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Etimologia e folclore,

binomio da considerare.

Dizionario etimologico
del

dialetto chioggiotto
(A – M)
di

Giorgio Zennaro
Parole orfane, quasi dimenticate,
unite ad altre ancor usate.
Per meglio farne memoria,
ho indagato sulla loro storia.
**
Per conservare
la schiettezza popolare,
ho dovuto inserire
Èl dialeto veneto
qualche termine volgare
Su un tipo strambo:
di questo idioma ancestrale
dove vago…cambio.
usato in m odo abituale. La mia storia zé longa e travagià;
(Absit iniuria verbis.) vogio svelarve la mia età.
Esisto, anca gràssie a qualche aquisto.
Su nato a la fine del tèrso sec. a.Cr.
quando èl teritorio a “romanizzarse” cominsieva
e in un puòco de quiete se spereva.
Col tempo nel Mediterraneo m’ò diffuso;
in tère lontane qualcòssa de mi zé ancóra in uso.
Intanto èl “venetico”*, da cui gèra nato,
vegniva lentamente abandonato.

*Venetico = era l’idioma parlato dagli antichi Veneti,


popolazione indoeuropea stanziata nell'Italia Nord-orientale.
Della lingua ci sono pervenute iscrizioni che vanno dal VI secolo a.C.
alle soglie dell'età romana. Interessanti quelle conservate nel museo di Este.
Come rammenta Roberto Guerra nel suo studio sulle "Antiche popolazioni dell'Italia preromana",
“… il venetico, parlato nell'area del Veneto e del Friuli, presentava notevoli somiglianze con il latino.
Aveva circa sei o sette casi nominali e quattro coniugazioni .
Sono note circa 60 parole, ma alcune sono prestiti dal latino o dall'etrusco.”

L ’etimo* mette in rapporto realtà non evidenti


ma è rimasto nelle intenzioni di tanti.
*Etimologia = dal greco ètymos
(ragione delle parole) + logía (discorso).

Svela parentele e affinità,


la lògica ci aiuterà.
Per conoscere questo linguàggio usuale,
che da sècoli facilita il modo colloquiale,
è necessaria un’indagine approfondita
da qualche aneddoto arricchita,
accompagnata da un alito di ironia
e da un rèfolo di fantasia.
Simbologie indovinate,
connubi ragionati,
invenzioni adattate,
troncamenti ben pensati,…
spalancano un universo che stupirà
se tutto letto verrà.
Risalire ai natali qualifica questo idioma
che ancóra accompagna la nostra vicenda umana.

Scritti, motti, gesti e pensieri,


un’eredità imponente
tramandata dalla nostra gente.

****
Il pensiero coltivato
alla parola è affidato;
diventa atto cosciente,
in abitudine si sviluppa di frequente:
col carattere consolidato,
per nuove sfide ti senti preparato.
La lingua viva non intristisce,
ma…
senza persone, senza storie,… avvizzisce.

Se pazienza avrai,
la paternità di ogni parola scoprirai.
Sorprese e conferme non mancheranno
percorrendo i gergali sentieri senza affanno.
Qualche nota inserita
renderà la consultazione più gradita.
-A-
Abufarse
Verbo foresto, astruso,
nel gèrgo locale da tempo in uso.
Com’è nato?
Qual é il significato?
Il rospo campagnolo, nel meridióne,
buffa viene chiamato per antica tradizione.
Per sfuggire alla serpe in agguato,
si gonfia* d’aria sul prato:
una tattica di sopravvivenza
frutto di atavica esperienza.

buffa farsi
diventa
abbuffarsi,
gonfiarsi a dismisura
imitando questa pìccola creatura.
Adèsso ti lo sa:
abufandote, al rospo ti vien paragonà!
**
Ma pure da buffo potrebbe derivare
(le gote gonfie, mosse al riso, fan pensare)
o da buzzo*,… al ventre,
alla pancia prominente
di chi è gonfio, pieno di pensieri,
assediato da guai seri.
*Si gonfia per mostrarsi grande e grosso.
*Bùzzo =dal longobardo bozan (gonfiare, gozzo, stomaco, pancia)
o da buh modificato in bauch (ventre).
****
Abúso
in Italia… male diffuso, stanziale,
un comportamento spesso abituale.
Lat. abúsus
ab + úti
(eccesso, allontanamento) (usare)
Ė ciò che eccede nell’uso.
Abusivo chi, sfondando la porta,
un appartamento occupa alla svelta;
chi fa parcheggiare
e un ingiusto pizzo* pretende di avere;
chi à costruito sensa permesso
e si lamenta adèsso;
chi vende merce taroccata
nel corso della giornata;
chi s’impone con violenza
e, a cose fatte, chiede clemenza;
chi si finge un professionista
e l’altrui fiducia conquista.
Abusivo diventa qualche intervento dello Stato,
un comportamento dalla stampa spesso condannato.
*Pizzo = tangente estorta – è probabile espressione giornalistica. Viene dal detto siciliano fari vagnari u pizzu (il bécco), offrire qualcosa in segno di
gratitudine. L’azione, da modalità gentile, si è poi trasformata in atto criminale, in estorsione (far bagnare il bécco ai mafiosi).

****
Àcca
Conta poco nell’inventario alfabetico;
non ha un proprio valore fonetico.
Il perchè viene da lontano
e coinvolge il latino:
l’aspirazione della h veniva eliminata
e questa tradizione è continuata.
Il niente, la mancanza
a questo muto suono han ridato rilevanza.
Acquista significato
in qualche lemma tanto usato:
-non capire un’acca,
-imparare un’acca,
-valer meno di un’acca.
Davanti un nome l’h iniziale
spiccava nell’taliano medievale.*
Ora appare in H24
per indicare una giornaliera disponibilità in atto.
***

D’ogni appiglio il linguaggio s’avvale


ed il risultato è spesso originale.
No ti vali un ete!
Un’alternativa legata alla et latina,
parte del discorso d’importanza minima.
*Accompagnava tutte le parole derivanti da vocaboli latini
comincianti con –h- (huomo, honore, honesto,..).
*****

Adàsio
Dal latino ad agium = con comodo, lentamente,
Ti rumi nel mio tacuin:
adàsio, adàsio no me restarà un quatrin.

L’età avanse adàsio,..


feve coragio!
Senza parére, ma con tanto coraggio,
come un perfido segugio,
adàgio, adàgio, lo Stato perseguita il cittadino
e gli prepara un amaro destino.
Tra burocrazìa*, tasse e bollétte da pagare,
vien meno la voglia di campare.
*Burocrazia: dal francese bureau (“ufficio”) connesso al greco krátos (“potere”)

******

Aèsso
Avverbio – ad ipsum
(sottinteso…. momentum)
Inserito in un cìrcolo vizióso,
coinvolto in un ballo che non à riposo,
pensi al futuro
e… tutto appare più oscuro.
Quelo che aèsso ti può fare
al domàn no rimandare!
un sincero avvertimento
che ti renderà contento.
Perder tempo non conviene!
Impegnati e… impiegalo bène!
*
Collegati:

debòto
di + botto (subito)
aèss’aèsso o dèss’adèsso
(ora, a momenti)

defiton
senza esitazione, a capofitto, con la testa all’ingiù.
Dal lat. fictus e da figere (obbligazione certa, pattuita)
Per altri da firmus (fermo…nel proposito)
Contrapposti:

gèri
(lat. hèri)
Èl dì passà
che un rempianto
o un godimento
à lassà.
Èl tempo tire dreto
co fare consueto.
Del gèri no te preocupare!
Pensa a quanto te podarave capitare.
domàn
dal lat. de + màne,
il giorno di poi.
domandesséra (domanisera)
**
Problemi de aèsso…che lasse de sasso.
Un nònno, rivolto al nipotino,
sentenzia co un amaro sorrísino:
Aèsso la vita zé rose e fiori,…
‘na volta miseria e dolori!
Za lavoreva a la tò età!
Nòno, tuto vien rebaltà!
Ti à presto cominsià a lavorare
e mi, a setant’ani, sarò ancóra qua a fadigare!
****
Adòsso
Avv. e loc.: sul dorso, sulla schiena, sulle spalle.
Dal lat. ad dossum o dorsum (dosso, dorso)
Metaforicamente: al disopra, a carico.

Un fallimento
crea in tutti gran spavento.
La certezza nel domàni
svanisce nel corso degli anni.
Sei turbàto,…
ma il mondo addòsso non ti è caduto!
Naufraghi in confusióne sconcertante,
prevale un impulso di paura latente.
Bisogna reagire
per rèndere sereno l’avvenire!
*****
Aggratis
(Contrapposto: “a pagamento”)
Gratis, senza spesa
Dall’ablativo plurale del latino
gratia
(deriv. di gratus ‘gradito, riconoscente’)
preceduta da
ag (prefisso eufonico*).
Gratuitamente, tienilo in mente,
si ottiene poco, quasi niente.
Tutto ha un prezzo, un costo
variamente imposto.
La vita è dono duraturo
ma t’impegna nel presente e nel futuro:
tante monete devi sborsare
per potertela godere!
Gratis avrai tempo, sensazioni,
fastidiose preoccupazioni:
tutto il resto un costo avrà
e sconfitta o conquista diverrà.
*Motivato dall’eufonia, dall’armonico accostamento di suoni gradevoli all'orecchio.

*****
Agro
Dal lat. popolare acrus,
dal classico acer
(accus. acrem - acre, di sapore pungente):
dalla radice
ac + àcus
(penetrante) (ago, che punge,..)

Un aggettivo che, evidenziando l’acidità,


sancisce la non commestibilità.
Nel gergo popolare
fa pure affiorare
stanchezza e permalosità inconsuete,
il desiderio di ritrovare la perduta quiete.
(Su stufo e agro! Quieto vogio stare!... da le tò ciaciare al reparo.)
Derivato:

inagrire (diventar acido)


(La tripa zé inagria: bià butarla via!
Co la tò noncuranza, agra devente ogni sostansa!)
*Il linguista A. Gabrielli fa notare che, a differenza di acrimonia,
acritico, acrilico, acribia non derivano da acre.
******

Agussìn
duro con i sottoposti.
Dallo spagnolo alguacil,
(il sorvegliante della ciurma delle galee),
ricavato dall’arabo al-wazir (ministro).
Zelante carceriere,
perfido persecutore,
prende nome da un aguzzo* oggetto,
uno strumento di tortura maledetto.
Ma si tratta di un semantico decadimento
maturato nel tempo.
Al-wazir era un visir*,
una figura di tutto rispetto,
non un truce soggetto.
Nella Spagna moresca il titolo fu degradato,
indicava uno sbirro agli ordini di un magistrato.
Infliggeva severe punizioni alle schiere armate
e molti raccontavano le atrocità perpetrate.
Oggi, figuratamente,
è un crudele sorvegliante,
spesso e volentieri un pignolo dirigente.
*Aguzzo – da acutus (pungente)
*Il visir era un ministro dell’impero ottomano.
****
Albasía
Forse derivato dal ted. albern (fatuo);
altri pensano al lat. alba,
albeggiamento, sonno, fantasticheria.
Con più probabilità deriva da
albagio,
sorta di panno bianco (albo) usato da persone boriose.
*
La nobiltà romana
aveva un’abitudine strana:
l’albagio,
un bianco dràpo su la tunica impontà,
serviva per evidensiare le doti de moralità.
Ma, bèn guardando, il panno nascondeva vanità,
un desiderio di superiorità,
un bisogno di apparire
per conseguire precise mire.
L’albasia?... ‘na bruta mania!
Quando importante vuoi apparire,
l’ambizione affiora e stenta a scomparire.
Sinonimi:

vanità
dal lat. van•tas -atis, der. di vanus «vano, vuoto».

Di solito parli pòco


ma la vanità ti fa parlare quasi per gioco.
Saltelli di ramo in ramo
e… cinguetti a tutto spiano.
bòria
dall’antico tedesco burjan = innalzare
(bor –altezza- + baíran –portare-)
Per altri da bòrea o da vàporea = vanagloria
In bòria
zé fenia la tò presunta glória!
Tante ciaciare e pòchi fati:
lo dimostre i resultati.

****
Àlbaro - àlboro
il primo è un vegetale,
il secondo un acquatico animale.
L’albero svetta sicuro, imponente;
attraverso i semi si diffonde lentamente.
• un portento colossale,
un laboratorio naturale.

L’àlboro
(oblata melanura)
dai Chioggiotti da sempre pescato,
nelle varie specie e nomi è noto:
fragolino,
roseo è l’aspetto di questo pesciolino;
occhialone
per l’occhio grande di cui dispone;
tabarro
vien chiamato
quando di una grigia livrea è dotato;
mòrmora o marmora
al marmo fa pensare
e sa pure brontolare.

*****
Albuòlo
Piccola vasca, bacinella di legno, catinella.
Percorso etimologico:
alveus > alveolus > albiolus > albuòlo
(recipiente lindo e concavo)

Dall’albuòlo al fórno…
il percorso del pane nell’intero giórno.
Caldo, fragrante sulla tavòla,
rallègra la famigliola:
è frutto del lavoro
e, per tutti, un salutar ristoro.
Un po’ di storia per non far avvizzire la memoria.
Nella Firenze medievale,
impastare il pàne era quasi un rituale.
Il Magistrato dell’abondansa,
con gran cura e costansa,
riempiva l’albuolo di ogni fornaio
ogni dì col grano necessario.
Il contenitore, riempito e spianàto,
determinava la quantità di fatto.
****
Alèsto
Allestito, preparato
ne è il significato,
di allestire participio passato.
(a + lèsto* = render lesto)
Agendo lestamente
e in modo conveniente,
con sollecito intervento
il problema viene risolto.
Ne la tènza ‘na ganzèga* zé sta alestia:
dopo tanta fadiga zé d’òbrigo un momento de alegria!
• l bragòsso zé alèsto!
Per la pesca partiremo presto.

*Lesto - da lèstus o lèvistus, contratto di lèvis (leggèro).


*Ganzèga = festino. Da ganzàre = pagare per tutti. Ganz (gaenze in tedesco) = completo, finito. Ma anche da gaudia (pl. di gaudium)

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Àmbo
dal lat. àmbo o dal greco àmpho
(legare, tenere insieme, tutti e due).
Do modi de dire che per Ciósa gire
Un bell’àmbo!
Metafora nostrana ma poco urbana.
Indica due persone con lo stesso modo di pensare,
inseparabili nel quotidiano operare,
o due pazzerelli, stravaganti
che s’aggirano incuranti dei passanti.
***
L’àmia Rica* zé morta!
La novità correva di porta in porta.
Un àmbo ben cavà!*
mormorava la Nena pensando all’eredità.
Ma Rica èra il nomignolo abituale;
la pòvera vècchia viveva in misèria totale.
*Rica = diminutivo di Enrica.
*Cavare - lat. cavare ‘rendere cavo, bucare’, der. di cavus ‘cavo'.

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Ambróre
da àmbra,
ted. an-ber = ardere, splendere.
L’ambra oggi è detta
bern-stein = pietra ardente.

“L’aqua arde!”
dicevan sconsolati i pescatori
quando l’onda mandava notturni bagliori.
Solo col scuro de luna
ne zé amiga la fortuna!
Nelle notti estive, illuni, nel bacino lagunare
il fenomeno è più evidente e si può meglio esaminare.
Dal plancton è prodotta la bioluminescenza
usata per corteggiare o allontanare qualche nemica presenza.
*E’ dovuta alla reazione tra un enzima, la luciferasi, e un pigmento,
la luciferina, una caratteristica molto diffusa tra gli abitanti del mare.

*****

Ambuòro
usato negli squeri, era una cassetta
piena di terra rossa con sopra una spugnetta
che serviva per impregnare un cordone
destinato a lasciar traccia sull’asse scelto nell’occasione.
In tenza*, co la siega a quatro màn,
ogni magèro vegniva cossì adatà pian pian.
Un idiotismo* forse composto da
àmbo + oro
(tera rossa + sponseta) (per il colore ocra)
o contrazione di
ambito di lavoro?
*Tenza = da teza = tetto, coperto.
*Idiotismo o idiomatismo = costruzione dialettale dotata di particolare espressività.

*******

Àmia
Dal latino amita (vecchia zia)
Il termine, sulle monache traslato,
(sior’àmia o sioràmia)
è stato coniato
per indicare chi, con impegno diurno,
i bimbi accudiva con fare materno.
**
La mia àmia me conteva
che ai sò tempi èl respèto regneva.
I vèci gèra scoltai,
adèsso in un canton relegai.
No se vede l’ora
che i vaga in malóra!
Esperienza e sapienza
non sempre sono in sintonia con la coscienza.

Sinonimo: lala
Idiotismo;
dalla voce fanciullesca –la…la… (voc. dialetto chioggiotto)

****
Amoradèi
Avverbio
Latinismo: per l’amor di Dio (amor Dei)
Per amoradèi
pochi àn compassión dei fradei.

L’amór di Dio si manifesta con la carità


che non consiste in una palanca regalà
ma nel rispètto per la persóna*,
per la sua essenza umana e divina.
Garantire dignità
diventa àtto di civiltà!
Ma…
oggi l’amóre per il quattríno
instrada l’umanità verso un amaro destìno.
Un ànemo indurio
no vuol savérghene de Dio!!
*Persona = per-sóna : così era chiamata in antichità la maschera
indossata dagli attori, che funzionava da amplificatore per la voce.
Il personaggio si comprende sinceramente solo quando indossa una maschera che, paradossalmente, lo purifica dall'esagerazione controllata e finta del
volto, restituendoci quello stesso personaggio ma tanto più vivo, tanto più adamantino e tanto più vero. ( Da Unaparolaalgiorno)

********

Amóre
dal lat. amor (dal v. amare)
affine al gr. mào (desidero)
Termine che usiamo,
ma il vero significato ignoriamo.
L’etimo eloquente
lo rivela prontamente.
La parola è composta da:
a + mors
(suffisso che nega quanto segue) (morte)
(es. morale/amorale)
quindi… amore significa
sconfiggere la morte.
“L'amore è l'unica energia in grado di farlo perché dà la vita,
quindi non siamo noi a creare l'amore.. ma l'amore a creare noi..
e solo amando si è realmente vivi.” ( Dario Rosselli)
È sacrificio, passione, irruenza di fusione.
Qual è la molla misteriosa
che fa muovere ogni cosa?
In natura, per magia,
l ‘amore crea una sinfonia
tra colori e vari accenti
che si diffondono tra i viventi.
É sbocciato dal legno della Croce
e in tutti fa udire la sua voce:
fine ultimo della storia universale,
combatte, attenua, vince ogni male.
Si ammanta di sacrificio,…
degli altri va a beneficio;
non sempre coesiste col timore
ma parte da un palpito del cuore.
É fatto di rispetto, di premura,
responsabilità e tanta cura.
Diviene ardente
nel silenzio più eloquente.
Con eco lieve…
dà tanto quanto riceve.

*****

Ancúo
Dal latino hanchòdie* (quest’oggi),
divenuto per successive modifiche
ancòi > ànco > ancúo.
Al doman no rimandare
quanto ancúo ti può fare!
Solo la giornata organizzata
rende la vita beata:
tutto pósto troverà,
dai sentimenti alle varie attività.
*Per altri da (ad) hanc horam (da cui è tratto l’avv. ancóra).
Un tempo… snello, aitante.
Ancúo … curvo, cadente.
Il tempo non perdona,
la terra mi reclama.
Qualcosa s’è salvato?
Il ricordo del passato
e l’acume del pensiero
che rende il futuro meno nero.
*

Gli fa seguito il

domàn
( de + màne = il giorno di poi)
****

Anda
Da andatura, derivato di aditàre,
frequentativo* del verbo adíre - andare, venire)
ad + íre
(a, verso) (andare)
*Si dice di verbo che esprime un'azione ripetuta.
Nel nostro dialetto si mira alla canzonatura
indicando un
modo di fare fuor misura.
Anda da babuleco, un aloco;
anda da bassilòto, un mèso sempioto;
anda da incantao, un puoco spaventao;
anda da furbeto, ormai descantao.
La maestra domanda:
Perché l’uomo è comparso sulla tèrra?
Con anda di suppònenza,
Pierino mostra la propria scienza:
Se a fusse in aqua capità,
a s’avarave niegà e… adio umanità!
La risposta sibillina
suscita qualche risata birichina.
****

Andàsso
derivato da andàre
ad + íre
andare, venire.
L’inserimento* di un suono elementare
ha poi trasformato il verbo in anditàre*.
La terminazione peggiorativa
rende bene l’idea che tutto va alla deriva.
Quanto prima bisogna intervenire
per non comprometter l’avvenire.
(Spenda e spanda no può sempre durare:
co sto andàsso a reméngo ti mandi tò pàre.)
*Epèntesi dal greco epènthesis = aggiungere, interporre
una lettera nel mezzo di una parola.
*Nel Medioevo la prima persona dell’indic. presente era àndo, divenuto poi vado (da vadere = andare)

*********

Anèlo
Lat. anèllus,
diminutivo di anus ‘cerchio’.
Un cerchio che lega, incatena,
procurando felicità o pena.
Aver l’anello al naso
significava èsser ingenui, sprovveduti,
in balia di altri più evoluti.
Ma oggi tutto è ribaltato.
Aver anelli dappertutto è uso consolidato:
vengono applicati su molte parti carnali,
sull’ombelico e… persin sui genitali.
A Chioggia cambia nome
e, qualche volta, funzione:
véra
è l’anello matrimoniale.
Dal lat. tardo v•ria - «braccialetto»

póstro
anello di fidanzamento, caparra del matrimonio.
Dal croato prsten (anello) che deriva da prst (dito).

Va ricordato che i nostri pescatori frequentavano


i porti croati di Zara, Spalato, Sebenico e Ragusa (odierna Dubrovnik).
Alcuni sposarono donne croate.

sedrin
anello con topazio giallo come il cedro.
(Che bel sedrin al déo!...
A zé un regalo de mio mario).

figarò
anello con pietra oblunga (alla figarò)
che si regalava alla fidanzata.
Due le possibili origini etimologiche:
-Un tempo qualche barbiere (figaro) combinava matrimoni,
diveniva mezzano, paranínfo*.
A cose fatte, il fidanzato sanciva l’accordo regalando alla futura sposa un anello.
-Il figaro usava una forbice le cui lame,
tenute da un perno, avevano alla base due anelli.
Vi è slittamento del termine dalla persona all’oggetto.
*Mezzàno = da medianus (da medius = che sta in mezzo)
*Paranínfo = parà (presso) + nymphíos (sposo)
*****

Ànema
dal lat. animus = spirito
che condivide col gr. ànemos (vento) la radice an (soffiare).
È principio della vita in ogni essere organizzato. (Diz. etim. Pianigiani)
Se solo de tèra fussimo fati
i nostri corpi saria inanimati.
Ma per fortuna, la Providensa
à ovvià a sta mancansa:
un sùpio* divino
à segnà èl nostro cammino.
L’ànema dà vita a la materia,
rende la vita multiforme, varia.
Ma valà? Le zé storie del passà!
Credo in quel che vedo:
su pratico,…
del resto me ne frego!
*Sùpio – da sufflàre (sub – sotto- + flàre – spirare)
Co spíciola filosofia,
sérco de separare realtà da fantasia.
Sémo in preda a mile desideri
che scombussole i pensieri.
Non per istinto, ma usando inteligensa,
serchemo la nostra strada co pasiensa.
Da dove vien le sensassión
serae nel corpo, teréna prisón?
La materia zé inanimata,
solo la parte divina se mostre adeguata:
la conségie, la fa pensare, la incorage,
la rimorde, la console o ne travolge.
La ne àneme, la inesche la vita;
nel tempo persiste sta storia infinita.
Se ti avverti la sublime presensa,
la morte no vien concepia come violensa,
ma fàto naturale,…
un retórno a la casa del Pàre.
A fine percorso èl corpo fenisse in tèra,
l’ànema sale al sielo, la sò patria vera.
La materia se disgreghe nel dolóre,
l’essensa divina no muore.
Come un nastro registrà
la devente testimone, verità.
Giudicai saremo?
A la Clemensa divina se afidaremo.
****
Ansirèsto
Avverbio : a lancia in resta, di slàncio
(da lanciàre con s intensiva che sostituisce ex = da)
... Co ansirèsto a zé entrà ne l’affare,…
ma a se l’à svignà co zé sta da pagare.
*
Un novèllo condottiero
che avanza ardito e fiero?
Un cavaliere senza màcchia e paura
per scongiurare l’italica sciagura?
Della Patria salvatore
o volgare mistificatore?
Un imbonitore,… un ciarlatano
che dispensa elisir al popolo nostrano?
In politica s’è introdotto con lancia in resta*,
per sfogare un’antica ira funesta:
doveva spaccare mari e monti
ma… tentenna in fin dei conti.
Quando dalle chiàcchiere si passa ai fàtti,
affioran cènto limiti ben noti.
Urla, sbraita, si difende…
dalla rete assensi pretende.
Adèsso, cambiare opinióne
è diventàta la sua passióne.
Chi vivrà… vedrà!
intanto imperversa sto qua
ne la presente italica carnevalà.
*Rèsta = (dal lat. restare): ferro applicato sulla parte destra della corazza per sostenere la lancia.

*****

Antiàn
Tegame, teglia di rame o di coccio.
Antianèlo = tegamino.
Etimo incerto.
Azzardo una ricostruzione.
Il tian era una pentola ovale usata in Provenza e deriva da tia (pentola),
termine ricavato dal greco antico teganon (tegame).
Il prefisso anti ne determinava la destinazione d’uso:
in greco = contro; in latino = davanti… al fuoco del camino.

Ne l’antiàn ògio a la granda,


ma… speta che a se scalda.
Sfògi e barboni infarinai,
ne la fersura ben alineai,
deventarà presto natural alimento
e te darà un salutare nutrimento.
Dó grani de sale
guarnirà stò piato abituale.
****
Antico
da ànticus;
à origine da ànte = avanti
Un antichéto*, ‘na campana de véro
custodisse un relògio sóra l’armèro:
adèsso inanemà,… momenti bèi e bruti l’à segnà.
L’àntico conserva un alóne di mistèro che viene da lontano,
una bellezza unica a portata di mano!
Il moderno* à bisogno d’èsser stagionàto
per non restare inanimato.

Vècio* o àntico?
Con tòno di pacata sofferenza,
volle ribadire la sottile differenza.
La ròba vècia, incariolà
a gnènte serve e va butà;
ma la ròba ben mantegnua, àntica,
à valensa unica;
col tempo l’aumente de valore,
la rideste i sentimenti del cuore.
No esiliarme!
In ‘na tana, in un buso no confinarme!
Tagiai i ligambi tra tempo e cuore,
svanisse ogni speransa e… se muore.
*Moderno = Dal lat. tardo modernus, der. dell'avv. modo ‘or ora, recentemente’.
*Vecchio = lat. tardo vĕclus - lat. class. vĕtŭ lus, dim. di vetus.
*Antichéto o antico borò = campana di vetro che custodisce vecchi orologi o fiori secchi.

*****

Antimèla
Federa del cuscino (intima nel gergo locale)
[an-ti-mè-la]
Anti (prefisso - che è contro per combattere o prevenire)
o da àn-tol - angolo, pezzo + mèla da collegare alla radice mal (morbida)
Oppure da intimo = per uso personale;
lat. intimu(m), ricavato da interior - che è più interno.
Il termine
fèdera*
è mutuato direttamente dal longobardo fëdara o federa.
Se qualche antimela potesse parlare
quante storie avrebbe da raccontare!...
Pianti sofegai* a scondón,
lagreme de consolassión,
sfuoghi amorosi,
spasmi dolorosi,
che s’alterne, se accavale
tra seren e temporale.
*Il vocab. della Crusca lo considera forma alterata di fodera.
*Sofegao = soffocato (sub + faucàre = opprimere, impedire il respiro).

Su una candida antimela riposa un neonato


in casa venerato.
La mamma lo consola, lo rincuora:
ogni intimo atto d’amore affiora.
****

Aqua
Dalla radice indoeuropea ak- = piegare (sanscrito ak-na)
• sostanza che si piega, assume la forma del contenitore.
Termine traslato direttamente dal latino aqua(m)
senza aggiunta o storpiatura
(un religioso rispetto per questa apportatrice di vita.)

Questo dóno naturale


è per tutti essenziale.
Con aspètto giulivo o severo,
si ammanta di mistero.
Innesca un ciclo vitale,
un mutamento universale,
trasformandosi in poche ore
da solida, fluida, in vapore.
L’aqua riluse
e Ciósa se maluse.
I Ciosòti lontan dal mare
no può stare:
sensa spàssi infiniti
i se sente sofegare.
Modi di dire:

aqua de spàsemo
(calmante con melissa)
Spàsemo – da spasmo, dolore.
dal lat. spasmus, gr. σπασ µό ς
aqua putana
minestra acquosa, poco nutriente,
preparata con poca cura.

aqua de le tré paròchie


usata dalle fattucchiere per curare l’infedeltà coniugale
e fatta bere al fedifrago.
Veniva attinta in tre parrocchie contigue.

Aqua in boca
Co zé da ciacolare
a Ciósa le dòne no se fa pregare!
In càle le tage tabareti *,
no le fa sconti manco ai povereti.

Per evitare inconvenienti


tegnive aqua e lengua tra i denti!
*Criticano, sparlano.

Fare un buso ne l ‘aqua


un tentativo vanamente attuato,
un fallimento annunciato.
La superficie de un liquido vien parificà
da la forsa de gravità.
Correlati:
ingiotire, ingiassare, ingolfare,
górgo
dal lat. gúrges (gola, vortice)
o da gàr-garas
*****

Arènte
significa stare vicino.
Deriva dal participio presente del verbo aderire.
Dal lat. adhaerēre, composto di ă d + haerēre (essere attaccato).
Nel bisogno, arènte te reste èl parente
come èl prete al penitente,
èl comerciante a l’aquirente
o èl scolaro al docente.
Qualche parlamentare
lontan da la bustarela no può stare.
Beato chi à arènte
zènte onesta e previdente!
*
Ti vuò solo consolarte?
Vai da tò mare o da ‘n’altra parte!
No starme arènte!
Ti deventi indisponente.
Col caldo che fa
vogio stare in libertà!
Parole proferie co poca cura
e inasprie da la calura.
*
Sinonimo:

vissin
(dal lat.vicínus - da vicus-)
poco distante dall’altro.

****
Arfiàr
Fiatare, rifiatare, alitare
Dal lat. flatàre,
forma intensiva di flàre (soffiare)
Un tale… a nuoto lo strétto di Messina à attraversàto,
ma per una settimana è rimasto senza fiàto.
In dèle, sfenio,… a malapena
de arfiàre a tenteva
per ritrovare la vècia lena,
ma… tuto intorno bagoleva.
No i zé sfòrsi per la tò età:
per puoco no ti fenivi a l’aldelà!
****

Arsenàle
Dall’arabo darçanah (casa di lavoro):
dar + çanah o sanah
(casa) (fabbricazione, costruzione)

Dal XII secolo un simbolo di Venèzia,


un complesso di cantièri che à garantito ricchézza.
Manodopera specializzata,
(anche allora ricercata)
costruiva natanti in quantità
di varia foggia e qualità.
Calafati e proti chioggiotti
erano i più abili arsenalòtti.
Là è nata la catena di montaggio,
di manufatti rapido assemblaggio:
il concètto moderno di fabbrica è stato anticipato
e nei secoli è durato.

Ogni galea solcheva i mari


e… favoriva bòni afari.
Connesso:

“Marangona”
La Marangona è la campana più grande del campanile di San Marco a Venezia,
l’unica delle 5 campane ad essersi salvata dal crollo del 1902.
Annunciava inizio e fine dell’orario di lavoro dei marangoni,
cioè dei carpentieri dell’Arsenale, e – per estensione – di tutti i lavoratori.
(A Chioggia, la campana maggiore, è detta Leona.)
****

Arsion
Aridità della gola per sete, febbre, caldo,…
Dal lat. arsus, partic. pass. di àrdere
che si può connettere con arère (esser secco, arido).

Stò caldo m’à fato vegnire ‘na gran arsión:


per no falare me taco al bossón:
dò grongae* d’aqua gelà
èl fuògo in góla destuarà.
*Grongà = bere a lunghe sorsate; dal lat. grunda = grondaia (similitudine)
L’aqua zé un ben de natura,
‘na bevanda secura.
Tra i dóni del bòn Dio,
a zé èl pì gradio.
****

Artisan
Dal lat. artes;
con l’aiuto dell’aggettivo artènsis,
diventa artesiànus
(artènsis > artesiànus > artigiano)

L’artigiano?
Un provetto lavoratore,
ma un mestiere che muore.
Ingegno e abilità
eran base delle sue capacità.
A ghe saveva fare èl bèco a le sansale
con perizia e solerzia abituale.
Connesso:

mistro = màstro
Da magistrum (acc. di magister) dalla radice magis e magnus
col suffisso ter (gr. teros)= il più grande.

Èl mistro competente
zé risercà da tanta zènte.
Col mistro sovrintende,…
èl lavoro rende.
****

Àsio,
così nell’antico italiano,
traslato dal o nel dialetto nostrano.
Àgio, comodità,
un modo per godere nel mondo di qua.
Dal gotico azêts (facile, comodo);
gli fa riscontro il celtico ez, éaz (comodo).
Altri linguisti propongono il greco aísios (propizio, opportuno),
il provenzale aize ‘vicinanza’ (dal lat. tardo adiăcens)
nel senso di ‘vicino, comodo’ - seconda metà sec. XII.
Ancora: dal lat. òtium od ànsa (figurativo: facilità, stato di chi gode)
aso > asium > àsio
Gli agi, le comodità
han segnato la storia dell’umanità
facendo da contraltare
alla miseria da sfruttare:
erano pietra miliare sulla via del malaffare.
Tra gli agi vivevano i patrizi romani
mentre i plebei pativano mille malànni.
Quando dai pensieri è sgombra la mente
si sta a proprio àgio tra la gènte;
in famiglia regna l’armonia,
diventa facile usare ingegno e fantasia.
Dal sostantivo al verbo:
inasiarse (agghindarsi)
Se mete in àsio la donzèla,
la mama incincine* la putèla;
se inasie èl lavoratore
prima de travagiare per ore.
*Forse deriva, per onomatopeia, dal cin cin che la cíncia fa cantando.
Asprèo
Fondale marino inadatto alla pesca a strascico.
Viene usato anche per indicare il luogo di provenienza di alcuni pesci.
es. Gata d’aspreo, scarpena d’aspreo- pescati nelle tegnue .
Per il Boerio è un antico modo di imprecare nel mondo della pesca:
Co sto vento, no vorave che i ré desse in aspro.
(Non vorrei che i pescatori finissero con le reti sugli scogli.)

Dal lat. aspretum = luogo aspro.


A Chioggia assume il significato di
cattivo augurio, sfortuna.

Tra trombe d’aria e scravassóni.


inondassión e aluvioni,
teróristi, invasión de clandestini
e mancansa de quatrini,
semo propio sfortunai,
da la sorte segnai.
L’aspreo qualchedun ne ciame,
che andemo a fundi a brame.
Ghe voleva ‘na ciliegina,
‘na ultima rovina:
un teremoto n’à sacagnà
provocando dani in quantità.

Connesso:

capègno
da capa (der. di càpere = prendere, contenere)
Fondale formato da sabbia e gusci di molluschi.

******

Assènto
Come il sale, alle parole dà sapore;
la voce elevata infonde vigore.
Da accèntus (intonazione)
ad + càntus
(vicino) (part. pass. di cànere)
(modulare la voce)

Diventa cadenza,
indica provenienza.
(L’assènto marinante se distingue prontamente.)
(A parle co l’assènto del taco.) con influenza meridionale.

Uno stato d’animo esprime,


altero, accorato, sublime.
(Afranto e co tristo assènto, l’à manifestà èl propio sgomento.)

*******
Assidènte
Dal lat. incidèntem,
participio presente di incidere
ac + cídere
(ac sostituisce il prefisso-in-) (cadere)

Un caso fortuito, una circostanza


che toglie ogni baldanza:
una malattia, una scivolata,
uno scontro, una perdita inaspettata,
una tassa ignorata,
una multa non pagata…
Che te vegna un assidente!
si urla di frequente.
Ma il colpo apoplettico augurato
riaffiorerà poi dal passato,…
ti farà pentire del tuo agire.

*****

Atitúdine
capacità di essere parte di un rapporto di lavoro.
Da àptus (atto, idoneo) + àptare (aggiustare)
competènsa
lat. compètere (com + petere = chiedere, dirigersi a…)

Abilità, conoscenza, esperienza, pratica.


Con questi due robusti pilastri,
nel lavoro non sarète considerati impiastri*.
Vuoi trovare un lavoro duraturo
per un futuro sicuro?
Su quanto operi devi avere competenza,
una approfondita conoscenza.
Indispensabile diventa l’attitudine,
il modo di agire, non l’abitúdine*:
la tua creatività
in nuovo impulso si tradurrà.

*Abitúdine= Inclinazione, consuetudine. Da hàbitus.


*Impiastro =dal greco: emplastron -unguento,
derivato di plassein - modellare, la cui radice aveva
dl significato di "spalmare".
****
-B-
Bàda
Ascoltare, osservare con attenzione,
guardare a bocca aperta, indugiare.
Dal lat. badàre
che si accorda con l’antico tedesco baid-on (tardare, aspettare).
Per altri è forma adattata ai suoni ba – bah
che si emettono in preda alla meraviglia.
Il politico attènto ascolta,
valuta, consulta.
Non dà bàda a tutti:
dall’àlbero non pendono sempre frutti
da distribuire con equità
per superare le tante difficoltà.
Prò e cóntro bisogna esaminare
e prima è meglio consultare .
Il populismo porta facili consensi
ma dòpo… nei dèbiti restiamo immersi!
Sinonimo:

àncio
dare bada, retta, agganciare
è significato che logico mi pare.
Voce desueta, modificata,
raramente usata.
g + àncio
(g caduta per aferesi)
Dallo spagnolo e portoghese gancho,
originato dal lat. càncer,
granchio,
nel senso di arnese che afferra.
****
Bagarin
Voce romanesca importata,
dall’arabo derivata:
baqqal, plurale baqqalin,
designava il venditore ambulante,
nei vicoli presenza costante;
in particolare ogni fruttivendolo o ortolano
avezzo ad impinguare il proprio guadagno.
Oggi il bagarino fa incetta della merce più richiesta,
accumulata con abilità, a bella posta:
la rivende a prezzo maggiorato
intralciando il libero mercato.
****

Bagassa
potrebbe derivare dal provenzale "baguassa"
(francese bagasse/bajasse per “fantesca”; spagnolo bagasa)
oppure dal cimbro baches (femminuccia, fantesca)
derivato da "bach" (piccolo).
Secondo l'arabista Freytag,
"bagascia" nasce da "Bagi" o "bagas" (meretrice),
derivato da bager (turpe, disonesto).
Una signorina
che si vende da sera a mattina
lungo una strada alberata
frequentata nel corso dell’annata.
Cosa vende questa qua?
Tutto quel che à,
compresa la dignità.
*
Si afferma, con ironia
e altrettanta bonomia,
che
la nostra nassión
gode de sana, robusta e forèsta prostitussión.
****

Bagatèla
Così venivano chiamate le cose da nulla, le storielle
e le furberie dei cantambanchi (cantastorie).
Dall’arabo bagattare (diz. Cortellazzo-Zolli)
o dal lat. bàga (fardello, roba di poco conto)
O bèlla!
Una tassa non è mai una bagatèlla.
Prevale la voracità,
che crea solo povertà.
Per antidoto al regresso,
al popolo è concesso
de lagnarsi e protestare,
ma
dopo il politico fa quello che gli pare.
Sinonimo: sgnèsola
una bagatella, un nonnulla, una cosetta.
Il Pinguentini fa derivare il termine da agnes-ula (diminutivo di agnus);
il Doria propende per agnes, persona melensa, che si ricava dal greco agné* = puro, casto.
Nel voc. del dialetto chioggiotto (pag.506)
diventa sgnòsola
che, al contrario,
indicherebbe cosa grande, pezzo grosso.
*Agné = Agnese, martire tredicenne divenuta simbolo di ragazza semplice, sprovveduta, ingenua.

******

Bagia
Diventa condanna, censura, irrisione
da esternare in qualche situazione.
Formata per onomatopeia* dall’esclamazione bah!
usata per scherno.
Verosimile che possa derivare da abbaiàre*
(bagiare nel gergo dialettale)
o che stia per badia (che fa stare a bada),
da bàdare (star a bocca aperta ma anche schernire).
*
Dar la bagia al sindacato è fatto scontato
quando tarda il risultato.
In assemblea un capòccia si vantava:
Pì de così no se podeva;
da le 42 ore setimanali, coi stessi vadagni,
a le 40 semo rivai, compagni!
Obietivo finale:
un solo dì de lavoro setimanale!
La bagia ai battimani à lasciato posto,
ma c’era chi protestava con muso tosto.
*Onomatopeia = è una figura retorica che riproduce, attraverso i suoni linguistici
di una determinata lingua, il rumore o il suono associato a un soggetto (nel nostro caso all’abbaiare del cane).
*Abbaiare = imita il grido del cane (bàu-bàu preceduto dalla particella ad).

****
Bagiòco
Deriva da baiocco, antica moneta di rame da due soldi,
emessa, dal XV sec. fino al 1865, dallo Stato della Chiesa.
Era grossa, ma di poco valore:
così baiocco si caricò di nuovo significato.
Il termine à origine, forse, dal lat. bàca (bacca, cosa rotonda)
o dalla città francese Bayeux dove si coniavano tali monete.
Dirghe bagiòco zé anca puoco!
imprecheva un pàroco:
co ‘na candela malamente impissà
èl nónsolo mèsa cèsa aveva insèndià.
Un sinonimo: babulèco
(dall’ital. babbeo, da ricondurre alla radice babb (parlare a stento) – Boerio-
Secondo il Battaglia,
deriva da babulus
(scimunito, ciarlatano, fanfarone)
Un giardiniere, di scarso comprendogno,
la siepe nel giardino aveva potàto con gran impegno.
Una vicina fontana uno zampillo mandava
e…invano d’accorciarlo tentava.
Il padróne* di casa, allarmato,
intervenne trafelato:
Cossa fastu, babulèco?!
No ti sa lègiare, tòco de tanèco!
Aqua non potabile zé scrito,
un avertimento esplicito.
Èssar fuora squàra*,
no gèra cosa rara.
Qualche rodela mancheva
e a tórzio* se andeva.

*Paròn = da patrònus (radice: pater) Correlati: - paronansa (controllo). - Paronia (proprietà, possesso).
*Tórzio =lasciarsi portare dalla corrente. Da torsum, - tortum part. pass. di torquere (volgere, girare).
*Squadra – da ex quadràta (sott. norma) .
****
Bagolàre
Dalla radice bag > bak > be(r)g di origine onomatopeica
con significati diversi.
Spassarsela, far festa,
deriva da vagulare = vagabondare , rad.– vagus = oscillante
(in ital. vagolare= andare in giro)
Più raro
chiacchierare a vuoto
incrocio con vacuus (vuoto).
Bagolé:
solo al divertimento pensè!
Tuto ancúo a smenolón,
mai in casa indafarae…
Sempre a torsiolón
e… sé dòne maridae.
Derivati

bagolo (divertimento, festa)


bagolero (festaiolo)
bagolina (bastone da passeggio)
*Da umbilicus (ombelico, punto centrale) deriva bilicare, stare in bilico.
*****
Bàla
Dal gr.pàllein = lat. pèllere
gettare, scagliare;
più esplicita la derivazione longobarda:
bala.
Il termine si carica di almeno quattro significati
a Chioggia largamente usati.

La palla serve ai bimbi per giocare


e rende i calciatori milionari.
La bàla, contenitore pieno d’aria,
diventa favola, diceria.
La balla è un grosso pacco sferico
che consente un trasporto dinamico.
La bàla… in loco equivale ad una ubriacatura
che per qualche ora perdura.

Quest’ultimo significato
fa luce sul lemma citato:

in bàla = inbalao (imballato)


impedio ne i movimenti
e fuora de sentimenti.

Cercando più lontano


ecco un aggancio non nostrano:
il termine ebraico balal –confusione-
ci porta all’ubriacone.
*
Ciàpar la bàla?
no su un campo de periferia,
ma su ‘na tòla de ostaria
brindando in compagnia.
Canti, bordèlo, confusión…
delinee la situassión.
****
Baldràca
Meretrice, donna impudica.
Da baldàcco, baldràcco o baldacca,
alterazione di Bagdad.
Il nome non deriva da vacca,
ma da Baldacca,
città così chiamata dai Fiorentini
che la confondevano con Babilonia, patria dei festini.
Ma l’Aretino*, arguto e pungente,
offre un’altra connessione interessante:
baldracca
era un’osteria fiorentina,
alla Piazza del Grano vicina,
dove femmine di bassofondo
esercitavano il mestiere più antico del mondo.
Così l’etimologica paternità
ammantata d’incertezza sta.
*Pietro Aretino (Arezzo, 20 aprile 1492 – Venezia, 21 ottobre 1556) è stato poeta, scrittore e drammaturgo italiano.

*****

Bànda
Il termine assume significati diversi secondo le circostanze:
-dal provenzano o dal lat. medievale banda nel senso di partito, ma anche lato, parte;
-dal lat. medievale bandum, insegna;
-dal gotico bandwō ( come collettivo), milizia, fazione,;
-dal francese bande : striscia, lista telata; banda del cittadino (dall’ingl. band); banda di frequenza…

Neologismi:
-bánda larga mobile e fissa
(BWA - Broadband Wireless Access
-bánda di teppisti
(baby gang)
-bánda magnetica
(kinner skinner collegato agli sportelli bancari automatici)
-bánda di valenza
(semiconduttori) (dal diz. etimol. Treccani)
Alcuni derivati:

bandièra
dal prov. ban(d)iera, che è di orig. germanica (diz. Garzanti)
ricavato dalla radice indo-europea bha (mostrare, apparire)
No, fioi; no se trate de ‘na strassa
ma de un simbolo de antica rassa:
se vardè èl tricolore co atensión
scoprirè che a rapresente l’intera nassión.
Il rósso indica il sangue versàto
dai nostri padri nel passato,
per godere la libertà agognata
e la gioia d’averla conquistata;
il verde ricorda le nostre pianure,
ma anche la speranza coltivata tra mille sventure;
il bianco… il candore delle nevi imperiture,
la fede nella concordia e nell’unità
che adèsso godiamo in libertà.
Purtroppo… solo negli stadi, senza allergia,
esibìte la bandièra con entusiasmo ed allegria!
Bandièra vècia onor de capitano!
un motto che non si ripete invano,
ovunque diventato testimonianza,
segno di antica presensa.
La bellézza non à confini
ma… ci vogliono palati fini:
quando il tricolore si abbasserà,
la lingua italiana lo sostituirà.
Da Dante al Manzoni…
abbiamo incantàte intere generazióni!!
*
bandinèla
Striscia di tela appesa un tempo sulle cappe dei camini
o usata per oscurare qualche finestra.
È anche un asciugatoio per le mani, adoperato nelle sagrestie e nei refettori.
Tende lavae,
‘na niova bandinèla su la capa del camín,
crense spolverae,
tanto che pare sia passà èl lustrín;
tovagete linde, ricamae,
lèti refati per benín,
opera de ‘na dòna de ‘na volta!
Adèsso tuto vien sbrigà a la svelta.
Connessi a bandinèla:

strica
dal lat. strix o dal verbo stríngere (unire insieme)
‘Na strica su la vela ò cambià.
Un rèfolo l’aveva spacà.…
èl telo gèra patòco, cusinà da sole e siròco.

ridó
Tenda, cortina, sipario.
Da rideau ‹ridó› s. m., francese.
Voce di origine germ., affine a riddare e a ridare. (Treccani)
(I ridó damascai in camara da sguardi indiscreti garantisse:
solo i vissini curiosi tanto patisse.)
*
Insinuata nel dialetto,
sostituisce qualche berretto:

bandana
Fazzoletto stampato con motivi d’ispirazione indiana.
Si ripiega dietro la testa
e si annoda a bella posta.
Che parola strana
proveniente dall’India lontana!
Da bādhnū (hindi) ricavata,
attraverso il portoghese qua è arrivata (1892).
Ė simbolo di trasgressione,
un modo per farsi notare in ogni situazione,
quasi una bandiera in miniatura
che nel vento della modernità sventola e perdura.
Da quando èl Berlusca in testa se l’à cassà
per scondare la lustra pelà,
sto termine s’à divulgà.
Famosa quela del Pantani,
fantasiosa quela dei bagnini
che se attegge a pirati nostrani.
Quei veri le coste à cementificà
e l’abusivismo consolidà.
La bandana in sé à poca sostansa
mentre èl capusso nero sconde odio e violensa.

*****

Baonare
Connubio di banda (lato della barca) con andare.
Spostarsi lateralmente con l’imbarcazione.

Baonare? ‘na vogà elementare:


su la banda ‘na remà
èl batèlo a la riva fa acostare
e la forcola vien risparmià.
Fanno da contraltare:

stagare
vogare … per a destra andare.
Voce antiquata che vale stare (gerundio- stando)-Boerio
e
premare
vogare…per a sinistra virare
(il poppiere aziona il remo destro della barca).
Dal verbo lat. prèmere = pigiare, stringere.
Dal part. pass. prèssus deriva l’avverbio prèsso.

pogiare
manovrare il timone verso il lato opposto della vela
per avere il vento in poppa.
Da pòggia (lat. pòdia- piede),
corda legata all’estremità della vela dalla parte destra;
è manovra contraria a

orzare
spostare il timone dalla parte dove c’è la vela.
Dal ted. lurz (sinistro)
Altri pensano che òrza fosse una specie di vaso (urceus – orcio-)
posto sul fianco sinistro del naviglio:
andare a òrza,…
a sinistra… per procedere contro vento.

*****
Baraba
Dal gr. Barabbâs, dall'aramaico bar abbā = ‘figlio del padre’
Discolo, attaccabrighe, insolente, baruffante, giovinastro.
(Dal nome del malfattore liberato al posto di Gesù.)
No inframétarte co chél baraba!

Annoverato tra i baruffanti*,


i Chioggiotti l’hanno adottato in pochi istanti.
Ė finito nel nostro dire
non per il valore, ma per le sue ire.
*Baruffa = probabilmente dal longobardo biroufan ‘contrastare’. – Diz. Garzanti
Derivati:

barababao
spauracchio per spaventare i bambini.
(baraba + babau- raddoppiamento della voce bau- nome di un immaginario fantasma)
Se bon no ti sta, èl barababao te ciaparà!

bardàsso
ragazzaccio, monello arrogante
Dall’arabo bardag’ = schiavo della propria indole.

****
Baracòcola
La parola deriverebbe, secondo F. Ferrero (La Stampa),
dall’arabo al-birquq (susina; ne è simile nella forma);
all’etimo arabo si possono collegare
l’antico inglese abrecock o il catalano abercoc
derivanti dal greco bizantino
berikokkia.
Un frutto prelibato
che stuzzica il palato?
La baracòcola vellutata
sulla tavola imbandita!
A Ciósa la vien ciamà armelín,
ma l’à sempre èl stésso destín.
*
Sinonimo:

armelín,
(sono sudditi l’albicocca e il mustelide ermellino)
dal singolo seme osseo che, come quello della pesca,
vien detto armellino nel Veneto.
L’albicocca è il prunus armeniaca, cioè di Armenia.

Il sostantivo è mutato poi in


armeninus > armelinus > armellinus.
Derivato:

baracocolao (rotondo)
****

Barba
Dal lat. barba o barda,
divenuto poi barbas o barbanus
(la barba come segno di rispetto)
Il “termine” significa zio.
(Anche
Dante lo utilizza –Inferno 19-136-
ed è esempio di termine traslato nel dialetto locale.)
I Longobardi lo hanno diffuso nelle nostre tèrre:
le parole non vengono fermate dalle frontiere.
Derivati:

barbògio
(da barba)
Uomo assai vecchio e mezzo rimbambito, brontolone. (Diz. Treccani e Garzanti)
Può derivare da bàlbus (balbuziente)
ed indica chi, per la tarda età, stenta ad esprimersi.
sbarbadèlo
(giovane ingenuo, inesperto)
è diminutivo di sbarbato.
Il sostantivo in esame riporta a una fiaba antica,
ricordata a fatica:

Èl barba Sucón
Protagonisti:
‘na fia che no se comuòve,
‘na fersura che no se trove,
un barba sucón…
vècio e brontolon.
Barbaro
In greco antico: βάρβαρος, bárbaros,
passato in latino come barbarus.
I forestièri* erano così chiamati
perché d’incolta barba dotati.
Non conoscevano la lingua locale,…
si esprimevano in modo originale:
sembravano balbuzienti,
biascicavano le parole tra i denti.
Da barbūtio, quindi, può esser nato
questo termine tanto usato.
*Forestière = dal lat. fòris (foristàrius – che sta fuori).
*Dal VI sec. a. Cr. il termine assunse un significato dispregiativo che rimase quando si diffuse presso i Romani.
Da barbari (dalle barbe incolte) erano formate le orde che, dal IV sec. d. Cr. invasero l’Impero.

****
Barbacàn
Da barbacanis
(fortificazione, struttura difensiva medievale)
Tante le possibili origini:
affidabile mi pare quella che propone la derivazione dal persiano
bala-khanech (stanza nell’alto della casa)
da cui si trae anche la voce balcone.
Il Devic accenna all’arabo barbakh (galleria che serve di bastione ad una porta)
abbinato col persiano khaneh (casa)
barbakh + khanh = barbacane.
I barbacani a Ciòsa gèra ‘na strutura utilisà
per recuperare spàssio abitativo,
sensa diminuire quélo per la viabilità,
rendendo èl parón de casa giulivo.

****
Barbagigio
nome dell’arachide per l’assimilazione al Cyperus esculentus
i cui semi sono chiamati bacicci (alterazione di babbagigi),
dall’arabo habb’azis (bona màndola) - Diz. Utet
Forse il termine è legato a
Al Bha Ghig,
un turco che a San Marco vendeva noccioline.
D’invèrno se magneva barbagigi e maróni,
adèsso pisse e altri bòni bocóni.
I tempi zé cambiai,…
abitudini e gusti mutai!
****

Barbastélo
Dalla forma dial. it. barbast(r)èl,
incrocio di barba col lat. vespertilio ‘pipistrello’ (Diz. Treccani).
Per gl'Istriani Pésse Rondine (Exocetus volitans - Linneo)
che i pescatori chioggiotti indicano come Barbastélo
perchè ha qualche somiglianza con la libellula.
Il termine dialettale, semplicemente, potrebbe esser nato dal connubio
barba + stélo - (fare la barba, rasentare l’erba).
In senso figurato: vagare spensieratamente.
Nel nostro dialetto indica uno stupido.
(A va a vélo… come un barbastélo.)
Ti vaghi de qua e de là
come un bacalà,
un barbastélo spensierà,
nel caos de la sità;
ti insegui ogni opinión
sensa un minimo de cognissión.
Tuto èl dì, sóra ‘na coverta,
ti vardi èl sofito a bóca verta.
Ti credi che tò pare
sia ‘ un bancomat da usare:
co i òci a serarà
forse ti te descantarà.
Sinonimo:

pìmpano
da pipin (bambino, fantoccio) o da pipina (bambola);
onomatopeico, da pi-pi (il pigolare).
Per altri da pinpoli (ornamenti, fronzoli)
termine creato dalla fantasia popolare.

****
Barbin
Da barba
Avaro, taccagno,
di lento ingegno.
La barba come segno di abbondanza;
i peli simboleggiano quattrini e ignoranza.

*
Le dònne… l’uòmo con la barba prediligono
e… con le basétte grigie lo scelgono.
Ma una prontamente rimarca:
Per no falare… mi preferisso quélo co la barca
o, mègio ancóra,… co ‘na banca!

****

Bàrca
Dal lat. bàrca: indicava la cavità del natante.
Il greco bàr-is richiama lo scafo, la barca da carico.
Ad una briccola legata
sta una bàrca semiaffondata.
Dopo tanto andare
è ora di riposare.
Correlati:

cocéta
(cuccetta, lettini sovrapposti a prua),
dimin. di cúccia (dal francese couche - coricare)

còfa
dall’arabo quffa (cesta),
Cesta, paniere di vimini dove, una volta,
i pescatori sistemavano il pesce per poi venderlo.
Indica pure un piano ligneo sistemato sulle crocette dell’albero di maestra.

pòina
secchio di bordo necessario per attingere acqua marina.
Forse dal gr. biz. πλα ϑ ά νη per il class. πλ ά ϑ ανον «scodella, contenitore».
(‘Na pòina d’aqua, a la svelta, butà su la coverta.
L’alega va in mare; evitemo de sbrissare.)

mèso-òmo
attrezzo marinaro, asta uncinata
all’attività del pescatore destinata.
Raccoglie, sorregge, avvicina, sbroglia;
nell’ormeggio funziona a meraviglia.
Il pesce grosso aggancia
e lo trasferisce sulla plancia.
matonèra*
a vien anca ciamà
perché la morte de la preda vien decretà.
*Matonèra= composto da mattanza + tonera.
*Tónera : tipo d’imbarcazione romagnola (tonnaia) che, con rete a circuizione,
pescava i tonni nell’alto Adriatico. Frequenti erano le soste a Chioggia.

****

Bàrda
Dal barbaro lat. bàrda (armatura del cavallo).
Per altri dall’arabo (al)bardaa o bardaat (sottosella).

Nelle antiche contese aspre e dure


necessarie diventavano le armature.
Pure i cavalli si dovevano salvaguardare
usando lamine resistenti, difficili da sfondare.
A Chioggia erano molto usati
i termini da questa parola derivati:
bardadura
bardatura
bardassa
ragazzaccia, civetta, frasca
(La zé ‘na bardassa! No la fale rassa!)

bardassà
ragazzata, monelleria
(Chéla bardassà matutina tanta zènte a svegià stametina!)

*****

Baréna
Dal gallico barros + rena
(cespuglio erboso) (sabbia)
Tipica vóce veneta:
dal 1306 in vari documenti compare,
come si può facilmente constatare.
La natura previdente
in laguna agisce di frequente.
L’acqua marina
ovunque s’insinua.
La barena, da ghèbi irrorata,
fiorisce nel corso dell’annata.
L’avifauna s’annida in ogni angolo ombroso,
molluschi e crostacei nel fondale sabbioso.
Nel sussulto continuato,
la vita ritrova nuovo afflato.
****
Barinto
ma anche abarinto
(tramestio accompagnato da rumore).
Forma dialettale, costruita in loco
per caduta di una vocale o sillaba del termine
labirinto*
(dal gr. labyrinthos che indicava le tortuose cave di metalli)
barys + báros
(pesante) (peso)
Ma pure da
rintontire (contrazione finale)
può derivare.
No la zé musica, ma barinto:
ti segui èl tò maligno istinto.
Èl servèlo te s’à desganegà*
e… presto sordo ti restarà.
*Idiotismo per aferesi.
*Aferesi = soppressione di vocale o sillaba iniziale.
*Desganegare = far uscire dai gangheri, i cardini di una porta.

Sinonimi:

baraónda
dalla voce ebraica barúch-Adonai (benedetto il Signore)
Indicava una moltitudine di persone oranti e chiassose.

Baraónda in cale:
questione le dòne;
per un fàto banale
le se sgrafe, le se bastone.
baroléo
disordine,
moltitudine di persone che parlano tutte insieme.
Potrebbe derivare dall’ebraico barúch-Adonai (benedetto il Signore)
o da baruch-Habbah (sia benedetto il Padre)
barulè
confusione
(Còssa zé sto barulè?)
braghe a la barulè*
arrotolate fino alle ginocchia
(In barena, per pescare, le braghe a la barulè bisogna avere.)
Dal gallicismo barulè = avvoltatura dell’estremità dei pantaloni fatta sotto o sopra il ginocchio.

bacàn
(dal lat. bacchànal)
Canti, bali, orge, bordelo,…
per onorare Bacco, un mèso porsèlo
che, imbriago desfato,
rideva come un mato.
càgnara
gazzarra, far baccano, beffeggiare.
Dal lat. cànis
cànea > cània > caniària > càgnara > cànara
Cànara in cale:
pare sia s-ciopà un temporale.
Co la cànara èl bulo dà sfuogo a la prepotensa:
inutile zé ogni protesta.

gasàra
dall’arabo gazârah (confusione di più persone)
all’ebraico ngatsârâ (adunanza festiva)
gasabòra
allegria, sfrenata come il grecale (nord-est)
gasàbùio
strepito, confusione
da guazzàre + búglio – lat. bullire-
(agitarsi confusamente in un liquido)

ciassà
(chiassata)
forse dal lat. volg. classu(m), deriv. di conclassā re ‘gridare insieme’,
oppure da chiasso nel significato di ‘postribolo’,
2

con evoluzione analoga a quella di bordello e casino (diz. Garzanti)

pandemonio
da pandemonium, termine foggiato da Milton
per indicare la città dei demoni. (diz. Devoto-Olli)

Fare èl Diavolo e la Versiera


per qualcossa otegnire
gèra abitudine giornaliera
che a Ciósa no vuole scomparire.

*Verziera è la diavolessa: il nome, per corruzione,


deriva da un appellativo del diavolo, l’Avversario, dal lat. adversarĭu(m), deriv. di advērsus 'avverso'.

Verbo attinente:

intronare
Dal lat. attonàre = scuotere col fragor del tuono.
La – r- è un rinforzo per meglio imitare un cupo rumore.
(Un barinto che intròne = un rumore che stordisce.)

*Bataclan = chiasso, tafferuglio. Il termine, tristemente noto, è un francesismo di origine onomatopeica. In origine Ba-Ta-Clan,
è una "sala da spettacolo" di Parigi; trae il nome dall'operetta cinese Ba-ta-clan di Jacques Offenbach, rappresentata nel 1855.
******

Barúfa
Dal longobardo bi-hroff(j)an (contrastare).
bi=be + raufen (antico ted. rouan=strappare. tirare)
La zé deventà
èl nostro marchio de qualità.
Ėl bèlo zé che, per l’Europa via,
difondemo sta diceria.
Nato intorno al 500,
questo termine include qualche brutto evento:
dai Longobardi l’abbiamo ereditato
e la nostra gènte l’à adottato.
Dal balcón de casa
èl Goldoni n’à messo in soasa:
ovunque un ciosòto va,
se dise che un barufante zé rivà.
No a gèra interessà
a la belessa in Ciósa sbandierà,
ma da ciàciare e spentoni
de calerasse e tontoloni.
*****

Bàsacula
Bascula
Non compare nei dizionari veneti.
Da bat-tre le cul
[bas (mutamento di bat) dal lat. basiare = baciare, appoggiare)]
Un mezzo essenziale
per rendere ogni commercio funzionale.
‘Na volta èl pésse pescà
su la bàsacula vegniva pesà.
Co sta balànsa l’ortolan marinante
peseva la verdura in un istante.
Non va confusa con

stadèra o stagèra

Bilancia con un solo piatto e un lungo braccio graduato


sul quale scorreva un peso equilibratore costante.
Dal latino statera, derivato dal gr. stater
denominazione sia di un peso, sia di una moneta.
La stadera, funsionale e poco pesante,
gèra usà dal venditore ambulante.

Collegato: romàno
dall’arabo rommàna = peso
Viene da rímmon, mela granata.
(Il contrappeso delle stadere aveva l’aspetto di questo frutto.)

Affine:

balànsa
da bis (due volte) + lanx (piatto, vassoio):
bislances (due piatti)
Méta tuto in balànsa!...
Fasso… pesa e paga… come da antica usansa.
*
Con balànsa viene indicata anche una rete quadrata,
detta

- melanca o melansa-
che,
immersa, viene ritirata attraverso una corda
quando su di essa staziona il pesce attratto dalla pastura.
Il termine è un idiotismo* e, come tale, di etimo incerto,
forse derivato dal greco mèlan (nero) perché la rete nell’acqua
assume una colorazione bruna, scura.
Potrebbe aver avuto origine da méla: quando viene ritirata
si gonfia come le gote carnose del frutto.
Altra possibilità: balansa sbilenca > melanca (per contrazioni)
(Quante anguele su la melansa!
Zé sta premià la tò costansa!)
*L'idiotismo o idiomatismo è una locuzione
di significato peculiare proprio di una specifica lingua e zona.
In squero:
balànsa o palànsa?
Il termine è controverso:
il vocabolario del dialetto chioggiotto riporta palansa (ricavato da palancola),
ma a Chioggia (e lungo la costa adriatica) prevale balànsa (la conferma è venuta da vecchi squerariòli).
È un’asse, seminterrata sul piano inclinato degli squeri, spalmata di sego,
su cui scivolano i vasi durante l’alaggio delle barche.
Ónza le balànse!... èl batèlo avanse:
al súto presto a restarà
e la carena ti netarà.
*****
Basòto
(Bazzotto o barzotto)
Letteralmente grosso bacio erotico e sensuale.
In senso lato, un uovo quasi sodo, a metà cottura:
dal lat. badius (baio, a metà tra il rosso e il marrone).

Stò aggettivo de tanti significati s’à caregà,


ma a zé ricondusibile sempre a un èssare a metà.
Una pietanza barzòtta è a metà cottura,
basòto il tempo* variabile
e chi nel bére oltrepassa la misura;
basòto un poco amabile comportamento,
un uomo tristo che brancola scontento.
Chi più idee à, più ne métta
in questa parola benedetta.
*Tempo atmosferico.
Derivato:

inbasòtare
(rassodare, riempire, riscaldare)
Il prefisso in funge da rafforzativo.
****

Bassilare
Vacillare con la mente (in questo caso la b sostituisce v -dissimilazione-),
preoccuparsi, badare a qualcuno o a qualcosa,
Dal lat. vacillàre (da bacillum – bastone per anziani)
Derivato:
baggiolàre = fare l’altalena, andar su e giù.
Su stufo de bassilare cò ‘sto fio!
Tuto èl dì me tóche starghe drio*:
no a intende rasón,
a me crede un minchión.
A fa quèlo che ghe pare,
calcando le orme de la màre.
Che pena baggiolare per ore intere
tra sto fio e mia mugère!
*Drio = dietro (de retro)
Un derivato:
bassilòto (stupido, imbecille)

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Bastian contrario
Espressione diffusa
che, anche a Chioggia, largamente si usa.
In ogni dì del calendario, ghe zé un bastian contrario
sólo bòn a criticare, ma… quanto al fare?!
Dise un proverbio antico mai desmentegà:
Tra èl dire e èl fare ghe zé de mèso èl mare!
Intervien co i fati su quanto no va
e… ti sarà apprezzà.
Chi è questo “imputato” che viene così ricordato?
Non resta che affidarsi alla storia,
all’antica memoria.
L’Accademia della Crusca ci viene in aiuto
per far luce su questo illustre sconosciuto.
Pare fosse Bastian Contrario, un brigante,
mandato dai Savoia a tormentare Genova continuamente.
Secondo altri, in particolare,
di Sebastiano da San Gallo si potrebbe trattare:
era pittore toscano dal carattere scontroso,
per le bizzarre burle famoso.
*La prima attestazione dell'espressione ‘bastian contrario’
risale al 28 febbraio 1819, in un intervento di Ludovico di Breme apparso sul numero 52 del giornale «Il Conciliatore».
*Il brigante sabaudo Bastian Contrario, su incarico del Duca Carlo Emanuele di Savoia, avrebbe condotto dal 1671 un'azione
di disturbo nelle zone di confine con la Repubblica di Genova.
****

Batèla
dal lat. bàtus (antico ital. bàtto)
derivante dal germanico bat o bad = barca,
affine all’olandese boot e all’ingl. boat.
‘Na vecia batèla su la riva bandonà,
sussite nei foresti gran curiosità.
Mormore un pescaore,
col ricordo nel cuore:
Tra le onde la navegheva,
marùbi e caligae no la spaventeva.
Adèsso, desganegà,
la repose qua.
Derivati:
batelà, batelière
Connessi:

tràsto
(banco dei vogatori)
da transtrum,
asse orizzontalmente posto tra i madieri.

presolina
corda che regge l’àncora.
L’etimo, nato in loco, è incerto.
Potrebbe essere il diminutivo di sola,
la suola della scarpa che aderisce al terreno come l’àncora al fondo marino,
oppure derivare da prima esposta al sole.
‘Na curta presolina, de seguro,
no garantisse ormegio durauro.

tiralai
(tira ai lati)
corda che ormeggia due barche appaiate.
gherlin
dal fr. medio guerlin – (etimo incerto).
(cavo per ormeggio e rimorchio)

*****

Bauco
Sciocco, stolto,…
Dal lat. badaluchum = zimbello.
Co i t’à batisà
èl sale del giudissio i s’à desmentegà.
Rìdare, maravegiarse,
piansare e lamentarse…
zé tò abitudini quotidiane
che tuti trove strane.
Derivato:

imbaucare
stordire, istupidire
Imbaucao dal sòno,
ti scanteghi come tò nono.
Imbaucare a sòn de promésse,
ma manche le certesse.
Sinonimo:

torototéla
(menestrello improvvisatore)
Il nome deriva, secondo il voc. etimologico ital. 1951,
da un ballo trasposto poi ad uno strumento musicale monocorde.
Qualche torototéla, proveniente dal Vicentino,
circolava per le nostre calli chiedendo l’elemosina.
A Chioggia, il termine indica persona di poco conto, uno zimbello.
Un torototéla ti zé deventà:
ti fa rídare co le tò strambe novità.
Connesso:

bacuco
persona vecchia e rimbecillita,
dal nome di Abacùc, profeta biblico.
È insita una sottile dose di ironia.

Vècio quanto èl cuco*


si usa ancóra dire
per indicare qualcuno che si rifiuta di morire.
*Cuco – da Abacuc, profeta minore della Bibbia, vissuto prima del 606 a. C.

imbacuccà
deriva invece dall’arabo burqu’
(il tristemente noto burqa)
Da Unaparolaalgiorno

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Bavàre
parlare a vanvera
Dal lat. bàba che la Crusca dice formata coi suoni labiali
esprimenti la formazione della bàva sulla labbra.
Mia mugère no fenisse de bavàre
anca se gnènte l’à da dire.
Me vien vogia de metarghe ‘na musara,
ma penso che aumentarave la cagnara.
Òcio no vede e bóca tase
per chi vuol vivare in pase.
Derivati:

bavariòlo,
bavaglino che si adatta al collo dei bambini
per evitare che s’insudicino di bava;
bavaréa, sbavàre
mandar fuori la bava
sbavaura
levare gli orli in eccesso da metalli e, pure, da discorsi.
Correlati:
bavariòlo, bavaréa, bavàgio, bàvaro, bavèla, bavoso;
imbavare, sbavare,…
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Bavarón e bevarón
Il cambio di vocale operato
muta il significato.

Bavarón:
chi parla a vanvera,
ciarla da mane a sera
divulgando novità
raccolte qua e là.
Dal lat. bàba,
suoni labiali esprimenti
la formazione della bàva sulla labbra.

Bevarón
beverone, intruglio, mistura
che disgusta a dismisura.
Derivato di bévere o bére
Dal lat. bibere.

****

Beàti Pàoli
Ròba per i beàti Pàoli!
Un’espression usà per indicare abondansa
in ‘na precisa circostansa.
Nel Seicento i Beàti Pàoli formavano una setta
che manteneva l’ordine in forma quasi abietta:
sui prepotenti,… tante legnate
venivano assestate.
A volte, anche nell’etimologia,
trova spazio la fervida fantasia.
Un ciarlatan bigòto,
de San Paolo devòto,
distribuiva un miracoloso medicamento
a contadini con lo stesso nome del santo.
Co la speransa de la çeleste protessión,
tanti se presenteva da l’imbrogión,
che invocheva la benedissión divina
mentre i presenti meteva man a la musina.
A sigheva a perdifà,
sbraitando qua e là:
I beàti Pàoli acontento!
Del lor numero no me spavento!
Al di là della fantasia,
curata con tanta madresia,
San Paolo fornisce una solida spiegazióne:
il genitivo beati Paòli
includeva un senso di pluralità dichiarata,
di abbondànza conclamata.
(Cortelazzo – I dialetti italiani.)
****

Bechèro
Per tanti, sto nome zé un mistero.
Dal fr. boucher,
derivato da bécco, il maschio della capra.
Nel Medioevo, tempo di afflizione,
la carne del becco sfamava la popolazione.
L’animale di poco s’accontentava:
il buon foraggio era scarso, costava.
Allo scannatore, in continua azione,
rimase il nome del povero caprone.
***
Ponte de la becaria vegniva ciamà
èl ponte Scarpa*, ancúo cossì nomà:
gèra usansa tacàre le carcasse sul parapèto
per farle desanguare pian pianeto.
Ora il termine bechèro è quasi dimenticato,
in macellaio s’è trasformato.
*Un ponte nel tempo variamente denominato:
Ponte de la becaria, Ponte de le strighe, ponte Mustaceti, Ponte Scarpa.
****
Bechín
(persona che maneggia cadaveri umani)
deriva da beccàio*.
*Corrisponde al francese boucher, derivato da
bécco perché nel medio evo si faceva largo uso della carne i questi ovini ruminanti.

Nel nostro dialetto l’etimo cambia.

Èl lavoratore pì umile che ghe sia,


vituperà da malcelata ironia.
Sto ecologico operatore
ne introduse ne le man del Signore.
‘Na volta no a se fideva tanto de la morte:
a becheva, a ponseva i corpi per açertarse che la sorte,
malvagia e ria,
avesse conclusa l’umana partia.
Per questo
becamorti
i lo ciameva
e tanti, spaventai, lo temeva.

****

Béco
Marito disonorato dalla moglie.
Termine suggerito dalle corna del bécco.
(La femmina è solita cambiare spesso partner.)

Dall’antico germanico bukk


col cambio dell’u in e per influenza di becco, rostro;
vicino al femminile bik (capra)
affine a bike (punta, animale cornuto).
Nel presente e nel passato
le corna tanti destini han segnato.
La vendetta per spegnere l’affanno
alimentava inganno e danno.
La storia ne vien in agiuto
per capire com’è nato èl termine cornuto.
Andronico I°, bizantino imperatore,
gèra un gran amatore.
Per vantarse dei sucessi amorosi,
a visiteva le case de tanti poveri sposi:
su le porte, teste de cervi a feva tacare
e nissun oseva protestare.
‘N’altra teoria ne porte in tempi lontani,
pieni de sventure e afani.
Minosse s’aveva rifiutà
de sacrificare un toro a le divinità.
Poseidone, imbufalio, rabià,
su la regina Pasifae s’aveva vendicà:
dal rapòrto col tòro, èl minotauro gèra nato,
un mostro che Dedalo nel labirinto avea confinato.
Ogni cretese rideva,
i corni al re tuti mostreva.
Oggi l’nfedeltà è elevata a garanzia di modernità.
Si ascolta il fugace brivido del cuore
e si disfà allegramente il vero amore.
I Ciosòti impietosi, mancanti de carità,
perfin ‘na graduatoria à stilà:
beco,
(patente di primo grado)

arcibeco
(arci è prefisso rafforzativo)

cucubèrna,
(il ripetuto cu-cu accentua la beffa ai danni del poveretto,
considerato un orso –bèrna-, uno scontroso)

papatàsi,
da pàppa (v. pappare) e taci, imperativo di tacere.
Mangia e tace, sfrutta la penosa situazione.

caldon
forse da kàlon e da calere (calma),
non se la prende, lascia fare,…

L’ultimo,… re dei bechi proclamà,


gèra quelo “contento e bastonà”.
‘Na malignità funesta:
A zé tanto béco che, co passe i rioprani, a sbasse la testa.

****
Beghéngo
Un puoco ben e un puoco a reméngo
(forma dialettale di ramingo).
Nei dialetti veneti: andare in rovina.
Su cisba*, mèsa òrba,… dura de récia,…
-se lamente ‘na vecia-.
Ò un òcio beghéngo,
puoco ghe vedo,… su a reméngo!
Còl brasso al còlo e col pie su la carèga,
me trovo in ‘na gran bèga.
*Cisbe = cisposo, corto di vista. Dal lat. cispa, secrezione lacrimale.
Beghénga zé la nostra economia,
sòta, strupià, avilia.
Malà, asfitica, la sanità
naveghe tra sènto dificoltà.
La scuola se barcamene
tra inovassión e suadenti sirene.
Èl lavoro precario, beghéngo,
da tanti vien mandà a reméngo.
Ghe voria un bastón
per dressare sta situassión:
in modo vario usà,
podaria sortire qualche novità.
*****

Beghína
Deriva da Lambert le Bègue, un prete di Liegi.
Nel sec. XII creò un’associazione di donne che, senza prendere i voti monastici,
si dovevano dedicare ad una rigida vita religiosa.
Che rovina
quando in casa comande ‘na beghína!
Altrochè paradiso eterno!
la vita devente un inferno!
La blinde la religión
co mile regole e prescrissión.
Ma la rigidità
contraste co la libertà,
l’efèto contrario vien assicurà.
La fede sincera, vera,
non à per fondamento la paura;
diventa ristoro e sostegno
specie nel momento del bisogno.
Tre cardini à:
amore, perdono, carità,
che spalancano la porta dell’umanità.
*
Sinonimi:

bigòta
trae origine dall’esclamazione bi god (per Dio!)
attribuita, per spregio, ai Normanni. (Diz. Zingarelli)
Per altri: dal francese bigot, affine a cagot (falso devoto)
che forse deriva dall’esclamazione tedesca gott (per Dio! - in nome di Dio).

cìbia
(ar. qubba) = serbatoio scavato nel terreno
con pareti murate ed intonacate alte tra uno e due metri;
in senso figurato: pozzo… di verità.
Potrebbe aver origine pure da cibòra (testa)
per indicare un pensiero ossessivo.

cetìna
Il termine è un idiotismo locale
dall’etimo molto incerto:
forse deriva da kètos che significa gola, ventre,
per manifestare un approccio viscerale, maniacale, alla religione.
Potrebbe derivare anche da cetare, un accettare estremo.
santificèta
dal lat. tardo, ecclesiastico,
sanctificare,
da sanctus «santo»
(venerare devotamente; santificare il nome di Dio.)
A Chioggia, una santificèta è persona ipocrita e falsa.
bachetóna
ostenta spiritualità ma è ipocrita.
Il termine trae origine dai pellegrini che, muniti di bastone,
bacchetto,
si recavano a visitare i luoghi santi,
facendosi spesso battere dal confessore.
Altri:

basacristi, gabacristo, basapile, fruabanche,


basasanti, basaltari,basangiusdèi, magnastòle.
*****

Benardo - bernardo
(compare solo nel voc. del dialetto chioggiotto - Naccari-Boscolo)
A volte è necessario tentare,
ma prima il rischio bisogna calcolare:…
così l’antica sapienza ammoniva
e tanti avvertimenti proferiva.
Però le parole usate
venivano nel tempo modificate.
Nel caso in esame,
benardo si trasformava in bernardo:
il significato restava…
ma l’etimo cambiava.
Ti zé restà a bernardo* bèlo!
nuo, co l’atributo al vento:
ti à poco usà èl servèlo.
Che sfortunà evento!
*Bernardo = dal fr. bernard-l’hermite, denominazione burlesca di origine provenzale,
dovuta alla consuetudine di questo crostaceo di abitare in conchiglie vuote. (Diz. Garzanti).
In senso figurato, indica il membro virile che sta nascosto.

Ti zé restà a benardo bèlo!


un’altra origine s’impone
se il sostantivo si scompone:
ben
(il bene, le sostanze, gli averi -lat. bonum- )
+
ardo*
(suffisso con valore spregiativo, indicante qualità negativa.)
*Ardo = desinenza di origine gotico-longobarda (V sec.)
( Chi per viltà d’animo non osa affrontare i pericoli.- codardo-)
Restare in camicia, senza niente,
è sempre sconveniente.
Fidarsi è bene,
non fidarsi conviene!
ma tanti risparmiatori, creduloni,
si sono comportati da caproni!
A volte il pastore
è un volgare imbonitore
che fa vedere il grano
in un campo sterile, lontano.
Molti vagano sconsolati,
pensando ai risparmi evaporati;
protestando a perdifiato
imprecano contro lo Stato.
I zé restai a benardo bèlo!...
no i à usà prudènsa e servèlo.
****

Bentigòlio
Dal lat. intíngere:
in + tíngere
(dentro) (bagnare)
–Intingolo-
à identica radice.
Ben è un rafforzativo.
In lontani tempi, questa strana parola si usava
quando il pescatore alla pesca delle sardine si dedicava.
Sto pésse vegniva lessà,
e, ne la broda, pasta o pan vècio gèra cusinà.
Ogni òmo sfenio
cominsieva èl bentigòlio.
Èl voltastómego te vien?!
Co la fame zé tanta… tuto va ben!
*****
Bèrgamo
cogliere il vero significato, il bandolo della matassa,
il senso o l’allusione di un discorso.
Co l’à verto bóca,
èl bergamo ò capío e ò fato un passo indrio.

Il lemma trae origine dal greco pérgamon/s,


(rocca, cittadella, posto alto nel tempio, cella, santuario simbolo di verità),
o dal ted. bérge (argine – In senso figurato: contenere un abituale andazzo).
L’etimo però non si adatta appieno all’accezione di
gèrgo
che assume nel Veneto.
Com’è nato e da noi arrivato?
Pare da contatti con pastori bergamaschi,
abituati a vivere nei boschi.
Parlavano un singolar linguaggio;
per capirlo ci volevano attenzione e coràggio*.
*Ipotesi dell’etimologista Prati (1936) . *
Èl bèrgamo che tireva s’à capio,
ma èl Presidente nissun à stupio.
Da tempo se assiste al solito rituale eterno:
prevale sempre la volontà del Governo.
Voti de fiducia in quantità
l’atività parlamentare à quasi anulà.
Proteste, modifiche, bòne intensión,
fenisse çestinae in un cantón.
Sensa dignità, ridóti a marionéte,
i parlamentari pense solo a mantegnire le careghete.

****
Berlíche
dal tedesco aber nicht – aber noch = ma no, ma pure:
modo di dire storpiato,
che risuonava spesso durante l’occupazione austriaca.
Un onorevole, povereto,
me lasse inquieto:
co lo vedo,… èl Berlíche me vien in mente,
a me riporte a storie antiche rivangae nel presente.
A gèra nome de un diavolasso
ridoto dal popolo a pagiàsso.
Berlìcate-berlòcate… le formule che a useva:
forsieri e porte desganegae se verseva.
****

Beròcolo
Il termine appare solo nel vocabolario del dialetto chioggiotto.
Com’è nato?
Non resta che affidarsi a oculate supposizioni.
Come bernoccolo,… potrebbe derivare da nocchio (lat. nùcleus – nocciolo -)
con percorso rafforzativo di ber (come avviene con bis).
Quindi un groviglio, un avvolgimento,
uno gnocco fatto spesso di polvere.
L’abandono zé lampante,
manche vita nel presente.
Sul pavimento tanta rumenta.
Se reste a bóca verta!
Scoasse spalesae,
crènse tarlae,
beròcoli de polvare
dapertuto apare.
L’aria stagnante
te tiole èl fiao in un istante.
La presensa de qualche bestiolina
conferme che tuto va in rovina.
Derivato:

imberocolare
(avvolgere)
Collegato:

desbiare
de + sviare
(separazione ) (mettere altrove, togliere).

****

Beròla o befàna
Beròla deriva dal verbo fèro, antico bèro (io porto).
Befana è da ricondursi al greco ἐπιφάνεια (epifáneia),
a sua volta, da ἐπιφαίνω = mostrarsi, presentarsi.
Attraverso la corruzione lessicale del corrispondente termine latino,
si trasformò in
bifanìa > befanìa > befàna
Oggi, per antonomasia, si apostrofa come
"befàna",
una signora, non particolarmente avvenente e
non più "nel fiore degli anni”.
Lassaghe la séna a la Beròla!
racomandeva ‘na volta la nòna.
Ma èl gàto, co puoco respeto,
neteva èl piato come de consueto.
*
Vardate in giro e ti scoprirà
‘na amara realtà.
La Beròla ancóra gire per le sità
distribuendo doni in quantità.
Spésso finti povereti ghe ne gode,…
impenitenti i se la ride.

****
Beróndolo
Chi viene trascinato dappertutto;
persona disordinata, di malaffare…
Ha origine dall’unione di bene con rondolare (girare a vuoto come la rondine)
o da
brèndolo (trogolo)
Barba incolta, sporco, trasandà,
un beróndolo ti zé deventà!
Sènsa lavorare
no ti può farte respètare.
Ai tempi no ti vuol adeguarte?
Evita almanco d’èssare stravagante.

****
Bèsso
ma anche
bezzo, bez, becio:
era una moneta veneta di rame, coniata nel 1525,
del valore di 6 denari o piccioli.
(I bèssi se fa col gìudissio.)

Il termine è una italianizzazione di batzen, moneta bernese dal 1498


(Batz = orso. L’animale era raffigurato nello stemma della città e sulla moneta).
In seguito ad una diminuzione di peso, il bèzzo fu chiamata bezzetto.
I bèssi zé èl mio secóndo sàngue
urleva un avaro contro la mugère
che ghe smonseva la scarsèla tute le sére.
Ti me cópi, su esangue!
**
I fali dèi sióri zé coverti dai bèssi:
i li use ben, no i zé fessi;
ma i dotóri, co abile mossa,
sotere i fali in una fòssa.
*
Da besso deriva pure il termine

bèssola,
ciotola in cui i negozianti tengono gli spiccioli.
**
Sinonimi più recenti:

schèo
Da ‘Scheid.munz’, abbreviazione del tedesco scheidemünze,
ovvero ‘moneta divisionale’.
Era il centesimo della lira austriaca,
diverso da quello della lira italiana che valeva di più. (Boerio)

Lo zecchino (der. di zecca*)


(Nome attribuito al ducato d'oro di Venezia alla metà circa del sec. 16°)
per corruzione popolare diventa
checchino
Gli zecchini, dai nostri antenati esaltati,
in checchini si sono trasformati.
Zè però mutà la situassión:
da l’oro al rame, a la carta,… che sbrissón!!
Un tonfo de economica credibilità
che èl tempo n’à lassà.
*Zecca = Dall'arabo (dā r as-)sikka ‘(casa della) moneta’.
Vi eran pure il

bòro
termine per definire il soldo veneziano.
Dal celtico burra o dal prelatino bòrra (oggetto rotondo).
Attenzione:
cambiando accentazione, muta il significato:
antico borò o antichéto
campana di vetro che custodisce
vecchi orologi o fiori secchi;
borò
è sinonimo di comò.
*
Dalla forma rotonda, ecco
borondolo,
cuscino tondeggiante
che fungeva da poggiabraccio,
e la

palànca
moneta da uno o due soldi (per estensione piccola somma)
L’etimo deriva probabilmente dal dialetto ligure
che la ricavò dallo spagnolo blanca
per il colore argentato.

Bèssi roti?
Non si tratta di monete in frantumi,
ma di soldi utili per far fronte ai consumi.
Spiccioli, indispensabili per la spésa,
che evitano ogni contesa.
Senza rinvii di pagamento,
lasciano ognun contento.
Riondamènto
si usa dire quando il bottegaio accorto
effèttua una riduzióne di prèzzo per arrotondamento.

****

Bèta
diminutivo di Berta*,
madre di Carlomagno.
Donna scaltra, ma incolta,
ovunque interveniva a briglia sciolta..

Mi su Bèta de léngua s-cèta!


modo di dire chioggiotto, ripetuto continuamente
da chi vuol mostrarsi veritiero, innocente.
Ma aver i dò schèi del móna* in scarsèla
a volte evite ‘na fastidiosa querela.
*Berta o Bertrada la Piedona
(così chiamata perché aveva un piede più lungo dell’altro): era moglie del re francese Pipino il Breve e madre di Carlo Magno.
*Molto probabilmente i schei del mona derivano dalla moneta austriaca
da un pfenning con la dicitura schei de munze” che circolava quando
il Lombardo-Veneto era sotto l’Impero Austriaco, tra fine ‘700 e metà ‘800 .

Ai tempi che Bèrta fileva!


Modo per far notare èl cambiamento
operà dal tempo.
Se conte che Bèrta,
‘na vedovela acorta,
pur in gran povertà,
‘na sciarpa de lin per èl ré avea filà.
Carlomagno per riconossansa
l’aveva fata vivare in abondansa.
Altri suditi alóra aveva regalà al sovràn
le stòfe pì bèle a portata de man.
Ma èl re, magnà la fògia,
ribateva sempre a malavogia:
No i zé pì i tempi che Bèrta fileva*!
I schèi me li tegno in cassèla!
* Dalla versione favolistica a quella storica.
Il detto si riferisce a un episodio risalente al 1275. Berta, durante il viaggio per raggiungere il futuro sposo,
fu rapita e sostituita con la figlia della dama di compagnia. Riuscita a fuggire, trovò riparo presso un taglialegna
mantenendosi col lavoro di filatrice. Smascherata la sostituzione, potè prender posto sul trono che le spettava.

****
Beterava o erbeterava
Etimo molto incerto che tento di ricostruire.
Diminutivo di biéta, erbeta de vigna,
blèta + rava
(erbettolina di orto) (rapa)

Ha parte carnosa, rotonda e bianca


coronata da foglie, erbette (troncamento iniziale: bete).
erbette + rapa = beterava
Calda, fumante, sta verdura
impeniva ‘na pignata scura.
L’Amelia* sigheva:
Màneghi de beterave!!
Vegniveli a tiòre… da brave!
Pícioli da le dòne la rancureva,
in cassèla i andeva .
Fòge e rape, consae in un istante,
deventeva séna per la zènte.
Cavar sangue da ‘na rapa
zé vano tentativo,
un resultato negativo.
Se perde tempo e fadiga
insistendo in sta prova improdutiva:
no se può trasformare un sugo colorà
in sangue che vita dà.

*Amelia, detta “Oci lustri” perché affetta da congiuntivite,


era un’erbivendola che aveva bottega sulla riva Vena, all’inizio della calle Manzoni.

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Betònega
Erba bettonica
In senso fig. essere conosciuto da tutti.
Il termine deriva dalla bettónica,
pianta officinale un tempo molto nota (la radice è purgativa).
(Plinio ricavò il termine dai Vettònes,
popolo della Lusitania)
Tuti te cognósse….
ma puochi te digerisse.
La betónica èl mal de stómego fa passare,
ti, invesse, ti lo fa vegnire.
La tò loquela insistente
la zènte spavente.
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Biàva
Dal barbaro lat. blàda, blàva,
accostato a blàtum, blàdum (frutto, semenza)
Il Diez fa derivare il termine dal lat. ablàta
femminile di ablàtus (tolto, cioè raccolto).
Per ovviare alla carestie frequenti
in tempi irti di funesti eventi,
un consesso di Magistrati controllava
l’annona* e la disciplinava.
Il granaio era luogo destinato
a conservare la biàva in buono stato.
*Annona = ‘organizzazione dell'approvvigionamento’. Dal lat. Annona ‘dea delle biade dell'anno’.

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Biastéma
Dal greco blasphemía (discorso ingiurioso, oltraggioso, bestemmia);
col cambiamento di ph (=f ) in t nacque biastema:
blastemía > biastema
Muzio Scevola, dopo èl colpo falà,
no à biastemà,
contro la divinità no a s’à scaglià.
Co senso de l’onore,
‘na man a s’à rostio sul braçere.
Adèsso tanti birbanti, degni de l’inferno,
co fale un colpo impreche contro èl Governo.
L’esempio del romano
zé considerà un caso pietoso, umano.
In giro se vede solo furbacioni,
careghi de milioni:
le man ghe serve per robare
e… per questo i se dà un gran daffare.
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Bibarassa
(mollusco Venus Gallina)
denominata lupino (lat. lupínus)
perché nella forma assomiglia all’omonimo legume
e, come un lupo in miniatura, divora il plancton filtrato.
bibere

Alcune mie congettura sull’etimo:


biba + ràssa
[da bibere [(da radix - radice
contrario di edere (mangiare)] o da ratio (genere, natura)
o da ras = origine, principio]
ma pure lenta nei movimenti (bibia)
o da bíblos (si apre come un libro).
Cibo dei poveri era detta
e poteva esser raccolta in fretta:
sulla spiaggia, non troppo lontano,
nella sabbia si catturava con la mano.
Cóncola
è pure nominata ma la parola è insueta:
ha ceduto il passo alla variante strana
vóngola
di nascita napoletana.
L’origine di questi nomi si trova nel latino,
del dialetto padrino:
cóncha > cónchula (diminutivo di conchiglia).

Intervenne poi una veneta proposta


frutto di un’osservazione giusta:
il mollusco a balzi gironzola,
quasi gongola*.
La variante successiva
portò a vóngola in forma definitiva.
Ricoperto da un mantello rugoso,

nascosto nel fondale fangoso,


il caparòssolo le è nobile parente
ma si distingue facilmente.
capa + rossolo
(mantello) (di color ruggine - lat. aerug•nems,
(• iniziale di molte specie ittiche) deriv. di aes aeris ‘rame’)

*L’etimologista Ducange ipotizza che gongola stia per cònchula.


*Caparòssolo è vezzeggiativo di capa (conchiglia).
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Bicòca
Dal franc. bicoque (casa in rovina)
o dallo spagnolo bicoco
(garitta, piccola rocca sopra un’altura) – Diz. Treccani-
Una casetta sui monti, disagiata,
scassata, antica, disabitata.
Da una verde natura
è circondata a dismisura
ma, inclemente,
il tempo la corrode lentamente.
Pur piccoletta, malandata,
il nostro corpo più grande era diventata.
Nido della nostra infanzia,
vive nel sole e ci tiene in ansia.
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Bigolo
Spaghetto,
ma assume vari significati in altre regioni.
Connesso a bico (bombacius – bigatto -; bombicolo - bicolo -),
forme varie di bàco (verme, bigato).
Potrebbe derivare pure dal latino bàchium,
cosa pieghevole, flessibile, che s’incurva.
Tondo e dorato,
delizia del palato.
Dal piato fumante
scompare in un istante.
Sardèle salae,
in ògio e seóla descolae,
zé consièro particolare,
un invito a ben magnare.

Fare la ponta ai bigoli


opera di un meticoloso
che, pur di apparire, non si concede ripòso?
Un perditempo,
un passatempo;
un comportamento strano
o un esercizio per la mano?
Correlato:

desbigolà
chi mostra il bigolo, l’ombelico.
Tirate su le braghe che ti zé desbigolà
e… no la zè ‘na novità!

****
Birichín
“demonietto”
Secondo la Crusca è voce di origine bolognese
ricavata da burícco, una specie di saltimbanco.
Per altri, deriva da briccóne,
forma diminutiva del provenzale brich.
Altra derivazione possibile:
da Barachìn,
nome di un demonio, con assimilazione vocalica
e interpretazione di –ìn- come diminutivo.
Bambino irrequieto, curioso, vivace
che, con fare tenace,
esplora l’ambiente:
ovunque fruga di frequente.
Si nasconde, cerca, rovista,…
ogni scoperta diventa conquista.
La madre, preoccupata,
lo controlla durante la giornata.

****

Bisato
s.m. anguilla (Anguilla vulgaris);
dal veneto bissa + ato (peggiorativo).

Secondo altri dialettologi,


il termine deriva da biso, bigio, colore che assume di notte.
(Di giorno, l’anguilla svaria dal giallo-grigio al nero-blu.)*
Più appropriata la derivazione da
bis-aptus
(irrequieto, vivace, disadattato).
Viscido, guizzante,
sfugge in un istante.
Si adatta facilmente
al mutare dell’ambiente.
I Ciosòti nomi diversi ghe dà
a seconda de l’età:
cèco da puoco nato,
ciriòlo co a zé pì grandeto.
buratèlo de mèsa pèssaura,
roncon de bòna mesura,
avocato co aria da giurista,
femenà co bàcoli per la testa*.
Per èl bisatèlo da bràga
non vi è commento:
lascio ad altri un più accurato accostamento.
* Tante le colorazioni del bisato.
Il Malaguti (Nuovo sillabario veneto) fornisce vari agganci: dal provenzale bis deriva grigio, da collegare a
piceus (colore della pece), legato a (bom) byceus, panno di seta madreperlaceo.
*Capitóne = denominazione napoletana della anguilla dalla grossa testa (lat. capito = testone).

Ciapare un bisato per la coa


che impresa dura!
Vissido, a sbrisse,
a se divincole, no a passarisse*.
Sta bestia vien imità
ne l’odierna comunità:
èl pésse defende la propia libertà,
l’òmo svicole spesso per viltà.
*Passarire = passare le ire; acquietarsi.
****

Bìscolo
Altalena.
Dal francese bascul
(battere il culo in basso, per terra – biscolo)
oppure
dal lat. àncla (bilico per attinger acqua dai pozzi)
da cui derivò àncula (col significato secondario di altalena),
che si trasformò in
anculàre > bisanculàre > biscolare (per contrazione locale).

Tra alti e bassi,


tra cielo e sassi,
su e giù continuamente
accontentando tanta gènte.
Tra riuscita sicura
o perfida paura,
tra luce intera
o buio della sera,
il tempo aguzzino
ti affida all’altalena del destino.
****

Bisèfe
In gran quantità.
Quando un magistrato romano
concedeva gràzia piena a un povero cristiano,
fiat, fiat *scriveva sul memoriale.
Per stanchezza occasionale
o, col tempo, per brevità
due sóle effe son rimaste là.
*Fiat, fiat = sia, sia…
La perdonanza, a BIS EFFE meritata,
veniva dall’imputato sbandierata.

****
Bisigola
(Belone belone)
pésce dal corpo allungato,
magro e slanciato,
tipico di un vorace predone
pronto a sfruttare ogni occasione.
Nota come
agúglia,
in laguna si trova a meraviglia.
Da àcus (ago, fatto a punta)
acúlea > acúlia > agúglia
In branchi vaga continuamente,
non sta ferma un solo istante:
guizza, rotola, fuor d’acqua saltella,
si comporta da monella.
Bisigola*
vien detta
questa creatura irrequieta.
Mascella e mandibola sporgente
le forniscono un rostro prominente;
quasi un pìccolo pésce spada di laguna
che à trovàto insperata fortuna:
in branchi insidia le anguéle*,
povere, indifese animelle.
Per la carne poco saporita
dal mercàto è quasi sparita.
*Forse ricavato da biz -bizèghe - (frugare, muoversi di continuo).
*Forma dialettale di acquadella.
*******
Bisinèla
Termine di etimo incerto.
Il Boerio lo riporta a bagatella (dal lat. baga, piccolo fardello).
Detto per ironia, intende cosa grande.
Altra possibile derivazione: da bagattino (piccola moneta).
Una mia ipotesi:
il sostantivo potrebbe essere nato in loco (idiotismo):
bisi in piadenela
(con troncamento di -piad- )
per indicare una
quantità discreta, un bel po’.
In altre parti del Veneto diventa bisignela
col significato di bagatella.
Che bisinèla de sventure ‘n’à colpio in ste ore!
Un tòco d’Italia va a remengo,…
la vita… là… devente inferno!
Èl dèbito fa paura,
a zé foriero de sventura.
‘na bisinèla de pétole e tacògi*
grave su l’Italia d’ògi.
Cossa volè fare?
Prima o poi se dovarà pagare!
*Pétole e tacògi = debiti e fastidi (in senso fig. - v. più avanti)
******

Bislàcco
Il termine è così composto:
bis + lanca o lancha
(due volte) (coscia, lato, fianco – laca nel locale dialetto)
ma, forse, deriva dal veneto bislaco,
soprannome che si dava ai Veneti del Friuli e agli Slavi dell'Istria:
dallo sloveno bezjak "sciocco".
Il Caix sostituisce làcco con slach (debole, floscio)
altri ne ricavano la derivazione da
làxus (sciolto, rilassato).
Irruente, stravagante,
confuso nella mente,
attira l’attenzione
con sottil provocazione.
A volte debole, floscio si dimostra,
per evitare una tempesta;
poi ritorna arzillo e rilassato
ma vien presto emarginato.
Bislacco il politico rampante
che ostenta un comportamento altalenante;
stravagante l’atteggiamento di un cantante;
strampalato il modo di fare
di chi si lamenta e non si sa giustificare;
balzano un atteggiamento equino
che va a scapito di un mite fantino.

*****

Bíso
dal lat. písum (pisello)
Per altri, deriverebbe da pínsere (pestare)
per l’abitudine di macinare questi legumi, riducendoli in pasta.
I bisi no intrigare… se ti vuol un bel vivare.
Bisi e risi mai passion; petenèla fassoletton.
(Tiritera ciosòta che invita a star contenti anche con un solo piatto di minestra
e, per le donne, con un fermaglio ed uno scialle. ) –Diz. Boscolo-Naccari-

Risi e bisi ti vuol magnare?


Fateli preparare da tò màre,
su straca, … vogio riposare!
Ti zé ‘na ménolota!...
no ti à gnènte da fare in matinata!
De quei imbustai;
zé pieni i supermercai:
i sà de pagia e fièn
ma… contentarse convien!
****
Bisógno
dal lat. bisònium
bi + sòmnium
(prefisso) (cura, attenzione)
La necessità
spalanca le porte alla povertà.
Il vivere stanca?
Qualcosa manca?
Un forte stimolo, un bisógno fecondo
può rinvigorire uno spento mondo.
Basta poco per raggiungere lo scopo.
Il segreto sta in te,
non confidare in chi latita o non c’è.
Il bisógno superato
è sempre in agguato!
Impegno e volontà
superano ogni difficoltà.

*****
Bissabuòbola
Bissa (biscia) + buòbolo
(vortice, allusione alla chiocciola – èl buòbolo-)
Temporale con lampi che guizzano.
‘Na tromba marina
su la spiagia à semenà rovina.
Fie,… che bissabuòbola,… che spavento!
Tuto gèra preda del vento.
Sinonimo:
lampinpissa o lampinbissa
baleno, attimo

****

Bistéca
dall’ingl. beefsteak
beef + steak
(manzo) (fetta di carne).

Longa o tonda, fumante,


apetia in un istante;
rosta e ónta, impanà
o nel tòcio niegà,
la devente sibo prelibato
gradio al palato.
La bistéca finansiaria
se restrense, nel tempo varia.
Intorno tanti afamati
prepare loschi aguati.
Cuoghi serche de intervenire
ma pochi li sta a sentire.
• l popolin supeghe* qualche cantón,
l’industriale fa la parte del león.
Qualche furfante imbaucà
se ingosse co ‘na boconà.
L’emigrante ‘na parte pretende,
rasón no intende.
La classe media assiste a sto magna-magna,
a sta specie de cucagna.
A fine bancheto,
le fregole ghe tóche al poveréto.
De scondón, dopo tanto fare,
svuode l’ultimo piato un parlamentare.
*Supegare = succhiare -lat. succulare,
der. di succus, sucus «succo»
****

Bocàle
dal lat. baucàlis
derivato dal gr. baúkalis
Un vaso de teracòta,
de pansa larga, bassotta,
per uso e misura de vin bòn
che l’oste serviva a profusión.
Col vaso da nòtte non va confuso:
questo è destinato ad altro uso.
Derivati:
bocaleta, bocalon (accrescitivo)

Bocalón
Dal nome di un pesce ( il persico trota o black)
che si fa facilmente catturare. (diz. Veneto-Trentino)
Per estensione, boccalone significa
fanfarone, sbruffone, ingenuo.
A volte sciovinisti* si diventa,
l’orgoglio nazionale si ridesta.
Gli Italiani zé superiori in tuto,
questo v’à garantito!
Poeti, naviganti,
scritori, santi,
sciensiati, musicisti, inventori, …
a la Patria à assicurà vanti e onori.
Co volemo,
la bàgia a i altri demo!
Si diventa bocalóni
cedendo a queste tentazioni
e tanti fanno un sorrisíno
come se davanti avessero un bambino.
In realtà
rispecemo èl mondo creà:
ovunque picchi emerge verso l’Eterno,
abissi se verse e porte a l’inferno.
Un puoco de umiltà
forse saria pì apprezzà.
*Sciovinista - dal nome di Nicolas Chauvin,
leggendario soldato di Napoleone, esaltato ed entusiasta oltre ogni limite, sfrenatamente militarista e patriottico.

Sinonimi: cagon o squasquaron,


sbrufon,
composto da pro (avanti) e flàre (soffiare)

gradasso
derivato da Gradasso, re di Serica, nemico di Carlo Magno

smargiasso,
da Marte, dio della guerra;

spampanon
euforico come il vino (incipit pampano)
ma pure vanaglorioso, esagerato
strafàlfaro
strano, incomprensibile;
da stràbo (torto, obliquo)

strasfàsfaro
che dice il falso,
spaccone, bravaccio

zasaròso
- massa generoso -,
dal lat. generòsus (di buon lignaggio) derivato da gènus (razza, genere);
esagerato
da ex (fuori da, oltre) + agger (argine),

fiabon
abituato a raccontar favole.

*******

Bòcolo
riccio, bocciuòlo (dim. di boccio)
Dal lat. bòcium (cosa tonda o rigonfiante) - Diz. Treccani -
bòcium > bocio > bòcolo
o da buccula (ricciolo di capelli)
Chél fantolin ha la suca piena de bòcoli = Quel bambino ha la testa piena di riccioli.
Rosa in bòcolo = rosa in boccio.
Canticchiò la fontana tutto il giorno tra sé e sé,
gemendo dal bocciuolo… (Pascoli)

Un bòcolo de rosa
vien oferto a la morósa,
un pegno d’amore
che fiorirà ne l’avenire.
Tra i cavei…biondi bòcoli,
nel servèlo… tanti bàcoli!
dise la vecia mare sconsolà
vardando la futura niòra incincinà.

****
Bocón
dal lat. búcca
Bocóni da prete
Un modo di dire uso nel Medioevo lontano
quando clero e aristocrazia
non avevan bisogno di tendere la mano:
doni obbligati
gravavano sui contadini affamati.
Certi prelati zé sempre stai
rubicondi e impinguai.
Gran forchete e amanti del bòn vin…
no i scampeva a le critiche de santi e popólin.
Ma spesso èl prete in confessión
deve ingiotire* qualche amaro bocón.

*Oggi tanti cuochi considerano bocconi da prete il


sottocoda dei polli o le guance arrostite dei branzini.
*Ingiotire = in-glutíre ( da gluttus – gola -)
*******

Bogiana
scoranza (clupea alosa maior)

‘Na fame antica ridestà:


tre tache de polènta e dò bogiane a s’à sfondrà!
D’aqua dólse un sardelón,
‘na specie de scopetón,
importà dal fiume Bojana*
per fenire su qualche tòla nostrana.
Da la polènta compagnà,
tanti povereti l’à sfamà.
*Il fiume Bojana, lungo km 41, separa il Montenegro
dall’Albania. Emissario del lago di Scutari, sfocia nell’Adriatico. (Nel diz. chioggiotto, il Bojana è erroneamente citato come lago.)
Agli albori del 1900, alcuni equipaggi chioggiotti esercitavano la pesca (in particolare del novellame) lungo le coste albanesi, grazie ad
accordi bilaterali stipulati per interessamento di don E. Bellemo, noto esperto locale dei problemi della pesca.

****

Bógio
Dal verbo latino bullire = fare le bolle
Nel tempo, si è arricchito di significati:
-Co dò bógi sto pésse zé cóto!
-Co chéla bèla mugere, in dò bógi a va!
-Le patatine de bógio ve dago!
-Ti zé tuto suà, de bógio!.
Col sangue zé caliente,
a bóge de frequente:
impeti d’ira affiore,
èl contròlo scompare.
*
Anche in un fatto elementare
l’imprecisióne può affiorare.
L’acqua bolle a cènto gradi ma, bisogna precisare,
a “livèllo del mare”.**
La crócole* prima
se la pressióne atmosferica diventa minima.
Non ci credi?
Se da una campana pneumatica l’aria viene aspirata,
l’acqua contenuta bolle senza esser riscaldata.
Tra temperatura e pressióne
c’è una stretta connessióne.
Pretendi una prova evidente?
Usando la pentola a pressióne,
troverai la spiegazione
Mai fermarsi all’apparènza:
curiosare, ricercare, capire
devono diventare usanza!
*
Connessi:
bògire, bogiolire, bogióre, bogiura,
bogiaisso (acqua che ribolle lungo la spiaggia), bogiaissa (rabbia, stizza),
bulicame (vena d’acqua termale)
*Crocolare, bollire a scroscio (cro-cro).
Correlato:

sèbugio
aggettivo derivato dal verbo sebugire,
(che si cuoce da solo (se + bullire), si logora nel tempo);
il rovinarsi lento degli oggetti dimenticati o poco curati,
non esposti all’aria.

Sebugia zé la nostra economia!


Niente investimenti,
restano solo tormenti.
Imperativo zé “rangiàrse* ”
e… tanti sérche de adeguarse.
**L’ebollizione è legata non solo al calore ma anche alla pressione atmosferica o a quella del recipiente ermeticamente chiuso in cui il fenomeno si
verifica. (Sulla cima del monte Bianco l’acqua bolle a 85°C. )
Che cosa accade nella pentola a pressione?
La pressione interna aumenta molto e l’ebollizione avviene ad una temperatura che si aggira intorno ai 150°C.
Tutto questo favorisce la rapida cottura dei cibi.
*Rangiarse = dal ted. ad + ranger (provvedere al proprio interesse).

****
Bombéta
dal lat. bòmbus = greco bòmbos (strepito)
Voce onomatopeica dal suono bo, bon:
a Chioggia indica la làmpadina
(quando il filamento s’interrompe per cortocircuito produce un piccolo scoppio.)
*Làmpadina = dal lat. lampas -ădis,
gr. λαμπάς -άδος, der. di λάμπω «splendere».
Che spavento stametina!
la luse ò impissà in cusina
e zé s-ciopà la làmpadina.
Co la bombéta fulminà,
a scuro su restà.
‘Na fiamela de candela
sbampole su la tòla.
Nel tempo su tornà indrio!
dise, ridendo, mio màrio.

*****

Bòndola
Nel dialetto locale è sinonimo di mortadella.
Dal lat. bòtulus > botèllus (budello)
Il prefisso búndus,tratto dalla radice ariana bhu ( èssere),
rafforza il significato del sostantivo.
Probabili cambiamenti nel tempo:
bòtulus > butèllus > búndulus > bòndola
Rosea, tonda, profumata,
allieta la giornata.
Gioisse èl fantolín
che la trove nel panín.
Èl proletario la magne per merenda,
èl cuogo la trasforme in vivanda;
èl nobile la esalte col lanbrusco,
èl pensionato per conveniensa e gusto.
Riporta a sapori nostrani
scomparsi nel córso degli anni.
Sinonimo:

mortadèla
dal lat. myrtàtum o murtàtum;
forma diminutiva murtatèlla
perché, prima del pepe,
si usava come condimento la mortella (il mirto).
(myrtàtum > murtàtum > murtatèlla > mortadèla)
In alternativa:
dal lat. mortarium (mortaio),
utensile usato per schiacciare la carne di maiale.

*****

Bonigolo
Ogni paese à ‘na usansa.
Ogni bonigolo la propia pansa!
Dal lat. umbilicus,
a sua volta derivato da umbo (sporgenza al centro dello scudo)
e dal suo diminutivo umbiliculus.
Èl bonigolo zè un punto debole de çerto
che dovaria stare al coverto.
Una volta le dònne tutto nascondevano,
lunghe sottane le vergogne coprivano.
Adèsso l’ombelico deve stare in bèlla vista,
le gambe scoperte son diventate conquista.
Col dadrio che va su e zó
ormai tuto fare se può.
Penso alle arabe, poverette,
che nel burqa son costrette.
Eccessi… che lasciano perplessi!

Ma il termine indica pure


un centro individuato con tante cure.
bonigolare:
essere indaffarato, affaticato,…
avere la camicia fuori dai pantaloni (voc. del dialetto chioggiotto)

****

Borésso
Ilarità, risata irrefrenabile.
Il termine, a mio avviso, può essere nato dal connubio di
bora (figurativo: impeto della risata) + eccesso.
bor(a)(ecc)esso
Anche il poeta Biagio Marin,
ha collegato il verbo «imborezar» con l'impeto della bora.
…Passa le vele, le se core drìo
s'gionfe de vento che 'l te le imboreza… (Poesie – ed. Garzanti – 2010)
Rosso come un pevarón,
un ridare continuo;
snaròcio a picolón,
un moto assiduo.
Un eccesso de euforia,
‘na contagiosa alegria
che se diffonde ne la compagnia.
Èl borésso dure per un tòco
e a fa l’òcio lagremare;
a zé fruto spesso de un equivoco
che gèra da evitare.
Coparse dai rìdi?
può capitare!
ma, specie ancúo, le ocasion zé rare.
Nel 1556, èl Piero Aretin, imboressà,
sòto la tòla zé fenio stroncà.
Sinonimi:
rùsola
forse dal lat. rumòrem (rug-mórem = emettere un suono)
In rùsola ti zé: ti campi come un re.

rusolao
(part. pass. di rusolare = far baldoria)
gasabòra
allegria sfrenata.
G’à ciapao a tuti la gasabòra.
(Sono in preda ad una allegria sfrenata.)

******

Bórsolo
A Chioggia sostituisce spesso il termine borsèlo (borsello).
Indica pure una piccola bussola in uso ai pescatori.
Questo sostantivo vanta un’orìgine naturale:
deriva da una pianta quasi ornamentale*.
Produce un frutto singolare
che una borsa piena pare.
Niente polpa profumata
ma… tanti semi per la tèrra grata.
*Il Borsolo (Staphylea pinnata – può raggiungere i 5 m)
abbellisce le foreste casentinesi: uno spettacolo da non perdere offerto dalla Natura.

****
Botéga
Dal lat. apothēca e dal gr. apoth• kē
« deposito, magazzino, ripostiglio » - sec. XII
apò + théke
(lat. ab – indica separazione) (banco)

Garantiva vita e vivacità


alla nostra caratteristica città.
Dal caleghero al frutariolo,
da l’erbivendolo al bechèro,
dal pitóre al biavariòlo,
da l’orologero al fornero,
fin a l’abile artisan…
s’aveva tuto a portata de man.
Le gèra punto de riferimento
per scambiare un salace coménto.

Adèsso la riva Vena zé deserta,


muta, spenta.
Insegne scolorie e porte serae
testimonie le attività passae.
Ciaparlo a botéga
Gravarse de un péso per compiaçimento,
soportando un futuro patimento:
‘na bèla busarà*
in un momento de bontà.
Assunto un garzóne inesperto,
il bottegaio vive in gran sconcerto.
La confusióne regna sovrana,…
si perde tempo e… tanta grana.
*Busaràre= verbo importato dall’Istria o dalla Dalmazia.
Ha il significato di imbroglio, raggiro. Dal latino medievale: Bulgarus.
In Bulgaria ebbe gran vigore l'eresia bogomila, e così il bulgaro divenne per antonomasia l'eretico imbroglione.
Il verbo nasconde una vivacissima trivialità. (da Unaparolaalgiorno.it)
********

Bòto
dal lat. bàtuo (battere)
De bòto = di colpo
Che bòti!
I Britannici l’Europa à bandonà,
tanti preanunsie disastri, calamità.
I ocupeva dò scagni
solo per garantirse fassili guadagni.
Èl Tramp zé deventà presidente
e tanta zènte se lamente.
L’à fato serare porte e balconi:
nissun arabo in America romparà i maroni.
Èl lavoro deve restare drento i confini,
no èssar preda de i Messicani.
Un bòto = l’una di notte.
A un bòto l’urlo stridulo della sirena
à causato tanta pena.

Sótto una liquida coperta


Chioggia pareva esangue, smorta.
In preda a lugubri bagliori,
persi i celebrati colori,
solo i telamoni* dello stendardo
mostravano un poco di riguardo.
*Telamone = Dal gr. telamṓ n -ônos ‘che sostiene’.
Connessi:

batua
da battuto, part. pass. di battere;
battuta, colpo
batuelo o batucèlo
picchiettio, un battere insistente

batòcio
battaglio
Dal provenz. batalh,
foneticamente parallelo al toscano bat(t)acchio –
prima del 1400. (Diz. Treccani)

botisare
il rintoccare delle campane
Un modo de dire:

tegnire bòta,
resistere in un diffisile momento
sensa dani o sgomento.
Él proto in squero pretendeva assistensa:
come da antica usansa,
co qualche màgero gèra da inciodare
su la córba èl contracolpo se doveva limitare.

****

Bragagna
rete a strascico;
da argagna (argano)*
derivato da organum.
Si nota la sovrapposizione di
braga con tratana o tartana
(tàrida > taridàna > tratana > tartàna)
La rete ha dato poi nome all’imbarcazione
dotata di tre alberi.

A volte due prue aveva;


manovrando le vele si governava.
Un contrappeso, spostato con abilità,
garantiva grande stabilità.
Senza timóne per i bassi fóndali*,
sfidava venti e temporali.
La gèra emblema de Ciósa,
‘na sità che mai reposa.
*Fundo, fundon, fundale = fondale – dal lat. fundus che risente del greco puth-mèn (fonfo)
*In assenza di vento, la rete veniva trainata da un piccolo argano fissato sul trasto del natante.
Collegato:

spontero
Spontero da secia; spontero de proa, spontero de pupa.
Palo sporgente a poppa ed a prua
al quale veniva assicurato un capo della rete.
La barca procedeva di sghimbescio spinta dal vento.
Da ex o dis-pun-ctàre =
togliere la punta, staccare, disgiungere,
allargare nel nostro caso.

******

Bràghe
Dal lat. braca divenuto più tardi bràgae:
voce di influenza germanica, gallica e celtica.
I Romani, avvolti nella tòga maestosa,
criticavano la moda astrusa
adottata da tanti popoli orientali
che indossavano braghe strétte, poco originali.
I Germani le usavano larghe per comodità:
tra loro prevaleva sempre la praticità.

Restare in braghe de tela


che storia mai zéla?
Nel 1200, a Padova, quando uno era insolvente
veniva di ogni avere spogliato prontamente.
Con perverso criterio,
scontava la pena sulla pietra del vituperio.
Su questa si faceva sedere il debitore,
spogliàto di tutto, anche dell’onore.
Gli restavano solo mutande di tela
per evitare sconcezze che nessuno apprezzava.
Intanto il popolo, sensa paura,
lo bersagliava con ogni tipo di verdura.
Oggi, quando uno perde tutto,
diciamo che

in braghe de tela a zé ridoto:


un modo di dire meschino
ancóra su la bócca del popolino.
Zioga de qua, zioga de là,
in braghe de tela a zé restà!
*
Derivati:
braghèra
donna che s’intromette negli affari degli uomini
braghièro
assorbente
Connesso e contrapposto:

còtola
sottana, gonna;
dim. di “cotta” –lat. cottis-
sopravveste sacerdotale.
’Sto fio xe senpre sóto le còtole de sò mare.
Questo bambino sta sempre sotto le gonne della madre,
ha paura di tutti.
Un tempo… lunghi còtoloni,
adèsso minigonne e pantaloni.
La donna stupisce con malizia
ma nasconde la furbizia.
Quando la scoprirai…
forse grosse sorprese avrai.
Derivato: còtolo (sottoveste)

Correlati:

camufo
formato da ca’ (capo) + muf (v. tedesco - avviluppare)
falpalà
probabilmente dal ted. falte (piega, crespa) + below (in basso)
o dall’inglese furbelow (fodera, guarnizione)
****

Bramàre
Ambire, volere,…
ma non tutto si può avere o fare.
L’oggetto del desiderio
si trasforma in guaio serio:
sospiri leniti
si alternano a bramiti.
Non a caso
bramire e bramare
la stessa origine possono vantare:
il gotico bramō n o
bramàr,
antico provenzale,
indicano l’ardore amoroso e il richiamo dell’animale.
Chi brama….bramisce e spesso
sconfina nell’eccesso.
Bramòso
(che desidera ardentemente)
Un desiderio covato
dalla mente e dal palato.
Una voglia latente repressa,
un istinto che non cessa.
(De rivedarte su bramóso! • l solo pensiero me tiole èl reposo.)

*****

Brassolaro
Fornire un’esatta misura
è sempre stata impresa ardua e dura.
Il brassolaro*
brasso + laro
(braccio) (dal gr. laros*,
terminazione di origine onomatopeica) - diz. Zingarelli
Un’antica veneta unità lineare,
facile da usare.
Un sottomultiplo aveva:
la quarta
che 17 cm misurava**.
Mezzo brassolaro era chiamato
quartino,
termine traslato pure su un boccale di vino.
Piano piano si passò dall’approssimazione
ad una definita precisione.
*Laros – sost. = gabbiano; agg. = piacevole, dolce.
*Misurava 68 cm, lunghezza approssimativa del braccio.
**Quarta = generica distanza tra pollice e mignolo.
****

Brìcola
forse trae origine da bric (altura, monte)
o, con minor probabilità, da brezza (debole vento).
La brìcola da sècoli compare
nel panorama lagunare.
La contorne la baréna,
la consente ‘na navigassión serena.
Testa e coa* dei canai
la segne per evitare guai.
Nel maltempo la se erge a sentinèla,
la custodisse ogni batèla.
Se ben ti vardi, ogni zórno
brìcole ti à intorno:
in famegia e nel lavoro, tanti amissi
garantisse riflessión e àtimi felissi.

Per i pescaori,
la dama
no zé ‘na signora piena de qualità,
ma ‘na bricola de testa da un palo sormontà.
*A Chioggia una briccola caratteristica, costituita da tre a cinque pali e da uno centrale più alto, viene chiamata dama
(dal fr. ant. dame, che è dal lat. dom•na(m) ‘signora’ – diz. Garzanti).
Viene utilizzata per indicare l'inizio e la fine di un canale lagunare il cui corso è segnalato poi da pali singoli, muniti di striscia
catarifrangente, necessari per la navigazione notturna.
*****

Brítola
Coltello da tasca con lama pieghevole.
Sulla falca del natante, presenza costante.
Un arnese di bordo, essenziale
specie quando scoppiava un temporale:
per non cappottare
qualche scotta si doveva subito tagliare.

Dal lat. brittus


(derivato da britare = tagliare)
o dallo sloveno britva (coltello chiudibile) – Prati 1968

Un suo uso snaturato,


lasciava tutti senza fiato.
Omo de brítola pronta,
una losca persona violenta.
(A zé omo da brìtola pronta:a use la violensa,… no l’à passiènsa.)
*
Se vuoi avere un avvenire,
la brítola lascia stare.
Evitando ogni tentazióne,
non finirai in prigione.
*****

Broeto
Dal lat. bròdium e dall’antico francese breu, broet.
(breu > broet > broeto)
Toti, scarpene, varagni, sanpiereti,
canestrei, luzerne, sepe, calamareti,
in un desfrito de seóla
fume alegramente su la tòla.
Tache de bianca polentina,
compagnà da ghirlande de salatina,
fan da piera tombale
a stò piato invernale.
De vin ‘na spergolà,
èl tuto bèn concludarà.
****
Brognola
Susina gialla o rossa
Dal lat. prunjolus (dimin. di prunus con dissimilazione di p con b)
Dall’Asia proviene questo frutto
fin dal Mille conosciuto.
Zalo, rosso, verde o violeto,
la natura g’à conferio un bell’aspèto.
In istà o in autunno fresco comprà,
ma… anca séco a vien consumà.
*
Sinonimi:
susína
trae il nome dalla città persiana di Súsa (Muratori)
Altri lo connettono a succiare
(sucinus > sucina > susina)
Acidula, lassativa,
ma piena di vitamina.

àmolo
È il pruno mirabolàno*
Ha subito troncamenti e dissimilazioni.
*Mirabolàno = mýro-bàlanon (mýron=unguento + bàlanos=ghianda).

****

Brómba
bólla
Dal lat. búlla
tratto dalla radice bul = bol (accumulare),
affine alla radice par (riempire, esser gonfio o rotondo)
Piccola, iridescente,
si libra nell’aria facilmente.
Ma breve è la sua vita,
un soffio… ed è finita.
Resta solo una goccia sul selciato,
un pianto mal celato.
Brómbe sparse ne l’aria
co parle çerta marmaglia!
Le se difonde, le incante
ma dopo reste gnènte.
Mancando sostansa,
permane solo apàrensa.

****
Bronsa
Dall’arcaico bronza (carboni accesi, calore intenso).
La radice del termine è di origine gotica, connessa al verbo brunts (bruciare).
Non manca chi imparenta il sostantivo col verbo latino peruro (bruciare completamente)
dal supino perustum fino prustum e brustum. (P. Malaguti)
Brace si ricava pure dal longobardo bras.
Bronzsa coerta > bronzxa coerta > bronsa coverta,…
per indicare una persona che pacifica sembra,
ma in realtà è vivace, ha il fuoco nelle membra.

Alzando gli occhi dal breviario,


un pensiero turbava don Mario:
èl caldo de l’istà
le bronse scoverte ravvivarà.
peonsa
parola poco diffusa che non compare nei diz. veneti.
Deriva da sbrónza.
bronza > sbronza > peonsa…
hanno in comune il calore.
Che peonsa!
Èl Bepo gèra rosso come ‘na bronsa.
Destirà su un scalín,
a inegeva al vin:

Viva èl rosso spumegiante,


nel gòto scintilante,…
Connessi:

impià
Dal lat. implire (da plenus)
(In ostaria sentà, sempre de vin impià. )

incànfarare
in (rafforzativo) + cànfara (canfora – odore pungente)
In senso figurato - puzzare di vino, bere smodatamente.
(Incàrfarao ti vièn fuòra da l’ostaria!
e… la mugère continue co la solita litania.)

******

Brusín
Dispiacere, stizza, invidia.
Diminutivo di brusore (dal lat. brusiare)
Marochini e clandestini
zé un brusín per èl Salvini
che bachéte, co poca decensa,
èl Papa… propenso a l’acogliensa.
Attinente:

rampin
In senso figurato:
insolente, intrigante
proprio come qualche politicante.
Dal gr. ‛ρά µφος (ramfos) = uncino.

****

Bua
dal franc. bube (bolla)
E’ voce infantile formata da
bu (dal gr. boubòn = soffiare, gonfiare)
connesso col lat. boa = malattia infantile della pelle.
(Attestazione dello storico Plinio)
Nòna, ò bua a la pansa!
Coragio, fantolin,
bià fare penitensa co se magne potacin*.
Le àneme dei fasiòi
se remene sóto i nissiòi
ma,… dopo l’incensà,
tuto passarà.
"La rusa, la rasa, la va in giro per casa;
nissun la vede, ma tuti la sènte...
Còssa zéla, brava zènte?".
( Indovinello veneto)
*Potacin = fagioli in umido.
***********

Bubana
Etimo incerto
Ha riscontro col francese boban (pompa)
e con bobance (abbondanza, specie a tavola).
(da I dialetti italiani di Cortelazzo-Marcato)
Potrebbe derivare dall’incontro sul suolo veneto di bubàna con bobàna,
il primo termine di origine slava, il secondo neolatino.
Sinonimo di pàcchia*
è collegato con la più umile delle refezioni,
ovvero la sbobba del rancio militare.
Dalla boba proletaria,
altri etimologisti passano alla squisita gubana,
tipico dolce friulano.
Non manca chi pensa al latino abundantia.
*Pàcchia = cibo, pasto.
Da pàtulum > pàt’lum > pàclum > pàcchio o pàcchia.

A zé èl momento de la bubana,
in sti tempi cosa strana!
Spalesando busie o inventando allòri,
tanti campe da veri siori.
Èl finto* povereto sfrute l’ocasión:
ogni avenimento vien bòn.
Da l’Ater l’apartamento ma, in realtà,
a lo fite al turista durante l’istà.
Dai servissi sociali… pagamento de boléte,
dal pàroco… pachi de pasta e scatoléte,
da la Caritas… ‘na sésta de alimenti,…
a magne sempre a do palmenti.
A sbandiere tanto l’onestà,
ma l’imbrogio per élo un’arte zé deventà.
*Finto = da fictus (p.p. di fíngere) : rappresentare in modo diverso dalla realtà.
Sinonimi:

maca
Deriva da màcca,
forma secondaria di macco (minestra di fave stracotte),
nel senso di grande quantità, di abbondanza.
Magnare a maca
(a ufo, all’altrui spalle.)
• l tèmpo de la maca zé fenio da un tòco! Svegiate, alòco!
Dallo stesso ceppo di bubana:
sbòba (brodaglia) probabilmente è voce
derivata da bòba = zuppa, brodacchio
(Zéla bòba da farne magnare?)
òrbio
abbondanza
Dal lat. morbio (aferesi- caduta di vocale):
rigoglio primaverile delle piante,
legato alla forma antica di morbido e al senso di
prosperità, allegria.
Contrario:

stico
(in miseria, vivere di stenti)
Dalla radice stic o stig
(in senso figurato: pungere, essere in difficoltà)
A stecheto i te tien: svegiarte te convien.
Sensa schèi su sempre a stico;
me serve un prestito da qualchedun garantito.

Da tempo la bubana zé fenia,


solo la disocupassión zé garantia.
A stico sopravive la nostra economia.
Co le vele al lasco no se avanse,
reste debiti e borbotii de panse.
Derivati:

sticolare (economizzare)
sticolon (risparmiatore)
sticolósa (loc.- lentamente)
******
Bùfala
Una beffa, un imbroglio,
fatti con metodo a volte canzonatorio.
Scompaiono parole
e ne vengono inventate delle nuove.
Questa da trent’anni
s’è radicata senza affanni.
Quale l’origine?
La Crusca ci assiste con proposte
chiare, bene esposte:
- per èl naso menà,*
‘na bùfala antenata, alla fiera fu portata
e venduta come bòvina d’annata.
-Nelle osterie la sua carne insaporita
sulle tavole al posto del vitello era servita.
-Da bufalata può èssar nata,
una festa burlesca senese
che animava qualche paese.
-Negli anni Quaranta, le suole delle scarpe anziché di cuoio
erano in pelle di bufala: un vero imbroglio.
Quando pioveva, le scivolate non si contavano,…
al pronto soccorso tanti finivano.
Bufala divenne sinonimo di fregatura:
azzoppato restava chi incappava nella disavventura.
* “Menare per il naso come una bufala",
ovvero portare a spasso l'interlocutore con false promesse.
Ma un’origine locale, interessante,
potrebbe essere la seguente:
pescare a bùfala se diseva
quando do tartane la còcia insieme tireva.
Se speteva la búffa, la supià,
che garantiva spénta e abondante pescà.

Può allór sembrare casuale


l’accostamento all’animale.
****

Bugànsa
Un termine dialettale
traslato dall’idioma nazionale.
Dal lat. bugàntia = gelone
oppure dal longobardo bauga
(catena che provocava una piaga ai forzati)
o da fare il baugà (il bucato), per l’arrossamento delle mani.
Che fredo, fioi!
I pùpoli* me s’à gelai.
Le man s’à impenio de bugànse?
Ricorda le antiche usanse!
Per guarire,
picòi de sirièsa* bià spetare,
no starte a lamentare!
I fiori de persegaro
farà sparire le bugànse de genaro.
*Pupolo (polpastrello - è parte carnosa). Der. di polpa - prima metà sec. XIV .
*Metafora che richiama all’estate.
-Buganza ha un sinonimo: chiméllo (da cheima –inverno)
******

Bulegare
Dal lat. brulicàre, frequentativo* di bullícare (il ribollire delle acque)
(Me buleghe le buele = mi brontolano gli intestini)
(Chél fantolin se buleghe sempre.= Quel bambino si dimena)
Terorismo, imigrassión,
disocupassión,…
che tormento per tanti Italiani!
ma… buleghe altri malani.
*
Nei vècchi affiorano ricordi e pensieri,
nei giovani ardenti desideri.
Questo bulegamento crea gioia o scontento:
può sconvòlgere la mente
o diventar provvido salvagènte.
*Insiste nella ripetizione o durata dell'azione indicata dal verbo normale.
Derivati:

bulegamento, buleghésso
(Buleghésso de popolo- il brulicare della gente),
buleghin, bulegóto
(Bulegóto de sieval.- I cefali brulicano)

****
Buriàna
Dal turco buran,
vento turbinoso
che non concede riposo.
Ma pure da bòrea o dallo slavo burja = furia (dal lat. fúrfere - infuriare)
con rafforzativo finale.
In Toscana sostituisce il termine tramontana.
Che buriàna! Fredo e galaverna zé rivai:
adèsso cominsie i guai!

Co in mèso a la buriàna ti fenirà,


solo Dio un agiuto te darà!
ma… confida sempre ne la tò abilità.
Connesso:

sisara
dal lat. sibilare (sibílus=vento)

siso
colpo di vento (der. da sisara)

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Burocrasìa
Il potere degli uffici.
Neologismo ibrido (francese + greco),
inventato nel 1759 dall'economista Vicent de Gournay.
bureau + krataiòs
(ufficio) (potente)
I scalini del munisipio ò consumà,
tuti i ufissi ò visità.
Sènto dimande ò dovesto fare:
‘na botégheta doveva versare.
Un ano zé passà
e, co le carte in man, su ancóra qua.
La burocrassìa de la politica zé fia.
Carte, pratiche la sostien;
co arogansa la intervien.
La inquine l’ambiente nasionale,
la zé un vero male!
Tuto la ralente
e l’economia ne risente.
Vien meno la vòglia di fare,
si rafforza il desiderio di migrare.
****
Busarare
La Crusca lo fa derivare da búgio (buco);
altri da búggera nel senso primitivo di inganno, errore, fallità.
Non è esclusa la derivazione latina:
bulgarus
(bulgaro, sinonimo di eretico in seguito all’eresia patarina.)*
*La Bulgaria, nazione scismatica, era indicata come teatro di dissolutezza:
successivamente, bulgaro fu associato alla sodomia.
Giubilavan Prodi e Ciampi:
i se l’aveva cavà co l’amirassión de tanti.
Ne l’euro sémo entrai,
speremo che fenissa i nostri guai!
Ma col Neno zé andà a fare la spesa
l’à avuo ‘na bruta sorpresa.
Da un dì a l’altro, i costi gèra radopiai:
quèlo che mile costeva,
adèsso dómile valeva.
Che busarà!
grímo*, a urleva desperà.
Invan de spiegarghe i tenteva
che l’alineamento monetario ghe voleva.
Da òmo pratico l’aveva notà
che i prèssi no s’aveva adeguà.
Chi gòdeva?
Èl comerciante… che in botéga rideva.*
Paga Pantalone!*
nell’etimologia greca “forte come un leone”;
del fisco martire proclamato,
nei tempi antichi consacrato,
costretto a sopportare
senza poter reagire.
*Grímo = afflitto.
Dall’antico tedesco grim, crim (rabbia, stizza)
*Il valore delle scorte, conservate nei magazzini, raddoppiò.
*Pantalon = Pantaleone martire (panta = del tutto + léon); per altri deriva da pianta i leoni
per l’abitudine dei Veneziani di piantare il gonfalone veneto nelle città conquistate. (Cesare Marchi)

*****

Busía
Dal lat. bauscía o baucía (falsità, inganno)
Nel tempo:
bauscía > baucía > bausa > busía
No se sà mai ‘na verità, da là a qua!
Al busiàro no se crede gnanca se a dise la verità.
A dìr la verità ghe vuol un cojon,…
per dìr busíe baste un bricòn.
Un chiarimento amaro:
“ Pèso de ‘na pigrafa busiàro!”
Nessuno dubita che vi sia un contenuto
anche se, a prima vista, appare celato.
Ma se indaghi su quanto affermato,
scopri spesso che tutto in aria è campato.

Èl dirigente rivolto a l’impiegato:


Credistu ne la risuressión?
Ma valà:
per un alóco ti m’à scambià!
Dame alóra ‘na spiegassión:
Per èl funerale de tò suocero Fortunato,
tre dì de assensa ti à fato!
Ma, varda la fatalità,
ancùo a zé vegnuo a sercarte propio qua!
Sinonimo:

falòpa
favola, panzana.
Da falòppa, bugiardo, millantatore.
Probabilmente risale a fallàre e al derivato fallòpula.
Potrebbe derivare anche da lòppa (cosa leggera, guscio vuoto)
‘Na falòpa, ‘na pansàna ti m’à contà
e… no la zé ‘na novità.
De sto passo
la tò credibilità va a spasso.
Un sindaco in un comìzio:
Di rubare, tanti non perdono il vizio!
Ma vi assicuro che in queste mie scarsèlle
no sono mai entrate bustarelle!!
Un cittadíno la falòpa avverte
e subito ribatte prontamente:
Per forsa, … un vestito niovo ti ha!
Ma presto ti lo inaugurarà.

********

-C-
Cabàlon
dall’arabo-ebraico qabàl (cabàla, tradizione, dottrina ricevuta)
Nel Medioevo la voce passò a significare
la pretesa scienza di comunicare con esseri superiori,
di indovinare il futuro.
Divenne imbroglio e raggiro.
*

Ne inventa una cruda e una cotta:


di stravaganze fa incetta.
Sfrontato, impertinente,
infastidisce tanta gente.
Nel pensare e nell’agire
un gigante vuol apparire.
Posso, voglio, comando,
è il suo motto gagliardo.
A salvatore della Patria si atteggia,
mai si scoraggia.
Un novello Coriolano,
ma… all’aratro dovrebbe por mano.
*****

Cabibo
meridionale, terrone
Non compare nel voc. del dialetto chioggiotto:
il termine però è usato da tempo.

• parola genovese
diffusa in Italia in più riprese.
Titolo fantasioso, adattato,
agli scaricatori eritrei affibbiato.
Nel porto di Massaua
Habib era il nome più diffuso:
significa amato ed è ancora in uso.
Vi è stato ribaltamento di significato:
in modo dispregiativo oggi è usato.
Ti l’à col marochín?
Ti ghe auguri un amaro destín?
Su la spiagia desturbà,
in malora ti l’à mandà.
I cabibi no ti soporti,
ma… in sti tempi bià èssare accorti.
* Secondo altre fonti, potrebbe derivare dalle tribù Cabibie del nord Africa.

Ti vien dal Maroco*!?


domanda indiscreta
o
constatazione concreta?

Non è un furbesco trasloco,…


non indica esotica provenienza
ma solo intellettiva mancanza.
Il toponimo non à origine africana
ma del tutto nostrana.
Da mar rauco forse derivava:
la costa nel XIV sec. fino a Dese arrivava.
I Goti come Matruchus indicavano la località
che a loro assicurava momentanea ospitalità.
Un linguista italiano, aggiungendo ocu
al latino Marius, fa terminare questo etimologico gioco.
*Marocco = "terra" (o amur "parte") + akush
*E’ Dante Olivieri (San Bonifacio, 25 gennaio 1877 – Milano, 2 gennaio 1964)

Marocco, San Sèrvolo, San Clemente*


erano sedi di manicomi provinciali
atte alla cura di tare cerebrali.
La colonia agricola di Marocco di Mogliano Veneto (TV) funzionava come una vera e propria sezione staccata dei manicomi centrali veneti di San
Servolo e di San Clemente. Vi venivano generalmente inviati e ospitati i pazienti definiti "dementi cronici e tranquilli", in grado di svolgere il lavoro
dei campi. (da Wikipedia) - *Sancremènte: manicomio femminile.

******
L’ultima novità
in pescaria l’ò trovà.

Caciarolo*
un calamaretto che, in girotondo,
vaga nel pèlago profondo.
Un mollusco prelibato
che fa caciara come un matto:
una gran confusione, si crede,
atta a confondere le prede.
Prima o dopo,
c’è sempre uno scopo:
una regia naturale
rende tutto essenziale.
*Caciarolo = da caciara o cagnara. Deformazione dial. di gazzarra.
Questi piccoli molluschi sono sempre in movimento, fanno confusione, caciara. Da qui il nomignolo.

****
Càcola
Diminutivo di cacca (lat. càcula – sterco)
Per estensione: muco solido del naso e degli occhi.
Ti fureghi*, ti scavi nel naso
ti grati èl fundo de l’invaso
e, co gran sodisfassión,
‘na càcola fenisse a picolón.
*Furegare – da frugare. Lat. volg. furicare, per metatesi frucare, der. di fur ‘ladro’.

Chéla benedeta
zé propio na càcoleta.
Minuta, picenina,
la pare ‘na fantolina.
****
Caìcio
Dal turco kaik, caicco.
Piccola barca che si teneva sulla coperta dei trabaccoli.
(un tender antico)
In un cantón de squero i t’à lassà,
vècio caìcio abandonà.
Chimènti* saltai, falche marse,…
no resteva speranse!
Dopo ‘na vita passà sul mare,
questa la fine da fare.
*Chimento = lat. coagmentum, congiuntura tra due madieri (tavole dello scafo. Dal latino materies = legname da costruzione.)

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Caldiriòlo
Paiolo in rame usato per cuocere la polenta.
Dal tardo calidaria, recipiente riscaldante (Devoto-Olli)
Evidente la radice cal(i)dus = caldo.
Un simbolo del passato,
un cimelio dimenticato,
muto testimone di povertà,
di quando si viveva mangiando polenta fasiolà.

Zala, fumante, pronta,


nel caldiriòlo crocole la polenta.
Co sul tagero la vien spalesà,
se prepare ’na gran magnà.
****

Càle
Dal lat. càllem
che deriva dalla stessa radice del gr. kél-euthos.
La radice kal porta al muoversi, dirigersi.
Nella calle scorreva la linfa vitale
che sfociava in ogni canale.
Tra file continue di abitazioni incassata,
è ora da un grigio selciato lastricata.
Era specchio della città
afflitta un tempo da grande povertà.
Nella sua pittoresca animazione
affioravano miseria e rassegnazione
in un vociare pulsante, variegato,
retaggio del triste passato.
Attorniata da case ristrutturate,
variamente colorate,
s’è ora trasformata in un garage a cielo aperto
nel generale scontento.
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Caleghèro
(calzolaio)
Dal lat. caligarius.
Tra i sinonimi * (savatin, scarpolèro,…) spicca
suster,
traslato dal latino (sutor) con lievi modifiche.
(È inserito solo nel vocabolario del dialetto chioggiotto –Naccari-Boscolo- pag.568)

Il vecchio Plinio racconta che Apelle*


esponeva le opere più belle
per trar profitto dai commenti
dei numerosi passanti.
Un dì un caleghèro g’à fato notare
un difèto su un sandalo piturà malamente.
L’artista à sùbito corèto èl particolare:
acòliendo l’osservassión pertinente.
Ma èl dì dopo, tronfio per la critica assetà,
a dare giudissi su un’intiera gamba l’à cominsià.
A sto punto l’artista l’à amonio
co fare bonario:
Su le savàte ti zé un esperto,
ma sul resto no, de sèrto!
Èl tò compito zé vardare in basso
e… sensa tanto s-ciasso!
“Ne supra crepidam sutor iudicaret”
( Il ciabattino non giudichi più in su della scarpa.)

*Sinonimo – dal lat. significatus = senso, indizio, contenuto - Diz. Treccani

*Apelle = (in greco antico: Απελλής - Colofone, 375-370 a.C. circa) era un valente pittore greco.
*Savàta = dal lat. sapa o zàpa; per altri dall’arabo sabàta (calzare).
****
Calèro
calle + ero ( suffisso),
per indicare il luogo dove lo sfaccendato gironzola.
Come un crocale*
ti rassoli ne la càle.
No ti va a lavorare,
no ti sa cossa fare.
*Forse dal gr. “kaukalias” o dall'arabo “qu-hal”.
Mi su disocupato,
dipendente da lo Stato:
‘na rassa proteta
che vuól vivare in pàse, sensa freta.
A bèn vardare,…
crocale zé chi per vivare
deve lavorare.
Derivato:

calerasso
Cale + rassolare? (con troncamento finale);
razzare (grattare – A se grate tuto èl dì!)

*******

Calìa
Limatura dei metalli preziosi .
Dal lat. tardo cadīvu(m) ‘caduco’,
deriv. di cadĕre ‘cadere’, raccostato a calare. – Diz. Garzanti-
In senso figurato
persona avara, tirchia, avida,
che s’impossessa anche delle più piccole cose.
Tante le storie sul calía nate!
Ne racconto una tra le più note.

Un genovese, per risparmiare,


gratis voleva mangiare.
Infilà in un ristorante,
ogni bendedio spariva in un istante.
A fine serata, al cameriere a ghe diseva:
Ò pagà al banco! e a saludeva.
‘Na sera l’à ancóra osà:
Al banco ò pagà,
aspeto che me portè èl resto qua!
Sinonimi: avàro
dal lat. avàrus = àvidus aeris (avido di denaro)
tacàgno
dalla radice tac (cosa tenace, che attacca)
tírchio
si nota l’influsso del verbo tirare, tiricchiare,
subito entrato nella bocca del popolo

tegnóso
dal tardo lat. tineosum
avaro, spilorcio,..
tegnaisso
(tignoso)
da tígna

sansughin
(una specie di sanguisuga, uno che tien streto èl tacuin)

pelegrín
da per + ager
umile straniero che viene da fuori città.
Bisogna distinguere tra
pelegrínus e peregrinus (raro, strano, originale).
Nel nostro ambiente il termine assume spesso il significato
di avaro, finto bisognoso.
No fare èl pelegrín!
Benevolo co ti zé sta èl destin!
Nissun ti incanti:
inutili lamenti e pianti!
Saverse contentare
zé un modo bon de operare.

*****

Caligo
Termine traslato dal latino senza alcuna modifica.
Saggezza ciosòta, non a tutti nota:
Col caligo toche l’Istria,
la piova zé in vista.
Da Santa Maria a Vigo
tuto zé sconto nel caligo:
a pare un naturale velo nussiale
che èl mare stende verso Ciósa
per esaltare la verginità de la sò sposa.

Ma èl caligo sempre no dure,


èl rasserenamento affiore
quando èl sole tuto indore:
ritorne èl tripudio dei colori
per consolare anemi e riscaldare cuori.
Derivati:

caligà
temporale
Co sta caligà te convien stare a riva ligà.

caligóso
Èl prete ancúo à fato ‘na predica calìgosa e tanto noiosa.
Che luna àlo tò marìo,… l’à un muso calìgóso chél scaltrio!

calìsene
dal lat. fulíginem, che fa capo a fumus
De calìsene zé pien èl camin: cambie èl tempo pian pianin!

calùgine
caligo + lanugo
(peluria degli uccelli)

Filare caligo
un modo di dire figurativo,
che sfocia in un nulla conclusivo.
Se una persona rimugina un evento,
per portare solo ansia e scontento,
si dice che fila èl caligo
e… la si allontana in modo definitivo.
****
Camóna o camóma
Pigrizia, fiacca, flemma, imperturbabilità.
Deriva da cauma (calma, bonaccia)
Oggi il politico d’assalto
si fa largo, à ascolto.
Pur se poco dotato,
da tanti viene esaltato.
Invésse quelo in preda a la camóna
zé destinà a far la fegura del móna.
****
Càndia
lite.
Un tempo l’isola era denominata Crèta,
termine latino per indicare
l’argilla calcarea
usata dagli isolani per imbiancare* gli abiti
(di qui la successiva denominazione Càndia),
o per belletto e sigilli.
Nel nostro dire
come zé entrà sto termine qua?
La chiozzota canàia*
gèra de bòna memoria.
La Serenissima lagreme e sangue aveva versà
per impadronirse de l’isola nel passà.
Vegnivan desmentegai perdite umane e guai
vedendo nei forsieri i zechini cumulai.
*Biacca deriva dal longobardo blaih.
* Canàia chiozzota: scarsa considerazione veneziana per il nostro popolo sofferente. (Dal Baldus di Teofilo Folengo)
Fare ‘na Cándia
se useva dire
co in cale le dòne deva sfuogo ad antiche ire.
Èssar in Candia,
quasi in miseria
per ‘na gestión de casa poco seria.
*Èssar in Candia deriva dal periodo di guerra in cui Venezia era alle prese con la guerra di Creta,
assai costosa per le casse della Serenissima. Si trasformò poi in incandìa (bruciata, rovinata).

****
Canéo
dal greco κ ά ννα e dal lat. canna
(canna palustre, canneto)
-Stò pésse sa da canéo.
-La fuòlega se fa èl nio nel canéo.
Èl pescaore lo sa bèn:
star lontan dal canéo convien.
Èl pescà… de fango e cana no spussarà:
tanti lo aquistarà.

Èl pésse de barena zé minuto,


adato per la séna, un piato saporito.
Bisatei, gó, anguele, sievaleti, passarini,
moleche, schile, marsioni…
devente bòni bocóni.
****
Càneva*
Cantina,
luogo a pianterreno adibito a magazzino, osteria (Voc. dial. chioggiotto)
Dal latino tardo canaba
(forse dal greco káwaβ oç – scheletro ligneo –)
che indicava le piccole baracche di campagna
unite in villaggi.
Si lamenta una parente:
In ‘na càneva i à cassà i dó vèci avilii,
ai fioi ghe serviva i lioghi desbiai.
Un bòn ringrassiamento,
un tragico momento!
Bèla riconossansa!
Che èl sielo ne daga passiènsa!
Derivato:

incanevare
immagazzinare, riporre merci in cantina.
*Nel rione Vigo vi è la calle Caneva:
il toponimo ricorda l’antica presenza di un’osteria, una cantina (da kamptòs, cantone, luogo riposto).
****
Canevàssa
Ruvido telo di canapa
che serve per varie operazioni domestiche.

Latino cannabàtium > canevàsium


da cànnabis (canapa).
La gèra tanto brava in zoventù,
ma co l’età non lo è più.
Co la canevàssa i piati l’à sugà
ma chéla menolota
do la ghe n’à spacà.
La pense solo a cincinarse,
a ciaciarare e a speciarse!
Triste considerazióne di un maríto
dell’antica scelta pentito.
****
Canfin
antica lamapada a petrolio
( un cimelio)
che fugheva l’oscurità,
ora in sofita confinà.
Parola figlia di madre ignota per gli etimologisti,
à accompagnato la nostra vita in periodi tristi.
Tento di ricostruire l’etimo incerto.
canfin = confin
(per corruzione locale)
Tra tenebra e luse*,
tuto se riduse:
in senso figurato
così il lemma potrebbe esser nato.
In tempo de guera
a proieteva mile ombre ne la sera:
le sussiteva paure e curiosità
che solo èl tempo à dissipà.
*La luce si spandeva verso l’alto; in basso,
anche per la presenza della cipolla contenente il petrolio, rimaneva la penombra.

****

Canòcia
Canocchia, cicala di mare, pannocchia o spernocchia.
Lat. panúcula (da panus - gomitolo, fuso tondeggiante)
(ricorda la pannocchia accartocciata nelle sue foglie.)

Per altri, deriva da canna per la forma allungata.


Da santa Catarina
val pì ‘na canòcia che ‘na galina!
Ma se bòna ti la vuò trovare,
la se deve remenare!
In ragù, in umido, lessa, scotà,…
sempre bèn ti magnarà.
La sò carne saporita
rende manco pesante la zornata.
****

Cao
Contrazione* di càvo
Dal lat. càvus (gonfio, convesso) o dal gr. kofìlos (cavità).
Pure contrazione di capo – càpulum - (testa, ma anche grossa corda).
*Contrazione = Fusione di due o più vocali vicine in una sola vocale, come nell'evoluzione dal latino causa all'it. cosa.

L’esistensa non è infinita:


un cavo sottile ci áncora alla vita.
Si dipana, si consuma,
a volte si spezza, si frantuma.
Non dura in eterno.
L’alternativa?... paradiso o inferno.
****
Capèla
Dal lat. tardo capella (diminutivo di capa 'veste'),
nome dato, nel palazzo dei re Merovingi,
al luogo dove era venerata la cappa di s. Martino. (Enc. Treccani)

Bèn sìnque i significati


variamente usati:
-un sacèlo, ‘na cèseta
dove èl fedele a pregare s’affreta;
(‘Na capèla su la via invite a ressitare ‘n’Avemaria.)
-‘na parte virile
del corpo maschile;
(Prima arzilla e lesta, dopo mogia e pesta.)
-la capocia de un fulminante
che s’impisse in un istante;
(La capèla del fulminante impissà per un àtimo èl scuro à fugà.)
-‘na misera beréta
per reparare la pelata;
(‘Na capèla de veludo te farà da scudo.)
-‘na córbeleria
portà avanti co puoca fantasia.
(Che capèla astu combinà: un gran conto zé rivà.)
*****

Capitàlismo
dal lat. capitàlis (che riguarda il capo) e
da càput (la parte più nobile del corpo).
“Un’organizzazione economica di scambio, in cui collaborano, uniti dal mercato, due gruppi diversi della
popolazione, i proprietari dei mezzi di produzione ed i lavoratori nullatenenti, dominata dal principio del
profitto e del razionalismo economico”.
(Con queste parole l’economista e sociologo tedesco Werner Sombart
definì per la prima volta il sistema capitalistico nel 1902.)

Quando zélo nato?


Tuta colpa de un nostro antenato!
‘Na volta proclamà
Questa zé ròba mia!!
la tranquila convivensa zé fenia.
Un furto zé la proprietà! *
La va tagià!
‘Quando la sarà abolia…
èl capitàlista avarà perso la partia.
Puoco al puoco ò sempre zontà
per avere ‘na mia proprietà.
No può protestare
chi al diman no sa pensare!
Basta distinsión personali!
Èl lavoro ne rende uguali!
Impegneve, compagni,
lotemo ormai da ani!
Fantasticare
zé pì fàssile che lavorare:
la pèso publissità al socialismo
ghe la fe vualtri col vostro moralismo.
Èl capitàlismo zé lavoro robà,
L’operaio ben lo sa:
se no çircole la grana
a fenisse in fila indiana
a la mensa dei povereti,
privà dei propi diriti.
La classe media paghe!
Ogni véro capitalista gode
sfrutando i contribúti de Stato,
lassando spesso èl lavoratore disocupato.
La zé storia infinia,
trasformà in litania.
Ma, se non si dice “basta!”,
ogni intervento guasta!
* “La propriété, c'est le vol" Pierre-Joseph Proudhon
(Besançon, 15 gennaio 1809 – Passy, 19 gennaio 1865) - filosofo e anarchico francese.

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Caponèra
Dallo spagnolo caponera*
Una gabbia, una specie di prigione
dov’era confinato il povero cappone.
Capponaia, stia nel dialetto locale,
ma acquista nuovo significato nell’idioma nazionale.
Il capannato era opera in muratura
che rendeva ogni fortificazione più sicura:
con fronte poligonale, per ospitare gli armati,
fiancheggiava di tanto in tanto i fossati.
*C’è pure chi pensa a capinera (capo+nera) perché, una volta catturati, questi uccelli venivano ingabbiati.

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Caporión
“capo di rione”.
Un Masaniello
con tanta boria ma poco cervello.
Non è una specie rara
e, di solito, fomenta la gazzarra*.
Al malcontento associa la protesta
ma non sa avanzar proposta.
Oggi è a capo di giovinastri
dediti a risse, schiamazzi, disastri.
*Gazzarra = era il grido di guerra dei mori imboscati ed anche grido di allegrezza.
(Dall’arabo gazârah –rumore confuso, baccano, strepito).
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Caprissio
Qualcosa di stravagante, bizzarro, fugace.
È termine tenace,
di due anime dotato,
alla ricerca destinato.
Del Manuzzi una definizione inconsueta:
tremore scorrente che non s’acquieta
che fa arricciare capelli e péli per terrore
causando freddo, febbre, orrore.
Il Tommaseo scompone
caprezzo
in capriccio e ribrezzo.
Il Dei pensa a
caporiccio,
per la paura,… capello divenuto riccio.
Solo tre secoli dopo, nel significato di
bizzarria,
è entrato nella nostra etimologia.
Ma non è finita!
Panzini prospettò un’altra uscita:
da capra
potrebbe derivare
questo termine particolare,
considerazione giustificata, in modo banale,
dal bizzarro comportamento dell’animale.
*Manuzzi = membro dell’Accademia della Crusca.
*Tommaseo = è stato un linguista, scrittore e patriota italiano.
*Dei = linguista, studioso dell’etimologia dialettale.
*Panzini = è stato uno scrittore, critico letterario e lessicografo italiano.
****
Caragòlo
(vulgocerithium vulgatum)
Qualsiasi gasteropode*dalla forma slanciata,
con la scultura da tubercoli costellata,
diffusi in direzione assiale
ma privo ne è il canale sifonale.
Dallo spagnolo caracol (lumaca, chiocciola)
e dal celto carach (avvolto, attorto, girante),
attinente a car (movimento in giro).
Con la semplificazione
meglio si comprende la definizione:
cara + golo
(kàra = testa) (còllum = collo)
Tuto testa e còlo.
Ė molto diffusa la Torricella
per la forma allungata, molto bella.
*Gasteropode = Che cammina sul ventre.
Dal gr. gastḗr ‘stomaco’ e pṹ s podós ‘piede’.
**
La guèra tra cozze e caragòi fu aspra e dura,
‘na fiera lòta cóntra natura.
A la fine a un armistissio s’arivò:
al
mitilo ignoto
un monumento s’inalsò.
*
Ti à ‘na mente contorta,
ma puòco te ne importa!
Inverigolà come un caragòlo,
ti ghe ne sà una pì del diavolo.
*****

Carèga,
quatro colòne
che tièn su òmeni e dòne.
Dal lat. cathedra (cattedra).
In origine era "pietra" su cui erigersi,
mettersi "in culla", sedersi,
bacinella o catino,
persin scranno.
Nel nord Italia il termine subì una evoluzione:
da catédra nacque cadégra; seguirono cadrèga
e, infine, l’attuale carèga.
Poi divenne solo "strumento per sedere”,
indispensabile per riposare.
Il legno fu usato per struttura,
il morbido carice per copertura.
Connesso:

seléta
sedia col foro per defecare (cagauro)
(Prepara la seléta per èl fantolin.)

*******

Cariolà
(A volte preceduto dal prefisso rafforzativo in)
Guasto prodotto dalla carie o dal tarlo.
Dal lat. càries connesso al greco keiro (corrodere)

La Bepa rivolta al fradèlo:


La gelosia t’à cariolà èl servèlo!
La zé un tarlo che no se ferme mai
e procure spesso tanti guai.
Còssa vuostu fare?
Ti devi soportare!
Se ti usi la violensa,
ti à perso ogni speransa:
libera la sarà,
de farte béco pì ocasión l’avarà.
Daghe fiducia, alontana èl sospèto,
ti starà pì quèto!
****
Carnevàle
dal lat. carne-levàmen*
(togliere la carne)
Carnesciale (carnem-laxàre)

Aspètti Carnevale?
ma in Italia è stanziale.
Mascaroti birichini,
a la rapina inclini,
zé in vari cantoni imbusai,…
i pense solo a semenare guai.
A Roma la carnevalà zé mera realtà.
Oche starnasse in Campidoglio,
marionéte ressite a Montecitorio!
Tra èl magna-magna consacrà ne i ani,
(e no se trate solo de frìtole e galani)
tanti s’à impenia la pansa:
i à mucià gran sostansa.
In quarésema*, momento de penitensa e umiltà,
a puoco a puoco tuto vien trasformà:
èl pòpolo devoto se adegue
e mal soporte le tante beghe.
La risuressión l’aspète,
stufo de tante barsêléte*.
* Carne (le)vare: “riferito in origine al banchetto d'addio alla carne, che si celebrava la sera innanzi il mercoledì delle Ceneri” (Migliorini-Duro)
*Quarésima = dal lat. quadrigèsima (dies) cioè quarantesimo giorno prima di Pasqua.
*Barzelletta = diminutivo di bargella, che indicava dapprima una donna sfacciata e furba, passato poi a significare facezia.
Il termine bargello deriva a sua volta dal latino medioevale barigildus,
in origine funzionario carolingio capo di polizia, poi passato a significare briccone (Wikizionario).

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Caròbola
carruba.
Dall’arabo charrub
(Fa parte delle leguminose e cresce in Oriente e nel mezzogiorno europeo)
Il baccello contiene una pasta dolciastra
un tempo apprezzata dai fioi ciosòti.
Dai Greci era chiamato
keràtion - da kèras – corno –
(forma del baccello simile a quella dei fagioli).
De caròbole m’ò spansà
e stitico su deventà.
In preda a la bramósia,
no ò pensà a la vecia litania:
Le caròbole strope la pànsa,
a la purga bià recorare co urgensa.
Qualche tòn le scaene
ma…ti resti ne le péne!
Derivato:

carobolèro – carrubo

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Cartabòn
quartabuòno,
squadra con lati mobili
e taglio in direzione obliqua.
Dallo spagnolo cartabon, da quartus = quarto.
Tagiare a cartabon = tagliare a cuneo di sbieco, in diagonale.
-A cartabon la gornise ò tagià, a la fotografia l’ò ben adatà.
-Él telero no sta serà! Él cartabon no zé indovenà.
Nel nostro ambiente diventa,
come precisa la Treccani,
strumento di legno costituito da due bracci uguali, uniti tra loro in un compasso,
usato in carpenteria per segnare sul pezzo una linea di taglio formante un dato angolo
con una assegnata direzione.
Ogni buso su la carena de un batèlo
richiede un perfeto tassèlo:
èl pertugio vien sui lati levigà
e ogni angolo col cartabòn rilevà.
Su ‘na carta se ricree èl disegno del tacón
che, riprodoto in róvare, combaciarà a la perfessión.
*Pertugio=foro, fessura. Dal latino: pertusus participio passato
di pertundere forare, composto da per attraverso e tundere battere, percuotere.

A òcio e cróse,
stimare a vista, a la manco pèso…
co un'ocià per longo e una per travèrso.
Una empirica valutazione,
approssimativa, priva di precisióne.
Era un modo di dire
di ogni antico tessitore
che, sbagliando, non si scoraggiava:
ad òcchio e croce, fili di trama e ordito incrociava.
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Casin
Spesso una villetta della nobiltà, usata per la caccia.
Accentato, divenne in Francia un luogo per il gioco d’azzardo.
Da casa,
un luogo coperto;
deriva dalla radice sanscrita ska che rimanda all'idea di coprire
e che ritroviamo nel latino castrum (accampamento) e anche in cassis (elmo).
Gli Italiani, senza tanti indugi, lo ridussero a

bordello,
dal lat. borda
(forma diminutiva bordèllum = casetta, capanna, baracca)
Le due attività, essendo rumorose,
contribuirono ad allargare il significato del termine a
confusione, chiasso,…
S’è innalzata l’erotica temperatura
del linguaggio nazionale.
Il casino… a dismisura
in politica è abituale!
Nella confusióne…
scompare facilmente qualche milióne.
Per un lauto guadagno
l’onorevole vende il proprio scranno.
Nell’oscurità intrallazzi;
sótto banco colpi bassi;
frequente cambio di cliente,
ognun si vende facilmènte.
Al popolo zuccóne
canteremo la solita canzóne:
Tuto va bèn, no te alarmare,…
la salute ti à da salvaguardare.
Èl debito pùbrico su ti gravarà?
Faghe posto,… vai pì in là!
e… ancóra ‘na volta i t’à trombà!!
*Trombare = possedere sessualmente, bocciare,
spostare acqua con una pompa.
Derivato di tromba (ted. trumpa = strumento, tubo) o, forse, incrocio tra il lat. tuba e triunphare. (Da unaparolaalgiorno.it)

*****
Càspita!
Alterazione di cazzo
e del suo consueto dimin. caspiterina (diz. della lingua italiana- Zingarelli)
È un classico esempio di eufemismo*
che maschera il termine scurrile.

Esclamazione ardita,
istintivamente proferita
se un evento ti colpisce in un baleno,
come fulmine a ciel sereno,
o sei in preda a un gesto di ribellione
per un’errata decisione.
Leggendo i giornali,
quanti “caspita”occasionali
di fronte a strani comportamenti
o interventi fraudolenti.
Pochi valori alberghe nei cuori!
Caspita!
Manca la carità
e non è una novità.
*Eufemismo= La sostituzione di un'espressione propria e abituale
con una attenuata o alterata, suggerita da scrupolo morale o religioso o da riguardosità.

Sinonimi:
perbacco, caspiterina, diamine*, accidenti,..
*Diamine = Alterazione eufemistica di diavolo!, per incrocio dei vocativi lat. diabŏ le e domĭne ‘signore’.

****
Cassàre
dal lat. cassàre - presente nella legge 14 del Codice Giustinianeo
(da càssus – vano, inutile, senza effetto)
Heyse sostituisce l’etimologia latina con quella araba:
kasara (spezzare, rompere, cancellare, togliere via, annullare, abrogare)
La sentensa che te condaneva zé sta cassà. Contento ti sarà!

A Chioggia il verbo viene usato in senso figurato,


assumendo il significato di
mandar via, scacciare, emettere con forza, introdurre, cavare.
Dal lat. ex-captiā re, derivato da capěre = prendere.
La s (ex) intensiva capovolge il significato.
La lessión no zé servia,… a m’à cassà via!
Le man in scarsèla a s’à casà, ma gnanca un schèo l’à trovà.
Èl martelo su un pie ghe zé andà: per èl dolore un urlo l’à cassà.
Ben intendi: sta desgràssia n’à cassà a fundi.
Cassa zó sti ciodi. M’ò ponto,… no ti vedi?
Cassalo da le scale a beróndolon. A rompe in continuassion!
**
Un altro femminicidio perpetrato
lascia le dònne in calle senza fiàto.
Dopo sei biondi,… un bimbo mòro era nato,
un fatto strano, inaspettato.
Èl marío sigheva, credendose tradio:
Questo no zé mio fio!
e, sensa clemensa,
a pesteva la mugère co violensa.
Prima de morire
la s’à volesto vendicare
e sul muso l’amara verità
impietosammente vien cassà:
Tòco de móna! Èl mòro zé tò fio,
per st’altri t’ò tradio!
*Agglutinazione della voce verbale scazza (infinito - scazzare = smuovere, staccare da (freq. lat. excaptiare).
*****

Càsso
Il termine più usato nel turpiloquio.
(Absit iniuria verbis)
Dal greco akation (albero maestro della barca)
Potrebbe derivare per contrazione da cap[éz]zo (capezzolo)
indicando un piccolo capo, un manico.
-Ti zé ‘na testa de c…o!
-No ti vali un c…o!
-No a capisse un c…o!
-A s’à inalborà come un c…o!
Che misera cornice
per questa umana appendice!!
*
Sul foghero èl càsso, ‘na tonda pignata,
da un covercio a cupola sormontà,
sta co l’antiàn - coppia affumicata-,
‘na tecia bassa, ben sagomà.
Èl primo serviva per minestre e broéti,
l’altro per boni friti.
Correlati:

cassopipa
Connubio tra casso e pippiare*.
Bibarasse in cassopipa:
messe nel casso (pentola col copercchio a cupola)
pippiavano, quasi pigolavano.
*Pippiare o pipiare dal tardo lat. pipio-onis (piccione).

cassafati
un saccentone
pronto ad esprimere un’opinione.
Dei fatti altrui s’interessa,
la discrezione non professa.

caspio o caspo
come sostantivi indicano persone di poco conto;
come esclamazioni vengono usati al posto di casso. Si nota la parentela con càspita.
vistecasso
(cretino, muso -vis- da casso)

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Castèlo o bastión
il forte san Felice
Lat. castellum, dim. di castrum ‘accampamento fortificato'.
Dal fr. antico bastie, part. pass. di bastir ‘costruire’,
dal francone *bastjan ‘intrecciare graticci’ •sec. XIII.
Bastione deriva dal fr. bastillon, dim. di bastille 'fortezza'.
Posizionato tra laguna e mare,
qualche nemico à fatto tremare.
Ė testimonianza antica,
brandello di storia unica:
guardiano del porto
per i pescatori gran conforto.
Dagli strali del tempo segnato,
alla rovina destinato.
Un delito vien perpetrà
da chi gnènte per recuperarlo fa.
****
Castignòla
Deriva dal lat. castinea (castagna) e ne è il diminutivo.
Per i Chioggiotti è un regoletto di legno oblungo,
simile ad una castagna, che ruota a saliscendi.
Astu mésso la castignòla su la portela? La reste vèrta sensa quela.
La castignòla, fata de tòla,
serve per serare telèri e porte
malandae e mèse storte:
‘na specie de cainasso,
fato a la bòna e usà co giudissio.

****
Castràura
Carciofo staccato prematuramente dalla pianta.
(è una primizia)
Dal lat. castràre (il voc. Georges lo avvicina a càstus)
che significa tagliare, fendere.
Un bòcon da sióri zé la castràura,
‘na dèlisia offerta da la natura.
Sale, ògio, àgio, pan gratà,
per sti ortàgi de qualità.
In técia cusinae,
le zé da tuti apressae.
Connessi:

articiochèra
da articiòco– dall’arabo (al)charsciof.
coresin
centro, cuore del carciofo
-Magnare èl coresin! ‘na delissia per ogni fantolin. –

Castrón
Sventato, poco attento, evitato.
Dal lat. castràre che porta a càstus.
Per altri dalla radice kas (tagliare).
L’etimo fa chiarezza:
il castrone è animale sfortunato,
dei propri attributi privato.
Perde baldanza,
s’acquieta, mostra titubanza.
Nel confronto con i non castrati,
dal fatal taglio risparmiati,
si presenta remissivo,
come un vile, uno stupido giulivo.
Castronaria
Sproposito grossolán propinà
profitando de l’altrui ingenuità.

****

Càsua
caduta
Dal lat. càdere
(part. pass. càsus)
che si avvicina al greco kàto
(di sotto in giù, venir meno)
In senso figurato:
casua del tempo:
no piove,… se atenue èl vento.
Un alito lisiero
rasserene èl sielo;
l’aria rinfresche,
èl stravedamento persiste.
In lontanansa colli e monti,
in laguna splendidi orisónti.
No sùpie èl siròcale,
s’à dissolto èl temporale;
èl sole fra i nuli fa capolín,…
torne in cale èl fantolín.
Un secondo significato (caduta)
è al reale adattato.
‘Na càsua e.. in tèra m’ò trovà!
Un brasso m’ò stracolà.

Le càsue zé frequenti,
le provoche lividi, lamenti.
Se può cascare nel pecà, in misera viçenda,
nel pensiero, nella memoria, in amenda,
ma…
ògi, come gèri,
importante zé restare intieri.
****
Catorigole o gratorigole
Solletico
‘na gratà e ‘na sistemadina
zé abitudine matutina.
Col grata-grata…
la spissa* viene eliminata.
Sta parola, smembrà,
rivele la propia semplicità:
grato
(v. grattare)
+
rigoler
(divertirsi, scherzare per far ridere, fremere)
Ma cato potrebbe stare per delicato, morbido.
Gli effetti del grattare
in certi posti si fanno sentire:
un solletico impertinente
ti fa fremere e desistere all’istante.
Gratorigole no soporto:
co ti me tochi su un òmo morto.
Dai pie a la vita
‘na scossa al servèlo m’arive
e, come ‘na calamita,
de le fòrse la me prive.
S’à memoria
de gratorigole ne la storia.
Messalina senza posa
le faceva, silenziosa,
a quel mostro di Nerone
che, intonando una canzone,
incendiava tutto per divertimento
seminando gran sgomento.
Connesso:

spissa
Dal latino spissus = spesso, che si ripete.
Risente l’influenza dei dialetti vicini:
friulano - spizza, triestino - spizzar, istriano - spissar.
Prudere da pruríre
Che spissa in suca ! = mi prude il capo.
Derivato:

catarigoloso,
che soffre il solletico.

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Cavorio
Ipotizzo una doppia origine:
- da caput (testa) + rio (canale) =
all’inizio del canale
o
infilare la testa nell’acqua del canale;
- da cavus (cavo, concavo) + rio,
per la depressione che si produce con l’impatto nell’acqua.
I fiòi sè bute dal pónte in cavorio:
un turista varde stupio.

Che cavorio per la nostra economía!


Da i abissi risalià,
in séca la zé fenia.
Mèsa asfissià,
la spere in ‘na pronta rianemà.
Ma ne l’ambiente l’aria zé stagnante,
un pronto intervento serve nel presente.
Ossigeno ghe vuole per ciapare fià
e… forse l’economía ripartirà.
Cavorisso, duro, tegnoso = testa riccioluta, dura, tignosa.
*Economía = dal greco oikonomía (amministrazione delle cose domestiche, distribuzione, ordine).

******

Cechìn
Soldato austro-ungarico, tiratore scelto.
Una parola antica
che ha un secolo di vita.
Questo sostantivo deriva da
Cecco Beppe,
nome con cui l’imperatore era chiamato in Italia,
considerato alla stregua di canaglia.
Cecco Beppe de rassa canina
de l’Italia zé sta la rovina!
se penseva e canteva
quando la libertà mancheva.
*L'imperatore Francesco Giuseppe I d'Austria
regnò sull'Impero Austro-ungarico fino al 1916.
Se ogi èl nome del sovrano vien recordà,
lo dovemo a sto termine qua:
cechìni indicheva tiratori scelti
che semeneva nel nostro esercito spaventi.
Insita zé ‘na çerta ironia:
per sparare… bià tiòre la mira,
serare un òcio pian pianino,
deventar ciechìno.
****
Cérega
calvizie in atto
o segno ecclesiastico del passato?
Dal lat. clérica

Kléros* era strumento per consultare la sorte


e a clericus spalancò le porte:
nei primi tempi della chiesa,
dal destino veniva indicato
chi al culto divino era destinato.
Un tempo la tonsura*
era indice di vita pura,
ora è segnale di strapazzo,
di fatica o di sollazzo.
Ancùo no preocupe la cérega sui cavei
ma, in senso figurà, quela su i schei.
*Kléros è la sorte dei greci (da klaô = rompo, spezzo): venivano usati ramoscelli spezzati, di varia lunghezza, per determinare il risultato.
*Tonsura – da tonsio, tosatura.
*******

Cesendélo
piccola luce votiva, candelina.
È filiazione del latino cicindela che Plinio indica come lucciola,
corruzione per raddoppiamento del latino candela. (P. Malaguti- Nuovo sillabario veneto)
L’etimologia accomuna i termini cicindela, lucciola (da lux) e candela.
cèsa + candela
Tra penombra e oscurità,
sóto èl pòrtego de pescaria,
qualche anema vegniva recordà
in ‘na monotona litania.
Qualche cesendélo brileva,
èl recordo no mancheva.
Reti de preghiere
se snodeva ne le sere:
“O fratello mare,
dei nostri cari non ti scordare!
Dóna lor la pace,
fa’ che vivano nell’eterna Luce!”
****

Chatare
è ormai nel nostro interloquire.
Un neologismo,
un nuovo acquisto.
Uno sfogo per comunicare,
un desiderio represso
sfociato in eccesso.
hat ‹čät›
Da
sostantivo ingl. «chiacchiericcio».
Sul smartphone a tuto andare, de bon’ora,
se cominsie a chatare.
Ti à bisogno del dotóre?
Ciata e a compare sul visore.
Te serve un’informassión?
In un balen ti à la solussión.
Tò marìo zé in mare?
Fasilmente ti lo può contatare.
Ti serchi le novità?
Un giornale radio vien ingansà.
S’avemo abituà a ste novità!
I veci sentensieva,…
gran cambiamenti i prevedeva:
…”quando saremo in mare èl gran Marconi
ne impissarà la pipa schissando do botoni!”
Se i fusse vivi, la pipa da la bòca ghe saria cascà
di fronte a ste moderne novità!
*Chattare = Forma di comunicazione online durante la quale un utente intrattiene una conversazione con uno o più utenti, in tempo reale e in
maniera sincrona, attraverso lo scambio di messaggi testuali o stabilendo una connessione...(Treccani).

*****
Chèba
da cavea (gabbia)
cavja > caaiva > caiba (Prati ’68)
Vissin al mio balcón
sta in chèba un gardèlo.
Sussite tanta compassión
sto èsserin novèlo.
Èl sò canto zé pianto desperà.
A pense a l’antica libertà,
essensa de la vita,
esigensa mai sopita,
dono devino
che rende paroni del destino.
Per soddisfare la propria vanità,
l’uòmo compie un atto di inciviltà.
La chèba più famosa e famigerata
era quella sul Campanile di San Marco sistemata.
Il prigioniero, là confinato,
a triste fine era destinato.
*******

Chébe
Termine usato solo dai Chioggiotti e Buranelli (Boerio)
per indicare un balbuziente.
Origine onomatopeica:
i balbuzienti ripetono più volte la parte iniziale della parola
e gli uccellini lo stesso verso.
In italiano cinguettare e balbettare sono sinonimi.
Di qui l’aggancio a chéba (da cavea, gabbia).
*
Un tale da un chébe gèra compagnà:
Va…va…va..rda che…che la bi..bi..bionda!
Dove zéla sta candida anemela?
La ..la..zé ..zé…oramai pa…pa..pa..ssà!
Che fatalità!
Va..va..va.. varda qua!
Ma, stufo, a lo à fermà.
Ò capio, ò visto in giro,
lassame un puoco de respiro!
Ma se…se..ti ha vi… vi..sto la ca..ca.. cagà,
co..co.. come mai ti..ti..l’à.. sapà?
Sinonimi:
tartàgia
voce onomatopeica ta-ta, tar-tar
schechè
Che…che… un’òra te vuole per parlare.
Me stufo de spetare.
gigi-gigi
(come il ripetuto cip-cip degli uccellini)
Parlare da gigi-gigi = balbettare

****
Chéca
Dimin. del nome proprio Francesca.
B. Migliorini lo riconduce al veneziano chéca e al toscano cecca,
“ambedue col significato di donna volgare e ciarliera,
ma anche al toscano sora checca che significa ‘vulva’ ”.

Un sostantivo con quattro significati


che meritano d’èssere svelati.
-Un scaldin sènsa mànego,
che troveva largo impiego,
pien de brónse,…
sóto le cotole ampie, gónfie.
-La tégna* che in testa se formeva,
‘na pàtina deventeva.
-La rumenta dei fundai
per i tanti inconvenienti procurai.
-Un semplicioto femenà, un móna…
per dirla propio a la bòna.
*Tegna = fr. teigne; sp. tiña; ted. grind; ingl. scab.
*******

Chetichèla
Deriva da cheto, allotropo* di quieto.
Alla cheta (silenziosamente)
La locuzione avverbiale
è formata dalla ripetizione di cheto,
mutata la desinenza, per dare alla voce la figura di nome.

Dopo ‘na bela magnà,


l’òsto èl conto ai pescaori à portà,
ma,… uno a la volta, a la chetichèla,
verso la porta i se instradeva.
Èl pì móna zé restà
e… per tuti l’à pagà.
*Allotropo (dal greco allos = altro, e tropos = modo)
****
Chiàbita
Dal salmo 90 “Qui habitat”
deformato dal popolo in chiàbita.
Era una preghiera, uno scongiuro, una tiritera.
In cale ‘na vedova se lamente!
La solita chiàbita repétua malamente.
Sensa marío no posso stare:
n’altro cristian devo trovare!
Do ghe n’ò maridà
e i zé fenii al mondo de là:
sinquanta primavere ò apena mucià.
Bisogna riconossarlo: ti li porti da Dio!
ma… èl dópio senso no zé sta capìo.
****

Ciàcola
Da chiacchierare,
verbo derivato dal catalano claca = ciarla (fr. claque)
attinente al suono clac – clag che esprime strepito.
Manco ciàcole e pì fati!
Solo i mentecati vien imbaucai!
Osservassión de tanti:
i sitadini ormai zé descantai.
Per vint’ani maridà,
sensa ‘na parola a se ne zé andà.
Ghe sarà un motivo
per aver usà un modo così sbrigativo?
A m’à risposto che ghe despiàseva
interomparghe la continua loquela.
Collegato:

sbàtola
loquela, parlantina.
Dal lat. battola,
la chiavica del mulino
che si apre e chiude di continuo.
Che sbàtola stò omo:a zé da manicomio!
Derivati:
ciacolà, ciacolare, ciacolésso,
ciacolina, ciacolon,
ciàciara, ciaciarà, ciaciarare,
ciaciarésso, ciaciaréta, ciaciaron, ciaciaròto.

Tacare botón,
infastidire
con un discorso lungo a non finire.
Viene alla mente un seccatore
che tiene fermo l’interlocutore
per cucirgli un immaginario bottóne,
creando poca confusióne.
****
Ciao
Deriva da sclavus (slavo).
Schiavoni
erano i prigionieri di guerra dalmati e i galeotti.
La parentela tra slavo e schiavo
è evidente anche in altre lingue (es. nell’inglese slave)

È un saluto sincero, aperto,


che sgorga dal cuore con sentimento.
Il ciao è diventato
un saluto al mondo prestàto.
Da altre parti servo vostro si diceva;
a Chiòggia con s-ciavo vostro si salutava.
Voce correlata: s-ciona
da sclavus
In senso figurato,
rende schiavo l’oggetto o l’animale ad essa legato.
Un anèlo d’oro che da ‘na recia pendeva,
‘na moda slava penetrà in tera veneta:
‘na usansa retriva
de un mondo che impauriva.
A Ciósa a devente un anèlo de fèro sul canale
usà per l’ormegio abituale.
Ma èl termine vien applicà
pure per indicare ‘na imbriagà.
Se ‘na s-ciona ti à ciapà,
pì de qualche piroca ti à svuodà.
La continua s-ciona te mete in caéna,
te rende la vita grama.
****
Ciàpin
Deriva da chiappare, lat. capulare,
der. di capŭ lus ‘cappio’.
Dotato di facile presa,
assicura ad una fune la biancheria stesa.
Il suo cuore è una molletta;
le sue braccia… in simmetria perfetta.
Sole e vento
non gli causano spavento.
*****

Ciapo
Dal lat. capulā re, deriv. di capŭ lum ‘cappio’.
Due i significati del termine:
1) cappio, quindi acchiappare, afferrare.
Èl ciapo del paranco la cocia à ingansà.
Èl saco sgionfo preanunsie ‘na proficua pescà.
Attinente:

rancurare
da rancor trasformato in rancura
per sovrapposizione di cura. - Prati 1968

2) gruppo preso alla sprovvista, sorpreso.


Un ciapo de oseleti vien sorpreso su i téti.
No manche l’alegria ne la scarna compagnia!
In tute l’ore, i confide ne la bontà del Creatore.
*****

Ciaváre
kia-vare*
Il diz. Zingarelli chiarisce i vari significati del verbo:
-dal lat. clavis (clava, mazza).
A Chioggia il senso muta spesso:
dal tardo lat. clavare (inchiodare),
-in senso fig. serrare saldamente;
-volgarmente: possedere una donna;
-volgare figurato: imbrogliare, ingannare.
A vu, a vu!(perbacco!) M’avè ciavà ‘na volta
e no me ciavè più!
Solo un boteghièro bòn da gnènte ciave èl cliente.
A farse ciavare a vien mandà e… presto botéga a serarà.
In quatro e quatr’oto a m’à ciavà:
per un àtimo su sta sbadà.!
*In senso letterale, inchiodare.
In senso figurato fissare, inculcare, imbrogliare. Fare sesso (con allusione di inserire la chiave nella toppa.)

A zé andà a farse ciaváre!


(all’aldilà, a farsi inchiodare nella bara)

La morte fa paura,
conclude l’umana avventura.
Un dùbbio, è naturale,
permane nel cervèllo di ogni mortale:
chi à fede, e non solo speranza,
confida nella celeste Provvidenza.
Chi non crede nella Misericordia divina
si avvilisce più di prima.
A chi la ciavà?
èl futuro lo dirà!...
ma la Gràssia del Signore
se spalese su tute le crature.
Ungaretti, poetando,
ne recorde*,
che… la morte se sconte vivendo.
Prima o poi
a Patrasso bià andare,
la tèra sempre no podémo calcare!
Ma ogni nostro vècchio svampito* non era,
non voleva partecipare ad una ellenica crociera.
Evitare la rovina, la perdita della vita,
è sempre stata scomméssa antica.
No si trattava di andare a Patrasso
ma di
ire ad patres*
ritornare dagli antenati
per far posto ai nuovi nati.
*Svampito – svaporato, svanito: deriva da vampa, incrocio di vapore e lampo.
Derivati:

ciavarin (donnaiolo)
ciavariòlo (puntello tra due travi)
******

Ciavón
Cefalo di laguna (Mugil capito)
Forse il nome è ricavato dal fatto che
era allevato come s-ciavo nelle valli da pesca
e sostava spesso accanto alle ciáveghe*,
aperture mobili indispensabili per la montata del pesce.
Altra possibilità:
da ciavare nel senso di ingannare, data la grande vivacità.
Un torsiolón,
sempre a la riserca de un bòn bocón.
Con la rete a circuizione
era pescato nella bella stagione.
Da poco nato
bòtolo
vien chiamato.
Dal lat. pùtus (piccolo)
putus > putulus > potulus > bòtulus
La radice bot (corpo gonfio) porta al termine bòtulus (budello).
A do ani d’età
caustelo
a vien denominà.
Da càustego* può èsser derivato
questo termine astruso
fra i pescatori ancor in uso.
Ma vanta pure un nome che attira l’attenzione
e richiede perciò una spiegazione:
cefalo calamíta.
Da càlamo (calamum = canna).
Greci e Romani chiamavan certe piccole rane
calamítes o calamítae
(da kálamos ‘canna’)
perché viventi tra i canneti,
posti assai discreti.
Il termine su questo pesce è slittato
perché frequentemente accanto ai canneti è pescato.
Tutto à una spiegazione,
basta mettersi in azione
con un pizzico di passione.
*Ciàvega – da clàvaca ricavato da cloàca.
*Cèfalo s. m. lat. tardo cĕphă lus, dal gr. κ έϕ αλος, der. di κεϕ αλή «testa».
• un pesce eurialino (gr. eurýs ‘ampio’ e hálinos ‘salino’ ): sopporta notevoli mutamenti di salinità.
*Caustego = intrattabile per vivacità.
*****
Cíca
cicca, mozzicone di sigaretta
Dal lat. cicum = un minimo, un nonnulla.
No ti vali ‘na cica = non vali nulla.
Chi si vende per una cicca di tabàcco,
chi pretende di euro un bel pàcco;
chi si lascia incantare,
chi è intento a pensare;
chi guarda e non lavora,
chi sgobba in ogni ora…
Tipologie italiane,
abitudini nostrane.
Derivati:

cichéto
spiritoso inizio di un giorno propizio.
Bicchierino di forte liquore
(grappa nel Veneto).
Dal lat. ciccus = piccolissima quantità.
Da le nostre parti…
pure un rimprovero èl cichéto devente,
‘na lavà de testa, un vero inconveniente.
Tuto provien dal mondo militare:
quando un soldà vegniva redarguio da un superiore,
al retórno a conteva che, in realtà,
dopo un bicère de vin, a gèra sta lodà.
Sta spiritosa invensión
risolveva la imbarassante situassión.
cicàre
succhiare la cicca,
ma anche rodersi per invidia.
A credeva de aver vinto e invesse g’à tocà cicàre.
Su tute le furie l’ò visto andare.

cicà
part. pass. di cicare

cicolòso
che ha il vizio di ciccare

cicòso
collerico, invidioso
Connesso:

tagiadèla
cicchetto di menta ed anice.
Dal friulano tajadel.
Vuostu l’aria tagiare?
Co ‘na tagiadèla ti deve cominsiare.
Èl fredo no ti sentirà,…
de stare al caldo te pararà.
Sovente la tagiadèla lasciava spazio alla
mandoléta
(liquore alla mandorla molto apprezzato)

*******

Cìcara
Dal tardo spagnolo xìcara (mutuato dall’atzeco):
era il guscio di un frutto tropicale.
Dame ‘na cìcara de cafè caldo!
A tòla ti fa èl maramaldo,
ti magni come un porsèlo;
te se sgionfe fin èl servèlo*.
Che ingolfà!
Altro che cafè! Te serve ‘na purgà.
Un senelotin* poco servirà.
*Il termine chicchera deriva da xicalli, con il quale gli Aztechi indicavano il grande frutto sferico della Crescentia cujete, una sorta
di curiosa zucca verde brillante che cresce su alberi ampi e frondosi. Tutti i mesoamericani utilizzarono le due semisfere del frutto,
per millenni, come bicchieri per sorbire le bevande più diverse.
*Dal lat. cervèllum, diminutivo di cérebrum.
*Senelotin = ciotola nel diz. chioggiotto.
Ma sene fa pensare a senex (vecchio, fig. -avanzato) e tin (dimin.) a poca quantità.
Va ricordato che, in passato, sul camino vi era un bricco (la cuògoma) contenente caffè.
-Cuògoma (cuccuma, bricco) da cúcumis (cocomero) dato il suo ampio ventre.

*****

Cincinarse
Dal latino cincinnus, ricciolo,
quindi cura dei capelli.
Al specio incolà
per ore ti sta.
Ti te cincini,
ti te adobi co mile fufigni*.
La toa zé solo vanità!
La vera beléssa sta nell’interiorità.
Sinonimo

inasiàrse
dal v. asiàr che vale aggiustato ( Diz. Boerio)
*Fuffigno = il termine, secondo il dizionario De Mauro, è di area toscana e indica un ingarbugliamento dei fili di una matassa o di un tessuto.
Secondo il dizionario Battaglia deriva dalla voce onomatopeica foff (cosa leggera).

Correlato:

biro (ricciolo ribelle)


dal lat. birrus
*****

Ciò
tipico intercalare veneto
che sovente diventa un rafforzativo polemico,
un appoggio alla negazione,
un modo per sancire una conclusione.
Da ecce hoc derivato,
-ecco questo-
ne è il significato.
Un’altra origine è prospettata
per questa parolina tanto pronunciata:
è la seconda persona dell'imperativo di “tore” = prendere:
tò,
(piglia, prendi);
a Venezia si pronunciava al modo friulano
alquanto strano:
“ciòlí” , da cui “ciò”.
Nel nostro gergo abituale
occupa un posto speciale:
entra ovunque come il sale,…
insaporisce, conclude un finale.
Qualche esempio eloquente d’uso frequente.
-Una risposta affermativa, definitiva:
Sestu rivà in tempo? Ciò… e su contento!
-Una sorpresa, una presenza inattesa?
Ciò,… varda chi se vede!
-Un rimbrotto, un richiamo alquanto strano:
Eh… ciò, al deo me l’ò ligà!
-Un rafforzativo conclusivo:
Ciò,… zè ora de fenirla!
-Un dubbio momentaneo:
Ciò, chi me lo fa fare?
*****
Ciò non va confuso con la locuzione.
cio
che indica vicinanza, improvvida conclusione.
-Semo a cio de la piova!
-A gèra a cio cio per niegarse!
-Le comare zé a cio de barufare!
Sicuramente è un’invenzione lessicale locale.
Un’ipotesi:
può esser nata dalla sincope* operata su
ciglio = cio
(essere sul bordo, in un’attesa pericolosa).
*Sincope = soppressione di una sillaba interna alla parola.
*****

Ciòdo
dal lat. clàvus
della stessa radice di clàvis (chiave per serrare, chiudere)
clàvus > chiàvo > chiòvo > ciòdo
A Ciósa l’à un uso non particolare,
dapertuto ti lo può trovare:
su ‘na tòla, su un muro storto,
su un àlbore o su un mastèlo,
su ‘na cassa da morto,…
perfin nel servèlo.
Sbattere si fa,
ma… è sempre di grande utilità.
Piantare un ciòdo
contrarre un debito che non verrà pagato
è usanza antica di qualche sfaccendato.
Un tempo, su una lista,
inchiodàta su un muro bene in vista,
sènza tanti complimenti
appariva il nome
dei debitori insolventi.

Bollétta*
era chiamato
questo elenco* malfamàto.
Appeso sótto un pòrtico del bròletto,*
esponeva a un disonóre concreto.
*Bullétta o bollétta: dal lat. búlla (borchia). Di qui l’espressione restare in bolletta.
*Broletto = (diminutivo di brolo, prato cintato e coltivato.) Nei comuni medievali,
la piazza in cui si teneva l’assemblea popolare ma, anche, il palazzo municipale, (Diz.Garzanti)

Quanti esercenti
un ciòdo piante tra sènto lamenti!
Tacà a un’erta de botéga, a picolón,
èl nome dei debitori compare su un cartón.
Ma da tempo questo modo di dire, ancóra usàto,
indica un poveraccio squattrinàto.
Roba da ciodi!
disemo
quando davanti un’assurdità se trovemo.
È un’incredulità tanto evidente,
che, per apparire un po’convincente,
avrebbe bisogno di essere camuffata
e da chiodi sostenuta.
****
Ciofèca
Forse deriva dallo spagnolo chufa (mandorla per l’orzata)
o dall’arabo safaq (bevenda cattiva).
Una parola dal sud importàta
e dai Chioggiòtti adottata.
In tempo di guerra
il caffè* mancava:
orzo, fave, varie piante tostàte
venivano usate.
Il risultato deludente…
ciofèca* era definito abitualmente.
Per estensión, così vien ciamà
quanto no zé de bòna qualità.
*Ciofèca= potrebbe derivare pure da carciofo,le cui foglie venivano usate per preparare la diffusa bevanda.
*Caffè – dal turco kahvè ricavato dall’arabo qahwa = bevanda eccitante.

******

Ciombare
Bere con avidità (sostantivo ciomba),
suppongo ricavato da bómbo
(modo infantile per indicare la sete, il bisogno di bere)
preceduto da cio,
locuzione locale che significa essere sul punto di,… aver bisogno di….
cio + bòmbo = ciombo (necessità di bere)
Secondo il Brozzi, il termine è un'entità astratta dai molteplici significati.
In Veneto ciomba significa anche gabbia, prigione.
Da sempre devoto al gòto,
a tuta Ciósa noto,
no ti fenissi de ciombare,
ogni piroca ti vuol scolare.
L’aqua te stomeghe,
ma èl vin te intosseghe.
A zé un santo che no perdone,
prima a te illude e dopo a te bastóne.
A te méte a la berlina,
a devente la tò rovina
instradandote per l’Eterno
dopo ‘na vita de inferno.
Sinonimi:

sgionfare
dal lat. conflàre (cum = con + flàre = soffiare)
metaforicamente: gonfiare come un pallone.

trincàre
dal longobardo trinkan da cui drink
e pure dal francese trinquer.

****
Ciómpo
Stivaletto di gomma usato dai pescatori.
(Lo costruiva un artigiano, detto Verigola, nella bottega sulla riva accanto al ponte Zitelle)
Etimo incerto
Da cionco + ciamp
(da avvicinare ad inciampare – Cortellazzo-Zolli)
Un derivato:

ciompare,
il camminare dondolando.
Su la coverta del batèlo
un continuo batuelo:
un tumulto dei Ciompi* in miniaura,
ma… manche ogni acordaura.
Da proa a pupa ciompando,
èl pescaore camine dondolando;
l’ónda lo fa trabalare
ma… no a se lasse andare.
*
Correlato:

dindon
che cammina ritmicamente, ciondolare
Verbo:

snanararse
camminare come le anatre.
*Tumulto dei Ciompi: rivolta popolare avvenuta in Firenze nel 1378
. ******

Ciónco
Forma sincopata di cioncàto
(part. passato di cioncare- sta per troncare)
mozzato, troncato, rifacimento di truncare. - (Diz. Cortellazzo-Zolli)
Individuo malridotto, zoppo (skinko),
di umile condizione.
Un improviso capogiro
t’à cassà in tera, sensa respiro.
Un femore roto,
dò costole incrinae,
patènte nere dappertuto,
vertebre spostae.
In ospeale i t’à portà,
ciónco ti restarà.
La tò autonomia
zé così miseramente fenia.
Attinenti:

zómpo
zoppo
Lat. volg. tsŏ ppum, prob. da una voce imitativa tsopp/ciopp,
che riproduce il rumore della camminata claudicante.

anchisare
dal longob. hanka = anca
(zoppicare)

cròssola ( stampella)
dal lat. cruceola (piccola croce);
per altri dal longobardo krukkia (gruccia, sostegno).

cròssolada
bastonata con la cròssola.

******

Ciòpa
coppia di pane
Dal lat. cloppa (copula, copla)
S’ciopeta, ciopèta:
panino singolo che la fame acquieta.
In batelo?...
ciopète calde e pèsse novelo!

La ciòpa guadagnà
pì saóre à.
No ti à arte e parte,
solo la volontà può salvarte;
cominsia dal basso
e avansa passo per passo.

No ti vuol stare sóto parón?


Serca un’adeguata solussión.
Un lavoro ti devi inventarte:
se a te piàse, a deventarà arte,
a te farà campare e la vita apressare.
Correlati:

bíga
dal lat. bígae
bis (due volte) + júgum (giogo)
data la forma;
bigaròlo o bigarèla
un compenso modesto,
una bíga di pane guagagnata in modo onesto.
L’importante è lavorare,…
il resto è solo malaffare.
Per fortuna ò lavorà. Un bigaròlo ò guadagnà.
Tiro avanti,… ma i bèssi sparisse in pochi istanti.
fòlo
forse da fraile (di facile rottura)
o da folium (foglia, come immagine e leggerezza)

pandolo
da pandulus, diminutivo di pandus (incurvato)

montassù
pane formato da due parti che si accavallano.

bossolao
dal lat. buccella trasformato poi in buccellatum = biscotto,
galletta per soldati.

ròscana
Una ciambella rústica che si mangiava in campagna.
Etimo sconosciuto.
Azzardo tre ipotesi:
- dal lat. rústicus, da rus, villa di campagna;
- dal latino volgare rosicare (part. rosus), rodere (considerando la durezza);
- meno probabile,
da Tuscia da cui è derivato l’aggettivo tuscus > tuscanicus > tuscanus.(Ro-scanus)
*****

Ciribiricòcola
(testa)
Etimologia sconosciuta.
Tento una ricostruzione:
ciribìri
-basco, berretto-
(Con questo termine erano indicate popolazioni europee
emigrate in Istria durante la grande guerra)
+
còccola
sostant. f. - dim. del lat. coccum «chicco, grano», dal gr. κόκκος –
in senso fig. testa;
oppure derivato da
coccolare:
carezza, gesto di tenerezza, di affetto.
Ti gira la ciribiricòccola?
Ti par d’èssere una trottola?
Tutto ti si muove intorno?
Sei alla fine di un girotondo?
Schèrzi del vino sincero
che ti fa sentir allegro e leggero.
****
Ciuciàre
Da suctiàre o da súctus (part. passato di súgere).
Tutti succhiano dallo Stato,
dall’ente pùbblico al privato,
dall’ateo al curato,
dall’istruito al mentecatto,
dal clandestino all’imigrato.
Ė sport nazionale
e… solo il risultato vale.
Derivati:

ciùcio
ciucion (succhione)
(Che fio ciucion, sempre còi déi in bóca)

ciucin (caramella)
*****
Co
S’impone una distinzione
tra avverbio e preposizione.
con (preposizione)
quom > com > cum
Indica
interesse, relazione,
collegamento, connessione,
somiglianza, associazione.
(Co l’agiuto de tanti tiremo avanti.)
(Co spàgo e lengueta èl pescaore tacone ‘na còceta..)

Co
quàndo (avverbio)
qua-die
(nel qual giorno)
Indica tempo e momento
a volte in modo vago, incerto.
(Co ti vegnirà ‘na gran sorpresa ti avrà!)
(Co piove èl dì de l’Asensa, per quaranta dì no semo sensa.)

*******

Coàto
Dal lat. coàctus, part. pass. di coàgo (costringo):
cum + ago
(particella; indica il mezzo) (conduco, spingo).
Termine romanesco
usato in vario contesto.
Un neologismo che, di soppiatto,
nel nostro dialetto è entrato.
Il suo significato?
Imposto con la fòrza dallo Stato,…
in galera o in soggiorno obbligato.
Col tempo la valensa s’à slargà:
un individuo volgare a zé deventà.
Trasandà nel vestire e nel fare
a frequente i bassifondi del malafare.
Ma, se vardè ben,
in televisión qualche coàto vien:
a un duro, a personagio importante
a se attege in un istante.
Paladin de la libertà,
a ne propine ‘na serie de volgarità.
*****
Còcia
Dal latino còncha (conchiglia, vaso, cosa tonda,…)
Aver la còcia dura (essere ostinato, caparbio,…)
Dopo ‘na malìssiosa ocià,
mormore le curiose vissine:
Le tire insieme la còcia,
chissà còssa le combine!
Le zé strighe chéle là!
Qualchedun le imagarà!

Correlati: énca
riconducibile al gotico ankia (tubo).
Una precedente ipotesi la fa derivare dal greco (en)cheo (versare dentro).
Cortelazzo ’70 – Zamboni ‘74

Altri la fanno derivare dal verbo lat. eneco (strangolare).


Imbuto di rete interno al sacco finale della còcia:
impedisce al pesce pescato di fuoriuscire,
proprio come avviene con i lavorieri delle valli da pesca.
coéta
estremità della rete.
Dal lat. càuda, volgarmente còda (cóa)
parè
parete della rete
Da pàries - accus. parietem (da par –attorno-) + èo (vado)
carión
sost. m. - parte centrale superiore (“carion da suro”),
e inferiore (“carion da pionbo”) della bocca della “cocia”.
Dal gr. κάρηνον (càrenon) = capo, cima.
ré da comeagna *
(compagnia = cum panis – indica condivisione);
rete trainata da due bragozzi.
*I bragozzi chioggiotti si riunivano in comeagne (compagnie de bragagne, piccole cooperative).

comaciàre
(stare insieme)
dal lat. compàges (compagine)
comaciàura
allungamento della rete;

ciaron
(rete a maglie larghe)
stramàgin
(tramaglio)
trimàculum – da ter + macula (rete formata da tre strati di maglie)

intenta*
bagno nella corteccia di pino.
Da intíngere (in = dentro + tíngere = bagnare)
I ré da pesca gèra de gotòn un tempo,
a brandèi i feniva in un lampo.
Per farli durare
in ‘na bagna de pin i se doveva tociare.
‘Na caldièra èl tuto scaldeva;
l’aqua salà la tintura fisseva.
*L’ultima intenta si trovava sulla riva San Domenico, all’angolo della calle Grassi Naccari, gestita dal sig. Costantini, detto Sibìla.
Il colorante era ricavato dalla corteccia di pino, macinata dalla gramola nella locale Corte Taccheo ( Corte de la màsena).

****
Codegugno
veneto indumento invernale di pelle e cuoio,
derivante dal latino "cutis" - cute, pelle.
(codigugno > cuticugno > codegugno)
Zugno,… no te cavare èl codegugno
e no lo impegnare
per quélo che podarave capitare.
****
Coégia
da cuniculus = coniglio;
l’animale è abituato a scavare dei cunicoli in cui si rifugia.
Lo stesso fa il cacciatore nel preparare
il luogo di appostamento per la caccia in laguna.
Tuta la nòte in coégia semo stai:
infredolii e bagnai,
ritornemo scornai.
Ànare* e masorini, pì furbi de nualtri,
no i s’à visto,… i zé scaltri!
Derivato:
coegiare
allestire l’appostamento.
Collegato:

tiòma = tenda, copertura.


Forse deformazione di chioma.
Su la coégia un tiòma mimetizà avemo posizionà:
‘na erbosa coverta… fata a la svelta.

****

Cogión
Dal lat. coleo-onis (scroto)
In senso fig. -persona stupida.-

Prima de cogionare un segnà da Dio,


vàrdate davanti e da drio!
un amonimento rituale,
per i Ciosòti essensiale.
*
Sui temi di cultura generale
qualche studente poco vale
e… questo povero zuccóne
fa sovente la figura del coglióne.

*****

Cogólo
Da cucullus (cappuccio)
o dal lat. coclum, per cocleus ‘guscio’,
Lungo cilindro che sta alla fine delle reti da posta:
in esso finiscono le prede
che non possono uscire per la presenza dell’enca*.
Nel sò cogólo ti zé fenio. Svegiate, insemenio! (Triste fine di un babbeo)
Èl Neno in laguna tien banco:
de curare èl cogólo no a zé stanco:
qualche bisato, ghe scométo,
stasera sarà rostio sul camineto.
* Ènca = termine forse derivato dal verbo
latino eneco (strangolare). Imbuto di rete interno al sacco del cogólo.
Attenzione!
Propongo una nuova situazione.

cògolo o cuògolo
Sasso bistondo che i sèlesini * usavano per acciottolare stradine. (Boerio)
Da còtulus
(diminutivo di cos – gen, còtis = pietra, scoglio, rupe.)
Cambia l’accento rispetto a cogólo e muta il significato.
Ciottolo
deriva da ciòtto che risente del tedesco schutt (macerie, rottami)
e del lat. càutes (sassi aspri, duri)
*Sèlesini (lastricatori) da sélese = selce;
lavoravano seduti su uno sgabello ad unica gamba che consentiva rotazioni e gran mobilità.

Èrbeta da càli!
Su uno stròsolo fuori mano si lamentava così un ortolano.
I cuògoli impontii, spalesai,
procure dolori a pie spossai.
Cuògoli, inciampi
incontri in vari campi:
pìccoli inconvenienti
che contrastano i tuoi intenti.
Sono il sale della vita,…
non devono diventar pépe su ferita.
Rafforzando l’esperienza,
ti senti pronto per ogni evenienza.
*Lèmma = gr. lêmma (argomento)

****
Cogùmaro
cetriolo
dal lat. cucúmerem
che molti avvicinano a cucurbita (zucca)
Il termine nel nostro ambiente indica il cetriolo (cucurbitacea come la zucca) e,
per estensione, persona poco intelligente.
Ti zé un cogumaro, no ti intendi
e, per zonta, de comandare ti pretendi!
Co i tò sugerimenti
finiremo per èssare sgomenti.
Correlato:

paciro
-cetriolo di grosse dimensioni-
da paciòn > spacchióne > po- póne
(it. pacióne : persóna pacìfica, d’indole bonaria ).
Che grandessa sto paciro! Se ne vede puochi in giro.
Ti somegi a un paciro,… ti me lassi sensa respiro!

Il cocómero
dal lat. cucúmerem, accus. di cúcumis (cucurbita)
“Sto fruto, per èssare magnà,
deve superare l’esame de maturità.”
Fruto o ortagio?
Come fruto a vien gustà,…
ma come ortagio coltivà.
Secondo l’area gegrafica, assume nomi diversi:
a Roma diventa melone, (mếlon –melo- + pépon –popone-)
in Toscana, popone;
più a sud citrone (dal lat. citriolum derivato da citrium, cedro),
in Abruzzo, melangolo (mèlon-pomo- + chloròs –verde-);
in Calabria, zi pàrrocu perché rubicondo come la faccia di certi prevosti;
da noi, in cetriolo è trasformato
(lat. citriŏlum, derivato da citrium, citrus «cedro»).

*****

Cólo
dal lat. gútta (goccia)
o da còlum (recipiente che serviva per filtrare il vino).
Ogni goccia d’acqua è essenziale,
un liquido, celeste capitale
che garantisce vita prosperosa
alla natura che mai ripòsa.
Un continuo rinnovamento
crea nelle piante gran fermento.
Se tarda a cascare,
le conseguenze vi lascio immaginare.
Attinente:

colauro
il colatoio che instrada acqua ed olio.
Ma pure è del cogólo parte finale,
per il pesce una trappola mortale.
spissiolare
Far uscire le ultime gocce di un liquido.
Riporta a spissare (urinare).
Cambia etimo e significato
con accento mutato:

còlo
dal lat. còllum che si rifà a colúmna,
la colonna vertebrale che sostiene la testa
Ti à èl còlo duro?
Un cólpo d’aria ti à ciapà de seguro!
*
Un pacco pure diventa:
dal lat. colligere (raccogliere)
ma, secondo alcuni etimologisti,
l’origine potrebbe dipendere dal fatto
che il peso un tempo gravava tra collo e spalla.
Co impegno e volontà,
un còlo de medessinali in Africa ti à mandà.
Èl Signore ricompense chi a le picòle crature pense.

******

Comàre
cum + mater = commater
Madrina; amica e vicina di casa; pettegola.
L’ambiente sociale ristretto di una volta
era vivacizzato da questa persona disinvolta,
di lingua svelta e indiscreta,
più informata di una gazzetta.
Si entrava in un rapporto non complicato
che facilmente si instaurava nel passato.
La comàre diventava nodo del tessuto sociale,
a volte un po’ banale,
ma con aspetti positivi, lusinghieri,
sempre pronta a fornir pareri.
Le ultime novità ve serviva?
La comàre cassafati* ve le forniva.
Avevi bisogno de un favore?
La intervegniva co gran calore.
Ve sentivi male?
L’aveva pronto un remedio naturale.
Dolcezza e scontrosità,
calòre, furbizia e umanità,
in questa figura si fondevano
e l’amicizia cementavano.
Oggi, con più ardore,
l’amica del cuore
soppianta questa dònna in varie ore.
*Cassafati = che snocciola i fatti, saccentona.
*L’ostetrica era un tempo chiamata comare.

****
Comèdia
dal greco komodia e dal lat. comoedia.
Altri: da kòme (villaggio) + odè (canto),
nata con i riti burleschi della vendemmia.
Divenne poi un componimento che inglobava
aspetti ridicoli o drammatici del vivere.
‘Na comèdia mai noiosa
se ressite a Ciósa.
Teatro* devente la çità
in preda a la vivassità.
No se paghe èl biglieto:
èl balcón se trasforme in palcheto.
Atóri* no manche,
i zé in sérca de novità e palànche*.
Sul palco*,… scenario
sempre vario:
al mercà o in pescaria,
in cale, su le rive, in becarìa,
èl copión spàssie da la farsa* a la tragèdia*
narando l’umana comèdia.
*Palanca = dal lat. planca – gr. plàx = tavola, lamella piana: della stessa radice di plànus.
*Teatro = dal greco θέατρον (théatron), che significa "spettacolo".
*Attore = dal lat. actor -oris, der. di ag•re «agire».
*Palco = dal longobardo palk.
*Farsa = dal fr. farce, deriv. di farcir 'farcire', per la varietà dei contenuti.
*Tragedia = dal lat. tragoedia, che è dal gr. tragō idía, comp. di trágos ‘capro’ e ō idḗ ‘canto’,
con allusione alle origini della tragedia dal dramma satiresco e dai riti dionisiaci. – (diz. Treccani)

******

Cómio
Dal latino cúbitus (antico góubito-gomito)
dalla radice kup (piegare)

Issare massa èl comio.


Cómio de la strada, del canale, de un tubo, de un cogólo,…

Col cómio vien alsà,


èl Neno devente ‘na caligà:
a sbraite, a ruse, a se lamente,
no ghe va bèn gnènte.
Quando èl maraman* lo vede rivare
èl tirabosson* a prepare.
No bià farlo spetare per no radegare.
*Maraman – oste. La locanda era frequentata dai nostri pescatori. (Si veda più avanti).
*Tirabosson = cavatappi.
******

Consare
Un verbo tanto usato
per il doppio significato.
Condíre
Se conse la verdura
co ogio e profumà mistura;
se conse pésse e carne a volontà;
la polenta vien col fromàgio batizà.
Dal lat. condíre
(porre dentro, dar gusto)
forma secondaria di còndere (mettere insieme)
***
Conciàre
Se conse per le feste
chi ne moleste,
ma anca chi vuol apparire
ben curà nel vestire.
Consacarieghe e consapiati
gèra artigiani riçercati.
ad
(prefisso)
+
conciàre
(accomodare, adornare)
e avemo cossì trovà pàre e màre.
****
Consièro
(condimento)

Dal lat. condere (porre dentro)


Il termine deriva dall’unione di
cum (con) e sèrum (parte acquosa – sugo)
Èl consièro zé essensiale
per rendar lieto èl commensale:
a insaporisse ogni vivanda
che… vien dopo magnà a la granda.
*
Obiettività o fantasia,
col pépe dell’acume e dell’ironia,
diventano condimento da usare
per chi vuol farsi ascoltare.
*****

Contàre
verbo da analizzare;
bigamo* diventa nel dialetto
dove se ne fa uso perfetto.
Determinare una quantità
diventa normale attività.
computare
Da
‘valutare, metter nel conto; enumerare’,
derivato di putare nel senso di ‘calcolare’, col prefisso con.

****
Raccontare, divulgare con perfido piacere
i quotidiani eventi del quartiere:
abitudine inveterata, consueta,
fatta ad arte e sensa fretta.
re + contàre
(indica ripetizione) (narrare, riferire)
(Da Vigo a Santa Maria, contè la vòstra che la mia storia zé fenia.)

Ma contare
significa, a volte, valere, farsi stimare.
L’omo onesto vale, a conte! Le sò assion zé franche e pronte.

*Bigamo = composto di bi- e del gr. gámos ‘nozze’ – prima metà sec. XIV .

****

Cóntra e contrà
Il significato
dall’accento è determinato.
L’etimo evidenzia la diversa provenienza.
Cóntra
(lat. cóntra)
preposizione
atta ad indicare opposizione
ma pure, tra cose opposte, relazione.
Cóntra la lège a s’à messo:l’à fato èl smargiasso,
a s’à comportà da fesso.

Contrà
contrada
Dal lat. contrata ‘regione fronteggiante’ e quindi ‘opposta’,
e poi ‘vicina’ .
• nata dall’unione
contra + ata (suffisso)
regione che si stende di contro al nostro sguardo.
Secondo altri da con-stràta,
via, area lastricata.
(Ne la Marciliana, torneo antico,
sinque contrà in gara per un trofeo ambito.)

*****

Coràgio
Da coràticum
o anche cor habeo, derivante dalla parola composta cor, cordis- cuore-
e dal verbo habere - avere-: ho cuore).
Cuore e ragionamento alimentano il coràggio,
parola di antico retaggio,
che non lascia nello sgomento
ma brilla in ogni evento.
Leonida e i suoi trecento armati,
in tempi assai remoti,
presso un angusto passo -narra la storia-
col lor coràggio si coprirono di gloria.
Serse la resa impose
ma strenua resistenza il manipolo oppose.
Un nugolo di frecce sommerse il nobil branco,
per nessuno ci fu scampo.
O la va o la spaca!
mormoreva èl squerariolo
che tra magèro e córba ficheva un ciòdo.
**
Dadi, schedine, machinéte,...
la sorte tuto prométe:
in ogni tempo la fortuna s’à tentà
ma, per ogni tiro falà,
la pósta se ne va.

Él coràgio no manche,…
vien al manco le palanche!
******
Còrba
cesta conica, resistente,
fatta con giunchi intrecciati abilmente.
Dal lat. cŏ rbis
o dal fr. courbe (curva)
In un canton giace, ingrapià,
un’umile còrba desmentegà;
per l’ortolano…
aiuto quotidiano.
Co la modernità,
da la plastica la zé sta sopiantà:
in verdi cassoneti stivai,
ortàgi al mercà vien portai.
La còrba gèra regina
ne i orti de Marina.
Il termine indica pure
una costola dell’imboscatura*,
di rovere tenace, sicura.
Al levigato madiere*
viene coniugata nel cantiere.
(Còrbe resistenti soporte mari e venti.)

*Imboscatura = ossatura del natante.


*Madiere= asse laterale dello scafo. Dal provenz. madier, da un lat. tardo materium ‘trave’.

*******
Còrda
Da chŏ rda, dal gr. χορδ ή «corda di minugia*»,
poi «corda» in genere. (Diz. Treccani)
Per altri:
dal lat. hir-a e gr. chol-às = chor-ads (intestino)

Vibra la corda del violino:


un trillo, un pianto,
un garrulo zampillo argentino,
un variegato canto.
Così la corda del cuore
quando s’apre all’amore.
Ebbro di poesia,
ognun dà spazio alla fantasia
e su un verde prato anela
al magico richiamo di Eva.
*Minugia = budella degli agnelli. - Lat. minutia (der. di minutus ‘minuto’).

Ti zé zó de corda?
Questo modo di dire indica scoramento,
il persistere di un brutto momento.
Privo d’energia ti ris-ci ‘na malatia.
Un tempo
su ogni tórre campanaria di borgata
un orologio funzionava a contrappéso:
una grossa pietra, a una corda collegata,
picolando,* garantiva energia col proprio péso.
Quando tèrra toccava,
l’energia mancava.
Risollevarla… diventava necessario
per conoscere l’orario.
*Picolare = scendere, venir giù. Da pendère affine a pèndere (pesare) - varia l’accentazione.

******
Cortegà
Galleggiante, sughero della rete.
Da cortex-icis (corteccia),
(corticatus - fornito di corteccia),
(corticeus - di sughero)
‘Na féta de suro sbusà
che tegniva l’ima de la còcia solevà.
Co altre sorèle inanelae
la trasforme le ré in boche spalancae:
èl pésse, sensa scampo,
fenisse ne la coeta in un lampo.
Ancúo tuto zé cambià,
de plastica zé la moderna cortegà.
No la se sfalde fassilmente,
la zé pì resistente.
Tonda, piccola, tenace,
durante la pesca non à pace.
****

Costipàre
Dal lat. constipare,
con + stipàre
derivato di stipare ‘serrare, stivare’,
col prefisso -con-.
Costipato, avvilito,
triste e sconsolato,
osservi la neve che ricopre il prato
ma il pensiero va all’estate,
alle belle, calde giornate,
all’esplosione dei colori
che rasserena anime e cuori.
Ti senti oppresso, ti manca il fiato
mentre osservi l’orizzonte da nembi oscurato.

*******

Cotécio
dal doppio significato:
1) Col termine cotécio vegniva indicà
ogni pòvero vècio malandà.
Etimo incerto.
Mi affido alla semplicità insita nell’idiomatismo:
cotécio = co ti zé vecio
Chél cotécio no se vergogne!...
L’à otant’ani e a ghe core drio a le dòne.
Ghe stà solo le furbone…
specie se a sventole qualche verdone.
2) Gioco di carte detto anche vinsi-perda (diz. dialetto chioggiotto)
Forse dal lat. còtem (acc. di còs = essere acuto, star accorto)
o da càtus – accorto –
Un siogo de carte a la roversa,
‘na situassión perversa:
vinse chi à èl punteggio pì basso,
chi à evità de pescare l’asso.
Se cossì fusse per le elessión,
presidente deventaria qualche minchión
pien de idee balsane
che causaria tante grane.
****
Còtega
(trappola o prigione)
co + tèga
(prefisso) (da tèca= custodia)
(denota compagnia)
Potrebbe derivare anche dal volg. cut•ca,
(da cutis ‘pelle’, intesa come prigione del corpo).
Non va confuso con códega (cotica).
In cótega a zé fenio, èl lardo l’à tradio!
Cotica assume un nuovo significato:
in trappola è mutato.
Un linguistico adattamento,
un ingegnoso accostamento
che fa a tutti ricordare
il nuovo termine da usare.
Verbo derivato: cotegare
(A s’à fato cotegare!
In còtega un ano a deve restare.)

****

Còtimo
dal lat. quòtumus ( da quòtus);
mettere al quotomo, a prezzo convenuto.
Per altri deriva dal greco kòttos (alea, rischio)
per la possibilità di guadagnare o di scapitare.
Si tratta di un contratto
stipulato dalle parti in un atto,
per un lavoro bène definito
a prèzzo convenuto, stabilito.
L’appaltatore pensa a tutto;
il compenso pattuito è dovuto.
In mancanza di accordo
(si trova sempre qualche ingordo),
grida l’imprenditore
con impeto e ardore:
Basa sto Cristo o salta sto fosso!
Se no te sta ben,
andartene te convien!
L’operaio à uno scàtto d’orgòglio
pur pensando al portafoglio:
No mòlo*, ma pretendo un ato concreto,
la mia professionalità merite respèto.
*Da mollare, render mòlle, allentare.
Chi pecora se fa
dal lupo vien magnà!
Covèrcio
da co-opèrio contratto in copèrio (ricopro)
Èl supercio rompe èl covèrcio!
ammoniva l’antica sapienza diventata usansa.
Polenta a righete co sépe incoverciae
zé da tuti desiderae.
Se ti vuò presto l’aqua scaldare,
un covèrcio ti devi usare!
Covèrci se use pure nel presente,
fati e misfati vien sconti de frequente.
Mafia e Stato?
un covèrcio à soterà èl misfato!
Sorvole la mama su i caprissi del fantolín,
coverse èl Governo le malefate de qualche malandrín.
Èl negossiante fa evaporare i propi guadagni,
l’oblio sconde le follie de i ani.
Èl prète mete èl covèrcio sui pecai;
col tempo tanti misfati vien scordai.
No ghe zé covèrcio
per la pignata del comèrcio!
La mercansia dev’èssare esibia:
reclamizà, aquistà,…
richessa e lavoro la crearà;
se diffonde qualità e portento
che no evapore col tempo.
Una man de bianco
sconde le magagne provocae nel tempo.

Metarghe sóra ‘na cróse,


alla svelta dimenticare,
dal ricòrdo cancellare,…
diviene imperativo da applicare.
Tutto deriva dalla cróce
che in cimitèro nasconde beghe annose.
Ma,… copiando dal passato,
una cróce ancór cancella un debito non onorato.
******

Crènsa
Dal lat. medievale credentia, derivato di crèdere
nel senso di affidare, consegnare, depositare.
Nel medioevo, per prevenire qualche futuro guaio,
si avvelenava l’avversario.
I nobili, allertati,
degli assaggiatori si eran procurati.
Ogni vivanda esaminata
veniva poi sulla tavola servita.
Ciò costituiva prova di credenza.
Il pranzo si poteva gustare da beati
senza timore d’esser avvelenati.
La voce, col tempo, è passata
dall’atto alla màdia* usata.
Con una diversa terminologia,
il dialetto evita ogni controversia,
fa una distinzione
per evitare confusione.
Crènsa
è la classica dispensa.
Credènsa
è convinzione,
una diffusa opinione.
*Màdia – da magida (un grosso piatto concavo) e dal gr. magida, acc. di magis-idos (impasto, pane e, in seguito, màdia.)

******

Crepare
voce onomatopeica detta delle cose che si fessurano,
formata sul suono cra o crap.
Dal lat. crepàre (strepitare, scoppiare, morire)
S’à crepà la pitera: s’à spalesà l’aqua per tèra.
Crepi il lupo!... Povereto! Sensa colpa, a subire a zé costreto.
Dopo aver tanto radegà, per la ràbia a zé crepà.

A Chioggia à un significato lugubre,


che conduce a funeree tenebre.
Si pensa all’ato finale,
alla conclusióne esistensiale.
Vita e morte
fan parte della nostra sorte:
ma una viene bramàta,
l’altra vituperàta.
La morte no zé ‘na conclusión,
ma un rinnovamento, ‘na niova ocasión:
la margarita, calpestà, nel fango soterà,
in primavera vita avrà.
Ėl seme de la speransa
frutifiche a distansa.
****
Crésta
da càrista gr. kara-capo)
o da cèrista (dal gr.kèras-corno).
Il Georges la affianca a crinis (crine)
connettendola a crè-scere.
Alzar la cresta
Vezzo antico:
insuperbirsi, far créscere l’orgoglio,
credere d’èsser unico,
è tipico di chi à gonfio il portafoglio.
Un gàlo per rivalsa gonfie le piume
e l’omo de l’umiltà perde èl barlume.
Ma passà èl momento
o quando a zé in dificoltà,
a ritorne in sentimento
incassando la scornà.
Sensa metarse in mostra
ghe zé chi
fa la crésta:
a scondón,
l’arotonde la zornata benón.
I contadini conséva* le pietanse,
come da antiche usanse,
co un sugo aspro,
l’agrèsto*.
Ne le vigne del parón
i rancureva l’ua asprigna, a picolón.
Ma pure qualche graspo mauro
feniva sconto drio un muro.
I diseva… femo l’agrèsto
per indicare sto comportamento poco onesto.
In

fare la cresta,
a lungo andare,
si è trasformata quest’espressione popolare.

*Consare = dal lat. condire, porre dentro, dar gusto.


*Agrèsto = Da acer (acre) e da angur (uva).
****
Crocale
Dallo stridulo verso (croc) che emette nel volare (ale)
(Voce onomatopeica)
L'etimologia rivela una incerta origine:
dal greco “kaukalias” e forse dall'arabo “qu-hal”,
Ne la nòte de san Vidale
nasse un stórno e un crocale!
proverbio ciosòto che no fale.
Sinonimi:

bao
ando (àd eo) nel medioevo,
sostituito da “vado” presente di vàdere (andare)
corrispondente a greco bao (vado).
Ovvio il riferimento al continuo peregrinare del gabbiano.

magòga
dal ted. magen (magon indicava il peso di stomaco)
ma, secondo P. Malaguti, l’origine è biblica e deriverebbe da Gog e Magog,
due personaggi prede di Satana e quindi facilmente identificabili con cattiveria e bruttezza.
Il Boerio fa un distinguo:
il femminile indica una vecchia decrepita,
mentre al maschile definisce un personaggio basso, brutto, tonto.
Secondo qualche nostro pescatore, è un vecchio, grosso gabbiano.
Su la riva, da ‘na vècia magòga,
straca e lamentosa,
un sachéto de scoasse vien adocià:
la sbreghe la plastica co ‘na becà.
Èl pasto zé assicurato
ma… no a sarà gradio al palato.
A Chioggia il termine (ormai in disuso) indicava pure
sporcizia, pustola, infezione.
Derivati:
incrocalire (incretinire)
crocalao (istupidito)

*******

Crocolare
Sicuramente voce onomatopeica,
per imitazione del suono del bollire (cro-cro…)
Sui fornei… che alegria,
che varia compagnia!
Crocole èl broeto,
sfrigole su la gradèla un sanpiereto,
pípie le vongole veraci
in cassopipa coi peòci,
boge nel scartòsso l’orà,
frìse èl bacalà.
Su la tòla imbandia
no mancheran apetito e compagnia.
****
Cróse
Firma del Signore la zé deventà:
Dio ha nel cuore l’umanità.
Come strumento di tortura
Fenici e Cartaginesi la usavano a dismisura;
fu poi adottata dai Romani
che vi appendevano i criminali.
Dal gr. stauros - lat. crux;
altri propendono per còlux (palo aguzzo).
Erroneamente la associamo alla morte.
Per fortuna la sua struttura
consente una meditata lettura.
L’asse verticale è conficcato nel terreno
ma l’altra estremità è volta al sereno.
L’asse orizzontale segna il confine
tra materiale e divino.
Morte e vita son presenti
con destini differenti:
il corpo preda della caducità,
l’anima nella divina immortalità.
*
Sulla croce un Dio sovrano,
alquanto strano,
òmo deventà
per farne partesipi de la propia umanità.
Co ‘na didatica divina
a n’à insegnà a evitare l’eterna rovina.
Per te,…
Dio s’è fatto in tre.
Come un padre ti ama;
come un fratello ti accompagna.
Non ti abbandona,
il suo Spirito ti dona.

Non hai pace?


Cerchi rifugio ai piedi della croce?
Ma che aiuto può dare
un re immolato sull’altare?
Il male à trionfato,
il bene è soggiogato.
Il crocefisso, di piaghe coperto,
non ha voce, giace vinto.
Avvilito,… ti senti smarrito.
Ma quello sguardo pietoso
impedisce un tuo sereno riposo.
Non ti rassegni, vuoi capire:
t’impegni nel cercare!
Il volto dell’uomo dio
non è carico di odio;
non c’è vendetta nel suo dolore,
esprime il suo perdono con fervore.
Non s’è innalzato,
alla condizione umana s’è adattato
e… quanto gli è costato!
Un barlume di luce c’è,
il resto viene da sé.
La divina misericodia è arcobaleno
che dalla croce riporta il sereno.
***
A Ciósa se va al de là del significato religioso:
la cróse devente ‘na desgràssia, un fato penoso
che bià soportare e zé defissile superare.
A zé in cróse co chéla mugère;
tuto èl dì a pianse, a se despere.
• l fio ghe dà gran preocupassion:
la cróse la zé deventà un cróson.

‘Na cróse su la barca inciodà


segnala la fine de ‘n’atività;
un messagio de vendita la devente,…
se spete un aquirente.
****

Crùssio
da corrucciare,
dal latino cor ruptum.
Tormento persistente, preoccupazione di chi ne soffre.
Che crùssio! dise un operaio.
Èl parón me use come bersaglio.
Fai atensión,
cambia posisión,…
no a zé modo de lavorare,
ti à tanto da imparare!
Niente bèn ghe va:
su sempre citicà.
A me vien drio,
a me trate da insemenio
ma no ò bisogno de insegnamenti,
né de scoltare lamenti.
Zé trent’ani che lavoro,
su esperto de seguro!
****

Cubìa
Coppia, paio, due cose insieme.
Busi de proa zé i òci de cubìa
che stimole la ciosòta fantasia.
(Da essi pende la catena delle àncore.)

L’etimo è incerto.
Non mancano coloro che pensano alla magia*,
ma senza alcun fondamento.

Òci de cubìa?
Fruto de fervida fantasia.
L’origine del termine zé ignota.
Su i trabàcoli dó òci spiritai se vedeva,
i strali de Nettuno i fugheva.
Con molta probabilità,
il termine deriva da cubilis (letto matrimoniale).
Un’altra suppòsizione meditata:
cubiculum* in latino significa cella
e dalla cubìa… la catena finisce proprio in quella.
*Magía = lat. magía dal greco megeia da màgos (mago)
Màgia (maglia, indumento)
Magio (maggio ma anche maglio) - (A magio per farte lisièro vai adàsio.)- (Co ‘na bòta de magio èl cugno s’à pontà e l’armeron s’à drissà.)
*Tra l’asta di prora e l’inizio del paramezzale vi è uno spazio angusto, il gaon, dove finisce la catena dell’ancora.
A volte, il gaon è più ampio e contiene le cuccette dell’equipaggio.

****
Cubìare
accoppiare, unire.
Deriva da
cubia (coppia) e da cubilis (letto matrimoniale)
Da ani cubiai,
tanti vive come maridai.
La convivensa devente usansa,
in sti tempi conseguensa naturale
che poco coste ma tanto vale.
Se tuto va in malora,
niente paura!
Se divide le strade,
se fa èl nomade*, se evade,
se bute l’òcio altrove,
se fronte altre prove.
*Nomade = dal greco νο µάς (nomas) = che pascola, che erra per i campi.

******

Cucàgna
Dal francese cocagne (12° sec.)
derivato, forse, da una voce olandese che indica dolce.
Per altri, dal ted. kuchen (focaccia, pasticcio)
o dall’illirico kucha (dimora) + gojan (ricco, allegro),
con radice latina –còquere- (V. etim. Pianigiani)
A nord lontani monti
nella bruma nascosti,
e poi pianure, colli
davvero molto belli.
Ti respiri aria salutare,
te imbalsame l’iodio del mare;
col pésse fresco pescà
ti magni e bevi a volontà.
Che a sia
èl paese de cucàgna?
Gh’è sempre qualche lagna!
****
Cucare
imbrogliare, frodare, ingannare, fornicare.
I Chioggiotti usano il verbo anche per indicare l’ingozzarsi, l’abbuffarsi.
Dal lat. cúcus (cuculo),
uccello che sembra canzonare col proprio canto e con l’imbroglio*(Diez ),
e da cúcco (uomo ingannato)
*Il cuculo depone le uova in vari nidi, evitando la cova.
Ti credevi de averla scampà
e invésse i t’à cucà:
Equitalia no perdone,
tassa e mora impone.
Ti à dà ‘na gran magnà,la tòla ti à desbià.
Co quélo che ti t’à cucà, per ‘na setimana imasio ti restarà.
Derivato:

cuca
(debito)
‘Na gran cuca ti à mucià;…
difissilmente ti la estinguarà.

A Ciósa debito a devente,


un pèso mal soportà da la zènte,
spesso e volentieri insolvente.
Per tanti… episodio abituale,
per altri evento che fa male:
a se impone in ogni ocasión,
a intervien in varia decisión.
‘Na cuca imponente
grave sul contribuente.
Come parenti poveretti,
col cappèllo in mano costretti,
in Europa dobbiamo contrattare
ogni decisióne da adottare.
****
Cufarse
chinarsi, accovacciarsi, accucciarsi.
Dal lat. clinàre (inclinare, piegare, volgere verso terra…)
a cui si rannodano le voci clívus (declivio)
e clèmens (clemente, inchinevole)
Se cufe la mama premurosa
su la cuna dove èl pargolo riposa;
se curve sul banco l’abile artisán
e vèrso tèra èl solerte ortolán;
se pieghe èl prete sul morente,
èl debole davanti al potente.
A schina drita puochi sta,
questa la crua realtà.
****

Cugnao
Dal lat. cognàtus (cum + gnàtus – consanguineo)
Da tempo si usa per indicare il fratello della propria moglie.

Tra fradèi cortèi,


tra cugnae cortelae.
Un antico amonimento
per evitare un futuro tormento.

Èl cugnà?
Un parente trovà!
Un bòn fio,
quasi un fradèlo aquisio.
L’à tante premure,
atensión e cure.
Beata ti! responde la vissina.
Per la mia famégia, èl cugnà zé ‘na rovina!
Mia sorèla no à pì làgreme,
co a tórne… la treme.
Prepotente, arogante,
tuto a pretende in un istante.
Mai un momento de afèto,
sempre un astio maledéto.

Tagiare i ponti
per contrastare
chi la rovina vuol causare.
A gèra àto estremo, risolutivo,
un òbrigo defensivo.
Òggi, a stento, règge il ponte dell’amore
se il cuore non viene invaso da odio e rancore.
Connesso: parènte
lat. parens -ĕntis «genitore» e nel lat. tardo anche «parente»;
in origine, part. pres. di parĕre «partorire, generare». (Diz. Treccani)
Vuòstu stare san?Dai parènti stai lontan!
(Antico proverbio ciosòto)

*Famegiarse = imparentarsi. (S’amo famegiao co un bòn fio.)


****

Cúlo
Dal lat. culus
Derivati dal greco:
kolon -intestino-, koilia –ventre- e kusòs –cavità, canale.
È parola diffusa, accettata,
in ogni gergo inserita.
Ingegno, volontà, culo, lavoro,
base per un seren futuro.
Da quest’angolo ristretto
può partire qualche urletto
ma, con attenzione particolare,
figuracce potrai evitare.
Nel culo del bicère
zé restà èl dispiassere!
Ma sto fiol d’un can
l’affiore dopo pian pian.
Sinonimi: bòfice
unione di búffo (soffio di vento- natura onomatopeica-)
con sóffice per indicare cosa soffice e grassoccia.
tafanàrio
derivato di tafano,
per l’abitudine degli insetti di pungere il posteriore dei quadrupedi.

deretàno
dall’antico dirèto (di-retro – franc. derriere), divenuto dietro.
Correlato:
ciapa (natica)
probabilmente da klappa, sasso.
Un connubio tanto usà
ne le nostre località:
Culo e camìsa sémo,
come dò fradei se comportemo:
avemo un raporto de familiarità,
tuto tra nualtri vien concordà.
**
Culo e fortuna?
strana associazione
che merita qualche spiegazione.
Pì de ancúo… la vita, viçenda naturale,
gèra considerà ‘na fortuna* per ogni mortale.
La morte deventeva sfrato*, in realtà,
che lasseva solo un pìssego de curiosità.
Un culo tondo e impinguà
deveniva segno de fertilità,
‘na fortuna per chi impalmeva ‘na dòna
che i morti risussiteva col sò fondoschiena.
*Fortuna – da fors-fortis (caso, sorte).
*Sfratto – da ex + fràtta (mandar via).
****

Culumìa
(economia)
dal greco oikonomia
oikos + nòmos
(casa) (regola)
amministrazione delle cose domestiche.
Una volta nelle famiglie questa paròla
teneva banco da sola.
Quanti ammonimenti
nella memoria ancór presenti!
Èl sparagno zé èl primo davagno!
Prima de spendare pensaghe ben!
A longo andare te convien!
Pì longo de la gamba èl passo no fare
se ti vuol ben campare!
Puoco se campe sènsa risorse çerte.
No le zé niove scoperte!
Él picòlo, suà risparmio
garantiva un equilibrio monetario.
Le esigense aumenteva,
sodisfarle bisogneva.
Per garantir progresso,
anca co qualche ecèsso,
s’à fenio de rancurare e ingiustare:
usa e getta… imperativo da seguire.
Él consumismo zé motore de l’economìa!
Zé vero, … se no a devente emoragía*.
I cordoni de la borsa alentai
procure inevitabili guai!
Trasfusión de liquidità
in mance e marchéte s’à trasformà.
La nostra indipendensa, dai debiti limitata,
viene avvertita ma non rafforzata:
il futuro ipotecato
lascia la gioventù smarrita, senza fiato.
Chi al “spenda spanda” s’à votà
le pèsse sul culo à.
*Emoraggia = dal gr. aimorragia(aima -sangue- + rag-òò –rompo-).
Tanti interventi….
ma l’economico vestito,
da tempo liso, malridoto,
subisse pochi mutamenti.

La cornucòpia*
ghe voria
per dar osigeno a l’economia.
Ignorando la mitologia,
ma con caparbietà e qualche bugia,
i governanti metton mano nella pignatta
della classe media sempre più sfruttata.
*La cornucòpia, letteralmente "corno dell'abbondanza",
(dal latino cornu, "corno" + copia, "abbondanza"), è un simbolo mitologico di cibo e abbondanza. (da Wikipedia)

****
Cupìdo
dio dell’amore

Sostantivo:
dal nome comune cupīdo -dĭnis «bramosia»
Èl Cupìdo à cólpio!
La Nena à trovà mario!
Un strale amoroso
à trafito èl novèlo sposo.
A zé mèso incariolà,
ma no la g’à tanto badà.

cùpido
aggettivo:
dal lat. cup•dus, der. di cupĕre «bramare».
Cùpido ti zé,…
avido come un re!
Ti senti da lontan l’odore de l’afare,
del profito da incamarare.
La smània de muciare
no te lasse reposare.

Le narrazioni del Cupido


un passatempo inossènte
destinà a ralegrare la povera zènte.
De domenega, davanti al granèro,
scenario da l’aspèto sevèro,
se raduneva qualche famegia
per scoltare storie che feva maravegia.
Un vècio marinero le conteva,
del Tasso e de l’Ariosto a se ricordeva:
Cupìdo sopranominà
per la sò amabilità.
Sentai su careghete da casa portae
o su vèce cassete rancurae,
a le prodesse de Rinaldo
e a la furia de Orlando
i presenti in pie scateva,
de partesipare a le tensón ghe pareva.
Mentre èl saracen vibreva fendenti
tra sento scudi lusenti,
“Refate Rinaldo!” i fioi urleva,…
un simil paladin morire no podeva.

*****

Cuòra
Dal lat. corium
(cuoio, ma pure crosta, superficie di terra fangosa)
Nel Veneto,
terreno acquitrinoso ricoperto d’acqua,
come l’antica valle del Becco*.
*Laguna sud di Chioggia da tempo bonificata. Molti toponimi (Valli, Conche,…) testimoniano i trascorsi eventi

Stagni, lagheti, paludi,


rendevan tanti lioghi insalubri.
Fenie sòto èl livèllo del mare,
ste cuòre se dovevan bonificare.
La malaria imperverseva,
le vitime no se conteva.
I Benedetini, per primi,
à afrontà èl problema:
andar avanti così no se podeva.
Za nel 1400 i frati scaveva canai
per convogliare aque e alontanare guai.
La bonifica zé continuà co risultati inçèrti,
no esistiva pompe mecàniche in chéi tempi.
Le aque, nel tàgio dei Cuori incanalae
e da ‘na idrovora in laguna sversae,
assicuran ògi al teritorio bonificà
niova vita e prosperità.
******

Curadèla
Dal provenzale coràda* (visceri in genere).
Della coratella ò un bel ricordo,
un piatto prelibato che non scordo.
Galeotto èra il lampredotto,
intrigante il reticolo fumante;
la tenera, umil ricciolata
aiutava a concludere la giornata.
* Lat. tardo coratum ‘cuore’, dal class. cor cordis .

****
Curame
Cuoio
Dal latino còrium (greco chòrion) affine a scòrtum (pelle, cuoio)
che riporta alla radice sku (coprire) da cui cutis (pelle).
Siòle de curame imbroche èl caleghero:
a zé un onesto… ma misero mistièro.

Dura come curame zé sta bisteca!


La vaca gèra cionca e stanca,
da tempo sbarcà da l’arca:
la pare la siòla de ‘na scarpa!
******

Curisiòlo
crogiolo
Dal lat. cruciàre = fondere al fuoco.
Per altri da
crucibulum
specie di lampada a forma di croce ( croix ) - sec. XVI -
o dal ted. kruglein = vaso di terra o di metallo.
Nel curisiòlo… metalli che del tempo porte l’orme;
èl fuogo li fonde, in uno li trasforme.
Nel curisiòlo de l’umanità
quanti popoli s’à missià!
Barbari de varie rasse
à calcà le nostre piasse
e… no solo quele,
pure i lèti de tante donzèle.
Ėl nostro DNA
à geni foresti in quantità.

Un céppo puro no esiste!


Tuto zé fruto de imigrassión e conquiste.
Indagando tra i nostri avi
podaressimo trovare Unni, Vandali, Turchi, Slavi
e, sensa andare tanto lontàn,
anca qualche africàn.

*****
-D-
Dasseno
Da + senno
(dal lat. sensus – il sentire-),
per indicare una scelta oculata.
Hai mostrato giudizio,…
hai perso qualche brutto vizio.
Agendo con moderazione,
eviterai qualche amara lezione.
Non fare il prepotente,
non approfittare della gènte.
(A zé vegnuo dasséno, l’à mantegnuo l’impegno!)
(L’à tuto confermà: dasséno contento ti sarà!)

*****

Daradòsso
andare a dòsso:
sulla schiena, al di sopra, a carico.
Posisión de la vela a l’alboro adossà:
col vento in pupa la barca va.
Andando còl daradòsso
ti naveghi seguro verso le tò mète,
èl batèlo no vien scosso,…
‘na bèla zornata se prospete.
Còl daradòsso se drèsse la tramontana*,
verso èl nord preciso ti va, anca ne la buriana.
*Il vento di tramontana corregge la deviazione magnetica subita dall’ago della bussola.

****
Dàssio
dal lat. dàtio, il dare,
un tributo che al principe si doveva consegnare
per garantire il proprio fare.
Ora, in tassa trasformato,
in modi diversi è applicato.
Assume varie vesti,
a volte con esiti funesti.
Il dazio fiscale
fornisce allo Stato un’entrata essenziale;
i dazi economici dalla concorrenza sleale
tutelano la produzione industriale;
i dazi specifici sono commisurati
al tipo dei prodotti reclamizzati.
Fissato in percentuale del valore denunciato,
il dazio ad valorem dallo Stato è regolato.
*
Per no pagare èl dàssio fai èl mona!
stratagèmma* antico, che spesso non funziona.
*
Ė bisillabo piano versatile, facile da anagrammare,…
ecco qualche esempio elementare:
unendo neo si ottiene adozione;
con lene,…delazione;
con dine,… addizione….
*Stratagèma – dal gr. stratêgòs (armata) + egêma (atto di condurre, da agò -guido). In senso figurato: astuzia.

*****

De
Particella latina che significa via da.
Ė un prefisso verbale che indica allontanamento
(deviare, deportare,- desfantare, desmentegàre, desperare…),
abbassamento o movimento
(degradare, declinare,
descolare, desniare,…)
o una sottrazione, una privazione
(dedurre, defalcare, decalcificare,
desàvio, descàlso, desabilià,,…).
A –dis- corrisponde;
ai verbi un valore intensivo infonde
(decurtare, designare).

Introdotto nel dialetto


s’è adattato in modo perfetto.
******

Dèle
Èssare in dèle = essere stanchissimi.
Dal greco deletèrios (distruggo, uccido)
Per una giornata intera
fino tarda sera,
hai ballato sul prato
ed ora sei rimasta senza fiato.
L’età non mente:
tienilo presente!
****
Déo
lat. d•g•tus
Un terminale della mano
dal comportamento strano:
al singolare è sempre maschile,
al plurale femminile.
(Il dito, le dita)
Si dimostra di grande utilità
ma non alzare un dito
diventa, a volte, mancanza di carità.

***
Un caso strano
mi porta un po’ fuori mano.
Sull’Olimpo accasati,
in ballo spesso vengono tirati:
perché gli dei e non i dei?
La consonante iniziale
darebbe all’articolo i correttezza grammaticale.
L’etimo fa luce su questo caso inconsueto,
spesso poco considerato.
In origine iddei era la parola
che, decapitata, mantenne il gli da sola.
Spesso il linguaggio usuale
ha la meglio sulla regola grammaticale.
*****

Derecao
(daccapo)
Dall’inizio, da principio, di nuovo
de re cao
(esprimono ripetizione (capo; dall’inizio,
di un’azione: un movimento da principio)
all’indietro)
Locuzione
che impone revisione.
Ė avverbio che si giustappone ai verbi per determinare
l’azione nello spazio, nel tempo o nelle modalità da attuare.
Il quanto fatto non appare adatto:
servono impegno e competenza
per concludere ogni vertenza.
(Zé tuto da refare. No imprecare! Derecao bià incominsiare!)

A volte indica un ritorno inaspettato,


un agire continuato,
un tentativo attuato.

(Derecao séu qua? Avè scambià la mia casa per un mercà?)


(Derecao tento, ma èl motore reste spento!)

*****
Desabilià
Da déshabillé#
Descolare
Sciogliere
des + colare
(separativo) (fondere)
(Èl giasso s’à descólà! L’aqua dapertuto s’à spalesà.)
*
Un continuo lamento
che si rinnova di tanto in tanto.
Che caldo fa!?
Se descole le candele!
Su tuta suà,…
su in dèle!
Derivato:
descólaisso,
che si scioglie facilmente
ma anche smidollato, flaccido.

****

Desfantare
disfare, sciogliere l’incantesimo, svanire,
proprio come l’araba fenice.
Da fatàre, l’operare delle fate.
La particella dis, ridotta ad s, dà senso contrario.
La promessa in campagna elettorale
è necessaria,… essenziale.
Per il cittadino, che sempre si lamenta,
appetitosa esca diventa.
Ma, conseguia l’elessión,
tuto va in balón,
tuto se desfante,
èl ricordo vien cançelà in un istante.
Desfantarse come la neve
ma,… in modo lieve.
Eviti questioni,
liti e tormentoni.
****

Desìo
Disordine, gran quantità
Fare un desio:
una strage, una razzia,
una vera pazzia,
ma anche sporcare,
liquidi rovesciare.
Da de > siderium derivà,
èl poetico desio
vien bandonà:
a devente sciupio ne la locale parlà.
Un de privativo
sostituisce il con
(con> siderare*),
letteralmente,… osservare le stelle, il creato:
un atto più sensato.
Si avverte mancanza, privazione,
poco senso di moderazione.
*Dal lat. considerare, der. di sidus -ĕris ‘stella’, quindi in origine ‘osservare gli astri’ al fine di trarre auspici.

****
Desmentegàre
dimentàre (far uscire di mente)
o dementìre (essere fuori di mente). –diz. online-
Verbo derivato da demens (privo di mente)
unito alla terminazione egàre (smarrito)
usata in senso frequentativo.

A volte èl “desmentegà”
salde tuti sensa aver pagà!
vècio proverbio ciosòto
che à un fondamento noto.
Derivati:

desmèntega (dimenticanza)
(Zé andà tuto in desmèntega.)

desmentegaisso (smemorato)
(Fáte un gròpo al fassoléto: ti zé desmentegaisso ma… pure furbeto.)
Per no desmentegare,
un gròpo al fassoléto* devo fare.
Ma i pensieri capite per caso,…
i zé tanti che no posso pì supiarme èl naso.
*Fassoléto =dall’antico fazzuòlo (piccolo panno di cotone).
Modo di dire connesso:

Andare in oca
significa
essere distratto, dimenticarsi di una presa d’atto,
andare in confusione in qualche occasione.

Stupida, goffa, giuliva, spensierata,


da una brutta fama accompagnata,…
l’oca pensa solo ad ingrassare
ignorando quanto le può capitare.
*****

Desperare
-allontanare la speranza-
Verbo composto dall’unione della particella
de (denota allontanamento) con speràre (da spes, speranza).
Che sventura!
Che spaventosa sciagura!
Èl teremoto à semenà luto e rovina!
Gnènte sarà come prima!
No gh’è pì nii sereni,
nel tempo costruii tra colli ameni.
Un prete bisbiglie un’orassión;
attonita, ‘na vecia se sconde nel fassoléton.
Un nòno, vardando un mortesin,
se dimande:” Ma dove gèrelo Gesù Bambin?”
La tèra genere l’òmo, la zé madre e matrigna,…
la lo riduse in polvare,… la zé arcigna.
Èl Cristianesimo lo sa:
no a l’à mai considerà ‘na divinità.
Cristo no può controlare la tèra;
quando à entre ne la storia umana, quela vera,
a devente vitima de la misteriosa libertà
che sta sò creatura gode a volontà.
Piansare co nualtri,… pregare…
zé tuto quelo che a può fare.
Tuto zé efimero a n’à sempre ricordà,…
tuto solamente vanità.

****
Destìn
dal greco ìstemi (sto)
che trae origine dalla radice indoeuropea sta
(indica lo stare fermo, fisso)
Il significato etimologico di ‘destino’
rimanda all’idea di qualcosa ineludibile, che costituisce un perno e,
insieme, un proposito, una decisione.
(A. Ernout-A. Meilllet, Dictionnaire ètimologique de la langue latine – Histoire des mots, Paris, 1994).

Nella mitologia greca, forza misteriosa che tiene a freno [...]


«filatrice» della vita, Lachesi, la «fissatrice della sorte» toccata all’uomo
e Atropo, la «irremovibile» fatalità della morte. – Encicl. Treccani

Ci vuole un caràttere* forte


per evitare una triste sorte!
Quante colpe imputiamo al destino,
al fàto* che segna il nostro cammino!
In realtà è solo una parola inventata
su cui scarichiamo l’incapacità innata.
*Fàto – lat. fàtum (da fari=dire) – gr. phèmi (dico).
Èl destìno?
se lo creemo col nostro impegno:
èl futuro no zé preordinà,…
a dipende da ingegno e volontà.
Tanti, infelissi, vive in perpetuo turbamento:
i s’à abituà al peggioramento.
L’ottimista spera nel futuro,
il pessimista teme l’avvenire oscuro:
il primo cerca di allontanare la sventura,
il secondo è in preda alla paura.
*Carattere = deriva dal greco charasso, verbo che significa scolpire, forgiare, incidere, imprimere.
Sempre da questa voce verbale ha origine il termine character cioè impronta. Originariamente, non aveva una accezione prettamente morale
ma stava ad indicare un marchio che distinguesse una cosa da un'altra. (da Etimo italiano)

Un schèrso* del destìn


Èl Pierin la fortuna in scarsèla à:
col fèro de cavalo rancurà
èl destìn zé ipotecà.
Ma a scuola, durante l’interogassión,
à se dimostre un gran minchión.
Èl maestro lo varde esterefato:
Fenissila de lustrare chél manufato:
ti zé sta sfortunà!
Un fèro de aseno ti à trovà!
*Schèrzo = dal longobardo scherzen (saltellare allegramente, tripudiare) o da scheròn (essere lieto).
****
Destrigàre
Unione della particella latina de con extricàre :
sciogliere un viluppo (da tricae - inviluppo, imbroglio)
Verbo bifronte, dal duplice significato:
dipanare una matassa,
ordinare una caotica massa.
(Destrigate chéla cavelada!
Ti pari ‘na dona de strada!)

La vita moderna zé così agroviglià


che ogni tanto serve ‘na destrigà.
Una matassa di pensieri
rende i giórni neri:
il mutuo da pagare,
il frigo da comprare,
un figlio da maritare,
un lavoro da completare…
Preoccupazióni latenti
portano vari inconvenienti.
I tanti gròpi da destrigolare
no te fa dormire:
in famegia ti serchi serenità,…
un’ombrela per repararte da ogni caligà.
Solo con un agire accorto
ogni nodo sarà sciolto!
*Groppo = dal fr. groupe (cosa ammassata)
Districarsi, dagli impegni liberarsi,
porta allo

sbrigàrsi,
al far presto,
ad un intervento lesto.
Uscir di briga*,
da un fastidio, da una questione,
condurre speditamente un’operazione.
(A s’à vuolésto destrigare e zé andà a monte l’affare.)
*Briga = dal lat. bríga (contesa, rissa) e dal gotico brikan (rompere, combattere)

*****
Destuare
Da stutare (spegnere)
che, a sua volta, deriva da ex-tutare (proteggere, difendere,…)
L’ex usato come rafforzativo (extutare) porta a….
togliere protezione, spegnere il fuoco.
Altra possibilità:
dal lat. de-stuppeus, senza stoppa;
fiamma privata della legna, dell’alimentazione.
(diz. de El solzariol)

Destua la luse; destua èl motore!…


gh’è gran consumo in tute l’ore!
Sprecare energia
in ‘sti tempi zé pura follia!
Destuare costa poco o niente,
ma salvaguarda l’ambiente.
Contrario:
impissare.
*
Destuare ‘na questión?
La zé sempre bòna assión.
Basta violensa!
Prevalgano ascolto e passiènsa!
*****

Dià de diana
perdiana,
*
un’interiezióne per niente strana,
desueta, abbandonata,
un tempo molto usata.
Confinata tra meraviglia e insofferenza,
mirava a far superare un’evenienza.
Dià
(particella greca
che vale per mezzo, attraverso)
+
de diana ( perdio),
(con sostituzione del nome di Dio
con quello della divinità pagana Diana).
*Interiezióne = (inter + iàcere – gettare). Esclamazione frapposta al discorso per esprimere uno stato d’animo.

****

Dialèto
lat. dialèctus – gr. diàlektos
dià + logos
(prefisso dal gr. διά, δια = (dialogo)
attraverso, per mezzo di…)
Alla frammentazione politica del territorio corrispondeva quella linguistica.
Sotto il grande ombrello dell’italiano,
le parlate locali hanno mantenuto energia e dato vita a capolavori indiscussi.
Lo spazio linguistico italiano presenta una vitalità che non ha pari nel mondo. (C. Marazzini)
Cara sorelastra*,
no montarte la testa!
Mi e ti sémo come èl vín,…
indispensabili, ma co un ciaro confín.
Te se può paragonare a quelo fermo, serioso,
co ‘na strutura bisognosa de cure e de riposo,
prelibà, risercà da tanti amatori
che lo conserve tra vari tesori.
Mi invésse me sento un vín frizante,
pronto a la batua in ogni istante.
Salace, ponsente, impenitente,
penetro ne l‘anemo de la zènte
desideroso de un puoco de alegria
che alevia ‘na momentanea malinconia.
*Riferito alla lingua italiana.
****
Difèto
dal lat. defèctus (mancanza)
de + ficere
(particella) (mancare)
Chi può vantarsi d’èsserne esente?
Solo qualche superbo malpensante.
Nascosti o evidenti,
i difètti causano mille inconvenienti.
Se li esaminiamo con bonomia,
usando un po’ d’ironia,
impariamo a perdonare
quello che dagli altri traspare.
*****

Dèsun
Dal tardo lat. jejúnus
che porta a jejunàre.
Il sostantivo risponde meglio a
jejúnium (astinenza dal cibo).
Digiunare?
Un modo per dimagrire?
Digiuna la donna procace,
l’ammalato che non à pace,
il povero indigente,
il negoziante senza cliente.
Si digiuna per pene d’amore
e per protestare con fervore.
Ma il digiuno diventa pericoloso
quando si mette il cervello a riposo.
Privato di sostanza intellettiva,
il corpo finisce presto alla deriva.
*******

Dindio
Tacchino
Parola mutuata dal francese dinde,
ricomposizione dell’originario coq d’Inde - gallo d’India –
(Nel 1500 Colombo pensava di essere nell’India, non nell’America )
Dindio rosto su la tòla:
festa garantia per l’aliegra famigliola!
Ma intorno podaria èssare sentà
qualche stornoto, qualche bacalà,
che fassilmente ciape ‘na busarà.
A Ciósa èl dindio se trasforme in
pito
(da pitar )
per èl modo de beccare
e per èl vissio de fis-ciare,
ma… anca da pitto ( dipinto -per i riflessi colorati sulle penne)
èl termine podarave derivare.
Un falso sinonimo:

marangon
(Nel voc. del dialetto chioggiotto
è indicato come “dindo, pollo d’India” )

In realtà si tratta del cormorano o smergo


(lat. mergus= che pesca sott’acqua),
accrescitivo mergone che diventa marangone*.
*Il termine nel nostro dialetto indica il falegname che, in lontani tempi,
si tuffava nell’acqua per effettuare piccole riparazioni sulla carena dei natanti.

Un pito, un dindio rósto per Nadale devente çibo ideale:


a ralegre la compagnia,… i bruti pensieri porta via.
Lassa stare èl marangon nel vissin canale
che, solitario, in santa pase,
fa cavorii nuando sott’aqua co le ale.
****
Disocupà
Senza occupazione, lasciato libero.
dis + occupàre
(allontanamento)
Èl lavoro manche?
Tuti va in çerca de palanche?
Ti zé disocupà:
òtosento euro i te dà.
‘Na bèla indenità!
Sercate un lavoro
per metarte al securo!
Ma l’omo, scaltro,
do conti fa al momento
e l’arive a sto convinsimento:
No me convien lavorare, me vògio reposare!
Tra indenità de disocupassión e salario
ghe zé solo un picolo divario!
Come disocupato…
campo in pàse, a spese de lo Stato.
Se sarà istituio èl rèdito de sitadinansa
ancor pì me impenirò la pansa.
La dignità?
‘na parola vuoda… che senso no à.
*****
Dògia
Dal lat. dòlia che deriva da dolére:
dòl-eo
(mi dolgo)
Gioia e dolore
albergano nel cuore.
Dalla lor alternanza
sgorgano nuova linfa e speranza.
La gioia si rinnova nella varietà,
il dolore padre di nuova saggezza diverrà.

La zògia
porta consolazione
a tante, provate persone:
dal francese antico joie,
ma pure
dal lat. gaudia, plurale di gaudium ‘gioia’.
****
Donzèlo
Dal tardo lat. dominicèllus
(diminutivo di dominus)
Questo termine indicava un nobil giovanotto
destinato a diventar cavalier devoto;
spesso per promozione,
diventava servente di corporazione,
incaricato di atti e provvedimenti,…
era abile nello stendere documenti.
*Cèlibe deriva dal lat. coelebs; nùbile da nubilis, sposabile (da nubere, sposare). A. Gabrielli

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Dòsa
Forse da dose (gr. dòsis –quantità determinata)
o da dogia ( dal lat. vòlo = io voglio)
Una bevanda de aqua e melassa
che se beveva calda, compagnando la fugassa.
No l’aveva gnènte da spartire
col vín brilante nel bicère
che, a un esame superficiale,
innocuo perfin potrà aparire,
ma dopo un breve giro rituale,
l’efèto dei sò gradi fa sentire.
L’invito è ad èsser moderati,…
ma alla bottiglia tanti stan incollati.
*****

Drénto
dalla particella de + intro = intus
Avverbio o preposizione
usato in più di un’occasione.
• chiave per entrare,
scrutare, scoprire, curiosare.
Fuòra
(dal lat. foris, foras)
ghe fa da contrasto:
un invito a lassar posto,
a scoversare altareti,
a far nassare sospeti.
Quanta varietà
ne la comune parlà!
****
Drio
Avverbio e preposizione
De + retro
Variazioni nel tempo:
de retro > diretro > dietro – dreto – retro
Una voce che si ripercuote di continuo
e s’insinua ovunque in modo repentino.
Come il sale insaporisce,
il dire arricchisce:
A zé drio, parlare drio, andare drio,
star drio, darghe drio, tiore in drio,
drio sera, drio man,
èl da drio
e così viene indicata, in modo accorto,
pure una parte poco nobile del corpo.
****

Durèlo
ventriglio
dal provenz. ventrelh, che è il lat. ventricŭ lus ( ventricolo).
Durello, dal lat. dúrus (resistente).
Ė una sacca muscolosa
in cui si disgrega ogni cosa.
Agglomera, scompone,
tutto diventa un beverone
di facile digestione.
Un durèllo servirebbe per digerire presto
quanto appare indigesto.
Quando uno si mostrava scontroso
lo si riprendeva con tono imperioso:
Ėl durèlo in banda ti à!
Date ‘na calmà, tòco de bacalà!

*******
-E-
E
(congiunzione latina et)
Non ci pensiamo
ma, in vario modo la usiamo.
-Coordina, aggiunge, inserisce;
gli elementi della proposizione unisce.
-Con valore rafforzativo
crea monito incisivo.
(…e mi su vegnuo, resto qua!)
(… e ti l’à bandonà: cuore no ti à!)
-In modo avversativo usata
evidenzia una nota stonata.
(Sincero te credeva! e…invésse me faleva.)
-Esorta all’azione,
(Vuostu concludare l’affare? e fàlo sensa tanto trafegare.)
di allora sostituisce la funzione.
(Dàme la to disponibilità e… mi te garantirò momenti de tranquilità.)
(Ben ti à lavorà e… precision ti à dimostrà.)
-Prolungando il suono (ee ) esprime meraviglia,
un dubbio che ogni certezza scompiglia.
(Tuto ben zé andà? ee!... pì avanti se vedarà!

******

Envésse o invésse
In + vicem
(accusativo di vix = vicenda)
Un avverbio che rovescia una questione,
ribalta una situazione:
fa pensare ad una contraria possibilità
o ad un’altra verità.
A volte è richiamo al passato,
ad un ricordo mai dimenticato.
(‘Na volta no mancheva la vògia de fare!
Aèsso, invésse, i zoveni sta solo a vardare.)

******

Essètera
Dal lat.
et caetera (le restanti cose)
Usiamo spesso questa locuzione
che comoda risulta in qualche occasine.
Diventa un modo sbrigativo
per omettere quanto è intuitivo;
è un semplice intercalare
che tempo no fa sprecare.

Un discórso stringato
è da tutti apprezzato.
*Locuzione = da locúrus, part. pass. di lòqui –parlare-.
Nella lingua latina esistevano altri modi quasi tutti per indicare il concetto di altro. Si sono conservati nella lingua italiana come:
altro [alius]; altro tra due [alter]; restante [reliquum]; tutti quanti gli altri (maschile) [ceteri]; tutte le altre cose (neutro) [cetera].

****

Euro
Nome prescelto dal Consiglio Europeo il 15 dic. 1995
per la moneta unica, in vigore dal 2002 in molti paesi.
È un anglicismo, un accorciamento -Euro(pa)-, in analogia con altre parole
(europarlamentare, eurovisione, ecc.).
È pure nome classico del levante – scirocco (sud-est):
da èurus (bruciare)
I Latini chiamavano Ėuro il levante-sciròcco,
un vento dispettoso ma non tròppo.
Adèsso, in divisa* trasformàto,
le somatiche caratteristiche à conservato:
ci consola col proprio tepore,
ma… à frequenti sbalzi di umore**.
*Divisa = moneta comune dell’unione economica-monetaria.
**Lo scirocco porta caldo, umidità, acque alte nel tardo autunno.
I vecchi pescatori lo avevano soprannominato cassàdore (lat. captiare derivazione di capere (prendere):
vento forte e insistente che porta guai perché, combinandosi con l’attrazione lunare, provoca l’alta marea.

****

Eviva
La e appoggia la voce “viva”,
imperativo di vivere.
Ė esclamazione di esultanza,
di plauso, augurio e tolleranza.
Evviva la pace, la giustizia, la democrazia,
che fanno vivere i popoli in armonia;
un plauso alla famiglia naturale, unita e solidale.
Viva il lavoro che garantisce benessere e decoro.
Evviva l’amore che riscalda il cuore
e la carità che rispetta l’altrui dignità.
Un evviva alla natura per i doni che procura;
un’ovazione alla bellezza, all’amicizia, all’accoglienza.
L’ultimo urrà a la vita l’ò destinà.
La zé dono prezioso nel bene e nel male,
in ogni sóo aspeto originale.

*****

-F-
Fagiante, fagiaròto
Chi si dedica alla pesca notturna.
Da fàgia
(lat. fàcem - face, luce - o dal greco phaos -luce)
Sàndoli co la fàgia sul Lusenso*
pare aneme in preda a mòto intenso:
fòssinanti*, ne la note nera,
vaghe su la sabionera.
Mile riflessi dorai
tra le tenabre vien spalesai.
*Dal lat. Luxentium (da lux – luce:luccica inondato dal sole che sorge).
*Pescatori armati di fiocina con cui trafiggono i pesci che sostano sulle sabionere ricoperte da poca acqua.

Attinente:

caminéto
lampada ad olio per la pesca notturna.
Dal lat. camìnus – gr. kàminos = focolare
Èl mistiereto, col scuro de luna,
impisse èl caminéto e vaghe in laguna
sperando ne la fortuna.

Pescar nel torbido*


un ris-cio che, se no valutà,
te può métare in gran dificoltà.
Pescare nel torbido per fare del male
sta diventando sport nazionale.
*Torbido = Lat. turb•dus, der. di turba – ‘confusione, disordine’ - sec. XIV. Per altri dal longobardo trobi.

****
Falàre
Da fàllo o fàlla (mancamento)
Commettere fallo, errore, sbaglio,
comporta sempre mancamento di giudizio.
Qualche altro linguista precisa:
dal tardo latino fallare,
metaplasmo* di fallĕre ‘ingannare’ - sec. XIII.
*Metaplasmo = ogni mutamento formale della parola (sincope, metatesi, ecc.).

Errare humanum est


sentenziavano gli antichi con saggezza
ma perseverare nell’errore è segno di stoltezza.
Ammantarsi di umiltà,
riconoscere che non si è depositari della verità,
è dote rara da coltivare
che nel tempo si fa apprezzare.
E’ facile sbagliare,
gli errori posson sempre capitare.
L’importante è reagire!
La pratica una palestra diverrà:
l’intuito tutti guiderà.

*****
Falia
Dal lat. favílla
che ha senso di splendere ma anche di fare fumo.
Dal caldo al freddo si va
con questo termine qua.
‘Na falia de fuogo scaene l’inferno,
‘na falia de neve anunçie l’inverno.
La vita è piena di contrasti,..
importante è la scelta per evitare guasti.
*****
Famegia
è da ricondursi al termine osco faama = casa,
da cui il latino familia, cioè l’nsieme dei famuli
(moglie, figli, servi del pater familias, capo della gens).
Una volta, la famiglia patriarcale
era un nostro emblema nazionale:
rispètto, partecipazióne, lavoro…
garantivano decoro.
Ogi tanto zé cambià,
pì de ‘na famegia zé disastrà.
Sconforto, ràbia, tuto disgreghe,…
la volontà se scardene, se pieghe.
Distòrti i valori,
vien meno l’armonia nei cuori.
Diventa contiguità di individui
alla solidarietà poco assidui.
Tuto se pretende
ma de agiutare… pochi intende.
I vèci vien esiliai,…
i zovani se lontane rabiai.
L’antica funzione comunitaria
scompare o diventa autoritaria.
****

Fanfarón
dall’antico spagnolo fanfa (vanteria),
dall’arabo fanfàra (essere arrogante).
È un tale che, col

parlare a vanvera
a casaccio,
finisce in gran impaccio.
Da fanfera, dal suono fan-fan,
oppure
da bambàra – gioco di carte-
o da bambarria –tiro sbagliato ma vicente nel biliardo.
Una conessión interessante ò scovà:
la ne porte a un strumento venessian nel Siesento usà.
Se trateva de un sachéto de pèle*
ato a trategnire i gas muciai ne le buèle.

Liberai ai quatro vènti,…


i eviteva imbarassi sconvenienti.
(da Unaparolaalgiorno.it)

*Chiamato vanvera, era usato da chi soffriva di meteorismo incontrollabile.

*******

Fantia
sforzo, fatica, tentativo
Dal lat. fatiga, der. di fatigare «affaticare»
Mile fantie l’à fato,… a zé sfenio, mèso sbasio. !

Un onorevole indagato, furbación,


co gran fantia à evità altre preocupassión.
Casa l’à trovà,…
nel partito aversàrio a s’à imbusà.
Un cambio de róta sensasionale:
per la ràbia,… qualchedun zé fenio in ospeale.

Tuto fa brodo!
Chi è ridotto malamente,
di poco s’accontenta nel presente.
Scarti e scorte si usano a volontà,
a tutti i livelli… non è novità.
Passati questi momenti amari
si spera che i brodini sian più rari.
****
Fantolín
Dal diminutivo-vezzeggiativo di fante,
fàntolo.
Indica un bambino, un fanciullo.

Nell’aiuola un fiorellino,
l’ape nell’alveare,
un passero nel nido,
pesci nell’immenso mare.
Un fantolino nella culla
sorride e si trastulla.
È dono del Signore,
che dà vita e dispensa amore.

Correlato:

dèdo
da deditus (che si è arreso, sottomesso) – diz. Georges-Calonghi

còco
coccolo, pulcino.
Voce onomatopeica: da cò cò, verso delle galline.
Appellativo vezzeggiativo di bambino o di persona molto cara.
Correlati:
còcolo, cocolòso, cocolamento,
cocolare, cocolésso, cocolarésso.
****
Farlòcco
Sciocco, sprovveduto
Per estensione:
falso, taroccato, comunque di poco valore.

Un neologismo
nel dialettal cosmo
da poco entrato
e subito usato.
Forse trae origine dall’inglese
far look
Guardare lontano…
era abitudine di ogni scippatore romano
che sceglieva con cura particolare
il turista distratto da derubare.*
Dispregiativo, di respiro adeguato,
dalla gioventù molto usato.
Può essere inserito coi suoi significati
nei contesti più svariati:
una truffa mal organizzata,
un progetto non geniale,
una ricevuta falsificata,
una bravata virtuale.
*Farlocco = far la posta all’allocco. Una proposta non campata in aria, forse sussidiaria.

****

Fassiolo
Dal lat.
fascia
derivato di fascis = fascio
Una nera cravata usà
da i anarchici pì de un secolo fa;
segno de sovertimento,
anca alóra se cavalcheva èl scontento.

Solo l’anarchia ne l’Ottosento


aneleva in chél momento
al bisogno de libertà,
a ‘na emancipassión desià.
Dal còlo, a ciuffo la pendeva
ma… èl colore niente de bòn prometeva.
*Questo indumento ha preso il nome da Louise de la Vallière, favorita di Luigi XIV. Divenne simbolicamente un fiocco,
ricavato dalla nera bandiera anarchica quando truppe francesi e prussiane fecero strage degli anarchici parigini.
****

Fatòtum
Voce pseudolatina.
Fac + totum
(imperativo di facere) (tutto)
fa tutto, si dà un gran daffare,
con alacrità si vuol impegnare.
Ė parola interessante,
da tempo nel dialetto presente.
Si apre ad aspetti diversi,
ma non sempre lusinghieri son gli assensi:
si va dal maneggione all’intrallazzatore,
all’uomo di fiducia gran lavoratore.
In famiglia o nel lavoro
lo scovi di sicuro:
ti precede, ti sostituisce,
ti consiglia, ti blandisce.
Un tornaconto avrà
o il suo è solo atto di carità?

*****

Fènico
Monetina da un centesimo,
pfenning,
un linguistico residuo della dominazione austriaca
sulle nostre terre.
In cale, ‘na dòna se lamente:
No me zé restà un fènico…
epure ò comprà puoco, quasi gnènte.
Tranquilo campe èl rico,
ma…èl povereto se tormente!
*Il termine pfenning è ancora usato in Germania per indicare il centesimo di Euro.

****

Fenimènto
Da finíre (fínis)
Porta ad un finire, ad una conclusione,
al termine del debito e quindi a perfezione.
(Del lavoro èl fenimènto te rende aliègro e contento.)

Ma pure viene riferito ad una parte della bardatura:


redini, sella, groppièra.
(• l fenimènto del cavalo zé de curame lustro e zalo.)
Al venir meno associato,
diventa presagio di triste fato.
(Una longa agonia l’à instradà per la departia.
Un tristo fenimènto che à lassà gran compianto!)

*****
Fenociàre
ingannare, imbrogliare.
Se un oste vivande stantie doveva propinare,
ai clienti del finòcchio* faceva masticare,
così l’infida verdura
i sapori annullava a dismisura.

Una furbastra disonestà


che suscitava in molti delle perplessità.
*Finòcchio = da fenùculum (dimin. di fènum –fieno-)
*
‘N’altra fenocià? …
èccola qua!

Le tasse ò calà!
Finalmente!
Gèra ora che se pensesse a la povera zènte.
Ma ghe zé sempre un Tommaso
che in sta fassenda vuol métare èl naso.
In realtà, èl cavà
vien dopo, in vario modo, recuperà.
Sènto picòli aumenti
lasse tuti scontenti.
Siccome questo no baste,…
per evitare batòste,
dal comercialista ti devi andare
e… la parcela devènte ‘n’altra tassa da pagare.
Malnati!... disè la verità!...
èl sitadin onesto reste béco e bastonà!
In giro, circole sto modo de dire:
Se steva mègio quando se steva pèso!
espressión del secondo dopoguera,
quando ancór regneva miseria e paura,
riferia al regime fascista
in particolare da l’ambiente qualunquista.*
Se mireva a far rimpiansare i trascorsi,
alontanando tanti rimorsi.
*Qualunquismo = movimento politico fondato nel 1944
da G. Giannini e facente capo al giornale “L'Uomo Qualunque”. Faceva leva sul malcontento dei ceti medi,
svalutando la democrazia parlamentare, puntando tutto sulla gestione amministrativa statale. Ebbe breve vita.

Fèrie - ferìe
Termine dal duplice significato:
spazia da un periodo di vacanza meritato,
alle ferite conseguenti
causate da svariati incidenti.
Etimo ed accentazione
chiariscono la situazione.

fèrie
dal lat. tardo fer•a(m) ‘giorno festivo (da festus).
In Roma antica, ognuno dei giorni dedicati al culto di una divinità,
in cui erano sospese le pubbliche attività.
Le fèrie? Un periodo de reposo
dopo un ano de lavoro fadigoso.
Se ti lo sfruti ben
de niova energia ti sarà pien.
*Feriàle (dal barb. lat. feriàlem) indica un giorno lavorativo della settimana, dedicato ad un santo.
ferìe
lesioni della pelle, ferite;
dal lat. ferire.
Le ferìe pì diffisili da rimarginare?
Quele che l’anema fa sanguinare.
Èl tempo devente medissina
ma… no ti retorni come prima.
****

Fiàca
Una mancanza di vigore
che colpisce mente e cuore:
vien meno l’energia,
si placa la fantasia;
ci si adagia nella quiete
dimenticando agognate mete.
Der. di fiacco
(flàccus – languido, molle)
o dal gr. blax, affine a malak-òs,
e ancora dal ted. flach (che non si erge, si piega).
Con animo risoluto
puoi risolvere tutto in un minuto.
Una adeguata reazione
diventa saggia decisione.

*****

Fiao
Dal latino flatus – fiato–
per contrazione fiao.
Su incredulo, stupefato:
a ogni mio respiro, in tute l’ore,
un cristian muore.
Lavate i denti alóra e… ti vedarà
che pì èl fià no te spussarà…
Chissà che se salva parte de l’umanità.
*
Sotto il pergolato, festanti,
son riuniti i parenti.
Il nonno, festeggiato,…
un dolce offre ad ogni invitato.
Esclama : Ecco servito!
ma il tono della voce col tempo s’è affievolito.
Vedendo riunita l’allegra famigliola
forse gli ritornerà il fiato in gola.
Derivati:

infiàre,
gonfiare:
dal lat. conflàre (cum + flàre)
infiao,
infiasion (gonfiore)
Collegato:

arfiare (da aria+fiato)


*****

Fiapo
dal latino flàccidus = floscio, cascante,
(flàccus > flàcceo > flàccidus);
risente del longobardo fhiap o siap.
Frutti fiapi in quantità
l’albero dell’economia da tempo dà.
Privi dei colori del sole
vengono apprezzati solo a parole:
scarsi di vitamine,
con poche sostanze zuccherine,
apportano calorie insufficienti
per evitare mali contingenti.

Si rende necessario
un intervento accurato e vario:
capitale per fertilzzante
sótto controllo e impegno costante;
una tecnica di lavoro aggiornata
renderà poi la pianta meno ingrata.

I frutti flaccidi spariranno,


turgidi e sugosi diverranno.
****

Fiasco
Dal barbaro latino flàsco.
Il Diez lo fa derivare da vàsculum (dim. di vas = vaso).
Il Delatre lo ricava dalla radice fla (soffiare);
altri pensano al greco phialische dim. di phiàla (vaso simile al fiasco).

Fare fiàsco
Riportare un insuccesso inatteso,
uno smacco clamoroso.
La locuzione, diffusa tra i vetrai,
annunciava guai.
A volte, soffiando, il vètro incandescente
si deformava in un istante.
In un fiàsco trasformato,
veniva subito scartato.
Tutto si doveva rifare
con grande fatica e sudóre.
Un’altra origine viene citata
e anche questa può essere accettata.
Un noto Arlecchino*
criticava tutto con fare birichino.
Una sera aveva scelto un fiàsco per argomento,
ma andò incontro a un totale fallimento.
Il successo mancato
alla locuzione diede fiato.
*Era Domenico Biancolelli, attore comico del ‘600
nelle vesti di Arlecchino.

****
Fidúcia
da fídere, aver fede.
Parola legata a credenza e speranza,
fondate su argomenti rilevati con costanza.
Un chiarimento è necessario
per un uso consapevole, vario.
Presupposto di libertà personale,
un passo iniziale
è
il fidarsi di sé stessi
ma… senza eccessi.
Istruzione, cultura e fantasia
ci instradano sulla retta via.
Convinzioni fasulle, fulminee,
umori e purificazioni momentanee,
costituiscono spesso una gabbia
che isola e riempie di rabbia.
Come conseguenza, in niente più si crede
e nelle decisioni, nei rapporti si eccede.
Cosa bisogna fare?
Credito e stima agli altri bisogna ridare:
si rende necessario un bilanciamento
che rovesci il conformismo del momento.
Deve prevalere la considerazione
e non l’esclusione.

Solo l’ignoranza
esclude altra presenza.
******
Fifa
Sendo il diz. Treccani
è voce onomatopeica del gergo militare,
di origine settentrionale*.
Nel pericolo latente,
pervade la mente
ma è destinata a cessare
se prontamente si sa reagire.
Chi pan se fa… vien magnà!
un modo de dire sempre confermà.
*Secondo alcuni linguisti è di origine milanese (fiffa), ma per il Boerio (1829) è di origine veneta.
Tale voce si diffuse al fronte durante la prima guerra mondiale e ciò fa supporre – annota Cortelazzo – una più probabile origine
veneta.
Derivati:
fifare, fifèsso (piagnisteo), fifolare,
fifolóso, fifoso, fifotare.

Fifolare
piangere per cosa da poco.
Il verbo deriva da fifa (Diz. Grazanti).
Còss’àlo che a fifole?
La pansa ghe diole?
A Londra à un conto in banca,
in porto una costosa barca!
La brexit gli à tolto il buonumore:
la sterlina à perso valore!
*****

Figo
Fa parte di un linguaggio artificiale
germogliato in era digitale,
per deformazione di termini e significati
dal tempo consolidati.
È nato per escludere gli estranei
mantenendo la comunicazione tra la cerchia dei coetani.

Figo diventa un tipo alla moda, in gamba,


che piace ad un’intera banda.
Il fico* ha collo d’impiccato e camicia di furfante:
e… pure il figo diventa stravagante.
Il contrario è
sfigato,
un Fantozzi sfortunato.
*Fico - da phýo (produco) per la grande fecondità della pianta.

*****
Fio
da filius – figlio – per contrazione fio.
‘Na volta i fioi custodiva nel cuore
la speransa de un avenire migliore.
I zé deventai vèci
tra lavoro e sacrifici.
I n’à insegnà che la fiducia no muore
se la sostien l’amore.
Sinonimi:

putelo = ragazzo;
è diminutivo di putto.
bòcia
da boccia nel significato di ‘testa’,
con allusione al cranio rasato dei bambini e delle reclute. (Diz.Garzanti)
tóso
dal lat. tónsus (imberbe)
Attinente:

mostrìcio
birbante, mostriciattolo
-iciattolo- è ricavato dal suffisso –àttolo- preceduto dall’infisso ic
con valore diminutivo e vezzeggiativo.
*
Tanti gli adattamenti,
i modi di dire più o meno pertinenti:
fio bon (legittimo), astro (figliastro), tólto al liógo (dal brefotrofio),…

Fío d’anema
veniva chiamato
chi da un adulto estraneo era allevato.
Una specie di adozione
senza intervento dell’istituzione.
Se la famiglia biologica curare un figlio non poteva,
un estraneo caritatevole subentrava
assùmendo la responsabilità
di farlo crescere in salute e dignità.
Il giovinetto, da uno stato pietoso,
traslocava in un clima affèttuoso
per un impulso d’animo del novello “genitore”,
Fío,
figlio nel dialetto locale,
ma un altro significato assume nel gergo nazionale:
fío (castigo, pena)
dall'antico francese fieu = feudo.
La parola vive quasi esclusivamente nell'espressione "pagare il fio",
che significa "pagare il feudo",
nel senso di versare il tributo,
il prezzo per qualcosa, com’è risaputo,
in modo decisamente negativo,
sovente punitivo.
(da Una parola al giorno)

********

Fiónda
Da funda che si rifà a fúnis (fune)
o a fúndus (fondo, cavità dove si inserisce il sassolino da lanciare)
Il Georges propende per fúndere (versare;
figurativamente, lanciare, scagliare).
L’arma de i fioi de ‘na volta
che, usandola a la svelta,
la séna procureva:
co i colombi copài la famegia se sfameva.
Un ramo biforcuo scortesà,
un àstico* batisasso a le estremità
e un grigio cuogoleto…
garantiva tiro perfeto.
*Astico = Dal lat. del sec. XVI (vis) elastica ‘(forza) propulsiva’,
der. del gr. elastós ‘duttile’, der. di elaúnō ‘spingo’ •sec. XVII.
*****

Fiosso
Derivato da fio.
Significa figlioccio (filiocium, diminutivo di filius),
assume un significato affettuoso.
Mio fiosso a tòla tien banco
e no a pare affato stanco:
questo sarà l’andasso, ghe scométo,
per tuta la durà del banchéto.
Comare
al termine fa da contraltare.
Dal latino tardo: commater,
cum + mater
che s’accompagna alla propria madre
con fare spontaneo, naturale
****
Fituale
dal lat. effingo (figurare),
quasi una vendita simulata,
una efficta vendìtio
sbandierata.
Con più probabilità deriva da
fìxus
(fermato)
con prezzo stabilito, fissato.
L’inquilíno* vive nella provvisorietà:
il contratto prima o poi scadrà.
La casa è bene primario,
un rifugio necessario.
Chi agisce con cura,
una se ne procura.
Sacrificio e lavoro
garantiscono un asilo futuro.
*Inquilíno = in + còlere (abitare).
Su la tera in comodato d’uso vivemo:
afìto no paghemo
ma, a la scadensa,
sensa opònare resistensa,
un sfrato subimo.
L’umana sostansa reste qua,
no la deve inquinare l’aldelà.
Solo l’anema s’eleve,…
a la Misericordia la se pieghe.

*****
Fògia
Dal lat. fŏ lia, plur. di folium «foglio»,
divenuto nel lat. tardo femminile singolare.
Un’officina in miniatura
preparàta con divina cura.
Se i Chioggiòtti conoscessero la sua funzióne,
non devasterebbero il verde di stagióne:
il resto lo fa il cemento
che tutto copre tra poco sgomento.
Le colpe sono di tanti
scientificamente ignoranti.
Parte del corpo vegetale
e del sò prodoto naturale
zé sostansa séca de carbonio,
per ogni vivente essensiale, idoneo,
da le fòge procurà
ciuciando anidride in quantità.
Questo gas è nutrimento delle piante
e, di conseguenza,
un nostro alimento importante.
Si creano catene alimentari
con mille varianti salutari.
Un gas diventa alimento indiretto,
per naturale intervento perfetto.
L’anidride, dalla fòglia elaboràta,
sulla nostra tavola troviamo trasformata.

****

Fogian
a Ciósa vuol dire
far lo gnorri,
far finta de no saver cossa bóge in pignata,
vivare a la zornata.
Questo lemma non dipende sempre dalla poca considerazione
che i Foggiani godono nell’italica nazione.
Senza cólpe, pòveretti,
a subire son costretti.
Al fògliame*, in senso figurato,
va il riferimento che pare più appropriato:
diventa un aiuto, un riparo insperato
dove celarsi per evitare ogni agguato.
Infrascà come un osèleto
da ogni rogna ti zé proteto.
Santa pasiensa! Ti fa èl fogian per conveniensa!
Sconto, infrascà,… in silensio ti sta.
Ti m’à messo in un bel pastisso,…servirà gran giudìssio.
****
Fòla, fóla, folà
Dagli stessi fonèmi* son formati,
ma la diversa accentazione cambia i significati.
Un esempio qui riporto
per farti stare accorto.
*Fonèma = dal fr. phonème, e questo dal gr. ϕ ώ νη µα «espressione vocale», der. di ϕ ωνέω «produrre un suono». Voc. Treccani

Fòla
-con o largo, suggerisce il Boerio -
Dal lat. fàbula
e da fàri = parlare - (diz. etim. Cortelazzo-Zolli).
È antichissima forma letteraria.
Un breve componimento narrativo
che rende l’animo giulivo,
ma pure una bugia
partorita da fervida fantasia.
Fóla
-con o stretto (raccomanda il Boerio) –
Derivazione di follare
(come càlca da calcàre) – (diz. Cortelazzo-Zolli)
Una folla imponente,
una càlca vociante
à riempito la piazza in un istante.
*Un altro esempio: - àncora - lat. ancŏ ra, gr. ἄ γκυρα = organo di ferro o di acciaio destinato a dare solido attracco agli ormeggi;
- ancóra – avv. - dal lat. hinc ad hō ram “di là fino a quest’ora”. (diz. Treccani)
*Nella lingua italiana la distinzione tra accenti tonici non c’è nelle vocali a, i, u che hanno, per convenzione, l’accento grave.
La o accentata in fine di parola è sempre aperta e quindi con accento grave. (Accademia della Crusca).
Folà
forse deriva da folo,
forma antica di
follo o folle = mantice (diz. Garzanti e diz. Cortelazzo)
ma più probabilmente da flàre (soffiare) –Caix-
Il maestrale, prepotente,
si fa notare in modo evidente:
un’improvvisa folata
sconvolge la natura assonnata.
Nel nostro dialetto,
folà
assume pure questo significato:
– pigiato, schiacciato, pressato-
(di follare è participio passato).
Dal lat. fullare
(calcare con i piedi, pigiare l’uva,…)
***
Forapière
Mollusco bivalve :
è il dattero di mare (lithodomus lithophagus)
che non vuol farsi trovare.
A sbuse le piere?
A serche le rocce calcaree
e, co acide secressión,
a scave un buso dove a vive benón.
A ze ‘na rarità,
risercà per la bontà.
Per i Ciosòti èl dàtolo*
zé un fruto esotico,
da l’Africa importà
ma puoco apressà.
Per no fare confusión
i à trovà subito la solusión:
in modo abituale…
forapière i ciame l’anemale.
*Dattero -lat. dactĭlum, dal gr. dáktylos ‘dito’.
*******

Forcola
Da furca
(forca, scalmo forcato di legno)
Ben sagomata, di ròvere,
con arte tagliata,…
in laguna per remare
è da sempre usata.
Lo sa bene il pescatore
che se ne avvale in varie ore.
****

Forèsto
da forèstico = esotico
Dal lat. fòris, fòras (al di fuori),
tratti da foristàrius. (Voc. etim. Pianigiani)

Un forèsto?
Questo è il significato se a un luogo riferito:
selvatico, disabitato.
Se a un cristiano rivolto,
l’approcio è più disinvolto.
Il forèsto è essenziale
per l’economia locale.
Ciosòti e Marinanti lo blandiscono,
in tutto lo favoriscono.
Non è un póllo da spennare,
bisogna farlo ritornare.
Sóle, mare, spiàggia e mille comodità
lo fanno star bene nella nostra località.
Con il termine viene indicato
pure il vino nel Veneto importato.
Un’ombreta de forèsto èra medicina
per il pescatore che dal mare tornava ogni mattina.

*****

Fòrfe
dal lat. fòrficem;
prima parte ricavata da for-àre;
seconda parte (fec) da fàc-ere e fíc-ere.
(Diz. etimol. on line)

Nate per tagliare,


accorciare, sagomare,…
usate in varie occasióni
svolgono utili mansióni.
Tagliano il cordóne ombelicale
avviandoci a una vita naturale.
Le fòrbici statali
ai bilanci tarpano le ali;
quélle clericali
limitano eccèssi innaturali.
Trasformano ispide crinire
in ondulate capigliature.
Con esse la sarta sagoma vestiti,
l’elettricista accorcia cavetti,
il contadino pota vigneti.
Un arnese di gran utilità:
lode a chi l’à inventà!
****
Fòta
Probabilmente deriva da fóttere
dal lat. futúere (metaforicamente: genero, produco).
Termine che racchiude vari significati:
stizza, ira, rabbia, moltitudine.
1-Me vien la fòta (mi arrabbio, mi salta la mosca al naso).
Le fòte me vien da la desperassion
vedendote tuto èl dì a torsiolon!.

2- Le toe zé solo fòte (sciocchezze, spropositi, pretesti). Diz. De Mauro -


Ti somegi a tò mare,…solo fòte ti sa contare!
3-moltitudine
In questo caso il termine è tratto da fottìo (gran quantità)
Con unanime compianto,
‘na fòta de zènte
accompagna al camposanto
un bambino, un innocènte.

****

Fraco
Un sostantivo a metà,
che plurale non ha.
Da fragicare - intens. di frangere.
Nel dialetto trova inserimento perfetto.
Voce vivace che riporta al mucchio, alla grande quantità
attraverso il peso che una mole ha.
L’etimo l’associa al rompere,
ad un violento agire.
(Un fraco de bòte ti à ciapà! Ben te sta!)
ma pure al fracare.
(• l fraco* tien compàte le sardele salae, le conserve ben schissae.)
*Diventa un peso (di solito un grosso sasso).
In loco s’arricchisce:
diventa quantità che si subisce.
(Altrochè ‘na monada! Un fraco de responsabilità su le spale te piovarà.)

*****
Frafàssio
fra Fazio*
Ciò che s’ignora non si può criticare!
Ė mèglio lasciar perdere.
Un esempio lo troviamo nei Promessi sposi:
fra Fazio ascolta discorsi fervorosi,
ma del silènsio fa tesoro
di fronte al latino di fra Cristoforo.
Che differenza col Fazio della RAI!
un chiacchieróne che spettegola sui nostri guai.
*Promessi Sposi, cap. VIII - Omnia munda mundis! (Tutto è puro per chi è puro!)

A volte,… si vede

menare èl can per l’aia


quando in un colloquio discreto
non si à da dire niènte di concreto.
Un tempo si bàttevan le spighe sull’aia
e servivano animali di robusta taglia.
Usare un esile cane di pòco péso, all’uopo,
voleva dir non perseguir lo scòpo.
******

Fragia
fraglia o frala,
(corporazione dell’alta Italia)
derivato da fratalia o fratalea (fratellanza)
Gli iscritti, a banchetto radunati,
una volta all’anno parevan forsennati.
Qualche Ciosòto no à messo giudìssio,..
de far fragia no à perso èl vìssio.
I debiti che a fa
qualchedun li pagarà:
questa l’amara realtà!
No a se preocupe minimamente,…
gnènte lo spavente.
I sò guai vien esiliai,…
su le spale de altri spalesai.
*
Sinonimi:

bisbòcia
alterazione di disboccia (forma piemontese)
derivata dal francese débauche (gozzoviglia, baldoria; debosciato).
abufà
(una grande mangiata e bevuta)
Contiene la radice buffo
per l’atto di gonfiare le gote nell’ingozzarsi e nel muovere a riso.
Indica pure il gonfiarsi come un rospo,
chiamato buffa (Bufo bufo- Linneo) in alcune regioni.
Non può escludersi una derivazione da buzzo (stomaco, ventre)
con passaggio della z ad f. - (V. etim. Pianigiani)

Correlato:

sòssolo
sto o sono + solo,
Idiotismo: ipotizzo-
proprio come il gruzzolo
da con-rúzzolo = cose avvolte insieme e tenute nascoste in luogo isolato.
Magna e beva, vìssio ciosòto,
porte a un destin ben noto!
Èl sòssolo rancurà presto fenisse
e… l’alegria sparisse.
Solo la síssa* reste,
‘na sgionfaura che persiste.
*Síssa = dal lat. insícia (ciccia, manicaretto di carne pesta) oppure sincope di carníccia.

*****

Fraìma
Dal latino frigidus (freddo),
-infra + hiema- (vicino all’inverno).
Termine con cui i Chioggiotti indicano il periodo di tardo autunno
in cui ha luogo la smontata,
cioè la discesa del pesce dai bacini lagunari al mare.
Un periodo che i valesani spete co ansia:
a zé èl momento de sunare la sostansa.
Èl pésse spalesao se muce,
l’istinto lo seduçe:
la via del mare
a ogni costo a vuol trovare
e dal lavoriero
a fenisse rosto… destirà su un tagèro.

*****

Franco
È un retaggio dell’epoca napoleonica.
L’origine può essere collegata ad una moneta austriaca
che portava l’abbreviazione
Franc,
nome dell’imperatore Francesco Giuseppe.
I risparmi depositati in banca son spariti:
il vento del malaffare li à ghermiti.
Gnanca un franco me zé restà!
sighe un povero desgrasià.
Per muciarli ‘na vita ò lavorà
e adèsso me tóche vivare de carità.

****

Fràvo
Dal lat. fàber (accus. fàbrum)
derivato da fàcere = fare.
A Ciósa ridotto a
pestafero,
per definire a la bòna sto mistièro.
Un abile artigiano
che a tutto poneva mano.
Lavorando in solitudine beata
guadagnava la giornata:
con perizia e alacrità
il ferro modellava con abilità.
La fucina di Vulcano
pareva il suo antro nero e strano!

Un personaggio del passato,


tra i ricordi confinato;
un’operosa sapienza
per sempre scomparsa.
*****

Fràvola
Dal lat. fràga, plurale di fràgum,
con lo stesso etimo di fragràre = emanare odore.
Un rosso botón
tra la verde vegetassión,
‘na mana per i oseleti
che bècole* sti fruti benedeti.
Su la tòla
la fa vegnire l’aquolina in gòla.
La guste èl vècio sdentà,
la sùpeghe* èl fantolín in caregon sentà.
Evviva la fràgola che, con la propria presenza,
della primavera diventa ricompensa.
*Becolare= pigliare il cibo col becco (lat. beccum, parola gallica forse imparentata con bucca ‘bocca’),
che sostituì nelle regioni occidentali rostrum. (Treccani)
*Supegare = succhiare -lat. succulare, der. di succus, sucus «succo»
******

Frégola
Diverse le possibilità:
chi riconduce l’etimo al latino ferculum (briciolo);
chi al verbo fregare,
(all’impastare con acqua le briciole per preparare zuppe, minestre,…);
chi all’adunata di pesci in frégola che depongono uova simili a pallini.

La polenta sul tagero zé da destirare,…


nel sugo del broeto se spete de tóciare.
Èl caldiriolo* vien netà,…
le frégole rancurae a la Baldo* servirà.
Gnènte se buteva, tuto se utiliseva.
(No bià butare le frègole,… rancurale!)
(Te zé cascà la piadenela: la zé in frégole.)
*Caldiriolo = lat. cal[i]daria (caldaia)
Nelle antiche terme romane, il calidario era sala riscaldata per bagni di acqua calda o di vapore
*Baldo = una signora caritatevole che nell’isola Morin raccoglieva bambine di famiglie in difficoltà.
Le frégole le servivano per alimentare delle galline e qualche maialino.
****

Freschín
Il Dizionario etimologico della Utet,
alla voce freschìn,
segnala che in spagnolo fresco vale 'sgradevole'
e frescal 'che non è del tutto fresco', detto del pesce.

Che òcio straco!


Sto pésse gèra ingiassà da un tòco.
A sa da freschín,…
anca èl gato se rifiute de fare èl bechín.
Scàgia séca, sguansa nerastra,…
fregatura in vista:
co un’ocià
èl mógnolo t’à batisà!
Collegato:

ogin
odore sgradevole di olio rancido.

****
Fritola
Da frictus > frictula,
dimin. femm. del part. ps. di frigere.
In ogni tempo risercà
per la sò qualità,
zé a tutti noto, …
la fenisse ne la bóca del ciosòto.
Impenia de bòn umore,
la se remene e la se indore;
suta, onta, insucarà…
l’aspète solo d’èssare magnà.
Ciara o scura, longa, crepà,…
a prima vista la zé desià.
No se reste indiferenti, …
bóge èl sangue, sgrissole i denti.
I vèceti se bandone ai recordi,…
i rivanghe passai bagordi,
mentre i fantolini de scondón
de éla fa un bocón.
*****

Fruare
Dal lat. fruor al tardo furcare
Per i Ciosòti èl fruare (fruor) indiche sfrutamento
per conseguir de un ben èl godimento.
Un pèro de stivai ti à fruà,
andando a torsiolón per la sità.
Ti te frui i òci a son de vardare chéla dòna,
ma no la zé a la tò portata,… tòco de mòna!

Tuto vien al manco!


diseva un vècio avilio e stanco.
Desideri, piasséri, vogia de fare,
a puoco a puoco va a farse benedire.
Le fòrse manche,
la memoria sbampole,
èl servèlo va in confusión,…
i te destine al caregón!
Fruà,…
ti zé pronto per l’aldelà.
Derivato di fruor :
fureghin
un intraprendente
che non si ferma davanti a niente.
******

Fufa
ira, spavento, paura. (Boerio)
Diverse le origini prospettate:
da fóga - foga, impeto -
(pronuncia popolare di fuga, furia)
oppure
da fuffa, la tipica lanetta che si forma nei tessuti.

In senso lato,
indica un eccesso inutile o roba da buttare.
Co gran fufa vien contrastà Dalema:
Del vècio ti zé emblema!
Co le tò idee l’Italia andaria in rovina,…
gnènte se muovaria… propio come prima!
La diatriba, da tempo cominsià,
dei giornalisti fa la felisità.
Il termine per patrigno
potrebbe aver l’italiano fuffigno,
(imbroglio)
e per matrigna… falaura, un’errata cucitura.
****

Fufignón
Voce onomatopeica
tratta da fuffigno
Connesso:
trafeghin*
un maneggione,
un praticone
che se la cava in ogni occasione.
Un imbroglióne che vive di espedienti,
presente in cènto eventi:
confonde, mescola, intriga,
è coinvolto in ogni briga.
Per tutto à una soluzióne pronta
e non manca mai la scorta:
prospetta mare e monti
ma presto vi troverete a pagare mille conti.
Quando sbaglia non si scoraggia,…
in un baleno cerca una risposta saggia.
Come Ponzio Pilato si lava le mani
pensando già al domani.

*Derivato di trafficare. Tegnire banco,


captare con pazienza l’attenzione,
dirigere il gioco con precisione,…
è vetusta passione
di ogni abile fuffignóne.
Èl politico antico incanteva,
per onestà a brileva.
Adèsso quelo moderno
compare ogni dì sul teleschermo.
Ma avendo puoco da dire,
la posisión del partito a deve ribadire.
Da imbonitore, co a zé in dificoltà,
a sbraite, a inveisse a perdifià.
****

Fugàssa
Dal lat. tardo focacius,
derivato di focus «focolare»
Pane di forma bassa e schiacciata, condito con olio,
fatto di strati di pasta con vari ingredienti e cotto nel forno.

Bella, tonda, dorata,


una delizia durante la giornata:
Intorno la tòla spunta l’alegria,
la quotidiana fadiga zé fenia.
Quante fugàsse in Italia
deventan preda de marmaglia!
L’ultima, destinà a profughi e clandestini,
vien magnà da un branco de malandrini.
Ai poveri neri le fregolete,
a lori tute le féte.
Acòliensa?
Questa zé solo delinquensa!!
*****
Fulminante
Da fulmen
der. di fulgere ‘splendere’ .
Strofinato in maniera attenta,
fulmine, saetta diventa:
manda una scintilla, una vampata,
e… in un baleno la tenebra è fugata.
Pericoloso può diventare:
dev’essere usato con cura particolare.
****

Fundàcio
da fúndus (fondo)
con influsso di profondo (se. XIV)
La radice viene dal greco puth,
trasformato in lat. in fud > fund
(la parte più bassa, la base di una cosa).

Un naturale sedimento
causa di qualche turbamento.
Ne la cìcara del cafè, ne la técia o nei brodi
de frequente ti lo trovi.
Fundàci ne la cosciensa
rimordon co la lor presenza:
memorie sbiadie de amori fenii,
intolleranse, asti, contrasti,
gnènte perdonanse,…
falie de recòrdi spalesai
a niova vita reportai.
Fundàci in parlamento
spete un pronto cambiamento.
Fundàci nel lavoro, nei zornali, ne l’economia,
perfin ne l’uso de la fantasia.
Solo interventi audaci
eliminan fundàci!
****

Funerale
dal lat. tardo funeralis, agg. di funus - nĕris
«rito funebre, funerale» (Diz. Treccani)
Per l’ultimo zólo in lista d’attesa,…
co finale a sorpresa.
Un viàgio imposto, no prefissà
che méte in aprensión, in deficoltà,…
No ghe zé data de partènsa,…
anca la destinasión zé controversa:
tuto vien afidà a la Providènsa.
La vacansa, non programata,
prevede solo èl biglieto de andata.
Un “gadget” vien dà:
un paltò de tòla ben lustrà.
*******

Fuògo
focum – focolare –
da
con radice di fòveo (riscaldo)
Per altri,
dal greco phö (splendo) o da phaòos (luce)
Brillante, vivace, arzillo, iracondo,
rende felice il mondo.
Venerato, temuto, custodito, ammirato,
é parte attiva del Creato.
La fiama raduneva la famégia intorno al fogolare;
ogni favilla un bambin fèva sognare…
La nòna completeva èl redín,
èl bisnòno conteva ‘na fiaba al fantolín;
èl pare cocoleva la mugère…
seren gèra èl clima familiare.
*Mengaléo = bagliore dei fuoghi artificiali.
Dal nome della regione indiana del Bengala (bengaleo > mengaleo).
****

Furegare
dal latino parlato:
furicare,
da furari - rubare,
a sua volta da fur - ladro.
Il “furegare” ha in sé le connotazioni di sbrigatività,
di fretta e quasi di violenza
che sono proprie del ladro
che rovista per non farsi scoprire. (da Una parola al giorno)
Curiosità o nessessità?
Mah!
A l’ocasión no manche la furegà.
Fureghe èl scolareto ne la sachéta
e ne la cassèla la dòneta;
èl dotóre te dà ‘na furegà
anca ne la segreta intimità;
èl pàroco fureghe nel tò passà,
la mugère tra quanto mucià;
èl boteghiero indaghe tra i desideri
lassandote co mile pensieri.
Un mondo malfidente
o abitudine innosènte?
Connessi:

fureghin - furegon
Cossì vegniva ciamà ‘na persona fastidiosa,
per tuti assai noiosa.

furegasso
chi cerca continuamente;
furegòto
quantità discreta (voc. del dialetto chioggiotto)

****

-G-
Gagiandra
dal lat. galea,
elmo di cuoio o scudo di metallo.
Ė banco di lavoro nei pescherecci usato,
ricoperto da una piastra di ferro temprato.
Un termine che ricorda la tartaruga,
protetta dal carapace*, da una túga*.
*Carapace = dallo sp. carapacho •1827.
*Tuga = dal lat. tègere (coprire). È una copertura, quasi una piccola stanza.

Il sindacàto uno scudo è diventato,


tutela conquiste, libertà: è acclarato!.
Questa gagiandra antica
si mantiene e continua a fatica.
Resta però un problema reale
che investe il sociale:
si salvaguardano i diritti acquisiti…
ma i doveri vengono ignorati.
Una presa di coscienza
limiterebbe più di qualche assenza.
I furbetti non sono da tutelare,…
si devono licenziare!
*****

Gagiola
da gaio,
derivato dal longobardo gahi (allegro, giocondo)
Maretta lieve, venticello da terra:
gagiolina per i pescatori chioggiotti;
gaiola quando l’alito diventa brioso.
Co sta gagiolina poca strada se fa:
speremo in qualche refolà.
La zé ‘na gagiolina…
co la vien fuòr de casa ogni metina.
(E’ una donna in ghingheri quando esce di casa.)

‘Na fresca gagiolina


sgionfe le vele stametina.
Èl batèlo sbrisse tra le ónde
ne l’azzurro a se confonde
mentre èl mare intone la sò melodia
e stimole la mia fantasia.
*
Sinonimi:

sugavéle
altanèi o altanèlo
da altanus, derivato di altum (alto mare)
Altano, leggero vento di mare che spira da levante.
Connesso e contrario:

rèfolo
dal veneto refolar, derivato da
follis (mantice)
gagiàrdo
dal cimbrico gall –forza, coraggio -
Co sto vento gagiardo, in Istria rivemo zolando.
Il termine non va confuso con
pagiòla (forfora)
derivato da pàgia (pàlea), collegato a pal-avas = loppa, lolla, pula e,
per estensione, forfora.

*****
Gagnolare
Dal lat. gannire = mugolare, uggiolare;
per estensione, se riferito a persona,
piagnucolare, rammaricarsi noiosamente. (Voc. Treccani)
In loco il significato si allarga:
sopportare, tenere controvoglia.
*
Le vissine zé intente a comentare…
Vàca e vedèlo i s’à dovesto gagnolare!
La fia à falà…
e i vèci s’à adatà!
Derivati e connessi:

gagno
dal lat. ganníre (far la voce della volpe)
in senso fig. nascondiglio, tana.
I zè restai un bèl tòco in gagno:
a questo porte èl fassile guadagno!
(Sono rimasti nascosti per un bel pezzo.)

gagnolère
popolane che frequentemente si lamentano.

****
Gàla - galà
allegrezza, ornamento, sfarzo,
significato che viene dalla radice europea gal
(in ted. geil o gail – lieto)
Molte altre le possibili origini prospettate dai linguisti.

Da solo, gala indica evento, festa,


mondanità manifesta;
alla francese e al maschile viene usato:
galà è diventato.
E’ notte: la festa è finita,…
si riprende la solita vita.

Il festino, frivolo e ricercato,


era da tempo per l’alta borghesia preparato:
s’è così conclusa, con molto sfarzo,
una gelida serata di marzo.

Derivati:
galan
dolce di pasta tirato a sfoglia
che, di solito, si consuma nelle festività.
Da gàla = fiocco, ornamento, nastro. (voc. Zingarelli)
A carnevale a s’à sgionfà:
sènto galani a s’à magnà!
galana
tartaruga,
per la sua forma a fiocco elegante (gàla).

****
Galivèrna
la caliverna,
termine composto da caligum (nebbia) + hibernum (inverno)
(Nel troncamento iniziale la g sostituisce la c.)

Non manca chi fa derivare il termine da


calabro o galabro,
concrezione ghiacciata.

Che brina gagliarda, gelata!


Si prospetta una dura invernata.
Con preoccupazione il contadino
controlla il campo ingioiellato di continuo.
Collegati:

sìsa
Dal greco sizein (fischiare, sibilare).
Per Caix, deriva dal lat. sídus (freddo eccessivo)

sìsara
freddo pungente causato da una gelida tramontana.
‘Na sìsara da tagiare col cortélo!
Ancuo a la riva reste èl mio batèlo.

****

Galopin
dal francese galopin per indicare un messaggero;
derivazione di galoper «galoppare».
Chi, per qualche losca commissione,
corre di qua e di là in continuazione.
Più spesso, specie nel nostro dialetto,
teppista, manigoldo vien detto.
Il galoppino?
Un emerito cretino
che, per ubbidire ad un padrone,
delinque e finisce in prigione.
****
Galume
Un termine con due significati diversi:
per i nostri pescatori indica
il complesso dei piccoli molluschi o pesci commestibili.
Ne piase tuto èl galume!
cioè tutto il raccolto minuto dell’ultima calà,
effettuata prima della notte, al lume di lanterna.
Schile*, marsioni, anguele, gossioi,
gambari, moleche, cavassiòi,
zé galume de qualità
da tanti apprezzà.
*
In altri dialetti veneti,
l’incresparsi dell’acqua causato dal vento o dalla presenza di pesce:
da calumà - occhieggiare, baluginare –

ga + lumen
(ghe zé = c’è) (luce)
S’increspe un cantón de laguna.
Spire un puoco de fortuna*
e,… co la galumà,
tuto pì belo pararà.

*Schila = gambero di sabbia di color grigio. (dal lat. squilla)


*Fortuna - sta per vento sostenuto.
Sinonimo di galume:

menuàgia
da minúto- Lat. minutum, p. pass. di minuĕre ‘far più piccolo, diminuire'.
(piccolo, di minor taglia-minutaglia-)
Correlati:

calume:
tirare un cavo da un luogo all’altro.
Per i locali pescatori diventa
caloma
in relazione con i termini ital. calumare o calomare.(calato+mare)

******

Gàmba
volg. lat. càmba,
corrispondente del greco kampê = piegatura, giuntura.
In motti deambula
con andatura gagliarda o tremula.

Ti zé in gàmba!
‘na constatassión, un moto de maravegia
de chi te credeva mèso paralisà su ‘na carèga.
Stare in pie per propio conto,
zé de conforto e lontane un po’ èl tramonto.
Le gàmbe me fa giacomo-giacomo!
Decifrare l’orìgine di questo modo di dire
non è facile, come si può capire:
prevale la fonosimbolica motivazióne sommessa,
il gia-gia che fan le gàmbe in preda a gran stanchezza.
Si fa notare anche un altro particolare:
In tante parti Giacomo diventa un semplicióne,
uno scimunito, quasi un barbóne.
In Francia indica il contadíno*, un debole di mente,
per cui far giacomo (faire le jacques) si dice facilmente.
* Jacques “è in Francia il nome tipico del ‘contadino’: esso risale almeno
alla terribile ribellione dei contadini del maggio-giugno 1358, detta appunto Jacquerie,
il cui capo sarebbe stato soprannominato Jacques Bonhomme: di qui il significato,
pure antico, di sciocco.” Ornella Castellani Pollidori. -volume L’Accademia della Crusca per Giovanni Nencioni (Firenze).

*******

Gàmbaron o mazzancolla
Penaeus trisulcatus – Penaeus caramote.
Dal basso lat. gàmbarus,
gr. kàmmaros dalla radice kam (essere curvo).
Massancóla in ciosoto,
un crostaceo a tutti noto.
Ti lo trovi in pescaria
e a zé ‘na vera ghiottoneria,
un gambaro imperiale
dal nome strambo, inusuale,
tanto che l’etimo zé un dilemma
un vero enigma.

Mazza in collo?
ma perché?
Il significato è oscuro,… qual è?
Una lunga asta che gli parte dalla gola ovale,
(quasi un peduncolo con cui fruga nel fondale),
sormonta una testa affusolata
da un chitinoso rostro armata.
Questa natural struttura,
che lo fa sembrare un’aragosta in miniatura,
potrebbe aver originato il nome al crostaceo affibbiato.

******

Gamèla
ciotola per il cibo dei soldati.
Da camella (dim.di camera)= coppa da liquidi. (diz Georges)
ltal. gamella, bacinella.
Èl Neno da militare
la gamèla doveva usare.
Ma sempre a se lamenteva,
in trincea èl paparoto de tèra se impeniva.
Èl tenente, co fare arogante:
Ti zé qua per servire èl tò paese!
Ma no per magnarmelo in pì riprese!
Questa la pronta risposta
e,… per l’ufissiale, ‘na batosta.
Sinonimo:

gavèta
da gav(it)etta, dim. del lat. volg. gabĭta, class. gabă ta ‘scodella’

****
Ganfo
Cràmpo
Dal ted. krampf (granchio, convulsione)
affine a chrampfo (curvato, ripiegato)
Che dolori, fie!
No stago in pie!
M’ò indormensà,…
in preda al ganfo su restà.
Ti piansi!… co i tò lamenti
ti me tormenti!
Èl ganfo la lengua te doveva paralisare
e, forse, un puoco de quete podeva avere.
Connessi:

imberio (intorpidito),

dal lat. tòrpidus (senza vita, senza moto)


Preferisco la semplicità,
per cui lancio quest’altra eventualità:
dal sostantivo lat. impedío (impaccio)
da cui deriva impedítus (impedito, trattenuto).
imberire
(rendere lento, pigro)
(Èssare imberio dal frèdo)

informigare (formicolare)
informigolamènto
****
Gàngaro
Cardine*, sostegno in ferro su cui poggiano porte e imposte:
è il perno che s’inserisce nell’occhio della bandella.
Forse à per base cànchero
(cancro – granchio - le chele come perni).
Probabilmente deriva dal greco tardo
kánkhalos ‘cardine (ipotesi del Dies).

Che ràbia che ti m’à fato ciapare!


Fuora dei gangari ti m’à fato andare!
Me bóge èl sangue,
èl servèlo me s-ciope,
me crocole la pansa,
supie la sguansa.

Andar fuòra dai gàngari


espressione figurata ,…
moto d’ira che rovina la giornata.
Significa smarrire o perdere la pazienza per la collera;
agire o parlare sconsideratamente.
(Un battente uscito dai gangheri produce solo inutile rumore.)

*
Connesso:

bertevèla
da bandèlla = parte forata della cerniera che sostiene l’infisso.
Diminutivo di bànda
(dal fr. bande o dal provenzale banda, entrambi col significato di ‘insegna’).
Berte(vela):
la bardella accoglie il perno che consente i movimenti della porta
(come avviene per la randa che ha per asse l’albero di maestra).

In altre località venete


bertoèla (diz. veneto Boerio)
Derivati:

sbertevèlare,
sbertevèlao (chiacchierone)
*In-car-di-nà-re - Porre sui cardini; fondare su un principio o un elemento; in diritto, avviare correttamente un processo; assegnare un
ecclesiastico a una diocesi. Voce dotta, dal latino incardinare, derivato di cardo ‘cardine’, col prefisso –in – (Da Unaparolaalgiorno)

********

Gànso
Da càncer (granchio) nel senso di arnese che afferra;
altri propendono per il gr. kampýlos o gampsòs (adunco).
Si apre a più significati:
diventa uncino che sospende, afferra;
nel pugilato è un colpo che atterra;
nella quotidianità una persona disonesta
e persino bottino, refurtiva nascosta.
Gànzo
(nel gergo locale resta gànso)
Non poteva mancare un seduttore,
un damerino volubile in amore.
In gansariolo trasformato
s’inserisce nell’ittico mercato
per indicare uno scombretto
dal viscido, lucente aspetto.
Il termine, traslato sull’umano,
denota un tipo esile, insignificante, strano.
Pure nello specchio lagunare
il gansariolo non poteva mancare:
era una barchetta snella, affidabile,
facilmente manovrabile.

******

Ganzèga
Festa, cena di fine lavoro.
Da ganzàre = pagare per tutti.
Ganz (gaenze in tedesco) = completo, finito.
Ma anche da gaudia (pl. di gaudium)
‘Na magnà che passarà a la storia!
De simili,… in tènza, s’à perso la memoria.
Da evviva e canti compagnà,
èl batèlo zé sta varà.
Applaudiva l’armatore festante
vedendo saltare i tapi de spumante.
******

Gaòn
spazio vuoto all’interno dello scafo,
sia a prora sia a poppa.
Dal lat. că vus ‘cavo’
Modifiche nel tempo:
cavus > gavus > gavon > gaon
*A gaon= in cuccetta.
A gaòn* andavano i pescatori
per riposarsi e attenuare dolori.
Cullati dalle ónde
sognavano le natie sponde.
Il pensiero andava alla famiglia lontana,
il cuore si stringeva per la pena.
gaonare
nascondere;
spesso nel gaòn veniva occultata
la merce di contrabbando importata coi trabaccoli.
Garabòtolo o rebòtolo
Con molta probabilità,
deriva dal lat. grabàtulus (lettuccio, giaciglio)
Nel nostro dialetto
indica il rinforzo posteriore della scarpa
che fa da giaciglio al tallone.

Robusto è il garabòtolo dello stivale italiano:


un calzaturificio varesino vi ha posto mano!
Mazzini, Cavour, Garibaldi erano ciabattini….
sostengono, con orgoglio, vari cretini*.
*Da l franco-provenz. crétin, propr. "cristiano",
adoperato prima col senso di "povero cristiano, poveraccio", poi con valore spregiativo.

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Garàta e bastón
Dal lat. caròta che il Pasini affianca a carne (carnosa)
e il Menàgio al greco krokotòs (di color del croco o zafferano).
*
Da bàculum che rimanda al gr. bà-o* (andare).
Per altri da bàstum (fusto, ramo, palo).
Sto musso zé cossì malandà
da no soportare la bastonà.
Per farlo trotare
un espediente ò dovesto atuare:
‘na garàta, davanti al múso ben piassà,
lo invoge, lo fa andar de qua e de là.
Co puoco respeto, l’italian
vien considerà babulèco*.
Al pósto de la garàta profumà,
‘na palanca davanti ghe vien posisionà.
Sensa bastonae, èl resultato vien conseguio,
ma èl popolo zé avilio.
*Si comprende così perché il gabbiano dai pescatori era chiamato bao (che va).
Bao in greco significa andare.
*Babulèco = da babbèjus = babbius (sciocco, sempliciotto).
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Garàtolo
Seme di carrubo.
Nel dialetto locale
come torsolo* prevale,
una specie di carota
contornata da polpa profumata.
In senso figurato
indica uomo di bassa statura,
in altezza dimezzato,
fuor misura:
un nanao*,
cossì a vien ciamao.
*Tórsolo – lat. túrsus, gr. thýrsos (stelo, gambo).

*Nanao = lat. nanus, dal gr. nánnos o nânos.

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Garbín
dall’arabo garbi (occidentale)
Vento che spira da sud-ovest,
chiamato pure Libeccio o Africo
(da lat. libìticus, proveniente
dalla Libia, antico nome dell’Africa.)

Se ti brami tempo fin,


la sera siròco e la metìna garbìn!
un dire antico,
un sentire unico.
Èl garbín à do fàsse:
quél che a trove a lasse.
De stò vento no starte a fidare:
co ‘na refolà èl batèlo se può rebaltare.

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Gàrbo
Modo educato, cortese, aggraziato; di buon sapore; bella forma.
Il garbo giunge a noi col significato di modello, in particolare riferito alla forma dei pezzi con cui è
costruita la nave. Le prime qualità espresse dal garbo sono quindi esattezza e armonia.
https://unaparolaalgiorno.it
Dall'arabo qā lib, modello
Le evidenti qualità
sono traslate poi in quantità.
-Si va dal modo educato di trattare
(Con gàrbo confidare, spiegare…)
-all’atto, al gesto di diniego, all’altercare
(Con gàrbo allontanare….)
-ad una forma aggraziata
(Prendere il gàrbo ad un abito.)
-al gusto di una bevanda agognata
(Un vino pregiato, di gàrbo elevato).

Con le persone avere gàrbo conviene,


si evitano incomprensioni e pene.
Se l’asprezza prevale
tutto può finire male.
Chi non ha gàrbo viene allontanato,
in solitudine confinato;
con gàrbo si accalappia il cliente,
serve gentilezza in ogni rapporto frequente.
Un cibo guasto va buttato,
un frutto aspro viene scartato.
Costa poco ma vale assai:
aver gàrbo allontana guai.

*****

Garúsolo
Hexaplex trunculus (maschio)- Haustellum brandaris (femmina)
Il dialetto si avvale dell’evidente
e si adegua alle esigenze dell’ambiente.
Per la qualità della carne apprezzato,
il pescatore ben due nomi al mollusco ha affibbiato.
bulo
si rifà al latino,
saccheggiato di continuo:
un’ossea bolla gli fa da testa
e appare bene in vista.
(lat. bulla - cosa tonda, rigonfia).

garúsolo
dal gr. kàra – testa rasa.
In Romagna caruso è chiamato;
di una robusta conchiglia è dotato,
di forma allungata,
a volte di spine munita.
(Da cariosus – cariato, liscio, calvo).
Il finale a rudis fa pensare,
al bastoncello per rimestare,
ad un ramaiolo in miniatura:
un capriccio di madre natura.
Appartiene alla famiglia dei
múrici
[lat. múrex – da mús *(topo)].
*In alcune regioni viene chiamato bollo; nel Veneto la voce diventa bola e a Chioggia bulo.
Ė carnivoro e si ciba anche di bivalvi morti. Nasce maschio e, nel tempo, diventa femmina ( proterandria – da protero
(anteriore, che precede) + andria (elemento maschile).
*Il termine mus è presente nel nome di alcuni molluschi o pesci.

*****
Gàrzone
dal lat. gàrcio (gars…garçon)
Per altri linguisti: dal tedesco war (guerra) + sohn (figlio)
che condurrebbe a figlio o servo di guerriero, scudiere.
Il Diez esclude però questa ipotesi
e si ritrova in gàrzo o garzuòlo, il tórsolo del cavolo,
quasi per indicare un tenero giovinetto.
Un lavoro da imparare?
un’attività da avviare?
Nessuno vuol farsi gàrzonare!
I giovani sono abituati a stare a spasso,
a vivere alle spalle dei parenti senza imbarazzo.
Accampano diritti,
ma… i doveri vengono ignorati.
Sinonimo:

puto
s.m.: ragazzino, bambino; da putus = ragazzo.
Derivati:

garzonare
garzònagio
(apprendistato)

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Gatafera
‘na mitologica fegura atroce,
mèsa striga e mèsa gata feroce.
Se no ti sta bòn,
te fasso ciapare da la gatafera*
che te porte sóto tera!

Ogni fantolín se spaventeva,


sóto la tòla a se scondeva.
A Ciósa la recorde ‘na zóvene
bruta e aspra, che spavento fa,
un spaventapassari tra le bregane,
ma pure ‘na filastroca sconclusionà.
*Fèra = da fèrus – indomito, selvaggio, crudele.
****

Gatarósola
( Blennius* gattorugine)
Vario e bello il mondo:
i colori gli fanno da sfondo,
l’animo non intristisce,
ovunque la vita fiorisce.
Vuoi ammirarli?
Non è difficile trovarli!
In un pésse i zé spesso consentrai,…
la gatarósola da i oci spiritai.
Varietà e intensità
su la so livrea ti trovarà.
gata + rosola
(nome connesso (lat. aerug•nems,
a molte specie ittiche ) deriv. di aes aeris ‘rame’)

Bóca a bèco, pèle fina,


ocio finto su ‘na pinna;
pien de protuberanse,…
un draghéto co strane usanse.
Spavaldo e geloso,
a confine la femena in un buso;
a difende èl teritorio co ardore,
a lote co furore.
A se sconde ne la grisa
scavando ‘na picòla busa.
Èl pescaore lo lasse andare,…
su la banca del mógnolo no a compare
ma a zé ben inserio ne l’equilibrio lagunare.
*Dal lat. scient. blennius,
deriv. del gr. blénna ‘muco’. Pesce intonacato da mucosità.
*******

Gàto
Cattus è all’origine del nome
nella maggior parte delle lingue europee.
Ratto di nome e di fatto,
nel gergo locale à un posto adeguato.
Mai eroe:
l’à sempre pensà a le bèghe sòe.
Impulsivo, sornión,
no a conosse parón!
L’à compagnà la nostra storia, …
ne ricorde la memoria.
Su la colòna de Vigo issà,
un pèro d’ali ghe zé sta zontà:
pì che èl lion venessian
a pare un crocale nostran.
**
Satira e ironia
han stimolato l’altrui fantasia.
‘Na gata da pelare
per chi à debiti da pagare!
Fio del gato gèra nomato
chi aveva un ignoto antenato
incugnà nel propio passato.

Ė l gato nero
se ammanteva de mistero;
al malocio associà,
a gèra tanto sfortunà.
Derivato:

sgnaolàre
Indica il verso del gatto in amore
alla ricerca della compagna del cuore.
Voce mimetica
creata per esprimere il lamento (mào o miàu) del felino.

****
Gàtolo
Dal greco kàtù (kàto = all’ingiù)
Avvallamento pendente, un tempo lungo la calle,
per acque meteoriche e luride.
Per altri etimologisti:
da gatto (trincea, rigagnolo),
termine militare molto antico.
Nel gàtolo, a la svelta,
feniva ogni rumenta.
Per i sórsi un bendedio!
oserveva èl sitadín avilio.
Èl gàtolo da ‘na riva a l’altra andeva:
i liquami su stò canaleto scóreva
tra tanta spussa
e pantegane de bruta rassa.

*****

Gavéta
Un metallico contenitore tanto usato,
contenente il rancio del soldato.
Da gav(it)etta, dim. del lat. volg. gab•ta, class. gabáta (scodella di legno);
ma pure da càvus (concavo) che riporta a cavàtae a cui si adatta gàbata.

Venir dalla gavetta


con impegno e fretta,
l’aver scalato i vari gradi della vita militare
per contare e valere.
Il far carriera,
come si può capire,
diventa atto da perseguire.

I Ciosòti ciameva
gamèla*
sta specie de scuela
che, piena de sbobba fumante,
vegniva svuodà in un istante.
*Da camella (dim. di camera), derivazione di camelus probabilmente per la forma curva che ricordava la gobba dell’animale.

******

Gavitèlo
dal lat. capitéllum,
diminutivo di càput (regge il capo di una fune).
Altra possibilità:
dal lat. gàvia (gabbiano)
perché, come il volatile, si dondola sull’acqua.

Un punto di riferimento
sul liquido deserto,
un colorato segnale
ben visibile, essenziale.
All’ormeggio destinato,
è sempre ricercato.
Invita alla prudènza,
ad aver pazienza.
Il gavitello che segnala la rete da posta,
individuabile, in bella mostra,
cambia nome:

maso* ma anche manzo


diventa nell’occasione.
Del gavitello povero parente,
tra le onde si mostra prontamente:
un segnale colorato,
da ‘na rossa bandierina sormontato.
Scorgendolo, al pescatore
si riempie di speranza il cuore.
Per la Treccani potrebbe aver origine dal
lat. medievale mansum «dimora»,
derivato del lat. mansus, part. pass. di manere «rimanere».
Il termine indica pure un cerchio di vimini dorato
che si inserisce nel pennello (segnavento).
* Forse il nome deriva dal fatto che l’asta era zavorrata anticamente da una pietra (masso).
Non è di metallo. Di solito è una piattaforma di sughero o polistirolo con al centro una bandierina colorata.

Manso infiocao,
manzo infiocchettato.
Fino alla metà degli anni cinquanta,
nel carnevale veniva fatto circolare un bue ornato con sonagli e fiocchi
per ricordare l’umiliazione inflitta da Venezia (1162) al patriarca aquilese Ulrico di Treffen che aveva invaso Grado.

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Gaséta
Moneta veneziana
fuori corso, proibita in Firenze.
Ma anche foglio di annunci e notizie,
pubblicato in Venezia dal 1563,
che acquisì il nome dalla moneta con cui si pagava.

Le dòne zé sante in cèsa,


anzoli in casa,
a la finestra civéte
ma, su la porta, le devente gazzéte.
****
Gègia
(termine usato come locuzione)
Voce fanciullesca, abbreviazione di Teresa.
I piccini la riducono a Gigia
che equivale a tata. (Diz. Boerio)
Come la vispa Teresa,
ti buti tuto in gègia.
Ovunque, de qua e de là,
ti prométi benèssare e felissità.
La proverbiale tua arroganza
s’è trasformata in supponenza.
Cambia, prendi l’occasióne al vólo
per non trovarti dopo sempre sólo.

Tuto in gègia zé andà!


de tanto fare no s’à pì parlà.
Sogni, speranse, promesse,
ma… puoche certesse.
Opere bandonae,
strade dissestae,
manufati da completare,
leggi da varare,
povertà da debelare, …
spèci italiani del malaffare.

*****
Gèmo
da glemum o da glomus (gomitolo)
glemum > gemum > gemo
Co la sevente, del parangalo s’à fato tuto un gemo.
Fai sù chél gèmo snombolà! Debòto m’ò copà.

Un cao da ‘na matassa snombolà


e, pian pian, rodolà:
un gèmo zé èl resultato
per ogni uso adato.
Nella propria semplicità
perfíno anima non à
ma, da anni,
risolve tanti malanni.
Col progresso è cambiato,
in rochèlo s’è trasformato:
colorito, affusolato, snèllo
ma,… stringi stringi, è sempre quello.
*
Dise un vècio pescaore:
La vita zé come un gèmo.
Lo desnombolemo per ore e ore,
finchè sensa refe restemo.
Connessi:

spagnoléto
deriva dalla forma della sigaretta arrotolata a mano,
usanza venuta dalla Spagna.

rochèlo
dal diminutivo di rocco*, torre.
Dal persiano rō kh ‘cammello che portava una torre con uomini armati’.

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Genia
Dal greco gheneà - stirpe, gentaglia -
o dal lat. volg. generĕa, der. di genus -ĕris ‘stirpe’.
Che vil genia!
e no la zé ‘na mia fantasia!
Tra farabutti, lestofanti,
scippatori e delinquenti,
bisogna sempre èssere prudenti.
Non parliamo dei drogati*:
sono degli assatanati,
che, sènza meta, vagano nell’oscurità
sperando di trovare la felicità.
*Droga - Dal fr. drogue, forse dall'olandese droog ‘secco’, riferito alle sostanze essiccate.
*******

Ghèbo
canaletto lagunare, navigabile solo con l’alta marea.
Da una base preromana,
gabio,
divenuto poi gabius = letto di fiume. - Prati ‘68
gabio > gabius > ghebo
Una vena d’acqua marina
che nella barena furtivamente s’insinua,
alla marea soggetta
e spesso a varianti costretta.
Ghèbo falasco
vien chiamato
il rio che termina dopo breve tratto.
(Falasco = dal lat. fàllere – ingannare)
Col paravanti*qualche vecchio pescatore
lo risale in varie ore;
si sposta poi sul
rato*
(lat. rapidus)
la sponda scelta per tendere l’agguato.
*Specie di grossa volega che, spinta in avanti, raschia il fondale per catturare schile e marsioni.
*Rato = la sponda del ghebo che digrada rapidamente verso la velma (da melma per dissimilazione).

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Ghigno
dal fr. guigner, di origine germanica.
Riso beffardo e cattivo
ma anche sorriso sottilmente malizioso, senza cattiveria.
Figur. … il dì cadente con un ghigno pio tra i verdi cupi rosëo brillò (Carducci).- diz. Treccani

Una binaria tipologia


poco spazio concede alla fantasia.
Il termine si presta a due atteggiamenti
entrambi evidenti.
Con ghigno beffardo,
alzando lo sguardo,
l’interlocutore vien compatito,
con studiati gesti avvilito,
considerato una nullità,
un essere a metà.
*
Scontento per natura,
con un ghigno che fa paura,
c’è chi affronta la vita
con arroganza infinita.
Non conosce ragione;
la violenza è la sua religione.
****

Ghirba
Dall'arabo qirba «otre di pelle»
La ghirba per un pélo ti à salvà! La ghia*, cascando, la covèrta à sfondà.
Che parola strana!
Sicuramente non à orìgine nostrana.
Era un contenitore panciuto,
un otre dai nostri militari usato.
Sul fronte, per la forma prominente,
il significato era cambiato in un istante:
in pansa trasformato,
pì tardi in vita mutato.
Portare a casa la ghirba*
diventava imperativo obbligatòrio
per non finire all’obitorio.
*Ghia = dallo spagn. guía «guida». Paranco collegato all’albero di maestra,
usato per sollevare pesi rilevanti come la rete colma di pesce.
-Bigo = una o due travi munite di paranco, incernierate all’albero di maestra. Dal l. biga = pariglia ( bisiugum = giogo) poi passato a coppia di travi.
*Portare a casa la ghirba = il detto è nato nel 1911 durante il conflitto con la Turchia, deciso per conquistare la Libia.

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Gianda
ghianda - lat. glans-dis.*
I Chioggiotti danno al termine il significato di
allegria, piacere;
dal lat. gaudere = godere, divertirsi.
Le trasformazioni nel tempo:
gaudere > gaudare > gauldare
da cui:
gioldà > gionda > gianda.
Ne la nostra società
qualchedún a stécheto sta
e… chi fa gianda
se lamente pur vivendo a la granda.
Ma… attenzione!
una s iniziale capovolge la situazione.
Sgianda = rompere tutto
Sgianda l’à fato:
gnènte zé restà intato.
Vari zóveni, prede de strampalai* ideali,
se radune nei centri sociali:
sgianda de tuto i fa,
sfilando in corteo per le çità.
*Altra connessione: glànde (lat. glàndem = ghianda)
* Forse incrocio di strambo o strano con tràmpali cioè 'trampoli'.
****
Giarséra
connubio di gèri (ieri) con séra.
Dal lat. hèri, il giorno prossimo passato.
Giarsera?
Tra aqua alta e nevera
Ciósa pareva ‘na sità fantasma,

fenia per sempre nel marasma.


Sbasii, i tre del stendardo
se strenseva al baluardo.

******
Giàsso
dal lat. glàcies.

“… che freddo fa!”


canteva Nada nel passà,
ma… i vèci de bòna memoria
recorde èl ’29 passà a la storia.*
*L’anno del giasso (febbraio 1929)
Ciósa languiva ne la morsa del gèlo,
pareva d’èssare al polo.
Canai e laguna se podeva a pie traversare,
impossibile deventeva navegare.
Mieteva vite èl fredo intenso

e… lamentarse aveva puoco senso.


Al posto de le scarpe, per no sbrissare,
le dòne useva calse da mare:
grinsose, ponzenti,
le eviteva inconvenienti.
Ingrotolii*, col scaldín in man,
i vèci spereva nel doman.
Ironiseva èl Bozzato*
tentando de sdramatisare ogni fàtto:
… e vualtri, vèci miseri,
che la neve no ve piase
andè in lèto in santa pase
e levève co zé istà.
*Ingrotolio = intorpidito dal freddo. Dal lat. aegròtus = ammalato; meno probabile da crùpta (grotta), data la pelle raggrinzita
o la protezione trovata in un luogo riparato.
(Ingrotolio, vissin al fuogo a zé fenio! Un filo de vita ghe zé restà,… l’aspete solo l’ultima ciamà.)
*Bozzato = poeta vernacolare chioggiotto.
Connessi:

sferdore (freddo intenso),


sferdiura, sferdirse
Da fréddo (lat. frígidus)

“Batare èl tàrtaro*”
Resistare a sto tempo corsaro
rendarà l’avvenire manco amaro!
ripeteva un vècio, nel tabaro involtolà,
frontando ogni sventà.
Evitare èl frédo intenso, èl buriàn*,
deventeva imperativo per restare vivo e san.
*Perché tartaro? Il buriàno, vento gelido, proviene dalla terra dei Tartari, gruppo etnico di origine turcica dell’Europa orientale e della Siberia.
*Buriàno = da bòrea connesso con lo slavo burja (furia).

Gincàna
un percorso irto di ostacoli e difficoltà,
proprio com’è la vita nella sua realtà.
Voce importata,
nel lontano Indostan nata:
gendkhãna
gend + khãne
(palla) (casa)
Un tempo designava un parco pubblico
dove si giocava con la palla in modo dinamico:
fu proprio la confusione nel gioco
che ne determinò il significato a poco a poco.
In occidente il crinale tra chiarezza e confusione,
divenne sinonimo di intricata situazione.
Designò un difficile percorso spericolato,
un vero azzardo affrontato,
quasi una competizione
trattata con spirito d’immaginazione.
(input da una parolaalgiorno)
Clandestinamente,
il termine s’è infilato nel dire della nostra gente:
-‘Na gincàna avemo dovesto fare tra i batei de riva mare.
Per scaregare èl pésse ne l’ittico mercà, èl percorso zé sempre pì complicà!
-L’afaristica gincàna m’à procurà un saco de grana.

********

Giòssola
Dal lat. guttula
(gocciola trasformato in giòssola*)
Mensola posta sopra la credenza.
Gòti su la giòssola in bèla mostra,
piati decorai in evidensa…
tra tovagete ricamae
e anfore inverigolae.
*Anticamente era una mensola formata da assicelle
dove si mettevano a gocciolare i bicchieri. Vi fu poi cambio d’uso.
Un sinonimo:

panadòra
(• l péltro su la panadòra… la cusina indora.)
Il termine figura solo nel vocab. Naccari-Boscolo

Etimo molto incerto.


Una mia congettura:
la radice pan
(dal greco π ᾶ ν = tutto, interamente, per indicare una pluralità di cose)
unita ad indora o adora,
per cari ricordi di famiglia esposti.
La panadòra, da péltri* ornà,
brile ne l’oscurità:
la ricorde tempi bei, lontani,
allietai da onesti guadagni.
*I peltri venivano lucidati col crìpolo, polvere gialla, leggermente abrasiva, importata da Tripoli.

******

Giòto
Su la pónta del penèlo no l’à i colóri de Ciósa;…
Brombo, Galimberti, Pagan èran altra còsa.
Si paragona al Giòtto fiorentíno,
ma… è solo un imbianchíno.
***

Per capire l’arte


nel pittóre devi compenetrarti:
le sue emozioni, nella tela imprigionate,
devono èssere interpretate*.
Col solo guardare
no si arricchisce il sentire
e viene meno il gustare.
*Deve scattare l’empatia = dal greco: en dentro + pathos sentimento.
È legame di partecipazione emotiva che aiuta a leggere le emozioni.

****

Giòva
Secondo il Cortellazzo,
voce gergale che riflette lo zingarico
giuv
(pidocchio).

Fame e miseria nera


nel dopoguera!
Schèi no gireva,
la giòva imperverseva.
Solo de púlesi* ghe gèra abondansa
ma… tanti i bromboloni de pansa!
Métar insieme pranso e séna
deventeva impresa vana.
Stenti, guere e qualche epidemia
tanta zènte à portà via.
Lamentarsi, imprecare?
Si doveva lavorare!
Che patimenti sull’Adriatico mare!
Poco alla volta
è arrivata l’agognata svolta:
gli Americani ci hanno aiutati;
il DDT dai pidòcchi ci ha liberati.
*Púlese – da púlicem, accus. di púlex
ricavato forse dalla radice sanscrita sphur (saltellare) rimasta in latino priva della s.

********

Girléta
Andar in girléta: vestitre con abiti leggeri.
Può derivare dal franc. jaquette,
dim. di jaque (giubbetto, giacca)
Cielo plumbeo, vuoto,…
laguna in forte moto:
vento impetuoso,…
gelo intenso, dispettoso.
Te sgrissole i denti, ti à un tremasso.
Co sto frédo in girléta no se va a spasso;
‘na polmonite assicurà
te può portare ne l’aldelà.
L’imprudensa se paghe cara,…
se può fenire in ‘na bara!
Giúgiola
Frutto del giuggiolo;
dal lat. jújuba, alterato in zíziphum,
dal gr. zízyphon.
Andare in brodo di giuggiole,
ma anche andare in gloria,
manifestava uno stato di gioia,
simile a quello derivato dalla bontà
di questo prodotto di qualità.
*Il brodo di giuggiole è ricco di vitamina C e zuccheri;
risulta dolciastro ed estremamente gustoso. L'espressione "andare in brodo di giuggiole",
riferita a chi manifesta grande felicità, trae origine dal piacere che ne deriva consumandolo. ( da Wikipedia)

****
Glòria
Lat. glòria
dalla radice sanscrita çru (udire, farsi udire, risuonare)
da cui
çrav-a (orecchio) > çrà-v-as (gloria)
Fama e rinomanza
perseguite con costanza:
per meriti eccezionali
si finisce negli annali.
Nella storia…
quanti eroi coperti di gloria!
Per gloria, senza retribuzione,
si lavora per un po’ di menzione.
In gloria si finisce certamente
quando si procede col cuore e con la mente.
Che Dio l’èbia in gloria!
se dise co devossion e cura,
quando se conclude un’umana, tribolà aventúra.

****
Gnagnao
gatto
Voce usata dai bambini
che imitano il miagolio del felino domestico.
Un dì èl Neno in ‘na mastela
èl gato de casa laveva.
Sò mugere s’à rabià:
Èl gato no va lavà;
così… ti lo coparà.
Dopo un quarto d’ora,
èl gato gèra morto, destirà per tera.
Te l’aveva dito mile volte,
èl gnagnao l’aqua no soporte!
No a zé morto per la resentà,
ma…solo quando l’ò strucolà*.
*Strucolare = strizzare; da trux-trucis (strettoia, chiusura)

Correlati: minin = gattino


Diminutivo, riporta a minimus.

gnàgnara
febbricciola che agisce di soppiatto come i gatti e… persiste.
Sta gnàgnara no me va via:
da ‘na setimana la me fa compagnia.
(Da una settimana convivo con una fastidiosa febbricciola.)

gnaobao
Avverbio - procedere a carponi
Nasce dall’unione di due voci dialettali:
gnao (il miagolare del gatto) + bao ( in senso fig.- vermicello, baco, insetto che striscia).
Sto fio a gnaobao gironzole. A zé de puoche parole!
****

Goldon
preservativo
Il termine deriva dalla marca Gold One (oro uno)
che Americani e Inglesi usavano durante il conflitto mondiale.
Potrebbe essere un riferimento a
Franco Goldoni,
fondatore dell’azienda Hatù che li produce. (Wikipedia)
Un altro neologismo,
che spesso suscita allarmismo.
Termine oggi assai diffuso;
specie i giovani ne fan largo uso.
Un prestito dall’italiano
riciclato nel dialetto nostrano.
*
Tra ovuli…
un dialogo surreale
riportato in modo integrale:
Èl tempo dev’èssare variabile,
ma se teme qualche scravassà;
qua tuti entre co l ’impermeabile;…
gnènte de niovo capitarà!
Sinonimo:

condò
da Condom,
nome del presunto inventore inglese che nel 1700
ne suggerì l’uso. (Diz. Garzanti)

****
Gòto
Dal latino guttu(m) = bicchiere
Quando èl gòto zé ziòdo impenissalo
e co a zé pièn ziòdalo!
vècio proverbio ciosòto
al popolin noto:
ma, per le frequenti libagión,
tanti à presto desbià èl cantón.
*
Èl Nane co beveva
i òci sereva.
No ti devi pì vedàre èl vín
e ti vivarà per qualche ano benín!
Èl conségio del dotore vegniva respetà,
ma… l’abuso l’à castigà.
Sinonimi:

bicère o bicèro
dal lat. bacar = vaso da vino
derivato da bàca (bacca, cosa rotonda)
trasformato poi:
bacar > bacàrium > bicàrium.
Per altri potrebbe derivare dal greco
bíkos
diminutivo bikíon = piccolo vaso
che ricorda biceron e biberon.
pericoloso
Sostantivo: sta per bicchiere, gòto.
Andemo a chiarir un pericoloso de scàbio*!(diz. Boerio)
Furbesca locuzione che vale
Andiamo a bere un bicchiere di vino!
pericolosa
sostantivo che indicava la bottiglia del vino.
*Scàbio = vino (derivato da scaber = aspro, non dolce) ****
Gradèla
dal lat. craticola,
diminutivo di cràtes (grata).
L’ùmile sardèla
vien esaltà su la gradèla.
Fume èl barbón,
s’indore èl sfogión:
pìpie èl moleto,
s’inalbore èl bisato;
èl bransín se dà ‘na calmà
mentre brontole l’orà.
Al lamento pense la mugère:
Le tènde fumae zé deventae nere!
ma a tòla èl pésse la se sfondre;…
a conserve ancóra èl profumo de le onde.
‘Na ónta e ‘na pónta!
ghe voleva
per capire come la rostia procedeva.
Ónta per no fare èl pésse sisnare,
pónta per la cotura controlare.
Da tempo sto modo de dire
se appliche a chi se vuol inçitare:
dolse e amaro se confonde,…
le fòrse riprende, le devien feconde.
Sinonimo:

grèla
contrazione di gradèla.

*****

Gramin
dal lat. gràmen (aggettivo gramínea)
Gra (splendere) + men (parte finale del verbo - part. pass.-)
Per altri, dal ted. gras (erba) + haras (pasto – antico scandinavo)
Per altri ancora,
dalla radice gràf-men (il mangiare);
fa pensare a gràs-tis.
Alga infestante
che si diffonde rapidamente
per la presenza di sostanza inquinante.
Il gramin invade il fondo lagunare:
come la gramigna si dovrebbe estirpare.
Su i ré a se muce,
la pesca riduce.
L’inquinamento
(in + quinàre = evacuare
o dalla radice kun = puzzare)
crea nell’ambiente gran turbamento:
scompare qualche anello alimentare.
Col tempo
l’eutrofizzazione,
dal greco eutrophia
(eu = "buono" + trophòs = "nutrimento"),
crea una malsana, incresciosa situazione.
L’anossia
[an (privativo) + ossi(geno) = mancanza di ossigeno]
col degrado è in sincronia.
*******

Gràngola
ghiandola
Dal latino glandulam (piccola ghianda).
Tutto ha uno scopo, una funzione,
una specifica azione:
anche se in miniatura
il suo operare garantisce vita sicura.
Al maschile riportato,
il gràngolo
acino è diventato.
La somiglianza
à dato vita alla linguistica alleanza.
*****

Gransèola
Maia squinado
Forma alterata di grancipòrro:
grancìporo > grancípolo > grancèpolo-a > grancèvola
o direttamente da cancricula (dim. di cancer –granchio);
nel veneziano gransèola.

Un granso séola*
che a tanti fa gola.
Tuta testa
da strati di chitina* composta,
sostenua da sate longhe e resistenti,
armà da chele* adàte a catúrare sbadati e imprevidenti.
À polpa prelibata
ma… per spolparlo s’impiega mezza giornata.
*Da caepúlla, dimin. di caepa o cèpa che risente della radice kap (prendere, afferrare).
*Chitina - dal gr. khitṓ n ‘tunica’
*Chela – dal lat. chela, derivato dal gr. khēlḗ =‘cosa biforcuta’. (Treccani)

*******
Granso
Dal lat. cancrulus, diminutivo di cancer = granchio;
nell’italiano antico grancio; granso nel nostro dialetto.

Venner certi animali orrendi e strani


di specie sopra ogni altra ossosa e dura;
gli occhi nel petto avean, fibre per mani,
il tergo risplendente per natura,
curve branche, otto piè, doppia la testa,
obliquo il camminar, d’osso la vesta.
Èl Leopardi li à descriti nei tempi andai,…
ma èl ciosòto, poco incline a la poesia,
li preferisse molecai,…
friti co tanta madresia.
Fai atensión,… se trate de crostacei combàtivi
no de molluschi remissivi:
ti evitarà così de ciapare un granso
e ti concludarà ben èl pranso.
Chi moléca se fa,
dai gransi vien magnà!
Se debole appari,
tanti se intrometarà ne i tò afari.
Come amissi i se presente,
ma co ti à bisogno no ti li trovi arènte.
*
In senso figurato:

Un granso ò ciapà!
un abbaglio.
Nel deserto, vita e morte, o sorte ria,
si contendevano le prede come in una lotteria.
I soldati esitavan ad attaccare,
il monsone stava per arrivare.
Il coraggio è prodigiosa arma
che supera ogni cosa!
gridava il comandante senza posa.
Sono vénti!
replicarono i fanti,… scontenti.
Vènti o cento all’assalto andremo:
la vittoria conquisteremo!
urlò il poco acculturato colonnello
che aveva scarso sale nel cervello.

****

Granturco o mais
Che parola strana?
Di certo non è nostrana.
Deriva da mahis:
così i Taino denominavano il mais.
Gli Spagnoli poi, adocchiato l’affare,
resero questa pianta popolare.
* Taino, gli abitanti delle Antille che ebbero
la sventura di incontrare per primi Cristoforo Colombo.
Nel 1500 regnava una geografica confusióne:
pareva che India e America avessero cambiata posizione.
Al mais importato… è stato così dato un nome sbagliato..
Le caravèlle* che lo trasportavano in quegli anni
facevan scalo nei dominii ottomani.
Tanti pensavano che provenisse dalla Turchia,
ma si trattava di vana fantasia.
Aveva origine lontana,
vegeteva in tèrra americana.
*Caravèlla = dal lat. càrabus – gr. kàrabos
(granchio di mare e, in seguito, piccola barca). Potrebbe esser derivato pure dall’arabo karib (barca).

****

Granziòlo
cruschello,
la buccia del chicco di grano
trita piano piano.
Un termine composto:
gran + siòlo
(grano) (pavimento di legno)

In tempo de guera gnènte vegniva butà:


tuto gèra rancurà.
Durante la molitura
parte della crusca finiva per terra.
Mondata,
con la farina era insacchettata.
Diveniva pane fragrante
su ogni tavola presente.
*Crusca = dal longobardo crusc (schiacciare, tritare).
Per altri dal ted. krustchen, diminutivo di kruste (crosta). Le scaglie più grosse erano destinate agli animali.

****

Grapia
Forse deriva dall’olandese trappen (prendere, cogliere ai lacci; diventa trappola)
o dal francese attraper (pigliare, ingannare)
Sgrapiare: dal longobardo skrapfjan (scavare raspando)
Voc. etim. Pianigiani
Ti à le grapie sul muso,…
da i altri te par d’èssare evità, escluso?
Èl tempo i segni à lassà,
no la zé ‘na novità.
Anca se ti ricóri al mitico botulín,
no ti evitarà l’insidia del declín.
La grapia zé segno de passata vitalità,
fate ‘na rasón e… mègio ti camparà.
Sinonimi:

gréspa
ruga
da créspo (lat. críspus = che si muove a guisa di onda)
Per altri etimologisti:
dal sassone grinian (corrugare le labbra)
o dal tedesco grimisòn (arrabbiarsi).

grínza
dal gr. rytís
(Corrugamento o piegatura sgradevole)
modificato in
rítia > ríntia > gríntia > grinza

******
Grasiòla
Da cratícius, intreccio di vimini.
Le grasiòle g’à molà,
èl sofito zé cascà.
Grapie su la crènsa*,
polvare l’aria incensa;
rovinassi e tavele
costrinse a mile cautele.
*Crènsa = dal lat. credere nel senso di affidare, consegnare, depositare.

*****
Gratacasa
Un nome strano, dialettale
per questo utensile di impiego abituale.

Per risalire a questa composita parola


vi è una strada sola:
indagare sulla madrelingua latina
che sempre nel dialetto s’insinua.
gra-c-tacas-e-um
==
gratta + caseum
(grattare – lat. gràtare, (cacio, formaggio)
dall’antico ted. kratton)
Scontrosa, irritabile,
son d’aspetto inossidabile.
Non mi lascio accarezzare,
graffio a tutto andare.
*****
Grèbano
Essere grebani,
si riferisce a persone rozze ed ignoranti, terra terra.
La parola deriva dallo slavo "greben"
che significa rupe, cresta di montagna
e "grebani" sta ad indicare luoghi impervi.
Ricorda glebam (zolla).
Vivi in mèzzo ai grèbani,
fuori dal mondo, in siti inurbani:
confinato in quella baita
sei diventato un eremita.
Morto ti credeva la gènte,…
sparite sono le tue impronte.

****

Gringo
Neologismo: da greco derivato,
in castigliano griego è diventato. (Zingarelli 1966)
Ma l’etimologia è controversa, richiede più attenzione,
una più adeguata spiegazione.
Nel Messico gli Statunitensi
esportavano democrazia con pochi consensi.
I locali invitavano i soldati americani
a involarsi, a metter l’ali:
il grido di green go! echeggiava,
ma ogni berretto verde di andarsene si rifiutava.
Mi pare spiegazione convincente,
più completa e pertinente.
*Green go!= verde, vattene!
Ci si riferiva al color verde delle divise e dei berretti dei soldati americani invasori.

Termine che si è diffuso


e fra la gioventù è di largo uso.
Ogi èl gringo chi zelo?
Uno malà de servèlo,
un prepotente
che se rende indisponente.
L’arogansa zé la sò sostansa:
missià co la violensa,
la mute spesso in delinquensa.
No l’à sentimento,
a diffonde patimento;
su le dòne…
a son de bòte a s’impone
ma, ciò nonostante,
a vien adorà da tante.
Grìngola
Dal ted. geringel:
ridda, attorcigliamento, ma pure euforia, baldoria.
|Quela xe senpre in grìngola: l’à bàcoli per la testa.
Per éla zé sempre festa!
(Quella si veste sempre elegantemente: pensa solo a divertirsi.)

Tanti imprenditori perdon il pélo ma non il vìzio:


gabbare lo Stato per loro è atto propizio.
In Italia miseria piangevano:
le tasse non pagavano.
Semo indebitai!
Licensiare dovemo!
I costi zé lievitai,
continuare così no podemo!
Ma un miracolo è capitato:
in America tutto è cambiato.
Ogni furbo industriale… osannato,
persino dal governo celebrato,
ride alle spalle dei lavoratori italiani
che campano tra cento affanni.
In grìngole i zé,..
i vive come re.
****

Grìssolo
brivido
Varie le ipotesi:
la più valida fa discendere il termine
dal greco brychein (battere i denti, fremere);
un’altra propende per il lat. brĕve(m) ‘breve’,
per il rattrappirsi delle membra quando fa freddo.
Il Prati ipotizza una derivazione germanica:
gru(wi)son
(provare raccapriccio)

La vita zé un debito che se paghe co la morte!


-sentensieva un vecio malandà-
Zé inutile serare le porte,
in un àtimo se va ne l’aldelà.
La me sta drio… ma no ghe dago confidensa!
a ripeteva co prudensa.
Connesso:

grotolio
Der. di torpido, col pref. in- sec. XVIII.
infreddolito
*****************
Gròpo
nato co un preciso scopo:
zontare do estremità,
metare insieme do realtà.
Dal longobardo kruppa
‘massa tondeggiante’.
Voce parallela a gruppo
col quale condivide ammasso, nodo, viluppo.
Ma pure un ingorgo enorme,
un mucio de robassa informe,
un impedimento in gola
che limita ogni parola.
Per recordare
un gròpo sul fassoléto bià fare.
Ėl frate ben lo sa:
sul cingolo* tre a ghe n’à;
i ramente castità, povertà, obediensa,
nessessarie per frontare la vita co prudensa.

Tanti i gròpi gordiani* da destrigare!


Quante insidie da superare!
*Gordio, nella mitologia greca, fu uno dei re di Frigia.
*Cingolo (da cingere) o cordiglio = il cordone che cinge il saio. Lat. chordicŭ lum, dim. di chorda ‘corda’.

****
Gròsso
dal lat. grossum - sec. XIII.
Antica misura di peso che corrispondeva a 10 grammi.
Termine bifronte
Se sostantivo,
misura di peso* diventava
ed ogni tabaccaio la usava.
Dal tabacaro un gròsso m’ò comprà.
Co la tabacà, èl naso me s’à destropà!

Se aggettivo,
qualifica come grande, esagerato,
a volte insistito, inusitato.
A zé grando e gròsso,
ma l’à puoco servèlo chél pagiasso.
Gròssa ti l’à combinà col tò fare.
Per fortuna ò podesto remediare.

****
Guàrdolo
Rinforzo di cuoio tra suola e tomaia.
Da guardare,
col significato di salvaguardare la scarpa.
Ti zé scapussà!
Èl guàrdolo s’à scolà!
Zó de garabòtolo,
ti zé ridoto a ‘na scarpa e un sòcolo.
Correlati:

tomèra
dal greco tomarion = taglio di cuoio

siòla
da solum – suolo -

solagio
legaccio della scarpa
ma anche laccio usato per sostenere le calze.
Dal l. laqueolus = lacciuolo, dim. di laqueus = laccio
A Chioggia viene chiamato

ligambo
dal. lat. ligamen, con probabile influenza di gamba.

corégia
dal lat. corrígia (da còrium –cuoio-)
Laccio usato per vari usi.
corégiolo
laccio per le scarpe.
*

borzacchín
(stivaletto a mezza gamba)
dal fiammingo broseken (specie di calzare) –Diez
Il Dozy lo considera forma alterata del portoghese morsequil,
dall’arabo serqui (cuoio).

ghetino
uno stivaletto da calzare,
nei dì festivi da esibire.
Da ghetta potrebbe derivare
o da ghèto, il mercato in cui si poteva acquistare.

****
Guare
Ipotizzo:
il guasto eliminare,
lemma ridotto per corruzione popolare.
(Etimo molto incerto, evitato dai linguisti).
Forse trae origine da aguzzàre
(dal barbaro lat. acutiàre – ricorda bene il guare = rendere acuto, pungente)
o dall’onomatopea* gua (bua)
(che imita il piagnucolare del bambino)
Meno probabile da arrotàre, derivato da ruota
( la mola è una ruota zigrinata)
o da affilare (filum facere).
*Parola o locuzione fonicamente imitativa.

“Fórfe e cortei no tage nel presente?


Co dó palanche ve li guo in un istante.”

Co un seguito de curiosi fantolini,


èl gua posizione sènto fèri su dei scalini;
un miracolo de intuisión e abilità
in stò artigian zé conçentrà:
manere, cortelassi, pontarioi…
vien guai, sussitando stupore nei fiòi.
****
Guciaro
Dal lat. cochlearium
che deriva da cochlea (chiocciola, conchiglia)
In origine serviva per estrarre le lumache dal guscio.
A magnare
èl Nando se prepare.
Intanto, alzando èl guciaro,
a fa un presentat-arm alimentare.
Sinonimo:

sculièro
cucchiaio di legno.
Nel tardo lat. è cusilerius, da cocilarius
(da cocila, perché serviva per mangiare le chiocciole)
cocila > cochlea > cusilerius > cocilarius
Èl piato ti vuodi in un istante co chél sculièro
che pare un bailón de sabionante!

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-I-
Ignoransa
non conoscere, non sapere.
Dal lat. ignoràre
in + gnoràre,
(privativo) da gnòrus o gnàrus (che sa)
L’ignoranza e l’arroganza
vanno a braccetto e… mai a distanza.
Qualche sìndaco venetista* no conosse la storia,
le risorgimentali pagine lambie da la gloria.
Per çelebrare l’antica unità in modo evidente,
èl tricolore doveva esser esposto nel presente.
Ėl veneto gonfalon
riporteva ad antiche division.
Nel 1848 i operai de l’arsenale, insorti, gèra strachi,
stufi d’èssare sfrutai da i cruchi.
Zé s-ciopà ‘na rivolta
per riavere la libertà da tempo tolta.
L’invasore fu cacciato,
si ritornava al passato.
Manin non fece garrire l’antico gonfalone col lion rampante,
ma il tricolore… che veicolava un méssaggio più importante.
*Il venetismo è un appellativo dato dai mass media ad un insieme di associazioni,
partiti e persone associati a tutto ciò che è tipicamente veneto. (Wikipedia)

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Ilusión
Lat. illusiònem da illúsus,
part. pres. di illúdere, ingannare.
Dolce chimera,
inganno che non perdura,
un placebo antico e frequente
che ubriaca corpo e mente.
Tutto appare risolto
in modo sbrigativo, svelto.
Ma si sprofonda nella disperazione
quando si ritorna alla ragione:
riemergono paure, difficoltà,…
la vita perde ogni beltà.
*****

Ima
Ima de sóto o ima de pionbi = corda di sotto o dei piombi della rete;
ima de sóra o dei suri = corda di sopra o dei sugheri.
Derivato da líma, si riannoda a límus (fango)
La ima da piombo
del mare ras-ce èl fundo:
èl pésse disturbà,
fenisse in còcia…insacà.
*
Entra pure in una locuzione, un modo di dire:
…da ima,… da prima
(dall’inizio e da molto tempo, )
pr- ima (aferesi)
Da ima da prima digo de inciavare ben èl porton!
I ladri à colto l’ocasión.
*
Connessi:

libàno
Dall’arabo liban (canapo, corda vegetale, fatta con fibre di sparto intrecciate);
oppure dal nordico lik (orlo della vela) + band (legame, nodo). – voc. Treccani-
Veniva utilizzato dai pescatori come ima da piombo.
(Èl libàn russe bèn èl fundi.)
Ora si usano solo corde di nailon.

gabissa
corda, formata da un intreccio di tre cavi (g’à la bissa),
usata per trainare la rete da pesca.

alsana
(alzaia):
fune usata per tirare le barche lungo gli argini dei fiumi.
Dal lat. helciarius «chi tira la barca»
(da helcium «giogo per tirare», tratto dal gr. ἕλκω «tirare»),
incrociato con alzare. (diz. Treccani)

****

Imaginassion
e imagine,
in greco diventano eikasia o phantasia.
Traggono origine pure dal latino imago
(crearsi un’immagine nella mente.)

Chi non à fantasia


vive in prigionia!
Fantasticando superi le barriere:
spazio e tempo sono in tuo potere.
Evadi dalla quotidianità e, senza fiato,
ti ritrovi in un mondo incantato.
Il tempo diventa servitore:
a piacimento lo fai scórrere.
Valore, viltà,
vittorie, sconfítte sonore,
miseria o povertà,
odio o amore,…
sono in tuo potere.
Senza fantasia…
si intristisce, si perde l’allegria.

*****
Imatoníre
Intontíre, rendere tònto (at-tonito)
per meraviglia, dolore, fastidio;
allibire, intronare.
A ne imatonisse co mile ragionamenti
e a lasse tuti scontenti
L’à èl dono de l’ubiquità,
a zé ‘na rarità.
Fin dai tombini la sò vóse se leve;
nel sentirlo,… la zènte prove mile pene.
Chi zélo?
Vardeve intorno e risolvè l’indovinèlo!
*Imatoníre - lat. matus = pazzo, preso in giro, stordito, raggirato.

****
Imbacucà
Imbacucà = l’azione compiuta nel coprirsi.
Bacuco = bauco, individuo rincitrullito.
Secondo il Malaguti
il termine si potrebbe legare al profeta Abacuc
rappresentato nella sacra iconografia
come “un vecchio archetipo della senescenza”.
Ma potrebbe aver origine anche da bakok,
un panno di lino che le arabe usano per coprirsi la testa.
Ciómpi e calse de rassa,
muande de fustagno,
bràghe de pessa fin al calcagno*,
dò màge de laneta,
un camisoto e ‘na giacheta,
in un tabaro involtolà,
così èl Nane fronte l’invernà.
Col gèlo bàte duro
me imbacuco per star seguro:
se no te sento,…supia buora!!
che mi lontano ogni malora.
*Calcagno - s. m. lat. tardo calcaneum, der. di calx - calcis «tallone».
*******
Imberlare
Rendere sbilenco, torcere, deformare.
Forse composto da berla ( celtico ber)
per indicare qualcosa di confuso.
Potrebbe derivare anche dal celtico burn (cosa che brilla senza valore)
Il suffisso im o in dà un tono dispregiativo.
Imberlada zé la rioda .
(Hai reso sbilenca la ruota.)
Èl muro xe tuto imberlao. = Il muro è tutto sbilenco.
Èl legno che no vien stasonao, tire a imberlarse,… a pare rabiao.
(Il legname non stagionato tende a torcersi.)

Supònente, insolente, con battuta pronta:


così Tramp si presenta.
L’à ‘na mente imberlà,
contorta, desganegà.
A pretende de avere tante solusión
per creare richéssa a profusión,
ma intanto a combine mile capèle
e perfin i Republicani pì no lo vuole.
Altrochè uniti!
Questo à diviso popoli e stati.
Tra èl Tramp e la Clinton
che tristo avenire per la nassion!
****
Imboscàre
Entrare (in) nel bòsco.
In senso figurato, nascondere, sottrarre,…
Èl gruzolo* ti à imboscà:
de la banca no ti t’à fidà!
In sti tempi, pieni de furfanti,
fidarse no convien!
Ti à fato ben!
Derivati:

imboscaménto,
imboscàta
Collegato: sòssolo
gruzzolo
con-rúzzolo (cose avvolte insieme)
Èl sòssolo sóto al pagion,…zé al seguro e fa dormire benon!
*Gruzzolo - dal longob. gruzzi ‘mucchio di roba inservibile’. ****

Imbranà
Aggettivo o sostantivo, quasi dimenticato,
nell’uso ritornato.
(Termine usato metaforicamente fin dal Cinquecento.)
Ė persona goffa, inesperta,
che evidenti limiti manifesta.
Imbrigliato, dalla briglia preso,
vien guidato per non èssere di peso.
Di solito è ubbidiente,
si lascia consigliare facilmente.
Il termine à origine dal veneto-friulano imbrenà,
derivato di brena* 'briglia',
che forse ha subito l'influenza di
impregnata,
cioè 'incinta', impacciata dalla gravidanza. (Da unaparolaalgiorno)
Imbranà
chi è in preda a imbarazzo e incapacità;
l’apprendista che scarsa abilità manifesta;
chi per la prima volta guida
e finisce alla deriva;
chi parla davanti un vasto pubblico
con tono agonico;
chi tenta un approccio seduttivo,
balbetta e si mostra remissivo.
****

Imbriago
dal lat. ebriàcus
formato da èbrius + acus (desinenza)
Un òmo procede malamente.
Un vigile ghe va incontro… finalmente.
Chél povereto camineva su la strada co un pie…
e co st’altro sul marciapie.
Vergognate, imbriagon!
ghe dise èl pissardon.
Oh, ‘na bèla notissia, finalmente!…
su imbriago, dal vín dipendente.
Sia èl sielo ringrasià:
sòto credeva d’èssar deventà!
****
Imbrògio
In + bròglio*
(in una selva; metaforicamente, in un intrigo)
dal lat. brògilus > bròlius > bròllus > bruillus > bròlio
L’imbròglio ovunque si diffonde,
à abbandonato le vècchie sponde:
evoluto,… raffinato,
perfino nei media è penetrato.
Nasse èl sospèto,
no ti sta pì quieto.
Ti temi la busarà
in ogni mossa che ti fa.

Scoversare altarini?
Portare in luce segreti lontani?
I lo promete da ani!!
Ancùo se sconde ogni rumenta
sercando ‘na protessión çerta:
quasi avvilupà tra petali de ròsa,
la pare perfin profumà, odorosa.
Su i altarini ‘na rosa vegniva lassà,
la gèra simbolo de onestà e fedeltà.
Òggi una busta ròsa,
depositata su una scrivania,
trasforma tutto in mala prosa
e va a remengo la poesia.
Derivati:

imbrogion, ingarbùgio,
ingarbugion, ingarbugiare.
****
Imbusare
In + búca
(il prefisso –in- diventa im per la b che segue)
Dal longobardo buch (buco)
C’è pure chi pensa ad un’affinità col fr. bouge (bugigattolo)
ricavato dall’antico boge (bolgia).

L’ordine è essenziale,
garanzia per un fare abituale:
si trova così facilmente
ciò che si usa quotidianamente.
Armadi e cassettiere allo scopo
entrano in gioco
ma, se la confusione regna,
tanto si smarrisce, resta solo lagna.
-• l sollievo ti à imbusà e la porta verta zé restà.
-A forsa de imbusare, sensa savate devo caminare!

****
Impàsso
dal lat. impedicàre (allacciare)
in + pèdica
(lacciuolo per i piedi).
Altre possibilità:
da pactiàre, derivato di pàctio = patto, legame;
dal greco pàg-ệ = laccio (Muratori)
o da impappiàre (da pappa) =
impedire, ingombrare, intrigare (Parodi)
Impassi e fastidi spalesai:..
giorni variegai.
Te fa impàsso èl ciaciarón
co le sò fantasiose invensión,
te vien a noia èl giornale
che se limite a ‘na cronaca banale,
te disturbe la mugère sensa sconti
pretendendo mari e monti,
te fa impàsso la burocrassia statale
che a tante atività tarpe le ale.
L’ultimo impàsso vien da la sorte
e… a fenisse co la morte.
****

Impiolio
indebolito, magro, sofferente.
in + piolio*
(prefisso) (pigolio)
Indebolito,
ti senti smarrito
mentre vaghi tra la gente
in preda a un freddo pungente.
Cerchi un sostegno adeguato,
un riparo riscaldato,
non l’abituale porticato.
Ma la carità
frequenta poco la città:
la conseguenza?
una diffusa indifferenza.
*Piolio = pigolio – Dal lat. volgare piulare,
di origine onomatopeica -seconda metà sec. XIII - figur. rannicchiarsi per il freddo.
Attinente:
intronconà
in + trónco*
(dentro) (rigido, intirizzito, ridotto a straccio)

Il freddo le membra irrigidisce,


le rende legnose, intorpidisce.
Solo il calore
rinfocola l’ardore*
ma… quando il cuore s’indurisce
anche l’amore finisce.
* Intronconà, più che a troncare, riporta alla lignea rigidità.
Trónco = dal lat. trúncus affine al greco trychos (straccio), dalla stessa radice di terere – p.p. tritus - (consumare, logorare).
*Ardore = intensità di affetti e passioni.

******

Impirare o impironare
sono due verbi all’apparanza simili
ma con significati diversi.
-Impironare deriva da “piron”
e significa raccogliere con la forchetta.
-Impirare (da piria che diventa
impiria > pirioto > imbuto)
significa invece indossare qualcosa
o infilarla dentro qualcos’altro.
“Aver èl muso impirao”
essere arrabbiati, delusi.
‘Na solusión astuta?
‘Na bèla impironà de pastasuta.
Se destire i lineamenti,
vien al manco i patimenti.
*****
Incandire
dal latino derivato,
è stato subito usato.

Si presta a un doppio adattamento


per un uso adeguato, attento:
in > candere
=
di candida luce risplendere.
Di bianco vestito, ogni candidato
doveva figurare immacolato.
Che differenza tra l’oggi e il passato!
Candia doveva il nome non ad un santo,
ma alla calce, un candido manto.
*
-I Ciosòti se ne freghe del candore:
ghe interesse èl bòn magnare!
in > candere
non bruciare, non far ardere.
Èl cuogo imprevidente
incandisse tuto malamente:
sento cure e onte caresse
zé nessessarie per rostire èl pésse.
Anerìo, brusà,
ogni sibo vien rovinà.
**

Che Dio te incandissa!


si sente dire:
uno sfogo antico per le tante ire.

Continui adattamenti
nell’idioma locale son frequenti.
****
Incapàre
finire nella cappa
Poco convincente la derivazione da calàppio – lat. càpere (prendere).
Più valida:
in + càppa
nel significato di contenere, avvolgere.
Altri pensano all’arabo
koeba o al turco kapak (tutto ciò che copre)

Una cappa protettiva


allontana ogni pericolosa deriva.
S’incappa facilmente
in qualche delinquente,
in un casuale incidente,
in un malanno angoscioso
che non dà pace e riposo,
in dissesti annunciati,
in fortuiti risultati,
in un momentaneo inciampo,
in una perdita di tempo.

Non bisogna disperare


ma con tenacia rialzarsi e lottare.
*****
Incassarse
co prepotensa, è noto,
èl verbo zé entrà nel dialeto ciosòto.
Arabiarse
zé sta sostituio
da sto termine pì preciso, definio.
Co la ràbia monte,
vien fuora sento ponte:
inalborà, paonasso deventà,
ti imprechi, ti pretendi,
tuti ti ofèndi.
La calma zé la virtù dei forti,
racomande i vèci, ma… no ti li ascolti.

****
Inciucio
Termine foresto, napoletan,
che s’à fato largo pian pian.
A nasse dal ciu-ciù mormorà,
tra dò persone che a parlarse a cominsià
e, sotobanco, a scondón,
le vuol rivare a ‘na decisión.
Un parlottare segreto,
un agire inconsueto,
con tono leggero, ridanciano,
a portata di mano.
*Ha sostituito intrallazzo, termine dialettale siciliano
ntirlazzu o intrallazzu (intreccio d’interessi). A. Gabrielli

Inciuci nel tempo


à creà pì de qualche scontento.
Èl demonio inciuciando co Eva
n’à causà l’atuale pena.
Èl Berlusca col Dalema à inciucià;
Rensi co scarsa fortuna à continuà.

Un neologismo diffuso,
ormai di largo uso.

****
Incoconare
Secondo alcuni deriva da cocon, con due significati diversi:
uno è sinonimo di crocchia,
l’altro indica il tappo della botte (cocon)
e proviene dal verbo calcare ( pigiare, otturare, tappare).
Il Malaguti propende per il verbo latino coquere
e il basso latino bucca,
ottenendo il significato di
ingozzare
assunto pure nel nostro parlare dialettale.
Gargantua, zigante bòn,
de ogni sibo feva un bocón.
A pì no posso
a se impeniva èl gargarosso,
a resteva imasio, a se ingolfeva.
A la svelta desgossarlo se doveva.
Un vinelo de qualità,
a garganèla scolà,
libereva presto èl gargato da le impurità.
Magna e bevi che la vita zé un lampo!
un invito che, a la longa, no dà scampo.
Contrario:

scoconare
aprire, togliere il tappo (èl cocon)
Sinonimo:

imasire
(in + masi + ire, arrivare alle boe di segnalazione – i masi- di fine rete)
In senso figurato, essere più che sazi.
Derivati:
Ingossàre
mandare nel gózzo.
desgossare (de + sgossare)
liberare il gozzo,
gargato
dal lat. gargútium (gola)
- Ràs-cite èl gargato- Schiarisciti la voce.-
Un parente illustre di «gargato» è anche Gargantua,
il gigante mangione di Rabelais, nel cui nome c'è la radice «garga»
del corrispettivo di gola, intesa come uno dei sette peccati capitali.
Connesso:

garganèla
bere dal collo del recipiente.
Da gargola
contaminatosi - secondo il Battaglia –
con calumella (canna della gola).
Collegati:
ingiotire, ingiassare, ingolfare,

górgo
dal lat. gúrges (gola, vortice)
o da gàr-garas
****

Incòrzarse
di una realtà nascosta
lasciandoti dei dubbi nella testa.
Lat. volg. adcorr(i)gĕre,
der. di corrigĕre ‘correggere’, col pref. -ad-.
Un frullo di pensieri
rende i giorni lieti o neri.
Un rimedio è necessario
per evitare qualche grosso guaio.
(La cresta su la spesa vegniva aplicata.
Me n’ò incorto e m’o fato ridare èl maltolto durante la zornata.)

*****
Incossare
insozzàre, rendere sozzo
Dal provenzale sotz e dal lat. sùcidus (sudicio).
Incossà l’economia
in man a mafia e vil genía*;
sporcà zé la fédina* penale
de qualche politico venale.
La biancaria mal lavà
reste incossà;
incrostà zé la pignata,
macià la tovagia usata.
La cosciensa de chi à poca carità
zé sempre ofuscà.
*Fédina = diminutivo di fede, nel senso di «certificato»
*Genía = dal gr. geneà (genero) – lat. gigno (nasco, provengo)
*****
Indrio
Dall’avverbio lat. in de rĕtro
(indrèto > indrièto > addietro)
Avanti bià andare!
Tempo e progresso no se può fermare!
Ma rivai a ‘na certa età
al relògio del tempo ghe voria ‘na regolà.
Spostando indrio le sfere,
se evitaria tante sventure;
‘na ringiovania
saria fonte de alegria.

Ma quel ch’è fatto… capo à!


Piangere sul bagnato a poco servirà!
Drio
Avverbio o preposizione.
Usato per indicare un’azióne in atto,
la volontà di rimediare a qualcòsa d’inesatto.
Su drio a telefonare: col mèdego ò bisogno de parlare.
No disturbare! su drio a capire, a imparare.

Indica un posizionamento
o ciò che è confinato nel tempo.
Drio un quadro sta la cassaforte
dove conservo le finansiarie scorte.
Drio de i ani… zé rivai i malani.

Derivati: diètro frónt (o dietrofrónt) locuz. avv.


un voltafaccia, una giravolta inattesa
che fa recedere da ogni pretesa.

drio schina
(dietro la schiena)
Sul pavimento bagnà su sbrisà.
In drio schina su fenio sul duro e su la testa ò un gnòco de seguro.

****
Infiare
(gonfiare)
in + flare
(dentro) (soffiare)

Infiare è diventàto rituale,


un fatto abituale.
Infie èl governo i propi resultati,
se aproprie del merito i sindacati.
Se sgionfe le bustarele
che fenisse in tante scarsèle.
Infie le notissie i giornalisti,
supie sul fuogo i populisti.
I pressi gonfiai
fa aumentare i desperai.
La scuola odierna, definia “bona”,
esalte la pochessa de qualche móna;
cresse i laureati…
ma puochi zé qualificati.

****
Inflasión
Dall’ingl. inflation, dal lat. inflatio –onis,
der. di inflare ‘gonfiare’ (inizio sec. XIV).
(Neologismo)
Co no la gh’è
tuto fermo zé.
Co l’aumente tanto
la monéa no tien banco:
la devente segnale
che la culumia va male.
Un tira e mola
che ai venditori fa gòla.
La dimanda determine l’oferta:
èl presso cossì vien adatà a la svelta.
S’impone una spiegazione,
una semplice riflessione:
un eccesso di moneta circolante
porta a svalutazione galoppante;
tutto più caro diventa
e il tasso in risalita spaventa.
Com’è entrata nel gergo locale?
Dal fare quotidiano abituale!
Quando un prezzo aumenta,
la gènte si spaventa:
stipendi e pensióni legati alla riva,
debito governativo alla deriva.
Le dònne protestano
e i bottegai insistono:
Colpa de l’inflasión!!
e… se scaene pì de ‘na maledissión.
*Inflazione = rialzo generalizzato dei prezzi;
espansione eccessiva della moneta rispetto alla crescita del prodotto dell’economia.
Anche abbondanza o diffusione eccessiva di qualcosa, e conseguente perdita di valore: es. inflazione di laureati.
Opposta è la deflazione: i prezzi non si gonfiano perché l’economia ristagna.

******

In fùstibus
da fustus (bastone):
locuzione veneta che si rifà al passo evangelico
cum gladiis et fustibus
(con spade e bastoni)
letto nella domenica delle palme. (Zolli ’84)
‘Na vendéta caparbia
maturà co àstio e cativèria.
Sóto èl pastran un bastón,
i pugni serai a picolón:
ma… per farse ascoltare
ogni contesa zé da evitare.
*
Nel nostro dialetto si usa pure la variante

in fàstibus
L’etimo cambia completamente:
da fustus si passa a
fastus
(fasto, superbia, alterigia)
Che fasto in chél matrimonio:
i suoceri à speso un patrimonio!
Un tóco de elegansa
usà ne la çircostansa.
Co tuto chél magnare,
un regimento se podeva sfamare!
Ingalonare
Il verbo ha un doppio significato.
-Ingalonare o ingavonare (alterare l’assetto del naviglio)
deriva dal veneto gaon o dal genovese gavon (carena):
inclinare la barca,
facendo affiorare parte della chiglia.
Un neologismo traslato dal dialetto alla lingua italiana.

Èl batèlo zé pien de cape* su la carena?


Ingalonalo su un pontale de barena!
Co ‘na brusca e ‘na rasseta
nèta èl galon* in freta.
Èl squero ti evitarà,
qualche palanca ti risparmiarà.
*Capa s. f. – Forma veneta per cappa (mollusco); da capere – prendere, contenere.
*Galon = fasciame laterale.
Prima d’èssare ingalonà,
la barca vegniva libà*.
*Dal lat. leviare = render leggero.
-Ingalonare (vestire a festa)
I Francesi usano galloner (ornare la testa)
da gala (ornamento) –Diez -
dal franc. antico gale.
Vestio da fèsta,
paltò niovo e capèlo in testa,
tuto ingalonà,…
in ostaria a s’à presentà.
****
Ingrotolire
rannicchiarsi, raggomitolarsi per il freddo
Dal lat. aegrotus = ammalato
(chi è ammalato ed ha la febbre si rannicchia perchè ha sensazione di freddo).

Ingrotolia, destirà su ‘na banchéta


sta ‘na povereta
da tuti abandonà,
anca da la propia dignità.
Vana ogni speransa
per chéla misera esistensa!
Co passo per de là
provo un mòto de pietà.
Connesso:

impiolio
(indebolito, in preda al freddo
come un uccellino che pigola)
*****
Inpissare
(In molti dizionari veneti davanti la p vi è la n.)
Accendere
(Etimo incerto)
In indica la direzione verso una cosa o un luogo e
pilare (lat. - pigliare fuoco)
con trasformazione locale della l in s.
Cambiando l’etimo, il termine assume un altro significato:
in + pisciàre
versare, dare a poco a poco (diz. Zingarelli)
In un ricovero per vèci se vanteva un tale:
Per fumare, in vita ò speso un capitale.
Èl sigaro sempre me inpisseva,
come ‘na ciminiera fumeva.
Ma no basteva:
co podeva me imbriagheva
e a dòne andeva.
Un curioso g’à dimandà:
Nono, quanti ani astu mucià?
Trenta, e su ancóra qua!
Contrario:

déstuare
da ex píngere (cancellare, estinguere) –Muratori-
o dal lat. ex-púngere (annullare, estinguere)
****
Insemenio
participio pass. di inseminire
(ridurre alla metà)
in + semi (mezzo)
che risente del sinonimo
scémo
dal lat. sèmus (mezzo, metà)
Un pensiero costante
spesso soffoca il presente:
con l’avanzare dell’età
viene meno la serenità.
La mente assillata
a poco a poco illanguidisce,
dalle preoccupazioni tormentata
perde elasticità, avvizzisce.
Il compatimento
procura gran sconcerto:
nelle antiche capacità dimezzato,
dal destino ti senti defraudato.
Connessi:
tandan o tanquan
dal verbo friulano dandand
che risale al raddoppio del termine ebraico tam (semplicione).
Da «simplus» - semplice -, derivano «sempio» e «sempioldo». - L. Carpinteri
(A zé un tandan che no sa tegnire un fero in man!)
(Co chél tanquan èl lavoro va a rilento, monte èl scontento.)
Tam
è particella dimostrativa che indica il grado di comparazione;
quam
è analoga a tam.
Homo quam longus est (con ellisse di tam).

******

Insenèto
dal lat. senesco o in-senesco (invecchio)
Il Boerio precisa che il termine, molto usato a Chioggia,
vale
inquietato, disturbato.
Un cristian che torne dal lavoro
à bisogno de quiete e de ristoro.
Davanti la televisión, spaparansà*,
l’aspete de godarse un atemo de tranquilità.
Ma invano!
e la paziènza se ne va piano piano.
Pugni, legnae, zènte strupià,
furti e rapine in quantità,
spari, sangue, rapimenti,
omicidi, sfilae de delinquenti,…
lo mete in agitassión,
ritorne l’apprensión.
Un ambaradan*cruento
imperversa da tanto tempo.
Su insenèto!
Voleva stare un puoco quieto!
a mormore alóra e… tanti assidenti
ghe sgrissole tra i denti.
*Spaparanzato - L'etimo di questo termine è dei più incerti. C'è chi lo liquida come voce fonosimbolica. C'è chi lo accosta a “papera”. Altri lo
avvicinano alla 'paranza'. Altri ancora vi vedono una chiara composizione (attraverso una metatesi) di 'sparare', che ebbe come primo significato
quello di 'aprire, sventrare', e di 'panza', descrivendo quindi una posizione che espone particolarmente la pancia.
(Testo pubblicato su unaparolaalgiorno.it )
*Ambaradan - Si presume che questo termine abbia avuto origine dall'Amba Aradam, un massiccio dell'Etiopia presso cui, nel 1936, avvenne una
cruenta battaglia tra italiani e abissini, seguita da una strage di civili da parte delle forze italiane. (da Wikipedia)

*******

Insorire
A mio avviso deriva da soffrire, suffèrre, sufferíre
sub + fèrre
(sotto) (portare, tollerare, sopportare)

L’iniziale prefisso in ribalta il significato:


mi rincresce, patisco, mi dispiace, non sopporto,…(Voc. etim. Pianigiani)
Me insorisse de lavorare. Preferisso starte a vardare.
. Un’amara sorpresa! Ancuo ti zuni, m’à insorio far la spesa.

I dise bèn…
quanto insorisse al móndo intravièn*.
Darsi da fare
diventa soluzióne elementare!
*Intravien = capita (vien drénto-intra)
A certi fioi tuto ghe insorisse,
per ogni esortassión i patisse:
intervegnire co bòni argomenti
può scongiurare futuri pentimenti.
Ogni desiderio, i lo deve capire,
no zé un diritto da aquisire.
****

Insuniare
Sognare
Dall’arcaico insognare (dal lat. somnium = sonno)
In origine sogno e sonno erano un tutt’uno.
De avere un melion in scarsela a s’à insunià
ma la gèra ‘na falsa speransa in realtà.
De la giachéta un rigonfiamento,
causà da ‘na fodra mal cúsia al momento,
aveva inescà sto fraintendimento.
*
Le speranze paiono concrete
ma spesso tolgono la quiete,
specie se i bei verdoni
si perdono nel blu come aquiloni.

****

Intanto
(Nel frattempo)
Un avverbio temporale
d’uso frequente, non occasionale.
Indica contemporaneità
(Va’ pure, intanto mi resto qua!)
Talvolta à valore contrastante:
diviene avversativo
(L’à promesso de cooperare ma intanto non a se fa trovare.)
o
conclusivo
(Intanto la question zé conclusa: no zé sta vana l’attesa!)
Allentando attesa o danno,
lenisce qualche affanno.
*Tanto = aggettivo, pronome, congiunzione e avverbio.
Intorbiare
In + torbido
Lat. turb•dus, der. di turba ‘confusione, disordine’.
Intorbidire, non far vedere
è tipico del faccendiere
che ordisce ogni imbroglio
per gonfiare il proprio portafoglio.
Intorbidire il cervello,
fumando uno spinello,
è ormai abituale usanza
della gioventù senza speranza.

****

Intorziolàre
da attòrcere, forma contratta di attorcicolàre.
ad + tòrquere
Il pescatore ben lo sa,
per creare robustezza serve la intorziolà.
L’unione fa la forza:
i canapi attorcigliati acquisiscono resistenza.
Insossolare
è sinonimo di intorziolàre.
Il sòssolo
era un fagotto;
in senso figurato un gruzzolo
ma pure un gioiello.
Insossolare
significava ridurre un anello da adattare.
Avvolto a spirale,
un filo garantiva un risultato ottimale.

******

Intralasso
Imbroglio, affare combinato attraverso illegalità.
Dal lat. inter (tra) + laqueus (laccio)
Un politico imprevidente
se lamente:
L’afare in malora zé andà,
la tangente zé sfumà!
Bià che me daga da fare
se vogio bèn campare!
Intralassi niovi devo atuare.
*****
Intrigo
Dal lat. intricàre
composto da
in + tricàre
(particella) (usar raggiri, sotterfugi)
connesso pure al greco
trica
(viluppo di lana o peli)

Altri pensano al verbo


torquère
(attorcere, avvolgere)

L’Italia zé piena de intrighi:


losche trame e scoasse
per nualtri zé castighi.
Tuti se lamente
ma a provédare pochi tente.
A volte in un intrigo se trasformemo
quando in fati altrui se introdusemo.
Un intrigo devente l’operaio
che, òssiando, scroche èl salario.
Le periferie
da mile intrighi zé feríe:
tanti i capanóni bandonai,
i verdi campi cementificai.
Come ‘na ragnatela
l’intrigo aviluppe anca la scarsèla.
****
Intro
Dalla preposizione latina intro (dentro)
Nel nostro dialetto significa introduzione
inizio, discorso (dal lat. introdúcere).
De primo intro, rasón a m’à dà,
l’à ricognossua la mia lealtà.
I amissi va giutai,
mai inganai!
Derivati:

intrada, intrare, intrante


****
Intrombonà
conseguensa de ‘na gran magnà.
In + trombon
(dentro) (rumore di trombone)
La pancia si lamenta, borbotta;
oppressa, vuol liberarsi in fretta.
Sembra un vulcano:
vapori emette piano piano
tra cupi boati e suoni ovattati.
Lava e lapilli,… un’eruzione
pone fine all’indigestione.
*Trómba – dal lat. túba (con -r- interposta per imitarne il suono).
Per altri dal longobardo trumpâ (intronare) o dal lat. triunphàre (alzare inni di gioia)

*******

Intronàre
In + tronàre
Dall’antico tròno,
lat. volg. tronus,
estratto da tronĭtus, variante di tonĭtrus ‘tuono'
che dello scranno regale non è parente
ma del tuono rombante.
Al latino attonàre si rifà:
la –r- è un rinforzo come si capirà.
Nel longobardo, va notato,
stornen
significava render attonito.
(La musica moderna? Un bordello che costerna!
Un barinto che introne e importune tante persone.)

****
Intronconarse
intro + trónco
(dentro) (la rigidità imputabile al freddo)
lat. trúncus affine al gr.trychos (straccio)
A la metina su intronconà.
Sto fredo m’à copà!
I dolori no manche,
a stento se ranche*;
i nervi devente tòla
e no manche la tremariola.
*Rànche = arrancare, avanzare con fatica.
Dal veneziano rànco = storpio, derivato forse dall’antico tedesco rank (storto, curvo).

****
Inventare
dal latino inventare
intensivo* di invenire - trovare,
composto da in + venire.
Bià afidare al vento
ciò che zé falso o lasse scontento.
A se l’à inventà!
se dise quando qualcossa no va.
L’inventare è un processo fantasioso
che alla mente non dà pace e riposo.
Nel lessico comune
è ideazione
di ciò che prima non esisteva,…
dal computer alla semplice leva.
*Dall'importanza esclusiva o prevalente.

Etimologicamente,
inventare
significa trovare,
un qualcosa da sperimentare.
Scoprire
dis + coprire
(allontanamento) (nascondere)
(senso contrario) (rimuovere)
garantisce l’avvenire.
L’invenzione diventa scoperta di una possibilità
che l’ingegno all’uomo dà.
****

Investímento
da in + vestíre
col significato di mettere in possesso.
In questo momento
cerchi un sicuro investimento?
Vicino al muro non stare,
al centro della strada devi camminare!
Al di là dell’ironia,
il pecuniario investimento
richiede attenzione, pronto intervento
e poca fantasia.
Qualche consiglio basilare
da non dimenticare:
-evita le banche locali
guidate da faccendieri abituali;
-non créder alle promesse:
vengon presto smentite con abili mosse;
-dove c’è tanto lardo c’è inganno
e… solo tuo sarà poi il danno;
-con l’acquisto di ogni azione
di una parte dell’azienda diventi padrone:
sei corresponsabile di ogni situazione.*
Si specula sul risparmio sudato,
poco tutelato dallo Stato.
*Input dal settimanale La sette, allegato al Corriere della Sera.
****
Invídia
Da invidus derivà,
a zé termine molto usà.
in + vidère
(in, sopra) (vedere)
Tanti patiscono continue pene
nel veder l’altrui bene.
Se l ’invìdia fusse un male
se dovaria ingrandire l’ospeale!
Per la natura umana
non accontentarsi diventa magagna*.
Sei sàzio, in tranquillità,
ma il desiderio va più in là,
ti guardi intorno
e maligni di contorno.
Chél rigoleto gode salute per despèto!
Sul mio piato ‘na polpéta sisnà,…
a quelo un bistecón impanà.
A mi ‘na mugère indigesta
e chél saltrón se gode la procace foresta!
A zé pien de schei
ma no a passe momenti bei!

La maldicenza si diffonde,
causa danni con le proprie onde.
Ėlo sì, mi no!
Da questa contrapposizióne elementare
nasce il desiderio di voler privare.
Vengono sminuiti meriti, esperienza,…
non si riconosce alcuna competenza.
Un antidoto sperimentato:
accontentarsi del proprio stato.
*Magagna = Imperfezione, difetto nascosto; vizio.
Dal provenzale antico maganhar 'ferire, storpiare',
probabilmente derivato dal francese antico mahaignier, forse di origine germanica. (da unaparolaalgiorno.it)

*****
Istà
stagione di vacanza
per atavica usanza,
un vuoto da colmare
tra monti e mare.

L’etimo si ricava dal sanscrito àrdere,


accendere, splendere, infiammare;
è tempo di luce e di mare.
as + arère
(abbrustolire) (esser secco)

S’allunga la giornata,
s’accorcia la nottata.
Profumi e colori inebriano i cuori.
Si riscopre la natura amica,
si esce dal torpore,
si riannoda l’amore.
La meraviglia nasce,
divien fonte di gratitudine e pace:
con un desiderio mai sopito,
s’apre una porta sull’infinito.
*****

Istornire
dal lat. exturdire
da cui stordàtus (stordito).
Questa voce porta a túrdus,
uccello facile da accalappiare e quindi,
in senso figurato, indica uno sciocco.
Non mancano altre proposte:
da tòrpidus (lento) ex-torpidare,
da tùrbidus ex-inturbidire,
dall’antico tedesco sturtian (stordire, confondere).
La ragione non prevale?
Urli, imprechi,… stordisci il rivale.
Assordare i vicini è atto d’inciviltà,
mancanza di rispetto e di carità.

Parli in continuazione,
non lasci spazio alle persone;
uno sproloquio continuo
intontisce chi ti è vicino.

********
-L-
La
Lat. illa, femm. di ille ‘quello'.
Le racchiuse linguistiche funzioni
aprono a mille occasioni.
Come articolo indica con precisione
il sostantivo in questione.
(La botéga, la mugere, la pignata,…)

Diventa pronome personale


inserendosi nel parlare abituale.
(No la vedo. La zé qua! La m’à informà.)

Accentato,
indica il luogo cercato.
(In caneva zé scuro: là no vago!)
(Da qua a là no se sa la verità.)

******

Lai
A + lai
a lato, vicino
è locuzione
usata in più di un’occasione.
Ai lai* i batei ligare
significava farli affiancare.
******
Ma in senso figurato
lai
designa pure un trasandato.
Dal fr. antico laid, (laido*, spregevole)
(Un lai me s’à presentà!... A la sò vista m’ò spaventà!)
Poeticamente, i lai diventano lamenti
di tanti veri o falsi scontenti.
Dal lat. lamèntum
che sta per clàmentum, derivato da clàmare (gridare).
*Da làteo (nascondo) e, per estensione, fianco.
*****

Lambicàre
lambiccare, tentar di capire, sfiancare, sfinire.
Derivato, per aferesi della a, da alambícco,
a sua volta da ricondurre all’arabo al ambiq (vaso) - Diz. Devoto-Olli

Un daltonico* zé sta arrestà :


de tuti i colori a ghe n’aveva combinà.

No ti à capio la fredura*?
Gnènte paura!
No te lambicare,
no stare a pensare:
la Tera continue lo stesso a girare.
*Daltonico = chi non percepisce i colori.
*Freddura = Motto spiritoso, o che tale vuole essere, consistente per lo più in un gioco di parole o in un doppio senso.

*******

Lasarón
Il termine lazzarone è accrescitivo di Lazzaro
(ebraico El-azar = Dio ha soccorso)
e significa mendico, poco affidabile.

Ò a che fare co un lasarón,


no a lavore stò saltrón!*
Tuto èl dì a sta a bagolare,
no l’à mai gnènte da fare.
*Saltrón = dal ted. schelm-trumm – pezzo di furfante.
Con maggior probabilità da gialdrone (lanzichenecco) ricavato da géldra = truppa di soldati a piedi.

Dei lazzaroni ogni storico si è sempre occupato:


diamo allor un’occhiatina nel passato.
Lazzarone* veniva chiamato ogni plebeo
che nel quartiere Mercato lavorava
e nel 1647 fomentò il baroléo*
che Masaniello con enfasi guidava.
Él recòrdo de sti sogèti, dal popolo adorai,
nei romansi popolari çelebrai,
vien ancóra malamente impersonà
da qualche mafioso* de scarsa qualità.
*Voce di origine spagnola (lazarino=lebbroso).
*Baroléo = baraonda, confusione. Dallo spagnolo barahunda = disordine, confusione, a sua volta dall'antico ebraico "barū k-adonai" =
"benedetto il signore", diffusissima giaculatoria ebraica che, ripetuta ad alta voce da tanti fedeli contemporaneamente, creava, "baraonda", cioè
chiasso, confusione, ed in senso più ampio, disordine. (da Etimo italiano.it)
*Mafia =il termine di origine araba, in quanto «cosa siciliana», non ha mai riscosso il pieno consenso degli studiosi. Il significato primitivo di
‘baldanza, spocchia’ è degenerato in quello attuale nel sec. XIX prob. dal nome proprio Màf(f)io, variante popolare di Matteo •1863.
(da Wikipedia)
*****
Lea
poltiglia, limo, fango
(Il termine, ancora molto usato, non è inserito nel voc. del dialetto chioggiotto.)

Etimo incerto
Forse è stato ricavato dal lat. lìmus
Si lamenta un maríto
affamato e avvilito:
Menolota!
In lea ti à fato andare la pastasuta!
La zé un levà
e, per zonta, gnànca salà.
Derivato:

caléa
ruggine, morchia resistente di casa
ca’ – casa -, ma anche qua - avv. di luogo –
+
lea –poltiglia -
oppure
dal greco calào
che significa stacco, levo, tolgo. (don G. Lombardo)

-Menolota,… che caléa su sta pignata!


-Sti scalini zé pieni de calea*,…
se sbrisse, se va per tera.
-La caléa al ziògo zé dura da cavare,…
la fortuna no bià tentare!

****

Liche
locuzione
dal lat. ligicare, affine a lingĕre «leccare»
Differisce da lambire (làmbere).
Se liche èl piato,
un agognà gelato,
un bastón de cicolata,
‘na dolse marmelata.
A volte si lecca
per ottenere una patacca
e, con l’adulazione,
un’attesa promozione.
Modo de dire ciosòto:

Su tra èl liche, èl lache e… èl pache!


Su tra èl sì, èl no e… no lo so!
Un dùbbio ti assale,
hai un vuoto cerebrale.
Non sai cosa fare, cosa dire,
cérchi di capire.

****
Ligambo
Pare appropriata la derivazione da ligamen
(ligamen > ligambo)
con probabile influenza di gamba.
Un cordone badiàle,*
di utilità essenziale.
Fissa ai piedi gli scarponi,
sostiene calzettoni,
sèrra cartòcci e sacchi,
garantisce l’integrità dei pacchi.
La sò utilità
zé ampiamente dimostrà.
*Badiàle = importante, utile. Voce metaforica derivata dall’ampiezza delle antiche badie.

******

Lio
Da litus = lido, spiaggia, costa sabbiosa.
In senso figurato: orlo, ma anche bagnato, allagato,
contenuto dai Chioggiotti adottato.
litus > lito > lio
Qua zé tuto a lio!
La pitèra zé sta rota,… ciapatela co to fio!
Che aqua alta!
Stavolta no se la cavemo a la svelta!
Stò brioso siròcale
a la sevente mete l’ale.
A lio zé tanta povera zènte
co stò tempo inclemente!
Connesso:

sponsare
raccogliere le acque con la spugna,
lat. spòngia,
affine al greco spoggia e al gotico swum-sl (stagno). (Diz. etimologico online)

*****
Liofante
Un fante* co i pie a mole
o un strambo anemale?
L’etimo fa luce su questa parola non abituale.
Il termine è nato
dal greco eléfas,
in latino elephans diventato.
Cade la e iniziale,
la seconda e muta in io per fonetica normale:
tutto contribuisce a definire l’animale.
*Fànte - sta per in-fànte (ragazzo, servo).
Nel Medioevo i nobili erano seguiti da una milizia e solo allora il termine indicò soldato a piedi.
*Pachiderma = Dal gr. pakhýdermos, comp. di pakhýs ‘spesso’ e dérma ‘pelle’

******

Liogare
Mettere da parte, risparmiare
è condizione basilare
per chi il futuro si vuol assicurare.
Liogo + ligare
(accantonare)
Quante cicale intorno!
Magna e bevi ogni zorno.
No starte a tuare,
tuto deve passare!
zé deventà mòto basilare.
Formiche previdenti
osservano sbigottite i comportamenti
di chi il sóle dell’avenire
à nelle proprie mire.
Ma quando sopraggiunge la carestia
si formano code davanti ogni sagrestia.
Tanti si fíngono poveretti, fanno i mendicanti,
pretendono mari, monti e… contanti.
Un vergognoso andazzo
che continua da un pezzo,
sfruttato con abilità
da chi niente da perdere à.
****

Liopàrdo
Dal lat. leopàrdus (lèo + pàrdos – pantera),
così detto perchè si credeva un incrocio tra questi due felini.
Come mai un felín, a tuti noto,
zé fenio nel dialeto ciosòto?
‘Na volta èl cèsso* ne le case mancheva:
un sécio tuto sostituiva.
No ve descrivo spussa e altri odori!
La còmoda* la useva solo i siori.
*Cèsso = dal lat. cèssus, part, pass. di cèdere (se-cedere = ritirarsi, appartarsi); ha originato il sinonimo ritirata.
Gabinetto – dal francese cabinet (derivato di cabine).
*Còmoda - der. di comodo – mobile, con annesso sedile, che conteneva il cantero (lat. canthă rum, dal gr. kántharos ‘coppa’ ).

La carta igienica gèra sostituia da fogli de giornale


ma èl resultato, poco funsionale,
imponeva spessò ‘na lavà
seguia da ‘na morbida sugà.
Sul sugaman restavan tràce,
a se impeniva de màce.
Tacà a un ciòdo nel sgabussín,
a pareva la pelissa del felín.
Per questo, liopardo i lo ciameva:
per fortuna, no a sgrafeva.
******
Lispio
Da hisprum, che equivale ad hispida:
nel Veneto diventa Lispida,
un laghetto freddo e nebbioso presso Battaglia – PD -
Di qui… lispio (Gaud Meruber)
Stò lispio zé traditore: no pare,…
ma tuto a vuole bagnare.

Sóto ‘na coverta de caligo


Ciósa à perso i colori:
lispie,…
da Santa Maria a Vigo
solo gèlo ne i cuori.
Derivati:

lispiésso
pioggerella minuta.
Che lispiésso fin e giassao: èl batèlo zé su la riva bandonao..

limegare e limego
dal veneto limega (lumàca ):
in modo figurato, indica il piovigginare lento ma insistente.
*****

Lissìa
Ranno, miscuglio di cenere e acqua bollente
per lavare i panni.
Deriva dal latino lixivia
(liscivia, usata un tempo come detersivo e shampoo)
La lavatrice?
Una macchina che à emancipàto la dònna,
della propria vita ritornàta padrona.
Prima al mastèllo*, piegata, poveretta,
a far lissìa era costrètta.
Sapóne, liscivia, spazzola per strofinare,….
poi tutto all’aria si doveva sciorinare*.
Il sole al resto provvedeva
ma… un improvviso scroscio si temeva.
*Mastello = probabilmente derivato del greco mastós- mammella, coppa; secondo altri deriva invece dal greco màktra - madia.
*Sciorinàre = da ex-auràre (stendere all’aria) composto da ex (fuori) e àura (vento).
Derivato:

lissiara (lavatoio)
sbróa
intruglio (broda) bollente di acqua, cenere e foglie di alloro,
usato per il bucato
******
Loamaro
da letame
Per estensione: luogo sporco, sudicio, anche corrotto.
Dal lat. letàmen, a sua volta derivato da laetàre,
perché rende “lieti” i campi fertilizzandoli.
Azzardo una possibile ricostruzione:
lea + amaro
(limus) (alla vista e all’olfatto,
in senso figurato.)
I vandali in ‘na scuola zé entrai:
armèri sventrai,
banchi robaltai,
bagni devastai,
tubi tagiai,
veri infranti,
assión da delinquenti!
I à trasformà in un loamaro
quanto gèra costà fadiga e danaro.
****

Lofista
Dal lat. sophista, che è dal gr. sophistḗs,
derivato di sophízomai ‘fare ragionamenti cavillosi’.. (Diz Treccani)
Un ragionatore, un saccente
che rompe continuamente.
Quando comincia a sentenziare
tanti fingono di ascoltare
ma, uno alla volta,
imboccano la porta.
Pedante, petulante,…
non la smette un istante.
Come le mosche noioso,
non dà tregua e ripòso.
*Potrebbe, con minor probabilità, derivare da logista.
Dal gr. logistḗs, der. di logízomai ‘calcolo’.
****

Lògica
dal greco λόγος, logos,
ovvero "parola", "pensiero", "idea", "argomento", "ragione",
(da cui poi λογική , logiké)
è lo studio del ragionamento –Wikipedia-

Usiamo questa parola di frequente,


spesso in modo sconveniente.
Della lògica non sei devòto?…
confidi solo nel visto o sentito?
Per questo, certi ragionamenti
lasciano sgomenti.
Pensando, tenti di colpire
un bersàglio da chiarire;
parte lo strale
ma il dùbbio assale.
Una mira adeguata
t’avvicina alla meta agognata.
Ma cosa capita al di là?
Non possiedi la verità!
Hai certezza di vita e morte
che dipendon da volontà e sòrte;
percepisci spàzio e tèmpo
che ti limitano, ti rendono incerto.
Tutto il resto è supposizióne
spalmata su qualche meditàta considerazióne.
Il nulla e l’Assoluto han la facoltà dell’eternità.
Solo Dio gli accenti all’infinito dà.
Il non pensare e lo star nell’ignoranza
innescano smarrimenti che limitano la sostanza.
Tra quanto vive e quanto muore
è sospeso il tuo sapére:
la Fede diventa catena
tra realtà umana e divina.
*****
Lombardo
(Riporta a Longobardo)
Le origini etimologiche sono varie.
Nel Dizionario della lingua italiana (N. Tommaseo - B. Bellini, Torino, 1865-1879) si fanno queste ipotesi:
da lang ‘lungo’ + barthe ‘scure’
o bart ‘barba’
o bord, börde “piano fertile accanto al fiume Elba, sede originaria dei Longobardi”;
o da land ‘paese’ + wart ‘forza’: “uomo valente, gagliardo”.

Ė l canale pì grando che ne instradeva


dove i Longobardi comandeva:
un’arteria importante,
per gli scambi rilevante.
La caduta del regno ostrogoto
e l’avanzata longobarda del 568
divennero data epocale,
del mondo classico segnarono la fine naturale.
Nuova cultura e tradizioni
si fusero tra le italiche popolazioni:
molti termini, oggi usati,
da lor li abbiamo ricavati;
un teutonico apporto che, a volte,
nel latino trovava supporto.

Lòta
Un ammasso puzzolente,
un combattimento latente;
un atto di ribellione
contro un prepotente padrone.
Dal lat.
lùcta
e dalla radice greca lyg-òô (piego, lotto)
La lòta de classe
Da ‘na parte èl lavoratore,
la man d’opera usà,
da l’altra del lavoro èl datore,
l’industriale, èl parón
spesso visto come sfruttatore,
un vero saltrón.
Da patrònus (pàter) derivato
protettore dei liberati era considerato;
in seguito passò al significato di signore
che tutto poteva fare con candore.

Si lottava per un salario garantito, onesto,


contro un profitto a volte disonesto.
Col tempo le posisión s’à vissinà:
l’umana abilità
capitale asiendale zé sta considerà.
***

Ancúo le controparti zé cambiae:


tra azienda e mercato
il conflitto s’è allargato.
La globalizzazione coinvolge miliardi di persone:
da locale, il mercato è diventato mondiale.
Vende chi s’aggiorna nella tecnologia
abbinando impegno, ingegno e fantasia.
Vista l’attuale situazione,
è il mercato che si comporta da padrone.
*Mercàto = da mercàtus derivato da merx (merce) per mezzo del verbo mercàri (trafficare).

****

Lucamara
dulcamara*
Dal lat. dulcis «dolce» + amarus «amaro»,
caratteristiche del glucoside contenuto nella pianta (Treccani).
*Per allusione agli effetti curativi della pianta,
il dott. Dulcamara compare nell’opera Elisir d’amore di Donizzetti.

Frésca la lucamara, frésca!


sigheva l’erbariòla
spensendo ‘na pesante cariola.
Sta pianta gèra indicà
per chi pativa fredo e umidità.
I disturbi articolari de i pescaori
venivan aleviai,… scomparivan i dolóri.
****

Ludro
dal lat. uter (otre) incrociato con lura (bocca dell’otre)
Probabilmente è influenzato dalla voce luder (carogna) - diz. Treccani –

In senso figurato: persona ingorda, mangione.


Nel magnare ti esageri,
no ti senti i sapori,
ti buti zó boconi intieri.
Ti vivi per magnare
ma…. èl sibo se deve gustare.
Un ludro ti zé deventà,
questa la crua realtà!
*
Pièn còme un vuòvo; a magnaria anca la testa de un tegnóso!
(modo de dire ciosòto ancora in uso).

Ma altri significati
a Chioggia vengono evidenziati.
Diventa
-furfante, imbroglione
Un ludro, un lestofante
m’à robà tuto in un istante.
-stomaco,
‘Na bala de grasso, un ludro ti zé:
ti à un stómego degno de un re.
-fiaccola di corda.
Un ludro impisà
la caneva à iluminà.
Al plurale
indica gli zampognari.
Co le sampògne i ludri zé rivai:
i segue le rive de i canai.
******

Luganega
Varrone (De lingua latina –V, 111) ci informa che la
lucanica
era una salsiccia non segmentata,
nel meridione nata.
Ad insaporirla ed insaccarla, i Romani
avevano imparato dai Lucani
Dorata, marroncina,
sugosa, sopraffina, …
sul piatto, contornata di polenta,
ancor oggi viene divorata alla svelta.
****

Lùmero
dal lat. númerus.
Distribuisce, divide, conta con serietà;
con precisione regola ogni quantità.
Riporta a ricordi lontani
conservati nel corso degli anni.
Un esempio, segnàto nella storia,
affiora nella mia memoria.
Chi trenta à fato può far trentuno!
Questo modo di dire,
che a Chioggia si sente proferire,
deriva da un errór papale
per niènte abituale.
Papa Leone X* in concistoro,
tra incensi, preghiere e qualche coro,
aveva nominàti trenta cardinali
con cura scelti tra i collegi clericali.
Ma buttando l’òcchio,
s’accorse di un impiccio:
nella lista mancava un religioso
per devozione e impegno famoso.
Decise allóra di aggiungerlo all’elenco,…
no si poteva eliminare quel portento.
Tra lo stupore generale
il Pontefice esclamò in modo originale:
Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno!
così non faremo torto ad alcuno.
******

Lúna
Dal lat. lúna, dalla radice lux (luce).
Su sto corpo çeleste
se ne à dite de bèle, de brute, de indigeste.
La vien paragonà a un lampión,
a ‘na féta de melón,
a un lusènte botón.

Che la fusse anca dolse me zé ‘na novità,


visto che nissun l’à ancóra assagià!

Lúna di miele
è un lemma importato,
nella fredda Scandinavia nato.
Nel primo mese de nozze ogni vichingo, co se svegeva,
un bocale de vin e miele* se ciombeva.
Prima de afrontare èl mare,
a doveva recuperare
le fòrse spese ne le amorose contese.
Altri la pensan diversamente:
è un tempo dolce perché si vive beatamente.
Èl prelibato miele
no deve deventar amaro fiele:
speranza antica,
che… oggi regge a fatica.
* Bevanda prevalentemente usata per celebrare un matrimonio, l'idromele.
*Un’altra teoria collega la luna di miele alla parola nordica hjunotts-manathr (di nascosto)
e ricorda l’antica abitudine di rapire la sposa. (da Sette-Corriere della Sera)

Aver la luna storta


può capitar pì de ‘na volta.
Se devente scontrosi,
intrattabili, noiosi.
Se no avemo la luna nel segno,
a tórzio andemo:
dalla luse lunare privai
naveghemo in mèso ai guai:
tristessa e malumore
ne perseguite per varie ore.
L’asimmetria del satellite e la faccia nascosta
davan vita a queste supposizioni
adottate da tanti creduloni.
Si temeva persino un abbassamento di pressione
dovuto alla gravitazionale attrazione,
un affiorare di istinti repressi,
un’accelerata germinazione delle messi.
Dicerie, frutto solo di fantasie!
Lùse
da lùcem,
accusativo di lux
Dono divino
che illumina il cammino.
L’animo, grato,
s’apre alla bellezza del creato,
esce dal torpore,
batte forte il cuore;
s’accende la fantasia,
rapisce,
innesca la poesia,
concupisce.

La luce scherza con la pietra,


le conferisce bellezza inconsueta;
lambisce l’onda,
accarezza la scontrosa sponda.
Il prato, prima inanimato,
di smeraldo vien ammantato.
Ovunque s’introduce,
tutto riluce.
Rinvigorito,
ti par di toccare il cielo con un dito.

se diseva ‘na volta


per indicare che tuto mancheva,
ne la miseria se brancoleva.

******

-M-
Macaco
Scimmia grio-bruna, dalla coda breve.
Dal portoghese macaco. (diz. Treccani)
Nel nostro dialetto assume il significato di persona stupida.

I linguisti trevisani
dopo tanti ani,
ricorde ancóra le legnae
che i antenati a Bebe aveva sunae.
I neghe l’esistensa de Marco Caco,
fautore de lo smàco.
Per butare tuto in burléta,
co fòga inconsueta,
i à trasformà l’eroe in macaco,
un sìmioto,… uno stupido nato.

*****

Madosca
(Alterazione di Madonna)
Esclamazione che indica sorpresa, ammirazione o rabbia.
Voce popolare
usata per evitare
l’inserimento della Madonna
in qualche imprecazióne birbona.
Porca madosca!
impreche èl pescaore
quando a vede èl sielo che se oscure.
Se scontre mare e vento,…
tuto se mete in movimento
mentre èl batèlo seconde
èl perverso ziògo de le onde.
****
Madresia
Significa gentilezza materna.
Deriva dalla cura che la madre – lat. mater – mostra
sia nel periodo prenatale, sia dopo la nascita.
(madre + sia - congiunzione disgiuntiva-)
Co’ madresia la cratura vien vegià,
tut’intorno quiete regnarà:
la zé un tesoro prèssioso
a cui assicurare un bòn repòso.

****

Mafia
Braveria, spavalderia, millanteria, boria.
‘Na parola stramba, forèsta,
adotà a la svelta.

Tanti i sò pàdri in evidensa


ma ‘na màre çerta,… la delinquensa.
L’etimo contestato,
non datato,
prospetta una possibilità
che forse vi stupirà.
Secondo il Prati nasce dall’alternanza
Mafio/Maffio,
varianti di Maffeo, l’apostolo Matteo.
“A differenza degli altri apostoli, semplici pescatori che avevano seguito Gesù senza altri indugi,
Matteo, da ricco pubblicano, solennizza l’avvenimento con un atto di magnificenza: diventa il tipo di
individuo che trasforma ogni evento in un’esibizione di lusso e di superiorità,
atteggiamento che corrisponde al significato comune di maf(f)ia.”
Alberto Nocentini (Camorra e maffia)
Anca a Ciósa avemo dei mafiosi,
prepotenti, litigiosi,
dediti al malaffare…
no i vuole lavorare!!
I à trovà èl bàndolo de la matassa*:
spaciare droga a man bassa.
De dì e de nòte se asiste impotenti
ai loschi trafici de sti delinquenti:
‘na processión de zoveneti
dipende da sti maledeti.
Rovinando la vita de tanta zènte
i vive nel lusso e mai i se pente.
*Bandolo = dimin. di banda (striscia). Capo della matassa.
****
Magàgna
Tante le possibili derivazioni:
per molti si rifà al lat. màncus (mutilato)
per cui magàgna significa mancare di qualcosa, avere un difetto.
Dopo la setantina,
‘na magàgna ogni matina!
Se col martelo la barca ti batarà,
presto la magàgna ti trovarà!
Chi à dèbiti à parón!
ripete qualche brontolón.
A caéna de l’Europa,
co la magàgna del dèbito su la gropa,
sóto streta sorvegliansa,
tanti zé i bromboloni de pansa.
In libertà condissionata
l’Italia passarà ‘n’altra trista annata.
Ma nel paese de la busia,
la verità devente malatia.
Speremo che no la muta in epidemía*.
*Epidemía = dal greco epí (sopra) + demos (popolo).
Derivato:

magagnare
(deturpare, rovinare)
Sinonimo:

pèca
pecca, macchia, vizio, difetto.
Deriva da peccàre, cadere in fallo.
‘Na pèca scónta,
dopo sènt’ani e un dì, a comparire zé pronta.
Ti à ‘na pèca su la cosciensa:
la turbe la tò esistensa.
****
Magàri!
Esclamazione di desiderio (Dio volesse!)
ereditata dalla Magna Grecia:
dal gr. makárie, vocativo di makàrios (beato, felice)
-La speranza supporta questa esclamazione,
la smania di pervenire ad una conclusione.
Magàri godessi della felicità tanto agognata!..
una gioia nell’infinito proiettata,
un desiderio di sfuggire ai malanni del tempo
per evitare ogni tormento.
-Introduce una concessione,
la più opportuna nell’occasione.
(Magari vegnirò, a costo de malarme!)
-Prospetta una probabilità,
una celata possibilità.
(Magari le gera tute falsità…)
-Assume il significato di anche, persino,
un’alternativa ad uno stato di declino.
(Fato èl malano … magari a negarà tuto
o a se impegnarà per riparare èl dano.)

******

Magnàre
dal lat. manducàre
rapportato alla radice greco-italica mad (liquefare, ammollire)
e al verbo madère (essere umido, umettare di saliva) - Corsen – Fick –
Potrebbe derivare anche dal franc. antico mangier (mod. manger) – Diz. Treccani - Garzanti
Una necessità alimentare,
quotidiana, basilare,
che, parcamente soddisfatta,
garantisce vita sana, beata.
Ma da tempo èl magnare
zé sinonimo de robare.
Él magna-magna s’à diffuso,
a se trasforme in frequente abuso:
ciàciare e fati no serve a gnènte,
ogni dì vien pescà qualche delinquente.

La polpa nassionale zé sta magnà!


Un òsso da rosegare zé restà.
Magnare la fògia
(capire una cosa al volo, intuire in anticipo,
evitando in questo modo un pericolo.)
Proposta di un vegetariáno
o desiderio di un vegáno*?
Com’è nata questa locuzione?
Tante le spiegazioni.
Le più convincenti vi racconto,…
poco aggiungo di supporto.
Omero narra che Ulisse, nella sua odissea,
per salvare se stesso e la ciúrma* achea,
una fòglia magica aveva mangiata,
dal dio Ermes procurata.
Il filugello, da intenditore delicato,
fòglie di gelso rosicchia da quando è nato.
I pastori l’erba del prato màsticano tra i denti
prima di far pascolare vari armenti.
Il vitello del latte s’accontenta
ma la mucca mangia erba succulenta.
Il contadino la crede assennata
e la cura nel corso dell’annata.
*Ciurma = da turma (turba) o dal greco kèleuma (grido, comando, ritmo di battuta per vogatori).
*Vegan = Donald Watson nel 1944 coniò il termine prendendo le prime tre lettere e le ultime due di vegetarian.
Derivati:

magnativo (mangereccio)
magnaura (nutrimento)
magnauro (mangiatoia)
magnaria (truffa, inganno)
*******

Magón
Stomaco, ventriglio del pollo; peso.
Nel dialetto veneto: accoramento.
Dal longobardo mago o magen –stomaco-
Una passione d’animo, un pesante fardello
che opprime stomaco e cervello.
Avere èl magón?
Per ‘na spiegasión çerta
bià risalire a Magone Barca,
morto nel viagio verso Cartagine,
descrito dal Petrarca in varie pagine*.
Al roman rimpianto zé sta associà
èl termine qua esaminà.
*Nel poema Africa.
Ma per il popolo un magóne
era effètto di cattiva digestióne.
Derivato: smagonare (liberare, lasciare)
****

Màlbia
Una esclamazione di meraviglia ormai desueta.
Nacque tra i pescatori dall’unione di
mal + bia
(male) (abbia – cong. pr. di avere)
Significava “Che ti colga il male!” Ma anche “Accidenti!”
Ora è sostituita dal più diretto e incisivo:
“Che te vegna un assidènte!”
o da “òstrega”
(moto di meraviglia – nel mollusco vi può essere una sorpresa-)
Qualche anziano ricorda questa litania:
“Che te vegna èl tifo, èl tanfo, la rogna, èl ganfo!”
(Imbriagón, astu fato èl pien co qualche fiasco?!
Màlbia, per puoco no ti me speroni;
buta la vela al lasco!
Col vento de traverso ti scantoni.)

****
Malestrèto
Ėl male zé ovunque spalesà,
pronto sempre a darte ‘na satà.
A vien in pàca*
e a va via co la fiàca.
Può èssere di poco conto,
superabile con qualche intervento.
Ma finisci tra le spine di un roveto
quando ti prende il malestrèto;
di rogne* un concentrato,…
si passa dal mèdico al curato.
*Pàcca = Forse metonimia (usare il nome della causa per quello dell'effetto)
di pacca ‘pezzo di lardo, natica’, in quanto colpo dato sulle parti molli.
*Rogna – da robígium (ruggine) o dal lat. volg. rō nea, class. arā nea ‘ragnatela’ .
***
Mainàre
ad + minàre
(abbassar le vele, la bandiera).
A fine cariera
vien mainà la bandiera.
In squero èl batèlo bandonà,…
èl pescaore del lavoro privà.
Assalio da la nostalgia,
a pense al mare che, quasi per magia,
cambie aspèto, zé vario,
mai scontà, sempre caparbio.
Dolore, odio, amore,
lota, fadiga, baticuore…
s’alternan in tute l’ore.
Non pì spàssi infiniti
ma angusti siti.
Su la riva, pensionato,
costreto a cambiar stato.
****
Malòcio
composto di màl(o) e occhio.
Nella credenza popolare,
influsso negativo, che porta danni e sventure,
attribuito al potere occulto di qualcuno (Diz. Garzanti)
L’ignorante è superstizioso,
il sapiente fa il misterioso:
...no si sa mai:
mèglio correre ai ripari per evitare guai!
Vi racconto un fatto capitato
che comprova quanto ho affermato.
In una Napoli, dove la tradizione aveva voce,
s’incontravano spesso la Serao* e Croce*:
discussioni filosofiche e letterarie
rendevan le serate interessanti, varie.
Una séra… un cameriere, trafelato,
intervenne con tono allarmato:
Professò, chillo* ci sta!.
L’innominabile è presente qua!
Hiiih!... fece Croce e si toccò.
La Serao, allarmata, replicò:
Professò, permetta che anch’io
mi premunisca,… ma a modo mio!
Verso il filosofo allungò la mano
che strofinò sul pantalone piano piano.
Un antidoto innocente,…
raccontato da chi era presente.
*Matilde Serao scrittrice e giornalista.
*Benedetto Croce, filosofo, politico, critico letterario e scrittore italiano – 1866-1952
*Riferito a un noto iettatore napoletano. (Da La Sette-Corriere della Sera.)
Anca in politica entre èl malòcio
che può deventare un grosso impicio.
Èl Berlusconi, per un tour elettorale,
aveva nolegià ‘na nave ne la zona portuale .
Ma qualcossa de misterioso
feva andare tuto storto, a ritroso.
Un’auto, che doveva èssar caregà,
in fondo a la stiva gèra preçipità .
Un onorevole, sbrissando, s’aveva róto un brasso;
a un marinero ghe gèra vegnuo un colasso.
Intanto èl cavaliere, in preda a la cagarela,
imprecheva contro la ièla*.
Solo co zé rivae casse de corneti,…
e le cabine gèra piene de amuleti,
pur paventando ‘na ieratica batòsta,
i s’à fidà a navegare sóto costa.
*Ièlla =deriva dal verbo 'iettare', 'gettare', ma che
si piega a descrivere il portare sfortuna, tirandola addosso
quasi fosse un fumo o una polvere funesta. ( Da unaparolaalgiorno)
*******

Malusare
viziare, coccolare, abituare male.
mal + usa,
quasi un abusare.
A volte malusare
zé ato spontaneo, elementare,
ma bià farlo co prudensa
evitando la costansa.
Mai un maluséto
avarà caratare perfeto!
Poco abituato a frontare le avversità,
spesso a se lamentarà.
Derivati:
malusao
Chéla mamoleta i se la maluse sera e metina.
Quella bimba è viziata in continuazione.
maluséto
Sto maluséto pianse per gnènte!... a se lamente de frequente.

*******
Mamalùco
Da mamlū k,
schiavo e quindi posseduto,
soldato poi divenuto.
Col termine viene indicato
chi à poca intelligenza
e a tutto s’è adattato
con alterna costanza.
Quale spiegazione
per una tale derisione?
La terminazione in “ucco”,
canzonatoria, porta a sciocco
e il “man” iniziale
dà colore ad una tonteria ancestrale.
Per evitare confusione
diventa opportuna una distinzione:
mammalucco indica lo sciocco,
mamelucco il soldato non allocco.
Sinonimo:

marmòto
dal lat. murem + montis
(topo di montagna noto per il letargo)
Per altri dal francese marmot (ragazzino mezzo addormentato).

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Màmaro
Etimo molto incerto.
Il termine è un idiotismo.*
Indica un imbroglione, un furfante, a volte un mezzano.
Azzardo una ricostruzione etimologica (mancano appigli certi):
potrebbe derivare da mamola
(dall’arabo mahmulah = persona sopportata, sofferta, compiacente),
o da mamao (sornione, ma poco fidato come un gatto)
oppure da mannàro (humanàrius = uomo lupo – figurativo: vorace).
*Idiotismo o idiomatismo= costruzione particolare dialettale dotata di particolare espressività.
L’idiozia non c’entra: molti di questi termini sono nell’uso della lingua italiana.

Èl màmaro, se sa,
agisse ne l’oscurità.
A lusinghe co sento caresse,
falsamente a blandisse;
a mete in campo la sò abilità…
ma spesso a dà ‘na busarà.
Ne i afari a se intromete,…
a fa perfin èl rufián;
tuto a promete
e a la fine gnènte a respete.
Una sua proposta
proferita con fàccia tosta:

armemose e partì*!
La si ripete ancór oggi per ironizzare
su chi espone gli altri a rischiare:
evitando disagi e pericoli,
si occupa solo degli oboli*.
*Questa battuta fu messa in voga da Lorenzo Stecchetti (pseudonimo di Olindo Guerrini) nel 1895, al tempo della prima impresa abissina. (da Larapedia)
*L’obolo era una piccola moneta greca.
Sinonimi:

gasabin
factotum effervescente e… imprevedibile come èl garbin.

licaisso
da lipiare (infastidire, imbrogliare)

mèco
con + me
(ganzo, persona con cui si intrattiene una illecita relazione.)
Connesso:

saltrón
dal ted. schelm-trumm – pezzo di furfante.
Con maggior probabilità da gialdrone (lanzichenecco),
ricavato da géldra = truppa di soldati a piedi.
Cialtrone è chi, davanti alle regole sociali del decoro,
si presenta menefreghista e pigro nel lavoro.

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Máncolo
Bitta di prua o di poppa nelle barche a ponte.
Dal lat. mancus = monco (man calà, brasso calao)
Èl máncolo serve in varie ocasión:
per ormesare, per ligare le scòte, per sostegnire èl timón.
L’à ‘na testa larga e dura
per impedire a la gomena de saltar fuora.
(Suca da máncolo! - testa dura)
(Liga la scota al máncolo! )

********

Mànega
mànus + ica (indica appartenenza).
Una volta manipoli di soldati
ai lati degli squadróni erano schierati:
Gli interventi?…
aggressivi o difensivi secondo i momenti.
*
Ancúo ‘na manegada de birboni
rompe, devaste tra mile proteste.
Nel loro DNA
qualche barbara pulsión zé restà.

Un altro pèro de màneghe,


un cambiamento mascherato
che poco frutto ha dato.
A volte il risultato,
diverso e inaspettato,
viene da molti criticato.
Nel Medioevo, raccontano le cronache mondane,
i sarti assecondavano varie brame.
I vestiti venivano abbelliti, questa la novità,
usando màniche mobili in continuità.
Trame e fogge erano sempre quélle,
càmbiavano solo le màneghele.

Èssar de mànega larga


conduce ad una generosità attuata,
ad una premiazione attesa o inaspettata.
Nei tornei una dama premiava il vincitore
regalandogli una mànica con tuto il suo splendore*.
Nel tempo, per corruzione popolare,
la larga mànica in mància s’è trasformàta,
un riconoscimento particolare
per chi non perde tempo durante la giornata.
*Nel Medioevo le maniche delle dame venivano abbellite con gioielli.
****

Manera
mannàia e mannàra
Dal lat. manuària (scure a due mani):
deriva da mànus.
Nel tempo vi è stata esclusione di alcune vocali.
Tutti si lamentano:
le spese di ogni Ente lievitano continuamente.
Con la manera si dovrebbero tagliare:
creano voragini che non si possono colmare.
Un debito imponente
grava sulla gente.
Ma tutto resta inalterato
col beneplacito dello Stato.
****
Manéssa
Maníglia.
Da manicula, diminutivo di manica,
che porta a mànus.

Con i suoi usi più svariati


quanti interventi attuati!
Su armadi, porte, finestre,
su ogni battente è presente.
Ben quattro facilitano il trasporto
della cassa da morto.
E che dire delle maniglie dell’amore
che accelerano i battiti del cuore?
Lode, dunque, a questa leva discreta
così tanto necessaria e usata.
*
La manéssa ò piegà
e la porta s’à spalancà.
Cavei a cresta de papagalo,
anèlo al naso,
recini in quantità,
èl resto tatuà;
‘na caena sul pèto,
sul bonigolo un lucheto.
‘Na sistemassión adeguata
per un conçèrto metal-rock attuata.
Per far rinvegnire sò mare…
ò avuo un gran daffare.
Collegato:

manovèla o masiola
Dal lat. manúbrium che porta alla forma secondaria di manibélla.
Altri propendono per manu-levàre (alzare con la mano)
Lo Zambaldi lo crede diminutivo di manòvra (opera di mano).
Ricostruisco i possibili mutamenti nel tempo:
manubrium > manubellum > manibula > manibélla > manovela
****
Manfrìna
Un’esagerazione, una storia inutile e noiosa.
man’frina = monferrina*
*La monferrina era un'antica danza popolare del Monferrato diffusa
nell'Italia del Nord con appellativi diversi: manfrina, manfrone.
La parola, nata in terra piemontese,
è diffusa in tutto il bel paese:
era una danza dai vignaioli inventata,
un antidoto alla fatica accumulata,
un cadenzato, lamentoso inganno
usato per attenuar l’affanno.
La manfrina
racchiude una storia inutile e noiosa,
sciorinata come scusa;
ma il modo di fare attuato
non passa inosservato,
anzi, viene aspramente criticato.
*****
Manín
Dal lat. moníle,
divenuto in Veneto manin.
‘Na colana a pì fili,
un tipico monile venessian,
‘na caena d’oro che èl còlo orneva
o al pólso se porteva.
Un ornamento per le dòne ciosòte
che per ste zògie deventeva mate.
Piena de manini la Gigia sóto i porteghi stà…
la pare un albero de Nadale anticipà.

Collegati:

giòlgia (gioiello)
dal francese antico joel, che è il lat. iocalis,
agg. di iocus (gioco) (Diz. Treccani)

casca in pèto
gioiello appeso a una catenina o ad un nastro;
abbelliva il décolleté.
‘Na zògia pressiosa
che vegniva donà a la sposa.

récin
orecchino
da orícula, dimin. di àuris – orecchio = rècia nel nostro dialetto.

pendènte
orecchino
da péndere (pesare ma anche ciondolare, oscillare)

agnus
portafotografia d’oro o d’argento appeso al collo
con l’immagine di un caro defunto,
l’agnello salito al cielo.
A volte conteneva una reliquia benedetta,
l’angiusdèlo.
gìgaro
monile di poco valore.
Da gígarum,
pianta erbacea velenosa.
Termine di origine gallica. (Diz. Zingarelli)

****
Mante
Corda che sostiene la vela.
Dalla locuzione latina manu tenere,
‘tenere con la mano’
Ghe vuò còrda bòna per èl mante
se no, in un istante,
la se snombole e l’antenela
pícole su la batèla.
******

Maraman
Maramaldo, meridionale o maremmano.
L’esempio di antonomasia
(dal nome di F. Maramaldo)
porta a
uomo infido, fallace, inaffidabile.
Ma gh’è sempre l’ecessión:
se trove, a volte, qualche maraman bòn.
La cantina del Maraman* dai pescaori gèra frequentà:
un oste foresto, meridionale,
ancór ògi recordà:
da élo se beveva un bòn bocàle*.
Èl Manduria scóreva
e… Viva San Marco se canteva.
*In calle Caneva vi era la cantina dei fratelli Marasciuolo di Trani,
chiamati Maramani, cioè meridionali. (da Le cale de Ciósa di A. Moscheni)
*Boccale = dal lat. baucàlis – vaso –

*******

Marangon
In turco, il falegname si designava con
marangoz
Forse ciò era dovuto alla presenza di maestranze veneziane,
particolarmente apprezzate per la loro maestria,
che si erano spostate da quelle parti ai tempi della Serenissima.

Ma il sostantivo ha anche
origine locale:
marangon (smergus- smergo) è un uccello che pesca sott’acqua.
(frequenta laguna e canali)
Per similitudine,
marangon
era detto l’operaio che si tuffava
per eseguire piccole riparazioni sulla carena dei natanti.
Come uno smergo sótt’acqua andava,…
la carena fessurata riparava.
Adèsso tuto zé cambià!
Scafi in fèro o plastica richiedon niove abilità.
*
Col passaggio dalla cantieristica all’edilizia,
il termine si trasformò in
falegname
( fa col legname)
Sieghe, piagne, martei,
raspe e tanti scarpei,
trapani, ciodetti,
lime, manère, morsetti,…
co man esperta usai
cree mile oggèti apressai.
Ingegno e fantasia
se fonde ne l’armonia.
***

Marangona
La Marangona è la campana più grande del campanile di San Marco a Venezia,
l’unica delle 5 campane ad essersi salvata dal crollo del 1902.
Annunciava inizio e fine dell’orario di lavoro dei marangoni,
cioè dei carpentieri dell’Arsenale, e – per estensione – di tutti i lavoratori.
A Chioggia, la campana maggiore, è detta Leona.

******

Maràntega
Deriva da mara,
antico tedesco (longobardo) =
incubo
(Nel buddismo, Mara è il demone che spaventava Buddha).
unito ad antola (veneziano obsoleto = incubo).
Vi è la sovrapposizione di due termini con identico significato.
Per estensione viene così indicata una vecchia befana.
Nel Veneto sono molto usati:
carampàna*,
una specie di befana
che si prostituiva durante la giornata
conducendo una vita spericolata.
Nella casa dei Carampani era situato
un ritrovo a luci rosse molto frequentato.
Attraverso il ponte delle Tette* vi si arrivava
e tra i clienti l’allegria non mancava.
La segnaletica ancor visibile, presente,
conduce a questo luogo sconveniente.

*Termine ricavato dalla decrepita casa dei Rampani (cà Rampana).


Si trovava ai confini dei sestieri di San Polo e Santa Croce dove vi era il quartiere a luci rosse a cui si arrivava dal ponte delle
Tette, così chiamato perché le prostitute, per attirare i clienti, mettevano in mostra i loro floridi seni.
*Sestière= da sextàrius, ciascuna delle sei parti in cui era divisa Venezia.

*
megèra
mejo + jera
(era meglio da giovane)

Brontolona,
imbefanà,
un incubo de dòna
sempre spetenà.
‘Na vècia maràntega per èl màrio
che pense stupio:
Co l’ò maridà… o gèro imbriago
o del tuto orbà…
‘na simil carampàna zé ‘na rarità!
*
Il termine maràntega si applica pure al temporale:
Vien su ‘na maràntega co lampi e tóni. Speremo che no la causa dani.

*******

Marcantònio
dal nome di Marco Antonio,
triunviro dell’antica Roma (82 a. C. - 30 a. C.)
Do in uno,
gnànca i fusse un bèn de consumo!
Èl Marco col Toni fusi in un zigante,…
‘na montagna de muscoli imponente.
Ma la natura, a volte,
da malandrina se comporte:
a tanta fòrsa…
se contrapone scarsa logica risorsa.

****
Marchéta
dal germanico marka (segno) – diz. Garzanti
Per ogni àto de meretricio
la prostituta aveva un beneficio:
un gèton ghe vegniva dà
per èl “lavoro” espletà.
A fine zornata, le marchéte muciae
determineva le palanche guadagnae.

Nel casín abituale la marchéta zé risorta,


per tanti la zé rioda de scorta:
pur sensa fadegare,
bòni proventi la fa rivare.
Marchéte vien distribuie in quantità:
in premio de produssión le s’à trasformà.
Rufian, assenteista, pelandrón?
ti à sempre deríto e rasón!
*****
Mariègola
Il nome deriva dal lat. matricula (dimin. di matrix)
Era una raccolta di leggi sistematiche di alcune Corporazioni di arti ed anche di luoghi pii,
dunque statuti di confraternite religiose o associazioni e corporazioni laiche. (Wikipedia)
Più semplicemente,
può essere nato dalla corruzione delle parole
madre + regola
(nel Veneto = mare)
Un tempo ogni corporasión ‘na mariegola aveva,
un regolamento de le varie atività
che i periodi lavorativi prevedeva;
perfin èl Santo patrono gèra contemplà.
In miniatura, ‘na specie de sindacato
che defendeva èl lavoro efètuato.
*Corporazione = dal lat. corporativus (che forma corpo),
nata per difendere i diritti di categoria.

*****
Maròca
Truffa, inganno, marachella
Dalla radice mar
che diventa marran nell’antico tedesco (longobardo)
(impedire, vessare, guastare)
Fare maròca al ziògo.
In qualche votassion maròca ghe zé sta!
Tuti ben lo sa.

Un imprenditore teme la maròca!


La stampa no ghe zé amica.
A se dimene, a fa i scongiuri de le strighe
ma… a naveghe tra mile bèghe.
****
Maròta
Connubio tra mar e rotta
Specie di burchiello fessurato,
un tempo per il trasporto delle anguille usato.
A Chioggia viene chiamato

burcélo*
(dal longobardo burci, recipiente per mantenere vivi i pesci)
(Sepoline da burcélo= prive di sabbia perché mantenute vive nel burcélo)

Nel burcélo gò e bisati: guadagni assicurati!


La zé ‘na barcheta sbusà
dove èl pésse vivo vien conservà.
Questo consente al pescaore
de pescare in laguna per tante ore.
*Burcélo non va confuso con burcèla,
rozza barchetta usata dai carpentieri per raggiungere gli squeri.
******

Marsion
Un ghiozzetto lagunare,…
un minuscolo, strano esemplare
che tra l’alga ama stare.
Fa parte della minutaglia*
un tempo presente su ogni tovaglia.
Schile* e marsioni? Boni bocóni!
A piron pien i vien magnai,
e co un goto de vin batisai.
Co la polentina…
i spopole in cusina.
Il termine è alquanto strano,
l’etimo un vero arcano.
La presenza di un sassolino
nella testa del pesciolino
innesca una congettura…
ma resta aperta altra lettura.
Il cogolante lo considera marzócco*,
poco reattivo, un vero allocco.
marsóco > marsion
L’idiomatismo, si sa,
fiorisce su un aspetto della realtà.

*Marzócco – il leone fiorentino che posa la zampa sullo scudo gigliato.


Marzocchi erano pure chiamati i soldati della Repubblica fiorentina. A Chioggia, con tale nomignolo viene indicata una persona stolta, sciocca.
*Menuàgia = pesci e crostacei di piccola taglia.
*Schila (Cancer squilla – Linneo)
*****
Marsòcola
stampella, gruccia.
Dal lat. sòccus
(dimin. di sòculus, rozzo calzare degli antichi Romani)
preceduto dalla radice fonetica mar (scintillante, splendente)
o da marzoc (grande, grosso).
Speransa e fantasia?
stavolta le travaliche la poesia!
Le zé marsòcole fornie da la Providensa*
a la povera zènte, armà de santa passiènsa,
in sti tempi tristi
pieni de livori e contrasti.
*Provvidenza - dal lat. providentĭa(m) ‘previsione, prudenza’, poi ‘provvidenza divina’. (Diz. Garzanti)

*****
Marzòco
Il termine ha origine da Marte.
In Firense l’Arno gèra tracimà:
‘na vera calamità.
Travolta la statua de Marte, dio guerriero,
la zé sta sostituia dal marzòco fiero,
lión rampante, emblema fiorentín,
che alóra vegèva sul toscan destín.
Così è indicato il leone fiorentino alato
che tiene la zampa sullo scudo gigliato.
Marzocchi eran chiamati
i soldati fiorentini nelle parate allineati.
Ma i Veneti, co’ malcelà ironia,
ciame marzóco ogni persona insemenia.
I ricorde che:
Se èl veneto lión alse la cóa,
tuti i altri sbasse la sóa.
Sinonimi:

taneco
(persona stupida, tonta).
Termine importato dalla Dalmazia.
In origine indicava la brazzera dalmata (simile al nostro trabaccolo),