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I.S.S.R.

SAN PIETRO MARTIRE

VERONA

TEMI DI STORIA DELLA FILOSOFIA

TESTI

Docente: Giuseppe Galifi

ANNO 2017 – 18
1. FILOSOFIA E MODERNITÀ non solo le autodescrizioni del moderno, cioè le definizioni di esso da
parte di autori o correnti che si collocano all'interno della modernità,
ma anche le critiche della modernità: in questo senso, moderno può
1.1 “Moderno/Modernità”
essere contrapposto a tradizionale, oppure a postmoderno.
Il termine moderno rimanda a vari significati collegati fra loro.
Adattamento da Dizionario di Filosofia, Ed. Le Monnier, p. 252
1. Prima di tutto, nel linguaggio comune, quando parliamo della vita
moderna o di un ritrovato moderno, usiamo il termine come lo usava
la Scolastica nei secoli XIII-XIV per indicare la “nuova” logica [via mo-
derna) contro la logica aristotelica [via antiqua]: usiamo moderno (dal 1.2 Modernizzazione e modernità
latino modo, «adesso») nel senso di attuale, del nostro tempo, dei no- Per modernizzazione intendiamo l'insieme dei processi di cambiamen-
stri giorni. to su larga scala mediante i quali una determinata società tende ad
2. In un secondo senso, che possiamo definire manualistico (o storio- acquisire le caratteristiche economiche, politiche, sociali e culturali
grafico), moderno indica l’età moderna, cioè l'epoca che inizia alla fine considerate proprie della modernità.
del sec XV, si sviluppa pienamente nel secolo successivo, per conclu- Il concetto di modernizzazione implica quindi il concetto di modernità
dersi nei secc. XVIII-XIX. nel significato che esso ha acquisito nel XVIII secolo, anche se le sue
Gli storici individuano fra i fattori di trasformazione rispetto alla pre- origini risalgono a molti secoli prima. Il termine tardolatino modernus
cedente età medievale: deriva da modo, che significa ora, recentemente, e risale alla fine del
 la c.d. scoperta dell'America e i nuovi orizzonti aperti delle “e- V secolo d.C. . È stato usato in senso antinomico rispetto ad antiquus,
splorazioni geografiche” in particolare da sant'Agostino per contrapporre la nuova era cristiana
 lo sviluppo della cultura umanistico-rinascimentale all'antichità pagana.
 la Rivoluzione astronomica e la Rivoluzione scientifica La venuta di Cristo segna una radicale rottura che divide il tempo sto-
 l’invenzione della stampa rico in un prima e in un dopo e introduce, sulla scorta della tradizione
 la rottura dell’unità della Chiesa occidentale in seguito alle Ri- messianica ebraica, il messaggio della redenzione. Nonostante l'enfasi
forme religiose (luterana, calvinista, anglicana) posta sull'attesa messianica della seconda venuta di Cristo e del giudi-
 i nuovi equilibri politici legati al nascere degli “Stati” zio universale, particolarmente intensa nei movimenti millenaristi,
 l’affermazione del sistema capitalistico, che porta alle grandi non vi è, tuttavia, nel pensiero medievale quell'orientamento al futuro
trasformazioni del mondo economico e della società fra la fine e quella valorizzazione del nuovo che sono tipici della modernità. Al
del sec. XVIII e la metà del sec. XIX, la c.d. Rivoluzione indu- contrario, la netta distinzione tra il tempo sacro e il tempo profano e
striale. tra la città di Dio e la città dell'uomo induce a svalutare il nuovo come
3. Esiste un terzo uso del termine, che rimanda a una interpretazione espressione di superficialità e di vanità. E allo stesso tempo, l'espe-
più che a una descrizione del moderno. La “modernità” in questo sen- rienza quotidiana della popolazione, che vive in grande maggioranza
so può esistere in ogni epoca (anche se per caso coincide con l'epoca nelle campagne, mantiene in vita la concezione naturalistica del mon-
moderna, oppure con quella contemporanea, o con entrambe), pur- do antico che considera il tempo a immagine del ciclo delle nascite e
ché risponda a certe caratteristiche. In questo terzo uso trovano posto

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delle morti, della successione delle stagioni dell'anno, e dell'alternarsi zioni dei tempi moderni (secondo Bacone, la stampa, la polvere da
del giorno e della notte. sparo e il compasso) che hanno trasformato il mondo. Tuttavia, la no-
L'Umanesimo e il Rinascimento rivalutano il tempo secolare e aprono zione di progresso non è ancora pienamente sviluppata e rimane
nuovi, vasti orizzonti geografici e culturali alla civiltà europea; intro- commista alla radicata convinzione che decadenza e degenerazione
ducono il concetto di medioevo tra l'evo antico e quello moderno e siano almeno altrettanto connaturate al destino dell'umanità in quelli
distinguono gli stati e le società 'antiche' da quelle 'moderne'. La nuo- che Vico definisce 'i corsi e i ricorsi' della storia; una concezione que-
va epoca è vista come una rinascita e un radicale cambiamento dopo sta che continuerà a lungo a essere egemone nelle culture non occi-
la stagnazione e quella che Petrarca definisce la «barbarie del Medio- dentali.
evo»; ma il nuovo risveglio viene tuttavia concepito sul modello E proprio questa concezione del tempo e della storia che viene modi-
dell'antichità classica. ficata nella cultura occidentale nel corso del secolo successivo, in virtù
La cultura rinascimentale rivaluta l'interesse per la realtà mondana e della duplice grande trasformazione, politica e industriale, che modifi-
ne afferma l'autonomia, e sviluppa una nuova fiducia nella ragione ca il concetto di rivoluzione e conferisce sostanza concreta alla nozio-
critica e nella creatività umana; Machiavelli, ad esempio, non crede in ne di progresso. E soltanto allora che si afferma compiutamente il
alcun disegno ordinatore, naturale o divino, della politica, e ritiene concetto di modernità.
che sia proprio la politica a creare l'ordine sociale. Ma cerca nei cano- Con l'Illuminismo si compie l'identificazione fondamentale del moder-
ni eterni dell'antichità greco-romana la legittimazione delle proprie no con il qui e ora, così che da allora innanzi la società moderna è la
audaci innovazioni. Il Rinascimento offre, dunque, un contributo es- nostra società, la società in cui viviamo, sia che siamo cittadini della
senziale alla formazione del concetto di modernità, che resta tuttavia fine del Settecento o cittadini della fine del XX secolo. La società mo-
ancora incompleto, per la persistente dominanza del modello della derna non nega la storia, in quanto il confronto con il passato è un
classicità. termine di confronto necessario, ma non vede nel passato particolari
Un successivo passaggio fondamentale è rappresentato dalla filosofia modelli da imitare né particolari lezioni da apprendere. La massima
del XVII secolo e in particolare dalla controversia degli antichi e dei ciceroniana historia magistra vitae esprime esemplarmente la conce-
moderni, da cui i secondi escono vincitori. All'opinione tradizionale se- zione preilluministica della storia come ricco serbatoio di esempi per
condo cui gli antichi sono più saggi Bacone contrappone genialmente orientare l'agire umano e implica una concezione dell'esperienza u-
l'argomento che siamo noi moderni 'i veri antichi' poiché abbiamo po- mana fondamentalmente uniforme e immutabile, scandita da eventi
tuto beneficiare di una più lunga storia del mondo e poiché, se la veri- ricorrenti, in cui si attribuisce particolare valore all'esperienza.
tà è figlia del tempo, dobbiamo essere più vicini alla verità. La concezione tradizionale della storia e del tempo storico viene gra-
Aspetto essenziale dell'affermazione della cultura moderna è la tesi dualmente modificata nella seconda metà del XVIII secolo, aprendo la
cartesiana di una ricostruzione della conoscenza sulla base della sola strada a una concezione della modernità che ha al suo centro l'idea di
ragione umana, che comporta un rifiuto dei sistemi filosofici prece- progresso elaborata da Kant, Condorcet, Turgot. Come osservano Tu-
denti. In questo clima intellettuale, alimentato dai grandi progressi veson (1964) e Koselleck (1985), il millenarismo cristiano viene secola-
della scienza galileiana e newtoniana, si fa strada la convinzione che rizzato, liberato dal 'terrorismo morale' dell'attesa apocalittica della
vada abolita la tirannia degli antichi pensatori e si sviluppa una nuova fine del mondo, e trasformato nell'idea di un progresso scientifico e
fiducia nell'educazione progressiva dell'umanità e nelle grandi inven- razionale del genere umano. Il passato non ci offre più esempi di vita,

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la sua autorità viene negata; ma ci aiuta a comprendere ciò che siamo esse divengono il simbolo della modernità; e la modernizzazione ten-
divenuti, e per questo viene continuamente reinterpretato alla luce de a identificarsi con l'occidentalizzazione, nel senso che la società oc-
del presente. Una formulazione radicale di questo atteggiamento si ha cidentale diviene civiltà mondiale (il che crea, come vedremo, com-
nella Democrazia in America in cui Tocqueville scrive: «sono ritornato plessi problemi interpretativi e metodologici).
indietro di età in età fino alla più remota antiquità, ma non ho trovato La modernità assume anche, come argomenta Habermas (Il discorso
qualche cosa di analogo o parallelo a ciò che accadeva ai miei occhi, filosofico della modernità, 1987), il significato di affermazione di liber-
[...] il passato ha cessato di far luce sul futuro». tà e diritti. Nello stesso tempo, e contraddittoriamente, il progetto
La modernità è un processo senza fine che implica l'idea dell'innova- moderno è un progetto universalizzante di emancipazione e una ideo-
zione permanente, della continua creazione del nuovo. Vive nel pre- logia di legittimazione del potere espansionistico delle prime società
sente ed è orientata al futuro, promuove l'innovazione ed è avida di moderne occidentali.
novità; ha inventato, come osserva Kumar (1995), la tradizione del
da A. MARTINELLI, La modernizzazione, Ed. Laterza, Bari 1998, pagg. 3-7
nuovo.
La rivoluzione francese, e la connessa, anche se profondamente diver-
sa, guerra di indipendenza americana, concretizzano la nuova conce-
zione in una esperienza politica di massa. La rivoluzione francese è la 1.3 Il dibattito sulla modernità. Due voci
prima rivoluzione moderna, e ha trasformato radicalmente il concetto
stesso di rivoluzione. Nuovi eventi richiedono nuove parole, o nuovi 1.3.1 Alain Touraine. “Critica della modernità”
significati di parole antiche. Il concetto astronomico di rivoluzione
come perpetuo movimento ciclico dei corpi celesti dà vita al concetto Presenza centrale nelle nostre idee e nelle nostre pratiche da oltre tre
politico di rivoluzione che ne condivide l'idea del capovolgimento, del secoli, la modernità è oggi messa in discussione, respinta o ridefinita.
'sottosopra', ma significa anche il contrario del concetto astronomico, Ma che cos'è la modernità?
in quanto rottura dell'esistente e creazione del nuovo; concetto ana- L'idea di modernità, nella sua forma più ambiziosa, fu l'affermazione
logo con riguardo alla dimensione spaziale, ma antinomico con ri- secondo cui l'uomo è ciò che fa, e dunque deve esistere una corri-
guardo alla dimensione temporale. spondenza sempre più stretta tra la produzione, resa più efficace dalla
Se la rivoluzione francese ha dato alla modernità la sua forma e co- scienza, dalla tecnologia o dall'amministrazione, l'organizzazione della
scienza caratteristica, basata sulla ragione, la rivoluzione industriale le società regolata dalla legge e la vita personale, mossa dall'interesse
ha conferito la sua sostanza materiale. Il suo sviluppo esplosivo, la ma anche dalla volontà di liberarsi da tutte le costrizioni. Su cosa si
forza del vapore e dell'acciaio, l'accelerazione delle trasformazioni e- basa questa corrispondenza tra una cultura scientifica, una società
conomiche, hanno attribuito proporzioni rivoluzionarie a grandi pro- ordinata e individui liberi, se non sul trionfo della ragione? Essa sola
cessi di cambiamento, che erano del tutto evidenti ai contemporanei istituisce una corrispondenza tra l'azione umana e l'ordine del mondo;
che le sperimentavano nella loro vita quotidiana. quella corrispondenza che tante concezioni religiose, nonostante il fi-
E poiché sono le società occidentali che mostrano le maggiori diffe- nalismo proprio delle religioni monoteistiche basate su una rivelazio-
renze e i maggiori contrasti con l'organizzazione economica e sociale, ne, già avevano cercato di instaurare. La ragione anima la scienza e le
con i rapporti politici e con i tratti culturali delle società precedenti, sue applicazioni; inoltre, comanda l'adattamento della vita sociale ai

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bisogni individuali o collettivi; infine, sostituisce all'arbitrio e alla vio- del mondo regimi totalitari fondati sulla ragione, sulla scienza e sulla
lenza lo stato di diritto e il mercato. L'umanità, agendo secondo le sue tecnica?
leggi, procede contemporaneamente verso l'abbondanza, la libertà e Ma l'Occidente risponde che da lungo tempo ormai [...] diffida di que-
la felicità. sto razionalismo volontarista, di questo dispotismo illuminato. Lenta-
Proprio questa affermazione centrale è stata contestata o respinta dai mente, infatti, a una visione razionalistica dell'universo e dell'azione
critici della modernità. umana ha sostituito una concezione più modesta, puramente stru-
In cosa la libertà, la felicità personale o la soddisfazione dei bisogni sa- mentale, di una razionalità messa sempre più al servizio di domande,
rebbero razionali? [...] Che l’autorità legale razionale sia associata di bisogni che, via via che ci si inoltra in una società di consumo di
all'economia di mercato nella costruzione della società moderna non massa, sfuggono viepiù alle regole cogenti di un razionalismo centrato
basta — tutt'altro — a dimostrare che lo sviluppo e la democrazia sia- sull'accumulazione piuttosto che sul consumo dei più. [...]
no legati reciprocamente dalla forza della ragione. [...] La stessa critica Ma altri critici insorgono contro questa concezione dolce della mo-
vale, a maggior ragione, contro il presunto legame tra razionalizzazio- dernità. Non si perde forse essa nell'inconsistenza; non accorda la
ne e felicità. La liberazione dai controlli e dalle forme tradizionali di massima importanza alle esigenze mercantili più immediate, dunque
autorità consente la felicità ma non la garantisce; richiede la libertà meno importanti? Non è forse cieca in quanto riduce la società a un
ma contemporaneamente la sottopone all'organizzazione centralizza- mercato e non si cura né delle diseguaglianze che essa accresce né
ta della produzione e del consumo. L'affermazione secondo cui il pro- della distruzione dell'ambiente naturale e sociale che essa accelera?
gresso sarebbe il cammino verso l'abbondanza, la libertà e la felicità, e [...] Insomma, la società moderna tende a eliminare tutte le forme di
questi tre obiettivi sarebbero strettamente legati gli uni agli altri, non sistema e tutti i princìpi di organizzazione per essere soltanto un flus-
è che un'ideologia costantemente smentita dalla storia. so molteplice di mutamenti, dunque di strategie personali, relative
Inoltre, dicono i critici più radicali, il cosiddetto regno della ragione all'organizzazione o politiche, regolate dalla legge e dai contratti? Un
non coincide forse con l'influenza crescente del sistema sugli attori, liberalismo così coerente non definisce più alcun principio di governo,
con la normalizzazione e la standardizzazione che, dopo aver distrutto di gestione o di educazione. [...] Una concezione così debole della
l'autonomia dei lavoratori, si estendono al mondo del consumo e del- modernità non si vanifica da sé? È questo il punto di partenza dei cri-
la comunicazione? Questo dominio si esercita talvolta liberamente, tici postmoderni. [...] [Ma non è quella postmoderna una società] tut-
talvolta in modo autoritario, ma in tutti i casi questa modernità, anche ta fatta di varietà dove il qui e l'altrove, il vecchio e il nuovo coesisto-
e soprattutto quando si richiama alla libertà del soggetto, ha come fi- no senza pretesa di egemonia? E questa cultura postmoderna non è
ne la sottomissione di ciascuno agli interessi di tutti, si tratti dell'im- forse incapace di creare, non è forse ridotta a riflettere le creazioni
presa, della nazione, della società oppure della ragione stessa. E non è delle altre culture, di quelle che si consideravano portatrici di una ve-
forse in nome della ragione e del suo universalismo che il dominio rità?
dell'uomo occidentale maschio, adulto e istruito si è esteso sul mondo [...] Ma occorre forse per questo passare nel campo avverso e aderire
intero, dai lavoratori ai colonizzati, dalle donne ai bambini? al ritorno in forze dei nazionalismi, dei particolarismi, degli integrali-
Come simili critiche potrebbero non risultare convincenti alla fine di smi, religiosi o no, che sembrano crescere ovunque, nei paesi più mo-
un secolo dominato dal movimento comunista, che impose a un terzo derni come in quelli più brutalmente sconvolti da una modernizzazio-
ne forzata? Comprendere la formazione di simili movimenti richiede,

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certo, un'interrogazione critica sull'idea di modernità, quale si è svi- stra civiltà 'si sviluppa'. Qualche volta abbiamo l'impressione che un
luppata in Occidente, ma non può giustificare in alcun modo l'abban- qualche declino importante si sia verificato negli ultimi anni o decen-
dono, contemporaneamente, dell'efficacia della ragione strumentale, ni: per esempio a partire dalla seconda guerra mondiale, o negli anni
della forza liberatrice del pensiero critico e dell'individualismo. [...] Se Cinquanta. E talvolta la perdita è percepita su un periodo storico mol-
noi rifiutiamo il ritorno alla tradizione e alla comunità, dobbiamo cer- to più lungo: non di rado, si vede nell'intera epoca moderna, dal Sei-
care una nuova definizione della modernità e una nuova interpreta- cento in poi, l'arco temporale del declino. [...] Intendo scegliere qui
zione della nostra storia «moderna», così spesso ridotta all'ascesa, due di questi temi centrali, e tirarne poi in ballo un terzo, in larga mi-
necessaria e liberatrice al contempo, della ragione e della secolarizza- sura derivato dai primi due. Benché non esauriscano affatto l'argo-
zione. Se la modernità può essere definita solo attraverso la raziona- mento, questi tre temi toccano una gran parte di ciò che ci turba e
lizzazione e se, viceversa, una visione della modernità come flusso in- sconcerta riguardo alla società moderna. [...]
cessante di mutamenti tiene troppo poco conto della logica del potere I mutamenti che definiscono la modernità sono a un tempo ben noti e
e della resistenza delle identità culturali, non diviene forse chiaro che assai sconcertanti, ed è per questo che vale la pena di parlarne anco-
la modernità si definisce proprio grazie a questa separazione crescen- ra.
te tra il mondo oggettivo, creato dalla ragione in accordo con le leggi 1) La prima fonte di preoccupazione è l'individualismo. Naturalmente,
della natura, e il mondo della soggettività, cioè anzitutto dell'individu- il termine 'individualismo' designa anche quella che molti considerano
alismo, o più precisamente di un appello alla libertà personale? La la più bella conquista della civiltà moderna. Viviamo in un mondo in
modernità ha infranto il mondo sacro, che era naturale e divino al cui gli uomini hanno il diritto di scegliere da sé il proprio modo di vita,
tempo stesso, trasparente alla ragione e creato. Essa non l'ha sostitui- di decidere in piena libertà di coscienza quali convinzioni abbracciare,
to con quello della ragione e della secolarizzazione, rinviando i fini ul- di foggiare la loro vita in mille diverse maniere su cui i loro antenati
timi in un mondo che l'uomo non potrebbe più raggiungere; essa ha non avevano nessun controllo. E in genere questi diritti sono difesi dai
imposto la separazione tra un soggetto sceso dal cielo sulla terra, u- nostri sistemi giuridici. [...]
manizzato, e il mondo degli oggetti, manipolati dalle tecniche. All'uni- La libertà moderna fu conquistata quando ci emancipammo dai vecchi
tà di un mondo creato dalla volontà divina, dalla ragione o dalla sto- orizzonti morali. In passato, gli uomini usavano vedersi come parte di
ria, ha sostituito la dualità di razionalizzazione e soggettivazione. un ordine più ampio. In alcuni casi, si trattava di un ordine cosmico, di
una Grande Catena dell'Essere, in cui gli umani figuravano al posto
da A. TOURAINE, Critica della modernità, Ed. Il Saggiatore, Milano 1993 [92], che gli spettava, accanto agli angeli, ai corpi celesti e alle altre creatu-
pagg. 11-15 re terrestri, loro simili. Quest'ordinamento gerarchico dell'universo si
rifletteva nelle gerarchie della società umana. Gli uomini si trovavano
spesso confinati in un dato luogo, in un ruolo e in una condizione che
1.3.2 Charles Taylor. “Il disagio della modernità” erano propriamente i loro, e dai quali era praticamente impensabile
allontanarsi. La libertà moderna nacque dal discredito in cui caddero
Mi propongo di scrivere qui su alcuni dei disagi della modernità. In- questi ordinamenti.
tendo quei tratti della nostra cultura e società contemporanee che gli Ma, nel mentre stesso che ci limitavano, questi ordinamenti davano
uomini sperimentano come una perdita o un declino, anche se la no- un senso al mondo e alle attività della vita sociale. [...] Il discredito di

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questi ordinamenti è stato chiamato il 'disincantamento' del mondo. te. Potremmo chiamarlo il primato della ragione strumentale. Con 'ra-
Con esso, le cose persero una parte della loro magia. gione strumentale' intendo il tipo di razionalità cui ci rifacciamo
Per un paio di secoli, una vigorosa discussione s'è svolta intorno al quando calcoliamo l'applicazione più economica dei mezzi disponibili
problema se questo disincantamento sia stato in tutto e per tutto una a un fine dato. La sua misura del successo è il massimo di efficienza, il
buona cosa. Ma non su questo voglio concentrarmi qui. Intendo piut- migliore rapporto costi-prodotto.
tosto guardare a quelle che a qualcuno sono parse le sue conseguen- Non c'è dubbio che la liquidazione dei vecchi ordinamenti abbia im-
ze sulla vita dell'uomo e sul significato della condizione umana. mensamente allargato l'ambito della ragione strumentale. Una volta
È stata ripetutamente espressa la preoccupazione che, insieme con i che la società non ha più una struttura sacra, una volta che gli assetti
più vasti orizzonti d'azione, sociali e cosmici, l'individuo abbia perso sociali e i modi d'azione non sono più fondati sull'ordine delle cose o
qualcosa d'importante. [...] Nello scorso secolo Alexis de Tocqueville sulla volontà di Dio, essi sono, in certo senso, del primo che allunga la
manifestò talvolta un atteggiamento del genere, parlando dei «picco- mano per impossessarsene. Diventa possibile rimodellarli, e con essi
li e volgari piaceri» (La democrazia in America, vol. II, 1840) cui gli le loro conseguenze per la felicità e il benessere degli individui. D'ora
uomini aspirano nell'epoca della democrazia. [...] Gli «ultimi uomini» in avanti, il metro è quello della ragione strumentale. Analogamente,
di Nietzsche si trovano al nadir, al punto d'arrivo di questo declino; non appena le creature che ci circondano hanno perso il significato
nella loro vita non aspirano più a null'altro che a un «miserabile be- conferitogli dal posto che occupavano nella catena dell'essere, eccole
nessere» (Così parlò Zarathustra, Pref., 1883-85). esposte al rischio di venir trattate come materia prima e strumenti dei
Questa perdita di senso era legata a un restringimento. Gli uomini nostri progetti.
perdevano la visione più ampia perché si concentravano sulle loro vite Per un verso, è stato un cambiamento liberatore. Ma c'è anche la dif-
individuali. L'eguaglianza democratica, scrive Tocqueville, spinge fusa e sgradevole sensazione che la ragione strumentale non solo ab-
l'uomo al ripiegamento in se stesso, «e minaccia di rinchiuderlo del bia allargato il suo raggio, ma minacci d'impadronirsi delle nostre vite.
tutto nella solitudine del suo proprio cuore» (La democrazia in Ameri- Il timore è che cose che dovrebbero essere determinate da criteri di-
ca, vol. II, 1840) . In altre parole, il lato oscuro dell'individualismo è il versi vengano decise in termini di efficienza o di analisi costi-benefici,
suo incentrarsi sull'io, che a un tempo appiattisce e restringe le nostre che i fini indipendenti che dovrebbero guidare le nostre vite si trovino
vite, ne impoverisce il significato, e le allontana dall'interesse per gli eclissati dall'esigenza di massimizzare la produzione. Tante sono le co-
altri e la società. se ch'è possibile addurre a sostegno di questa preoccupazione: per
Recentemente questa preoccupazione è ricomparsa, in rapporto con i esempio, l'uso che si fa delle esigenze della crescita economica per
frutti della società permissiva, con i misfatti della me generation o con giustificare una distribuzione pesantemente diseguale della ricchezza
il dominio del 'narcisismo', per rifarsi a tre delle formulazioni contem- e del reddito, o il fatto che queste stesse esigenze ci rendono ottusi
poranee più largamente note. Il senso che la vita si sia appiattita e ri- alle necessità dell'ambiente, fino a sfiorare il pericolo della catastrofe.
stretta, e che ciò sia connesso a un anormale e deplorevole assorbi- O, ancora, possiamo pensare al modo in cui buona parte della nostra
mento in sé medesimo dell'individuo, è tornato ad affacciarsi in forme pianificazione sociale — in aree cruciali come la valutazione dei rischi
specifiche della cultura contemporanea. [...] — è dominata da forme di analisi costi-benefici che implicano calcoli
2) Il disincantamento del mondo si collega a un altro fenomeno rile- grotteschi, col risultato di misurare la vita umana in dollari.
vantissimo dell'età moderna, che pure turba grandemente molta gen-

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Il primato della ragione strumentale è evidente anche nel prestigio e te di modificare la mentalità individuale, che non è in giuoco soltanto
nell'aura che circondano la tecnologia, e che c'inducono a credere che una battaglia, pur importantissima, 'per i cuori e le menti'. In questo
dobbiamo cercare soluzioni tecnologiche anche quando quel che ci campo, il cambiamento dovrà coinvolgere le istituzioni, anche se non
occorre è in realtà qualcosa di molto diverso. [...] potrà avere quel carattere globale, totale che i grandi teorici della ri-
Si ritiene anche che il posto dominante della tecnologia abbia contri- voluzione preconizzavano.
buito a quel restringimento e appiattimento delle nostre vite che ho 3) Questo ci conduce al livello politico, e alle paventate conseguenze
appena esaminato in rapporto al primo tema. Si è parlato di una per- (per la vita politica) dell'individualismo e della ragione strumentale.
dita di risonanza, di profondità, o di ricchezza del nostro ambiente Una l'ho già indicata. È che le istituzioni e le strutture della società in-
umano. Quasi centocinquant'anni fa, Marx osservava nel Manifesto dustrial-tecnologica limitano pesantemente le nostre scelte, che co-
del Partito Comunista che uno degli effetti dello sviluppo capitalistico stringono tanto i gruppi quanto gli individui ad attribuire alla ragione
era che «Si volatilizza tutto ciò che vi era [....] di stabile». L'idea è che i strumentale una rilevanza che in una seria deliberazione morale non
solidi, durevoli e spesso espressivi oggetti che ci hanno servito in pas- penseremmo mai di assegnarle, e che può addirittura rivelarsi alta-
sato vengono soppiantati dalle merci — caduche, sciatte, surrogabili mente distruttiva. Un esempio calzante ci è offerto dalle grandi diffi-
— che ora ci circondano. [...] coltà che incontriamo nel far fronte alle minacce, talvolta mortali, che
Accresce tale senso di minaccia il sapere che questo primato non è fanno gravare sulle nostre vite i disastri ambientali, come l'assotti-
semplicemente legato a un orientamento (magari inconsapevole) cui gliamento dello strato di ozono. È lecito vedere la società strutturata
ci pungoli e ci alletti l'epoca moderna. Come tale, sarebbe certo diffi- intorno alla ragione strumentale come tale che impone una grave
cile da contrastare, ma potrebbe quanto meno cedere alla persuasio- perdita di libertà agli individui oltre che al gruppo, giacché non sono
ne. È invece chiaro che meccanismi potenti della vita sociale premono soltanto le nostre decisioni sociali che sono foggiate da queste forze.
in questa direzione. [...] Anche per uno stile di vita individuale, è difficile andare controcorren-
Marx, Weber e altri grandi teorici hanno indagato questi meccanismi te. Ad esempio, l'intera struttura di alcune città moderne rende assai
impersonali, designati da Weber con un'espressione suggestiva: la arduo il vivere senza un'automobile, specialmente là dove i trasporti
«gabbia di ferro». E v'è chi da queste analisi ha voluto trarre la conclu- pubblici sono stati margina-lizzati in favore della motorizzazione priva-
sione che di fronte a tali forze siamo completamente impotenti, o per- ta.
lomeno lo siamo finché non smantelliamo totalmente le strutture isti- Ma c'è un'altra specie di perdita della libertà, che pure è stata larga-
tuzionali nel cui quadro ci siamo mossi negli ultimi secoli: il mercato e mente discussa, e da nessuno in maniera più memorabile che da Ale-
lo Stato. Quest'aspirazione appare oggi a tal punto irrealizzabile, che xis de Tocqueville. Una società in cui gli esseri umani si riducono nella
tanto vale dichiarare esplicitamente la nostra impotenza. condizione di individui «rinchiusi nei loro cuori» è una società in cui
Intendo tornare su questo punto più avanti, ma penso che queste te- pochi vorranno partecipare attivamente all'autogoverno. La maggio-
orie forti della fatalità siano astratte e sbagliate. La misura della no- ranza preferirà starsene a casa e godersi le soddisfazioni della vita pri-
stra libertà non è pari a zero. Non è privo di senso deliberare quali vata, almeno fintantoché il governo in carica, qualunque sia, produce i
debbano essere i nostri fini, e se la ragione strumentale debba avere mezzi di queste soddisfazioni, e ne fa una larga distribuzione.
nelle nostre vite un ruolo minore di quello che effettivamente ha. Ma Ciò fa emergere il pericolo di una forma di dispotismo nuova, specifi-
l'elemento di verità di queste analisi è che non si tratta semplicemen- camente moderna, che Tocqueville chiama dispotismo «morbido».

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Non sarà una tirannia del terrore e dell'oppressione, come nel tempo
andato. Il governo sarà mite e paternalistico. Potrà perfino conservare
le forme democratiche, con elezioni periodiche. Ma di fatto ogni cosa
sarà governata da un «potere immenso e tutelare», su cui gli uomini
avranno ben scarso controllo. Secondo Tocqueville, l'unica difesa è
una vigorosa cultura politica che attribuisca un alto valore alla parte-
cipazione (a una molteplicità di livelli) alla struttura di governo, e an-
che alle associazioni volontarie. Ma l'atomismo dell'individuo assorbi-
to in sé medesimo milita contro quest'ipotesi. Quando la partecipa-
zione declina, quando le associazioni laterali che ne erano i veicoli si
dissolvono, il singolo cittadino è lasciato solo di fronte al gigantesco
Stato burocratico, e si sente, non a torto, impotente. Ciò demotiva
ancor più il cittadino, e arriviamo così al circolo vizioso del dispotismo
morbido. [...]
Sono dunque questi i tre disagi concernenti la modernità che intendo
esaminare in questo libro. Il primo timore ha a che fare con quella che
potremmo chiamare una perdita di senso, con il venir meno degli o-
rizzonti morali. Il secondo riguarda l'eclisse dei fini di fronte al dilagare
della ragione strumentale. E il terzo concerne una perdita di libertà.
Naturalmente, sono tutti punti controversi. Ho parlato di preoccupa-
zioni che sono certo diffuse, e menzionate da autori influenti; ma su
nessuna di esse c'è un consenso generale. [...] Su nulla c'è consenso in
questa materia, e il dibattito continua. Ma nel corso di questo dibatti-
to la natura essenziale degli sviluppi ora elogiati e ora deplorati viene
spesso fraintesa. [...] La verità è che in tutti gli sviluppi che sono venu-
to descrivendo c'è molto di ammirevole, e molto di degradato e di
spaventevole; ma comprendere il rapporto tra l'uno e l'altro aspetto
significa rendersi conto che la questione non è quanto alto sia il prez-
zo da pagare (in termini di conseguenze negative) per i frutti positivi,
ma piuttosto come pilotare questi sviluppi verso le loro più promet-
tenti potenzialità, e come evitare di scivolare nelle forme degradate.

da CH. TAYLOR, Il disagio della modernità, Ed. Laterza, 1994 [1991], pp. 3-15

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2.1. LA NUOVA VISIONE DELL'UOMO. UMANESIMO E RINASCIMENTO Già il Sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato secondo le leggi
di un’arcana sapienza questa dimora del mondo quale ci appare,
tempio augustissimo della divinità. Aveva abbellito con le intelli-
2.1.1. Pico della Mirandola: dignità e centralità dell’uomo genze la zona iperurania, aveva avvivato di anime eterne gli eterei
globi, aveva popolato di una turba di animali d’ogni specie le parti
Negli scritti degli Arabi ho letto, Padri venerandi, che Abdalla Sara- vili e turpi del mondo inferiore. Senonché, recato il lavoro a com-
ceno, richiesto di che gli apparisse sommamente mirabile in questa pimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di af-
scena del mondo, rispondesse che nulla scorgeva più splendido ferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di
dell’uomo. E, con questo detto si accorda quello famoso di Ermete: ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, come atte-
«Grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo». stano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l’uomo. Ma degli
archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura,
Ora mentre ricercavo il senso di queste sentenze non mi soddisfa- né dei tesori uno ve n’era da largire in retaggio al nuovo figlio, né
cevano gli argomenti che in gran numero vengono recati da molti dei posti di tutto il mondo uno rimaneva in cui sedesse codesto
sulla grandezza della natura umana: essere l’uomo vincolo delle contemplatore dell’universo. Tutti erano ormai pieni, tutti erano
creature, familiare alle superiori, sovrano delle inferiori; interprete stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Ma non sa-
della natura per l’acume dei sensi, per l’indagine della ragione, per rebbe stato degno della paterna potestà venir meno, quasi impo-
la luce dell’intelletto, intermedio fra il tempo e l’eternità e, come tente, nell’ultima fattura; non della sua sapienza rimanere incerto
dicono i Persiani, copula, anzi imeneo del mondo, di poco inferiore in un’opera necessaria per mancanza di consiglio; non del suo be-
agli angeli, secondo la testimonianza di David. nefico amore, che colui che era destinato a lodare negli altri la di-
vina liberalità fosse costretto a biasimarla in se stesso.
Grandi cose queste, certo, ma non le più importanti, non tali cioè
per cui possa arrogarsi il privilegio di una ammirazione senza limi- Stabilì finalmente l’ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare
ti. Perché, infatti, non ammirare di più gli angeli e i beati cori del di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente asse-
cielo? gnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefi-
nita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: «Non ti ho dato, o
Ma finalmente mi parve di avere compreso perché l’uomo sia il più
Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna
felice degli esseri animati e degno perciò di ogni ammirazione, e
prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogati-
quale sia la sorte che toccatagli nell’ordine universale è invidiabile
ve che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ot-
non solo per i bruti, ma per gli astri, per gli spiriti oltremondani.
tenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro
Incredibile e mirabile! E come altrimenti, se proprio per essa giu-
leggi da me prescritte. Tu, non costretto da nessuna barriera la de-
stamente l’uomo viene detto e ritenuto un miracolo grande e un
terminerai secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti
meraviglioso essere animato?
posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò
Ma quale essa sia ascoltate, o Padri, e porgete benigno orecchio, che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale
nella vostra cortesia, a questo mio discorso. né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti

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plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai 2.1.2 Marsilio Ficino.
degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo L'uomo è 'copula mundi ', il nodo dell'essere.
il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine». […]

Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi La natura della stessa anima razionale, dato che occupa una posi-
d’ogni vita. Quelli che ciascuno avrà coltivati, quelli cresceranno e zione intermedia fra tutti questi cinque gradi [corpo, qualità, ani-
daranno in lui i loro frutti. Se saranno vegetali sarà pianta; se sen- ma, angelo, Dio, ndr], è chiaro che costituisce l'elemento di unione
sibili, sarà bruto; se razionali, diventerà animale celeste; se intel- di tutta la natura, regge da un lato le qualità e i corpi, dall'altro si
lettuali, sarà angelo e figlio di Dio. Ma se, non contento della sorte congiunge alla natura angelica e a Dio. […]
di nessuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto
uno spirito solo con Dio, nella solitaria caligine del Padre colui che [L'anima] è tale che afferra le cose superiori senza lasciare le infe-
fu posto sopra tutte le cose starà sopra tutte le cose. [...] riori; e così in essa si collegano le cose superiori con le inferiori.
Essa infatti è immobile e mobile; e perciò da un lato concorda con
Chi dunque non ammirerà l’uomo? Non a torto nelle Sacre Scrittu- le cose superiori, dall'altro con le inferiori. E se concorda con en-
re mosaiche e cristiane vien chiamato ora col nome di ogni essere trambe, desidera entrambe.
di carne, ora con quello di ogni creatura, poiché foggia, plasma e
trasforma la sua persona secondo l’aspetto di ogni essere, il suo in- Per un istinto naturale ascende alle superiori, discende alle inferio-
gegno secondo quello di ogni creatura. […] ri; e mentre ascende non abbandona le inferiori; e mentre discende
non lascia le più alte. Giacché se abbandonasse un estremo, incli-
Ma a che ricordar tutto ciò? Perché comprendiamo, dal momento nerebbe all'altro; e non sarebbe più la vera copula del mondo. […]
che siamo nati nella condizione di essere ciò che vogliamo, che è
nostro dovere avere cura specialmente di questo: che non si dica di Poiché è la vera connessione di tutte [...] giustamente si può chia-
noi che essendo in onore non ci siamo accorti di essere diventati mare il centro della natura, intermediaria di tutte le cose, la catena
simili a bruti e a stolti giumenti, ma di noi si ripetano piuttosto le del mondo, il volto del tutto, il nodo e la copula del mondo.
parole del profeta Asaph: «Siete Dei e tutti figli dell’Altissimo». Sì
che, abusando dell’indulgentissima liberalità del Padre, non ci ren-
diamo nociva invece che salutare la libera scelta che egli ci conces- da MARSILIO FICINO, Theologia platonica (1482), Ed. Zanichelli
se. Ci afferri l’animo una santa ambizione di non contentarci delle
cose mediocri, ma di anelare alle più alte e di sforzarci con ogni vi-
gore di raggiungerle, dal momento che se vogliamo lo possiamo.

da PICO DELLA MIRANDOLA. Orazione sulla dignità dell‘uomo (1487), Ed. Vallecchi

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2.2 LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA. GALILEO GALILEI il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in
preda in maniera che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto e,
senza cercarne altra ragione, si deva avere per decreto inviolabi-
2.2.1 "I discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo le; il che è un abuso che si tira dietro un altro disordine estremo,
sensibile, e non sopra un mondo di carta" ed è che altri non si applica più a cercar d'intender la forza delle
SALVIATI. : sono alcuni suoi seguaci troppo pusillanimi, che danno sue dimostrazioni. E qual cosa è più vergognosa che 'l sentir nelle
occasione, o, per dir meglio, che darebbero occasione, di sti- pubbliche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili,
marlo meno, quando noi volessimo applaudere alle loro legge- uscir un di traverso con un testo, e bene spesso scritto in ogni al-
reze. E voi ditemi in grazia, [signor Simplicio], sete così sempli- tro proposito, e con esso serrar la bocca all'avversario? Ma
ce che non intendiate che quando Aristotile fusse stato presen- quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare,
te a sentir il dottor che lo voleva far autor del telescopio, si sa- deponete il nome di filosofi, e chiamatevi o istorici o dottori di
rebbe molto più alterato contro di lui che contro quelli che del memoria; che non conviene che quelli che non filosofano mai, si
dottore e delle sue interpretazioni si ridevano? Avete voi forse usurpino l'onorato titolo di filosofo. Ma è ben ritornare a riva,
dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cie- per non entrare in un pelago infinito, del quale in tutt'oggi non si
lo, e' non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e uscirebbe. Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con
per accostarsi alle più sensate dottrine, discacciando da sé quei le dimostrazioni, vostre o di Aristotile, e non con testi e nude au-
così poveretti di cervello che troppo pusillanimamente s'indu- torità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo
cono a voler sostenere ogni suo detto, senza intendere che sensibile, e non sopra un mondo di carta.
quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe
DA G. GALILEI, Dialogo sopra i due massimi sistemi (1632), Ed. Ricciardi
un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di
barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come
pecore stolide, volesse che i suoi decreti fussero anteposti a i 2.2.2 La filosofia è scritta nel libro della natura
sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci in caratteri matematici
che hanno dato l'autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia
La cosa non istà cosí. La filosofia è scritta in questo grandissimo li-
usurpata o presa. […]
bro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico
SIMPLICIO. Ma quando si lasci Aristotele, chi ne ha da essere scor- l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a in-
ta nella filosofia? nominate voi qualche autore. tender la lingua e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è
scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed
SALVIATI. Ci è bisogno di scorta ne i paesi incogniti e selvaggi ma altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a inten-
ne i luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di derne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente
guida; e chi è tale, è ben che si resti in casa, ma chi ha gli occhi per un oscuro laberinto.
nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta.
Né perciò dico io che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo DA G. GALILEI, Il Saggiatore (1623), Ed. Ricciardi

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2.2.3 Scienza e fede scorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darci
con altro mezo le notizie che per quelli possiamo conseguire, sì
Ma non per questo voglio inferire, non doversi aver somma consi- che anco in quella conclusioni naturali, che o dalle sensate espe-
derazione de i luoghi delle Scritture Sacre; anzi, venuti in certezza rienze o dalle necessario dimostrazioni ci vengono esposte innanzi
di alcune conclusioni naturali, doviamo servircene per mezi acco- a gli occhi e all'intelletto, doviamo negare il senso e la ragione, non
modatissimi alla vera esposizione di esse Scritture ed all'investiga- credo che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze
zione di quei sensi che in loro necessariamente si contengono, co- delle quali una minima particella solamente, ed anco in conclusio-
me verissime e concordi con le verità dimostrate. Stimerei per ni divise, se ne legge nella Scrittura; quale appunto è l'astronomia,
questo che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto la mira a di cui ve n'è così piccola parte, che non vi si trovano ne pur nomi-
persuadere principalmente a gli uomini quegli articoli e proposi- nati i pianeti, eccetto il Sole e la Luna, ed una o due volte solamen-
zioni, che, superando ogni umano discorso, non potevano per altra te, Venere, sotto nome di Lucifero. Però se gli scrittori sacri aves-
scienza né per altro mezo farcisi credibili, che per la bocca dell'i- sero avuto pensiero di persuadere al popolo le disposizioni e mo-
stesso Spirito Santo: di più, che ancora in quelle proposizioni che vimenti de' corpi celesti, e che in conseguenza dovessimo noi anco-
non son de Fide l'autorità delle medesime Sacre Lettere deva esser ra dalle Sacre Scritture apprender tal notizia, non ne avrebbon,
anteposta all'autorità di tutte le scritture umane, scritte non con per mio credere, trattato così poco, che è come niente in compara-
metodo dimostrativo, ma o con pura narrazione o anco con pro- zione delle infinite conclusioni ammirande che in tale scienza si
babili ragioni, direi doversi reputar tanto convenevole e necessa- contengono e si dimostrano. […]
rio, quanto l'istessa divina sapienza supera ogn'umano giudizio e
coniettura. Ma che quell'istesso Dio che ci ha dotati di sensi, di di-
Non credo tuttavia che sia necessario credere che quel Dio che ci ha
dotato di sensi, parola e intelligenza, abbia voluto, scavalcando l'uso
Con ciò non voglio affermare che non si debbano tenere in grande di questi, darci con altro mezzo quelle conoscenze che possiamo con-
considerazione i testi delle Sacre Scritture; anzi, una volta acquisite seguire mediante essi; non credo dunque che dobbiamo negare il sen-
alcune conclusioni per vie naturali, dobbiamo servircene come stru- so e la ragione di quelle conclusioni che possiamo raggiungere circa la
mento ben adatto per la corretta spiegazione delle Scritture stesse e natura e che ci derivano o dalle esperienze sensibili o dalle certe di-
nella ricerca di quei significati che esse contengono, che saranno cer- mostrazioni razionali, soprattutto per quei campi del sapere di cui
tamente concordi con le verità che abbiamo dimostrato. Penso dun- nelle Scritture si legge poco e in modo sparso. Tale è l'astronomia, di
que che l'autore delle Sacre Scritture abbia avuto lo scopo di insegna- cui le scritture parlano in minima parte, tanto che non si trovano no-
re agli uomini quelle tesi e quelle proposizioni, che, superando ogni minati neppure i pianeti, ad eccezione del Sole, della Luna e di Vene-
possibilità di comprensione umana, non potevano diventare per noi re, citato due volte soltanto con il nome di Lucifero. Se gli autori sa-
credibili attraverso una conoscenza scientifica o qualunque altro mez- cri avessero voluto insegnare al popolo la collocazione e i movimenti
zo che non fosse lo stesso Spirito Santo. Inoltre in quelle verità che dei corpi celesti, tanto che noi dovremmo apprendere tali informazio-
non sono di fede, l'autorità delle Sacre Scritture deve essere antepo- ni dalle Sacre Scritture, a mio parere, non ne avrebbero trattato così
sta all'autorità di tutte quelle opere umane che sono state scritte non poco, in una misura tale che è quasi un niente in confronto alle infini-
con metodo dimostrativo ma come pure narrazioni o con giustificazio- te e meravigliose conclusioni che l'astronomia contiene e ha dimostra-
ni soltanto probabili; ciò deve essere ritenuto opportuno, anzi neces- to. […].
sario, come deve ritenersi assolutamente vero che la stessa sapienza
divina supera ogni giudizio o congettura umani.
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Dalle quali cose descendendo più al nostro particolare, ne seguita DA G. GALILEI Lettera a Maria Cristina di Lorena (1615), Ed. C. Mancosu
per necessaria conseguenza, che non avendo voluto lo Spirito San-
to insegnarci se il Cielo si muova o stia fermo, né se la sua figura sia
in forma di sfera o di disco o distesa in piano, né se la Terra sia
contenuta nel centro di esso o da una banda, non avrà manco avuta
intenzione di renderci certi di altre conclusioni dell'istesso genere,
e collegate in maniera con le pur ora nominate, che senza la de-
terminazion di esse non se ne può asserire questa o quella parte;
quali sono il determinar del moto e della quiete di essa Terra e del
Sole. E se l'istesso Spirito Santo a bello studio ha pretermesso d'in-
segnarci simili proposizioni, come nulla attenenti alla sua inten-
zione, cioè alla nostra salute, come si potrà adesso affermare, che il
tener di esse questa parte, e non quella, sia tanto necessario che
l'una sia de Fide, e l'altra erronea? Potrà, dunque, essere un'opi-
nione eretica, e nulla concernente alla salute dell'anime? o potrà
dirsi, aver lo Spirito Santo voluto non insegnarci cosa concernente
alla salute? Io qui direi quello che intesi da persona ecclesiastica
costituita in eminentissimo grado, cioè l'intenzione dello Spirito
Santo essere d'insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il
Cielo.

Passando al nostro problema particolare, ne consegue necessariamen-


te che, poiché lo Spirito Santo non ha voluto insegnarci se il cielo si
muova o stia fermo, né se sia a forma di sfera o di disco o se sia diste-
so come un piano, né se la Terra sia posta al centro di esso o in altra
parte, Egli non avrà neanche avuto intenzione di darci conoscenze su
altre conclusioni dello stesso genere e collegate con quelle prima ci-
tate in modo tale che senza di esse non si possa asserire questo o
quell'altro aspetto, come ad esempio la definizione dello stato di mo-
to o di quiete della Terra e del Sole. Se lo Spirito Santo ha delibera-
tamente tralasciato di insegnarci simili proposizioni in quanto non at-
tinenti al suo fine, cioè alla nostra salvezza, come si potrà adesso af-
fermare che seguire questa e non quella sia così necessario che l'una
sia verità di fede e l'altra erronea? Potrà essere un'opinione eretica e,
insieme, per nulla concernente la salvezza delle nostre anime? Oppu-
re si potrà dire che lo Spirito Santo ha voluto non insegnarci qualcosa
che concerne la salvezza?
A questo punto riporterei quanto ho inteso da un ecclesiastico di altis-
simo grado: l'intenzione dello Spirito Santo è quella di insegnarci co-
me si vada in cielo e non come vada il Cielo.

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3. IL COGITO DI CARTESIO denza da evitare almeno di cadere, pur avanzando assai poco. Non
volli neppure cominciare a respingere del tutto nessuna delle opi-
nioni che potevano essersi già introdotte fra le mie convinzioni
3.1 Cartesio. Il discorso sul metodo
senza passare attraverso la ragione, se non avessi prima impiegato
Il buon senso è fra le cose del mondo quella più equamente distri- il tempo necessario a disegnare il piano dell'opera a cui mi accin-
buita, giacché ognuno pensa di esserne così ben dotato, che perfino gevo, e a cercare il vero metodo per arrivare a conoscere tutte le
quelli che sono più difficili da soddisfare riguardo a ogni altro bene cose di cui la mia intelligenza fosse capace. [...]
non sogliono desiderarne più di quanto ne abbiano. E in questo
non è verosimile che tutti si sbaglino; è la prova, piuttosto, che il Dal momento che desideravo occuparmi soltanto della ricerca del-
potere di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso, che è pro- la verità, pensai che dovevo [...] rigettare come assolutamente falso
priamente quel che si dice buon senso o ragione, è per natura u- tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio, e questo per
guale in tutti gli uomini; e quindi che la diversità delle nostre opi- vedere se non sarebbe rimasto, dopo, qualcosa tra le mie convin-
nioni non dipende dal fatto che alcuni siano più ragionevoli di altri, zioni che fosse interamente indubitabile. Così, poiché i nostri sensi
a volte ci ingannano, volli supporre che non ci fosse cosa quale essi
ma soltanto da questo, che facciamo andare i nostri pensieri per
ce la fanno immaginare. E dal momento che ci sono uomini che
strade diverse e non prestiamo attenzione alle stesse cose. Perché
sbagliano ragionando, anche quando considerano gli oggetti più
non basta avere buono l'ingegno; la cosa principale è usarlo bene.
semplici della geometria, e cadono in paralogismi, rifiutai come fal-
[...] Quanto alla ragione o discernimento, che è la sola cosa che ci
se, pensando di essere al pari di chiunque altro esposto all'errore,
rende uomini e ci distingue dai bruti, credo che essa sia tutta intera
tutte le ragioni che un tempo avevo preso per dimostrazioni. Infi-
in ciascuno di noi. […] ne, considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo da svegli
Mi trovavo allora in Germania, richiamatovi dalle guerre ancora in possono venirci anche quando dormiamo senza che ce ne sia uno
corso. [...] Tra [i miei pensieri] uno dei primi fu che mi trovai a con- solo, allora, che sia vero, presi la decisione di fingere che tutte le
siderare come spesso nelle opere fatte di molti pezzi e da diversi cose che da sempre si erano introdotte nel mio animo non fossero
artefici non ci sia quanta perfezione ce n'è in quelle a cui ha lavora- più vere delle illusioni dei miei sogni. Ma subito dopo mi accorsi
to uno soltanto. Infatti gli edifici iniziati e terminati da un solo ar- che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava neces-
sariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che
chitetto sono di solito più belli e meglio costrutti di quelli che ar-
questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte
chitetti diversi hanno cercato di adattare, servendosi di vecchi mu-
le supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto
ri costruiti per altri scopi. […] Mi convinsi perciò che per le opi-
smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il
nioni che avevo fino allora accettate non potevo fare di meglio che
primo principio della filosofia che cercavo.
accettare una buona volta a eliminarle tutte, per metterne poi al
Poi, esaminando esattamente quel che ero, e vedendo che potevo
loro posto altre migliori, o anche le stesse, una volta che le avessi fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse mondo né
rese conformi a ragione. […] luogo alcuno in cui mi trovassi, ma che non potevo fingere, perciò,
Ma come fa un uomo che cammina da solo nelle tenebre, decisi di di non esserci; e che al contrario, dal fatto stesso che pensavo di
procedere così lentamente e di adoperare in ogni cosa tanta pru- dubitare della verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza

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e certezza che esistevo; mentre, appena avessi cessato di pensare, 3.2.2 La Ragione
ancorché fosse stato vero tutto il resto di quel che avevo da sempre
immaginato, non avrei avuto alcuna ragione di credere ch'io esi- 128. Due eccessi: escludere la ragione, ammettere soltanto la ragione.
stessi: da tutto ciò conobbi che ero una sostanza la cui essenza o 139. Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c'è un'infi-
natura sta solo nel pensare e che per esistere non ha bisogno di al- nità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a ricono-
cun luogo né dipende da qualcosa di materiale. Di modo che questo scerlo.
io, e cioè la mente per cui sono quel che sono, è interamente distin- Se le cose naturali la trascendono, che dire di quelle soprannaturali?
ta dal corpo, del quale è anche più facile a conoscersi; e non cesse- 144. Noi conosciamo la verità non soltanto con la ragione, ma anche
rebbe di essere tutto quello che è anche se il corpo non esistesse. con il cuore. In quest’ultimo modo conosciamo i principî primi; e in-
Dopo di ciò, considerai in generale quel che si richiede ad una pro- vano il ragionamento, che non vi ha parte, cerca d’impugnare la cer-
posizione perché sia vera e certa; infatti, poiché ne avevo appena tezza. […] La cognizione dei primi principî – come l’esistenza dello
trovata una che sapevo essere tale, pensai che dovevo anche sape-
spazio, del tempo, del movimento, dei numeri –, è altrettanto salda di
re in che cosa consiste questa certezza. E avendo notato che non
qualsiasi di quelle procurateci dal ragionamento. E su queste cono-
c'è niente altro in questo io penso, dunque sono, che mi assicuri di
scenze del cuore e dell’istinto deve appoggiarsi la ragione, e fondarvi
dire la verità, se non il fatto di vedere molto chiaramente che, per
tutta la sua attività discorsiva.
pensare, bisogna essere, giudicai che potevo prendere come regola
146. Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. : lo si osser-
generale che le cose che concepiamo molto chiaramente e molto
distintamente sono tutte vere; e che c'è solo qualche difficoltà a va in mille cose.
vedere bene quali sono quelle che concepiamo distintamente.
3.2.3 L’uomo e la sua esistenza
da R. DESCARTES, Discorso sul metodo (1637), Editori Riuniti
173. Bisogna conoscere se stessi: quand'anche non servisse a trovare
la verità, giova per lo meno a regolare la propria vita; e non c'è nulla di
più giusto.
177. L'uomo è manifestamente nato a pensare; qui sta tutta la sua di-
gnità e tutto il suo pregio; e tutto il suo dovere sta nel pensare retta-
3.2 Pascal vs. Cartesio: Le ragioni del "cuore" mente. Ora, l'ordine del pensiero esige che cominci da sé, e dal suo au-
tore e dal suo fine.
3.2.1 Contro Cartesio Ora, a che pensa la gente? Mai a questo; bensì a ballare, a suonare il
50. Descartes inutile e incerto. liuto, a cantare, a far versi, a correre all'anello, ecc., a battersi, a farsi
51. Non posso perdonare a Descartes. Avrebbe pur voluto, in tutta la rè, senza pensare a quel che significa esser re, ed essere uomo.
sua filosofia, poter fare a meno di Dio; ma non ha potuto esimersi dal 223. [...] L'uomo contempli, dunque, la natura tutt'intera nella sua alta
fargli dare un colpetto per mettere in movimento il mondo: dopo di e piena maestà, allontanando lo sguardo dagli oggetti meschini che lo
che, non sa che farsi di lui. circondano.

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Miri quella luce sfolgorante, collocata come una lampada eterna a il- viglie, che fanno stupire con la loro piccolezza come le altre con la loro
luminare l'universo, la terra gli apparisca come un punto in confronto immensità. Invero, chi non sarà preso da stupore al pensiero che il no-
dell'immenso giro che quell'astro descrive, e lo riempia di stupore il stro corpo, che dianzi non era percepibile nell'universo, che a sua vol-
fatto che questo stesso vasto giro è soltanto un tratto minutissimo in ta era impercettibile in seno al Tutto, sia ora un colosso, un mondo,
confronto di quello descritto dagli astri roteanti nel firmamento. E se, anzi un tutto rispetto al nulla, al quale non si può mai pervenire? Chi si
a questo punto, la nostra vista si arresterà, l'immaginazione vada ol- considererà in questa maniera sentirà sgomento di se stesso e, veden-
tre: si stancherà di concepire prima che la natura di offrirle materia. dosi sospeso, nella massa datagli dalla natura, tra i due abissi dell'infi-
Tutto questo mondo visibile è solo un punto impercettibile nell'ampio nito e del nulla, tremerà alla vista di tali meraviglie; e credo che, mu-
seno della natura. Nessun'idea vi si approssima. Possiamo pur gonfia- tando la propria curiosità in ammirazione, sarà disposto a contem-
re le nostre concezioni di là dagli spazi immaginabili: in confronto del- plarle in silenzio più che a indagarle con presunzione.
la realtà delle cose, partoriamo solo atomi. È una sfera infinita, il cui Perché, insomma, che cos'è l'uomo nella natura? Un nulla rispetto
centro è in ogni dove e la circonferenza in nessun luogo. Infine, è il all'infinito, un tutto rispetto al nulla, qualcosa di mezzo tra il tutto e il
maggior segno sensibile dell'onnipotenza di Dio che la nostra imma- nulla. Infinitamente lontano dalla comprensione di questi estremi, il
ginazione si perda in quel pensiero. L'uomo, ritornato a sé, consideri termine delle cose e il loro principio restano per lui invincibilmente
quel che è in confronto a quel che esiste. celati in un segreto imperscrutabile: egualmente incapace d'intendere
Si veda come sperduto in questo remoto angolo della natura; e da il nulla donde è tratto e l'infinito che lo inghiotte.
quest'angusta prigione dove si trova, intendo dire l'universo, impari a Che farà, dunque, se non scorgere qualche apparenza della zona me-
stimare al giusto valore la terra, i reami, le città e se stesso. Che cos'è diana delle cose, in un'eterna disperazione di conoscerne il principio e
un uomo nell'infinito? Ma per presentargli un altro prodigio altrettan- il termine? Tutte le cose sono uscite dal nulla, e vanno sino all'infinito.
to meraviglioso, cerchi, tra quel che conosce, le cose più minute. Un Chi seguirà quei meravigliosi processi? Solo l'autore di quelle meravi-
àcaro gli offra, nella piccolezza del suo corpo, parti incomparabilmen- glie le comprende; nessun altro lo può.
te più piccole: zampe con giunture, vene in queste zampe, sangue in Per non aver considerato questi due infiniti, gli uomini si son vólti te-
queste vene, umori in queste zampe, gocce in questi umori, vapori in merariamente all'indagine della natura, come se avessero qualche
queste gocce; e, suddividendo ancora queste ultime cose, esaurisca le proporzione con essa. È strano che abbiano voluto scoprire i principi
sue forze in tali concezioni, sicché l'ultimo oggetto cui possa pervenire delle cose, e giungere da questi sino a conoscere tutto, con una pre-
sia per ora quello del nostro ragionamento. Egli crederà forse che sia sunzione infinita come il loro oggetto: perché è certo che non si può
questa l'estrema minuzia della natura. Voglio mostrargli là dentro un concepire un tal disegno senza una presunzione o una capacità infini-
nuovo abisso. Voglio raffigurargli non solo l'universo visibile, ma te, come la natura. Impariamo, dunque, a conoscere le nostre capacità.
l'immensità naturale che si può concepire nell'ambito di quello scor- Siamo qualche cosa e non siamo tutto. Quel tanto di essere che posse-
cio di atomo. Ci scorga un'infinità di universi, ciascuno dei quali aven- diamo c'inibisce la conoscenza dei primi principi, che derivano dal
te il suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra, nelle stesse propor- nulla, e la pochezza del nostro essere ci preclude la vista dell'infinito.
zioni del mondo visibile; e, in quella terra, animali e, infine, altri acari, Il nostro intelletto tiene nell'ordine delle cose intelligibili lo stesso po-
nei quali ritroverà quel che ha scoperto nei primi. E, trovando via via sto che il nostro corpo nell'immensità della natura.
negli altri le stesse cose, senza posa e senza fine, si perda in tali mera-

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Limitati, come siamo, in ogni campo, questa condizione intermedia tra guarderà un po' più dall'alto, ma resterà pur sempre infinitamente
due estremi si riscontra in tutte le nostre facoltà. I nostri sensi non lontano dal termine: così come la durata della nostra vita resta infini-
percepiscono nulla di estremo: troppo rumore ci assorda, troppa luce tamente lontana dall'eternità, anche se si prolunghi di dieci anni.
abbaglia; l'eccessiva distanza e l'eccessiva prossimità impediscono la Davanti a quegli infiniti, tutti i finiti sono eguali; e non vedo perché
vista; troppa lunghezza e troppa brevità rendono oscuro il discorso; dobbiamo fermare l'immaginazione sull'uno piuttosto che sull'altro. Il
troppa verità c'intontisce (conosco taluni che non riescono a capire semplice confronto che facciamo tra noi e il finito ci riesce penoso.
che zero meno quattro resta zero); i primi principi son per noi troppo Se l'uomo cominciasse con lo studiare se stesso, capirebbe quant'è in-
elevati; troppo piacere c'incomoda; le troppo frequenti consonanze capace di spingersi oltre.
spiacciono nella musica; e troppi benefici ci irritano, giacché vogliamo 369. Tutte queste stesse miserie provano la sua grandezza: sono mise-
avere di che ripagarli a dovizia: «Beneficia eo usque laeta sunt dum vi- rie di gran signore, di re spodestato.
dentur exolvi posse; ubi multum antevenere, pro gratia odium reddi- 377. L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna
tur». Noi non sentiamo né l'estremo caldo né l'estremo freddo. Le qua- che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo;
lità eccessive ci sono nemiche, e non vengon da noi sentite: non le un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche
percepiamo più, le soffriamo. L'esser troppo giovani o troppo vecchi è l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di
d'impaccio alla nostra intelligenza. Troppa o troppa poca istruzione, quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo
egualmente. In breve, è come se le cose estreme per noi non esistesse- ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla.
ro, e noi rispetto a loro non esistiamo: esse sfuggono a noi, noi a loro. Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero. In esso dobbiamo
Tale la nostra effettiva condizione. Essa ci rende incapaci sia di cono- cercare la ragione di elevarci, e non nello spazio e nella durata, che
scere con piena certezza come di ignorare in maniera assoluta. Noi non potremmo riempire. Lavoriamo, quindi, a ben pensare: ecco il
voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all'altro, sempre principio della morale.
incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiarci e di 400. E pericoloso mostrar troppo all'uomo quant'è simile ai bruti sen-
fissarci vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e za mostrargli insieme la sua grandezza. Egualmente pericoloso è fargli
fugge in un'eterna fuga. Nulla si ferma per noi. È questo lo stato che ci troppo vedere la sua grandezza, senza mostrargli la sua bassezza. Più
è naturale e che, tuttavia, è più contrario alle nostre inclinazioni. Noi pericoloso ancora, lasciargli ignorare l'una e l'altra. Giova assai, inve-
bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un'ultima base ce, mettergli sotto gli occhi sia l'una sia l'altra.
sicura per edificarci una torre che s'innalzi all'infinito; ma ogni nostro È bene che l'uomo non si creda eguale né agli angeli né ai bruti, e che
fondamento scricchiola, e la terra si apre sino agli abissi. Non cer- non ignori né l'una cosa né l'altra, ma che le conosca entrambe.
chiamo, dunque, né sicurezza, né stabilità. La nostra ragione è sempre
delusa dalla mutevolezza delle apparenze; nulla può fissare il finito
tra i due infiniti che lo racchiudono e lo fuggono. 3.2.4 Il “divertissement” (distrazione)
Quando avremo compreso ciò, credo che ce ne staremo tranquilli, o-
gnuno nella condizione in cui la natura lo ha messo. Poiché lo stato 348. Distrazione. Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la
mediano toccatoci in sorte rimane sempre distante dagli estremi, che miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per viver felici, di non pensarci.
importa avere un po' più di conoscenza delle cose? Chi ne ha di più, le 349. Condizione dell’uomo: incostanza, noia, inquietudine.

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350. La nostra natura è nel movimento; il riposo assoluto è la morte. E questa la ragione per cui il giuoco, la conversazione delle donne, la
352. Noia. Nulla è così insopportabile all’uomo come essere in un pie- guerra, gli alti uffici sono tanto ricercati. Non che in essi si trovi real-
no riposo, senza passioni, senza faccende, senza svaghi, senza occupa- mente la felicità, né che si creda che la vera beatitudine stia nel dena-
zione. Egli sente allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insuffi- ro che si può vincere al giuoco o nella lepre di cui si va a caccia: non li
cienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. E sùbito sor- vorremmo, se ci fossero offerti in dono. Noi non cerchiamo un tal pos-
geranno dal fondo della sua anima il tedio, l’umor nero, la tristezza, il sesso, molle e placido, e che ci lascia pensare all'infelicità della nostra
cruccio, il dispetto, la disperazione. condizione, e neppure i pericoli della guerra o i fastidi degli impieghi;
354. Distrazione. Quando mi son messo, talvolta, a considerare le varie ma il trambusto che ci distoglie da quel pensiero e ci distrae.
agitazioni degli uomini e i pericoli e le pene cui si espongono, nella Ragion per cui si preferisce la caccia alla preda. […]
Corte, in guerra, e donde nascono tante liti, passioni, imprese audaci e Così scorre via tutta la vita. Si cerca il riposo combattendo certe diffi-
spesso sconsiderate, ecc., ho scoperto che tutta l'infelicità degli uomini coltà; e, superate che siano, il riposo diventa insopportabile, perché si
deriva da una sola causa: da non saper restarsene tranquilli, in una pensa o alle miserie presenti oppure a quelle che ci minacciano. [...]
camera. Un uomo che possieda tanto da vivere, se sapesse starsene C'è chi passa la vita senza annoiarsi, giocando ogni giorno un po' di
con piacere a casa propria, non se ne allontanerebbe per andare sul denaro. Donategli ogni mattina la somma che può guadagnare ogni
mare o all'assedio di una piazzaforte. Si compera a così caro prezzo un giorno, a patto che non giochi più: lo renderete infelice. Si obietterà
grado nell'esercito soltanto perché riuscirebbe insopportabile non forse che costui cerca non il guadagno, ma il passatempo. Fatelo allora
muoversi dalla città; e si cercano le conversazioni e lo svago dei giuo- giocare per niente: non ci prenderà gusto e si annoierà. Dunque, non
chi soltanto perché non si può rimanere a casa propria con piacere. cerca solo il passatempo: uno svago fiacco e senza passione lo annoie-
Ma, quando ho meditato la cosa più a fondo, e, dopo aver trovato la rà. Bisogna che ci pigli gusto e frodi se stesso, immaginando che sa-
causa di tutti i nostri mali, ne ho voluto scoprire le ragioni, mi sono rebbe felice di vincer quel che non vorrebbe gli fosse donato a patto di
reso conto che ce n'è una realissima: l'infelicità naturale della nostra non giocar più, in modo che possa foggiarsi un motivo di passione su
condizione debole e mortale, è talmente misera che nulla ci può con- cui riversare i suoi desideri, i suoi timori, la sua collera, come i fanciul-
solare, allorché ci riflettiamo con attenzione. Qualunque condizione ci li che si spaventano nel vedere la faccia che hanno impiastricciata.
si immagini, se raduniamo insieme tutti i beni che ci possono toccare, 366. Miseria. La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la di-
quella di re è sicuramente la più bella del mondo. E, tuttavia, figuria- strazione; tuttavia, è la più grande di tutte, perché essa soprattutto
moci un re, provveduto di tutte le soddisfazioni che possano gradirgli, c'impedisce di pensare a noi stessi e fa che ci perdiamo insensibilmen-
ma che sia privo di distrazione e abbia agio di meditare e riflettere su te. Senza di lei, saremmo nella noia; e questa ci spingerebbe a cercare
quello che è: la sua languida felicità non basterà a sorreggerlo; esso un mezzo più sicuro per uscirne. Mentre la distrazione ci svaga, e ci fa
non potrà far a meno di pensare ai pericoli che lo minacciano, alle giungere alla morte senza che ce ne avvediamo.
possibili ribellioni e, in ogni caso, alle malattie e alla morte, cui non
può sfuggire: dimodoché, se resta senza quel che si chiama «distrazio-
ne», eccolo infelice e più assai dell'ultimo dei suoi sudditi che giochi e 3.2.5 Dio: La scommessa
si diverta.
164. Infinito, nulla. […] Esaminiamo allora questo punto, e diciamo:

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«Dio esiste o no?» Ma da qual parte inclineremo? La ragione qui non ste di arrischiare una vita contro tre in un giuoco in cui, su un’infinità
può determinare nulla: c’è di mezzo un caos infinito. All’estremità di di probabilità, ce ne fosse per voi una sola, quando ci fosse da guada-
quella distanza infinita si gioca un giuoco in cui uscirà testa o croce. Su gnare un’infinità di vita infinitamente beata. Ma qui c’è effettivamente
quale delle due punterete? Secondo ragione, non potete puntare né un’infinità di vita infinitamente beata da guadagnare, una probabilità
sull’una né sull’altra; e nemmeno escludere nessuna delle due. Non di vincita contro un numero finito di probabilità di perdita, e quel che
accusate, dunque, di errore chi abbia scelto, perché non ne sapete un rischiate è qualcosa di finito. Questo tronca ogni incertezza: dovunque
bel nulla. ci sia l’infinito, e non ci sia un’infinità di probabilità di perdere contro
«No, ma io li biasimo non già di aver compiuto quella scelta, ma di a- quella di vincere, non c’è da esitare: bisogna dar tutto. E così, quando
vere scelto; perché, sebbene chi sceglie croce e chi sceglie testa incor- si è obbligati a giocare, bisogna rinunziare alla ragione per salvare la
rano nello stesso errore, sono tutte e due in errore: l’unico partito giu- propria vita piuttosto che rischiarla per il guadagno infinito, che è al-
sto è di non scommettere punto». trettanto pronto a venire quanto la perdita del nulla.
Sí, ma scommettere bisogna: non è una cosa che dipenda dal vostro Invero, a nulla serve dire che è incerto se si vincerà, mentre è certo
volere, ci siete impegnato. Che cosa sceglierete, dunque? Poiché sce- che si arrischia; e che l’infinita distanza tra la certezza di quanto si ri-
gliere bisogna, esaminiamo quel che v’interessa meno. Avete due cose schia e l’incertezza di quanto di potrà guadagnare eguaglia il bene fini-
da perdere, il vero e il bene, e due cose da impegnare nel giuoco: la to, che si rischia sicuramente, all’infinito, che è incerto. Non è così: o-
vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra be- gni giocatore arrischia in modo certo per un guadagno incerto; e non-
atitudine; e la vostra natura ha da fuggire due cose: l’errore e dimeno rischia certamente il finito per un guadagno incerto del finito,
l’infelicità. La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta senza con ciò peccare contro la ragione. Non c’è una distanza infinita
piuttosto che dall’altra, dacché bisogna necessariamente scegliere. Ec- tra la certezza di quanto si rischia e l’incertezza della vincita: ciò è fal-
co un punto liquidato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo il guadagno so. C’è, per vero, una distanza infinita tra la certezza di guadagnare e
e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell’esistenza di Dio. la certezza di perdere. Ma l’incertezza di vincere è sempre proporzio-
Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, nata alla certezza di quanto si rischia, conforme alla proporzione delle
non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste. probabilità di vincita e di perdita. Di qui consegue che, quando ci siano
«Ammirevole! Sí, bisogna scommettere, ma forse rischio troppo». eguali probabilità da una parte e dall’altra, la partita si gioca alla pari,
Vediamo. Siccome c’è eguale probabilità di vincita e di perdita, se ave- e la certezza di quanto si rischia è eguale all’incertezza del guadagno:
ste da guadagnare solamente due vite contro una, vi converrebbe già tutt’altro, quindi, che esserne infinitamente distante! E, quando c’è da
scommettere. Ma, se ce ne fossero da guadagnare tre, dovreste giocare arrischiare il finito in un giuoco in cui ci siano eguali probabilità di
(poiché vi trovate nella necessità di farlo); e, dacché siete obbligato a vincita e di perdita e ci sia da guadagnare l’infinito, la nostra proposi-
giocare, sareste imprudente a non rischiare la vostra vita per guada- zione ha una validità infinita. Ciò è dimostrativo; e, se gli uomini son
gnarne tre in un giuoco nel quale c’è eguale probabilità di vincere e di capaci di qualche verità, questa ne è una.
perdere. Ma qui c’è un’eternità di vita e di beatitudine. Stando così le
cose, quand’anche ci fosse un’infinità di casi, di cui uno solo in vostro da B. PASCAL, Pensieri, Ed. Einaudi
favore, avreste pure sempre ragione di scommettere uno per avere
due; e agireste senza criterio, se, essendo obbligato a giocare, rifiuta-

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4. L'EMPIRISMO E I SUOI ESITI SCETTICI corporee noi veniamo in possesso di sensazioni per mezzo di no-
stri organi e di idee nel nostro intelletto; né se alcune di queste i-
dee o tutte dipendono o no dalla materia nella loro formazione. [...]
4.1 J. Locke, Il Saggio sull'intelletto umano
Se con questa indagine sulla natura dell'intelletto, potrò scoprire
Noi eravamo in cinque o sei amici, riuniti nella mia camera, discor-
quali siano i suoi poteri, fin dove si estendono, a quali cose siano in
rendo di un argomento molto lontano da questo ci trovammo pre-
qualche grado proporzionati, e quando essi ci vengono meno, sup-
sto a un punto morto, per le difficoltà che sorgevano da ogni parte.
pongo che si potrà utilmente convincere lo spirito affaccendato
Dopo che ci fummo arrovellati per un certo tempo senza avvicinar-
dell'uomo ad essere più cauto nell'immischiarsi di cose che supe-
ci affatto alla soluzione dei dubbi che ci avevano resi perplessi, mi
rano la sua comprensione, a fermarsi quando ha raggiunto il pro-
venne in mente che avevamo preso una cattiva strada e che, prima
prio limite, e ad adagiarsi in una quieta ignoranza di quelle cose
di dedicarci a ricerche di quella natura era necessario esaminare le
che, dopo averle esaminate, si constata sono al di là della sfera del-
nostre capacità mentali, per vedere quali oggetti il nostro intelletto
le nostre capacità. Non saremmo allora forse così pronti, per la
fosse o non fosse in grado di trattare. Questo io proposi alla com-
pretesa di una conoscenza universale, a sollevare questioni e a
pagnia, che subito consentì; perciò si venne nell'accordo che que-
rendere perplessi noi stessi e gli altri con dispute intorno a cose
sta sarebbe stata la nostra prima ricerca. […]
alle quali il nostro intelletto non è adatto, e di cui non possiamo
formulare nel nostro spirito percezioni chiare o distinte, o delle
Poiché l'intelletto è ciò che pone l'uomo al di sopra di tutti gli altri
quali (come succede anche troppo spesso) non abbiamo affatto no-
esseri sensibili e gli dà tutto il vantaggio e il dominio che egli ha su
zione. Se possiamo scoprire fin dove l'intelletto può estendere la
di essi, è un oggetto degno del nostro lavoro, per la sua stessa no-
sua vista, fino a che punto ha la facoltà di arrivare alla certezza, e in
biltà indagarne la natura. Ma l'intelletto, come l'occhio, mentre ci fa
quali casi può solamente giudicare e indovinare, forse impareremo
vedere e percepire tutte le altre cose, non avverte se stesso; e si ri-
ad accontentarci di ciò che è raggiungibile nello stato in cui ci tro-
chiede arte e fatica per collocarlo a distanza e per farlo oggetto a sé
viamo.
medesimo. Ma quali che siano le difficoltà di tale ricerca, qualun-
que sia la ragione che ci tiene tanto all'oscuro sulla nostra natura,
Sebbene la comprensione del nostro intelletto sia assai ristretta ri-
io sono certo che tutta la luce che noi possiamo gettare sulle nostre
spetto alla vasta estensione delle cose, avremo tuttavia motivi suf-
anime, tutta la conoscenza che possiamo fare del nostro intelletto,
ficienti per esaltare il prodigo Autore del nostro essere per quella
sarà non solo molto gradevole, ma potrà arrecarci grande vantag-
proporzione e quel grado di conoscenza che egli ci ha conferiti al di
gio nel dirigere i nostri pensieri nella ricerca di altre cose.[...]
sopra di tutti gli altri abitanti di questa nostra dimora. […] Per
manchevole che sia la loro conoscenza rispetto ad una compren-
E poiché questo è il mio intento, di ricercare l'origine, la certezza e
sione universale o perfetta di tutto ciò che esiste, essa tuttavia as-
l'estensione della conoscenza umana, io non voglio occuparmi del-
sicura loro cose di grande importanza, cioè che abbiano lumi suffi-
la natura oggettiva dell'anima né prender briga di esaminare in che
cienti a condurli alla conoscenza del loro Creatore e alla visione dei
consista la sua essenza o con quali movimenti psichici o alterazioni
loro doveri. Gli uomini troveranno sempre materia sufficiente per

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tener operose le loro teste e occupate le loro mani in modo vario, za e così via. La prima domanda da porsi è dunque: come gli ven-
dilettevole e soddisfacente, se non vorranno arrogantemente gono queste idee?
prendersela con la loro propria costituzione e buttar via i tesori di So che è dottrina comunemente ammessa che gli uomini abbiano
cui sono colme le loro mani, solo perché non sono grandi abba- idee e caratteri originari stampati nel loro spirito fin dal primo
stanza per afferrare tutto. Non avremo ragione di lagnarci della ri- momento della loro esistenza. […]
strettezza dei nostri spiriti se soltanto li applicheremo a ciò che Supponiamo dunque che lo spirito sia per così dire un foglio bian-
può esserci utile, giacché di questo sono capacissimi. E faremo a co, privo di ogni carattere, senza alcuna idea. In che modo verrà ad
noi stessi un dispetto imperdonabile e puerile se sottovalutiamo i esserne fornito? Da dove proviene quel vasto deposito che la fan-
vantaggi della nostra conoscenza e trascuriamo di migliorarla per i tasia industriosa e illimitata dell'uomo vi ha tracciato con una va-
fini per i quali ci fu data solo perché ci sono alcune cose poste al di rietà quasi infinita? Da dove si procura tutto il materiale della ra-
là della sua sfera. Ad un servo pigro e bisbetico che non vuoi fare il gione e della conoscenza? Rispondo con una sola parola: dall'ESPE-
suo lavoro al lume di candela, non varrà come scusa che mancava RIENZA. Su di essa tutta la nostra conoscenza si fonda e da essa in
la luce del sole. La candela posta in noi brilla abbastanza per tutti i ultimo deriva. La nostra osservazione adoperata sia per gli oggetti
nostri scopi. [...] Se non crederemo a nulla perché non possiamo esterni sensibili, sia per le operazioni interne del nostro spirito che
conoscere tutto con certezza, agiremo altrettanto saggiamente di percepiamo e sulle quali riflettiamo, è ciò che fornisce al nostro in-
uno che non volesse servirsi delle gambe, ma rimanesse fermo e telletto tutti i materiali del pensare. Queste sono le due fonti della
deperisse, perché non ha le ali per volare. conoscenza, dalle quali scaturiscono tutte le idee che abbiamo o
Conoscendo la nostra forza, sapremo meglio che cosa intraprende- possiamo avere naturalmente.
re con qualche speranza di successo; e quando avremo ben bene da J. LOCKE, Il Saggio sull'intelletto umano (1690), Ed. UTET
esaminato i poteri del nostro spirito e fatto una valutazione di che
cosa possiamo attenderci da essi, non saremo propensi né a star
quieti, senza mettere il nostro pensiero all'opera, disperando di 4.2 D. Hume, Le Ricerche sull'intelletto umano
conoscere qualsiasi cosa né, dall'altro lato, a mettere in dubbio tut-
to e disconoscere ogni conoscenza perché alcune cose non possono Oso affermare, come proposizione generale che non ammette ec-
essere comprese. È di somma utilità al marinaio di conoscere la cezione, che la conoscenza della relazione di causa ed effetto non è,
lunghezza della sua fune, anche se con essa egli non può scanda- in nessun caso, raggiunta, ragionando a priori; ma sorge intera-
gliare tutte le profondità dell'oceano. È bene che egli sappia che es- mente dall'esperienza, quando noi troviamo che certi particolari
sa è abbastanza lunga per raggiungere il fondo in quei luoghi che oggetti sono costantemente uniti con altri. Se presentate un ogget-
sono necessari per dirigere, il suo viaggio e per avvisarlo delle sec- to a una persona, forte quanto volete nelle facoltà raziocinative, ed
che che potrebbero rovinarlo. […] abile, basta che quell'oggetto le sia interamente nuovo, perché non
possa, anche esaminando accuratamente le qualità sensibili di
È fuori dubbio che gli uomini hanno nel loro spirito molte idee; quello, scoprire alcuna delle sue cause o dei suoi effetti. Supponete
come ad esempio quelle espresse dalle parole bianchezza, durezza, pure che Adamo fosse razionalmente perfetto appena creato; ma
dolcezza, pensare, movimento, uomo, elefante, esercito, ubriachez- non avrebbe potuto indurre dalla fluidità e trasparenza dell'acqua

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che questa lo poteva soffocare, né dalla luce e dal colore del fuoco atto od operazione particolare produce una propensione a rinno-
che questo poteva consumarlo. Nessun oggetto scopre mai, per vare lo stesso atto od operazione, senza esser costretta da qualche
mezzo delle qualità che i sensi percepiscono, o le cause che l'hanno ragionamento o processo intellettuale, noi diciamo sempre che
prodotto o gli effetti che ne sorgeranno; né la nostra ragione, senza questa propensione è l'effetto della consuetudine. […]
l'aiuto dell'esperienza, potrebbe mai trarre alcuna induzione in- Perciò tutte le inferenze tratte dall'esperienza sono effetti dell'abi-
torno a cose esistenti e di fatto. […] tudine e non del ragionamento.

Noi siamo proclivi a pensare che potremmo scoprire questi effetti da D. HUME, Ricerche sull'intelletto umano (1748), Ed. Laterza
con le sole operazioni della ragione, senza aver bisogno d'espe-
rienza. Noi ci illudiamo che se fossimo condotti all'improvviso in
questo mondo potremmo subito dedurre che una palla di biliardo
può comunicare il moto di un'altra e che non ci occorrerebbe a-
spettare l'azione per decidersi con sicurezza intorno ad essa. Tale è
l'influenza dell'abitudine che, dove essa è più potente, non solo ci
nasconde la nostra ignoranza naturale, ma perfino se stessa, e
sembra che non agisca, soltanto perché agisce con la sua più gran-
de potenza.
Le riflessioni che seguiranno basteranno, credo, a convincerci che
tutte le leggi della natura e tutte le operazioni dei corpi, senza ec-
cezione, sono conosciute soltanto per esperienza. [...] La mente, an-
che con l'esame e con la ricerca più accurata, non può trovare l'ef-
fetto nella causa supposta; poiché l'effetto è totalmente differente
dalla causa, e perciò non può essere mai scoperta in essa. Il moto
della seconda palla da biliardo è un avvenimento completamente
distinto dal moto della prima; né c'è alcunché nella prima che sug-
gerisca il più piccolo indizio nella seconda. È un fatto che se solle-
vate e poi abbandonate in aria una pietra o un pezzo di metallo,
questo cade subito, ma, a considerar la cosa a priori, c'è nulla nella
posizione della pietra o del metallo che faccia sorger l'idea di cader
giù, piuttosto che quella di andar in su, o di qualunque altro moto?
[...]
[C’è] un principio che costringe a formare la conclusione [che da
una certa causa derivi un certo effetto]. Questo principio è la con-
suetudine o abitudine. Poiché, dovunque la ripetizione di qualche

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5. IL NUOVO INTELLETTUALE ILLUMINISTA. come un torrente che rompa gli argini. Dai princípi della scienza ai
fondamenti della religione rivelata, dai problemi della metafisica a
quelli del gusto, dalla musica alla morale, dalle controversie teolo-
giche alle questioni dell'economia e del commercio, dalla politica al
5.1 D'Alembert: un tempo di grandi mutamenti
diritto dei popoli e alla giurisprudenza civile, tutto fu discusso,
analizzato, agitato. Una luce nuova che si stese su molti argomenti,
Se si considera attentamente il secolo, alla cui metà ci troviamo, se
nuove oscurità che ne derivarono, furono il frutto di quel generale
si tengono presenti gli avvenimenti che si svolgono davanti a noi, i
fermento degli spiriti: così come l'effetto dell'alta e della bassa ma-
costumi nei quali viviamo, le opere che produciamo e fin le conver-
rea consiste nel portare a riva parecchie cose nuove e nello stac-
sazioni che teniamo, si nota senza fatica che in tutte le nostre idee
carne delle altre.
è avvenuto un mutamento notevole: un mutamento che per la sua
rapidità fa prevedere una rivoluzione ancor maggiore nell'avveni-
da D'ALEMBERT, Elementi di Filosofia (1758), Ed. Laterza
re. Solo col tempo sarà possibile determinare esattamente l'ogget-
to di questa rivoluzione e indicarne la natura e i limiti... e i posteri
saranno in grado di conoscerne meglio di noi i difetti e i pregi. La
5.2 Kant: Che cos'è l'Illuminismo?
nostra epoca ama chiamarsi anzitutto l'epoca della filosofia. Di fat-
ti, quando si studi senza pregiudizi lo stato presente della nostra
Illuminismo (Aufklärung) è la liberazione dell’uomo dallo stato vo-
conoscenza, non si può negare che la filosofia abbia fatto tra noi
lontario di minorità intellettuale. Dico minorità intellettuale,
progressi notevoli. La scienza della natura acquista di giorno in
l’incapacità di servirsi dell’intelletto senza la guida d’un altro. Vo-
giorno nuove ricchezze; la geometria allarga il suo territorio ed è
lontaria è questa minorità quando la causa non sta nella mancanza
già penetrata in quei campi della fisica che le erano più vicini; il ve-
d’intelletto, ma nella mancanza di decisione e di coraggio nel farne
ro sistema dell’universo è stato finalmente conosciuto, sviluppato
uso senza la guida di altri. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti
e perfezionato. Dalla Terra a Saturno, dalla storia dei cieli a quella
del tuo proprio intelletto! Questo è il motto dell’illuminismo.
degli insetti, la scienza naturale ha mutato faccia. E con essa tutte
La pigrizia e la viltà sono le cause perché un così grande numero di
le altre scienze hanno assunto una forma nuova. Certo, lo studio
uomini, dopo che la natura li ha da un pezzo dichiarati liberi da di-
della natura, considerato per sé solo, sembra freddo e pacato; e
rezione straniera, restano tuttavia volentieri per tutta la vita mino-
non è veramente adatto ad eccitare le passioni; ma sembra piutto-
renni; e perché ad altri riesce così facile il dichiararsene i tutori. È
sto che la soddisfazione che esso ci dà consista in un sentimento
così comodo essere minorenne. Se io ho un libro che ha
tranquillo, costante e uniforme. La scoperta, però, e l'uso di un
dell’intelletto per me, un direttore spirituale che ha coscienza per
nuovo metodo di filosofare suscita ciò nondimeno per l'entusiasmo
me, un medico che giudica del regime per me e così via, io non ho
che accompagna tutte le grandi scoperte, una fioritura universale
più alcuno sforzo da fare. Se pago, non ho più bisogno di pensare:
delle idee. Tutte queste cause hanno contribuito a produrre un vi-
c’è chi se ne prende la briga per me. E che la maggior parte
vo fermento degli spiriti. Questo fermento che agisce in tutte le di-
dell’umanità (tra cui tutto il bel sesso) tenga la liberazione non so-
rezioni ha afferrato tutto quanto gli si presentava, con violenza,
lo per incomoda, ma anche pericolosa, è cura dei sopradetti tutori,

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i quali si sono benignamente assunti la sovrintendenza. Dopo l’uso che egli deve fare della propria ragione in un dato posto od
d’aver reso stupido il loro bestiame e d’aver impiegato ogni cura uffizio civile a lui affidato. In quelle pratiche, le quali riflettono il
perché questi tranquilli esseri non osino muovere un passo fuori pubblico interesse, è necessario un certo meccanismo, per virtù del
della carrozzina da bambini, in cui li hanno chiusi, essi mostrano quale alcuni membri della comunità debbono comportarsi del tut-
loro in appresso il pericolo che li minaccia se s’arrischiano a cam- to passivamente, affine di poter essere indirizzati, per un artificio-
minare da soli. Certo il pericolo non è grande e dopo qualche capi- so accordo, verso le finalità pubbliche o almeno essere trattenuti
tombolo alla fine imparerebbero a camminare: ma un caso di que- dalla loro distruzione. Qui certo non è lecito ragionare: bisogna
sto genere li rende timidi e li dissuade generalmente da ogni ulte- ubbidire. Ma in quanto questo membro del meccanismo statale si
riore tentativo. considera come membro della comunità, anzi della umanità civile,
È quindi per ogni singolo cosa difficile l’uscire da questa tutela di- quindi in qualità di studioso, esso può benissimo ragionare senza
ventata quasi in lui natura. Egli l’ha anzi presa in affezione ed è per che ne soffrano gli affari, ai quali esso, come membro passivo, è
il momento realmente incapace di servirsi del suo intelletto, per- applicato. Così sarebbe esiziale se un militare, comandato dai su-
ché non vi è mai stato abituato. Le regole e le formule, questi stru- periori, volesse in servizio apertamente ragionare sulla convenien-
menti meccanici dell’uso razionale o piuttosto dell’abuso dei suoi za o sull’utilità dei comandi: egli deve ubbidire. Ma non può equa-
doni naturali, sono le catene che lo tengono in questa perpetua tu- mente venir impedito, come studioso, di fare osservazioni sulle de-
tela. Chi le gettasse lungi da sé, non farebbe anche sopra il più pic- ficienze del servizio bellico e di sottoporle al giudizio del pubblico.
colo fosso che un salto malsicuro, perché non avvezzo a liberi mo- Il cittadino non può rifiutarsi di pagare le imposte: anzi un biasimo
vimenti. Pochi sono perciò quelli che sono riusciti, per una autoe- indiscreto, nell’atto che si paga, può essere punito come uno scan-
ducazione del proprio spirito, a liberarsi dalla tutela e tuttavia ad dalo (che potrebbe provocare una resistenza generale). Ma con
acquistare un incesso sicuro. […] tutto ciò lo stesso non agisce contro il dovere di cittadino quando,
Per questa illuminazione non s’esige tuttavia altro che libertà e in- come studioso, esprime pubblicamente i suoi pensieri contro
vero la più innocente di tutte le libertà: quella di fare pubblicamen- l’inoppor-tunità ed anche l’ingiustizia di tali imposizioni.
te uso del proprio intelletto in tutti i punti. Io odo bene da tutte le
da I. KANT, Risposta alla domanda: Che cos’è l’illuminismo?, 1794, Ed. UTET)
parti esclamare: Non ragionate! Il militare dice: Non ragionate, ma
fate l’esercizio! L’agente delle tasse dice: Non ragionate, ma pagate!
Il prete dice: Non ragionate, ma credete! Qui abbiamo tante limita- 5.3 Il progetto dell'illuminismo
zioni della libertà. Ora quale limitazione è contraria alla illumina-
zione? E quale non vi è contraria, ma anzi vi contribuisce? — Io ri- Non è semplice dire in che cosa consista esattamente il progetto
spondo: il pubblico uso della ragione deve sempre essere libero ed dell'illuminismo, per due motivi. Innanzitutto è un periodo di conclu-
esso solo può servire ad illuminare gli uomini; l’uso privato della sione, di ricapitolazione, di sintesi e non d'innovazione radicale. Le sue
stessa deve invece essere spesso molto strettamente limitato, sen- idee portanti non nascono nel XVIII secolo; quando non derivano
za che ciò particolarmente noccia al progresso dell’illuminismo. Io dall'età classica, portano i segni dell'alto medioevo, del rinascimento e
intendo per uso pubblico della ragione quello che uno ne fa, come del classicismo. Gli illuministi fanno proprie e formulano opinioni che
studioso, dinanzi al pubblico dei lettori. Intendo per uso privato in passato erano in contrasto. Pertanto, come più volte hanno sottoli-

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neato gli storici, bisogna liberarsi di alcune immagini convenzionali. prannaturale. E in questo senso che l'illuminismo dà vita a un mondo
Essi sono al tempo stesso razionalisti ed empiristi, eredi tanto di Car- «disincantato», che obbedisce da un capo all'altro alle stesse leggi fi-
tesio quanto di Locke, accolgono gli antichi e i moderni, gli universali- siche o, per quanto riguarda le società umane, rivela gli stessi mecca-
sti e i particolaristi, sono appassionati di storia e di eternità, di dettagli nismi di comportamento. […]
e di astrazioni, di natura e di arte, di libertà e di uguaglianza. Non si La prima autonomia a essere conquistata è quella della conoscenza.
tratta di elementi nuovi, ma vengono combinati in maniera differente: Essa prende le mosse dal principio che nessuna autorità, a prescinde-
non soltanto sono stati organizzati tra loro, ma, aspetto essenziale, re dalla solidità e dal prestigio di cui possa godere, è al riparo dalle cri-
all'epoca dei lumi queste idee lasciano i libri per entrare a far parte tiche.
del mondo reale. La conoscenza ha solo due fonti, la ragione e l'esperienza, entrambe
Il secondo ostacolo consiste nel fatto che il pensiero dell'illuminismo è alla portata di tutti. La ragione è valorizzata come strumento di cono-
sviluppato da moltissimi individui che non condividono affatto le me- scenza, non come motore dei comportamenti umani, si oppone alla
desime opinioni e sono costantemente impegnati in accese discussio- fede, non alle passioni. Esse, al contrario, sono a loro volta libere dai
ni, da un paese all'altro e all'interno del proprio. Il tempo trascorso ci vincoli che provengono dall'esterno.
aiuta a effettuare una scelta, senza dubbio, ma solo fino a un certo La liberazione della conoscenza apre la via maestra che conduce al
punto: le divergenze di allora hanno dato vita a scuole di pensiero che pieno sviluppo della scienza. Allora tutti vorrebbero mettersi sotto la
si scontrano ancora oggi. L'illuminismo ha rappresentato un'epoca di protezione di un personaggio che non è un filosofo, ma uno scienzia-
dibattiti piuttosto che di consensi. Molteplicità temibile, dunque e tut- to: Newton gioca per il secolo dei lumi un ruolo simile a quello che as-
tavia, anche questo è sicuro, identifichiamo senza troppa difficoltà l'e- sumerà Darwin per i secoli successivi. La fisica compie progressi im-
sistenza di ciò che si può definire come un progetto dell'illuminismo. pressionanti, seguita dalle altre scienze, la chimica, la biologia e perfi-
Tre sono le idee alla base del progetto, arricchito anche dalle loro in- no la sociologia o la psicologia. I promotori di questa nuova corrente
numerevoli conseguenze: l'autonomia, la finalità umana delle nostre di pensiero vorrebbero diffondere i lumi ovunque, perché sono per-
azioni e in ultimo l'universalità. Cerchiamo di spiegarci meglio. suasi che serviranno al bene di tutti: la conoscenza è liberatrice, que-
Il primo aspetto essenziale di questo movimento consiste nel privile- sto è il postulato. Essi favoriranno, dunque, l'educazione in tutte le
giare ciò che ciascuno sceglie e decide in autonomia, a detrimento di sue forme, a partire dalla scuola fino alle accademie di studiosi, e la
quanto ci viene imposto da un'autorità esterna. Tale preferenza com- diffusione del sapere, attraverso pubblicazioni specializzate o enciclo-
porta due aspetti, l'uno critico e l'altro costruttivo: bisogna sottrarsi a pedie che si rivolgono al grande pubblico.
ogni forma di tutela imposta agli uomini dall'esterno e lasciarsi guida- Il principio di autonomia cambia radicalmente tanto la vita dell'indivi-
re dalle leggi, norme e regole volute dagli stessi individui ai quali esse duo quanto quella delle società. La lotta per la libertà di coscienza,
si rivolgono. Emancipazione e autonomia sono i termini che indicano che consente a ciascuno di scegliere la propria religione, non è nuova,
le due fasi, altrettanto indispensabili, di un medesimo processo. Per ma deve essere continuamente ripresa da capo e si trasforma in esi-
potervisi dedicare bisogna disporre di una completa libertà di analiz- genza di libertà d'opinione, d'espressione, di pubblicazione. Accettare
zare, discutere, criticare, dubitare; non esistono più dogmi o istituzio- che l'essere umano sia la fonte della propria legge significa anche ac-
ni intoccabili. Una conseguenza indiretta, ma decisiva, di questa scelta cettarlo in tutto e per tutto, così com'è e non come dovrebbe essere.
è il vincolo imposto alle caratteristiche di ogni forma di autorità; deve In lui coesistono corpo e spirito, passioni e ragione, sensualità e medi-
essere della stessa natura degli uomini, vale a dire naturale e non so- tazione. Solo a osservare gli uomini in carne e ossa, senza limitarsi a

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un'immagine astratta e idealizzata, ci si rende anche conto che sono lore del lavoro e dell'impegno individuale, piuttosto che gravarsi di
infinitamente diversi tra loro, come si può constatare passando di pa- privilegi e gerarchie, retaggio del passato. Il luogo più adatto per tutti
ese in paese, o anche semplicemente da un individuo all'altro. È ciò questi mutamenti è il grande centro urbano, che favorisce la libertà
che sapranno dire, meglio di ogni trattato scientifico, i nuovi generi degli individui e al tempo stesso offre loro l'occasione d'incontrarsi e
che pongono l'individuo al centro della loro attenzione: da un lato il discutere insieme.
romanzo, dall'altro l'autobiografia.[…] La volontà dell'individuo, come quella delle comunità, si è emancipata
L'esigenza d'autonomia trasforma le società politiche ancora più pro- dalle tutele di un tempo; ciò significa che ormai è completamente li-
fondamente; prolunga e porta a compimento la separazione fra tem- bera, che non ha più alcun limite? No: lo spirito dell'illuminismo non si
porale e spirituale. Nel secolo dei lumi essa produce una prima forma riduce alla sola esigenza di autonomia, ma fornisce anche i propri
d'azione: gli autori di ricerche liberamente condotte si sforzano di strumenti di controllo. Il primo riguarda la finalità delle azioni umane
comunicare i risultati che hanno ottenuto ai sovrani illuminati, perché liberate, che a sua volta scende in terra: non più Dio come obiettivo,
questi ultimi modifichino la loro politica: è ciò che ci si attende da Fe- ma gli uomini.
derico II a Berlino, Caterina II a San Pietroburgo o Giuseppe II a Vien- In questo senso l'illuminismo è un umanesimo o, se vogliamo, un an-
na. tropocentrismo. […]
A parte il dispotismo illuminato, che coltiva l'autonomia della ragione La seconda restrizione che colpisce la libera azione degli individui co-
presso il monarca mantenendo al tempo stesso la sottomissione del me comunità consiste nell’affermare che tutti gli esseri umani, in ra-
popolo, questa esigenza conduce a due princìpi. Il primo è quello della gione della loro stessa natura di uomini, possiedono diritti inalienabili.
sovranità, principio di antica data, ma che riceve qui un nuovo conte- Qui l'illuminismo fa propria l'eredità del pensiero del diritto naturale,
nuto: la fonte di ogni potere risiede nel popolo e nulla è superiore alla così come viene formulato nel XVII e XVIII secolo: accanto ai diritti di
volontà generale. Il secondo è quello della libertà dell'individuo di cui godono nel quadro della loro società, i cittadini ne detengono altri,
fronte a ogni potere di stato, legittimo o illegittimo, nei limiti di una comuni a tutti gli abitanti della Terra e dunque a ciascuno, diritti non
sfera a lui propria; per garantire questa libertà si presta grande atten- scritti, ma non per questo meno vincolanti. Ogni individuo ha diritto
zione al pluralismo e all'equilibrio dei diversi poteri. In ogni occasione alla vita; perciò la pena di morte è illegittima, anche quando punisce
si assiste alla separazione del potere teologico da quello politico: un criminale che ha ucciso; se l'assassinio privato è un crimine, come
quest'ultimo si organizza ormai in funzione di criteri propri. potrebbe non essere tale quello pubblico? Ogni individuo ha diritto
Tutti i settori della società tendono a divenire laici, gli individui invece all'integrità della persona; perciò la tortura è illegittima, anche quan-
rimangono credenti. Questo programma riguarda non solo il potere do viene praticata in nome della ragion di stato. L'appartenenza al ge-
politico, ma anche la giustizia: il delitto, torto causato alla società, è il nere umano, all'umanità intera è ancora più importante dell'apparte-
solo a essere punito e deve essere distinto dal peccato, colpa morale nenza all'una o all'altra società. L'esercizio della libertà è dunque limi-
rispetto alla tradizione. E anche la scuola, destinata a essere sottratta tato dall'esigenza dell'universalità e il sacro, che ha lasciato i dogmi e
al potere ecclesiastico per diventare un luogo di diffusione dei lumi, le reliquie, si incarna ormai in questi «diritti dell'uomo» nuovamente
aperta a tutti, quindi gratuita, e al tempo stesso obbligatoria per tutti. riconosciuti.
E poi la stampa periodica, dove può trovare spazio il dibattito pubbli- Se tutti gli esseri umani possiedono un insieme di diritti identici, ne
co. E ancora l'economia, che deve essere liberata dai vincoli artificiali consegue che sono uguali tra loro di diritto: la richiesta di uguaglianza
e permettere la libera circolazione dei beni; che deve fondarsi sul va- deriva dall'universalità.

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Essa consente di dare inizio a lotte che durano ancora ai giorni nostri:
le donne devono essere uguali agli uomini di fronte alla legge; la
schiavitù deve essere abolita, perché l'alienazione della libertà di un
essere umano non può mai essere legittima; i poveri, quelli che non
hanno voce in capitolo, gli emarginati, devono essere riconosciuti nel-
la loro dignità e i bambini percepiti come individui.
Quest'affermazione dell'universalità umana suscita interesse per so-
cietà diverse da quella in cui si è nati.
I viaggiatori e gli studiosi non possono, da un giorno all'altro, smettere
di giudicare gli altri popoli secondo criteri che derivano dalla loro cul-
tura; tuttavia, la loro curiosità viene risvegliata ed essi diventano con-
sapevoli delle molteplici forme che può assumere la civiltà e comin-
ciano a raccogliere informazioni ed elaborare analisi, che poco per
volta cambieranno l'idea che hanno di umanità. Lo stesso accade per
la pluralità nel tempo: il passato cessa di essere l'incarnazione di un
ideale eterno o un semplice repertorio di esempi, per diventare una
successione di epoche storiche, ciascuna con la propria coerenza e i
propri valori. Conoscere società diverse da quella in cui vive consente
all'osservatore nello stesso tempo di rivolgere su di sé uno sguardo
meno ingenuo: non confonde più la propria tradizione con l'ordine na-
turale del mondo. Per questo motivo il francese Montesquieu può cri-
ticare i persiani, ma anche immaginare che esistano persiani che criti-
cano a buon diritto i francesi.

da T. TODOROV, Lo spirito dell'illuminismo, ed. Garzanti

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6. LA RIVOLUZIONE COPERNICANA IN FILOSOFIA: I.KANT slazione, per le tracce della sua barbarie primitiva, andò sempre
più degenerando, attraverso guerre intestine, in una totale anar-
chia, e gli scettici, una specie di nomadi, detestanti ogni stabile cul-
tura della terra, sconvolgevano ogni tanto il buon ordinamento so-
6.1 Il tribunale della ragione: la Critica della ragion pura (1781)
ciale. Essendo fortunatamente poco numerosi, non erano tuttavia
in grado di impedire che gli altri tentassero sempre nuovamente di
In una specie delle sue conoscenze la ragione umana ha il partico-
ricostruirlo, anche se i loro sforzi mancavano di un piano comune.
lare destino di esser tormentata da problemi che non può scansa-
In tempi più recenti parve in verità che, una buona volta per tutte,
re, perché le sono imposti dalla sua stessa natura, ma ai quali tut-
queste contese dovessero aver fine, attraverso una certa fisiologia
tavia non è in grado di dar soluzione, perché oltrepassano ogni suo
dell'intelletto umano (ad opera del celebre Locke), e che la legitti-
potere.
mità di quelle pretese dovesse trovare un giudizio definitivo; tut-
La ragione cade in questa difficoltà senza sua colpa. Essa prende le
tavia, benché l'origine della presunta regina venisse rintracciata
mosse da princìpi il cui uso risulta inevitabile nel corso dell'espe-
fra la plebaglia della comune esperienza e, di conseguenza, si aves-
rienza ed è da questa sufficientemente convalidato. Attraverso
se a buon diritto in sospetto la sua arroganza, essa poté continuare
questi princìpi (come la sua stessa natura comporta) la ragione
a mantenere le sue pretese per il fatto che questa genealogia le era
procede sempre più in alto, verso condizioni sempre più remote.
stata falsamente attribuita; e in tal modo tutto ricadde nell'antico e
Ma quando si accorge che per questa via il suo procedere è costret-
tarlato dogmatismo, quindi nel discredito da cui si era voluto sal-
to a restar sempre incompiuto, perché i problemi non cessano di
vare la scienza. Ora, dopo aver tentato (come si reputa) tutte le vie,
risorgere, si vede costretta a far ricorso a princìpi che oltrepassano
si è diffusa la sfiducia e un radicale indifferentismo, portatore del
ogni possibile uso d'esperienza e che tuttavia sembrano così al di
caos e della notte nelle scienze, ma insieme origine o almeno pre-
sopra di ogni sospetto da riscuotere il consenso anche della comu-
ludio, di un prossimo capovolgimento e rischiaramento, se almeno
ne ragione umana. Ma in tal modo essa cade in oscurità e contrad-
è vero che esse sono state rese oscure, confuse ed inutilizzabili da
dizioni, a causa delle quali può certamente rendersi conto che in
uno zelo mal posto. È vano infatti fingere indifferenza nei riguardi
qualche luogo debbono nascondersi errori di base; non le riesce
di indagini del genere, il cui oggetto non può mai essere indifferen-
tuttavia di scoprirli, perché i princìpi di cui si serve, ponendosi al
te alla natura umana. Gli stessi presunti indifferenti, anche se cer-
di là di ogni esperienza, negano all'esperienza ogni possibilità di
cano di mimetizzarsi dando un tono popolare al linguaggio di scuo-
valere come pietra di paragone. Orbene, il campo su cui si combat-
la, tosto che pensano qualcosa, finiscono inevitabilmente per cade-
tono queste lotte senza conclusione si chiama metafisica.
re in quelle affermazioni metafisiche verso cui ostentavano tanto
Vi fu un tempo in cui essa era considerata la regina di tutte le
spregio.
scienze e, se si prepongono le intenzioni ai fatti, meritava senza
Tuttavia, è un fenomeno degno di attenzione e riflessione questa
dubbio questo nome onorifico per l'importanza preminente del
indifferenza che ha luogo nel pieno fiorire delle scienze tutte e che
suo oggetto. Ora la moda del tempo è incline a disprezzarla, e la
concerne proprio quella alle cui conoscenze meno si vorrebbe ri-
matrona si lamenta, respinta e abbandonata [...]
nunciare, se fosse dato averne. Essa non è di certo l'effetto della
All'inizio, sotto i dogmatici, il suo potere era dispotico. Ma la legi-
leggerezza, ma della matura capacità di valutazione dell'epoca che

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non vuol più lasciarsi tenere a bada da un falso sapere, ed è un ri- 6.3 La rivoluzione copernicana di Kant
chiamo alla ragione affinché assuma nuovamente il più arduo dei
suoi compiti, cioè la conoscenza di sé, e istituisca un tribunale che Centocinquant'anni or sono moriva Immanuel Kant, dopo aver tra-
la tuteli nelle sue giuste pretese, ma tolga di mezzo quelle prive di scorso gli ottant'anni della sua vita nella provinciale città prussiana di
fondamento, non già arbitrariamente, ma in base alle sue leggi e- Königsberg. Per lungo tempo il suo ritiro era stato assoluto e gli amici
terne ed immutabili; e questo tribunale altro non è se non la critica intendevano riservargli delle semplici esequie. Ma questo figlio di un
della ragion pura stessa. artigiano fu sepolto come un re. Quando la notizia della sua morte si
Con questa espressione non intendo alludere a una critica dei libri diffuse per la città, la gente si accalcò davanti alla sua casa chiedendo
e dei sistemi, ma alla critica della facoltà della ragione in generale, di vederlo. Il giorno del funerale la vita della città si fermò. La bara fu
seguita da migliaia di persone, mentre le campane di tutte le chiese
rispetto a tutte le conoscenze a cui essa può aspirare indipenden-
suonavano. Raccontano i cronisti che nulla di simile era mai accaduto
temente da ogni esperienza; quindi alla decisione sulla possibilità
prima a Königsberg.
o impossibilità di una metafisica in generale, alla determinazione
È difficile spiegare questa straordinaria sollevazione del sentimento
tanto delle fonti quanto dell'estensione e dei limiti della medesima,
popolare. Era dovuta soltanto alla fama di Kant quale filosofo illustre e
il tutto però in base a princìpi. uomo virtuoso? A mio avviso c'era qualcosa di più; e suppongo che,
da I. KANT, Critica della ragion pura, Prefazione 1781, Ed. Laterza
nell'anno 1804, sotto la monarchia assoluta di Federico Guglielmo,
quelle campane che suonavano per Kant portassero un'eco della rivo-
luzione americana e di quella francese - delle idee del 1776 e del
6.2 La critica della metafisica 1789. Penso che Kant fosse diventato per i concittadini un'incarnazio-
ne di quelle idee. Essi venivano dunque a mostrare la loro gratitudine
Non ci è possibile ampliare positivamente il campo degli oggetti
a chi aveva insegnato i diritti dell'uomo, l'eguaglianza davanti alla leg-
del nostro pensiero al di là delle condizioni della nostra sensibilità
ge, il sentimento cosmopolita, la pace sulla terra, e, forse prima di o-
e non ci è possibile ammettere, oltre ai fenomeni, anche oggetti del
gni altra cosa, l'emancipazione attraverso la conoscenza. […]
pensiero puro, ossia noumeni, perché ad essi non è possibile dare
Kant credeva nell'Illuminismo. Egli fu il suo ultimo grande sostenitore.
alcun significato positivo. Quanto alle categorie occorre infatti te-
So che non è questa l'opinione corrente: mentre io vedo in Kant un
ner fermo che, da sé sole, non sono in grado di fornirci la cono-
fautore dell'Illuminismo, egli è più spesso considerato il fondatore del-
scenza delle cose in se stesse; in mancanza dei dati della sensibili-
la scuola filosofica che lo avversò, la scuola romantica di Fichte, Schel-
tà, esse non sono altro che forme soggettive dell'unità dell'intellet-
ling e Hegel. Ritengo incompatibili queste due interpretazioni. […]
to; prive di oggetto. Il pensiero non è certamente un prodotto dei
Un ruolo decisivo [nella] lotta [per la libertà spirituale] spettò alla teo-
sensi e, di conseguenza non è neppure limitato da essi; ma da ciò
ria di Newton, resa nota sul continente da Voltaire. La cosmologia di
non deriva che esso sia in possesso di un proprio uso puro, estra-
Copernico e di Newton divenne la potente e stimolante ispiratrice del-
neo alla sensibilità, perché in tal caso gli mancherebbe l'oggetto.
la vita intellettuale di Kant. […] Fu il problema cosmologico, come
da I. Kant, Critica della ragion pura (1787), Ed. Laterza spiega Kant in una delle sue lettere, che lo condusse alla sua teoria
della conoscenza e alla Critica della ragion pura. Egli si occupò del dif-
ficile problema (che s'impone a ogni studioso di cosmologia) della fini-

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tezza o infinità dell'universo, sia nel tempo che nello spazio. […] ragionamento intorno al mondo.
Che insegnamento trasse Kant [dalle] sconcertanti antinomie [in cui
cade la ragione affrontando quei problemi] ? Egli concluse" che le no- La fiducia di Kant nella sua teoria dello spazio e del tempo intesi come
stre idee di spazio e di tempo non sono applicabili all'universo come quadri di riferimento intuitivi, fu confermata quando vi scoprì una
un tutto. Naturalmente, possiamo riferirle a oggetti ordinari e ad e- chiave per la soluzione di un ulteriore problema. Si trattava della vali-
venti fisici. Ma lo spazio e il tempo non sono essi stessi oggetti od e- dità della teoria di Newton, nella cui verità assoluta e incontestabile
venti: non possono neppure essere osservati, essendo più sfuggenti. egli credeva come tutti i fisici contemporanei. Era inconcepibile, av-
Sono una specie di intelaiatura per gli oggetti e gli eventi: qualcosa di vertiva, che questa esatta teoria matematica non fosse nient'altro che
simile a un sistema di caselle, o a uno schedario, per le osservazioni. il risultato delle osservazioni accumulate. Ma quale altro fondamento
Spazio e tempo non fanno parte del mondo empirico reale degli og- poteva avere? Kant affrontò il problema considerando innanzitutto lo
getti e degli eventi, ma piuttosto del nostro bagaglio intellettuale, status della geometria. La geometria di Euclide, disse, non è fondata
dell'apparato di cui disponiamo per comprendere questo mondo. Il sull'osservazione, ma sulla nostra intuizione delle relazioni spaziali. La
loro corretto uso è come strumenti d'osservazione: nell'osservare un scienza newtoniana si trova in una condizione analoga. Per quanto
qualsiasi evento lo collochiamo, di regola, immediatamente e intuiti- confermata dalle osservazioni, essa non è il risultato di queste, ma dei
vamente, in un ordine spaziale e temporale. Spazio e tempo possono nostri modi di pensare, dei tentativi che compiamo per ordinare i dati
quindi considerarsi come un sistema di riferimento, non fondato sensibili, per capirli, e per assimilarli intellettualmente. Non questi da-
sull'esperienza, ma usato intuitivamente in essa, e ad essa convenien- ti sensibili, ma il nostro intelletto, l'organizzazione del sistema assimi-
temente applicabile. […] lativo della mente, è responsabile delle teorie. La natura, quale noi la
Alla posizione ora delineata Kant scelse di dare il nome sgradevole e conosciamo, con il suo ordine e le sue leggi, è dunque in gran parte un
doppiamente fuorviante, di «Idealismo trascendentale». Presto si prodotto delle attività assimilatrici e ordinatrici della nostra mente.
pentì di questa scelta, perché essa fece ritenere ch'egli fosse un idea- Secondo l'efficace formulazione kantiana di questa tesi: «L'intelletto
lista, nel senso che negava la realtà degli oggetti fisici, sostenendo che non attinge le sue leggi dalla natura, anzi gliele prescrive».
si trattava di mere idee. Kant si affrettò a spiegare che aveva negato Questa formula sintetizza un'idea che lo stesso Kant definisce orgo-
soltanto che lo spazio e il tempo fossero di natura empirica e reale nel gliosamente la propria «rivoluzione copernicana». Come egli ricorda,
senso in cui lo sono gli oggetti e gli eventi fisici. Ma protestò invano. Il Copernico, riscontrando che non si sarebbe fatto alcun progresso con
difficile stile in cui si esprimeva determinò il suo destino: doveva così la teoria della rivoluzione dei cieli, superò l'ostacolo ribaltando, per
essere riverito quale padre dell'idealismo tedesco. Ritengo sia tempo così dire, le posizioni: egli suppose che non sono i cieli a ruotare, men-
di correggere questa interpretazione. Kant insisté sempre che gli og- tre noi, gli osservatori, restiamo fermi, ma al contrario, siamo noi a
getti fisici, collocati nello spazio e nel tempo, sono reali. […] girare, mentre i cieli restano fermi.
Ciò che la Critica mette in discussione è infatti la pura ragione; cioè, In modo analogo, dice Kant, si deve risolvere il problema della cono-
ogni riflessione intorno al mondo che sia «pura» nel senso di non ave- scenza scientifica — il problema di come è possibile una scienza esat-
re rapporto alcuno con l'esperienza sensibile. Kant attaccò la pura ra- ta, quale è la teoria di Newton, e di come poté mai essere scoperta.
gione mostrando che una tale riflessione ci coinvolgerà sempre in an- Dobbiamo abbandonare l'opinione secondo cui siamo degli osservato-
tinomie. Stimolato da Hume, egli scrisse la sua Critica al fine di stabili- ri passivi, sui quali la natura imprime la propria regolarità. È bene in-
re che i limiti dell'esperienza sensibile sono i limiti stessi di ogni valido vece adottare l'opinione secondo cui, nell'assimilare i dati sensibili,

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imprimiamo attivamente ad essi l'ordine e le leggi del nostro intellet- se stesso, e mai semplicemente come un mezzo rispetto ai tuoi fini».
to. Il cosmo reca l'impronta della nostra mente. Lo spirito dell'etica kantiana può riassumersi efficacemente in queste
Con l'accentuare il ruolo svolto dall'osservatore, dall'investigatore e parole: abbi il coraggio di essere libero; e rispetta la libertà degli altri.
dal teorico Kant lasciò una traccia indelebile, non solo nella filosofia, […]
ma anche nella fisica e nella cosmologia. […] A questo ideale socratico dell'autosufficienza, che appartiene al pa-
trimonio dell'occidente, Kant ha dato un nuovo significato, sia nel
Dal Kant teorico della cosmologia, filosofo della conoscenza e della dominio della conoscenza che in quello della morale. E vi ha aggiunto,
scienza, passiamo ora al Kant moralista. inoltre, l'idea di una comunità degli uomini liberi — di tutti gli uomini;
Non so se si sia già rilevato che la concezione fondamentale dell'etica perché egli ha mostrato che ogni uomo è libero, non in quanto è nato
kantiana equivale a un'altra rivoluzione copernicana, analoga, da ogni tale, ma perché è investito per natura della responsabilità di decidere
punto di vista, a quella appena descritta. Kant infatti fa dell'uomo il liberamente.
legislatore della moralità, proprio come ne fa il legislatore della natu-
ra. E in tal modo gli restituisce il suo posto centrale, tanto nella mora- Da K. Popper, Congetture e confutazioni, Ed. Il Mulino (già Letture trasmesse
le, quanto nell'universo. Kant rese all’uomo la morale, come gli aveva per radio all’epoca del 150° anniversario della morte di Kant, pubblicate nel
reso la scienza. 1954 con il titolo “Immanuel Kant: filosofo dell’Illuminismo”)
La rivoluzione copernicana di Kant nel campo dell'etica è contenuta
nella sua dottrina dell'autonomia — secondo cui non possiamo accet-
tare il comando di un'autorità, comunque elevata, quale primo fon-
damento dell'etica. Infatti, ogniqualvolta ci troviamo di fronte al co- Ogni interesse della mia ragione
mando di un'autorità, è sotto la nostra responsabilità che dobbiamo (sia speculativo che pratico)
giudicare se tale comando è morale o immorale. L'autorità può avere si concentra nelle tre domande seguenti:
il potere di imporre i propri comandi, e noi possiamo essere incapaci Che cosa posso sapere?
di opporci. Se tuttavia non siamo fisicamente impediti nella scelta, la Che cosa devo fare?
responsabilità rimane nostra. Spetta a noi decidere se obbedire a un Che cosa posso sperare?
comando, se riconoscere l'autorità. (I. Kant)
Audacemente Kant estende questa rivoluzione fin nel campo della re-
ligione. Ecco un brano notevole al riguardo: «Per quanto le mie parole
possano sorprendervi, non dovete biasimarmi se affermo: […] in qual-
siasi maniera infatti... la divinità sia da voi conosciuta... e anche se Egli
vi si riveli: siete voi... che dovete giudicare se vi è consentito [dalla vo-
stra coscienza] di credere in Lui, e di venerarLo.»
La teoria etica di Kant non si limita ad asserire che la coscienza di cia-
scun uomo è la sua autorità morale. Egli cerca anche di dirci ciò che la
coscienza può esigere da noi. E della legge morale dà diverse formula-
zioni. Una di esse è: «Considera sempre ogni uomo come un fine per

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7. GLI SVILUPPI DELLA FILOSOFIA DEL SOGGETTO Dalla fine del secolo XIX ai nostri giorni il venir meno della illimitata fiducia
nella ragione e nelle sue conquiste - si pensi alle crisi sempre più sconvolgenti
nel campo dell'economia, della politica fino allo scoppio delle guerre mondiali
7.1 Introduzione - ha contribuito a determinare un clima meno fiducioso nella razionalità del
Uno dei fenomeni più significativi dell'Età moderna, dalla fine del Medio Evo mondo naturale, della storia e anche dell'io. In particolare l'immagine della
fino agli inizi del secolo XIX, è l'affermazione dell'egemonia borghese in cam- soggettività è mutata, perché per vie diverse si sono messe in evidenza tutte
po economico, politico e culturale. La borghesia fu il motore di quel processo le ambiguità che l'io può nascondere dietro la sua apparente trasparenza e
di trasformazione economica che portò il capitalismo ad affermarsi prima in certezza di sé. Pensieri e comportamenti che in altri tempi erano stati analiz-
Europa e poi in quelle parti del mondo che vennero progressivamente cono- zati come razionali e considerati chiari e trasparenti appaiono oggi ambigui,
sciute e sottomesse al dominio europeo; ne seguirono rivolgimenti profondi espressione inconsapevole di dinamiche profonde e non facilmente conoscibi-
nell'organizzazione sociale e politica di masse sempre più numerose. Il model- li; per essi si richiede perciò una interpretazione che ne metta in luce le origini
lo di vita borghese, fondato sulla capacità di iniziativa e sulla ricerca del pro- e il significato profondo e inconsapevole. L'io, che un tempo appariva solido,
fitto, si affermò come sistema universale man mano che questi processi di sicuro della propria capacità di controllo razionale, adesso appare fragile,
trasformazione si andarono consolidando. In particolare, i valori senza i quali soggetto ad influenze esterne violente e capaci di condizionarlo profonda-
la borghesia non avrebbe potuto esistere e realizzare i propri progetti - l'in- mente. Anche lo sviluppo delle cosiddette scienze umane - l'etnologia, la psi-
traprendenza, la libertà di movimento, di commercio, di pensiero, di espres- cologia, la sociologia - sembra poi confermare che l'io è determinato nelle sue
sione - apparvero prioritari rispetto agli altri. operazioni coscienti da una serie di forze capaci di esercitare su di lui, dall'e-
In questo contesto socio-culturale maturò una più profonda consapevolezza sterno, un "potere" enorme, fino al punto che diventa legittimo domandarsi
del soggetto come artefice del proprio destino, che, con la dedizione al lavoro se ha ancora senso parlare dell'io come di una realtà vera e propria, o se è
e mettendo a frutto le proprie capacità, appariva in grado di dominare la sto- meglio considerarlo un mito d'altri tempi.
ria umana e, in certo senso, il mondo intero. Tuttavia, seguire quest'ultima linea di pensiero in modo rigoroso richiedereb-
La cultura filosofica e letteraria fu pronta a comprendere il valore che la co- be la rinuncia a pensare l'io come un centro di pensiero e di azione libero e
scienza collettiva attribuiva al soggetto e vi prestò un' attenzione particolare, padrone di sé, per limitarsi a considerarlo come una realtà riflessa e fram-
superiore a quanto aveva mai fatto prima, evidenziandone le dinamiche, i mentaria, punto di precario equilibrio tra le spinte dei numerosi poteri che se
dubbi, le speranze, i sogni e mettendone in luce la natura di centro decisiona- ne contendono il dominio. Tutto ciò, però, contrasta con un'esigenza posta
le e guida di tutte le manifestazioni dell'uomo, sia in campo materiale che dal senso comune e che non elimina la pregnanza di alcune domande “filoso-
spirituale. fiche”: è possibile fare a meno del concetto di "io", di un polo unitario cui at-
L'ottimismo con cui in quel contesto venivano valutate le possibilità del sog- tribuire pensieri, azioni, emozioni che si caratterizzano come "sue proprie"?
getto fece sì che lo si rappresentasse come realtà solida, coerente, consape- Dietro la rete dei condizionamenti non è pur sempre necessario individuare
vole, capace di dominio su di sé e sul mondo esterno, qualità che furono rias- un soggetto, magari fragile e non del tutto trasparente e razionale, che tut-
sunte nel termine "coscienza", divenuto - almeno in questo periodo - sinoni- tavia si presenti come il filo unitario che fonda l'identità personale - di cui ab-
mo di "io" e di "soggetto". biamo certa consapevolezza - e che si mantiene solido pur nel variare delle
Il tempo delle sicurezze, tuttavia, andò progressivamente tramontando e si età e delle esperienze?
offuscò sempre più l'immagine trasparente, razionale e armoniosa dell'Io.

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7.2. Due tesi a confronto: Hegel e Kierkegaard costituisce come oggetto della conoscenza o dell'agire se non in rela-
zione ad un soggetto che gli dia consistenza e forma. E' nello spirito
Il primo gruppo di testi permette di individuare le linee portanti del che ogni cosa assume senso e valore, come testimoniano le parole di
dibattito sul significato e sul valore del soggetto nella prima metà J.G. Fichte (1762-1814):
dell'Ottocento. La filosofia ci insegna a ricercare tutto nell'io. È tramite l’io
Le alternative che si aprono davanti alla riflessione filosofica di questo che ordine ed armonia si insediano nella morta massa in-
secolo riguardano il dinamismo dei processi spirituali: all'interno forme. Dall'uomo soltanto si diffonde regolarità tutt'attor-
dell'io tutto avviene secondo modalità razionali e processi di sviluppo no a lui fino ai confini della sua osservazione, e a mano a
armoniosi e rigorosamente necessari, o in modo libero, imprevedibile, mano che si estende la sua conoscenza sempre più si e-
attraverso scelte tra alternative opposte ed inconciliabili? stendono anche l'ordine e l'armonia. La sua osservazione
assegna all'infinitamente diverso il posto che a ciascuno
G. F. Hegel (1770-1831) è l'esponente di maggior rilievo tra coloro che
compete sì che nessuno sopprima l'altro: introduce unità
hanno abbracciato il primo punto di vista. A lui si contrappone il filoso-
nell'infinita diversità. […] Nell'io è il pegno sicuro che,
fo danese S. Kierkegaard (1813-1855), che nel Novecento sarà consi-
muovendo da esso, ordine ed armonia si diffonderanno
derato il padre dell’Esistenzialismo. nell'infinito dove ancora non regnano, e che insieme col
progredire della cultura umana progredirà anche la cultura
7.2.1 La filosofia idealista del cosmo. Tutto ciò che adesso è ancora informe e privo di
La filosofia hegeliana rappresenta l’approdo di un intenso dibattito ordine si trasformerà per opera dell’uomo nell’ordine più
splendido, e ciò che già adesso è armonioso diverrà - in
che aveva avuto origine nella filosofia kantiana.
conformità a leggi fino ad ora non sviluppate - sempre più
Seguendo le istanze critiche dei pensatori illuministi, Kant aveva con-
armonioso.
fermato il rifiuto della metafisica come scienza, ma aveva aperto una
(da J.G. Fichte, Sulla dignità dell’uomo, 1794)
nuova prospettiva, quella trascendentale, che indicava come oggetto
dell'indagine filosofica non tanto le "cose-in-sé", che restano incono-
Per dirla in modo del tutto chiaro: l'essenza dell'idealismo
scibili, ma piuttosto le capacità apriori del soggetto conoscente.
trascendentale in generale [...] consiste in questo: che il
Questa crisi della metafisica mise in moto una serie di riflessioni e di concetto dell'essere non è affatto considerato come un con-
ricerche volte ad approfondire la prospettiva della filosofia trascen- cetto primo ed originario; ma esclusivamente come un con-
dentale. Da questo dibattito di idee nacque una nuova forma di pen- cetto derivato, e, più precisamente, come derivato per op-
siero, una nuova visione del mondo e dunque una nuova forma di me- posizione all'attività [dell’io], e quindi soltanto come un
tafisica, che prenderà il nome di “Idealismo”. concetto negativo. Positiva, per l'idealista, è soltanto la li-
La nuova metafisica pose come fondamento ultimo il soggetto, lo spi- bertà; l'essere è per lui mera negazione di quest'ultima.
rito: nulla esiste se non per e nello spirito che conosce e agisce; nulla si (da J.G. Fichte, Seconda introduzione alla dottrina della scienza, 1798)

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7.2.2 Il vero è l’intero. L’idealismo assoluto (Hegel) aspetti particolari che si sono progressivamente definiti nello sviluppo
della sua vita). Per Hegel dunque l'Assoluto è Spirito vivente, la cui ve-
Raccogliendo l'eredità fichtiana, G.W.F. Hegel, volle dare all'idealismo
rità è nel suo stesso divenire storico:
una forma assoluta: secondo Hegel il limite che ha caratterizzato le
filosofie realiste, ma anche quelle idealiste postkantiane, si può rias- Il vero è l'intiero. Ma l'intiero è soltanto l'essenza che si
sumere nel fatto che queste filosofie non sono riuscite a dare una completa mediante il suo sviluppo. Dell'Assoluto devesi di-
spiegazione unitaria della realtà: in esse è rimasta una "scissione" che re che esso è essenzialmente Risultato, che solo alla fine è
ha tenuto come separato il mondo degli oggetti da quello del sogget- ciò che è in verità; e proprio in ciò consiste la sua natura,
to, le cose finite dall'infinito, il mondo reale dal mondo ideale dello spi- nell'essere effettualità, soggetto o divenir-se-stesso.
rito. Se la filosofia vuole superare questo dualismo e dare una lettura (da G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, 1807)
unitaria delle cose deve eliminare tale scissione ed esprimere il princi-
pio unitario in cui tutto può essere compreso e spiegato. Questo pro- Nella Prefazione ad un’altra opera molto importante del 1821 (Linea-
getto, che si può realizzare solo nella concezione di un Assoluto in cui menti di filosofia del diritto) Hegel, quindici anni dopo la pubblicazione
Tutto possa essere compreso, si definisce compiutamente in un'opera della Fenomenologia dello Spirito, formula la conclusione più impor-
pubblicata nel 1807 dal titolo Fenomenologia dello Spirito. Secondo tante della sua ricerca. Il cammino della filosofia verso il sapere asso-
Hegel, è necessario scegliere la prospettiva idealista: l'oggetto della luto non la porta al di là del reale, verso una dimensione astratta o
ricerca filosofica non è la sostanza della vecchia metafisica, ma il sog- trascendente. Lo Spirito, che nella filosofia prende coscienza di sé e
getto, lo spirito. La filosofia, se vuole essere propriamente sapere dell’Assoluto, coglie attraverso di essa ciò che è più vero di ogni realtà.
scientifico deve esprimere la verità come Assoluto («il vero è l'intero»), In ciò che razionalmente la filosofia coglie, si rivela la vera realtà delle
ma l'Assoluto non può essere pensato in termini di sostanza, di essere cose e viceversa nella realtà delle cose si esprime la razionalità del tut-
per sé, perché in tal caso non sarebbe realmente superata la “scissio- to. Al di là del transitorio, il reale si presenta, nel sapere assoluto della
ne” e resterebbe sempre una forma di dualismo; l'Assoluto dunque è filosofia, come razionale, ma questa razionalità non è astratta perché
spirito, è soggetto. Lo spirito, inoltre, non può essere pensato in termi- trova la sua unica espressione nella realtà stessa.
ni statici, perché lo spirito è vita, è storia. Secondo Hegel la verità non La filosofia, poiché è lo scandaglio del razionale, appunto
può escludere la dimensione storica della realtà per limitarsi soltanto perciò è l'apprendimento di ciò ch'è presente e reale, non la
all'aspetto astratto e universale, come ha fatto finora la filosofia. La costruzione di un al di là, che Dio solo sa dove dovrebbe es-
dimensione storica, il divenire, costituiscono in modo intrinseco la real- sere, o meglio, del quale si sa ben dire dov'è, ossia nell'er-
tà e la verità di ogni cosa, perché solo nel "risultato", cioè nel suo esito rore di un vuoto, unilaterale raziocinare. [...] Ciò che è ra-
storico si può cogliere ciò che veramente è una qualunque realtà (ad zionale è reale; e ciò che è reale è razionale.
esempio se si vuole cogliere la "verità" di un uomo non basta dire che (da G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Prefazione, 1820)
è "un uomo"; la sua verità è anche la sua storia, l'insieme di tutti gli

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7.2.3 Il soggetto è razionalità, è processo (Hegel) che si realizzi. Così tutto dipende dalla coscienza di sé dello
spirito. [...]
Hegel riprende la tradizione cartesiana che presenta l'io come "res
Lo spirito esiste solo come risultato di sé medesimo. [...]
cogitans", pensiero cosciente di sé che inquadra il mondo intero nella
L'uomo è ciò che deve essere solo attraverso educazione e
propria prospettiva razionale, realtà perfettamente ordinata e chiara
disciplina. [...] L'uomo [...] deve acquistarsi tutto da sé, ap-
di cui, procedendo con metodo opportuno, è possibile disegnare una punto perché è spirito: deve scrollarsi di dosso la sua natu-
mappa esauriente. ralità. Lo spirito è dunque risultato di sé medesimo. [...] Lo
Hegel va però oltre il pensiero cartesiano perché analizza il soggetto spirito non è un essere di natura, come l'animale, il quale è
alla luce di una categoria estranea a Cartesio, quella di "processo". come è, immediatamente. Lo spirito è appunto questo pro-
L'io non è infatti per lui una sostanza (res) già definita e statica, oppu- dursi, questo farsi quel che è. Perciò il momento immedia-
re capace, come succede nel mondo vegetale o animale, di evolvere tamente successivo del suo processo di formazione, quello
secondo binari già stabiliti; l'io si caratterizza piuttosto per la capacità del suo essere reale, non è che autoattività.
di orientare da sé il proprio dinamismo, di autoeducarsi, di procedere, (da G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 1840 post)
cioè, secondo un cammino evolutivo che lui stesso ha tracciato.
Se per Hegel la soggettività è razionalità che si dispiega nel divenire
Lo spirito è proprio questo avere il suo centro in sé stesso:
delle esperienze, si deve nello stesso tempo tenere presente che non è
anch'esso tende verso questo centro, ma è esso stesso che è
centro in sé medesimo. Esso non ha l'unità fuor di sé; la possibile considerarla astrattamente, separare, cioè, il soggetto dalla
trova costantemente in sé, è in sé e presso di sé. La materia razionalità della storia universale. Le dinamiche dell'io risultano com-
ha la sua sostanza fuori di sé; lo spirito invece è l'esser prensibili e vere soltanto se inquadrate in un più ampio tessuto di va-
presso di sé, e ciò appunto è la libertà. [...] lori (giuridici, morali, economici, politici, religiosi, etc.) che costituisco-
Quando lo spirito tende verso il suo centro, esso tende a no il patrimonio spirituale del popolo di cui l'individuo è parte e che
perfezionare la sua libertà; [...] esso è qualcosa di attivo. Hegel definisce come “spirito oggettivo”.Ne leggiamo una efficace in-
L'attività è la sua essenza: esso è il prodotto di sé stesso, e terpretazione in una pagina di un filosofo tedesco della prima metà
così è il suo principio e anche la sua fine. La sua libertà non del Novecento, N. Hartmann:
consiste in un essere immobile, ma in una continua nega- Lo Spirito oggettivo è un elemento della vita in cui noi tutti ci
zione di ciò che minaccia di sopprimere la libertà stessa.
troviamo e al di fuori del quale non abbiamo alcuna esistenza,
L'occupazione dello spirito è quella di prodursi, di farsi og-
è per così dire l'aria spirituale in cui respiriamo. Si tratta della
getto di sé, di sapere di sé; così esso è per sé stesso. Le cose
cultura, nei costumi, nella lingua, nelle forme del pensiero, nei
della natura non sono per sé stesse; perciò esse non sono
pregiudizi e nelle valutazioni predominanti conosciamo come
libere. Lo spirito produce, realizza sé stesso in conformità
potenza sovraindividuale e tuttavia reale, nei cui confronti il
del suo sapere di sé: esso fa sì che, ciò che esso sa di sé, an-
singolo si presenta quasi senza potere e senza difesa, poiché

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penetra, porta e caratterizza la sua essenza come quella di Il compimento di questa dimensione oggettiva dello spirito è lo stato,
tutti gli altri. Questo quid meraviglioso è un medium attraver- nel quale, secondo Hegel, il soggetto trova la sua piena realizzazione:
so cui vediamo, comprendiamo, giudichiamo, utilizziamo, trat-
Solo nello stato l'uomo ha esistenza razionale. Ogni educa-
tiamo ogni cosa. E tuttavia è nello stesso tempo ben più che zione tende a che l'individuo non rimanga qualcosa di sog-
un medium: è qualcosa che dà struttura, forma e guida, esi- gettivo, ma diventi oggettivo a sé stesso nello stato. […]
stendo in noi stessi. È facile divenirne storicamente coscienti Tutto ciò che l'uomo è, egli lo deve allo stato: solo in esso
(guardando indietro, dal punto di vista degli epigoni). Noi par- egli ha la sua essenza. Ogni valore, ogni realtà spirituale,
liamo di tendenza e correnti spirituali di un'epoca, dei suoi o- l'uomo l'ha solo per mezzo dello stato. […]
rientamenti, idee valori, della sua morale, scienza ed arte. In- (da G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 1840 post)
tendiamo questi fenomeni come qualcosa di storicamente re-
ale, che ha il suo nascere e perire e dunque la sua vita nel 7.2.4 Il Singolo come possibilità e come scelta (Kierkegaard)
tempo, non diversamente dagli individui. [...] Si parla per e-
sempio chiaramente di un "sapere del nostro tempo". A que- Il ruolo dell'individuo nei confronti della totalità fu oggetto di aspra
critica da parte di S. Kierkegaard, il filosofo danese che incarna un
sto sapere il singolo partecipa, imparando vi si orienta, ma ta-
modo di pensare radicalmente opposto a quello hegeliano.
le sapere non si risolve mai nel sapere del singolo. Innumere- Per Kierkegaard il "singolo" è una realtà che non può essere subordi-
voli intelligenze vi collaborano, ma nessuna lo dice certamen- nata a nulla. Dio è l'assoluto e il "singolo" è creato a sua immagine;
te suo. Tuttavia è qualcosa di totale, di comprensivo, di svi- proprio lo speciale rapporto con Dio testimonia la sua natura del tutto
luppantesi unitariamente, una realtà con ordinamento e leggi particolare ed il suo valore in un certo senso assoluto.
proprie. Non ha spazio in nessuna coscienza singola; tuttavia L'errore [di Hegel] sta principalmente in questo: che l'uni-
si tratta di un elemento specificamente spirituale, essenzial- versale, in cui l'hegelismo fa consistere la verità, è un a-
mente differente da ogni dimensione cosale, materiale. E con stratto, lo Stato, ecc.(e il Singolo diviene la verità, se è sus-
ciò è assolutamente reale, dotato di tutto quel che appartiene sunto in esso). Egli non arriva a Dio che è la soggettività in
alla realtà: nascita nel tempo, crescita, sviluppo, culmine e de- senso assoluto, e non arriva alla verità: al principio che re-
cadenza. Gli individui sono i suoi portatori. Ma la sua realtà almente il Singolo è più alto del generale, cioè il Singolo
non è quella degli individui, come la sua vita e la sua durata considerato nel suo rapporto a Dio. [...] Hegel fa in fondo
sono diverse dalla loro vita e durata. Continua a sussistere degli uomini [...] un genere animale dotato di ragione. Per-
nell'avvicendarsi degli individui, è una realtà spirituale, un es- ché in un genere animale vale sempre il principio: il Singolo
sere sui generis, spirito oggettivo.» è inferiore al genere. Il genere umano, appunto perché ogni
Singolo è creato ad immagine di Dio, ha la caratteristica che
(da N. Hartmann, La filosofia dell'idealismo tedesco, 1929)
il Singolo è più alto del genere.
(da S. Kierkegaard, Diario, 1834-55)

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Un sistema dell'esistenza non si può dare. [...] Sistema e si può mantenere in stato di indifferenza. Questo è il mo-
conclusività si corrispondono, ma l'esistenza è precisamen- mento della riflessione. [...] Ciò che deve essere scelto sta
te l'opposto. In astratto, pensiero ed esistenza non si pos- nel più profondo rapporto con chi sceglie, e quando si parla
sono pensare insieme, perché il pensiero sistematico per di scelta che riguardi una questione di vita, l'individuo in
pensare l'esistenza la deve pensare come tolta, quindi come quel medesimo tempo deve vivere, e ne segue che è facile,
non esistente. [...] Bisogna fare a tutta la filosofia moderna quanto più rimandi la scelta, di alterarla, nonostante che
l'obiezione che essa non ha un presupposto falso ma uno continui a riflettere e riflettere, e con ciò creda di tenere i
comico, in quanto ha dimenticato in una specie di distra- contrasti della scelta ben distinti gli uni dagli altri. Quando
zione cosmico-storica ciò che significa essere uomo: non si considera l'aut-aut della vita in questo modo, non è facile
ciò che è esser uomo in generale (una cosa simile gli specu- che si sia indotti a scherzare con esso. Si vede allora che
lanti potrebbero anche capirla), ma cos'è che io, tu, lui, che l'impulso interiore della personalità non ha tempo per gli
noi siamo uomini ciascuno per sé. esperimenti spirituali. Esso corre costantemente in avanti e
(da S. Kierkegaard, Briciole di filosofia e Postilla non scientifica, 1844-46) pone ora in un modo ora nell'altro i termini della scelta, sì
che la scelta nell'attimo seguente diventa più difficile; poi-
ché quello che è stato supposto deve essere richiamato.
Il "singolo" si colloca in un quadro di sostanziale indipendenza rispetto Immagina un capitano sulla sua nave nel momento in cui
alla realtà storica in cui vive. Se poi si considerano la natura dell'io e le deve dar battaglia; forse egli potrà dire, bisogna fare questo
sue dinamiche, ci si trova di fronte ad un orizzonte ben diverso da e quello; ma se non è un capitano mediocre, nello stesso
quello delineato da Hegel. Per Kierkegaard l'io si trova sempre di fron- tempo si renderà conto che la nave, mentre egli non ha an-
te a scelte fra alternative inconciliabili (Aut-aut è il significativo titolo cora deciso, avanza con la solita velocità, e che così è solo
di una delle sue opere più importanti) e ogni passo è segnato dall'esi- un istante quello in cui sia indifferente se egli faccia questo
genza di fare come un "salto" da una parte o dall'altra. Scegliere è im- o quello. Così anche l'uomo, se dimentica di calcolare que-
sta velocità, alla fine giunge un momento in cui non ha più
boccare una strada e tagliare i ponti con l'altra, senza possibilità di
la libertà della scelta, non perché ha scelto, ma perché non
prendere tempo - come pure a volte si vorrebbe - perché allora la vita
l'ha fatto, il che si può anche esprimere così: perché gli altri
andrebbe comunque avanti e di fatto altri sceglierebbero per l'io e l'io
hanno scelto per lui, perché ha perso se stesso. [...]
sarebbe perduto:
(da S. Kierkegaard, Aut-Aut, 1843)
La scelta è decisiva per il contenuto della personalità; con
la scelta essa sprofonda nella cosa scelta, e quando non Il dinamismo proprio della scelta porta l'io a proiettarsi verso una si-
sceglie, appassisce in consunzione. Per un attimo è o può tuazione che non è ancora, che è soltanto possibile; egli compie un
parere che si scelga tra possibilità estranee a chi sceglie, "salto" le cui implicazioni lontane non possono che sfuggire al control-
con le quali egli non sta in nessun rapporto e verso le quali lo della ragione; ciò genera angoscia, uno stato d'animo che non è

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quindi occasionale, ma necessariamente legato alla condizione dell'io.
Il soggetto appare irrimediabilmente lacerato, ma questa condizione è
da Kierkegaard, giudicata formativa perché colloca l'io nella giusta
posizione in rapporto a Dio e a se stesso.

In una favola di Grimm si racconta di un ragazzo che andò


in cerca di avventure per imparare a sentire l'angoscia. La-
sciamo andare quell'avventuriere senza domandare in qua-
le modo egli per la strada potesse imbattersi nel terribile.
Vorrei dire, però, che questo, cioè l’imparare a sentire l'an-
goscia, è un'avventura attraverso la quale deve passare o-
gni uomo, affinché non vada in perdizione, o per non essere
mai stato in angoscia o per essersi immerso in essa; chi in-
vece imparò a sentire l'angoscia nel modo giusto, ha impa-
rato la cosa più alta.
Se l'uomo fosse un animale o un angelo, non potrebbe an-
gosciarsi. Poiché è una sintesi, egli può angosciarsi, e più
profonda è l'angoscia più grande è l'uomo; non l'angoscia,
come gli uomini l'intendono di solito, cioè l'angoscia che ri-
guarda l'esteriore, ciò che sta fuori dell'uomo, ma l'ango-
scia ch'egli stesso produce. [...]
L'angoscia è la possibilità della libertà; soltanto quest'an-
goscia ha, mediante la fede, la capacità di formare assolu-
tamente, in quanto distrugge tutte le finitezze scoprendo
tutte le loro illusioni. [...] Colui ch'è formato dall'angoscia, è
formato mediante possibilità; e soltanto chi è formato dalla
possibilità, è formato secondo la sua infinità. Perciò la pos-
sibilità è( la più pesante di tutte le categorie. [...] Nella pos-
sibilità tutto è ugualmente possibile e. chi fu realmente e-
ducato mediante la possibilità, ha compreso tanto il lato
terribile quanto quello piacevole.
(da S. Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia, 1844)

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8. I MAESTRI DEL SOSPETTO (MARX, NIETZSCHE, FREUD) Ma questi tre maestri del sospetto non sono altrettanti mae-
stri di scetticismo; indubbiamente sono tre grandi "distrutto-
ri"; e tuttavia anche questo fatto non deve ingannarci [...].
Nella transizione dalla tradizione filosofica moderna alla postmoderni-
Tutti e tre [infatti] liberano l'orizzonte per una parola più au-
tà è fondamentale il ruolo di tre pensatori che Paul Ricoeur (1913-
tentica, per un nuovo regno della Verità, non solo per il trami-
2005) ha identificato come "maestri del sospetto".
te di una critica "distruggitrice", ma mediante l'invenzione di
Essi hanno messo in crisi l'idea di una coscienza razionale, trasparente
un'arte di interpretare. Cartesio trionfa del dubbio sulla cosa
a se stessa (propria della tradizione cartesiana), affermando che la co-
con l'evidenza della coscienza; del dubbio sulla coscienza essi
scienza che l'io ha di sé è "falsa" in quanto risulta condizionata da fat-
trionfano per mezzo di una esegesi del senso. A partire da lo-
tori a lei esterni e da lei non controllabili (per Marx la struttura socio-
ro, la comprensione è una ermeneutica; cercare il senso non
economica della società, per Nietzsche la volontà di potenza, per
consiste più d'ora in poi nel compitare la coscienza del senso,
Freud l'Es e il Super Io).
ma nella decifrazione delle espressioni. Il confronto andrebbe
Secondo i "maestri del sospetto" la coscienza va interpretata (decifra-
dunque fatto non solo fra un triplice sospetto, ma fra una tri-
ta): comprenderla (o esercitarla) significa compiere un percorso erme-
plice astuzia. Se la coscienza non è quale crede di essere, tra il
neutico capace di decodificare i suoi atti e le sue espressioni.
patente e il latente deve essere istituito un nuovo rapporto,
che corrisponderebbe a quello che la coscienza aveva istituito
All'interpretazione come restaurazione del senso opporremo
tra l'apparenza e la realtà della cosa. [...]
in modo globale l'interpretazione secondo ciò che chiamerò
collettivamente la scuola del sospetto. [...] La dominano tre (da P. Ricoeur, Della interpretazione. Saggio su Freud, 1967)
maestri che in apparenza si escludono a vicenda, Marx, Nie-
tzsche e Freud. [...] Se risaliamo alla loro intenzione comune,
troviamo in essa la decisione di considerare innanzitutto la co- 8.1 “Ciò che gli individui sono dipende dalle condizioni materiali del-
scienza nel suo insieme come coscienza "falsa". Con ciò essi la loro produzione” (Marx)
riprendono, ognuno in un diverso registro, il problema del
dubbio cartesiano, ma lo portano nel cuore stesso della for- All'idea hegeliana secondo cui la realtà è Spirito vivente che si realizza
tezza cartesiana. Il filosofo educato alla scuola di Cartesio sa nella storia Marx (1818-83) contrappone una nuova impostazione che
che le cose sono dubbie, che non sono come appaiono; ma vuole rimettere la filosofia "sui piedi", riportandola a considerare co-
non dubita che la coscienza non sia così come appare a se me suo oggetto la realtà concreta, piuttosto che l'ideale, lo spirito.
stessa; in essa, senso e coscienza del senso coincidono; di L'unico presupposto che la filosofia può accettare è il dato materiale,
questo, dopo Marx, Nietzsche e Freud, noi dubitiamo. Dopo il quello che il senso comune acquisisce tramite la semplice esperienza.
dubbio sulla cosa, è la volta per noi del dubbio sulla coscienza. A partire da questo presupposto, la marxiana ricostruzione filosofica
del mondo appare ben diversa da quella hegeliana: la storia non è

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luogo di incontro e scontro di idee, ma luogo di tensione fra forze ma- ma di questi individui, non quali possono apparire nella
teriali che tendono ad affermarsi e a conservare se stesse. Anche la rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono real-
visione antropologica viene modificata: l'uomo, secondo una logica mente, cioè come operano e producono materialmente, e
"materiale", è essenzialmente colui che è capace di produrre i mezzi dunque agiscono fra limiti, presupposti e condizioni mate-
necessari per sopravvivere: in questa attività (economica), che lo ca- riali determinate e indipendenti dalla loro volontà.
ratterizza, l'uomo entra in rapporti (sociali) con gli altri uomini e, a La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della co-
partire da questo mondo sociale della produzione, gli individui matu- scienza, è in primo luogo direttamente intrecciata alla atti-
rano e poi esprimono i loro pensieri e le loro riflessioni. Il mondo della vità materiale e alle relazioni materiali degli uomini, lin-
coscienza, allora, non può che essere la riproduzione del mondo ma- guaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo
teriale costituito dalla rete dei rapporti socioeconomici. Laddove, co- scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come
emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò
me nel caso della filosofia idealista, si ribalta il rapporto fra le idee e la
vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale
realtà si compie, secondo Marx, un'operazione "ideologica" che ha
essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi,
come scopo non la comprensione della realtà, ma la difesa degli inte-
della morale, della religione, della metafisica, ecc. di un po-
ressi della classe dominante.
polo. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresenta-
I rapporti socioeconomici sono determinati da leggi necessarie e ben
zioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti, così come so-
individuabili come quelle che regolano i rapporti fisici fra i corpi. L'in-
no condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze
dividuo si colloca all'interno di questi rapporti e di queste leggi e da produttive e dalle relazioni che vi corrispondono fino alle
essi dipende il suo "essere" e la sua coscienza. La funzione della filoso- loro formazioni più estese. La coscienza non può mai esse-
fia è quella di capire questa storia reale, di interpretare i fatti del re qualche cosa di diverso dall'essere cosciente, e l'essere
mondo alla luce delle leggi che lo regolano e quindi all'interno di que- degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell'intera
sti fatti spiegare l'origine delle idee e di tutte le altre espressioni dello ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti
spirito. Il suo compito, però, non si ferma qui: dalla comprensione deve come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal
scaturire l'azione capace di trasformare le condizioni di vita degli uo- processo storico della loro vita, proprio come il capovolgi-
mini; il piano della filosofia, sia nelle sue origini che nei suoi esiti è mento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato
quello della prassi. processo fisico.
[...] Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e
Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad
svolgono un'attività produttiva secondo un modo determi- esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza
nato entrano in questi determinati rapporti sociali e politi- dell'autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo,
ci. [...] L'organizzazione sociale e lo Stato risultano costan- ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale
temente dal processo della vita di individui determinati; e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con que-

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sta loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisi-
pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la to, mi servi da filo conduttore nei miei studi, può essere
vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudi- brevemente formulato così: nella produzione sociale della
care si parte dalla coscienza come individuo vivente, nel loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati,
secondo modo, che corrisponde alla vita reale, si parte da- necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di
gli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza produzione che corrispondono a un determinato grado di
soltanto come la loro coscienza. sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di
La coscienza è dunque fin dall'inizio un prodotto sociale e questi rapporti di produzione costituisce la struttura eco-
tale resta fin tanto che in genere esistono uomini. [...] nomica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva
una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corri-
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee spondono forme determinate della coscienza sociale. Il
dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale domi- modo di produzione della vita materiale condiziona, in ge-
nante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale nerale, il processo sociale, politico e spirituale della vita.
dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzio- Non è la coscienza degli uomini che determina il loro esse-
ne materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della re, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la
produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso so- loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo le forze
no assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi produttive materiali della società entrano in contraddizio-
della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono ne con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti
altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali domi- di proprietà (il che è l'equivalente giuridico di tale espres-
nanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sione) dentro dei quali esse forze per l'innanzi s'erano
sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze
di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra
suo dominio. Gli individui che compongono la classe domi- un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della
nante posseggono fra l’altro anche la coscienza, e quindi base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta
pensano; in quanto dominano come classe e determinano la gigantesca sovrastruttura.
l'intero ambito di un'epoca storica, è evidente che essi lo (da K. MARX, Per la critica dell’economia politica, Prefazione,
fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l'altro domi- 1859)
nano anche come pensanti, come produttori di idee che re-
golano la produzione e la distribuzione delle idee del loro
tempo; è dunque evidente che le loro idee sono le idee do- I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mon-
minanti dell'epoca. do ma si tratta di trasformarlo.
(da K. MARX F. ENGELS, L'ideologia tedesca, 1847) (da K. MARX, Tesi su Feuerbach, Tesi XI, 1845)

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8.2 La forza degli istinti e la volontà di potenza (Nietzsche) 8.2.2 L’uomo folle.
Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna al-
In Ecce homo Nietzsche (1844-1900) si definisce "dinamite" e insieme la chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gri-
"lieto messaggero", attribuendo a se stesso questa duplice funzione dare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio!». E poiché
del distruggere e dell'annunciare. Il suo compito viene sintetizzato nel- proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non cre-
la "trasvalutazione di tutti i valori" che rappresenta sia l'eliminazione devano in Dio, suscitò grandi risa. «È forse perduto?» disse
dei valori del passato sia la proposta di un uomo nuovo (Super-uomo) uno. «Si è perduto come un bambino?» fece un altro.
capace di "superare" l'uomo come è stato costruito dalla tradizione «0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato?
occidentale. È emigrato?» – gridavano e ridevano in una gran confusio-
ne. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i
8.2.1 Perché io sono un destino
suoi sguardi: «Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio
Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il
dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i
ricordo di qualcosa di enorme una crisi, quale mai si era vi-
suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come po-
sta sulla terra, la più profonda collisione della coscienza,
temmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia?
una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato
Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte?
creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono
Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del
dinamite. [...] Non voglio essere un santo, allora piuttosto
suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo
un buffone... Forse sono un buffone [...] La mia verità è tre-
noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipita-
menda: perché fino a oggi si chiamava verità la menzogna.
re? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste
Trasvalutazione di tutti i valori: questa è la mia formula per
ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come
l’atto con cui l'umanità prende la decisione suprema su se
attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio
stessa, un atto che in me è diventato carne e genio. Vuole la
vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire not-
mia sorte che io debba essere il primo uomo decente, che
te, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la
sappia oppormi a una falsità che dura da millenni... Io per
mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppel-
primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho
liscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo anco-
sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata... Il mio
ra il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si de-
genio è nelle mie narici... Io vengo a contraddire, come mai
compongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo ab-
si è contraddetto, e nondimeno sono l'opposto di uno spiri-
biamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti
to negatore. Io sono un lieto messaggero, quale mai si è vi-
gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mon-
sto, conosco compiti di una altezza tale che finora è manca-
do possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri
to il concetto per definirli; solo a partire da me ci sono di
coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale ac-
nuovo speranze. (da F. Nietzsche, Ecce Homo, 1888)
qua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi

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sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, ordine. Il loro numero e la legge del loro 'nutrimento' risulta scono-
la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi di- sciuta, tuttavia si può dire che essi si avventano sugli eventi di ogni
ventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu giorno e cercano di volgerli - o stravolgerli - per trovarvi soddisfazione.
mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di Quando non ci riescono, cercano una compensazione attraverso il so-
noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia gno o attraverso la finzione poetica. Se l'opera della fantasia rappre-
più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad og- senta una libera interpretazione del travaglio profondo degli istinti, lo
gi!». A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo stesso si può dire anche dei prodotti della coscienza; i pensieri, i giudizi
lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo e le valutazioni morali che potrebbero, in quanto coscienti, sembrare
guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna del tutto trasparenti e razionali sono in effetti un "più o meno fanta-
che andò in frantumi e si spense. «Vengo troppo presto – stico commento di un testo inconscio", l'interpretazione libera che gli
proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme av-
istinti danno, in base alle loro esigenze, degli stimoli provenienti dalla
venimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammi-
realtà circostante.
no: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini.
Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni
Per quanto uno faccia progredire la sua conoscenza di sé,
vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere
nessuna cosa potrà mai essere più incompleta del quadro
state compiute, perché siano vedute e ascoltate.
di tutti quanti gli istinti che costituiscono la sua natura. Dif-
Quest’azione è ancora sempre più lontana da loro delle più
ficilmente potrà dare un nome ai più grossolani di essi: il
lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiu-
loro numero e la loro forza, il loro flusso e riflusso. il gioco
ta!». Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzio-
alterno dell'uno con l'altro e soprattutto le leggi del loro
ne, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia in-
nutrimento gli resteranno del tutto sconosciuti. Questo nu-
tonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e in-
trimento diventa dunque un'opera del caso; i nostri intimi
terrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invaria-
eventi d'ogni giorno gettano ora a questo, ora a quell'istin-
bilmente in questo modo: «Che altro sono ancora queste
to, una preda che viene subito avidamente afferrata, ma
chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?».
l'intero andirivieni di queste vicende sta al di fuori di ogni
(da F. Nietzsche, La gaia scienza, af. 125, 1882)
nesso razionale con le esigenze nutritive di tutti quanti gli
istinti: di modo che subentrerà sempre un duplice fenome-
8.2.3 La forza degli istinti
no, l'essere affamati e il languire degli uni, il rimpinzarci
Con la filosofia nietzschiana il "sospetto" nei confronti dell'io diventa invece, degli altri. Ogni momento della nostra vita fa cre-
ancora più radicale: l'insieme delle manifestazioni coscienti dell'io ap- scere alcuni tentacoli del nostro essere ed altri invece li a-
pare come il prodotto dell'azione di istinti inconsci, forse inconoscibili, trofizza, secondo appunto il nutrimento che quel determi-
che si impongono con forza, avanzano e poi rifluiscono senza un vero nato momento porta o no in se stesso. Le nostre esperien-
ze, come si è detto, sono tutte, in questo senso, mezzi d'ali-

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mentazione, ma sparsi con mano cieca, senza sapere chi è sé, senza mai guardarsi allo specchio; la necessità di farlo nasce nel
che ha fame e chi è già sazio. […] momento in cui, spinto dai bisogni della vita, deve mettersi in relazio-
Non dovrò forse concludere col dire che i nostri istinti nella ne con gli altri e comunicare: da qui l'esigenza di "conoscere sé stes-
veglia non fanno egualmente nient'altro che interpretare le so". A questo bisogno, però, l'uomo ha sempre risposto trascurando
eccitazioni nervose e disporre le "cause" di queste sulla ba- quanto nell'io vi è di più individuale e più vero ed ha elaborato invece,
se della loro esigenza? che tra veglia e sonno non v'è so- per esigenze di comunicazione, un'immagine di sé ordinata e raziona-
stanzialmente alcuna differenza? che anche in un raffronto le, adeguata al livello di comprensione del gregge ed adatta a permet-
di stadi di civiltà diversissimi, la libertà dell'interpretazione tere la comunicazione, pur essendo, in realtà, convenzionale e falsa.
allo stato di veglia, nell'uno, non è per nulla inferiore alla Sempre secondo questa prospettiva l'uomo ha costruito una morale
libertà dell'altro nel sogno? che anche i nostri giudizi e le con cui è stato possibile educare il singolo ed orientare le sue azioni in
nostre valutazioni morali sono soltanto immagini e fantasie
perfetto adeguamento a ciò che è funzionale al gregge.
di un processo fisiologico a noi ignoto, una specie di lin-
guaggio consueto per designare certe eccitazioni nervose?
Laddove c'imbattiamo in una morale, ivi troviamo una va-
che tutta la nostra cosiddetta coscienza è un più o meno
lutazione e una gerarchia degli istinti e delle azioni umane.
fantastico commento di un testo inconscio, forse inconosci-
Queste valutazioni e gerarchie sono sempre l'espressione
bile, e tuttavia sentito? [...] Che cosa sono mai le nostre in-
dei bisogni di una comunità e di un gregge: ciò che ad esso
teriori esperienze? Molto più quel che noi vi mettiamo den-
risulta utile in primo luogo - e in secondo e terzo luogo -
tro di quanto c'è in esse! Oppure si deve addirittura dire: in
questo è anche la suprema norma di valore per tutti i sin-
sé, dentro, non c'è nulla? Esperimentare intimamente è in-
goli. Con la morale, il singolo viene educato a essere fun-
ventare?
zione del gregge, e ad attribuirsi valore solo come funzione.
(da F. Nietzsche, Aurora, 1881)
Poiché le condizioni della conservazione di una comunità
sono state molto diverse da quelle valide per un'altra co-
8.2.4 Istinto del gregge munità, ci furono molte e diverse morali; e, relativamente
Se l'io è solo un riflesso di spinte istintuali inconsce e caotiche, privo alle imminenti trasformazioni essenziali dei greggi e delle
comunità degli Stati e delle società, si può profetizzare che
quindi di una autonoma e solida realtà, come si spiega il fatto che esso
vi saranno ancora morali molto differenti. La moralità è l'i-
appaia da sempre, invece, come un principio cosciente, razionale, libe-
stinto del gregge nel singolo.
ro e, soprattutto, capace di controllare gli impulsi irrazionali, vero cen-
(da F. Nietzsche, La gaia scienza, 1882)
tro dell'identità personale?
Per Nietzsche la comparsa dell'io cosciente è da mettere in relazione
alla necessità della vita con gli altri: l'uomo potrebbe infatti tranquil-
lamente sentire, volere, agire senza mai acquisire consapevolezza di

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8.3 L'Io fra Es e Super-Io (Freud) Prima, ancora un'osservazione. Ho saputo, non senza sod-
disfazione, che la maggioranza dei miei uditori non fa parte
Nel processo che ha messo in crisi il concetto di coscienza e dunque le della categoria dei medici. Non temete dunque che occorra
basi stesse dell'etica un contributo significativo viene assegnato alla una particolare preparazione medica per seguire le mie
psicoanalisi di S. Freud (1856-1939). Egli, alla fine del secolo XIX, aveva comunicazioni. Per un tratto, è vero, andremo con i medici,
intrapreso lo studio e la cura di quei sintomi che fino ad allora erano ma ben presto ce ne separeremo e accompagneremo il dot-
stati catalogati come "isterici", tutti caratterizzati dall'assenza di una tor Breuer per una via del tutto originale.
causa organica, ed era approdato all'ipotesi che tali disturbi del com- Nel corso della sua malattia, protrattasi per oltre due anni,
portamento cosciente avessero la loro causa in dinamiche originate in la paziente del dottor Breuer, una ragazza di ventun anni
una zona della psiche inconscia; il procedere degli studi mostrò quanto dotata di grande talento, sviluppò una serie di disturbi so-
matici e psichici che ben meritavano d'esser presi sul serio.
grande fosse la capacità dell'inconscio di influenzare i comportamenti
Ella presentava una paralisi rigida di entrambe le estremità
coscienti.
del lato destro con insensibilità delle medesime; a intervalli
la stessa affezione alle membra del lato sinistro; disturbi
8.3.1 La scoperta dell'inconscio
nei movimenti oculari e varie deficienze della funzione vi-
Signore e signori, provo una sensazione nuova e perturban-
siva; difficoltà nel portamento del capo; una intensa tussis
te a trovarmi nel Nuovo Mondo, a tenere una conferenza
nervosa; nausea di fronte al cibo e una volta, per parecchie
dinanzi a persone desiderose di sapere. Suppongo di dove-
settimane, incapacità di bere nonostante una sete tormen-
re questo onore soltanto al fatto che il mio nome si ricolle-
tosa; riduzione della loquela, che giunse sino alla perdita
ga al tema della psicoanalisi, e mi propongo quindi di par-
della parola e della capacità di parlare o comprendere la
larvi di psicoanalisi. Voglio tentare di presentarvi nel modo
propria madrelingua; infine stati di assenza, di confusione,
più conciso una visione d'insieme sulla storia dell'origine e
delirio, alterazione di tutta la personalità, ai quali dovremo
del successivo sviluppo di questo nuovo metodo d'indagine
in seguito rivolgere la nostra attenzione.
e di cura.
Udendo parlare di un simile quadro clinico, sarete inclini a
Se è un merito l'aver dato vita alla psicoanalisi, il merito
supporre, anche senz'essere medici, che si tratti di un male
non è mio. Non ho preso parte al suo primo avvio. Ero stu-
grave, probabilmente del cervello, che offre scarse speran-
dente, impegnato nel dare gli ultimi esami, quando un altro
ze di guarigione e che probabilmente porterà a una rapida
medico viennese, il dottor Josef Breuer, applicò per la pri-
consunzione della malata. Ciononostante dovete dar retta
ma volta questo metodo per curare una ragazza malata d'i-
ai medici, che per una serie di casi caratterizzati da feno-
steria (1880-82). Ci occuperemo prima di tutto della storia
meni così gravi giustificano un'altra concezione di gran
di questa malattia e del suo trattamento. La trovate diffu-
lunga più favorevole. Se un quadro clinico di questo genere
samente esposta negli Studi sull'isteria, pubblicati più tardi
compare in una donna giovane, i cui organi vitali interni
da Breuer e da me.

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(cuore, reni) risultano normali all'esame obiettivo, ma che di solito avevano per spunto la situazione di una ragazza al
ha subìto violente scosse emotive, e se i singoli sintomi, in capezzale del padre malato. Dopo aver raccontato un buon
certi caratteri più fini, divergono dal consueto, i medici non numero di tali fantasie, ella era come liberata e riportata al-
danno troppo peso al caso. Alternano che non si tratta di la vita psichica normale. Lo stato di benessere, che durava
una sofferenza organica del cervello, bensì di quello stato parecchie ore, cedeva poi il giorno dopo a una nuova as-
misterioso, denominato sin dai tempi della medicina greca senza, che veniva eliminata nello stesso modo mediante l'e-
isteria, che è in grado di simulare numerosissimi quadri spressione delle fantasie di recente formazione. Non ci si
clinici di notevole gravità. In questo caso essi non vedono poteva sottrarre all'impressione che il mutamento psichico
una minaccia per la vita e ritengono probabile il ristabili- manifestantesi nelle assenze fosse una conseguenza del fa-
mento, anche completo, della salute. Non è sempre molto scino che emanava da queste creazioni fantastiche colme di
facile distinguere tale isteria da un grave male organico. Ma passione. La paziente stessa, che in quel periodo della sua
noi non abbiamo bisogno di sapere in che modo si faccia malattia parlava e capiva, stranamente, soltanto l'inglese,
una diagnosi differenziale di questo tipo; ci basti l'assicura- diede a questo nuovo trattamento il nome di talking cure
zione che il caso della paziente di Breuer è proprio uno di [cura parlante], definendolo anche, in modo scherzoso,
quelli in cui nessun medico esperto sbaglierebbe la diagno- chimney-sweeping [pulizia del camino].
si d'isteria. A questo punto possiamo anche ricordare, dal Presto, come per caso, risultò che con siffatta pulizia dello
resoconto clinico, che i suoi disturbi comparvero mentre spirito si poteva ottenere ben più di una temporanea rimo-
curava il padre, teneramente amato, durante la grave ma- zione degli stati di offuscamento psichico che si ripresenta-
lattia che lo portò alla morte, e che essa fu costretta ad ab- vano continuamente. Era possibile far scomparire anche al-
bandonarne l'assistenza in seguito alla propria malattia. cuni sintomi del male, quando nello stato d'ipnosi emerge-
[…] va, tra manifestazioni emozionali, in quale occasione e in
Si era notato che nei suoi stati di assenza, di alterazione virtù di quale rapporto tali sintomi erano comparsi per la
confusionale della psiche, l'ammalata soleva mormorare fra prima volta. "Durante l'estate c'era stato un periodo d'in-
sé alcune parole, le quali davano l'impressione di provenire tensa calura e la paziente aveva sofferto grandemente la se-
da un contesto che occupasse il suo pensiero. Fattesi dire te; infatti, senza poter indicare un motivo, improvvisamen-
queste parole, il medico traspose la paziente in una sorta di te non era più stata capace di bere. Prendeva in mano il
ipnosi, ripetendole ogni volta le stesse parole per indurla bicchiere d'acqua tanto desiderato, ma appena toccava le
ad allacciarvi qualcosa. L'ammalata ben presto aderì e ri- labbra lo gettava via come fa un malato d'idrofobia. Duran-
produsse così dinanzi al medico le creazioni psichiche che te quei pochi attimi si trovava visibilmente in stato d'as-
la dominavano durante le assenze e si rivelavano in quelle senza. Viveva soltanto di frutta, di meloni e così via, per al-
parole espresse a una a una. Erano fantasie profondamente leviare la sete tormentosa. Questo durò circa sei settimane;
tristi, spesso poeticamente belle diremmo sogni diurni che un giorno, durante l'ipnosi, ella parlò della sua dama di

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compagnia inglese, che non amava, e raccontò poi con tutti prodotta in successione cronologica, e precisamente in suc-
i segni dell'orrore come fosse capitata nella stanza di que- cessione inversa, l'ultimo per primo e il primo per ultimo,
sta e avesse visto il suo cagnetto, quell'animale schifoso, ed era del tutto impossibile inoltrarsi sino al primo trauma,
bere da un bicchiere. Non aveva detto nulla perché voleva spesso il più efficace, saltando quelli verificatisi in seguito.
essere gentile. Dopo aver dato ancora una volta energico Certamente vorrete udire da me altri esempi di causa di
sfogo alla stizza rimastale, chiese di bere e bevve senza ini- sintomi isterici, oltre a quello dell'idrofobia provocata dallo
bizione una grande quantità d'acqua, risvegliandosi dall'ip- schifo per il cane che beve dal bicchiere. Debbo però limi-
nosi con il bicchiere alle labbra. In questo modo il disturbo tarmi a pochissimi esempi, se voglio rispettare il mio pro-
scomparve per sempre. gramma. Breuer racconta che i disturbi visivi della sua pa-
Mi sia permesso d'intrattenervi per un momento su questa ziente si riferivano a determinate circostanze «come quan-
esperienza. Nessuno ancora aveva eliminato con simili do, seduta in lacrime al capezzale del padre malato e da
mezzi un sintomo isterico ed era penetrato così a fondo questi all'improvviso richiesta dell'ora, vedeva indistinta-
nella comprensione della sua causa. Si sarebbe trattato di mente, portava l'orologio vicino all'occhio e il quadrante
una scoperta ricca di conseguenze, ove fosse stato possibile appariva allora molto grande (macroscopia e strabismo
confermare l'ipotesi che altri sintomi ancora, forse la mag- convergente); oppure si sforzava di reprimere le lacrime
gioranza di essi, erano sorti in tal modo nella malata e in tal perché il malato non le vedesse». Del resto tutte le impres-
modo potevano essere eliminati. Breuer non evitò alcuna sioni patogene risalivano al periodo in cui ella prendeva
fatica per convincersene, e ricercò da allora sistematica- parte all'assistenza del padre malato. «Una volta di notte
mente la patogenesi degli altri più gravi sintomi del male. vegliava in grande angoscia per il malato che aveva febbre
Era realmente così; quasi tutti i sintomi erano sorti come alta, tutta tesa perché da Vienna si attendeva un chirurgo
residui, come ripercussioni se volete, di esperienze cariche per l'operazione. La madre si era allontanata per un certo
di affetto, che perciò più tardi abbiamo chiamato «traumi tempo e Anna sedeva al capezzale del malato con il braccio
psichici», e la loro singolarità trovava spiegazione nel rap- destro appoggiato alla spalliera della seggiola. Cadde in uno
porto con la scena traumatica di origine. Essi erano deter- stato di sogno a occhi aperti e vide un serpente nero avvi-
minati, come dice il termine scientifico, dalle scene di cui cinarsi dalla parete al malato per morderlo. (È molto pro-
rappresentavano i residui mnestici, e non era più necessa- babile che nel prato dietro la casa vi fosse effettivamente
rio descriverli come produzioni arbitrarie o enigmatiche qualche serpente, che in precedenza aveva spaventato la
della nevrosi. Una sola deviazione dall'aspettativa dev'es- ragazza e che ora forniva il materiale dell'allucinazione.)
sere accennata. Non era sempre unico l'episodio che lascia- Ella volle respingere la bestia, ma era come paralizzata; il
va il sintomo, per lo più si erano riuniti a questo scopo mol- braccio destro, pendente sulla spalliera, era "addormenta-
tissimi traumi ripetuti, spesso assai simili. Tutta questa to", era divenuto anestesico e paretico, e mentre lo osser-
concatenazione di ricordi patogeni doveva poi essere ri- vava le dita si tramutarono in piccoli serpenti con teschi (le

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unghie). Probabilmente ella tentò di scacciare il serpente stri malati isterici soffrono di reminiscenze. I loro sintomi
con la mano destra paralizzata e quindi l'anestesia e la pa- sono residui e simboli mnestici di determinati episodi
ralisi della stessa si associarono all'allucinazione del ser- (traumatici). Un confronto con altri simboli mnestici in altri
pente. Quando quest'ultima fu scomparsa, tentò nella sua campi ci porterà forse a una comprensione più profonda di
angoscia di pregare, ma le mancò ogni lingua conosciuta, questo simbolismo. Anche le opere d'arte e i monumenti di
non riuscì a trovar parola in nessuna di esse sinché alla fine cui adorniamo le nostre grandi città sono simboli mnestici
le venne una rima infantile inglese, e allora le riuscì di con- di questo genere. Passeggiando per Londra trovate dinanzi
tinuare il pensiero e di pregare in quella lingua.» Con il ri- a una delle maggiori stazioni della città una colonna gotica
cordo di questa scena nell'ipnosi venne eliminata anche la riccamente decorata, la Charing Cross. Nel tredicesimo se-
paralisi rigida del braccio destro, esistente dall'inizio della colo uno dei vecchi re Plantageneti fece trasferire a We-
malattia, e il trattamento terminò. stminster la salma della sua amata regina Eleonora, erigen-
Quando molti anni dopo cominciai ad applicare ai miei ma- do una croce gotica a ciascuna delle stazioni in cui la bara
lati il metodo d'indagine e di terapia del dottor Breuer, feci era stata deposta per terra; Charing Cross è l'ultimo dei
esperienze che coincidevano perfettamente con le sue. Una monumenti destinati a conservare il ricordo di quel corteo
signora di quarant'anni circa presentava un tic, un rumore funebre. In un altro punto della città, non lontano dal Ponte
singolarmente schioccante ch'ella produceva a ogni emo- di Londra, scorgete un'altra colonna più moderna che vien
zione e anche senza motivo palese. Esso derivava da due chiamata semplicemente «Il Monumento». Essa dovrebbe
episodi, che avevano in comune il suo proponimento di non richiamare alla memoria il grande incendio che scoppiò in
fare in quel momento alcun rumore e il fatto che proprio al- quei pressi nel 1666, distruggendo gran parte della città.
lora, come per una specie di controvolontà, quel rumore Questi monumenti sono dunque simboli mnestici come i
rompeva il silenzio: il primo, quando una volta era infine sintomi isterici; fin qui il paragone sembra giustificato. Ma
riuscita con fatica a far addormentare il bambino malato, che ne direste di un londinese che si fermasse ancor oggi,
dicendosi che doveva stare in assoluto silenzio per non malinconico, dinanzi al monumento (Il corteo funebre della
svegliarlo, e il secondo quando, durante una passeggiata in regina Eleonora, anziché attendere alle sue faccende con la
carrozza con i due figli, i cavalli si erano imbizzarriti nella fretta richiesta dai rapporti di lavoro moderni, o anziché
tempesta ed ella aveva voluto evitare accuratamente qual- godere della fresca regina del suo cuore? Oppure di un al-
siasi rumore per non spaventare ancor più le bestie. Cito tro che dinanzi al «Monumento» piangesse la distruzione
questo esempio fra i molti altri che sono raccolti negli Studi della sua amata città natale, che pure da allora è risorta
sull'isteria. tanto più splendida? Al pari di questi due ingenui londinesi
Signore e signori, se mi concedete di generalizzare, cosa del si comportano invece tutti gli isterici e i nevrotici; non solo
resto inevitabile in un'esposizione così concisa, possiamo ricordano gli episodi dolorosi da lungo tempo trascorsi, ma
racchiudere le conoscenze fatte sinora nella formula: I no- sono ancora attaccati ad essi con affetto e non riescono a

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liberarsi dal passato, trascurando per esso la realtà e il pre- ripugnanza; mentre vegliava al capezzale del padre, era co-
sente. Questa fissazione della vita psichica ai traumi pato- stantemente preoccupata di non far trapelare al malato
geni è uno dei caratteri più importanti e praticamente più nulla della sua angoscia e del suo penoso smarrimento.
significativi della nevrosi. Quando più tardi riprodusse le stesse scene dinanzi al suo
Ammetto volentieri l'obiezione che ora probabilmente sta- medico, l'affetto allora inibito comparve con particolare
te formulando, ripensando alla storia clinica della paziente veemenza, come se fosse rimasto in serbo sino a quel mo-
di Breuer. Infatti i suoi traumi risalivano al periodo in cui mento. Anzi, il sintomo che era sopravvissuto a questa sce-
ella curava il padre malato e i suoi sintomi possono essere na acquistò la sua massima intensità mentre ci si avvicina-
interpretati soltanto come segni mnestici della malattia e va alla sua causa, per scomparire dopo che questa fu com-
della morte di lui. Essi corrispondono dunque a un lutto, e pletamente chiarita. D'altra parte si poté fare l'esperienza
una fissazione al ricordo del defunto a così breve distanza che di fronte al medico il ricordo della scena rimaneva sen-
dalla sua morte non ha certamente nulla di patologico, cor- za efficacia qualora per una ragione qualsiasi essa fosse av-
risponde piuttosto a un normale processo sentimentale. venuta senza sviluppo di affetti. Il destino di questi affetti,
L'ammetto: nella paziente di Breuer la fissazione ai traumi che ci si poteva immaginare come grandezze spostabili, era
non è sorprendente. Ma in altri casi, come in quello del tic dunque determinante sia per la malattia che per la guari-
da me trattato, i cui motivi occasionali risalivano a oltre gione. Ci si vedeva spinti a supporre che la malattia fosse
quindici e dieci anni, il carattere dell'abnorme attaccamen- insorta per il fatto che agli affetti sviluppati nelle situazioni
to al passato è molto chiaro, e probabilmente la paziente di patogene era sbarrata una via d'uscita normale e che l'es-
Breuer l'avrebbe sviluppato nello stesso modo se non fosse senza della malattia consistesse nel fatto che questi affetti
giunta al trattamento catartico a così breve distanza dall'e- «strozzati» sottostavano ora a un impiego abnorme. In par-
sperienza traumatica e dall'insorgenza dei sintomi. te continuavano a sussistere come oneri permanenti dalla
Finora abbiamo spiegato soltanto il rapporto fra i sintomi vita psichica e fonti di continua eccitazione per la stessa; in
isterici e la biografia della malata; da altre due circostanze parte subivano una trasmutazione in innervazioni e inibi-
dell'osservazione di Breuer possiamo però desumere un zioni somatiche inconsuete, che si presentavano come i sin-
accenno al modo in cui dobbiamo interpretare il processo tomi somatici del caso. Per quest'ultimo processo abbiamo
della malattia e della guarigione. In primo luogo occorre ri- coniato il termine di «conversione isterica». Una certa par-
levare che in quasi tutte le situazioni patogene la malata di te della nostra eccitazione psichica è del resto già normal-
Breuer doveva reprimere una forte eccitazione, anziché fa- mente indirizzata sulle vie dell'innervazione somatica, e
vorirne lo scarico attraverso i segni d'affetto, le parole e le produce ciò che conosciamo come «espressione dei moti
azioni adeguate. Nella piccola vicenda imperniata sul cane d'animo». Ora, la conversione isterica esagera questa parte
della sua dama di compagnia, per riguardo a questa ella a- di scarico di un processo psichico carico d'affetto; essa cor-
veva represso ogni manifestazione della sua intensissima risponde a un'espressione dei moti d'animo molto più in-

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tensa, avviata su nuove vie. Quando il letto di un fiume si pia psicanalitica tentare una sua ricostruzione, mediante la scoperta e
divide in due canali, si avrà un soverchio riempimento la risoluzione di quei complessi, che impediscono la normale interazio-
dell'uno appena la corrente dell'altro incontrerà un ostaco- ne fra soggetto e realtà.
lo.
( da S. Freud, Cinque Conferenze sulla psicoanalisi, 1909) 8.3.2 L'apparato psichico dell'Io
La psicoanalisi stabilisce un presupposto fondamentale, la
Freud, nel corso dei suoi studi si rese conto del fatto che l'analisi discussione del quale rimane riservata al pensiero filosofi-
dell'inconscio non poteva essere affidata alla osservazione cosciente e co e la giustificazione del quale risiede nei suoi stessi risul-
consapevole perché vi si opponevano resistenze psicologiche insor- tati. Di ciò che noi chiamiamo la nostra psiche (vita psichi-
montabili. Ancora una volta - e per via non filosofica - l'io veniva mes- ca) sono a noi noti due generi di cose: in primo luogo l'or-
so sotto accusa e considerato come bisognoso di interpretazione. gano fisico e il suo teatro, il cervello (sistema nervoso), in
Particolarmente rilevante per la comprensione della visione freudiana secondo luogo i nostri atti di coscienza, che sono dati im-
dell'etica è la cosiddetta "seconda topica" in cui Freud descrive la mediatamente e che nessuna specie di descrizione può far-
struttura complessiva dell'apparato psichico, attraverso i tre "luoghi" ci conoscere più da vicino. Tutto quello che si trova in mez-
dell'Es, dell' Io e del Super-Io. zo è sconosciuto, una relazione diretta tra i due punti ter-
La coscienza morale (Super-Io) nasce con la crisi edipica e rappresenta minali del nostro sapere non è data. Se sussistesse, forni-
il contenitore delle prescrizioni sociali che il soggetto apprende tramite rebbe tutt'al più una localizzazione esatta degli eventi della
coscienza ma nulla aggiungerebbe alla loro comprensione.
l'identificazione con il genitore dello stesso sesso. È una coscienza fon-
Le nostre due ipotesi si riattaccano a questi punti terminali
damentalmente repressiva degli istinti spontanei e della loro ricerca di
o iniziali del nostro sapere. La prima riguarda la localizza-
soddisfazione; essa contiene quindi una inevitabile ambiguità:
zione. Noi supponiamo che la vita psichica sia la funzione di
- da una parte il Super-Io, soprattutto nel caso di una sua prevalenza,
un apparato al quale ascriviamo estensione spaziale e
è un fattore fortemente nevrotizzante, dato che impedisce la libera ri-
composizione in più parti, che dunque ci rappresentiamo
cerca della soddisfazioni delle pulsioni istintuali;
analogamente a un telescopio o a un microscopio, e così vi-
- dall'altra il Super-Io ha un imprescindibile funzione positiva, in quan- a. Lo svolgimento coerente di simile rappresentazione è, se
to consente la vita sociale del soggetto, che è conducibile solo a prezzo si prescinde da una certa approssimazione già tentata in
di un parziale contenimento dei propri istinti, e che permette al sog- passato, una novità scientifica. Siamo giunti alla conoscen-
getto stesso una più facile sopravvivenza. za di questo apparato psichico attraverso lo studio dello
Una vita psichicamente felice è raggiungibile grazie ad un buon fun- sviluppo individuale dell'essere umano. Chiamiamo la più
zionamento dell'Io, cioè ad una equilibrato bilanciamento fra principio antica di queste province o istanze psichiche Es; suo conte-
del piacere, principio di realtà ed esigenze dell'Io ideale. Là dove il nuto è tutto quanto è ereditato, acquisito con la nascita, fis-
soggetto non riesca a raggiungere tale equilibrio è compito della tera- sato costituzionalmente, prima di tutto dunque gli istinti

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derivanti dall'organizzazione del corpo, i quali trovano qui cere e dispiacere. L'Io tende al piacere e vuole evitare il di-
una prima espressione psichica a noi sconosciuta nelle sue spiacere. Un accrescimento atteso, previsto, di dispiacere
forme. Una parte dell'Es ha subito uno sviluppo particolare, ha per risposta il segnale d'angoscia; ciò che può provocare
sotto l'influenza del mondo esterno reale che ci circonda. questo accrescimento, sia la minaccia esterna o interna,
Originariamente, come strato corticale dotato degli organi vien chiamato pericolo. Di tanto in tanto l'Io scioglie i suoi
per ricevere gli stimoli e delle strutture per proteggersi da- legami con il mondo esterno e si ritira nello stato di sonno,
gli stimoli, si è stabilita un'organizzazione particolare, che nel quale modifica ampiamente la propria organizzazione.
da quel momento ha fatto da mediatrice tra l'Es e il mondo Dallo stato di sonno si può dedurre che questa organizza-
esterno. A questa zona della nostra vita psichica noi la- zione consiste in una particolare suddivisione dell'energia
sciamo il nome di Io. psichica.
Come precipitato del lungo periodo infantile, durante il
I caratteri principali dell'Io. In conseguenza della relazione quale l'uomo futuro vive in dipendenza dei suoi genitori, si
preformata tra percezione sensoriale e azione muscolare, forma nell'Io una particolare istanza nella quale si prolunga
l'Io ha il dominio dei movimenti volontari. Esso ha il compi- l'influenza dei genitori. Essa ha ricevuto il nome di Super-
to dell'autoaffermazione e lo adempie, verso l'esterno, ve- Io. In quanto questo Super-Io si distingue dall'Io e ad esso
nendo a conoscere gli stimoli, accumulando (nella memo- si contrappone, è una terza potenza della quale l'Io deve
ria) esperienze su di essi, evitando gli stimoli eccessivi (con tener conto. Un'azione dell'Io è corretta allorquando soddi-
la fuga), accettando gli stimoli moderati (mediante ade- sfa contemporaneamente le esigenze dell'Es, del Super-Io e
guamento), e infine apprendendo a modificare (attività) il della realtà, dunque riesce a conciliare reciprocamente le
mondo esterno in modo rispondente a un fine, per i suoi loro pretese. Tutte le peculiarità del rapporto tra Io e Su-
vantaggi; verso l'interno, l'Io adempie il suo compito contro per-Io diventano affatto comprensibili riconducendole al
l'Es, acquistando il dominio sulle pretese degli istinti, deci- rapporto del bambino con i suoi genitori. Nell'influenza dei
dendo se essi debbono essere ammessi alla soddisfazione, genitori naturalmente agisce non soltanto il modo di essere
spostando questa soddisfazione nei momenti e nelle circo- personale dei genitori, ma anche l'influenza da essi tra-
stanze favorevoli del mondo esterno, oppure reprimendo smessa della tradizione, della famiglia, della razza e della
in generale le loro sollecitazioni. Nella sua attività l'Io è nazione, come anche le esigenze dell'ambiente sociale che
guidato dalle considerazioni delle tensioni stimolanti che essi rappresentano. Parimenti il Super-Io assume, nel corso
sono presenti o sono state trasferite nell'Io. La loro intensi- dello sviluppo individuale, contributi da parte di coloro che
ficazione viene sentita in generale come dispiacere, la di- più tardi proseguono e sostituiscono i genitori, come gli
minuzione invece come piacere. È probabile però che non i educatori, i modelli pubblici, gli ideali venerati nella socie-
livelli assoluti di questa tensione stimolante, bensì qualcosa tà.
nel ritmo della loro modificazione venga sentito come pia- (da S. FREUD, Compendio di psicoanalisi, 1938)

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9. FENOMENOLOGIA E FILOSOFIE DELL’ESISTENZA precostituita. Tutte le scienze anzi sono sospese, e delle loro
proposizioni non vogliamo e non possiamo all'inizio servirci. Il
(HUSSERL, HEIDEGGER, SARTRE)
fenomenologo infatti non può che partire dall'«evidenza», ov-
vero dalla «presenza»; dal presente dei fenomeni che di fatto
9.1 La Fenomenologia sperimenta. [...]
Del tutto particolare nel dibattito filosofico del Novecento sul tema del
soggetto è la posizione di E. Husserl (1859-1938), fondatore della Fe- 3) Partire dalla «evidenza» e dalla «presenza» significa partire
nomenologia, che ha elaborato una metodologia d'indagine ricca di dal mondo nel quale mi trovo, e dalla consapevolezza che io
interessanti sviluppi in diversi ambiti culturali e ha aperto orizzonti sono già da sempre in questo mondo. Filosoficamente signifi-
nuovi alla ricerca. Come si legge in una introduzione di Carlo Sini : ca partire dal mondo dell'opinione (doxa). [...] Nel mondo io
mi ritrovo — in connessione con le operazioni degli altri sog-
La fenomenologia è un esercizio ed un'esperienza che deve getti — come soggetto delle mie operazioni, [...] [su cui eserci-
essere «vissuta in prima persona», è una ricerca concreta che to] una «riflessione questionante» [...] .
ognuno deve rifare per proprio conto e non un sistema con- 4) Il mondo mi è dato in connessione dei miei atti intenzionali,
cettuale. Le parole del fenomenologo non devono essere as- dei miei atti cioè che in-tendono, che tendono verso qualche
sunte come assiomi metafisici, ma esigono di essere «com- cosa ovvero verso una realtà significata. Atti nei quali io sono
prese» e perciò «rivissute» dall'interlocutore il quale è indotto presente con tutto me stesso, «corpo e anima», ma in diffe-
in tal modo a rifare da sé le «operazioni» cui i termini della renti modalità tipiche [...] (per es. modalità del percepire, del
fenomenologia alludono. ricordare, del riflettere, dell’immaginare, del muovere il cor-
po, ecc.). Il mondo di tali atti, è il mondo delle operazioni vi-
Di essa C. Sini fissa alcuni punti preliminari: venti, il mondo-della-vita (Lebenswelt).
5) Il mondo-della-vita precede ogni riflessione o teoria che an-
1) La fenomenologia non è un «sistema», ma nondimeno pre-
zi e sempre lo presuppongono. [...] Il ritorno della fenomeno-
tende di uniformarsi all'idea di una rigorosa scientificità. Il ri-
logia al mondo-della-vita non è un'astratta operazione, [...] è
gore consiste in ciò: nell'assumere le cose così come si danno
la vita stessa che “funge” in me, che si «riprende», si «chiari-
ed entro i limiti nei quali si danno; è il principio sul quale si
sce a se stessa» [...] .
fonda la possibilità della «descrizione fenomenologica» che
impone di dire ciò che veramente esperimento così come lo 6) La fenomenologia esercita dunque, ad un alto grado di con-
esperimento; di dire, cioè, i fenomeni. sapevolezza, la presa di coscienza della vita in se stessa. Ciò mi
svela la « correlazione universale » per la quale nella parte vi-
2) Se questo è il rigore scientifico della fenomenologia, è chia-
ve il tutto che la riflessione infinita della scienza esplicita pro-
ro che esso non deriva la propria natura da alcuna scienza

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gressivamente. Non tanto dunque io vivo nel mondo (secondo quanto c'è, prima, un io che lo accoglie in sé intenzionalmente. La co-
l'opinione del naturalismo ingenuo), quanto io vivo il mondo e scienza è, insomma, il fondamento e la condizione di ogni esperienza
il mondo vive in me. del mondo, anche se per "vederla" occorre uno sforzo particolare di
riflessione -nel senso originario di "ritornare su di sé"-, di natura filoso-
7) La fenomenologia è ritorno all'uomo concreto, cioè alle o-
fica.
perazioni reali del soggetto vivente in prima persona [...] . La
Husserl propone una ricerca di tipo nuovo, che non consiste nell'elabo-
fenomenologia non è un rifiuto della tecnica o delle scienze
rare nuove teorie interpretative del mondo, ma nell'orientare il proprio
particolari, ma esige che le tecniche e le scienze non perdano sguardo verso la coscienza nella quale il mondo si riverbera, nel por-
il significato e il fine delle loro operazioni, inventate dall'uomo tarla alla luce e descriverla con precisione e rigore; per realizzare un
per l'uomo, per dare cioè una risposta all'intenzionalità della tale progetto è necessario interrompere il dinamismo intenzionale che
vita e ai suoi bisogni. porta direttamente sulle cose del mondo e concentrare l'attenzione sui
( da C. Sini, Fenomenologia, 1965) dati che si offrono alla coscienza, considerandoli però solo come parte
del vissuto soggettivo, come "fenomeni" e non come "enti". Il fatto che
i fenomeni vengano descritti nel loro "puro" apparire, indipendente-
mente, come si diceva, dal loro riferirsi ad un mondo effettivamente
9.1.1 Coscienza e intenzionalità esistente non significa che la ricerca verta su un aspetto vano ed in-
consistente delle cose, su fantasie prive di senso: i fenomeni infatti non
Nell'analisi husserliana, dunque, l'io viene identificato con la coscien- sono un puro nulla, ma, al contrario, costituiscono l'esperienza della
za e la coscienza è innanzitutto "coscienza di qualcosa", ovvero "inten- realtà così come è per me, con il valore ed il senso che ha per me. Il
zionalità" (termine di origine medievale, da "tendere in" cioè "tendere mondo deve essere momentaneamente "perduto" -messo tra paren-
verso...") che indica il dinamismo con cui la coscienza si dirige verso il tesi-, affinché sulla base della ritrovata consapevolezza dell'io possa
suo oggetto, verso quell'aspetto della realtà su cui è concentrata la poi essere "ritrovato", quando l'attenzione torna su di esso, ricco di
sua attenzione. quei significati e di quel valore di cui gli oggetti possono arricchirsi so-
Nella condizione ordinaria, propria del vivere quotidiano, la coscienza lo nella relazione col soggetto.
si apre al mondo andando direttamente alle cose nella loro concreta Nel brano che segue Husserl descrive il modo in cui il soggetto deve
esistenza, alle cose poste lì, di fronte all'io, a costituire oggetto di un operare la conversione dello sguardo; per farlo, sceglie come maestro
interesse che si manifesta nelle più diverse modalità - le cose si posso- Cartesio (l'opera da cui è tratto porta il significativo titolo di “Medita-
no infatti guardare, toccare, utilizzare, amare, conoscere scientifica- zioni cartesiane”) . Cartesio aveva messo in dubbio tutto, finché era
mente, etc. emersa l'evidenza dell'io, Husserl propone la radicale sospensione del
Concentrato sulle cose, l'io lascia in secondo piano sé stesso, soggetto giudizio (epoché) su tutto per fare emergere il fenomeno sullo sfondo
che inquadra il mondo, ma non è inquadrato; d'altra parte il mondo dell'io (chiamato qui "trascendentale" perché è la condizione prelimi-
può essere oggetto d'attenzione nella vita quotidiana soltanto in nare dell'apparire di ogni fenomeno).

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Compiamo qui ora, seguendo Cartesio, il grande rivolgi- lasciar fuori valore le prese di posizione, non significano
mento che, eseguito in modo giusto, conduce alla soggetti- per l'io filosoficamente riflettente che tutto ciò scompaia
vità trascendentale [...]. dal campo di esperienza dell'io stesso. Le relative concrete
Riflettiamo. Come filosofi che meditano in maniera radicale esperienze vissute sono, lo ripetiamo, ciò cui si dirige lo
non abbiamo ancora né una scienza per noi valida, né un sguardo e l'attenzione, solo che l'io attenzionante si com-
mondo che ci sia per noi. Il mondo invece di essere senz'al- porta filosoficamente ed usa un atteggiamento di astensio-
tro esistente, ossia invece di valere nella credenza esisten- ne nei riguardi di ciò che è intuito. E tutto ciò che in simili
ziale dell'esperienza in modo naturale, è per noi solo una esperienze stava come «inteso» nella coscienza di valore (il
semplice pretesa all'essere. [...] In breve non solo la natura giudizio relativo, la teoria relativa, i valori e gli scopi relati-
corporea ma l'intero e concreto mondo della vita è ormai vi, ecc.) rimane interamente mantenuto solo nella modifi-
per me solo un fenomeno d'essere anziché un essere. [...] Se cazione di valore di mero fenomeno. [...] Questa epoché fe-
io mi astengo, come posso liberamente fare e come ho fatto, nomenologica, questa messa entro parentesi del mondo og-
da ogni credenza di esperienza, di modo che per me riman- gettivo, tutto ciò non ci pone di fronte come ad un mero
ga fuori valore l'essere del mondo d'esperienza, pur tutta- nulla. Quello che piuttosto - ed appunto per ciò - diviene
via questo mio astenermi è quel che è ed è qualcosa che nostro proprio, o più chiaramente, quel che per ciò diviene
s'inserisce nell'intera corrente della vita esperiente. Ed in- proprio a me che medito, è il mio esperire puro con tutti i
vero esso è per me costantemente presente, costantemente suoi momenti puri e tutto ciò che esso intenziona, l'univer-
consaputo e percepito in una regione di presenze e nella so dei fenomeni, nel senso della fenomenologia. L'epoché,
più autentica originalità - esso come se stesso. [...] In ogni come può anche dirsi, è il metodo radicale ed universale
momento io posso, riflettendo, rivolgere lo sguardo e l'at- per il quale io colgo me stesso come io puro assieme alla
tenzione particolare a questo vivere originario e cogliere il mia propria vita di coscienza pura, nella quale e per la qua-
presente come presente, il passato come passato, così ap- le è per me l'intero mondo oggettivo, nel modo appunto in
punto com'esso è. Così faccio io nel filosofare e in quanto cui esso è per me. [...]
uso quella astensione. (da H. Husserl, Meditazioni cartesiane, 1931)
Il mondo esperito in questo vivere riflettente continua in
certo modo a rimanere per me, percepito come prima, col 9.1.2 Il “nuovo sguardo”
contenuto che in ogni caso gli è proprio. Continua ad appa-
rirmi come mi apparve prima, solo che io, come colui che L'atteggiamento dello sguardo che esperisce [il nostro am-
riflette filosoficamente, non mantengo più, non do più valo- bito psichico individuale] si compie necessariamente come
re alla credenza nell'essere, che è naturale per l'esperienza, una riflessione, come un rivolgimento di quello sguardo
sebbene questa credenza sia ancora là, di fronte a me e sia che prima era diretto altrove. Tale riflessione ammette ogni
colta dall'attenzione del mio sguardo. [...] L'astenersi ed il esperienza, ma anche ogni particolare modalità con cui ci

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occupiamo di qualche oggetto reale o ideale, pensando op- 9.2 Essere ed Esser-ci (Heidegger)
pure valutando con il sentimento e con la volontà o, ancora,
aspirando a qualcosa. Così, realizzandoci in maniera diret- Nel 1919 Husserl fece nominare Martin Heidegger (1889-1976), allora
tamente cosciente, entrano nel nostro sguardo esclusiva- trentenne, suo assistente presso l'Università di Friburgo; per alcuni
mente le singole cose, pensieri, valori, fini, mezzi; non vi anni collaborarono proficuamente e Husserl si convinse che l'allievo
entra l’Erleben psichico, nel quale tutti questi elementi so- avrebbe potuto proseguire meglio di chiunque altro il suo magistero
no presenti alla nostra coscienza in quanto tali. Soltanto la nel campo del metodo fenomenologico. Nel 1926 discussero insieme le
riflessione può renderlo evidente. Mediante la riflessione tesi fondamentali di Essere e tempo, l'importante opera che Heidegger
noi cogliamo, al posto delle semplici cose, dei semplici va- stava per pubblicare e che, significativamente, fu dedicata a Husserl
lori, degli scopi, delle utilità, i corrispondenti Erlebnisse "con ammirazione e amicizia". Già in questa occasione emersero, pe-
soggettivi nei quali queste cose diventano per noi "presenti
rò, le prime divergenze, divenute poi vera e propria rottura l'anno suc-
nella coscienza" e ci "appaiono" nel loro senso più ampio.
cessivo durante il tentativo, fallito, di scrivere insieme la voce "Feno-
Tutte insieme vengono perciò chiamate anche "fenomeni",
menologia" per l'Enciclopedia Britannica. Il centro della questione era
il cui carattere essenziale più generale è quello di essere
proprio il concetto husserliano di soggettività trascendentale, che ad
"coscienza di", "apparizione di" - e cioè delle singole cose,
Heidegger sembrava avesse un’ eccessiva accentuazione idealistica.
dei pensieri (rapporti giudicativi, motivazioni, conseguen-
Per Husserl l'io trascendentale è il frutto di una radicale epoché e risul-
ze), dei progetti, delle decisioni, delle speranze e così via.
[...] Intenzionalità è l'espressione, che dal punto di vista ta, quindi, totalmente "demondificato"; a partire dall'io - e nell'io - si
terminologico risale alla scolastica, usata per il carattere costituiscono i fenomeni, sia quelli relativi al mondo, sia quelli relativi
fondamentale dell'essere in quanto coscienza, in quanto all'io empirico, a quel soggetto, cioè, in carne ed ossa le cui vicende
apparizione di qualche cosa. Nell'irriflesso aver-coscienza sono difficilmente separabili da quelle del mondo in cui è inserito.
di qualche oggetto, noi siamo "diretti" verso l'oggetto, la Ma - è questo il problema in Husserl - l'io trascendentale "demondifi-
nostra "intentio" va verso di esso. L'orientazione fenome- cato", considerato come pura condizione dell'apparire del mondo e
nologica dello sguardo rivela che questo esser diretto è un dell'io empirico, non risulta così eccessivamente astratto? Visto che
carattere essenziale immanente agli Erlebnisse in questio- con l'epoché l'io perde i suoi contorni esistenziali, come si potrà dire
ne: essi sono dunque Erlebnisse "intenzionali". che abbia ancora quei caratteri di concretezza e storicità di cui non si
(da E. Husserl, Fenomenologia, in E. Husserl e M. Heidegger, Fe- può pensarlo privo? Se l'io trascendentale non fosse concreto se ne
nomenologia. Storia di un dissidio, 1928) dovrebbe concludere che non è il mio io!
Heidegger, invece, è convinto che sia costitutivo dell'io - in qualunque
accezione- il riferirsi al mondo e l'essere calato nella storia, con le sue
vicende e i suoi problemi. Se l'io fosse nel mondo come una cosa è
dentro ad un'altra, sarebbe possibile distinguerlo dal mondo ed isolar-

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lo mentalmente senza difficoltà; ma l'io non è una cosa, il suo modo Se il problema dell'essere deve esser posto esplicitamente
d'essere è particolare e l'errore di tutta la tradizione coscienzialista, da e svolto nella piena trasparenza di se stesso, l'elaborazione
Cartesio fino allo stesso Husserl, sta nel non avere approfondito que- di questo problema richiederà, in conseguenza delle delu-
sto aspetto del problema. Si è sempre creduto che l'unico modo cidazioni da noi date, l'esplicazione del modo in cui si può
dell'essere fosse quello della sostanza, che è in quanto è stabile, per- volger lo sguardo all'essere, realizzarne la comprensione e
manente nella condizione presente: ciò privilegia - senza un giustifica- afferrarne concettualmente il senso; e richiederà la prepa-
to motivo - un modo del tempo (il presente), ma lascia anche intende- razione della possibilità della scelta corretta dell'ente e-
re che la riflessione sull'essere ha a che fare, in un modo da definire, semplare, nonché l'elaborazione della genuina via di acces-
col problema del tempo. so a questo ente. Ma volger lo sguardo, comprendere, affer-
Analizzare l'io richiede necessariamente sfuggire alla concezione tradi- rare concettualmente, scegliere, accedere a, sono compor-
tamenti costitutivi del cercare e perciò parimenti modi di
zionale ed angusta dell'essere; l'io per Heidegger si caratterizza come
essere di un determinato ente, di quell'ente che noi stessi, i
essere-nel-mondo, come apertura al mondo in cui abita e di cui ha cu-
cercanti, sempre siamo. Elaborazione del problema dell'es-
ra. Il suo modo d'essere è particolare; esso "esiste" nel senso origina-
sere significa dunque: rendere trasparente un ente (il cer-
rio del termine (che deriva da ex-sistere, star fuori da.., proiettarsi ver-
cante) nel suo essere. La posizione di questo problema, in
so..); così l'io non "è" (nel senso statico e sostanzialista del termine),
quanto modo di essere di un ente, è essa stessa determinata
ma "esiste", cioè oltrepassa la sua realtà presente e determinata rea-
in linea essenziale da ciò a proposito di cui in esso si cerca:
lizzando la propria "possibilità". L'io "esiste" in quanto "può essere", in dall'essere. Questo ente, che noi stessi sempre siamo e che
quanto si apre al mondo in una situazione concreta nella quale è "get- fra l'altro ha quella possibilità d'essere che consiste nel
tato"; dentro questa ed in questa egli esiste: "ci" è dentro; da qui il porre il problema, lo designiamo col termine Esserci [Da-
termine che Heidegger usa per indicare l'uomo come esistenza-in- sein]. La posizione esplicita e trasparente del problema del
situazione: "Esser-ci". senso dell'essere richiede una adeguata esposizione preli-
minare di un ente (l'Esserci) nei riguardi del suo essere.
Il pensiero, nella misura in cui si prenda sul serio rispetto (da M. Heidegger, Essere e tempo, 1927)
alla grande tradizione, si sente qui impari al compito appe-
na si accinge a dare indicazioni concrete. In base a quale L'Esserci non è soltanto un ente che si presenta fra altri en-
competenza questo potrebbe accadere? Nell'ambito del ti. Onticamente, esso è caratterizzato piuttosto dal fatto
pensiero non vi sono enunciati autoritativi. L'unica norma- che, per questo ente, nel suo essere, ne va di questo essere
tività del pensiero proviene dalla cosa stessa da pensare. stesso. La costituzione d'essere dell'Esserci implica allora
Ma questa è la cosa più problematica di tutte. che l'Esserci, nel suo essere, abbia una relazione d'essere
(da Intervista a Der Spiegel, 1966) col proprio essere. Il che, di nuovo, significa: l'Esserci, in

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qualche modo e più o meno esplicitamente, si comprende presenti di un ente semplicemente-presente, «avente l'a-
nel suo essere. [...] spetto» di essere così o così, ma sono sempre e solo possi-
L'essere stesso verso cui l'Esserci può comportarsi in un bili maniere di essere dell'Esserci, e null'altro. Ogni esser-
modo o nell'altro e verso cui sempre in qualche modo si così, proprio di questo ente, è primariamente essere. Perciò
comporta, noi lo chiamiamo esistenza. E poiché la determi- il termine «Esserci», con cui indichiamo tale ente, esprime
nazione dell'essenza di questo ente non può avere luogo l'essere e non il che-cosa, come accade invece quando si di-
mediante l'indicazione della quiddità di un contenuto reale, ce pane, casa, albero.
e la sua essenza consiste piuttosto nell'aver sempre da es- (da M. Heidegger, Essere e tempo, 1927)
sere il suo essere in quanto suo, è stato scelto il termine Es-
serci, quale pura espressione d'essere, per designare que-
sto ente. L'Esserci comprende sempre se stesso in base alla Soltanto l'anticipazione della morte scaccia ogni possibilità
sua esistenza, cioè in base a una possibilità che ha di essere casuale e «provvisoria». Solo l'essere libero per la morte of-
o non essere se stesso. fre all'Esserci il proprio fine puro e semplice, e installa l'e-
(da M. Heidegger, Essere e tempo, 1927) sistenza nella sua finitudine. La finitudine, una volta affer-
rata, sottrae l'esistenza alla molteplicità infinita delle pos-
L'«essenza» di questo ente consiste nel suo aver-da-essere. sibilità che si offrono immediatamente (i comodi, le frivo-
L'essenza (essentia) di questo ente, per quanto in generale lezze e le superficialità) e porta l'Esserci in cospetto della
si può parlare di essa, dev'essere intesa a partire dal suo semplicità del suo destino. Con questo termine designiamo
essere (existentia). Ecco perché l'ontologia ha il compito di l'accadere originario dell'Esserci quale ha luogo nella deci-
mostrare che, se noi scegliamo per l'essere di questo ente sione autentica e in cui l'Esserci, libero per la sua morte, si
la designazione di esistenza, questo termine non ha e non tramanda in una possibilità ereditata e tuttavia scelta.
può avere il significato ontologico del termine tradizionale (da M. Heidegger, Essere e tempo, 1927)
existentia. Esistenza significa, per l'ontologia tradizionale,
qualcosa come la semplice-presenza, modo di essere, que- Pagine come queste fecero di Heidegger uno dei principali punti di ri-
sto, essenzialmente estraneo a un ente che ha il carattere ferimento dei filosofi esistenzialisti, che infatti si caratterizzarono per
dell'Esserci. A scanso di equivoci: per dire existentia use- la tendenza ad impostare la loro ricerca come un'analisi della condi-
remo sempre l'espressione interpretativa semplice- zione umana e della problematicità dell'esistenza.
presenza, mentre attribuiremo l'esistenza, come determi-
Heidegger tuttavia non si riconobbe mai esistenzialista e quando nel
nazione d'essere, esclusivamente all'Esserci.
'47 con la Lettera sull'umanismo si pronunciò sulla cosiddetta filosofia
L'«essenza» dell'Esserci consiste nella sua esistenza. I ca-
dell'esistenza, ebbe parole di condanna per l'umanesimo esistenziali-
ratteri che risulteranno propri di questo ente non hanno
sta che, concentrando la sua attenzione sull'uomo e sulla sua condi-
quindi nulla a che fare con le «proprietà» semplicemente-

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zione, aveva dimenticato la centralità del problema dell'essere. Ebbe 9.3 L’Esistenzialismo è un umanismo (Sartre)
anche a chiarire che l'analitica dell'Esserci contenuta in Essere e tem-
po non poteva essere interpretata come esistenzialista perché nel Sulla polemica di Heidegger con l’esistenzialismo e più in generale sui
progetto originario avrebbe dovuto aprire la strada ad una più gene- caratteri di questa corrente di pensiero può essere utile leggere la vo-
rale riflessione sulla connessione tra essere e temporalità, che, come si ce Esistenzialismo sul Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano (ed.
evince dallo stesso titolo dell'opera, avrebbe dovuto costituire il nucleo UTET). Qui riportiamo un testo di Jean Paul Sartre (1905-1980) che, sul
teoretico dell'intera ricerca; se le cose andarono poi diversamente e tema del soggetto, si colloca da una prospettiva diversa da quella hei-
l'opera rimase incompiuta e priva proprio della parte più importante deggeriana.
fu perché -continua Heidegger- il linguaggio disponibile era fortemen- Si tratta della trascrizione di una conferenza tenuta nel 1945 in un
te impregnato di vecchia metafisica e non permetteva di esprimere Club di Parigi per difendere la sua filosofia, da alcune accuse che gli
una visione diversa. erano state rivolte da ambienti diversi della cultura francese, sia mar-
In effetti la ricerca di Heidegger si concentrò, dopo Essere e tempo, sui xisti che non. In particolare alcuni intellettuali appartenenti all’area
temi dell'Essere e del linguaggio che ne costituisce - secondo una fa- del Partito Comunista Francese avevano respinto le posizioni sartria-
mosa metafora - la "casa"; in questo contesto il carattere fondamen- ne, che erano state considerate lontane dalle tesi del marxismo, in
tale dell'Esserci diventò di farsi ascoltatore dell'Essere, suo "pastore", quanto sembravano condurre verso una visione dell’uomo pessimista
luogo in cui l'Essere si manifesta. e soprattutto “quietista”, incapace di spingere l’uomo ad agire per
Curiosa parabola di un pensatore che, avendo fatto scuola nell'analisi trasformare il mondo e la storia. A queste accuse Sartre risponde pre-
della soggettività umana, ha poi finito col teorizzare il ridimensiona- sentando quella che, secondo lui, è la corretta impostazione del suo
mento dell'io rispetto all'Essere. esistenzialismo, una filosofia che, come dice il titolo del testo, è innan-
zi tutto un “umanismo”.
Il pensiero porta a compimento il riferimento dell'essere La caratteristica più importante dell’esistenzialismo è quella di consi-
all'essenza dell'uomo. Non che esso produca o provochi que- derare l’esistenza del soggetto più importante della sua essenza: cia-
sto riferimento. Il pensiero lo offre all'essere soltanto come scun uomo non è paragonabile ad un oggetto: gli oggetti sono già de-
ciò che gli è stato consegnato dall'essere. Questa offerta con- finiti in partenza: essi “sono” esattamente ciò che l’artigiano ha pro-
siste nel fatto che nel pensiero l'essere viene al linguaggio. Il gettato; l’uomo è piuttosto quello che “si fa”, l’uomo va definendo se
linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uo- stesso attraverso le sue scelte e le sue azioni. Da questa idea Sartre
mo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il ricava una conseguenza molto importante: se l’uomo è libero di sce-
loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività gliere e può orientare la sua vita, l’uomo è anche responsabile di ciò
dell'essere; essi infatti, mediante il loro dire, la conducono al che fa. E siccome le conseguenze della sua azione ricadono anche sugli
linguaggio e nel linguaggio la custodiscono." altri uomini, ciascuno è responsabile delle proprie scelte anche nei
(da M. Heidegger, Lettera sull'umanismo, in Segnavia) confronti degli altri uomini.

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Contro le accuse di quietismo, Sartre rivendica il rapporto della sua fi- carte, si sa che tale oggetto è opera di un artigiano che si è
losofia con la “prassi”: la sua filosofia è orientata all’azione, perché ispirato ad un concetto. L'artigiano si è riferito al concetto
vivere è innanzi tutto impegno (‘engagement’). La ricerca del filosofo di tagliacarte e, allo stesso modo, ad una preliminare tecni-
non ha senso al di fuori del suo aprirsi all’azione, al di fuori di un “im- ca di produzione, che fa parte del concetto stesso e che è in
pegno” nella storia e nella politica. È per questo che la filosofia può fondo una « ricetta ». Quindi il tagliacarte è da un lato un
accettare persino le divulgazioni e le volgarizzazioni che sembrano ba- oggetto che si fabbrica in una determinata maniera e
nalizzare i suoi discorsi, ma realizzano coerentemente l’invito all’azio- dall'altro qualcosa che ha un'utilità ben definita, tanto che
ne ed il rapporto concreto e fattivo con la storia. I filosofi, se devono non si può immaginare un uomo che faccia un tagliacarte
essere impegnati nell’oggi, non possono parlare solo con altri filosofi, senza sapere a che cosa debba servire. Diremo dunque, per
essi devono essere capaci di far “discendere la filosofia in piazza”. quanto riguarda il tagliacarte, che l'essenza - cioè l'insieme
delle conoscenze tecniche e delle qualità che ne permetto-
no la fabbricazione e la definizione - precede l'esistenza; e
Vorrei qui difendere l’esistenzialismo da un certo numero
così la presenza davanti a me di un certo tagliacarte è de-
di critiche che gli sono state mosse. Innanzi tutto lo si è ac-
terminata. Ci troviamo dunque in presenza di una visione
cusato di indurre gli uomini ad un quietismo di disperazio-
tecnica del mondo, per cui si può dire che la produzione
ne, poiché precluse tutte le soluzioni, si dovrebbe conside-
precede l'esistenza. […]
rare in questo mondo l’azione del tutto impossibile e sfo-
[Secondo] l'esistenzialismo ateo, che io rappresento, se Dio
ciare, come conclusione, in una filosofia contemplativa; il
non esiste, c'è almeno un essere in cui l'esistenza precede
che, essendo la contemplazione un lusso, ci riconduce ad
l'essenza, un essere che esiste prima di poter essere defini-
una filosofia borghese. Tali soprattutto le critiche dei co-
to da alcun concetto: quest'essere è l'uomo, o, come dice
munisti. […] A tutte queste disparate critiche cerco di ri-
Heidegger, la realtà umana. Che significa in questo caso che
spondere oggi ed ecco perché ho intitolato questa breve
l'esistenza precede l'essenza? Significa che l'uomo esiste
esposizione «L’esistenzialismo è un umanismo». Molti po-
innanzi tutto, si trova, sorge nel mondo, e che si definisce
tranno meravigliarsi che si parli qui di umanismo. Vedremo
dopo. L'uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non
in qual senso l’intendiamo. In ogni caso possiamo dire subi-
è definibile in quanto all'inizio non è niente. Sarà solo in
to che intendiamo per esistenzialismo una dottrina che
seguito, e sarà quale si sarà fatto. Così non c'è una natura
rende possibile la vita umana e che, d'altra parte, dichiara
umana, poiché non c'è un Dio che la concepisca. L'uomo è
che ogni verità e ogni azione implicano sia un ambiente, sia
soltanto, non solo quale si concepisce, ma quale si vuole, e
una soggettività umana. […]
precisamente quale si concepisce dopo l'esistenza e quale
[Gli esistenzialisti] ritengono che l'esistenza preceda l'es-
si vuole dopo questo slancio verso l'esistere: l'uomo non è
senza, o, se volete, che bisogna partire dalla soggettività. In
altro che ciò che si fa. Questo è il principio primo dell'esi-
che modo è da intendere la cosa? Quando si considera un
stenzialismo. Ed è anche quello che si chiama la soggettivi-
soggetto fabbricato, come, ad esempio, un libro o un taglia-

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tà e che ci vien rimproverata con questo stesso termine. Ma valida per tutti e per tutta intera la nostra epoca. Così la
che cosa vogliamo dire noi, con questo, se non che l'uomo nostra responsabilità è molto più grande di quello che po-
ha una dignità più grande che non la pietra o il tavolo? Per- tremmo supporre, poiché essa coinvolge l'umanità intera.
ché noi vogliamo dire che l'uomo in primo luogo esiste, os- Se io sono operaio e scelgo di far parte di un sindacato cri-
sia che egli è in primo luogo ciò che si slancia verso un av- stiano piuttosto che essere comunista; se, con questa mia
venire e ciò che ha coscienza di progettarsi verso l'avveni- scelta, voglio mostrare che la rassegnazione è, in fondo, la
re. soluzione che conviene all'uomo, che il regno dell'uomo
L'uomo è, dapprima, un progetto che vive se stesso sogget- non è su questa terra, io non metto in causa solo il mio caso
tivamente, invece di essere muschio, putridume o cavolfio- personale: io voglio essere rassegnato per tutti e, di conse-
re; niente esiste prima di questo progetto; niente esiste nel guenza, il mio atto ha coinvolto l'intera umanità. E se voglio
cielo intelligibile; l'uomo sarà anzitutto quello che avrà - fatto ancor più individuale - sposarmi, avere dei figli, an-
progettato di essere. […] che se questo matrimonio dipende unicamente dalla mia si-
Se veramente l’esistenza precede l’essenza, l’uomo è re- tuazione, o dalla mia passione, o dal mio desiderio, in que-
sponsabile di quello che è. Così il primo passo dell'esisten- sto modo io impegno non solo me stesso, ma l'umanità in-
zialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che tera sulla via della monogamia. Così sono responsabile per
egli è e di far cadere su di lui la responsabilità totale della me stesso e per tutti e creo una certa immagine dell'uomo
sua esistenza. E, quando diciamo che l'uomo è responsabile che scelgo. Scegliendomi, io scelgo l'uomo. […] L'uomo che
di se stesso, non intendiamo che l'uomo sia responsabile assume un impegno ed è consapevole di essere non soltan-
della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di to colui che sceglie di essere, ma anche un legislatore che
tutti gli uomini. […] Quando diciamo che l'uomo si sceglie, sceglie, nello stesso tempo, e per sé e per l'intera umanità,
intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, non può sfuggire al sentimento della propria completa e
vogliamo anche dire che ciascuno di noi, scegliendosi, sce- profonda responsabilità. […]
glie per tutti gli uomini. Infatti, non c'è un solo dei nostri at- Se davvero l'esistenza precede l'essenza non si potrà mai
ti che, creando l'uomo che vogliamo essere, non crei nello fornire spiegazioni riferendosi ad una natura umana data e
stesso tempo una immagine dell'uomo quale noi giudi- fissata; in altri termini non vi è determinismo: l'uomo è li-
chiamo debba essere. Scegliere d'essere questo piuttosto bero, l'uomo è libertà. Se, d'altro canto, Dio non esiste, non
che quello è affermare, nello stesso tempo, il valore della troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini che possano
nostra scelta, giacché non possiamo mai scegliere il male; legittimare la nostra condotta. Così non abbiamo né dietro
ciò che scegliamo è sempre il bene e nulla può essere bene di noi né davanti a noi, nel luminoso regno dei valori, giu-
per noi senza esserlo per tutti. Se l'esistenza, d'altra parte, stificazioni o scuse. Siamo soli, senza scuse. Situazione che
precede l'essenza e noi vogliamo esistere nello stesso tem- mi pare di poter caratterizzare dicendo che l'uomo è con-
po in cui formiamo la nostra immagine, questa immagine è dannato a essere libero. Condannato perché non si è creato

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da solo, e ciò non di meno libero perché, una volta gettato derà di se stesso; e perché noi mostriamo che, non nel ri-
nel mondo, è responsabile di tutto quanto fa. […] volgersi verso se stesso, ma sempre cercando fuori di sé
Il quietismo è l'atteggiamento di coloro che dicono: gli altri uno scopo,-che è quella liberazione, quell'attuazione parti-
possono fare ciò che io non posso fare. La dottrina che vi colare, - l'uomo si realizzerà precisamente come umano.
presento è proprio l'opposto del quietismo, perché essa di- […]
ce: non c'è realtà che nell'azione. Essa va ancora più lonta- Se veramente la filosofia esistenzialista è, prima di tutto,
no, perché aggiunge: l'uomo non è niente altro che quello una filosofia che dice: l'esistenza precede l'essenza, essa
che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in deve essere vissuta per essere veramente sincera. Vivere
cui si realizza; non è, dunque, niente altro che l'insieme dei da esistenzialista è accettar di pagare di persona per questa
suoi atti, niente altro che la sua vita. […] dottrina, e non imporla coi libri. Se volete che questa filoso-
Appare chiaro che non si può considerare fia sia veramente un impegno, dovete renderne ragione a
[l’esistenzialismo] come una filosofia del quietismo, dato coloro che la discutono sul piano politico o morale. Mi rim-
che definisce l'uomo in base all'azione, né come una descri- proverate di usare la parola umanismo. Questo viene dal
zione pessimista dell'uomo: non c'è anzi dottrina più otti- fatto che il problema si pone così. O bisogna portare la dot-
mista, perché il destino dell'uomo è nell'uomo stesso; né trina in un ambito strettamente filosofico ed affidarsi al ca-
come un tentativo di scoraggiare l'uomo distogliendolo so perché essa raggiunga un effetto; oppure - poiché gli
dall'operare, perché l'esistenzialismo gli dice che non si uomini chiedono a questa dottrina tutt'altra cosa e poiché
può riporre speranza se non nell'agire e che la sola cosa essa vuol essere un impegno, - bisogna accettare di volga-
che consente all'uomo di vivere è l'azione. Di conseguenza, rizzarla, a patto che la volgarizzazione non la deformi. Chi
su questo piano, noi abbiamo a che fare con una morale vorrà capirla la capirà, e chi non vorrà non la capirà.
dell'azione e dell'impegno. […] (da J. P. SARTRE, L’esistenzialismo è un umanismo, 1947)
L'umanismo [per noi significa] questo: l'uomo è costante-
mente fuori di se stesso; solo progettandosi e perdendosi
fuori di sé egli fa esistere l'uomo e, d'altra parte, solo per-
seguendo fini trascendenti, egli può esistere; l'uomo, es-
sendo questo superamento e non cogliendo gli oggetti che
in relazione a questo superamento, è al cuore, al centro di
questo superamento. Non c'è altro universo che un univer-
so umano, l'universo della soggettività umana. [...] [Questo]
è quello che noi chiamiamo umanismo esistenzialista. U-
manismo, perché noi ricordiamo all'uomo che non c'è altro
legislatore che lui e che proprio nell'abbandono egli deci-

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10. LA CRITICA DELLA RAGIONE STRUMENTALE 10.1 L’Eclisse della ragione. Mezzi e fini

(HORKHEIMER, ADORNO, MARCUSE)


Quando chiediamo all'uomo comune di spiegare che cosa
s'intende col termine ragione, quasi sempre lo vediamo esi-
Le vicende storiche successive agli anni Trenta, l'affermarsi dei totali- tante e imbarazzato. Sarebbe un errore credere che questo
tarismi, la guerra mondiale, l'Olocausto, lasciarono un segno profondo atteggiamento indichi una saggezza troppo profonda o un
nelle coscienze; anche la riflessione filosofica ne sentì l'influenza e ri- pensiero troppo astruso per poter essere tradotti in parole.
cevette un potente stimolo a ripensare, alla luce di quanto accaduto, il In realtà, esso tradisce la sua sensazione che non ci sia nul-
valore e i limiti della ‘ragione’ umana, alla cui luce sembrava dovesse la da chiedere, che il concetto di ragione si spieghi da sé e
essere costruito il mondo occidentale contemporaneo. La scientificità che la domanda sia superflua. Quando insistiamo perché ci
con cui i regimi fascisti e comunisti erano riusciti ad imporre un rigido dia una risposta, l'uomo medio dirà che le cose ragionevoli
controllo sugli aspetti fondamentali del vivere sociale aveva dimostra- sono le cose di evidente utilità, e che da tutti gli uomini ra-
to, invece, che la ‘ragione’ può produrre dei mostri; nient'altro che lu- gionevoli ci si deve aspettare che sappiano capire che cosa
cida follia poté apparire la mostruosa razionalità con cui fu perseguito è utile per loro. Naturalmente bisogna tener conto delle
il progetto di sterminio di milioni di ebrei. Dopo una tale esperienza circostanze particolari ad ogni situazione, oltre che delle
appariva assai problematico continuare a parlare di ‘ragione’ in ter- leggi, dei costumi, delle tradizioni. Ma la forza che in ultima
mini esclusivamente positivi. analisi rende possibili azioni ragionevoli è la facoltà di clas-
Molti intellettuali si sforzarono di comprendere cosa mai potesse pro- sificare, la facoltà di induzione e di deduzione, cioè il fun-
durre nella ‘ragione’ esiti così ‘irrazionali’, come ci si potesse opporre e zionamento astratto del meccanismo del pensiero, sempre
in nome di che cosa. In questo contesto assunsero un ruolo partico- identico quale che sia il contenuto specifico. Questo tipo di
ragione si può chiamare ragione soggettiva. Alla ragione
larmente significativo le analisi e la denuncia della “Scuola di Franco-
soggettiva interessa soprattutto il rapporto fra mezzi e fini,
forte”, nata in Germania fra le due guerre con il nome di “Istituto per
l'idoneità dei procedimenti adottati per raggiungere scopi
la Ricerca sociale”, trasferitasi a New York al tempo del nazismo e di
che in genere si danno per scontati e che si suppone si
nuovo operativa in Germania nel secondo dopoguerra con alcuni dei
spieghino da sé. Essa non attribuisce molta importanza alla
suoi esponenti più importanti, fra cui Max Horkheimer (1895-1973) e
questione se in sé gli scopi siano ragionevoli. Se si preoccu-
Theodor W. Adorno (1903-69). Nelle loro opere prese corpo la cosid-
pa dei fini (ammesso che lo faccia), dà per certo che anche
detta “Teoria critica della società”, che resta un punto di riferimento essi siano «ragionevoli» in senso soggettivo, che cioè ri-
ineludibile per il dibattito filosofico e sociologico sui caratteri e sugli spondano all'interesse del soggetto per
esiti della società industriale avanzata e sulla crisi del soggetto che in l’autoconservazione: si tratti dell'autoconservazione
essa è maturata. dell'individuo singolo o di quella della comunità, dalla cui
sopravvivenza quella dell'individuo dipende. L'idea che un

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fine possa essere ragionevole in sé - in forza di virtù che zionale nei confronti dell'individuo e della ragione - l'illu-
conosciamo che esso possiede in sé - indipendentemente sione cioè della loro eternità - si va perdendo. Un tempo
da un qualche vantaggio soggettivo, è completamente e- l'individuo vedeva nella ragione solo uno strumento dell'io;
stranea alla ragione soggettiva anche quando, sollevandosi ora si trova davanti al rovesciamento di questa deificazione
al di sopra della considerazione dei valori immediatamente dell'io. La macchina ha gettato a terra il conducente, e corre
utilitari, essa tiene conto dell'interesse della società nel suo cieca nello spazio. Al culmine del processo di razionalizza-
complesso. zione, la ragione è diventata irrazionale e stupida. Il tema
Per quanto ingenua e superficiale possa sembrare tale de- del nostro tempo è quello della conservazione dell'io, men-
finizione della ragione, essa è il sintomo importante di un tre non v'è più nessun io da conservare. Di fronte a questo
profondo mutamento avvenuto negli ultimi secoli nel pen- stato di cose, sarà bene che dedichiamo qualche riflessione
siero occidentale. Per molto tempo era prevalsa una conce- al concetto di individuo.
zione diametralmente opposta della ragione; secondo que- Quando parliamo dell'individuo come entità storica inten-
sta concezione, la ragione esisteva non solo nella mente diamo non solo l'esistenza spazio-temporale e sensoriale di
dell'individuo ma anche nel mondo oggettivo: nei rapporti un membro particolare della razza umana ma anche la sua
fra gli esseri umani e fra le classi sociali, nelle istituzioni consapevolezza della propria individualità di essere umano
sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni. [...] Questa dotato di coscienza; di questa consapevolezza fa parte il ri-
concezione non negava l'esistenza della ragione soggettiva, conoscimento della propria identità. Questa percezione
ma la considerava solo un'espressione limitata e parziale di dell'identità dell'io non è egualmente forte in tutte le per-
un'universale razionalità da cui si deducevano criteri per sone. […]
tutte le cose e per tutti gli esseri. Quel che più contava, Oggi più che mai al potere sociale si arriva attraverso il po-
nell'ambito di tale concezione, erano i fini, non i mezzi. tere sulle cose; ma quanto più intensamente l'individuo si
Scopo supremo di questo tipo di pensiero era riconciliare preoccupa di acquistare un potere sulle cose, tanto più le
l'ordine oggettivo del «ragionevole», così come lo concepi- cose lo dominano e tanto più egli perde ogni genuino carat-
va la filosofia, con l'esistenza umana. tere individuale e la sua mente si trasforma in un automa
(da M. Horkheimer, L’eclisse della ragione, 1947) della ragione formalizzata. […]
L'uomo comune trova sempre più difficile fare progetti non
solo per i suoi eredi ma persino per il proprio lontano futu-
10.2 L’Eclisse della ragione. Trionfo e decadenza dell’individuo ro. All'individuo contemporaneo si offrono forse più possi-
bilità che ai suoi avi, ma le sue prospettive concrete sono a
La crisi della ragione trova espressione nella crisi dell'indi- scadenza sempre più breve.
viduo, come strumento del quale la ragione aveva cono- Le sue decisioni non hanno più di mira un futuro ben preci-
sciuto i suoi trionfi. L'illusione nutrita dalla filosofia tradi- so nella sua mente; egli pensa semplicemente che non sarà

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del tutto perduto se conserverà la propria abilità nel lavoro pravvivere. Deve dunque la salvezza al più antico espedien-
e rimarrà aggrappato alla sua impresa, alla sua società, al te biologico di sopravvivenza, il mimetismo.
suo sindacato. Così, il soggetto individuale della ragione di- Come il bambino ripete le parole della madre e il ragazzo
venta un ego rattrappito, prigioniero d'un fuggevole pre- imita i modi brutali dei più anziani che lo maltrattano, così
sente, che non sa più come far uso delle funzioni intellet- attraverso la ricreazione commercializzata e la propaganda
tuali grazie alle quali era un tempo capace di trascendere la popolare - che diventano sempre più difficili a distinguersi
sua posizione presente nella realtà. Queste funzioni vengo- l'una dall'altra - il gigantesco altoparlante della cultura in-
no svolte oggi dalle grandi forze economiche e sociali. Il fu- dustriale raddoppia senza fine la superficie della realtà.
turo dell'individuo dipende sempre meno dalla sua pru- Con tutti i suoi trucchi ingegnosi l'industria del divertimen-
denza e sempre più dalle lotte nazionali e internazionali dei to riproduce banali scene di vita che tuttavia traggono in
colossi del potere. L'individualità ha perso la sua base eco- inganno perché la perfezione tecnica della riproduzione fa
nomica. […] velo alla falsificazione del contenuto ideologico o all'arbi-
Dal momento in cui nasce, l'individuo si sente continua- trarietà dell'introduzione d'un tale contenuto. Questa ri-
mente ripetere una lezione: c'è un solo modo di farsi strada produzione non ha nulla a che vedere con la grande arte
nel mondo, e cioè rinunciare alla speranza di realizzare realistica che dipinge la realtà così com'è al fine di giudicar-
pienamente se stesso. Il successo si consegue solo attraver- la. La moderna cultura di massa, pur attingendo liberamen-
so l'imitazione. Egli risponde a ciò che sente e vede attorno te a valori culturali ormai stantii, glorifica il mondo com'è.
a sé - non solo consapevolmente ma con tutto il suo essere - Il cinema, la radio, le biografie e i romanzi popolari, tutti in-
imitando i tratti e gli atteggiamenti di tutte le collettività di tonano uno stesso ritornello: questa è la realtà com'è, come
cui entra a far parte: il gruppo dei bambini con cui gioca, i dev'essere e come sempre sarà. […]
compagni di classe, la squadra atletica e tutti gli altri gruppi Dato che la società moderna è una totalità, la decadenza
che, come è stato notato, impongono un'uniformità più ri- dell'individuo tocca i gruppi sociali inferiori come i supe-
gorosa, una rinuncia più radicale alle eccentricità personali riori, l'operaio non meno dell'uomo d'affari. […] Benché,
di quelle che abbiano mai saputo imporre un padre o un sotto la pressione della realtà pragmatica dei nostri giorni,
educatore del diciannovesimo secolo. Riecheggiando, imi- l'uomo identifichi se stesso con la funzione che svolge nel
tando, copiando coloro che lo circondano, adattandosi a sistema, benché egli reprima disperatamente ogni altro
tutti i potenti gruppi di cui entra a far parte, trasformando- impulso in se stesso e negli altri, la rabbia che lo prende
si da essere umano in membro d'un'organizzazione, sacrifi- quando acquista coscienza di un desiderio non «integrato»
cando le proprie potenzialità alla buona volontà e alla ca- e non inquadrabile negli schemi esistenti è il sintomo di
pacità di adattarsi a quelle organizzazioni e di ottenere una uno scontento che cova sotto la cenere. […]
certa influenza nell'ambito di esse, l'individuo riesce a so- I progressi della tecnica e il motivo dell'autoconservazione
non spiegano da soli la decadenza dell'individuo: respon-

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sabile non ne è la produzione per sé ma le forme in cui essa te. Cresce però la consapevolezza che l'insopportabile
avviene, le interrelazioni degli esseri umani nel quadro pressione esercitata dalla società sull'uomo non è inevita-
dell'industrialismo. Il lavoro umano, le ricerche, le inven- bile, e c'è da sperare che gli uomini capiranno come essa
zioni sono una risposta alla sfida del bisogno; lo schema di- non sia la diretta conseguenza delle esigenze puramente
venta assurdo solo quando gli uomini fanno del lavoro, del- tecniche della produzione, bensì abbia radice nella struttu-
la ricerca, dell'invenzione i loro idoli. […] ra sociale. Anzi, l'intensificarsi della repressione in molte
Della decadenza dell'individuo non sono colpevoli né le parti del mondo testimonia della paura destata dalla possi-
conquiste tecniche dell'uomo né l'uomo stesso - le persone bilità imminente di un cambiamento sulla base del presen-
sono in genere assai migliori di quello che pensano, dicono te sviluppo delle forze produttive. [...]
o fanno - bensì la struttura e il contenuto odierni dello I veri individui del nostro tempo sono i martiri che passa-
«spirito oggettivo» che pervade la vita sociale in tutti i suoi rono attraverso inferni di sofferenza e di degradazione nel-
aspetti. Gli schemi di pensiero e d'azione che gli uomini ac- la loro lotta contro la conquista e l'oppressione; non già i
cettano belli e fatti dagli organismi di diffusione della cul- personaggi, gonfiati dalla pubblicità, della cultura popolare.
tura di massa influenzano a loro volta quest'ultima come se Quegli eroi, che nessuno ha cantato, esposero consapevol-
fossero idee degli uomini, nate nella loro testa e non già ac- mente la loro esistenza individuale alla distruzione che al-
cettate dall'esterno. […] tri subiscono senza averne coscienza, vittime dei processi
Facendo della parola d'ordine della produzione una specie sociali. I martiri anonimi dei campi di concentramento sono
di credo religioso, professando idee tecnocratiche e stigma- i simboli dell'umanità che lotta per venire alla luce. Il com-
tizzando come «improduttivi» i gruppi che non hanno ac- pito della filosofia sta nel tradurre ciò che essi hanno fatto
cesso entro i grandi bastioni dell'industria, quest'ultima fa in parole che gli uomini possano udire, anche se le loro voci
dimenticare a se stessa e alla società il fatto che la produ- mortali sono state ridotte al silenzio dalla tirannia.
zione è diventata, in misura ancora maggiore che per l'in- (da M. Horkheimer, Eclisse della ragione, 1947)
nanzi, uno strumento della lotta per il potere. La politica
dei leaders economici, da cui nella fase odierna la società
dipende sempre più direttamente, è rivolta con ostinata te- 10.3 La dialettica dell’illuminismo
nacia al perseguimento di fini egoistici, e quindi forse anco-
ra più cieca alle necessità reali della società di quanto non L'aporia a cui ci trovammo di fronte nel nostro lavoro si ri-
fossero le tendenze automatiche che un tempo determina- velò così come il primo oggetto che dovevamo studiare:
vano i movimenti del mercato. L'irrazionalità forgia ancora l'autodistruzione dell'illuminismo. Non abbiamo il minimo
il destino dell'uomo. […] dubbio — ed è la nostra petizione di principio — che la li-
Nessuno è in grado di predire con certezza che nell'imme- bertà nella società è inseparabile dal pensiero illuministico.
diato futuro queste tendenze distruttive verranno arresta- Ma riteniamo di aver compreso, con altrettanta chiarezza,

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che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle to. L'io assume consapevolmente al proprio servizio, come
forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è propria attrezzatura, l'uomo intero. In questa organizza-
strettamente legato, implicano già il germe di quella re- zione totale, l'io come direttore della produzione cede tan-
gressione che oggi si verifica ovunque. Se l'illuminismo non to di sé all'io come strumento della produzione, da ridursi a
accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, un astratto punto di riferimento: l'autoconservazione per-
firma la propria condanna. Se la riflessione sull'aspetto di- de il suo sé. Le qualità, dall'affabilità genuina all'attacco i-
struttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero sterico, diventano controllabili e utilizzabili, fino ad esau-
ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante rirsi senza residui nel loro impiego oculato e conforme.
e conservante insieme, e quindi anche il suo rapporto alla Mobilitate dall'io, subiscono una profonda trasformazione.
verità. Sopravvivono solo come gusci secchi e vuoti di emozioni,
(da M. Horkheimer T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Pre- materiale trasportabile a piacere, privo di moto proprio.
messa alla prima edizione, 1947) Non fanno più parte del soggetto, ma il soggetto si rivolge
ad esse come al proprio oggetto interno. Nella loro sconfi-
L'illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo nata docilità all'io, si sono estraniate ad esso; totalmente
progresso, ha perseguito da sempre l'obbiettivo di togliere passive, cessano di alimentarlo.
agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra inte- (da T.W. Adorno, Minima moralia, 1951)
ramente illuminata splende all'insegna di trionfale sventu-
ra. Il programma dell'illuminismo era di liberare il mondo 10.5 Oltre il fallimento
dalla magia. Esso si proponeva di dissolvere i miti e di ro-
vesciare l'immaginazione con la scienza. Che la cultura abbia finora fallito il suo compito, non è una
(da M. Horkheimer T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, buona ragione per promuovere questo fallimento, è fare
1947) come Caterinetta, che, dopo aver versato la birra, versa an-
che tutta la farina. Gli uomini in rapporto tra loro non do-
vrebbero né tacere dei loro interessi materiali né livellarsi
10.4 Gusci secchi e vuoti. La disintegrazione del soggetto
alla loro stregua, ma accoglierli riflessivamente nel loro
Ciò che viene osservato qui a proposito delle « manifesta- rapporto e così superarli.
zioni patologiche » della borghesia, ancora denunciate dalla (da T.W. Adorno, Minima moralia, 1951)
borghesia stessa, è assurto, nel frattempo, a norma sociale,
a carattere dell'esistenza autentica nella tarda società in- 10.6 L'uomo a una dimensione (Marcuse)
dustriale. Da tempo, non si tratta più soltanto dello smercio
del vivo. Sotto l'apriori della smerciabilità, il vivente in Sul tema dell’alienazione e della crisi del soggetto nella società indu-
quanto vivente si è trasformato in cosa, in equipaggiamen- striale avanzata ebbero particolare risonanza le analisi di un altro au-

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tore legato alla Scuola di Francoforte, Herbert Marcuse (1898-1979) che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte
che operò negli Stati Uniti, dove era emigrato nel 1934 a causa della di interessi costituiti.
persecuzione nazista. Essa preclude per tal via l'emergere di una opposizione ef-
Due delle sue opere Eros e civiltà (1955) e L’uomo a una dimensione ficace contro l'insieme del sistema. Non soltanto una forma
(1964) ebbero un ruolo di primo piano presso i movimenti studente- specifica di governo o di dominio partitico producono il to-
schi americani e poi europei alla fine degli anni Sessanta. talitarismo, ma pure un sistema specifico di produzione e
di distribuzione, sistema che può essere benissimo compa-
I processi tecnologici di meccanizzazione e di unificazione tibile con un «pluralismo» di partiti, di giornali, di «poteri
potrebbero liberare l'energia di molti individui, facendola controbilanciantisi», ecc. […]
confluire in un regno ancora inesplorato di libertà al di là
della necessità. La stessa struttura dell'esistenza umana ne In ultima analisi sono gli individui che debbono dire quali
sarebbe modificata; l'individuo verrebbe liberato dal lavo- sono i bisogni veri e falsi, ma soltanto in ultima analisi; os-
ro di un mondo che gli impone bisogni e possibilità a lui e- sia solo se e quando essi sono liberi di dare una risposta.
stranei. L'individuo sarebbe libero di esercitare la sua au- Fintanto che sono ritenuti incapaci di essere autonomi, fin-
tonomia in una vita che sarebbe ormai veramente sua. Se tanto che sono indottrinati e manipolati, la risposta che essi
fosse possibile organizzare e dirigere l'apparato produttivo danno a tale domanda non può essere accettata come fosse
verso la soddisfazione dei bisogni vitali, il controllo di esso la loro. [...] Quanto più l'amministrazione repressiva della
potrebbe benissimo venire accentrato; tale controllo non società diventa razionale, produttiva, tecnica, tanto più i-
sarebbe d'ostacolo all'autonomia individuale, ma la rende- nimmaginabili sono i mezzi ed i modi mediante i quali gli
rebbe possibile. individui amministrati potrebbero spezzare la loro servitù
Questo obbiettivo è pienamente alla portata della società e conseguire la propria liberazione. Certo, imporre la Ra-
industriale avanzata, rappresentando esso il «fine» della gione su una intera società è un'idea paradossale e scanda-
razionalità tecnologica. Nella realtà sembra però operare la losa - benché si potrebbe ben discutere la integrità di una
tendenza contraria: l'apparato impone le sue esigenze eco- società che pone in ridicolo quest'idea, nel mentre riduce la
nomiche e politiche, in vista della difesa e dell'espansione, propria popolazione ad oggetto di amministrazione totale.
sul tempo di lavoro come sul tempo libero, sulla cultura Ogni liberazione dipende dalla coscienza della servitù, e
materiale come su quella intellettuale. In virtù del modo in l'emergere di questa coscienza è sempre ostacolato dal
cui ha organizzato la propria base tecnologica, la società predominare di bisogni e soddisfazioni che sono divenuti
industriale contemporanea tende ad essere totalitaria. Il in larga misura quelli propri dell'individuo. In ogni caso il
termine «totalitario», infatti, non si applica soltanto ad una processo sostituisce un sistema di precondizionamento con
organizzazione politica terroristica della società, ma anche un altro; lo scopo ideale è la sostituzione di bisogni falsi da
ad una organizzazione economico-tecnica, non terroristica, parte di bisogni veri, l'abbandono della soddisfazione re-
pressiva.

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Il tratto distintivo della società industriale avanzata è il tà? A questo punto ci troviamo nuovamente dinanzi ad uno
modo come riesce a soffocare efficacemente quei bisogni degli aspetti più inquietanti della civiltà industriale avanza-
che chiedono di essere liberati - liberati anche da ciò che è ta: il carattere razionale della sua irrazionalità. La sua pro-
tollerabile e remunerativo e confortevole - nel mentre ali- duttività ed efficienza, la sua capacità di accrescere e dif-
menta e assolve la potenza distruttiva e la funzione repres- fondere le comodità, di trasformare lo spreco in bisogno, e
siva della società opulenta. Qui i controlli sociali esigono la distruzione in costruzione; la misura in cui questa civiltà
che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre e consuma- trasforma il mondo oggettuale in una estensione della men-
re lo spreco; il bisogno di lavorare sino all'istupidimento, te e del corpo dell'uomo, rendono discutibile la nozione
quando ciò non è più una necessità reale; il bisogno di modi stessa di alienazione. Le persone si riconoscono nelle loro
di rilassarsi che alleviano e prolungano tale istupidimento; merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nel gi-
il bisogno di mantenere libertà ingannevoli come la libera radischi ad alta fedeltà, nella casa a due livelli, nell'attrez-
concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si zatura della cucina. Lo stesso meccanismo che lega l'indivi-
censura da sola, la scelta libera tra marche e aggeggi vari. duo alla sua società è mutato, e il controllo sociale è radica-
Sotto il governo di un tutto repressivo, la libertà può essere to nei nuovi bisogni che esso ha prodotto. […]
trasformata in un possente strumento di dominio. Non è Nell'epoca contemporanea, tuttavia, i controlli tecnologici
l'ambito delle scelte aperte all'individuo il fattore decisivo appaiono essere l'incarnazione stessa della Ragione a van-
nel determinare il grado della libertà umana, ma che cosa taggio di tutti i gruppi ed interessi sociali, in misura tale
può essere scelto e che cosa è scelto dall'individuo. Il crite- che ogni contraddizione sembra irrazionale e ogni azione
rio della libera scelta non può mai essere un criterio asso- contraria impossibile.
luto, ma non è nemmeno del tutto relativo. […] Oggi lo spazio privato [in cui l'uomo può diventare e rima-
nere «se stesso»] è stato invaso e sminuzzato dalla realtà
In realtà, nelle zone più altamente sviluppate della società
tecnologica. La produzione e la distribuzione di massa re-
contemporanea il trapianto dei bisogni sociali nei bisogni
clamano l'individuo intero, e la psicologia industriale ha
individuali è così efficace che la differenza tra i due sembra
smesso da tempo di essere confinata alla fabbrica. I molte-
essere puramente teorica. È mai possibile tracciare una ve-
plici processi d'introiezione sembrano essersi fossilizzati in
ra distinzione tra i mezzi di comunicazione di massa come
reazioni quasi meccaniche. Il risultato non è l'adattamento
strumenti di informazione e di divertimento, e come agenti
ma la mimesi: un'identificazione immediata dell'individuo
di manipolazione e di indottrinamento? Tra l'automobile
con la sua società e, tramite questa, con la società come un
come jattura e come comodità? Tra gli orrori e i comodi
tutto. […]
dell'architettura funzionale? Tra il lavoro che serve alla di-
fesa nazionale e quello che giova soprattutto ai profitti del- In questo processo la dimensione «interiore» della mente,
le società per azioni? Tra il piacere privato e l'utilità com- in cui l'opposizione allo status quo può prendere radice,
merciale e politica connessa all'aumento del tasso di natali- viene dissolta. La perdita di questa dimensione, in cui il po-

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tere del pensiero negativo - il potere critico della Ragione tivi che trascendono come contenuto l'universo costituito
— si trova più a suo agio, è il correlato ideologico dello del discorso e dell'azione vengono o respinti, o ridotti ai
stesso processo materiale per mezzo del quale la società termini di detto universo. Essi sono definiti in modo nuovo
industriale avanzata riduce al silenzio e concilia con sé ad opera della razionalità del sistema in atto e della sua e-
l'opposizione. La spinta del progresso porta la Ragione a stensione quantitativa. […]
sottomettersi ai fatti della vita, e alla capacità dinamica di Il pensiero a una dimensione è promosso sistematicamente
produrre in maggior copia fatti connessi allo stesso tipo di dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di
vita. L'efficienza del sistema ottunde negli individui la ca- informazioni per la massa. Il loro universo di discorso è
pacità di riconoscere che esso non contiene fatti che non popolato da ipotesi autovalidantisi, le quali, ripetute inces-
siano veicolo del potere repressivo dell'insieme. Se gli indi- santemente da fonti monopolizzate, diventano definizioni o
vidui si ritrovano nelle cose che plasmano la loro vita, essi dettati ipnotici. […]
lo fanno non formulando la legge delle cose, ma accettan- Le aree più avanzate della società industriale mostrano da
dola - non la legge della fisica, ma la legge della loro società. cima a fondo questi due tratti: una tendenza alla piena rea-
[…] lizzazione della razionalità tecnologica, e sforzi intensivi
per contenere tale tendenza entro le istituzioni stabilite.
L'apparato produttivo, i beni ed i servizi che esso produce,
Ecco la contraddizione interna di questa civiltà, l'elemento
«vendono» o impongono il sistema sociale come un tutto. I
irrazionale nella sua razionalità. È il contrassegno delle sue
mezzi di trasporto e di comunicazione di massa, le merci
realizzazioni. La società industriale che fa proprie la tecno-
che si usano per abitare, nutrirsi e vestirsi, il flusso irresi-
logia e la scienza è organizzata per conseguire un dominio
stibile dell'industria del divertimento e dell'informazione,
sempre più efficace sull'uomo e sulla natura, per utilizzare
recano con sé atteggiamenti ed abiti prescritti, determinate
in modo sempre più efficace le sue risorse. Diventa irrazio-
reazioni intellettuali ed emotive che legano i consumatori,
nale quando il successo di questi sforzi apre nuove dimen-
più o meno piacevolmente, ai produttori, e, tramite questi,
sioni alla realizzazione dell'uomo. [...]
all'insieme. I prodotti indottrinano e manipolano; promuo-
La razionalità tecnologica rivela il suo carattere politico al-
vono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsi-
lorché diventa il gran veicolo d'una dominazione più effica-
tà. E a mano a mano che questi prodotti benefici sono messi
ce, creando un universo veramente totalitario in cui società
alla portata di un numero crescente di individui in un mag-
e natura, mente e corpo sono tenuti in uno stato di mobili-
gior numero di classi sociali, l'indottrinamento di cui essi
tazione permanente per la difesa di questo stesso universo.
sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa un modo di
vivere. È un buon modo di vivere - assai migliore di un
tempo - e come tale milita contro un mutamento qualitati- (da H. Marcuse, L'uomo a una dimensione, 1964)
vo. Per tal via emergono forme di pensiero e di comporta-
mento ad una dimensione in cui idee, aspirazioni e obbiet-

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11. IO E L’ALTRO d'Altri distrugge ad ogni istante e oltrepassa l'immagine plastica che
mi lascia...».
L'immagine è sempre significante a partire da un contesto. Come un
11.1 Essere per l’Altro (Lévinas)
cliché 'delimitato' (per riprendere il termine dei fotografi e dei tipo-
Per Lévinas, Altri acquista un senso per me nel suo volto che, preci- grafi); per Lévinas, al contrario, il volto è esiliato dal suo contesto fisi-
samente, non è un «dato» di conoscenza, ma che immediatamente co e sociale e significa per se stesso e in se stesso. Il rapporto con Al-
mi riguarda altrimenti. Altri «mi riguarda» (nei due sensi del termine), tri è responsabilità. Altri è colui al quale e del quale io debbo rispon-
cioè io sono immediatamente obbligato nei suoi confronti, sono re- dere. Prima di ogni impegno sono il suo obbligato. In questo senso io
sponsabile di lui. Egli mi parla attraverso l'apertura e la nudità del vol- sono votato all'Altro, in debito nei suoi confronti. Io sono un per l'AI-
to che è l'espressione medesima, l'evento stesso dell'espressione, tro. In Lévinas c'è un assoggettamento ad Altri, un assoggettamento
linguaggio precedente ogni linguaggio. Nella sua nudità, nella sua al prossimo come a un padrone. «L'interlocutore non è un Tu, è un
spoliazione, nel suo essere indifeso, egli è il primo dire: «Tu non ucci- Lei. Si rivela nella sua Signoria» , ma al tempo stesso egli è colui che
derai!». Ciò che è più debole è qui anche il più imperativo. Considera- debbo soccorrere. È il povero, l'orfano, il proletario. La mia responsa-
re Altri che mi accoglie di faccia come un dato di conoscenza che si bilità per l'Altro non è reversibile. Non è retta dalla simmetria. La mia
«afferra», significa già allungare la mano, su di lui. Al contrario, biso- responsabilità nei confronti di colui che incontro nel suo volto non
gna porre la sua alterità esteriore a ogni presa, la sua esteriorità irre- consiste nel chiedermi se Altri risponde di me come io rispondo di lui.
versibile, irriducibile, anteriore a ogni contegno che egli si dà: Saggio Ciò che debbo all'Altro è a senso unico, senza obbligo di reciprocità,
sull'esteriorità, questo è il sottotitolo dato a Totalità e Infinito (1961), gratuito. Altri non è, come in Buber incontrato come un «tu» nella
opera essenziale in cui Lévinas si allontana molto dal suo maestro e coscienza di un interscambio. Nella mia responsabilità sono assogget-
che è in gran parte consacrato alla fenomenologia dl volto. Se la fe- tato ad Altri senza scampo, definitivamente, ma anche come «eletto
nomenologia è quella disciplina in cui l'analisi si svolge più vicina alle per ciò». La mia soggezione quindi, fonda la mia dignità. Queste pro-
cose, più vicina alla manifestazione delle cose, Lévinas resa ancora posizioni, in Lévinas, saranno complicate dall'apparizione del «Terzo»
fedele alla fenomenologia husserliana appunto nel descrivere il mo- che è anche il mio Altro e il mio prossimo, ma che spezza già il 'duo'
mento in cui le cose sono superate da un «surplus» che sfugge defini- iniziale. Dov'è la prossimità prioritaria qui si impongono una giustizia,
tivamente all'intenzionalità della conoscenza. Momento in cui l'Altro la comparazione degli incomparabili, l'inizio della società e delle isti-
disfa l'idea. Scacco di ogni tentativo di prendere l'Altro, di tenerlo tuzioni. Ma nella ragione che va da me all'Altro - donde sono da con-
semplicemente sotto il proprio sguardo, di farne una cosa propria. trollare le istituzioni - io sono assolutamente unico, assegnato al mio
«Noi chiamiamo volto - scrive Lévinas - il modo in cui si presenta l'Al- posto, insostituibile nella mia responsabilità. Lévinas spinge ancora
tro, che supera l'idea dell'Altro in me. Questo modo non consiste più lontano, al limite estremo, la descrizione della soggettività che
nell'assumere, di fronte al mio sguardo, la figura di un tema, nel mo- egli definisce a partire dalla responsabilità per Altri. «Soltanto affron-
strarsi come un insieme di qualità che formano un'immagine. Il volto tando Altri io assisto a me stesso». In Altrimenti che essere o al di là

70
dell'essenza (1974), l'intrigo della soggettività come apertura all'Al- che questo obbligo abbia avuto origine in me; come se, a partire da
tro, Lévinas arriva a vedervi un'assegnazione a rispondere dell'Altro, un'idea errante di Platone, si fosse furtivamente introdotto nella co-
un'espiazione per l'Altro, una sostituzione all'Altro. «La responsabilità scienza, come di contrabbando, un certo comando».
per tutti giunge fino alla sostituzione. Il soggetto è ostaggio». La sog- (da S. Malka, Leggere Lévinas, Ed. Queriniana, 1986)
gettività del soggetto non consiste nel riposare 'in sé', ma al contra-
rio, nello s-possessarsi di sé e nel temere per l'Altro. Strano ribalta- 11.1.1 La “responsabilità per altri”
mento per il quale il soggetto nasce dal suo «assoggettamento» al
prossimo. Bisognerebbe svelare tutte le articolazioni di ciò che viene Nei miei saggi filosofici ho parlato molto del volto dell'altro
qui esposto nella forma sommaria dell'enumerazione e dl riassunto, uomo in quanto luogo originario di ciò che ha senso. Mi si
Bisognerebbe evocare la tradizione filosofica alla quale questi svilup- concederà di riprendere assai brevemente la descrizione,
pi si riallacciano o che mettono in questione. Come si produce il varco così come la tento ora, dell'irruzione del volto nell'ordine
dell'etica? Come si manifesta il Bene? Conoscere l'obbligazione nei fenomenale dell'apparire? La prossimità dell'altro è la si-
gnificatività del volto che di primo acchito significa al di là
confronti di Altri? Queste domande formano il tessuto profondo
forme plastiche, le quali, come una maschera, non smetto-
dell'opera. Non se ne potrebbe ridurre la trama. Vogliamo qui ricor-
no di ricoprirlo con la loro presenza nella percezione. Il vol-
dare un aspetto importante di questo sorgere dell'etica, la cui descri-
to senza posa: traspare da quelle forme. Prima di ogni e-
zione è al centro dell'opera del filosofo. Per Lévinas, l'etica è rottura.
spressione particolare, e sotto ogni espressione particolare,
Rottura del mondo naturale, rottura di un io attaccato a se stesso,
che mettendosi già in posa e dandosi un contegno ricopre e
aggrovigliato nel suo essere, l'etica è, in qualche modo, sovversione
protegge la prossimità, il volto è nudità e indigenza dell'e-
dell'essere. Per Heidegger, l'umano doveva essere, doveva portare il spressione come tale, cioè l'estrema esposizione, il senza-
suo peso d'essere, doveva perseverare nel suo essere; al contrario, difese, la vulnerabilità stessa. Esposizione estrema previa a
l'umano è nella messa in questione del suo essere e dei miei e davan- ogni intento umano come un colpo «a bruciapelo». Estradi-
ti ad Altri il turbamento della buona coscienza, del «diritto ingenuo zione di ricercato e braccato - di braccato prima di ogni ri-
dei miei poteri, della mia gloriosa spontaneità di vivente». In epigrafe cerca e prima di ogni battuta. [...] Mortalità in altri, oltre la
ad Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, Lévinas cita queste pa- visibilità di ciò che è disvelato, e prima di ogni sapere sulla
role di Pascal: «È qui il mio posto al sole. Ecco l'inizio e l'immagine morte. L'espressione non è forse quest'estrema esposizione
dell'usurpazione di tutta la terra». Paradosso in questa descrizione, in quanto tale, e non un qualsiasi ricorso a un codice? E-
dell'etica, poiché Altri si impone a me nella gratuità e nel comanda- spressione come espressione di sé, enfasi della nudità e del
mento, poiché il suo volto è insieme un'esposizione di debolezza e un senza-difese che tenta e guida la violenza del primo crimi-
imperativo. L'ambiguità di un ordine senza possibile scappatoia e ne: la sua rettitudine assassina è già singolarmente adegua-
l'umiltà di un invito. [...] Scrive [...] Lévinas stesso: «Il paradosso di ta, nella sua mira, all'esposizione o all'espressione del vol-
questa responsabilità è dato dal fatto che io mi trovo obbligato senza to. Il primo assassino ignora forse il risultato del colpo che

71
sta per vibrare, ma il suo progetto di violenza gli fa trovare munità. Responsabilità che precede la mia libertà prima di
la linea secondo la quale con dirittura inesorabile la morte ogni cominciamento in me, prima di ogni presente. Frater-
colpisce il volto del prossimo: linea tracciata come traietto- nità nell'estrema separazione. Prima, ma in quale passato?
ria del colpo assestato o della freccia che uccide. Ma questo Non già nel tempo che precede l'attualità in cui avrei potu-
stare di fronte del volto nella sua espressione, nella sua to assumere questo o quell'impegno. La responsabilità per
mortalità, mi convoca, mi rivolge richieste, mi reclama: co- il prossimo sta, prima della mia libertà, in un passato im-
me se la morte invisibile alla quale fa fronte il volto dell'al- memoriale, non-rappresentabile, passato che non fu mai
tro - alterità pura, in qualche modo separata da ogni insie- presente, più antico di qualunque coscienza di... Responsa-
me fosse affar mio. Come se la morte invisibile, ignorata da bilità per il prossimo, per l'altro uomo, per lo straniero, alla
altri che nella nudità del suo volto già ne viene coinvolto, quale nell'ordine rigorosamente ontologico della cosa, del
«mi riguardasse» prima del suo confrontarsi con me, cioè qualcosa, del numero e della causalità non obbliga nulla.
prima d'essere la morte mi fissa e sfigura. La morte dell'al- Responsabilità di ostaggio fino alla sostituzione all'altro
tro uomo mi chiama in causa e mi mette in questione come uomo. Infinita soggezione della soggettività. A meno che
se io diventassi per la mia eventuale indifferenza, il compli- questa responsabilità anarchica, che mi convoca senza ori-
ce di questa morte, invisibile all'altro che vi si espone; e ginarsi in un presente, non sia la misura o il modo o il re-
come se, ancor prima di esserle io stesso destinato, avessi gime di una libertà immemoriale, più antica dell'essere,
da rispondere di questa morte dell'altro: come se dovessi della decisione e degli atti.
non lasciarlo solo nella sua solitudine mortale. È proprio (da E. Lévinas, Etica come filosofia prima, Ed. Guerini, 1989)
questo richiamo della mia responsabilità da parte del volto
che mi convoca, mi rivolge richieste e mi reclama, è proprio 11.1.2 Il volto d’Altri e la coscienza
in una simile messa in questione che altri è prossimo. Re-
L'Altro (Autrui) certo si offre a tutti i miei poteri, soccombe
sponsabilità per altri, per il primo venuto nella nudità del
a tutte le mie astuzie e a tutti i miei crimini, eppure mi resi-
suo volto. Responsabilità oltre quanto io posso aver fatto o
ste con tutta la sua forza e con tutte le imprevedibili risorse
non fatto rispetto ad altri e oltre tutto quanto avrà potuto o
della sua libertà. Io mi misuro con lui. Ma egli può anche -
non avrà potuto essere opera mia, come se io fossi votato
ed è così che mi presenta il suo volto - opporsi a me oltre
all'altro uomo prima di esser votato a me stesso. O più esat-
ogni misura, nell'apertura totale e nella totale nudità dei
tamente come se io avessi da rispondere della morte
suoi occhi senza difesa, nella rettitudine e nella franchezza
dell'altro prima di avere da essere. Responsabilità senza
assoluta del suo sguardo. E qui che ha termine l'inquietudi-
colpa in cui tuttavia sono esposto a un'accusa che l'alibi
ne solipsistica della coscienza che, in tutte le sue avventure,
spaziale o temporale non soltanto non potrà cancellare, ma
si vede prigioniera di Sé: la vera esteriorità è in quello
che in qualche modo esso instaura, come se qui s'instauras-
sguardo che mi proibisce ogni conquista. Non che i miei po-
se una relazione talmente tesa da non presupporre la co-
teri siano troppo deboli per accettare la sfida della conqui-

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sta, ma io non posso più potere: la struttura della mia liber- L'umanità alla quale si riferisce la prossimità propriamente
tà è completamente capovolta. Non ci troviamo in relazione detta non deve dunque essere subito intesa come coscien-
con una resistenza molto forte, ma con l'assolutamente Al- za, cioè come identità di un io dotato di saperi o (che è lo
tro - con la resistenza di quel che non ha resistenza - con la stesso) di poteri. La prossimità non si risolve nella coscien-
resistenza etica. E tale resistenza che apre la dimensione za che un essere prenderebbe di un altro essere ritenuto
stessa dell'infinito, di quell'infinito che arresta l'imperiali- vicino in quanto sotto i suoi occhi o alla sua portata e di cui
smo irresistibile dell'Identico e dell'Io. Chiamiamo volto sarebbe possibile appropriarsi, essere che potrebbe essere
l'epifania di quel che può presentarsi a un Io tanto diretta- tenuto o con cui ci si potrebbe intrattenere nella reciproci-
mente quanto, proprio per questo, esteriormente. [...] tà della stretta di mano, della carezza, della lotta, della col-
La coscienza - la presenza di sé a sé - è generalmente rite- laborazione, del commercio, della conversazione. La co-
nuta il tema ultimo della riflessione. La coscienza morale, scienza – coscienza di un possibile potere, libertà – avrà co-
variazione su questo tema e specificazione della coscienza, sì già perso la prossimità propriamente detta, superata e
vi aggiungerebbe la preoccupazione di valori e norme. A ta- tematizzata, come avrà già rimosso in se stessa una sogget-
le proposito abbiamo già posto alcune domande: il sé può tività più antica del sapere e del potere. [...] [C'è] un nodo di
presentarsi a se stesso con tanto naturale compiacimento? cui la soggettività consiste nell'andare all'altro senza pre-
Può apparire di fronte a se stesso senza vergogna? Il narci- occuparsi del suo movimento verso di me o, più esattamen-
sismo è possibile! La coscienza morale non è forse la critica te, nell'approssimarsi in modo tale che, al di là di tutte le
e il principio della presenza di sé a sé? Di conseguenza, se relazioni reciproche che non mancano di stabilirsi tra me e
l'essenza della filosofia consiste nel risalire, al di qua di tut- il prossimo, io abbia sempre compiuto un passo in più ver-
te le certezze, verso il principio e se la filosofia vive di criti- so di lui (il che non è possibile se questo passo non è re-
ca, il volto di Altri sarebbe l'inizio stesso della filosofia. Tesi sponsabilità): in modo tale che nella responsabilità che noi
di eteronomia che rompe con una tradizione assai venera- abbiamo l'uno dell'altro, io abbia sempre una risposta in
bile. In compenso, la situazione in cui non si è soli non si ri- più da dare, abbia a rispondere della sua stessa responsabi-
duce all'incontro felice di anime fraterne che si salutano e lità.
dialogano, ma è coscienza morale - esposizione della mia La soggettività non precede la prossimità per poi impe-
libertà al giudizio dell'Altro. Dislivello che ci ha autorizzati gnarsi successivamente in essa. E, al contrario, nella pros-
a intravvedere la dimensione dell'altezza e dell'ideale nello simità, che è rapporto e termine, che si annoda ogni impe-
sguardo di colui al quale si deve giustizia. gno. Ed è probabilmente a partire dalla prossimità che bi-
(da E. Lévinas, Etica come filosofia prima, Ed. Guerini, 1989) sogna affrontare il difficile problema della soggettività in-
carnata, del soggetto che si vuole ostinatamente libero. […]
(da E. Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, 1974, ed.
J.Book,)

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11.1.3 La relazione con il volto è immediatamente etica Bisogna però capire che la moralità non si aggiunge come
uno strato secondario, al di sopra di una riflessione astratta
Per uscire dall'«il y a» non bisogna porsi, ma deporsi; com- sulla totalità e sui suoi pericoli: la moralità ha una portata
piere un atto di deposizione, nello stesso senso dei re de- indipendente e preliminare. La filosofia prima è un'etica.
posti. La deposizione della sovranità da parte dell'io è la re- [...]
lazione sociale con altri, la relazione disinteressata. Lo scri-
vo in tre parole per rimarcare ciò che essa significa: l'uscita L'accesso al volto è immediatamente etico. Quando lei vede
dall'essere. [...] un naso, degli occhi, una fronte, un mento e può descriverli
Io diffido della parola «amore» che è svilita, ma fin da si rivolge ad altri come se questi fosse un oggetto. Il modo
quest'epoca la responsabilità per altri, l'essere-per-l'altro, migliore di incontrare altri è di non notare il colore dei suoi
mi è sembrato porre fine al brusio anonimo e insensato occhi! Quando si osserva il colore degli occhi non si è in re-
dell'essere. La liberazione dall'«il y a» mi si è presentata lazione sociale con altri. La relazione con il volto può
nella forma di una tale relazione. Da quando tutto ciò mi si senz'altro essere dominata dalla percezione, ma il volto in
è imposto e mi si è chiarito allo spirito, non ho quasi più quanto volto non vi si riduce. [...]
parlato nei miei libri dell'«il y a» per se stesso. Tuttavia C'è innanzitutto la dirittura stessa del volto, la sua esposi-
l'ombra dell'«il y a», e del nonsenso, mi sembrò ancora ne- zione diretta, senza difesa. La pelle del volto è quella che
cessaria come la prova stessa del dis-inter-esse. [...] rimane più nuda, più spoglia: la più nuda, benché di una
nudità dignitosa; la più spoglia, dato che nel volto si trova
Nella critica della totalità [...] si trova un riferimento alla una povertà essenziale, provata dal fatto che si cerca di ma-
storia della filosofia, che può essere interpretata come un scherarla assumendo delle pose e dandosi un contegno. Il
tentativo di sintesi universale, cioè come una riduzione di volto è esposto, minacciato, come se ci invitasse a un atto di
ogni esperienza, di tutto ciò che è sensato, a una totalità in violenza, e allo stesso tempo il volto è ciò che ci vieta di uc-
cui la coscienza racchiude il mondo, non lasciando nulla al cidere.[...]
di fuori di sé, e diventa quindi pensiero assoluto. La co-
scienza di sé è nello stesso tempo la coscienza del tutto. [...] Si può quindi dire che il volto non è «visto»: è ciò che non
Nella storia della filosofia ci sono state poche proteste con- può diventare un contenuto afferrabile dal pensiero. Il vol-
tro questa totalizzazione. [...] to è l'incontenibile, conduce al di là, e per questo la sua si-
gnificazione lo fa uscire dall'essere in quanto correlativo di
L'esperienza irriducibile e ultima della relazione mi sembra un sapere. La visione al contrario è la ricerca di un'adegua-
in effetti trovarsi altrove. Essa si trova non nella sintesi, ma zione, è ciò che assorbe l'essere per eccellenza, mentre la
nel faccia a faccia degli umani, nella socialità, nella sua si- relazione con il volto è immediatamente etica. Il volto è ciò
gnificazione morale. [...]

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che non si può uccidere o, almeno, ciò il cui senso consiste della relazione etica. La soggettività non è un per sé: ancora
nel dire «tu non ucciderai». [...] una volta essa è, fin da subito, per un altro. La prossimità
Volto e discorso sono legati: il volto parla. d'altri è presentata nel libro come il fatto che altri non è
E parla in quanto è esso stesso a rendere possibile, e a co- semplicemente vicino a me nello spazio, o vicino come un
minciare, ogni discorso. Poco fa ho rifiutato la nozione di parente, ma si avvicina a me essenzialmente in quanto mi
visione per descrivere la relazione autentica con altri: pro- sento -in quanto sono - responsabile di lui. [...] Il legame
prio il discorso, e più esattamente la risposta o la respon- con altri si stringe soltanto come responsabilità, sia che es-
sabilità, è questa relazione autentica. [...] sa venga accettata o rifiutata, sia che si sappia o no come
Parlo della responsabilità come della struttura essenziale, assumerla, sia che si possa o no fare qualcosa di concreto
primaria, fondamentale della soggettività; e descrivo di per altri. Dire «eccomi», fare qualcosa per un altro, donare:
conseguenza la soggettività in termini etici. Qui l'etica non essere spirito umano significa questo.
si aggiunge come un supplemento rispetto a una base esi- La responsabilità è ciò che mi incombe in modo esclusivo e
stenziale preliminare: il nodo stesso del soggettivo si strin- che, umanamente, io non posso rifiutare. Questo onere è
ge proprio nell'etica intesa come responsabilità. Io intendo una suprema dignità dell'Unico. Io non-intercambiabile, io
la responsabilità come responsabilità per altri, quindi come sono io soltanto nella misura in cui sono responsabile. Io
responsabilità per ciò che non è affar mio, o anche che non posso sostituirmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me: è
mi riguarda; ovvero: chi mi fissa è avvicinato da me in questa la mia inalienabile identità di soggetto.
quanto volto. [...] Descrivendo il volto positivamente, e non (da E. Lévinas, Etica e infinito, 1982)
soltanto negativamente. [...] L'avvicinamento al volto non
appartiene all'ordine della pura e semplice percezione, 11.1.4 Epifania del volto
dell'intenzionalità che va verso l'adeguazione. In positivo
L'altro, volto. Non è un ritratto da appendere in qualche salotto men-
affermo che appena altri mi guarda io ne sono responsabi-
tale a far da contorno alla propria bontà, indaffarata magari a mo-
le, anche senza dover assumere nessuna responsabilità nei
strare agli altri come essere buoni: trovando così il modo di lavare in
suoi confronti: la sua responsabilità mi incombe. Si tratta di
una responsabilità che va al di là di ciò che faccio. Di solito anticipo la colpa di far ruotare ancora il mondo su se stessi; o una fo-
si è responsabili di ciò che si fa in prima persona. In Altri- to in più di un album fin troppo pieno, per gratificare la propria me-
menti che essere o al di là dell'essenza sostengo che la re- moria. Nel suo volgersi, l'altro spezza la visione, taglia lo sguardo, de-
sponsabilità è all'origine un per altri, vale a dire che sono centra, fa impazzire. Non più collezioni, né quadri, né cornici, né for-
responsabile della sua stessa responsabilità. [...] me. Non solo volontà, protagonismi. Ma distorsioni e disfacimenti,
irruzioni, sorprese, spiazzamenti. Abissi, rischi, infiniti. Conferme.
La responsabilità non è un semplice attributo della sogget- Trascendenze. Lo squarcio segna. Il volto rivela. Nel suo essere carne.
tività, come se quest'ultima esistesse già in se stessa, prima Nel suo farsi parola.” (da Franco Riva, L’Epifania del volto, 2010)

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11.2. Sé come un altro (P. Ricoueur) rizza come radicale, per definizione investe il questionante stesso.
Colui che interroga, nella stessa movenza di pensiero, si interroga, si
In Sé come un altro si esprime la maturità ermeneutica di Paul Rico- mette in questione, si coglie come preludio di una risposta. Il ritorno
eur e, come con uno sguardo sovrano, possiamo abbracciare i temi all'interrogante delinea lo «stile riflessivo» della filosofia. La filosofia
della sua produzione teoretica ed annodare le fila del suo discorso di Ricoeur nasce, si nutre e matura quale filosofia riflessiva. Beninte-
che «si dice in molti modi» perché molti sono i «frammenti» del reale so, non si tratta di quella riflessione originaria e fondante che, in epo-
che vengono a domanda nel questionamento filosofico. ca moderna, ha visto il Cogito come l'approdo della verità nella cer-
Sarà, pertanto, opportuno soffermarci brevemente sul pensiero rico- tezza. «Riflessione concreta» la chiama Ricoeur, quasi a sottolineare,
euriano per tentare di far emergere quella trama metodologica che d'un sol tratto, la sua provenienza ed il suo impegno. Provenienza,
veicola ed alimenta i contenuti di senso del nostro rapporto intenzio- che lo colloca immediatamente nell'orizzonte della tradizione occi-
nale al mondo. E se l'intenzionalità e il senso immediatamente rinvia- dentale, impegno che lo proietta come membro attivo all'interno di
no il nostro approccio nell'aura della fenomenologia, vedremo come detto orizzonte, cioè come tale da saper accettare un patrimonio cul-
questa non può che aprirsi all'ermeneutica, sotto la spinta della turale e da saperlo trasformare, a sua volta, per poterlo offrire non
«sproporzione», dello «scarto», della «fallibilità» che fanno dell'esi- già identico, immutabile e presuntamente eterno, ma in cammino, in
stenza un testo multiforme aperto al conflitto ed alla sfida, mai con- fieri, in atto perché in potenza.
cluso e «trionfante». Fenomenologia, ermeneutica, teoria del testo ci Abbiamo parlato di provenienza, dobbiamo ora precisarne i termini.
si presenteranno, allora, in veste di modalità di approfondimento di La filosofia riflessiva, che nasce con Cartesio ed attraversa il pensiero
un discorso che mira — come già sottolineava Jervolino nella sua bel- moderno con Kant, Fichte, Husserl, i neokantiani, concerne, nelle pa-
la lettura di Ricoeur — «al superamento dell'antitesi fra Verità' e role di Paul Ricoeur, «la possibilità della comprensione di sé come il
'metodo', 'comprensione' e 'spiegazione', ermeneutica e scienze soggetto delle operazioni di conoscenza, di volizione, di apprezza-
dell'uomo». [...] mento, e così via. La riflessione è questo atto di ritorno su di sé me-
Esperienza vissuta, esperienza detta, esperienza fatta: vivere e dire diante il quale un soggetto ritrova nella chiarezza intellettuale e nella
vengono assunti all'interno di un orizzonte pratico in cui tutto si gioca responsabilità morale il principio unificatore delle operazioni tra le
sull’agire (e sul patire) e sulle sue implicanze, che sono appunto espe- quali si disperde e si dimentica come soggetto». Ma, di quale sogget-
rienziali, linguistiche, narrative, etico-morali e, finalmente, ontologi- to si tratta?
che. La «via longa» che Ricoeur aveva intrapreso agli inizi del suo filo- Certamente, non di quello che scaturisce dalla «confusione tra Cogito
sofare è feconda di deviazioni (détours), che non sono devianze ma riflessivo e la coscienza immediata» portandomi a supporre «che io
attraversamenti con, aperture a, mediazioni dell'ascolto, possibilità di sono così come credo di essere», non di quello, dunque, che scambia
arricchimento. il ritorno su di sé con l'illusione di una autofondazione originaria e
Ma, possibilità per chi? Nel vasto intreccio dei temi ricoeuriani, giun- trasparente. Anche nell'orizzonte fenomenologico di senso, nel quale
giamo alla questione di fondo. La domanda filosofica, che si caratte- si annodano le «articolazioni fondamentali dell'esperienza», e cioè

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l'esperienza nelle sue modalità «percettiva, immaginativa, intelletti- guaggio fondativo di tipo epistemologico e si coglie come un essere
va, volitiva, assiologica», la coscienza di sé rimane sempre seconda originariamente com-promesso con gli altri all'interno di un contesto
rispetto alla «coscienza di» qualche cosa, alla coscienza intenzionale. già là di appartenenza, ove tutto si è giocato prima di lui e continuerà
L'immediatezza rimane «il paradiso perduto della fenomenologia», a giocarsi anche grazie a lui. Torna la dimensione dell'impegno che
l'orizzonte mai dato sebbene sempre presupposto. pervade la sensibilità dell'Autore, facendolo attento alla possibilità
Nell'ambito problematico della cultura moderna e contemporanea, che ognuno di noi ha di entrare in un Discorso che ci precede e chie-
quindi, si staglia la figura del soggetto come la più inquietante ed im- de di poterci sopravvivere anche per merito del nostro contributo.
barazzante che venga offerta al ed insieme posta dal pensiero. Sog- Si profila la dialettica del «proprio» e dell'«estraneo» —diremmo in
getto «esaltato», soggetto «umiliato» — come dice Ricoeur — ma termini husserliani— che descrive l'essere-in-situazione come un sé
pur sempre «soggetto», luogo átopos della riflessione, ad onta o gra- nell'altro, ove l'altro assume la figura del corpo proprio, dell'alterità
zie alla contraddittorietà dei termini. Compito, dunque, antico e nuo- dell'altro, dell'alterità del mondo. La composizione dei termini dispo-
vo del filosofare, in cui si ricapitola l'avventura dell'umano essere-nel- ne, poi, all'esperienza di «sé come un altro», cioè all'esperienza di
mondo. E proprio come un compito appare la filosofia di Ricoeur, il una costante tensione nell'impossibilità di una autotrasparenza fon-
compito di attardarsi sulla e nella soggettività, per coglierne i sensi e dativa.
le sfumature nell'attraversamento dei segni lasciati dalle sue molte- Tensione, conflitto, dia-logica: il vocabolario ricoeuriano disegna co-
plici modalità di espressione. Ma l'attraversamento implica la rinun- me un vettore direzionale, che non consente soste nella incessante
cia all'immediatezza, come abbiamo visto, e con questa cade anche il ricerca di intrecci mediazionali a tutti i livelli. Seguiamo, dunque, nelle
nome di quella soggettività, che poneva se stessa quale autocoscien- sue linee essenziali, lo snodarsi del cammino riflessivo dell'Autore
za fondamentale, cioè quale fondamento della realtà e causa della dalla fenomenologia all'ermeneutica nell'attraversamento dei segni.
sua derivazione: «Ma il soggetto che si interpreta interpretando i se- [...]
gni non è più il Cogito: è un esistente, che scopre, mediante l'esegesi
della sua vita, che è posto nell'essere prima ancora di porsi e di pos- Il sé e l'alterità
sedersi». Abbiamo scelto queste citatissime righe, poiché ci appaiono Le grandi linee del cammino che abbiamo tracciato, ci consentono
emblematiche di uno stile riflessivo che tutto interroga e tutto ascol- ora di ripercorrerlo per rispondere ad una domanda esplicita sull'i-
ta dal di dentro, cioè all'interno del contesto dell'umana appartenen- dentità di quel soggetto che, privo ormai della trasparenza della pri-
za. Il riconoscimento dell'appartenenza situa la domanda filosofica in ma persona — ego cogito! —, si offre «immediatamente» come un
uno spazio ermeneutico e la colora di una dimensione etica. Lo spazio «sé», come una «mediazione riflessiva». Fin dalla prefazione di Sé
ermeneutico, infatti, delimita l'orizzonte del mondo in cui l'esistente come un altro, Ricoeur dichiara di prender congedo dalle filosofie del
elabora i propri «piani di vita», agisce e soffre; la dimensione etica Cogito. Non che questa decisione fosse estranea al suo pensiero: la
sancisce l'intersoggettività dell'orizzonte e, dunque, l'interconnessio- scelta per la riflessione concreta, come abbiamo già visto, implicava
ne dei progetti. L'esser-così di quel «Cogito spezzato» rinuncia al lin- la via lunga dell'attraversamento dei segni, in cui il soggetto si ogget-

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tiva e a partire da cui può recuperarsi. Abbiamo anche visto che tale bandono della problematica del soggetto, si tratti del Cogito «esalta-
scelta non era priva di conseguenze per il Cogito, prima fra tutte la to» dalla sua «ambizione di fondazione ultima» o del Cogito «spezza-
perdita della certezza fondativa in prima persona: il soggetto che tor- to» dall'accusa di essere «l'illusione somma» del pensiero. Al primo
na a sé dall'analisi delle proprie esteriorizzazioni intenzionali è, preci- Ricoeur rimprovera la «perdita del suo rapporto con la persona di cui
samente, un sé e non un io, un «fondo opaco» e non una superficie si parla, con l’io-tu dell'interlocuzione, con l'identità di una persona
trasparente. Ancora abbiamo visto che questo movimento di rifles- storica, con il sé della responsabilità»; al secondo rimprovera di man-
sione significa, essenzialmente, un 'mettersi di fronte a', cioè un leg- tenersi esclusivamente nei limiti di una decostruzione che, in definiti-
gersi in una proposta di senso, sia questo nel mondo del testo o nel va, spingerebbe «il discorso al silenzio». Di fronte all'alternativa, l'ipo-
mondo dell'azione. Siamo, pertanto, già disposti alla dimensione di tesi di mezzo: salvare il discorso del Cogito dall'autoasserzione e
alterità che ne scaturisce: alterità del mondo, che non si offre ad uno dall'autodistruzione aprendolo all'interrogazione frammentaria, che
sguardo originario; alterità dell'altro, che non può ridursi al proprio e impone «deviazioni laboriose» attraverso la via analitica del doman-
che colora l'orizzonte di appartenenza su di un modo immediatamen- dare e del rispondere.
te intersoggettivo; alterità del corpo proprio, che ostacola il progetto Su questa strada l'Autore dichiara di esser guidato da tre «principali
di una autodeterminazione così come il cammino dell'analisi ostacola intenzioni filosofiche», che articolano la sequenza degli studi di cui si
quello di una autofondazione. compone l'opera. La prima segna il «primato della mediazione rifles-
Queste modalità dell'alterità, tuttavia, sono rimaste in qualche modo siva». La mediazione riflessiva comporta quell'attraversamento dei
subordinate al fine di disegnare il soggetto, di dire il sé. Ebbene, si segni, che fin dagli inizi ha caratterizzato la metodologia ricoeuriana.
tratta ora di dirlo, finalmente, questo «sé». Ma qui prorompe la novi- E il livello della Sprachlichkeit, della dimensione di linguaggio in cui si
tà: il sé e l'altro non sono più pensati come elementi separati che si riflette e si esprime l'esperienza umana, consentendo al pensiero di
presuppongono o che si intersecano o che si offrono ad una analisi articolare un'indagine di tipo fenomenologico con una di analisi lin-
comparativa: ora Ricoeur vuole pensare l'alterità come «costitutiva guistica. [...]
dell'ipseità stessa. Sé come un altro suggerisce fin dall'inizio che l'ip- Una apertura poetico-narrativa emerge nella seconda intenzione filo-
seità del se stesso implica l'alterità ad un grado così intimo che l'una sofica, che concerne il rilevamento e la dissociazione delle «due prin-
non si lascia pensare senza l'altra, che l'una passa piuttosto nell'altra cipali significazioni dell'identità» contenute nell'ambiguità del termi-
— come diremmo in linguaggio hegeliano. Al 'come' vorremmo an- ne mème. Ambiguità che si riflette nel titolo e che si dà da pensare ad
nettere la significazione forte, legata non soltanto ad una compara- una ermeneutica del sé nei termini di una dialettica fra ipseità e me-
zione — se stesso somigliante ad un altro —, ma ad una implicanza: desimezza. [...]
sé in quanto... altro». L'identità permane altamente problematica, come attesta la terza in-
L'ermeneutica dell'io sono, che aveva già decretato la propria eman- tenzione filosofica, con la quale ci apriamo alla «dialettica del sé e
cipazione rispetto alle astrattezze dell'io penso, trapassa nella erme- dell’ altro da sé». Alterità costitutiva del sé, come abbiamo già nota-
neutica del sé, la quale segna, ad avviso di Ricoeur, il definitivo ab- to, che lo informa e lo struttura a livello ontologico fondamentale. E

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questo «ontologico» segnerà l'ultima posta in gioco del testo ricoeu- sona non cessavano di rapportarsi ad un cielo fìsso di valo-
riano, che nella filosofia aristotelica dell'atto e della potenza troverà il ri. Leggo nel Manifeste au service du personnalisme: «Una
fondamento dinamico dell'essere in situazione e delle «molte voci» persona è un essere spirituale costituito come tale da un
che lo esprimono. È il momento della dialettica del Medesimo e modo di sussistenza e indipendenza nel suo essere; essa ri-
dell'Altro, cioè della ripresa dei «grandi generi» in cui la filosofia è na- cava questa sussistenza dalla sua adesione a una gerarchia
ta già grande e come tale aperta ai pensamenti e ripensamenti della di valori liberamente adottati, assimilati e vissuti attraver-
tradizione. so un impegno responsabile ed una costante conversione;
essa unifica così ogni sua attività nella libertà e sviluppa
(da D. Iannotta, L'alterità nel cuore dello stesso, Introduzione a P. Ricoeur, Sé
per di più, a suon di atti creativi, la singolarità della sua vo-
come un altro, 1990, Ed. it. Jaca Book 1993-2011)
cazione».
Si vede come coesistano qui una ontologia della sussisten-
11.2.1 La persona
za, un riferimento a un ordine gerarchico di valori e un
Muore il personalismo, ritorna la persona ... senso acuto della singolarità e della creatività. Ma la tra-
Questa breve relazione è motivata dalla preoccupazione di scendenza verticale, che Mounier tentò sempre di mante-
comprendere le riserve, e qualche volta il rifiuto, delle ge- nere nell'indecisione, allo scopo di non costringere i perso-
nerazioni più giovani della mia ad usare il termine persona- nalisti a scegliere tra la lettura cristiana e la lettura agno-
lismo, pur preservando una fedeltà critica all'opera di Em- stica, si trovava attaccata, nelle sue due versioni, dalla pre-
manuel Mounier. dicazione nietzscheana del nichilismo che, tengo a sottoli-
Una frase potrebbe riassumere il mio pensiero: muore il nearlo, non è l'invenzione da parte di Nietzsche del nichili-
personalismo, ritorna la persona […] smo, ma la proclamazione che esso è all'opera tra noi, dopo
Mi soffermo innanzitutto sul: muore il personalismo, dando che i valori superiori si sono di per sé svalutati. […]
a questa formula all'indicativo il semplice valore di regi- Ritorna la persona! Non insisto sulla fecondità politica, eco-
strazione di un fatto culturale. In generale, deploro la scelta nomica e sociale dell'idea di persona. Mi propongo di ri-
infelice, da parte del fondatore del movimento Esprit, di un chiamare un solo problema: quello della difesa dei diritti
termine in -ismo, messo per di più in competizione con altri dell'uomo, negli altri paesi, o quello dei diritti dei prigionie-
-ismi che ci appaiono ormai, oggi, come semplici fantasmi ri e dei detenuti nel nostro paese, o ancora i difficili casi di
concettuali. […] coscienza posti dalla legislazione di estradizione: come si
[Inoltre] è dilagata una nuova moda, nietzscheana nel suo potrebbe argomentare in ciascuno di questi casi senza ri-
fondo. […] La nuova moda attaccava una convinzione forte farsi alla persona? Ma intendo concentrarmi sull'argomen-
e mai esplicitata, ereditata da Maritain e Scheler, vale a dire to filosofico. Se la persona ritorna, ciò accade perché essa
quella per la quale tutte le vicissitudini storiche, la sorpresa resta il miglior candidato per sostenere le lotte giuridiche,
dell'evento e la risposta creativa alle situazioni della per- politiche, economiche e sociali evocate da altri; voglio dire:

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un candidato migliore rispetto a tutte le altre entità eredi- nomico, sociale e culturale. Essa fa parte di ciò che si po-
tate dalle bufere culturali sopra ricordate. Rispetto a «co- trebbe chiamare una criteriologia della attitudine-persona.
scienza», «soggetto», «io», la persona appare un concetto Ma vorrei aggiungere un aspetto all'idea di crisi, che mi
sopravvissuto e ritornato a nuova vita. permetterà di passare al secondo criterio della attitudine-
Coscienza? Come si potrebbe credere ancora all'illusione di persona: non so più qual è il mio posto nell'universo, non
trasparenza legata a questo termine, dopo Freud e la psico- so più quale gerarchia stabile di valori può guidare le mie
analisi? Soggetto? Come si potrebbe nutrire ancora l'illu- preferenze, non distinguo chiaramente gli amici dagli av-
sione di una fondazione ultima in qualche soggetto tra- versari, ma c'è per me dell'intollerabile. Nella crisi, speri-
scendentale, dopo la critica delle ideologie della Scuola di mento il limite della mia tolleranza. […]
Francoforte? L'io? Chi non prova l'impotenza del pensiero Ponendomi di fronte ai criteri della crisi, enuncio il criterio
a fuoriuscire dal solipsismo teorico, posto che esso non dell'impegno, guardandomi bene dal farne una sorta di at-
prenda le mosse, come Emmanuel Levinas, dal volto dell'al- tributo spinoziano della sostanza o della sussistenza per-
tro, eventualmente in un'etica senza ontologia? Ecco per- sonale; l'impegno non è una proprietà della persona, ma un
ché preferisco dire persona piuttosto che coscienza, sogget- suo criterio; questo criterio significa che non posso discer-
to, io. […] nere un ordine di valori in grado di interpellarmi - una ge-
Ora penso che la persona sia il ‘centro’ di una «attitudine» rarchia del preferibile -, senza identificarmi in una causa
[…] che mi trascenda. Qui si scopre un rapporto circolare tra la
Per uscire dalle astrazioni, vorrei, da parte mia, individuare storicità dell'impegno e l'attività gerarchizzante, rivelante
l’attitudine-persona. Innanzitutto, è persona quella entità il carattere di debito dell'impegno stesso. Questo rapporto
per la quale la nozione di crisi è il segno di riferimento es- circolare costituisce ciò che in linguaggio hegeliano si può
senziale della sua situazione. […] Percepire la mia situazio- chiamare una convinzione. Nella convinzione m'arrischio e
ne come crisi significa non sapere più qual è il mio posto mi sottometto. Io scelgo, ma mi dico: non posso altrimenti.
nell'universo. Prendo posizione, prendo partito e così riconosco quel che
Vedersi come persona desituata è il primo momento costi- più grande e più duraturo e più degno di me mi costituisce
tutivo dell'attitudine-persona. Aggiungiamo anche questo: come debitore insolvente. La convinzione è la risposta alla
non so più quale gerarchia stabile di valori può guidare le crisi: il mio posto mi è assegnato, la gerarchizzazione delle
mie preferenze; il cielo delle stelle fisse si offusca. Dirò an- preferenze mi obbliga, l'intollerabile mi trasforma da vile o
cora: non distinguo più chiaramente i miei amici dai miei da spettatore disinteressato in uomo di convinzioni che
avversari […] scopre creando e crea scoprendo.
Questi tre aspetti attestano che la nozione di crisi, per ca-
ratterizzare l'attitudine-persona, trascende il campo eco- Permettetemi di aggiungere a questi due criteri [crisi e im-
pegno] qualche corollario. Ne richiamerò tre.

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Il criterio dell'impegno nella crisi m'autorizza a vedere nel- che in seguito vedrò progressivamente delinearsi nei piani
la attitudine-persona un certo comportamento rispetto al antecedenti di questa costituzione.
tempo. Derivo questo da quel che si può chiamare sempli- Con struttura ternaria, intendo questo: se si vuole pro-
cemente «fedeltà a una causa». […] L'impegno non è la virtù priamente distinguere l'etica dalla morale comprendendo
dell'istante; è la virtù della durata. […] con morale l'insieme degli imperativi, delle norme, dei di-
Altro corollario: ho parlato di una identità, ma dovrei par- vieti si trova una dialettica più radicale dell’ethos, in grado
lare innanzitutto del suo complemento dialettico: la diffe- di offrire un filo conduttore per la disamina degli altri piani
renza. Non faccio certo della differenza la categoria princi- della costituzione della persona. In un lavoro in corso di
pale. Penso solo a questa alterità legata indissolubilmente a pubblicazione (Sé come un altro), ho avanzato la seguente
ogni assunzione d'identità. Non c'è dell'altro se non c'è del definizione dell'ethos: auspicio di una vita compiuta con e
medesimo, e viceversa. […] per gli altri all'interno di istituzioni giuste. Questi tre ter-
Va da sé che questi due primi corollari sono difficili da ac- mini mi appaiono decisivi allo stesso modo per la costitu-
cordare. Ma, se sono cosciente della stranezza dell'impe- zione etica della persona.
gno, della tensione feconda che sento tra l'imperfezione Auspicio di una vita compiuta: iscrivendo in tal modo l'etica
della causa e il carattere definitivo dell'impegno, io amo i nella profondità del desiderio, se ne rimarca il carattere di
miei nemici, ovvero gli avversari del mio impegno; mi sfor- speranza, di ottativo, antecedente ogni imperativo. […]
zo di decentrarmi nell'altro e di fare il movimento più diffi- Il secondo termine è caratterizzato dall'espressione: con e
cile, il movimento che riconosce ciò che dà un valore supe- per gli altri. Propongo di dare il nome di sollecitudine a
riore all'altro: quel che per lui è il suo intollerabile, il suo questo movimento del sé verso l’altro, che risponde alla
impegno e la sua convinzione. chiamata del sé da parte di un altro. [...] Benché sottoscriva
le analisi di Lévinas sul volto, l'esteriorità, l'alterità, perfino
Della persona il primato dell'appello venuto dall'altro sul riconoscimento
Ho designato quattro piani, o quattro strati, di ciò che po- di sé da parte di sé, mi pare che l'istanza etica più profonda
trebbe costituire una fenomenologia ermeneutica della sia quella della reciprocità, che costituisce l'altro in quanto
persona: linguaggio, azione, racconto, vita etica. D'altronde, mio simile e me stesso come il simile dell'altro.
si dovrebbe più correttamente parlare di: uomo parlante, Senza reciprocità o senza riconoscimento l'alterità non sa-
uomo agente, uomo narratore e personaggio del suo rac- rebbe quella di un altro da sé, ma l'espressione di una di-
conto di vita, e infine uomo responsabile. Prima di attraver- stanza indiscernibile dall'assenza. Altro mio simile: questa è
sare, nell'ordine che preciserò, questi strati della costitu- l'aspirazione dell'etica nei confronti del rapporto tra la
zione della persona, mi volgerei direttamente all'ultimo stima di sé e la sollecitudine. […]
stadio della mia ricerca, per mutuarne la struttura ternaria In tal senso, concepisco la relazione del sé con il proprio al-
tro come la ricerca di una eguaglianza morale attraverso le

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diverse vie del riconoscimento. La reciprocità, manifesta sione politica dell’ethos. Nel contempo, si libera l'idea co-
nell'amicizia, è l'impulso nascosto delle forme diseguali munitaria da un equivoco che alla fine le impedisce di di-
della sollecitudine. spiegarsi pienamente in quelle regioni delle relazioni uma-
Si sarà osservato che non ho ridotto la dialettica dell’ethos ne dove l'altro resta senza volto, senza per questo rimanere
al confronto tra la stima di sé e la sollecitudine. Sullo stesso senza diritti. Differenziando in tal modo nettamente tra a-
piano di quest'ultima ho posto l'auspicio di vivere all'inter- micizia e giustizia, si conserva la forza del faccia a faccia,
no di istituzioni giuste. Introducendo il concetto di istitu- donando nel contempo un posto al 'ciascuno' senza volto.
zione, introduco una relazione all'altro che non consente Detto altrimenti, con il termine altro occorre intendere due
d'essere ricostruita sul modello dell'amicizia. L'altro è chi idee diverse: l'altro e il 'ciascuno'. L'altro dell'amicizia e il
mi sta di fronte ma senza volto, il ciascuno di una distribu- 'ciascuno' della giustizia. Nel medesimo tempo, non li si di-
zione giusta. […] Il 'ciascuno' è una persona distinta, ma la vide essendo costitutivo della idea di ethos comprendere in
raggiungo solo attraverso i canali delle istituzioni. […] una unica formula, ben articolata, la cura di sé, la cura
Il problema della giustizia diventa un difficile problema eti- dell'altro e la cura dell'istituzione. Questa triade ci sarà ora
co perché nessuna società è stata in grado, e nemmeno è di aiuto per ridisegnare una idea più ricca della persona, al-
riuscita a proporsi una distribuzione eguale non solo, un'al- la luce delle ricerche attuali sul linguaggio, sull'azione e sul
tra volta, tra i beni e i redditi, ma anche tra gli impegni e le racconto.
responsabilità. […] (da P. Ricoeur, La persona, Ed. Morcelliana 1998)
Prima di proseguire, a ritroso, dalla sfera etica a quella che
la precede nell'ordine gerarchico inizialmente proposto,
desidererei comparare l'analisi brevemente tracciata con 11.3 Una cultura della differenza (L. Irigaray)
una struttura analoga che ritrovo in Emmanuel Mounier, ad
11.3.1 La crisi del soggetto “al maschile”. (Speculum)
esempio allorquando egli parla di «rivoluzione personalista
e comunitaria». Si sarà osservato come Mounier proponga Ogni teoria del “soggetto” si trova sempre ad essere appro-
una dialettica a due termini: persona e comunità. priata al “maschile.” Assoggettandovisi la donna rinuncia, a
La mia formula a tra termini stima di sé, sollecitudine, isti- sua insaputa, alla specificità del proprio rapporto con
tuzioni giuste mi pare completi, più che respingere, la for- l’immaginario. Si rimette cioè nella situazione d’essere og-
mula a due termini. Io differenzio le relazioni interpersona- gettivata — in quanto “femminile” — ad opera del discorso.
li, il cui emblema è l'amicizia, dalle relazioni istituzionali Lei stessa poi si rioggettiva, quando pretende
aventi per ideale la giustizia. Questa differenza mi parrebbe d’identificarsi “come” un soggetto maschile. Un “soggetto”
proficua per il personalismo stesso. […] che si ri-cerca come “oggetto” (materno-femminile) perdu-
Differenziando chiaramente tra relazioni interpersonali e to? La soggettività denegata alla donna, questa è indubbia-
relazioni istituzionali, si rende piena giustizia alla dimen- mente l’ipoteca con cui si garantisce ogni costituzione irri-

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ducibile dell’oggetto: oggetto di rappresentazione, di di- più amorfa, senza idea, che appare più “cosa,” se si può di-
scorso, di desiderio. Immaginate che la donna immagini, e re, la materia più opaca, (si) apre su di uno specchio che è
l’oggetto perderebbe la sua caratteristica (d’idea) fissa. Non tanto più terso in quanto non si conosce e non gli si ricono-
sarebbe più il punto di riferimento estremo, più elementare sce alcun riflesso. Tranne quelli che l’uomo vi ha inviati ma
del soggetto stesso, in fin dei conti, poiché il soggetto si che sono subito sfocati a causa del movimento rotante di
regge soltanto in forza d’un effetto di rimando che gli viene questo speculum concavo. Succede inoltre che mentre
da una qualche oggettività, da un qualche obiettivo. Se non l’uomo vuole innalzarsi sempre pii in alto — anche nel sa-
ci fosse più “terra” da (ri)muovere, su cui muoversi, da pere —, il suolo intanto si frantumi sempre di più sotto i
rappresentar(si), ed anche da desiderare (di) possedere, suoi piedi. La “natura” sfugge sempre di più ai suoi progetti
una materia opaca senza consapevolezza di sé, che fonda- di rappresentazione e di riproduzione. E alla sua presa. [...]
mento potrebbe darsi il “soggetto” per esistere? [...] Ma se l’"oggetto” si mettesse a parlare? intendiamo anche:
La donna gli oppone la permanenza d’un ricordo che non si a “vedere”, ecc. A quale disgregazione del “soggetto” assi-
conosce in quanto tale. Può dare l’illusione di oggetto iner- steremmo? Non si limiterebbe al tipo di scissione tra lui ed
te, per via di quel ri-torno su di sé che ricorre, e di cui biso- il suo altro, il suo alter ego variamente specificato; né a
gnerà rintracciare la specifica economia. Può sembrare quella tra lui e l’Altro, che in qualche modo è sempre il suo
“materia” sulla quale si può sempre tornare ad appoggiarsi Altro, anche se in esso non si ritrova, anche se ne è travolto
per darsi un nuovo slancio, per saltare più in alto, mentre si al punto da dover sbarrarsi da e in esso per mantenere al-
tratta d’una natura che fa già riferimento a se stessa. Già in- meno la capacità di elaborare delle forme che siano sue
crinata, crepata. [...] Per questo, certamente, dicono di lei proprie. [...] La funzione dell’"altro” si trova svelata, anche
che è agitata ed instabile. Infatti, non è mai esattamente la se i veli restano. Dove la vedremo ricomparire, questa fun-
stessa, sempre volteggiando, più o meno vicina al sole, di zione dell’altro? Dove starà il rischio che ridà vita alla pas-
cui capta i raggi che poi fa virare secondo i propri cicli. In- sione che ha il soggetto di restare ancora e sempre lo stes-
somma l’"oggetto” non è cosi massiccio e resistente come si so, di affermarsi ancora e sempre come medesimo? Nella
vorrebbe credere. E possederlo, il desiderio di impadronir- doppiezza della sua speculazione, più o meno cosciente?
sene che ha il “soggetto,” gli fa provare la vertigine di un per cui egli sta solo in parte ed in margine al luogo della sua
suo proprio fallimento. Perché nel momento in cui egli (si) (auto) riflessione? della sua conoscenza? una similarità di
progetta un qualcosa da assorbire, prendere, vedere, pos- cui la “notte” dell’inconscio mantiene il valore? L’Altro for-
sedere... ed un suolo sul quale stare in piedi, uno specchio se serve a mantenere in lui decaduto l’organizzazione d’un
in cui contemplarsi, il soggetto si trova già davanti un’altra universo sempre identico a sé, sul quale tuttavia getta
specularizzazione. La quale gli provoca una contorsione un’ombra inquietante e lo scompiglio delle sue collere. [...]
perché è incapace di dire ciò che rappresenta. La ricerca Il “soggetto” allora si fa molteplice, plurale, a volte dif-
dell’"oggetto” procede nel vuoto e non ha termine. La cosa forme, ma continuerà a postularsi come causa di tutti que-

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sti (suoi) miraggi che l’enumerazione chiama continuamen- ste lotte possano essere portate avanti in modo diverso
te a riunirsi. Frammentazione fantastica, fantasmatica. De- dalla semplice rivendicazione, perché conducano all'iscri-
strutturazione e distruzione in cui si (dis)fa il soggetto, in zione di diritti sessuati equivalenti (ma necessariamente
quanto surrettiziamente egli pretende ancora di esserne la differenti) davanti alla legge, bisogna permettere alle don-
ragione. Finta forse? Una, certamente. [...] Il “soggetto” ter- ne - e d'altronde anche alle coppie - di accedere a un'identi-
giversa con la verità, la sorveglia con occhio obliquo, di tà altra. Le donne possono godere di questi diritti solo se
sbieco, per cercare d’impadronirsi di quanto essa non può, attribuiscono valore all'essere donne, e non soltanto madri.
non può più dire. E quindi si mette ad attraversare, trivella- Significa secoli di valori socioculturali da ripensare, da tra-
re quelle metafore che l’hanno costituita come tale fin dalle sformare. Anche in sé stesse.
prime battute della filosofia occidentale … Ma proprio su Donne uguali o differenti?
questo adesso bisogna lavorare, sotto pena di perdere tut- Chiedere l'uguaglianza, come donne, mi sembra un'espres-
to. Riprende dunque l’aratura di terre che si credeva fosse- sione sbagliata per un obiettivo reale. Chiedere di essere
ro definitivamente coltivate e si rivelano sodaglia da cui uguali presuppone un termine di confronto. A chi o a che
può spuntare una vegetazione che soffocherebbe tutto cosa vogliono essere rese uguali le donne? Agli uomini? A
quello che vi è stato piantato. Il “soggetto” deve rifare i suoi una retribuzione? A un impiego pubblico? Uguali a quale
fondamenti più in profondità, aprire più bassi i sotterranei modello? Perché non uguali a sé stesse?
che reggevano l’edificio della sua definizione, scavare di più Un'analisi sufficientemente rigorosa delle rivendicazioni di
le cavità sopra le quali sta il monumento della sua identifi- uguaglianza mostra che sono ben fondate al livello di una
cazione, onde puntellare più solidamente la sua “dimora”, critica superficiale della società, ma utopiche come mezzo
cioè il rapporto sistematico con sé, il luogo chiuso delle sue di liberazione delle donne. Lo sfruttamento delle donne è
autorappresentazioni, dove abita nel suo esilio solitario di fondato sulla differenza sessuale, e non può risolversi che
“soggetto.” attraverso la differenza sessuale. Certe tendenze della no-
(da L. Irigaray, Speculum. L’altra donna, 1974 Ed. Feltrinelli) stra epoca, certe femministe di oggi rivendicano a gran vo-
ce la neutralizzazione del sesso. Tale neutralizzazione, se
11.3.2. Uguali o differenti? (Io tu noi) fosse possibile, corrisponderebbe alla fine della specie u-
mana. La specie umana è divisa in due generi, che ne assi-
[La mia] doppia formazione [psicoanalitica e filosofica] ha curano la produzione e la riproduzione. Voler sopprimere
fatto sì che la mia riflessione sulla liberazione delle donne la differenza sessuale equivale a evocare un genocidio più
si sviluppasse lungo una dimensione che non è la ricerca radicale di qualunque distruzione abbia mai potuto verifi-
dell'uguaglianza fra i sessi. Ciò non m'impedisce di parteci- carsi nel corso della storia. La cosa importante, invece, è
pare o di promuovere manifestazioni pubbliche per riven- definire valori di appartenenza a un genere per ciascuno
dicare questo o quel diritto per le donne … Ma perché que- dei due sessi. E indispensabile elaborare una cultura del

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sessuale, che ancora non esiste, nel rispetto dei due generi. prima di tutto ogni donna, si rendano conto dell'importan-
La successione storica delle epoche ginecocratiche, ma- za delle questioni che li riguardano, e che hanno a che fare
triarcali, patriarcali, fallocratiche ha fatto sì che noi ci tro- con il rispetto della vita e della cultura, con il passaggio in-
viamo culturalmente ad avere una posizione sessuale lega- cessante del naturale nel culturale, dello spirituale nel na-
ta alla generazione e non al genere in quanto sessuato: la turale. La responsabilità e l'opportunità delle donne corri-
donna deve essere madre e l'uomo padre, nella famiglia, spondono a una tappa dell'evoluzione del mondo e non a
ma siamo privi di valori positivi ed etici che permettano ai una qualche competizione più o meno lucida e negativa
due sessi della medesima generazione di formare una cop- all'interno di un mondo in trasformazione e dove la vita si
pia umana creatrice e non soltanto procreatrice. Uno dei trova per molti aspetti in pericolo. [...]
maggiori ostacoli alla costruzione e al riconoscimento di ta-
L'oblio delle genealogie femminili
li valori è l'influenza secolare, più o meno oscura, dei mo-
La questione dell'identità sessuata è una delle più impor-
delli patriarcali e fallocratici sulla nostra cultura. E un atto
tanti del nostro tempo. A mio avviso, per diverse ragioni:
di pura e semplice giustizia sociale riequilibrare questo po-
1) La differenza sessuale è necessaria alla conservazione del-
tere di un sesso sull'altro dando o ridando valori culturali
la nostra specie, non soltanto perché è il luogo della procre-
alla sessualità femminile. La questione oggi è più chiara di
azione ma anche perché è il luogo della rigenerazione della vita.
quando fu scritto II secondo sesso [Simone de Beauvoir].
[...]
Se non si supera questa tappa, il femminismo rischia di la-
2) Lo statuto della differenza sessuale è evidentemente lega-
vorare per la distruzione delle donne, e più in generale per
to a quello della nostra cultura e dei suoi linguaggi. L'eco-
la distruzione di ogni valore. E infatti l'ugualitarismo dedi-
nomia sessuale che noi conosciamo da secoli è così spesso
ca a volte una grande energia a rifiutare certi valori positivi
tagliata fuori da ogni elaborazione estetica, speculativa, re-
per inseguire il niente. Da cui le crisi, gli scoraggiamenti, le
almente etica, che questa idea di solito stupisce. [...] Alla
periodiche regressioni nei movimenti di liberazione delle
nostra maturità umana e all'avvenire della nostra civiltà
donne, la loro permanente non-iscrizione nella storia.
manca una cultura sessuata.
L'uguaglianza fra uomini e donne non può realizzarsi senza
3) La regressione della cultura sessuale si accompagna
un pensiero del genere in quanto sessuato e senza una ri-
all'instaurazione dì valori diversi, che si pretendono univer-
scrittura dei diritti e doveri di ciascun sesso, in quanto dif-
sali, i quali però si rivelano come il dominio di una parte
ferente, nei diritti e doveri sociali.
dell'umanità sull'altra, del mondo degli uomini su quello
I popoli continuano a dividersi in rivalità secondarie ma
delle donne. Questa ingiustizia sociale e culturale, oggi i-
micidiali senza prendere coscienza del fatto che la loro
gnorata, va interpretata e modificata per liberare le nostre
prima e irriducibile partizione è in due generi. Da questo
possibilità soggettive nei sistemi di scambio, nei mezzi di
punto di vista, siamo ancora nell'infanzia della cultura. È
comunicazione e di creazione. Soprattutto va messo in luce
urgente che le lotte delle donne, i nuclei sociali femminili, e
che noi viviamo secondo sistemi genealogici esclusivamen-

85
te maschili. Le nostre società, costituite in parti uguali da mente in risalto la tolleranza femminile. Ma, fino a prova
uomini e da donne, sono state generate da due genealogie e contraria, anche le figlie vengono generate dal seme ma-
non da una: madrifiglie e padrifigli (per non parlare schile. Non vengono prodotte per partenogenesi dalla ma-
delle genealogie incrociate: madrifigli, padrifiglie). Il dre, anche se il risultato dell'incontro di cromosomi ha co-
potere patriarcale si organizza attraverso la soggezione di me conseguenza la nascita di un bambino che le somiglia.
una genealogia all'altra. Così quella che oggi chiamiamo Le nostre società presentano quindi due mancanze, due ri-
struttura edipica come accesso all'ordine culturale è già or- mozioni, due ingiustizie o anomalie: i) le donne, che hanno
ganizzata all'interno di un'unica linea di filiazione maschile, dato la vita all'altro e lo hanno cresciuto in sé, vengono e-
senza che vi sia simbolizzazione della relazione della donna scluse dall'ordine dell'«uguale a loro» creato solo dagli uo-
con sua madre. I rapporti madri-figlie nelle società patrili- mini; 2) la bambina, pur concepita da un uomo e da una
neari sono subordinati alle relazioni tra uomini. donna, non è ammessa nella società come figlia del padre
allo stesso titolo del maschietto, ma rimane fuori della cul-
La cultura della differenza tura, custodita come corpo naturale buono per la procrea-
Il corpo femminile ha la prerogativa di tollerare in sé la zione.
crescita dell'altro, senza che nessuno dei due organismi vi- Le difficoltà delle donne a far riconoscere i loro diritti so-
venti si ammali, venga rigettato o muoia. Purtroppo, però, ciali e politici si basano su questa relazione non abbastanza
la cultura (in senso antropologico) ha quasi rovesciato il pensata tra biologia e cultura. Rifiutare, oggi, ogni spiega-
senso di questa economia del rispetto dell'altro. Ha adorato zione di tipo biologico - perché, paradossalmente, la biolo-
ciecamente, fino al feticismo religioso, il rapporto madre- gia è servita allo sfruttamento delle donne - significa rifiu-
figlio, ma non ha interpretato il modello di tolleranza tare la chiave d'interpretazione di questo sfruttamento. E
dell'altro in sé e con sé che questa relazione esprime. Il anche questo dipende dall'ingenuità culturale che risale
corpo delle donne, infatti, lascia uguali opportunità di vita all'instaurazione del regno degli dei-uomini: soltanto chi si
ai figli e alle figlie in esso concepiti per l'incontro di cromo- manifesta in forma d'uomo è figlio divino del padre, soltan-
somi maschili e femminili. to chi mostra una rassomiglianza immediata con il padre è
La cultura maschile si comporta in modo diverso. Si orga- legittimabile come figlio che vale.
nizza escludendo dalla propria società l'apporto che pro- I difformi o gli atipici vanno tenuti nascosti, con vergogna.
viene dall'altro sesso. Mentre il corpo femminile genera nel Loro, le donne, devono restare nella notte, tra i veli, in casa;
rispetto della differenza, il corpo sociale patriarcale si edi- sono decadute dalla loro identità in quanto non-
fica gerarchicamente, escludendo la differenza. In questa manifestazione delle forme che corrispondono ai cromosomi
costruzione sociale, l’altro-donna deve restare un substrato sessuati maschili.
naturale, il cui apporto rimane oscuro nel suo significato di Per ottenere uno statuto soggettivo equivalente a quello
relazione. Il culto del rapporto madre-figlio mette chiara- degli uomini, le donne devono quindi far riconoscere la lo-

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ro differenza. Devono affermarsi come soggetti che valgo- nell’evoluzione delle rappresentazioni del divino e delle
no, figlie di madre e di padre, rispettose dell'altro che è in concezioni dell’altro. Ciò che era condiviso tra tutti i figli
loro e capaci di esigere dalla società il medesimo rispetto. della madre (in particolare in quanto Terra) è divenuto
Ma l'intero ambito della loro identità deve essere costruito “accolto”, con una sfumatura di moralismo e paternalismo:
o ricostruito. [...] l’accoglienza dello straniero o di ciò che è strano, colui (o
colei) con il quale è difficile condividere e che è considera-
(da L. Irigaray, Io, tu, noi, 1990, Ed. Bollati Boringhieri) to, in misura minore o maggiore, inferiore a se stessi.
Per noi è impossibile tornare a quel tempo nel quale era-
11.3.3. L’ospitalità del femminile vamo tutti, uomini e donne, figli della madre. Tuttavia un
Verso un’ospitalità reciproca ritorno alla nostra naturale origine è necessario. E anche
In alcune culture il concetto di ospitalità non genera alcun impossibile praticare una coesistenza universale all’interno
problema. In queste culture, generalmente dominate di una cultura costruita nell’assenza del rispetto della no-
dall’elemento femminile, il mondo è aperto come la vita stra naturale appartenenza. Siamo quindi obbligati a co-
stessa. Tutti, uomini e donne, sono figli di una madre e in struire una nuova cultura per riuscire a praticare
modo particolare di madre Natura. Pace e ospitalità regna- l’ospitalità come coesistenza e non come semplice integra-
no. zione - imposta - dell’altro all’interno della nostra cultura,
Le culture dominate dall’elemento maschile, invece, hanno considerata come unico orizzonte nel quale è possibile vi-
imposto altri codici e altre prospettive, un’altra logica rela- vere. [...]
tiva all’economia naturale, un’economia vitale. I bambini La ricostruzione vitale di un’architettura spaziale
sono stati divisi da confini artificiali che nessuno, uomo o [...] Il primo gesto da compiere consiste nel non assimilare
donna che sia, condivide o comprende. l’altro alla o nella nostra cultura e nel non aspirare a
Le donne, le custodi dell’antica legge dell’ospitalità, sono un’unica cultura universale prima di aver imparato a tene-
state separate e rinchiuse, secondo diverse modalità, in re in considerazione la differenza (e le differenze) tra di
dimore appartenenti a diversi proprietari, nazioni, culture. noi. La cosa più importante è tentare di restituire a ognuno,
Sono state assoggettate a specifiche leggi estranee alla leg- uomo o donna, il luogo che è stato loro sottratto da una cul-
ge universale dell’amore, del desiderio, della generazione e tura il cui obiettivo era quello di dominare la natura trami-
della vita. te un linguaggio e una logica a essa paralleli. [...]
Il genere è stato confuso prima con la genealogia, senza te- Come possiamo quindi accogliere l’altro in quanto altro se
nere sufficientemente in considerazione l’appartenenza non siamo capaci di preparare uno spazio esterno al nostro
sessuata in quanto identità differenziata, e in seguito con la mondo per lui? L’altro è al di là del nostro orizzonte. Offrire
razza, a discapito della genealogia stessa. Le tracce di tale ospitalità significa essere capaci di percepire i limiti del no-
movimento si possono osservare in modo particolare stro mondo e di aprirlo per fare spazio a ciò che è oltre. Un
nell’evoluzione delle lingue (in quella greca per esempio), e oltre che non è definito in base al nostro presente, alla no-

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stra realtà terrestre (come la nostra tradizione ci ha inse- Le parole dell’accoglienza
gnato), ma un oltre in relazione al luogo nel quale viviamo Dobbiamo fare due cose: tornare all’origine della nostra
qui e ora, l’unico luogo al quale siamo abituati e al quale cultura ed elaborarne una nuova. Il nostro abituale lin-
apparteniamo il più delle volte inconsciamente. L’ospitalità guaggio non è in grado di intraprendere una tale impresa.
richiede che si diventi prima coscienti dei limiti di tale luo- Certo, può aiutarci a ragionare sul compito che dobbiamo
go e che si sia in grado di abbandonarlo senza rinunciare a realizzare, ma questo non corrisponde ancora al discorso
esso, in modo da essere capaci di accogliere un nuovo luogo che dobbiamo rivolgere all’altro, a un linguaggio di condivi-
che tuttavia non sarà mai il nostro. Dare ospitalità agli altri sione.
ci costringe a prendere atto degli a priori spaziali in cui Per rendere possibile questa condivisione è necessario
siamo venuti al mondo, siamo cresciuti e abbiamo appreso preparare uno spazio per il silenzio, così come era necessa-
cultura e a modificarli. Accettare gli altri significa avere rio preservare uno spazio vergine in relazione all’uno e
consapevolezza della relatività di ciò che ci è familiare, in- all’altro individuo per realizzare un incontro. Il primo gesto
clusa la sua struttura e organizzazione, e saper accettare il verbale che deve essere compiuto come segno di accoglien-
fatto che ciò che per noi è familiare non sia condiviso za è il silenzio. Un simile segnale di accoglienza mostra la
dall’altro, non sia universale. Questo è particolarmente es- volontà di lasciare il circolo del proprio discorso, l’usuale
senziale in relazione all’assoluto, l’Assoluto, che ha per- dimora del linguaggio, per ascoltare ciò che l’altro vuole di-
messo la chiusura dell’orizzonte della nostra cultura e ne re, vuole indirizzare a lui o lei, da un orizzonte del linguag-
ha garantito la coerenza. Infatti, questo assoluto, o Assolu- gio a essi sconosciuto. È un compito tutt’altro che semplice.
to, è spesso diverso da quello altrui, e se non siamo in gra- Si tratta nuovamente di un gesto, un semplice gesto lingui-
do di praticare una sospensione, una epoché, relativa alla stico, che può favorire la comunicazione tra persone appar-
nostra relazione con questo assoluto (Assoluto) non pos- tenenti a culture diverse. Una simile affermazione può
siamo incontrare l’altro. Senza dubbio potremmo mostrarci sembrare un paradosso, ma nello scambio verbale alcuni
caritatevoli, offrire ospitalità materiale o parentale, ma ciò modi di dire equivalgono più di altri a gesti. È il caso al li-
non equivale a proporre una condivisione tra due esseri vello delle parole stesse. [...]
umani adulti. Non andiamo oltre il comportamento pater-
La casa minima e universale
nalistico o materialistico nei confronti di un individuo che
Il gesto di ospitalità che rivolgiamo all’altro non può essere
consideriamo inferiore, più povero, infantile, con più ca-
ispirato da un semplice obbligo morale. Ciò equivarrebbe
renze naturali o spirituali rispetto a noi stessi. Sebbene
ad agire da superiori nei confronti dell’altro e a conservare
meglio di niente, ciò non corrisponde all’evoluzione cultu-
un atteggiamento ideale astratto che non consentirebbe
rale di cui abbiamo bisogno oggi.
uno scambio completo tra due soggetti differenti. Questo
Riaprire il circolo dell’orizzonte nel quale ci troviamo è
tipo di scambio è invece essenziale per incontrare chi non
quindi il primo gesto da compiere per affrontare la que-
condivide la nostra stessa cultura. Per fare in modo che tale
stione dell’alterità così come essa si presenta a noi oggi. [...]
incontro si realizzi, ognuno deve essere capace di essere e

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restare se stesso. Non è diventando uno, o Uno, con l’altro la coltivazione della nostra identità e della relazione con
che si offre vera ospitalità. Dobbiamo restare due. E questi l’altro nel rispetto delle nostre differenze, iniziando con la
due devono corrispondere a due entità complete e non a differenza che intercorre tra un genere e l’altro. Questo ri-
due parti di una singola unità, come spesso invece accade chiede la scoperta, e in parte la riscoperta, di una relazione
nelle nostre culture costruite su coppie di complementari o intima con noi stessi che ci consenta di restare in noi stessi
opposti: ad esempio, uomo e donna, o maschile e femmini- quando ci relazioniamo agli altri.
le. Una simile relazione verso e con noi stessi può essere defi-
Per dare ospitalità a qualcuno di un’altra cultura, e ancora nita amor di sé, ammesso che non confondiamo l’amor di sé
prima, di un altro genere o generazione, devo essere capace con l’autoerotismo. L’amor di sé indica un affetto molto più
di aprire il mio orizzonte conservando simultaneamente la completo dell’autoerotismo e fa riferimento più a un’abilità
capacità di rientrarvi anche se questo venisse modificato di rimanere in se stessi, come in una casa, che non a un ec-
dall’incontro con l’altro. È essenziale restare due, soprat- citamento localizzato e specifico e a una dispersione di e-
tutto due differenti. Ma questa differenza non può essere nergie. L’amor di sé deve evocare uno stato di raccoglimen-
semplicemente costruita, altrimenti non si sarà in grado di to in se stessi e di calma meditativa senza concentrazione
andare al di là dell’orizzonte di tale costruzione, in partico- su un tema preciso, un’attitudine praticata in alcune cultu-
lar modo non con le sole nostre forze e non da un momento re, più che un gesto di autoerotismo occidentale o un gesto
all’altro. Nella nostra epoca multiculturale, più siamo co- di natura religiosa fatto in relazione a una divinità definita
stretti a interfacciarci con chi o cosa è estraneo e distante come esterna rispetto a noi. Pare che la nostra cultura ab-
da noi, più dobbiamo scoprire cosa ci è proprio. Aprire il bia conosciuto queste condizioni, ma che le abbia gradual-
proprio mondo e se stessi, richiede la capacità di tornare a mente abbandonate per via di una tendenza del soggetto
casa. E la casa non può essere semplicemente una nazione, maschile occidentale a favorire l’attività, la dominazione
una regione, un’abitazione familiare e neanche una cultura della natura, la relazione soggetto-oggetto, e anche per via
o una lingua. È necessario fare ritorno a una casa situata di una predilezione per il “guardare a” rispetto al toccare,
ancora più alle origini, a una casa che abbiamo perso e di- per l’attività mentale rispetto a un’esperienza più completa.
menticato nell’elaborazione di tradizioni, leggi, ordini poli- [...]
tici e culturali che non sono in continuità con la nostra vera [Ho dato] solo alcuni sintomatici esempi di un’evoluzione
identità. È a questa identità che dobbiamo fare ritorno per- che ha portato alla dominazione culturale, sia umana sia
ché è condivisa da tutta l’umanità, perché è universale, a divina, di un genere e una genealogia sugli altri. Tale cultu-
prescindere dal fatto che l’universale è due: uomo e/o don- ra è maschile e fu imposta a discapito di una cultura di i-
na. L’umanità è differenziata in se stessa ed è tale differen- dentità naturale, a discapito di coloro che ne sono le custo-
za che rende possibile una cultura mondiale di ospitalità di: le madri, le donne. Tutti coloro che un tempo formavano
senza alcuna fusione o confusione, complementarità, do- la grande famiglia umana in quanto figli della madre, della
minazione o soggezione di uno rispetto all’altro. Una simile natura, sono stati divisi in diversi gruppi familiari non più
cultura mondiale di coesistenza non può svilupparsi senza organizzati secondo la legge universale della natura, ma se-

89
condo sistemi culturali adatti alle diverse modalità attra- Conclusioni
verso le quali l’uomo ha cercato di sostituire la legge della Per costruire una cultura universale abbiamo bisogno di
natura con il proprio ordine per differenziare se stesso. In differenze irriducibili, non quantitative. In altre parole, ab-
una tale molteplicità di famiglie o tribù umane, le differen- biamo bisogno di differenze che aprano il nostro orizzonte
ze geografiche ambientali, di tradizioni connesse a creden- a un oltre, a una trascendenza nei confronti del nostro stato
ze religiose, di razza, di generazione, e anche di ritmo di e del nostro essere nei quali già siamo, una trascendenza
sviluppo economico sono state mescolate. Tali differenze che sia rispettosa del nostro amor di sé e condivisibile da
sono eterogenee, dunque impossibili da gestire in un unico tutta l’umanità, senza alcuna gerarchia, dominazione o sog-
modo, poiché esse sono più o meno naturali o costruite, e gezione tra esseri umani. Una tale differenza esiste in natu-
non appartengono alla stessa epoca di evoluzione umana, ra: è la differenza tra generi, ammesso che si considerino le
alle stesse forme di scambio ecc. Ciò che esse hanno impli- nostre identità sessuate in maniera umana, che significa,
citamente in comune è il fatto di essere basate su una valu- come appartenenze non solo naturali ma anche culturali,
tazione quantitativa e gerarchica che impedisce che si av- che devono ancora svilupparsi adeguatamente. Non è lo
veri una coesistenza orizzontale nella differenza. I membri scambio di donne tra diversi gruppi di uomini che può con-
dei diversi gruppi possono interagire tra di loro solo attra- tribuire a una civilizzazione globale democratica, ma piut-
verso l’integrazione nei, o la sottomissione ai, gruppi o tosto la coltivazione di una condivisione nella differenza tra
membri considerati superiori, grazie a una compiacenza tutti gli esseri umani, come fratelli e sorelle. Una simile cul-
paternalistica, per mezzo di guerre che portano alla vittoria tura ci permetterebbe di prenderci cura della vita, di arric-
un ordine che si presume sia migliore o tramite chirla con l’energia generata dalla differenza tra i generi, di
l’imposizione di un modello universale astratto cosiddetto sviluppare il nostro amor di sé tenendo aperto l’orizzonte
neutro o neutrale. Sembra che lo scambio monetario odier- del nostro mondo grazie alla relazione verso e con l’altro
no sia strettamente collegato a un simile modello, ma que- che ci trascende. La differenza tra generi è un luogo che ri-
sto è anche ciò che mette a repentaglio l’umanità stessa chiede sia la fedeltà a se stessi sia l’accoglienza dell’altro
senza aver risolto alcun problema, soprattutto i problemi nella sua differenza. Questo luogo è condiviso da tutti gli
economici, che nascono da differenze quantitative tra i di- uomini, e al suo interno è possibile tessere, continuamente
versi gruppi umani. Il dilemma che dobbiamo risolvere oggi e a vari livelli, legami di ospitalità reciproca tra tutti, uomi-
è rappresentato dalla scelta che dobbiamo fare tra il rispet- ni e donne, indipendentemente dalle loro tradizioni, appar-
to della vita e la sottomissione dell’umanità intera a model- tenenze locali, razza o età. Grazie a tale luogo e alla tessitu-
li artificiali che mettono a rischio la vita stessa. Se vogliamo ra globale di legami rispettosi delle nostre differenze, è
preservare un futuro, il ritorno a un’identità naturale uni- possibile costruire una storia che soddisfi le esigenze attua-
versale e l’elaborazione di una cultura fedele a tale identità li, cercando di armonizzare il presente (e anche il passato)
sono necessari. con la prospettiva di costruire un futuro ancora possibile
per l’umanità.
(da L. Irigaray, L’ospitalità del femminile, 2013 Ed. Il melangolo)

90
INDICE 4. L'empirismo e i suoi esiti scettici 20
4.1 J. Locke, Il Saggio sull'intelletto umano 20
4.2 D. Hume, Le Ricerche sull'intelletto umano 21

5. Il nuovo intellettuale illuminista. 23


1. Filosofia e modernità. p. 1
5.1 D'Alembert: un tempo di grandi mutamenti 23
1.1 Moderno/Modernità 1
5.2 Kant: Che cos'è l'Illuminismo? 23
1.2 Modernizzazione e modernità 1
5.3 Il progetto dell'illuminismo 24
1.3 Il dibattito sulla modernità. Due voci 3
1.3.1 A. Touraine “Critica della modernità” 3
6. La rivoluzione copernicana in filosofia: I. Kant 28
1.3.2 Ch. Taylor “Il disagio della modernità” 5
6.1 Il tribunale della ragione: la Critica della ragion pura 28
6.2 La critica della metafisica 29
2.1 La nuova visione dell'uomo. Umanesimo e Rinascimento 9
6.3 La rivoluzione copernicana di Kant (K.Popper) 29
2.1.1 Pico della Mirandola: dignità e centralità dell’uomo 9
2.1.2 Marsilio Ficino L'uomo è 'copula mundi’ 10
7. Gli sviluppi della filosofia del soggetto e la sua crisi 32
7.1 Introduzione 32
2.2 La rivoluzione scientifica. Galileo Galilei 11
7.2 Due tesi a confronto: Hegel e Kierkegaard 33
2.2.1 "I discorsi nostri hanno a essere intorno …" 11
7.2.1 La filosofia idealista 33
2.2.2 La filosofia è scritta nel libro della natura … 11
7.2.2 Il vero è l’intero. L’idealismo assoluto (Hegel) 34
2.2.3 Scienza e fede 12
7.2.3 Il soggetto è razionalità, è processo (Hegel) 35
7.2.4 Il Singolo come possibilità e come scelta (Kierkegaard) 36
3. Il Cogito di Cartesio 14
3.1 Cartesio Il discorso sul metodo 14
8. I maestri del sospetto (Marx, Nietzsche, Freud) 39
3.2 Pascal vs. Cartesio. Le ragioni del “cuore” 15
8.1 “Ciò che gli individui sono dipende dalle condizioni
3.2.1 Contro Cartesio 15
materiali della loro produzione” (Marx) 39
3.2.2 La Ragione 15
8.2 La forza degli istinti e la volontà di potenza (Nietzsche) 42
3.2.3 L’uomo e la sua esistenza 15
8.2.1 Perché io sono un destino 42
3.2.4 Il “divertissement” (distrazione) 17
8.2.2 L’uomo folle. 42
3.2.5 Dio: La scommessa 18
8.2.3 La forza degli istinti 43
8.2.4 Istinto del gregge 44

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8.3 L'Io fra Es e Super-Io (Freud) p. 45 11.3 Una cultura della differenza (L. Irigaray) 82
8.3.1 La scoperta dell'inconscio 45 11.3.1 La crisi del soggetto “al maschile”. (Speculum) 82
8.3.2 L'apparato psichico dell'Io 50 11.3.2. Uguali o differenti? (Io tu noi) 84
11.3.3. L’ospitalità del femminile 87
9. Fenomenologia e filosofie dell’esistenza
(Husserl, Heidegger, Sartre) 52
9.1 La Fenomenologia 52
9.1.1 Coscienza e intenzionalità 53
9.1.2 Il “nuovo sguardo” 54
9.2 Essere ed Esser-ci (Heidegger) 55
9.3 L’Esistenzialismo è un umanismo (Sartre) 58

10. La critica della ragione strumentale


(Horkheimer, Adorno, Marcuse) 62
10.1 L’Eclisse della ragione. Mezzi e fini 62
10.2 L’Eclisse della ragione. Trionfo e decadenza dell’individuo 63
10.3 La dialettica dell’illuminismo 65
10.4 Gusci secchi e vuoti. La disintegrazione del soggetto 66
10.5 Oltre il fallimento 66
10.6 L'uomo a una dimensione (Marcuse) 66

11. Io e l’Altro 70
11.1 Essere per l’Altro (Lévinas) 70
11.1.1 La “responsabilità per altri” 71
11.1.2 Il volto d’Altri e la coscienza 72
11.1.3 La relazione con il volto è immediatamente etica 74
11.1.4 Epifania del volto 75
11.2. Sé come un altro (P. Ricoueur) 76
11.2.1 La persona 79

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