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T E M I N °4 G IUGNO 2011 L E ENTITÀ FITTIZIE di Carola Barbero

N°4 GIUGNO 2011

LE ENTITÀ FITTIZIE

di Carola Barbero

ABSTRACT Le entità fittizie (quelle che troviamo nelle opere di finzione letteraria, cinema- tografica, pittorica, ecc.) pongono alla filosofia particolari questioni ontologiche e seman- tiche perché, se da un lato il fatto che siano frutto dell’immaginazione sembra spingere a favore di una loro estromissione dalla nostra ontologia, dall’altro sembra che se le esclu- dessimo andremmo contro le nostre intuizioni riguardo alla verità degli enunciati che li coinvolgono.

INDICE

1. INTRODUZIONE

2. RUSSELL E MEINONG

3. ANTI-REALISTI

4. REALISTI

1. INTRODUZIONE

Molte delle questioni sollevate riguardo alle entità fittizie potrebbero sembrare dei “pro-

blemi” riservati agli addetti ai lavori, cioè ai filosofi. D’altra parte, si potrebbe dire, che

problema c’è con Hercule Poirot e Anna Karenina? Sono personaggi di romanzi, nulla più.

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Il punto però è più complicato: non basta sostenere che si tratta di personaggi di romanzi

per eliminare il problema perché così, in realtà, non si fa altro che rimandarlo. Infatti, che

cosa significa “essere il personaggio di un romanzo”? Si potrebbe rispondere dicendo che

“essere il personaggio di un romanzo” significa “essere una persona che non esiste”, per-

ché un personaggio di finzione come Anna Karenina, a differenza di una persona reale co-

me Lady Diana, non esiste (e non è mai esistito) come individuo concreto. Ecco perché

l’una è un personaggio fittizio e l’altra no. Tuttavia, si potrebbe ulteriormente obiettare, se

si tratta di due tipi di “oggetti” diversi (fittizio l’uno e reale l’altro), come è possibile che

condividano alcune proprietà, come quelle di essere figure femminili tristi, insoddisfatte e

intenzionate a lasciare il marito andando contro tutte le convenzioni sociali? Poi, se tanto

un personaggio come Madame Bovary quanto un personaggio come Anna Karenina non

sono mai esistite e non sono nulla, come faremmo a distinguerle? Si potrebbe sostenere che

banalmente le distinguiamo perché si chiamano in modi diversi, Emma l’una e Anna

l’altra, ma che dire allora dell’Ulisse dell’Odissea e dell’Ulisse della Divina Commedia? E

infine, come facciamo a stabilire – se accettiamo che entrambi non siano alcunché – che

Sherlock Holmes sia più alto di Hercule Poirot?

Per queste e altre ragioni le questioni sollevate dai filosofi sono importanti (anche per il

famoso “uomo della strada”) e non si riducono a sterili esercizi speculativi 1 . Per poter af-

frontare tali argomenti e altri simili occorre infatti avere innanzitutto già risposto al quesito

ontologico (siamo disposti ad ammettere qualcosa come le entità fittizie?) e al quesito me-

1 Per una presentazione generale del dibattito sulle entità fittizie si veda A. Voltolini [2010]. Un manuale di filosofia del linguaggio scritto a partire dai problemi presentati dalle entità fittizie è invece quello di F. Orilia [2002]. Particolarmente interessanti – anche se non li prenderemo in esame in questa sede – sono inoltre gli studi che indagano i rapporti tra l’etica e la finzione, in particolare I. Murdoch [1970], B. Williams [1985], C. McGinn [1997].

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tafisico (nel caso ci fossero, di che tipo di oggetti si tratterebbe?) 2 . I problemi infatti sorgo-

no precisamente non appena si cerchi di comprendere gli oggetti fittizi dando loro una col-

locazione all’interno del nostro inventario ontologico, confrontandoli tra di loro e con altri

generi di oggetti. Ovviamente lo stesso punto di partenza – che ci siano o che si debbano

ammettere le entità fittizie – può essere messo in discussione: perché mai dovremmo in-

cludere nel nostro inventario una entità come Hercule Poirot che non esiste? Una risposta

potrebbe essere che lo si dovrebbe fare perché dobbiamo essere in grado di rendere conto

di ciò di cui parliamo, ad esempio quando proferiamo enunciati del tipo:

- Hercule Poirot era belga.

Inoltre siamo disposti ad ammettere che ci siano enunciati veri ed enunciati falsi 3 , come

risulta chiaramente da:

- Hercule Poirot si è trasferito in Inghilterra come profugo di guerra;

- Hercule Poirot è l’antagonista di Sherlock Holmes nelle indagini sull’omicidio di Sir

Denver Carew

che sono rispettivamente vero il primo e falso il secondo. Infine talvolta proviamo emo-

zioni nei loro confronti:

2 Per la distinzione tra metafisica e ontologia si veda A. Thomasson [1999], A.C. Varzi [2005] e A. Voltolini

[2006].

3 Non prenderemo qui in esame la variante sul tema che potrebbe offrire la posizione sostenuta da L. Wit- tgenstein nelle Ricerche filosofiche [1953], secondo la quale il linguaggio, per poter essere compreso, deve essere inserito nel più vasto ambito delle pratiche sociali: «Il significato di una parola è il suo uso nel lin- guaggio», come recita il famosissimo paragrafo 43. Da questo punto di vista enunciati come quelli sopra ri- portati dovrebbero quindi svincolarsi dal richiamo costante a nozioni quali verità e falsità.

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- Detesto la maniacalità di Hercule Poirot;

- Maria piange perché Anna Karenina si è buttata sotto il treno.

Da esempi di questo tipo dovrebbe essere chiaro come al lato più propriamente ontolo-

gico-metafisico della questione, sia importante affiancarne un altro, quello semantico, in-

centrato sul valore di verità degli enunciati che designano entità fittizie, ossia sul fatto che

tali enunciati esprimano o meno una proposizione.

2. RUSSELL E MEINONG

Al fine di definire quale possa essere lo statuto ontologico degli oggetti fittizi dobbiamo

preliminarmente soffermarci sulla definizione stessa di oggetto. Che cos’è un oggetto? Og-

getto ed esistente fanno tutt’uno? Secondo Bertrand Russell [1905] oggetto ed esistente so-

no sinonimi, come risulta evidente dalle analisi cui egli propone di sottoporre gli enunciati:

in “Esiste un x tale che x è…” l’esistenza è esplicitamente considerata parte della natura

dell’oggetto. Russell ritiene che “Esistono gli ippopotami” e “Ci sono degli ippopotami”

abbiano esattamente lo stesso significato. Si tratta di una analisi che incorpora già una me-

tafisica per la quale “C’è” ed “Esiste” sono entrambi esemplificati dal medesimo quantifi-

catore esistenziale, il che equivale a dire che ciò che esiste esaurisce ciò che c’è. Per una

posizione di questo tipo gli oggetti fittizi – che, anche volendo ammettere che ci siano in

qualche modo, di sicuro non esistono – costituiscono un problema. La soluzione offerta da

Russell nega che nel caso di enunciati contenenti nomi di entità fittizie, come ad esempio

“Hercule Poirot è un investigatore privato”, abbiamo a che fare con un enunciato della

forma soggetto-predicato, come invece la struttura superficiale potrebbe farci credere: nel

caso di “Hercule Poirot” non si tratterebbe infatti nemmeno di un vero nome, quanto piut-

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tosto di una descrizione definita mascherata, e gli enunciati contenenti descrizioni definite

vengono analizzati da Russell come la congiunzione di due asserzioni quantificate concer-

nenti l’una l’esistenza e l’altra l’unicità. Il punto problematico è precisamente questo, per-

ché già l’asserzione in cui si afferma l’esistenza di un oggetto x, nel caso di enunciati con-

tenenti “Hercule Poirot”, risulta falsa, poiché evidentemente non esiste nessun oggetto x

avente le proprietà di cui gode Hercule Poirot. L’analisi russelliana pertanto elimina trami-

te le parafrasi 4 , tutte quelle espressioni che sembrano denotare individui che non esistono.

Il che indubbiamente rende questo approccio interessante in quanto ontologicamente poco

impegnativo, tuttavia al contempo implica che ogni enunciato in cui compare il termine

“Hercule Poirot” sia falso. In altre parole, in base all’analisi russelliana, non è possibile af-

fermare direttamente nulla di vero sul personaggio creato da Agatha Christie: né che è un

ex ispettore della polizia belga né che ha dei baffi alla militare arricciati sulla punta dei

quali va molto fiero e, probabilmente, non si potrebbe in prima battuta nemmeno dire con

verità che Hercule Poirot è un personaggio fittizio.

L’incapacità di questa analisi di rendere conto di ciò che normalmente accade quando

parliamo di Hercule Poirot o di Anna Karenina è la ragione per la quale è sempre stata no-

tevole la carica persuasiva di una posizione alternativa, ontologicamente molto generosa,

come quella di Alexius Meinong. Mantenendo ben salda la distinzione tra oggetto ed esi-

stente, Meinong [1904] definisce come “oggetto puro” quell’oggetto che è caratterizzato da

determinate proprietà indipendentemente dal fatto di esistere (spazio-temporalmente), sus-

sistere (idealmente) o anche solo semplicemente non esistere. Questa mossa è resa possibi-

le dal fatto che l’è della predicazione sia mantenuto distinto dall’è dell’essere. Meinong so-

4 Sulla capacità delle parafrasi di eliminare così come di introdurre entità, si veda A.C. Varzi [2005], A. L. Thomasson [1999].

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stiene quindi che la circostanza per la quale un oggetto gode di certe proprietà non implica

anche necessariamente che esista un oggetto con tali proprietà, perché si può essere qual-

cosa anche senza esistere. Chimera ad esempio è un animale con la testa di leone, il dorso

di capra e la coda di serpente, e Hercule Poirot è un perspicace investigatore privato con i

baffetti all’insù, e il fatto che entrambi siano oggetti non esistenti non costituisce un pro-

blema. Un enunciato quale “Hercule Poirot è un investigatore privato” è infatti per Mei-

nong – a differenza di Russell secondo il quale in tali casi è necessario andare oltre la for-

ma grammaticale, per arrivare alla forma logica – un normale enunciato della forma sog-

getto-predicato, esattamente come “Giorgio Napolitano è il presidente della Repubblica

italiana” o “Carla Bruni è una ex modella”, e non richiede pertanto nessuna parafrasi per

essere compreso.

Le posizioni contrapposte di Russell e Meinong sono ancora al centro della discussione

sulle entità fittizie. Le teorie presenti all’interno del dibattito oggi in corso possono infatti

essere suddivise in due gruppi, a seconda del tipo di risposta che forniscono alla domanda

“ci sono oggetti fittizi?”: chi risponde negativamente adotta una posizione anti-realista, chi

invece risponde affermativamente fa propria una posizione realista (anche se non sempre

tali alternative si collocano esplicitamente sulle orme di Russell e Meinong) 5 . Sarà seguen-

do queste due diverse tipologie di risposte che esporremo le diverse posizioni prese dai fi-

losofi nel dibattito contemporaneo sulle entità fittizie.

5 Nonostante qui abbiamo voluto fare riferimento esclusivamente alle teorie contrapposte di realisti e anti- realisti, occorre comunque precisare che sono state anche avanzate proposte teoriche in qualche modo media- trici, come ad esempio quella di C. Crittenden [1991].

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3. ANTI-REALISTI

Gli anti-realisti sono coloro che, ispirandosi alla linea teorica di matrice russelliana (nelle

sue molteplici varianti), sostengono che non vi sia alcuna necessità di includere le entità

fittizie all’interno del nostro inventario ontologico 6 : se oggetto ed esistente sono sinonimi,

non sussiste alcuna ragione per la quale gli oggetti fittizi (che non esistono) debbano essere

considerati degli oggetti in senso proprio. Ovviamente occorre poi essere in grado di spie-

gare le modalità di funzionamento degli enunciati designanti entità fittizie, e a questo pro-

posito le soluzioni proposte sono state sostanzialmente di due tipi: o si è scelto di risolvere

i problemi presentati da tali enunciati incassandoli in contesti intensionali 7 , traducendo ad

esempio l’enunciato

- Hercule Poirot è un investigatore privato

nel modo seguente:

- Nel romanzo Assassinio sull’Orient Express, Hercule Poirot è un investigatore privato;

oppure si è deciso di affrontare direttamente la questione facendo riferimento all’attività

di finzione 8 all’interno della quale il lavoro letterario si colloca: infatti è all’interno di una

sorta di gioco, di un “fare finta”, che noi parliamo di Hercule Poirot come se fosse un uo-

6 Per una raccolta dei maggiori contributi al dibattito, fondamentali sono A. Everett e T. Hofweber [2000], S. Friend [2007] e A. Voltolini [2003]. Una interessante e recentissima proposta del versante anti-realista, che cerca di rendere conto di molte delle questioni qui trattate estendendo la trattazione agli oggetti non esistenti in generale, è quella avanzata da J. Azzouni [2010].

7 D. Lewis [1978], ma anche B. Russell [1905], A. Plantinga [1974], A. Orenstein [2003].

8 Posizione difesa in maniera esplicita da K. Walton [1990] e, con sfumature diverse, da G. Ryle [1972], G. Evans [1982], F. Kroon [1992] e [1994].

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mo con determinate caratteristiche, in realtà sappiamo benissimo che non le possiede, dal

momento che non esiste.

Vediamo adesso nel dettaglio quali sono state le risposte fornite dal versante anti-

realista ai quesiti ontologici e metafisici. Come già anticipato, secondo questa posizione le

entità fittizie non esistono, sono un mero nulla, e pertanto gli enunciati contenenti nomi di

entità fittizie, come ad esempio

- Hercule Poirot ha la testa a uovo

non esprimono alcuna proposizione 9 . Non avendo un riferimento, i nomi di entità fittizie

si caratterizzano pertanto come nomi vuoti. Una diretta conseguenza di ciò è che gli enun-

ciati fittizi (es. “Hercule Poirot è l’investigatore dell’Orient-Express”) – a differenza di

quelli fattuali (es. “Di Pietro è il magistrato dell’Operazione Mani Pulite”) – non hanno un

valore di verità, e quindi non sono di per sé né veri né falsi. Tuttavia si tratta di una conse-

guenza non scevra di problemi, perché un enunciato del tipo:

- Sherlock Holmes è l’investigatore dell’Orient-Express;

non sembra avere lo stesso valore di verità di:

- Hercule Poirot è l’investigatore dell’Orient-Express,

dal momento che, nello specifico, l’uno sembra essere falso e l’altro vero. Ma in base a

quali elementi potremmo operare una simile distinzione, se entrambi gli enunciati sono da

9 Questa in realtà è solo una delle possibili conseguenze del referenzialismo. Un’altra conseguenza possibile è infatti anche quella delle proposizioni gappy (D. Braun [2005]) sulla quale non ci soffermiamo.

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considerarsi come privi di valore di verità? Gli anti-realisti hanno una risposta per doman-

de di questo tipo. Prendiamo un caso più semplice, ad esempio l’enunciato:

- Babbo Natale mi porterà un regalo domani

asserito dal piccolo Nicola. Ebbene, secondo gli anti-realisti, tale enunciato sarà vero

esclusivamente all’interno dell’ambito della finzione, mentre fuori da tale ambito non sarà

né vero né falso perché contiene un termine vuoto.

Un modo per risolvere alcuni dei problemi che possono presentarsi per la posizione eli-

minativista è quindi quello di introdurre l’ambito specifico della finzione – altrimenti defi-

nito come “fare finta” – per rendere conto di quegli enunciati che, in quanto contenenti

nomi di entità fittizie, risultano essere sprovvisti di valore di verità: grazie agli atteggia-

menti di “fare finta” (make-believe), gli anti-realisti riescono infatti a spiegare che cosa

succede in tali casi senza dover al contempo essere costretti ad accettare entità dal dubbio

statuto ontologico come Babbo Natale e Hercule Poirot. Così si rende conto degli enunciati

contenenti nomi di entità fittizie in maniera analoga a come si spiegano i giochi dei bambi-

ni: asserire che Hercule Poirot abita a Londra sarebbe grosso modo equivalente al parteci-

pare a un gioco in cui si fa finta che ci sia un uomo di nome “Hercule Poirot” e che tale

uomo abiti a Londra. L’autrice inviterebbe quindi il lettore a credere che quanto sta leg-

gendo nel libro sia la realtà, e in questa sorta di finzione consisterebbe il gioco di “fare fin-

ta”, in cui autrice e lettori sarebbero coinvolti 10 . Il gioco della foresta fatto dai bambini sul

10 K. Walton [1990], pur soffermandosi a lungo sulle diverse tipologie di giochi di fare finta non esamina nel dettaglio il ruolo dell’autore, come fanno invece le teorie illocutive della finzione difese da G. Currie [1990] e M. García-Carpintero [2007].

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tappeto del salotto in cui si fa finta che la poltrona sia un orso non sarebbe, da questo punto

di vista, un’attività sostanzialmente diversa 11 .

Però, anche a questo proposito, sembra sorgere un problema, perché non è in ogni caso

chiaro in quale misura l’atteggiamento di “fare finta” dovrebbe essere determinante per il

rifiuto a livello ontologico. Infatti, il fare finta potrebbe, al più, chiarire il modo in cui noi

conosciamo, veniamo in contatto con le entità fittizie, mettendo in evidenza quali differen-

ze ci siano rispetto al conoscere entità reali, ma non fornirebbe comunque un argomento

valido contro qualsivoglia tipo di impegno ontologico verso le entità fittizie. Il fare finta

non è che una spiegazione di tipo psicologico che, a meno di non sostenere che gli oggetti

dipendono per la loro stessa definizione dal modo in cui sono afferrati o da come noi ne

rendiamo conto, non può essere utile per dare una soluzione al versante ontologico della

questione 12 . È interessante notare come gli anti-realisti potrebbero in linea di principio usa-

re un argomento speculare contro la posizione realista sostenendo che ammettere che le en-

tità fittizie siano degli oggetti che ci sono anche se non esistono sia un chiaro segno del fat-

to che non si sia preso nella dovuta considerazione il tipico elemento di fare finta caratteri-

stico delle opere di finzione: fare finta di riferirsi a una entità con determinate proprietà –

Sherlock Holmes o Babbo Natale che sia – non implica impegnarsi ontologicamente su di

essa, anzi un eventuale impegno ontologico al riguardo è un chiaro segno di confusione.

11 Non sarebbe un’attività diversa nella sostanza perché in entrambi i casi si tratterebbe di giochi di fare finta, però si tratterebbe di tipi di gioco diversi: mentre nel caso della storia è in questione un gioco autorizzato (au- thorized game of make-believe), nel caso del gioco degli orsi si tratta di un gioco non ufficiale (unofficial game of make-believe). Cfr. K. Walton [1990].

12 Per una critica di questo tipo ci permettiamo di rinviare a C. Barbero [2005]. Il fatto che il fare finta non possa caratterizzarsi come un argomento anti-realista è provato dalla circostanza per la quale anche molti rea- listi ne facciano uso, ad esempio A. Voltolini [2010].

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4. REALISTI

Sul versante opposto si collocano quelle linee di pensiero 13 che, facendo riferimento a Ale-

xius Meinong [1904] e a Roman Ingarden [1931], sostengono che le entità fittizie ci siano e

che escluderle dal nostro inventario ontologico sarebbe sbagliato 14 . Il fatto che Anna Kare-

nina e Hercule Poirot abbiano delle caratteristiche diverse rispetto a Lady Diana e Antonio

Di Pietro non ci autorizza a concludere che i primi non siano oggetti, o addirittura che non

siano nulla, anche se, ovviamente, potrà non essere semplice capire di che tipo di oggetti si

tratti e quale sia la loro collocazione all’interno della nostra ontologia.

I realisti offrono quindi unanimemente al quesito ontologico una risposta affermativa,

differenziandosi però sulla tipologia di risposte offerte al quesito metafisico, incentrato su

che tipo di oggetti siano le entità fittizie. Secondo alcuni pensatori 15 neo-meinongiani, ad

esempio, Hercule Poirot è sì un uomo, ma non esattamente allo stesso modo in cui si può

dire che Giorgio Napolitano lo sia: infatti mentre il primo si limita a codificare (o possede-

re internamente) la proprietà di essere un uomo, il secondo oltre a codificarla la esemplifi-

ca,

ossia possiede tale proprietà esternamente, e non per semplice definizione (come avvie-

ne

invece nella codificazione). Questa posizione, ammettendo che gli oggetti non godono

tutti allo stesso modo delle proprietà che li caratterizzano, prevede quindi una doppia pre-

dicazione, due modi diversi in cui gli oggetti possono possedere le proprietà che possiedo-

no

(codificazione/esemplificazione). Secondo altri pensatori 16 neo-meinongiani, invece, c’è

un

solo modo in cui un oggetto può possedere le proprietà che possiede e ad essere di due

13 Si tratta rispettivamente delle posizioni neo-meinongiane e artefattualiste, accomunate dall’idea di voler riconoscere uno statuto ontologico agli oggetti fittizi.

14 Per una vigorosa difesa della teoria realista di stampo meinongiano, congiuntamente alla presentazione di una sofisticata versione modale della dottrina di Meinong, si veda F. Berto [2010].

15 H.-N. Castañeda [1974], W. Rapaport [1978], E. Zalta [1983], [1988].

16 R. Chisholm [1972], R. Routley [1980], T. Parsons [1980].

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tipi diversi sono le proprietà che possono essere interne (o nucleari) ed esterne (o extra-

nucleari). La differenza tra le due è che mentre le proprietà interne costituiscono l’essenza,

la natura, dell’oggetto, le proprietà esterne riguardano semplicemente il modo in cui

l’oggetto è (se esiste nello spazio e nel tempo, se esiste solo nel tempo, e così via). Secon-

do questi pensatori Hercule Poirot è un uomo esattamente come Giorgio Napolitano, dal

momento che entrambi hanno la proprietà interna di essere un uomo, anche se il secondo

esiste e il primo no. Va da sé che, secondo questa posizione, tanto gli oggetti fittizi quanto

gli oggetti reali sono definiti come corrispondenti a proprietà o a insiemi di proprietà.

Tali posizioni di stampo neo-meinongiano presentano entrambe un immediato vantag-

gio, rendendo possibile stabilire senza difficoltà le condizioni di verità degli enunciati in

cui compaiono le entità fittizie. Un enunciato come “Hercule Poirot è un uomo” è vero se e

solo se l’individuo designato dal nome “Hercule Poirot” gode della proprietà di essere un

uomo (a seconda della posizione, o nel senso che codifica tale proprietà o nel senso che ta-

le proprietà figura tra le sue proprietà interne).

Alle posizioni di stampo neo-meinongiano, ontologicamente molto ardite oltre che im-

pegnative e per questo spesso criticate, si affianca poi un’altra corrente di pensiero 17 , sem-

pre di stampo realista, che si richiama alla teoria di Ingarden e prende il nome di artefat-

tualista. Secondo gli artefattualisti le entità fittizie come Hercule Poirot esistono e sono

degli oggetti, anche se non hanno nulla in comune con Giorgio Napolitano e con Antonio

Di Pietro, da un lato perché sono più simili a oggetti come i tavoli e le sedie, cioè a degli

artefatti, dall’altro perché hanno molte caratteristiche in comune con i numeri e le idee, va-

17 S. Kripke [1973], P. Van Inwagen [1977], [1983], [2000], A.L. Thomasson [1999].

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le a dire con gli oggetti astratti 18 . Questa è la ragione per la quale le entità fittizie sono de-

finite, con i giochi e le leggi, artefatti astratti che, dopo essere stati creati (l’atto di crea-

zione 19 , che si configura talvolta come un elemento che distingue gli altri realisti dai neo-

meinongiani, è un momento fondamentale della posizione artefattualista che, non a caso,

spesso prende il nome di creazionista), diventano oggetti pubblici e sono così riconosciuti

in quanto tali e utilizzati in maniera competente dai fruitori. Non è quindi un caso che sia-

no proprio i fruitori coloro che determinano, con le loro credenze e le loro pratiche, lo sta-

tuto ontologico delle entità fittizie. La posizione artefattualista non presenta richieste ec-

cessive dal punto di vista ontologico, e si caratterizza quindi come particolarmente vantag-

giosa tanto rispetto a quella neo-meinongiana (troppo generosa ed effettivamente piuttosto

costosa, ontologicamente parlando) quanto rispetto a quella anti-realista (eccessivamente

severa nel negare alle entità fittizie un qualsivoglia statuto ontologico).

In generale quindi i realisti sostengono che le entità fittizie sono entità a tutti gli effetti,

ovvero cose che si danno, si presentano (in quale maniera questo avvenga varia poi a se-

conda delle posizioni) nel mondo, anche se in modo diverso rispetto a come si presentano

le persone reali. Poi è evidente che le proposte neo-meinongiane siano metafisicamente più

impegnative rispetto a quelle artefattualiste, perché un conto è dire che Hercule Poirot è un

uomo proprio come Giorgio Napolitano o che codifica determinate proprietà che le persone

reali non si limitano a codificare ma esemplificano, altro è dire che Madame Bovary è un

18 Ovviamente l’artefattualista in particolare e il realista in generale dovranno poi anche spiegare come faccia un nome proprio come “Hercule Poirot” a riferirsi a una entità fittizia che, in senso proprio, non esiste. Un buon modello di spiegazione è quello offerto da S. Kripke [1980], secondo il quale “Hercule Poirot”, esatta- mente come ogni altro nome proprio, è un termine direttamente referenziale. Riguardo poi a come possa un termine direttamente referenziale riferirsi a una entità fittizia, le proposte sono state molteplici e si richiama- no o a forme di battesimo vicario (A.L. Thomasson [1999]) o a forme di battesimo per descrizione (A. Volto- lini [2006].) 19 S. Schiffer [1996], J.R. Searle [1979], A.L. Thomasson [1999].

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oggetto simile ad un gioco o a una legge. Infatti, il tipo di oggetto ammesso dagli artefat-

tualisti

è

metafisicamente

molto

meno

“costoso”

di

quello

presupposto

dai

neo-

meinongiani (perché un conto è presupporre un tipo di oggetto – l’artefatto astratto – che è

simile ad altri oggetti che già ammettiamo, un altro è dover presupporre due modi diversi

di predicazione o due differenti tipologie di proprietà).

Prendiamo adesso brevemente in esame alcuni dei problemi che queste posizioni devo-

no affrontare. Il primo, e forse il più importante, è quello concernente i criteri d’identità dei

personaggi fittizi 20 . Tanto i neo-meinongiani quanto gli artefattualisti solitamente relativiz-

zano l’identità di un personaggio all’opera o alla serie di opere scritte da un determinato

autore in cui tale personaggio compare. Però, come dovremo considerare un medesimo

personaggio che compare in due opere diverse scritte da due autori diversi? O, detto altri-

menti, l’Ulisse dell’Odissea è identico all’Ulisse della Divina Commedia? Non basterebbe

rispondere facendo riferimento a un nucleo di proprietà caratterizzanti che ogni individuo

fittizio dovrebbe possedere per essere quel medesimo individuo fittizio x, come ad esempio

fanno i neo-meinongiani che si richiamano alla distinzione tra proprietà interne e proprietà

esterne 21 , perché in realtà a seconda di come viene specificato, il nucleo di proprietà carat-

terizzanti farebbe in modo che si identificasse o troppo o troppo poco, e in entrambi i casi

non servirebbe a risolvere il problema 22 . La risposta degli artefattualisti 23 non è molto di-

versa da quella dei neo-meinongiani, anzi forse è addirittura più vaga: secondo loro il per-

sonaggio rimane lo stesso a patto che sia preservato il nucleo di proprietà caratterizzanti il

20 Cfr. M. Reicher [1995].

21 Cfr. T. Parsons [1980: 18-19, 188].

22 A. Voltolini [2010: 61-74].

23 Cfr. A.L. Thomasson [1999: 57 ss.].

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personaggio, però poi non specificano quale criterio debba essere adottato per stabilire

quali proprietà possano a ragione rientrare in tale nucleo.

Un altro problema per le posizioni realiste è quello riguardante il modo in cui le proprie-

tà caratterizzano gli oggetti fittizi. Che cosa significa che un oggetto fittizio x, Hercule Poi-

rot ad esempio, gode di una certa proprietà, poniamo della proprietà di essere un investiga-

tore? Hercule Poirot gode della proprietà di essere un investigatore allo stesso modo in cui

gode della proprietà di essere stato creato da Agatha Christie o di essere meno famoso di

Sherlock Holmes? Secondo i neo-meinongiani dei due tipi di proprietà, come abbiamo vi-

sto, Hercule Poirot gode di tutte le proprietà allo stesso modo, però le proprietà non sono

tutte dello stesso tipo: infatti mentre la proprietà di essere un uomo è una proprietà interna

di cui godono tanto Hercule Poirot quanto Giorgio Napolitano, la proprietà di essere meno

famoso di Sherlock Holmes è una proprietà esterna, che non fa parte della natura stessa di

Hercule Poirot (nel senso che non si tratta di una proprietà che ne costituisce l’essenza).

Secondo i neo-meinongiani dei due modi di predicazione, invece, Hercule Poirot gode del-

la proprietà di essere un uomo in un modo diverso rispetto a come gode della proprietà di

essere stato creato da Agatha Christie, infatti se da un lato Hercule Poirot codifica la pro-

prietà di essere un uomo, dall’altro esemplifica la proprietà di essere stato creato da Agatha

Christie. Rispetto a questo punto gli artefattualisti hanno qualche problema in più 24 , perché

considerando le entità fittizie come artefatti astratti – e quindi simili, come già detto, ad al-

tri oggetti come i giochi e le leggi – poi devono essere in grado di spiegare come sia possi-

bile che un artefatto astratto goda di proprietà quali essere basso e grassoccio o avere un

24 Cfr. S. Yablo [1999].

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amico come il Capitano Hastings. Una risposta decisiva a questo riguardo dal fronte arte-

fattualista non c’è ancora stata, anche se molti tentativi in tale direzione sono stati fatti 25 .

Un altro caso non scevro di problemi è poi quello legato alla sottodeterminazione e alla

sovradeterminazione degli enunciati contenenti entità fittizie. Prendiamo l’enunciato:

- Hercule Poirot ha una voglia a forma di fragola sulla scapola destra.

Tale enunciato è sottodeterminato perché non abbiamo elementi né per considerarlo ve-

ro né per considerarlo falso, ed è altamente improbabile che ulteriori ricerche possano ag-

giungere qualcosa a ciò che già sappiamo (a meno, ovviamente, di non trovare un mano-

scritto segreto in cui Agatha Christie si dilunga in una mappatura delle voglie a forma di

fragola di cui potrebbe essere cosparso l’investigatore belga). Questo accade perché gli og-

getti fittizi sono oggetti incompleti 26 : ci sono alcune proprietà nei confronti delle quali non

sono determinati, e pertanto riguardo tali proprietà non sarà né vero né falso che tali oggetti

le possiedono. L’incompletezza degli oggetti fittizi rappresenta un problema piuttosto gra-

ve, perché costituisce una violazione del principio del terzo escluso secondo il quale o la

proprietà P o la sua contraddittoria non-P sono possedute da un oggetto e non ci sono altre

25 Come dimostrano i ripetuti sforzi di P. Van Inwagen [1977], N. Salmon [1998] e A.L. Thomasson [1999], gli artefattualisti sostengono che solo alcune proprietà appartengono propriamente all’oggetto astratto (essere stato creato da un determinato autore, essere un personaggio di finzione, ecc.), mentre altre proprietà (essere una donna, avere un figlio, ecc.) pur essendo predicate, non gli appartengono, e pertanto gli enunciati interni al romanzo sono tutti falsi (possono poi eventualmente essere resi veri dall’aggiunta dell’operatore di finzio- ne). Sulle teorie artefattualiste e sui loro problemi, A. Voltolini [2010: 74-85]. 26 In realtà i tipi di incompletezza che possono essere in questione sono due: da un lato c’è l’incompletezza epistemologica (possiamo non sapere se è vero o falso che Berlusconi ha i capelli disegnati sulla testa, ma basta che gli tocchiamo la testa e lo sapremo), dall’altro c’è l’incompletezza ontologica (se non sappiamo se Hercule Poirot avesse o meno una voglia a forma di fragola sulla scapola destra, non c’è niente da fare). In questo senso le entità fittizie si caratterizzano come essenzialmente incomplete perché, a differenza delle enti- tà reali, sono incomplete di fatto e di principio. Le entità fittizie sono incomplete allo stesso modo in cui lo sono le entità ideali come il triangolo equilatero: così come il triangolo equilatero né ha né non ha la base di 10 cm., così Hercule Poirot né ha né non ha una voglia a forma di fragola sulla scapola destra, e ha senso chiedere di simili entità soltanto ciò che è esplicitamente contenuto nella loro definizione.

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possibilità. Un caso opposto a quello degli enunciati sottodeterminati è poi quello degli e-

nunciati sovradeterminati, ossia quei casi in cui ci sono sia elementi per considerare tale

enunciato

vero,

sia

elementi

per

considerarlo

falso,

come

accadrebbe

ad

esempio

all’enunciato sopra riportato se nei romanzi scritti da Agatha Christie ci fossero tanto evi-

denze per la sua falsità quanto evidenze per la sua verità. Ad esempio, se Agatha Christie

avesse scritto che Hercule Poirot ha un’unica voglia a forma di fragola e poi avesse, in due

romanzi diversi, descritto questo voglia una volta come posizionata sulla scapola destra e

una volta come posizionata sul collo, allora sarebbe vero tanto che la voglia è sulla scapola

destra (e quindi sarebbe falso che l’unica voglia è sul collo) quanto che la voglia è sul collo

(e quindi sarebbe falso che l’unica voglia è sulla scapola destra), ma se rimane vero anche

che Hercule Poirot ha un’unica voglia a forma di fragola, allora chiaramente si giunge ad

una conclusione contraddittoria 27 . L’autrice attribuisce a una stessa entità proprietà che non

sono tra loro compatibili, come avere un’unica voglia a forma di fragola in due punti diver-

si; tuttavia, poiché nell’ipotesi l’autrice attribuisce entrambe le proprietà, sarà vero che

l’entità in questione le possiede entrambe. Gli oggetti fittizi possono quindi anche essere

oggetti contraddittori, oggetti impossibili, per molti versi simili al tanto criticato quadrato

rotondo.

Sono stati fatti molti tentativi per rendere conto di tali caratteristiche degli oggetti fittizi,

sia sul versante artefattualista sia su quello neo-meinongiano, anche se non sono stati rag-

giunti risultati che possano essere considerati definitivi. Va da sé che il fatto che gli oggetti

27 Soluzioni a questa tipologia di problemi sono quelle offerte rispettivamente da F. Berto [2010], D. Lewis [1978] e G. Priest [2005]. Per una interessante trattazione della nozione di “mondo possibile” in riferimento agli oggetti di finzione e ai problemi che questi comportano (soprattutto riguardo all’identità degli oggetti fit- tizi nei mondi possibili e per le questioni relative alla possibilità di identificazione tra entità fittizie e indivi- dui reali) si veda inoltre S. Kripke [1980].

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fittizi presentino caratteristiche quali l’incompletezza o la contraddittorietà alimenta le re-

sistenze per una loro rapida immissione nell’ontologia e, anzi, porta acqua al mulino di co-

loro che intendono porre un rigido divieto a un loro eventuale ingresso. Peraltro, erano già

stati la violazione del principio di non contraddizione e del terzo escluso a indurre Russell

[1905] a fare proprio un “robusto senso della realtà” e a rifiutare categoricamente simili

oggetti. La risposta di Meinong, d’altra parte, era stata che soltanto gli oggetti esistenti, e

non tutti gli oggetti, devono essere tali da non violare i suddetti principi, e che non bisogna

cadere vittime del cosiddetto “pregiudizio nei confronti del reale” 28 . In ogni caso, il pro-

blema rimane. Sulla capacità di risolvere questi problemi e altri affini si deve misurare

qualsiasi posizione realista: non è sufficiente includere gli oggetti fittizi nel nostro inventa-

rio ontologico, è anche importante spiegare di che tipo di oggetti si tratta, in maniera tale

da poterli collocare al posto giusto.

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28 Sul dibattito Meinong-Russell e alcune delle proposte teoriche che ne sono seguite ci permettiamo di rinvi- are a C. Barbero e V. Raspa [2005].

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