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Elsa Morante

Il gioco segreto ortiche selvagge avevano invaso quel breve spazio, e sui muri nascevano
erbe dai fiori azzurrastri e patiti.
La famiglia dei Marchesi, proprietaria del palazzo, lasciava disabitate
quasi tutte le stanze, e si era ridotta in un piccolo appartamento al secondo
piano, fornito di mobili vetusti, da cui si udiva, nel silenzio della notte, il
lamento fievole dei tarli. La marchese e il marchese, di aspetto insignifi-
cante e meschino, avevano nei tratti quella triste somiglianza che soprav-
viene talvolta per mimetismo dopo una convivenza di anni. Magri ed
appassiti, con le labbra pallide e le guance spioventi, si muovevano con
Sulla piazza era sempre ferma una buffa e antiquata carrozza da nolo gesti simili a quelli delle marionette. Forse fluiva nelle loro vene, al posto
che nessuno mai noleggiava. Il cocchiere assopito si scuoteva ogni tanto del sangue, una sostanza pigra e gialliccia, e un’unica forza reggeva i loro
al rintoccare delle ore dal campanile e poi riabbassava il mento sul petto. fili, l’autorità per l’una, e la paura per l’altro. Infatti il marchese era stato
Nell’angolo, presso il palazzo giallo sbiadito del Municipio, c’era una fon- un tempo un nobile di provincia spensierato e gioviale, preoccupato sol-
tana nella quale un filo d’acqua colava da una strana faccia di marmo. tanto di dar fondo in qualche modo agli ultimi resti del patrimonio. Ma
Capelli grossi e cilindrici si torcevano come serpi intorno a questa faccia la marchesa lo aveva educato. L’umanità ideale, nel concetto di lei, doveva
e gli occhi sporgenti e senza pupille avevano uno sguardo morto. guardarsi dal ridere e dal parlare a voce alta, e soprattutto doveva scrupo-
Da quasi tre secoli un palazzo sorgeva sulla parete opposta, di fronte losamente nascondere agli altri le proprie debolezze segrete. Secondo i
al Municipio. Era una casa patrizia in rovina, una volta pomposa, ora suoi dettami, era delitto torcer le labbra, agitarsi, soffiarsi il naso con ener-
disfatta e squallida. La facciata carica di ornamenti, resa grigia dal tempo, gia; e il marchese, timoroso di deviare nei gesti e rumori illeciti, evitava da
mostrava i segni dello sfacelo. I putti librati a guardia della soglia erano tempo qualsiasi gesto e rumore, riducendosi a una specie di mummia dagli
corrosi e sudici, i festoni di marmo perdevano i fiori e le foglie e il portale occhi mansueti e dalla testa china. Tuttavia non evitava le strapazzate e i
chiuso mostrava macchie di muffa. Pure, la casa era abitata; ma i proprie- rimbrotti. Educatissima e pungente, ella lo colpiva spesso con rimproveri
tari, eredi di un nome illustre e decaduto, si mostravano di rado. Solo qual- diretti, o con allusioni a certi personaggi innominati, degni solo d’infamia.
che volta ricevevano in visita il prete o il medico, e, ad intervalli di anni, Costoro, diceva, ignari della loro stessa volontà, ed incapaci di educare i
parenti piovuti da lontane città, che ripartivano presto. propri figli, trascinerebbero la casa alla rovina, se la Grazia non li avesse
Nell’interno del palazzo si seguivano grandi sale vuote in cui, nei ven- forniti di una Moglie. E l’uomo sopportava senza batter palpebra tali tor-
tosi giorni di tempesta, entravano dai vetri rotti mulinando la polvere e la ture, fino all’ora in cui, con in tasca i pochi spiccioli concessi dall’Ammi-
pioggia. Dalle pareti pendevano lembi strappati di tappezzerie, avanzi di nistratrice severa, usciva per il passeggio. Forse nella solitudine delle stra-
arazzi logori, e nei soffitti, fra nuvole gonfie e smaglianti, navigavano cigni ducole campestri, si abbandonava a gesti eccessivi, a cavatine, e a tuonanti
e angioli nudi, e donne splendide si affacciavano entro ghirlande di fiori soffiate di naso; certo, quando tornava, aveva una strana luce negli occhi
e di frutti. Alcune sale erano affrescate di avventure e di storie, e vi abita- e questa rivelazione involontaria di un suo divertente e maleducato mondo
vano popoli regali, che montavano cammelli o giocavano in folti giardini, interiore destava sospetti nella marchesa. Per tutta la sera ella lo incalzava
fra scimmie e falchi. con domande sempre più avvilenti e raffinate allo scopo di strappargli rive-
La casa guardava su due lati in vie spopolate ed anguste e sul terzo in lazioni compromettenti. E il poveretto col tossicchiare, il balbettare e l’ar-
un giardino chiuso, una specie di prigione dall’alta muraglia in cui intri- rossire si comprometteva sempre più, così che la marchesa iniziò uno scru-
stivano poche piante di lauro e di arancio. Per l’assenza del giardiniere, poloso e rigido controllo sul marito, e decise spesso di accompagnarlo al

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passeggio. Egli, rassegnato, si sottomise; ma la fiamma nei suoi occhietti Ella portava le trecce sulle spalle e un grembiule nero così corto che,
divenne ossessionante e fissa, e non più di allegria. se si piegava troppo vivacemente, si scorgevano le sue mutande di tela,
Da tali genitori erano nati i tre fanciulli; e per loro, nei primi anni, il strette e lunghe fin quasi al ginocchio, adorne di una fettuccia rossa; il
mondo era fatto a immagine e somiglianza di essi. Gli altri personaggi del grembiule si apriva di dietro, sulla sottoveste col merletto. Le calze nere
paese non erano che parvenze vaghe, mocciosi antipatici e maligni, donne erano fermate da un semplice elastico, attorcigliato e logoro.
dalle pesanti calze nere e dai capelli lunghi e oleosi, vecchi religiosi e tri- Pietro, il secondo, sui sedici anni, era un mansueto. Muoveva con len-
sti. Tutte queste parvenze malvestite erravano sui brevi ponti, nelle viuzze tezza il corpo piccolo e tozzo e gli occhi dalle luci discrete sotto le soprac-
e nella piazza. I tre fanciulli odiavano il paese; quando uscivano in fila, con ciglia spesse. Aveva un sorriso buono e domestico e la sua dipendenza
l’unico servo, passando di striscio lungo i muri, avevano sguardi biechi e dagli altri due appariva al primo sguardo.
sprezzanti. I ragazzi del luogo se ne vendicavano beffandoli e destando in Giovanni, il minore, era il più brutto della famiglia. Il suo corpo misero,
loro un cupo terrore. come nato vecchio, pareva già troppo avvizzito per crescere; ma i suoi
Il servo era un uomo alto e volgare, con polsi pelosi, narici larghe e ros- occhi lucenti e mobili rassomigliavano a quelli della sorella. Dopo brevi
sastre e piccoli occhi mutevoli. Egli si ripagava della soggezione in cui era periodi di vivacità nervosa cadeva in subite prostrazioni, a cui sopravve-
tenuto dalla marchesa trattando i fanciulli come un padrone; quando li niva la febbre. Di lui il medico diceva: Non credo che passi il tempo dello
accompagnava, dondolando leggermente le anche e guardandoli dall’alto, sviluppo.
o li richiamava con voci secche, essi tremavano per l’odio. Ma anche nella Quando la sua febbre lo coglieva, inspiegabile e bizzarra, lo percorre-
strada li seguivano le brevi ammonizioni materne; avanzavano ordinati, vano brividi simili a scosse elettriche. Sapeva che questo era il segno e
silenziosi ed austeri. aspettava, con le labbra stirate e gli occhi dilatati, l’avanzarsi del male. Per
Quasi sempre, la passeggiata si arrestava alla chiesa, in cui si entrava lunghi giorni gli incubi erravano intorno al suo letto in un continuo ron-
fra due colonne sorrette da una coppia di leoni massicci e d’espressione zio, e una noia informe gli pesava addosso, dentro un’atmosfera fumosa.
tranquilla. In alto, un ampio rosone lasciava entrare nella nave una luce Poi veniva la convalescenza ed egli, troppo debole per muoversi, si ran-
illividita, fresca, in cui le fiamme delle candele si agitavano vagamente. nicchiava in una poltrona e batteva con le dita, in cadenza, i braccioli.
Nell’abside si vedeva un grande corpo di Cristo, dalle piaghe grondanti Allora pensava. Oppure leggeva.
un sangue viola, e intorno figure che gesticolavano e si abbattevano con La marchesa, occupata nelle sue funzioni di economa, non sorvegliava
movimenti pesanti. troppo l’educazione e l’istruzione dei fanciulli. Le bastava che tacessero e
I tre fanciulli compunti si ponevano in ginocchio e giungevano le mani. non si muovessero. Giovanni ebbe così modo di leggere strani libri sco-
Antonietta, la maggiore, quantunque avesse già compiuto i diciassette vati qua e là, in cui si agitavano personaggi in abiti non mai visti: ampio
anni, aveva il corpo e l’abito di una bambina. Era magra e sgraziata, e i cappello, giustacuore di velluto, spade e parrucche, e per le dame, vesti
suoi capelli lisci, non essendo il lavarli frequente abitudine del palazzo, fantastiche, adorne di gemme, e reti intessute d’oro.
emanavano sempre un lieve odore di topo. Erano divisi da una scrimina- Tali esseri parlavano un linguaggio alato, che sapeva toccare altezze e
tura nel mezzo, e questa scriminatura, sulla nuca, si scorgeva netta, fra i precipizi, dolce nell’amore, feroce nell’ira e vivevano avventure e sogni su
capelli più corti e più fini, e ispirava la protezione e la pena. Il naso di que- cui il fanciullo fantasticava lungamente. Egli partecipò ai fratelli la sua sco-
sta ragazza era lungo, curvo e sensibile, e le sue labbra sottili palpitavano perta e, tutti e tre, credettero di identificare le persone dei libri con le
nel parlare. Nel viso pallido e scarno gli occhi si muovevano con nervosa figure che popolavano i muri e i soffitti del palazzo e che, vive da tempo
passione, salvo in presenza della marchesa, ché allora si mantenevano opa- in loro, ma nascoste nei sotterranei della loro infanzia, ora tornavano alla
chi e bassi. luce. Presto vi fu tra i fratelli un’intesa nascosta. Quando nessuno poteva

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udirli, essi parlavano delle loro creature, le smontavano e le ricostruivano, del gioco popolavano la loro solitudine, sotto le lenzuola, e gli avvenimenti
ne discutevano fino a farle vivere e respirare in loro. Odii e amori profondi che si sarebbero svolti domani prendevano forma; essi ne sorridevano fra
li legarono a questa e a quella, e spesso avveniva che la notte i tre rimanes- sé, oppure, se la scena era violenta o tragica, stringevano il pugno.
sero desti per dialogare fra loro con quelle parole. Antonietta dormiva da In primavera, anche il giardino-carcere acquistava una vita fittizia.
sola in uno stanzino comunicante con la camera dei fratelli; la camera dei Nell’angolo assolato il gatto striato di rosso fremeva lungamente chiu-
genitori era separata dalla loro da una vasta sala, parlatorio o tinello. Nes- dendo gli occhi verdastri. Strani odori subitanei e viventi parevano scop-
suno dunque li udiva se, ciascuno dal suo letto, dialogavano, imperso- piare qua e là, da un cespuglio o da un cumulo di terra. Fiori ammalati
nando le figure amate. d’ombra si aprivano e cadevano in silenzio, e i petali macerati si accumu-
Erano discorsi deliziosi e nuovi. lavano fra i sassi; gli odori attiravano farfalle pigre, che lasciavano cadere
– Leblanc, cavaliere Leblanc, – bisbigliava dal letto di destra la voce il polline.
un po’ rauca di Giovanni, – avete affilato le lucenti spade per il duello? A sera, scendevano spesso piogge tiepide e sorde, e inumidivano
L’alba sanguinosa sorgerà ben presto, e voi sapete, cavaliere, che il fiero appena la terra. Succedeva a queste un vento basso, grave anch’esso di
Lord Arturo non conosce umana pietà né trema dinanzi alla morte. odori che vagavano attraverso la notte. Il marchese e la marchesa, dopo
– Ahimè, fratel mio, – gemeva la voce lamentevole d’Antonietta, – già colazione, si addormentavano sulla sedia; i dialoghi dei paesani, al tra-
già sono apprestate le candide bende e i profumati unguenti. Voglia il Cielo monto, parevano complotti.
che essi servano ad ungere il cadavere del vostro nemico. Il gioco segreto era diventato una specie di congiura, che si svolgeva
– L’alba sanguigna, l’alba sanguigna, – borbottava Pietro, meno ricco in un pianeta favoloso e lontano, noto soltanto ai tre fratelli. Presi dall’in-
di fantasia e sempre un po’ sonnolento. Ma Giovanni lo interrompeva cantamento, essi non dormivano la notte per ripensarlo. Una notte la veglia
subito, suggerendogli le parole: fu più lunga; Isabella e Roberto, gli amanti contrastati, dovevano accor-
– Tu, – diceva, – devi rispondere che impavido affronterai il pericolo darsi per una fuga, e i fanciulli smaniavano nei loro letti per riflettere e
e che non sarà un conte Arturo colui che potrà farti arretrare né peraltro risolversi in tali circostanze gravi. Finalmente i due maschi si assopirono,
un tal uomo è ancor nato. e i volti dei personaggi inventati vaneggiarono un poco sotto le loro pal-
Fu così che i tre fanciulli scoprirono il teatro. pebre, fra accensioni e oscurità, finché si spensero.
I loro personaggi uscirono del tutto dalla nebbia dell’invenzione, con Ma Antonietta non riuscì a dormire. A volte le pareva di udire un lagno
suono d’armi e fruscio di vesti. Acquistarono un corpo di carne ed una rauco e lungo nella notte, e tendeva l’orecchio, all’erta. A volte rumori
voce, e per i fanciulli cominciò una doppia vita. Appena la marchesa si strani nelle soffitte rompevano con un sussulto la commedia che ella con-
ritirava nella sua camera, il servo in cucina, e il marchese usciva per la sua tinuava a vivere nell’inventarla, col capo sotto il lenzuolo. Infine scese dal
passeggiata, ciascuno dei tre si trasformava nella propria parte. Col cuore letto; entrò cauta nella camera dei fratelli e li chiamò a voce bassa.
balzante, Antonietta chiudeva i due battenti dell’uscio, e diventava la Prin- Giovanni, che aveva il sonno leggero, balzò a sedere sul letto. La sorella
cipessa Isabella; Roberto, innamorato di Isabella, era impersonato da Gio- aveva indossato sulla camicia da notte, che le arrivava appena al ginoc-
vanni. Soltanto Pietro non aveva una parte determinata, figurando ora il chio, un logoro cappottino di lana nera. I suoi capelli lisci, non molto fitti
rivale, ora il servo, ora il capitano di un bastimento. Così viva era la forza né lunghi, erano sciolti, i suoi occhi brillavano fra oblique ombre nere al
della finzione, che ciascuno dimenticava la propria persona reale; spesso, lume di una candela che ella teneva stretta fra le due mani.
nelle lunghe sedute di noia sorvegliate dalla marchesa, quel meraviglioso – Sveglia Pietro, – disse curvandosi sul letto del fratello con una solle-
segreto troppo compresso sprizzava da loro in occhiate furtive e brillanti: citudine impaziente e febbrile. In quel momento nel letto vicino Pietro si
«Più tardi, – significavano, – faremo il gioco». La sera, al buio, le creature scuoteva e schiudeva gli occhi insonnoliti. – È per il gioco, – ella spiegò.

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Pigramente, piuttosto di malavoglia, Pietro si rizzò sul gomito: ambe- deva squallide le altre stanze qui era animato dagli ampi scenari affrescati
due i ragazzi guardavano la sorella, il maggiore con aria distratta e inebe- sulle pareti e sul soffitto. Rappresentavano scene di caccia, contro un pae-
tita, l’altro, già curioso, sporgendo il volto dai tratti vecchi e puerili verso saggio rupestre su cui crescevano alberi irti ed oscuri. Una moltitudine di
la fiamma. levrieri, col muso in avanti e tese le zampe posteriori, correva dovunque
– È accaduto, – cominciò Antonietta con fervore frettoloso, come chi in rapida fuga, mentre i cavalli balzavano in alto o procedevano solenni,
parli di un evento improvviso e grave, – che durante la partita di caccia nelle loro gualdrappe rosse e dorate. I cacciatori in abiti bizzarri di sete e
Roberto ha scritto un biglietto e lo ha nascosto nel cavo di un tronco. Il velluti, squamati come la pelle dei pesci, con cappelli alti dalle lunghe
levriere di Isabella per un miracolo corre a quel tronco e torna col biglietto piume o tricorni verdi, camminavano o marciavano dando fiato alle
in bocca. «Fingi di smarrirti», c’è scritto, «e trovati appena fa buio nel trombe. Lunghi nastri pendevano sventolando dalle trombe, drappi gialli
bosco che circonda il castello di Challant. Di là fuggiremo». Così, mentre e rossi sbattevano sul cielo ormai torbido, e dalla rupe spuntavano piante
tutti inseguono la volpe, io scappo e incontro Roberto. E il vento soffia, e dalle foglie aguzze, e fiori aperti e rigidi, simili a pietre. Tutto questo era
lui mi fa salire sul suo cavallo, e fuggiamo nella notte. Ma i cavalieri si ingoiato dall’oscurità. Le candele, con le loro luci esigue per la vastità della
accorgono della nostra assenza e ci inseguono suonando le trombe. sala, scoprivano qua e là i colori vivi delle selle o i dorsi bianchi dei cavalli.
– Facciamo che li trovano? – chiese Giovanni con gli occhi mobili e Le ombre dei fanciulli oscillavano gigantesche sulle pareti con gesti ingran-
curiosi nella luce rossastra. diti e passi da fantasma.
La sorella non poteva rimaner ferma, gestiva con ambedue le mani, Essi chiusero gli usci. Il dramma incominciò.
così che la fiamma della candela oscillava in un disordine di esili baleni e Il silenzio della notte era enorme; il vento si era fermato affinché gli
di ombre enormi: alberi del bosco non stormissero. Antonietta era in piedi presso un albero
– Non si sa ancora, – rispose. – Perché, – aggiunse con un ridere miste- dipinto nel quale d’improvviso cominciò a correre la linfa. Uccelli addor-
rioso e trionfante, – noi ora andiamo nella sala della caccia a fare il gioco. mentati ma vivi giacquero fra le foglie. E su lei per miracolo crebbe una
– Nella sala della caccia! Non è possibile! – disse Pietro scuotendo il veste lunga, di forma sontuosa e vegetale, da cui pendeva una borsa d’oro.
capo. – Tu scherzi! Di notte! Ci udiranno e ci scopriranno. Così tutto sarà I suoi capelli si divisero in due trecce bionde, e le sue pupille si dilatarono
finito –. Ma gli altri due gli furono contro indignati: per il rapimento e la paura.
– Non ti vergogni? – dissero. – Che paura! – Coraggio, mio bene, sono qua io, qua, vicino a te, – sussurrò l’altro,
In un deciso tentativo di ribellione, Pietro si distese nuovamente nel mutandosi in gagliardo cavaliere. Il suo viso tenero e faunesco si sporgeva
letto: nell’oscurità. – Roberto! – ella disse con un debole strido, – Roberto! Strin-
– Io non vengo, no, – disse. Antonietta allora diventò supplichevole: gimi, amore!
– Non rovinare tutto, – pregò, – tu devi fare i cacciatori e le trombe –. Una grazia subitanea affiorava in lei. I suoi denti e i suoi occhi brilla-
In tal modo vinse l’ultima resistenza di Pietro che si risolvette ad alzarsi. vano di grazia, nel suo collo incurvato e nelle sue labbra si annidava la gra-
Egli indossava, come il fratello, una consunta camicia di flanella su cui si zia. Ella si piegò, poggiando sul pavimento le ginocchia nude. – Che fai,
infilò i pantaloni corti. Antonietta aperse con circospezione l’uscio che mia sposa? – egli disse. – Alzati.
dava sulla scala: – Prendete anche la vostra candela, – avvertì a voce bas- Lei trasaliva. – Tu sei venuto, – sussurrò quasi gemendo, – e non è più
sissima, – non ci sono lampade, là. notte, non ho più paura. Finalmente sono vicina a te! Sono come dentro
E i tre si avviarono, in fila, per la scala piuttosto stretta di marmo sudi- una fortezza, come dentro un nido. Tu sapessi che tristezza, e come pian-
cio e opaco. La «sala della caccia», era al primo piano, subito dopo la gra- gevo in queste notti solitarie! E tu, mio cuore, che cosa facevi in queste
dinata. Era una delle stanze più vaste del palazzo e l’abbandono che ren- notti?

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– Erravo, – egli disse, – sul mio cavallo, pensando al modo di rapirti. dotta infine alla sala della caccia: – Che cos’è questa commedia? – esclamò
Ma non ricordare, mia diletta, il tempo della solitudine. Ora tutto è pas- con voce squillante e stupida. Ed entrò, reggendo un alto candeliere,
sato. Nessuna forza potrà separarci. Siamo uniti per l’eternità. seguita dal marchese.
– Per l’eternità! – ella ripeté smarrita. Sorrideva con le palpebre abbas- Le loro ombre grottesche strisciarono lunghe sulla parete di faccia. Il
sate, e sospirava e tremava. D’improvviso ebbe un sussulto, e si strinse a mento e il naso aguzzo, le dita secche, e la treccia oscillante della marchesa,
lui: – Non ti sembra, – disse, – di udire come un suono di tromba in lon- appuntata in cima al cranio, si scuotevano debolmente in quella luce ora
tananza? più chiara, e la figura piccola ed umile del marchese restava indietro, immo-
Roberto tese l’orecchio. – Devo suonare le trombe? – interrogò Pietro bile. Egli indossava una logora veste da camera a strisce gialle e rosse che
accostandosi. Era la sua specialità. Egli sapeva imitare il suono degli stru- lo faceva rassomigliare ad uno scarabeo, e i pochi capelli grigi, che ungeva
menti da fiato e le voci degli animali e nel far questo le sue gote si gonfia- sempre di una sua pomata, ritti sulla testa, gli davano l’espressione del ter-
vano in modo strambo e mostruoso. rore. Se ne stava lì guardingo, come pauroso d’inciampare, e velava con
– Sì, – bisbigliarono gli altri due. la palma distesa la fiamma del lume.
Un suono di tromba, roco e basso, che via via diventava più vicino e La marchesa girò sui figli uno sguardo acuto che li gelò; poi si volse
squillante, si udì nel fondo. Nella foresta il vento si levò; una folata trascinò alla figlia, con le sopracciglia sollevate e un ironico e sprezzante sorriso.
le chiome degli alberi come drappi di bandiere. I cavalli balzarono, i cava- – Ma guardala! – esclamò, – carina! Oh, cara, cara! – e, fatta d’improv-
lieri si scossero sulle groppe, i falchi girarono nell’aria sibilante. I levrieri visa rabbiosa e pugnace, seguitò con tono più alto: – Dovreste vergognarvi,
si gettarono nelle tenebre, e i cavalieri soffiando nei corni e gridando: Antonia! Mi spiegherete…
– Olà! Olà! – corsero innanzi fra le fiaccole che segnavano strisce e cer- I fanciulli tacevano; ma mentre i due fratelli rimanevano confusi ad occhi
chi di fumo. bassi, Antonietta, rincantucciata presso il suo albero ora ucciso, fissava la
Isabella emise un grido, e rovesciò la testa indietro, aggrappandosi a madre con occhi smarriti e aperti, simile ad una giovane quaglia sorpresa
Roberto: dallo sparviero. Poi il suo viso pallidissimo, dalle labbra sbiancate, si sparse
– Mia Regina! – questi esclamò. – Nessuno ti strapperà da queste brac- di un rossore disordinato e violento, che coprì la sua pelle di chiazze oscure.
cia! Lo giuro. E con questo bacio suggello il giuramento. Ora, avanzatevi! Le sue labbra tremarono, ed ella si agitò un attimo sperduta, sopraffatta da
Avanzatevi, se ne avete il coraggio! una dolorosa e indomabile vergogna. Si ritraeva sempre più nel suo angolo,
I due fanciulli si baciarono sulle labbra, Giovanni ingrandiva. Con gli come paurosa che qualcuno volesse toccarla e frugarla.
zigomi arrossati e le tempie che battevano, si stringeva alla sorella. E que- I due fratelli sbigottirono alla scena che seguì. La sorella cadde ad un
sta, i capelli scomposti, la bocca bruciante, iniziò un ballo frenetico. – tratto in ginocchio, e credettero che volesse chiedere perdono: invece ella
Venite, cavalieri e cavalli! – gridavano intanto. E Pietro saltava in qua e in si coprì la faccia infuocata con le mani, e cominciò a scuotersi bizzarra-
là ondeggiando sul corpo tozzo ed enfiando le gote, simile ad un grosso mente in un rauco e febbrile ridere, che presto diventò un pianto rabbioso.
zufolo. Si scoprì la faccia convulsa, e, distesa a terra con le gambe irrigidite, prese
In quel momento, la tragedia e il tripudio si interruppero. Gli alberi e a strapparsi, con un gesto puerile e continuo, i suoi capelli sciolti.
i cavalieri si irrigidirono, senza più dimensioni, e un silenzio polveroso – Antonietta! Che cosa succede? – esclamò il marchese esterrefatto. –
entrò nella stanza. Alla luce delle candele non c’erano più che tre brutti Taci tu! – Ordinò la marchesa, e, poiché la figlia nell’agitarsi aveva sco-
fanciulli. perto le sue gambe esili e bianche, torse il capo con ribrezzo.
L’uscio si apriva. La marchesa, ispirata, aveva deciso improvvisamente – Alzatevi, Antonietta, – comandò. Ma la sua voce esasperò la figlia,
una visita notturna nella camera dei figli, e le sue ricerche l’avevano con- che parve posseduta dalle furie; era la gelosia del suo segreto che la squas-

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sava. Muti, i fratelli si scostarono, ed ella rimase sola nel mezzo, scrollando Antonietta pareva ormai tranquilla e addormentata; egli uscì nel cor-
la testa come se volesse staccarla dal collo, gemendo con gesti scomposti ridoio. Qui lo avvolse il silenzio della casa, un silenzio rinchiuso e nello
e impudichi. – Aiutatemi a sollevarla, – disse infine la marchesa, e, appena stesso tempo senza limiti, come quello dei sepolcri. Il soffocamento e la
i genitori la toccarono, Antonietta cessò ogni moto, sfinita. Sorretta per le nausea lo presero alla gola, così che si accostò all’ampia finestra della scala
ascelle, si avanzava senza coscienza su per la scala dalle luci fioche; i suoi e aprì i vetri. Udiva nella notte leggeri tonfi, come di corpi molli che cades-
occhi erano asciutti e fissi, sulle labbra aveva la schiuma dell’ira, e il suo sero sulla sabbia del giardino; vivo e sensibile gli apparve lo spazio di là
gridare aveva ceduto ad un lamento soffocato e interrotto, ma pieno d’o- dal giardino, e il bisogno della fuga, avvertito già altre volte, seppure chi-
dio. Ella continuò a lamentarsi in tal modo anche nel suo letto in cui la merico e vago, lo afferrò ora subitaneo e irresistibile.
fecero distendere; e la lasciarono sola. Senza pensare, quasi inerte, tornò nella sua camera e si infilò i panni al
Nella camera vicina i fratelli non potevano impedirsi di tendere l’orec- buio. Con le scarpe in mano discese la scala, e il cigolio del portone richiuso
chio a quel lamento che li distoglieva anche dal pensiero del segreto vio- dietro di lui lo atterrì, e insieme lo deliziò come un canto:
lato. Poi Pietro fu sopraffatto da un sonno privo di sogni, e Giovanni – Addio, Antonietta, – disse piano. Pensava che mai più avrebbe rivi-
rimase solo a vegliare in quell’oscurità. Senza pace si rivoltava ora su un sto Antonietta, mai più la casa e la piazza; doveva soltanto camminare
fianco ora sull’altro, finché si decise e, lasciato il letto, entrò a piedi nudi diritto innanzi perché tutto ciò non esistesse più.
nella camera della sorella. Era una camera angusta, oblunga, in cui si respi- Sulla piazza vuota si udiva il rauco gocciare della fontana ed egli si volse
rava l’aria dell’infanzia, ma di un’infanzia repressa di collegio. Il soffitto dall’altro lato, distogliendo lo sguardo da quella fredda e trista faccia di
era adorno di una figurina scolorita: una donna snella, vestita di veli aran- marmo. Percorse le strade note, finché cominciarono i viottoli campestri
cione, che danzando tendeva le braccia verso un vaso dipinto. Le pareti e poi i campi aperti. Il grano già alto e verde cresceva a destra e a sinistra,
erano macchiate e squallide, un paio di vecchie babbucce rosse era posto nel fondo le montagne parevano una nuvolaglia indistinta, e la notte avan-
accanto al letto di legno, e sulla parete un angelo dalle ali distese reggeva zata, come esausta, respirava umida e ferma sotto i lumi pungenti delle
un’acquasantiera. La lampada della notte era accesa e spandeva sul letto stelle. «Arriverò a quella catena di monti, – egli pensò, – e poi al mare».
un alone azzurrastro e fievole: Non aveva mai visto il mare, e il rombo illusorio e cupo di una conchiglia
– Antonietta! – chiamò Giovanni. – Sono io… che spesso da bimbo accostava per giuoco all’orecchio ritornò a lui, ma
La sorella parve non accorgersi del richiamo, quantunque i suoi occhi vivente ora e ripercosso intorno, così che invece dei campi gli parve di
fossero aperti e pieni di lagrime; giaceva immersa nel suo lagno infantile, avere ai lati due stese di acque tranquille in continuo risucchio. Dopo qual-
con le labbra contratte e tremolanti, e non si mosse; piano piano i suoi che tempo, pensò di aver molto camminato, mentre si era di poco allon-
occhi si andavano chiudendo, e le ciglia umide apparivano lunghe e rag- tanato dal suo borgo. Sfinito volle riposarsi al piede di un albero dal tronco
giate. A un tratto come scuotendosi ella chiamò: liscio e dalla chioma ampia e divisa in due lunghe ramificazioni simili ai
– Roberto! – e questo nome e l’acuta dolcezza della voce piena di rim- due bracci di una croce.
pianto sbigottirono il fratello. Aveva appena appoggiato il capo alla corteccia quando avvertì un bri-
– Antonietta! – ripeté. – Sono io, tuo fratello Giovanni! vido: «Il male», pensò atterrito e insieme calmo. La febbre infatti entrava
– Roberto, – ella ripeté a voce più bassa. Ora, calmandosi, pareva rac- in lui, scavava con le radici infuocate e torbide nel suo corpo già troppo
colta in se stessa e attenta, come chi segue cauto le orme di un sogno. In debole per rialzarsi. Subito la sua vista divenne acuta, così che egli distin-
silenzio, il fratello avvertì anch’egli la presenza di Roberto nella camera; gueva ora il brulichio degli animali notturni che gli facevano cerchio d’in-
alto, un po’ spaccone, col giustacuore di velluto nero, l’arma arabescata e torno, e vedeva il battere e lo spegnersi dei loro occhi simili a fuochi appan-
le fibbie d’argento, Roberto era in piedi fra loro due. nati.

Insegnare il racconto contemporaneo  Palermo, 21-22 marzo 2016 G. B. Palumbo Editore 6


Elsa Morante  Il gioco segreto

Ammiccavano, li riconosceva tutti, e forse avrebbe potuto chiamarli


uno per uno e fare ad essi le infinite domande che fin dall’infanzia si accu-
mulavano in lui.
Ma, con una strana fretta, già la notte trasmigrava nel giorno. Soprav-
veniva un’alba chiara nella quale il paesaggio parve mutato in una larga
città di creta, polverosa e deserta, sparsa di capanne simili a cumuli di
terra, e di tozze colonne. In questa città, dalla parte del sole, apparve Isa-
bella, grande sul cielo come una nuvola, con la veste uguale al calice di un
fiore rosso. Ella gli veniva incontro, sebbene i suoi piedi fossero immobili.
Le sue spalle nude si rilasciavano per la stanchezza, mentre la sua bocca
chiusa pareva sorridere, e i suoi occhi vitrei e fermi lo fissavano per farlo
dormire.
Egli docile si addormentò: e a giorno fatto, fu proprio l’odiato servo
che lo ritrovò e lo portò a casa fra le sue braccia volgari. Come tante altre
volte, Giovanni giaceva nel suo letto per giornate inconsapevoli di esser
vissute, sua sorella Antonietta lo vegliava. Ella stava lì pigra e tranquilla,
qualche volta cucendo, spesso in ozio. Guardava il fratello che vaneggiava
nei suoi mondi rossi e infuocati, e di tanto in tanto gli porgeva l’acqua.
Stava seduta là, col suo grembiule e la pettinatura liscia, simile ad una serva
di convento.
Le sue labbra parevano bruciate.

Insegnare il racconto contemporaneo  Palermo, 21-22 marzo 2016 G. B. Palumbo Editore 7