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GIOACCHINO PROSPERI

Un padre gesuita che abbracciò l’idea di


patria e nazione
Note introduttive

Dopo la discussione di una tesi di laurea sul sacerdote padre Gioacchino Prosperi,1
vissuto dal 1795 al 1873, ho voluto ulteriormente approfondire le situazioni politiche in cui
Egli fu coinvolto, cercando di comprendere i lati oscuri delle Sue vicende che al momento
della stesura della tesi non ero riuscita a svolgere. Mi sono perciò rivolta al Piemonte
sabaudo in cui padre Prosperi visse in via continuativa dal 1820 al 1834, insegnando qui in
vari collegi grammatica superiore e lingua greca. Il sacerdote lucchese,patrizio di nascita,
divenuto padre gesuita in Sant’Andrea al Quirinale a Roma nel 1815, si trasferì subito
dopo a Torino.
Tra i collegi in cui fu docente annoveriamo quello di Novara, baluardo della Restaurazione,
dove dal 1822 al 1824 fu rettore Luigi Taparelli . Nel 1826 il nostro uscì dall’Ordine gesuita
per sopravvenuti contrasti col generale Fortis.2 Ciò si intuisce da una lettera inviata dallo
stesso Gioacchino Prosperi al Venerabile Pio Brunone Lanteri nel 1823.3 Egli approdò poi
ad altro Ordine regolare, quasi certamente quello dei Frati Minori. Infatti nel 1968
Monsignor Maccarrone pubblicò un libro dal titolo “Il Concilio Vaticano I° ed il giornale di
Monsignor Giulio Arrigoni", dove puntualizzò le difficoltà intercorse tra l’allora Arcivescovo
di Lucca, appartenente all’Ordine dei Frati Minori, ed un frate minore lucchese di cui
l’autore non svelò le generalità, ma scrisse in ogni caso che tale padre pubblicava con la
tipografia Guidotti della Curia e che si era rivolto al Prefetto di Lucca contro il suo
Arcivescovo, anche per questioni intercorse di economato. Quel frate minore sembra
corrispondere nella descrizione al religioso della mia tesi. Egli per tutta la vita infatti “non si
mise mai le mani a cintola”, “tenne il suo breviario nel saio”, pubblicò con la tipografia
“Guidotti” della Curia lucchese; si rivolse nelle lettere indirizzate al suo Arcivescovo
Monsignor Giulio Arrigoni appellandolo “fratel Giulio”per sottolineare la comune
appartenenza all’Ordine francescano, disquisendo e battagliando anche per ragioni di
economato.
L’ormai ex padre Gesuita, una volta espulso dal Piemonte in via ufficiale nel 1834 per una
frase incriminata dell’”Ode di Lanzo”, scritta, letta e pubblicata dallo stesso Prosperi nel
1831 presso l’Editore Marietti di Torino e pronunciata in Lanzo Torinese in occasione dei
funerali del Monarca Carlo Felice, divenne frate predicatore.
Nel 1838 per sua ammissione era ancora nella capitale sabauda a predicare la Quaresima
nonostante l’espulsione, e dal 1839 al 1846 in qualità di predicatore errante in Corsica,
incaricato questa volta dal sovrano dello staterello lucchese Carlo Ludovico di Borbone, di
concerto con il capo della polizia, il corso Vincenti. Perché incaricare padre Prosperi di tali

1Rimando alla mia tesi presente presso l’Università di Pisa dal titolo Padre Gioacchino Prosperi.
Dalle Amicizie Cristiane ai valori rosminiani . A.A. 2009.2010.
2I Padri gesuiti in Bergamo nei loro carteggi lo trovano segnalato fino al 1826.
3Lettera del 21 dicembre 1823 da Reggio di Modena, Carteggio del Venerabile Pio Brunone
Lanteri (a cura di P. Calliari O.M.V., volume III, gennaio 1815-1824), editrice lanterna, Torino 1976,
pp. 380-381.
missioni? Qualcuno osò in passato sostenere, stando alle parole del Suo biografo ufficiale
Luigi Venturini, che ciò fosse stato suggerito al duca dalla Curia lucchese per allontanarlo
da Lucca, visto che padre Prosperi era sicuramente un personaggio scomodo. Però le
vicende che narrerò portano in altra direzione, direi politica. Infatti le predicazioni corse del
religioso sono tutto fuorché predicazioni missionarie. Nella Sua pubblicazione del 1844 dal
titolo La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola, edita presso l’editore Fabiani di Bastia e che
avrebbe dovuto rappresentare il resoconto delle sue fatiche missionarie, in realtà non si
occupa mai di questioni religiose. Grazie al suo Impegno Egli ottenne dal duca Carlo
Ludovico di Borbone, nel 1847, poco prima che il sovrano lucchese abbandonasse al suo
destino la città toscana, la rettoria di Sant’Anna fuori le Mura, dove restò sacerdote fino
alla morte, avvenuta nel 1873. Le sue singolari vicende ci proiettano non solo nel
panorama politico neoguelfo del periodo ma più in generale nell’intero panorama politico
insurrezionale della Penisola. Per tale ragione credo che le questioni di padre Prosperi
siano rilevanti, soprattutto per il modo davvero unico in cui visse, circondato da un
entourage familiare ed amicale che prese parte attiva alle vicende Risorgimentali. Le sue
esperienze di vita consentono perciò una lettura diversa del nostro primo Risorgimento.
Cap. I

La giovinezza tra Lucca, Roma e il Piemonte


(1795-1834).

La disamina dei rapporti tra Stato e Chiesa nello Stato Sabaudo all’indomani del
Congresso di Vienna ci introduce in un panorama culturale italiano che si fece sempre più
variegato all’interno delle diverse anime dell’opinione guelfa. La proliferazione di organi di
stampa e di movimenti associativi come le Amicizie Cristiane, a tendenza teocratico-
legittimista, alimentò la diffusione di nuove correnti filosofico-teologiche. Fra queste
possiamo annoverare la scuola rosminiana, che ebbe una larga penetrazione nel nord
Italia e che si proponeva, sotto le spinte di una questione nazionale che guadagnava nuovi
settori dell’opinione pubblica, un dibattito sempre più stringente sui rapporti tra religione
cattolica, idea di nazione e principio di sovranità. Furono anni in cui emerse, specie nelle
aree urbane dell’Italia padana e toscana, una generazione di uomini di Chiesa che non
aveva più molto in comune con il clero settecentesco o dell’età rivoluzionaria. A questo
gruppo di religiosi appartenne padre Gioacchino Prosperi.
Il testo di Luigi Venturini, datato 1926, che sono riuscita a rinvenire alla biblioteca labronica
di Livorno, mi ha permesso di scoprire ed apprezzare il religioso lucchese.4
L’autore lo presenta in modo alquanto originale, affermando che intende ridare “alla luce
un vecchio libricciolo e un vecchio uomo; l’uno e l’altro dimenticati dal tempo giustiziere e
come tale talvolta spietato”. Padre Gioacchino Prosperi, definito da Luigi Venturini
“intelligente e bizzarro, strano e battagliero” passò indenne dagli stravolgimenti politici del
periodo di cui fu protagonista, restando fedele all’abito che portava e agli ideali che
professava.
Il religioso nacque a Lucca nel 1795 e respirò, sin dalla prima infanzia, i contrasti politici
interni alla propria città, che perse nel 1799 la sua indipendenza. Questi contrasti
portarono i francesi occupanti ad abbozzare una costituzione provvisoria, provvedendo, la
mattina del 4 febbraio 1799, all’insediamento del nuovo governo con a capo del Direttorio
Paolo Garzoni, Domenico Moscheni, Stefano Erra, Francesco Ambrogini, Vincenzo
Cotenna, che si misero al servizio dei dominatori nell’intento di conservare almeno un
barlume d’autonomia per la loro città.

4Luigi Vetturini, Di Gioacchino Prosperi e del suo libro sulla Corsica, Milano, Ist. Ed. Scient.
Tyrrenia, 1926.
In breve tempo però gli eserciti francesi si trovarono sotto una forte pressione degli austro-
russi e, una volta sconfitto il genere McDonald sul Trebbia, Lucca fu sgombra dalle milizie
francesi (17 luglio 1799). 5
Il periodo di dominazione austriaca, che durò circa un anno, fu contrassegnato dalla
soppressione dei ministeri istituiti dal governo democratico e dalla creazione di un
commissariato di giustizia e di polizia che si propose la persecuzione di coloro che
avevano simpatizzato per il precedente regime e la soppressione di quanto tale regime
aveva realizzato. La vittoria di Marengo del 14 giugno 1800 restituì Lucca ai francesi. Il 9
ottobre la reggenza si trasformò in governo provvisorio.
Il successivo trattato di Madrid del 21 marzo 1801, che seguiva alla pace di Luneville del 9
febbraio, fece ben sperare i lucchesi, poiché con tale trattato venne istituito il Regno
d’Etruria”, destinato all’infante di Spagna, senza comprendere Lucca. Formalmente Lucca
venne creata come Repubblica dal trattato, ma le istituzioni repubblicane funzionarono per
breve tempo perché ad esse succederà il Principato.
Quest’epoca, complessivamente caratterizzata da un tentativo di riordino generale non
riuscito, che lascerà comunque una traccia positiva nel contesto cittadino, vide anche
escludere nel 1813, con l’occupazione inglese e la creazione del governo provvisorio degli
Stati Lucchesi in nome di Murat, un ritorno dei Baciocchi per avvenute manifestazioni
popolari anti-napoleoniche. In quella circostanza fu presidente senatoriale l’arcivescovo
Filippo Sardi. Nello stesso periodo fu affidato a Cesare Sardi e a Giovanni Cittadella,
recatasi a Parigi, il compito di esprimere ai rappresentanti delle potenze il voto senatoriale
lucchese per il ritorno all’antica autonomia. L’avvento al potere della dinastia Borbonica
fece ben sperare la compagine cittadina, ma si trattò in verità di speranze mal riposte: il
destino politico di Lucca era oramai segnato e Gioacchino Prosperi, patrizio di nascita,
studi in seminario nella sua città e successivamente in Sant’Andrea al Quirinale, a Roma,
aveva certamente bisogno di far proprie nella vita delle certezze, coniugando la vocazione
religiosa con la scelta di un ordine solido ed emblema della Restaurazione come la
Compagnia di Gesù.
Secondo Giacomo Martina “attirava certamente la solidità della Compagnia, che si
presentava non come un istituto del tutto nuovo, alla ricerca della propria strada (altri
istituti del tempo lo erano e, fra questi, i passionisti, i lazzaristi, i pallottini) ma avevano, i
padri gesuiti, viceversa, una tradizione storica ben nota, una buona solidità culturale,
un’ascetica che aveva dato buone prove, una rigorosa disciplina”. Questa forza
d’attrazione spiegherebbe, secondo Martina, il progressivo aumento del numero dei
membri, subito dopo la caduta del regime napoleonico. 6Prosperi divenne padre gesuita
nel 1815. Ciò si evince da una lettera scritta a Cesare Lucchesini7 del 1821, inviata da
Oleggio a Lucca, in cui il nostro dichiara di essere figlio di obbedienza da sei anni. 8Gli
anni romani furono essenziali per la riorganizzazione dell’Ordine, dopo la sua
ricostituzione nel 1814 con la bolla Sollecitudo omnium ecclesiarum, letta il 7 agosto di
quell’anno nella cappella annessa alla chiesa del Gesù.9 La Compagnia di Gesù era stata

5 Augusto Mancini, Storia di Lucca, Lucca, Maria Pacini Fazzi 2003, p. 284.
6Giacomo Martina, Storia della Compagnia di Gesù in Italia (1814-1983), Brescia, Morcelliana,
2003, p. 22.
7Il marchese Cesare Lucchesini è un noto erudito che morì nel 1832 e che fu una sorta di
protettore per padre Prosperi.
8 BSL, manoscritto 1368, lettera da Oleggio, 2 ottobre 1821.
9 G. Martina, Storia della Compagnia di Gesù….cit, p. 21.
soppressa nell’agosto del 1773 da papa Clemente XIV “per la pace della Chiesa”, su
pressione di alcune corti europee, in particolare di quelle borboniche.
Il quadro che caratterizzò gli anni rivoluzionari fu particolarmente convulso, al punto da
veder morire prigioniero a Castel Sant’Angelo l’ex generale Lorenzo Ricci, zio del
conosciuto vescovo di Pistoia Scipione de’Ricci, che aveva dovuto a fine Settecento , per
un certo periodo, sostenere un processo, interrotto per l’inconsistenza delle accuse.
Quando l’Ordine fu ripristinato non mancarono difficoltà interne, che vennero però a breve
superate, grazie soprattutto all’intervento diretto di Pio VII. 10
Negli anni di studio a Roma padre Prosperi conobbe Carlo Emanuele IV di Savoia, che da
padre gesuita qui visse, in un appartamento separato, con un piccolo seguito. Ce lo
ricorda lo stesso Lui stesso scrivendo: “Avrei potuto farmi ricco corredo nel periodo d’un
lustro intero, in cui sotto lo stesso tetto ebbi l’onore di trovarmi con S.M. il re Carlo
Emanuele IV ,suo fratello amatissimo (di Carlo Felice).11
Della sua formazione romana sappiamo pochissimo. E’ rimasta una lettera, spedita da
Roma a Cesare Lucchesini il 15 agosto 1817 quando, dopo aver preso i voti nel 1815,
seguiva, presumibilmente, un percorso accessorio di studio. Egli colse l’opportunità della
lettera per riferire dell’uscita di un fratello dalla Compagnia. Scrisse infatti: “In occasione
che un nostro fratello lucchese, uscendo dalla Compagnia, fa ritorno in Patria, mi fo
dovere d’inviarLe queste poche righe. Quegli è un certo Giannecchini diCamaiore, già
gesuita di due anni e mezzo il quale, per continue tentazioni avute, ha dovuto alla fine
soccombere, ed abbandonare questo Santo Istituto. Esso amava la solitudine, cosa troppo
contraria al nostro genere di vita. Il dispiacere per la partenza di sì caro fratello è stato
universale; l’edificazione che dava a tutti era molto particolare, e i superiori nel corso di
questi tre anni non hanno avuto mai di che lagnarsi”.12
Nella lettera il nostro accenna anche a padre Panizzoni, di cui ci parla Massimo d’Azeglio
ne I miei ricordi. Un suo fratello, Luigi Taparelli (così si fece chiamare per celare il suo vero
nome, Prospero d’Azeglio, e non mettere in imbarazzo i più conosciuti Massimo e
Roberto, noti liberali) entrò anch’egli nel noviziato romano di Sant’Andrea al Quirinale nel
novembre 1814, a ventuno anni. Dunque fu non solo coetaneo di padre Prosperi, ma con
lui studente. In Sant’Andrea al Quirinale , nelle prime settimane fra il1814 ed il 1815
entrarono 88 novizi, di cui 21 già sacerdoti, 22 scolastici (studenti) e 45 coadiutori (fratelli
laici). 13
Per fornirci una nota di colore di quello che doveva essere il clima dentro quella casa ci
viene incontro Massimo d’Azeglio quando, nella sua opera, descrive in modo giocoso
l’ingresso del fratello tra le mura dell’Istituto.
Il vecchio padre Panizzoni, ottantacinquenne e con la vista limitata, confuse Massino col
fratello Luigi, e si precipitò affettuosamente verso di lui, che non aveva mai pensato di farsi
gesuita, e quei giorni aveva un po’ goduto la vita a Roma. Il clima affettuoso che se ne
ricava è riconosciuto anche dai più severi critici dei gesuiti, che hanno sempre ammesso
l’abituale fraterna amorevolezza con la quale gli esponenti dell’Ordine erano soliti trattare
gli allievi. Circa l’iter degli studi intrapresi da padre Prosperi, è corretto rilevare che non ho
rintracciato documenti precisi sul periodo formativo del religioso, per cui è possibile
ipotizzare che egli non abbia seguito l’intero percorso previsto dall’Ordine per diventare
padre professo, visti i lunghi tempi richiesti, che la lettera inviata da padre Prosperi a
Cesare Lucchesini da Oleggio il 2 ottobre 1821 sembra smentire sul piano temporale,

10G. Martina, Storia della Compagnia di Gesù…. cit.p. 28, nota n. 8.


11 G. Prosperi, Ode di Lanzo, Torino, Marietti, 1831.
12 BSL, manoscritto 1368, Roma 15 agosto 1817.
13 G. Martina, Storia della Compagnia di Gesù…, cit., p. 23.
Prosperi viene annoverato nei pochi documenti rintracciati tra i novizi scolastici. I cataloghi
dove è inserito vanno dal 1818 al 1820. Dopo il 1826 ivi non è più citato.14
Nel Regno Sabaudo i padri gesuiti ebbero negli anni venti del XIX secolo le cariche di
prefetti o padri spirituali nelle scuole secondarie di Chambéry, di Novara e Nizza Marittima;
gestirono le scuole pubbliche di latinità nella scuola del Carmine a Torino, dove ospitarono
studenti di teologia, filosofia e lettere; e, sempre a Torino, diressero il Collegio
universitario, detto anche delle province o di San Francesco di Paola, che causò all’Ordine
in seguito molte difficoltà.15
Trasferitosi nel collegio dei gesuiti di Novara intorno al 1821 (la prima lettera piemontese
che di padre Prosperi ho rinvenuto risale proprio a quell’anno) ,16 il religioso lucchese si
interessò di mineralogia; lesse e diffuse i testi di Cesare Lucchesini in Piemonte, anche
presso professori universitari di Torino; compose un testo di grammatica, grazie alla
collaborazione dell’amico Cesare, testo che cercò di pubblicare. Di se stesso fece sapere
di “stare benissimo, d’essere contentissimo, di vivere tranquillo in una religione a cui Dio lo
condusse senza neppur accorgersene”.17
L’unica lamentela che inviò a Cesare Lucchesini riguardò la scarsezza dei mezzi a
disposizione per comporre testi di grammatica.18Rilasciò preziose notizie sulla Compagnia
di Gesù in Piemonte, che investivano principalmente il ruolo guida dei gesuiti nel campo
dell’istruzione. “E’ ora di darLe qualche notizia della nostra Compagnia qui in Piemonte. Le
scuole pubbliche della capitale, tanto quella del Carmine che quella di San Francesco
sono state date alla nostra direzione. In Torino presentemente abbiamo due collegi. il
collegio dei Nobili di 120 convittori; ed il collegio delle provincie composto da teologi, legali
e medico-chirurghi. A Sciamberi si è pure aperto un convitto. Un altro a Nizza già da
qualche anno. Questo di Novara è numeroso di 110 convittori. Si sono pure accettati due
altri collegi che S. M. ha desiderato che si stabilissero in Cagliari, e in Sassari. Il C. Bellotti
è rettore e maestro dei novizi della Casa di Chieri. Il padre Grassi, come saprà, partì da
Genova per portarsi a Napoli, dove attualmente si trova. Non so però se sappia che,
essendoci stato restituito il collegio Romano, nell’anno venturo professerà la rettoria in
Roma del detto collegio”.19
Padre Prosperi nel collegio gesuita di Novara insegnò grammatica superiore e lingua
greca. Un collegio particolare, il suo, davvero espressione del contesto politico della
Restaurazione. Affidato in modo definitivo ai gesuiti nel 1818, vi divenne rettore dal 1822 al
1824 padre Luigi Taparelli, con cui il nostro in quel preciso momento aveva ottimi rapporti,
visto il modo giocoso con cui parlò di lui all’amico Cesare Lucchesini nelle lettere. Padre
Taparelli nel 1822 - pochissimo tempo dopo i moti del 1821, ebbe l’incarico di redigere un
nuovo regolamento, che avrebbe dovuto servire da modello a tutte le scuole del Regno.
Secondo il suo principale biografo, Jacquin, esso era più adatto ad un noviziato che ad
una scuola laica. Comprendeva 205 articoli, e sembra che la polizia sia dovuta intervenire
qualche volta per sorvegliarne l’applicazione, dato l’estremo rigore cui era improntato. Il

14Istituto San Giorgio della Compagnia di Gesù, Bergamo, Catalogus Sociorum et Officiorum
Societatis Jesu in Italia: Innuente anni MDCCCXVIII, Romae, Typis Aloysii Perego Salvino,
superiore Facultate,
15 G. Martina, Storia della Compagnia di Gesù…., cit., p. 32.
16 BSL, manoscritto 1368, Oleggio, 2 ottobre 1821, cit.
17 Ibidem, 13 nov. 1823.
18 Ivi, 4 aprile 1824.
19 BSL, manoscritto 1368, Oleggio, 2 ottobre 1821 cit.
Jacquin sostiene che tale regolamento si troverebbe nella “Raccolta dei regi editti e
manifesti di Torino del 1814”, mentre non ne fa cenno Alessandro Monti, altro illustre
studioso dei gesuiti piemontesi di quel periodo, dando invece notizia del rigoroso
regolamento precedente del 1820. Qui si prescriveva la porta chiusa a chiave, permesso
speciale per uscire, visite di esterni permesse solo per poche ore due volte alla settimana,
silenzio dei convittori a refettorio e lettura a tavola, messa quotidiana obbligatoria.
Anche le parole di padre Prosperi all’amico Cesare Lucchesini appaiono piuttosto
eloquenti circa il rigore vigente all’interno della Compagnia di Gesù: “Me fortunato se
potessi a mio piacimento carteggiar con Lei! Ma son figlio di obbedienza già da sei anni,
ne posso a mio agio scrivere lettere, o rispondere a quelle che ricevo. A questo proposito
l’avviso che le Sue lettere mi saran sempre carissime quanto altra cosa mai, ma al tempo
stesso La prego a non meravigliarSi se talvolta non Le rispondessi, o non Le rispondessi
subito per la ragione enunciata. Ella sa cosa vuol dire gesuita!”.20
Le frasi, così espresse, nulla tolgono alla gioiosa serenità, almeno apparente, che traspare
dai suoi scritti, soprattutto quando parla dei suoi allievi e dell’insegnamento, cui si dedicò
con passione per tutta la vita. Scrive padre Prosperi in una lettera indirizzata a Cesare
Lucchesini: “Per qualche tempo ho dovuto fare perfino sette ore di scuola per ogni dì. Ma
per dir qualche cosa di quella lingua greca, io Le confesso ingenuamente che questi
giovani che vo’ istruendo col loro impegno che mi hanno dimostrato d’impararla sin dal
principio mi hanno stimolato a darmici più di proposito. Trentasei sono gli scolari che
hanno fatto progressi stupendi”. 21
Il clima politico prodotto dalla Restaurazione si affermava, e la condizione generale
dell’Ordine gesuita rispondeva pienamente alle necessità dei principi che tornavano ad
occupare i vecchi troni. Dato il contesto politico descritto, possiamo facilmente immaginare
quale fosse la reazione di questi Stati d’antico regime presenti nella penisola (ed il
Piemonte sabaudo non fece eccezione) verso qualsiasi principio scaturito dalla rivoluzione
francese, di qualunque natura esso fosse, certamente tutt’altro che tenero con chi voleva
modificare l’ordine costituito.
Si formò però, a partire da questi anni, nonostante il clima politico retrivo che vi si
respirava, un ceto dirigente liberale, che annoverò al suo interno un numero consistente di
uomini professanti la religione cattolica, molti dei quali passeranno attraverso il
neoguelfismo. Questi uomini non furono monadi isolate, ma collaborarono fattivamente
con le forze democratiche e mazziniane, per un obiettivo comune: cacciare gli austriaci
dalla penisola, creare una confederazione di Stati che potesse inserirsi nel contesto
europeo a testa alta. Giuseppe Mazzini non mise mai in discussione la sua fede
repubblicana ed ancor più unitaria, ma molti suoi collaboratori furono spesso disposti a
sacrificare questi valori, ritenuti senz’altro importanti, ma non prioritari.
Le vicende di cui fu protagonista Gioacchino Prosperi tendono a definire questo contesto
articolato, partendo proprio dal Piemonte sabaudo.
Fra gli uomini frequentati dal nostro a Torino possiamo annoverare alcuni membri di Casa
d’Azeglio. Padre Prosperi ebbe con Cesare d’Azeglio un rapporto molto confidenziale che
traspare in una lettera del 1830, in cui ricorda con commozione e viva partecipazione il
decesso del marchese: “Avrà udito nuova della morte dell’ottimo marchese d’Azeglio
seguita in Genova; ho perduto molto in questa prudentissima persona, perché oltre i molti
favori compartitimi, ritrovai in lui un consigliere giusto e sincero”. 22 Non tutti gli esponenti
di questa famiglia ebbero idealità analoghe a quelle del patriarca Cesare. Il figlio Prospero

20 BSL, Manoscritto 1368, Lettera da Oleggio, cit.


21 Ivi.
22 BSL, manoscritto 1372, n. 67 del 13 dicembre 1830.
(Luigi) che padre Prosperi conobbe a Roma in Sant’Andrea al Quirinale, e che fu poi suo
superiore nel collegio di Novara, divenne padre gesuita, mentre i fratelli Massimo e
Roberto figurano tra i più importanti uomini liberali del nostro Risorgimento.
Non possiamo escludere che padre Prosperi abbia maturato idealità cattolico liberali dopo
la sua militanza nelle Amicizie Cristiane di Cesare d’Azeglio anche grazie alla
frequentazione dei membri di quella importante e multiforme famiglia che lui conobbe.E’
certo che il religioso lucchese seguì un suo percorso ideologico, non restando immune
all’idea che la Chiesa, argine e filtro delle idee rivoluzionarie, dovesse assumere un ruolo
politico prodigioso verso il cambiamento di fronte al dominio austriaco.
Luigi Venturini, biografo di padre Gioacchino Prosperi, pose in evidenza sia le iniziali
idealità moderate del religioso lucchese che il successivo patriottismo, maturato nel corso
del tempo: “Nel discorso pronunciato in Lanzo nel 1831, nel solenne funerale di S.M. il re
Carlo Felice non c’è proprio nulla che significhi in lui il liberale, sebbene proprio non vi sia
il reazionario, ma nel complesso di tutto il suo pensare, almeno dai suoi scritti, un
liberalismo di neo-guelfo traspare vivo per quanto prudentissimo, mentre nel discorso
pronunciato nella cattedrale di Lucca per i volontari toscani morti sui campi di Lombardia,
nel 1848, i concetti di libertà e d’indipendenza patria sono molto chiari”. 23
E dove, se non in Piemonte, il religioso lucchese potette assorbire tali idealità? Il Piemonte
sin dai primi anni della Restaurazione fu una delle regioni italiane in cui si sviluppò in
modo più marcato un movimento teso e determinato a limitare prima e cacciare poi gli
austriaci dalla penisola. Il complessivo retroterra culturale dei territori sabaudi con ogni
probabilità esercitò su padre Prosperi un input decisivo nel fargli maturare alcune
convinzioni. Se Egli, tre anni dopo aver pronunciato l’Ode di Lanzo, ossia nel 1834, fu
espulso dal Piemonte per una frase incriminata di quell’Ode,24 avrebbe in quel preciso
momento potuto, ma non sono riuscita a rintracciare precisi documenti in proposito,
frequentare ambienti ritenuti “non idonei” per la sicurezza nazionale. E’ tuttavia opportuno
ribadire che le autorità piemontesi gli permisero di predicare la Quaresima in Torino
ancora nel 1838.
Quale mai poteva essere dunque la frase incriminata dell’Ode di Lanzo, visto che
quell’Ode appare, ed in questo concordo pienamente con Luigi Venturini, davvero
moderata? Personalmente ritengo che l’unica frase “compromettente” possa apparire
quella relativa alla volontà di re Carlo Felice di rendere il porto di Genova competitivo per i
traffici mediterranei, attraverso un potenziamento della flotta sabauda. Ci fu in effetti la
volontà del re di rendere praticabile questa possibilità, e il ricordarlo nel giorno dei suoi
funerali avrebbe potuto sembrare come inopportuno. Ci vollero in ogni caso tre anni prima
che il nostro subisse l’allontanamento coatto dal Piemonte, un po’ troppo per non destare
qualche dubbio
In un primo momento in ogni caso in Piemonte furono gli ambienti delle Amicizie Cristiane
quelli che il sacerdote frequentò. Il 3 marzo 1817, quando verosimilmente padre
Gioacchino Prosperi risiedeva ancora in Sant’Andrea al Quirinale, a Torino, nella casa del
marchese Cesare Taparelli d’Azeglio tornarono ad incontrarsi, dopo tre anni d’inattività, i
soci dell’Amicizia Cristiana, il sodalizio segreto che, fondato verso il 1780 dall’ex padre
gesuita Nikolaus Joseph Albert von Diessbach, aveva operato intensamente per oltre un
trentennio nella diffusione della buona stampa.25La sua ricostituzione dopo la parentesi
rivoluzionaria si ispirò agli insegnamenti del venerabile Pio Brunone Lanteri, sacerdote

23 L. Venturini, Di Gioacchino Prosperi e del suo libro sulla Corsica, cit., p. 5.


24 L’Ode di Lanzo è presente all’archivio di Stato di Torino.
25Su Cesare Taparelli d’Azeglio si veda G. Verucci, I cattolici e il liberalismo dalle “Amicizie
Cristiane” al modernismo, Padova, Liviana 1968, pp. 52 e segg.
nato a Cuneo nel 1759 e deceduto a Pinerolo nel 1830. Questi si adoperò per ricostruire la
società, che era andata dispersa, secondo un programma adatto all’età della
Restaurazione. Venne abbandonato il precedente carattere segreto dell’organizzazione in
quanto non facilitava la raccolta di sufficienti mezzi finanziari e creava disguidi
organizzativi. E’ a partire dal gennaio del 1822 che Cesare d’Azeglio prese a pubblicare il
periodico L’Amico d’Italia, di cui ci parla lo stesso Gioacchino Prosperi nelle sue lettere.26
In seguito il giornale venne considerato portavoce della Società. Forza e prestigio
all’Associazione torinese furono date dai contributi finanziari e dalla protezione del re Carlo
Felice. Il re, sin dall’aprile del 1822 aveva fra l’altro progettato di affidare alla Compagnia di
Gesù tutto il settore educativo superiore, insediando un collegio della Compagnia in ogni
capoluogo di provincia. Gli intenti di Carlo Felice non si realizzarono per mancanza di
personale. Tuttavia il particolare favore dimostrato verso la Compagnia di Gesù dal
sovrano, che aveva scelto come suo confessore padre Grassi, rettore del Collegio gesuita
del Carmine, suscitò nemici vecchi e nuovi contro l’Ordine religioso.
Padre Prosperi, in una lettera in cui accenna a L’amico d’Italia, non dice apertamente se
Egli è un collaboratore del giornale. Si rivolge di fatto all’amico Cesare Lucchesini,
chiedendogli di diventarlo. Traspare per la circostanza in maniera eloquente il forte
coinvolgimento emotivo del religioso ed una sua puntuale conoscenza degli argomenti ivi
trattati.
Al riguardo ci viene incontro lo storico Guido Verucci che, in una sua pubblicazione, indica
alcuni articoli pubblicati da padre Prosperi proprio su L’amico d’Italia. Il giornale fu
improntato dal suo fondatore a cautela verso le posizioni meno intransigenti. Prospero
d’Azeglio, alias Luigi Taparelli, rettore di padre Prosperi a Novara e figlio del marchese
Cesare, elogiò il sistema lamennaisiano ma parlò anche di esagerazioni e conseguenze
forzate di esso. Si ebbe una rivalutazione filosofica aristotelico-tomista degli ambienti delle
Amicizie Cattoliche, tesa a dimostrare come la dottrina del senso comune del
lamennaisiano Rohrbacher si pronunziasse a favore della filosofia aristotelico-tomistica.
Questa teoria fu caldeggiata da padre Gioacchino Prosperi nei suoi articoli apparsi su
L’amico d’Italia nel 1827 dal titolo Necessità di ristabilire la sana filosofia se si vuol che
prenda piede la dottrina del senso comune. Appare evidente che il nostro, nonostante
l’espulsione dall’Ordine gesuita, avvenuta l’anno precedente alla pubblicazione, continuò a
nutrire la massima fiducia da parte di Cesare d’Azeglio e degli ambienti delle Amicizie
Cristiane, passando indenne (forse, non ne siamo però sicuri) da situazioni complesse ed
imprevedibili, almeno fino al 1834. Erano anni cruciali, visto il tentativo delle potenze
europee di ripristinare l’Ordine costituito secondo i parametri precedenti la Rivoluzione
francese.
Proverò perciò ad esaminare, da un’angolazione defilata cosa padre Prosperi fece od
avrebbe potuto fare in tale periodo, servendomi di documenti certi ma anche frammentari.
Da mie ricerche in Piemonte sono venuta a conoscenza della fraterna amicizia del nostro
con padre Gioacchino De Agostini, nato a Torino nel 1808 e deceduto a Vercelli nel 1873.
Questo religioso fu collega di padre Prosperi nei diversi collegi dove Egli insegnò, dopo
l’uscita dall’Ordine gesuita.
I destini dei due professori si intrecciarono in quegli anni in Piemonte. Il nostro, che ebbe
una situazione non facile col generale gesuita Fortis, da docente nel collegio di Novara si
era successivamente dedicato all’insegnamento ed al rettorato nei collegi comunali di
Rivarolo Canavese e Cuorgnè, dove anche il professor De Agostini insegnò per un certo
periodo. Ne fanno fede sia i riferimenti del De Agostini a Quintino Sella, suo alunno e poi

26 BSL, manoscritto 1368, 24 novembre 1822.


amico, in alcune lettere;27 sia una pubblicazione apparsa sulla Gazzetta Piemontese28nei
primi anni trenta, quando padre Gioacchino De Agostini manteneva contatti confidenziali
con lo storico di fiducia di Casa Savoia, il conte Luigi Cibrario.
Padre Gioacchino Prosperi, amico fraterno di Gioacchino De Agostini, all’epoca ancora
residente in Piemonte, ricevette nel 1833 la commissione di un’Ode, 29 dal titolo “La
Resurrezione” dal conte Filiberto Avogadro di Collobiano, scudiero della regina Maria
Cristina. Tale Ode venne commissionata per Monsignor Giovan Pietro Losana, futuro
Arcivesco di Biella, in occasione dei festeggiamenti per San Massimo in Agliè,da comporre
a due mani con lo stesso De Agostini.
Intendo sottolineare che l’Ode fu commissionata solo l’anno precedente l’espulsione dal
Piemonte, che avvenne nel settembre del 1834.30
Se, con ogni evidenza, il nostro fosse stato davvero solo un sacerdote bizzarro e legato in
seguito esclusivamente al contesto cittadino lucchese, come l’ufficialità ha voluto indicare,
(contesto peraltro ritenuto piuttosto marginale sul piano politico) perché Egli avrebbe
dovuto subire per l’intera Sua esistenza tante vessazioni?
La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola, pubblicato da Gioacchino Prosperi nel 1844, ossia
dieci anni dopo l’espulsione dal Piemonte, è un testo che, meglio di qualunque altro scritto
del religioso ci introduce, ritengo, in un clima generale socio politico incandescente.
La pubblicazione è edita presso la tipografia Fabiani di Bastia e, visto lo spazio concesso
dall’editore agli ambienti rivoluzionari,richiama non solo i trascorsi di padre Prosperi in
Piemonte ma un presente politico (il 1844) fatto di sotterfugi ed ambiguità. Sia Il bizzarro
duca lucchese Carlo Ludovico di Borbone che il capo della polizia Vincenti, di origini corse,
i quali dettero la trasferta missionaria al nostro, dovettero entrambi misurarsi con il
contesto politico e sociale che il sacerdote, tra le righe, descrive nella pubblicazione. E,
possiamo supporre, il sempre tentennante, verso le questioni politiche Risorgimentali,
Carlo Alberto di Savoia, vista la provenienza geografica dell’interlocutore delle lettere
missionarie di padre Prosperi. non potette ignorare quel contesto socio-politico.
Se osserviamo l’ambiente lucchese di nascita del religioso ci accorgiamo che era ancorato
al mondo protestante, e con questo dovette confrontarsi in quegli anni, pur mantenendo
ben salde le sue origini cattoliche.31Ciò potrebbe preludere alle velleità protestanti del
duca Carlo Ludovico.
La mia disamina politica, che investe le vicende del nostro, vuole incentrarsi su una
semplice constatazione: per quanto il duca borbonico lucchese potesse apparire bizzarro
ed incline ad un comportamento oscillante, ospitò e protesse molti patrioti per non destare
sospetti. Voleva il duca col suo inusuale comportamento, per un principe d’antico regime,
fare solo un dispetto ai temuti ed odiati austriaci oppure aveva congegnato un suo

27 Fondazione Sella - Biella, fascicolo “De Agostini”.


28 “Gazzetta Piemontese” numero 41 del 1833.
29Gioacchino Prosperi, Ode commissionatagli dal conte Filiberto Avogadro di Collobiano nel 1834
per conto dell’arcivescovo di Biella, Monsignor Giovan Pietro Losana, in occasione della festa dei
Santi Martiri di Agliè, documento che attualmente è in possesso del dottor Govanni Bertotti di
cuorgnè.
30Riccardo Poletti, Rivavolo tra cronaca e storia 1798-1886, San Giorgio Canavese, tipografia
Joannes 1987 (edito dal comune di Riavolo Canavese).
31 Moltissime le lettere ed i documenti che fotografano l’entourage familiare di padre Prosperi
rintracciabili all’Archivio di Stato lucchese, entourage che circondò il religioso e di cui fotograferò
più avanti il contesto del periodo.
progetto in fase di attuazione, come il cugino Carlo Alberto volle attribuirgli, tale da
proporsi addirittura come possibile futuro re d’Italia?32
Nel 1833 leggiamo sulla Gazzetta piemontese quanto padre Gioacchino Prosperi sia
ancora stimato ed amato in Piemonte; sulla Gazzetta il Suo nome viene accostato a quello
del collega De Agostini, con riferimento all’Ode La Resurrezione. Perché le autorità
sabaude avrebbero dovuto espellerlo l’anno successivo, senza poi peraltro badare troppo,
quattro anni dopo, alla Sua presenza in Torino? E soprattutto perché il duca lucchese lo
avrebbe reintegrato in seguito in Lucca? Solo per fare un favore alla stimata famiglia di
padre Prosperi, come Luigi Vetturini suggerisce?33
In quel periodo Monsignor Giovan Pietro Losana, cui l’Ode La Resurrezione fu indirizzata,
pur mettendo in guardia i parroci della sua diocesi per l’arrivo nel Canavese di gruppi di
evangelici ritenuti accesi, non mostrava accanimento verso il clero giansenista. E padre
Prosperi fu spesso accusato di giansenismo. Monsignor Losana ebbe un ruolo politico
verso le minoranze religiose ben definito, da moderato.34
La questione ci riporta a come, nel Canavesano, tra gli anni trenta e quaranta del XIX
secolo, vi sia stata una certa collaborazione tra i valdesi emigrati ed alcuni profughi italiani
trapiantati in Inghilterra. In particolare, un gruppo di evangelici, di origine toscana, si
impiantò in Piemonte. Erano in contatto con i conosciuti conte Piero Guicciardini,
discendente diretto dello storico Francesco, e col poeta Teodoro Pietracola Rossetti,
nipote del conosciuto vate Gabriele Rossetti, esiliato a Londra, la cui consorte, Francis
Polidori, aveva origini toscane.35 Senza contare che il suocero di Gabriele Rossetti, il
medico Gaetano Polidori, era stato per quattro anni segretario personale di Vittorio Alfieri.
Quell’Alfieri che negli ultimi anni della sua vita “propenso a riconciliarsi col proprio re e con
la propria religione cattolica”36, restava pur sempre l’autore del Saul e dell’Abele. Scrive in
proposito lo storico Sergio Spini: “Che rapporto preciso passa (a partire dal Settecento) tra
il prestigio dell’Inghilterra protestante, vittoriosa del re Sole, e l’ondata dell’anticurialismo
italiano? Sono interrogativi questi cui necessita ancora sul piamo storiografico una risposta
convincente”. 37
Certamente nel corso della prima metà del XIX secolo il fatto che personaggi come Piero
Guicciardini e Teodoro Pietracola Rossetti fossero protestanti non necessariamente
creava un solco con quei religiosi cattolici moderati che volevano costruire un percorso
politico diverso rispetto a quello prospettato dalle dinamiche proposte dalla Restaurazione.
Le non troppo velate quanto generiche accuse di protestantesimo ed insieme di
giansenismo di cui sia padre Gioacchino Prosperi che l’amico padre Gioacchino De
Agostini, nel corso della loro vita furono investiti, e da cui in specifico padre Prosperi si
difese sempre con determinazione, nascevano da tali dinamiche?
Prosperi morì parroco nella sua chiesa di Sant’Anna fuori le Mura, alle porte di Lucca, nel
1873.38Se continuò a vestire l’abito talare, nonostante le ripetute accuse, erano più i suoi

32 Augusto Mancini, Storia di Lucca, p. 330.


33 Luigi Venturini, Di Padre Gioacchino Prosperi, cit.
34 Padre Bessone, Giovan Pietro Losana, Biella 2011.
35La moglie di Gabriele Rossetti, Francis Polidori, era figlia del dottor Gaetano Polidori di Bientina
(Pisa), primo segretario du Vittorio Alfieri, rifugiatosi a Londra.
36 Giorgio Spini, Risorgimento e protestanti, Milano, Il Saggiatore, p. 43.
37 ibidem.
38Padre Vincenzo Giannini, Ode in memoria di Gioacchino Prosperi, Lucca, tipografia Canovetti
1874.
coinvolgimenti politici ad apparire inopportuni, in un contesto d’antico regime, piuttosto che
la sua ortodossia.
De Agostini abbandonò l’abito talare nel 1848 per sposare, l’anno successivo, la
protestante inglese, convertitasi per l’occasione al cattolicesimo, Adelaide Galli Dunn, figlia
del fuoriuscito piemontese del 1821 Fiorenzo Galli di Carrù. Come l’amico Prosperi egli si
rese interprete di un cattolicesimo liberale che vide nelle vicende unitarie, sposando la
causa sabauda, il superamento dell’iniziale visione federalista. Questo loro far fronte
comune con i democratici partiva da lontano.
Molto sfugge di tali dinamiche ma in proposito possiamo rilevare che nel 1838 Monsignor
Giovan Pietro Losana sostenne in Biella la formazione di una Società Agraria chiamata
“Società d’incoraggiamento dell’Agricoltura, Arti e Mestieri”, di cui divenne presidente.
Questa Società offrì alle “Letture popolari” di Lorenzo Valerio39 l’opportunità di parlarne
favorevolmente. Della Società fu parte attiva padre Gioacchino De Agostini40e, tra i soci
fondatori, Filiberto Avogadro di Collobiano.41
Gli anni quaranta del XIX secolo furono per padre Prosperi anni di missioni nell’Isola Bella,
ufficialmente religiose, e con un’impronta rosminiana. In quel periodo Rosmini frequentava
a Torino con interesse il Circolo letterario Pino42e i giovani che ne fecero parte
provenivano da quell’humus ideale che anche padre Gioacchino Prosperi e padre
Gioacchino De Agostini avevano conosciuto e, da docenti, educato nel Piemonte degli
anni Trenta.
Nella pubblicazione La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola, indirizzata a padre De
Agostini, troviamo frasi che rappresentano in ogni modo indicazioni politiche per
interpretare un quadro di riferimento.
Quel taluno a cui la “franchezza soverchia non andrà a genio, e dunque si risentirà” si
chiama padre Melia della Compagnia di Gesù, che il sacerdote lucchese attacca
ripetutamente. Melia è un denigratore caloroso della dottrina rosminiana, sia sul piano
filosofico che politico ed è ritenuto l’Eusebio cristiano che nel 1841 aveva con forza
attaccato Rosmini.
Le “missioni” di padre Prosperi e gli interventi più generali degli esuli corsi ci appaiono, ad
attenta lettura, come tentativi politici affannosi, peraltro di complicato coordinamento. Lo
storico Ersilio Michel con i suoi studi sulla Corsica del periodo cercò di cogliere in certe
situazioni di personaggi presenti all’epoca sull’Isola quasi una successione di “eventi”,
come se talvolta gli esuli fossero “staffette” pronte a tutto.43Nelle sue pagine dedicate a
Luigi Carlo Farini ed a seguire, al ruolo svolto da padre Gioacchino Prosperi, nel 1843 in
Corsica, sta, io credo, un’immagine efficace di tali tentativi insurrezionali, certamente
presenti nella penisola, non sappiamo se anche in Corsica.

39 Noto patriota a cui Gioacchino De Agostini dedicò un’Orazione funebre.


40Angelo Stefano Bessone, Giovan Pietro Losana (1793-1873), Fondazione Cassa di Risparmio di
Biella, 2011.
41 Ibidem, p. 218.
42 Nei carteggi di Lorenzo Valerio, pubblicati a cura di Adriano Viarengo, apprendiamo questa
significativa notizia.
43 In un panegirico sulla Corsica, presente nella prima lettera dell’Opera del Prosperi e indirizzato
al De Agostini, come Ersilio Michel, si ricorda quanto la Corsica sia italiana e quanto in passato in
Italia in troppi l’abbiano denigrata. Come non leggere, tra le righe, un preciso riferimento alle frasi
dell’amico Vincenzo Gioberti contenute nel suo Primato del 1843?
Singolari le frasi del religioso lucchese al De Agostini sulle navi che potrebbero transitare
agevolmente nel golfo di Ajaccio44 o i nomi che Egli fece di coloro i quali si prestarono nel
soccorrerlo durante le sue “missioni”, peraltro tutti personaggi coinvolti nelle questioni
politiche isolane.45 I riferimenti di padre Prosperi nelle lettere dalla Corsica sono infatti a
Franceschino Baciocchi, nipote del principe Felice, che fu cognato dell’Imperatore
francese, coinvolto in moti insurrezionali italiani; citò i Colonna di Corsica, ed una bisnonna
di Napoleone Bonaparte appartenne a tale famiglia. Ma anche gli abitanti del Niolo,
regione corsa ad alta concentrazione di patrioti carbonari; e soprattutto Nicolao Santelli,
protettore dei patrioti italiani in Corsica.
Padre Prosperi, da una pubblicazione rinvenuta46 risulta aver “scampanato” nel 1846,
poco prima di assumere la rettoria di Sant’anna fuori le Mura in Lucca, in occasione
dell’abolizione della pena di morte nella città toscana da parte del duca Carlo Ludovico. il
religioso fece ciò di concerto con un altro padre, suo amico, il frate agostiniano, Alipio
Giambastiani.
L’ingegnere Enrico Marchi di Lucca ha nel suo archivio personale molte lettere dei fratelli
Giambastiani, che furono ardenti patrioti Risorgimentali.
Alipio e Francesco furono padri agostiniani, .mentre altri due fratelli rispettivamente un
impresario teatrale ed un ingegnere.
Alipio e l’impresario furono coinvolti con Nicolao Santelli in Corsica. Difficile dalle lettere
stabilire fin dove si spinsero con il celebre mercante bastiese, protettore dei patrioti.
Sicuramente le situazioni che si evincono preludono a vicende di stampo rivoluzionario. I
fratelli Giambastiani erano in contatto con i fratelli Fabrizi, fondatori della Legione Italica. In
particolare furono vicini a Paolo Fabrizi, che rimase a lungo in Corsica.
Padre Prosperi non ebbe soltanto amicizia in quel periodo con padre Alipio ma altresì con
la marchesa Eleonora Bernardini, in rapporti di comunione con sua madre Maria Angela
Castiglioni, le cui rispettive abitazioni principali erano, in Lucca, adiacenti.
La marchesa Bernardini proteggeva, così si rileva dalle lettere presenti all’archivio di Stato
di Lucca, alcuni patrioti.
Maria Angela Castiglioni, madre di Gioacchino Prosperi, appartenne alla famiglia dei
Castiglioni di Olona, cugini dei fratelli Verri? Sempre in archivio a Lucca ci sono dei
rimandi agli ambienti lombardi e Alessandro Manzoni fu sicuramente in Lucca molto prima
che sua figlia Vittoria sposasse Giovan Battista Giorgini (peraltro citato dal religioso nelle
lettere). Senza contare che ne La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola Gioacchino Prosperi
fa sempre riferimento allo scrittore Alessandro Manzoni, il cui confessore, don Giulio Ratti,
prevosto di San Fedele a Milano, era in corrispondenza con l’amico piemontese del
religioso lucchese.
Cosa stava succedendo in Lucca e nella Penisola quando padre Prosperi si mise a fare il
sacerdote missionario in Corsica?

44 La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola, cit.


45Ibidem.

46 Cesare Sardi, Lucca e il suo ducato (1814-1859), Bologna, Forni, 1912.


Cap. II

Patrioti a Lucca durante il ducato di Carlo


Ludovico di Borbone 47

Il minuscolo ducato lucchese fu investito, negli anni in cui padre Prosperi riprese a vivere
nella Sua città dopo le parentesi romana e piemontese, da vicende politiche per nulla
scontate che proverò qui brevemente a definire.
Lo storico Silvio Fioravanti di Castelnuovo Garfagnana in una recente pubblicazione48 ha
messo in evidenza come, a partire dal 1831 nei territori estensi dell’attuale Garfagnana ci
fossero stati alcuni patrioti in grado di valorizzare l’impegno politico mazziniano di quegli
anni, sostenuto dai fratelli Fabrizi.
In Lucca, subito dopo i moti, alcuni di loro trovarono riparo. Tra questi Jacopo e Jacopetto
Pierotti di Pieve Fosciana, vicino Castelnuovo, che sostennero la vedova di Ciro Menotti,
presente nella cittadina lucchese con l’intera famiglia, e le attività sovversive, con
abboccamenti di patrioti emiliani, tra cui il marchese Tito Livio Zambeccari, figlio del
pioniere dell’aeronautica Francesco. Anche il corso Jacques Martelli era presente in Lucca
(siamo nel 1840) ; si tratta di un patriota legato al futuro generale Ignazio Ribotti di Nizza,
che grande peso avrà sia nelle vicende mazziniane con i fratelli Fabrizi, sia
successivamente nelle questioni sabaude. Come ignorare che padre Prosperi era in

47 BSL, Archivio Cerù, rif. 18, lettera dell’editore Rolandi da Londra datata 8 ottobre 1839,
indirizzata a Pier Angelo Sarti da parte di molti patrioti italiani esuli a Londra, compreso un estratto
di suo pugno del vate Gabriele Rossetti.
48 Atti del convegno di Castelnuovo Garfagnana settembre 2013
rapporti di parentela e comunione, così mi è stato riferito,49 con i cugini Pierotti presenti in
Lucca? Tra questi tale Cesare Pierotti, coinvolto nel 1849 tra i promotori degli Amici del
Popolo di guerrazziana memoria in Firenze.50
In una lettera presente presso la Biblioteca statale lucchese Prosperi ricorda di abboccare
Michele Pierantoni, che era il bibliotecario dello staterello lucchese. La madre di Michele si
chiamava Assunta Pierotti e di lei ci parla lo storico Giovanni Sforza in una
pubblicazione.51
Michele Pierantoni fu suocero dello Sforza, che ne sposò la figlia Elisabetta nel 1868.
Assunta proveniva da Valdottavo di Lucca ed apparteneva verosimilmente alla stessa
famiglia del patriota Matteo, padre del più conosciuto Giovanni, che sarà compagno di
studi ed amico di Giosuè Carducci.
Complesso dunque definire nel dettaglio i rapporti di forza tra le varie anime del
Risorgimento. Si trattava qui in ogni caso di moderati che avevano abbracciato quei valori
di libertà promossi a suo tempo, sul piano ideale, dalle vicende napoleoniche, ma che nel
concreto non si realizzarono secondo i principi rivoluzionari originari. E’ certo che Lorenzo
Pierotti (1767- 1854 ),padre del Cesare menzionato, fu un giacobino52 . In una lettera
spedita da Empoli a Pisa in data 1° gennaio 1815 all’abate Ranieri Zucchelli un non meglio
identificato Lorenzo Pierotti ( ma che proverò più innanzi a circostanziare) definì il tentativo
di abboccamento per un patriota, tramite l’intermediazione del conte Lazzari. Trattavasi
presumibilmente di Fabrizio Lazzari, il nipote di Alessandro Rege de Gifflenga, il più
importante generale napoleonico in Piemonte. La lettera proviene dalla collezione Palagi e
Pelagio Palagi fu l’ architetto di stampo canoviano che negli anni trenta del XIX secolo
ristrutturò tutta Torino per conto di Carlo Alberto di Savoia.53
Quale la ragione di tanta familiarità di Lorenzo e dei suoi congiunti con gli ambienti
rivoluzionari e napoleonici? Presumo che la vox populi lucchese dei suoi rapporti con i
principi Baciocchi, ed in particolare con la sorella dell’imperatore Elisa lo ponessero nella
condizione di familiarizzare con gli stessi ambienti a Torino.
Possiamo così evincere che il duca Carlo Ludovico di Borbone, dopo aver incaricato il
sacerdote Gioacchino Prosperi della trasferta missionaria corsa. ed avere per anni avuto
sostenuti rapporti sia in Londra54 che con i Bonaparte55, forse sperava di non dover
rinunciar al trono lucchese, una volta deceduta Maria Luisa d’Austria o, come ebbe a dire
lo stesso Carlo Alberto, addirittura di diventare il re d’Italia! Forse un personaggio
intelligente e bizzarro come padre Prosperi e, per di più, un religioso, ben introdotto negli
ambienti romani e sabaudi, avrebbe potuto mantenere i contatti anche in Corsica con quei
patrioti italiani vicini agli ambienti bonapartisti del periodo. Di fronte a tale situazione,
relativa ad un possibile inserimento politico della Corsica nell’orbita italiana, quanto l’opera
preziosa, e talvolta silenziosa di Niccolò Tommaso e di Salvatore Viale, all’epoca residenti

49 La fonte lucchese mi ha pregato di non svelare la sua identità, per ragioni di privacy.
50 Fabio Bertini, Note sul Guerrazzi politico nel bicentenario della nascita, Firenze, Olschki 2004.
51 Giovanni Sforza, Memorie di lucchesi illustri, Bologna Forni, varie edizioni.
52 Giorgio Tori, Lucca giacobina, Roma Ministero dei Beni culturali 2000.
53Biblioteca Centrale Statale di Firenze, Carteggi Vari 101,65, Provenienza Palagi, Destinatario
Zucchelli.
54
Le lettere presenti al Centro Panizzi di Reggio Emilia riconducono alle visite del Duca al British
Mueseum di Londra.
55 Nicola Laganà, Da Menabbio a Benabbio, Bagni di Lucca 2007.
sull’Isola, e opportunamente citati da padre Prosperi nel suo scritto, incise nelle articolate
situazioni statuali che emersero in quegli anni?
Un particolare documento del 1846 relativo a padre Prosperi56 che è presente all’archivio
di Stato lucchese, mette in ombra sia il suo ritratto di semplice predicatore che di
“sacerdote rivoluzionario”, con cui rispettivamente sostenitori e denigratori lo hanno
dipinto. Redatto con una grafia frettolosa, posto in appendice alla mia tesi, ad un’attenta e
puntigliosa lettura ci offre l’opportunità di riflettere su scenari inconsueti delle vicende del
nostro primo Risorgimento. Possiamo leggere in questo documento che il religioso il 29
marzo 1846 si trovava ancora ad Ajaccio, “animato dal pio legislatore di Nicotera
(Pasquale Galluppi) con la patente di efficace “abaro". Nel documento Prosperi viene
definito un muratore. Stando a tale documento pare che il religioso si trovasse in Corsica
per colmare lo stato di tristezza di tutti i cuori sugli avvenimenti dell’infelice Polonia
(avvenimenti dei primi di marzo di quell’anno)”. Non penso che il riferimento a Pasquale
Galluppi sia casuale: il filosofo che introdusse in Italia la filosofia kantiana fu vicino sia a
Gioberti che a Rosmini, e legato, per la sua profonda fede, ai redentoristi di Sant’Alfonso
de’ Liguori. E’ proprio Sant’Alfonso che Prosperi cita nei suoi scritti, ad avere a sua volta
ispirato il Venerabile Pio Brunone Lanteri, cofondatore di quell’Amicizia Cristiana di Torino
con Cesare d’Azeglio, di cui Prosperi fece parte da padre gesuita.
Alcune frasi successive ci lasciano interdetti, rovesciando i parametri con cui abitualmente
collochiamo le vicende storiche Risorgimentali del periodo. Prosegue infatti il documento:
“Noi non ci poniamo qui a discorrere delle infamità delle nostre antiche vicissitudini (il Noi
è riferito ai patrioti corsi); ma i i corsi non sognano e dimenticano che il Regale Ciuffo
(Napoleone I) fu intimo amico del Paoli e che i padri muratori sono stati i testimoni degli
ultimi gemiti dell’aquila Imperiale”. Si tratta di un riferimento palese al testamento politico di
Napoleone I.
Prosegue il documento: “Il muratore Prosperi lì, in Corsica, ci stette nove anni (vista la
datazione del documento si va oltre l’ufficialità che vuole Prosperi presente in Corsica dal
1839 al 1843) per manifestare con più luminosità il Vangelo, calice di amore, di speranze,
di libertà contro le tenebre dell’errore, della schiavitù e della morte e in un momento di
Risurrezione! Ha Egli pronunciato quei discorsi a pro di qui sacerdoti polacchi atleti di una
religione che il laicismo italo-sardo, ancora fastidiosamente vantaggioso, li armò
finalmente!”.
Un padre Prosperi che col collega De Agostini, in qualità di muratore ed animato dal Pio
Legislatore di Nicotera sottoscrive l’aiuto materiale degli ambienti laici e liberali del regno
di Sardegna ai moti insurrezionali polacchi del tempo, ammiratore per giunta delle gesta
dell’aquila imperiale, cioè collegato agli ambienti bonapartisti, all’epoca ancora mazziniani.
Carlo Alberto di Savoia era coinvolto col duca lucchese ed altri nella penisola in un più
generale movimento federalista? Sembrerebbe di sì, visto che si fa riferimento ad un più
generale “Santo Regno” italiano, a cui seguono le restanti parole: “Noi ( sempre in terza
persona) siamo lieti di annunciare una sottoscrizione ad agosto nella nostra città (Ajaccio?
Oppure Lucca?) a favore dei Muratori, e andiamo sperando che un più vasto ed esteso
movimento sia iniziato in tutta la Corsica!”.
Non sono in grado al momento di definire nel dettaglio quanto il documento sostiene, però
esistono molte circostanze che riconducono verso tali premesse.
Intanto la frase “laicismo italo- sardo, ancora fastidiosamente vantaggioso”. Se di laicismo
si tratta, non vi è dubbio che anche in Lucca tale “laicismo” fosse proprio in quel periodo in
azione, intorno ai familiari ed agli amici di padre Prosperi. Lo apprendiamo infatti dalle
parole dello storico Silvio Fioravanti.

56 ASL, Legato Cerù, 142, rif. 7, fasc. di Gioacchino Prosperi alla data 29 marzo 1846.
Scrive lo storico di Castenuovo testuali parole: “. In Pieve Fosciana, nel 1831, in
concomitanza con i moti modenesi di Ciro Menotti, ci fu una sollevazione popolare che
portò a far sventolare il tricolore sul municipio”.Ne fu coinvolto anche l’aristocratico
lucchese di stampo mazziniano Antonio Ghivizzani. che con i Prosperi lucchesi aveva
rapporti di comunione e/o parentela parentela.57
Prosegue Fioravanti: “Nel 1831 i moti videro in Antonio Angelini e nei cugini Jacopo e
Jacopetto Pierotti i principali esponenti.
Jacopo Pierotti, medico, fu costretto a restare nella cittadina di Barga, al confino, in
seguito alle vicende del periodo in cui rimase coinvolto” 58 Qui regnava il bizzarro quanto
assente duca Carlo Ludovico di Borbone, che lasciava scorrazzare nel suo Stato piuttosto
impunemente molti patrioti della Penisola, ufficialmente interessato solo ai suoi traffici di
collezionista ed erudito, in realtà pronto a cogliere l’attimo, qualora si fosse presentato, per
agevolare la sua permanenza nel ducato.
Prosegue Fioravanti: “Jacopetto Pierotti, laureato in Legge, divenne un fedele assertore di
Giuseppe Mazzini. Ma anche dei fratelli Fabrizi. Questi, originari della frazione di Sassi
Eglio, vicino Castelnuovo Garfagnana, ma vissuti sin dalla nascita a Modena, dove la loro
famiglia si era trasferita, sono annoverabili tra i principali seguaci dell’agitatore ed uomo
politico genovese. nei vari moti sul territorio italiano”. 59Andarono a sedersi in Parlamento
dopo la formazione del neonato perché, pur essendo stati vicini al Maestro, abbracciarono
a tutto tondo la più generale causa nazionale e dunque, negli ultimi anni prima dell’Unità,
si smarcheranno parzialmente dalla visione mazziniana. Del resto avevano sempre
mantenuto una certa loro autonomia di pensiero ed azione, fondando in epoca non
sospetta la Legione italica, che si prefisse sempre più ampia collaborazione rispetto alla
Giovine Italia tra le varie anime Risorgimentali.
Continua lo storico Fioravanti: “ Dopo i moti del 1831 Jacopetto Pierotti prese dimora a
Borgo a Mozzano, territorio lucchese, e nel 1848 fu uno dei rappresentanti del Governo
provvisorio della Garfagnana. Fu poi eletto deputato della Garfagnana all’Assemblea
nazionale di Modena per l’annessione al regno Sardo. Jacopetto e Fabrizi furono sempre
interlocutori. Fra l’altro avevano rapporti di parentela perché Pietro Pierotti, cugino di
Jacopetto ed anche lui patriota, era cugino dei Fabrizi. Si scrivevano in codice, Jacopetto
e i Fabrizi”
Stiamo parlando prioritariamente di Paolo Fabrizi, il fratello che più di altri girovagò nel
Mediterraneo per tenere i contatti con Malta, Algeri, Cipro, la Corsica, la Francia, per
perorare la complessiva causa nazionale. Ciò non necessariamente in chiave sabauda,
anzi. Per molto tempo i fratelli Fabrizi tentarono di realizzare il sogno murattiano ormai
svanito, che fosse inclusivo dell’intero stivale nel processo unitario, visto questo come
elemento conclusivo, avvicinandosi ai patrioti meridionali, soprattutto napoletani, ma ma
anche siciliani.
Prosegue Fioravanti: “Paolo Fabrizi nel 1839 non mancò di fare tappa a Livorno dove
avrebbe dovuto incontrare i Pierotti. La famiglia Pierotti come i Fabrizi erano vicinissimi ai
superstiti della famiglia Menotti, ossia alla vedova Polissena ed ai figli del defunto Ciro,
attivissimi nell’Organizzazione. In particolare la signora Polissena Menotti fungeva da
vettore di fiducia. Un cifrario divenne il codice distintivo delle lettere. I Menotti avevano in
quel periodo in Lucca la loro dimora. L’amicizia tra i Menotti e Pierotti traspare. Jacopetto

57Chiara Prosperi Ghivizzani era proprietaria di Villa Oliva intorno al 1820. In quel periodo Carlo
Poniatowski acquistò la villa e lì è sepolto. Il Poniatowski fu amico e con rapporti di parentela col
conte Walewski, figlio naturale di Napoleone I° e di Maria Walewska.
58 Barga ieri come oggi facente parte della provincia di Lucca.
59 Silvio Fioravanti, cit.
non manca occasione per confermare la propria stima per Polissena. Achille Menotti, figlio
di Ciro, fece conoscere a Jacopetto il marchese Tito Livio Zambeccari, figlio del noto
scienziato di Parma Francesco, pioniere dell’aereonautica. Jacopo, molto coinvolto nella
Legione italica, incontrò Tito Livio Zambeccari per la prima volta in Lucca nel 1840. Si
apprende dalle lettere che il marchese chiese espressamente la collaborazione del Pierotti
e dei suoi. Anche Tito Livio Zambeccari diverrà sempre più coinvolto nella Legione Italica”.
Essenziale la lettera dell’11 aprile 1840 in cui un Martelli Corso (alias Jacques Martelli che,
come scopriamo dalle carte, fu uno stretto collaboratore del futuro generale piemontese
Ignazio Ribotti), molto amico il Martelli sia dello Zambeccari che del Pierotti, insieme col
patriota Luigi Ghilardi, lucchese, che morirà qualche tempo dopo in sud America,
combattendo per la causa di quei popoli, stavano tentando di raccogliere in Corsica mille
uomini per una spedizione in Sicilia. Troviamo documenti analoghi nel 1841 e nel 1842,
anno in cui pervenne al Dipartimento degli Affari esteri del Governo delle Due Sicilia
notizia di una possibile spedizione rivoluzionaria per fare insorgere l’Italia, col
coinvolgimento del piemontese Pacchiarotti".
Poteva padre Prosperi, un neoguelfo, essere al centro di questi sommovimenti di stampo
democratico con l’amico patriota padre Gioacchino De Agostini Torinese? Considerando il
coinvolgimento non solo dei Pierotti ma soprattutto dei fratelli Giambastiani in tali vicende,
non possiamo certamente escluderlo.
Padre Prosperi, che fu fermato a Firenze nel 1844 perché sospettato di essere un prete
rivoluzionario, portava con se libri ritenuti non ortodossi e molto denaro. di dubbia
provenienza. Per l’occasione venne prosciolto dalle accuse. 60Come ci narra il conte
Cesare Sardi, il nostro in Lucca aveva grande familiarità col padre Agostiniano e patriota
Alipio Giambastiani., che ho volutamente citato a più riprese.61Quest’ultimo ha infatti al suo
attivo una nutrita documentazione insieme ai suoi tre fratelli patrioti, di cui uno, Francesco,
anch’egli padre agostiniano, morirà in Corfù nel 1849 in circostanze a tutt’oggi non
chiarite.62
I patrioti in questione si spostavano nel periodo, sulla scia di Fabrizi, sia in Corsica che a
Malta e a Cipro. Il fratello, impresario teatrale, si spostava tra la Corsica, Marsiglia e la
Spagna; e Pietro, l’ ingegnere, attraverso Malta e l’Algeria, partendo da Livorno, si recò in
Grecia. Quest’ultimo fu qui invitato per fare, oltre al “costruttore”, l’agronomo, cosa che
appare assai poco probabile.
Riporto in proposito una lettera particolarissima, scritta ad Alipio dal lucchese Ant. M., così
si firma, dove si parla proprio di suo (di Alipio) fratello Pietro. Ho motivo di ritenere che lo
scrivente sia il patriota Antonio Mordini di Barga. Quest’ultimo diverrà in seguito il grande
collaboratore di Giuseppe Garibaldi durante la spedizione dei Mille, e dal celebre
condottiero nominato Prodittatore della Sicilia, una volta che il Generale si sarà spostato
sul Continente.
Ritengo perciò il contenuto della lettera rilevante; lo trascrivo, sperando di appassionare il
lettore a questi cifrari in codice; e dando poi una mia traduzione della lettera stessa.
“Cefalonia, 29 ottobre 1843. Amico carissimo, per giovare a tuo Fratello, non ho potuto
attenermi all’espediente di parlarne con i membri di questa Società Agraria perché perché
indirettamente avrei potuto offendere con ciò il Barone che ne è il Presidente, ed a me
venne commesso l’incarico di provvedere a mio piacimento per la Società un ottimo

60Ersilio Michel, Esuli italiani in Corsica, con prefazione di Gioacchino Volpe, Bologna, Licinio
Cappelli, 1938, nota n. 54 p. 187, da ASF, buon Governo Segreto, Anno 1844, p. 90.
61 Cesare Sardi, Lucca e il suo ducato (1814-1859), Bologna, Ed. Forni, 1912.
62
Le lettere della famiglia Giambastiani di Lucca sono di proprietà dell’erede Ingegner Enrico
Marchi, che ha un suo blog in rete e che ha parzialmente pubblicato.
agronomo. Dunque ho fatto di più; e l’ottimo risultato mi prova che non ho errato. M’aveva
promesso il Barone di far venire tuo fratello, appena gliene parlai, dicendomi che ne
avrebbe scritto al Massei.63 Ricevuta l’ultima tua sono andato a trovarlo, gli ho parlato di
tuo fratello; è il soggetto preciso che si richiede all’uopo per le sue qualità e le sue abilità,
e me ne sono reso garante; e più l’ho mostrato che tuo fratello è il soggetto preciso che si
richiede all’uopo, e che farà grande onore a chi lo richiederà. A queste ed altre
osservazioni fattegli da me fare e troppo sarebbe il volerle ripetere, mi ha risposto che al
primo vapore per Malta manderà gli ordini opportuni perché tuo fratello parte subito per
Cefalonia. Forse darà ordini anche per pagargli il viaggio, ma in caso, per opera mia, farò
sì che sia rimborsato dalle spese di viaggio appena sarà giunto.Sono stati assegnati come
ti dissi, 30 colonnati al mese, il 2 e 1/2 per % sull’estrazione dei vini ed ora otterrà pur
anche l’alloggio gratis. Più dietro le mie insistenze sulle abilità di tuo fratello il Barone mi
ha detto che se è vero quanto io gli ho assicurato in ordine a pietro, egli gli farà dare una
paga da Governo a titolo di secondo ingegnere. Insomma, la cosa va bene, e tuo fratello
farà una buona fortuna. Quindi stai pur tranquillo sull’esito di questo affare, che se la
molteplicità degli affari ad altro impedisce di scrivere a Lucca, all’uopo il Barone nel
presente ordinario non ti dia fastidio….”. Ant. M. aspetta una risposta da Barone che
pensa essere a breve positiva come di seguito riferisce: “ ….perché i discorsi fatti da me e
le premesse che ne seguiranno sono tali che io potrei dirti venga all’istante tuo fratello. Ciò
nonostante tu aspetta l’ordine suo che non potrà tardare gran fatto. Intanto ti dirò
l’itinerario per tuo Fratello del quale se ne servirà per recarsi così. Vada a Livorno, il 1°, o
l’11; o il 21 di ogni qualsiasi mese; prenda imbarco sul vapore inglese che parte per
Cefalonia due volte al mese. la spesa è di 20 colonnati. In sei giorni arriva qui. per questa
strada risparmierà modi di dogana, mentre egli, - tuo fratello - verrà con tutto ciò che è
necessario alla sua professione. malta è porto franco, dunque imbarcato una volta a
Livorno, i suoi bagagli non verranno più visitati fino qui; e qui sono io amico del Capitano
del Porto, e del Capitano della lancia che deve dargli la pratica dunque? Per la via di
Ancona la spesa, non computando gli incomodi, ascende a 28 colonnati da Ancona a qui e
da Lucca in Ancona non bastano altri 10. Affinché tuo fratello possa anche maggiormente
economizzare sulla totale spesa di 28 colonnati - via di Malta, gli farei fare lettere
commendatizie per paolo Fabrizi che trovasi in Malta. Egli è un degno, degnissimo italiano
conosciuto in Lucca dal Torrini o Dorrini (direi Borrini nella traduzione)64 e da tutti gli
emigrati modenesi. Ti serva di regola. Veniamo ad altro che mi occorre in Italia. Mi
manderai immancabilmente per tuo Fratello 18 braccia di Ermenesino blu e non trovandosi
blu nero della larghezza di due braccia a cinque Paoli al braccio, e vedi che sia di ottima
qualità perché deve servire ad appagare le brame, e la commissione di persona che fu
utile a me e a tuo fratello. mandavi conto della medesima persona 3 o 4 libbre di burro ben
lavato e stivato in barattolo, non che 3 libbre di polvere buona da caccia. manderai a me la
traduzione di Sallustio dell’Alfieri, le orazioni di Cicerone con la traduzione delle medesime
del Dolce, i Dizionari latini, se puoi, ed un cappello per me di pelo fine alla moda, della
dimensione qui segnata in ordine alla testa. Di tutto quanto, che indebitamente io attendo,
mi manderai abrasionamento che io non mancherò di rimborsarti unitamente al resto che ti
devo quando il Barone avrà trovato la vera Nicchia per me. ora vivo con 28 colonnati al
mese di paga, e le mie spese non permettono di fare una grande abrasionomia. ma il
Santo pensa ancora a me. invia l’acclusa a mio fratello, salutami Casali cordialmente,

63 Si tratta di Carlo Massei, anche lui uomo politico di rilevanza nazionale e mazziniano.
64Probabilmente i fratelli Borrini, coinvolti nelle questioni mazziniane come ci ricorda lo storico
Roberto Pizzi di Lucca in una sua recente pubblicazione sul Risorgimento lucchese.
nonché tutti i Simi, Allegrinini, Pieri e Nocchi, e tutti gli amici.65 Spero che alla venuta di tuo
fratello non debba restarmi in ordine alle commissioni date, come rimasi al ricevimento
dell’ultima in ordine alle nuove che io ti chiedeva di mia famiglia. Salutami tuo fratello, digli
che l’attendo con ansietà per abbracciarlo e per vivere con lui come due fratelli. la polvere
da caccia quando sarà vicino a Cefalonia se la metta addosso, il resto l’annunzi alla
dogana. digli che venga munito bene bene ancora di biancheria perché qui costa
carissima. Addio. Sono tuo affezionatissimo amico Ant. M.
P.S. Tuo fratello non dimentichi di portare con se tutti i metodi per la fatturazione dei vini
perché questo per ora è essenziale. Libri di coltivazione, innesti ecc. ecc. siano in sua
compagnia. Raccogli lettere da mio fratello e dagli amici che volessero scrivermi, e
mandamele per tuo Pietro, e mio.66
Nel 1853 Antonio Mordini si dette per l’appunto a perorare la causa repubblicana di
Giuseppe Mazzini e fondò a Firenze con i banchieri Fenzi ed altri una società segreta per
far progredire le idee repubblicane ed unitarie. Che anche lui fosse finito per un breve
periodo a Cefalonia come l’ingegnere Pietro Giambastiani di Lucca? Probabile. Il Barone
menzionato, che fu tale grazie al duca lucchese Carlo Ludovico di Borbone, che lo nobilitò,
è il barone d’Everton, alias Sir Charles Sebright. Egli fu in seguito al servizio della corona
britannica, ma per un certo periodo servì il duca lucchese. La regina Vittoria d’Inghilterra lo
nominò intorno al 1870 console in Cefalonia, e successivamente console generale in
Corfù, come si evince da una pubblicazione recente.67
Ma veniamo al Sallustio dell’Alfieri piuttosto che al Cicerone del Dolce. Questi sono
riferimenti politici. il Cicerone di Ludovico Dolce, lo scrittore riformato veneziano, fa
riferimento al duca lucchese, anche lui Ludovico di nome e convertitosi come il Dolce alla
fede protestante. Il riferimento al Sallustio dell’Alfieri vuole sottolineare che Sallustio è un
plebeo nobilitato dell’antica Roma come Vittorio Emanuele di Savoia, che dopo
l’abdicazione paterna sarà Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia. Questo perché la
leggenda, poco probabile ma diffusa all’epoca, volle che fosse figlio di un macellaio
romano, scambiato nella culla col vero erede deceduto per salvare la dinastia sabauda
che prevedeva il maggiorascato nella successione al trono. pertanto, secondo i riferimenti
letterari citati, i due regni, quello lucchese e quello sabaudo, paiono coinvolti nelle vicende,
quasi facessero “l’occhiolino” ai sommovimenti di stampo mazziniano della Legione Italica
dei fratelli Fabrizi. Tutto il resto della lettera una sciarada evidentemente esplicita per gli
addetti ai lavori, al fine di mettere in risalto quanto si stava preparando in quel periodo.
Poteva un ingegnere fare l’agronomo? Un Fratello, più volte sottolineato con la maiuscola,
ma solo là dove rinveniamo un’appartenenza “societaria”, e dunque distinguendo nella
parola fratello il ruolo familiare da quello “societario”. E la polvere da caccia, e le
perquisizioni alla dogana, ed il tragitto, così ben delineato? La citazione di Paolo Fabrizi da
sola evidenzia il retroterra politico dello scrivente e del destinatario della lettera. Senza
contare le altre numerose lettere che appartengono all’Ingegnere Enrico Marchi di Lucca,
lettere che furono dei quattro fratelli Giambastiani, anch’esse testimonianza, seppur
frammentaria, della loro appartenenza politica.
I due frati agostiniani tali rimarranno anche quando Francesco, dopo le vicende del 1848
in cui fu implicato, dovette fuggire a Corfù e lì si suicidò, secondo quella che è la versione
ufficiale, in circostanze a tutt’oggi affatto chiarite; vicende che le lettere pongono

65 I personaggi testé citati hanno cognomi appartenenti a famiglie lucchesi.


66 Lettera che appartiene all’Ingegner Enrico Marchi di Lucca.
67Jason Rovito, Baron Charles Sebright, Master of information studies candidate, Toronto, Mc Gill
University.
all’attenzione. I Paoli sono forse un implicito ricordo del patriota corso Pasquale Paoli, in
quegli anni ancora punto di riferimento per tutti i patrioti della Penisola?
E l’Ermenesino blu ha qualche attinenza con Ermolao Rubieri, lo scrittore di Prato,
all’epoca un patriota insieme con il fratello Michele, un sacerdote che morirà qualche
tempo dopo in Algeri? Oppure il riferimento è ad Ermete Pierotti, altro membro della
famiglia citata, anch’egli a suo modo un patriota ed invischiato nelle questioni politiche del
periodo? Si tratta di ipotesi, ma il frasario in codice è ben evidente.
Il barone d’Everton, a capo della Società Agraria in Cefalonia, come traspare dalla lettera,
dovette essere nelle medesime condizioni dei referenti agrari delle Società che nella
Penisola si andavano formando, con fini politici. Mi riferisco in particolare a Torino. Qui
Carlo Alberto permise la nascita intorno al 1840 di una Società Agraria non dissimile nei
fini,supponiamo, da quella presieduta dal barone d’Everton in Cefalonia.
Con un’opportuna documentazione gli storici potrebbero rivedere le loro posizioni che
vogliono Giuseppe Mazzini e i fratelli Fabrizi fuori dai circuiti cattolico liberali. E soprattutto
mettere in luce quanto profonda fosse la collaborazione tra i sovrani d’antico regime della
Penisola, in particolare quelli che di casata non facevano Asburgo, con le frange più
moderate della Chiesa romana e la complessiva organizzazione rivoluzionaria. Ho
rinvenuto presso l’archivio di Stato lucchese molte lettere appartenute alla marchesa
Eleonora Bernardini di Lucca, grande amica di padre Prosperi,68 che evidenziano in
maniera frammentaria tali sommovimenti. 69
Desidero per parte mia definire la posizione degli avi, nobili di spada a partire dal
Medioevo, citati parlando dei fratelli Fabrizi, che con loro ebbero, così traspare, anche
rapporti di parentela. Narrerò perciò brevemente la loro radicalizzazione lucchese.
Lorenzo Pierotti (1767-1854 circa) fu per vox populi uno degli amanti di Elisa Baciocchi, la
sorella di Napoleone che regnò in Etruria e sull’allora Principato lucchese.
Felice Baciocchi, il marito di Elisa, pare fosse particolarmente geloso dei due fratelli
Paganini, i celebri musicisti genovesi stabilitisi in quel periodo a Lucca ed entrambi amanti
della sovrana. Forse non dovette esserlo altrettanto di Lorenzo, ammesso che le
malelingue rispondessero a verità.
Dico questo perché alcuni cugini di Felice Baciocchi, ossia i Cattaneo di Corsica, patrioti
dei quali è stato conservato un piccolo fascicolo all’archivio di Stato lucchese, dimorarono
a lungo in Lucca. E pare, che uno di loro, Nicola Cattaneo, sia deceduto in
Sant’Alessio,luogo dove risiedevano in pianta stabile anche i congiunti di Lorenzo, pare
nel 1874. Di Nicola Cattaneo Giovanni Gentile ebbe a scrivere che, se avesse ritrovato le
sue carte, avrebbe riscritto la storia d’Italia.70Alcuni napoleonidi, ossia due figli di Luciano
Bonaparte, fratello di Napoleone, e Luigi Napoleone, il futuro Napoleone III, negli anni
trenta del XIX secolo, quando erano dei perseguitati politici mazziniani, si rifugiarono nel
ducato lucchese e furono ospiti in incognito in Benabbio, frazione di Bagni di Lucca, dove
sempre i congiunti di Lorenzo avevano proprietà. 71Il 1° gennaio 1815 un non meglio

68Mario Ferrara, Biblioteca Statale di Lucca, Busta n. 2220-14, lettera indirizzata a Eleonora
Bernardini di Lucca, a IV, 1932, pp. 187-202.
69ASL, Carte Bernardini; Archivio Guinigi, Filza 201, nn. 56-63; Archivio Garzoni, Filza 161, n. 44,
carte Mansi, Filza n. 4, rif. 206, dono Carafa, Fasc. II, Carteggi, filza n. 4, rif. 1326.
70 Archivio di Corsica, rivista diretta da Gioacchino Volpe, anno 1927.
71 Antonio Laganà, Da Menabbio a Benabbio, cit.
identificato Lorenzo Pierotti72 , come ho precedentemente accennato, scrisse all’abate
Ranieri Zucchelli di Pisa perorando la causa di un patriota e rivolgendosi per questo al
conte Lazzari ,attraverso l’intermediazione del loro “buon pastore d’Amico”. La lettera
proviene dalla collezione di Pelagio Palagi. Napoleone I° stava preparando la sua fuga
dall’Isola d’Elba. All’epoca Carlo Alberto di Savoia era giovanissimo come il conte Fabrizio
Lazzari, suo amico, ed entrambi su posizioni giacobine. Fabrizio Lazzari era fra l’altro,
ribadiamolo, nipote del principale generale napoleonico presente nei territori sabaudi,
Alessandro Rege de Gifflenga.
Le lotte interne alla famiglia Bonaparte non agevolarono la complessiva strategia
napoleonica e furono poi concausa del fallimento degli intenti unitari di re Gioacchino.
Perorare le vicende napoleoniche significava mantenere lo status quo ante la
restaurazione viennese, che preludeva a nuovi assetti politici nella penisola,sicuramente
non voluti dalle frange più liberali del nostro Paese. Perché pensare che quel conte
Lazzari sia proprio Fabrizio Lazzari? O qualcuno della sua famiglia?. Perché il buon
pastore è terminologia innanzi tutto protestante (pastore); d’Amico è cognome
radicalizzato in piemontese; e il fatto che la lettera appartenesse alla collezione di Pelagio
Palagi, l’architetto di stampo canoviano che ristrutturò per conto di Carlo Alberto di Savoia
negli anni trenta del XIX secolo tutta Torino, compresa la palazzina di Stupinigi, tende a
confermare tali osservazioni.
Il figlio del lucchese Lorenzo, Cesare, (1806-1901) negli anni immediatamente successivi
alle questioni napoleoniche divenne un seguace “poco fedele” del patriota Piemontese
Domenico Guerrazzi.73 Rimase tuttavia in amicizia con l’altrettanto celebre patriota
livornese, Tommaso Corsi,74 uno dei padri fondatori della Società Nazionale, società che
contribuì alla costituzione poi dell’Unità d’Italia. su di lui si è scritto abbastanza. In
particolare Ferdinando Martini ne Il quarantotto in Toscana ne modifica le generalità alla
data 20 gennaio 1849; forse frequentazioni familiari comuni.
In rete troviamo che tale Cesare, fiorentino, così si ascrive, e popolano, come anche
Ferdinando Martini evidenzia, fosse un cappellaio. Davvero poco probabile. Corretta
l’interpretazione dei fatti data dl professor Fabio Bertini in una sua recente pubblicazione
che celebra il bicentenario della nascita di Domenico Guerrazzi. qui si sostiene che
l’aristocratico Lorenzo Pierotti non fu condannato da Leopoldo II per i fatti ascrittigli per
ragioni di opportunità politica. e che detto Cesare avrebbe fatto il doppio gioco.75 Il figlio di
questi fu Giuseppe. Potrebbe trattarsi del pittore Giuseppe Pierotti (1826-1884) viste le
date coincidenti di nascita e di mo col pittore, che mi sono state prodotte in famiglia sul
figlio di Cesare . In questo caso non ne ho la certezza. Ad ogni modo quest’ultimo
appartenne alla medesima famiglia di Jacopo e Jacopetto e fu amico di Gino Capponi, lo

72 Presso la Biblioteca nazionale centrale di Firenze ci sono delle lettere a seguire che sono
appartenute a Lorenzo, Cesare e Giuseppe Pierotti. I miei avi lucchesi a partire da Lorenzo si
chiamavano così ed i contenuti delle lettere nonché la loro grafia e modalità descrittiva
riconducono ai personaggi presenti su un mio stato di famiglia.
73 Ferdinando Martini, Il quarantotto in Toscana, Tipografia Baroni di Lucca, anno 1920, vedi
vicende riportate in modo non del tutto fedele alla data 20 gennaio 1849. Precisate fedelmente tali
vicende dal professor Fabio Bertini, dip. Storia dello Stato Università di Firenze, nella
pubblicazione intercorsa per commemorare il bicentenario della nascita di Domenico Guerrazzi nel
2009, sempre alla data 20 gennaio 1849.
74Biblioteca Nazionale Centrale Firenze, Carteggi Vari 264,99, Provenienza Corsi, Destinatario
Tommaso Corsi.
75 Fabio Bertini,Note sul Guerrazzi politico….cit.
statista moderato fiorentino (Capponi mio, specifica in una lettera),76 ma crebbe alla scuola
dei macchiaioli del pittore Bezzuoli, pur non essendo lui un macchiaiolo. Fu cioè
compagno di studi sia di Giovanni Fattori che di Telemaco Signorini.77
Negli anni in cui i loro cugini mazziniani Jacopo e Jacopetto lottavano con Polissena
Menotti in Lucca, Cesare era in Lucca (sua residenza abituale) un mazziniano. Non so
quanto ciò fosse gradito al padre Lorenzo, ma penso che non gli dispiacesse poi troppo.
Cattolici sì, ma anche giacobini.78 E soprattutto vicini agli ambienti canoviani. Che distanza,
chiediamocelo, poteva mai esserci sul piano politico tra Polissena Menotti, la sua amica
lucchese mazziniana, Cleobulina Cotenna, peraltro per parte materna cugina del celebre
patriota Guglielmo Libri ,ed i nostri eroi? Non distanti, sia sul piano geografico che politico
dalle due donne.
Cleobulina, che ospitò Giuseppe Mazzini e la sua amante Giuditta Sidoli in incognito a
Monte San Quirico, nei pressi di Lucca, si trovò a vivere come “vicina di casa” dei Pierotti,
che abitavano a Sant’Alessio, località adiacente a Monte San Quirico. Sempre nello stesso
periodo dei fatti ascritti Cleobulina era in corrispondenza con i fratelli Giambastiani. Sul
piano ideale ciascuno aveva le sue convinzioni ma cercava, verosimilmente, di mettere al
centro il complessivo interesse nazionale. Non scrissero a proposito di padre Prosperi (ma
il documento non è firmato, dunque potrebbe essere anche suo, basterebbe una perizia
grafica per accertarlo) che “il laicismo italo-sardo, ancora fastidiosamente vantaggioso, li
armò finalmente (i patrioti polacchi)”? Il proverbiale campanilismo italico fu, in quel primo
Risorgimento, ritengo, molto meno marcato rispetto ad altre epoche. Si abbandonarono
spesso, sia nel caso delle famiglie nobili che borghesi, vite agiate; si dilapidarono
patrimoni pur di perorare la comune causa nazionale. Che poi le situazioni nazionali ed
internazionali portassero a continui fallimenti e a coordinamenti complessi e dispersivi sul
piano pratico possiamo tranquillamente affermarlo. Ma non ci sarebbe stata la spedizione
dei Mille senza i Mille di Paolo Fabrizi. E senza il concorso di tanti sacerdoti e prelati della
Curia romana che si spesero attivamente in questo gioco delle parti, alla ricerca di una
soluzione comune.

76Biblioteca Nazionale Centrale, Gino Capponi XI, provenienza Gino Capponi, destinatario Gino
Capponi.
77Biblioteca Nazionale Centrale Firenze, Carteggi Vari 471,62, provenienza acquisto, Destinatario
Telemaco Signorini.
78 Giorgio Tori, Lucca giacobina, cit,, il rif. è Lorenzo Pierotti.
Cap. III

Brevi cenni agli anni della maturità di padre


Prosperi (1834-1848)con particolare riguardo
alla causa Corsa.

Dalla monografia del biografo di padre prosperi, Luigi Venturini, rinveniamo sommarie
notizie biografiche sul religioso. Non conosciamo al momento la data in cui Lucca ritornò
ad essere sua residenza abituale. E’ certo che nel 1835 ivi pubblicò, presso la tipografia
Ferrara, un’Ode in onore del marchese Mazzarosa, in occasione dell’ingresso di questi
nell’Accademia della Crusca.79Padre Prosperi in patria, dopo le vicende piemontesi,
dovette affrontare una vita più complicata del previsto.Non ottenne subito una cattedra al
liceo cittadino lucchese. E’ interessante notare tuttavia come riuscisse ugualmente, da
“randagio per città e paesi toscani” ad “acquistarsi nome di predicatore facondo”.80
Scrive sommariamente Luigi Venturini: “Dal 1839 al 1843 divise il suo ministero
sacerdotale tra Lucca e la Corsica, stabilendosi pur definitivamente a Lucca e insegnò in
quel liceo e nel 1847 lo troviamo finalmente rettore dalla parrocchia di Sant’Anna, dove vi
stette fino alla morte, sopraggiunta nel 1873, pur continuando l’insegnamento di storia
universale in quel liceo divenuto regio dopo il 1860. fu ascritto socio della regia accademia
di Lucca”.
Due sono i momenti essenziali che Egli visse nel periodo della Maturità: l’esperienza
missionaria in Corsica ed il coinvolgimento nelle vicende del quarantotto. Essere padre
missionario in anni caratterizzati da decisivi cambiamenti politici e sociali significò anche
per Lui schierarsi, prendere posizione in maniera circostanziata ed in sintonia col ruolo che
la veste suggeriva. La Corsica, terra di missione, divenne quindi luogo elettivo per vivere
sentimenti politici complessi, ma anche luogo di affetti e di ricordi. Così si pronuncia in
proposito Luigi Venturini: “l’Isola la visitò quasi tutta, avvicinando quasi tutti, con quella
disinvoltura di modi e quella franchezza di parlare che dovevano essere in Lui prerogative
spinte molto innanzi. Certamente, l’impressione che il Prosperi ritrasse dalla Corsica e dai

79 BSL, Busta 814. 20.


80 Luigi Venturini, cit. p. 2.
suoi abitanti fu fortissima, una impressione fatta di riconoscenza, di vanità se vogliamo,
soddisfatta, ma soprattutto di amore. non so quanto i corsi siano stati trascinati dalle
parole del Prosperi ma è che Egli fu trascinato da un’ondata di affetto per i corsi che
stupisce e commuove. Dopo il disperato amore che alla Corsica portarono il Tommaseo ed
il Guerrazzi, bisogna mettere proprio anche il buon Prosperi!”. 81
La Lucca del tempo, residenza abituale del religioso, anche grazie alla singolarità del suo
duca, divenne oggetto di osservazione dall’esterno per la presenza, oltre che di patrioti di
ogni colore, di gruppi protestanti, ben accolti o comunque tollerati dal sovrano. In proposito
padre Prosperi ci ha lasciato un fugace accenno sui protestanti che testimonia, a mio
avviso, quanto le idee del nostro potessero rappresentare un ostacolo per quella parte
della collettività lucchese chiusa dentro le Mura di un cattolicesimo intransigente. Egli
scrisse tali frasi in sua difesa, contro l’attacco subito del giornale cattolico L’Ingenuo di
Livorno, nel 1862, quindi molti anni dopo la fine del ducato. Ciò non stupisce, visto che gli
attacchi al religioso si mantennero costanti fino al 1873, data del suo decesso: “I lucchesi
dalla natura hanno avuto per dote di essere cattolici per eccellenza (questo il pensiero
espresso dal giornalista lucchese, suo denigratore sul giornale livornese). Fortunati
lucchesi (la risposta del Prosperi), se così è, è inutile che d’ora innanzi si battezzino!
Questi son privilegi!…”. E continuò, rincarando la dose ed esprimendo in modo esplicito il
suo pensiero sulla chiusura mentale di buona parte della cittadinanza lucchese dell’epoca
verso il mondo protestante: “Che non sia conciliabile l’abitare nel medesimo tetto
protestanti con cattolici - ci direbbe L’Ingenuo - dove l’ha attinta il suo corrispondente
questa notizia? Eppure la Chiesa, nostra maestra, ha trovato il modo di conciliare perfino
col matrimonio i cattolici coi protestanti, e questi matrimoni con nome speciale misti si
appellano, e però mi par cosa strana che un tetto sia men con quelli che ci stan sotto, di
un matrimonio, e la ragione è perché mi pare che la relazione che passa fra il tetto e
l’inquilino sia minore di quella che passa fra marito e moglie - che mi dite, Ingenuo!”.
l’ironia di padre prosperi è qui piuttosto sostenuta. Prosegue: “ma facciamo l’ipotesi che
una cinquantina di protestanti vengano a Lucca e si facciano inquilini in cinquanta
casamenti diversi. Ciascuno prende un piano, per esempio il secondo, ora se non è
conciliabile l’abitare sotto lo stesso tetto protestanti e cattolici, due o trecento famiglie che
abitavano già gli altri piani saran costrette a far lo sgombero, e dove andranno a
ricoverarsi? Eh, non c’è altro…sotto gli alberi delle mura!….Si possono trovare cose più
nuove di queste per accrescere il numero degli associati?”.82
Simili espressioni contribuiscono a fotografare il personaggio ma anche il contesto di
riferimento, non così diverso nel 1863 rispetto agli anni quaranta. La vicenda missionaria
corsa del religioso appare perciò, come Lui, piuttosto sui generis. Mancano nelle dieci
lettere di cui si compone lo scritto pubblicato riferimenti politici diretti, ma anche riferimenti
religiosi definiti. Egli volle presentare in La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola ai suoi lettor
abitata da un popolo corso più colto di quanto solitamente si ritenesse. Da sempre motivo
d’impegno concreto nella sua stessa vita privata, l’educazione di un popolo che emerge
dalle vicende politiche corse meritò per il nostro una precisa riflessione. In questo caso
Egli suppose che la situazione dell’Isola rispecchiasse in modo esaustivo quanto la
condizione politica di uno Stato poteva influire sulla pubblica istruzione. Ritenne perciò
indispensabile, per elevare gli ingegni, che i governanti si facessero carico per il futuro di
impegni precisi, affidandosi naturalmente alle autorità religiose, e di tale riscatto
necessitavano, in quel preciso momento, tutti gli italiani. “I Corsi ebbero taccia d’ignoranza
e di poca civiltà, è vero, ma la Corsica per disavventura non ebbe mai tregua per darsi
all’ozio delle buone discipline….Eppure mente e acume, svogliatezza naturale, forte

81 Ibidem, p. 9.
82 ASL, Dono Pasquinelli, Miscellanea 317, rif. 18.
immaginazione, profondo sentire, qualità essendo di quella nazione, avrebbero dato alla
Corsica uomini d’ogni fatta celeberrimi ma il tumulto continuato di Marte non lasciò mai
tranquillo il terreno alle placide arti di Pallade”.
Padre Prosperi riconobbe perciò i generosi sforzi di Pasquale Paoli per la rinascita di
un’educazione generale e lodò in questa circostanza i francesi che, pur essendo
dominatori, con regolarità ed acume, promossero l’istruzione nell’Isola, in mano quasi
esclusivamente a religiosi (cosa che il nostro trovò giustissima). “L’unico tarlo del governo
francese per quanto riguarda l’istruzione è, secondo il nostro, quello di tenere assai poco
conto della lingua italiana, essendo divisamento del governo che una sia la lingua in tutta
l’estensione dei suoi domini; ma siccome la Corsica per linguaggio, per usanza e per
clima, per posizione è italiana, sarà lavoro di più secoli ottenere che tutta l’Isola si parli il
francese idioma.
I Corsi nascono italiani e col latte succhiano pure idea e lingua italiana”.
Nelle lettere non solo non ci sono accenni politici, cosa inusuale per il nostro.
Pur indicando i nomi di coloro che lo ospitarono, spesso afferenti agli ambienti
bonapartisti, come ricorda Luigi Vetturini “in queste lettere vi è proprio uno studio di evitare
qualunque accenno al gran Corso e alla sua famiglia” In particolare non spese una parola
sulle vicissitudini politiche di Monsignor Sebastiano Pino, vicario di Corsica, la cui orazione
funebre (morì il vicario nel 1843 e la pubblicazione è del 1844) è ivi contenuta. Scrive
ancora Vetturini: “Il personaggio celebrato da padre Prosperi (Sebastiano Pino) è
singolare. Egli fu un bastiese che fece i suoi studi ecclesiastici non si dice dove
(nell’orazione); che a ventun anni dovette riparare a Firenze per sfuggire l’ondata
rivoluzionaria che s’era gettata sulla Corsica, e non si sa per quali specifici motivi. il
Direttorio nel 1796 gli permise il ritorno e il vescovo Verclos lo nominò arciprete curato
della cattedrale di Bastia. Ma non volendo Egli giustamente prestare giuramento alla
Repubblica, fu poi costretto a ritornare in Italia nel 1797. Il Concordato lo ricondusse in
Corsica nel 1801 a rioccupare il suo posto. Ma che. Nel giorno dell’Assunta del 1802,
proprio mentre sta predicando, è arrestato sul pulpito e portato nientemeno che ….a
Fenestrelle e di lì in varie prigioni di Francia fino alla caduta dell’Impero! La Restaurazione
lo restituì libero all’isola sua, ivi fu fatto vicario di Ajaccio ove morì appunto nel 1843.
L’orazione di padre Prosperi su Monsignor Pino è gonfia di parole, è vuota di cose. Una
tirata ad effetto, e d’una scarsità spettacolosa in fatto di cenni biografici del commemorato
e soprattutto di accenni sul suo operato. Il Pino è stato una vittima ben percossa della
politica imperiale. Ma il Prosperi non ne fa alcun cenno; non solo, ma quando ha da
narrare del suo arresto, cita in proposito il testo delle Memorie del Cardinale Bartolomeo
Pacca, in quell’Ajaccio dove anche i ciottoli delle vie dovevano sapere vita e miracoli del
Pino. Ed eravamo nel 1843, tempo in cui si poteva dir bene o male di Napoleone senza
riserbo alcuno. Era ancora forte e potente il partito napoleonico in Corsica?”. Questo si
chiede il biografo di padre Prosperi, Luigi Venturini.
Alla luce dei documenti rintracciati sull’entourage di padre Prosperi, sia in Piemonte che in
Lucca,dovremmo chiederci se il partito bonapartista fosse ancora forte pure in Italia! E
forse padre Prosperi, dico forse, trovarsi in contatto con membri di quel partito!
Ho in proposito rintracciato una lettera non ufficiale (non è su carta intestata) di Monsignor
Sebastiano Pino, datata 1840, alla Biblioteca nazionale di Lucca. Il prelato esorta padre
Prosperi nella lettera a raggiungere Bastia nonostante che l’Arcivescovo di Corsica,
monsignor Casanelli d’Istria, si sia in quel periodo assentato per recarsi urgentemente a
Roma, non sappiamo dalla missiva per quale motivo. Prosperi avrebbe dovuto
raggiungere Ajaccio, sede dell’Arcivescovo, ma data la sua assenza, il vicario Monsignor
Pino lo esorta vivamente a raggiungere comunque Bastia, cambiando perciò destinazione,
perché tutti lo vogliono in Bastia e l’attendono urgentemente!. Se il Pino era un reazionario
per quale motivo avrebbe dovuto con tale insistenza volere padre Prosperi in Bastia, Lui,
“il Prosperi,” così lo definivano stando al Suo biografo ufficiale, in quanto non proprio un
sacerdote d’antico regime!83 Se poi, come ho precedentemente ricordato, il 29 marzo del
1846 il nostro è presente presso la chiesa di San Rocco, in Ajaccio, benedicente i patrioti
isolani, francamente c’è da dubitare sulle posizioni d’antico regime del Vicario Pino,
almeno in quegli anni. In combutta pure lui col partito bonapartista?
Di più. Quella citazione del nostro delle Memorie del Cardinale Bartolomeo Pacca, del
nemico giurato di Napoleone Bonaparte, firmatario del Concordato, in occasione della
commemorazione funebre di Monsignor Pino, risulta non circostanziata. Padre Prosperi
vuol solo sviare gli astanti oppure intende precisare che le vicende dei due uomini,
Monsignor Pino ed il Cardinale Pacca, hanno assonanze comuni che vanno oltre il periodo
bonapartista in senso stretto? Monsignor Bartolomeo Pacca morì nel 1842, ossia l’anno
prima di Monsignor Pino, e venne sepolto in Santa Maria in Compitelli a Roma. Detta
Chiesa è la Chiesa madre, assieme alla sede lucchese e a quella genovese, dell’ordine
dei Chierici Regolari lucchesi che ebbero a loro modo parte nelle questioni Rivoluzionarie,
essendo speso associati ai padri Scolopi, i veri educatori di tanti patrioti, a partire da
Giuseppe Mazzini e dal suo amico d’infanzia Elia Benza, in Genova. 84
Un nipote di Monsignor Pacca, Bartolomeo Pacca junior, fu pure lui rettore in anni
successivi di Santa Maria in Compitelli. ed allievo del collegio Clementino romano negli
stessi anni in cui detto collegio era retto da Monsignor Francesco Galli, zio del patriota
mazziniano piemontese Fiorenzo Galli.85 Quest'ultimo a più riprese fu aiutato dallo zio
prelato per le sue vicissitudini patriottiche dentro e fuori d’Italia finché non giunse in Londra
e qui sposò la protestante Luigia Dunn, cugina del pittore David. Detto Fiorenzo sarà a
partire dal 1849 il suocero di Gioacchino De Agostini ed. a questo punto merita
comprendere chi fosse l’interlocutore piemontese del nostro, il professore chierico di
Torino.
Il conte Claudio Linati di Parma, che fu legato non solo a Filippo Buonarroti ma, nel suo
lungo percorso politico, all’allora celebre patriota piemontese di Carrù Fiorenzo Galli,
fratello di Celestino, l’inventore del Potenografo (prototipo della macchina da scrivere)
conobbe sicuramente il di lui genero, un chierico che abbandonò l’abito talare e mise al
centro della propria vita la causa nazionale, con risvolti davvero imprevedibili, rilevanti sul
piano storico.
Questi si chiamava Gioacchino De Agostini e di lui rinveniamo nelle memorie della
baronessa Olimpia Savio queste scarne ma significative frasi: “Il Professore fu distinto
patriota piemontese, fu tra i promotori del movimento liberale. furono suoi compagni di
scuola e suoi amici o suoi discepoli i maggiori uomini d’Italia”.
Figlio di Giovanni Battista De Agostini e di Margherita Tacchini, il professor emerito
Gioacchino nacque a Torino il 18 agosto 1808 e morì a Vercelli l’8 agosto 1873. Come
risulta dall’atto di morte86 egli appartenne all’Ordine Mauriziano. Sulla sua infanzia torinese
non ho al momento notizie. Sappiamo, sempre dalle memorie della baronessa, che colui
che la gentildonna descrisse come “distinto patriota”a dodici anni vestì l’abito talare “che
portò per trenta anni”. Le informazioni che Olimpia Savio ci fornisce sul curriculum
formativo del nostro corrispondono con quanto di lui si conserva negli archivi
dell’Università di Torino.

83BSL, manoscritto del 1840 consultabile su riproduzione fotografica.


84E’ doveroso ricordare che in una pubblicazione di Luigi cifrario datata 1828 presente alla
Biblioteca statale lucchese è presente una lettera di Pasquale Paoli indirizzata al Chierico
Lucchese padre Ghelsucci, lettera di stampo politico.
85 Fondazione Sella, Biella, “Fascicolo De Agostini”
86Atto di morte n. 709 del 19 agosto 1873 in Vercelli - Uffici dello Stato Civile dell’amministrazione
comunale di Vercelli.
Licenziato in filosofia a diciassette anni, ottenne presso l’Università alcune specializzazioni
in qualità di docente. In particolare il riferimento è ai verbali degli esami che il De Agostini
sostenne presso la Facoltà di Lettere per conseguire il titolo di Maestro di Quarta, il 3
giugno 1826, esponendo come trattato “gli elementi di grammatica inferiore”; e,
successivamente, l’11 agosto 1828, quello di “professore di Rettorica”, vertendo l’esame in
quella circostanza su “poesia e prosa latina e italiana”; il tutto trattato verbalmente e per
iscritto.87Questo secondo verbale specifica che il De Agostini, al momento in cui sostenne
gli esami, era già reggente la cattedra di prosa latina ed umanità nel borgo di Lanzo.
Egli levò presto fama di sé come oratore sacro. A partire proprio dal borgo di Lanzo, “dove
ricoprì il ruolo nel 1827 di professore di rettorica, lo ritroviamo nel 1830 a Riavolo
Canavese, nel 1832 a Cuorgnè, nel 1838 ad Asti, nel 1839 a Biella, nel 1843 a Casale
Monferrato, donde scenderà poi nel 1853 a Vercelli, ove dal 1860 al 1863 diresse il liceo”.
Conferma di questi suoi spostamenti abbiamo dallo stesso professore in una sua lettera
indirizzata all’amico ed ex allievo Quintino Sella, nel 1865. In quel periodo, versando in
strettezze economiche, egli chiese al Ministro delle Finanze del neonato Stato Unitario di
prodigarsi per fargli ottenere l’attesa pensione, fornendo al riguardo preziosa
documentazione”. 88
Da alcuni documenti reperiti presso la Fondazione Sella ho potuto appurare che il nostro,
una volta dismesso l’abito talare, nel 1848, sposò, l’anno successivo la protestante
convertitasi al cattolicesimo, Adelaide Galli Dunn. nata a Londra nel 1833 , che morì in
Vercelli nel 1860, lasciando il nostro prematuramente vedovo e con due figlie minori,
Luigina e Fiorentina. Le due ragazze frequentarono il collegio-convitto “Avogadro” di
Biella.89
Tra i congiunti di De Agostini il padre Giuseppe Galli, Chierico Regolare Somasco, ed ho
motivo di ritenere che il rapporto del professore coi padri Somaschi, peraltro ubicati in
Vercelli, sia sempre stato particolarmente importante. Un’Ode in onore delle sue nozze gli
venne dedicata proprio da Francesco Calandri, ex rettore del collegio di Lugano, in
relazione con Alessandro Manzoni e residente, dopo il periodo trascorso a Lugano, in
Vercelli”.90
Erudizione e giornalismo accompagnarono sempre l’impegno politico del professor De
Agostini. Sin dai primi anni d’insegnamento, quando il nostro vestiva ancor l’abito talare,
iniziò a collaborare con giornali di diverso orientamento, fra cui anche la testata di Angelo
Brofferio “Il Messaggere Torinese”.91 Grande collaboratore della testata fu anche il fratello
Paolo, che diresse una tipografia in Torino, sita in via della Zecca, al n. 23, oggi via Verdi.
L’orientamento politico di Gioacchino De Agostini fu certamente diverso da quello di
Angelo Brofferio, ma ciò non impedì la profonda stima ed amicizia tra i due, visto che
ancora nel 1871 il professore pubblicò un manoscritto del Brofferio del 1840 dal titolo Il

87
Archivio storico dell’Università di Torino, Facoltà di Lettere, Verbale degli esami per professori e
maestri, XFI1e FX2.
88Nella lettera datata 23 maggio 1865 ed indirizzata a Torino al Ministro Quintino Sella, De Agostini
sostiene di aver insegnato per ben 12 anni nelle scuole comunali di Lanzo, riavolo Canavese e
Cuorgnè. Fondazione Sella, Biella, Serie Carteggio, fascicolo De Agostini”.
89 Fondazione Sella - San Gerolamo - Biella, carteggi, fascicolo “De Agostini”, lettera recante
timbro “Regia Segreteria di Gabinetto per la pubblica istruzione” e lettera del 23 maggio, cit.
90 Padre Francesco Calandri, in “Rassegna storica del Risorgimento”, anno 1939, p. 250. E
Biblioteca Famiglia Ferraioli, cit. dello storico Ersilio Michel di una lettera del 1853 indirizzata al
religioso, residente all’epoca in Vercelli.
91 Lorenzo Valerio, Carteggi, volume II (1842-1847), p. 147.
Palazzo dei Cesari a Roma, le sue rovine e gli scavi presso la tipografia dei fratelli
Guglielmoni di Vercelli.
Per riuscire ad abbracciare a tutto tondo l’impegno politico Gioacchino De Agostini,
dismesso l’abito, fondò con Pier Dionigi Pinelli, con Carlo Cadorna, fratello del generale, e
con Luigi De Marchi Il Carroccio di Casale Monferato, foglio politico autenticamente
liberale che prese piede in Piemonte.92 Passò poi al Vessillo di Vercelli, che egli rilevò nel
1855, in marzo, svoltasi la società degli azionisti. Il Vessillo diventò prima Vessillo della
Libertà, dopo l’Unità nazionale Vessillo d’Italia.
L’elogio funebre a lui dedicato, scritto da Cesare Faccio e pubblicato sul giornale
vercellese La Sesia, di cui Faccio fu sia fondatore che direttore, definì ancora Gioacchino
De Agostini come “L’antesignano del giornalismo liberale piemontese e professore per
antonomasia di quei giovani che fecero poi l’Unità nazionale”, ponendo in evidenza
soprattutto la comunione d’idee tra il professore vercellese e Vincenzo Gioberti ed una loro
diretta comunicazione, grazie alla comune frequentazione di Pier Dionigi Pinelli.
L’amicizia di De Agostini con Vincenzo Gioberti dovette essere piuttosto importante. Il
professore in Rimembranze di Venezia93 narrò come fece conoscere al Prati l’Ode di
Gioberti per la laurea del Ratti (alias don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele in Milano e
confessore di Alessandro Manzoni), Ode che il poeta fece ristampare. Gioberti, in una sua
lettera rivolta al Massari, dette di Gioacchino De Agostini, nel 1852, giudizi lusinghieri,
precisando che “non fu la passione ad influire nello scritto Il Rinnovamento, ma autentico
convincimento”.94
Gioacchino De Agostini fece inoltre da mediatore tra Pinelli e Gioberti quando l’amicizia tra
i due si guastò. Prosegue infatti Cesare Faccio nella sua orazione funebre: “Il tratto di
tempo corso dal 1848 al 1853 è forse il periodo culminante della sua vita. legato di
saldissima amicizia col Gioberti e col Pinelli, egli fu organo ed intermediario della
riconciliazione dei due illustri piemontesi, separati dalle profonde lotte parlamentari che
precedettero e seguirono la catastrofe di Novara”.
Padre Gioacchino Prosperi e padre Gioacchino De Agostini affrontarono dunque, come
personaggi Risorgimentali che potremmo definire “minori”, da dietro le quinte, quanto gli
uomini più conosciuti del nostro Risorgimento, che furono loro allievi, compagni ed amici,
seppero proporre su larga scala. Si spesero con un’energia senza pari, arrivando a
sostenere calunnie e processi, per restare fedeli agli ideali di patria e libertà che li videro
coinvolti. Anche Gioacchino De Agostini, come l’amico, subì un procedimento per un suo
articolo sullo Spettatore del Monferrato, scritto in occasione dell’attentato contro
Francesco Giuseppe d’Austria. In quel frangente lo scritto venne da alcuni malevoli
designato come un’apologia del Regicidio. E l’accusa suonò tanto alta che, sospeso dalla
cattedra, venne sottoposto a consiglio disciplinare, da cui però uscì trionfante.95
Qualche legame anche di De Agostini, negli anni quaranta del XIX secolo, col partito
bonapartista, allora improntato su posizioni mazziniane? Possiamo al momento solo
annoverare gli stretti rapporti intercorsi nel periodo tra Carlo Alberto di Savoia e lo
scienziato Carlo Luciano Bonaparte, che Diego Angeli così descrive:“Gli organizzatori dei
Congressi scientifici capirono quanta importanza questi poterono avere per l’unificazione

92Raccolta dei fascicoli del giornale La Sesia, anno 1874, p. 123. Commemorazione del professor
Gioacchino De Agostini da parte del direttore e fondatore del giornale Cesare Faccio.
93Gioacchino De Agostini, Rimembranze di Venezia, Torino, fontana 1847 (vedi il giornale Vessillo
della Libertà di Vercelli, n. 637, p. 102.
94La lettera cui Gioberti fa riferimento fu edita nei carteggi giobertiani a cura di Giovanni Gentile
nel 1810 a Palermo, tipografiaOptima, pp. 16-17.
95 Cesare Faccio, cit.
italiana. Carlo Bonaparte aiutato e incoraggiato da Carlo Alberto, il quale lo ebbe amico
anche quando l’amicizia di un napoleonide poteva essere pericolosa per un sovrano della
Santa alleanza, incominciò a far entrare uno spirito politico e nazionale in quei dibattiti che
avrebbero dovuto rimanere soltanto nel campo ideale della scienza”.96
Padre Prosperi era presente al Congresso degli scienziati tenutosi a Milano nel 1844 in
qualità di professore (questa per l’occasione la sua generica attribuzione) mentre.
Gioacchino De Agostini fu presente al congresso degli scienziati, uno degli ultimi, che si
tenne nel 1862 a Siena. Non saprei dire se fosse presente anche in altre occasioni.

96 Diego Angeli, I Buonaparte a Roma, Verona, Arnoldo Mondadori 1938, p. 141.


Padre Prosperi, un uomo longevo e vitale
(1848–1873): le sue “battaglie” e le sue
“bizzarrie”

Sulla partecipazione alle vicende del 1848 sappiamo che padre Prosperi pronunciò un
discorso sulle perdite subite dei volontari toscani sui campi di Lombardia a Curtatone e
Montanara.
“Nell’occasione quando nella chiesa metropolitana di Lucca si compì il rito funebre a
sollievo de le anime di quei prodi, che per la patria indipendenza perirono nei campi di
Lombardia pronunciato nel 1848”.97 Per padre Prosperi la causa del fallimento
dell’esperienza è riconducibile al tradimento borbonico: “Ricordate, o fratelli, che il signore,
mentitore due volte, ha tentato tradire, ma invano, la santa causa italiana. Il sangue
toscano di cui van tinti i campi di Curtatone, delle Grazie, di Montanara è il prezzo del
barbaro tradimento. Se le schiere napoletane giungeano secondo i patti ad accoppiarsi
alle nostre, né tanto sangue sariasi versato”. Sostenne che coloro i quali considerarono le
sue parole degne di biasimo, non fossero in realtà capaci poi di provare il loro contrario: “
Perché possano attaccarsi i miei detti è necessario provare o che il tradimento non ha
avuto luogo, o che a un uomo, perché è re, un tradimento è permesso”. Egli dunque
ritenne che un principe non potesse, come in verità fece il Borbone di Napoli, tirarsi
indietro di fronte ai doveri che gli derivarono dal suo ruolo politico. Ma accuse altrettanto
forti rispetto a quelle mosse contro il sovrano di Napoli egli indirizzò anche a quei semplici
cittadini che, di fronte al dovere di assumere fino in fondo il loro compito per il bene della
patria e delle generazioni future, pensarono unicamente al loro tornaconto individuale. Ci
furono, Egli ritenne, tra i suoi concittadini abbienti alcuni che, per poter continuare a
mantenere il loro tenore di vita, non impiegarono sufficiente denaro per la collettività. Essi
avrebbero dovuto togliere questo denaro dalle loro tasche per metterlo al servizio della
causa nazionale e, dunque, della collettività e dei suoi reali bisogni.
Leggendo quanto scrive in quegli anni, sembra che padre Prosperi non comprenda
completamente le complesse implicazioni romane della vicenda quarantottesima, almeno
in quel preciso momento.
Il 1849 sarà un anno altrettanto cruciale. Mentre in Toscana l’esperienza democratica di
Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni fallì, il nostro verrà chiamato a pronunciare un discorso a
Leopoldo II, granduca di Toscana,nella chiesa di Sant’Anna, dove era rettore, in occasione
del passaggio del sovrano da Lucca con la famiglia al seguito, dopo lo sbarco avvenuto a
Viareggio, proveniente da Gaeta.98Prosperi usò il bastone e la carota col granduca,
volendo precisare che anche un principe ha l’obbligo di sottostare ai voleri della religione.
Ecco infatti le Sue parole: “Col Vostro desiderato ritorno spunta in noi una fulgida curiosa

97 BSL, Busta 908.20


98 ASL, Legato Cerù 142, rif. 6
apportatrice di giorni più lieti….la politica sola non fa, o sire, che degli ipocriti. la religione,
sale di ogni politica, vi darà dei ministri fedeli, dei popoli devoti, per Lei sola saranno salve
quelle Libertà che ci donaste nel libero esercizio dei Vostri diritti; sul pieno adempimento
dei Vostri doveri”.
Gli anni che vanno dal 1850 al 1860 coincisero con la volontà di sostenere, da parte dei
rosminiani, le esaltanti ed insieme complicate vicende di Antonio Rosmini Serbati che nel
1854, col decreto Dimittantur, aveva visto riconosciuta la legittimità delle sue opere, due
delle quali nel 1848 erano state poste all’indice. 99 Prosperi fu investito, come molti seguaci
del Roveretano, da critiche ed accuse. I cattolici contrari al pensiero rosminiano mossero
serrate critiche contro il religioso lucchese in pubblici articoli apparsi su riviste cattoliche
locali, L’Ingenuo di Livorno e Il Giglio di Firenze, puntualmente ripresi da padre Prosperi in
modo deciso e pungente. L’accesa polemica affrontata da padre Gioacchino Prosperi con i
giornali cattolici toscani d’impronta gesuitica, che avversarono la dottrina di Antonio
Rosmini, è un fatto acclarato. Questa contrapposizione si profilò a partire da La
Pragmatologia Cattolica, “rivista che si pubblicò a Lucca dal 1828 al 1851 e che, pur non
fatta dai padri gesuiti, ne era però una spirituale emanazione, perché stretta parente di
quelle Memorie di Religione e di Civiltà di Modena, dirette da padre Baraldi, di pretta
marca della Compagnia”. 100 Attraverso le parole di Luigi Venturini, scopriamo che il nostro,
sulla scia del clima instauratosi sulla questione rosminiana, “fu nemico acerrimo dell’odiato
giornale, La Pragmatologia Cattolica, che aveva osato porre in dubbio la religiosità dei
corsi”, con le efficaci parole del padre gesuita Melia, l’Eusebio cristiano attaccato dallo
stesso Prosperi nel Suo scritto del 1857 Una vergogna del XIX secolo.
Così si espresse il sacerdote lucchese proprio contro il Melia, che su La Pragmatologia
Cattolica scrisse per un certo periodo: “Vada, vada il padre Melia nelle città del continente
e troverà di ben peggio”. Ciò rispetto al contesto Isolano corso.
Prosperi, nonostante le diatribe con i sostenitori di Civiltà Cattolica, usò parole tenere
verso un padre gesuita nel 1864, tale padre Orselli, conosciuto quando era studente a
Roma, 49 anni prima. Ciò traspare in una lettera in cui dichiara all’amico rosminiano Carlo
Pagano Paganini di servirsi dell’ex compagno di studi, intento a predicare nel duomo di
Lucca, per ottenere autografi da collezionare, del padre Marchi e del conte di Carpegna.101
In quegli anni professore al Collegio Romano era proprio il padre gesuita Giuseppe
Marchi, cui Prosperi fa cenno nella lettera al professor Paganini, dichiarando all’amico che
si sta impegnando per procurargli un autografo del noto padre gesuita. Padre Marchi,
storico-archeologo che persuase papa Gregorio XVI alla conservazione delle sacre
reliquie e delle iscrizioni paleocristiane, facendole raccogliere, copiare e riordinare, fu
nominato dallo stesso papa conservatore dei cimiteri sotterranei romani, ossia le famose
catacombe, cui dedicò scavi e ricerche. Il padre gesuita Marchi, nato come padre Prosperi
nel 1795, fu dal nostro conosciuto nel periodo romano? E’ possibile ipotizzare contatti
ancora negli anni della maturità tra il sacerdote lucchese ed alcuni padri gesuiti, conosciuti
da Prosperi a Roma, quando era studente; l’affetto nei loro confronti, esula, ritengo, dalle
stesse diatribe di riferimento. Egli scrisse in proposito: “Fra non molto parlerò del falso
concetto che si trasfonde di padre in figlio intorno alla Compagnia di Gesù. Come pure di
quando parlerò del gesuitanti, i quali vogliono essere divisi in due classi: una che sa
stimare i gesuiti e farli stimare; l’altra composta di gente senza criterio, e mossa da un
perché solo…. (povera gente!) offrendo mano col suo zelo scimunito a convalidar quel

99Si tratta delle opere di Rosmini Delle cinque piaghe della Santa Chiesa e La Costituzione
secondo giustizia sociale, messe all’Indice e poi riabilitate con decreto Dimittantur nel 1854.
100 Luigi Venturini, cit., p. 4
101 BSL; manoscritto 3112, fasc. 41, lettera n. 8.
concetto”.102 L’errore commesso dai gesuitanti consistette, per padre Prosperi, nel
permettere che si creassero divisioni tra gli esponenti e sostenitori della Compagnia.
Accanto a coloro che stimavano i padri gesuiti e sapevano farli stimare, modellandosi sui
padri gesuiti “sani di mente”, per usare un’espressione del nostro, come per esempio
padre De Ravignan e padre Boero, cui Lui fa cenno, si affiancarono gli intransigenti che
“col loro zelo scimunito” contribuirono a convalidare oltre misura la divisione dell’Ordine.
Egli sottese cioè che i membri della Compagnia, meno intransigenti, seppero mettere in
evidenza quei tratti che da sempre la caratterizzarono in positivo, come l’impegno
educativo, la generosità missionaria, la salvaguardia dei principi cattolici.
Prescindendo dall’accoglienza che i richiami del nostro ebbero in sede nazionale, la vita
del religioso si svolse a Lucca, ed Egli dovette misurarsi con le direttive della Curia locale.
in particolare gli attriti più evidenti si materializzarono col Vicario, Monsignor Luigi Betti che
dal 1859 ricoprì la carica vicariale. Il tutto sia su questioni di economato che per contese
diverse, ad esempio per la celebrazione di matrimoni. PadreProsperi non era ligio alle
regole, faceva spesso di testa sua. Egli denunciò che nella sua parrocchia Giuseppe di
Giovanni Lenzi aveva sottratto ai genitori Palmira di Domenico Bernardini. I genitori dei
due ragazzi non avrebbero mostrato difficoltà alla celebrazione del loro matrimonio e
Prosperi non riuscì a capire il perché della loro fuga. Si trattò in verità di una frase retorica
del religioso, che era a conoscenza del legame di parentela in terzo grado tra i due. I
genitori di entrambi, una volta fuggiti da casa, si recarono dal sacerdote, pretendendo un
matrimonio riparatore. Egli così si risolse a chiedere spiegazioni alla Curia sul da farsi,
senza informarne preventivamente il Governo.103Naturalmente sia per le questioni di
economato che per altre, l’Arcivescovo era il cuore del problema per padre Prosperi, quel
fratel Giulio, così lo appella nelle lettere, con cui non corse mai buon sangue. Per la verità
Monsignor Arrigoni ancora nel 1869 incaricò padre Prosperi di recarsi a Roma per i lavori
104preparatori del Concilio Vaticano I° (quanto meno fu a conoscenza del viaggio del

sacerdote) .Nonostante ciò Monsignor Arrigoni pose al centro del suo pontificato un
maggior controllo del clero, volendo fare della parrocchia il baricentro della vita
ecclesiastica della sua diocesi. In particolare “la difesa della libertà della Chiesa venne
fatta da Monsignor Arrigoni nel 1866 con toni molto più aspri e drammatici dei precedenti.
Gravava su di lui il peso della battaglia per la libertà della sua Chiesa, perduta due anni
prima. Ormai il presule non attaccava più solo l’opinione pubblica liberale, ma tutta la
classe politica italiana e lo stesso governo, formato esclusivamente da uomini della destra
liberale. 105Poteva un uomo come padre Prosperi non apparire in quel periodo col suo
comportamento “inopportuno”? Un uomo che con altri quattro sacerdoti in Lucca, come
ebbe a scrivere lui stesso, aveva votato l’adesione al neonato Stato Unitario nel 1859?
Anche nella sua trasferta romana del 1869, con la sua perpetua Filomena al seguito,
dovette dare “scandalo”. Ed infatti qualche tempo dopo, per “rappresaglia”, come ebbe a
scrivere, Filomena fu allontanata dal sacerdote, che si trovò costretto a prendere in
Maremma un’altra perpetua, col rischio di contrarre “le febbri terzane”. Questo il clima
intorno a padre Prosperi. Senza contare che nella sua parrocchia di Sant’Anna aveva fatto
costruire una sorta di bunker, che lì rimase anche per molto tempo dopo il suo decesso,
costituito da una grata che chiudeva come una cella la sua dimora in Sant’Anna, di cui ci
parla anche Luigi Venturini. Prosperi a più riprese sostenne di temere per la sua vita.

102 G. Prosperi, Una vergogna del XIX secolo, nota n. 5, Lucca, tip. Benedini-Guidotti 1857.
103 BSL, Busta 688.27
104 ASS, Fondo Nazareno Orlandi, rif. 204.
105Lenzo Lenzi, Lotta per la libertà e il Rinnovamento pastorale, Lucca, Maria Pacini Fazzi 1991,
p. 344.
Aveva molti nemici, ma sicuramente, come dichiara, anche molti amici. Come
apprendiamo dalle lettere presenti alla Biblioteca Statale lucchese non si arrese mai,
battagliando per le se idee e per il suo stile di vita. La battaglia di quegli anni investiva
soprattutto la quotidianità. Decise di sostenere l’ex perpetua Filomena sia negli studi che
economicamente, portandole spesso in città, dove si era trasferita dopo l’abbandono
dell’incarico,un frugale pasto che lui stesso le preparava. Un uomo molto generoso, padre
Prosperi, questo traspare dalle lettere. Finì i suoi giorni pubblicando Son matto io o son
matti tutti nel 1872 per rigettare le voci che su di Lui circolavano di follia. La bizzarria del
religioso divenne motivo di accanimento terapeutico, per quanto resti indiscutibile la sua
complessa personalità. Come risulta dall’atto di morte padre Prosperi non è deceduto in
Sant’Anna ma a casa di sua madre, in città, nel palazzo ubicato vicino a casa Bernardini,
dove Egli probabilmente aveva sin da piccolo trascorso momenti felici con la sua famiglia
e chi gli era più caro.
Breve epilogo106

La vicenda umana di padre Gioacchino Prosperi suggerisce una riflessione sui modelli di
vita sacerdotale che nel corso del XIX secolo si andarono profilando. La condizione
generale del clero stava cambiando poiché il nuovo Stato varava leggi che toglievano a
quest’ultimo spazi e privilegi. A fronte di una laicizzazione della società possiamo talvolta
riscontrare in quel periodo “La convinzione di una presenza provvidenziale che contagiava
non pochi preti di fronte a eventi che sembravano guidati da forze superiori, sacerdoti che
lottavano a lato dei più deboli e di quanti si credevano dalla parte giusta”.107 Padre prosperi
fece per un certo periodo del Piemonte la sua patria elettiva e dunque ebbe modo, grazie
108anche alla veste che in quegli anni portava, di vivere in prima persona quelle

trasformazioni che il clero in altre parti d’Italia si verificarono successivamente.


Chi era davvero padre Prosperi? Egli fu, innanzi tutto, un insegnante per il quale
l’insegnamento, di concerto al ruolo sacerdotale, rappresentò una vocazione da
abbracciare nella sua interezza nel corso di tutta la vita, a partire dal periodo giovanile.
Dopo attenta lettura delle vicende del religioso, ritengo che Egli sia stato un padre gesuita
a cui l’Ordine, ad un certo punto, andò stretto. Pur essendo capace, come padre paolo
Segneri, cui fu più volte paragonato per la sua eloquenza, di infiammare gli animi
coinvolgendo con quelle qualità oratorie che gli appartenevano chi assisteva alle
predicazioni ed ai discorsi che pronunciava pubblicamente, possedeva in pari tempo una
personalità poco confacente l’obbedienza incondizionata che la Compagnia di Gesù
richiedeva ai suoi membri, per cui dovette abbandonare l’Ordine.
Nel periodo in cui visse in Piemonte da padre gesuita fu un uomo attivo nei giornali e nelle
associazioni del cattolicesimo intransigente. Non ho potuto tuttavia chiarire alcuni aspetti
del percorso intrapreso successivamente da padre prosperi nel regno sabaudo. Così,
accanto a situazioni e contesti certi ho dovuto necessariamente misurarmi, nel corso della
trattazione, con dubbi che ho solo parzialmente colmato. Intendo perciò concludere il mio
lavoro mettendo in rilievo sia alcuni aspetti della vita del religioso emersi in maniera certa,
sia alcune zone d’ombra che non sono riuscita a chiarire. Sappiamo che i valori della
Restaurazione non coincisero del tutto con quelli delle Amicizie Cristiane; come sostiene lo
storico Guido Verucci, l’intransigentismo si caratterizzò anche come opposizione alla
Restaurazione, a quel sistema di compromesso. di conciliazione fra vecchio e nuovo, di
moderazione, cui esso imputava, a causa della sua indulgenza verso gli errori, di
continuare l’opera della Rivoluzione.
“L’Amico d’Italia del marchese Cesare Taparelli d’Azeglio condusse, aTorino, in una forma
più temperata e prudente di altre testate analoghe, la stigmatizzazione delle posizioni dei
cosiddetti “moderati”, i quali “fra il vizio e la virtù, la stoltezza e il senno, non danno mai

106Rimando alla mia tesi di laurea dal titolo Padre Gioacchino Prosperi. Dalle Amicizie cristiane ai
valori rosminiani, cit.
107 Maurilio Guasco, Storia del clero in Italia dall’Ottocento a oggi, Bari, Laterza 1997, p. 51.
ragione intera a una parte”. Sostenitori del principio d’autorità, gli intransigenti
“privilegiarono il legame indissolubile fra religione e società”, divenendo così garanzia del
potere politico restaurato, la supremazia del pontefice nella Chiesa e la sua infallibilità
dogmatica furono sostenuti da tutti i gruppi intransigenti.
In Piemonte Cesare d’Azeglio, dalle frasi commosse sul decesso del marchese che, in una
lettera, padre Prosperi ci ha lasciato, desumiamo fosse stato come un padre per Lui. Del
resto il nostro si era formato nel collegio gesuita di S. Andrea al Quirinale a Roma, quando
anche Luigi Taparelli, figlio del marchese, studiava in quel collegio, e la frequentazione con
la famiglia d’Azeglio era proseguita nei successivi anni torinesi. Dopo l’espulsione
dall’Ordine continuò a pubblicare su L’Amico d’Italia, e divenne rettore e Prefetto degli
studi a Rivarolo canavese, incarico che dalle lettere sembra non gradire particolarmente,
quasi che gli fosse stato imposto. Egli scrisse in proposito: “.L’Eccellentissimo Magistrato
della Riforma,109 arrivato appena da Cuneo a Torino mi pose alla testa del collegio di
Riavolo senza avermene fatto neppur parola, il rifiutare l’offerta mi parve allora cosa da
non farsi onde è che corre ora il terzo anno che mi ci trovo, e non potrei abbandonare
l’impresa senza mature deliberazioni e quindi senza un tempo sufficiente per far le debite
riflessioni al Magistrato della Riforma, perché venisse alla nomina d’altro soggetto da
essermi surrogato”.110 Un disagio, il Suo, piuttosto manifesto,
ritengo che non fosse frequente che un Rettore di un collegio e Prefetto degli Studi
modificasse così radicalmente la sua esistenza, come accadde per padre Gioacchino
Prosperi. Si trattò di imposizioni? Di scelte? Non ho potuto appurarlo. la trasferta Corsa
arrivò dal duca borbonico su suggerimento di don Luigi Forlanini, un sacerdote corso che
viveva in quel periodo a Lucca e che presumo fosse stato invischiato in situazioni a
tutt’oggi da definire, visto che in Lucca era “ospite” del duca.
L’entusiasmo che padre Prosperi proverà per i corsi e la loro terra provenivano da lontano.
Ne La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola Egli ricorda che nel 1833 si trovava in Place
Vendome, a Parigi ed era estasiato di fronte all’Obelisco presente nella piazza. Non
avrebbe mai immaginato, così riferisce a padre De Agostini, di poter ammirare
personalmente qualche anno dopo il granito da cui proveniva quell’obelisco.
L’ammirazione per le gesta napoleoniche e dunque per il partito bonapartista sono del
tutto evidenti.Anche perché lo stesso granito lo si voleva utilizzare in quel 1844 ancora una
volta per erigere in piazza Diamante in Ajaccio una statua in ricordo di Napoleone I°.
In quegli anni l’impegno civile e religioso del sacerdote coincisero, suppongo, con vicende
politiche nazionali mai, a tutt’oggi, chiarite in modo organico. Quando nel 1866, in uno
scritto che Gioacchino Prosperi pubblicò, dichiarando di non essere stato un prete di
Montanelli, volle ribadire “non solo che la Curia lucchese sparse ai vicini e ai lontani che
Egli era un prete rivoluzionario”, ma anche la complessità di un periodo dai risvolti politici
affatto definiti.
E’ certo che le vicende politiche successive ai fatti del 1848 frustrarono le speranze di quei
cattolici e religiosi che, come Lui, oltre all’indipendenza dallo straniero, sollecitarono una
partecipazione attiva dei cattolici della penisola alle questioni politiche nazionali.

109Magistratura amministrativa, custode della centralità dell’Ateneo, negli anni quaranta del XIX
secolo coordinò la stesura delle nuove norme in materia educativa, ved. Cesare Alfieri di
Sostegno.
110 BSL, manoscritto 1372 n. 67, 13 dicembre 1830.
Bibliografia

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- Padre Bessone, Giovan Pietro Losana, Biella 2011.
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- Lenzo Lenzi, Lotta per la Libertà e il Rinnovamento Pastorale, Lucca, Maria Pacini Fazzi
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- Maurilio Guasco, Storia del clero in Italia dall’ottocento a oggi, Bari, Laterza, 1997.
ABBREVIAZIONI

BSL - Biblioteca di Stato di Lucca.


ASL - Archivio di Stato di Lucca.

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