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Dispense di economia del territorio

Introduzione

Nella teoria economica standard lo spazio non riveste alcun ruolo e non viene nemmeno
preso in considerazione. Il problema fondamentale che si cerca di risolvere è come allocare in
maniera ottimale le risorse fra attività alternative, ciò che è rilevante è quali siano tali attività
mentre è assolutamente irrilevante come esse si distribuiscono nello spazio. Ciò equivale ad
assumere che esse si distribuiscano in modo casuale e uniforme o che la distribuzione
dipenda da fattori non economici (per esempio geografici). Nella realtà la distribuzione delle
attività produttive nello spazio è piuttosto diseguale e risulta fortemente concentrata in
alcune aree. Se si osserva una fotografia notturna dell'Europa o degli Stati Uniti scattata da
un satellite, ci si può rendere facilmente conto dell'ineguale distribuzione territoriale della
popolazione e delle attività economiche. Quello che appare è un’alternanza di zone
densamente illuminate e di altre in cui le sorgenti luminose sono più rarefatte e puntiformi.
Le prime corrispondono alle regioni centrali, densamente popolate e industrializzate, le
seconde ad aree periferiche con bassa densità abitativa e industriale. Dalla concentrazione
delle attività produttive in una determinata area dipende il livello del reddito e del benessere
della popolazione. Sia per il motivo banale che laddove la produzione è maggiore lo è anche
il reddito, sia perché, assai meno banalmente, l'agglomerazione spaziale è fonte di economie
di scala e accresce, per questa via, l'efficienza produttiva. La distribuzione spaziale è quindi
importante anche per capire le ragioni della competitività dei sistemi locali, della ricchezza e
della povertà delle nazioni e delle regioni, dello sviluppo e della sua assenza.
Il problema del perché le attività produttive si localizzino più in certe aree e meno in altre è
oggetto dell’economia regionale e, in particolare, di un campo di indagine denominato teoria
della localizzazione, sviluppatosi in Germania fin dall’800 ma rimasto fino a poco tempo fa ai
margini delle principali correnti della ricerca economica. Nel decennio passato i temi relativi
al ruolo dello spazio hanno assunto un'importanza centrale nella teoria economica con lo
sviluppo della Nuova Geografia Economica che formalizza alcune intuizioni della scuola
tedesca e della teoria dello sviluppo.
L’economia regionale è quindi una disciplina economica che affronta esplicitamente il
problema del ruolo dello spazio nelle decisioni economiche e quindi nella determinazione dei
prezzi, della domanda, dei livelli di produzione, della distribuzione del reddito, della crescita
economica ecc.. Possiamo più esplicitamente parlare di economia del territorio quando
quest’ultimo assume rilievo come risorsa produttiva autonoma che è all’origine di vantaggi e
svantaggi competitivi per le imprese a seconda della loro localizzazione, e che contribuisce
pertanto a spiegare lo sviluppo (o il mancato sviluppo) di determinate aree geografiche e
sistemi produttivi locali.
Possiamo quindi definire in generale l’economia regionale o spaziale o del territorio come un
insieme di metodi di analisi economica che consentono di individuare i fattori che governano
la distribuzione delle attività economiche nello spazio e i processi di sviluppo di determinate
aree territoriali e di elaborare politiche di intervento atte a influenzare questi ultimi.
Le domande fondamentali che questa disciplina si pone sono:
- dove si svolgono le attività economiche e perché?
- quali conseguenze ha tutto questo?
- in che modo lo spazio, il territorio, la città influenzano il funzionamento dell’economia?
- che cosa determina la localizzazione delle imprese?
- come incide l’economia sull’evoluzione delle strutture urbane e del territorio?

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- a che cosa sono dovuti gli squilibri economici fra le città e fra le regioni? In che modo si
generano? Quali sono i rimedi?
La complessa organizzazione delle attività economiche nello spazio si fonda in sostanza su
tre basi fondamentali:
- completa o parziale immobilità dei fattori produttivi e delle risorse
- economie di agglomerazione
- costi di trasporto
La prima ha a che fare con fattori schiettamente geografici. L’oro viene prodotto in Sud
Africa perché là esistono giacimenti e non altrove. Alcune città come Amburgo o Londra
sono diventate grandi porti perché le comunicazioni con l’interno erano facilitate dalla
presenza di un fiume navigabile. In altri termini la distribuzione ineguale del clima, delle
risorse naturali, la topografia del suolo e molti altri fattori geografici spiegano in parte la
localizzazione delle attività produttive. In termini economici possiamo dire che la completa
o parziale immobilità della terra e di altri fattori produttivi e risorse è una parte essenziale
della spiegazione del perché qualche attività si è sviluppata qui e qualche altra là. Questa
imperfetta mobilità sta alla base del vantaggio comparato che determina la specializzazione
delle regioni nel commercio internazionale. Tutti questi fattori determinano quelli che
vengono chiamati “vantaggi competitivi di natura primaria” perché dipendono da
caratteristiche dei luoghi esogenamente determinate dalla geografia.
Questa spiegazione non è però sufficiente. Uno dei pionieri dell’economia spaziale August
Lösch si pose il problema di quale struttura localizzativa ci si potrebbe attendere in un
mondo immaginario in cui non esistessero risorse naturali o fossero distribuite in modo
perfettamente uniforme. Le possibilità più ovvie sono la concentrazione di tutte le attività in
un unico punto oppure, più probabilmente, una dispersione omogenea senza che emerga
alcuna forma di organizzazione sistematica. Ciò che l’analisi di Lösch mise in luce (e che si
può approssimativamente osservare anche in realtà) è invece una struttura regolare molto
simile a quella dei cristalli, dimostrando così che altri fattori non puramente geografici
giocano un ruolo importante nel determinare la distribuzione spaziale delle attività
produttive. In particolare Lösch prende in considerazione due fattori economici: le economie
di agglomerazione e i costi di trasporto. Queste sono le altre due basi fondamentali.
Gli economisti sono sempre stati consapevoli dell’importanza delle economie di scala e le
hanno analizzate in termini di imperfetta divisibilità dei fattori produttivi e di altri beni o
servizi. Nello stesso tempo esse sono state relegate ai margini della teoria economica perché
incompatibili con la concorrenza perfetta. Ciò spiega perché l’analisi della concentrazione e
dispersione spaziale, che dipendono crucialmente da tali economie, sia sempre stata
trascurata nei programmi di ricerca economica e solo di recente abbia guadagnato il centro
della scena. Per capire l’importanza delle economie di scala nella spiegazione delle
agglomerazioni produttive basta pensare a quello che accadrebbe in un mondo
caratterizzato da rendimenti costanti. Ogni attività economica potrebbe essere condotta su
una qualunque scala senza alcuna perdita di efficienza. Se i consumatori fossero distribuiti in
modo uniforme anche le attività produttive dovrebbero esserlo perché in questo modo
verrebbero evitati i costi di trasporto. Al limite in un piccolo paesino i costi sarebbero minimi
se fossero presenti tutte le attività produttive per le quali gli abitanti esprimono una
domanda, così si avrebbe una perfetta autarchia: ciascuna impresa produrrebbe ad una scala
molto piccola sufficiente a servire solo i consumatori locali e non sosterrebbe costi di

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trasporto (rammentiamo che tutti gli altri costi sono uguali qualunque sia la scala di
produzione).
Il medesimo discorso vale se le economie derivano non dalla scala della singola impresa ma
dalle dimensioni complessive delle attività produttive presenti in una determinata area
(economie di agglomerazione). Anche qui se l'agglomerazione delle imprese in una certa
area non generasse alcun vantaggio in termini di efficienza la minimizzazione dei costi si
avrebbe qualora le attività produttive seguissero la distribuzione della popolazione, perchè
verrebbero minimizzati i costi di trasporto.
La distribuzione delle attività produttive nello spazio può essere quindi spiegata in termini di
trade-off tra economie di agglomerazione e costi di trasporto. Se l’agglomerazione accresce
l’efficienza dovremmo aspettarci un mondo in cui tutta la produzione è concentrata in un
solo punto perché con una configurazione di questo genere l’efficienza sarebbe massima. Ciò
non corrisponde alla realtà e la ragione è duplice: da un lato le economie di agglomerazione
non crescono senza limiti, oltre una certa soglia la concentrazione spaziale da luogo a
diseconomie da congestione (per esempio aumenti del costo del lavoro, inquinamento ecc.);
dall’altro i costi di trasporto limitano la possibilità di sfruttare i vantaggi dell’agglomerazione
e delle dotazioni naturali (più concentrata è la produzione più il mercato è lontano e
maggiori sono i costi di trasporto che possono più che compensare tali vantaggi).
La presenza di economie di scala ha anche altre conseguenze che, come vedremo, sono
particolarmente importanti nell’economia spaziale.
In primo luogo dove ci sono economie di scala non può esserci concorrenza perfetta. Le
imprese hanno convenienza ad aumentare la propria dimensione e i mercati tendono a
diventare monopolistici. Per questo motivo i modelli che analizzano la localizzazione nello
spazio partono spesso dall’ipotesi di mercati di concorrenza monopolistica. D'altro canto la
concorrenza imperfetta è una conseguenza necessaria del fatto che la distanza spaziale è
economicamente rilevante. Il mercato diviene necessariamente segmentato e le imprese
non competono più con tutte le altre operanti sul mercato di un certo bene ma solo con
quelle più vicine perché i costi di trasporto le proteggono dalla concorrenza di quelle più
lontane.
Inoltre i rendimenti crescenti si accompagnano spesso a fenomeni di causazione cumulativa
e danno luogo a equilibri multipli, instabili e non necessariamente efficienti. Tali fenomeni
dipendono dalla presenza di feedback positivi. Ciò accade quando la variazione di una
variabile in una determinata direzione mette in moto meccanismi che provocano un ulteriore
variazione nella stessa direzione. In situazioni di questo genere un allontanamento
dall’equilibrio anziché generare effetti compensativi che riportano alla situazione di partenza
(pensiamo a un aumento del prezzo che genera un eccesso di offerta il quale, a sua volta,
provoca una diminuzione del prezzo e viceversa) causa un progressivo allontanamento
dall’equilibrio stesso (pensate a un sistema di riscaldamento il cui termostato reagisce al
raggiungimento di una temperatura soglia inviando alla caldaia l’istruzione di continuare a
funzionare anziché spegnersi). Così nell’economia spaziale se le economie di agglomerazione
dipendono dal numero di imprese che si concentrano in un’area, la localizzazione di una
nuova impresa accresce tali economie e stimola nuove imprese a localizzarsi nell’area e così
via in un processo cumulativo. Il contrario accade se un’impresa si allontana dalla
localizzazione originaria. Questo meccanismo spiega perché gli squilibri regionali tendono a
persistere o ad ampliarsi.

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Tutti questi fattori danno luogo a “vantaggi competitivi di natura secondaria” perché
dipendono da azioni consapevoli di individui razionali tese a modificare i fattori primari a
proprio vantaggio. Ciò che è importante per l’economia regionale è capire, una volta tenuto
conto dei vantaggi primari, in base a quali meccanismi economici emergono quelli secondari.
Pertanto, in generale, l’approccio metodologico consiste proprio nel partire da una
situazione in cui lo spazio è omogeneo e le attività produttive sono uniformemente
distribuite (il che equivale ad assumere che i vantaggi primari non abbiano alcuna rilevanza)
e chiedersi quali forze economiche possono determinare un mutamento ampio e
permanente nella distribuzione spaziale delle attività produttive in seguito al verificarsi di
uno shock piccolo e temporaneo.
L’economia spaziale si divide in due grandi branche:
1) economia urbana: studia l’organizzazione delle città e la loro distribuzione nello spazio
2) economia regionale: studia aree economiche più grandi delle città ma più piccole
dell’economia nazionale.
Il corso si concentra soprattutto sui problemi dell’economia regionale. In particolare la prima
e la seconda parte analizzano la teoria della localizzazione la quale esamina questioni come i
fattori che influenzano le decisioni di localizzazione delle singole attività, la spartizione del
mercato spaziale fra produttori o la distribuzione funzionale delle attività nello spazio.
Alcuni modelli (classico quello di Weber) si propongono di spiegare le scelte localizzative
dell’impresa nell’ipotesi di mercati del prodotto finale e delle materie prime puntiformi con
localizzazione esogenamente data. La scelta localizzativa risponde in questo caso a una logica
di minimizzazione dei costi di trasporto.
Altri modelli si propongono di individuare le aree di mercato delle imprese ovvero la
suddivisione di un mercato fra i produttori. In genere ipotizzano una domanda
uniformemente distribuita nel territorio. In questa situazione le scelte di massimizzazione del
profitto delle imprese determinano in equilibrio la configurazione delle aree di mercato di
ciascuna impresa nonché la gerarchia delle aree di mercato delle diverse attività produttive.
Modelli di questo tipo sono quelli di Lösch e Hotelling.
Un altro tipo di approccio cerca di spiegare come diverse attività produttive si distribuiscono
nello spazio uniforme per servire un determinato mercato puntiforme, ossia in base a quali
logiche economiche lo spazio viene allocato fra le diverse attività produttive. Mentre nel
caso precedente il problema è definire l’estensione dei mercati a partire da punti di offerta,
qui l’obiettivo è spiegare le aree destinate a ciascuna produzione che serve un mercato
puntiforme. Il modello di questo tipo più noto è quello della rendita urbana di Von Thünen.
La distribuzione spaziale delle attività economiche dipende dall’interazione di forze
centripete e centrifughe, i fattori sottostanti a tali forze sono pertanto un importante
oggetto di studio dell’economia regionale.
La terza parte esamina come la localizzazione può influenzare la specializzazione regionale e
lo sviluppo delle regioni ovvero quale è l’impatto macroeconomico a livello regionale delle
decisioni di localizzazione. Questo tipo di analisi utilizza il concetto di moltiplicatore in varie
forme che vanno da quello keynesiano a quello assai più dettagliato dell’analisi input-ouput.
La quarta parte è dedicata alla nuova geografia economica che ha rivoluzionato nel decennio
passato l’analisi spaziale. Questo filone di ricerca ha dato luogo a un’ampia gamma di modelli
che generano risultati molto interessanti ma non univoci. Si prenderà in esame, in
particolare, il modello base della nuova geografia economica noto anche come modello
centro-periferia. Il modello basato su rendimenti crescenti e costi di trasporto fa emergere

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molto chiaramente i processi cumulativi descritti in precedenza ed è caratterizzato da
equilibri multipli.
Nell’ultima parte vengono analizzati i fattori di competitività dei sistemi produttivi locali che
hanno avuto una notevole importanza nello sviluppo dell’economia italiana (e non solo) negli
ultimi decenni. In particolare vengono esaminate le trasformazioni economiche che hanno
dato origine ai distretti industriali e i loro meccanismi di funzionamento interni.
Ci soffermeremo infine sulle politiche territoriali che sono state adottate per favorire lo
sviluppo di tali sistemi a livello nazionale ed europeo, esaminando sia la loro concezione e
attuazione sia le metodologie utilizzate per la valutazione dei risultati ottenuti.

La localizzazione delle imprese: l’approccio di Weber


Le prime teorie che hanno affrontato il problema della distribuzione spaziale delle attività
produttive sono le teorie della localizzazione la cui tradizione risale agli inizi del secolo scorso
e, per alcuni aspetti, all’800. Possiamo distinguere due grandi filoni. Il primo, che fa capo a
Alfred Weber, considera il problema della localizzazione ottimale di un’impresa che deve
servire un mercato puntiforme (la domanda è tutta concentrata in un punto) e deve
sopportare costi per il trasporto delle materie prime e del prodotto finito. Il secondo (che ha
come principali rappresentanti Hotelling e Lösch) considera invece una distribuzione
uniforme della domanda nello spazio e un’offerta concentrata in alcuni punti e si domanda
che cosa determina la distribuzione delle quote di mercato fra i produttori.
Il primo risponde a domande del tipo:
- dati il prezzo e la localizzazione delle materie prime, dei mercati di sbocco e i costi di
trasporto dove si localizza un’impresa?
- come cambia la localizzazione se si ipotizza che in alcuni luoghi esistano vantaggi
localizzativi diversi dalla minimizzazione dei costi di trasporto?
Il secondo affronta problemi come:
- data una certa distribuzione della domanda nello spazio come si divide il mercato fra i
produttori?
- come varia la localizzazione ottimale al variare delle scelte di altri produttori?

La ricchezza e il benessere di un’area dipendono dalla quantità di fattori produttivi che vi


vengono impiegati e dalle loro retribuzioni. La teoria della localizzazione si propone di
spiegare quali sono le cause che influenzano la distribuzione di tali fattori nel territorio. La
distribuzione del capitale dipende per esempio dalle decisioni di investimento delle imprese.
Il modello di Weber studia le decisioni delle imprese di investire in un’area piuttosto che in
un’altra.
Assunzioni del modello di Weber:
- le imprese massimizzano il profitto, ovvero minimizzano i costi;
- la funzione di produzione è a coefficienti fissi;
- gli input sono localizzati in punti definiti e sono disponibili in quantità illimitata, la curva
di offerta è orizzontale e il prezzo costante (offerta perfettamente elastica);
- la domanda è fissa e concentrata in un numero di punti noti, la domanda non dipende
dal prezzo;
- il mercato dell’output è competitivo, il prezzo è fisso a prescindere dalla quantità
domandata;
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- lo spazio è omogeneo in tutte le direzioni, i costi di trasporto sono gli stessi a prescindere
dalla direzione in cui ci muoviamo;
- costi di trasporto lineari (Ctr = td, dove t è il costo di trasporto unitario e d la distanza)
proporzionali alla distanza.
Domanda: dove si colloca l’impresa nello spazio al fine di massimizzare il profitto?
Il problema viene affrontato in due stadi. Nel primo l’impresa si pone l’obiettivo di
minimizzare i costi di trasporto data la localizzazione degli input e del mercato. Una volta
individuata la localizzazione a costo minimo, nel secondo stadio l’impresa confronta
quest’ultima con altre caratterizzate da costi di trasporto più alti ma anche da economie di
agglomerazione di altro tipo che possono compensarli.

Impresa con un solo input (foglio 0)


Consideriamo un impresa che produce output e utilizza per questo un solo input. L’input
viene prodotto in una località e deve essere trasportato sostenendo un costo che dipende
dalla quantità di input trasportata (mi), dal Ctr per unità di input e di distanza (ti) e dalla
distanza (di).
Cti (costo totale input i) = mitidi
L’impresa deciderà dove localizzarsi in base ai Ctr degli input e dell’output poiché questi sono
gli unici costi che variano al variare della localizzazione. L’impresa che vuole massimizzare il
profitto deve quindi minimizzare i Ctr; essa calcola cosa guadagna o perde al margine al
variare delle proprie decisioni. Se si avvicina al mercato il Ctr dell’input aumenta mentre
quello dell’output diminuisce.
Δmitidi - Δmotodo = costo marginale che l’impresa sopporta se si avvicina/allontana
dall’input.
Se miti > moto, qualora l’impresa si avvicini al luogo di produzione dell’input i ctr di
quest’ultimo diminuiscono più di quanto aumenti il ctr dell’output (il costo marginale è
negativo) all’impresa conviene quindi avvicinarsi progressivamente all’input fino a localizzarsi
in I (punto di produzione dell'input).
Se miti < moto, l’impresa si localizza in O (punto del mercato dell'output) per motivi opposti.
Se miti = moto, i costi dell’impresa sono uguali in qualunque posizione essa si localizzi, il costo
marginale dello spostamento è uguale a zero. Non c’è una localizzazione ottimale: tutte lo
sono in ugual misura.
Consideriamo ora il caso di un impresa che produce un output usando due input.
Chiamiamo:
1) m1 e m2 il peso degli input utilizzati, p1 e p2 il relativo prezzo per unità di peso nei luoghi di
produzione (M1 e M2)
2) m3 il peso dell’output e p3 il relativo prezzo per unità di peso nel luogo di produzione (M3)
3) t1, t2 e t3 rispettivamente i costi di trasporto degli input e del prodotto finale per unità di
peso e di distanza
4) d1, d2 e d3 le distanze dei luoghi di produzione degli input e del mercato dall’impresa.
5) K il punto di localizzazione dell’impresa.
Capitale e lavoro sono liberamente disponibili ad un prezzo invariante in tutti i punti dello
spazio.
La funzione di produzione sarà:
m3 = f (k1 m1, k2 m2)
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se k1 e k2 = 1
m3 = f (m1, m2)
La specificazione più semplice è
m3 = m1 + m2
Obiettivo dell’impresa è minimizzare la somma dei Ctr dei due input e dell’output, l’impresa
ragiona sempre in termini di costi marginali. Ragionando con la logica applicata al caso di un
solo input si può affermare che l’impresa tende ad avvicinarsi verso l’input o l’output che ha
il costo di trasporto totale più alto. I costi di trasporto rappresentano quindi fattori di
attrazione verso determinati punti nello spazio: l’impresa si avvicina per minimizzare il costo
(dato il peso e il costo unitario il costo di trasporto dipende dalla distanza, ovvero diminuisce
al diminuire di essa). Il punto in cui il costo totale è minimo è quello in cui qualunque
spostamento in qualunque direzione comporta un costo marginale positivo. Il problema può
essere analizzato mediante il triangolo di Weber (fig. 1.1) 1. La localizzazione ottimale si ha
nel punto in cui vengono minimizzati i Ctr (punto K nella fig. 1.1), qualunque altra
localizzazione comporta maggiori costi di trasporto (il costo marginale dello spostamento è
positivo). La soluzione ottimale può essere trovata analiticamente ma per avere un’idea
intuitiva si può ricorrere ad un’analogia utilizzando la struttura di Varignon (foglio 2), in cui
tre corde unite in un punto reggono pesi che sono proporzionali alle rispettive masse degli
input e dell’output. Ciascuno di essi rappresenta una forza che attrae verso di sé la
cordicella. Il sistema si arresta e raggiunge un equilibrio quando le tre forze si equivalgono. In
questo caso la giuntura delle tre corde individua un punto (punto K*) tale che i Ctr totali che
l’impresa deve sostenere sono minimi. Questo è quindi è il punto in cui l’impresa si localizza.
Il punto ottimale è tale che in esso deve verificarsi la seguente condizione:
il costo totale di trasporto di ciascun input o output deve essere uguale alla somma dei costi
di trasporto degli altri due. In altri termini deve essere
m1t1d1+m2t2d2 = m3t3d3 ; m1t1d1+m3t3d3 = m2t2d2; m2t2d2 +m3t3d3 = m1t1d1.
Il motivo è intuitivamente semplice: se il costo di trasporto di uno qualunque dei tre termini
(m1, m2 o m3) è maggiore della somma degli altri due è possibile ridurre i costi totali
avvicinandosi al suo punto di localizzazione. Solo quando le tre equazioni sono insieme
verificate non è possibile ridurre i costi spostandosi in qualunque direzione pertanto, in quel
punto, i costi sono minimi.
Se m1t1d1+m2t2d2 > m3t3d3 all’impresa converrebbe avvicinarsi agli input e allontanarsi dal
mercato dell’output perché il costo marginale è negativo (la riduzione del Ctr degli input è
maggiore dell’aumento del Ctr dell’output). In generale se m1t1+m2t2 > m3t3 l’impresa
tenderà a localizzarsi più vicino agli input, in questo caso si dice che l’impresa è orientata
verso gli input (input oriented). Il contrario accade quando m1t1+m2t2 < m3t3 in questo caso
l’impresa tenderà ad avvicinarsi al mercato del prodotto finale e viene definita come
orientata verso il mercato (market oriented).
La localizzazione ottimale può essere diversa a seconda delle caratteristiche della funzione di
produzione. Vediamo un esempio (fig. 1.2).
Un’impresa produce automobili del peso di due tonnellate utilizzando una tonnellata di
acciaio e una tonnellata di plastica (m3 = m1 + m2). Il costo del trasporto dell’acciaio è la metà

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Il primo numero si riferisce al foglio, il secondo alla figura. Pertanto fig. 4.3 significa figura 3 del foglio 4.

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di quello della plastica (t1= 1/2 t2). L'impresa si localizzerà vicino al fornitore della plastica M2
(punto A fig. 1.2) per minimizzare d2 in rapporto a d1 riducendo i costi totali.
Se cambia la funzione di produzione per esempio gli input necessari sono 1 tonnellata di
plastica e 4 di acciaio (m3 = 4m1 + m2) l’impresa si avvicinerà alla fonte dell’input più utilizzato
(punto B fig. 1.2). Ciò perché, pur essendo il Ctr unitario della plastica doppio di quello
dell’acciaio, il costo di trasporto totale dell’acciaio è doppio rispetto alla plastica dal
momento che ne occorre una quantità quattro volte superiore.
Il costo di trasporto dell’output è influenzato dalla sua massa e dal peso. I prodotti ad alta
densità presentano minori costi di trasporto, le imprese che li producono tendono quindi ad
allontanarsi dal mercato. Analogamente se due imprese presentano due funzioni di
produzione diverse, ceteris paribus, quella più efficiente (che scarta cioè meno input) e ha un
prodotto più pesante tenderà a localizzarsi più vicino al mercato.
Altro esempio: (fig. 1.3) assumiamo che i Ctr siano uguali per i due input e che le imprese A e
B producano due output diversi con diversi costi di trasporto. Il Ctr dell’output A è maggiore
del Ctr dell’output B. In questo caso l’impresa A si localizza più vicina al mercato rispetto
all’impresa B.

Isodapane (foglio 3)
Il punto ottimale individuato è tale se si tiene conto soltanto dei costi di trasporto. In questo
caso stiamo ipotizzando che i prezzi dei fattori produttivi siano uguali in tutti i punti dello
spazio, ma questo non è necessariamente vero. Inoltre in alcuni punti è possibile realizzare
altri tipi di economie dovute a particolari condizioni in essi presenti. L’approccio di Weber
consente di analizzare come mutamenti dei prezzi dei fattori produttivi o variazioni di altri
costi possono influenzare le decisioni di localizzazione. In particolare data la localizzazione
ottimale (K*) quali variazioni dei prezzi dei fattori possono indurre l’impresa a modificarla? A
questo scopo si possono costruire delle mappe che uniscono tutti i punti dello spazio
caratterizzati dallo stesso aumento dei costi di trasporto degli input e dell’output per unità di
prodotto rispetto al punto ottimale K*. Tali mappe si chiamano isodapane.
Se assumiamo che i costi dei fattori siano uguali in tutto il territorio, uno spostamento
dell’impresa in qualunque direzione rispetto alla localizzazione ottimale K*, fa aumentare i
costi e ridurre i profitti a causa dell’aumento dei Ctr dovuti all’allontanamento dalla
localizzazione ottimale K*.
Possiamo chiederci allora di quanto devono diminuire i prezzi dei fattori, rispetto al prezzo
vigente nella localizzazione ottimale K*, perché l’impresa reputi conveniente spostarsi da
essa. In generale la diminuzione deve essere tale da più che compensare l’aumento dei Ctr.
Questo è quanto ci dicono le isodapane. L’impresa avrebbe convenienza a spostarsi in un
qualunque punto della isodapana più interna (fig. 3.1) solo se i prezzi dei fattori per unità di
output fossero più bassi di 10 euro. Per localizzarsi nei punti O,G,L,B la riduzione dovrebbe
superare 20 euro e così via.
Questo tipo di analisi consente di rispondere a una importante domanda. Come devono
variare nello spazio i salari e il prezzo della terra perché i profitti dell’impresa siano uguali in
tutti i punti? Possiamo tracciare una linea in una direzione nello spazio (es. direzione est
dove si trovano i punti A, B, C, E) e considerare le riduzioni dei prezzi dei fattori che
compensano esattamente l’aumento dei costi di trasporto (nel punto A: 10, nel punto B: 20 e
così via). Ponendo in ordinata questi valori e in ascissa la distanza è possibile costruire il

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gradiente dei prezzi di equilibrio interregionali, ovvero l’insieme dei prezzi dei fattori nei vari
punti tali che per l’impresa è indifferente localizzarsi in uno qualunque di essi. Ripetendo
l’operazione in tutte le direzioni otteniamo una mappa dei prezzi che generano uguali profitti
nello spazio. Se un’impresa deve scegliere la propria localizzazione può usare tale mappa:
tutti i punti in cui i prezzi effettivi dei fattori sono più bassi di quelli di equilibrio sono
localizzazioni più convenienti di quella in cui l’impresa si trova.
Questo è importante perché se una regione periferica vuole attrarre investimenti di imprese
localizzate in una località centrale (K*) i prezzi dei fattori devono essere inferiori a quelli
risultanti dalla mappa di equilibrio. Naturalmente imprese differenti hanno K* diversi e
isodapane diverse e conseguentemente mappe di prezzi di equilibrio diverse.

Limiti del modello di Weber


Il principale limite dell’analisi di Weber consiste nel fatto che considera solo i Ctr come
fattore di localizzazione.
Le assunzioni di omogeneità dello spazio e della domanda non sono realistiche, ma
consentono comunque di prescindere da fattori di tipo meramente geografico e concentrarsi
sui fattori economici.
Il modello è essenzialmente statico e non prende in considerazione fattori dinamici come
l’innovazione tecnologica o variazioni nella distribuzione del reddito ecc.
E’ un modello di equilibrio parziale che assume il contesto in cui l’impresa opera come dato e
non prevede forme di interazione fra le decisioni delle imprese.
L’analisi è tutta concentrata sull’offerta senza alcuna considerazione della domanda che
viene supposta illimitata e rigida rispetto al prezzo.
Il quadro che il modello di Weber dipinge è quello di imprese che dovrebbero essere
continuamente in movimento in risposta a piccoli mutamenti dei prezzi dei fattori nello
spazio. Nella realtà questo non accade, le localizzazioni sono molto vischiose. Questo solleva
alcuni dubbi sulla capacità esplicativa del modello. Peraltro la vischiosità dipende dalla
presenza di costi di transazione che possono essere facilmente incorporati nel modello
(l’impresa si sposta solo quando la riduzione de prezzi dei fattori compensa la somma dei
costi di trasporto e di transazione).
Infine un limite vistoso del modello di Weber sono i coefficienti fissi nella funzione di
produzione, mentre la teoria economica insegna che la proporzione in cui i fattori produttivi
vengono usati è variabile e dipende dai loro prezzi.

Coefficienti flessibili: l’analisi di Moses


Moses modifica l’analisi di Weber introducendo una funzione di produzione a coefficienti
variabili.
Ipotesi del modello di Moses
- l’impresa può sostituire tra loro i due fattori produttivi al mutare dei prezzi relativi;
- la distanza delle imprese dal mercato è irrilevante.
Limitiamo la possibilità di localizzazione dell’impresa a punti equidistanti dal mercato (vedi
fig. 4.1). A questo scopo si considera l’arco I-J, il cui centro è M3 ed il raggio d3.

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I-J è la sezione di una circonferenza all’interno del triangolo di Weber; tutti i punti dell’arco
sono equidistanti da M3. La ragione di questa ipotesi è che semplifica notevolmente l’analisi
che deve focalizzarsi sulle variazioni dei prezzi dei fattori trascurando l’output.
Per decidere dove localizzarsi l’impresa considera i prezzi dei due input che sono uguali al
prezzo di fabbrica degli input più i Ctr (tidi). I prezzi sono quindi p’1 = p1+t1d1 e p’2 = p2+t2d2.
Se l’impresa si localizza in I la distanza da M1 è minima, quindi il costo per l’input m1 è il
minimo possibile, perché il Ctr è minimo. Viceversa se si localizza in J la distanza da M2 è
minima, quindi il costo dell’input m2 è il minimo possibile per lo stesso motivo.
Spostandoci da I a J, il rapporto tra i prezzi dei due input (p’1 / p’2) aumenta, sarà quindi
minimo in I e massimo in J. A ogni punto lungo l’arco I-J corrisponde un certo rapporto fra i
prezzi. L’impresa si comporterà in modo da rendere tangenti il proprio vincolo di bilancio e
l’isoquanto più alto della funzione di produzione. In questo modo massimizza il profitto. Per
analizzare il problema dobbiamo costruire il vincolo di bilancio (vedi fig. 4.2). Ne esiste uno
per ogni punto dell’arco I-J (nella figura sono riportati quelli corrispondenti ai punti I e J),
ciascuno con una pendenza uguale al rapporto fra i prezzi dei fattori. L’impresa può scegliere
tra le diverse localizzazioni quindi non avrà un solo vincolo di bilancio (o isocosto) ma tanti
quanti sono i punti in cui si può localizzare.
Per ogni isocosto sono valide le seguenti relazioni:
CTI (costo totale input) = p’1m1 + p’2m2
p’1 = p1 + t1d1
p’2 = p2 + t2d2
m1 = (CTI/ p’1) – (p’2 / p’1) m2
p’2 / p’1= tga
La pendenza dell’isocosto è uguale al rapporto fra i prezzi p’2 / p’1.
Se ci si sposta da I verso J p’2 / p’1 diminuisce, tgaj è minore di tgai.
Se l’impresa è localizzata in I può muoversi lungo l’isocosto corrispondente. Fino al punto G
questo isocosto si trova all’esterno di quello relativo al punto J. In altri termini allo stesso
costo l’impresa può acquistare quantità maggiori dei due input. Oltre il punto G (punto di
intersezione fra i due isocosti) accade il contrario, da quel punto in poi esso si colloca al di
sotto dell’isocosto J, per l’impresa diventa più conveniente muoversi lungo l’isocosto J
(ovvero localizzarsi in J) e viceversa.
Considerando tutti i punti possibili il ventaglio di opzioni è rappresentato dall’inviluppo dei
diversi isocosti che contiene tutti quelli associati a tutte le localizzazioni comprese tra I e J
(fig. 4.3).
Dobbiamo ora trovare il punto di tangenza con l’isoquanto più alto che consente di
massimizzare il profitto. L’equilibrio (fig. 4.4) comporta una combinazione di fattori m’1 m’2 e
rappresenta anche il punto di localizzazione ottimale K*, perché ogni punto dell’inviluppo si
trova su un singolo vincolo di bilancio e rappresenta quindi una singola localizzazione. In altri
termini nel modello di Moses scegliere la combinazione ottima dei fattori equivale a
scegliere anche una certa localizzazione. Le due scelte sono in realtà due facce della stessa
medaglia.
Se cambiano i Ctr degli input (quindi anche i loro prezzi che sono uguali ai prezzi di fabbrica
più i Ctr) la localizzazione ottimale dell’impresa cambia.

11
Assumiamo che in M1 i ctr diminuiscano, possiamo ipotizzare che venga costruita una strada
più larga così da rendere più agevole il trasporto e ridurre i Ctr dell’input 1. Il prezzo totale
dell’input 1, p’1, si riduce. Ciò da luogo a un effetto di sostituzione 2, la pendenza della curva
di inviluppo aumenta (fig. 5.1) e risulta tangente all’isoquanto iniziale in un diverso punto (B
mentre prima era A), l’impresa quindi cambia la proporzione in cui utilizza i fattori
aumentando l’uso dell’input 1 divenuto relativamente meno costoso e nello stesso tempo
cambia localizzazione avvicinandosi al luogo di produzione dell’input 1 (l’impresa si sposta su
un isocosto a pendenza più elevata ossia si muove in direzione del punto I che è più vicino al
luogo di produzione dell’input 1). Accade cioè esattamente il contrario di quanto avveniva
nel modello di Weber in cui l’impresa si avvicina al punto di produzione dell’input con Ctr più
alto. La ragione è che l’impresa accresce la quantità relativa utilizzata dell’input 1 divenuto
meno costoso, ma ora nella localizzazione originaria (A) sostiene costi di trasporto più
elevati per l’input 1 rispetto all’input 2 quindi diventa conveniente avvicinarsi al luogo di
produzione dell’input 1. La decisione dell’impresa dipende dall’elasticità di sostituzione (ES)
fra i fattori (Var% m2 / m1) / (Var% p’2 / p’1 ). Tanto maggiore è l’ES tanto più l’impresa
tenderà ad avvicinarsi al luogo di produzione dell’input il cui prezzo è diminuito e viceversa
(perché tanto maggiore ES e tanto più aumenta la quantità utilizzata dell’input il cui prezzo è
diminuito).
Ipotizzando una diminuzione di p’1
- se Es = 0, l’impresa si avvicina alla fonte dell’input 2 perché non c’è sostituzione fra i due
input e per minimizzare i Ctr conviene localizzarsi più vicino alla fonte dell’input che
comporta costi totali più alti (questo è quanto accade nel modello di Weber).
- se Es >1, una riduzione nel prezzo dell’input 1 (dovuto a una diminuzione del ctr o dei salari)
genera, un effetto di sostituzione tra i due fattori più che proporzionale, la diminuzione
relativa del prezzo è più che compensata dall’aumento della quantità relativa utilizzata
dell’input 1 il costo totale relativo pertanto aumenta, spingendo l’impresa ad avvicinarsi al
luogo di produzione dell’input 1.
Per esempio, ipotizziamo che p’2 / p’1 aumenti del 10%, la sostituzione tra i due fattori varia
del 20% (aumenta m1 e diminuisce m2), quindi il costo totale dell’input 1 aumenta rispetto a
quello dell’input 2.
- Se 0 > ES < 1 l’impresa si avvicinerà al luogo di produzione dell’input relativamente più
costoso (input 2 nel nostro caso) come in Weber ma meno che nel caso di ES=0.
Il modello di Moses permette inoltre di studiare il comportamento dell’impresa al variare
della scala di produzione (vedi fig. 5.3 e 5.4). Costruendo una serie di inviluppi dei vincoli di
bilancio che rappresentano possibilità di spesa in fattori produttivi via via più elevate per
l’impresa (ovvero scale di produzione più grandi) e sovrapponendoli con una mappa di
isoquanti, possiamo unire tutti i punti di tangenza trovando il sentiero di espansione.
L’impresa si muove lungo il sentiero di espansione all’aumentare della scala di produzione,
ogni punto ottimale definisce una certa combinazione di fattori e una localizzazione
corrispondente. Il sentiero di espansione può essere rettilineo o curvilineo. Nel secondo caso
se i rendimenti di scala sono tali da far aumentare la proporzione utilizzata dell’input 2 (fig.
5.3) l’impresa si muove verso il luogo di produzione dell’input 2 e viceversa. Se la
2
La variazione del ctr provoca anche un effetto reddito che fa traslare l’inviluppo verso nord-est. Si dovrebbe
prendere quindi in considerazione la somma dell’effetto reddito e di sostituzione ossia l’effetto prezzo (foglio 4,
fig. 4) ma, dato che il problema è la sostituzione dei fattori, l’effetto reddito può essere trascurato senza
alterare sostanzialmente l’analisi.

12
combinazione dei fattori rimane costante (per es. con una funzione di produzione Cobb-
Douglas) il sentiero è rettilineo. In questo caso anche la localizzazione non muta perché la
localizzazione corrisponde univocamente a una certa combinazione degli input (fig. 5.4).
Tutto questo è vero solo se consideriamo costante la distanza dal mercato dell’output. In
ogni caso se la distanza dal mercato varia la localizzazione continua ad essere indipendente
dalla scala di produzione a condizione che i rendimenti di scala siano costanti nella
tecnologia dell’output e in quella dei trasporti.
L’implicazione fondamentale del modello di Moses è che le scelte di produzione e di
localizzazione sono strettamente connesse. Scegliere una combinazione dei fattori significa
scegliere anche una corrispondente localizzazione ottimale.

I limiti del modello di Moses


Moses affina l’analisi di Weber e si integra meglio nella teoria microeconomica neoclassica,
ma gran parte dei limiti individuati in precedenza rimangono. Le decisioni di localizzazione si
basano quasi esclusivamente sui Ctr e trascurano completamente variazioni del prezzo
dell’output. Inoltre i costi di trasporto sono solo una parte dei costi legati alla distanza
spaziale.

Monopolio spaziale
Le aree di mercato sono spesso differenti per densità di popolazione, distribuzione del
reddito e domanda dei consumatori a causa dei gusti differenti. Ma, anche se consideriamo
uno spazio omogeneo sotto tutti questi aspetti, la posizione conferisce comunque alle
imprese un potere monopolistico. In generale tale potere dipende dal fatto che per un
consumatore acquistare un bene da un’impresa distante nello spazio comporta costi di
trasporto maggiori rispetto a una più vicina. I consumatori potrebbero pertanto non avere
convenienza a cambiare fornitore anche se l’impresa più vicina praticasse un prezzo più
elevato (se la differenza di prezzo non compensa i maggiori costi di trasporto). Questo fatto
spinge le imprese ad impegnarsi in una competizione per lo spazio nel tentativo di
aumentare il loro potere di mercato.
Esaminiamo in primo luogo perché la distanza può essere una fonte di potere monopolistico,
successivamente vedremo come le imprese scelgono la localizzazione al fine di massimizzare
il proprio mercato e, insieme, i propri profitti.
Il primo problema può essere affrontato immaginando un mercato unidimensionale
costituito da una strada rettilinea dove sono localizzate le imprese e i consumatori
(approccio di Palander). Ipotizziamo che vi siano due imprese A e B localizzate nei punti
omonimi lungo uno spazio unidimensionale definito dalla retta OO’ (fig. 6.1). Le imprese
producono lo stesso prodotto. Il costo di produzione e prezzo pa dell’azienda A nel punto
omonimo può essere rappresentato dalla distanza verticale pa. Analogamente il costo di
produzione e prezzo di B saranno rappresentati da una distanza verticale pb. A è più
efficiente di B. I costi di trasporto per unità di prodotto e di distanza sopportati da ogni
azienda sono rappresentati dalla pendenza delle funzione dei costi: t = tg(e) (pendenza dei
segmenti crescenti). Si noti che i costi di trasporto sono identici per le due imprese ta=tb=

13
tg(e). Per ogni luogo a distanza da da A il prezzo alla consegna del bene sarà (pa+ tada) e per
ogni luogo a distanza db da B il prezzo di consegna del bene sarà (pb+ tbdb). Le ordinate in
ogni punto dei segmenti crescenti misurano il prezzo complessivo di mercato (prezzo alla
consegna). I consumatori sono distribuiti uniformemente lungo OL e sono inoltre razionali
cioè compreranno al prezzo più basso. In questa situazione il mercato sarà diviso in due
parti: la prima è OC in cui il prezzo alla consegna di A è più basso di quello di B, la seconda è
CO’ in cui accade il contrario. Possiamo concludere che, sebbene l’azienda A sia più efficiente
di B e produca lo stesso prodotto, A non conquista tutto il mercato perché i costi di trasporto
in punti vicini alla azienda B incrementano il prezzo di consegna fino a renderlo non più
competitivo. Ovvero B è competitivo in una certa fetta del mercato solo per via della sua
localizzazione e della vicinanza di una quota di consumatori. In altri termini gode di una
posizione di monopolio che gli consente di praticare un prezzo più alto dell'impresa
concorrente grazie alla distanza spaziale. Generalmente la dimensione dell’area di mercato
dominata da una azienda sarà maggiore al diminuire dei costi di produzione e dei costi di
trasporto (nella fig. 6.2 B ha un mercato più ampio perché i ctr sono più bassi rispetto ad A).
Questo spiega perché piccoli esercizi commerciali poco efficienti riescono a mantenere una
piccola quota di mercato anche se sono in competizione con supermercati molto più
efficienti (nella fig. 6.3 l’impresa A molto più efficiente e con minori costi di trasporto non
conquista tutto il mercato, i consumatori compresi nel segmento CD acquistano dall’impresa
B).
In generale il potere monopolistico delle imprese è maggiore tanto più alto è il costo di
trasporto e tanto maggiore è la distanza che separa le aziende. Nella figura 6.4 possiamo
osservare come cambia la quota di mercato di due imprese che hanno Ctr uguali, se A
aumenta il prezzo di vendita. Se la domanda è anelastica (grafico a sinistra) l’impresa ha un
certo potere di monopolio, quindi se A aumenta il suo prezzo cede la quota di mercato D-C
(relativamente piccola) all’impresa B. La bassa elasticità della domanda è dovuta agli alti Ctr.
Se i Ctr sono bassi (grafico a destra) la domanda è elastica e un aumento del prezzo da parte
dell’impresa A causa una sensibile perdita di quota di mercato, rappresentata dal tratto D-C,
a favore dell’impresa B.
Vediamo ora come variano le quote di mercato a seconda della distanza alla quale sono
localizzate le due imprese (vedi fig. 7.1 e 7.2). Ipotizziamo che le imprese abbiano gli stessi
Ctr e gli stessi prezzi di fabbrica. Se le imprese sono molto vicine e l’impresa A aumenta il suo
prezzo perderà completamente il mercato (fig. 7.1). Al contrario se sono distanti e l’impresa
A aumenta il suo prezzo, il suo mercato subisce solo un ridimensionamento a causa dei Ctr
ovvero si riduce della quota D-C (fig. 7.2).
Tanto più le imprese sono vicine, tanto minore è il loro potere di mercato. In base a questo
principio le imprese dovrebbero localizzarsi il più lontano possibile le une dalle altre, ma non
è sempre vero.

Il modello di Hotelling
Quando le industrie non competono in termini di prezzo ma in termini di qualità, la
competizione spaziale è particolarmente importante. La dimostrazione più semplice è il
modello di Hotelling.

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Prendiamo in considerazione due imprese A e B situate in uno spazio unidimensionale OO’
(per esempio due chioschi lungo una spiaggia). Le imprese sono identiche nel senso che
hanno uguali costi e prezzi, cioè pa=pb e il bene prodotto ha gli stessi costi di trasporto per
entrambe: ta=tb. Assumiamo, inoltre, che i consumatori siano uniformemente distribuiti
lungo la spiaggia e che la domanda di ciascun consumatore sia perfettamente anelastica,
ossia che si consumi una quantità fissa indipendentemente dal prezzo (una unità). I
consumatori pagano un prezzo uguale al prezzo di fabbrica più il costo del trasporto:
pa’ = pa + tada
pb’ = pb + tbdb
tb = ta = tg (e)
Inoltre le imprese prendono le loro decisioni sulla base dell’assunzione che i loro concorrenti
non risponderanno cambiando il loro comportamento (congetture alla Cournot). In sostanza
se un’impresa decide di ridurre il prezzo assume che le altre non reagiscano mantenendo
costante il loro prezzo. Dato che non competono sul prezzo, ogni azienda può agire solo sulla
localizzazione per acquisire maggiori quote di mercato.
Se assumiamo che A è posta a 1\4 e B a 3\4 del segmento OO’ allora il mercato sarà diviso a
metà (OC e O’C nella fig. 7.3). In questa situazione, assumendo che B non reagisca, l’impresa
A ha convenienza a spostarsi nel punto D (immediatamente a sinistra di B) perché la propria
quota di mercato aumenterebbe fino a OD mentre a B rimarrebbe solo O’D. B (che, a sua
volta, assume che A non si sposterà da D) reagisce allo spostamento di A spostandosi a sua
volta appena a sinistra di A e riguadagnando così una quota di mercato pari a poco meno di
OD. Successivamente sarà A a spostarsi nuovamente alla sinistra di B e così via fino a quando
tutte e due le aziende si troveranno in C, nel bel mezzo del mercato OO’.
A questo punto nessuna azienda avrà incentivo a spostarsi perché ciò significherebbe una
riduzione della sua quota di mercato (equilibrio di Nash) 3. A conclusione del gioco di
Hotelling il mercato si divide a metà, esattamente come all’inizio del gioco, ma il benessere
dei consumatori è inferiore. Infatti, dato che, per assunzione, il consumatore acquista una
quantità fissa indipendentemente dal prezzo del bene prodotto da A e B, non ci sarà effetto
di sostituzione. La variazione nei prezzi di consegna rifletterà pertanto la variazione nel
benessere del consumatore in ogni luogo. Le aree comprese tra le curve dei prezzi di
consegna mostrano il risultato netto tra guadagni e perdite di benessere (fig. 7.4). I
consumatori al centro del mercato, che si trovano tra le proiezioni sull’asse delle ascisse dei
punti h e g, acquistano i beni ad un prezzo inferiore rispetto alla situazione precedente e
ottengono un vantaggio dalla localizzazione delle imprese al centro. L’area hegf misura il
guadagno di benessere. Quelli ai margini del mercato situati a sinistra di h e a destra di g
acquistano invece i beni ad un prezzo superiore rispetto alla situazione precedente, il
benessere quindi diminuisce nella misura dell’area nhql+grms. Il risultato è una perdita netta
di benessere, l’equilibrio di Hotelling non è efficiente (come del resto accade in qualunque
situazione di mercato in cui sono presenti vincoli alla concorrenza).
L’equilibrio di Hotelling è stabile solo se il numero delle imprese non è superiore a due, in
caso contrario le imprese si rilocalizzano continuamente senza raggiungere un equilibrio.

3
Nella teoria dei giochi per equilibrio di Nash si intende una situazione in cui nessuno dei due giocatori ha
interesse a modificare le proprie decisioni date le decisioni prese dall’altro.

15
Inoltre, se è possibile la competizione sui prezzi, si verificherà l’equilibrio tipico dei mercati
competitivi (prezzo=costo marginale) a causa della guerra dei prezzi che si instaura tra le
imprese. Se l’impresa A decide di abbassare il prezzo da p’ a p’’ si aggiudica tutto il mercato
(fig. 7.5). L’impresa B reagisce abbassando il suo prezzo ad un livello leggermente inferiore,
l’impresa A reagisce, a sua volta riducendo ulteriormente il prezzo e così via. Si scatena così
una guerra dei prezzi, che non si fermerà fino a quando il prezzo è pari al costo medio (al di
sotto di questo livello nessuna impresa ha convenienza a produrre perché il profitto diventa
negativo). Il margine di profitto viene completamente eroso a meno che le imprese non si
mettano d’accordo costituendo un cartello, ma ciò è molto difficile.
Il meccanismo che porta da una situazione di oligopolio ad una situazione simile alla
concorrenza perfetta si chiama Paradosso di Bertrand, i consumatori traggono vantaggio da
questa situazione poiché la diminuzione del prezzo accresce la loro rendita.
In un’area dove vi è concentrazione di imprese che producono gli stessi beni, una variazione
del prezzo da parte di una di esse ha effetti dirompenti, se le imprese sono vicine avranno
profitti nulli. Ciascuna impresa avrebbe convenienza ad allontanarsi dai concorrenti per
mantenere potere monopolistico e una quota del mercato grazie ai costi di trasporto.
Purtroppo nessuna azienda ha un incentivo a spostarsi per prima perché, così facendo,
cederebbe la quota maggiore del mercato all’altra. Perciò, a meno che non si raggiunga un
accordo, una guerra dei prezzi è inevitabile e disastrosa. In definitiva se i prodotti sono simili
e le aziende non competono sul prezzo la competizione spaziale spinge all'aggregazione delle
aziende perché così il mercato sarà equamente diviso. Al contrario laddove i prodotti sono
identici ed è quindi difficile non competere sul prezzo, la competizione spaziale porterà alla
dispersione (un caso tipico è quello dei distributori di benzina che si localizzano
normalmente a una certa distanza l’uno dall’altro. Quando sono vicini ciò accade perché
esiste una barriera che separa i loro mercati, per es. due carreggiate di un’autostrada
separate da uno spartitraffico). Tramite questi meccanismi il modello cerca di spiegare i
fenomeni di concentrazione e/o dispersione delle imprese nello spazio.
Il principale pregio del modello sta nel fatto che tiene conto dell’interdipendenza delle
decisioni delle imprese concorrenti ma esso ha anche notevoli limiti tra i quali il più
importante è l’assunzione della rigidità della domanda rispetto al prezzo. Rilassando questa
assunzione entrano in gioco nuovi equilibri più periferici rispetto al centro che riducono
molto la capacità esplicativa del modello. Inoltre gli equilibri descritti sono stabili con due
imprese ma cessano di esserlo se il numero delle imprese aumenta.

Principali fonti di economie di agglomerazione.


L’organizzazione spaziale delle attività produttive non è casuale ma segue una certa
logica. In primo luogo si può osservare che la maggior parte delle imprese tende a
concentrarsi in determinate aree. Inoltre, le aggregazioni spaziali seguono delle regole legate
alla dimensione. In particolare all’interno di un paese o di un’area commerciale di solito ci
sarà una città più grande, che riunisce quasi tutte le attività, seguita da un numero più
elevato di aggregazioni urbane più piccole e meno diversificate dal punto di vista delle
attività economiche, crescenti in numero al diminuire della dimensione. Questo fenomeno è
chiamato generalmente “gerarchia urbana”.
Il primo fenomeno implica che esistono vantaggi derivanti dall’agglomerazione spaziale
ma se tali vantaggi fossero sempre presenti a qualunque grado di concentrazione il secondo

16
fenomeno non potrebbe verificarsi: assisteremmo a una concentrazione di tutte le attività
produttive in un unico polo planetario. D’altra parte, se la concentrazione non comportasse
alcun vantaggio, le attività produttive sarebbero completamente disperse o, comunque,
seguirebbero perfettamente la dispersione della domanda. Entrambi i risultati sono
chiaramente controfattuali, evidentemente sono in azione simultaneamente forze che
spingono verso la concentrazione e altre che spingono verso la dispersione delle attività
produttive. Le une o le altre possono prevalere a seconda delle condizioni dando luogo a una
molteplicità di aggregazioni come si osserva in realtà. Le configurazioni reali delle attività
economiche nello spazio sono quindi il risultato dell’equilibrio fra queste forze contrastanti.
I cluster di attività produttive non possono essere spiegati in assenza di rendimenti
crescenti di scala. Immaginiamo che un grande numero di aziende con una funzione di
produzione con rendimenti costanti di scala si localizzino nello stesso luogo, provocando così
un aumento degli investimenti nell’area. La maggiore domanda di fattori produttivi farebbe
aumentare il prezzo della terra e il salario, causando in tal modo una riduzione dei profitti.
Inoltre la prossimità spaziale favorirebbe la competizione e tenderebbe a far cadere i prezzi
riducendo i ricavi. Le imprese diverrebbero meno competitive, alcune di esse si
sposterebbero in aree dove i prezzi dei fattori sono più bassi, altre fallirebbero. Infine, se i
mercati non sono altrettanto concentrati, i costi di trasporto sarebbero maggiori. Il cluster
cesserebbe così di esistere le imprese si disperderebbero e i beni verrebbero prodotti in
piccole quantità in tutte le localizzazioni. Nella realtà però osserviamo che i cluster esistono.
Viceversa, immaginiamo ora una situazione in cui le aziende beneficiano di significative
economie di scala causate proprio dal grande numero di aziende concentrate in quell’area.
In questo caso gli alti prezzi dei fattori e i costi di trasporto possono essere più che
compensati dall’aumento della produttività, con conseguente aumento dei profitti. Ciò
attrarrebbe nuove imprese in un processo che si autoalimenta dato che maggiore è il livello
degli investimenti di un’area più grande è l’attrazione che essa esercita sui potenziali
investitori. Questa ipotesi è compatibile con l’esistenza dei cluster ma comporta la
concentrazione di tutte le attività in un unico punto. L’osservazione della realtà suggerisce
quindi che le economie di scala sono all’opera, ma anche che esistono dei limiti ai loro
effetti. In alcune situazioni prevalgono le forze che spingono verso la concentrazione in altre
quelle che favoriscono la dispersione.
Le economie di scala legate alla localizzazione sono generalmente note come economie di
agglomerazione. Marshall le identifica con le economie di scala esterne che sono
indipendenti dalla dimensione di una specifica azienda ma dipendono dalle dimensioni
complessive di un’industria. Le fonti di tali economie sono secondo Marshall:
1) information spillovers: diffusione delle informazioni fra le imprese causata dai frequenti
contatti informali tra dipendenti di aziende diverse;
2) input locali specialistici: alcuni fattori di produzione specialistici sono forniti al gruppo in
maniera più efficiente che ad aziende sparse;
3) disponibilità locale di manodopera specializzata: diminuisce il costo relativo alla
formazione del personale rendendo più economici ampliamenti d’organico.
N.B.: tutte le fonti suddette generano economie di scala per aziende dello stesso settore.
Vediamo singolarmente le tre fonti:
- Spill-over di conoscenza: l’agglomerazione delle imprese favorisce lo sviluppo e la
diffusione di conoscenze, tecnologie e informazioni. Lo scambio di conoscenze non riduce
le conoscenze dei singoli, bensì aumenta quelle complessive. Tutte le imprese possono

17
beneficiare delle migliori conoscenze presenti nell’area, inoltre la combinazione di
conoscenze provenienti da diverse fonti favorisce l’innovazione. L’attivazione di questi
interscambi facilita e migliora la produzione, consente l’apprendimento collettivo, la
sperimentazione viene sviluppata da tutte le imprese.
Polany distingue 2 tipi di conoscenze:
conoscenze codificate: trasmissibili tramite linguaggi formali, si possono decodificare
secondo un codice formalizzato e trasmettere tramite mezzi di comunicazione standard
(manuali, pubblicazioni, filmati ecc..)
conoscenze tacite: richiedono forme di apprendimento diverse, meno facilmente
trasferibili che comportano un contatto diretto o faccia a faccia tra chi apprende e chi
insegna. Il fatto che imprese di uno stesso settore siano vicine le une alle altre facilita il
trasferimento soprattutto di questo secondo tipo di conoscenze grazie ai contatti e
spostamenti dei lavoratori che le detengono.
- Input non commerciati (locali specialistici): la concentrazione di imprese dello stesso
settore in un area, crea un mercato sufficientemente ampio da consentire la nascita di
imprese specializzate nella fornitura di servizi o di beni intermedi. Quando queste attività
sono caratterizzate da economie di scala è necessaria una certa dimensione del mercato
per renderle profittevoli. Al di sotto di tale soglia l’impresa specializzata non nasce e le
altre imprese sono costrette a produrre i servizi e beni intermedi al proprio interno con
costi maggiori (o acquistarli da imprese localizzate in altre aree con maggiori costi di
trasporto).
- Pool di manodopera specializzata: in aree a elevata concentrazione ciascuna impresa può
beneficiare della presenza di manodopera specializzata formatasi in altre imprese
risparmiando in tal modo sui costi di formazione del personale. Inoltre il mercato del
lavoro è più flessibile e questo è molto importante sia per le imprese che per i lavoratori.
Le vicende del ciclo economico fanno sì che le imprese abbiano bisogno di assumere
lavoratori in certi momenti e licenziarli in altri. Nei periodi di crescita un’impresa può
assumere facilmente il personale licenziato da altre imprese che attraversano un
momento difficile. D’altra parte i lavoratori preferiscono localizzarsi in zone con maggiore
concentrazione di imprese dove hanno maggiori possibilità di trovare un altro lavoro nel
caso venissero licenziati.
Le economie di agglomerazione citate dipendono dalla concentrazione spaziale di imprese
dello stesso settore. Può accadere però (e accade soprattutto nelle grandi città) che in
un’area si crei una concentrazione di imprese di diversi settori, in questo caso le ragioni delle
economie di agglomerazione possono essere diverse. Ohlin e Hoover distinguono 3 tipi di
economie di agglomerazione:
- Economie interne di scala: traggono origine dall’aumento della scala di produzione
all’interno della singola impresa. Non derivano quindi dalla presenza di altre imprese
nell’area considerata. Tuttavia esse hanno una connotazione spaziale perché dipendono
dalla crescita dimensionale di un singolo impianto quindi dal fatto che quell’impresa
concentra i propri investimenti in una singola area. Non si verificherebbero se gli
investimenti fossero dispersi in più aree.
- Economie di localizzazione: derivano da una concentrazione nella stessa area di imprese
che operano nello stesso settore o in settori simili. Coincidono con quelle individuate da
Marshall.

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- Economie di urbanizzazione: studiate in particolare da Jacobs, derivano dalla
concentrazione di imprese di diversi settori produttivi nella stessa area, normalmente
un’area urbana. Le imprese produttive hanno bisogno di servizi legali, assicurativi, di
istruzione e formazione, trasporti, pubblicitari ecc. Questi servizi non sono
necessariamente specifici per un determinato settore pertanto una elevata
concentrazione di imprese di settori diversi stimola la localizzazione di imprese di servizi
grazie all’ampiezza del mercato e genera economie esterne.
Un secondo fattore che genera economie di urbanizzazione e il fatto che nelle aree
urbane si concentrano le infrastrutture (strade, porti, linee ferroviarie ecc.), la cui
presenza è strettamente necessaria per lo svolgimento delle attività produttive e ne
riduce i costi.
Economie di agglomerazione possono derivare anche dalla diffusione e scambio di
conoscenze tecnologiche generali fra imprese di settori diversi (per esempio le
conoscenze informatiche e biotecnologiche sono rilevanti per una molteplicità di settori).
Inoltre la prossimità con mercati molto ampi e diversificati consente all’impresa di
catturare meglio le esigenze della domanda (spillover da domanda).
Infine l’impresa ha convenienza a localizzarsi in prosssimità di un mercato ampio perché
in questo modo riduce i costi di trasporto (torneremo più avanti su questo punto).
Secondo questa tipologia le economie interne di scala sono economie di agglomerazione
specifiche della singola impresa, le economie di localizzazione di un singolo settore, infine
quelle di urbanizzazione di una singola città.
Possiamo anche definirle nel modo seguente:
1. economie di scala: rendimenti crescenti interni all’impresa;
2. economie di localizzazione: economie esterne all’impresa, ma interne al settore;
3. economie di urbanizzazione: economie esterne all’impresa ed al settore;

Altre spiegazioni delle agglomerazioni spaziali


Teoria dei poli di sviluppo
La geografia economica, a partire dal fondamentale contributo di Perroux, tende a
interpretare la sfera economica come uno spazio dominato da forze di concentrazione e
diffusione, polarizzazione e dispersione. Lo sviluppo economico non avviene ovunque, non si
realizza nella stessa misura in ogni luogo, ma ha origine in alcuni punti, o poli di sviluppo, nei
quali si formano agglomerazioni industriali (Perroux 1966). L’affermazione del Perroux,
apparentemente banale, e il modello che ne deriva, ha avuto in realtà una portata
rivoluzionaria nel modo di considerare e analizzare lo sviluppo economico, soprattutto
rispetto alla teoria economica la quale considera o il funzionamento della singola industria
(microeconomia) oppure del sistema economico nel suo complesso (macroeconomia),
prescindendo quindi dallo spazio geografico e dalla dimensione locale dei processi di
sviluppo. Lo sviluppo industriale è un processo localizzato, per sua natura tendente alla
formazione di squilibri territoriali tra città e campagna, tra regioni ricche e regioni povere e
tra primo e terzo mondo. Oltre ad essere un fenomeno localizzato, lo sviluppo industriale è
infatti un processo cumulativo, nel quale i vantaggi tendono a cumularsi e rafforzarsi a
vicenda.

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La teoria dei poli di sviluppo ha un duplice aspetto, da un lato spiega quali fattori possono
determinare concentrazione e/o dispersione ed è pertanto una teoria della localizzazione,
dall’altro fornisce una spiegazione dei meccanismi che sono alla base dello sviluppo di una
determinata area e offre suggerimenti di politica economica per lo sviluppo regionale. E’ un
modello di analisi su cui si sono basati gli strumenti di intervento di politica economica, per
lo sviluppo del mezzogiorno negli anni ‘50-’60.
In quegli anni si fronteggiavano due tipi di teorie:
- teoria dello sviluppo equilibrato: sostiene che per lo sviluppo di un’area è necessario un
intervento, o spinta, iniziale di un a certa ampiezza ed entità. Questa spinta deve essere
sufficientemente ampia, forte e diversificata cioé riguardare tutti i settori dell’economia.
- teoria dello sviluppo squilibrato dalla quale deriva la teoria dei poli di sviluppo. Secondo
questa teoria per sviluppare un’area, si devono concentrare tutte le energie (quindi
investire) in settori strategici che hanno forti legami di interdipendenza a monte e/o a
valle con altri settori produttivi dell’economia dell’area in questione, così da poter
favorire anche il loro sviluppo, fornendo input o creando domanda per la nascita di
nuove imprese.
Questo strumento è stato usato anche nelle politiche di intervento per lo sviluppo della
Sardegna, anni ’60. Gli interventi non sono stati efficaci perché, si è investito pesantemente
sul settore petrolchimico che, essendo un settore con scarsi legami di interdipendenza a
livello locale, non ha favorito la nascita di altre imprese ed in generale allo sviluppo dell’area
in cui è stato insediato.
Il principale teorico della teoria dei poli di sviluppo, Perroux, osserva che la crescita non si
verifica dappertutto contemporaneamente ma si manifesta in punti o poli di crescita con
intensità variabile, si espande attraverso vari canali e con effetti finali variabili per l’insieme
dell’economia. La teoria ruota attorno al concetto secondo cui, in determinati luoghi,
esistono (o andrebbero create) una o alcune imprese motrici appartenenti a settori strategici
in grado di generare effetti trainanti sull’intero sistema regionale. L'impresa motrice stimola
la crescita regionale fornendo input o generando domanda per altre imprese, oppure
attraverso la formazione di capitale umano o, ancora, attraverso la diffusione di conoscenze
tecnologiche.
Le imprese motrici sono tendenzialmente grandi imprese che hanno forti relazioni di
interdipendenza a monte e a valle e che dispongono di conoscenze tecnologiche avanzate
rispetto all’area in cui si localizzano. Il meccanismo dello sviluppo è quindi la creazione di
strozzature (sviluppo squilibrato) sia dal lato della domanda (la grande impresa domanda
input che non vengono prodotti o sono prodotti in misura insufficiente nell’area stimolando
così la nascita di nuove imprese e la crescita di quelle esistenti) che dell’offerta (gli input
prodotti dalla grande impresa stimolano la localizzazione di imprese che utilizzano tali input
e possono così godere di minori costi di trasporto).
L’impresa motrice genera diversi effetti che stimolano la nascita nell’area di insediamento
di altre attività produttive.
• Effetti moltiplicativi keynesiani: l’aumento della produzione e dell’occupazione
nell’impresa motrice fa crescere il reddito e la spesa per consumi dando luogo a effetti
moltiplicativi;
• effetti moltiplicativi da interdipendenze settoriali: dipendono dalle relazioni di domanda e
offerta fra i settori della filiera a cui l’impresa motrice appartiene;

20
• effetti di polarizzazione: l’aumento della domanda di beni e servizi da parte dell’impresa
dominante simola la localizzazione nell’area di di altre imprese fornitrici dell’impresa
motrice (che minimizzano così i costi di trasporto) e di imprese che sfruttano le
infrastrutture e il capitale sociale che lo sviluppo del polo ha attivato nonchè la presenza
di professionalità e capacità manageriali e imprenditoriali sviluppatesi nell’area
La teoria dei poli spiega in questo modo quali fattori stimolano la concentrazione delle
imprese in determinate aree ed è quindi, simultaneamente, una teoria dello sviluppo e della
localizzazione.

Teoria del ciclo del prodotto


Sostiene che ogni prodotto ha un suo ciclo vitale che si articola in varie fasi: nascita,
crescita, maturità e declino (fig. 9.1). A seconda della fase che il prodotto attraversa
assumono rilevanza fattori di competitività differenti che possono determinare diverse
convenienze localizzative.
Analizziamo singolarmente le fasi del ciclo di vita del prodotto:
1- introduzione: nasce un nuovo prodotto (computer), risultato di un innovazione
tecnologica e dell’attività di ricerca e sviluppo. Sono necessarie ingenti risorse per la
ricerca e sviluppo, la produzione del nuovo prodotto si localizza nei paesi più ricchi,
sviluppati e industrializzati; viene prodotto dalle imprese più avanzate perché la sua
produzione necessita di un alto contenuto di conoscenza tecnica. In questa fase la
configurazione del prodotto non è stabile, esistono diversi standard in continua
evoluzione alcuni (o uno) dei quali avranno successo mentre altri soccomberanno nelle
fasi successive. Il rischio che il prodotto possa non affermarsi sul mercato ed essere
soppiantato da altri è elevato, ciò limita gli investimenti e la scala di produzione. Nella
prima fase i beni innovativi vengono prodotti prevalentemente da piccole imprese, più
flessibili e in aree caratterizzate da diffuse conoscenze tecnologiche di alto livello e forte
disponibilità di capitale umano (prevalentemente nelle aree urbane dei paesi
industrializzati o prossime ad esse).
2- crescita: inizia quando si definisce una tipologia del prodotto consolidata e accettata dai
consumatori. Prevale tendenzialmente un unico standard. Le imprese, anche quelle di
grandi dimensioni, hanno uno stimolo ad investire sul nuovo prodotto; aumenta la
produzione e subentrano economie di scala, i prezzi calano e la produzione si espande
ulteriormente. Assumono maggiore importanza l’efficienza produttiva, i costi del lavoro e
del capitale e la prossimità di ampi mercati. In questa fase la produzione si sposta dalla
città ad aree più periferiche (la dimensione degli impianti fa crescere il costo della terra)
e dal paese (regione) innovatore ad altri paesi (regioni) ad alto reddito.
3- maturità: il mercato inizia ad essere saturo, la crescita tende ad appiattirsi; l’innovazione
tecnologica tende ad avere sempre meno importanza, mentre ne acquista sempre di più
il costo del lavoro. La produzione viene quindi decentrata verso aree in cui il costo del
lavoro è più basso come nelle regioni periferiche o i paesi in via di sviluppo.
4- declino: il mercato è ormai saturo, la domanda inizia a calare e di conseguenza anche la
produzione diminuisce; il mercato diviene statico oppure il bene viene sostituito da un
altro e la sua produzione cessa.
Il modello suggerisce quindi che la localizzazione delle attività produttive può essere
diversa a seconda del tipo di prodotto ma anche della fase di sviluppo che uno stesso

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prodotto sta attraversando in un determinato momento. La teoria del ciclo è, inoltre, sia una
teoria dell’aggregazione che della dispersione in quanto spiega come nelle fasi iniziali
tendano a crearsi agglomerazioni produttive in alcune aree centrali ma anche come, al
mutare delle condizioni, le stesse attività si disperdano nello spazio verso regioni periferiche.

Fattori di dispersione
Se i fattori di agglomerazione esaminati fossero i soli a operare dovremmo assistere a un
mondo dominato da concentrazioni produttive molto grandi da un lato e aree prive di
attività produttive dall’altro. In realtà molte produzioni tendono ad essere disperse il che
suggerisce che sono all’opera altre forze che spingono verso la dispersione nello spazio. I
principali fattori che portano alla dispersione delle attività produttive sono:
- costi di agglomerazione e congestione
- strategie spaziali di prezzo
- rapporto valore peso

Costi di agglomerazione e congestione


Come in quasi tutti i fenomeni naturali la crescita porta con sé i germi del declino. Anche
la localizzazione delle attività economiche non fa eccezione a questa regola. La
concentrazione delle produzioni in un’area crea infatti domanda di fattori produttivi (terra,
capitale e lavoro), se questi ultimi sono immobili o non perfettamente mobili (è il caso
rispettivamente della terra e del lavoro), l’aumento della domanda causa prima o poi un
aumento dei prezzi. L’aumento dei costi per le imprese può derivare anche da altri fattori.
L’agglomerazione crea congestione quindi aumento dei costi di trasporto e delle abitazioni,
peggiora la qualità dell’ambiente rendendo meno piacevole la vita nell’area congestionata.
Tutto ciò spingerà i lavoratori a chiedere maggiorazioni salariali per compensare i costi.

Strategie spaziali di prezzo


In base all’analisi di Hotelling se non c’è competizione sul prezzo prevale la
concentrazione, ma, se i prodotti sono simili, la vicinanza produce una forte competizione
che erode completamente il potere di mercato (competizione alla Bertrand). Se un impresa
vuole mantenere il proprio potere di mercato ed ottenere extraprofitti la strategia migliore
che il modello do Hotelling suggerisce è quella di allontanarsi il più possibile dai concorrenti.
La competizione sul prezzo favorisce quindi la dispersione. Questa tendenza può essere
rafforzata se qualche impresa pratica la discriminazione dei prezzi. Questa strategia può
essere attuata se i mercati sono separati.
Dal momento che gode di potere di mercato l’impresa B (vedi fig. 9.2) può praticare prezzi
diversi per diversi consumatori. I consumatori situati a destra di B continueranno a rivolgersi
all’impresa B anche se il prezzo è p’’’ perché, acquistando da A, dovrebbero pagare di più.
Nei confronti dei consumatori situati alla sua sinistra l’impresa B potrebbe far pagare un
prezzo p’’, inferiore al prezzo praticato da A, a tutti i consumatori situati a destra del punto
D, assicurandosi così un mercato pari a BD alla sua sinistra. La perdita causata dalla
diminuzione del prezzo per questi consumatori è compensata dagli extraprofitti generati
dall’aumento della domanda e dal maggior prezzo pagato dai consumatori a destra di B.

22
L’effetto della discriminazione del prezzo è di far crescere la dimensione spaziale del mercato
di B e, in genere, delle imprese che la praticano generando così una tendenza alla
dispersione. Le imprese cioè saranno più distanti perché i confini dei loro mercati si
ampliano.

Rapporto tra valore e peso del prodotto


Si può osservare in realtà che esiste una relazione tra il valore del prodotto trasportato e
l’ampiezza del mercato: più alto è il valore del rapporto valore/peso del prodotto maggiore
sarà la distanza media di trasporto. Ossia i prodotti con più alto valore sono trasportati più
lontano. Una giustificazione frequente di questo fenomeno è che i prodotti di maggior valore
possono assorbire più alti costi di trasporto anche se questo non spiega come mai prodotti di
basso valore, quali quelli agricoli o alcuni tipi di vestiti e giocattoli, sono trasportati per
distanze enormi. In realtà questo risultato può dipendere da altri fattori. I prodotti di alto
valore generalmente hanno bisogno di molta tecnologia e tendono perciò ad essere prodotti
in un ristretto numero di siti. Conseguentemente la distanza di trasporto e la dimensione dei
mercati aumenta. Un ragionamento opposto vale per i prodotti a basso valore.
L’implicazione fondamentale di questa ipotesi è pertanto che la distribuzione della
produzione è spazialmente più concentrata per i beni ad alto valore e più dispersa per gli
altri.

La legge di Reilly
Il problema che Reilly si pone è il seguente: è prevedibile la dimensione del mercato di un
determinato bene? In altre parole è prevedibile la distanza alla quale un prodotto verrà
commerciato? Reilly parte da osservazioni empiriche sulla relazione tra la dimensione di un
centro di produzione o vendita e la capacità di questo di attrarre clienti distanti. Egli afferma
che la capacità di attrarre clienti è direttamente proporzionale alla sua dimensione e
inversamente proporzionale al quadrato della distanza (per il fatto che utilizzano una logica
simile alla legge di gravitazione di Newton i modelli ispirati all’analisi di Reilly sono chiamati
gravitazionali). In questo approccio la dimensione è intesa come varietà di beni disponibili
nel centro di produzione o vendita, ciò si spiega con il fatto che il consumatore vuole
minimizzare i suoi costi, acquistando il maggior numero di prodotti e percorrendo la minima
distanza, sarà quindi maggiormente attratto da siti che offrono una maggiore varietà di beni.
Consideriamo due siti A e B la cui distanza è pari a x (possiamo immaginarli come due
centri commerciali al dettaglio di due differenti città) e chiamiamo “α” la distanza che separa
un consumatore situato al confine delle aree di mercato di A e B. È possibile individuare il
confine che separa le due aree d’influenza utilizzando la seguente formula:
A/α 2=B/(x- α)2
Dove A e B misurano le dimensioni (in termini di varietà di beni offerti) dei due centri.
Se poniamo
r=A/B
avremo

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r = α 2 /(x - α) 2

possiamo così calcolare il valore di α


α = (x √r)/(1 + √r)
L’attrattività dei grandi centri deriva dal fatto che con un solo viaggio si può trovare tutto
quello che si cerca (economie di scopo). Questa legge è compatibile con quanto detto in
precedenza: i beni ad alto valore sono prodotti in un ridotto numero di siti, coincidenti con le
grandi città, di conseguenza hanno grandi spazi di mercato e vengono trasportati anche
molto lontano.
Qualche esempio può essere utile. Immaginiamo che la distanza fra A e B sia pari a 1 e che i
due centri siano di uguali dimensioni in questo caso r=1 di conseguenza:
α = 1∙1/ 1+1 = 1/2
quindi i due centri si dividono il mercato in parti uguali in quanto il consumatore al confine è
equidistante da essi.
Se poniamo
r = 4 allora α = 1∙2/ 1+2 = 2/3
In questo caso la distanza del consumatore marginale da A è doppia rispetto a B in altri
termini l’estensione del mercato del primo è doppia.
Il consumatore vuole minimizzare i suoi costi, acquistando il maggior numero di prodotti e
percorrendo la minima distanza.
Possiamo applicare la legge di Reilly per trovare come si definiscono i mercati nella realtà.
Consideriamo una mappa reale dei centri di vendita nell’Ohio e stati adiacenti (fig. 10.1) e
calcoliamo le distanze fra i centri stessi (fig. 10.2, i numeri in nero in corrispondenza dei punti
indicano il numero dei negozi). Applicando la formula di Reilly possiamo trovare i confini dei
mercati (fig. 11.1) lungo le distanze lineari fra i centri, quindi le aree di mercato (fig. 11.2) e
sovrapporre successivamente i confini di tali aree sulla carta geografica per ottenere la
mappa dei mercati reali (fig. 11.3).

La teoria della località centrale


L’osservazione della realtà in molti paesi suggerisce che esiste una certa regolarità nella
distribuzione spaziale delle attività produttive. Le economie nazionali tendono ad essere
dominate da una o due principali agglomerazioni urbane generalmente localizzate al centro
della regione maggiormente popolata del paese. Queste città sono il luogo di produzione
della maggior parte dei prodotti e sono circondate da regioni più periferiche, meno popolate,
che gravitano intorno a città di minori dimensioni e producono una gamma minore di
prodotti. Il risultato è una distribuzione delle città secondo una piramide gerarchica sulla
base delle dimensioni. La legge di Reilly offre una descrizione empirica di un’organizzazione
spaziale di questo tipo. Il primo a cercare di dare una spiegazione teorica delle ragioni
economiche per cui le attività produttive tendono a distribuirsi nello spazio secondo una
configurazione ordinata di questo tipo e non in modo casuale fu un economista tedesco di
nome August Lösch.

24
Lösch parte da principi di efficienza microeconomica per individuare la distribuzione ideale
delle attività, cioè la più efficiente distribuzione spaziale, che si determinerebbe
naturalmente in una economia competitiva. Le assunzioni alla base del modello sono:
- molti produttori e prodotto omogeneo;
- libertà di entrata e di uscita dal mercato;
- territorio omogeneo, percorribile in ogni direzione allo stesso costo; esistono cioè le
stesse possibilità di trasporto in tutte le direzioni e i consumatori sono uniformemente
distribuiti nello spazio;
- la domanda dei prodotti è elastica rispetto al prezzo cioè all’aumentare del prezzo, a
causa dei costi di trasporto, la quantità domandata diminuisce;
- il consumatore paga il Ctr e l’impresa ha un certo potere monopolistico derivante dalla
distanza.
- sono presenti economie di scala.
Il prezzo al consumatore è uguale al prezzo di fabbrica più il costo di trasporto p = pf + td.
Per isolare gli effetti dovuti alla distanza spaziale ipotizziamo che pf e t siano costanti e che
vari solo la distanza. Nella figura 1 del foglio 12bis è raffigurata la relazione fra prezzo alla
consegna e distanza. Fermo restando pf il prezzo alla consegna aumenta all’aumentare della
distanza perché aumenta il costo di trasporto come mostra la linea crescente continua. Nel
secondo grafico costruiamo una normale curva di domanda, il consumatore reagisce a
variazioni del prezzo alla consegna variando la quantità secondo la solita relazione
decrescente. A questo punto è possibile costruire una relazione fra quantità domandata e
distanza ponendo le due variabili sullo stesso grafico mediante un grafico di raccordo (figura
3). La curva riportata nella figura 4 misura in ordinata la quantità domandata in
corrispondenza di ogni distanza ovvero la quantità domandata da ciascun consumatore
situato a una certa distanza dall’impresa (se in ogni punto i consumatori sono più d’uno ogni
ordinata misura la quantità domandata dal gruppo di consumatori che si trova a quella
particolare distanza). La quantità diminuisce al crescere della distanza fino al punto in cui si
trova il consumatore (o consumatori) marginale (punto E). Possiamo definire questa curva
come la curva di domanda spaziale individuale (il termine è improprio perché una curva di
domanda definisce una relazione fra quantità domandata e prezzo) ma, per avere la
domanda complessiva che si rivolge all’impresa, occorre sommare le domande di tutti i
consumatori situati alle diverse distanze, è necessario cioè sommare tutte le ordinate dei
punti della curva ottenendo così l’area sottostante alla curva stessa (figura 12bis.5).
Finora abbiamo considerato una sola direzione nello spazio, per ottenere la domanda
complessiva occorre tenere conto che il mercato si estende in tutte le direzioni a 360 gradi.
Facendo ruotare l’area di domanda spaziale per 360 gradi si ottiene il cono di domanda di
Lösch (fig. 12.1). La domanda complessiva è misurata dal volume del cono. Il cono di Lösch è
costruito per un prezzo di fabbrica dato, esso misura quindi la quantità domandata ad un
certo prezzo di fabbrica. Se pf aumenta la relazione prezzo-distanza nella figura 12bis.1 si
traspone verso l’alto (linea tratteggiata) causando una trasposizione verso il basso della
curva di domanda spaziale, di conseguenza sia l’altezza che la base del cono si riducono e
viceversa (fig. 12.2 e 12.3; il raggio della base KE è definito portata). Se consideriamo i valori
che il volume del cono assume in corrispondenza dei vari prezzi di fabbrica avremo una
funzione di domanda dipendente dal prezzo praticato dall’impresa che si può definire come
curva di domanda spaziale (fig. 13.1). La curva di domanda è inclinata negativamente perché
l’impresa ha potere di mercato ma tale potere deriva dalla distanza, la localizzazione

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dell’impresa differenzia il prodotto agli occhi del consumatore che, a parità di prezzo di
fabbrica, acquisterà il prodotto dell’impresa a lui più vicina.
Dato che l’impresa ha potere di mercato fisserà il prezzo come un monopolista (fig. 13.2) che
abbia come curva di domanda la curva di domanda spaziale. Il fatto che ottenga extraprofitti
dipende dal mercato di cui può disporre grazie alla distanza. Definiamo il concetto di soglia
come il valore del raggio della base del cono di domanda che genera vendite tali che
l’impresa realizza un profitto pari a zero o normale (costo medio = prezzo). Il raggio della
base del cono misura la distanza massima che un consumatore è disposto a percorrere per
acquistare il bene a un certo prezzo. Questa distanza viene definita portata o estensione o
range. La portata rappresenta quindi la dimensione effettiva del mercato. La soglia e la
portata variano a seconda del prodotto considerato. Se la portata è maggiore della soglia
l’impresa realizza extraprofitti (fig. 13.2, 13.5), se è uguale l'extra profitto è uguale a zero (fig.
13.3), infine se la soglia è maggiore della portata vi saranno perdite (fig. 13.4 , 13.6).
Dal momento che esiste libertà d’entrata la presenza di extraprofitti o di profitti negativi è
incompatibile con l’equilibrio del mercato.
Si possono verificare 3 tipi di situazioni:
1) soglia < portata: l’impresa realizza profitti positivi, in una situazione di concorrenza
monopolistica altre imprese sono incentivate ad entrare nel mercato dai profitti positivi,
quindi la quota di mercato per ogni impresa si riduce;
2) soglia > portata: l’impresa realizza profitti negativi, situazione di disequilibrio, le imprese
tendono ad uscire dal mercato, la quota di mercato per ogni impresa aumenta.
3) soglia = portata, l’impresa realizza profitti nulli, il prezzo = costo medio, il mercato è in
equilibrio.
La distribuzione delle imprese nello spazio dipende quindi dalla soglia e dalla portata. La
soglia è un dato che dipende da fattori tecnologici (curva dei costi di produzione e di
trasporto) e di mercato (elasticità della domanda). In equilibrio il numero delle imprese
dovrà essere tale che il mercato di ciascuna di esse abbia una portata uguale alla soglia. Se
un prodotto ha una soglia elevata sarà prodotto da un minor numero di imprese in meno
punti dello spazio. In altri termini alcuni beni sono prodotti solo in alcune località centrali
mentre altri, con una soglia più bassa, sono prodotti in un numero maggiore di località
periferiche.
Per capire la configurazione spaziale del mercato occorre esaminare come l’ingresso delle
imprese modifica gli spazi di mercato di ciascuna di esse. Partiamo da uno spazio circolare (la
base del cono di Lösch). Un mercato costituito da un insieme di cerchi che costituiscono gli
spazi di mercato di ciascuna impresa lascia aree non servite (fig. 14.1). L’ingresso di nuove
imprese tende a ridurre la superficie di ciascun cerchio e a creare una struttura a esagoni,
perché l’esagono è, dopo il cerchio, la figura geometrica in cui la distanza del centro dal
perimetro è la minima possibile (in altri termini la struttura esagonale è la più efficiente dal
punto di vista della minimizzazione della distanza dell’acquirente dal venditore dopo quella
circolare), inoltre una struttura a esagoni non lascia spazi vuoti (fig. 14.2, 14.3).
In questa struttura ad alveare si creano esagoni più grandi che contengono parti di esagoni
più piccoli. Un bene con una soglia elevata dovrà avere un’area di mercato più ampia (un
esagono più grande) per non generare profitti negativi. Questo da luogo a una gerarchia in
cui aree di mercato più grandi contengono aree più piccole. Una località centrale è un sito
localizzato al centro di un’area di mercato in cui vengono prodotti e offerti una varietà di
beni. Nelle località centrali infatti vengono prodotti sia i beni con soglia bassa che quelli con

26
soglia elevata mentre in quelle periferiche solo quelli con soglia più bassa (in pratica le
località centrali servono sia l’esagono più grande sia quello più piccolo di cui sono al centro).
Il numero di beni offerti nella località centrale ne determina la dimensione. Se consideriamo
due beni con diverse soglie possono emergere diversi tipi di strutture, ne consideriamo tre a
titolo esemplificativo: a 3, a 4 e a 7 in cui un esagono più grande contiene rispettivamente 3,
4 o 7 esagoni più piccoli (fig. 14.4, 14.5, figure a, b e c del foglio 15).
- struttura a 3: il centro dell’esagono più grande (punto C) che produce entrambi i beni, ha
un mercato uguale alla somma dei mercati di tre esagoni più piccoli. (vedi fig. 14.4 e15.a)
- Struttura a 4: l’esagono più grande comprende una superficie, uguale alla somma delle
superfici di quattro esagoni più piccoli. (vedi fig. 14.5 e 15.b)
- Struttura a 7: l’esagono più grande comprende una superficie uguale, alla somma di
sette esagoni più piccoli. (vedi fig. 15.c)
Se un bene ha una soglia tale da richiedere un mercato di dimensione pari o inferiore a
quello rappresentato da un esagono più piccolo verrà prodotto nei punti centrali di tutti gli
esagoni più piccoli. Se la soglia è superiore a tale dimensione di mercato potrà essere
prodotto solo in una località al centro di un esagono che ne comprende 3 più piccoli, e se
neanche questa dimensione è sufficiente si passerà a un esagono che ne comprende 4 o 7. Il
centro dell’esagono più grande produce il bene con soglia più grande perché è al centro di un
esagono grande, ma anche il bene con soglia più piccola perché è anche al centro di un
esagono piccolo.
Consideriamo per esempio due prodotti A e B dove B è il prodotto che ha il mercato più
grande. Immaginiamo che per avere un profitto almeno uguale a zero (in base alla sua soglia)
l’impresa che lo produce debba avere un mercato tre volte più grande dell’impresa che
produce il bene A. Si creerà in questo caso una struttura a 3.
Se la soglia di B fosse 2 ½ , il bene verrebbe prodotto in una struttura a 3, la portata di ogni
centro sarebbe 3 > 2 ½ e le imprese otterrebbero quindi profitti positivi. Si noti che questi
profitti non verrebbero erosi dalla concorrenza perché non esistono configurazioni di
mercato a 2 ½. Se invece supponiamo che la soglia di B sia 3 e la portata di ogni centro sia 4,
si realizzano profitti positivi, altre imprese sono stimolate ad entrare nel mercato fino a
quando soglia = portata = 3, e i profitti sono nulli.
Ancora, se la soglia di B fosse 7 ½ , si creerebbe una struttura a 7 , ma la portata di ogni
centro sarebbe inferiore alla soglia, le imprese avrebbero profitti negativi, il bene non
verrebbe quindi prodotto.
Si determina così una struttura diversa per ogni tipo di bene in funzione della sua curva di
domanda e della sua elasticità al prezzo. Possiamo assumere che i prodotti di alto valore
abbiano una elasticità rispetto al prezzo bassa e vaste aree di mercato (grandi esagoni)
mentre i prodotti di basso valore presentino alte elasticità e aree di mercato piccole (piccoli
esagoni). Avremo una gerarchia di centri, alcuni dei quali grandi che producono tutti i beni, e
alcuni più piccoli che producono solo i beni con domanda elastica. In una situazione
caratterizzata da una varietà di aziende diverse che producono beni diversi con una varietà di
schemi esagonali diversi, il criterio dell’efficienza imporrà la massima aggregazione possibile
(compatibilmente con la portata del mercato) delle imprese in un singolo punto per
consentire economie di agglomerazione. Lo spazio sarà dominato dalla città principale e
l’interland sarà caratterizzato da aree ad alta concentrazione industriale alternate ad aree a
bassa industrializzazione.

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L’esistenza di economie di localizzazione fa sì che le imprese si concentrino in alcuni punti,
ciò porterà ad una minimizzazione dei centri produttivi. Possiamo immaginare lo spazio
come costituito da quattro piani sovrapposti su ciascuno dei quali si trovano esagoni di una
certa dimensione (1,3,4,7). Se facciamo ruotare questi piani in modo da ottenere la massima
sovrapposizione di punti (centri degli esagoni) otteniamo una configurazione a “girandola”
(vedi fig. 2.7, pag. 78 del McCann).
Si crea una distribuzione nello spazio che non è uniforme, bensì diseguale: aree in cui il
numero dei punti è maggiore si alternano ad altre in cui è minore. Nella figura emergono 6
zone ricche e 6 zone povere (nelle aree scure vi sono 13 punti, in quelle chiare ve ne sono
11).
Il principale pregio del modello di Lösch è quello di mostrare come in condizioni di spazio
omogeneo dal punto di vista geografico emergano, per ragioni puramente economiche,
insiemi di agglomerazioni di diversa dimensione, e di spiegare la loro funzione nonché la
distanza fra essi. È un modello di equilibrio localizzativo generale che per la prima volta da
conto dell’esistenza di sistemi di città. Il tutto utilizzando due ipotesi fondamentali:
l’esistenza di mercati di concorrenza monopolistica e di costi di trasporto. I limiti principali
sono:
- la mancanza di un’analisi della domanda che viene supposta omogenea nello spazio il che
rende il modello incompleto nel senso che è un approccio di teoria della produzione;
inoltre contrasta con il risultato principale ovvero che esistono centri urbani in cui la
popolazione si concentra;
- le scelte produttive e localizzative delle imprese sono considerate indipendenti, le
funzioni di costo per esempio non dipendono dall’agglomerazione (in sostanza le
economie di agglomerazione vengono richiamate soltanto genericamente come causa
della minimizzazione dei punti di offerta)
- anche in questo caso il modello è statico quindi non si presta all’analisi dell’evoluzione dei
sistemi di città.

La legge di Zipf
L’organizzazione delle attività produttive assume dunque una configurazione ordinata e non
casuale. Esse si organizzano gerarchicamente nello spazio, dando luogo a una serie di centri
produttivi di diversa importanza a seconda che producano più o meno beni. Ciò dipende dal
fatto che la soglia di ciascun bene prodotto è diversa, quindi diversa è anche l’ampiezza dei
centri produttivi.
Questa organizzazione gerarchica sembra obbedire a una legge molto generale che ha
trovato applicazione in molteplici campi di indagine (dalla fisica alla linguistica). Si tratta della
legge di Zipf o regola del rango-dimensione. Questa legge empirica analizza la popolazione
delle città e il loro rango, cioè la posizione che ciascuna di esse occupa nella gerarchia
dimensionale delle città. La legge dice che il prodotto della popolazione di una città per il suo
rango è uguale a una costante, a sua volta uguale alla popolazione della città di rango più
elevato. In pratica, per l’Italia, moltiplicando per due la popolazione di città come Roma o
Napoli che sono di rango 2 (ovvero al secondo posto in graduatoria) si dovrebbe ottenere la
popolazione di Milano città di rango 1 (prima in graduatoria). Lo stesso risultato si dovrebbe
ottenere moltiplicando per tre la popolazione di Genova o Torino, città di rango 3.

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Si assume che la relazione sia non lineare, la legge può essere quindi espressa come segue:
Pj ∙ R(Pj)q = C
Dove Pj è la popolazione della città j, R(Pj) è il suo rango e C la costante che è uguale alla
popolazione della città di rango più elevato. Questa relazione può essere stimata
empiricamente considerando la funzione logaritmica:
log (Pj) = log (C) - qlog (R(Pj))
Secondo la legge di Zipf il valore di q è approssimativamente uguale a 1. La verifica empirica
presuppone pertanto la stima del parametro q. I risultati possono essere tre:
se q = 1 la legge di Zipf è verificata;
se q > 1 il risultato del prodotto è una popolazione maggiore di quella della città più grande
secondo la legge di Zipf. Ciò implica che la popolazione della città j è più piccola di quanto
previsto dalla legge, in altri termini nella realtà la distribuzione della popolazione fra le città è
più sperequata di quanto la legge predica;
se q < 1 risulta una popolazione inferiore a quella della città più grande (ovvero le città sono
più simili di quanto teoricamente previsto).
L’evidenza empirica sulla legge di Zipf non è univoca. La legge sembra funzionare per i livelli
alti della gerarchia. Se la città principale ha 100.000 abitanti quelle di rango 2 ne avranno un
numero pari all’antilogaritmo di log(100.000)-log(2) ovvero 50.000, quelle di rango 3
l’antilogaritmo di log(100.000)-log(3) (33.333) e così via. Ma la legge non funziona sempre
bene. In molte analisi empiriche la città di rango 1 risulta molto più grande di quanto
previsto dalla legge di Zipf. È il fenomeno delle capitali mostro, basta pensare a Londra o
Parigi in Europa, Tokyo in Giappone ma anche Città del Messico, San Paolo e Il Cairo nei paesi
in via di sviluppo. Le osservazioni tendono inoltre a divergere dalle previsioni quando si
scende di rango e nei paesi di nuova industrializzazione, il che fa pensare che questa legge sia
valida nei sistemi maturi (per esempio lo è negli USA). Spesso però le differenze nei risultati
rilevati possono dipendere dalle definizioni di città usate. La legge funziona meglio quando si
considerano gli agglomerati urbani (aree metropolitane) più che le città
amministrativamente intese.

La rendita urbana: Von Thünen


Come si distribuiscono le persone e le attività economiche in una economia urbana? La
teoria economica cerca di spiegare l’uso dello spazio urbano (perché certi gruppi di persone
e certe attività occupano determinate aree dello spazio urbano) basandosi sui prezzi.
Esistono due aspetti ricorrenti:
- il prezzo della terra tende a diminuire all’aumentare della distanza dal centro della città;
- l’estensione dell’area occupata da ogni attività tende in media ad aumentare via via che
ci si allontana dal centro cittadino.
La localizzazione vicino al centro della città (o mercato) comporta minori costi di trasporto
ma, proprio per questo motivo, essa è appetibile per tutte le imprese. La domanda elevata, a
fronte di un’offerta anelastica, fa quindi aumentare il prezzo della terra. Le decisioni di
localizzazione si basano dunque su un esame del trade-off fra costi di trasporto e prezzo

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della terra. Questa logica è alla base del modello della rendita urbana elaborato da Von
Thünen.
Le assunzioni del modello sono:
- esiste un mercato localizzato in un punto (il centro della città) nel quale i prodotti agricoli
vengono commerciati;
- tutta la terra è posseduta da proprietari non residenti;
- tutti gli agricoltori producono beni identici con la stessa tecnologia e con coefficienti fissi
di produzione (gli input sono due: terra e altri fattori produttivi diversi dalla terra);
- la terra è qualitativamente omogenea;
- c’è libertà di entrata e di uscita dal mercato;
- la terra viene data in affitto al miglior offerente ed è disponibile in quantità fissa;
- la rendita per l’uso della terra è determinata in via residuale secondo l’ipotesi ricardiana.
Secondo questa ipotesi la rendita è ciò che resta del ricavo una volta che l’impresa ha pagato
tutti gli altri fattori produttivi. Ciò dipende dal fatto che la terra è un fattore non riproducibile
quindi disponibile in quantità fissa. Il proprietario della terra ha due possibilità:
a) dare in affitto tutta la terra di cui dispone dietro pagamento di una rendita;
b) non dare la terra in affitto ottenendo una rendita pari a zero.
È evidente che al proprietario conviene sempre dare la terra in affitto a condizione che la
rendita sia maggiore di zero, il che implica che sarà disposto ad accettare qualunque rendita i
fittavoli siano disposti a pagare e che concederà la terra a quello che è disposto a pagare la
rendita più elevata.
L’impresa che prende in affitto la terra deve sostenere costi per gli input diversi dalla terra,
otterrà ricavi dalla vendita del prodotto e pagherà una parte del profitto realizzato come
rendita al proprietario della terra per poterla utilizzare. L’impresa sarà disposta a pagare la
minima rendita possibile, ma se la rendita unitaria pagata è inferiore alla differenza fra
prezzo di vendita e costo medio totale l’impresa otterrà un profitto positivo. In un mercato
con libertà di entrata questo fatto stimola l’ingresso di nuove imprese che sarebbero
disposte a pagare una rendita poco più alta sottraendo la terra alla prima impresa e
ottenendo comunque profitti positivi. L’ingresso di nuove imprese continuerebbe fino a che
permangono profitti positivi. L’equilibrio si raggiunge quindi quando il numero di imprese è
tale per cui la rendita che viene pagata è uguale ai ricavi meno i costi per gli input diversi
dalla terra, cioè quella che rende i profitti nulli.
La rendita massima può essere pagata solo in prossimità del mercato perché qualunque
terreno situato a una certa distanza comporta costi di trasporto che crescono al crescere
della distanza. La disponibilità a pagare delle imprese sarà adesso uguale ai ricavi meno tutti i
costi compresi quelli di trasporto. Se ne può dedurre pertanto che al crescere della distanza
e dei costi di trasporto la disponibilità a pagare (e quindi la rendita) tende a diminuire.
Possiamo rappresentare questa relazione con una retta decrescente che definiamo gradiente
della rendita (fig. 17.1). La pendenza del gradiente misura il costo di trasporto unitario,
l’intercetta con l’asse delle ordinate corrisponde alla rendita massima pagata dalle imprese
situate in prossimità del mercato. Infine l’intercetta con l’asse delle ascisse è la distanza
massima oltre la quale la terra non viene più affittata perchè nessun produttore è disposto a
pagare una rendita.
Esempio: immaginiamo che il prezzo di mercato del bene prodotto (per es. grano) sia 100 e
che il costo complessivo degli input diversi dalla terra sia 50. A seconda del punto in cui si
localizzano, le imprese devono sostenere Ctr che sono misurati dalla pendenza del gradiente

30
della rendita per la distanza (la pendenza misura il ctr per unità di prodotto per unità di
distanza). Le imprese che si localizzano più lontano dal mercato (punto M) dovranno pagare
un Ctr per vendere i loro prodotti sul mercato mentre quelle che si situano in prossimità del
mercato avranno Ctr nulli. Queste ultime sostengono un costo per gli input diversi dalla terra
uguale a 50, vendono il loro prodotto al prezzo di 100 € e ottengono quindi un profitto per
unità di prodotto pari a 50. Saranno pertanto disposte a pagare una rendita unitaria (per
unità di prodotto) massima pari a 50. Questa sarà la rendita effettivamente pagata, poiché
una rendita inferiore genererebbe extraprofitti che verrebbero erosi dall’ingresso di nuove
imprese.
La rendita massima che le imprese sono disposte a pagare diminuisce, man mano che queste
si localizzano in punti distanti dal mercato, per esempio un’impresa localizzata a 20 Km di
distanza sarà disposta a pagare una rendita non superiore a 30 € perché dovrà sostenere
costi di trasporto aggiuntivi pari a 20 (nell’ipotesi di costi di trasporto unitari pari a 1).
In pratica il prezzo della terra diminuirà in modo direttamente proporzionale alla distanza
per compensare esattamente i costi di trasporto. La pendenza del gradiente della rendita è
quindi negativa. Questo fa sì che ci sia un limite spaziale alla coltivazione del grano (50 km
nella fig. 17.1) oltre il quale l’impresa andrebbe in perdita e sarebbe disposta a pagare solo
una rendita negativa.
Se il prezzo del grano sale da 100 a 150 € anche la rendita aumenterà di un ammontare
esattamente uguale all’aumento del prezzo (salirà a 100 vicino ad M, a 80 alla distanza di 20
km da M e così via). Inoltre il confine dell’area coltivata a grano si sposterà a 100 Km da M.
Quindi un aumento del prezzo del grano, rappresentabile come una trasposizione verso l’alto
del gradiente della rendita, comporterà un aumento della terra coltivata e,
conseguentemente, della produzione (fig. 17.2).
Se variano i Ctr (fig. 17.3) varia la pendenza del gradiente della rendita facendo perno sulla
sua intercetta con l’ordinata (perché in corrispondenza del punto M i ctr totali sono uguali a
zero e non cambiano qualunque sia il ctr unitario). Ipotizziamo che i Ctr aumentino, per ogni
distanza di localizzazione dell’impresa dal mercato sono ora maggiori di prima; il gradiente
della rendita diviene più ripido. Quindi le imprese distanti da M saranno disposte a pagare
ora una rendita minore (misurata dall’ordinata in ciascun punto del nuovo gradiente della
rendita) rispetto a quanto facevano in precedenza. Mentre le imprese situate in M per le
quali non è cambiato nulla (non devono sostenere Ctr) continuano a pagare la stessa rendita,
indipendentemente dalla variazione dei Ctr.
Analizziamo il problema formalmente. La pendenza del gradiente misurata dalla tangente
dell’angolo a è pari a:
Tga = - t/Sm
dove t = Ctr unitario e Sm = quantità di terra utilizzata per produrre una unità di prodotto.
Costruiamo la funzione del profitto.
L’impresa vende il prodotto sul mercato e deve sopportare tre tipi di costi:
1- iK = costo degli input diversi dalla terra [remunerazione unitaria (i) per quantità utilizzata
nella produzione (K)].
2- rS = costo della terra [rendita unitaria (r) per quantità di terra utilizzata (S)].
3- tdm = Costi di trasporto totali [Ctr unitario (t), per la distanza dal mercato (d), per la
quantità di bene trasportato (m)].

31
Il ricavo è dato dal prezzo di mercato del bene (p) moltiplicato per la quantità venduta (m),
quindi (pm).
Il profitto è uguale ai ricavi meno i costi:
Π(d)=pm-iK-rS-mtd
Il profitto unitario Π(m) si può ottenere dividendo tutto per m
Πm(d) = p-iKm-rSm-td (dove Km=K/m e Sm = S/m)
In equilibrio il profitto deve essere uguale a zero
p-td-iKm-rSm = 0 condizione di equilibrio
da cui discende che
rSm = p-td-iKm
r = (p-td-iKm)/Sm
Questa è la formula della rendita residuale. Ci dice che la rendita unitaria è uguale al ricavo
unitario meno i costi unitari, il tutto diviso per la quantità di terra utilizzata per produrre una
unità di prodotto.
Se vogliamo calcolare il gradiente della rendita, la cui pendenza misura come varia la rendita
unitaria al variare della distanza di localizzazione delle imprese dal mercato è necessario
calcolare la derivata della rendita rispetto alla distanza.
Δr/Δd = -t/Sm
Sm è costante, quindi la pendenza del gradiente della rendita aumenta se t aumenta e
diminuisce se t diminuisce.
Il modello di Von Thünen rappresenta il primo tentativo di spiegare la localizzazione delle
attività produttive nello spazio in base all’utilizzo della terra è quindi molto importante per
capire come si distribuiscono le attività produttive fra il centro e la periferia delle città.
Possiamo porci la seguente domanda: dati due tipi di attività economiche diverse, come si
localizzano nello spazio se devono utilizzare la terra e pagare una rendita?
Ipotizziamo che:
- le due attività considerate siano diverse per due motivi: primo hanno prezzi di mercato
diversi, secondo hanno Ctr diversi;
- i costi degli input diversi dalla terra sono costanti e uguali per entrambi i prodotti;
- la funzione di produzione delle due imprese è a coefficienti fissi; la quantità di terra e di
altri input utilizzati per unità di prodotto non varia al variare del prezzo di questi e al
variare della quantità prodotta;
- la rendita è residuale.
Le due attività hanno gradienti della rendita diversi, ipotizziamo che una riguardi la
produzione di auto e l’altra del grano. Il gradiente della rendita per l’auto è più ripido
rispetto a quello del grano (fig. 18.1). Il motivo è che il prezzo delle automobili è più alto
rispetto a quello del grano ma lo sono anche i costi di trasporto. L’intercetta del gradiente
dell’auto è quindi più alta e la pendenza è maggiore.
L’intercetta con l’asse delle ordinate rappresenta la massima rendita pagabile (prezzo meno
costo per gli input diversi dalla terra). Il costo per gli input diversi dalla terra è uguale per
entrambe le imprese ed è pari a 50. Il prezzo delle auto è 150 quindi l’intercetta con l’asse

32
delle ordinate è 150-50 = 100. 100 è la rendita massima che l’impresa produttrice di auto è
disposta a pagare per situarsi in prossimità del mercato. Il prezzo del grano è pari a 100,
l’intercetta con l’asse delle ordinate è data da 100-50 = 50, e rappresenta la rendita massima
che l’impresa agricola è disposta a pagare per localizzarsi vicino al mercato.
Il proprietario della terra darà in uso la terra a chi paga la rendita più alta. Fino al punto A la
rendita che le imprese produttrici di auto sono disposte a pagare è superiore alla rendita
pagata dai produttori di grano, dopo il punto A avviene il contrario.
Quindi fino al punto A la terra verrà destinata alla produzione di auto, mentre dal punto A in
poi i proprietari la cederanno ai produttori di grano. Dopo il punto B, che corrisponde
all’intercetta del gradiente della rendita dell’impresa agricola con l’asse delle ascisse, non si
produce più nulla perché le imprese non sono più disposte a pagare nessuna rendita (vedi
fig. 18.2).
Possiamo calcolare anche quale è la distanza massima alla quale vengono prodotte le auto se
la rendita massima pagabile dalle imprese produttrici per localizzarsi vicino al mercato è pari
a 100. Immaginiamo ora che il Ctr unitario del grano sia 1, mentre quello delle auto sia 3.
Potrà essere pagata un rendita positiva fino a che i Ctr sono inferiori alla rendita massima.
Per ottenere la distanza massima possiamo quindi uguagliare a zero questa differenza e
trovare l’incognita ovvero la distanza d:
100-3d = 0
d = 100/3 = 33
La distanza massima a cui possono essere prodotte le auto è 33 Km dal mercato perché a
questa distanza la rendita massima pagabile è uguale a zero.
Calcoliamo ora quale è la distanza massima alla quale viene prodotto il grano se la rendita
massima pagabile dalle imprese agricole è pari a 50:
50-1d = 0
d = 50/1 = 50
La distanza massima a cui può essere prodotto il grano è 50 Km dal mercato.
Possiamo trovare anche la distanza dal mercato del punto A in cui la terra non viene più
utilizzata per la produzione di auto bensì per quella del grano. In quel punto la rendita
pagabile dai due tipi di produttori è identica non resta quindi che uguagliare le due equazioni
del gradiente:
100-3d = 50-1d
2d = 50
d = 50/2 = 25
Concludiamo che il punto A si trova a 25 Km dal mercato.
I settori che hanno un gradiente della rendita più ripido, quindi Ctr superiori e prezzo di
mercato alto, si localizzano più vicini al mercato, mentre i settori che hanno un gradiente
della rendita meno ripido, quindi Ctr minori e prezzo di mercato più basso, tendono a
situarsi un po’ più lontano dal mercato (fig. 18.2).

Coefficienti variabili

33
Il modello di Von Thünen ha il grave limite di essere basato su una funzione di produzione a
coefficienti fissi. Una funzione di produzione a coefficienti variabili implica una possibile
sostituzione fra gli input che, ricordiamo, sono: input diversi dalla terra e terra.
In questo caso il gradiente della rendita diventa curvilineo e convesso verso l’origine degli
assi (simile a ciò che accade nel modello di Weber-Moses) (fig. 18.3). Ciò significa che via via
che ci si allontana dal mercato la riduzione della rendita conseguente all’aumento dei Ctr
sarà sempre minore. Se ci si avvicina la rendita tende ad aumentare più rapidamente di
quanto avveniva con il gradiente rettilineo. Ciò accade perché all’aumentare della distanza il
costo relativo della terra rispetto agli altri input diminuisce (ricordiamoci che il gradiente è
negativo, il che equivale a dire che la rendita diminuisce all’aumentare della distanza)
spingendo l’impresa a sostituire i secondi con la prima. La domanda di terra aumenta più
rapidamente facendo sì che la rendita scenda meno rapidamente.
Il gradiente della rendita ha una pendenza pari a –t/Sm. Quando la funzione di produzione è
a coefficienti fissi il Ctr unitario è costante, lo stesso dicasi per la quantità di terra utilizzata
nella produzione, perché c’è sempre bisogno della stessa quantità di terra per produrre una
unità di prodotto a qualunque distanza ci si trovi dal mercato e qualunque rendita si paghi.
Questo spiega la pendenza costante del gradiente della rendita.
Se ipotizziamo una funzione di produzione a coefficienti variabili, via via che ci allontaniamo
dal mercato t rimane costante ma Sm aumenta, aumenta cioè la quantità di terra utilizzata
per produrre una unità di prodotto. Il rapporto t/Sm diminuisce, quindi la pendenza del
gradiente della rendita tende a diminuire man mano che ci allontaniamo dal centro,
assumendo così una forma curvilinea e convessa verso l’origine (fig. 18.3).

Distribuzione delle attività produttive


Come si distribuiscono le attività produttive nello spazio se il gradiente della rendita è
curvilineo? Come varia la preferenza delle imprese per il centro del mercato o per la
periferia? (vedi fig. 19.1)
Immaginiamo di avere tre settori: servizi, industria manifatturiera, grande distribuzione.
Ciascun settore ha un gradiente della rendita diverso, dato dai Ctr e da altri fattori.
I settori che offrono servizi, in genere, hanno convenienza a localizzarsi al centro, perché
hanno un mercato prevalentemente urbano (i servizi sono spesso non trasportabili per
esempio non si può essere visitati dal medico a distanza), per questo sono disposti a pagare
una rendita più alta rispetto agli altri settori (l’intercetta del gradiente della rendita dei
servizi con l’asse delle ordinate è più alto rispetto a quello degli altri settori (fig. 19.1)). Le
imprese che offrono servizi non sono propense ad allontanarsi dal centro. Per farlo
pretendono che la rendita si riduca notevolmente per compensare la perdita di clienti dovuta
all’allontanamento dal mercato. Il gradiente della rendita è quindi molto ripido.
Consideriamo ora il caso opposto, la grande distribuzione all’ingrosso concentra l’offerta di
diversi tipi di beni in un'area ristretta e ha bisogno di molta terra; la rendita è fortemente
penalizzante per questo tipo di imprese che tenderanno pertanto a localizzarsi in zone
periferiche.
Una via di mezzo è rappresentata dalle industrie manifatturiere.
Ipotizziamo che il settore agricolo, rappresentato dalla linea orizzontale più spessa (fig. 19.1),
non abbia nessuna preferenza, cioè sia indifferente all’alternativa di localizzarsi al centro o in

34
periferia, per questo è disposto a pagare sempre la stessa rendita in qualunque punto si
localizzi.
Il proprietario della terra darà la terra in affitto a chi è disposto a pagare la rendita più alta.
Per le zone più vicine al mercato il settore disposto a pagare la rendita più alta e quello dei
servizi, il gradiente della rendita del settore dei servizi sta più in alto degli altri fino al punto A
(punto di intersezione tra il gradiente della rendita dei servizi e quello dell’industria
manifatturiera). Dopo il punto A il gradiente del settore dei servizi è interno a quello del
settore dei manufatti, quindi tra A e B (punto di intersezione tra il gradiente della rendita dei
manufatti e quello della grande distribuzione) la terra viene ceduta all’industria
manifatturiera. Dopo il punto B il gradiente della rendita del settore dei manufatti diventa
interno a quello del settore della grande distribuzione, la terra viene concessa alla grande
distribuzione fino a C (punto di intersezione tra il gradiente della rendita della grande
distribuzione e quello del settore agricolo). Dopo il punto C il gradiente della rendita del
settore agricolo sta al di sopra di tutti gli altri, la terra viene quindi data in uso al settore
agricolo.
Questo discorso può essere fatto anche per le famiglie. La distribuzione della popolazione tra
il centro e la periferia della città dipende da più fattori, ma anche in modo rilevante dal
reddito delle persone (vedi fig. 19.2). In linea di massima la scelta di acquistare una casa al
centro o in periferia è fortemente condizionata dal livello del reddito. Le case al centro sono
più costose perché la rendita è maggiore. A seconda del reddito degli individui si avrà una
disponibilità a pagare una rendita più o meno elevata.
Immaginiamo di avere solo tre fasce di reddito: alto, medio, basso. Avremo tre gradienti
della rendita diversi, uno per ciascuna di esse. Il gradiente della rendita di chi ha il reddito più
elevato è più ripido perché questi individui sono disposti a pagare un prezzo più alto per una
casa al centro e meno disposti ad allontanarsi dal centro, perché ciò rappresenta un sacrificio
più grande rispetto ai costi che devono sostenere. Saranno quindi disposti ad allontanarsi dal
centro solo se la rendita cala considerevolmente. Le case sono destinate agli individui ad alto
reddito fino al punto A (punto di intersezione tra il gradiente della rendita degli individui ad
alto reddito e quello degli individui a medio reddito). Dal punto A al punto B vengono
affittate agli individui a medio reddito, infine vengono cedute agli individui a basso reddito
dal punto B al punto C.
I confini della città sono rappresentati dal punto C, in cui il gradiente della rendita degli
individui a basso reddito incontra il gradiente della rendita del settore agricolo. Da quel
punto in poi non si costruisce più perché nessun acquirente è disposto a pagare una rendita
superiore a quella pagata dal settore agricolo.

Misure della concentrazione e dispersione spaziale


La concentrazione o dispersione spaziale possono essere misurate con diversi metodi:
possiamo distinguere due approcci principali. Il primo si propone di misurare se la
distribuzione dell’industria nel territorio nazionale è uniforme o meno. Il secondo considera
una singola regione e misura il contributo di una data industria alla struttura produttiva della
regione.

35
I più noto metodo del primo tipo è l’indice di concentrazione spaziale di Hirschmann-
Herfindahl definito come segue:

2
m E E 
Gi = ∑  i r − r 
r =1  Ei n En 

Dove Eir è l’occupazione nel settore i nella regione r, Ein l’occupazione nel settore i a livello
nazionale, Er è l’occupazione complessiva nella regione r, infine En misura l’occupazione
complessiva a livello nazionale. L’uso di dati sull’occupazione anziché sul valore aggiunto si
spiega con la più facile reperibilità dei primi. In sostanza l’indice è la sommatoria delle
differenze quadratiche fra la quota degli occupati nell’industria i nella regione r rispetto al
totale nazionale dell’industria i, e la quota di occupati nella regione sul totale nazionale. Se
l’industria è distribuita in modo perfettamente uniforme l’indice assume valore 0 (il peso
dell’industria i regionale sul totale nazionale è uguale al peso dell’intera economia regionale
all’interno di quella nazionale quindi la differenza è zero). Al crescere della concentrazione
l’indice aumenta fino a un valore massimo di 2. In pratica un valore positivo sta ad indicare
che il settore è più rilevante in alcune regioni che in altre, ossia è concentrato in alcune
regioni.

Indice di specializzazione regionale

E E 
I Sr =R∑ α  i r− i n
i  Er En 

Misura la differenza fra la quota di occupati nel settore i nella regione r e la quota di occupati
nel settore i a livello nazionale. Ovvero il peso del settore i nell’industria della regione r meno
il peso del settore i nell’industria nazionale. α assume valore 1 se la differenza fra i due pesi
è positiva e 0 in caso contrario. L’indice considera quindi solo gli scostamenti positivi dalla
media nazionale. Un ISR>0 significa che alcuni settori hanno un peso maggiore nell’economia
regionale considerata piuttosto che in quella nazionale, ne deriva che la regione è
relativamente specializzata in alcuni settori.

Specializzazione Regionale, commercio e analisi del moltiplicatore


L’analisi delle decisioni di localizzazione offre molte indicazioni importanti se vogliamo capire
quali fattori incidono sulla crescita delle economie regionali. Ma, a questo fine, un aspetto
non meno importante è l’analisi dell’impatto esercitato dalla localizzazione di un’attività
produttiva sul tessuto economico dell’economia locale. Gli effetti in questione sono causati
dalle variazioni nella domanda di input e sono trasmessi dai legami di interdipendenza tra le
imprese. Essi dipendono dall’entità dei cambiamenti accaduti e dalle caratteristiche della
struttura produttiva locale. Se una regione è altamente specializzata in un particolare settore
industriale gli effetti aggregati sull’economia locale di un qualsiasi cambiamento nel settore
saranno rilevanti. Viceversa se la regione ha una economia altamente diversificata gli effetti

36
saranno minori. Gli effetti dipenderanno anche dalla maggiore o minore apertura
dell’economia regionale verso l’esterno. Se un aumento di domanda viene soddisfatto
prevalentemente facendo ricorso alle importazioni gli effetti saranno minori e viceversa.
L’analisi degli impatti di un cambiamento in certi settori industriali su una economia ospite è
chiamata analisi del moltiplicatore. Essa necessita di informazioni sul commercio intra e
interregionale che raramente sono disponibili. Di seguito vedremo tre tipi di approcci
differenti all’analisi del moltiplicatore, ciascuno in grado di gettare luce su aspetti diversi
relativi alla natura degli impatti. Tutti e tre si basano su due assunzioni fondamentali
strettamente interdipendenti:
- i prezzi dei fattori locali sono fissi (i costi marginali sono uguali a quelli medi e sono
costanti);
- non ci sono vincoli all’offerta locale dei fattori, la produzione e l’occupazione possono
pertanto espandersi senza limiti.
I tre metodi di analisi sono i seguenti:
1) teoria della base delle esportazioni
2) moltiplicatore Keynesiano regionale
3) analisi input-output.

Teoria della base delle esportazioni


Il punto di partenza della teoria della base delle esportazioni è che le economie di grandi
dimensioni, come quelle nazionali, possono fare affidamento su forze interne (endogene) al
sistema stesso per il loro sviluppo, mentre le economie piccole e più specializzate, come
quelle regionali, dipendono crucialmente da fattori esterni. Nelle grandi economie il
meccanismo di sviluppo si autosostiene partendo da un aumento della domanda e,
conseguentemente, della produzione che genera economie di scala e fa crescere la
produttività, ne segue una crescita del reddito e della domanda che, a sua volta, stimola un
aumento della produzione e così via. Questo meccanismo, pur non escludendo l'apertura
verso l'esterno, si basa prevalentemente sulla dinamica della domanda interna. Nelle
economie regionali le dimensioni limitate del mercato interno non permettono di conseguire
le economie di scala necessarie a far crescere la produttività e innescare il meccanismo
precedente, è necessaria pertanto l’apertura verso i mercati esterni.
L’idea centrale della teoria della base delle esportazioni è che in un economia locale si
possono distinguere 2 settori fondamentali: il settore di base (o non locale) e il settore non di
base (o locale). Coerentemente con le argomentazioni precedenti lo sviluppo, il livello di
reddito e l’occupazione di una determinata area, dipendono in modo cruciale dal
comportamento del settore di base, più che da quello degli altri settori.
Il settore di base è costituito da imprese locali che dipendono interamente da fattori non
locali. Per esempio la FIAT vende le proprie auto in piccola parte sul mercato locale e molto
di più su quelli nazionale e internazionale. Il settore di base è quindi fondamentalmente un
settore esportatore le cui fortune dipendono dall’andamento dei mercati esterni a quello
locale, ma ha forti legami di interdipendenza con altri settori locali.
I settori non di base, invece, raggruppano imprese che dipendono molto da fattori locali e
dall’andamento del mercato locale. In genere i servizi sono identificati con il settore non di

37
base perché dipendono interamente da fattori locali. Per esempio una drogheria, un
ristorante, una lavanderia vendono i propri prodotti a clienti locali che li consumano in loco.
Perché la distinzione fra settori di base e non di base è importante? La teoria della base delle
esportazioni afferma che il settore di base è il motore dell’economia locale. Sviluppare e
rafforzare questo settore è quindi cruciale per accelerare la crescita dell’economia locale. La
teoria sostiene inoltre che l’economia locale è più solida se sviluppa quei settori che non
dipendono dall’economia locale. In questo modo l’economia locale può proteggersi meglio
dalle crisi cicliche dovute a fattori locali perché si presume che i mercati esterni siano più
stabili anche quando l’economia locale attraversa una crisi.
I legami del settore di base con gli altri settori sono di due tipi.
Meccanismo di interdipendenza produttiva a monte e a valle: un settore non è
completamente autonomo, per produrre utilizza input prodotti da altri settori del mercato
locale; oppure produce input che altri settori utilizzano come beni intermedi nel loro
processo produttivo.
La localizzazione di un impresa come la FIAT all’interno di un'area crea un immediato
aumento della domanda di input intermedi, necessari per la produzione. Ciò stimola la
nascita di nuove attività produttive nell’area e la crescita dell’output di quelle esistenti. Può
trattarsi di altre attività industriali che forniscono componenti o servizi di vario tipo. Il legame
che abbiamo visto è un legame a monte ma possono crearsi anche legami a valle. Se
ipotizziamo che si localizzi nell’area considerata un impresa che produce input utilizzabili da
altre imprese, si crea un incentivo alla nascita di nuove imprese che ne fanno uso.
Collegamento di tipo Keynesiano: un altro tipo di effetto moltiplicativo è dovuto a variazioni
della domanda secondo lo schema del moltiplicatore Keynesiano. Per esempio, se la FIAT si
localizza a Cagliari, creerà un certo ammontare di occupazione, la domanda di beni e servizi
dei nuovi lavoratori occupati si rivolgerà in una certa misura verso le imprese locali facendo
crescere la produzione o stimolando la nascita di nuove imprese.
Per analizzare l’impatto del settore di base sull’economia locale si utilizzano in genere dati
sull’occupazione più facilmente reperibili. L’occupazione totale T nell’economia locale è data
dalla somma dell’occupazione nel settore di base (B) e in quello non di base (N).
T=B+N
Ipotizziamo che l’occupazione nel settore non di base sia una funzione dell’occupazione
totale perché l’output di questo settore dipende dall’andamento della domanda
nell’economia locale.
N = nT
dove n misura la reattività dell’occupazione nel settore non di base rispetto a variazioni
dell’occupazione totale.
Possiamo calcolare facilmente un moltiplicatore simile a quello Keynesiano
T = 1/(1-n)B
il valore del moltiplicatore è 1/(1-n).
1/(1-n) >1, se 0< n <1.
Se poniamo n = 0,75 allora 1/(1-n) = 4. Se nel settore di base sono occupati 1000 addetti
l’occupazione totale in quest’area sarà di 4000 addetti. Si avranno cioè 3000 addetti

38
aggiuntivi nel settore non di base, come conseguenza degli effetti moltiplicativi generati dal
settore di base.
Il moltiplicatore fornisce informazioni molto utili a fini di politica economica. Se l'autorità di
politica economica vuole intervenire con opportune misure per influenzare la dinamica
dell'economia regionale grazie al moltiplicatore è possibile misurare l'effetto di tali misure.
Ipotizziamo per esempio che l'autorità mediante misure di incentivazione stimoli la
localizzazione nella regione di imprese esportatrici appartenenti quindi al settore di base,
possiamo misurare quali saranno le variazioni nell’occupazione totale come conseguenza
della variazione dell’occupazione nel settore di base.
ΔT= (1/1-n) ΔB
Immaginiamo che si localizzi nell’area una nuova impresa con 100 addetti, dato che il
moltiplicatore è 4, avremo un aumento complessivo di 400 lavoratori, 100 nel settore di base
e 300 nel settore non di base.
Possiamo affinare le ipotesi sulla relazione di dipendenza dell’occupazione nel settore non di
base da quello di base. Immaginiamo che non tutta l’occupazione, del settore non di base
dipenda dal settore di base, ma che parte di essa dipenda da altri fattori autonomi. L’ipotesi
può essere specificata nel modo seguente.
T = B + No + nT
da cui
T = 1/(1-n)(No + B)
Questo tipo di moltiplicatore è particolarmente adatto ad essere stimato con una
regressione econometrica, come:
T = α + B + ε
dove
α = costante data dal rapporto No/(1-n)
β = 1/(1-n), misura il valore del moltiplicatore.
ε = termine di errore

Individuazione del settore di base


Il moltiplicatore valuta l’impatto del settore di base sull’economia locale e può essere un
utile strumento di analisi a condizione che riusciamo a definire con sufficiente precisione il
settore di base. Il problema non è facile ma esistono diversi metodi per risolverlo. In generale
tanto maggiore è la specializzazione di un economia locale in un determinato settore, tanto
più probabile è che tale settore sia di base, e viceversa.
A seconda del settore di specializzazione della regione l’impatto sull’economia locale sarà
diverso. Tanto maggiore è la specializzazione della regione in un settore, tanto maggiore è
l’impatto sull’economia locale provocato da variazioni dell’occupazione in quel settore.
I principali metodi per individuare il settore di base sono tre:

39
1- Assunzione a priori
2- Quoziente (o coefficiente) di localizzazione
3- Requisiti minimi
- Assunzione implicita a priori: è il metodo più semplice, si assume a priori qual’è il settore
di base e i settori non di base partendo da alcune ipotesi generali. Di solito il settore dei
servizi è considerato un settore non di base, perché ha un mercato prevalentemente
locale. Il settore manifatturiero, al contrario, ha in genere un mercato più ampio di
quello locale, ed è pertanto, a priori, un miglior candidato al ruolo di settore di base. Si
assume quindi che il settore dei servizi sia il settore non di base e quello manifatturiero
sia il settore di base.
È abbastanza evidente che questo metodo è debole e impreciso e induce in errore in molti
casi.
- Quoziente di localizzazione (QL):
QL = [(Eir/Er)/(Ein/En)]
Il quoziente misura l’incidenza (in termini di occupazione) di un certo settore in un economia
regionale (Eir/Er), rispetto all’incidenza media che quello stesso settore ha nell’economia
nazionale (Ein/En) usata come termine di paragone.
Se QL >1, significa che l’incidenza del settore i è maggiore a livello locale che a livello
nazionale, l’area regionale è specializzata in quel settore rispetto alle altre e viceversa se QL
<1.
QL = 1 sta ad indicare che l’incidenza del settore i nella regione r rispecchia la media
nazionale.
Se ipotizziamo che in ciascuna regione la spesa dei consumatori fra i vari beni si distribuisca
secondo la media nazionale (il che equivale ad assumere che il quoziente di specializzazione
della domanda sia uguale a uno), allora se QL>1 la produzione locale nel settore i sarebbe
maggiore della domanda quindi parte della produzione verrebbe esportata in regioni in cui la
relazione fra produzione e domanda è rovesciata. Il settore più specializzato sarebbe quindi
un settore esportatore è, come tale, tendenzialmente di base.
Es: Ipotizziamo che i consumatori spendano in media il 20% del loro reddito per acquistare
beni del settore i. In equilibrio la produzione nazionale del settore i dovrà essere pari al 20%
del prodotto nazionale. Immaginiamo che nella regione r QL >1 (ovvero la produzione
(occupazione) nel settore i è più del 20% del prodotto (occupazione) regionale complessivo),
se la spesa regionale per i beni del settore i è identica in tutte le regioni (20%) parte della
produzione non troverà sbocco sul mercato locale e sarà esportata nelle regioni in cui il
settore i ha un peso inferiore al 20%. Il settore di specializzazione tende quindi ad essere un
settore esportatore o di base.
Anche questo criterio presenta limiti non indifferenti. L’ipotesi che la domanda del bene
prodotto dal settore i da parte dei consumatori regionali sia uguale alla media nazionale non
è realistica, perché la configurazione della domanda a livello regionale è in genere diversa da
quella nazionale. Non si può inoltre paragonare un economia regionale con un economia
nazionale perché l’economia regionale, essendo più piccola, è anche molto più specializzata.
- Requisiti minimi:
Il criterio dei requisiti minimi confronta l’economia regionale con altre di dimensioni
simili. Si assume che la quota di occupazione più bassa nel settore i rilevata fra le varie

40
regioni di dimensioni simili produca un output sufficiente per soddisfare il consumo
regionale (assunto uguale in tutte le regioni). In altri termini la regione del gruppo preso in
considerazione meno specializzata in un certo settore è in grado di coprire il fabbisogno per il
consumo locale. Tutta l’occupazione eccedente nelle altre regioni è quindi impiegata per
produrre beni per l’esportazione. Possiamo definire pertanto un quoziente dei requisiti
minimi come segue:
MRLQ (Minimum Requirement Location Quotient) = [(Eir/Er)/(Eim/Em)]
dove il pedice m rappresenta la regione con la minima quota di occupazione nel settore i
all’interno del gruppo di regioni di dimensioni simili alla regione r. In pratica se MRQL>1 la
regione r è relativamente più specializzata nel settore i rispetto a quella meno specializzata
(si noti che il quoziente non può essere minore di 1 in questo caso).
A parte la difficoltà di definire i gruppi di regioni simili, lo svantaggio principale di questo
criterio è che non è possibile per una regione essere importatrice netta in nessun settore
perché, quand’anche esibisse l’occupazione minore in assoluto in quel settore, quest’ultima
diventerebbe il requisito minimo di riferimento per valutare gli omologhi settori delle altre
regioni. Ogni regione può perciò solo essere esportatrice o autosufficiente (ovvero il
quoziente non può essere minore di 1).

Scelta fra i diversi metodi


La scelta del metodo da utilizzare per determinare se un settore è di base o no dipende in
parte dai dati disponibili. Il metodo delle assunzioni a priori è quello che richiede meno
informazioni, quello dei quozienti di localizzazione necessita di informazioni sulla regione in
questione e di dati nazionali, mentre il metodo dei requisiti minimi necessita di dati su tutte
le regioni. Questi tre metodi danno risultati molto diversi. Il metodo più usato è quello dei
quozienti di localizzazione. Rimane comunque il problema della stima del coefficiente “n”
che esprime la sensibilità del legame tra settori di base e non di base derivante dalla spesa in
beni locali fatta dalle aziende esportatrici.

Pregi e difetti della teoria della base delle esportazioni


La teoria pone l’accento su alcune condizioni cruciali della crescita regionale. In primo luogo
mostra come la crescita dipenda da relazioni interregionali. Nemmeno un’ economia
nazionale può essere autosufficiente, a maggior ragione non lo è una piccola economia
regionale. La componente più importante della domanda tende ad essere costituita dalle
esportazioni più che dagli investimenti interni alla regione. La teoria evidenzia anche
l’importanza della specializzazione produttiva come fonte di competitività sui mercati esterni
e quindi della capacità della regione di definire i suoi fattori di competitività specifici. Allo
stesso modo però mette in guardia contro i rischi della stessa specializzazione che può essere
un fattore di sviluppo importantissimo se il settore in cui la regione è specializzata presenta
una domanda dinamica sui mercati esterni, ma anche di recessione e declino qualora accada
il contrario.
Il principale difetto è che il modello spiega i meccanismi dello sviluppo a partire da una
specializzazione produttiva e da fattori di competitività dati. In altri termini non spiega come
la regione si specializza e come si determina la sua competitività sui mercati esterni. Per

41
questo motivo la teoria è adatta per spiegare lo sviluppo di regioni che hanno dotazioni
specifiche naturali (materie prime) per le quali la specializzazione non deve essere spiegata
ma può essere assunta esogenamente.
Un secondo aspetto discutibile è l’elevato livello di aggregazione dell’analisi. Non esiste
alcuna differenziazione fra attività produttive e tra specializzazioni differenti. In altri termini
qualunque sia il settore di base gli effetti moltiplicativi sulla struttura produttiva locale sono
considerati identici (il parametro β della regressione viene stimato considerando una serie di
dati relativi a regioni diverse con settori di base diversi, esso è quindi una media dei
moltiplicatori dei diversi settori di base regionali). Questa assunzione è molto irrealistica,
come vedremo più avanti con l’analisi input-output, l’impatto può essere molto diverso a
seconda del settore considerato.

Moltiplicatore Keynesiano regionale


Il ben noto moltiplicatore Keynesiano della spesa autonoma può essere applicato anche
all’economia regionale. Questo metodo di stima dell’impatto della localizzazione di nuove
imprese o investimenti sull’economia regionale è molto simile a quello della base delle
esportazioni e può essere integrato con esso. Assumendo che i costi marginali siano costanti
al crescere della produzione e che non vi siano vincoli dal lato della capacità produttiva
(offerta elastica) è possibile applicare il modello standard del moltiplicatore spesa-reddito.
Consideriamo le equazioni standard del moltiplicatore Keynesiano nazionale riferite
all’economia regionale (pedice r)
Yr = Cr + Ir + Gr + Er - Mr
Cr = Co + cYr
Mr = Mo + mYr
Tr = tYr
Yr = [1/(1- (c - m)(1 - t))] (Co + Ir + Gr + Er - Mo)
dove Cr è il consumo regionale, Ir è l’investimento regionale, Gr è la spesa pubblica regionale,
Er sono le esportazioni regionali e Mr le importazioni regionali. Cr è parzialmente esogeno (Co)
così come le importazioni regionali (Mo). Si noti che la definizione di importazioni comprende
tutto ciò che è acquistato fuori dalla regione ed è perciò più ampia della definizione di
importazione nazionale.
Il moltiplicatore delle componenti autonome della domanda (Co + Ir + Gr + Er - Mo) è uguale a
1/[1- (c - m)(1 - t)]. Il suo valore dipende crucialmente dal termine (c-m) che rappresenta la
propensione marginale a consumare prodotti locali. Maggiore è (c-m), più grande è il
moltiplicatore e, di conseguenza, l’effetto moltiplicativo della spesa autonoma sul reddito
regionale.
Dal punto di vista algebrico non c’è differenza rispetto al moltiplicatore nazionale, ma dal
punto di vista sostanziale il parametro (c-m) è molto più importante nel moltiplicatore
regionale, perché un economia regionale, essendo molto più piccola, è anche più aperta
rispetto ad un economia nazionale e ha una produzione molto meno diversificata. Il valore di
m nel moltiplicatore regionale è molto più alto che nel moltiplicatore nazionale, inoltre può
essere molto diverso sia dalla media nazionale che da regione a regione. Tanto più

42
l’economia regionale è specializzata tanto maggiore è m, perché in questo caso l’economia
locale avrà meno capacità di soddisfare tutte le esigenze di consumo interno, dovrà pertanto
importare di più. Nello stesso tempo tenderà ad essere una regione esportatrice dei beni in
cui è specializzata.
Come ben sappiamo il moltiplicatore misura la relazione di equilibrio fra spesa autonoma e
reddito ma anche l’impatto di variazioni della spesa sul reddito stesso. Il moltiplicatore
applicato a variazioni della domanda autonoma può essere così espresso.
ΔYr = [1/1-(c - m)(1 - t)] Δ(Co + Ir + Gr + Er - Mo)
Nel moltiplicatore nazionale, gli investimenti sono considerati una componente autonoma,
che dipende da fattori diversi dal reddito (tasso d’interesse, aspettative ecc.). A livello
regionale questo è meno accettabile. All’interno di una nazione gli imprenditori possono
investire facilmente in una regione o in un'altra; se durante un periodo la dinamica del
reddito di una regione è particolarmente favorevole è possibile che gli investimenti si
dirigano maggiormente verso quella regione. Non possiamo più ipotizzare che gli
investimenti siano totalmente indipendenti dal livello del reddito, al contrario è probabile
che il livello degli investimenti sia positivamente correlato con il livello del reddito della
regione. La funzione dell’investimento può essere allora riformulata nel modo seguente:
Ir = Io + iYr(1-t)
dove i è il parametro che misura la reattività dell’investimento rispetto all’andamento del
reddito e Yr(1-t) misura il reddito regionale disponibile dopo il pagamento delle imposte. Nel
moltiplicatore regionale, a differenza di quello nazionale, parte degli investimenti è dunque
positivamente correlata col reddito regionale disponibile.
Un'altra differenza riguarda la spesa pubblica, anch’essa considerata una componente
autonoma nel moltiplicatore nazionale perché dipende da decisioni di politica economica del
governo. A livello regionale è più ragionevole ipotizzare che parte della spesa pubblica sia
correlata negativamente con il livello del reddito. Questa ipotesi si giustifica per il fatto che la
spesa viene utilizzata come strumento perequativo laddove esistono forti differenze di
reddito e di sviluppo fra regioni. Per questo motivo la spesa pubblica tende ad essere
maggiore nelle regioni in cui il livello del reddito è minore e viceversa.
Gr = Go - gYr(1-t)
Possiamo formalizzare questa idea ipotizzando che la spesa abbia due componenti di cui una
(Go) autonoma e l’altra (gYr(1-t)) dipendente dal reddito secondo una relazione inversa. g è il
parametro che misura la reattività della spesa pubblica a variazioni del reddito regionale.
Il moltiplicatore diventa allora
Yr = 1/ {1- [(c - m)+(i - g)](1 - t) } (Co + Io + Go + Er - Mo)
c e i, rappresentano immissioni nel circuito reddito-spesa, quindi contribuiscono a far
aumentare il reddito, compaiono con segno positivo nelle rispettive funzioni di
comportamento e con segno negativo nell’equazione del moltiplicatore. Tanto maggiore è il
loro valore tanto minore è il denominatore e tanto maggiore è il moltiplicatore.
Al contrario, m, g e t sono elementi che rappresentano dispersioni dal circuito reddito-spesa
e contribuiscono pertanto a far diminuire il reddito. In questo caso valgono considerazioni
opposte a quelle precedenti.

43
(i-g), rappresenta la propensione a spendere nella regione considerata per investimento o
come spesa pubblica.
(1-t), rappresenta la quota di reddito disponibile dopo la tassazione.
(c-m), rappresenta la propensione a consumare beni prodotti localmente.
Possiamo quindi affermare che l’impatto sull’economia regionale di un aumento della
domanda autonoma (che può essere dovuto a nuove localizzazioni o investimenti) dipende
positivamente dalla propensione a spendere nella regione considerata per investimento o
come spesa pubblica, della quota di reddito disponibile che rimane dopo la tassazione e dalla
propensione a consumare beni prodotti localmente.
Sebbene moltiplicatore Keynesiano e teoria della base delle esportazioni siano due modelli
concettualmente differenti possono essere resi compatibili. In effetti la teoria del
moltiplicatore applicata alle esportazioni può essere vista come l’equivalente in termini di
reddito di ciò che la teoria della base delle esportazioni dice in termini di occupazione. È
sufficiente quindi separare la componente dell’export dalle altre riscrivendo l’equazione del
moltiplicatore nel modo seguente:

Er (Co + Io + Go – Mo)
Yr = +
1-[(c-m) + (i-g)](1-t) 1-[(c-m) + (i-g)](1-t)

Misuriamo così l’impatto del settore esportatore sul reddito complessivo. In pratica
l’equivalente in termini di reddito dell’equazione fondamentale della teoria della base delle
esportazioni.
Possiamo esprimere il moltiplicatore anche in termini di variazioni:
ΔYr = ΔEr/1-[(c-m)+(i-g)](1-t)
si può vedere facilmente che questa equazione è l’equivalente di
ΔT = ΔB/ (1/1-n)
L’aumento delle esportazioni (ΔEr ) è concettualmente analogo all’aumento dell’occupazione
nel settore di base (ΔB). Il secondo termine del lato destro esprime l’effetto moltiplicativo
ossia 1-[(c-m)+(i-g)](1-t) in analogia con (1/1-n).
La prima equazione rappresenta la variazione del reddito che deriva dall’aumento delle
esportazioni a livello regionale; la seconda, invece, rappresenta la variazione
dell’occupazione totale derivante da un aumento dell’occupazione nel settore di base.
Tenendo conto che occupazione e reddito sono due variabili fortemente correlate si capisce
come questi due approcci analizzino problemi molto simili.

Differenze sostanziali tra i due metodi


Il moltiplicatore Keynesiano, non mette in evidenza la spesa per le esportazioni, ma
considera tutte le componenti della domanda autonoma come equivalenti.
La teoria della base delle esportazioni, enfatizza il ruolo delle esportazioni. Questa
distinzione è importante, infatti, se consideriamo una piccola regione la crescita del reddito
nel tempo dipende in misura molto maggiore dalle esportazioni che dalle altre componenti
44
della spesa. La spesa pubblica può variare a seconda delle decisioni del governo, per questo
motivo non è in grado di generare uno sviluppo capace di auto sostenersi. Le esportazioni
invece si rivolgono ad un mercato molto ampio, il loro andamento nel tempo può essere più
stabile e dinamico. Se le esportazioni crescono più rapidamente delle altre componenti della
domanda autonoma (come è probabile in una piccola economia regionale molto aperta e
con un mercato interno scarsamente dinamico) le esportazioni costituiscono il fattore
trainante della crescita regionale nel lungo periodo.
Inoltre le economie di agglomerazione associate alla specializzazione in un settore possono
accrescerne l’efficienza e competitività facendo aumentare le esportazioni e sostenendo così
la crescita.
Un impatto positivo sul reddito regionale si può ottenere anche cercando di ridurre la
propensione ad importare incentivando i consumatori e le imprese a rivolgersi al mercato
locale così da far aumentare il valore del moltiplicatore. Questa strategia, chiamata
sostituzione delle importazioni, è attuabile, sia pure con minore efficacia, a livello nazionale
ma risulta sicuramente perdente a livello regionale per il semplice motivo che le economie
locali sono piccole e non riescono pertanto a produrre in modo efficiente tutti i beni
necessari a soddisfare la domanda dei consumatori locali.

Analisi d’impatto
Il moltiplicatore regionale è uno strumento che permette di misurare l’impatto sul livello del
reddito locale di variazioni delle componenti autonome della spesa. La misurazione è però
abbastanza imprecisa. Ciò dipende dal fatto che nell’analisi del moltiplicatore la propensione
a spendere per beni prodotti localmente è un valore aggregato, cioè una media delle
propensioni di tutti i settori e imprese presenti nel sistema produttivo regionale. Se
l’obiettivo è misurare l’impatto della localizzazione di nuove imprese in un’area, tale
propensione può essere molto diversa dalla media. Un’impresa esterna che si localizza in una
regione ha in genere scarsi legami di interdipendenza con l’economia locale e forti legami
con altre aree. L’impatto sull’economia locale può essere molto diverso a seconda che
l’impresa acquisti quote maggiori o minori di input da altre imprese locali.
Per avere misure più attendibili è necessario considerare la propensione ad importare e la
propensione a consumare beni locali della singola impresa che si localizza nella regione.
Quando costruiamo il moltiplicatore, dobbiamo considerare che l’aumento del reddito sarà
dato dalla spesa di investimento iniziale più gli effetti indotti che questa produce
sull’economia regionale attraverso i legami di interdipendenza con la struttura produttiva
locale.
Immaginiamo una situazione in cui un’azienda che serve una vasta area geografica si sposti in
una particolare regione. Se l’area di mercato dell’azienda è molto più ampia della regione
ospite è evidente che aumenteranno le esportazioni, cioè ∆Er sarà positivo. Peraltro la nuova
azienda potrebbe avere solo deboli legami con l’economia locale e la sua propensione a
utilizzare input locali potrebbe quindi essere molto inferiore rispetto alla media regionale. In
questa situazione il reddito aumenterà in prima istanza in misura pari all’aumento delle
esportazioni (∆Er). L’aumento del reddito nei round successivi dipende dalla spesa
addizionale dell’impresa in beni e servizi prodotti localmente che può essere misurata da
∆Er(cf-mf)(1-tf)

45
dove cf è la propensione marginale al consumo, mf è la propensione marginale
all’importazione e tf è l’aliquota fiscale tutte riferite all’azienda. Questa seconda iniezione di
spesa darà luogo a effetti moltiplicativi che sommati alla spesa iniziale danno:
∆Yr=∆Er+[∆Er(cf-mf)(1-tf)]/{1-[(c-m)+(i-g)](1-t)}.
Se chiamiamo e1=(cf-mf)(1-tf) ed e2=[(c-m)+(i-g)](1-t), possiamo scrivere:
∆Yr=∆Er[1+e1/(1-e2)]
Questa equazione è utilizzata nell’analisi degli impatti nel tentativo di valutare gli effetti su
un’economia regionale di cambiamenti strutturali quali appunto l’arrivo di una nuova grande
impresa o la realizzazione di infrastrutture. I legami tra un’azienda di recente immigrazione e
l’economia ospite e1 possono convergere nel tempo verso la media regionale e2 se l’azienda
cerca di utilizzare più prodotti locali. Se invece non è possibile reperire fornitori locali,
oppure l’approvvigionamento locale non è reputato strategicamente opportuno, la
propensione dell’azienda a spendere localmente può mantenersi nel tempo molto lontana
dalla media regionale.

Analisi input-output
L’analisi input-output rappresenta un importante passo avanti in termini di precisione e
accuratezza nell’analisi degli effetti di nuovi investimenti e localizzazioni di attività
produttive sull’economia regionale. Attraverso le tavole input-output si possono infatti
calcolare impatti diversi a seconda del settore preso in considerazione. Questo tipo di analisi
fu sviluppata inizialmente da Leontief ma rimase per molto tempo inapplicata perché
matematicamente troppo complessa. Ritornò in auge negli anni 50, quando venne usata
dalle amministrazioni militari per analizzare la formazione di strozzature nel funzionamento
degli apparati militari.
Il principio alla base di questa metodologia è l’identificazione e la disaggregazione di tutti i
flussi di spesa tra industrie e tra queste e consumatori, al fine di evidenziare la struttura degli
scambi nell’economia regionale. In una qualunque economia tutti gli agenti, siano essi
imprese o consumatori, interagiscono mediante relazioni di scambio. Le imprese vendono ai
consumatori prodotti finiti e ad altre imprese beni intermedi, che vengono incorporati in
prodotti finiti successivamente venduti ai consumatori come beni di consumo o, ancora, alle
imprese come beni capitali. Ovviamente ad ogni vendita corrisponde un acquisto, pertanto le
imprese acquistano da altre imprese input intermedi e beni capitali e i consumatori
acquistano beni di consumo. Il primo passo consiste quindi nel costruire una tavola che
descriva tali flussi di spesa all’interno dell’economia regionale. La tavola 22.1 è un esempio
semplificato. In essa sono riportati tre settori (agricoltura, manifattura e costruzioni) con i
rispettivi valori di output prodotto e le relative spese per l’acquisto degli input. In ciascuna
colonna sono riportati i valori della spesa di ciascun settore per acquisto di beni intermedi
prodotti dagli altri settori. Il settore agricolo acquista per esempio input per un valore di 20
sia dal settore manifatturiero che da quello delle costruzioni. Nella colonna appaiono anche i
pagamenti a fattori produttivi locali (lavoro, capitale e terra per un valore di 40) ovvero il
valore aggiunto del settore agricolo, le importazioni (20) e il totale degli acquisti (100). Nelle
righe sono invece riportate le vendite di ciascun settore agli altri settori e agli acquirenti finali
(consumatori o imprese). Il settore agricolo vende 70 al settore delle costruzioni e 30 ai
46
consumatori. Per ciascun settore e per l’intera economia il totale delle vendite è
necessariamente uguale agli acquisti, il che è lo stesso, gli input devono essere uguali agli
output, da cui la denominazione di analisi input-output.
Il secondo passo consiste nell’esprimere i valori sotto forma di coefficienti di spesa dividendo
il valore di ciascuna cella per il totale della rispettiva colonna. Otteniamo così la tabella 22.2,
le cui celle riportano la quota di spesa per l’acquisto di input di ogni settore dagli altri settori
(il settore agricolo spende per esempio una quota pari a 0,2 della propria spesa complessiva
per acquistare beni intermedi prodotti dal settore industriale). Nell’ultima colonna sono
indicate le quote di spesa degli acquirenti finali.
Grazie a questa tavola possiamo valutare gli impatti di un qualsiasi cambiamento della
domanda che si rivolge a uno qualunque dei settori considerati. L’aumento di domanda fa
aumentare l’output di un settore che deve aumentare gli acquisti di input dagli altri settori,
facendo aumentare la loro produzione. Questi ultimi dovranno, a loro volta, aumentare i loro
acquisti e così via in una serie di stadi successivi, fino a che l’eccesso di domanda non è stato
riassorbito. Inoltre l’aumento del reddito distribuito ai fattori produttivi (salari, profitti,
rendite) farà aumentare i consumi finali generando ulteriori effetti moltiplicativi. L’aumento
finale del reddito è il risultato della somma di tutti questi effetti.
Possiamo distinguere tre categorie di effetti:
- effetti diretti: sono dati dalle variazioni di produzione e di acquisti dei settori
immediatamente interessati dalla variazione iniziale della domanda
- effetti indiretti: variazioni di produzione e di acquisti dei settori fornitori dei precedenti e
di quelli fornitori di questi ultimi e così via
- effetti indotti: variazioni di produzione e di acquisti dei settori produttori di beni di
consumo in seguito all’aumento del reddito e dei consumi finali (simili agli effetti del
moltiplicatore keynesiano)
È possibile calcolare tali effetti nel modo seguente.
Si è detto che le righe rappresentano le vendite del settore i agli altri settori compresi i
consumatori finali quindi misurano l’output o i ricavi del settore i che denominiamo Xi.
Definiamo con Aij il valore delle vendite del settore i al settore j e con Ci, Ii, Gi, Ei,
rispettivamente i consumi privati, gli investimenti, la spesa pubblica, le esportazioni (ovvero
tutte le componenti della domanda finale).
Il valore dell’output o ricavo è

X i = ∑ Ai +j (Ci + I i + Gi + Ei )
j

Le colonne invece rappresentano la spesa del settore (ipotizziamo j) per input dagli altri
settori (compresi gli input importati) e i pagamenti ai fattori produttivi, ossia la somma dei
costi che deve essere uguale all’ouput o ricavo.

X j = ∑ Ai +j W j + Π j + M j
i

W e П sono i salari e i profitti ed M le importazioni. Il prodotto interno lordo della regione (Y)
è dato da:
Y = W + П = C + I +G + E - M = X - M - ∑∑ A
i j
ij

47
Dove X è l’output complessivo dell’economia, ovvero la somma degli output di tutti i settori
e ∑∑ Aij è il valore di tutti i beni intermedi scambiati fra i settori. Questa differenza equivale
i j

al valore aggiunto o al PIL, o anche alla somma delle remunerazioni dei fattori (W + П).
Consideriamo ora i coefficienti di spesa o coefficienti tecnici che misurano quanti euro di
prodotto del settore i sono necessari per produrre un euro di prodotto del settore j. Essi
sono dati dal rapporto fra la spesa del settore j per input provenienti dal settore i e l’output
del settore j.
aij = Aij / Xj
compattiamo le componenti della domanda finale in una sola
Ci + Ii + Gi + Ei - Mi = Di
e sostituiamo l’equazione dei coefficienti tecnici in quella relativa al valore dell’output del
settore i ottenendo la seguente espressione:

X i = ∑ a ij X j + Di
j

L’equazione indica il valore dell’output o ricavo del settore i ottenuto vendendo il proprio
prodotto in parte ai consumatori finali in parte agli altri settori sotto forma di input.
Per esempio se consideriamo la tavola 22 e i=2 (industria) avremo:
X2 = 0,2 x 100 (X1 agricoltura) + 0 x 200 (X2 industria) + 0,27 x 300 (X3 costruzioni) + 100 (cons.
finali) = 200
Per l’intera economia regionale avremo tante equazioni quanti sono i settori.
X1 = a11 X1 +a12 X2 . . +a1n Xn + D1
X2 = a21 X1 +a22 X2 . . +a2n Xn + D2
. . . . . . . .
Xn = an1 X1 +an2 X2 . . +ann Xn + Dn

Il tutto può essere espresso in forma matriciale. Chiamiamo A la matrice dei coefficienti
tecnici aij, X il vettore dell’output e D il vettore della domanda finale.

X A X D
 X1  a11 a12 a13 ... a1n   X1  D1 
X  D 
a a2n 
X 
 2 =  21 a22 a23 ...
x
 2
+
 2
 X3  a31 a32 a33 ... a3n   X3  D3 
     
 . 
. . . ... .  . .
 
 Xn 
   an1 an2 an3 ... ann  Xn  Dn 

In forma compatta il sistema può essere espresso come


X = AX + D
Definendo I come la matrice identità, possiamo scrivere
(I - A)X = D

48
Da cui possiamo ricavare il vettore X
X = (I - A)-1 D
Poniamo B = (I - A)-1
X =BD
B è detta matrice inversa di Leontief o matrice dei moltiplicatori e permette di calcolare il
valore della produzione complessiva attivata direttamente e indirettamente da un euro di
domanda finale. Mediante i coefficienti di questa matrice possiamo calcolare diversi effetti.
La tavola 22.3 mostra per esempio gli effetti di una variazione della domanda finale pari a
1000. L’effetto complessivo è un aumento della produzione pari a 2868. Il moltiplicatore è
pertanto ∆X/∆D = 2868/1000 = 2,868.
La variazione della produzione del settore i attivata direttamente e indirettamente da una
variazione della domanda finale del bene prodotto dal settore j è uguale a

∆Xi = ∑ b ∆D
j
ij j (dove bij sono i coefficienti della matrice B)

Si intuisce che il moltiplicatore e quindi l’effetto finale sull’economia dipenderanno


dall’origine della variazione nella domanda. Se lo stimolo parte dal settore agricolo che
importa gran parte dei suoi input dall’esterno dell’economia locale l’impatto sarà molto
minore di quanto si verificherebbe se l’origine fossero gli altri due settori.
L’analisi Input-Output è equivalente al moltiplicatore del settore di base o a quello
Keynesiano ma è più flessibile poiché incorpora tutti gli aspetti esposti nell’analisi degli
impatti. Si può infatti analizzare se lo stimolo proviene dall’esterno della regione, nel qual
caso i risultati sono molto simili a quelli ottenibili con il modello della base di esportazioni,
dal consumo interno o dalla spesa pubblica (simile al modello Keynesiano), o da settori
specifici.
A fronte di questi vantaggi sono presenti anche alcuni difetti non marginali. In primo luogo
l’uso dei coefficienti tecnici descritti presuppone funzioni di produzione a coefficienti fissi e
rendimenti costanti di scala. L’uso di questa tecnica è inoltre difficile per la mancanza di dati.
Le tavole input output regionali non sono facili da costruire perché non disponiamo di dati
regionali sui flussi commerciali, non è quindi possibile fare una stima delle importazioni ed
esportazioni. In genere la tavola viene costruita adattando i coefficienti della matrice
nazionale a quella regionale, considerando l’incidenza dei settori nelle due economie. Date
queste difficoltà la frequenza con cui vengono costruite nuove tavole è di diversi anni
(l’ultima tavola disponibile per la Sardegna risale per esempio al 1995). I coefficienti di
attivazione variano peraltro nel tempo per effetto del progresso tecnico o possono variare
molto rapidamente anche nel breve periodo come effetto di variazioni della domanda finale
o di variazioni nei prezzi dei fattori. Tutto ciò fa sì che le tavole utilizzate siano spesso
obsolete.

Il modello centro periferia della Nuova Geografia Economica


In tutti i Paesi avanzati, la geografia delle attività economiche mostra una localizzazione
disomogenea delle imprese nello spazio. Le attività economiche tendono, infatti, a insediarsi

49
in alcune aree definite dando luogo a fenomeni di agglomerazione e di specializzazione.
Questa ineguale distribuzione "polarizza" lo spazio geografico in aree centrali e periferiche.
L'esistenza di fenomeni di agglomerazione industriale costituisce il punto di partenza per un
gruppo di teorie secondo le quali lo sviluppo economico è un processo tendenzialmente
squilibrato. La teoria della causazione circolare cumulativa elaborata nel corso degli anni
Cinquanta, ad esempio, ipotizza che tra regioni ricche e povere esistano differenze nella
funzione di produzione. In particolare, tra le regioni possono differire sia le dotazioni relative
di capitale che la stessa capacità di introdurre innovazioni e tecnologie. Secondo le teorie
dello sviluppo squilibrato, le differenti funzioni di produzione determinano superiori tassi di
profitto nelle regioni più avanzate le quali attraggono risorse da quelle più povere che, così,
si impoveriscono ulteriormente (causazione circolare). Le differenti dotazioni iniziali di
capitale, quindi, anziché innescare il processo di convergenza previsto dalla teoria
neoclassica, tendono ad accentuare lo squilibrio nel corso del tempo.
Evidentemente, il processo di sviluppo ha a che fare con la "storia" nel senso che le
condizioni iniziali influenzano crucialmente l’evoluzione successiva. La localizzazione iniziale
delle attività economiche in una determinata regione può innescare, infatti, un meccanismo
di causazione circolare cumulativa in base al quale lo sviluppo si autoalimenta o, al contrario,
la stagnazione tende a perpetuarsi. L'analisi delle cause che determinano la localizzazione e
la specializzazione industriale di alcune regioni è, quindi, un aspetto fondamentale per
comprendere questi meccanismi.
Grazie gli avanzamenti della teoria economica e degli strumenti di formalizzazione
matematica è stato di recente possibile fornire una spiegazione più rigorosa dei fenomeni già
individuati dalle teorie menzionate negli anni 50 e 60.
I nuovi sviluppi si devono soprattutto all’analisi di Krugman, fondatore della cosiddetta
Nuova Geografia Economica, il quale ha dimostrato come in un'economia caratterizzata da
rendimenti crescenti e costi di trasporto positivi, in assenza di barriere al commercio, le
imprese concentreranno la produzione in prossimità del mercato principale di sbocco. La
possibilità di conseguire economie di scala spinge, infatti, i produttori a servire il mercato da
un'unica localizzazione prossima alla domanda finale minimizzando, così, i costi di trasporto
(come vedremo questo meccanismo viene chiamato home market effect). Poiché le imprese
produttrici di beni finali creano, a loro volta, domanda per altre imprese produttrici di beni
intermedi, la loro localizzazione incentiva quella delle imprese fornitrici. La concentrazione di
imprese che producono beni intermedi costituisce, a sua volta, un incentivo per la
localizzazione di altre imprese che utilizzano tali input. Inoltre la localizzazione delle imprese
in una determinata area attira lavoratori che, in quanto consumatori, accrescono le
dimensioni del mercato locale e i profitti delle imprese, incentivando ulteriormente
l’agglomerazione. Le forze della concentrazione creano, così, un processo che si
autoalimenta.
In conclusione, le attività economiche risulteranno distribuite nello spazio in maniera
ineguale. Si avranno, cioè, una o più regioni centrali, con più elevata presenza di imprese e di
popolazione, e regioni periferiche con scarsa presenza di imprese e bassa densità di
popolazione. E' importante osservare che i meccanismi cumulativi menzionati e la
concentrazione spaziale che ne deriva dipendono da forze diverse da quelle individuate da
Marshall. Nella NEG infatti esse non hanno a che fare con esternalità di tipo tecnologico
bensì di tipo pecuniario: i benefici esterni per ciascuna impresa dipendono dalla domanda

50
generata dalla localizzazione di altre imprese e dei lavoratori che accrescono le dimensioni
del mercato.
Gli studiosi della Nuova Geografia Economica hanno elaborato diversi modelli per spiegare i
meccanismi di concentrazione e dispersione delle attività produttive. Ci concentreremo su
quello che viene definito modello base o modello centro-periferia.
Le forze agglomerative e dispersive individuate nei modelli della NEG dipendono da tre
meccanismi o effetti fondamentali.
- effetto di accesso al mercato o del mercato interno (home market effect)
Le imprese tendono a localizzarsi nella regione dove il mercato è più ampio e ad esportare
nelle altre. Comportandosi in questo modo esse minimizzano i costi di trasporto. Il mercato è
più ampio perché ci sono più consumatori e più imprese che occupano lavoratori e
distribuiscono reddito grazie al quale i lavoratori possono acquistare beni. I prezzi dei beni
venduti nella stessa regione in cui sono stati prodotti sono inferiori a quelli dei beni importati
perché non si devono sostenere costi di trasporto. Supponiamo che il mercato di una regione
rappresenti il 70% del mercato globale, il mercato delle altre regioni sarà quindi il restante
30%. Se l’impresa si localizza nella regione più grande potrà vendere il 70% dei suoi prodotti
senza sopportare Ctr, che dovrà invece sostenere per vendere il restante 30%. Il contrario
accadrà se si localizza nella regione con un mercato più piccolo. Potrebbe localizzare due
impianti nei due mercati di dimensioni proporzionalmente corrispondenti ma, in questo
caso, non sarebbe in grado di sfruttare le economie di scala proprie di un unico impianto.
All’impresa converrà localizzarsi quindi dove ci sono più imprese e più consumatori, cioè
dove il mercato è più grande. Questo è un effetto cumulativo, ogni nuova impresa che
entrerà nel mercato troverà conveniente localizzarsi dove ci sono più imprese ma, nello
stesso tempo, aumenterà il numero delle imprese rafforzando l’effetto attrattivo. L’effetto di
accesso al mercato favorisce quindi l’agglomerazione.
- effetto del costo della vita o dell’ indice dei prezzi (price index effect)
Il costo della vita tende ad essere più basso dove si localizzano più imprese, perché i
consumatori devono acquistare meno beni importati che hanno un prezzo maggiore dovuto
ai Ctr. Anche questo effetto favorisce l’agglomerazione.
- effetto dell’affollamento del mercato o di concorrenza (market crowding effect o
competition effect)
Le imprese tendono a localizzarsi dove la concorrenza è minore. Il grado di concorrenza
dipende dal numero di imprese localizzate in un’area (molte imprese= molta concorrenza).
L’entrata di nuove imprese sul mercato comprime le quote di mercato delle imprese esistenti
e riduce il prezzo dei beni prodotti contribuendo così alla diminuzione dei profitti sul
mercato locale. Inoltre l’affollamento può provocare effetti di congestione che fanno
aumentare i costi in quanto la maggiore domanda di fattori nelle aree ad elevata
concentrazione ne fa crescere i prezzi. Al contrario degli altri questo effetto favorisce la
dispersione delle attività produttive.
L’agglomerazione e la dispersione delle attività produttive, quindi la maggiore o minore
polarizzazione nello spazio, dipendono dal risultato netto dell’interazione di questi effetti. La
prevalenza di un effetto sull’altro dipende dal valore che assumono alcuni parametri del
modello. L’intensità dell’effetto di affollamento dipende per esempio da:
- elasticità di sostituzione fra i beni: maggiore è l’elasticità di sostituzione e maggiore è
l’effetto di riduzione del prezzo e del profitto dovuto alla maggiore competizione;
51
- costi di trasporto: quando i Ctr sono alti la rilocalizzazione di un’impresa dalla regione 1
alla regione 2 ha un impatto maggiore sulla riduzione dei prezzi (e delle quantità
prodotte) delle varietà nella regione 2, infatti la concorrenza delle imprese situate
nell’altra regione è in questo caso attenuata, pertanto l’entrata di una nuova impresa sul
mercato locale modifica significativamente la concorrenza.
In questi casi l’effetto di affollamento è più forte favorendo la dispersione delle imprese
nello spazio.
Viceversa l’effetto di accesso al mercato è influenzato positivamente da:
- rendimenti crescenti: tanto maggiori sono le economie di scala tanto più le imprese
tenderanno a concentrare la produzione in un unico impianto localizzato nel mercato di
maggiori dimensioni; maggiori economie di scala garantiscono più alti margini di profitto
per le imprese entranti e attirano più imprese sul mercato locale;
- quota di reddito destinata ai beni manifatturieri: maggiore è la quota di spesa dei
consumatori per beni manifatturieri maggiore è l’effetto sulla domanda locale
dell’ingresso di una nuova impresa manifatturiera.
Infine l’effetto costo della vita è influenzato da:
- costi di trasporto: se i Ctr sono alti lo spostamento della produzione di una varietà da una
regione all’altra riduce in misura maggiore l’indice dei prezzi perché il prezzo di quella
varietà diminuisce nella stessa misura dei costi di trasporto;
- quota di reddito destinata ai beni manifatturieri: maggiore è la quota di spesa dei
consumatori per beni manifatturieri maggiore è la riduzione del costo della vita che deriva
dallo spostamento della produzione di una varietà (la riduzione di prezzo interessa una
quota di spesa maggiore).
Il gioco combinato di questi effetti ha importanti conseguenze sull’equilibrio, o meglio sugli
equilibri del sistema. A seconda dei valori che assumono i parametri relativi agli elementi
descritti in precedenza possono prevalere l’uno o l’altro effetto generando così diversi
equilibri, siamo cioè di fronte a un modello con equilibri multipli. In generale se l’equilibrio è
unico, da qualunque punto o situazione al di fuori dell’equilibrio stesso si parta si mettono in
moto forze che tendono a riportare l’economia verso l’unico equilibrio. In questi casi il punto
di partenza e il percorso del sistema verso l’equilibrio sono ininfluenti: l’esito finale è sempre
lo stesso punto. La “storia” non ha rilevanza. Per esempio se consideriamo due regioni una
ricca e l’altra povera ma identiche dal punto di vista delle caratteristiche strutturali,
entrambe approderanno alla fine allo stesso equilibrio benché i loro punti di partenza siano
molto diversi.
In un modello con equilibri multipli il sistema può tendere verso un equilibrio o verso un
altro a seconda del punto in cui ci troviamo e della distanza dall’equilibrio, tutto dipende dal
punto in cui il percorso ha inizio. Questo punto dipende, a sua volta, da fatti casuali o storici.
In questo senso si dice che “la storia conta”.
Possiamo avere due tipi di equilibri:
- equilibri stabili: un allontanamento dall’equilibrio mette in moto forze che riportano
l’economia alla situazione di partenza.
- equilibri instabili: se ci si allontana dalla configurazione di equilibrio, si avvia un processo
di causazione cumulativa che allontana dall’equilibrio iniziale e porta il sistema verso un
altro equilibrio completamente diverso. Tale processo si auto sostiene grazie a feed-back
positivi.

52
Inoltre non necessariamente l’equilibrio che si determina è il migliore possibile dal punto di
vista del benessere. (Si noti che tutta la teoria economica standard cerca di dimostrare che
l’equilibrio è unico, stabile ed è anche ottimale)
- equilibri sub ottimali: se sono possibili equilibri multipli e diversi fra loro è molto
probabile che qualcuno sia meglio degli altri, ad alcune configurazioni di equilibrio è
associato un benessere maggiore che ad altre, esistono quindi equilibri che non sono
ottimali.
Il modello che prenderemo in esame non è risolvibile analiticamente, non è possibile cioè
trovare una soluzione matematica che definisca tutti i possibili equilibri. In altri termini non è
possibile escludere a priori alcune possibili configurazioni. Questo fatto accade spesso in
presenza di equilibri multipli, è necessario allora ricorrere a simulazioni numeriche realizzate
al computer che permettono di individuare i diversi stati di equilibrio e fanno emergere
talvolta risultati che non sarebbero stati prevedibili a priori.

Un esempio numerico
Per avere una prima idea intuitiva della logica sottostante al funzionamento del modello
ricorriamo a un esempio numerico che descrive solo una delle tante situazioni possibili ma
aiuta a cogliere i meccanismi fondamentali (vedi foglio 25bis).
Consideriamo due regioni (Nord e Sud) in cui si producono due tipi di beni: alimentari e
manufatti (a,m), impiegando due tipi di lavoratori: agricoli e manifatturieri (La, Lm).
I lavoratori agricoli sono immobili non possono cioè spostarsi da una regione all’altra, perché
usano il fattore terra che è immobile.
I lavoratori manifatturieri (almeno nel lungo periodo) possono spostarsi da una regione
all’altra a seconda di come si evolve la domanda di lavoro, ovvero a seconda di dove si
localizzano le imprese.
Assumiamo che la domanda di alimenti e la domanda di beni manufatti siano determinate
esogenamente, e che ogni impresa produca una diversa varietà di beni manufatti.
Ipotizziamo che ogni impresa venda 10 unità del bene che produce, di cui una parte ai La (6
unità) e una parte ai Lm (4 unità). I La sono distribuiti nel modo seguente: 4 al Nord e 2 al Sud.
Infine assumiamo che la vendita all’interno della stessa regione non comporti costi di
trasporto, il contrario è vero per i beni prodotti in una regione e consumati nell’altra in
questo caso il Ctr = 1.
Come ragiona un impresa che deve decidere se localizzarsi al Nord o al Sud?
L’obiettivo dell’impresa è minimizzare i costi, dato che tutti gli altri costi sono uguali in
entrambe le regioni, deve minimizzare i Ctr.
Consideriamo alcune possibilità:
- tutte le imprese manifatturiere (le imprese agricole non possono muoversi) sono
localizzate a Nord, ne discende che tutti i Lm sono a Nord. Una nuova impresa venderà 4
unità ai La (del Nord) + 4 unità ai Lm (del Nord) = 8 unità a Nord. Inoltre venderà 2 ai La
(del Sud) + 0 ai Lm (Sud) = 2 unità a Sud.
- tutte le imprese manifatturiere sono localizzate a Sud, quindi tutti i Lm sono a Sud. In
questo caso l’impresa venderà a Nord 4 unità ai La (Nord) + 0 ai Lm (Nord) = 4 unità, a Sud
venderà 2 unità ai La (Sud) + 4 ai Lm (Sud) = 6 unità.

53
- Il 25% delle imprese manifatturiere si trova a Nord e il 75% a Sud. L’impresa venderà 4 ai
La (Nord) + 1 ai Lm (Nord) = 5 unità a Nord, inoltre venderà 2 ai La(Sud) + 3 ai Lm (Sud) = 5
unità a Sud.
Una volta definita la distribuzione delle vendite è possibile calcolare i costi di trasporto ad
esse associati che saranno diversi a seconda che l’impresa si localizzi a Nord o a Sud.
- tutte le imprese manifatturiere a Nord: se l’impresa si localizza a Nord sopporterà costi di
trasporto solo per le unità vendute a Sud ossia 0 + 2 = 2.
Viceversa se si localizza a Sud i suoi Ctr saranno 4 + 4 = 8.
In questo caso l’impresa minimizza i Ctr localizzandosi a Nord. Si noti che questa scelta fa
aumentare il numero di lavoratori al Nord, per cui le imprese successive avranno, a maggior
ragione, convenienza a localizzarsi a Nord. L’effetto di causazione cumulativa si rafforza.
- tutte le imprese manifatturiere sono localizzate a Sud: se l’impresa si localizza a Sud i suoi
Ctr saranno 0 + 4 = 4, mentre se si localizza a Nord deve esportare 6 con Ctr pari a 4 + 2 =
6. La nuova impresa si localizzerà a Sud perché questa localizzazione minimizza i Ctr ma,
esattamente come nel caso precedente, questa decisione rafforza la tendenza delle altre
imprese a stabilirsi a Sud.
- Il 25% delle imprese manifatturiere si trova a Nord e il 75% a Sud: se la nuova impresa si
localizza a Nord i suoi Ctr sono 3 + 2 = 5 viceversa a Sud i suoi Ctr saranno 1 + 4 = 5.
In queste condizioni per l’impresa è indifferente localizzarsi a Nord o a Sud perché i costi
sono uguali, ma una volta che la scelta è stata fatta si crea un effetto valanga, perché la
situazione di uguaglianza nei Ctr viene alterata a favore della localizzazione scelta. Se
l’impresa si localizza a Nord ci saranno più Lm a nord quindi una nuova impresa avrebbe
convenienza a localizzarsi a Nord e, con essa, tutte le imprese successive. Il contrario
accadrebbe se la prima impresa si fosse localizzata a Sud.
L’esempio ci consente di illustrare alcune caratteristiche dell’approccio della NEG che
ritroveremo successivamente formalizzate nel modello.
a) causazione cumulativa: se per qualunque ragione un’area ha attratto inizialmente più
imprese dell’altra la tendenza si rafforza, si creano incentivi che perpetuano e allargano lo
squilibrio iniziale.
b) equilibri multipli: sono possibili diversi equilibri (tutti a Nord, tutti a Sud, parte a Nord
parte a Sud) ma quale di essi abbia il sopravvento dipende dalle condizioni iniziali e non può
essere stabilito a priori.
c) equilibri stabili e instabili: I primi due equilibri (concentrazione delle imprese a Nord o a
Sud) sono stabili nel senso che se un’impresa cambia localizzazione le altre non sono
incentivate a seguirla. Il terzo è un equilibrio instabile, un movimento anche piccolo verso
una direzione sposta completamente l’equilibrio in quella direzione, si crea un processo di
causazione cumulativa che porta il sistema verso uno degli altri due (se un’impresa cambia
localizzazione tutte le altre hanno convenienza a seguirla).
d) equilibri non ottimali: il secondo equilibrio (tutti a Sud) non è ottimale perché comporta
costi di trasporto superiori rispetto al primo (4 contro 2). Ciononostante, essendo un
equilibrio stabile, l’economia può approdarvi e rimanervi stabilmente.
e) home market effect: le imprese tendono a concentrarsi nella regione che ha un mercato
più ampio di beni manufatti e ad esportarli nell’altra regione.

Assunzioni del modello

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Le assunzioni fondamentali alla base del modello NEG sono le seguenti:
- due regioni (1,2) e due settori, agricolo e manifatturiero (a,m), le due regioni sono
identiche per quanto riguarda le preferenze dei consumatori e la tecnologia impiegata;
- due tipi di lavoratori: lavoratori agricoli (La) che lavorano nel settore agricolo e lavoratori
manifatturieri (Lm) che lavorano nel settore manifatturiero;
- i La sono immobili, non possono spostarsi da una regione all’altra né nel breve né nel
lungo periodo. I Lm sono immobili nel breve periodo, ma nel lungo periodo possono
spostarsi da una regione all’altra seguendo la distribuzione dei posti di lavoro (ossia la
localizzazione delle imprese) e i salari reali;
- concorrenza perfetta e rendimenti costanti di scala nel settore agricolo, si produce un
unico bene omogeneo utilizzando solo lavoro;
- le imprese manifatturiere producono N beni differenziati utilizzando solo lavoro e con
rendimenti crescenti di scala. Ciò implica che ogni impresa ha il monopolio della
produzione di una singola varietà (il numero delle varietà è quindi uguale al numero delle
imprese);
- concorrenza monopolistica nel mercato dei beni manufatti, il numero delle imprese è tale
che:
- ciascuna impresa assume come dati i prezzi delle altre imprese
- ogni impresa ignora l’effetto di un aumento del proprio prezzo sul livello generale dei
prezzi
Ciò accade perché le imprese sono monopoli, ma sono così piccole rispetto al mercato
complessivo che le altre non si curano delle loro decisioni e non reagiscono di fronte a
variazioni del prezzo da parte di una singola impresa (ipotesi di Dixit e Stiglitz);
- le varietà sono simmetriche, nel senso che entrano in modo simmetrico nella funzione di
utilità dei consumatori e sono prodotte con tecniche identiche;
- trasportare i beni manifatturieri da una regione all’altra ha un costo, non ci sono Ctr se i
beni vengono venduti nella stessa regione in cui sono prodotti. Non ci sono inoltre Ctr per
i beni agricoli sia che siano consumati nella regione di produzione sia che vengano
esportati. I Ctr sono di tipo “iceberg”: per poter vendere nella regione 2, una unità del
bene prodotto nella regione 1, bisogna produrne più di una unità, perché il bene perde
peso durante il trasporto. Per esempio, per vendere un automobile prodotta nella
regione 1 sul mercato della regione 2, è necessario produrre 1,2 unità di auto, perché lo
0,2 in più (costo del trasporto) si “scioglie” lungo il percorso (da cui l’idea dell’iceberg) e
solo una unità arriva a destinazione. Questa assunzione semplifica molto il modello
perché consente di prescindere dal settore dei trasporti;
- il reddito dei lavoratori è speso in alimenti e manufatti;
- gli alimenti sono un bene omogeneo nelle due regioni;
- gli alimenti sono il numerario, unità di misura dei prezzi (pa =1), i beni manufatti hanno un
prezzo misurato in termini di alimenti;
- i consumatori hanno una preferenza per la varietà, nel senso che preferiscono consumare
10 unità di diverse varietà piuttosto che 10 unità della stessa varietà. Diversificare il
consumo aumenta l’utilità, le varietà non sono perfetti sostituti.

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Domanda
Analizziamo il lato della domanda del modello della NEG (vedi schema pag. 63 del testo).
I consumatori acquistano due tipi di beni: manufatti (m) e alimenti (a). I manufatti non sono
un unico bene bensì ne esistono diverse varietà. Il consumatore deve decidere come
distribuire la propria spesa in modo ottimale fra le diverse varietà. Il problema può essere
affrontato in due fasi esaminando prima la distribuzione ottimale fra alimenti e beni
manifatturieri. Successivamente, una volta determinata la quota di spesa complessiva che il
consumatore ha deciso di destinare ai manufatti, si affronta il problema della distribuzione
ottimale fra le diverse varietà di manufatti.
Risolviamo il primo problema.
1) U = F1-δMδ
è la funzione di utilità del consumatore. Utilizziamo una funzione di tipo Cobb-Douglas in cui
le quote di spesa sono date dagli esponenti delle due variabili.
Le quote ottimali di spesa sono: 1-δ per gli alimenti e δ per i beni manifatturieri.

Soluzione del problema di ottimizzazione


Consideriamo il vincolo di bilancio del consumatore
2) F + IM = Y
Il reddito complessivo del consumatore deve essere uguale alla somma della spesa per
alimenti e per beni manifatturieri. I è l’indice dei prezzi e misura i prezzi dei beni
manifatturieri in termini di alimenti il cui prezzo è pari a 1 trattandosi del bene numerario.
Costruiamo il lagrangiano della funzione obiettivo cui sommiamo il vincolo di bilancio
uguagliato a zero e moltiplicato per λ, otteniamo così:
Γ = F1-δMδ + λ(Y- F- IM)
Le condizioni di primo ordine si ottengono derivando il lagrangiano rispetto ad F e a M e
uguagliando a 0
δΓ/δF = (1-δ) F-δMδ = λ
δΓ/δM = δ F1-δMδ-1 = λI
facciamo il rapporto tra le due condizioni di primo ordine
(δ F1-δMδ-1)/((1-δ) F-δMδ) = λI /λ
semplificando questo rapporto otteniamo:
IM = (δ/(1- δ)) F
Sostituiamo questa espressione nel vincolo di bilancio
Y = F + IM = F + (δ/1- δ) F → (1/1- δ) F = Y
Da cui si può concludere che la spesa ottimale per gli alimenti è:
3) F = (1- δ)Y
mentre quella per i beni manifatturieri è ciò che rimane:
3.1) IM = δY

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Vediamo ora in che modo il consumatore distribuisce la spesa δY tra le diverse varietà di beni
manifatturieri in modo da massimizzare la propria utilità.
La funzione che viene usata è una CES (funzione ad elasticità di sostituzione costante).
L’utilità che deriva dal consumo dei beni manifatturieri è data da
N
4) M = ∑ (ciρ )1 / ρ
i =1
La funzione che esprime il consumo aggregato dei beni manifatturieri, è la somma dei
consumi di ogni varietà di beni manifatturieri. Si tenga presente che:
ρ = 1-1/ε = (ε-1)/ ε
dove ρ è chiamato parametro di sostituzione ed èε l’ elasticità di sostituzione. Se
sostituiamo nella funzione di utilità avremo
N
M = ∑ (ci( ε −1) / ε )ε /(ε −1)
i =1
Notiamo che la funzione di utilità è tale che, se ρ <1, le varietà dei beni manifatturieri sono
sostituti imperfetti (se ρ <1 allora ε deve essere maggiore di 1 ma non infinita), mentre sono
sostituti perfetti se ρ = 1 (in questo caso ε è infinita). In questo caso ipotizziamo che 0< ρ <1.
Il fatto che le varietà siano sostituti imperfetti è importante perché implica che le imprese
produttrici godono di un certo potere monopolistico. Inoltre la preferenza per la varietà,
come vedremo, fa sì che anche i beni importati, più costosi per via dei costi di trasporto,
siano acquistati in qualche misura.
Possiamo ora vedere l’effetto della preferenza per la varietà ossia il fatto che l’utilità del
consumatore dipende dal numero di varietà consumate. Immaginiamo che le quantità
consumate delle varietà siano tutte uguali (le varietà entrano in modo perfettamente
simmetrico nella funzione aggregata) in questo modo possiamo semplificare M sostituendo
alla sommatoria il numero delle varietà:
M = (∑ ciρ)1/ρ = (Ncρ)1/ρ = N1/ρc = N(1/ρ)-1Nc
Nc è la quantità complessiva consumata delle diverse varietà, ed è anche la quantità di
risorse necessarie per produrre la quantità Nc. L’utilità che si ricava dal consumo di questi
beni, non è però pari a Nc ma è qualcosa di più. L’esponente (1/ρ)-1 è maggiore di zero
(perché 1/ρ >1), ciò significa che, all’aumentare di N, il termine N(1/ρ)-1 aumenta, il che
implica a sua volta che M aumenta più di quanto aumenti Nc. In altri termini all’aumentare
del numero delle varietà l’utilità complessiva che deriva dal consumo dei beni manifatturieri
aumenta più delle risorse necessarie a produrle (∆N(1/ρ)-1Nc > ∆Nc). L’utilità cresce più che
proporzionalmente al crescere delle dimensioni del mercato, questa è un’esternalità che
viene denominata “effetto preferenza per la varietà”.
Possiamo vedere questo fatto più semplicemente con un esempio numerico. Ipotizziamo che
ρ=0.5 e che il consumatore possa scegliere fra 2 varietà diverse. Se sceglie di consumare 4
unità della varietà 1 e 4 della varietà 2 la sua utilità è (40.5 + 40.5)2 =16. Se invece consuma 8
unità della sola varietà 1 si riduce a (80.5)2 = 8.
Data la funzione di utilità
N
M = ∑ (ciρ )1 / ρ
i =1

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Dobbiamo stabilire quale quantità di ciascuna varietà di beni manifatturieri, domanderà il
consumatore al fine di massimizzare la propria utilità compatibilmente con il suo vincolo di
bilancio relativo ai manufatti
N
5) ∑pc
i =1
i i = δY

La quota di reddito destinata ai beni manufatti deve essere uguale alla sommatoria del
prezzo di ciascuna varietà di beni manifatturieri per la quantità consumata.
Costruiamo il lagrangiano
Γ = (∑ ciρ)1/ρ + λ(δY - ∑ pici)
Possiamo ottenere la condizione di primo ordine calcolando la derivata del lagrangiano
rispetto alla quantità consumata di una varietà e uguagliandola a zero (la derivazione delle
altre varietà è uguale dato che il modello è simmetrico, quindi tutte le varietà entrano nello
stesso modo nella funzione di utilità del consumatore).
Il risultato considerando la varietà cj è il seguente:
(∑ ciρ)(1/ρ)-1 + cjρ-1 = λpj
Consideriamo il rapporto tra le condizioni di primo ordine relative alle varietà cj e c1.
Semplificando si ottiene
cjρ-1/ c1ρ-1 = pj/p1
Questa equazione rappresenta l’uguaglianza tra saggio marginale di sostituzione e rapporto
fra i prezzi delle due varietà. È quindi anche la condizione di ottimalità perché definisce il
punto di tangenza fra il vincolo di bilancio e la curva di indifferenza più alta.
Sappiamo che ρ = 1-1/ε quindi ρ-1 = -1/ε. Risolviamo l’equazione precedente per cj (ciò
significa che dobbiamo estrarre la radice ρ-1 di tutti gli elementi ricordando che ρ-1 = -1/ε,
quindi estraiamo la radice -1/ε di tutti gli elementi ovvero eleviamo alla potenza -ε/1=-ε).
Otteniamo
cj = pj-ε p1ε c1
che rappresenta la quantità della varietà j che massimizza l’utilità del consumatore.
Riprendiamo il vincolo di bilancio dei beni manifatturieri
N

∑pc
i =1
i i = δY

sostituiamo nel membro di sinistra la quantità che il consumatore consuma per massimizzare
la sua utilità.
N N N

∑ p j c j = ∑ p j ( p −j ε p1ε c1 ) = p1ε c1 ∑ p1j−ε = p1ε c1 I 1−ε = δY


j =1 j =1 j =1

in cui I è l’indice dei prezzi, e otteniamo


6) c1 = p1-ε (I ε-1 δY)
questa è la funzione di domanda della varietà 1, che definisce la quantità di c1 che viene
consumata quando il consumatore si trova nel punto in cui massimizza l’utilità (SMS = pj/p1).

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Le curve di domanda di tutte le altre varietà possono essere ricavate in modo analogo in
quanto le varietà entrano in modo simmetrico nella funzione di utilità.
La curva di domanda ci dice che la quantità ottimale della varietà cj acquistata dal
consumatore, è funzione inversa del prezzo di quella varietà (pj), e diretta dell’indice dei
prezzi (I) e della quota di spesa destinata ai beni manifatturieri (δY).
Se pj aumenta, la domanda di cj diminuisce, il consumatore sostituirà la varietà j con un'altra
meno costosa. Se δY aumenta, il consumatore acquisterà quantità maggiori di ciascuna
varietà. Dal momento che le varietà sono simmetriche la quota di spesa per ognuna di esse
aumenta in modo identico.

Indice esatto dei prezzi


La quantità domandata di cj dipende da Iε -1 (ricordiamo che ε >1 da cui ε-1 >0) quindi cj è
funzione diretta dell’indice dei prezzi (I), se I aumenta aumenta anche la quantità domandata
di cj. La spiegazione di questo fatto è che I è una misura generale dei prezzi di tutte le varietà,
se I aumenta e pj rimane fermo, significa che stanno aumentando i prezzi di tutte le varietà
tranne quello della varietà cj, aumenta quindi il consumo di cj rispetto a quello delle altre
varietà, perché il consumatore sostituisce le altre varietà con la varietà cj.
I (indice esatto dei prezzi) è un indice che trasforma la spesa e il reddito in utilità, misura cioè
l’utilità che è possibile trarre da una certa spesa, ovvero qual è l’ammontare di spesa minima
per ottenere una unità di utilità. (Esempio: immaginiamo che dal consumo aggregato di beni
manifatturieri il consumatore ottenga un’utilità complessiva pari a 100 a fronte di una spesa
per i beni manifatturieri pari a 1000. Se dividiamo la spesa per le unità di utilità stiamo
calcolando quanto dobbiamo spendere per ottenere una unità di utilità, cioè I che in questo
caso =10).
Se I è uguale alla spesa divisa per l’utilità possiamo scrivere
I = δY/M
I viene definito nel modo seguente
N
7) I ≡ ( ∑ pi1−ε )1 /(1−ε )
i =1

Perché? Consideriamo l’utilità che i consumatori ricavano dal consumo di beni manifatturieri
N N N N
M = ( ∑ ciρ )1 / ρ = ( ∑ ( pi−ε I ε −1δY ) ρ )1 / ρ = I ε −1δY ( ∑ pi−ερ )1 / ρ = I ε −1δY ( ∑ pi1−ε ) −ε /(1−ε )
i =1 i =1 i =1 i =1

teniamo a mente che


−ερ = 1−ε; 1/ρ = −ε/(1−ε)
Data la definizione di I possiamo così riscrivere M
N
M = I ε −1δY ( ∑ pi1−ε ) −ε /(1−ε ) = δYI ε −1 I −ε = δY / I
i =1

Il risultato che otteniamo è esattamente quanto stavamo cercando, ossia I, definito in quel
modo, è proprio l’indice per cui deve essere divisa la spesa δY per ottenere M.

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Così l’indice I definisce l’ammontare di spesa minima per ottenere un’unità di utilità (I =
δY/M).
Possiamo ottenere anche un indice complessivo che si riferisca ai beni agricoli e ai beni
manifatturieri e che trasformi il reddito complessivo in utilità complessiva. Il reddito
complessivo è uguale alla somma della spesa per gli alimenti e per i beni manifatturieri,
dobbiamo quindi dividere il reddito complessivo per l’utilità complessiva. L’utilità
complessiva è data dalla funzione di utilità
U = F1-δMδ
Quindi
Y/U = Y/( F1-δMδ ) = 11-δIδ = Iδ
Ricordando che l’indice dei prezzi degli alimenti è uguale a 1 si ottiene Iδ , ossia l’indice che
misura la spesa totale minima in alimenti e beni manifatturieri per ottenere un’unità di
utilità.
Ora possiamo definire il reddito reale e il salario reale misurati in termini di benessere.
Secondo la definizione classica il reddito o salario reali misurano la quantità di beni che
possiamo acquistare con un certo reddito o salario. In questo modello reddito reale e salario
reale non sono espressi in termini di quantità fisiche ma di unità di utilità. Una certa quantità
di beni consumati dà una certa utilità che dipende dalla quantità in base alla funzione di
utilità.
Se Iδ è l’indice che consente di trasformare il valore monetario del reddito e del salario in
quantità di utilità, il reddito reale (y) e il salario reale saranno rispettivamente:
8) y = Y I-δ
8.1) w = W I-δ

Offerta
Consideriamo ora il lato dell’offerta, abbiamo un gruppo di imprese che producono beni
manifatturieri e altre che producono alimenti. Il settore agricolo è perfettamente
concorrenziale, ha rendimenti costanti di scala e produce un unico bene omogeneo
utilizzando solo lavoro. La funzione di produzione è semplicissima: la produzione di 1 unità di
alimenti richiede un lavoratore.
Le imprese manifatturiere producono N beni differenziati usando solo lavoro con rendimenti
crescenti di scala. La più semplice formalizzazione di una funzione di produzione a
rendimenti crescenti di scala consiste nell’introduzione di un costo fisso. All’aumentare della
quantità prodotta il costo medio fisso diminuisce dando luogo a rendimenti crescenti.
10) li = α + xi
li è la quantità di lavoro necessaria per produrre una certa quantità di una data varietà xi. È
composta da una quantità fissa (α) ed una variabile al variare della quantità prodotta
secondo un coefficiente β.
In presenza di economie di scala ogni varietà di beni manifatturieri verrà prodotta da
un'unica impresa perché se due o più imprese dovessero dividersi il mercato della stessa
varietà i costi di produzione sarebbero più alti e i profitti negativi. Ne deriva che il numero
60
delle imprese è uguale al numero delle varietà di beni manifatturieri. La struttura di mercato
è la concorrenza monopolistica con libertà di entrata e di uscita. In questo tipo di mercato i
profitti tendono a zero, se i profitti fossero positivi entrerebbero nel mercato altre imprese
che produrrebbero nuove varietà, la spesa si distribuirebbe tra più varietà e i ricavi di
ciascuna impresa si ridurrebbero erodendo i profitti.
Grazie ad alcune ipotesi formulate da Dixit e Stiglitz il mercato di concorrenza monopolistica
si presta in modo particolare all’analisi di mercati con rendimenti crescenti. Il problema
fondamentale di questi mercati è che, a causa delle economie di scala, il numero delle
imprese è ridotto (oligopolio) e i comportamenti delle imprese sono determinati da
considerazioni strategiche. Nessun agente può prescindere dalle reazioni degli altri alle
proprie decisioni. In questa situazione i modelli diventano analiticamente molto complessi e
raramente offrono soluzioni univoche. Ciò spiega perché, nonostante siano un fatto empirico
evidente, i rendimenti crescenti siano stati a lungo trascurati dalla teoria economica
dominante, e perché alcune teorie ricche di implicazioni interessanti, ma basate sui
rendimenti crescenti, siano state tenute al margine se non abbandonate.
Dixit e Stiglitz formulano due ipotesi molto semplificatrici:
a) ogni impresa considera dati i prezzi praticati dai concorrenti. In altri termini se un’impresa
decide di cambiare il prezzo della propria varietà assume che i concorrenti non reagiranno
lasciando i prezzi invariati;
b) ogni impresa ignora l’effetto che la decisione di variare il proprio prezzo produce
sull’indice generale dei prezzi.
Se il numero delle imprese è sufficientemente ampio queste ipotesi possono essere
considerate ragionevoli. La semplificazione analitica che ne deriva è drastica perché è
possibile escludere tutte le complicazioni derivanti dall’interdipendenza delle decisioni tipica
dell’oligopolio. La determinazione del prezzo è molto semplice, esso è uguale al costo
marginale più un mark-up costante. Normalmente questo non è vero perché il mark-up
dipende dal grado di competizione sul mercato (tanto maggiore quest’ultimo tanto minore il
mark-up). Ciò significa che il mark-up dipende dalla quota di mercato dell’impresa ma la
quota, a sua volta, dipende dal prezzo. La conseguenza è che è necessario determinare i
prezzi di tutte le imprese simultaneamente e, se nuove imprese possono entrare sul mercato
questo comporta la soluzione di molte equazioni, alcune delle quali non lineari. Con il mark-
up costante possiamo evitare tutto questo.
Consideriamo una sola regione. Il numero dei lavoratori è pari a L, ipotizziamo che una quota
(1-γ) venga usata nel settore agricolo e una quota γ nel settore manifatturiero quindi:
La = (1-γ)L
Lm = γL
Dal momento che una unità di alimenti richiede un lavoratore la quantità di alimenti
prodotta sarà
9) F = (1-γ)L
Il caso della manifattura è più complesso. Le imprese prendono le loro decisioni di
produzione in modo da massimizzare il profitto.
Adottiamo le assunzioni di Dixit e Stiglitz: ciascuna impresa assume come dati i prezzi delle
altre imprese. Se un impresa abbassa il prezzo della propria varietà, i consumatori
acquisteranno più di quella varietà e meno delle altre, la domanda che si rivolge a

61
quell’impresa aumenta, quella delle altre imprese diminuisce. Questa riduzione è però
talmente piccola, a causa dell’elevato numero di imprese, che le altre imprese la trascurano
e non reagiscono. In sostanza è come ipotizzare comportamenti da concorrenza perfetta in
un mercato con economie di scala (è un po’ la quadratura del cerchio ma è analiticamente
molto utile).
Vediamo come un impresa determina il prezzo per massimizzare il proprio profitto
11) Π = px - W (α + βx)
Questa è la funzione del profitto dell’impresa, cioè ricavi (px, dove x è la quantità prodotta)
meno costi, che sono costituiti dal salario per i lavoratori impiegati [W (α + βx)].
La domanda di x è
x = p-ε (I1- ε δY)
I1-ε e δY sono variabili aggregate, grandezze macroeconomiche che le imprese considerano
come date, non variano quindi al variare delle decisioni delle imprese ma rimangono
costanti, possono dunque essere sostituite da una costante K = (I1- ε δY). La domanda di x
diventa
x = K p-ε
Sostituiamo ora la quantità domandata nella funzione del profitto dell’impresa ottenendo
Π = Kp1-ε - W (α + βKp-ε)
Troviamo la condizione di primo ordine uguagliando a zero la derivata della funzione del
profitto rispetto al prezzo
δΠ/δp = (1-ε) Kp-ε + εWβKp-ε-1 = 0
e portiamo dall’altra parte il secondo membro
(1-ε) Kp-ε = -εWβKp-ε/p
dividendo entrambi i membri per Kp-ε e riarrangiando si ottiene
(1-ε) p = -εWβ da cui p (ε-1)/ε = Wβ
Ciò che abbiamo ottenuto non è altro che la condizione di uguaglianza fra ricavo e costo
marginali
[Rma = p+ δp/δq·q = p+ (δp/δq·q/p)·p = p-(1/ε).p = p(1-1/ε) = p(ε-1)/ε]
A questo punto possiamo calcolare il prezzo che massimizza il profitto
p = ε/(ε-1)Wβ
Dato che il reciproco di ε/(ε-1) (ε-1)/ε = (1-1/ε) = ρ possiamo riscrivere il prezzo che
massimizza il profitto in funzione di ρ
12) p = Wβ/ρ
Si può notare come il prezzo sia maggiore del costo marginale.
Cma= Wβ; se ρ <1 allora p= Wβ/ρ > Wβ > Cma
è un prezzo che contiene un mark-up.

62
Dobbiamo ora determinare la quantità prodotta di ciascuna varietà di manufatti in equilibrio.
Il punto di partenza è che in equilibrio i profitti sono nulli, i costi sono pertanto uguali ai
ricavi.
П = px - W(α + βx) = 0
px = αW + βWx
sostituendo il prezzo che massimizza il profitto
p (ε-1)/ε = βW → p = ε/(ε-1)βW
otteniamo
ε/(ε-1)βWx = αW + βWx
portiamo βWx a sinistra e mettiamo in evidenza
[ε/(ε-1)-1]βWx = αW che equivale a 1/(ε-1)βWx = αW
risolvendo per x si ottiene
13) x = α(ε-1)/ β
Questa è la quantità di x che viene prodotta quando il profitto è nullo, cioè quando il
mercato è in equilibrio. La quantità in equilibrio è fissa perché dipende esclusivamente da
parametri che rimangono fissi. Osserviamo che dipende positivamente dal costo fisso α e
dall’elasticità della domanda, e negativamente dal costo variabile β.
L’implicazione di questo risultato è la seguente: l’economia cresce o si contrae soltanto con
un aumento o diminuzione del numero delle varietà, non della quantità prodotta di ciascuna
varietà perché, in equilibrio, quest’ultima è fissa. L’economia si espande quando aumenta il
numero delle varietà prodotte e si contrae quando esso diminuisce.
Possiamo determinare la quantità di lavoro utilizzata per produrre una certa varietà, che
dipende dalla quantità x prodotta, secondo la funzione l = α + βx.
Sappiamo che la quantità di x prodotta è α(ε-1)/ β
14) l = α + βx = α + β α(ε-1)/ β = α + α(ε-1) = αε
misura la quantità di lavoro necessaria per produrre la quantità di equilibrio della varietà x.
Possiamo anche misurare il numero delle varietà N. Sappiamo che la quantità di lavoro
disponibile nell’economia per il settore manifatturiero è γL, sappiamo inoltre che la quantità
di lavoro necessaria per produrre la quantità di equilibrio di ciascuna varietà è αε.
Dividendo la quota γL destinata alla produzione di beni manifatturieri per il fabbisogno di
lavoro di una varietà otteniamo il numero delle varietà prodotte N.
15) N = γL/l = γL/αε

Costi di trasporto
Fino ad ora la geografia non ha avuto alcuna rilevanza nel funzionamento del modello.
Niente di ciò che abbiamo detto dipende dalla maggiore o minore distanza. Affinché lo
spazio acquisti rilevanza è necessario introdurre i costi di trasporto. Una possibilità è quella
di introdurre un settore dei trasporti che offre il servizio trasporto ma questo approccio

63
complica non poco il modello perché i costi di trasporto sono il reddito del settore dei
trasporti che occupa lavoratori, distribuisce reddito e genera quindi spesa per consumi.
Bisogna inoltre analizzare le decisioni di localizzazione di questo settore che possono differire
da quelle degli altri settori. Una soluzione geniale a questi problemi è stata individuata da
Samuelson che ha introdotto i costi di trasporto del tipo “iceberg”. In pratica l’idea di
Samuelson è che durante il trasporto i beni si comportano come iceberg, nel senso che
perdono una parte della loro massa durante il tragitto (si sciolgono come gli iceberg). Il costo
di trasporto è dato allora dalla differenza fra la massa del prodotto alla partenza e quella
all’arrivo. In pratica se, affinché arrivi a destinazione un quintale di acciaio, è necessario
inviarne 1,2 quintali, il costo di trasporto è pari a 0,2 per quintale.
Il parametro T misura la quantità di beni che è necessario inviare perché giunga a
destinazione una unità. Nell’esempio precedente quindi T=1,2. T è proporzionale alla
distanza. Il Ctr è invece T-1 e corrisponde alla quota di prodotto che si scioglie durante il
viaggio (0,2 nell’esempio).
Questo modo di modellare i costi di trasporto permette di evitare l’introduzione nel modello
del settore dei trasporti e semplifica notevolmente l’analisi.

Equilibrio con due regioni


Analizziamo ora il modello a due regioni. L’obiettivo è capire come le varietà manifatturiere e
la forza lavoro complessiva L si distribuiscono fra le due regioni. Sappiamo che la
distribuzione della produzione agricola è data.
Ipotizziamo che ci sia un numero totale di lavoratori pari a L, una frazione (1-γ) di questi
lavoratori è usata nel settore agricolo e una frazione γ è usata nel settore manifatturiero
(vedi schema a pag. 84 del testo).
Dobbiamo quindi stabilire come i lavoratori manifatturieri e i lavoratori agricoli, si
distribuiscono fra le due regioni. Ipotizziamo che i La, pari a (1-γ)L, si distribuiscano fra la
regione 1 e la regione 2 in base ai due parametri φ1 e φ2. Una quota φ1 di La andrà nella
regione 1 e una quota φ2 nella regione 2. Nella regione 1 e nella regione 2 si avrà
rispettivamente:
La1 = φ1(1-γ)L
La2 = φ2(1-γ)L
I lavoratori manifatturieri Lm si distribuiscono invece in base ai due parametri, λ1 e λ2.
Pertanto
Lm1 = λ1γL
Lm2= λ2γL
I La sono immobili, non possono spostarsi da una regione all’altra quindi la distribuzione è
fissa, non cambia né nel breve né nel lungo periodo. I Lm sono immobili nel breve periodo,
ma nel lungo periodo possono spostarsi da una regione all’altra muovendosi verso quella in
cui i salari reali sono più alti.
Ricordiamo l’assunzione per cui non ci sono Ctr per un bene manifatturiero prodotto e
venduto nella stessa regione e per i beni agricoli (ovunque prodotti e venduti), mentre ci
sono Ctr se i beni manifatturieri vengono venduti in una regione diversa da quella in cui
sono stati prodotti. Ipotizziamo che i Ctr siano del tipo “iceberg”.

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Se la domanda di x, nella regione 2 è uguale a x2, la quantità di x che bisogna produrre nella
regione 1, per soddisfare la domanda nella regione 2, sarà T x2.
La presenza di Ctr implica che i prezzi dei beni manifatturieri nelle due regioni siano diversi:
p11 = βW1/ρ: prezzo di un bene prodotto e consumato nella regione 1.
p12 = TβW1/ρ: prezzo di un bene prodotto nella regione 1 e consumato nella regione 2.
p22 = βW2/ρ: prezzo di un bene prodotto e consumato nella regione 2.
p21 = TβW2/ρ: prezzo di un bene prodotto nella regione 2 e consumato nella regione 1.
I salari nominali nelle due regioni sono diversi, e anche l’indice dei prezzi è diverso perché i
prezzi dei beni in esse sono differenti.
A seconda di come sono distribuite le produzioni delle varietà nelle due regioni l’indice dei
prezzi varia. La variazione dipende dalla composizione del paniere dei beni importati e
prodotti in loco. Se si importa di più avremo un numero maggiore di prezzi aumentati dei Ctr
(quindi un indice dei prezzi più elevato) e viceversa.
I salari nominali devono essere diversi nelle due regioni (W1 e W2) perché in esse il costo
della vita è diverso. Nell’equilibrio di lungo periodo i salari reali nelle due regioni devono
comunque essere uguali altrimenti si avrebbero flussi migratori verso la regione con salari
reali più alti.
Consideriamo il numero di varietà prodotte nella regione 1 (ciò che accade nella regione 2 è
simmetrico). Dividendo la quota di Lm localizzati nella regione 1 per il fabbisogno di lavoro
necessario per produrre una unità di una varietà (αε) otteniamo il numero delle varietà
prodotte nella regione 1 (N1).
N1 = λ1γL/αε
Simmetricamente
N2 = λ2γL/αε (numero di varietà prodotte nella regione 2)
È importante notare che il numero delle varietà producibili in equilibrio è vincolato dalla
quantità di lavoro disponibile complessivamente nella manifattura. Dal momento che
nell’insieme delle due regioni tale quantità è fissa ne segue necessariamente che un
aumento del numero di varietà nella regione 1 comporta una uguale diminuzione del
numero di varietà nella regione 2 e viceversa.
L’indice dei prezzi relativo alle due regioni è diverso da quello relativo ad una sola regione,
perché i prezzi dei beni sono diversi nelle due regioni. L’indice dei prezzi della regione 1 (I1)
sarà una media ponderata dei prezzi dei beni prodotti e consumati nella regione 1 e dei
prezzi dei beni prodotti nella regione 2 e consumati nella regione 1.
Dato che le quantità delle diverse varietà sono uguali, possiamo scrivere l’indice in modo
semplificato sostituendo la sommatoria con il numero delle N varietà. Sappiamo che
N1 = λ1γL/αε e N2 = λ2γL/αε
quindi
17) I1= [(λ1γL/αε)( β/ρ W1)1-ε + (λ2γL/αε)( β/ρ W2T)1-ε]1/1-ε
in cui

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[(λ1γL/αε)( β/ρ W1)1-ε] = componente dell’indice dei prezzi relativa ai beni prodotti e
consumati nella regione 1.
[(λ2γL/αε)( β/ρ W2T)1-ε] = componente dell’indice dei prezzi relativa ai beni prodotti nella
regione 2 e consumati nella regione 1.
Nell’indice precedente avevamo solo un elemento, qui ne abbiamo due. Riarrangiando
otteniamo
I1 = (β/ρ)( γL/αε) 1/(1-ε)( λ1 W11-ε + λ2 W21-ε T1-ε) 1/(1-ε)
I2 = (β/ρ)( γL/αε) 1/(1-ε)( λ1 T1-ε W11-ε + λ2 W21-ε) 1/(1-ε)
Osserviamo che l’indice dei prezzi dipende dalla proporzione in cui le varietà si distribuiscono
fra le due regioni. In particolare I1 diminuisce se aumenta λ1 (quindi diminuisce λ2 dato che γL
è costante) ossia se aumenta il numero di varietà prodotte nella regione 1, perché
diminuisce la quota di beni importati che hanno un prezzo maggiorato del costo di trasporto.
Chiamiamo questo effetto “effetto indice dei prezzi”.
Ora abbiamo tutti gli elementi necessari per analizzare l’equilibrio. Incominciamo in
particolare dall’equilibrio di breve periodo. Le condizioni sono: domanda di beni uguale
all’offerta e, nel mercato del lavoro, domanda di lavoro uguale all’offerta.
In pratica l’equilibrio nel mercato del lavoro e la piena occupazione sono assunti
implicitamente a priori ipotizzando che i La sono (1-γ)L e che la produzione agricola è (1-γ)L,
cioè un lavoratore produce una unità di bene agricolo. In sostanza stiamo dicendo che tutti i
La sono occupati. Lo stesso discorso vale per il settore manifatturiero. Il salario deve pertanto
essere compatibile con la situazione di equilibrio di piena occupazione.
Per determinare l’uguaglianza fra domanda e offerta è necessario costruire tre equazioni. La
prima determina il livello del reddito da cui dipende la domanda di beni manufatti
(precisamente dalla quota di reddito che viene spesa in manufatti). La seconda equazione è
quella dell’indice dei prezzi dei beni (I). Infine la terza determina il livello dei salari, senza il
quale non è possibile determinare il livello dei prezzi (ricordiamo che p = β/ρW).
Il salario dovrà essere tale da consentire ai lavoratori di acquistare tutta la produzione
dell’economia.
Il reddito della regione 1 sarà uguale alla somma dei redditi del settore agricolo e del settore
manifatturiero. Il reddito del settore agricolo è dato dalla quantità di alimenti prodotti che è
pari al numero dei La (ogni lavoratore agricolo produce una unità di alimenti). Il prezzo dei
beni agricoli è 1, il settore agricolo ha un mercato perfettamente concorrenziale ove i profitti
sono nulli. Tutto il reddito prodotto nel settore agricolo si distribuisce tra i La, pertanto in
questo settore reddito e monte salari sono la stessa cosa. Il reddito del settore agricolo è
dato quindi dal numero dei La moltiplicato per il loro salario (W=1) cioè
Ya1 = φ1(1-γ)L (nella regione 2 si avrà Ya2 = φ2(1-γ)L)
Il reddito del settore manifatturiero dipende dal numero dei Lm e dal loro salario. La forma di
mercato nel settore manifatturiero è la concorrenza monopolistica con libertà di entrata e di
uscita delle imprese. I profitti sono nulli pertanto anche nel settore manifatturiero il reddito
è pari al monte salari ed è dato dal numero dei Lm moltiplicato per il loro salario: λ1W1γL nella
regione 1 e λ2W2γL nella regione 2. Quindi
18) Y1 = λ1W1γL + φ1(1-γ)L reddito complessivo della regione 1

66
19) Y2 = λ2W2γL + φ2(1-γ)L reddito complessivo della regione 2
Dobbiamo ora definire la domanda della varietà x. Nell’equilibrio a due regioni la domanda
complessiva della varietà x proviene da entrambe le regioni. Una varietà x1 prodotta nella
regione 1 è consumata sia nella regione 1 che nella regione 2. La domanda complessiva della
varietà x1, sarà data dalla somma della domanda di x1 nella regione 1 (x11) e nella regione 2
(x12). Ricordiamo che la domanda è x = p-ε (I ε-1 δY).
x11 = (β/ρ W1)-ε I1ε-1 δY1
x12 = (β/ρ W1T)-ε I2ε-1 δY2
sommando e mettendo in evidenza si ottiene la domanda complessiva della varietà x in
entrambe le regioni.
20) xT = (β/ρ W1)-ε δ( Y1 I1ε-1 + T-ε Y2 I2ε-1)
xT = p1-ε δ(Y1 I1ε-1 + T-ε Y2 I2ε-1)
L’ultima equazione mostra l’effetto di accesso al mercato (home market effect). Si può
notare infatti che, a parità di aumento del reddito, la domanda nella regione 1 aumenta in
misura maggiore se aumenta Y1 di quanto accade se aumenta Y2. La spiegazione analitica è
che, se aumenta Y1, xT aumenta di ∆Y1 I1ε-1. Al contrario, se aumenta Y2, l’aumento è pari a
∆Y2T-ε I2ε-1. È facile rendersi conto che ∆Y1 I1ε-1 > ∆Y2T-ε I2ε-1 perché T-ε <1 (in quanto ε>1 e
T>1).
La spiegazione intuitiva è che i prezzi dei beni prodotti all’interno sono più bassi per l’assenza
di costi di trasporto pertanto i consumatori tendono a spendere il proprio reddito più
all’interno che nell’altra regione. Da cui, ceteris paribus, la regione che ha il mercato interno
più grande ha anche un settore manifatturiero più che proporzionalmente più grande.
Si noti inoltre che un aumento della domanda non si traduce in un aumento di x1 perché si
creano extraprofitti, entrano quindi nuove imprese che producono nuove varietà (le nuove
imprese non possono produrre la stessa varietà perché avrebbero costi maggiori). Le nuove
varietà entrano in concorrenza con x1 e la produzione di x1 si riduce fino a tornare a livello
precedente con profitti nulli.
Sappiamo che l’offerta in equilibrio (compatibile cioè con la situazione di profitti nulli) è una
quantità fissa pari a
x1 = α(ε-1)/β
Non resta che mettere insieme le due cose nell’equazione di equilibrio. Nel lato sinistro
poniamo l’offerta e nel lato destro la domanda.
20 bis) α(ε-1)/β = (β/ρ W1)-ε δ (W1-ε Y1 I1ε-1 + T1-ε Y2 I2ε-1)
Si può notare una piccola differenza rispetto all’equazione che definisce la domanda
complessiva della varietà x in entrambe le regioni per quanto riguarda i Ctr. T-ε diventa
adesso T1-ε, la spiegazione è che la domanda non è uguale all’offerta perché, dal momento
che parte del prodotto si perde durante il trasporto nell’altra regione, per soddisfare una
determinata domanda bisogna produrre una quantità maggiore di quella effettivamente
domandata. L’offerta deve essere uguale alla domanda moltiplicata per T quindi
l’espressione T-ε diventa T-ε T = T1-ε.

67
A questo punto dobbiamo trovare il livello di salario compatibile con questo equilibrio, cioè il
livello del salario che, data la produzione, rende i profitti nulli e consente ai lavoratori di
acquistare tutta la produzione, ovvero il livello dei salari che rende la domanda uguale
all’offerta. Per fare questo dobbiamo risolvere l’equazione di equilibrio per W isolando a
sinistra W1-ε, spostando a destra α(ε-1)/β, e estraendo la radice εsima.
W1ε = δ β1-ε ρε/[α(ε-1)] (Y1 I1ε-1 + T1-ε Y2 I2ε-1)
21) W1 = ρβ(1-ε)/ε [δ /α(ε-1)]1/ε (Y1 I1ε-1 + T1-ε Y2 I2ε-1)1/ε
o anche W1 = ρβ-ρ [δ /α(ε-1)]1/ε (Y1 I1ε-1 + T1-ε Y2 I2ε-1)1/ε
Una volta trovato il salario nella regione 1 possiamo determinare il prezzo ricordando che p
= Wβ/ρ (teniamo presente che tutte le varietà hanno lo stesso prezzo per via della
simmetria del modello)
p = β1/ε [δ /α(ε-1)]1/ε (Y1 I1ε-1 + T1-ε Y2 I2ε-1)1/ε
Il modello presenta in conclusione tre equazioni di equilibrio per ogni regione (17, 18 e 21).
Se le equazioni sono verificate per tutte le regioni del modello ci troviamo in una situazione
di equilibrio di breve periodo in cui la domanda complessiva (per tutte le regioni) di alimenti
e manufatti è uguale all’offerta e nessuna impresa realizza extraprofitti. Se consideriamo 2
regioni abbiamo un modello con sei equazioni non lineari molto difficile da risolvere
analiticamente. Possiamo tuttavia trovare una soluzione analitica in alcuni casi specifici
introducendo alcune ipotesi semplificatrici. In particolare le ipotesi sono:
- le due regioni sono perfettamente simmetriche
- i La sono distribuiti equamente fra le due regioni φ1= φ2, lo stesso dicasi per i Lm (λ1= λ2).
- poniamo uguali a 1 le costanti delle equazioni relative all’indice dei prezzi [(β/ρ)(
γL/αε) 1/(1-ε)] e al salario [ρβ-ρ [δ /α(ε-1)]1-ε]
- infine L=1 e γ=δ
Le sei equazioni di equilibrio diventano quindi le seguenti
Y1 = λ1δW1 + 1/2(1-δ)
Y2 = λ2δW2 + 1/2(1-δ)
1−ε 1−ε 1−ε 1 / 1−ε
I1 = ( λ1W1 + λ2W2 T )
1− ε 1− ε 1− ε 1 / 1− ε
I2 = ( λ1W1 + λ2W2 T )
W1 = (Y1 I1ε−1 + T1−ε Y2 I2ε−1 )1/ε
W2 = (Y1 I1ε−1 T1−ε + Y2 I2ε−1 )1/ε
I casi risolvibili sono quelli in cui abbiamo una distribuzione perfettamente simmetrica delle
produzioni manifatturiere fra le due regioni o una completa agglomerazione in una delle due.
Si può procedere per tentativi formulando un’ipotesi sul valore di certe variabili e verificando
se tale valore è compatibile con l’equilibrio.
Αssumiamo che le due regioni siano identiche sotto tutti gli aspetti e cioè che anche i
lavoratori manifatturieri siano equamente distribuiti (λ1=λ2=1/2). In questa situazione ci
aspettiamo che anche la retribuzione oraria sia la medesima nelle due regioni. Per verificarlo
possiamo immaginare che W1=W2=1 e sostituire questi valori nelle equazioni del salario.

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Calcoliamo quindi i valori di Y e di I corrispondenti e li sostituiamo nuovamente nelle
equazioni del salario per verificare se effettivamente otteniamo W1=W2=1. Il risultato è
esattamente questo. In questo caso quindi è possibile calcolare i valori di equilibrio di breve
periodo.
Analizziamo adesso il caso in cui tutti i lavoratori manifatturieri sono concentrati nella
regione 1 (λ1=1, λ2=0). Possiamo ancora determinare l’equilibrio ipotizzando W1=1.
Eseguendo le opportune sostituzioni abbiamo che I1=1, I2=T, Y1=(1+γ)/2 e Y2=(1-γ)/2.
Sostituendo questi valori nelle equazioni del salario verifichiamo che W1=1. Da notare che W2
non viene menzionato in quanto non essendoci lavoratori manifatturieri nella regione 2 non
possiamo calcolarlo.
La situazione in cui tutti i lavoratori manifatturieri sono concentrati nelle regione 2 (λ2=1,
λ1=0) è esattamente speculare a quella appena esposta.
Abbiamo così derivato analiticamente gli equilibri di breve periodo per tre casi separati:
λ1=0, λ1=1/2 e λ1=1.
Cosa accade quando il sistema si trova in equilibrio e qualcosa muta nella sua configurazione,
per esempio un’impresa si sposta da una regione all’altra? Per capire meglio i meccanismi in
azione possiamo ricorrere alla classica rappresentazione dell’equilibrio dell’impresa di
concorrenza monopolistica (foglio 35). Possiamo così descrivere la situazione di un impresa
manifatturiera rappresentativa dal momento che sono tutte uguali.
Nell’asse orizzontale riportiamo le vendite in quello verticale il prezzo. Come al solito
l’intersezione tra ricavo marginale (MR) e costo marginale (costante e pari a βW) individua il
volume di vendite che massimizza il profitto (x=α(ε−1)/β) e il corrispondente prezzo di
vendita (p=εβW/(ε−1)). Nel punto B la curva di domanda (D) e quella dei costi medi (AC) sono
tangenti e i profitti sono nulli. Se siamo nella situazione di equilibrio sopra descritta in cui le
regioni sono perfettamente identiche possiamo descrivere gli effetti dello spostamento di
una azienda dalla regione 2 alla regione 1. Se tale spostamento causa un aumento dei profitti
nella regione 1 altre imprese seguiranno in caso contrario (se cioè provoca una diminuzione
dei profitti) si creerà una spinta a ritornare alla posizione iniziale. Nel primo caso l’equilibrio
originario risulta instabile nel secondo stabile. Possiamo distinguere due effetti che agiscono
simultaneamente e che separiamo solo per comodità analitica:
1) effetto indice dei prezzi (price index effect): l’aumento del numero delle varietà prodotte
nella regione 1 fa diminuire l’indice dei prezzi. L’indice diminuisce perché una varietà prima
importata nella regione 1 ora non lo è più, il suo prezzo diminuirà pertanto dell’ammontare
dei costi di trasporto (analiticamente nell’equazione dell’indice dei prezzi aumenta λ1 e
diminuisce λ2 nella stessa misura, il saldo dei due effetti sull’indice è negativo perché W11-ε >
W21-ε Τ1-ε, quindi l'espressione nella terza parentesi aumenta di valore ma, avendo un
esponente negativo, fa diminuire il valore dell’indice I1). Inoltre ricordiamo che l’indice dei
prezzi trasforma la spesa in utilità, dal momento che un aumento del numero delle varietà
consumate fa crescere l’utilità a parità di quantità complessiva consumata (o, il che è lo
stesso, consente di mantenere invariata l’utilità consumando una quantità complessiva
minore) ne consegue che la spesa per ottenere la stessa utilità è minore di prima il che
equivale a una diminuzione dell’indice dei prezzi. La diminuzione dell’indice dei prezzi, a sua
volta, causa una riduzione della domanda delle varietà esistenti nella regione 1 spostando la
curva D e la curva del ricavo marginale (MR) verso il basso nella direzione della freccia 1
(ricordiamo che per ciascuna impresa la relazione fra domanda della propria varietà e indice

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dei prezzi è positiva). Il profitto, inizialmente nullo, diventa negativo pertanto questo effetto
stimola la dispersione delle imprese (qualche impresa avrà un incentivo a spostarsi verso la
regione 2 dove, per motivi opposti, i profitti sono positivi) e favorisce la stabilità
dell’equilibrio simmetrico fra le due regioni.
2) effetto di domanda (demand effect): l’ingresso della nuova azienda provoca un aumento
della domanda di lavoro e dei salari. Per poter produrre una nuova varietà nella regione di
localizzazione dell’impresa la forza lavoro deve aumentare di una quantità αε. In pratica lo
spostamento dell'impresa deve essere accompagnato da un proporzionale spostamento di
lavoratori. In un primo momento l’eccesso di domanda fa crescere i salari nominali e quelli
reali dato che i prezzi non sono aumentati. Nel lungo periodo l’aumento dei salari reali attira
nuovi lavoratori che migrano da una regione all’altra, di conseguenza i salari reali tornano a
livello di equilibrio ma il reddito complessivo nella regione di immigrazione aumenta perché
è aumentato il numero dei lavoratori. L’aumento di reddito sposta verso l’alto la curva di
domanda e del ricavo marginale (nella direzione della freccia 2) facendo aumentare i profitti.
Questo effetto attira nuove imprese stimolando quindi l’agglomerazione dell’industria
manifatturiera nella regione di immigrazione.
Va considerato inoltre un terzo effetto: la diminuzione dell’indice dei prezzi accresce i salari
reali nella regione 1 ma questo attira l’immigrazione di lavoratori dalla regione 2 e, nel lungo
periodo, ristabilisce l’uguaglianza fra i salari reali. Per ristabilire l’uguaglianza fra i salari reali i
salari nominali nella regione 1 devono necessariamente diminuire provocando una riduzione
di costi per le imprese e uno spostamento verso il basso delle relative curve. Questo effetto
pertanto accresce i profitti e favorisce l’agglomerazione.
La stabilità o instabilità dell’equilibrio dipende dal saldo di questi effetti, è importante quindi
stabilire da che cosa dipende la loro intensità. Quando i costi di trasporto sono alti l’impatto
della migrazione di un’impresa sull’indice dei prezzi è più forte. Come si è appena visto la
diminuzione dell’indice dei prezzi produce effetti ambigui sui profitti nella regione di arrivo,
ma, se i costi di trasporto sono molto alti, vendere nell’altra regione è molto costoso e
considerando che parte della domanda è distribuita necessariamente fra le due regioni per
via dell’immobilità dei lavoratori agricoli un certo numero di imprese troverà conveniente
localizzarsi nella regione 2 contribuendo a rendere più stabile l’equilibrio simmetrico.
L’elasticità di sostituzione (ε) agisce nella stessa direzione. Quando è alta i consumatori
sostituiscono più facilmente una varietà con l’altra, ne segue che la diminuzione dell’indice
dei prezzi, ceteris paribus, provoca una maggiore diminuzione della domanda delle varietà
esistenti rafforzando il primo effetto.
Il secondo e il terzo effetto tendono a prevalere tanto maggiore è la quota di spesa destinata
ai beni manufatti. In questo caso infatti, a parità di altre condizioni, l’aumento del reddito da
luogo a una maggiore crescita della domanda conseguente all’aumentato numero dei
lavoratori. Inoltre la caduta dei salari nominali sarà maggiore perché tanto maggiore è la
spesa per beni manufatti tanto maggiore è l’effetto della diminuzione dell’indice dei prezzi
sui salari reali (quindi per ristabilire l’uguaglianza i salari nominali dovranno ridursi
maggiormente). Un secondo fattore influente è l’entità dei costi fissi (α) nella funzione di
produzione dei beni manifatturieri (rendimenti crescenti più intensi). A un costo fisso più
elevato corrisponde un maggior numero di lavoratori che devono migrare per rendere
possibile la produzione di una certa varietà. Infine tanto minore è il numero dei lavoratori
agricoli nella regione dove l’impresa si localizza tanto più bassa è la domanda, di

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conseguenza tanto maggiore sarà l’incremento di domanda dovuto all’immigrazione di nuovi
lavoratori.
Riassumendo se l’effetto di domanda prevale sull’effetto indice dei prezzi lo spostamento di
un’impresa dalla regione 2 alla 1 farà aumentare la domanda, i salari, il numero dei
lavoratori, il reddito e i profitti nella regione 1 e determinerà effetti opposti e speculari nella
regione 2, dando luogo a un meccanismo cumulativo che attirerà nuove imprese nella
regione 1. Nel caso contrario invece lo spostamento di un’impresa genera un effetto di
retroazione negativo che riporta all’equilibrio di partenza.

Dinamica
Per comprendere come il sistema si evolve è necessario analizzare meglio il comportamento
dei lavoratori relativamente alla mobilità. E’ logico aspettarsi che i lavoratori mobili
(manifatturieri) reagiscano alle differenze nel salario reale piuttosto che alle differenze nel
salario nominale. I salari reali sono dati dalla seguente funzione: wr=WrIr−δ (il salario reale
nella regione r è uguale al salario nominale diviso per l'indice dei prezzi). I lavoratori si
sposteranno laddove il salario reale è maggiore in base alla loro velocità di reazione al
cambiamento η. La funzione di migrazione può essere specificata come segue
_ _
dλ1/λ1=η(w1- w ) dove w = λ1w1+λ2w2.
_
w è quindi il salario medio dell’intera economia a due regioni (l’equazione per la regione 2 è
analoga).
L’equilibrio di lungo periodo si raggiunge nei seguenti casi: quando la distribuzione dei
lavoratori manifatturieri è tale che il salario reale nelle due regioni è uguale (ma non
necessariamente quando la distribuzione dei lavoratori è simmetrica), oppure quando tutti i
lavoratori sono concentrati in una delle due regioni. La mobilità della forza lavoro introduce
un ulteriore forza di aggregazione delle imprese. Infatti in seguito allo spostamento di
un’impresa il costo della vita nella regione di arrivo diminuisce, conseguentemente, a parità
di salari nominali, quelli reali aumentano. Perché si raggiunga l’equilibrio di lungo periodo e
la migrazione cessi i salari reali devono essere uguali pertanto i salari nominali dovranno
diminuire nella regione di arrivo e aumentare in quella di partenza. L’effetto è uno
slittamento verso il basso delle curve del costo marginale e del costo medio e un aumento
dei profitti ossia un incentivo all’agglomerazione (fig. 1 foglio 35).

Simulazioni
I casi analizzati in precedenza sono gli unici per i quali è possibile trovare una soluzione
analitica. Tuttavia gli equilibri sono moltissimi. L’unico modo per trovarli in un modello di
questo tipo consiste nel ricorrere a simulazioni numeriche. Oggi questo è possibile grazie al
computer.
Gli equilibri possono essere di breve e di lungo periodo. La differenza è che nel breve periodo
la distribuzione dei lavoratori fra le regioni è data. Al contrario, nel lungo periodo, i lavoratori
manifatturieri sono mobili e la loro mobilità dipende, come abbiamo visto, dalla presenza di
differenze nei salari reali. La è quindi esogeno mentre Lm viene endogenamente determinato
dal modello.

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Ogni equilibrio di lungo periodo è anche un equilibrio di breve periodo, ma non è vero il
contrario. L’equilibrio di lungo periodo implica necessariamente l’uguaglianza dei salari reali
(altrimenti avremmo migrazione e non sarebbe un equilibrio). Esistono invece equilibri di
breve periodo in cui i salari reali nelle due regioni sono diversi, ciò accade perché i Lm nel
breve periodo non possono muoversi e non c’è quindi un meccanismo che riequilibri i salari.
Ciò che dobbiamo trovare con le simulazioni sono i valori delle variabili endogene incluse
nelle tre equazioni di equilibrio per ogni regione (Y, I e W). Per fare questo occorre dare un
valore ai parametri e alle variabili esogene delle equazioni stesse (L, α, β, γ, δ, φ, ρ, ε e T).
Inoltre è necessario specificare un metodo di soluzione. Un metodo possibile è quello delle
iterazioni sequenziali che funziona come segue.
- si ipotizza un valore iniziale per il salario nelle due regioni (es. W=1)
- usando tale valore si calcolano i valori di Y e I deducibili dalle prime due equazioni di
equilibrio
- i valori di Y e I vengono quindi sostituiti nella terza equazione per trovare un possibile
valore del salario compatibile con l’equilibrio
- la procedura viene ripetuta fino a che il valore di equilibrio del salario non viene trovato.
Occorre inoltre stabilire un criterio in base al quale il valore del salario è da considerarsi
definitivo, ossia tale che si può porre termine alla simulazione. Un possibile criterio è che il
valore del salario in tutte le regioni sia abbastanza stabile, non deve cioè variare oltre un
certo limite tra una simulazione e l’altra. Per esempio
(Wrj - Wrj-1)/Wrj-1 < σ
Dove r indica la regione e j il numero della simulazione (si può per esempio fissare σ a
0,0001).
A questo punto possiamo procedere con la simulazione considerando due regioni. Si noti che
i parametri λ1 e λ2 non sono stati determinati, essi vengono infatti variare tra una
simulazione e l’altra perché l’obiettivo non è solo quello di determinare i valori di Y, I e W per
un dato valore dei parametri, bensì verificare come si comporta il modello quando questi
ultimi mutano (in seguito vedremo cosa accade quando cambiano anche gli altri parametri).
In primo luogo osserviamo come variano i salari reali nelle due regioni al variare di λ1 (si noti
che se poniamo λ1+ λ2 = 1 è sufficiente determinare λ1). Grazie alla simulazione possiamo
trovare i valori di equilibrio di breve periodo (cioè per ciascun valore dato di λ1 e λ2) di Y, I e
W, di conseguenza possiamo calcolare i salari reali ricordando che w = WI-δ e il loro
rapporto è w1/w2.
Facendo un certo numero di simulazioni otteniamo la sinusoide raffigurata nella fig. 25.4.1.
Nell’asse delle ordinate misuriamo il rapporto fra i salari reali, su quello delle ascisse i valori
di λ1. La retta orizzontale (1) è il luogo dei punti di uguaglianza fra i salari reali delle due
regioni (w1/w2 = 1).
La sinusoide raffigurata è il luogo di tutti i valori che il rapporto tra i salari reali (w1/w2)
assume in corrispondenza del valore attribuito a λ1 in ciascuna simulazione. I suoi punti
rappresentano tutti gli equilibri di breve periodo possibili, ovvero tutte le possibili
distribuzioni della forza lavoro tra le due regioni che generano valori di Y, I e W compatibili
fra loro nelle sei equazioni di equilibrio relative alle due regioni.
Gli equilibri possono essere di due tipi: i punti che si trovano solo sulla linea sinusoidale ma
non sulla retta di uguaglianza dei salari reali sono unicamente equilibri di breve periodo,
perché si associano a valori del rapporto w1/w2 diversi da 1 (in questo caso si hanno
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migrazioni verso la regione dove il salario reale è più elevato). I punti che si trovano
contemporaneamente sulla linea sinusoidale e sulla linea retta (B,C,D) rappresentano
equilibri di breve periodo ma anche di lungo periodo perché in essi i valori di Y, I e W sono
compatibili, inoltre w1/w2 =1 (non ci sono migrazioni). Si noti che sono equilibri di lungo
periodo anche A ed E che rappresentano i casi in cui tutta la forza lavoro manifatturiera è
concentrata in una sola regione. In questo caso il rapporto fra i salari reali non è calcolabile
perché in una delle due regioni non ci sono lavoratori manifatturieri pertanto non viene
pagato alcun salario.
Analizziamo il punto F sulla sinusoide (stiamo assumendo un valore λ1= 0.32). In
corrispondenza di quel punto w1/w2 >1. Si tratta quindi di un equilibrio di breve periodo ma
non di lungo periodo. Se w1>w2 i Lm della regione 2 sono incentivati a migrare nella regione 1,
pertanto λ1 aumenta e λ2 diminuisce. Il punto F è quindi un equilibrio instabile, via via che il
flusso migratorio procede nel lungo periodo ci spostiamo verso destra in direzione delle
frecce, il rapporto w1/w2 tende a ridursi e ad avvicinarsi ad 1 perché w1 diminuisce e w2
aumenta (per motivi ovvi legati alla domanda e offerta di lavoro nelle due regioni). Finché
w1/w2 >1 la migrazione dei Lm dalla regione 2 verso la regione 1 continuerà (si noti che é λ1
ad aumentare) per cessare solo quando w1/w2 =1 (punto C).
Il punto C rappresenta un equilibrio di breve periodo e, insieme, di lungo periodo, inoltre è
un equilibrio stabile. Qui λ1= 0,5 i Lm sono distribuiti equamente fra le due regioni (equilibrio
simmetrico). Se λ1 aumenta (ci muoviamo a destra del punto C) allora w1/w2<1 perché c’è
troppa offerta di Lm nella regione 1 e poca nella regione 2. I Lm migrano dalla regione 1 alla
regione 2 causando un movimento verso sinistra, si ritorna dunque verso il punto C. Se λ1
diminuisce ne discende che w1/w2>1 per motivi opposti ai precedenti, si crea quindi un
incentivo per i lavoratori a migrare verso la regione 1. Anche in questo caso il sistema tende
a tornare verso il punto C.
Immaginiamo che λ1=0,84, siamo nel punto D e anche questo è simultaneamente un
equilibrio di breve e di lungo periodo ma, a differenza del precedente, è instabile. Se λ1
diminuisce si producono gli stessi effetti già visti nella zona a destra del punto C (il sistema
tende verso il punto C), se aumenta allora w1/w2>1, i Lm della regione 2 tendono a migrare
verso la regione 1 facendo aumentare λ1 fino a che si approda al punto E, in cui tutti i
lavoratori manifatturieri si trovano nella regione 1. In entrambi i casi si mettono in moto
meccanismi di causazione cumulativa che allontanano il sistema dal punto D spingendolo
verso E o verso C. Lo stesso discorso vale per il punto B.
In sostanza la sinusoide descrive molti equilibri di breve periodo (tutti i suoi punti) e cinque
equilibri di lungo periodo (A,B,C,D,E). Di questi ultimi tre (A, C ed E) sono stabili entro una
certa gamma di valori di λ1 (per esempio C è stabile entro il campo di variazione di λ1
compreso fra B e D; E è stabile se λ1 ha un valore superiore o uguale a quello corrispondente
al punto D; A infine lo è per valori non superiori a quello corrispondente al punto B), due
sono instabili (precisamente B e D).
In conclusione la simulazione mostra che il modello genera equilibri multipli e che essi
possono essere stabili o instabili coerentemente con quanto si era visto esaminando
l’esempio numerico iniziale.
Naturalmente il comportamento dell’economia non dipende solo da variazioni di λ ma anche
degli altri parametri. Possiamo allora chiederci quali sono le conseguenze di una variazione
dei costi di trasporto (vedi fig. 25.4.2).

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Se facciamo variare i Ctr otteniamo diverse sinusoidi ciascuna delle quali corrisponde ad un
determinato livello dei Ctr (per ogni livello effettuiamo una batteria di simulazioni con diversi
valori di λ1 ottenendo, come in precedenza, una sinusoide).
Se i Ctr sono molto alti (linee 2.1 e 1.9 della figura 25.4.2) otteniamo linee sinusoidali che
incontrano la retta di uguaglianza dei salari reali in un unico punto. Esiste quindi un unico
equilibrio di lungo periodo, che è anche stabile, ed è quello simmetrico (λ1=λ2= ½). Se λ1
aumenta → w1/w2<1 → i Lm della regione 2 migrano verso la regione 1 → il sistema torna
indietro verso l’equilibrio simmetrico. Se i Ctr sono troppo alti più che compensano le
economie di agglomerazione, è quindi più conveniente per le imprese localizzarsi vicino al
mercato, il che favorisce la dispersione (ricordiamo che i La sono immobili quindi la domanda
ha in ogni caso un certo grado di dispersione). Per capire meglio cosa sta accadendo
ragioniamo in termini degli effetti derivanti dallo spostamento di un’impresa descritti in
precedenza. Se i Ctr sono alti lo spostamento di un’impresa fa diminuire in misura maggiore
l’indice dei prezzi, cui segue una maggiore diminuzione della domanda delle varietà prodotte
nella regione di arrivo (dove λ aumenta). In altri termini l’effetto indice dei prezzi prevale su
quello di domanda, le curve di domanda delle imprese esistenti si spostano verso il basso e i
profitti diventano negativi creando un incentivo a spostarsi nella regione 2 (dove si verifica
un processo speculare per cui i profitti sono positivi). Tutto ciò contribuisce a stabilizzare
l’equilibrio simmetrico che, in queste condizioni, diventa l’unico possibile.
Nel caso di Ctr molto bassi (linee 1.3 e 1.5) otteniamo linee rette. Gli equilibri possibili sono
due, sono entrambi stabili e corrispondono alla totale agglomerazione nell’una o l’altra delle
due regioni. Infatti se a partire dall’equilibrio centrale λ1 aumenta → w1/w2>1 → i Lm della
regione 2 migrano verso la regione 1 fino alla totale agglomerazione della produzione nella
regione 1. Se λ1 diminuisce → w1/w2<1 → i Lm della regione 1 migrano verso la regione 2 fino
alla totale agglomerazione della produzione nella regione 2. Questo accade perché ora le
economie di agglomerazione prevalgono sui costi di trasporto: tanto più bassi sono i Ctr
tanto meno costa produrre tutto in una regione ed esportare nell’altra.
Vediamo ora il problema dal punto di vista di un’impresa che si sposta dalla regione 2 alla
regione 1. L’effetto indice dei prezzi è contenuto per via dei bassi Ctr. L’effetto di domanda
prevale, pertanto lo spostamento fa aumentare la domanda delle varietà esistenti e i profitti
attirando nuove imprese. Si attiva il meccanismo di causazione cumulativa che porta a uno
dei due equilibri concentrati (quale dei due dipende dal casuale spostamento iniziale).
La situazione intermedia (linea 1.7) è più complessa. In questo caso otteniamo una sinusoide
simile a quella della fig. 25.4.1 (in effetti quella sinusoide era stata ottenuta ipotizzando
valori intermedi dei costi di trasporto) avremo quindi gli stessi equilibri e dinamiche descritti
in precedenza.
La relazione fra costi di trasporto e stabilità dell’equilibrio può essere rappresentata anche in
un altro modo come nella figura 36.1. Nell’asse delle ordinate sono riportati i valori di λ1 , in
quello delle ascisse i costi di trasporto (T). Le linee continue rappresentano coppie di valori di
λ1 e T per le quali l’equilibrio è stabile. Per esempio se ci troviamo nel punto d in cui λ1 = 1 e T
= T1 l’industria è completamente concentrata nella regione 1 e l’equilibrio è stabile al variare
dei costi di trasporto fino a T3. Da questo punto (f) in poi un ulteriore aumento di Ctr genera
instabilità e spinge il sistema verso l’equilibrio simmetrico. Se ci troviamo nel punto e
(equilibrio simmetrico) il sistema è stabile e continua ad esserlo al diminuire dei Ctr fino al
valore T1 (punto b). Questo punto è detto punto di biforcazione perché, se T diminuisce
anche di pochissimo, si innesca un effetto cumulativo che spinge verso uno dei due equilibri

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concentrati (al di sotto di T1 questi sono gli unici equilibri possibili, così come al di sopra di T3
lo è quello simmetrico). Per costi di trasporto compresi fra T1 e T3 se l’economia si trova in
uno dei due equilibri concentrati o in quello simmetrico avremo stabilità, ma se 1 > λ1 > 0.5
(punto a) oppure 0.5 > λ1 > 0 (punto c) avremo equilibri instabili piccole variazioni di λ1
possono spingere il sistema verso uno dei tre equilibri a seconda dei valori di partenza. In
pratica i punti a ed e corrispondono ai punti D e B della sinusoide della figura 25.4.1.
Consideriamo ora gli effetti di una variazione di ρ (il parametro di sostituzione nella funzione
di utilità). Quando ρ è alto (linee 0.95 e 0.9 della fig. 4.2a) anche l’elasticità di sostituzione è
alta (ricordiamo che ρ= 1-1/ε pertanto esiste una relazione diretta fra le due variabili). La
situazione è analoga a quella con costi di trasporto alti. Se l’elasticità di sostituzione è alta è
più facile sostituire una varietà con un'altra, in questo caso, come si è già visto in
precedenza, l’effetto indice dei prezzi è più forte (basta un piccolo aumento del prezzo
relativo per far diminuire di molto la domanda). Tendono a prevalere e ad essere stabili gli
equilibri simmetrici.
Se ρ è basso anche l’elasticità di sostituzione è bassa (linee 0.6 e 0.7). Prevale quindi l’effetto
di domanda e con esso gli equilibri di agglomerazione.
Per valori intermedi avremo come prima vari equilibri possibili.
Infine una variazione di δ, la quota di reddito spesa in beni manufatti, dipende dalla funzione
di utilità del consumatore. Quando il valore di δ è basso (linee 0.2 e 0.3 fig. 4.2b) prevale
l’equilibrio simmetrico perché la maggior parte del reddito e spesa in alimenti. La produzione
di questi ultimi, che è immobile fra le due regioni, è più rilevante nella determinazione del
reddito complessivo e questo favorisce la dispersione. Infatti tanto maggiore è l’importanza
dei La nella produzione complessiva, tanto più la configurazione dell’equilibrio tenderà a
rispecchiare la distribuzione dei La, che si trovano in entrambe le regioni. La produzione
tenderà quindi ad essere più dispersa.
Quando il valore di δ è alto (linee 0.6 e 0.5) accade il contrario perché, se la quota di reddito
spesa per i beni manufatti è alta, la localizzazione dei Lm conta molto (l’effetto di domanda è
più forte), la produzione è più mobile e questo favorisce l’agglomerazione.

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