Sei sulla pagina 1di 110

La lirica monodica

Lo sviluppo di una cultura eolica


a Lesbo
MEMORIA STORICA Le vicende della Lesbo di Alceo e Saffo
1100 ca. Periodo di Thermi (il luogo meglio scavato di Lesbo), preeolico, cui succede una invasione di genti eoliche,
probabilmente provenienti dalla Beozia.

VIII secolo Fiorire a Lesbo delle città di Mitilene e Metimna; da qui e da Cuma (sul continente) partono spedizioni
coloniali verso l’interno della Troade e in Frigia. Il regno di Frigia appare poco interessato a questa espan-
sione essenzialmente agricola, anche perché si trova a fronteggiare le più pericolose scorrerie dei Cimmeri.

VII Secolo I Lesbi rifondano Ilio, in seguito si spingono fino a Sesto, sulla riva europea dell’Ellesponto, e poi ancora
in Tracia (Alopeconneso ed Eno alla foce dell’Ebro). A Mitilene dominano i Pentilidi. Sale la potenza della
Lidia, che argina i Cimmeri, e (soprattutto con la dinasta dei Mermnadi, da Gige a Creso) inaugura una
politica espansionistica verso la costa, occupando Colofone e minacciando Smirne e Mileto.

630-620 Un colpo di Stato, guidato da Megacle, elimina il «re» Pentilo, cui si sostituisce un regime guidato dai
Cleanattidi. A Megacle succede Melancro.

620-610 Gli Ateniesi fondano la Colonia fortificata di Sigeo, con lo scopo di controllare lo Stretto. I Cleanattidi
inaugurano una politica filolidia, riprendendo o rafforzando i rapporti commerciali con Sardi.

610-600 Aliatte diventa re di Lidia. Un nuovo colpo di Stato a Mitilene toglie di mezzo Melancro, che viene sostitui-
to da Mirsilo, forse della stessa famiglia. Al colpo di Stato partecipano anche la famiglia di Alceo e Pittaco.
Un ulteriore tentativo di rovesciare Mirsilo, sostenuto ora da Pittaco e anche dagli Archeanattidi, fallisce.
LA LIRICA MONODICA
Probabile esilio di Alceo a Pirra, una località al Centro di Lesbo. Lo scontro con Atene si acuisce; Pittaco
vince in duello il capo degli Ateniesi; un arbitrato del corinzio Periandro dà ragione ai Lesbi; gli Ateniesi
forse si ritirano; stabiliscono comunque un insediamento a Eleunte sulla sponda europea.

600-590 Muore Mirsilo, e gli succede Pittaco, che si è imparentato con la famiglia dei Pentilidi; Pittaco è nominato
αἰσυμνήτης (all’incirca “arbitro”, “mediatore”) per dieci anni e governa senza modificare le istituzioni,
cercando di moderare lo strapotere dei clan e le loro continue risse per il dominio politico. Molte famiglie
vanno in esilio, fra cui Alceo (in Lidia) e forse Saffo (in Sicilia). In seguito Pittaco si ritira, gli esiliati rien-
trano; la città ritorna nelle condizioni politiche precedenti; le nostre informazioni (ricavabili dalle opere
di Saffo e Alceo) si esauriscono.
[Da: Saffo. Frammenti, a cura di A. Aloni, Firenze, Giunti 1997, CII-CIII]
520
52
20 LA LIRICA MONODICA

Unità religiosa, linguistica


e sociale dell’isola di Lesbo
’isola di Lesbo (1614 km2: la terza per estensione delle
Lesbo
L isole greche dopo Creta e l’Eubea), prossima alla costa
anatolica (poco più a sud della Troade) e, secondo l’Iliade,
un tempo appartenente al regno di Priamo, fu precocemente
colonizzata da popolazioni eoliche provenienti dalla Tes-
saglia e dalla Beozia; nel VI secolo vide il fiorire di una
grande produzione lirica che per noi si compendia nei no-
mi di Alceo e di Saffo e che si presenta per vari aspetti
con caratteristiche peculiari.

Tradizioni cultuali Innanzi tutto essa appare legata a tradizioni


pregreche religiose e cultuali che sembrano riflettere la Busto di Pittaco, l’uomo politico di Lesbo
inserito poi tra i Sette Saggi, prima alleato
sopravvivenza di antichissime tradizioni pre- poi nemico dell’eteria di Alceo. Copia roma-
greche. Ciò appare soprattutto nella venerazio- na del I secolo a.C. di un originale greco del
classicismo. Parigi, Musée du Louvre.
ne di una triade costituita da una Magna Mater
di tipo mediterraneo («Era eolia») attorniata da
due «paredri» (da πάρεδρος, letteralmente «che sta seduto accanto») maschi-
li, Zeus e Dioniso (cfr. Alceo, fr. 129 e Saffo, fr. 17, 9 s. Voigt), e in riti della
vegetazione come il compianto antifonale per la morte di Adone (Saffo, fr. 140
Voigt).

Lingua poetica In secondo luogo, lingua e metrica mostrano la presenza di filoni poetici indige-
tradizionale ni, elaborati nell’ambito di canti cultuali e di lavoro per noi perduti, ma che Saffo
e Alceo largamente rinnovano pur nella ricezione di forme e temi della poesia
omerica e più in generale della tradizione poetica «ionica». Così il linguaggio
resta ampiamente radicato nel vernacolo isolano anche se ingloba al proprio in-
terno sia forme ormai scomparse dall’uso ma conservate dalla tradizione poetica
orale dell’isola, sia tratti anche formulari (e con essi vicende mitiche) ereditati
dall’epos ionico.

La metrica La metrica invece offre da una parte una varietà di versi e cola, spesso a cellula
cola coriambica (–   –) e con base libera bisillabica, che si attengono rigorosamente
coriambica al principio dell’isosillabismo (senza cioè possibilità di «soluzione» di una lunga
LA LIRICA MONODICA

base libera in due brevi o di «contrazione» di due brevi in una lunga), dall’altra una serie di
isosillabismo strofe quasi sempre molto brevi e regolarmente ripetute: in particolare, la strofe
strofe saffica e la strofe alcaica che, originariamente tristiche, furono trasformate in
tristiche tetrastiche dalla prassi dei grammatici alessandrini di distribuire l’ultimo verso
tetrastiche su due righe separate.

Funzione Anche l’orizzonte sociologico nel cui ambito nasce e viene comunicata questa
e pubblico dei canti poesia rivela importanti tratti in comune: sia Alceo che Saffo compongono i loro
LO SVILUPPO DI UNA CULTURA EOLICA A LESBO 5221
521
canti per un gruppo aristocratico (rispettivamente la consorteria politica e il tiaso
femminile) fondato su vincoli profondi e collegato al culto di determinate divi-
nità (da un lato soprattutto Ares e la triade eolica, dall’altro Afrodite e le Muse).

Eteria e tiaso Non meno significative si prospettano le differenze, dal momento che l’eteria po-
litica era un organismo, cementato da un giuramento collettivo, che poteva essere
abbandonato solo col tradimento dei «compagni»; il tiaso, invece, era un’isti-
tuzione, integrata nel programma educativo dell’aristocrazia, che accoglieva le
fanciulle dell’isola o della costa anatolica per il tempo che andava dalla fine
dell’infanzia al momento in cui, con il matrimonio, esse lasciavano la cerchia in
cui si era compiuta la loro formazione.

I tratti fondamentali della lingua poetica


di Alceo e Saffo
affo e Alceo composero fondamentalmente i loro carmi nel dialetto eolico
Hydría attica a figure
rosse del Gruppo di
S qual era parlato nell’isola di Lesbo (eolico d’Asia), ma alcuni tratti si spiega-
no solo in relazione alla tradizione poetica. Riepiloghiamo, innanzitutto, i tratti
Polignoto. 440-430
a.C. Da Vari (Grecia);
salienti condivisi dal dialetto eolico:
ora ad Atene, Museo
Archeologico Nazionale.
• l’assenza di aspirazione iniziale (psilosi) – ὀ per ὁ, ἄβα per ἅβα / ἥβη ecc. – e
Al centro è una figura la ritrazione dell’accento compatibilmente con le regole generali dell’accenta-
femminile, con chitone
ed himátion, seduta
zione greca (baritonesi), ad esempio ἄρα per ἀρά, ἀείκης per ἀεικής, βῶμος
su una sedia a gambe per βωμός;
ricurve: è intenta a
leggere dal rotolo • l’esito labiale delle labiovelari indoeuropee (kw, gw, gwh) in principio di parola:
trattenuto tra le mani, ad esempio πήλοι per τηλοῦ, φήρ per θήρ;
mentre la attorniano tre
figure femminili stanti,
abbigliate nello stesso
modo. Saffo è indicata esplicitamente per nome, al
pari delle compagne Nikópolis (che regge una corona)
e Kállis (che ha una lira). Solo alcune delle parole
tracciate sul rotolo di papiro (vedi particolare) sono
intelligibili («…parole adatte…»).

LA LIRICA MONODICA
522
52
22 LA LIRICA MONODICA

Per saperne di più


Una lingua poetica elaborata
E veniamo ad alcune anomalie ed eccentricità in Saffo e Al- Al v. 2 μέσαι in luogo di μέσσαι una forma epica che trova
ceo. Se Meillet vedeva nel genitivo -οιο in Alceo fr. 367, 1 conferma in forme analoghe: Saffo fr. 44, 31 ὄσαι, fr. 104a, 1
ἐρχομένοιο in luogo dell’atteso ἐρχομένω (attico -νου) un ὄσα (di contro a cinque casi certi di forme di ὄσσος), Alceo fr.
«fatto isolato», e se Lobel considerava la lingua di Saffo e 17b, 25 ὐπίσω (= ὀπίσω) e non ὐπίσσω (che invece troviamo
Alceo come specchio fedele del vernacolo isolano con la sola in Saffo fr. 19, 10).
eccezione di alcuni componimenti di Saffo (definiti per questo Al v. 3 παρά in luogo di πάρ (la normale forma lesbia apo-
«abnormal») e alcuni tratti occasionali del linguaggio di Alceo, copata) ha un parallelo in Alceo fr. 39a, 10 παρὰ μοῖραν;
da tempo si è avviato un processo di rettifica che è approdato a analogamente abbiamo κατά e non κάτ in Saffo fr. 44, 12
lavori come gli Studi di B. Marzullo e le indagini più recenti di κατὰ πτόλιν e 105b, 2 καταστείβοισι.
J. T. Hooker e di A. M. Bowie. Altre tre categorie di esempi da brani diversi:
Marzullo obiettò a Lobel che la presunta «normalità» di quasi • L’assenza di aumento temporale nelle forme di piuccheper-
tutte le schegge superstiti Saffo e Alceo era da lui ritrovata fetto la λελάθοντο e ἐκλελάθοντο in Saffo fr. 103a, 2 s. è
dichiarando non autentici componimenti come il fr. 168b di confermata dalla presenza del fenomeno anche in Alceo fr.
Saffo, relegato di conseguenza tra i fragmenta adespota (fr. 42, 13 παῖδα γέννατ᾽; 72, 10 κατάγεσκ᾽ ὀ πύθμην; 283,
976) nei Poetae Melici Graeci di Page (1962). Oltre a sotto- 9 πεῖθ᾽ ἔρῳ; 308, 3 Μαῖα γείνατο, 332, 2 δὴ κάτθανε
lineare che «un vernacolo fisso, unidimensionale, perenne- (e in Saffo stessa abbiamo ἀμειβόμαν in fr. 94, 6).
mente valido è pretesa incomprensibile», Marzullo metteva • La «regola» che vorrebbe esclusivamente dativi in -εσσι per
l’accento sul nesso fra la poesia eolica e altre tradizioni, nomi e aggettivi della III declinazione con tema consonan-
l’epos ionico in particolare, e dunque sulla caratura «lettera- tico è violata sia con πόσσι (e non πόδεσσι) in Saffo fr.
ria» di questa produzione. 105b, 2 sia con ποσίν in Alceo fr. 34b, 9 e fr. 129, 22.
Vediamo due esempi attinti proprio al fr. 168b di Saffo: • Ai consueti dativi «lunghi» della I e II declinazione -αισι /
-οισι (-αισ᾽ / -οισ᾽ davanti a vocale) si contrappongono
Δέδυκε μὰν ἁ σελάννα alcuni casi di dativi «brevi» come Saffo fr. 44, 12 φίλοις; fr.
καὶ Πληΐαδες· μέσαι δὲ 81, 4 ἐράταις; Alceo fr. 130, 15 συνόδοισί μ᾽ αὔταις (con
νύκτες, παρὰ δ’ ἔρχεθ’ ὥρα· la variante ταύταις); fr. 308, 2 κορύφαισ᾽ ἐν αὔταις e fr.
ἐγὼ δὲ μόνα καθεύδω. 333 ἀνθρώποις.

• l’esito in ρο / ορ della r sonante indo-europea, ad esempio ἤμβροτον per


ἥμαρτον;
• i pronomi personali ἄμμες ἄμμε ἄμμι(ν) per lo ionico ἡμεῖς ἡμέας (attico
ἡμᾶς) ἡμῖν e ὔμμες ὔμμε ὔμμι(ν) per lo ionico ὑμεῖς ὑμέας (attico ὑμᾶς)
ὑμῖν;
• la desinenza -ω (attico -ου) dei genitivi singolari della II declinazione;
• l’esito -αισι / -οισι dei dativi plurali della I e II declinazione;
• l’esito -εσσι dei dativi plurale della III declinazione: πόδεσσι per ποσσί (o
LA LIRICA MONODICA

ποσί), χείρεσσι per χερσί, πάντεσσι per πᾶσι;


• participi perfetti attivi con le desinenze caratteristiche del presente (-ων /
-οντος): κεκλήγοντες per κεκληγότες;
• la desinenza -ην per gli infiniti dei verbi tematici, ad esempio ἄγην per ἄγειν;
• gli infiniti in -μεναι, -μεν per i verbi atematici: δόμεν(αι) per δοῦναι, ἔμμεν(αι)
per εἶναι;
• la forma apocopata di alcune preposizioni: πάρ per παρά, κάτ per κατά;
• l’uso della particella modale κε(ν) in luogo di ἄν.
ALCEO 5223
523

Alceo
La vita
lceo (in lesbio Ἄλκαος, in attico Ἀλκαῖος) nacque a Mitilene verso il 620 a.C.
La partecipazione
alla lotta politica A e trascorse la vita fra le aspre lotte per l’egemonia condotte dalle famiglie
aristocratiche che appunto a Mitilene aspiravano al potere. Il poeta era ancora un
ragazzo quando vide i suoi fratelli Antimenida e Cici partecipare all’impresa con
cui, nel 612, Pittaco rovesciò il tiranno Melancro: questi aveva ottenuto il potere
dopo una serie di lotte culminate con l’abbattimento del regime della famiglia dei
Pentilidi, che faceva risalire le proprie origini al figlio di Oreste, Pentilo, mitico
colonizzatore di Lesbo.

Il controverso In seguito Alceo combatté a fianco di Pittaco nella guerra contro Atene per
rapporto il possesso del Sigeo, nella Troade, senza tuttavia coprirsi di gloria, poi-
con Pittaco…
ché dovette fuggire abbandonando le armi, come egli raccontava inviando al
compagno di eteria Melanippo un carme che cominciava dicendo (fr. 401B
Voigt):
Alceo è salvo, ma lo scudo
lo hanno appeso gli Ateniesi al tempio di Atena Glaucopide.

…e l’avversione Quando Mitilene fu assoggettata alla tirannide di Mirsilo, appartenente al


al tiranno Mirsilo genos dei Cleanattidi, Alceo fu ancora a fianco di Pittaco fra i congiurati. Ma
questa congiura fallì, determinando il primo esilio di Alceo, che si rifugiò
a Pirra (oggi Kaloni), nell’angolo sud-orientale dell’omonimo golfo che si
incunea nella costa occidentale dell’isola. Ma Pittaco, secondo la testimo-
nianza di Alceo, aveva tradito la causa e in effetti, per un certo tempo, divise
il potere con Mirsilo. Poi Mirsilo, verso il 590, fu abbattuto, e ci restano
due versi del carme in cui il poeta ne celebrava con giubilo la morte (fr. 332
Voigt):
Ora bisogna che ognuno si ubriachi e senza freno
beva, poiché Mirsilo è morto.

L’arbitrato Per dieci anni, fino al 580 circa, Pittaco resse allora la città come «arbitro»
di Pittaco e l’esilio (αἰσυμνήτης) tra le fazioni e fu in grado di ristabilire l’ordine e sedare gli in-
LA LIRICA MONODICA

trighi e le lotte intestine: la tradizione antica propone di lui un apprezzamento


lusinghiero, se è vero che fu annoverato fra i Sette Sapienti, mentre il geografo
Strabone lo loderà per aver usato del proprio potere individuale allo scopo di
dissolvere i gruppi oligarchici, e un canto popolare lesbio di lavoro lo esalta
come «sovrano» che non si astiene dal lavoro manuale (fr. 869 PMG):
Ἄλει, μύλα, ἄλει·
καὶ γὰρ Πιττακὸς ἄλει
μεγάλας Μυτιλήνας βασιλεύων.
524
52
24 LA LIRICA MONODICA
Macina, mola, macina!
Anche Pittaco macinava
quando regnava sulla grande Mitilene.

Ben altra immagine ci proviene da Alceo, che dimostrò sentimenti di profondo


rancore nei confronti di colui che un tempo era stato amico e compagno di ete-
ria e accusò a più riprese Pittaco di avere tradito i compagni e gli ideali comuni,
di aver instaurato la «tirannide», rinfacciandogli oltretutto un’origine plebea.
Se è presumibile che, alla morte di Mirsilo, Alceo poté rientrare in patria, altri
esili dovettero seguire durante il periodo in cui Pittaco fu al potere.

Il ritorno in patria Non si sa nulla di certo sulla conclusione della storia dei rapporti fra Alceo e
e la vecchiaia Pittaco. Alcuni accenni sembrano suggerire che il poeta, dopo aver viaggiato in
paesi stranieri, approfittando della fine dell’incarico di Pittaco, beneficiasse di
un’amnistia e potesse rientrare a Mitilene. Forse in questa occasione poté salu-
tare il ritorno del fratello Antimenida, che aveva combattuto come mercenario al
servizio dei Babilonesi (fr. 350 Voigt):
Ἦλθες ἐκ περάτων γᾶς ἐλεφαντίναν
λάβαν τὼ ξίφεος χρυσοδέταν ἔχων
………………………………………
Ἄεθλον μέγαν, εὐρύσαο δ᾽ ἐκ πόνων,
κτένναις ἄνδρα μαχάταν βασιλη‹ί›ων
παλάσταν ἀπυλείποντα μόναν ἴαν
παχέων ἀπὺ πέμπων.
Dalla fine del mondo sei venuto. D’avorio,
legata in oro è l’elsa della spada:
[hai combattuto coi Babilonesi]
coprendoti di gloria, in mille rischi salvandoli.
Era un gigante l’uomo che uccidesti
sul campo: misurava
cinque cubiti regi meno un palmo.
[Tr. di F.M. Pontani]

Non sono noti altri particolari della sua vita né la data della morte, ma un fram-
mento (50, 1 s. Voigt) lo mostra vecchio e stanco:
Su questo mio capo che molto ha sofferto versa unguento
LA LIRICA MONODICA

e su questo petto canuto...

L’opera
esta problematica la ricostruzione dei criteri seguiti dai grammatici alessan-
Gli argomenti
dei carmi R drini nell’organizzare il materiale poetico ad essi pervenuto. I carmi dovettero
essere divisi in dieci libri, non comunque secondo un criterio metrico: qualche
ALCEO 5225
525
citazione sembra accennare a partizioni di carattere contenutistico, come «canti
della guerra civile (στασιωτικά)» e «carmi conviviali». Il I libro conteneva in
numero notevole, anche se non esclusivamente, inni agli dèi.

Inni cultuali e mitici Oltre ai canti politici e a quelli metasimposiali, i due generi che rappresentano le
metasimposiali forme più caratteristiche della poesia alcaica, ci restano frammenti significativi
anche di inni cultuali – come quelli ai Dioscuri (fr. 34 Voigt), al fiume Eno (fr.
45 Voigt), ad Atena (fr. 325 Voigt) – e di rievocazioni di momenti del mito, come
nel caso delle nozze di Peleo e Tetide (fr. 42 Voigt) o della violenza perpetrata,
al momento della presa di Ilio, da Aiace locrese su Cassandra presso il simulacro
di Atena (fr. 298 Voigt).

Poesia e pubblico Dai frammenti di Alceo emergono le immagini di un mondo, quello dell’ari-
simpodiale stocrazia eolica, dove la lotta politica fa da sfondo a un gusto per gli aspetti
edonistici della vita, l’eros e il simposio innanzi tutto: un gusto caratteristico di
quel ristretto gruppo sociale a cui è funzionale tutta la poesia di Alceo, che aveva
come pubblico primario proprio i membri dell’eteria e come luogo della prima
performance le sue riunioni simposiali.
Come ha osservato B. Gentili, «il legame pragmatico-espressivo, di ordine ma-
teriale e psicologico, è un elemento imprescindibile nella coerenza della poesia
alcaica: il politico e il poeta perseguono un solo identico itinerario, che è l’itine-
rario stesso dell’eteria degli Alceidi impegnati nella lotta per il potere. Ne con-
segue che l’impianto del discorso, nelle diverse movenze narrative, si pone in un
reciproco rapporto di emozionalità con il proprio oggetto, gli eventi drammatici
della guerra civile, e con il proprio uditorio. Dionisio di Alicarnasso coglie nel
segno quando afferma che basta togliere il metro ai carmi di Alceo per avere un
discorso politico».

Il linguaggio Nel contesto simposiale in cui si ambienta la poesia di Alceo, che ha come de-
«criptico» dell’eteria: stinatario il pubblico selezionato ed omogeneo dell’eteria, il linguaggio è spesso
l’allegoria della nave
codificato in metafore ardite o anche allegorie, che possono risultare criptiche a
coloro che sono estranei.
Così, ad esempio, nel caso del celebre frammento sulla nave in mezzo alla tem-
pesta, ogni elemento della rappresentazione ha il suo correlativo nella condizione
politica della città, pressata dai cittadini delle varie fazioni: se abbastanza chiara
è l’immagine nei suoi dettagli (il vento, l’onda, la nave, la vela a brandelli, l’ac-
LA LIRICA MONODICA

qua nella sentina, ecc.), del tutto incerti sono (e lo erano anche per i commenta-
tori antichi) il significato complessivo e l’interpretazione allegorica dei singoli
elementi.

T6 La nave, tanto consueta all’immaginario di isolani che dal mare traevano


larga parte della loro ricchezza e del loro potere, diventa espressione plastica
del gruppo impegnato nella lotta e forse anche, per estensione, della stessa
città minacciata dalla fazione avversa agli Alceidi, le onde che la minacciano
526
52
26 LA LIRICA MONODICA
sono i nemici pronti ad aggredire da ogni direzione, i venti rappresentano le
mutevoli condizioni dello scontro, le vele lacerate e l’acqua che irrompe tra
le falle delle murate e invade la sentina rimandano alle crisi, agli scoramenti,
alla paura.
Si è anzi ipotizzato che «la configurazione di Mitilene arcaica, circondata dalle
acque e realmente battuta dai fortunali», allorché l’approdo abituale era costitui-
to dal porto, stretto e profondo, situato a nord della città, «non sia stata elaborata
da Alceo seguendo un processo puramente speculativo, ma che sia nata come un
prolungamento immaginifico dell’aspetto concreto della polis in cui era nato»
(M. Vetta).
La stessa allegoria è sviluppata in termini analoghi anche in un altro carme (fr.
6, 1-16 Voigt), che conserva più nitidamente il nesso tra figurazione simboli-
ca ed esortazione alla lotta. Infatti, come conferma il testimone Eraclito (Alleg.
Hom. 5), con l’immagine della nave tormentata dalle onde e dal vento, il poeta
alludeva «alle trame di Mirsilo contro Mitilene», e in effetti il piano letterale del
discorso emergeva nell’ultima, lacunosissima strofe, nella quale al v. 27 si legge
il termine μοναρχίαν, che doveva appunto riferirsi alla ‘tirannide’ che Mirsilo
minacciava di imporre alla città:
Τόδ’ αὖ]τε κῦμα τὼ π[ρ]οτέρ̣[ω ᾽νέμω
στείχει,] παρέξει δ’ ἄ[μμι πόνον π]όλυν
ἄντλην ἐπ]εί κε νᾶ[ος ἔμβαι
4 [ ].όμεθ’ ἐ[

[ ]..[..]·[
[ ]
φαρξώμεθ’ ὠς ὤκιστα̣[ τοίχοις
8 ἐς δ’ ἔχυρον λίμενα δρό[μωμεν,

καὶ μή τιν’ ὄκνος μόλθ[ακος   


λάβη· πρόδηλον γάρ· μεγ[   
μνάσθητε τὼν πάροιθα ν̣[ίκαν·
12 νῦν τις ἄνηρ δόκιμος γε̣[νέσθω

καὶ μὴ καταισχύνωμεν[ ἀνανδρίᾳ


ἔσλοις τόκηας γᾶς ὔπα κε̣[ιμένοις
οἳ] τᾶνδ[
16 τὰν πό[λιν
LA LIRICA MONODICA

ἔοντε[ς ἔσλοι] κ̣ὰπ πατέρων μάθος


τὼν σφ[ῶν· ὁ δ᾽] ἄ̣μμος θῦμ[ος    
ἔοικε[ ]ω̣ν̣ ταχήαν
20 ταῖ[σι   ]ο̣ν ἦτ̣ορ ἔνδ̣[ον.

Di nuovo questa ondata prodotta dal vento di prima


avanza, e ci costerà molta fatica
ALCEO 5227
527
vuotare la sentina quando [l’acqua] abbia invaso la nave
4 ...................................................................................................................

...................................................................................................................

...................................................................................................................

su, presto, rinforziamo [le fiancate]


8 e corriamo verso un porto sicuro.

E nessuno [di voi] lo paralizzi


la molle esitazione: grande [cimento] è in vista:
ricordatevi delle [vittorie] dei nostri predecessori.
12 Adesso ogni uomo sappia resistere,

e non disonoriamo [con la viltà]


i genitori valenti [che giacciono] sotto la terra,
essi che...
16 questa città...

essendo [valorosi] secondo l’insegnamento dei loro


padri, [ma il] nostro animo è simile
[a quello dei cerbiatti] veloci
20 a cui [è molle] il cuore dentro il petto.

Figurazione delle La vigilia di uno scontro armato può essere fissata da Alceo anche in modi diver-
armi ed esortazione si, senza far ricorso al procedimento allegorico, come quando l’esortazione alla
a combattere
lotta imminente viene preparata da un dettagliato elenco, condotto con rapido
taglio paratattico, dei cimeli marziali appesi alle pareti di uno spazio che va pro-
T5 babilmente identificato con un tempio sacro ad Ares: il nesso tra figurazione ed
esortazione svela la funzione pragmatica di ciò che sembra inizialmente proporsi
come mera osservazione.

La ripresa «politica» Analogamente Alceo riesce a sfruttare i moduli convenzionali dell’inno agli dèi
dei moduli dell’inno come nocciolo da cui si sprigionano ancora una volta la passione politica e l’odio
sacro
contro il «traditore» Pittaco in un carme (fr. 129 Voigt) riconducibile al periodo
T3 dell’esilio trascorso a Pirra.
Anche altrove l’esperienza dell’esilio, col senso di frustrazione e di emarginazio-
ne che ne derivava, provoca in Alceo un ricorso agli dèi, un rifugio nell’area del
sacro. Molto suggestivo in questa prospettiva appare il fr. 130b Voigt, relativo
LA LIRICA MONODICA

T4 anch’esso all’esilio conseguente al fallimento della congiura contro Mirsilo.

La poesia Quello che con termine postmoderno potremmo chiamre riflusso è l’altra faccia
del «riflusso» dell’impegno tipico della poesia politica di Alceo. Questa tendenza si esprime
nei momenti della pausa, dell’insuccesso, dell’attesa forzata e si sviluppa per
Alceo e per la sua eteria nello spazio del convito, o meglio – dal momento che
il convito è lo scenario per l’esecuzione di tutta la produzione di Alceo – in una
dimensione «metasimposiale»: in questo caso, infatti, i canonici inviti al bere si
528
52
28 LA LIRICA MONODICA
pongono esplicitamente (si «drammatizzano») come occasione del canto e della
riflessione che esso può contenere. Bere dunque per dimenticare le pene, come
T9 nel fr. 335 Voigt, o nel fr. 346 Voigt, con l’invito ad anticipare l’ora simposio,
nella consapevolezza della precarietà umana, per affogare il dolore con una mi-
T11 stura particolarmente forte di vino e acqua. Bere per resistere ai rigori dell’inver-
no (fr. 338 Voigt.), in una scena in cui il bere accanto al fuoco è emblema del
T10 conforto offerto dall’amicizia. Bere, all’opposto, per sopportare gli ardori della
T12 canicola (fr. 347 Voigt). Bere, infine, con più acuta sensibilità esistenziale e con
sapiente riuso del mito di Sisifo, per accettare il ritmo della vita senza sfibrarsi
T1 in temerarie illusioni.

Poeta ad alto Come ha sottolineato W. Rösler (vedi Lettura critica «L’invito a bere nel simpo-
grado alcoolico sio alcaico», p. 000) in polemica con antichi e moderni che più o meno esplicita-
mente hanno ricondotto gli inviti al bere a una reale propensione alcolica del po-
eta (già Ateneo 430a rimproverava al peripatetico Cameleonte di ignorare quella
φιλοινία per cui «sorprendiamo questo poeta a bere in ogni stagione e in ogni
circostanza»), «Alceo non forniva pretesti per bere, ma in un certo senso legit-
timazioni a posteriori, conferme di un fatto (si stava già insieme), anche se esse
si presentavano formalmente come spontanea reazione a una causa qualunque.
Un’impressione del genere è ottenuta soprattutto grazie a indicazioni temporali o
accenni a condizioni esterne, a cui sono connessi di volta in volta i diversi appel-
li simposiali (“ed è subito sera” [346], “è freddo fuori” [338], “estrema calura”
[347]). Anche se non è da escludere che Alceo sia stato in grado di improvvisare
carmi piuttosto brevi di contenuto topico (ma difficilmente un canto molto ricer-
cato come il fr. 347), la seguente spiegazione è in ogni caso più completa: Alceo
anticipava nella stesura situazioni tipiche come quelle menzionate e poi eseguiva
i relativi canti quando si presentava effettivamente la situazione corrispondente».
Si creava in tal modo una peculiare sinergia: «Alceo esorta gli amici a bere pro-
prio mentre li costringe ad ascoltare le sue poesie; in questo modo, sia gli amici
che vengono direttamente interpellati dal poeta sia quelli che fanno parte della
comitiva gustano, nello stesso tempo, il vino e la poesia. Il vino che viene versato
nel bicchiere e le poesie che vengono cantate da Alceo vanno nella stessa dire-
zione, l’uno a stimolare i sensi (la vista, l’olfatto, il gusto), le altre - attraverso
l’udito - a penetrare nel cuore dei convitati; grazie alla loro azione combinata,
entrambi provocano nei presenti il massimo benessere, il duplice piacere del cor-
po e dell’anima» (S. Beta).
LA LIRICA MONODICA
ALCEO 5229
529

Principi di morale arcaica


La concezione dell’uomo, del rapporto ricchezza-povertà, del dell’uomo coincida con l’ammontare delle sue sostanze (fr.
legame con le tradizioni avite che i carmi alcaici presuppon- 360 V.):
gono, coincide – e difficilmente ci si poteva attendere qual-
cosa di diverso – con quella che attestano altri autori coevi o ὠς γὰρ δήποτ’ Ἀριστόδαμον φαῖσ’ οὐκ ἀπάλαμνον
di poco più recenti di Alceo, che con lui condividono l’appar- ἐν Σπάρται λόγον
tenenza, non solo sociale, ma anche culturale, all’aristocra- εἴπην, χρήματ’ ἄνηρ, πένιχρος δ’ οὐδ’ εἲς πέλετ’
zia. In molti componimenti è possibile ritrovare le tracce di ἔσλος οὐδὲ τίμιος
questa communis opinio, che in realtà rappresenta la menta-
lità di un gruppo sociale ben definito e connotato; in qualche giacché Aristodemo un giorno a Sparta – dicono – non
caso, entro frammenti tanto mutili da non consentire altro vana sentenza
che il recupero di qualche elemento lessicale, si impongono pronunziò: «Denaro è l’uomo»: non v’è alcun povero il-
all’attenzione poche parole che pertengono all’ambito etico lustre ed onorato
e che inducono a riconnettere il carme da cui derivano a ri-
flessioni morali altrimenti conosciute. e che la Povertà, insieme con la sorella Disperazione che l’ac-
Soprattutto però attraggono l’attenzione in questo senso compagna, sia un male intollerabile (fr. 364 V.):
alcuni frammenti molto brevi, spesso di tradizione indiret- ἀργάλεον Πενία κάκον ἄσχετον, ἀ μέγαν
ta (resi noti cioè dalla citazione che ne fanno altri autori δάμνα λᾶον Ἀμαχανίᾳ σὺν ἀδελφέᾳ
antichi), il cui contesto originario è assolutamente ignoto,
che condensano in poche parole efficaci sentenze, eloquenti male odioso è Povertà, intollerabile, che grande
aforismi, giudizi lapidari che anche la nostra cultura ha com- popolo doma, con Disperazione, sua sorella.
pendiato in proverbi.
Uno di questi giudizi si legge all’interno di un lungo com- In contesti eminentemente aristocratici - nei quali tuttavia alla
ponimento (fr. 117b V.), molto malridotto e assai poco nobiltà di stirpe doveva corrispondere un cospicuo patrimonio
comprensibile, se non per i versi in cui Alceo esprime la sua – non mancano paralleli per questo giudizio alcaico: il più rile-
opinione sul fatto che il denaro sperperato in compagnia di vante e il pindarico χρήματα χρήματ᾽ ἀνήρ («denaro, dena-
donne di malaffare è perduto per sempre, come se fosse stato ro e l’uomo»: Pindaro, Istmiche II 17), che entra a far parte, più
gettato in mare: vv. 26 s. πόρ̣νᾳ δ᾽ ὅ κε τις δίδ̣[ῳ / ἴ]σα tardi, di raccolte di proverbi e sentenze, mentre la parentela
κἀ[ς] π̣ολ̣ίας κῦμ᾽ ἄλ[ο]ς ἐσ̣β̣[ά]λην «ciò che si dà a una fra Povertà e Disperazione è elemento noto anche a Teognide (I
meretrice / pari è gettarlo in canuta onda del mare»; anche 384-85) e a Erodoto (VIII 111).
Archiloco – «patrimoni rotolano nel ventre di una donnaccia» In un altro caso, il breve frammento alcaico (400 V.) τὸ γὰρ/
(fr. 302 W.) – sembra pensarla allo stesso modo, e possiamo Ἄρευι κατθάνην κάλον «giacché/ morire in guerra è cosa
star certi che non fosse l’unico a condividere con Alceo il bella», trova rispondenza nel noto esametro di un’elegia di Tir-
giudizio. teo (fr. 6, 1 W.): Τεθνάμεναι γὰρ καλὸν ἐνὶ προμάχοισι
Così, altrove (fr. 341 V.), il poeta ricorda che, se si esprime πεσόντα «È bello morire cadendo in prima fila», che Orazio
liberamente il proprio parere qualunque esso sia, si rischia di traspone nel celebre Dulce et decorum est pro patria mori (Car-
sentirsi dire in cambio ciò che non si vorrebbe: αἴ κ᾽ εἴπης mina III 2, 13).
τὰ θέλῃς, καί κεν ἀκούσαις τά κεν οὐ θέλοις: la stes- Si potrebbe procedere oltre con simili esemplificazioni: una
sa opinione si trova, sia pure formulata in maniera diversa, delle «sentenze» di Alceo tuttavia basta a mettere in evidenza
nell’Iliade (XX 250), in Esiodo (Erga 711), in Euripide (Alcesti l’atteggiamento di ossequiosa dipendenza che il poeta delibe-
704-705), per citare solo alcuni dei contesti che resero famo- ratamente assume nei confronti della tradizione: ἂπ πατέρων
sa l’affermazione, la quale si diffuse peraltro fin nel mondo μάθος, «dai padri vien la scienza» (fr. 371 V.), dichiara, e gli
latino. esempi prodotti puntualmente confermano che questo aforisma
Particolarmente significativi poi sono i versi che pongono a racchiude uno dei modi del suo poetare, cioè la fedeltà alla
tema la questione del rapporto ricchezza-povertà e la sua tradizione.
LA LIRICA MONODICA
rilevanza nel qualificare un individuo: due frammenti sem- [A. Porro, da Alceo. Frammenti, a c. di A. P., Firenze, Giunti
brano riflettere l’opinione, altrove attestata, che l’essenza 1996, XXXII-XXXIII]
530
53
30 LA LIRICA MONODICA

Saffo
Hydría (kálpis) attica
decorata nella cosiddetta
«tecnica di Six» dal Pittore
di Saffo. 500-490 circa a.C.
Provenienza sconosciuta;
ora a Goluchow, Museo
Czartoryski (Polonia).
Sul corpo dell’hydría
è tracciata una figura
femminile stante, che
indossa chitone ricamato
ed himátion, intenta a
suonare con il plettro la
lira. Accanto è inciso il
nome Psafwv (Saffo), che
caratterizza questa come
la prima raffigurazione in
assoluto della poetessa.

La vita
affo (in lesbio Ψάπφω, in attico Σαπφώ) nacque in Lesbo nella città di Ereso
Aneddotica
S (o a Mitilene), da Scamandronimo e Cleide, verso il 610 a.C. Pochi e non
esenti da sospetti di falsificazione biografistica sono gli episodi della sua vita che
noi conosciamo. Rimasta orfana di padre quando era ancora bambina, viveva a
Mitilene quando andò sposa a un ricco possidente originario di Andro, dal quale
ebbe una figlia di nome Cleide.

Il romanzo amoroso Dei suoi tre fratelli il più giovane, Larico, fu coppiere nel pritaneo di Mitilene,
di Carasso mentre il secondo, Eurigio, ci è pressoché sconosciuto. Da Erodoto (II 134-135)
ricaviamo qualche notizia interessante sul più anziano, Carasso: intrapreso un
traffico commerciale con l’Egitto e giunto nella colonia di Naucrati, Carasso si
innamorò di Dorica, un’etera tracia ricordata da Erodoto col nome Rodopi, forse
per errore (a meno che Rodopi «Sguardo di rosa» non fosse un vezzeggiativo):
non è escluso – come ipotizza A. Aloni – che potesse trattarsi di una prostituta sa-
cra di Afrodite, vista la presenza a Naucrati di un tempio di Afrodite e sulla base
di nuova documentazione che attesta l’esistenza di varie forme di prostituzione
LA LIRICA MONODICA

sacra legata proprio ai templi di Afrodite in parecchie località greche, soprattutto


coloniali.
Carasso riscattò questa Dorica/Rodopi e per lei dilapidò la propria fortuna, at-
tirandosi i duri rimproveri della sorella, una volta tornato a Mitilene: Erodoto
(II 135, 6) attesta che Saffo «in un suo carme lo rimproverò aspramente», ed
effettivamente un attacco a Dorica si può cogliere nel fr. 7 Voigt (su cui v. sotto).
Anche Strabone (XVII 1, 33) e Ateneo (XIII 596b-c) accennano a questo fratello
di Saffo e precisano che commerciava in vino.
SAFFO 5331
531
La vicenda di Carasso trova alcuni riscontri nei frammenti di Saffo a noi perve-
nuti: a una fase precedente il suo (primo?) ritorno in patria si riferiscono i versi
augurali del fr. 5 Voigt (vv. 1-12), non privi di riferimenti ad errori da parte del
T3 fratello (forse Saffo già sapeva dell’amore per l’etera).
Nel fr. 7 Voigt, molto lacunoso, Saffo sembra augurarsi che Dorica possa pagar
cara la sua superbia, cfr. v. 4 ὀφλισ]κάνην ἀγε̣ρωχία̣[ «pagare il fio per l’altez-
zosità» e in un altro carme di cui abbiamo scarsi resti si riferisce forse a un nuovo
viaggio per mare del fratello e invoca Afrodite perché impedisca il rinascere del
rapporto d’amore tra Carasso e Dorica: fr. 15, 5 Voigt ὄσσα δὲ πρ]όσθ᾽ [ἄμ]
βροτε κῆ[να λῦσαι «le cose in cui ha errato prima, quelle cancellarle» (testo
ricostruito secondo le integrazioni di H. Fränkel e E. Diels).

Vittima indiretta Ben diversamente che in Alceo, nell’opera di Saffo a noi nota sono assolutamen-
delle lotte politiche te eccezionali allusioni ai profondi rivolgimenti politici che sconvolsero l’isola
di Lesbo, ma in un brano si fa riferimento all’esilio dei Cleanattidi, la famiglia
a cui apparteneva Mirsilo, e alla politica di austerità perseguita da Pittaco, che
impediva alla poetessa di procurare alla figlia Cleide un prezioso copricapo pro-
veniente dalla Lidia.
Saffo subì in prima persona le conseguenze della lotta tra le fazioni: fu infatti
esiliata con la famiglia, trovando rifugio in Sicilia in una data compresa tra il
604 e il 599. A Mitilene poté tornare dopo il 590, verosimilmente in seguito agli
sforzi compiuti da Pittaco per giungere a una pacificazione generale e duratura.
Qui Saffo rimase presumibilmente fino alla morte, sopraggiunta quando doveva
essere già anziana, come risulta da alcuni frammenti che alludono a una sua età
T11 e 12 ormai avanzata, in particolare il fr. 58 Voigt, sul quale torneremo.

Il romanzo del Sicuramente romanzesca è la tradizione per cui sarebbe morta suicida precipi-
suicidio per amore tandosi dalla rupe di Leucade per amore non corrisposto del bellissimo barcaiolo
Faone, attestata a partire da Menandro, che scriverà una commedia sul tema, la
Leucadia. Dal fr. 258 Körte-Thierfelder si evince che l’argomento doveva essere
ben noto; del resto noi sappiamo che, a partire da Amipsia, vari autori della Com-
media Antica, e soprattutto di quella di Mezzo, intitolarono loro opere o Saffo o
Faone o Leucadia; la leggenda sarà immortalata da Ovidio nella XV delle sue
Heroides. In realtà questa invenzione biografica, presentata in una moltitudine
di varianti, dovette sorgere come variazione del mito che connetteva Faone (il
cui nome – da φάος «luce» – ne denuncia l’origine come divinità solare eolica)
LA LIRICA MONODICA
con Afrodite.

Le opere
L’opera poetica di Saffo fu divisa dagli alessandrini in almeno 8 libri (probabil-
mente 9, secondo la tradizione confluita nel βίος della Suda), ordinati secondo
criteri metrici.
532
53
32 LA LIRICA MONODICA

Per saperne di più


La tradizione diretta e indiretta
L’opera di Saffo fu ordinata dagli editori antichi in 9 libri, se- Di questa vasta produzione non ci erano noti, fin verso la fine
condo la seguente divisione di ordine metrico: del XIX secolo, che pochi frammenti pervenutici attraverso ci-
I libro: odi in strofi saffiche (da una nota sticometrica sappia- tazioni di autori di epoca ellenistica o romana, che in un paio
mo che esso conteneva 330 strofe). di casi avevano conservato odi intere o quasi intere: quella ad
II libro: distici di pentametri eolici. Afrodite (1 Voigt), trasmessa da Dionisio di Alicarnasso, e la
III libro: distici di asclepiadei maggiori. cosiddetta Ode della gelosia (fr. 31 Voigt), citata dall’autore
IV libro: distici di tetrametri ionici a maiore. del trattato Sul sublime e oggetto di «traduzione» da parte di
V libro: stando al grammatico latino Cesio Basso, raccoglieva Catullo (carme LI).
carmi in faleci in serie continua. Ma la nostra conoscenza è stata in seguito notevolmente am-
VI libro: ci è completamente sconosciuto. pliata da una serie di scoperte papirologiche, fra cui le più si-
VII libro: a questo libro appartiene il fr. 102, verosimilmente gnificative sono, in ordine cronologico:
in distici di sequenze costituite da pentemimere giambico e – 1902: P. Berol. 9722, una pergamena del VII secolo d.C. [frr.
falecio acefalo (T. 15). 92-97 Voigt];
VIII libro: abbiamo notizie e, da fonte indipendente, che ve – 1914: P. Oxy. 1231, del II secolo d.C. [frr. 16-30] e P. Oxy.
ne era uno che raccoglieva i carmi nuziali («epitalami»): resta 1232, del III secolo d.C. [fr. 44];
incerto se il libro VIII fosse appunto il libro che conteneva tali – 1922: P. Oxy. 1787, del III secolo d.C. [frr. 58-87];
epitalami, distinti comunque da quelli che erano stati assegna- – 1937: ostracon del III secolo a.C. [fr. 2];
ti ad altri libri. – 1939: P. Haun. 301, del III-II secolo a.C. [fr. 98].
IX libro: non ne sappiamo nulla, tanto che alcuni dubitano del-
la sua esistenza.

La poesia e il tiaso Anche se in molti casi il testo che abbiamo recuperato non è esteso, siamo ora in
grado di farci un’idea più adeguata di una produzione poetica che ruota essen-
zialmente intorno all’esperienza della comunità femminile del tiaso.

Parole chiav e
Tiaso
Il termine θίασος non è attestato nei frammenti di Saf- musica, della danza e del canto, praticavano il culto
fo. Indica una sorta di confraternita religiosa consacra- della bellezza e dell’eleganza raffinata, nell’ambito di
ta al culto di Afrodite e delle Cariti (e anche delle Muse, una παιδεία integrale che prevedeva anche l’inizia-
LA LIRICA MONODICA

come si vedrà negli esempi riportati), di cui Saffo era zione all’eros. Una volta che il cammino di formazione
direttrice e «sacerdotessa». L’esperienza del tiaso era fosse giunto a compimento, la parentesi del tiaso era
riservata a fanciulle che nella comunità trascorrevano il destinata a concludersi con il distacco dalle compagne
periodo della formazione, dall’infanzia all’adolescenza, per fare ritorno alla comunità d’origine e affrontare le
ricevendo un’educazione consona al rango nobiliare cui responsabilità del matrimonio e dell’inserimento in so-
esse appartenevano: apprendevano le discipline della cietà.
SAFFO 5333
533
Le occasioni Dai frammenti superstiti, il tiaso emerge innanzi tutto come un microcosmo auto-
el poetare sufficiente che catalizzava al proprio interno una gamma variegata di emozioni:
lo stupore attonito nella visione della bellezza, che può essere bellezza del corpo,
come in fr. 23, 3-6 Voigt:
ὠς γὰρ ἄν]τιον εἰσίδω σ[ε,
Φαίνεται μ᾽ οὐδ᾽] Ἐρμιόνα τεαύ[τα
ἔμμεναι,] ξάνθᾳ δ᾽ Ἐλένᾳ σ᾽ ἔϊσ[κ]ην
οὐδ᾽ ἒν ἄει]κες
...[ perché quando] ti guardo di fronte,
[neppure] Ermione tale [mi sembra]
essere,] e paragonarti alla bionda Elena
[non è affatto disdicevole]...

la bellezza di una veste, come in fr. 22, 13 s. Voigt: «Quella tua veste l’ha scon-
volta, quando l’ha vista, e io gioisco», o di un monile, come in fr. 97, 26 s. Voigt:
«... avorio ... della spilla»; la gelosia per la compagna che si è legata ad altra
figura femminile, come nel fr. 130 Voigt: «Di nuovo mi assilla Eros che scioglie
le membra, dolce-amara invincibile creatura [...] ma tu, o Attide, ti sei stancata di
T18 pensare a me e voli verso Andromeda»; la ripicca verso altre donne, soprattutto
l’Andromeda appena nominata, probabilmente la direttrice di un tiaso rivale: ad
es. fr. 133, 1 Voigt: «Andromeda ha avuto in cambio quello che si meritava»; fr.
55 Voigt: «tu giacerai morta, né più alcuna memoria di te mai / resterà in futuro:
ché tu non hai parte delle rose / di Pieria, ma anche nella casa di Ade oscura /
T10 vagherai, volata via di qui, fra le ombre dei morti»; fr. 57, 1 e 3 Voigt: «chi è la
rozza contadina che ti ammalia la mente? [...] non sa tirarsi gli straccetti sopra
le caviglie»; lo strazio del distacco (fonte di pungente rimembranza) allorché si
appressava il tempo delle nozze (fr. 94 Voigt).

Amore La rimembranza dell’amata assente è al centro anche del fr. 96 Voigt, un carme
di terra lontana tramandato da un papiro berlinese nel quale l’ «io» poetico si rivolge ad Attide,
ricordandole un’amica che ora, forse sposa di un principe lidio, vive a Sardi e
T14 spicca tra le donne della Lidia come la luna che vince lo splendore delle stelle e
diffonde la sua luce sul mare e sui campi. Nel finale è rappresentato lo struggi-
mento di questa amica lontana, che vaga ansiosa, nel ricordo dei bei momenti del
passato, presa da nostalgia irresistibile per Attide.

E al tema della separazione, ma come momento che incombe senza essere no-
LA LIRICA MONODICA
Amore e gelosia
minato, molto probabilmente si riferisce anche la cosiddetta Ode della gelosia
(fr. 31 V.), che rappresenta insieme il testo più illustre di Saffo e anche uno dei
banchi di prova interpretativi più insidiosi per cogliere il nodo comunicativo
che legava la poetessa al proprio uditorio. Dopo l’iniziale μακαρισμός (bea-
tificazione) di una figura maschile che gode il privilegio di sedere accanto alla
ragazza posta al centro della rappresentazione, viene descritto lo smarrimento
e lo sconvolgimento psico-fisico che la visione suscita nell’io lirico. L’amore è
rappresentato quale vera e propria patologia, secondo una prospettiva particola-
534
53
34 LA LIRICA MONODICA
re, tipica della sensibilità di Saffo di «descrivere l’amore non quando si realizza
felicemente, ma quando è solo tormentosa speranza o quando è ormai tormento-
T5 so ricordo» (G.A. Privitera).

Omoerotismo Se i legami omoerotici, che abbiamo già visti documentati per la Sparta del VII
passionale secolo nei partenî di Alcmane, sembrano talora effimeri e cangianti come incon-
e insieme cultuale
trollabili accensioni di desiderio (ad es. fr. 36 Voigt: «e desidero e bramo...» e
fr. 47 Voigt: «Eros ha sconvolto il mio cuore, come folata che al monte irrompe
T7 sulle querce»), è indubbio per altro verso che Saffo svolgeva una precisa funzio-
ne cultuale e che in certa misura tali rapporti erotici erano posti sotto il patronato,
se non la complicità, di Afrodite.
Più precisamente, un frammento di una biografia pubblicata nel 1974 (P. Colon.
inv. 5860), ponendo la vita di Saffo in contrasto con quella di Alceo («esiliato e
sempre in guerra coi potenti»), ricorda che:
... ἡ δ᾽ ἐφ᾽ ἡσυχίας, παιδεύουσα τὰς ἀρίστας, οὐ μόνον τῶν
ἐγχωρίων, ἀλλὰ καὶ τῶν ἀπ᾽ Ἰωνίας, καὶ ἐν τοσαύτῃ παρὰ τοῖς
πολίταις ἀποδοχῇ ὥστ᾽ ἔφη Καλλίας ὁ Μυτιληναῖος ἐν Μυτ̣[ιλήν]
ῃ Ἀφροδι[σίων τὴν προε]δ̣ρ̣[ίαν λαβεῖν.
«ella, invece, educando in piena serenità non solo le migliori fanciulle dell’isola
ma anche quelle provenienti dalla Ionia, fu così ben vista dai concittadini che,
come dice Callia il mitilenese, a Mitilene ricevette la proedria (cioè il privilegio
di avere un seggio d’onore) della festa di Afrodite».

E la sacerdotessa di Afrodite appunto alla sua dea si rivolge nel carme 1 Voigt
(pervenutoci integro) perché ancora una volta la dea le sia alleata nella «guerra»
T1 d’amore.

La funzione Oltre che ad Afrodite il tiaso era sacro alle Muse, come riscontriamo nella defi-
educatrice delle Muse nizione dell’istituzione come «casa delle Muse» (fr. 150 Voigt):
οὐ γὰρ θέμις ἐν μοισοπόλων δόμῳ
θρῆνον ἔμμεν᾽   οὔ κ᾽ ἄμμι τάδε πρέποι
Non è lecito che in casa delle ministre delle Muse
si levi funebre cordoglio (...) a noi questo non si addice.

Coerentemente con tale consacrazione le ragazze che entravano a far parte del
tiaso ricevevano una raffinata educazione nel canto e nella danza e imparavano
LA LIRICA MONODICA

a suonare la lira, apprendevano ad abbigliarsi e ad agghindarsi con eleganza e


partecipavano sia ai riti che si ripetevano all’interno della comunità sia alle ce-
lebrazioni religiose dell’isola; soprattutto, il tiaso le preparava al tempo in cui,
uscite dal gruppo, sarebbero andate spose a qualche aristocratico dell’isola o del
continente anatolico.

Imenei ed epitalami Non a caso le cerimonie matrimoniali segnano, oltre che il momento terminale
della vita comunitaria, un aspetto importante della poesia di Saffo, come mostra-
SAFFO 5335
535
no i frammenti di carattere nuziale, cioè i canti che venivano intonati in occasio-
ne delle feste di nozze o durante il corteo che alla sera scortava la nuova coppia
alla casa dello sposo (imenei) o davanti alla camera nuziale (epitalami, «canti
davanti al talamo») sia la sera stessa che il mattino seguente (gli antichi definiva-
no questi ultimi epitalami «del risveglio», διεγερτικά).
Tali canti esibiscono di frequente, accanto a una memoria particolarmente assi-
dua della dizione epica, moduli e stilemi tipici della poesia folclorica: gli elogi
della sposa (fr. 112 e 113 Voigt) e dello sposo (fr. 115 Voigt) e anche gli scherzi,
le beffe, gli insulti rituali, ad esempio ai danni dell’amico dello sposo che presi-
diava l’ingresso del talamo impedendo i tentativi delle amiche della fanciulla di
riportarla via (fr. 110 Voigt).
Caratteristiche del genere appaiono anche l’adozione dell’ἐπίφθεγμα (refrain)
rituale, come nel fr. 111 Voigt, e la «drammatizzazione» mimetica del discorso
dramatis personae lirico o in forma di dialogo, con l’evocazione di due  dramatis personae, come
T17 nel fr. 114 Voigt, o in forma di doppio orientamento illocutivo, come nel fr. 112
Voigt (v. Dossier «Riti nuziali» a p. 000).
Una varietà di soluzioni che include probabilmente quella dell’esecuzione co-
rale, qual è ipotizzabile, sulla base del confronto con il carme LXII di Catullo,
anche per brani come fr. 104a Voigt:
Espero, tu riporti ogni cosa che Aurora lucente disperse:
T16 riporti la pecora, riporti la capra, porti via la figlia alla madre.

Del resto è probabile che anche al di fuori della sfera epitalamica sia da pre-
supporre un dialogo lirico fra due semicori, o fra coro ed exarchon, in un brano
assegnabile a un threnos per la morte di Adone, fr. 140 Voigt:
Κατθνάσκει, Κυθέρη᾽, ἄβρος Ἄδωνις· τί κε θεῖμεν;
Καττύπτεσθε, κόραι, καὶ κατερείκεσθε κίθωνας.
– Muore, o Citerea, il delicato Adone: che faremo?
– Battetevi il petto, o fanciulle, e laceratevi la tunica.

Tiaso ed esperienza Quanto all’esperienza religiosa collettiva


religiosa che informava la vita interna del tiaso,
doveva essere Saffo stessa ad assu-
mervi un preciso ruolo sacerdotale
organizzando e guidando le forme
LA LIRICA MONODICA
della celebrazione rituale, come
cogliamo con particolare evidenza
nel brano recuperato dall’ostracon
T2 fiorentino.

Saffo intenta a scrivere, ritratta su un cratere.


536
53
36 LA LIRICA MONODICA

IL DOCUMENTO LETTERARIO

Le nozze di Ettore e Andromaca, modello dei canti epitalamici


Peculiare fra i canti epitalamici appare il fr. 44 Voigt, dove, probabilmente nel quadro di una festa real-
mente celebrata nell’isola, si richiamano a paragone le nozze di Ettore e Andromaca e con astuta mimesi
la materia epica comporta il riuso di vari omerismi e un sostenuto tenore descrittivo:
Κυπρο.[ ]ας·
κᾶρυξ ἦλθε̣ θε̣[ ]ελε̣[...].θεις
Ἴδαος ταδεκα...φ[..].ις τάχυς ἄγγελος
« 
τάς τ’ ἄλλας Ἀσίας .[.]δε.αν κλέος ἄφθιτον·
5 Ἔκτωρ καὶ συνέταιρ[ο]ι ἄγοι̣σ’ ἐλικώπιδα
Θήβας ἐξ ἰέρας Πλακίας τ’ ἀπ̣᾽[ἀϊ]ν‹ν›άω
ἄβραν Ἀνδρομάχαν ἐνὶ ναῦσιν ἐπ’ ἄλμυρον
πόντον· πόλλα δ’ [ἐλί]γματα χρύσια κἄμματα
πορφύρ[α] κὰτ ἀΰτμενα, ποί̣κ̣ι̣λ’ ἀθύρματα,
10 ἀργύρα τ’ ἀνά̣ριθ̣μα ποτήρια κἀλέφαις».
Ὢς εἶπ’· ὀτραλέως δ’ ἀνόρουσε πάτη[ρ] φίλος·
φάμα δ’ ἦλθε κατὰ πτ̣όλιν εὐρύχο̣ρ̣ο̣ν φίλοις.
Αὔτικ’ Ἰλίαδαι σατίναι[ς] ὐπ’ ἐυτρόχοις
ἆγον αἰμιόνοις, ἐπ̣[έ]βαινε δὲ παῖς ὄχλος
15 γυναίκων τ’ ἄμα παρθενίκα[ν] τ..[..].σφύρων,
χῶρις δ’ αὖ Περάμοιο θύγ[α]τρες [
ἴππ[οις] δ’ ἄνδρες ὔπαγον ὐπ’ ἄρ[ματα
π[άντ]ες ἠίθ̣εοι, μεγάλω[σ]τι δ̣[
δ[ ]. ἀνίοχοι φ[.....].[
20 π[ ]ξα.ο[
 mancano alcuni versi 
[ ἴ]κελοι θέοι[ς
[ ] ἄγνον ἀολ[λε
ὄ̣ρματ̣α̣ι̣[ ]νον ἐς Ἴλιο[ν
αὖλος δ’ ἀδυ[μ]έλης [ ]τ’ ὀνεμίγνυ[το
25 καὶ ψ[ό]φο[ς κ]ροτάλ[ων ]ως δ’ ἄρα πάρ[θενοι
ἄειδον μέλος ἄγν̣[ον ἴκα]νε δ’ ἐς α̣ἴ̣θ̣[ερα
ἄχω θεσπεσία̣ γελ̣[
πάντᾳ δ’ ἦς κὰτ ὄδο[ις
κράτηρες φίαλαί τ’ ὀ[...]υεδε[..]..εακ[.].[
30 μύρρα καὶ κασία λίβανός τ’ ὀνεμείχνυτο
γύναικες δ’ ἐλέλυσδον ὄσαι προγενέστερα[ι
πάντες δ’ ἄνδρες ἐπήρατον ἴαχον ὄρθιον
Πάον’ ὀνκαλέοντες ἐκάβολον εὐλύραν,
LA LIRICA MONODICA

ὔμνην δ’ Ἔκτορα κ᾽ Ἀνδρομάχαν θεοεικέλο[ις.

Cipro-(...)
giunse l’araldo (...)
Così [diceva] Ideo, il veloce messaggero:
« 
e del resto dell’Asia (...) gloria imperitura:
5 Ettore e i compagni conducono la sposa dagli occhi lucenti
da Tebe sacra e dalla Placia che scorre [perenne],
la delicata Andromaca su navi attraverso il salso
mare; e molti braccialetti d’oro e vesti
SAFFO 5337
537
di porpora giungono ai soffi del vento, variegate delizie,
10 e innumeri coppe d’argento e avorio».
Così disse e subito balzò in piedi il padre diletto
e per le vie spaziose della città la fama raggiunse gli amici.
Prontamente le donne di Ilio sotto i carri dalle belle ruote
spingevano le mule e sopra vi montava la folla tutta
15 delle donne e delle vergini dalla caviglia [sottile],
e a parte le figlie di Priamo (...)
e sotto i carri spingevano i cavalli
[tutti] i giovinetti, e grandemente (...)
(...) gli aurighi (...)
20 ...
 mancano alcuni versi 
(...) simili agli dèi
(...) arcano (...) tutt-
balza verso Ilio (...)
e l’aulo dal dolce suono (...) si confondeva
25 e lo strepito dei crotali (...) e le vergini
intonavano il canto arcano e [arrivava] fino all’etere
l’eco infinita (...)
e dappertutto c’era per le strade (...)
crateri e coppe (...)
30 mira e cassia e incenso si mescolavano
e le donne anziane gridavano «eleleu»
e tutti gli uomini alto clamore festivo innalzavano
invocando Peana lungisaettante dalla bella lira
e inneggiavano a Ettore e ad Andromaca simili gli dèi.

6 Tebe sacra: si tratta di Tebe in Cilicia (cfr. Iliade VI 395- 33 invocando Peana: il dio Peana non è esplicitamente iden-
397). - Placia: una fonte del monte Placo. tificato con Apollo anche se fornito di un epiteto («lungisaet-
tante») tipicamente apollineo. Sul peana, si veda il capitolo «La
31 ἐλέλυσδον: levano l’ ὀλολυγή, il grido sacro che era solito produzione lirica, storia e generi», p. 000.
seguire l’abbattimento della vittima sacrificale.

Analisi del testo


La giusta reazione contro il «panomerismo» (la tendenza a ri- d. ἐπ᾽ ἄλμυρον / πόντον ai vv. 7 s. sembra costruito, con la
conoscere ad ogni costo la presenza della dizione omerica nel tecnica sub-epica a cui abbiamo fatto riferimento toccando del
linguaggio dei lirici) ha indotto a ipotizzare, anche per quei nessi Ciclo epico e degli Inni «omerici», dislocando tra fine e inizio
formulari e per quelle collocazioni di singoli vocaboli all’interno di verso un nesso – attestato, ma nell’ambito di un unico ver-
del «pentametro» eolico che appaiono coincidenti con la loro so, in Esiodo, Teogonia 107 ἁλμυρὸς ἔτρεφε Πόντος e 964
apparizione all’interno dell’esametro omerico, non un riuso sofi- ἁλμυρὸς ἔνδοθι πόντος – che doveva esser nato dall’intera-
sticato del linguaggio epico ionico ma la continuazione di filoni zione fra ἁλμυρὸν ὕδωρ (cfr. Odissea IV 511) e ἐπὶ οἴνοπα
dimenticati di poesia narrativa eolica in «pentametri». πόντο (Iliade II 613 ecc.);
Senonché le coincidenze con Omero sembrano davvero troppe e. κἄμματα al v. 8, ἀθύρματα al v. 9, Ἴλιον al v. 23,
e troppo puntuali perché si possa negare un rapporto diretto προγενέστεραι al v. 31 hanno tutti la stessa collocazione che
coi poemi omerici o comunque con la dizione epica elaborata troviamo in Omero;
LA LIRICA MONODICA
in area ionica: f. ἄχω θεσπεσία al v. 27 replica fedelmente (come fa anche
a. τάχυς ἄγγελος al v. 3 ha una collocazione corrispondente Alceo in fr. 130b, 19 Voigt) la collocazione incipitaria di ἠχῇ
a quella che troviamo in Iliade XVIII 2 (e altrove) nella frase θεσπεσίῃ in Iliade VIII 159 e altrove.
clausolare ταχὺς ἄγγελος ἦλθε e (e ταχὺς ἄγγελος da solo Piuttosto, si rivelano specifici della tecnica narrativa di Saffo sia
compare anche, sia pure spostato all’indietro di un metron, in il ritmo paratattico che allinea i quadri festivi in rapida succes-
Iliade XXIV 292 e altrove); sione sia il crescendo per cui da ultimo si sottolinea l’emissione,
b. κλέος ἄφθιτον al v. 4 ha la stessa collocazione che in Iliade da parte delle donne anziane e degli uomini, rispettivamente del
IX 413, in Esiodo fr. 70, 5 Merkelbach-West e in un’iscrizione grido rituale che scandiva l’abbattimento della vittima sacrificale
delfica coeva a Saffo (nr. 344 Hansen); (l’ὀλολυγή) e del peana nuziale, ossia di quegli atti che doveva-
c. ἐλικώπιδα al v. 5 richiama la clausola ἑλικώπιδα κούρην no aver luogo nel presente della festa isolana (e dunque con una
che incontriamo in Iliade I 98, in Esiodo, Teogonia 998 ecc.; ricercata sovrapposizione fra racconto e rituale, mito e attualità).
538
53
38 LA LIRICA MONODICA

L’amore Luogo di molteplici e complesse relazioni erotico-affettive, il tiaso viene infine


per la bellezza, a rappresentare un’esperienza nel cui ambito si definisce e si afferma un sistema
valore-cardine
di precisi valori, differenziati da quelli tradizionali, al centro dei quali si po-
ne l’amore per la bellezza, segno distintivo della comunità saffica. “Manifesto”
cosciente della novità di questo credo anticonvenzionale è il fr. 16 Voigt, nel
quale l’esempio mitico di Elena costituisce il paradigma dei valori alternativi e
complementari all’etica maschile: la cosa più bella non è il potere o la forza di
cui sono emblema i carri dei Lidi e i fanti in completa armatura, bensì perseguire
ciò che si ama. Non si tratta certo di «ingenuità spirituale, che ha qualche cosa
di fanciullesco» (G. Perrotta), quanto piuttosto di una precisa ideologia, sociale
e religiosa, che ha valore comunitario e che insiste con grande incisività sulla
consapevole e autonoma capacità di selezionare e affermare i valori. Nel fina-
le dell’ode il ricordo di Anattoria, di cui l’«io» poetico vorrebbe contemplare
l’amato incedere e il luminoso scintillio del volto ben più che i carri lidii e i fanti
in armatura, consente di individuare un sottile parallelismo fra Saffo ed Elena, in
T4 quanto donne integralmente devote al potere di Afrodite.

La bellezza rivaluta Il senso della bellezza come fruizione di luce che emerge con perentoria origi-
anche la vecchiaia nalità nel fr. 16 Voigt permette a Saffo anche di superare la tradizionale visione
che individuava nella vecchiaia l’età della rinuncia a tutto ciò che l’uomo aveva
T12 amato e desiderato (fr. 58, 14-26 Voigt). E questa consapevolezza si rispecchia
in una pienezza esistenziale ben più intensa di quella che affiora in Solone, che,
pure, dichiarava di invecchiare «molte cose sempre imparando», p. 000, rispon-
dendo esplicitamente a Mimnermo che si augurava invece di morire quando non
avesse più usufruito dei doni di Afrodite.

Anacreonte
on Anacreonte, vissuto mezzo secolo dopo Alceo e Saffo, lasciamo l’area
C eolica e l’isola di Lesbo per tornare alla cultura ionica, di cui questo poeta

Kylix attica a figure rosse


di Oltos. 520-510 circa
a.C. Da Vulci; ora a Londra,
LA LIRICA MONODICA

British Museum. Una figura


maschile barbata e incoronata,
che indossa chitone ed himátion,
è identificabile in Anacreonte grazie
al nome chiaramente espresso a lato
(∆Anakrevwn). Egli suona la lira mentre
esegue un rapido movimento di danza
in compagnia di un giovane seminudo. Se
l’identificazione all’interno di questa scena
di kômos è corretta, si tratta certamente di
un’immagine precoce del poeta, raffigurato sul
vaso quando era ancora in vita.
ANACREONTE 5339
539
è interprete raffinato e arguto in un ambiente, quello delle corti dei tiranni, che
rappresenta un nuovo spazio privilegiato dell’attività poetica.

La vita
nacreonte (Ἀνακρέων) nacque a Teo (città ionica a sud-ovest di Smirne) in-
A torno al 570 a.C. Intorno al 545, quando Arpago, generale di Ciro, attaccò le
città costiere dell’Asia Minore, per sottrarsi al dominio persiano il poeta lasciò la
patria e insieme con un gruppo di concittadini fondò la colonia di Abdera, sulla
costa tracia.

I rapporti con All’incirca dal 533 soggiornò a Samo, dove fu precettore di musica al figlio del
Policrate di Samo… tiranno Policrate fino all’uccisione di questi nel 522: i rapporti con il tiranno
furono per Anacreonte molto importanti e, anche se il suo nome non compare
mai nei frammenti a noi noti, Strabone (XIV 1, 16) dice che la sua poesia ne era
piena.

…e con Ipparco Dopo l’assassinio di Policrate si trasferì ad Atene, dove unitamente ad altri poeti
ad Atene… del tempo, fra cui Simonide di Ceo, era stato invitato alla corte del tiranno Ippar-
co, figlio di Pisistrato. Ad Atene pare sia rimasto anche dopo l’assassinio dello
stesso Ipparco nel 514, forse fino alla morte, avvenuta in tarda età. La definitiva
permanenza nella capitale attica sarebbe stata interrotta soltanto da un soggiorno
in Tessaglia, se dobbiamo assumere come autentici i due epigrammi (198 e 199
Gentili) che documentano la sua familiarità col re alevade Echecratida e con la
moglie di lui Diseride.

…evidenziano Come ha sottolineato B. Gentili, «con l’emergere delle tirannidi e della loro po-
l’incarnazione litica culturale, un nuovo tipo di rapporto s’instaura tra il poeta e il suo destina-
del poeta-cortigiano
tario. Anacreonte è tra i primi ad impersonare il modello del poeta cortigiano,
presso la corte di Policrate di Samo e, in un secondo tempo, ad Atene alla corte
dei Pisistratidi. Il racconto erodoteo (III 121), secondo il quale l’inviato del sa-
trapo Orete fu introdotto al cospetto di Policrate mentre era presente anche Ana-
creonte, indica chiaramente quale fosse il grado di confidenza e considerazione
di cui egli godeva presso il tiranno.
Il talento d’oro offertogli da Policrate (che il poeta peraltro avrebbe rifiutato)
lascia intravedere che al prestigio si accompagnava un’adeguata remunerazione
LA LIRICA MONODICA

economica. La fastosa corte di Policrate rappresentava lo spazio ideale per le


varie attività del poeta cortigiano, che non solo poteva attingervi, come Ana-
creonte, i temi festosi delle riunioni liete di amici, capaci di godere le gioie del
simposio, ma anche, per la poesia di Ibico, motivi più strettamente celebrativi.
Ormai consapevole della preminenza della sua funzione, il poeta si rende conto
anche del valore “commerciale” della propria sophía. Egli la offre al miglior
acquirente, gettando le basi di quell’etica che vede nella sophía e nella ricchezza
due valori equipollenti e scambiabili».
540
54
40 LA LIRICA MONODICA

L’opera
filologi ellenistici divisero i carmi di Anacreonte in 5 o 6 libri in relazione ai
I metri impiegati, distinguendo fra i versi lirici (μέλη: tali sono la grandissima
maggioranza dei frammenti superstiti) e quelli recitativi o considerati tali (giam-
bi e distici elegiaci): il I libro conteneva i carmi in strofe di gliconei chiusi da un
ferecrateo, nel II comparivano carmi in tetrametri ionici. Ce ne restano circa 160
frammenti.

L’amore La poesia di Anacreonte ebbe come temi principali l’amore e il simposio, tan-
e il simposio… to che Seneca (Epistole a Lucilio 88, 37) potrà ricordare, motteggiando, che il
filologo alessandrino Didimo si attardava a disquisire «se Anacreonte fosse più
incline ai piaceri dei sensi o a quelli del vino» (libidinosior Anacreon an ebrio-
sior vixerit).

…proposti secondo Dai suoi canti emergono rapide figure di adolescenti o di etere, idoleggiate
la giusta misura nell’ambito di una socialità simposiale che ricerca ad un tempo il tratto arguto
e l’idealizzazione del bello e mira ad espungere ogni aspetto che possa suonare
eccessivo e dissonante.
Così vediamo il poeta assumere il ruolo del simposiarca e prescrivere la giusta
T1 misura del bere.

L’eros simpodiale Prima fra le gioie del simposio è il gioco erotico, e Anacreonte si riferisce spesso,
come gioco con una peculiare mistione di serietà e di scherzo, alla forza di Eros, il dio gentile
coperto di fiori che però a volte colpisce violento, come fa il fabbro col ferro
T7 rovente (fr. 413 PMG):
Di nuovo Eros come un fabbro mi ha colpito con un grosso
maglio e mi ha tuffato in un torrente invernale.

Talora è in primo piano la bellezza femminile, come nel brano sulla «puledra
T8 Tracia» (417 PMG):
Puledra tracia, perché guardandomi di traverso
2 senza pietà mi fuggi e credi che io abile non sia?
Sta’ certa, con arte potrei metterti il freno
4 e reggendo le redini farti girare attorno ai termini della pista.
Ma tu pascoli sui prati e scherzi saltellando:
LA LIRICA MONODICA

6 non hai per cavalcatore un bravo cavallerizzo!

Ritrosa, ma con ben diversa motivazione, è anche la «ragazza di Lesbo» del fr.
T2 358 PMG:
Di nuovo con una palla purpurea
colpendomi Eros dall’aurea chioma
con la ragazza dal sandalo variopinto
mi invita a scherzare.
ANACREONTE 5441
541
5 Ma lei – proviene dalla ben costrutta
Lesbo – la mia chioma
(è bianca) disprezza
e verso un’altra guarda a bocca aperta.

Ancor più frequentemente, a stare alle testimonianze degli antichi, Anacreonte


avrebbe cantato la bellezza degli adolescenti (Megiste, Batillo, Cleobulo, il tra-
cio Smerdi): un’importanza assegnata alla poesia pederotica che si comprende
anche tenendo conto che sia presso la corte di Policrate sia presso quella ateniese
di Ipparco pare fossero graditi i canti di intonazione omoerotica.

La vecchiaia Questo edonismo estetizzante e mondano ha talora i suoi risvolti cupi, non a caso
e la fine del gioco connessi con quella vecchiaia che, come in Mimnermo, rappresenta il limite fi-
siologico di una simile concezione del vivere: così, nel fr. 395 PMG, il singhioz-
zo del poeta suona tanto accorato e inconsolabile da aver fatto ripetutamente
T4 dubitare (ma senza valide ragioni) dell’autenticità del brano:
Canute ormai a noi
le tempie e candido il capo
e giovinezza leggiadra più
non è qui, ma decrepiti sono i denti
e non più della dolce
6 esistenza molto tempo rimane.

Ecco perché singhiozzo


spesso paventando il Tartaro:
pauroso è di Ades
il recesso e dolorosa
la discesa, perché è fissato che
12 chi discese più non risalga.

Eco politiche Anacreonte mostrò una certa at-


e schizzi di nuovi tenzione anche per eventi poli-
soggetti sociali
tici e fenomeni sociali, come
quando invoca Artemide per-
ché protegga i cittadini di Ma-
gnesia sul Meandro (fr. 348
PMG) o quando stigmatizza
LA LIRICA MONODICA

l’ascesa del ridicolo Artemone


(fr. 388 PMG), che un tempo
portava un berrettino a punta e
orecchini di legno e una sudicia
fodera di scudo e se la faceva con
fornaie e prostitute, mentre ora mon-
ta in carrozza e porta collane d’oro e un
T3 parasole d’avorio.
542
54
42 LA LIRICA MONODICA

MEMORIA STORICA Policrate e la tirannide a Samo


È probabilmente nella Ionia che fece la sua comparsa la tirannide, o almeno che il termine tiranno venne
applicato ad un regime che ricordava piuttosto il potere dei despoti orientali che non quello «tra pari»,
caratteristico della polis sin dalle origini. Tuttavia non conosciamo quasi nulla dei tiranni
ioni, ad eccezione di tre personalità: Trasibulo di Mileto, Pittaco di Mitilene e soprattutto
Policrate di Samo.

Riguardo a Trasibulo conosciamo specialmente il famoso aneddoto dei suoi rapporti con
Periandro di Corinto. Quest’ultimo aveva inviato a Trasibulo un messaggero per chiedere
consiglio sul miglior modo di governare; il tiranno condusse l’emissario in un campo e
tagliò tutte le spighe più alte. Periandro capì la lezione, quella cioè di condannare a
morte tutti i cittadini che si distinguevano dagli altri. L’aspetto ugualitario del provve-
dimento conferma quanto già sottolineato a proposito del legame tra tirannide e crisi
della società aristocratica. Tuttavia, a voler credere ad Erodoto, alla caduta della tirannia
a Mileto non seguì l’insediamento di un regime stabile, bensì violenti disordini che de-
vastarono le campagne sino a quando la mediazione degli abitanti di Paro non riuscì a
ristabilire l’ordine.

Pittaco di Mitilene non fu un vero e proprio tiranno. Sembra persino che all’inizio
egli fosse l’arbitro chiamato a ristabilire l’ordine dopo le sollevazioni provocate dal-
la tirannia di due personaggi a noi quasi sconosciuti: Melancro e Mirsilo. Non un ti-
ranno dunque, anche se tale apparve agli occhi di due suoi contemporanei, i poe-
ti Alceo e Saffo che preferirono la via dell’esilio piuttosto che piegarsi al suo domi-
nio. Un aneddoto riportato da Diodoro merita comunque la nostra attenzione: in
ringraziamento della sua azione i Mitilenesi avrebbero offerto a Pittaco un Campo
che questi fece «distribuire a ciascuno in parti uguali, sostenendo che l’uguale era
meglio del più», ulteriore esempio, questo, di egualitarismo legato alla tirannide.
Resti dell’Heraion di Samo. Se per noi Trasibulo e Pittaco sono poco più che nomi, il caso di Policrate di Samo è
invece molto diverso. La potenza navale di Corinto nel VII secolo sembra fosse poca cosa
in confronto alla “talassocrazia” samese, almeno secondo Erodoto. Policrate si era impadronito di Samo in
seguito a una stasis. Come altri tiranni già ricordati, questi non era estraneo all’aristocrazia che dominava
LA LIRICA MONODICA

Galleria dell’acquedotto tradizionalmente


attribuito all’architetto Eupalino di Megara.
ANACREONTE 5443
543
la città, poiché suo padre, Aiace, è noto attraverso un’iscrizione per aver dedicato all’Heraion di Samo la
decima del bottino riportato da una spedizione marinara.
Quest’aristocrazia era composta soprattutto da proprietari terrieri che non esitavano a praticare il com-
mercio e la pirateria, come attesta lo sviluppo della marina samese nonché l’aneddoto relativo a Coleo di
Samo che commerciava con l’Egitto e che venne trascinato da una tempesta sino alle coste iberiche.
Non sappiamo quale fosse l’origine della stasis che consentì a Policrate di impadronirsi dell’isola. Non
Kouros gigantesco ri- è escluso però che lo sviluppo delle costruzioni navali e dell’artigianato avesse dato origine a un demos
trovato nell’He-
raion e con-
urbano il quale sarebbe poi riuscito a strappare a quest’aristocrazia alcune prerogative, demos di cui Poli-
servato nel crate si sarebbe fatto difensore. Erodoto riferisce che egli avrebbe preso il potere con l’aiuto di soli quin-
Museo di dici opliti. Della sua politica interna non sappiamo praticamente nulla, tranne che egli aveva costretto
Samo. all’esilio buona parte degli aristocratici sami i quali trovarono, sembra, asilo presso i Lacedemoni dopo
aver inutilmente cercato di riprendere il potere a Samo.
Erodoto insiste soprattutto sullo sviluppo della potenza marittima, sulle azioni di pirateria praticate
nell’Egeo, sulle isole assoggettate al dominio samese, accennando inoltre ai rapporti che legavano Po-
licrate al re d’Egitto Amasi – lo stesso che aveva accolto a Naucrati i mercanti greci tra cui numerosi
Sami – rapporti d’amicizia cui l’eccessiva fortuna del tiranno avrebbe posto fine (vedi la famosa
storia dell’anello perduto e poi ritrovato, Erodoto, T. 000). Ciò giustificherebbe forse l’aiuto
fornito da Policrate a Cambise, quando questi procedette alla conquista dell’Egitto il che
avrebbe d’altronde permesso al tiranno di sbarazzarsi dei suoi avversari.
Ultimo elemento da considerare, i Polykràteia erga, i grandi lavori che Aristotele attribui-
sce al tiranno. Erodoto giustifica il grande spazio dedicato alle questioni samie con il fatto
che a Samo si trovavano i «tre più grandi monumenti di tutta la Grecia»: una galleria lunga
sette stadi al cui interno era scavato un canale che portava l’acqua sino in città, opera
dell’architetto megarese Eupalino; un mulino lungo due stadi che si ergeva in mezzo al
mare e infine il famoso Heraion dovuto all’architetto samio Roico. Erodoto, tuttavia, non
associa direttamente la loro costruzione al regno di Policrate; in compenso, è proprio a
quest’ultimo che attribuisce lo scavo di un fossato che circondava le mura di Samo, opera
cui vennero destinati i prigionieri lesbici, sconfitti in una battaglia navale.
Neanche gli archeologi che hanno scavato a Samo si pronunciano in modo categorico
sull’attribuzione al regno di Policrate dei monumenti decantati da Erodoto, e del resto
poco importa se il tiranno aveva praticato una politica di prestigio in questo settore; dob-
biamo inoltre diffidare delle considerazioni degli autori antichi sul rapporto tra la tirannide
e una politica di grandi costruzioni suscettibile di occupare i cittadini allontanandoli dalle
questioni pubbliche. Resta, comunque, che nella tradizione il nome di Policrate è legato
alla grandezza di Samo,
Ma il suo regno si sarebbe comunque chiuso tragicamente: spinto dal persiano Orete, che gli
aveva fatto balenare la possibilità di una spartizione dei suoi tesori se l’avesse aiutato a sottrarsi
alla collera di Cambise, Policrate si recò a Magnesia di Meandro, dove venne ucciso, dice Erodoto,
«in modo troppo orrendo per poter essere raccontato», molto probabilmente scorticato vivo.
A Samo, intanto, Policrate aveva affidato la reggenza al suo segretario, un certo Meandrio. Ero-
doto attribuisce a questo Meandrio sorprendenti affermazioni alla notizia della morte di Policrate.
Convocata, infatti, l’assemblea di tutti i cittadini di Samo, Meandro dichiarò di rifiutare il potere
affidatogli da Policrate (III 142):
poiché [questi] non godeva della mia approvazione quando regnava da despota su uo-
mini che erano suoi simili; approvazione che non darò del resto a nessun altro se dovesse
agire nello stesso modo. Adesso che il destino di Policrate si è compiuto, io rimetto il
potere al centro e proclamo per voi tutti l’isonomia.
LA LIRICA MONODICA

Poiché aveva comunque preteso alcuni privilegi per sé, Meandrio si scontrò con un certo Telesarco che
gli rifiutò il diritto di decidere al posto dei Sami rinfacciandogli le sue modeste origini. Per qualche
tempo Meandrio conservò comunque il potere, sino a quando i Persiani si impadronirono dell’isola per
insediarvi il tiranno Silosonte, fratello di Policrate. Silosonte, esiliato in Egitto dopo
che Policrate aveva preso il potere, intratteneva inoltre ottimi rapporti con Dario. A
Samo, dunque, la tirannide sopravvisse, ma, così come accadde a Mileto e in moltis-
sime altre città della Ionia, il tiranno era ormai un agente della potenza persiana.
[C. Mossé, A. Schnapp-Gourbeillon, Storia dei Greci, trad. it., Roma, La Nuova
Italia Scientifica 1997, 184-86]
544
54
44 LA LIRICA MONODICA

I carmi conviviali:
l’antologia degli «scolî attici»
ome abbiamo visto fin qui, di ambientazione simposiale è – ad esclusione
C di quella legata al culto e alle feste pubbliche – larghissima parte della lirica ar-
caica, sia nell’ambito della melica monodica che dell’elegia e del giambo. Ma ancora
più tipici del simposio furono gli σκόλια, i carmina convivalia per antonomasia.

Repertori Ben presto questi σκόλια si costituirono in repertori antologici ricavati da re-
e tradizione aperta gistrazioni (ὑπομνήματα) risalenti a effettive riunioni simposiali e destinate a
fungere da archivio mnemonico per nuove occasioni di intrattenimento: dunque
“libri aperti”, pronti ad accogliere continui arricchimenti e libere variazioni e,
anche, spie preziose per comprendere il processo genetico di quella sostanziosa
antologia di antologie che abbiamo visto essere, per l’elegia, la silloge teognidea.

Tradizione indiretta… Di tali repertori sono giunte a noi testimonianze importanti sia attraverso i papiri
(come è il caso del P. Berol. 13270, che raccoglie i cosiddetti «canti di Elefanti-
na»: di essi, in quanto composti fra V e IV secolo a.C., toccheremo nel capitolo
sui poeti minori dell’età classica) sia attraverso citazioni di eruditi d’età impe-
riale.

…e diretta Da Diogene Laerzio, il quale a sua volta attingeva all’erudito del IV-III secolo
a.C. Lobone di Argo, ci sono stati trasmessi sei scolî attribuiti ai Sette Sapienti
e forse risalenti al V secolo: nonostante il ripetuto sospetto, già avanzato da J.
Casaubon, secondo cui si tratterebbe di falsi inventati dallo stesso Lobone, è
probabile – per motivi tematici, stilistici e metrici – che essi siano stati composti
nel corso del V secolo a.C. e che rappresentassero in origine brani effettivamente

Parole chiav e
σκόλια
LA LIRICA MONODICA

Con σκόλια o carmina convivalia già gli antichi inten- venti originali, basati sull’improvvisazione estempo-
devano più specificamente quei carmi eseguiti in serie ranea o sul riuso di pezzi già personalmente composti,
con l’accompagnamento della cetra nel corso di un sia rielaborazioni di brani d’autore decontestualizzati
simposio da parte dei convitati più esperti e più abili dalle composizioni di cui originariamente facevano
(i συνετώτατοι), i quali potevano offrire sia inter- parte.
I CARMI CONVIVIALI: L’ANTOLOGIA DEGLI «SCOLÎ ATTICI» 5445
545
eseguiti, senza riferimento agli illustri savi, nel corso dei simposi e poi raccolti
entro una cornice narrativa di carattere conviviale dallo stesso Lobone (v. capi-
tolo sui Presocratici, p 000).

Gli scoli «attici» Per l’età tardo-arcaica possediamo tramite Ateneo (XV, 694c ss.) una silloge di
25 scolî detti «attici» (nrr. 884-908 PMG):
1 Pallade sovrana, Atena Tritogenia,
solleva questa città e i suoi cittadini
senza dolori e discordie
e morti premature, tu e il padre tuo.

2 Canto l’olimpia madre di Pluto


Demetra nelle stagioni che portano serti,
e anche te, Persefone figlia di Zeus:
salve, e curate con zelo questa città.

3 A Delo un giorno Latona partoriva i suoi figli,


Febo dall’aurea chioma, il sire Apollo,
e la selvaggia cacciatrice di cervi
Artemide, che gran potere ha sulle donne.

4 O Pan che ti curi d’Arcadia gloriosa,


danzatore compagno delle Ninfe invasate,
che tu possa sorridere, o Pan, da queste
mie liete canzoni (?) rallegrato.

5 Vincemmo come volevamo


e furon gli dèi a portarci la vittoria
presso (...) di Pandroso1.

6 Oh se si potesse, per scoprire come ciascuno è,


aprirgli il petto e poi la mente
osservarne e infine richiuderlo
e poterlo considerare amico con cuore sincero.

7 La salute per un uomo mortale è la prima cosa,


la seconda esser bello d’aspetto,
la terza arricchire senza frodi,
la quarta far festa con gli amici.
LA LIRICA MONODICA

8 (...) da terra bisogna che osservi la rotta,


se uno può e ne ha il destro,

1. Pandroso: figlia di Cecrope, re di Atene. Insieme con le sorelle Erse e Aglauro aprì il cesto affidato loro da
Atena col divieto di guardarvi dentro: alla vista di Erittonio, il misterioso figlio di Efesto, e delle serpi che lo
custodivano, le tre sorelle si precipitarono atterrite giù dal pendio settentrionale dell’acropoli. A Pandroso fu
dedicato un santuario (a cui verosimilmente qui si alludeva) adiacente a quello di Atena Poliade.
546
54
46 LA LIRICA MONODICA
ma quando ci si trovi in mezzo al mare
è necessario correre secondo le circostanze.

9 Così disse il granchio


dopo aver afferrato il serpente con la sua chela:
«il compagno deve essere diritto
e non celare pensieri tortuosi»2.

10 Nasconderò la spada in un ramo di mirto


come Armodio e Aristogitone
quando uccisero il tiranno
e crearono per Atene uguaglianza nella legge.

11 Carissimo Armodio, non ancora sei morto,


ma nelle Isole dei Beati dicono che tu sia,

Kylix attica, a figure rosse, del Pittore di Brygos.


480-470 circa a.C. Dall’Italia; ora a Copenhagen,
Museo Nazionale. Entro il medaglione della kylix
è raffigurato un simposiasta barbato, semidisteso
sulla sua kline e intento a liberarsi lo stomaco dal
troppo vino bevuto; in questo suo sforzo egli riceve
l’aiuto di un paîs, che con un gesto di notevole realismo gli
trattiene la fronte. La scena della coppa costituiva una sorta di
LA LIRICA MONODICA

ammonimento visivo contro gli eccessi del bere, al pari di inviti


poetici quali Teognide, vv. 509-510, 837-840.

2. il compagno… tortuosi: viene condensato uno schema favolistico che ritroviamo in Babrio (109) e in una
favola del corpus Aesopicum (nr. 211 Hausrath = 290 Chambry): «Un serpente e un granchio vivevano nel
medesimo luogo. Il granchio si comportava in modo corretto e gentile verso il serpente, il quale invece agiva
continuamente in modo subdolo e malvagio. Il granchio esortava sempre il suo vicino a mantenere rapporti
leali e ad imitare il suo comportamento, ma il serpente non si lasciava persuadere. Allora quello un giorno
s’irritò e avendo sorpreso il serpente, mentre dormiva gli strinse la gola fra le sue chele e premendo a tutta
forza lo uccise. Come lo vide disteso, gli disse: “Bello mio, è inutile che tu sia retto ora che sei morto, avresti
dovuto darmi ascolto quando io ti esortavo da vivo”» [tr. di F. Maspero].
I CARMI CONVIVIALI: L’ANTOLOGIA DEGLI «SCOLÎ ATTICI» 5447
547
là dove è il piè veloce Achille
e dicono che sia Diomede.

12 Nasconderò la spada in un ramo di mirto


come Armodio e Aristogitone
quando nelle feste in onore di Atena
uccisero il tiranno Ipparco.

13 Per sempre durerà sulla terra la vostra fama,


carissimi Armodio e Aristogitone,
poiché uccideste il tiranno
e creaste per Atene uguaglianza nella legge.

143 Impara, amico, il detto di Admeto e ama i valenti,


ma dai vili sta’ alla larga, conscio che poca è dei vili la gratitudine.

15 Figlio di Telamone, Aiace guerriero, dicono che tu


andasti a Troia come il migliore fra i Danai dopo Achille.

16 Dicono che per primo Telamone e per secondi


fra i Danai Aiace e Achille andarono a Troia.

17 Oh se diventassi una bella lira d’avorio


e bei ragazzi mi portassero alla danza sacra a Dioniso!

18 Oh se fossi un grande, prezioso gioiello d’oro non tocco dal fuoco


e mi portasse una bella donna con la mente onesta.

19 Bevi godi ama inghirlandati con me,


folleggia con me se folleggio, controllati se mi controllo.

20 Sotto ogni pietra, amico, si nasconde lo scorpione.


Attento al morso! In ciò che non si vede si annida un’insidia.

21 La scrofa tiene una ghianda e un’altra brama di afferrare:


io ho fra le braccia una bella ragazza e un’altra bramo di afferrare.

22 La prostituta e l’addetto ai bagni hanno sempre la stessa indole:


lavano il valente e il vile nella medesima tinozza.
LA LIRICA MONODICA
23 Empi la coppa anche a Cedone4, inserviente – non te lo scordare! –
se bisogna mescere il vino agli uomini valenti.

3. Al pari del n. 20 questo scolio viene attribuito alla poetessa Prassilla di Sicione (vedi capitolo sulla lirica
corale tardo-arcaica, p. 000) negli scoli alle Vespe di Aristofane.
4. Cedone: autore di un fallito tentativo (anteriore a quello di cui allo scolio seguente) di cacciare i Pisistratidi.
5. Lipsidrio: località al confine fra Attica e Beozia.
548
54
48 LA LIRICA MONODICA
24 Ahi ahi! Lipsidrio5 che hai tradito i compagni!
Che uomini hai fatto perire, nel combattere
valorosi e di nobile stirpe:
mostrarono allora di quali padri eran figli.

25 Chi non tradisce l’amico ottiene grande


onore e fra i mortali e fra gli dèi, a mio giudizio.

Analisi del testo


Il repertorio salvato da Ateneo mostra assai bene quelle che • Forse a questa stessa pericope apparteneva una volta,
dovevano essere le scansioni peculiari di questi «libri simposia- data l’identità metrica, anche il nr. 24, il componimento
li»: serie («pericopi») raggruppate secondo criteri che vanno fra tutti più interessante come testimonianza storica,
dal metro all’identità dell’incipit, dalla ricorrenza di determina- essendovi rievocata, con forte gesto patetico (l’attacco
te parole-chiave al nesso a botta e risposta caratteristico della con l’interiezione αἰαῖ), la sconfitta subita dagli esuli
«coppia agonale». Ma è in primo luogo il filo rosso del disegno aristocratici, e in particolare dal genos degli Alcmeoni-
metrico che permette di orientarci in questo caos apparente di, contro il tiranno Ippia figlio di Pisistrato nello scon-
di temi, riprese, variazioni, auguri, motti, proverbi. Risultano tro avvenuto presso la località di Lipsidrio, alle pendici
allora circoscrivibili, a parte qualche componimento «extrava- del Parnete (sul confine fra Attica e Beozia), verso il
gante» (nrr. 8; 9; 14; 23; 25), tre pericopi: 514/513 a.C. (cfr. Erodoto V 62, 2);
1. la prima pericope (componimenti 1-13) viene individuata • la seconda pericope comprende i componimenti 15-18,
dall’uso generalizzato di un tipo di strofe costituita da fale- che si presentano come distici costituiti da dimetro co-
cio (x x – ˘ ˘ – ˘ – ˘ – – ˘) / falecio / dimetro coriambico B riambico A + dodrans A (– ˘ ˘ – ˘ – ˘ – – ˘ ˘ – ˘ – ˘) e
(˘ ˘ – ˘ – – ˘ ˘ –) / doppio dodrans A (– ˘ ˘ – ˘ –). A sua dimetro coriambico A + ibiceo (– ˘ ˘ – x – ˘ – – ˘ ˘ – ˘
volta la contiguità tematica isola all’interno della pericope ˘ – ˘ – ˘) e si ripartisce nitidamente in due coppie:
alcune unità minori; • due versioni (nrr. 15-16) sul tema dell’esaltazione di
2. i componimenti 1-4, costituiti da invocazioni a divinità Aiace, l’eroe dell’attica Salamina;
(Atena, Demetra, Pan) o, comunque, dalla rievocazione di • una “coppia agonale” (nrr. 17-18) per cui, grazie alla
una nascita divina, si trovano collocati al principio perché riproposizione del modulo dell’adynaton («oh potessi di-
le preghiere facevano parte, unitamente alle libagioni, de- ventare...!»), alla lode dell’omoerotismo si contrappone
gli atti preliminari del simposio. Analogamente, la silloge l’elogio dell’eros eterosessuale;
teognidea si apre (vv. 1-18) con tre quartine e una sestina • una terza pericope (nrr. 19-22) è contrassegnata da di-
elegiache contenenti preghiere agli dèi (due ad Apollo e stici di asclepiadei maggiori (x x – ˘ ˘ – – ˘ ˘ – – ˘
una ciascuna ad Artemide e a Muse e Cariti); ˘ – ˘ –˘): in essa appare isolata, nuovamente intorno
3. i componimenti 10-13 rappresentano quattro variazioni al tema dell’eros (visto nella doppia faccia del piacere
sul tema del tirannicidio di Ipparco ad opera di Armodio più disinvolto e dell’avvertimento didattico), la coppia
e Aristogitone, venerati come eroi dell’aristocrazia e come dei nrr. 21-22, collegati fra loro dall’aggancio verbale
promotori dell’ἰσονομία ateniese (concetto dapprima ari- fra βάλανον («ghianda») e βαλανεύς («addetto ai ba-
stocratico, nel senso di una sottolineatura del ruolo parite- gni»).
tico spettante ai singoli gruppi nobiliari, esso si trasforma
presto in slogan democratico quando viene usato come pa- Infine, fra i componimenti «extravaganti», troviamo anche un
rola d’ordine nel quadro delle riforme attuate da Clistene). esempio di «riuso» accertato di un brano d’autore: il componi-
Possiamo altresì ricostruire almeno in parte la successione mento nr. 8 – una strofe alcaica – è stato infatti ritagliato da
LA LIRICA MONODICA

cronologica delle singole variazioni: il nr. 12, con la messa un’ode di Alceo che un papiro (P. Oxy. 2298, fr. 1 = Alceo, fr.
a fuoco dell’uccisione di Ipparco (nel nr. 10 e nel nr. 13 in 249 Voigt) ci ha parzialmente restituito; e il «rifacimento» non
luogo di «Ipparco» troviamo un generico «il tiranno») e col si è limitato alla decontestualizzazione di una singola strofe da
puntuale accenno alla grande festa di Atena (cfr. Tucidide un più ampio componimento ma ha comportato sia una commu-
VI 56, 2: «[i congiurati] attendevano le grandi Panatenee» tazione del maschile τῷ παρέοντι in neutro sostantivato (in
e IV 57, 1 «allorché giunse la festa») ha ogni probabilità di Alceo invece esso si riferiva ad ἀνέμων «del vento» all’ultimo
rappresentare, se non proprio – come voleva V. Ehrenberg verso della strofe precedente) sia una serie di innovazioni mi-
– «un oggettivo resoconto dell’attentato», la prova poetica nori (κατίδην sostituisce προΐδην, ai congiuntivi δύναται ed
più antica, annacquata nelle versioni successive da una più ἔχη al v. 2 subentrano gli ottativi δύναιτο ed ἔχοι, παλάμαν
generica intenzione di idealizzare il tirannicidio. si atticizza in παλάμην).
La lirica monodica

Alceo
T. 1 Frammento Con un attacco caratteristico della sua poesia metasimposiale (cfr. 346, 1
38a V. πώνωμεν, 347, 1 τέγγε πλεύμονας οἴνῳ, 352 πώνωμεν, τὸ γὰρ ἄστρον
περιτέλλεται), Alceo esorta Melanippo, un compagno di eteria, a bere insieme
con lui, forse per scordare le sofferenze presenti (e il vino è appunto definito
«oblio degli affanni», λαθικάδεα, in 346, 3). La morte è comunque inevitabile,
come illustra l’autorità mitica di Sisifo, che grazie alle sue astuzie varcò per due
volte il vorticoso Acheronte.
L’ode sembra esprimere un timbro consolatorio, scandito da un’inconsueta pre-
senza di riprese interne (διννάεντ᾽† Ἀχέροντα 2 ~ διννάεντ᾽ Ἀχέροντα
8, ἄλλ᾽ ἄγι μή 4 ~ ἄλλ᾽ ἄγι μή 10, Αἰολίδαις βασίλευς 5 ~ Κρονίδαις
βασίλευς 9) e articolato secondo la composizione anulare. L’esemplarità della
vicenda di Sisifo è inserita fra le esortazioni a non aspirare a cose troppo grandi
(v. 4) e a non pensare alla morte finché dura la giovinezza (vv. 11 ss.). Più che
Mimnermo, a cui pure ci richiama il «finché siamo giovani» del v. 11, l’invito
all’oblio del dolore ricorda il riconoscimento archilocheo (cfr. fr. 128) del flusso
che regola l’esistenza degli uomini. E la fitta trama di omerismi, favoriti dal
ritmo dattilico, conferisce spessore e prestigio allo sviluppo delle riflessioni e
delle apostrofi. LA LIRICA MONODICA
Metro: anche se nessuna fine verso è integralmente superstite, è probabile che si tratti di pentametri
eolici (cfr. Saffo, fr. 47).
Fonte: P. Oxy. 1233, fr. 1 col. II 8-20; P. Oxy. 2166 (b) 1 (vv. 7-12); P. Baden 174 (v. 13).

Per esigenze di chiarezza di lettura, il testo papiraceo necessita di numerosi


interventi, cui abbiamo fatto ricorso nella traduzione, per integrare le numerose
lacune (il testo integrato è stato convenzionalmente posto fra virgolette unci-
nate  ). In queste note rendiamo conto delle soluzioni adottate per ricostruire
il testo.
550
55
50 LA LIRICA MONODICA
Πῶνε[.......] Μελάνιππ’ ἄμ’ ἔμοι. τι[..].[ †ὄταμε[...]διννάεντ’† ’Αχέροντα
2 μεγ̣[
ζάβαι[ς ἀ]ελίω κόθαρον φάος [ἄψερον ὄψεσθ’, ἀλλ’ ἄγι μὴ μεγάλων
4 ἐπ[
6 καὶ γὰρ Σίσυφος Αἰολίδαις βασίλευς [ ἄνδρων πλεῖστα νοησάμενος [
8 ἀλλὰ καὶ πολύιδρις ἔων ὐπὰ κᾶρι [δὶς δ̣ιννάεντ’ ’Αχέροντ’ ἐπέραισε, μ[
α]ὔτῳ μόχθον ἔχην Κρονίδαις βα̣[σίλευς
10 μ̣ελαίνας χθόνος. Ἀλλ’ ἄγ̣ι μὴ τα[

Bevi, o Melanippo e ubriàcati, insieme con me. Che cosa credi,


che una volta che avrai varcato il vorticoso Acheronte

avendo attraversato il grande guado, di nuovo


potrai vedere la luce pura del sole?

Ma suvvia non aspirare a cose troppo grandi


e infatti Sisifo, sovrano figlio di Eolo

che era il più accorto fra gli uomini credeva di…


ma pur essendo molto astuto varcò per due volte

soggiacendo al destino di morte il vorticoso Acheronte:


il sovrano figlio di Crono gli impose di avere una grande

pena sotto la scura terra. Ma sul via non pensare a queste cose

1 e ubriàcati: si traduce in base all’in- mondo dei morti. A fine verso si adotta come ἔφα (= ἔφη), proposto dal Wila-
tegrazione di E. Diehl [καὶ μέθυ᾽ὦ]. In l’integrazione di E. Diehl μεγ̣[αν πόρον mowitz, nel senso di «credeva».
fine verso si può pensare a qualcosa come «grande guado».
τί [φαῖς (φῄς, da φημί). - Μελάνιππ(ε): 6 πλεῖστα νοησάμενος: letter. «che
un compagno di eteria di Alceo. A lui, rac- 3 ζάβαις = διαβάς (διαβαίνω). - ἀ] più cose pensò». Espressioni analoghe ri-
conta Erodoto (V 95, 2), Alceo avrebbe in- ελίω κόθαρον φάος: ἡλίου καθαρὸν ferite a Sisifo in Teognide, 702 πλείονα
viato il carme in cui raccontava di aver ab- φῶς. La metafora della vita quale visio- δ᾽ εἰδείης e in Esiodo, fr. 10, 2 M.-W.
bandonato le armi fuggendo di fronte agli ne della luce del sole è topos consolida- Σίσυφος αἰολομήτης. Per completare il
Ateniesi durante la guerra per il possesso to, che avrà grande fortuna. - [ἄψερον = verso ci si attende qualcosa come θάνατον
del promontorio del Sigeo; l’apostrofe ini- ὕστερον. Altro supplemento di E. Diehl. φύγην (= φυγεῖν) «sfuggire alla morte»
ziale riecheggia la prassi del «brindisi», (Wilamowitz) oppure θανάτω κρέτην (=
generalmente formulata, come riscontria- 4 ὄψεσθ(αι): infinito retto dal verbum θανάτου κρατεῖν) «dominare la morte»
mo sui graffiti vascolari, con formule come putandi (φαῖς) che si suppone in lacuna al (D. Page).
χαῖρε, che equivale al nostro: «alla salu- v. 1. - μεγάλων: genitivo di genere neutro.
te!», o χαῖρε καὶ πίε εὖ. L’invito a non protendere le proprie speran- 7 per due volte: l’integrazione δίς è di
ze oltre il consentito sarà ripreso da Orazio, A.S. Hunt.
LA LIRICA MONODICA

2 †ὄταμε[...]διννάεντ’†: come dimo- Carmina IV 7, 7 immortalia ne speres.


stra la metrica, il papiro presenta un testo 8 impose … grande: la traduzione pro-
corrotto. Si propone exempli gratia una 5 Αἰολίδαις βασίλευς = Αἰολίδης posta presuppone di ricostruire la parte
ricostruzione basata su interventi di A.S. βασιλεύς. La figura di Sisifo rappresenta mancante del verso 8 integrando (subito
Hunt, W. Schmidt e H. Diels: διννάεντ᾽ l’umanità che confida nelle risorse del pro- dopo ἐπέραισε) μ[έγαν (Wilamowitz)
ὄτ᾽ ἀμ[είψεαι. - διννάεντ(α): «vorti- prio ingegno per superare i limiti imposti δίδοι (= δίδωσι).
coso» (cfr. δίνη, «vortice») è epiteto già dalla natura: è una figura ambivalente, de-
omerico di fiumi, cfr. Iliade V 479 Ξάνθῳ gna di ammirazione per la sua scaltrezza, 10 Ἀλλ’ ἄγ̣ι μὴ τα[: con andamento
ἔπι δινήεντι. - Ἀχέροντα: ricordato per ma destinata ad essere condannata per la anulare, si ritorna al modulo dell’esortazio-
la prima volta nell’Odissea (X, 513), il fiu- sua empietà, quando alla fine sarà costret- ne (ἀλλ᾽ ἄγι «ma suvvia») già presente al
me Acheronte, principale dei quattro fiumi ta ad arrendersi di fronte al «guado» della v. 4. Per completare il verso Wilamowitz
dell’Ade, era considerato il passaggio nel morte. A fine verso si ipotizza qualcosa proponeva τά[δ᾽ ἐπέλπεο.
ALCEO 5551
551
12 ἔ]σ̣τ᾽ ἀβάσομεν αἴ ποτα κἄλλοτα.[ ..]ην ὄττινα τῶνδε πάθην τα[
......ἄνε]μος βορίαις ἐπι.[

finché siamo giovani se mai anche altra volta ora si deve

sopportare le sventure che un dio eventualmente ci imponga


… il vento di tramontana infuria sul mare

11 ἔστ᾽ ἀβάσομεν: = ἕως ἡβήσομεν. cui Mimnermo ha affrontato il problema. finale del carme è di lettura molto problemati-
Il riferimento alla precarietà della giovinez- ca. A fine verso si può integrare un’espressio-
za richiama alla mente i toni struggenti con 12 πάθην τα[: πάθην = παθεῖν. La parte ne come τά[χα δῷ θέος (= θεός).

MEMORIA LETTERARIA

Le mille astuzie di Sisifo


Il mito presupposto da Alceo sarà narrato distesamente, anche
se in termini non necessariamente identici nei dettagli, da Fe-
recide di Atene nella prima metà del V secolo a.C. (FGrHist 3
F 119): Zeus, irritato perché Sisifo aveva svelato il ratto della
ninfa Egina ad opera del dio, gli mandò contro il demone della
morte, Thanatos, che però Sisifo riuscì a catturare e a ridurre
in catene. Allora gli uomini cessarono di morire finché Ades
liberò Thanatos e gli consegnò Sisifo, che però ordinò alla mo-
glie Merope di non tributargli gli onori funebri. Dopo un certo
tempo Ades, saputo che la moglie di Sisifo perseverava nel non
tributare le esequie al marito, liberò Sisifo perché andasse a
rimproverarla, ma questi, giunto a Corinto, non fece più ri-
torno agli Inferi e visse fino a tarda età. Per questo Ades lo
costrinse poi a rotolare incessantemente un masso su per una
china (su questa punizione cfr. già Odissea XI 593-600).
Come è tipico della poesia arcaica nell’assumere una vicenda mi-
Persefone sorveglia Si- tica come exemplum didattico, la storia di Sisifo non viene propria-
sifo che rotola il masso mente “raccontata” ma solo richiamata nei suoi tratti essenziali in
negli Inferi. Facciata A quanto già nota ai membri dell’uditorio simposiale. Un’amnesia seletti-
di anfora attica a figure va che impronterà la tecnica pindarica e che, nel caso di Sisifo, ritroviamo
nere del 530 a.C., prove-
niente da Vulci. Monaco,
anche in un brano della silloge teognidea che sfrutta la vicenda per proclama-
Staatliche Antikensam- re con accenti sconsolati che fra gli uomini nulla conta più della ricchezza (vv. 700-712):
mlungen.
Così null’altro giova,
neppure se tu avessi la prudenza di Radamanti
LA LIRICA MONODICA
e più astuzie di Sisifo tu conoscessi, il figlio di Eolo,
che per le sue furbizie tornò su dall’Ade
dopo aver persuaso con parole scaltre Persefone,
la dea che ai mortali infonde oblio e la mente ne offusca –
e simile astuzia mai prima alcuno escogitò,
fra quanti avviluppi nube livida di morte
e giungano alle plaghe ombrose degli estinti
e varchino le porte buie che dei defunti
segregano le anime riluttanti...
ma pur di laggiù l’eroe Sisifo tornò indietro,
per le sue astuzie, a rivedere la luce del sole...
552
55
52 LA LIRICA MONODICA
T. 2 Frammento Come segnala la coronide sul margine del papiro, si tratta dell’inizio di un inno
45 V. all’Ebro (oggi Maritza), un fiume della Tracia spesso associato nell’antichità al
gelo invernale: esso mugghia per la terra tracia sfociando nel mare presso Eno e
viene da Alceo invocato come una divinità, secondo un costume consueto della
religione greca, e non a caso la sua acqua è detta «sacra» e con le mani delicate
molte ragazze versano la sua linfa sulle morbide cosce. Il tracciato del brano è
segnato dall’apostrofe al fiume, che avvia la descrizione paesistica (non di rado
nella poesia alcaica si aprono squarci naturalistici), ma Alceo punta soprattutto
sulla morbida, sensuale immagine delle ragazze e sulla sintetica, efficace com-
parazione fra l’acqua del fiume e l’unguento.
Poiché la città di Eno era stata colonizzata anche dai Mitilenesi (cfr. Strabone VII
51), la scena del bagno potrebbe rispecchiare, come ha congetturato Hermann
Fränkel, una realtà nota a poeta e destinatari e l’inno riferirsi a una cerimonia
di culto in riva al fiume.

Ebro, stupendo tra i fiumi, tu ad Eno


ti getti dentro il purpureo mare
terra tracia passando con fragore
4 (dai bei cavalli)

e te (riversano?) molte fanciulle


sulle … cosce con tenere mani
… e godono come di unguento
8 Dell’acqua sacra.
[Tr. di A. Porro]

Il culto delle divinità fluviali


«Molti fiumi del territorio ellenico erano venerati come dei. È acque del mare. Ma il poeta conosceva bene un’altra invoca-
famosa l’iconografia antropomorfica dell’Acheloo rappresenta- zione famosa, quella rivolta da Odisseo al fiume della terra
to con volto maschile e corpo di toro. Al fiume potevano essere dei Feaci (Odissea V 445-50). L’eroe ha parole di supplice, e il
dedicati un recinto sacro e un tempio, luogo di sacrifici in suo fiume lo ascolta, ferma la corrente e lo accoglie. Poco lontano
onore (Iliade XXIII 147 s.). Una θυσία accompagnava ad esem- da questa preghiera c’é la scena in cui Nausicaa e le compagne
pio la festa annuale del Pamiso in Messenia (Paus. IV 3, 10), si immergono nelle acque della foce e poi si ungono d’olio
presso le cui acque è stato individuato un tempio dorico con profumato.
altare della fine del VI sec. a.C. (Paus. IV 31, 4). Secondo un Un poeta arcaico non intonava una preghiera così specifica
costume panellenico, gli adolescenti attici dedicavano i pro- nel simposio di un giorno qualunque. Alceo celebra con i suoi
pri capelli al Cefiso (Paus. I 37, 7). Che l’acqua dei fiumi fosse compagni del momento un rito che impegna l’intera città negli
sacra ricordava già Esiodo (Erga 737-41; 757-59) e l’offerta spazi pubblici. Se il fiume è sacro (θή[ϊο]ν ὕδωρ v. 6), è dif-
LA LIRICA MONODICA

delle chiome è documentata anche in Omero. Quando Achille ficile che le sue acque non fossero oggetto di culto. Il bagno
le recide per il funerale di Patroclo, ricorda che il padre gli ave- in acqua di mare o di fiume appartiene ai riti di purificazione e
va chiesto di dedicarle al fiume Sperchéo una volta che fosse di passaggio. Un caso ben noto è quello della doppia festa di
tornato in patria sano e salvo (Iliade XXIII 144-52). Luoghi di Artemide Τρικλάρια e Dioniso Αἰσυμνήτης a Patrasso. Una
culto erano sorgenti e foci. In alcune tradizioni locali, entrare delle cerimonie di quei giorni prevedeva il bagno rituale dei
nell’acqua e uscirne era rito di passaggio, spesso inserito in fanciulli nelle acque del fiume Μείλιχος vicino al mare. Alceo
una festa con altri valori religiosi. ha dunque avviato il canto richiamando una cerimonia, forse
Con la preghiera all’Ebro Alceo richiama la tradizione epica, di purificazione femminile, sul cui comportamento rituale non
ben nota ai suoi compagni. Ho appena ricordato il caso di siamo ulteriormente informati».
Achille, che apostrofa da lontano lo Sperchéo, guardando le (M. Vetta, Symposion, Loffredo, Napoli 1999, 151-52)
DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO 5553
553

Dossier

Alceo contro Pittaco


Ignobiltà
iolenti attacchi personali compaiono nella poesia di Alceo soprattutto in riferi-
V mento a Pittaco. Dopo aver stretto un patto con l’eteria guidata da Alceo e dal
di lui fratello Antimenida contro il tiranno Mirsilo, l’ormai ex amico si avvicinò
a costui avversando gli Alceidi e provocandone l’esilio a Pirra (vedi lo scolio a F
114, 1-8). Morto Mirsilo, verso il 597 a.C., lo stesso Pittaco fu nominato «esim-
nete» (una sorta di arbitro con pieni poteri, cfr. Aristotele, Pol. 3, 14, p. 1285ab)
dal demos di Mitilene con lo scopo di porre fine alla lotta tra le fazioni. Destinato
a essere annoverato fra i Sette Sapienti, egli svolse il suo compito con impegno e
rigore prima di rassegnare spontaneamente il potere dopo un decennio.
Più volte Alceo usa in relazione a Pittaco l’epiteto κακοπατρίδαις «di bassi
natali»: F 348, 1 s. (i Mitilenesi concordi hanno eletto il κακοπατρίδαις Pittaco
«tiranno» della città), fr. 67, 4; fr. 75, 12; fr. 106, 3, fr. 348.
Particolarmente significativo il frammento 348:
… τὸν κακοπατρίδαν
Fίττακον πόλιος τὰς ἀχόλω καὶ βαρυδαίμονος
ἐστάσαντο τύραννον, μέγ’ ἐπαίνεντες ἀόλλεες
... L’uomo d’infimi natali,
Pittaco, l’hanno eletto tiranno di questa città smidollata
e infelice, accordandogli in massa i loro favori.

DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO


Analisi del testo
L’idea un tempo accreditata che Alceo attaccasse il “plebeo” così come nella silloge teognidea l’accusa di κακοί (o δειλοί)
Pittaco per i suoi umili natali è stata ridimensionata a partire investe anche coloro che, pur essendo nobili, si sono allonta-
da uno studio di Santo Mazzarino con l’osservazione, in parti- nati dall’etica aristocratica attraverso contatti con i non nobili.
colare, che non poteva essere un “plebeo” chi aveva fatto parte D’altra parte, il κακοί teognideo appare assai più vago del
dell’eteria di Alceo, ma che doveva discendere da una famiglia termine usato da Alceo, dove la seconda parte del composto
di nobili Traci (sappiamo infatti che il padre era tracio e si chia- (-πατρίδαις) ha una valenza troppo specifica e concreta per
mava Hyrras), i quali intrattenevano da tempo saldi vincoli di denotare nulla più che il tralignare rispetto alle proprie origini:
ξενία con uno o più gruppi aristocratici di Mitilene (Mazzarino un’aporia che probabilmente si spiega con una tensione ideo-
parlava in proposito di “metecia” arcaica). logica che doveva attraversare il mondo delle élites mitilenesi.
Ciò nonostante lo stesso Mazzarino, e altri con lui (soprattutto Se agli occhi di coloro che simpatizzavano per Pittaco, e dello
Page 1955, pp. 170-173), hanno continuato a sostenere l’esi- stesso Alceo prima del “tradimento”, un nobile di origine tracia
stenza di un nesso forte fra κακοπατρίδαις e l’origine tracia poteva essere accolto egualitariamente nella cerchia dell’ari-
del padre di Pittaco. stocrazia cittadina, l’origine straniera poteva pur sempre essere
Al contrario, W. Rösler (1980, pp. 186-191) ha visto nell’uso rispolverata al momento opportuno, come tante volte sarebbe
dell’epiteto una denuncia del carattere della politica di Pittaco, accaduto nella storia moderna, come possibile arma politica.
554
55
54 LA LIRICA MONODICA
Oltre a definirlo κακοπατρίδαις, Alceo bollava Pittaco con una serie di insulti
alcuni dei quali sono ricordati da Diogene Laerzio (1, 81 = Alceo T 429):
Quest’uomo (Pittaco) Alceo lo chiama σαράποδα e σάραπον perché ave-
va i piedi larghi e li strascicava; χειροπόδην per via di ragadi che chiama-
vano “screpolature”; γαύρηκα perché si vantava senza ragione; φύσγωνα e
γάστρωνα perché era grasso; ma anche ζοφοδορπίδαν perché era senza lu-
cerne; ἀγάσυρτον perché era sciatto e sudicio.

Agli insulti di cui è testimone Diogene Laerzio noi possiamo aggiungere proba-
bilmente anche quello di «volpe astuta» (ὠς ἀλώπα ποικιλόφρων), affibbiatogli
nel fr. 69, che rievoca una non chiara operazione politico-finanziaria attuata dai
Lidi in collaborazione con l’eteria di Alceo (in questo caso, però, l’identificazio-
ne con Pittaco è solo ipotetica):
Zeus padre, i Lidi addolorati
per le disgrazie duemila stateri
a noi hanno donato, se mai potessimo
nella sacra città entrare

senza aver ricevuto mai alcun bene


e neppure conoscendoci; ma quello, qual volpe
astuta, con facili promesse
sperava di farla franca.

Cattive maniere
n quadro sarcastico dei modi rozzi e scomposti con cui il padre di Pittaco e
U i suoi compagni di bevuta si intrattenevano a simposio era schizzato in un
carme di cui era parte questo frammento (fr. 70 Voigt):
per primo [...] dire queste cose [...]
partecipando al simposio l’arpa [...]
suona: banchettando insieme con sciocchi
5 compagnoni [piace] ad essi,
LA LIRICA MONODICA

ma quello, imparentatosi con gli Atridi,


divori pure la città come un tempo faceva con Mirsilo
finché Ares non voglia volgerci
9 alle armi, e noi ci scordiamo di questa collera,

e sciogliamo la contesa che mangia il cuore


e la lotta intestina che uno degli dèi d’Olimpo
sollevò spingendo il popolo alla follia
13 e dando a Pittaco piacevole gloria.
DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO 5555
555

Analisi del testo


Soggetto della frase che si avvia al v. 4 era, come la cetra in discendente dell’antica famiglia regale di Mitilene, i Pentilidi,
Omero, Od. 8, 99 e in Hymn. Merc. 31 e 478 s., l’arpa (βάρμος detti «Atridi» perché il loro capostipite Pentilo sarebbe stato
v. 2), che appare personificata in figura di simposiasta, mentre figlio di Oreste (rampollo a sua volta dell’Atride Agamennone) e
subito dopo Pittaco («quello», κῆνος di v. 6) è sarcasticamen- di una figlia di Egisto. Solo se si prenderanno le armi, conclude
te invitato a divorare la città, come già faceva un tempo in il poeta, potranno aver fine la lotta civile «che divora l’animo»
combutta con Mirsilo, ora che ha sposato a fini di potere una e la rovina di Mitilene.

Analogamente, in Alceo fr. 72, sono descritti alcuni personaggi in atto di riem-
pire le coppe di vino puro mentre si dilettano nel gioco di origine siciliana del
cottabo, che consisteva nel lanciare gocce di vino e nel centrare o un piattino
posto in cima a un’asta o, come qui, delle coppe galleggianti sull’acqua di una
bacinella; poi si dice che, in contrasto con l’uso greco di bere solo a partire dal
calare della sera, questo vino ribolle giorno e notte:
... e furiosamente con [...]
colmano di vino puro [le coppe, ed esso] giorno
e notte ribolle in gocce risonanti
6 lì dove è spesso costume far bisboccia.

E quell’uomo non ha dimenticato questi


usi da quando ha rovesciato i recipienti,
ché per notti intere ha fatto bisboccia,
10 e risuonava il fondo della giara.

Ed ecco tu che sei figlio di una tale madre_ godi


di una fama quale hanno uomini liberi
nati da nobili genitori.

Se, com’è probabile, il «tu» a principio di v. 11 è Pittaco,


«quell’uomo» di v. 8 s. che non ha dimenticato i costumi del
suo paese di origine è Hyrras, il padre di Pittaco, in perfetta

DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO


coerenza con il dato per cui bere vino puro era considerato
un costume tracio (oltre che scitico).
Lo ricorda fra gli altri Platone in un passo delle Leggi
(637d-e):
E allora parliamo ancora un po’ dell’ubriachezza in generale, che non
è certo una consuetudine di poco momento e che non può essere studia-
ta da un legislatore inetto. Non mi riferisco in astratto all’uso di bere o
di non bere vino, bensì all’ubriachezza in sé, e mi chiedo se bisogna
porsi di fronte ad essa come fanno gli Sciti e i Persiani e anche i
Cartaginesi, i Celti, gli Iberi e i Traci, che sono senza eccezione genti
Simposiasta che lancia il
kóttabos.
bellicose, o invece come fate voi che, come hai appena ricordato, la
rifiutate completamente, mentre gli Sciti e i Traci, che bevono vino purissimo,
uomini e donne, e che se lo versano persino sugli indumenti, sono convinti di
praticare un costume bello e felice.
556
55
56 LA LIRICA MONODICA
T. 3 Frammento Testimonianza preziosa dell’ira di Alceo contro Pittaco è la maledizione lanciata
129 V. nei suoi confronti per aver tradito il giuramento, con cui componenti dell’eteria
si erano impegnati, in una cerimonia solenne avvenuta nel santuario dedicato
alla triade di Lesbo (Zeus, Era, Dioniso). Avviato su movenze liturgiche con la
rievocazione della fondazione del santuario, l’inno mantiene tale timbro fino
alla preghiera, conclusiva della terza strofe, affinché gli dèi invocati liberino
Alceo e i suoi compagni dalle sofferenze e dall’esilio. Tuttavia ecco che, a partire
dalla quarta strofe, la preghiera – enunciata costantemente da un «noi» che
tende a identificarsi con l’intera eteria – si trasforma in veemente maledizione
contro chi «divora» la città: un crescendo per cui il rancore e l’invettiva contro
l’odiato nemico, qui definito «il trippone» (ὀ φύσγων v. 21), emergono solo
gradualmente, con un interscambio per cui l’invocazione cultuale si personalizza
e l’espressione personale assume autorità sacrale.

Metro: strofe alcaiche. … i Lesbii questo


Fonte: P. Oxy. 2165, … solatio tempio grande
fr. 1 col. I 1-32;
P. Oxy. 2166 (c) 6
comune posero, e ivi are
(vv. 1-15). costruirono agli dei beati

e lo dedicarono a Zeus che accoglie


i supplici, e a te, somma dea Eolia
di tutto genitrice, e terzo
8 a lui lo donarono, al selvaggio

carnivoro Dioniso. Orsù, con cuore


benevolo le nostre invocazioni
ascoltate: da queste pene
12 scampateci, e da penoso esilio.

Ma d’Irra al figlio stiano alle calcagna


L’Erinni di costoro. Ché giurammo
un giorno, fatti i sacrifici
16 di non tradire compagno alcuno,

ma, o, morti, rivestiti della terra


giacer per mano d’uomini potenti
LA LIRICA MONODICA

2 tempio: la parola greca τέμενος in re- 3 comune: denota come il santuario do- 13 d’Irra al figlio: inizia a questo punto
altà lo spazio «ritagliato» (da τέμνω «io ta- vesse rappresentare un centro sacrale aper- la maledizione contro Pittaco (figlio di Ir-
glio», cfr. anche il latino templum) sottratto to al culto delle varie località dell’isola. ra), accusato di aver tradito i giuramenti e
all’uso comune per essere dedicato al culto gli ideali comuni.
di una divinità. Il santuario qui rappresen- 9 carnivoro: il termine greco ὠμήσταν
tato è consacrato alla triade divina di Lesbo significa propriamente «divoratore di carni 14 l’Erinni di costoro: il demone vendi-
già nota in Pilo micenea e ricordata anche crude», con riferimento al rituale dell’omo- catore dei compagni («costoro») traditi da
da Saffo nel fr. 17 Voigt: Zeus, Grande fagia, del mangiar crude, da parte delle se- Pittaco.
Madre Eolia, Dioniso. guaci del dio, le carni dell’animale ucciso.
DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO 5557
557
ovvero, avendo ucciso quelli,
20 il popolo d’angoscia scampare.

Fra di loro il pancione non s’espresse


secondo il cuor, ma subito coi piedi
salito sopra i giuramenti
24 divora la città…
[Tr. di A. Porro]

19 avendo ucciso quelli: dopo aver ucci- Alcmane, fr. 17, 7, esso designa l’intero di riconoscere che l’azione di Pittaco veniva
so i potenti, poco prima menzionati. corpo civico, che può essere eventualmente dichiarata «contro la legge (o la norma)», e
distinto da coloro che detengono il potere. che erano nominati certamente Mirsilo (v.
20 il popolo … scampare: come osserva 28) e forse Atena. La coronide superstite
Page, l’uso di δᾶμος (= δῆμος) in Alceo 21 il pancione: come ampiamente osser- sul margine sinistro del papiro segnala che
non ha certo connotazioni «democratiche»: vato, si tratta di Pittaco. Dopo il v. 24 ci sono il componimento si prolungava ancora per
come in Omero, in Esiodo, Erga 261 e in resti di un’altra strofa, che permettono solo una strofe, comprendendo in tutto 32 versi.

Rifletti sul testo


1 2

T. 4 Frammento
130b V.
Il papiro che ci ha trasmesso il fr. 129 contiene subito dopo, in base alla pre-
sumibile intenzione degli editori alessandrini di raggruppare i carmi legati al DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO
τέμενος confederale di Mes(s)a, un carme estremamente frammentario in stro-
fe tristiche (fr. 130a) di cui vediamo con chiarezza solo che si apriva con una
confessione di scoramento del poeta (ἀχνάσδημι κάκως· οὔτε γὰρ φίλοι «Mi
sento terribilmente sventurato perché né i miei amici...») e si concludeva con
un riferimento a un «muro regale» (v. 15 τεῖχος βασιλήιον) che uno scolio
marginale (τὸ τῆς Ἥρας) ci indica relativo allo stesso santuario in cui si situa
la maledizione di fr. 29.
Segue un’ode in sei strofe tetrastiche in cui il poeta, ormai rimasto isolato dai
compagni di eteria, si è rifugiato presso il τέμενος e di lì invia un messaggio
poetico all’amico Agesilaida lamentando la propria ingiusta esclusione dalla vita
558
55
58 LA LIRICA MONODICA
politica, in particolare dalla partecipazione ai tradizionali organi di governo ari-
stocratici: si tratta dunque di carme “affidato” in forma di messaggio epistolare
a un latore, che doveva esserne anche l’esecutore all’interno di un simposio
(così come anche il fr. 401b, con l’annuncio a Mitilene che il poeta si era salvato
ma le sue armi erano state appese dagli Ateniesi nel santuario di Atena).
D’altra parte questa vita rustica subita nell’attesa di riprendere la lotta trovava
una certa forma di conforto nella possibilità di assistere, nell’area stessa del
santuario, a quelle gare di bellezza (καλλιστεῖα) che si svolgevano annual-
mente fra le giovani dell’isola, le quali sfilavano in processione trascinando il
lungo peplo mentre intorno l’aria “fremeva”, attraversata dal grido rituale che
scandiva l’abbattimento della vittima sacrificale.

Metro: strofe Ἄγνοι ς  τοὶς βιότοις ..ις ὀ τάλαις ἔγω


tetrastiche costituite ζώω μοῖραν ἔχων ἀγροϊωτίκαν
da due asclepiadei
minori, un ipponatteo ἰμέρρων ἀγόρας ἄκουσαι
e un asclepiadeo καρ̣υ̣[ζο]μένας ὦγεσιλαΐδα,
minore acefalo.
Fonte: P. Oxy. 2165,
fr. 1 col. II r. 9-32
καὶ β̣[ό]λ̣λ̣ας· τὰ πάτηρ καὶ πάτερος πάτηρ
e fr. 2 col. II r. 1; P. καγγ[ε]γήρασ᾽ ἔχοντες πεδὰ τωνδέων
Oxy. 3711 fr. 1 col. II. τὼν [ἀ]λλαλοκάκων πολίτ̣αν
8 ἔγ[ω δ᾽ ἀ]πὺ τούτων ἀπελήλαμαι

φεύγων ἐσχατίαισ’, ὠς δ’ ’Ονυμακλέης


ὠθά[ν]αος ἐοίκησ᾽ ἀλυκαιχμίαις

1-7 Ἄγνοι̣ς̣ δ̣ὴ̣ ... πολίτ̣αν: «Avendo καθιστάμενοι βιότους «e mettendo in atto ghi a quelli che troviamo nell’epica omeri-
reso santo il mio stile di vita, io sventurato sempre nuovi stili di vita». Una proposta ca. - καγγ[ε]γήρασ(ι) = καταγεγήρασι
vivo in una rustica condizione bramando di interessante è ἄγνος τοὶς βιότοις π̣α̣ῖς (= (da καταγηράσκω). - πεδὰ τωνδέων =
ascoltare l’assemblea convocata dall’araldo, πᾶς) di G. Burzacchini, con espunzione di μετὰ τῶνδε. - [ἀ]λλαλοκάκων (= ἀλλη-)
o Agesilaida, e il consiglio, frequentando i iota in ἄγνο{ι}ς (già nel papiro la vocale è forse una neoconiazione del poeta, che
quali mio padre e il padre di mio padre so- appare tagliata da un segno di cancellazio- implica una posizione molto vicina a quel-
no invecchiati insieme con questi cittadini ne) e τοὶς βιότοις accusativo di relazione: la espressa da Teognide 59 ἀλλήλους δ᾽
che si rovinano a vicenda». Ricostruzione e «Del tutto puro nel mio stile di vita»: l’uso ἀπατῶσιν ἐπ᾽ ἀλλήλοισι γελῶντες.
interpretazione del testo sono al primo ver- di πᾶς intensivo troverebbe un significativo
so problematiche: la lettura che si propone, riscontro in Sofocle, Edipo Re ἆρ᾽ οὐχὶ πᾶς 8-12 ἔγ[ω δ᾽ ... ὀννέλην: «ma io sono
passibile di molti dubbi, presuppone l’inte- ἄναγνος; (va però precisato che le tracce sul stato escluso da queste e mi tengo lontano
grazione [θε]ὶς «avendo reso» di Lloyd-Jo- papiro lasciano difficilmente intravedere un dai confini, e come Onomacle l’ateniese mi
nes. - ἄγνοις … βιότοις: è accusativo eo- π). È assai probabile che la sequenza ἄγνοις sono insediato da scansalancia per sfuggire
lico = ἁγνοὺς βιότους. θείς: l’espressione … θείς fosse assunta da Orazio come “mot- alla guerra: non è infatti meglio rinuncia-
ha il valore di «avendo reso…». - τάλαις to” incipitario di Carm. I 22, 1 Integer vi- re ala lotta contro i più forti?». - ἀ]πύ =
= τάλας: «infelice». Per l’idea di rendere tae scelerisque purus. - ἀγροϊωτίκαν: ἀπό. - ἐσχατίαις = ἐσχατιάς: il termine
LA LIRICA MONODICA

la propria esistenza santa (devota agli dèi), hapax, ma cfr. Saffo fr. 57, 1 ἀγροΐωτις indica propriamente le zone marginali (di
anche perché trascorsa attualmente lontano ... ἀγροΐωτιν = ἀγροιώτην. - ἰμέρρων = frontiera) di un territorio. - Ὀνυμακλέης:
dalla guerra nello spazio sacro di un santua- ἱμείρων. - καρυ[ζο]μένας, ὦγεσιλαΐδα Onomacle è un personaggio non attesta-
rio, cfr. Euripide, fr. 472, 9 s. K. (parodo dei = κηρυττομένης, ὦ Ἀγεσιλαΐδα, cfr. Ilia- to altrove, evidentemente divenuto pro-
Cretesi) ἁγνὸν δὲ βίον τείνων ἐξ οὗ/ Διὸς de II 51 κηρύσσειν ἀγορήνδε. Agesilaida verbiale per essere vissuto a lungo alla
Ἰδαίου μύστης γενόμην «e rendendo santo era presumibilmente un compagno di eteria macchia. - ὠθά[ν]αος = ὁ Ἀθηναῖος.
il corso della mia vita da quando sono di- che non aveva subito la condanna all’esilio. - ἐοίκησ᾽ (= ᾤκησα) ἀλυκαιχμίαις:
ventato miste di Zeus ideo» e Baccanti 72 - β[ό]λλας, τά = βουλῆς, ἅ. Con “assem- la lettura, anziché ἐοίκησα λυκαιχμίαις,
βιοτὰν ἁγιστεύει «rende santa la propria blea” e “consiglio” Alceo non si riferisce a si deve ad A. Porro: ἀλυκαιχμίαις (=
vita». Per il plurale βιότοις, che si riferisce istituzioni di tipo democratico ma ad orga- -ίας) è formato sulla radice di ἀλύσκω e
a vari aspetti della vita del poeta, cfr. Giu- nismi integrati nell’assetto dapprima monar- ἀλυσκάζω «evitare» (cfr. Ιliade VI 443
seppe Flavio, Ap. 1.10 αἰεὶ δὲ καινοὺς chico e poi aristocratico di Mitilene, analo- νόσφιν ἀλυσκάζω πολέμοιο e X 371
DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO 5559
559
φεύγων τὸν πό̣λεμον· στάσιν γὰρ
12 πρὸς κρέ[σσονα]ς οὐκ ἄμεινον ὀννέλην·

.].[...].[..]. μακάρων ἐς τέμ[ε]νος θέων


ἐοι̣[…..] με̣[λ]αίνας ἐπίβαις χθόνος
χλι.[.].[.].[.]ν̣ συνόδοισί μ’ αὔταις
16 οἴκημι κ[ά]κων ἔκτος ἔχων πόδας,

ὄππαι Λ[εσβί]αδες κριννόμεναι φύαν


πώλεντ’ ἐλκεσίπεπλοι, περὶ δὲ βρέμει
ἄχω θεσπεσία γυναίκων
20 ἴρα[ς ὀ]λολύγας ἐνιαυσίας

[ ].[̣́].[.].ἀπ̣ὺ πόλλ̣ω̣ν .ότα δὴ θέοι


[ ].[ ́]σ̣κ̣...ν ’Ολ̣ύ̣μ̣πιοι
[ ]......
24 .ν̣α̣[ ]...μεν.

ἀλύξειν αἰπὺν ὄλεθρον) e αἰχμή «pun- delle donne». A principio di v. 13 è quasi θεσπεσία: ripete la formula epica ἠχῇ
ta della lancia», «lancia». - κρέ[σσονα] completamente scomparso il participio di θεσπεσίῃ. - ἴρα[ς ὀ]λολύγας = ἱερᾶς
ς = κρείττονας. - ὀννέλην = ἀνελεῖν un verbo di moto, forse π]ε[πλε]ύ[κω]ν ὀλολυγῆς (cfr. Saffo fr 44, 31 γυναῖκες δ᾽
(ἀναιρέω), cfr. Pindaro fr. 109, 3 στάσιν «avendo navigato» (Liberman). - θέων = ἐλέλυσδον): con ὀλολυγή, un vocabolo di
ἀπὸ πραπίδος ἐπίκοτον ἀνελών «avendo θεῶν. A principio di v. 14 forse ἐοί[κησα] origine onomatopeica, si indicava propria-
estirpato dall’animo la contesa irosa». Ne «ho preso ad abitare (con ripetizione ri- mente il grido rituale levato dalle donne al
consegue che la frase va intesa come inter- spetto a ἐοίκησ᾽ 10 così come φεύγων momento dell’abbattimento dell’animale
rogativa e il motivo è quello che troviamo 11 ripete φεύγων 9). - ἐπίβαις = ἐπιβάς sacrificato. Il grido è detto «annuale» per-
ad es. in Esiodo, Erga 210 ἄφρων ὅς κ᾽ (ἐπιβαίνω). A principio di v. 15 proba- ché annuale era la festa dei καλλιστεῖα,
ἐθέλῃ πρὸς κρέσσονας ἀντιφερίζειν bile una forma a base χλιδ- (cfr. χλιδή, la gara di bellezza che si svolgeva appunto
«stolto chi vuol misurarsi con i più forti». χλιδανός, χλιδαίνω): il senso dovreb- nel santuario di Hera e a cui fanno riferi-
be essere «e godendo di», ma non è stata mento anche adesp. A.P. IX 189 e uno sco-
13-20 [...].[..]. μακάρων ... ἐνι- trovata nessuna integrazione convincente. lio minore a Omero, Iliade IX 129.
αυσίας: «[Arrivato] al santuario degli dèi - ταύταις: è dativo breve rispetto all’eoli-
beati mi sono insediato dopo aver messo il co ταύταις. - οἴκημι = οἰκέω. - ὄππᾳ = 21-24 .[.].ἀπ̣ὺ... μεν: «...quando mai
piede sulla nera terra, [e godendo di] que- ὅπῃ. - κριννόμεναι = κρινόμεναι. - πώ- gli dèi d’Olimpo da tanti [mali] ...?». Al v.
ste radunanze dimoro qui tenendo i piedi λεντ᾽ = πωλοῦνται. - ἐλκεσίπεπλοι: 21 πότα = ποτέ «quando», θέοι = θεοί.

DOSSIER: ALCEO CONTRO PITTACO


fuori dai mali, dove le fanciulle di Lesbo in cfr. ἕλκω e πέπλος. L’epiteto compare Era questa l’ultima strofe del componimen-
gara di bellezza sfilano trascinando il pe- nella formula omerica (Iliade VI 442 ecc.) to, che dunque terminava con l’attesa di un
plo, e attorno freme l’eco del grido annuale Τρῳάδας ἑλκεσιπέπλους. - ἄχω (= ἠχώ) cambiamento, favorito dagli dèi.

Analisi del testo


La parte conservata dall’ode è appunto giocata in primo luogo lotta o nel richiamo al vino. Una situazione, d’altra parte, che
sul contrasto fra l’amara situazione di personale emarginazione sul piano della comunicazione letteraria appare senz’altro co-
dalla polis e lo scenario venerando delle gare: più che una con- erente con l’orientamento enunciativo dell’ode, la quale non
solazione, una pausa di evasione e di svago sotto la protezione sembra presupporre, come di norma, un uditorio presente e
rassicurante delle divinità isolane. Di qui un timbro di rammari- coinvolto nell’esecuzione, bensì suggerire, fra poeta e destina-
co e di frustrazione, estraneo alla restante produzione supersti- tario, un diaframma che poteva essere colmato solo attraverso
te (anche se i magri resti dei vv. 21 s. lasciano intravedere una un messaggio di tipo epistolare, affidando cioè il carme a un
domanda agli dèi su quando mai libereranno il poeta dallo sta- latore/esecutore (ne abbiamo esempi in Alceo stesso, fr. 401b,
to presente) e un’insistenza sul dato personale (ἔγω 1, ἔ[γω e già in Archiloco, frr. 89 e 185) che fosse in grado di riproporlo
8) che non trova il consueto, immediato riscatto nell’invito alla alla cerchia conviviale riunita attorno ad Agesilaida.
560
56
60 LA LIRICA MONODICA

MEMORIA LETTERARIA Una reinterpretazione oraziana secondo G. Burzacchini


Orazio, Carmina I, 22 Integer vitae scelerisque purus
non eget Mauris iaculis neque arcu
nec venenatis gravida sagittis,
Fusce, pharetra,

sive per Syrtis iter aestuosas


sive facturus per inhospitalem
Caucasum vel quae loca fabulosus
lambit Hydaspes.

Namque me silva lupus in Sabina,


dum meam canto Lalagen et ultra
terminum curis vagor expeditis,
fugit inermem,

quale portentum neque militaris


Daunias latis alit aesculetis
nec Iubae tellus generat, leonum
arida nutrix.

Pone me pigris ubi nulla campis


arbor aestiva recreatur aura,
quod latus mundi nebulae malusque
Iuppiter urget,

pone sub curru nimium propinqui


solis, in terra domibus negata:
dulce ridentem Lalagen amabo,
dulce loquentem.

È sfuggita [ai critici] la sconcertante analogia che col carme di Alceo presenta la notissima ode oraziana I 22.
A parte le coincidenze di carattere strutturale e puramente formali (i due carmi sono organati ciascuno su
sei strofe tetrastiche – o tristiche, ove, tanto in Alceo quanto in Orazio, i versi terzo e quarto di ogni strofa
si interpretino come cola di un medesino periodo ritmico), si notino: la relazione tra l’incipit alcaico “Agno~
ªtoi;º~ biovtoi~ e quello oraziano Integer vitae; il parallelismo delle apostrofi w\gesilai?da (v. 4) e Fusce (v.
4); la corrispondenza tra le contrade appartate in cui Alceo è costretto dall’esilio (v. 2 zwvw moi`ran e[cwn
ajgroi>wtivkan, vv. 8 s. ajºpu; ajpelhvlamaiÉ geuvgwn ejscativais(i), v. 14 [?] m≥eª≥ lºaivnv a~ ejpivbai~ cqovno~)
e l’elenco, per quanto letterariamente atteggiato in relazione al topos del «viaggio in capo al mondo», delle
località impervie enumerate da Orazio (vv. 5 ss. sive per Syrtis iter aestuosas/ sive facturus per inhospitalem/
Caucasum vel quae loca fabulosus/ lambit Hydaspes), alessandrinamente amplificato col dotto richiamo alla
militaris/ Daunias (vv. 13 s.) e alla Iubae tellus, … leonum/ arida nutrix (vv. 15 s.) e con la generica ripresa
dei vv. 17-22: la precisa parafrasi di lukaimivai~ (v. 10) [ma vedi la nota relativa] nell’oraziano silva lupus in
Sabina (v. 9), che ne rappresenta l’evidente corrispettivo; la sorprendente affinità – anche se Orazio sembra
volutamente differenziarsi, tuttavia con un tono arguto più che polemico – tra kªavºkwn e[kto~ e[cwn povda~
(v. 16) e curis vagor expeditis (v. 10); la probabile relazione tra il tevmeno~ di Alceo (v. 13) e il terminus oltre
il quale Orazio dice di essersi spinto (vv. 10 s.); l’identica estetica funzionalità delle Lªesbivºade~ crinnov-
LA LIRICA MONODICA

menai fuvanÉ ... ejlkesivpeploi (vv. 17 s.), seducente distrazione per gli occhi del poeta, e della Lalage
di Orazio (vv. 23 s. dulce ridentem Lalagen amabo,/ dulce loquentem), dove il fascino della sognata figura
femminile è espresso di proposito col cerebrale riferimento al notissimo Sapph. 31, 3 ss., filtrato per giunta
attraverso Catull. 51, 5. Si osservi che anche gli dèi Olimpî a cui Alceo chiede la liberazione dai mali (vv. 21
s.) sono in fondo, implicitamente, gli stessi che garantiscono dell’immunità del romano poeta-innamorato.
A ben vedere, dunque, l’ode oraziana, nel suo insieme, appare come un tessuto di preziosa e raffinata fat-
tura, il cui ordito è costituito quasi tutto di spunti alcaici, congiunti talora alla suggestione di Saffo, talora
rimaneggiati attraverso l’esperienza alessandrina o neoterica, in ogni caso riproposti in una nuova dimen-
sione: un autentico pezzo di bravura, insomma, con cui il Venosino ha voluto gratificare, come altrove, i suoi
smaliziati lettori.
[da Gabriele Burzacchini, Lirici greci, Firenze, La Nuova Italia 1977]
ALCEO 5661
561
T. 5 Frammento In uno scenario che probabilmente va identificato con la sala di un santuario sacro
140 V. ad Ares, Alceo osserva e descrive l’arsenale bellico che orna il grande edificio,
soffermandosi compiaciuto su elmi, cimieri, schinieri, corazze, scudi, spade calci-
diche, tuniche. Con un’inquadratura che in maniera quasi cinematografica procede
dall’alto verso il basso, il poeta offre la carrellata di un armamentario che – nel
suo complesso – è obsoleto: armi evidentemente non più funzionali, ma cimeli di
un lontano passato, che con il loro fulgore richiamano i fasti di una antica e nobile
tradizione. È un repertorio denso di simboli, per non dimenticare i valori tradi-
zionali del genos di cui queste armi costituiscono un emblematico monumentum,
finché l’osservazione si fa premessa e stimolo alla concreta azione imminente.

Metro: alcaici maggiori, costituiti, secondo l’edizione della Voigt, da due cola, il primo formato da un
gliconeo, il secondo da ipponatteo + cretico, ma i due testimoni papiracei aggregano il primo
elemento dell’iponatteo alla fine del primo colon, così da offrire una successione di ipponatteo
e di ipponatteo acefalo + cretico.
Fonte: P. Oxy 2295, fr. 1 (vv. 1-6), P. Oxy 2296, fr. 4 (vv. 4-9), Ateneo 627a-b (vv. 2-15).

[ ]...[ ]
μαρμαίρει δὲ μέγας δόμος
χάλκῳ, παῖσα δ’ Ἄρῃ κεκόσμηται στέγα
λάμπραισιν κυνίαισι, κὰτ
5 τᾶν λεῦκοι κατέπερθεν ἴππιοι λόφοι
νεύοισιν, κεφάλαισιν ἄν-
δρων ἀγάλματα· χάλκιαι δὲ πασσάλοις
κρύπτοισιν περικείμεναι
λάμπραι κνάμιδες, ἔρκος ἰσχύρω βέλεος,
10 θόρρακές τε νέω λίνω


barbaglia la grande sala
di bronzo, per Ares il soffitto è adorno
tutto d’elmi splendenti: indi,
5 dall’alto, bianchi cimieri equini
s’agitano, già ornamento
al capo di eroi; bronzei, cingenti intorno
chiodi celati, i lucidi
schinieri, protezione dal duro dardo,
LA LIRICA MONODICA

10 quindi corazze di lino

2 δόμος: riferito a un tempio cfr. Iliade 4 λάμπραισι κυνίαισι: «elmi splen- nieri» di bronzo, che servivano quale pro-
VI 89 θύρας ἱεροῖο δόμοιο, ecc. denti». Si tratta di elmi sovrastati dal tezione della parte inferiore delle gambe.
pennacchio (λεῦκοι … ἴππιοι λόφοι), al
3 Ἄρῃ: La forma si deve a influsso tempo di Alceo ormai soppiantato dal più 10 θόρρακες … νέω λίνω = θώρακες
dell᾽epica ionica: in lesbio ci aspetterem- pratico elmo di tipo corinzio, liscio e con … νέου λίνου. Sono corsetti di lino, even-
mo Ἄρευι. - κὰτ τᾶν = καθ᾽ ὧν «sotto ai una piccola cresta. tualmente a più strati, ricordati già nelle ta-
quali». Sotto agli elmi ondeggiano i bianchi volette in Lineare B dell’archivio di Cnosso
pennacchi. 9 κνάμιδες = κνήμιδες sono «gli schi- (e in Iliade II 529 λινοθώρηξ è detto Aiace
562
56
62 LA LIRICA MONODICA
κόιλαί τε κὰτ ἄσπιδες βεβλήμεναι·
πὰρ δὲ Χαλκίδικαι σπάθαι,
πὰρ δὲ ζώματα πόλλα καὶ κυπάσσιδες.
τῶν οὐκ ἔστι λάθεσθ’ ἐπεὶ
15 δὴ πρώτιστ’ ὑπὰ ἔργον ἔσταμεν τόδε.

nuovo, e concavi scudi ben ammucchiati;


e poi spade calcidesi,
e poi innumeri cinture e bei chitoni.
Questo non s’ha da scordare
15 poiché ora già ci accingiamo a questa impresa.
[Tr. di A. Porro]

Telamonio), che rappresentano l’articolo nel VII secolo e attestati ad es. in Tirteo fr. 13 ζώματα: (cfr. ζώννυμι) erano vero-
più singolare del catalogo alcaico perché 19, 7 e in Mimnermo fr. 13a, 2. - κάτ … similmente fasce di cuoio da portare sotto
erano quasi sempre indossati, al tempo del βεβλημέναι = καταβεβλημέναι (tmesi). la corazza, come quella di Iliade IV 187.
poeta, da truppe orientali, come nel caso - κυπασσίδες: erano tuniche corte che
del θώρηξ λίνεος dedicato dall’egiziano 12 πάρ = παρά, con valore avverbiale. arrivavano a mezza coscia (cfr. Polluce 7,
Amasi ad Atena Lindia a Rodi (Erodoto II - Χαλκίδικαι σπάθαι: le «spade calci- 60).
182, 1) e di quelli degli Assiri dell’armata desi» erano sciabole corte e larghe, di cui
di Artaserse (Erodoto 1, 63). i Calcidesi dell’Eubea erano celebri fab- 15 ὐπά … ἔσταμεν: tmesi per ὑφέ-
bricanti (cfr. Archiloco fr. 3, 3 ss. e Eschi- σταμεν, aor. III di ὑφίστημι, cfr. Eu-
11 ἀσπίδες: si tratta degli scudi roton- lo fr. 356 Radt αὐτόθηκτον Εὐβοικὸν ripide, Supplici 189 τόνδ᾽ ὑποστῆναι
di di tipo oplitico, entrati in uso in Grecia ξίφος). πόνον.

Analisi del testo


Il brano è significativo anche per misurare un altro aspetto sulla testa possente pose un elmo ben lavorato,
essenziale della poesia alcaica, il suo modo di porsi di fronte con la coda equina, e pauroso al di sopra ondeggiava il cimiero;
alla tradizione epica: Alceo, infatti, rinnova qui il modello della e prese una lancia robusta, che si adattava alla mano».
“scena tipica” di vestizione del guerriero quale ricorre identica,
nell’Iliade, per Paride (III 330 ss.) e per Patroclo (XVI 131 ss.): Ma questa relazione intertestuale, che ai vv. 4-6 giunge ai li-
miti di una vera e propria “traduzione” da un linguaggio po-
κνημῖδας μὲν πρῶτα περὶ κνήμῃσιν ἔθηκε
etico all’altro, non ci impedisce di rintracciare, nel disegno
καλάς, ἀργυρέοισιν ἐπισφυρίοις ἀραρυίας· complessivo del brano, la peculiare cifra espressiva di Alceo:
δεύτερον αὖ θώρηκα περὶ στήθεσσιν ἔδυνεν il nesso funzionale fra descrizione ed esortazione; l’accelera-
... zione ritmica impressa all’andamento paratattico, per cui dai
ἀμφὶ δ’ ἄρ’ ὤμοισιν βάλετο ξίφος ἀργυρόηλον membri più ampi — allargati e suggellati da segmenti apposi-
χάλκεον, αὐτὰρ ἔπειτα σάκος μέγα τε στιβαρόν τε· tivi (κεφάλαισιν ἀνδρῶν ἀγάλματα 6 s., ἔρκος ἰσχυρέος
LA LIRICA MONODICA

κρατὶ δ’ ἐπ’ ἰφθίμῳ κυνέην εὔτυκτον ἔθηκεν βέλεος 9) — si passa a membri più brevi (frasi nominali viva-
ἵππουριν· δεινὸν δὲ λόφος καθύπερθεν ἔνευεν· cizzate dall’anafora: πάρ δέ ... πάρ δέ 12 s.) ed essenziali (la
εἵλετο δ’ ἄλκιμον ἔγχος, ὅ οἱ παλάμηφιν ἀρήρει. rassegna tende a diventare un nudo elenco), la serie di messe
a fuoco delle immagini per cui lo sguardo dell’osservatore sem-
Pose dapprima attorno alle gambe gli schinieri, bra discendere dall’alto (gli elmi appesi al soffitto) al basso
belli, muniti di fibbie d’argento, (gli scudi adagiati sul pavimento), infine l’insistenza sensi-
poi attorno al petto indossò la corazza tiva sul dato luministico e cromatico (μαρμαίρει, χαλκῳ,
... λάμπραισιν, λεῦκοι): sono tutti elementi e risorse che, sullo
si appese sulle spalle la spada dalle borchie d’argento, sfondo della tradizione epica ionica, disegnano uno stile ine-
bronzea, poi lo scudo grande e pesante; dito.
ALCEO 5663
563

Rifletti sul testo


1 2

T. 6 Frammento Al «conflitto per il potere supremo sollevato contro i Mitilenesi» da Mirsilo


208a V. (τυραννικὴ κατὰ Μυτιληναίων ἐγειρομένη σύστασις) si riferisce, secon-
do lo stoico Eraclito testimone del frammento, l’allegoria della nave dello stato,
sviluppata anche in un altro carme (fr. 6, 1-16, v. p. 000).

Metro: strofe alcaiche. Ἀσυννέτημμι τὼν ἀνέμων στάσιν·


Fonte: Eraclito, Alleg. τὸ μὲν γὰρ ἔνθεν κῦμα κυλίνδεται,
Hom. 5 (vv. 1-9),
Cocondrio, Περὶ τὸ δ᾽ ἔνθεν, ἄμμες δ᾽ ὂν τὸ μέσσον
τρόπων (Rhet. Gr. 3, νᾶϊ φορήμεθα σὺν μελαίνᾳ
234 s. Spengel) (vv.
1-5), P. Oxy 2297, fr.
a, b, c (vv. 8-19) ecc.
χείμωνι μόχθεντες μεγάλῳ μάλα·
πὲρ μὲν γὰρ ἄντλος ἰστοπέδαν ἔχει
λαῖφος δὲ πὰν ζάδηλον ἤδη
8 καὶ λάκιδες μέγαλαι κὰτ αὖτο,

1-5 Ἀσυννέτημμι ... μάλα: «Non ἔνθεν … ἔνθεν: cfr. Odissea V 327 τὴν δ᾽ 6-9 πὲρ μὲν γάρ ... τὰ δ᾽ ὀήϊα: «In-
capisco la direzione di questi venti: un’on- ἐφόρει μέγα κῦμα ... ἔνθα καὶ ἔνθα «un fatti l’acqua della stiva supera la base dell’al-
da rotola di qua, un’altra di là, e noi siamo grande flutto la portava … qua e là» e 330 bero e la vela maestra è ormai tutta lacera, e
trascinati nel mezzo sulla nave (νᾶϊ = νηΐ) ὣς τὴν ἂμ πέλαγος ἄνεμοι φέρον ἔνθα grandi squarci ne pendono, e si allentano le
scura molto tribolando per la grande tem- καὶ ἔνθα «così la portavano qua e là i venti ancore, e i timoni...». - ἄντλος: «acqua della
pesta». - Ἀσυννέτημμι = ἀσυνετέω sul mare». - ἄμμες = ἡμεῖς: il «noi» riguar- stiva» è usato in contesto di allegoria politi-
(cfr. ἀσύνετος e συνίημι): il termine non da Alceo e i suoi compagni di consorteria. ca anche in Eschilo, Sette contro Tebe 795
ricompare prima di Ippocrate, De fractu- - φορήμεθα [φόρημ(μ)ι] = φορούμεθα: s. πόλις ... κλυδωνίου/ πολλαῖσι πληγαῖς
ris 25. - τών: articolo con funzione dimo- in un analogo contesto allegorico leggiamo ἄντλον οὐκ ἐδέξατο «la città… sotto i
strativa («di questi»). - στάσιν: «posizio- in Teognide, 671 s. νῦν φερόμεσθα καθ᾽ colpi assidui del flutto non ha imbarcato ac-
ne», «direzione»: per questa accezione cfr. ἱστία λευκὰ βαλόντες/ Μηλίου ἐκ πό- qua». - πέρ … ἔχει: tmesi per ὑπερέχει.
Erodoto II 26, 2 τοῦ νότου ἡ στάσις, ma ντου νύκτα διὰ δνοφερήν «abbiamo am- - ἰστοπέδαν = ἰστοπέδην la «base dell’al-
LA LIRICA MONODICA

non si può escludere un’ambivalenza di ti- mainato le vele candide e nella notte buia bero maestro» della nave. - λαῖφος: il termi-
po allegorico per cui Alceo alluderebbe al siamo trascinati lungi dalle acque di Melo». ne è usato per la prima volta nell’accezione
più consueto significato del termine, quello - ὂν τὸ μέσσον = ἀνὰ τὸ μέσον «in mez- di «vela maestra»: in Odissea III 399 vale
politico di «discordia», «lotta civile», atte- zo al mare» cfr. Odissea V 330 πέλαγος «straccio». - ζάδηλον = διάδηλον, formato
stato del resto proprio in relazione ai venti μέσον: «il contesto, tuttavia, rende egual- su δῆλος «chiaro», «ben visibile» – e allo-
in Eschilo, Pr. 1085 ss. ἀνέμων πνεύματα mente plausibile l’interpretazione “nel mez- ra l’aggettivo significherebbe propriamente
πάντων εἰς ἄλληλα στάσιν ἀντίπνουν zo (delle due ondate)”» (G. Burzacchini). «trasparente» – o su δηλέομαι «lacerare»,
ἀποδεικνύμενα «le raffiche di tutti i venti - μελαίνᾳ = -νῃ, epiteto tradizionale (cfr. ma in questo caso si richiederebbe ζάδαλον,
manifestanti discordia di direzione le une ad es. Iliade I 300 νῆϊ μελαίνῃ), usato da non ζάδηλον. - λάκιδες = λακίδες,
contro le altre». - κυλίνδεται: «rotola» è il Alceo anche in fr. 34, 12 νᾶϊ μ[ε]λαίνᾳ. - cfr. Eschilo, Persiani 835 s. λακίδες …
verbo tradizionale per indicare il moto delle χείμωνι μόχθεντες [μόχθημι] = χειμῶνι ποικίλων ἐσθημάτων «stracci di variegati
onde, cfr. Iliade XI 307 κῦμα κυλίνδεται. - μοχθοῦντες. vestimenti». - κὰτ αὖτο = κάτ᾽ αὐτό «giù
564
56
64 LA LIRICA MONODICA
χάλαισι δ᾽ ἄγκυραι, τὰ δ᾽ ὀήϊα
[ ]
.[…].[ ]
12 τοι πόδες ἀμφότεροι με̣νο̣[

da essa»: per il ricorso alla frase nominale Odissea XII 218 νηὸς γλαφυρῆς οἰήϊα dell’enneasillabo precedente: περίπλεκ]/
cfr. fr. 338, 1 ἐκ δ᾽ ὀράνω μέγας/ χείμων νωμᾷς) è stato recuperato dal commentario τοι secondo Page, ἔμπλεκ]/τοι secondo
e 347, 2 ἀ δ᾽ ὤρα χαλέπα. - χάλαισι = di P. Oxy 2306 col. II. Da esso si ricava Rösler (entrambi col valore di «intreccia-
χαλῶσι (χαλάω). - ἄγκυραι: è la lezio- altresì che nella lacuna di v. 10 s. compa- ti», «ritorti». - πόδες: «piedi» è termine
ne della tradizione manoscritta di Eraclito, riva il vocabolo βόηες (= βοῆες) «cime di tecnico marinaresco per indicare i due an-
che è stata corretta in ἄγκυλαι (Unger) o cuoio» (cfr. Odissea II 426 ἕλκον δ᾽ ἱστία goli inferiori della vela, come in Odissea V
ἄγκοιναι (Bergk, Edmonds) – entrambi λευκὰ ἐϋστρέπτοισι βοεῦσιν «issavano 260. G. Cerri interpreta l’espressione alcai-
i termini col valore di «scotte», «cime» – le candide vele con ben ritorte cime di cuo- ca come «variazione della ben nota formu-
sulla base della considerazione che la scena io»). la tirtaica μενέτω ποσὶν ἀμφοτέροισι»,
è collocata in alto mare; tuttavia potrebbe che verrebbe però caricata «di un signi-
trattarsi di «ancore» per ormeggiare al lar- 12-15 τοι πόδες … ἔπερθα, τὼν̣ ficato ben diverso, usandola [Alceo] per
go, come quella usata da un pescatore in [δ᾽…]: «... ambedue i piedi restano saldi indicare la resistenza della vela alla furia
Leonida di Taranto, A.P. VII 506, 3; e del (?) nei canapi - solo questo appunto mi sal- dei venti». - με̣νο̣[ … σ̣[: è incerto se in
resto l’avvenuto cedimento delle sartie par- va (?) -, e le merci alcune, urtate (?), sono fine di v. 12 e di v. 13 bisogna integrare
rebbe smentito dall’augurio espresso più trascinate in alto, di altre...». - τοι: inizia- due indicativi (μέ̣νο̣[ισιν con Kamerbeek
sotto ai vv. 12 s. - τὰ δ᾽ ὀήϊα: segmento le rappresentava quasi certamente l’ulti- e σ̣[άοι = σῴζει con Lobel) oppure due ot-
di testo (cfr. Iliade XIX 43 οἰήϊα νηῶν, ma sillaba di una parola iniziata alla fine tativi (μέ̣νο̣[ιεν con Page e lo stesso σ̣[άοι,

Analisi del testo


Già in Archiloco, come abbiamo visto (fr. 105), i pericoli della delle onde e, fuor di metafora, nessuna breccia s’aperse all’as-
guerra erano assimilati all’approssimarsi di una tempesta sul salto dei nemici. I timoni (v. 9 ὀήϊα) e la vela (v. 7 λαῖφος)
mare, ma solo con Alceo (e poi in Teognide 671-82) prende sono i simboli della nave/città: nei Sette a Tebe (v. 3) il custode
forma compiuta l’immagine della nave in mezzo ai flutti come della cosa pubblica è colui che governa il timone (οἴακα) sul-
simbolo politico, «manifestazione visibile ed emblematica – la poppa della città. La violenza e le rovine della guerra sono
come osserva puntualmente B. Gentili – della discordia civile espresse nel Reso (v. 232 s.) di Euripide con l’immagine di Ares
che travolge la città di Mitilene (…) i venti, le onde, l’acqua che soffia impetuoso e lacera le vele della città di Ilio. Anche
della sentina, le sartie, i timoni, le scotte, il carico della nave, per la discussa espressione “restino saldi nelle scotte i due pie-
sono le immagini sensibili attraverso le quali il poeta comunica di (della vela)” [...] è indubbio che il termine ‘piedi’ ha la fun-
all’uditorio l’estrema gravità di una situazione, la furia di uno zione ambivalente di denotare, nell’ambito dell’allegoria, i due
scontro cui difficilmente si potrà resistere. L’onda metaforizza angoli inferiori della vela che vengono tirati o allentati dalle
il movimento e l’urlo dei guerrieri: nell’Iliade (XV 381 ss.) i corde e, fuor di metafora, come è stato dimostrato mediante
Troiani che si abbattono sul muro sono come una grossa onda- il confronto con Tirteo, i piedi del combattente. Lo stilema tir-
ta (μέγα κῦμα) che s’abbatte sulla murata di una nave (νηὸς taico che raffigura il soldato “ben saldo sulle gambe” che nel
ὑπὲρ τοίχων); nei Sette a Tebe di Eschilo il nunzio esorta a combattimento deve resistere (μενέτω) “con entrambi i piedi
difendere la città “prima che si scatenino i soffi di Ares, poiché fissati al suolo”, presenta quella stessa immagine che la meta-
urla l’onda (κῦμα) terrestre dell’esercito”. Con la stessa im- fora alcaica veicola attraverso il nesso concettuale del restar
magine marinaresca, che sembra questa volta ricalcare proprio saldo, del resistere (μένειν). I piedi, gli arti inferiori della vela
LA LIRICA MONODICA

quella di Alceo, il coro delle vergini descrive la sciagura della e del combattente, sono gli strumenti tangibili e visivi della
guerra che s’abbatte sui Tebani (vv. 758 ss.): “un mare di mali resistenza ad oltranza contro la furia dei venti e delle onde e,
sospinge l’onda (cioè l’onda dei guerrieri), l’una ricade, l’altra fuor di metafora, contro il divampare della guerra civile con il
solleva la triplice cresta che mugghia intorno alla poppa della ritorno di Mirsilo a Mitilene, in senso più specifico, contro gli
città”. L’acqua che penetra nella sentina della nave (ἄντλος) assalti della fazione avversa. Ad essi Alceo affida la propria
denota anch’essa l’onda degli uomini armati che irrompono salvezza».
nella città: nei Sette a Tebe (v. 795 s.) il nunzio narra con esul- Larga e duratura la fortuna del carme alcaico: oltre a Teognide
tanza al coro che la patria è ormai scampata al giogo, gode la (vv. 671-82) e ai Sette contro Tebe eschilei (in particolare vv.
quiete e “sotto i molti colpi delle ondate non accoglie l’acqua 62 ss., 208 ss., 795 ss.), vanno ricordati almeno Polibio (VI 44,
della sentina” (ἄντλος), cioè nessuna falla s’aperse all’impeto 3-7), Orazio (Carmina I 37), Dione Cassio (LII 16, 3-4).
ALCEO 5665
565
ἐν βιμβλίδεσσι· τοῦτό με καὶ σ̣[άοι]
μ̣όνον· τὰ δ᾽ ἄχματ᾽ ἐκπεπ[α]τ̣άχμενα
τὰ] μὲν φ̣[ό]ρ̣ηντ᾽ ἔπερθα, τὼν̣ [δ᾽…].

ma = σῴζοι). - βιμβλίδεσσι = βιβλίσι cfr. pria ed unica salvezza», ma l’«io» lirico ἐκπεπ[α]τ̣ ά χμενα = ἐκπεπαταγμένα
Etym. Magn. 197, 30 βιβλίδες· σχοινία qui potrebbe piuttosto indicare «quello col- (Kamerbeek) – cfr. Odissea XVIII 327 σύ
τὰ ἐκ βίβλου πεπλεγμένα; anche la lettivo, simposiale, che include il gruppo di γέ τις φρένας ἐκπεπαταγμένος ἐσσί
glossa interlineare chiosa il termine con ascolto» (M. Vetta). - ἄχματα = ἄγματα «tu sei colpito nella mente» – e ἐκπεπ[α]
σχοινίοις. - με καί … μονον: «me anche (cfr. ἄγω): hapax glossato dallo scolio λ̣άχμενα (Lobel) = ἐκπεπαλαγμένα «ri-
da solo»: Alceo – osserva Marzullo – «con con τὰ ἀγώγια, ὁ φορτ[ος «la merce». - dotte in polvere». - φ̣[ό]ρ̣ηντ᾽ ἔπερθα =
intemerato egoismo si preoccupa della pro- ἐκπεπ[α]τ̣άχμενα: incerta la scelta fra φοροῦνται ὕπερθεν.

MEMORIA LETTERARIA Un collage oraziano


Anche Orazio, in Carmina I 14, riprende l’allegoria alcaica:
O navis, referent in mare te novi O nave, nuove ondate ti riporteranno
fluctus. O quid agis? fortiter occupa al largo. Oh! Che fai? Imbocca a tutta forza
portum. Nonne vides ut il porto! Non vedi
nudum remigio latus, che il bordo è spoglio di remi
et malus celeri saucius Africo 5 e malconcio l’albero per l’Africo impetuoso,
antemnaeque gemant ac sine funibus e cigolano le antenne e senza trinche
vix durare carinae la chiglia non può reggere
possint imperiosius L’assalto prepotente
aequor? non tibi sunt integra lintea, del mare? Intatte non hai le vele né gli dèi dipinti
non di, quos iterum pressa voces malo. 10 da poter invocare se ti minaccia nuova burrasca.
Quamvis Pontiva pinus, Anche se sei pino del Ponto,
silvae filia nobilis, figlia di nobile selva,
iactes et genus et nomen inutile: non ti giova invocare il nome e il casato:
nil pictis timidus navita puppibus il marinaio impaurito non confida nella poppa
fidit. Tu, nisi ventis 15 decorata. Se non vuoi essere alla mercé
debes ludibrium, cave. dei venti, sta’ in guardia!
Nuper sollicitum quae mihi taedium, Ragione una volta di disgusto ansioso,
nunc desiderium curaque non levis, ora di passione e di cura non lieve,
interfusa nitentis tu evita le acque che scorrono
vites aequora Cycladas. 20 fra le Cicladi splendenti!

Non sappiamo quali circostanze inducessero Orazio a rielaborare lo schema allegorico alcaico: forse il
periodo che preparò il grande scontro di Azio del 31 a.C. segnando il culmine delle guerre civile oppure,
secondo altri, lo sconcerto prodotto dalla (finta) decisione di Ottaviano, nel gennaio del 27 a.C., di ab-
bandonare il governo dello Stato (ma già il Pascoli, in Lyra, esprimeva il sospetto che si trattasse di un’ode
«d’argomento generico, dedotto dal greco, con appena appena un fiato d’ispirazione dalla realtà»).
Certo è che qui il poeta venosino, diversamente da come è solito fare nei suoi rapporti con i poeti greci, non si
limita a richiamare al principio il modello per poi procedere per proprio conto, bensì ripete in larga misura, al-
LA LIRICA MONODICA
meno fino al v. 10, le scansioni dell’ode di Alceo, e in particolare la descrizione della nave aggredita dalle onde e
dai venti. D’altra parte, se il componimento ha il suo decisivo punto di riferimento in Alceo fr. 208, è anche vero
che l’esortazione a guadagnare in gran fretta il porto replica un momento dell’altra ode allegorica di Alceo che
abbiamo letto più sopra, e cioè fr. 6, 8: ἐς δ᾽ ἔχυρον λίμενα δρό[μωμεν «e corriamo verso un porto sicuro!».
Di qui, in Orazio, un punto di vista complessivo meno nitido e perentorio, che non senza forzatura giustap-
pone l’energica esortazione di fr. 6 all’ansia sgomenta di fr. 208 e lascia addirittura nel dubbio quale sia la
collocazione della persona loquens. Infatti, come osservava La Penna, in Alceo «si capisce bene che egli è
sulla nave e che la sorte della nave è anche la sua. Nell’ode di Orazio non si capisce bene se egli sia sulla costa
o sulla nave e quest’incertezza ha dato filo da torcere agli interpreti (probabilmente non lo sapeva neppure
Orazio stesso): si consideri o no imbarcato (nulla impedisce, a rigore, di crederlo, ma l’assenza di ogni indizio
positivo farebbe, in questo caso, propendere per il no), è certo che la passione della partecipazione non c’è».
566
56
66 LA LIRICA MONODICA
T. 7 Frammento Mirsilo, l’odiato tiranno succeduto a Melancro, è morto: bisogna «festeggiare» e
332 V. ubriacarsi («a forza», πρὸς βίαν, aggiunge enfaticamente il poeta).

Metro: endecasillabi alcaici. Probabilmente si tratta dei primi due versi di una strofe alcaica.
Fonte: Ateneo 430c.

Νῦν χρῆ μεθύσθην καί τινα πρὸς βίαν


πώνην, ἐπειδὴ κάτθανε Μύρσιλος.

1-2 Nῦν ... Μύρσιλος: «Adesso biso- κατέθανε. Appartenente al genos filoli- dell’omonimo golfo che si incunea nella
gna ubriacarsi e che ognuno beva a forza dio dei Cleanattidi, Mirsilo era succeduto costa occidentale dell’isola (cfr. lo sco-
poiché Mirsilo è morto». - μεθύσθην = a Melandro come tiranno di Mitilene e lio ad Alceo, fr. 114, 1-8: «... durante il
μεθυσθῆναι è correzione di Ph. Butt- aveva sventato una congiura organizzata primo esilio, quando la fazione di Alceo
mann per il tràdito μεθύσκειν. La cor- dall’eteria di Alceo alleata con Pittaco: e di [...], dopo aver preparato la congiura
reptio τινᾰ davanti a muta cum liquida quest’ultimo aveva tradito gli Alceidi, contro Mirsilo, si rifugiò a Pirra preve-
(πρ) è rara nella lirica eolica ma legit- che erano stati costretti all’esilio a Pirra nendo la repressione...»).
tima. - πώνην = πίνειν. - κάτθανε = (oggi Kaloni), sull’angolo sud-orientale

Analisi del testo


Nel suo candido cinismo il distico, probabilmente inziale del Alceo e alla sua eteria, in quanto la comunità di Mitilene asse-
carme come mostra anche l’analogo attacco dell’ode composta gnò poco dopo a Pittaco poteri illimitati proprio per proteggere
da Orazio per la morte di Cleopatra (Carmina I 37, 1 s. nunc est la città «contro gli esiliati, di cui erano a capo Antimenida e
bibendum, nunc pede libero/ pulsanda tellus...), documenta la il poeta Alceo» (Aristotele, Politica 1285a33; Antimenida era
violenza degli odi tra le fazioni in lotta per la conquista del fratello di Alceo).
potere: un’esultanza, per altro, che non portò frutti concreti ad

T. 8 Frammento Questa massima lapidaria sul vino come «spia» della sincerità o della lealtà
333 V. dell’uomo (un’altra sentenza imperniata sul vino è nel fr. 366 οἶνος, ὦ φίλε
παῖ, καὶ ἀλάθεα «vino, ragazzo mio, e verità») si ricollega alla funzione es-
senziale che nell’ambito delle eterie assumeva necessariamente il valore della
sincerità. Quella di Alceo non è dunque una riflessione di natura genericamente
esistenziale, ma è strettamente collegata alla vita della consorteria aristocrati-
ca, regolata da un complesso rituale, atto a sanzionare la coesione del gruppo,
che aveva i suoi momenti salienti nei patti giurati e nelle riunioni simposiali.
LA LIRICA MONODICA

Metro: endecasillabo alcaico.


Fonte: Tzetzes, commento a Licofrone, Alessandra 212.

οἶνος γὰρ ἀνθρώπω δίοπτρον.

1 οἶνος ... δίοπτρον: «… infatti il vino οἶνος δὲ νοῦ «specchio dell’aspetto è il ἀνθρώποις non verrebbe reso esplicito di
è spia dell’uomo». - δίοπττον: «mezzo per bronzo, della mente il vino». - ἀνθρώπω che cosa il vino sarebbe spia, e bisognereb-
vedere attraverso», non «specchio», che = -που, correzione di Lobel per il tràdito be allora ipotizzare che Tzetzes citasse la
sarebbe κάτοπτρον, cfr. Eschilo, fr. 393 ἀνθρώποις, sospetto non tanto per la for- sentenza in modo incompleto.
Radt κάτοπτρον εἴδους χαλκός ἐστ᾽, ma del dativo breve, quanto perché con
ALCEO 5667
567

Rifletti sul testo


1 2

T. 9 Frammento Questa massima lapidaria sul vino come «spia» della sincerità o della lealtà. Con
335 V. un procedimento caratteristico della sua poesia parenetica (cfr. 214, 2 nºu`̣n toi
crh`̣ª, 249, 6 crh` proi?dhn, 332, 1 nu`n crh` mequvsqhn) Alceo – rettificando
Archiloco (fr. 13) col sostituire il vino alla sopportazione (tlhmosuvnh) come
medicina del dolore – esorta l’amico Bicchis a ubriacarsi (cfr. i frr. 38A e 338).
«Ma che l’esortazione a bere non significhi qui rinunzia alla lotta è reso probabi-
le dalle ultime parole di Teucro nell’ode di Orazio [I 7, 32] cras ingens iterabimus
aequor» (G. Monaco) (al verso precedente Orazio sembra appunto riecheggiare e
condensare questo passo alcaico con l’esortazione nunc vino pellite curas).

Metro: strofe alcaiche. Οὐ χρῆ κάκοισι θῦμον ἐπιτρέπην,


Fonte: Ateneo 430bc. προκόψομεν γὰρ οὐδὲν ἀσάμενοι,
ὦ Βύκχι, φαρμάκων δ’ ἄριστον
οἶνον ἐνεικαμένοις μεθύσθην.

1 οἶνος ... δίοπτρον: «Non bisogna compagno di eteria di Alceo, nominato an- nide, fr. 512, Euripide, Baccanti 283, Ora-
abbandonare l’animo alle pene: infatti non che in fr. 73, 10. - φάρμακον: l’idea di zio, Carm. 1, 32, 14 s. o laborum / dulce le-
ci guadagneremo nulla ad affliggerci, o Bic- una ‘medicina’ delle sofferenze è già in Ar- nimen. - ἐνεικαμένοις = ἐνεγκαμένους
chis, ma la medicina migliore è ubriacarci do- chiloco, fr. 13, 6 s., che la individua nella (φέρω), riferito a un «noi» implicito, sog-
po esserci fatti portare vino». - ἀσάμενοι capacità di sopportare virilmente il dolore getto di μεθύσθην (= μεθυσθῆναι, cfr. fr.
= ἀσώμενοι (cfr. ἄση «nausea»). - Βύκχι: (la τλημοσύνη), e poi ricompare in Simo- 332, 1).

T. 10 Frammento Una scena invernale, delineata con brevi tratti impressionistici, nella quale al ri-
LA LIRICA MONODICA
338 V. gore del gelo esterno, con pioggia, tempesta e ghiaccio, fa da contrasto il calore
del simposio, ravvivato dal focolare e dal vino; nel quadro del convito aristocra-
tico, l’invito a bere senza risparmio è questa volta motivato non da un’occasione
politica, come nel fr. 332, o dal bisogno di vincere la sofferenza, come nel fr.
335, ma semplicemente dal freddo, che induce a ripararsi le tempie con una sof-
fice sciarpa. La ripresa oraziana in Carmina I 9 (la cosiddetta «Ode del Soratte»)
è prolungata ben al di là del «motto» iniziale, dove l’alternanza fra il riferimento
deittico alla situazione presente e l’esortazione conviviale si configura parimenti
ripartita fra prima e seconda strofe (vedi scheda di approfondimento).
568
56
68 LA LIRICA MONODICA

Metro: strofe alcaiche. ῎Υει μὲν ὀ Ζεῦς, ἐκ δ’ ὀράνω μέγας


Fonte: Ateneo 430a- χείμων, πεπάγαισιν δ’ ὐδάτων ρόαι ...
b (ma ἔνθεν a v. 3
è stato recuperato  ἔνθεν 
grazie a P. Bouriant 8,  
col. I, r. 20).

κάββαλλε τὸν χείμων’, ἐπὶ μὲν τίθεις


πῦρ ἐν δὲ κέρναις οἶνον ἀφειδέως
μέλιχρον, αὐτὰρ ἀμφὶ κόρσαι
8 μόλθακον ἀμφι    γνόφαλλον

1-3 ῎Υει μὲν ... ἔνθεν: «Zeus fa pio- 1 νὺξ μακρὴ καὶ χεῖμα. - πεπάγαισιν sone. - ἐπί … τίθεις (tmesi) = ἐπιτιθείς.
vere, e dal cielo grande tempesta (discen- = πεπήγασιν (da πήγνυμι) è perfetto di - ἐν ... κέρναις: (κέρναμι, corrispon-
de), e sono gelate le correnti delle acque tipo “stativo”. - ὐδάτων ῥόαι = ὑδάτων dente all’omerico κίρνημι) tmesi per
... donde...». - Ζεῦς = Ζεύς: l’espressio- ῥοαί: il nesso rimanda in primo luogo ai ἐγκεραννύς (cfr. fr. 346, 4 e Odissea XVI
ne «Zeus fa piovere», in quanto Zeus è il corsi d’acqua (fiumi e torrenti), cfr. Iliade 14 κιρνὰς αἴθοπα οἶνον). - αὐτάρ: molto
dio che presiede agli eventi atmosferici, è XVI 229 ὕδατος ῥοῇσι. - ἔνθεν: recupe- frequente nell’epica, la particella è attesta-
tradizionale, cfr. Iliade XII 25 = Odissea rato grazie a P. Bouriant 8, col. I, r. 20. ta solo qui nella poesia eolica. - ἀμφι 
XIV 457 ὗε δ᾽ ἄρα Ζεύς; per la combi-  : è caduto un imperativo o un participio
nazione di pioggia e ghiaccio – segnala- 5-8 κάββαλε … γνόφαλλον: «Ab- che denotava l’atto di «porre» o gettare» lo
to da πεπάγαισιν 2 – cfr. Orazio, Epodi batti questa tempesta aggiungendo fuoco scialle attorno al capo. Ch.W. Mitscherlich
13, 1 s. imbres/ nivesque deducunt Iovem. e mescendo senza risparmio vino dolce, e ha proposto l’integrazione ἀμφι[τίθει]. -
- ἐκ δ᾽ ὀράνω ... χείμων: la sequenza poni intorno alla tempia un soffice scialle». μόλθακον = μαλθακόν. - γνόφαλλον:
propone una frase nominale, che dà un - κάββαλε = κατάβαλλε «abbatti» in «sciarpa», si può trovare nelle varianti
effetto impressionistico alla menzione del Omero il verbo è usato per cose concrete, γνάφαλον, κνάφαλον, κνέφαλλον (cfr.
χείμων, come in Asclepiade, A.P. V 189, come un tetto (Iliade II 414), o per le per- γνάπτω / κνάπτω «cardare»).

MEMORIA LETTERARIA

Allusività oraziana
Rispetto ad altri casi di riprese di poesie alcaiche secondo la tecnica che Giorgio Pasquali definì del «motto
allusivo», Orazio in Carmina Ι 9 – la cosiddetta «Ode del Soratte» – ha costeggiato il modello di Alceo fr.
338 in modo assai più esteso, e cioè fino al v. 8:

Vides ut alta stet nive candidum Tu vedi come si staglia lucente per l’alta
Soracte, nec iam sustineant onus neve il Soratte e non più ne reggono il peso
silvae laborantes, geluque le affaticate selve e per il gelo
flumina constiterint acuto. acuto è diventata ghiaccio la corrente.

Dissolve frigus ligna super foco 5 Sciogli il freddo caricando


large reponens atque benignius di ceppi il camino e versa
LA LIRICA MONODICA

deprome quadrimum Sabina, Dall’anfora sabina, o Taliarco,


o Thaliarche, merum diota. vino di quattro anni.

Permitte divis cetera, qui simul Ogni altra cura affidala agli dèi: appena
stravere ventos aequore fervido 10 placheranno i venti cozzanti sul mare
deproeliantis, nec cupressi che ribolle né i cipressi
nec veteres agitantur orni. fremeranno né i vecchi olmi.

Quid sit futurum cras, fuge quaerere et Non chiedere che avverrà domani, ma
quem fors dierum cumque dabit lucro qualunque giornata ti offrirà la Sorte segnala
adpone, nec dulcis amores 15 a profitto e non ripudiare, giovane come sei,
ALCEO 5669
569
sperne puer neque tu choreas, i dolci amori e le danze

donec virenti canities abest finché dai tuoi anni verdi è lontana la canizie
morosa. Nunc et campus et areae bisbetica; ora si cerchino all’ora del convegno
lenesque sub noctem susurri il Campo e le piazze e i sussurri
composita repetantur hora, 20 a prima notte,

nunc et latentis proditor intumo ora la dolce risata che dal più segreto angolo
gratus puellae risus ab angulo tradisce la ragazza nascosta e il bracciale
pignusque dereptum lacertis strappato come pegno dal polso o l’anello dal dito
aut digito male pertinaci. che finge di resistere.

Già nell’ambito del motto iniziale il poeta latino mostra la sua personale cifra espressiva, puntualizzando
le generiche indicazioni meteorologiche del modello nel richiamo al Soratte, visibile dal Gianicolo o da
Monte Mario, e compiacendosi dell’idea delle selve spossate (laborantes) per il carico della neve.
Anche la notazione comunicata da candidum, il bianco luminoso, valorizzato dall’enjambement, non trova
riscontro nel modello, ma risponde al gusto di Orazio per effetti di luce.
Ma l’opposizione fra la dimensione alcaica e quella oraziana si riconduce soprattutto al fatto che, mentre
il poeta greco componeva i suoi carmi in vista di un concreto spazio simposiale animato da un’altrettanto
precisa e concreta occasione e dunque “indicava” come presenti i dati della realtà (era la dimensione della
deixis o demonstratio ad oculos), Orazio, una volta abbandonata la traccia del modello, inserisce nella
chiusa il richiamo a un contesto palesemente non invernale (spazi aperti quali il Campo Marzio e le piazze)
che riesce incompatibile con il quadro iniziale.
In questa nuova prospettiva il nunc del v. 18, iterato al v. 21, non è un indicatore puntuale in quanto non
denota l’ora del presente convito ma rimanda all’intera giovinezza («ora che sei giovane») e dunque ol-
trepassa la dimensione attuale per creare un quadro aperto su una stagione della vita lungo la quale il «re
della festa» (questo il senso dello pseudonimo Thaliarchus) dovrà concentrarsi sulle gioie che gli capiterà
di incontrare senza chiedersi che cosa avverrà domani.

T. 11 Frammento Ancora un brano metasimposiale, ma qui – diversamente che in frammenti come


346 V. 38A, 335 o 338 – il tono, senza raggiungere l’asprezza del fr. 332, appare tutt’al-
tro che riflessivo o didattico: a parte l’inciso esplicativo οἶνον ... ἔδωκ(ε) (vv. 3
s.), il frammento è scandito da una serie di imperativi impazienti (πώνωμεν 1,
ἄερρε 2, ἔγχεε 4, ὠθήτω 6), che traducono il perentorio invito a bere prima
dell’ora consueta («perché attendere le lucerne?»), con un dosaggio ben forte
di vino (ἔνα καὶ δύο 4).

Metro: distici di asclepiadei maggiori.


Fonte: Ateneo 430d (vv. 1-6), 480f-481a (vv. 1-5 init.) e 430a (v. 4 ἔγχεε-δύο).

Πώνωμεν· τί τὰ λύχν’ ὀμμένομεν; δάκτυλος ἀμέρα·


LA LIRICA MONODICA

2 κὰδ δἄερρε κυλίχναις μεγάλαις, ἄϊτα, ποικίλαις·

1-2 Πώνωμεν ... ποικίλαις: «Bevia- - ὀμμένομεν = ἀναμένομεν: cfr. Ora- al tempo: il δάκτυλος era infatti la più
mo! Perché aspettiamo le lucerne? Un di- zio, Carmina II 7, 6 s. cum quo moran- piccola unità di misurazione dello spazio,
to è il giorno. Tira giù, ragazzo, le grandi tem saepe diem mero/ fregi «insieme con variabile secondo le epoche e le località
coppe decorate». - πώνωμεν = πίνωμεν. cui spesso ruppi col vino l’indugiare del ma generalmente equivalente a circa 2 cm.
- τὰ λύχν(α): Alceo invita ad anticipare giorno». - δάκτυλος ἀμέρα (= ἡμέρα): - κὰδ δἄερρε = κατὰ δὴ αἶρε = κάται-
il momento del simposio, che soleva co- «un dito è il giorno», cioè: «non resta che ρε δή. - κυλίχναις μεγάλαις ... ποικί-
minciare subito dopo il tramonto, quan- un dito della giornata»; come in Mimner- λαις = κυλίχνας (cfr. κύλιξ) μεγάλας
do appunto si accendevano le lucerne. mo 2, 3 una misura spaziale è trasferita … ποικίλας. - ἄϊτα: è vocativo di ἀΐτας
570
57
70 LA LIRICA MONODICA
οἶνον γὰρ Σεμέλας καὶ Δίος υἶος λαθικάδεα
4 ἀνθρώποισιν ἔδωκ’. Ἔγχεε κέρναις ἔνα καὶ δύο

πλήαις κὰκ κεφάλας, ἀ δ’ ἀτέρα τὰν ἀτέραν κύλιξ


6 ὠθήτω …

(ἀΐτης), dichiarato vocabolo tessalico (e una e due misure colma le tazze fino all’orlo, re». Il dosaggio che prevedeva una misura
dunque eolico-continentale) in Teocri- e una coppa scacci l’altra!». - υἶος = υἱός: d’acqua e due di vino era considerato al-
to 12, 14. Esichio chiosa il termine con si tratta di Dioniso, figlio appunto di Se- quanto forte: come dice Plutarco (Quaest.
ἑταῖρος. Il vocativo rappresenta dunque mele e di Zeus. - λαθικάδεα = λαθικηδῆ, conv. 657d), la miscela basata su questo
un equivalente dell’apostrofe ὦ παῖ, assai cfr. Iliade XXII 83 λαθικήδεα μαζόν, rapporto determina lo stato «di mezza
frequente nei carmi erotici della silloge Aristofane, Rane 1321 βότρυος ἕλικα ubriacatura». - κὰκ κεφάλας = κατὰ
teognidea. παυσίπονον «spirale di grappolo che placa κεφαλῆς, dalla testa ai piedi, da cima a
gli affanni», Orazio, Carmina ΙΙ 7, 21 obli- fondo. - ἀ (integrazione di R. Porson) δ᾽
3-6 οἶνον γάρ ... ὠθήτω: «Infatti il vioso ... Massico. - κέρναις (κέρναμι) = ἀτέρα τὰν ἀτεραν = ἡ δ᾽ ἑτέρα τὴν
figlio di Semele e di Zeus donò agli uomini κεραννύς. L’espressione ἔνα καὶ δύο ha ἑτέραν. - ὠθήτω = ὠθείτω: III persona
come oblio degli affanni il vino. Mescendo come referente implicito κυάθους «misu- dell’imperativo di ὠθέω.

Analisi del testo


Già la prima parola del carme (πώνωμεν [«beviamo!»]) getta esempio fr. 73] ovvero «aumenta la gioia» [cfr. per esempio
luce su occasione e intenzione: l’eteria si è riunita a simposio fr. 332]).
ed Alceo con il suo canto conviviale (che naturalmente nella
chiusa può aver anche assunto una piega ‘politica’) dà il se- Proprio il fr. 346 si presta ad evidenziare la riferibilità dei canti
gnale, per così dire, dell’inizio. L’argomento seguente («per- conviviali di Alceo al simposio della propria eteria e la tenden-
ché aspettare fino a sera? Il giorno è quasi svanito» [v. 1]) ha za loro peculiare di una legittimazione non post, ma inter fe-
pertanto un carattere meramente rafforzativo e non di effettiva stum. Da ricordare è innanzitutto il fr. 140, in cui sono elencati
persuasione. Per questo motivo – al tempo stesso la prospet- vari strumenti bellici. Se – come si può supporre – l’efficacia
tiva si restringe dalla totalità dei presenti al singolo – si può particolare di questo carme nel suo luogo storico derivava dal
passare già col secondo verso ad ordini concreti rivolti al cop- fatto che gli oggetti in questione erano effettivamente pre-
piere, apostrofato qui con ἄϊτα (~ παῖ): «tira giù le grandi senti durante il carme, per cui solo l’unione di realtà e testo
coppe, artisticamente decorate (v. 2), ... mescola una misura dava senso all’elenco, anche il fr. 346 indica che al momento
di acqua e due di vino, e riempi le coppe fino all’orlo» (v. 4 sg. dell’esecuzione del canto si era già preso posto nella sala degli
), in rapido susseguirsi, affinché, facendole girare fra i convita- uomini dove erano conservati, accanto agli strumenti bellici,
ti, «l’una incalzi» per così dire «l’altra» (vv. 5 sg.). anche gli oggetti necessari per il simposio. L’invito rivolto al
coppiere, «tira giù le grandi coppe variopinte», con la precisa
Questi versi sono interrotti da un nuovo tentativo di legittima- indicazione «tira giù», non rappresentava un qualsiasi tópos
zione, secondo la generale caratteristica dei canti simposiali simposiale, ma era un ordine concreto in relazione al reale as-
di Alceo che vedono una continua alternanza di parenesi o co- setto dello spazio, allo scopo di poter dare finalmente inizio al
mando, e argomentazione: «perché il figlio di Semele e di Zeus simposio per il quale ci si era riuniti. Anche il fr. 346 rivela così
(cioè Dioniso) ha dato all’uomo il vino come mezzo per dimen- una coincidenza tra realtà e contenuto poetico che rende tanto
ticare gli affanni» (vv. 3 sg.). Le due motivazioni che dunque più comprensibile l’effetto che il carme doveva esercitare sulla
si incontrano nel frammento rivelano già tutta l’ampiezza del comunità dell’eteria: mentre gli hetaîroi in attesa dell’inizio
LA LIRICA MONODICA

potenziale giustificativo di cui Alceo disponeva: da una parte del simposio guardavano i preparativi, ascoltavano un carme in
motivi che si riferiscono esclusivamente al momento presente cui questa realtà veniva tematizzata e che inoltre legittimava
(presto sarà sera), dall’altra concezioni generali, basate su una l’azione prevista. Se l’accordo tra ‘sala d’armi’ e ‘canto d’ar-
verità di principio (il vino come mezzo mandato dal dio contro mi’ aveva indotto un senso di coraggio e di determinazione,
la tristezza). in questo caso il canto doveva programmare un’atmosfera di
letizia e di gioiosa attesa, che si sarebbe diffusa anche tra gli
Al centro di questo schema c’è l’aggancio, qui mancante, ascoltatori.
all’evento politico concreto, alle reali circostanze politiche, in [W. Rösler, Due carmi simposiali di Alceo, in M. Vetta, Poesia e
cui vengono ad intrecciarsi il motivo esterno specifico e la fun- simposio nella Grecia antica. Guida storica e critica, Roma-Bari,
zione generale del bere («fa dimenticare gli affanni» [cfr. per Laterza 1983, 71-73]
ALCEO 5771
571

MEMORIA LETTERARIA

Bere per dimenticare


Evidente l’intenzionalità della ripresa allusiva in un epigramma di Asclepiade (A.P. 12, 50):
Πῖν’, Ἀσκληπιάδη· τί τὰ δάκρυα ταῦτα; τί πάσχεις;
Οὐ σὲ μόνον χαλεπὴ Κύπρις ἐληΐσατο,
οὐδ’ ἐπὶ σοὶ μούνῳ κατεθήξατο τόξα καὶ ἰοὺς
4 πικρὸς Ἔρως· τί ζῶν ἐν σποδιῇ τίθεσαι;
Πίνωμεν Βάκχου ζωρὸν πόμα· δάκτυλος ἀώς·
ἦ πάλι κοιμιστὰν λύχνον ἰδεῖν μένομεν;
Πίνομεν· οὐ γὰρ ἔρως· μετά τοι χρόνον οὐκέτι πουλύν,
8 σχέτλιε, τὴν μακρὰν νύκτ’ ἀναπαυσόμεθα.
Bevi, Asclepiade! Perché queste lacrime? Che ti succede?
Non sei l’unica preda di Afrodite crudele,
né solo contro di te aguzzò arco e frecce
4 Eros amaro. Perché da vivo giaci in mezzo alla cenere?
Su, beviamo la bevanda gagliarda di Bacco: un dito è il giorno.
Perché aspettare ancora la lucerna che induce al sonno?
Beviamo, sventurato amante! Fra non molto, misero,
8 dovremo riposare per una lunga notte.

Il ricordo del carme di Alceo induce il poeta alessandrino a trasferire a Eros «amaro» l’origine delle soffe-
renze che chiedono di essere lenite dal vino e a trasformare quella che in Alceo si prospettava come una
virile accettazione della morte in una deriva inquietante dove ben presto annegheranno le gioie effimere
del bere in comune.

Una tonalità che si coglie assai bene per contrasto leggendo un epigramma del contemporaneo Edilo di
Samo (Edilo 5 Gow-Page, da Ateneo 472f), dove l’analogo invito al vino (ma rivolto dal poeta ai convitati,
non viceversa) si risolve assai più convenzionalmente, pur se con elegante colloquialità, in levità edoni-
stica:
Πίνωμεν· καὶ γάρ τι νέον, καὶ γάρ τι παρ’ οἶνον
εὕροιμ’ ἂν λεπτὸν καί τι μελιχρὸν ἔπος.
Ἀλλὰ κάδοις Χίου με κατάβρεχε καὶ λέγε “παῖζε,
4 Ἡδύλε”. Μισῶ ζῆν ἐς κενόν, οὐ μεθύων.
Beviamo! Perché qualcosa di nuovo, perché qualche parola nuova col vino
dovrei trovare, qualche parola lieve e dolce.
Ma tu innaffiami con anfore di Chio e dì: «Scherza,
4 Edilo»: odio vivere rinunciando a bere senza ragione.

Rifletti sul testo


LA LIRICA MONODICA

1 2
572
57
72 LA LIRICA MONODICA

L’invito a bere nel simposio alcaico


Proprio come autore di canti simposiali Alceo è incorso nella Un’impressione del genere è ottenuta soprattutto grazie a in-
condanna di critici antichi e moderni, le cui motivazioni rive- dicazioni temporali o accenni a condizioni esterne, a cui sono
lano una stupefacente continuità. È interessante notare che connessi di volta in volta i diversi appelli simposiali (« è subito
esse posano più su un piano morale che letterario, perché è sera» [346], «è freddo fuori» [338], «estrema calura» [347]).
sempre la sfrenata voglia di bere, esteriormente presente nella Anche se non è da escludere la possibilità che Alceo sia stato in
sua lirica, a provocare l’incomprensione, quando non addirittu- grado di improvvisare carmi piuttosto brevi di contenuto topico
ra il biasimo. Se già Ateneo (10, 430 A [= Test. 464 V.]) aveva (ma difficilmente un canto molto ricercato come il fr. 347), la
rimproverato al peripatetico Cameleonte di non essere infor- seguente spiegazione è in ogni caso più completa: Alceo antici-
mato sulla philoinía di Alceo (fr. 12 Wehrli) ed aveva ammonito pava nella stesura situazioni tipiche come quelle menzionate e
«sorprendiamo questo poeta a bere in ogni stagione e in ogni poi eseguiva i relativi canti quando si presentava effettivamen-
circostanza », nella letteratura critica moderna si incontrano te la situazione corrispondente.
giudizi come i seguenti, che del resto si potrebbero moltipli- Molteplici sono le impressioni che sul carattere e lo svolgimen-
care a piacere: «L’aristocratico ... che combatte, fugge, sente to dei simposi celebrati nell’eteria ci trasmettono questi fram-
freddo, sempre pronto in ogni stato d’animo e ad ogni ora del menti di canti simposiali, numerosi, ma spesso molto brevi. In
giorno a ubriacarsi ...» (Wilamowitz). «Anche Alceo ... pensa complesso si può dire che i banchetti avevano già evidente-
alla morte (fr. 73 [D. = 38a V.]) e alla vecchiaia imminente (fr. mente quella configurazione differenziata che conosciamo per
80 [D. = 39a V.]), ma la sua vigorosa vitalità, richiamandosi al l’epoca successiva grazie a numerose testimonianze letterarie
destino immutabile dell’uomo e alla volontà di Zeus, lo indu- e figurative; non mancano perfino accenni al gioco del cottabo
ce a scacciare in fretta tali pensieri e ad annegarli nel vino» (fr. 322) e al komos finale dei bevitori (fr. 374). Per quanto
(Schadewaldt). «Ogni circostanza serviva ad Alceo da pretesto riguarda la forma di tali frammenti si possono distinguere es-
per bere ... » (Fränkel). «Sebbene Alceo fosse un inveterato senzialmente tre diversi tipi di allocuzione:
uomo d’azione, o meglio forse proprio in quanto tale, quando • la parenesi simposiale in prima persona plurale rivolta alla
si lasciava andare alla spensieratezza lo faceva senza riserve totalità dei presenti (per esempio frr. 73, 11; 346, 1 [« Be-
... » (Bowra). Di tanto in tanto il giudizio morale ed estetico viamo! Perché aspettare le lucerne?»]);
si uniscono in affermazioni come questa: «Semplici frasi brevi, • quella in seconda persona singolare, rivolta ad alcuni par-
sintomi, forniti in parte dalla reminiscenza e non dalla rifles- tecipanti interpellati di volta in volta per nome, pur essendo
sione. Pura ragione senza alcun sentimento, o meglio l’unico tali carmi ovviamente destinati, come quelli del gruppo se-
sentimento è la sete ... » (Wilamowitz). guente, a tutti i convitati (per esempio fr. 38a, v. 1 [« Bevi...
Per quanto autorevoli suonino questi giudizi, tutti riportano Melanippo con me!»]; fr. 335);
però ad un banale equivoco, che ha tuttavia cause assai profon- • ed infine esortazioni a determinati atti e servizi come me-
de. Infatti, l’ipotesi implicita che Alceo nella sua opera poetica scolare, versare, ungere e così via, diretti al coppiere o in un
abbia dato tanta parte alla tematica simposiale a causa di una caso anche ai coppieri (per esempio frr. 50; 206; 338; 346,
propria personale inclinazione (o con parole più semplici che 2 sgg.; 362; 366; 367 [plur.]; 368). È significativo che nei
egli abbia composto tanti canti simposiali perché gli piaceva canti appartenenti all’ultimo gruppo (è questa l’impressio-
bere), non prende in considerazione il fatto che i carmi in que- ne che si ricava dai testi che possediamo) si rinunci sem-
stione non sono autoritratti solipsistici di un libero creatore, pre alla menzione del nome, e si utilizzi talvolta perfino la
bensì testi che rientrano in una cornice storica, composti per terza persona singolare (« Intrecci qualcuno corone per il
determinate occasioni e rivolti a un pubblico storico che nutri- petto» [fr. 362, 2], « io voglio che qualcuno vada a chiamare
va certe aspettative e pretese nei confronti dei prodotti del « ... » [fr. 368, 1]), e ciò perché in questo caso, a differenza
suo» autore. Ma la cornice storica della lirica alcaica è appun- dall’apostrofe individuale rivolta al compagno di tavola, il
to il simposio: di qui gli inviti a bere, gli ordini al coppiere, carattere imperativo escludeva qualsiasi possibilità di con-
le giustificazioni del banchetto ricollegate al caldo, al freddo, fusione. Tutt’al più si incontrano isolatamente vocativi di
alla gioia, al lutto. Nelle parole di Fränkel risulta particolar- tipo generico come «caro fanciullo» (ô phile pai) (fr. 366) e
mente evidente il disconoscimento della funzione storica dei
LA LIRICA MONODICA

«compagno» (áita) (fr. 346, 2; il testo è però incerto).


canti simposiali di Alceo. Dato che essi rappresentavano certo
una componente importante, ma non la ragione dei simposi
celebrati dall’eteria (il simposio come stabile istituzione socia- Caratterizza in modo particolare i frammenti del primo e del
le non aveva bisogno di essere consacrato da un carme), la terzo gruppo un atteggiamento autoritario che induce a sup-
conclusione che egli trae dai frammenti, che cioè Alceo abbia porre che Alceo nel banchetto dell’eteria abbia mirato ad as-
sfruttato ogni occasione come pretesto per bere, deve essere sumere insieme alla funzione del «poeta lirico» anche quella
addirittura rovesciata nel suo contrario. Alceo non forniva pre- di simposiarca.
testi, ma in un certo senso legittimazioni a posteriori, conferme [W. Rösler, Due carmi simposiali di Alceo, in M. Vetta, Poesia e
di un fatto (si stava già insieme), anche se esse si presentavano simposio nella Grecia antica. Guida storica e critica, Roma-Bari,
formalmente come spontanea reazione a una causa qualunque. Laterza 1983, 68-71]
ALCEO 5773
573
T. 12 Frammento Un originale invito a bere, proposto nell’occasione di un simposio estivo, in un
347 V. momento in cui la canicola e la stagione opprimente impongono, in un certo
senso, di ricorrere al vino. Si è osservato come «la capacità di mettere in re-
lazione il mondo al di fuori con l’esperienza soggettiva rivela nuovamente la
modernità “lirica” di Alceo» (G. Burzacchini). Proclo citava questo brano per
sottolinearne la dipendenza da Esiodo, Erga 582-89.

Metro: asclepiadei maggiori.


Fonte: Proclo, commento a Esiodo, Erga 584 (vv. 1-6), Ateneo I 22e-f (vv. 1-2) e X 430b (vv. 1 s.);
Plutarco, quaest. conv. 697f-698a (v. 1), ecc.

Τέγγε πλεύμονας οἴνῳ, τὸ γὰρ ἄστρον περιτέλλεται,


2 Ἀδ’ ὤρα χαλέπα, πάντα δὲ δίψαισ’ ὐπὰ καύματος,

ἄχει δ’ ἐκ πετάλων ἄδεα τέττιξ ...


4 ἄνθει δὲ σκόλυμος, νῦν δὲ γύναικες μιαρώταται

λέπτοι δ’ ἄνδρες, ἐπεὶ ‹δὴ› κεφάλαν καὶ γόνα Σείριος


6 ἄσδει …

Bagna i polmoni di vino, infatti l’astro compie il suo giro


2 e la stagione è opprimente, e tutte le cose hanno sete per la calura,

e dalle fronde frinisce dolcemente la cicala …


4 e fiorisce il cardo, e ora le donne sono molto vogliose,

ma gli uomini fiacchi, poiché Sirio dissecca la testa


6 e le ginocchia

1 Τέγγε πλεύμονας: «bagna i polmo- beneficio dal liquido che vi affluisce, men- denota la conclusione di un ciclo) avve-
ni». L’esortazione iniziale è una variazione tre risalirebbe a Platone (Timeo 70c e 91a) niva, al tempo di Alceo, il 19 luglio. Sul
del tipico «beviamo» o «bevi». Secondo la falsa opinione che le bevande attraver- nesso fra vino e «canicola», cfr. Teognide
Plutarco, Quaest. conv. 697f-698a, Alceo sano i polmoni. - τό … ἄστρον: l’astro 1039 s. «stolti coloro che non bevono vino
si sarebbe limitato a pensare che i polmoni, è Sirio (cfr. v. 5), della costellazione del al levarsi di Sirio e del Cane».
in quanto prossimi allo stomaco, traggono Cane, la cui levata eliacale (περιτέλλεται LA LIRICA MONODICA

Rifletti sul testo


1 2
574
57
74 LA LIRICA MONODICA

MEMORIA LETTERARIA Vino e canicola


Ecco il passo esiodeo (Erga 582-89) da cui Alceo avrebbe preso lo spunto:
῏Ημος δὲ σκόλυμός τ’ ἀνθεῖ καὶ ἠχέτα τέττιξ
δενδρέῳ ἐφεζόμενος λιγυρὴν καταχεύετ’ ἀοιδὴν
πυκνὸν ὑπὸ πτερύγων, θέρεος καματώδεος ὥρῃ,
τῆμος πιόταταί τ’ αἶγες, καὶ οἶνος ἄριστος,
μαχλόταται δὲ γυναῖκες, ἀφαυρότατοι δέ τοι ἄνδρες
εἰσίν, ἐπεὶ κεφαλὴν καὶ γούνατα Σείριος ἄζει,
αὐαλέος δέ τε χρὼς ὑπὸ καύματος· ἀλλὰ τότ’ ἤδη
εἴη πετραίη τε σκιὴ καὶ βίβλινος οἶνος

quando il cardo fiorisce e la canora cicala,


posando su un albero, effonde la sua acuta canzone
fittamente di sotto le ali, nella stagione dell’estate faticosa,
allora sono ben pasciute le capre e ottimo è il vino,
e molto lascive sono le donne, ma molto fiacchi
gli uomini, poiché Sirio dissecca il capo e le ginocchia,
e la pelle è arida per la calura. Allora finalmente
possa io trovare l’ombra di una roccia e vino di Biblo …

È evidente come Alceo costeggia da presso il proprio modello e in questo caso è difficile pensare alla co-
mune, ma indipendente, rielaborazione di una traccia tematica tradizionale.
Si è perfino asserito che «Alceo si compiacque di ripetere ai suoi compagni di convito un passo di Esiodo
tradotto nel dialetto e nel metro locali» (D. Page), ma non vanno per altro verso sottovalutati due scarti
significativi operati da Alceo: la subordinazione dell’intera descrizione all’energica esortazione conviviale
dell’attacco, in modo che il quadro della calura opprimente viene a porsi come motivazione (γάρ 1) dell’invi-
to a bere (mentre in Esiodo non di invito si tratta, ma di un augurio, cfr. εἴη 589), e l’incalzante allineamento
paratattico alcaico di contro alla più ragionata coordinazione temporale esiodea (ἦμος 582… τῆμος 585).

Saffo
T. 1 È l’unico componimento sicuramente intero che possediamo di Saffo: nell’edizione
Ode 1 V.
alessandrina occupava il primo posto del I libro. Dionisio di Alicarnasso lo cita co-
me documento esemplare dello stile fondato su un’elegante, morbida associazione
dei suoni. Strettamente personale è l’occasione che determina questo carme: la
ripulsa della ragazza amata, che l’intervento della dea dovrà condurre ad amare la
LA LIRICA MONODICA

poetessa; e soggettivamente orientata risulta sia la selezione degli epiteti con cui
la dea viene invocata (con l’insistenza sul δόλος e sulla ποικιλία, sulle arti varie e
astute che rappresentano i requisiti della conquista amorosa) sia il tipo di dialogo,
colloquiale e immediato (si noti l’agilità del passaggio al discorso diretto), che si
instaura fra la dea e la poetessa. Poesia personale, quindi, confessione erotica, ma
insieme poesia comunitaria, destinata a essere cantata entro la cerchia più intima
del tiaso e a fungere da elemento di coesione emotiva e culturale della comunità,
col ruolo centrale assegnato alla dea dell’amore e alla sfera di valori che si coagu-
lano intorno all’esperienza erotica.
SAFFO 5775
575
Metro: strofe saffiche. Ποικιλόθρον’ ἀθανάτ’Αφρόδιτα,
Fonte: Dionisio παῖ Δίος δολόπλοκε, λίσσομαί σε,
di Alicarnasso, de
compositione verborum μή μ’ ἄσαισι μηδ’ ὀνίαισι δάμνα,
173-79; P. Oxy. 2288 πότνια, θῦμον,
(vv. 1-21).

5 ἀλλὰ τυίδ’ ἔλθ’, αἴ ποτα κἀτέρωτα


τὰς ἔμας αὔδας ἀΐοισα πήλοι
ἔκλυες, πάτρος δὲ δόμον λίποισα
χρύσιον ἦλθες

ἄρμ’ ὐπασδεύξαισα· κάλοι δέ σ’ ἆγον


10 ὤκεες στροῦθοι περὶ γᾶς μελαίνας
πύκνα δίννεντες πτέρ’ ἀπ’ ὠράνωἴθε-
ρος διὰ μέσσω·

αἶψα δ’ ἐξίκοντο· σὺ δ’, ὦ μάκαιρα,

1-4 Ποικιλόθρον’ … θῦμον: «Im- δολοπλόκου … Κυπρογενοῦς. - ἄσαισι confronto con un altro luogo saffico, fr. 127
mortale Afrodite dal trono lavorato con arte, … ὀνίαισι: la combinazione fra ἄσαισι, δεῦρο δηὖτε Μοῖσαι χρύσιον λίποισαι ...
figlia di Zeus, tessitrice di astuzie, ti sup- letteralmente «nausee» (cfr. ἄω «saziarsi») (sc. δόμον o sim.); cfr. Iliade IV 2 πὰρ Ζηνί
plico, non ficcarmi l’animo con ansie e tor- e ὀνίαισι (= ἀνίαις) ha un preciso parallelo … χρυσέῳ ἐν δαπέδῳ «presso Zeus, nella
menti, o veneranda». - Ποικιλόθρον(ε): nel De morbo sacro attribuito a Ippocra- stanza dal pavimento d’oro»; Pindaro, Ne-
l’aggettivo ποικιλόθρονος è un hapax te (15.1-5 Grensemann = 6, p. 388 Littré) mea 10, 88 οὐρανοῦ ἐν χρυσέοις δόμοισιν.
modellato sugli epiteti epici εὔθρονος nell’ambito della descrizione di un paziente - ὑπασδεύξαισα = ὑποζεύξασα.
e χρυσόθρονος, in cui ποικιλο- allude affetto da turbe psichiche di origine fleg-
all’abilità del lavoro di intaglio e «dilata la matica: «soffre e ha nausea (ἀνιᾶται … 9b-12 κάλοι δέ … διὰ μέσσω:
nozione materiale fino a coinvolgere il va- καὶ ἀσᾶται) senza motivo se il cervello «e veloci ti conducevano passeri belli so-
lore astratto, sicché il trono, che era “bello”, si raffredda e si condensa più del solito». pra la terra scura fitte roteando le ali giù
“d’oro”, “dedaleo” in Omero, diventando - δάμνα: è imperativo presente di δάμναμι dal cielo attraverso l’etere intermedio».
“ingegnosamente costruito” evoca pure = δάμνημι, δαμάζω, verbo spesso applicato - ὤκεες στροῦθοι: Saffo sembra aver
l’ingegnosità dell’artista» (G.A. Privitera); alla sfera erotica. - πότνια: (cfr. δεσ-πότ- sostituito i passeri (il passero era animale
alcuni però intendono «dalla veste ricamata ης e lat. potens) è epiteto divino già attesta- sacro ad Afrodite) ai cavalli, muovendo
di fiori di vario colore» ricollegando -θρον- to in miceneo. dalla formula epica ὠκέας ἵππους. -
non a θρόνος «seggio» ma a θρόνα «fiori» δίννεντες (δίννημι) = δινοῦντες. - ἀπ᾽
(cfr. Iliade XXII 441 ἐν δὲ θρόνα ποικίλ᾽ 5-9 ἀλλά … ὐπασδεύξαισα: «ma ὠράνωἴθερος = ἀπ᾽ οὐρανοῦ αἰθέρος
ἔπασσε «vi intesseva variopinti disegni di vieni qua, se mai altre volte, udendo da lun- (sinecfonesi): il volo è rapido (πυκνά) ma
fiori»; tuttavia questa interpretazione par- gi la mia voce da lontano porgesti ascolto non rettilineo, anzi sembra colmare con
rebbe smentita da composti pindarici come e, lasciata la casa aurea del padre, venisti le sue traiettorie roteanti (δίννεντες) lo
ὁμόθρονος e ὑψίθρονος, non riconducibili dopo aver aggiogato il carro». - τυίδ(ε) spazio aereo che intercorre fra l’Olimpo
a θρόνα, e del resto l’epiteto non si riferisce = τῇδε, ma con funzione di moto a luo- e la poetessa. - μέσσω = μέσου, cfr. Ilia-
qui a una veste ma alla persona stessa della go. - αἴ ποτα κἀτέρωτα = εἴ ποτε καὶ de XIX 351 (di Atena) ἣ δ᾽ …/ Οὐρανοῦ
dea. - ἀθανάτ’Αφρόδιτα: nel contatto fra ἑτέρωτε: si tratta di uno stilema tipico ἐκκατεπᾶλτο δι᾽ αἰθέρος «balzò giù dal
ἀθανάτᾱ e Ἀφρόδιτᾰ -τᾱ e Ἀ- vengono a della preghiera per introdurre il ricordo di cielo attraverso l’etere».
LA LIRICA MONODICA

fondersi in un’unica sillaba per il fenome- un favore ricevuto in passato dalla divinità,
no della sinecfonesi. La definizione di una cfr. Iliade V 116 εἴ ποτε … μοι παρέστης, 13-20 αἶψα δ᾽ ἐξίκοντο … ἀδί-
singola divinità come «immortale» – qui in Sofocle, Edipo Re 164 ss. - τὰς ἔμας κησι: «e subito giunsero, e tu, o beata,
contrasto «con la mortalità di Saffo che pre- αὔδας ἀΐοισα πήλοι = τῆς ἐμῆς αὐδῆς sorridendo con il volto immortale, chiedesti
ga» (G. Perrotta) – è molto rara, e in Omero ἀΐουσα τηλοῦ. - λίποισα = λιποῦσα. che cosa ho sofferto e perché di nuovo chia-
ricorre solo nell’espressione τὸν ἀθάνατος - χρύσιον = χρυσοῦν: in conformità con mo e che cosa massimamente con animo fol-
τέκε Ζεύς di Iliade II 41, mentre è frequen- l’indicazione del papiro, che lo fa seguire da le voglio che avvenga per me. “Chi di nuovo
te il plurale ἀθάνατοι. - δολόπλοκε: è for- un punto in alto, l’aggettivo si doveva colle- devo persuadere ... indietro al tuo amore?
se un neologismo, di formazione identica gare a δόμον, piuttosto che ad ἄρμα, sia per- Chi, o Saffo, ti fa torto?”». C’è un trapasso
rispetto a μυθόπλοκος, detto di Eros, in fr. ché in tal modo ne deriva una più salda unità sommerso fra discorso indiretto e discor-
188, ripreso in “Teognide” 1386 Κυθέρεια della strofe, con più nitido risalto del richia- so diretto: in dipendenza del tempo storico
δολόπλοκε e in Carm. adesp. 949 PMG mo interno fra ἔλθ(ε) 5 e ἦλθες 8, sia per il ἤρε(ο) «chiedevi» (imperfetto di ἔρομαι)
576
57
76 LA LIRICA MONODICA
μειδιαίσαισ’ ἀθανάτῳ προσώπῳ
15 ἤρε’ ὄττι δηὖτε πέπονθα κὤττι
δηὖτε κάλη[μμι

κὤττι μοι μάλιστα θέλω γένεσθαι


μαινόλᾳ θύμῳ· τίνα δηὖτε πείθω
ἄψ σ᾽ ἄγην ἐς σὰν φιλότατα; Τίς σ’, ὦ
20 Ψάπφ’, ἀδίκησι;

Καὶ γὰρ αἰ φεύγει, ταχέως διώξει,


αἰ δὲ δῶρα μὴ δέκετ’, ἀλλὰ δώσει,
αἰ δὲ μὴ φίλει, ταχέως φιλήσει

vengono usati il perfetto e il presente indi-


cativi (non l’ottativo di un tempo storico)
Il lavoro del filologo e poi il discorso diretto si avvia al v. 18
con τίνα δηὖτε senza essere introdotto
Discussione testuale sul v. 18 dell’Ode ad Afrodite da un verbo di “dire”. - μειδιαίσαισ(α)
La ricostruzione del testo e del senso di v. 18 s. è estremamente problematica. Nell’edi- = μειδιάσασα «sorridendo»: Afrodite in
Omero è φιλομμειδής «amante del sor-
tio princeps di P. Oxy 2288, sulla base di una traccia in alto nel rigo riconducibile a una riso». - δηὖτε = δὴ αὖτε, ribadito al v.
lettera come ψ o φ (il papiro ha ..σ.ᾰγην) E. Lobel proponeva ἄψ σ᾽ ἄγην (la tradi- 16 e al v. 18: l’avverbio sottolinea il topos
zione manoscritta del De compositione verborum di Dionigi di Alicarnasso è invece di- della ciclicità dell’esperienza erotica (cfr.
visa fra -μαι σαγήνεσσαν, con μαι corretto in βαι, del codice P e καὶ σαγήνεσσαν anche Ibico, fr. 287, 1). - πείθω/ ἄψ σ᾽
del codice F) da abbinare alla correzione, in effetti già proposta da Edmonds (1920), ἄγην: la ricostruzione del testo e del sen-
del successivo σάν in ϝάν. Si avrebbe allora il senso «chi è colei che devo persuadere a so di v. 18 s. è estremamente problema-
tica: i codici di Dionigi propongono una
ricondurti al suo amore?», ma ci aspetteremmo che fosse Saffo a ricondurre al proprio
lezione incongruente, mentre il papiro ha
amore la fuggitiva, non viceversa. F. Blass aveva proposto πείθω- | μαί σ᾽, e la sua .].σ.ᾰγην[; accettando – exempli gratia –
proposta è stata modificata sulla base del papiro da V. Di Benedetto (1983) in πείθωμ᾽ la soluzione proposta da Lobel nell’editio
| ἄψ σ᾽ ἄγην, ma a parte il caso molto particolare di δέ in fr. 31, 9 non ci sono esempi princeps di P. Oxy 2288, ἄ]ψ̣ σ̣᾽ ἄγην –
di blocco della sinafia, e pertanto di elisione, fra endecasillabi saffici. Un’altra pos- interpretando σ̣᾽ come dativo di vantag-
sibilità, che concilierebbe i dati del papiro con quelli della tradizione manoscritta di gio σ(οι) e ἄγην (= ἄγειν) come infini-
Dionisio di Alicarnasso, è di intendere la traccia suddetta in alto nel rigo, con M. Parca to finale – si avrebbe un significato «chi
devo persuadere per condurla indietro al
(1982), come accento circonflesso, per cui si avrebbe Πείθων tuo amore?». - Τίς … ἀδίκησι; dicendo
(correzione di Ahrens per πείθω) / μαἶσάγην «desideri che «chi ti fa torto?» Afrodite prende implici-
Peitho (Persuasione) conduca». In tal caso μαἶσάγην sa- tamente le parti della sua devota.
rebbe, come già intuito da C. Theander (1934) prima della
scoperta del papiro, sinalefe di μᾷ εἰσάγην (= εἰσάγειν), 21-24 Καὶ γάρ … ἐθέλοισα: «E
con μᾷ (< *masai) indicativo medio della II persona di infatti se fugge presto inseguirà e se non
accoglie doni anzi donerà, e se non ama
μάομαι coniugato, come è consueto in lesbio, alla stregua di amerà anche suo malgrado». La strofe
un verbo in -μι, cfr. Saffo fr. 130, 4 V. Πότᾳ «tu voli» (Lobel), mostra una marcata tendenza alle sim-
da πόταμαι, a fronte di ποτέονται (Alceo fr. 322) e Alceo metrie interne e ogni verso oppone la
fr. 119, 8 δύνᾳ (= δύνῃ), e più specificamente, per μᾶμαι situazione presente al suo rovesciamen-
LA LIRICA MONODICA

in alternativa a μαίομαι / μάομαι, vedi l’iscrizione vascolare to futuro: si notino i tre futuri διώξει,
attica del V secolo a.C. (Kretschmer, Vaseninschriften, nr. 54) δώσει, φιλήσει in fine di verso, l’anafo-
ra di αἰ, le paronomasie δῶρα … δώσει
μαμε καὶ ποτεω (μᾶμαι καὶ ποθέω) «bramo e desidero»,
e φίλει … φιλήσει, la ripetizione di
presumibile “citazione” di una sequenza saffica simile ma non ταχέως nella stessa sede metrica. - αἰ
identica a Saffo fr. 36 καὶ ποθήω καὶ μάομαι. = εἰ. I verbi φεύγειν e διώκειν so-
no consueti nel linguaggio della tattica
Foto del papiro che trasmette i primi 21 versi dell’ode (P. Oxy amorosa, cfr. Teocrito 6, 17 καὶ φεύγει
2888), con disegno ricostruttivo: la foto è φιλέοντα καὶ οὐ φιλέοντα διώκει «e
da E.C. Turner, The Papyrologist at Work, fugge chi lo ama e insegue chi non lo
Durham 1973, plate 5. ama» e 11, 75 εἰ τὸν φεύγοντα διώκεις.
- δέκετ᾽ = δέχεται. - φίλει = φιλεῖ.
SAFFO 5777
577
κωὐκ ἐθέλοισα.

25 Ἔλθε μοι καὶ νῦν, χαλέπαν δὲ λῦσον


ἐκ μερίμναν, ὄσσα δέ μοι τέλεσσαι
θῦμος ἰμέρρει, τέλεσον, σὺ δ’ αὔτα
σύμμαχος ἔσσο.

- κωὐκ = καὶ οὐκ (crasi). - ἐθέλοισα = animo desidera compiere per me, e tu stes- σκέδασον δὲ μερίμνας «Dea di Cipro,
ἐθέλουσα: la forma del verbo è stata so- sa sii alleata». - χαλέπαν … μερίμναν calma le mie pene, disperdi gli affanni».
spettata perché altrove in Saffo sono atte- (= χαλεπῶν μεριμνῶν) rappresenta un - ἰμέρρει = ἱμείρει. - ἔσσο: è impera-
state solo forme di θέλω, ma cfr. Alceo fr. nesso formulare arcaico estraneo all’epica tivo presente di ἔμμι (< *ἐσμί) = εἰμί. -
66, 6 ὠς ἐθέλ[. omerica, cfr. Esiodo, Erga 178 χαλεπὰς σύμμαχος: per l’uso di metafore militari
δὲ θεοὶ δώσουσι μερίμνας, Stesicoro fr. in contesto erotico cfr. Sofocle, Antigone
25-28 Ἔλθε μοι … σύμμαχος ἔσσο: 222(b), 201 μὴ χαλεπὰς ποίει μερίμνας. 800 s. ἄμαχος … Ἀφροδίτα[ e 781 ἔρως
«Vieni a me anche ora e liberami dalle an- Analoga invocazione in Teognide 1322 ἀνίκατε μάχαν, Euripide, Hipp. 525 ss.
sie opprimenti, e compi tutto ciò che il mio s. Κυπρογένη, παῦσόν με πόνων,

Analisi del testo


L’ode ha le movenze caratteristiche dell’inno (ὕμνος κλητι- l’occasione, suggerisce una valenza deittica connessa all’ese-
κός), con un preambolo dedicato all’invocazione della dea, cuzione del carme e a favore di Afrodite seduta sul suo seggio
definita nei suoi epiteti caratteristici (‘epiclesi’), una parte come l’Apollo di Amicle (cfr. Pausania III 18) sembra risolu-
centrale dove il richiamo a un precedente favore ricevuto costi- tiva la scena, richiamata da M. G. Bonanno, in cui Telemaco
tuisce la garanzia per l’esaudimento della nuova richiesta, e in- introduce Atena/Mente nella casa di Odisseo a Itaca e dove
fine la richiesta d’aiuto. D’altra parte questa forma legata alla ricorrono a breve distanza ambedue i costituenti del composto
tradizione cultuale, già largamente attestata nell’epica (cfr. ad (Odissea I 130-132):
es. Iliade I 37-42; XVI 233-248; Odissea IX 528-535), è piegata
αὐτὴν δ’ ἐς θρόνον εἷσεν ἄγων, ὑπὸ λῖτα πετάσσας,
da Saffo allo schema della composizione ad anello: ἔλθε 24
riprende ἔλθ᾽ 5, θῦμος 27 richiama θῦμον 4 e χαλέπαν δὲ
καλὸν δαιδάλεον· ὑπὸ δὲ θρῆνυς ποσὶν ἦεν.
λῦσον/ ἐκ μερίμναν 25 s. è variazione di μή μ᾽ ἄσαισι μηδ᾽ πὰρ δ’ αὐτὸς κλισμὸν θέτο ποικίλον,
ὀνίαισι δάμνα 3.
poi, steso un panno di lino, la condusse a sedere sopra un trono
Questa fusione fra due diversi moduli compositivi può realiz-
bello, intarsiato: sotto, c’era uno sgabello per i piedi.
zarsi in quanto l’invocazione iniziale è subito seguita dalla
Per sé accostò un seggio lavorato con arte.
richiesta di soccorso, a cui succede la rievocazione dell’appari-
zione di Afrodite e infine la rinnovata, più pressante richiesta
D’altra parte l’adozione di uno schema liturgico non esclude
di aiuto e di alleanza.
che personale sia l’occasione che promuove la composizione
L’aspetto cultuale si manifesta non solo nello schema litur-
del carme: la ripulsa della ragazza amata, che l’intervento della
gico dell’inno cletico ma anche nella prima parola del testo,
dea dovrà condurre ad amare; e soggettivamente orientato ap-
quell’epiteto iniziale ποικιλόθρονε che suggerisce la presen-
pare il tipo di dialogo, colloquiale e immediato, che si instaura
za della statua di Afrodite e, dunque, di un preciso spazio tem-
fra la dea e la poetessa. Così l’elemento liturgico si prospetta
plare (la cella della dea) allo stesso modo in cui ha un’evidente
come forma esemplare che dà garanzia e autorità all’esperien-
funzione deittica l’oro lavorato che riveste il simulacro ligneo
za personale.
LA LIRICA MONODICA
di Afrodite in Nosside, A.P. IX 332, 1 s.:
Analogamente, il frequente riuso di stilemi omerici garantisce
Ἐλθοῖσαι ποτὶ ναὸν ἰδώμεθα τᾶς Ἀφροδίτας prestigio verbale alla dichiarazione personale, e proprio il mo-
τὸ βρέτας, ὡς χρυσῷ δαιδαλόεν τελέθει. mento centrale dell’ode, l’epifania di Afrodite, appare modella-
to sull’epica e precisamente (come ha osservato V. Di Benedet-
Andando al tempio di Afrodite osserviamo to) sull’episodio del V canto dell’Iliade allorché Afrodite, ferita
con quanta arte il simulacro è lavorato in oro. da Diomede, vola sul suo carro verso l’Olimpo e viene conso-
lata dalla madre Dione (cfr., in particolare, Iliade V 367 αἶψα
Che infatti si intenda ποικιλόθρονε del v. 1 come «lavora- δ᾽ ἔπειθ᾽ ἵκοντο con il v. 13 αἶψα δ᾽ ἐξίκοντο, Iliade V
to con arte» o «dalla veste ricamata di fiori di vari colori», il 373 s. τίς νύ σε τοιάδ᾽ ἔρεξε, φίλον τέκος, Οὐρανιώνων/
composto, con la sua natura di hapax probabilmente ideato per μαψιδίως con i vv. 19 s.).
578
57
78 LA LIRICA MONODICA

Fra malattia e passione

Se l’adozione di epiteti non tradizionali come ποικιλόθρονε di paure che sono invece provocate dal surriscaldamento del
e anche δολόπλοκε accanto a «immortale» e «figlia di Zeus» cervello a causa della bile.
mostra che il rito non è un dato inerte, un relitto ossificato, ma Poiché dal testo dell’Ode ad Afrodite si evince che la condi-
viene rimodellato o rifocalizzato, altra cosa è il modo con cui zione per cui il soggetto prova nausea e tormento coincide
Saffo definisce le ragioni della propria supplica. con χάλεπαι … μέριμναι (v. 25 sg.), una lettura “clinica”
Queste ragioni si riconducono a una situazione che doveva dell’ode dovrebbe prendere atto della delineazione di una fase
essere tipica e ricorrente nelle relazioni fra la direttrice di un ansioso-depressiva patita da un soggetto che si conosce come
gruppo e le sue adepte (relazione che i testi stessi dimostrano solitamente vulnerabile alle pulsioni e allo squilibrio (cfr. v.
colorate di forti connotazioni erotiche). Quel che però vogliamo 18 μαινόλᾳ θύμῳ) e che in virtù dell’intervento di Afrodite
mettere a fuoco è la forma che la sofferenza assume per l’ab- vorrebbe appunto sottrarsi alla frustrazione indotta dal rifiuto
bandono della persona amata. della persona amata.
Ipotizzare che la sottolineatura del proprio patire fosse con- Nell’arco di questo percorso la nausea viene a porsi, secondo la
venzionale e servisse a valorizzare per contrasto il valore di co- medicina ippocratica, come somatizzazione di un atteggiamen-
lei che della sofferenza era la causa e l’importanza del vincolo to ossessivo a cui viene dato il nome di φροντίς – pensiero
che era stato rescisso è corretto, ed è probabilmente una spie- fisso, ossessione –, come vediamo in un passo del De morbis
gazione adeguata per il «vorrei sinceramente essere morta» di ippocratico (2.72):
fr. 94, 1: una confessione tanto enfatica quanto generica, un Il pensiero fisso (φροντίς) è una malattia difficile da
‘modo di dire’ quale ritroviamo anche in Anacr. fr. 411a PMG guarire: il paziente ha l’impressione di avere nelle vi-
ἀπό μοι θανεῖν γένοιτ(ο). Ma questo tipo di spiegazione non scere qualcosa di simile a una spina e che questa lo tor-
può non apparire insufficiente quando al v. 3 della prima stro- turi, e la nausea lo afferra, e scansa la luce e la gente,
fe dell’ode ad Afrodite incontriamo una frase – «non prostrar- ama l’oscurità e la paura lo coglie, e il suo diaframma
mi con ansie né con tormenti» - in cui il nesso ἄσαι / ὄνιαι si gonfia e sente dolore a essere toccato e si sente sgo-
trova riscontro in un trattato medico sulle turbe epilettiche. mento e ha visioni terrificanti e incubi e talvolta vede
Leggiamo infatti nel De morbo sacro (15.1-4 Jouanna = 6, p. persone defunte; la malattia sopravviene per lo più in
388 Littré) attribuito a Ippocrate: primavera.
La corruzione del cervello avviene per effetto del fleg-
ma e della bile. Riconoscerai l’uno e l’altra in questo E un nesso fra nausea e forte agitazione psicomotoria talora ac-
modo: quelli che sono folli per effetto del flegma sono compagnata da allucinazioni ottiche e acustiche si coglie anche
tranquilli, non gridano e non strepitano, quelli che lo in altri luoghi ippocratici, mentre in Areteo di Cappadocia, atti-
sono per effetto della bile gridano, si comportano ma- vo nel II secolo d.C. e autore fra l’altro del trattato De causis et
le e non riescono a stare fermi, ma compiono sempre signis acutorum morborum, la nausea apre una serie asindetica
qualcosa che non dovrebbero; se dunque sono conti- completata da «disorientamento, vista annebbiata, rimbombo
nuamente in preda alla follia ciò avviene per queste acustico, cefalea, intorpidimento».
cause. Potremmo continuare in questa lettura di Saffo, o almeno del
Se invece sovrastano timori e paure, ciò avviene per personaggio che porta il suo nome messo in scena nel testo,
effetto di un cambiamento del cervello; esso cambia ma dobbiamo chiederci subito che cosa possa significare questa
per effetto del calore; si riscalda per effetto della bile coincidenza fra i sintomi di sofferenza segnalati da Saffo e la
quando essa muove verso il cervello dal corpo attra- loro riapparizione nel De morbo sacro ippocratico.
verso le vene sanguigne; la paura resta fino a che la C’è naturalmente da considerate che Saffo parla di ansie e tor-
bile non torni di nuovo nelle vene e nel corpo, quin- menti invocando l’intervento di Afrodite come unica terapia
di cessa. Soffre e ha nausea (ἀνιᾶται … καὶ ἀσᾶται) possibile del suo male, mentre l’autore del trattato (forse com-
senza motivo se il cervello si raffredda e si condensa posto nella seconda metà del V secolo a.C.) conduce un’aspra
più del solito. Questo gli succede per effetto del fleg- polemica contro la tradizione – impersonata da «maghi, purifi-
LA LIRICA MONODICA

ma; quando gli accade ciò perde anche la memoria. catori, accattoni e ciarlatani» (1.10, cfr. 18.6) – che aveva fatto
Di notte grida e urla, quando il cervello si surriscal- dell’epilessia una malattia “sacra” attribuendole un carattere
da improvvisamente (questo succede ai biliosi, ma ai divino e uno statuto diverso da quello di ogni altra patologia
flegmatici no); si surriscalda quando il sangue arriva sia per il suo carattere straordinario sia per l’incapacità umana
al cervello in grande quantità e bolle. di interpretarne la genesi.
(Tr. di A. Roselli) Un atteggiamento “scientifico” che per altro non va oltre un’in-
dicazione terapeutica legata al clima e alla dieta, nella presun-
La condizione “flegmatica”, tipica di coloro che «sono folli re- zione che lo scatenarsi della malattia dipenda dal cambiamento
stando tranquilli» e che appunto per questo provano sofferenza dei venti e dalla conseguente inondazione del cervello ad opera
e nausea, viene contrapposta dall’autore del trattato al caso del flegma (11.1-2).
SAFFO 5779
579
Saffo, al contrario, non solo si pone storicamente al di qua di poetica ma sfruttando anche tratti del linguaggio corrente, ela-
queste e simili teorizzazioni della medicina ippocratica, ma borasse un ritratto della propria condizione che, pur muovendo
neppure parla di νόσος, come ad esempio fa Sofocle con molta da una situazione convenzionale, ne approfondiva la sostanza
insistenza per l’accesso di follia che assale Aiace ottenebran- esistenziale.
dogli la mente: registra sintomi occasionali all’interno di una È arduo stabilire in che misura la poetessa attingesse per que-
personalità incline alla μανία. sta ricerca tematica e linguistica alla propria esperienza per-
Ciò non toglie che, com’e noto, la dizione della medicina ip- sonale o, in altre parole, in che misura le forme dei contenuti
pocratica, al pari di quella del pensiero presocratico, sia stata e dell’espressione dipendessero da materie dei contenuti rin-
elaborata lentamente e gradualmente in un’autonoma direzio- tracciate nella propria storia. Certo Saffo doveva partecipare
ne specialistica, e lo abbia fatto muovendo dal linguaggio co- il magma dell’esperienza a un pubblico comunitario entro una
mune. Da questo punto di vista si può pensare che la poetessa cornice cultuale e festiva e pertanto sia le articolazioni concet-
di Mitilene utilizzasse vocaboli ed espressioni correnti al suo tuali dei suoi carmi sia la loro formulazione dovevano garantirle
tempo per esprimere un disagio e una sofferenza a loro volta una comunicazione felice con il proprio uditorio.
riconducibili alle convenzioni della passione amorosa. [F. Ferrari, Una mitria per Kleis. Saffo e il suo pubblico, Pisa,
Sembra di capire che Saffo, attraverso i moduli della tradizione Giardini editori 2007, 154-158 passim]

T. 2 Frammento Anche questo carme è incentrato, come il precedente, sull’epifania di Afrodite,


2 V. (forse qui in compagnia di altre divinità, come indica la pluralità degli altari
fumanti di incenso), che Saffo invoca perché venga da Creta e partecipi a una
cerimonia su un prato fiorito, dove gli altari fumano d’incenso.

Metro: strofe saffiche. Δεῦρύ μ᾽ ἐκ Κρήτας π̣ρ̣[οσικαν᾽] ἔ̣ναυλον


Fonte: ostrakon
pubblicato da M. Norsa
ἄγνον ὄππ̣[αι τοι] χάριεν μὲν ἄλσος
(1937); Ermogene, μαλί[αν], βῶμοι δ᾽ ἔ‹ν›ι θυμιάμε-
περὶ ἰδεῶν 2, 4 (vv.
νοι [λι]β̣ανώτῳ·
5-8); Ateneo IX 463e
(vv. 13-16).
ἐν δ’ ὔδωρ ψῦχρον κελάδει δι’ ὔσδων

Qua da me da Creta [vieni] alla sacra


sede dove c’è [per te] un bosco ameno
di meli e altrari che fumano
4 d’incenso,

e qui acqua fresca mormora fra i rami


LA LIRICA MONODICA

1 da Creta: a proposito del ruolo di E d’altra parte i Cretesi consideravano la 4 λιβανώτῳ: è la più antica menzione
Afrodite nella cultura religiosa cretese, G. dea nativa della loro terra. (con quella nel fr. 44, 30), dell’incenso,
Pugliese Carratelli ha richiamato da un lato introdotto in Grecia verso la fine dell’VIII
la scoperta di un santuario consacrata ad 2-3 bosco… di meli: il bosco sacro di sec. a.C.
Afrodite a Kato Simi (Creta occidentale), meli sembra essere un esplicito omaggio ad
che attesta la continuità del culto dall’età Afrodite cretese, trattandosi dei cotogni (le 5 acqua … rami: immagine raffinata, di
minoica e micenea a quella romana, Κυδώνιαι μήλιδες di Ibico fr. 286, 1), che tipo analogico: lo scroscio di una sorgente
dall’altro gemme minoiche e micenee raf- traevano il nome da Kydonia (oggi Cha- o di un torrente fuori vista è percepito attra-
figuranti epifanie di una dea al cospetto di nia), il maggiore centro minoico di Creta verso i rami dei meli, visibili.
donne adoranti entro un santuario alberato. occidentale.
580
58
80 LA LIRICA MONODICA
μαλίνων, βρόδοισι δὲ παῖς ὀ χῶρος
ἐσκίαστ’, αἰθυσσομένων δὲ φύλλων
8 κῶμα κὰτ ἶρον·

ἐν δὲ λείμων ἰππόβοτος τέθαλε


τω̣τ..(.)ριννοις ἄνθεσιν, αἰ δ’ ἄηται
μέλλιχα πν‹έ›οισιν [
12 [ ]

ἔνθα δὴ σὺ δ̣ό̣ς μ᾽ ἐθέλοισα, Κύπρι,


χρυσίαισιν ἐν κυλίκεσσιν ἄβρως
ὀμμεμείχμενον θαλίαισι νέκταρ
16 οἰνοχόα̣ισα[ι.

dei meli e tutto il luogo di rose


è ombreggiato, e mentre le foglie si agitano, sopore
8 invade il santuario,

e qui un prato dove pascolano cavalli è rigoglioso


di fiori di loto e le brezze
spirano miti [….
12 …].

Qui tu di buon grado concedi, Cipride,


che con eleganza in calici d’oro
nettare io versi intriso
16 di letizia.

8 κῶμα: denota «un tipo di sonno pro- 15 nettare io versi: diversamente da


dotto da incantesimo o altro mezzo specia- come si era ritenuto, non è Afrodite che
le o soprannaturale» (D. Page): qui si allu- deve fare da coppiera, ma Saffo stessa, la L’ostrakon
derà a una specie di trance provocata dal quale chiede alla dea il privilegio di versa- contenente
profumo dell’incenso e dallo stormire delle re in coppe d’oro nettare mescolato a moti il frammento di
foglie. di letizia. Saffo catalogato 2
Voigt.
LA LIRICA MONODICA

Rifletti sul testo


1 2
SAFFO 5881
581

Analisi del testo


Si è notato che se quest’ode è altrettanto preziosa della quanto invece un morbido stordimento (κῶμα «sopore», un
prima nella sua aggettivazione, d’altra parte gli epiteti ri- termine che designava generalmente un sonno indotto con
sultano, almeno a prima vista, meno personalizzati, in con- incantamenti), e la prassi comune per cui il coppiere soleva
sonanza con un componimento che si pone come parte inte- versare vino misto ad acqua si trasforma nell’atto di offrire
grante di un rito. Più precisamente, questo tipo di cerimonia nettare fuso, grazie alla presenza della dea, non già con un
sembra riconnettersi al genere dei θεοξενία, feste nel corso altro liquido ma con θάλιαι («gioie», «moti di letizia»).
delle quali veniva offerto un banchetto rituale a una o più L’ode non contiene riferimenti espliciti a esecuzioni poetico-
divinità considerate presenti in qualità di ospiti: le teosse- musicali, ma Saffo non può che rivolgere questa preghiera
nie più note sono quelle che venivano celebrate a Delfi, in ad Afrodite mentre canta e suona (forse accompagnata dalle
onore soprattutto di Apollo (per le quali Pindaro compose il evoluzioni di danza delle allieve) ed esercita la tradizionale
Peana VI), e pare che siano da identificare come teossenie funzione della “coppiera” (che consiste nel miscelare l’acqua
le feste delfiche a cui accenna Erodoto I 51, 2 col termine con il vino). Si assiste però alla sostituzione del vino con il
θεοφανία. “nettare” e l’acqua con il termine θαλίαισι, che denota le
D’altra parte, anche se la poetessa si propone come offician- gioie della festa. Un tale gioco di sostituzioni è la spia del-
te di un rito autenticamente religioso in un bosco sacro, il la tensione simbolica che il nettare acquista in riferimento
carme ricorre ad immagini che sembrano cariche di una pe- all’azione di Saffo come coppiera: in quanto sta suonando e
culiare connotazione erotica: non a caso l’acqua corrente, i cantando non è tanto il vino che ella intende distribuire al
meli, il boschetto, il rigoglio della natura sono ingredienti pubblico coinvolto nel rito, quanto il nettare della poesia,
che ricompaiono nel giardino assunto da Ibico nel fr. 286 co- secondo una metafora che sarà impiegata più volte in Pinda-
me termine di paragone della propria esperienza esistenziale ro (cfr. Olimpica VII 7) e da altri poeti.
(e per Saffo stessa cfr. fr. 94, 12 ss. e 96, 9 ss.). Un’oscil- Così Afrodite non è solo la dea a cui è consacrata la festa in
lazione fra percezione e immaginazione che sul versante atto ma, in un gioco di reciprocità che assottiglia la barriera
espressivo si realizza attraverso associazioni verbali che, fra uomini e dèi, anche colei che può confortare con la sua
mentre additano tratti oggettivi della situazione, li aggrega- benevolenza e con i valori di cui è portatrice: lo stesso ruo-
no a stati psico-fisici che ne interpretano la valenza entro il lo, cioè, svolto da Saffo come poetessa e come regista della
clima emozionale della festa: dalle foglie agitate dalle brezze cerimonia.
che spirano dolcemente non proviene alcunché di tangibile

T. 3 Frammento Erodoto racconta che Carasso, il fratello maggiore di Saffo andato a vendere
5 V. una partita di vino (questo particolare è aggiunto da Strabone XVII 1, 33)
nella colonia milesia di Naucrati, presso il braccio occidentale del Nilo, si
innamorò di un’etera tracia di nome Rodopi, per la quale dilapidò una grande
fortuna (cfr. Ateneo XIII 596b) attirandosi gli aspri rimproveri della sorella
(II 135). Dato che Erodoto riferisce i rimproveri in un certo μέλος a un mo-
LA LIRICA MONODICA
mento successivo al ritorno del fratello a Mitilene, mentre l’ode presente
(che comprendeva cinque strofe, di cui le ultime due sono troppo mutile per
estrarvi un senso continuo) risulta pervasa di tenerezza e di spirito di ricon-
ciliazione e sembra prospettarsi come composta in occasione del prossimo
ritorno del fratello, è plausibile dedurne che lo storico alluda a un diverso
componimento, occasionato dal timore di un ritorno di fiamma di Carasso
per Rodopi (che Saffo chiama Dorica; forse Rodopi, «Sguardo di rosa», era il
nome professionale dell’etera o invece è Dorica a costituire un nome fittizio,
coniato su δῶρον).
582
58
82 LA LIRICA MONODICA

Metro: strofe saffiche. Κύπρι κα̣[ὶ ] Νηρήϊδες ἀβλάβη[ν μοι


Fonte: P. Oxy. 7 (ma
τὸν κασί]γνητον δ[ό]τε τυίδ’ ἴκεσθα[ι
l’incipit Κύπρι è stato
recuperato grazie al P. κὤσσα ϝ]ο̣ι̣ θύμῳ κε θέλῃ γένεσθαι
Michigan Inv. 3498). πάντα τε]λέσθην,

ὄσσα δὲ πρ]όσθ’ ἄμβροτε πάντα λῦσα[ι


καὶ φίλοισ]ι ϝοῖσι χάραν γένεσθαι
   ἔ]χθροισι, γένοιτο δ’ ἄμμι
8    μ]ηδ’ εἴς·

τὰν κασιγ]νήταν δὲ θέλοι πόησθαι̣


ἔμμορον ]τίμας, [ὀν]ίαν δὲ λύγραν
   ]ο τοῖσι π[ά]ροιθ’ ἀχεύων
12 θῦμον ἐδά]μνα

   ].εισαΐω[ν] τὸ κέγχρω
   ]λ᾽ ἐπαγ̣[ορί]αι πολίταν
   ]λλωσ̣[...]νηκε δ’ αὖτ’ οὐ

Cipride e Nereidi, incolume [a me]


concedete che qua giunga mio fratello
[e le cose che] egli vuole nel suo animo che accadano
4 [tutte] si compiano,

e che cancelli tutti gli errori [che] in passato commise


[e che] sia motivo di gioia ai suoi [cari]
[e di pena] ai nemici, e per noi non ci sia
8 nessun […]

e sua sorella voglia farla


[partecipe] dell’onore, e [sciolga] da ansie dolorose
coloro ai quali in passato, soffrendo egli stesso,
12 [fiaccava l’animo]
LA LIRICA MONODICA

[…] ascoltando ciò che nella carne (?)


[…] il biasimo dei concittadini,
[…] ma ora che ha compreso di nuovo non

1 Cipride e Nereidi: secondo quanto rica- e a Posidone in un golfo di Pirra dove erano tempio con le Nereidi e appunto in questo
viamo da un frammento dello storico Mir- approdati i primi coloni dell’isola. La noti- tempio l’ode deve essere stata eseguita da-
silo di Metimna (FGrHist 477 f 14), a Le- zia conforta l’ipotesi secondo cui Afrodite vanti a un largo uditorio.
sbo era stato dedicato un culto alle Nereidi protettrice della navigazione condivideva il
SAFFO 5883
583
16 ]κρω[ ]

   ]ον αἴ κ[ε θ]έο[ι θέλω]σ̣ι


]..[.]ν· σὺ [δ]ὲ̣ Κύπ̣[ρι]..[..(.)]να
]θεμ[έν]α κάκαν [
20     ]ι.

16 …

[…] se gli dei lo vogliono


[…] e tu, Cipride [amabile,]
[…] la malvagia […]
20 …

Analisi del testo


Anche il fr. 15, 5-12, appartenente a un’ode anch’essa dedi- Sic te diva potens Cypri,
cata a Carasso e Dorica, contiene un’invettiva contro la stessa sic fratres Helenae, lucida sidera,
Dorica e non contro il fratello, a cui invece sembrano indiriz- ventorumque regat pater
zarsi, nei riferimenti alla buona sorte e al porto, gli auguri del- obstrictis aliis praeter Iapyga,
la sorella per una felice navigazione: navis, quae tibi creditum
debes Vergilium …:
ὄσσα δὲ πρ]όσθ᾽ ἄμ]βροτε κῆ[να λῦσαι
]αταισ[ ]ν̣εμ̣[ «Possa la dea che protegge Cipro,
σὺν] τύχα λιμε̣νος κλ[ possano i fratelli di Elena, stelle che brillano in cielo,
]·[ ] e possa il re dei venti guidarti,
incatenandoli tutti fuorché uno solo in favore,
Κύ]πρι κα[ί σ]ε πι[κροτέρ]α̣ν ἐπεύρ[οι
o nave, che a noi devi rispondere
μη]δὲ καυχάσ[α]ι̣το τόδ’ ἐννέ[ποισα d’avere con te Virgilio…»
Δ]ω̣ρίχα τὸ δεύ[τ]ερον ὠς πόθε[ννον (Tr. di M. Ramous)
εἰς] ἔρον ἦλθε.
La nostra ode si orienta sulla linea di una preghiera affettuosa af-
… e gli errori che ha commesso in passato quelli
finché il fratello dimentichi i propri errori e voglia far partecipe la
cancellarli …
sorella degli onori che presto godrà fra i concittadini. Del resto,
con ‹buona› sorte … il porto …
con caratteristica finezza, il passato negativo è appena sfiorato

(ἄμβροτε 5) e i dispiaceri che Carasso ha provocato sono visti co-
o Cipride, e Dorica ti possa trovare più aspra me qualcosa di cui egli stesso ha sofferto (ἀχεύων 11). In primo
e mai ella possa vantarsi dicendo piano sono invece la gioia futura e l’augurio di felicità per il fra-
che lui per la seconda volta giunse tello pentito. In quest’ode legata alla sfera familiare (sulla linea
al sospirato amore. quindi di componimenti come quelli da cui provengono i frr. 98,
98b, 132), estranea alla sfera del tiaso e forse composta per esse-
LA LIRICA MONODICA

Un attacco a Dorica e alla sua «arroganza» (ἀγερωχία) è an- re cantata in un tempio sacro ad Afrodite (Lasserre), osserviamo
che nel fr. 7: è piuttosto nel fr. 12 che, specialmente sulla base come Saffo ragioni nell’ambito dell’etica arcaica convenzionale,
della sicura presenza del motivo del «rimprovero» (cfr. v. 6 imperniata sui valori del «far bene agli amici e male ai nemici» e
ὄνειδος), è stato rintracciato un sia pur lacunosissimo residuo della τίμα, l’onore o buona fama come cardine delle relazioni in-
del componimento a cui Erodoto faceva riferimento. terpersonali. L’originalità del componimento sta piuttosto nell’aver
Comunque sia, il fr. 5 V. presenta le movenze di un incanalato gli schemi formali del προπεμπτικόν e dell’inno cle-
προπεμπτικόν, ovvero di un carme di accompagnamento per tico (l’invocazione iniziale a Cipride e alle Nereidi, la struttura ad
chi si metteva in viaggio, cfr. ad es. Teocrito VII 52 ss. e so- anello bloccata dal ritorno dell’apostrofe a Cipride nell’ultima, qua-
prattutto Orazio, Carmina I 3, che costituisce un interessante si illeggibile, strofe che non abbiamo riportato: v. 18 su; σὺ [δ]ὲ̣
riscontro, in quanto parimenti aperto da una preghiera a Cipride: Κύπ̣[ρι]) in un tono medio di affettuosa colloquialità.
584
58
84 LA LIRICA MONODICA
T. 4 Frammento Alle cinque strofe conservate da P. Oxy. 1231 con una sola lacuna di una certa
16 V. estensione (quella che riguarda i vv. 12-14) seguivano nell’edizione alessandri-
na altre tre, qui non riportate, di cui possediamo alcuni resti grazie alla com-
binazione tra i frustoli del medesimo papiro e P.S.I. 123: entrambi i testimoni
riportano sul margine sinistro, in coincidenza con la fine dell’ultima strofe, la
coronide (il segno di conclusione di un componimento). Pertanto o la nostra ode
è un carme completo seguito da un altro di sole tre strofe oppure essa contava
otto e non cinque strofe. Certo è che i vv. 1-20 sembrano possedere una propria
conclusa autonomia, marcata dal ritorno circolare, ai vv. 17-20, del paragone
col mondo della guerra.
La prima strofe appare organizzata secondo il modulo detto del «preambolo»
(Priamel), una figura paratattica della poesia greca arcaica, consistente nel far
precedere il dato che si vuol mettere in evidenza da uno o più esempi paralleli,
ognuno dei quali rappresenta un caso di eccellenza nel proprio ambito. Esempio
classico di Priamel è l’esordio della Olimpica I di Pindaro («Ottima l’acqua, come
vampa di fuoco/ sfavilla nella notte su ricchezze superbe l’oro,/ ma se tu, mio
cuore,/ vuoi cantare premi agonali/ non guardare nel giorno/ astro più caldo del
sole/ splendente per l’etere deserto/ né celebriamo gara più eccelsa di Olimpia
... ), dove l’eccellenza dei giochi olimpici sugli altri agoni corrisponde all’eccel-
lenza dell’acqua, dell’oro e del sole rispettivamente nell’ambito degli elementi
naturali, delle ricchezze e degli astri.

Metro: strofe saffiche.


Fonte: P. Oxy. 1231 fr. 1, col. I 13-34 e col. II 1 (vv. 1-22 e 32) e fr. 36 (vv. 28-30); P. Oxy. 2166(a) 2;
P.S.I. 123, r. 1-2 (v. 31 s.); Apollonio Discolo, Synt. 2, 418, 9 ss. Uhlig (v. 3 s.).

Ο]ἰ μὲν ἰππήων στρότον οἰ δὲ πέσδων


οἰ δὲ νάων φαῖσ’ ἐπ[ὶ] γᾶν μέλαι[ν]αν
ἔ]μμεναι κάλλιστον, ἔγω δὲ κῆν’ ὄτ-
4 τω τις ἔραται·

πά]γχυ δ’ εὔμαρες σύνετον πόησαι


π]άντι τ[ο]ῦ̣τ’, ἀ γὰρ πόλυ περσκέ̣θ̣ο̣ι̣σ̣α
κ̣άλ̣λο̣ς̣ [ἀνθ]ρ̣ώπων ’Ελένα [τὸ]ν ἄνδρα
8 τ̣ὸν̣ [  αρ]ι̣στον
LA LIRICA MONODICA

1-4 Ο]ἰ μέν … ἔραται: «Alcuni dico- 5-9 πᾶ]γχυ δ᾽ εὔμαρες … πλέοι] dal preambolo alla successiva esemplifica-
no che la cosa più bella sulla terra scura sia σα: «Ed è assolutamente facile renderlo zione mitica; piuttosto, si avverte l’inten-
un esercito di cavalieri, altri di fanti, altri di comprensibile a chiunque: infatti colei che zione di un tono piano, discorsivo, quasi
navi, ma io ciò di cui uno sia innamorato». superava di gran lunga in bellezza ogni esse- didattico. - ἀ = ἡ ha funzione di pronome
- ἰππήων στρότον = ἱππέων στρατόν. re umano, Elena, abbandonato il marito [...] relativo: «colei che». - περσκέθοισα
- νάων = νεῶν. - φαῖσ(ι) = φασί. - γᾶν giunse navigando a Troia». - πάγχυ εὔμα- = ὑπερσχέθουσα (σχέθω è formato su
(= γῆν) μέλαι[ν]αν: cfr. fr. 1, 10; in Ome- ρες σύνετον πόησαι = πάνυ εὐμαρὲς ἔσχεθον, a sua volta basato su ἔσχον, aor.
ro compare la formula γαῖα μέλαινα, es. συνετόν (aggettivo verbale di συνίημι II di ἔχω). Al v. 8 la lacuna di due sillabe
Iliade II 669. - ἔ]μμεναι = εἶναι. - κῆν᾽ «capire») ποιῆσαι «è assolutamente faci- brevi è stata variamente integrata: [πανά]
ὄττω = ἐκεῖνο οὗτινος. - ἔρᾱται = le rendere comprensibile»: si è sottolineata ριστον Page, [περ] ἄριστον Marzullo
ἐρᾶται, congiuntivo. la «pesantezza del trapasso» (G. Perrotta) (cfr. Iliade XIX 95 τόν περ ἄριστον),
SAFFO 5885
585
κ̣αλλ[ίποι]σ’ ἔβα ’ς Τροΐαν πλέοι̣[σα,
κωὐδ[ὲ πα]ῖδος οὐδὲ φίλων το[κ]ήων
π̣ά[μπαν] ἐμνάσθη, ἀλλὰ παράγ̣α̣γ̣’ α̣ὔταν
12     ]σαν

Κύπρις, ἄγν]αμπτον γὰρ [ἔχει νόημμα


[] … κούφως τ[ ]οη.[.]ν̣
ὥς ]μ̣ε̣ νῦν ’Ανακτορί[ας ὀ]ν̣έ̣μναι-
16 σ’ οὐ ] παρεοίσας,

τᾶ]ς κε βολλοίμαν ἔρατόν τε βᾶμα


κἀμάρυχμα λάμπρον ἴδην προσώπω
ἢ τὰ Λύδων ἄρματα κἀν ὄπλοισι
20 πεσδομ]άχεντας.

in entrambi i casi con enfasi del valore di tà» (Theander). - Κυπρις: è integrazione ἀνέμνησε (ἀναμιμνήσκω), cfr. Pindaro,
ἄριστον. - κ̣αλλ[ίποι]σ᾽ ἔβα ᾽ς = κατα- di Schubart. A Pafo in Cipro sorgeva il più fr. 52o, 35 μνάσει δὲ καί τινα, Bacchilide
λιποῦσ᾽ ἔβη εἰς (aferesi). - π̣λέοι[σα = antico santuario della dea (cfr. Οdissea VIII 2, 6 καλῶν δ᾽ ἀνέμνασεν. - παρεοίσας
πλέουσα. Per lo schema narrativo cfr. Al- 362 s., Inno a Venere 58 s., Erodoto I 105, 3. = παρούσης. - τᾶ]ς κε βολλοίμαν =
ceo, fr. 283, 4-6 Τροΐω δ᾽[ὐ]π᾽ ἄν[δρος/ τῆς (relativo) ἂν βουλοίμην. - βᾶμα (cfr.
ἐκμάνεισα ξ[εν]ναπάτα ᾽πὶ π[όντον/ 13-20 ἄγν]αμπτον … πεσδομ]άχε- βαίνω) = βῆμα. - ἀμάρυχμα = ἀμάρυγμα:
ἔσπετο νᾶϊ «e resa folle dall’uomo di Tro- ντας: «infatti inflessibile [ha il pensiero «scintillio» è connesso con ἀμαρύσσω e
ia traditore degli ospiti lo seguì sulla nave ...] agevolmente [... e] ora mi ha fatto ricor- anche con μαρμαίρω, cfr. Esiodo, F 43(a),
attraverso il mare». dare di Anattoria assente, della quale vorrei 4; 70, 38; 73, 3; 196, 6, Apollonio Rodio
vedere l’amabile passo e il luminoso scintil- III 288 βάλλεν ἀμαρύγματα, detto di Me-
10-13 κωὐδ[ὲ πα]ῖδος … Κύπρις: lio del volto più dei carri dei Lidi e i fanti dea, sempre riferito a uno sguardo amoro-
«e non si ricordò affatto della figlia né dei che combattono in armi». - ἄγν]αμπτον: so. - ἴδην προσώπω = ἰδεῖν προσώπου.
cari genitori, ma Cipride la traviò [contro (γνάμπτω «piegare», γναμπτός) è inte- - Λύδων ἄρματα: nel corso del VII secolo
la sua volontà.]». - ἐμνάσθη = ἐμνήσθη: grazione di Schubart, cfr. Bacchilide 9, 73 la cavalleria lidia aveva provocato grande
per l’espressione cfr. “Omero”, Inno a ἀγ]νάμ[π]των ἐρώτων). - ἔχει νόημμα: impressione sui Greci dell’Asia Minore:
Cerere 282 s. οὐδέ τι παιδὸς/ μνήσατο l’integrazione di fine di verso è di V. Di Be- Mileto e Priene furono attaccate da Ardys,
τηλυγέτοιο. - παράγαγε = παρήγαγε: nedetto. - κούφως: l’avverbio, che si legge Mileto da Sadyattes prima e da Alyattes
cfr. Archiloco fr. 124b, 4 νόον τε καὶ in un verso per il resto fortemente corrotto, poi, Clazomene e Smirne dallo stesso Al-
φρένας παρήγαγεν. Incerta l’integrazio- doveva sottolineare la facilità con cui Afro- yattes. - κἀν ὄπλοισι πεσδομ]άχεντας
ne del v. 12, che comunque doveva con- dite porta a compimento le sue intenzioni. = καὶ ἐν ὅπλοις πεζομαχοῦντας. La pri-
tenere un’indicazione relativa a Elena: fra In principio di v. 15 Lobel ha pensato a ma sillaba di ὄπλοισι è breve per la cosid-
le proposte avanzate οὐκ ἐθέλοισαν «suo κἄ]με (καί με). - Ἀνακτορί[ας: Anat- detta correptio Attica (la vocale breve aper-
malgrado» (Kamerbeek), oppure, tenendo toria viene ricordata dalla Suda (Σ 107), ta ὀ- non si chiude dinanzi al gruppo muta
conto dell’unica traccia superstite a inizio se è corretta la correzione di Ἀναγόρα cum liquida, in questo caso /πλ/, e dunque
rigo, κὠυκὶ θέλοι]σαν; di senso opposto in Ἀνακτορία, come un’allieva di Saffo si ha una scansione sillabica ὄ-πλοι-, non
οὐκ ἀέκοι]σαν «non contro la sua volon- originaria di Mileto. - ὀ]ν̣ έ̣ μ ναισ(ε) = ὄπ-λοι-. LA LIRICA MONODICA

Rifletti sul testo


1 2
586
58
86 LA LIRICA MONODICA

Analisi del testo


La prima strofe appare organizzata secondo quel tradizionale La cosa più bella è la giustizia, la più utile la salute,
tipo di Priamel (il termine fu coniato da F. Dornseiff sulla base ma la cosa più piacevole è ottenere ciò che si ama.
del latino praeambulum) imperniato sulla risposta a quel que-
sito τί ἄριστον «qual è la cosa migliore?» che in termini simili Senonché, mentre nel carme simposiale al primo posto viene
troviamo proposto in un carme conviviale (890 PMG): la salute e mentre in “Teognide” giustizia salute amore sono
proposti come valori equipollenti (l’amore domina nell’ambito
Ὑγιαίνειν μὲν ἄριστον ἀνδρὶ θνητῷ,
delle cose piacevoli come la giustizia in quello dei valori etici
δεύτερον δὲ καλὸν φυὰν γενέσθαι,
e la salute in quello dell’utile), Saffo subordina all’amore ogni
τὸ τρίτον δὲ πλουτεῖν ἀδόλως, altra realtà.
καὶ τὸ τέταρτον ἡβᾶν μετὰ τῶν φίλων. Inoltre, se anche Saffo, sul piano della dichiarazione program-
La salute per un uomo mortale è la prima cosa, matica, identifica l’amore nell’ottenere (prendendone posses-
la seconda esser bello d’aspetto, so) ciò che si desidera, in realtà è poi solo l’esempio mitico
la terza arricchire onestamente, di Elena (che per avere Paride lo segue alla volta di Troia) ad
la quarta far festa con gli amici adeguarsi allo schema: una volta che l’exemplum viene applica-
to al caso personale, assistiamo allo slittamento di prospettiva
e in “Teognide” 255 s. (il distico viene citato due volte da Ari- per cui la conquista del bene desiderato si riduce alla fruizione
stotele come iscrizione incisa sul propileo del tempio di Apollo visiva della persona amata, con la focalizzazione del luminoso
a Delo): scintillio del volto di Anattoria.

Κάλλιστον τὸ δικαιότατον· λῴστον δ᾽ ὑγιαίνειν·


πρᾶγμα δὲ τερπνότατον, τοῦ τις ἐρᾷ, τὸ τυχεῖν.

T. 5 Frammento È forse l’ode più letta e più ammirata di Saffo, citata dall’Anonimo del Sublime
31 V. come capolavoro di poesia amorosa per l’abilità con cui Saffo sceglie e collega
le circostanze più salienti della passione: «Saffo, ad esempio, descrive le folli
sofferenze d’amore ogni volta traendo spunto dalla realtà stessa delle circostan-
ze. E dove mostra la sua grandezza? Quando è straordinaria nello scegliere e nel
connettere tra loro i momenti più intensi e acuti … Non resti ammirato di come
ripercorre nello stesso tempo l’anima, il corpo, le orecchie, la lingua, gli occhi,
la pelle, come se fossero cose a lei estranee, e disperse: e passando da un posto
all’altro gela, brucia, è fuori di sé, sragiona, è sconvolta dal timore e poco manca
che muoia, tanto che sembra provare non una sola ma un groviglio [σύνοδος]
di passioni? Tutto questo, infatti, accade a chi ama: ma, come dicevo, la scelta
dei momenti più intensi e il loro collegamento ha prodotto il capolavoro» (cap.
10, tr. di G. Guidorizzi).

Metro: strofe saffiche.


Fonte: Ps.-Longino, περὶ ὕψους 10; Anecdota Parisina 1, 399, 26 ss. Cramer (v. 9 s.); Anecdota Oxo-
LA LIRICA MONODICA

niensia 1, 208, 13 ss. Cramer (v. 13), P.S.I. 1470 (vv. 14-16) ecc.

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν

1-6 Φαίνεταί μοι … ἐπτόαισεν: vero mi sgomenta il cuore dentro il pet- ci ἰσόθεος e δαίμονι ἶσος, e denota grado
«Mi appare essere pari agli dèi quell’uo- to». - Φαίνεταί μοι … ἔμμεν(αι) (= sommo di beatitudine, piuttosto che di po-
mo, chiunque egli sia, che siede di fronte εἶναι): per il nesso, cfr. fr. 49, 2 σμίκρα tenza o di indifferenza; cfr. Catullo 51, 1
a te e da vicino ascolta te che dolcemente μοι πάϊς ἔμμεν᾽ ἐφαίνεο κἄχαρις. - ἴσος par … deo. - κῆνος … ὤνηρ = ἐκεῖνος
parli e amorosamente sorridi, ciò che dav- θέοισιν: parrebbe esemplato sugli omeri- ὁ ἀνήρ: il dimostrativo e l’articolo pre-
SAFFO 5887
587
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
4 σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν


καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώνη-
8 σ’ οὐδ’ ἒν ἔτ’ εἴκει,

ἀλλὰ κὰμ μὲν γλῶσσα ἔαγε· λέπτον δ᾽


αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμηκεν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδ’ ἒν ὄρημμ’, ἐπιρρόμ-
12 βεισι δ’ ἄκουαι,

ἀ δέ μ’ ἴδρως κακχέεται τρόμος δὲ


παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας

suppongono il riferimento a una persona φωνῆσαι, è correzione di Danielsson per accordo con la nota: ἱδρώς· τοῦτο παρ᾽
definita, come in Alceo 72, 7 s. κῆνος …/ il tràdito φωνάς. - εἴκει: è usato imper- Αἰολεῦσιν θηλυκῶς λέγεται «ἱδρώς:
ὤνηρ. - ὄττις = ὅστις: «chiunque egli sia» sonalmente col valore di παρείκει «è pos- questa parola presso gli Eoli è femmini-
denota persona definita di cui però non si sibile», cfr. Iliade XVIII 520 ὄθι σφίσιν le». F.W. Schneidewin suppose che κακός
conosce l’identità. - τοι = σοι. - ἰσδάνει εἶκε λοχῆσαι «dove a loro era possibile fosse nato da una falsa interpretazione di
= ἱζάνει. - πλάσιον = πλησίον. - ἆδυ tendere l’agguato». Per l’afasia quale sin- κακ, preverbio di κακχέεται, inteso come
φονείσας = ἡδὺ φωνούσης. - ὐπακούει tomo dell’amore, cfr. Teocrito II 108 οὐδέ abbreviazione di κακ(ός). Il codice Pari-
(= ὑπ-): propriamente: «ascolta con atten- τι φωνῆσαι δυνάμην. - κάμ … ἔαγε: «è sino del Περὶ ὕψους ha: έκαδε μ᾽ ἱδρῶς
zione»; è implicito il pronome «te», rica- spezzata» tmesi per κατέαγε, con κάμ che ψυχρὸς κακχέεται, che è certamente cor-
vabile dal τοι del verso 2. - γελαίσας ha subito il fenomeno dell’assimilazione e rotto, ma presenta l’aggettivo ψυχρός (per
ἰμέροεν = γελώσης ἱμερόεν: «che sorridi dell’apocope (κάτ = κατά); ἔαγε è perfet- ψῦχρος), espunto da L. Spengel, che ha a
in modo tale da suscitare desiderio»; il neu- to intensivo di ἄγνυμι. L’immagine trova suo favore l’imitazione che ne fa Teocrito
tro singolare ἰμερόεν ha funzione avver- riscontro in Lucrezio III 155 et infringi lin- in II 106 s., in cui compare la stessa as-
biale e richiama il δακρυόεν γελάσασα di guam, nell’ambito della descrizione della sociazione di sudore e di gelo: πᾶσα μὲν
Iliade VI 484. Cfr. Orazio, Carm. 1, 22, 23 sindrome di panico. - αὔτικα = αὐτίκα: ἐψύχθην χιόνος πλεον, ἐκ δὲ μετώπω/
s. dulce ridentem Lalagen amabo,/ dulce l’avverbio «è tipico delle descrizioni sin- ἱδρώς μευ κοχύδεσκεν «mi sentii tutta ge-
loquentem. - ἦ μάν: è un nesso fortemente tomatologiche dei trattati medici» (V. Di lare più della neve, dalla schiena/ il sudore
asseverativo. - ἐπτόαισεν = ἐπτοίησεν Benedetto), cfr. ad es. Epidemie 7, 118. - mi scorreva»; del resto anche il testimone
(πτόαμι = πτοιέω) è un aoristo ingressivo: χρῷ … ὐπαδεδρόμηκεν = χρωτὶ ὑπο- nel commentare il passo annota (10, 3):
«ha preso a sgomentarmi», s’intende qui e δεδράμηκεν (ὑποτρέχω). - ὀππάτεσσι ἅμα ψύχεται καίεται. Una soluzione pos-
ora, non un passato più o meno remoto; in = ὄμμασι. - ὄρημμ(ι) = ὁράω. - ἐπιρ- sibile, ma insoddisfacente per altri versi, è
Omero πτοιέω è connesso con la paura ρόμβεισι = ἐπιρρομβοῦσι, da ρόμβος, κὰδ δὲ μ᾽ ἴδρως ψῦχρος ἔχει di D. Page.
(cfr. Odissea XXII 298, come in Anacreon- che propriamente denota un moto vibrato- La presenza dell’articolo e tutto il giro
te 408, 3); in contesto erotico lo troviamo rio o rotatorio; alcuni, a partire da Bergk, espressivo trovano preciso riscontro in fr.
anche in Alceo, 283, 3 s., detto di Afrodite preferiscono correggere in ἐπιβρόμεισι, 96, 12 ἀ δ᾽ ἐέρσα κάλα κέχυται (vedi T.
che svia Elena (numerosi sono i casi di tale sulla base di Apollonio Rodio IV 908 14), mentre per l’uso di ἴδρως in nesso con
LA LIRICA MONODICA

accezione del termine, soprattutto presso i ἐπιβρομέωνται ἀκουαί. - ἄκουαι = κακχέεται si può richiamare la frase ἱδρώς
tragici); in Saffo, fr. 22, 13 s. è invece la ἀκοαί Catullo 51, 10 s. rende, amplifican- τε πολὺ καταχεῖται καὶ κάκοδμος nel
vista di un abito bello che giunge a “sbigot- do, con sonitu suopte/ tintinant aures. passo di Affezioni interne; il nesso fra sbi-
tire” chi osserva. gottimento e sudore è anche in Mimnermo,
13-16 ἀ δέ μ᾽ ἴδρως … ἔμ᾽ αὔτ̣[ᾳ: «E fr. 5, 1 s. (= Teognide 1017 s.) Αὐτίκα μοι
7-12 ὠς γάρ … ἄκουαι: «Non appe- su me si spande il sudore, e un tremito tutta κατὰ μὲν χροιὴν ῥέει ἄσπετος ἱδρώς,/
na infatti ti guardo per un breve momento, mi afferra, e sono più verde dell’erba e poco πτοιῶμαι δ’ ἐσορῶν ἄνθος ὁμηλικίης
così non è più possibile che io dica una paro- distante dall’essere morta appaio a me stes- (vedi Mimnermo, T3). - κακχέεται =
la, ma la lingua è spezzata e subito un fuoco sa». - ἀ δέ μ᾽ = ἡ δέ μοι: la lezione è rica- καταχεῖται. - παῖσαν ἄγρει = πᾶσαν
sottile corre sotto la pelle e con gli occhi vabile da ἀδεμ ἱδρὼς κακὸς (per κάκος) ἀγρεῖ (αἱρεῖ), cfr. Iliade XIX 14 πάντας
nulla vedo e ronzano le orecchie». - βρόχε᾽ χέεται degli Anecdota Oxoniensia, dove ἕλε τρόμος. - χλωροτέρα δὲ ποίας:
= βραχέα, neutro avverbiale. - φώνησ᾽ = la presenza dell’articolo femminile è in «più verde dell’erba» l’espressione si pro-
588
58
88 LA LIRICA MONODICA
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ’πιδεύης
16 φαίνομ’ ἔμ’ αὔτ̣[ᾳ·

ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ †καὶ πένητα†

spetta come un’iperbole costruita secondo cuperata grazie a P.S.I. 1470 (la tradizione successive al v. 16 ἀλλὰ πὰν τόλματον
uno schema che ritroviamo anche in fr. 156, dello Ps.-Longino ha solo φαίνομαι. ἐπεὶ †καὶ πένητα† nel codice P dello Ps.-
2 χρύσω χρυσοτέρα «più aurea dell’oro» Longino sono effettivamente di Saffo e non
e in fr. 167 ὠίω πόλυ λευκότερον «mol- 17 ἀλλά … πένητα†: «Ma tutto si appartengono al commento dell’Anonimo;
to più candido di un uovo». - ἔμμι = εἰμί. può sopportare poiché il povero (?) …» è l’ode continuava pertanto con un «ma tutto
- τεθνάκην = τεθνηκέναι. - ὀλίγω = l’inizio di una nuova strofe, perduta per il si può sopportare poiché …». Cfr. Sofocle,
ὀλίγου. - ᾽πιδεύης = ἐπιδευής (aferesi). resto: la presenza della grafia τόλματον Filottete 634 πάντα … τολμητά.
- ἐμ᾽ αὔτᾳ = ἐμαυτῇ: la lezione è stata re- (= τολμητόν) garantisce che le parole

Analisi del testo


L’ode appare organizzata lungo l’asse che oppone «appare es- sposo e sposa non sedevano l’uno di fronte all’altra ma, sepa-
sere a me» di v. 1 s. ad «appaio a me stessa» di v. 16: alla deis- rati, presso le tavole distinte degli uomini e delle donne (nell’
si iniziale «quell’uomo» corrisponde dunque un ripiegamento Anakalyptomene del comico Euangelos, fr. 1.1 s. K.-A., se ne
monologico alla fine della descrizione dei sintomi patologici. precisa anche il numero).
Ci si è chiesti a più riprese se «quell’uomo» sia immaginato L’intimità creata dal fatto che l’uomo e la donna stanno seduti
come presente o come assente al momento dell’esecuzione del l’uno di fronte all’altra è invece congruente con una situazione
carme: un interrogativo che si lega alla vecchia questione se di corteggiamento quale in genere si realizzava, dal ricordato
«pari agli dèi» di v. 1 rappresenti o meno una formula di au- Epodo di Colonia di Archiloco ai Racconti efesii di Senofonte (1,
gurio nuziale. 3) e al poemetto di Museo sulla vicenda di Ero e Leandro, nello
Possiamo provare a rispondere partendo dall’esistenza di una spazio di un santuario in occasione di una festa religiosa: ap-
tensione interna al discorso lirico per cui, mentre il modo in- punto in un simile contesto che rappresentava il «luogo privile-
dicativo in φαίνεται (v. 1), ἰσδάνει (v. 3) e ὐπακούει (v. 4) giato, nel ristretto mondo della società greca, per gli innamo-
prospetta una dimensione attuale, il dimostrativo κῆνος e il ramenti, per i primi approcci tra adolescenti, per le proposte di
pronome l’indefinito ὄττις («chiunque sia che») distanziano matrimonio» (B. Gentili) Saffo poteva esprimere le sensazioni
l’uomo e ne confondono la sagoma, riducendola a evanescente descritte nel carme.
figura emblematica: «‘quell’uomo’ è caratterizzato dal tratto Ma come si spiega la deflagrazione dell’attacco di panico che
della distanza» (A. Aloni). afferra l’«io»? Il testo lo dice con chiarezza: mi sembra essere
Istruttivo il parallelo con Odissea VI 158 s., dove κεῖνος (Odis- simile agli dèi l’uomo (il corteggiatore) che sieda di fronte a
seo parla a Nausicaa) richiama un ipotetico, futuro sposo della te che gli parli dolcemente e gli sorridi amorosamente, il che
ragazza: suscita in me questa angoscia ...
κεῖνος δ’ αὖ περὶ κῆρι μακάρτατος ἔξοχον ἄλλων, Si è discusso se al v. 5 τό (corrispondente al quod di Catullo)
si riferisca ai due indicativi («siede» e «ascolta») oppure ai
ὅς κέ σ’ ἐέδνοισι βρίσας οἶκόνδ’ ἀγάγηται.
due participi (relativi al parlare dolcemente e al ridere della
Ma più di tutti beato in cuore quell’uomo che, ragazza), ma, anche se in primo piano è il «ridere amorosa-
prevalendo per doni nuziali, potrà condurti alla sua casa. mente» posto in enjambement a principio di verso e di strofe,
la reazione dell’«io» scatta di fronte alla visione del riso e delle
Se è vero che altrove Saffo designa lo sposo (o gli sposi) come parole della ragazza in quanto questo riso e queste parole so-
LA LIRICA MONODICA

simile/-i agli dèi o a un dio determinato (fr. 44, 21 e 34 e no incapsulati dentro la comunicazione fra la ragazza stessa e
111, 5), il confronto con la lode di Odisseo per l’uomo che l’uomo che le siede di fronte.
potrà prendersi in sposa Nausicaa, mentre conferma l’infles- In una tale rete di relazioni la crisi di panico che occupa il
sione nuziale che è stata talora rivendicata all’incipit del carme centro dell’ode non può allora che prospettarsi come anti-
(Wilamowitz, Snell), contrasta nel contempo con una conte- cipazione fobica di un evento iscritto nella storia ordina-
stualizzazione epitalamica dell’ode. ria del gruppo: l’icona matrimoniale costruita dalla prima
La scena non può infatti alludere alla processione nuziale, strofe annuncia all’«io», come una sorta di premonizione,
nel cui ambito uomo e donna procedevano affiancati a piedi che quella ragazza ormai nubile presto si sposerà abbando-
o sopra un carro, né al convito in casa del padre della sposa nando, con le implicazioni emotive che si osservano in fr.
prima dell’avviarsi del corteo perché nel corso di tale convito 94 (vedi T. 13) e in fr. 96 (vedi T. 14), le consuetudini di
SAFFO 5889
589
vita in cui si era integrata da quando era ancora una pais denique concidere ex animi terrore videmus
acerba. saepe homines; facile ut quivis hinc noscere possit
Di qui una quasi-morte che non a caso trova significativi an- esse animam cum animo coniunctam, quae cum animi vi
tecedenti nel terrore di Andromaca per la sorte del marito in percussast, exim corpus propellit et icit. 160
Iliade XXII 452-454 e 460-474: dapprima la donna parla del
Ma, quando la mente è commossa da timore più veemente,
proprio battito accelerato, delle ginocchia che le si paralizza-
tutta l’anima vediamo consentire attraverso le membra,
no, della paura che Ettore sia rimasto tagliato fuori della città,
e quindi sudore e pallore effondersi per tutto il corpo
poi il poeta descrive la notte che le scende sugli occhi e lo sci-
e balbettare la lingua e spegnersi la voce, annebbiarsi 155
volare giù dalla sua testa del diadema, della rete, del nastro e
gli occhi, fischiar le orecchie, venir meno le articolazioni;
del velo che le erano stati donati nel giorno delle nozze, finché
alfine per il terrore dell’animo vediamo spesso gli uomini
la sequenza si chiude con l’immagine di Andromaca posseduta
crollare; sì che facilmente ognuno può da questo conoscere
da un turbamento (v. 474 ἀτυζομένην) che la trascina alle
che l’anima è congiunta con l’animo e, quando dalla potenza
soglie della morte.
Dell’animo è stata percossa, sùbito urta e sospinge il corpo. 160
La dimensione erotica è tutt’altro che assente dal carme, ma
(Tr. di F. Giancotti)
più che la sostanza ne costituisce la premessa: l’ansia del di-
stacco erompe come uno sgomento, consegnato all’aoristo Né, qualora in fr. 1 fossero rappresentati gli effetti di un colpo
ἐπτόαισεν, che va ben oltre lo stupore attonito rintracciabile di fulmine, avrebbe senso l’enunciato πὰν τόλματον nel pur
nei presunti paralleli che sono stati richiamati in merito alla problematicissimo ultimo verso conservato dell’ode (v. 17).
specializzazione erotica del verbo: luoghi nei quali manca il Non è l’eros ma l’angoscia che si può «sopportare», forse con
collegamento del verbo, decisivo per l’articolazione del senso la consolazione di un pensiero che, sulla base del pur corrotto
dell’ode saffica, a sintomi fobici. ἐπεὶ καὶ πένητα, è stato individuato (M. West) nella fiducia
Il dato del sudore (ἄσπετος ἱδρώς), il richiamo alla repen- (o almeno nella speranza) che prima o poi le cose potranno
tinità del fenomeno (αὐτίκα), l’uso del verbo πτοιῶμαι in cambiare allo stesso modo in cui il povero può d’improvviso
concomitanza con l’atto di guardare (ἐσορῶν) li troviamo in- diventare ricco con il favore degli dèi (cfr. Teognide 657-666).
vece associati nel già ricordato fr. 5 di Mimnermo, dove non West osservava che in tal modo la chiusa di fr. 31 poteva ma-
viene certo rappresentata una condizione di innamoramento, nifestare lo stesso ottimismo (la stessa fiducia nel successo)
bensì lo sgomento che a contatto con l’oggetto consueto dei della chiusa dell’Ode ad Afrodite e riferiva l’eventualità di un
suoi desideri (i coetanei) afferra la persona loquens al pensiero cambiamento futuro a «quell’uomo». Ma l’uomo resta del tutto
angoscioso della brevità della giovinezza. fuori campo dopo la prima strofe, e anche il nesso fra invito al-
E un quadro del tutto analogo emerge in Lucrezio là dove que- la sopportazione e richiamo alla legge del cambiamento con la
sti, in III 152-160, viene a trattare dei rapporti fra animus (la menzione prioritaria del povero che può diventare ricco (e non
funzione egemonica, collocata nel cuore, sede sia del consilium del ricco che può diventare povero) suggerisce il riferimento
che della paura e della gioia) e l’anima (sparsa per l’organismo della sentenza all’«io»: al di là della crisi provocata dall’attesa
e regolata dall’animus): della prossima partenza della persona amata doveva profilarsi
Verum ubi vementi magis est commota metu mens, la possibilità di un ritorno all’equilibrio emotivo e alle gioie
consentire animam totam per membra videmus della vita in coerenza con quella funzione terapeutica della cri-
sudoresque ita palloremque existere toto si di panico per cui, una volta esauritasi la sindrome patologi-
corpore et infringi linguam vocemque aboriri, 155 ca, la persona sofferente si riconosce libera dalle angosce che
caligare oculos, sonere auris, succidere artus, proprio la crisi aveva portato alla luce.

LA LIRICA MONODICA

Rifletti sul testo


1 2
590
59
90 LA LIRICA MONODICA
T. 6 Frammento Eustazio cita questi versi a commento di un passo omerico, nel quale l’immagine
34 V. della luna che splende sul cielo insieme con le stelle è termine di confronto per
la rappresentazione dei fuochi notturni che brillano nell’accampamento troiano.
Come sembrano confermare un passo dell’imperatore Giuliano e una ripresa del
poeta epico Nonno di Panopoli (IV sec. d.C.), la similitudine omerica viene da
Saffo rimodulata per celebrare la bellezza di una fanciulla di fronte alla quale
tutte le altre scompaiono, come in cielo la luna, nel pieno del suo fulgore, offu-
sca gli astri che le stanno intorno.

Metro: strofe saffiche. Ἄστερες μὲν ἀμφὶ κάλαν σελάνναν


Fonte: Eustazio,
Commento a Iliade
ἂψ ἀπυκρύπτοισι φάεννον εἶδος,
729, 20 ss.; Anecdota ὄπποτα πλήθοισα μάλιστα λάμπῃ
Parisina III 233, 31
γᾶν ἐπὶ παῖσαν
Cramer, ecc.

1-4 Ἄστερες μέν … γᾶν ἐπὶ la nozione del “bello” si ha in fr. 58, 26 τὸ ripresa del luogo saffico in Nonno, Dio-
παῖσαν: «Gli astri (Ἄστερες = Ἀστέρες) λάμπρον ... καὶ τὸ καλόν (vedi T12). - αὖ: nisiache XLI 256 ss. ὅσον πλέον ἄστρα
intorno alla bella luna (σελάνναν = l’avverbio sottolinea il carattere ciclico del καλύπτει/ ἀννεφέλους ἀκτῖνας ὀϊστεύ-
σελήνην) di nuovo nascondono (ἀπυ- fenomeno. - πλήθοισα = πλήθουσα «pie- ουσι Σελήνη/ πλησιφαής «quanto più
κρύπτοισι = ἀποκρύπτουσι) l’aspetto na», nella fase del plenilunio, cfr. fr. 154, Selene nasconde gli astri, saettando i raggi
luminoso (φάεννον = φαεινόν), quando 1 πλήρης μὲν ἐφαίνετ᾽ ἀ σελάν‹ν›α e sgombri di nubi nel plenilunio» (tr. di D.
(ὄπποτα = ὁπότε) piena risplende al suo Iliade XVIII 484 σελήνην ... πλήθουσαν. Accorinti), dove lo splendore degli occhi di
colmo (μάλιστα) su tutta la terra». - - ἐπὶ παῖσαν: è supplemento, general- Beroe oscura quelli delle coetanee come la
κάλαν = καλήν come nota Di Benedetto, mente accolto, di Holt Okes (1810) sulla luna gli astri.
una analoga associazione del «brillare» con base di Iliade VIII 1 πᾶσαν ἐπ᾽ αἶαν. Una

Analisi del testo


Il passo omerico che Eustazio accosta ai versi di Saffo è Iliade mo. Si è in genere pensato al paragone di una ragazza bellis-
VIII 555-559: sima con ragazze belle, e in effetti corroborano questa ipotesi
sia le parole con cui Giuliano allude ai versi di Saffo (Orat. 3,
ὡς δ’ ὅτ’ ἐν οὐρανῷ ἄστρα φαεινὴν ἀμφὶ σελήνην 109c κάλλος τοσοῦτον ὥστε ἀποκρύπτεσθαι τὰς ἄλλας
φαίνετ’ ἀριπρεπέα, ὅτε τ’ ἔπλετο νήνεμος αἰθήρ· παρθένους καθάπερ οἶμαι περὶ τῇ σελήνῃ πληθούσῃ
ἔκ τ’ ἔφανεν πᾶσαι σκοπιαὶ καὶ πρώονες ἄκροι οἱ διαφανεῖς ἀστέρες καταυγαζόμενοι κρύπτουσι τὴν
καὶ νάπαι· οὐρανόθεν δ’ ἄρ’ ὑπερράγη ἄσπετος μορφήν «una bellezza tale da nascondere le altre fanciulle
[αἰθήρ, come – credo – intorno alla luna piena gli astri rilucenti, su-
πάντα δὲ εἴδεται ἄστρα, γέγηθε δέ τε φρένα ποιμήν· perati nello splendore, nascondono il loro aspetto») sia il ri-
ferimento dell’immagine al mondo agonale in Bacchilide 9, 27
Come le stelle in cielo, intorno alla luna splendente ss.: πενταέθλοισιν γὰρ ἐνέπρεπεν ὥς/ ἄστρων διακρίνει
brillano luminose, quando l’aria è senza vento – φάη/ νυκτὸς διχομηνίδος εὐφεγγὴς σελάνα: «tra i pentatli
appaiono tutte le cime e i picchi, spiccava come la luna fulgente spicca sulla luce delle stelle nel-
e le valli; dall’alto si apre il cielo infinito, la notte di metà del mese»; e analogo carattere ha il paragone
LA LIRICA MONODICA

si vedono tutte le stelle e si rallegra nel suo cuore il pastore. delineato da Pindaro in Istmica IV 23 s.: ἀλλ᾽ ἀνεγειρομένα
[Tr. di G. Paduano] χρῶτα λάμπει,/ Ἀοσφόρος θαητὸς ὣς ἄστροις ἐν ἄλλοις
«[la Fama] destata risplende in volto come tra gli altri astri la
È subito chiaro che con ἀμφὶ κάλαν σελάνναν Saffo è sulla stella lucente del mattino».
linea di φαεινὴν ἀμφὶ σελήνην (e anche εἶδος è consonan- Subito dopo questi versi la luna era inoltre definita «argen-
te con εἴδεται), ma già l’innovativo κάλαν introduce una tea», come attesta ancora Giuliano, Epist. 19, 387a Σαπφώ …
qualificazione soggettiva; e la situazione è diversa, perché in τὴν σελήνην ἀργυρέαν φησὶ καὶ διὰ τοῦτο τῶν ἄλλων
Omero – come osservava Eustazio – luna e astri risplendono ἀστέρων ἀποκρύπτειν τὴν ὄψιν, e anche tale aggettivo
insieme mentre in Saffo le stelle scompaiono, «nascondono» ben si poteva adattare al paragone (cfr. Alcmane 1, 5 τό τ᾽
il loro aspetto di fronte allo splendore della luna al suo col- ἀργύριον πρόσωπον).
SAFFO 5991
591
T. 7 Frammento Esempio illustre di similitudine ridotta all’essenziale. Colpisce la fisicità con cui
47 V. l’eros è rappresentato, con una concretezza che trova un antecedente solo in
Archiloco (frr. 191 e 193).

Metro: pentametri  x x       Ἔρος δ᾽ ἐτιναξέ ‹μοι›


eolici.
Fonte: Massimo di Tiro φρένας, ὠς ἄνεμος κὰτ ὄρος δρύσιν ἐμπέτων.
18, 9 p. 22 Hobbein.

1-2 Ἔρος … ἐμπέτων: «… ed Eros condo lo schema «del tutto e della par- di pula secca», ma senza precedenti è il
(Ἔρος = Ἔρως) mi ha turbato il cuore, te». - ἐτίναξε: il verbo τινάσσω già in riferimento del turbine alla sfera amo-
come vento che si abbatte contro le quer- Omero qualifica l’azione del vento, cfr. rosa. - ἐμπέτων = ἐμπεσών: il verbo
ce (δρύσιν = δρυσίν) sul (κάτ = κατά) Odissea V 368 ὡς δ᾽ ἄνεμος ζαὴς ἠΐων ἐμπίπτω è usato per Borea da Esiodo,
monte». - μοι: è integrazione di Lobel, θημῶνα τινάξῃ/ καρφαλέων «come un Erga 511 ss.
ma si potrebbe pensare anche a με se- vento impetuoso disperde un mucchio

T. 8 Frammento L’attesa esaudita dell’amata è resa con vigorosa brevità, riutilizzando una meta-
48 V. fora omerica sul «refrigerio» del cuore.

Metro: pentametri Ἦλθες, εὐ δ᾽ ἐπόησας, ἔγω δέ σ’ ἐμαιόμαν,


eolici.
Fonte: Giuliano, Epist. ὂν δ’ ἔψυξας ἔμαν φρένα καιομέναν πόθῳ.
183-240 s.
Bidez-Cumont.

1-2 Ἦλθες … πόθῳ: «Venisti, e bene osservato V. Di Benedetto – un modulo è brillante correzione del Thomas, per il
hai fatto (ἐπόησας = ἐποίησας), e io ti espressivo colloquiale, attestato ad es. in corrotto ἀν δὲ φύλαξας, cfr. Meleagro,
agognavo, e desti refrigerio al mio (ἔμαν Euripide, Medea 465 ss. e in Erodoto V A.P. XII 132, 7 s. ἆ ψυχὴ βαρύμοχθε,
= ἐμήν) cuore che bruciava di desiderio». 24, 4 εὖ γὰρ ἐποίησας ἀπικόμενος. - σὺ δ᾽ ἄρτι μὲν ἐκ πυρὸς αἴθῃ/ ἄρτι δ᾽
- Ἦλθες: cfr. Iliade III 428 ἤλυθες ἐκ ὄν … ἔψυξας: tmesi = ἀνέψυξας: già ἀναψύχεις πνεῦμ᾽ ἀναλεξαμένη «ani-
πολέμοιο, Teocrito XII 1 ἤλυθες, ὦ in Iliade XIII 84 ἀνέψυχον φίλον ἦτορ ma greve d’affanni, che un attimo bruci
φίλε κούρε. - εὐ δ(έ): è correzione di (e cfr. X 575); ἀναψύχω è usato meta- nel fuoco e ti riprendi un attimo e rifiati»
Lobel per il καί della parafrasi di Giu- foricamente, per denotare il riprender [tr. di F.M. Pontani].
liano; con εὖ δέ si recupera – come ha fiato in una pausa bellica; ὂν δ᾽ ἔψυξας

T. 9 Frammento I due versi sono citati da fonti diverse, ma un passo di Terenziano Mauro (de
49 V. metris 2154 s. cordi quando fuisse sibi canit Atthida/ parvam, flora virginitas
LA LIRICA MONODICA
sua cum foret) suggerisce che essi si susseguissero nell’ordine qui riprodotto o
almeno appartenessero al medesimo componimento. Si è colto in essi un tono
di rimprovero, ed effettivamente nel fr. 130 Attide viene accusata di non darsi
più pensiero di Saffo per «volare» verso Andromeda, che doveva guidare un
tiaso concorrente con quello di Saffo (Ἄτθι, σοὶ δ᾽ ἔμεθεν μὲν ἀπήχθετο/
φροντίσδην, ἐπὶ δ᾽ Ἀνδρομέδαν πότᾳ «… ma tu, o Attide, ti sei stancata
T18 di pensare a me e voli verso Andromeda»). In ogni caso si tratta di spunti che
costituiscono una spia sulle relazioni all’interno del tiaso e sugli antagonismi
fra tiasi rivali.
592
59
92 LA LIRICA MONODICA

Metro: pentametri eolici.


Fonte: Efestione 7, 7 (v. 1); Massimo di Tiro 18, 9 p. 231, 10 ss. Hobein (v. 2), ecc.

Ἠράμαν μὲν ἔγω σέθεν, Ἄτθι, πάλαι ποτά·


σμίκρα μοι πάις ἔμμεν’ ἐφαίνεο κἄχαρις.

1-2 Ἠ ρ ά μ α ν . . . κ ἄ χ α ρ ι ς : « I o to dei pronomi personali è certamente ma anche l’acerba immaturità può esser
(ἔγω = ἐγώ) ero innamorata (ἠράμαν intenzionale. - ἔμμεν(αι) ἐφαίνεο = fonte di innamoramento nel cosmo del
= ἠράμην da ἔραμαι, cfr. 16, 4 [T4]) εἶναι ἐφαίνου, cfr. 31, 1 φαίνεται .../ tiaso, che proprio dell’acquisizione del-
di te tanto tempo fa (potav = potev), o ἔμμεναι (T5). - σμίκρα … κἄχαρις = la χάρις faceva l’obiettivo dei processi
Attide: mi sembravi essere una bimba mi- μικρά … καὶ ἄχαρις, con elegante col- formativi (eleganza, arte ecc.) che si pra-
nuta e sgraziata». - σέθεν = σοῦ, con locazione degli aggettivi ai margini del ticavano al suo interno.
suffisso di provenienza: l’accostamen- verso. Non solo il fulgore della bellezza

T. 10 Frammento Con movenza risoluta Saffo profetizza a una donna a noi ignota («ricca e igno-
55 V. rante», informa Plutarco) uno squallido aggirarsi nella dimora di Ades, perché
essa non conosce le «rose della Pieria». Da un lato questo frammento mostra
un’intransigente aggressività in una poetessa che pur asseriva di non avere tem-
peramento maligno ma animo gentile (fr. 120), dall’altro fa risaltare, per con-
trasto, la funzione che Saffo attribuiva alla propria poesia, capace di garantirle
l’immortalità: si confrontino ad esempio i frammenti 32 αἴ με τιμίαν ἐπόησαν
ἔργα/ τὰ σφὰ δοῖσαι «(le Muse) che mi resero onorata, donandomi le loro
opere» e 147 μνάσεσθαί τινα φαῖμι καὶ ἄψερον ἀμμέων «credo che qualcu-
no si ricorderà di noi anche in futuro».

Metro: asclepiadei κατθάνοισα δὲ κείσῃ οὐδ᾽ ἔτι τις μναμοσύνα σέθεν


maggiori.
Fonte: Stobeo III
ἔσσετ’ οὐδὲ ποτ᾽ εἰς ὔστερον· οὐ γὰρ πεδέχῃς βρόδων
4, 12 (vv. 1-4); τὼν ἐκ Πιερίας· ἀλλ’ ἀφάνης κἀν Ἀίδα δόμοις
Plutarco, coniug. praec.
145f-146a (vv. 1-3), ecc.
φοιτάσῃς πεδ’ ἀμαύρων νεκύων ἐκπεποταμένα.

1-4 κατθάνοισα ... ἐκπεποταμένα: ... γενέσθω. - οὐδέ ποτ᾽ εἰς: è restitu- λειμῶνα «(l’anima) andava a gran passi
LA LIRICA MONODICA

«… e morta (κατθάνοισα = καταθα- zione di H. Grotius (1623) per οὐδέποκ᾽ sul prato asfodelio» [tr. di G.A. Privite-
νοῦσα) tu giacerai né più alcuna memo- della tradizione di Stobeo. - ἐκ Πιερίας: ra]. - πεδ᾽ ἀμαύρων = μετ᾽ ἀμαυρῶν,
ria di te (σέθεν = σοῦ cfr. T9) vi sarà la Pieria è una regione della Macedonia, cfr. Odissea IV 824 εἴδωλον ἀμαυρόν. -
(ἔσσεται = ἔσται) mai in futuro , perché luogo di nascita delle Muse secondo Esio- ἐκπεποταμένα = ἐκπεποτημπένη, da
non hai parte (πεδέχῃς = μετέχεις) del- do, Teogonia 53, e per Saffo cfr. fr. 103, 8 ἐκπόταμαι = ἐκπέτομαι, con ἐκ- espri-
le rose (τῶν βρόδων = τῶν ῥόδων) della Πιέριδ[ές τε] Μοῖ[σαι]. - δόμοις: dativo mente separazione e distanza; per il «vo-
Pieria, ma ignota (ἀφάνης = ἀφανής) breve; il plurale è generalizzante. Il nes- lo» dell’anima all’Ade cfr. Iliade XVI 856
anche nella (κἀν = καὶ ἐν) casa di Ades so Ἀΐδαο δόμοις è frequente in Omero. - ψυχὴ δ᾽ ἐκ ῥεθέων πταμένη Ἀϊδόσδε βε-
vagherai fra gli oscuri morti, volata via di φοιτάσῃς = φοιτάσεις, in contrasto col βήκει, Odissea XI 222 ψυχὴ δ᾽ ἠύτ᾽ ὄνει-
qui». - ἔτι: integrazione di L. Spengel κείσῃ del v. 1; il «vagare» è caratteristico ρος ἀποπταμένη πεπότηται e Platone,
(1828). - μναμοσύνα = mnhmosuvnh: cfr. delle ψυχαί nell’Ade, cfr. Odissea XI 539 Fedone 70a (ψυχή) οἴχεται διαπτομένη.
Iliade VIII 181 μνημοσύνη τις ἔπειτα φοίτα μακρὰ βιβᾶσα κατ᾽ ἀσφοδελὸν
DOSSIER: LA NUOVA SAFFO DI COLONIA 5993
593

Dossier
La «nuova Saffo» di Colonia e il tema
della vecchiaia nel mondo greco arcaico
ome abbiamo già avuto occasione di osservare in Mimnermo (v. pp. 000-000),
C l’eros, in quanto vitalità e piacere, nella poesia greca trova un limite invali-
cabile nella vecchiaia, i cui segni invasivi, che offendono così il corpo come la
mente, sono al centro di un’ode di Saffo che già in parte conoscevamo da P. Oxy
1787, fr. 1 (= Saffo fr. 58) ma che un papiro dell’Università di Colonia recente-
mente pubblicato (P. Köln 21351) ci permette ora di leggere quasi integralmente:
onde evitare confusioni nella numerazione dei versi tra fr. 58 e il nuovo papiro
chiameremo questa ode Senilità.

T. 11 Si propone il carme sulla vecchiaia restituito dal papiro di Colonia: il testo risulta
Senilità
leggibile in modo complessivamente chiaro, tranne che nel margine sinistro dei
primi 4 versi, che sono stati ricostruiti exempli gratia (per un approfondimento
sui problemi testuali del papiro, vedi F. Ferrari, Una mitra per Kleis, Pisa, Giardi-
ni editori 2007, 180). L’ode è costituita da sei strofe distiche: dopo un invito a
coltivare i doni delle muse, Saffo lamenta gli effetti psico-fisici della vecchiaia,
proponendo poi il paradigma mitologico di Titono, come esempio dell’inelutta-
bilità, per gli esseri umani, del declino fisico che il procedere dell’età comporta.

Per saperne di più

DOSSIER: LA NUOVA SAFFO DI COLONIA


P. Köln 21351 e P. Oxy 1787: due papiri discordanti?
Ricavato dal cartonnage di una mummia, il papiro di Colonia Inv. serva questo carme sulla vecchiaia, ovvero il P. Oxy. 1787, molto
21351 è stato pubblicato da W. Gronewald e R. Daniel nell’estate lacunoso in quanto è caduto il margine sinistro, risale invece alla
del 2004 sulla rivista specialistica «Zeitschrift für Papyrologie und fine del II secolo d.C.
Epigraphik», e un altro frustolo (Inv. 21376) appartenente allo Una sorpresa offerta dal papiro di Colonia è che quanto resta dei
stesso rotolo si è aggiunto nel 2005 a cura degli stessi editori. componimenti che in esso precedevano e seguivano il brano di
In seguito, gli stessi Gronewald e Daniel hanno pubblicato l’ul- dodici versi che chiameremo Senilità non coincide con i brani che
tima parte superstite del papiro (fr. 2, col II, r. 9-21), che però precedevano e seguivano la stessa ode in P. Oxy 1787. Più precisa-
contiene un carme che non ha niente a che fare con Saffo e che è mente, la divergenza fra i due testimoni papiracei ha confermato
stato anche trascritto da una mano diversa seppur coeva. Poiché da un lato l’ipotesi di Gallavotti, secondo cui l’ode Senilità aveva
i tredici versi di questo nuovo carme non appartenente a Saffo inizio con l’apostrofe a un gruppo di fanciulle a r. 11 di P. Oxy
risultano composti nella koiné artificiale della lirica corale e in un 1787 (ἰ]ο̣κ[ό]λ̣πων κάλα δῶρα, παῖδες) e non con r. 13 (]π̣οτ̣᾽
disegno metrico estraneo alla poesia eolica, è certo che il rotolo [ἔ]ο̣ντα χρόα γῆρας ἤδη) come avevano supposto Lobel e Snell;
conteneva un’antologia. La scrittura sia dei brani saffici sia del dall’altro l’assenza nel papiro di Colonia di qualsiasi traccia dei
brano non saffico è tipica dei primi decenni del III secolo a.C., due distici, ricostruiti sulla base di P. Oxy 1787, fr. 1, 23-25 e
ciò che fa del rotolo di Colonia il più antico esemplare del testo di fr. 2, 1 e di Clearco, fr. 41 Wehrli, (T. 12) che erano stati fin qui
Saffo, anteriore anche al carme dell’ostrakon fiorentino (fr. 2) e a considerati la conclusione di Senilità, ha posto nuovi interrogativi
quello sulla mitra di Kleis (fr. 98), mentre l’altro papiro che con- in merito alla conclusione di questo carme di Saffo sulla vecchiaia.
594
59
94 LA LIRICA MONODICA

Metro: ipponattei Αἰ στέργετε Μοίσαν ἰ]ο̣κ[ό]λ̣πων κάλα δῶρα, παῖδες,


acefali espansi. ἐλίσσετε κὰτ τὰ]ν̣ φιλάοιδον λιγύραν χελύνναν
Fonte: P. Köln 21351
col. I 9-12 e col. II ἔμοι δ᾽ ἄπαλον πρὶν ]π̣οτ̣᾽ [ἔ]ο̣ντα χρόα γῆρας ἤδη
1-8; P. Köln 21376 διώλεσε, λεῦκαι δ᾽ ἐγ]ένοντο τρίχες ἐκ μελαίναν
col. II 4-8; P. Oxy
1787, fr. 1, 11-22. βάρυς δἐ μ᾽ ὁ [θ]ῦμο̣ς πεπόηται, γόνα δ’ οὐ φέροισι,
6 τὰ δή ποτα λαίψη̣ρ᾽ ἔον ὄρχησθ’ ἴσα νεβρίοισιν.
Ταῦτα στεναχίσδω θαμέως, ἀλλὰ τί κεν ποείην;
8 Ἀγήραον ἄνθρωπον ἔοντ᾽ οὐ δύνατον γένεσθαι·
καὶ] γὰρ π̣[ο]τ̣α̣ Τίθωνον ἔφαντο βροδόπαχυν Αὔων
10 ἔρῳ δ έπ ας ε ἰσoμβάμεν᾽ εἰς ἔσχατα γᾶς φέροισα[ν
ἔοντα  _[κ]ά λ ο ν καὶ νέον, ἀλλ᾽ αὖτον ὔμως ἔμαρψε
12 χρόνῳ π ό λ ι ο ν γῆρ α ς ἔχ [ο]ν τ ᾽ ἀθανάταν ἄκοιτιν.

[Se amate] o fanciulle, i bei doni [delle Muse] dal seno di viola,
2 [danzate al suono di questa] cetra sonora amica del canto,
[ma a me] la pelle che un tempo era [delicata] ormai la vecchiaia
4 [l’ha sciupata,] e i capelli da neri sono diventati bianchi,
e l’animo mi si è fatto greve, e non reggono le ginocchia
6 che una volta erano agili a danzare come cerbiatti.
Di questo spesso gemo: ma cosa posso farci?
8 Un essere umano sfuggire a vecchiaia non può,
e infatti dicevano che un tempo Aurora dalle braccia di rose,
10 per amore salì nella coppa portando Titono,
che era bello e giovane, ai confini del mondo, ma pure lui che aveva
12 una sposa immortale lo ghermì col tempo la vecchiaia canuta.

MEMORIA LETTERARIA

Patografia della vecchiaia


Già i primi editori del papiro di Colonia hanno addotto una serie di passi che dimostrano la convenzionalità
di questa patografia della vecchiaia, a partire da Archiloco, fr. 188:
Οὐκέθ’ ὁμῶς θάλλεις ἁπαλὸν χρόα· κάρφεται γὰρ ἤδη
ὄγμοις, κακοῦ δὲ γήραος καθαιρεῖ  
LA LIRICA MONODICA

Non più fiorisci nella morbida pelle: ormai è inaridita


da solchi, e ti afferra [il destino] della maligna vecchiaia.

Mimnermo, come abbiamo visto, enumera gli effetti penosi della vecchiaia «che rende brutto anche
l’uomo bello» e in fr. 4 ricorda al pari di Saffo la vicenda di Titono, «a cui Zeus impose la vecchiaia, che è
un male ancor più angoscioso della morte» (v. p. 000): si fa riferimento al mito secondo cui Aurora dalle
braccia rosate aveva ottenuto da Zeus l’immortalità per l’amato Titono, ma non l’eterna giovinezza, con
conseguenze spiacevolissime per la mitica coppia; e come in Mimnermo, fr. 12 W. (e anche in Stesicoro,
fr. 185 P. e in Eschilo, fr. 187 R.) si rievoca la coppa del Sole (ma anche di Aurora), il letto-imbarcazione
su cui la dea compie il suo viaggio notturno da ovest a est, unendosi al giovane amante appena rapito
DOSSIER: LA NUOVA SAFFO DI COLONIA 5995
595
(si tratta, per la “coppa” solare, di un paradigma mitico del Vicino Oriente illustrato da C. Watkins, The
Golden Bowl: Thoughts on the New Sappho and its Asianic Background, “Classical Antiquity” 26 [2007],
305-324).
Ma particolarmente affine al carme di Saffo è il catalogo di sintomi della vecchiaia snocciolati con la stessa
serialità parattica e analogamente conclusi con un verbo (ἀνασταλύζω del v. 7 rispetto a στεναχίσδω
al v. 7 di Senilità) che denota il singhiozzare del soggetto in Anacreonte, fr. 395, 1-7 (v. p. 000):

Canute ormai a noi Ecco perché singhiozzo


le tempie e candido il capo spesso paventando il Tartaro:
e giovinezza leggiadra più pauroso è di Ades
non è qui, ma decrepiti sono i denti il recesso e dolorosa
e non più della dolce la discesa, perché è fissato che
6 esistenza molto tempo rimane. 12 chi discese più non risalga.

Ma se questi poeti eseguivano i loro brani, con l’accompagnamento della lira o dell’aulo, nelle sale simpo-
siali, qual era il contesto di esecuzione del carme di Saffo?
Secondo gli editori di Colonia Saffo, al principio, direbbe alle ragazze (παῖδες) a cui si rivolge che ella stessa
porta i doni delle Muse prendendo di nuovo la cetra, ma tanto più ora che il nuovo papiro ha confermato la pre-
senza del verbo «danzare» (ὄρχηθσθ᾽) al v. 6 e ha mostrato che l’enumerazione dei segni della senilità culmi-
nava nell’impossibilità del soggetto a danzare, ne consegue che Saffo doveva invitare le ragazze del suo gruppo
non già ad ascoltare o a suonare, bensì a danzare, come fanno un gruppo di ragazze cretesi in Inc. auct. 16:
Κρῆσσαί νύ ποτ’ ὦδ’ ἐμμελέως πόδεσσιν
Ὤρχηντ’ ἀπάλοισ’ ἀμφ’ ἐρόεντα βῶμον
Così un tempo fanciulle cretesi danzavano a tempo
attorno all’amabile altare con i piedi delicati.

La vecchiaia impedisce alla poetessa di danzare alla guida del coro secondo un ruolo che le era stato abi-
tuale e che viene rievocato in un epigramma adespoto di età ellenistica (A.P. IX 189):
Ἔλθετε πρὸς τέμενος ταυρώπιδος ἀγλαὸν Ἥρης,
Λεσβίδες, ἁβρὰ ποδῶν βήμαθ’ ἑλισσόμεναι·
ἔνθα καλὸν στήσασθε θεῇ χορόν· ὔμμι δ’ ἀπάρξει
4 Σαπφὼ χρυσείην χερσὶν ἔχουσα λύρην.
ὄλβιαι ὀρχηθμοῦ πολυγηθέος· ἦ γλυκὺν ὕμνον
εἰσαΐειν αὐτῆς δόξετε Καλλιόπης.

DOSSIER: LA NUOVA SAFFO DI COLONIA


Venite al santuario splendido di Hera dagli occhi bovini,
ragazze di Lesbo, muovendo le tenere orme dei piedi:
lì formate un bel coro, e vi guiderà
4 Saffo che regge fra le mani una lira d’oro
Beate voi per la vostra danza gioiosa: certo vi sembrerà
di udire un dolce canto della stessa Calliope.

Il tempio di Hera era certamente il fulcro di quel santuario confederale, forse situato nella piana di Messa,
in onore della triade (ma con la dea come nume centrale) Zeus - Hera - Dioniso, presso il quale l’eteria
di Alceo implora la punizione di Pittaco in Alceo fr. 129 (p. 000) e dove lo stesso Alceo assiste agli agoni
femminili di bellezza in Alceo fr. 130b (p. 000).
Se dunque per i condizionamenti dell’età la poetessa canta senza danzare e se le sue giovani adepte so-
no invitate a onorare i doni delle Muse assecondando con i loro passi di danza la musica e il canto della
maestra – verosimilmente seduta come sul dritto di una moneta di Mitilene del 150 circa d.C. conservata
al British Museum –, il carme viene a replicare nella sua struttura di fondo la situazione sottesa al famoso
brano di Alcmane sul cerilo e le alcioni (fr. 26) anche se, mentre questo brano in esametri dattilici doveva
essere parte di un “proemio” citarodico a un partenio che le vergini apostrofate avrebbero dovuto cantare
danzando, nel caso di Saffo il coro doveva limitarsi a danzare (p. 000):
Non più, vergini dal canto soave, dalla voce sacra,
le membra hanno la forza di portarmi: fossi, oh fossi un cerilo
596
59
96 LA LIRICA MONODICA
che sul fiore dell’onda vola insieme con le alcioni
con intrepido cuore, sacro uccello dal cangiante colore del mare!

Il racconto della vicenda di Eos e Titono che occupa la parte finale di Senilità ha un precedente, forse di
pochi decenni, nell’inno omerico ad Afrodite.
Ad Anchise atterrito al pensiero di essersi appena congiunto con una dea e che prega Afrodite di non
lasciarlo vivere fra gli uomini, la dea risponde di avere coraggio e cerca di consolarlo col pensiero che
avrà un figlio (Enea) che regnerà sui Troiani; poi gli ricorda appunto la vicenda di Eos e Titono (Inno ad
Afrodite, vv. 225-238):
225 Τὸν δ’ ἦ τοι εἵως μὲν ἔχεν πολυήρατος ἥβη,
Ἠοῖ τερπόμενος χρυσοθρόνῳ ἠριγενείῃ
ναῖε παρ’ Ὠκεανοῖο ῥοῇς ἐπὶ πείρασι γαίης·
αὐτὰρ ἐπεὶ πρῶται πολιαὶ κατέχυντο ἔθειραι
καλῆς ἐκ κεφαλῆς εὐηγενέος τε γενείου,
230 τοῦ δ’ ἦ τοι εὐνῆς μὲν ἀπείχετο πότνια Ἠώς,
αὐτὸν δ’ αὖτ’ ἀτίταλλεν ἐνὶ μεγάροισιν ἔχουσα
σίτῳ τ’ ἀμβροσίῃ τε καὶ εἵματα καλὰ διδοῦσα.
Ἀλλ’ ὅτε δὴ πάμπαν στυγερὸν κατὰ γῆρας ἔπειγεν
οὐδέ τι κινῆσαι μελέων δύνατ’ οὐδ’ ἀναεῖραι,
235 ἥδε δέ οἱ κατὰ θυμὸν ἀρίστη φαίνετο βουλή·
ἐν θαλάμῳ κατέθηκε, θύρας δ’ ἐπέθηκε φαεινάς.
Τοῦ δ’ ἦ τοι φωνὴ ῥεῖ ἄσπετος, οὐδέ τι κῖκυς
ἔσθ’ οἵη πάρος ἔσκεν ἐνὶ γναμπτοῖσι μέλεσσιν.
225 E in verità, fin quando egli era nella molto amabile giovinezza,
godendo dell’Aurora dai fiori d’oro, che sorge di buon mattino,
dimorava presso le correnti dell’Oceano, ai confini della terra:
Ma quando le prime ciocche bianche scesero
giù dal suo bel capo e dal nobile mento,
230 dal suo letto si astenne l’Aurora veneranda;
tuttavia, tenendolo nelle sue stanze, lo nutriva
di cibo terreno e di ambrosia, e gli donava belle vesti.
Ma quando con tutto il suo peso gravò su di lui l’odiosa vecchiaia
ed egli non riusciva più a muovere né a sollevare le membra,
235 questa nel suo animo le sembrò la decisione migliore:
lo relegò nell’interno della casa, e serrò su di lui le porte risplendenti.
La sua voce mormora senza fine, ma il vigore
non è più quello che un tempo risiedeva nelle agili membra.
(Tr. di F. Càssola)
Afrodite avrebbe potuto evitare di ripetere la fatale dimenticanza di Eos chiedendo a Zeus non solo l’im-
mortalità ma anche l’eterna giovinezza dell’amato. D’altra parte l’eventualità non viene neppure presa in
considerazione anche perché – aggiunge subito dopo la dea (vv. 247 ss.) – ella dovrà già penare non poco
per sottrarsi alla censura che per essersi unita a un mortale le muoveranno gli altri dèi.
Del resto, non migliore fortuna arride nel mito alle prove di immortalità di Calipso con Odisseo, di Demetra
con il piccolo Demofonte, di Selene con Endimione, e Anchise sa bene (v. 189 s.) che «non ha vita fiorente
colui che giace con le dee immortali».
LA LIRICA MONODICA

La reazione giusta resta quella di Saffo «ma cosa posso farci?» (v. 7), replica senile del «ma tutto si può
sopportare» che in fr. 31 blocca l’elencazione dei sintomi patologici (T5).
In entrambi i casi il richiamo all’esperienza vissuta sfocia nel riconoscimento della necessità, e la rinuncia a
un vincolo che non può perpetuarsi o all’utopia di un’eterna giovinezza diventa materia di canto, saggezza
da condividere, convalida di una funzione didattica che faceva della poetessa anche una maestra di vita.
Se la cosa più bella per gli uomini non è il potere o la forza di cui sono emblema i carri dei Lidi e i fanti in
completa armatura, bensì ottenere ciò che si desidera (fr. 16) (T4), tuttavia, ove questo non sia possibile,
la rinuncia – l’accettazione dei condizionamenti istituzionali (la partenza di una ragazza amata) o di quelli
biologici (la senescenza) – diventa la migliore supplenza del bene.
Nel caso della vecchiaia, se si accetta l’inevitabile degrado delle membra, la consolazione può venire, per un
poeta come Saffo, dalla gioia di poter ancora guidare con la musica e il canto un coro di ragazze adolescenti.
SAFFO 5997
597
T. 12 Frammento Quello che già conoscevamo come fr. 58 V. trasmesso da P. Oxy 1787, un pa-
58 V. piro fortemente danneggiato nella parte sinistra, deve essere valutato sotto
nuova luce: infatti nel papiro ossirinchita dopo l’ode Senilità, che abbiamo
visto concludersi al v. 12 con le parole ἀθανάταν ἄκοιτιν, vi sono ulteriori
versi che – in virtù del confronto col papiro di Colonia precedentemente
T11 esaminato e delle conclusioni che se ne sono tratte – devono essere ritenuti
l’inizio di un carme autonomo. E del resto vi è una netta cesura fra il tono
sconsolato del mito di Titono che chiude Senilità e l’opzione per una grazia
raffinata (ἀβροσύνα) e luminosa, che Saffo afferma in questo componimen-
to. Le lacune del papiro sono integrate ai vv. 3-4 da una citazione di Clearco,
presso Ateneo XV 687b.

Metro: ipponattei x            ].μέναν νομίσδει


acefali espansi.
Fonte: P. Oxy 1787, fr.
x           Κρονίδ]αις ὀπάσδοι
1, 22-25 e fr. 2, 1-3. ἔγω δὲ φίλημμ’ ἀβροσύναν, [ὔμμι δὲ] τοῦτο καί μοι
Clearco, fr. 41 Wehrli
τὸ λά[μπρον ἔρος τὠελίω καὶ τὸ κά]λον λέ[λ]ογχε.
ap. Ateneo XV 687b.
ἐπιν[ ].[...]ν̣ό.[
φίλει.[ ...
καιν̣[

[Ciò che ognuno] considera [la cosa di maggior pregio]


[… il figlio di Crono gliela] conceda,
ma io amo la raffinatezza, [e a voi] e a me l’amore
4 del sole ha dato in sorte [questo] splendore e [questa] bellezza.
[Infatti] avete bevuto (?) …
amate …
e…

Rifletti sul testo


1 2
LA LIRICA MONODICA
598
59
98 LA LIRICA MONODICA

Analisi del testo


Secondo una prospettiva analoga a quella qui affermata da Saf- nella poesia d’età arcaica e classica ai più vari referenti, dal
fo, Pindaro dichiarerà, proprio a principio dell’Istmica V, che gesto di miscelare acqua e vino (Saffo, fr. 2, 14) a una giovane
solo grazie a Theia, madre del Sole e principio di luce, gli uomi- donna (Andromaca) nel giorno delle nozze (Saffo fr. 44, 7 cfr.
ni possono apprezzare il valore di ogni altro bene. «Nella cul- Esiodo fr. 339, 3 M.-W.) e a un giovane dio (Adone) morente
tura greca arcaica la luce del sole era associata con il nascere (Saffo, fr. 140, 1), dal modo come una melodia è stata com-
dell’uomo, con la sua morte, e soprattutto con il vivere dell’uo- posta (Stesicoro, fr. 212, 2 Davies) a uno strumento musicale
mo, secondo l’espressione formulare omerica “vede/vedere la a corde (la pektis in Anacreonte fr. 373, 2 Page), da panni di
luce del sole”, e su questa linea Saffo inventa un nesso nuovo lana (Saffo, fr. 100) a un ramo di mirto (Pindaro, Istmiche VIII
e atipico qual è “l’amore del sole”, in corrispondenza a un suo 65-67), dall’incedere (Euripide, Medea 830 e 1164) al piede
scavare in una dimensione nuova della psiche umana. In effet- stesso che incede (Euripide, Troiane 506) o alla guancia di una
ti, nel contesto della cultura greca arcaica, la nozione del “de- fanciulla (Euripide, Fenicie 1486): segno che ciò che accomuna
siderio di vivere” non è un dato così ovvio come può sembrare a questi referenti è la sensazione di piacere e di grazia che vi è
noi, e una espressione del desiderio di vivere come quella della comunque connessa. L’a habrosyne di Saffo ha una connotazio-
chiusa del fr. 58 di Saffo la si cercherebbe invano in Omero e ne “ideologica” come scelta di vita fondata sul senso dell’arte
negli altri poeti anteriori a Saffo» (V. Di Benedetto). e dell’eleganza; figura suprema della habrosyne, Afrodite ha
Le due iuncturae φίλημμ᾽ ἀβροσύναν ed ἔρως ἀελίω mo- ottime ragioni per confortare Saffo e accorrere in suo aiuto sul
strano un evidente parallelismo: sono due manifestazioni di proprio carro aereo (ode 1, p. 000); proteggere Saffo signifi-
uno stesso orientamento di fondo. cava riaffermare le valenze più autentiche dell’eros, garantirle
Del resto l’aggettivo ἄβρος / ἁβρός, insieme con le forme (av- un kleos destinato a raggiungere tutti gli uomini e un’esistenza
verbio e sostantivo) ad esso correlate, rappresenta un elemen- privilegiata nell’oltretomba era il giusto premio per un’arte che
to chiave del lessico saffico e appare di volta in volta attribuito rappresentava un perpetuo omaggio al mondo della dea.

T. 13 Frammento L’occasione più tipica di sofferenza nella poesia di Saffo è quella connessa al mo-
94 V. mento in cui le ragazze che facevano parte della sua cerchia lasciavano il gruppo
per andare spose a un aristocratico della stessa Lesbo o anche di altra località:
un distacco che comportava lacrime e rimpianti sia per chi si allontanava sia per
le coetanee sia infine per Saffo stessa, come emerge con particolare intensità in
questo frammento, restituitoci da una pergamena conservata a Berlino e data-
bile al VI secolo d.C.
Questa ode, mutila al principio e alla fine, forse meglio di ogni altra ci dischiude
lo scenario raffinato del tiaso saffico. «Vorrei sinceramente essere morta», dice
la poetessa rievocando il momento della separazione, forse molto recente, da
una ragazza del gruppo; ma parole di conforto Saffo ha pronunciato nel momen-
to del distacco: «Va’ e sii felice e ricordati di me!».
La finezza con cui sono reciprocamente organizzati i piani del presente e del
passato, del desiderio e della memoria, sta soprattutto nell’opposizione fra
l’attuale desiderio di morte e il pacato autocontrollo, congruente col suo ruolo
LA LIRICA MONODICA

di guida e di maestra, con cui Saffo riuscì a consolare l’angoscia dell’amica; ma


il ricordo dei teneri particolari della vita in comune, atto a consolare l’amica
nel momento della partenza, serve ora a Saffo stessa per smorzare la propria
ansia.

Metro: strofe composte da due gliconei e da una sequenza costituita da un gliconeo espanso con un
dattilo (glda).
Fonti: P.Berol. 9722 fol. 2; Ateneo 674d (v. 15 s.).
SAFFO 5999
599
τεθνάκην δ’ ἀδόλως θέλω·
2 ἄ με ψισδομένα κατελίμπανεν

πόλλα καὶ τόδ’ ἔειπέ̣[ μοι·


ᾤμ’ ὠς δεῖνα πεπ[όνθ]αμεν,
5 Ψάπφ’, ἦ μάν σ’ ἀέκοισ’ ἀπυλιμπάνω.

Τὰν δ’ ἔγω τάδ’ ἀμειβόμαν·


χαίροισ’ ἔρχεο κἄμεθεν
8 μέμναισ’, οἶσθα γὰρ ὤς σε πεδήπομεν·

αἰ δὲ μή, ἀλλά σ’ ἔγω θέλω


ὄμναισαι[…(.)].[..(.)]..ε̣αι
11 ὄ̣σ̣[σ(α) ………] καὶ κάλ’ ἐπάσχομεν·

πό̣[λλοις γὰρ στεφάν]οις ἴων

… e sinceramente vorrei essere morta.


2 Lei mi lasciava piangendo

a lungo e questo [mi] disse:


«Ahimé, come terribilmente soffriamo,
5 o Saffo: davvero a malincuore ti lascio».

E io così le rispondevo:
«Addio, e di me
8 ricordati, perché tu sai che ci curavamo di te:

e se no – ma io voglio
richiamarti alla memoria […]
11 quante cose [piacevoli] e belle godevamo:

[ché] molte [corone] di viole LA LIRICA MONODICA

1 τεθνάκην: (= τεθνηκέναι) sul moti- discorso diretto, quello articolato con τὸν ἵνα καὶ ποτ᾽ ἐὼν ἐν πατρίδι γαίῃ/ μνήσῃ
vo di «amore e morte» cfr. 31, 15 s.; Ana- (τὴν) δ᾽ … ἀμείβετο, cfr. ad es. Iliade III ἐμεῖ(ο) «ti saluto, straniero, perché anche
creonte 411a ἀπό μοι θανεῖν γένοιτ(ο). 228 τὸν δ᾽ Ἑλένη τανύπεπλος ἀμείβετο, una volta che tu sia nella tua terra tu ti ricor-
δῖα γυναικῶν «gli rispose allora Elena dal di di me». Cfr. anche Aristofane, Pace 719
5 ἀπυλιμπάνω: (= ἀπολείπω) si noti lungo peplo, radiosa fra le donne». χαίρων ἄπιθι καὶ μέμνησό μου, Orazio,
la posizione in fine di strofe, con ricercata Carmina III 27, 13 s. sis licet felix, ubicu-
simmetria rispetto a κατελίμπανεν alla fi- 7 χαίροισ᾽ ἔρχεο: (= χαίρουσα ἔρχου) mque mavis,/ et memor nostri.
ne della strofe precedente. richiama la forma di saluto con χαῖρε «ad-
dio» e anche il successivo μέμναισ(ο) si in- 9 ἔγω θέλω: di nuovo θέλω in fine di
6 Τάν … ἀμειβόμαν: (= τήν … ἠμει- quadra nel formulario del saluto: come nella verso (cfr. v. 1): c’è intenzionale contrasto fra
βόμην) Saffo adatta alla struttura del glico- memorabile scena del commiato di Nausicaa l’iniziale desiderio di morte e l’attuale desi-
neo uno dei moduli epici per introdurre un a Odisseo, Odissea VIII 461 χαῖρε, ξεῖν᾽, derio di far ricordare le gioie vissute insieme.
600
60
00 LA LIRICA MONODICA
καὶ βρ[όδων κρο]κ̣ίων τ’ ὔμοι
14 κα..[ ] πὰρ ἔμοι π‹ε›ρεθήκαο

καὶ πό̣λλαις ὐπαθύμιδας


πλέκταις ἀμφ’ ἀπάλᾳ δέρᾳ
17 ἀνθέων ἐ[ ] πεποημμέναις.

Καὶ π.....[ ]. μύρῳ


βρενθείῳ.[ ]ρ̣υ[..]ν
20 ἐξαλείψαο κα̣[ὶ βασ]ι̣ληίῳ

καὶ στρώμν[αν ἐ]πὶ μολθάκαν


ἀπάλαν παρ[ ]ο̣ν̣ων
23 ἐξίης πόθο̣[ν ].νίδων

κωὔτε τις[ οὔ]τ̣ε̣ τι


ἶρον οὐδ ὐ[ ]
26 ἔπλετ’ ὄππ̣[οθεν ἄμ]μες ἀπέσκομεν,

e di rose e anche di [crochi]


14 posasti intorno [al tuo capo] presso di me
Il frammento papiraceo noto come Papiro
di Colonia, catalogato P. Köln 21351.
e molte collane ritorte
fatte di fiori [incantevoli]
17 attorno al collo delicato,

e con molto […] profumo


floreale […]
20 e regale a profusion ti ungesti

e su morbide coperte
[…] placavi il desiderio […]
23 di tenere […],
LA LIRICA MONODICA

e non c’era [festa nuziale] né


santuario né […]
26 donde noi fossimo lontane,

14 πὰρ ἔμοι: «tutta la partecipazione sta nell’esserle accanto, nel contemplarla Perrotta].
di Saffo al mundus muliebris dell’amica mentre ella s’adorna e si profuma» [G.
SAFFO 6001
601
οὐκ ἄλσος .[ ].ρος
]ψοφος
29 ]...οιδιαι

non bosco [né] pista di danza


29 [né] strepito [di nacchere]

Analisi del testo


Saffo, il cui nome compare in vocativo al v. 5, rievoca il con- tutta la notte.
gedo da una giovane che da poco si è allontanata in lacrime Per quel che i vv. 21-23, pur nell’impossibilità di ricostruire
da lei, forse in vista di un matrimonio in una contrada remota. ogni parola e ogni sillaba della strofe, se il testo viene correla-
Che il congedo fosse un evento molto recente è suggerito da to ad altri brani di Saffo, risulta chiaro che soddisfare il πόθος
«sinceramente vorrei essere morta» di v. 1, la frase che, no- di delicate fanciulle equivale a dire che su morbide coltri ella
nostante alcune voci contrarie che la attribuiscono alla ragaz- appagava di volta in volta il desiderio di questa o quella com-
za al momento della partenza, è da assegnare già per ragioni pagna di dormire (di trascorrere la notte) con lei. Che si tratti
espressive a Saffo nel momento presente: non conosciamo ca- di un augurio o di un dato di fatto (la differenza dipende da
si, in Saffo come in Omero, di battute di un certo personaggio un’elisione), il motivo del dormire insieme con una «compa-
che vengano interrotte ex abrupto e poi riprese con un «egli/ gna» compare in fr. 126:
ella disse». δαύοισ(᾽) ἀπάλας ἐταίρας ἐν στήθεσιν
Del resto, nell’ipotesi dell’attribuzione della frase alla ragazza
che si congeda, saremmo di fronte a «un’incongruente antikli- che tu dorma/dormendo sul petto di una tenera compagna.
max emotiva. Non si può dire “questa separazione mi fa deside-
rare di essere morta”, tanto è dolorosa, e poi “davvero ti lascio A partire dal principio della strofe di vv. 24-26 il ritmo del car-
contro la mia volontà”» (M. Vetta). Ora dunque Saffo vorrebbe me subisce invece una brusca accelerazione perché attraverso
essere morta, ma – ricorda – furono parole di conforto quelle una disseminazione di particelle negative viene enumerata
che pronunciò al momento della partenza per placare il pianto seccamente una serie di spazi o di situazioni da cui il soggetto
della ragazza. lirico e la ragazza che domina la scena non erano mai assenti.
Dopo le prime parole di addio, il richiamo al passato, introdot- Sicuro è il richiamo a santuari (ἶρον al v. 25), a boschi (v.
to da una movenza colloquiale intesa a promuovere l’esercizio 27), al suono di strumenti musicali (v. 28) – forse nacchere
della memoria, appare scandito da tre icone ognuna delle quali –; congetturale, ma molto verosimile, quello a piste di danza
occupa il giro di una strofe: dapprima (vv. 12-14) i serti di viole (v. 27), e comunque è indubbio che l’esercizio del ricordare si
e di rose e (forse) di crochi di cui spesso la giovane cinse il focalizzava su una serie di luoghi sacri e di situazioni festive.
proprio capo accanto a Saffo; poi (vv. 15-17) le collane floreali Posidippo di Pella, epigrammista di età ellenistica, compendie-
che spesso si pose attorno al collo delicato; infine (vv. 18-20) rà il senso della giovinezza di Protide nella partecipazione a
l’unguento prezioso con cui si profumò la pelle. «feste di vergini» e nella modulazione dell’aria musicale detta
La scena colloca Saffo e la giovane nella casa della prima se è «beotica» (58, 1-3 A.-B.). Abbiamo allora, ponendo fra paren-
vero che già nei poemi omerici (cfr. Iliade XIII 627, Odissea IX tesi i casi non sicuri, la serie:
427 e XI 490) un nesso come πὰρ ἔμοι (v. 14) suole denotare, – (festa nuziale),
al pari di chez moi, il trovarsi non solo accanto ma in casa di – tempio,
qualcuno. – ?,
LA LIRICA MONODICA
Segue una strofe (vv. 21-23) in cui si dice che su «morbide – bosco,
coperte» la ragazza ora lontana appagava il desiderio delle – (pista di danza) ....
giovani amiche, e questa strofe, quale ne fosse il senso pre- – strepito (di nacchere)
ciso, nell’avvio con καί e nell’articolazione sintattica si rivela
parallela alle tre che la precedono, tanto che tutta la sequenza La dicotomia espressiva che caratterizza il decorso dell’ode si
dei vv. 12-23 si configura come un’omogenea distillazione di accompagnava dunque a un contrasto fra spazi interni e spazi
ricordi. esterni alla casa di Saffo che è ad un tempo opposizione fra
E in più c’è da tener conto che queste «coperte» (στρώμναν) attività private inerenti all’eleganza, alla bellezza, al piacere
devono collegarsi non a un semplice giaciglio per un pic nic o a di dormire insieme e attività legate a occasioni festive e ad
un seggio su cui posarsi, ma a un letto su cui stare distesi per esecuzioni musicali.
602
60
02 LA LIRICA MONODICA
T. 14 Frammento Questo carme, riportato dalla stessa pergamena berlinese che ha conservato
96 V. il fr. 94, come il precedente fa riferimento a una separazione recente: se ne
leggono sei strofe e qualcosa resta anche delle sei strofe successive al v. 17,
schegge erranti di un discorso che doveva continuare a essere dominato dal
tema della nostalgia. Un «io» anonimo (individuale o corale) si rivolge a un
«tu», identificato al v. 16 come Attide, per rievocare un’amica che un tempo era
solita rallegrarsi con Attide e godere del suo canto; ora (νῦν, v. 6) «lei» spicca
(ἐμπρέπεται) fra le donne lidie come la luna che vince lo splendore di tutte le
stelle e da Sardi – dove forse è sposa di un principe lidio – volge la mente alle
memorie del tiaso, vagando spesso ansiosa, morsa da irresistibile nostalgia.

Metro: strofe composte da un endecasillabo (cretico + gliconeo), da un gliconeo e da un falecio (gli-


coneo + baccheo), con sinafia sia fra primo e secondo che fra secondo e terzo colon.
Fonte: P. Berol. 9722 fol. 5.

]σαρδ.[..]
2 πόλ]λακι τυίδε̣ [ν]ῶν ἔχοισα

ὠσπ.[...].ώομεν, .[...]..χ[..]
θέᾳ σ᾽ ἰκέλαν ἀρι-
5 γνώτᾳ, σᾷ δὲ μάλιστ’ ἔχαιρε μόλπᾳ·

νῦν δὲ Λύδαισιν ἐμπρέπεται γυναί-


κεσσιν ὤς ποτ’ ἀελίω
8 δύντος ἀ βροδοδάκτυλος σελάννα

πάντα περ‹ρ›έχοισ’ ἄστρα· φάος δ’ ἐπί-

[…da] Sardi
2 […] spesso qua volgendo la mente

a come vivevamo insieme […]


simile a dea ben riconoscibile ti […]
5 e in sommo grado godeva del tuo canto,
LA LIRICA MONODICA

ma ora fra le donne lidie eccelle


come talora, tramontato
8 il sole, la luna dalle dita di rosa

5 simile a dea ben riconoscibile: la ri- temide) e sembra preferibile a quella che di Saffo si è sposata, è diventata una γυνή.
costruzione di Lobel θέᾳ σ᾽ ἰκέλαν ἀρι- vede in Arignota un nome proprio.
γνώτᾳ «simile a dea ben riconoscibile» si 8 βροδοδάκτυλος: «dalle dita di rosa»
giova del confronto con Odissea VI 108 6 γυναίκεσσιν: evidentemente la ra- Saffo trasferisce alla luna l’epiteto omerico
ῥεῖά τ᾽ ἀριγνώτη πέλεται (detto di Ar- gazza che un tempo faceva parte del gruppo dell’Aurora, ῥοδοδάκτυλος Ἠώς.
SAFFO 6003
603
σχει θάλασσαν ἐπ’ ἀλμύραν
11 ἴσως καὶ πολυανθέμοις ἀρούραις·

ἀ δ’ ἐέρσα κάλα κέχυται τεθά-


λαισι δὲ βρόδα κἄπαλ’ ἄν-
14 θρυσκα καὶ μελίλωτος ἀνθεμώδης·

πόλλα δὲ ζαφοίταισ’ ἀγάνας ἐπι-


μνάσθεισ’ Ἄτθιδος ἰμέρῳ
17 λέπταν ποι φρένα καρ̣[τέ]ρ̣[ῳ] βόρηται·

κῆθι δ’ ἔλθην ἀμμ.[..]..ισα τό̣δ’ οὐ


νῶντ’ ἀ[..]υστονυμ̣[..(.)] πόλυς
20 γαρύει̣ [..(.)]αλον̣[.....(.)].ο̣ μέσσον·

che supera tutti gli astri, e la luce


si posa sul mare salso
11 come sui campi fioriti,

e la bella rugiada è sparsa


e sono sbocciate le rose e i teneri
14 cerfogli e il meliloto in fiore,

ed ella spesso vaga memore


della dolce Atthis e, credo, si divora
17 il cuore delicato con il desiderio possente,

e lì […] di andare ci […]


[…] tuttavia molto
20 risuona […] nel mezzo

13 βρόδα: (= ῥόδα) i fiori per eccel- trifoglio ricco di miele. che invoca Saffo e l’amica di un tempo
lenza sacri ad Afrodite sono un ingrediente perché varchino il mare e giungano sino a
non raro del mondo saffico. 20 μέσσον… : del seguito dell’ode lei; ai vv. 21-23, i meglio leggibili di que-
restano schegge in genere assai misere di sta sezione, si dice che «non è facile per
LA LIRICA MONODICA
14 ἄνθρυσκα: una pianta aromatica altre cinque strofe: ai vv. 18-20 parrebbe noi eguagliare la bellezza incantevole delle
delle ombrellifere. - μελίλωτος: sorta di di cogliere il grido della ragazza assente, dee…».

Rifletti sul testo


1 2
604
60
04 LA LIRICA MONODICA

Analisi del testo


L’amica di Atthis vive in Lidia e ripensa al gruppo che ha lascia- zioni e l’intensità della nostalgia dell’amica.
to. Quello che il testo rievoca è un tipo di rapporto preferen- Perciò il canto, esibendo all’orecchio e all’immaginazione di
ziale che un’adepta di Saffo poteva intrattenere con un’altra Atthis la certezza di un tale orientamento emotivo, intende ri-
adepta e che si fissa nel piacere di udirne il canto. Se ne è sarcirla di una crisi della presenza che deve essere medicata,
dedotto che Atthis doveva essere la corega dei canti che l’ami- perché la ragazza possa tornare alla vita e alle consuetudini
ca eseguiva un tempo (A. Aloni) e che anche il canto presente del gruppo.
doveva essere di natura corale. Ma nessuna delle due conse- Anche la rappresentazione della luce lunare che si posa sul ma-
guenze si impone, e almeno in relazione alla seconda si può re e sui campi fioriti in concomitanza con il diffondersi della
anzi sospettare che le due modalità, monodica e corale, fos- rugiada e lo sbocciare di rose e cerfogli e del meliloto ha una
sero parimenti possibili e praticabili fin dal principio dato che funzione consolatoria perché questa luce che vince quella de-
non ci sono segnali a favore dell’una o dell’altra (non c’è un gli astri notturni si propone, secondo un modulo che troviamo
«io» riconducibile a sentimenti o esperienze individuali e non anche nel fr. 34 («Gli astri intorno alla bella luna nascondono il
c’è un «noi» che si ponga come legato all’esecuzione in atto). volto...» T6), come emblema sensibile (e sensuale) della figura
Ciò che emerge è che il soggetto del discorso lirico intende che spicca fra le donne lidie.
assicurare ad Atthis che l’amica ha nostalgia per lei, anzi va- Esito iperbolico di questo movimento di neutralizzazione di un
ga inquieta nel ricordo del passato e per l’intenso desiderio distacco traumatico è, in quella che forse era l’ultima strofe del
della tenera Atthis si divora l’animo delicato. C’è un accordo carme, la fantasia di un grido che invitava l’amica e la maestra
evidente fra la delicatezza (λέπταν) dell’animo dell’amica (o tutto il gruppo) a recarsi presso di lei (e questo grido, par-
di Atthis e la dolcezza della stessa Atthis (ἀγάνας 15) come rebbe di capire fra sillabe smozzicate, riecheggiava più volte
c’è un contrasto altrettanto evidente fra queste due nota- attraverso il mare).

T. 15 Frammento Più volte in Saffo il sentimento amoroso è colto allo stato nascente, sia nei mo-
102 V. di della tradizione lirica popolare sia come improvvisa rivelazione di una forza
irresistibile.
Alla tradizione dei canti di lavoro, e precisamente delle canzoni intonate du-
rante la tessitura (le chansons de toile), appartiene un breve brano in due versi
lunghi, dove una ragazza (anonima e proprio per questo tale da confondersi con
tutte coloro che intonano la canzone) dichiara di non non riuscire a tessere la
tela perché si è innamorata di un giovane.

Metro: versi di 15 sillabe costituiti ciascuno da un reiziano giambico e da un falecio acefalo.


Fonte: Efestione 10, 5 (p. 34 Consbruch).

Γλύκηα μᾶτερ, οὔ τοι δύναμαι κρέκην τὸν ἴστον


πόθῳ δάμεισα παῖδος βραδίναν δι’ ’Αφροδίταν
LA LIRICA MONODICA

1-2 Γλύκηα μᾶτερ ... δι᾽ Ἀφροδί- «se avessi anche tessuto delle vesti». παιδὸς ἔρωτι δαμείς. - πόθῳ: il nesso
ταν: «… Dolce madre (γλύκηα μᾶτερ = - ἴστον = ἱστόν, la trama del tessuto: fra δάμνημι e πόθος è già in Archiloco,
γλυκεῖα μῆτερ), non posso proprio (τοι, per il motivo dell’amore che impedisce fr. 196 ἀλλά μ᾽ ὁ λυσιμελὴς δάμναται
particella enclitica asseverativa) tessere di dedicarsi al lavoro della tela, cfr. an- πόθος (vedi introduzione ad Archilo-
questa (τόν, dimostrativo) tela, soggio- che Seneca, Phaedra 103 Palladis tela co, T. 16). - βραδίναν = ῥαδινάν; per
gata dal desiderio di un ragazzo (παῖδος vacant. - δάμεισα (δάμνημι, cfr. δα- questa accezione dell’aggettivo, che può
= παιδός) a causa della tenera Afrodi- μάω, δαμάζω) = δαμεῖσα; per l’uso del valere anche «snello», «agile» come in
te (Ἀφροδίταν = -την)». - κρέκην verbo in contesti erotici cfr. 1, 3, e per fr. 115, 2 ὄρπακι βραδίνῳ, cfr. Eschilo,
= κρέκειν «battere», cfr. Euripide, un’espressione molto simile a quella usa- Prometeo 399 ῥαδινάν ... παρειάν.
Elettra 542 εἰ δὲ κἄκρεκον πέπλους ta qui da Saffo cfr. Teognide 1350 καλοῦ
SAFFO 6005
605

Analisi del testo


Saffo recupera un modulo tradizionale con raffinata signo- condurti») chiede al padre un carro per portare questi abiti
ria dei propri mezzi espressivi (basti notare la vigile sele- al fiume, e il poeta commenta (vv. 66 s.): «così diceva: ché
zione degli epiteti, con γλύκηα μάτηρ e βραδίναν δι᾽ aveva pudore a nominare le floride nozze/ al padre; ma lui
Ἀφροδίταν a incorniciare il distico con un chiasmo elegan- tutto capiva» (tr. di R. Calzecchi Onesti). Come ha osservato
te) ma conservando un’aderenza ai procedimenti della cul- V. Di Benedetto, «sia la ragazza del fr. 102 di Saffo che Nau-
tura popolare ben più marcata rispetto alle forme dell’epica sicaa intendono trasferire il problema in un ambito familiare
omerica, dove tuttavia già compariva, sia pur trasformato e (…) è significativo che, al di là delle istruzioni datele nel
diversamente articolato, lo stesso spunto, allorché, nel VI sogno dalla dea Atena sotto forma della compagna, Nausicaa
canto dell’Odissea (vv. 15 ss.), Nausicaa, dopo un sogno in senta il desiderio di “parlarne con i genitori, il caro padre e la
cui Atena le ricorda che è giunto il tempo delle nozze (vv. 27 madre”: affiora dunque il modulo della ragazza che parla con
s.: «e a te le nozze s’appressano, quando bisogna che bel- la madre, anche se esso di fatto non viene mostrato dal poeta
le [di vesti] tu stessa/ ne vesta e n’offra a quelli che devon dell’Odissea nella sua effettiva realizzazione».

MEMORIA LETTERARIA

Chanson de toile
La cadenza da chanson de toile è motivo che sarà rielaborato attraverso una serie di dettagli puntuali da
Orazio in Carmina III 12.4-7 rivolgendosi a una certa Neobule (il nome è una reminiscenza archilochea):

Tibi qualum Cuyherae puer ales, tibi telas A te il figlio alato di Citerea ruba il cesto da lavoro,
operosaeque Minerevae studium aufert, a te lo splendore di Ebro lipareo sottrae, Neobule,
Neobule, Liparei nitor Hebri, i tessuti e l’impegno sacro a Minerva operosa
simul unctos Tiberinis umeros lavit in undis. quando i lucidi omeri immerge nelle acque del Tevere.

Sorprendente affinità con il nostro


frammento di Saffo possiamo poi ri-
scontrare in un canto popolare inglese:
«Oh mother, put the wheel away, I can-
not spin tonight;/ oh mother, take the
wheel away and put it out of sight».

LA LIRICA MONODICA

Stampa seicentesca che raffigura una tessitrice


che lavora al telaio nella propria casa.
606
60
06 LA LIRICA MONODICA

Dossier

Riti nuziali
’eros trova un’espressione positiva e socialmente rilevante
L per la perpetuazione del gruppo e dei suoi valori nei carmi
nuziali, che occupano uno spazio significativo nella poesia
di Saffo: canti intonati in occasione delle feste di nozze o
durante il corteo che alla sera scortava la nuova coppia al-
la casa dello sposo (imenei) o davanti alla camera nuziale
(epitalami, «canti davanti al talamo») sia la sera stessa
che il mattino seguente (gli antichi definivano questi ultimi
epitalami «del risveglio», διεγερτικά).
È opinione diffusa che i filologi alessandrini includessero
nel libro degli Epitalami, di cui non sappiamo se era l’ot-
tavo o il nono, non tutti i carmi nuziali di Saffo, ma solo
quelli composti in metri diversi da quelli degli ‘epitalami’
disseminati negli altri libri, ma, come è stato osservato,
in relazione al tema nuziale solo il corpus di cui fanno
parte i frammenti 104-117 – che è stato costruito da-
gli editori moderni associando brani esplicitamente
ricordati nelle citazioni antiche come epitalamici (fr.
113 e fr. 116) e carmi di sicuro tenore nuziale – offre
componimenti la cui «destinazione alla cerimonia
sembra sempre evidente, concreta, e ottenuta spes-
so attraverso il ricorso a toni immediati, popolareg-
gianti, e a forme dirette come, per esempio, l’apo-
strofe, il dialogo o il vero e proprio motteggio» (C.
Pernigotti).
Una tendenza già notata da Ps.-Demetrio, De elocutio-
LA LIRICA MONODICA

ne 166-167 quando affermava:


Busto inscritto di Saffo
Eresso, copia romana di un Saffo, quando canta la bellezza, usa un linguaggio bello e sedu-
originale greco del V secolo cente, e così pure quando canta gli amori e la primavera e l’alcione. Ogni bella
a.C. parola è intessuta nell’ordito della sua poesia e alcune sono anche di sua propria
invenzione. Ma è in una chiave ben diversa che ella si fa gioco dello sposo rozzo
e del portiere al matrimonio, usando cioè un linguaggio assai ordinario, basato
su un lessico prosastico piuttosto che poetico.
[Tr. di A. Ascani]
DOSSIER: RITI NUZIALI 6007
607
Inoltre la teoria tradizionale comporterebbe che i brani inclusi fra gli Epitalami si
caratterizzassero per la presenza di metri diversi rispetto a quelli usati nei com-
ponimenti nuziali sparsi negli altri libri. E invece alcuni metri usati nei frammen-
ti 104-117 compaiono anche in brani che epitalamici verosimilmente non erano.
La costruzione di un libro di Epitalami non dovette dunque avvenire meccanica-
mente, con l’inserimento in uno stesso contenitore dei carmi nuziali non assegna-
ti ad altri libri, ma comportò una coscienza di questo “genere” fondata su tratti
stilistici e performativi rintracciati nei testi.
L’operazione era praticabile in quanto, com’è noto, il rito nuziale greco si con-
figura, al pari di quello funebre, come un rito di passaggio: un viaggio, per la
nubenda, da una casa all’altra, da un contesto familiare a un altro.
Per quanto sparuti e per quanto provenienti da citazioni operate per le più diverse
ragioni, i frammenti del gruppo 104-117, in coerenza con la loro funzione prag-
matica, con l’essenzialità della loro dizione e con l’esecuzione corale per gruppi
omogenei (coetanee della sposa e coetanei dello sposo), si possono disporre in
larga misura lungo le tappe della cerimonia, secondo un sincronismo fra canto e
azione rituale che fa del primo quasi una funzione o una modalità del secondo.
Questa dimensione è tuttora ben riconoscibile per quei brani che provengono da
composizioni eseguite rispettivamente all’inizio del corteo nuziale che scortava
gli sposi, a piedi o su un carro, dall’una all’altra casa, e davanti alla camera nu-
ziale.

Canti vespertini
T. 16 Frammento Dopo il banchetto presso la casa della sposa la processione iniziava sul far della
104a V. sera al lume delle fiaccole, e appunto al calar della sera, segnata dall’apparizio-
ne di Espero, si riferisce fr.

Metro: il primo verso è un esametro dattilico. Nella convinzione che, come in Catullo 62, tutto il carme
fosse in esametri, vari editori hanno considerato irrimediabilmente corrotto il v. 2.
Fonte: Ps.-Demetrio, De elocutione 141.

῎Εσπερε πάντα φέρων ὄσα φαίνολις ἐσκέδασ’ Αὔως,


DOSSIER: RITI NUZIALI
φέρῃς ὄιν, φέρῃς αἶγα, φέρῃς ἄπυ μάτερι παῖδα.

Espero, tu riporti ogni cosa che Aurora lucente disperse:


riporti la pecora, riporti la capra, riporti via la figlia alla madre.

1 Ἔσπερε: Espero è il pianeta Vene- cfr. lat. Aurora) = Ἠώς, Ἕως (cfr. Inno a 2 φέρῃς = φέρεις. - φέρῃς ἄπυ =
re, definito da Saffo ἀστέρων πάντων ὀ Cerere, 51 φαίνολις Ἠώς). ἀποφέρεις (tmesi e anastrofe).
κάλλιστος in fr. 104b. - Αὔως: (< *Ausos,
608
60
08 LA LIRICA MONODICA

MEMORIA LETTERARIA

Ascolta, si fa sera…
La sezione del canto di Saffo era intonata dal semicoro delle vergini che cantano a contrasto con i maschi,
come ricaviamo in Catullo 62, 20-24:
20 Hespere, qui caelo fertur crudelior ignis?
Qui natam possis conplexu avellere matris,
conplexu matris retinentem avellere natam
et iuveni ardenti castam donare puellam.
Quid faciunt hostes capta crudelius urbe?

20 Venere, non sei tu l’astro più crudele del cielo?


Non puoi strappare la figlia alle braccia materne,
una figlia ben stretta tra braccia materne, strapparla
per consegnarla intatta al fuoco d’amore dell’uomo?
Non si è così crudeli in una città di conquista?

E i giovani replicano (62, 26-30):


Hespere, qui caelo lucet iocundior ignis?
Qui desponsa tua firmes conubia flamma,
quae pepigere viri, pepigerunt ante parentes
nec iunxere prius quam se tuus extulit ardor.
30 Quid datur a divis felici optatius hora?

Venere, non sei tu l’astro più allegro che splende nel cielo?
La tua fiamma suggella unioni da tempo promesse,
pattuite tra uomini, pattuite da padri e da madri:
ma unione vera niente, se prima non sorge il tuo fuoco.
30 Danno gli Dei un’ora più dolce e sperata di questa?
[Tr. di E. Mandruzzato]

Catullo ripete da Saffo non solo il motivo di Espero crudele per le une e gioioso per gli altri, ma anche
una tessitura espressiva giocata sull’iterazione, e vi aggiunge l’epanalessi conplexu ... matris / conplexu ...
matris secondo una mimesi orale che vuol comunicare il senso dell’improvvisazione e dell’immediatezza.
Certo è che entrambi i poeti puntano a realizzare col massimo nitore formale una tematica che lascia ben
poco spazio a invenzioni o novità.
Un esempio di come la poesia novecentesca possa trasformare spunti classici fino a sintonizzarli senza
residui alla temperie della civiltà industriale è offerto da T.S. Eliot, The Waste Land, 220-223:
At the violet hour, the evening hour that strives
homeward, and brings the sailor home from sea,
the typist home at teatime: clears her breakfast, lights
LA LIRICA MONODICA

her stove, and lays out food in tins …

All’ora viola, l’ora della sera che volge


al ritorno, e porta a casa dal mare il marinaio,
la dattilografa a casa all’ora del tè: sparecchia
la colazione, accende il fornello e tira fuori cibo in scatola…
[Tr. di A. Serpieri]

Una nota dell’autore (al v. 221) dichiara la memoria consapevole di questo luogo saffico («… questo può
non apparire esatto come i versi di Saffo, ma io avevo in mente il pescatore costiero o di dory, che ritorna
al calare della notte»).
DOSSIER: RITI NUZIALI 6009
609
T. 17 Frammento Analogamente, ben si addicono a un gruppo di vergini, ma con un contrasto
114 V. fra voce singola e coro delle compagne che personificano globalmente la ver-
ginità, due sequenze che toccano della fine della condizione di vergine, e cioè
il fr. 107: ἦρ᾽ ἔτι παρθενίας ἐπιβάλλομαι; «devo tenermi ancora stretta alla
verginità?» e il fr. 114 V., che propone un dialogo scherzoso, nel quale «il gioco
è accentuato dal fatto che l’appello della prima battuta sembra presupporre la
possibilità del ritorno di Verginità» (V. Di Benedetto).

Metro: il v. 1 è un tetrametro coriambico catalettico, del v. 2 è impossibile, per lo stato del testo,
stabilire lo schema metrico.
Fonte: Ps.-Demetrio, De elocutione 140.

ΝΥΜΦΗ – Παρθενία, Παρθενία, ποῖ με λίποισ᾽ ἀποίχῃ;


ΠΑΡΘΕΝΙΑ – †οὐκέτι ἤξω πρὸς σέ, οὐκέτι ἤξω†.

SPOSA – Verginità, verginità, perché mi lasci? Dove te ne vai?


VERGINITÀ – Mai più tornerò da te, mai più tornerò.

Analisi del testo


Ritroviamo qui, sia nell’anadiplosi Παρθενία, Παρθενία sia Autore, in età ellenistica, di un trattato incentrato sulla de-
presumibilmente anche al v. 2, il gusto già notato per l’itera- finizione ed esemplificazione del sistema dei registri stilistici
zione. (grandioso, elegante, piano, veemente) forse ad uso di stu-
Sull’anadiplosi, in particolare, Ps.-Demetrio, Eloc. 140 osser- denti di retorica di livello avanzato, ciò che questo retore
vava: sconosciuto vuol mettere in evidenza è quel procedimento di
mescolanza degli stili per cui una figura caratteristica di un
Le attrattive che derivano dall’impiego delle figure sono ma- certo stile (in questo caso l’anadiplosi, che di per sé sarebbe
nifeste e abbondano in Saffo, per esempio quelle che risulta- propria dello stile veemente) può essere attivata all’interno di
no dall’impiego dell’anadiplosi, come quando la sposa rivol- uno stile di segno complessivamente diverso (in questo caso
gendosi alla sua verginità dice ... [citazione di fr. 114] Così si ha quello elegante, caratteristico di Saffo).
evidentemente più fascino che se le parole non fossero state Spogliata dell’abito retorico che gli è stato imposto, l’osserva-
ripetute e non ci fosse stata la figura. Sebbene l’anadiplosi zione è corretta nel senso che la poetessa riesce ad esprimere
sembri essere stata escogitata piuttosto per dare concitazione secondo schemi che abbinano vivacità ed eleganza movimenti
al discorso, tuttavia in Saffo anche i mezzi stilistici finalizzati tipici di una produzione che doveva fare del gioco verbale po-
alla veemenza vengono trasfigurati dalla grazia. polaresco e della facile memorizzazione dei significanti un suo
[Tr. di A. Ascani] punto di forza.
DOSSIER: RITI NUZIALI

Rifletti sul testo


1 2
610
61
10 LA LIRICA MONODICA

Frammento In un frammento che spicca per la sagace intonazione colloquiale, una ragazza
105a V. che forse troppo a lungo ha serbato la verginità viene assimilata a una mela che
rosseggia sulla cima del ramo più alto.

οἶον τὸ γλυκύμαλον ἐρεύθεται ἄκρῳ ἐπ’ ὔσδῳ,


ἄκρον ἐπ’ ἀκροτάτῳ, λελάθοντο δὲ μαλοδρόπηες,
οὐ μὰν ἐκλελάθοντ’, ἀλλ’ οὐκ ἐδύναντ’ ἐπίκεσθαι.
Come quel dolce pomo rosseggia in cima al ramo,
alto sul ramo più alto, e se ne scordarono i coglitori di mele,
anzi, non se ne scordarono, ma non riuscirono a raggiungerlo.

La similitudine, che si apre solenne e omerizzante, riceve dapprima un subitaneo


arresto («se ne scordarono i coglitori di mele») e poi una sorridente, arguta cor-
rezione («non riuscivano a raggiungerlo»), con la ripresa enfatizzata λελάθοντο
/ ἐκλελάθοντο.

MEMORIA LETTERARIA Fiori mele e verginità


Una certa analogia si coglie con Catullo, che forse contamina questo brano col fr. 105b V.
οἴαν τὰν ὐάκινθον ἐν ὤρεσι ποίμενες ἄνδρες
πόσσι καταστείβοισι, χάμαι δέ τε πόρφυρον ἄνθος ...
come il giacinto che sui monti i pastori
coi piedi calpestano, e a terra (è) il fiore purpureo…

allorché fa cantare al coro delle ragazze (62, 39-44):


Ut flos in saeptis secretus nascitur hortis,
40 ignotus pecori, nullo convolsus aratro,
quem mulcent aurae, firmat sol, educat imber:
multi illum pueri, multae optavere puellae:
idem cum tenui carptus defloruit ungui,
nulli illum pueri, nullae optavere puellae.

Come un fiore nascosto nasce nei giardini recinti,


40 ignoto al gregge, mai sradicato dall’aratro,
accarezzato dalla brezza, irrobustito dal sole, allevato dalla pioggia:
molti ragazzi e molte ragazze lo desiderano,
ma, quando è ferito dall’unghia sottile che lo coglie,
LA LIRICA MONODICA

ragazzi e fanciulle non lo desiderano più.

Rifletti sul testo


1 2
DOSSIER: RITI NUZIALI 6111
611

Davanti al talamo
ltro momento essenziale della cerimonia di nozze che i nostri esigui fram-
A menti riescono a illuminare è quello del canto corale davanti alla porta della
camera nuziale dopo che gli sposi erano entrati ed essa era stata chiusa.

Frammento All’ingresso degli sposi si riferisce questo frammento, anch’esso riecheggiato


111 V. da Catullo (61, 76 claustra pandite ianuae), dove il ritornello ὐμήναον viene
intercalato dopo ciascun verso:

Ἴψοι δὴ τὸ μέλαθρον· In alto, l’architrave


ὐμήναον· – imeneo!
ἀέρρετε τέκτονες ἄνδρες· sollevate, o carpentieri
ὐμήναον. – imeneo!
5 Γάμβρος ἔρχεται ἴσος Ἄρευι, 5 Arriva uno sposo pari ad Ares
ὐμήναον, – imeneo!
ἄνδρος μεγάλω πόλυ μέσδων, molto più grande di un uomo grande
ὐμήναον. – imeneo!

Il brano è un concentrato di enunciati performativi carichi di forza illocutoria che


scandiscono in perfetta sincronia l’azione cerimoniale.
Anche qui si esalta il tipico: oltre che nel refrain ὐμήναον, nel paragone con
Ares (equivalente a quello con Achille in un altro epitalamio a cui allude Imerio
Orazioni IX 16) e nella sottolineatura di una superiorità fisica che assimila lo
sposo all’Aiace omerico, «valido e grande nella testa e nelle vaste spalle più di
ogni altro acheo» (Iliade III 226 s.).

Frammento A un momento successivo alla chiusura del talamo appartiene invece questo
110 V. frammento, in cui viene fissato, nel timbro “faceto” a cui faceva riferimento
Ps.-Demetrio, De elocutione 166-167, il costume rituale per cui le amiche della
sposa fingevano di voler riportare via la compagna e, incontrata l’opposizione
di un amico dello sposo che aveva il compito di chiudere la porta del talamo e di
vietarne l’accesso, prendevano a schernirlo: DOSSIER: RITI NUZIALI
Θυρώρῳ πόδες ἐπτορόγυιοι, Il portiere ha i piedi lunghi sette braccia,
τὰ δὲ σάμβαλα πεμπεβόηα, per le scarpe ci sono voluti cinque buoi,
πίσσυγγοι δὲ δέκ’ ἐξεπόναισαν. e dieci calzolai ci hanno lavorato.

Pure qui, come per l’assimilazione dello sposo ad Ares o ad Achille, è lo stru-
mento dell’iperbole a innescare la scintilla burlesca.
Anche laddove difettano i precedenti è legittimo immaginare che Saffo propo-
nesse questi tocchi di rustico humour ripetendo motivi convenzionali. La sua arte
sembra consistere tutta, in questi casi, nel nitido splendore della forma: qui, in
612
61
12 LA LIRICA MONODICA
particolare, il parallelismo fra le prime due frasi, con i numerali posti in fine di
verso nella prima parte di due composti entrambi pentasillabici, rispetto all’in-
versione nella terza frase, col numerale posto al principio.
E il faceto che sembra dominare in questi canti davanti alla porta («epitalami»
in senso letterale) viene ad opporsi al patetico che a principio della cerimonia
colorava di sé, dal punto di vista della sposa e delle sua compagne, la coscienza
dell’imminente abbandono della condizione verginale.

Il congedo
nche se di interpretazione non del tutto univoca, i due saluti che troviamo in
A fr. 116 e in fr. 117 V. vanno intesi come forme di congedo rivolto agli sposi
verso la fine della cerimonia.
Mentre in fr. 116
χαῖρε, νύμφα, χαῖρε, τίμιε γάμβρε, πόλλα ...
Salve, o sposa, e salve a te, sposo onorato!

abbiamo due imperativi rivolti all’uno e all’altra, in fr. 117


†χαίροις ἀ νύμφα†, χαιρέτω δ’ ὀ γάμβρος
Salve a te, o sposa, e salve a lui, lo sposo!

alla seconda persona (ma in ottativo desiderativo) usata per la sposa corrisponde
per lo sposo un imperativo in terza persona, ma i due enunciati differiscono solo
per una sfumatura di tono.

Infine, se le lodi della sposa o dello sposo sono di problematica collocazione


all’interno dei tempi del rito cerimonia perché probabilmente venivano ripetuti
in fasi diverse, parimenti alla fase finale della cerimonia davanti alla camera
nuziale, subito prima del congedo, doveva correlarsi il modulo delle congratula-
zioni (μακαρισμός) rivolte agli sposi.
LA LIRICA MONODICA

Per saperne di più


La marca di congedo propria di χαῖρε e χαίροις emerge dal posto da Teocrito (18.49) a principio della sezione conclusi-
confronto sia con il verso va dell’Epitalamio di Elena sia anche con ὦ χαίρετε χαίρετ᾽,
ἄνδρες nella chiusa della Pace di Aristofane (v. 1357) subito
χαίροις, ὦ νύμφα· χαίροις, εὐπένθερε γαμβρέ. dopo l’ultimo refrain «Imèn, Imeneo!» (un congedo non agli
Salve, sposa; salve, sposo che hai nobile suocero. sposi ma ai partecipanti alla festa).
[Tr. di O. Vox]
DOSSIER: RITI NUZIALI 6113
613
Frammento Di questo schema resta in Saffo un solo esempio sicuro, per altro inopportuna-
112 V. mente riprodotto sia nell’edizione di Lobel-Page che in quella della Voigt come
un pezzo unitario: si tratta invece con tutta evidenza dei resti di un brano in
cui il coro si rivolgeva prima allo sposo e poi alla sposa (oppure dapprima il se-
micoro delle vergini si rivolgeva allo sposo e poi quello dei giovani alla sposa),
comunque con un forte stacco di orientamento illocutivo fra v. 2 e v. 3.

– Ὄλβιε γάμβρε, σοὶ μὲν δὴ γάμος ὠς ἄραο


ἐκτετέλεστ’, ἔχῃς δὲ πάρθενον ἂν ἄραο.

– Σοὶ χάριεν μὲν εἶδος, ὄππατα δ’ .…


μέλλιχ’, ἔρος δ’ ἐπ’ ἰμέρτῳ κέχυται προσώπῳ
5 ……… τετίμακ’ ἔξοχά σ’ ’Αφροδίτα.

ALLO SPOSO – Sposo felice, ecco, per te le nozze che desideravi


sono compiute, e possiedi la vergine che desideravi.

ALLA SPOSA – Incantevole il tuo aspetto, e i tuoi occhi [...]


dolci come il miele, e amore si spande sul tuo volto fascinoso,
5 [e ...] in sommo grado [ti] ha onorato Afrodite.

L’apostrofe ὄλβιε γάμβρε sarà ripresa alla lettera da Teocrito al v. 16 del già ri-
cordato Epitalamio per Elena, che si finge intonato (v. 3) davanti alla camera nu-
ziale appena dipinta (πρόσθε νεογράπτω θαλάμω), e a qualcosa di concluso o
che volge al suo termine rimandano le indicazioni ἐκτετέλεστ’ ed ἔχῃς di v. 2.

Frammento Sul piano, dei significanti, affiora qui un nuovo tratto di oralità popolaresca,
115 quella “rima” ἄραο / ἄραο fra v. 1 e v. 2 che certo non a caso trova in Saffo un
preciso parallelo in un altro brano epitalamico.

Τίῳ σ’, ὦ φίλε γάμβρε, κάλως ἐικάσδω;


Ὄρπακι βραδίνῳ σε μάλιστ’ ἐικάσδω.
A che cosa, sposo caro, ti potrei ben paragonare?
Proprio a un virgulto snello io ti paragono. DOSSIER: RITI NUZIALI
Saffo, insomma, componeva canti nuziali de-
stinati a diventare parte integrante di diversi
Analisi del testo momenti della cerimonia nuziale, né vi è alcun
Nel delicato paragone, in forma di indovinello, fra lo sposo e indizio che uno stesso carme potesse correlarsi
un giovane virgulto si individuano reminiscenze colte (l’assimi-
a momenti diversi del rito. Per quanto raffinata
lazione di Nausicaa a un fresco germoglio di palma, φοίνικος
νέον ἔρνος, in Odissea VI 163, e cfr. anche Alcmane, fr. 110 potesse essere la sua arte, la nostra poetessa ri-
οἶκας μὲν ὡραίῳ λίνῳ «somigli a lino maturo»), che si in- modulava gli schemi della tradizione al servi-
trecciano a movenze popolaresche (oltre alla forma a domanda zio delle specifiche esigenze ‘registiche’ delle
e risposta, la rima fra i due versi, come in 112, 1 s.).
varie fasi della festa.
614
61
14 LA LIRICA MONODICA
T. 18 Frammento Se l’epica arcaica non ignora aspetti e momenti dell’amore – come ad es. il lega-
130 V. me di Ettore con Andromaca o di Odisseo con Penelope, la seduzione di Zeus ad
opera di Hera nel canto XIV dell’Iliade o quella di Anchise ad opera di Afrodite
nell’inno omerico ad Afrodite – è nella poesia lirica (e più tardi nella tragedia
attica) che le diverse prospettive dell’eros sono indagate con lucida consapevo-
lezza della natura umana e con l’adozione.
Forza che investe la persona dall’esterno col potere di disarticolarne le mem-
bra, l’eros è sentito come un valore che rende bella e godibile la vita ma, se
non è corrisposto o viene tradito o per qualche altra ragione (una partenza, la
morte) viene soffocato, può trasformarsi in sofferenza e malattia, tormento che
annebbia la ragione, pena che consuma e avvilisce. Di qui la sua natura di serpe
«dolcemaro», che sarà largamente riecheggiato anche nella poesia latina (in 68,
18 Catullo dirà che Venere dulcem curis miscet amaritiem).

Metro: tetrametri ῎Ερος δηὖτέ μ’ ὀ λυσιμέλης δόνει,


eolici.
Fonte: Efestione 7,
γλυκύπικρον ἀμάχανον ὄρπετον
7 (p. 34 Consbruch);
altri.

1-2 Ἔρος ... ὄρπετον: «Di nuovo Eros λυσιμελής, 910 s. ἔρος .../ λυσιμελής, avrà ampia fortuna in seguito, cfr. ad es.
(Ἔρος = Ἔρως) che scioglie le membra Archiloco 196 ὁ λυσιμελής ... πόθος, Sofrone, P.S.I. 1214 d, 2 ss. τὸ γὰρ κακὸν
mi agita, dolceamara irresistibile fiera». - Alcmane, fr. 3, 61 λυσιμελεῖ τε πόσῳ, γλυκύπικρον ἐὸν ἐπεπε[ί]γει, Posidip-
δηὖτε = δὴ αὖτε, come già segnalato in carmina popularia 873, 3-4 ὁ λυσιμελὴς/ po, A. P. V 134, 4, Orphica, fr. 361 Kern
nota a 1, 15, l’avverbio sottolinea il topos Ἔρως. - δόνει = δονεῖ: il verbo, già noto [Ἔρως] γλυκύπικρος, Catullo 68, 18, do-
della ciclicità dell’esperienza erotica (cfr. ad Omero, è assorbito nella sfera erotica ve Venere dulcem curis miscet amaritiem.
anche Ibico, fr. 287, 1). - ὀ λυσιμέλης = solo con Saffo e questo uso verrà ripreso - ἀμάχανον = ἀμήχανον, contro cui non
ὁ λυσιμελής, da λύω e μέλη «membra» in età ellenistica cfr. Bione 9, 5 νόον τις c’è μηχανή, cfr. Inno a Hermes 434 ἔρος
(quindi λύων τὰ μέλη). L’aggettivo è Ἔρωτι δονεύμενος. - γλυκύπικρον: ... ἀμήχανος, Sofocle, Antigone 781 Ἔρως
spesso utilizzato nella poesia arcaica per probabile neoconiazione di Saffo, creata ἀνίκατε μάχαν. - ὄρπετον = ἑρπετόν,
indicare l’effetto fisico provocato da eros: muovendo da nessi del tipo πικρὸς καὶ cfr. nota ad Alcmane 89, 3 e Teocrito 29,
cfr. già Esiodo, Teogonia 120 s. Ἔρος …/ γλυκύς ... ἔρως (Teognide 1353 s.), che 13 ἄγριον ὄρπετον.

Analisi del testo


Sulla linea dei frr. 47 e 48 l’amore è colto come esperienza λυσιμέλης del v. 1). Efestione (o piuttosto l’epitome che noi
violenta e irresistibile, che si rinnova periodicamente (δηὖτε); possediamo) cita immediatamente dopo questo distico il fr.
ma la confessione è sorvegliata dalle memorie poetiche e dalla 131, metricamente omogeneo, che poteva appartenere al me-
coscienza stilistica, che dispone il dettato lirico con raffinata desimo componimento: Ἄτθι, σοὶ δ’ ἔμεθεν μὲν ἀπήχθετο/
semplicità (il geniale γλυκύπικρον, la coppia di aggettivi in φροντίσδην, ἐπὶ δ’ Ἀνδρομέδαν πόται «tu, o Attide, ti sei
asindeto al v. 2, che motivano il tradizionale epiteto di Eros stancata di pensare a me e voli verso Andromeda».
LA LIRICA MONODICA

T. 19 Frammento Si è già visto, a proposito del fr. 5, come Saffo rievocasse talora le vicende dei
132 V. propri familiari. La madre è menzionata nel fr. 98a, 1 ἀ γάρ με γέννα[τ(ο), e
la figlia Cleide, che portava lo stesso nome della nonna, è ricordata anche nel
fr. 98, dove Saffo si duole di non poterle procurare, per il particolare frangente
politico, la mitra lidia che tanto desidera («… ma io, o Cleide non so dove tro-
vare la mitra variopinta: al Mitilenese …»: il «mitilenese» è Pittaco). Qui l’elogio
della bellezza della bionda Cleide è delineato con enfasi affettuosa, modificando
SAFFO 6115
615
il modulo tradizionale (cfr. Odissea IX 21 ss., Pindaro, Peana IV 13 ss.) per cui si
dichiara di non voler cambiare la propria patria, per quanto angusta o povera,
con nessun’altra contrada.

Metro: Efestione cita questi versi dicendo che sono costituiti da metri giambici e trocaici e che hanno
tutti la stessa scansione salvo il variare della cesura. E in effetti il v. 1 e il v. 3 si configurano
come un dimetro trocaico seguito da un dimetro giambico catalettico, mentre il v. 2 si mostra
refrattario a questo schema.
Fonte: Efestione 15, 18 s. (p. 53 Consbruch); scolio A a Efestione 15 (p. 159, 18 ss. Consbruch).

Ἔστι μοι κάλα πάις χρυσίοισιν ἀνθέμοισιν


ἐμφέρην ἔχοισα μόρφαν Κλέις   ἀγαπάτα,
ἀντὶ τᾶς ἔγωὐδὲ Λυδίαν παῖσαν οὐδ’ ἐράνναν ...

1-3 Ἔστι μοι ... οὐδ᾽ ἐράνναν: «Io fiore determinato, quale il χρυσάνθεμον di valore di «vorrei» o di «darei in cambio»,
ho una bella figlia (κάλα πάις = καλὴ Dioscoride 4, 58: cfr. piuttoso Alcmane 3, cfr. Pindaro, Peana IV 15 πλούτων οὔ] νιν
παῖς) che ha (ἔχοισα = ἔχουσα) l’aspet- 68 χρύσιον ἔρνος, Pindaro, Olimpica II 72 Βαβυλῶνος ἀμείψομαι «non lo scambierei
to (μόρφαν = μορφήν) simile (ἐμφέρην ἄνθεμα δὲ χρυσοῦ φλέγει. - ἀγαπάτα = con le ricchezze di Babilonia». - ἔγωὐδέ
= ἐμφερῆ) a fiori d’oro, la mia diletta ἀγαπητήν, propr. «amata» (ἀγαπάω), ma = ἐγὼ οὐδέ per sinecfonesi. - ἐράνναν
… Cleide, in cambio della quale (τᾶς l’aggettivo in Omero, dove compare cinque = ἐραννήν, che in Omero è riferito solo
= τῆς, relativo) io non vorrei né tutta volte, tende a denotare, più che l’affettività a località: forse qui si legava a Λέσβον al
(παῖσαν = πᾶσαν) la Lidia né l’amabile». del legame, l’unicità della discendenza bio- verso seguente, cfr. Mosco 3, 89 Λέσβος
- χρυσίοισιν ἀνθέμοισιν = χρυσοῖς logica. - ἀντὶ τᾶς: nei versi seguenti ricor- ἐραννά.
ἄνθεσι: è improbabile che Saffo pensi a un reva evidentemente un verbo reggente col

T. 20 Frammento Questa quartina costituisce un momento di grande suggestione in cui Saffo,


168b V. usando un minimo di elementi – un disegno assolutamente essenziale, con tre
brevi membri sintattici disposti paratatticamente e contrapposti al colon finale
–, raggiunge un massimo di felicità espressiva. Non un Volkslied, come ancora
interpretava il brano Wilamowitz, ma la perentoria sicurezza di un poeta piena-
mente consapevole del proprio stile, che consegna alla tradizione letteraria un
brano destinato a larga diffusione.

Metro: ipponattei Δέδυκε μὰν ἁ σελάννα


acefali in serie
continua.
καὶ Πληΐαδες, μέσαι δὲ
Fonte: Efestione 11, 5
(p. 37 Consbruch). Tramontata è la luna
e le Pleiadi; a mezzo
LA LIRICA MONODICA

1-4 Δέδυκε: perfetto stativo, che de- stelle della costellazione del Toro, consi- apparire poco prima dell’alba, il loro tra-
nota l’assenza dell’astro, come in Platone, derate nella Grecia arcaica soprattutto in monto «cosmico» verso la fine di ottobre,
Fedone 116e ἥλιον ... οὔπω δεδυκέναι. - relazione ai cambiamenti stagionali: come allorché poco prima dell’alba scompariva-
ἀ σελάννα = ἡ σελήνη: l’articolo in ge- raccomanda Esiodo, Erga 383 s., al tem- no alla vista: poiché qui il «tramonto» delle
nere è assente in relazione a corpi celesti, po della loro comparsa nel cielo notturno Pleiadi si dà per compiuto a metà della not-
ma può essere tollerato, soprattutto nel no- bisogna mietere, al momento della loro te, la situazione è implicitamente collocata
stro contesto, in cui ἀ σελάννα è in oppo- scomparsa bisogna arare. Più precisamen- nell’estate matura. - μέσαι: in lesbio ci
sizione con ἔγω δέ; cfr. fr. 154, 1 πλήρης te, a cavallo fra VII e VI sec. a.C. la loro attenderemmo μέσσαι, ma il nesso μέσαι
μὲν ἐφαίνετ᾽ ἀ σελάννα. - Πληΐαδες levata eliacale doveva avvenire verso il νύκτες poteva già essere d’uso corrente: è
= Πλειάδες: si tratta del grappolo di sette 10 maggio, allorché esse cominciavano ad attestato di frequente nella prosa attica. -
616
61
16 LA LIRICA MONODICA
νύκτες, παρὰ δ᾽ ἔρχετ᾽ ὤρα·
ἔγω δὲ μόνα κατεύδω.

è la notte, già l’ora


trapassa; io dormo sola.

νύκτες: le parti della notte (da qui il plura- stantivo, vedi sotto. - ἔγω (ἐγώ) δέ: una (B. Marzullo). - κατεύδω = καθεύδω; il
le). - παρά … ἔρχετ(αι) = παρέρχεται, iunctura dotata di un «vissuto valore “pro- verbo ha valenza erotica già in Odissea
cfr. Teognide 985, Platone, Protagora tagonistico” e generalmente oppositivo, VIII 313 τώ γε καθεύδετον ἐν φιλότητι.
310a τῆς παρελθούσης νυκτός. - ὤρα che costituisce, per l’estrema frequenza, - μόνα = μόνη.
= ὥρα, per il valore circostanziato del so- un tratto personale della poesia di Saffo»

Immagini topiche
Solitudini
Il topos della notte in solitudine avrà grandissima fortuna, come si può constatare anche da pochi
esempi:
Aristofane, Ecclesiazuse 912 s. οὐχ ἥκει μοὐταῖρος·
μόνη δ᾽ αὐτοῦ λείπομ(αι)
il mio amante non è arrivato,
e io resto qui sola

Ps.-Teocrito XX 45 μώνα δ᾽ ἀνὰ νύκτα καθεύδοι


e dorma sola di notte

Bione II 27 s. ἄλλαι μὲν κνώσσουσι σὺν ἀλλήλαισιν ἀδελφαί,


αὐτὰρ ἐγὼ μούνα, μούνα δὲ σύ, νύμφα, καθεύδεις
le altre come sorelle dormono fra di loro,
invece io sola, e anche tu, vergine, dormi da sola

Orazio, Satire I 5, 82 s. hic ego … stultissimus usque puellam


ad mediam noctem exspecto

Properzio I 12, 13 s. longas solus cognoscere noctes / cogor


LA LIRICA MONODICA

Rifletti sul testo


1 2
SAFFO 6117
617

Analisi del testo


A lungo negata a Saffo per ragioni esterne (Efestione lo citava 379), ὥρη δόρποιο (Odissea XIV 407), ὥρην ὁδοῦ (Esiodo,
senza nome d’autore, ma il vescovo Arsenio, pubblicando con Teogonia 354), il termine denotasse qui un tempo (il tempo del
molte aggiunte la raccolta di Apoftegmi di suo padre Apostolio, dormire insieme) evidenziato nell’immediato contesto da quel
la registra con l’indicazione Σαπφοῦς) e per presunte anomali κατεύδω con cui il trascorrere dell’ὤρα è posto in relazione.
linguistiche, questa suggestiva quartina, che propone un «io» Dunque una sequenza tematica notte / hora / sonno che rimo-
probabilmente da identificarsi genericamente con una donna dula passi come Omero, Odissea XI 373 s.
innamorata, oggi viene attribuita a Saffo col consenso quasi
unanime degli studiosi (così anche nell’edizione canonica di νὺξ δ’ ἥδε μάλα μακρή, ἀθέσφατος, οὐδέ πω ὥρη
E.M. Voigt). εὕδειν ἐν μεγάρῳ· σὺ δέ μοι λέγε θέσκελα ἔργα.
Molto si è discusso anche sull’interpretazione del sostantivo
ὤρα al v. 3, volta a volta inteso nel senso generico di «tempo» Ma questa è una notte molto lunga, incredibile, a non è an-
o in quello di momento prefissato per un incontro o come «gio- cora tempo
vinezza» (B. Lavagnini), sulla linea di Teognide 985 αἶψα γὰρ di dormire nella sala.
ὥστε νόημα παρέρχεται ἀγλαὸς ἥβη «e d’un tratto come
un pensiero se ne va la giovinezza splendente» ma in evidente e XV 392-394:
contrasto con le precedenti indicazioni temporali, o infine in
ὤρα è stata vista (P. Maas) non la forma con psilosi corrispon- … αἵδε δὲ νύκτες ἀθέσφατοι· ἔστι μὲν εὕδειν,
dente all’attico ὥρα (cfr. lat. hora), bensì un ὤρα etimologi-
ἔστι δὲ τερπομένοισιν ἀκουέμεν· οὐδέ τί σε χρή,
camente connesso con ὁράω, col valore di φυλακή «tempo
di un turno di guardia» (una valenza per altro registrata solo
πρὶν ὥρη, καταλέχθαι· ἀνίη καὶ πολὺς ὕπνος.
in Etym. Magn. 17, 18), di modo che la frase significherebbe
... ma queste notti sono incredibili: si può dormire
qualcosa come: «passa la ronda».
e si può, se piace, ascoltare, e non bisogna che tu
Considerando che sia in Omero che in tutta la poesia greca
ti corichi prima del tempo: anche troppo sonno è un fastidio.
arcaica ὤρα = att. ὥρα può denotare, come sintetizza P.
Chantraine nel suo Dictionnaire étymologique, o «periodo de-
Dunque l’«io» poetico lamenta, nella propria solitudine ferita,
finito di tempo considerato nel suo ritorno ciclico: “stagione”,
l’emarginazione da quel tempo di sonno in compagnia della
“ora”, in particolare la stagione per eccellenza ricca di ogni
persona amata di cui altri certo fruisce e sembra operare su
fioritura, “la bella stagione”» oppure, più specificamente, «il
se stessa una sorta di traslazione, all’interno dei valori e del-
“momento propizio” o “abituale” per un’azione», è verosimile
le consuetudini del tiaso, dell’esperienza angosciosa che in
che, sulla linea di nessi epici come ὥρη … μύθων (Odissea XI
Odissea XIX 515-17 Penelope confidava all’ospite non ancora
riconosciuto:

αὐτὰρ ἐπὴν νὺξ ἔλθῃ, ἕλῃσί τε κοῖτος ἅπαντας,


κεῖμαι ἐνὶ λέκτρῳ, πυκιναὶ δέ μοι ἀμφ’ ἁδινὸν κῆρ
ὀξεῖαι μελεδῶναι ὀδυρομένην ἐρέθουσιν.

… ma quando scende la notte e il riposo abbraccia ogni creatura,


sto distesa nel letto e attorno al mio cuore oppresso
si affollano acute ansie che fra le lacrime mi straziano.

Moneta di Mitilene in bronzo: figura femminile seduta con chitone ed


LA LIRICA MONODICA
himátion in atto di suonare la lira. Metà del II secolo d.C.
Provenienza sconosciuta; ora a Londra, British Museum. A più
riprese, tra il I e il III secolo d.C., Mitilene nonché Ereso (città
ambedue dell’isola di Lesbo) prescelsero l’effigie di Saffo per la
loro monetazione in bronzo: la poetessa vi compare seduta, come
qui, ma anche con la più semplice erma-ritratto; oppure, meno
frequentemente, è di nuovo stante e tiene la lira appoggiata a una
colonnina di sostegno. È possibile che simili iconografie locali in età
romana imperiale fossero legate a tipi statuari eretti nelle medesime
città; in ogni caso di tali coniazioni dà notizia anche la coeva
tradizione letteraria (cfr. Polluce, Onomasticon 9, 84: «i Mitilenesi
hanno raffigurato Saffo sulle monete»).
618
61
18 LA LIRICA MONODICA

Anacreonte
T. 1 Frammento Ateneo cita dapprima i vv. 1-6 in relazione al rapporto tra vino e acqua, poi i
356 P. vv. 7-11 per dimostrare che la «bevuta scitica» consiste nel bere vino schiet-
to. Nel primo gruppo di versi l’invito è a tracannare il vino, miscelato con un
dosaggio piuttosto forte, tutto d’un fiato, per «baccheggiare» senza freni; ben
diversa invece – come ha messo in luce R. Pretagostini – la situazione simpo-
siale auspicata nei versi successivi (7-11), che contengono un’esortazione ai
partecipanti al simposio perché, facendo ricorso a un uso più moderato del be-
re e all’intonazione di bei canti, eliminino dal convito quella caratteristica di
esaltazione e di sfrenatezza (ὕβρις) che lo fa somigliare a un simposio scitico,
riportandolo invece ai modi tipici del simposio greco, quell’occasione di letizia
(εὐφροσύνη) e di canti che Anacreonte delinea anche in un brano elegiaco
(56 Gentili = 2 West):

Οὐ φιλέω, ὃς κρητῆρι παρὰ πλέῳ οἰνοποτάζων


νείκεα καὶ πόλεμον δακρυόεντα λέγει,
ἀλλ᾽ ὅστις Μουςέων τε καὶ ἀγλαὰ δῶρ᾽ Ἀφροδίτης
συμμίσγων ἐρατῆς μνήσκεται εὐφροσύνης.

Non mi è caro chi presso al cratere ricolmo bevendo


narra i tumulti le risse le lagrimose guerre,
ma solo chi d’Afrodite e delle Muse insieme
i bei doni associando canta l’amabile gioia.
[Tr. di B. Gentili]

Un orientamento che richiama da un lato l’elegia di Senofane (fr. 1, vedi p.


000) intesa ad espungere dal convito ogni forma di intemperanza, dall’altro
la descrizione callimachea del dotto Pollide (Aitia, fr. 178, 1 s. Pfeiffer) che
«disdegnava di bere vino dal vaso tracio/ d’un fiato, ma godeva della piccola
ciotola», o anche la dichiarazione di Orazio in Carmina I 27, 1-4:

Natis in usum laetitiae scyphis


pugnare Thracum est: tollite barbarum
LA LIRICA MONODICA

morem verecundumque Bacchum


sanguineis prohibete rixis

Lanciarsi i calici, destinati alla gioia,


è da traci: si elimini questo costume
barbarico; dal casto Bacco
si tenga lontana ogni rissa di sangue.
[Tr. di M. Ramous]
ANACREONTE 6119
619
Metro: strofe esastiche (di cui la seconda mutila dell’ultimo verso) di dimetri ionici anaclomeni ovvero
“anacreontici”:         intercalati al quinto verso (cfr. v. 5 e v. 11) da un dimetro ancre-
ontico puro:        .
Fonti: Ateneo X 427a (vv. 1-11) e XI 475c (vv. 1-5 κυάθους); Eustazio, Commento all’Odissea 1476,
31 (vv. 1-5 κυάθους).

a b
Ἄγε δὴ φέρ’ ἡμίν, ὦ παῖ, Ἄγε δηὖτε, μηκέθ’ οὕτω
κελέβην, ὅκως ἄμυστιν πατάγῳ τε κἀλαλητῷ
προπίω, τὰ μὲν δέκ’ ἐγχέας Σκυθικὴν πόσιν παρ’ οἴνῳ
ὕδατος, τὰ πέντε δ’ οἴνου 10 μελετῶμεν, ἀλλὰ καλοῖσ’
5 κυάθους, ὡς ἀνυβρίστως ὑποπίνοντες ἐν ὕμνοις.
ἀνὰ δηὖτε βασσαρήσω.

1-6 Ἄγε δή ... βασσαρήσω: «Suvvia, (ἡμίν = ἡμῖν). - κελέβην: la κελέβη è un δες erano le baccanti di Tracia, così chia-
o ragazzo, portaci un orcio di modo che io tipo di οἰνοχόη per versare nelle kylikes la mate dalla βασσάρα, la pelle di volpe che
beva d’un fiato dopo aver versato dieci parti miscela di vino e acqua attinta al cratere. solevano indossare.
d’acqua e cinque di vino, affinché di nuovo - ὅκως: «di modo che» è forma ionica per
io possa baccheggiare sfrenatamente». Il ὅπως. - ἄμυστιν: «d’un fiato» accusativo 7-11 Ἄγε δηὖτε ... ὕμνοις: «Su, di
poeta si rivolge all’anonimo παῖς, un ser- avverbiale (letteralmente: «senza chiudere nuovo non più così con chiasso e urla pra-
vo che funge da coppiere, anche a nome la bocca» da ἀ privativo e radice di μύω tichiamo la bevuta scitica col vino, ma sor-
degli altri convitati: perciò dice «a noi» «chiudo la bocca»). - κυάθους: i κύαθοι seggiando fra canti leggiadri...». Evidente
erano propriamente tazze o mestoli per il parallelismo, in principio di strofe, fra
attingere il vino dal cratere. Il codice Mar- ἄγε δηὖτε e ἄγε δή 1, e cfr. anche δηὖτε
ciano di Ateneo ha ἂν ὑβριστιῶσανα, che al verso 6. - οὕτω: ha funzione deittica in
fu corretto da Pauw in ἀνυβρίστως ἄνά, rapporto alla situazione («così come state
ma è senz’altro da preferire ἂν ὑβρίστως facendo»). - κἀλαλητῷ = καὶ ἀλαλητῷ
ἀνά di R. Pretagostini, che ha giustamen- (formato sull’interiezione onomatopeica
te osservato che ἀνυβρίστως «senza ec- ἀλαλαί) è propriamente il grido di guer-
cessi» sarebbe in contraddizione sia con ra (cfr. Iliade II 149; IV 436 ecc., Esiodo,
l’invito a bere tutto d’un fiato sia con la Teogonia 686). Al pari dei Traci, gli Sciti
miscela piuttosto forte data dal rapporto erano famosi, oltre che per l’ardore bel-
5 : 10. - δηὖτε: (da δὴ αὖτε) l’avverbio licoso, per l’abitudine a bere vino pretto
denota in genere, nello stesso Anacreonte d’un fiato: cfr. Erodoto VI 84, 3 «dicono
e nella lirica arcaica, il carattere iterativo, dunque che Cleomene (…) li frequentava
o ciclico, di un’esperienza, l’eros in pri- molto e frequentandoli più del convenien-
mo luogo (cfr. nota a Saffo 1, 15; Ibico, te apprese da loro a bere vino puro, e per
fr. 287, 1): qui però – come mostra la questo gli Spartiati ritengono che impaz-
ripresa al v. 7 – denota il rinnovarsi del zisse. Da quel tempo, a quanto dicono essi
«baccheggiare» in relazione a una fase stessi, quando vogliono bere vino puro
precedente della medesima ri- dicono: “Mesci alla scitica”». È caduto il
unione conviviale. - ἀνά … verso finale della strofe, che doveva con-
βασσαρήσω: tmesi, col tenere il verbo principale dell’ultima fra-
valore di ἀναβακχεύσω: se, parallelo a μελετῶμεν 10.
le βασσάραι o βασσαρί-
LA LIRICA MONODICA

Erma di marmo. Età adrianea. Rinvenuta a Roma, nel quartiere di Trastevere,


fuori Porta Portese, ora a Roma, Museo Nuovo dei Conservatori. Il busto reca
sul plinto l’iscrizione ∆Anakrevwn lurikov~ e replica fedelmente la testa di
una statua romana, in marmo, del poeta che fu rinvenuta nel secolo scorso
a Monte Cavallo (nel Lazio) e che è attualmente alla Ny Carlsberg Glyptothek
di Copenhagen. All’origine è verosimilmente una statua di Anacreonte
eretta sull’acropoli di Atene e menzionata da Pausania (I 25, 1): «c’è la
statua di Anacreonte di Teo, il primo che dopo Saffo di Lesbo si sia dedicato
prevalentemente alla composizione di poesie erotiche: ed egli è ritratto nella posa
di un uomo che canta ubriaco».
620
62
20 LA LIRICA MONODICA

Analisi del testo


Tra le due sequenze (vv. 1-6 e vv. 7-11) si viene a instaura- più che ἄγε 7 riprende ἄγε 1 e δηὖτε 7 riprende δηὖτε 6.
re – osserva Pretagostini – «un rapporto oppositivo» per cui D’altra parte, se è plausibile riferire le due sequenze allo stesso
ciascuna di esse si riferirebbe a un particolare tipo di simposio poeta e alla stessa occasione, possiamo pur sempre immagina-
(scitico/greco): perciò esse potrebbero rappresentare «qualco- re che esse costituissero reazioni diverse a una stessa sequenza
sa di analogo alle coppie agonali di ambiente simposiale» quali di momenti conviviali nel cui ambito Anacreonte proponeva se
troviamo realizzate nella silloge teognidea (cfr. vv. 579 s./581 stesso, in una sorta di rappresentazione mimica, come anfitrio-
s.; 595 s./597 s.; 1253 s./1255 s.), nei carmi melici simposiali ne, rex convivii, «regista», commentando dapprima il momento
(cfr. carm. conv. 900/901 PMG) e in altre antologie conviviali. dell’euforia dionisiaca, poi quello della giusta misura.
D’altra parte una coppia agonale consiste per sua natura in un In tal caso il canto veniva ad assumere un’articolazione in tempi
dialogo a botta e risposta, con la replica del convitato y che può e fasi distinti quale riscontriamo ad es. in un ampio brano della
approvare variare correggere confutare il precedente interven- silloge teognidea (vv. 467-496), forse attribuibile a Eveno di Pa-
to del convitato x. Pertanto, se i due brani citati da Ateneo si ro, nel quale il soggetto rivolge inizialmente una serie di consigli
succedevano immediatamente l’uno all’altro nell’edizione che a Simonide, l’anfitrione (non costringere nessuno a restare con-
egli o la sua fonte utilizzavano (come porterebbe a pensare il tro voglia; se qualcuno si addormenta non lo svegliare; un servo
καὶ προελθών «e proseguendo» con cui Ateneo introduce la stia sempre pronto a versare il vino nelle coppe…), ma più oltre
seconda citazione), ne consegue che uno dei due brani, verosi- si rivolge in rapida successione a due ospiti smodati (tu non bere
milmente il primo, non apparteneva ad Anacreonte, così che la al di là della misura; tu alzati prima di essere ubriaco) e infine
loro trasformazione in un singolo componimento poteva essere passa al «voi», prospettando come destinatario l’intero gruppo
avvenuta solo in conseguenza di un collage antologico, oppure riunito. E in modo parzialmente comparabile Orazio, in Carmina
che qualcuno aveva giustapposto all’interno di un libro simpo- I 18, pur rivolgendosi costantemente al medesimo destinatario
siale due proposte ideate ed eseguite dal poeta di Teo per due (Varo, prospettato come rex convivii al pari del Simonide della
distinte occasioni. Senonché metro ed eleganza stilistica ren- silloge teognidea), dapprima svolge un elogio del vino in termini
dono la prima ipotesi improbabile, mentre la seconda appare di euforia dionisiaca (cfr. vv. 5 s.), ma raccomanda subito dopo
smentita da un μεκέτ(ι) «non più» iniziale che sembra fare del di non abusare dei «doni di Libero», prefigurando i danni (egoi-
secondo brano la risposta coerente e immediata al primo, tanto smo, arroganza) dell’ebrietà.

T. 2 Frammento Un capolavoro di epigrammatica eleganza, uno scherzo conviviale dal breve re-
358 P. spiro di due strofe tetrastiche, in relazione alle quali si orienta l’articolazio-
ne sintattica. Nella prima strofe, la scena di Eros che invita il poeta al gioco
erotico con la ragazza dal sandalo variopinto (e molto della grazia del quadro
deriva dall’uso studiato dell’aggettivazione, con duplice chiasmo – σφαίρη ...
πορφυρέη, χρυσοκόμης Ἔρως, νήνι ποικιλοσαμβάλῳ – e con sensuale
gioco coloristico). Il tono e il ritmo cambiano nella seconda strofe: le nervose
parentetiche sulla provenienza della ragazza e sulla chioma bianca del poeta
preparano la conclusiva espressione di disappunto: il poeta sarebbe ben pronto
a rispondere all’invito di Eros, ma la ragazza «dispregia» il vecchio spasimante e
guarda estasiata verso la chioma di un giovane.

Metro: due strofe Σφαίρῃ δηὖτέ με πορφυρῇ


LA LIRICA MONODICA

tetrastiche, composte βάλλων χρυσοκόμης Ἔρως


ciascuna di tre gliconei
e un ferecrateo. νήνι ποικιλοσαμβάλῳ
Fonte: Ateneo XIII συμπαίζειν προκαλεῖται·
599c.

1-4 Σφαίρῃ δηὖτέ ... προκαλεῖται: tipica funzione in Anacreonte, cfr. nota al T1. bianca del poeta ai vv. 6 s. - συμπαίζειν: qui
«Di nuovo Eros dall’aurea chioma, colpen- - χρυσοκόμης: epiteto più spesso riferito ad è usatο nel senso erotico del lat. ludere, come
domi con una palla purpurea, mi invita a Apollo, ma sarà ripreso da Euripide, Ifigenia in Asclepiade, A.P. V 158, l Ἑρμιόνῃ πιθανῇ
scherzare con la ragazza dal sandalo vario- in Aulide 548 Ἔρως ὁ χρυσοκόμης: qui an- ποτ᾽ ἐγὼ συνέπαιζον. - νήνι = νεάνιδι. -
pinto». - δηὖτε = δὴ αὖτε: per la sua più ticipa ironicamente la notazione sulla chioma ποικιλοσαμβάλῳ = - σανδάλῳ è un hapax.
ANACREONTE 6221
621
5 ἣ δ’, ἐστὶν γὰρ ἀπ’ εὐκτίτου
Λέσβου, τὴν μὲν ἐμὴν κόμην,
λευκὴ γάρ, καταμέμφεται,
πρὸς δ’ ἄλλην τινὰ χάσκει.

5-8 ἡ δ(έ) ... χασκει: «ma lei – pro- tante centro culturale, luogo di eleganza e vecchiaia è sviluppato anche nel fr. 395, 2
viene infatti da Lesbo ben costruita – di- di lusso che poteva aver alimentato il senso κάρη τε λευκόν (T4) e nel fr. 420 εὖ τέ
sprezza la mia chioma – infatti essa è bian- di superiorità della bella etera: in questa di- μοι λευκαὶ μελαίνῃσ᾽ ἀναμεμείξονται
ca – e guarda incantata verso un’altra». rezione va l’epiteto εὐκτίτου, che richia- τρίχες «quando i capelli bianchi mi si
- ἀπ᾽ εὐκτίτου Λέσβου: probabilmente ma l’ ἐϋκτιμένη riferito a Lesbo in Iliade intrecceranno ai neri»; si confronti anche
l’isola non è ricordata né per i tiasi omo- IX 129 e 271, nel contesto di un elogio l’ode di Saffo Senilità, di recente scoperta
erotici né per la fama di cui le sue donne della bellezza e della sapienza artigianale (T11), v. 4 λεῦκαι δ᾽ ἐγ]ένοντο τρίχες
godevano come raffinate amatrici, quanto delle donne dell’isola. - λευκὴ γάρ: il mo- ἐκ μελαίναν. - χάσκει: «sta a bocca
piuttosto perché rappresentava un impor- tivo della canizie quale conseguenza della aperta», costruito con πρός e l’acc. anche
in Aristofane, Nuvole 996 πρὸς ταῦτα
κεχηνώς. - πρὸς δ᾽ ἄλλην: sott. κόμην,
cioè la chioma di un giovane, in marcata
Analisi del testo opposizione a τὴν μὲν ἐμήν del v. 6; altri,
come Page, pensano a una deliberata ambi-
Come ha osservato O. Vox, «l’atteggiamento del dio che, nell’invitare a un gioco
guità fra ἄλλην/un’altra chioma e ἄλλην/
erotico con la fanciulla di Lesbo, all’inizio può sembrare innocente e benevolo, si un’altra ragazza: «Anacreonte, preparatasi
chiarisce con quello che (almeno per noi) è l’insuccesso finale: l’apparente “invito” la via con la menzione apparentemente ca-
(προκαλεῖται) con il lancio della “palla purpurea” di odissiaca memoria (Odissea suale dell’isola nativa, trasforma il proprio
VIII 372 s.) non era altro che il lancio di “sfida” nei confronti dell’“io” anacreontico, insuccesso in uno scacco della ragazza
una regolare provocazione agonistica a misurarsi nel gioco amoroso, direttamente grazie all’inatteso scherzo finale – la vera
ragione del suo disdegno non è che egli è
con la ragazza e indirettamente con lui stesso, il dio».
vecchio, ma che è un uomo».

T. 3 Frammento Artemone uno e due. Prima portava un berrettino a punta e orecchini di legno
388 P. e una sudicia fodera di scudo, e se la faceva con fornaie e prostitute; ora mon-
ta in carrozza, il figlio della fattucchiera, e porta collane d’oro e un parasole
d’avorio.

Metro: strofe tristiche, composte da due tetrametri coriambici anaclomeni (il coriambo può essere
sostituito da un metron giambico) e da un dimetro giambico.
Fonte: Ateneo XII 533f.

Πρὶν μὲν ἔχων βερβέριον καλύμματ’ ἐσφηκωμένα


καὶ ξυλίνους ἀστραγάλους ἐν ὠσὶ καὶ ψιλὸν περὶ
LA LIRICA MONODICA
πλευρῇσι ‹δέρριον› βοός,

Mentre prima portava un berretto, copricapo appuntito,


e dadi di legno agli orecchi e una lisa pelle di bue
attorno ai fianchi,

1 βερβέριον: è un hapax che denota retto frigio. - ἐσφηκωμένα: è part. perf. «stringere a forma di vespa (σφήξ)».
un copricapo a punta forse simile al ber- di σφηκόω, che propriamente significa
622
62
22 LA LIRICA MONODICA
νεόπλυτον εἴλυμα κακῆς ἀσπίδος, ἀρτοπώλισιν
5 κἀθελοπόρνοισιν ὁμιλέων ὁ πονηρὸς Ἀρτέμων
κίβδηλον εὑρίσκων βίον,

πολλὰ μὲν ἐν δουρὶ τιθεὶς αὐχένα, πολλὰ δ’ ἐν τροχῷ,


πολλὰ δὲ νῶτα σκυτίνῃ μάστιγι θωμιχθείς, κόμην
πώγωνά τ’ ἐκτετιλμένος·

10 νῦν δ’ ἐπιβαίνει σατινέων, χρύσεα φορέων καθέρματα,


πάϊς Κύκης, καὶ σκιαδίσκην ἐλεφαντίνην φορεῖ
γυναιξὶν αὕτως     

sudicia fodera di uno scudo senza valore, frequentando


5 fornaie e prostitute, lo sciagurato Artemone,
che rimediava una vita di espedienti

spesso ponendo il collo sul legno e spesso sulla ruota,


e spesso fustigato con la frusta di cuoio sulla schiena, depilato
nella chioma e nel mento,

10 ecco che ora monta in carrozza portando collane d’oro,


il figlio di Cica, e porta un parasole d’avorio
come le donne...

4 ἀρτοπώλισιν: le fornaie (da ἄρτον 6 κίβδηλον … βίον: l’aggettivo κί- 9 ἐκτετιλμένος: la depilazione era un
e πωλέω) godevano di una pessima re- βδηλος (cfr. κίβδος «scoria») si riferisce castigo generalmente riservato agli adulteri.
putazione, come conferma Aristofane, primariamente al metallo adulterato o di
Rane 857 s. λοιδορεῖσθαι δ᾽ οὐ πρέπει/ bassa lega: l’uso metaforico trova riscontro 11 Κύκης: il nome proprio femminile
ἄνδρας ποητὰς ὥσπερ ἀρτοπώλιδας anche in Teognide (117 κιβδήλου ἀνδρός Κύκη, connesso con κυκάω «mescolare»,
«non sta bene prendere in giro i poeti come e 965 κίβδηλον … ἦθος ἔχοντες). è forse fittizio e potrebbe alludere alla pro-
fossero fornaie». fessione di fattucchiera della madre: «ov-
7 δουρί = δορί: è il legno della gogna vio che di costui non si nomini il padre: il
5 Ἀρτέμων: «finalmente il nome del (κύφων), lo strumento di tortura in cui era- gaglioffo che ora con ridicolo snobismo si
miserabile, in posizione enfatica alla fine di no costretti a introdurre la testa, secondo il atteggia a gran signore, non può nemmeno
verso e in assonanza con ὁμιλέων» (Gentili). lessicografo Polluce, i mercanti disonesti. vantare un γένος!» (G. Burzacchini).
LA LIRICA MONODICA

Analisi del testo


Lasciata la consueta maniera morbida e raffinata, Anacreonte sequenza, succede la più essenziale fotografia della condizione
si cimenta nel ritratto di un volgare parvenu (forse un man- attuale di Artemone, fino alla divertita immagine dell’ombrelli-
tenuto, cfr. fr. 372, 1 s.), tuttavia manifestando – a livello no d’avorio, che il disgraziato di un tempo porta proprio come
«comico» – la medesima abilità compositiva: tutto il brano è una signora.
studiatamente imperniato sull’antitesi πρὶν μέν 1/ νῦν δ(έ) Nonostante qualche consonanza anche verbale, non c’è in Anacre-
10 (entrambi in principio di strofe); e alla serie quasi inter- onte lo sdegno reazionario di Teognide contro i nuovi ceti emer-
minabile di cola sintattici incentrati su una forma participiale genti quanto piuttosto un elegante gioco letterario che si compia-
(ἔχων 1, ὁμιλέων 5, εὑρίσκων 6, τιθείς 7, θωμιχθείς 8), ce di selezionare parole rare (e alcuni hapax sono probabilmente
talora allargati con ironiche apposizioni (vv. 1 e 4), della prima neoconiazioni) costeggiando con bravura il sermo vulgaris.
ANACREONTE 6223
623

Rifletti sul testo


1 2

T. 4 Frammento Abbandonati i toni frivoli del contesto simposiale, Anacreonte indugia sulla mi-
395 P. nuziosa rappresentazione degli effetti della vecchiaia: da una parte la deva-
stazione fisica, evidenziata con tratti di stilizzato realismo (la canizie, i denti
malandati), dall’altra la consapevolezza della precarietà dell’esistenza umana e
dell’incombere ineluttabile dell’aldilà, sul quale il poeta ferma per un attimo lo
sguardo terrorizzato.

Metro: come nel fr. Πολιοὶ μὲν ἡμὶν ἤδη


356 (T. 1).
κρόταφοι κάρη τε λευκόν,
Fonte: Stobeo IV 51,
12. χαρίεσσα δ’ οὐκέτ’ ἥβη
πάρα, γηραλέοι δ’ ὀδόντες,
5 γλυκεροῦ δ’ οὐκέτι πολλὸς
βιότου χρόνος λέλειπται·

διὰ ταῦτ’ ἀνασταλύζω


θαμὰ Τάρταρον δεδοικώς·
Ἀΐδεω γάρ ἐστι δεινὸς
10 μυχός, ἀργαλῆ δ’ ἐς αὐτὸν
κάτοδος· καὶ γὰρ ἑτοῖμον
καταβάντι μὴ ἀναβῆναι.

1-6 Πολιοὶ μέν ... λέλειπται: «Canu- γλυκεροῦ … βιότου: (cfr. Odissea V 152 720 ss. con «Tartaro» si designa il luogo
γλυκὺς αἰών). posto tanto più in basso dell’Ade di quanto
LA LIRICA MONODICA
te (sono) ormai a noi le tempie e candido (è)
il capo e non c’è (πάρα = πάρεστι) più la la terra è lontana dal cielo, circondato da
leggiadra giovinezza, e vecchi (γηραλέοι) 7-12 διὰ ταῦτ(α) ... μὴ ἀναβῆναι: mura con porte di bronzo, qui esso sembra
(sono) i denti, e non più molto (πολλός «per questo spesso singhiozzo, paventando identificarsi genericamente con le sedi in-
= πολύς) tempo resta della dolce esisten- il Tartaro: pauroso è infatti il recesso di Ades fernali. - κάτοδος = κάθοδος (psilosi);
za». - ἡμίν = ἡμῖν: il plurale ha funzione (Ἀΐδεω = Ἅιδου) e dolorosa (ἀργαλῆ, cfr. nel significato di «discesa» il termine non
patetica. - πολιοί … κρόταφοι: Ana- Mimnermo 1, 10) la discesa ad esso; e in- ricorre prima di Eronda 1, 56; altrove vale
creonte sembra sciogliere l’epiteto ome- fatti è fissato per chi vi sia disceso di non «ritorno». - μὴ ἀναβῆναι: per il motivo
rico πολιοκρόταφος, cfr. Iliade VIII risalire». - ἀνασταλύζω: hapax, cfr. Esi- cfr. Alceo 38A, 1 ss., Antipatro di Tessa-
518 πολιοκροτάφους τε γέροντας. chio ἀσταλύζειν· ἀναβλύζειν, κλαίειν; lonica, A.P. XI 23, 3 εἰς Ἀΐδην μία πᾶσι
- χαρίεσσα … ἥβη: cfr. Iliade XXIV è connesso etimologicamente con στα- καταίβασις, Catullo 3, 12 illuc, unde ne-
348 χαριεστάτη ἥβη; in Anacreonte l’ag- λάσσω «gocciolo». - Τάρταρον: mentre gant redire quemquam, Virgilio, Eneide VI
gettivo ricorre anche in 394a e 402a, 2. - in Iliade VIII 13 ss. e in Esiodo, Teogonia 126 ss.).
624
62
24 LA LIRICA MONODICA

Analisi del testo


Questo componimento è stato ripetutamente negato al poeta di tre il gusto per il chiasmo raffinato (cfr. vv. 1 s., con gli aggettivi
Teo, talora con giudizi perentori, come quello espresso da B. Mar- studiatamente relegati ai margini della frase), la preziosa sele-
zullo, secondo il quale «attribuirla ad Anacreonte è adulterarne zione lessicale (in particolare l’hapax ἀνασταλύζω), infine lo
la signorile, sobria figura». L’odicina sembra tuttavia rispecchia- stesso motivo della chioma incanutita (cfr. frr. 358, 6 e 420).
re alcune tendenze tipiche dell’arte di Anacreonte, in particolare Quanto al tono, che è sembrato stridere con la conviviale sprez-
nella costruzione a dittico, per cui ciascuna sequenza si dispone zatura di altri carmi, occorre tener conto che spunti patetici
nel giro di una singola strofe, con una transizione centrale, in (reali o fittizi) ricorrono anche altrove (cfr. ad es. il fr. 411(a)
questo caso fornita al v. 7 da διὰ ταῦτ(α). L’articolazione del ἀπό μοι θανεῖν γένοιτ᾽· οὐ γὰρ ἂν ἄλλη/ λύσις ἐκ πόνων
contenuto richiama il fr. 358: i vv. 1-6 enunciano la situazione, γένοιτ᾽ οὐδάμα τῶνδε «mi avvenga di morire! Non ci può es-
attraverso l’allineamento di frasi nominali secondo una tipica sere assolutamente altra liberazione da queste sofferenze»); e
struttura arcaica; i vv. 7-12 dichiarano le personali reazioni del d’altra parte la chiusa risolve l’acme patetica nel gusto letterario
poeta, pianto e paura. Conformi allo stile anacreonteo sono inol- del gioco verbale καταβάντι μὴ ἀναβῆναι.

T. 5 Frammento L’invito conviviale prepara l’arguto proposito di fare a pugni con Eros nel senso
396 P. di voler resistere al suo potere, come rivela anche l’eco sofoclea in Trachinie 441
s. Ἔρωτι μέν νυν ὅστις ἀντανίσταται/ πύκτης ὅπως ἐς χεῖρας, οὐ καλῶς
φρονεῖ «non è saggio chi, come un pugile che scambia i colpi, vuol resistere
a Eros». Come osserva B. Gentili, «il tema dell’invincibilità del dio si risolve
nell’immagine arguta di un pugilato con Eros. Un atteggiamento ardimentoso
e sicuro si nasconde nel tono scherzoso della sfida; il poeta cerca la lotta quasi
certo di vincere l’avversario o almeno di resistergli». Un gioco disinvolto, che
viene da Anacreonte rinnovato nel lacunoso fr. 346 (4): «Facevo a pugni dura-
mente, e ora riprendo fiato e vigore … molta gratitudine ti devo, o Dioniso, per
essere sfuggito a Eros via davvero dai vincoli pesanti per causa di Afrodite … ‹il
coppiere› porti vino con l’anfora e porti acqua ribollente …» [tr. di B. Gentili].

Metro: anacreontici. Φέρ᾽ ὕδωρ φέρ᾽ οἶνον, ὦ παῖ,


Fonti: AteneoXI 892a
φέρε ‹δ᾽› ἀνθεμόεντας ἡμὶν
(vv. 1-4); Demetrio,
De elocutione 5 (v. 1); στεφάνους ἔνεικον, ὡς δὴ
Orione, p. 62, 30, ecc. πρὸς Ἔρωτα πυκταλίζω.

1-4 Φέρ᾽ ὕδωρ ... πυκταλίζω: «Porta = ἀνθεμοῦντας: le corone erano un requi- di Ateneo e di Eustazio) io faccia a pugni
acqua, porta vino, o ragazzo (ὦ παῖ, tipi- sito costante dei conviti), portali (ἔνεικον (πυκταλίζω, raro per πυκτεύω – cfr. 346
co invito al coppiere, cfr. 356a, 1 φερ(ε) = ἔνεγκον: ridetermina il triplice φέρε), (4), 1; Ipponatte 102, 8 πυ]κταλίζουσι)
…ὦ παῖ), porta a noi (ἡμίν = ἡμῖν) corone affinché (ὡς finale, enfatizzato da δή, con Eros».
fiorite (ἀνθεμόεντας [con sinizesi di /οε/] che è la lezione di Orione di contro a μή
LA LIRICA MONODICA

T. 6 Frammento Anacreonte assimila una ragazza ritrosa a un giovane cerbiatto di latte, sbigotti-
408 P. to dall’assenza della madre. Il paragone compare anche nell’epodo archilocheo
di Colonia (v. 31 ὥστε νέβρ[ιον), in Alceo (fr. 10, 5-6 ἐλάφω δὲ βρόμος ἐν
στήθεσι φύει φόβερος «un bramito spaurito di cervo nasce nel cuore») e in
Saffo (nell’ode Senilità, T. 11 v. 6) e sarà distesamente e virtuosisticamente rie-
laborato da Orazio, Carmina I 23.
ANACREONTE 6225
625
Metro: trimetri ionici puri (v. 1) o anaclomeni (vv. 2 e 3).
Fonti: Eliano, Nat. anim. 7, 39; Ateneo IX 396d; scolio a Pindaro, Olimpica III 52 (I 120 Drachmann);
Eustazio, Commento all’Iliade 711, 34.

ἀγανῶς οἷά τε νεβρὸν νεοθηλέα


γαλαθηνὸν ὅς τ᾽ ἐν ὕλῃ κεροέσσης
ἀπολειφθεὶς ἀπὸ μητρὸς ἐπτοήθη.

1-3 ἀγανῶς ... ἐπτοήθη: «… dolce- (νέος + rad. di θάλλω), «sbocciato di fre- III 52a (I 120 Drachmann), per un delibe-
mente come giovane cerbiatto di latte che sco», usato in senso proprio in Iliade XIV rato intervento di Zenodoto di Efeso sulla
nella selva, rimasto separato dalla madre 347 e in Esiodo, Teogonia 576. - galaqh- base dello scrupolo naturalistico legato al
cornigera sbigottisce». - ἀγανῶς: che si novn: il nesso con nebrov~ era già in Odissea dato per cui le cerve femmine non hanno
lega a un verbo precedente, che doveva IV 336 = XVII 127 nebrou;~ ... nehgeneva~ corna; d’altra parte le corna vengono attri-
reggere sia un complemento oggetto fa- galaqhnouv~. - ἀπὸ μητρός: ἀπό indica buite alle cerve anche altrove in testi poe-
cente parte dell’illustrandum sia νεβρόν separazione, «lungi da». - κεροέσσης: è tici: Pindaro, Olimpica III 29 χρυσοκέρων
1: in ambito erotico l’aggettivo corrispon- incerto se la variante ἐροέσσης «amabile», ἔλαφον, appunto il passo commentato
dente ricorre in Saffo 96, 15 s. ἀγάνας ... «leggiadra», probabilmente inferiore, si sia dallo scolio appena citato. - ἐπτοήθη: aor.
Ἄτθιδος. - οἷά τε: nesso comparativo già prodotta per corruzione meccanica, o, co- ingressivo: cfr. nota a Saffo 31, 6.
noto ad Omero. - νεοθηλέα = νεοθηλῆ me dichiara lo scolio a Pindaro, Olimpica

MEMORIA LETTERARIA

Lo smarrimento di cerbiatta
Questo è il testo dell’ode oraziana rivolta a Cloe, che sviluppa la similitudine della ragazza e del cer-
biatto:

Vitas inuleo me similis, Chloe, Tu mi sfuggi, Cloe, come cerbiatto


quaerenti pavidam montibus aviis che fra i monti impervi cerca la madre impaurita,
matrem non sine vano non senza vano
aurarum et silvae metu. timore dei venti e della selva.
5 Nam seu mobilibus veris inhorruit 5 O che di primavera trasalisca l’arrivo
adventus foliis, seu virides rubum nelle foglie agitate, o che i verdi
dimovere lacertae, ramarri smuovano i rovi,
et corde et genibus tremit. trema nel cuore e nei ginocchi.
Atqui non ego te, tigris ut aspera Ma io non t’inseguo per sbranarti
10 Gaetulusve leo, frangere persequor: 10 come tigre selvaggia o leone africano.
tandem desine matrem Dimentica la madre
tempestiva sequi viro ora che sei matura per seguire l’uomo.
LA LIRICA MONODICA

Rifletti sul testo


1 2
626
62
26 LA LIRICA MONODICA
T. 7 Frammento Come un fabbro Eros ha colpito il poeta con un maglio poderoso e poi lo ha
413 P. tuffato in un torrente gelato, per ben temprarlo alla prossima avventura amo-
rosa. Con sorridente solennità Anacreonte rimodella una similitudine omerica,
Odissea IX 391-3: ὡς δ᾽ ὅτ᾽ ἀνὴρ χαλκεὺς πέλεκυν μέγαν ἠὲ σκέπαρνον/
εἰν ὕδατι ψυχρῷ βάπτῃ μεγάλα ἰάχοντα/ φαρμάσσων … «come un fabbro
immerge nell’acqua gelida, temprandoli, un gran maglio o un’ascia che sibilano
acutamente…».

Metro: due versi composti ciascuno da un dimetro ionico catalettico (parteneo) e da un dimetro giam-
bico catalettico.
Fonti: Efestione 12, 4, p. 39 Consbruch.

Μεγάλῳ δηὖτε μ᾽ Ἔρως ἔκοψεν ὥστε χαλκεύς


πελέκει, χειμερίῃ δ᾽ ἔλουσεν ἐν χαράδρῃ.

1-2 Μεγάλῳ ... ἐν χαράδρῃ: «Di citato nella premessa; studiata la collo- ποταμῷ πάντ’ ἀποσεισάμενος «ed io,
nuovo Eros, come un fabbro, mi ha colpito cazione, con forte iperbato, di μεγάλῳ un cane, attraversai il torrente/ scuotendo
con un grosso maglio e mi ha tuffato in un e πελέκει, simmetricamente dislocati via ogni cosa nella corrente impetuosa»,
torrente invernale». - δηὖτε: cfr. nota a a principio di verso. - χειμερίῃ … ἐν Apollonio Rodio IV 460 s. χαράδρης/
T1, v. 6 (e anche T2, v. 1). - πελέκει: χαράδρῃ: cfr. Teognide 347 s. (T5) ἐγὼ χειμερίης.
per questa accezione cfr. Odissea IX 391, δὲ κύων ἐπέρησα χαράδρην/ χειμάρρῳ

Anfora attica a figure rosse del


Pittore dell’Angelo Volante. 480-
460 a.C.
LA LIRICA MONODICA

Provenienza sconosciuta; ora a


Parigi, Museo del Louvre.
Questo comasta, che indossa un
chitone podéres e un himátion, è
stato identificato dubitosamente in
Anacreonte, benché sia anonimo.
Infatti egli ha una stringente
somiglianza con un analogo
personaggio, pure con skyphos sorretto
nella mano destra e lira impugnata nella
sinistra, che è raffigurato su una lékythos
a figure rosse di Gela (dove però compare
anche il nome).
ANACREONTE 6227
627
T. 8 Frammento Secondo lo stoico Eraclito, che cita il passo, Anacreonte raffigurava allegorica-
417 P. mente un’etera, che nasconde la propria natura capricciosa sotto l’apparenza di
un carattere orgoglioso e sprezzante.

Metro: distici costituiti Πῶλε Θρῃκίη, τί δή με λοξὸν ὄμμασιν βλέπουσα


ciascuno da due
tetrametri trocaici,
νηλεῶς φεύγεις, δοκέεις δέ μ’ οὐδὲν εἰδέναι σοφόν;
di cui il secondo
catalettico.
Fonte: Eraclito,
Ἴσθι τοι, καλῶς μὲν ἄν τοι τὸν χαλινὸν ἐμβάλοιμι,
Questioni omeriche 5. ἡνίας δ’ ἔχων στρέφοιμί ‹σ’› ἀμφὶ τέρματα δρόμου.

Νῦν δὲ λειμῶνάς τε βόσκεαι κοῦφά τε σκιρτῶσα παίζεις·


δεξιὸν γὰρ ἱπποσείρην οὐχ ἕζεις ἐπεμβάτην.

1-2 Πῶλε Θρῃκίη ... σοφόν: «Pule- me di consueto in età arcaica, l’agg. σοφός sigli di Nestore ad Antiloco in Iliade XXIII
dra tracia, perché guardandomi di traverso indica abilità e competenza. 306 ss. e Orazio, Carmina I 1, 4 s. metaque
mi fuggi senza pietà e credi che io non pos- fervidis/ evitata rotis.
segga alcuna abilità?». - Πῶλε: cfr. Esichio 3-4 Ἴσθι τοι ... δρόμου: «Sappilo
πῶλος· ἑταίρα, Eubulo, fr. 84, 2 Kock bene, con arte potrei metterti il freno e, 5-6 νῦν δέ ... ἐπεμβάτην: «ma tu
πώλους Κύπριδος; connotazioni eroti- reggendo le redini, farti girare attorno ai pascoli sui prati e scherzi saltellando legge-
che sono anche in Anacreonte 346(1), 7-9 termini della pista». - τοι: originariamente ra: infatti non hai per cavalcatore un abile
τὰς ὑακιν[θίνας ἀρ]ούρας / ἵ]να Κύπρις pronome personale (= σοι), proprio come cavallerizzo». - παίζεις: per la connota-
ἐκ λεπάδνων/ ....]´[.]α[ς κ]ατέδησεν il secondo τοι di questo verso, tende già zione erotica del verbo cfr. nota a fr. 358,
ἵππους «… i prati di giacinti, dove Cipride in Omero a cristallizzarsi come particella 4. - σκιρτῶσα: cfr. Iliade XX 226 αἱ (sc.
lega le puledre lasciate libere dal giogo». - asseverativa: qui introduce una sfumatura ἴπποι) δ᾽ ὅτε σκιρτῶεν ἐπὶ ζείδωρον
Θρῃκίη: i cavalli traci sono apprezzati già enfaticamente scherzosa. - ἡνίας: per la ἄρουραν. - κοῦφα: acc. dell’ogg. interno
in Omero, in particolare i cavalli di Reso metafora del «reggere le redini», in conte- con funzione avverbiale. - ἐπεμβάτην:
in Iliade X 434 ss. - νηλεῶς: l’avverbio, sto erotico, cfr. 360, 3 s. τῆς ἐμῆς/ ψυχῆς cfr. Euripide, Baccanti 782 ἵππων …
da νηλεής, già noto all’epica, ricorre anche ἡνιοχεύεις «reggi le redini della mia ani- ἐπεμβάτας: questo tipo di doppio senso
in Eschilo, Prometeo 240, Apollonio Rodio ma». - τέρματα: nelle corse equestri, si sarà largamente sfruttato da Aristofane,
II 626: ha sapore aulico e quindi, nel con- tratta delle colonnine che delimitavano il e compare anche in Teognide 1249-52. -
testo, ironico. - εἰδέναι: propriamente: punto estremo attorno a cui girava il carro ἱπποπείρην: l’aggettivo è un hapax co-
«(credi che io non) conosca». - σοφόν: co- per invertire il senso della corsa; vedi i con- struito su ἵππος e πεῖρα.

LA LIRICA MONODICA

Moneta di Teo in bronzo.


Figura maschile nuda in piedi, con clamide e lira. Età romana imperiale.
Provenienza sconosciuta; ora a Londra, British Museum.
La figura identificata dall’iscrizione posta in esergo ∆Anakrevwn Thivwn sembra non
dissimile dal tipo statuario che è noto grazie alla copia che si conserva alla Ny Carlsberg
Glyptothek di Copenhagen; tuttavia una statua del poeta, eretta a Teo stessa dai suoi
concittadini, è menzionata in A. P. IX 599.
628
62
28 LA LIRICA MONODICA

Analisi del testo


Riutilizzando una metafora equina ricorrente nella poesia anti- una suonatrice di aulo) ruota attorno al nesso avversativo, pre-
ca (da Alcmane 1, 45 ss. a Teognide 257 ss., da Lucilio, 1041 s. diletto da Anacreonte, νῦν δέ del v. 5 (cfr. frr. 347, 3; 373,
Marx an‹ne› ego te vacuam atque animosam,/ Thessalam ut in- 2; 388, 10; 391 e, per la struttura antilogica, anche fr. 358,
domitam, frenis subigam ante domemque? a Orazio, Carmina III 5). L’amalgama – caricato da perifrasi (δοκεῖς ... σοφόν 2,
11, 9 ss.) e nello stesso Anacreonte (oltre al citato fr. 346(1), ἡνίας ... δρόμου 4) e termini aulici – di interrogative retoriche
cfr. fr. 360), il poeta assimila la ragazza a una puledra tracia (vv. 1 s.), scherzosi ammonimenti (vv. 3 s.), allusioni erotiche
che lo fugge senza pietà e se stesso a un abile cavallerizzo, (παίζεις 5, ἐμπεμβάτην 6) compone un brano, forse comple-
che ben seprebbe domare la riottosa partner. L’elegante gioco to, di maliziosa fattura.
conviviale (la ragazza sarà stata probabilmente un’αὐλητρίς,

Rifletti sul testo


1 2
LA LIRICA MONODICA