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Francesca Poggi

‘Obbligatorio’ implica ‘permesso’ *

0. ‘Obbligatorio’ implica ‘Permesso’: possibili interpretazioni

Il principio P0 ‘Obbligatorio implica permesso’ può essere riferito sia a norme


(P1) sia a proposizioni normative (P2).
‘Obbligatorio che p’, ‘Permesso che p’ sono, infatti, enunciati in termini
deontici, i quali, com’è noto, soffrono di una caratteristica ambiguità. In
particolare, gli enunciati in forma deontica sono ambigui perché possono essere
usati sia, prescrittivamente, per porre norme, sia, descrittivamente, per parlare di
norme, per esprimere proposizioni concernenti norme 1.
Così l’enunciato (a) ‘Obbligatorio che p’ può essere usato 1) prescrittivamen-
te (ad esempio da un legislatore), per porre, esprimere la norma Op 2, oppure 2)
descrittivamente, come enunciato metalinguistico, per esprime una proposizione
(vera o falsa) concernente la norma Op (ad esempio il fatto che tale norma esista,
sia stata emanata) 3.
L’ambiguità degli enunciati deontici si riflette sul principio P 0 dando luogo a
due possibili interpretazioni di esso.
Se riferito a norme il principio P1 significa che la norma Op implica la norma
Pp.
La nozione di ‘norma’ è estremamente controversa. In questa sede adotterò
una definizione (ampia) secondo cui ‘norma’ designa il significato di un’enuncia-
zione prescrittiva. È tesi diffusa che le norme, a differenza delle proposizioni,
non siano né vere né false. È altresì diffusa la distinzione tra norme ed enunciati

* Una prima versione di questo articolo fu presentata nel corso di un seminario presso
l’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona: desidero ringraziare tutti i partecipanti alla
discussione, per i consigli e le attente critiche. Un ringraziamento speciale va poi a
Riccardo Guastini, Daniel Mendonça e José Juan Moreso per la pazienza con cui hanno
discusso il presente lavoro.
1 Sul tema cfr., ad esempio, Guastini 1987a.
2 Data l’ambiguità di enunciati come ‘Obbligatorio (Permesso, Vietato) che p’
adotterò la convenzione di indicare con Op (Pp, Vp) e con Op (Pp, Vp) rispettivamente la
norma e la proposizione idonee ad essere espresse da tale enunciato.
3 Qualora venga usato nel significato 2 l’enunciato (a) presenta una forma ellittica.
Analisi e diritto 2000, a cura di P. Comanducci e R.
Guastini
2

(normativi), dove per ‘enunciato’ si intende qualsiasi espressione in lingua di for-


ma grammaticalmente compiuta 4.
Se riferito a proposizioni normative il principio P 2 significa che la
proposizione Op implica la proposizione Pp, ossia che non si dà il caso che Op
sia vera e Pp falsa.
Una proposizione normativa è una proposizione (metalinguistica) vera o falsa
che verte su una norma. Ovviamente sono molte le affermazioni (vere o false)
che possono farsi riguardo a norme. È diffusa, ad esempio, la tesi secondo cui le
proposizioni normative avrebbero ad oggetto l’esistenza o la validità di norme.
La proposizione normativa Op sarebbe allora traducibile con ‘Esiste o è valida la
norma Op (in un ordinamento/sistema da specificarsi)’. Tale proposizione
sarebbe vera quando esiste o è valida la norma Op, falsa nel caso contrario.
Ma quando, a quali condizioni, può dirsi che una norma esista o che sia valida?
La nozione di ‘esistenza di norme’ non è affatto pacifica 5. Né è pacifica la
nozione di ‘validità di norme’.
Non è questa la sede per affrontare tale delicata problematica. Mi limiterò ad
analizzare le seguenti proposizioni normative.
1. Proposizioni sull’esistenza fattuale. In un senso che chiamerò ‘fattuale’ una
norma esiste se, e solo se, è stata formulata, enunciata. Chi adotta tale accezione
di esistenza è incline a pensare che le norme siano entità dipendenti dal (dall’uso
del) linguaggio. Se riferito all’esistenza fattuale il principio P 2 significa che se è
vera la proposizione ‘È stata enunciata la norma Op’, allora è vera la
proposizione ‘È stata enunciata la norma Pp’, che non si dà il caso che la prima
proposizione sia vera e la seconda falsa. Questa nozione di esistenza non pare,
però, adeguata alle norme giuridiche 6.

4 Credo che sia necessario distinguere tra norma ed enunciato (normativo) qualora si
condivida l’opinione secondo cui esistono enunciati normativi, specie giuridici, idonei ad
esprimere, ad essere interpretati come esprimenti, disgiuntamente almeno due norme.
Analogamente pare necessario distinguere tra proposizione ed enunciato qualora si ritenga
che esistano enunciati ambigui, idonei ad esprimere disgiuntamente due o più proposizioni.
5 Caracciolo 1996 ha mostrato come i disaccordi circa le condizioni di esistenza di
norme dipendano, in parte, dai disaccordi sulla nozione di ‘norma’.
6 D’altra parte l’esistenza fattuale sembra coincidere con la nozione di esistenza come
promulgación presentata da Alchourrón/Bulygin 1979 e Alchourrón/Bulygin 1989 come
la nozione di esistenza confacente alla c. d. norma-prescripción. La promulgación è
intesa, alla maniera di von Wright 1963, come la “realización del acto de dictar la norma”.
Detto di passaggio, tale nozione non sembra appropriata per le norme giuridiche in
quanto se è vero che (Alchourrón/Bulygin 1979 p. 42:) “nadie se tomaría el trabajo de
lograr la anulación de una ley inexistente”, cioè non promulgata, è altrettanto vero che
nessuno si prenderebbe il disturbo di annullare una legge promulgata da me. In ogni caso,
in Alchourrón/Bulygin 1979 il concetto di esistenza come promulgazione svolge un ruolo
fondamentale nel definire altre nozioni di esistenza: l’esistenza come validità e l’esistenza
come appartenenza (cfr., op. ult. cit., p. 73 ss.). In Alchourrón/Bulygin 1989, invece, si
3

2. Proposizioni sull’efficacia di norme. Un comando è efficace se è


adempiuto, un divieto se è osservato. L’efficacia è chiaramente una questione di
grado. Inoltre, come vedremo (1.1.3.2) per le norme permissive non si può
parlare propriamente di efficacia. In ogni caso, a livello di prima
approssimazione, P2 significa che se è vera la proposizione ‘La norma Op è
efficace’ allora è vera la proposizione ‘La norma Pp è efficace’.
3. Proposizioni sulla validità formale di norme. Una norma è formalmente
valida in un ordinamento normativo On quando è stata prodotta in conformità
alle metanorme che in quell’ordinamento ne regolano la produzione. In
particolare una norma può dirsi valida in senso formale in On se è stata prodotta
da un’autorità competente secondo le procedure prescritte (da altre norme di
quell’ordinamento). È dubbio che la validità formale così definita si predichi di
norme e non, piuttosto, di atti normativi. Guastini (1996) 7 sottolinea, ad esempio,
come i vizi di incompetenza assoluta, derivanti dalla violazione di norme che
conferiscono una competenza, ed i vizi di forma, derivanti dalla violazione di
norme procedurali sull’esercizio della competenza normativa conferita,
colpiscano non singole norme, bensì l’atto normativo e pertanto l’intera fonte
viziata. Più in generale, qualora si ravvisi l’opportunità di distinguere tra
enunciati e norme, deve ammettersi che ciò che è oggetto di approvazione
assembleare, promulgazione e pubblicazione nei nostri ordinamenti giuridici
sono non norme, ma enunciati normativi, spesso idonei ad essere interpretati
come esprimenti due o più norme 8. Pertanto, propongo di interpretare P 2 nel
senso che se è vera la proposizione ‘L’enunciato normativo Op E (interpretabile
come esprimente la norma Op) è formalmente valido’ allora è vera la
proposizione ‘L’enunciato normativo PpE (interpretabile come esprimente la
norma Pp) è formalmente valido’ 9.
4. Proposizioni sulla validità materiale di norme. Una norma è materialmente
valida in un ordinamento On quando il suo contenuto non è incompatibile con
altre norme di On ad essa gerarchicamente superiori. Se riferito a proposizioni
sostiene che la promulgazione “puede consistir en el simple acto de emitir o prescribir
ciertas palabras, pero también puede ser el resultado de un proceso complejo, en el cual
está involucrada la actividad de muchas personas, como sucede, por ejemplo, con la
sanción de una ley por el parlamento” (op. ult. cit., p. 75). Ciò suggerisce che la
promulgazione di norme giuridiche non consista in un atto bruto, quale la semplice
enunciazione, bensì in un atto istituzionale, o, meglio, in una sequenza di atti istituzionali
(governati da norme giuridiche costitutive). Infine, si osservi come in Alchourrón/Bulygin
1981, che pure si riferisce alla norma-prescripción, il riferimento a ‘Rex’, monarca
assoluto, lasci in qualche modo presumere una diversa nozione di esistenza.
7 Cfr. Guastini 1996, pp. 278-280.
8 Sul tema cfr., ad esempio, Tarello 1980.
9 Per chi non accolga la distinzione tra enunciati e norme la modifica dovrebbe essere
completamente indolore, dal momento che ad ogni enunciato corrisponde una e una sola
norma.
4

sulla validità materiale P2 dovrebbe essere riformulato nel senso che se è vera la
proposizione ‘La norma Op è materialmente valida’ allora è vera la proposizione
‘La norma Pp è materialmente valida’. Stabilire la validità materiale di una
norma è questione di interpretazione. Occorre, infatti, interpretare non solo
l’enunciato esprimente la norma della cui validità materiale si discute, ma anche
gli enunciati, appartenenti ad una fonte gerarchicamente superiore, che
esprimono le norme assunte quale parametro di validità materiale. In ogni caso,
dal momento che qui ci occupiamo di norme, ossia di enunciati (già) interpretati
come aventi un determinato significato e non altri, credo tale problematica possa
essere tralasciata.
5. Proposizioni sulla validità in senso pieno. Definiamo valida in un
ordinamento giuridico On una norma prodotta in modo conforme a tutte le
metanorme sulla produzione giuridica di On ed il cui contenuto non sia
incompatibile con altre norme di On ad essa gerarchicamente superiori. Una
norma è valida in senso pieno quando è sia formalmente valida sia materialmente
valida. L’affermazione ‘La norma n è valida in senso pieno’ è, quindi,
equivalente all’affermazione ‘L’enunciato nE, interpretabile come esprimente la
norma n, è formalmente valido e la norma n è materialmente valida’. Alle
proposizioni sulla validità in senso pieno potranno essere estese le considerazioni
svolte a proposito delle proposizioni sulla validità formale e sulla validità
materiale.
6. Proposizioni sull’esistenza giuridica. Una norma esiste giuridicamente in
un ordinamento On, ma non è valida in tale ordinamento, quando (a) è una
norma suprema di quell’ordinamento, o (b) è stata prodotta (rectius è espressa da
un enunciato prodotto) in modo conforme solo ad alcune metanorme sulla
produzione giuridica, o (c) è stata prodotta (rectius è espressa da un enunciato
prodotto) in conformità a tutte le metanorme sulla produzione giuridica, ma non
è compatibile con altre norme di On ad essa gerarchicamente superiori.
Certamente la conformità ad alcune norme procedurali è condizione necessaria
di esistenza (per le norme non supreme). Tuttavia condivido l’opinione 10 secondo
cui non sarebbe possibile dire con esattezza quali e quante norme procedurali
debbano essere osservate perché l’enunciato giuridico (o, meglio, la fonte
normativa contenente l’enunciato) possa dirsi esistente. Le proposizioni
sull’esistenza giuridica di norme non saranno oggetto di indagine nel presente
scritto (ad esse, comunque, potrebbero essere estese, almeno in parte, le
considerazioni che verranno svolte a proposito della validità formale).

1. Il principio P1

Se riferito a norme il principio ‘Obbligatorio implica permesso’ pone un


primo immediato problema: in che senso di ‘implica’ la norma Op implica la

10 Cfr., ad esempio, Guastini 1996, p. 256.


5

norma Pp? E, più in generale, in che senso di ‘implica’ una norma ne implica
un’altra?
La nozione di implicazione è tradizionalmente definita in termini vero –
funzionali.
La proposizione composta ‘p q’ significa che non si può dare il caso che
l’antecedente (p) sia vera e la conseguente (q) falsa. Tale proposizione è falsa so-
lo nel caso in cui sia vera ‘p & ~q’, ossia nel caso in cui la protasi sia vera e l’a -
podosi falsa 11.
Se si conviene che le norme non siano né vere né false, è necessario quindi
ridefinire la nozione di ‘implicazione’. Per far ciò occorre preliminarmente
domandarsi se e su quali basi la logica si applichi a norme.
La tesi secondo cui vi sarebbero relazioni logiche tra norme è condivisa da
molti filosofi, benché vi siano notevoli contrasti circa il fondamento di tale tesi.
A titolo meramente esemplificativo si possono ricordare i seguenti tentativi di
fondazione e di costruzione di una logica delle norme (d’ora in poi ‘logica
normativa’).
1. Logica normativa come logica di proposizioni normative, che si assume
riflettano le relazioni logiche esistenti tra norme (Kelsen 1960, von Wright
1963).
2. Logica normativa come logica fondata, anziché sui valori vero/falso, sulla
coppia valido/invalido (Schreiber 1962, Ross 1968, Kalinowski 1972);
3. Logica fondata sull’idea di un legislatore razionale (von Wright 1983);
4. Logica del contenuto proposizionale o referenziale minimo che si assume
incorporato nelle norme (Jørgensen 1937, Hare 1951, Scarpelli 1959);
5. Logica fondata, anziché sui valori vero/falso, sulla coppia efficace/inef-
ficace (Hofstadter/McKinsey 1939, Von Wright 1991).
I tentavi di fondazione di cui ai numeri 3, 4 e 5 non rappresentano delle vere
e proprie alternative, bensì si presentano spesso uniti all’interno delle varie
teorie; sicché possono designarsi congiuntamente con la locuzione ‘logica del
soddisfacimento’ 12.

11 A rigore l’utilizzo della formula ‘p q’ per la proposizione ‘p implica q’, benché


diffuso, appare criticabile in quanto non riesce a dar conto della differenza tra
implicazione e condizionale. Con il condizionale () si indicano le condizioni alle quale la
proposizione può valere o non valere, l’implicazione, invece, è la validità del
condizionale, significa che il condizionale vale, che è falso ‘p & ~q’. Sul punto cfr., ad
esempio, Quine 1950, cap. 7. Inoltre la relazione di implicazione, sebbene possa essere
usata per fondare un’inferenza, non si identifica con quest’ultima. “That which in the
relation of implication is put forward merely hypothetically, is in the act of inference
asserted categorically” (von Wright 1957, p. 167).
12 Diversa dalla logica del soddisfacimento è la c. d. ‘logic of
satifactoriness’elaborata da Kenny, la quale non sarà oggetto di analisi in questo lavoro.
Le regole di tale logica normativa sono costruite come immagini rovesciate delle regole
della logica proposizionale. Così, se nella logica proposizionale classica una premessa
6

Nel presente scritto considererò esclusivamente l’esplicazione di P 1 fornita


nell’ambito di tale logica. Anzitutto caratterizzerò brevemente la logica del
soddisfacimento (1.1); quindi presenterò un’illustrazione di P 1 fornita
nell’ambito di essa (1.1.1); infine cercherò di interpretare tale illustrazione alla
luce di una distinzione, formulata da Conte, che verrà introdotta al numero 1.1.2.

1.1. La logica del soddisfacimento

In generale, nella logica del soddisfacimento alla coppia dicotomica vero/fal-


so si sostituisce quella efficace/inefficace, soddisfatto/insoddisfatto, adempiuto/
violato.
La logica dell’elemento descrittivo minimo interviene a dettare le condizioni
alle quali una norma può dirsi efficace, soddisfatta. Una norma è efficace,
soddisfatta, quando è vera la proposizione corrispondente, quando si dà lo stato
di cose prescritto dalla norma 13.
Ad esempio la norma ‘Tutti i ladri devono essere puniti’ è efficace se, e solo
se, è vera la proposizione ‘Tutti i ladri sono puniti’ 14.
In base a tale logica, due norme sono contraddittorie quando non possono
essere entrambe efficaci, quando non possono essere obbedite entrambe: ossia
quando le proposizioni ad esse corrispondenti non possono essere entrambe vere.
Ad esempio le norme ‘Tutti i ladri devono essere puniti’ e ‘Non tutti i ladri
devono essere puniti’ sono contraddittorie in quanto non possono essere entram-
be vere (né entrambe false) le proposizioni ‘Tutti i ladri sono puniti’ e ‘Non tutti i
ladri sono puniti’.
Ovviamente le ragioni per cui di fatto una norma non è efficace possono
essere molte.
La logica del soddisfacimento prende, però, in considerazione solo l’astratta
possibilità (logica) di efficacia: una norma non può essere efficace quando il suo
contenuto è logicamente contraddittorio e, quindi, empiricamente impossibile,
ossia quando prescrive azioni contraddittorie 15.

implica una certa conclusione, per avere una valida inferenza normativa dobbiamo
convertire ciascuna proposizione al modo imperativo ed invertire il loro ordine, ossia far
diventare la premessa conclusione e viceversa. Tale logica riesce a superare il c. d.
paradosso di Ross, ma ne crea moltissimi altri. Per una critica cfr. Ross 1968, pp. 176-
177, e Hare 1971b, pp. 64 e ss.
13 Purché si tratti appunto dello stesso stato di cose. Cfr. Tarello 1974, pp. 329 e ss.
Ricordo che ci stiamo occupando di norme, cioè di enunciati normativi già interpretati ed
interpretati come esprimenti una certa norma – e non altre.
14 Hare 1971b, p. 62-63: “Strictly speaking, the indicative which corresponds to an
imperative (i.e. which differs from it only in mood) is in the future tense, since the
imperatives themselves are future (the commands which they express are intended to be
obeyed after their utterance)”.
7

Quanto alle norme dal contenuto tautologico, la maggior parte degli autori
ritiene non che tali norme, qualora esistano, siano sempre efficaci, bensì che si
tratti di espressioni carenti di significato (mal formulate), “porque tales
expresiones no prescriben (no ordinan ni permiten) ningún estado de cosas” 16.
È forse importante sottolineare come, in base alla logica del soddisfacimento,
che due norme siano contraddittorie non significa che tali norme non esistano o
non possano esistere (i. e. essere state emanate) entrambe, ma significa, invece,
che comandarle entrambe è irrazionale, in quanto non possono essere entrambe
efficaci.
La possibilità di essere efficace è, quindi, assunta quale criterio di razionalità
normativa.
Peraltro le strategie argomentative volte a giustificare tale assunzione
divergono a seconda che si ponga l’accento sulla razionalità della volontà che
comanda 17 ovvero sulla razionalità di ciò che è comandato 18.
Secondo la prima prospettiva due norme che non possono essere entrambe
efficaci manifestano una volontà irrazionale e sono perciò contraddittorie. Il
legislatore “may be said normally to want or desire, to “will”, that what he has
enjoined should without exception be the case. He wants the norms to be
satisfied. If for some reason or other it would impossible that the obligatory
states always (in the history of norm) obtain, we might say that his wish (will) is
not “rational”, since it cannot be fulfilled”. 19
Se qualcuno ordina qualcosa normalmente egli vuole che questo qualcosa sia
(sia fatto). Emettere due ordini che non possono essere (contemporaneamente)
eseguiti, significa volere cose contraddittorie (ad esempio volere che sia vera la
proposizione che tutti i ladri sono puniti e volere che sia vera la proposizione che
non tutti i ladri sono puniti): ciò, secondo standard diffusi, è valutato irrazionale.
In base alla seconda prospettiva, due norme che non possono essere entrambe
efficaci sono contraddittorie semplicemente perché le azioni da esse prescritte
non possono essere (contemporaneamente) adempiute: le due norme

15 Spesso, però, una norma è considerata inefficace anche quando il suo contenuto,
benché non logicamente contraddittorio, è empiricamente impossibile o necessario. Cfr.,
ad esempio, von Wright 1991, p. 269.
16 Alchourrón/Bulygin 1989, p. 86. Gli autori aggiungono però che il rifiuto di tali
norme darebbe luogo ad un calcolo molto complicato e per questa ragione ritengono
preferibile considerare le norme dal contenuto tautologico come espressioni ben formate
(o come assiomi). Nello stesso anche Alchourrón 1972, p. 59. Sul punto cfr. anche, ad es.,
von Wright 1963, pp. 152 ss., e von Wright 1991, p. 270.
17 Cfr., ad esempio, von Wright 1963 e 1983.
18 Cfr., ad esempio, Alchourrón/Bulygin 1989.
19 von Wright 1983, p. 139. In von Wright 1963 la coerenza delle norme è assunta
quale criterio di esistenza: per un’acuta critica a questa posizione, cfr. Alchourrón/Bulygin
1989, pp. 79 ss.
8

congiuntamente prescrivono uno stato di cose che non è realizzabile e, quindi, i


destinatari di tali norme non possono adempierle entrambe.
Ovviamente, le due prospettive considerate sono molto simili, spesso sono
adottate congiuntamente 20 e conducono al medesimo risultato: la
configurazione della logica normativa come logica di una legislazione
razionale.
La volontà è irrazionale quando vengono emanate due norme incompatibili,
quando l’autorità prescrive due azioni che non possono essere eseguite entrambe.
Gli standards di razionalità nell’emanare norme sono posti (selezionati) in base
alla possibilità o all’impossibilità che i contenuti normativi siano congiuntamente
veri, che le norme siano congiuntamente efficaci, che i destinatari possano
adempierle entrambe simultaneamente.
Tuttavia la seconda alternativa pare preferibile, in quanto evita una serie di
inconvenienti. In particolare, la prima alternativa presuppone una concezione
psicologica delle norme, come espressioni di (di una e della stessa) volontà, e
non pare perciò adeguata agli ordinamenti giuridici moderni caratterizzati dall’e-
sistenza di una pluralità di autorità normative impersonali 21.
Ross (1968) 22, d’altra parte, evidenzia quello che potrebbe essere ritenuto un
inconveniente specifico della seconda alternativa. Due norme apparentemente
contraddittorie, come Op e O~p 23, in realtà possono essere congiuntamente
efficaci, qualora vengano interpretate come direttive rivolte ai giudici. Tale
argomento non è, però, corretto.
Le norme Op e O~p, ad esempio ‘Obbligatorio fumare’ e ‘Obbligatorio non
fumare’ sono, in effetti, contraddittorie e non possono essere entrambe efficaci.
Tuttavia se intese come direttive rivolte ai giudici tali norme cessano di
essere contraddittorie. Le norme, rivolte ai giudici, ‘Obbligatorio punire chi
fuma’ e ‘Obbligatorio punire chi non fuma’ possono essere entrambe efficaci, in
quanto le proposizioni corrispondenti, ‘Chi fuma è punito’ e ‘Chi non fuma è
punito’, possono essere entrambe vere. Ciò, però, è dovuto semplicemente al
fatto che a rigore non si tratta delle stesse norme: le norme considerate hanno,
infatti, un contenuto (prescrivono una condotta) differente a seconda che
vengano interpretate come direttive rivolte ai ‘sudditi’ o ai giudici. Mentre le
20 Cfr. ad esempio Hare 1971b, in particolare, pp. 70-71.
21 Cfr. Alchourrón/Bulygin 1989, pp. 79 ss.
22 Ross 1968, pp. 168 ss.
23 Come vedremo (sub 1.1.2) secondo la definizione di von Wright 1991 una norma
che pone un obbligo, ad esempio Op, è efficace se, e solo se, è sempre vero nella storia
della norma che p. In base a tale definizione, quindi, le norme Op e O~p non sono affatto
contraddittorie, in quanto le proposizioni corrispondenti non possono essere entrambe
vere, ma possono essere entrambe false (si può dare il caso che qualche volta p e qualche
volta ~p). Se invece si considera l’efficacia delle norme in una prospettiva sincronica, o in
un momento t1, appare chiaro che Op e O~p sono norme contraddittorie in quanto in t 1 o è
vero che p o è vero che ~p (e tertium non datur).
9

norme rivolte ai sudditi prescrivono due stati di cose contraddittori, p e ~p, le


norme rivolte ai giudici prescrivono due stati di cose irrelati (q, ‘Punire chi
fuma’, e r, ‘Punire chi non fuma’) 24.
1.1.1. Il principio P1 in von Wright (1991)

Tra le esplicazioni di P1 fornite nell’ambito della logica del soddisfacimento


esaminerò quella offerta da von Wright (1991).
Von Wright (1991) considera le variabili, p, q, ..., come rappresentazioni
schematiche di enunciati.
“The sentences which they represent, moreover, are assumed to describe
something which can be called states of affairs. These states of affairs shall be
what elsewhere I have called generic, i.e., such that they may or may not obtain
on given occasions (in space and/or time)”. 25
“Op and Pp are schematic representations of sentences expressing what I propose
to call, simply, O-norms and P-norms respectively. Such sentences I have
elsewhere called norm-formulations. For the sake of simplicity, however, I shall
treat those expressions as representations of the norms themeselves” 26.
La norma (o, meglio, l’enunciato normativo interpretato come esprimente la
norma) Op prescrive che lo stato di cose p deve essere (ottenuto). A sua volta
(l’enunciato normativo interpretato come esprimente) la norma Pp statuisce che è
permesso (ottenere) lo stato di cose p.
Uno stato di cose è definito realizzabile (doable) “when its obtaining or not
obtaining on a given occasion can be the result of a human action”. 27
Uno stato di cose non è realizzabile se, in una data occasione, il suo
conseguimento è necessario o impossibile.
Una norma il cui contenuto sia uno stato di cose realizzabile è detta ‘genuine
norm’. Le norme che non presentano tale caratteristica vengono chiamate ‘spurie’.

24 Una critica più generale mossa da Ross alla logica del soddisfacimento è quella
secondo cui tale logica darebbe luogo ad inferenze intuitivamente scorrette. Per una
critica al noto paradosso di Ross cfr., ad esempio, Hare 1971a e von Wright 1991, pp.
281-282. Nel complesso l’argomentazione di von Wright appare più convincente. In
sintesi, la norma Op è efficace se, e solo se, p; la norma O(p v q) è efficace se p o se q.
Quindi, se la norma Op è efficace, allora è efficace anche la norma O(p v q) e ciò non è
affatto paradossale.
L’errore di Ross consiste nell’aver confuso le questioni relative all’esistenza con le
questioni relative al contenuto delle norme. L’implicazione ‘O(p) O(p v q)’ non va letta
nel senso che, se esiste la norma Op, allora esiste anche la norma O(p v q); se di fatto è
stata emanata solo la norma Op, l’unico modo che ho di adempierla è fare p. “The
paradoxicality of the situation which Ross noted is partly due to a misunderstanding of a
notion of entailment between norms” (von Wright 1991, p. 281).
25 von Wright, op. ult. cit., p. 268.
26 von Wright, op. ult. cit., p. 268.
27 von Wright, op. ult. cit., p. 269.
10

Un insieme di norme è coerente se, e solo se, “the conjunction of their


contents is a doable state of affairs” 28.
Dopo aver rilevato l’ambiguità cui da luogo la negazione esterna degli
enunciati normativi 29, von Wright introduce la nozione di ‘negation norm’: “the
negation of an obligation is a permission with opposite content, and the negation
of a permission is an obligation with opposite content” 30.
Analizziamo finalmente l’illustrazione di P1.
“Given a consistent set of (genuine) norms and one (genuine) O– or P-norm. Add
to the set the negation norm of this additional norm. Assume that the set thus
enlarged is inconsistent. If this is the case I shall say that the (original) set of
norms entails the O– or P-norm the negation norm of which made the set
inconsistent. The entailed norm will also be said to be a norm-logical consequence
of the norms of the set” 31.
Consideriamo da un lato l’insieme formato dalla sola norma Op e dall’altro la
norma Pp. La negazione di quest’ultima norma è O~p. L’insieme composto dalle
norme Op e O~p è incoerente in quanto prescrive due azioni contraddittorie (p e
~p), lo stato di cose prescritto non è realizzabile (‘doable’). Quindi Op implica Pp.
È il momento di riproporre la nostra domanda originaria (sub 1): in che senso
di ‘implica’ la norma Op implica la norma Pp 32?
Prima di tentare una risposta pare opportuno introdurre alcune distinzioni.

1.1.2. Possibili interpretazione di P1

Conte (1997) ha sostenuto che la domanda se la logica si applichi al deontico


può essere scissa in tre distinte domande, che si situerebbero su tre livelli
differenti, chiamati rispettivamente ‘noetico’, ‘dianoetico’ e ‘dianomico’.
La prima domanda (a livello noetico) è: esistono verità logiche specifiche del
deontico? Occorrerà allora domandarsi se il principio P 1 esprima una verità
logica specifica del deontico, se sia cioè quella che Conte (1995, 1997) chiama
una ‘struttura noetica’. Ossia se P 1 sia logicamente valido in virtù del significato
dei termini deontici che compaiono in esso.

28 von Wright, op. ult. cit., p. 270. Un insieme di O– e P-norms è coerente se, e solo
se, il sottoinsieme composto da tutte le O-norms è i) esso stesso coerente e ii) coerente
con ciascuno dei membri del sottoinsieme composto da tutte le P-norms (von Wright, op.
ult. cit., p. 271).
29 von Wrigth sottolinea, infatti, come l’enunciato ‘Non permesso che p’ possa
significare sia ‘Proibito che p’ ovvero ‘Obbligatorio che non p’ sia ‘Non esiste una norma
che permetta p’.
30 von Wright, op. ult. cit., p. 274.
31 von Wright, op. ult. cit., p. 275.
32 È questo un quesito che si pone (e a cui risponde) lo stesso von Wright (1991, p.
276): “A conservative minded logician might ask: What ‘right’have you to call the
relation defined in the preceding section ‘entailment’?”.
11

La seconda domanda (a livello dianoetico) è: vi sono relazioni logiche tra


norme? Occorrerà allora domandarsi se la norma Op implichi (in qualche senso
di ‘implicare’) la norma Pp.
Così formulata la seconda domanda sembrerebbe però equivalente alla prima.
Più correttamente dovremmo chiederci se il principio in esame consenta di infe-
rire la norma Pp dalla norma Op. In logica proposizionale, infatti, se è vero che
‘p q’ e se è vero che ‘p’, allora è vero che ‘q’. Ossia data la verità di un’impli-
cazione, dalla verità dell’antecedente è possibile inferire la verità del
conseguente (applicazione della nota regola del modus ponens).
La terza domanda (a livello dianomico) è: vi sono relazioni logiche tra la
validità di una norma e la validità di un’altra norma?
A livello dianomico occorrerebbe domandarsi se P 1 significhi, sia
interpretabile nel senso, che se la norma Op è valida, allora anche la norma Pp è
valida.
Tale quesito non verrà affrontato nel presente scritto. La logica del
soddisfacimento infatti non permette e, soprattutto, non pretende, di riferire P 1
alla validità di norme. L’adesione a tale logica, anzi, per lo più presuppone il
rifiuto di costruire una logica normativa fondata, anziché sulla coppia dicotomica
vero/falso, su quella valido/invalido.
In ogni caso una risposta, sia pure indiretta e parziale, a tale domanda verrà
data nella sezione 2, allorché verrà analizzato il principio P 0 come riferito a
proposizioni normative sulla validità di norme.
Infatti, se è vero che “non v’è isomorfismo fra l’enunciato ‘n è valida’ e l’e-
nunciato di n, perché non v’è isomorfismo tra un meta-enunciato e l’enunciato in
esso innestato” 33, sembra però che le relazioni logiche tra le proposizioni sulla
validità di norme rispecchino le relazioni di validità tra norme. Ossia l’affer-
mazione secondo cui se n è valida, allora n1 è valida (non si dà il caso che n sia
valida e n1 invalida) sembrerebbe equivalere all’affermazione secondo cui se è
vera la proposizione ‘n è valida’, allora è vera la proposizione ‘n1 è valida’ (non
si dà il caso che la prima proposizione sia vera e la seconda falsa).

1.1.2.1. P1 come verità deontica

Nell’illustrazione offerta da von Wright (1991) il principio P 1 sembra in


effetti esprimere una verità deontica, ossia una verità logica specifica del
deontico.
Tale principio è vero esclusivamente in virtù del significato dei termini che
compaiono in esso. In particolare in virtù del significato attribuito alle nozioni di
‘coerenza (normativa)’, ‘negation-norm’ e ‘implicazione’.
Così inteso P1 significa che la norma Op è incompatibile con la norma O~p
(=Vp) 34, che l’insieme formato dalle norme Op e O~p (=Vp) è incoerente (in
quanto prescrive uno stato di cose contraddittorio e, perciò, non realizzabile).
33 Mazzarese 1989, p. 148.
12

Il principio P1 esprime quindi una verità analitica. Quindi tale principio non è
esso stesso una norma. Si tratta di una proposizione (analiticamente vera)
concernente i rapporti logici tra gli operatori deontici.

1.1.2.2. P1 a livello dianoetico

Nella logica proposizionale dalle premesse ‘p q’ e ‘p’ è possibile inferire


validamente la conclusione ‘q’.
È possibile un’inferenza analoga anche rispetto alle norme? È possibile
inferire validamente dalle premesse ‘P1’ e ‘Op’ la conclusione ‘Pp’ 35?
Il senso di questa inferenza non è chiaro. In particolare si ripropone il
problema di quali valori logici attribuire alle norme (che compaiono come
premessa minore e come conclusione).
In base alla logica del soddisfacimento tali valori vanno rintracciati nella
coppia efficace/inefficace. Si potrebbe allora ottenere la seguente inferenza (I):
(i) Le norme Op e O~p non possono essere entrambe efficaci 36
(ii) La norma Op è efficace
(iii) Quindi la norma O~p è inefficace
Quest’inferenza è valida. Tuttavia si tratta di una normale inferenza tra
proposizioni ed, inoltre, in essa non si fa alcun riferimento a norme permissive.
Si potrebbe riformulare la premessa maggiore (i) nel senso che se è efficace
la norma Op, allora è efficace la norma Pp.

34 È frequente l’affermazione secondo cui le norme Op e O~p sarebbero non


contraddittorie, ma contrarie, in quanto sull’esempio di von Wright 1983, si definisce
efficace una norma se, e solo se, sempre nella storia, durante la vigenza, di essa si dà lo stato
di cose prescritto (cfr., ad esempio, Moreso/Navarro 1996). Supponiamo, infatti, che la
vigenza delle norme Op e O~p copra l’arco di tempo compreso tra t1 e tn. In tal caso tali
norme saranno efficaci se, e solo se, rispettivamente, nel periodo da t 1 a tn, si dà sempre lo
stato di cose che p o si dà sempre lo stato di cose che ~p. Sembrerebbe, cioè, che le
proposizioni corrispondenti a tali norme non siano propriamente (le proposizioni
contraddittorie) ‘p’ e ‘~p’, ma piuttosto (le proposizioni contrarie) ‘Sempre, da t1 a tn, p’ e
‘Sempre, da t1 a tn, ~p’.
Von Wright 1991 non analizza espressamente tale problema. Tuttavia, si consideri che,
secondo von Wright 1991 (p. 268) le variabili, p, q,…, rappresentano enunciati che
descrivono stati di cose. Sia p uguale a ‘Tutti coloro che fumano sono puniti’, la
negazione di p (~p) dovrebbe essere uguale a ‘Non tutti coloro che fumano sono puniti’.
In tal caso, però, le norme corrispondenti, Op e O~p, sembrano contraddittorie e non solo
contrarie. Infatti, nel tempo da t 1 a tn, o è vero che tutti coloro che fumano sono puniti (che
è efficace Op), o è vero che non tutti coloro che fumano sono puniti (che è efficace O~p).
35 Si è detto che P1 è una proposizione, tuttavia tra le premesse figura anche la norma
Op sicché tale inferenza non viola la legge di Hume.
36 Questo è, infatti, il significato che è stato attribuito a P 1 come verità deontica, cfr.
1.1.3.1.
13

Come si è detto (1.1), una norma è efficace, soddisfatta, quando è vera la


proposizione corrispondente, quando si dà lo stato di cose prescritto dalla norma.
Secondo von Wright 1983 la norma Op è soddisfatta se, e solo se, è sempre vero,
durante la vigenza di tale norma, che p.
Tuttavia (cfr. sub 0) per le norme permissive non si può parlare propriamente
di efficacia. Un permesso non può essere violato o adempiuto, può solo essere
usato o non usato.
La norma Pp è usata quando è vero che p. Ovvero, in una prospettiva
temporale, Pp “is satisfied if, and only if, at some time in its history that which it
permits actually is also the case” 37.
Il principio (P1) dovrebbe, quindi, essere reinterpretato nel senso che se la
norma Op è soddisfatta (se l’obbligo è adempiuto), allora anche la norma Pp è
soddisfatta (il permesso è usato): non può darsi il caso che la norma Op sia
soddisfatta e la norma Pp insoddisfatta. Ossia il principio (P 1) può essere inteso
(oltre che nel senso considerato sub 1.1.3.1) anche nel senso che l’adempimento
di Op implica l’uso di Pp.
Così interpretato il principio (P 1) si risolve in una proposizione sempre vera.
Tale proposizione è sempre vera perché le condizioni alle quali la norma Op è
soddisfatta sono esattamente le stesse alle quali è soddisfatta la norma Pp: ossia
che sia vero che p. Insomma P1 si risolve nella proposizione tautologica ‘Se è
vero che p, allora è vero che p’ 38.
L’inferenza (I) può essere trascritta nel seguente modo (I1):
(i) Se è efficace Op allora è usata Pp
(ii) Op è efficace
(iii) Quindi Pp è usata
(I1) è valida, ma si tratta di nuovo di un’inferenza tra proposizioni normative
sull’efficacia di norme e verrà analizzata sub 2.2.
Sembrano, pertanto, giustificate le perplessità espresse da Ross (1968) sulla
logica del soddisfacimento come logica di norme: “to infer one directive from
another according to this logic means to say something about the necessary
connection between the satisfaction of the directives in question” 39.
Ci si potrebbe, infine, domandare se P1 consenta di inferire dall’esistenza del-
la norma Op l’esistenza della norma Pp.
La risposta di von Wright (1991) è negativa: egli sottolinea come P 1 non
significhi che se la norma Op esiste, allora anche la norma Pp esiste.

37 Così, ad esempio, von Wright 1983, p. 139. Tale definizione pone, però, un
delicato problema per i permessi bilaterali. La norma P(p &~p) sarebbe, infatti, sempre
inefficace in quanto “nadie puede hacer una acción y omitirla en el mismo istante”
(Moreso/Navarro 1996, p. 120, nota 9).
38 Ovvero si risolve nella proposizione analiticamente vera ‘se è sempre vero che p,
allora è qualche volta vero che p’.
39 Ross 1968 p. 175.
14

“That the second is ‘entailed’by the first only means that an attempt on the part of
norm-giver to forbid this thing would lead to ‘contradiction’ in the sense that his
demands could not possibly be satisfied” 40.
“Logical relationships are not ontological” 41.
D’altra parte una simile inferenza sembrerebbe riguardare non tanto le
norme, quanto le proposizioni sull’esistenza di norme (e, pertanto, verrà
analizzata sub 2.1 e sub 2.3).
2. Il Principio P2

È tesi diffusa 42 quella secondo cui a livello descrittivo occorre distinguere tra
due accezioni di ‘permesso’.
In un prima accezione, detta ‘debole’, ‘permesso’ designa l’assenza di una
norma, in particolare l’assenza di un divieto. Se si adotta tale accezione, l’enun-
ciato ‘È permesso (in senso debole) lo stato di cose p (in simboli: P wp)’ è
traducibile con ‘Non esiste la norma Vp (in un ordinamento/sistema da
specificarsi)’.
In una seconda accezione, detta ‘forte’, ‘permesso’ designa l’esistenza di una
norma permissiva. In base a tale accezione, l’enunciato ‘È permesso (in senso
forte) lo stato di cose p (in simboli: P sp)’ è traducibile con ‘Esiste la norma Pp (in
un ordinamento/sistema da specificarsi)’ 43.
Ovviamente l’affermazione secondo cui esiste (o non esiste) una data norma
assume significati differenti a seconda della nozione di ‘esistenza’ adottata.
D’altra parte, come si è osservato sub 0, le proposizioni normative possono
altresì vertere sull’efficacia e sulla validità di norme.
Sembra, quindi, opportuno analizzare P 2 rispetto a ciascuno tipo di
proposizione normativa.

2.1. Il Principio P2 e l’esistenza fattuale di norme

Se riferito alle proposizioni sull’esistenza fattuale di norme, P 2 significa,


rispetto al permesso forte, che se è stata enunciata la norma Op, allora è stata
enunciata la norma Pp e, rispetto al permesso debole, che se è stata enunciata la
norma Op, allora non è stata enunciata la norma Vp.
Così inteso P2 non è necessariamente vero.

40 Von Wright 1991, p. 277.


41 Conte 1999, p. 211.
42 Cfr., ad esempio, Alchourrón 1969 pp. 31 e ss., Alchourrón 1972 pp. 55 e ss.,
Alchourrón/Bulygin 1984b pp. 218 ss., Alchourrón/Bulygin 1989 p. 89.
43 Spesso un comportamento viene definito permesso in senso forte non solo quando
è positivamente permesso da una norma di On, ma anche quando è obbligatorio in On.
Tale definizione non è adottata nel presente scritto in quanto presuppone esattamente ciò
si vuole indagare, e cioè che ‘obbligatorio’ implichi ‘permesso’.
15

L’enunciazione di una norma è un fatto e tra i fatti non si danno relazioni


logiche. “La logica governa il discorso, non il mondo” 44.

2.2. Il Principio P2 e l’efficacia di norme

Come dimostrato sub 1.1.2.2 il principio P 2, se riferito a proposizioni sull’ef-


ficacia di norme, è sempre vero.
Dobbiamo tuttavia distinguere a seconda che tale principio si riferisca a
proposizioni che affermano l’efficacia di una norma permissiva (ossia un
permesso forte) ovvero a proposizioni che affermano l’inefficacia di un divieto
(ossia un permesso debole).
Rispetto al permesso forte P2s significa che se è efficace la norma Op, allora è
usato il permesso Pp.
P2s è sempre vero, in quanto (cfr. 1.1.2.2) le condizioni alle quali è soddisfatta
la norma Op sono esattamente le stesse alle quali è soddisfatta la norma Pp: che
si dia lo stato di cose p.
Dal punto di vista pragmatico, peraltro, potrebbe suscitare qualche perplessità
il fatto che il comportamento consistente nell’adempimento di un obbligo sia, e
possa essere descritto, anche come uso di un permesso. Il fatto è che P 2s così
inteso riguarda esclusivamente i rapporti tra l’efficacia delle norme in questione
e non i rapporti tra l’esistenza di tali norme. Se in un ordinamento On è stata
emanata (soltanto) la norma Op, allora il comportamento consistente nel fare (nel
far sì che) p sarà descrivibile solo come adempimento di un obbligo e non come
uso di un permesso in ipotesi inesistente in On 45. Ciò che P2s dice è
semplicemente che le condizioni alle quali Op può dirsi efficace sono le stesse
condizioni alle quali Pp può dirsi usata.
Rispetto al permesso debole P2w significa che se è efficace la norma Op,
allora è inefficace la norma Vp.
Anche P2w è sempre vero: in quanto se è vero che p, allora è falso che ~p, (p
v ~p) è una tautologia.

2.3. Il Principio P2 e la validità formale di norme

Se riferito a proposizioni sulla validità formale di norme, P 2 significa


alternativamente:
P2w: se è vera la proposizione ‘L’enunciato normativo Op E (interpretabile
come esprimente la norma Op) è formalmente valido nell’ordinamento On’ allora
è vera la proposizione ‘L’enunciato normativo VpE (interpretabile come
esprimente la norma Vp) non è formalmente valido nell’ordinamento On’;

44 Guastini 1992, p. 63.


45 A meno che non si accetti la nozione di ‘promulgazione implicita’ che verrà
analizzata nel prossimo paragrafo.
16

P2s: se è vera la proposizione ‘L’enunciato normativo Op E (interpretabile


come esprimente la norma Op) è formalmente valido nell’ordinamento On’ allora
è vera la proposizione ‘L’enunciato normativo Pp E (interpretabile come
esprimente la norma Pp) è formalmente valido nell’ordinamento On’.
In base alla ridefinizione proposta sub 0 un enunciato giuridico è
formalmente valido in un ordinamento normativo On se è stato emanato da
un’autorità competente secondo le procedure prescritte (da altre norme di On).
In nessuna delle due interpretazioni proposte P2 è necessariamente vero.
Sia l’enunciato che si assume esprimere la norma Op, sia l’enunciato che si
assume esprimere la norma Vp potrebbero essere formalmente validi in On: l’or-
dinamento potrebbe essere incoerente 46.
D’altra parte, l’enunciato che si assume esprima la norma Op potrebbe essere
formalmente valido, mentre l’enunciato PpE potrebbe non figurare in nessuno dei
documenti che costituiscono le fonti del diritto di On.
La questione, tuttavia, è resa complessa dall’utilizzo, da parte di alcuni
autori, della nozione di ‘promulgazione implicita’ e della connessa nozione di
‘norma derivata’.
Così von Wright 1963, dopo aver offerto una definizione del concetto di
implicazione normativa simile a quella di von Wright 1991, afferma che le
prescrizioni implicate da un determinato corpus di norme (prescrizioni che von
Wright chiama derivate) fanno necessariamente parte di tale corpus, sono
‘volute’ dal legislatore esattamente come le norme espressamente promulgate 47.
Quindi, dal momento che Op implica Pp (nel senso chiarito sub 1.1.3.1.), se
Op è formalmente valida (o, forse, valida in senso pieno) in On, allora anche Pp
‘esiste’ in On.
La validità di Op implica l’esistenza di Pp: l’impiego della nozione di
‘promulgazione implicita’ ha come risultato la necessaria verità di P2s.
Non credo, però, che, in base a tale nozione, la norma Pp possa dirsi
formalmente valida (secondo la definizione di ‘validità formale’ proposta sub 0).
Perché Pp fosse formalmente valida occorrerebbe, infatti, che l’enunciato
OpE fosse interpretabile come esprimente, oltre che la norma Op, anche la norma
Pp.
Sennonché da un lato tale interpretazione è problematica, dall’altro non è
questa la tesi sostenuta da quanti impiegano la nozione di ‘promulgazione
implicita’.
Così von Wright 1963 non sostiene certo che l’enunciato Op E sia
interpretabile come esprimente (anche) la norma Pp, sostiene piuttosto (sia pure
non expressis verbis) che tale enunciato sia interpretabile esclusivamente come
esprimente la norma Op e che tale norma implichi la norma Pp.
46 Si noti poi che anche se P2w fosse vero, l’ordinamento potrebbe ugualmente essere
incoerente, qualora l’enunciato che si assume esprima la norma Vp, benché formalmente
invalido, fosse tuttavia giuridicamente esistente, nel senso definito sub 0.
47 Cfr. von Wright 1963, pp. 156-157.
17

Ossia non si tratta di una questione di interpretazione, ma piuttosto di una


nuova ridefinizione del concetto di ‘esistenza di norme’.
La nozione di promulgazione implicita, infatti, fonda e presuppone una
accezione di ‘esistenza’ che potremmo chiamare ‘esistenza come appartenenza’.
L’argomento può essere ricostruito nel seguente modo:
(i) Appartengono ad un ordinamento On anche le norme implicate dalle norme
valide di tale ordinamento
(ii) Op è una norma valida di On
(iii) Op implica Pp
(iv) Quindi Pp appartiene ad On
Quest’argomento è valido: chiunque ne accetti le premesse deve accettarne
anche la conclusione.
Potremmo, però, domandarci se sia opportuno accettare la ridefinizione di
esistenza che compare come premessa (i).
Se riferita a P2, tale ridefinizione sembra confondere i problemi relativi
all’esistenza di norme con i problemi relativi alla coerenza del loro contenuto.
Come il fatto che Op e Vp siano contraddittorie, prescrivano stati di cose in-
compatibili, non esclude che possano entrambe essere valide (formalmente e ma-
terialmente) in un ordinamento On, così il fatto che Op e Pp siano norme compa-
tibili non dovrebbe implicare la loro simultanea esistenza in, appartenenza ad,
On.
L’accettazione di P1 come verità deontica non compromette ad accettare
altresì la ridefinizione di esistenza come appartenenza. A livello noetico P 1
significa che le norme Op e Vp prescrivono congiuntamente uno stato di cose
irrealizzabile, ma ciò non implica che qualora esista, sia valida, la prima norma
debba altresì esistere la negazione della seconda.
La nozione di ‘esistenza come appartenenza’ non è neppure necessaria al fine
di soddisfare il c. d. postulato della coerenza pratica. Un legislatore che abbia
validamente emanato la norma Op, infatti, può coerentemente non emanare Pp.
Anzi, forse deve coerentemente non emanare la norma Pp, in quanto tale norma
appare ridondante rispetto alla prima, giacché non svolgerebbe nell’ordinamento
alcuna funzione che non fosse già svolta da Op.
La nozione di ‘promulgazione implicita’ è utilizzata anche da
Alchourrón/Bulygin (1979, 1981, 1984), secondo i quali “hay un sentido no
psicológico de prescribir en el cual uno prescribe (ordena, prohibe o permite,
según el caso) todas la consecuencias lógicas de la proposición expresamente
prescrita (aun cuando no las haya tenido presente, ni haya pensado en ellas)” 48.
Gli autori formulano, ad esempio, il seguente ‘Principio de Obligatoriedad’:
“Es obligatorio, conforme a las órdenes de x, realizar todas las aciones que son
lógicamente necesarias para satisfacer todas las obligaciones establecidas por las
órdenes de x” 49.
Ossia: se Op, e se p q, allora Oq.

48 Alchourrón/Bulygin 1979, p. 54.


18

Si può tuttavia dubitare che la nozione di prescrizione implicita delineata da


Alchourrón/Bulygin sia perfettamente coincidente con quella di promulgazione
implicita di von Wright 1963.
La nozione di prescrizione implicita, infatti, sembra riguardare primariamente
i rapporti di implicazione tra i contenuti normativi, tra le azioni prescritte, e non
sembra, invece, coinvolgere la qualificazione normativa di tali azioni, i rapporti
di implicazione tra gli operatori deontici. Tale nozione non sembra, quindi,
idonea a fondare la verità di P2.

2.4. Il Principio P2 e la validità materiale di norme

Se riferito alle proposizioni sulla validità materiale di norme e al permesso


forte, P2 può essere riformulato nel senso (P 2s) che se Op è materialmente
valida nell’ordinamento On, allora anche Pp è materialmente valida in On,
non si può dare il caso che Op sia materialmente valida e Pp materialmente
invalida.
Così inteso il principio è valido (si risolve in una proposizione sempre vera).
In base ad esso, si potrebbe inferire la validità materiale della norma Pp dalla
validità materiale della norma Op.
Rispetto al permesso debole, P2 può essere, invece, riformulato nel senso
(P2w) che se è materialmente valida in On la norma Op, allora non è
materialmente valida in On la norma Vp, non si può dare il caso che Op sia
materialmente valida in On e Vp non sia materialmente invalida.
P2w non è sempre vero. Può accadere che sia Op sia Vp siano materialmente
valide: ciò qualora non esista giuridicamente in On una norma di rango
gerarchicamente superiore atta ad invalidare l’una o l’altra.

3. Alcune conclusioni

Come ‘p q’ può essere interpretata nel senso che non è razionale asserire ‘p
& ~q’ perché si farebbe un’asserzione falsa, così ‘Op Pp’ può essere interpretata
nel senso che non è razionale prescrivere ‘Op & Vp’ perché si darebbe un
comando inefficace.
Tuttavia, mentre ‘p q’ può essere assunta quale base di una valida inferenza,
ciò rispetto alle norme è problematico, e dipende in buona parte dall’accettazione
della ridefinizione di esistenza come appartenenza.
Se si accetta tale ridefinizione, allora P 2 può essere interpretato come una
proposizione analiticamente vera (vera in virtù del significato attribuito ai
termini che in essa compaiono) in base alla quale se è vera la proposizione ‘Op è

49 Alchourrón/Bulygin 1984, citato nella versione castigliana in Alchourrón/Bulygin


1991, p. 159.
19

valida (formalmente o in senso pieno) in On’, allora è vera la proposizione ‘Pp


appartiene ad On’.
Peraltro l’impiego della nozione di esistenza come appartenenza, appare su-
perfluo, almeno da un punto di vista pragmatico, in quanto la norma Pp non svol-
gerebbe alcuna funzione pragmaticamente rilevante nell’ordinamento in que-
stione.
A livello noetico abbiamo interpretato P 1 come una proposizione
analiticamente vera concernente i rapporti tra gli operatori deontici. P 1 significa
che le norme Op e Vp non possono essere entrambe efficaci in quanto
prescrivono stati di cose contraddittori e, così inteso, rappresenta “un criterio
conceptual para la coherencia deóntica en el campo del discurso prescriptivo” 50.
A livello dianoetico, invece, anche qualora si accetti la nozione di esistenza
come appartenenza, la verità di P 2, la verità di ~ (Op & ~Pp), non assicura affatto
la coerenza del sistema. Perché On sia coerente è necessario che non esista
(giuridicamente in On) la norma Vp. La coerenza di On è assicurata solo se ‘Pp’
viene inteso nel senso debole di ‘Non esiste la norma Vp’. La verità di ~ (Op &
Vp) assicura la coerenza del sistema.
La verità di tale proposizione è ovviamente contingente.
Se tale proposizione è vera e se è vera la proposizione Op, allora è vera la
proposizione che ~Vp, che non esiste la norma Vp.
Se l’ordinamento è coerente Op implica la negazione di Vp, ma per
‘negazione di Vp’ si deve intendere non la norma Pp, ma la proposizione ‘Non
esiste Vp’.
In ogni caso, poiché la verità di P2 è una variabile dipendente dalla nozione di
‘esistenza di norme’, e poiché tale nozione è sommamente controversa, credo
che sarebbe opportuno abbandonare la diffusa convenzione di chiamare
‘permesso in senso forte’ anche il comportamento obbligatorio.
Ciò, tra l’altro, permetterebbe di distinguere, anche a livello verbale, la
situazione consistente nell’avere un obbligo rispetto a quella consistente
nell’avere un permesso (forte).

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