolo delle distanze e un equilibrio
che avrebbero strappato grida entusiastiche di acclamazione a Elliott, se
fosse stato lì ad assistere en connaisseur. Ma Elliott non c’era. Non era ancora
arrivato allo studio. Era sulla strada, comunque, e sorrise con magnanima
condiscendenza a Hastings il quale, mezz’ora dopo, lo trovò sdraiato su
una panchina nei giardini del Lussemburgo. Si lasciò svegliare, spolverare e
accompagnare fino al cancello. Arrivato lì, però, rifiutò ogni assistenza e,
dopo aver rivolto a Hastings un inchino cerimonioso, si avviò lungo una
rotta discretamente esatta verso Rue Vavin.
Hastings lo seguì con lo sguardo finché lo vide sparire, poi lentamente
ritornò verso la fontana. Dapprima si sentì tetro e avvilito, ma poco a poco
l’aria fresca del mattino allentò la stretta che gli serrava il cuore; sedette
sulla panchina di marmo, all’ombra del dio alato.
L’aria era fresca, addolcita dal profumo dei fiori d’arancio.
Dappertutto c’erano piccioni che facevano il bagno, spruzzavano
intorno l’acqua con i petti iridati, entravano e uscivano dal pulviscolo o si
197
rannicchiavano, immersi fino al collo, lungo la vasca lucida. Anche i passeri
erano presenti in frotte; lavavano il piumaggio color polvere nell’acqua
limpida e trillavano con tutte le loro forze. Sotto i sicomori che circondano
lo stagno delle anitre, di fronte alla fontana di Maria de’ Medici, gli uccelli
acquatici mangiavano l’erba, o scendevano in fila dalla proda erbosa per
imbarcarsi in una solenne crociera senza meta.
Le farfalle, ancora un po’ stordite per il riposo nella frescura notturna
sotto le foglie dei lillà, strisciavano sui fiori bianchi e tentavano voli
reumatici verso i cespugli riscaldati dal sole. Le api erano già indaffarate tra
gli eliotropi, e un paio di grandi mosche grigie dagli occhi color mattone
erano posate in una chiazza di sole accanto alla panchina di marmo, si
rincorrevano qua e là, poi ritornavano al sole, sfregandosi con esultanza le
zampette anteriori.
Le sentinelle camminavano a passo energico davanti alle garitte dipinte,
soffermandosi di tanto in tanto per adocchiare verso il corpo di guardia, in
attesa del cambio.
Finalmente il cambio arrivò, con uno strascicare di piedi e un tintinnio
di baionette; si scambiarono la parola d’ordine, le sentinelle che avevano
terminato il loro turno si allontanarono, crunch, crunch, sulla ghiaia.
Un rintocco dolce scese dalla torre dell’orologio del palazzo, e il suono
profondo della campana di St. Sulpice gli fece eco. Hastings era seduto,
sognante, all’ombra del dio; e mentre meditava, sopraggiunse qualcuno che
sedette accanto a lui. In un primo momento non alzò la testa. Balzò in
piedi solo quando sentì la voce di lei.
“Lei! A quest’ora?”
“Ero inquieta, non riuscivo a dormire.” Poi, a voce sommessa e felice:
“E lei! A quest’ora!”
“Io… io dormivo, ma mi ha svegliato il sole.”
“Non riuscivo a dormire”, disse lei; e per un attimo i suoi occhi parvero
sfiorati da un’ombra indefinibile. Poi, sorridendo: “Sono così felice… mi
pareva di saperlo, che lei sarebbe arrivato. Non rida, io credo ai sogni.”
“Ha sognato davvero che io… che io ero qui?”
“Credo di averlo sognato da sveglia”, ammise lei. Poi, per qualche
istante tacquero, riconoscendo con quel silenzio la felicità di essere insieme.
E in verità il loro silenzio era eloquente, perché lievi sorrisi e occhiate, nati
dai loro pensieri, passavano da uno all’altro sino a quando le labbra si
198
muovevano e venivano formate parole che sembravano quasi superflue.
Ciò che dicevano non era molto profondo. Forse la gemma più preziosa
che uscì dalle labbra di Hastings fu un’allusione diretta alla colazione.
“Non ho ancora bevuto la mia cioccolata”, confessò lei. “Ma che uomo
materiale!”
“Valentine!” fece lui, impulsivamente. “Vorrei… voglio che, almeno
questa volta, lei mi dedichi tutta la giornata… questa volta soltanto.”
“Oh, caro”, fece la ragazza, sorridendo. “Non solo materiale ma anche
egoista.”
“Non egoista, affamato!” disse Hastings, guardandola.
“Anche cannibale, oh, povera me!”
“Accetta, Valentine?”
“Ma la mia cioccolata…”
“La prenda con me.”
“Ma il déjeuner…”
“Insieme, a St. Cloud.”
“Ma non posso…”
“Insieme… tutto il giorno… tutto il giorno; accetta, Valentine?”
Lei tacque.
“Solo per questa volta.”
Di nuovo quell’ombra indefinibile le cadde sugli occhi, e quando fu
scomparsa, lei sospirò: “Sì… insieme, per questa volta soltanto.”
“Per tutto il giorno?” chiese lui, dubitando della propria fortuna.
“Per tutto il giorno”, sorrise la ragazza. “E… oh, ho tanta fame!”
Hastings rise, incantato.
“Ma com’è materiale questa signorina!”
Sul Boulevard St. Michel c’è una crémerie, dipinta di bianco e di azzurro
all’esterno e all’interno pulita e linda come un fischietto. La giovane donna
dai capelli rossi che parla francese come una del luogo e che si rallegra di
chiamarsi Murphy, sorrise quando entrarono, buttò una tovaglietta pulita
sul tavolino di zinco tête-à-tête, spinse davanti a loro due tazze di cioccolato
e un cestello pieno di croissants freschi e croccanti.
I panini di burro color primula, su ognuno dei quali era impresso un
trifoglio in rilievo, sembravano saturi della fragranza dei pascoli della
Normandia.

199
“Delizioso”, dissero entrambi, contemporaneamente, e poi risero della
coincidenza.
“Con un solo pensiero”, cominciò lui.
“Assurdo”, esclamò lei, con le guance rosee. “Credo che prenderò un
croissant.”
“Anch’io”, rispose Hastings, trionfante. “Questa è la prova.”
Poi litigarono; lei lo accusò di comportarsi come un bambino, lui lo
negò, formulò controaccuse, fino a quando Mademoiselle Murphy rise e
l’ultimo croissant venne mangiato sotto la bandiera della tregua. Poi si
alzarono, e lei prese il braccio di Hastings con un cenno sorridente a
Mademoiselle Murphy, la quale esclamò gaiamente: “Bonjour, Madame! Bonjour,
Monsieur!” e restò a guardarli mentre fermavano una carrozza di passaggio e
vi salivano. “Dieu! Qu’il est beau!” sospirò, e aggiunse dopo un attimo: “Non
so se sono sposati… ma foi, ils ont bien l’air.”
La carrozza svoltò in Rue de Medici, prese per Rue de Vaugirard, la
percorse fino al punto in cui incrocia Rue de Rennes, si avviò per quella via
rumorosa e andò a fermarsi davanti alla Gare Montparnasse. Erano arrivati
giusto in tempo per prendere un treno; salirono correndo la scalinata e
uscirono sui marciapiedi proprio mentre sotto le arcate dalla stazione
risuonava l’ultimo gong che annunciava la partenza. Un ferroviere sbatté lo
sportello del loro scompartimento, si udì un fischio cui rispose il sibilo della
locomotiva, e il lungo treno uscì dalla stazione, più svelto, sempre più
svelto, accelerando nel sole del mattino. Il vento d’estate soffiava dal
finestrino aperto sui loro volti, e faceva danzare i capelli sulla fronte della
ragazza.
“Abbiamo uno scompartimento tutto per noi”, disse Hastings.
Lei si abbandonò sul sedile imbottito accanto al finestrino, gli occhi
accesi e spalancati, le labbra socchiuse. Il vento le sollevava il cappello, le
faceva svolazzare i nastri sotto il mento. Con un movimento rapido lei li
slacciò, tolse il lungo spillone e depose il cappello sul sedile, accanto a sé. Il
treno volava.
Le sue guance si ravvivavano di colore, a ogni respiro affrettato, il seno
si alzava e si abbassava sotto il mazzo di gigli che portava sulla gola. Alberi,
case, stagni passavano fulminei, tagliati da una selva di pali del telegrafo.
“Più in fretta! Più in fretta!” esclamò lei.

200
Gli occhi di Hastings non lasciavano mai i suoi che, spalancati e azzurri
come il cielo estivo, sembravano fissi su qualcosa di lontano… qualcosa
che non si avvicinava mai, ma continuava a sfuggire.
Era l’orizzonte, spezzato ora da una tetra fortezza su una collina, ora
dalla croce di una piccola chiesa di campagna? Era la luna d’estate, simile a
un fantasma, che scivolava nell’azzurro anche più vago del cielo?
“Più in fretta! Più in fretta!” esclamava lei.
Le sue labbra socchiuse ardevano scarlatte.
La carrozza sussultava e vibrava e i campi passavano accanto a loro
come un fiume di smeraldo. Hastings fu contagiato da quell’eccitazione; il
suo volto si accese.
“Oh!” esclamò lei, e con un movimento inconscio gli prese la mano,
attirandolo al finestrino, accanto a sé. “Guardi! Si affacci insieme a me!”
Lui riuscì a scorgere soltanto il movimento delle labbra; la voce era
sommersa dal rombo del treno che passava su di un viadotto, ma le mani di
Hastings si serrarono su quelle di lei: si aggrappò al finestrino. Il vento
fischiava loro nelle orecchie. “Non si sporga così, Valentine, stia attenta!”
ansimò lui.
Sotto, fra i tralicci del viadotto, apparve un ampio fiume che subito
sparì, mentre il treno si avventava tuonando in una galleria, e poi ne usciva,
fra la distesa dei campi verdi. Il vento ruggiva attorno a loro. La ragazza si
sporgeva troppo dal finestrino, e Hastings la prese per la vita, gridando:
“Non si sporga troppo!” Ma lei mormorava soltanto: “Più in fretta! Più in
fretta! Via dalla città, via da questo paese, più in fretta, più in fretta! Via da
questo mondo!”
“Che cosa sta dicendo?” fece lui; ma la sua voce era spezzata, e il vento
gliela ricacciava nella gola.
La ragazza l’udì, voltò le spalle al finestrino e abbassò lo sguardo sul
braccio che la cingeva, poi lo alzò verso gli occhi di lui. Il vagone
sobbalzava, i finestrini tintinnavano. Adesso stavano sfrecciando attraverso
una foresta, e il sole gettava fulminei lampi di fuoco sui rami rugiadosi.
Hastings guardò negli occhi turbati della ragazza; l’attirò a sé e baciò le
labbra socchiuse, e lei gridò, un grido amaro e disperato: “No! No!”
Ma lui la tenne stretta, forte, bisbigliando parole di amore e di sincera
passione, e quando lei singhiozzò: “No… no… Ho promesso! Deve…
deve sapere… io… non sono degna…” Nella purezza del cuore di
201
Hastings le parole di lei furono prive di significato, in quel momento e per
sempre. Poi la sua voce tacque, la sua testa si posò sul petto di Hastings.
Lui si appoggiò al finestrino, le orecchie assordate dal vento furioso, il
cuore in un tumulto di gioia. Avevano superato la foresta, e il sole uscì dagli
alberi, inondò nuovamente la terra con il suo fulgore. La ragazza alzò gli
occhi e, dal finestrino, guardò il mondo. Poi cominciò a parlare, ma la sua
voce era fievole, e Hastings chinò il capo, lo accostò a quello di lei e
ascoltò. “Non posso allontanarmi da te; sono troppo debole. Da tanto
tempo sei il mio padrone… padrone del mio cuore e della mia anima. Ho
infranto la promessa fatta a uno che si fidava di me, ma ti ho detto tutto…
Il resto che importa?” Lui sorrise di quell’innocenza, e lei adorò quella di
lui. Riprese a parlare: “Prendimi o buttami via… che importa? Adesso puoi
uccidermi con una parola, e forse sarebbe più facile morire che guardare in
faccia una felicità grande come la mia.”
Hastings la prese tra le braccia. “Zitta! Cosa stai dicendo? Guarda…
guarda il sole, i prati, i ruscelli. Saremo molto felici, in un mondo tanto
splendido.”
Lei si girò verso il sole. Dal finestrino, il mondo le sembrava bellissimo.
Tremante di felicità, sospirò: “È questo il mondo? Allora non l’avevo
mai conosciuto.”
“Neppure io, che Dio mi perdoni”, mormorò lui.
Forse fu la dolce Madonna dei Campi che li perdonò entrambi.

202
X
Rue Barrée
“Lascia pure il Filosofo e il Dottore a predicare
di quello ch’essi vogliono o non vogliono fare…
Ognuno è sol l’anello dell’eterna catena
che nessuno può sciogliere e neppure spezzare.”

“Né rose gialle e cremisi


né l’aroma del mare
valgono il tuo profumo
che io adoro.

Stancano i gigli languidi,


mi annoiano l’acque immutate,
mi strazia il desiderio
passionale di te.

Al mondo ci sono solo queste cose…


Le tue labbra di fuoco,
i tuoi seni, le mani, i tuoi capelli,
e il desiderio mio.”

1
Una mattina, da Julian, uno studente disse a Selby: “Quello è Foxhall
Clifford”, e indicò con i pennelli un giovane che sedeva davanti a un
cavalletto e non faceva nulla.
Selby, intimidito e nervoso, gli si avvicinò ed esordì: “Mi chiamo
Selby… sono appena arrivato da Parigi e ho una lettera di
presentazione…” La sua voce si perdette nel tonfo di un cavalletto che
cadeva; il proprietario del cavalletto si affrettò ad aggredire il suo vicino, e
per diversi minuti il frastuono della zuffa dominò negli studi dei signori
Boulanger e Lefebvre, prima di smorzarsi sulle scale esterne. Selby, un po’

203
intimorito circa l’accoglienza che avrebbe trovato nello studio, guardò
Clifford, il quale era rimasto tranquillamente seduto a osservare la rissa.
“È un po’ rumoroso, qui”, disse Clifford. “Ma i ragazzi ti piaceranno,
quando li conoscerai.” I suoi modi imperturbabili estasiarono Selby; poi,
con una semplicità che lo conquistò, gli presentò mezza dozzina di studenti
di altrettante nazionalità. Alcuni furono cordiali, tutti si mostrarono cortesi.
Persino il maestoso giovanotto che fungeva da economo si sgelò il
necessario per dire: “Amico mio, quando un uomo parla bene il francese
come te, ed è anche amico di Monsieur Clifford, non avrà fastidi, in questo
studio. Naturalmente, ti occuperai di riempire la stufa fino a quando non
arriverà un altro novellino.”
“Naturalmente.”
“E non ti danno fastidio le burle?”
“No”, rispose Selby, che le odiava.
Clifford, molto divertito, si mise in testa il cappello e disse: “Dovrai
aspettartene parecchie, all’inizio.”
Selby si mise anche lui il cappello in testa e lo seguì verso la porta.
Quando passarono davanti alla pedana su cui posava la modella, si levò
un grido furioso: “Chapeau! Chapeau!” Uno studente lasciò con un balzo il
cavalletto e abbordò con aria minacciosa Selby, il quale arrossì ma guardò
Clifford.
“Togliti il cappello per salutarli”, disse quest’ultimo, ridendo.
Un po’ imbarazzato, Selby si voltò e salutò lo studio.
“Et moi?” gridò la modella.
“Lei è incantevole”, rispose Selby, sbalordito della propria audacia; ma
tutti i presenti si alzarono urlando: “Bravo! Benissimo!” La modella,
ridendo, gli buttò un bacio con la mano ed esclamò: “A demain, beau jeune
homme!”
Per tutta la settimana, Selby lavorò allo studio senza che nessuno lo
molestasse. Gli studenti francesi lo battezzarono “Enfant Prodigue”, che
venne tradotto liberamente “il bambino prodigo”, “The Kid”, “Kid Selby”
e “Kidby”. Ma naturalmente, da “Kidby” si arrivò a “Kidney”5, e poi a
“Tidbits”6. A questo punto l’autorità di Clifford bloccò la concatenazione
dei nomignoli, e alla fine si ritornò a “Kid”.
Arrivò mercoledì, e con esso Monsieur Boulanger. Per tre ore, gli
studenti rabbrividirono sotto i suoi sarcasmi pungenti, e tra gli altri anche
204
Clifford, il quale si sentì dire che s’intendeva di un’opera d’arte meno
ancora di quanto s’intendesse dell’arte di lavorare. Selby fu più fortunato. Il
professore esaminò i suoi disegni in silenzio, gli lanciò un’occhiata acuta, e
passò oltre con un gesto vago. Poi Boulanger se ne andò sottobraccio a
Bouguereau, con grande sollievo di Clifford che finalmente poté calcarsi in
testa il cappello e andarsene.
Il giorno dopo non ricomparve e Selby, che aveva contato di vederlo
allo studio (una cosa che, come apprese in seguito, era vano sperare),
ritornò da solo al Quartiere Latino.
Parigi era ancora una novità per lui. Era vagamente turbato dal suo
splendore. Nessun tenero ricordo agitava il suo cuore americano a Place du
Chatêler, e neppure a Notre Dame. Il Palais de Justice con l’orologio e le
torrette e le sentinelle vestite di azzurro e di vermiglio. Place St. Michel con
la sua baraonda di omnibus e i brutti grifoni che gettavano acqua, la collina
di Boulevard St. Michel, i tram strombettanti, i poliziotti che procedevano a
due a due, e le terrazze gremite di tavoli del Café Vachette non gli dicevano
nulla, e quando fu passato dalle Pietre di Place St. Michel all’asfalto del
Boulevard, non si accorse neppure di avere varcato la frontiera e di essere
entrato nella zona degli studenti, il famoso Quartiere Latino!
Un fiaccheraio si rivolse a lui chiamandolo “bourgeois” ed esaltò la
superiorità di una scarrozzata rispetto a una camminata a piedi. Un gamin,
con un’aria di grande interesse, gli chiese le ultime notizie telegrafiche da
Londra e poi, tirando su la testa, invitò Selby a una gara di forza. Una bella
ragazza gli lanciò uno sguardo intenso con i suoi occhi viola. Lui non la
vide, ma lei, scorgendo la propria immagine riflessa in una vetrina, si
sorprese del rossore che le avvampava le guance. Quando si voltò per
proseguire il suo cammino, incontrò Foxhall Clifford, e procedette in
fretta. Clifford, a bocca aperta, la seguì con gli occhi; poi guardò Selby, che
aveva voltato in Boulevard St. Germain, dirigendosi verso Rue de Seine.
Poi si squadrò nella vetrina del negozio: il risultato gli parve poco
soddisfacente.
“Non sono una bellezza”, pensò, “ma non sono neppure un mostro.
Perché lei arrossisce guardando Selby? Non l’avevo mai vista guardare un
uomo… nessuno, in tutto il Quartiere, l’ha mai vista fare una cosa simile.
Comunque, posso giurare che me non mi guarda mai, e il cielo sa che ho
fatto tutto ciò che può fare una rispettosa adorazione.”
205
Sospirò, e mormorando una profezia a proposito della salvezza della
propria anima immortale, si avviò con quel passo elegante che lo
caratterizzava. Senza uno sforzo apparente raggiunse Selby all’angolo;
insieme attraversarono il Boulevard assolato e sedettero sotto il tendone del
Café du Cercle. Clifford s’inchinò agli avventori del caffè, dicendo: “Li
conoscerai tutti più tardi, ma adesso permettimi di presentarti a due dei
monumenti di Parigi, il signor Richard Elliott e il signor Stanley Rowden.”
I “monumenti” avevano un’aria amabile e stavano bevendo il vermut.
“Non sei venuto allo studio, oggi”, disse Elliott, girandosi
improvvisamente verso Clifford, che evitò il suo sguardo.
“Per immergerti nella natura?” osservò Rowden.
“Come si chiama, stavolta?” chiese EIliott, e Rowden rispose,
prontissimo: “Nome: Yvette; nazionalità: bretone…”
“Sbagliato”, rispose tranquillo Clifford. “È Rue Barrée.”
L’argomento cambiò di colpo, e Selby ascoltò sorpreso nomi che gli
giungevano nuovi, e discorsi sul vincitore dell’ultimo Prix de Rome. Era
felice di udire opinioni espresse arditamente e discussioni appassionate,
benché il linguaggio usato fosse soprattutto gergo, inglese e francese.
Sognava il momento in cui anche lui si sarebbe lanciato nella lotta per la
gloria.
Le campane di St. Sulpice suonarono l’ora, e il Palazzo del
Lussemburgo rispose, rintocco per rintocco. Lanciando un’occhiata al sole,
già basso nel pulviscolo dorato dietro il Palazzo Borbone, si alzarono,
girarono verso Est, attraversarono il Boulevard St. Germain e si avviarono
verso l’École de Médecine. All’angolo incrociarono una ragazza che
camminava in fretta. Clifford sogghignò, Elliott e Rowden apparvero
agitati, ma tutti s’inchinarono; e lei, senza alzare gli occhi, ricambiò il saluto.
Selby, che era rimasto un po’ indietro, affascinato da una vetrina, alzò lo
sguardo e incontrò gli occhi più azzurri che avesse mai visto.
Immediatamente quegli occhi si abbassarono, e il giovane si affrettò a
raggiungere gli altri.
“Per Giove!”, disse. “Sapete che ho appena visto la ragazza più
graziosa…” I tre lanciarono un’esclamazione cupa e malaugurante, come
un coro di tragedia greca.
“Rue Barrée!”
“Cosa?” gridò Selby, sbigottito.
206
L’unica risposta fu un gesto vago di Clifford.
Due ore dopo, durante la cena, Clifford si rivolse a Selby e disse: “Tu
vuoi domandarmi qualcosa. Me ne accorgo da come ti agiti.”
“Sì”, fece lui, ingenuamente. “È per via di quella ragazza. Chi è?”
Nel sorriso di Rowden c’era la pietà, in quello di Elliott c’era
l’amarezza.
“Il suo nome”, disse Clifford in tono solenne, “è ignoto a tutti,
almeno”, aggiunse coscienziosamente, “a quel che ne so. Tutti, nel
Quartiere Latino, s’inchinano a lei, e lei risponde seria al saluto, ma non
risulta che qualcuno sia mai riuscito a ottenere qualcosa di più. La sua
professione, a giudicare dal rotolo di carta da musica, è pianista. La sua
residenza è in un’umile stradina che le autorità cittadine tengono in
riparazione perpetua, e dalle lettere nere scritte sulla barriera che chiude
quella strada al traffico, lei ha preso il nome con cui la conosciamo… Rue
Barrée7. Il signor Rowden, nella sua imperfetta conoscenza della lingua
francese, ce l’ha indicata chiamandola Roo Barry…”
“Non è vero”, disse Rowden, accalorandosi.
“E, Roo Barry o Rue Barrée, oggi è l’oggetto dell’adorazione di tutti i
rapins8 del Quartiere…”
“Noi non siamo rapins”, lo corresse Elliott.
“Io non lo sono”, ribatté Clifford. “E ti faccio osservare, Selby, che
questi due signori, in momenti diversi e apparentemente sfortunati, si sono
offerti di deporre la loro vita ai piedi di Rue Barrée. La fanciulla ha un
sorriso agghiacciante, che sfodera in simili occasioni e”, continuò
assumendo un tono cupo, “sono stato costretto a prendere atto che né
l’erudita eleganza del mio amico Elliott, né la sfolgorante bellezza del mio
amico Rowden ha toccato quel cuore di ghiaccio.”
Elliott e Rowden, ribollendo d’indignazione, gridarono:
“E tu?”
“Io”, disse Clifford, sommessamente, “non oso camminare dove voi vi
precipitate.”

2
Ventiquattr’ore dopo, Selby aveva completamente dimenticato Rue
Barrée. Per tutta la settimana lavorò con impegno allo studio, e il sabato
207
sera era così stanco che andò a letto prima di cena ed ebbe un incubo:
sognò di annegare in un fiume di ocra gialla. Domenica mattina, senza un
motivo al mondo, pensò a Rue Barrée, e dieci secondi dopo la vide. Fu al
mercatino dei fiori sul ponte di marmo. Lei stava esaminando un vaso di
viole del pensiero. Il fioraio aveva evidentemente buttato cuore e anima in
quell’affare, ma Rue Barrée scosse il capo.
Non è dato sapere se Selby si sarebbe fermato in quel momento per
esaminare una rosa centifoglie se Clifford non gli avesse raccontato la storia
il martedì precedente. Forse la sua curiosità era ormai sveglia, perché, a
parte le tacchine, non esiste un bipede più curioso di un ragazzo di
diciannove anni. Dai vent’anni fino alla morte si sforza di nasconderlo. Per
essere giusti nei confronti di Selby, bisogna riconoscere che il mercatino era
attraente. Sotto un cielo sereno, i fiori erano impacchettati e ammucchiati
lungo il ponte di marmo. L’aria era dolce, il sole intesseva una trina
d’ombre tra le palme e splendeva nei cuori di mille rose. Era venuta la
primavera, in pieno rigoglio. I carri-botte e le innaffiatrici spargevano
frescura sul Boulevard, i passeri erano diventati sfacciatamente garruli e un
credulo pescatore della Senna seguiva ansioso il galleggiante coloratissimo
che oscillava tra la schiuma di sapone dei lavatoi. I castani dalle spighe
bianche, avvolti nel verde tenero, vibravano del ronzio delle api. Le farfalle
vistose ostentavano i loro cenci invernali tra gli eliotropi. Nell’aria c’era un
profumo di terra fresca, un’eco dei ruscelli dei boschi rimaneva nella
corrente della Senna, e le rondini si abbassavano e si levavano in volo tra i
battelli ancorati. Da qualche parte, da una finestra, un uccello in gabbia
cantava verso il cielo, mettendoci tutto il suo cuore.
Selby guardò la rosa centifoglie e poi guardò il cielo. Qualcosa, nel
canto dell’uccello in gabbia, l’aveva commosso, o forse era la pericolosa
dolcezza dell’aria di maggio.
Dapprima non si era quasi accorto di essersi fermato; poi quasi non si
accorse del perché si era fermato, poi pensò di proseguire, poi pensò di
non proseguire, poi guardò Rue Barrée.
Il fioraio disse: “Mademoiselle, questo è senza dubbio un bellissimo vaso
di viole del pensiero.”
Rue Barrée scosse il capo.
Il fioraio sorrise. Era chiaro che lei non voleva le viole del pensiero. Ne
aveva comprati diversi, vasi, due o tre ogni primavera, e non aveva mai
208
discusso. Cosa voleva, allora? Le viole erano soltanto un assaggio,
evidentemente, per un acquisto più importante. Il fioraio si fregò le mani e
si guardò in giro.
“Questi tulipani sono magnifici”, osservò. “E questi giacinti…” Cadde
in estasi alla vista dei cespi profumati.
“Quello”, mormorò Rue Barrée, puntando il parasole chiuso verso uno
splendido rosaio; la voce le tremava un poco. Selby se ne accorse, e si
vergognò di ascoltare, e se ne accorse anche il fioraio; affondò il naso nelle
rose e fiutò un affare. Tuttavia, per la verità, non aggiunse un centesimo al
vero valore della pianta perché, dopotutto, Rue Barrée era probabilmente
povera, e chiunque poteva vedere che era incantevole.
“Cinquanta franchi, Mademoiselle.”
Il tono del fioraio era serio; Rue Barrée capì che sarebbe stato inutile
discutere. Rimasero entrambi in silenzio, un momento. L’uomo non elogiò
il suo rosaio: era magnifico, e tutti potevano vederlo.
“Prenderò le viole del pensiero”, disse la ragazza, e tirò fuori due
franchi dalla borsetta logora. Poi alzò gli occhi. C’era una lacrima che
rifrangeva la luce come un diamante; ma quando rotolò in un angolino,
accanto al naso, fu sostituita da una visione di Selby; e quando il fazzoletto
ebbe liberato gli sbalorditi occhi azzurri, apparve proprio Selby, molto
imbarazzato. Lui guardò immediatamente il cielo, travolto in apparenza da
una sete di conoscenze astronomiche; e poiché continuò la sua
osservazione per cinque minuti buoni, anche il fioraio alzò lo sguardo, e
poi anche un poliziotto. Poi Selby si guardò la punta delle scarpe, il fioraio
guardò lui e il poliziotto passò oltre. Rue Barrée se ne era già andata da un
po’.
“Cosa posso offrire a Monsieur?” fece il fioraio.
Selby non seppe mai il perché, ma all’improvviso incominciò ad
acquistare fiori. Il fiorista era elettrizzato. Non aveva mai venduto tanti
fiori a prezzi così soddisfacenti, e mai, mai con un’unanimità di opinione
così grande con un cliente. Tuttavia, sentiva la mancanza della
contrattazione, della discussione, delle invocazioni al cielo perché facesse
da testimone. La transazione mancava di sapore.
“Questi tulipani sono magnifici!”
“È vero!” esclamò Selby con calore. “Purtroppo sono cari.”
“Li prendo.”
209
“Dieu!” mormorò il fioraio, coperto di sudore. “È più matto ancora di
quanto lo siano di solito gli inglesi.”
“Questo cactus…”
“È splendido!”
“Purtroppo…”
“Me lo mandi con il resto.”
Il fioraio si appoggiò alla spalletta del ponte.
“Quello stupendo rosaio”, cominciò, con un filo di voce. “È una
bellezza. Mi pare che costi cinquanta franchi…”
Selby s’interruppe, arrossendo. Il fioraio si godette la sua confusione.
Poi, all’improvviso, il giovane si riprese con freddo autocontrollo, fissò
l’altro negli occhi e lo sfidò.
“Prendo anche il rosaio. Perché la signorina non l’ha comprato?”
“Mademoiselle non è ricca.”
“Lei come lo sa?”
“Dame, le vendo molte viole del pensiero, e quelle non costano molto.”
“Sono queste, le viole del pensiero che ha comprato?”
“Queste, Monsieur, azzurro e oro.”
“Allora gliele deve mandare?”
“A mezzogiorno, quando chiude il mercato.”
“Le porti anche questo rosaio e…” Selby fulminò l’uomo con
un’occhiata, “non si azzardi a dire da dove viene.” Il fioraio aveva gli occhi
sbarrati; ma Selby, sereno e vittorioso, disse: “Mandi il resto all’Hôtel du
Sénat, 7 Rue de Tournon. Lascerò istruzioni al concierge.”
Poi si abbottonò il guanto con grande dignità e si allontanò; ma quando
ebbe girato l’angolo e fu al riparo dallo sguardo del fioraio, arrossì
furiosamente, colto all’improvviso dalla convinzione di essere un idiota.
Dieci minuti dopo era seduto nella sua camera all’Hôtel du Sénat e ripeteva,
con un sorriso ebete: “Che somaro sono, che somaro!”
Un’ora dopo era ancora seduto sulla stessa sedia, nella stessa posizione;
aveva ancora il cappello e i guanti, e teneva il bastone in mano. Ma taceva,
apparentemente perduto nella contemplazione delle sue scarpe, e il suo
sorriso era meno ebete e addirittura un po’ introspettivo.

3
210
Verso le cinque di quel pomeriggio, la donnina dagli occhi tristi che
funge da concierge all’Hôtel du Sénat alzò le mani sbigottita quando un carro
carico di arbusti fioriti si fermò davanti alla porta. Chiamò Joseph, lo
sfacciato garçon il quale, mentre calcolava il valore dei fiori in petit verres,
dichiarava cupamente di ignorarne la destinazione.
“Voyons”, fece la minuscola concierge. “Cherchons la femme!”
“Lei?” suggerì Joseph.
La donnina rimase per un momento pensierosa, poi sospirò. Joseph si
accarezzò il naso che, in quanto a colorito, poteva gareggiare con quella
mostra floreale.
Poi entrò il fioraio, con il cappello in mano, e pochi minuti dopo Selby
era ritto al centro della sua stanza, senza giacca, con le maniche della
camicia rimboccate. La camera, in origine, conteneva, oltre ai mobili, meno
di un metro quadrato di spazio per muoversi, e adesso quello era occupato
da un cactus. Il letto cigolava sotto le cassette di viole del pensiero, di gigli e
di eliotropi, il divano era coperto di giacinti e tulipani, e il portacatino
sorreggeva un alberello destinato prima o poi a fiorire.
Clifford arrivò un po’ più tardi, inciampò su una cassetta di piselli dolci,
imprecò, si scusò per le imprecazioni, poi, colpito dallo splendore di quella
fête floreale, sedette sbalordito su di un geranio. Il geranio finì a pezzi, ma
Selby disse: “Non importa” e guardò male il cactus.
“Hai intenzione di dare un ballo?” domandò Clifford.
“No… no… mi piacciono molto i fiori”, disse Selby; ma
quell’affermazione era priva di entusiasmo.
“Dovevo immaginarlo.” Poi, dopo un silenzio: “Quel cactus è
magnifico.”
Selby contemplò il cactus, lo toccò con aria da intenditore, e si punse
un dito.
Clifford pungolò una viola del pensiero con il bastone. Poi arrivò
Joseph con il conto, e annunciò il totale a voce alta, un po’ per
impressionare Clifford, un po’ per indurre Selby a scucire un pourboire che
lui avrebbe diviso, se avesse voluto, con il fioraio. Clifford fece finta di non
aver sentito, e Selby pagò conto e mancia senza un mormorio. Poi tornò ad
aggirarsi nella stanza, cercando di mostrare un’aria indifferente che andò
completamente a pezzi quando si strappò i calzoni contro il cactus.

211
Clifford fece qualche osservazione d’obbligo, accese una sigaretta e
guardò fuori dalla finestra per offrire una possibilità all’amico. Selby cercò
di approfittarne, ma dopo essere arrivato a dire: “Sì, è arrivata finalmente la
primavera”, s’inchiodò. Fissò la nuca di Clifford, che era fin troppo
eloquente. Le orecchie lievemente ritte sembravano fremere di allegria
repressa. Tentò disperatamente di dominare la situazione, e si alzò di scatto
per prendere le sigarette russe, quale incentivo alla conversazione, ma fu
bloccato dal cactus e tornò a caderne preda. Quella fu l’ultima goccia.
“Accidenti al cactus.” Quell’osservazione sfuggì a Selby contro la sua
volontà e contro il suo istinto di conservazione, ma la pianta aveva spine
lunghe e appuntite; dopo l’ennesima puntura, la sua collera sbottò. Ormai
era troppo tardi, e Clifford si girò di colpo.
“Stammi a sentire, Selby, perché diavolo hai comprato tutti questi
fiori?”
“Mi piacciono”, disse Selby.
“E che cosa hai intenzione di farne? Qui non hai più posto per
dormire.”
“Ce l’avrei, se tu mi aiutassi a togliere dal letto le viole del pensiero.”
“E dove vuoi metterle?”
“Non potrei regalarle alla concierge?”
Non aveva neppure finito di dirlo, e già si era pentito. Che cosa
avrebbe pensato Clifford di lui? Aveva sentito a quanto ammontava il
conto. Avrebbe pensato che lui aveva investito quella somma per fare
timidamente la corte alla concierge? E gli studenti del Quartiere Latino
avrebbero commentato il fatto nel loro modo brutale? Selby aveva il terrore
del ridicolo, e conosceva la reputazione di Clifford.
Poi qualcuno bussò.
Selby guardò Clifford con un’espressione angosciata che toccò il cuore
del giovane. Era una confessione e, nello stesso tempo, una supplica.
Clifford balzò in piedi, passò attraverso quel labirinto di fiori, e accostando
un orecchio alla porta socchiusa chiese: “Chi diavolo è?”
Questo tipo di gentile accoglienza è caratteristica del Quartiere Latino.
“È Elliott”, disse, voltandosi indietro, “e c’è anche Rowden, e i loro
bulldog.” Poi parlò ai visitatori, attraverso lo spiraglio.
“Sedetevi sulle scale. Selby ed io usciamo con molta discrezione.”

212
La discrezione è una virtù. Il Quartiere Latino ne possiede poche, e di
rado la discrezione figura nell’elenco. I due sedettero e cominciarono a
fischiettare.
Poco dopo Rowden esclamò: “Sento odore di fiori. Fanno festa, là
dentro.”
“Dovreste conoscere meglio Selby”, brontolò Clifford dietro la porta,
mentre il giovane si cambiava in fretta i calzoni strappati.
“Noi conosciamo Selby”, disse Elliott, in tono enfatico.
“Sicuro”, disse Rowden. “Offre ricevimenti con decorazioni floreali e
invita Clifford, mentre noi restiamo seduti sulle scale.”
“Si mentre la bellezza e la gioventù del Quartiere se la spassa”, suggerì
Rowden; poi, colto da un improvviso presentimento: “C’è Odette, li
dentro?”
“Ehi, sentite”, domandò Elliott, “c’è Colette?”
Poi alzò la voce in un gemito lamentoso: “Sei lì, Colette, mentre io
batto i tacchi su questi gradini?”
“Clifford è capace di tutto”, disse Rowden. “È diventato anche peggio,
da quando Rue Barrée gli ha risposto picche.”
Elliott alzò la voce: “Ehi, dico, amici, abbiamo visto portare dei fiori
nella casa di Rue Barrée, a mezzogiorno.”
“Viole del pensiero e rose”, precisò Rowden.
“Probabilmente per lei”, aggiunse Elliott, accarezzando il suo bulldog.
Clifford si girò verso Selby, colto da un improvviso sospetto.
Questi canticchiò un motivetto, scelse un paio di guanti, prese una
dozzina di sigarette e le mise in un astuccio. Poi si diresse deciso verso il
cactus, colse un fiore, se lo mise all’occhiello e, prendendo cappello e
bastone, sorrise a Clifford, che ne rimase profondamente sconvolto.

4
Lunedì mattina, da Julian, gli studenti lottavano per prendere posto;
quelli che avevano diritto di precedenza scacciavano altri che si erano
acquattati ansiosamente sui bramati tabourets fin da quando era stata aperta
la porta, nella speranza di appropriarsene al momento dell’appello; altri
studenti litigavano per le tavolozze, i pennelli, i portacarte, o straziavano
l’aria invocando Ciceri e pane. Il primo, un sudicio ex modello, che ai bei
213
tempi aveva posato per la figura di Giuda, adesso dispensava pane raffermo
per un soldo e ne ricavava abbastanza per pagarsi le sigarette. Monsieur
Julian entrò, sorrise di un sorriso paterno e uscì. La sua scomparsa fu
seguita dall’apparizione del contabile, un individuo volpino che s’insinuò
tra le orde in lotta alla ricerca delle prede.
Tre uomini che non avevano pagato vennero catturati. Un quarto
venne individuato, seguito, preceduto, bloccato prima che battesse in
ritirata dietro la porta, e finalmente fu catturato dietro la stufa. In quel
momento la sommossa era già arrivata alla fase acuta, e si levarono ululati
per invocare Jules!
Jules arrivò, arbitrò due zuffe con uno sguardo di triste rassegnazione
negli occhi scuri, strinse le mani a tutti e si dileguò tra la folla, lasciando
un’atmosfera di pace e di buona volontà. I leoni sedettero accanto agli
agnelli, gli studenti-economi scelsero i posti migliori per se stessi e per i
loro amici e poi, salendo sulla pedana dei modelli, aprirono il registro.
Subito corse la voce: “Questa settimana cominciano dalla C.”
E così fu.
“Clisson!”
Clisson balzò come un lampo e scrisse il suo nome con il gesso sul
pavimento, davanti a uno dei posti di prima fila.
“Caron!”
Caron galoppò via per assicurarsi il posto. Bang! fece un cavalletto.
“Nom de Dieu!” in francese. “Dove diavolo vai!” in inglese. Crash! Una
scatola di colori cadde sul pavimento con i pennelli e tutto. “Dieu de Dieu
de…” Spat! Un colpo, una breve corsa, una presa e una zuffa, poi la voce
dell’economo, severa e carica di rimprovero:
“Cochon!”
Poi continuò l’appello.
“Clifford!”
L’economo si fermò e alzò gli occhi, con un dito infilato tra le pagine
del registro.
“Clifford!”
Clifford non c’era. Era lontano circa cinque chilometri in linea d’aria, e
a ogni istante la distanza aumentava. Non camminava svelto… al contrario,
procedeva con quell’andatura tranquilla che gli era tipica. Elliott era al suo
fianco e i due bulldog marciavano nella retroguardia. Elliott stava leggendo
214
il Gil Blas e sembrava divertito, ma poiché considerava l’allegria inadatta
allo stato d’animo di Clifford, si limitava a una serie di sorrisi discreti.
Clifford, vagamente conscio della cosa, non diceva nulla; entrò nei giardini
del Lussemburgo, si piazzò su una panchina sulla terrazza settentrionale e
scrutò il panorama con scarso entusiasmo. Elliott, in ossequio ai
regolamenti del Lussemburgo, legò i due cani e poi, dopo aver lanciato
all’amico un’occhiata interrogativa, ricominciò con la lettura del Gil Blas e i
sorrisi discreti.
Era una giornata splendida. Il sole era librato su Notre Dame, e faceva
brillare la città. Il fogliame tenero dei castagni ombreggiava la terrazza e
gettava sui viottoli sfumature azzurre che Clifford avrebbe trovato
incoraggianti per i suoi violenti slanci impressionistici, se le avesse guardate;
ma come al solito, in quella fase della sua carriera, pensava a tutto tranne
che all’arte. Tutto intorno, i passeri litigavano e cinguettavano i canti del
corteggiamento, i grossi piccioni rosati veleggiavano da un albero all’altro,
le mosche volteggiavano nei raggi del sole e i fiori esalavano mille profumi
che comunicavano a Clifford una languida malinconia. E sotto il loro
influsso, parlò.
“Elliott, tu sei un vero amico…”
“Mi dai la nausea”, rispose l’altro, ripiegando il giornale. “È proprio
come pensavo… Ti stai perdendo di nuovo dietro a qualche gonnella. E”,
continuò indignato, “se è per questo che mi hai tenuto lontano da Julian, se
è per farmi una testa così delle perfezioni di una piccola scema…”
“Non è scema”, protestò dolcemente Clifford.
“Stammi a sentire”, esclamò Elliott, “hai il coraggio di dirmi che sei
innamorato di nuovo?”
“Di nuovo?”
“Sì, di nuovo e di nuovo e di nuovo e… Perdiana, lo sei?”
“Questa”, osservò triste Clifford, “è una cosa seria.”
Per un attimo Elliott provò la tentazione di strozzarlo, poi rise,
esasperato. “Oh, continua, continua! Vediamo. C’è Clémence e Marie
Tellec, e Cosette e Fifine, Colette, Marie Verdier…”
“Sono tutte adorabili, veramente adorabili, ma con loro non ho mai
fatto sul serio.”
“Così, mi aiuti Mosè”, disse Elliott, in tono solenne, “ognuna delle
gentili fanciulle che ho nominato, in tempi diversi, ti ha straziato il cuore e
215
mi ha fatto perdere il mio posto da Julian nello stesso modo; ognuna di
loro, in tempi diversi, a turno. Puoi negarlo?”
“Quello che dici tu può avere un fondamento reale, in un certo senso;
ma devi ammettere che sono sempre stato fedele a una alla volta…”
“Finché non arrivava la prossima.”
“Ma questo… questo è davvero molto diverso, Elliott, credimi. Sono
distrutto.”
Poiché non c’era altro da fare, Elliott digrignò i denti e ascoltò.
“È… è Rue Barrée.”
“Bene”, osservò Elliott, sarcastico. “Se stai piangendo per quella
ragazza… La ragazza che ha dato motivo a te e a me stesso di augurarci che
la terra si spalancasse per inghiottirci… Vai pure avanti!”
“Sì che vado avanti… Non me ne importa: ho perduto ogni
timidezza.”
“Sicuro, la tua timidezza innata.”
“Sono disperato, Elliott. Sono innamorato? Non mi sono sentito mai,
mai, così disperatamente infelice. Non riesco a dormire; ti giuro, non riesco
neppure a mangiare.”
“Gli stessi sintomi del caso di Colette.”
“Mi vuoi ascoltare o no?”
“Taci un momento. Conosco il resto a memoria. E adesso lascia che ti
faccia una domanda. Sei convinto che Rue Barrée sia una ragazza pura?”
“Sì”, disse Clifford, arrossendo.
“Tu l’ami… Non come corri dietro a ogni graziosa stupidella… Voglio
dire, l’ami sinceramente?”
“Sì”, fece l’altro, ostinato. “Sarei disposto a…”
“Taci un momento: saresti disposto a sposarla?”
Clifford diventò scarlatto. “Sì”, mormorò.
“Una bella notizia per la tua famiglia”, brontolò Elliott, in tono
d’indignazione repressa. “‘Caro papà, ho appena sposato un’incantevole
grisette e sono sicuro che tu l’accoglierai a braccia aperte insieme a sua
madre, una stimabilissima e onorata lavandaia.’ Santo cielo! Sembra che
stavolta tu sia andato un po’ più avanti del solito. Ringrazia le stelle,
giovanotto, che io abbia la testa a posto per tutti e due. Comunque non ho
paura. Rue Barrée ha schiacciato le tue aspirazioni in un modo
inequivocabilmente definitivo.”
216
“Rue Barrée”, cominciò Clifford, raddrizzandosi, ma poi s’interruppe di
colpo, perché sul sentiero spruzzato dal sole che formava chiazze dorate,
avanzava Rue Barrée. Il suo abito era immacolato, il grande cappello di
paglia, un po’ inclinato sulla fronte candida, le ombreggiava gli occhi.
Elliott si alzò e s’inchinò. Clifford si tolse il cappello con un’aria così
supplichevole, così dolente e così infinitamente umile che Rue Barrée
sorrise.
Era un sorriso delizioso; e quando Clifford, incapace di reggersi sulle
gambe a causa dello sbalordimento, vacillò un poco, lei sorrise di nuovo,
quasi controvoglia. Qualche attimo dopo, sedette sulla terrazza, tirò fuori
un libro dal rotolo di carta da musica, girò le pagine, trovò il segno; poi lo
posò aperto, a rovescio, sulle ginocchia, sospirò un po’, sorrise un po’, e
guardò la città. Aveva completamente dimenticato Foxhall Clifford.
Dopo un poco riprese il libro, ma, invece di leggere, cominciò ad
aggiustarsi una rosa nel corsetto. Era una rosa grande e rossa; ardeva come
un fuoco sul suo cuore, e come il fuoco riscaldava quel cuore che adesso
palpitava sotto i petali serici. Rue Barrée sospirò di nuovo. Era molto felice.
Il cielo era così azzurro, l’aria così dolce e profumata, il sole così
carezzevole, e il suo cuore cantava alla rosa che lei portava sul seno.
Cantava: “Tra la folla dei passanti, dal mondo di ieri, tra milioni di passanti,
uno si è voltato verso di me.”
Così cantava il suo cuore sotto la rosa. Poi due grossi piccioni color
topo volteggiarono nell’aria e si posarono sulla terrazza, s’inchinarono, si
pavoneggiarono, si piegarono, si girarono, fino a che Rue Barrée rise
estasiata; alzò gli occhi e davanti a sé vide Clifford. Teneva il cappello in
mano e il suo viso era ornato da una serie di sorrisi supplichevoli che
avrebbero commosso il cuore di una tigre del Bengala.
Per un istante Rue Barrée aggrottò la fronte, poi guardò Clifford
incuriosita; poi scorse una somiglianza tra i suoi inchini e i movimenti dei
piccioni, e sebbene si sforzasse di rimanere seria, le sue labbra si schiusero
in una risata incantevole. Era proprio Rue Barrée? Era così cambiata, così
cambiata che non si riconosceva. Ma quel canto dentro il suo cuore, che
sommergeva ogni altra cosa, che le tremava sulle labbra e cercava di
prorompere, e prorompeva in una risata senza motivo… per un piccione
che si pavoneggiava… e per Mister Clifford.

217
“E lei crede che, siccome ricambio il saluto degli studenti del Quartiere,
possa riceverla in privato, come un amico? Io non la conosco, Monsieur, ma
l’uomo ha un altro nome: vanità. Si accontenti, Monsieur Vanità… io sarò
puntigliosa, oh, molto puntigliosa nel ricambiare il suo saluto.”
“Ma la supplico… la imploro… Mi permetta di rendere quell’omaggio
che da tanto tempo…”
“Oh, non ci tengo agli omaggi.”
“Mi permetta almeno di parlarle di tanto in tanto… qualche volta, solo
qualche volta.”
“Se lo permetto a lei, perché non a un altro?”
“Niente affatto… Sarò la discrezione in persona.”
“Discrezione… perché?”
Gli occhi di lei erano limpidissimi, e per un attimo Clifford rabbrividì.
Poi, preso dal diavolo dell’implacabilità, sedette e si offrì, anima e corpo,
beni e proprietà. E nello stesso tempo sapeva di essere uno sciocco, e che
l’infatuazione non è amore, e che ogni parola da lui pronunciata lo
vincolava a un onore dal quale non si poteva sfuggire. E intanto Elliott
continuava a fare smorfie, sul piazzale della fontana, e controllava
rabbiosamente i bulldog perché non si precipitassero al salvataggio di
Clifford… perché persino i cani sentivano che c’era qualcosa che non
andava, dato che Elliott era furioso e brontolava maledizioni.
Quando Clifford ebbe finito, in una fiammata di eccitazione, la risposta
di Rue Barrée tardò a venire e l’ardore di lui si raffreddò, mentre la
situazione assumeva lentamente le sue proporzioni esatte. Poi cominciò a
insinuarsi il rimpianto, ma Clifford lo spinse da parte e tornò a prorompere
in nuove proteste. Alla prima parola, Rue Barrée lo bloccò.
“La ringrazio”, disse, in tono molto serio. “Prima d’ora, nessuno mi
aveva mai fatto una proposta di matrimonio.” Si voltò a guardare la città;
dopo un po’ riprese a parlare. “Lei mi offre molto. Io sono sola. Non ho
niente. Non sono niente.” Si girò di nuovo a guardare Parigi, bella e
splendente nel sole di una giornata perfetta. Clifford seguì quello sguardo.
“Oh”, mormorò lei. “È duro… è duro lavorare sempre… sempre sola,
senza mai un amico da tenere in considerazione, e l’amore che viene
offerto significa le strade, il boulevard… quando la passione è spenta. Io lo
so… noi lo sappiamo, noi che non abbiamo niente, non abbiamo nessuno,

218
e che ci diamo senza chiedere nulla quando amiamo… sì, senza chiedere
nulla, cuore e anima, sapendo come andrà a finire.”
Toccò la rosa che portava sul seno. Per un attimo, sembrò dimenticare
Clifford, poi, sommessamente, disse: “La ringrazio. Le sono molto grata.”
Aprì il libro e, staccando un petalo dalla rosa, lo lasciò cadere tra le pagine.
Poi alzò lo sguardo e disse gentilmente: “Non posso accettare.”

5
Clifford impiegò un mese a guarire completamente, sebbene già alla
fine della prima settimana fosse stato dichiarato convalescente da Elliott, il
quale era un’autorità in materia, e la convalescenza fu aiutata dalla cordialità
con cui Rue Barrée rispondeva ai suoi solenni saluti. Quaranta volte al
giorno lui benediceva Rue Barrée per quel rifiuto e ringraziava le sue stelle
protettrici; e nello stesso tempo, stranezze del cuore umano!, soffriva le
torture dell’infelicità.
Elliott era irritato, in parte per la reticenza di Clifford, in parte per
l’inspiegabile disgelo della freddezza di Rue Barrée. Nei loro frequenti
incontri, quando lei, per Rue de Seine, con il rotolo di carta da musica e il
grande cappello di paglia, incontrava Clifford e i suoi amici diretti verso
Est, in direzione del Café Vachette, e al rispettoso saluto della combriccola,
arrossiva un po’ e sorrideva a Clifford, i sospetti sopiti di Elliott si
destavano. Ma non scoprì mai nulla e alla fine decise di rinunciare a capirci
qualcosa; si limitò a considerare Clifford un idiota e riservarsi il giudizio su
Rue Barrée. Intanto Selby era geloso. Dapprima rifiutò di ammetterlo
anche di fronte a se stesso, e un giorno non andò allo studio per correre in
campagna; ma i boschi e i campi ovviamente aggravarono la situazione, e i
ruscelli mormoravano di Rue Barrée e i mietitori che si chiamavano tra i
campi sembravano concludere i loro richiami in un tremante “Rue Bar-rée-
e!” Quel giorno trascorso in campagna lo rese furioso per una settimana;
lavorò imbronciato da Julian, sempre tormentato dal desiderio di sapere
dove fosse Clifford e che cosa stesse facendo. La crisi culminò al mercato
dei fiori al Pont au Change, ricominciò, si estese cupamente fino alla
Morgue, e poi tornò a finire al ponte di marmo. Così non poteva andare e
Selby se ne rese conto, quindi andò a trovare Clifford, che era in
convalescenza nel suo giardino e beveva sciroppi di menta.
219
Discussero della morale e della felicità umana, e ognuno di loro trovò
molto interessanti le opinioni dell’altro, ma Selby non riuscì a sondare
Clifford, con sincero divertimento di questi. Ma lo sciroppo di menta
spargeva un balsamo sulla piaga della gelosia e mesceva speranza, e quando
Selby disse che doveva andare, anche Clifford andò, e quando Selby, per
non farsi battere, insistette per riaccompagnare Clifford, questi decise a sua
volta di accompagnare Selby fino a metà strada e poi, accorgendosi che era
difficile separarsi, decisero di pranzare insieme e di “sfarfallare”. Sfarfallare,
un verbo usato per indicare le prodezze notturne di Clifford, esprimeva
forse meglio di qualunque altro la gaiezza che si riproponevano.
Pranzarono da Mignon e mentre Selby parlava con lo chef, Clifford teneva
paternamente d’occhio il capocameriere. Il pranzo fu un successo, o
almeno apparteneva a quella categoria che di solito viene qualificata di
successo. Verso il dessert sentì qualcuno dire, molto da lontano: “Kid
Selby, ubriaco come un lord.”
Un gruppo di uomini passò loro accanto; gli pareva di aver stretto loro
la mano e di avere riso parecchio, gli sembrava che tutti fossero molto
spiritosi. Di fronte a lui c’era Clifford, che giurava eterna fiducia nel suo
amicone Selby, e sembrava che ci fossero altri, seduti accanto a loro o in
eterna processione tra il fruscio di gonne sul pavimento lucido. Il profumo
delle rose, il mormorio dei ventagli, il tocco di braccia ben tornite e l’eco
delle risate divennero sempre più vaghi. Il locale sembrava avvolto in una
nebbia. Poi, di colpo, ogni oggetto spiccò dolorosamente nitido; solo che le
forme e i visi erano distorti, le voci penetranti. Si raddrizzò, calmo, serio,
momentaneamente padrone di sé, ma ubriaco fradicio. Sapeva di essere
ubriaco, e si sorvegliava attento, sospettoso di se stesso come di un ladro
che gli fosse accanto. Il suo autocontrollo permise a Clifford di tenere la
testa sotto l’acqua corrente, e di ritornare sulla strada con i vestiti
considerevolmente malconci, ma ben lontano dall’immaginare che il suo
compagno era sbronzo. Selby conservò quell’autocontrollo per un certo
tempo. Il suo volto era appena un poco più pallido, un poco più contratto
del solito; parlava solo un po’ più lentamente e puntigliosamente. Era
mezzanotte quando lasciò Clifford pacificamente addormentato nella
poltrona di qualcuno, con un lungo guanto di pelle di Svezia penzolante in
una mano e un boa di piume avvolto attorno al collo per proteggere la gola
dai colpi d’aria. Percorse il corridoio e scese le scale; e si trovò sul
220
marciapiedi di un quartiere che non conosceva. Alzò gli occhi, con un gesto
meccanico, per guardare il nome della via. Non lo conosceva. Si voltò e si
diresse verso alcuni fanali raggruppati in fondo alla strada. Erano più
lontani di quanto avesse immaginato, e dopo una lunga ricerca arrivò alla
conclusione che i suoi occhi erano stati misteriosamente tolti dal loro posto
e sistemati ai lati della testa, come quelli degli uccelli. Il pensiero dei fastidi
che quella trasformazione poteva arrecargli lo angosciò, e cercò di alzare la
testa come una gallina, per controllare la mobilità del collo. Poi lo invase
una disperazione immensa… le lacrime cominciarono a scorrere, il suo
cuore si sciolse, e lui andò a sbattere contro un albero. L’urto gli restituì in
parte la lucidità; soffocò la violenta tenerezza che gli ardeva in petto,
raccattò il cappello e si mosse con maggiore energia. Aveva la bocca bianca
e tirata, i denti serrati. Mantenne piuttosto bene la rotta e sbandò di poco, e
dopo un periodo di tempo in apparenza interminabile si trovò di fronte a
una fila di carrozze pubbliche. I fanali luminosi, rossi, gialli e verdi, lo
infastidirono; pensò che sarebbe stato piacevole sfasciarli con il bastone,
ma dominò quell’impulso e passò oltre. Più tardi gli venne l’idea che
prendere una carrozza gli avrebbe fatto risparmiare parecchia fatica, e tornò
indietro con quell’intenzione, ma le carrozze sembravano già lontanissime,
e i fanali erano così luminosi e confusi che lui rinunciò, e cercando di
riprendersi si guardò intorno.
Un’ombra, una massa immensa e indefinita si levò alla sua destra.
Riconobbe l’Arc de Triomphe e lo minacciò cupamente con il bastone: la
sua mole lo infastidiva; lo sentiva troppo grosso. Poi percepì qualcosa
cadere tintinnando al suolo e pensò che forse era il suo bastone, ma non se
ne preoccupò molto. Quando si fu ripreso ed ebbe riacquistato il controllo
della gamba destra che dava segni d’insubordinazione, si ritrovò ad
attraversare la Place de la Concorde con un’andatura che minacciava di
portarlo diritto alla Madeleine. Così non andava. Svoltò a destra, attraversò
il ponte, passò davanti a Palazzo Borbone, al trotto, e svoltò di nuovo, in
Boulevard St.Germain. Tirò avanti piuttosto bene, per quanto la grandezza
del Ministero della Guerra lo colpisse come un’offesa personale; rimpianse
di non avere il bastone, perché sarebbe stato piacevole farlo scorrere lungo
la cancellata di ferro, nel passare. Gli venne in mente, comunque, di usare
invece il cappello, ma quando lo trovò, aveva dimenticato perché gli serviva
e se lo rimise in testa con la massima serietà. Poi fu costretto a lottare con
221
l’impulso violento di sedersi e di mettersi a piangere. Quella tentazione
durò fino a quando arrivò in Rue de Rennes; lì si lasciò assorbire nella
contemplazione del drago sul balcone affacciato sulla Court du Dragon, e il
tempo passò, fino a quando si ricordò che lì non aveva niente da fare e se
ne andò, lentamente.
L’impulso di sedersi a piangere aveva ceduto il posto al desiderio di
riflettere profondamente, in solitudine. A questo punto, la gamba destra
dimenticò l’obbedienza dovuta, aggredì la sinistra, scavalcandola, e lo portò
contro una tavola di legno che sembrava sbarrargli il cammino. Cercò di
aggirarla, ma la strada era chiusa. Provò a spingerla, ma non ci riuscì. Poi
notò una lanterna rossa posata su un mucchio di pietre da pavimentazione,
oltre quella barriera. Era divertente. Come poteva arrivare a casa, se il
boulevard era bloccato? Ma non era sul boulevard. Quella traditrice della
gamba destra lo aveva attirato in un tranello, perché il boulevard stava dietro
di lui con la sua interminabile fila di lampioni, e lì c’era quella stradina
malconcia, ingombra di terriccio e calce e mucchi di pietre. Alzò lo
sguardo. Sulla barriera, in grandi lettere nere, c’era scritto

RUE BARRÉE

Si sedette. Due poliziotti che conosceva sopraggiunsero e gli


consigliarono di alzarsi, ma lui discusse la questione dal punto di vista dei
gusti personali e quelli passarono oltre, ridendo. In quel momento, lui era
assorto in un problema: come vedere Rue Barrée? Lei doveva essere in
qualche posto, dentro quella grande casa dai balconi di ferro, e la porta era
chiusa a chiave; e con questo? Gli venne un’idea molto semplice: gridare
fino a quando fosse arrivata lei. Poi questa idea fu sostituita da un’altra
egualmente lucida: prendere a pugni la porta fino a quando lei fosse venuta.
Ma alla fine le respinse entrambe, giudicandole troppo incerte, e decise di
scalare il ballatoio, di aprire una finestra e di chiedere educatamente dov’era
Rue Barrée. In tutta la casa, a quanto poteva vedere, c’era una sola finestra
illuminata. Era al secondo piano, e lui la fissò. Poi scavalcò la barriera di
legno e si arrampicò sui mucchi di pietre, raggiunse il marciapiedi e alzò gli
occhi verso la facciata, in cerca di un appiglio. Sembrava un’impresa
impossibile. Ma poi lo prese una furia improvvisa, la cieca ostinazione degli
ubriachi, e il sangue gli salì alla testa, gli batté nelle orecchie come il rombo
222
cupo di un oceano. Strinse i denti, spiccò un balzo verso il davanzale di una
finestra; s’issò, aggrappandosi alle sbarre di ferro. Poi la ragione lo
abbandonò; nel cervello irruppe il suono di molte voci, il cuore gli balzò
pazzamente; aggrappandosi al cornicione si trascinò attraverso la facciata,
appeso a grondaie e tubi e imposte, e si trascinò fino sul ballatoio, accanto
alla finestra illuminata. Il cappello gli cadde, rotolò contro il vetro. Per un
attimo Selby si appoggiò ansimante alla ringhiera… poi la finestra si aprì
lentamente dall’interno.
Rimasero a guardarsi per qualche istante. Poi la ragazza arretrò nella
stanza con un paio di passi incerti. Lui la vide in faccia – adesso era tutta
imporporata – la vide lasciarsi cadere su una sedia accanto al tavolo
illuminato dalla lampada, e senza dire una parola la seguì, chiudendo dietro
di sé la grande porta a vetri. Poi si guardarono, in silenzio.
La stanza era piccola e bianca. Tutto era bianco, lì dentro: il letto chiuso
dalle tende, il piccolo portacatino nell’angolo, le pareti nude, la lampada di
porcellana… e la faccia di lui. Lui lo sapeva, ma il viso e il collo di Rue
Barrèe stavano avvampando dal colore del rosaio fiorito sul caminetto
accanto a lei. Lui non pensò neppure di parlare; lei non sembrava
aspettarselo. La sua mente lottava con le impressioni lasciate da quella
stanza. Il candore dell’assoluta purezza d’ogni cosa lo colpiva… e
incominciava a turbarlo. Quando i suoi occhi si abituarono alla luce, altri
oggetti spiccarono sullo sfondo e presero posto nel cerchio di luce. C’erano
un piano e un secchio per il carbone, un piccolo baule di ferro ed una
tinozza da bagno. Poi c’era una fila di pioli di legno contro la porta, e una
tenda bianca di chintz che copriva gli abiti appesi. Sul letto erano poggiati un
ombrello e un grande cappello di paglia, e sulla tavola carta da musica, un
calamaio, e fogli di carta. Dietro di lui c’era un armadio con un grande
specchio, ma Selby non aveva voglia di guardare la propria faccia in quel
momento. Stava ritornando sobrio.
La ragazza era seduta e lo guardava senza dire una parola; il suo viso era
privo d’espressione, ma le labbra tremavano, talvolta, quasi
impercettibilmente. Gli occhi, così meravigliosamente azzurri nella luce del
giorno, sembravano scuri e morbidi come velluto, e il rossore sul suo collo
si schiariva ad ogni respiro. Sembrava più piccola e più snella di quando
l’aveva vista per la strada, e nella curva della sua guancia c’era qualcosa
d’infantile. Quando, finalmente, lui si voltò e scorse la propria immagine
223
nello specchio che aveva alle spalle, si sentì scosso, come se avesse visto
qualcosa di vergognoso, e la sua mente obnubilata, i suoi pensieri
obnubilati si schiarirono. Per un attimo i loro occhi s’incontrarono, poi lo
sguardo di lui cercò il pavimento; strinse le labbra e la lotta interiore gli fece
chinare il capo, gli tese ogni nervo fin quasi a spezzarlo. Poi tutto finì,
perché la voce di dentro aveva parlato. Ascoltò, vagamente interessato, ma
già conosceva la conclusione; in realtà importava poco; la fine sarebbe stata
sempre la stessa, per lui, adesso lo capiva, sarebbe stata sempre la stessa.
Ascoltò una voce che si faceva più intensa dentro di lui. Dopo un poco si
alzò, e si alzò subito anche lei, posando sulla tavola una piccola mano. Lui
aprì la finestra, prese il cappello e la richiuse. Poi si accostò al rosaio e
sfiorò i boccioli con il volto. Un fiore era in un bicchiere d’acqua sulla
tavola. Meccanicamente la ragazza lo prese, se lo portò alle labbra, e lo
posò sul tavolo accanto a lui. Lui lo prese senza dire una parola, attraversò
la stanza e aprì la porta. Il ballatoio era buio e silenzioso, ma la ragazza alzò
la lampada, e passandogli davanti, scese silenziosamente le scale fino
all’atrio. Poi sganciò i catenacci e gli spalancò la porticina.
Lui la varcò con la sua rosa.

FINE

224
Il re in giallo

225
Il fabbricante
di lune

The Maker of Moons


(English Illustrated Magazine, 1896)

226
Io stesso sono tanto malvagio che buono,
e così è la mia nazione - e affermo infatti
che il male non esiste,
(O se esiste dichiaro che è ugualmente
importante a te, al paese, a me, come
qualunque altra cosa.)

Nessuna cosa esiste come fine a se stessa,


Io dico che l’intera terra e le stelle universe
nel cielo esistono per la religione.
Dico che nessun uomo è mai stato abbastanza
devoto, neppure la metà del necessario,
Nessuno ha mai adorato o venerato,
neppure la metà del necessario,
Nessuno ha ancora cominciato a considerare
quanto divino egli sia, quanto indubbio
il futuro.
- Walt Whitman9

Ho udito di cosa parlassero i Conversatori: parlavano


Dell’Inizio e della Fine.
Ma io non parlo dell’Inizio o della Fine

227
1
Su Yue-Laou e sullo Xin non ne so più di voi. Sono dolorosamente
ansioso di chiarire la questione. Forse il mio scritto potrà far risparmiare
denaro e vite umane al Governo degli Stati Uniti, o forse spronerà il
mondo scientifico all’azione; in ogni caso porrà fine alla terribile incertezza
di due persone. La certezza è preferibile all’incertezza.
Se il Governo oserà ignorare questo avvertimento e rifiuterà d’inviare
subito una spedizione perfettamente equipaggiata, i cittadini potrebbero
decidere seduta stante di rivalersi sull’intera regione, lasciando una terra
devastata e annerita là dove foreste e prati fioriti circondano oggi le rive del
lago nei Cardinal Woods.
Conoscete già parte della vicenda; i giornali di New York pullulano di
presunti particolari. La verità è che Barris colse il Contrabbandiere con le
mani nel sacco… o, per meglio dire, con le mani nell’oro, dato che aveva le
tasche, gli stivali e i pugni sporchi colmi di pepite. Scrivo “oro” a ragion
veduta; voialtri chiamatelo pure come vi pare. Saprete anche che Barris è…
ma se non comincio dal principio, non ci capirete nulla.
Il 3 agosto di quest’anno ero da Tiffany, a chiacchierare con George
Godfrey del reparto Progettazione. Sul bancone di vetro in mezzo a noi vi
era un serpente arrotolato, uno splendido gioiello d’oro cesellato.
“No”, rispose Godfrey alla mia domanda, “non è opera mia, per
quanto vorrei che lo fosse. È proprio un capolavoro!”
“Chi lo ha fatto?” chiesi.
“Piacerebbe saperlo anche a me”, rispose Godfrey. “Lo abbiamo
comprato da un vecchio fesso che dice di abitare nella zona dei Cardinal
Woods. Credo sia dalle parti del Lago Stellato…”
“Il Lago delle Stelle, vuoi dire?” suggerii.
“C’è chi lo chiama Lago Stellato; è la stessa cosa. In ogni caso il mio
rustico Reuben sostiene di rappresentare, ai fini pratici ed economici,
l’autore del serpente. Si è anche fatto pagare profumatamente… Speriamo
che ci porti qualcos’altro! Questo l’abbiamo già venduto al Metropolitan
Museum.”
Stavo pigramente appoggiato alla teca di vetro e osservavo Godfrey
chino sul serpente d’oro, intento ad ammirarlo con l’occhio esperto di un
artista dell’oreficeria.
228
“Un capolavoro!” mormorò, accarezzando le spire scintillanti. “Guarda
la tessitura delle squame!” Io, però, non stavo guardando il serpente.
Qualcosa si stava muovendo, strisciava fuori dalla tasca del cappotto di
Godfrey… qualcosa di molle e giallo, con zampe simili a quelle di un
granchio, ma completamente ricoperto di un’ispida peluria.
“Per l’amor del cielo, Godfrey!” esclamai. “Che cos’hai in tasca? Sta
venendo fuori… sta cercando di arrampicarsi sul tuo cappotto!”
Lui si voltò di scatto e con la mano sinistra estrasse la creatura.
Mi ritrassi alla vista di lui che stringeva tra le dita quella cosa repellente,
tenendola sospesa davanti a me. Godfrey rise e la posò sul bancone.
“Hai mai visto qualcosa di simile?” chiese.
“No, e spero di non vederlo mai più”, dissi in tutta sincerità. “Che roba
è?”
“Non ne ho idea. Chiedilo a quelli del Museo di Storia Naturale: non lo
sanno neanche loro, e pure lo Smithsonian è in alto mare. Credo si tratti
dell’anello di congiunzione tra un riccio di mare, un ragno e il diavolo.
Sembra velenoso, ma non sono riuscito a trovare la bocca, figuriamoci le
zanne… Che sia cieco? Questi potrebbero essere occhi, però sembrano
dipinti. Un animale assurdo come questo si direbbe ideato da qualche
scultore giapponese; riesce difficile credere che sia stato Dio a crearlo. Ha
un che di… incompiuto! La mia folle idea è che questa creatura non sia che
una parte di un organismo più grande e ancora più grottesco. Sembra così
sola, così impotente e indifesa, afflitta dalla maledizione dell’incompiutezza!
Ho intenzione di usarla come modello. Se non riesco a battere i giapponesi
sul loro stesso terreno, allora non mi chiamo più Godfrey!”
La creatura si muoveva lentamente verso di me sulla teca di vetro.
Arretrai.
“Per quanto mi riguarda, Godfrey”, dissi, “metterei a morte chiunque
possa aver concepito un’opera come quella che hai in mente. Per quale
motivo vuoi immortalare un rettile così ributtante? Riesco a malapena a
tollerare il gusto dei giapponesi per il grottesco, ma questo… ragno…”
“È un granchio.”
“Granchio, ragno o verme che sia… Che schifo! Perché mai vuoi
scolpirlo? Sembra uscito da un incubo… È impuro!”
Sentivo di odiare quella creatura. Era il primo essere vivente che avessi
mai odiato.
229
Già da un po’ avevo percepito un odore acre e umidiccio nell’aria, e
Godfrey spiegò che proveniva dal rettile.
“Allora uccidilo e seppelliscilo!” lo pregai. “Da dove diavolo salta fuori,
a proposito?”
“Non so nemmeno questo”, rise Godfrey. “L’ho trovato aggrappato
alla scatola del serpente d’oro. Immagino che il mio vecchio Reuben ne
sappia qualcosa.”
“Se nei Cardinal Woods si annidano creature come questa, mi dispiace
molto di doverci andare”, dissi.
“Davvero?” chiese Godfrey. “Vai a caccia?”
“Sì, con Barris e Pierpont. Perché non uccidi la creatura?”
“Vattene pure a caccia, e lasciami in pace!” mi rispose ridendo.
Rabbrividendo alla vista del “granchio”, salutai Godfrey fino a
dicembre.
Quella sera io, Pierpont e Barris chiacchieravamo nella carrozza
riservata ai fumatori dell’espresso per il Quebec, mentre il lungo treno
usciva dalla Grand Central Station. Il vecchio David ci aveva preceduti coi
cani. Quelle povere bestie detestavano viaggiare nella carrozza bagagli, ma
la linea ferroviaria Quebec and Northern non prevede vagoni ad uso dei
cacciatori, per cui a David e ai tre Gordon Setter si prospettava una nottata
scomoda.
A parte noi tre, la carrozza era vuota. Barris – elegante, robusto,
rubicondo e abbronzato – tamburellava sul bordo del finestrino, tirando
boccate da una pipa corta e aromatica. La custodia del fucile giaceva
accanto a lui sul pavimento.
“Quando avrò i capelli bianchi e l’età della saggezza”, disse in tono
languido Pierpont, “non mi metterò a far la corte alle belle cameriere. E tu,
Roy?”
“Io men che meno”, risposi, guardando Barris.
“Vuoi dire quella con la cuffietta, sul vagone ristorante?” chiese Barris.
“Proprio lei”, rispose Pierpont.
Sorrisi, perché anch’io me n’ero accorto.
Barris si tirò i baffi grigi e crespi e sbadigliò.
“Voi due ragazzini fareste meglio a filarvela a letto”, disse. “Quella
cameriera lavora per i Servizi Segreti!”
“Ah”, rispose Pierpont. “Un’altra tua collega?”
230
“Potresti anche presentarcela”, lo rimproverai. “Questo viaggio è così
noioso!”
Barris si era tolto di tasca un telegramma, e sorrise rigirandoselo tra le
mani. Dopo qualche attimo lo porse a Pierpont, che lo lesse inarcando
appena un sopracciglio.
“Non ha senso. Immagino sia cifrato” disse. “Vedo che la firma è del
generale Drummond…”
“Drummond, il direttore dei Servizi Segreti governativi”, puntualizzò
Barris.
“Dice cose interessanti?” indagai, accendendomi una sigaretta.
“Così interessanti che ho intenzione d’indagare personalmente”, replicò
Barris.
“E abbandonare il nostro terzetto di cacciatori!”
“No. Volete sapere di che si tratta? Tu lo vuoi sapere, Billy Pierpont?”
“Sì”, replicò quel candido giovanotto.
Barris ripulì il bocchino d’ambra della pipa sul fazzoletto, svuotò lo
stelo con un fil di ferro, diede un paio di boccate e si appoggiò allo
schienale.
“Ti ricordi quella sera allo United States Club, quando io, il generale
Miles e il generale Drummond abbiamo esaminato la pepita del capitano
Mahan? Credo che anche tu, Pierpont, le abbia dato un’occhiata.”
“È vero”, confermò Pierpont.
“Era proprio oro?” chiese Barris, tamburellando sul finestrino.
“Sì”, rispose Pierpont.
“Pure io l’ho vista”, m’intromisi. “Non c’è dubbio che fosse oro!”
“L’ha esaminata anche il professor La Grange”, disse Barris, “e ha
raggiunto la stessa conclusione.”
“Ebbene?” chiese Pierpont.
“Ebbene… non era oro”, disse Barris.
Dopo una pausa di silenzio Pierpont chiese a quali prove di laboratorio
l’avessero sottoposta.
“Le solite”, replicò Barris. “La Zecca degli Stati Uniti è pronta a giurare
che si tratti di vero oro, come tutti i gioiellieri che l’hanno esaminata… ma
in realtà non è oro. Eppure, in un certo senso… lo è.”
Io e Pierpont ci scambiammo un’occhiata.

231
“Bene. Ora che Barris ha avuto il suo coup-de-théâtre… Che cos’era, in
definitiva, la pepita?”
“In pratica era oro puro”, rispose Barris, godendosela un mondo. “Solo
che in realtà non lo era. Pierpont, cos’è l’oro?”
“È un elemento. Un metallo.”
“Risposta sbagliata, Billy Pierpont!” replicò Barris con disinvoltura.
“Quando andavo a scuola io, l’oro era un elemento”, ribattei.
“Be’, non lo è più da due settimane”, disse Barris. “A parte me, il
generale Drummond, il professor La Grange e un’altra persona, voi due
giovinastri siete gli unici al mondo a saperlo… o ad averlo saputo.”
“Vorresti dire che l’oro sarebbe una lega, ovvero un composto?” chiese
Pierpont lentamente.
“Proprio così. La Grange lo ha prodotto; ha fabbricato una pepita
d’oro puro l’altroieri. Anche quella del capitano Mahan era d’oro
artificiale.”
Possibile che Barris stesse scherzando? Si trattava di una burla
colossale? Fissai Pierpont. Lui mormorò che a quel punto bisognava
risolvere la questione dell’argento e si voltò verso Barris, ma qualcosa
nell’espressione del nostro amico ci fece passare la voglia di scherzare. Io e
Pierpont restammo in silenzio, pensierosi.
“Non chiedetemi come ci è riuscito”, disse Barris a bassa voce. “Non
lo so. Però so che da qualche parte nella regione dei Cardinal Woods c’è
una banda che sa come fabbricare l’oro, e lo fa. Vi rendete conto del
pericolo che questo fatto rappresenta per tutte le nazioni civili? Bisogna
fermarli, naturalmente! Io e Drummond abbiamo stabilito che toccherà a
me. Chiunque siano, ovunque si trovino, questi fabbricanti d’oro devono
essere catturati dal primo all’ultimo. Catturati… oppure uccisi.”
“Uccisi”, ripeté Pierpont, che era proprietario della miniera d’oro di
Cross-Cut e riteneva di ricavarne troppo poco. “Certo il professor La
Grange sarà prudente; non è bene che gli scienziati siano messi a parte
d’informazioni tali da sconvolgere il mondo!”
“Le tue ricchezze sono al sicuro, piccolo Willy”, replicò Barris ridendo.
“Immagino che il professor La Grange abbia rilevato qualche
imperfezione nella pepita”, osservai.

232
“Proprio così. Ha staccato la parte malriuscita prima di mandare il resto
al laboratorio. Ha studiato quel pezzetto e ha scisso l’oro nei suoi tre
costituenti.”
“Che mente straordinaria!” esclamò Pierpont. “Ma sarà la mente più
straordinaria del mondo se riuscirà a tenere per sé la scoperta.”
“Chi?” chiese Barris.
“Il professor La Grange!”
“Il professor La Grange si è preso una pallottola nel cuore due ore fa”,
replicò lentamente Barris.

2
Ci trovavamo nel capanno di caccia dei Cardinal Woods da cinque
giorni quando un messaggero a cavallo recapitò a Barris un telegramma.
Proveniva dalla stazione del telegrafo più vicina, a Cardinal Springs: un
paesino situato lungo il ramo secondario della ferrovia che si ricongiunge
alla Quebec & Northern presso il Raccordo dei Tre Fiumi, oltre quaranta
chilometri più giù.
Io e Pierpont eravamo seduti all’esterno, sotto gli alberi, intenti a
caricare alcuni proiettili speciali sperimentali. Barris stava in piedi accanto a
noi, dritto e abbronzato, e reggeva con attenzione la pipa per evitare che
una scintilla finisse nella cassetta della polvere da sparo. Lo scalpitio degli
zoccoli sull’erba ci riscosse, e quando lo smilzo messaggero tirò le redini
accanto alla porta, Barris gli andò incontro e prese in consegna una busta
sigillata. L’aprì, entrò nel capanno e poco dopo riapparve, rileggendo un
biglietto che aveva appena scritto.
“Deve partire immediatamente”, ordinò, fissando il messaggero dritto
in faccia.
“Ai vostri ordini, colonnello Barris!” replicò quel contadino male in
arnese.
Pierpont alzò lo sguardo e io sorrisi al messaggero, il quale aveva già
afferrato le briglie e stava infilando il piede nella staffa. Barris gli porse il
biglietto e gli rivolse un cenno di saluto, poi si udirono di nuovo lo scalpitio
degli zoccoli sul prato e un tintinnio di speroni e finimenti. Il messaggero
scomparve. La pipa di Barris si spense e lui si spostò sopravvento per
riaccenderla.
233
“Curioso”, osservai. “Il tuo messaggero è un indigeno malconcio,
eppure parla come un laureato ad Harvard.”
“Perché è un laureato ad Harvard”, rispose Barris.
“L’intrigo s’infittisce!” esclamò Pierpont. “Vuoi dire che i Cardinal
Woods pullulano di agenti dei Servizi Segreti?”
“No”, rispose Barris, “ma le stazioni del telegrafo sì. Quanti pallini stai
adoperando, Roy?”
Glielo dissi, mostrandogli la tazzina graduata regolabile in acciaio, e lui
annuì. Dopo qualche istante si sedette su uno sgabello da campeggio
accanto a noi e raccolse un crimpatore.
“Il telegramma era da parte di Drummond”, disse. “Il messaggero era
uno dei miei uomini, come avrete intuito… be’, ma voi due siete ragazzi
così brillanti! Certo che se avesse parlato nel dialetto della Cardinal County,
non ve ne sareste mai accorti.”
“Il travestimento era buono”, disse Pierpont.
Barris fece roteare il crimpatore, guardò il mucchio di proiettili già
carichi, poi ne raccolse uno e lo crimpò.
“Lascia stare”, disse Pierpont. “Così sono troppo stretti.”
“Perché, la pistolina di Pierpont rincula quando i proiettili sono
crimpati troppo stretti?” domandò Barris in tono affettuoso. “Beh, allora
che si arrangi da solo! Dove sarà il suo ometto?”
“Il suo ometto” era un bizzarro individuo d’importazione inglese di
nome Howlett, rigido, tutto lindo e pinto, afflitto da un’incurabile balbuzie.
In qualità di valletto, attendente, assistente di caccia e crimpatore, aiutava
Pierpont a sopportare il tedio dell’esistenza svolgendo in sua vece qualsiasi
mansione, tranne respirare. Ultimamente, tuttavia, gli sfottò di Barris
avevano indotto Pierpont a fare qualcosa per conto proprio. Con suo
grande sbalordimento aveva scoperto che pulire l’arma non era una
scocciatura, così aveva caricato timidamente un paio di proiettili, si era assai
compiaciuto di se stesso, ne aveva caricati altri, li aveva crimpati ed era
andato a fare colazione con un sano appetito. Perciò, quando Barris gli
chiese dove fosse “il suo ometto”, Pierpont non rispose, bensì estrasse
dalla borsa una tazza di pallini e li versò con aria solenne nel proiettile
riempito a metà.
Il vecchio David uscì coi cani. Ci fu un po’ di trambusto quando
“Voyou”, il mio Gordon Setter, pensò bene di agitare la splendida coda sul
234
tavolo, mandando una dozzina di cartucce ancora non saldate a rotolare
sull’erba in un caos di polvere e pallini.
“David, fa’ fare ai cani due o tre chilometri”, gli dissi io. “Andremo a
caccia nel Boschetto delle Felci verso le quattro.”
“Due fucili, David”, aggiunse Barris.
“Tu non vieni?” chiese Pierpont sollevando lo sguardo, mentre David
scompariva coi cani.
“Sono sulle tracce di una selvaggina più grossa”, tagliò corto Barris.
Raccolse un boccale di birra dal vassoio che Howlett aveva appena posato
accanto a noi e bevve una lunga sorsata. Noialtri lo imitammo in silenzio.
Pierpont posò il boccale sul prato accanto a sé e tornò a caricare le
cartucce.
Discutemmo dell’omicidio del professor La Grange e di come le
autorità di New York lo avessero tenuto segreto su richiesta di Drummond;
vi era la certezza che il colpevole appartenesse alla banda dei fabbricanti
d’oro e non bisognava metterli in allarme.
“Oh, sanno bene che prima o poi Drummond darà loro la caccia”,
chiarì Barris, “ma non sanno che gli ingranaggi del destino hanno già
cominciato a girare. Quei furboni della stampa di New York hanno avuto
più fortuna di quanto pensassero quando il loro reporter dagli occhi di
furetto è riuscito a ficcare il naso nella casa sulla Cinquantottesima Strada e
a sgattaiolarne fuori con un articolo sul “suicidio” del professor La Grange.
Billy Pierpont, il mio revolver è appeso in camera tua; prenderò anche il
tuo.”
“Accomodati”, disse Pierpont.
“Starò via tutta la notte”, continuò Barris. “Prenderò solo il poncho, un
po’ di pane e carne, e naturalmente i due ‘cantanti’.”
“Pensi che canteranno, stanotte?” domandai.
“Non credo… non prima di qualche settimana. Mi limiterò a curiosare
un po’ in giro. Roy, non ti pare strano che un posto splendido come questo
sia del tutto disabitato?”
“È come quei bellissimi tratti di rapide e specchi d’acqua tranquilla che
si trovano in tutti i fiumi prediletti dalle trote… quelli in cui non si riesce
mai a prendere un pesce”, osservò Pierpont.

235
“Proprio così, e solo il cielo sa il perché”, commentò Barris.
“Immagino che questo luogo venga evitato dagli esseri umani per le stesse,
misteriose ragioni.”
“Be’, però è l’ideale per cacciare!” dissi.
“Si caccia che è un piacere, in effetti”, concesse Barris. “Avete visto i
beccaccini sul prato vicino al lago? Ce ne sono così tanti che quasi non si
vede l’erba! È una riserva davvero splendida!”
“Si tratta di una radura naturale”, spiegò Pierpont. “Nessun essere
umano ha mai disboscato quel terreno.”
“Allora dovresti dire che è sovrannaturale!” replicò Barris. “Pierpont, ti
va di accompagnarmi?”
Il viso attraente del nostro amico avvampò mentre rispondeva
lentamente: “È davvero gentile da parte tua. Se posso…”
“Bah!” sbottai, piccato perché lo aveva chiesto a lui e non a me. “A
cosa servirà mai il piccolo Willy senza il suo ometto?”
“Vero”, rispose Barris in tono grave. “Non puoi portarti dietro
Howlett, ovviamente.”
Pierpont bofonchiò qualcosa che terminava con “…nferno.”
“Ebbene”, m’intromisi, “questo significa che ci sarà un solo fucile, oggi
pomeriggio, al Boschetto delle Felci. Molto bene! Vi auguro di godervi fino
in fondo la vostra cena fredda e un giaciglio più freddo ancora. Portati la
camicia da notte, Willy, e bada di non dormire all’umido!”
“Lascia in pace Pierpont”, ribatté Barris. “Tu verrai la prossima volta,
Roy.”
“Quando ci sarà da sparare, vuoi dire? Ah, per me va bene!”
“E io?” saltò su Pierpont, afflitto.
“Anche tu, ragazzo mio. Piantatela di litigare! Dì a Howlett di
prepararci gli zaini, per favore… Solo roba leggera, bada bene! Niente
bottiglie: tintinnano.”
“La mia fiaschetta è silenziosissima!” sentenziò Pierpont, e andò a
prepararsi per la battuta di caccia notturna a uomini incalliti e pericolosi.
“Certo che è proprio strano che nessuno si sia mai stabilito in questa
regione”, dissi. “Quanti abitanti fa Cardinal Springs, Barris?”
“Venti, compreso l’operatore del telegrafo. I boscaioli non contano: si
trasferiscono in continuazione. Ho sei informatori tra loro.”
“Dov’è che non ne hai? Nell’alta società di New York?”
236
“Oh, ne ho anche là… Sono amiconi di Billy, solo che lui non lo sa.
David mi ha detto che ieri notte è passato un grosso stormo di beccacce.
Dovresti riuscire a prenderne qualcuna oggi pomeriggio.”
Discorremmo amabilmente di boschetti e paludi finché Pierpont non
uscì dal capanno e non fu ora di separarsi.
“Au revoir”, disse Barris, allacciandosi lo zaino. “Vieni, Pierpont. Non
camminare sull’erba umida!”
“Se non sarete tornati entro domani a mezzogiorno, prenderò con me
Howlett e David e verrò a cercarvi”, dissi. “Hai detto che vi dirigerete a
nord?”
“A nord, sì”, confermò Barris, consultando la bussola.
“C’è un sentiero per circa tre chilometri, più una pista tra i cespugli che
prosegue per altri due”, fece notare Pierpont.
“Ma noi non ce ne serviremo, per un sacco di buone ragioni”, disse
Barris in tono allegro. “Non preoccuparti per noi, Roy, e tienici fuori dei
piedi la tua maledetta spedizione di soccorso! Non corriamo nessun
pericolo.”
Sapeva il fatto suo, naturalmente, perciò tenni la bocca chiusa.
Una volta che il cappotto da caccia di Pierpont fu scomparso nel
bosco, mi ritrovai solo con Howlett. Lui sostenne il mio sguardo per un
istante, poi abbassò educatamente gli occhi.
“Howlett”, gli dissi, “porta i proiettili e gli utensili nell’armeria, e non
far cadere niente. Ho visto Voyou correre tra i rovi stamattina… non si
sarà graffiato, voglio sperare?”
“N-no, s-s-ignore. N-non si è…”
“Allora sta’ attento a non far cadere nient’altro!” ordinai
nell’allontanarmi… lasciandolo educatamente sconcertato poiché, in realtà,
non aveva fatto cadere proprio nulla. Povero Howlett!

3
Verso le quattro del pomeriggio raggiunsi David e i cani nella macchia
che porta al Boschetto delle Felci. I tre setter – Voyou, Gamin e Mioche –
erano assai baldanzosi, perché quel mattino David aveva ucciso una
beccaccia e un paio di galli cedroni; quando arrivai, col fucile sotto il

237
braccio e la pipa accesa, li trovai che si agitavano qua e là per la macchia,
pur tenendosi a breve distanza.
“Come va, David?” chiesi, sforzandomi di non perdere l’equilibrio nel
groviglio di cani uggiolanti e scodinzolanti. “Ehi, che cos’ha Mioche?”
“Una spina nella zampa, signore. Gliel’ho tolta e ho stagnato la ferita,
però temo che ci siano entrati dei sassolini. Se non ha obiezioni, signore, lo
riporterei indietro con me.”
“È meglio”, risposi. “Prendi anche Gamin; voglio un solo cane questo
pomeriggio. Com’è la situazione?”
“Buona, signore. I galli cedroni sono a mezzo chilometro di distanza
dal bosco di querce, mentre le beccacce se ne stanno per lo più sugli ontani.
Ho visto parecchi beccaccini sui prati. C’è qualcos’altro in riva al lago…
non sono riuscito a capire cosa, ma le anatre hanno cominciato a
starnazzare mentre ero nel folto e si sono precipitate nel bosco, quasi
avessero avuto una decina di volpi alle calcagna.”
“Sarà stata una volpe, per l’appunto”, dissi. “Metti il guinzaglio a quei
cani; devono imparare un po’ di disciplina. Tornerò per l’ora di cena.”
“C’è un’altra cosa, signore”, disse David, indugiando col fucile
sottobraccio.
“Ebbene?”
“Ho visto un uomo nei boschi, vicino alle querce, o almeno così mi è
sembrato.”
“Un taglialegna?”
“Penso di no, signore. A meno che ci siano dei cinesi tra loro.”
“Cinesi? Non credo. Non mi dirai che hai visto un cinese in mezzo ai
boschi!”
“Io… penso di sì, signore, ma non posso dirlo con sicurezza. Quando
sono corso tra le querce era scomparso.”
“I cani se ne sono accorti?”
“Non saprei, però si sono comportati in modo strano. Gamin si è
sdraiato e si è messo a guaire, ma forse era solo una colica… e Mioche
uggiolava, ma poteva essere a causa della spina.”
“E Voyou?”
“Voyou era il più strano di tutti, signore. Gli si era rizzato tutto il pelo
sulla schiena… ma è anche vero che ho visto una marmotta sgattaiolare
verso un albero lì nei paraggi.”
238
“Allora non c’è da stupirsi che abbia rizzato il pelo! Quanto al tuo
cinese, sarà stato un tronco o un ciuffo d’erba. Avanti, porta via i cani.”
“Dev’essere come dice lei, signore. Buon pomeriggio, signore”, disse
David e si allontanò con gli altri due setter, lasciandomi solo con Voyou
nella macchia.
Guardai il cane. Il cane guardò me.
“Voyou!”
Lui si sedette e agitò le zampe anteriori, coi begli occhi marroni
scintillanti.
“Sei una canaglia”, lo apostrofai. “Che ne dici: gli ontani o le terre alte?
Le terre alte? Bene, allora andremo a caccia di galli cedroni! Gambe in
spalla, amico mio, e fammi vedere quanto è ferreo il tuo autocontrollo!”
Voyou si voltò e mi seguì dappresso, ignorando altezzosamente gli
scoiattoli impertinenti e le migliaia di odori allettanti e curiosi che un cane
qualunque si sarebbe precipitato a indagare.
I boschi autunnali gialli e bruni crepitavano di precari mucchietti di
foglie e rami secchi che scricchiolavano sotto i piedi mentre
abbandonavamo la macchia per addentrarci nella foresta. Ogni ruscelletto
silenzioso che si affrettava verso il lago era tinto dei vividi colori delle foglie
fluttuanti: lo scarlatto dell’acero, il giallo della quercia… Macchie di sole
ricadevano sulle pozze, scandagliandone le brune profondità e
illuminandone il fondo ghiaioso dove banchi di pesciolini nuotavano avanti
e indietro, intenti alle loro minuscole esistenze. I grilli frinivano tra i lunghi
steli d’erba secca ai margini dei boschi, ma noi ce li lasciammo alle spalle
per inoltrarci nel silenzio della foresta più fitta.
“Adesso!” ordinai a Voyou.
Il cane scattò in avanti, descrisse un cerchio, si mosse a zig-zag tra le
felci attorno a noi, poi di colpo s’irrigidì sul posto, immobile come bronzo
scolpito. Avanzai, sollevando il fucile. Due passi, tre, forse dieci, prima che
un grosso esemplare maschio di gallo cedrone svolazzasse fuori dal
sottobosco e si lanciasse verso il folto, per rifugiarsi dove gli alberi erano
più fitti. Un lampo, poi uno sbuffo dalla canna del fucile, un risuonare di
echi tra le basse alture boscose… e al di là del sottile velo di fumo qualcosa
di scuro cadde a terra in una nuvola di piume, brune come le foglie brune
sotto i miei piedi.
“Prendilo!”
239
Voyou scattò. Un attimo dopo tornò indietro di gran carriera, col collo
inarcato e la coda rigida ma scodinzolante, stringendo con delicatezza tra le
rosee fauci un ammasso di piume screziate color bronzo. Con grande
solennità posò l’uccello ai miei piedi e gli si accucciò accanto, con le
orecchie seriche appoggiate alle zampe e il muso a terra.
Lasciai cadere la preda nella bisaccia, sostai per un attimo in una
silenziosa comunione di carezze con Voyou, poi mi sistemai il fucile
sottobraccio e feci cenno al cane di proseguire.
Dovevano essere circa le cinque quando sbucai in una piccola radura
tra i boschi e mi sedetti per tirare il fiato. Voyou mi si avvicinò e sedette di
fronte a me.
“Ebbene?” gli chiesi.
Sempre con aria grave, Voyou mi tese una zampa e io gliela strinsi.
“Non torneremo in tempo per la cena, perciò tanto vale che ce la
prendiamo comoda”, gli dissi. “È tutta colpa tua, sai? Che c’è, hai una spina
nella zampa? Vediamo… eccola! Te l’ho tolta, amico mio; sei libero di
annusartela e leccartela quanto ti pare. Certo che a forza di tenere la lingua
penzoloni, te la troverai piena di muschio e rametti! Non puoi sdraiarti e
ansimare un po’ meno? No, non serve a niente annusare e fissare quella
macchia di felci! Adesso fumiamo un po’, schiacciamo un pisolino e
torniamo a casa allo spuntare della luna. Pensa alla bella cena che ci faremo!
Pensa alla disperazione di Howlett quando non ci vedrà tornare in tempo!
Pensa a tutte le storie che racconterai a Gamin e Mioche! Pensa a che bravo
cane sei stato! Ecco… sarai stanco pure tu, vecchio mio; fatti un bel
sonnellino con me.”
In effetti Voyou era un po’ affaticato. Si sdraiò sulle foglie ai miei piedi,
ma non mi riuscì di capire se si fosse addormentato o meno… finché non
ebbe un fremito alle zampe posteriori, e allora seppi che stava sognando di
compiere grandi imprese.
A quel punto probabilmente mi appisolai anch’io, però il sole non
sembrava più basso quando mi alzai a sedere e aprii le palpebre. Voyou
sollevò la testa, mi lesse negli occhi che non ero ancora pronto per partire,
batté la coda sulle foglie secche una mezza dozzina di volte e si sdraiò di
nuovo con un sospiro.
Mi guardai pigramente attorno, accorgendomi per la prima volta di
quanto fosse splendido l’angolo che avevo scelto per riposare. Era una
240
radura di forma ovale nel cuore della foresta, dal terreno regolare e
tappezzato di erba verde. Gli alberi che la circondavano erano così
giganteschi da formare un torreggiante muro circolare di verzura, che
nascondeva tutto tranne il turchese dell’ovale di cielo sopra di noi. Solo in
quel momento mi avvidi che al centro dello spiazzo erboso c’era una pozza
d’acqua limpida e cristallina, che scintillava come uno specchio tra l’erba del
prato accanto a un blocco di granito. Pareva quasi impossibile che la
simmetria degli alberi, del prato e della polla scintillante potesse essere
frutto di un capriccio della natura. Non avevo mai visto quella radura prima
d’ora, e non ne avevo mai sentito parlare né da Pierpont, né da Barris. Era
una meraviglia, quel bacino d’acqua limpida come diamante: regolare e
aggraziato come una fontana romana, incastonato come una gemma nel
prato verde! E quegli alberi immensi non sembravano appartenere a un
bosco americano, bensì a qualche leggendaria foresta stregata della Francia,
dove rovine marmoree coperte di muschio svettano dimenticate in radure
nebbiose e la penombra della foresta nasconde fate e sagome eteree della
Terra delle Ombre.
Mi sdraiai a osservare il sole che inondava il bosco intricato ove
sfolgoravano ammassi di lobelie cremisi, o dove un lungo raggio colmo di
pulviscolo fluttuante tracciava i contorni delle foglie che galleggiavano nella
pozza, bordandole d’oro pallido. C’erano anche molti volatili che
percorrevano i bui viali tra gli alberi come guizzi di fiamma, e tra di essi lo
splendido cardinale con la sua livrea di un cupo rosso screziato… l’uccello
che aveva dato il nome ai boschi, al villaggio a trenta chilometri di distanza,
e all’intera regione.
Mi girai sulla schiena e alzai lo sguardo verso il cielo. Era così pallido,
più pallido di un uovo di pettirosso! Mi sembrava di stare sdraiato in fondo
un pozzo, delimitato dalle pareti di verzura che torreggiavano altissime da
ogni lato. Mentre giacevo così, l’aria intorno a me fu pervasa da una dolce
fragranza. Il profumo si faceva sempre più dolce, sempre più penetrante,
tanto che mi chiesi quale brezza vagabonda, soffiando su distese di gigli,
avesse potuto portarlo fin lì. Eppure non spirava un alito di vento; l’aria era
immobile. Un moscone dorato mi si posò su una mano: una mosca del
miele, turbata quanto me da quel silenzio profumato.
Alle mie spalle, il cane ringhiò.

241
Dapprima rimasi del tutto immobile, quasi senza respirare, con lo
sguardo fisso su una sagoma che si muoveva lungo il bordo della pozza, tra
i ciuffi d’erba alta. Il cane aveva smesso di ringhiare: ora stava latrando,
teso e spaventato.
Finalmente mi alzai e mi avvicinai a passi rapidi alla pozza, col cane alle
calcagna.
La sagoma – una giovane donna – si voltò lentamente verso di noi.

4
Se ne stava lì, immobile, quando raggiunsi la pozza. La foresta attorno a
noi era così silenziosa che il suono della mia stessa voce mi fece sobbalzare.
“No, non mi sono persa”, mi rispose. La sua voce era fluida come
l’acqua corrente. “Chissà se vorrà venire da me, il tuo splendido cane!”
Prima che avessi tempo di aprir bocca, Voyou zampettò verso di lei e le
strusciò la testa vellutata contro le ginocchia.
“Non sarai mica venuta fin qui tutta sola!” commentai.
“Sola? Ma certo che ci sono venuta da sola!”
“Il centro abitato più vicino è Cardinal. Sarà come minimo a trenta
chilometri da qui!”
“Non conosco Cardinal”, rispose lei.
“Be’, St. Croix, in Canada, dista più di sessanta chilometri. Come hai
fatto ad arrivare nei Cardinal Woods?” domandai, stupefatto.
“Qui, in questi boschi?” mi fece eco lei, un po’ spazientita.
“Sì.”
Sulle prime non rispose, limitandosi a vezzeggiare Voyou con gesti
affettuosi e parole dolci.
“Il tuo cane mi piace moltissimo, ma non mi piacciono tutte queste
domande”, disse con calma. “Mi chiamo Ysonde. Sono venuta qui, presso
la fontana, per ammirare questo bel cane.”
Con quelle parole mi mise a tacere. Dopo un po’ mi azzardai a dirle che
tra un’ora sarebbe calato il crepuscolo, ma lei non mi rispose, né mi guardò.
“Questa polla è incantevole. Tu l’hai definita una fontana… be’, è
proprio bella! Non l’avevo mai vista. È difficile immaginare che sia stata la
natura a produrre tutto questo.”
“Ah, sì?”
242
“Perché, tu non lo pensi?”
“Non ci ho mai pensato. Quando te ne andrai, mi lasceresti il tuo
cane?”
“Il… il mio cane?”
“Sempre che non ti dispiaccia”, sussurrò con dolcezza, e per la prima
volta mi guardò in faccia.
Per un attimo i nostri sguardi s’incontrarono, poi lei s’incupì e io mi
accorsi che mi stava fissando la fronte. Di punto in bianco si avvicinò,
scrutandola intensamente. Appena sopra le sopracciglia avevo un segno
quasi impercettibile, come una minuscola mezzaluna. Era una voglia che mi
portavo dietro dalla nascita.
“È una cicatrice?” mi domandò, avvicinandosi ulteriormente.
“Quella che sembra una mezzaluna? No.”
“No? Ne sei sicuro?” insistette lei.
“Sicurissimo”, risposi, stupefatto.
“Allora è… una voglia?”
“Be’, sì. Posso sapere perché t’interessa tanto?”
Mentre si ritraeva, notai che era impallidita. Per un attimo si coprì gli
occhi con entrambe le mani, come per escludere la vista del mio viso; poi,
lentamente, le lasciò ricadere e andò a sedersi sul blocco di pietra squadrata
che circondava per metà la pozza e sul quale, con grande sbalordimento,
scorsi delle incisioni. Voyou tornò da lei e le appoggiò la testa in grembo.
“Come ti chiami?” chiese infine la donna.
“Roy Cardenhe.”
“Io mi chiamo Ysonde. Ho inciso queste libellule sulla pietra… e anche
i pesci, le conchiglie e le farfalle che vedi.”
“Le hai fatte tu? Sono splendide, di una grazia squisita! Ma queste
libellule non vivono in America…”
“No… però sono più belle. Vedi, ho con me il martello e lo scalpello.”
Da una bizzarra sacca che portava appesa al fianco estrasse un piccolo
martello e uno scalpello, e me li mostrò.
“Hai un grande talento. Dove hai studiato?”
“Io? Non ho mai studiato, l’ho sempre saputo fare. Vedevo le cose e le
incidevo nella pietra. Ti piacciono? Una volta o l’altra ti farò vedere le altre
cose che ho fatto. Se avessi del bronzo potrei ritrarre il tuo cane… è
talmente bello!”
243
Il martello le cadde nella fontana e io immersi il braccio nell’acqua per
recuperarlo.
“È laggiù, lo vedo brillare sulla sabbia”, disse lei, sporgendosi accanto a
me sopra lo specchio.
“Dove?” domandai, distratto dal riflesso dei nostri volti… perché solo
nell’acqua osai finalmente fissarla a lungo in viso.
La polla rifletteva l’ovale squisito della testa, i capelli folti, gli occhi.
Udii il serico fruscio della cintura, intravidi il lampo di un braccio bianco, e
il martello uscì dall’acqua, gocciolante.
La superficie tornò calma, e di nuovo vidi riflessi gli occhi di lei.
“Senti”, disse a bassa voce, “pensi di tornare ancora alla mia fontana?”
“Tornerò”, promisi. La mia voce era fievole; il rumore dell’acqua
m’invadeva le orecchie.
Un’ombra fuggevole passò sopra la pozza. Mi strofinai gli occhi. Nel
punto in cui sino a un attimo prima vedevo l’immagine del suo volto chino
accanto al mio, l’acqua non rifletteva più nulla se non il cielo serotino dove
scintillava una pallida stella. Mi raddrizzai e mi voltai. Era scomparsa.
Guardai la pallida stella ammiccare sopra di me nel bagliore del tramonto,
gli alberi alti e immobili nell’aria ferma della sera, il cane che sonnecchiava
ai miei piedi.
Il profumo dolce nell’aria era svanito, lasciandomi nelle narici la
fragranza greve delle felci e del terriccio della foresta. Una paura cieca mi
afferrò, per cui brandii il fucile e mi lanciai tra i boschi che si oscuravano. Il
cane mi seguì, avanzando rumorosamente nel sottobosco al mio fianco. La
luce era sempre più fioca, tuttavia seguitai ad avanzare, col sudore che mi
colava sul viso e tra i capelli e la mente in preda al caos. Non so come, ma
raggiunsi la macchia. All’imbocco del sentiero scorsi per un attimo un volto
umano che mi spiava nell’oscurità del folto: un volto orribile, giallastro e
contratto, dagli zigomi alti e dagli occhi sottili.
Mio malgrado, mi fermai. Il cane ringhiò. Mi lanciai dritto verso la
figura, incespicando alla cieca attraverso il folto… ma la notte era caduta
con rapidità, sicché mi ritrovai ansimante a divincolarmi in un intrico di
arbusti contorti e rampicanti sinuosi, incapace perfino di distinguere la
vegetazione che m’intrappolava.
Fu col viso pallido e graffiato che mi presentai, in ritardo, a cena quella
sera. Howlett mi servì con un’espressione di tacito rimprovero negli occhi,
244
perché la zuppa era rimasta troppo a lungo sulla fiamma e il gallo cedrone
era diventato asciutto.
David portò dentro i cani dopo che ebbero finito di mangiare, e io
trascinai la sedia davanti al fuoco e posai il boccale di birra accanto a me sul
tavolo. I cani si accucciarono ai miei piedi, battendo le palpebre con aria
assorta mentre le scintille esplodevano dai grossi tronchi di betulla e
svolazzavano in piogge turbinanti.
“David, non mi avevi detto di aver visto un cinese?”
“Sì, signore.”
“Ne sei tuttora convinto?”
“Potrei essermi sbagliato, signore.”
“Però non lo credi. Che razza di whisky mi hai messo nella fiaschetta
oggi?”
“Il solito, signore.”
“Ne manca molto?”
“Circa tre sorsi, signore. Come sempre.”
“Ritieni che possa essere successo qualcosa a quel whisky? Che ci sia
caduta dentro qualche medicina, per esempio?”
David rispose sorridendo: “No, signore.”
“Vorrà dire che ho fatto un sogno incredibile”, dovetti concludere.
Pronunciare la parola “sogno” servì a confortarmi e a rassicurarmi.
Sino a quel momento non avevo osato profferirla, neppure a me stesso.
“Un sogno incredibile!” ripetei. “Mi sono addormentato verso le
cinque, in una bella radura dove c’è una fontana… voglio dire, una pozza.
Conosci il posto?”
“No, signore.”
Glielo descrissi due volte, con dovizia di particolari, ma lui scosse la
testa.
“Ha detto pietra scolpita, signore? Non l’ho mai vista. Non intende per
caso la New Spring…”
“Macché! La radura di cui parlo è molto più lontana. È possibile che ci
sia della gente che abita nella foresta tra qui e il confine col Canada?”
“Non c’è anima viva prima di St. Croix… non che io sappia,
quantomeno.”
“Ho creduto di vedere un cinese, ma è stata solo la mia
immaginazione”, aggiunsi. “È evidente che la tua avventura mi ha colpito
245
più profondamente di quanto immaginassi. Ovviamente non hai visto
nessun cinese, David.”
“Probabilmente no, signore”, concesse David, dubbioso.
Lo mandai a dormire, dicendogli che avrei tenuto con me i cani per
tutta la notte. Dopo che se ne fu andato bevvi un lungo, abbondante sorso
di birra – “tanto per non svergognare il diavolo”, come diceva sempre
Pierpont – e mi accesi un sigaro. Pensai a Barris e Pierpont, accampati al
freddo poiché non si sarebbero azzardati ad accendere un fuoco, e
malgrado il tepore del camino e il crepitio del focolare, rabbrividii per
solidarietà nei loro confronti.
“Racconterò a Barris e Pierpont l’intera storia, e li porterò a vedere la
pietra scolpita e la fontana”, pensai. “Che splendido sogno è stata
Ysonde… sempre che sia stata davvero un sogno!”
Poi andai allo specchio e mi esaminai la piccola chiazza bianca sopra le
sopracciglia.

5
Intorno alle otto del mattino dopo, mentre sedevo apatico davanti alla
tazza che Howlett mi stava riempiendo di caffè, Gamin e Mioche si misero
a ululare. Un attimo dopo udii i passi di Barris all’ingresso.
“Ciao, Roy!” disse Pierpont, entrando a grandi passi in sala da pranzo.
“Voglio la colazione, perbacco! Dov’è Howlett? Niente café au lait per me;
esigo una braciola e delle uova. Ma guarda quel cane! Gli si staccherà la
coda a furia di scodinzolare!”
“Tanta loquacità da parte tua, Pierpont, è sorprendente ma
graditissima”, dissi. “Dov’è Barris? Sei fradicio dalla testa ai piedi!”
Pierpont si sedette e si tolse i gambali rigidi e infangati.
“Sta telefonando a Cardinal Springs; credo voglia parlare coi suoi
uomini… Giù! Gamin, razza d’idiota! Howlett, tre uova in camicia e altro
pane tostato! Cosa stavo dicendo? Ah, già… Barris. Be’, ha trovato
qualcosa che spera ci aiuterà a localizzare quei fabbricanti d’oro. Mi sono
divertito un sacco! Ti racconterà tutto lui.”
“Billy, Billy!” esclamai, in preda a un compiaciuto sbalordimento. “Hai
proprio ricevuto il dono della favella, per la miseria! Senza contare che ti
carichi le cartucce da solo, ti porti in spalla il fucile e fai fuoco
246
personalmente! Ehilà! Ecco Barris, pure lui coperto di fango… Fareste
meglio a cambiarvi, tutti e due. Accidenti! Che odore tremendo!”
“Probabilmente è questo affare”, disse Barris, gettando a terra qualcosa
che si agitò per un attimo e poi cominciò a strisciare. “L’ho trovato nei
boschi intorno al lago. Hai idea di cosa possa essere, Roy?”
Con immenso disgusto riconobbi un’altra di quelle creature simili a un
ibrido tra un ragno, un verme e un granchio… proprio come quella che
Godfrey aveva portato da Tiffany.
“Mi sembrava di avere già sentito quel puzzo”, dissi. “Per l’amor del
cielo, Barris, toglila dal tavolo della colazione!”
“Ma cos’è?” insistette lui, estraendo il binocolo e il revolver.
“Ti dirò quello che so dopo mangiato”, risposi con fermezza.
“Howlett, prendi la scopa e butta quella cosa in strada! Che hai da ridere,
Pierpont?”
Howlett spazzò via la repellente creatura mentre Barris e Pierpont
andavano a togliersi gli abiti fradici per indossarne di asciutti. David portò i
cani a fare una passeggiata; dopo qualche minuto Barris riapparve e prese
posto a capotavola.
“Be’?” lo sollecitai. “Non hai niente da raccontare?”
“Non molto, per la verità. Sono vicino al lago, dall’altra parte dei
boschi… i fabbricanti d’oro, intendo. Ne acciufferò uno stasera stessa.
Non ho ancora localizzato il grosso della banda, ma… Mi passeresti quei
toast, per favore, Roy? Dicevo: ne ho beccato uno. Pierpont mi è stato di
grande aiuto… Non ci crederai, Roy, ma vuole entrare nei Servizi Segreti!”
“Il nostro piccolo Willy?”
“Proprio così. Oh, lo dissuaderò. Che razza di rettile era quello che ho
portato? Howlett lo ha già buttato via?”
“Può anche riportarlo, per quel che mi riguarda”, risposi con
indifferenza. “Ormai ho finito di mangiare.”
“No, no!” disse Barris, ingurgitando il caffè. “Non ha importanza.
Raccontami tu di quella bestia!”
“Meriteresti che la facessi riportare dentro”, ribattei.
Pierpont ci raggiunse. Era radioso, appena uscito dalla vasca da bagno.
“Suvvia, Roy, racconta!” disse, sicché parlai loro di Godfrey e di quel
rettile che lo affascinava tanto.

247
“Chissà poi cosa diavolo ci trova, una persona di buon gusto come
Godfrey, in quella creatura repellente!” terminai, gettando la sigaretta nel
fuoco.
“È originaria del Giappone, secondo te?” disse Pierpont.
“Io dico di no”, rispose Barris. “Non è grottesca in senso artistico; è
semplicemente volgare e orribile. Sembra qualcosa di dozzinale,
d’incompiuto…”
“Proprio così: incompiuto!” assentii. “Come un umorista americano…”
“Dozzinale, già”, rimarcò Pierpont. “E quel serpente d’oro, invece?”
“L’ha comprato il Metropolitan Museum. Oh, dovresti vederlo… è
splendido!”
Barris e Pierpont si erano accesi una sigaretta. Poco dopo ci alzammo e
uscimmo sul prato, dove c’erano delle amache tese sotto gli aceri.
Passò David, col fucile sottobraccio e i cani alle calcagna.
“Tre fucili pronti alle quattro del pomeriggio!” disse Pierpont.
“Tu invece, Roy, che cos’hai fatto ieri?” chiese Barris, mentre David
s’inchinava e si allontanava.
Era proprio la domanda che aspettavo. Quella notte avevo sognato
Ysonde e la radura tra i boschi dove, sul fondo della fontana cristallina,
avevo scorto il riflesso degli occhi di lei. Per tutta la mattina, mentre mi
lavavo e mi vestivo, avevo cercato di convincermi del fatto che non valesse
la pena di parlarne, e che la ricerca della radura e delle immaginarie incisioni
nella pietra sarebbe stata un’impresa ridicola. In quel momento, però –
quando Barris mi rivolse l’esplicita domanda – decisi di punto in bianco di
raccontargli tutta la storia.
“Statemi bene a sentire, ragazzi”, dissi seccamente. “Vi racconterò un
fatto davvero bizzarro. Potete ridere quanto vi pare, ma prima vorrei fare a
Barris un paio di domande. Sei mai stato in Cina?”
“Sì”, rispose lui, guardandomi dritto negli occhi.
“Ti sembra probabile che un cinese possa fare il taglialegna?”
“Hai visto… un cinese?” chiese Barris con voce sommessa.
“Non lo so. Sia io che David abbiamo questo dubbio.”
Barris e Pierpont si scambiarono un’occhiata.
“Ne avete visto uno anche voialtri?” chiesi, voltandomi per includere
anche Pierpont nella domanda.

248
“No”, rispose lentamente Barris, “però so che c’è, o c’è stato, un cinese
in questi boschi.”
“Diavolo!” esclamai.
“Già”, disse Barris in tono grave. “Proprio il diavolo, se vuoi metterla
in questo modo… o, per meglio dire, un diavolo. Un membro del Kuen-
Yuin.”
Avvicinai la sedia all’amaca di Pierpont, il quale – sdraiato com’era – mi
tendeva una palla d’oro massiccio.
“Ebbene?” domandai perplesso, esaminando le incisioni sulla
superficie. Rappresentavano un ammasso di creature contorte: draghi,
ipotizzai.
“Ebbene”, ripeté Barris, allungando la mano per riprendersi la sfera
d’oro, “questo globo ricoperto di rettili e ideogrammi cinesi è il simbolo del
Kuen-Yuin.”
“Dove l’hai preso?” chiesi, presentendo una qualche rivelazione
sconvolgente.
“Pierpont l’ha trovato stamattina all’alba, in riva al lago. È il simbolo
del Kuen-Yuin”, ripeté Barris. “I temibili Kuen-Yuin, gli stregoni della
Cina… la setta più diabolica e letale che esista.”
Fumammo in silenzio. Barris si alzò e si mise a camminare avanti e
indietro tra gli alberi, tormentandosi i baffi grigi.
“I Kuen-Yuin sono stregoni”, disse infine, fermandosi accanto
all’amaca dove Pierpont, ancora disteso, lo fissava. “Proprio nel vero senso
della parola: stregoni. Li ho visti mettere in atto le loro pratiche diaboliche…
e vi dico in tutta serietà che, proprio come lassù esistono gli angeli, qui sulla
Terra esiste una stirpe di demoni negromanti. Puah! Non venitemi a parlare
della magia indiana, degli Yogi e di tutte le loro corbellerie! Sono pronto a
giurartelo, Roy: i Kuen-Yuin detengono il controllo assoluto di cento
milioni di persone… corpo e mente, corpo e anima! Hai idea di cosa
succede nelle regioni interne della Cina? L’Europa ne ha una vaga idea,
ammesso che un essere umano riesca a concepire ciò che si fa in quel
gigantesco inferno? Leggete i giornali! Ci troverete un mucchio di
baggianate diplomatiche su Li-Hung-Chang e l’imperatore, leggerete
minuziosi resoconti di battaglie terrestri e navali, e apprenderete di come il
Giappone abbia suscitato una piccola tempesta lungo i frastagliati confini
del grande ignoto. Ma di certo non sentirete parlare del Kuen-Yuin! No…
249
né voi, né nessun altro europeo a eccezione di qualche sparuto missionario.
Eppure io vi dico che quando le fiamme provenienti da quell’inferno
avranno divorato tutto il continente fino alla costa, l’esplosione investirà
metà del mondo. E che Dio assista l’altra metà!”
La sigaretta di Pierpont si spense. Lui se ne accese un’altra e lanciò a
Barris uno sguardo intento.
“Be’, è pur vero che ‘A ciascun giorno basta la sua pena’” 10, riprese
Barris con maggiore calma. “Non avevo intenzione di dirvi tutto questo,
tanto più che non serve a nulla; ben presto persino voi due ve ne
dimenticherete. Sembra tutto così remoto e impossibile, come lo spegnersi
del sole! Ciò che mi preme discutere è la possibilità, anzi la probabilità, che
un cinese – un membro della setta del Kuen-Yuin – si trovi qui in questo
momento, nella foresta.”
“Se davvero c’è, può darsi che i fabbricanti d’oro debbano a lui la loro
scoperta”, disse Pierpont.
“Non ne ho mai dubitato”, disse Barris con sincerità.
Ripresi in mano il piccolo globo dorato ed esaminai i caratteri incisi.
“Sai, Barris”, disse Pierpont, “proprio non mi riesce di credere nella
stregoneria mentre indosso un completo da caccia di Sanford nella cui tasca
si trova una copia intonsa di La Duchessa, con le pagine ancora da tagliare.”
“Nemmeno io, ma solo perché leggo l’Evening Post e so che Mr. Godkin
non lo permetterebbe”, dissi. “Ehi! Che le prende, a questa palla d’oro?”
“Che le prende?” ripeté Barris, cupo.
“Ma… ma… sta cambiando colore! Viola, no… cremisi… anzi,
verde… volevo dire… Dio del cielo! I draghi… si contorcono sotto le mie
dita!”
“Impossibile”, mormorò Pierpont, chinandosi su di me. “Quelli non
sono draghi…”
“No, è vero!” esclamai, eccitato. “Sono riproduzioni di… di quel rettile
che Barris ha portato qui! Guardate! Guardate… come strisciano e si
dimenano…”
“Mettila giù!” ordinò Barris, e io gettai la sfera sul prato. L’istante
successivo ci eravamo inginocchiati tutti e tre sull’erba accanto ad essa, ma
l’artefatto era tornato del normale colore dorato, con le sue grottesche
incisioni di draghi e strani segni.

250
Pierpont, un po’ rosso in viso, lo raccolse e lo porse a Barris, che lo
posò su una sedia e venne accanto a me.
“Accidenti!” esclamai, asciugandomi il sudore dal viso. “Dove sta il
trucco, Barris?”
“Trucco?” mi fece eco Barris, disgustato.
Guardai Pierpont e il mio cuore mancò un battito. Se non si era trattato
di un trucco, allora cos’era successo? Pierpont mi restituì lo sguardo e
arrossì, limitandosi a dire: “È proprio una diavoleria.”
“L’hai detto: una diavoleria”, disse Barris. Mi pregò di ripetere la mia
storia e io lo feci, a partire dal momento in cui avevo raggiunto David nella
macchia e finendo con l’attimo in cui mi ero lanciato nel folto che si andava
oscurando, verso il punto in cui avevo scorto la maschera giallastra
sogghignare come il teschio di un fantasma.
“Pensate sia il caso di cercare la fontana?” chiesi dopo una breve pausa.
“Sì, e anche… ehm… quella donna”, suggerì Pierpont in tono vago.
“Non fare lo stupido!” replicai, un po’ stizzito. “In ogni caso, non c’è
bisogno che venga anche tu.”
“Oh, certo che verrò!” disse Pierpont. “A meno che tu non mi ritenga
indiscreto…”
“Chiudi il becco, Pierpont”, lo rimbeccò Barris. “La faccenda è seria.
Non ho mai sentito parlare di una radura del genere, né della fontana… ma
è anche vero che nessuno conosce così bene la foresta. Vale la pena di
tentare! Roy, pensi di essere in grado di ritrovare la strada?”
“Sì, senza problemi. Quando partiamo?”
“Niente caccia al beccaccino per oggi!” sospirò Pierpont. “Del resto,
quando si ha l’opportunità d’incontrare una dama da sogno in carne e
ossa…”
Mi alzai, profondamente offeso, ma Pierpont non si mostrò affatto
contrito e la sua risata era irresistibile.
“La dama è tua per diritto di scoperta”, disse. “Ti prometto che non
m’intrometterò nei tuoi sogni! Posso sempre sognare altre dame…”
“Basta così!” lo interruppi. “Dirò a Howlett di metterti a letto tra un
attimo. Barris, quando sei pronto… Potremmo essere di ritorno per
cena…”
Barris si era alzato e mi stava guardando con intensità.

251
“Che c’è?” chiesi, innervosito. I suoi occhi erano fissi sulla mia fronte,
il che m’indusse a ripensare a Ysonde e al segno bianco a forma di
mezzaluna.
“È una voglia?” domandò Barris.
“Sì. Perché?”
“Oh, nulla. Una curiosa coincidenza.”
“Ti vuoi spiegare, per l’amor del cielo?”
“La tua cicatrice – la voglia, anzi – ricorda l’impronta dell’artiglio del
drago… il simbolo a mezzaluna di Yue-Laou.”
“Chi diavolo sarebbe, questo Yue-Laou?” chiesi, irritato.
“Yue-Laou, il fabbricante di lune, Dzil-Nbu del Kuen-Yuin. È un mito
cinese. Si crede che Yue-Laou sia tornato per comandare il Kuen-Yuin.”
“Tutto questo parlare di Cina e di cinesi mi sta facendo venire il mal di
testa”, lo interruppe Pierpont. “La varicella ha lasciato a Roy un
ricordino… e Barris si sta divertendo alle nostre spalle! Forza, ragazzi,
andiamo a far visita alla dama dei sogni! Barris, mi sembra di sentire dei
cavalli al galoppo. Ecco che arrivano i tuoi uomini!”
Due cavalieri inzaccherati irruppero con gran fragore sul porticato e
smontarono a un cenno di Barris. Mi accorsi che entrambi portavano fucili
a ripetizione e pesanti revolver Colt.
Seguirono con reverenza Barris in soggiorno, e poco dopo udimmo un
tintinnio di piatti e bottiglie e il gradevole mormorio della voce del nostro
amico.
Mezz’ora più tardi i due uscirono, rivolsero un saluto militare a me e a
Pierpont e si allontanarono al galoppo in direzione della frontiera canadese.
Passati dieci minuti, e visto che Barris non ricompariva, ci alzammo ed
entrammo in casa a cercarlo. Era seduto in silenzio presso il tavolo, intento
a osservare il globo dorato che scintillava di un fuoco scarlatto e arancione,
luminoso come un tizzone ardente. Howlett, con la bocca spalancata e gli
occhi fuori dalle orbite, stava immobile accanto a lui, pietrificato.
“Non vieni?” lo interrogò Pierpont, un po’ scosso. Barris non rispose.
Di nuovo, lentamente, il globo tornò del suo color oro pallido, ma il viso
che Barris sollevò verso di noi era bianco come un lenzuolo. Si alzò in piedi
e sorrise, con uno sforzo penoso.
“Datemi una matita e un foglio di carta”, disse.

252
Howlett glieli portò. Barris andò alla finestra e scrisse rapidamente
qualcosa, poi piegò il foglio e lo infilò nel primo cassetto della sua scrivania,
che chiuse a chiave. Nel porgermi quest’ultima ci fece cenno di precederlo.
Quando fummo usciti di nuovo sotto gli aceri, si voltò verso di me con
espressione imperscrutabile. “Quando sarà il momento di usarla, lo saprai”,
disse. “Vieni, Pierpont! Dobbiamo andare a cercare la fontana di Roy!”

6
Alle due del pomeriggio, su suggerimento di Barris, abbandonammo la
ricerca della fontana nella radura e tagliammo attraverso la foresta, diretti
alla macchia dove David e Howlett ci aspettavano coi fucili e i tre cani.
Pierpont mi schernì senza misericordia a proposito della “dama dei
sogni”, come la chiamava lui. Per quanto mi riguardava, se non fosse stato
per la straordinaria coincidenza rappresentata dalle domande di Ysonde e
Barris sulla chiazza bianca che avevo in fronte, già da un pezzo avrei finito
col persuadermi di essermi sognato tutto quanto. Stando così le cose, non
avevo spiegazioni da dare. Non eravamo stati in grado di ritrovare la
radura, benché per una cinquantina di volte avessimo incontrato punti di
riferimento che mi avevano convinto di essere quasi sul punto di entrarvi.
Barris era taciturno; quasi non ci rivolse la parola nel corso di tutta la
ricerca. Prima di allora non l’avevo mai visto così depresso, tuttavia quando
arrivammo in vista della macchia, dove ci aspettavano una merenda a base
di gallo cedrone freddo e una bottiglia di Borgogna, Barris parve
riacquistare il consueto buonumore.
“Alla dama dei sogni!” esclamò Pierpont, sollevando il bicchiere e
alzandosi in piedi.
Quel gesto non mi piacque: anche se non era stato che un sogno, il
tono beffardo di Pierpont m’infastidiva. Forse Barris se ne rese conto…
non lo so; fatto sta che ingiunse a Pierpont di bere il suo vino senza fare
altro chiasso e il giovanotto gli obbedì con una fiducia infantile che quasi lo
indusse a sorridere.
“Che ci dici dei beccaccini, David?” m’informai. “I prati dovrebbero
esserne pieni.”
“Non c’è l’ombra di un beccaccino sui prati, signore”, rispose David,
solenne.
253
“Impossibile!” esclamò Barris. “Non possono essere spariti!”
“Invece è così, signore”, disse David, in un tono sepolcrale che non gli
avevo mai sentito. Tutti e tre fissammo il vecchio con curiosità, in attesa di
una spiegazione per quella notizia deludente ma sensazionale.
David guardò Howlett, il quale fissò gli occhi al cielo.
“Stavo camminando”, cominciò il vecchio, con gli occhi incollati a
Howlett. “Stavo camminando coi cani presso la macchia, quando ho
sentito un rumore tra gli alberi e ho visto Howlett avvicinarsi a gran
velocità … anzi, direi che stava quasi correndo. Stavi correndo, Howlett?”
“S-sì”, disse Howlett, con un pudico colpetto di tosse.
“Chiedo scusa, ma preferirei che fosse lui stesso a raccontare il resto”,
disse David. “Ha visto cose che io non ho visto.”
“Va’ avanti, Howlett”, ordinò Pierpont, interessato.
Howlett tossì di nuovo, coprendosi la bocca con la manona arrossata.
“C-ciò che ha d-detto D-David è vero, signore”, cominciò. “Stavo g-
guardando i cani da lontano, p-per vedere come si d-davano da fare,
signore, e D-David si era fermato dietro i f-faggi per a-ac-cendersi la p-
pipa, quando ho visto una t-t-testa saltar fuori dal folto. Aveva in mano un
b-b-bastone e s-sembrava che lo stesse p-p-puntando contro i c-c-cani,
signore…”
“Una testa… con in mano un bastone?” lo interruppe Pierpont, severo.
“La t-testa aveva le m-mani, signore”, spiegò Howlett. “M-mani che r-
reggevano un b-bastone d-dipinto, in questo m-modo, signore. ‘Q-Questo
è strano, Howlett!’ m-mi sono d-d-detto, così mi sono messo a c-correre,
ma il f-furfante mi ha visto e q-quando sono arrivato vicino a D-David, era
scomparso. ‘Ciao, Howlett’, mi fa D-David, ‘che d-d-diavolo’…oh, c-c-
chiedo s-s-scusa, signore… ‘c-che cosa ci fai qui?’ …il tutto a v-v-voce m-
molto alta. ‘Pr-presto!’ grido, ‘il c-cinese sta f-facendo del m-male ai c-cani!’
‘Quale cinese, p-per l’amor del cielo!’ sbotta D-David, p-puntando il fucile
contro un c-cespuglio dopo l’altro. A me è p-parso di v-vederlo, e abbiamo
c-corso e corso, coi c-cani alle c-calcagna… ma non abbiamo v-visto n-
nessun c-c-cinese.”
“Il resto posso raccontarlo io”, intervenne David. Howlett tossì e si
ritrasse pudicamente in un angolo, dietro ai cani.
“Vai avanti”, disse Barris. La sua voce suonò strana.

254
“Beh, signore, quando Howlett e io abbiamo interrotto la caccia, ci
trovavamo sull’altura che sovrasta i prati a sud. C’erano centinaia di uccelli,
per la maggior parte beccaccini e pivieri… anche Howlett li ha visti. Poi,
però – prima che avessi il tempo di dirgli una parola – qualcosa dentro il
lago ha prodotto un tonfo… un tonfo gigantesco, come se l’altura stessa
fosse caduta in acqua. Mi sono spaventato tanto da nascondermi tra i
cespugli, mentre Howlett si è buttato a terra… e tutti quegli uccelli si sono
alzati in volo… erano centinaia, e starnazzavano per la paura. Persino le
anatre se la sono data a gambe sui prati, quasi avessero il diavolo alle
calcagna.”
David fece una pausa e scoccò un’occhiata meditabonda ai cani.
“Vai avanti”, ripeté Barris, sempre con voce tesa.
“Non ho altro da aggiungere, signore. I beccaccini non sono più
tornati.”
“E quel tonfo nel lago?”
“Non so cosa sia stato, signore.”
“Un salmone, magari? Può essere che un salmone abbia spaventato a
tal punto le anatre e i beccaccini?”
“No… oh, no, signore! Neppure cinquanta salmoni avrebbero potuto
produrre un tonfo così. Non è vero, Howlett?”
“V-verissimo”, confermò Howlett.
“Roy”, disse alla fine Barris, “quel che ci ha riferito David significa che
di sparare ai beccaccini non se ne parla, almeno per oggi. Ho intenzione di
riportare indietro Pierpont. Howlett e David ci verranno dietro coi cani; ho
bisogno di parlare con loro. Se ti va, vieni pure anche tu; altrimenti va’ a
cercare un paio di galli cedroni per cena. Vedi di tornare per le otto, se ci
tieni a vedere ciò che Pierpont e io abbiamo scoperto ieri notte.”
David fischiò alla volta di Gamin e Mioche e seguì Howlett, che
portava il carniere. Io richiamai Voyou al mio fianco, raccolsi il fucile e mi
voltai verso Barris.
“Tornerò entro le otto”, dissi. “Vuoi catturare uno dei fabbricanti
d’oro, giusto?”
“Sì”, rispose Barris, indifferente.
Pierpont si mise a ciarlare a proposito del cinese, ma Barris gli fece
segno di seguirlo e, salutandomi con un cenno del capo, imboccò il sentiero
che Howlett e David stavano già percorrendo. Dopo che furono
255
scomparsi, mi sistemai il fucile sottobraccio e deviai bruscamente verso la
foresta, con Voyou che mi trotterellava accanto.
Le ripetute apparizioni del cinese mi avevano innervosito mio
malgrado. Se mi avesse dato noia ancora una volta, ero deciso a sopraffarlo
e a scoprire cosa ci facesse nei Cardinal Woods. Se non fosse stato in grado
di darmi una spiegazione soddisfacente, lo avrei condotto con la forza da
Barris, adducendo il sospetto che facesse parte della banda dei fabbricanti
d’oro… anzi, mi dissi, lo avrei portato da lui in ogni caso, se non altro per
sbarazzare la foresta dal suo viso repellente. Mi domandai che genere di
cosa David avesse udito nel lago: doveva essersi trattato di un grosso pesce,
probabilmente un salmone. Anche i nervi di David e Howlett erano stati
messi a dura prova dalla caccia a quel figlio del Celeste Impero!
Un guaito del cane interruppe la mia meditazione. Alzai la testa e mi
fermai di colpo.
La radura perduta era davanti ai miei occhi.
Il cane vi si era già diretto, attraversando di corsa il prato vellutato sino
alla pietra intagliata dove sedeva una figura snella. Lo vidi strusciare con
affetto la testa vellutata contro la veste di seta di lei; vidi il viso della
giovane chino sopra l’animale. Trattenni il respiro e, lentamente, feci il mio
ingresso nella radura inondata dal sole.
Con un filo di timidezza lei mi tese una mano bianca.
“Ora che sei venuto”, disse, “ti posso mostrare altri miei lavori. Ti
avevo detto che sono capace di scolpire altre cose, oltre alle libellule che ho
intagliato in questa pietra… Be’, perché mi guardi così? Non stai bene?”
“Ysonde…” balbettai.
“Sì?” disse lei, con un accenno di rossore sulle gote.
“Io… non speravo di rivederti. Tu… io… Pensavo di avere sognato.”
“Sognato… di me? Forse è andata così. Che c’è di strano?”
“Strano? N… nulla, ma… dove sei andata quando… quando eravamo
chini sulla fontana, fianco a fianco? Ho visto il tuo viso riflesso accanto al
mio, e poi… poi, all’improvviso, ho visto solo il cielo e una stella che
scintillava.”
“È stato perché ti sei addormentato”, rispose lei. “Non è così?”
“Io? Addormentato?”
“Sì. Ti sei addormentato, e io ho pensato che fossi molto stanco. Così
me ne sono andata.”
256
“Andata! Dove?
“A casa mia, dove realizzo le mie belle figure. Guarda! Eccone una che
ho portato per fartela vedere!”
Presi in mano l’animale scolpito che mi porgeva: un’enorme lucertola
d’oro dalle fragili ali spiegate e munite di artigli, così sottili che la luce del
sole vi passava attraverso e ricadeva a terra in chiazze dorate e
fiammeggianti.
“Dio del cielo!” esclamai. “È straordinario! Dove hai imparato a fare
cose simili? Ysonde, un’opera del genere non ha prezzo!”
“Oh, lo spero bene!” rispose lei con sincerità. “Non sopporto l’idea di
vendere le mie opere, ma il mio patrigno me le porta via e le vende lo
stesso. Questa è la seconda che ho scolpito, e ieri mi ha detto che devo
dargliela. Immagino sia povero.”
“Non può essere povero se ti dà dell’oro da scolpire”, risposi,
stupefatto.
“Oro!” esclamò lei. “Oro? Ma se ne ha una stanza piena! Lui lo
fabbrica.” Mi sedetti sul prato ai suoi piedi, completamente sconvolto.
“Perché mi guardi così?” mi domandò, turbata.
“Dove abita il tuo patrigno?”
“Qui.”
“Qui?”
“Tra i boschi, vicino al lago. Non riusciresti mai a trovare casa nostra.”
“Una casa!”
“Naturalmente. Credevi che abitassi dentro un albero, per caso? Che
sciocchino! Vivo col mio patrigno in una bella casa… piccola, ma molto
graziosa. Lui fabbrica l’oro, ma gli uomini che lo portano via non entrano
mai in casa nostra, perché non sanno dov’è… e se anche lo sapessero, non
potrebbero arrivarci. Il mio patrigno trasporta l’oro sotto forma di pepite,
dentro una sacca di tela. Quando la sacca è piena, lui la porta fuori, nei
boschi, dove abitano gli uomini. Non so cosa ne facciano. Vorrei solo che
riuscisse a diventare ricco, perché allora potrei tornarmene a Yian… dove i
giardini sono così belli, e il fiume scorre sotto mille ponti.”
“Dove si trova la tua città?” chiesi con un fil di voce.
“Yian? Non lo so. L’aria è colma di dolci profumi e del suono di
campanelli d’argento, per tutto il giorno. Ieri mi ero appuntata al petto

257
alcuni boccioli di loto disseccati, e tutti i boschi profumavano. Lo hai
sentito anche tu, il profumo?”
“Sì.”
“Mi chiedevo appunto se te ne fossi accorto. Com’è bello il tuo cane!
Mi piace moltissimo. Sulle prime ho pensato soprattutto al cane, ma l’altra
notte…”
“L’altra notte?” ripetei sottovoce.
“Ho pensato a te. Perché porti l’artiglio del drago?”
D’istinto mi portai la mano alla fronte, per coprire il segno.
“Cosa sai dell’artiglio del drago?” mormorai.
“È il simbolo di Yue-Laou… che è il capo del Kuen-Yuin, o così dice il
mio patrigno. È stato lui a insegnarmi tutto quello che so. Abbiamo vissuto
a Yian sino a quando non ho compiuto sedici anni; ora ne ho diciotto. In
questi ultimi due anni abbiamo abitato nella foresta. Guarda! Guarda quegli
uccelli scarlatti! Che cosa sono? Ce ne sono di simili a Yian.”
“Dov’è Yian, Ysonde?” domandai, con una calma mortale.
“Non lo so.”
“Ma se ci hai abitato!”
“Sì. Per tanto tempo.”
“Si trova al di là dell’oceano, Ysonde?”
“Si trova al di là di sette oceani… e del grande fiume, che è più lungo
della distanza tra la Terra e la luna.”
“Che te lo ha detto?”
“Il mio patrigno. È lui che mi dice tutto.”
“Mi diresti il suo nome, Ysonde?”
“Non lo conosco. È il mio patrigno… e basta.”
“E tu come ti chiami?”
“Te l’ho già detto. Ysonde.”
“Sì, ma… di cognome?”
“Soltanto Ysonde. Perché, tu hai due nomi? Com’è che mi guardi con
tanta impazienza?”
“Davvero il tuo patrigno fabbrica l’oro? Glielo hai visto fare?”
“Oh, sì! Lo faceva anche a Yian. Adoravo stare a guardare le scintille…
di notte turbinavano come api dorate. Yian dev’essere bellissima, se è tutta
come il nostro giardino e gli altri che lo circondavano! Dal mio riuscivo a
scorgere i mille ponti e la grande montagna più oltre…”
258
“E gli abitanti? Parlami degli abitanti, Ysonde”, la esortai con dolcezza.
“Gli abitanti di Yian? Oh, li vedevo muoversi a sciami, come
formiche… Tanti, tanti milioni di persone che attraversavano nei due sensi
i mille ponti.”
“Che aspetto avevano? Erano vestiti come me?”
“Non lo so. Erano molto, molto lontani… come puntini che si
muovevano sui mille ponti. Per sedici anni li ho visti ogni giorno dal mio
giardino, ma non ne sono mai uscita. Non sono mai andata per le strade di
Yian, perché il mio patrigno me lo aveva proibito.”
“Vuoi dire che a Yian non hai mai visto una creatura vivente da
vicino?” le chiesi, in preda alla disperazione.
“Oh, sì. I miei uccelli! Erano così grossi, e avevano un’aria così
saggia… ed erano tutti grigi e rosa!”
Si chinò sull’acqua scintillante e ne sfiorò la superficie con la mano
candida.
“Perché mi fai tutte queste domande?” mormorò. “Sei arrabbiato con
me?”
“Dimmi del tuo patrigno”, insistetti. “Mi assomiglia? Si veste come me,
parla come me? È americano?”
“Americano? Non lo so. Non si veste come te, e non ti somiglia. Lui è
vecchio… molto, molto vecchio. Qualche volta parla come te; altre volte
parla come la gente di Yian. Anch’io parlo in tutte e due le maniere.”
“Allora parla come la gente di Yian!” la incalzai, spazientito. “Parla
come… Ysonde, perché piangi? Per colpa mia? Non volevo… non avrei
mai immaginato di poterti ferire! Perdonami, ti prego… Guarda, te lo
chiedo in ginocchio…”
M’interruppi di colpo, con lo sguardo fisso sul piccolo globo dorato
che le pendeva dalla vita, appeso una catena d’argento. Lo vidi dondolare
contro la coscia di lei; lo vidi cambiare colore dal cremisi al viola, e poi a un
rosso fiammeggiante. Era il simbolo del Kuen-Yuin.
Lei si chinò su di me e mi posò delicatamente le dita su un braccio.
“Perché mi chiedi queste cose?” domandò, con le lacrime che le
brillavano sulle ciglia. “Mi fai male… mi fai male qui”, e si portò la mano al
seno. “Non so perché. Ah, ma i tuoi occhi sono di nuovo freddi e duri! Stai
guardando la sfera d’oro che porto appesa alla vita… Vuoi sapere anche di
quella?”
259
“Sì”, mormorai, fissando tuttora quelle fiamme infernali. Mentre
parlavo si estinsero, lasciando il globo di un pallido colore dorato.
“È il simbolo del Kuen-Yuin”, rispose lei, con voce tremante. “Perché
me lo chiedi?”
“È tuo?”
“S-sì.”
“Dove l’hai preso?” la incalzai con una certa asprezza.
“Il… il mio patri…”
Mi allontanò da sé con tutta la forza dei suoi polsi esili e si coprì il
volto.
Se le feci scivolare le braccia attorno al collo e la attirai a me, se le baciai
le lacrime che lentamente le colavano tra le dita, se le dissi quanto l’amavo e
quanto mi lacerasse il cuore vederla infelice… be’, in realtà sono affari miei.
Quando mi sorrise tra le lacrime, l’amore purissimo e la dolcezza dei suoi
occhi mi sollevarono l’anima più in alto della luna che scintillava confusa
sopra di noi, oltre l’azzurro illuminato dal sole. La mia felicità fu così
improvvisa, così violenta e travolgente che mi limitai a rimanere lì, in
ginocchio, con le dita di lei strette tra le mie e gli occhi fissi verso l’alto,
verso la volta celeste e la luna scintillante.
Poi qualcosa si avvicinò alle mie ginocchia tra l’erba alta e un odore
acre e umidiccio mi riempì le narici.
“Ysonde!” chiamai, ma il tocco delle sue mani era già scomparso e i
miei pugni serrati erano gelidi e umidi di rugiada.
“Ysonde!” gridai ancora, balbettando per lo spavento. Le mie grida
erano quelle di un uomo che si risveglia da un sogno… un sogno orribile,
poiché le mie narici erano pregne di quel puzzo acre e umidiccio e mi
sentivo il rettile-granchio avvinghiato al ginocchio. Com’era possibile che la
notte fosse caduta così all’improvviso? E dove mi trovavo, dove?
Intirizzito, irrigidito, lacero e sanguinante, gettato a terra come un cadavere
sulla soglia del mio capanno! Voyou mi leccava il viso e Barris incombeva
sopra di me, guardandosi intorno alla luce di una lampada che ardeva e
mandava fumo come una torcia nella brezza notturna. “Puah!” Il tanfo
soffocante della lampada mi riscosse.
“Ysonde!” esclamai
“Che diavolo gli è successo?” mormorò Pierpont, sollevandomi tra le
braccia come se fossi stato un bambino. “Lo hanno pugnalato, Barris?”
260
7
Pochi minuti dopo fui in grado di alzarmi e di raggiungere a passi rigidi
la mia camera da letto, dove Howlett mi aveva già approntato un bagno
caldo e una caraffa di Scotch ancora più caldo. Pierpont mi ripulì il sangue
coagulato dalla gola. La ferita era lieve, quasi invisibile, simile alla puntura
di una spina. La ripulita servì a schiarirmi le idee, e una frizione a base di
alcol fece il resto.
“Ora bevi il tuo Scotch e sdraiati”, si raccomandò Pierpont. “Ti va un
po’ di beccaccia arrosto? Bene, vedo che ti stai riprendendo!”
Barris e Pierpont stettero a guardarmi mentre, seduto sul bordo del
letto, spolpavo solennemente le ossa della beccaccia e sorseggiavo il mio
Bordeaux, perfettamente a mio agio.
Pierpont tirò un sospiro di sollievo.
“Sicché avevi solo alzato un po’ il gomito, eh? E io che temevo fossi
stato pugnalato!”
“Non ero ubriaco”, mi difesi, rosicchiando placidamente un gambo di
sedano.
“Solo un po’ alticcio?” chiese Pierpont, pieno di cameratesca
solidarietà.
“Sciocchezze!” sbottò Barris. “Lascialo in pace. Vuoi dell’altro sedano,
Roy? Ti aiuterà a dormire.”
“Non ho voglia di dormire”, risposi. “Quand’è che tu e Pierpont
andrete a catturare quel vostro fabbricante d’oro?”
Barris sbirciò l’orologio da taschino, poi lo richiuse con uno scatto.
“Tra un’ora, ma… non penserai mica di venire con noi!”
“Certo che sì! Pierpont, per favore, passami una tazza di caffè. È
proprio quello che ho intenzione di fare! Howlett, portami la scatola nuova
di sigari d’importazione… e lascia qui la brocca! Barris, ora mi vestirò; nel
mentre, tu e Pierpont ve ne starete buoni e tranquilli ad ascoltare quel che
ho da dire. La porta è ben chiusa?”
Barris la chiuse a chiave e sedette.
“Grazie”, gli dissi. “Barris, dove si trova la città di Yian?”
Un’espressione simile al terrore balenò negli occhi del mio amico, e per
un attimo lo vidi trattenere il respiro.
261
“Non esiste una città con quel nome”, disse infine. “Ho parlato nel
sonno, per caso?”
“È una città con un grande fiume che serpeggia sotto mille ponti, dove
i giardini hanno un profumo dolce e l’aria è satura della musica di
campanelli d’argento”, proseguii con calma.
“Basta!” disse Barris con voce strozzata e si alzò tremando dalla sedia.
Sembrava invecchiato di dieci anni.
“Roy”, s’intromise severamente Pierpont, “perché diavolo lo stai
tormentando?”
Guardai Barris, che mi restituì lo sguardo. Dopo qualche attimo si
risedette.
“Va’ avanti, Roy”, disse.
“Devo farlo”, risposi, “perché ora so per certo di non aver sognato.”
Gli raccontai tutto. Persino mentre la riferivo, l’intera vicenda mi
appariva così vaga, così irreale, che a volte m’interrompevo, col sangue che
mi ronzava nelle orecchie, perché mi sembrava assurdo che uomini adulti e
sani di mente, nell’anno del Signore 1896, potessero discutere in tutta
serietà di simili argomenti.
Temevo il sarcasmo di Pierpont, ma lui non accennò neppure un
sorriso. Barris, dal canto suo, sedeva con la testa china sul petto e la pipa
spenta stretta tra le dita.
Quand’ebbi finito, Pierpont si voltò lentamente e guardò Barris. Per
due volte mosse le labbra, come per articolare una domanda, ma poi
tacque.
“Yian è effettivamente una città”, ammise Barris con voce sognante.
“Era questo che volevi sapere, Pierpont?”
Noi due annuimmo in silenzio.
“Yian è una città”, ripeté Barris, “con un grande fiume che serpeggia
sotto mille ponti, dove i giardini hanno un dolce profumo e l’aria è satura
della musica di campanelli d’argento.”
Le mie labbra formularono la domanda: “Ma dove si trova, questa
città?”
“Al di là di sette oceani… e del grande fiume, che è più lungo della
distanza tra la Terra e la luna”, rispose Barris, quasi lamentoso.
“Cosa vuoi dire?” chiese Pierpont.

262
“Ah”, rispose Barris, riscuotendosi a fatica e alzando gli occhi infossati.
“Citavo le allegorie di un’altra terra; non fateci caso. Vi ho già parlato del
Kuen-Yuin, ricordate? Ebbene, Yian è la capitale del Kuen-Yuin, nascosta
in quell’ombra gigantesca che chiamiamo Cina: un continente sconosciuto,
impenetrabile, vago e sterminato come il cielo a mezzanotte.”
“Impenetrabile”, ripeté Pierpont a mezza voce.
“Io ci sono stato”, proseguì Barris in tono sognante. “Ho visto le
pianure morte dell’oscuro Catai e ho attraversato le montagne della Morte,
le cui vette si trovano al di sopra dell’atmosfera. Ho visto l’ombra di Xangi
proiettata su Abaddon. Meglio morire a milioni di chilometri di distanza da
Yazd e Ater Quedah, che contemplare il bianco fiore del loto all’ombra di
Xangi! Ho dormito tra le rovine di Xanadu, dove il vento non posa mai e i
morti ululano il Wulwulleh…”
“E hai visto Yian”, lo incalzai, con dolcezza.
Il suo viso era improntato a un’espressione ultraterrena quando si voltò
lentamente verso di me.
“Yian? Ci ho vissuto… e amato. Quando il mio corpo esalerà l’ultimo
respiro, quando l’artiglio del drago svanirà dal mio braccio” – si rimboccò
la manica, e noialtri vedemmo una mezzaluna bianca scintillargli sopra il
gomito – “quando la luce dei miei occhi si sarà spenta per sempre… allora,
persino allora non dimenticherò Yian. È la mia casa, è mia! Il fiume e i
mille ponti, la bianca cima lontana, i giardini dal dolce profumo, i gigli, il
dolce suono del vento d’estate impregnato del ronzio delle api e della
musica dei campanelli… tutte queste cose sono mie! Solo perché il Kuen-
Yuin temeva l’artiglio del drago sul mio braccio, credete forse che il mio
lavoro con loro sia terminato? Poiché Yue-Laou aveva il potere di dare,
credete che gli riconosca anche il potere di togliere? Yue-Laou è forse
Xangi, sotto la cui ombra i bianchi fiori del loto non osano sollevare la
corolla? No! No!” esclamò con veemenza. “Non era da Yue-Laou, lo
stregone, il fabbricante di lune, che proveniva la mia felicità! Era reale, non
già un’ombra che si è dissolta come una bolla colorata! Può uno stregone
creare e concedere a un uomo l’oggetto del suo amore? Yue-Laou è forse
potente come Xangi? Xangi è Dio. A tempo debito, nella Sua infinita bontà
e misericordia, Egli mi restituirà la donna che amo. Io so che lei mi aspetta
ai Suoi piedi.”

263
Nel silenzio teso che seguì sentii il mio cuore raddoppiare i battiti, e
scorsi il viso di Pierpont, pallido e colmo di pietà. Barris si riscosse e alzò la
testa. Il cambiamento sul suo volto rubizzo mi spaventò.
“Bada!” mi ammonì, lanciandomi un’occhiata terribile. “L’artiglio del
drago è sulla tua fronte, e Yue-Laou lo sa. Se devi amare, ebbene… ama
come un uomo, perché alla fine soffrirai come un’anima dannata. Qual è il
suo nome? Ripetimelo!”
“Ysonde”, risposi semplicemente.

8
Alle nove di quella sera catturammo uno dei fabbricanti d’oro. Non so
in che modo Barris avesse teso la trappola; l’azione di cui fui testimone può
essere riassunta in un paio di minuti.
Eravamo schierati lungo la strada di Cardinal, circa un paio di
chilometri più in basso rispetto alla casa: io e Pierpont da un lato, sotto un
albero di noce, coi revolver puntati; Barris dall’altro, con un Winchester
sulle ginocchia.
Avevo appena chiesto l’ora a Pierpont, e lui si stava tastando la tasca in
cerca dell’orologio, quando in lontananza, lungo la strada, udimmo il
rumore di un cavallo al galoppo… sempre più vicino, finché non ci
oltrepassò con fragore. Il fucile di Barris sputò fiamme e la massa scura,
cavallo e cavaliere, crollò nella polvere. In un attimo Pierpont afferrò il
cavaliere stordito per la collottola – il cavallo era morto sul colpo – e
mentre accendevamo un ramo di pino per esaminare il prigioniero, due
uomini di Barris ci raggiunsero al galoppo e si fermarono al nostro fianco.
“Uhm!” disse Barris con una smorfia. “Se costui non è il
Contrabbandiere, cambio lavoro!”
Ci radunammo incuriositi per osservarlo più da vicino. Aveva i capelli
rossi, era grasso e sporco, e gli occhietti arrossati gli scintillavano nel cranio
come quelli di un cinghiale infuriato.
Barris lo perquisì con metodo, mentre Pierpont lo teneva fermo e io
reggevo la torcia. Il Contrabbandiere era una miniera d’oro ambulante:
tasche, camicia, stivali, cappello e persino i pugni sudici, serrati e
sanguinanti, traboccavano di pepite di metallo giallo. Barris si lasciò cadere
quell’oro illegale nelle tasche del cappotto da caccia, poi si allontanò per
264
interrogare il prigioniero. Tornò dopo qualche minuto e fece segno ai suoi
sottoposti di prenderlo in custodia. Con le armi appoggiate sulle cosce, li
guardammo allontanarsi a piedi nelle tenebre, conducendo i cavalli per la
briglia e col Contrabbandiere, legato come un salame, che si trascinava di
malavoglia in mezzo a loro.
“Chi è il Contrabbandiere?” chiese Pierpont, facendosi scivolare di
nuovo in tasca il revolver.
“Un truffatore, un falsario e un bandito”, rispose Barris, “e
probabilmente anche un assassino. Drummond sarà felice di vederlo, e di
sicuro lo convincerà a confessare ciò che ha rifiutato di dire a me.”
“Non ha parlato?” domandai.
“Neppure una sillaba. Pierpont, non c’è più niente che tu possa fare
qui.”
“Non torni indietro con noi, Barris?”
“No.”
Ci avviammo lungo la strada buia, in silenzio. Io mi chiedevo che cosa
avesse in mente di fare Barris, ma lui non aggiunse altro finché non
raggiungemmo la nostra veranda. Lì ci strinse la mano, prima a Pierpont e
poi a me, e ci salutò, col tono di chi è in procinto di partire per un lungo
viaggio.
“Quando sarai di ritorno?” gli gridai dietro mentre si voltava verso il
cancello. Lui attraversò di nuovo il prato e di nuovo ci afferrò le mani, con
un moto di tacito affetto di cui non lo avrei creduto capace.
“Sto andando a porre fine, una volta per tutte, a questa faccenda
dell’oro artificiale. So che voi due non avete idea di cosa combinassi
durante le mie passeggiatine solitarie dopo cena… ebbene, ve lo dirò: ho
già ucciso in gran segreto quattro di quei falsari. I miei uomini li hanno
sepolti all’altezza del cippo del quarto chilometro, dove il terreno è franato
di recente. Ne restano in circolazione ancora tre: il Contrabbandiere che
abbiamo appena catturato, un altro criminale soprannominato ‘Yellow’ – o
‘Yaller’ nel dialetto locale – più il terzo.”
“Il terzo?” fece eco Pierpont, eccitato.
“Il terzo non l’ho ancora visto, ma so chi è e che cosa è. Lo so… e se è
fatto di carne e sangue come i normali esseri umani, stanotte il suo sangue
scorrerà.”

265
Mentre parlava un lieve rumore attirò la mia attenzione. Un uomo a
cavallo avanzava in silenzio sui prati spugnosi sotto la luce delle stelle.
Quand’ebbe raggiunto Barris accese un fiammifero, e noi tutti vedemmo
che portava un cadavere sulla sella.
“Si tratta di ‘Yaller’, colonnello Barris”, spiegò, toccandosi il cappello
floscio nel saluto militare.
Quella lugubre presentazione del cadavere mi diede i brividi, tanto che
mi ritrassi dopo aver sbirciato per un breve istante il corpo rigido dagli
occhi sbarrati.
“Una volta identificato”, ordinò Barris, “portalo alla stazione di polizia
al quarto chilometro e spedisci i suoi effetti personali a Washington… sotto
sigillo, Johnstone, mi raccomando!”
Il cavaliere si allontanò al galoppo col suo lugubre fardello. Barris ci
strinse di nuovo le mani per l’ultima volta, poi si allontanò allegramente, col
sorriso sulle labbra. Pierpont e io tornammo in casa.
Per un’oretta restammo in soggiorno a fumare cupamente davanti al
fuoco, parlando il minimo indispensabile. Alla fine Pierpont sbottò:
“Vorrei tanto che Barris si fosse portato dietro uno di noi!”
Anch’io stavo pensando la stessa cosa, tuttavia risposi: “Lui sa quello
che fa.”
La qual cosa non ci fu di nessun conforto, né ci fornì lo spunto su cui
imbastire una conversazione. Dopo qualche minuto Pierpont mi augurò la
buonanotte e chiamò Howlett affinché gli preparasse l’acqua calda.
Lasciatolo alle cure amorevoli del suo ometto, io spensi tutte le luci a
eccezione di un’unica lampada, mandai via David coi cani e congedai
Howlett per la notte.
Non avevo voglia di andare a letto, perché sapevo che non sarei
riuscito a dormire. C’era un libro aperto sul tavolo accanto al fuoco; ne lessi
qualche pagina, ma la mia mente era altrove.
Gli scuri della finestra erano alzati. Guardai fuori, verso il firmamento
stellato: non c’era la luna quella notte, ma il cielo era tempestato di stelle
scintillanti e una pallida luminescenza, ancor più luminosa di quella della
luna, ricadeva sui prati e i boschi. Lontano, nella foresta, udivo la voce del
vento… un vento caldo e leggero che sussurrava un nome: Ysonde.
“Ascolta”, sospirò il vento. “Ascolta”, gli fecero eco gli alberi che
stormivano, con ogni fremito di foglia. Io ascoltai.
266
I lunghi steli d’erba che tremolavano al canto dei grilli mi rimandavano
il nome di lei, Ysonde. Lo udii nel fruscio del caprifoglio, là dove si
libravano le grigie falene. Lo udii nel gocciolio della rugiada giù dal
porticato. Il ruscello silenzioso tra i prati sussurrava il suo nome, i
torrentelli scroscianti nel bosco lo ripetevano: Ysonde, Ysonde… finché
cielo e terra furono impregnati di quel palpito sommesso: Ysonde, Ysonde,
Ysonde!
Un usignolo cantò da un cespuglio accanto al porticato, e io uscii
furtivamente sulla veranda per ascoltarlo. Dopo un po’ ricominciò, più
lontano. Mi avventurai fuori, sulla strada. Di nuovo lo udii in lontananza,
nella foresta. Lo seguii, perché sapevo che stava cantando di Ysonde.
Quando arrivai al sentiero che abbandona la strada principale per
addentrarsi nel Boschetto delle Felci, esitai; ma la bellezza della notte mi
attirava e gli usignoli mi chiamavano da ogni cespuglio. In quella
luminescenza stellata i cespugli, l’erba, i fiori di campo si stagliavano nitidi,
perché non c’era la luna a proiettare ombre. Prato e ruscello, macchia e
torrente erano illuminati dal pallido chiarore. Come grandi lampade accese i
pianeti incombevano dall’alta volta del cielo, e oltre i loro raggi misteriosi le
stelle fisse, calme e serene, erano occhi che contemplavano dal firmamento.
Attraversai, affondandovi fino alla vita, campi di calendule dorate
coperte di rugiada, distese di trifogli tardivi e avena selvatica, cespugli di
rosa canina dalle bacche color cremisi, mirtilli e susini selvatici, finché il
sommesso sussurro del Wier Brook non mi avvertì che il sentiero si era
interrotto.
Tuttavia non volli fermarmi, perché l’aria notturna era impregnata del
profumo delle ninfee e lontano, oltre le basse alture boscose e i prati umidi,
s’intravedeva un remoto scintillio argenteo e udivo il mormorio degli uccelli
acquatici addormentati. Ebbene, sarei andato al lago! Il cammino era
sgombro, a eccezione del fitto sottobosco e dei grovigli degli arbusti di
viburno.
Gli usignoli avevano smesso di cantare, ma io non desideravo la
compagnia di creature viventi. Sagome snelle, rapide e fulminee, mi
attraversavano di tanto in tanto il cammino: agili visoni che fuggivano
come ombre al suono dei miei passi, ispide donnole e grassi topi muschiati
che correvano alle loro cacce o convegni segreti.

267
Non avevo mai visto tante piccole creature in movimento a quell’ora di
notte. Cominciai addirittura a chiedermi dove stessero andando così di
fretta, poiché si precipitavano tutte nella stessa direzione. Superai una lepre
che saltellava tra i cespugli, poi un coniglio dalla coda ritta che fuggiva a
perdifiato. Quand’ebbi raggiunto il bosco di faggi, due volpi mi scivolarono
accanto; un po’ più lontano una cerva sbucò fragorosamente dal
sottobosco, e subito dopo di lei una lince furtiva, con gli occhi scintillanti
come braci ardenti.
La lince non fece caso alla cerva né a me, ma si allontanò a grandi
falcate, puntando verso nord.
Il grosso felino era in fuga.
“Sì, ma da cosa?” mi domandai, meravigliato. Dopotutto non erano in
corso incendi, uragani o inondazioni.
Ammesso che Barris fosse passato per quella strada, avrebbe potuto
essere lui la causa di quell’esodo improvviso? No, era impossibile; neppure
un intero reggimento avrebbe potuto mettere in rotta quel piccolo esercito
di creature spaventate!
“Cosa sarà successo?” pensai, voltandomi a guardare la fuga precipitosa
di una martora. “Cosa può avere spaventato a tal punto gli animali a
quest’ora della notte?”
Alzai lo sguardo verso il cielo. Il placido bagliore delle stelle fisse mi
rinfrancò, inducendomi a proseguire lungo la stretta fascia di abeti che
conduce alle rive del Lago delle Stelle.
Viburni e mirtilli selvatici mi si aggrovigliavano ai piedi, rami carichi di
rugiada mi spruzzavano di umidità, e gli aghi fitti degli abeti mi graffiavano
il viso mentre mi facevo strada tra ceppi coperti di muschio e alti ciuffi
d’erba spugnosa, fino alla piatta distesa di ciottoli della riva del lago.
Sebbene non ci fosse vento, piccole increspature si propagavano dal
centro dello specchio d’acqua; le udivo infrangersi sui ciottoli. Nel pallido
chiarore stellare migliaia di ninfee levavano le corolle semichiuse verso il
cielo.
Mi lasciai cadere disteso sulla riva e, col mento tra le mani, spinsi lo
sguardo verso l’altra sponda del lago.
Lo sciabordio delle onde contro la riva si fece sempre più forte e
vicino, finché una pellicola d’acqua, sottile e scintillante come la lama di un
coltello, non mi strisciò fino ai gomiti. Non riuscii a capacitarmene: il lago
268
si stava alzando… eppure non c’era stata pioggia! Lungo l’intera riva
l’acqua montava; sentivo le onde gorgogliare tra i canneti. Le erbacce al mio
fianco furono inondate dai flutti. Le ninfee dondolavano sulla superficie di
quelle piccole onde… ogni petalo bagnato si sollevava in cima alle creste,
per poi sprofondare e sollevarsi di nuovo, finché l’intero lago non fu un
unico riverbero di fiori ondeggianti. Com’era dolce e intensa la fragranza
delle ninfee! Poi l’acqua si ritirò lentamente, le onde indietreggiarono
allontanandosi dalla riva e restituirono alla vista i sassolini bianchi,
scintillanti come schiuma traboccante da un boccale.
Nessun animale che nuotasse nelle acque scure, nessun salmone – per
quanto enorme – avrebbe potuto inondare l’intera riva, come dopo il
passaggio di una grossa nave! Poteva forse trattarsi di un nubifragio
scoppiato da qualche parte nella foresta, i cui rovesci erano confluiti nel
lago attraverso il Weir Brook e ne avevano provocato lo straripamento?
Era l’unica spiegazione che mi riuscisse di escogitare… eppure
nell’attraversare il Weir Brook non mi ero accorto che fosse in piena!
Mentre giacevo così, immerso nei miei pensieri, si levò una leggera
brezza e vidi la superficie del lago imbiancata dai petali trasportati dal vento
delle ninfee.
Tutto intorno a me gli ontani stormivano. Udii la foresta agitarsi alle
mie spalle: un leggero strofinio tra l’intrico dei rami, il fruscio della
corteccia… Qualcosa, forse un gufo, si levò maestoso dalle tenebre della
notte, calò in picchiata, risalì e ne fu di nuovo inghiottito. Lontano,
dall’altra riva del lago, ne udii il debole grido: Ysonde…
Mi lasciai cadere col viso in avanti e, per la prima volta, invocai il nome
di lei, poiché il mio cuore traboccava. Quando rialzai la testa avevo gli
occhi umidi, perché di nuovo gli spruzzi del lago s’innalzavano nell’aria. Il
cuore mi batteva forte, come ripetendo: “Mai più, mai più!” Ma il mio
cuore mentiva, perché proprio mentre alzavo il viso verso le stelle serene la
vidi, immobile accanto a me. A voce bassissima sussurrai il suo nome,
Ysonde. Lei mi tese le mani.
“Avevo un po’ di malinconia, così sono andata nella radura”, spiegò.
“La foresta pullula di creature spaventate, e mi sono spaventata anch’io…
È successo qualcosa nei boschi, per caso? Tutti i cervi corrono verso le
alture.”

269
La sua mano riposava nella mia mentre camminavamo lungo la riva, e
lo sciacquio delle onde sui sassi e le secche non era più sommesso delle
nostre voci.
“Perché mi hai lasciata in quel modo, senza una parola, alla fontana
nella radura?” mi domandò.
“Io, lasciarti?”
“Proprio così! Ti sei messo a correre all’improvviso, insieme al tuo
cane. Ti sei tuffato tra i cespugli e il sottobosco… Mi hai fatto paura!”
“Davvero me ne sono andato così?”
“Sì. Dopo che…”
“Dopo che cosa?”
“Dopo che mi hai baciata.”
Ci chinammo entrambi a guardare l’acqua nera punteggiata di stelle,
proprio come ci eravamo chinati l’uno accanto all’altra sulla fontana nella
radura.
“Ti ricordi?” chiesi.
“Sì. Guarda! L’acqua è intarsiata di stelle d’argento. Dappertutto ci
sono ninfee bianche che galleggiano, e sotto di loro le stelle… giù, molto
più giù…”
“Che fiore è quello che hai in mano?”
“Un loto bianco.”
“Parlami di Yue-Laou, Dzil-Nbu del Kuen-Yuin”, sussurrai,
sollevandole il mento per poterla guardare negli occhi.
“Davvero ti farebbe piacere ascoltare queste cose?”
“Sì, Ysonde.”
“Adesso tutto ciò che so ti appartiene… proprio come io ti appartengo,
con tutto quello che sono. Vieni più vicino! Vuoi sapere di Yue-Laou? È il
Dzil-Nbu del Kuen-Yuin, e un tempo viveva sulla luna. È vecchio…
molto, molto vecchio. Prima che venisse a regnare sul Kuen-Yuin, era
l’anziano che univa le coppie predestinate con una corda d’argento,
dopodiché nessuno poteva impedire la loro unione. Da quando è venuto a
governare il Kuen-Yuin, però, tutto è cambiato… Ha pervertito gli Xin – i
genii buoni della Cina – e dai loro corpi abbrutiti ha creato un mostro che
chiama con lo stesso nome. È un essere orribile che non abita solo nel
proprio corpo, bensì possiede migliaia di repellenti appendici: creature
viventi, cieche e prive di bocca, che si muovono quando si muove lo Xin,
270
come il corteo di un mandarino. Esse fanno parte dello Xin, pur non
essendo unite al suo corpo. Se una di esse viene ferita, lo Xin si contorce in
preda alla sofferenza. È spaventoso… un’enorme massa vivente circondata
da una miriade di forme più piccole, simili a dita mozzate che strisciano
attorno a una mano ripugnante!”
“Chi ti ha raccontato tutto questo?”
“Il mio patrigno.”
“E tu ci credi?”
“Sì. Ho visto con i miei occhi una delle creature dello Xin.”
“Dove, Ysonde?”
“Qui. Nei boschi.”
“Insomma, tu pensi che qui ci sia uno Xin.”
“Dev’essere così. Forse nel lago…”
“Gli Xin vivono nei laghi?”
“Sì, e nei sette mari. Ma io non ho paura.”
“Perché?”
“Perché porto il simbolo del Kuen-Yuin.”
“Allora io sono in pericolo”, dissi sorridendo.
“No che non lo sei, finché ti tengo tra le braccia. Vuoi che ti parli
ancora dello Xin? Quando lo Xin sta per uccidere un uomo, i segugi Yeth
galoppano nella notte.”
“Cosa sono i segugi Yeth, Ysonde?”
“Sono cani senza testa. Sono gli spiriti dei bambini assassinati che
attraversano i boschi la notte, ululando.”
“Tu credi a tutto questo?”
“Sì, perché ho indossato il loto giallo.”
“Il loto giallo?”
“Il giallo è il simbolo della fede.”
“Dove?”
“A Yian”, rispose lei debolmente.
Dopo una breve pausa le domandai: “Ysonde, tu sai che esiste un
Dio?”
“Dio e Xangi sono tutt’uno.”
“Hai mai sentito parlare del Cristo?”
“No”, mormorò.

271
Il vento aveva ricominciato a soffiare tra le cime degli alberi. La mano
di lei si chiuse nella mia.
“Ysonde”, le chiesi di nuovo, “credi nella stregoneria?”
“Sì. I Kuen-Yuin sono stregoni, e anche Yue-Laou.”
“Hai mai visto la stregoneria all’opera?”
“Sì. Le appendici rettiliformi dello Xin…”
“Nient’altro?”
“Il mio amuleto… la sfera dorata, simbolo del Kuen-Yuin. Non l’hai
vista cambiare colore? Non hai visto i rettili contorcersi?”
“Sì”, mi limitai a dire e poi restai in silenzio, perché una subitanea
apprensione si era impadronita di me. Barris aveva pronunciato parole
gravi e cariche di minaccia sul conto degli stregoni Kuen-Yuin, e io avevo
visto di persona i rettili incisi agitarsi sul globo scintillante…
“Eppure”, dissi ad alta voce, “Dio esiste. La stregoneria è solo una
superstizione.”
“Ah”, mormorò Ysonde, stringendosi a me. “A Yian si dice che il
Kuen-Yuin esiste, e che Dio è solo una superstizione.”
“Mentono!” sussurrai con ferocia.
“Stai attento!” mi supplicò lei. “Potrebbero sentirti! Ricordati che porti
il marchio dell’artiglio del drago sulla fronte!”
“E con ciò?” domandai, pensando a quello sul braccio di Barris.
“Come, non lo sai? Coloro che sono segnati dall’artiglio del drago
vengono seguiti da Yue-Laou, per il bene o per il male… e se l’offendono,
li attende morte certa!”
“Tu presti fede a tutte queste cose!” esclamai, spazientito.
“Io le so”, sospirò lei.
“Chi ti ha raccontato tante sciocchezze? Il tuo patrigno? Chi sarà mai,
in nome del cielo? Un cinese?”
“Non lo so. Lui non è come te.”
“Gli hai parlato… di me?”
“Lui sa di te. Io non gli ho detto nulla, ma… Cos’è questa? Guarda, è
una corda! Hai una corda di seta attorno al collo! E anch’io!”
“Da dove può essere venuta?” esclamai, esterrefatto.
“Dev’essere… dev’essere Yue-Laou che mi lega a te, proprio come ha
detto il mio patrigno! Ha detto che Yue-Laou ci avrebbe legati…”

272
“Stupidaggini!” sbottai, quasi con asprezza. Afferrai la corda di seta, ma
con mio grande stupore mi si dissolse tra le mani come fumo.
“Che razza d’imbroglio diabolico è questo?” sussurrai, infuriato. La mia
ira evaporò non appena ebbi pronunciato quelle parole, e un tremito
convulso mi scosse dalla testa ai piedi. Ferma sulla riva del lago, alla
distanza di un tiro di sasso, c’era una figura ricurva e contorta: un
vecchietto che teneva nella mano nuda un tizzone acceso che emanava
scintille. Il pezzo di carbone scintillava di un bagliore sempre più intenso,
illuminando il volto simile a un teschio che lo sovrastava e proiettando uno
splendore rossastro sulla sabbia ai piedi del vecchio. Cielo, quel volto! Gli
orrendi lineamenti cinesi su cui danzavano le scintille, e gli occhi a
mandorla dalla pupilla serpentina che si accendevano via via che la brace si
faceva più luminosa! Brace? Non era brace, bensì una palla dorata che
tingeva la notte di fiamme cremisi… il simbolo del Kuen-Yuin!
“Guarda! Guarda!” ansimò Ysonde, tremando con violenza. “Vedi la
luna che sorge dalle sue dita? Oh, credevo fosse mio patrigno, invece è
Yue-Laou, il fabbricante di lune! No… no, è il mio patrigno! Mio Dio!
Sono la stessa persona!”
Caddi in ginocchio, paralizzato dal terrore. Cercai a tastoni il revolver
nella tasca del mio cappotto, ma c’era qualcosa che mi tratteneva…
qualcosa che mi avvinceva come una ragnatela, avviluppandomi in migliaia
di fili setosi. Lottai contro di essa, ma la ragnatela mi strinse ancora più
forte. Era sopra di noi, tutto intorno a noi, e ci avviluppava, spingendoci
l’uno nelle braccia dell’altra, finché non giacemmo fianco a fianco, legati
mani e piedi, palpitando e ansimando come due piccioni nella rete.
E l’entità sulla riva! Con orrore indicibile vidi una luna, enorme e
argentea, levarsi come una bolla dalle sue dita, salire sempre più nell’aria
immobile e indugiare fluttuando nel cielo notturno. Un’altra luna sorse da
quelle dita, poi un’altra e un’altra ancora, finché la vasta distesa dei cieli non
fu costellata di lune e la terra non brillò come un diamante nel loro latteo
bagliore.
Un forte vento prese a soffiare da est, portandoci alle orecchie un
lungo, lamentoso ululato: un grido così arcano che per un istante i nostri
cuori cessarono di battere.
“I segugi Yeth!” singhiozzò Ysonde. “Li hai sentiti? Stanno
attraversando la foresta! Lo Xin è vicino!
273
Si udì un fruscio tra i canneti riarsi intorno a noi, come uno strisciare di
piccoli animali, e un odore acre e umidiccio si diffuse nell’aria. Conoscevo
quell’odore! Vidi le creature ibride, mezze aracnidi e mezze granchi, che mi
circondavano trascinando i corpi flaccidi, gialli e pelosi tra l’erba vibrante.
Ce n’erano a centinaia… ammorbavano l’aria, rumoreggiavano, strisciavano
e si contorcevano, sollevando le teste cieche e prive di bocca. Gli uccelli,
mezzo addormentati e confusi dall’oscurità, si levarono in volo al loro
arrivo, in preda a un terrore impotente. I conigli balzarono fuori dalle tane,
le donnole si dileguarono come ombre fugaci e ciò che restava delle
creature della foresta si svegliò e fuggì da quella repellente invasione: udii lo
stridio di una lepre terrorizzata, lo sbuffare dei cervi scalpitanti e il pesante
caracollare di un orso… e per tutto il tempo seguitai a tossire,
semisoffocato dal puzzo pestilenziale.
Mentre lottavo per liberarmi dalla trappola di seta che mi circondava,
lanciai uno sguardo colmo di un terrore mortale allo stregone sotto di me.
In quello stesso istante lo vidi voltarsi.
“Fermo!” ingiunse una voce tra i cespugli.
“Barris!” gridai, quasi saltando in piedi nonostante la sofferenza.
Vidi lo stregone scagliarsi in avanti. Udii il crepitio di un revolver e,
mentre l’incantatore cadeva sul ciglio dell’acqua, vidi Barris sbucare nel
bianco bagliore e fare fuoco di nuovo – una, due, tre volte – contro la
figura che sussultava ai suoi piedi.
Allora accadde una cosa orribile. Dall’acqua nera del lago sorse
un’ombra, una massa informe – senza nome, senza testa, senza occhi,
gigantesca – che si spalancò da un’estremità all’altra.
Un’onda possente colpì Barris, facendolo cadere; un’altra lo trascinò sui
ciottoli, un’altra ancora lo fece rotolare in acqua. Poi quella cosa gli fu
addosso, e io svenni.

Ecco, questo è tutto ciò che so su Yue-Laou e lo Xin. Non temo il


dileggio degli scienziati o della stampa, perché ho detto la verità. Barris è
morto; la cosa che lo ha ucciso vive tuttora nel Lago delle Stelle, mentre le
sue appendici dalle sembianze di ragno si aggirano per i Cardinal Woods.
La selvaggina è fuggita, le foreste attorno al lago si sono svuotate di ogni
274
creatura vivente a parte i rettili che strisciano quando lo Xin si agita nelle
profondità del lago.
Il generale Drummond sa quale tesoro ha perduto in Barris… e anche
noi, Pierpont e io, lo sappiamo. Trovammo il suo testamento nel cassetto
di cui mi aveva consegnato la chiave, avvolto in un foglio sul quale c’era
scritto:

“Yue-Laou, lo stregone, è qui, nei Cardinal Woods.


Devo ucciderlo, altrimenti lui ucciderà me. Lui ha creato e mi ha concesso la
donna che ho amato: l’ho visto, l’ha plasmata da un bocciolo di loto. Quando
nacque nostra figlia, egli tornò al mio cospetto e mi ordinò di restituirgli la mia
amata. Gli opposi un netto rifiuto e lui se ne andò, ma quella notte stessa mia
moglie e mia figlia scomparvero dal mio fianco; trovai solo un bianco fiore di
loto sul cuscino di lei.
Roy, la donna dei tuoi sogni – Ysonde – potrebbe essere mia figlia. Che Iddio
ti aiuti, se l’ami…
perché Yue-Laou te la darà e poi te la porterà via, come se lui stesso fosse
Xangi, che è Dio. Ucciderò Yue-Laou prima di lasciare questa foresta, o lui
ucciderà me.
Franklyn Barris.”

Ora il mondo è a conoscenza dell’opinione di Barris sul Kuen-Yuin e


Yue-Laou. Ho letto che i giornali stanno appena cominciando ad
appassionarsi ai pochi dettagli riportati da Li-Hung-Chang sull’oscuro Catai
e sui demoni del Kuen-Yuin. Il Kuen-Yuin si sta muovendo.
Io e Pierpont abbiamo smantellato il capanno di caccia nei Cardinal
Woods. Siamo pronti, da un momento all’altro, a guidare la prima
spedizione governativa per dragare il Lago delle Stelle e ripulire la foresta
dai rettili-granchio. Sarà necessario radunare un gruppo numeroso e ben
armato, perché il cadavere di Yue-Laou non è mai stato trovato… e, vivo o
morto che sia, mi fa paura. Se fosse sopravvissuto?
Pierpont ha trovato me e Ysonde il mattino successivo, a terra, svenuti,
sulla riva del lago. Non ha visto traccia di cadaveri, né di sangue sulla
sabbia. È possibile che Yue-Laou sia caduto nel lago, ma Ysonde e io
temiamo che sia ancora vivo. Non siamo più riusciti a localizzare la sua
dimora, né la radura con la fontana; le sole reliquie che le restano della sua
275
vecchia vita sono il serpente del Metropolitan Museum e il globo dorato, il
simbolo del Kuen-Yuin, che però non cambia più colore.
Mentre scrivo David e i cani ci aspettano in cortile. Pierpont è
nell’armeria, intento a caricare proiettili, e Howlett gli spilla un boccale
dopo l’altro di birra dal mio barile. Ysonde, china sulla scrivania, mi tiene
una mano sul braccio. Mi sta dicendo: “Non ti pare di aver fatto abbastanza
per oggi, caro? Come puoi scrivere sciocchezze del genere, senz’ombra di
fondamento o verosimiglianza?”

276
Una piacevole
serata

A Pleasant Evening
(Putnam, 1896)

277
“Et pis, doucett’ment on s’endort,
On fait sa carne, on fait sa sorgue,
On ronfle, et, comme un tuyau d’orgue,
L’ tuyau s’ met à ronfler pus fort…”
— Aristide Bruant

1
Appena misi piede sulla piattaforma del tram che passava lungo la
Broadway, all’altezza della Quarantaduesima, qualcuno disse: “Ciao, Hilton.
Jamison ti sta cercando.”
“Ciao, Curtis”, risposi. “Cosa vuole Jamison da me?”
“Sapere cos’hai fatto per tutta la settimana”, rispose Curtis,
aggrappandosi disperatamente alla ringhiera mentre il tram scattava in
avanti. “A sentir lui, tu ti saresti messo in testa che il Manhattan Illustrated
Weekly sia stato creato al solo scopo di fornirti uno stipendio e delle ferie.”
“Quella specie di faina!” sbottai, indignato. “Sa benissimo dove sono
stato. Ferie! Pensa forse che il campo di addestramento in giugno sia una
passeggiata?”
“Oh. Sei andato a Peekskill?” disse Curtis.
“Ci sono andato eccome”, replicai. Sentivo la rabbia montarmi dentro
al solo pensiero del mio ultimo incarico.
“Faceva caldo?” domandò Curtis con aria sognante.
“Quaranta gradi all’ombra”, risposi. “Jamison ha preteso tre pagine
intere e tre mezze pagine, tutte da stampare in quadricromia, più un sacco
di bozzetti. Avrei potuto inventarmeli di sana pianta… ah, come vorrei
averlo fatto! Invece sono stato così stupido da lavorare come un pazzo,
fino a farmi venire la schiena gobba, pur di produrre dei disegni fedeli… e
guarda che bel ringraziamento!”
“Non avevi con te una macchina fotografica?”
“No, ma la prossima volta la porterò. Non sprecherò la mia
professionalità per Jamison”, risposi, imbronciato.
“Infatti non ne vale la pena”, replicò Curtis. “Quando mi danno da fare
qualcosa che riguarda l’esercito, puoi scommetterci che non mi faccio
venire scrupoli da artista integerrimo! Vado nel mio studio, mi accendo la
278
pipa, tiro fuori un bel po’ di annate dell’Illustrated London News, seleziono le
scene di battaglia di Caton Woodville che fanno al caso mio, e uso quelle.”
Il tram si lanciò lungo la curva vertiginosa della Quattordicesima
Strada.
“Già”, rincarò Curtis, mentre la vettura si fermava per un istante
dinanzi alla Morton House per poi balzare di nuovo in avanti tra un furioso
strombazzare di clacson. “Non vale la pena di fare un lavoro decente per
gli imbecilli che dirigono il Manhattan Illustrated. Tanto non lo apprezzano!”
“Io credo che il pubblico lo apprezzi, ma Jamison no di certo”, risposi.
“Gli starebbe bene se facessi come la stragrande maggioranza di voialtri: si
prende un bel mucchio di vecchie illustrazioni di Caton Woodville e
Thulstrup, si cambiano le uniformi, si disegna qualche arzigogolo su un
paio di figure e si spaccia la tavola per “copia dal vero.” Non posso andare
avanti così! Questa settimana ho trascorso quasi tutti i giorni a correre
come un matto da un capo all’altro di quel campo tropicale, o a galoppare
al seguito delle batterie. Ho un disegno a tutta pagina del “Campo sotto la
luna”, fogli su fogli di “Esercitazioni dell’artiglieria” e di “Batteria leggera in
azione”, per non parlare di una dozzina di schizzi più piccoli che mi sono
costati più fatica e sudore di quanto Jamison arriverà mai a profondere in
tutta la sua fiacca esistenza!”
“Jamison ha le rotelle che girano più in fretta di quelle di tutte le
biciclette di Harlem messe assieme”, mi mise in guardia Curtis. “Vuole che
tu gli faccia una pagina intera per sabato.”
“Cosa?” esclamai, sconvolto.
“Hai capito bene. Sulle prime voleva mandare Jim Crawford, ma lui sta
per partire per la California per la fiera invernale. Perciò devi farlo tu.”
“Di cosa si tratterebbe stavolta?” domandai. Ero imbestialito.
“Gli animali a Central Park”, ridacchiò Curtis.
Ero davvero fuori dai gangheri. Gli animali, pensa un po’! Ah, ma avrei
fatto capire a Jamison che avevo diritto a un po’ più di considerazione! Era
già giovedì, il che significava che avrei avuto solo un giorno e mezzo per
produrre un disegno a tutta pagina; per giunta ritenevo di avere diritto a un
po’ di riposo dopo la sfacchinata al campo di addestramento. Anche sul
soggetto avevo parecchio da obiettare, e avevo tutta l’intenzione di dirlo a
Jamison con la massima fermezza. Eppure il più delle volte le cose che noi
sottoposti avevamo intenzione di comunicargli restavano inespresse. Era
279
un uomo particolare, con un viso paffuto, labbra sottili e una voce melliflua
e aveva l’atteggiamento pacato e le movenze sinuose di un gatto. Il motivo
esatto per cui tutta la nostra fermezza evaporava appena ci trovavamo in
sua presenza, non sono mai riuscito a capirlo. In quelle occasioni lui
parlava pochissimo… e noi pure, benché fossimo entrati nel suo ufficio
con ben altre intenzioni.
La verità era che il Manhattan Illustrated Weekly era il miglior giornale
illustrato d’America, nonché quello che pagava meglio, e noialtri giovani
dipendenti non avevamo un particolare desiderio di essere lasciati a casa. La
competenza artistica di Jamison era probabilmente vasta quanto quella di
ogni altro “responsabile artistico” della città, il che naturalmente significava
che era nulla. Tuttavia l’elemento economico era meritevole di attenta
considerazione, e noi ne eravamo più che consapevoli.
Quella volta, comunque, avevo preso la decisione di far capire a
Jamison che i disegni non sono merci da vendersi al metro, e che io non
ero il suo schiavetto, né una pezza da piedi. Avrei fatto valere i miei diritti;
avrei detto al vecchio due paroline che avrebbero messo in moto gli
ingranaggi che nascondeva sotto il cappello di seta… e se si fosse azzardato
un’altra volta a ricorrere ai suoi modi felini con me, avrei esposto alcuni
semplici fatti che gli avrebbero fatto rizzare i pochi capelli che ancora gli
rimanevano in testa.
Ardente com’ero di giusta indignazione, saltai giù dal tram all’altezza
del Municipio, seguito da Curtis. Pochi minuti più tardi entrai negli uffici
del Manhattan Illustrated News.
“Mr. Jamison vuole vederla, signore”, disse un compositore mentre
percorrevo il lungo corridoio. Gettai i disegni sul tavolo e mi passai un
fazzoletto sulla fronte.
“Mr. Jamison vuole vederla, signore”, disse un ragazzetto lentigginoso
con una macchia d’inchiostro sul naso.
“Lo so”, risposi, e iniziai a togliermi i guanti.
“Mr. Jamison vuole vederla, signore”, disse un fattorino allampanato
che stava portando un fascio di bozze al piano di sotto.
“Che il diavolo se lo porti!” esclamai tra me. Puntai deciso verso il cupo
passaggio che conduceva all’antro di Jamison, ripassando mentalmente le
secche, sarcastiche frasi che avevo architettato negli ultimi dieci minuti.

280
Quando entrai Jamison alzò gli occhi e fece un lieve cenno col capo.
Dimenticai in un istante il discorso che mi ero preparato.
“Mr. Hilton”, esordì, “intendiamo dedicare una pagina intera allo zoo
prima che lo trasferiscano al Bronx Park. Sabato pomeriggio alle tre il
disegno dev’essere in mano allo stampatore. Ha trascorso una settimana
piacevole al campo?”
“Faceva caldo”, balbettai, furibondo con me stesso per aver
dimenticato cosa dire.
“Il clima è afoso dappertutto”, rispose Jamison in tono pacato e
cortese. “Ha già consegnato i disegni, Mr. Hilton?”
“Sì. Faceva un caldo infernale, e ho sgobbato come un negro…”
“Immagino sia stato piuttosto oberato, sì. Non è per questo che si è
concesso due giorni di riposo sui Catskill? Confido che l’aria di montagna
l’abbia ritemprata, ma… è proprio certo che sia stato saggio, da parte sua,
partecipare a quella festa da Cranston martedì? In condizioni climatiche
così avverse, ballare è davvero un’imprudenza. Arrivederci, Mr. Hilton! Si
ricordi che lo stampatore aspetterà i suoi disegni sabato entro le tre.”
Girai i tacchi, ancora ipnotizzato e già imbufalito. Curtis sogghignò nel
vedermi passare. Mi trattenni a stento dal prenderlo a sberle.
“Si può sapere com’è che mi si secca la lingua ogni volta che quel
vecchio gattaccio sornione si mette a fare le fusa?” domandai a me stesso
mentre prendevo l’ascensore che mi avrebbe rispedito al pianterreno. “Non
intendo sopportarlo oltre! E comunque, come diavolo ha fatto a scoprire
che sono stato in montagna? Ora penserà che ho battuto la fiacca, solo
perché non mi andava di crepare di caldo! E come avrà saputo del ballo da
Cranston? Quel vecchio gattaccio malefico!”
Il rombo e il fragore del traffico e di un’umanità indaffarata mi
riempivano le orecchie mentre attraversavo la Avenue alla volta del City
Hall Park.
Dall’asta in cima alla torre la bandiera penzolava fiacca sotto il sole
cocente; una lieve brezza riusciva a malapena a sollevare le strisce cremisi.
Il cielo era meravigliosamente sereno, di un azzurro profondissimo,
entusiasmante, che scintillava come una gemma ai raggi del sole.
I piccioni volteggiavano attorno al tetto del grigio ufficio postale, per
poi scendere in picchiata all’improvviso a svolazzare presso la fontana della
piazza.
281
Sugli scalini del Municipio oziava un politicante dall’aria sgradevole,
intento a esplorarsi le fauci con uno stuzzicadenti, tormentarsi i baffi
spioventi e costellare di sputi color tabacco i gradini di marmo e l’erba
rasata di fresco.
Il mio sguardo scivolò da quel parassita umano al volto calmo e
sprezzante di Nathan Hale, in cima al piedistallo, e poi al poliziotto con la
sua uniforme grigia, indaffarato ad allontanare i bambini dal prato.
Un giovanotto dalle mani affusolate e con occhiaie bluastre sotto gli
occhi sonnecchiava su una panchina accanto alla fontana. Il poliziotto gli si
avvicinò e gli colpì leggermente le suole col manganello.
Il giovanotto si tirò in piedi meccanicamente e si guardò intorno,
abbagliato dal sole; poi rabbrividì e si allontanò zoppicando. Lo vidi sedersi
sui gradini del bianco edificio marmoreo. Mi avvicinai a lui e gli rivolsi la
parola. Lui non mi degnò di uno sguardo, né fece caso alla moneta che gli
offrivo.
“Lei è malato”, dissi. “Dovrebbe andare all’ospedale.”
“Dove?” chiese lui in tono assente. “Oh, lì. Ci sono stato, ma non mi ci
hanno voluto.”
Si chinò e allacciò il pezzetto di stringa che gli teneva legato al piede ciò
che restava della scarpa.
“Lei è francese”, constatai.
“Già.”
“Non conosce proprio nessuno? Si è già rivolto al Consolato?”
“Il Consolato!” esclamò lui. “No, al Consolato francese non ci sono
andato.”
Dopo una breve pausa, dissi: “Lei parla come una persona distinta.”
Lui si alzò in piedi, con la schiena ben dritta. Per la prima volta mi
guardò dritto negli occhi.
“Chi è lei?” gli chiesi senza mezzi termini.
“Un emarginato”, rispose senza traccia di emozione. Si allontanò
zoppicando, con le mani affondate nelle tasche sdrucite.
“Bah!” sbottò il poliziotto, il quale si era avvicinato abbastanza da udire
la mia domanda e la risposta del vagabondo. “Come, non sa chi è quel
povero disgraziato? E dire che lavora per un giornale!”
“Chi è, Cusick?” domandai, osservando la sagoma smilza e malandata
che attraversava la Broadway in direzione del fiume.
282
“Davvero non lo sa, Mr. Hilton?” fece Cusick, insospettito.
“No che non lo so! Non l’ho mai visto prima d’ora.”
“Beh”, disse l’ottuso poliziotto, “quello è il Soldato Charlie. Se lo
ricorda? Quell’ufficiale francese che aveva venduto segreti militari
all’imperatore di Germania…”
“Quello che doveva essere fucilato? Mi ricordo, sì… È successo
quattro anni fa. Era riuscito a scappare… Mi sta dicendo che sarebbe lui?”
“Lo sanno tutti”, sbuffò Cusick. “Pensavo che voi giornalisti sapeste le
cose prima degli altri.”
“Com’è che si chiamava?” domandai, dopo essermi spremuto le
meningi per qualche istante.
“Soldato Charlie.”
“A casa sua, voglio dire.”
“Mah, un qualche cavolo di nome da mangiarane. Nessun francese gli
rivolge la parola; a volte lo insultano e lo prendono a calci. Secondo me è lì
lì per morire.”
Mi ricordavo di quella vicenda. Due giovani ufficiali della cavalleria
francese erano stati arrestati, con l’accusa di passare le mappe delle
fortificazioni e altri segreti militari ai tedeschi. Alla vigilia dell’esecuzione
uno di loro era fuggito – sa il cielo come –, salvo ricomparire dopo qualche
tempo a New York. L’altro era stato debitamente fucilato. La vicenda aveva
suscitato un certo scalpore, tanto più che i due giovani erano di buona
famiglia. Si era trattato di un episodio increscioso, che mi ero affrettato a
dimenticare. Ora che mi era tornato alla mente ricordavo i resoconti letti
sui giornali, ma non i nomi dei due poveretti.
“Ha venduto il suo Paese”, borbottò Cusick, senza perdere di vista un
gruppetto di bambini. “Non ci si può fidare dei mangiarane, dei latini, e
neppure dei tedeschi. Immagino che gli unici veri uomini bianchi siamo noi
Yankee.”
Alzai gli occhi verso il volto nobile di Nathan Hale e annuii.
“Non ci sono mica i traditori da noi, eh, Mr. Hilton?”
Pensai a Benedict Arnold e mi fissai la punta degli stivali.
Il poliziotto aggiunse: “Beh, allora arrivederci, Mr. Hilton”, e si
allontanò per spaventare una bimbetta pallida che si era arrampicata sulla
ringhiera e si stava chinando ad annusare l’erba profumata.

283
“Smamma! C’è uno sbirro!” le strillarono gli amichetti con le loro
vocine acute, e l’intero branco di ragazzini cenciosi se la diede a gambe per
la piazza.
Mi sentivo giù di morale. Mi voltai e m’incamminai verso la Broadway,
dove i lunghi tram gialli sfrecciavano avanti e indietro e il suono dei clacson
e il rumore assordante dei grossi carri rimbalzavano dalle mura marmoree
del Palazzo di Giustizia alla massa di granito dell’ufficio postale.
Folle frettolose e affaccendate si spostavano da una parte all’altra della
città: smilzi impiegati col muso lungo, impeccabili agenti di cambio dagli
occhi di ghiaccio, qua e là un politico del Sud a braccetto col suo tirapiedi
preferito, o un avvocato del Municipio, dal volto giallastro e saturnino.
Ogni tanto un pompiere dall’austera uniforme azzurra attraversava la calca;
a volte passava un poliziotto in soprabito blu, ravviandosi i capelli rasati e
stringendo l’elmetto nella mano guantata di bianco. Poi c’erano le donne:
commesse pallide ma dagli occhi belli, ragazze bionde che potevano essere
dattilografe o forse no, e tante, tante donne più anziane di cui nessuno al
mondo avrebbe potuto immaginare cosa stessero facendo da quelle parti,
ma che pure si affannavano qua e là, tutte indistintamente impegnate in
qualcosa che conferiva all’intera folla irrequieta una caratteristica comune:
l’aria desolata di chi si affretta verso una meta senza speranza.
Conoscevo alcune delle persone che mi passavano accanto. C’era il
piccolo Jocelyn del Mail and Express; c’era Hood, il quale aveva più soldi di
quanti ne volesse, ma ne avrebbe avuti assai meno uscendo da Wall Street;
c’era il colonnello Tidmouse del Quarantacinquesimo Reggimento di
fanteria della Guardia Nazionale dello Stato di New York, che
probabilmente era appena uscito dall’ufficio dell’Army and Navy Journal; e
c’era Dick Harding, che scriveva le migliori cronache di vita newyorkese
che siano mai state date alle stampe. Di lui molti dicevano che si era
montato la testa a tal punto che non gli andava più bene il cappello…
specialmente quelli che scrivevano a loro volta storie di vita newyorkese ma
avevano ben pochi motivi per montarsi la testa, sicché i cappelli
minacciavano di calzar loro a pennello per tutta la vita.
Guardai ancora la statua di Nathan Hale, e poi la marea umana che
scorreva attorno al piedistallo.
“Quand même”11, mormorai e m’incamminai lungo la Broadway, facendo
segno al manovratore di un tram diretto in centro.
284
2
Entrai nel parco dal cancello tra la Quinta Avenue e la
Cinquantanovesima Strada; non sono mai riuscito a persuadermi a entrare
da quello presidiato dall’orribile statua nana di Thorwaldsen.
Il sole pomeridiano si riversava nelle finestre del New Netherlands
Hotel, facendo scintillare i vetri incorniciati dalle tende arancioni e
risplendere di fiamma le punte delle ali dei draghi bronzei.
Ammassi di fiori lussureggianti ardevano alla luce del sole sulle grigie
terrazze del Savoy, oltre gli alti cancelli del cortile del palazzo dei
Vanderbilt, e dai balconi del Plaza lì di fronte.
La facciata di marmo bianco del Metropolitan Club offriva un gradito
sollievo in quel bagliore universale, sicché tenni lo sguardo fisso sulla sua
superficie fino a quando non ebbi attraversato la strada polverosa e non mi
fui rifugiato nell’ombra degli alberi.
Percepii l’odore dello zoo prima ancora di mettervi piede. La settimana
seguente sarebbe stato trasferito nella frescura dei prati e dei boschi del
Bronx Park, lontano dall’aria soffocante della città e dal fracasso infernale
degli omnibus della Quinta Avenue.
Un cervo dal contegno nobile mi fissò dal suo recinto tra gli alberi
mentre percorrevo il tortuoso vialetto asfaltato. “Non preoccuparti,
vecchio mio!” gli dissi, “la settimana prossima sguazzerai nel Bronx River e
brucherai le foglie novelle degli aceri finché ne avrai voglia.”
Proseguii, superando branchi di cervi che mi scrutavano con sospetto,
grandi alci e antilopi africane dal muso allungato, finché non arrivai alle
gabbie dei felini predatori.
Le tigri, sdraiate sotto il sole, battevano le palpebre e si leccavano le
zampe; i leoni sonnecchiavano all’ombra o se ne stavano accovacciati a
sbadigliare con aria grave. Una snella pantera camminava su e giù dietro le
sbarre della gabbia, fermandosi di tanto in tanto a osservare con malinconia
il mondo libero e soleggiato. Mi faceva male al cuore vedere gli animali
selvaggi in gabbia. Proseguii, alzando gli occhi di tanto in tanto per
incontrare lo sguardo vuoto di una tigre o gli occhi malvagi e sfuggenti di
una iena puzzolente.

285
Al di là del prato scorsi gli elefanti nell’atto di dondolare le grandi teste,
il calmo bisonte che ruminava solenne, i cammelli dall’espressione
sarcastica, le perfide, piccole zebre e tanti altri animali appartenenti alla
tribù dei cammelli e dei lama: tutti uguali tra loro, tutti ugualmente ridicoli,
stupidi e mortalmente privi d’interesse.
Da qualche parte dietro il vecchio arsenale echeggiavano le grida di
un’aquila, probabilmente un’autentica aquila Yankee. Udii il soffio di un
ippopotamo, lo strillo di un falco, il latrato ringhioso di lupi che litigavano.
“Il posto ideale per trascorrere una giornata afosa!” meditai
amaramente, e rivolsi mentalmente a Jamison certi epiteti che non ho
intenzione di riportare in questo volume. Mi accesi una sigaretta per coprire
il tanfo delle iene, aprii il fermaglio del blocco degli schizzi, temperai la
matita e mi misi al lavoro sul ritratto di una famigliola d’ippopotami.
Quelli, dal canto loro, dovevano avermi scambiato per un fotografo,
perché ostentavano sorrisi da “benvenuto, amico mio!”
Il mio album si riempì ben presto di una serie di fauci spalancate, dietro
le quali corpi tozzi e massicci svanivano in una prospettiva allarmante.
Gli alligatori erano facili: mi guardavano come se non si fossero mai
mossi dal giorno della fondazione dello zoo. Invece ebbi qualche difficoltà
col grosso bisonte, il quale insisteva nel mostrarmi la coda e si guardava
stolidamente alle spalle per controllare come la stessi prendendo. Finsi di
dedicare tutta la mia attenzione alle pagliacciate di due orsacchiotti e il
vecchio, noioso bisonte cadde nella trappola: riuscii a completare qualche
ottimo schizzo e risi di lui mentre chiudevo il blocco.
Presso la gabbia delle aquile c’era una panchina; mi sedetti per ritrarre
gli avvoltoi e i condor, immobili come mummie tra i blocchi di roccia. Un
po’ alla volta ingrandii lo schizzo, includendovi lo spiazzo coperto di ghiaia,
i gradini che portavano alla Quinta Avenue, il poliziotto sonnacchioso di
fronte all’arsenale e una ragazza snella, dalla fronte bianca e con un abito
nero e dimesso, che stava immobile e silenziosa all’ombra dei salici.
Solo a quel punto mi resi conto che il disegno, anziché essere uno
studio dei rapaci, si era a poco a poco trasformato in una composizione di
cui la fanciulla in nero costituiva il principale punto d’interesse. Senza
accorgermene avevo subordinato a lei tutto il resto: gli avvoltoi minacciosi,
gli alberi e i vialetti, il gruppo appena abbozzato di sfaccendati che si
crogiolavano al sole.
286
La ragazza era perfettamente immobile, col pallido volto chino e le
mani bianche e sottili intrecciate. “Sembra che stia pensando a qualcosa di
triste”, considerai. “Probabilmente è senza lavoro.” Poi colsi per un attimo
lo scintillio di un anello con diamante all’esile dito medio della sua mano
sinistra.
“Con una pietra come quella non morirà certo di fame!” mi dissi,
osservando incuriosito gli occhi scuri e la bocca espressiva di lei. Erano
belli, sia la bocca che gli occhi… belli, sì, ma segnati dal dolore.
Dopo un po’ mi alzai e tornai indietro per fare un paio di schizzi dei
leoni e delle tigri. Evitai le scimmie, che proprio non sopporto: non le ho
mai trovate divertenti, quelle povere, degradate caricature di tutto ciò che vi
è d’ignobile in noi.
“Può bastare”, pensai. “Adesso tornerò a casa e metterò insieme una
pagina intera che probabilmente piacerà a Jamison.” Avvolsi l’elastico
attorno al blocco degli schizzi, infilai di nuovo matita e gomma nella tasca
del panciotto e m’incamminai verso il Mall per fumare una sigaretta nel
bagliore del pomeriggio prima di tornare nel mio studio, a lavorare sino a
mezzanotte sprofondato nel grigio del carboncino e nel bianco dell’ossido
di zinco.
Al di là del lungo prato i tetti della città si stagliavano debolmente sopra
le cime degli alberi. Una nebbia color ametista, sempre più cupa, indugiava
bassa sull’orizzonte, e al di là di essa guglie e campanili, tetti e torri. Le alte
ciminiere, dove sottili pennacchi di fumo si arricciavano pigramente, si
trasformavano in pinnacoli di berillo e minareti fiammeggianti che
tremolavano nel velo della calura. Poco per volta l’incantesimo acquistò
intensità: tutto ciò che vi era di sgradevole, squallido e malvagio era
scomparso dalla città che torreggiava in lontananza nel cielo serotino,
splendida, dorata, magnifica, purificata dalla fornace ardente del sole al
tramonto.
Il disco rosso era ormai mezzo nascosto; i contorni degli alberi, salici
vaporosi e betulle coperte di gemme, risaltavano più scuri contro il suo
bagliore; i raggi fiammeggianti dardeggiavano sui prati, tingendo d’oro le
foglie morte e picchiettando di lievi macchie cremisi gli scuri tronchi umidi
degli alberi attorno a me.
In fondo al prato passò un pastore col cane alle calcagna, entrambi
preceduti da un fitto gregge: puntini grigi sbiaditi in movimento.
287
Uno scoiattolo venne a fermarsi proprio di fronte a me sul vialetto di
ghiaia, corse per qualche metro, poi si fermò di nuovo, così vicino che
riuscivo a scorgere il palpitare dei suoi fianchi lucenti.
Nascosto da qualche parte tra l’erba un insetto stava ripassando gli
assolo dell’estate prima; sopra di me udivo il ticchettio di un picchio tra i
rami e la nota lamentosa di un pettirosso assonnato.
Il crepuscolo s’infittì; l’eco delle campane proveniente dalla città si
diffuse sui prati e i boschi; deboli fischi melodiosi risuonarono dai battelli
fluviali lungo la riva nord, e il boato lontano di un cannone annunciò la fine
di un’altra giornata di giugno.
L’estremità della mia sigaretta avvampò di luce più rossa. Il pastore e il
suo gregge svanirono nel crepuscolo e solo dal suono fioco dei campanacci
dedussi che si stavano ancora muovendo.
Poi, all’improvviso, quello strano disagio che tutti prima o poi hanno
sperimentato s’impadronì di me: la vaga sensazione di aver già visto tutto
ciò, di averlo già vissuto. Alzai la testa e, lentamente, mi voltai.
Una figura era seduta al mio fianco. La mia mente era alle prese con
l’istinto di ricordare. Qualcosa d’ineffabile, eppure così familiare…
qualcosa che eludeva il pensiero, ma nel contempo lo sfidava… e quel
qualcosa – Dio sa cosa fosse! – mi turbava. Mentre osservavo senza
interesse la sagoma scura accanto a me, mi sentii invadere da una
preoccupazione del tutto involontaria, un’ansia di capire. Sospirai e di nuovo
mi voltai inquieto verso l’occidente che svaniva.
Credetti di udire una eco del mio respiro, ma non vi feci caso. Un
attimo dopo sospirai ancora e gettai la sigaretta ormai consumata tra la
ghiaia ai miei piedi.
“Stavi parlando con me?” chiese qualcuno a voce bassa, così vicino che
mi voltai di scatto.
“No”, risposi dopo un attimo di silenzio.
Era una donna. Non riuscivo a vederle chiaramente il viso, ma sulle
dita intrecciate delle mani che teneva abbandonate in grembo distinsi lo
scintillio di un grosso diamante. La riconobbi immediatamente, senza
bisogno di degnare di una seconda occhiata l’abito nero e dimesso e il volto
pallido come una macchia bianca nel crepuscolo. Avevo il suo ritratto
nell’album degli schizzi.

288
“Ti… ti dispiace se parlo con te?” domandò timidamente la ragazza. La
disperata tristezza della sua voce mi commosse. “No, certo che no. Posso
fare qualcosa per aiutarti?”
“Sì”, rispose la giovane, rasserenandosi un po’. “Se… se solo
volessi…”
“Farò il possibile”, risposi in tono allegro. “Di cosa hai bisogno? Sei a
corto di spiccioli?”
“No. Non si tratta di questo”, si schermì lei.
Le chiesi scusa, un po’ sorpreso, e tolsi la mano dalla tasca in cui tenevo
la moneta.
“Io… vorrei solo che prendessi queste.” Estrasse un pacchetto sottile
dal seno. “Queste due lettere.”
“Vuoi che le tenga io?” le chiesi, stupefatto.
“Sì. Se non ti dispiace.”
“Ma cosa dovrei farne?”
“Non posso dirtelo; so solo che devo darle a te. Accetti di prenderle?”
“Oh, certamente!” dissi ridendo. “Le devo leggere?” Dentro di me
pensavo che doveva trattarsi di qualche trucco particolarmente elaborato
per chiedere l’elemosina.
“No”, rispose lentamente. “Non devi leggerle. Devi darle a…
qualcuno.”
“A chi? Una persona a caso?”
“No, non una persona a caso. Quando sarà il momento, capirai.”
“Insomma devo conservarle fino a nuovo ordine?”
“L’ordine ti verrà dal tuo cuore”, rispose lei con voce a malapena
udibile. Mi tese il pacchettino e io lo presi, più che altro per accontentarla.
Lo sentii bagnato.
“Le lettere sono cadute in mare”, spiegò lei. “C’era anche una
fotografia, ma l’acqua salmastra l’ha sbiadita. Ti spiace se ti chiedo un altro
favore?”
“No di certo.”
“Dammi il ritratto che mi hai fatto oggi.” Risi di nuovo e le chiesi come
aveva fatto ad accorgersi che la stavo disegnando.
“È somigliante?” mi domandò.
“Direi di sì. Molto somigliante”, risposi in tutta sincerità.
“Me lo daresti?”
289
Fui tentato di dirle di no, ma poi decisi che avevo abbastanza schizzi
per riempire una pagina intera anche senza quel disegno, perciò glielo
consegnai. Risposi ai suoi ringraziamenti con un cenno del capo e mi alzai.
Anche lei si alzò e il diamante le balenò al dito.
“Sicura che non ti serva nient’altro?” le chiesi, con una punta di
bonario sarcasmo.
“Silenzio!” sussurrò lei. “Ascolta! Non senti le campane del convento?”
Spinsi lo sguardo nella notte nebbiosa.
“Non ci sono campane che suonano, tanto più che qui non ci sono
conventi. Siamo a New York, Mademoiselle!” dissi, avendo notato il suo
accento francese. “Siamo nella terra dei protestanti e degli Yankee, e i
rumori di qui sono molto meno melodiosi di quelli che si odono in
Francia!”
Mi voltai per augurarle cordialmente la buonanotte. Era scomparsa.

3
“Ha mai ritratto un cadavere?” mi chiese Jamison la mattina dopo,
appena ebbi messo piede nel suo ufficio col bozzetto della pagina dedicata
allo zoo.
“No, e non voglio farlo”, risposi, arcigno.
“Mi faccia un po’ vedere la pagina su Central Park”, disse Jamison con
la solita voce melliflua. Gliela mostrai: dal punto di vista artistico non
valeva quasi nulla, ma a lui piacque, proprio come avevo previsto.
“Ce la fa a finirla entro oggi pomeriggio?” chiese, scoccandomi uno
sguardo carico di persuasione.
“Penso di sì”, risposi stancamente. “C’è altro, Mr. Jamison?”
“Il cadavere. Voglio uno schizzo finito per domani.”
“Che cadavere?” chiesi, sforzandomi di reprimere l’indignazione
nell’incrociare l’occhiata accattivante di Jamison.
Ci fu un muto duello di sguardi. Jamison si passò una mano sulla fronte
e alzò appena un sopracciglio.
“Lo voglio il prima possibile”, ribadì nel suo tono più carezzevole.
Ciò che pensai fu: “Dannatissimo gattaccio sornione!” Ciò che dissi fu:
“Dove sarebbe, questo cadavere?”

290
“All’obitorio. Non ha letto i giornali del mattino? No? Ah, già… È
stato troppo impegnato per leggerli, come lei stesso ha giustamente fatto
notare! Ma ai giovanotti come lei fa solo bene tenersi occupati! Comunque,
ecco cosa deve fare. La polizia di San Francisco è in stato di allerta per via
della scomparsa di una certa Miss Tufft… la figlia del milionario, ha
presente? Oggi all’obitorio di New York è arrivata una salma che sarebbe
stata identificata come la giovane donna scomparsa, per via di un anello
con diamante… però, Mr. Hilton, io sono convinto che in realtà non si
tratti di lei. Ora le mostrerò il perché.”
Prese una penna e scarabocchiò un anello sul margine dell’edizione del
Tribune di quella mattina.
“Questo è l’anello secondo la descrizione che hanno spedito da San
Francisco. Come noterà, il diamante è incastonato al centro, tra le spire di
due serpenti d’oro.
“Ebbene, l’anello al dito della donna all’obitorio è fatto così”, e
rapidamente tracciò lo schizzo di un anello leggermente diverso, il cui
diamante era incastonato nella bocca dei due rettili dorati.
“Ecco la differenza!” concluse Jamison, pacato e cordiale come di
consueto.
“Anelli del genere sono piuttosto comuni”, dissi, ricordando di averne
visto uno molto simile soltanto la sera prima, al parco, al dito della ragazza
dal volto pallido. In quell’istante un pensiero improvviso prese forma nel
mio cervello: forse il cadavere che giaceva all’obitorio era il suo!
“Ebbene?” chiese Jamison, alzando lo sguardo. “A cosa sta pensando?”
“A niente”, risposi, mentre una scena raccapricciante mi si presentava
davanti agli occhi: gli avvoltoi minacciosi annidati tra le rocce, l’abito nero e
dimesso, il volto pallido… e l’anello scintillante su quella mano così bianca
e sottile!
“A niente”, ripetei. “Quando ci devo andare, Mr. Jamison? Vuole un
ritratto della defunta, o cosa?”
“Un ritratto, con una riproduzione molto accurata dell’anello e, uhm,
un centropagina dell’obitorio di notte. Già che ci siamo, tanto vale dare al
pubblico il brivido che cerca, eh?”
“Ma la linea editoriale…” iniziai.
“Non se ne faccia un cruccio, Mr. Hilton”, ronfò Jamison. “Sono
perfettamente in grado di gestirmela, la linea editioriale.”
291
“Oh, non ne dubito!” risposi con rabbia.
“E fa bene”, replicò lui imperturbato, anzi sorridente. “Il fatto è che
questo caso Tufft interessa parecchio all’alta società. E, uhm, anche a me.”
Mi tese un altro quotidiano del mattino e indicò un titolo.
“Miss Tufft trovata morta! Era fidanzata con Mr. Jamison, il noto
direttore di giornale.”
“Cosa?” esclamai, stupefatto e sconvolto. Jamison, dal canto suo, era
uscito dalla stanza; lo sentivo chiacchierare e ridacchiare sommessamente
con alcuni visitatori nella sala stampa adiacente.
Sbattei il giornale sulla scrivania e uscii.
“Che razza di verme!” continuavo a ripetere tra me. “Trarre vantaggio
dalla scomparsa della fidanzata! Beh, che io sia dann…! Che fosse avido,
freddo e insensibile, lo sapevo… ma non avrei mai pensato… mai
immaginato!” Mi mancavano addirittura le parole.
A malapena consapevole delle mie azioni estrassi di tasca una copia
dell’Herald e immaginai l’articolo dal titolo: “Miss Tufft ritrovata!
Identificata grazie a un anello. Profondo cordoglio del fidanzato, Mr.
Jamison.”
Ne avevo abbastanza. Uscii in strada e andai a sedermi su una panchina
del City Hall Park. Mentre ero là, fui invaso da un terribile proposito: avrei
ritratto il viso della ragazza morta in maniera tale da raggelare persino il
sangue fiacco di Jamison. Avrei riempito le ombre tetre dell’obitorio di
sagome e volti terrificanti… e ciascuno di quei volti avrebbe avuto una
vaga somiglianza con Jamison. Oh, come lo avrei riscosso da quella sua
apatia da rettile! Lo avrei messo di fronte alla Morte in una forma così
orrenda che – per quanto disumano, ignobile e privo di sentimenti potesse
essere – sarebbe stato indotto a rifuggirla quasi si trattasse di una pugnalata.
Ci avrei rimesso l’impiego, ovviamente, ma non importava: in ogni caso
avevo deciso di dare le dimissioni, poiché mi disgustava bazzicare certi
rettili in forma umana. Mentre sedevo al parco sotto il sole, infuriato
com’ero e tutto teso nello sforzo di concepire una serie d’immagini gravide
di un tale cupo orrore da incidere una cicatrice indelebile nella mente di
Jamison, ricordai all’improvviso la pallida fanciulla nerovestita di Central
Park. Poteva essere il suo povero corpo esile, quello che giaceva tra le
ombre del lugubre obitorio! Se mai la malinconia più disperata aveva
impresso il suo marchio su di un volto umano, io lo avevo scorto su quello
292
di lei nel momento in cui mi aveva rivolto la parola nel parco e mi aveva
affidato le lettere. Le lettere! Non ci avevo più pensato, ma a quel punto me
le tolsi di tasca e controllai l’indirizzo.
“Strano”, mi venne da pensare. “Sono ancora umide, e odorano di
salsedine.”
Lessi di nuovo l’indirizzo, scritto nella grafia aggraziata e allungata di
una donna colta, istruita in qualche convento in Europa. Entrambe le buste
recavano la stessa scritta in francese:

PER IL CAPITANO D’YNIOL


(per la cortese premura di uno sconosciuto)

“Il capitano d’Yniol”, ripetei ad alta voce. “Accidenti, ho già sentito


questo nome! Ma dove diavolo… dove, per la miseria…” Qualcuno che mi
si era seduto accanto sulla panchina mi calò pesantemente una mano sulla
spalla.
Era quel tizio francese, il Soldato Charlie.
“Mi ha chiamato per nome”, disse in tono indifferente.
“Per nome?”
“Sono il capitano d’Yniol.”
Lo riconobbi a dispetto degli occhiali scuri che portava, e nel
medesimo istante mi sovvenne che d’Yniol era appunto il nome del
traditore che era fuggito. Ora sì che ricordavo!
“Sono il capitano d’Yniol”, ripeté. Vidi le sue dita stringersi sulla
manica del mio cappotto.
Forse mi ritrassi senza rendermene conto; fatto sta che lui mi lasciò
andare la manica e raddrizzò la schiena.
“Sono il capitano d’Yniol”, ribadì per la terza volta, “accusato di
tradimento e condannato a morte.”
“E innocente!” mormorai, prima ancora di rendermi conto di averlo
fatto. Cosa fu a farmi sgorgare quelle involontarie parole dalle labbra,
probabilmente non lo saprò mai; ma fui io, non lui, a rabbrividire in preda
a una strana agitazione. Fui io, non lui, a tendere d’impulso la mano per
toccare la sua.

293
Senza un tremito lui la prese, la strinse impercettibilmente, poi la lasciò
andare. Gli porsi le due lettere, ma non guardò né me, né esse, perciò gliele
misi in mano. A quel gesto ebbe un sussulto.
“Le legga. Sono per lei.”
“Lettere!” rantolò. La sua voce non aveva più nulla di umano.
“Lettere, già. Sono per lei. Ora lo so.”
“Lettere! Lettere… indirizzate a me?”
“Non lo vede?”
Lui sollevò una mano fragile e si tolse gli occhiali. Guardandolo negli
occhi scorsi due minuscole macchioline bianche esattamente al centro delle
pupille.
“Lei è cieco!” balbettai.
“Ormai da due anni non sono più in grado di leggere”, rispose.
Dopo una breve pausa sfiorò con la punta di un dito le buste.
“Si sono bagnate”, dissi. “Vuole… vuole che gliele legga io?” Lui
rimase a lungo immobile sotto il sole, intento a giocherellare col bastone,
mentre io lo fissavo senza parlare. Alla fine disse: “Legga, Monsieur.”
Allora presi in mano le buste e ruppi i sigilli.
La prima conteneva un foglio zuppo e scolorito, sul quale erano state
scritte poche righe:

“Amore mio, sapevo che eri innocente…”

Qui la frase s’interrompeva, ma tra le confuse tracce d’inchiostro lessi ancora,


più sotto:

“Parigi lo saprà… tutta la Francia lo saprà, ora che finalmente ho le prove!


Sto venendo a cercarti, mio eroe, per affidarle alle tue care mani valorose. Al
Ministero della Guerra sanno già tutto; hanno una copia della confessione del
traditore, ma non osano renderla pubblica per timore dello sconcerto e della
rabbia popolare. Perciò lunedì partirò da Cherbourg su una nave della Green
Cross Line: per restituirti al luogo che ti appartiene, dove sfiderai il mondo
intero senza paura e senza vergogna…
Aline”

294
“Ma… è una cosa terribile!” balbettai. “È terribile che Dio possa
assistere impassibile a simili tragedie!”
Lui mi afferrò di nuovo il braccio con la mano esile e mi ordinò di
leggere l’altra lettera. Rabbrividii al tono di minaccia di quella voce.
Consapevole di quegli occhi ciechi fissi su di me, estrassi la seconda
lettera dalla busta umida e macchiata. Prima ancora di rendermene conto,
prima di comprendere la portata di ciò che vedevo, avevo già letto ad alta
voce le righe di testo semicancellate:

“La Lorient sta affondando… un iceberg… in pieno oceano… Addio…


sei innocente… ti amo…”

“La Lorient!” esclamai. “Il piroscafo francese che è scomparso… la


Lorient della Green Cross Line! L’avevo dimenticato… Io…”
La fragorosa esplosione di un revolver mi stordì. Le orecchie mi
ronzavano e mi facevano male. Mi ritrassi istintivamente e una figura lacera
e impolverata mi crollò accanto sulla panchina, fu scossa da un breve
tremito e infine piombò sull’asfalto ai miei piedi.
I passi della folla avida, gli sguardi duri, i residui e il puzzo della polvere
da sparo nell’aria calda, il suono stridente della sirena dell’ambulanza che
avanzava chiassosa lungo la Mail Street… ricordo tutto quanto. Me ne
stavo là in ginocchio, impotente, stringendo la mano del morto nella mia.
“Il Soldato Charlie!” mormorò il solito poliziotto ottuso. “Si è sparato,
eh, Mr. Hilton? Lei lo ha visto, signore? Si è fatto saltare le cervella,
nevvero?”
“Il Soldato Charlie”, ripeteva la folla. “Un francese! Si è sparato!”
Quelle parole mi risuonarono a lungo nelle orecchie, molto tempo dopo
che l’ambulanza se ne fu andata con eguale fragore e la folla delusa fu fatta
allontanare da un paio di poliziotti intenti a sgombrare l’area attorno alla
pozza di sangue denso sull’asfalto.
Volevano che testimoniassi, perciò lasciai il mio biglietto da visita a uno
di loro che mi conosceva. La folla spostò su di me lo sguardo affascinato,
ma io mi voltai e mi feci largo tra commesse spaventate e fannulloni
maleodoranti, fino a perdermi nel torrente umano di Broadway.
Mi lasciai trasportare dalla corrente. A est? A ovest? Non ci feci caso,
né m’importava. Mi limitavo a fendere la folla, apatico, mortalmente stanco
295
di tentare di sciogliere l’enigma della giustizia divina, di sforzarmi di
comprendere gli scopi dell’Onnipotente… le Sue leggi, i Suoi giudizi, che
“sono fedeli, sono tutti giusti.”12

4
“Più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un
favo stillante!”13
Mi voltai bruscamente verso l’oratore, che mi stava superando con
passo strascicato. I suoi occhi infossati erano opachi e smorti, il volto
esangue spiccava pallido come una maschera mortuaria sopra il maglione
rosso sangue che era l’emblema dei soldati di Cristo.
Non me ne spiego la ragione, ma mentre passava mi fermai e gli dissi:
“Fratello, io pure stavo meditando sulla saggezza divina e sulle
testimonianze dell’Onnipotente.”
Il fanatico dal volto pallido mi lanciò un’occhiata, esitò, poi rallentò il
passo, affiancandosi a me. Sotto la visiera del berretto dell’Esercito della
Salvezza i suoi occhi brillavano di una strana luce.
“Dimmi di più”, dissi, abbassando la voce al di sotto del rombo del
traffico, del clangore dei tram e del rumore dei passi sui marciapiedi
consunti. “Parlami delle Sue testimonianze.”
“Anche il tuo servo ne è illuminato, per chi li osserva è grande il
profitto. Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti.
Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato. Ti siano gradite le
parole della mia bocca; davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia
roccia e mio redentore!”14
“Le Sacre Scritture”, sospirai. “Sono capace di leggerle per conto mio,
all’occorrenza! È che non bastano a spiegarmi le ragioni… non bastano a
farmi comprendere…”
“Cosa?” chiese lui, e mormorò qualche parola tra sé.
“Quello, per esempio!” risposi, indicando un mendicante storpio. Era
nato sordomuto e orribilmente deforme: un bozzolo infelice e malato sul
marciapiede presso il cimitero di St. Paul, una creatura dagli occhi arrossati
che borbottava e agitava le monetine dentro la tazza di stagno, come se il

296
suono del rame avesse il potere di rallentare il branco di creature umane
che gli passava accanto e che si curava solo di fiutare la traccia dell’oro.
Il mio dinoccolato compagno si fermò e mi guardò dritto negli occhi, a
lungo. Un confuso ricordo si agitò in me, una vaga sensazione che
somigliava al risveglio di una reminiscenza del passato… da lungo tempo
dimenticata, nebulosa, oscura… troppo sottile, troppo fragile, troppo
indeterminata… ah! È un’antica sensazione che tutti gli uomini hanno
conosciuto, quel remoto, strano disagio, quell’inutile lotta per ricordare
dove e quando è già successo prima.
L’uomo affondò il mento nel maglione cremisi e seguitò a mormorare
tra sé di Dio, amore e compassione, finché mi resi conto che il calore
feroce della città gli aveva compromesso il cervello. Mi allontanai,
lasciandolo a blaterare di misteri che nessuno, se non quelli come lui,
avrebbe osato nominare.
Proseguii per la mia strada, nel calore e nella polvere. Il fiato caldo degli
uomini mi sfiorava le gote e occhi avidi ricambiavano il mio sguardo.
Occhi, occhi… che incontravano i miei, ma in realtà erano fissi altrove…
lontano, molto lontano, là dove l’oro brillava nel miraggio dell’eterna
speranza. Oro! Era nell’aria, dove la morbida luce del sole tingeva d’oro i
moscerini fluttuanti; era sotto i piedi, nella polvere che il sole dorava;
scintillava da ogni finestra, dove i lunghi raggi rossi sprigionavano scintille
dorate sopra le orde rantolanti dei cacciatori d’oro di Wall Street!
Altissimi nel cielo che s’incupiva torreggiavano i giganteschi edifici, e la
brezza proveniente dalla baia sollevava le bandiere degli affari illuminate dal
sole, fino a farle sventolare sopra il brulicare degli alveari sottostanti.
Ahimé, esse sventolavano coraggio, speranza e forza all’indirizzo di coloro
che bramavano soltanto l’oro!
Il sole calò dietro Castle William mentre svoltavo con indifferenza nella
Battery, e le lunghe ombre dritte degli alberi si allungarono sopra i prati e i
marciapiedi d’asfalto.
Le luci elettriche scintillavano già tra le foglie, sebbene la baia brillasse
come ottone lucidato. Le vele di gabbia delle navi splendevano di una
sfumatura più cupa, là dove i rossi raggi del sole ricadevano sul sartiame.
Uomini anziani percorrevano il molo con passo vacillante, battendo
sull’asfalto i consunti bastoni da passeggio. Donne anziane si aggiravano
qua e là nel crepuscolo incombente: vecchie che portavano ceste vuote e
297
spalancate come a chiedere la carità, oppure rigonfie di miserabili
mercanzie. Cibo, vestiti? Non avrei saputo dirlo, e non me ne importava.
Il boato proveniente dai parapetti di Castle William svanì sulle placide
acque della baia; l’ultimo, rosso raggio di sole balenò riflesso dal mare,
tremolò e si dissolse nelle cupe tonalità del tramonto. Poi cadde la notte…
timidamente dapprima, sfiorando il cielo e l’acqua con le dita grigie,
avvolgendo il fogliame in sagome informi e confuse; indi strisciando
sempre più avanti, sempre più rapida, finché i colori e le forme
scomparvero da tutta la terra e il mondo divenne un luogo d’ombra.
Mentre me ne stavo fermo sul molo buio, poco alla volta i miei pensieri
amari svanirono. Contemplai la tranquillità della notte con una parvenza di
quella pace che invade noi tutti quando il giorno finisce.
La morte, proprio accanto a me, di quel povero cieco al parco mi aveva
scioccato, ma ormai i miei nervi tesi si stavano rilassando e mi misi a
riflettere su tutta quella faccenda, a cominciare dalle lettere e dalla strana
ragazza che me le aveva affidate. Mi chiesi dove le avesse trovate. Possibile
che qualche corrente errabonda le avesse trasportate sino alla costa dal
relitto della sventurata Lorient?
A parte quei fogli, nessun altro vestigio della nave era mai stato
contemplato da occhio umano; tuttavia si riteneva che la tragedia fosse
stata causata da un incendio o da un iceberg, perché non c’erano tempeste
in corso quando la Lorient era partita da Cherbourg.
Sì, ma che dire della fanciulla in nero dal volto pallido, che mi aveva
dato quelle lettere dicendo che il mio cuore mi avrebbe suggerito a chi
consegnarle?
Mi palpai le tasche, alla ricerca dei fogli stropicciati e bagnati. Erano
ancora lì, e decisi che li avrei portati alla polizia. Poi pensai a Cusick e al
City Hall Park, e quel ricordo mi fece tornare in mente Jamison e il mio
lavoro… ah, me n’ero completamente dimenticato… e dire che avevo
giurato di far ribollire il suo gelido sangue da rettile! Trarre vantaggio dalla
notizia del suicidio, o dell’assassinio, della propria fidanzata! Era pur vero
che si era detto convinto che il cadavere all’obitorio non fosse quello di
Miss Tufft, poiché la descrizione dell’anello non corrispondeva. Tuttavia,
che razza di uomo era mai quello? Razzolare negli obitori e tra le tombe,
tutto per un’illustrazione a pagina intera che avrebbe potuto fargli vendere
qualche copia in più! Non lo avrei detto un tipo del genere! La cosa strana,
298
poi, era che quello non era il genere d’immagine che il Weekly avrebbe
pubblicato normalmente. Era una decisione senza precedenti, contraria alla
linea editoriale… In virtù di una simile iniziativa, per ogni abbonamento
guadagnato ne avrebbe persi a centinaia!
“Quella bestia insensibile!” borbottai. “Gli darò una bella svegliata,
gli…”
Mi raddrizzai sulla panchina e fissai intensamente la sagoma che
avanzava verso di me sotto la sfrigolante luce elettrica.
Era la ragazza che avevo incontrato al parco.
Venne dritta nella mia direzione, col volto pallido che scintillava come
marmo nel buio e le mani sottili protese.
“Ti ho cercato per tutto il giorno. Tutto il giorno!” esordì, con la stessa
voce bassa e tesa. “Rivoglio indietro le lettere. Le hai con te?”
“Sì, le ho proprio qui. Riprenditele, in nome del cielo! Hanno già
causato abbastanza disgrazie per un giorno solo!”
Prese le lettere delle mie mani. Vidi l’anello coi due serpenti intrecciati
scintillarle al dito sottile e mi avvicinai ulteriormente, guardandola negli
occhi.
“Chi sei?” domandai.
“Io? Il mio nome non ha importanza”, rispose.
“Hai ragione, il tuo nome non mi riguarda. Però quell’anello…”
“Che c’entra l’anello?” mormorò.
“Nulla. All’obitorio c’è una donna morta che ne porta uno molto
simile. Sai cos’hanno provocato le tue lettere? No? Ebbene, le ho lette a un
poveraccio e lui si è fatto saltare le cervella!”
“Le hai lette… a un uomo?”
“Proprio così. E lui si è ucciso.”
“Chi era quell’uomo?”
“Il capitano d’Yniol.”
Con un suono che poteva essere una risata o un singhiozzo la fanciulla
mi afferrò la mano e me la coprì di baci. Allibito e infuriato, la sottrassi alle
sue labbra fredde e tornai a sedermi sulla panchina.
“Non c’è bisogno che mi ringrazi”, le dissi in tono tagliente. “Se lo
avessi saputo… Be’, non importa! Forse quel povero diavolo sta meglio
altrove… in un’altra dimensione, in compagnia della sua amata morta

299
annegata! Sì, dopotutto lo penso davvero. Era cieco e malato, e aveva il
cuore spezzato.”
“Cieco?” chiese lei, commossa.
“Sì. Lo conoscevi?”
“Lo conoscevo.”
“E la sua fidanzata, Aline?”
“Aline”, ripeté lei con voce sommessa. “È morta. Sono venuta a
ringraziarti in suo nome.”
“Per cosa? Per la morte di quell’uomo?”
“Sì. Per questo.”
“Come hai avuto quelle lettere?” le chiesi a bruciapelo.
Lei non rispose. Rimase immobile, limitandosi ad accarezzare i fogli
fradici.
Senza darmi il tempo di pronunciare altre parole si allontanò nell’ombra
degli alberi, rapida e silenziosa. Vidi il suo anello brillare in lontananza, in
fondo al molo.
In preda a pensieri cupi, mi alzai e percorsi la Battery fino agli scalini
della soprelevata. Salii, comprai il biglietto e uscii sulla banchina umida.
Quando arrivò il treno montai insieme agli altri, tuttora meditando la mia
vendetta, certo com’ero che fosse mio dovere fustigare la coscienza di
quell’uomo che speculava sulla morte.
Finalmente il treno si fermò sulla Ventottesima Strada. Scesi in tutta
fretta, precipitandomi giù per gli scalini e puntando verso l’obitorio.
Quando vi entrai Skelton, il custode, era fermo accanto a una lastra che
scintillava debolmente sotto le fioche lampade a gas. Nell’udire i miei passi
si voltò per vedere chi stesse arrivando, mi fece un cenno col capo e disse:
“Lei dia pure un’occhiata alla salma, Mr. Hilton; io torno tra un minuto.
È la donna che tutti i giornali hanno scambiato per Miss Tufft… però si
sbagliano, perché è qui da due settimane.”
Tirai fuori il blocco e le matite.
“Qual è, Skelton?” domandai, annaspando in cerca della gomma.
“Questa, Mr. Hilton. La ragazza che sorride. L’hanno trovata al largo di
Sandy Hook. Sembra che dorma, vero?”
“Che cos’ha in mano, stretto nel pugno? Si direbbe… una lettera. Alza
il gas, Skelton, voglio vederla in faccia.”

300
Il vecchio alzò il gas e la fiamma balenò sfrigolando nell’aria umida e
maleodorante. Proprio allora il mio sguardo cadde sulla defunta.
Raggelato, respirando a malapena, fissai l’anello coi due serpenti
intrecciati, sul quale era incastonato un grosso diamante. Vidi le lettere
bagnate strette nella mano sottile. Continuai a guardarla. Che Iddio mi aiuti!
Stavo guardando il viso senza vita della fanciulla con cui avevo parlato sulla
Battery!
“Morta da almeno un mese”, disse placidamente Skelton.
Mi sentii mancare. Mi misi a urlare e qualcuno dietro di me mi afferrò
per le spalle e mi scosse con violenza finché non riaprii gli occhi, tossendo
e ansimando.
“Suvvia, giovanotto!” disse un poliziotto di guardia al parco, chino su di
me. “Se si addormenta sulla panchina, andrà a finire che le ruberanno
l’orologio!”
Mi voltai, strofinandomi disperatamente gli occhi.
Era stato solo un sogno! Nessuna fanciulla dolente era venuta da me
per affidarmi due lettere zuppe; non ero ancora andato in ufficio e Miss
Tufft neppure esisteva… e Jamison non era un miserabile insetto privo di
sentimenti, no davvero! Anzi ci trattava meglio di quanto meritassimo, ed
era un uomo gentile e generoso. E quello spaventoso suicidio? Grazie a
Dio anche quello era solo una fantasticheria, così come l’obitorio e la
Battery di notte, dove quella ragazza dal volto pallido… Accidenti!
Cercai il blocco degli schizzi. Lo trovai. Voltai le pagine coi disegni
degli animali: gli ippopotami, il bisonte, le tigri… dov’era quello in cui
avevo ritratto in primo piano la giovane dal dimesso abito nero, coi lugubri
avvoltoi tutto intorno e la folla che si godeva il sole? Era scomparso!
Cercai ovunque, in tutte le tasche. Non c’era più.
Alla fine mi alzai e avanzai lungo lo stretto sentiero asfaltato, al calar
del crepuscolo.
Svoltando sul vialetto principale notai un piccolo assembramento: un
poliziotto con in mano una lanterna, qualche giardiniere e un gruppetto di
curiosi si erano radunati intorno a qualcosa, una massa scura sul terreno.
“Li abbiamo trovati così”, stava dicendo un giardiniere. “Meglio non
toccarli finché il medico legale non sarà qui.”
Il poliziotto mosse appena la lanterna: i raggi di luce caddero su due
volti, due cadaveri, per metà reclinati contro una panchina. Al dito della
301
donna brillava uno splendido diamante, incastonato tra le fauci di due
serpenti dorati. L’uomo si era sparato; stringeva in mano due lettere
bagnate. Gli abiti e i capelli della ragazza erano fradici, e il suo volto era
quello di un’annegata.
“Ehi, signore!” disse il poliziotto, guardandomi. “Dalla sua faccia mi
par di capire che lei conosce queste due persone…”
“Non le ho mai viste prima d’ora”, boccheggiai e passai oltre, tremando
in ogni fibra del corpo…
Perché tra le pieghe del dimesso abito nero della ragazza avevo
intravisto il margine di un foglio: il mio disegno, il mio disegno scomparso!

302
Appendice bibliografica
La bibliografia di Robert William Chambers conta diverse decine di
romanzi e oltre un centinaio di racconti, solo in minima parte di genere
fantastico. La miglior raccolta dell’opera weird di Chambers è riunita nel
volume The Yellow Sign and Other Stories: The Complete Weird Tales of Robert W.
Chambers (Chaosium, Inc. 2001) a cura di S.T. Joshi. Di seguito vengono
indicate le sole opere di genere fantastico edite in Italia, in ordine
cronologico in base alla prima edizione italiana.

OPERE IN VOLUME

The King in Yellow (F. Tennyson Neely, 1895) come Il Re in Giallo,


Futuro. Biblioteca di Fantascienza, Fanucci Editore, Roma, 1975; I Maestri
del Fantastico, Fanucci Editore, Roma, 1989; traduzione C. Gavioli.

The Mystery of Choice (Appleton & Company, New York 1897) come Il
Mistero della scelta, Biblioteca dell’Immaginario, Edizioni Hypnos, Milano,
2011; traduzione Silvia Castoldi.

RACCONTI

The Mask (in The King in Yellow, cit.) come “La Maschera” in I classici
dell’altro mondo e di altri misteri a cura di Kurt Singer, I Marmi n. 63,
Longanesi, 1971; traduzione di Marisa Sughi. In Il Re in Giallo, cit. In I
mostri in soffitta, di AA.VV., Galassia n. 217, Casa Editrice La Tribuna, 1976;
traduzione di G. Lenzo. In Psyco. I Racconti della Paura n. 3, Armenia
Editore, 1978; traduzione di Marika Boni Grandi. In I Classici del Terrore.
Raccolta Psyco n. 2, Armenia Editore, 1979; traduzione di Marika Boni
Grandi.

303
The Yellow Sign (in The King in Yellow, cit.) come “Il Segno Giallo” in I
Miti di Cthulhu, a cura di August Derleth, Orizzonti VII, Fanucci Editore,
1975; traduzione di Alfredo Pollini e Sebastiano Fusco. In Il Re in Giallo,
cit. In L’orrore secondo Lovecraft, a cura di Stephen Jones e Dave Carson,
Oscar Narrativa n. 1550, Arnoldo Mondadori Editore, 1995; traduzione di
Diego Pastorino. In Storie dell’orrore, a cura di Gianni Pilo, Grandi Tascabili
Economici: I Mammut n. 71, Newton & Compton, 1999; traduzione di
Gianni Pilo.
Come “Il marchio giallo” in Lovecraft. I miei orrori preferiti, a cura di
Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Grandi Tascabili Economici Newton n.
270, Newton & Compton, 1994; traduzione non indicata.

The Repairer of Reputations (in The King in Yellow, cit.) come “Il Riparatore
di Reputazioni” in Il Re in Giallo, cit. In Il colore del male, a cura di David G.
Hartwell, Armenia Editore, 1989 [ristampa 2003]; traduzione di Laura
Pignatti.

In the Court of the Dragon (in The King in Yellow, cit.) come “Nella Corte
del Drago” in Il Re in Giallo, cit.

The Demoiselle d’Ys (in The King in Yellow, cit.) come “La Demoiselle
d’Ys” in Il Re in Giallo, cit.
Come “Jeanne” in Storie dell’orrore, a cura di Gianni Pilo, Grandi
Tascabili Economici: I Mammut n. 71, Newton & Compton, 1999;
traduzione di Gianni Pilo.

The Prophets’ Pradise (in The King in Yellow, cit.) come “Il paradiso del
profeta” in Il Re in Giallo, cit.

The Street of the Four Winds (in The King in Yellow, cit.) come “La Via dei
Quattro Venti” in Il Re in Giallo, cit.

The Street of the First Shell (in The King in Yellow, cit.) come “La Via della
Prima Bomba” in Il Re in Giallo, cit.

304
The Street of Our Lady of the Fields (in The King in Yellow, F. Tennyson
Neely, 1895) come “La Via della Madonna dei Campi” in Il Re in Giallo, cit.

Rue Barrée (in The King in Yellow, cit.) come “Rue Barrée” in Il Re in
Giallo, cit.

The Maker of Moons (in English Illustrated Magazine, July 1896) come “Il
creatore di lune” in Il creature di lune, di AAVV, Science Fiction Book Club
n. 56, Casa Editrice La Tribuna, 1979; traduzione di W. Ballin.

The Tracer of Lost Persons and the Seal of Solomon Cypher (in The Saturday
Evening Post, March 1906) come “Il cercatore di persone scomparse e il
sigillo di Salomone” in Avventure nell’occulto, a cura di Asimov – Greenberg –
Waugh, Oscar Narrativa n. 1307, Arnoldo Mondadori Editore, 1993;
traduzione di Maria Nicola.
Come “Il Rintracciatore di Persone Scomparse e il Sigillo dello scritto
cifrato di Salomone” in Occulto!, a cura di Gianni Pilo, I Big Newton n. 15,
Newton & Compton, 1999; traduzione di Gianni Pilo.

The Bridal Pair (in Harper’s Monthly, December 1902) come “Gli sposi”
in Le più belle storie di fantasmi, a cura di Gianni Pilo, I Big Newton n. 58,
Newton & Compton, 2001; traduzione di Gianni Pilo.

The Swastika (in The Tree of Heaven, 1907) come “La svastika” in Alia.
Arcipelago del fantastico n. 1, AAVV, CS Coop Studi Libreria Editrice, 2003;
traduzione di Davide Mana.

305
Edizioni Hypnos
BIBLIOTECA DELL'IMMAGINARIO

Robert W. Chambers
Il Re in Giallo e altri racconti
Tutti i racconti fantastici
Vol. 1

Jean Ray
Il Gran Notturno
Racconti neri e fantastici
Vol. 1

Fitz James O’Brien


Sogni a occhi aperti
Tutti i racconti fantastici
Vol. 1

Robert W. Chambers
Il mistero della scelta
Tutti i racconti fantastici
Vol. 2

Robert Aickman
Sentieri oscuri
Tutti i racconti fantastici
Vol. 1

Stefan Grabinski
Il villaggio nero
Racconti fantastici

Jean Ray
306
I racconti del Whisky
Racconti neri e fantastici
Vol. 2

IMPRONTE

Giovanni Magherini-Graziani
All’ombra dell’Antico Nemico
Racconti del macabro e del fantastico

John Berwick Harwood


L’orrore e altre storie del soprannaturale

MIRABILIA

Ivo Torello
Predatori dall’Abisso

Sergio Bissoli
Il paese stregato

HYPNOS RIVISTA

Hypnos. Vol. 1

Hypnos Vol. 2

307
1 Quartiere malfamato di New York (N.d.C.)

308
2 L'olandese che fondò New York (N.d.C.)

309
3 Le corregge che si adattano alle zampe dei falconi da caccia (N.d.C.)

310
4 Fucile francese a retrocarica (N.d.C.)

311
5 "Rognone" (N.d.C.)

312
6 "Spezzatino" (N.d.C.)

313
7 Strada sbarrata

314
8 Pittore squattrinato

315
9 Da Walt Whitman, Foglie d'erba, versioni e prefeazione di Enzo
Giachino, Einaudi, Torino, 1980, p.28.

316
10 >Matteo 6:34

317
11 "Tanto vale".

318
12 Salmi 19:10

319
13 Salmi 19:11

320
14 Salmi 12:15

321
Indice
Il Re in Giallo e altri racconti
Maschere Fin-De-Siècle
Su Robert W. Chambers
Il re in giallo
I Il riparatoredi reputazioni
II La maschera
III Nella cortedel drago
IV Il segno giallo
V La demoiselle d’Ys
VI Il paradisodel profeta
VII La via deiquattro venti
VIII La via dellaprima bomba
IX La via dellaMadonna dei campi
X Rue Barrée
Il re in giallo
Il fabbricante di lune
Una piacevoleserata
Appendice bibliografica
Edizioni Hypnos

322