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Presentazione

C’è una Voce che solo loro possono sentire. Una Voce che non parla alle loro orecchie, né
alla loro mente, ma direttamente al loro sangue. Una Voce di morte.

Dolenti e magnifici, specchio oscuro delle nostre più ancestrali paure e del nostro eterno e
inappagabile desiderio di immortalità, i vampiri sono tra noi. Vittime delle loro passioni, si
muovono seduttivi e terribili nel mondo di oggi come in quello di ieri, scavalcando le ere e i
confini geografici nello spazio di un giorno, pronti a scatenare le antiche e potenti forze della
notte sul mondo ignaro, pronti a succhiare il sangue umano per vivere… Se può essere
considerata vita la loro eterna dannazione.
Ma ora qualcuno (qualcosa?) sta colpendo il mondo cristallizzato e terribile dei Non
Morti. Da Parigi a Mumbai, da Hong Kong a Kyoto a San Francisco, una Voce misteriosa
spinge i Bevitori di Sangue a combattersi tra loro, e sembra essere tornato il tempo dei Grandi
Roghi.
Anche il Principe Lestat la sente sussurrare e piangere nella propria mente… Che cosa
vuole la Voce?
Come potrà la tribù dei Non Morti sconfiggere questa forza immane che ha gettato tutti nel
panico?
Con la sua scrittura immaginifica, visionaria e sontuosa, Anne Rice torna al mondo
affascinante dei vampiri, intrecciando le storie dei suoi personaggi più amati: il bellissimo
Armand, Mekare e Maharet, Pandora e Flavius, e ancora David Talbot, generale superiore del
Talamasca, mentre su tutti domina, pericoloso e ribelle, l’abbagliante principe Lestat, forse
unica speranza di salvezza per i Non Morti…

ANNE RICE, nata a New Orleans nel 1941, si è laureata in scienze politiche e letteratura inglese
alla San Francisco State University. Ha ottenuto il successo internazionale con Intervista col
vampiro, diventando un’autrice di culto della narrativa horror, grazie a una straordinaria
visionarietà che, unita alla capacità di fondere emozioni e sensualità, ha generato una nuova
mitologia del vampiro. Presso Longanesi sono usciti Scelti dalle tenebre, La Regina dei
dannati, La mummia, Pandora, Il ladro di corpi, Memnoch il diavolo, Armand il vampiro,
Merrick la strega, Taltos. Il ritorno , Il vampiro Marius, Il vampiro di Blackwood, Blood ed
Angel, e la trilogia erotica di Bella: Risveglio, Abbandono ed Estasi.
www.longanesi.it

facebook.com/Longanesi

@LibriLonganesi

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA


Longanesi & C. @ 2014 Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

ISBN 978-88-304-4191-0

Titolo originale
Prince Lestat

La traduzione dei brani tratti da Scelti dalle tenebre e La regina dei dannati è di Roberta Rambelli.

In copertina: foto © Mohamad Itani / Trevillion Images


Grafica di Cahetel

Copyright © 2014 by Anne O’Brien Rice


IL PRINCIPE LESTAT
Questo libro è dedicato a
Stan Rice, Michele Rice, Christopher Rice
e
Karen O’Brien e Cynthia Rice Rogers
Victoria Wilson
Lynn Nesbit
Eric Shaw Quinn
Suzanne Marie Scott Quiroz
e
The People of the Page
e alle mie muse,
Mary Fahl
e
Jon Bon Jovi
Dal mio cuscino di pietra ho sognato il mondo dei mortali. Ho udito le sue voci, la sua musica
nuova, nenie che mi cullano nella tomba. Ho visto le sue scoperte fantastiche, ho conosciuto il
suo coraggio nel sacrario eterno dei miei pensieri. E, sebbene mi escluda con le sue forme
abbaglianti, attendo qualcuno che abbia la forza di aggirarvisi senza paura e di percorrere la
Strada del Diavolo attraverso il suo cuore.

Alessandra,
non ancora indicata con questo nome,
in Scelti dalle tenebre

Vecchie verità e antiche magie, rivoluzione e invenzione cospirano per distrarci dalla passione
che in un modo o nell’altro ci sconfigge tutti.
E alla fine, stanchi di questa complessità, noi sogniamo di quel tempo remoto in cui sedevamo
sulle ginocchia di nostra madre e ogni bacio era la consumazione perfetta del desiderio. Cosa
possiamo fare, se non cercare l’abbraccio che ora deve racchiudere il paradiso e l’inferno: il
nostro destino inevitabile?

Lestat,
in Scelti dalle tenebre

Nella carne ha inizio ogni saggezza. Guardati da ciò che non ha carne. Guardati dagli dei,
guardati dall’idea, guardati dal diavolo.

Maharet a Jesse,
in La regina dei dannati
GENESI DEL SANGUE

All’inizio erano gli spiriti, creature invisibili, udite e viste solo dagli stregoni e dalle streghe
più potenti. Alcuni erano considerati malvagi, altri invece stimati perché benevoli. Erano
capaci di ritrovare oggetti perduti, spiare nemici e, saltuariamente, influire sulle condizioni
climatiche.
Due grandi streghe, Mekare e Maharet, vivevano in una splendida vallata sotto il monte
Carmelo e comunicavano con gli spiriti, uno dei quali, il magnifico e potente Amel, durante le
sue incursioni riuscì a bere sangue da esseri umani. Minuscole particelle di sangue si
introdussero nel suo mistero alchemico, benché nessuno sapesse in che modo. Amel amava la
strega Mekare ed era sempre ansioso di servirla. Lei lo vedeva come nessun’altra strega aveva
mai fatto, e lui la amava per questo.
Un giorno giunsero delle truppe nemiche, soldati della potente regina d’Egitto, Akasha,
che voleva le streghe, la loro sapienza e i loro segreti.
La malvagia sovrana distrusse la valle e il villaggio di Mekare e Maharet, e con la forza
trascinò le due sorelle nel proprio regno.
Amel, il furioso spirito familiare della strega Mekare, cercò di punire la regina.
Quando giacque moribonda, pugnalata ripetutamente da cospiratori della sua stessa corte,
entrò in lei, fondendosi con il suo corpo e il suo sangue e conferendole una nuova e terrificante
vitalità.
Tale fusione diede origine a una nuova entità: il vampiro, il bevitore di sangue.
Nel corso dei millenni, dal sangue della grande regina vampiro, Akasha, nacquero tutti gli
altri immortali del mondo. Lo scambio di sangue rappresentava il metodo di procreazione.
Per punire le gemelle che si opponevano a lei e al suo nuovo potere, Akasha accecò
Maharet e strappò la lingua a Mekare ma, prima che le due fossero giustiziate, il suo maestro
di palazzo, Khayman, lui stesso da poco trasformato in un bevitore di sangue, donò loro il
potente Sangue.
Khayman e le due sorelle capeggiarono un’insurrezione contro Akasha ma non riuscirono a
cancellare il culto dei bevitori di sangue. Alla fine le gemelle vennero catturate e separate,
bandite ed esiliate, Maharet nel mar Rosso e Mekare nell’immenso oceano a ovest.
Maharet approdò ben presto su coste note e prosperò, ma Mekare, condotta al di là
dell’oceano, fino a terre ancora inesplorate e senza nome, scomparve dalla storia.
Questo succedeva seimila anni fa.
Dopo duemila anni la splendida regina Akasha e il marito, re Enkil, smisero di parlare,
conservati come statue in un sacrario da anziani e sacerdoti convinti che Akasha racchiudesse
il Sacro Nucleo e che, se mai fosse stata annientata, tutti i bevitori di sangue del mondo
sarebbero periti con lei.
Ma quando giunse l’era volgare, la storia della Genesi del Sangue era già stata
completamente dimenticata. Soltanto pochi immortali anziani la tramandavano, pur non
credendovi. Eppure alcuni dei del sangue, vampiri dediti all’antica religione, regnavano
ancora in sacrari sparsi in giro per il mondo.
Rinchiusi in alberi dal tronco cavo o in celle in muratura, rimanevano assetati di sangue
fino ai banchetti sacri, quando si vedevano portare delle offerte: malfattori da giudicare e
condannare di cui cibarsi.

All’alba dell’era volgare un anziano, custode dei Divini Genitori, abbandonò Akasha ed
Enkil nel deserto perché il sole li annientasse. In tutto il mondo vari giovani bevitori di sangue
perirono, arsi vivi nelle loro bare e nei loro sacrari oppure all’aperto, mentre il sole splendeva
sulla Madre e il Padre. Questi ultimi, tuttavia, erano troppo forti per morire. E anche molti dei
vampiri più antichi sopravvissero, benché gravemente ustionati e sofferenti.
Un bevitore di sangue appena reso tale, un saggio studioso romano di nome Marius, scese
in Egitto per trovare il re e la regina e proteggerli, in modo che nessuno sterminio devastasse
mai più il mondo dei Non Morti. In seguito divennero per lui una sacra responsabilità. La
leggenda di Marius e di Coloro-che-devono-essere-conservati sopravvisse per quasi due
millenni.
Nell’anno 1985 ai Non Morti del mondo intero venne narrata la storia di questa Genesi del
Sangue, compreso il fatto che la regina fosse ancora viva e racchiudesse in sé il Sacro Nucleo.
La storia apparve in un libro scritto dal vampiro Lestat, che narrò la vicenda anche con
canzoni e balli in videoclip e sul palcoscenico, dove si esibiva come cantante rock,
sollecitando il mondo a conoscere e distruggere la sua specie.
La voce di Lestat destò la regina da millenni di silenzio e sonno. Lei si levò con un sogno
ben preciso, quello di dominare il mondo degli esseri umani tramite la crudeltà e la
carneficina e diventare per loro la Regina del Paradiso.
Ma le antiche gemelle si fecero avanti per fermarla. Anche loro avevano sentito le canzoni
di Lestat. Maharet supplicò Akasha di mettere fine alla sua tirannia di sangue. E Mekare, di
cui si erano perse da secoli le tracce, riemergendo dalla terra dopo innumerevoli eoni decapitò
la grande regina e prese il Sacro Nucleo dentro di sé mentre divorava il cervello della sovrana
morente. Con la protezione della sorella divenne la nuova Regina dei dannati.
Lestat scrisse ancora una volta la vicenda. Era stato presente, aveva visto con i suoi occhi
il passaggio del potere. Fornì la sua testimonianza a tutti. Il mondo mortale non badò alle sue
«fiction», ma i suoi racconti sconvolsero i Non Morti.
E così la storia di origini e antiche battaglie, di facoltà e punti deboli vampireschi, di
guerre per il controllo del Sangue Tenebroso divenne conoscenza comune della tribù dei Non
Morti nel mondo intero. Divenne patrimonio di Antichi rimasti per secoli in stato catalettico
in caverne o tombe, di giovani illegittimi in giungle, paludi o bassifondi urbani che non
avevano mai sognato i loro antenati. Divenne patrimonio di saggi e sopravvissuti che nel corso
dei secoli erano rimasti isolati dagli altri.
La consapevolezza di condividere un legame comune, una storia comune, radici comuni
divenne retaggio di tutti i bevitori di sangue sparsi per il mondo.
Questa è la storia di come quella conoscenza trasformò per sempre la tribù e il suo destino.
ARGOT DEL SANGUE

Quando il vampiro Lestat scrisse i suoi libri utilizzò una serie di termini appresi dai vari
vampiri che aveva incontrato nella sua vita. E questi vampiri che integrarono il suo lavoro,
offrendo le proprie memorie ed esperienze messe per iscritto, aggiunsero vocaboli personali,
alcuni dei quali molto più antichi di quelli mai rivelati a Lestat.
Questo è un elenco di quei termini, ormai di uso comune fra i Non Morti del mondo intero.

Il Sangue. Quando il termine è maiuscolo si riferisce al sangue vampiresco, trasmesso dal


Creatore al novizio attraverso uno scambio profondo e spesso pericoloso. «Nel Sangue»
significa che qualcuno è un vampiro. Lestat aveva trascorso più di duecento anni «nel Sangue»
quando scrisse i suoi libri, il grande vampiro Marius più di duemila. E così via, ancora e
ancora.
Bevitore di sangue. Il vocabolo più antico per indicare un vampiro. Era il termine
semplice usato da Akasha, che in seguito tentò di sostituirlo con «dio del sangue» per coloro
che seguivano il suo cammino spirituale e la sua religione.
Moglie nel Sangue o Consorte nel Sangue. La compagna/o di un vampiro/a.
Figli dei Millenni. Indica immortali che vivono da più di un migliaio di anni e, più
specificatamente, coloro che sopravvivono da più di due millenni.
Figli delle Tenebre . Termine comune per tutti i vampiri, o tutti coloro che sono nel
Sangue.
Figli di Satana. Vampiri della tarda antichità e di epoche successive convinti di essere
letteralmente figli del diavolo e di servire Dio tramite il loro servire Satana mentre si
cibavano dell’umanità. Il loro approccio alla vita era penitenziale e puritano. Si negavano
qualsiasi piacere tranne il bere sangue e saltuari sabba (enormi raduni) durante i quali
danzavano; vivevano sottoterra, spesso in catacombe e spazi chiusi sudici e lugubri. Dal XVIII
secolo nessuno li ha più avvistati o ha avuto loro notizie, e con ogni probabilità il culto si è
estinto.
Congrega degli eloquenti. Moderno termine slang diffuso fra i Non Morti e indicante i
vampiri le cui avventure compaiono nelle Cronache dei vampiri, in particolare Louis, Lestat,
Pandora, Marius e Armand.
Trucco Oscuro. Si riferisce all’atto del creare concretamente un nuovo vampiro. Estrarre
il sangue del novizio e sostituirvi il proprio Sangue potente significa operare il Trucco Oscuro.
Strada del Diavolo. Espressione medievale che per i vampiri indica la via che ognuno di
loro percorre in questo mondo; termine popolare presso i Figli di Satana che pensavano di
servire Dio servendo il diavolo. Percorrere la Strada del Diavolo significava vivere la propria
esistenza da immortale.
Prima Stirpe. I vampiri discendenti da Khayman che insorsero contro la regina Akasha.
Sangue della Regina. I vampiri creati dalla regina Akasha perché seguissero la sua strada
nel Sangue e combattessero i ribelli della Prima Stirpe.
Sacro Nucleo. Si riferisce al cervello insediato o alla forza vitale dominante dello spirito
Amel, situato all’interno del corpo della strega vampiro Mekare dopo essere rimasto a lungo
dentro la regina vampiro Akasha. Si ritiene che ogni bevitore di sangue sul pianeta sia
collegato al Sacro Nucleo da una sorta di ragnatela o rete di tentacoli invisibile. Se il vampiro
che racchiude in sé il Sacro Nucleo dovesse venire annientato, tutti i vampiri del pianeta
perirebbero.
Dono del fuoco. La capacità di vampiri anziani di usare il proprio potere telecinetico per
appiccare il fuoco alla materia. Grazie al potere della propria mente sono in grado di bruciare
legno, carta o qualsiasi altra sostanza infiammabile. Possono inoltre dare fuoco ad altri
vampiri, incendiando il Sangue nei loro corpi e riducendoli in cenere. Solo gli immortali più
anziani possiedono tale potere ma nessuno è in grado di dire quando e come lo si acquisisca.
Un vampiro giovanissimo creato da un Antico può anche possederlo sin dall’inizio. Un
vampiro deve poter vedere ciò che intende bruciare: in breve, nessun vampiro può bruciarne
un altro se non è in grado di vederlo, se non è abbastanza vicino per convogliare tale potere
verso di lui.
Facoltà di volare. La capacità dei vampiri più anziani di sconfiggere la gravità, innalzarsi
e spostarsi nell’atmosfera e coprire agevolmente lunghe distanze, viaggiando sui venti senza
essere visti da chi si trova sotto di loro. Ancora una volta, nessuno sa quando un vampiro
riesca ad acquisire questo potere. Il desiderio di possederlo può fare miracoli. Tutti i bevitori
di sangue davvero antichi vantano tale abilità, che ne siano consapevoli o meno. Alcuni di loro
la disprezzano e non la utilizzano mai, a meno di esservi costretti.
Doti medianiche. Termine vago e impreciso che indica i poteri soprannaturali della mente
vampiresca su vari livelli. Tramite le doti medianiche un vampiro può apprendere cose dal
mondo sovrastante persino mentre dorme sprofondato nel terreno. E, utilizzandole
consciamente, è in grado di ascoltare telepaticamente i pensieri di mortali e immortali. Può
usarle per captare dalle menti altrui immagini, oltre che parole, e anche per proiettarne nelle
menti altrui. E infine può avvalersene per aprire telecineticamente una serratura, spalancare
una porta o fermare un motore. I bevitori di sangue hanno sviluppato anche questo potere
gradualmente, nel corso del tempo, e soltanto i più antichi sono in grado di violare le menti
altrui per trarne informazioni che esse non desiderano fornire oppure scagliare una violenta
forza telecinetica che perfori il cervello e i globuli sanguigni di un essere umano o di un altro
vampiro. Un vampiro può ascoltarne parecchi in tutto il mondo, udendo e vedendo quello che
altri odono, ma per poter annientare con la telecinesi la vittima designata deve poterla vedere.
Facoltà di incantare. Si riferisce al potere dei vampiri di confondere, incantare e
ammaliare i mortali e talvolta altri vampiri. Tutti i bevitori di sangue, persino i novizi, lo
possiedono a questo o quel livello, benché molti non lo sappiano usare. Comporta un tentativo
consapevole di «convincere» la vittima della realtà che le si vuole far accettare; non la rende
schiava, ma riesce a confondere e sviare. Si basa sul contatto visivo. È impossibile incantare
qualcuno a distanza. Tale facoltà include molto spesso le parole, oltre alle occhiate, e senza
dubbio coinvolge a livello imprecisato le doti medianiche.
Novizio. Un vampiro appena creato, molto giovane nel Sangue. Anche la propria prole nel
Sangue. Per esempio Louis è il novizio di Lestat. Armand è il novizio di Marius. L’antica
gemella Maharet è la novizia della sorella Mekare, che a sua volta lo è dell’antico Khayman.
Khayman è il novizio di Akasha.
Bevutina. Bere sangue da una vittima mortale senza che quest’ultima se ne accorga o lo
percepisca, senza causarne la morte.
Creatore. Termine semplice per il vampiro che ha trasformato un mortale. Sta venendo
lentamente sostituito da «mentore». Talvolta il Creatore viene anche definito «maestro», ma
quest’ultimo termine è ormai desueto. In molte parti del mondo è considerato un peccato
gravissimo ribellarsi al proprio Creatore o tentare di annientarlo. Un Creatore non riesce a
captare i pensieri di un suo novizio e viceversa.
Regina dei dannati. Titolo attribuito alla vampira Mekare da sua sorella Maharet dopo
che Mekare prese dentro di sé il Sacro Nucleo. Aveva una connotazione ironica: Akasha, la
sovrana caduta che aveva cercato di dominare il mondo, si era autoproclamata Regina del
Paradiso.
Giardino selvaggio. Termine usato da Lestat per indicare il mondo, conforme alla sua
convinzione che le uniche vere leggi dell’universo siano leggi estetiche, quelle che governano
la bellezza naturale che vediamo tutt’intorno a noi sul pianeta.
Non Morti. Termine comune per i vampiri di ogni età.
Parte I
IL VAMPIRO LESTAT
1
LA VOCE

L’ho sentita anni fa. Stava farfugliando da parecchio tempo.


Successe dopo che la regina Akasha venne annientata e la muta gemella dai capelli rossi,
Mekare, divenne «la Regina dei dannati». Avevo assistito a tutto, alla morte brutale di Akasha
nel momento in cui eravamo tutti convinti che anche noi saremmo morti insieme a lei.
Successe dopo che avevo scambiato il mio corpo con quello di un mortale ed ero tornato
nel mio potente corpo vampiresco, dopo aver rifiutato l’antico sogno di ridiventare umano.
Successe dopo che avevo visitato il paradiso e l’inferno in compagnia di uno spirito di
nome Memnoch per poi tornare sulla terra simile a un esploratore ferito ormai privo di
qualsiasi appetito per la sapienza, la verità, la bellezza.
Sconfitto, ero rimasto sdraiato per anni sul pavimento di una cappella di New Orleans
dentro un antico edificio conventuale, dimentico della sempre mutevole folla di immortali
intorno a me, udendoli, desiderando reagire, ma in un certo senso non riuscendo mai a
incrociare uno sguardo, rispondere a una domanda, prendere atto di un bacio o di un sussurro
di affetto.
Fu a quel punto che sentii per la prima volta la Voce. Maschile, insistente, dentro il mio
cervello.
Farfugliava, come ho già detto. Bene, pensai, forse noi bevitori di sangue possiamo
impazzire come i mortali, capisci, e questo è semplicemente un parto della mia mente distorta.
O forse lui è un Antico gravemente menomato che sta dormendo in un posto qui vicino e in
qualche modo, a livello telepatico, io riesco a condividerne la sofferenza.
Ci sono dei limiti fisici alla telepatia nel nostro mondo, ovviamente, ma in fondo voci,
suppliche, messaggi e pensieri possono essere trasmessi attraverso altre menti, e non si poteva
escludere che quel povero zoticone stesse borbottando fra sé al capo opposto del pianeta.
Come ho già detto stava farfugliando, mischiando varie lingue, antiche e moderne, talvolta
componendo un’intera frase in latino o in greco per poi ripiombare in ripetizioni di voci
moderne... frasi tratte da film e persino canzoni. Più e più volte implorò aiuto, come la
minuscola mosca dalla testa umana alla fine di quel capolavoro dei B-movie. «Aiutatemi,
aiutatemi», come se anche lui fosse prigioniero di una ragnatela e un ragno gigantesco stesse
puntando verso di lui. «Okay, okay, cosa posso fare?» chiedevo, e lui era svelto a rispondere.
Si trovava nelle vicinanze? Oppure si trattava semplicemente del miglior sistema di
trasmissione nel mondo dei Non Morti?
«Ascoltami, vieni da me.» Lo ripeté ancora e ancora, notte dopo notte, finché non divenne
un rumore di fondo.
Sono sempre riuscito a non ascoltarlo. Nessun problema. Quando sei un vampiro, o impari
a escludere le voci telepatiche o impazzisci. Posso tagliare fuori con altrettanta facilità le
grida dei viventi. Vi sono costretto. Non esiste altro modo per sopravvivere. Persino quelli
molto antichi riescono a escludere le voci. Io sono nel Sangue da più di duecento anni, loro da
sei millenni.
A volte la Voce se ne andava semplicemente.
Più o meno nei primi anni del XXI secolo cominciò a parlare in inglese.
«Perché?» chiesi.
«Perché ti piace», rispose con quel suo vivace tono mascolino. Risata. La sua. «L’inglese
piace a tutti. Devi venire da me, quando ti chiamo.» Poi riprese a farfugliare, in un miscuglio
di lingue diverse, di cecità, soffocamento, paralisi, impotenza. E la cosa degenerò di nuovo in
richieste di aiuto inframmezzate da stralci di poemi in latino e greco e francese e inglese.
È interessante per forse tre quarti d’ora, quindi diventa ripetitivo e fastidioso.
A un certo punto lui gridò: «Bellezza!» e prese a cianciare senza sosta, tornando sempre a
«Bellezza!» e sempre con un punto esclamativo che percepivo come l’affondo di un dito sulla
mia tempia.
«Okay, ’bellezza’, e con ciò?» chiesi. Lui gemette, pianse, si abbandonò a disorientanti e
assurde fantasticherie. Smisi di ascoltarlo per un anno, credo, ma lo sentivo borbottare appena
sotto la superficie e poi, due anni più tardi – credo – cominciò a chiamarmi per nome.
«Lestat, principino viziato!»
«Oh, piantala.»
«No, tu, principino viziato, mio principino, ragazzo, oh, ragazzo, Lestat...» Poi ripeté
quelle parole in dieci lingue moderne e sei o sette antiche. Rimasi impressionato.
«Allora, dimmi chi sei o guai a te», gli intimai in tono tetro. Dovevo ammettere che,
quando mi sentivo terribilmente solo, ero felice di averlo intorno.
E quello non fu un anno piacevole, per me. Stavo vagando senza meta. Ero stanco di tutto,
furibondo con me stesso perché la «bellezza» della vita non mi stava sostenendo, non stava
rendendo sopportabile la mia solitudine. La notte mi aggiravo in giungle e foreste tenendo le
mani sollevate sopra la testa per toccare le foglie dei rami più bassi, piangendo fra me e me,
farfugliando parecchio anch’io. Gironzolai in America Centrale visitando rovine maya e mi
spinsi molto all’interno dell’Egitto per passeggiare nelle distese desertiche e vedere le antiche
pitture rupestri lungo il tragitto verso i porti del mar Rosso.
Giovani vampiri vagabondi continuavano a invadere le città in cui mi aggiravo – il Cairo,
Gerusalemme, Mumbai, Honolulu, San Francisco – e mi stancai di castigarli, punendoli per
aver massacrato gli innocenti, nella loro fame scombinata. Venivano catturati, rinchiusi in
prigioni umane nelle quali bruciavano con il sopraggiungere dell’alba. Di tanto in tanto
cadevano nelle mani di autentici scienziati forensi. Una maledetta scocciatura.
Non ne scaturì mai nulla, ma ne riparlerò in seguito.
I vampiri vagabondi che si moltiplicavano ovunque stavano creando problemi l’uno per
l’altro, e le loro guerre fra gang e le loro risse hanno rovinato la vita al resto di noi. E non ci
pensano due volte prima di tentare di incenerire o decapitare qualsia-si altro bevitore di
sangue che li intralci.
È un vero caos.
Ma chi sono io per mantenere l’ordine fra questi babbei preternaturali?
Quando mai sono stato dalla parte della legge e dell’ordine? Si presume che io sia il
ribelle, l’enfant terrible. Così lasciai che mi cacciassero dalle città, persino da New Orleans. Il
mio amato Louis de Pointe du Lac se ne andò poco dopo, e da quel momento in poi visse a
New York con Armand.
Armand mantiene l’isola di Manhattan sicura per tutti loro: Louis, lui stesso e i due
giovani bevitori di sangue, Benjamin e Sybelle, e chiunque altro li raggiunga nella loro dimora
simile a una reggia nell’Upper East Side.
Non è certo una sorpresa. Armand è sempre stato abile nell’annientare chi lo offende. In
fondo per centinaia di anni ha capeggiato la congrega degli antichi Figli di Satana a Parigi, e
riduceva in cenere qualsiasi bevitore di sangue che non rispettasse le malvage e antiche regole
di quei miserabili fanatici religiosi. È autoritario, spietato. Bene, che abbia lui quella
missione.
Ma lasciatemi aggiungere che non è la nullità morale che un tempo credevo. Una così gran
parte di ciò che pensavo su di noi, le nostre menti, le nostre anime, la nostra evoluzione o
disevoluzione etica era semplicemente errata, nei libri che ho scritto. Armand non è senza
compassione, non è senza cuore. Sotto molti aspetti sta diventando pienamente se stesso, dopo
cinquecento anni. E cosa so davvero sull’essere immortali? Sono un vampiro da quando, dal
1780? Non è poi molto tempo. Davvero.
Sono andato a New York, a proposito, a spiare i miei vecchi amici.
Sono rimasto fermo davanti alla loro magnifica villa nell’Upper East Side, ascoltando la
giovane vampira Sybelle suonare il piano e Benjamin e Armand conversare per ore.
Una dimora davvero notevole: tre case attigue trasformate in un unico sontuoso palazzo,
ognuna con il suo porticato in stile greco, scalinata anteriore e piccolo recinto metallico
decorativo. Veniva utilizzato solo l’ingresso centrale, con il nome scritto in bronzee lettere
corsive sopra la porta: TRINITY GATE.
Benji è il vampiro responsabile del talk show radiofonico irradiato notte dopo notte da
New York. Nei primi anni veniva trasmesso nel modo consueto, ma ora passa sulla web radio
e raggiunge i Non Morti in tutto il mondo. Benji è scaltro in modi che nessuno avrebbe potuto
prevedere: beduino di nascita, venne trasformato in vampiro a circa dodici anni, quindi
rimarrà per sempre alto solo un metro e cinquantotto, ma è uno di quei bambini immortali che
gli esseri umani scambiano immancabilmente per un adulto molto minuto.
Naturalmente non posso «udire» Louis quando sto spiando, visto che l’ho creato io, e
Creatore e novizio sono sordi l’uno all’altro, ma le mie orecchie soprannaturali non sono mai
state più ricettive. Ritto davanti al loro palazzo ho colto facilmente la sua voce pastosa e
sommessa, e la sua immagine nella mente degli altri. Ho scorto gli affreschi barocchi dai
colori vividi sui loro soffitti, dietro le fluttuanti tende di pizzo. Un sacco di azzurro, là: cieli
azzurri con dense e ondulate nubi sfumate d’oro. Perché no? E ho captato l’odore di quei
fuochi scoppiettanti.
Il palazzo era alto cinque piani, in stile Belle Époque e imponente. Seminterrati in basso e,
su nell’attico, un’immensa sala da ballo con il soffitto di vetro aperto sulle stelle. Lo avevano
trasformato in un’autentica reggia, certo. Armand è sempre stato bravo in questo, attingendo a
risorse inimmaginabili per pavimentare con marmo e legno antico i suoi sbalorditivi quartier
generali e arredarne le stanze con i più splendidi design mai realizzati. E li rendeva sempre
impenetrabili.
Il triste piccolo pittore di icone russo, rapito e scaraventato in Occidente, ne aveva
abbracciato molto tempo prima, e fino in fondo, la visione umanistica. Marius, il suo Creatore,
deve averlo notato con una certa soddisfazione, secoli fa.
Desiderai unirmi a loro. Desidero sempre unirmi a loro e non lo faccio mai. In realtà mi
stupii del loro stile di vita: uscire in limousine Rolls-Royce per andare ad assistere all’opera,
alla sinfonia, al balletto, aggirandosi tutti insieme nei musei durante le inaugurazioni,
perfettamente integrati nel mondo umano intorno a loro, invitando addirittura dei mortali in
quei saloni dorati perché gustassero vino e rinfreschi, ingaggiando musicisti umani che
suonassero là. Si spacciavano per umani in maniera davvero splendida. Mi meravigliai di
avere mai vissuto in quel modo, di essere mai stato in grado di farlo con una simile
raffinatezza, un secolo prima o più. Li osservai con gli occhi di un fantasma affamato.
La Voce borbottava e urlava e sussurrava ogni qual volta mi trovavo là, facendo rotolare i
loro nomi in un tumulto di invettive e riflessioni e richieste. Una sera affermò: «Era la
Bellezza ad alimentarlo, non lo vedi? Il mistero della Bellezza».
Un anno più tardi stavo passeggiando sulla sabbia di South Beach, a Miami, quando mi
scagliò di nuovo contro la frase. Per il momento i bevitori di sangue vagabondi e le canaglie
mi stavano lasciando in pace. Avevano paura di me, di tutti i vampiri anziani, ma non
abbastanza.
«Alimentava cosa, cara Voce?» chiesi. Mi sentii in dovere di concedergli qualche minuto,
prima di escluderlo.
«Non riesci a concepire l’enorme portata di questo mistero», disse in un sussurro
confidenziale. «Non riesci a concepirne la complessità.» Stava pronunciando quelle parole
come se le avesse appena scoperte. Pianse. Lo giuro. Pianse.
Fu un suono terribile. Non mi compiaccio della sofferenza di nessuno, nemmeno di quella
dei miei nemici più sadici, ed ecco lì la Voce che piangeva.
Stavo cacciando, assetato pur non avendo bisogno di bere, in balia dell’ardente desiderio,
della profonda e tormentosa brama di caldo sangue umano pompato dal cuore. Trovai una
giovane vittima, una donna, irresistibile nel suo abbinamento di anima sudicia e corpo
magnifico, gola bianca davvero tenera. La presi nella profumata camera buia di casa sua, luci
della città dietro le finestre, dopo essere arrivato dai tetti per trovarla, quella donna pallida con
splendidi occhi castani e pelle color nocciola e capelli neri simili ai serpenti di Medusa, nuda
fra le lenzuola di lino bianco, impegnata a lottare contro di me mentre le affondavo i canini
nell’arteria carotidea. Troppo affamato per qualsiasi altra cosa. Dammi il battito cardiaco.
Dammi il sale. Dammi il viatico. Riempimi la bocca.
Poi il sangue sgorgò violento, rombando. Non affrettare le cose! Ero la vittima
improvvisamente devastata da un dio fallico, sbattuta sul pavimento dell’universo dal sangue
che sfrecciava, il cuore che batteva all’impazzata svuotando la fragile forma che cercava di
proteggere. Ed ecco, lei era morta. Oh, troppo presto. Giglio schiacciato sul cuscino, solo che
non era stata affatto un giglio e io ne avevo visti i luridi, meschini crimini purpurei mentre
quel sangue mi trasformava in uno zimbello, mi rovinava, mi lasciava con un senso di tepore,
anzi, di calore diffuso in tutto il corpo, intento a leccarmi le labbra.
Non sopporto di rimanere accanto a un umano morto. Di nuovo fuori, sui tetti.
«Ti è piaciuto, Voce?» domandai. Mi stiracchiai come un gatto sotto la luna.
«Mmm», replicò. «L’ho sempre adorato, naturalmente.»
«Allora smettila con tutti questi pianti.»
A quel punto fluttuò via. Non era mai successo prima. Mi abbandonò. La bersagliai con
una raffica di domande. Nessuna risposta. Non c’era nessuno.
Tre anni fa, ecco quando accadde.
Ero in condizioni pietose, sfinito e depresso, disgustato e avvilito. La situazione era grave
in tutto il mondo vampiresco, non c’erano dubbi. Nelle sue interminabili trasmissioni radio
Benji mi stava sollecitando a lasciare l’esilio. E altri si stavano unendo a lui in quell’appello.
«Lestat, abbiamo bisogno di te.» I racconti di sventura abbondavano. E non riuscivo più a
rintracciare molti dei miei amici, né Marius né David Talbot o persino le antiche gemelle. Un
tempo ero stato in grado di trovare facilmente uno qualsiasi di loro, ma ora non più.
«Siamo una tribù senza genitori!» gridava Benji dalla stazione radio vampiresca su
Internet. «Giovani, siate saggi. Fuggite dagli Antichi, quando li vedete. Non sono i nostri
anziani, indipendentemente dal numero di anni trascorsi nel Sangue. Hanno rifiutato di
assumersi la responsabilità dei loro fratelli e sorelle. Siate saggi!»
In quella lugubre e fredda notte avevo avuto sete, più sete di quanto potessi sopportare. Oh,
tecnicamente non ho più bisogno del sangue. Ho così tanto sangue di Akasha nelle vene – il
sangue primordiale dell’antica Madre – che posso sopravvivere in eterno senza mai nutrirmi,
ma ero assetato, e dovevo berlo per mettere fine all’infelicità, o così mi dissi durante una
piccola razzia notturna nella città di Amsterdam, cibandomi di ogni reprobo e assassino che
riuscii a scovare. Avevo nascosto i corpi. Avevo fatto molta attenzione, ma era stato macabro:
quel sangue bollente, squisito, pompato dentro di me, e, insieme a esso, tutte quelle visioni di
menti sudice e degenerate, tutta quell’intimità con le emozioni che deploro. Oh, la solita
vecchia storia. Ero amareggiato. In stati d’animo del genere rappresento una minaccia per gli
innocenti, e lo so fin troppo bene.
Verso le quattro del mattino ero davvero conciato male, mi trovavo in un piccolo giardino
pubblico, seduto su una panchina di ferro nell’umidità, piegato in due, in un settore brutto e
squallido della città, le luci della tarda nottata che apparivano sgargianti e fuligginose,
attraverso la nebbia. Mi sentivo intirizzito e ormai in preda al timore di non riuscire a
sopportare oltre. Non avrei mai «sfondato» nel Sangue. Non sarei diventato un autentico
immortale come i grandi Marius, Mekare, Maharet o Khayman, o persino Armand. Non era
vivere, quello che stavo facendo. E a un certo punto il dolore si fece talmente lancinante da
sembrare una lama che mi si torceva nel cuore e nel cervello. Mi piegai in due, sulla panchina.
Avevo le dita serrate dietro il collo e il mio più grande desiderio era morire, semplicemente
chiudere gli occhi sull’intera vita e morire.
E la Voce arrivò e disse: «Ma io ti amo!»
Rimasi sbalordito. Non la sentivo da così tanto tempo ed eccola lì, quella tonalità intima,
così sommessa, così straordinariamente tenera, come dita che mi toccassero, carezzandomi la
testa.
«Perché?» domandai.
«Di tutti loro sei quello che amo di più», affermò la Voce. «Sono insieme a te, ti sto
amando adesso.»
«Cosa sei? Un altro finto angelo?» chiesi. «Un altro spirito che si finge un dio, qualcosa
del genere?»
«No», rispose.
Ma nell’istante esatto in cui aveva cominciato a parlare avevo percepito un certo tepore
dentro di me, un improvviso tepore come quello descritto dai tossici quando vengono pervasi
dalla sostanza che bramano, l’incantevole e rassicurante tepore che avevo trovato così
fugacemente nel Sangue, e avevo iniziato a udire la pioggia, a udirla non come una triste
acquerugiola ma come una magnifica sommessa sinfonia di suoni sulle superfici intorno a me.
«Ti amo», aveva aggiunto la Voce. «Ora alzati. Lascia questo posto. Devi farlo. Alzati.
Comincia a camminare. Questa pioggia non è troppo fredda per te. Sei troppo forte per questa
pioggia e troppo forte per questa infelicità. Avanti, fai come dico...»
E lo avevo fatto.
Mi ero alzato e mi ero incamminato verso l’elegante vecchio Hôtel de l’Europe dove
alloggiavo, e avevo raggiunto l’ampia camera squisitamente tappezzata e chiuso bene i lunghi
tendoni di velluto sul sole in arrivo. Bagliore di cielo bianco sopra il fiume Amstel. Suoni
mattutini.
Poi mi ero fermato. Mi ero premuto le dita sulle palpebre ed ero crollato, crollato sotto il
peso di una solitudine talmente terribile che a quel punto avrei scelto la morte, se soltanto
avessi potuto.
«Avanti, ti amo», disse la Voce. «Non sei solo in tutto questo! Non lo sei mai stato.»
Riuscii a sentirla dentro di me, intorno a me, che mi abbracciava.
Alla fine mi sdraiai per dormire. Adesso mi stava cantando qualcosa, cantando in francese,
cantando delle parole adattate al magnifico étude di Chopin, Tristesse...
«Lestat, torna a casa, in Francia, nell’Auvergne in cui sei nato», mi sussurrò, proprio come
se si trovasse accanto a me. «Nell’antico château di tuo padre. Devi andarci. Tutti voi esseri
umani avete bisogno di una casa.»
Suonava così tenera, così sincera.
Davvero strano che dicesse una cosa simile. L’antico château in rovina mi appartiene.
Anni prima avevo incaricato architetti e scalpellini di ricostruirlo, pur non sapendo come mai.
Adesso mi apparve una sua immagine, le antiche torri circolari che si levavano dalla scogliera
sopra campi e valli dove nei tempi antichi così tanti erano morti di fame, dove la vita era stata
così dura, dove io ero stato duro, un ragazzo fermamente deciso a scappare a Parigi, a vedere il
mondo.
«Vai a casa», sussurrò la Voce.
«Come mai non ti accingi a scomparire come me, Voce?» chiesi. «Il sole sta per sorgere.»
«Perché non è mattina dove mi trovo io, mio amato Lestat.»
«Ah, quindi sei un bevitore di sangue, vero?» domandai. Sentivo di averlo preso in
trappola. Cominciai a ridere, in modo stridulo. «Certo che lo sei.»
Si infuriò. «Miserabile, ingrato, degenerato principino viziato», stava borbottando, poi mi
abbandonò di nuovo. Ah, bene. Perché no? Ma non avevo risolto davvero il mistero della
Voce, neppure lontanamente. Lui era solo un potente e antico immortale che comunicava dal
capo opposto del globo facendo rimbalzare il suo messaggio telepatico sulle menti
vampiresche lungo la strada, come la luce che rimbalzi di specchio in specchio? No,
impossibile. La sua voce suonava troppo intima e precisa. È possibile inviare un richiamo
telepatico a un altro immortale con quel metodo, certo, ma non si può comunicare
direttamente come lui aveva sempre fatto con me.
Quando mi svegliai era tardo pomeriggio, naturalmente, e Amsterdam traboccava di
traffico rombante, biciclette sibilanti, tantissime voci. Odore di sangue pompato attraverso
cuori che battevano.
«Ancora con me, Voce?» chiesi.
Silenzio. Eppure avevo la netta sensazione, sì, la sensazione che lui fosse lì. Mi ero sentito
disperato, avevo avuto paura per me stesso, meravigliandomi della mia debolezza, della mia
incapacità di amare.
E poi accadde.
Mi piazzai davanti allo specchio a figura intera fissato alla porta del bagno per sistemarmi
la cravatta. Sapete che dandy sono. Bene, persino sfinito e depresso indossavo una giacca di
Armani dal taglio perfetto e una camicia elegante e, bene, volevo raddrizzare quella
sgargiante, sfavillante cravatta di seta dipinta a mano e... nello specchio non c’era il mio
riflesso!
Io ero lì, ma il mio riflesso no. C’era un altro me stesso, che mi sorrideva con trionfanti
occhi scintillanti, entrambe le mani posate sul vetro come fosse rinchiuso in una cella di
prigione dietro di esso. Gli stessi vestiti, certo, e identico al sottoscritto fino ai minimi dettagli
dei lunghi e ondulati capelli biondi e degli sfavillanti occhi grigio-azzurri, ma non certo un
riflesso.
Rimasi impietrito. La flebile eco del termine Doppelgänger si levò nelle mie orecchie,
insieme a tutto l’orrore che un tale concetto implica. Non so se posso descrivere come risultò
raggelante, quella mia figura abitata da un altro che mi osservava beffarda, minacciandomi
deliberatamente.
Mantenni un’espressione impassibile e continuai a sistemarmi la cravatta, pur non
riuscendo a scorgere alcun riflesso di quanto stavo facendo. E lui continuò a sorridere in quel
gelido modo beffardo mentre la risata della Voce mi risuonava nel cervello.
«Dovrei forse apprezzarti per questo, Voce?» chiesi. «Pensavo che mi amassi.»
Lui rimase ferito. Il suo viso – il mio viso – si raggrinzì come quello di un bambino sul
punto di scoppiare in singhiozzi. Alzò le mani come per proteggersi, le dita che restavano
sospese nell’aria, gli occhi tremolanti. L’immagine svanì per essere sostituita da un autentico
riflesso del sottoscritto fermo lì, perplesso, vagamente orripilato e non poco furibondo. Mi
raddrizzai la cravatta per l’ultima volta.
«Ti amo», affermò la Voce in tono triste, quasi dolente. «Ti amo!» Cominciò a ciarlare e
strepitare e discorrere, e all’improvviso tutti quei vocabolari presero a vorticare insieme,
russo, tedesco, francese, latino...
Quella sera, quando Benji cominciò a trasmettere da New York, disse che non si poteva
continuare così. Sollecitò i giovani a fuggire dalle città. Implorò ancora una volta gli anziani
della tribù a farsi avanti in fretta.
Andai in Anatolia per fuggire da tutto. Volevo rivedere Hagia Sophia, camminare sotto
quegli archi. Volevo aggirarmi fra le rovine di Göbekli Tepe, il più antico insediamento
neolitico mai scoperto. Al diavolo i problemi della tribù. Cosa mai aveva fatto pensare a Benji
che fossimo una tribù?
2
BENJI MAHMOUD

Immaginavo che Benji Mahmoud avesse avuto circa dodici anni quando Marius lo aveva
trasformato in vampiro, ma nessuno lo sapeva con certezza, nemmeno lo stesso Benji. Era
nato in Israele, in una famiglia di beduini, poi era stato ingaggiato e portato negli Stati Uniti
dalla famiglia di una giovane pianista di nome Sybelle – palesemente pazza – perché potesse
farle da compagno. Entrambi conobbero il vampiro Armand a New York a metà degli anni
Novanta, ma non vennero resi immortali fino a poco tempo dopo, quando Marius operò il
Trucco Oscuro su entrambi come dono per Armand. Naturalmente quest’ultimo montò su tutte
le furie, si sentì tradito, deplorò il fatto che la vita umana dei suoi protetti fosse stata troncata
eccetera, ma Marius aveva fatto l’unica cosa che si potesse fare con due esseri umani che,
sotto ogni punto di vista, stavano vivendo nel Nostro Mondo e perdendo rapidamente il gusto
per qualsiasi altro. Pupilli umani di tal genere sono persone care che ti rendono vulnerabile e
Armand avrebbe dovuto saperlo, avrebbe dovuto sapere che questo o quel vampiro a lui ostile
avrebbe eliminato uno dei due giovani, o entrambi, soltanto per nuocergli. Può succedere fin
troppo facilmente.
Quindi Marius li trasformò in vampiri.
Non ero in me, all’epoca. Ero malconcio e distrutto in seguito alle mie avventure con
Memnoch, uno spirito che sosteneva di essere stato «il demone» del sistema di credenze
cristiano, e mi accorsi a stento di tutto ciò, sapendo soltanto che amavo la musica creata da
Sybelle e poco altro.
Quando cominciai a notare davvero Benji Mamhoud lui viveva a New York con Armand,
Louis e Sybelle, e aveva fondato la stazione radiofonica. Come ho già detto, all’inizio essa
trasmetteva nella maniera canonica, ma lui possedeva troppa inventiva per sopportare a lungo
i vincoli impostigli dal mondo mortale e ben presto trasformò il programma in streaming
radiofonico via Internet trasmesso dalla casa nell’Upper East Side, spesso rivolgendosi
nottetempo ai Figli delle Tenebre e sollecitandoli a telefonargli da tutto il mondo.
Ai tempi della radio convenzionale, accompagnato dalla musica di Sybelle, aveva parlato
in tono sommesso, un tono che senza uno specifico potenziamento non poteva essere udito da
orecchie mortali, sperando che i vampiri del mondo captassero il messaggio. Il guaio era che
anche parecchi bevitori di sangue non riuscivano a sentirlo. Così, quando passò alla web radio,
lasciò perdere quel trucco. Si limitò a parlare, rivolgendosi a Noi senza prestare la minima
attenzione agli appassionati di fiction sui vampiri o ai piccoli goth che telefonavano al
programma, escludendoli abbastanza agevolmente in base al timbro delle loro voci per
dedicare il suo tempo in onda agli autentici Figli delle Tenebre.
La squisita musica da pianoforte di Sybelle rappresentava una componente importante
dello show, e talvolta trasmettevano fino a cinque o sei ore per notte mentre altre volte non
trasmettevano affatto, ma ben presto il messaggio di Benji venne udito da un capo all’altro del
pianeta: «Siamo una tribù, vogliamo sopravvivere e gli anziani non ci sanno aiutando».
Quando cominciò a parlare per la prima volta di quello, degli orfani e degli indifesi che
infestavano ogni città della terra e della trascuratezza e dell’egoismo degli «anziani», pensai
che qualcuno si sarebbe sicuramente offeso, lo avrebbe ridotto al silenzio o almeno intralciato
in qualche maniera drammatica.
Ma Benji aveva ragione e io torto: nessuno si curò di fermarlo perché in realtà a nessuno
importava. E lui continuò a rivolgersi ai vampiri vagabondi e alle canaglie e agli orfani che
chiamavano nottetempo la sua linea telefonica, spiegando loro come stare attenti, come
perseverare, come nutrirsi dei malfattori e nascondere le tracce dell’uccisione, e come
rammentare sempre che il mondo appartiene agli umani.
Inoltre donò ai Non Morti sparsi per il mondo un gergo comune, costellando i propri
commenti di termini tratti dalle Cronache dei vampiri, includendone alcuni che io non avevo
mai usato o forse mai sentito, creando una lingua che tutti potessero condividere. Una cosa
interessante, o almeno io la giudicai tale.
Un paio di volte mi recai a New York solo per spiarlo. A quel punto aveva già sviluppato
un preciso stile personale. Indossava completi a tre pezzi di alta sartoria, di solito in lana
pettinata con righine grigie o marroni, magnifiche camicie eleganti in tinte pastello e
appariscenti cravatte di seta Brooks Brothers, e portava sempre un cappello floscio di feltro
nero italiano, il perfetto cappello da gangster, e scarpe stringate lucidissime.
Di conseguenza, persino con la sua corporatura minuta, le ossa piccole, il visetto tondo e
allegro e gli scintillanti occhi neri Benji non sembrava affatto un bambino, e il suo nomignolo
preferito per se stesso era diventato «Ometto». Ometto possedeva più di cinque gallerie a
Chelsea e SoHo, un ristorante nel Greenwich Village accanto a Washington Square e un
antiquato negozio di abbigliamento maschile in cui comprava i cappelli. Aveva tantissimi
documenti legali, compresa una patente di guida regolare, più carte di credito, cellulari, un
paio di biciclette; nelle serate estive a New York guidava la sua auto sportiva MG TD
restaurata ma per lo più si spostava a bordo di una lunga limousine Lincoln nera con chauffeur
e trascorreva un sacco di tempo in caffè e ristoranti fingendo di cenare con mortali che lo
trovavano affascinante. Lui e Sybelle andavano proficuamente a caccia nei vicoletti.
Conoscevano entrambi l’arte della Bevutina e riuscivano a soddisfarsi con un certo numero di
Bevutine nei night-club o ai balli di beneficenza senza mai uccidere o menomare una vittima
innocente.
E laddove Sybelle era, in un certo senso, una presenza distaccata e misteriosa al suo fianco
– magnifica in abiti da sera griffati e gemme costose – Benji vantava decine di amici umani
che lo consideravano eccentrico, divertente e assai gradevole con il suo «programma
radiofonico per vampiri» che giudicavano «performance art» del tipo più geniale, presumendo
che fornisse lui tutte le voci per la trasmissione, comprese quelle dei Figli delle Tenebre
giapponesi e cinesi che telefonavano e parlavano per ore nella propria lingua madre, mettendo
a dura prova i suoi poteri soprannaturali mentre si sforzava di tenere il passo con loro.
In breve, Benji era un vampiro di enorme successo. Aveva un sito web che supportava il
programma radiofonico e un indirizzo di posta elettronica, e talvolta leggeva le e-mail mentre
era in onda, per così dire, ma tornava sempre sullo stesso argomento: «Siamo una tribù, e in
quanto tribù dobbiamo rimanere uniti, essere leali, preoccuparci l’uno dell’altro ed escogitare
il modo di sopravvivere in questo mondo in cui gli immortali possono essere inceneriti o
decapitati come chiunque altro. Gli anziani ci hanno venduto!»
E sempre, sempre, rivolgeva il suo monito ai Non Morti: «Non venite a New York. Non
tentate di trovarmi. Sono qui per voi tramite telefono ed e-mail, ma non mettete mai piede in
questa città altrimenti dovrete affrontare Armand, e questa è una cosa che non augurerei a
nessuno». In realtà li avvisava di continuo che nessuna città era davvero in grado di sostenere
il numero di vampiri attualmente creati e che i novizi dovevano farsi furbi, dovevano cercare
nuovi territori e imparare a vivere in pace gli uni con gli altri.
Al telefono gli ascoltatori esprimevano la propria angoscia. Erano ansiosi e impauriti,
deploravano gli alterchi che scoppiavano ovunque ed erano spaventati a morte dagli Antichi
capaci di incenerirti al solo vederti. Cercavano invano il grande Lestat, il grande Marius, la
grande Pandora e così via, all’infinito.
Più e più volte Benji si diceva solidale con loro, li consigliava e talvolta ne condivideva
semplicemente la sofferenza. «Non ci aiutano, vero?» dichiarava. «Perché Lestat ha scritto i
suoi libri? Dov’è il grande studioso David Talbot, e cosa ne è stato della grande Jesse Reeves,
trasformata in vampiro fra le braccia dell’antica Maharet? Che branco di egoisti, egocentrici e
narcisisti sono!»
Poi iniziava con il suo: «Lestat, dove sei?»
Come se io fossi uno degli anziani! Avanti, su, non scher-ziamo!
Bene, in termini di influenza lo sono, sì. Certo. Ho scritto la mia autobiografia. Sono
diventato una famosa rockstar, per circa cinque minuti! Ho scritto la storia di come Akasha è
stata annientata e come la fonte del potere è stata estratta da lei e trasferita nella bevitrice di
sangue Mekare. Lo ammetto. Ho fatto tutto questo. Ho scritto e pubblicato il mio resoconto
della vicenda del Ladro di Corpi e di quella di Memnoch. Okay, okay. E sì, se la mia musica e
i miei videoclip non fossero stati diffusi nel mondo, l’antica regina Akasha avrebbe potuto
benissimo non levarsi mai dal suo trono e non scatenare mai il Grande Rogo durante il quale
vampiri sparsi in tutto il pianeta furono ridotti in cenere. Colpa mia, okay, lo ammetto.
Ma ho... quanti? Duecentotrentatré anni nel Sangue? Qualcosa del genere. Come ho già
detto, in base a qualsiasi standard sono un semplice marmocchio, un ragazzino sventato!
I veri anziani, quelli che lui non cessava mai di schernire, insultare e deridere, erano i Figli
dei Millenni – i grandi immortali – ossia Marius, Pandora e le antiche gemelle, naturalmente,
Mekare e Maharet, e il loro compagno Khayman. Benji lo rese abbastanza chiaro.
«Come può questa Mekare essere la Regina dei dannati se non governa?» chiedeva. «La
sua gemella, Maharet, non si cura di noi in quanto grande famiglia di vampiri? E dov’è
Khayman, anziano come le gemelle, e perché non si preoccupa per noi mentre arranchiamo nel
mondo cercando risposte? Com’è che Jesse, la giovane Jesse del nostro mondo, non sollecita
questi anziani ad ascoltare le nostre voci?»
Come ho già spiegato, trovavo tutto ciò sbalorditivo e spaventoso, ma avrebbe dato
qualche risultato, anche se nessuno si muoveva per zittire Benjamin? Avrebbe fatto succedere
qualcosa?
E intanto stavano avvenendo altre cose. Cose davvero orrende. E forse anche alcune
positive.
Benji non era l’unico vampiro che stesse facendo qualcosa di totalmente nuovo sotto le
stelle del paradiso.
C’era Fareed, arrivato molto prima di lui. E io avevo creduto che nemmeno Fareed sarebbe
durato.
3
FAREED E SETH

Ho conosciuto Fareed e Seth sei anni prima della fine del secolo scorso. Successe dopo che
avevo incontrato il Ladro di Corpi, ma prima che conoscessi Memnoch. E benché all’epoca
avessi ritenuto il nostro incontro casuale, in seguito capii che con ogni probabilità non lo era
stato affatto, perché i due mi avevano cercato a lungo.
Mi trovavo a Los Angeles in una mite e incantevole serata quando accettai di parlare con
loro in un caffè con giardino non lontano da dove mi avevano avvicinato sul Sunset
Boulevard: due vampiri potenti, uno antico e uno giovane alimentato dal vigoroso sangue
dell’altro.
Seth era quello antico e, come sempre succede con quei grandi sopravvissuti, il suo battito
cardiaco mi avvisò della sua presenza molto prima che lo vedessi. Quei mostri antichi sono in
grado di schermare la propria mente, e possono passare per umani, sì, non importa quanto
siano vecchi, e lo fanno. Non possono però impedire a un immortale come me di udire il
battito cardiaco e, insieme a esso, un flebile suono simile al respirare, solo che sembra il
ronzio di un motore, quando giunge da loro. E quello, naturalmente, è il segnale che ti esorta a
scappare, a meno che tu non voglia finire ridotto a un ammasso di sottile polvere nera o a una
piccola chiazza di grasso su un marciapiede.
Ma io non fuggo mai davanti a niente, e all’epoca non ero molto sicuro di voler continuare
a vivere. Di recente, nel deserto del Gobi, mi ero ustionato la pelle rendendola di un marrone
scuro durante un tentativo fallito di farla finita, e dire che avevo un atteggiamento
menefreghista sarebbe stato un eufemismo.
Inoltre ero sopravvissuto a tantissime cose; bene, non sarei forse sopravvissuto a un
incontro con un altro Antico? Conoscevo personalmente le gemelle, vero? Conoscevo la regina
in carica. Non godevo forse della loro protezione?
Ma ai tempi, persino allora, sapevo anche qualcos’altro. Sapevo che il mio cantare, i miei
videoclip e il mio destare la regina Akasha avevano svegliato un gran numero di immortali
sparsi per il globo, e nessuno sapeva con sicurezza chi e cosa fossero. Sapevo soltanto che si
trovavano là fuori.
Così eccomi a percorrere il Sunset fra la calca, spassandomela semplicemente, in un certo
senso, dimenticando che ero un mostro, dimenticando che non ero più una rockstar, e fingendo
più o meno di essere il bellissimo Jon Bon Jovi.
Pochi mesi prima avevo giusto assistito a un concerto di Bon Jovi e continuavo
ossessivamente ad ascoltarne le canzoni sul mio piccolo walkman. Ed eccomi là, sapete, a
pavoneggiarmi, a flirtare saltuariamente, a sorridere agli avvenenti mortali che passavano, a
sollevare ogni tanto i miei occhiali da sole dalle lenti rosate per strizzare l’occhio a questo o a
quello, a lasciar svolazzare i miei capelli sciolti nell’eterna brezza gelida della West Coast
mentre mi limitavo, be’, ad assaporare momenti piacevoli e momenti amari, quando ecco
giungere quel battito cardiaco, quel battito fatale.
Be’, a quel punto Maharet e Mekare non erano ancora del tutto scomparse dalla faccia
della terra, perciò stavo pensando: Cosa ho fatto, stavolta? E chi mi infastidirà per questo?
Quando vedo avvicinarmisi quei due straordinari bevitori di sangue. Il più basso superava il
metro e ottantadue, aveva una magnifica pelle dorata e ricciuti capelli di un nero azzurrognolo
a cingergli il bel viso dall’espressione curiosa, enormi occhi verdi e labbra leggiadre tirate in
un sorriso aperto, abiti eleganti, presumo, un completo inglese fatto su misura, per quanto
potessi giudicare, e bellissime scarpe strette di un marrone rossiccio, anch’esse su misura. Il
più alto era un gigante snello anch’egli con la pelle scurissima, ma ustionato, me ne accorsi, e
antico, i capelli neri tagliati cortissimi sul cranio dalla forma perfetta, e occhi a mandorla; il
suo abbigliamento risultava eccentrico nelle strade di West Hollywood, anche se forse non
l’avrebbe fatto a Città del Cairo o Gedda: un thawb di lino bianco lungo fino alle caviglie e
pantaloni bianchi con sandali aperti.
Una coppia davvero straordinaria e, prima che la distanza fra noi fosse inferiore ai due
metri, l’uomo più basso, quello giovane, nuovo nel Sangue, mi porse la mano in un gesto di
benvenuto. Cominciò subito a parlare con una fluida e sonora voce dall’accento anglo-indiano
presentandosi come il dottor Fareed Bhansali e dicendo che l’altro era il suo «mentore» Seth e
sarebbero stati davvero felici di avere il piacere della mia compagnia nel loro caffè preferito,
lì nelle vicinanze.
Sentii montarmi dentro una vaga eccitazione che mi ridusse quasi in lacrime, ma la tenni
gelosamente celata ai due. Ero stato io a cercare la solitudine, vero? All’epoca avevo
ricominciato da zero, quindi perché tanta emozione?
Il caffè si rivelò splendido, con tavolini coperti da tovaglie di lino blu che avevano quasi lo
stesso colore del cielo serale con la perpetua illuminazione dell’enorme metropoli che si
rifletteva sullo strato di umide nubi. Un sitar stava suonando una musica sommessa e dolce,
con fili melodici che si intrecciavano dentro e fuori dai miei pensieri mentre sedevamo lì,
ognuno dei tre che giocherellava con il cibo e ogni tanto sollevava una forchettata di curry per
gustarne il profumo. E il vino riluceva e sfavillava nei calici di vetro sottile.
A un certo punto i due mi lasciarono di stucco.
Vedevo l’edificio dall’altra parte della strada? No, no, quell’altro, bene, era di loro
proprietà e ospitava il loro laboratorio, e avrebbero accolto con gioia la mia collaborazione se
avessi accettato di sottopormi ad alcune biopsie che non sarebbero risultate affatto dolorose:
tessuto cutaneo, sangue, quel genere di cosa.
Si dipanò poi la storia di come, l’anno precedente a Mumbai, Seth era entrato nella stanza
d’ospedale in cui Fareed, geniale scienziato di ricerca e medico nel fiore degli anni, giaceva
moribondo in seguito al complotto ordito da sua moglie e da un suo collega. Fareed, in stato
comatoso, lo aveva creduto un parto della sua tormentata immaginazione.
«E sai», mi raccontò con quella fluttuante e squisita inflessione anglo-indiana, «pensavo
che la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata vendicarmi di mia moglie e del suo amante: mi
avevano tolto ogni cosa, compresa la vita. Invece mi dimenticai quasi subito di tutto.»
Nei tempi antichi Seth era stato un guaritore. Quando parlava aveva un accento straniero
che però non riuscivo a identificare, e come avrei potuto, visto che lui era stato trasformato in
vampiro agli albori della storia?
Era ciò che si definisce scarno, con un viso dall’ossatura splendidamente simmetrica, e
trovai interessanti persino le sue mani dai polsi e dalle nocche enormi, così come le unghie,
simili a vetro, naturalmente; c’era poi il modo in cui, quando parlava, il viso freddo gli si
illuminava di espressività bandendo la levigatezza da maschera imposta dal Sangue.
«Ho trasformato Fareed perché facesse il medico», spiegò. «Non riesco a capire la scienza
dell’epoca attuale. Né capisco come mai fra noi non vi sia nessun medico o ricercatore
scientifico.»
Adesso disponevano di un loro laboratorio, corredato di ogni macchinario possibile e
immaginabile mai inventato dalla scienza medica.
Ben presto mi ritrovai ai piani superiori dell’edificio, seguendo i due da una sala
illuminata all’altra, e meravigliandomi dello staff di giovani bevitori di sangue pronti a
effettuare una risonanza magnetica o una TAC, o a prelevarmi il sangue.
«Ma come intendete usare questi dati?» mi informai. «E come riuscite a fare tutto questo?
Insomma, state trasformando degli scienziati in vampiri?»
«Non hai mai pensato seriamente a una cosa del genere?» chiese Fareed.
Effettuate le biopsie e i prelievi di sangue eravamo seduti nel giardino sul tetto, enormi
lastre di vetro temprato che ci separavano dal freddo vento del Pacifico, e le luci del centro di
Los Angeles abbaglianti nella piacevole foschia.
«Non capisco», affermò Fareed, «un mondo in cui i bevitori di sangue più schietti e di alto
profilo sono tutti romantici, poeti, che portano nel Sangue solo coloro che amano per ragioni
emotive. Oh, apprezzo molto i tuoi scritti, sia chiaro, ogni loro parola. I tuoi libri sono testi
sacri per i Non Morti. Una volta Seth me li ha dati, sollecitandomi a studiarli. Non hai mai
pensato di dare il Sangue a coloro di cui hai davvero bisogno?»
Ammisi di paventare l’idea stessa, così come un mortale potrebbe paventare la prospettiva
di pianificare geneticamente la prole perché possa accedere a determinati rami artistici o a
determinate professioni.
«Ma noi non siamo umani», sottolineò Fareed, subito imbarazzato per come suonava ovvia
e sciocca la frase. Arrossì.
«E se sale al potere un altro tiranno sanguinario?» chiesi. «Qualcuno capace di far
sembrare al confronto Akasha, con le sue fantasie sul dominio del mondo, una semplice
scolaretta? Capisci che tutto quello che ho scritto di lei è vero, giusto? Avrebbe trasformato il
mondo se non l’avessimo fermata, avrebbe fatto di se stessa una dea.»
Fareed rimase senza parole e guardò con un’espressione colma d’ansia il compagno, che
però mi stava solo osservando con profondo interesse. Seth allungò una delle sue enormi mani
e la posò delicatamente sulla destra del compagno.
«È tutto a posto», gli disse. «Ti prego, Lestat, continua.»
«Bene, immaginate che fra noi sia sorto un simile tiranno», affermai, «e immaginate che
abbia portato nel Sangue i tecnici e scienziati di cui aveva bisogno per attuare un autentico
colpo di stato. Il piano di Akasha era molto primitivo, incentrato su una ’religione rivelata’
che avrebbe fatto tornare indietro di secoli il mondo, ma con laboratori come questo un
tiranno potrebbe dare origine a una specie vampiresca di costruttori di armi, creatori di droghe
psicotrope, produttori di bombe, aerei, qualsiasi cosa serva per seminare il caos nel mondo
tecnologico esistente. E a quel punto? Sì, hai ragione, oggigiorno i più celebri fra noi sono dei
romantici. Lo siamo davvero. Siamo poeti. Siamo però individui, con un’immensa fiducia
nell’individuo e un profondo amore nei suoi confronti.»
Mi interruppi. Suonavo troppo simile a qualcuno che credeva davvero in qualcosa. Lestat il
sognatore. In cosa credevo? Nel fatto che fossimo una specie esecranda e dovessimo essere
sterminati.
Seth colse il pensiero nella mia mente e replicò subito con voce profonda, lenta, affinata
da quell’indefinibile accento orientale. «Perché pensi queste cose di noi, tu che hai totalmente
respinto le religioni rivelate del tuo mondo? Cosa siamo? Siamo mutazioni. L’intera
evoluzione, tuttavia, è senza dubbio guidata dalle mutazioni. Non sostengo di capirlo, ma non
è forse vero ciò che hai scritto su come Akasha fu annientata e il Nucleo – la fonte primordiale
o comunque tu voglia definirla, la radice che ci anima – fu trasferito nel corpo e nel cervello
di Mekare?»
«Sì, è tutto vero», confermai. «E si trovano là fuori, le due gemelle, e sono molto schive,
ve lo assicuro, e se pensano che abbiamo qualche diritto di esistere, come specie, non ce
l’hanno mai rivelato. Se scoprono l’esistenza di questo laboratorio lo distruggeranno, forse.»
Mi affrettai ad aggiungere che non ne ero affatto sicuro.
«Perché mai dovrebbero farlo, quando possiamo offrire loro così tanto?» chiese Fareed.
«Perché io posso creare occhi immortali per Maharet, quella cieca, in modo che non debba più
usarne di umani, continuando a sostituirli quando le muoiono nelle orbite. Mi sarebbe molto
facile produrre questi occhi immortali con gli adeguati protocolli relativi al sangue. Quanto
alla muta Mekare, potrei determinare se in lei rimane un cervello che possa mai risvegliarsi
completamente.»
Devo aver sorriso amaramente. «Che visione.»
«Lestat, non vuoi scoprire di cosa sono fatte le tue cellule?» domandò. «Non vuoi scoprire
quali sostanze chimiche sono contenute nel sangue che tiene a bada la senescenza nel tuo
corpo?»
«Senescenza?» Non conoscevo il significato del termine. Siamo creature morte, stavo
pensando. Tu sei un medico per i morti.
«Ah, ma Lestat, non siamo affatto creature morte», affermò Fareed. «Quella è poesia, ed è
poesia antica, non durerà. Solo la buona poesia dura. Siamo vivissimi, tutti noi. Il tuo corpo è
un organismo complesso che ospita un altro organismo predatore che in un certo senso lo sta
trasformando gradualmente, anno dopo anno, per un preciso scopo evolutivo. Non vuoi sapere
qual è?»
Quelle parole cambiarono tutto, per me. Furono un’autentica illuminazione, perché a quel
punto vidi un intero regno di possibilità fino a quel momento ignote. Certo che lui poteva fare
cose del genere, certo.
Continuò a parlare, ancora e ancora, in maniera scientifica e presumo geniale, ma la sua
terminologia divenne più compatta e più astrusa. A dispetto dei miei sforzi non sono mai
riuscito a decifrare la scienza moderna. Nessuna intelligenza soprannaturale mi ha consentito
di assimilare davvero i testi medici. Vantavo solo un’infarinatura da profano dei termini che
stava utilizzando: DNA, mitocondri, virus, tessuto delle cellule eucariotiche, senescenza,
genomi, atomi, quark e via dicendo. Studiavo i libri di quanti scrivevano per il pubblico
profano e ne traevo poco o nulla se non rispetto, umiltà e la sempre più acuta percezione di
quanto fossi sventurato a trovarmi al di fuori della vita quando essa comportava rivelazioni
tanto splendide.
Fareed intuì che era inutile spiegare.
«Vieni, lascia che ti mostri una minima parte di ciò che posso fare», disse.
Scendemmo di nuovo nei laboratori. Quasi tutti i bevitori di sangue erano andati via, ma
colsi la flebile fragranza di un umano, forse più di uno.
Fareed mi prospettò una possibilità allettante. Volevo provare la passione erotica, nello
stesso modo in cui l’avevo conosciuta quando ero un ventenne a Parigi, prima di morire?
Bene, lui poteva aiutarmi a sentirla di nuovo. E in tal caso io avrei prodotto dello sperma, di
cui gli sarebbe piaciuto prelevare un campione.
Rimasi sbalordito. Naturalmente non intendevo certo rifiutare. «Bene, come raccoglieremo
questo sperma, di preciso?» chiesi, ridendo e persino arrossendo mio malgrado. «Persino
quando ero vivo preferivo condurre tutti i miei esperimenti erotici con altri.»
Fareed mi offrì una scelta. Dietro una parete di vetro sedeva, su un ampio divano letto, una
giovane femmina umana, vestita solo di una camicia da notte di flanella bianca, che leggeva
un grosso volume rilegato sotto la luce fioca di una lampada. Non poteva vederci attraverso lo
specchio unidirezionale. Non poteva sentirci. Immaginai che avesse trentacinque-trentasei
anni, un’età giovane per questi tempi anche se non lo sarebbe certo stata due secoli fa, e
dovetti confessare a me stesso che aveva un’aria familiare. I suoi capelli erano folti, lunghi,
ondulati e biondi, benché di un biondo piuttosto scuro; gli occhi azzurri infossati erano forse
un po’ troppo chiari per risultare belli, i lineamenti ben bilanciati e la bocca innocente ma
generosa.
La stanza somigliava a un set teatrale, con la carta da parati e la biancheria da letto in tela
azzurra, lampade dal paralume ornato di ruche e persino, sul muro, il tipico quadro che si
potrebbe trovare in una classica locanda di un antico villaggio inglese ottocentesco: oche, un
torrente e un ponte. Soltanto i testi medici sul comodino e il pesante volume fra le mani della
sconosciuta sembravano fuori posto.
Lei era voluttuosa nella sua camicia di flanella bianca, con un seno alto e sodo, e lunghe
gambe tornite. Stava annotando qualcosa sul libro con una penna.
«Potresti accoppiarti con quella donna, nel qual caso preleverei il campione da lei», spiegò
Fareed. «Oppure potresti prelevartelo tu stesso, come meglio credi, nel vecchio modo
solitario.» Fece un gesto con la mano destra aprendone le dita.
Non riflettei a lungo. Quando mi ero infilato in un corpo umano grazie alle macchinazioni
del Ladro di Corpi avevo goduto della compagnia di due splendide donne, ma in quel caso non
si era trattato di questo corpo, il mio corpo, il mio corpo vampiresco.
«Qui la donna è ben retribuita, rispettata, a proprio agio», sottolineò Seth. «È anche lei un
medico. Non riuscirai né a stupirla né a farla inorridire. Non ha mai preso parte a un
esperimento del genere, finora, ma è pronta a farlo. E alla fine sarà ricompensata
generosamente.»
Bene, se lei non soffre in alcun modo... pensai. Com’era linda e graziosa, con quell’aria
pulita molto americana, e i brillanti occhi azzurri, e i capelli con il colore dei campi di grano.
Riuscivo quasi a sentire il profumo dei suoi capelli. Anzi, lo sentivo davvero, un’incantevole
fragranza di schiuma di sapone o shampo e sole. La donna appariva deliziosa e irresistibile.
Desiderai ogni singola goccia del suo sangue. L’erotismo poteva sovrastare una cosa del
genere?
«D’accordo, lo farò.»
Ma come potevano quei gentiluomini indurre un corpo morto quale il mio a produrre dello
sperma proprio come se fosse vivo?
La risposta giunse rapida con una serie di iniezioni e, in realtà, un catetere endovenoso che
per tutto l’esperimento avrebbe continuato a immettermi nel sangue un potente elisir di
ormoni umani, contrastando la naturale tendenza del corpo vampiresco a resistere alla
senescenza abbastanza a lungo perché il desiderio si sviluppasse, lo sperma venisse prodotto e
poi eiaculato.
Lo trovavo davvero divertente.
Ora potrei scrivere un saggio di cinquecento pagine su come si dipanò l’esperienza perché
provai di nuovo il desiderio erotico biologico e mi gettai sulla giovane donna quasi più
spietatamente di quanto un avido aristocratico della mia epoca si sia mai avventato su una
mungitrice del suo villaggio. Tuttavia fu proprio come disse molto tempo fa il mio amato
Louis, «la pallida ombra dell’uccidere», cioè la pallida ombra del bere sangue, e terminò quasi
subito, poi la passione scomparve, tornata ancora una volta negli abissi della memoria come se
non fosse mai stata suscitata, il climax e l’eiaculazione dimenticati.
In seguito mi scoprii stranamente a disagio. Ero seduto sul letto accanto alla femmina
umana dai capelli biondi e dalla carnagione chiara, dando la schiena a un nido di cuscini dal
profumo dolce e dalle fodere di lino, e sentivo che avrei dovuto parlarle, chiederle come era
arrivata fin lì e perché vi rimanesse.
Poi, all’improvviso, mentre restavo lì a chiedermi se fosse appropriato o persino saggio,
lei me lo raccontò.
Si chiamava Flannery Gilman, disse. Con una limpida e fresca voce americana della West
Coast spiegò che ci aveva studiato sin dalla sera in cui, appena fuori San Francisco, ero salito
sul palcoscenico come una rockstar e innumerevoli membri della nostra specie erano morti in
seguito al mio ambizioso progetto di diventare un artista mortale. Quella sera aveva visto dei
vampiri con i suoi stessi occhi ed era stata sicura della loro esistenza. Li aveva visti, in
seguito, uccisi nel parcheggio. In realtà aveva grattato via dall’asfalto alcuni campioni dei loro
resti bruciati e stillanti. Aveva infilato in sacchetti di plastica alcune ossa vampiresche
consumate dal fuoco e poi sviluppato centinaia di fotografie su quello che aveva visto e
impresso su pellicola. Aveva trascorso cinque anni a studiare i suoi vari campioni e a
redigerne accurate descrizioni, preparando un documento di un migliaio di pagine atto a
dimostrare la nostra esistenza e confutare ogni obiezione da parte dei colleghi medici che
riuscisse a prevedere. Era rimasta al verde a causa della sua ossessione.
E a cosa aveva portato tutto questo? Alla completa rovina.
Pur avendo lei preso contatti con almeno una ventina di altri medici che sostenevano di
aver visto dei vampiri e averli sottoposti a esperimenti – studiando i campioni di quei
colleghi, esaminandone il materiale e corredandolo di richiami – si era vista sbattere la porta
in faccia da ogni rispettabile associazione medica al mondo.
Si era vista deridere, ridicolizzare, negare sovvenzioni e alla fine vietare l’accesso a
convention e conferenze, additata pubblicamente come zimbello da quanti la ostracizzavano e
le consigliavano di «farsi aiutare da uno psicologo».
«Mi hanno distrutto», affermò tranquilla. «Mi hanno rovinato. Lo hanno fatto con tutti noi.
Ci hanno scacciato e accomunato a quanti credono negli antichi astronauti, nel potere delle
piramidi, negli ectoplasmi e nella perduta Atlantide. Mi hanno spedito nella giungla di siti
web da svitati, congressi New Age e raduni marginali dove ci hanno dato il benvenuto solo
degli entusiasti che credevano a qualsiasi cosa, dalle tavolette Oujia allo Yeti. Mi hanno tolto
la licenza medica, in California. La mia famiglia mi ha ripudiato. Ero morta, sotto ogni punto
di vista.»
«Capisco», replicai in tono lugubre.
«Non so se capisci davvero», ribatté. «In mano alla scienza, sull’intero pianeta, ci sono
tantissime prove della vostra esistenza, sai, ma nessuno farà mai nulla al riguardo. Almeno
non nell’attuale situazione.»
Rimasi senza parole. Avrei dovuto immaginarlo.
«Un tempo pensavo che, una volta che un vampiro fosse caduto fra le grinfie dei medici,
tutto sarebbe finito.»
Lei rise.
«È già successo parecchie volte», spiegò. «E posso dirti esattamente cosa accade in queste
occasioni. Il vampiro, durante il giorno rinchiuso in un posto riparato, al tramonto si risveglia
per sterminare quanti l’hanno catturato e devastarne la prigione, laboratorio o obitorio. Se
invece lui è troppo debole per fare tutto questo, in genere i suoi carcerieri vengono incantati e
storditi per indurli a liberare la loro vittima, e ben presto segue la vendetta, con tutte le prove
fotografiche o mediche spazzate via insieme ai testimoni. A volte altri bevitori di sangue
vengono ad aiutare il prigioniero a liberarsi. Altre volte un intero laboratorio viene distrutto
dalle fiamme e quasi tutti coloro che vi si trovano vengono uccisi. Ho documentato almeno
una ventina di resoconti conformi a questo modello. A ognuno di essi, nessuno escluso, era
acclusa una serie di spiegazioni ’razionali’ ufficiali dell’accaduto, con i sopravvissuti
marginalizzati, ridicolizzati e infine ignorati. Alcuni di loro sono finiti in cliniche
psichiatriche. Non hai motivo di preoccuparti.»
«Perciò adesso lavori con Fareed.»
«Qui ho un posto preciso», spiegò lei con un sorriso gentile. «Qui sono rispettata per
quello che so. Si potrebbe dire che sono rinata. Oh, non puoi nemmeno immaginare come io
fossi stupida la sera in cui ti ho visto sul palco, così convinta che avrei fatto sensazione nel
campo della medicina con tutte quelle fotografie.»
«Cosa volevi che succedesse? Cosa volevi che succedesse a noi, intendo.»
«Volevo essere creduta, innanzi tutto, e poi volevo che veniste studiati! Proprio ciò che
Fareed sta facendo qui. Non c’è alcun senso in quello che viene davvero studiato ’là fuori’.»
Fece un gesto come se il mondo dei mortali si trovasse dall’altra parte del muro. «Ormai non
mi importa più», aggiunse. «Lavoro per Fareed.»
Risi sommessamente.
L’appassionato erotismo naturale era scomparso da tempo. Quello che desideravo di
nuovo, naturalmente, era bere ogni goccia di sangue dal suo prezioso, adorabile e sinuoso
corpicino caldo, ma mi accontentai di baciarla, rannicchiandomi accanto a lei e premendole le
labbra sulla gola tiepida, ascoltando il tuonare del sangue nell’arteria.
«Hanno promesso di trasformarti in una di noi, vero?» chiesi.
«Sì», rispose. «Hanno il senso dell’onore. È più di quanto io possa dire dei miei colleghi
nel settore medico americano.» Si girò verso di me, avvicinandosi abbastanza per darmi un
unico rapido bacio sulla guancia. Non glielo impedii. Le sue dita salirono fino al mio viso e mi
toccarono le palpebre.
«Grazie», disse. «Grazie per questi momenti preziosi. Oh, so che non l’hai fatto per me ma
per loro, comunque grazie.»
Annuii e sorrisi. Le tenni stretto il viso fra le mani mentre la baciavo, adesso, con un
fervore che giungeva dal Sangue. Sentii il suo corpo intiepidirsi, aprirsi come un fiore, ma il
momento magico era passato e me ne andai.
Più tardi, Fareed e Seth mi dissero che intendevano mantenere la promessa. Lei non era
l’unico medico o scienziato ossessionato dai vampiri che avessero invitato nella loro cerchia.
In realtà facevano di tutto per reclutare i poveri «svitati» che il mondo aveva ostracizzato. In
fondo era più facile invitare all’interno del nostro miracolo coloro la cui vita umana era già
rovinata.
Molto prima dell’alba andammo a caccia tutti e tre insieme. Sunset Boulevard era un
autentico formicaio, come si suol dire, e ovunque si poteva trovare facilmente l’occasione per
una Bevutina, oltre che una coppia di spregevoli malfattori come quella di cui mi cibai con
crudele abbandono nei vicoli.
Credo che gli esperimenti medici mi avessero lasciato terribilmente assetato. Permisi al
sangue di riempirmi la bocca e ve lo trattenni a lungo prima di deglutire, prima di sentire
quella magnifica ondata di tepore pervadermi le membra.
Seth si rivelò un assassino spietato. Gli Antichi lo sono quasi sempre. Lo guardai
dissanguare una giovane vittima di sesso maschile, guardai il corpo raggrinzirsi mentre lui
beveva un litro dopo l’altro del fluido vitale. Teneva stretta al petto la testa del ragazzo morto.
Sapevo che voleva sfondarne il cranio, e lo fece, lacerandone la guaina di cuoio capelluto e
suggendo il sangue dal cervello. Poi ricompose quasi amorevolmente il cadavere su un
ammasso di rifiuti nel vicolo, ripiegandogli le braccia sul petto, chiudendogli gli occhi.
Ridiede persino forma al cranio e vi lisciò sopra lo scalpo strappato, per poi indietreggiare
come un sacerdote che esamini una vittima sacrificale, mormorando sommessamente
qualcosa.
Seth e io restammo seduti nel giardino sul tetto mentre il mattino si avvicinava. Gli
uccellini avevano cominciato a cinguettare e io riuscivo a sentire il sole, a captare il profumo
degli alberi che gli davano il benvenuto, il profumo dei fiori di jacaranda che si aprivano
molto più giù.
«Ma cosa farai, amico mio, se arrivano le gemelle?» chiesi. «Se loro non vogliono che
questo ambizioso esperimento prosegua?»
«Sono vecchio come loro», rispose quieto Seth. Inarcò le sopracciglia. Aveva un’aria
elegante nel suo lungo thawb bianco dal colletto ordinato, aveva qualcosa di sacerdotale. «E
posso proteggere Fareed da loro.»
Ne sembrava convinto.
«Molti secoli fa», raccontò, «c’erano due schieramenti avversi, come ti ha spiegato la
regina. Le gemelle e il loro amico Khayman erano noti come la Prima Stirpe e si opponevano
al culto della Madre, ma io venni creato da lei per combattere la Prima Stirpe, e dentro di me
c’è più suo sangue di quanto ve ne sia mai stato in loro. Sangue della Regina, ecco come
venivamo giustamente chiamati, e lei mi ha reso immortale per un unico importantissimo
motivo: ero suo figlio, da lei partorito quando era ancora umana.»
Un cupo brivido freddo mi attraversò. Per parecchio tempo non riuscii a parlare, non
riuscii a pensare.
«Suo figlio?» sussurrai alla fine.
«Non le odio», disse. «In realtà non ho mai voluto combatterle nemmeno a quei tempi. Ero
un guaritore. Non ho chiesto il Sangue, anzi, ho supplicato mia madre di risparmiarmi, ma sai
com’era fatta. Sai come esigeva l’obbedienza. Conosci queste cose meglio di chiunque altro di
quell’epoca. E mi ha portato nel Sangue. E, come ho detto, non temo quelli che hanno lottato
contro di lei. Sono forte come loro.»
Ero ancora sgomento. Adesso riuscii a cogliere una certa somiglianza con Akasha, a
scorgerla nella simmetria dei lineamenti, nella particolare curva delle labbra, ma non riuscivo
affatto a percepire lei in Seth.
«Come guaritore ho girato il mondo, durante la mia vita umana», affermò lui, replicando a
me, ai miei pensieri. Il suo sguardo era gentile. «Ho cercato di imparare tutto il possibile nelle
città dei due fiumi, mi sono addentrato nelle foreste settentrionali. Volevo imparare, capire,
conoscere, riportare con me in Egitto dei grandi guaritori. Mia madre non era affatto
interessata a queste cose. Era convinta della propria natura divina e cieca ai miracoli del
mondo naturale.»
Lo capivo benissimo.
Per me era arrivato il momento di congedarmi. Non sapevo quanto a lungo Seth potesse
sopportare l’alba incipiente, ma io ero quasi sfinito e ormai dovevo cercare un riparo.
«Grazie di avermi accolto qui», dissi.
«Puoi venire da noi quando vuoi», replicò. Mi tese la mano. Lo fissai dritto negli occhi e
mi accorsi di nuovo, con forza, della sua somiglianza con Akasha, benché lei fosse stata assai
più delicata, di una bellezza assai più convenzionale. Nei suoi occhi brillava una luce feroce e
fredda.
Sorrise.
«Vorrei tanto avere qualcosa da darti», affermai. «Vorrei tanto poterti offrire qualcosa, in
cambio.»
«Oh, ma ci hai già dato molto.»
«Cosa? Quei campioni?» chiesi in tono sprezzante. «Mi riferivo a ospitalità, affetto,
qualcosa. Sono soltanto di passaggio. Sono soltanto di passaggio da moltissimo tempo.»
«Ci hai dato anche qualcos’altro», replicò lui, «pur non rendendotene conto.»
«Cosa?»
«Dalla tua mente abbiamo appreso che quanto hai scritto sulla Regina dei dannati è vero.
Dovevamo scoprire se avevi descritto fedelmente ciò che hai visto quando mia madre è morta.
Sai, non riuscivamo a capire fino in fondo. Non è così facile decapitare una creatura tanto
potente. Siamo molto forti, come sicuramente sai.»
«Be’, sì, ma persino la carne più vecchia può essere trafitta, tagliata.» Mi interruppi.
Deglutii a fatica. Non potevo parlare della cosa in maniera così cruda e indifferente. Non
potevo ripensare a quella scena: la sua testa tranciata, e il corpo, il corpo che si sforzava di
arrivare alla testa, le braccia protese verso di essa.
«E ora lo sapete», affermai. Trassi un bel respiro e scacciai il tutto dalla mente. «L’ho
descritto con precisione.»
Lui annuì. Un’ombra scura gli attraversò il volto. «Possiamo sempre essere eliminati in
quel modo», ribatté. Socchiuse gli occhi come se stesse riflettendo. «Decapitazione. Più sicura
dell’immolazione quando si parla degli Antichi, dei più antichi...»
Su di noi calò il silenzio.
«L’amavo, sai», dissi. «L’amavo.»
«Sì, lo so», replicò, «e io invece no, capisci? Quindi questo non ha poi molta importanza,
per me. Conta molto di più il fatto che amo te.»
Rimasi davvero commosso, ma non riuscivo a trovare le parole per dire ciò che desideravo
ardentemente dire. Lo cinsi con le braccia e lo baciai.
«Ci rivedremo», dichiarai.
«Sì, lo spero tanto», sussurrò.
Anni dopo, quando tornai a cercarli, bramandoli, disperatamente ansioso di sapere se
stavano bene, non riuscii a trovarli. In realtà non li trovai mai più.
Non osai inviare a Fareed e Seth un appello telepatico. Avevo sempre tenuto gelosamente
serrato nel cuore il fatto di conoscerli perché avevo paura per loro.
E vissi a lungo nel terrore che Maharet e Mekare li avessero annientati.
Qualche tempo dopo, nei primi anni del nuovo secolo, feci una cosa per me anomala.
Avevo rimuginato parecchio sulle modalità del trapasso di Akasha, riflettendo sul mistero di
come potessimo venire annientati così facilmente dalla decapitazione. Mi recai nella bottega
di uno specialista in armature e armi antiche e lo incaricai di creare un’arma per me.
Succedeva a Parigi.
L’avevo disegnata io stesso. Sulla carta somigliava a un’azza da cavaliere medievale, con
una stretta impugnatura lunga sessanta centimetri e una lama a mezzaluna di circa trenta.
Volevo che il manico venisse appesantito il più possibile. E anche la lama doveva essere
pesante, ma di un’affilatezza letale. Volevo il metallo più affilato della terra, qualsiasi esso
fosse. In fondo all’impugnatura dovevano esserci un uncino e un laccio di pelle, proprio come
nel Medioevo, così che potessi tenere il laccio intorno al polso o portare la lama dell’azza
appesa, a testa in giù, sotto una delle mie lunghe redingote.
L’artigiano realizzò un autentico capolavoro. Mi avvisò che l’arma era troppo pesante
perché un uomo potesse farla oscillare agevolmente, quindi non mi sarebbe piaciuta. Scoppiai
a ridere. Era perfetta. La scintillante lama a mezzaluna avrebbe potuto tagliare a metà un
pezzo di frutta matura o una sciarpa di seta che fluttuasse nella brezza. Ed era abbastanza
pesante per abbattere un tenero albero della foresta con un unico colpo possente.
In seguito tenni sempre a portata di mano la mia piccola azza da battaglia e spesso la
portavo con me, appesa a un bottone all’interno della redingote, quando uscivo per i miei
vagabondaggi. Il suo peso non era nulla per me.
Sapevo che non avrei avuto troppe chance contro il dono del fuoco di un immortale come
Seth, Maharet o Mekare, ma potevo sempre avvalermi della facoltà di volare, fuggendo. E, in
un confronto faccia a faccia con altri immortali, grazie a quell’azza avrei goduto di un
terribile vantaggio. Abbinata all’elemento sorpresa poteva probabilmente eliminare chiunque,
ma in fondo come si possono cogliere di sorpresa i vampiri davvero antichi? Be’, dovevo
cercare di proteggermi, giusto?
Non amo essere alla mercé degli altri. Non amo essere alla mercé di Dio. Di tanto in tanto
lucidavo e affilavo la mia arma.
Ero molto preoccupato per Seth e Fareed.
Sentii parlare di loro una volta a New York e un’altra nel New Mexico, ma non riuscii a
trovarli. Almeno erano vivi. Almeno le gemelle non li avevano annientati. Bene, forse non lo
avrebbero fatto.
E con il passare degli anni continuarono a moltiplicarsi le indicazioni del fatto che
Maharet e Mekare pensavano pochissimo o per nulla al mondo dei Non Morti, il che mi porta
al mio incontro di due anni or sono con Jesse e David.
4
PROBLEMI NEL TALAMASCA
E NELLA GRANDE FAMIGLIA

Benji stava trasmettendo il suo programma da parecchio tempo quando incontrai finalmente
Jesse Reeves e David Talbot a Parigi.
Avevo sentito l’appello telepatico con cui David chiedeva alla donna vampiro Jesse
Reeves di raggiungerlo. Era una sorta di messaggio cifrato. Lo avrebbe compreso soltanto chi
sapeva che un tempo entrambi i bevitori di sangue avevano fatto parte dell’antico ordine del
Talamasca: David che pregava la collega studiosa dai capelli rossi di incontrare il suo vecchio
mentore, se solo avesse avuto la gentilezza di farlo, mentore che da tempo la stava cercando
invano e doveva comunicarle alcune notizie sui loro antichi compatrioti. Si era spinto fino a
proporre come sede dell’incontro un caffè sulla Riva Sinistra, un locale che entrambi avevano
conosciuto in un’epoca precedente, «quei tempi radiosi», e promise di aspettarla lì ogni sera
finché non l’avesse vista o avesse avuto sue notizie.
Rimasi scioccato da tutto ciò. Nel corso delle mie peregrinazioni avevo sempre dato per
scontato che Jesse e David fossero fedeli compagni, ancora intenti a studiare insieme negli
antichi archivi del segreto complesso nella giungla indonesiana che Maharet condivideva con
la gemella. Non vi mettevo piede ormai da diversi anni, ma da parecchio progettavo di andarvi
a causa dei problemi che mi affliggevano l’animo e dei miei dubbi generali sull’avere la forza
necessaria per sopravvivere alla profonda tristezza attuale. Inoltre temevo da tempo che le
persistenti trasmissioni di Benji rivolte al «mondo vampiresco» potessero alla fine irritare
Maharet e indurla a lasciare il suo ritiro per punirlo. Non era impossibile portare Maharet
all’esasperazione. Lo sapevo per esperienza. Dopo la mia avventura con Memnoch l’avevo
esasperata e spinta a farsi avanti. Quella possibilità mi angustiava più di quanto non fossi
disposto a confessare a me stesso. Benji, il rompiscatole.
E ora questo, David che cercava Jesse come se non la vedesse da anni, come se non sapesse
più dove poter trovare Maharet e Mekare.
Avevo una mezza idea di andare a cercare le gemelle, per prima cosa. E alla fine lo feci.
Mi innalzai agevolmente in cielo e puntai verso sud, individuando il complesso e
scoprendolo abbandonato da tempo.
Metteva i brividi camminare fra le rovine. Un tempo Maharet aveva avuto a disposizione
numerose stanze di pietra lì, giardini cintati, aree schermate dove lei e la sorella potevano
girovagare in completa solitudine. C’erano stati moltissimi domestici mortali indigeni,
generatori, antenne satellitari, persino macchine frigorifere, e tutti i comfort che il mondo
moderno poteva fornire in una zona tanto remota. E David mi aveva parlato delle biblioteche,
degli scaffali pieni di antichi rotoli di pergamena e tavolette d’argilla, delle ore trascorse
parlando con Maharet dei mondi di cui lei era stata testimone.
Bene, adesso tutto era in rovina e invaso dalla vegetazione, alcune delle stanze erano state
demolite di proposito, nel terreno c’erano vecchi tunnel ormai semifranati e ingombri di pietre
e sudiciume, e la giungla aveva inghiottito una distesa desolata di attrezzature elettriche
arrugginite. Ogni traccia di un insediamento umano o vampiresco era stata cancellata.
Quindi le gemelle erano scomparse e nemmeno David Talbot sapeva dove fossero. David,
che con loro era parso così ammaliato e impavido, così ansioso di apprendere quello che
avevano da insegnare.
E adesso si stava rivolgendo a Jesse Reeves implorandola di incontrarlo a Parigi.
Mia cara amica dai capelli rossi, devo assolutamente vederti, devo scoprire come mai non
riesco a trovarti.
Ora, dovete capire che sono stato io a trasformare David in vampiro, quindi non posso
udire direttamente i suoi messaggi telepatici, ma li captai in altre menti, come così spesso
succede.
Quanto a Jesse era una novizia, sì, trasformata in vampiro la notte della mia parodia di
concerto rock a San Francisco alcuni decenni prima. Era stata resa immortale, tuttavia,
dall’amata zia Maharet, sua autentica antenata e tutrice vampiresca che, come ho già spiegato,
racchiudeva in sé parte del Sangue più antico e potente del mondo, quindi non era affatto una
comune novizia.
Il richiamo di David continuava a propagarsi, ancora e ancora, insieme alla notizia che lui
avrebbe continuato a bazzicare la Riva Sinistra in attesa dell’arrivo di Jesse.
Bene, decisi di fare altrettanto finché non avessi individuato David o entrambi.
Mi diressi verso Parigi e una suite che affittavo da anni nel magnifico Hôtel Plaza Athénée
di Avenue Montaigne, gli armadi riforniti di uno splendido guardaroba (come se potesse
celare il fatiscente rudere che ero diventato), e mi preparai a restare lì e a dedicarmi alle
ricerche fino alla comparsa di David e Jesse. La cassaforte della suite racchiudeva i consueti
documenti, carte bancarie in plastica e contanti di cui avevo bisogno per un confortevole
soggiorno nella capitale. Portai con me un cellulare che avevo recentemente chiesto ai miei
legali di procurarmi. Non volevo accogliere Jesse o David nelle vesti di vagabondo lacero,
polveroso e scompigliato dal vento, afflitto da tendenze suicide. In realtà non ero più tale, in
spirito, e pur nutrendo ben poco interesse per tutte le cose materiali, lì nella capitale mi
sentivo maggiormente a mio agio come membro della società umana.
Trovarsi di nuovo a Parigi era piacevole, più piacevole del previsto, con tutta quella vita
vertiginosa intorno a me e le stupende luci degli Champs-Élysées; era piacevole aggirarsi di
nuovo nelle gallerie del Louvre nelle prime ore del mattino o bazzicare il Centre Pompidou o
passeggiare semplicemente nelle vecchie vie del Marais. Trascorsi ore e ore nella Sainte-
Chappelle, e nel Musée de Cluny adorandone le antiche pareti medievali, così simili agli
edifici che avevo conosciuto da ragazzo.
Più e più volte udii nelle vicinanze i bevitori di sangue illegittimi che lottavano fra loro,
giocavano al gatto e al topo nei vicoli, aggredendo e torturando le loro vittime mortali con una
crudeltà che mi sbalordiva.
Ma erano un branco di codardi, inoltre non si accorgevano della mia presenza. Oh, di tanto
in tanto capivano che stava passando un Antico, ma non si avvicinavano mai abbastanza per
trovare conferma ai loro sospetti. In realtà si davano alla fuga sentendo il suono del mio
battito cardiaco.
Più e più volte ebbi degli sconcertanti flashback sui tempi antichi, i miei tempi, quando
Place de Grève ospitava sanguinose esecuzioni e persino le vie più celebri erano invase da
fango e sudiciume, e i ratti erano padroni della capitale tanto quanto gli esseri umani. Adesso
erano i vapori di benzina a farla da padroni.
Ma, soprattutto, dovevo confessare di sentirmi bene. Mi recai persino nel maestoso Palais
Garnier a vedere un balletto, l’Apollo di Balanchine, e gironzolai a mio piacimento nel
magnifico foyer e sullo scalone, apprezzandone il marmo, le colonne, le dorature e gli
altissimi soffitti tanto quanto la musica. Parigi, la mia capitale, la Parigi dove ero morto e
rinato, era sepolta sotto i grandi monumenti ottocenteschi che vedevo intorno a me, ma era
ancora la Parigi in cui avevo subìto la più cocente sconfitta della mia vita immortale. Parigi,
dove avrei potuto vivere di nuovo, ogni notte, se fossi riuscito a lasciarmi alle spalle la mia
seccante infelicità.
Non dovetti aspettare a lungo Jesse e David.
La cacofonia telepatica dei novizi mi informò che David era stato visto nelle vie della Riva
Sinistra, e in poche ore presero a intonare canti anche su Jesse.
Fui tentato di scagliare contro i novellini la mia forza invisibile per avvisarli di non
disturbare la coppia, ma preferii non infrangere il silenzio che osservavo da così tanto tempo.
Era una fredda serata di settembre e li notai quasi subito, in una rumorosa e affollata
brasserie chiamata Café Cassette, in rue de Rennes. Si erano appena visti quando Jesse
raggiunse il tavolo di David. Rimasi nascosto in un androne buio sull’altro lato della strada,
spiandoli, sicuro che sapessero che là fuori c’era qualcuno ma non che si trattava di me.
Nel frattempo i novizi stavano arrivando di corsa, fotografandoli con cellulari simili alla
piccola lastra di vetro consegnatami dai miei legali e poi sfrecciando via con la massima
rapidità possibile, senza che David o Jesse si accorgessero della loro presenza.
Provai una fitta dolorosa quando capii che ero stato fotografato anch’io non appena mi ero
avvicinato. È così che funziona con noi, adesso. Era quello ciò di cui Benji continuava a
parlare, ciò che stava succedendo con i Non Morti. Non c’era modo di evitarlo.
Continuai ad ascoltare e osservare.
Ora, David non è un vampiro all’interno del corpo in cui è nato. In larga parte la
responsabilità è del Ladro di Corpi da me incontrato anni fa, e quando ho portato David nelle
Tenebre, per usare la nostra bizzarra definizione, lui era un settantaquattrenne chiuso in un
corpo maschile giovane, vigoroso, bruno e dagli occhi scuri. Quindi è questo l’aspetto che ha
attualmente e avrà sempre, ma nel profondo del mio cuore rimane David, il mio vecchio
amico mortale, un tempo il cortese e brizzolato Generale Superiore del Talamasca e il mio
complice, il mio alleato nella battaglia contro il Ladro di Corpi, il mio indulgente novizio.
Quanto a Jesse Reeves, il quasi incomparabile sangue di Maharet l’aveva resa un mostro
davvero formidabile. Era alta e sottile, con le ossa di un uccellino e ondulati capelli rosso
chiaro lunghi fino alle spalle; i suoi occhi fieri osservavano sempre il mondo con neutrale
distacco e un senso di profondo isolamento. Aveva un viso ovale e sembrava troppo casta ed
eterea per poterla definire bella. In realtà sfoggiava la qualità asessuata di un angelo.
Si era presentata all’appuntamento con indosso una raffinata tenuta da safari color kaki
ben stirata, e là sedeva David, sorridendo radioso quando la vide, il classico gentiluomo
inglese in completo di tweed del Donegal, con gilet e toppe sui gomiti di camoscio marrone.
Si alzò per stringerla fra le braccia, e subito presero a scambiarsi confidenze in sussurri
sommessi che potevo sentire facilmente dal mio nascondiglio immerso nell’ombra.
Bene, riuscii a sopportare la cosa per circa tre minuti, poi il dolore divenne troppo forte.
Per poco non fuggii. In fondo avevo rinunciato a tutto questo, vero?
Ma poi capii che dovevo vederli, dovevo tenerli fra le braccia a turno, dovevo accostare il
mio cuore ai loro, così mi fiondai attraverso la strada piovosa e dentro il locale, e mi sedetti al
loro tavolo.
Paparazzi vampireschi spuntarono all’improvviso da varie soglie sparse qua e là e si
assieparono dietro la vetrina per scattare le inevitabili foto – È Lestat – prima di svanire.
David e Jesse mi avevano visto prima ancora che arrivassi a metà strada e David mi corse
incontro e mi abbracciò di slancio. Jesse ci strinse entrambi a sé. Per un attimo mi smarrii nel
battito dei loro cuori, nei tenui aromi che si levavano dalla loro chioma e dalla loro pelle, nella
pura tenerezza dell’affetto emanato dal più saldo dei tocchi. Mon Dieu, come ha mai potuto
sembrarmi una buona idea?
Giunsero poi tutte le lacrime e le recriminazioni, insieme ad altri abbracci, naturalmente, e
i teneri baci profumati, i magnifici e morbidi capelli di Jesse nuovamente premuti sulla mia
guancia e i severi occhi colmi di disapprovazione di David che mi fissavano implacabili
benché lui avesse delle lacrime di sangue sul viso e fosse costretto ad asciugarsele con uno dei
suoi inappuntabili fazzoletti di lino.
«Okay, ce ne andiamo da qui», dissi, e mi diressi verso la porta mentre entrambi si
sforzavano di tenere il passo con me.
I paparazzi vampiri che indugiavano davanti al locale schizzarono via in tutte le direzioni,
tranne un’intrepida giovane femmina con una vera e propria macchina fotografica che
continuò a scattare mentre indietreggiava a passo di danza davanti a noi.
Avevo lasciato ad aspettarci un’auto che doveva portarci al Plaza Athénée e restammo in
silenzio durante il breve viaggio, anche se era un’esperienza stranissima ed estremamente
sensuale trovarmi insieme a loro, così vicino, sul sedile posteriore, procedendo sotto la
pioggia con le fioche luci sfocate dall’acquazzone e i paparazzi che ci seguivano. Essere così
vicino a Jesse e David mi colmava di dolore e al contempo di felicità. Preferivo che non
sapessero cosa stavo provando, in realtà preferivo che non lo sapesse nessuno; io preferivo non
sapere cosa provavo. Perciò mi resi insensibile, restai in silenzio e guardai fisso fuori dai
finestrini mentre Parigi ci sfilava accanto, con tutta l’infinita e immortale energia della grande
capitale intorno a noi.
Quando fummo a metà strada minacciai di morte i paparazzi che ci sfrecciavano accanto
su entrambi i lati se non se ne fossero andati subito. Non servì altro.
Il sontuoso soggiorno dalle pareti tappezzate della mia suite era un perfetto santuario.
Ben presto ci ritrovammo comodamente seduti sotto le soffuse luci elettriche nell’insipido
ma confortevole mélange di divani e poltrone ottocenteschi e in stile moderno. Amavo la
comodità di quei mobili robusti e apprezzavo profondamente le gambe cabriole, i particolari
in ottone dorato e la lucentezza serica di tavole e cassettoni in legno di alberi da frutta.
«Sentite, non voglio cercare scuse per essere rimasto in esilio», precisai subito, utilizzando
la mia consueta varietà di inglese aspro e arrogante. «Adesso sono qui e questo è sufficiente, e
se voglio dirvi cosa ho fatto per tutti questi anni, be’, scriverò un dannato libro al riguardo.»
Ma ero davvero felice di trovarmi insieme a loro. Era un piacere sublime persino urlargli
contro, invece di pensare semplicemente a loro, sentirne la mancanza, bramarli e chiedersi
dove fossero.
«Naturalmente», replicò con sincerità David, gli occhi tutt’a un tratto cerchiati di rosso.
«Sono solo felice di vederti, tutto qui. Il mondo intero è felice di sapere che sei vivo. Lo
scoprirai molto presto.»
Stavo per replicare in maniera brusca e sgarbata quando mi accorsi che, in effetti, «il
mondo intero» lo avrebbe saputo molto presto, con tutti quei vampiri vagabondi, là fuori, che
diffondevano le loro immagini e filmati realizzati con l’iPhone. L’iniziale esplosione
telepatica doveva essere stata come una meteora che si schiantasse in mare.
«Non sottovalutare la tua fama», mormorai sottovoce.
Bene, ce ne saremmo andati presto da lì, oppure avrei tenuto duro e continuato a godermi
Parigi a dispetto delle piccole pesti. Jesse aveva però cominciato a parlare con la sua
disinvolta voce inglese-americana, riportandomi lì nella stanza.
«Lestat, non è mai stato più importante di così che ci riuniamo», disse. Somigliava a una
monaca con un rosso velo di capelli sfilacciato.
«Perché mai?» chiesi. «Come possiamo cambiare ciò che sta succedendo là fuori? La
situazione non è sempre stata più o meno questa? Insomma, cosa è mutato, in realtà? Era di
sicuro così anche prima.»
«Sono cambiate parecchie cose, a quanto pare», replicò lei, ma non in tono polemico. «Ci
sono informazioni che devo confidare a te e a David, perché non so dove altro andare né cosa
fare. Ero così felice quando mi sono resa conto che lui mi stava cercando. Forse non avrei mai
trovato il coraggio di venire, di mia iniziativa, da nessuno di voi due. David, lasciami parlare
per prima, fintanto che ne ho il coraggio, poi potrai spiegare cos’è che vuoi dirmi. Riguarda il
Talamasca, mi sembra di capire, ma per il momento non è l’Ordine la nostra principale
preoccupazione.»
«Allora cosa lo è, mia cara?» domandò David.
«Sono combattuta», ammise lei, «perché non sono autorizzata a discutere di queste cose,
ma se non lo faccio...»
«Fidati di me», ribatté lui in tono rassicurante. Le prese la mano.
Jesse era seduta in pizzo alla poltrona, le spalle minute incurvate, i capelli sciolti intorno
alla testa in quel velo di onde.
«Come sapete», disse, «Maharet e Mekare si stanno nascondendo. La cosa è iniziata circa
quattro anni fa, con la distruzione del nostro santuario a Giava. Bene, Khayman è ancora con
noi, e io vado e vengo a mio piacimento. E nulla è stato detto per impedirmi di venire da voi,
ma c’è qualcosa che non va, qualcosa di grave. Ho paura. Paura che il nostro mondo rischi di
non durare... a meno che non si faccia qualcosa.»
Il nostro mondo. Era chiarissimo cosa intendesse dire. Mekare era il ricettacolo dello
spirito che ci animava. Se lei veniva annientata lo saremmo stati anche tutti noi. Tutti i
bevitori di sangue sparsi nel mondo intero sarebbero stati annientati, compresa la plebaglia là
fuori che circondava l’albergo.
«Ci sono stati dei segni premonitori», aggiunse con titubanza Jesse, «ma non li ho notati.
Solo con il senno di poi ho capito cosa stava succedendo. Sapete cosa significasse la Grande
Famiglia per Maharet. Lestat, non eri con noi quando lei ha raccontato la storia, ma la
conoscevi e ne hai scritto con cura un resoconto esauriente. David, anche tu sei al corrente di
tutto. I discendenti umani di mia zia l’hanno tenuta in vita nel corso dei millenni. In ogni
generazione lei si è reinventata una personalità umana per potersi prendere cura della Grande
Famiglia, occuparsi degli archivi genealogici, distribuire sovvenzioni e patrimoni fiduciari,
mantenere in contatto fra loro i vari rami e clan. Sono cresciuta in questa famiglia. Molto
tempo prima di sospettare l’esistenza di un segreto su zia Maharet sapevo cosa significasse
fare parte della famiglia, conoscevo la sua bellezza, la ricchezza del suo retaggio. E capivo
persino allora cosa significasse per lei. E so benissimo, ora, che quella era la vocazione che le
permetteva di mantenere la sanità mentale quando tutto il resto non funzionava.
«Bene, qualche tempo prima che lasciassimo il complesso di Giava, Maharet riuscì a
rendere la Grande Famiglia del tutto indipendente da lei. Mi confessò che il procedimento
aveva richiesto vari anni. La famiglia è enorme, ha ramificazioni quasi in ogni paese del
mondo, e Maharet aveva trascorso gran parte del primo decennio del nuovo millennio restando
seduta in studi legali, uffici di banche, biblioteche e archivi in modo che la famiglia potesse
sopravvivere senza di lei.»
«Ma tutto ciò è più che comprensibile», commentò David. «Forse è stanca, forse vuole
riposarsi. E negli ultimi trent’anni il mondo stesso è radicalmente cambiato, Jesse. Insomma,
oggigiorno con i computer si può unificare e rafforzare la Grande Famiglia come prima era
semplicemente impossibile fare.»
«È verissimo, ma non dimentichiamo cosa significava per lei la Grande Famiglia. Non mi
piaceva vedere la sua spossatezza, non mi piaceva sentirgliela nella voce. Le ho chiesto varie
volte se avrebbe continuato a vigilare come aveva sempre fatto, pur non dovendo più svolgere
alcun ruolo ufficiale.»
«Lo farà di sicuro», affermò David.
«Ha risposto di no», replicò Jesse. «Ha detto che il suo tempo con la Grande Famiglia era
concluso. E mi ha ricordato che era stato proprio il suo interferire nella mia vita, come lo
definì, il suo venire da me in veste di amata zia Maharet, a sfociare infine nella mia
introduzione – per citare le sue testuali parole – nel nostro mondo.»
Era tutto vero, ovviamente. Maharet aveva avuto l’abitudine di fare visita a molti dei suoi
discendenti mortali e si era sentita particolarmente attratta dalla giovane Jesse, che era stata
tenuta troppo a lungo in compagnia di bevitori di sangue per non accorgersi che qualcosa di
profondamente misterioso distingueva quelle «persone» da qualsiasi altra. Quindi Maharet
aveva ragione.
«La cosa non mi piacque», proseguì Jesse. «Mi spaventò, ma quando le feci pressioni lei
replicò che così doveva essere. Spiegò che stavamo vivendo in un’epoca caratterizzata da
Internet, in cui l’attento esame rendeva impossibile la segretezza del passato.»
«Be’, credo avesse ragione anche su quello», commentò David.
«Disse che l’epoca dell’informazione sta provocando una crisi di immani proporzioni per
ogni specie, gruppo o entità che dipenda dalla segretezza. Disse che le persone di oggi non
comprendono la gravità di tale crisi.»
«Anche in questo caso ha ragione», affermò David.
Non volevo ammetterlo, ma ero d’accordo con lui. La grande Chiesa cattolica romana
internazionale veniva messa in ginocchio dall’epoca di Internet o dell’informazione. Ed è
soltanto una delle istituzioni di quel genere.
Le incessanti trasmissioni di Benji, i suoi siti web e i blog; bevitori di sangue vagabondi
con iPhone capaci di catturare immagini; cellulari satellitari più efficaci della telepatia nel
raggiungere degli individui in qualsiasi momento e in qualsiasi parte del mondo: tutte quelle
cose erano rivoluzionarie oltre ogni immaginazione.
«Disse che era finita l’epoca in cui un immortale poteva guidare una rete di esseri umani
come aveva fatto lei con la Grande Famiglia. Disse che gli antichi archivi non sarebbero
nemmeno sopravvissuti all’indagine moderna, se lei non avesse fatto quello che ha fatto. Disse
che dovevo capire che nessuno avrebbe mai scoperto davvero chi era lei e cosa aveva fatto con
la Grande Famiglia. Quella era una storia che dovevamo capire noi, gli esseri umani
l’avrebbero sempre creduta un cumulo di sciocchezze inventate di sana pianta, persino se
l’avessero letta sui libri di Lestat. Presto o tardi, tuttavia, nuovi membri intraprendenti della
famiglia avrebbero avviato ricerche dalla profondità esaustiva. Se lei non si fosse ritirata
nell’ombra e non avesse coperto le sue tracce, l’intera impresa sarebbe finita impantanata in
domande a cui era impossibile dare risposta. La stessa Grande Famiglia sarebbe stata
danneggiata. Bene, ci aveva pensato lei, spiegò. C’erano voluti sei anni ma c’era riuscita, e
adesso era tutto finito e lei poteva godersi la pace.»
«La pace», ripeté rispettosamente David.
«Sì, bene, percepivo in lei una tristezza sempre più profonda, una spiccata malinconia.»
«E allo stesso tempo», ipotizzò lui, «mostrava ben poco interesse per qualsiasi altra cosa.»
«Esatto», confermò Jesse. «Hai proprio ragione. Ascoltava per ore le trasmissioni di Benji
da New York, Benji che lamentava il fatto che la tribù non avesse genitori e i bevitori di
sangue fossero orfani, e continuava a ripetere che lui aveva ragione.»
«Quindi non era arrabbiata con Benji», dissi.
«Mai», affermò Jesse, «ma non l’ho mai vista arrabbiata con nessuno. L’ho vista soltanto
triste.»
«E cosa mi dici del ruolo di Mekare in tutto questo?» chiesi. «Cos’è successo a Mekare, da
quando Akasha è stata uccisa? È questo l’interrogativo che mi assilla per gran parte del tempo,
benché io non abbia molta voglia di ammetterlo. Come sta quella che è la vera Regina dei
dannati?» Sapevo benissimo che sin dall’inizio Mekare era apparsa immutabile, per nulla
comunicativa, muta tanto nell’animo quando nel corpo, una creatura misteriosa che amava una
sola persona e una soltanto, la sua gemella Maharet.
«Non c’è stato nessun cambiamento in lei, durante tutti questi anni?» la incalzai.
Jesse non rispose. Mi guardò in silenzio, poi il viso le si contrasse in una smorfia. Pensai
che sarebbe crollata, invece riuscì a ricomporsi.
Guardò David, che si appoggiò allo schienale del divano e trasse un bel respiro. «Mekare
non ha mai dato segno di capire cosa le succedeva in realtà», spiegò. «Oh, all’inizio Maharet
aveva qualche speranza.»
«Se là c’è una vera e propria mente», dichiarò Jesse, «nessuno è in grado di raggiungerla.
Non saprei dire quanto abbia impiegato mia zia per rassegnarsi.» La notizia non mi stupì, ma
mi colmò di orrore. Ogni qual volta ero stato in contatto con Mekare mi ero sentito a disagio,
come se avessi a che fare con qualcosa che sembrava umano ma ormai non lo era affatto, non
più. Ora, tutti i bevitori di sangue sono autenticamente umani, non cessano mai di esserlo.
Possono anche parlare del loro esserlo più o meno ma sono umani, con pensieri e desideri
umani, eloquio umano. La faccia di Mekare non era mai stata più espressiva del muso di un
animale, misteriosa e irraggiungibile come quest’ultimo, una creatura che sembra intelligente
eppure non lo è nel modo in cui tutti noi lo siamo.
«Oh, sa di trovarsi con la sorella e le dimostra il suo affetto», raccontò David, «ma, a parte
quello, se Mekare ha mai irradiato un qualsiasi pensiero, un qualsiasi pensiero verbale
coerente, io non l’ho mai saputo, e Jesse nemmeno. E neppure Maharet, che io sappia.»
«Rimane comunque docile, gestibile», dissi. «È sempre sembrata del tutto remissiva, non è
forse vero?»
Nessuno dei due rispose. Jesse stava guardando David, a disagio, poi si girò verso di me
come se udisse solo in quel momento la mia domanda. «Di certo lo sembrava», replicò.
«All’inizio Maharet passava intere notti, persino settimane, a parlarle, a passeggiare con lei,
ad accompagnarla in giro per il complesso nella giungla. Le cantava canzoni, le faceva
ascoltare musica, la sistemava davanti agli schermi televisivi mostrandole poi dei film,
sgargianti film pieni di colori e di sole. Non so se ricordi come fosse vasto il complesso con
tutti quei saloni o ampia la zona cintata disponibile per delle camminate solitarie. Le due
sorelle erano sempre insieme. Maharet stava facendo tutto il possibile per indurre Mekare a
uscire dal suo guscio.»
Rammentavo quegli enormi spazi onnicomprensivi e riparati, con la giungla che esplodeva
contro la recinzione di rete metallica. Gli struzzi, i selvatici e strillanti uccelli sudamericani
dalle lunghe piume blu e gialle, le piante rampicanti da cui gocciolavano fiori rosa o gialli.
Non c’erano forse state minuscole scimmiette brasiliane che schiamazzavano sui rami più
alti? Maharet aveva importato ogni piccola e variopinta creatura o pianta tropicale possibile e
immaginabile. Era stato magnifico vagabondare sui sentieri scoprendo grotte, ruscelli e
cascatelle nascosti quanto pittoreschi, trovarsi in una landa selvaggia eppure, al contempo, in
un certo senso al riparo da essa.
«Ma ben presto ho capito che Maharet era delusa, quasi brutalmente delusa», spiegò Jesse,
«solo che non lo voleva ammettere. Tutti quei lunghi secoli trascorsi cercando Mekare, sicura
che potesse essere ancora viva da qualche parte, poi Mekare che compariva per realizzare la
maledizione lanciata contro Akasha, e infine questo.»
«Lo immagino», replicai. Ricordavo il viso simile a una maschera di Mekare, gli occhi
vuoti come quelli in vetro soffiato di una bambola francese.
Jesse riprese a parlare, un cipiglio che le increspava la fronte levigata, le sopracciglia di un
biondo rossiccio che catturavano la luce.
«Non vi fu mai alcun accenno alla cosa, mai alcuna dichiarazione o decisione, ma le
lunghe ore di parlottio cessarono. Niente più lettura ad alta voce o musica o film. E in seguito
vi fu semplice affetto fisico, le due sorelle che camminavano tenendosi a braccetto, o Maharet
che leggeva con Mekare seduta immobile su una panchina poco distante.»
E naturalmente, riflettei, l’orripilante pensiero che quella creatura, quella creatura
immobile, ottusa, racchiudeva il Sacro Nucleo. Ma in fondo era davvero così grave? Era
davvero così grave che colei che ospitava il Sacro Nucleo fosse priva di pensiero, priva di
sogni, priva di ambizione, priva di progetti?
Akasha, quando si era levata dal suo trono, si era rivelata un mostro. «Voglio essere la
Regina del Paradiso», mi aveva detto mentre massacrava mortali e mi sollecitava a fare
altrettanto. E io, il consorte, avevo obbedito sin troppo facilmente ai suoi ordini, con mia
imperitura vergogna. Quale prezzo avevo pagato per il potente Sangue che mi aveva dato, e le
istruzioni! Non stupiva che ormai rimanessi quasi sempre nel mio rifugio. Quando osservavo,
in retrospettiva, le mie tante avventure, talvolta non vedevo altro che vergogna.
Maharet aveva giustamente definito sua sorella la Regina dei dannati.
Mi alzai e raggiunsi la finestra. Dovevo fermarmi. Troppe voci là fuori nella notte. Benji,
nella lontana New York, stava già diffondendo via radio la notizia della comparsa di Lestat a
Parigi, con David Talbot e Jesse Reeves. La sua voce amplificata sgorgava da innumerevoli
congegni, là fuori, ammonendo i novellini: «Figli della Notte, lasciateli stare. Per la vostra
stessa incolumità, lasciateli stare. Sentiranno la mia voce, mi sentiranno supplicarli di parlare
con noi. Concedete loro un po’ di tempo. Per la vostra stessa incolumità, lasciateli in pace».
Tornai al divano. David stava aspettando pazientemente, come Jesse. Il loro udito
soprannaturale era senza dubbio acuto come il mio.
«E poi c’è stata la volta in cui è venuto a trovarla Marius», aggiunse Jesse, guardandomi
bramosamente.
Annuii per sollecitarla a proseguire.
«Sapete già queste cose. Marius venne a chiedere a Maharet il permesso di annientare
Santino, il vampiro che nel corso dei secoli si era dato così da fare per nuocergli, quello che a
Venezia gli aveva aizzato contro i Figli di Satana».
David annuì, e io anche. Mi strinsi nelle spalle.
«Maharet detestò sentirsi chiedere di fungere da giudice, detestò che Marius volesse
indurla a riunire una sorta di tribunale per poi autorizzarlo a fare ciò che voleva fare. Gli
rifiutò il permesso di fare del male a Santino, non perché lo ritenesse giusto ma perché non
voleva ergersi a giudice. Né voleva un omicidio sotto il suo tetto.»
«Era evidente», sottolineò David.
Marius aveva raccontato la vicenda nella sua biografia, oppure lo aveva fatto qualcun
altro. La biografia poteva benissimo essere stata limata da David, per quanto ne sapessi.
Probabilmente era davvero così. Pandora e Armand si trovavano in quella corte o tribunale,
quando Marius si era presentato davanti a Maharet con la sua richiesta, ansioso di vendicarsi
di Santino ma giurando di rinunciarvi se lei gli negava il suo benestare. E qualcuno aveva
portato là Santino, ma chi era stato, di preciso? Maharet?
Era stato Marius ad affermare che qualcuno deve governare, a sollevare l’intera questione
dell’autorità. Cosa potevamo aspettarci da qualcuno che era diventato immortale durante
l’epoca della grande Pax Romana? Marius era sempre stato il romano razionale, il convinto
assertore della ragione e della legge e dell’ordine.
E alla fine era stato un altro bevitore di sangue, Thorne, un Antico novizio di Maharet, un
norvegese dai capelli rossi, romantico e appena riemerso dalla benedetta solitudine della terra,
ad annientare Santino per motivi personali. Era stata una sgradevole scena violenta, con
Santino ridotto in cenere da Thorne giusto davanti agli occhi di Maharet. Lei aveva pianto. Il
suo sdegno non era stato tanto quello di una regina quanto quello della padrona di una casa
profanata. E Thorne aveva fatto seguito a quell’atto di disobbedienza e sfida offrendole un
dono prezioso: i suoi occhi soprannaturali.
Maharet era stata cieca durante tutta la sua lunga vita come vampiro. Accecata da Akasha
prima di essere portata nel Sangue, aveva utilizzato gli occhi delle sue vittime mortali, che
però non erano mai durati molto a lungo. Thorne le aveva donato i suoi occhi vampireschi.
Aveva chiesto alla muta e impassibile Mekare di strapparglieli per poi darli a sua sorella, e
Mekare lo aveva fatto. In seguito lui era rimasto nel complesso, per quanto chiunque ne
sapesse, prigioniero delle gemelle, cieco, sofferente, forse soddisfatto.
Quando avevo letto di quella vicenda nella biografia di Marius avevo ripensato alla
promessa di Fareed di creare occhi soprannaturali perenni per Maharet. Aveva mai avuto
l’opportunità di farlo?
«Spezzò qualcosa dentro di lei, quella terribile prova», spiegò Jesse. «Non la ribellione di
Thorne, cercate di capire. Maharet ha amato e perdonato Thorne. Lo ha tenuto con noi, in
seguito. Il semplice fatto di Marius che si appellava a lei, tuttavia, sostenendo che doveva
esistere una legge precisa fra noi, che qualcuno doveva detenere l’autorità, quello riuscì a
spezzarla. Rese fin troppo evidente che lei non era certo una sovrana per i Non Morti.»
Non mi era mai venuto in mente. Avevo dato per scontato che una creatura così antica e
potente si fosse limitata ad andare avanti, proseguendo su una strada ben al di là delle nostre
varie dispute.
«È stato dopo quell’episodio che cominciò a ridurre a poco a poco i contatti con la Grande
Famiglia e io la vidi sprofondare sempre più nel silenzio.»
«Ma di tanto in tanto aveva convocato dei giovani, vero?» chiesi. «E tu, David, proseguivi
con il tuo andirivieni...»
«Sì, lei continuò a invitare altri negli archivi», confermò David. «Era molto tollerante nei
miei confronti, ma temo di averla delusa anche in quei primi anni. C’erano occasioni in cui
non riuscivo a sopportare gli archivi e tutto il sapere segreto che il mondo esterno non avrebbe
mai visto. Maharet sapeva cosa provavo. Sapeva che leggere di città e imperi perduti riusciva
solo a farmi sentire meno umano, meno vitale, meno determinato. Vedeva tutto questo.
Capiva.»
«Ma una volta mi ha detto che tutti noi attraversiamo dei cicli», protestai. «Al momento io
mi trovo in un ciclo negativo, ecco perché desideravo tanto parlare un po’ con lei. Pensavo che
Maharet fosse la grande esperta di cicli di disperazione e cicli di sicurezza di sé. Pensavo che
dovesse esserlo necessariamente, che fosse la più forte di tutti noi.»
«Negli ultimi tempi è un essere fallibile, proprio come te o me», dichiarò David. «Molto
probabilmente la sua capacità di sopravvivere dipende dai suoi limiti. Non è sempre così?»
«Come diavolo faccio a saperlo?» esclamai irritato, ma lui si limitò a sorridere come se
fosse consapevole della mia maleducazione e lo fosse sempre stato. La liquidò con un gesto e
guardò Jesse.
«Sì, Maharet portava dei giovani nel complesso», confermò lei, riprendendo il filo del
discorso, «ma soltanto pochi. Poi, quattro anni fa, è successo qualcosa di inaspettato.»
Trasse un bel respiro e si appoggiò di nuovo allo schienale, posando sul tavolino la suola
del suo piccolo e delicato stivaletto di pelle marrone.
David stava aspettando, e dal mondo retrostante sentii arrivare la voce di Benji che
trasmetteva da New York: «Se non volete una catastrofe vi esorto a lasciarli in pace. Lasciate
risuonare la mia voce. Lasciate che la mia voce li supplichi di venire da noi, di parlare con noi,
sì, ma non avvicinateli. Conoscete il loro potere. Sapete cosa sono in grado di fare».
Chiusi la mia mente alle voci.
«D’accordo», affermò Jesse come se avesse appena avuto la meglio in un’estenuante
discussione con se stessa. Raddrizzò di nuovo la schiena, accavallando con grazia le gambe e
allungando il braccio sinistro lungo lo schienale della poltrona. «È successo quattro anni fa,
ripeto. Lei aveva ricevuto la visita di uno stranissimo bevitore di sangue, forse il più bizzarro
che io avessi mai incontrato o sentito nominare, che la colse alla sprovvista. Si chiamava
Fareed Bhansali e, forse non ci crederete, è un medico e uno scienziato di ricerca. Questa era
una cosa che Maharet aveva sempre temuto in particolar modo: un bevitore di sangue
scienziato, un bevitore di sangue in grado di utilizzare un sapere da lei considerato magico per
assumere il potere nel mondo.»
Stavo per obiettare che conoscevo Fareed, lo avevo conosciuto a fondo benché ci fossimo
incontrati soltanto una volta, quando intuii che lei lo sapeva già, lo aveva carpito dai miei
pensieri, e David stava segnalando che lo conosceva anche lui. Benissimo. La storia di Seth e
Fareed era là fuori.
«Ma Fareed Bhansali non cercherebbe mai di usare il potere in maniera sventata o
erronea», affermò David. «L’ho incontrato, sono rimasto seduto insieme a lui, gli ho parlato,
ho parlato con Seth, il suo mentore.» (Il termine «mentore» sembrava ormai intercambiabile
con la parola «Creatore», il che mi andava benissimo.)
«Bene, è quello che Maharet scoprì ben presto. Lui le spiegò che avrebbe potuto
facilmente restituire a Thorne i suoi occhi e fornire a lei quelli di un bevitore di sangue capaci
di durare per l’eternità. Disse che poteva impiantarglieli con precisione chirurgica in modo
che fossero eterni. Spiegò che sapeva come soverchiare il Sangue dentro di noi e bloccarne
l’implacabile guerra al cambiamento abbastanza a lungo per provocare nei tessuti le
alterazioni necessarie per un autentico connubio di nervi e fili biologici.» Jesse sospirò. «La
maggior parte della spiegazione mi risultò incomprensibile e credo che lo stesso valesse per
Maharet, ma lui era geniale, innegabilmente geniale. Spiegò di essere un vero e proprio
medico per la nostra specie. Disse di aver di recente attaccato una gamba vampiresca
perfettamente funzionante a un antico vampiro di nome Flavius che aveva perso l’arto prima
di essere reso immortale.»
«Certo, Flavius», commentò David, «il Flavius di Pandora, il suo schiavo ateniese. È una
cosa fantastica.»
Anch’io conoscevo quella storia. Sorrisi. Ovvio che Fareed potesse fare una cosa del
genere, ma cos’altro era in grado di fare?
Jesse continuò.
«Bene, Maharet accettò la sua offerta. Non le piaceva l’idea che un giovane novizio
venisse accecato per quello scopo, ma lui aggirò ben presto l’ostacolo a livello etico
esortandola a scegliere personalmente una vittima, qualcuno di cui riteneva perfettamente
consono e giusto cibarsi. Lui avrebbe preso quella vittima, le avrebbe fatto perdere i sensi e
poi trasfuso del sangue vampiresco. Una volta rimossi gli occhi, l’avrebbe uccisa. Maharet
poteva assistere a tutte le fasi del procedimento, se lo desiderava. E, ancora una volta, Fareed
sottolineò che l’inserimento degli occhi avrebbe coinvolto il suo talento come chirurgo con
altre infusioni di sangue vampiresco per perfezionare il risultato. Gli occhi di Maharet
sarebbero stati suoi per sempre. Lei doveva soltanto scegliere la vittima, come diceva lui, fra
tutti coloro che si trovavano entro la sua portata d’orecchio, fra tutti coloro che avevano occhi
del colore adatto.»
Le ultime parole mi causarono un brivido freddo: «occhi del colore adatto». Fecero
riaffiorare fugaci visioni di qualcosa di orribile, ma preferivo non scoprire di preciso cosa
fosse. Mi scrollai da capo a piedi e concentrai la mia attenzione su Jesse.
«Maharet accettò l’offerta», continuò lei, «ma fece ben più di questo. Fareed voleva
ospitare lei e Mekare nel suo laboratorio in America, un posto gigantesco, il sogno di uno
scienziato pazzo. Credo che in quel periodo si trovasse a New York, dopo aver tentato in
parecchi posti diversi. Maharet, però, non voleva correre il rischio di portare Mekare fin là.
Spese invece un occhio della testa per trasferire da noi tutto il personale e l’attrezzatura del
medico. Fece portare tutto in aereo a Giacarta, e da lì, con dei camion, nel complesso edilizio.
Vennero chiamati degli elettricisti, acquistati e installati dei nuovi generatori. Alla fine Fareed
ebbe tutto il necessario per effettuare su Mekare ogni genere di esame noto alla scienza
moderna.»
Si interruppe ancora una volta.
«Stai parlando di risonanza magnetica, TAC e tutto il resto», dissi.
«Esatto», replicò lei.
«Avrei dovuto immaginarlo. E pensare che per tutti questi anni ho avuto paura per Fareed,
paura che Maharet lo avesse eliminato, avesse cancellato lui e il suo staff dalla faccia della
terra.»
«E come avrebbe potuto farlo, con Seth che protegge Fareed?» domandò David. «Quando
hai conosciuto Fareed hai sicuramente conosciuto anche lui.»
«Maharet avrebbe potuto danneggiare le operazioni», affermai. «Avrebbe potuto
incenerirli entrambi, ma stai dicendo che sono tutti amici», aggiunsi, guardando Jesse.
«Alleati», precisò lei.
«Mekare si è sottoposta ai vari esami?»
«A tutti», rispose Jesse. «Docilmente. Non si è mai tirata indietro davanti a nulla, per
quanto ne so. A nulla. Così hanno effettuato i test. Con loro c’erano questi novizi medici, e
Seth lavorava sempre con Fareed. Fu spaventoso per me incontrarlo. Fu spaventoso anche per
Khayman, che lo aveva conosciuto quando Seth era un bambino umano, quando era il principe
ereditario della terra di Kemet. Qualche tempo dopo essere stata pervasa dal Sangue, Akasha
aveva mandato via Seth, e Khayman non aveva mai saputo che fosse stato trasformato in un
bevitore di sangue. Lo temeva, temeva un qualche antico legame di sangue fra madre e figlio
che, secondo lui, avrebbe potuto rivelarsi più potente del nostro Sangue. Non gli piaceva nulla
di quanto stava succedendo, non gli piaceva che quegli scienziati stessero prelevando
campioni di tessuto e facendo radiografie, e che restassero seduti intorno a Maharet fino alle
prime ore del mattino discutendo di tutte le proprietà dei nostri corpi, le proprietà della forza
che ci rende ciò che siamo.»
«Ho rinunciato, con il gergo scientifico», ammisi. «Non ho mai pensato che mi sarebbe
servito. E adesso vorrei essere stato là e aver capito tutto quello che dissero.» Ma non era del
tutto vero. Anni prima avevo lasciato Fareed e Seth di mia iniziativa, quando invece avrei
potuto chiedere di restare con loro a tempo indeterminato. Ero fuggito dall’intensità di
entrambi e da quello che avrebbero potuto scoprire su di noi.
«Quindi quale diavolo è stato il risultato di tutto ciò?» chiesi all’improvviso, senza
riuscire a trattenermi. «Cosa diavolo hanno scoperto?»
«Hanno detto che Mekare è priva di raziocinio», raccontò Jesse. «Hanno detto che il
cervello dentro di lei si è atrofizzato, che ci sono così poche indicazioni di un’attività
cerebrale che lei è come un umano in stato di coma, tenuto in vita unicamente dal tronco
encefalico. È rimasta sepolta così a lungo – con ogni probabilità in una caverna, nessuno lo sa
con sicurezza – che persino la sua vista ne ha risentito. Il potente Sangue ha in realtà indurito
il tessuto atrofizzato, con il passare del tempo. Non sono riuscita a capire. Naturalmente loro
hanno impiegato circa tre notti per dirlo con incredibili dichiarazioni di non responsabilità,
aggettivi qualificativi e tangenti, ma il succo era quello.»
«E l’altro, invece?» chiesi.
«Quale altro?» replicò Jesse.
Spostai lo sguardo su David per poi riportarlo su di lei. Entrambi sembravano disorientati,
il che mi stupì.
«E il Sacro Nucleo?» domandai.
Jesse non rispose.
«Quindi quello che stai chiedendo», intervenne David, «è se i vari strumenti diagnostici
sono riusciti a individuare il Sacro Nucleo?»
«Be’, certo che è quello che sto chiedendo. Santo cielo. Fareed aveva la Madre fra le sue
grinfie, giusto? Non pensate che avrebbe voluto cercare le prove dell’esistenza, dentro di lei,
di un parassita con un’attività cerebrale tutta sua?»
Continuarono a fissarmi come se fossi pazzo.
«Fareed mi ha raccontato», proseguii, «che questo Amel è una creatura proprio come lo
siamo noi, che ha una vita cellulare, dei confini, è conoscibile. Me lo ha spiegato a chiare
lettere. Non sono riuscito a capire tutte le sue deduzioni, ma ha reso evidente la sua ossessione
per le proprietà fisiche del Sacro Nucleo.»
Oh, perché non avevo ascoltato con maggiore attenzione? Perché ero stato così pessimista
sul futuro di Fareed? Perché avevo una mentalità così cupa e apocalittica?
«Bene, se lui ha individuato qualcosa», affermò Jesse, «io non ne ho saputo niente.» Dopo
un lungo istante di riflessione mi chiese: «E tu l’hai fatto?»
«Io? Quando?»
«Quando hai bevuto da Akasha», mi incalzò dolcemente. «Quando l’hai tenuta fra le
braccia. Hai udito qualcosa, captato qualcosa? Eri in contatto diretto con il Sacro Nucleo.»
Scossi il capo. «No, nulla che potessi identificare. Akasha mi ha mostrato cose, visioni, ma
provenivano tutte da lei, sempre da lei. Per quanto ne so, almeno.» Ma dovevo ammettere che
era una domanda interessante.
«Io non sono Fareed», borbottai. «Del Sacro Nucleo avevo solo un concetto molto vago e
religioso, lo confesso.»
La mia mente tornò indietro, molto indietro, fino ai miei ricordi di Maharet che descriveva
la genesi dei vampiri. Amel si era introdotto nella Madre, poi aveva cessato di esistere, o
almeno così avevano detto a Maharet gli spiriti. La cosa che era Amel, invisibile eppure
enorme, si era ormai propagata fra bevitori di sangue più numerosi di quanto non fosse mai
successo nel corso della storia. Era una radice piantata nel terreno da cui sono spuntate
tantissime piante, tanto che ha perso la sua forma, i suoi confini, la sua «natura di radice».
Persino dopo così tanti anni non mi piaceva parlare di quell’intimità con Akasha, del mio
essere stato l’amante della regina, dell’averne bevuto il sangue denso e viscido e magnifico.
Non mi piaceva pensare ai suoi occhi scuri, alla scintillante pelle bianca, al suo sorriso storto.
Quale viso, quale ritratto dell’innocenza in qualcuno che voleva conquistare il mondo umano,
che voleva diventare la Regina del Paradiso!
«E Mekare», chiesi, «hai mai bevuto da lei?»
Jesse tornò a fissarmi per un lungo istante come se avessi detto qualcosa di scioccante e
sgradevole, poi si limitò a scuotere il capo. «Non ho mai saputo che qualcuno l’abbia
avvicinata per il suo sangue. Non ho mai visto Maharet bere il sangue della sorella o offrirle il
suo. Non sono sicura che potrebbero mai fare una cosa simile o l’abbiano mai fatta, dopo il
primissimo incontro, intendo dire.»
«Sospetto che, se qualcuno tentasse mai di bere il suo sangue», disse David, «Mekare lo
considererebbe un atto spregevole e annienterebbe quella persona, magari in maniera
grossolana, per esempio con un pugno.»
Un pugno. Il pugno vecchio di seimila anni. Qualcosa su cui riflettere. Un immortale
vecchio di seimila anni potrebbe distruggere questo albergo con un pugno, se ne avesse
l’intenzione, e il tempo.
Mekare aveva annientato Akasha in modo crudo quanto semplice, quello era certo,
scagliandola contro una lastra di vetro con tanta forza da mandarla in frantumi. Rividi la
scena, rividi l’enorme lastra dai bordi frastagliati calare come la lama di una ghigliottina a
tranciarle la testa, ma non avevo visto tutto. Forse nessuno lo aveva fatto davvero, a parte
Maharet. Come era stato sfondato il cranio di Akasha? Ah, il mistero della cosa: la
combinazione di vulnerabilità e forza soverchiante.
«Non ho mai saputo che Mekare fosse in alcun modo consapevole dei suoi poteri»,
dichiarò David, «che fosse consapevole della facoltà di volare, delle doti medianiche o del
dono del fuoco. Stando a quanto mi hai raccontato venne a combattere Akasha con la certezza
di essere sua pari, nulla più.»
«Siano ringraziati gli dei per questo», commentò Jesse.
Quando si era levata per uccidere la regina, Mekare era arrivata via terra, attraversando
notte dopo notte giungla e deserto, varcando montagne e valli, fino a raggiungere il complesso
di Sonoma in cui ci eravamo riuniti tutti, guidata da chissà quali immagini, chissà quali voci.
Non eravamo destinati a scoprire mai nemmeno da quale tomba o caverna fosse giunta. E ora
compresi tutte le implicazioni di quanto Jesse ci aveva appena raccontato. Le nostre domande
su Mekare non avrebbero mai avuto risposta. Non ci sarebbe mai stata una biografia di
Mekare. Non ci sarebbe mai stata una voce che parlava a nome suo. Non ci sarebbe mai stata
una Mekare che pigiava energicamente sulla tastiera di un computer per rivelarci i suoi
pensieri.
«Non sa di essere la Regina dei dannati, vero?» chiesi.
Jesse e David mi fissarono.
«E Fareed si è offerto di crearle una nuova lingua?» insistetti.
La mia domanda li scioccò anche stavolta. Trovavamo molto arduo affrontare le
implicazioni dell’esistenza e della sapienza di Fareed. E il potere e il mistero di Mekare. Bene,
ci trovavamo lì per parlare, giusto? La domanda sulla lingua mi sembrava ovvia. Mekare non
aveva la lingua. Le era stata strappata prima che venisse portata nel Sangue. La responsabile
era Akasha. Aveva accecato una gemella e privato della lingua l’altra.
«Credo abbia avanzato questa proposta», spiegò Jesse, «ma non c’era modo di comunicarla
a Mekare o indurla a collaborare. Le mie sono semplici supposizioni. Non ne sono sicura.
Sono tutti sordi gli uni ai pensieri degli altri, questi Antichi. Come al solito, però, non ho
sentito nulla emanato da Mekare. Mi ero rassegnata all’idea che fosse priva di mente. Era
disposta a diventare la vittima passiva dei test, quello non era un problema, ma, a parte questo,
ogni qual volta Fareed le si avvicinava o tentava di esaminarle la bocca, lei lo fissava come se
stesse osservando la pioggia che cadeva.» Immaginavo come la situazione dovesse essere
risultata spaventosa persino per l’intrepido medico vampiro.
«È riuscito a narcotizzarla?» chiesi.
David rimase scioccato. «Sai, metti davvero a dura prova la pazienza altrui.»
«Perché? Perché non la butto sul poetico?»
«C’è riuscito solo per intervalli molto brevi e solo di rado», rispose Jesse. «A un certo
punto lei si stancò degli aghi e lo fissò come una statua che avesse preso vita. Dopo le prime
tre volte lui non ritentò più.»
«Ma le ha prelevato del sangue», dissi.
«Lo ha fatto prima che lei capisse bene cosa stava succedendo», spiegò Jesse, «e
naturalmente Maharet era presente e continuava a blandirla, carezzarle i capelli, baciarla e
implorare il suo permesso nella lingua antica, ma a Mekare la cosa non piaceva. Fissò le
fialette con una sorta di disgusto come se stesse guardando un insetto orrendo che si cibava di
lei. Lui riuscì a prelevarle minuscoli brandelli di pelle, campioni di capelli e non so cos’altro.
Voleva ogni cosa. Ci ha chiesto ogni cosa. Saliva, biopsie di organi – biopsie che poteva
effettuare con aghi, capisci – midollo spinale, fegato, pancreas, qualsiasi cosa potesse
ottenere. Gli ho dato tutto questo e lo stesso ha fatto Maharet.»
«Lei apprezzava Fareed, lo rispettava», commentai.
«Sì, gli vuole bene, lo rispetta», si affrettò a dire Jesse, enfatizzando il tempo presente.
«Fareed le ha fornito gli occhi di un bevitore di sangue e ha restituito a Thorne i suoi, quelli da
lui donati a Maharet. Ha fatto tutto questo e quando se n’è andato ha preso Thorne sotto la sua
ala, l’ha portato via con sé. Thorne era rimasto a languire nel complesso per anni, ma durante
quel periodo si era rimesso lentamente. Voleva ritrovare Marius e Daniel Malloy, e Fareed
l’ha portato via con sé. Maharet si è affezionata a Fareed, e anche a Seth. Ci siamo affezionati
tutti a Seth.» Stava parlando a vanvera, adesso, ripetendosi, rivivendo l’esperienza.
«Seth era presente, la notte di tanto tempo fa quando, nell’antica terra di Kemet, Akasha ha
condannato a morte Mekare e Maharet», aggiunse. Si stava immaginando la scena. La stavo
immaginando anch’io. «Ancora ragazzo aveva visto tagliare la lingua a Mekare e strappare gli
occhi a Maharet, ma lui e Maharet hanno conversato come se questa vecchia storia non
vantasse nessun diritto su di loro, davvero nessuno. Si sono trovati d’accordo su diverse cose.»
«Per esempio?» la pungolai io.
«Ti dispiacerebbe tentare di essere garbato? Almeno tentare!» sussurrò David.
Ma Jesse mi rispose subito.
«Erano d’accordo sul fatto che, qualsiasi cosa scoprissero per conto nostro, non avrebbero
mai dovuto tentare di interferire con la vita umana in questo mondo. Sul fatto che,
indipendentemente da ciò che ottenevano per noi, non avrebbero mai dovuto offrirlo al mondo
umano. Forse sarebbe arrivato un giorno, spiegò Maharet, in cui una scienza dei vampiri
avrebbe rappresentato la loro principale difesa contro la persecuzione, ma quel giorno era
ancora molto lontano e magari non sarebbe mai arrivato. Il mondo umano andava rispettato. Si
sono trovati d’accordo su tutte queste cose. Fareed disse che non nutriva più alcuna ambizione
nel regno degli esseri umani, disse che eravamo noi la sua gente. Ci chiamava così, la sua
gente.»
«Benji lo adorerebbe», commentai, ma mi sentii molto sollevato nell’udire tutto questo,
più sollevato di quanto non sappia dire.
«Sì, senza dubbio», confermò mesta Jesse. «Fareed aveva l’abitudine di chiamarci ’il
popolo’ e il ’Popolo del Sangue’ e ’il Popolo nel Sangue’.»
«Il nostro popolo, la nostra tribù», affermai, facendo eco a Benji.
«Quindi cosa è successo, mia cara», chiese David, «per spingervi ad abbandonare il
complesso?»
«Bene, ecco come andò. Seth parlò a Maharet di altri Antichi. Le disse quello che sono
sicura non stupirà nessuno, qui dentro, ossia che ovunque c’erano degli Antichi che erano
sopravvissuti al Tempo dei Roghi di Akasha, che l’avevano osservato ma mai temuto. Poi le
raccontò di Antichi che ne erano stati destati, come lui. Seth si trovava sepolto nella terra da
un migliaio di anni quando aveva sentito la tua musica, Lestat, e la voce di sua madre
rispondere alla tua. Disse che Maharet non aveva idea di quanto profondamente la musica rock
di Lestat e il levarsi della Madre avessero cambiato il mondo vampiresco. Non aveva idea di
come quegli avvenimenti avessero non solo ridestato dei vampiri anziani ma anche portato
altri a una consapevolezza globale.»
«Mon Dieu, una consapevolezza globale», replicai. «Quindi, in un modo o nell’altro, verrò
incolpato di tutto?»
«Bene, quello potrebbe essere l’aspetto meno importante dell’intera questione», affermò
David, prendendomi la mano. «Il punto non è che tu venga incolpato o meno, giusto? Ti prego,
smettila di fare il principino viziato per almeno cinque minuti e ascoltiamo Jesse.»
«Sì, professore», replicai. «Non finisco sempre per ascoltare?»
«Non abbastanza, direi.» Lui sospirò e riportò lo sguardo su Jesse.
«Be’, Maharet voleva rintracciare uno di questi Antichi, non levatosi di recente ma
particolarmente saggio dal punto di vista di Seth, ossia un bevitore di sangue che attualmente
vive in Svizzera, sulle sponde del lago di Ginevra, un essere con una potente impronta nel
mondo umano. Sin dalla tarda antichità mantiene una sorta di famiglia vampiresca. In realtà il
vampiro Flavius era il suo fidato amico e seguace.»
«Che nome usa con noi questo Antico?» domandai.
«Lei non me l’ha mai detto con precisione», rispose Jesse, «ma so che la sua enorme
ricchezza è legata a compagnie e investimenti farmaceutici. Ricordo di averlo sentito dire a
Seth. Per continuare, Maharet andò in Svizzera a cercarlo. Mi chiamò spesso, mentre era là.»
«Per telefono?»
«Ha sempre saputo usare telefoni, computer, cellulari e via dicendo», spiegò Jesse. «Non
dimenticate chi era mia zia Maharet nel mondo umano, prima che arrivassi a scoprire il suo
vero segreto. Ha fatto da mentore alla Grande Famiglia per secoli. Ha sempre funzionato
benissimo nel mondo.»
Annuii.
«È saltato fuori che si è innamorata di questo antico a Ginevra, innamorata della vita da lui
creata per se stesso e quanti sono affidati alle sue cure. Maharet non gli si è rivelata, lo stava
spiando attraverso le menti dei suoi cari, ma lo amava. Quando mi telefonava preferiva non
rivelare come lui si chiamasse o dove abitasse, per ovvi motivi, ma tutti i suoi resoconti erano
entusiastici. Quel bevitore di sangue era stato reso immortale da Akasha per combattere ribelli
come Maharet, Mekare e Khayman. Laddove loro erano chiamati la Prima Stirpe, lui era stato
Capitano del Sangue della Regina. L’antico odio, però, non contava più nulla per lei, o almeno
così diceva. E diverse volte, al telefono, mi spiegò che osservare quella creatura le aveva
insegnato cose di ogni genere, che il suo entusiasmo per la vita era contagioso. Immaginai che
tutto questo le giovasse.»
Risultò evidente che nemmeno David sapeva qualcosa di quell’essere ed era affascinato.
«E questo è solo uno dei tanti immortali di cui non siamo al corrente?» chiese in tono
gentile.
Jesse annuì. «Maharet ha anche detto che il bevitore di sangue di Ginevra era
perdutamente innamorato di Lestat.» Mi guardò. «Innamorato della tua musica, dei tuoi scritti,
delle tue riflessioni, tragicamente convinto che se potesse parlare con te di tutte le idee che ha
in testa scoprirebbe in te un’anima gemella. Ama la sua devota famiglia di bevitori di sangue,
ma loro si stancano della sua inesorabile passione per la vita e delle sue interminabili
congetture sulla tribù e sulle metamorfosi che sperimentiamo. È convinto che tu lo capiresti.
Maharet non ha mai detto se era d’accordo con lui o meno. Voleva avvicinarlo, stava
prendendo in seria considerazione l’ipotesi di farlo. Ho avuto l’impressione che progettasse di
riunirvi tutti per farvelo conoscere, a un certo punto, ma alla fine se n’è andata senza
avvicinarlo. E quello che aveva desiderato... be’, ben presto anch’esso cambiò.»
«Allora, cosa è successo? Perché non l’ha fatto?» incalzai io. Non avevo mai dubitato della
capacità di Maharet di rintracciarmi, ovunque io fossi. Immaginavo che anche quel grande e
potente bevitore di sangue di Ginevra fosse in grado di scovarmi. Voglio dire che non sono poi
tanto difficile da trovare, davvero.
«Oh, sì che lo sei, invece», affermò Jesse rispondendo ai miei pensieri. «Sei molto ben
nascosto.»
«Be’, e con ciò?»
«Torna alla storia, per favore», la pregò David.
«Fu colpa di ciò che accadde nel complesso mentre lei era via», spiegò Jesse. «Io ero
rimasta là con Khayman e Mekare, e con vari giovani bevitori di sangue che stavano studiando
negli archivi. Non so bene chi fossero. Maharet li aveva portati lì prima di andarsene, e tutto
quello che sapevo era che aveva dato il suo benestare a ognuno di loro e li aveva autorizzati ad
accedere agli antichi registri. Bene, Khayman e io condividevamo la responsabilità della cura
del focolare, si potrebbe dire. Per due notti andai a caccia a Giacarta e lasciai tutto nelle sue
mani.
«Al mio ritorno scoprii che metà del complesso era stata divorata dalle fiamme, alcuni dei
giovani – forse tutti – erano stati eliminati e Khayman versava in stato confusionale. Anche
Maharet era tornata, sollecitata dall’istinto. Antichi rotoli e tavolette erano andati perduti, ma
lo spettacolo davvero orrendo fu quello dei resti di coloro che erano stati inceneriti.»
«Chi erano?» domandai.
«Non lo so», rispose Jesse. «Maharet non me l’ha mai detto.»
«Ma non avevi conosciuto quei giovani bevitori di sangue?» insistetti. «Ricordi
sicuramente qualcosa di loro.»
«Mi spiace, Lestat», affermò. «Non li ricordo, posso solo dire che non li conoscevo né di
nome né di vista. Erano giovani, giovanissimi. C’era sempre un gran andirivieni di giovani
vampiri. Li portava lì Maharet. Non so chi sia perito, non lo so semplicemente.»
David era scioccato. Aveva visto le rovine proprio come me, ma sentir parlare della
tragedia ne rinnovò l’effetto.
«Cosa aveva da dire Khayman in proposito?» chiese.
«È proprio questo il problema: lui non riusciva a ricordare cosa fosse successo. Non
ricordava dove fosse stato né cosa avesse fatto o visto durante la mia assenza. Lamentava
confusione mentale e dolore fisico, un forte dolore alla testa, e, cosa ancora peggiore,
continuava a perdere e riacquistare conoscenza di fronte a noi, talvolta parlando nella lingua
antica e talvolta in altre lingue che non avevo mai sentito prima. Farfugliava. E a volte dava
l’impressione di rivolgersi a qualcuno dentro la sua testa.»
Notai il particolare e sigillai la mia mente come una cripta.
«Stava chiaramente soffrendo», continuò Jesse. «Chiese a Maharet cosa poteva fare per il
dolore. Si appellò a lei nelle sue vesti di strega perché lo guarisse dal dolore come se si
trovassero di nuovo nell’antico Egitto. Voleva che qualcuno glielo estirpasse. Chiese se il
vampiro medico, Fareed, poteva aprirgli la testa per tirare fuori quella cosa. Continuava a
ricorrere all’antica lingua. Coglievo una cascata di immagini davvero incredibile,
straordinariamente vivida. E credo che a volte credesse di essere tornato a quell’epoca. Era
ferito, pazzo.»
«E Mekare?»
«Quasi la stessa di sempre, ma non del tutto.» Jesse si interruppe.
«Cosa vuoi dire?» domandai.
Lei si cancellò le immagini dalla mente prima che potessi captarle. Cercò le parole adatte.
«C’è sempre stato un atteggiamento particolare in Mekare», spiegò, «ma quando sono
entrata per la prima volta nel complesso, quando ho visto per la prima volta tutto il legname
bruciato e il tetto crollato... be’, mi sono imbattuta in Mekare ferma in uno dei corridoi, e
appariva così alterata, così diversa, che per un attimo mi è parso di guardare una sconosciuta.»
Si interruppe di nuovo, distogliendo lo sguardo e poi riportandolo su di noi. «Non so spiegarlo.
Era in piedi lì, le braccia ciondoloni lungo i fianchi e la schiena appoggiata al muro. E mi
stava fissando.»
Adesso l’immagine lampeggiò vivida. Io la vidi e certo lo fece anche David.
«So che non sembra niente di speciale», proseguì Jesse, la voce ridotta a un mormorio,
«ma vi assicuro che non l’avevo mai vista guardarmi in quel modo, come se tutt’a un tratto
sapesse chi ero, mi riconoscesse, come se una qualche intelligenza fosse divampata dentro di
lei. Fu come incontrare una sconosciuta.»
Riuscii a vederlo, certo. Sono sicuro che vi riuscì anche David, ma era qualcosa di sottile.
«Bene, mi mise paura, una gran paura», confessò Jesse. «Non temo gli altri bevitori di
sangue, per ovvi motivi, ma in quel momento ebbi paura di Mekare. La sua espressione era
così anomala. E allo stesso tempo lei mi stava semplicemente fissando. Rimasi pietrificata.
Pensai: Questa creatura ha poteri sufficienti per aver fatto tutto questo, per aver bruciato
questo posto e incenerito quei giovani. Questa creatura può darmi fuoco. Ma in fondo,
naturalmente, anche Khayman vantava quel potere e ancora non sapevo che non rammentava
nulla.
«Maharet arrivò e cinse la sorella con un braccio, poi sembrò che Mekare tornasse la
stessa di sempre, svagata, gli occhi sereni, semiciechi, ben eretta, rilassandosi dalla testa ai
piedi e riacquistando la sua antica e tipica grazia, camminando con l’antica economia di
movimenti, la gonna che le fluttuava intorno alle gambe, la testa un po’ china. Quando mi
guardò di nuovo i suoi occhi apparivano vacui ma erano i suoi, se riuscite a seguirmi.»
Non fiatai. L’immagine continuò a fiammeggiarmi vivida nella mente. Fui assalito da un
brivido.
David non stava parlando e io nemmeno.
«Maharet smantellò il complesso e ce ne andammo», raccontò Jesse. «In seguito non ha
più lasciato sola Mekare, non a lungo, almeno. Nessun giovane è stato più invitato a venirci a
trovare. Non è stato più invitato nessuno. In realtà lei mi ha detto che dovevamo isolarci dal
mondo. E che io sappia non ha mai contattato quel bevitore di sangue di Ginevra, benché io
non possa averne l’assoluta certezza.
«Quando allestimmo il nostro nuovo rifugio installò più apparecchiature tecniche che in
passato e usava regolarmente i computer per ogni genere di cosa. Pensai che fosse passata a un
nuovo livello di coinvolgimento con l’epoca, ma ora mi chiedo se fosse davvero così. Forse
voleva semplicemente non andarsene mai più, quindi doveva comunicare via computer. Non lo
so. Non sono in grado di leggere nei pensieri della mia Creatrice. E Maharet non può leggere
in quelli di Khayman o Mekare. I membri della Prima Stirpe non sono in grado di leggersi
nella mente a vicenda, sono tutti troppo vicini. Lei mi ha rivelato che le è preclusa anche
quella del bevitore di sangue di Ginevra. Sangue della Regina o Prima Stirpe, quelli davvero
antichi non possono leggere gli uni nei pensieri degli altri. Presumo che tecnicamente Seth
appartenga al Sangue della Regina. Gli esponenti della Prima Stirpe sono rimasti i ribelli, e
hanno donato il Sangue senza regole né codici a coloro che hanno reclutato nel corso dei
secoli. Se si potesse risalire alla schiatta originaria di gran parte degli immortali di questa era,
sospetto che si scoprirebbe che discendono dalla Prima Stirpe.»
«Probabilmente hai ragione», commentai.
«Cosa ne è stato di Khayman?» chiese David. «Come sta?»
«C’è qualcosa che non va in lui, ancora adesso», rispose Jesse. «Scompare per varie notti
di seguito. Non ricorda dove va o cosa fa. Per quasi tutto il tempo rimane seduto in silenzio a
fissare vecchi film sugli schermi piatti sparsi per il complesso. A volte ascolta musica per
tutta la notte, dice che la musica allevia il dolore. Guarda i tuoi vecchi videoclip, Lestat. Li
mette per Mekare e li guarda e immagino che in un certo senso li guardi anche lei. Altre volte
non fa granché. Ma torna sempre sul dolore alla testa.»
«E Fareed? Cosa dice Fareed di quel dolore?» chiesi.
«È questo il guaio, Maharet non l’ha mai più invitato a venire da noi. Non ha mai invitato
nessuno, ve lo ripeto. Se manda delle e-mail a Fareed, io non ne so niente. Il suo
coinvolgimento con il computer, in realtà, fa parte del suo ritrarsi dal mondo, se riuscite a
seguirmi. Sono venuta a raccontarvi tutto ciò perché credo che dovreste saperlo. E dovreste
riferirlo a Marius, e agli altri, in qualsiasi modo desideriate.» Si appoggiò allo schienale. Fece
un lungo sospiro come per dire a se stessa: Bene, è finita, ti sei confidata e ormai quel che è
fatto è fatto.
«Lei sta proteggendo tutti gli altri da Mekare», mormorò David. «Ecco perché si è
nascosta.»
«Sì. E non ha più alcun legame con la sua famiglia umana, come ho appena detto. Viviamo
di notte in notte nella quiete e nell’appagamento. Lei non mi chiede dove vado quando esco né
dove sono stata quando torno. Mi consiglia in una moltitudine di piccole cose, proprio come
ha sempre fatto, ma non si confida più con me sulle questioni più intime! A dire il vero si
comporta come qualcuno che venga osservato, monitorato, spiato.»
Né David né io aprimmo bocca, ma sapevo benissimo cosa Jesse intendesse dire.
Cominciai a riflettere. Non ero pronto a rivelare loro uno qualsiasi dei miei vaghi e inquietanti
sospetti riguardo a quanto stava succedendo. Non ero affatto pronto. Non stavo rivelando i
miei sospetti nemmeno a me stesso.
«Comunque», disse David, «potrebbe essere stato Khayman a bruciare gli archivi e ad
annientare i giovani vampiri.»
«Se lei fosse davvero convinta che è stato Khayman farebbe qualcosa», affermai. «Lo
annienterebbe, se pensasse di doverlo fare. No, si tratta di Mekare.»
«Ma come potrebbe mai annientare Khayman? Lui è forte quanto lei», chiese David.
«Sciocchezze. Maharet potrebbe batterlo sul tempo», replicai. «Qualsiasi immortale può
essere decapitato. Lo abbiamo visto con Akasha. La testa le è stata mozzata da un’enorme e
pesante scheggia di vetro dai contorni irregolari.»
«È vero», concordò Jesse. «Me l’ha raccontato la stessa Maharet quando mi ha trasformato
in vampiro. Ha detto che sarei diventata così forte, in futuro, che il fuoco non avrebbe potuto
distruggermi e il sole nemmeno, ma che il modo sicuro per uccidere qualsiasi immortale
consiste nel separare la testa dal cuore e lasciare che testa e corpo si dissanguino. Me l’ha
spiegato persino prima che Akasha venisse nel complesso di Sonoma con te. E questo è
proprio ciò che è successo con Akasha, solo che Mekare le ha preso il cervello e l’ha divorato
prima che la testa o il cuore perdessero tutto il sangue.»
Tutti e tre riflettemmo a lungo, in silenzio.
«Non c’è stato neppure stavolta un seppur vago segnale del fatto che Mekare sia
consapevole dei propri poteri», sottolineò delicatamente David.
«Esatto», confermò Jesse.
«Ma se è stata lei a fare tutto questo deve essere consapevole delle proprie capacità»,
continuò David. «E Maharet si trova là per esercitare un ferreo controllo su ogni momento di
veglia di Mekare.»
«Forse.»
«Quindi a cosa porterà tutto ciò?» chiesi. Tentai di non suonare esasperato. Volevo bene a
Maharet.
«Dubito che annienterà mai se stessa e Mekare», affermò Jesse, «ma non ne sono sicura.
So che ascolta continuamente le trasmissioni di Benji da New York, sul computer. Si appoggia
allo schienale della poltrona e ascolta per ore. Ascolta tutti i giovani bevitori di sangue che
telefonano a Benji, tutto quello che hanno da dire. Se intendesse mettere fine alla tribù credo
che mi avviserebbe. Non penso che voglia farlo, ma credo sia d’accordo con Benjamin. La
situazione è davvero grave. La situazione è cambiata. Non è dipeso solo dalla tua musica,
Lestat, o dal destarsi di Akasha. Dipende dall’epoca stessa, dal ritmo accelerato del progresso
tecnologico. Una volta, come credo di averti raccontato, Maharet ha detto che tutte le
istituzioni che dipendono dalla segretezza sono minacciate, adesso. Ha detto che nessun
sistema fondato su misteri o un sapere esoterico sarebbe sopravvissuto a quest’epoca. Nessuna
religione rivelata avrebbe potuto prendere piede in essa. E nessun gruppo che dipenda da scopi
occulti sarebbe potuto durare. Ha predetto che vi sarebbero stati dei cambiamenti nel
Talamasca. ’Fondamentalmente gli esseri umani non cambiano’, ha spiegato. ’Si adattano. E
mentre si adattano esplorano inesorabilmente tutti i misteri finché non hanno scoperto gli
elementi fondamentali dietro ognuno di essi, nessuno escluso.’»
«Sono pienamente d’accordo», affermai io.
«Be’, ha ragione», commentò David. «Ci sono stati dei cambiamenti nel Talamasca, Jesse,
ed è proprio quello che volevo dirti. È per questo che ti ho mandata a chiamare. Non avrei mai
osato disturbare Maharet quando non voleva essere disturbata, ma devo confessare che
speravo di avere sue notizie, quando sei comparsa, e adesso sono sconvolto. Quello che sta
succedendo ultimamente nel Talamasca non ha poi molta importanza.»
«Be’, cosa sta succedendo?» domandai. Mi chiesi se stavo diventando uno scocciatore ma,
se non li avessi pungolati, quei due sarebbero piombati in lunghi intervalli di mutismo e
occhiate eloquenti, e francamente io volevo delle informazioni.
L’epoca dell’informazione. Immagino di farne parte, anche se da una settimana all’altra
dimentico come si usa il mio iPhone, ogni due anni sono costretto a reimparare da capo a
inviare le e-mail e non riesco a conservare nessun profondo sapere tecnologico in merito ai
computer che talvolta uso.
«Bene, la risposta a tutto questo», affermò Jesse, ribattendo alle mie riflessioni, «è usare
regolarmente la tecnologia. Perché ora sappiamo che la nostra mente preternaturale non ci
fornisce nessuna capacità potenziata di apprendere tutto il sapere ma solo gli stessi tipi di
conoscenza che comprendevamo quando ancora eravamo umani.»
«Sì, giusto. È sicuramente vero», confessai. «Avevo pensato che fosse diverso perché
avevo imparato con molta facilità il latino e il greco, una volta nel Sangue, ma hai
perfettamente ragione. Quindi passiamo al Talamasca. Presumo che ormai i membri abbiano
digitalizzato tutti gli archivi, vero?»
«Sì, hanno portato a termine il procedimento diversi anni fa», disse David. «È tutto
digitalizzato, e le reliquie si trovano in ambienti di qualità museale sotto la Casa Madre di
Amsterdam e quella di Londra. Ogni singola reliquia è stata fotografata, filmata, descritta,
studiata, classificata eccetera. Hanno avviato il processo anni fa, quando ero ancora Superiore
Generale.»
«Parli direttamente con loro?» si informò Jesse. Lei non aveva mai desiderato farlo. Da
quando era diventata un vampiro non aveva mai cercato di contattare i suoi vecchi amici là.
Ero stato io a rendere immortale David, non lei. Per un po’ avevo dato il tormento ai membri
del Talamasca, li avevo lusingati, avevo saltuariamente ingaggiato battaglia con loro, ma
succedeva molto tempo fa, ormai.
«No, non li disturbo», rispose David, «ma ogni tanto sono andato a trovare i miei vecchi
amici, quando erano sul letto di morte. Mi sono sentito in dovere di farlo. Ed è abbastanza
semplice per me introdurmi nelle Case Madri e nelle stanze da ammalato. Lo faccio perché
voglio dire addio a quei vecchi amici mortali, inoltre so cosa stanno passando. Morire senza
conoscere tante risposte. Morire senza avere mai appreso nulla, attraverso il Talamasca, che
fosse trasformativo o trascendente. Quello che so delle attuali condizioni del Talamasca lo so
grazie a quegli incontri e alla mia abitudine di osservare, semplicemente osservare e ascoltare
e aggirarmi furtivo, cogliendo i pensieri di chi sa che c’è qualcuno in ascolto ma ignora chi o
cosa sia.» Sospirò. Tutt’a un tratto parve stanco. La pelle intorno ai suoi occhi scuri era
raggrinzita e gli tremavano le labbra.
Vidi con una tale chiarezza la sua anima nel nuovo corpo giovanile che fu come se il
vecchio e il nuovo David si fossero fusi. E in realtà la sua antica personalità plasmava
l’espressione del suo viso giovanile. Una miriade di espressioni facciali avevano conferito una
nuova forma ai penetranti occhi neri di quel viso. Ora persino la sua voce di un tempo
risuonava lungo le più nuove corde vocali come se lui le avesse riaccordate e raffinate
semplicemente usandole per tutte quelle parole pronunciate a bassa voce, immancabilmente
garbate.
«Quello che è successo», disse, «è che il mistero degli Anziani e delle origini dell’Ordine è
stato sepolto in modo nuovo.»
«Cosa vuoi dire?» chiese Jesse.
David mi guardò. «La questione ti è familiare. Non abbiamo mai conosciuto davvero le
nostre origini, lo sai. Abbiamo sempre saputo che l’Ordine è stato fondato a metà dell’VIII
secolo, e che da qualche parte c’era una ricchezza incommensurabile che finanziava la nostra
esistenza e le nostre ricerche. Sapevamo che gli Anziani governavano l’Ordine ma non
sapevamo chi fossero o dove risiedessero. Avevamo le nostre regole ferree: osservare ma non
interferire, studiare ma non cercare mai di sfruttare il potere di una strega o un vampiro per il
proprio tornaconto personale, quel genere di cose.»
«E questo sta cambiando?» domandai.
«No», rispose. «Il Talamasca è florido e virtuoso come sempre, anzi, sta addirittura
prosperando. Rispetto a prima, oggi sono più numerosi i giovani studiosi versati nel latino e
nel greco che vi entrano, i giovani archeologi – come Jesse – che trovano l’Ordine attraente.
La segretezza è stata preservata, a dispetto dei tuoi affascinanti libri, Lestat, e di tutta la
pubblicità che hai così generosamente riversato sul Talamasca; inoltre, per quanto ne so, negli
ultimi anni sono scoppiati pochi scandali, anzi, nessuno.»
«Quindi qual è il grosso problema?»
«Bene, non lo definirei proprio un problema», affermò David, «ma piuttosto un accentuarsi
della segretezza in maniera nuova e interessante. Talvolta, negli ultimi sei mesi, degli Anziani
appena nominati hanno cominciato a presentarsi ai colleghi e a dare il benvenuto alle
comunicazioni con loro.»
«Ti riferisci ad Anziani scelti davvero fra i membri», ribatté Jesse con un accenno di
sorrisetto ironico.
«Esatto. Ora, in passato ci siamo sempre sentiti dire che gli Anziani arrivavano dalle file
dei membri ma, una volta che venivano selezionati, nessuno a parte gli altri Anziani ne
conosceva i nomi né sapeva dove dimorassero. Nei tempi antichi comunicavano per via
epistolare, mandando i loro corrieri a consegnare e ritirare tutta la corrispondenza. Nel XX
secolo passarono alle comunicazioni via fax e via computer ma, anche in questo caso, si
ignorava chi fossero o dove vivessero.
«Naturalmente il mistero era questo, nessuno conosceva mai personalmente un qualsiasi
membro chiamato a diventare un Anziano. Nessuno incontrava mai qualcuno che sostenesse di
ricoprire quel ruolo. Quindi era strettamente una questione di fede che gli Anziani venissero
scelti fra i membri e già nel Rinascimento, come sapete, alcuni membri del Talamasca
nutrivano sospetti su di loro e provavano un profondo disagio nel non sapere chi fossero in
realtà e come tramandassero il proprio potere alle generazioni successive.»
«Sì, ricordo bene tutto ciò», affermai. «Naturalmente. Marius ne ha parlato nella sua
biografia. Persino Raymond Gallant, il suo amico nel Talamasca, gli aveva chiesto cosa
sapeva delle origini dell’Ordine come se lo imbarazzasse non essere maggiormente informato,
al riguardo.»
«Esatto», confermò Jesse.
«Bene, ora sembra invece che tutti sappiano chi sono i nuovi Anziani», spiegò David, «e
dove avranno luogo le loro riunioni, e tutti sono invitati a comunicare quotidianamente con
loro, ma ovviamente il mistero degli Anziani delle epoche precedenti permane. Chi erano?
Come venivano scelti? Dove risiedevano? E perché ora stanno passando il potere a membri
noti?»
«Si direbbe che Maharet abbia davvero chiuso con la Grande Famiglia», affermai.
«Infatti.»
«Ma non hai mai pensato sul serio che fossero degli immortali, vero?» domandò Jesse. «Io
non l’ho mai fatto. Ho semplicemente accettato il bisogno di segretezza. Quando sono entrata
nel Talamasca mi è stato detto che era un ordine autoritario, che era come la Chiesa di Roma
per il carattere assoluto della sua autorità. Mi è stato detto di non aspettarmi mai di scoprire
chi siano gli Anziani o dove si trovino o come sappiano ciò che sanno.»
«Io ho sempre pensato che fossero degli immortali», confessò David.
Jesse ne rimase scioccata e leggermente divertita. «David, dici sul serio?»
«Sì», rispose lui. «Ho pensato per tutta la vita che degli immortali avessero fondato
l’Ordine per spiare e registrare il comportamento di altri immortali: spiriti, fantasmi, lupi
mannari, vampiri, qualsiasi cosa. E naturalmente dovevamo spiare tutti i mortali in grado di
comunicare con gli immortali.»
Stavo riflettendo. «Quindi nel corso dei secoli l’Ordine ha raccolto tutti questi dati mentre
il mistero centrale – le origini – rimane inesplorato.»
«Esattamente. E, semmai, questo cambiamento ci allontana ancor più dall’enigma
centrale», spiegò David. «Nel giro di poche generazioni l’intero mistero potrebbe benissimo
finire nel dimenticatoio. Il nostro nebuloso passato non risulterà affatto più interessante del
nebuloso passato di qualsiasi altra antica istituzione.»
«Sembra che sia proprio quello che desiderano», commentai. «Stanno abbandonando la
scena prima che, all’interno del Talamasca o meno, si organizzi una qualsiasi seria indagine
per scoprire chi sono. Un’altra decisione sollecitata dall’epoca dell’informazione? Maharet
aveva ragione.»
«E se esistesse un motivo più recondito?» chiese David. «E se l’Ordine fosse stato davvero
fondato da immortali, e se questi ultimi non fossero più interessati a inseguire la conoscenza
che bramavano tanto disperatamente? E se avessero rinunciato alla loro ricerca? E se invece
avessero scoperto quello che hanno sempre voluto sapere?»
«Di cosa potrebbe mai trattarsi?» domandò Jesse. «Insomma, su fantasmi, streghe e
vampiri non sappiamo nulla più di quanto abbiamo sempre saputo.»
«Non è vero», ribatté David. «Di cosa abbiamo appena discusso? Rifletti.»
«Troppe incognite», dissi. «Troppe supposizioni. Il Talamasca ha una storia incredibile,
questo è indubbio, ma non vedo perché non potrebbe essere stato fondato da studiosi e
mantenuto in vita da loro, e non capisco cosa dimostri tutto questo. In apparenza gli Anziani
hanno solo cambiato il loro modo di interagire con i membri.»
«La cosa non mi piace», mormorò Jesse. Sembrava che stesse tremando. Si strofinò il
dorso delle mani con le lunghe dita bianche. «Non mi piace affatto.»
«Maharet ti ha mai detto qualcosa sul Talamasca, qualcosa di totalmente personale che
soltanto lei sapeva?» si informò David.
«Sai che non l’ha fatto», rispose Jesse. «Sa tutto sui membri del Talamasca, è convinta che
siano benevoli, ma no, non mi ha confidato niente. Non è terribilmente interessata all’Ordine,
non lo è mai stata, lo sai. David, le hai posto tu stesso queste domande.»
«C’erano delle leggende», affermò lui, «leggende che non abbiamo mai discusso.
Sostenevano che siamo stati fondati per rintracciare i vampiri sulla terra e che tutto il resto
della ricerca sia privo di importanza, che gli stessi Anziani siano dei vampiri.»
«Non ci credo», dissi, «ma in fondo tu hai vissuto con tutto quel parlare, io no.»
«Un tempo si diceva che, quando stavi per morire all’interno dell’Ordine, appena prima
del decesso gli Anziani venissero da te e si rivelassero, ma non ho mai scoperto chi avesse
dato origine a questo antico racconto. E mentre, ai miei tempi, restavo al capezzale di un
collega moribondo dopo l’altro, sono arrivato a capire che non era vero. Le persone spiravano
senza aver avuto risposta a numerose domande sul lavoro di tutta una vita e il suo valore.»
David mi guardò. «Quando ci siamo conosciuti, Lestat, ero un vecchio disilluso ed esausto,
come di certo ricorderai. Non ero sicuro che tutto il lavoro da me svolto studiando il
soprannaturale avesse dato qualche risultato.»
«Comunque sia, il mistero rimane irrisolto», affermai. «E forse dovrei tentare di trovare la
risposta perché credo che questo nuovo sviluppo sia legato alla crisi che la nostra specie sta
affrontando.» Mi interruppi, non sapendo cos’altro potevo dire.
Loro rimasero seduti in silenzio.
«Se è tutto collegato, la cosa non mi piace», borbottai. «Tutto questo è troppo
apocalittico», aggiunsi. «Posso accettare il concetto che il mondo sia un Giardino selvaggio,
che le cose nascano e muoiano per motivi fortuiti, che la sofferenza sia irrilevante per il
grande e brutale ciclo della vita. Posso accettare tutto ciò, ma dubito di poter accettare gli
immani e onnicomprensivi legami fra cose durature come la Grande Famiglia e il Talamasca e
l’evoluzione della nostra tribù...»
Il fatto era che semplicemente non riuscivo a ricomporre il quadro generale. Quindi perché
agire come se l’idea di farlo mi spaventasse? Volevo ricomporlo, vero?
«Oh, bene, quindi ammetti che c’è una crisi in atto», disse David con un abbozzo di
sorriso.
Sospirai. «D’accordo, c’è una crisi in atto. Quello che non capisco è il motivo preciso. Oh,
lo so, lo so, ho destato il mondo dei Non Morti con le mie canzoni e i miei videoclip. E
Akasha si è svegliata e ha scatenato tutta la sua furia. D’accordo. Capisco. Ma perché, adesso,
tutti quei vampiri vagabondi sono ovunque? Prima non era così. E qual è l’impatto di questi
Antichi che si destano, e perché abbiamo bisogno di una Regina dei dannati? A Mekare e
Maharet non interessa governare, e con ciò? Akasha non ha mai governato. Perché la
situazione non è tornata quella di sempre?»
«Perché il mondo intero stava cambiando», rispose David, spazientito. «Lestat, non
capisci? Quello che hai fatto ’uscendo allo scoperto’ come vampiro, pubblicamente, faceva
parte dello spirito dei tempi. Non ha modificato in alcun modo il mondo mortale, certo che no,
ma come fai a sottovalutare gli effetti dei tuoi libri, delle tue parole, di tutto l’insieme su tutti
i bevitori di sangue tuttora esistenti? Hai dato alla confusa massa là fuori una storia delle
origini, una terminologia e una poesia personale! Logico che questo abbia destato gli Antichi,
ovvio che abbia ridato vigore e carica a quelli apatici. Logico che abbia risvegliato dal torpore
dei vampiri raminghi che avevano rinunciato alla propria specie. Logico che abbia
incoraggiato dei vampiri vagabondi a crearne altri come loro tramite il celebre Trucco Oscuro,
il Dono Tenebroso, il Sangue Tenebroso eccetera!»
Nulla di tutto ciò venne detto con disprezzo, no, ma con una sorta di furia tipicamente da
studioso.
«E sì, ho fatto anch’io la mia parte, lo so», proseguì David. «Ho pubblicato la storia di
Armand, quella di Pandora e infine quella di Marius, ma ciò che sto cercando di dire è questo:
tu hai donato un retaggio e una definizione a un popolo di predatori timidi e vittime del
disprezzo di sé che non avevano mai osato reclamare una simile identità collettiva per se
stessi. Quindi sì, questo ha cambiato tutto. Per forza.»
«E poi il mondo umano ha dato loro i computer», intervenne Jesse, «e aerei, treni e
automobili più numerosi ed efficienti, e il loro numero è cresciuto in maniera esponenziale e
le loro voci sono diventate un coro udito da tutti, di mare in mare scintillante.»
Mi alzai dal divano e raggiunsi le finestre. Non mi curai di scostare le sottilissime tende
che le coprivano: le luci di tutte le torri circostanti erano assolutamente magnifiche, viste
attraverso quella nube di garza bianca. E riuscii a sentire i novizi là fuori, che giravano in
tondo, meditavano, coprivano i vari ingressi dell’albergo e si facevano vicendevolmente
rapporto, variazioni di «Qui non succede niente. Proseguite con la sorveglianza».
«Sai perché questo ti sconcerta tanto?» chiese David. Mi si avvicinò. Era arrabbiato.
Percepii il calore che emanava. In quel giovane corpo vigoroso e dal torace massiccio era alto
come me, e quegli intensi occhi neri mi fissavano con l’anima di David. «Te lo dico io il
perché!» aggiunse. «Perché non hai mai confessato a te stesso che ciò che hai fatto scrivendo i
tuoi libri, scrivendo e cantando le tue canzoni... non hai mai confessato che era tutto per noi.
Hai sempre finto che fosse un nobile gesto destinato all’umanità e compiuto a suo beneficio.
’Spazzateci via.’ Davvero! Non hai mai ammesso che eri uno di noi, intento a parlare al resto
di noi, e che ciò che hai fatto l’hai fatto come parte di noi!»
All’improvviso mi infuriai. «È per me che l’ho fatto!» esclamai. «D’accordo, lo ammetto.
È stato un disastro, ma è per me che l’ho fatto. Non c’era nessun ’noi’. Non volevo che la
razza umana ci spazzasse via, quella era una menzogna, lo ammetto. Volevo vedere cosa
sarebbe successo, chi si sarebbe presentato a quel concerto rock. Volevo ritrovare tutti quelli
che avevo perso, Louis e Gabrielle, e Armand e Marius, forse più di tutti Marius. Ecco perché
l’ho fatto. Okay. Mi sentivo solo! Non avevo nessuna sublime motivazione! Lo ammetto. E
con ciò, maledizione?»
«Esatto», replicò lui. «E hai influito sull’intera tribù e non ti sei mai assunto nemmeno un
briciolo di responsabilità per questo.»
«Oh, per tutti i diavoli dell’inferno, hai intenzione di predicare l’etica vampiresca da un
pulpito?» chiesi.
«Possiamo avere l’etica e possiamo avere l’onore e la lealtà», insistette lui, «e ogni altra
virtù fondamentale che abbiamo appreso in veste di umani.» Mi stava ruggendo contro a bassa
voce, come gli inglesi fanno così spesso, con una patina di argenteo garbo.
«Oh, vallo a predicare nelle strade», lo sollecitai, disgustato. «Partecipa al programma
radiofonico di Benji. Telefonagli per dirlo a lui e a tutti gli altri là fuori. E poi ti chiedi come
mai io vada volontariamente in esilio?»
«Signori, vi prego», disse Jesse. Seduta immobile sulla sua poltrona appariva piccola,
fragile, scossa, le spalle incurvate come per proteggersi dalla foga della nostra discussione.
«Scusa, mia cara», replicò David. Tornò sulla poltrona accanto alla sua.
«Sentite, ho bisogno del tempo che rimane prima dell’alba», spiegò lei. «Lestat, voglio che
tu mi dia il tuo iPhone. E tu David, lascia che dia tutti i numeri anche a te. Indirizzo e-mail,
numeri di cellulare, tutto. Possiamo restare in contatto fra noi. Potete spedire e-mail a Maharet
e a me, potete telefonarci. Vi prego, scambiamoci tutti i numeri subito.»
«Quindi la regina in carica, che al momento si sta nascondendo, è disposta a rivelare il suo
numero di cellulare?» chiesi. «E il suo indirizzo e-mail?»
«Sì», rispose Jesse. David aveva assecondato la sua richiesta e lei stava pigiando
energicamente sui tasti del piccolo congegno scintillante, le dita che vi svolazzavano sopra
così rapide da assumere quasi contorni indistinti.
Tornai da loro, lasciandomi cadere pesantemente sul divano, e lanciai sul tavolino il mio
iPhone come fosse un guanto di sfida. «Prendilo!»
«Avanti, ti prego, dammi tutte le informazioni di contatto che sei disposto a dare», mi
sollecitò Jesse.
Le dissi quello che avevo detto anni prima a Maharet, ossia di contattare i miei legali a
Parigi. Quanto ai miei indirizzi e-mail, li cambiavo di continuo quando dimenticavo come li si
usava e tentavo di reimparare tutto da capo con qualche nuovo provider più efficiente. E
scordavo o perdevo sempre i vecchi apparecchi o i vecchi computer, e poi dovevo
ricominciare da zero.
«Tutte le informazioni sono nel cellulare», dissi. Lo sbloccai e glielo diedi.
La guardai mentre aggiornava gli apparecchi. La guardai mentre comunicava i miei dati a
David e quelli di David a me, e mi vergognavo di ammettere che ero felice di avere quegli
effimeri numeri. Avrei spedito al mio avvocato una copia di tutto e lui l’avrebbe conservata
nella buona e nella cattiva sorte, persino quando io avessi dimenticato come si andava on line.
«Ora, per favore, spargi la voce», mi sollecitò infine Jesse. «Riferisci i miei timori a
Marius, ad Armand, a Louis, a Benji, a chiunque.»
«Benji uscirà di senno nel ricevere ’informazioni segrete’ sulle gemelle che forse
intendono immolarsi», dichiarò David. «Quello non intendo farlo, ma cercherò di trovare
Marius.»
«Qui a Parigi ci sono certo degli anziani», affermai, «abbastanza vecchi per averci spiato
stasera.» Non mi riferivo alla plebaglia.
Eppure avevo l’impressione che a Jesse non importasse. Che la plebaglia sentisse pure, per
quello che le interessava, che gli anziani sentissero pure. Era consumata dal conflitto interiore
e dall’ansia. E nemmeno confidarsi con noi aveva lenito la sua sofferenza.
«Sei mai stata felice nel Sangue?» domandai all’improvviso.
Rimase stupita. «Cosa vuoi dire?»
«All’inizio, durante i primi anni, eri felice?»
«Sì», rispose. «E so che lo sarò di nuovo. La vita è un dono. L’immortalità è un dono
prezioso. Non dovrebbe essere chiamata il Dono Tenebroso. Non è giusto.»
«Voglio vedere Maharet di persona», annunciò David. «Voglio venire a casa con te.»
Jesse scosse il capo. «Lei non lo permetterà, David. Sapeva cosa avevo intenzione di dire,
quando ti avessi trovato. Lo ha consentito, ma adesso non riceverà nessuno a casa sua.»
«Ti fidi ancora di lei?» domandò David.
«Di Maharet?» chiese Jesse. «Sempre. Sì, di Maharet sì.»
Fu una dichiarazione eloquente: lei non si fidava degli altri due.
Stava camminando a ritroso verso la porta a doppio battente che dava sull’ingresso.
«Vi ho dato quello che ho da dare, per ora», affermò.
«E se io volessi rintracciare quel vampiro a Ginevra?» domandai.
«La decisione spetta a te. È innamorato di te. Non riesco a immaginare che possa farti del
male. Qualcuno cerca mai di fartene?»
«Stai scherzando?» chiesi in tono amareggiato, poi mi strinsi di nuovo nelle spalle. «Be’,
non hanno motivo di guardarmi con ammirazione. Posso anche aver dato inizio alla cosa ma di
certo non sono in grado di concluderla.»
Lei non replicò.
Tutt’a un tratto David balzò in piedi, la raggiunse e la prese fra le braccia. Per un attimo si
tennero stretti in silenzio, poi lui la accompagnò alla porta.
Sapevo che Jesse si avvaleva bene quanto me della facoltà di volare, grazie a tutto quel
sangue antico. Avrebbe lasciato l’albergo dal tetto a una tale velocità da risultare quasi
invisibile.
David chiuse la porta dietro di lei.
«Voglio andare a fare una passeggiata», gli dissi. Avevo la voce roca e all’improvviso mi
accorsi che stavo piangendo. «Voglio vedere l’antico distretto in cui un tempo c’era il
mercato, quello e la vecchia chiesa. Non venivo qui sin da... Ti va di accompagnarmi?» Avevo
una mezza intenzione di fuggire, di andarmene semplicemente, ma non lo feci.
Lui annuì. Sapeva cosa volevo fare. Volevo vedere la zona di Parigi dove un tempo si era
trovato l’antico Cimitero degli Innocenti sotto il quale, in catacombe illuminate da fiaccole,
avevano tenuto corte Armand e la sua congrega di Figli di Satana. Era lì che, lasciato orfano
dal mio Creatore, avevo scoperto, scioccato, gli altri membri della nostra specie.
Mi abbracciò e baciò. Quello era il David che conoscevo intimamente nell’attuale corpo,
quello era il potente cuore di David contro di me. La sua pelle era serica e odorava di un tenue
profumo maschile, e le sue dita mi stavano eccitando vagamente, mentre mi teneva la mano.
Sangue del mio Sangue.
«Perché le persone vogliono che io prenda provvedimenti al riguardo?» chiesi. «Non so
cosa fare.»
«Sei una star nel nostro mondo», replicò. «Sei stato tu stesso a renderti tale. E prima di
dire qualcosa di avventato o rabbioso, ricordatelo. È ciò che volevi essere.»
Trascorremmo varie ore insieme.
Ci spostammo sui tetti troppo velocemente perché i novizi sotto di noi potessero
inseguirci.
Vagammo per le strade di Les Halles e nell’interno buio della grande e antica chiesa di
Saint-Eustache con i suoi dipinti di Rubens. Cercammo la piccola Fontaine des Innocents in
rue Saint-Denis – una minuscola reliquia dei tempi andati – che un tempo era stata collocata
accanto al muro del cimitero ormai scomparso.
Mi colmò il cuore sia di gioia che di angoscia. E mi lasciai assalire dai ricordi delle mie
battaglie con Armand e i suoi seguaci così fervidamente convinti che fossimo consacrati
servitori del diavolo. Una tale superstizione, una tale putredine.
Alla fine alcuni dei vampiri paparazzi ci scovarono. Erano insistenti, ma si tennero a
distanza. Non avevamo molto tempo.
Dolore, dolore e altro dolore.
Non restava traccia dell’antico Teatro dei Vampiri o del luogo in cui un tempo era sorto.
Naturalmente lo sapevo già ma dovevo visitare comunque l’antica geografia, trovare conferma
che l’antico sudicio mondo della mia epoca era stato coperto dal cemento.
La magnifica dimora ottocentesca di Armand, che lui aveva fatto costruire in Saint-
Germaine-des-Prés, era chiusa da assi e curata da ignari mortali, piena di affreschi, tappeti e
mobili antichi coperti da teli bianchi.
Lui l’aveva rimessa a nuovo per Louis appena prima dell’alba del XX secolo ma dubito
che Louis vi si fosse mai sentito a casa. In Intervista col vampiro non l’ha nemmeno mai
menzionata. La fin de siècle con i suoi splendidi pittori, attori e compositori non aveva
significato nulla per lui, a dispetto di tutta la sua pretesa sensibilità. Ah, ma non potevo certo
biasimarlo per aver evitato Parigi. A Parigi aveva perso la sua amata Claudia, la nostra amata
Claudia. Come si poteva pretendere che lo dimenticasse? E aveva saputo che Armand era un
gatto selvatico della giungla fra revenants, vero?
Eppure... Parigi... anch’io avevo sofferto lì, giusto? Ma non per mano di Parigi, che si era
sempre dimostrata all’altezza dei miei sogni e delle mie aspettative. Parigi, la mia città eterna,
la mia casa.
Ah, ma Notre-Dame, la magnifica vasta cattedrale di Notre-Dame era sempre la stessa, e lì
trascorremmo insieme varie ore, al sicuro nelle fredde ombre di quella grande foresta di archi
e colonne in cui ero entrato più di duecento anni prima per piangere sulla mia trasformazione,
e in un certo senso stavo piangendo su di essa persino ora.
David e io percorremmo le strette stradine silenziose dell’Île Saint-Louis conversando. I
novizi paparazzi si trovavano a pochi isolati di distanza da noi ma non osavano avvicinarsi.
L’imponente villetta in cui avevo trasformato in Figlia delle Tenebre mia madre Gabrielle era
ancora in piedi.
Riprendemmo gradualmente a parlare, con naturalezza. Chiesi a David come avesse
conosciuto Fareed.
«L’ho cercato io», rispose. «Avevo sentito una miriade di brusii su questo scienziato folle
vampiresco e il suo antico angelo custode, e sui loro esperimenti ’malvagi’, sai, i pettegolezzi
degli illegittimi. Così sono andato sulla West Coast e l’ho cercato fino a trovarlo.»
Descrisse il nuovo complesso in cui si trovavano adesso Seth e Fareed, perfettamente al
sicuro nella desolata distesa di deserto californiano, dietro la città di Palm Springs. Là
avevano costruito la struttura ideale per loro: isolata e protetta da due ordini di alte mura e
cancelli meccanici, con tunnel per l’evacuazione d’emergenza e un eliporto. Gestivano una
piccola clinica per malati incurabili mortali, ma il loro vero lavoro si svolgeva in laboratori
sicuri situati in enormi edifici a tre piani. Si trovavano abbastanza vicini ad altri complessi
medici perché le loro attività attirassero poca o nessuna attenzione e abbastanza lontani da
tutto il resto per disporre dell’isolamento e dei vasti spazi di cui avevano bisogno, ma che non
potevano ottenere a Los Angeles.
Avevano subito accolto a braccia aperte David. In realtà si erano mostrati talmente ospitali
che era impossibile immaginare che potessero comportarsi in modo diverso.
David aveva fatto pressioni su Fareed su una questione molto particolare: in che modo la
sua mente e la sua anima erano adesso ancorate in quel corpo in cui non era nato, il suo vero
corpo chiuso dentro una tomba in Inghilterra?
Fareed lo aveva sottoposto a ogni test possibile e immaginabile, non riuscendo a trovare
alcuna prova del fatto che dentro di lui esistesse una qualsiasi «intelligenza» che non fosse
generata dal suo cervello ed espressa tramite quest’ultimo. Per quanto gli fosse dato di vedere,
David era David in quel corpo, e il suo legame con esso perfettamente sicuro.
«Prima che tu giungessi al Sangue Tenebroso», gli aveva spiegato, «con ogni probabilità
saresti potuto uscire da questo corpo. Saresti potuto diventare una sorta di entità disincarnata,
un fantasma, in altre parole, saresti in grado di prendere possesso di altri corpi ricettivi. Non
lo so, non posso saperlo. Perché adesso sei nel Sangue e molto probabilmente questo Sangue ti
ha assicurato alla tua fisicità più saldamente che mai.»
Congetture, ma David ne era stato confortato.
Anche lui era convinto che Fareed e Seth non avrebbero mai tentato di usare le proprie
competenze scientifiche contro gli umani.
«Ma cosa mi dici dei loro sottoposti?» chiesi. «Quando li ho conosciuti, loro due stavano
già trasformando in vampiri medici e scienziati.»
«Stai sicuro che scelgono e selezionano con cura. I ricercatori vampiri che ho conosciuto
erano simili a idiots savants della loro professione, ossessionati, concentrati, totalmente scevri
di qualsiasi piano su vasta scala, innamorati dello studio del nostro sangue al microscopio.»
«È quello il suo progetto centrale, vero?» domandai. «Studiare il nostro sangue, il Sangue,
per così dire?»
«È un progetto frustrante, per quanto io possa capire, visto che qualsiasi cosa sia il Sacro
Nucleo, fisicamente, noi non possiamo vederlo. Se è composto di cellule, le cellule sono
infinitamente più piccole di quelle che siamo in grado di vedere. Quindi Fareed sta lavorando
con le proprietà.»
David continuò a cianciare, ma quella era di nuovo poesia della scienza e io non riuscivo
ad assimilarla.
«Pensi che si trovino ancora là, nello stesso posto?»
«Ne sono sicuro», rispose. «Prima hanno tentato con diverse altre sedi, che però non hanno
funzionato.»
Forse era successo quando li stavo cercando.
«Sono là. Puoi trovarli facilmente. In realtà sarebbero felicissimi, se tu andassi a fargli
visita.»
La nottata volgeva ormai al termine. I paparazzi si erano rifugiati nelle rispettive bare e
tane. Dissi a David che poteva tenere la mia suite nell’albergo finché voleva, e che presto mi
sarei dovuto dirigere verso casa.
Ma non ancora. Stavamo passeggiando nel Grand Couvert delle Tuileries, nell’oscurità
velata dagli alberi. «Ho sete», dissi ad alta voce. Lui suggerì subito dove potevamo andare a
caccia.
«No, sete del tuo sangue», precisai, spingendolo contro il tronco sottile ma solido di un
albero.
«Odioso ragazzaccio», sibilò, furibondo.
«Oh, sì, disprezzami, ti prego», dissi mentre mi avvicinavo. Gli spinsi il viso da una parte,
baciandogli prima la gola e poi affondando le zanne con estrema lentezza, la lingua pronta per
quelle prime gocce radiose. Credo di avergli sentito dire l’unica parola: «Cautela», ma una
volta che il sangue mi colpì il palato smisi di udire o vedere chiaramente, e non mi importava.
Dovetti costringermi a ritrarmi. Tenni in bocca una sorsata di sangue il più a lungo
possibile, finché non parve venire assorbita senza che deglutissi, e lasciai che quelle ultime
increspature di tepore mi corressero lungo le dita delle mani e dei piedi.
«E tu?» chiesi. Era accasciato contro l’albero, in preda alle vertigini. Lo presi fra le
braccia.
«Non toccarmi», ringhiò. E cominciò ad allontanarsi veloce. «Infilati il tuo lurido droit du
seigneur in quel cuore avido.»
«Ora, questa sì che è un’idea», replicai, baciandolo in fretta benché guardasse fisso davanti
a sé e continuasse a ignorarmi. «Se fossi ’Re dei vampiri’ stabilirei per legge il diritto di ogni
Creatore di bere dal suo novizio in qualsiasi momento lo desideri. Forse sarebbe bello essere
re. Mel Brooks non ha forse detto: ’È bello essere re’?»
A quel punto, con la sua buffa e colta voce britannica e con insolita arroganza, disse:
«Chiudi il becco, ti spiace?»
Sembra che io abbia sentito altre voci, a Parigi, sembra che abbia percepito alcune cose.
Sembra che avrei potuto prestare un po’ più di attenzione, invece di attribuire ai paparazzi
vampiri tutte le intrusioni nella mia mente in maniera così arrogante e superficiale.
Subito dopo vi fu un momento in cui, mentre stavamo passeggiando vicino alle vecchie
catacombe dove erano state raccolte le ossa dell’antico camposanto ottocentesco, il Cimitero
degli Innocenti, udii qualcosa, qualcosa di distinto e lamentoso, la voce di un antico immortale
che cantava, rideva, mormorava. «Ah, giovane, stai percorrendo la Strada del Diavolo in un
tale splendore.» Conoscevo quella voce, conoscevo quel timbro, quel lento tono cantilenante.
«E con la tua venerabile azza da guerra sotto il tuo magnifico indumento.» Chiusi le orecchie.
In quel momento volevo rimanere con David, e soltanto con David. Tornammo alle Tuileries.
Non volevo complicazioni o nuove scoperte. Non ero ancora pronto a mostrarmi aperto ai
misteri che mi circondavano come lo ero stato un tempo, così ignorai quel bizzarro canto
borbottante. Non ho mai nemmeno saputo se David riuscisse a sentirlo.
E alla fine dissi a David che dovevo tornare subito al mio esilio, non avevo altra scelta. Gli
assicurai che non correvo alcun rischio di tentare di «farla finita», solo che non ero affatto
pronto a riunirmi con altri o a riflettere sulle orripilanti possibilità che avevano messo in
allarme Jesse. A quel punto lui era completamente rabbonito e preferiva che non sparissi.
Sì, avevo un rifugio sicuro, ribadii. Un buon rifugio. Poteva starne certo. Sì, avrei usato la
magia dell’iPhone per comunicare.
Mi ero voltato per andarmene quando mi afferrò. I suoi denti mi affondarono nell’arteria
prima che riuscissi a capire cosa stava succedendo, e le sue braccia mi serrarono il petto con
forza.
Il suo strattone fu talmente violento che caddi in deliquio. Mi voltai e lo strinsi,
afferrandogli la testa con la mano sinistra, e lottai contro di lui, ma le visioni si erano
spalancate e per un attimo non riuscii a distinguere un regno dall’altro, e i viottoli e gli alberi
curatissimi delle Tuileries erano diventati il Giardino selvaggio del mondo intero. Ero
piombato in una resa divina, con il cuore di David che batteva contro il mio. In David non
c’era alcun autocontrollo, alcuna cautela come quella da me mostrata nel cibarmi di lui.
Ripresi i sensi sul terreno, la schiena appoggiata al tronco di un giovane castagno, e lui era
scomparso. E la mite notte fragrante si era trasformata in una grigia alba invernale.
Tornai a casa, alla mia «ubicazione non rivelata» che distava soltanto pochi minuti da lì,
viaggiando sulle correnti del vento, per rimuginare su quanto avevo appreso dai miei amici
perché non potevo fare nient’altro.
La sera seguente, svegliandomi, captai l’aroma di David sulla mia giacca, persino sulle
mie mani.
Scacciai faticosamente il desiderio di lui e mi costrinsi a reimparare a usare il mio potente
computer e a ottenere l’ennesimo indirizzo e-mail tramite un altro provider, poi mandai una
lunga missiva a Maharet. Chiesi se potevo andarla a trovare, ovunque lei fosse, e se, in caso
contrario, poteva comunicare con me in quel modo. La informai che ero consapevole di come
la situazione stesse cambiando per noi e di come gli appelli con cui Benji supplicava gli
anziani di assumere la leadership rispecchiassero i sentimenti di molti, ma spiegai che
personalmente non sapevo come rispondere. Le chiesi cosa pensasse al riguardo.
La sua risposta fu stringata. Non dovevo tentare di trovarla. Non dovevo in nessun caso
avvicinarla.
Naturalmente gliene chiesi il motivo.
Non rispose mai.
E, sei mesi più tardi, i suoi numeri vennero staccati. L’indirizzo e-mail non era più valido.
Con il passare del tempo dimenticai di nuovo come si usa il computer. L’iPhone squillò
diverse volte. Era David. Parlavamo, una conversazione breve, poi mi scordavo di ricaricare
l’apparecchio. Mi disse che aveva rintracciato Marius in Brasile ed era diretto là per parlare
con lui. Mi disse che Daniel Malloy, il compagno di Marius, era di ottimo umore e lo avrebbe
accompagnato da lui, ma non ebbi più sue notizie.
La verità è che persi il piccolo iPhone, quindi tornai a chiamare i miei legali di Parigi e
New York come avevo sempre fatto, ossia tramite un’antiquata linea fissa.
Passò un anno.
A quel punto abitavo nello château di mio padre sulle montagne dell’Auvergne, nel mio
speciale nascondiglio in «piena vista», per così dire, dove nessuno pensava di cercarmi, la sua
ristrutturazione era ormai quasi ultimata.
E la Voce giunse di nuovo.
«Non nutri alcun desiderio di punire quei novizi nella capitale?» chiese. «I parassiti che ti
hanno cacciato da Parigi l’ultima volta in cui hai vagabondato là?»
«Ah, Voce, dove sei stata?» domandai. Ero seduto alla scrivania a disegnare progetti per le
nuove stanze che sarebbero state presto aggiunte al vecchio castello. «Tutto bene, finora?»
«Perché non li hai annientati?» volle sapere. «Perché non vai ad annientarli adesso?»
«Non è nel mio stile, Voce», replicai. «Troppo spesso, in passato, ho tolto la vita, sia
umana che soprannaturale. Ormai non sono affatto interessato a fare cose del genere.»
«Ti hanno mandato via dalla tua città!»
«Non è vero», dissi. «Addio, Voce. Ho da fare.»
«Temevo che assumessi questo atteggiamento», ribatté. «Avrei dovuto immaginarlo.»
«Dove ti trovi, Voce? Chi sei? Perché ci incontriamo sempre così, tramite contatti uditivi
in momenti bizzarri? Non ci vedremo mai faccia a faccia?»
Ah, che errore marchiano. Non appena le parole mi uscirono di bocca guardai il grande
specchio settecentesco sopra la mensola del camino e lui era là, naturalmente, con le
sembianze del mio riflesso, perfetto fin nei minimi dettagli, compresa la vecchia camicia dalle
ampie maniche che portavo e i miei capelli sciolti, solo che per il resto non mi stava affatto
riflettendo ma piuttosto mi fissava come se fosse intrappolato in una scatola di vetro. Il viso di
Lestat contorto dalla rabbia, quasi petulante, puerile.
Per un attimo studiai l’immagine nello specchio, poi usai i miei considerevoli poteri per
costringerla a scomparire. Fu estremamente piacevole, sottile e piacevole. Ormai ero in grado
di farlo, lo sapevo. E pur udendo un fioco borbottio nella mia testa riuscii a sovrastarlo,
sommergendolo ben a fondo sotto l’incantevole musica, la musica di Sybelle al pianoforte che
arrivava dal mio computer, Sybelle che trasmetteva da New York.
Semplicemente non ero più interessato a lui. Non mi presi nemmeno il disturbo di
ringraziarlo per avermi consigliato di tornare a casa lì, a casa in quelle stanze di pietra in cui
ero nato, a casa nella quiete di quella cima montana. Perché non lo feci? Era lui che mi aveva
messo in testa l’idea, che mi aveva guidato nuovamente fino ai vecchi campi e boschi, a quella
sublime pace agreste, a quella strabiliante e familiare solitudine nella quale mi sentivo così al
sicuro, così appagato.
Non mi interessava abbastanza perché lo ringraziassi.
Oh, sarebbe stato bello identificarlo prima di bandirlo in eterno, ma non sempre otteniamo
ciò che desideriamo.
Parte II
L’APERTA STRADA MAESTRA
ATTRAVERSO
IL GIARDINO SELVAGGIO
5
LA STORIA DI ROSE

La prima volta in cui Rose vide zio Lestan, lui la portò su fra le stelle. Era così che lei
rammentava la cosa e nulla attenuò mai la convinzione che, prendendola fra le braccia, lui
l’avesse prelevata dalla terrazza accanto alla diga marittima per condurla direttamente su, fra
le nubi e verso il paradiso. Rose non dimenticò mai il freddo del vento e quelle stelle sopra di
lei, milioni di stelle infisse nel cielo nero come tante luci ardenti. Ricordava le braccia di zio
Lestan intorno a lei, e il modo in cui lui le sussurrava di non avere paura e accostava i lembi
della giacca per ripararla.
Si trovavano su un’altra isola quando Rose seppe che sua madre era morta durante il
terremoto. Erano tutti morti. L’intera isoletta si era inabissata nel mare, ma quella non
l’avrebbe fatto, affermò zio Lestan. Lei era al sicuro, lì con lui. Zio Lestan avrebbe
rintracciato i suoi parenti in America. Le diede una bellissima bambola con lunghi capelli
biondi e un vestitino rosa e i piedi nudi. Era fatta di vinile e non si sarebbe mai rotta.
Questo succedeva in una bellissima casa con finestre tonde e grandi balconi affacciati sul
mare, e due signore molto gentili si prendevano cura di Rose benché lei non capisse una sola
parola di quel che dicevano. Zio Lestan spiegò che erano greche, ma voleva che Rose cercasse
di ricordare alcune cose: qual era il suo cognome? Qual era il nome di sua madre?
Lei disse che sua madre si chiamava Morningstar Fisher. Non aveva un padre. Ai suoi
nonni non piaceva perché non sapevano chi fosse suo padre e non volevano dare altri soldi a
Morningstar. Rose ricordava di aver visto la nonna e il nonno ad Athens, in Texas. «Non
sappiamo chi è suo padre», aveva detto l’uomo anziano. La mamma di Rose aveva rinunciato e
l’aveva portata fuori dalla casetta di mattoni e attraverso un enorme campo, poi avevano fatto
l’autostop fino all’aeroporto di Dallas ed erano partite in aereo con il nuovo amico della
mamma, Jrock, che grazie alla sua band aveva soldi sufficienti per vivere in Grecia almeno
per un anno.
«Loro non mi vogliono», spiegò Rose. «Non posso restare con te?»
Zio Lestan era davvero gentile con lei. Aveva la pelle molto abbronzata e gli occhi azzurri
più belli che Rose avesse mai visto. Quando sorrideva, lei sentiva di amarlo.
Lui promise: «Rimarrò con te, Rose, fintanto che avrai bisogno di me».
Rose si svegliò durante la notte piangendo per la madre. Lui la tenne stretta fra le braccia.
Sembrava così forte, così potente. Restarono fermi sul bordo del patio, osservando il cielo
nuvoloso. Zio Lestan le disse che era dolce e buona e bella, e che lui voleva vederla felice.
«Quando sarai grande, Rose, potrai diventare qualsiasi cosa tu desideri», spiegò.
«Ricordatelo. Questo è un mondo splendido. E noi siamo davvero fortunati a potervi vivere.»
Le cantò qualcosa sottovoce. Le disse che era una serenata tratta da un’operetta intitolata Il
principe studente. La canzone la fece piangere, tanto era bella.
«Ricordati sempre», aggiunse lui, «che per noi non esiste nulla di più prezioso dello
splendido dono della vita. Fai in modo che la luna e le stelle ti rammentino sempre che, pur
essendo creature minuscole in questo universo, siamo pieni di vita.»
Rose credette di capire cosa significasse «splendido» quando osservò le acque scintillanti
sotto di loro per poi alzare nuovamente lo sguardo verso le stelle che brillavano attraverso la
nebbia. Le dita della mano sinistra di zio Lestan toccarono le piante rampicanti in fiore che
coprivano il graticcio e lui staccò una manciata di petali per lei, e le disse che era soffice e
preziosa come quei petali, «una preziosa creatura vivente».
Ripensandovi Rose rammentò di averlo visto diverse volte, prima della notte in cui l’isola
sprofondò nel mare. Lui aveva gironzolato spesso per l’isola. Era un uomo alto dai bellissimi
capelli biondi, splendidi capelli biondi. Erano lunghi e folti e lui li portava legati da un
cordoncino nero alla base della nuca. Portava sempre una lunga giacca di velluto, proprio
come il miglior vestito di velluto di Rose che era rimasto chiuso nella sua valigia. Era andato
a zonzo sull’isola guardando le cose. Portava lucidi stivali neri, molto lisci e senza fibbie, non
stivali da cowboy. E ogni qual volta gli capitava di passare accanto a Rose le sorrideva e le
strizzava l’occhio.
Rose odiava Athens, Texas, ma lui la portò là, benché lei non ricordasse con chiarezza il
viaggio, ma solo di essersi svegliata all’aeroporto di Dallas con una signora simpatica che
badava a lei e un facchino che prendeva le sue valigie. Zio Lestan arrivò la sera seguente.
La donna anziana e l’uomo anziano non la volevano. Rimasero seduti, la sera, nello studio
di un avvocato sulla «piazza cittadina», e l’uomo disse che non era stato affatto necessario
fissare quell’appuntamento dopo il buio, che non gli piaceva guidare di notte se non vi era
costretto, che la faccenda era «un grosso disturbo» e lui e la moglie avrebbero potuto spiegare
tutto ciò al telefono. La donna anziana scosse semplicemente il capo mentre lui spiegava:
«Non avevamo niente a che fare con Morningstar, capite, visti tutti quei musicisti e quelle
droghe. Non conosciamo questa bambina».
Gli avvocati continuarono a parlare, ma zio Lestan si arrabbiò. «Sentite, voglio adottarla»,
disse. «Fate in modo che succeda!»
Era la prima volta in cui Rose sentiva dire a qualcuno «Fate in modo che succeda». E fu la
prima e l’ultima volta in cui vide zio Lestan arrabbiato. Lui aveva ridotto la sua voce furiosa a
un sussurro ma aveva fatto sussultare tutti i presenti, soprattutto Rose, e quando se ne accorse
la prese fra le braccia e la portò fuori dall’edificio, a passeggiare nella piccola cittadina.
«Mi prenderò sempre cura di te, Rose», disse. «Adesso sei una mia responsabilità, e ne
sono felice. Voglio che tu abbia tutto, e mi assicurerò che sia così. Non so cosa ci sia di
sbagliato in queste persone che impedisce loro di volerti bene. Io te ne voglio.»
Rose andò a vivere in Florida con zia Julie e zia Marge, in una bellissima casa a pochi
isolati dal mare. La sabbia sulla spiaggia era bianca e fine come zucchero. Lei aveva una
camera tutta sua con carta da parati a fiori e un letto a baldacchino, e bambole e libri che le
mandava zio Lestan. Lui le scriveva delle lettere con la grafia più elegante del mondo e
inchiostro nero su carta rosa.
Zia Marge la accompagnava in auto in una scuola privata, la Country Lane Academy, un
autentico paese delle meraviglie pieno di giochi da fare e progetti da svolgere, e computer su
cui scrivere parole, e insegnanti entusiasti dal viso allegro. C’erano soltanto quindici studenti
e nel giro di pochissimo tempo lei stava già leggendo i libri del Dr Seuss. Il martedì l’intera
scuola parlava spagnolo e soltanto spagnolo. Inoltre facevano gite nei musei e negli zoo, e lei
adorava tutto ciò.
A casa zia Marge e zia Julie la aiutavano con i compiti, e preparavano torte e biscotti, e
quando faceva fresco cucinavano all’aperto sul barbecue e bevevano limonata mischiata a tè
ghiacciato con un sacco di zucchero. Rose adorava nuotare nel golfo. Per il suo sesto
compleanno le zie diedero una festa e invitarono tutta la scuola, persino i ragazzi più grandi, e
fu il picnic più bello di sempre.
A dieci anni Rose capì che zia Julie e zia Marge venivano pagate per prendersi cura di lei
mentre zio Lestan era il suo tutore legale, ma non dubitò mai che le due donne le volessero
bene, e lei voleva bene a loro. Erano insegnanti in pensione, e parlavano continuamente di
come fosse buono zio Lestan con tutte loro. Ed erano tutte felici quando lui andava a trovarle.
Era sempre tarda sera quando zio Lestan arrivava, e portava regali per tutte: libri, vestiti,
laptop e splendidi congegni. A volte arrivava a bordo di una grossa auto nera, altre volte
compariva semplicemente, e Rose rideva fra sé quando vedeva com’erano arruffati i suoi
capelli perché sapeva che lui era andato lì volando, come quella prima volta, quando l’isoletta
si era inabissata nel mare e lui l’aveva portata su nel cielo.
Ma non ne parlò mai con nessuno, e crescendo si convinse che non poteva essere successo
davvero.
Era passata dalla Country Lane Academy alla Willmont School, a un’ottantina di
chilometri di distanza, dove stava studiando a fondo le materie più affascinanti. Amava più di
qualsiasi altra cosa la letteratura e la storia, e subito dopo musica, educazione all’immagine e
francese, ma otteneva buoni voti anche in scienze e matematica perché si sentiva tenuta a
farlo. Tutti sarebbero rimasti molto delusi se non si fosse dimostrata una brava studentessa.
Quello che davvero desiderava, però, era leggere senza sosta, e i momenti più felici trascorsi a
scuola erano quelli in biblioteca.
Quando zio Lestan passava a trovarla lei gli raccontava tutto, al riguardo, e parlavano di
libri che lui amava e che lei amava, e lui le rammentava: «Rose, ricorda che da grande potrai
essere qualsiasi cosa tu desideri. Potrai diventare una scrittrice, una poetessa, una cantante,
una ballerina, un’insegnante, qualsiasi cosa».
Quando Rose compì tredici anni, lei e le zie partirono per girare l’Europa. Fu il periodo più
bello della sua vita. Viaggiarono insieme per tre interi mesi e visitarono tutte le grandi città
del mondo dedicandosi a quello che zio Lestan chiamava «il Grand Tour». Visitarono anche la
Russia, passando cinque giorni a San Pietroburgo e cinque a Mosca.
Rose rimase colpita soprattutto dagli splendidi edifici antichi, palazzi, castelli, cattedrali e
vecchie città, e dai musei pieni di quadri di cui aveva letto e che adesso vedeva con i suoi
occhi. Adorò soprattutto Roma, Firenze e Venezia, ma ovunque volgesse lo sguardo rimaneva
incantata da nuove scoperte.
Zio Lestan le fece una sorpresa mentre si trovavano ad Amsterdam. Aveva una chiave
segreta del Rijksmuseum perché era uno dei finanziatori e portò Rose a visitarlo la sera in
modo che potessero restare soli e indugiare finché volevano davanti ai grandi dipinti di
Rembrandt.
Organizzò per loro delle visite fuori orario come quella in diverse città, ma Amsterdam
occupava un posto speciale nel cuore di Rose perché là zio Lestan era rimasto con lei.
A quindici anni lei si mise nei guai. Prese l’auto di famiglia senza permesso. Non aveva
ancora la patente e intendeva riportare indietro la macchina prima che zia Julie o zia Marge si
svegliassero. Voleva solo guidare per qualche ora con le sue nuove amiche, Betty e Charlotte,
e nessuna di loro pensava che sarebbe successo qualcosa di brutto, ma restarono coinvolte in
un piccolo incidente sulla strada maestra e lei finì al tribunale dei minori.
Le zie cercarono di avvisare zio Lestan, ma lui era in viaggio e nessuno riuscì a
rintracciarlo. Rose ne fu contenta: si vergognava moltissimo, era disperata e temeva di averlo
deluso.
Il giudice che presiedette la causa riuscì a sconvolgere tutti. Assolse Betty e Charlotte
perché non avevano rubato l’auto, ma condannò Rose a trascorrere un anno nell’istituto
femminile Amazing Grace a causa del suo comportamento criminale. La avvisò in tono severo
che, se non si fosse comportata bene, lui avrebbe prolungato il suo soggiorno là fino al
compimento dei diciotto anni e forse più. Disse che Rose aveva rischiato di diventare una
tossicodipendente, con il suo comportamento antisociale, e forse addirittura una vagabonda.
Zia Marge e zia Julie si disperarono, supplicando il giudice di non fare una cosa del
genere. Ribadirono più e più volte, come gli avvocati, che non intendevano sporgere denuncia
contro Rose per il furto dell’auto, che si era trattato di una semplice ragazzata e nulla più, che
bisognava contattare lo zio della fanciulla.
Fu tutto inutile. Rose venne ammanettata e scortata come una detenuta fino all’istituto
femminile Amazing Grace, in un punto imprecisato della Florida meridionale.
Durante tutta la strada rimase in silenzio, inebetita dalla paura, mentre gli uomini e le
donne sull’auto parlavano di un «salutare ambiente cristiano» dove avrebbe studiato la Bibbia
e imparato a diventare «una brava ragazza» per poi tornare dalle zie trasformata in una
«obbediente giovinetta cristiana».
L’«istituto» si rivelò persino peggiore di quanto Rose avesse temuto.
Venne accolta dal pastore, il dottor Hays, e da sua moglie, la signora Hays, entrambi ben
vestiti e sorridenti e cortesi.
Ma non appena i poliziotti se ne andarono e loro rimasero soli con lei le dissero che
doveva confessare tutte le cose brutte che aveva fatto, altrimenti l’Amazing Grace non
avrebbe potuto aiutarla. «Sai quali cose hai fatto con i ragazzi», affermò la signora Hays. «Sai
quali droghe hai preso, il genere di musica che hai ascoltato.»
Rose era disperata. Non aveva mai fatto niente con i ragazzi, e la sua musica preferita era
quella classica. Certo, ascoltava la musica rock, ma... La signora Hays scosse il capo. Era un
errore non confessare chi e di cosa si era fatta, disse. Non voleva rivederla finché non avesse
cambiato atteggiamento.
Le diedero dei brutti indumenti informi da indossare e veniva scortata in qualsiasi settore
dei tetri e sterili edifici da due studentesse più grandi che la sorvegliavano persino quando
doveva usare il bagno. Non le lasciavano nemmeno un attimo di privacy, osservandola persino
mentre soddisfaceva i più intimi bisogni corporali.
Il cibo era insopportabile, e le lezioni consistevano nel leggere e copiare versetti della
Bibbia. Rose veniva schiaffeggiata per aver incrociato lo sguardo di altre ragazze o degli
insegnanti, o per aver tentato di «parlare» o aver fatto domande, e veniva costretta a strofinare
il pavimento della sala da pranzo, carponi, per non aver mostrato il «giusto atteggiamento».
Quando chiese di poter telefonare a casa, per dire alle zie dov’era, venne portata in «una
stanza time-out», un piccolo sgabuzzino con un’unica finestra in alto, e frustata con una
cinghia di pelle da una donna anziana che le disse che le conveniva cambiare subito
atteggiamento, altrimenti non sarebbe mai stata autorizzata a telefonare alla sua «famiglia».
«Vuoi essere una ragazza cattiva?» chiese in tono triste. «Non capisci cosa stanno
cercando di fare per te i tuoi genitori, qui? Adesso i tuoi genitori non ti vogliono. Ti sei
ribellata, li hai delusi.»
Rose rimase stesa sul pavimento della stanzetta per due giorni, piangendo. C’erano
soltanto un secchio e un pagliericcio, nient’altro. Il pavimento puzzava di detergenti chimici e
urina. Per due volte qualcuno venne a portarle del cibo. Una ragazza più grande le si
accovacciò accanto e sussurrò: «Assecondali. Non puoi vincere contro questa gente. E ti prego,
mangia. Se non lo fai continueranno a darti lo stesso piatto, ancora e ancora, finché non mangi
il cibo, anche se ormai è marcio».
Rose era furibonda. Dov’erano zia Julie e zia Marge? Dov’era zio Lestan? E se lui sapeva
cos’era successo ed era arrabbiato con lei e disgustato dal suo comportamento? Non riusciva a
crederci, non riusciva a credere che lui le avesse voltato le spalle in quel modo, senza averle
prima parlato, ma era consumata dalla vergogna per ciò che aveva fatto. E adesso si
vergognava di se stessa con gli abiti sformati, il corpo e i capelli luridi, la pelle febbricitante e
pruriginosa.
Si sentiva la febbre, e il suo organismo si era bloccato. In bagno, davanti agli occhi attenti
delle sue guardiane, non riuscì ad andare di corpo. Aveva male dappertutto. In realtà soffriva
del mal di stomaco e dell’emicrania più atroci della sua vita.
Aveva sicuramente la febbre quando venne portata alla prima seduta di gruppo. Senza una
doccia o un bagno si sentiva sudicia.
Le attaccarono addosso un cartello con su scritto SONO UNA SGUALDRINA e la sollecitarono
ad ammettere che aveva fatto uso di droghe, ascoltato musica satanica e fornicato con dei
ragazzi.
Rose ripeté più e più volte che non era andata a letto con nessuno, che non aveva mai fatto
uso di droghe.
Più e più volte, altre ragazze le si piazzarono di fronte gridando: «Ammettilo, ammettilo».
«Dillo: ’Sono una sgualdrina’.»
«Dillo: ’Sono una drogata’.»
Lei si rifiutò di farlo. Cominciò a urlare. Non aveva mai preso droghe in vita sua. Nessuno
alla Willmont School lo faceva. Non era mai stata con un ragazzo, ne aveva soltanto baciato
uno a un ballo.
Si ritrovò stesa a terra con altre ragazze sedute sopra le sue gambe e le sue braccia. Non
riuscì a smettere di urlare finché non le si riempì la bocca di vomito. Rischiò quasi di
soffocare. Lottò con tutta l’anima, gridando sempre più forte, sputando vomito ovunque.
Quando si svegliò era rimasta sola nella stanza e capì che stava davvero male. Sentiva un
gran caldo, e il dolore allo stomaco era insopportabile. Aveva la testa in fiamme. Continuò a
chiedere dell’acqua, quando sentiva passare qualcuno.
La risposta era: «Impostora».
Per quanto tempo rimase sdraiata lì? Sembrarono giorni e giorni, ma ben presto cominciò
a sognare o quasi. Supplicò ripetutamente zio Lestan. «Vieni a prendermi, ti prego, vieni a
prendermi. Non volevo, ti prego, ti prego, perdonami.» Non riusciva a immaginare che lui
volesse vederla soffrire in quel modo. Sicuramente zia Julie e zia Marge gli avevano riferito
cosa stava succedendo. Zia Marge era stata in preda all’isteria, quando avevano portato via
Rose.
A un certo punto comprese una cosa. Stava morendo. L’unica cosa a cui riuscisse a
pensare, ormai, era l’acqua. E ogni volta che si assopiva sognava che qualcuno gliela stava
dando, poi si svegliava e non c’era acqua, e lì con lei non c’era nessuno, nessuno che passava
di lì, nessuno che diceva: «Impostora» e nessuno che diceva: «Ammettilo».
Una strana calma si impossessò di lei. Quindi era così che la sua vita sarebbe finita, pensò.
E forse zio Lestan semplicemente non sapeva o non capiva quanto fosse grave la situazione.
Che importanza avrebbe avuto?
Dormì e sognò, ma continuava a tremare e a svegliarsi di soprassalto. Aveva le labbra
spaccate. E provava un tale dolore allo stomaco e al petto e alla testa che non riusciva a sentire
nient’altro.
Mentre continuava a scivolare dentro e fuori dall’incoscienza, sognando acqua fredda e
limpida in bicchieri da cui poteva bere, sentì delle sirene che cominciavano a suonare. Erano
forti e stridule, lontanissime ma in avvicinamento, poi all’interno dell’edificio scattarono dei
sistemi d’allarme dal volume orrendamente alto. Rose sentì odore di fumo. Vide il guizzare
delle fiamme. Udì le ragazze urlare.
Proprio davanti a lei, la parete si squarciò e lo stesso fece il soffitto. Tutta la stanza
esplose, con grossi pezzi di intonaco e legno che volavano in tutte le direzioni.
Una raffica di vento spazzò la stanza. Le urla intorno a lei divennero sempre più forti.
Un uomo le si avvicinò. Somigliava a zio Lestan, ma non era zio Lestan. Era bruno e
bellissimo, con gli stessi occhi brillanti dello zio, solo che erano verdi. Sollevò Rose dal suo
giaciglio e la avvolse ben stretta in qualcosa di caldo, poi si innalzarono nell’aria.
Mentre si sollevavano Rose vide delle fiamme tutt’intorno a loro. L’intero complesso
stava bruciando.
L’uomo la portò sempre più su nel cielo, proprio come era successo molti anni prima sopra
l’isoletta.
L’aria era magnificamente fredda e tersa. «Sì, le stelle...» sussurrò lei.
Quando vide l’enorme distesa di stelle che brillavano come diamanti ridiventò la bambina
fra le braccia di zio Lestan.
Una voce dolce le disse all’orecchio: «Dormi, Rose, adesso sei al sicuro. Ti sto portando
da zio Lestan».
Si risvegliò in una stanza d’ospedale, circondata da persone in camice bianco e
mascherina. Una garbata voce femminile disse: «Ti rimetterai perfettamente, tesoro. Adesso ti
do qualcosa per farti dormire».
Dietro l’infermiera era fermo quell’uomo, l’uomo bruno dagli occhi verdi che aveva
portato lì Rose. Aveva la stessa pelle molto abbronzata di zio Lestan, e le sue dita sembrarono
seta mentre le carezzavano la guancia.
«Sono un amico di tuo zio, Rose», disse. «Mi chiamo Louis.» Lo pronunciò alla maniera
francese, Louie. «Credimi, tuo zio arriverà presto. È per strada. Si prenderà cura di te, e io
rimarrò qui fino al suo arrivo.»
La seconda volta che aprì gli occhi, Rose si sentì completamente diversa. Tutto il dolore e
la pressione erano scomparsi da stomaco e petto. Le avevano estratto tutti gli escrementi dal
corpo, capì. E quando pensò a come doveva essere stato disgustoso, dita che curiosavano nella
sua carne non lavata rimuovendo tutta quella lordura, fu riassalita dalla vergogna e cominciò a
singhiozzare contro il cuscino. Si sentiva in colpa e disperata. L’uomo alto e bruno le carezzò i
capelli e la sollecitò a smettere di preoccuparsi. «Tua zia Julie sta per arrivare, tuo zio anche.
Rimettiti a dormire, Rose.»
Per quanto intontita e confusa lei si accorse che le stavano dando dei fluidi e qualcosa di
bianco, alimentandola via endovena. Arrivò la dottoressa. Spiegò che ci sarebbe voluta una
settimana circa prima che Rose potesse andarsene, ma che il «pericolo» era passato. Per un po’
era stata fra la vita e la morte, d’accordo, ma si sarebbe rimessa del tutto. L’infezione era sotto
controllo e lei idratata, ormai. L’uomo chiamato Louis ringraziò la dottoressa e l’infermiera.
Rose sbatté le palpebre degli occhi colmi di lacrime. La stanza era piena di fiori. «Lui ti ha
mandato dei gigli», disse Louis. Aveva una voce sommessa, profonda. «Ti ha mandato anche
delle rose, rose di tutti i colori. Il tuo fiore, Rose.»
Quando lei cominciò a scusarsi per quello che aveva fatto, Louis non ne volle sapere. Le
raccontò che le persone che l’avevano presa erano «malvage». Il giudice aveva accettato
mazzette dall’istituto cristiano per mandare delle adolescenti rispettabili a scontare la pena là.
La scuola addebitava illecitamente somme esorbitanti ai genitori delle ragazze e allo stato.
Spiegò che il giudice sarebbe presto finito in prigione. Quanto all’istituto, non esisteva più,
era stato divorato dalle fiamme e chiuso, e gli avvocati avrebbero fatto in modo che non
riaprisse mai più.
«Era sbagliato quello che ti hanno fatto», sussurrò Louis.
Con la sua voce dolce e rilassata spiegò che sarebbero state intentate numerose cause
legali contro l’istituto. Inoltre erano stati trovati due corpi sepolti nella tenuta. Le assicurò che
quelle persone sarebbero state punite.
Lei era sbalordita. Voleva spiegare dell’automobile, spiegare che non aveva mai voluto
fare del male a nessuno.
«Lo so», affermò lui. «È stata solo una sciocchezza, nulla di importante. Tuo zio non è
arrabbiato con te. Non si arrabbierebbe mai con te per una cosa del genere. Ora dormi.»
Quando arrivò zio Lestan, Rose si trovava a casa con zia Marge, in un appartamento di
Miami Beach. Era dimagrita, debolissima e trasaliva al minimo rumore, ma stava molto
meglio. Lui la prese fra le braccia e uscirono a passeggiare insieme sulla spiaggia.
«Voglio che tu vada a New York», disse zio Lestan. «New York è la capitale del mondo. E
voglio che tu vada a scuola lì. Ti accompagnerà zia Marge. Zia Julie rimarrà qui, la Florida è
casa sua e lei non è in grado di adattarsi alla grande città, ma zia Marge si prenderà cura di te,
e avrai anche degli altri compagni, addetti alla sicurezza capaci e onesti che vi terranno al
sicuro. Voglio che tu riceva l’istruzione migliore.» Poi aggiunse: «Ricorda, Rose, qualsiasi
cosa tu abbia sofferto, non importa quanto grave, puoi sfruttarla, sfruttarla per diventare una
persona più forte».
Parlarono per ore, non dell’orrendo istituto cristiano ma di altre cose, dell’antico amore di
Rose per i libri, del suo sogno di scrivere poesie e racconti, un giorno, del suo entusiasmo per
New York e del suo desiderio di frequentare una grande università come Harvard, Stanford o
chissà quale altra.
Furono ore magnifiche. Si erano fermati in un caffè di South Beach e zio Lestan rimase
seduto in silenzio, i gomiti appoggiati sul tavolo, sorridendole radiosamente mentre lei gli
confidava tutti i suoi pensieri e sogni e interrogativi.
Il nuovo appartamento a New York si trovava nell’Upper East Side, a circa due isolati dal
parco, in un venerando vecchio edificio con stanze spaziose e soffitti alti. Zia Marge e Rose
erano felicissime di trovarsi lì.
Rose cominciò a frequentare una stupenda scuola che vantava un curriculum di gran lunga
migliore della Willmont School. In poco tempo, con l’aiuto di diversi tutor che erano per lo
più studenti universitari, recuperò il tempo perduto e ben presto era immersa nello studio,
preparandosi per il college.
Benché le mancassero la bellissima spiaggia della Florida e le incantevoli, tiepide e dolci
serate agresti, era al settimo cielo di trovarsi a New York, amava i compagni di scuola ed era
felice di avere con lei zia Marge invece di zia Julie, perché era sempre stata quella
avventurosa, maliziosa, e quella con cui si divertiva di più.
Ben presto la loro famiglia incluse una governante-cuoca fissa e gli autisti che fungevano
anche da addetti alla sicurezza e le accompagnavano ovunque.
C’erano occasioni in cui Rose avrebbe voluto correre fuori da sola, conoscere ragazzi da
sola, prendere la metropolitana, essere indipendente.
Zio Lestan, però, fu irremovibile. Gli autisti l’avrebbero seguita ovunque. Per quanto Rose
si sentisse imbarazzata per la lunga limousine Lincoln che la accompagnava a scuola, arrivò a
dipendere da tutto ciò. E gli autisti erano autentici maestri nel parcheggiare in doppia fila in
qualsiasi punto di Midtown mentre lei faceva shopping e non esitavano a portare venti o trenta
pacchetti e persino sfidare le code davanti alla cassa per lei, o a sbrigarle commissioni. Erano
per lo più ragazzi giovani e allegri, una sorta di angeli custodi.
Zia Marge era sincera quando diceva di adorare il tutto.
Era un nuovo stile di vita e possedeva un suo fascino, ma naturalmente il vero richiamo era
la stessa New York. Lei e zia Marge avevano l’abbonamento per l’orchestra sinfonica, per il
New York City Ballet, per il Metropolitan. Andavano a vedere i più recenti musical di
Broadway e tantissimi spettacoli off-Broadway. Facevano shopping da Bergdorf Goodman e
Saks, il sabato gironzolavano per ore nel Metropolitan Museum e spesso trascorrevano i
weekend visitando le gallerie d’arte nel Village e a SoHo. Quella sì che era vita!
Al telefono Rose parlava per ore a zio Lestan di questo o quello spettacolo che aveva visto,
di qualche concerto o di cosa stava succedendo con il festival Shakespeare in the Park, e
raccontava come quel weekend volessero andare a Boston, solo per vederla, e magari visitare
Harvard.
L’estate prima dell’ultimo anno di superiori di Rose, lei e zia Marge si incontrarono con
zio Lestan a Londra per poi trascorrere una settimana stupenda a visitare siti magnifici dopo
l’orario di chiusura, accompagnati da guide private. Poi andarono a Roma, a Firenze e in tutta
una serie di altre città prima di tornare a New York giusto in tempo per l’inizio della scuola.
Poco prima del suo diciottesimo compleanno Rose cercò su Internet notizie dell’orrendo
istituto femminile Amazing Grace in cui era stata rinchiusa. Non aveva mai raccontato a
nessuno quello che le era successo là.
I resoconti giornalistici confermarono tutto ciò che Louis le aveva detto molto tempo
prima. Il giudice che l’aveva mandata là era finito in prigione, insieme a due avvocati.
L’ultima notte che Rose aveva trascorso nell’istituto una caldaia era esplosa, appiccando il
fuoco all’intera struttura. Altre due esplosioni avevano distrutto edifici annessi e scuderie. Lei
non aveva mai saputo che vi fossero delle scuderie. I vigili del fuoco e la polizia locale erano
accorsi sulla scena per trovare ragazze che vagavano per la tenuta, frastornate e farneticanti
per lo shock dell’esplosione, e molte avevano piaghe e lividi dovuti alle percosse. A un paio di
loro era stata rasata la testa e due erano state portate al pronto soccorso di zona a causa di
malnutrizione e disidratazione. Ad alcune erano state scritte addosso, con un pennarello, le
parole SGUALDRINA e TOSSICA. Gli articoli di giornale esprimevano disprezzo e sdegno.
Inveivano contro la scuola al centro di un vero e proprio racket, parte di un’industria per
adolescenti problematici di stampo religioso e non regolamentata nel cui ambito i genitori
venivano indotti con l’inganno a pagare migliaia di dollari per «correggere» ragazze che,
secondo loro, rischiavano di diventare drogate, emarginate o suicide.
Tutte le persone collegate all’istituto erano state denunciate, ma alla fine le accuse erano
state lasciate cadere. In Florida non esisteva nessuna legge che imponesse la regolamentazione
delle scuole religiose, e dei proprietari e del «corpo docente» della Amazing Grace si erano
perse le tracce.
Fu però facile ritrovare quelle del dottor Hays e della signora Hays. Pochi mesi dopo
l’incendio erano rimasti uccisi durante una feroce intrusione in casa loro. Uno degli altri più
famigerati insegnanti era annegato al largo di Miami Beach e un altro ancora era morto in un
incidente d’auto.
Rose odiava ammetterlo, ma la cosa le procurò un’enorme soddisfazione. E, allo stesso
tempo, qualcosa le diede da pensare. Fu assalita da un’orrenda sensazione. Qualcuno aveva
forse punito quelle persone per ciò che avevano fatto a lei e alle altre? Ma no, era assurdo. Chi
avrebbe mai voluto fare una cosa del genere? Chi avrebbe potuto farla? Scacciò l’idea dalla
mente, ed era terribile, si disse, essere felice della loro morte. Lesse qualcosa di più
sull’industria degli adolescenti problematici e su altri scandali che interessavano quelle scuole
e istituti cristiani non regolamentati, ma a un certo punto le riuscì insopportabile pensare alla
vicenda anche per un solo minuto in più. La rendeva troppo furibonda, e quando si infuriava
veniva assalita dalla vergogna, vergogna per avere... La cosa non aveva mai fine. Rose chiuse
il libro su quel breve e orrendo capitolo della sua vita. Il presente la reclamava.
Zio Lestan voleva che lei seguisse la propria stella, quando si trattava del college. Le
assicurò che nulla era off limits.
Rose e Marge volarono in California per visitare Stanford e la University of California a
Berkeley.
Alla fine la scelta di Rose cadde su Stanford, vicino alla bellissima Palo Alto, in
California, e vi si trasferì con Marge in luglio, prima dell’inizio delle lezioni.
In agosto zio Lestan la incontrò a San Francisco per una breve vacanza. Lei si innamorò
della città e le venne una mezza idea di stabilirsi lì e fare la pendolare. Lui aveva un altro
suggerimento da darle: perché non abitare nei pressi del campus, come programmato, e
prendere casa a San Francisco? Ben presto venne organizzato tutto, e Rose e Marge si
trasferirono in un ampio appartamento moderno da cui si poteva raggiungere a piedi la Davis
Symphony Hall e la San Francisco Opera House.
La loro casetta, in una via alberata di Palo Alto, era magnifica. E benché il cambiamento
comportasse una nuova governante, e due nuovi autisti, ben presto Rose si ambientò
perfettamente e cominciò a adorare il sole californiano.
Dopo la prima settimana di lezioni si innamorò del suo professore di letteratura, un uomo
alto, magro e introspettivo che parlava con l’affettazione di un attore. Si chiamava Gardner
Paleston ed era stato una sorta di prodigio, poiché aveva pubblicato ben quattro volumi di
poesie, oltre a due libri sull’opera di William Carlos Williams, prima dei trent’anni. Adesso
che ne aveva trentacinque era riflessivo, intenso, ampolloso e molto seducente. Flirtò
apertamente con Rose e le disse, mentre bevevano un caffè dopo le lezioni, che era la ragazza
più bella che avesse mai visto. Le mandava per e-mail poesie sui suoi «capelli corvini» e
«occhi inquisitori». La portò a cena in ristoranti costosi e le mostrò la sua grande villa antica
in stile georgiano nella vecchia Palo Alto. I suoi genitori erano morti e suo fratello caduto in
Afghanistan, disse, quindi adesso aveva la casa tutta per lui, un vero spreco, ma non
sopportava di rinunciare a essa, piena com’era della «bottega da rigattiere della mia infanzia».
Quando zio Lestan andò a trovare Rose la portò a passeggiare nelle tranquille vie frondose
di Palo Alto. Commentò la bellezza degli alberi di magnolia e delle loro rigide e fruscianti
foglie verdi, e raccontò come li amava sin dal periodo da lui trascorso «nel Sud».
Era tutto scarmigliato e impolverato, e Rose pensò di averlo visto spesso così, vestito con
squisita eleganza ma impolverato.
Aveva sulla punta della lingua un commento scherzoso sul fatto che lui avesse appena
viaggiato fra le stelle, ma rimase in silenzio. La pelle di zio Lestan era più abbronzata del
solito e sembrava quasi scottata, e i suoi magnifici e folti capelli erano quasi bianchi.
Lui portava un blazer blu, pantaloni color kaki e scarpe nere lucidate fino a brillare come
vetro, e parlò con voce sommessa e gentile esortandola a tenere sempre a mente una cosa:
poteva fare qualsiasi cosa desiderasse. Poteva diventare una scrittrice, una poetessa, una
musicista, un architetto, un medico, un avvocato, qualsiasi cosa volesse. E se invece preferiva
sposarsi e creare un focolare accogliente per il marito e i figli andava benissimo anche così.
«Se il denaro non può comprarti la libertà di fare qualsiasi cosa tu voglia, allora a cosa serve?»
chiese, suonando quasi triste. «E il denaro non ti manca di certo, Rose, e nemmeno il tempo. E
se il tempo non può concederci la libertà di fare ciò che vogliamo, a cosa serve?»
Rose provò un dolore tremendo. Era innamorata di zio Lestan. Accanto a lui sentiva
svanire tutti i pensieri sul suo insegnante, Gardner Paleston, ma non fiatò. Sul punto di
piangere, si limitò a sorridere e spiegò che sì, lo sapeva: molto tempo prima, quando era
ancora bambina, lui le aveva detto che poteva diventare e fare qualsiasi cosa desiderasse.
«Voglio vivere e studiare qui, e vivere e studiare a Parigi, a Roma e a New York; voglio fare
tutto.»
Zio Lestan sorrise e le disse com’era fiero di lei. «Sei diventata una donna splendida,
Rose», affermò. «Sapevo che saresti stata carina, lo eri già quando ti ho visto per la prima
volta, ma ora sei splendida. Sei forte e sana e... be’, splendida. Non ha senso usare giri di
parole.» Poi si trasformò di colpo in un tiranno, dichiarando che il suo autista doveva
accompagnarla dappertutto, che doveva persino restare seduto in fondo alle aule del college di
Rose quando c’era posto, altrimenti appena fuori. Rose cominciò a discutere, voleva la libertà,
ma zio Lestan fu irremovibile. Lo giudicava un tutore iperzelante e molto europeo, ma come
poteva ribellarsi? Quando ripensò a tutto quello che lui aveva fatto si zittì di colpo. D’accordo,
l’autista l’avrebbe accompagnata ovunque. Poteva portarle i libri. Sarebbe stato carino, anche
se oggigiorno, con tutti gli iPad e i Kindle, lei non doveva portarsene dietro poi molti.
Sei mesi dopo quella visita ricevette una lettera con cui zio Lestan la avvisava che da quel
momento in poi non si sarebbe più fatto sentire così spesso, ma che le voleva bene e aveva
bisogno di un periodo di solitudine. Le assicurava che la amava e la pregava di pazientare.
Alla fine sarebbe tornato. Nel frattempo lei era al sicuro e poteva chiedere ai legali dello zio
qualsiasi cosa il suo cuore desiderasse.
Era sempre stato così, in realtà. E Rose come poteva chiedere di più?
Trascorse un anno senza notizie di zio Lestan.
Ma lei era molto presa da altre cose. Poi passò un altro anno, ma era tutto a posto.
Lamentarsi sarebbe stato crudele e da ingrati, soprattutto quando i legali di Parigi chiamavano
regolarmente, ogni mese.
Due mesi dopo l’inizio del suo terzo anno di università, si era già perdutamente
innamorata, ancora una volta, di Gardner Paleston. Frequentava tre suoi corsi ed era sicura di
poter diventare una grande poetessa, un giorno, se avesse ascoltato ogni singola parola da lui
pronunciata. Era passata nella clinica del campus a procurarsi le informazioni e le pillole
necessarie per evitare una gravidanza indesiderata e stava solo aspettando che arrivasse il
momento giusto perché loro due stessero insieme. Gardner la chiamava ogni sera e le parlava
per un’ora. Rose vantava più potenziale di qualsiasi altro studente lui avesse mai avuto,
diceva.
«Voglio insegnarti tutto quello che so, Rose», spiegava. «Non ho mai provato nulla del
genere per nessuno, prima d’ora. Voglio darti tutto ciò che posso, capisci cosa sto dicendo,
Rose? Qualsiasi cosa io sappia, qualsiasi cosa io abbia imparato, qualsiasi cosa io possa
insegnare voglio donarla a te.» Sembrava che stesse piangendo, all’altro capo del filo. Rose
rimase sopraffatta.
Voleva disperatamente parlare di Gardner con zio Lestan, ma non era destino che vi
riuscisse. Scrisse lunghe lettere e le mandò al legale di Parigi, e per tutta risposta ricevette dei
regalini davvero toccanti. Arrivavano sicuramente dall’avvocato, pensò, ma a ognuno di essi
era accluso un bigliettino firmato da zio Lestan, e per lei quei biglietti erano più preziosi delle
collane di perle o delle spille di ametista che accompagnavano. Un giorno zio Lestan avrebbe
sicuramente visto l’eccezionale talento, la passione e la genialità di Gardner per quello che
erano.
Mentre restava seduta nell’aula sognando a occhi aperti, Gardner Paleston divenne la
creatura più sensibile e geniale che Rose avesse mai immaginato. Non era bello come zio
Lestan, no, e in realtà sembrava più vecchio, forse perché non vantava la sua stessa salute di
ferro, lei non poteva saperlo. Ma arrivò ad amare tutto di lui, compresi il naso aquilino, la
fronte alta e le lunghe dita con cui gesticolava enfaticamente mentre camminava avanti e
indietro davanti alla classe.
Com’era deluso, dichiarò, com’era devastato, disse amaramente, dal fatto che «non un solo
studente in quest’aula capisca un decimo di quanto sto dicendo». Chinò il capo, gli occhi
chiusi, le dita premute sulla radice del naso, e tremò. Rose avrebbe potuto piangere.
Rimase seduta sull’erba sotto un albero a rileggere più e più volte la poesia di William
Carlos Williams, La carriola rossa. Cosa significava? Non era sicura di saperlo! Come poteva
confessare una cosa del genere a Gardner? Scoppiò in lacrime.
Prima di Natale lui le annunciò che era arrivato il momento che stessero insieme. Quel
weekend. Aveva preparato tutto con cura.
Rose ebbe un’accesa discussione con il suo autista preferito, Murray, che era giovane,
devoto e davvero spiritoso, ma petulante come tutti gli altri guardiani stipendiati. «Rimani due
isolati dietro di noi», gli disse lei. «Non fargli capire che ci stai seguendo! Passerò la serata
con lui, capisci, e tu puoi aspettare fuori, in silenzio e in maniera discreta. Avanti, Murray,
non rovinarmi tutto.»
Murray aveva i suoi dubbi. Era un uomo basso e muscoloso, di origini russo-ebraiche, che
aveva fatto il poliziotto a San Francisco per dieci anni prima di ottenere quel lavoro, che gli
fruttava tre volte tanto. Era anche molto onesto, sincero e rispettabile, come tutti gli autisti, e
fece presente che non approvava «questo professore», ma obbedì agli ordini di Rose.
Quella sera Gardner passò a prenderla con la sua auto alle sei e la portò fino alla
misteriosa vecchia villa georgiana nella zona più antica di Palo Alto, percorrendo un viale
d’accesso semicircolare nel giardino curato fino a raggiungere una rimessa per le carrozze che
non risultava visibile dalla strada.
Per quella meravigliosa serata Rose indossava un semplice abitino di cashmere lilla,
collant neri e scarpe di pelle nera, i capelli sciolti sulla schiena e ornati da un piccolo
fermaglio di diamanti sopra un orecchio. Il soave parco lussureggiante della villa di Gardner
le parve magnifico nell’oscurità sempre più fitta.
Un tempo la casa era stata splendida, con il vecchio e scricchiolante assito di legno duro,
pareti rivestite di elegante boiserie e un ampio scalone centrale, ma adesso era ingombra dei
libri e documenti di Gardner, sparsi sull’enorme tavolo della sala da pranzo che ospitava
anche due computer e vari taccuini sparsi qua e là.
Salirono con passo leggero lo scalone, su una vecchia e consunta passatoia rossa, e
raggiunsero la camera padronale in fondo a un lungo corridoio buio. Nel caminetto di pietra il
fuoco era acceso, e varie candele ardevano ovunque: sulla mensola del caminetto, sull’antico
tavolino da toeletta con l’alto specchio, sui comodini. Il letto a baldacchino era fragile e
antico, con antichi «intagli a forma di chicchi di riso», che la madre di Gardner aveva
ereditato da sua madre.
«Soltanto un letto a una piazza e mezzo, un letto piccolo», spiegò. «All’epoca non
facevano quelli a due piazze, ma a noi non serve altro.»
Rose annuì. Su un lungo tavolino davanti a un vecchio divano rivestito di velluto rosso
erano posati vassoi di formaggio francese, cracker, caviale nero e altre leccornie scelte. C’era
anche una bottiglia di vino, ancora chiusa, che li aspettava.
Lei sognava che quella, la sua prima esperienza, si rivelasse un esempio di amore sublime
e che tutto fosse perfetto.
«Faccio la comunione», sussurrò Gardner mentre la baciava, «mia innocente creatura, mia
dolce e gentile creatura, mio fiore.»
Cominciarono lentamente, baciandosi, rotolandosi fra le lenzuola bianche, quindi tutto
divenne rude, quasi divinamente rude, e poi finì.
Come aveva potuto essere così perfetto? Zia Marge avrebbe certo capito, se Rose glielo
avesse mai raccontato, ma forse era meglio non dirlo a nessuno. Lei aveva mantenuto dei
segreti per tutta la vita, li aveva conservati gelosamente, intuendo che svelarne uno poteva
essere terribile. E forse avrebbe tenuto segreta quella notte per sempre.
Rimasero sdraiati lì insieme, Gardner che parlava di tutte le cose che Rose doveva
imparare, di tutto quello che voleva condividere con lei, di tutte le speranze che nutriva per
lei. Rose era solo una bambina, una tabula rasa, disse, e lui voleva darle tutto quello che
poteva.
A Rose ricordò zio Lestan. Non poté evitare di pensare a lui, ma cosa avrebbe pensato lo
zio se avesse saputo dove si trovava adesso lei?
«Posso raccontarti delle cose?» chiese a Gardner. «Posso raccontarti delle cose sulla mia
vita, sui misteri della mia vita, che non ho mai rivelato a nessuno?»
«Certo che puoi», rispose lui con un sussurro. «Perdonami per non averti chiesto di più. A
volte ho l’impressione che tu sia troppo bella perché io possa parlare davvero con te.» Non era
vero, Gardner le parlava di continuo, ma lei capì cosa intendesse dire. Lui non aveva detto
molto sul volerla sentir parlare.
Si sentì unita a Gardner come non le era mai successo con nessuno. Rimanere stesa al suo
fianco era perfetto. Non avrebbe saputo dire se si sentiva triste o al settimo cielo.
Così gli raccontò quello che non aveva mai raccontato nemmeno ai suoi amici. Gli
raccontò di zio Lestan.
Cominciò parlando a bassa voce, descrivendo il terremoto e quell’improvviso salire fra le
stelle e nei cieli. Prese poi a descrivere lo zio e il mistero che rappresentava e come avesse
guidato la sua vita. Disse ben poco sull’orrendo istituto cristiano, passando rapidamente alla
notte in cui era stata tratta in salvo: di nuovo il drammatico innalzarsi nell’aria, il vento, le
nubi e di nuovo quelle stelle sopra di lei nel cielo nudo. Parlò di Louis e di zio Lestan e della
sua vita sin da allora, e di come talvolta pensava alla madre di tanto tempo prima, e a
quell’isola, e a come fosse stato fortuito che zio Lestan l’avesse salvata, amata, protetta.
All’improvviso Gardner si drizzò a sedere. Afferrato un accappatoio di spugna bianco, se
lo infilò e raggiunse il caminetto. Per un lungo istante rimase fermo lì, a capo chino, poi posò
le mani sulla mensola ed emise un sonoro gemito.
Rose raddrizzò cautamente la schiena appoggiandosi ai cuscini e tirando su il lenzuolo per
coprirsi il seno. Sentiva Gardner che continuava a gemere. Di colpo lui urlò e, mentre lei lo
guardava, prese a dondolarsi avanti e indietro sui talloni, la testa rovesciata all’indietro. Poi si
udì la sua voce sommessa, furiosa.
«È una tale delusione, oh, una tale delusione! Quali speranze riponevo in te, quali sogni!»
disse. Lei lo vide tremare. «E tu mi dai questo, queste stupide, ridicole e dozzinali ciance
vampiresche da liceale!» Si voltò a guardarla, gli occhi umidi e scintillanti. «Capisci quanto
mi hai deluso?» Il volume della sua voce si alzò sempre più. «Avevo dei sogni su di te, Rose,
sogni su cosa saresti potuta diventare. Rose, hai un tale potenziale.» Le stava urlando contro.
Aveva il viso arrossato. «E tu mi rifili questo stupido, pedestre pattume da scolaretta!»
Si voltò a sinistra e poi a destra, quindi si diresse verso la libreria a muro, le mani che si
muovevano come grossi ragni bianchi sui volumi. «E per l’amor di Dio, usa i nomi giusti,
maledizione!» esclamò. Prese un grosso volume rilegato dallo scaffale. «È Lestat,
maledizione, non Lestan!» disse, tornando verso il letto. «E Louie è Louis de Pointe du Lac. Se
proprio devi raccontarmi ridicole storie da bambini, fallo in modo corretto, maledizione.»
Le lanciò contro il libro. Prima che lei potesse abbassare il capo per schivarlo, il dorso del
volume la colpì sulla fronte. Un dolore lancinante la trafisse per poi penetrarle sotto la pelle e
ghermirle la testa.
Rimase sbalordita e il dolore la rese furiosa. Il libro cadde sulla trapunta. Si intitolava
Scelti dalle tenebre. Era vecchio e con la sovraccoperta strappata.
Gardner, tornato davanti al caminetto, gemette di nuovo e poi ricominciò a parlare. «È una
tale delusione, una tale delusione, e proprio stasera, di tutte le sere possibili, Rose, stasera.
Non puoi nemmeno immaginare come io mi senta. Non puoi nemmeno immaginare come io
sia deluso. Mi meritavo qualcosa di meglio, Rose. Mi meritavo qualcosa di molto meglio!»
Lei rimase seduta sul letto, tremante. Era furibonda. Aveva ancora mal di testa e provava
una rabbia silenziosa al pensiero che lui le avesse scagliato contro quel libro, glielo avesse
scagliato dritto in faccia facendole così male.
Scivolò giù dal letto, le gambe che stentavano a reggerla. A dispetto delle mani tremanti si
infilò i vestiti con la massima rapidità possibile.
Lui continuò a parlare, ancora e ancora, rivolto verso il fuoco scoppiettante, piangendo. «E
pensare che questa doveva essere una serata magnifica, una serata speciale. Non puoi
nemmeno immaginare come mi hai deluso! Vampiri che ti portano su fra le stelle! Accidenti!
Rose, non puoi sapere come mi hai ferito, come mi hai tradito!»
Lei prese la borsetta e uscì in punta di piedi dalla stanza, correndo giù per lo scalone e
fuori dalla villa. Estrasse l’iPhone, chiamando Murray, prima ancora di raggiungere il lungo
viale d’accesso buio.
Le luci dei fari comparvero ben presto nella strada deserta mentre la lunga limousine le si
avvicinava, accostando. In vita sua non era mai stata così felice di vedere Murray.
«Cosa succede, Rose?» volle sapere lui.
«Guida e basta», gli disse lei. Sull’ampio sedile posteriore in pelle nera dell’auto abbassò
il capo sulle ginocchia e pianse. Aveva ancora mal di testa a causa del colpo, e quando si
strofinò la fronte tastò il punto più indolenzito.
Di colpo si sentì stupida per essersi fidata di quell’uomo, per aver pensato di potersi
confidare con lui, per essersi concessa di avere rapporti intimi con lui. Si sentì una perfetta
idiota. Si vergognava e voleva che nessuno scoprisse mai cos’era successo. Per il momento
non riusciva a capire le cose che lui aveva detto, ma una cosa era chiara: lei gli aveva
confidato i ricordi più preziosi della sua vita e lui l’aveva accusata di aver preso in prestito le
sue storie da un romanzo. Le aveva lanciato contro quel pesante volume, fregandosene
altamente del rischio di colpirla. Quando Rose ripensava a se stessa nuda accanto a lui in quel
letto rabbrividiva.
Il lunedì seguente si cancellò dai corsi del professor Gardner Paleston, adducendo il
pretesto di problemi familiari che la costringevano a ridurre le ore di frequenza. Non
intendeva rivederlo mai più. Nel frattempo lui le telefonava senza sosta. Passò due volte da
casa sua, ma zia Marge gli spiegò gentilmente che Rose era fuori.
«Se torna», disse lei a Murray, «chiedigli, per favore, di smettere di infastidirmi.»
Una settimana più tardi, un venerdì sera, in una libreria del centro vide un tascabile
intitolato Scelti dalle tenebre.
Mentre rimaneva ferma nel corridoio a esaminare il libro notò che era il secondo romanzo
di una specie di serie. Ne trovò rapidamente diversi altri. Erano intitolati Cronache dei
vampiri.
Quando arrivò a metà strada, tornando a casa, rimase talmente turbata ripensando a
Gardner che fu tentata di gettarli via, ma doveva ammettere che era curiosa. Di cosa
parlavano? Come mai lui era convinto che lei stesse ripetendo storie tratte da quei libri?
Sin da quella notte terribile era in preda a una sorta di stordimento. Aveva perso qualsiasi
gusto per la scuola, per gli amici, per tutto. Si aggirava per il campus come in dormiveglia,
con il perenne terrore di imbattersi in Gardner, e la sua mente continuava a girare in tondo
tornando a quanto era successo. Forse le avrebbe giovato leggere quei romanzi e scoprire
esattamente quanto lui fosse stato ingiusto con lei.
Continuò a leggere per l’intero weekend. Il lunedì saltò le lezioni per proseguire con la
lettura, lamentandosi con Marge di disturbi allo stomaco. Più o meno mercoledì sentì delle
voci fuori dalla casetta e guardò giù per scoprire Murray che discuteva con Gardner Paleston
accanto al cordolo del marciapiede. Murray era arrabbiato, ma lo stesso valeva per Gardner.
Alla fine il professore si voltò e si allontanò, scuotendo la testa, la mano protesa ad artigliare
l’aria, mormorando fra sé.
Il venerdì successivo Rose si sentì calmissima, in merito alla situazione. Qualsiasi cosa lei
stesse pensando, non c’entrava più molto con Gardner: stava pensando ai libri che aveva
appena letto e a zio Lestan.
Ormai sapeva perché Gardner aveva lanciato le sue disgustose e ostili accuse. Sì, lo capiva
benissimo. Lui era egocentrico e irriguardoso, ma adesso lei sapeva come mai aveva detto
quello che aveva detto.
La descrizione fisica di zio Lestan combaciava perfettamente con quella del «vampiro
Lestat», e il suo amico e amante, «Louis de Pointe du Lac», era senza dubbio la copia esatta
del Louis che l’aveva tratta in salvo dall’istituto femminile Amazing Grace.
Ma, se era davvero così, cosa significava?
Rose non credeva affatto ai vampiri. Per niente. Non credeva ai vampiri più di quanto non
credesse ai lupi mannari o allo Yeti, o agli alieni provenienti dallo spazio o alle fatine alate
che vivevano nei giardini o agli elfi che catturavano le persone in boschi bui e le portavano a
Magonia. Non credeva ai fantasmi o ai viaggi astrali o alle esperienze di quasi morte, ai
medium o alle streghe o agli stregoni. Bene, forse credeva ai fantasmi. E bene, forse credeva
alle «esperienze di quasi morte», sì. Aveva conosciuto alcune persone che le avevano avute.
Ma ai vampiri?
No, a quelli non credeva. Comunque fosse, era affascinata da quella serie di romanzi su di
loro. E nessuno di essi conteneva una sola descrizione del vampiro Lestat, o una sola frase da
lui pronunciata, che non corrispondesse esattamente alla sua visione di zio Lestan, ma quella
era senza dubbio una mera coincidenza. Quanto a Louis, bene, il personaggio dal nome simile
era perfettamente identico a lui, sì, ma anche quella era una pura coincidenza, vero? Be’, per
forza! Non esistevano altre spiegazioni.
A meno che suo zio e quell’uomo non facessero parte di un’imprecisata organizzazione per
conto della quale si dedicavano a sofisticati giochi di ruolo ispirati ai personaggi di quei
romanzi. Era assurdo. Interpretare un ruolo era una cosa, ma com’era mai possibile, per
qualcuno, assumere l’aspetto che aveva zio Lestan?
Provava uno strano imbarazzo al solo pensiero di chiedergli se avesse letto o meno quei
libri. Sarebbe stato insultante e umiliante, simile all’insulto fattole da Gardner quando le
aveva lanciato in faccia il volume per poi proseguire con le sue accuse.
Ma l’intero problema cominciò a ossessionarla. Nel frattempo lesse fino all’ultima parola
di ogni libro imperniato su quei personaggi che riuscì a trovare.
E a dire il vero le storie la sbalordirono, non solo con la loro complessità e profondità ma
anche con le peculiari pieghe tragiche che prendevano e la cronologia che delineavano per lo
sviluppo morale del protagonista. Si rese conto che ormai pensava a zio Lestan come a quel
protagonista. Era stato ferito, scioccato, vittima di una serie di catastrofi e disavventure. Era
diventato un vagabondo, in quei libri. E sfoggiava una perenne abbronzatura perché
continuava ad autoinfliggersi la sofferenza causata dalla luce solare nel doloroso tentativo di
celare la propria identità soprannaturale.
No, era impossibile.
«Vuoi dirmi qual è il problema?» chiese zia Marge. «So che è successo qualcosa.»
Rose scosse il capo. «Sto solo leggendo, riflettendo», rispose. «Ora sto meglio. Lunedì
torno all’università. Ho parecchio lavoro da fare per rimettermi in pari.»
In classe riuscì a stento a rimanere concentrata sulla lezione. Continuava a distrarsi,
ripensando alla notte di tanti anni prima in cui zio Lestan l’aveva presa fra le braccia e portata
sempre più in alto sopra l’isola. Lo rivide in quel piccolo studio legale immerso nella
penombra ad Athens, in Texas, mentre diceva: «Fate in modo che succeda».
Bene, doveva pur esserci una spiegazione. A un certo punto ebbe un’illuminazione: ma
certo, suo zio conosceva l’autore di quei libri, forse li aveva addirittura ispirati. Era così
semplice che per poco non scoppiò a ridere. Doveva essere proprio così. Lui e il suo amico
Louis avevano ispirato quelle opere narrative. E quando lei gli avesse detto che aveva trovato i
libri, naturalmente, lui avrebbe riso e spiegato come si era arrivati a scriverli! Probabilmente
si sarebbe anche detto onorato di avere fornito lo spunto per farneticazioni tanto bizzarre e
romantiche.
Seduta in fondo all’aula durante una lezione di storia, dimentica delle parole del docente,
estrasse dalla borsa Intervista col vampiro e controllò il copyright: 1976. No, impossibile. Se
all’epoca suo zio fosse stato un uomo adulto, bene, adesso avrebbe ormai dovuto sfiorare la
sessantina. Non era affatto così vecchio. Quanti anni aveva quando l’aveva tratta in salvo da
quel terremoto sull’isola? Mmm, i conti non tornavano. Forse, perciò, quando l’aveva salvata
era solo un ragazzo, solo che a lei era sembrato un uomo adulto. Un ragazzo di... quanti?
Sedici o diciassette anni. E adesso ne aveva... Quanti? Quaranta? Be’, era possibile ma poco
probabile. No, i conti non tornavano, e a oscurare il tutto c’era la ferma convinzione di Rose in
merito all’atteggiamento, al fascino di zio Lestan.
La lezione era terminata. Giusto il tempo di infilarsi la giacca e fingere meccanicamente di
fare qualcosa altrove, di girovagare finché non scorgeva Murray che la aspettava accanto a un
marciapiede... C’era sicuramente una spiegazione logica.
Murray la accompagnò dal campus a un ristorante a lei molto caro, dove aveva
appuntamento con Marge per cenare presto.
Cominciava a fare buio. Avevano un tavolo fisso e Rose fu felice di avere a disposizione
qualche minuto per restare lì da sola, godersi una tazza di caffè nero di cui aveva un gran
bisogno e riflettere in pace.
Stava guardando fuori dalla vetrina, piuttosto distrattamente, quando si accorse che
qualcuno le si era seduto di fronte.
Era Gardner.
Ne rimase sgradevolmente stupita.
«Rose, ti rendi conto di cosa mi hai fatto?» chiese lui con voce roca e tremula.
«Senti, devi andartene», cominciò a dire lei. Lui allungò una mano sopra il tavolo e cercò
di afferrare la sua.
Ritraendo la mano di scatto, Rose si alzò e si allontanò dal tavolo con passo malfermo,
correndo verso il retro del ristorante. Sperava e pregava che la piccola toilette delle signore
fosse vuota.
Gardner la inseguì correndo, e quando lei si accorse del proprio errore era troppo tardi: lui
le aveva afferrato un polso e la stava trascinando fuori dalla porta posteriore, in un vicolo.
Murray si trovava sul lato opposto dell’edificio, davanti all’ingresso, la limousine
parcheggiata accanto al marciapiede.
«Lasciami andare!» gli intimò lei. «Dico sul serio, sto per mettermi a urlare.» Era
arrabbiata come quando il libro l’aveva colpita.
Senza dire una parola lui la sollevò da terra e la portò giù per il vicolo, fino alla sua auto,
poi la buttò sul sedile del passeggero, sbattendo la portiera e inserendo la sicura con il
comando a distanza.
Quando andò ad aprire la portiera del guidatore tolse la sicura solo a quella. Rose picchiò
sui finestrini e cominciò a urlare. «Lasciami andare! Come osi farmi una cosa simile?»
Gardner avviò il motore, uscì in retromarcia dal vicolo e imboccò la strada laterale,
allontanandosi dal viale in cui Murray stava aspettando di pagare il taxi di Marge.
Raggiunta una via silenziosa, premette avventatamente l’acceleratore, senza badare allo
stridore di gomme, oppure assaporandolo.
Rose picchiò sul parabrezza, sul finestrino, e quando non vide nessuno nei paraggi cercò di
afferrare la chiavetta dell’accensione.
Con uno schiaffo sonoro lui la scagliò contro la portiera del passeggero. Per un attimo lei
non capì dove si trovava, poi venne riassalita dall’orrenda consapevolezza. Si sforzò di
mettersi seduta, infilando la mano nella borsa e trovando rapidamente il suo iPhone. Mandò il
messaggio di SOS a Murray. Gardner le strappò di mano la borsa e, abbassando con un ronzio il
proprio finestrino, la lanciò fuori, cellulare compreso.
L’auto stava sfrecciando nel traffico e attraversava slittando un incrocio dopo l’altro, con
Rose che veniva sballottata da una parte all’altra. Era diretta verso Palo Alto, verso il quartiere
in cui abitava Gardner. E ben presto le strade sarebbero apparse di nuovo deserte.
Picchiò ancora sui finestrini, gesticolando freneticamente verso le auto di passaggio, verso
le persone sul marciapiede, ma nessuno parve notarla. Le sue grida riempirono l’abitacolo.
Gardner la prese per i capelli e le allontanò la testa dal finestrino. L’auto si fermò di colpo.
Si trovavano in una via bordata di alti alberi, quelle grandi e magnifiche magnolie verde
scuro. Lui la costrinse a voltarsi e le tenne stretto il viso nella morsa delle sue dita sottili, il
pollice che le affondava dolorosamente nella mascella.
«Chi diavolo ti credi di essere?» disse ansimando, l’espressione incupita dalla rabbia. «Chi
diavolo ti credi di essere per farmi una cosa del genere?»
Erano proprio le parole che avrebbe voluto dirgli lei, ma non poté fare altro che guardarlo
in cagnesco, il corpo madido di sudore. Gli ghermì i capelli con entrambe le mani e glieli tirò
violentemente, come lui aveva tirato i suoi. Gardner la scagliò di nuovo contro il finestrino e
la schiaffeggiò ripetutamente finché lei non prese a boccheggiare in maniera incontrollabile.
L’auto ripartì, le gomme che stridevano, e mentre Rose si sforzava di rimettersi a sedere, il
volto che bruciava, vide il viale d’accesso di fronte a lei e la vecchia villa georgiana che le
incombeva sopra.
«Lasciami andare!» urlò.
Lui la tirò fuori dalla macchina e se la trascinò dietro, inginocchiata, sul cemento.
«Non puoi nemmeno immaginare cosa mi hai fatto!» ruggì. «Miserabile stupida! Non
immagini nemmeno cosa hanno fatto il tuo spasso e i tuoi giochetti.»
La trascinò oltre la soglia e la scaraventò attraverso la sala da pranzo, tanto che lei urtò
violentemente il tavolo stramazzando a terra. Quando Gardner la tirò in piedi, Rose aveva
perso una scarpa e dal viso il sangue le stava colando sul maglione. Lui la colpì di nuovo,
facendole perdere i sensi.
Quando riprese conoscenza era in camera, sdraiata sul letto, e l’uomo le svettava sopra,
con un bicchiere in mano.
Stava parlando a bassa voce, ripetendo ancora una volta come lei gli avesse spezzato il
cuore, come lo avesse deluso. «Oh, tutto questo ha rappresentato la più grande delusione della
mia vita, Rose», affermò. «E volevo che fosse così diverso, completamente diverso con te,
Rose, di tutti i fiori del campo tu eri il più bello, Rose, il più bello di tutti.»
Le si avvicinò mentre cercava freneticamente di alzarsi.
«Adesso berremo questo insieme.»
Lei tentò di indietreggiare allontanandosi da lui, scendendo dal letto, ma Gardner le afferrò
il polso con la mano destra mentre, con la sinistra teneva il bicchiere sollevato, fuori dalla sua
portata.
«Ora smettila, Rose», ringhiò a denti stretti. «Per l’amor di Dio, fallo in modo dignitoso.»
All’improvviso i fasci di luce di due fari colpirono le finestre della camera padronale.
Rose cominciò a gridare con tutto il fiato che aveva in gola. Non somigliò affatto agli
incubi in cui si tenta di urlare senza riuscirvi: stava strillando a pieni polmoni. Le urla
sgorgavano semplicemente, senza controllo.
Lui la tirò verso di sé mentre continuava a parlare, urlando per sovrastare le sue grida:
«Sei la più orrenda delusione della mia vita», tuonò, «e adesso, mentre cerco di rinnovare il
tutto, di ridargli integrità, per te e per me, Rose, tu fai una cosa del genere a me, a me!»
Con il dorso della mano la scagliò contro il cuscino. Lei svenne. Quando riaprì gli occhi
aveva in bocca un disgustoso liquido bruciante. Lui le teneva strette le narici con le dita. Rose
ebbe un conato di vomito e oppose resistenza sforzandosi di urlare. Il gusto era orrendo. Le
bruciava la gola, e anche il petto.
Lui le lanciò addosso il contenuto del bicchiere semipieno e il liquido le schizzò sul viso,
ustionandola. L’odore era acre, chimico, caustico. Le bruciò la guancia e il collo.
Continuando a contorcersi mentre cercava di sottrarsi alla presa dell’uomo, lei vomitò sul
letto. Gli sferrò calci con entrambi i piedi, ma Gardner non voleva lasciarla andare. Le gettò di
nuovo addosso il liquido e lei si girò da una parte con tutte le sue forze, sentendolo sulla
faccia. Le finì negli occhi, accecandola. Le sembrava di avere gli occhi in fiamme.
La voce di Murray risuonò sulla soglia della camera.
«Lasciala andare.»
Poi fu libera, impegnata a gridare, piangere, ghermire spasmodicamente le lenzuola per
togliersi il liquido dal viso e dagli occhi.
I due uomini si stavano azzuffando e nella lotta spaccavano i mobili. Si udì un forte
schianto quando lo specchio del tavolino da toeletta andò in frantumi.
«Ti ho preso», disse Murray mentre sollevava fra le braccia Rose e la portava fuori dalla
stanza, scendendo di corsa i gradini.
Lei sentì delle sirene avvicinarsi. «Murray, sono cieca!» singhiozzò. «Ho la gola in
fiamme.»
Si svegliò nel reparto di terapia intensiva. Aveva gli occhi bendati, la gola che le faceva un
male terribile e le mani legate al letto per impedirle di muoversi.
Zia Marge e Murray erano lì insieme a lei. Stavano cercando disperatamente di contattare
zio Lestan. Non avrebbero mai smesso di tentare, lo avrebbero trovato.
«Sono cieca, vero?» avrebbe voluto chiedere lei, ma non riusciva a parlare. La sua gola
rifiutava di aprirsi. Il dolore al petto era lancinante.
Gardner Paleston era morto, le assicurò Murray. Ucciso da un colpo alla testa durante la
zuffa con Murray.
Era un chiaro caso di tentato omidicio-suicidio. Il bastardo, come lo chiamava Murray,
aveva già postato on line il messaggio d’addio che descriveva dettagliatamente il suo piano
per somministrare a Rose «la bruciante cicuta», insieme a un’ode dedicata ai loro resti
mischiati in fase di decomposizione. Lei sentì zia Marge implorare Murray di tacere.
«Troveremo zio Lestan», promise.
Il terrore avviluppò Rose. Non riusciva a parlare. Non vedeva niente. Non riusciva a
implorare delle rassicurazioni; non poteva nemmeno raccontare loro del dolore, il dolore
incessante, ma zio Lestan stava arrivando. Stava arrivando. Oh, che stupida era stata, che
perfetta idiota, ad amare Gardner, a fidarsi di lui. Si vergognava profondamente, proprio come
si era vergognata anni prima mentre era stesa sul pavimento dell’istituto Amazing Grace.
E tutta la confusione in merito ai libri, i libri che l’avevano colpita a tal punto che per
giorni aveva vissuto dentro di essi, immaginando che zio Lestan ne fosse l’eroe, levandosi
verso le stelle insieme a lui, fra le sue braccia. Dammi le stelle.
Riscivolò nel sonno perché non esisteva nessun altro posto in cui andare.
Non c’erano più il giorno o la notte, solo un ritmo alternato di attività e rumore. Più
frastuono lì in camera e nel corridoio appena fuori, più voci vicine eppure smorzate, indistinte.
Un medico le stava parlando.
Era vicino al suo orecchio. Aveva una voce sommessa, profonda, sonora, acuita da un
accento che lei non conosceva.
«Mi sto prendendo cura io di te, adesso», spiegò l’uomo. «Ti guarirò.»
Si trovavano su un’ambulanza che si muoveva nel traffico, e lei sentiva ogni dosso sulla
strada. Il suono della sirena era lontano ma costante. Quando si svegliò di nuovo era a bordo di
un aereo. Sentì Murray parlare sottovoce con qualcuno, ma non era Murray. Non riusciva a
sentire Murray.
La volta seguente in cui si destò era stesa su un letto nuovo, molto morbido, e c’era della
musica, una splendida canzone tratta da Il principe studente di Romberg. Era la serenata che
zio Lestan le aveva cantato molto tempo prima. Se i suoi occhi non fossero stati bendati, si
sarebbero colmati di lacrime. Forse lo fecero.
«Non piangere, mia adorata», disse il medico, il medico con l’accento. Lei ne sentì la
mano serica sulla fronte. «I nostri medicinali ti stanno guarendo. Domani a quest’ora avrai già
riacquistato la vista.»
Rose si accorse a poco a poco che il petto non le faceva più male, e nemmeno la gola.
Riuscì a deglutire liberamente per la prima volta da molto tempo.
Stava sognando di nuovo e una sommessa voce tenorile, piuttosto profonda, stava cantando
la serenata di Romberg.
Mattina. Rose aprì gli occhi con estrema lentezza e vide la luce del sole entrare dalle
finestre; il sonno profondo la abbandonò gradualmente, cadendole di dosso come se dei veli
venissero strappati via uno dopo l’altro.
Era una stanza splendida. Una parete di vetro affacciava sulle montagne lontane, davanti
alle quali c’era il deserto, dorato nel sole ardente.
Un uomo era lì in piedi e le dava la schiena. All’inizio la sua immagine risultò indistinta
contro i luminosi monti in lontananza e il cielo di un azzurro intenso.
Fece un gran sospiro e girò agevolmente la testa da una parte e dall’altra sul cuscino.
Aveva le mani libere e le sollevò per toccarsi il viso. Si tastò le labbra, le labbra umide.
Riuscì a mettere a fuoco il giovane. Spalle ampie, alto poco più di un metro e ottanta, con
fluenti capelli biondi. Possibile che fosse zio Lestan?
Proprio quando il nome di lui le salì alle labbra, la figura si voltò verso di lei e si avvicinò
al letto. Oh, somigliava moltissimo a zio Lestan ma era più giovane, molto più giovane; era la
versione giovanile di zio Lestan.
«Ciao, Rose», disse, sorridendole. «Sono davvero felice che tu ti sia svegliata.»
All’improvviso la vista le si appannò, velandosi, e una fitta di dolore le trapassò tempie e
occhi, ma poi scomparve con la stessa repentinità con cui era arrivata, e riuscì a vedere di
nuovo. I suoi occhi erano asciutti e prudevano, tutto qui. Ci vedeva benissimo.
«Chi sei?» domandò.
«Mi chiamo Viktor», rispose il ragazzo. «Sono venuto per stare con te.»
«Ma zio Lestan sta per arrivare?»
«Stanno cercando di rintracciarlo. Non è sempre facile trovarlo, ma quando scoprirà cosa ti
è successo ti assicuro che verrà.»
Il viso del ragazzo era intelligente, fresco, il suo sorriso radioso e quasi dolce. Aveva
grandi occhi azzurri molto simili a quelli di zio Lestan, ma la somiglianza risultava evidente
soprattutto nei capelli e nella forma del volto.
«Preziosa Rose», disse lui. Con voce sommessa e serena, una voce americana che aveva
tuttavia una sorta di pronuncia briosa, spiegò che zia Marge non poteva essere lì, in quel
momento, ma Rose era al sicuro, perfettamente al sicuro, e lui se ne sarebbe accertato. E lo
stesso avrebbero fatto le infermiere, pronte a soddisfare ogni sua esigenza.
«Sei stata sottoposta a un intervento chirurgico dopo l’altro», spiegò, «ma ora stai
migliorando in maniera splendida e ben presto tornerai quella di sempre.»
«Dov’è il medico?» chiese Rose. Quando lui le prese la mano, lei strinse con forza.
«Arriverà stasera, dopo il tramonto», spiegò Viktor. «Non può venire adesso.»
«Come un vampiro», commentò lei, meditabonda, ridendo sommessamente.
Lui rise insieme a lei, delicatamente, sottovoce. «Sì, proprio così, Rose», replicò.
«Ma dov’è il principe dei vampiri, mio zio Lestan?» Non importava che Viktor non
potesse capire, nemmeno in un migliaio di anni, il suo bislacco senso dell’umorismo. Lo
avrebbe attribuito ai sedativi che la stavano facendo sentire un po’ folle e quasi appagata.
«Il principe dei vampiri arriverà, te lo assicuro», rispose lui. «Come ho già detto, lo stanno
cercando.»
«Gli somigli così tanto», affermò lei in tono sognante. Giunse di nuovo quel dolore e
l’appannarsi della vista, e per un attimo le sembrò che la finestra fosse in fiamme. Girò la
testa da una parte, in preda al panico, ma poi il dolore cessò e lei riuscì a distinguere
chiaramente tutti gli oggetti nella stanza. Che bella stanza, le pareti blu cobalto con
modanature smaltate di un bianco acceso, e sul muro un brillante quadro che raffigurava delle
rose, rose selvatiche e straordinariamente rigogliose su un fondale di un blu più intenso.
«Conosco quel quadro, è il mio», disse Rose. «Viene dalla mia camera, a casa.»
«Tutte le tue cose sono qui, adesso, Rose», spiegò Viktor. «Qualsiasi cosa tu voglia non hai
che da dirmelo. Abbiamo i tuoi libri, i tuoi vestiti, tutto. Fra pochi giorni potrai alzarti.»
Un’infermiera entrò senza fare alcun rumore e parve controllare l’attrezzatura che
circondava il letto. Rose notò per la prima volta i sacchetti di plastica scintillante del fluido
per l’endovena, i sottili tubicini di un argento brillante che scendevano fino agli aghi
assicurati alle sue braccia dal nastro garzato. Era davvero sotto gli effetti della droga. Un
minuto pensava che la sua mente fosse lucida e in quello seguente si sentiva sbalordita o
confusa. Vestiti. Alzarsi. Libri.
«Ti fa male qualcosa, tesoro?» chiese l’infermiera. Aveva la pelle di un marrone chiaro e
grandi occhi castani e compassionevoli.
«No, ma qualsiasi cosa sia datemene ancora.» Lei rise. «Sto fluttuando. Credo nei
vampiri.»
«Non lo facciamo tutti?» domandò l’infermiera. Sistemò qualcosa nel catetere
endovenoso. «Ecco fatto», disse, «presto ti addormenterai di nuovo. Mentre dormi guarisci, ed
è questo che devi fare adesso. Guarire.» Le sue scarpe stridettero leggermente mentre lasciava
la stanza.
Rose scivolò nel dormiveglia e poi vide di nuovo Viktor che le sorrideva dall’alto. Be’, zio
Lestan non portava mai i capelli così corti, vero? E non indossava mai quel genere di pullover,
anche se era di cashmere, o una camicia come quella, con il colletto sbottonato.
«Gli somigli così tanto», disse.
In lontananza sentì ancora la serenata, quella musica struggente, dolorosa, che tentava di
descrivere la bellezza, la pura bellezza, e così tormentosamente triste. «Lui me la cantava
quando ero piccola...»
«Ce l’hai detto», raccontò Viktor, «ecco perché te la stiamo facendo ascoltare.»
«Potrei giurare che gli somigli più di qualsiasi essere umano io abbia mai visto in vita
mia.»
Viktor sorrise. Insomma, era lo stesso sorriso, quello stesso sorriso contagioso e
amorevole.
«È perché sono suo figlio», spiegò lui.
«Il figlio di zio Lestan?» chiese lei. Era così assonnata. «Hai detto di essere suo figlio?» Si
drizzò a sedere, fissandolo. «Accidenti! Suo figlio. Non avevo idea che lui avesse un figlio!»
«Nemmeno lui lo sa, Rose», affermò Viktor. Si chinò su di lei e le baciò la fronte. Rose lo
cinse con le braccia, i tubicini fissati ai loro aghi che fluttuavano. «Sto aspettando da così
tanto tempo di poterglielo dire.»
6
CYRIL

Dormiva per mesi di seguito, a volte anni. Perché no? In una caverna sul monte Fuji aveva
dormito per secoli. C’erano anni in cui dormiva a Kyoto. Adesso si trovava a Tokyo. Non gli
importava.
Era assetato e folle. Aveva fatto dei brutti sogni, sogni sul fuoco.
Strisciò fuori dal suo nascondiglio e raggiunse le brulicanti strade notturne. Pioggia, sì,
pioggia rinfrescante. Non gli interessava granché chi fosse la vittima, fintanto che era giovane
e abbastanza vigorosa per sopravvivere a quel primo morso. Voleva cuori che pompassero il
sangue dentro di lui. Voleva quel sangue pompato da un altro cuore attraverso il suo.
Mentre si addentrava sempre più nel quartiere di Ginza, le luci al neon lo deliziarono e lo
resero felice. Luci che guizzavano, danzavano, sfrecciavano su e giù e lungo i bordi di enormi
immagini in movimento. Luci! Decise di prendersela comoda.
Strano che, quando emergeva dai suoi nascondigli, conoscesse sempre la lingua e le usanze
della popolazione insediata più vicino a essi, le cui vicende lo colmavano non tanto di stupore
quanto di piacere. La pioggia non poteva fermare la ressa di persone lì presenti, i bellissimi,
ben strofinati e profumati figli di questo secolo con il loro viso fresco, così intensi, così
innocenti, così disposti a fornirgli una sorsata dopo l’altra del loro sangue.
Bevi perché ti voglio. Ho parecchie cose da farti fare.
Ah, ecco quella voce molesta, quell’essere che gli parlava dentro la testa. Chi era
quell’arrogante shogun bevitore di sangue che pensava di potergli dire cosa fare?
Si asciugò le labbra con il dorso della mano. Gli esseri umani lo stavano fissando. Bene,
che lo fissassero pure. I suoi capelli castani erano luridi, naturalmente, così come gli stracci
che indossava, ma accelerò il passo, abilmente, allontanandosi rapido da occhi indiscreti. Poi
abbassò lo sguardo. Era scalzo. E chi può dire che non posso stare scalzo? Rise
sommessamente. Dopo essersi nutrito avrebbe fatto il bagno, si sarebbe lavato per benino e
imposto di «integrarsi».
Com’era arrivato lì, in quel paese? si chiese. A volte riusciva a rammentarlo, altre volte
no.
E perché stava cercando quel posto particolare, un edificio stretto che continuava a
comparirgli nella mente?
Sai per cosa ti voglio.
«No che non lo so», affermò ad alta voce, «ed è impossibile prevedere se lo farò.»
«Oh, sì che lo farai» fu la risposta che gli risuonò molto distintamente nel cervello. «Se
non fai quello che desidero ti punirò.»
Lui rise. «Pensi di poterci riuscire?»
Altri bevitori di sangue avevano minacciato di punirlo sin da quando riuscisse a ricordare.
Molto tempo prima, sul fianco del monte Fuji, un antico immortale gli aveva detto:
«Questa è la mia terra!» Bene, indovinate un po’ cosa gli era successo? Lui rideva ancora,
quando ci ripensava.
Ma, molto tempo prima di allora, aveva riso delle minacce di quanti lo circondavano, i
sacerdoti bevitori di sangue del tempio di lei, che lo minacciavano continuamente di punirlo
se non le obbediva. Si era meravigliato della timidezza degli dei bevitori di sangue che si
assoggettavano alle stupide regole della Madre. E quando aveva portato i suoi novizi fin
dentro il tempio perché bevessero da lei, quei sacerdoti codardi erano indietreggiati, non
osando sfidarlo.
L’ultima volta aveva portato là la ragazza carina, quella greca, Eudoxia, e l’aveva
sollecitata a bere dalla Madre. I sacerdoti erano montati su tutte le furie.
E la Madre? All’epoca non era nulla più che una statua piena del Sangue. Alla faccia di
tutte quelle ciance su divinità, nobile vocazione e motivi per soffrire e sacrificarsi e obbedire.
Se tornava molto indietro con la mente, fino ai suoi ricordi più antichi, fino alla
primissima volta in cui si era trovato in sua presenza, portato lì dall’anziano per bere da lei e
diventare un dio, si rendeva conto di aver pensato già allora che fossero tutte sciocchezze, un
cumulo di menzogne. Era stato abbastanza scaltro per fare quello che gli dicevano. Ah, quel
sangue era davvero squisito. E, prima di allora, cos’era stata la vita per lui? Fatica capace di
spezzare la schiena, fame, le costanti angherie del padre. D’accordo, morirò e rinascerò, poi vi
sfonderò la faccia con i miei nuovi pugni divini! Sapeva che un dio bevitore di sangue era
molto più forte di un essere umano. Volete darmi quel potere? Poserò il ginocchio a terra, ma
ve ne pentirete, miei cari bigotti.
«Bevi», disse l’essere che parlava nella sua testa. «Subito. Scegli una delle vittime che il
mondo ti offre.»
«Non devi dirmi cosa fare, idiota», replicò Cyril, sputando le parole nella pioggia. Si era
fermato e loro lo stavano fissando, dopo di che si esibì nella finta che aveva perfezionato,
cadendo in ginocchio per poi alzarsi, a capo chino, mentre entrava barcollando in un negozio
angusto ma lungo all’interno di uno stretto edificio, dove un’unica commessa aspettava i
clienti e gli andò incontro con le braccia protese, chiedendogli se si sentiva male.
Fu così semplice spingerla nella stanza magazzino dietro il piccolo emporio e tenerla
stretta con un braccio mentre le affondava le zanne nel collo. Lei rabbrividì e tremò come un
uccellino nella sua morsa, le parole che le morivano in gola. Il sangue era dolce di innocenza,
di salde convinzioni di armonia fra tutte le creature del pianeta, con l’esaltata sensazione che
quell’incontro che ora le annebbiava la mente e infine la paralizzava dovesse avere un
significato, altrimenti come poteva succederle una cosa simile?
Era stesa sul pavimento ai suoi piedi.
Cyril stava riflettendo sulla qualità del sangue. Molto ricco, molto sano, colmo di sapori
esotici, diverso dal sangue nell’epoca in cui lui era stato creato. Ah, quei robusti e possenti
umani moderni, quale mondo di cibo e bevande si godevano. Il sangue gli stava affinando la
vista, come sempre, e stava placando qualcosa dentro di lui a cui non sapeva dare un nome.
Spense le luci elettriche nel magazzino e rimase in attesa. Nel giro di pochi secondi un
paio di clienti entrarono nel negozio, un ragazzo alto e goffo e una pallida ed emaciata
fanciulla europea.
«Qua dietro», disse lui, invitandoli con un cenno, sorridendo, concentrando il suo prezioso
potere direttamente sui loro occhi, spostando lo sguardo dall’uno all’altra. «Venite.»
Era il suo modo preferito di farlo, con una gola tenera in ogni mano, prendendo prima
l’una e poi l’altra, suggendo, lappando, facendosi fluire in bocca il bollente sangue salato per
poi ricominciare, e poi di nuovo la prima vittima, indebolendole entrambe alla stessa velocità
ridotta finché non fu soddisfatto. Non poteva bere oltre. Tre decessi, ormai, lo avevano
attraversato con spasmi frenetici. Si sentiva accaldato e stanco e gli sembrava di poter vedere
dietro le pareti, oltre a poterle attraversare. Era sazio.
Prese la camicia del ragazzo, bianca e fresca e pulita, e se la infilò. Anche la salopette era
perfetta, e la cintura di pelle gli andava bene. Le scarpe erano grandi e morbide e con i lacci, e
gli stavano larghe, ma erano sempre meglio che sentirsi fissare, che dover combattere con
qualche piccola banda di mortali e poi seminarli, benché tutto ciò gli riuscisse abbastanza
facile.
Con la spazzola della giovane donna europea si tolse tutta la polvere e il terriccio dai
capelli castani, e con il suo vestito si pulì il viso e le mani. Lo rattristava guardarle tutte e tre
morte, le sue vittime, anche se doveva ammettere che succedeva sempre.
«Che sciocchezze sentimentali», disse l’essere che parlava dentro di lui.
«Chiudi il becco. Tu che ne sai?» esclamò Cyril.
Attraversò il negozio e tornò fra la calca nelle strade. Le torri illuminate gli svettavano
accanto, su entrambi i lati; le luci gli sembravano bellissime, magiche, salendo sempre più in
alto nel cielo: strisce di azzurro e rosso e giallo e arancione, e tutte quelle magistrali
iscrizioni. Gli piacevano quelle lettere, il giapponese. Gli ricordavano la grafia dei tempi
antichi, quando le persone avevano dipinto accuratamente le proprie parole su papiro e muri.
Perché svoltò lasciando la splendida strada maestra? Perché si lasciò la folla alle spalle?
Eccolo lì, l’alberghetto che stava cercando. Era lì che si nascondevano dal mondo, i
fastidiosi giovani, gli sciocchi e la maldestra plebaglia di bevitori di sangue.
Ah, sì, e adesso tu li brucerai, li brucerai tutti. Brucia l’edificio. Hai il potere di farlo. Il
potere si trova dentro di te, qui con me.
Era davvero quello, ciò che voleva fare?
«Fai come ti ho detto», ordinò la voce irata, stavolta a parole.
«Cosa mi importa di tutti i bevitori di sangue nascosti lì dentro?» chiese ad alta voce Cyril.
Non erano semplicemente smarriti e soli e intenti ad arrancare attraverso l’eternità proprio
come lui? Bruciarli? Perché?
«Il potere», disse l’essere. «Hai il potere. Guarda l’edificio. Lascia che il calore ti si
accumuli nella mente, concentralo e poi scaglialo davanti a te.»
Era da molto tempo che non provava a fare una cosa del genere. Era tentato di scoprire se
poteva ancora riuscirvi.
E tutt’a un tratto lo stava facendo. Sì. Percepì il calore, lo percepì come se la sua stessa
testa rischiasse di esplodere. Vide la facciata del piccolo albergo vibrare, la sentì
scricchiolare, e vide le fiamme sgorgare violente in ogni dove.
«Uccidili mentre escono!»
Nel giro di pochi secondi l’albergo si trasformò in una torre di fiamme. E loro stavano
correndo verso di lui, direttamente sulla traiettoria di colui che li stava bruciando. Fu come un
gioco lanciare il raggio contro uno di loro e poi un altro e un altro ancora. Per un attimo si
trasformarono in torce, morendo poi rapidamente sul pavimento lucido di pioggia.
Gli faceva male la testa. Indietreggiò barcollando. Una donna era ferma accanto
all’ingresso e singhiozzava, tendendo la mano verso uno dei giovani appena ridotti in cenere.
Era anziana. Servirebbe un enorme calore per bruciarla. Non voglio farlo. Non voglio fare
niente di tutto ciò.
«Ah, sì che vuoi farlo, invece! Ora liberala dalla sua pena e dalla sua sofferenza...»
«Sì, una tale pena e una tale sofferenza...»
Lui le scagliò addosso la forza invisibile con tutte le sue energie. Levando di scatto le
braccia lei fece altrettanto, ma il suo viso e le sue braccia stavano già annerendo. I suoi abiti
erano in fiamme. Le cedettero le gambe. Un’altra vampata e fu spacciata, poi un’altra e
un’altra ancora, e soltanto le sue ossa emanarono fumo mentre si scioglievano.
Lui doveva fare in fretta. Doveva prendere quelli che erano fuggiti dal retro.
Attraversò di corsa l’edificio in fiamme, colpendoli facilmente quando riemerse nella
pioggia.
Due, tre, poi un quarto, e alla fine non ne rimasero più.
Era seduto contro un muro, accasciato, e la pioggia gli inzuppava la camicia bianca.
«Vieni», disse la voce dittatoriale. «Adesso mi sei caro. Ti amo. Hai obbedito ai miei
ordini e ti ricompenserò.»
«No, vattene!» replicò Cyril, disgustato. «Non obbedisco agli ordini di nessuno.»
«Oh, ma l’hai appena fatto.»
«No», disse lui. Si alzò, le scarpe di tela bagnate e pesanti. Con repulsione se le strappò dai
piedi e le gettò via. Cominciò a camminare senza fermarsi. Stava uscendo dall’immensa città.
Si stava allontanando da tutto quell’orrore.
«Ho del lavoro per te in altri luoghi», affermò l’essere.
«Non per me», disse lui.
«Piangi da solo su quello. Per me non conta nulla.»
Cyril si fermò. Sentiva altri bevitori di sangue nella notte, in luoghi lontani. Sentiva delle
urla. Da dove arrivavano quelle grida terribili? Si disse che non gli importava.
«Se mi sfidi ti punirò», minacciò la creatura, in tono nuovamente furibondo. Ben presto,
però, mentre lui continuava a camminare, si zittì. Se n’era andata.
Molto prima del mattino raggiunse l’aperta campagna e sprofondò nel terreno per dormire
il più a lungo possibile. Al tramonto, tuttavia, la voce seccante era già tornata. «Non c’è molto
tempo. Devi andare a Kyoto. Devi annientarli.»
Cyril ignorò gli ordini. La voce si infuriò sempre più, come aveva fatto la sera precedente.
«Manderò un altro!» minacciò. «E una di queste notti, presto, ti punirò.»
Lui continuò a dormire. Sognò delle fiamme ma non gli importava. Non l’avrebbe più
rifatto, indipendentemente da cosa succedeva. A un certo punto, durante la notte, vide l’antico
rifugio di vampiri di Kyoto che bruciava e sentì di nuovo quelle urla terribili.
Ti punirò!
Gli augurò buona fortuna scimmiottando perfettamente lo slang americano che era arrivato
ad amare. «Good luck with that!»
7
LA STORIA DI ANTOINE

Era morto a diciotto anni, trasformato in vampiro mentre era in preda a debolezza e
confusione, percosso, bruciato e lasciato per morto insieme al suo Creatore. Nella sua fragile
quanto breve vita umana aveva suonato soltanto il piano, studiando al Conservatoire di Parigi
quando aveva appena dieci anni. Un genio, era stato definito, e oh, la Parigi di quei tempi.
Bizet, Saint-Saëns, Berlioz, persino Franz Liszt: lui li aveva visti, aveva sentito la loro musica,
li aveva conosciuti tutti. Sarebbe potuto diventare uno di loro, ma il fratello lo aveva tradito,
generando un figlio al di fuori del matrimonio e scegliendo lui – un terzogenito diciassettenne
– perché si assumesse la responsabilità dello scandalo. Era stato spedito in Louisiana con un
patrimonio che finanziò la sua rovina tramite il bere e l’assidua presenza, ogni sera, ai tavoli
da gioco. Solo ogni tanto, con fare vendicativo, aggrediva il pianoforte in qualche salotto alla
moda o atrio di albergo, lasciando deliziati e perplessi gli ascoltatori casuali con un tumulto di
violenti riff spezzati e melodie incoerenti. Appoggiato da prostitute e patrone delle arti
indiscriminatamente, approfittava del proprio aspetto fisico: capelli ondulati neri come
giaietto, pelle bianchissima, occhi di un azzurro molto intenso e una bocca a forma di arco di
Cupido che gli altri amavano baciare e tastare con la punta delle dita. Era alto ma allampanato,
dall’aria fragile ma notoriamente vigoroso, capace di sferrare agevolmente un pugno e
spaccare la mascella a chiunque potesse cercare di fargli del male. Fortunatamente non si era
mai rotto le preziose dita da pianista facendo cose del genere, ma sapendo che poteva
succedere aveva cominciato a portare con sé un coltello e una pistola; nemmeno lo stocco gli
era sconosciuto, e frequentò, almeno qualche volta, una scuola di scherma di gran moda a New
Orleans.
Per lo più andava a pezzi, si disintegrava, smarriva oggetti, si svegliava in camere
sconosciute, stava male a causa della febbre tropicale o del cibo avariato o per aver bevuto
fino a stordirsi. Non nutriva alcun rispetto per quella rozza, folle città fondamentalmente
coloniale. Non era Parigi, quel disgustoso luogo americano. Avrebbe anche potuto essere
l’inferno, per quel che gli interessava. Se il diavolo teneva dei pianoforti all’inferno, che
importanza aveva?
Poi Lestat de Lioncourt, l’archetipo di eleganza che viveva in rue Royale con il fidato
amico Louis de Pointe du Lac e la loro giovanissima pupilla Claudia, era entrato nella vita di
Antoine con la sua leggendaria generosità e il suo spavaldo abbandono.
Quei giorni, ah, quei giorni. Come sembravano splendidi, in retrospettiva, e com’erano
stati crudi e sgradevoli in realtà. La fatiscente New Orleans, il suo sudiciume, le piogge
incessanti, le zanzare e il tanfo di morte proveniente dai cimiteri fradici, le strade senza legge
sul lungofiume, e quell’enigmatico gentiluomo in esilio, Lestat, che lo sosteneva, gli metteva
dell’oro fra le mani, lo blandiva per allontanarlo dai bar e dalle roulette e lo sollecitava a
pestare sulla tastiera più vicina.
Gli aveva comprato il pianoforte migliore che fosse riuscito a trovare, un magnifico
pianoforte a coda Broadwood, spedito dall’Inghilterra e un tempo suonato dal grande Frédéric
Chopin.
Lestat aveva portato dei domestici a pulirgli l’appartamento. Aveva ingaggiato una cuoca
perché si assicurasse che lui mangiasse, prima di bere, e gli aveva spiegato che possedeva un
dono e doveva credere in esso.
Così affascinante Lestat, con le sue eleganti redingote nere e le lucide cravatte dal nodo
morbido, che misurava a grandi passi l’antico tappeto Savonnerie, spronando Antoine con una
strizzatina d’occhio e un sorriso luminoso, i capelli biondi arruffati e ribelli che gli
scendevano sul lindo colletto bianco. Profumava di lenzuola pulite, fiori freschi, pioggia
primaverile.
«Antoine, devi comporre», gli aveva detto. Carta, inchiostro, tutto quello che gli serviva
per scrivere. E poi quegli abbracci ardenti, baci insistenti e raggelanti quando, dimentichi dei
servitori silenziosi e devoti, restavano stesi insieme sul grande letto in legno di cipresso, sotto
il baldacchino in seta di un rosso fiammante. Era sembrato così freddo, Lestat, eppure così
sfrenatamente affettuoso. Di tanto in tanto quei baci non erano stati forse dolorosi, con quella
minuscola trafittura, come se un insetto lo stesse pungendo sulla gola? Cosa gli importava?
Quell’uomo lo inebriava. «Componi per me», si era sentito sussurrare all’orecchio Antoine, e
l’ordine gli si era impresso nel cuore.
A volte componeva per ventiquattro ore di seguito, senza mai fermarsi – senza badare
all’incessante rumore che giungeva dall’affollata strada fangosa fuori dalle sue finestre – e
poi, esausto, crollava addormentato sul pianoforte, stordito.
Lestat, con i guanti bianchi scintillanti e il bastone da passeggio d’argento brillante, gli
compariva davanti, splendente, il viso umido e le guance rubizze.
«Su, ora alzati, Antoine. Hai dormito abbastanza. Suona per me.»
«Perché credi in me?» chiedeva lui.
«Suona!» Lestat indicava i tasti del pianoforte.
Danzava in tondo mentre Antoine suonava, guardando su verso la luce offuscata del
lampadario di cristallo. «Così, bravo, ancora, bravo...»
Poi Lestat si accasciava sulla poltrona dorata dietro lo scrittoio e cominciava a scrivere
con sublime rapidità e accuratezza le note che Antoine stava suonando. Cosa ne era stato di
tutte quelle canzoni, tutti i fogli di pergamena, tutte le cartelle in pelle piene di musica?
Che meraviglia quelle ore a lume di candela, tende che svolazzavano nel vento e talvolta
persone riunite sulla panchina lì sotto per ascoltarlo suonare.
Fino all’orribile notte in cui Lestat era andato a chiedergli obbedienza.
Pieno di cicatrici, sudicio, vestito di stracci che puzzavano di palude, era diventato un
mostro. «Hanno cercato di uccidermi», aveva spiegato con un sussurro aspro. «Antoine, devi
aiutarmi!»
Non l’adorata bambina, Claudia, non l’adorato amico, Louis de Pointe du Lac! Non puoi
dire sul serio. Assassini, quei due, la coppia impeccabile e perfetta che veleggiava attraverso
la prima serata come immersa in un sogno condiviso, passeggiando sui nuovi marciapiedi
lastricati?
Quando quella cenciosa creatura menomata gli si era attaccata alla gola, Antoine aveva
visto tutto, aveva visto il crimine stesso, visto il suo amante seviziato più e più volte dal
coltello della bambina-mostro, visto il corpo di Lestat gettato nella palude, visto Lestat
uscirne. Adesso Antoine sapeva tutto. Il Sangue Oscuro gli era affluito nel corpo come un
liquido bruciante che sterminava qualsiasi particella umana sulla sua strada. La musica, la sua
stessa musica, gli risuonò nelle orecchie a un volume vertiginoso. Soltanto la musica poteva
descrivere quell’ineffabile potere, quella furiosa euforia.
Erano stati entrambi sconfitti quando si erano opposti a Claudia e Louis; Antoine era
rimasto orrendamente ustionato. Ecco come aveva appreso cosa significa diventare immortali.
Si potevano subire ustioni del genere e sopravvivere. Si poteva subire quello che per un essere
umano avrebbe significato la morte e perdurare comunque. Musica e dolore erano i misteri
gemelli della sua esistenza. Nemmeno lo stesso Sangue Oscuro lo ossessionava come la
musica e la sofferenza. Mentre rimaneva sdraiato accanto a Lestat sul letto a baldacchino
vedeva il proprio dolore in colori accesi e brillanti, la bocca aperta in un gemito perenne. Non
posso vivere così. Eppure non voleva morire, no, mai morire, nemmeno adesso, nemmeno con
la brama di sangue umano che lo spingeva a uscire nella notte benché il suo corpo non fosse
altro che dolore, dolore graffiato dal tessuto della sua camicia e dei pantaloni, persino dagli
stivali. Dolore e sangue e musica.
Per trent’anni mortali aveva vissuto da mostro, orrendo e pieno di cicatrici, scegliendo
come preda i più deboli dei mortali, andando a caccia negli affollati bassifondi degli
immigrati irlandesi per pasteggiare. Poteva creare la sua musica senza mai toccare i tasti di un
pianoforte. La sentiva nella testa, la sentiva montare e salire mentre lui muoveva le dita
nell’aria. Il miscuglio di rumori dei bassifondi infestati dai ratti, la risata tonante che arrivava
da una taverna di stivatori divennero una nuova musica per lui, presa nel rombo sommesso di
voci a destra e a sinistra o nelle grida delle sue vittime. Sangue. Datemi del sangue. Musica
che sarà mia per sempre.
Lestat era andato in Europa per dare la caccia a quei due, Claudia e Louis, che erano stati
la sua famiglia, i suoi amici, i suoi amanti.
Lui non aveva osato tentare un simile viaggio e aveva lasciato Lestat sui dock. «Addio,
Antoine.» Lestat lo aveva baciato. «Forse avrai una vita, qui nel nuovo mondo, la vita che io
desideravo.» Oro e oro e oro. «Tieni le stanze, tieni gli oggetti che ti ho dato.»
Ma lui non era stato furbo come Lestat. Non possedeva affatto il talento di saper vivere
come un mortale fra mortali. Non con quelle canzoni nella testa, quelle sinfonie, e il sangue
che lo chiamava sempre. Aveva sperperato la sua eredità, e anche l’oro di Lestat era sparito
troppo in fretta, benché lui non riuscisse mai a rammentare dove o come. Aveva lasciato New
Orleans dirigendosi a nord, dormendo nei cimiteri lungo la strada.
A St. Louis aveva ricominciato a suonare davvero. Fu una cosa stranissima. La maggior
parte delle sue cicatrici erano scomparse, ormai. Non sembrava più infetto e contagioso,
afflitto da qualche malattia deturpante.
Era come se si fosse svegliato da un sogno, e per anni il violino fu il suo strumento,
suonava persino per soldi a dei raduni di mortali, e riuscì a ridiventare un gentiluomo, con
raffinati abiti puliti e un appartamentino con quadri, un orologio d’ottone e un armadio pieno
di vestiti pregiati, ma non era servito a nulla. Soffriva di solitudine, era disperato. Il mondo
sembrava privo di mostri come lui.
Aveva puntato verso ovest, senza sapere perché. Nel penultimo decennio dell’Ottocento
suonava il piano nei covi del vizio del quartiere di Barbary Coast, a San Francisco, e cacciava i
marinai per berne il sangue. Fece carriera passando dai saloon per marinai alle eleganti sale da
concerto e ai bordelli francesi e cinesi, ingozzandosi della plebaglia in strade buie in cui gli
omicidi dilagavano.
Arrivò gradualmente a capire che i bordelli di qualità lo amavano, persino i più raffinati, e
ben presto si ritrovò circondato da ammirate signore della notte, che per lui rappresentavano
una consolazione ed erano quindi immuni dalla sua sete omicida.
Nelle case di tolleranza di Chinatown si innamorò delle dolci, tenere e giovani schiave
esotiche che si deliziavano della sua musica.
E, infine, nei grandi music hall udì gli applausi per le canzoni che scriveva in maniera
estemporanea e per le sue vertiginose improvvisazioni. Era tornato nel mondo. Adorava la
cosa. Vestito come un dandy si spalmava la brillantina sui capelli scuri, teneva stretto fra i
denti un sigaro spuntato e si smarriva nei tasti d’avorio, inebriato dall’adulazione tutt’intorno
a lui.
Ma altri vampiri si insinuarono nel suo sanguinoso paradiso, i primi che vedesse da
quando Lestat era salpato dai dock di New Orleans.
Maschi potenti in gilet di broccato e redingote eleganti, che sfruttavano il proprio talento
per barare a carte e intontire le loro vittime, lo studiavano freddamente e lo minacciavano
prima di fuggire. Nelle buie vie di Chinatown si imbatté in un bevitore di sangue cinese con un
lungo cappotto scuro e un cappello nero che lo minacciò con un’accetta.
Pur desiderando disperatamente conoscere quei vampiri – pur volendo fidarsi di loro,
parlare con loro, raccontare loro la storia del suo viaggio – lasciò San Francisco in preda al
terrore.
Abbandonò le graziose cameriere e cortigiane che lo avevano sostenuto con la loro
amicizia e abbandonò il suo agevole attingere sangue dagli ubriachi.
Si spostò di città in città, suonando nelle piccole e rauche orchestre dei teatri ovunque
trovasse lavoro. Non durava mai a lungo. In fondo era un vampiro, sembrava soltanto umano,
e un vampiro non può spacciarsi per umano a tempo indeterminato e all’interno dello stesso
intimo gruppetto di mortali. Gli altri cominciavano a fissarlo, a fare domande, poi a evitarlo, e
alla fine si sviluppava una fatale avversione, come se avessero scoperto un lebbroso in mezzo
a loro.
Ma i suoi numerosi conoscenti mortali continuavano a scaldargli il cuore. Nessun vampiro
può vivere solo di sangue e uccisioni; tutti gli immortali hanno bisogno di affetto, o almeno
così credeva. Di tanto in tanto si faceva dei cari amici, coloro che glielo consentivano e non
ponevano mai domande sulle sue eccentricità, le sue abitudini, la sua pelle gelida.
Il vecchio secolo morì e il nuovo nacque, e Antoine rifuggiva dalle luci elettriche,
rimanendo nei vicoli immersi in una misericordiosa oscurità. Ormai era del tutto guarito; non
conservava traccia delle antiche ferite e anzi, nel corso degli anni sembrava essere diventato
più forte. Eppure si sentiva brutto, repellente, inadatto alla vita, vivendo di momento in
momento come un drogato. Gravitava intorno ai deformi, ai malati, ai bohémien e agli
oppressi quando voleva una serata di conversazioni, giusto un pizzico di compagnia cerebrale.
Quello gli impediva di piangere. Gli impediva di uccidere in maniera troppo brutale e
indiscriminata.
Dormiva nei cimiteri quando riusciva a trovare una cripta ampia e segreta, oppure dentro
una bara in scantinati, e ogni tanto restava quasi intrappolato dal sole mentre scavava
direttamente nell’umida Madre Terra, pregando di morirvi.
Paura e musica e sangue e dolore. La sua esistenza era ancora quella.
Scoppiò la Grande Guerra. Il mondo come lui lo conosceva stava per finire.
Non ricordava chiaramente com’era arrivato a Boston, ma solo che era stato un lungo
viaggio e lui aveva dimenticato perché aveva scelto proprio quella città. E lì, per la prima
volta, si era rifugiato sottoterra per il lungo sonno. Sarebbe sicuramente morto lì, sepolto
com’era, settimana dopo settimana, mese dopo mese, con soltanto il ricordo del sangue che lo
riportava saltuariamente a un disagevole stato di coscienza. Quella sarebbe senza dubbio stata
la fine. E l’ineluttabile, totale oscurità avrebbe inghiottito senza misericordia qualsiasi
domanda o passione lo avesse mai ossessionato.
Bene, non morì, ovviamente.
Trascorse mezzo secolo prima che si levasse di nuovo, affamato, emaciato, disperato ma
sorprendentemente forte. E a farlo uscire fu la musica, ma non quella che un tempo aveva
tanto amato.
Fu la musica del vampiro Lestat – il suo antico Creatore – adesso una sensazionale
rockstar, con musica trasportata dalle onde radio, sparata a tutto volume dagli schermi
televisivi, musica che filtrava da minuscoli trasmettitori non più grandi di un mazzo di carte
da gioco che le persone ascoltavano grazie a tappi infilati nelle orecchie.
Oh, che meraviglia vedere Lestat così ben risanato! Il cuore di Antoine voleva
disperatamente raggiungerlo.
Adesso i Non Morti erano ovunque, nel nuovo continente. Forse erano sempre stati lì,
propagandosi, riproducendosi, creando novizi come era stato creato lui. Non poteva saperlo.
Sapeva soltanto che adesso i suoi poteri erano più numerosi; riusciva a leggere nella mente dei
mortali, a udirne i pensieri quando non voleva farlo, e sentiva quella musica incessante e le
strane storie macabre che Lestat raccontava nei suoi brevi videoclip.
Discendiamo da antichi genitori provenienti dall’Egitto più tenebroso: Akasha ed Enkil.
Uccidete la Madre e il Padre e moriremo tutti, o così sostenevano le canzoni. Cosa voleva
ottenere il vampiro Lestat con quella personalità mortale: rockstar, reietto, mostro che
radunava dei mortali a un concerto a San Francisco, che radunava i Non Morti?
Antoine si sarebbe voluto dirigere a ovest per vederlo sul palco, ma stava ancora lottando
con le più semplici difficoltà della vita nel tardo XX secolo, quando iniziarono i massacri.
In tutto il mondo, i Non Morti stavano venendo eliminati mentre case di congrega e
taverne di vampiri venivano ridotte in cenere, con novizi e Antichi annientati mentre
fuggivano.
Apprese tutto ciò dalle grida telepatiche di fratelli e sorelle che non aveva mai conosciuto
in luoghi in cui non era mai stato.
«Fuggite, andate dal vampiro Lestat, lui ci salverà!»
Antoine non riusciva a capire. Suonava nella metropolitana di New York in cambio di
spiccioli e una volta venne aggredito da una gang di tagliagole mortali che miravano ai suoi
guadagni, li sterminò e lasciò la città puntando verso sud.
Le voci dei Non Morti dicevano che era la Madre, Akasha, a uccidere i suoi figli, l’antica
regina egizia. Lestat era stato fatto prigioniero da lei. Gli anziani si stavano riunendo. Antoine,
come molti altri, era vittima di strani sogni. Suonava freneticamente il violino nelle strade per
circondarsi di una solitudine che riusciva a gestire e sostenere.
Poi le voci immortali del mondo tacquero.
Un’imprecisata catastrofe aveva eliminato i bevitori di sangue dal pianeta.
Gli sembrava di essere l’unico rimasto in vita. Andava di città in città suonando il violino
agli angoli di strada, dormendo nuovamente in cimiteri e cantine abbandonate, affamato,
intontito, bramando un rifugio che pareva al di fuori della sua portata. La sera scivolava dentro
taverne o night-club affollati solo per sentirsi intorno del calore umano, dei corpi che lo
sfioravano, solo per nuotare nel suono di voci umane felici e nell’aroma del sangue.
Cosa ne era stato di Lestat? Dov’era quello sfavillante Tiziano con la sua redingote di
velluto rosso e i suoi merletti, che aveva ruggito con tanta sicurezza e tanto potere dal
palcoscenico della musica rock? Antoine non lo sapeva e desiderava scoprirlo, ma desiderava
ancor più sopravvivere, consciamente, in quel nuovo mondo, e si impegnò nel tentativo di
riuscirvi.
A Chicago riuscì a gestire un vero e proprio alloggio e guadagnava discretamente
suonando agli angoli delle strade, e ben presto un gruppo di mortali prese a riunirsi ogni sera
per accoglierlo quando compariva. Fu semplice approdare di nuovo a bar e ristoranti, e ancora
una volta si ritrovò seduto davanti a un pianoforte in un night-club buio, con le banconote da
venti dollari che riempivano il bicchiere da brandy accanto al leggio per gli spartiti.
In seguito affittò una villetta di legno bianca a tre piani in un sobborgo chiamato Oak Park,
costituito da pregevoli edifici come quello, e si comprò un vecchio baule da viaggio in cui
dormire durante il giorno e un pianoforte tutto suo. Gli piacevano i suoi vicini mortali. Diede
loro dei soldi perché assumessero per lui il giardiniere o la donna delle pulizie che gli
raccomandavano. A volte spazzava persino i marciapiedi personalmente, nelle primissime ore
del mattino, con una grossa scopa gialla. La cosa gli piaceva, il grattare della scopa e le foglie
che si ammassavano, arricciate e marroni, e il marciapiede così pulito. Dobbiamo forse
disprezzare tutte le cose mortali?
Trovava riposanti le vie di Oak Park con i loro enormi alberi. Ben presto cominciò a
comprare vestiti decenti in empori tutti illuminati. E nel suo confortevole salotto guardava la
televisione da mezzanotte all’alba, imparando tutto sul mondo moderno in cui era emerso,
imparando come le cose venivano fatte, come dovevano essere. Un flusso costante di drammi,
soap opere, notiziari e documentari gli insegnò ben presto tutto.
Restò appoggiato allo schienale della sua grande poltrona imbottita meravigliandosi del
cielo azzurro e del sole brillante che vedeva di fronte a sé sul grande schermo televisivo.
Guardò lucide e potenti automobili americane che sfrecciavano su strade di montagna e
attraverso praterie. Guardò un malinconico e occhialuto insegnante discutere con voce sonora
«l’ascesa dell’uomo».
C’erano poi i filmati di concerti sinfonici, le opere in versione integrale, gli interminabili
concerti solisti! Temette di impazzire per la bellezza del tutto: vedere in colori brillanti e
dettagli ipnotici la London Philharmonic che suonava la Nona sinfonia di Beethoven o il
grande Itzhak Perlman sfrecciare attraverso un concerto di Brahms circondato da un’orchestra.
Andando a Chicago per cacciare comprò dei biglietti per assistere ai magnifici spettacoli
nell’immenso teatro dell’opera, sbalordito dalle sue dimensioni e sontuosità. Era consapevole
della ricchezza del mondo, consapevole di un’epoca che sembrava fatta apposta per la sua
sensibilità.
Dov’era Lestat, in quel mondo? Cosa gli era successo? Nei negozi musicali vendevano
ancora i suoi vecchi album. Era possibile acquistare un video del suo unico concerto, che
aveva registrato il tutto esaurito. Ma lui dov’era? E si sarebbe ricordato dell’Antoine che un
tempo amava? Oppure si era creato un’intera legione di seguaci, dopo quelle remote notti nel
sud degli Stati Uniti?
Andare a caccia era più difficile in quella grande epoca, certo. Bisognava cercare in lungo
e in largo per trovare gli odiosi delinquenti umani che in tempi passati erano stati
infinitamente più numerosi e a portata di mano. Lui non poteva trovare nessuna fogna
metropolitana uguale all’antico quartiere di Barbary Coast, ma non gli dispiaceva. Non
«amava» le sue vittime. Non le aveva mai amate. Voleva nutrirsi e farla finita.
Una volta individuata una vittima era implacabile. Quell’uomo o donna non aveva modo di
nascondersi. Lui sgattaiolava agevolmente dentro case buie e accarezzava il suo bersaglio con
mani ruvide e bramose. Che il sangue sia sangue.
Ben presto cominciò a suonare il piano, stipendiato, in un ristorante elegante e a
guadagnare parecchio anche con le mance. E imparò a cacciare più abilmente fra gli innocenti
– bevendo da una vittima dopo l’altra su piste da ballo affollate finché non ne aveva
abbastanza – senza uccidere o menomare nessuno. La cosa richiedeva disciplina, ma lui ci
riusciva. Riusciva a fare ciò che doveva fare per sopravvivere, ormai, a prendere parte a
quell’epoca, a sentirsi vitale e resistente e sì, immortale.
L’ambizione cominciò a crescere dentro di lui. Aveva bisogno di documenti per vivere in
quel mondo, aveva bisogno di ricchezza. Lestat aveva sempre avuto dei documenti per vivere
fra i mortali, aveva sempre posseduto un’enorme ricchezza. Nelle notti di così tanto tempo
prima era stato un gentiluomo rispettato e molto in vista per il quale sarti e negozianti
tenevano aperto fino a tardi, un patrono delle arti, una figura consueta che salutava con un
cenno del capo coloro a cui passava accanto in Jackson Square o sui gradini della cattedrale.
Aveva avuto un avvocato che gestiva i suoi affari nel mondo, andava e veniva a suo
piacimento. «Queste cose non contano», diceva. «Il mio patrimonio è suddiviso fra varie
banche. Avrò sempre quello che mi serve.»
Antoine avrebbe fatto la stessa cosa, avrebbe imparato. Eppure non vantava alcun talento
in quel campo. Qualcuno poteva sicuramente falsificare i documenti per lui, doveva
concentrarsi su quello. Doveva godere di una certa sicurezza in quel mondo, e voleva un
veicolo, sì, una potente auto americana, così da poter percorrere chilometri e chilometri in una
sola nottata.
Le voci giunsero di nuovo.
I Non Morti stavano tornando, e in gran numero nelle città del Nord America. E le voci
stavano parlando, raccontavano della popolazione che si stava diffondendo in tutto il mondo.
La vecchia regina era stata annientata, ma Lestat e un consiglio di immortali le erano
sopravvissuti, e adesso la nuova Madre era una donna dai capelli rossi, antica come lo era stata
la regina: Mekare, una strega priva della lingua.
Silenziosa la nuova Regina dei dannati, silenziosi gli immortali che erano sopravvissuti
insieme a lei. Nessuno sapeva cosa ne era stato di loro, dove erano finiti.
Cosa c’entrava tutto questo con Antoine? Gli importava e non gli importava.
Le voci parlavano di sacre scritture vampiresche, un canone, per così dire: le Cronache dei
vampiri. Ce n’erano state due, e ora erano tre, e il canone raccontava cosa era successo a
Lestat e agli altri, raccontava della «Regina dei dannati».
Entrando spavaldo in una libreria tutta illuminata, Antoine comprò i volumi e li lesse in
una settimana di nottate bizzarre.
Nelle pagine del primo libro, pubblicato molto tempo prima, trovò se stesso, senza nome,
«il musicista», senza nemmeno una descrizione fisica se non che era stato un «ragazzo», una
mera nota a piè di pagina per la vita e le avventure del suo Creatore come narrate dal vampiro
Louis, quello che Lestat aveva tanto amato e temuto di far infuriare. «Lasciagli il tempo di
abituarsi all’idea, Antoine, e poi ti trasformerò in uno di noi. Non posso... non posso perderli,
Louis e Claudia.» E loro gli si erano rivoltati contro, avevano cercato di ucciderlo, gettato il
suo corpo nella palude. E dopo la battaglia finale fra fiamme e fumo in cui lui aveva
combattuto con Lestat per punirli, Antoine non era stato mai più citato.
Che importanza aveva? Claudia era morta per tutto ciò, ingiustamente. Louis era
sopravvissuto. I libri erano pieni di storie di altri esseri più vecchi e potenti.
Quindi adesso dov’erano, quei grandi sopravvissuti al massacro della regina Akasha? E
quanti come Antoine stavano vagando per il mondo, deboli, impauriti, senza compagni né la
consolazione dell’amore, aggrappandosi all’esistenza come lui?
Le voci gli dissero che non c’era nessuna congrega di anziani ideale. Parlavano di
indifferenza, mancanza di leggi, un farsi da parte degli Antichi, di guerre per il territorio che
sfociavano sempre nella morte. C’erano noti Maestri raminghi che trasformavano dei mortali
in vampiri ogni notte, finché il loro vigore non si esauriva e il Trucco Oscuro non funzionava
più, quando lo tentavano.
Non passarono nemmeno sei mesi prima che una banda di vampiri vagabondi braccasse
Antoine.
Lui aveva appena terminato il più recente libro delle sacre scritture dei vampiri, Il ladro di
corpi di Lestat, e si trovava in uno dei vicoli del centro di Chicago. Nelle prime ore del
mattino lo circondarono con lunghi coltelli, pallidi gangster vampireschi dal sorriso beffardo e
dai capelli fiammeggianti, ma lui era troppo forte per loro, troppo veloce. Trovò dentro di sé
una riserva del potere telecinetico descritto nelle Cronache e, pur non essendo abbastanza
potente per incenerirli o ucciderli, li scagliò all’indietro, scaraventandoli contro muri e
marciapiedi, riempiendoli di lividi e facendo perdere loro i sensi, il che gli diede il tempo
necessario per usare i loro lunghi coltelli per decapitarli. Ebbe a malapena quello di
nasconderne i resti insanguinati sotto dei cumuli di immondizia prima di raggiungere la sua
tana.
Delle voci gli dissero che zuffe e morti come quelle si stavano verificando in città
americane sparse ovunque, e in realtà anche in città del vecchio mondo e in Asia.
Lui non poteva andare avanti così, in un mondo del genere. Correva il rischio di essere
scoperto, il rischio di venire coinvolto in battaglie di rappresaglia. Chicago era sicuramente un
posto troppo comodo e redditizio per i Non Morti, e il rifugio di Antoine a Oak Park troppo
vicino.
Una notte la sua casa, la sua bellissima, vecchia ed elegante villetta di legno bianca con le
ampie verande e le rifiniture simili a merletti venne completamente distrutta dalle fiamme
mentre lui era a caccia.
Alla fine lo intrappolarono a St. Louis.
Si definivano una «congrega». Lo circondarono, lo cosparsero di benzina e gli diedero
fuoco. Lui si infilò nella terra per spegnere le fiamme e poi tornò in superficie. Lo
inseguirono. Continuò a correre per chilometri, ustionato, in preda ad atroci dolori,
seminandoli agevolmente e seppellendosi di nuovo.
Da allora erano successe parecchie cose, nel mondo.
Ma a lui non molte.
Nella terra dormì, sanandosi, la mente che fluttuava in un febbrile regno di semicoscienza
in cui Antoine sognò di trovarsi ancora a New Orleans mentre Lestat ascoltava la sua musica,
gli sussurrava che aveva un enorme talento, e poi c’erano le fiamme.
In seguito, sognando, udì distintamente un giovane vampiro che gli parlava, e non si
rivolgeva soltanto a lui ma a tutti i Figli della Notte, ovunque si trovassero. Era un vampiro di
nome Benji Mahmoud che trasmetteva da New York, e Antoine non avrebbe saputo dire per
quante notti lo ascoltò prima di levarsi dalla terra. Una splendida e ondeggiante musica di
pianoforte gli colmò le orecchie, mentre Benji parlava, e Antoine capì, con assoluta certezza,
che era la musica di un vampiro come lui, che nessun mortale avrebbe potuto dare vita a
melodie così intricate, bizzarre e perfette. Si chiamava Sybelle, quel vampiro, disse Benji
Mahmoud, la cui voce talvolta si affievoliva fino a scomparire per lasciare che la musica si
impossessasse delle onde radio.
Benji Mahmoud e Sybelle lo spinsero a tornare ancora una volta in superficie e affrontare
le brillanti, pericolose notti elettriche del nuovo secolo.
Era l’anno 2013. Il semplice fatto lo lasciò di stucco. Erano trascorsi più di vent’anni e la
sua carne bruciata era guarita. La sua forza era più straordinaria che mai. La sua pelle era più
bianca, gli occhi più acuti, le orecchie persino più sensibili.
Quanto affermato dalle sacre scritture vampiresche era vero: ci si sanava, nella terra, e ci
si rafforzava grazie al dolore.
Il mondo era pieno di suoni, onde su onde di suono.
Quanti altri bevitori di sangue sentivano Benji Mahmoud e il piano di Sybelle? Quante
altre menti lo trasmettevano? Lui non lo sapeva. Sapeva soltanto di riuscire a udirlo,
flebilmente ma con sicurezza, e riusciva a udire e percepire ovunque loro, i Figli della Notte,
troppi, indubbiamente, che ascoltavano la voce di Benji. Ed erano spaventati.
I massacri erano ricominciati. Massacri simili ai roghi scatenati da Akasha, massacri di
vampiri nelle città all’altro capo del mondo.
«Sta venendo per noi», dicevano le voci di quelli spaventati. «Ma chi è? È la Madre muta,
Mekare? Si è rivoltata contro di noi come ha fatto Akasha? Oppure è il vampiro Lestat? È lui
quello che sta tentando di spazzarci via per tutti i nostri crimini contro la nostra stessa specie,
i nostri litigi, le nostre dispute?»
«Fratelli e Sorelle della Notte», dichiarò Benji, «non abbiamo genitori. Siamo una tribù
senza un capo, una tribù senza un credo, una tribù senza un nome.» La musica suonata da
Sybelle era magistrale, increspata di genialità soprannaturale. Ah, come l’amava, Antoine.
«Figli della Notte, Figli delle Tenebre, Non Morti, immortali, bevitori di sangue, revenants,
perché non abbiamo un nome onorevole ed elegante?» volle sapere lui. «Ve ne supplico, non
combattete, non cercate di farvi del male a vicenda. Unitevi, adesso, contro le forze che
vogliono annientarci. Traete vigore gli uni dagli altri.»
Antoine si mosse con rinnovata determinazione. Sono di nuovo vivo, pensò, posso morire
un migliaio di morti come un qualsiasi codardo e tornare in vita. Cacciava ai margini come
prima, lottando per procurarsi vestiti, denaro, alloggio, una nuova epoca che gli divampava
intorno, variopinta. In una stanzetta d’albergo studiò il suo nuovo computer Apple, deciso a
padroneggiarne l’uso, collegandosi ben presto con il sito web e il programma radiofonico di
Benji Mahmoud.
«Dei vampiri sono stati massacrati a Mumbai», annunciò Benji. «La notizia è stata
confermata. È successa la stessa cosa a Tokyo e Pechino. Asili e santuari dati alle fiamme e
tutti coloro che fuggivano sterminati, solo i più veloci e i più fortunati sopravvissuti per
comunicarci la notizia, fornirci le foto.»
Una bevitrice di sangue sconvolta che chiamava da Hong Kong rivelò concitata tutte le sue
paure a Benji.
«Mi rivolgo agli Antichi», disse lui. «A Mekare, Maharet, Khayman. Parlate con noi.
Diteci perché sono avvenute queste stragi. È cominciato un nuovo Tempo dei Grandi Roghi?»
Vari ascoltatori chiamarono implorando il permesso di raggiungere Benji e Louis e
Armand per esserne protetti.
«No. Non è possibile», confessò Benji. «Credetemi, il posto più sicuro per voi è quello in
cui siete ora, ma evitate le case di congrega conosciute o bar e taverne di vampiri. E se
assistete a questa orripilante violenza mettetevi al riparo. Ricordate che coloro che colpiscono
con il dono del fuoco devono riuscire a vedervi, per potervi annientare! Non scappate dove
sareste allo scoperto. Se possibile rifugiatevi sottoterra.»
Finalmente, dopo diverse notti, Antoine riuscì a prendere la linea. Con un sussurro ansioso
spiegò a Benji di essere stato creato dal grande vampiro Lestat in persona. «Sono un
musicista! Permettimi di venire da te, te ne supplico», implorò. «Dammi conferma di dove ti
trovi.»
«Vorrei poterlo fare, fratello», ribatté Benji, «ma ahimè, non posso. Non tentare di
trovarmi. E stai attento. Questi sono tempi terribili per la nostra specie.»
A tarda notte Antoine scese nella buia sala da pranzo dell’albergo e suonò il pianoforte per
lo sparuto e stanco personale del turno di notte che si fermava solo saltuariamente ad
ascoltarlo mentre lui riversava la sua anima sui tasti.
Avrebbe ritelefonato da un altro numero. Avrebbe supplicato Benji di capire. Antoine
voleva suonare musica come Sybelle. Aveva quel dono da offrire. Stava dicendo la verità
quando parlava del suo Creatore. Benji doveva sforzarsi di capire.
Per due mesi lavorò ogni notte sulla sua musica, e durante quel periodo lesse i libri
successivi delle sacre scritture vampiresche, le biografie di Pandora, Marius e Armand.
Adesso sapeva tutto sul beduino, Benji Mahmoud, e la sua amata Sybelle: Benji, un
ragazzino di dodici anni quando il grande vampiro Marius lo aveva reso immortale, e Sybelle,
l’eterna monella che un tempo aveva suonato soltanto l’Appassionata di Beethoven, ancora e
ancora, ma adesso passava in rassegna il repertorio di tutti i grandi che Antoine conosceva e di
recenti compositori che lui non aveva nemmeno sognato.
Tormentato e stimolato dalla musica di Sybelle, si sforzò di raggiungere la perfezione,
assalendo pianoforti in bar, ristoranti, aule e auditori deserti, negozi di pianoforti e persino
case private.
Aveva ripreso a comporre, spaccando tasti per la foga, spezzando corde.
Un altro terribile rogo divampò a Taiwan.
Adesso Benji era furioso mentre chiedeva agli anziani di far luce su quanto stava
accadendo alla tribù. «Lestat, dove sei? Oppure sei diventato Caino, l’assassino dei tuoi
fratelli e sorelle?»
Finalmente Antoine aveva abbastanza soldi per comprare un violino di buona qualità.
Andò in campagna per suonare sotto le stelle. Si gettò con foga su Stravinsky e Bartók, di cui
aveva studiato il lavoro grazie a delle registrazioni. La testa gli brulicava della nuova
dissonanza e dei gemiti della musica moderna. Capiva quel linguaggio tonale, quell’estetica:
parlavano a nome della paura e del dolore, la paura che era diventata terrore, il dolore che era
diventato il sangue stesso nelle vene di Antoine.
Doveva assolutamente raggiungere Benji e Sybelle.
A spingerlo più di qualsiasi altra cosa era la profonda solitudine. Sapeva che sarebbe finito
di nuovo sottoterra se non avesse trovato qualcuno della sua specie da amare. Sognava di
creare musica insieme a Sybelle.
Sono un anziano, adesso? Oppure sono un vagabondo da uccidere non appena lo si
avvista?
Una notte Benji parlò dell’ora, e delle condizioni meteo, confermando che stava davvero
trasmettendo dal Nord della East Coast. Riempito uno zainetto di pelle con il suo violino e le
sue composizioni, Antoine si diresse a nord.
Appena fuori da Philadelphia incontrò un altro bevitore di sangue ramingo. Per poco non
fuggì, ma l’altro gli si fece incontro con le braccia spalancate. Era un vampiro snello ma
dall’ossatura robusta, con capelli arruffati e occhi enormi, e implorò Antoine di non avere
paura e non fargli del male, e si strinsero, quasi singhiozzando l’uno fra le braccia dell’altro.
Il nome del ragazzo era Killer e aveva poco più di cento anni. Era stato creato, disse, nei
primissimi giorni del XX secolo in un remoto paesino del Texas da un vagabondo come lui
che lo aveva incaricato di seppellire le sue ceneri dopo che si fosse immolato con il fuoco.
«È così che molti di loro lo facevano, a quei tempi», spiegò, «proprio come, secondo la
descrizione di Lestat, fece Magnus dopo averlo creato. Quando sono stanchi di tutto si
scelgono un erede, ci danno il Sangue Tenebroso e ci incaricano di spargere le loro ceneri
quando non sono più ma cosa mi importava? Avevo diciannove anni. Volevo essere
immortale, e il mondo era sconfinato, nel 1910. Potevi andare ovunque, fare qualsiasi cosa.»
In un motel economico, seduti davanti al bagliore tremolante di un televisore con il
volume azzerato come se fosse la luce guizzante di un caminetto, parlarono per ore.
Killer era sopravvissuto al remoto massacro di Akasha, la grande regina. Nel 1985 era
andato fino a San Francisco per ascoltare il vampiro Lestat sul palco, solo per vedere centinaia
di bevitori di sangue annientati dopo il concerto. Lui e il suo compagno, Davis, erano stati
fatalmente separati e Killer, sgattaiolando nei bassifondi di San Francisco, si era ritrovato a
essere, la sera seguente, uno dei pochissimi superstiti che fuggivano dalla città, felici di essere
vivi. Non aveva più rivisto Davis, il bellissimo vampiro di colore che aveva amato. All’epoca
avevano fatto parte della Banda delle Zanne. Portavano persino il nome della gang scritto sulla
giacca di pelle, guidavano una Harley e non passavano mai più di due notti nello stesso posto.
Ormai finiti per sempre, quei tempi.
«Il Grande Rogo, adesso, è inevitabile», spiegò ad Antoine. «La situazione non può andare
avanti così. Ti assicuro che all’epoca, prima che Lestat comparisse sulla scena, era tutto
diverso. Semplicemente non eravamo così tanti, e io e i miei amici gironzolavamo in santa
pace nelle cittadine di campagna. All’epoca c’erano case di congrega, una sorta di asili, e bar
per vampiri in cui poteva entrare chiunque, sai, dei rifugi sicuri, ma la regina spazzò via tutto
questo. E con esso scomparve ciò che restava della legge e dell’ordine vampireschi. Da allora i
vagabondi e i cani sciolti si sono riprodotti ovunque, e i gruppi combattono fra loro. Non c’è
nessuna disciplina, nessuna regola. Ho tentato di associarmi con i giovani, a Philadelphia.
Sembravano cani rabbiosi.»
«Conosco quella vecchia storia», affermò Antoine, tremando, rammentando quelle
fiamme, quelle indicibili fiamme. «Ma devo raggiungere Benji e Sybelle. Devo raggiungere
Lestat.»
Durante tutti quegli anni non aveva mai raccontato a nessuno la storia della sua vita. Non
l’aveva raccontata nemmeno a se stesso. E adesso, con la lanterna delle Cronache dei vampiri
che illuminava il suo strano viaggio, la narrò senza interruzioni a Killer. Temeva di venire
deriso, ma non fu affatto così.
«Era mio amico, Lestat», confessò. «Mi ha parlato del suo amante, Nicolas, che era stato
un violinista. Diceva di non poter parlare sinceramente alla sua piccola famiglia, a Louis o
Claudia, perché avrebbero riso di lui, quindi si confidava soltanto con me.»
«Vai a New York, amico mio, e Armand ti ridurrà in cenere», replicò Killer. «Oh, non
Benji o Sybelle, no, e forse nemmeno Louis... ma Armand lo farà senza che loro battano
ciglio. E anche loro sono in grado di farlo. Hanno il sangue di Marius nelle vene, quei due, ma
è Armand quello che uccide. A Manhattan ci sono otto milioni di persone e quattro Non Morti.
Ti avviso, Antoine, non ti ascolteranno. Non baderanno al fatto che ti abbia creato Lestat, o
almeno non credo. Diavolo, non avrai nemmeno l’opportunità di rivelarglielo. Ti uccideranno
non appena ti vedono. Sai che devono vederti per riuscire a incenerirti, vero? Non possono
farlo, altrimenti. Armand, tuttavia, ti darà la caccia e tu non potrai nasconderti.»
«Devo andare comunque», affermò Antoine. Scoppiò in lacrime. Si strinse il torace con le
braccia e si dondolò avanti e indietro sul bordo del letto. I lunghi capelli neri gli caddero sul
viso. «Devo tornare da Lestat. Devo farlo assolutamente. E se c’è qualcuno che può aiutarmi a
trovarlo è Louis, vero?»
«Diavolo, amico», ribatté Killer, «non capisci? Tutti stanno cercando Lestat. E questi roghi
stanno scoppiando e si stanno spostando verso ovest. Negli ultimi due anni nessuno ha mai
visto Lestat, amico. E l’ultimo avvistamento a Parigi potrebbe essere fasullo. Ci sono un sacco
di tizi tutti eleganti e spavaldi che se ne vanno in giro spacciandosi per Lestat. L’anno scorso
ero giù a New Orleans e se ti dicessi quanti falsi Lestat si aggiravano tracotanti per la città in
camicia da pirata e stivali da due soldi non ci crederesti. Quel posto ne è pieno. Mi hanno
spinto a scappare dopo una sola notte.»
«Non posso continuare da solo», ammise Antoine. «Devo raggiungerli. Devo suonare il
violino per Sybelle. Devo diventare parte di loro.»
«Ascolta, vecchio mio», replicò Killer, rabbonito e comprensivo e cingendolo con un
braccio, «perché non vieni a ovest con me? Siamo scampati entrambi all’ultimo rogo, vero?
Scamperemo anche a questo.»
Antoine non riuscì a rispondere. Soffriva troppo. Nella sua mente vedeva il dolore in
brillanti colori esplosivi come aveva fatto quando era rimasto ustionato così gravemente, anni
e anni prima. Quel dolore era rosso e giallo e arancione. Prese il violino e cominciò a suonare,
sommessamente, o almeno il più sommessamente possibile, e lo fece compiangere insieme a
lui tutto quello che era mai stato o avrebbe potuto essere, e poi cantare delle sue speranze e dei
suoi sogni.
La notte seguente, dopo che andarono a caccia sulle stradine di campagna, parlò a Killer
della sua solitudine durante i secoli, del suo essere arrivato ad amare i mortali proprio come
un tempo Lestat aveva amato lui ed essersi alla fine staccato da loro, temendo sempre di non
poter creare un altro vampiro come Lestat aveva creato lui. Lestat era gravemente ferito
quando lo aveva reso immortale. Non era stato facile. Non era stato affatto simile alla solenne
procedura del Trucco Oscuro descritta nelle pagine della biografia Il vampiro Marius. Marius
l’aveva fatto sembrare simile all’impartire un sacramento, quando aveva raccontato come
aveva creato Armand nel Cinquecento, nelle stanze rinascimentali di Venezia piene dei suoi
dipinti. Nel caso di Antoine non era stato per niente così.
«Bene, posso dirti con assoluta certezza», replicò Killer, «che ultimamente non sta
funzionando affatto. Appena prima che iniziassero questi massacri tutti stavano parlando
proprio di questo, di come fosse difficile creare un altro vampiro. Sembrava quasi che il
Sangue avesse esaurito la sua efficacia. Troppi erano già stati resi immortali. Pensaci. Il
potere giunge dalla Madre, da quel demone, Amel, che si è introdotto in Akasha per poi
passare dentro Mekare, la Regina dei dannati. Bene, forse Amel è davvero una creatura
invisibile dotata di tentacoli, proprio come ha detto una volta Mekare, e quei tentacoli si sono
spinti fin dove possono arrivare. Non possono allungarsi più di così.»
Killer sospirò. Antoine distolse lo sguardo. Era ossessionato.
«Voglio raccontarti una cosa orribile di cui detesto parlare», aggiunse l’altro. «Le ultime
due volte in cui ho cercato di rendere immortale qualcuno, il mio tentativo è miseramente
fallito. Prima non era mai successo, te lo assicuro.» Scosse il capo. «Ho tentato di trasformare
la bambina più splendida che avessi mai visto, in uno di quei paesini là dietro, e non ha
funzionato. Non ha funzionato. All’arrivo dell’alba ho fatto l’unica cosa possibile: l’ho
decapitata e seppellita, le avevo promesso la vita eterna e invece ho dovuto fare quello. Era
una specie di zombie, e non riusciva nemmeno a parlare e il suo cuore non batteva, ma non era
morta.»
Antoine rabbrividì. Non aveva mai avuto il coraggio di tentare, ma se quanto affermava
Killer era vero, se lui non aveva la minima speranza di mettere mai fine alla propria solitudine
creando un altro bevitore di sangue, bene, quello era un motivo in più per andare fino in fondo
con la sua impresa.
Killer rise sommessamente. «Sembrava così facile, un tempo», disse, «quando creavo
membri della vecchia Banda delle Zanne, ma adesso quelli sono sudici, la marmaglia e la
gentaglia sono ovunque, e anche se sono tue creature ti si rivoltano contro, ti derubano, ti
tradiscono e se la svignano con qualcun altro. Ti assicuro che questi massacri devono per forza
avvenire. Per forza. Ci sono dei tizi malvagi che vendono il Sangue. Ci crederesti? Vendono il
Sangue, o almeno lo facevano in passato. Immagino che anche loro si siano esauriti e adesso
stiano fuggendo per non venire uccisi, come chiunque altro.»
Supplicò ancora Antoine di rimanere con lui.
«Per quanto ne sappiamo, Armand e Louis e Lestat sono implicati in tutto questo insieme»,
continuò. «Forse sono tutti loro a farlo, i grandi eroi delle Cronache dei vampiri, ma queste
cose devono succedere per forza, te lo ripeto. So che è questo che pensa Benji, ma non lo dirà
mai. Non può dirlo. Adesso però la situazione è peggiorata. Riesci a sentirle, le voci? Ieri notte
c’è stato un rogo a Katmandu. Pensaci, amico. Chiunque ci sia dietro tutto questo sta per
attraversare l’India e passare in Medio Oriente. È peggio dell’ultima volta. Lo sta facendo in
maniera più completa. Lo percepisco. Ricordo. Lo so.»
Si separarono, piangendo, poco più a sud-est di New York. Killer preferiva non spingersi
oltre. La trasmissione di Benji della sera prima aveva confermato i suoi peggiori timori. Non
c’erano stati testimoni diretti del rogo, quando aveva colpito Kolkata. In un raggio di centinaia
di chilometri i vampiri avevano captato immagini della strage. Stavano fuggendo verso ovest.
«D’accordo, se sei proprio deciso ad andare fino in fondo», affermò Killer, «ti dirò quello
che so. Armand e gli altri vivono in una sontuosa dimora nell’Upper East Side, a mezzo
isolato da Central Park. Sono tre villette trasformate in un’unica casa, e ognuna ha una porta
che dà sulla strada. Ci sono delle colonnine in stile greco su ogni piccola veranda, e grandi e
folti alberi, sul davanti, circondati da minuscoli recinti metallici.
«Le tre villette sono alte forse cinque piani e davanti alle finestre ci sono questi eleganti
balconcini in ferro che non sono affatto balconi.»
«So cosa vuoi dire», ribatté con gratitudine Antoine. Stava captando le immagini nella
mente del giovane, ma riteneva sgarbato sottolinearlo.
«Dentro la casa è magnifica», continuò Killer, «simile a una reggia, e lasciano aperte tutte
le finestre, in serate come questa, sai, e ti vedranno molto prima che tu riesca a vederli.
Potrebbero essere ovunque, accanto a quelle alte finestre a guardare fuori molto prima che tu
riesca anche solo ad avvicinarti. La villa ha un nome, Trinity Gate, e, come possono dirti
tantissimi bevitori di sangue, per noi è la porta dell’inferno, se andiamo là. E ricorda, amico
mio, è Armand quello che uccide. Anni fa, quando Lestat era conciato davvero male, a New
Orleans – dopo che aveva incontrato Memnoch il diavolo – era Armand a tenere lontana da lui
la marmaglia. Lestat stava dormendo, per così dire, in questa cappella di un antico
convento...»
«Ricordo di averlo letto nei libri», replicò l’altro.
«Sì, bene, era Armand che teneva sgombra la città. Antoine, ti prego, non andare là. Lui ti
cancellerà dalla faccia della terra.»
«Devo andare», affermò Antoine. Come avrebbe mai potuto spiegare a quell’ingenuo
sopravvissuto che l’esistenza gli risultava insopportabile, così com’era? Persino la compagnia
di quel bevitore di sangue non era bastata a colmare il corrosivo senso di vuoto dentro di lui.
Si abbracciarono, prima di separarsi. Killer ripeté che era diretto in California. Se i
massacri si stavano spostando verso ovest, bene, lui avrebbe fatto altrettanto. Aveva sentito
parlare di un grande medico vampiro che viveva nella California meridionale, un immortale di
nome Fareed che studiava il Sangue Tenebroso al microscopio e talvolta offriva riparo a
vampiri erranti come Killer, se erano disposti a donare del tessuto e del sangue per gli
esperimenti.
Fareed era stato creato con sangue antico da un immortale di nome Seth, che era quasi
antico come la Madre. E nessuno poteva fare del male a Seth o a Fareed. Bene, Killer
intendeva cercare quel medico in California perché lo considerava la sua unica speranza.
Implorò Antoine di cambiare idea e di andare con lui, ma Antoine non poteva farlo.
In seguito pianse. Di nuovo solo. Quella mattina, quando si sdraiò per dormire, sentì le
voci lamentarsi, voci potenti che gridavano, comunicando la notizia. Il rogo stava uccidendo i
vampiri dell’India. Fu assalito da un brutto presentimento. Quando ripensava a tutti gli anni
trascorsi a vagabondare e a dormire nel terreno sentiva di aver sprecato il dono fattogli da
Lestat. Sprecato. Non lo aveva mai considerato prezioso. Aveva rappresentato solo una
sofferenza di nuovo tipo.
Ma non lo era affatto, per Benji Mahmoud. «Siamo membri di una tribù e dovremmo
pensare come tali», ripeteva spesso Benji. «Perché l’inferno dovrebbe dominarci?»
Antoine era deciso a proseguire. Aveva un piano preciso. Invece di provare a parlare con
quei potenti vampiri di Manhattan avrebbe lasciato che fosse la musica a parlare per lui. Non
lo aveva forse fatto per tutta la vita?
Giunto alla periferia della città – prima di rubare un’auto per raggiungere Manhattan – si
fece tagliare i capelli, un taglio moderno, da una ragazzina deliziosa in un salone pieno di
profumo e candele accese, poi indossò uno splendido completo in lana nera di Armani con una
camicia di Hugo Boss e una scintillante cravatta in seta di Versace. Persino le sue scarpe erano
eleganti, di cuoio italiano, e si strofinò accuratamente sulla pelle bianca dell’olio e della
cenere di carta pulita per apparire meno luminescente sotto le brillanti luci cittadine. Se tutte
quelle blandizie li avessero fatti esitare anche solo per un secondo, lui ne avrebbe approfittato
per far cantare il suo violino.
Finalmente si ritrovò, a piedi, sulla Quinta Avenue, dopo aver abbandonato l’auto rubata in
una stradina laterale, e udì la sfrenata e inconfondibile musica di Sybelle. E là, sì, c’era la
grande villa descritta da Killer, Trinity Gate, rivolta verso il centro città con le sue numerose
finestre rischiarate da una luce calda, e lui riuscì quasi a sentire il potente cuore di Armand.
Mentre lasciava cadere ai suoi piedi la custodia del violino e accordava rapidamente lo
strumento, Sybelle smise di suonare un pezzo lungo e turbolento per passare di colpo al dolce,
splendido étude di Chopin Tristesse.
Attraversando la Quinta, si diresse verso la porta a doppio battente della villa, suonando
già insieme a lei, seguendola mentre scivolava nella tenue, soave e inconfondibilmente triste
melodia dell’étude e lanciandosi con lei nel fraseggio più violento. La sentì esitare, poi
Sybelle riprese a suonare, di nuovo lentamente, e il violino di Antoine cantò insieme a lei,
serpeggiando ben in alto sopra di lei. Le lacrime gli rotolarono lungo le guance; non riuscì a
fermarle, pur sapendo che sarebbero state tinte di sangue.
Continuò a suonare insieme a Sybelle, ancora e ancora, scendendo sotto di lei nelle note
più profonde e cupe che riusciva a produrre sulla corda del sol.
Sybelle si interruppe.
Silenzio. Antoine temette di crollare. Vide confusamente dei mortali assiepati intorno a lui
che lo guardavano, e all’improvviso abbassò l’archetto, strappandosi dalla delicata e
carezzevole musica di Chopin per tuffarsi nelle vigorose, ricche melodie del Concerto per
violino di Bartók, suonando sia la parte dell’orchestra che quella del violino in un torrente di
selvagge e dissonanti note straziate.
Di colpo non vide più nulla, pur sapendo che la folla si era infittita e nessuna musica gli
rispondeva dalla tastiera di Sybelle, ma quello era il suo cuore, il suo canto, adesso, mentre si
tuffava sempre più a fondo in Bartók, il ritmo che accelerava, diventando quasi inumano,
mentre lui proseguiva ancora e ancora.
L’anima di Antoine cantava insieme alla musica. Divenne le melodie e i glissando mentre
i pensieri di Antoine cantavano con essa.
Fammi entrare, te ne supplico, fammi entrare. Louis, fammi entrare. Creato da Lestat, non
ho mai avuto l’occasione di conoscerti, non ho mai voluto fare del male a te o a Claudia, ai
vecchi tempi, perdonami, fammi entrare. Benji, mia luce guida, fammi entrare. Benji, mia
consolazione nell’oscurità senza fine, fammi entrare. Armand, te ne supplico, trova un posto
nel tuo cuore per me, fammi entrare.
Ma ben presto le sue parole si smarrirono, lui non stava più pensando sotto forma di parole
o sillabe ma soltanto sotto forma di musica, di note pulsanti. Oscillava sfrenatamente mentre
suonava. Non gli importava più se sembrava o suonava umano, e nel profondo del cuore si
rendeva conto che se fosse dovuto morire in quel momento non si sarebbe ribellato nemmeno
con un’unica molecola del suo essere, perché la condanna a morte sarebbe calata su di lui per
sua mano e per ciò che lui era davvero. Quella musica era ciò che lui era davvero.
Silenzio.
Doveva togliersi il sangue dagli occhi. Doveva assolutamente farlo, e allungò lentamente
una mano verso il fazzoletto e poi la tenne ferma, tremante, non riuscendo a vedere nulla.
Erano vicini. La folla mortale non significava nulla per lui. Riusciva a sentire quel cuore
potente, quel cuore antico che doveva essere quello di Armand. Della fredda carne
soprannaturale toccò la sua. Qualcuno gli aveva tolto di mano il fazzoletto e gli stava
tamponando gli occhi, e cancellandogli dal viso le sottili striature di sangue.
Aprì gli occhi.
Era Armand. Capelli rossi, viso di un ragazzo e gli scuri occhi ardenti di un immortale che
si aggirava nel mondo da mezzo millennio. Oh, era davvero il viso di un serafino, uscito
direttamente dall’affresco sul soffitto di una chiesa.
La mia vita è nelle tue mani.
Tutt’intorno a lui la gente stava applaudendo, uomini e donne che acclamavano la sua
esibizione, solo persone innocenti, che non sapevano chi fosse. Persone che non notarono
nemmeno quelle lacrime di sangue, quel fatale indizio rivelatore. La serata era illuminata dai
lampioni, e file su file di finestre gialle, e il calore diurno stava salendo dai marciapiedi, e gli
alti e teneri alberelli spandevano le loro minuscole foglie nella brezza tiepida.
«Vieni dentro», mormorò Armand. Antoine si sentì cingere dal suo braccio. Una tale forza.
«Non aver paura», aggiunse Armand.
Là c’era l’incandescente Sybelle che gli sorrideva, e accanto a lei l’inconfondibile Benji
Mahmoud con un cappello di feltro nero e la sua manina tesa verso di lui.
«Ci prenderemo cura di te», aggiunse Armand. «Vieni dentro con noi.»
8
MARIUS E I FIORI

Per ore aveva dipinto furiosamente, l’unica fonte di luce nella vecchia casa in rovina
un’antiquata lanterna.
Ma le luci della città irrompevano all’interno dalle finestre rotte, e il forte rombo del
traffico sul viale somigliava a quello di un fiume, tranquillizzandolo mentre lavorava.
Il pollice sinistro infilato nel foro di una classica tavolozza di legno, le tasche piene di
tubetti di vernice acrilica, usò un unico pennello finché non cadde a pezzi, coprendo le mura
diroccate con brillanti immagini degli alberi, le piante rampicanti e i fiori che aveva visto a
Rio de Janeiro, e i volti, sì, sempre i volti dei bellissimi brasiliani che incontrava ovunque,
attraversando nottetempo la foresta pluviale di Corcovado, o sulle sconfinate spiagge della
città o nei rumorosi night-club dall’illuminazione sgargiante che frequentava, raccogliendo
espressioni, immagini, fugaci visioni di capelli o membra tornite così come avrebbe potuto
raccogliere sassi dal margine schiumoso dell’oceano.
Riversò il tutto nel suo dipingere febbrile, affrettandosi come se la polizia potesse
comparire da un momento all’altro con i soliti fastidiosi moniti. «Signore, non può dipingere
in questi edifici abbandonati, glielo abbiamo già detto.»
Perché lo faceva? Perché detestava tanto interferire con il mondo mortale? Perché non
rivaleggiava con i geniali pittori indigeni che spargevano i loro murali nei sottopassi
dell’autostrada e sui muri sgretolati delle favelas?
In realtà stava per passare a qualcosa di ben più difficile, sì, ci aveva riflettuto parecchio,
volendo trasferirsi in qualche luogo deserto e dimenticato da Dio dove avrebbe potuto
dipingere sulle rocce e sulle montagne, sicuro che con il tempo sarebbero tornate alle
condizioni originarie, mentre le inevitabili piogge cancellavano tutto quello che aveva creato.
Là non sarebbe stato in competizione con gli esseri umani, vero? Non avrebbe fatto del male a
nessuno.
Sembrava che negli ultimi vent’anni il suo motto fosse stato lo stesso a cui molti medici si
attenevano nel mondo umano: «Prima di tutto non nuocere».
Il problema del ritirarsi in un posto deserto era che Daniel lo avrebbe odiato. E preservare
la felicità di Daniel era la seconda regola della sua vita, visto che la sua stessa sensazione di
benessere, la sua capacità di aprire gli occhi ogni sera con il desiderio di levarsi dal regno dei
morti per celebrare il dono della vita era strettamente collegata al rendere felice il giovane.
E Daniel era senza dubbio felice, adesso, lì a Rio de Janeiro. Quella sera stava andando a
caccia nel vecchio distretto cittadino di Leda, banchettando lentamente e furtivamente fra la
folla che ballava, cantava, festeggiava, senza dubbio ebbro di musica oltre che di sangue. Ah, i
giovani con la loro sete insaziabile.
Ma Daniel era un cacciatore disciplinato, un vero maestro nella Bevutina fra la folla, e un
assassino unicamente di malfattori. Marius ne era sicuro.
Erano passati mesi dall’ultima volta in cui Marius aveva toccato della carne umana, mesi
dall’ultima volta in cui aveva abbassato le labbra su quell’elisir scaldato, da quando aveva
sentito il fragile eppure indomabile pulsare di una creatura vivente lottare consciamente o
meno contro la sua fame priva di rimorsi. Era stato un massiccio e possente uomo brasiliano
quello che lui aveva seguito fin nel buio bosco di Corcovado, spingendolo sempre più addentro
la foresta pluviale e poi trascinandolo fuori dal suo nascondiglio per un lungo, lento pasto.
Quand’era successo che quel sangue arterioso non gli era più bastato e lui aveva dovuto
strappare via il cuore e prosciugare anche quello? Quando aveva cominciato a dover leccare le
più orrende ferite per il poco succo che avrebbero rilasciato? Poteva vivere senza tutto ciò,
eppure non riusciva a resistere e quindi cercava – o almeno così diceva a se stesso – di
sfruttare l’occasione fino in fondo, quando banchettava. In seguito c’era stato solo un
ammasso maciullato di resti da seppellire. Si era però tenuto un trofeo, come spesso faceva:
non soltanto le migliaia di dollari americani in guadagni legati alla droga che la vittima aveva
avuto addosso ma anche un pregiato orologio Patek Philippe d’oro. Perché lo aveva fatto?
Bene, sembrava inutile seppellire un simile manufatto, ma ultimamente gli orologi avevano
cominciato ad affascinarlo. Era diventato leggermente superstizioso, al riguardo, e lo sapeva.
Quelli erano tempi straordinari, e gli strumenti per misurare il tempo riflettevano la cosa in
modi complessi e magnifici.
Per ora andava bene così. Niente caccia. Non era necessaria. E l’orologio era assicurato al
suo polso sinistro, un ornamento sorprendente su di lui, e con ciò?
Chiuse gli occhi e si mise in ascolto. Al di fuori del suo campo uditivo il traffico del viale
si spense, e le voci di Rio de Janeiro si sollevarono come se l’enorme metropoli di undici
milioni di anime fosse il più stupendo coro mai assemblato.
Daniel.
Stabilì rapidamente il contatto telepatico con il suo compagno, il giovane alto, magro e
con l’aria da ragazzino, gli occhi viola e i capelli color cenere che Lestat aveva così
appropriatamente soprannominato «il beniamino del diavolo». Era stato Daniel a intervistare,
decenni prima, il vampiro chiamato Louis de Pointe du Lac, dando così origine, in maniera
inconsapevole e innocente, alla serie di libri noti come Cronache dei vampiri. Era stato Daniel
a catturare il cuore danneggiato del vampiro Armand e a venire reso immortale da
quest’ultimo. Era stato Daniel a languire per molti anni – sotto shock, impazzito, smarrito,
incapace di badare a sé – mentre era affidato alle cure di Marius, fin quando, solo un paio di
anni prima, aveva riacquistato salute mentale, ambizione e sogni.
Ed eccolo lì, Daniel, in attillata maglietta polo bianca a maniche corte e salopette, che
ballava sfrenatamente e magistralmente con due formose donne dalla pelle color cioccolato
sotto le luci rosse di un piccolo club, la pista intorno a loro talmente gremita che la folla
sembrava un unico organismo che si agitava.
Benissimo. È tutto a posto. Daniel sta sorridendo. Daniel è felice.
Qualche ora prima, quella sera, loro due erano stati al Teatro Municipal per uno spettacolo
del London Ballet, e Daniel lo aveva supplicato, in gradevole maniera signorile, di fargli
compagnia durante un giro dei night-club, ma Marius non riusciva a costringersi a soddisfare
quella richiesta.
«Sai cosa devo fare», aveva risposto, diretto verso la vecchia casa diroccata celeste che
aveva scelto per il suo attuale lavoro. «E stai lontano dai club frequentati dai bevitori di
sangue. Promettimelo!»
Niente guerre con quei demonietti. Rio è vasta. È sicuramente il più grande terreno di
caccia del mondo con le sue masse brulicanti, e il suo alto cielo trapunto di stelle, le brezze
oceaniche, gli enormi alberi verdi e sonnolenti, l’interminabile pulsare dal tramonto all’alba.
«E al minimo segnale di problemi torni da me.»
E se fossero sorti davvero dei problemi?
E se erano già sorti?
Benji Mahmoud, che trasmetteva da New York, aveva ragione nel sostenere che la casa di
congrega a Tokyo era stata completamente distrutta dalle fiamme mentre tutti coloro che ne
fuggivano erano stati inceneriti sul posto? Quando un «rifugio di vampiri» di Pechino era
bruciato, la sera successiva, lui aveva chiesto: «È un nuovo Grande Rogo? Sarà terrificante
come l’ultimo? Chi c’è dietro questo orrore?»
Benji non era ancora nato, quando era scoppiato l’ultimo Grande Rogo. No, e Marius non
era convinto che quella ne fosse davvero una replica. Sì, alcune case di congrega in India
stavano venendo distrutte, ma con ogni probabilità si trattava semplicemente di una guerra fra
la feccia, di cui lui, durante la sua lunga vita, aveva visto abbastanza esempi per sapere che
simili battaglie erano inevitabili. O magari un Antico, stanco degli intrighi e delle scaramucce
dei giovani, si era fatto avanti per eliminare coloro che lo avevano offeso.
Eppure quella sera aveva detto a Daniel: «Stai lontano dalla casa di congrega di Santa
Teresa». Adesso gli inviò telepaticamente un messaggio con tutta la forza possibile. «Se vedi
un altro bevitore di sangue torna subito qui!»
C’era stata una risposta? Un fievole sussurro?
Non ne era sicuro.
Rimase immobile, la tavolozza stretta nella mano sinistra, il pennello sollevato nella
destra, e gli venne un’idea estremamente bizzarra e inaspettata.
E se fosse andato lui alla casa di congrega per incenerirli? Sapeva dove si trovava. Sapeva
che c’erano venti giovani bevitori di sangue che la definivano un rifugio sicuro. E se vi fosse
andato immediatamente e avesse aspettato le prime ore del mattino, quando loro sarebbero
senza dubbio rincasati, tornando furtivi alle loro sudicie tombe di fortuna sotto le fondamenta,
e li avesse inceneriti tutti, dal primo all’ultimo, appiccando il fuoco telepaticamente alle travi
del soffitto finché l’edificio e i suoi abitanti non cessavano di esistere?
Riuscì a vedere la scena come se lo stesse facendo davvero! Riuscì quasi a sentire il dono
del fuoco concentrarglisi dietro la fronte, a percepire la deliziosa esplosione di energia quando
la forza telecinetica schizzava fuori come la lingua di un serpente!
Fiamme su fiamme. Com’erano magnifiche quelle fiamme, danzando nella sua
immaginazione come al rallentatore, rotolando, espandendosi, sfrecciando briose verso l’alto.
Ma non era una cosa che desiderava fare. Annientare la sua stessa specie solo per il gusto
di farlo non era una cosa che avesse mai desiderato fare, nella sua lunga esistenza.
Si scrollò da capo a piedi, chiedendosi come diamine avesse mai potuto pensare una cosa
del genere.
Ah, ma tu desideri farla.
«Davvero?» chiese. Rivide la vecchia villa coloniale che bruciava, la villa a più piani di
Santa Teresa con il parco, archi bianchi avviluppati dalle fiamme, i giovani bevitori di sangue
che, mentre bruciavano, piroettavano come dervisci vorticanti.
«No», disse ad alta voce. «È un’immagine repellente, orrenda.»
Per un attimo rimase immobile. Si mise in ascolto con tutte le sue forze per captare
l’eventuale presenza di un altro immortale, un intruso sgradito che poteva essersi avvicinato a
lui più di quanto avrebbe potuto permettersi.
Non sentì nulla.
Ma quei pensieri alieni non avevano avuto origine dentro di lui, e un brivido freddo lo
percorse. Quale forza esterna era abbastanza potente per fare una cosa simile?
Udì una fioca risata. Era vicina, come un essere invisibile che gli stesse sussurrando
all’orecchio. In realtà era dentro la sua testa.
Quale diritto ha quella plebaglia di minacciare te e il tuo amato Daniel? Inceneriscili
tutti, brucia la casa intorno a loro, inceneriscili mentre scappano.
Rivide le fiamme, rivide la torre quadrata dell’antica dimora avvolta dalle fiamme, vide le
tegole in adobe dei tetti che precipitavano fra le fiamme, e di nuovo i Figli del Sangue che
fuggivano...
«No», ripeté quietamente. Sollevò il pennello in una coraggiosa esibizione di nonchalance
e catturò una densa goccia di verde smeraldo sul muro di fronte a lui, dandole quasi
meccanicamente la forma di un’esplosione di foglie, foglie ancora più dettagliate...
Inceneriscili! Te lo ordino. Bruciali prima che brucino il giovane. Perché non mi stai
ascoltando?
Continuò a dipingere, come se lo stessero osservando, deciso a ignorare quell’oltraggiosa
intrusione.
A un tratto divenne più sonora, distinta, talmente forte che parve trovarsi non nella sua
testa bensì nella lunga stanza immersa nella penombra. «Ti dico di bruciarli!» Era quasi una
voce singhiozzante.
«E tu chi sei?»
Nessuna risposta. Soltanto la quiete, all’improvviso, dei vecchi e prevedibili rumori. Ratti
che correvano in giro per la vecchia casa. Il sommesso sputacchiare della lanterna. La cascata
del traffico che non si fermava mai, e un aereo che girava in tondo lì sopra.
«Daniel», disse ad alta voce Marius. Daniel.
I rumori della notte lo avvolsero di colpo, assordandolo. Lui gettò via la tavolozza e prese
l’iPhone dalla tasca della giacca, digitando rapidamente il numero del giovane.
«Vieni subito a casa», disse. «Ci vediamo là.»
Per un attimo rimase arenato nella stanza, guardando la lunga distesa di colore e figure che
aveva creato in quel luogo anonimo e senza importanza, poi spense la lanterna e la lasciò lì.
Dopo meno di un’ora entrò nella sua suite nell’attico del Copacabana Hotel per trovare
Daniel steso sul divano di velluto verde muschio, le caviglie incrociate, la testa posata sul
braccio. Le finestre erano aperte sulla veranda dalla balaustrata bianca e dietro cantava
l’oceano scintillante.
La stanza era buia, illuminata solo dal brillante cielo notturno sopra la spiaggia e da un
laptop aperto sul lucido tavolino da cui la voce di Benji Mahmoud stava pontificando sulle
afflizioni dei Non Morti sparsi per il pianeta.
«Cosa succede?» chiese Daniel, alzandosi subito.
Per un attimo Marius non riuscì a rispondere. Stava fissando il volto intelligente, giovanile
e sensibile, gli occhi affascinanti e la fresca, giovane pelle soprannaturale, e non riusciva a
sentire altro che il battito del cuore di Daniel.
La voce di Benji gli penetrò lentamente nella coscienza. «... notizie di giovani vampiri
annientati a Shangai e a Taiwan, a Delhi...»
Rispettosamente, pazientemente, Daniel aspettò.
Marius gli passò accanto in silenzio e, varcata la portafinestra, raggiunge il parapetto
bianco e lasciò che la brezza oceanica lo investisse mentre alzava lo sguardo verso il pallido e
luminoso cielo. Sotto di lui, la spiaggia era bianca dietro il traffico che si muoveva sul viale.
Inceneriscili! Come puoi guardare lui e pensare che gli facciano del male? Inceneriscili, ti
dico. Distruggi quella casa. Annientali tutti. Dai loro la caccia...
«Smettila», sussurrò lui, le sue parole che si perdevano nella brezza. «Dimmi chi sei.»
Una bassa risata rotolò nel silenzio, poi la voce fu di nuovo accanto al suo orecchio. «Non
farei mai del male a lui o a te, non lo sai? Ma loro cosa sono per te se non un oltraggio? Non
sei stato felice, in segreto, quando Akasha li ha braccati nelle strade e nei vicoli e nei boschi e
nelle paludi? Non hai esultato nel salire sul monte Ararat, sopra il mondo, incolume, con i tuoi
potenti amici?»
«Stai sprecando il mio tempo», replicò Marius, «se non ti identifichi.»
«Tutto a suo tempo, bellissimo Marius», disse la Voce. «Tutto a suo tempo, e oh, ho
sempre amato così tanto i fiori...»
Risata.
I fiori. Gli si affacciarono di colpo alla mente i fiori che aveva dipinto quella sera sulla
parete crepata e sbeccata della casa deserta, ma cosa poteva significare tutto questo? Cosa
poteva mai significare?
Daniel era fermo al suo fianco.
«Non voglio che tu mi lasci di nuovo», mormorò Marius, continuando a fissare l’orizzonte
sfavillante. «Non ora né domani né per non so quante notti. Ti voglio al mio fianco. Mi senti?»
«Benissimo», rispose affabilmente Daniel.
«So di mettere a dura prova la tua pazienza», affermò Marius.
«E io non ho forse messo a dura prova la tua?» chiese il giovane. «Mi troverei qui o da
qualsiasi altra parte, se non fosse per te?»
«Faremo delle cose», annunciò Marius come placando un coniuge inquieto, esigente.
«Domani usciremo, andremo a caccia insieme. Ci sono dei film che dovremmo vedere, ora
non ricordo i titoli, non riesco a pensare...»
«Vuoi dirmi cosa succede?»
Dal salotto giunse la voce di Benji Mahmoud. «Collegatevi al sito web. Guardate voi stessi
le immagini. Guardate le fotografie che vengono postate di ora in ora. Morte e morte e morte
per la nostra specie. Vi dico che è un nuovo Grande Rogo.»
«Non credi a tutto questo, vero?» domandò Daniel.
Marius si voltò e gli cinse la vita con un braccio. «Non lo so», ribatté con franchezza, ma
riuscì a fare un sorriso rassicurante. Di rado un altro bevitore di sangue si era fidato di lui
ciecamente come quello, salvato così agevolmente ed egoisticamente dalla follia e dalla
disintegrazione.
«Qualsiasi cosa tu dica», affermò Daniel.
Ho sempre amato così tanto i fiori.
«Sì, accontentami, per ora», disse Marius. «Rimani vicino... dove...»
«Lo so. Dove puoi proteggermi.»
Marius annuì. Rivide i fiori dipinti, ma non i fiori di quella sera in quella vasta città
tropicale bensì fiori dipinti molto tempo prima su un’altra parete, fiori di un giardino verde in
cui aveva passeggiato nei suoi sogni, direttamente nell’Eden scintillante che aveva creato.
Fiori. Fiori che tremolavano nei loro vasi di marmo come se fossero in una chiesa o in un
tempio... fiori.
Dietro i cumuli di fiori freschi e profumati nel tempio illuminato da lanterne sedeva la
coppia inamovibile: Akasha ed Enkil.
E intorno a Marius presero forma i giardini che aveva creato per le loro pareti, splendenti
di gigli e rose e dell’intrico di piante rampicanti verdi.
L’intrico di piante rampicanti.
«Vieni dentro», disse Daniel in tono gentile, persuasivo. «È presto. Se non vuoi che io esca
di nuovo, c’è un film che voglio che tu veda, stasera. Vieni, entriamo.»
Marius voleva rispondere di sì, naturalmente, voleva muoversi, ma rimase fermo accanto
al parapetto a guardare fuori, stavolta cercando di scorgere le stelle dietro il velo delle nubi. I
fiori.
Un’altra voce stava parlando dal laptop posato sul tavolino alle sue spalle, una giovane
bevitrice di sangue da una parte imprecisata del mondo che implorava rassicurazioni lungo i
cavi elettrici o le onde radio mentre si sfogava. «E dicono sia successo in Iran, un rifugio là
che è finito in fumo, e nessuno è sopravvissuto, nessuno.»
«Ma allora come facciamo a saperlo?» chiese Benji Mahmoud.
«La notte seguente l’hanno trovato così, e tutti gli altri erano spariti, morti, inceneriti.
Benji, cosa possiamo fare? Dove sono gli Antichi? Sono loro che ci stanno facendo questo?»
9
LA STORIA DI GREGORY

Gregory Duff Collingsworth era fermo in Central Park a osservare e ascoltare. Alto, dalla
corporatura robusta e ben proporzionata, con cortissimi capelli neri e occhi neri, si trovava
nella fitta e profumata oscurità di un folto d’alberi, ascoltando con le sue potenti orecchie
soprannaturali e vedendo con i suoi potenti occhi soprannaturali tutto quello che stava
succedendo – con Antoine, Armand, Benji e Sybelle – dentro la villa in stile Belle Époque in
cui abitava la famiglia di Armand.
In completo grigio inglese e scarpe marroni su misura, e con la sua pelle molto abbronzata,
somigliava enormemente all’alto dirigente d’azienda che da decenni era davvero. In realtà il
suo impero farmaceutico era, attualmente, uno di quelli di maggior successo nel mercato
internazionale, e Gregory figurava fra gli immortali che erano sempre stati abilissimi nel
gestire la ricchezza «nel mondo reale».
Era venuto dalla Svizzera non solo per occuparsi di affari nei suoi uffici di New York ma
anche per spiare da vicino la leggendaria congrega di New York.
Aveva captato telepaticamente le violente emozioni del giovane bevitore di sangue
Antoine e, se avesse visto Armand tentare di annientarlo, sarebbe intervenuto in maniera
immediata ed efficace per portare via con sé il ragazzo. Lo avrebbe fatto per pura bontà di
cuore.
Decenni prima, davanti alla sede dell’unico e solo concerto rock del vampiro Lestat a San
Francisco, era intervenuto per salvare un bevitore di sangue di colore chiamato Davis,
portandolo su nell’aria e lontano dalla carneficina compiuta fra le sue sventurate coorti dalla
Regina del Paradiso, che osservava spietatamente la scena da una collina poco distante.
Nel caso di quel complicato e interessante vampiro, Antoine, Gregory avrebbe potuto
deviare agevolmente qualsiasi raffica del dono del fuoco scagliata direttamente contro il
novizio, soprattutto se proveniva da un bevitore di sangue giovane e inesperto come il
famigerato Armand.
Non che avesse qualcosa contro quest’ultimo, anzi. Sotto alcuni punti di vista era più
ansioso di conoscere Armand che qualsiasi altro bevitore di sangue sul pianeta, benché nel
profondo del cuore accarezzasse sopra ogni altra speranza il prezioso sogno di incontrare
Lestat. Quella sera era andato lì a spiare i vampiri dell’Upper East Side perché immaginava
che Lestat dovesse averli raggiunti, ormai. Se Lestat fosse stato lì, il che non era, Gregory
sarebbe andato a bussare alla porta.
Le trasmissioni di Benji Mahmoud suscitavano la sua comprensione e solidarietà e lui
aveva voluto assicurarsi, ancora una volta, che Benji non si stesse lasciando abbindolare da
fratelli e sorelle potenti ma fosse un’anima sincera che prospettava un futuro per la tribù dei
bevitori di sangue. Se ne era accertato. In realtà Benji non era soltanto ciò che sembrava ma
anche un po’ un ribelle, in quella casa, come dimostravano chiaramente le discussioni che
Gregory aveva origliato.
«Oh, magnifico nuovo mondo che contiene simili bevitori di sangue», disse con un
sospiro, chiedendosi se avrebbe dovuto palesarsi subito ai raffinati e colti vampiri nella villa
al centro dell’isolato oppure rimanere in disparte.
In qualsiasi momento si fosse mostrato, l’esistenza segreta da lui salvaguardata per più di
un migliaio di anni ne avrebbe risentito in maniera inalterabile, e Gregory non era pronto a
prendere i provvedimenti che a quel punto sarebbero diventati necessari.
No, meglio rimanere nascosto, per il momento, ascoltare, cercare di apprendere.
Era sempre stato quello il suo stile.
Aveva seimila anni. Era stato reso immortale dalla regina Akasha e con ogni probabilità
era solo il quarto vampiro da lei creato, dopo il suo maestro di cerimonie rinnegato Khayman
e le dannate gemelle, Mekare e Maharet, divenuti i ribelli della Prima Stirpe.
Gregory si era trovato nella reggia, la notte in cui era nata la razza dei vampiri. All’epoca
non si chiamava Gregory ma Nebamun, nome che aveva usato nel mondo fino al III secolo
dopo Cristo, quando aveva assunto quello di Gregory e iniziato una nuova vita duratura.
Era stato uno degli amanti di Akasha, scelto fra lo speciale corpo di guardia che lei aveva
condotto con sé in Egitto dalla città di Ninive, e in quanto tale non si era aspettato di vivere
molto a lungo. Era un diciannovenne robusto e sano quando la sovrana lo aveva scelto per la
camera da letto e aveva solo vent’anni la notte in cui lei era diventata una bevitrice di sangue e
lo aveva portato con sé nella maledizione re Enkil.
Era rimasto nascosto, impotente, dentro un enorme baule placcato d’oro, tenendo sollevato
il coperchio per poter vedere tutto l’orrore dei congiurati che pugnalavano il re e la regina,
incapace di proteggere la sua sovrana. Poi, con occhi colmi di lacrime e orripilati, aveva visto
una vorticante nube di particelle di sangue restare sospesa sopra la regina morente e penetrare
dentro di lei, infilandosi nelle numerose ferite dall’aria letale. Aveva visto la regina alzarsi,
gli occhi simili alle orbite dipinte di una statua, la pelle che scintillava candida nella luce delle
lanterne. L’aveva vista affondare i denti nel collo del moribondo Enkil.
Quei ricordi erano più vividi che mai, per lui: sentiva la calura del deserto, la brezza
rinfrescante che giungeva dal Nilo. Sentiva le grida e i sussurri dei congiurati assassini.
Vedeva le tende intessute di fili d’oro legate alle colonne dipinte di azzurro, vedeva persino le
stelle lontane, indifferenti e luminose nel nero cielo del deserto.
Akasha era parsa una creatura repellente, mentre strisciava sopra il corpo del marito.
Vedere Enkil rianimato di colpo dal sangue misterioso mentre beveva dal polso della moglie
era stato uno spettacolo terrificante.
Nebamun sarebbe potuto impazzire, dopo una cosa del genere, ma era troppo giovane,
troppo forte, troppo ottimista per natura. Aveva volato basso, come si diceva oggigiorno. Era
sopravvissuto.
Per parecchio tempo, tuttavia, aveva vissuto con una condanna a morte sospesa sulla testa.
Tutti sapevano che, per compiacere il geloso re Enkil, Akasha faceva uccidere i propri amanti
nel giro di pochi mesi. Stando alle voci, il re non era infastidito da un flusso costante di
consorti che entravano e uscivano dalla camera della moglie nella frescura serale, ma temeva
che uno di loro acquistasse troppo potere, e Nebamun, pur essendosi sentito assicurare un
centinaio di volte dagli affettuosi sussurri di Akasha che non sarebbe stato messo a morte di lì
a breve, sapeva che non era vero, e aveva perso ogni capacità di darle piacere e trascorso molte
ore a pensare alla propria vita e al significato della vita in genere, e a ubriacarsi. Amava
appassionatamente la vita sin da quando riuscisse a ricordare, e non voleva morire.
Una volta che la regina e il re vennero infettati dal demone Amel, lei parve dimenticarsi
completamente di Nebamun.
Lui era tornato nel corpo di guardia, difendendo la reggia da coloro che definivano i
sovrani dei mostri. Non raccontò a nessuno cosa aveva visto. Più e più volte rimuginò sulla
misteriosa nube di particelle di sangue, quella roteante massa vivente di puntini simili a
minuscoli moscerini che erano stati risucchiati all’interno della regina come da una vigorosa
inspirazione. Lei aveva tentato di ricavarne un nuovo culto, fermamente convinta di essere
ormai una divinità e che il «volere degli dei» l’avesse sottoposta a quella sublime violenza a
causa della sua innata virtù e dei bisogni della terra su cui regnava.
Bene, erano solo un cumulo di sciocchezze, come si diceva oggigiorno. Sì, Nebamun aveva
creduto nella magia e sì, aveva creduto in dei e demoni, ma aveva sempre vantato una spietata
praticità, come molti suoi contemporanei. Inoltre gli dei, persino se esistevano, sapevano
dimostrarsi capricciosi e malvagi. E quando le streghe prigioniere, Mekare e Maharet,
avevano spiegato come era avvenuto quell’apparente «miracolo», che non era altro che il
capriccio di uno spirito errabondo, Nebamun aveva sorriso.
Una volta sorti i ribelli sotto la guida dell’immortale traditore Khayman, con Mekare e
Maharet a diffondere «Il Sangue Divino» con loro, era stato richiamato al cospetto della
regina e trasformato in un bevitore di sangue senza alcuna spiegazione o cerimonia finché non
si era alzato, assetato e quasi folle, sognando solo di privare delle vittime umane di tutta la
vita e il sangue che racchiudevano.
«Adesso sei il capo del mio esercito del sangue», aveva spiegato Akasha. «Sarete chiamati
’Guardia del Sangue della Regina’ e darete la caccia ai ribelli della Prima Stirpe, come osano
farsi chiamare, e a tutti i bevitori di sangue illegittimi da loro creati che hanno osato ribellarsi
contro di me e il mio re e le mie leggi.»
I bevitori di sangue erano dei, gli aveva detto, e adesso anche lui lo era. A quel punto
Nebamun aveva cominciato davvero a crederci. In quale altro modo spiegare quello che
vedeva ora grazie alla sua nuova vista del Sangue? I suoi sensi affinati lo stregavano e
stuzzicavano. Si innamorò del canto del vento, degli intensi colori che pulsavano tutt’intorno a
lui e delle sonnolente palme nei giardini della reggia, delle melodiose pulsazioni di quegli
umani succulenti.
Per un migliaio di anni era stato vittima della superstizione. Il mondo gli era sembrato un
luogo tetro e immutabile, pieno di follia e infelicità e di bevitori di sangue che lottavano fra
loro incessantemente come gli umani, quando aveva infine cercato rifugio nella Madre Terra,
come molti altri.
Sapeva, con il cuore sofferente, cosa aveva patito il giovane Antoine. Soltanto un unico
bevitore di sangue attualmente esistente sosteneva di non avere mai conosciuto una simile
sepoltura e rinascita, ed era la grande e indomabile Maharet.
Bene, forse per lui era arrivato il momento di presentarsi a Maharet e parlare di quei tempi
antichi. Hai sempre saputo che sono stato io, il capitano dei soldati della regina, a separarti
secoli fa da tua sorella, a mettervi dentro due sarcofaghi e caricarvi sopra due zattere poste
su oceani diversi.
Il mondo dei Non Morti non rischiava forse la distruzione se antichi segreti e antichi orrori
non venivano affrontati ed esaminati da quanti conoscevano le storie delle primissime notti?
In verità Gregory non era più il capitano dell’odiato «Sangue della Regina» che aveva fatto
quelle cose. Rammentava quell’epoca, certo, ma non la forza della personalità o
dell’atteggiamento dietro quei ricordi, o il modo in cui era sopravvissuto a quelle
interminabili notti di guerra e spargimento di sangue. Chi era Maharet? Lui non lo sapeva
veramente.
Quando si era levato, nel III secolo dell’era volgare, aveva iniziato una nuova vita.
Gregory era il nome che si era scelto in quelle notti, e da allora era sempre stato Gregory,
acquisendo cognomi e ricchezza nel corso dei millenni quando ne aveva bisogno, non
ricorrendo mai più alla pazzia, o alla terra, ma costruendosi lentamente un proprio regno con
la ricchezza e l’amore. La ricchezza era facile da acquisire, in realtà talmente facile che lui si
stupiva di vagabondi mendicanti come Antoine e Killer – e il suo amato Davis – che
girovagavano nell’eternità, e anche l’amore di altri bevitori di sangue era stato facile da
ottenere.
La sua Sposa nel Sangue di tutti quei secoli si chiamava Chrysanthe, ed era stata lei a
insegnargli usi e costumi dell’era cristiana e del declinante impero romano quando, dalla
grande città araba e cristiana di Hira – una scintillante capitale sull’Eufrate – lui l’aveva
portata a Cartagine, nel Nord Africa, dove avevano vissuto per molti anni. Là lei gli insegnò il
greco e il latino, offrendogli la poesia, la storia e la filosofia di culture a lui sconosciute
quando era sceso nella terra.
Là gli spiegò i portenti da lui abbracciati nel momento in cui si era levato, e come il
mondo fosse davvero cambiato, cambiato quando lui l’aveva invece creduto immutabile, così
come tutti coloro con cui un tempo aveva condiviso l’umanità e il Sangue.
Gregory giunse ad amare Chrysanthe come in passato, secoli addietro, aveva amato la sua
prima Sposa del Sangue, la perduta Sevraine dagli occhi chiari e dai capelli biondi.
Ah, quali meraviglie aveva scoperto in quei primi anni, mentre il grande impero romano
gli crollava intorno: un mondo di metalli, monumenti e arte che era stato inconcepibile per la
sua mente egizia.
E da allora il mondo continuava a cambiare, ogni nuovo miracolo e invenzione, ogni nuovo
atteggiamento sempre più sbalorditivi di quelli che li avevano preceduti.
Sin da quei primi secoli lui aveva proseguito nella sua traiettoria ascendente, tenendo
vicini a sé gli stessi compagni a cui si era legato in quelle prime centinaia di anni.
Pochissimo tempo dopo che lui e Chrysanthe si erano stabiliti nel loro palazzo vicino al
mare, a Cartagine, erano stati raggiunti da un avvenente e dignitoso greco con una gamba sola
chiamato Flavius, che raccontò di essere stato creato da una potente e saggia bevitrice di
sangue di nome Pandora, consorte di un immortale romano, Marius, il custode del re e della
regina.
Flavius era fuggito dalla casa di Marius perché questi non aveva mai autorizzato la sua
trasformazione, e quando aveva raggiunto quella di Chrysanthe e Gregory a Cartagine si era
affidato alla loro misericordia, e loro lo avevano accolto con gioia: era degno di diventare un
Congiunto nel Sangue. Aveva vissuto ad Atene oltre che ad Antiochia, Efeso e Alessandria, e
aveva visitato Roma. Conosceva la matematica di Euclide e le scritture ebraiche nella loro
trascrizione greca, e parlava di Socrate e Platone e delle Meditazioni di Marco Aurelio e della
storia naturale di Plinio e delle satire di Giovenale e Petronio, e degli scritti di Tertulliano e
sant’Agostino, morto solo di recente.
Quale portento era stato Flavius.
Nessuno, nelle corti dell’antica regina, avrebbe osato donare il Sangue a qualcuno tanto
segnato dalla deformità. Il Sangue non veniva dato nemmeno agli esseri brutti o mal
proporzionati. In realtà ogni umano offerto all’implacabile appetito dello spirito di Amel era
stato un agnello privo di difetti e, anzi, dotato di bellezza e doni di forza e talento che il suo
Creatore doveva appurare e approvare.
Eppure ecco lì Flavius, menomato nei suoi anni mortali ma che adesso ardeva luminoso
grazie al Sangue, un ateniese riflessivo ed eloquente che recitava a memoria i racconti di
Omero mentre suonava il liuto, un poeta e un filosofo che aveva compreso tribunali e verdetti,
e memorizzato intere storie di popoli della terra che non aveva mai conosciuto o visto.
Gregory aveva assorbito così tanto da Flavius, seduto ai suoi piedi ora dopo ora, spronandolo
con domande, imparando a memoria le storie e i canti che gli uscivano dalle labbra. E come
era stato grato a quell’illustre studioso. «Avete la mia lealtà in eterno», aveva detto Flavius a
lui e Chrysanthe, «perché mi avete amato per ciò che sono.»
E pensare che quell’elegante bevitore di sangue conosceva l’ubicazione del Padre e della
Madre. Li aveva visti negli occhi di Pandora, che lo aveva creato, e aveva vissuto sotto lo
stesso tetto di Marius e Pandora, là dove veniva tenuta la Divina Coppia.
Com’era rimasto sbalordito Gregory – l’antico Nebamun – dai racconti di Flavius su re
Enkil e Akasha, adesso statue viventi mute e cieche che non mostravano mai il minimo segno
di sensibilità mentre restavano assise su un trono sopra cumuli di fiori e lanterne profumate, in
un sacrario dorato. Ed era stato Marius, il romano, a portare gli inermi sovrani lontano
dall’Egitto, dagli antichi sacerdoti bevitori di sangue che avevano prosperato là per
quattromila anni. Un sacerdote anziano aveva tentato di annientare la Madre e il Padre, come
venivano ormai chiamati, esponendoli ai letali raggi del sole. E mentre il re e la regina
subivano quel blasfemo oltraggio, innumerevoli bevitori di sangue sparsi per il mondo erano
periti fra le fiamme, ma i più antichi erano stati destinati a sopravvivere, benché la loro pelle
si fosse scurita o addirittura annerita, e ogni loro respiro fosse una sofferenza. Akasha ed Enkil
avevano acquistato solo una tenue tinta bronzea a causa di quello sciocco tentativo di
eliminarli, e in realtà l’anziano stesso era sopravvissuto per condividere lo strazio di coloro
che aveva sperato morissero inceneriti.
Ma per quanto Gregory giudicasse inestimabile quella narrazione – il fatto che la sua
sovrana di un tempo perdurasse senza potere – non era interessato alla storia del Sangue bensì
al nuovo mondo romano.
«Insegnatemi, insegnatemi tutto», aveva ripetuto più e più volte a Flavius e Chrysanthe, e
vagando per le affollate strade di Cartagine, ormai gremite da un misto di romani e greci e
vandali, si sforzava di spiegare ai suoi due devoti insegnanti come fosse sbalorditiva la
ricchezza di quel mondo che loro davano per scontato, in cui la gente comune aveva oro nelle
tasche e cibo in abbondanza sulla tavola, e parlava di «salvezza eterna» come se spettasse alla
gente di più umile lignaggio.
Ai suoi tempi, secoli prima, soltanto la corte reale e una manciata di nobili avevano
vissuto in stanze con dei fiori. L’eternità era stata appannaggio esclusivo di quello stesso
ristretto gruppo di persone che vivevano e respiravano sotto le stelle.
Ma che importanza aveva? Gregory non pretendeva che Chrysanthe e Flavius capissero lui,
ma voleva capire loro. E come sempre attingeva sapere dalle sue vittime, cibandosi della loro
mente quanto del loro sangue. Quale mondo sconfinato abitava la gente comune, e com’era
stata invece angusta e arida la geografia appartenuta tanto tempo prima a lui.
Erano passati meno di duecento anni quando altri due bevitori di sangue, dietro suo invito,
si erano uniti alla sua Famiglia nel Sangue. Cartagine non esisteva più. All’epoca lui viveva
con i familiari nella città italiana di Venezia. Anche i nuovi arrivati, al pari di Flavius,
conoscevano l’infame Marius, custode del re e della regina. Si chiamavano Avicus e Zenobia,
venivano dalla città di Bisanzio e avevano accettato con gioia l’invito di Gregory a trovare
sicurezza e ospitalità sotto il suo tetto.
Avicus era stato un dio del sangue dell’Egitto esattamente come Gregory, e in realtà si era
sentito raccontare storie sul grande Nebamun e su come avesse capeggiato il Sangue della
Regina fino a cacciare la Prima Stirpe dall’Egitto; avevano parecchio di cui parlare rievocando
quei tempi bui e desolati e il tormento di essere degli dei rinchiusi in sacrari di pietra, costretti
a sognare e soffrire la fame negli intervalli fra le grandi festività durante le quali i fedeli
portavano loro un sacrificio di sangue e li pregavano di guardare dentro i cuori per distinguere
gli innocenti dai colpevoli con la loro mente di bevitori di sangue. Come aveva potuto, la
regina, condannare così tanti a una tale infelicità e un tale lavoro ingrato, a un tale orrendo e
straziante isolamento? Anche Nebamun aveva avuto la sua razione di quel «Servizio Divino»,
alla fine.
Non stupiva che Marius, costretto a diventare sacerdote, avesse rapito la Madre e il Padre,
rifiutando completamente l’antica superstizione, per poi tornare a una volontaria e razionale
vita romana tutta sua.
Avicus era un egizio alto e dalla pelle scura, ancora parzialmente folle dopo aver servito
per un migliaio di anni l’antico culto del sangue. Era stato schiavo dell’antica religione fino
all’era volgare, laddove Nebamun ne era fuggito migliaia di anni prima. La sua Sposa nel
Sangue, Zenobia, vantava una corporatura delicata, una folta chioma nera e lineamenti
squisiti; portò nella casa un universo di nuovo sapere, essendo cresciuta nel palazzo
dell’imperatore d’Oriente prima di essere resa immortale da una crudele femmina di nome
Eudoxia che aveva fatto guerra a Marius e alla fine aveva perso.
Zenobia era stata lasciata alla mercé di Marius, ma lui l’aveva amata, accogliendola nella
sua Famiglia nel Sangue, e le aveva insegnato a sopravvivere autonomamente. Aveva
approvato il suo amore per Avicus.
Zenobia si raccoglieva ogni notte i lunghi capelli e usciva vestita da uomo. Solo nel
tranquillo santuario della casa tornava agli indumenti femminili e lasciava che la chioma nera
le coprisse le spalle.
Nessuno dei due avrebbe mai alzato un dito contro Marius, o almeno così dissero al loro
nuovo mentore. Marius aveva giurato di proteggere la Madre e il Padre. Li teneva in un
magnifico santuario, colmo di fiori e lampade, le pareti coperte di lussureggianti giardini
dipinti.
«Sì, è il tipico romano intelligente e colto, certo», aveva affermato Flavius. «E una sorta di
filosofo, e in tutto e per tutto il classico patrizio, ma ha fatto ogni cosa in suo potere per
rendere sopportabile l’esistenza ai Divini Genitori.»
«Sì, ormai ho capito tutto», aveva detto loro Gregory. «La storia di questo Marius diventa
sempre più chiara. Non deve mai succedergli nulla di male, non mentre protegge i Divini
Genitori, ma vi assicuro una cosa, amici miei, e ascoltatemi attentamente. Non vi chiederò
mai di fare del male a un qualsiasi bevitore di sangue, a meno che lui non cerchi di farne
direttamente a noi. Diamo la caccia al malfattore, inoltre cerchiamo di nutrirci della bellezza
che vediamo intorno a noi, delle meraviglie a cui abbiamo il privilegio di assistere, non
capite?»
Impiegarono anni per comprendere pienamente l’approccio alla vita di Gregory e quanto
poco gli importasse delle guerre fra i bevitori di sangue.
Amava però la sua unica famiglia, la sua Famiglia nel Sangue.
Secolo dopo secolo erano rimasti insieme, sostenendosi a vicenda con storie meravigliose
e sapere condiviso e lealtà e amore incondizionati, l’antico sangue di Gregory che donava
forza ai suoi protetti. Di tanto in tanto altri vampiri si univano a loro, ma solo
temporaneamente e mai per diventare dei familiari. Eppure di solito venivano e andavano in
pace.
Dopo Venezia, nell’anno 800 si erano trasferiti nell’Europa settentrionale, e infine
nell’area attualmente nota come Svizzera. Continuarono ad accogliere cortesemente altri
bevitori di sangue, combattendoli solo per difendersi.
A quel punto Gregory era diventato un grande studioso dei Non Morti, scrivendo numerose
teorie sui bevitori di sangue e su come si trasformassero nel corso del tempo. Annotava
meticolosamente i cambiamenti che avvenivano in lui, e osservava anche la saltuaria
sofferenza e alienazione dei suoi compagni, i loro motivi per vagabondare o allontanarsi per
un incantesimo e i motivi per cui tornavano sempre a casa. Come mai gli Antichi evitavano in
quel modo la compagnia di altri Antichi e cercavano di imparare dai figli molto più giovani di
ere diverse, e come mai una creatura come lui non si proponeva di rintracciare coloro che
rammentava da quei tempi cupi, quando sapeva che alcuni erano sicuramente sopravvissuti?
Quelle domande lo ossessionavano. Riempiva con le sue riflessioni dei diari dalla copertina in
pelle.
Le Cronache dei Vampiri e le vicende avvenute nel mondo vampiresco dal 1985, quando
Lestat aveva destato la regina Akasha, a oggi lo avevano profondamente affascinato, e lui
aveva studiato le pagine dei libri, eternamente interessato alla profonda corrente di
osservazione psicologica che li collegava. Mai, durante tutti quei secoli, aveva incontrato fra i
Non Morti anime poetiche come Louis de Pointe du Lac e Lestat de Lioncourt, o persino
Marius, la cui biografia emanava lo stesso profondo romanticismo misto a malinconia delle
loro opere. Marius poteva anche essere stato un patrizio romano, rifletteva Gregory, ma era
indubbiamente l’incarnazione dell’Uomo Sensibile Romantico che ora trovava sollievo nella
propria forza interiore e nell’attaccamento ai propri valori.
Naturalmente la cosa chiamata romanticismo non era una novità, ma Gregory pensava di
capire perché il mondo del XVIII e XIX secolo l’avesse definita ed esplorata così a fondo,
forgiando quindi intere generazioni di esseri umani sensibili in modo che credessero
pienamente in se stessi come nessun umano o vampiro aveva mai fatto prima.
Ma lui esisteva sin dagli inizi della storia umana registrata e sapeva benissimo che anche
le «anime romantiche» erano sempre esistite ed erano solo uno dei tanti tipi di anime esistenti.
In breve, ci sono sempre stati romantici, poeti, outsider, emarginati, coloro che cantavano
dell’alienazione, che avessero o meno un termine ingegnoso per definirla.
Ad aver dato davvero vita al movimento romantico nella storia delle idee umane era
l’agiatezza: l’aumento nel numero di persone che avevano abbastanza da mangiare, abbastanza
istruzione per leggere e scrivere, abbastanza tempo per rimuginare sulle proprie emozioni
personali.
Gregory non riusciva a capire come mai gli altri non se ne accorgessero.
Aveva assistito alla crescita dell’agiatezza sin dagli albori dell’era cristiana. Persino
uscendo dal deserto egiziano, un lacero rottame mezzo matto, era rimasto sbigottito dalla
ricchezza della popolazione dell’impero romano, dal fatto che dei comuni soldati cavalcassero
destrieri in battaglia (un vantaggio impensabile, per un essere umano dell’epoca di Gregory),
che tessuti indiani ed egiziani venissero venduti in tutto il mondo conosciuto, che delle
contadine possedessero un loro telaio, che solide strade romane unissero l’impero con tanto di
caravanserragli per i viaggiatori ogni pochi chilometri, e che vi fosse cibo in abbondanza per
tutti. Insomma, quegli intraprendenti romani avevano concretamente inventato una pietra
liquida con cui costruivano non solo strade ma anche acquedotti per trasportare l’acqua per
vari chilometri, fino alle loro sempre più grandi città. Vasi, brocche e anfore di squisita fattura
venivano importati nelle più remote città per essere venduti alla gente comune. In realtà merci
generiche e di lusso di ogni tipo viaggiavano su strade e vie d’acqua romane, dalle tegole agli
scritti popolari.
Sì, c’erano state alcune pesanti battute d’arresto ma, nonostante il crollo globale
dell’impero romano, Gregory non aveva visto altro che «progresso», a partire dalle prime
invenzioni del Medioevo: il barile, la ruota da mulino, la staffa, i nuovi finimenti che non
soffocavano i buoi nei campi, la sempre più diffusa predilezione per abiti ornati e splendidi, e
la costruzione di svettanti cattedrali in cui le persone comuni potevano assistere alle funzioni
insieme ai più ricchi e privilegiati.
Com’erano diverse le grandi chiese di Reims o Amiens dai grossolani templi dell’antico
Egitto riservati unicamente ai loro dei e a una manciata di sacerdoti e governanti.
Eppure lo affascinava e ammaliava che fosse servita l’epoca romantica per produrre
vampiri decisi a rendersi noti alla storia e in opere letterarie malinconiche e filosofiche come
quei libri.
Nella cosa c’era un altro aspetto fondamentale che lo sconcertava. Gregory intuiva con
tutta l’anima che quella era, per i Non Morti, l’epoca più magnifica che avesse mai
conosciuto. E non capiva come mai i poetici autori delle Cronache dei Vampiri non
affrontassero mai quel fatto palese.
Da quando nelle città dell’Europa e dell’America era stata introdotta l’illuminazione
pubblica, il mondo aveva continuato a migliorare, per i Non Morti. Non comprendevano il
miracolo dei lampioni a gas di Parigi, dell’illuminazione con lampade ad arco capace di creare
una luce diurna virtuale in un parco o una piazza in qualsiasi punto del mondo, il miracolo
dell’elettricità che pervadeva le case come i luoghi pubblici portando la brillantezza del sole
in cottage e palazzi indiscriminatamente? Non avevano la minima idea di come i progressi nel
campo dell’illuminazione avessero influito sul comportamento e la mente delle persone, di
cosa significasse per il più minuscolo villaggio avere i propri drugstore e supermercati tutti
illuminati, e per le persone gironzolare alle otto di sera con la stessa energica curiosità e
brama di lavoro ed esperienza che assaporavano durante le ore di luce solare?
Il pianeta era stato trasformato dall’illuminazione e dalla magia della televisione e dei
computer, livellando il campo di gioco per i bevitori di sangue come mai prima d’allora.
Bene, Gregory poteva capire che Lestat e Louis dessero per scontate cose del genere –
erano nati durante la rivoluzione industriale, che lo sapessero o meno – ma cosa dire del
grande Marius? Perché non andava in estasi per il mondo moderno tutto illuminato? Perché
non aveva caro l’enorme e rapido aumento di libertà umana e di mobilità fisica e sociale dei
tempi moderni?
Insomma, quei tempi erano perfetti per i Non Morti. Nulla veniva loro negato. Potevano
conoscere ogni aspetto della luce diurna e delle attività diurne tramite televisione e film.
Ormai non erano più Figli delle Tenebre. Le tenebre erano state bandite dalla terra. Erano
diventate una libera scelta.
Oh, come avrebbe voluto discutere la sua visione delle cose con Lestat. Tutto ciò come
stava influendo sul destino dei bevitori di sangue del mondo? E ora che Internet aveva
abbracciato il pianeta, la trasmissione radiofonica di Benji Mahmoud da casa sua non era
soltanto l’inizio?
Quando avremmo visto le banche dati consentire ai bevitori di sangue in ogni dove,
indipendentemente dall’età e dall’isolamento, di ritrovare i compagni perduti, i loro cari,
immortali rimasti troppo a lungo una semplice leggenda, per loro?
E cosa dire del vetro? Bastava guardare cosa era accaduto al mondo grazie all’invenzione,
l’evoluzione e il perfezionamento del vetro. Occhiali, telescopi, microscopi, vetro laminato,
pareti di vetro, palazzi di vetro, torri di vetro! Insomma, l’architettura del mondo moderno era
stata rivoluzionata dall’impiego di quel materiale. La scienza era progredita in modi drastici e
misteriosi grazie alla disponibilità e all’utilizzo del vetro!
(Trovava profondamente ironico e forse significativo che la grande Akasha fosse stata
decapitata da un’enorme lastra di vetro rotto. In fondo, un immortale di seimila anni è una
creatura estremamente forte e resistente, e Gregory non era sicuro che una semplice accetta
avrebbe potuto decapitare la regina o potesse decapitare lui, ma un’enorme scheggia di vetro
laminato si era rivelata abbastanza affilata e pesante per staccare la testa dal corpo, tanto da
causare la morte di Akasha. Un incidente, certo, ma davvero stranissimo.)
D’accordo, quindi la «congrega degli eloquenti», come venivano chiamati, non era stata
costituita di storici della società o dell’economia, ma dei romantici sensibili come Marius e
Lestat avrebbero sicuramente trovato interessante il concetto di progresso di Gregory, e in
particolare la sua teoria che quella attuale fosse l’Epoca del Vampiro, per così dire. Avrebbe
dovuto essere un’età dell’oro, per usare la definizione di Marius, per tutti i Non Morti.
Oh, doveva assolutamente arrivare, per lui, il momento di conoscerli.
Ma, persino mentre si diceva che una parte di quel suo desiderio misto a entusiasmo era
puerile e ingenua e persino ridicola, si sentiva attratto quasi ossessivamente da Louis e Lestat.
In particolare da Lestat.
Louis era un pellegrino danneggiato e, benché lui si stesse rimettendo ormai da circa un
decennio, in realtà era Lestat il «cuor di leone» che Gregory voleva conoscere con tutta
l’anima.
A volte sembrava che Lestat fosse l’immortale che lui aveva aspettato per tutto quel
tempo, quello con cui avrebbe potuto discutere tutte le sue osservazioni dei Non Morti e il
flusso della storia umana da loro seguito per seimila anni. In realtà Gregory era innamorato di
Lestat.
Sapeva di esserlo, e quando Zenobia e Avicus lo prendevano in giro per questo o Flavius si
diceva «preoccupato», al riguardo, lui non negava la cosa né cercava di difenderla. Chrysanthe
capiva. Chrysanthe capiva sempre le sue ossessioni. E capiva anche Davis, il suo cortese
compagno di colore salvato dal massacro seguito al concerto di Lestat.
«Sembrava un dio, su quel palcoscenico», diceva di Lestat al concerto. «Era l’unico
vampiro che tutti amavamo! Sembrava che nulla potesse fermarlo e che nulla l’avrebbe mai
fatto.»
Ma qualcosa aveva decisamente fermato Lestat, o di certo lo aveva rallentato. Demoni da
lui stesso creati, forse, oppure spossatezza spirituale. Gregory desiderava ardentemente sapere,
compatire, offrire sostegno.
In segreto aveva perlustrato il mondo cercando Lestat, e gli era arrivato molto vicino in
diverse occasioni, spiandolo e intuendo la sua immensa rabbia e il suo profondo bisogno di
solitudine. Gregory si era sempre tirato indietro, incapace di imporre la sua presenza
all’oggetto della sua ossessione, indietreggiando silenziosamente, in preda alla delusione e a
una specie di vergogna.
Due anni prima, a Parigi, si era avvicinato abbastanza per vedere Lestat in carne e ossa,
correndo là da Ginevra non appena si era saputo della comparsa del celebre vampiro, eppure
non aveva osato rivelarsi. Soltanto l’amore poteva creare un simile conflitto, una simile
brama, una simile paura.
Adesso provava la stessa riluttanza a palesarsi alla congrega newyorkese di Trinity Gate.
Non se la sentiva di fare il primo passo. Ancora non se la sentiva di sforzarsi al massimo e
rischiare un rimprovero. No. Quelle creature significavano troppo, per lui. Il momento adatto
non era ancora giunto.
In realtà soltanto un bevitore di sangue lo aveva indotto a uscire dall’anonimato, in tempi
recenti, ed era Fareed Bhansali, il medico vampiro a Los Angeles, che lo aveva affascinato
abbastanza per spingerlo a rivelarsi, e per motivi molto specifici. Perché quel Fareed, a suo
modo, era unico – sempre che si possa paragonare l’unicità – come i romantici poeti vampiri
Louis e Lestat, nel senso che era l’unico moderno bevitore di sangue noto a Gregory che fosse
un medico.
Oh, nel lontano passato ne erano senza dubbio esistiti alcuni, ma erano guaritori e
alchimisti di competenza solo elementare che, una volta passati al Sangue, perdevano
qualsiasi interesse per le proprie esplorazioni scientifiche, e a ragione, perché per migliaia di
anni c’era stato un limite a ciò che si poteva conoscere scientificamente.
Magnus, il grande alchimista parigino, era stato un perfetto esempio. In tarda età, curvo e
deformato dal naturale deterioramento delle ossa, si era visto negare il sangue dal presuntuoso
Rhoshamandes, che all’epoca governava quietamente i Non Morti di Francia senza mai
permettere che il loro numero diventasse ingestibile. Amareggiato, furioso e deciso a non
lasciarsi sconfiggere, Magnus era riuscito a rubare il Sangue a un giovane accolito di
Rhoshamandes noto come Benedict. Legando quest’ultimo e bevendone tutto il sangue
esattamente al tramonto, era diventato un perfetto immortale, steso intontito sul corpo
comatoso del suo Creatore, che al risveglio si scoprì troppo debole per spezzare le sue legature
e persino per chiamare aiuto. Quali sconvolgimenti quell’astuto ladro del Sangue aveva
scatenato nell’intero mondo dei Non Morti. Quanti avrebbero osato imitare l’audace Magnus?
Be’, pochissimi lo fecero mai. Pochissimi bevitori di sangue furono mai avventati o stupidi
come si era dimostrato il docile Benedict confidando a un «amico» mortale l’ubicazione del
luogo in cui riposava.
E poi Magnus, quel pensatore autenticamente rivoluzionario, aveva voltato le spalle al
sapere medico e alchemico della sua vita umana, si era chiuso in una torre nei pressi di Parigi
e si era dedicato alle più amare riflessioni finché non era impazzito; alla fine, il suo unico vero
trionfo la cattura e creazione del vampiro Lestat. A quest’ultimo aveva lasciato il suo sangue, i
suoi beni immobili e la sua ricchezza.
Ah, fallimenti così terribili.
E dov’era Rhoshamandes, adesso? Dov’era la sua splendida progenie, la bellissima
merovingia Alessandra, figlia di Dagoberto I, o il disonorato e sempre contrito Benedict?
Alessandra si era davvero immolata su una pira nelle catacombe sotto il Cimitero degli
Innocenti solo perché il vampiro Lestat aveva attraversato a passo di marcia il di lei mondo e
annientato gli antichi Figli di Satana che ne avevano tenuti a lungo prigionieri la mente e
l’anima e il corpo? Una pira poteva benissimo essere bastata a distruggere il corpo di Magnus,
certo, ma Alessandra era già anziana prima ancora che Magnus cominciasse a esistere, benché
la sua età ed esperienza si fossero perse più di una volta nella follia.
Gregory aveva saputo ben poco di Rhoshamandes nel corso di quei secoli, ma aveva
osservato parecchio, da lontano. E perché no? Rhoshamandes non era stato un suo novizio?
Be’, no. Era stata la Madre a renderlo immortale per il Sangue della Regina, poi lo aveva
affidato a Gregory (il suo devoto Nebamun) perché lo istruisse e addestrasse.
C’erano molti vampiri che lui sperava di ritrovare in futuro, compresa la sua Sposa nel
Sangue persa da tempo, Sevraine. Migliaia di anni prima era arrivata in Egitto come schiava, i
capelli e gli occhi chiari come quelli delle streghe dalla chioma rossa, e lui, Gregory o
Nebamun, capitano del Sangue della Regina, l’aveva amata a tal punto da renderla immortale
senza il benestare della sovrana e per quello aveva quasi pagato il prezzo più alto possibile. In
un punto imprecisato del grande e luminoso mondo là fuori, Sevraine era ancora viva. Ne era
sicuro. E forse l’unico vantaggio di tutta l’infelicità degli ultimi tempi era che gli Antichi si
sarebbero riuniti. Persino Rhoshamandes sarebbe tornato in superficie, e anche alcuni membri
della sua forte progenie come Eleni ed Eugénie, un tempo prigioniere dei Figli di Satana
parigini. E dov’era Hesketh? Gregory non riusciva a dimenticarla.
La tragica Hesketh era stata il bevitore di sangue più deforme che lui avesse mai
incontrato, creata e amata dall’anziano e ribelle dio del sangue Teskhamen, fuggito dai druidi
che lo veneravano e avevano tentato di immolarlo sulla loro pira. Gregory aveva incontrato
Hesketh e Teskhamen nelle lande desolate francesi nel VII secolo dell’era comune, quando
Rhoshamandes governava ancora in quelle zone, e in seguito nell’estremo Nord. Teskhamen
aveva parecchie storie da raccontare, ma non le avevano forse tutti? Sicuramente quelli saggi e
vigorosi come Hesketh e Teskhamen erano sopravvissuti.
Ma il punto era che Fareed Bhansali, un medico vampiro, aveva affascinato Gregory tanto
per indurlo a rivelarsi. Fareed Bhansali sembrava davvero unico.
E, visto che nel mondo si era sparsa la voce che un dottore immortale era comparso «sulla
scena» a Los Angeles e aveva allestito un’intera clinica in un palazzo di studi medici con lo
scopo di studiare i Non Morti, e che era potente e geniale ed era stato un rinomato medico e
ricercatore a Mumbai prima di essere trasformato in vampiro, Gregory si era riproposto di
osservarlo da vicino.
In realtà si affrettò a farlo. Temeva che le terribili gemelle – Mekare e Maharet – che ora
avevano il controllo dello spirito Amel e la fonte primordiale del Sangue, potessero incenerire
quel parvenu, e voleva essere sul posto per impedirlo e portare al sicuro l’audace Fareed nella
sua casa di Ginevra.
Lui non riusciva a capire perché, ma il medico non faceva assolutamente nulla per
nascondersi. In realtà c’erano occasioni in cui sembrava decisamente ansioso di pubblicizzare
la sua presenza, cercando in ogni dove vampiri vagabondi e plebaglia per i suoi studi.
Ma Gregory aveva un motivo diverso per cercarlo.
Per la prima volta da diciassette secoli si stava chiedendo se la gamba mancante di Flavius
potesse essere rimpiazzata da qualche ingegnoso congegno di plastica e acciaio come quello
perfezionato dagli umani di quell’epoca. Adesso c’era un vampiro medico a fornire la risposta.
Non fu facile convincere Flavius ad accettare l’esperimento, o persino l’idea di compiere
la traversata dall’Europa all’America, ma alla fine Gregory trovò subito Fareed.
Non appena si imbatté in Fareed che camminava nelle strade oscurate dagli alberi di West
Hollywood in una radiosa serata estiva, si rese conto che si era preoccupato inutilmente per
l’incolumità del medico: accanto a lui procedeva un vampiro vecchio quasi come Gregory, e
in realtà non era altri che Seth, il figlio dell’antica Madre.
Che strano vederlo lì, a secoli di distanza da quell’epoca remota, sui marciapiedi di quella
città moderna, alto e snello come era sempre stato, con spalle possenti e dita sottili, una grossa
testa dalla forma leggiadra e quegli occhi scuri quasi a mandorla. Nel corso dei secoli la sua
pelle scura si era schiarita e lui sfoggiava un che di orientale con i corti capelli neri e
l’atteggiamento regale di epoche auree.
L’antico principe della corona.
Seth era solo un ragazzo quando sua madre, la regina Akasha, era stata infettata dal sangue
del demone e lo aveva mandato a Ninive perché fosse al sicuro; ma quando le battaglie fra
Sangue della Regina e Prima Stirpe continuarono a infuriare, la Madre, temendo che il giovane
cadesse nelle mani sbagliate, lo aveva mandato a chiamare e trasformato in vampiro.
Ora, quel Seth era stato un guaritore, certo, benché Gregory lo avesse dimenticato, o
almeno così sostenevano le antiche storie di quei tempi. Era stato un sognatore errante che
visitava le città dei due fiumi cercando altri guaritori grazie ai quali tentare di accrescere il
suo sapere, e non era affatto voluto tornare nella corte materna ammantata di mistero, in
Egitto. Tutt’altro. Vi era stato portato con la forza.
Akasha gli aveva dato il Sangue nel corso di una solenne e fastosa cerimonia all’interno
del palazzo reale e gli aveva detto che doveva diventare per lei il più grande capo che il
Sangue della Regina avesse mai conosciuto, ma lui aveva deluso sua madre e la sua sovrana
scomparendo fra le sabbie del deserto e le sabbie dell’oblio senza che nessuno avesse mai più
sue notizie.
Adesso era Seth, Seth il guaritore, a camminare accanto a Fareed. Era il potente sangue
antico di Seth a incendiare le vene di Fareed. Naturalmente. L’antico guaritore aveva creato il
vampiro medico.
Fareed era alto quasi quanto il suo Creatore e tutore, con una magnifica pelle color miele e
ondulati capelli neri come l’inchiostro. Gli occhi erano verdi. Ricordava una star della
Bollywood indiana, pensò Gregory, con la folta chioma e quegli scintillanti occhi verdi. Gli
occhi verdi erano stati così rari nei tempi antichi. All’epoca si poteva vivere un’intera vita
umana senza mai vedere una creatura che li avesse azzurri o verdi. I capelli rossi e gli occhi
azzurri avevano reso le streghe Mekare e Maharet ancor più sospette e spaventose per gli
egizi, e la bellissima schiava del Nord, l’amata Sevraine di Gregory, era stata molto temuta.
Ancora nell’era volgare, quando Flavius, un greco, era andato da lui, Gregory era rimasto
abbagliato dall’apparente miracolo di quei capelli color oro e quegli occhi azzurri.
Con quale formalità, con quale cortesia, Gregory e Seth si erano salutati. Insomma, Seth,
amico mio, sono passati seimila anni!
Persino la Madre, Mekare, che adesso ospitava dentro di sé il demone, non sarebbe riuscita
a incenerire o annientare quel potente medico fintanto che Seth fosse rimasto al suo fianco. E
durante ogni notte delle loro vite, scoprì Gregory, Seth donava il suo sangue antico a Fareed.
«Dagli il tuo e saremo felici di fare qualsiasi cosa per aiutare Flavius», disse Seth, «perché
anche il tuo sangue è puro.»
«È davvero così puro?» chiese Gregory, stupito.
«Sì, amico mio», rispose Seth. «Abbiamo bevuto dalla Madre. Coloro che bevono dalla
Madre possiedono un potere diverso da qualsiasi altro.»
Anche il vampiro Lestat ha bevuto dalla Madre, pensò Gregory. E lo stesso aveva fatto
Marius, il vagabondo. I novizi di Marius, Pandora e Bianca, avevano bevuto dalla Madre. E
anche Avicus e Zenobia, creati dallo stesso Gregory, sì. E Khayman, il povero Khayman, era
davvero un babbeo sotto la protezione delle gemelle? Anch’egli aveva bevuto direttamente
dalla Madre. Quanti altri lo avevano fatto?
Nella lussuosa camera dell’appartamento-clinica di Fareed situato in un grattacielo,
Gregory aveva preso fra le braccia quel brillante medico e gli aveva affondato i denti simili ad
aghi nell’anima e nei sogni. Io prenderò il tuo sangue e tu berrai il mio e ci conosceremo a
vicenda e ci ameremo e saremo fratelli per sempre. Congiunti nel Sangue.
Era una splendida creatura, Fareed. Come succedeva con molti immortali, la sua morale
era stata forgiata nel crogiolo della sua esperienza umana e non avrebbe ceduto, adesso, alle
lusinghe del Sangue. Lui sarebbe stato in eterno un servitore di vampiri, sì, ma rispettando
tutte le creature viventi, e non si sarebbe mai impegnato in nulla che potesse danneggiare
qualcuno, a meno che quel qualcuno si fosse dimostrato indegno della sua premura in quanto
indicibile mostro di qualche genere.
Di conseguenza Fareed non poteva fare del male né a vampiri né a esseri umani. Quale che
fosse il corso delle sue scoperte scientifiche, esse non sarebbero mai state corrotte o utilizzate
impropriamente.
Ma nel corso della sua vita Fareed ne aveva avuto abbastanza di malfattori incorreggibili,
inveterati e impossibili da redimere, quindi poteva scegliere, e avrebbe scelto, tra il furioso
gregge vampiresco, un bullo davvero crudele, insulso, lurido e degenerato a cui poter
prelevare una gamba da impiantare poi a Flavius come fosse sua. In realtà, in più di
un’occasione aveva preso un simile corpo vampiresco per i suoi esperimenti. Fu sincero al
riguardo. No, non avrebbe mai fatto una cosa del genere a un essere umano, ma a un bevitore
di sangue crudele e implacabilmente distruttivo, sì, poteva farla. E la fece, per procurare una
gamba a Flavius. Una gamba autentica, viva, che divenne parte del corpo immortale di
Flavius!
Ah magnifico nuovo mondo...
Quelle notti con Fareed e Seth erano state diverse da qualsiasi cosa Gregory avesse mai
sperimentato, dedicate a interminabili discorsi e visioni ed esperimenti scientifici. «Se uno
qualsiasi di voi gentiluomini desidera provare ancora una volta la passione degli uomini
biologici, posso organizzare la cosa semplicemente con alcune iniezioni di ormoni», spiegò
Fareed, «e in realtà sarei felicissimo se mi accontentaste, in questo, permettendomi poi di
prelevare il seme risultato dagli esperimenti.»
«Stai dicendo che da noi può sgorgare di nuovo del seme vivente?» chiese Flavius.
«Sì», rispose Fareed. «In un caso sono riuscito a ottenerlo, ma non era certo un caso
comune.» Aveva davvero iniettato quei potenti ormoni in un vampiro nato nel Settecento e il
seme del vampiro aveva generato un figlio, ma non era stato semplice. In realtà la magica
connessione era stata effettuata in una capsula, e il figlio era più un clone che un discendente,
nato grazie a una madre biologica.
Gregory rimase di stucco, così come Flavius.
Ma a scioccarlo fin nel midollo non fu che avesse funzionato, quel pizzico di imbroglio
cellulare, ma che avesse funzionato con un vampiro che Gregory aveva seguito in giro per il
mondo. Fareed si sforzò di tenere segreta l’identità del bevitore di sangue coinvolto ma
Gregory, quando poi lo attirò a sé per berne il sangue e dargli in cambio il suo, si protese verso
immagini e risposte celate ben a fondo e le tirò verso di sé.
Sì, il grande cantante rock e poeta Lestat de Lioncourt aveva generato un figlio.
Infine, su uno schermo brillante in una stanza buia, Fareed gli mostrò alcune immagini di
quel ragazzo umano, l’«immagine sputata» del padre fin nei minimi dettagli, che racchiudeva
l’intero pacchetto del DNA paterno.
«E Lestat lo sa?» chiese Gregory. «E ha riconosciuto il ragazzo?» Si accorse di come
suonassero ridicole quelle parole non appena le pronunciò, e conosceva anche la risposta.
Lestat, ovunque si trovasse, non sapeva assolutamente nulla dell’esistenza del giovane
Viktor.
«Credo che Lestat non abbia mai sospettato la mia intenzione di tentare una cosa simile»,
rispose Fareed.
Mentre si discuteva di tutto ciò, Seth rimase seduto nell’ombra accanto all’amato Fareed,
il suo stretto viso spigoloso impassibile, ma lui e Gregory stavano certo pensando la stessa
cosa. Seth, il figlio umano della Madre, un tempo era stato l’ostaggio più ricercato dai nemici
della grande regina, ecco perché Akasha lo aveva mandato a chiamare e gli aveva dato il
Sangue, per tenerlo lontano dai propri avversari che avrebbero potuto torturarlo senza sosta
per ottenere da lei concessioni o la resa.
Quello stesso destino non poteva toccare a quel ragazzo umano?
«E se Lestat è già stato annientato dai suoi nemici?» aveva chiesto Flavius. «Nessuno lo
sente più da un sacco di tempo.»
«È vivo, lo so», aveva dichiarato Gregory. Fareed e Seth non avevano replicato.
Erano passati anni da quell’incontro.
Il ragazzo doveva averne diciotto o diciannove, ormai, un uomo sotto ogni punto di vista,
ed era quasi la stessa età che aveva suo padre quando Magnus lo aveva preso con la forza e
reso immortale.
Prima che Gregory e Flavius si congedassero, Seth aveva assicurato a entrambi che non
serbava alcun antico rancore verso le gemelle perché avevano ucciso sua madre.
«Le gemelle sanno che siamo qui», affermò Seth. «Devono per forza saperlo. E a loro non
importa. È quello il segreto della Regina dei dannati in carica. Be’, a me importa. Mi importa
di qualsiasi cosa sotto il sole e la luna, ed è per questo che ho creato Fareed, ma non mi
interessa vendicarmi delle gemelle né incontrarle mai a tu per tu. Questo non conta affatto, per
me.»
Aveva ragione, naturalmente, sul fatto che Maharet sapesse, ma all’epoca Gregory non ne
era al corrente. Lo aveva scoperto solo molto tempo dopo. E quelle di Seth erano semplici
congetture. Lui e Fareed non avevano ancora incontrato Maharet.
«Capisco, capisco benissimo», mormorò Gregory. «Ma non hai mai desiderato, tu stesso,
prelevare il demone da Mekare per accoglierlo dentro di te? Non hai mai provato quel
semplice impulso, l’impulso di annientarla esattamente come lei aveva annientato la Madre?»
«Mia madre, vorrai dire», replicò Seth, «e la risposta è no. Perché dovrei volere il demone
dentro di me? Credi che, essendo suo figlio, mi consideri l’erede di Akasha per quanto
riguarda il demone?» Era disgustato.
«Non mi riferivo tanto a questo», disse Gregory, tirandosi indietro educatamente, «quanto
al desiderio di farlo affinché la minaccia del nostro annientamento non dipenda da un altro,
affinché tu possa tenere al sicuro la fonte dentro di te.»
«E perché sarebbe più al sicuro con me che con chiunque altro?» domando Seth. «Hai mai
voluto introdurre il Sacro Nucleo nel tuo corpo?»
Si trovavano nel grande salotto dell’appartamento privato di Fareed, quando avevano avuto
quell’ultima discussione. La frescura della notte losangelina aveva giustificato l’accensione
del caminetto, e loro erano riuniti accanto a quest’ultimo, seduti su poltrone di pelle. Flavius
aveva posato su un divanetto di pelle la sua nuova gamba perfettamente funzionante, di tanto
in tanto fissandola sbalordito. Sotto i pantaloni di lana grigia risultava visibile soltanto il suo
piede fasciato da un calzino. Lui ne fletteva ogni tanto le dita come per convincersi che
quell’arto gli apparteneva veramente.
Gregory rifletté sulla domanda.
«Prima della notte in cui Mekare ha ucciso la regina non avevo idea che una qualsivoglia
forza sulla terra potesse prelevare il Sacro Nucleo da Akasha per trasferirlo dentro qualcun
altro», confessò.
«Ma ora lo sai», ribatté Seth. «Hai mai pensato di provare a rubarlo tu?»
Gregory dovette confessare che il pensiero non l’aveva mai nemmeno sfiorato, in nessuna
forma. In realtà, quando riesaminava mentalmente la scena – a cui non aveva assistito ma che
aveva visto solo in lampi telepatici provenienti da punti remoti e letto nei libri di Lestat – la
considerava mitica.
«Ancora non capisco come ci siano riuscite», disse. «E no, non tenterei mai una tale
impresa né vorrei avere il Sacro Nucleo dentro di me.»
Rifletté per un lungo istante, lasciando che i suoi pensieri risultassero leggibili per gli
altri, anche se soltanto Fareed e Flavius, in apparenza, riuscirono a leggerli.
Lui era un mistero per Seth, e Seth un mistero per lui, cosa piuttosto comune fra i membri
della prima generazione.
«Perché qualcuno dovrebbe volere diventar l’ospite del Sacro Nucleo?» chiese.
Seth non rispose subito, poi parlò con voce sommessa ma nitida.
«Mi sospetti di connivenza, vero? Pensi che il nostro lavoro qui sia riducibile a un
semplice complotto per acquisire il controllo sulla fonte.»
«No, non è vero», replicò Gregory, sbigottito. Si sarebbe potuto offendere, ma non era nel
suo stile.
Seth lo stava fissando, lo stava fissando come se lo detestasse. E Gregory si rese conto di
aver raggiunto un importante punto di svolta.
Poteva detestare a sua volta Seth, se sceglieva di farlo. Poteva temerlo, cedere all’invidia
per la sua età e il suo potere.
Non voleva farlo.
Pensò tristemente a quanto aveva fantasticato incontri come quello, sognando di
presentarsi dalla grande Maharet semplicemente per parlarle, parlare e parlare e parlare, nello
stesso modo in cui parlava continuamente alla sua amata famigliola che non capiva mai
davvero di cosa stesse cianciando.
Distolse lo sguardo.
Non avrebbe disprezzato Seth né tentato di intimidirlo. Se aveva imparato qualcosa dal
lungo periodo trascorso in quel mondo, era che poteva intimidire gli altri ben oltre le sue più
sfrenate intenzioni di farlo.
Quando una statua ti rivolge la parola, una statua capace di respirare e muoversi, la cosa
risulta leggermente orrenda.
Con Fareed e Seth, tuttavia, Gregory aveva desiderato qualcosa di caldo, qualcosa di vitale.
«Voglio che siamo fratelli», disse sottovoce a Seth. «Vorrei che esistesse un termine
adatto per indicare i fratelli e le sorelle nel mondo intero, qualcosa di più specifico di
’familiari’, ma voi siete i miei familiari. Ho scambiato il sangue con voi, e questo vi rende i
miei familiari speciali, ma siamo tutti imparentati.»
Aveva fissato con un senso di impotenza il caminetto ornamentale. Marmo con venature
nere. Dorature francesi. Alari d’oro scintillante. Lasciò montare il suo udito soprannaturale;
udì le voci dietro il vetro, le voci di milioni di creature, in soffici onde fluttuanti,
inframmezzate dalla musica di grida, preghiere, risate.
A quel punto Fareed cominciò a parlare del suo lavoro immediato e di come Flavius
avrebbe dovuto usare, adesso, la gamba «viva» da lui impiantata con tanta abilità. E continuò a
discorrere dei dettagli del lungo intervento chirurgico durante il quale era stata attaccata, della
natura del Sangue, di come si comportasse in maniera così diversa dal sangue umano.
Usò tantissime parole latine che Gregory non riuscì a capire.
«Ma cos’è questo essere, Amel?» chiese alla fine Gregory. «Oh, perdonami se non so cosa
significano tutti questi termini, ma cos’è questa forza animatrice dentro di noi? In che modo
ha trasformato il sangue nel Sangue?»
Fareed parve piacevolmente assorbito dalla domanda, mentre rispondeva.
«Questo essere, questo mostro, Amel... è composto di nanoparticelle. Come posso
descriverlo? È composto di cellule molto più piccole delle più minuscole cellule eucariotiche
a noi note, ma comunque cellule, capisci: ha una vita cellulare, dimensioni, confini, un
sistema nervoso di qualche tipo, un cervello o nucleo di genere imprecisato che ne governa la
fisicità e le proprietà eteriche. Un tempo possedeva un’intelligenza, se dobbiamo credere alle
streghe. Un tempo possedeva una voce.»
«Vuoi dire che riesci a vedere queste cellule al microscopio?» si informò Gregory.
«Niente affatto», rispose Fareed. «Conosco le loro proprietà grazie al modo in cui esse si
comportano. Quando una creatura viene trasformata in vampiro è come se un tentacolo di
questo mostro invadesse il nuovo organismo, agganciandosi al cervello dell’essere umano per
poi cominciare a poco a poco a trasformarlo. La senescenza viene bloccata per sempre. In
seguito il sangue alchemico della creatura lavora sul sangue umano, assorbendolo lentamente
e poi trasformando quello che non assorbe. Agisce su tutto il tessuto biologico, diventa l’unica
fonte di sviluppo e mutamento cellulari all’interno dell’ospite. Mi stai seguendo?»
«Be’, sì, questo credo di averlo sempre saputo», replicò Gregory.
«Adesso gli serve altro sangue umano per proseguire il suo lavoro.»
«E qual è lo scopo del suo lavoro?» chiese Flavius.
«Trasformarci in ospiti perfetti per lui», rispose Fareed.
«E bere sangue, bere sempre più sangue», dichiarò Gregory. «Spingerci a berne di più.
Ricordo come urlava la regina, in quei primi mesi. La sete era insopportabile. Lui voleva più
sangue. Le streghe dai capelli rossi lo dissero ad Akasha, prima di vedersi dare il Sangue. ’Lui
vuole più sangue.’»
«Ma dubito che sia quello il suo scopo principale o che lo sia mai stato», affermò Fareed.
«Non sono sicuro che sia consapevole di uno scopo! È questo che desidero scoprire più di
qualsiasi altra cosa. È cosciente di sé? È un essere cosciente quello che vive nel corpo di
Mekare?»
«All’inizio», commentò Gregory, «gli spiriti del mondo dissero alle streghe gemelle che
Amel, una volta fusosi con la regina, non era cosciente. Dissero: ’Amel non è più’. Dissero che
ormai era perso all’interno della Madre.»
Fareed rise fra sé e fissò il fuoco.
«Io ero presente», affermò Gregory. «Ricordo quando le gemelle fecero queste
affermazioni.»
«Bene, certo che eri presente, ma a lasciarmi sbalordito è che, dopo tutte le generazioni
che hai visto sorgere e crollare, tu creda ancora che quegli spiriti abbiano davvero parlato alle
streghe.»
«Ne sono sicuro.»
«Davvero?» chiese Fareed.
«Sì», rispose Gregory. «Sicurissimo.»
«Bene, tu potresti benissimo avere ragione, e gli spiriti anche. Diciamo che la creatura è
priva di mente e del tutto incorporata, ma non posso evitare di pormi delle domande. Ti
assicuro che non esistono entità disincarnate. Questo essere, Amel, non è un’entità
disincarnata ma qualcosa di immense dimensioni e dall’organizzazione complessa, qualcosa
che ormai ha modificato così completamente la sua ospite e quanti sono collegati a lei...» Di
colpo il suo linguaggio tornò a salire fino a un vocabolario ermetico per Gregory, come le
sillabe pronunciate da delfini o uccelli.
Gregory tentò di aprirsi un varco in quell’idioma con le più raffinate capacità della sua
mente, di distinguere le immagini, le forme celate dietro di esso, uno schema preciso. Vide
però qualcosa di simile alle stelle nel cielo notturno e ai disegni illimitati e puramente fortuiti
che formavano.
Fareed continuò.
«... sospetto che queste creature, che per migliaia di anni abbiamo definito spiriti o
fantasmi, traggano nutrimento dall’atmosfera, ed è impossibile sapere esattamente in quale
modo ci percepiscano. C’è una certa bellezza in questo, sospetto, come quella che esiste in
tutto ciò che appartiene alla natura, e loro fanno parte della natura...»
«Bellezza», replicò Gregory. «Sono convinto che ve ne sia in tutte le cose. Ne sono
convinto, ma devo trovare la bellezza e la coerenza nella scienza, altrimenti non imparerò mai,
non capirò mai.»
«Ascoltami», lo sollecitò con garbo Fareed. «Sono stato reso immortale perché questo,
tutto questo, è il mio campo, il mio linguaggio, il mio regno. Tu non hai bisogno di capirlo
fino in fondo. Non puoi capire esattamente come non possono farlo Lestat o Marius o
Maharet, o i milioni di persone là fuori che non vantano la minima capacità di assimilare il
sapere scientifico o utilizzarlo in qualsiasi altro modo se non il più semplice e pratico...»
«Qui sono io quello menomato», affermò Gregory, annuendo.
«Ma fidati di me», gli disse Fareed. «Confida nel fatto che io studi per noi, che sia in grado
di studiare ciò che nessuno scienziato umano potrebbe mai studiare, e non credere che non ci
abbiano provato, lo hanno fatto.»
«Oh, lo so», affermò Gregory. Ripensò alle lontane notti del 1985, dopo il famoso concerto
rock di Lestat a San Francisco, agli scienziati che avevano raccolto ciò che potevano dei resti
carbonizzati sparsi su tutti i parcheggi intorno alla sala concerti.
Aveva osservato la scena con il più freddo distacco.
Ma non ne era scaturito nulla, assolutamente nulla, così come non era mai scaturito niente
dai vampiri che ogni tanto venivano catturati da scienziati, rinchiusi in laboratori e studiati
finché non effettuavano la loro fuga spettacolare oppure venivano tratti in salvo in maniera
altrettanto spettacolare. Non ne scaturì nulla, se non che adesso il mondo era popolato da circa
trenta o quaranta uomini e donne di scienza, in preda alla frenesia, che sostenevano che là
fuori c’erano dei veri vampiri che loro avevano visto con i propri occhi, emarginati dal loro
settore professionale ed etichettati come pazzi dal mondo.
Un tempo Gregory lasciava la sicurezza del suo attico di Ginevra per trarre in salvo
qualsiasi piccolo vampiro illegittimo che fosse finito imprigionato in un laboratorio, sotto luci
fluorescenti e l’attento esame di funzionari governativi. Si era affrettato a liberarli, a
distruggere qualsiasi prova fosse mai stata raccolta, ma adesso se ne curava a stento. La cosa
non aveva alcuna importanza.
I vampiri non esistevano e chiunque lo sapeva. Tutti i divertenti romanzi popolari, serie
televisive e film sui vampiri servivano a rafforzare l’opinione comune.
Inoltre gli immortali catturati riuscivano quasi sempre a fuggire. Possedevano un’enorme
forza. Se imprigionati mentre erano confusi e deboli riacquistavano il controllo di sé,
aspettavano il momento più propizio, seducevano i propri carcerieri con discorsi collaborativi,
poi sfondavano crani, bruciavano laboratori e tornavano di corsa nel grande ed eterno mondo
buio dei Non Morti, senza lasciarsi dietro nemmeno il più minuscolo brandello di prova del
loro essere stati topi di laboratorio.
Non succedeva molto spesso, comunque.
Fareed era al corrente di tutto ciò. Per forza.
Con o senza il loro aiuto, avrebbe scoperto ogni cosa.
Il medico rise. Rideva facilmente e allegramente con l’intero viso, gli occhi verdi che si
raggrinzivano agli angoli e le labbra sorridenti. Aveva appena letto nella mente di Gregory.
«Hai perfettamente ragione», disse. «Perfettamente ragione. E alcuni di quei poveri ricercatori
ostracizzati, che hanno grattato via dall’asfalto il residuo oleoso di mostri mitici, ora lavorano
con me in questo stesso edificio. Diventano gli allievi più volonterosi del mondo per quello
che Seth e io abbiamo da offrire.»
Gregory sorrise. «La cosa non mi sorprende affatto.»
Non aveva mai pensato di trasformare simili creature in vampiri.
Durante quella remota notte a San Francisco, quando il concerto di Lestat era sfociato in
un fiammeggiante massacro, il suo unico pensiero era stato quello di salvare il suo prezioso
Davis dall’olocausto. Che i medici del mondo umano facessero pure ciò che volevano con le
ossa e il viscidume che i bevitori di sangue morti avevano lasciato dietro di sé.
Aveva preso fra le braccia Davis per poi salire ben in alto nel cielo prima che la regina lo
fissasse con il suo sguardo letale.
E soltanto più tardi era tornato lì, il ragazzo ormai al sicuro visto che la regina era passata
oltre, per osservare a distanza quei lavoratori forensi intenti a raccogliere «prove».
Aveva pensato a Davis mentre era seduto con Fareed a Los Angeles, pensato alla sua pelle
color caramello scuro e alle folte ciglia nere, così comuni fra i maschi di ascendenza africana.
Dalla notte del concerto erano passati quasi vent’anni, eppure Davis stava giusto cominciando
a sfruttare pienamente il suo potenziale, riprendendosi dalle profonde ferite del suo precoce
esilio nel Sangue. Aveva ripreso a ballare come, in veste di ragazzo mortale, aveva fatto a
New York molti anni addietro, prima che la profonda ansietà spazzasse via le sue chance di
entrare a far parte dell’Alvin Ailey American Dance Theater e lo scaraventasse nel terribile
declino mentale durante il quale era stato trasformato in vampiro.
Ah, bene, quella era un’altra storia. Davis aveva insegnato a Gregory cose su quell’epoca
che lui non avrebbe mai potuto indovinare da solo. Aveva una sommessa voce serica che
faceva sempre somigliare a confidenze sacre anche le sue più semplici dichiarazioni, e un
tocco eternamente delicato. E uno sguardo estremamente dolce. Davis era diventato per
Gregory un Consorte nel Sangue esattamente come Chrysanthe, e anche lei lo amava.
Nell’austero e moderno salotto di Los Angeles, con i suoi quadri degli impressionisti e il
suo caminetto francese, Fareed era rimasto a lungo seduto in silenzio, riflettendo, schermando
perfettamente il proprio rimuginare.
Alla fine aveva affermato in tono cortese: «Non devi dire a nessuno di Viktor».
Era il figlio biologico di Lestat.
«Naturalmente, ma lo scopriranno. Alla fine lo scopriranno tutti. Le gemelle senza dubbio
lo sanno già.»
«Forse lo sanno e forse no», ribatté Seth. «Forse hanno smesso di curarsi di cosa ci
succede in questo mondo.» Il suo tono non era freddo né ostile. Lui parlò con pacatezza e
garbo. «Forse non sono venute da noi perché sono indifferenti a quello che facciamo qui.»
«Comunque sia, devi mantenere il segreto», dichiarò Fareed. «Presto lasceremo questo
edificio per trasferirci in un complesso più protetto e isolato, dove Viktor sarà maggiormente
al sicuro.»
«Il ragazzo non conduce una normale esistenza umana?» chiese Gregory. «Non intendo
certo mettere in dubbio la vostra capacità di giudizio, sto solo chiedendo.»
«Molto più di quanto potresti pensare, in realtà. In fondo, durante il giorno è al sicuro con
le guardie del corpo che gli forniamo, giusto? E quale vantaggio si potrebbe mai trarre dal
prenderlo in ostaggio? Bisogna volere qualcosa, prima di rapire qualcuno. Cosa ha da dare
Lestat, a parte se stesso? E, qualsiasi cosa sia, non la si può estorcere.»
Gregory annuì, provando un certo sollievo quando guardava la situazione sotto quella luce.
Sarebbe stato maleducato insistere per avere altre informazioni, ma naturalmente esisteva un
motivo per prenderlo in ostaggio: esigere il potente Sangue di Lestat o Seth. Meglio non
sottolineare la cosa.
Doveva lasciare quel mistero nelle loro mani.
Ma in cuor suo si chiese se Lestat de Lioncourt non sarebbe andato su tutte le furie, quando
avesse saputo dell’esistenza di Viktor. Lestat era noto per un’irascibilità quasi estrema come il
suo senso dell’umorismo.
Prima che quella notte terminasse Fareed fece alcune altre dichiarazioni sulla natura
vampiresca.
«Oh, vorrei tanto sapere se quell’essere è davvero privo di coscienza oppure conserva una
vita autonoma», disse, «e se vuole o meno qualcosa. Tutta la vita desidera qualcosa, punta
verso qualcosa...»
«Quindi noi cosa siamo?» chiese Gregory.
«Siamo mutanti», rispose Fareed. «Siamo una fusione di specie non collegate fra loro, e la
forza dentro di noi che trasforma il nostro sangue umano in sangue vampiresco sta facendo di
noi qualcosa di perfetto, ma non so cosa sia, cosa diventerà o cosa debba essere.»
«Lui desiderava assumere una forma fisica», affermò Seth. «Era risaputo, nei tempi
antichi. Amel voleva diventare di carne e sangue. Ha ottenuto ciò che voleva, e durante
l’operazione si è perso.»
«Forse», disse Fareed, «ma qualcuno vuole davvero essere fatto di carne e sangue mortali?
Il desiderio di tutte le creature è essere di carne e sangue immortali. E questo mostro vi si è
avvicinato forse più di qualsiasi spirito che si impossessi temporaneamente di un bambino, di
una monaca o di un medium.»
«Non se si è perso, mentre lo faceva», puntualizzò Seth.
«Parli come se Akasha lo possedesse», ribatté Fareed, «ma lo scopo di Amel era possedere
lei, non dimenticarlo.»
Tutto ciò aveva intimorito Gregory e gli aveva insegnato qualcosa.
A dispetto di tutto il suo insistere sul voler imparare ogni cosa, a dispetto del suo amare e
abbracciare il mondo in perenne evoluzione, bene, era spaventato dalle nuove conoscenze che
Fareed stava acquisendo. Molto spaventato. Per la prima volta capiva fino in fondo perché gli
umani religiosi temessero tanto il progresso scientifico. E scoprì il cuore della superstizione
dentro di sé.
Bene, avrebbe soffocato quella paura, avrebbe annientato quella superstizione dentro di lui
e lavorato diligentemente sulla sua antica fede.
La sera successiva, subito dopo il tramonto, li aveva abbracciati per l’ultima volta.
Era rimasto stupito quando Seth si era fatto avanti e lo aveva preso fra le braccia. «Sono
tuo fratello», gli aveva sussurrato, ma nella lingua antica, quella non più parlata da nessuno
sotto la luna o il sole. «Perdonami per essere stato freddo con te. Ti temevo.»
«E io temevo te», confessò Gregory, il vetusto idioma che lo riassaliva in un torrente di
mestizia. «Fratello mio.» Sangue della Regina e Famiglia nel Sangue. No, qualcosa di più
grande, infinitamente più grande. E un fratello non tradisce il fratello.
«Siete troppo simili, voi due», commentò Fareed con voce dolce. «Vi assomigliate persino
fisicamente: stessi zigomi alti, stessi occhi leggermente a mandorla, stessi capelli neri come
giaietto. Oh, una notte, nel lontano futuro, porterò a termine uno studio del DNA di ogni
immortale sul pianeta, e cosa ci dirà sui nostri antenati umani oltre che sui nostri antenati del
Sangue?»
In seguito Seth aveva abbracciato Gregory molto più affettuosamente, e Gregory aveva
ricambiato quell’affetto con tutto il cuore.
Tornato a Ginevra, tenne nascosta l’esistenza di Viktor persino a Chrysanthe. E anche a
Davis, Zenobia e Avicus. Anche Flavius mantenne il segreto. Nel corso dei mesi seguenti
imparò a fidarsi del suo nuovo arto perfetto finché non divenne davvero parte di lui.
Da allora erano passati diversi anni.
Il mondo dei Non Morti non sapeva nulla di Viktor. E Fareed non aveva parlato a nessuno
di Gregory Duff Collingsworth o del suo clan soprannaturale.
E due anni prima Gregory, andato a spiare Lestat con David e Jesse a Parigi, si era reso
conto che Lestat non aveva ancora la minima idea dell’esistenza di Viktor. Aveva anche
appreso, mentre origliava il confabulare dei tre nella loro stanza d’albergo, che Fareed e Seth
stavano ancora prosperando, benché ora in un nuovo complesso nel deserto californiano, e che
la stessa Maharet si era rivolta a Fareed per il suo talento.
Tutto ciò lo aveva enormemente rassicurato. Non voleva pensare alle gemelle come a
creature ambiziose. Paventava la possibilità stessa che lo fossero. E lo aveva profondamente
confortato scoprire che l’attrezzatura per le TAC e le risonanze magnetiche di Fareed non aveva
individuato nessuna mente nella muta Mekare. Sì, era preferibile a un’ospite con le ambizioni
e i sogni estremi di Akasha.
Ma quella notte a Parigi, mentre origliava, aveva trovato straziante sentire il racconto di
Jesse Reeves sul piccolo massacro nella biblioteca-archivio della casa di Maharet e sulla
confusione mentale e la sofferenza di Khayman. Dal suo punto di vista Khayman era sempre
stato sull’orlo della pazzia. Ogni volta che aveva attraversato la strada di Gregory era apparso
più o meno fuori di sé. All’epoca di Rhoshamandes era stato Benjamin il demonio, e alla fine
il Talamasca lo aveva studiato sotto quel nome, ma in fondo Gregory considerava gli studiosi
dell’Ordine innocui come Khayman. Quest’ultimo era il vampiro ideale per i loro trattati.
Imbecilli come Benjamin il demonio e maestri della persuasione come Lestat confermavano la
loro convinzione che i Non Morti fossero innocui e più interessanti da vivi che da morti.
E, a ben pensarci, prima di quell’orrenda carneficina nel complesso di Maharet,
quest’ultima aveva davvero spiato Gregory, a Ginevra, e contemplato l’ipotesi di un raduno
che li coinvolgesse tutti! Anche quella scoperta aveva accentuato l’eccitazione e il timore di
Gregory. Come gli sarebbe piaciuto parlare con Maharet, adesso, se soltanto... Ma si era perso
d’animo già due anni prima, quando aveva appreso per la prima volta quelle notizie spiando
Jesse Reeves, e si perse d’animo anche ora.
Adesso, nell’anno 2013 – fermo in Central Park in quella tiepida serata settembrina,
osservando, ascoltando, mentre dentro la casa chiamata Trinity Gate Armand e Louis e Sybelle
e Benji si assiepavano intorno al nuovo compagno, Antoine – tutto ciò gli gravava sul cuore.
Lestat continuava a ignorare completamente l’esistenza di Viktor? E dove si trovavano le
gemelle, attualmente?
Si rese conto che non si sarebbe unito ad Armand, Louis e gli altri, quella sera, anche se
dalla villa stava giungendo la musica più incantevole del pianeta, con Antoine che suonava il
suo violino e Sybelle al pianoforte, entrambi che viaggiavano sugli inebrianti crescendo di
Čajkovskij, ampliando senza sforzo la musica con la loro follia e il loro fascino.
Ma sarebbe sicuramente arrivato il momento in cui avrebbero dovuto incontrarsi tutti.
E quanti sarebbero periti a causa del fuoco, prima che avesse luogo un simile raduno?
Si voltò e si addentrò ulteriormente nel buio di Central Park, camminando sempre più in
fretta, i pensieri che gli si accalcavano addosso mentre si chiedeva se rimanere lì in città o
tornare a casa.
Aveva passato la notte precedente nel suo attico di Central Park South e si era assicurato
che fosse tutto in ordine, nel caso avesse dovuto portarvi la sua famiglia. Era proprietario
dell’intero edificio, e le cripte del seminterrato erano sicure come quelle di Louis e Armand.
Nessun bisogno di tornarvi adesso. Bramava Ginevra, la sua tana.
All’improvviso, senza deciderlo consciamente, si stava innalzando nell’aria, e a una tale
velocità che nessun occhio mortale avrebbe potuto seguire la sua salita, sollevandosi sempre
più in alto e puntando verso est mentre la città di New York rimpiccioliva sotto di lui come un
meraviglioso e infinito tappeto di stelle brillanti e pulsanti.
Oh, cosa sembrano le grandi città elettrificate di questo mondo al cielo? Cosa sembrano a
me?
Forse quelle galassie urbane di splendore elettrico offrivano ai cieli sconfinati un omaggio,
un’immagine riflessa delle stelle.
Sollevandosi sempre più in alto lottò contro il vento che voleva fermarlo finché non
raggiunse l’aria più rarefatta sotto l’ampia volta di stelle silenziose.
A casa, voleva andare a casa.
Un vago senso di panico lo assalì.
Persino mentre si spostava verso est e sopra il freddo e nero Atlantico sentì la voce di
Benji Mahmoud che riprendeva le trasmissioni. La sua breve visita ad Antoine era stata
interrotta da notizie spaventose.
«Ora è successo ad Amman. I vampiri di Amman sono stati massacrati. È il Grande Rogo,
Figli della Notte, ormai ne siamo sicuri. Abbiamo però ricevuto notizie di massacri anche in
altri luoghi, luoghi scelti a caso. Stiamo cercando di verificare se alcuni rifugi in Bolivia siano
stati davvero attaccati.»
Spinto al limite delle sue forze, Gregory viaggiò più velocemente verso il continente
europeo, disperatamente ansioso, all’improvviso, di tornare al suo focolare. Non aveva paura
per gli Antichi, Chrysanthe, Flavius, Zenobia e Avicus, mentre i frenetici appelli di Benji
svanivano nel ruggito del vento, ma cosa dire dell’amato Davis? Era possibile che divenisse
nuovamente bersaglio dell’alito bollente del Rogo che già una volta lo aveva quasi spazzato
via dalla faccia della terra?
Era tutto a posto quando arrivò a casa, ma l’alba si avvicinava. Lui aveva perso metà della
nottata viaggiando verso est e si sentiva stremato fin nel profondo dell’anima. Vi fu il tempo
di abbracciare Flavius e Davis, ma Zenobia e Avicus erano già scesi nelle cripte sotto
l’albergo a dieci piani.
Come gli parve fresco e splendido Davis, con la sua sfavillante pelle scura e gli occhi
liquidi. Quella notte era andato a caccia con Flavius a Zurigo ed erano appena tornati. Gregory
captò l’aroma del sangue umano in lui.
«Ed è tutto a posto con la gente di Trinity Gate?» chiese Davis. Era ansioso di tornare a
New York, Gregory lo sapeva, ansioso di visitare nuovamente la sua vecchia casa di Harlem e
i luoghi in cui un tempo, da ragazzo, aveva cercato di diventare un ballerino di Broadway. Era
convinto che ormai il passato non potesse ferirlo, ma voleva mettere alla prova le sue
speranze.
Con voce smorzata Gregory lo informò che il suo antico compaesano, Killer della Banda
delle Zanne, era ancora vivo, che il giovane musicista Antoine lo aveva incontrato mentre si
dirigeva verso New York. La notizia placò un antico senso di colpa in Davis, il senso di colpa
per essere stato salvato dal massacro di Akasha dopo il concerto di Lestat, lasciando Killer a
morire.
«Forse, in qualche modo, da tutto questo deriverà un enorme bene», disse, scrutando il
volto di Gregory. «Il sogno di Benji è realizzabile, secondo te? Il sogno che ci riuniamo tutti.
Ai vecchi tempi era ogni banda per sé, era vicoli e bassifondi e cimiteri...»
«Lo so», replicò Gregory. Avevano parlato molte volte di come avessero vissuto i Non
Morti prima che Lestat alzasse la voce per raccontare a tutti loro la storia dei loro inizi: bar di
vampiri, vistose case di congrega, e bande itineranti, sì, ogni cosa.
«Per noi può esistere il modo di vivere in pace?» chiese Davis. Evidentemente si sentiva
così al sicuro lì, sotto l’occhio attento di Gregory, che i racconti dei nuovi Roghi non lo
spaventavano, non come spaventavano Gregory almeno. «Abbiamo davvero la possibilità di
abbracciare un futuro? Sai, non avevamo mai un futuro, in quelle notti. Avevamo solo il
passato e il presente, e poi la periferia della vita.»
«Lo so», ribatté Gregory.
Baciò Davis e lo mandò via con soltanto il più delicato dei moniti. «Non andare da nessuna
parte senza di me, senza Flavius, senza uno di noi.»
Davis, come tutti i membri della sua famigliola, non gli si era mai ribellato.
Gregory ebbe solo pochi preziosi momenti di solitudine per osservare il placido e
incantevole lago di Ginevra e il brillante e ampio molo sottostante, dove già si trovavano gli
amanti delle passeggiate più mattinieri e i venditori ambulanti che offrivano cioccolata calda e
caffè, e poi, come ogni mattina, salì verso la sua cella di vetro sul tetto. Ginevra era tranquilla.
Lì non c’era mai stata una casa di congrega o un rifugio. E per quanto lui potesse stabilire non
c’erano Non Morti vagabondi a sfidarlo. Se esisteva un bersaglio per il Rogo, tuttavia, era
quell’edificio in cui vivevano lui e la sua amata famiglia.
L’indomani avrebbe potenziato tutti i sistemi di sicurezza e i dispositivi antincendio, ed
esaminato le cripte per assicurarsi che le spesse pareti di pietra e piombo fossero
inespugnabili. Conosceva il dono del fuoco. Sapeva cosa era in grado di fare e cosa no. Aveva
sventato il tentativo di Akasha di incenerire Davis portandolo su in cielo così rapidamente che
gli occhi della regina non erano riusciti a seguirne la fuga. E da quel momento in poi avrebbe
tenuto al suo fianco il giovane e vulnerabile compagno per tutta la notte.
Salì la scaletta in acciaio e spinse la doppia porta con rinforzi d’acciaio della sua piccola
camera sotto il cielo. In quella cella senza tetto e dalle alte pareti, sotto un’alta cupola di
reticella metallica, sopportava la paralisi delle ore diurne, esponendo il proprio corpo vecchio
di seimila anni ai raggi cocenti del sole.
Ogni notte, naturalmente, quando si svegliava provava un leggero disagio a causa
dell’esposizione, ma grazie a quel procedimento la sua pelle restava molto abbronzata,
aiutandolo a sembrare umano, a non diventare mai la statua vivente di marmo bianco che era
ormai Khayman e che avrebbe spaventato a morte gli esseri umani.
Mentre si sdraiava sul suo letto soffice, il cielo che si rischiarava sopra di lui, prese il libro
che stava studiando: Una storia invisibile. Come il vetro ha cambiato il mondo di Alan
Macfarlane e Gerry Martin, e lesse per pochi preziosi minuti quel testo affascinante.
Presto, una notte, lui e Lestat sarebbero rimasti seduti insieme da qualche parte, in una
biblioteca dalle pareti rivestite di boiserie o in un ventoso caffè all’aperto, e avrebbero parlato,
parlato e parlato e parlato, e Gregory non si sarebbe sentito così solo.
Lestat avrebbe capito. E gli avrebbe insegnato cose! Sì. Sarebbe successo sicuramente, ed
era quello che lui desiderava più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Stava giusto scivolando nell’incoscienza quando udì confuse grida telepatiche provenienti
da una zona imprecisata del mondo. «Il Rogo.» Ma era un luogo in cui il sole non stava
splendendo, e il sole splendeva invece lì, e Gregory piombò nel sonno sotto i suoi caldi raggi
penetranti perché non poteva fare nient’altro.
10
EVERARD DE LANDEN

Non voleva essere coinvolto, non voleva avere niente a che fare con la «Voce» che lo
sollecitava a incenerire i giovani. Non voleva avere niente a che fare con guerre o fazioni o
congreghe o libri sui vampiri. E non voleva essere coinvolto da un’entità che affermava con
solennità e telepaticamente: «Sono la Voce. Fai quello che dico».
La sola idea... Lui era scoppiato a ridere.
«E perché non vuoi massacrarli?» chiese la Voce. «Non ti hanno forse cacciato da Roma?»
«No che non l’hanno fatto. E vorrei tanto che tu te ne andassi.»
Everard sapeva per sgradevole esperienza diretta che non era nella natura dei vampiri
riunirsi in gruppi se non per scopi malvagi e che combattere con altri bevitori di sangue era
un’impresa sciocca che sfociava unicamente nella catastrofe per tutte le parti coinvolte. Molto
tempo prima aveva scelto di vivere da solo. Sulle colline toscane, non lontano da Siena, aveva
una piccola villa ristrutturata e curata da mortali, e la sera le stanze erano soltanto sue. Si
mostrava freddamente ospitale con gli immortali che ogni tanto gli facevano visita. Quella
Voce, però, voleva che ricominciasse tutto da capo, e lui non era disposto ad ascoltarla.
Andava a Roma o Firenze per cacciare perché offrivano gli unici terreni di caccia davvero
sicuri e ricchi, ma non era disposto ad andare a Roma per bruciare.
Diverse centinaia di anni prima era stato creato in Francia da un grande vampiro di nome
Rhoshamandes che aveva dato origine a una stirpe di vampiri de Landen, come li chiamava
lui: Benedict, Alessandra, Eleni, Eugénie, Notker ed Everard, la maggior parte dei quali era
sicuramente perita nel corso dei secoli, ma Everard era sopravvissuto. Vero, era stato catturato
dalla congrega dei Figli di Satana, quegli scellerati vampiri superstiziosi che avevano
trasformato in una religione la loro miserabile esistenza, e li aveva serviti, ma solo dopo
essere stato torturato e ridotto alla fame. Una volta, durante l’epoca rinascimentale, non
ricordava esattamente quando, era stato inviato dal crudele piccolo maestro della congrega
parigina, Armand, dai Figli di Satana romani per scoprire come se la cavava la loro congrega.
Bene, quest’ultima era allo sfascio e Santino, il suo capo, stava conducendo un’esistenza
blasfema sfoggiando abiti e gioielli mondani e violando tutte le regole che aveva imposto ad
altri. Everard aveva capito che quella era la sua occasione. Era fuggito lontano dagli adoratori
di Satana, cominciando a vivere da solo, rammentando le cose che il potente Rhoshamandes
gli aveva insegnato in passato, prima che i Figli di Satana lo cacciassero dalla Francia.
Da allora era sopravvissuto a molti incontri con altri più potenti di lui. Era sopravvissuto
al terribile Grande Rogo quando Akasha era passata sopra il mondo eliminando Figli delle
Tenebre in ogni dove, senza badare a carattere, coraggio, merito o misericordia.
Era sopravvissuto a una breve e offensiva menzione in una delle Cronache dei vampiri di
Marius, che lo aveva descritto, senza citarne il nome, come «magro, con ossa massicce», gli
abiti corredati di merletti sudici e impolverati.
Bene, poteva sopportare il «magro, con ossa massicce». Era vero, e lui si considerava
piuttosto avvenente, a dispetto di quello, ma i merletti sudici e impolverati? La cosa lo
rendeva furioso. Teneva perfettamente puliti i capelli neri lunghi fino alle spalle e gli abiti. Se
mai si fosse imbattuto di nuovo in Marius aveva intenzione di schiaffeggiarlo.
Ma erano tutte sciocchezze, in realtà. Se giocava bene le sue carte non avrebbe mai
incontrato Marius né nessun altro, se non per scambiare qualche parola educata e poi passare
oltre. Il punto era che Everard viveva in pace con gli altri bevitori di sangue.
E adesso ecco quella stupida Voce, quella voce che gli entrava direttamente in testa, che lo
tormentava ogni notte con ordini di uccidere e incenerire e scatenare la propria furia. E lui non
riusciva a escluderla.
Alla fine era ricorso alla musica. Aveva iniziato a comprare eccellenti sistemi di
amplificazione sin dall’inizio del XX secolo. In realtà i ripostigli della sua piccola villa erano
un autentico museo, visto che lui odiava buttare via oggetti ancora funzionanti. E così aveva
grammofoni a manovella, cataste di spessi e vecchi dischi neri che un tempo aveva suonato su
di essi, oltre a vecchi apparecchi elettrici che in un’altra epoca gli avevano fornito «alta
fedeltà» e «stereo» e adesso raccoglievano polvere.
Era passato ai compact disc, allo streaming e via dicendo, e così, inserendo il suo iPhone
nel piccolo impianto Bose che ne avrebbe amplificato la musica, inondò la villa con la
Cavalcata delle Valchirie e pregò che la Voce se ne andasse.
Non fu così fortunato. Il balordo, irascibile e puerile mostriciattolo continuò a invadere i
suoi pensieri.
«Non mi convincerai a incenerire nessuno, idiota che non sei altro!» ringhiò Everard,
esasperato.
«Ti punirò per questo. Sei giovane e debole e stupido», replicò la Voce. «E quando
raggiungerò il mio scopo manderò un Antico ad annientarti per la tua disobbedienza.»
«Oh, ficcatelo su per il camino, piccolo seccatore presuntuoso», disse Everard. «Se sei
tanto arrogante e capace di farlo, perché ti stai rivolgendo a me? E perché non stai facendo
esplodere da solo tutti i dannati immortali vagabondi di Roma?»
Chi era quello sciocco, un Antico sepolto ben a fondo nel terreno oppure murato vivo in un
rudere da qualche parte che tentava di assumere il controllo su altri bevitori di sangue per
condurli fino alla sua prigione? Be’, stava facendo davvero un pessimo lavoro, con tutte le sue
esortazioni a combattere e le sue vuote minacce.
«Ti farò soffrire», disse la Voce, «e ti costringerò a spegnere quella musica infernale!»
Everard rise. Alzò ancor più il volume, sfilò l’iPhone dal dock, se lo infilò in tasca, si mise
le cuffiette e uscì a fare una passeggiata.
La Voce stava parlando, inviperita, ma lui la sentiva a stento.
Era un incantevole tragitto quello che imboccò scendendo lungo la collina fino alla città
cinta da mura di Siena. Come amava quel posto, con le sue minuscole e tortuose viuzze
medievali che lo facevano sentire al sicuro, gli ricordavano Parigi.
La Parigi odierna lo terrorizzava.
Amava persino i turisti gentili e dal viso animato che invadevano Siena, divertendosi a
fare praticamente le stesse cose che divertivano lui: gironzolare, guardare le vetrine e sedersi
nei bar-enoteca.
Everard amava i negozi e rimpiangeva che non fossero più numerosi quelli ancora aperti
dopo l’imbrunire. Mandava spesso giù i suoi domestici mortali a comprargli della cancelleria
su cui scrivere i suoi saltuari poemi, che poi incorniciava e appendeva alle pareti. E acquistava
candele profumate e cravatte di seta dai colori accesi.
Come molti dei vampiri anziani creati nel Medioevo prediligeva camicie ornate e dalle
ampie maniche, pantaloni attillati che sembravano quasi dei leggings, eleganti giacche
prevalentemente di velluto. E ordinava quegli articoli on line con il suo grande e abbagliante
computer Mac. La città, tuttavia, vendeva pregiati guanti da uomo, gemelli d’oro e simili.
Centinaia di accessori sfavillanti.
Lui aveva una montagna di soldi, accumulati nel corso dei secoli in vari modi. Non era
affamato. Si era nutrito a Firenze la sera precedente, ed era stato un lungo, lento e delizioso
banchetto.
E così, in quella fresca e mite serata sotto le stelle toscane, era felice anche se la Voce gli
borbottava nell’orecchio.
Entrò in città rivolgendo un cenno del capo alle poche persone che conosceva e che lo
salutarono con la mano mentre passava – «quello magro con le ossa massicce» – e seguì la
stretta stradina in direzione della cattedrale.
Ben presto raggiunse il suo caffè preferito, che vendeva giornali e riviste e aveva sistemato
alcuni tavolini sulla via. Quella sera la maggior parte dei clienti era dentro, visto che faceva
giusto un po’ troppo freddo per loro, ma per un vampiro era il clima ideale. Everard si sedette,
passando dalla musica di Wagner a quella di Vivaldi, che gli piaceva molto di più, e aspettò
che il cameriere gli portasse il solito, una tazza di caffè americano bollente che naturalmente
lui non poteva bere e non avrebbe bevuto.
Anni prima si faceva in quattro per dare l’impressione di mangiare e bere. Ormai sapeva
che era solo una perdita di tempo. In un mondo come quello odierno, dove le persone
consumavano cibo e bevande per divertirsi oltre che per nutrirsi, nessuno si curava del fatto
che lui abbandonasse una tazza piena di caffè sul tavolino del bar, fintanto che lasciava una
mancia generosa. Lui lasciava mance esorbitanti.
Si appoggiò allo schienale della seggiolina in ferro che era probabilmente fatta di
alluminio e cominciò a canticchiare a bocca chiusa a tempo con la musica di violino di
Vivaldi mentre i suoi occhi esaminavano le antiche facciate macchiate di scuro che lo
circondavano, l’eterna architettura italiana sopravvissuta a così tanti cambiamenti, proprio
come lui.
All’improvviso gli si fermò il cuore.
Nel caffè di fronte, seduti a un tavolino esterno e dando la schiena all’alto palazzo
retrostante, c’erano un antico vampiro e quelli che sembravano due fantasmi.
Everard era troppo terrorizzato anche solo per respirare. Pensò subito alla minaccia della
Voce.
E lì, a meno di quindici metri da lui, sedeva quell’anziano, con il colore delle gardenie
ceree, luminosi occhi azzurri incassati, corti e curatissimi capelli bianchi come neve; guardava
direttamente Everard come se lo conoscesse, e aveva accanto i due fantasmi, fasciati da abiti
di particelle benché lui non sapesse com’era possibile, che lo fissavano anch’essi. Quelle
creature sfoggiavano un’espressione amichevole. Quante probabilità c’erano?
I due fantasmi erano magnifici, non c’era dubbio. I loro corpi apparivano splendidamente
solidi e davano l’impressione di respirare. Lui riusciva persino a sentirne i cuori. E
indossavano autentici abiti. Davvero geniale.
Ma da secoli i fantasmi stavano diventando sempre più abili a spacciarsi per umani.
Everard li vedeva, in questa o quella forma, sin da quando era nato. Nei tempi antichi ben
pochi erano stati in grado di crearsi un corpo di particelle, ma adesso era una cosa piuttosto
consueta. Lui li intravedeva spesso soprattutto a Roma.
Uno dei fantasmi, quello più vicino all’antico vampiro, aveva le sembianze di un uomo
sulla cinquantina, con ondulati capelli grigio ferro e un viso dall’aria nobile. Gli angoli dei
suoi occhi brillanti erano raggrinziti da un’espressione cordiale e la bocca era gradevole, quasi
graziosa. Accanto a lui sedeva quello che sembrava un uomo nel fiore degli anni, con corti e
curatissimi capelli color cenere e occhi grigi. Erano tutti elegantemente vestiti con abiti che
chiunque, in quell’epoca, avrebbe definito pregiati e decorosi. Lo spettro più giovane
sfoggiava un portamento fiero e girò concretamente la testa per guardarsi intorno come se si
stesse godendo quei momenti nella viuzza affollata, a prescindere dal motivo per cui il
terzetto si trovava lì.
Il vampiro dai folti e curati capelli bianchi rivolse un lieve cenno del capo a Everard, ed
Everard perse silenziosamente la testa.
Inviò il messaggio telepatico. Bene, dannazione a te, inceneriscimi pure, se hai intenzione
di farlo. Sono troppo spaventato per mostrarmi civile. Fai pure, ma prima, prima, esigo che tu
mi dica perché.
Spense la musica dell’iPhone. Non voleva morire con una colonna sonora. E si aspettava di
sentire la Voce che si infuriava e ridacchiava esultante, eppure la Voce non c’era.
«Miserabile codardo», borbottò. «Ordini la mia morte e poi te la svigni senza nemmeno
restare ad assistervi. E volevi farmi bruciare il rifugio per vampiri romano di via Condotti.
Bene, sei brutto e sei pazzo.»
L’antico bevitore di sangue nel caffè di fronte si alzò e, con fare amichevole, indicò a
Everard di raggiungerli. Non era molto alto e aveva una corporatura delicata. Prese una sedia
da un tavolo vicino e la sistemò nella loro cerchia. Aspettò pazientemente la sua reazione.
A Everard sembrava di aver dimenticato come si cammina. Durante tutta la sua lunga vita
fra i Non Morti aveva visto vampiri bruciati da altri e l’orripilante spettacolo di una creatura
vivente consumata dalle fiamme di un inferno personale solo perché un bevitore di sangue più
vecchio e più potente – come quello spregevole, condiscendente Marius – aveva deciso che
doveva morire. Sentiva le gambe talmente molli, mentre attraversava la strada, che temette di
poter stramazzare a terra da un momento all’altro. La sua attillata giacca di pelle cucita a
mano pareva pesante e i suoi stivali troppo stretti, e lui si chiese stupidamente se la cravatta di
seta azzurra fosse macchiata e se i polsini della camicia color lavanda spuntassero troppo dalle
maniche della giacca.
Gli tremavano visibilmente le mani quando ne allungò una per stringere quella dura e
gelida che l’anziano vampiro gli stava porgendo, ma ci riuscì. Riuscì a sedersi.
I fantasmi gli stavano sorridendo, ed erano persino più perfetti di quanto gli fosse parso
inizialmente. Sì, respiravano, avevano organi interni e sì, indossavano autentici abiti. Nulla di
illusorio in quella lana pettinata scura, o nel lino e nella seta. E senza dubbio tutto quel
superbo «tessuto» poteva scomparire nel giro di un istante, e i costosi vestiti sarebbero caduti
per terra, sopra le scarpe vuote.
L’anziano vampiro gli posò una mano sulla spalla. Aveva dita sottili ma lunghe e portava
due favolosi anelli d’oro. Quello era un modo classico di salutarsi, per i bevitori di sangue,
non con abbracci né baci bensì posando la mano sulla spalla. Everard lo rammentava dai tempi
in cui aveva vissuto in mezzo a loro.
«Giovane», disse l’altro vampiro, con la tipica pomposità degli anziani, «non avere paura,
ti prego.» Parlò in un francese parigino.
Visto da vicino il suo volto era davvero notevole, con lineamenti molto eleganti, squisite
ciglia nere e un sorriso sereno. Zigomi alti, una mascella decisa, marcata ma stretta. La sua
pelle somigliava al petalo di una gardenia nella luce lunare, sì, e i capelli bianchi sfoggiavano
una vaga lucentezza argentea. Non era diventato un immortale con quei capelli.
Rhoshamandes, il Creatore di Everard, gli aveva spiegato molto tempo prima che quando
alcuni Antichi restavano gravemente ustionati i loro capelli incanutivano per sempre. Bene,
quella era una magnifica chioma candida di quel tipo.
«Sappiamo che hai sentito la Voce», disse l’Antico. «L’ho sentita anch’io. E altri come
me. La stai sentendo, adesso?»
«No», rispose Everard.
«E ti sta sollecitando a incenerire altri, vero?»
«Sì», confermò lui. «Non ho mai fatto del male a un altro bevitore di sangue. Non ho mai
dovuto né voluto farlo. Vivo in questa parte dell’Italia da quasi quattrocento anni. Non vado a
Roma o Firenze per combattere.»
«Lo so», affermò l’Antico. Era una voce gradevole, gentile, ma in fondo tutti gli Antichi
avevano una bella voce, almeno per quanto Everard avesse potuto osservare. Ciò che ricordava
più nitidamente di qualsiasi altra caratteristica del suo Creatore, Rhoshamandes, era la sua
voce seduttiva, e quella voce che, blandendolo, lo attirava nella foresta la notte in cui era stato
reso immortale contro la sua volontà. Aveva creduto che il signore del castello lo stesse
convocando per un incontro erotico e che in seguito sarebbe stato congedato con qualche
moneta, se fosse riuscito a compiacerlo, e che avrebbe potuto raccontare ai suoi nipoti di
pareti rivestite di arazzi e caminetti accessi e vestiti eleganti. Ah! Ricordava cosa gli aveva
detto Rhoshamandes come se fosse successo soltanto la notte precedente: «Sei senza dubbio
uno dei giovani più belli del tuo villaggio!»
«Mi chiamo Teskhamen», disse l’Antico che lo stava guardando con occhi così miti,
gentili. «Vengo dall’antico Egitto. Ero un servitore della Madre.»
«Non è forse quello che dicono tutti, oggigiorno, sin dalla pubblicazione delle Cronache
dei vampiri?» chiese rabbiosamente Everard prima di riuscire a trattenersi. «Qualcuno di voi
ammette mai di essere stato un ribelle o una scaltra minaccia che, grazie alle lusinghe, ha
ottenuto il Sangue da uno zingaro vampiro su un carro cencioso?»
L’Antico scoppiò in una sonora risata, ma era una risata benevola. «Bene, vedo che sono
riuscito a metterti a tuo agio», disse. «E si è rivelato tutt’altro che difficile, alla fin fine.»
Tornò serio. «Hai idea di chi potrebbe essere la Voce?»
«Lo stai chiedendo a me?» replicò Everard in tono beffardo. «Devi essere vecchio di
duemila anni nel Sangue. Guardati.» Lanciò un’occhiataccia ai due fantasmi. «Voi non sapete
chi è?» Riportò di colpo lo sguardo su Teskhamen. «Quel mostriciattolo mi sta facendo
impazzire. Non riesco a escluderlo.»
Teskhamen annuì. «Mi spiace sentirlo, ma è possibile ignorarlo. Richiede pazienza e
abilità, ma vi si può riuscire.»
«Oh, bla, bla, bla, bla, BLA!» disse Everard. «Mi conficca nella tempia il suo ago invisibile.
Deve trovarsi nelle vicinanze.»
Guardò di nuovo in cagnesco i due spettri, che non tremarono nemmeno. A volte i fantasmi
lo facevano, quando li si fulminava con lo sguardo, tremavano o vibravano, ma quei due no.
Il fantasma con le sembianze dell’uomo più anziano allungò la sua mano spettrale.
Everard la strinse, scoprendo che al tatto risultava totalmente umana ed era tiepida e
morbida.
«Raymond Gallant», disse lo spettro, in inglese. «Se me lo consenti, sono tuo amico.»
«Magnus», si presentò quello più giovane. Aveva un viso splendido per chiunque,
fantasma o bevitore di sangue, o mortale, se per questo. Gli angoli degli occhi gli si
raggrinzirono di nuovo, piacevolmente, mentre sorrideva, e in realtà aveva una bocca
particolarmente bella, quella che si definisce una bocca generosa, leggiadra come quella
dell’Apollo del Belvedere. La fronte era bellissima, al pari dei capelli che la cingevano in
onde di un biondo cenere.
A Everard quei nomi parvero vagamente familiari, ma non riuscì a collocarli. Raymond
Gallant. Magnus.
«Non credo che la Voce si trovi nei paraggi», affermò Tes-khamen. «Credo che possa
andare ovunque desideri, in qualsiasi parte del mondo, ma a quanto pare può rimanere solo in
un luogo alla volta, e naturalmente quel ’luogo’ è nella mente di un bevitore di sangue.»
«Questo cosa significa, di preciso?» chiese Everard. «Come ci riesce? A chi appartiene la
Voce?»
«È proprio quello che vorremmo sapere», dichiarò Raymond Gallant, parlando di nuovo in
un inglese britannico.
Everard passò subito all’inglese. Amava l’impetuosità di quella lingua e si era abituato al
fatto che fosse l’idioma del mondo odierno, ma il suo inglese era americano.
«Cosa ci fai tu, un bevitore di sangue, con due fantasmi?» domandò a Teskhamen. «Non
intendo certo offendervi, credetemi, è solo che non ho mai visto un vampiro frequentare dei
fantasmi.»
«Bene, ci frequentiamo», spiegò l’apparizione dai capelli color ferro, quella che sembrava
un uomo di una certa età. «Lo facciamo da parecchio tempo, ma ti assicuro che non abbiamo
nessun progetto malvagio su di te o chiunque altro.»
«Allora perché siete qui a farmi domande su questa Voce?»
«In questo momento lui sta incitando alla violenza in tutto il mondo», rispose Teskhamen.
«Ovunque, in città piccole e grandi, dei giovani bevitori di sangue vengono uccisi. È già
successo in passato, ma conosciamo la causa di quel massacro. Non conosciamo invece la
causa di ciò che sta succedendo ora. E alcuni immortali sono annientati in luoghi remoti e
persino nei loro santuari privati senza che nessuno se ne accorga.»
«Allora voi come ve ne siete accorti?» chiese Everard.
«Sentiamo cose», disse il fantasma chiamato Magnus. Una voce profonda, armoniosa.
Everard annuì.
«C’è un bevitore di sangue americano, a New York, che trasmette programmi radiofonici
al riguardo», spiegò, abbozzando un sogghigno. C’era qualcosa di insopportabilmente volgare
in quelle parole, e all’improvviso lui si vergognò di averle pronunciate, ma subito le tre
creature dichiararono affabilmente di saperlo già.
«Benji Mahmoud», disse Teskhamen.
«È sciocco come la Voce», affermò Everard. «Quel piccolo testone pensa che siamo una
tribù.»
«Bene, lo siamo, vero?» chiese dolcemente l’Antico. «Ho sempre pensato che lo fossimo.
Nei tempi antichi lo eravamo.»
«Be’, ora no», replicò Everard. «Ascolta, questa Voce ha minacciato di annientarmi se non
obbedivo ai suoi ordini. Credi che abbia questo potere? È in grado di farlo?»
«A quanto pare agisce in maniera piuttosto semplice», spiegò Teskhamen. «Incita i
bevitori di sangue anziani a incenerire i giovani, e i giovani a bruciare le loro tane. E sospetto
che dipenda totalmente dalla sua capacità di trovare servitori ingenui e impressionabili.
Sembra non avere altri piani.»
«Quindi può incitare un vampiro ingenuo e impressionabile a eliminare me.»
«Ti diremo cosa possiamo fare per impedirlo», ribatté Tes-khamen.
«Perché dovreste prendervi questo disturbo?» chiese Everard.
«Siamo davvero un’unica tribù», affermò sommessamente il fantasma dai capelli color
ferro. «Umani, vampiri, spiriti, fantasmi... siamo tutte creature senzienti legate a questo
pianeta. Perché non possiamo collaborare, trovandoci di fronte una cosa del genere?»
«A che scopo?» domandò Everard.
«Per fermare la Voce», rispose Teskhamen, con giusto un pizzico di impazienza. «Per
impedirle di fare del male ad altri.»
«Ma noi meritiamo che ci venga fatto del male», dichiarò Everard. «Non è forse così?» Lo
stupì sentire un’affermazione simile uscire dalla sua stessa bocca.
«No, non credo», dichiarò Teskhamen. «Quello è proprio il modo di pensare che deve
cambiare. È il modo di pensare che cambierà.»
«Oh, aspetta, non dirmelo!» ribatté Everard. Imitando un accento americano aggiunse:
«’Siamo noi il cambiamento che cerchiamo!’ No? Dimmi che sei convinto di una cosa del
genere e cadrò da questa sedia rotolandomi a terra per il gran ridere».
I tre gli sorrisero ma lui intuì che, per quanto educati, non amavano essere presi in giro, e
di colpo si pentì di averlo fatto. Lo assalì, sorprendentemente acuta, la consapevolezza che
loro non erano stati altro che gentili e garbati e lui invece si stava comportando in modo
stizzoso e stupido, sprecando quei momenti, e per cosa?
«Perché non possiamo riunirci», chiese il fantasma più giovane, «al fine di ottenere una
sorta di pace per il regno che condividiamo?»
«E che regno sarebbe», chiese Everard, «visto che tu sei un fantasma, amico mio, e io, per
quanto disgustoso, sono fatto di carne e sangue?»
«Un tempo ero un essere umano», spiegò l’altro. «In seguito sono stato un bevitore di
sangue per secoli e ora sono un fantasma. E la mia anima è rimasta tale in tutte e tre le
forme.»
«Bevitore di sangue», mormorò Everard. Si stava interrogando, studiando di nuovo il viso
di quel fantasma, la bocca generosa e gentile, gli occhi espressivi. «Magnus!» esclamò con un
sussulto. «Non Magnus l’alchimista.»
«Sì, è quello che ero», replicò il fantasma. «E ti conoscevo, Everard, in quei tempi antichi.
Tu sei stato creato da Rhoshamandes e io, per così dire, da Benedict.»
Everard scoppiò in una sonora risata. «Credo che sia stato tu a creare Benedict», affermò.
«Rubandogli il sangue e trasformandolo nello zimbello degli immortali sparsi in ogni dove. E
così sei diventato un fantasma, il fantasma di un bevitore di sangue.»
«Non credo di essere l’unico, in questo mondo», ribatté Magnus, «ma sono stato aiutato
dai miei più intimi amici, qui, aiutato a diventare ciò che vedi davanti a te.»
«Bene, non somigli affatto al malvagio vecchio gobbo che conoscevo», disse Everard, ma
se ne pentì subito. Abbassò lo sguardo, poi lo alzò di nuovo. «Mi vergogno di quanto ho
detto», sussurrò. «Ti chiedo perdono.»
Ma Magnus stava sorridendo. «Non ne hai motivo. Ero una creatura spaventosa. Uno dei
grandi vantaggi dell’essere un fantasma è che puoi perfezionare il corpo eterico molto più a
fondo di quanto si possa perfezionare quello fisico, persino con il Sangue. Quindi ora mi vedi
con l’aspetto che ho sempre desiderato avere.»
Everard era scosso fin nel profondo dalla consapevolezza che quello era Magnus, il
Magnus che aveva conosciuto, sì, e il Magnus che aveva creato il vampiro Lestat, il novizio
che aveva trasformato la storia vampiresca. E sì, in un certo senso lui riusciva a scorgere, sotto
il bagliore e la lucentezza, il Magnus conosciuto in passato, il saggio e geniale alchimista che
aveva implorato così eloquentemente Rhoshamandes di dargli il Sangue, il guaritore che aveva
fatto miracoli fra i poveri e studiato le stelle con un telescopio di bronzo prima che Copernico
diventasse famoso per quello.
Era Magnus, l’amato di Notker di Prüm successivamente reso immortale da Benedict in
maniera deliberata e affettuosa. Notker era vivo da qualche parte, Everard ne era sicuro.
Rhoshamandes aveva preannunciato che la musica di Notker si sarebbe udita sulle Alpi
innevate anche quando un migliaio di bevitori di sangue più anziani fossero già finiti nelle
loro feroci tombe.
Magnus un fantasma, adesso.
E l’altro? Quel Raymond Gallant, chi era stato?
«Stai sentendo la Voce, in questo momento?» chiese lo spettro chiamato Raymond Gallant.
«No», rispose Everard. «Si è zittita appena prima che io vi vedessi. Lui è andato via. Non
so come faccio a saperlo, ma se la Voce n’è andata. In un certo senso lo percepisco, quando sta
puntando contro di me il suo raggio magico, come fosse un laser.»
Tentò di non fissare troppo quei due. Lanciò un’occhiata imbarazzata a Teskhamen.
«Non ti ha mai detto niente sul suo scopo finale?» chiese Tes-khamen. «Ti ha rivelato dei
segreti?»
«Per lo più mi minaccia», spiegò Everard. «È così infantile, così stupido. Tenta di
approfittare delle mie paure, del mio... del mio sentirmi profondamente solo, negli ultimi
tempi, ma mi accorgo che sono semplici trucchetti. Parla di dolore insopportabile, e di
semicecità, e dice che non ha nemmeno il potere di alzare un dito.»
«Ha davvero detto queste cose? Usato queste esatte parole?» si informò Raymond Gallant.
«Sì, sostiene di essere impotente, da solo, di avere bisogno della mia affettuosa assistenza,
della mia devozione, della mia fiducia in lui. Come se dovessi fidarmene! Dice che racchiudo
in me poteri che nemmeno mi sogno, e parla di bevitori di sangue nascosti qui in Italia e vuole
che li incenerisca. È spietato.»
«Ma tu non lo ascolti.»
«Perché dovrei?» chiese Everard. «E cosa posso fare, se lui è uno degli Antichi e vuole
annientarmi? Cosa posso fare?»
«Sai come nasconderti dal dono del fuoco, vero?» domandò Teskhamen. «Il sistema
migliore consiste semplicemente nel fuggire. Allontanati più in fretta che puoi, usando la
facoltà di volare, se solo è possibile, per sottrarti al raggio d’azione dell’assalitore. Sarebbe
addirittura preferibile riuscire a sprofondare rapidamente nel terreno, perché quella facoltà
non riesce a penetrare sottoterra. Chiunque cerchi di incenerire telepaticamente la vittima
deve riuscire a vederla, a vedere l’edificio, a vedere il bersaglio. È l’unico modo per riuscire
nel proprio intento.»
Everard non era affatto un esperto, al riguardo. Si sentì indicibilmente grato per quel
consiglio illuminante. Doveva ammettere che Benji Mahmoud aveva ripetuto a lungo qualcosa
di simile, ma lui non si era mai fidato di Benji più di quanto gli umani si fidassero dei
telepredicatori.
E, formalmente, non gli avevano mai insegnato alcunché sui doni di più alto livello. Non
intendeva confessare che sapeva solo ciò che aveva appreso dalle Cronache dei vampiri né che
aveva fatto pratica con le proprie capacità, se così le si poteva definire, basandosi su
descrizioni fatte da famigerati autori vampireschi quali Lestat de Lioncourt e Marius de
Romanus e così via, ancora e ancora. Lasciò rotolare liberamente quei pensieri. Maledetti i
Figli di Satana e le loro regole e ingiunzioni. Non si erano curati minimamente dei doni
vampireschi!
Il grande Rhoshamandes, il suo Creatore, era tutt’altra cosa. Quali storie aveva raccontato
sul cavalcare i venti e, oh, gli incantesimi che poteva fare, le visioni che poteva evocare per
Everard e altri. Rhoshamandes nei suoi abiti color borgogna, dita cariche di anelli, che giocava
a scacchi sulla sua enorme scacchiera dagli intarsi di marmo con i re e le regine e i cavalli e
gli alfieri e le pedine intagliati appositamente per lui, a cui aveva dato vari nomi. Quello era il
suo gioco preferito, sosteneva, perché contrapponeva doti medianiche a doti medianiche.
«Sì», sussurrò Magnus. «Lo ricordo molto bene. E restavo spesso seduto davanti a quella
scacchiera con lui.»
Se fosse stato umano, Everard sarebbe arrossito nel vedere letti così facilmente i suoi
pensieri, esaminate quelle immagini, ma non gli importava. Era troppo affascinato dal
fantasma di Magnus. Tantissime domande gli si affacciarono alla mente: «Sei in grado di
mangiare, bere, fare l’amore, percepire i gusti?»
«No», rispose l’altro, «ma riesco a vedere con estrema chiarezza, e sentire il caldo e il
freddo in maniera piacevole, e percepisco la sensazione di trovarmi qui, di essere vivo, di
occupare questo spazio, di essere tangibile e avere un ritmo preciso nel tempo...»
Ah, quello era proprio Magnus, quello era Magnus che parlava, capace di conversare per
tutta la notte con Rhoshamandes. Rhoshamandes lo aveva profondamente amato e rispettato,
stendendogli intorno un velo protettivo e impedendo a tutti i bevitori di sangue di fargli del
male. Nemmeno dopo che Magnus aveva rubato il Sangue lui gli aveva dato la caccia o aveva
cercato di ucciderlo.
«Possiede un enorme fascino, ai miei occhi», aveva spiegato. «E la colpa è di Benedict per
aver lasciato che succedesse, ma vediamo cosa farà con il Sangue, il povero Magnus, gobbo e
geniale.»
«Stai molto attento, Everard», disse ora Magnus. Sembrava in tutto e per tutto un uomo di
quarantacinque-cinquant’anni, in quell’epoca salubre di abbondanza e salute di ferro, con una
pelle scintillante e capelli dal colore della cenere. Perché non si era reso di una bellezza
sfolgorante come l’appariscente Lestat, con la sua chioma leonina dorata e gli occhi di un
azzurro violetto? Ma mentre fissava Magnus la domanda gli parve stupida. Era una creatura
splendida, quella che aveva di fronte. Erano entrambi splendidi, quei fantasmi. E potevano
cambiare in qualunque momento lo desiderassero, giusto?
«Sì, ma cerchiamo di non farlo», spiegò Raymond. «Cerchiamo di perfezionare ciò che
siamo, non di alterarlo continuamente. Cerchiamo di trovare qualcosa che sia un’autentica
espressione della nostra anima con cui plasmare ciò che costituisce la nostra forma. Non hai
motivo di preoccuparti di simili questioni.»
«Rimani al sicuro», gli consigliò Teskhamen. «Sii scaltro. E se questa Voce spinge la tribù
a riunirsi, prendi in considerazione l’ipotesi di venire. Non possiamo rimanere gli stessi, di
questi tempi, perché adesso nulla può restare invariato, e dobbiamo affrontare le sfide come le
stanno affrontando gli umani.»
Prese dalla tasca un cartoncino bianco e lo passò a Everard. Era un biglietto da visita da
gentiluomo su cui era scritto, in lettere dorate, «TESKHAMEN », con sotto un indirizzo e-mail
davvero facilissimo da memorizzare e un numero di telefono.
«Ora ce ne andiamo, amico mio», disse, «ma se hai bisogno di noi contattaci. Ti
auguriamo buona fortuna.»
«Credo che sopravviverò a tutto questo, nello stesso modo in cui sono sopravvissuto alle
guerre mondiali e al precedente massacro, ma grazie. E grazie per aver sopportato il mio...
comportamento sgradevole.»
«È stato un piacere», ribatté Teskhamen. «Un ultimo consiglio. Continua ad ascoltare
Benji. Se dev’esserci un raduno generale, sarà lui ad annunciarlo.»
«Mmm.» Everard scosse il capo. «Un raduno? Come l’ultima volta? Un’immane prova di
forza per fermare la Voce malvagia così come è stata fermata la regina malvagia? Come si
può organizzare una prova di forza con una Voce capace di introdursi nella testa di chiunque
in qualsiasi momento e capace di sentire, magari, tutto quello che sto dicendo... o persino
pensando?»
«Ottima domanda», replicò Raymond Gallant. «Tutto dipende da cosa vuole davvero la
Voce, vero?»
«E cosa vuole, oltre a metterci gli uni contro gli altri?» chiese Everard.
Le tre creature si alzarono. Teskhamen tese la mano.
Anche Everard si alzò, con palese rispetto. «Mi fai pensare a tempi migliori, davvero»,
mormorò, suo malgrado. All’improvviso si infuriò con se stesso per essere diventato così
emotivo.
«E quali tempi sarebbero?» domandò gentilmente Teskhamen.
«Quelli in cui Rhoshamandes era ancora... Oh, non saprei. Centinaia di anni prima che i
Figli di Satana distruggessero il suo castello, distruggessero ogni cosa. È quello che succede
quando i bevitori di sangue si uniscono, si associano, credono a determinate cose. Siamo
malvagi. Lo siamo sempre stati.»
I tre lo osservarono tranquillamente, senza replicare in alcun modo. Nulla, nella loro
espressione, suggeriva che fossero d’accordo con lui. O malvagi.
«E non hai idea di dove potrebbe trovarsi Rhoshamandes, vero?» chiese Raymond Gallant.
«No», rispose Everard. E poi si ritrovò a confessare: «Se lo sapessi andrei da lui». Parole
davvero strane se pronunciate da Everard, che nutriva una totale indifferenza verso gli altri
bevitori di sangue, che disprezzava congreghe, rifugi, ostelli di vampiri e bande. Sapeva però
di aver ammesso la verità, ossia che avrebbe attraversato mari e monti per cercare
Rhoshamandes. In realtà non viaggiava mai molto, ma era piacevole pensare che sarebbe stato
disposto ad attraversare mari e monti pur di trovare il suo antico maestro. «È scomparso da
tempo, morto, incenerito, immolato, o chissà!» disse bruscamente. «Per forza.»
«Lo pensi davvero?» si informò Raymond Gallant.
Un dolore improvviso strattonò il cuore di Everard. Dev’essere morto, altrimenti mi
avrebbe già trovato, a questo punto, mi avrebbe chiamato a sé, perdonato...
Rhoshamandes aveva lasciato le selvagge e fitte foreste della Francia e della Germania nel
XIV secolo. Stanco di combattere i sempre più numerosi Figli di Satana che, con sua
imperitura sofferenza, avevano cannibalizzato i suoi novizi, aveva semplicemente
abbandonato l’antico campo di battaglia.
Ma Everard non aveva mai saputo la vera storia. A quel punto i Figli di Satana lo avevano
già catturato, trascinandolo fuori ogni notte a tormentare gli innocenti di Parigi. Si erano
vantati di aver scacciato dal territorio francese l’ultimo grande bestemmiatore. Lo avevano
fatto davvero? Non avevano temuto Magnus tanto quanto Rhoshamandes.
Avevano raccontato del castello e delle terre di Rhoshamandes bruciati durante le ore
diurne da monaci e monache rabbiosi, incitati a farlo dai sussurri notturni di Figli di Satana
che si fingevano angeli. Ah, quei tempi. Quei tempi superstiziosi in cui i vampiri potevano
rivolgersi a ingenue menti religiose e renderle bersaglio di giochetti infernali.
«Bene, una cosa posso dirvela», affermò Everard, negando la sua sofferenza. «Se sta
dormendo sottoterra da qualche parte, sotto delle rovine merovinge, la Voce non arriverà da
nessuna parte con lui, a prescindere dalle condizioni in cui si trova. È troppo saggio, troppo
potente. Era... era magnifico.»
Un nitido ricordo straziante. Everard, vestito di sudici stracci, che usciva insieme ai Figli
di Satana a molestare i poveri di Parigi, intrufolandosi in luridi tuguri per cibarsi degli
innocenti, e vicino a lui la voce di Rhoshamandes che lo esortava: «Everard, liberati. Torna da
me!»
«Addio, Everard», disse Teskhamen, e i tre si allontanarono insieme.
Per un lungo istante lui li osservò scendere lungo la stretta viuzza, scomparendo poi dietro
l’angolo.
Non un solo mortale avrebbe mai indovinato cosa erano. Il loro portamento umano era
semplicemente superbo.
Appoggiò un gomito sul tavolino e posò il mento sulla mano. Era contento che se ne
fossero andati? Oppure gli dispiaceva?
Voleva rincorrerli e dire: «Non lasciatemi qui! Portatemi con voi. Voglio restare con voi»?
Sì e no.
Desiderava farlo, ma non poteva. Non sapeva come fare, come parlare così sinceramente
con loro, come implorare il loro aiuto o la loro compagnia. Non sapeva come diventare
qualcosa di diverso da ciò che era.
All’improvviso la Voce era lì. Everard la sentì sospirare.
«Non possono proteggerti da me», disse la Voce. «Sono demoni.»
«A me non sembrano demoni», ribatté lui, stizzito.
«Loro e il loro ridicolo Talamasca!» esclamò la Voce. «Che siano dannati!»
«Talamasca», sussurrò Everard, sbalordito. «Naturalmente. Il Talamasca! Ecco dove ho
sentito quel nome, Raymond Gallant. Quell’uomo era noto a Marius. Quell’uomo...» È morto
circa cinquecento anni fa.
A un tratto gli parve divertente, molto divertente. Aveva sempre saputo del Talamasca,
l’antico ordine di studiosi del soprannaturale. Rhoshamandes lo aveva messo in guardia su di
loro e sul loro antico monastero nel Sud della Francia, eppure lo aveva sollecitato a rispettarli
e lasciarli in pace. Li aveva amati nello stesso modo in cui aveva amato Magnus.
«Perché sono studiosi garbati», aveva spiegato con quella sua voce profonda e seducente,
«e non vogliono farci del male. Ah, è incredibile. Sanno su di noi tanto quanto la Chiesa di
Roma ma non ci condannano né intendono farci alcun male. Vogliono conoscerci meglio.
Prova a immaginarlo. Ci studiano, e quando mai noi ci siamo studiati? Mi piacciono per
questo. Non devi mai nuocere a nessuno di loro.»
Quindi fra i membri del Talamasca c’erano umani e fantasmi, vero? E bevitori di sangue.
Raymond Gallant, Teskhamen e Magnus.
Mmm. Tutti quegli studiosi del soprannaturale diventavano fantasmi, dopo la morte?
Bene, era impossibile, naturalmente. A quel punto ci sarebbero già stati migliaia di membri
del Talamasca spettrali che fluttuavano in giro. Assurdo.
No. Era facile presumere che fosse un evento raro reclutare un moribondo fra le loro file
affinché restasse con loro «in spirito» semplicemente perché succedeva molto di rado che lo
spirito di qualsiasi moribondo rimanesse indietro. Oh, il pianeta vantava moltissimi fantasmi,
ma erano un residuo infinitesimale di tutti i poveri zoticoni nati e morti sin dagli albori della
creazione. Ma quanto dovevano essere fortunati i fantasmi introdotti nel Talamasca con
stregoni eruditi che li aiutavano a imparare a materializzarsi! Ecco dove era voluto andare a
parare Magnus. Non stupiva che fossero così abili in quel campo, quei due, con il loro caldo
colorito rubizzo e le lucenti labbra umide.
Ma il vampiro, Teskhamen, come ha fatto a essere accolto fra loro?
Everard passò rapidamente in rassegna, nel suo cervello, quanto aveva appreso sul
Talamasca grazie agli scritti di Lestat e alla biografia di Marius. Appassionati, nobili, dediti
alla ricerca della verità senza sospetti, censura o giudizi religiosi. Se fra loro c’erano dei
vampiri, di sicuro la stragrande maggioranza dei membri non lo aveva mai indovinato.
C’era poi il grande mistero di chi avesse fondato l’ordine. Se si scopriva che era stato un
vampiro, un mero bevitore di sangue come Teskhamen, anziano com’era, bene, quella sarebbe
stata una cocente delusione per gli altri, vero?
Mmm. Era quello il loro problema.
Studiò il bigliettino bianco e lo infilò nella tasca della giacca, al sicuro.
«Spregevoli», disse la Voce. «Alla fine brucerò anche tutti loro. Brucerò le loro
biblioteche, i loro piccoli musei, i loro ritiri, i loro...»
«Ho capito!» replicò rabbiosamente Everard.
«Rimpiangerai la notte in cui ti sei fatto beffe di me.»
«Oh, davvero?» chiese sommessamente lui con una strascicata pronuncia americana. «Se
sei così potente, Voce, perché non fai un tentativo? Loro sono in circolazione sin dai Tempi
Bui. E non sembrano affatto spaventati da te.»
«Esasperante stupido mostro irriverente!» esclamò la Voce. «Verrà il tuo momento.»
Everard sobbalzò. Un cameriere era fermo accanto a lui con una tazza di caffè, il vapore
che si sollevava nell’aria fresca.
«Parla di nuovo da solo, signor de Landen?» chiese allegramente.
Everard sorrise, scosse il capo, estrasse un paio di grandi e graziose banconote e le diede al
giovanotto.
Poi si appoggiò allo schienale della sedia e tenne stretta la tazza tiepida con entrambe le
mani. Quanto scritto da Lestat nelle Cronache dei vampiri era vero, pensò: era piacevole
tenere fra le mani una tazza di caffè bollente e lasciare che il vapore ti salisse fino al viso.
Gli unici suoni intorno a lui erano le prevedibili voci della città. Un motorino che si
accendeva in lontananza e poi aveva un ritorno di fiamma mentre si allontanava nella
campagna, e il basso brusio di conversazioni che fiorivano dietro porte chiuse.
Aveva sete.
All’improvviso aveva sete, molta sete, ma non energia sufficiente per allontanarsi da casa
sua abbastanza per soddisfarla. Lasciò il caffè sul tavolino, si alzò e si incamminò verso le
porte di Siena.
Nel giro di pochi istanti si era lasciato alle spalle l’illuminazione della città dalle alte
mura e stava risalendo rapidamente il fianco della collina, nella fresca oscurità, e aveva voglia
di piangere senza sapere perché.
Era concepibile che fossero una tribù? Era concepibile che fossero creature capaci di
amarsi a vicenda, di essere gentili le une con le altre come lo era Teskhamen con i suoi
compagni spettrali, come molto tempo prima Rhoshamandes era stato con lui?
E se nella sua vita non ci fosse mai stato nessun Figlio di Satana che lo affamava e
torturava e gli insegnava che era figlio del diavolo, che doveva essere infelice e causare
infelicità agli altri, che era una creatura dannata e disgustosa?
E se ci fosse stato soltanto il folle Rhoshamandes nel suo vecchio castello fatiscente a
parlare di poesia e potere e «splendore nel Sangue»?
Oggigiorno gli esseri umani non si bevevano più tutte quelle corbellerie religiose, vero?
Non si nascondevano più, oppressi dal fardello del peccato originale e della concupiscenza,
implorando l’assoluzione per essersi portati a letto la moglie la notte prima di fare la santa
comunione, maledicendo la loro anatomia per averli condannati alla dannazione eterna,
autodenunciandosi come un sacco di ossa e carne puzzolenti. No, al contrario. In quel nuovo
secolo erano colmi di speranza e di un nuovo tipo di innocenza, e di un ottimismo stranamente
fiducioso sulla possibilità di risolvere i problemi che avevano di fronte, curare ogni malattia e
sfamare il mondo intero. O almeno così sembrava in quella pulita e pacifica parte dell’Europa
che in passato aveva conosciuto così tanta sofferenza, così tanta infelicità, così tanto
spargimento di sangue e morte insensata.
E se una simile epoca luminosa e sfavillante era arrivata anche per i bevitori di sangue,
persino i più mostruosi, come ormai era Everard? I suoi pensieri tornarono, suo malgrado,
all’ultimo fratello nel Sangue che avesse amato: un giovane vampiro davvero splendido e
vigoroso che, rammentando ben poco della sua esistenza prima del Dono Tenebroso, aveva
considerato meravigliosa la vita intorno a lui, sussurrando che il Sangue era un sacramento e
dedicando, la sera, lunghe canzoni spensierate alla luna e alle stelle.
Ma era stato ridotto in cenere dalla grande e terribile regina Akasha, quando gli era passata
sopra. Everard aveva visto la scena con i suoi occhi: tutta quella dolce vitalità eliminata in un
attimo, con indifferenza, mentre il fuoco inghiottiva l’intero ritrovo di vampiri a Venezia dove
anche così tanti altri erano periti. Perché lui era sopravvissuto?
Rabbrividì. Non voleva pensarci. Meglio non amare mai nessun altro. Meglio dimenticare
subito coloro che non c’erano più come se non fossero mai esistiti. Meglio vivere per i piaceri
di ogni notte man mano che si presentavano.
E se adesso era davvero arrivato il momento che tutti loro si riunissero, diventassero la
tribù che Benji era convinto che fossero? Adesso, vecchi e giovani, senza rabbia né paura,
dovevano avvicinarsi gli uni agli altri?
Rhoshamandes aveva riso dell’idea stessa dei Figli di Satana e delle loro usanze da bigotti.
Diceva sempre: «Ero nel Sangue prima ancora che il loro dio nascesse».
Everard preferiva non pensare troppo nemmeno a quello. Meglio dimenticarlo. E non
rammentare mai le congreghe sataniche e i loro sabba. Dimenticare per sempre gli orrendi inni
indirizzati al principe delle tenebre.
Ah, e se fosse possibile riunirsi, e venerare non un principe delle tenebre bensì un principe
di noi bevitori di sangue?
Prese l’iPhone e picchiettò sullo schermo per aprire l’applicazione che lo collegava alla
trasmissione di Benji, che in quel momento doveva essere in pieno svolgimento, in America.
Due ore all’alba.
Everard stava sonnecchiando sulla sua poltrona di pelle preferita, quasi sognando.
Benji stava ancora parlando, molto sommessamente, attraverso l’impianto di
amplificazione Bose in cui lui aveva infilato l’iPhone, ma Everard non lo sentiva.
Nel sogno si trovava nel castello di Rhoshamandes, in quel grande salone vuoto con il
caminetto accesso, e Benedict, il bel Benedict dal viso grazioso, stava implorando di
trasformare in vampiro il monaco noto come Notker il Saggio, una creatura di enorme talento
che scriveva musica notte e giorno, come se fosse posseduto: canzoni, mottetti, canti e cantici.
E Rhoshamandes che soppesava l’ipotesi, annuendo e spostando i pezzi degli scacchi e
dicendo: «Non riesco a capire voi bevitori di sangue giunti dal dio cristiano».
«Oh, ma Maestro, l’unico dio che Notker venera è la musica. Magari potesse suonare la
sua in eterno.»
«Prima rasagli quella tonsura monacale», aveva replicato Rhoshamandes, «poi trasformalo
in uno di noi. Il tuo sangue, non il mio. Non intendo accettare un bevitore di sangue con la
tonsura.»
Benedict aveva riso. Non era certo un segreto che, prima di dargli il Sangue Tenebroso,
Rhoshamandes lo avesse tenuto rinchiuso per mesi onde permettere ai suoi capelli «monacali»
di ricrescergli su tutta la leggiadra testa, e Benedict si era preparato per il Dono Tenebroso
come fosse un sacramento. Rhoshamandes esigeva la bellezza nei suoi novizi.
Notker il Saggio di Prüm era notoriamente bellissimo.
Un rumore svegliò Everard.
Lo riportò indietro di colpo dal familiare vecchio salone con le alte travi a vista e il
pavimento di lastre di pietra.
Sentì il secco grattare di un fiammifero. Bagliore di fiamme sulle sue palpebre. Non
c’erano fiammiferi in casa! Lui usava il dono del fuoco per accendere caminetto o candele.
Schizzò via dalla poltrona in pelle e si ritrovò di fronte due scarmigliati bevitori di sangue
dallo sguardo invasato: un maschio e una femmina con il tipico abbigliamento da vagabondi di
jeans e pelle. Stavano appiccando il fuoco ai tendaggi della stanza.
«Muori, demonio, muori!» gridò in italiano il maschio.
Con un ruggito Everard scagliò la femmina contro la finestra, frantumando il vetro, quindi
strappò le tende in fiamme e le gettò sopra il maschio per poi trascinarlo rudemente attraverso
l’apertura, nel giardino buio.
Entrambi lo stavano maledendo e gli ringhiavano contro. Il maschio rotolò fuori da sotto il
cumulo di velluto che bruciava senza fiamma; brandiva un coltello e si lanciò contro Everard.
Brucia.
Everard concentrò il dono del fuoco al centro della fronte, con tutta la sua energia, poi lo
scagliò contro quell’idiota. Le fiamme eruppero di scatto dal corpo del ragazzo,
avviluppandogli braccia e testa, e le sue urla ansimanti vennero zittite dal ruggito del fuoco, il
Sangue che bruciava come benzina. La femmina era scappata.
Everard la raggiunse mentre scavalcava il muro, tirandola giù mentre le affondava le zanne
nella gola. Lei urlò quando lui le squarciò l’arteria, il sangue che gli schizzava in bocca,
contro il palato, inondandogli la lingua.
Subito il violento flusso di immagini lo inebriò, il cuore pulsante della femmina che le
faceva scorrere come faceva scorrere il sangue: la Voce, sì, la Voce che la esortava a uccidere,
li esortava entrambi, amanti resi immortali in un sudicio vicolo di Milano da un bevitore di
sangue scheletrico e barbuto che li spingeva a uccidere e rubare, vent’anni nel Sangue, forse,
moribonda, e poi il tutto si frammentò in vari brandelli di infanzia, l’abito bianco della prima
comunione, incenso, la cattedrale affollata, Ave Maria, il viso sorridente di una madre, un
abito di tessuto a quadretti, mele su un vassoio, gusto di mele, l’inevitabile pace. Everard
bevve più a fondo, traendo da lei fino all’ultima goccia possibile, ancora e ancora, finché non
rimase nulla e il cuore smise di boccheggiare come un pesce dalla bocca spalancata.
Prese un badile dal capanno degli attrezzi e staccò la testa della ragazza, poi bevve
rumorosamente il sangue colato dai tessuti lacerati del collo, i vasi sanguigni che si
svuotavano. Scintillio di coscienza. Orrendo! Lasciò cadere la testa e si pulì le mani.
Con una delicata raffica del dono del fuoco incenerì i resti, la testa che fissava senza
vedere, le lunghe ciocche arruffate di capelli neri stretti fra i denti bianchi, il corpo floscio.
Il fumo si diradò.
La dolce brezza di inizio autunno lo carezzò e consolò.
Il giardino silenzioso scintillava di cocci di vetro sparsi sull’erba delicata. Il sangue gli
aveva schiarito la mente, affinato la vista, lo aveva scaldato, e rendeva miracoloso il mattino
buio. Come gioielli, quei cocci di vetro. Come stelle.
Everard annusò il profumo degli alberi di limone. La notte era completamente deserta,
intorno a lui. Niente canti funebri da intonare per quella coppia senza nome, quelle creature
che avrebbero potuto sopravvivere per un migliaio di anni se soltanto non si fossero messe
contro qualcuno che non avevano speranze di sconfiggere.
«Ah, Voce», disse Everard, sprezzante, «non vuoi lasciarmi in pace, vero? Non mi hai fatto
alcun male, spregevole mostro. Hai mandato questi due a morire.»
Non ebbe risposta.
Con il badile seppellì i due vampiri, lisciando accuratamente il terreno, grattando via le
zolle di terra dalle pietre, dal sentiero.
Era scosso. Era disgustato.
Ma una cosa era certa: la sua facoltà di appiccare il fuoco era adesso più forte che mai. Lui
non l’aveva mai usata davvero contro un altro bevitore di sangue, ma l’episodio gli aveva
insegnato cosa era in grado di fare, in caso di necessità.
Una magra consolazione.
Poi la Voce sospirò. Ah, che sospiro. «Era quella la mia intenzione, Everard», dichiarò. «Ti
ho detto che volevo che li uccidessi, che uccidessi la plebaglia. E ora hai cominciato a farlo.»
Lui non rispose.
Si appoggiò sul manico del badile e rifletté.
La Voce se n’era andata.
La campagna addormentata era silenziosa. Nemmeno un’automobile che percorresse una
strada rurale. Solo quella brezza tersa e le foglie scintillanti degli alberi da frutta intorno a lui,
e le calle bianche che sfavillavano contro i muri della villa, i muri del giardino. Profumo delle
calle. Miracolo delle calle.
Dall’altra parte dell’oceano Benji stava ancora parlando...
All’improvviso la sua voce trafisse come una spada il cuore di Everard.
«Anziani della tribù», stava dicendo Benji, «abbiamo bisogno di voi. Tornate da noi.
Tornate dai vostri figli smarriti. Ascoltate il mio grido nel cielo, un lamento e un pianto
amaro, io sono Benji che piange per i suoi fratelli e sorelle perduti perché non sono più.»
11
GREMT STRYKER KNOLLYS

Era una vecchia villa coloniale, rossa con le rifiniture bianche, un enorme edificio con verande
profonde e tetti appuntiti, coperto di morbidi e fluttuanti rampicanti verdi, e non visibile dalla
strada tortuosa a causa dei massicci alberi di bambù e di mango che lo circondavano. Una
dimora incantevole, con palme che ondeggiavano aggraziate nella brezza. Sembrava
abbandonata ma non lo era mai stata. Durante il giorno era curata da domestici mortali.
E il vampiro Arjun dormiva sotto di essa da secoli.
Adesso stava piangendo. Era seduto al tavolo, il viso stretto fra le mani.
«Ai miei tempi ero un principe», disse. Non si stava vantando, stava semplicemente
riflettendo. «E fra i Non Morti sono stato un principe molto a lungo. Non capisco come ho
fatto ad arrivare a questo.»
«So che è tutto vero», replicò Gremt.
Il bevitore di sangue era innegabilmente bellissimo, con la pelle di un dorato marrone
chiaro talmente perfetta da sembrare irreale, ormai, e grandi e ardenti occhi neri. Sfoggiava
una folta criniera di capelli corvini degna di un leone. Creato dalla bevitrice di sangue raminga
Pandora all’epoca della dinastia Chola dell’India meridionale, era stato davvero un principe,
con la pelle molto più scura di adesso ma la stessa avvenenza. Il Sangue gli aveva schiarito la
carnagione ma non i capelli, come talvolta succedeva benché nessuno ne conoscesse il motivo.
«Ho sempre saputo chi eri», aggiunse Gremt. «Ti conoscevo quando viaggiavi per l’Europa
con Pandora. Ti imploro, per il bene di entrambi, di raccontarmi con parole tue cosa è
successo.»
Prese dalla tasca un piccolo biglietto da visita bianco su cui era scritto, a lettere dorate, il
suo nome completo: «GREMT STRYKER KNOLLYS ». Sotto erano indicati l’indirizzo e-mail e i
numeri del suo cellulare.
Ma il bevitore di sangue non prese nemmeno atto di quel gesto umano. Non poteva. E
Gremt, con discrezione, spinse il biglietto al centro del tavolo di tek e lo infilò parzialmente
sotto la base di ottone del supporto della candela accesa, che proiettava un briciolo di chiarore
sui loro visi. Una pastosa luce dorata giungeva anche dalle porte aperte allineate su quella
profonda veranda.
Era un posto magnifico.
Gremt trovava commovente che quell’anima maltrattata, quella creatura così sconvolta,
avesse trovato il tempo di lavarsi via il sudiciume dai capelli lucenti e ora indossasse un lungo
e attillato sherwani riccamente ornato di pietre preziose, e pantaloni di seta nera, e che le sue
mani fossero pulite e profumassero di legno di sandalo.
«Ma come potevi conoscermi a quei tempi?» chiese con voce lamentosa il vampiro. «Chi
sei? Non sei umano, questo lo so. Non sei umano né sei ciò che sono io. Cosa sei?»
«Adesso sono tuo amico», affermò Gremt. «Lo sono sempre stato. Ti osservo da secoli,
osservo non soltanto te ma tutti voi.»
Arjun era sospettoso, naturalmente, ma soprattutto orripilato da quanto aveva fatto, e
apprezzava sempre più, pateticamente, il tono persuasivo di Gremt, il tepore della mano di
Gremt sulla sua.
«Il mio unico desiderio era dormire», affermò. Parlava con lo stesso accento tuttora molto
diffuso a Goa e in India, pur sfoggiando una perfetta padronanza dell’inglese. «Sapevo che
sarei tornato. La mia amata, Pandora, sa che sono qui. L’ha sempre saputo. Qui ero al sicuro
quando la regina Akasha ha scatenato la sua furia. Non mi ha trovato, sotto questa casa.»
«Capisco», disse Gremt. «Pandora sta venendo da te.»
«Come lo sai?» chiese Arjun. «Oh, vorrei tanto crederci, ho davvero bisogno di lei. Come
fai a saperlo?»
Gremt esitò, poi lo sollecitò a parlare con un gesto. «Raccontami tutto.»
«Dieci anni fa sono rimasto seduto su questa veranda con Pandora, e abbiamo parlato»,
spiegò Arjun. «Ero ancora stanco. Non ero pronto a unirmi a lei e ai suoi amati amici. Le ho
detto che mi serviva il santuario della terra e ciò che apprendiamo nella terra, perché mentre
dormiamo impariamo come se un cordone ombelicale ci collegasse al mondo vivente sopra di
noi.»
«È vero», confermò Gremt.
«Non è mai stata mia intenzione svegliarmi adesso.»
«Sì.»
«Ma questa Voce mi ha parlato. Voglio dire che all’inizio era dentro la mia mente, e
sembrava che quelli fossero i miei pensieri, ma nel sonno non abbracciavo quei pensieri.»
«Sì.»
«Inoltre aveva un tono e un vocabolario tutti suoi, questa Voce, quando mi parlava
bruscamente in inglese, dicendo che volevo levarmi, io, Arjun, volevo levarmi, e andare a
Mumbai per eliminarli, i giovani. Mi sembrava così vero, così vero! Perché ho ascoltato? Io,
che non ho mai voluto problemi con la mia specie, che secoli fa ho resistito pazientemente,
con Marius, dicendogli dal profondo dell’anima che gli avrei ceduto la mia creatrice se era
quello che lui desiderava, quello che lei desiderava. Capisci? Ho combattuto le mie ultime
battaglie quando ero un principe mortale. Cosa significa per me uccidere, massacrare,
incenerire giovani?» Si affrettò a rispondere alla sua stessa domanda. «C’è qualcosa, nel più
gentile di noi, che brama la distruzione? Qualcosa che sogna di annientare altri esseri
senzienti?»
«Forse sì», replicò Gremt. «Quando ti sei reso conto che non era ciò che volevi fare?»
«Quando ormai stava succedendo!» confessò Arjun. «Gli edifici erano in fiamme. Loro
stavano urlando, supplicandomi, inginocchiandosi. E non erano tutti novizi, capisci? Alcuni di
loro erano nel Sangue da centinaia di anni. ’Siamo sopravvissuti alla regina per morire in
questo modo?’ Ecco cosa urlavano mentre tendevano le braccia verso di me. ’Cosa ti abbiamo
fatto?’ Ma stavo solo cominciando lentamente a capire a cosa avevo dato inizio. Divenne una
battaglia, loro che mi combattevano con il dono del fuoco e io che ne sovrastavo il potere,
inferiore al mio. È stato... è stato...»
«Gradevole.»
Lacrime di vergogna colmarono gli occhi di Arjun. Lui annuì.
«Ah, uccidi un essere umano», disse, «e rubi una vita, sì, e quello è abominevole. Uccidi
un bevitore di sangue e rubi l’eternità! Rubi l’immortalità!»
Posò la testa sulle braccia.
«Cos’è successo a Kolkata?»
«Non sono stato io», dichiarò subito. Si appoggiò all’indietro sulla vecchia poltrona
pavone di rattan, l’ampio schienale intrecciato che scricchiolava sotto il suo peso. «Non è stata
opera mia.»
«Ti credo», disse Gremt.
«Ma perché ho ucciso quei bambini a Mumbai?»
«La Voce ti ha destato per quello scopo preciso. L’ha già fatto in altri luoghi. L’ha fatto in
Oriente, lo sta facendo in Sudamerica. Ho sospettato sin dall’inizio che non fosse un unico
bevitore di sangue a provocare i roghi.»
«Ma chi è la Voce?» chiese Arjun.
Gremt non rispose. «Sta arrivando Pandora», disse poi.
Arjun si alzò, rischiando di rovesciare la grossa poltrona dietro di sé. Guardò a destra e poi
a sinistra, tentando di distinguere qualcosa nel buio.
Quando lei emerse dalla lunga e spessa siepe di bambù lui le si gettò fra le braccia, e per
un lungo istante si tennero stretti, dondolando avanti e indietro, poi Arjun si sciolse
dall’abbraccio e le coprì il viso di baci. Pandora rimase perfettamente immobile,
permettendoglielo; era una donna snella dagli ondulati capelli castani che portava un lungo e
sobrio mantello con cappuccio e una tunica, le mani bianchissime che accarezzavano i capelli
di Arjun, gli occhi chiusi mentre assaporava il momento.
Lui, eccitato, la portò verso la veranda, nella chiazza di luce proveniente dalle stanze della
casa. «Siediti qui, ti prego, siediti qui!» disse, accompagnandola fino al tavolo di tek e alle
poltrone pavone. Poi, non riuscendo a trattenersi, la abbracciò di nuovo e singhiozzò
silenziosamente contro la sua spalla.
Lei gli sussurrò qualcosa nella lingua che avevano condiviso quando lo aveva corteggiato e
sposato. Lo consolò con i suoi baci.
Gremt si era alzato come qualsiasi gentiluomo potrebbe fare in presenza di una donna. E
quella donna, Pandora, lo studiò attentamente, persino mentre sopportava altri baci e abbracci
da parte di Arjun. Teneva gli occhi fissi su di lui, ora, e stava ascoltando il battito del cuore di
Gremt, il suono del suo respiro, mentre ne esaminava la pelle, gli occhi, i capelli.
Cosa vedeva? Un uomo alto con occhi azzurri e corti capelli neri ondulati, pelle caucasica
e un viso modellato su quello di una statua greca, un uomo dalle ampie spalle possenti e dalle
mani affusolate, vestito di un semplice thawb di seta nera lungo fino alle caviglie, un
indumento che in un altro paese sarebbe potuto sembrare la tonaca di un prete. Quello era il
corpo che Gremt aveva perfezionato per se stesso nel corso di millequattrocento anni circa.
Avrebbe potuto trarre in inganno ogni essere umano sul pianeta, avrebbe potuto superare
l’esame degli scanner a raggi X negli aeroporti moderni, ma non poteva trarre in inganno
Pandora. Non era biologicamente umano.
Rimase scioccata fin nel profondo dell’anima, ma Gremt sapeva benissimo che Pandora
aveva già visto esseri come lui. Diverse volte. Esseri potenti che se ne andavano in giro con
corpi confezionati, per così dire. In realtà aveva visto parecchie volte Gremt, pur non avendo
sempre saputo che si trattava di lui. E la primissima volta in cui Gremt l’aveva vista non
aveva un corpo.
«Sono tuo amico», le disse subito. Le tese la mano, anche se lei non alzò di rimando la sua.
Arjun si stava asciugando le lacrime con un vecchio fazzoletto di lino che poi si rinfilò
meticolosamente in tasca.
«Non volevo farlo!» dichiarò spasmodicamente. La stava supplicando di capire.
E Pandora, come destata da un incantesimo, distolse lo sguardo da Gremt per riportarlo su
di lui.
«Sapevo che non volevi», disse. «L’ho capito benissimo.»
«Chissà cosa penserai di me!» insistette lui, il viso soffuso di vergogna.
«Ah, ma non sei stato affatto tu, vero?» chiese subito lei, prendendogli la mano, poi
baciandolo di nuovo e tirandosi ancora indietro per fissare Gremt. «È stata una voce, vero?»
«Sì, una voce», confermò lui. «Lo stavo giusto dicendo a Gremt. Gremt capisce. È un
amico.»
Con estrema riluttanza lei si sedette come Arjun la sollecitava a fare, e lui tornò ad
accomodarsi sulla propria sedia, a sinistra di Pandora.
Soltanto a quel punto Gremt riprese posto sulla sua.
«Ma devi avermi creduto colpevole», disse Arjun a Pandora, «altrimenti perché saresti
venuta da me?»
Lei aveva ripreso a fissare Gremt, troppo a disagio con il palese mistero di quell’essere per
sentire ciò che Arjun voleva che sentisse.
Gremt si rivolse a lui in tono sommesso. «Pandora lo sapeva grazie alle fotografie, Arjun.
Quando è successo c’erano dei testimoni che hanno scattato delle foto, e quelle foto sono
diventate virali, come dicono su Internet. Erano molto più dettagliate e nitide delle immagini
intraviste telepaticamente. Queste foto non sbiadiscono come fanno i ricordi, circoleranno in
eterno. E a New York un giovane bevitore di sangue chiamato Benji Mahmoud, creato da
Marius, le ha postate su un sito web. E Pandora le ha viste.»
«Ahhh! Che indicibile ignominia», commentò Arjun, coprendosi il viso con le lunghe dita.
«E così Marius e i suoi figli credono che sia io il colpevole. E quanti altri ne sono convinti?»
«No, non è affatto così», affermò Pandora. «Stiamo cominciando tutti a capire. Tutti.»
«Dovete farlo assolutamente. Dovete sapere che è stata la Voce.» Lui guardò Gremt,
disperato, per averne conferma.
«Ma Arjun è tornato in sé, ormai», sottolineò Gremt. «E ora è perfettamente in grado di
resistere alla Voce, che è passata ad altri bevitori di sangue addormentati.»
«Sì, questo spiega in parte, ma non completamente, la situazione», disse Pandora, «perché
ormai è quasi certo che il responsabile dei roghi divampati in Sudamerica è nientemeno che
Khayman.»
«Khayman?» chiese Arjun. «Il garbato Khayman? Ma pensavo fosse diventato il consorte e
il custode delle gemelle!»
«Lo è, e da parecchio tempo», affermò Gremt, «ma è sempre stato un’anima spezzata, e
adesso è ricettivo alla voce come alcuni degli altri Antichi.»
«E Maharet non può controllarlo?» domandò Pandora. Aveva una nota tagliente nella voce.
Voleva parlare di tutto, scoprire cosa sapeva Gremt, ma in particolare voleva sicuramente
sapere qualcosa di più su Gremt, quindi usò un tono che diceva «Per me sei uno sconosciuto».
Strinse gli occhi. «È Maharet la Voce?» chiese con palese orrore.
Gremt non rispose.
«Potrebbe essere la sua gemella, Mekare?»
Lui non replicò nemmeno stavolta.
«Un’idea indicibile», sussurrò Arjun.
«Bene, chi altri potrebbe spingere il garbato Khayman a simili atti?» mormorò Pandora,
riflettendo ad alta voce.
Gremt continuava a tacere.
«E se non si tratta di nessuna delle due», proseguì lei, «bene, allora chi è?» Lo chiese come
se fosse un avvocato, e Gremt un testimone ostile in un’aula di tribunale.
«È tutt’altro che chiaro», dichiarò infine Gremt, «ma credo di sapere chi è. Quello che non
so è cosa vuole e cosa intende fare sulla lunga distanza.»
«E come mai ti interessi a tutto questo, di preciso?» chiese Pandora.
Arjun rimase spaventato dal suo tono e batté le palpebre come se lei fosse una luce che lo
accecava con la sua freddezza.
«Perché ti importa, in particolare», insistette Pandora, «di cosa succede a noi, a creature
come noi?»
Gremt rifletté. Presto o tardi avrebbe dovuto rivelare ogni cosa. Presto o tardi avrebbe
dovuto svelare tutto ciò che sapeva. Era quello, però, il momento giusto per farlo? E quante
volte avrebbe dovuto confessare ogni cosa? Aveva appena appreso da Arjun ciò che aveva
bisogno di scoprire e consolato Arjun come era stata sua intenzione fare. Inoltre aveva posato
gli occhi su Pandora, con la quale era enormemente indebitato, ma non era sicuro di poter
rispondere fino in fondo alle sue domande.
«Mi sei cara», le disse con voce fioca ma ferma. «E mi procura un certo piacere dirti
finalmente, dopo tutti questi anni, questi secoli, che sei e sei sempre stata una stella
scintillante sul mio cammino, quando non avevi modo di saperlo.»
Pandora rimase affascinata e rabbonita, ma non soddisfatta. Aspettò. Il suo viso pallido,
benché quella notte vi avesse strofinato sopra cenere e olio per renderlo meno luminescente,
aveva un che di virginale e biblico a causa dell’abbigliamento e dei tratti delicati che lei
sfoggiava. Dietro quello splendido viso, tuttavia, lei stava riflettendo. Come poteva difendersi
da una creatura come Gremt? Poteva utilizzare la sua immensa forza per fargli del male?
«No, non puoi», le rispose lui. «È tempo che vi lasci.» Si alzò. «Ti sollecito ad andare a
New York, a raggiungere Armand e Louis...»
«Perché?» chiese lei.
«Perché dovete riunirvi per affrontare la sfida della Voce, proprio come avete fatto molto
tempo fa per affrontare la sfida di Akasha! Non potete lasciare che questa faccenda prosegua.
Dovete arrivare alla radice del mistero, e lo si può fare con maggiore efficacia se vi riunite. Se
tu vai là, Marius seguirà indubbiamente il tuo esempio. E lo stesso faranno altri, altri di cui
non conosci né hai mai conosciuto il nome, e di certo verrà anche Lestat. Ed è a Lestat che
guardano per essere guidati.»
«Oh, perché, perché quell’insopportabile marmocchio viziato», mormorò Arjun. «Cosa ha
mai fatto, se non creare problemi?»
Gremt sorrise. Pandora rise sommessamente mentre lanciava un’occhiata ad Arjun, ma poi
tacque di nuovo, riflettendo, alzando lo sguardo verso Gremt.
Soppesò tutto con calma. Nulla di quanto lui aveva detto la scioccava o la stupiva.
«E tu, Gremt, come mai desideri il meglio per noi?» domandò Arjun, alzandosi. «Sei stato
così gentile con me. Mi hai consolato. Perché?»
Gremt esitò. Sentì un nodo sciogliersi dentro di lui.
«Vi amo tutti», spiegò in tono sommesso e confidenziale. Si chiese se appariva freddo,
mentre parlava. Non era mai completamente sicuro di come le sue emozioni venissero
espresse dal suo viso umano artificiale, nemmeno quando sentiva il sangue nelle vene
affluirgli alle guance, le lacrime colmargli gli occhi. Non sapeva mai con certezza se tutta la
miriade di sistemi da lui così ben controllata con la mente stava davvero funzionando come
desiderava. Sorridere, ridere, sbadigliare, piangere non erano niente, ma esprimere
autenticamente ciò che provava nel suo cuore invisibile... bene, quella era tutt’altra cosa.
«Mi conosci», disse a Pandora. Gli si stavano colmando gli occhi di lacrime. «Oh, come ti
ho amato.»
Lei era seduta sulla poltrona pavone come una regina sul trono, fissandolo dal basso, il
morbido cappuccio di seta nera che le formava una cornice scura intorno al volto radioso.
«È stato molto, moltissimo tempo fa», raccontò lui, «sulla costa dell’Italia meridionale, e
quella notte un grande uomo, un grande studioso di quell’epoca, morì in un magnifico
monastero da lui costruito e chiamato Vivarium. Rammenti queste cose? Rammenti
Vivarium? Lui si chiamava Cassiodoro, e tutto il mondo lo ricorda, ricorda le sue lettere, i
suoi libri e soprattutto ciò che era, lo studioso che era a quei tempi, quando l’oscurità stava per
calare sull’Italia.» Aveva la voce inasprita dalle emozioni. La sentì spezzarsi ma continuò,
fissando il placido sguardo fermo di Pandora.
«E all’epoca mi hai visto, hai visto me, uno spirito incorporeo, levarsi dalle arnie fra cui
avevo dormito, ampliato e collegato tramite un migliaio di tentacoli alle api, alla loro energia,
alla loro vita collettiva e misteriosa. Mi hai visto liberarmi in quell’istante e mi hai visto
abbracciare con tutte le mie forze la ridicola sagoma di un uomo di paglia, uno
spaventapasseri, un bersaglio di scherno con la giacca e i pantaloni di un mendicante, la testa
priva di occhi e le mani senza dita, e mi hai visto piangere in quella forma, piangere e
lamentare la morte del grande Cassiodoro!»
Lacrime rosse le avevano colmato gli occhi. Lei aveva scritto dell’episodio non molto
tempo prima, ma avrebbe creduto, adesso, che era lui quello che aveva visto? Sarebbe rimasta
in silenzio?
«So che ricordi le parole che mi hai detto», proseguì Gremt. «Sei stata così coraggiosa.
Non sei fuggita davanti a qualcosa che non eri in grado di capire. Non hai dato le spalle,
disgustata, a qualcosa di innaturale persino per te. Sei rimasta dov’eri e mi hai parlato.»
Lei annuì. Ripeté le parole che gli aveva detto quella sera.
«’Se invece tu volessi una vita in carne e ossa, una vita umana, solida, capace di muoversi
nel tempo e nello spazio, allora combatti per conquistarla. Se tu volessi possedere la filosofia
dell’uomo, allora lotta per acquisire saggezza, così che nulla possa mai nuocerti. La saggezza
è forza. Qualunque cosa tu sia, materializzati in una creatura che abbia uno scopo.’»
«Sì», sussurrò Gremt. «E hai aggiunto qualcos’altro. ’Ma sappi una cosa: se vuoi diventare
un essere organizzato come me, ama l’umanità intera e tutti i suoi figli. Non trarre la tua forza
dal sangue! Non cibarti della sofferenza. Non levarti come un dio sopra le folle che inneggiano
adoranti. Non mentire.’»
Pandora annuì. «Sì», disse. Un sorriso benevolo le si aprì sul viso. Non intendeva
abbandonare Gremt in quel momento. Gli si stava aprendo. Lui vide in lei la stessa sensibilità
e compassione che aveva notato così tanti anni prima. E aveva aspettato così a lungo tutto ciò!
Voleva tenderle la mano, abbracciarla, ma non osava.
«Ho seguito il tuo consiglio», disse. Adesso sapeva che le lacrime gli stavano sgorgando
dagli occhi, benché non lo avessero mai fatto prima. «L’ho sempre seguito. E ho creato il
Talamasca per te, Pandora, e per tutti i membri della tua specie e tutta l’umanità, e l’ho
modellato come meglio potevo sui monaci e gli studiosi di quel magnifico vecchio monastero,
Vivarium, di cui oggi non rimane nemmeno una pietra. L’ho creato in memoria del coraggioso
Cassiodoro, che fino alla fine ha studiato e intinto la sua penna per scrivere, con straordinaria
forza e devozione, persino mentre il mondo intorno a lui si oscurava.»
Lei sospirò, sbalordita. E il suo sorriso si fece luminoso. «Quindi è dipeso da quel
momento?»
«Sì, è da lì che è nato il Talamasca», rispose lui. «Da quell’incontro.»
Arjun lo stava fissando in preda alla meraviglia.
Lei si alzò dal tavolo.
Vi girò intorno per raggiungere Gremt. Come appariva amorevole e bramosa, schietta e
intrepida. Non aveva paura di lui più di quanta ne avesse avuta centinaia di anni prima.
Ma Gremt era stremato, pericolosamente stremato dalla faccenda – più di quanto avrebbe
mai potuto immaginare – e non poteva sopportare la dolcezza, la gioia, di avere Pandora fra le
braccia.
«Perdonami», sussurrò. Si asciugò stupidamente le lacrime dal viso.
«Parla con noi, rimani qui con noi», lo implorò lei. Arjun gli rivolse lo stesso invito.
Ma Gremt fece l’unica cosa che potesse fare con la sua declinante energia. Si allontanò
rapidamente, lasciandosi alle spalle il giardino e le luci della villa persa nella foresta di alberi
di bambù e di mango.
Pandora avrebbe potuto inseguirlo. Se lo avesse fatto, a lui non sarebbe rimasta altra scelta
che svanire, cosa che non voleva fare. Voleva rimanere il più a lungo possibile in quel corpo.
Era sempre quella la sua scelta.
Ma Pandora non lo inseguì, accettò la sua uscita di scena. E lui sapeva che presto l’avrebbe
rivista. Presto li avrebbe visti tutti. E avrebbe raccontato a lei e agli altri ogni cosa.
Seguì a lungo la strada, riacquistando gradualmente le forze, il corpo che si solidificava
ancora una volta, il battito cardiaco costante, le lacrime scomparse e la vista non più
annebbiata.
Di tanto in tanto dei fari lo facevano risaltare nel buio mentre alcune auto passavano
rapide per poi lasciarlo ancora una volta nel silenzio.
Quindi lo aveva detto a Pandora. Aveva confidato il grande segreto del Talamasca a lei
prima che a chiunque altro, e molto presto l’avrebbe rivelato all’intera tribù dei bevitori di
sangue.
Ma mai ai membri mortali del Talamasca, impegnati come sempre nello sforzo di
proseguire i propri studi. No. Loro sarebbero stati lasciati tranquilli a continuare con le
leggende sulle origini dell’Ordine.
Gremt, però, lo avrebbe raccontato a tutti loro, i grandi esseri soprannaturali che il
Talamasca aveva studiato sin dai suoi inizi.
Forse loro avrebbero capito come capiva lei, e forse avrebbero accettato come aveva
accettato lei. E forse non gli avrebbero negato quei momenti di connessione con loro che gli
erano così necessari.
Comunque fosse, era giunto il momento di aiutarli direttamente, di protendersi verso di
loro, di dare loro tutto il possibile mentre affrontavano la più grande sfida della loro storia,
vero? Chi meglio di Gremt Stryker Knollys poteva aiutarli a risolvere il mistero della Voce?
12
LESTAT
La giungla dell’Amazzonia
Era stato David a farmi uscire dall’isolamento, l’astuto David. Aveva chiamato il telefono di
Benji a New York durante la trasmissione, chiacchierando con lui della crisi. Non diede il
proprio nome. Non ne aveva bisogno. Benji conosceva, come me e probabilmente anche molti
altri bevitori di sangue, quella colta voce britannica.
David consigliò più volte ai giovani di tenersi al di fuori dalle città, di spostarsi in
campagna. Avvisò gli anziani che avrebbero potuto sentire un anonimo ordine di annientare
altri bevitori di sangue: «Non ascoltate». Ripeté più volte: «Tenetevi lontani da città come
Lione, Berlino, Firenze, Avignone o Milano, o Avignone o Roma o Avignone...», e la lista
proseguiva mentre lui citava una città dopo l’altra, infilandovi sempre Avignone e dicendosi
sicuro che il responsabile di tutto ciò non fosse il grande eroe, Lestat. Era pronto a
scommettere la propria vita eterna sull’onore di Lestat, sulla sua lealtà verso gli altri, sul suo
innato senso del bene. Insomma, avrebbe voluto possedere l’autorità del pontefice per potersi
piazzare nel cortile del fatiscente Palazzo dei Papi di Avignone e proclamare davanti al mondo
interno che Lestat non era responsabile di quei roghi!
Scoppiai a ridere.
Stavo ascoltando nel salotto dello château di mio padre, a meno di quattrocento chilometri
dalla piccola città di Avignone. Non c’erano mai stati vampiri ad Avignone! E neanche roghi.
Avevo ascoltato Benji ogni notte. Ero terribilmente preoccupato per coloro che stavano
morendo. Non erano tutti novizi e illegittimi. Stavano venendo massacrati anche molti dei
Figli delle Tenebre vecchi di trecento e quattrocento anni. Forse alcuni di quelli che avevano
conosciuto e amato nel corso del mio lungo viaggio erano stati uccisi, sottratti per sempre a
me e a chiunque altro. Quando Akasha aveva dato inizio alla sua strage, al suo Grande Rogo,
per farmi un favore aveva risparmiato gli immortali a me legati, ma questo nuovo rogo sembra
infinitamente più terribile, più casuale. E non riuscivo a indovinare, al pari di chiunque altro,
chi o cosa si celasse dietro la devastazione.
Dov’era la mia amata Gabrielle? Quanto tempo sarebbe passato prima che quell’essere
attaccasse la casa di Armand e Louis a New York? Mi chiesi se, chiunque e qualsiasi cosa
fosse, amasse ascoltare le trasmissioni di Benji, amasse sentir parlare di tutta l’infelicità che
stava causando.
«Cosa ne pensi, Voce?» domandai.
Nessuna risposta.
La Voce mi aveva lasciato da tempo, vero? C’era la Voce dietro tutto ciò. Adesso lo
sapevano tutti, giusto? Stava destando da un lungo sonno delle macchine omicide,
sollecitandole a usare poteri che forse non avevano mai saputo di avere.
«Questi anziani vengono svegliati dalla Voce», disse David. «Ormai non ci sono dubbi.
Dei testimoni li hanno visti sul luogo dei massacri. Molto spesso si tratta di una figura
cenciosa, a volte di un’orrenda larva. È sicuramente la Voce a destarli. Non la stiamo sentendo
in parecchi?»
«A chi appartiene la Voce?» domandò Benji, più e più volte. «Chi di voi là fuori l’ha
sentita? Chiamateci, parlate con noi.»
David concluse la telefonata. I novizi sopravvissuti si stavano impossessando delle onde
radio.
Ormai Benji disponeva di venti linee telefoniche destinate a coloro che chiamavano. Chi se
ne occupava? Non mi intendevo abbastanza di stazioni radio, telefoni, monitor eccetera per
capire come funzionasse la cosa, ma nessuna voce umana era mai stata messa in onda da
Benji, per nessun motivo, e a volte un afflitto e infelice bevitore di sangue che chiamava il
programma impiegava un’ora per svelare la sua storia di disperazione. Le altre telefonate si
accumulavano, nel frattempo?
Comunque fosse, dovevo raggiungere Avignone. David voleva che lo incontrassi là,
nell’antico e diroccato Palazzo dei Papi, il che era abbastanza evidente.
Adesso Benji si stava rivolgendo direttamente alla Voce. «Chiamaci qui, Voce», la
sollecitò con quel suo fare spigliato, sicuro. «Spiegaci cosa vuoi. Perché stai cercando di
annientarci?»
Mi guardai intorno nella mia magnifica dimora sulla montagna. Avevo faticato parecchio
per riscattare quelle terre di mio padre, faticato parecchio per restaurare completamente quello
château; negli ultimi tempi, inoltre, avevo scavato con le mie stesse mani delle stanze segrete
sotterranee. Amavo le antiche camere dai muri di pietra in cui ero cresciuto, ora radicalmente
trasformate dotandole di ogni soave comfort, e amavo la vista sulle montagne e i campi in cui
ero andato a caccia da ragazzo che si godeva dalle finestre. Perché, perché dovevo essere
trascinato via da tutto questo, trascinato in una battaglia che non desideravo?
Bene, non intendevo rivelare l’esistenza di quel luogo a David né a chiunque altro, se per
quello. Se non avevano il buonsenso di cercarmi nello Château de Lioncourt nell’Auvergne,
peggio per loro! In fondo, il luogo era segnato su tutte le cartine.
Mi infilai la mia giacca di velluto rosso preferita e gli stivali neri, inforcai i miei consueti
occhiali da sole, e andai subito ad Avignone.
Incantevole cittadina, Avignone, con tortuose viuzze di acciottolato e innumerevoli caffè e
gli antichi palazzi in rovina dove un tempo i pontefici cattolici romani avevano regnato nello
sfarzo.
E, come previsto, David mi stava aspettando con Jesse fra quei vetusti ruderi. Nemmeno
un unico altro bevitore di sangue, nella città.
Scesi direttamente nel buio cortile erboso cinto da alti muri. Nessuno sguardo mortale ad
assistere alla scena. Solo le scure, deserte volte semisgretolate nel chiostro di pietra che ci
fissavano come occhi neri.
«Principino viziato.» David, seduto sull’erba, si alzò e mi abbracciò. «Ti trovo in forma
smagliante.»
«Già, già», borbottai, ma era splendido rivederlo, rivedere entrambi. Jesse indugiava
contro il vecchio muro di pietra diroccato, avvolta in una pesante sciarpa grigia.
«Dobbiamo proprio rimanere qui fuori in questo posto desolato, sotto l’ombra di tutta
questa storia?» chiesi stizzosamente, ma non dicevo sul serio. Trovavo perfetta la fredda sera
settembrina con il pieno inverno già nell’aria. Provavo una gioia imbarazzante nell’essere
stato costretto a quell’incontro.
«Certo che no, sua altezza reale», replicò David. «C’è un magnifico alberghetto a Lione, il
Villa Florentine, tutt’altro che lontano» – Lo sta dicendo a me? Io sono nato qui! – «e vi
abbiamo prenotato delle comode stanze.» Suonava perfetto.
Dopo meno di quindici minuti, concluso il breve viaggio, varcammo la porta sul patio
entrando nella suite dalla moquette rossa e ci accomodammo nel salottino. L’albergo si
trovava sopra la città, su una collina da cui si godeva di un magnifico panorama, e lo trovavo
delizioso.
Jesse appariva esausta e profondamente infelice, vestita di un tailleur pantalone di pelle
marrone spiegazzato e grinzoso, dolcevita di lana grigio e sciarpa che le copriva la bocca, i
capelli il consueto velo sfavillante di onde ramate. David portava il solito completo di lana
pettinata grigia con un morbido gilet di camoscio e una sgargiante cravatta di seta, tutto
confezionato su misura, molto probabilmente. Appariva molto più allegro di Jesse, nel tono e
nell’espressione, ma conoscevo la gravità della situazione.
«Benji non sa quasi niente», dichiarò Jesse, le parole che le uscivano di getto. «E io non so
cosa posso raccontare a lui o a chiunque altro.» Era seduta ai piedi del letto, le mani serrate
con forza fra le ginocchia. «Maharet ha bandito me e Thorne per sempre. Per sempre.»
Cominciò a piangere, ma senza smettere di parlare.
Spiegò che Thorne aveva continuato ad andare e venire, da quando Fareed gli aveva
restituito i suoi occhi; il grande guerriero vichingo voleva restare al fianco di Maharet per
opporsi a qualsiasi forza la minacciasse.
Aveva udito la Voce. L’aveva udita in Svezia e in Norvegia, mentre lo sollecitava a fare
piazza pulita della plebaglia, parlando di un nobile scopo. Gli era stato facile escluderla.
«E voi?» chiesi, spostando lo sguardo da Jesse a David. «Uno di voi l’ha sentita?»
Lei scosse il capo ma David annuì. «Ho cominciato a sentirla circa un anno fa. Le parole
più interessanti, o quasi, che abbia mai pronunciato erano in realtà una domanda. Mi ha
chiesto se fossimo stati tutti indeboliti o meno dalla proliferazione del potere.»
«Straordinario», commentai sottovoce. «Cosa hai risposto?»
«Ho risposto di no, che ero potente come sempre, forse un po’ di più, ultimamente.»
«E la Voce ha aggiunto qualcosa?»
«Diceva prevalentemente cose senza senso. Per metà del tempo non ero nemmeno sicuro
che si stesse rivolgendo proprio a me. Insomma, avrebbe potuto benissimo rivolgersi a
chiunque. Ha parlato di un numero ottimale di bevitori di sangue, data la fonte del potere. Ha
parlato del potere come del Sacro Nucleo. Sono riuscito a sentire le lettere maiuscole.
Farneticava sul fatto che il regno dei Non Morti fosse ormai sprofondato nella depravazione e
nella follia, ma continuava a girare intorno a queste idee, spesso dicendo cose con poco o
nessun senso logico o sequenziale. Di colpo cominciava persino a parlare in lingue diverse e
commetteva... bene, commetteva degli errori, errori di significato, di sintassi. Era davvero
strano.»
Jesse lo stava fissando come se tutto ciò fosse una sorpresa, per lei.
«A dire il vero», spiegò lui, «non avevo idea che fosse la Voce , come la chiamano adesso.
Vi sto fornendo la versione distillata. Era per lo più incoerente. Pensavo si trattasse di qualche
anziano. Insomma, capita che alcuni anziani spediscano messaggi ad altri, naturalmente. La
trovavo fastidiosa, l’ho esclusa.»
«E tu, Jesse?» chiesi.
«Non l’ho mai sentita», sussurrò. «Credo che Thorne sia il primo ad averne parlato
direttamente a me o Maharet.»
«E lei cosa ha detto?»
«Ci ha cacciato entrambi. Ci ha dato infusioni del suo sangue, ha insistito su quello, poi ci
ha intimato di non tornare mai più. Aveva già cacciato David.» Jesse gli lanciò un’occhiata,
poi proseguì. «Ci ha detto praticamente le stesse cose che aveva detto a lui. Ormai non poteva
più offrire ospitalità agli altri, adesso lei e Mekare e Khayman dovevano rimanere soli...»
«Khayman non si trovava là in quel momento, vero?» intervenne David.
Lei fece un cenno di diniego. «Mancava da almeno una settimana.» Continuò a raccontare.
«L’ho supplicata di lasciarmi rimanere, Thorne si è messo in ginocchio, ma è stata
irremovibile. Ci ha consigliato di andarcene subito, di non aspettare nulla di ingombrante
come un mezzo di trasporto regolare ma innalzarci nell’aria e interporre la maggior distanza
possibile fra noi e lei. Io sono andata subito in Inghilterra da David. Credo che Thorne abbia
raggiunto New York. Credo che molti siano diretti a New York. Credo sia andato da Benji e
Armand e Louis, ma non ne sono sicura. Era furibondo. Ama profondamente Maharet. Lei,
però, lo ha avvisato di non tentare di ingannarla. Ha detto che lo avrebbe saputo, se lui avesse
indugiato nei paraggi. Era agitata, più agitata di quanto l’avessi mai vista. Ha insistito per
darmi alcune informazioni di routine su risorse, denaro, ma le ho rammentato che aveva già
provveduto lei stessa. Sapevo come cavarmela qui fuori.»
«Le infusioni di Sangue», replicai, «cosa hai visto in esse?»
Era una domanda estremamente delicata da porre a un immortale, soprattutto a uno come
Jesse che era l’autentica discendente biologica di Maharet, ma persino i novizi vedono delle
immagini quando ricevono il sangue del loro Creatore; persino loro, in quei momenti,
sperimentano una connessione telepatica che gli è altrimenti preclusa. Tenni duro.
La sua espressione si addolcì divenendo triste, pensierosa. «Molte cose, come sempre»,
rispose, «ma stavolta erano immagini della montagna e della valle in cui le gemelle sono nate.
O almeno credo fosse quello, ciò che stavo vedendo; le ho viste nel loro vecchio villaggio e le
ho viste quando erano vive.»
«Quindi è questo che lei aveva in mente», affermai. «Ricordi del suo passato umano.»
«Credo di sì», replicò Jesse con un filo di voce. «C’erano altre immagini, che cozzavano
fra loro, sgorgavano impetuose, sai come succede, ma più e più volte si trattava di quei tempi
antichi. Sole. Luce del sole nella valle...»
David mi stava rivolgendo uno dei suoi discreti piccoli gesti che mi invitavano a essere
garbato, a non calcare troppo la mano.
Ma sapevamo entrambi che quelle visioni o ricordi erano simili a ciò che pensano i mortali
al termine della propria vita, ai loro ricordi più antichi e felici.
«Maharet si trova in Amazzonia, vero?» chiesi. «Nel cuore della giungla.»
«Sì», rispose Jesse. «Mi ha proibito di rivelarlo, e ora sto tradendo la sua confidenza. Si
trova nella giungla inesplorata. L’unica tribù della zona è fuggita quando siamo arrivati noi.»
«Vado là», dissi. «Voglio vedere con i miei occhi cosa sta succedendo. Se siamo tutti
destinati a perire a causa di questa Voce, bene, voglio sentire dalla bocca di Maharet cosa sta
succedendo.»
«Lestat, lei non sa cosa sta succedendo», replicò Jesse. «È quello che sto cercando di
dirti.»
«Lo so...»
«Credo che tutto ciò la disgusti. Vuole essere lasciata in pace. Temo che alla fine la Voce
susciti in lei il desiderio di annientare se stessa e Mekare e, be’, tutti noi.»
«Non credo che la Voce desideri il nostro annientamento», dichiarai.
«Ma lei potrebbe benissimo pensarvi», disse bruscamente Jesse. «Le mie sono semplici
congetture», confessò. «So che è confusa, arrabbiata, persino amareggiata, e tutto questo da
Maharet. Maharet, fra tutti gli immortali. Maharet.»
«È ancora umana», mormorò David. Le carezzò il braccio. Le diede un bacio sui capelli.
«Siamo tutti umani, a prescindere da quanto a lungo perseveriamo.»
Parlò con la disinvolta autorità di un antico studioso del Talamasca, ma ero d’accordo con
lui. «Se vuoi il mio parere», sussurrò a Jesse, «trovare la sorella, riunirsi con lei, l’ha
distrutta.»
Jesse non rimase sorpresa o infastidita dalla dichiarazione.
«Ormai non lascia mai da sola Mekare», raccontò. «E Khayman... Khayman è un caso
disperato, continua a vagabondare per settimane e poi torna con passo malfermo senza serbare
alcun ricordo di dove è stato.»
«Bene, non è certo lui la fonte della Voce», affermò David.
«No, certo che no», replicai, «ma la Voce lo sta controllando, chiaro, no? La Voce lo sta
manipolando come ha sempre fatto. Sospetto che abbia dato inizio a questi massacri proprio
con lui, per poi passare a reclutare altri. Sta operando su diversi fronti, si potrebbe dire.
Maharet e Khayman, tuttavia, sono troppo vicini per un qualsiasi ponte telepatico. Lei non può
intuirlo e lui, evidentemente, non può dirglielo. Non ha le facoltà mentali necessarie per dirlo
a Maharet o ad altri.»
Mi assalì la cupa, gelida sensazione che, a prescindere da come si sarebbe conclusa la
vicenda, come immortale su questa terra Khayman fosse finito. Non sarebbe sopravvissuto. E
io ne paventavo la perdita. Paventavo la perdita di tutto ciò che aveva sperimentato nel suo
migliaio di anni di vagabondaggi, la perdita dei racconti che avrebbe potuto narrare sulle
iniziali battaglie della Prima Stirpe e sulle sue successive peregrinazioni come Benjamin il
demone. Paventavo la perdita del bonario, dolce Khayman che avevo brevemente conosciuto.
Era troppo doloroso. Chi altri non sarebbe sopravvissuto?
Jesse stava leggendo nei miei pensieri. Annuì. «Temo che tu abbia ragione.»
«Bene, credo di sapere cosa sta succedendo», affermai. «Vado subito là. Dopo aver visto
Maharet vi raggiungerò a Manaus. È un luogo abbastanza lontano da lei, vero?»
David annuì. Disse che conosceva un piccolo lodge alla moda situato nella giungla, a una
cinquantina di chilometri da Manaus, sul fiume Acajatuba. Ah, i gentiluomini inglesi, sanno
sempre come addentrarsi con stile nelle lande selvagge. Sorrisi. Prendemmo accordi per
vederci là.
«Sei pronto ad affrontare questo viaggio stasera stessa?» domandò.
«Certo. Dobbiamo puntare verso ovest, quindi guadagneremo sei ore di buio.
Muoviamoci.»
«Sai che è pericoloso, vero?» chiese David. «Stai andando contro l’esplicito volere di
Maharet.»
«Certo», risposi, «ma perché siete venuti da me? Non vi aspettavate che facessi qualcosa?
Perché mi state fissando?»
«Siamo venuti per chiederti di accompagnarci a New York», spiegò timidamente Jesse,
«per chiederti di indire una riunione di tutti i membri potenti della tribù.»
«Non avete bisogno di me per farlo», sottolineai. «Andate là voi. Convocate voi la
riunione.»
«Ma verranno tutti, se la indici tu», disse David.
«E chi sono tutti? Io voglio vedere Maharet.»
Erano tesi, indecisi.
«Sentite, precedetemi in Amazzonia, subito, e io vi raggiungerò stanotte stessa. E se non lo
faccio... se non vi raggiungo fra due notti nel lodge sul fiume, nella giungla, bene, fate dire
una messa da requiem per me a Notre-Dame de Paris.»
Poi partii, sapendo che avrei viaggiato molto più velocemente e più ad alta quota di loro, e
ripassai anche dallo château per prendere la mia azza.
Era stupido che volessi la mia piccola azza.
Mi strappai inoltre di dosso il velluto e i merletti eleganti per infilarmi un’adeguata e
pesante giacca di pelle per il viaggio. Avrei dovuto tagliarmi i capelli per quella giungla, ma
ero troppo vanitoso per farlo. Sansone non ha mai amato la propria chioma tanto quanto io
amo la mia. Infine mi diressi verso l’Amazzonia.
Quando in quell’immensa regione meridionale mancavano cinque ore all’alba stavo
scendendo verso l’interminabile canale di fitta oscurità che è la foresta pluviale amazzonica,
con la striscia argentea del fiume che la attraversava sinuosa. Stavo perlustrando il paesaggio
alla ricerca di minuscoli puntini di luce, guizzi infinitesimali che nessun occhio mortale
riuscirebbe mai a distinguere.
Poi, facendo del mio meglio, cominciai a scendere, sfondando rumorosamente l’umida
volta di vegetazione, precipitando fra rami e rampicanti che scricchiolavano e si spezzavano
finché non atterrai goffamente nella densa oscurità di un boschetto di antichi alberi.
Venni subito imprigionato da rampicanti e rami sbatacchianti nel sottobosco ma rimasi
fermo, fermissimo, in ascolto, comportandomi come un furtivo animale selvatico impegnato
in una silenziosa perlustrazione.
L’aria era umida e profumata, e colma delle voci in fermento delle creature striscianti,
cinguettanti e voraci che mi circondavano completamente.
Ma riuscivo a sentire anche le loro voci. Maharet e Khayman che discutevano nell’antica
lingua.
Se nei paraggi esisteva un sentiero che portava verso quelle voci, bene, non l’ho mai
trovato.
Non osavo aprirmi un varco nella vegetazione con l’azza: avrei fatto troppo rumore e
spuntato la lama. Mi limitai ad avanzare lentamente, con cautela, sopra radici bulbose e fra
cespugli pungenti, reprimendo quanto più possibile la mia respirazione e il battito cardiaco,
insieme ai miei pensieri.
Sentii la sommessa voce singhiozzante di Maharet e sentii piangere Khayman.
«Hai fatto queste cose?» stava chiedendo lei, nella loro antica lingua. Captai le immagini.
Era stato lui a bruciare la casa di congrega in Bolivia? Aveva fatto una cosa del genere? E la
carneficina in Perú? Era responsabile degli altri incendi? Era opera sua? Tutto? Era arrivato il
momento di dirglielo. Era arrivato il momento di comportarsi con onore, davanti a lei.
Colsi fulminee immagini dalla mente di Khayman, aperta come un frutto maturo a causa
del suo profondo turbamento: fiamme, visi angosciati, persone urlanti. Lui era in preda a un
parossismo di senso di colpa.
E mi si insinuò nella mente l’immagine malamente celata di un vulcano che ribolliva e
fumava. Un lampo ramingo, sfavillante.
No.
Lui la stava supplicando di capire che non sapeva cosa aveva fatto. «Non ho ucciso Eric»,
affermò. «Non posso essere stato io. Non ricordo. Era morto, finito quando ho trovato il suo
corpo.»
Lei non gli credeva.
«Uccidimi!» gemette all’improvviso Khayman.
Mi avvicinai sempre più.
«Hai ucciso tu Eric, vero? Sei stato tu!»
Eric. Eric era stato con Maharet più di vent’anni prima, quando Akasha si era levata. Eric
era seduto al tavolo consiliare insieme a noi quando avevamo affrontato e contrastato Akasha.
Non l’avevo mai conosciuto, e in seguito non ne avevo più sentito parlare. Mael era perito a
New York, lo sapevo pur non conoscendo i dettagli. Si era esposto al sole sulla gradinata della
cattedrale di St. Patrick, il che, però, non era di certo bastato ad annientarlo. Ma Eric? Lo
ignoravo.
«È finita», gridò Khayman. «Non intendo continuare. Fai quello che devi fare, con me.
Fallo!» Stava gemendo come qualcuno in lutto. «Il mio viaggio in questo mondo è terminato.»
Rividi il vulcano.
Pacaya. Era quello il nome del vulcano. L’immagine stava giungendo da lei, non da lui.
Lui non poteva nemmeno sapere cosa lei stesse pensando.
Continuai ad avanzare nella giungla il più lentamente e silenziosamente possibile. Erano
talmente assorti in quella straziante conversazione che non se ne accorsero.
Finalmente raggiunsi la reticella metallica nera che cingeva il grande complesso.
Attraverso il denso fogliame verde riuscii a intravederli entrambi, in una grande stanza
illuminata: Maharet con le braccia intorno a Khayman, Khayman con il viso fra le mani. Lei
stava piangendo, e nel suo pianto c’era un profondo suono straziato tipicamente femminile,
come quello di una ragazzina.
Indietreggiò e si asciugò gli occhi con il dorso della mano come potrebbe fare un bambino,
poi alzò lo sguardo.
Mi aveva visto.
«Vattene, Lestat», disse con una voce nitida che attraversò l’ampio spazio cintato.
«Vattene. Questo posto non è sicuro per te.»
«Non gli farei mai del male», affermò Khayman con un gemito. «Non farei mai del male
né a lui né a nessun altro, di mia spontanea volontà.» Stava guardando attraverso il fogliame
nel tentativo di scorgermi. Credo che in realtà si stesse rivolgendo a me.
«Maharet, devo parlarti», spiegai. «Non intendo andarmene da qui senza averlo fatto.»
Silenzio.
«Sai qual è la situazione, Maharet. Devo parlarti per me stesso e per altri. Ti prego,
lasciami entrare.»
«Non voglio qui nessuno di voi!» gridò. «Capisci? Perché mi sfidi?»
All’improvviso una forza invisibile sfrecciò attraverso l’area cintata, sradicando palme,
tranciando foglie e poi deformando la reticella metallica davanti a essa; mi scagliò
all’indietro, frammenti della reticella trasformati in aghi argentei che schizzavano ovunque.
Era il potere della mente di Maharet.
Lottai con tutte le mie forze, ma ero impotente contro di esso. Mi scaraventò a centinaia di
metri di distanza, lanciandomi contro un crepitante intrico di fogliame dopo l’altro finché non
piombai sull’ampio tronco rosso di un immenso albero, steso scompostamente sulle sue
mostruose radici.
Dovevo trovarmi a quasi due chilometri di distanza dalla mia posizione iniziale. Da lì non
riuscivo nemmeno a scorgere la luce dello spazio cintato. Non riuscivo a sentire niente.
Tentai di alzarmi ma il sottobosco era troppo denso per consentirmi di fare alcunché a
parte strisciare o arrampicarmi verso un varco nella giungla che cingeva un oscuro stagno
sinuoso. Una lussureggiante vegetazione schiumosa copriva gran parte della superficie, ma
qua e là l’acqua rifletteva la luce del cielo come brillanti stelle argentee.
Mi parve che lì fossero state al lavoro mani umane o immortali, disponendo lungo la riva
una bordura di pietre umide e interrate.
Gli insetti mi stavano cinguettando e fischiando nelle orecchie, ma si tenevano alla larga.
Avevo un taglio sul viso, ma naturalmente si stava già rimarginando. Loro si stavano gettando
in picchiata sul sangue per poi cambiare direzione a causa del naturale disgusto.
Mi sedetti sulla pietra più grande e tentai di riflettere sul da farsi. Lei non mi avrebbe
permesso di entrare, non c’erano dubbi. Ma cosa avevo appena visto? Cosa significava?
Chiusi gli occhi e rimasi in ascolto, ma non udii che le voci di quella giungla rapace e
divorante.
Sentii una morbida pressione vivente sulla schiena, allarmandomi subito. Una mano si era
posata sulla mia spalla. Una nube di profumo dolcissimo mi avviluppò, una fragranza di erbe
aromatiche verdi e fiori e agrumi, molto intensa. Un vago senso di felicità mi pervase, ma non
aveva origine dentro di me. Sapevo che era perfettamente inutile lottare contro quella mano.
Mi voltai lentamente e abbassai lo sguardo sulle lunghe dita bianche, poi lo alzai fino al
viso di Mekare.
Gli occhi di un azzurro chiaro erano innocenti e perplessi, la carne simile ad alabastro che
quasi scintillava nel buio. Nessuna espressione, ma un accenno di letargia, languore e
dolcezza. Nessun desiderio di nuocere.
Solo il più fioco tremolio telepatico: la mia immagine, la mia immagine in uno di quei
videoclip rock che avevo realizzato anni prima. Stavo ballando e cantando, cantando di noi.
Sparito.
Cercai un barlume di intelletto, ma quel viso somigliava alla faccia piacevole di un povero
mortale pazzo nel quale la maggior parte del cervello sia stata distrutta ormai da tempo.
Sembrava che l’innocenza e la curiosità fossero prodotte più che altro dalla carne e da un
riflesso automatico. La bocca sfoggiava il rosa perfetto di una conchiglia. Lei portava un
lungo abito rosa bordato d’oro, sul quale scintillavano diamanti e ametiste magistralmente
cuciti nell’orlo.
«Magnifico», sussurrai. «Un lavoro dettato dall’amore.»
Ero sull’orlo del panico come non mi capitava da parecchio tempo ma poi, come sempre
succede quando ho paura, quando qualcosa mi spaventa, mi infuriai. Rimasi perfettamente
immobile. Lei parve studiarmi in maniera quasi sognante, ma in realtà non lo stava facendo.
Avrebbe benissimo potuto essere cieca, per quanto potessi stabilire.
«Sei tu?» chiesi. Mi sforzai di dirlo nell’antica lingua, rovistando nella memoria per
cercare l’infarinatura che possedevo di quell’idioma. «Mekare, sei tu?»
Devo aver provato un empito di smisurato orgoglio, una ridicola arroganza nel pensare
all’improvviso, con feroce euforia, che potevo raggiungere quella creatura quando tutti gli
altri avevano fallito, potevo toccare la superficie della sua mente e stimolarla.
Volevo disperatamente rivedere l’immagine del sottoscritto tratta dai video musicali.
Quella o qualsiasi altra, ma non c’era niente. Trasmisi io stesso l’immagine. Rievocai le
canzoni e i cantici sulle nostre origini, sperando vanamente che significasse qualcosa per lei.
Ma bastava un’unica parola sbagliata e chissà cosa avrebbe potuto farmi. Avrebbe potuto
sfondarmi il cranio con entrambe le mani, colpirmi con una palla di fuoco annientante. Non
riuscivo, però, a pensarvi o a immaginarlo.
«Magnifico», ripetei.
Nessun cambiamento. Captai un sommesso canticchiare a bocca chiusa che giungeva da
lei. Non serve la lingua per canticchiare? Era quasi un ronzio simile alle fusa di un gatto, e
all’improvviso i suoi occhi parvero remoti e privi di coscienza come quelli di una statua.
«Perché lo stai facendo?» chiesi. «Perché uccidere tutti quei giovani, quei poveri piccoli
giovani?»
Senza mostrare il minimo barlume di riconoscimento o reazione si fece avanti e mi baciò,
posandomi sul lato destro del viso quelle labbra rosa conchiglia, quelle labbra fredde. Sollevai
lentamente una mano e affondai le dita nella morbida foltezza dei suoi ondulati capelli rossi.
Le toccai con estrema delicatezza la testa.
«Mekare, fidati di me», sussurrai nell’antica lingua.
Un tumulto di suoni mi esplose dentro, di nuovo una forza che sfrecciava attraverso la
foresta quasi impenetrabile. L’aria si riempì di una pioggia di minuscole foglioline verdi. Le
vidi cadere sulla viscida superficie dell’acqua.
Maharet era ferma alla mia sinistra, aiutando Mekare ad alzarsi mentre emetteva
sommessi e gentili suoni cantilenanti, le dita che carezzavano il viso della sorella.
Mi alzai anch’io.
«Vattene subito, Lestat, e non tornare», mi intimò Maharet. «E non sollecitare mai più
nessuno a venire qui!»
Il suo viso pallido era striato di sangue. C’era del sangue anche sul suo abito di seta verde
chiaro e sui suoi capelli, tutto causato dal pianto. Lacrime di sangue. Labbra rosso sangue.
Mekare era ferma al suo fianco fissandomi impassibile, lo sguardo che correva sulle
fronde di palma, sull’intrico di rami che celava il cielo, come se lei stesse ascoltando gli
uccelli o gli insetti e non quello che si stava dicendo lì.
«Benissimo», replicai. «Sono venuto per aiutare. Sono venuto per apprendere tutto il
possibile.»
«Non aggiungere altro! So perché sei venuto», ribatté Maharet. «Devi andartene. Ti
capisco. Al posto tuo avrei fatto la stessa cosa, ma devi dire agli altri di non cercarci mai più.
Mai più. Pensi che tenterei mai di fare del male a te o a uno qualsiasi degli altri? Mia sorella
non lo farebbe mai. Non farebbe mai del male a nessuno. Ora vai.»
«Cosa mi dici di Pacaya, il vulcano?» chiesi. «Non puoi farlo, Maharet. Non puoi gettarti
nel vulcano con Mekare. Non puoi farci questo.»
«Lo so!» disse. Fu quasi un gemito. Un terribile, profondo gemito di angoscia.
Un cupo lamento sgorgò anche da Mekare, un lamento orrendo. Era come se racchiudesse
nel petto la sua unica voce, e si girò di colpo verso la sorella sollevando le mani ma quasi
impercettibilmente, lasciandole poi ricadere come se non riuscisse a farle funzionare davvero.
«Permettimi di parlarti», implorai.
Khayman stava venendo verso di noi, e Mekare si voltò bruscamente, lo raggiunse e gli
posò la testa sul petto, e lui la abbracciò. Maharet mi fissò. Stava scuotendo la testa, gemendo
come se i suoi pensieri febbrili avessero un piccolo canto tutto loro, fatto di gemiti.
Prima che potessi parlare di nuovo, una violenta raffica di aria calda mi colpì viso e petto.
Mi accecò. Pensai che si trattasse del dono del fuoco e che lei si stesse facendo subito beffe
delle sue parole.
Bene, principino viziato, pensai, hai scommesso e hai perso! E ora hai l’occasione di
morire. Ecco il tuo Pacaya personale.
Ma stavo solo volando all’indietro attraverso le felci, di nuovo, schiantandomi contro
tronchi d’albero, sfrecciando fra rami dal sonoro scricchiolio e fronde umide. Mi contorsi e mi
dimenai con tutte le mie energie nel tentativo di sottrarmi a quella forza, di fuggire da una
parte o dall’altra, ma mi stava scagliando all’indietro a una velocità tale che non potevo fare
nulla.
Alla fine venni gettato a terra in uno spazio erboso, una sorta di radura circolare, per un
attimo incapace di muovermi, con tutto il corpo indolenzito. Avevo le mani e il viso pieni di
tagli profondi. Mi pizzicavano gli occhi. Ero coperto di polvere e frammenti di foglie. Mi misi
in ginocchio e poi in piedi.
Il cielo sopra di me era di un intenso azzurro radioso, con la giungla che si levava
tutt’intorno a esso come per avvilupparlo. Riuscii a distinguere i resti di alcune capanne, a
vedere che quello era stato un villaggio, un tempo, ormai in rovina. Mi ci volle un attimo per
riprendere fiato e poi pulirmi il viso con il fazzoletto e togliermi il sangue dai tagli sulle mani.
Mi pulsava la testa.
Passò mezz’ora prima che raggiungessi il lodge in riva al fiume.
Trovai David e Jesse in un’elegante suite tropicale, tutto molto civilizzato e grazioso con
tende candide e veli di zanzariera sbiancata sopra il letto di ferro bianco. Candele ardevano in
tutte le stanze, nei giardini curatissimi e intorno a una piccola piscina. Un simile lusso
sull’orlo del caos.
Mi spogliai e mi immersi nella piscina fresca e pulita.
David rimase fermo lì accanto con una pila di salviette bianche.
Quando ridiventai me stesso, nei limiti delle possibilità con quei vestiti sporchi e strappati,
entrai nell’accogliente salottino con lui.
Riferii cosa avevo visto.
«Khayman è in balìa della Voce, è evidente», dissi. «Non so se Maharet l’abbia sentita o
meno, ma in Mekare non ho notato alcun accenno di minaccia, alcun accenno di intelligenza
né astuzia né...»
«Né cosa?» chiese Jesse.
«Alcun accenno del fatto che la Voce provenisse da lei», conclusi.
«Come potrebbe mai provenire da lei?»
«Stai scherzando, vero?» replicai.
«Niente affatto», affermò Jesse.
In tono sommesso e confidenziale raccontai loro tutto quello che sapevo della Voce.
Raccontai come mi aveva parlato per anni, come discorresse di bellezza e amore, e come
una volta mi avesse esortato a incenerire e annientare i vampiri vagabondi di Parigi. Raccontai
loro tutto della Voce, dei suoi giochetti con il mio riflesso nello specchio.
«Quindi stai dicendo che è un Antico demoniaco», dichiarò Jesse. «Un Antico che sta
cercando di prendere possesso di alcuni bevitori di sangue e ha acquisito il controllo di
Khayman, e che Maharet lo sa?» Aveva gli occhi lucidi di lacrime che si stavano lentamente
addensando in puro sangue. Si scostò i ricciuti capelli ramati dal viso. Aveva un’aria
indicibilmente triste.
«Bene, possiamo anche metterla così», replicai. «Non hai davvero la minima idea di chi
sia la Voce?»
Non avevo più voglia di proseguire con quella conversazione. Avevo troppe riflessioni da
fare e dovevo farle in fretta. Non dissi loro dell’immagine di Pacaya, in Guatemala. Perché
avrei dovuto? Cosa avrebbero potuto fare al riguardo? Lei mi aveva assicurato che non ci
avrebbe fatto alcun male.
Uscii dalla stanza, sollecitandoli con un gesto a lasciarmi andare, e rimasi fermo in quel
piccolo paradiso tropicale da sogno. Sentii una cascata da qualche parte, forse più di una, e
quel pulsante motore della giungla, quel motore di così tante voci.
«Chi sei, Voce?» chiesi. «Perché non me lo dici? Credo che ormai sia arrivato il momento
di farlo, tu no?»
Risata.
Una risata sommessa e quello stesso timbro distintamente maschile. Proprio dentro la mia
testa.
«Qual è il nome del gioco, Voce?» domandai. «In quanti dovranno morire prima che tu
finisca? E che cosa vuoi davvero?»
Nessuna risposta, ma ero sicuro che qualcuno mi stesse osservando. Nella giungla oltre il
limitare di quel giardino, oltre quel ferro di cavallo di piccole e lussuose suite dal tetto di
paglia, c’era qualcuno che mi stava fissando.
«Riesci anche solo a immaginare cosa sto soffrendo?» chiese la Voce.
«No», risposi. «Parlamene.»
Silenzio. Se n’era andata. Riuscivo a percepirne distintamente l’assenza.
Aspettai a lungo, poi tornai nella piccola suite. Adesso erano seduti insieme ai piedi del
letto che somigliava un po’ a un sacrario, con tutta la zanzariera bianca drappeggiata. David
stava tenendo stretta Jesse, che si era afflosciata come un fiore spezzato.
«Facciamo quello che chiede Maharet», proposi. «Forse lei ha un piano, un piano che non
osa confidare a nessuno, e noi abbiamo il dovere, verso Maharet e verso noi stessi, di lasciarle
il tempo di attuarlo. Anche a me serve un piano. Questo non è il momento di agire sulla base
dei miei sospetti.»
«Ma quali sono i tuoi sospetti?» chiese Jesse. «Non puoi pensare che Mekare possieda
l’astuzia necessaria per fare tutto questo...»
«No, non Mekare. Sospetto che Mekare stia trattenendo la Voce.»
«Ma come potrebbe mai farlo?» insistette lei. «È solo l’ospite del Nucleo.»
Non risposi. Mi stupiva che non l’avesse indovinato. Mi chiesi quanti altri non l’avessero
capito. Oppure tutti, là fuori – Benji e chiunque gli telefonasse – non osavano dire quello che
era ovvio?
«Voglio che tu venga a New York con noi», disse David. «Spero che molti altri siano già
là.»
«E se fosse proprio quello che vuole la Voce?» Sospirai. «E se stesse diventando sempre
più abile nel controllare altri come Khayman e reclutarli per i suoi pogrom? E se noi ci
riuniamo tutti a New York e la Voce ci aizza contro una cricca di mostri? Sembra sciocco
facilitarle così le cose.»
Ma non lo dissi con molta convinzione.
«Allora qual è il tuo piano?» si informò David.
«Te l’ho appena detto. Ho bisogno di tempo per pensarci.»
«Ma chi è questa Voce?» implorò Jesse.
«Tesoro», ribatté David in tono basso e riverente mentre la abbracciava, «è Amel, lo
spirito dentro Mekare, e può sentire tutto quello che ci stiamo dicendo in questo preciso
istante.»
Un’espressione di indicibile orrore le balenò sul viso, seguita dall’improvviso scivolare in
una profonda quiete. Rimase seduta a guardare fissa davanti a sé, gli occhi che si stringevano e
poi si sgranavano molto lentamente insieme ai suoi pensieri.
«Ma lo spirito è incosciente», sussurrò, rimuginando, le morbide sopracciglia dorate che si
increspavano. «Lo è da millenni. Gli spiriti hanno detto: ’Amel non è più’.»
«E cosa sono seimila anni per uno spirito?» domandai. «È approdato alla coscienza e sta
parlando, si sente solo e vuole vendicarsi ed è confuso e dannatamente incapace, a quanto
pare, di ottenere ciò che vuole. Forse non sa nemmeno cosa vuole.»
Vidi David trasalire, la sua mano destra sollevarsi appena e implorarmi di moderare i toni,
di non esagerare.
Rimasi immobile a scrutare la notte, aspettando, aspettando che la Voce parlasse, ma non
parlò.
«Andate a New York», dissi. «Finché la Voce può destare e controllare altri, nessun luogo
è sicuro. Forse Seth e Fareed sono diretti là. Sanno di sicuro cosa sta succedendo. Partecipate
alla trasmissione di Benji e lanciate un appello a Seth. Trovate il modo di celare il significato
delle vostre parole. Siate bravi in questo. Lanciate un appello a ogni anziano che possa
aiutarci. Se là fuori ci sono degli anziani che possono essere destati per incenerire i giovani, ce
ne sono altri che possono essere destati per combattere. In fondo ci rimane ancora un po’ di
tempo.»
«Tempo? Come puoi dirlo?» chiese David.
«L’ho appena spiegato», risposi. «Non ha ancora capito come ottenere ciò che vuole.
Potrebbe persino non sapere ancora come descrivere a parole le sue ambizioni, progetti,
desideri.»
Li lasciai lì.
Ormai si era fatto giorno nel continente europeo, ma non volevo restare in quel luogo
selvaggio, primitivo, divorante. Mi rendeva furioso non poter tornare a casa.
Mi diressi a nord verso la Florida e raggiunsi prima dell’alba uno splendido hotel di
Miami. Presi una suite a un piano alto, con un balcone affacciato sulla tiepida e dolce baia di
Biscayne, e rimasi seduto lì, il piede posato sul corrimano, assaporando l’umida e soave
brezza e osservando le enormi nubi spettrali del profondo cielo di Miami mentre riflettevo.
E se mi sbagliavo? E se non si trattava di Amel? Ma poi ripensai al passato, a quei primi
mormorii: «Bellezza... amore». Aveva tentato di dirmi qualcosa di importante su di sé e io lo
avevo respinto. Non avevo mostrato la minima pazienza di fronte alle sue farneticazioni, ai
suoi sforzi disperati. Non sai cosa sto soffrendo.
«Ho sbagliato», ammisi, guardando le gigantesche nubi dai movimenti rapidi spostarsi e
oltrepassarmi. «Avrei dovuto prestare più attenzione a quanto stavi cercando di dire. Avrei
dovuto parlarti. Vorrei averlo fatto. È troppo tardi?»
Silenzio.
«Anche tu hai la tua storia», aggiunsi. «Sono stato crudele a non capirlo. Sono stato
crudele a non pensare alla tua capacità di soffrire.»
Silenzio.
Mi alzai e misurai a grandi passi lo spesso tappeto scuro, poi tornai sul balcone e guardai il
cielo sempre più chiaro. Stava arrivando l’alba. L’inesorabile, implacabile alba. Così
confortante per il mondo delle creature mortali e animali, le piante che spuntavano ovunque
dal terreno e gli alberi che sospiravano attraverso un miliardo di foglie. E così letale per noi.
«Voce, ti chiedo scusa», dissi.
Rividi il vulcano Pacaya, quell’immagine balenata più volte nella mente di Maharet,
quell’immagine feroce. In preda al terrore la vidi portare la sorella sempre più su, come un
angelo con un bambino fra le braccia, fino a trovarsi sopra l’orrenda bocca di fuoco
spalancata.
All’improvviso percepii la presenza dell’altro.
«No», disse la Voce. «Non è troppo tardi. Parleremo, tu e io. A tempo debito.»
«Quindi hai un piano?» chiesi. «Non stai semplicemente massacrando tutta la tua
progenie?»
«Progenie?» Lui rise. «Immagina di avere ogni arto legato da catene, le dita gravate da
pesi, i piedi collegati ad altri da un migliaio di radici. Sia dannata la progenie.»
Il sole stava davvero sorgendo. Stava sorgendo anche per la Voce in quella giungla.
Sempre che si trovasse davvero là.
Chiusi la porta a chiave, tirai le tende, entrai nella spaziosa cabina armadio e mi sdraiai a
dormire, furibondo perché non avrei potuto dirigermi verso casa fino all’inevitabile tramonto.
Due notti più tardi la Voce colpì Parigi.
Non mi aveva detto una sola parola, nel frattempo. E poi colpì Parigi.
Quando arrivai là era tutto finito.
L’alberghetto di rue Saint-Jacques era stato distrutto dalle fiamme e i vigili del fuoco
stavano spruzzando acqua sulle macerie annerite, il fumo e il vapore che si levavano fra gli
stretti edifici ancora intatti su entrambi i lati.
Adesso non c’erano voci, lì nel cuore di Parigi. Coloro che erano scampati all’incendio
erano fuggiti in campagna e stavano ancora supplicando altri di seguire il loro esempio.
Passai lentamente, inosservato, fra gli spettatori riuniti sul marciapiede, solo un
appariscente giovanotto con occhiali da sole dalle lenti viola, una logora giacca di pelle e una
lunga chioma bionda e ribelle, che portava segretamente con sé un’azza letale.
Ero sicuro, tuttavia, di aver udito un appello più forte di molti altri quando era iniziato il
rogo, quando le prime urla avevano fluttuato sul vento, una donna che mi implorava in italiano
di raggiungerla. Ero sicuro di aver sentito un appello singhiozzante: «Sono Bianca Solderini».
Bene, se l’avevo udito, ormai era cessato. Scomparso.
Continuai a camminare, notando le chiazze di grasso nero sui marciapiedi. In un androne
giaceva, non ancora contrassegnato, un nero e viscido guscio vuoto di ossa carbonizzate e
informi globuli di tessuto. Possibile che lì vi fosse ancora vita? Quanto era vecchio? Era la
bellissima e leggendaria Bianca Solderini?
La mia anima avvizzì. Mi avvicinai con disinvoltura. Nessuno dei passanti mi notò.
Premetti lo stivale sull’ammasso fumante di sangue e interiora. Si stava sciogliendo, le ossa
che perdevano la loro forma, l’intero piccolo cumulo che si fondeva sui sassi. Non poteva
esserci niente di vivo, lì.
«Sei fiera di te, Voce?» chiesi.
Ma non era lì. No davvero, altrimenti me ne sarei accorto.
Non mi aveva più parlato, dopo Miami, a dispetto di tutti i miei appelli, le mie domande, i
miei lunghi monologhi in cui professavo rispetto, interesse, sconfinato desiderio di capire.
«Amel, Amel, parlami», avevo ripetuto più e più volte. Aveva trovato altri da amare, altri
molto più malleabili e utili?
E, cosa più importante, cosa dovevo fare? Cosa avevo da offrire a tutti coloro che
sembravano convinti, per i motivi più stupidi, che io potessi chissà come risolvere tutto ciò?
Nel frattempo case di congrega e giovani vampiri erano scomparsi. E adesso quello, a
Parigi.
Per ore perlustrai il Quartiere Latino. Perlustrai tutto il centro città, costeggiando la Senna
e dirigendomi come sempre verso Notre-Dame. Niente. Nella capitale non restava nemmeno
una sola voce soprannaturale.
Tutti quei paparazzi scomparsi.
Somigliava quasi alle antiche notti in cui pensavo di essere l’unico vampiro al mondo e
avevo percorso quelle strade da solo, bramando le voci di altri.
E per tutto quel tempo gli altri bevitori di sangue, i malvagi bevitori di sangue guidati da
Armand, erano rimasti nascosti sotto il Cimitero degli Innocenti.
Vidi ossa accatastate, crani, ossa marcescenti, ma non era un’immagine delle antiche
catacombe di quei Figli di Satana nel XVIII secolo bensì quella delle catacombe sotto la Parigi
odierna, dove tutte le ossa dell’antico camposanto erano state trasferite molto tempo dopo che
gli adoratori del diavolo si erano dissolti.
Catacombe. Immagini di ossa. Sentii una bevitrice di sangue gridare. Due creature. E una
che parlava molto rapidamente in un basso sussurro. Conoscevo quel timbro. Era la voce che
avevo sentito qualche ora prima, quella stessa sera. Lasciai l’Île de la Cité e mi avviai verso le
catacombe.
In un lampo colsi la visione di due donne che piangevano insieme, la più anziana un bianco
mostro scheletrico con i capelli di una megera. Orrenda, come qualcosa dipinto da Goya. Poi
tutto scomparve, e non riuscii a rievocarlo.
«Bianca!» chiamai. «Bianca!»
Accelerai. Sapevo dove si trovavano quei tunnel, quei profondi e bui e brutti cunicoli sotto
la città contro le cui pareti sono stipate le ossa in fase di disintegrazione di centinaia di
parigini morti. I visitatori erano ammessi in quei passaggi sotterranei. Conoscevo l’ingresso
riservato al pubblico. Stavo sfrecciando verso Place Denfert-Rochereau, e l’avevo quasi
raggiunta quando una strana visione mi fermò.
Era un lampo brillante all’ingresso del tunnel, come se una fiammata fosse sgorgata dalla
bocca dell’ossario. Lo scuro edificio di legno con frontone che riparava l’entrata esplose e
crollò con uno schianto sonoro.
Vidi una bevitrice di sangue dai lunghi capelli biondi, pallida, molto potente, levarsi dal
marciapiede, e fra le sue braccia altre due figure, entrambe aggrappate a lei, una con uno
scheletrico braccio bianco e capelli da megera premuta contro il suo seno e l’altra dai capelli
ramati e squassata da singhiozzi.
Per me, per i miei occhi, la misteriosa creatura rallentò la sua ascesa e per una frazione di
secondo ci fissammo.
Ti rivedrò, mio audace.
Poi scomparve.
Sentii una violenta raffica d’aria colpirmi il viso.
Quando ripresi i sensi ero seduto sul marciapiede.
Sevraine.
Era quello il nome impresso nella mia mente. Sevraine. Ma chi era Sevraine?
Ero ancora seduto lì a fissare l’ingresso del tunnel quando sentii dei rapidi passi ritmati
che si avvicinavano, qualcuno che camminava a ritmo costante, pesantemente e in fretta.
«Alzati, Lestat.»
Mi voltai e sollevai lo sguardo verso il volto di mia madre.
Eccola lì dopo tutti quegli anni con la sua vecchia sahariana color kaki e i jeans stinti, i
capelli raccolti in una treccia sopra la spalla, il viso pallido come una maschera di porcellana.
«Avanti, alzati!» disse, i freddi occhi azzurri che lampeggiavano nelle luci dell’edificio in
fiamme all’entrata del cunicolo.
E in quell’attimo, mentre amore e risentimento cozzavano con furia umiliante, mi ritrovai
a casa, centinaia di anni prima, a passeggiare in quei freddi campi brulli, lei che mi sgridava
con quella voce impaziente. «Alzati. Muoviti. Forza.»
«Cosa farai, altrimenti?» ringhiai. «Mi darai uno schiaffo?»
E fu proprio quello che fece: mi schiaffeggiò. «Alzati, in fretta», disse. «Portami in quel
rifugio nobilitato che ti sei creato nel vecchio castello. Dobbiamo parlare. Domani notte ti
porterò da Sevraine.»
13
MARIUS
Riunione sulla costa brasiliana
Sembrava che la Voce lo destasse ogni sera, esortandolo a uscire per ripulire dai vampiri
vagabondi la campagna intorno a lui, dicendogli che sarebbe stato infinitamente più felice se
lo avesse fatto. La Voce adottava una tattica garbata, con lui.
«Ti conosco, Marius. Ti conosco bene. So che ami il tuo compagno, Daniel. Fai come ti
chiedo e lui non correrà mai alcun pericolo.»
Marius ignorava la Voce con la stessa fermezza con cui un sacerdote potrebbe ignorare la
vocina di Satana, continuando nel frattempo a chiedersi: Come fa questa creatura a insinuarsi
nel mio cervello? Come riesce a parlarmi in maniera così palpabile, affettuosa, come se
fossimo fratelli?
«Io sono te, Marius, e tu sei me», spiegò la Voce. «Ascolta quello che dico.»
Marius insisteva perché Daniel restasse sempre là dove poteva vederlo.
La bella e antica casa di congrega di Santa Teresa era stata distrutta dalle fiamme. Se
qualcuno dei giovani a Rio de Janeiro era sopravvissuto, continuava a rimanere in silenzio.
Persino la vasta campagna intorno alla città era silenziosa. Niente più acute, metalliche e
penetranti grida di aiuto, là fuori.
Mentre, verso mezzanotte, Daniel e Marius passeggiavano insieme sulla spiaggia, l’uno
accanto all’altro in fondo alle onde, Marius rimase in ascolto. Sembrava un cercatore di
oggetti preziosi fra la sabbia, con i vestiti color kaki e i sandali legati alla cintura. E Daniel era
comodo nella sua maglietta polo e nella sua salopette, le scarpe da ginnastica che premevano
agevolmente sulla sabbia dura.
In lontananza, nella giungla a nord, Marius udì delle voci soprannaturali, fioche ma colme
di rabbia. Maharet si trovava là, adesso, lo sapeva. In quella giungla amazzonica. Lui
riconobbe un flebile schema di linguaggio, di eruzione telepatica che nemmeno la grande
Maharet era in grado di arginare o controllare.
Lui e Daniel dovevano lasciare il Brasile, che non era più un posto sicuro. Daniel
sosteneva di capire. «Ovunque tu vada, là andrò anch’io», aveva dichiarato. Marius era
sbalordito da come lui sembrasse indifferente al pericolo, da come mantenesse intatto il
proprio entusiasmo per tutto ciò che vedeva intorno a sé. Essendo sopravvissuto alla pazzia,
Daniel era adesso più saggio di quanto giustificassero i suoi anni nel Sangue, accettando il
fatto che era sopraggiunta un’altra crisi e che lui avrebbe potuto sopravvivere a essa come era
sopravvissuto al massacro di Akasha. Come aveva detto lui stesso quella sera: «Sono stato
reso immortale nel bel mezzo di una tempesta».
Marius amava Daniel. Lo aveva tratto in salvo dagli strascichi di quella tempesta e non se
ne era mai pentito nemmeno per un istante. Sapeva che anche Daniel aveva salvato lui dallo
stesso caos, diventando qualcuno di cui lui poteva prendersi cura, qualcuno che poteva amare.
Per lui aveva un’importanza enorme non ritrovarsi a passeggiare su quella spiaggia da solo,
avere Daniel che camminava al suo fianco.
La notte era splendida come succedeva molto spesso sopra la baia di Copacabana, la
risacca che ribolliva sulla sabbia sconfinata, i mortali poco numerosi, molto distanziati fra
loro e riservati. La grande città di Rio non era mai silenziosa, e il frastuono di traffico e
macchinari e le brulicanti voci mortali si fondevano, per Marius, con la dolce e incessante
sinfonia delle onde.
Tutte le cose sotto il cielo racchiudono qualche pregio, e questo vale anche per il rumore
moderno, che nelle nostre orecchie può diventare il delicato ruggito di una cascata,
proteggendoci da suoni disparati e orrendi. Ah, ma cos’è il cielo se non un vuoto silenzioso e
indifferente nel quale il devastante suono delle esplosioni echeggia in eterno oppure non viene
affatto sentito? E un tempo gli uomini parlavano di musica delle sfere.
Ma siamo fortunati a essere creature minuscole in questo universo. Siamo fortunati a
sentirci importanti perché siamo più grandi di questi granelli di sabbia.
Qualcosa si sovrappose improvvisamente ai suoi pensieri.
In lontananza, nel buio, Marius intravide una figura solitaria che si avvicinava. Immortale.
Potente. Figlio dei Millenni. Tirò a sé Daniel, cingendolo con un braccio come fosse suo
figlio. Anche lui aveva forse percepito la presenza, persino udito il sommesso battito cardiaco.
Chi sei?
Non riuscì a captare alcuna risposta. La figura procedeva a ritmo costante, un maschio
snello dall’ossatura delicata, con una morbida tunica araba bianca lunga fino alle caviglie che
svolazzava. I suoi corti capelli bianchi erano arruffati dal vento. La luce lunare li rendeva
simili a un’aureola, e i passi procedevano come fanno sempre i passi degli Antichi, con un
misurato vigore indifferente alla morbidezza del terreno.
Era così che doveva succedere? La Voce aveva destato quel rudimentale strumento per
eliminarli con il fuoco?
Non si poteva fare altro che continuare ad avvicinarsi a quella figura. A cosa sarebbe
servito fuggire? Con un immortale così anziano il volo avrebbe potuto rivelarsi impossibile,
perché occhi del genere sono in grado di seguire ovunque un corpo che si innalza, se non c’è
nient’altro a distrarli.
Di nuovo Marius si identificò silenziosamente ma non vi fu risposta, nemmeno il più vago
accenno di pensiero, un atteggiamento, un’emozione da parte dell’altro mentre, piano piano,
diventava perfettamente visibile.
Si avvicinarono gli uni all’altro in silenzio, scricchiolio di sabbia sotto i piedi, sospiro del
vento, e poi il vampiro canuto allungò la mano. Lunghe dita, molto sottili.
«Marius», disse. «Mio amato, mio salvatore di tanto tempo fa, mio amico.»
«Ti conosco?» chiese educatamente Marius. Anche mentre stringeva la mano non intuì
nulla se non ciò che il viso gradevole e aperto rifletteva: amicizia. Nessun pericolo.
Ma quell’immortale era molto più anziano di lui, forse addirittura di un migliaio di anni.
Gli occhi erano neri e la pelle perfetta aveva il colore dell’ambra, il che faceva sembrare
ancora più straordinari i capelli bianchi, una nube di candida luce intorno alla sua testa.
«Sono Teskhamen», disse. «E tu, tu sei quello che mi ha dato la vita.»
«E come l’avrei fatto?» chiese Marius. «Quando e dove ci siamo mai incontrati?»
«Vieni, troviamo un posto tranquillo in cui poter parlare.»
«Le mie stanze?» propose Marius.
«Se lo desideri, oppure la panchina qui sopra, sul lungomare. È una nottata tranquilla
lassù. E il mare somiglia ad argento fuso, ai miei occhi. La brezza è profumata e confortante.
Andiamo là.»
Risalirono la spiaggia insieme, Daniel che restava leggermente indietro come in segno di
rispetto.
E quando Marius e Teskhamen si sedettero sulla stessa panchina, lui ne scelse un’altra
poco distante. Erano rivolti tutti e tre verso le onde lontane, verso la schiuma perlacea che si
contorceva. Dietro la nebbia le stelle continuavano la loro eterna ascesa. Enormi montagne e
rocce in lontananza erano pura oscurità.
«Non preoccuparti per lui, adesso», disse Teskhamen. «Siamo perfettamente in grado di
proteggerlo, e stanotte quello che insegue i giovani bevitori di sangue si sta aggirando in altre
città. I giovani di questo posto sono già stati sterminati. Li ha messi uno contro l’altro. Ha
approfittato della loro diffidenza reciproca e della loro montante paura. Non si è accontentato
semplicemente di bruciare la casa, li ha braccati uno a uno.»
«Quindi è così che lo si sta facendo.»
«Quello è uno dei modi possibili. Ce ne sono altri. Lui diventa ogni notte più scaltro.»
«Ho visto», dichiarò Marius. E le aveva viste davvero, quelle battaglie, in immagini che
avrebbe tanto voluto dimenticare. «Ma ti prego, spiegami chi sei e cosa vuoi da me.» Lo aveva
detto con cortesia, ma vergognandosi un po’. In fondo, quell’anziano era amichevole e
informato di quanto stava succedendo. Voleva rendersi utile.
«Bisogna organizzare un raduno», annunciò Teskhamen, «e il luogo prescelto è New
York.» Emise una breve risatina. «Credo che Benji Mahmoud abbia fatto cadere la scelta su
quella città grazie alle sue intraprendenti trasmissioni, ma in fondo due degli autori delle
Cronache dei vampiri si trovano già là, e sono noti all’intero mondo dei Non Morti.»
«Non ho nulla contro nessun luogo di raduno particolare», commentò Marius. «E Benji
non mi è certo sconosciuto.» Era stato lui a trasformarlo in vampiro, a rendere immortali
Benji e la sua compagna Sybelle per poi farne dono al suo novizio Armand, ma non vedeva
alcun motivo di confidarlo a un estraneo, un estraneo che probabilmente lo sapeva già
comunque, soprattutto un estraneo di cui non riusciva a udire i pensieri. Nemmeno il più fioco
scintillio arrivava fino a lui.
All’improvviso, però, colse una fortissima emanazione da parte di Daniel. È lui che ti ha
creato.
Marius rimase sbigottito, lanciando un’occhiata al giovane, che lo stava fissando, seduto di
lato sulla panchina con una gamba sollevata e le braccia che cingevano con disinvoltura il
ginocchio. Era affascinato.
Lui riportò lo sguardo su Teskhamen, il minuto bevitore di sangue che lo fissava con fermi
occhi neri.
«Quello che mi ha creato è morto», affermò, posando ancora lo sguardo su Daniel per poi
riportarlo su Teskhamen. «È morto la notte stessa in cui sono stato trasformato in vampiro. È
successo duemila anni fa in una foresta del Nord Europa. Quegli avvenimenti sono impressi
nella mia anima.»
«Anche nella mia», replicò Teskhamen, «ma non sono morto quella notte. E ti ho reso io
quello che sei ora. Ero il dio bevitore di sangue imprigionato nella quercia a cui i druidi ti
hanno portato. Ero io la creatura annerita e piena di cicatrici e rovinata che ti ha dato il
Sangue, e ti ha esortato a fuggire dai druidi – a non rimanere imprigionato nella quercia come
un dio – e scendere in Egitto, a qualsiasi costo, per scoprire cosa era successo alla Madre e al
Padre, per scoprire perché così tanti di noi erano rimasti orribilmente ustionati nei loro stessi
sacrari.»
«Prigioni, vorrai dire, non sacrari», sussurrò Marius. Fissò il lontano orizzonte dove
l’ondulato mare scuro incontrava il cielo argenteo.
Possibile che fosse vero?
Le visioni e i suoni orrendi di quella notte lo riassalirono, la fitta foresta di querce, la sua
impotenza mentre, prigioniero dei druidi, veniva trascinato verso il sacrario del dio all’interno
dell’albero. Poi c’erano stati gli sconcertanti momenti in cui il dio bruciato e canuto gli aveva
parlato e spiegato i poteri del Sangue che avrebbe condiviso.
«Ma ti ho visto gettarti sulla pira, in seguito», disse. «Ho cercato di salvarti, ma all’epoca
non conoscevo la mia forza nel Sangue. Ti ho visto carbonizzato.» Scosse il capo, guardando
bramosamente negli occhi la creatura. «Perché mai un essere così vecchio e saggio dovrebbe
mentire su cose del genere?»
«Non ti sto mentendo», replicò con garbo Teskhamen. «Li hai visti tentare di immolarmi,
ma ai tempi avevo un migliaio di anni, Marius, forse di più. Neanch’io conoscevo la mia
forza. Quando però sei fuggito come ti avevo sollecitato a fare, quando tutti loro, dal primo
all’ultimo, ti hanno inseguito attraverso la foresta, sono fuggito da quei ceppi in fiamme.»
Marius fissò Teskhamen, fissò gli occhi scuri che lo guardavano, la bocca sottile ma
cordiale. Dalle tenebre della memoria emerse la fragile figura annerita che, grazie alla forza di
volontà, si teneva aggrappata all’oscura vita innaturale.
All’improvviso capì. Lo capì all’istante, in innumerevoli modi sottili. Riconobbe il
comportamento della creatura, lo sguardo cupo e saldo. Riconobbe la pacata e quasi melodiosa
cadenza del suo eloquio, e persino la postura controllata e quasi timida con cui sedeva sulla
panchina.
E capì come mai non riusciva a sentire nulla che provenisse da quella mente. Quello era il
Creatore. Il Creatore era sopravvissuto.
Teskhamen gli stava sorridendo, adesso, mentre sedeva composto, le mani conserte posate
in grembo. Il morbido e bianco thawb, la tonaca, ne cingeva morbidamente la figura dignitosa,
e lui sembrava contento, contentissimo, che Marius conoscesse la verità. Con la liscia pelle di
un bruno fulvo e i folti capelli bianchi era adesso l’immortale più splendido che Marius avesse
mai visto.
Qualcosa si risvegliò in Marius, qualcosa che non provava da moltissimo tempo. Una
certezza del bene, forse, lo sopraffece, una certezza della felicità, dell’autentica possibilità che
la vita includesse momenti di esultanza e di gioia. Non aveva mai provato molto a lungo
quella certezza e non si era aspettato di provarla ora. Eppure venne sopraffatto,
all’improvviso, dalla più pura benevolenza all’idea che una cosa del genere fosse possibile,
che quella creatura, che aveva conosciuto in una fatale intimità agli inizi del suo viaggio
tenebroso, potesse effettivamente trovarsi lì con lui, adesso.
In passato solo immortali giovani e sconosciuti avevano arrecato una simile consolazione.
Nulla di positivo lo aveva mai unito a quei primi anni, nulla capace di scaldare il cuore.
Desiderava parlare ma temeva di deprezzare il suo sentimento tentando di tradurlo in
parole. Rimase seduto in silenzio, chiedendosi se il suo viso esprimesse la gratitudine che
provava per il fatto che quella creatura fosse andata a cercarlo.
«Ho sofferto in maniera intollerabile», raccontò Teskhamen, «ma è stato tutto quello che
mi avevi rivelato tu, Marius, a darmi la forza di strisciare via da quella pira e protendermi
verso la speranza. Sai, non avevo mai conosciuto un essere come te. In quella terribile foresta
settentrionale non avevo mai saputo nulla del tuo mondo romano. Avevo conosciuto l’antica
religione del Sangue della regina Akasha. Ero stato il suo fedele dio. Sapevo che il culto dei
druidi riecheggiava gli antichi culti egizi dei bevitori di sangue, e questo era tutto ciò che
sapevo. Almeno fino alla notte in cui ti ho preso fra le braccia per trasformarti nel nuovo dio,
e il tuo cuore e la tua anima si sono riversati nei miei.»
Il sorriso era scomparso e l’espressione di Teskhamen si era fatta meditabonda, le
sopracciglia scure aggrottate, gli occhi socchiusi mentre lui guardava verso il mare
schiumante. Riprese a parlare.
«Per un migliaio di anni ho servito la Madre, ho creduto nell’antica religione. Rimani
imprigionato finché i fedeli ti portano i malfattori, scruta nei loro cuori per cercare il giusto,
ciò che è sbagliato e la verità, poi giustiziali per i fedeli della foresta e bevine il prezioso
sangue. Un migliaio di anni. E mai avevo sognato l’esistenza che tu conducevi, Marius. Ero
nato in un villaggio, figlio di un contadino, e oh, quale onore, mi dissero, che da ragazzo fossi
diventato abbastanza avvenente per essere offerto alla Segreta Madre, la regina che regna in
eterno, e dalla quale un ragazzo povero, un ragazzo ignorante, non poteva concepibilmente
fuggire.»
Marius non aprì bocca. Quella era la voce che lo aveva placato portandolo a una quieta
accondiscendenza così tanti secoli prima, all’interno di quella quercia. Era la voce che gli
aveva confessato segreti che avevano suscitato in lui la speranza di poter sopravvivere a quella
notte per vivere in modo diverso. Desiderava solo che Teskhamen continuasse.
«E poi ho visto la tua vita», spiegò Teskhamen, «la tua vita che sfavillava nelle immagini
che mi donavi. Ho visto la tua splendida casa a Roma, i magnifici templi davanti ai quali avevi
pregato, con tutte quelle pure e imponenti colonne, e dei e dee di marmo dipinti con tinte
brillanti e di magistrale fattura, e le stanze colorate in cui vivevi e studiavi e sognavi e ridevi e
cantavi e amavi. Non si trattava della ricchezza, come sicuramente capisci, né dell’oro o dei
mosaici scintillanti. Ho visto le tue biblioteche, ho visto e udito i tuoi compagni sagaci e
curiosi, ho visto il pieno e florido potere della tua esperienza, la vita di un romano colto, la
vita che ti aveva reso ciò che eri. Ho visto la bellezza dell’Italia. Ho visto la bellezza
dell’amore carnale. Ho visto la bellezza delle idee. Ho visto la bellezza del mare.»
Marius fu percorso da una violenta emozione ma rimase in silenzio.
Teskhamen si interruppe, lo sguardo ancora fisso sulla risacca lontana che tornò poi a
posarsi su lui. Per un attimo lanciò un’occhiata alle spalle di Marius e sorrise a Daniel, che
stava ascoltando con aria rapita.
«Fino a quel momento non avevo mai capito fino in fondo», affermò, «che siamo la
somma di tutto ciò che abbiamo visto e di tutto ciò che abbiamo apprezzato e capito. Tu eri la
somma della luce solare su pavimenti di marmo pieni di ritratti di divinità intente a ridere e
amare e bere il frutto della vigna nello stesso modo in cui eri la somma dei poeti e storici e
filosofi che avevi letto. Eri la somma e la fonte di ciò che avevi avuto caro e scelto di
accettare e di tutto ciò che avevi amato.»
Smise di parlare.
Nulla era cambiato, nella nottata.
Dietro di loro lo scarso traffico del primo mattino percorreva l’Avenida Atlântica e le voci
della città si levavano e si affievolivano sotto la voce smorzata del mare.
Ma Marius era cambiato. Cambiato in eterno.
«Raccontami cosa è successo», insistette. L’intimità di quel remoto scambio di sangue
nella quercia gli sfavillava nella mente. «Dove sei andato? Come hai fatto a sopravvivere?»
Teskhamen annuì. Stava ancora fissando il mare. «A quei tempi i boschi erano fitti. Te li
ricordi sicuramente. I moderni non hanno la minima idea di come fosse quell’antico terreno
boschivo, quella landa selvaggia di alberi vecchi e nuovi che si propagava in tutta l’Europa,
contro la quale ogni paesino o villaggio o cittadina doveva lottare, per poter sopravvivere.
Sgusciai dentro uno di quei boschi come una lucertola. Mi nutrii degli insetti parassiti. Mi
nutrii di quello che non poteva sfuggirmi anche se non riuscivo a camminare per il dolore,
anche se il sole mi scovava ripetutamente in umide cavità e reclamava una parte ancor più
cospicua della mia pelle perché con queste mani non riuscivo a scavare a fondo per
proteggermi dai suoi raggi.»
Si guardò le dita. «Più tardi», aggiunse con un sospiro, «trovai una donna in un’umile
capanna, una donna astuta, una guaritrice, quella che gli uomini definiscono una strega e una
megera. Si chiamava Hesketh. Era prigioniera, proprio come me, di un aspetto ripugnante.
«La implorai di essere paziente. Non era in grado di annientarmi e io la affascinavo, la mia
sofferenza le toccò il cuore. Oh, fu davvero straordinario per me. Non puoi nemmeno
immaginarlo. Cosa sapevo della compassione, della misericordia, dell’amore? Hesketh ebbe
pietà di me, e la curiosità ardeva dentro di lei. Non voleva che soffrissi. E un legame venne
forgiato prima che il linguaggio potesse esprimerlo persino nella forma più semplice.
«Per quanto indebolito riuscivo agevolmente a operare dei piccoli miracoli per lei, le
dicevo quando si stavano avvicinando degli sconosciuti, frugavo nella loro mente cercando le
domande che stavano venendo a porle e le maledizioni che volevano chiederle di lanciare
contro i loro nemici. La mettevo in guardia su chiunque cercasse di farle del male. Riuscii a
sopraffare senza sforzo un ragazzo malvagio deciso a ucciderla e da lui bevvi a sazietà davanti
allo sguardo non inquisitore di Hesketh. Lessi i suoi pensieri e trovai la poesia dentro di lei,
sotto la sventura di verruche e pelle butterata, di spalle curve e membra deformi. La amavo.
Divenne, in tutta la sua interezza, davvero bellissima per me... E arrivò ad amarmi con tutto il
cuore.»
Sgranò gli occhi come se persino ora si stesse meravigliando della cosa. «Fu accanto al suo
focolare che scoprii i miei poteri sopiti, come potevo attizzare il fuoco con la mente dopo che
si era spento, come potevo far bollire l’acqua. La proteggevo e lei proteggeva me. Avevamo
l’uno l’anima dell’altra. Amavamo in un regno in cui il naturale e il soprannaturale non
significavano nulla. E la trasformai in vampiro.»
Si voltò di nuovo a guardare Marius.
«Ora, sai benissimo quale crimine contro l’antica religione fosse donare il Sangue a una
creatura così deforme. Per me l’antica religione morì in quell’atto di sfida, e ne nacque una
nuova.»
Marius annuì.
«In seguito vissi con Hesketh per più di seicento anni, riacquistando le forze, guarendo nel
corpo e nell’anima. Andavamo a caccia nei villaggi rurali, ci nutrivamo dei ladri delle strade,
ma la tua splendida Italia, il tuo splendido mondo romano – che mi aveva così ispirato – non
era destinato a essere mio se non nei libri che leggevo, nei manoscritti che rubavo nei
monasteri, nella poesia che condividevo con Hesketh davanti al nostro umile focolare.
Eravamo comunque felici, ed eravamo scaltri. E con l’aumentare della nostra audacia ci
introducemmo nei rozzi castelli e fortezze di signori di campagna e ci spingemmo persino
sulle strade di Parigi, nella nostra brama di vedere e imparare. Non furono brutti tempi.
«Ma sai com’è con i giovani nel Sangue e come possano essere sciocchi. E Hesketh era
giovane e ancora deforme, e nemmeno tutto il sangue del mondo poteva alleviare la sofferenza
che provava quando i mortali urlavano al solo vederla.»
«Cosa accadde?»
«Discutemmo. Litigammo. Lei uscì di corsa, da sola. Rimasi ad aspettare, sicuro che
sarebbe tornata, invece venne catturata da alcuni mortali, plebaglia che riuscì a sopraffarla e la
bruciò viva come i druidi avevano cercato di fare con me. Trovai i suoi resti solo in seguito.
Distrussi il villaggio, uccidendo tutti, uomini, donne e bambini, ma ormai Hesketh era persa,
per me, o almeno così sembrava.»
«L’hai riportata in vita.»
«No, non era possibile», replicò lui. «Successe qualcosa di infinitamente più miracoloso
che, da quel momento in poi, avrebbe dato un senso alla mia vita. Ma lasciami continuare:
seppellii i suoi resti nei pressi di un grande monastero in rovina nel cuore della foresta
selvaggia, un agglomerato di grossolani edifici fatti di pietre grezze e di ruvide travi dove un
tempo i monaci avevano studiato e lavorato e vissuto. Non c’erano più campi o vigne intorno a
esso perché il bosco si era riappropriato di tutto. Nel cimitero infestato dalle erbacce, però,
trovai un posto per lei, pensando: Ah, è terreno consacrato, forse la sua anima riposerà. Quale
superstizione, quali assurdità! Ma il periodo di lutto è sempre il momento ideale per le
assurdità. Rimasi nei paraggi, nell’antica sala di scrittura del monastero, in un angolo sudicio,
sotto un ammasso di vecchi mobili marci che, per qualche motivo, nessuno aveva mai portato
via. Ogni notte, destandomi, riaccendevo la piccola lanterna a olio di terracotta che avevo
posato sulla sua tomba priva di lapide.
«Era una notte buia e triste quando lei venne da me. Ero arrivato al punto in cui la morte,
con qualsiasi modalità, sembrava preferibile al continuare. Tutte le splendide possibilità che
avevo visto nel suo sangue ormai non significavano più nulla, se Hesketh non si trovava con
me, se Hesketh non era più.
«E poi Hesketh arrivò, la mia Hesketh. Entrò nell’antica sala di scrittura. Nella luce di
semisgretolate finestre ad arco la vidi, solida come sono io ora. E la pelle piena di verruche e
butterata che nemmeno il Sangue era riuscito a levigare era scomparsa, così come le membra
contorte e deformi. Quella era la Hesketh che avevo sempre amato, la fanciulla pura e
bellissima rinchiusa nel relitto di carne malnutrita e crudelmente plasmata. Era la Hesketh che
avevo amato con tutto il cuore.»
Si interruppe per osservare Marius.
«Era un fantasma, quella Hesketh, ma era viva! I suoi capelli erano biondissimi e il corpo
alto e diritto. Le mani e il viso dalla carnagione chiara erano scintillanti e morbidi. E con lei
c’era un altro fantasma, fisicamente visibile come Hesketh, di nome Gremt. Era stato lui ad
aiutare la sua ombra raminga e a darle sollievo e a insegnarle come apparire a occhi come i
tuoi e i miei. Era stato Gremt a insegnarle come tenere unita l’aerea forma fisica con la quale
lei tentava di palesarsi. Era stato lui a insegnarle come rendere solida e durevole quella forma
in modo che potessi allungare le mani per toccarla. Riuscii persino a baciarla sulle labbra,
persino a prenderla fra le braccia.»
Marius non fiatò, ma anche lui aveva visto fantasmi così potenti. Non spesso ma li aveva
visti. Aveva sentito parlare di loro ma non aveva mai saputo chi fossero.
Rimase in attesa, ma Teskhamen si era zittito.
«Poi cosa è successo?» sussurrò Marius. «Perché questo ha cambiato il corso della tua
esistenza?»
«Ha cambiato ogni cosa perché lei è rimasta con me», spiegò Teskhamen, guardandolo di
nuovo. «Non è stato un momento transitorio. E lei diventava ogni notte più forte e più abile
nel mantenere la propria forma fisica, e Gremt, la cui potente forma fisica avrebbe tratto in
inganno qualsiasi mortale, condivise il mio focolare nell’antico monastero come lei, e
parlammo di cose invisibili e visibili e di bevitori di sangue e dello spirito che si era
introdotto nell’antica regina.»
Si interruppe come per riflettere, poi riprese a parlare.
«Sulla nostra specie e la nostra storia Gremt sapeva tutto, anche cose che io non sapevo,
perché aveva osservato per secoli il progredire dello spirito Amel all’interno della regina, e
sapeva di scoperte e battaglie e vittorie sulle quali io non avevo sentito nemmeno parlare.
«Ci alleammo, Gremt e Hesketh e io. Soltanto io ero un essere autenticamente fisico e
fornivo loro un ritmo temporale che non sono mai arrivato a capire fino in fondo ma là, in quel
monastero diroccato, stipulammo un patto ed ebbe inizio il nostro lavoro congiunto in questo
mondo.»
«Quale genere di lavoro?» chiese Marius.
«Consisteva nell’apprendere», rispose Teskhamen. «Apprendere per quale motivo i
bevitori di sangue camminino sulla terra e in che modo quello spirito, Amel, renda possibili
tali portenti, apprendere perché i fantasmi indugino sulla terra e non possano cercare la luce
che attira così tante anime che ascendono al cielo senza mai guardarsi indietro. Apprendere in
che modo le streghe riescano a comandare gli spiriti, e cosa siano questi ultimi. In quell’antico
monastero in rovina ci proponemmo di apprendere mentre ne ricostruivamo i tetti, le pareti, le
porte e ne piantavamo nuovamente le vigne e i giardini. Avremmo creato una setta dedita non
a un dio o a un santo bensì alla conoscenza, alla comprensione. Ci proponemmo di diventare
gli zelanti studiosi pagani di un ordine in cui sarebbe stato sacro soltanto ciò che è materiale,
in cui soltanto il rispetto per ciò che è fisico e tutti i suoi misteri avrebbe governato tutto il
resto.»
«Stai descrivendo il Talamasca, vero?» domandò Marius, sbalordito. «È la nascita del
Talamasca quella che stai illustrando.»
«Sì. Era l’anno 748, o almeno così dicono gli attuali calendari. Lo ricordo chiaramente
perché una sera, meno di un mese dopo il nostro primo incontro, mi recai nella vicina città –
adeguatamente abbigliato e con l’oro di Gremt – per far sì che l’antico monastero e i suoi
terreni invasi dalla vegetazione diventassero nostri per sempre e per salvaguardare il nostro
piccolo rifugio dalle rivendicazioni del mondo mortale. Firmammo comunque i documenti
tutti e tre. E conservo ancora quei fogli di pergamena. Su di essi il nome di Gremt compare
sotto quello di Hesketh e il mio. Quei terreni ci appartengono ancora oggi, e quell’antico
monastero, ancora in piedi nella fitta foresta francese, è sempre stato la vera Casa Madre
segreta del Talamasca.»
Marius non poté impedirsi di sorridere.
«All’epoca Gremt era abbastanza forte per mescolarsi agli umani», continuò Teskhamen.
«Ormai da qualche tempo compariva fra loro durante il giorno o di notte. E ben presto Hesketh
prese ad aggirarsi fra gli umani con la stessa sicurezza di sé, e nacque l’Ordine del Talamasca.
Ah, è una lunga storia, ma adesso quell’antico monastero è la nostra casa.»
«Capisco», disse affannosamente Marius. «È ovvio. L’antico mistero è chiarito. Siete stati
voi a fondarlo, voi tre, un bevitore di sangue, uno spirito, come lo definisci tu, e questo
fantasma che amavi. I vostri seguaci mortali, i vostri membri, i vostri studiosi, invece, non
erano destinati a conoscere mai la verità?»
Teskhamen fece un cenno di diniego. «Siamo stati i primi Anziani», dichiarò. «E
sapevamo sin dall’inizio che gli studiosi mortali che accoglievamo nell’Ordine non avrebbero
mai dovuto scoprire il nostro segreto, la nostra verità privata.
«Con il passare degli anni altre creature si unirono a noi. E i nostri membri mortali
prosperarono, attirando accoliti da ogni parte del mondo. Come sai arrivammo a fondare
biblioteche e Case Madri e sedi in cui gli studiosi mortali si impegnavano solennemente a
studiare e imparare e a non giudicare mai il misterioso, l’invisibile, il non visto palpabile.
Promulgammo i nostri principi secolari. Ben presto l’Ordine vantò una sua costituzione,
regole, una rubrica e tradizioni tutte sue. Ben presto vantò un cospicuo patrimonio. Possedeva
una forza e una vitalità che non avremmo mai potuto prevedere. Creammo il mito degli
’Anziani anonimi’ scelti in ogni generazione fra i membri, noti solo a quanti li avevano eletti,
e intenti a governare da un luogo segreto. Questi Anziani umani, tuttavia, non sono mai
esistiti, non fino ai tempi odierni, almeno, quando abbiamo nominato un siffatto organo
direttivo, passandogli le redini dell’Ordine così com’è ora. Abbiamo sempre tenuto nascosto
ai nostri membri mortali, però, e continuiamo tuttora a farlo, chi siamo noi davvero.»
«In un certo senso l’ho sempre saputo», affermò Marius. Non riuscì a impedirsi di
chiedere: «Ma chi è Gremt, lo spirito che stai descrivendo? Da dove è arrivato?»
«Gremt era presente quando Amel è penetrato nella regina», spiegò Teskhamen. «Era
presente quando le gemelle, Mekare e Maharet, hanno chiesto agli spiriti cosa ne era stato di
Amel. Fu lui a rispondere: ’Ora Amel ha ciò che ha sempre desiderato. Amel ha la carne, ma
Amel non è più’. Gremt appartiene alla stessa specie di questa creatura che anima te, Marius, e
te, Daniel, e me. Se gli spiriti sono fratelli e sorelle gli uni per gli altri, lui è il fratello di
Amel. È un suo familiare. Era un pari di Amel in un regno che non possiamo vedere e per lo
più non possiamo sentire.»
«Ma perché è sceso quaggiù per stare con te», chiese Daniel, «per fondare questo ordine, il
Talamasca? Perché era attratto da questo mondo fisico?»
«Chi può dirlo?» ribatté Teskhamen. «Perché un determinato essere umano prova
un’attrazione irresistibile per la musica, un altro per la pittura, un altro ancora per le bellezze
della foresta o del campo? Perché piangiamo quando vediamo qualcosa di magnifico? Perché
veniamo indeboliti dalla bellezza? Perché la bellezza ci spezza il cuore? Gremt è entrato nel
mondo fisico per gli stessi motivi per cui Amel è rimasto sospeso sopra la regina d’Egitto
quando lei giaceva morente e ha cercato di berne il sangue, ha cercato di introdursi dentro di
lei, di diventare un tutt’uno con il suo corpo, di conoscere quello che lei vedeva e udiva e
provava.» Sospirò. «E Gremt è venuto perché era venuto Amel. E perché non riusciva a stare
lontano.»
Vi fu un lungo istante di silenzio.
«Sapete che cos’è oggi il Talamasca. Comprende migliaia di devoti studiosi del
soprannaturale, ma non sa né deve sapere come è nato. E adesso i suoi Anziani sono uomini
mortali, e l’Ordine è autonomo. È forte, ha le sue tradizioni e i suoi sacri doveri, e non ha più
bisogno di quanti fra noi gli hanno dato vita. Eppure coloro che lo hanno creato possono
beneficiare in qualsiasi momento delle sue indefesse ricerche, possono introdursi furtivamente
nei suoi archivi per esaminarne i tesori, possono accedere alle sue registrazioni più antiche o
ai suoi rapporti più recenti. Non abbiamo più motivo di controllarlo. Ormai si regge
completamente sulle proprie gambe.»
«Il vostro intento è sempre stato quello di osservarci, di osservare il progresso di Amel»,
disse Daniel.
Teskhamen annuì, ma poi si strinse nelle spalle. Fece un gesto elegante con le mani aperte.
«Sì e no. Amel era la fiaccola che ha guidato la processione attraverso le varie epoche. Molte
cose sono state apprese e indubbiamente ne rimangono molte di più da apprendere, e il grande
Ordine del Talamasca continuerà a vivere, e noi anche.»
Spostò lo sguardo da Daniel a Marius.
«A Gremt, inoltre, piacerebbe scoprire qualcosa di più su ciò che è. E anche Hesketh e tutti
i fantasmi cercano di comprendere fino in fondo se stessi. Adesso però, con Amel, siamo
giunti a un momento che abbiamo paventato a lungo, un momento che avevamo previsto.»
«In che senso?» domandò Daniel.
«Stiamo ora assistendo al momento a lungo temuto, il momento in cui Amel, lo spirito del
Sangue vampiresco, approda alla coscienza e tenta di afferrare le redini del proprio destino.»
«La Voce!» sussurrò Marius. La Voce. La voce che gli aveva parlato insinuandosi nei suoi
pensieri era Amel. La voce che lo aveva esortato a uccidere era Amel. La voce che sollecitava
un bevitore di sangue ad annientarne un altro era Amel.
«Sì», confermò Teskhamen. «Dopo tutti questi lunghi millenni è consapevole di sé, e si
sforza di sentire, e di vedere, come ha fatto nei primi istanti, quando si è introdotto nel corpo e
nel sangue della regina.»
Daniel era rimasto senza parole. Scese dalla panchina e si andò a sedere accanto a Marius,
ma non stava esaminando nessuno degli altri due bensì, piuttosto, i propri pensieri.
«Oh, non è mai stato davvero inconsapevole», precisò Tes-khamen. «E gli spiriti lo
sapevano. Gremt lo sapeva. Solo la consapevolezza conscia non era più. Quella coscienza,
però, ha sempre continuato a lottare. Si potrebbe dire che Amel abbia attraversato una sorta di
prima infanzia approdando all’infanzia vera e propria e adesso cerchi di parlare come un
bambino, capire come un bambino, pensare come un bambino. Vorrebbe tanto essere un uomo.
Metterebbe rapidamente da parte le cose infantili, se potesse. E lo specchio attraverso il quale
vede è davvero scuro.»
Marius era quietamente sbalordito. Alla fine chiese: «E Gremt, il suo spirito fratello, vede
chiaramente come noi, e parla e capisce e pensa come noi? Sa quello che Amel ignora?»
«No, non proprio», rispose Teskhamen, «visto che non è davvero fatto di carne e sangue
come lo è Amel. È uno spirito che deve ancora imparare ad assumere una forma fra noi, ad
affinare i propri occhi e orecchie da spirito mediante ciò che comprende di quanto vediamo e
udiamo noi, ma non prova ciò che proviamo noi o che prova Amel. E la sua vita, entro certi
limiti, è più penitenziale di quanto sia mai stata la nostra.»
Marius non riuscì a trattenersi. Si alzò e prese a camminare lentamente avanti e indietro
sulla pavimentazione, poi giù sulla soffice sabbia tiepida. Cosa vedono questi spiriti quando ci
guardano? Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, così bianche, forti, flessibili, così potenti in
ogni semplice maniera umana, e ora dotate di un vigore soprannaturale. Aveva sempre intuito
che gli spiriti erano attratti da ciò che è fisico, non potevano restare indifferenti a esso, ed
erano creature in possesso di parametri e regole come gli umani, pur non venendo visti.
Dietro di lui, Daniel chiese: «Bene, cosa succederà adesso, adesso che è in grado di parlare
e tramare e complottare per annientare i giovani? Perché ha fatto tutto questo?»
Marius si voltò e tornò a sedersi sulla panchina, ma riusciva a stento a seguire quanto
stavano dicendo gli altri due. Stava ripensando a tutti gli intimi sussurri della Voce, a tutta
quella misteriosa eloquenza, a quel tentativo di arrivare al tono più consono.
«I sempre più numerosi giovani lo indeboliscono», spiegò Teskhamen. «Il proliferare del
Sangue lo indebolisce, ultimamente. È questa la mia teoria, ma è solo una teoria. Credo che, in
veste di studioso, dovrei definirla la mia ipotesi di lavoro. Amel ha dei confini, benché
nessuno sappia quali sono. Gremt e Amel si conoscevano, nel regno degli spiriti, in modi che è
impossibile descrivere.
«Adesso Gremt è uno spirito potente, nel corpo che si è creato attirandolo a sé grazie a
un’imprecisata forma di magnetismo eterico. Oh, dopo tutti questi secoli il Talamasca non ne
sa più di prima, sulla scienza del soprannaturale. Sospetto che il medico vampiro, Fareed,
abbia già scoperto molto più di noi. Noi abbiamo affrontato i dati dal punto di vista empirico e
storico, lui li affronta dal punto di vista scientifico.»
Marius non aprì bocca. Sapeva di Fareed e Seth, sì. David Talbot gliene aveva parlato, ma
lui non aveva mai posato gli occhi su nessuno dei due. Aveva supposto, erroneamente, che
Maharet non avrebbe mai tollerato la loro incursione nella scienza dura, ma a dire il vero non
si era granché interessato alla cosa. Aveva avuto i suoi buoni motivi per scegliere di vivere
lontano da altri bevitori di sangue, con soltanto Daniel come compagno. In diverse occasioni
Daniel aveva espresso garbatamente il desiderio di avvicinare Fareed e Seth, ma Marius non
aveva mai dato seguito alla cosa.
«Comunque sia», proseguì Teskhamen, «quei corpi invisibili hanno dei confini, e Amel
anche. Non è, come supponevano le antiche streghe, una creatura dalle dimensioni illimitate.
Invisibile non significa sconfinato. E credo che adesso sia furibondo per il continuo attingere
al suo corpo. Vorrebbe limitare la popolazione, nessuno può sapere quanto drasticamente.»
«E nessuno può avere la certezza che lui sia sempre stato privo di coscienza», replicò
Marius. Stava rammentando diverse cose, tantissime cose. «E se duemila anni fa fosse stato
Amel a indurre l’anziano di Alessandria a esporre al sole la Madre e il Padre? In qualche
modo, a qualche livello, sapeva che i Divini Genitori sarebbero sopravvissuti ma tutti i
giovani là fuori sarebbero bruciati, e i vampiri della tua età avrebbero sofferto come hai fatto
tu. E se Amel lo sapeva?»
«E quando Akasha si è destata, quando ha dato la caccia a Lestat», chiese Daniel, «anche
quella era opera di Amel?»
«Non possiamo saperlo», rispose Teskhamen, «ma scommetto che lui approda alla
coscienza più spesso e più vigorosamente quando nel corpo ospite non c’è nessuna mente
feroce a contestare i suoi turbolenti pensieri.»
Turbolenti. Sembrava l’aggettivo giusto per descrivere la cosa, concordò Marius. Era
l’aggettivo giusto per descrivere le sue stesse meditazioni. Stava tentando di rammentare così
tante cose, momenti nel corso dei secoli in cui aveva bevuto il sangue di Akasha, in cui era
stato pervaso da visioni che aveva creduto provenissero da lei. E se invece la loro fonte non
fosse stata affatto Akasha? Se fosse stata Amel?
«Quindi qual è il suo obiettivo?» chiese Daniel. «Ridurci a un’esigua popolazione?»
«Oh, credo che sogni trionfi ben più ambiziosi di quello», replicò Marius. «Qualcuno è in
grado di capire quale potrebbe essere il suo obiettivo finale?»
«È furioso», disse Daniel. «Quando mi è entrato in testa era furioso.»
Marius rabbrividì. Aveva sperato ardentemente di veder terminare tutto senza doverne
prendere atto, sperato che ormai la sopravvivenza della tribù non fosse più nelle sue mani.
Non si era forse preso cura della Madre e del Padre per due millenni? Ma capì di non poter più
restare a guardare.
«Cosa dobbiamo fare?» domandò Daniel.
«Raggiungete il prima possibile Louis, Armand e Benji. Qualsiasi cosa succeda, voi, i
bevitori di sangue rinvigoriti che dipendono da questa creatura dovete riunirvi e tenervi pronti
ad agire. Andate subito da loro. Se lo fate, altri vi imiteranno.»
«E tu non sei forse uno di noi?» chiese Marius. «Tu non vieni?»
«Lo sono e non lo sono. Ho scelto molto tempo fa la via del Talamasca, e quella via
prevede di osservare ma non intervenire mai.»
«Dubito che quel vecchio giuramento abbia molta importanza, ormai», dichiarò Marius.
«Amico mio, pensa a cosa stai dicendo», gli consigliò Tes-khamen. «Ho messo la mia vita
nelle mani di Gremt, e in seguito l’ho affidata a lui e agli altri Anziani del Talamasca. Sono
l’unico bevitore di sangue fra loro. Come posso abbandonarli proprio adesso?»
«Ma perché dovresti essere costretto ad abbandonarli?» insistette Marius. «Perché non
vuoi aiutarci? Hai detto tu stesso che Gremt è venuto nel mondo fisico per osservare questa
crea-tura, Amel.»
«E se Gremt avesse deciso che il corpo in cui risiede Amel deve essere distrutto?» chiese
Daniel. Parlò in tono pacato, ragionevole, come se non avesse alcuna paura. «Insomma,
l’ultima volta è stata l’anima di Akasha a essere condannata a perire, ma non questa creatura
che la animava. Se questa creatura è condannata, moriamo tutti.»
«Ah, ma non è stato il Talamasca a condannare a morte il corpo e l’anima di Akasha»,
precisò Teskhamen. «È stata Mekare a ucciderla, e sono state Mekare e la sua gemella a
prelevare il Sacro Nucleo. Noi non abbiamo preso alcuna decisione.»
«Perché non siete stati costretti a prenderla», replicò Daniel, «non è forse vero?»
Teskhamen si strinse nelle spalle. Con un lieve gesto delle mani indicò che era d’accordo.
«E ora potreste benissimo arrivare a una decisione, è questo che ci stai dicendo», affermò
Daniel. «Tu e Gremt e Hesketh e chiunque altro si trovi con voi, se ci sono altri spiriti anziani
con voi, potreste benissimo decidere che a vostro parere Amel va annientato.»
«Non lo so», ribatté sommessamente l’altro. «So soltanto che sono dalla parte di Gremt.»
«Anche se muori? Oppure sei sicuro di tornare come è tornata Hesketh?»
Teskhamen alzò di nuovo le mani, ma stavolta come per difendersi. «Daniel, non lo so
davvero», disse garbatamente.
Marius rimase in silenzio. Stava cercando di radunare il coraggio, l’autentico coraggio di
dire che se era quello, ciò che doveva succedere, lui lo avrebbe sostenuto, ma non osava farlo.
La sua mente voleva delle possibilità, voleva una chance di arginare o controllare quella Voce
che non comportasse la morte di tutto quello che lui era e sapeva.
«Uccide solo bevitori di sangue», affermò. «Perché dovrebbe perire per questo? Nemmeno
adesso ha compiuto un’autentica incursione distruttiva nel mondo.»
Il viso di Teskhamen era imperscrutabile, se si eccettuava la sua bonarietà, la sua
gentilezza.
«Per ora posso dirvi che non è nostra intenzione rimanere indifferenti», affermò. «Siamo
con voi. È per questo che sono venuto. In seguito verrà da voi anche Gremt, ne sono sicuro, ma
non so quando succederà. Gremt sa così tante cose. Siamo vostri amici. Ripensate alla vostra
vita, a come un tempo il Talamasca vi abbia sostenuto, confortato, aiutato a trovare Pandora.
Non siamo mai stati davvero vostri nemici o nemici di qualsiasi altro bevitore di sangue.
Abbiamo avuto le nostre battaglie, certo, quando dei membri mortali sono stati trasformati in
vampiri.»
«Oh, sì, il mio caro e vecchio amico Raymond Gallant mi ha aiutato», disse Marius. «Ha
consacrato tutta la sua vita a voi ed è morto senza mai scoprire chi aveva fondato il suo ordine,
è morto senza mai scoprire chi o cosa eravamo.»
«Bene, può anche essere morto senza scoprirlo», affermò Tes-khamen, «ma ora si trova
con noi. È con noi sin dalla notte in cui è morto. Ero presente quando il suo spirito ha
indugiato, è rimasto nella Casa Madre. L’ho visto quando coloro che erano riuniti intorno al
suo capezzale non riuscivano a vederlo. E adesso è davvero uno di noi. È ancorato al mondo
fisico esattamente come la mia Hesketh, e con noi ci sono anche altri fantasmi.»
«Lo sapevo», mormorò Daniel. «Naturalmente. È logico che abbiate radunato altri
fantasmi come Hesketh, nel corso degli anni.»
Marius era sbalordito, quasi commosso fino alle lacrime.
«Oh, sì, Marius, rivedrai il tuo amato Raymond, te lo assicuro», disse Teskhamen.
«Rivedrai tutti noi – e ce ne sono davvero molti altri – e non è nostro desiderio che i bevitori
di sangue di questo mondo vengano eliminati. Non lo è mai stato. Consentici però la nostra
antica cautela, la nostra antica passività, persino ora.»
«Capisco», ribatté lui. «Vuoi che ci riuniamo come una tribù, la stessa cosa che vuole
Benji. Vuoi che facciamo del nostro meglio per far fronte a questa sfida, senza il vostro
intervento.»
«Sei una creatura splendida, Marius», dichiarò Teskhamen. «Non ti sei mai inginocchiato
davanti a nessuna fantasia, illusione o superstizione. Gli altri hanno bisogno di te, adesso. E
questo Amel ti conosce, e tu lo conosci forse meglio di quanto credi. Sono stato creato dalla
Madre. Ho dentro di me quel diretto e puro sangue primordiale, ma tu ne hai persino di più di
quanto ne sia mai stato dato al sottoscritto. E se questa Voce deve essere compresa,
controllata, educata, qualsiasi cosa debba succedere... tu devi sicuramente avere un ruolo nella
vicenda.»
Fece per alzarsi, ma Marius gli teneva ancora la mano.
«Adesso dove andrai, Teskhamen?» chiese.
«Anche noi dobbiamo riunirci prima di incontrarci con voi e i vostri simili», rispose
Teskhamen. «Credimi, alla fine verremo da voi. Ne sono sicuro. Gremt vuole rendersi utile.
Sono sicuro che è questo che vuole. Ci rivedremo molto presto.»
«Di’ al mio caro Raymond che lo amo», gli disse Marius.
«Lo sa già, Marius», replicò Teskhamen. «Molte volte ha vegliato su di te, ti è stato vicino,
ha visto la tua sofferenza e provato il desiderio di intervenire, ma è leale a noi e al nostro
modo di agire lento e cauto. Fa parte del Talamasca come quando era vivo. Conosci il nostro
antico motto: ’Osserviamo e siamo sempre presenti’.»
Mancava un’ora al tramonto.
Teskhamen li abbracciò entrambi, poi scomparve. Scomparve semplicemente. E loro due
rimasero soli sulla sabbia mentre il vento arrivava dalla sconfinata risacca scintillante, e
l’enorme città dietro di loro prendeva lentamente vita con il mattino.
La sera seguente a Marius servì meno di un’ora per prendere telefonicamente tutti gli
accordi con i suoi agenti mortali e spedire a New York le loro cose e i loro abiti, per quanto
poco preziosi. Avrebbero soggiornato come al solito in un piccolo albergo di Uptown, dove
una suite veniva tenuta sempre pronta per loro. E, una volta a New York, avrebbero discusso di
quando andare da Benji, Armand e Louis e l’incantevole Sybelle.
Daniel era molto eccitato per l’imminente partenza. Desiderava stare con gli altri, Marius
lo sapeva ed era felice per lui, ma era colmo di brutti presentimenti.
Era rimasto emozionato e scioccato dall’incontro con Teskhamen; in realtà non si era
ancora ripreso del tutto.
Daniel non riusciva a comprendere appieno la portata della cosa. Certo, era stato reso
immortale in un’epoca caratterizzata da tantissimi shock ma, prima di allora, era nato in un
mondo fisico segnato da numerosi cambiamenti e shock. Non aveva mai conosciuto l’uggiosa
e tediosa disposizione mentale dei secoli passati. Non aveva mai compreso l’inveterato
pessimismo e rassegnazione nei quali la maggior parte dei milioni di abitanti del pianeta
nasceva e viveva e moriva.
Ma Marius aveva conosciuto i millenni, ed erano stati millenni di sofferenza come di
gioia, di oscurità come di luce, durante i quali un radicale cambiamento di qualsivoglia genere
culminava troppo spesso in delusione e sconfitta.
Teskhamen. Marius stentava a credere di averlo visto, di avergli parlato, stentava a credere
che fosse successo qualcosa di tanto importante, quell’antico dio del bosco vivo, adesso,
loquace ed eloquente, che indicava la via per il passato e per il futuro con lo stesso respiro.
Una cospicua porzione buia della storia iniziale di Marius assumeva di colpo colori brillanti,
per lui, e lo spingeva a cercare un filo coerente in tutta la sua vita.
Ma c’erano i brutti presentimenti.
Non riusciva a smettere di pensare a tutti quei remoti interludi, quando era rimasto
adagiato sul petto di Akasha – il suo custode, il suo guardiano – ascoltandone il cuore e
tentando di indovinarne i pensieri. Lui, quella creatura aliena, Amel, era stato dentro di lei. E
adesso si trovava dentro Marius.
«Sì, sono dentro di te», gli disse la Voce. «Io sono te e tu sei me.»
Seguì il silenzio. Il vuoto. E l’eco perdurante di una minaccia.
14
RHOSHAMANDES E BENEDICT

«Stai calmo», disse Rhosh. «Qualsiasi cosa tu abbia visto, qualsiasi cosa ti sia quasi successa,
ora sei al sicuro. Stai calmo e parla con me. Raccontami esattamente cosa hai visto.»
«Rhosh, è stata una cosa indescrivibile!» esclamò Benedict.
Era seduto alla scrivania, la testa posata sulle braccia piegate, e stava singhiozzando.
Rhosh, nel corso delle varie epoche noto a molti altri come Rhoshamandes, sedeva accanto
al cavernoso caminetto nell’antica stanza di pietra, osservando il suo novizio con un misto di
impazienza e irresistibile compassione. Non era mai riuscito a staccarsi completamente dalle
ribollenti emozioni di Benedict, e forse non aveva mai voluto davvero farlo. Di tutti i suoi
compagni e novizi nel corso dei secoli, Benedict era il più amato, quel figlio di merovingi di
stirpe regale che ai suoi tempi era stato un sognante studioso latino, ansioso di capire gli anni
che adesso il mondo definiva Secoli Bui. Come aveva pianto quando era stato reso immortale,
sicuro della sua dannazione finale, cambiando idea solo per venerare Rhoshamandes invece
del suo dio cristiano, non credendo mai in un mondo non contaminato dal timore della
perdizione. Quell’enorme paura superstiziosa, tuttavia, faceva parte del suo eterno fascino.
E quel fanciullo eloquente aveva vantato la capacità di creare bevitori di sangue migliori
di lui, con il passare del tempo. Quello era un vero mistero per Rhosh, ma era un fatto
assodato.
Era stato Benedict a creare il giovane Notker il Saggio di Prüm, che probabilmente era
ancora vivo, un genio folle sostenuto tanto dalla musica quanto dal sangue umano.
Il grazioso Benedict, sempre gradevole da guardare se non da ascoltare, le cui lacrime
potevano risultare seducenti come i suoi sorrisi.
Rhoshamandes indossava quella che sarebbe potuta sembrare una lunga tonaca monacale
di pesante lana grigia, stretta in vita da una spessa cinta di pelle nera, con il cappuccio e ampie
maniche profonde. In realtà era fatta di cashmere pregiato e la fibbia della cinta era di peltro e
raffigurava un volto di Medusa sapientemente modellato, con un groviglio di serpenti per
capelli e la bocca urlante. Portava sandali in pelle marrone di squisita fattura perché non
sentiva il freddo su quella scoscesa isola verde delle Ebridi Esterne.
Aveva corti e morbidissimi capelli di un castano dorato e grandi occhi azzurri. Era nato
migliaia di anni prima sull’isola di Creta da genitori di origini indoeuropee ed era sceso in
Egitto a vent’anni. La sua pelle sfoggiava l’omogenea e vellutata abbronzatura tipica degli
immortali che si espongono spesso al sole per sembrare umani, e faceva apparire i suoi occhi
straordinariamente brillanti e splendidi.
Lui e Benedict stavano parlando inglese, adesso, la lingua che avevano condiviso negli
ultimi settecento anni circa, il francese antico e il latino ormai usciti dal loro eloquio
quotidiano ma non dalle loro biblioteche. Rhosh conosceva le lingue antiche, lingue del tutto
ignote a Benedict.
«Li ha bruciati tutti», singhiozzò il giovane. «Li ha distrutti completamente», aggiunse con
voce smorzata, colma di disperazione.
«Raddrizza la schiena e guardami», gli ordinò Rhoshamandes. «Sto parlando con te,
Benedict. Ora guardarmi e raccontami esattamente cos’è successo.»
Benedict si appoggiò allo schienale della sedia, i lunghi e ricciuti capelli castani arruffati
che gli ricadevano sugli occhi, la bocca da ragazzino che tremava. Naturalmente aveva il viso
chiazzato di sangue, così come i vestiti, il maglione di lana e la giacca di tweed. Disgustoso,
assolutamente disgustoso. I vampiri che si sporcavano gli indumenti di sangue proveniente
dalle vittime o dalle lacrime erano un abominio! Nei moderni vampiri della narrativa e dei
film non c’era nulla che Rhoshamandes trovasse rivoltante quanto la loro totalmente
irrealistica sciatteria.
E Benedict appariva identico a un dozzinale vampiro televisivo, con tutto quel sangue
addosso.
Avrebbe sfoggiato in eterno l’aspetto di un diciottenne perché era quello che aveva quando
era stato trasformato in vampiro, esattamente come Rhoshamandes sarebbe sempre sembrato
un uomo di qualche anno più vecchio, con un petto più massiccio e braccia più pesanti.
Benedict, tuttavia, aveva sempre avuto una personalità infantile. Nessuna astuzia, nessuna
scaltrezza. Avrebbe potuto benissimo non perderla nemmeno crescendo, nella vita mortale.
C’entrava qualcosa il precetto di Cristo, «Se non diventerete come i pargoli non entrerete nel
regno dei cieli». Da ragazzo lui non era stato solo un monaco ma anche un mistico.
Chi poteva saperlo?
Rhoshamandes, d’altra parte, sempre che la cosa avesse qualche importanza, era stato il
maggiore di dieci bambini mortali e un uomo già a dodici anni, impegnato a proteggere la
madre. Intrighi di palazzo. Il giorno in cui lei era stata assassinata era scappato e si era
imbarcato per poi sopravvivere grazie alla sua astuzia, accumulando un’autentica fortuna
prima di risalire lungo il Nilo per commerciare con gli egizi. Aveva combattuto numerose
battaglie, da cui era uscito indenne e senza cicatrici, ma si era arricchito grazie all’istinto più
che alla violenza, finché gli schiavi bevitori di sangue della regina non lo avevano catturato e
trascinato giù dalla sua barca.
Rhoshamandes e Benedict erano entrambi avvenenti e dall’ossatura sottile, scelti per il
Sangue a causa della loro perfezione fisica. Rhoshamandes aveva reso immortali decine di
giovani affascinanti come Benedict, ma nessuno era sopravvissuto insieme a lui, era rimasto
con lui, lo aveva amato così, e quando ripensava all’epoca in cui aveva cacciato via Benedict
rabbrividiva interiormente e ringraziava un imprecisato oscuro dio del mondo dei bevitori di
sangue per essere sempre riuscito a ritrovarlo e riportarlo indietro.
Adesso il giovane stava tirando su col naso e gemendo saltuariamente nel suo inimitabile
modo ammaliante, nel tentativo di riacquistare il controllo di sé. La sua anima mortale era
stata plasmata nella gentilezza e nel garbo e nell’autentica fiducia nel bene, e lui non aveva
mai perso quei tratti.
«D’accordo, così va meglio», disse il suo Creatore. «Ora cerca di ricordare tutto, fallo per
me.»
«Lo hai visto di certo, Rhosh, hai visto le immagini. È impossibile che tutti quei bevitori
di sangue siano periti senza che tu captassi delle immagini.»
«Sì, l’ho fatto, naturalmente», replicò Rhoshamandes, «ma voglio sapere com’è riuscito a
coglierli di sorpresa quando erano stati avvisati. Erano stati tutti avvisati.»
«Ma era proprio questo il guaio, non sapevamo dove andare o cosa fare. E i giovani devono
cacciare. Tu non ricordi quale tortura sia, per loro. Non so se sia mai stata una tortura, per te.»
«Oh, piantala. Era stato detto loro di lasciare Londra, andarsene da quell’albergo,
trasferirsi in campagna. Benji Mahmoud li aveva messi in guardia per varie notti di seguito.
Anche tu l’hai fatto.»
«Bene, molti di loro hanno obbedito», spiegò tristemente Benedict. «Moltissimi. Ma poi
abbiamo ricevuto la notizia: stavano venendo individuati e inceneriti là fuori, nelle Cots-wold
e a Bath, ovunque!»
«Capisco.»
«Davvero? Ti importa?» Benedict si asciugò furiosamente gli occhi. «Non credo. Sei
esattamente quello di cui parla Benji Mahmoud: un anziano della tribù a cui non importa. Non
ti è mai importato.»
Rhoshamandes stava guardando altrove, fuori dalla finestra ad arco, verso il buio terreno
sottostante e la fitta foresta dai contorni irregolari aggrappata al promontorio a picco
sull’ocea-no. Non aveva alcuna intenzione di rivelare al suo amato cosa pensava davvero.
Anziano della tribù, giusto.
Benedict riprese a parlare.
La notte precedente erano morti anche degli anziani. Svegliandosi aveva scoperto i resti
carbonizzati di due di loro proprio là in casa. Era corso ad avvisare gli altri, sollecitandoli a
uscire.
«È stato a quel punto che le pareti hanno preso fuoco», spiegò. «Volevo salvarli, salvare
uno qualsiasi di loro, qualsiasi cosa, qualsiasi cosa potessi fare, ma il tetto è esploso e li ho
visti in fiamme tutt’intorno a me. E ho visto questa creatura, questa creatura in piedi lì, e
sembrava cenciosa e grottesca e anch’essa in fiamme. È possibile? Giuro che stava bruciando.
Mi sono innalzato nell’aria. Ho fatto quello che dovevo fare.»
Ricominciò a singhiozzare e premette il viso sul braccio piegato e posato sulla scrivania.
«Hai fatto la cosa giusta», replicò Rhoshamandes, «ma sei sicuro che fosse quella creatura
a provocare l’incendio?»
«Non lo so», rispose Benedict. «Credo di sì. Era uno spettro. Era fatto di ossa e stracci, ma
credo... Non lo so.»
Rhoshamandes stava riflettendo. Ossa e stracci in fiamme. In realtà dentro di sé non era
affatto calmo come fingeva di essere. Era furibondo, furibondo perché Benedict aveva
rischiato di rimanere ferito, furibondo per tutti gli aspetti della vicenda, ma continuò ad
ascoltare in silenzio.
«La Voce», balbettò il giovane. «La Voce diceva cose stranissime. L’ho sentita io stesso,
due notti fa, che mi sollecitava a farlo. Te l’ho detto. Voleva me e io ne ho riso. Poi ho
spiegato loro che avrebbe sicuramente trovato qualcuno disposto a fare il suo sporco lavoro.
Ho avvisato tutti. Parecchi di loro sono andati via, ma credo siano tutti morti, ormai. Penso
che abbia trovato qualcun altro e che quel qualcun altro fosse là fuori, in attesa. La notizia di
Parigi non è vera, giusto? Stavano tutti parlando di Parigi, appena prima che succedesse...»
«Sì, è vero, di Parigi», replicò Rhoshamandes, «ma il massacro è stato interrotto. Qualcuno
o qualcosa è intervenuto, lo ha fermato. I bevitori di sangue sono fuggiti. Credo di sapere cosa
è accaduto là.» Si zittì di nuovo. Non aveva senso svelare tutto ciò a Benedict. Non l’aveva
mai avuto.
Si alzò. Cominciò a camminare, le mani magre giunte come in preghiera, descrivendo un
lento e rilassato cerchio nell’antica stanza di pietra, avvicinandosi piano piano alle spalle di
Benedict e posandogli una mano rassicurante sulla testa. Si chinò a baciargliela. Gli strofinò la
guancia con il pollice.
«Su, su, ora sei qui», mormorò. Si ritrasse e andò a mettersi davanti agli archi gemelli
della finestra.
Aveva costruito quel castello in stile gotico francese quando era andato per la prima volta
lì nel Nord dell’Inghilterra, e ancora amava quegli stretti archi appuntiti. Gli albori dello stile
gotico autenticamente delicato e ricco di ornamenti lo avevano emozionato sin nel profondo.
Persino ora poteva commuoversi fino alle lacrime quando si aggirava nelle grandi cattedrali.
Benedict non aveva idea di quanto spesso lui andasse a passeggiare da solo nelle cattedrali
di Reims, Autun o Chartres. Alcune cose le si poteva confidare a Benedict e altre no. Il
giovane non metteva mai piede in una grande cattedrale senza sperimentare una crisi di
proporzioni cosmiche e piangere di dolore per la sua fede perduta.
Rhosh si rese oziosamente conto che il notorio vampiro Lestat avrebbe capito, Lestat che
non venerava nulla e nessuno se non la bellezza... ma in fondo era facile amare celebrità come
Lestat, immaginare che fossero compagni perfetti, vero?
Aveva disegnato in stile alto gotico le successive aggiunte al castello per diletto, e gli si
scaldava il cuore quando i mortali che occasionalmente si imbattevano nell’edificio lo
giudicavano un trionfo.
Come odiava venire disturbato lì da tutta quella faccenda. Quanto dovevano detestarlo
anche altri immortali, quelli che si erano creati santuari simili al suo per poter assaporare un
po’ di pace.
Non aveva mai modernizzato il posto. Era freddo e austero come cinquecento anni prima,
un castello che sembrava spuntare dalla scogliera rocciosa sulla costa occidentale di un’isola
scoscesa, inaccessibile e indomabile.
Una ventina di anni prima era riuscito a installare dei generatori nel burrone sotto la
scogliera, e serbatoi per il carburante, e ad ampliare e migliorare il porticciolo orientale per le
sue lucenti barche moderne, ma la corrente elettrica era riservata esclusivamente ai televisori
e ai computer, mai all’illuminazione o al tepore. Ed erano stati quei computer a portargli la
prima notizia di tutta quella follia, non le voci telepatiche che aveva imparato molto tempo
prima a escludere completamente. No, Benji Mahmoud gli aveva detto che i tempi stavano
cambiando.
Avrebbe tanto voluto mantenere le cose come erano sempre state.
Sull’isola non c’era nessuno a parte loro due e, giù nella gola, l’anziano custode mortale
con la moglie e la povera figlia ritardata. L’uomo si occupava dei serbatoi e dei generatori e di
pulire quelle stanze durante il giorno, e veniva pagato profumatamente. Si occupava del
cabinato di Rhosh nel porticciolo, il grosso e potente Wally Stealth Cruiser che lui riusciva
agevolmente a manovrare da solo. Una sessantina di chilometri li separava dalla terraferma
più vicina. E Rhoshamandes voleva che così rimanessero le cose.
Vero, una volta la grande Maharet era andata a trovarlo. Era successo nel XIX secolo e lei
era comparsa sulle merlature, una figura solitaria fasciata da una pesante tunica di lana che
aspettava educatamente un invito a entrare.
Avevano giocato a scacchi, conversato, poi lei se n’era andata per la sua strada. Prima
Stirpe e Sangue della Regina non significavano più nulla per nessuno dei due, ma a lui era
rimasta un’impressione di potere e saggezza insuperabili, sì, saggezza, per quanto non amasse
ammetterlo. E l’aveva ammirata a dispetto della propria cautela e della sgradevole
consapevolezza che i doni di Maharet superavano di molto i suoi.
In un’altra occasione era passata di lì anche la straordinaria Sevraine, benché lui l’avesse
soltanto intravista nella foresta di querce che ricopriva la più bassa costa orientale
dell’isoletta. Sì, si era trattato proprio di Sevraine, ne era sicuro.
Era sceso nella vallata per cercarla ma era svanita e, per quanto lui ne sapesse, non era più
tornata. Era stata vestita in modo splendido, con una tunica dall’intenso colore acceso bordata
d’oro. Ed era così che veniva immancabilmente descritta da chi sosteneva di averla vista: la
splendida Sevraine.
Un’altra volta ancora, mentre stava pilotando da solo la sua imbarcazione sul mare agitato
al largo della costa irlandese, l’aveva vista in cima al promontorio, che lo guardava. Avrebbe
voluto mollare l’ancora per andare da lei. Le aveva inviato il messaggio, ma il legame
telepatico era flebile o inesistente fra quanti erano stati creati nel primo migliaio di anni e
adesso sembrava essersi ulteriormente affievolito. Rhoshamandes non aveva captato alcun
saluto da parte di Sevraine, che in realtà era scomparsa. In seguito aveva perlustrato l’Irlanda
cercandola ma non aveva mai trovato la minima traccia della sua presenza né una dimora o
una congrega o un clan. Ed era risaputo che la grande Sevraine era sempre accompagnata da
un certo numero di donne, un clan femminile.
Nessun altro bevitore di sangue era mai andato lì, quindi quello era ed era sempre stato il
regno di Rhoshamandes. E lui non invidiava nessuno, né l’erudito e filosofico Marius né gli
altri cortesi e beneducati vampiri della congrega degli eloquenti.
Certo, desiderava conoscere quei nuovi e poetici vampiri scrittori, sì, doveva ammetterlo,
e desiderava conoscere Louis e Lestat, sì, ma avrebbe potuto convivere con quel desiderio per
secoli. E nel giro di qualche secolo loro sarebbero potuti benissimo scomparire dalla faccia
della terra.
In fondo cos’era un immortale come Lestat, che aveva meno di trecento anni nel Sangue?
Una simile creatura poteva a stento definirsi un autentico immortale. Troppi morivano a
quell’età e più. Quindi sì, lui poteva aspettare.
Quanto ad Armand, lo avrebbe disprezzato fino alla fine dei suoi giorni. Gli sarebbe
piaciuto molto annientarlo. Anche in quel caso poteva aspettare, ma ultimamente aveva
pensato che forse il momento di vendicarsi di Armand si stava avvicinando. Se Rhoshamandes
fosse stato ancora in Francia quando Armand vi era giunto per capeggiare i Figli di Satana lo
avrebbe eliminato, ma a quel punto se n’era già andato da tempo. Comunque avrebbe dovuto
farlo, avrebbe dovuto devastare quella congrega parigina. Aveva sempre pensato che lo
avrebbe fatto un altro Antico, e si era sbagliato. L’aveva distrutta Lestat, e non con la forza
bensì con nuove usanze.
Ah, ma questo è il mio regno, pensò, e come è possibile che tutto ciò approdi sulle mie
coste?
Non era mai andato a caccia a Edimburgo o Dublino o Londra senza desiderare di tornare
subito a casa, in quella zona tranquilla e immutabile.
Adesso quella creatura, quella Voce, stava minacciando la sua pace e la sua indipendenza.
E lui aveva parlato a lungo con la Voce, cosa che non aveva alcuna intenzione di rivelare a
Benedict. Al momento era davvero furibondo con lei, furibondo perché Benedict aveva corso
dei rischi.
«E cosa le impedirà di venire qui?» chiese Benedict. «Cosa le impedirà di trovarmi, qui,
come ha trovato tutti gli altri che stavano cercando di scappare? Ha incenerito alcuni
immortali vecchi come me.»
«Non proprio vecchi come te», puntualizzò Rhoshamandes, «e non con il tuo sangue. Là
c’era un anziano, ovviamente, schiavo della Voce. Probabilmente ti stava scagliando contro la
sua forza invisibile per bruciarti, quando le pareti sono esplose. Se altri erano in fiamme
intorno a te, evidentemente ti aveva preso di mira. Si trovava in quell’edificio e ti aveva
scovato, ma non è riuscito a ucciderti.»
«La Voce mi ha detto cose orrende, quando mi ha parlato», raccontò Benedict. Si era un
po’ ripreso e si era appoggiato di nuovo allo schienale. «Ha cercato di confondermi, di farmi
credere che quei pensieri fossero i miei e che in un certo senso fossi suo schiavo, desiderassi
servirla.»
«Vai a toglierti tutto quel sangue dal viso», gli consigliò Rhoshamandes.
«Rhosh, perché ti preoccupi sempre di dettagli del genere?» gli chiese il giovane in tono
implorante. «Sto soffrendo, sono in preda al tormento e l’unica cosa di cui ti preoccupi è il
sangue che ho sulle mani e sui vestiti.»
«D’accordo», replicò Rhoshamandes. Sospirò. «Dimmi, cos’è che vuoi rivelarmi?»
«Quella faccenda, quando il proprietario della Voce mi stava parlando, prima
dell’incendio, intendo...»
«Diverse notti fa.»
«Esatto. Mi ha detto di incenerire gli altri, ha detto che non sarebbe mai potuto arrivare al
potere finché non venivano spazzati via, voleva che li uccidessi per lui, pretendeva che fossi
disposto a lanciarmi fra le fiamme per lui.»
«Sì», confermò Rhoshamandes, ridendo sommessamente, «ha sussurrato parecchie di
quelle sciocchezze rapsodiche anche a me. Ha un concetto gonfiato di se stesso.» Rise di
nuovo. «Non ha iniziato subito su quel tono, però. All’inizio era semplicemente un ’Devi
ucciderli. Guarda cosa ti stanno facendo’.»
Nemmeno stavolta lasciò trasparire che era furioso, adesso perché la Voce, dopo tutte le
loro conversazioni intime, aveva tentato di reclutare il suo Benedict. Vedeva forse attraverso
gli occhi di Rhosh? Sentiva attraverso le sue orecchie? Oppure poteva solo piantare le tende
nel suo cervello e parlare e parlare e parlare?
«Sì, ma poi ha iniziato a farneticare sul realizzare tutto il suo potenziale. Cosa intende
dire?» Benedict picchiò il pugno sull’antica scrivania di quercia. Aveva contratto il viso come
un cherubino arrabbiato. «Chi è?»
«Smettila», disse Rhoshamandes. «Ora taci e lasciami riflettere.»
Tornò a sedersi accanto al caminetto di pietra in cui il fuoco ardeva impetuoso, attizzato
dal vento fresco che entrava a folate dalle finestre prive di vetri.
Per settimane Rhosh aveva parlato alla Voce, ma la Voce era silenziosa ormai da cinque
notti. Possibile che non fosse in grado di svolgere due incombenze contemporaneamente, che
se doveva impossessarsi di un miserabile revenant per indurlo ad appiccare fiamme non fosse
in grado di rivolgersi educatamente a Rhosh nello stesso momento o persino durante la stessa
sera?
Cinque notti prima aveva detto: «Tu mi capisci meglio di chiunque altro. Comprendi
meglio di chiunque altro il potere, il desiderio di potere, quello che si trova al centro del
desiderio di potere».
«E cosa sarebbe?» aveva chiesto Rhosh.
«Semplice», aveva risposto la Voce, «coloro che bramano il potere vogliono essere
immuni al potere altrui.»
Poi cinque notti di silenzio. Caos nel mondo intero. Benji Mahmoud che trasmetteva per
tutta la notte dall’infame Trinity Gate di New York, con registrazioni del programma replicate
ininterrottamente durante quelle che per Benji erano le ore diurne in modo che quanti si
trovavano in altre parti del globo potessero sentirle.
«Forse è arrivato il momento che io scopra cosa sta succedendo qui», affermò Rhosh. «Ora
ascoltami. Voglio che tu scenda nei sotterranei e ci rimanga. Se qualche ottenebrato emissario
della creatura dovesse approdare qui sul nostro piccolo paradiso gelido, laggiù sarai al sicuro.
Rimani là sotto fino al mio ritorno. Là sei al sicuro. E se questa creatura, la Voce, ti parla,
bene, cerca di scoprire qualcosa di più su di lei.»
Aprì la massiccia doppiaporta di quercia con rinforzi in ferro ed entrò in camera. Doveva
cambiarsi per il viaggio, un’altra orrenda seccatura.
Ma Benedict lo seguì.
Nella stanza da letto il fuoco era basso e scintillava in modo magnifico. Pesanti tendaggi
di velluto rosso celavano le finestre aperte e il pavimento di pietra era coperto da vecchie assi
di quercia e vari strati di tappeti persiani in seta e lana.
Rhosh si sfilò la tunica e la gettò da una parte, ma poi Benedict gli si lanciò fra le braccia e
lo strinse forte. Premette il viso sulla camicia di lana di Rhosh, che guardò il soffitto pensando
a tutto quel sangue che si trasferiva sui suoi vestiti.
Ma che importanza aveva?
Abbracciò vigorosamente il giovane e lo spinse verso il letto.
Era un antico letto a baldacchino con il soffitto decorato a cassettoni proveniente dalla
corte dell’ultimo Enrico. Un mobile magnifico con ornate colonnine nodose, su cui loro due
adoravano restare stesi insieme.
Rhosh tolse la giacca a Benedict, poi la camicia e il maglione, e lo spinse delicatamente
sulle scure coperte ricamate. Si sdraiò al suo fianco, le dita che si serravano sui capezzoli rosa
del novizio, le labbra che gli sfioravano la gola, poi si premette la testa di Benedict sulla gola
e mormorò: «Bevi».
Subito i denti affilati come rasoi lacerarono la pelle e Rhoshamandes sentì il potente e
famelico strattone al cuore mentre il sangue sgorgava da lui per scorrere verso il cuore che
batteva contro il suo. Un pozzo di immagini gli si spalancò dinnanzi. Vide la casa in fiamme a
Londra, vide l’orrenda creatura simile a uno spettro, vide quello che Benedict doveva aver
visto ma non assimilato, la creatura che cadeva in ginocchio, le travi del soffitto che le
piombavano addosso, un braccio che si staccava con un crac e schizzava via nel fuoco, dita
nere arcuate. Udì il cranio esplodere.
Le immagini si stemperarono nel piacere che stava provando, l’intenso, cupo e pulsante
piacere in cui si crogiolò mentre il sangue gli veniva estratto sempre più velocemente. Era
come se una mano gli avesse afferrato il cuore e lo stesse strizzando, e il piacere ne sgorgava a
ondate, propagandoglisi in tutti gli arti.
Alla fine si voltò e staccò Benedict, poi gli affondò i denti nel collo, strappandogli un
grido. Lo tenne inchiodato al copriletto di velluto, suggendo il sangue con tutte le sue energie,
causandogli deliberatamente uno spasmo dopo l’altro. Captò di nuovo le immagini. Captò
l’immagine di Londra vista dall’alto mentre Benedict si era innalzato nel cielo. Captò il
ruggito e il profumo del vento. Il sangue era così denso, così pungente! Il fatto era che il
sangue di ogni singolo vampiro sulla terra possedeva un gusto ben distinto e unico. E quello di
Benedict era voluttuoso. Rhoshamandes dovette appellarsi a tutta la sua determinazione per
riuscire a staccarsi, passarsi la lingua sulle labbra, stendersi supino e fissare il soffitto di
quercia rosicchiata dai tarli del letto.
Il crepitio del fuoco sembrava terribilmente sonoro nella camera vuota. Come appariva
scarlatta la stanza, a causa delle fiamme, dei tendaggi rosso scuro. Una luce molto livida e
bella e confortante. Il mio mondo.
«Ora scendi nei sotterranei, come ti ho appena chiesto», disse. Si raddrizzò parzialmente
puntellandosi a un gomito e baciò rudemente Benedict. «Mi senti? Mi stai ascoltando?»
«Sì, sì e sì», gemette il giovane. Era indebolito dal piacere dell’atto, ma Rhoshamandes
aveva preso solo ciò che aveva dato, facendo passare lo sfrecciante nastro scarlatto del proprio
sangue attraverso le vene di Benedict prima di tirarlo rapidamente dentro di sé, di nuovo.
Scese dal letto e, davanti all’armadio aperto, si infilò un pesante maglione di cashmere e
dei pantaloni di lana, poi calzettoni di lana e stivali. Per il viaggio scelse il suo lungo cappotto
russo, il cappotto militare di velluto nero di epoca zarista con il bavero in pelo di volpe nero.
Si calcò in testa un berretto di lana. Poi prese dal cassetto più in basso dell’armadio tutti i
documenti e la valuta che potevano servirgli e li mise al sicuro nelle tasche interne. Dov’erano
i guanti? Se li infilò, apprezzando l’eleganza delle sue lunghe dita nella lucida pelle di
capretto nera.
«Ma dove stai andando?» chiese Benedict. Si drizzò a sedere, scarmigliato, con le guance
rosee e molto carino. «Dimmelo.»
«Smettila di essere così ansioso», replicò Rhosh. «Sto per dirigermi a ovest, dentro la notte.
Ho intenzione di trovare le gemelle e arrivare in fondo a questa faccenda. Sono sicuro che la
Voce arrivi da una di loro.»
«Ma Mekare è priva di raziocinio e Maharet non farebbe mai cose del genere. Lo sanno
tutti. Persino Benji lo dice.»
«Sì, Benji, Benji, il grande profeta dei bevitori di sangue.»
«Ma è vero.»
«Scendi di sotto, Benedict, prima che ti ci trascini io. Ora devo andare.»
Era un magnifico ritiro, la suite nelle cantine, a malapena un sotterraneo con le sue spesse
pelli di animali e la profusione di lanterne a olio, e naturalmente i ceppi di quercia già
accatastati nel caminetto. Il televisore e i computer laggiù erano paragonabili a quelli lì sopra,
e un sottile condotto dell’aria portava fin lì il costante refolo di fresca brezza oceanica che
entrava da una minuscola apertura nella scogliera rocciosa.
Mentre Benedict usciva, Rhosh raggiunse la parete est, sollevò il pesante arazzo francese
raffigurante una caccia al cervo e aprì la porta del suo studio segreto, una di quelle appesantite
in modo che nessun mortale potesse spostarla da solo.
Familiare fragranza di cera d’api, pergamena, vecchia pelle e inchiostro. Mmm. Si
fermava sempre un istante ad assaporarla.
Con il potere della mente accese in fretta una serie di candele infilzate su candelabri a
punte.
La camera scavata nella roccia era foderata di libri fino al soffitto, e a una parete era
appesa un’enorme mappa del mondo dipinta su tela dallo stesso Rhosh per raffigurare le città
a lui più care in rapporto l’una con l’altra.
Rimase fermo a fissarla, rammentando tutti i resoconti sui roghi. Erano iniziati a Tokyo
per poi passare in Cina, a Mumbai, Kolkata, nel Medio Oriente. E in seguito erano divampati
follemente in tutto il Sudamerica, in Perú, Bolivia e Honduras.
Poi era stata colpita l’Europa. Persino Budapest, che ospitava il teatro dell’opera preferito
di Rhosh. Davvero esasperante.
Sembrava che all’inizio vi fosse stato un piano preciso, che però si era frammentato in
attacchi totalmente casuali, tranne che per una cosa. In Sudamerica i vari teatri dei roghi
formavano un arco che si era trasformato in un cerchio grossolano. Soltanto là appariva un
disegno simile. Ed era là che si trovavano le gemelle, ne era convinto, all’interno
dell’Amazzonia. Coloro che lo sapevano per certo erano davvero scaltri, e naturalmente lui era
troppo vicino alle due sorelle, come età, per godere di un vantaggio telepatico su di loro. Ne
era certo, però: si trovavano in Amazzonia.
L’eccentrica Maharet privilegiava le località nella giungla e lo aveva sempre fatto, da
quando la gemella aveva preso dentro di sé il Sacro Nucleo. Adesso come allora, nei suoi
sogni lui coglieva fioche visioni delle due sorelle emanate da altre menti, trasmesse ad altre
menti ancora e così via. Sì, si trovava nella giungla amazzonica l’orrenda coppia che aveva
sottratto il Sacro Sangue alla regina d’Egitto, Akasha.
Ribelli, eretiche, blasfeme. Lui era stato nutrito con quegli antichi racconti. In realtà le
gemelle erano presumibilmente la causa di tutto, non era forse così? Avevano portato il
malvagio spirito di Amel nel regno di Akasha. Rhosh non era davvero interessato a tutta quella
vecchia mitologia, ma apprezzava l’ironia e gli schemi precisi nel comportamento umano
tanto quanto li apprezzava nei libri.
Bene, provava ben poco affetto per Akasha, che era stata una tiranna farneticante quando
lui era stato trascinato al suo cospetto e costretto a bere dalla Sacra Fonte e giurare eterna
fedeltà. Una gelida dea spietata. Regnava già da un migliaio di anni, o almeno così si diceva.
Lo aveva esaminato molto attentamente, passandogli i pollici duri sulla testa, il viso, le spalle,
il petto. E i viscidi sacerdoti adulatori lo avevano accuratamente controllato in ogni sua parte,
prima di dichiararlo perfetto per diventare un dio.
E quale destino lo attendeva, in veste di divinità? O combattere sotto il comando del
principe Nebamun con i difensori della regina o restare rinchiuso in un sacrario di montagna, a
patire la fame, sognare, leggere nelle menti, giudicare per conto di contadini che gli portavano
sacrifici di sangue durante le festività e lo supplicavano con interminabili preghiere
superstiziose.
Ben presto era fuggito. Aveva pianificato quasi subito la sua evasione. Girovago partito
dall’isola di Creta, mercante che vagava per i mari, non si era mai bevuto le oscure e intricate
credenze dell’Egitto.
Ma aveva rifiutato di abbandonare Nebamun nel momento della sua prova più difficile,
Nebamun che era sempre stato gentile con lui. E non aveva avuto intenzione di scappare
quando Nebamun si trovava davanti alla regina, accusato di alto tradimento e blasfemia a
causa della frivola ed egoistica creazione di una bevitrice di sangue.
Rendere immortali delle donne era stata una pratica decadente e oscena tipica dei ribelli
della Prima Stirpe e tassativamente vietata al Sangue della Regina. Per gli dei bevitori di
sangue e i devoti soldati del Sangue della Regina c’era bisogno soltanto di una donna, la
sovrana. Perché qualcuno avrebbe dovuto avere il coraggio di trasformare in vampiro una
donna? Vero, era già successo una manciata di volte, ma soltanto con la riluttante benedizione
della regina. Nemmeno la sua stessa sorella era stata resa immortale. E nemmeno le sue figlie.
Rhosh era stato sicuro che Nebamun e la sua sposa Sevraine sarebbero stati messi a morte,
quando aveva posticipato la sua fuga, invece non era successo.
L’onnipotente sovrana che considerava ogni suo minimo capriccio un riflesso della mente
divina aveva «amato Sevraine» non appena aveva posato gli occhi su di lei. E le aveva
permesso di bere il suo potente sangue e l’aveva definita la sua ancella.
Quanto a Nebamun, date le sue trasgressioni e la sua arroganza non avrebbe più fatto il
soldato. Chiuso per sempre in un santuario, avrebbe dovuto riflettere sui suoi crimini. Se
avesse servito con obbedienza per un secolo sarebbe stato forse perdonato.
Nelle prime ore del mattino, quando le guardie del santuario dormivano, stordite dalle
abbondanti libagioni, Rhosh era strisciato fino alle pareti di mattoni e lo aveva implorato di
parlargli.
«Fuggi, vattene da qui», gli aveva detto Nebamun. «Lei ha preso la mia preziosa Sevraine
e mi ha condannato a questa durissima e insopportabile esistenza. Verrà il momento in cui
evaderò da queste mura. Vattene subito, amico mio. Vattene il più lontano possibile. Trova i
ribelli della Prima Stirpe, se ci riesci, altrimenti porta altri nel Sangue. Tutto quello che
abbiamo difeso è un cumulo di menzogne costruite su menzogne costrui-te su menzogne. I
bevitori di sangue della Prima Stirpe dicono la verità. Lei non è una dea. C’è un demone
dentro di lei, una crea-tura chiamata Amel. L’ho visto all’opera. Ero presente quando si è
impossessato di lei.»
Per frasi del genere gli avrebbero strappato la lingua, ma quella notte nessuno a parte
Rhoshamandes l’aveva sentito attraverso la parete di mattoni. E Rhoshamandes lo avrebbe
amato in eterno per quelle parole audaci.
Erano passati cinquant’anni da allora, quando era tornato e aveva ridotto in polvere quel
sacrario, liberando Nebamun. Quanto a Sevraine, aveva tradito la regina già molto tempo
prima. Neanche lei aveva saputo cosa farsene dell’antica religione. C’era una taglia sulla sua
testa. Era odiata, come le gemelle. Maledetta per i suoi capelli biondi e i suoi occhi azzurri,
come se quei doni naturali, di per sé, attestassero la sua natura di strega e traditrice. Ed era
svanita nel nulla.
«Bene, vecchi amici miei, ovunque voi siate», disse ad alta voce Rhoshamandes nel
silenzio della sua piccola biblioteca. «Forse dovremo presto incontrarci in merito alla
catastrofe attuale, ma per il momento vado a scoprire tutto il possibile da solo.»
Naturalmente sapeva dove si trovava Nebamun, lo sapeva da secoli. Nell’era volgare
Nebamun era diventato Gregory e manteneva nel lusso più sfrenato una famiglia di bevitori di
sangue dall’impressionante stabilità. Più o meno ogni anno il viso dell’antico e potente
Nebamun compariva, brillante, su uno schermo televisivo mentre un commentatore mortale
parlava del vasto impero farmaceutico di Gregory Duff Collingsworth, dei suoi affari in vari
continenti, persino della sua celebre torre fin de siècle sulle rive del lago di Ginevra.
Quanti fra coloro che coglievano quelle fugaci visioni teletrasmesse riconoscevano quel
volto? Probabilmente nessuno, tranne forse Sevraine ma, in fondo, forse lei si trovava con
Gregory. E forse anche loro avevano udito la Voce.
Forse la Voce era un’adulatrice e una bugiarda provetta. Forse metteva i bevitori di sangue
l’uno contro l’altro.
«Te soltanto ho amato più di chiunque altro, il tuo viso e la tua forma e la tua mente»,
aveva detto a Rhoshamandes.
Mmm. Staremo a vedere.
Spense le candele. Per qualche strano motivo i suoi poteri telecinetici non riuscivano mai a
estinguerne la fiamma. Lui doveva farlo soffiando. Quindi fu così che lo fece adesso.
Tornò in camera e aprì un altro armadio che conteneva le sue armi, gli articoli collezionati
nel corso degli anni più per ragioni sentimentali che per altro. Prese dallo scaffale il suo
affilato coltello preferito e ne legò il fodero alla cinta di pelle sotto il cappotto. Poi prese
un’altra arma, piccola, verdastra e risalente alla guerra moderna chiamata semplicemente
bomba a mano. Sapeva cosa fosse in grado di fare. Ne aveva visti numerosi esempi durante le
grandi guerre che avevano devastato l’Europa nel XX secolo. Se la infilò sotto il cappotto.
Sapeva come privarla della spoletta e lanciarla, in caso di bisogno.
Poi uscì sulle alte merlature sferzate dal vento e fissò il cielo nebbioso e il freddo, agitato
mare grigio.
Per un attimo fu tentato di lasciar perdere tutto, di tornare alla sua biblioteca e riaccendere
le candele e i ceppi di quercia che aveva tagliato personalmente per il piccolo camino, di
lasciarsi sprofondare nella sua poltrona di velluto e prendere uno dei tanti libri che stava
leggendo ultimamente, per poi lasciare che la notte passasse così come tante altre.
Ma sapeva di non poterlo fare.
Nelle parole di rimprovero di Benji Mahmoud c’era una cruda, ineluttabile verità.
Rhoshamandes e gli altri come lui dovevano fare qualcosa. Aveva sempre ammirato Maharet,
e apprezzato profondamente i minuscoli brandelli di tempo che in passato aveva trascorso con
lei, ma non sapeva nulla di lei nell’epoca attuale, se non quello che altri avevano scritto. Ed
era arrivato il momento di andare a vedere Maharet di persona e arrivare in fondo a quel
mistero. Pensava di sapere esattamente chi fosse il proprietario della Voce, ed era tempo che
loro due si incontrassero.
Non si era mai inchinato all’autorità di nessuno, ma evitare le guerre e le dispute dei Non
Morti gli era costato parecchio. E non era poi così sicuro di essere disposto ad arrendersi o
emigrare di nuovo. La Voce aveva ragione, riguardo al potere. Bramiamo il potere per non
finire assoggettati a quello di qualcun altro, certo.
Lunghi anni prima, quella fredda isola lontana dalla terraferma britannica era stata l’ideale
per il suo ritiro, anche se gli ci erano voluti un centinaio di anni per costruire il castello e i
suoi sotterranei e le sue fortificazioni. Aveva portato lì gli alberi per i burroni e le gole brulle,
piantando querce, faggi, ontani, olmi, sicomori e betulle. Era stato un signore benevolo con i
mortali che costruivano il maniero, ne scavavano le numerose camere segrete nella roccia
fresca e creavano infine un rifugio che gli umani non avrebbero mai potuto conquistare con un
qualsivoglia assedio.
Persino negli ultimi due secoli quel luogo era stato perfetto. Era stato semplice per lui
traghettarvi carbone e legna da ardere dalla terraferma e tenere una sua barca da diporto nel
porticciolo per le occasioni in cui desiderava navigare sul mare in tempesta.
Ma il mondo era cambiato, ormai.
Elicotteri costieri perlustravano regolarmente la zona, immagini satellitari del castello
potevano essere viste su qualsiasi computer, e mortali benintenzionati diventavano spesso
molesti tentando di accertare la sicurezza e il benessere degli abitanti.
Non succedeva la stessa cosa, ormai, anche ad altri immortali, i leggendari vampiri
musicisti che vivevano sulle Alpi, per esempio, Notker il Saggio con i suoi violinisti e
compositori e i suoi immortali ragazzi soprano? Quei ragazzi erano davvero una meraviglia.
(Non si era costretti a castrare un fanciullo per farlo rimanere un soprano in eterno: bastava
dargli il Sangue.) E non succedeva la stessa cosa a Maharet e Mekare nella loro giungla
remota e a qualsiasi altro esiliato dal mondo che avesse contato sulla sopravvivenza di
impenetrabili lande selvagge che ormai non esistevano più?
Soltanto quelli intelligenti come Gregory Duff Collingsworth e Armand Le Russe – capaci
di prosperare in mezzo ai mortali – non erano disturbati dal rimpicciolirsi del pianeta, ma a
quale prezzo.
Dove sarebbero dovuti andare gli immortali per costruire le loro cittadelle, adesso? Sulle
catene montuose sottomarine? Ultimamente lui ci aveva pensato, doveva ammetterlo, un
enorme palazzo fatto di acciaio e vetro dell’era spaziale in un profondo e buio burrone
oceanico, accessibile solo a quanti erano abbastanza potenti per nuotare fin nei più profondi
abissi. E sì, forse lui possedeva la ricchezza necessaria per crearsi un rifugio isolato, ma era
arrabbiato, arrabbiato nel dover anche solo valutare l’ipotesi di rinunciare a quell’incantevole
isola dove si era sentito a casa per centinaia di anni. Inoltre voleva vedere alberi ed erba e
stelle e la luna dalle sue finestre. Gli piaceva spaccare personalmente la legna per i suoi
caminetti. Voleva sentire il vento sulla faccia. Voleva fare parte del pianeta terra.
Di tanto in tanto si interrogava. E se ci riunissimo e usassimo i nostri considerevoli poteri
per annientare metà della razza umana? Non sarebbe così difficile, vero? Soprattutto quando le
persone non credono che tu esista. Distruzione e anarchia globali avrebbero creato nuove
distese selvagge in tutto il pianeta, e i bevitori di sangue sarebbero potuti andare a caccia
impunemente e tornare in posizione di vantaggio. In fondo, però, Rhosh amava anche i trionfi
tecnologici del sempre più piccolo pianeta: enormi televisori a schermo piatto, poesia e
musica registrate, DVD e lo streaming di documentari e serie drammatiche e film per spettatori
in tutto il mondo, magnifici impianti musicali elettronici, trasmissioni via satellite, telefoni,
cellulari, riscaldamento elettrico e moderne tecniche di costruzione, tessuti sintetici,
grattacieli, panfili in fibra di vetro, moquette in nylon e vetro moderno. Dire addio al mondo
moderno sarebbe stato angosciante, per quanto fruttuosa potesse diventare la caccia.
Oh, bene... Non aveva comunque il fegato di annientare metà della razza umana. Non
nutriva nessuna inveterata avversione per i mortali. Davvero nessuna.
Ma Benji Mahmoud aveva ragione. Dovremmo avere un posto qui! Perché si presume che
proprio noi, fra tutte le creazioni, siamo dannati? Cosa facciamo che altre creature non
facciano, ecco cosa mi piacerebbe sapere. E il guaio è che ci nascondiamo più gli uni agli altri
che non ai mortali. Quando mai dei mortali gli avevano creato problemi? Quando mai li
avevano creati a Notker il Saggio, se si trovava ancora nella sua scuola musicale per i Non
Morti sulle Alpi? O alla scaltra Sevraine?
Inspirò una bella boccata di fresca aria marina.
Nemmeno un’anima umana in un raggio di sessanta chilometri a parte la famiglia
dell’anziano custode che guardava un programma televisivo americano e rideva nel suo
piccolo cottage laggiù, il salottino tiepido con tutte le porcellane blu e bianche allineate nella
credenza e il cagnolino bianco che dormiva sul tappetino davanti alla stufa.
Era pronto a combattere per tutto ciò, vero? Ed era pronto a valutare l’ipotesi di
combattere con altri per difenderlo, ma per il momento rivolse una preghiera al creatore
dell’universo chiedendo solo l’incolumità sua e di Benedict e un suo imminente ritorno.
Non appena la preghiera gli uscì di bocca, tuttavia, fu assalito da un dubbio enorme.
Cos’era che intendeva fare, e perché? Perché sfidare la saggia Maharet a casa sua? E il suo
arrivo là, non annunciato, sarebbe stato sicuramente ritenuto un atto di sfida, vero?
Forse sarebbe stato molto meglio, per lui, andare a New York e cercarvi altri immortali
preoccupati per quella crisi e spiegare loro bene cosa sapeva della Voce volubile e infida.
Dentro la sua testa si udì un suono improvviso, reale come un sussurro nel suo orecchio.
Isolato rispetto al ruggito del vento, risultò forte e distinto.
«Ascoltami, Rhoshamandes, ho bisogno di te.» Era la Voce. «E ho bisogno che tu venga
subito da me.»
Ah, è questo ciò che sta aspettando? Sono io il prescelto?
«Perché io?» chiese, le sue parole inghiottite dal vento ma udibili per la Voce. «E perché
dovrei crederti?» domandò. «Mi hai tradito. Hai quasi ucciso il mio amato Benedict.»
«Come facevo a sapere che era in pericolo?» replicò la Voce. «Se tu fossi andato a Londra
e avessi obbedito ai miei ordini, non ci sarebbe stato alcun pericolo per il tuo Benedict! Ho
bisogno di te, Rhoshamandes. Vieni subito da me.»
«Venire da te?»
«Sì, nella giungla amazzonica, mio caro, proprio come supponevi. Sono imprigionato.
Sono al buio. Mi aggiro lungo i sentieri dei miei tentacoli e viticci e del mio interminabile
dimenarmi e attorcigliarmi e delle mie estremità filiformi, cercando, cercando quelli da
amare, ma sempre – sempre – sono ancorato e rispinto in questa muta e semicieca prigione,
questo miserabile corpo letargico e danneggiato che non riesco a potenziare! Questa creatura
che non si muove, non sente, non si cura di nulla!»
«Sei lo spirito Amel, vero?» domandò Rhoshamandes. «O almeno così vorresti farmi
credere.»
«Ah, in questa tomba vivente sono giunto alla piena padronanza di me, sì, in questo spazio
vuoto, in questo tetro vuoto, e non posso fuggirne!»
«Amel!»
«Non posso prenderne possesso!»
«Amel.»
«Vieni da me prima che lo faccia qualcun altro. Rhoshamandes, prendimi dentro di te – nel
tuo splendido corpo maschile con una lingua e occhi e tutti i suoi arti e membra – prima che lo
faccia qualcun altro, qualcuno avventato e sciocco e passibile di usare me e il mio sempre
crescente potere contro di te!»
Silenzio.
In preda allo shock e allo stupore lui rimase lì impalato, incapace di prendere una
decisione consapevole. Il vento lo sferzava, bruciandogli gli occhi fino a farli lacrimare. Amel.
Il Sacro Nucleo.
Molti secoli prima lei lo aveva guardato dall’alto in basso con superbo disprezzo. «Io sono
la fonte. Io possiedo il Nucleo!»
Un temporale si stava formando a nord. Lui riuscì a distinguerlo là fuori, a percepirne la
turbolenza, a percepire il torrente che si avvicinava, ma che importanza aveva?
Si innalzò nell’aria, acquistando velocità mentre saliva nel ventoso freddo gelido, poi si
voltò verso sud-ovest sentendosi magnificamente privo di peso e potente, diretto verso
l’Atlantico.
15
LESTAT
Per umile che sia
«Perché mai hai restaurato questo castello, tu che potevi vivere ovunque, in questo vasto
mondo? Perché mai sei tornato qui, in questo posto, in questo villaggio? Perché hai fatto
ricostruire il villaggio a quel tuo architetto? Perché hai fatto tutto questo? Sei pazzo?»
La mia amata madre, Gabrielle.
Stava misurando la stanza a grandi passi, le mani affondate nelle tasche dei jeans, la
sahariana spiegazzata, i capelli biondo chiaro sciolti sulla schiena e ondulati dopo essere
rimasti raccolti nella lunga treccia. Persino la chioma vampiresca riesce a conservare le
ondulazioni impostele da una treccia.
Non mi curai di replicare. Avevo deciso che invece di discutere con lei o parlarle mi sarei
goduto la sua compagnia. Amavo perdutamente Gabrielle, il suo atteggiamento spavaldo, il
suo indomito coraggio, il suo pallido viso ovale con l’immutabile impronta di fascino
femminile che nemmeno la freddezza del cuore poteva alterare. Inoltre avevo già troppe cose
per la testa. Sì, era magnifico essere di nuovo con lei, e sì, era intenso. Guai al bevitore di
sangue che trasforma un suo congiunto mortale. Io però stavo pensando alla Voce, e non
riuscivo a pensare a granché d’altro.
Quindi ero seduto al mio antico scrittoio in legno di alberi da frutta con rifiniture dorate, il
mio prezioso esempio di autentico mobilio Luigi XV in quel luogo, con i piedi appoggiati
sopra di esso e intento a guardarla, le mani conserte posate in grembo. E stavo pensando: Cosa
posso fare con ciò che so, ciò che intuisco?
Era uno splendido tramonto, o lo era appena stato. Le montagne della mia terra natia erano
visibili là fuori, con le stelle che scendevano a toccarle, una notte limpida e perfetta così
lontana dal rumore e dall’inquinamento del mondo, con soltanto poche voci a levarsi dalla
breve fila di negozi e abitazioni che costituivano il villaggio sulla strada montana sotto di noi,
e noi due ci trovavamo nella stanza che un tempo era stata una camera da letto ma adesso era
uno spazioso salone rivestito di boiserie e decorato.
I miei specchi, i miei intagli dorati sul palissandro, i miei arazzi fiamminghi, tappeti
Kirman, lampadari in stile impero.
Lo château era stato davvero sottoposto a un magnifico restauro. Adesso le sue quattro
torri erano integre e c’erano numerose stanze ristrutturate e fornite di luce elettrica e
riscaldamento. Quanto al villaggio, era minuscolo ed esisteva solo per supportare una piccola
forza lavoro di carpentieri e artigiani impegnati nel restauro. Quella zona dell’Auvergne era
troppo isolata e poco battuta persino per i turisti, figuriamoci per il resto del mondo.
Quello che avevamo lì era solitudine e quiete, una beata quiete. Una quiete come quella
che soltanto il mondo rurale può fornire, lontano dalle voci di Clermont-Ferrand o Riom. E
una beata bellezza tutt’intorno a noi, in campi verdi e foreste incontaminate, in quell’antica
parte della Francia in cui un tempo così tante famiglie povere e affannate avevano patito così
tanto per ogni filone di pane o boccone di carne. Ora non più. Diversi decenni prima, nuove
strade maestre avevano aperto al resto del paese gli isolati picchi montani e le valli
dell’Auvergne, e con esse era arrivato l’inevitabile abbraccio tecnologico dell’Europa
moderna, ma restava comunque l’area meno popolosa della Francia, forse dell’Europa, e
quello château, circondato e accessibile solo tramite strade private chiuse da un cancello, non
compariva nemmeno sulle attuali cartine.
«Mi disgusta vederti andare indietro», dichiarò lei. Mi diede la schiena, una snella figura
minuta contro la luce incandescente della finestra. «Ah, ma hai sempre fatto ciò che vuoi.»
«In alternativa a cosa?» domandai. «Madre, non c’è nessun avanti e nessun indietro in
questo mondo. La mia venuta qui ha rappresentato un progresso. Non avevo un tetto sulla testa
e mi sono chiesto, con tutto il tempo del mondo per riflettervi sopra, dove mi sarebbe piaciuto
considerarmi a casa. E voilà! Mi trovo qui nel castello in cui sono nato e di cui rimane ancora
in piedi una sezione considerevole, benché adesso sia sepolta sotto intonaco e ornamenti vari,
e sto ammirando le montagne in cui andavo sempre a caccia da ragazzo, e la cosa mi piace.
Questa è l’Auvergne, il Massif Central dove sono nato. È la mia scelta. Ora interrompi la tua
paternale.»
Naturalmente lei non era nata lì. Aveva forse vissuto gli anni più infelici della sua
esistenza lì, dando alla luce sette figli di cui io ero l’ultimo e morendo lentamente in quelle
stanze finché non era venuta a Parigi da me ed era stata scaraventata sulla Strada del Diavolo
mentre ci abbracciavamo accanto al suo capezzale.
Naturalmente non amava tutte quelle cose. Forse al mondo esisteva un luogo speciale che
lei amava, che amava con tutti i sentimenti che io riservavo a quel posto, ma probabilmente
non me l’avrebbe mai rivelato.
Scoppiò a ridere. Si voltò e mi si avvicinò con lo stesso passo di marcia che aveva sempre
usato e, arrivata davanti al mio scrittoio, svoltò e prese ad aggirarsi per la stanza ammirando
le mensole di marmo gemelle dei caminetti, gli orologi antichi, tutti gli oggetti che detestava
con specifico disprezzo.
Mi appoggiai allo schienale della sedia, le mani intrecciate dietro il collo, e guardai gli
affreschi sul soffitto. Il mio architetto aveva mandato a chiamare un pittore dall’Italia perché
li realizzasse nell’antico stile francese: Dioniso con la sua banda di adoratori ornati di
ghirlande che saltellavano contro un cielo azzurro pieno di gonfie nubi tinte d’oro.
Armand e Louis avevano avuto ragione a far dipingere il soffitto della loro dimora
newyorkese. Odiavo ammetterlo, ma intravedere quello splendore barocco attraverso le loro
finestre mi aveva spinto a dare l’ordine per i miei soffitti. Mi ripromisi di non rivelarlo mai a
nessuno dei due. Ah, fitta di nostalgia di Louis, di brama di parlare con Louis, di gratitudine
nel saperlo con Armand.
«Sei tornato quello di sempre, finalmente», dichiarò lei. «Ne sono felice. Davvero felice.»
«Perché? Presto il nostro mondo potrebbe finire. Che importanza ha?» Ma era una
menzogna. Non pensavo che il nostro mondo stesse per finire. Non lo avrei permesso. Avrei
lottato contro la sua fine con tutto il fiato che avevo nella mia malsana struttura immortale.
«Oh, non finirà», ribatté lei con un’alzata di spalle. «Non se agiamo tutti di concerto come
abbiamo fatto l’ultima volta, se accantoniamo le nostre divergenze – come dice sempre il
mondo – e ci uniamo. Possiamo sconfiggere questa creatura, questo spirito furibondo convinto
che ogni sua emozione sia unica e significativa come se la coscienza stessa fosse appena stata
scoperta a suo beneficio e per suo uso personale!»
Ah, quindi sapeva tutto. Non era rimasta nascosta in qualche foresta nordamericana a
guardar cadere la neve. Era sempre stata con noi. E quello che aveva appena detto aveva un
senso.
«Si comporta proprio così, vero?» chiesi. «L’hai descritto in maniera perfetta.»
Si appoggiò alla mensola del caminetto più vicino a me, il gomito che vi arrivava a stento,
e in quella posizione riuscì a sembrare un ragazzo magro e aggraziato, gli occhi che
scintillavano mentre mi sorrideva.
«Ti amo, sai.»
«Non l’avrei mai detto», replicai. «Mmm. Bene.» Mi strinsi nelle spalle. «Sembra che
tante persone mi amino, mortali e immortali. Non posso evitarlo. Sono semplicemente il più
splendido vampiro del pianeta, anche se non saprò mai perché. Sei stata davvero fortunata ad
avermi come figlio, l’Uccisore di lupi che è salito per caso sul palcoscenico parigino e ha
attirato l’attenzione di un mostro.» Nemmeno quello era vero. Come mai sentivo di doverla
tenere a distanza?
«Sul serio, hai un aspetto magnifico», dichiarò Gabrielle. «I tuoi capelli sono più bianchi,
come mai?»
«A quanto pare è una conseguenza dell’essere rimasto ustionato più volte. Comunque sono
ancora abbastanza biondi per rendermi felice. Anche tu sei in splendida forma. Cosa sai di
tutto questo, di quanto sta succedendo?»
Rimase in silenzio per un attimo, poi mi disse. «Non pensare mai che ti amino davvero, o
che ti amino per te stesso».
«Grazie, madre.»
«Dico sul serio. Davvero. Non pensare mai... In realtà l’amore non funziona così. Sei
l’unico nome e viso che tutti conoscano.»
Soppesai la dichiarazione, meditabondo, poi replicai: «Lo so».
«Parliamo della Voce», propose lei, entrando subito in argomento, senza preamboli. «Non
è in grado di manipolare ciò che è fisico. A quanto pare può soltanto incitare le menti di
coloro a cui fa visita. Non può prendere possesso dei corpi. E sospetto che non possa fare nulla
con il corpo ospite, ma in fondo io ho visto il corpo ospite meno spesso di te, e per molto
meno tempo.»
Il corpo ospite era Mekare. Non pensavo a Mekare in quei termini, ma quello lei era.
Rimasi colpito. Tutto ciò sarebbe dovuto risultarmi chiaro già in precedenza. Avevo
considerato ogni visita della Voce una sorta di tentativo di possessione, ma le visite non
avevano mai avuto quello scopo. Era in grado di creare allucinazioni, sì, ma stava lavorando
sul mio cervello, quando lo faceva. Non era mai riuscita, tuttavia, a manipolarmi fisicamente
fino a farmi fare qualcosa. Stavo rimuginando sulle tante cose che la Voce aveva detto.
«Credo che non possa affatto controllare il corpo ospite», affermai. «Il corpo ospite si è
atrofizzato. Troppi secoli senza sangue umano fresco, nessun contatto umano o vampiresco,
troppa oscurità troppo a lungo.»
Lei annuì. Si voltò, appoggiò la schiena alla mensola del caminetto e incrociò le braccia.
«Il suo primo obiettivo sarà uscire da quel corpo», dichiarò, «ma poi cosa farà? Dipenderà
dal nuovo corpo ospite e dai suoi poteri. Potremmo indurla con l’inganno a insinuarsi in quello
di un giovane novizio, potrebbe rivelarsi un’ottima mossa.»
«Cosa te lo fa dire?»
«Se si introduce di nuovo in un corpo più vecchio, un corpo davvero anziano, può esporsi
al sole e uccidere, così facendo, metà dei vampiri del mondo, proprio come è successo nei
tempi antichi. Se invece si trova in un corpo giovane, si autodistruggerà, nel caso tenti una
cosa simile.»
«Mon Dieu, non ci avevo mai nemmeno pensato!» esclamai.
«Ecco perché dobbiamo riunirci, tutti», disse lei. «E New York è il posto ideale in cui
farlo, naturalmente, ma prima dobbiamo reclutare Sevraine.»
«Ti rendi conto che la Voce può sentirci, in questo preciso istante?» replicai.
«No, a meno che non si trovi qui, dentro uno di noi due», ribatté lei. «Mi ha fatto visita in
varie occasioni e credo che possa stare solo in un posto alla volta. Non si è rivolta a vari
bevitori di sangue simultaneamente. No. Senza dubbio non può parlare a tutti nello stesso
momento. Non può affatto farlo. No. Se è temporaneamente ancorata in te o in me sì, può
sentire cosa si sta dicendo in questa stanza, altrimenti no. E io non percepisco la sua presenza,
e tu?»
Stavo riflettendo. Esistevano prove concrete che corroboravano quanto Gabrielle aveva
appena detto, ma ancora non riuscivo a capire il motivo. Perché l’intelligenza della Voce non
permeava tutto il suo immenso corpo, presumendo che avesse un corpo nell’accezione del
termine a noi nota? Ma in fondo l’intelligenza di chi permea l’intero corpo? Quella di una
piovra, forse? Ripensai a Mekare e Maharet che, molto tempo prima, paragonavano quegli
spiriti a immense creature marine.
«La Voce si sposta lungo la propria anatomia eterica», spiegò Gabrielle, «e uso questo
termine semplicemente perché non ne conosco un altro adatto a descrivere la cosa, ma
scommetto che i tuoi dotti amici Fareed e Seth confermerebbero le mie parole. Si muove
lungo le sue varie estremità e non può trovarsi in due luoghi contemporaneamente. Dobbiamo
incontrarci con loro, Lestat. Dobbiamo raggiungere New York, e prima dobbiamo andare da
Sevraine. Sevraine dovrebbe venire con noi. È potente, forse potente come il corpo ospite.»
«Come fai a sapere di Fareed e Seth?» domandai.
«Lo so grazie ai bevitori di sangue che telefonano a Benji Mahmoud a New York. Non li
ascolti? Tu con i tuoi videoclip e talvolta le e-mail... ti credevo un vero esperto di tutta questa
tecnologia. Io ascolto i vagabondi che chiamano la trasmissione e parlano diffusamente del
benevolo vampiro scienziato della West Coast che offre loro contanti in cambio di campioni
di sangue e tessuto. Si riferiscono a Seth, il suo Creatore, come se fosse un dio.»
«E loro due sono diretti a New York?»
Lei si strinse nelle spalle. «Dovrebbero.»
Dovevo confessare che ascoltavo Benji ma raramente gli altri, se non a stralci.
«Senza dubbio quell’intero corpo sente», dissi, «nello stesso modo in cui io sento il dolore
nella mano e nel piede.»
«Sì, ma tu non hai una coscienza indipendente nella testa o nel piede. E poi, cosa ne so io?
Questa Voce viene da me, blatera questa o quella sciocchezza e poi scompare. Mi adula, mi
esorta ad annientare altri, mi dice che sono l’unica e la sola che vuole. Altri lo hanno deluso.
Più e più volte. Sospetto che stia dicendo la stessa identica cosa a parecchi di voi, ma le mie
sono solo teorie. Si rivela grossolana, puerile, poi meravigliosamente intelligente e intima. Ma
ripeto, le mie sono solo teorie.» Si strinse nelle spalle. «È ora di andare da Sevraine»,
annunciò. «Devi portarmi là tu.»
«Devo portartici io?»
«Avanti, non essere timido, principino viziato...»
«Sai, vorrei tanto uccidere Marius per aver coniato quel soprannome.»
«Non è vero. Lo adori. E sì, devi portarmi là tu. Io non possiedo la facoltà di volare, figlio
mio. Non ho mai bevuto il sangue della Madre o quello di Marius.»
«Ma hai bevuto da Sevraine, vero?» Sapevo che lo aveva fatto. Riuscivo a cogliere in lei
sottili differenze che non erano semplicemente opera del tempo, ma non ne ero sicuro.
«Madre, possiedi la capacità di volare e non lo sai.»
Non replicò.
«Dobbiamo riunirci tutti», dichiarò, «e non abbiamo tempo per tutto questo. Voglio che tu
mi porti da Sevraine.»
Posai i piedi sul pavimento, mi alzai e mi stiracchiai. «Benissimo», dissi, «trovo molto
allettante la prospettiva di tenerti inerme fra le braccia come se potessi lasciarti cadere in
mare in qualsiasi momento.»
Lei ridacchiò. Brutta parola, ma Gabrielle rimase comunque irresistibile e graziosa,
quando lo fece.
«E se io ti lasciassi cadere, ti renderesti rapidamente conto di possedere la facoltà di
volare, come ho appena detto.»
«Forse sì e forse no. Perché non rimandiamo quell’esperimento? D’accordo?»
«Benissimo. Dammi cinque minuti per avvisare il mio architetto che per alcune notti non
sarò qui. E dove siamo diretti?»
«Oh, che seccatore, quell’architetto! Già che ci sei bevine il sangue fino all’ultima goccia.
Un pazzo che passa la vita restaurando un remoto château solo perché viene pagato per farlo
rappresenta davvero una prospettiva tediosa.»
«Stai lontana da lui, madre. È il mio fidato servitore. E mi piace. Ora, dove siamo diretti
esattamente, se mi è consentito chiederlo?»
«In Cappadocia, a duemilaquattrocento chilometri da qui.»
16
FAREED
Il momento di decidere
Fareed sedeva nello studio buio, fissando il grande monitor scintillante che aveva di fronte e
l’enorme modello fatto di pixel e luce che aveva realizzato del presunto corpo di quell’entità,
il Sacro Nucleo, Amel, la Voce che stava incitando degli anziani ad annientare vampiri
ovunque.
Sulla sua scrivania era posato un libro rilegato, il romanzo La regina dei dannati aperto in
corrispondenza del brano in cui Akasha, l’antica progenitrice dei vampiri, descriveva
l’introdursi dello spirito Amel nel suo corpo. Fareed rilesse quelle pagine più e più volte.
Stava cercando di raffigurarsi un costrutto teorico di quell’essere, quello spirito, Amel, ma
si era scontrato con domande e misteri che non riusciva a sormontare. Nessuno strumento
sulla terra era in grado di individuare le vere cellule di quella creatura, ma lui era sicuro che
fosse cellulare. E, come sempre, si chiese se non rappresentasse un residuo di un mondo
perduto che era esistito sul pianeta prima che l’ossigeno si introducesse nell’atmosfera. Poteva
aver fatto parte di qualche florida specie alla fine esclusa dal mondo biologico visibile a causa
della comparsa di creature che non soltanto non venivano avvelenate dall’ossigeno ma anzi
prosperavano grazie a esso. Com’era stata la vita, per i membri di quella specie? Erano
risultati in qualche modo visibili all’occhio umano, prima che si formasse l’ossigeno?
Nuotavano nell’atmosfera priva di ossigeno del mondo come le piovre nell’oceano?
Amavano? Si riproducevano? Avevano una società organizzata di cui noi non sappiamo nulla?
E quale effetto aveva avuto l’ossigeno su di loro, esattamente? Erano residui dei loro Io
precedenti? Giganteschi corpi eterici composti di cellule infinitesimali che un tempo avevano
posseduto una forma più pingue, lottando con sensi talmente diversi dai nostri che non
riusciremmo nemmeno a immaginarli?
Restavano pochi dubbi sul fatto che, al momento della morte, il corpo umano liberasse una
sorta di «Io» eterico che ascendeva, per metterla in termini poetici, fino a un altro regno e che
alcuni di tali corpi eterici rimanessero sulla terra sotto forma di fantasmi a essa legati. Erano
rari, ma lui li aveva visti. In realtà aveva intravisto fantasmi che avevano creato intorno al
corpo eterico un aspetto fisico dalle sembianze umane interamente costituito di particelle che
attiravano a sé grazie a un magnetismo di qualche tipo.
Quale rapporto avevano quegli spettri con gli spiriti come Amel? I loro corpi «sottili»
avevano qualcosa in comune?
Fareed sarebbe impazzito, se non trovava le risposte. Insieme a Flannery Gilman, il
medico più brillante che avesse trasformato in vampiro – la madre biologica del figlio di
Lestat, Viktor – aveva dibattuto innumerevoli volte tutto ciò cercando la grande svolta che
avrebbe messo ordine fra tutte le disparate informazioni.
Forse la chiave del mistero di Amel sarebbe stata rappresentata da uno degli assennati e
intelligenti fantasmi che, a Los Angeles, passavano quotidianamente per persone reali. Una
volta Seth, quando loro due avevano notato uno spettro di tal genere che camminava spavaldo
per la strada con passi palpabili, aveva detto che i fantasmi del mondo si stavano evolvendo,
stavano diventando sempre più bravi a introdursi nel mondo fisico, a crearsi quei corpi
biologici. Oh, se soltanto Fareed fosse riuscito a parlare con uno di loro, ma ogni qual volta
aveva tentato di avvicinare uno spettro di quel tipo lo aveva visto fuggire. Una volta gli si era
dissolto davanti agli occhi, lasciandosi dietro solo gli abiti. Di un altro aveva visto scomparire
abiti e tutto il resto perché anch’essi, evidentemente, erano stati illusori, parte del suo corpo di
particelle.
Oh, se soltanto vi fosse stato il tempo, il tempo di studiare, riflettere, apprendere. Se
soltanto la Voce non avesse accelerato quella terribile crisi. Se soltanto non fosse stata
fermamente intenzionata ad annientare i Non Morti. Se soltanto non fosse stata ostile alla sua
stessa specie. Ma non esisteva alcuna prova che la Voce considerasse i bevitori di sangue del
mondo la sua specie. Anzi, esistevano prove del contrario, del fatto che si ritenesse tenuta in
ostaggio da una forma di cui non riusciva a impossessarsi. Questo significava che voleva
tornare libera, libera di ascendere fino all’imprecisato paradiso atmosferico da cui proveniva?
Improbabile. No. Doveva nutrire un’ambizione assai diversa, più compatibile con l’audacia
che all’inizio l’aveva indotta a calarsi nel corpo di Akasha.
Fareed fissò il modello dell’essere che aveva realizzato in colori fiammeggianti sul
monitor gigante.
Era quasi sicuro che fosse un invertebrato, sicurissimo che possedesse un cervello
discernibile e che il suo sistema nervoso includesse numerosi tentacoli. Sospettava che nel suo
stato di spirito avesse assorbito dall’atmosfera del pianeta delle imprecisate sostanze nutritive.
E il sangue, naturalmente, la capacità di assorbire minuscole goccioline di sangue, aveva
rappresentato il suo veicolo per passare nel mondo biologico visibile. Ovviamente i suoi
tentacoli includevano un’enorme percentuale dei suoi neuroni ma, a quanto pareva, non la sua
piena intelligenza o consapevolezza. Queste ultime erano localizzate nel cervello, il Sacro
Nucleo, per così dire. Ed era ormai evidente, grazie alla Voce, che quel cervello era in grado di
codificare ricordi sia a breve termine che a lungo termine. Adesso le sue esigenze venivano
espresse in termini di tempo e memoria.
Ma era sempre stato così? Il problema della memoria a lungo termine aveva paralizzato
per secoli quella creatura perché non aveva avuto modo di immagazzinare i ricordi a lungo
termine o reagire a essi nel suo stato «di spirito»? Amel e altri spiriti fluttuavano forse in un
beato «ora», nella loro forma invisibile?
Aveva sempre posseduto personalità e coscienza come noi li conosciamo ma nelle epoche
passate non era stato in grado di comunicare? Di certo aveva comunicato, sotto forma di
spirito, con le grandi streghe gemelle. Le aveva amate, aveva desiderato compiacerle,
soprattutto Mekare. Aveva bramato apprezzamento, approvazione, persino ammirazione.
Ma quella coscienza era stata sommersa quando il vanaglorioso Amel era entrato nella
Madre, tornando in superficie soltanto ora perché si ritrovava alloggiato nel corpo ospite di
una donna che non aveva un autentico cervello pensante?
Forse era stata la storia a destarlo, la storia che lui aveva scoperto quando i fiammeggianti
videoclip del vampiro Lestat erano stati trasmessi nel Sacrario della Madre e del Padre,
videoclip che raccontavano la storia di come i vampiri avessero cominciato a esistere. Dentro
Amel si era acceso qualcosa di vitale e irreversibile quando lui aveva visto quei filmati su uno
schermo televisivo fornito così amorevolmente da Marius per i Divini Genitori ormai muti?
Fareed sospirò. Quello che desiderava più di qualsiasi altra cosa al mondo era entrare in
contatto diretto con la Voce, ma quest’ultima non gli parlava mai. La Voce aveva parlato a
Seth, aveva indubbiamente parlato a innumerevoli altri bevitori di sangue sul pianeta ma
evitava Fareed. Perché? Perché lo faceva? E ogni tanto si radicava dentro di lui per conoscerne
i pensieri persino se non gli si rivolgeva?
Era possibile. Era possibile che Amel stesse apprendendo dall’analisi di Fareed più di
quanto la Voce non volesse ammettere.
Viktor e Seth entrarono nella stanza.
Rimasero fermi nell’aerata oscurità, osservando il monitor, aspettando educatamente che
Fareed si staccasse per dedicare loro tutta la sua attenzione.
La stanza era enorme, con pareti di vetro che davano sulla campagna piatta e le montagne
retrostanti, uno dei numerosi locali del gigantesco complesso sanitario a tre piani costruito nel
deserto californiano da Fareed e Seth.
Fareed aveva giudicato l’architettura di quell’area fredda e poco ispiratrice, efficiente per
il lavoro ma sterile per lo spirito, così aveva scaldato quello spazio e altri con piccoli tocchi:
caminetti di marmo che si arcuavano sopra un focolare a gas, i suoi quadri europei preferiti in
cornici dorate e stinti tappeti antichi provenienti dall’India, la sua patria. Diversi enormi
computer troneggiavano sulla sua scrivania, i monitor accesi pieni di grafici e immagini, ma
la scrivania era un antico mobile rinascimentale portoghese di noce intagliato trovato a Goa.
Viktor e Seth non si erano seduti, benché la stanza fosse piena di poltrone in pelle. Stavano
aspettando, e Fareed doveva lasciar perdere, rendersi finalmente conto che ormai aveva
scoperto tutto quello che poteva scoprire senza affrontare direttamente la Voce.
Alla fine si girò sulla moderna seggiolina girevole nera e guardò i due nuovi arrivati in
attesa.
«È tutto organizzato», annunciò Seth. «L’aereo è pronto, i bagagli caricati. Rose si trova
già a bordo, e Viktor rimarrà con lei. È convinta di essere diretta a New York per vedere zio
Lestan.»
«Bene, speriamo che la sua previsione si dimostri esatta, vero?» chiese Fareed. «E le
nostre stanze a New York?»
«Pronte, naturalmente», rispose Seth.
Erano passati due anni da quando Fareed o Seth avevano visitato il loro appartamento là o
il piccolo laboratorio attiguo che avevano tuttora al sessantatreesimo piano di un edificio a
Midtown, ma era sempre pronto ad accoglierli, e Seth non capiva come mai, adesso, Fareed
stesse facendo domande stupide al riguardo, ma immaginava fosse un modo per
temporeggiare.
Continuò a parlare come se stesse riflettendo ad alta voce, controllando di aver fatto tutto
il necessario. «Tutti gli impiegati umani sono a casa in congedo retribuito fino a nuovo ordine,
tutti i bevitori di sangue si trovano nelle stanze del sotterraneo e vi resteranno fino al nostro
ritorno. Le forniture di sangue sono adeguate a un lungo isolamento. I sistemi di sicurezza
sono stati attivati. Questo complesso è sicuro come non mai. Se la Voce sferra un attacco,
bene, non avrà successo.»
«Il sotterraneo», sussurrò Viktor. Rabbrividì. «Come fanno a sopportare di rimanere chiusi
in un sotterraneo per varie notti di seguito?»
«Loro sono bevitori di sangue, tu sei un essere umano», affermò quietamente Seth.
«Continui a dimenticartelo.»
«Non esistono bevitori di sangue che temono sotterranei e cripte?» chiese Viktor.
«Non che io sappia», rispose Seth. «Come potrebbero?»
Non c’era alcun dubbio sul fatto che il sotterraneo fosse sicuro. Eppure stiamo per
andarcene da qui, pensò Fareed, per lasciare questa superba e inespugnabile installazione e
raggiungere New York. Sapeva, tuttavia, che dovevano farlo.
«Non voglio rimanere chiuso in un sotterraneo, né qui né da nessun’altra parte», dichiarò
Viktor. «Ho il terrore dei luoghi angusti e bui sin da quando ho memoria.»
Fareed lo udì a stento. Seth stava assicurando al ragazzo che avrebbe alloggiato in un
appartamento newyorkese con le pareti di vetro, molto al di sopra delle strade di Manhattan.
Niente cripte.
Tipico di un mortale essere ossessionato da qualcosa che non aveva alcuna importanza.
Fareed rimpianse di non riuscire a distrarsi altrettanto facilmente dai suoi più forti timori.
Più di quattordici ore prima, quando il sole non era ancora sorto, era rimasto seduto in
preda a un silenzioso sbalordimento mentre Seth si metteva privatamente in contatto
telefonico con Benji Mahmoud per avvisarlo del loro imminente arrivo. Il vivavoce era stato
inserito. Seth e Benji avevano parlato in arabo per mezz’ora. E quando Seth aveva rivelato
l’esistenza di Rose e Viktor, Fareed era rimasto orripilato.
Ma capiva. Stavano per andare a New York perché dovevano farlo, e là dovevano confidare
i loro segreti più intimi a Benji, Armand e gli altri. Lasciare soli Viktor e Rose, lì o in
qualsiasi altro luogo, era semplicemente impossibile. Viktor era sempre stato una loro
responsabilità, e adesso, in base a una decisione consapevole, lo era anche Rose. Quindi
avrebbero portato con sé quei due adorabili giovani mortali nel comando centrale della crisi e
alloggiato nelle vicinanze.
Dopo quella telefonata Fareed aveva dormito il diurno sonno dei morti e al tramonto si era
svegliato e aveva ripreso i sensi sapendo che Seth aveva fatto quello che doveva fare. Era
anche certo della devozione di Benji Mahmoud per Lestat, sicuro della devozione di tutta la
sua famigliola – Armand, Louis, Sybelle, Antoine e chiunque altro si fosse unito a loro – ma
sapeva che ben presto il segreto di Viktor e Rose sarebbe trapelato telepaticamente. Era
inevitabile.
Quando così tante persone conoscevano un segreto, questo non era più tale. Fareed guardò
il vigoroso e principesco giovanotto che aveva cresciuto sin dalla prima infanzia, chiedendosi
cosa vi fosse davvero in serbo per lui. Lo aveva amato perdutamente, nutrendolo di
conoscenza, lusso e, soprattutto, una ricca esperienza delle meraviglie e della bellezza fisiche
della terra grazie a viaggi e istruzione privata sin dai primissimi anni. L’unica cosa che fosse
mai stata negata a Viktor era l’infanzia, l’esperienza di altri bambini, l’esperienza di essere
ciò che il mondo moderno definisce «normale» con tutti i relativi rischi. Quello non l’aveva
mai conosciuto, e adesso il destino lo aveva posto sulla strada di una giovane donna mortale le
cui esperienze non erano state poi così diverse dalle sue, e i due ragazzi si erano innamorati.
Non era certo una sorpresa. Fareed non avrebbe potuto trovare per Viktor una compagna più
perfetta di Rose, e viceversa.
Si ritrasse dalla piena intensità delle sue emozioni, dai suoi più profondi timori, dalle sue
costanti e ossessive preoccupazioni per tutto quello che era successo, rischiava di succedere,
poteva succedere.
«Le banche di sangue nel sotterraneo...» disse Viktor.
«Adeguate», rispose Seth. «È stato tutto organizzato in modo impeccabile. Te l’ho appena
detto. La dottoressa Gilman rimane a capo dell’intera struttura e nessuno uscirà dal
seminterrato finché non lo dice lei. Laggiù i nostri amati savants hanno i loro laboratori, i loro
computer, i loro progetti. Sono indifferenti alla paura come a qualsiasi altra cosa riguardante il
mondo al di fuori del loro settore di studi. Gli impianti elettrici che li proteggono non possono
andare in avaria. Sarebbe assurdo, da parte della Voce, sferrare un attacco qui.»
«E la Voce è un tale archetipo di ragionevolezza ed efficacia», mormorò di colpo Viktor.
Sembrò che non riuscisse a trattenersi, e all’improvviso Fareed si accorse di come fosse teso e
infelice il giovane, e anche eccitato.
Viktor indossava la consueta polo bianca a maniche corte e dei jeans, pur avendo posata
sul braccio una morbida giacca di camoscio marrone per il viaggio. Era un giovane biondo in
perfetta forma, con una corporatura ben sviluppata e muscolosa che era quasi quella di un
uomo più che di un ragazzo, ma oggigiorno un uomo poteva continuare a crescere, quanto ad
altezza e muscolatura, fino ai trent’anni. Era alto un metro e ottantacinque, già un paio di
centimetri più del padre.
«Chiedo scusa. Perdonatemi per l’interruzione», disse con la consueta cortesia. Era sempre
stato molto rispettoso verso Seth, Fareed e sua madre.
«Nessuno si aspetta che tu rimanga indifferente a quanto sta succedendo», affermò Seth in
tono garbato, «ma ci siamo già passati. Questa è la strada da imboccare. Questa è la nostra
decisione.»
Viktor annuì, ma i suoi occhi e il suo incarnato lampeggiarono di un calore che nessun
corpo soprannaturale avrebbe mai potuto emanare. Fareed ne sentì il polso accelerato. Colse il
tenue afrore della patina di sudore che ricopriva il labbro superiore e la fronte del giovane.
Nella flebile luce lunare dei monitor la somiglianza di Viktor con Lestat era talmente
spiccata da sembrare prodigiosa. Lui non era arrabbiato quando guardò Fareed. In realtà
sembrava che, nella sua breve vita, non si fosse mai arrabbiato con nessuno. Ma appariva
ferito, giovane e ansioso. I ribelli capelli biondi lo facevano sembrare più ragazzino di quanto
non fosse. Adesso erano lunghi, gli arrivavano quasi alle spalle. Ed era con una chioma molto
simile che il vampiro Lestat compariva quasi sempre in videoclip, foto e persino istantanee
scattategli con gli iPhone dai vampiri paparazzi a Parigi.
«Vi supplico ancora una volta», disse Viktor con voce tremula ma profonda, «di renderci
immortali. Trasformate Rose e me! Fatelo prima che affrontiamo questo viaggio a New York
per vederci collocare, noi due inermi essere umani, in una colonia di Non Morti.»
Aveva sempre posseduto il dono di essere dolorosamente schietto e aprirsi un varco nel
linguaggio superfluo come se ogni lingua da lui mai imparata fosse una «seconda lingua». E
quella voce, quella profonda voce maschile, indicava una maturità che in realtà lui non
possedeva ancora, almeno secondo Fareed.
«Non finirete in una colonia di Non Morti», precisò Fareed in tono di rimprovero.
«Alloggerete nel nostro appartamento e sarete al sicuro con le nostre guardie.»
Oh, Viktor si comportava in modo magnifico, non era mai avventato né ribelle, e di rado –
se non mai – emotivo in maniera destabilizzante, ma era un ragazzo di diciannove anni,
biologicamente quasi un anno esatto in meno di Rose, per pura coincidenza, ed erano entrambi
dei bambini.
«Trasformateci in vampiri», sussurrò Viktor, spostando lo sguardo da Fareed a Seth.
«La risposta è no», dichiarò Seth, posandogli una mano sulla spalla. Erano quasi alti
uguali, benché Viktor stesse per superarlo.
Fareed sospirò. Ripeté quello che aveva già detto in precedenza.
«La Voce uccide i giovani bevitori di sangue», spiegò. «Non vi trasformeremo in vampiri
solo per rendervi, in tal modo, vulnerabili ai suoi attacchi, per perdervi semplicemente. Come
mortali siete molto più al sicuro. E se questa faccenda termina con una catastrofe per noi, tu e
Rose sopravvivrete. Ne uscirete indenni. Potreste benissimo non sapere mai cosa è successo, e
vi porterete dietro per tutta la vita il fardello di esperienze che non potrete rivelare ad altri, ma
ne uscirete indenni. E noi desideriamo questo per voi, a prescindere da cosa desiderate voi.»
«Quello è l’amore che un genitore prova per il figlio», affermò Seth.
Viktor era esasperato. «Oh, cosa non darei pur di trascorrere cinque minuti con il mio vero
padre», affermò. Non lo disse con cattiveria, era una semplice confessione, e lui aveva uno
sguardo meravigliato mentre pronunciava la frase.
«E probabilmente otterrai ben più di quello, a New York», preannunciò Fareed. «È soltanto
uno dei motivi per cui dobbiamo andare là, perché tu e Rose dovete incontrarlo e lui deve
decidere cosa ne sarà di voi due.»
«Rose è quasi fuori di sé», li informò Viktor. «Per lei tutto questo non può finire che con il
Sangue. Lo sapete benissimo! Vi rendete conto di come io mi senta impotente?»
«Certo», ribatté l’altro. «Anche noi ci sentiamo impotenti, ma ora dobbiamo andare.
Raggiungeremo New York prima di voi. E saremo là ad aspettarvi quando il vostro aereo
atterra.»
Viktor non avrebbe mai saputo come fosse profonda l’ansia di Fareed in quel preciso
momento. Fareed non aveva certo introdotto nel mondo quell’essere umano pieno di vita e
splendido solo per consegnarlo alla morte, la morte in qualsiasi forma, eppure sapeva come il
ragazzo desiderasse disperatamente e totalmente il Sangue e come dovesse volerlo. Soltanto
Lestat poteva consegnare i due ragazzi al Sangue. Lui non vi sarebbe mai riuscito.
Per un attimo Seth rimase in silenzio, immobile, ma anche Fareed aveva sentito la sottile
voce filiforme di Benji che usciva da un’imprecisata apparecchiatura all’interno del
complesso.
«Ve lo garantisco, gli anziani stanno per riunirsi. Vi garantisco che non siete più soli, Figli
della Notte. Si stanno riunendo. Nel frattempo dovete proteggervi, ovunque voi siate. Adesso
la Voce sta cercando di mettere i bevitori di sangue gli uni contro gli altri. Abbiamo ricevuto
attendibili rapporti secondo cui è questo che sta facendo, si insinua nella mente dei più giovani
e li spinge a combattere contro il loro Creatore e gli altri novizi. Dovete stare in guardia
contro la Voce. La Voce è bugiarda. Stanotte dei giovani sono stati massacrati a Guadalajara e
a Dallas. Gli attacchi hanno rallentato, ma si verificano ancora.»
Rallentato. Cosa significava?
«Qualcuno ha fatto una stima di quanti sono stati uccisi finora?» chiese Viktor.
«Una stima approssimativa? In base ai rapporti», replicò Fareed unendo le dita, «direi
migliaia, ma in fondo non abbiamo idea di quanti Figli della Notte ci fossero, prima che i
massacri iniziassero. Se proprio vuoi saperlo, sulla base di tutto ciò che ho letto e fatto oggetto
di riflessione, direi che la popolazione comprendesse al massimo cinquemila bevitori di
sangue in tutto il mondo, prima che questo cominciasse, e adesso si è ridotta a un solo
migliaio. Quanto agli Antichi, gli autentici Figli dei Millenni che sono impervi a queste
incursioni del fuoco, secondo i miei calcoli sono meno di trenta, e tutti discendenti del Sangue
della Regina e non della Prima Stirpe, ma nessuno può saperlo con certezza. Quanto a quelli
intermedi, quelli potenti e scaltri come Armand e Louis e lo stesso Lestat e chissà chi altri,
bene, forse un centinaio? Nessuno può saperlo. Credo che nemmeno la Voce lo sappia.»
Fu investito con cupa forza dalla consapevolezza che la specie poteva realmente
estinguersi senza che nessuno documentasse mai fino in fondo quello che le era davvero
successo. La sua storia, le sue caratteristiche fisiche, le sue dimensioni spirituali, le sue
tragedie, il portale da essa creato fra il mondo del visto e quello del non visto, tutto ciò
rischiava di essere inghiottito dalla stessa implacabile morte fisica che aveva inghiottito
milioni di altre specie sul pianeta sin da prima che il tempo venisse registrato. E tutto ciò che
Fareed aveva cercato di scoprire e ottenere sarebbe andato perso, proprio come sarebbe andata
persa la sua coscienza individuale, proprio come lui sarebbe andato perso. Rimase senza fiato.
Nemmeno in veste di moribondo in un letto d’ospedale a Mumbai si era ritrovato a
fronteggiare così a fondo la propria mortalità.
Si scoprì a voltarsi lentamente sulla sedia e a premere il pulsante che avrebbe spento
simultaneamente tutti i suoi computer.
E quando gli schermi si oscurarono lui stava fissando, attraverso il vetro immacolato,
l’enorme distesa di stelle sospese sopra le montagne in lontananza.
Stelle sopra il deserto, come appaiono brillanti e magnifiche.
L’antica Akasha aveva visto quelle stelle. Il giovane e impulsivo vampiro Lestat le aveva
viste la notte in cui si era addentrato barcollante nel deserto del Gobi sperando invano di
venire annientato dal sole che sorgeva.
All’inizio gli parve orribile trovarsi, in qualsiasi forma, su quel minuscolo frammento di
roccia bruciata in un sistema così vasto e indifferente a qualsiasi sofferenza.
L’unica cosa che si possa fare, pensò, è lottare per rimanere vivi, per rimanere coscienti,
per restare dei testimoni e sperare che la cosa abbia un significato.
E Viktor, Viktor in piedi dietro di lui, aveva appena iniziato il suo viaggio ottimistico e
promettente. Come avrebbero fatto lui e Rose a sfuggire a qualsiasi cosa stesse per succedere?
Si alzò.
«È ora», disse. «Viktor, vai a salutare tua madre.»
«L’ho già fatto», replicò lui. «Sono pronto.»
Fareed lanciò un’ultima occhiata alla stanza, un’ultima occhiata ai suoi libri, computer,
documenti sparsi qua e là, la punta dell’iceberg di vent’anni di ricerche, e si rese freddamente
conto che rischiava di non rivedere mai più quell’enorme complesso di ricerca, che rischiava
di non sopravvivere alla crisi accelerata dalla Voce, che forse era giunto troppo tardi e con
troppo poco in quel gigantesco reame in cui aveva visto un tale portento e una tale promessa.
Ma cosa si doveva fare?
Abbracciò Viktor, tenendolo stretto a sé e ascoltando quel magnifico giovane cuore che
batteva con un così splendido vigore. Guardò i suoi limpidi occhi azzurri.
«Ti amo», disse.
«E io amo te», replicò senza esitazioni Viktor, stringendolo energicamente con entrambe
le braccia. Gli sussurrò all’orecchio: «Padre. Creatore».
17
GREGORY
Trinity Gate
Vogliamo ballare?
«Capisco», disse Armand, «ma perché una creatura antica e potente come te dovrebbe volere
che Lestat eserciti una sorta di leadership?»
Stava parlando con Gregory Duff Collingsworth mentre sedevano nel lungo salone sul
retro di Trinity Gate, nell’Upper West Side, una veranda in vetro che in realtà univa le tre case
lungo la sezione posteriore, come un tempo il portico di servizio nelle ville del Sud, la
trasparente parete laterale che dava su un giardino magicamente illuminato di querce sottili e
una moltitudine di piante a fioritura notturna. Un autentico paradiso a New York, se mai
Gregory ne aveva visto uno.
«Se io desiderassi guidare la nostra tribù, come la chiama Benji, avrei fatto qualcosa al
riguardo già molto tempo fa», dichiarò Gregory. «Mi sarei fatto avanti, identificato,
impegnato. Non è mai stata mia intenzione farlo. Senti, sono stato trasformato dagli ultimi due
millenni. Ho fatto per me stesso una cronaca di questa metamorfosi. Ma in maniera molto
reale sono ancora il giovane che un tempo dormiva nel letto di Akasha aspettandosi di venire
assassinato da un momento all’altro per placare i timori del suo consorte, re Enkil. In seguito
ho capeggiato degli immortali, sì, il Sangue della Regina, ma sotto la sua mano crudele. No,
dopo tutto questo tempo la vita mi ha portato a un ritmo di coinvolgimento febbrile e io non
posso rinunciare al lusso di studiare tutto questo per sottopormi ai vincoli della leadership.»
«Ma pensi che Lestat lo farà?» chiese Armand.
Era inquietante quel viso da ragazzino che aveva di fronte, pensò Gregory, un viso quasi da
cherubino con cordiali occhi castani e soffici e ondulati capelli ramati, inquietante che quei
tratti appartenessero a un immortale vecchio di cinquecento anni nel Sangue che, nel corso
della sua esistenza, per due volte era diventato lui stesso un leader a causa di qualcosa di duro
come il marmo e spietato di cui il suo volto non rifletteva nulla.
«So che Lestat lo farà e che è in grado di farlo», rispose Gregory. «È l’unico bevitore di
sangue davvero noto, in una maniera o nell’altra, all’intero mondo dei Non Morti. L’unico. Se
non hanno letto i suoi libri hanno visto i suoi videoclip o sentito le sue canzoni. Conoscono
lui, il suo viso, la sua voce, pensano di conoscere la carismatica creatura stessa. Non appena la
crisi della Voce verrà superata, lui diventerà il capo. Deve farlo. Benjamin ha avuto ragione
sin dall’inizio. Perché dovremmo proseguire, senza un leader e separati, quando si possono
trarre così tanti vantaggi dallo stabilire una gerarchia e unire le nostre risorse?»
Armand scosse il capo.
Erano seduti a un tavolo con il piano di marmo bianco, su due sedie cinesi Chippendale
dipinte di bianco nella stanza di vetro affacciata sul giardino con i suoi delicati gigli bianchi e
lo splendido glicine. Gregory portava, come sempre, un immacolato completo di lana a tre
pezzi e aveva i capelli cortissimi mentre Armand, l’angelo dalla lunga chioma, indossava una
giacca dal taglio severo di un magnifico color borgogna scuro con brillanti bottoni dorati e una
camicia bianca la cui seta era quasi luminosa, con al posto della cravatta una spessa sciarpa di
seta bianca avvolta intorno al collo e ripiegata all’interno del colletto della camicia
sbottonato.
«Questo è stato un bel periodo per te e Louis, vero?» domandò Gregory, prendendosi un
attimo per respirare a fondo, assaporare il momento, annusare il profumo dei gigli nei loro
vasi dipinti, guardare il glicine tremolante che penzolava dal graticcio sulla parete dietro
Armand, con i suoi fiori viola simili a un dipinto astratto raffigurante un grappolo d’uva. Era a
quello che lo faceva sempre pensare il glicine, all’uva...
«Sì, è stato un bel periodo», confermò Armand. Abbassò lo sguardo sugli scacchi di
marmo bianchi e neri posati fra di loro. La sua mano destra stringeva oziosamente la regina
nera, di fianco a lui. «Ed è stata una battaglia, per noi, ottenere ciò che abbiamo ottenuto qui.
È molto più facile vagabondare in preda alla disperazione, girovagare da un luogo all’altro,
non prendere mai un impegno preciso, non è vero? Ma io mi sono imposto. Ho portato qui
Louis e Benji e Sybelle. Ho insistito su questo. E ora Antoine rappresenta una parte vitale di
noi. Amo Antoine, e lo stesso vale anche per Benji e Sybelle.»
Volse lo sguardo verso la doppia porta aperta. Antoine e Sybelle stavano suonando insieme
da più di un’ora, lei al piano come sempre e lui con il suo violino. Era un valzer tratto da un
musical del XX secolo quello che stavano suonando adesso, qualcosa di «popolare» e che forse
non godeva di alta stima nel mondo della musica classica, ma sorprendentemente cupo ed
evocativo.
«Ma non ha senso gloriarsi di tutto questo proprio ora, vero?» chiese Armand. «Non con
quello che stiamo affrontando.» Sospirò. Il viso squadrato e le guance tonde ne accentuavano
l’aspetto da ragazzino. «Verrà il momento in cui potremo parlare di tutto ciò a cui abbiamo
assistito e di ciò che abbiamo da offrirci reciprocamente, ma di certo non è questo il momento
adatto, con la Voce che mette gli uni contro gli altri i bevitori di sangue in tutto il continente
americano. E sai, naturalmente, che i giovani si stanno riversando qui a New York, a dispetto
dei nostri moniti. Benji ha ripetuto loro, più e più volte, di non venire, di permettere agli
anziani di riunirsi, ma vengono comunque. Tu li senti senza dubbio persino più acutamente di
me. Sono qua fuori, nel parco. Pensano che gli alberi possano nasconderli. Sono affamati. E
sanno che se infastidiscono gli innocenti nel mio dominio li annienterò. Eppure sono ancora
qui, riesco a sentire l’odore della loro fame.»
Gregory non replicò. Là fuori ce n’erano forse una cinquantina al massimo, non di più.
Erano gli unici sopravvissuti che fossero riusciti a spingersi fin lì, nella loro disperazione.
Persino in quel momento, in varie città gli sbandati e i sopravvissuti se la stavano prendendo
gli uni con gli altri, combattendo come la Voce li incitava a fare, decapitando i compagni di un
tempo, tagliando loro la testa, sfondandone il cranio. Le città del mondo erano piene di
chiazze nere sui marciapiedi laddove delle vite immortali erano state troncate e i resti
carbonizzati dal sole.
Armand lo sapeva sicuramente. Gregory non schermò i propri pensieri.
«Non mi dispiace che stiano morendo», confessò Armand.
«Ma adesso sono i sopravvissuti quello che conta», affermò Gregory, «e trovare un leader.
E se tu non vuoi essere quel leader, tu, con tutta la tua esperienza...»
«Quale esperienza?» chiese Armand, gli occhi castani che brillavano per la rabbia. «Sai
benissimo cos’ero, una pedina, un carnefice schiavo di un culto.» Si interruppe, poi pronunciò
le parole: «I Figli di Satana» con una cupa, lenta furia. «Bene, non lo sono più. Sì, di tanto in
tanto li ho scacciati da questa città e una volta li ho mandati tutti via da New Orleans, quando
Lestat stava soffrendo là e loro tentavano continuamente di intravederlo, ma ti stupirebbe
sapere con quanta frequenza ho usato le doti medianiche per terrorizzarli, per costringerli a
ritirarsi. Le ho usate molto più spesso del... del fuoco.» Si interruppe. Il rossore gli pervase le
guance. «Non ho mai tratto alcun piacere dall’uccidere un immortale.»
«Bene, forse chiunque ci guidi oggi non dovrà essere uno sfrenato carnefice», disse
Gregory. «Forse le antiche, primitive usanze dei Figli di Satana non c’entrano assolutamente
nulla con questo. Ma tu non vuoi fare il capo, lo so. E Marius nemmeno. Marius ci sente,
adesso. È là dentro ad ascoltare la musica. È arrivato mezz’ora fa. Non ha la minima
inclinazione a fare il capo. No. Lestat è la scelta più logica, come leader consacrato.»
«Consacrato?» Armand ripeté la parola con un leggero inarcarsi delle sopracciglia.
«Un semplice modo di dire, Armand, niente di più», sottolineò Gregory. «Ci siamo destati
da quegli incubi del culto del Sangue della Regina e dei successivi Figli di Satana. Abbiamo
chiuso con queste cose. Non siamo schiavi di alcuna credenza, ormai, se non di ciò che
possiamo apprendere dal mondo che ci circonda...»
«Il ’Giardino selvaggio’ di Lestat», disse Armand.
«Non così selvaggio, in realtà», ribatté l’altro. «Non c’è nemmeno uno di noi, non importa
quanto vecchio, che non abbia un cuore morale, un cuore colto, un cuore che ha imparato ad
amare mentre era umano, e un cuore che dovrebbe aver imparato ancora più profondamente ad
amare come soprannaturale.»
A un tratto Armand parve triste. «Perché mi ci è voluto così tanto?»
«Sei ancora molto giovane, lo sai», replicò Gregory. «Per un migliaio di anni ho servito
quella miserabile regina. Ho sofferto sotto le sue mitologie. Tu non hai nemmeno vissuto così
a lungo in qualsivoglia forma. Ecco cosa devi capire, cosa tutti gli altri devono capire. Ti trovi
sulla soglia di un grande viaggio e devi cominciare a pensare in termini di cosa puoi fare in
veste di potente creatura spirituale e biologica. Smettila con l’odio di te. Smettila con il
linguaggio immaginifico di ’il dannato’ questo e ’il dannato’ quello! Non siamo dannati. Non
lo siamo mai stati. Chi, sotto il sole, ha il diritto di dannare una qualsiasi crea-tura vivente?»
Armand sorrise. «È quello che tutti amano di Lestat», affermò. «Dice che siamo dannati e
poi si comporta come se l’inferno non avesse alcun potere su di noi.»
«Non dovrebbe averne mai su nessuno di noi», dichiarò Gregory. «Adesso dobbiamo
parlare di queste cose, tutti noi, non soltanto tu e io ma tutti. E qui bisogna forgiare qualcosa
che sia in grado di trascendere la crisi che ci ha fatto riunire.»
Vennero improvvisamente distratti da un rumore proveniente dal davanti della casa. Si
alzarono e percorsero rapidi il lungo corridoio, dirigendosi verso la porta d’ingresso a doppio
battente aperta. La musica si era interrotta.
Louis stava salutando due bevitori di sangue appena arrivati, e Gregory vide con sollievo
che si trattava di Fareed e Seth. Louis aveva preso i loro pesanti cappotti, cappotti fatti per il
vento e le alte quote, e li stava passando a un silenzioso e obbediente domestico mortale che
poi si allontanò furtivamente come se fosse invisibile.
Com’era bello Louis con la pelle color avorio e gli occhi di un azzurro intenso, quella
creatura in un certo senso umile e timida che aveva dato vita ai libri della congrega degli
eloquenti. Lestat poteva anche essere il protagonista delle Cronache dei vampiri, ma Louis ne
era il cuore tragico. Eppure sembrava aver finalmente stipulato una sorta di tregua con le
orrende realtà della sua esistenza e l’esistenza di tutti coloro intorno a lui, che lo superavano
in potere ma non necessariamente in intuito o saggezza.
Fareed e Seth apparivano vigorosi e vitali come sempre, scarmigliati e persino arrossati a
causa del viaggio ma felici di trovarsi sotto quel tetto.
Armand si fece avanti con la deliberata dignità del padrone di casa che riceve ospiti e
abbracciò Fareed e poi Seth nella maniera francese, dando loro un bacio su entrambe le
guance. Vennero distratti da quel viso angelico? Probabilmente sì.
«Benvenuti nella nostra casa», disse lui. «Siamo davvero felici che siate venuti.»
«Purtroppo l’aereo ha subìto dei ritardi», annunciò Fareed, riferendosi a quello che
trasportava Rose e Viktor. «Mi dispiace molto. Non atterrerà prima dell’alba.»
«Abbiamo persone che possono andare ad aspettarne l’arrivo», replicò Armand, «persone
fidate. Si occuperanno loro di Rose e Viktor. Ora accomodatevi e riposatevi.»
«Ah, ma disponiamo anche noi di persone del genere», si affrettò a precisare Fareed, ma
non in tono sgarbato. «E ti prego di capire che non li voglio sotto questo tetto. Li terremo per
un po’ nel nostro appartamento a Midtown.»
«È un luogo segreto?» chiese Armand. «Qui abbiamo un sotterraneo profondo,
inaccessibile ai mortali e alla maggior parte degli immortali.»
«Il ragazzo ha orrore dei seminterrati e degli spazi chiusi», spiegò Fareed. «Ho promesso
che non verrà chiuso a chiave in una cripta. Starà molto meglio nel nostro appartamento a
Midtown.»
«E la ragazza quanto sa?»
«Tutto, in realtà», rispose Fareed. «Non aveva senso tormentarla con delle bugie.»
Armand annuì.
«Li porteremo qui», promise Seth. «Permetteremo loro di conoscere tutti.»
Fareed rimase scioccato e lo guardò impotente e un po’ irato.
«Se dopo questa faccenda devono andare per la loro strada meglio che ci ricordino per
quello che eravamo.»
Armand annuì. «Vogliamo fare di tutto perché stiate comodi.»
Si trasferirono nel salotto. Il saluto di Sybelle fu un rapido cenno d’assenso con il capo, ma
Antoine li raggiunse tenendo il violino e l’archetto nella mano sinistra per offrire loro la
destra. Ogni nuovo incontro con membri della sua specie gli era molto caro.
Gregory rimase a guardare mentre Marius si faceva avanti per abbracciare i due medici.
Ah, così potente, quell’autoritario romano che aveva tenuto al sicuro e celati la Madre e il
Padre per duemila anni. Se provava il seppur minimo timore degli Antichi che si stavano
riunendo lì non ne mostrò traccia.
La sua amata Chrysanthe, vestita di una tunica bianca e color argento, gli era rimasta
seduta accanto – assorta nella conversazione con Marius, per quanto Gregory potesse
indovinare – e adesso andò ad accogliere i nuovi arrivati con il suo saluto più affettuoso e
aggraziato.
In lontananza, in stanze sparse in tutte e tre le villette, altri stavano acquistando
consapevolezza del più recente arrivo: Daniel, Arjun e Pandora, che stavano chiacchierando da
qualche parte. E Thorne, il rosso Thorne, arrivato solo la notte precedente e coinvolto in una
rapida conversazione con David e Jesse.
Jesse non era in condizioni di stare con l’intera compagnia. Era in preda a una profonda
ansia, e con voce tremula aveva riferito a Gregory tutto quello che Lestat le aveva raccontato
sulle immagini captate nella mente di Maharet in merito al vulcano guatemalteco, Pacaya.
«Ma mia zia non condannerebbe mai l’intera tribù all’estinzione, a prescindere dall’intensità
del suo dolore», aveva affermato. Poi si era abbandonata al pianto. Thorne era un suo amico,
un vecchio amico, come David, e loro tre rimasero chiusi nella stanza, lontano dagli altri.
«Posso accompagnarvi subito nelle vostre stanze, se volete», disse Louis a Fareed e Seth.
«Stanze dove potrete rimanere soli e riposare.» Parlava ancora con un leggero accento
francese e appariva rilassato eppure formale nel suo completo di lana nera con un lampo di
seta verde al collo, una sfumatura di verde identica a quella dell’anello con smeraldo sulla sua
mano sinistra.
«Più tardi», replicò con gratitudine Fareed, sospirando. «Lasciaci rimanere qui con voi, se
possibile. Ho sentito la musica mentre ci avvicinavamo.»
«E la sentirete di nuovo», disse Sybelle, e con un cenno d’assenso ricominciò a suonare lo
stesso vigoroso e cupo motivo, il Valzer della giostra . L’alto e allampanato Antoine aveva
ripreso posto accanto a lei, i lunghi capelli neri sciolti e spettinati ma non privi di attrattiva,
sicuramente non in un violinista, e cominciò ad accompagnarla, aspettando che desse inizio
alle variazioni.
Flavius e Davis comparvero sulla soglia. Subito il medico, Fareed, salutò Flavius e
cominciò a chiedergli della gamba, la gamba miracolosa, e ben presto furono assorti nella
conversazione. Seth, invece, aveva preso una delle numerose seggioline dorate addossate al
muro e stava fissando Sybelle e Antoine mentre suonavano insieme. Sembrava dimentico di
tutti. Anche Davis era stato distratto e attirato dalla musica.
Chrysanthe chiese improvvisamente a Marius se voleva ballare e lui, sorpreso, accettò.
La cosa lasciò Gregory sbalordito, anzi, scioccato.
«Se non sai ballare il valzer», stava dicendo Chrysanthe nella sua maniera ingenua e
innocente, «te lo insegnerò.»
Ma Marius lo sapeva ballare, confessò con un sorriso scherzoso, e all’improvviso stavano
danzando in ampi cerchi sul pavimento di legno duro dell’ampia stanza vuota, due figure
regali e affascinanti: Chrysanthe con gli scintillanti capelli color bronzo a cui erano intrecciati
fili di perle e che le ricadevano ondulati sulla schiena, e Marius che la guardava dritta negli
occhi mentre la guidava senza sforzo, a tempo con la musica. Per la serata si era tagliato corti
i capelli di un biondo chiaro e sfoggiava la più semplice tenuta maschile, un completo da sera
scuro con un dolcevita bianco.
È l’immortale più straordinario qui, pensò Gregory, e la mia Chrysanthe è bellissima,
bellissima come Pandora che sta entrando giusto ora. Non mi piace, il loro ballare. Non mi
piace affatto.
Quando mai aveva visto dei bevitori di sangue danzare? Lui e Chrysanthe uscivano spesso
in società, la società umana, e lo avevano sempre fatto, e avevano danzato, certo, su numerose
piste da ballo lucidate, spacciandosi per umani, ma quella era una cosa totalmente diversa.
Quello era un raduno di immortali, e il ballare degli immortali era diverso.
All’improvviso la musica gli parve troppo forte, e sentì il pulsare del sangue nelle vene e
non aveva più voglia di guardare Marius con la sua Sposa nel Sangue, Chrysanthe, ma
nemmeno voleva allontanarsi.
In lontananza, dietro le pareti, si udivano delle voci nella notte, i giovani bevitori di
sangue là fuori che discutevano, e all’improvviso uno di loro stava scappando terrorizzato da
un altro.
Il ritmo della musica divenne ancora più rapido. Pandora aveva cominciato a ballare con
Louis, l’Antica con l’inevitabile atteggiamento da statua di marmo vivente e il più giovane e
più umano Louis che le sorrideva dall’alto come se lei fosse una ragazzina ingenua affidata
alle sue cure. Recenti infusioni di sangue antico non lo avevano completamente alterato.
Rimaneva, forse, l’immortale dall’aspetto più umano, in quella casa.
Davis raggiunse la pista da ballo, solo, la testa leggermente china, il braccio sinistro
sollevato e arcuato, la mano destra posata sulla vita mentre si esibiva in un piccolo ballo
privato seguendo la musica del valzer con squisita grazia felina. Gli occhi dalle palpebre
pesanti avevano uno sguardo sognante e la pelle marrone scuro appariva magnifica nella luce
del lampadario.
Fareed aveva preso posto accanto a Seth e sembrava rapito da quanto stava succedendo. I
vampiri musicisti erano delle autentiche curiosità ed erano apparsi assai di rado nella storia
dei Non Morti. Quello che facevano con i loro strumenti era sempre molto difficile da
analizzare, ma Gregory era convinto che fosse legato all’immutabilità del corpo vampiresco e
ai perenni cambiamenti tutt’intorno a loro: i bevitori di sangue non si arrendevano al tempo
musicale come i musicisti umani ma continuavano a ribellarsi a esso, giocandovi, tentando di
distruggerlo eppure rientrandovi di scatto con sorprendente repentinità, il che conferiva alla
musica un suono friabile e quasi tragico.
Armand comparve all’improvviso accanto a Gregory.
«Un po’ come suonare il violino mentre Roma brucia, vero?» chiese.
«Oh, non saprei», replicò Gregory, «ma l’intensità di tutto questo è innegabile. Così tanti
di noi riuniti qui, nello stesso posto. Questo è... non saprei...»
«Io lo so, ma stavolta non dobbiamo sparpagliarci in tutte le direzioni come biglie di vetro,
quando finisce.»
«No», dichiarò Gregory, «per noi non è più possibile vivere isolati gli uni dagli altri e
senza collaborare. Lo so ormai da parecchio tempo.»
«Eppure non ha mai funzionato, quando ho tentato...» Armand si interruppe e si concentrò
sulla musica.
Benji entrò nella stanza.
La musica si fermò.
Con il suo completo a tre pezzi grigio scuro e il cappello di feltro intonato, Benji si mosse
fra la folla con la vitalità sorridente di un uomo politico in visita, stringendo la mano a questo
e a quello, chinando il capo per salutare Pandora e Chrysanthe, accettando con eleganza i baci
delle donne e poi piazzandosi al centro della stanza, lo sguardo che passava in rassegna tutti i
presenti. Era alto forse un metro e cinquantotto, eppure perfettamente proporzionato. Il
cappello era parte integrante della sua tenuta, e nessuno aveva bisogno di disturbarsi a dirgli
che un gentiluomo se lo toglie nei luoghi chiusi, perché il suo non si sarebbe staccato dalla
testa, era parte di lui.
«Vi ringrazio di essere venuti», dichiarò, la voce da ragazzino che risuonava limpida e ben
distinta, con una sicurezza autorevole. «Ho interrotto la trasmissione per informarvi di quanto
segue: la Voce ha chiamato le nostre linee telefoniche e ci ha parlato tramite le corde vocali di
un vampiro. Dice che sta cercando di raggiungerci.»
«Ma come puoi essere sicuro che fosse davvero la Voce?» chiese Armand.
«Era la Voce», dichiarò Benji, chinando leggermente la testa verso di lui, con deferenza.
«Le ho parlato di persona, Armand, è ovvio, e ha fatto riferimento a cose che mi aveva detto in
privato.» Si picchiettò un dito sulla tempia, sotto l’orlo del cappello. «Ha ricordato gli stralci
di poesie che mi aveva recitato telepaticamente. Era la Voce. E dice che sta tentando con tutte
le sue forze di raggiungerci. Ora, signore e signori della Notte, devo tornare alla
trasmissione.»
«Aspetta, Benji, te ne prego», gli disse Marius. «Io sono in svantaggio, in questo caso.
Quali poesie, di preciso, ti ha recitato la Voce?»
«Yeats, Maestro», rispose Benji con un inchino più profondo e deferente. «Yeats, Il
secondo avvento: ’E quale rozza bestia, giunto infine il suo momento, striscia verso Betlemme
per essere partorita?’»
Poi se ne andò, senza aggiungere altro, verso il suo studio al piano di sopra, abbassandosi
leggermente la tesa del cappello mentre passava accanto a Pandora e Chrysanthe. E la musica
colmò di nuovo la stanza, il suono pulsante, fulmineo, del Valzer della giostra.
Gregory indietreggiò, avvicinandosi al muro e osservando i ballerini che riprendevano a
danzare. Poi si accorse di avere accanto Davis e sentì il fresco tocco della mano del giovane
sulla sua.
«Balla con me», gli propose Davis. «Vieni a ballare al mio fianco.»
«Come?»
«Oh, lo sai. Lo hai sempre saputo. Come gli uomini hanno sempre danzato. Ripensa al
passato. Molto tempo fa hai di certo danzato con altri uomini.» Gli occhi di Davis erano
lucidi, scrutatori. Lui stava sorridendo e sembrava nutrire una completa fiducia in Gregory a
prescindere da cosa riservava loro il futuro. Com’era dolce quella fiducia.
Gregory ripensò al passato, sì. Tornando sempre più indietro si fece strada fra i ricordi fino
alle notti umane di tanto tempo prima nell’antica terra di Kemet, quando aveva danzato,
danzato con altri uomini, danzato ai banchetti di corte finché non era stramazzato a terra,
estasiato ed esausto, con i tamburi che ancora gli risuonavano nelle orecchie.
«Benissimo», disse a Davis. «Conduci tu.»
Era meraviglioso lasciarsi riscivolare negli antichi schemi eppure essere vincolato in
quella nuova musica romantica. All’improvviso la cosa parve perfettamente naturale. E, pur
avendo gli occhi socchiusi e dimenticando per un attimo tutta la sua paura e apprensione, era
consapevole che anche altri immortali maschi stavano ballando, tutt’intorno a lui, ognuno a
suo modo. Flavius stava danzando, Flavius dalla gamba miracolosa che danzava con
quell’arto. Sembrava che tutti stessero ballando; tutti erano presi da quella musica grossolana
e implacabile; tutti si erano arresi a essa, e a quel momento straordinario e senza precedenti
che si prolungava.
Passò un’ora, forse di più.
Gregory si aggirò per la casa. La musica la riempiva, sembrava riverberare nelle stesse
travi del soffitto.
In una biblioteca a pianta aperta, una graziosa biblioteca francese, vide Pandora conversare
con Flavius accanto a un fuoco a gas. Flavius stava piangendo e lei gli stava carezzando la
testa affettuosamente, teneramente.
«Oh, sì, ma ora abbiamo il tempo di parlare di tutto questo», gli sussurrò con dolcezza. «Ti
ho sempre amato, sin dalla notte in cui ti ho creato, e ti ho sempre avuto nel cuore.»
«Sono così tante le cose che voglio dirti. C’è questo forte desiderio di continuità, il
desiderio che tu sappia tutto.»
«Che ti sia testimone, sì, capisco.»
«Dopo tutto questo tempo, questo inimmaginabile tempo, nutro ancora dei timori.»
Timori.
Gregory passò oltre, in silenzio, non volendo essere indiscreto. Timori. Quali erano i suoi?
Temeva che, in quel nuovo riunirsi, avrebbero perso la famigliola che era durata così a lungo?
Oh, sì, conosceva quella paura. L’aveva conosciuta non appena aveva portato i suoi
compagni oltre la soglia.
Ma lì era possibile qualcosa di più splendido, qualcosa di più ambizioso, e per esso era
disposto a rischiare. Persino mentre si sentiva raggelare dal rischio, persino mentre si
ritrovava a tornare lentamente verso la musica, verso l’inevitabile spettacolo di vedere la sua
amata Chrysanthe abbagliata e intrattenuta da nuovi e magnetici immortali, sapeva che
desiderava quel grande raduno più di quanto avesse mai desiderato qualcosa con tutta l’anima.
Gli immortali lì presenti non erano forse la sua gente? Non potevano tutti diventare un’unica
famiglia unita e duratura?
18
LESTAT
Sevraine e le caverne d’oro
Milioni di anni fa due immensi vulcani riversarono lava e cenere, più e più volte, sulla terra
che oggi si chiama Cappadocia, creando un brullo paesaggio mozzafiato fatto di gole e vallate
sinuose e scogliere a picco, e numerose torri di pietra simili a coltelli che forano il cielo e
sono note come camini delle fate. Per migliaia di anni i mortali hanno scavato profonde
abitazioni a forma di caverna nella morbida pietra vulcanica, realizzando infine virtuali
cattedrali sotterranee e monasteri e persino intere città lontane da qualsiasi luce naturale.
Non era affatto sorprendente che una grande immortale si fosse creata un rifugio in quella
strana terra in cui adesso i turisti vanno ad ammirare dipinti bizantini in chiese-caverne e gli
alberghi offrono lussuose sistemazioni in stanze scavate nella pietra su pareti rocciose e picchi
montani.
Nel chiarore lunare quella magica terra al centro della pianura anatolica appariva davvero
splendida.
Ma nulla mi aveva preparato a ciò che vidi quando entrai nel regno sotterraneo di
Sevraine.
Era appena passata la mezzanotte quando ci addentrammo in una vallata rocciosa stretta e
sinuosa molto al di là di qualsiasi insediamento umano, e non capii come fece Gabrielle a
trovare l’entrata in quella che sembrava una parete impenetrabile.
Arrampicandoci sulla parete rocciosa, aggrappandoci con abilità preternaturale agli
affioramenti e alle radici spezzate di cui gli umani potrebbero non fidarsi mai, ci infilammo in
una buia fenditura che poi si ampliò diventando un vero e proprio cunicolo dal soffitto basso.
Persino con la mia vista vampiresca ebbi difficoltà a distinguere la sagoma di Gabrielle
che avanzava davanti a me finché all’improvviso, dopo la quarta o quinta curva del passaggio,
non si stagliò piccola e scura contro il bagliore di fiamme tremolanti.
Due fiaccole che ardevano vigorosamente segnalavano l’entrata di un passaggio in oro
battuto in cui l’aria risultava di colpo raffreddata da correnti che giungevano dal mondo
retrostante, e il metallo sfavillante tutt’intorno a noi ci avviluppò in una luce misteriosa.
Continuammo a camminare fino a raggiungere la prima di varie e più ampie stanze
rivestite d’oro dove vari strati del prezioso metallo erano stati martellati sopra la pietra
grezza, forse mischiati a intonaco per affreschi, non potevo saperlo, e all’improvviso il
soffitto sopra di noi splendeva di magnifici dipinti realizzati nell’antico stile bizantino che un
tempo aveva riempito le chiese di Costantinopoli e ancora riempiva quelle di Ravenna e la
basilica di San Marco a Venezia.
Numerosi santi bruni e dal viso tondo, allineati e vestiti di tonache ricamate, ci fissarono
dall’alto con sopracciglia scure e immutabile solennità mentre ci addentravamo sempre più
nel regno sotterraneo.
Sbucammo infine su una galleria che si snodava lungo la sezione superiore di un vasto
spazio sormontato da una cupola che ricordava un’enorme piazza. Tutt’intorno a noi si
aprivano dei passaggi che dall’immenso slargo centrale portavano verso altri settori di
quell’apparente città, mentre la cupola stessa era decorata da brillanti sezioni di mosaico
verde e azzurro e color oro in cui vorticavano piante rampicanti e fiori, bordate di rosso e oro
in cima alle pareti.
Colonne greche intagliate nella pietra morbida sembravano reggere una struttura che, in
realtà, apparteneva alla montagna. Ovunque i muri vivevano e respiravano con colori e
decorazioni, ma lì non c’erano santi cristiani. Le figure che si levavano dal pavimento per
fissarci mentre scendevamo i gradini ricavati nella pietra erano angeliche e splendide, ma
prive di ogni elemento iconografico religioso. Avrebbero potuto essere celebrati esponenti
della nostra specie, per quanto ne sapevo, con quei visi scintillanti e perfetti, e le sontuose
tuniche color cremisi o blu cobalto o argento brillante.
Ovunque vidi miscugli di motivi ornamentali storici, modanature a ovoli e dardi che
dividevano pannelli romboidali di fiori multipetali o notti di un blu scuro dietro stelle
simmetriche, oppure affreschi così vividi e reali che qua e là sembrava di intravedere un
autentico giardino. Una sublime armonia teneva unito il tutto, e i miei occhi notarono a poco a
poco che gran parte di quanto dipinto lì era antico e sbiadito, ma altre aree apparivano fresche
e odoravano ancora del pigmento e dell’intonaco applicati di recente. L’insieme era un
autentico paese delle meraviglie visivo.
Le luci. Prima non me n’ero accorto, ma naturalmente tutto ciò veniva visto in una
profusione di luce elettrica che sgorgava da faretti infissi ovunque lungo i bordi, negli angoli e
sotto l’estremità inferiore dell’enorme cupola. La sua costante brillantezza arrivava anche
dalle numerose porte.
Adesso ci eravamo fermati sul marmoreo pavimento a piastrelle dell’enorme area simile a
una piazza. Sentivo l’aria fresca muoversi intorno a noi. Profumava della notte retrostante, di
acqua e cose verdi.
Da una delle porte uscì una figura che ci venne incontro, una bevitrice di sangue con le
sembianze di una giovane donna sulla ventina. Viso ovale, occhi ovali e un incarnato color
crema.
«Lestat e Gabrielle», disse mentre si avvicinava, le mani protese per includerci entrambi.
«Sono Bianca, la Bianca di Marius, di Venezia.»
«Già. Avrei dovuto riconoscerti subito», replicai. Al tatto mi parve morbida e tenera in
maniera davvero straordinaria, visto che era vecchia di cinquecento anni e racchiudeva in sé
parecchio del sangue della Madre. Aveva bevuto quel fluido prezioso durante tutti gli anni in
cui Marius aveva protetto il sacrario di Coloro-che-devono-essere-conservati. Inoltre era stata
trasformata da lui, e tutti i novizi di Marius sono stati creati magistralmente, molto meglio dei
miei.
Io non avevo saputo di dover prendere e dare il Sangue più e più volte come aveva sempre
fatto lui.
Bianca indossava un semplice abito nero profilato d’oro e ai suoi lunghi capelli era
intrecciata quella che sembrava una frondosa pianta rampicante d’oro. Il delicato cerchietto
d’oro che le cingeva la testa mi ricordò il ritratto fattole dal pittore mortale, Botticelli.
«Seguitemi, vi prego», disse.
Ci condusse lungo un altro corridoio dalla splendida smaltatura color oro, bordato di alberi
in fiore magistralmente realizzati con fiori simili a gioielli, e nell’ennesima ampia e splendida
stanza.
Dietro un lungo e massiccio tavolo di legno con le gambe intagliate sedeva Sevraine, che
si alzò per salutarci. Doveva essere Sevraine. Era la stessa potente e antica immortale che
avevo visto innalzarsi nell’aria appena fuori dal tunnel a Parigi.
Aveva una figura robusta, dal magnifico seno ben alto ed era fasciata da una veste romana
di sottilissimo tessuto rosa con nastri dorati che si intrecciavano sul petto per poi girare
intorno alla vita. Con la sua criniera di fluenti capelli biondo chiaro sembrava nordica,
impressione rafforzata dagli occhi azzurri. Aveva un’ossatura massiccia, ma era magnifica in
ogni sua parte, comprese le dita affusolate e le sensuali braccia nude.
Prima di poter assimilare fino in fondo quel miracolo, quella visione, quella creatura che
ora si stava allungando sopra il tavolo per invitarci a sedere, venni però distratto da due figure
che la circondavano, fra cui una bevitrice di sangue che mi sembrava di conoscere ma non
riuscii a identificare, una donna presa quando era nel fiore degli anni, con capelli di un color
cenere scuro particolarmente lunghi, di un grigio quasi luminoso, e occhi intelligenti e
vibranti. L’altra era uno spirito.
Lo identificai subito come tale, ma non somigliava a nessun altro spirito che io avessi mai
visto da vicino. Si era rivestito di concrete particelle fisiche, un corpo di particelle che aveva
chissà come creato e attirato a sé, ricavandolo da polvere, aria, frammenti di materia
fluttuanti, ed era assemblato in maniera così solida, il veicolo fisico di quello spirito, che
indossava dei veri e propri abiti.
Era qualcosa di totalmente diverso dalle apparizioni di fantasmi e spiriti cui avevo
assistito in passato. E ne avevo visti alcuni davvero potenti – compreso lo spirito che si faceva
chiamare Memnoch il Diavolo – in varie forme. Erano state delle allucinazioni, tuttavia, quei
fantasmi e spiriti, con i loro vestiti che appartenevano all’illusione, così come la fragranza di
sangue e sudore o il suono di un battito cardiaco. Quando avevano fumato una sigaretta o
bevuto un bicchiere di whiskey o prodotto rumore di passi, tutto ciò aveva fatto parte
dell’apparizione. Tutta la visione aveva mostrato una consistenza diversa da quella del mondo
circostante, del mondo che abitavo e dal quale l’avevo scorta. Oh, almeno così credevo.
Con quello spirito, invece, non era affatto così. Il suo corpo, di qualunque materia fosse
composto, occupava uno spazio tridimensionale e aveva un suo peso, e riuscivo a sentire i
suoni di organi simulati al suo interno, a sentire il distinto battito cardiaco, la respirazione.
Vedevo la luce della stanza colpirgli concretamente le superfici piane del viso, la vedevo
sfavillargli negli occhi, vedevo l’ombra del suo braccio sul tavolo. Nessun odore, tuttavia,
tranne quello di incenso e profumo che gli si era fissato sugli abiti.
Forse, in realtà, in passato avevo già visto spiriti del genere, ma solo di sfuggita e mai
abbastanza da vicino o a lungo per rendermi conto che li si poteva toccare, che altri li stavano
vedendo.
Ero sicuro che quello non fosse mai stato un essere umano. Non era un fantasma. No,
doveva essere qualcosa scaturito da un altro regno per il semplice motivo che il suo corpo era
perfetto, come un esempio di arte greca classica, e non aveva nulla di particolare.
In breve, era il corpo meglio realizzato che avessi mai visto a uno spirito. E lui mi stava
sorridendo, soddisfatto della mia tacita ma palese fascinazione.
Aveva capelli scuri, ondulati e perfetti che gli incorniciavano il viso in classico stile greco,
e il volto sarebbe potuto benissimo provenire da una statua greca. Eppure quella creatura
viveva e respirava nel corpo che si era assemblata. Non avevo idea di come potesse vantare un
battito cardiaco, come il sangue potesse affluirgli al viso, ora, o dare l’impressione di farlo
visto che non captai nessun profumo di sangue, ma era uno spirito splendido.
Avevamo raggiunto il tavolo, largo forse un metro e fatto di legno talmente vecchio che
sentivo l’odore delle varie generazioni di olio strofinato su di esso. Vi erano posate delle carte
da gioco dai colori accesi, graziose e scintillanti.
«Benvenuti», disse Sevraine, con una dolce voce lirica che racchiudeva l’entusiasmo di
una ragazzina. «Sono così felice che tu sia venuto, Lestat. Non sai per quante notti ti ho sentito
là fuori mentre ti aggiravi per questa terra, vagavi fra le rovine di Göbekli Tepe, e ho sempre
sognato che trovassi la strada per arrivare fin qui, che sentissi emanare da queste montagne
qualcosa che si sarebbe dimostrato irresistibile, per te, invece sembravi solo e dedito alla
solitudine, per nulla ansioso di veder interrompere le tue riflessioni. Così ho aspettato e
aspettato. Tua madre e io ci conosciamo da lungo tempo, e finalmente lei ti ha portato qui.»
Non credevo a una sola parola di quanto aveva appena detto. Lei bramava la propria
segretezza. Stava solo cercando di essere educata, e io ero tenuto a fare altrettanto.
«Forse questo è il momento ideale, Sevraine», replicai. «Sono felice di essere qui.»
La donna misteriosa alla sua destra si era alzata, così come lo spirito alla sua sinistra.
«Ah, giovane», disse la donna, e io riconobbi subito la voce che un tempo avevo sentito
nell’ossario sotto Parigi. «Hai percorso la Strada del Diavolo con più zelo di chiunque io abbia
mai conosciuto. Non sai per quante notti ti ho seguito dalla mia tomba, cogliendo di te
un’immagine dopo l’altra dalle menti che ti amavano svisceratamente. Ho sognato di destarmi
solo per parlare con te. Ardevi come una fiamma nell’oscurità in cui soffrivo, facendomi
cenno di levarmi.»
Fui attraversato da un brivido freddo. Le presi entrambe le mani.
«L’anziana sotto il Cimitero degli Innocenti!» esclamai. «Quella che era con Armand e i
Figli di Satana!» Ero sbalordito. «Sei quella che chiamavano la vecchia regina.»
«Sì, mio caro. Sono Alessandra», ribatté. «È quello il mio nome, Alessandra, figlia di
Dagoberto, ultimo re dei merovingi, e resa immortale da Rhoshamandes. Oh, che splendido
piacere è vederti qui in questo posto sicuro e tiepido!»
Quei nomi mi colmarono di eccitazione. Conoscevo la storia dei merovingi, ma chi era
quel bevitore di sangue, Rhoshamandes? Qualcosa mi diceva che l’avrei scoperto presto, forse
non lì ma da qualche parte ed entro breve tempo, visto che gli Antichi, come Sevraine,
continuavano ad abbassare la guardia.
Avrei voluto abbracciare quella donna, ma il tavolo ci divideva. Mi venne una mezza idea
di strisciarvi sopra, invece le strinsi ancor più forte le mani. Il cuore mi batteva all’impazzata.
Quel momento era troppo prezioso.
«Eri come una Cassandra, in quella vecchia congrega condannata», affermai. Le parole mi
uscirono di getto. «Oh, non sai la tristezza che ho provato quando mi hanno detto che eri
morta. Hanno detto che ti eri gettata fra le fiamme. Ti assicuro che era autentica angoscia,
quella che ho provato! Avevo desiderato così ardentemente portarti fuori da quelle catacombe,
nella luce. Avevo desiderato...»
«Sì, giovane. Lo ricordo. Ricordo tutto.» Sospirò e si portò le mie dita alle labbra,
baciandole mentre proseguiva. «Se in quelle notti ero Cassandra, non venivo ascoltata né
amata neppure da me stessa.»
«Oh, ma io ti amavo!» confessai. «E perché hanno detto che ti eri gettata nel fuoco?»
«Perché l’ho fatto davvero, Lestat», rispose, «ma il fuoco non mi ha voluto, non mi ha
ucciso, e io sono caduta giù, giù fra ceppi fumanti e vecchie ossa mentre piangevo, troppo
debole per alzarmi, e alla fine sono rimasta sepolta insieme ai resti del cimitero sotto Parigi.
All’epoca non conoscevo la mia età. Non conoscevo i miei doni o la mia forza. Era tipico dei
molto Antichi, a quei tempi, entrare e uscire dalla storia, ed entrare e uscire dalla follia, e
credo ve ne siano ancora altri, in quei cunicoli sotto la città. Ah, che strazio quel sonno fra
sussurri e grida. La tua voce era l’unica che sia mai penetrata davvero nei miei sogni agitati.»
Com’era incantevole Alessandra, il fiore del vecchio stelo contorto che era stata all’epoca.
Borbottai qualcosa su come avevo desiderato, persino allora, vedere cosa avrebbe potuto
essere. Mi costrinsi a fermarmi. Era troppo presuntuoso ed egoistico. Lei si era rigenerata, in
fondo. Era lì, vitale, vibrante, parte di questa nuova e sbalorditiva epoca, ma non mi
rimproverò. Non si ritrasse da me. Si limitò a sorridere.
Sevraine era felice di tutto ciò. E la donna che adesso sembrava a malapena anziana, per
nulla simile all’orrenda megera che era stata in quelle notti del XVIII secolo, era arrossita di
piacere.
Alla fine posai il ginocchio sul tavolo, mi protesi, strinsi con forza il viso di Alessandra fra
le mani e la baciai.
Ai vecchi tempi era stata condannata, una creatura morta in abiti medievali, con tanto di
soggolo e velo sudici e cenciosi. Adesso i suoi sani capelli di un grigio argenteo erano sciolti e
le scendevano in onde scure sulle spalle. La veste che indossava era fresca e soffice come
quella di Sevraine, solo di un verde pallido, un verde come quello dell’erba del mondo diurno,
altrettanto acceso e splendido. Al collo portava un unico rubino brillante appeso a una
catenina. Alessandra, figlia di Dagoberto. Le sue labbra erano scure e rosse come quel rubino.
Che mostro era sembrata in quelle notti, un viso deformato dalla follia come quello del
mio Creatore, Magnus, ma adesso era libera, liberata dal tempo, liberata dalla sopravvivenza
per poter diventare qualcos’altro, qualcosa di completamente diverso e meraviglioso e dolce e
vitale.
«Sì, giovane. Sì, e grazie a te, alla tua voce, ai tuoi videoclip e canzoni, alle tue disperate
rivelazioni, sono ridiventata lentamente me stessa, ma sono stata una pedina di questa Voce.
Sono stata in sua totale balìa!» Il suo viso si rannuvolò, e per un attimo si sgretolò in quello
dell’orrore medievale che era stata un tempo. «Soltanto ora sono fra le mani servizievoli di
altri.»
«Dimenticalo», la sollecitò Bianca. Era ancora accanto a me, alla mia destra, mentre
Gabrielle si trovava alla mia sinistra. «È tutto finito», aggiunse. «La Voce non trionferà.»
Stava però tremando a causa di un imprecisato conflitto interiore, una lotta fra l’angoscia e
l’ottimismo.
Sevraine si voltò lentamente verso lo spirito. Lui era sempre rimasto immobile,
osservandomi con i suoi brillanti ma placidi occhi azzurri come se riuscisse davvero a vedere
attraverso di essi, ad analizzare attraverso di essi tutto ciò che aveva di fronte. Portava un
raffinato e scintillante indumento ornamentale indiano chiamato sherwani, una tunica che gli
arrivava alle caviglie presumevo, pur non potendo vedere al di sotto del tavolo, e la sua pelle
era straordinariamente realistica, priva dell’aspetto sintetico che ha sempre la nostra, con
un’aria naturale e costituita di minuscoli pori mutevoli e della morbida peluria che riveste gli
esseri umani.
«Gremt Stryker Knollys», disse, porgendomi la mano, «ma Gremt è il mio nome semplice
e autentico. È il mio nome per te e per tutti coloro che amo.»
«E ami me? Perché?» chiesi, ma trovavo emozionante parlare con quello spirito.
Scoppiò in una risata sommessa e garbata, per nulla turbato dalla mia brusca domanda.
«Non ti amano forse tutti?» domandò con sincerità. La sua era la voce più umana che avessi
mai sentito, persino tenorile. «Non stanno tutti sperando che in qualche modo tu guidi la tribù,
una volta che questa guerra sarà stata portata a termine?»
Guardai Sevraine. «Tu mi ami?» chiesi. «Stai sperando che io guidi questa tribù?»
«Sì», rispose lei con un sorriso radioso. «Spero e prego che tu lo faccia. Non puoi certo
aspettarti che la guidi io.»
Sospirai.
Guardai mia madre.
«Non dobbiamo parlarne ora», affermò Gabrielle, ma nello sguardo distaccato e con gli
occhi socchiusi che mi rivolse c’era qualcosa che mi raggelò. «Non temere», canticchiò, con
un freddo sorrisetto ironico, «nessuno può incoronarti principe dei vampiri contro la tua
volontà, giusto?»
«Principe dei vampiri!» dissi in tono sprezzante. «Non saprei.»
Mi voltai a guardare gli altri. Avrei voluto avere un’intera nottata per assimilare tutte
quelle rivelazioni, quei nuovi e stupefacenti incontri, solo per tentare di indovinare i limiti di
quella splendida Sevraine o perché la dolce Bianca stesse soffrendo tanto, dato che non
riusciva a celare il proprio dolore.
«Ti dico subito perché sto soffrendo», annunciò Bianca, avvicinandosi ma parlando in tono
normale e non confidenziale, il braccio che scivolava intorno a me. «Durante l’attacco a Parigi
ho perso una creatura che amavo, giovane e da me creata e con cui avevo vissuto per secoli,
ma fu opera della Voce, non di colei che la Voce aveva fatto uscire dalla terra per obbedire ai
suoi ordini.»
«Ossia la sottoscritta, destata dalla Voce», spiegò Alessandra, «e da lei fornita della
tremenda forza necessaria per strisciare fuori da quella tomba di ossa e sudiciume. Quel
peccato è colpa mia.»
Vidi la scena in orrende immagini guizzanti, una larva di donna, un macabro scheletro di
creatura con capelli da megera che scagliava una fatale vampata di calore contro la casa in rue
Saint-Jacques. E dei revenants che correvano incontro al loro infausto destino mentre
fuggivano da porte e finestre finendo giusto sulla traiettoria del potere omicida. Vidi Bianca
inginocchiata sul marciapiede, gemente, le mani alle tempie, il viso rivolto verso l’alto. Vidi
la larva avvicinarsi e tendere una mano verso di lei, come se la personificazione stessa della
Morte avesse interrotto il suo giro per mostrare compassione a un’unica anima solitaria.
«Molti sono stati tratti in inganno dalla Voce», disse Gabrielle. «E poi non tanti sono
sopravvissuti e le hanno voltato le spalle con un disgusto così immediato. Questo significa
molto, dal mio punto di vista.»
«Significa tutto», dichiarò Bianca.
Alessandra aveva un’espressione triste. Sembrava che stesse sognando, sembrava che fosse
scivolata via dal presente per tornare a uno sconfinato abisso di oscurità. Avrei voluto
prenderle la mano, ma fu Sevraine a farlo.
Lo spirito, Gremt Stryker Knollys, aveva continuato a osservarci senza proferire parola. Si
era rimesso a sedere.
Altri stavano entrando nell’ampia stanza.
Per un attimo non credetti ai miei occhi. C’era un fantasma là, era di certo un fantasma con
le sembianze di un uomo anziano dai capelli grigio scuro e una pelle che mi ricordò la
madreperla. Aveva un corpo solido come quello dello spirito, Gremt. E anche lui indossava
veri abiti. Una cosa da togliere il fiato.
Lo accompagnavano due bevitrici di sangue squisitamente curate e abbigliate.
Quando vidi chi erano, chi erano davvero le due creature con i capelli acconciati e morbide
vesti seriche, scoppiai a piangere. Vennero subito da me e mi abbracciarono.
«Eleni ed Eugénie», dissi. «Sane e salve dopo tutto questo tempo.» Riuscivo a malapena a
parlare.
In un baule chiuso a chiave da qualche parte, un baule sopravvissuto alla trascuratezza e al
fuoco, conservavo ancora tutte le lettere un tempo inviatemi da Eleni, da Parigi, le lettere che
mi avevano raccontato del Teatro dei Vampiri nel boulevard du Temple che mi ero lasciato
alle spalle nel corso delle mie peregrinazioni, le lettere che mi parlavano del suo successo
presso il pubblico parigino, della gestione di Armand e della morte del mio Nicolas, il mio
secondo novizio, il mio unico amico mortale e il mio più grande fallimento.
Lì c’erano Eleni e la sua compagna Eugénie, fresche e profumate e pacatamente fulgide
nei loro semplici indumenti di seta. Avevano occhi scuri, morbida pelle color mandorla e
capelli bruni sciolti sulle spalle. E io le avevo credute scomparse molto tempo prima dalla
faccia della terra, in questa o quella catastrofe: un mero ricordo del secolo delle parrucche
incipriate corroso dal tempo e dalla violenza.
«Venite, sediamoci tutti insieme», propose Sevraine.
Mi guardai intorno un po’ sconcertato e titubante. In un certo senso desideravo lasciarmi
cadere in un angolino buio per riflettere su quanto stava succedendo, assorbire quanto stava
succedendo, ma non c’erano né il tempo né il posto per farlo. Ero scosso e perplesso. In realtà
mi sentivo sopraffatto quando pensavo a quanti altri ricongiungimenti e shock c’erano ancora
in serbo per me, ma come potevo ritrarmi dal tutto? Come potevo resistervi? Eppure, se quello
era ciò che tutti desideravamo, se era ciò che sognavamo nella nostra sofferenza e solitudine –
venire riuniti con coloro che avevamo perso – come mai lo stavo trovando così arduo?
Il fantasma, lo sconcertante fantasma dell’uomo anziano dai capelli grigio scuro, si era
seduto accanto a Gregory, e mi inviò una rapida e brusca presentazione telepatica. Raymond
Gallant. Conoscevo quel nome?
Eleni ed Eugénie girarono intorno al tavolo per prendere posto accanto ad Alessandra.
Notai adesso un caminetto sull’estrema sinistra in cui erano accatastati numerosi ceppi in
fiamme, benché la luce del fuoco si perdesse nella brillante illuminazione elettrica di quella
stanza dorata con le pareti e il soffitto scintillanti e guizzanti. Vidi una miriade di oggetti:
portalampade da parete, sculture in bronzo, massicci bauli intagliati, ma per il momento non
mi accorgevo di nulla se non del mio essere vittima di una sorta di paralisi. Lottai contro di
essa. Dovevo guardare i volti che mi circondavano.
Andai a occupare la sedia dall’alto schienale di fronte a Sevraine. Era ciò che lei
desiderava. Gabrielle si accomodò accanto a me. Ed era impossibile ignorare che mi trovavo
al centro dell’attenzione, che tutte quelle creature erano legate da incontri precedenti o persino
da una lunga storia passata, e che avevo molto da imparare.
Mi ritrovai a fissare il fantasma, poi ne riconobbi di colpo il nome. Raymond Gallant.
Talamasca. Un amico di Marius durante gli anni del Rinascimento, prima e dopo l’aggressione
di Marius e la distruzione del suo palazzo veneziano a opera dei Figli di Satana. Un amico che
lo aveva aiutato concretamente, tramite il Talamasca, a rintracciare la sua amata Pandora che
in quelle notti stava viaggiando per l’Europa in compagnia di un bevitore di sangue indiano di
nome Arjun. Raymond Gallant era morto, a una veneranda età, nel castello inglese di proprietà
del Talamasca, o almeno così Marius aveva sempre creduto.
Adesso il fantasma mi stava fissando con occhi gioviali, sorridenti, cordiali. Il suo
abbigliamento era l’unico decisamente occidentale lì nella stanza, a parte il mio: un semplice
completo scuro con cravatta, e sì, erano assolutamente reali quegli indumenti, non parte del
suo corpo artificiale complesso e splendidamente realizzato.
«Sei pronto a raggiungere gli altri a New York?» chiese Sevraine. Aveva una semplicità e
una schiettezza che mi ricordavano mia madre. E sentivo battere quel suo potente cuore, quel
cuore antico.
«A cosa servirebbe?» replicai. «Come posso influire su quanto sta succedendo?»
«Puoi influire parecchio», dichiarò. «Dobbiamo andare tutti là. Dobbiamo riunirci tutti. La
Voce li ha contattati. La Voce vuole andare da loro.»
Ero sconvolto e scettico. «Com’è possibile?»
«Non lo so», rispose. «E non lo sanno nemmeno loro. Ma la Voce ha approvato la scelta di
Trinity Gate, a New York, come sede del nostro raduno. Dobbiamo andare là.»
«E Maharet?» domandai. «E Khayman? Come può la Voce...»
«So cosa vuoi dire», ribatté Sevraine, «e ti ripeto che dobbiamo riunirci sotto il tetto di
Armand. Nessuno di noi può opporsi a Maharet e Khayman. Sono stata nel loro
accampamento. Ho cercato di parlare con lei. Non ha voluto lasciarmi entrare né ascoltarmi. E
se ha accanto Khayman non posso vincere contro di lei. Non da sola. Soltanto con altri. E gli
altri stanno per radunarsi a New York.»
Chinai il capo. Ero rimasto scosso da quanto stava dicendo. Di certo non si sarebbe arrivati
a quello, a una battaglia fra gli Antichi, una battaglia che comportasse l’uso della forza, vero?
Ma in fondo quale altro tipo di battaglia poteva essere?
«Bene, che i grandi Figli dei Millenni si riuniscano pure», dissi, «ma io non sono affatto
uno di loro.»
«Oh, avanti, Lestat», replicò lei. «Hai bevuto il sangue della Madre in quantità sbalorditive
e lo sai. Hai una volontà indomabile che rappresenta di per sé un dono soprannaturale.»
«Sono stato l’ingenua vittima di Akasha», sottolineai, sospirando, «altro che volontà. Ho
emozioni indomabili, il che non equivale certo ad avere una volontà indomabile.»
«Ora so perché ti chiamano principino viziato», commentò pazientemente Sevraine.
«Andrai a New York e lo sai benissimo.»
Non sapevo cosa dire. Cosa poteva mai significare che la Voce intendeva partecipare a una
riunione a New York, se la Voce era emanata da Mekare? Avrebbe in qualche modo costretto
le gemelle, attraverso Khayman, a raggiungere quella città? Non riuscivo a capire. E cosa dire
di Maharet che immaginava quel vulcano e la loro brutale fine? Gli altri lo sapevano? Non
osavo pensarvi fra tutte quelle menti che potevano sondare con estrema facilità la mia.
«Credimi», continuò Sevraine, «solo poche notti fa ho offerto la mia compagnia, la mia
compassione e la mia forza a Maharet e sono stata respinta. Le ho detto a chiare lettere chi è la
Voce e lei ha rifiutato di credermi. Sostiene che la Voce non può essere ciò che noi sappiamo
che è. Adesso Maharet è un’anima contusa e spezzata. Non è in grado di bloccare questa
faccenda. Non riesce a concepire che la Voce provenga da sua sorella. Maharet è rovinata.»
«Non posso darla per persa così facilmente», dichiarai. «Capisco cosa stai dicendo. È vero.
Sono andato là e ho tentato di parlarle e lei mi ha costretto ad allontanarmi. Ha usato il suo
potere per spingermi via. Letteralmente. Non posso però darla per persa in quanto spezzata e
contusa. Non può essere giusto. L’ultima volta in cui abbiamo tutti rischiato l’annientamento,
lei e Mekare ci hanno salvato! Saremmo morti tutti se... Ascolta, dovremmo andare subito da
lei. Tu, io, Marius, chiunque altro riusciamo a trovare...»
«Spiegalo a loro quando ci incontriamo, tutti, a casa di Armand», gli consigliò Sevraine.
Ma rimasi orripilato al pensiero di cosa stava forse succedendo in quel preciso istante nel
complesso nella giungla. E se la Voce, attraverso Khayman, trovava il modo di sbarazzarsi di
Maharet? Era inconcepibile, per me, ed era altrettanto inconcepibile restarmene in disparte e
lasciare che accadesse.
«Lo so», affermò Sevraine, rispondendo alle mie riflessioni. «Ne sono consapevole ma,
come ti ho appena detto, il destino di questa creatura si è compiuto. Maharet ha trovato la sua
gemella, e nella sua gemella ha affrontato il nulla, il vuoto – la mera mancanza di significato
della vita – che tutti noi fronteggiamo, prima o poi, e magari più di una volta, magari anche
varie volte. Maharet non è sopravvissuta a questo incontro conclusivo. Si è staccata dalla sua
famiglia mortale. Ormai non ha più nulla a sostenerla. La tragedia della sorella priva di
raziocinio, Mekare, l’ha consumata. È finita.»
«Tu raggiungi pure gli altri», replicai, «io torno in Amazzonia per starle accanto. Posso
arrivare là prima che il sole sorga in quell’emisfero.»
«No, non devi farlo.» Era la voce dello spirito, Gremt, ancora seduto tranquillo a sinistra di
Sevraine. «C’è bisogno di te al conclave, ed è là che devi andare. Se ora torni nel santuario di
Maharet lei si limiterà a scacciarti di nuovo. E potrebbe fare anche di peggio.»
«Perdonami», dissi, sforzandomi di essere garbato, «ma tu cosa c’entri con tutto questo?»
«Ho conosciuto questo spirito, Amel, per centinaia di anni», spiegò, «prima che si
introducesse nel mondo fisico. Se lui non fosse venuto, se non si fosse fuso con Akasha, forse
non sarei mai venuto qui, non avrei mai cercato di assumere un corpo e di camminare sulla
terra con sembianze umane. Sono stato sollecitato, in tutto ciò che ho fatto, da lui, dal suo
calarsi in un corpo di carne e sangue e dal mio amore per la carne e il sangue. L’ho seguito
qui.»
«Bene, è una rivelazione davvero incredibile», affermai. «E quanti altri come te si stanno
aggirando sulla terra, osservando per diletto questo sontuoso spettacolo, se mi è consentito
chiederlo?»
«Non sto guardando lo spettacolo per diletto», replicò. «E se ci sono altri provenienti dal
nostro reame che si sono preoccupati di tali avvenimenti non mi hanno reso nota la loro
presenza.»
«Smettila, ti prego», mi implorò Sevraine. «Ti apparirà tutto più logico se consideri che
questo essere ha fondato il Talamasca. Ora, conosci il Talamasca. Conosci i suoi principi.
Conosci i suoi nobili scopi. Conosci la sua dedizione. Hai amato e giudicato degno della tua
fiducia David Talbot quando era ancora il suo Generale Superiore, uno studioso mortale che ha
fatto tutto il possibile per esserti amico. Bene, Gremt Stryker Knollys ha fondato il Talamasca,
e ciò dovrebbe rispondere a tutte le tue domande sul suo carattere. Non so che altro termine
usare se non ’carattere’. Non hai motivo di dubitare di Gremt.»
Rimasi senza parole.
Naturalmente avevo sempre saputo che un segreto soprannaturale ardeva nel cuore del
Talamasca, ma non ero mai riuscito a indovinare quale fosse e, per quanto ne sapessi, anche
David lo ignorava. E anche Jesse, che era stata pure lei una figlia dell’Ordine molto prima che
sua zia Maharet la trasformasse in vampiro.
«Fidati di me», disse Gremt. «Ora sono dalla tua parte. Temo Amel, l’ho sempre temuto.
Ho sempre paventato il giorno in cui avrebbe realizzato appieno il suo potenziale.»
Ascoltai pazientemente, ma non aprii bocca.
«Domani al tramonto dovremmo partire tutti insieme da qui», annunciò Sevraine. «E là
troverò quelli anziani come me e altrettanto potenti. Ne sono convinta. Questo conclave li
attirerà là, e soggetti a vincoli morali che accolgo con gioia e che rispetto. Forse alcuni sono
già arrivati. E a quel punto saremo nella posizione di decidere il da farsi.»
«E nel frattempo», mormorai, «Maharet è alle prese con tutto questo da sola.» Tentai di
scacciare tutte le immagini di quel vulcano, il Pacaya in Guatemala, dove il nostro destino
collettivo rischiava di concludersi.
Sevraine mi guardò dritto negli occhi. Lo aveva visto.
Certo che conosco le tue paure, ma perché spaventare gli altri? Facciamo quello che
dobbiamo fare.
«Maharet non accetterà l’aiuto di nessuno», affermò Gremt. «Sono andato anch’io da lei.
La conoscevo quando era una donna mortale. Le ho parlato quando era una donna mortale. Ero
fra gli spiriti che hanno ascoltato la sua voce.» Mantenne un tono pacato ma cominciava a
emozionarsi, a emozionarsi come qualsiasi autentico essere umano. «E adesso, dopo tutto
questo tempo, lei non si fida di me, né mi ascolta. Non può farlo. Ha perso le voci degli spiriti,
nella sua mente, quando è entrata nel Sangue. E non può fidarsi di qualsiasi spirito che cerchi
di incarnarsi come ho fatto io. Può solo osservarmi con disgusto e timore.» Si interruppe come
se non riuscisse a continuare. «In un certo senso ho sempre saputo che mi avrebbe voltato le
spalle quando mi fossi piazzato davanti a lei, quando le avessi confessato che ero io, quello
che...» Non riuscì ad aggiungere altro.
Aveva gli occhi velati di lacrime. Si appoggiò allo schienale e parve trarre un profondo
respiro, tentando di ricomporsi in silenzio, e si premette con forza sulle labbra le dita della
mano destra.
Come mai mi parve così seducente, così affascinante? Le nostre emozioni provenivano
dalla nostra mente, vero? Eppure ammorbidivano o indurivano il nostro corpo fisico. E così il
potente spirito di Gremt agitava la forma fisica magistralmente realizzata che lui abitava, con
la quale era diventato un tutt’uno. Mi sentivo attratto da lui. Sentivo che non era affatto una
creatura aliena ma qualcosa di molto simile a noi, un mistero indipendente di per sé, certo, ma
molto simile a noi.
«Devo andare da Maharet», annunciai. Feci per alzarmi. «Devo rimanere al suo fianco,
adesso. Voi andate al conclave, naturalmente, ma io vado da lei.»
«Siediti», disse Gabrielle.
Esitai e poi, con estrema riluttanza, obbedii. Volevo raggiungere l’Amazzonia con qualche
ora di anticipo.
«Ci sono altri motivi per cui dovresti venire con noi», aggiunse mia madre con lo stesso
tono risoluto.
«Oh, lo so, non dirmelo!» replicai rabbiosamente. «Mi vogliono là. I giovani stanno
invocando a gran voce il mio arrivo. Mi attribuiscono una particolare importanza. Armand e
Louis vogliono che io ci vada, e Benji anche. L’ho sentito più e più volte.»
«Bene, è tutto vero», disse Gabrielle. «E noi siamo una specie litigiosa e indipendente e
abbiamo bisogno di qualsiasi leader carismatico che sia disposto a prendere il timone, ma ci
sono anche altri motivi.»
Guardò Sevraine.
Sevraine annuì, e Gabrielle continuò.
«Hai un figlio mortale là, Lestat, un giovane di nemmeno vent’anni. Si chiama Viktor. Sa
che sei suo padre. È nato da una donna mortale nel laboratorio di Fareed, una donna di nome
Flannery Gilman che adesso è un’immortale, ma tuo figlio non lo è.»
Silenzio.
Non soltanto non parlai, non riuscivo nemmeno a pensare, a ragionare. Sembravo di certo
simile a uno che avesse perso i sensi. Fissai Gabrielle e poi Sevraine.
Non avevo parole per quanto stavo provando. Non avevo modo di comprendere la portata
di quanto stava succedendo non nella mia mente bensì nel mio cuore. Sentivo gli occhi di tutti
i presenti fissi su di me, ma non aveva poi molta importanza. Li guardai, ma non li vidi
davvero né mi curai davvero di loro; Alessandra seduta lì a fissarmi quietamente con accanto
Bianca, il ritratto della compassione e della tristezza. Ed Eleni che mi osservava impaurita,
con Eugénie che quasi le si nascondeva dietro. E lo spirito e il fantasma con un’espressione
così emotiva. Un figlio. Un figlio mortale. Un figlio vivente della mia carne. Oh, Fareed
doveva aver pianificato la cosa sin dall’inizio, con quella camera invitante e la cordiale
dottoressa Flannery Gilman dal viso dolce così pronta con la sua tenera bocca mortale e le sue
calde membra nude. L’avevo ingravidata! La possibilità non mi si era mai affacciata alla
mente. Nemmeno per un istante avevo creduto possibile una cosa del genere.
Dalla mente di Sevraine giunse un’immagine dettagliata del ragazzo.
In essa lui mi fissava, un giovane con il mio viso squadrato e il naso un po’ troppo corto, e
i miei ribelli capelli biondi. Quegli occhi azzurri sembravano i miei, eppure non lo erano.
Erano i suoi. Quella era la mia bocca, d’accordo, sensuale e un po’ troppo grande per il viso,
ma non aveva nulla della crudeltà della mia bocca. Solo un ragazzo bellissimo, a dispetto della
sua somiglianza con me, un giovane uomo bellissimo. Il volto scomparve. E subito dopo vidi
balenare rapide delle immagini di quel giovane come forse lo aveva visto una volta Sevraine,
intento a camminare su una strada americana, vestito normalmente, jeans, maglione, scarpe da
ginnastica, un giovane sano, radioso.
Sofferenza. Indicibile sofferenza.
Non importava chi in quel mondo o in qualsiasi altro mi stesse fissando, osservando, stesse
tentando di condividere quel momento oppure semplicemente tremando mentre lo
sperimentavo. Non aveva importanza, perché in una sofferenza come quella si è sempre soli.
«Ho un’altra sopresa in serbo per te», annunciò Sevraine.
Non replicai.
«Con Viktor c’è una giovane donna che ami», aggiunse lei. «Si chiama Rose.»
«Rose?» sussurrai. «Non la mia Rose!» Di colpo la sofferenza stava rotolando verso la
furia. «In nome di Dio, come hanno fatto a mettere le mani sulla mia Rose?»
«Lascia che te lo dica», mi sollecitò Sevraine, «lasciami spiegare.» Poi, lentamente e
sottovoce, mi raccontò cosa era successo a Rose. Mi raccontò come i miei legali stessero
cercando da tempo di contattarmi, ma io avessi ignorato tutti «i messaggi mondani,
ultimamente», e mi riferì nei dettagli l’aggressione a Rose, la sua cecità, le lesioni al viso e
alla gola da lei riportate, e come avesse gridato più e più volte il mio nome, nello strazio, e
come Seth avesse udito quel grido al pari di Fareed e come, per il mio bene, fossero
intervenuti.
Oh, Morte, sei così decisa a prenderti la mia amata Rose! Morte, continui a cercare di
afferrare la mia adorata Rose!
«Le è stato dato giusto abbastanza Sangue per guarirla dalla cecità», spiegò Sevraine, «ma
mai abbastanza perché mettesse radici dentro di lei. Solo il tanto sufficiente per sanarle
l’esofago, sanarle la pelle, ma mai abbastanza per dare inizio alla trasformazione. Rose è
ancora totalmente umana e ama tuo figlio, e lui ama lei.»
Credo di aver mormorato qualcosa tipo: «È tutta colpa di Fareed», ma lo feci
svogliatamente. Non mi importava, non mi importava affatto. La rabbia era scomparsa,
rimaneva solo il dolore. Continuavo a vedere l’immagine del ragazzo e non avevo bisogno che
qualcuno me ne trasmettesse una della mia amata Rose, la mia dolce e coraggiosa Rose, che
era così felice quando l’avevo vista l’ultima volta, la mia tenera, affettuosa Rose a cui avevo
rinunciato per il suo bene, sapendo che ormai era troppo cresciuta per starmi vicino, troppo
cresciuta per non capire cosa ero. La mia Rose. E Viktor.
«Ormai queste cose sono di dominio pubblico», spiegò Sevraine, «perché Fareed e Seth
hanno portato i due ragazzi là dove si trovano gli altri. E devi andarci anche tu. Lascia
Maharet a se stessa. Quello