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I metodi elettro-magnetici utilizzano sorgenti di natura elettro-magnetica per energizzare il terreno.

Tali

sorgenti possono essere sia di origine naturale che di origine artificiale.

Quando queste onde penetrano nel sottosuolo interagiscono con la materia: l’obiettivo fondamentale

della Geofisica è capire come i vari sistemi rocciosi interagiscono con un’onda elettromagnetica.

Ogni roccia, però, non è caratterizzata da un unico valore del parametro fisico, bensì da un range di valori

di quel parametro che va da un minimo ad un massimo. Il valore del parametro fisico è indice dello stato

fisico della struttura oggetto di studio.

METODI E PARAMETRI

Con i metodi elettro-magnetici è possibile misurare potenziali, correnti e campi elettromagnetici che sono

generati naturalmente, o sono indotti artificialmente, nel sistema-Terra.

I metodi elettro-magnetici includono:

1. il potenziale spontaneo (SP)  polarizzazione;

2. il metodo magnetotellurico (MT)  resistività;

3. il metodo geoelettrico  resistività;

4. il metodo elettromagnetico (EM)  resistività/costante dielettrica;

5. la polarizzazione indotta (IP)  caricabilità/costante temporale.

Essi possono essere classificati in base alla natura dell’energia coinvolta che può essere naturale (i primi

due) o artificiale (gli ultimi tre).


IL CAMPO FISICO

Un campo fisico è una regione di spazio in cui si può definire punto per punto il valore di una grandezza.

Esso può essere scalare o vettoriale:

- scalare, una funzione che associa uno scalare ad ogni punto dello spazio. Ad esempio

considerando la temperatura, se si riesce a dare un valore della temperatura per ogni punto dello

spazio indagato si definisce un campo di temperatura;

- vettoriale, funzione che associa ad ogni punto di una regione di uno spazio un vettore dello spazio

stesso. Ad esempio considerando la velocità, se si riesce a definire, per ogni punto dello spazio

indagato, la velocità di un corpo (fornendo l’intensità di velocità, la direzione ed il verso) si

definisce un campo delle velocità.

Il campo fisico, in più, può essere statico o dinamico:

 il campo fisico statico è il campo di una grandezza fisica che non varia nel tempo;

 il campo fisico dinamico, invece, è il campo di una grandezza fisica che varia nel tempo.

Ad esempio, se si immette nel terreno una corrente stazionaria (che non varia nel tempo) continua, tale

corrente genera un campo elettrico stazionario (campo fisico statico).

Se, invece, si immette nel terreno un’onda elettromagnetica che varia nel tempo (ed in frequenza) si

genera un campo fisico dinamico.

LA PROSPEZIONE GEOFISICA

La prospezione geofisica è di tipo non-distruttivo, perché è in grado di valutare le proprietà del sottosuolo

attraverso indagini indirette.

Quindi, si pone sul terreno un sistema per l’invio di una sorgente artificiale (o si utilizza una sorgente

naturale) ed un registratore che misura la risposta del terreno al campo che è stato propagato nel

sottosuolo.
I principi teorici su cui si basano tutti i metodi di prospezione geofisica fanno riferimento alle leggi della

fisica classica, ad esempio:

- le leggi di Maxwell, se ci si riferisce alle prospezioni elettriche ed elettromagnetiche;

- le leggi di Hook, Snell ed il Principio di Huygens, se ci si riferisce alla prospezione sismica;

- la legge di Newton, nel caso delle prospezioni gravimetriche.

Quindi, ogni metodo lavora su principi dettati dalle leggi della fisica classica.

Se si vuole schematizzare il processo di funzionamento di una prospezione geofisica, si può fare

riferimento a questo schema a blocchi:

𝐹⃗ (𝑟⃗, 𝑡) è il segnale d’ingresso, che può essere sia vettoriale che scalare (in generale però è un campo

vettoriale, perché il campo scalare non è altro che un caso particolare di campo vettoriale). Si tratta di un

campo (funzione) che dipende da 𝑟⃗ (posizione) e da 𝑡 (tempo).

Queste sorgenti (sia di origine naturale che artificiale) sono funzioni fisiche che dipendono dallo spazio e

dal tempo:

- dallo spazio, a causa dell’eterogeneità della Terra (il sottosuolo è diverso da punto a punto).

L’onda si trasforma in virtù del mezzo che sta attraversando, quindi deve necessariamente

dipendere dalla posizione. Per cui, uno stesso campo si comporterà in modo diverso a seconda di

dove viene immesso;

- dal tempo perché vi sono alcuni metodi la cui risposta dipende dal tempo.

Quindi si introduce la funzione di ingresso nel sistema, essa si trasforma in base alle caratteristiche fisiche

del mezzo che sta attraversando, e la registrazione in uscita 𝐺⃗ (𝑟⃗, 𝑡) è una funzione (un campo) che
dipende dal punto in cui viene osservato, ed è collegata alla funzione di ingresso da un parametro ℎ che

viene definito funzione di trasferimento del sistema , che indica come il sistema ha trasferito il segnale

d’ingresso nel segnale d’uscita (cioè come è avvenuto il trasferimento) ovvero la proprietà fisica che è

intervenuta nella modifica del segnale di ingresso.

Ad esempio, consideriamo 𝐹⃗ (𝑟⃗, 𝑡) come intensità di corrente (𝐼), 𝐺⃗ (𝑟⃗, 𝑡) differenza di potenziale (∆𝑉),

ℎ resistività: se si immette nel sottosuolo una corrente continua (𝐹) si misura una differenza di potenziale

(𝐺) e queste due grandezze sono collegate dalla legge di Ohm:

∆𝑉
=𝑅
𝐼

∆𝑉(𝐺) = 𝐼(𝐹) ∙ 𝑅(ℎ)

Questo, però, è vero solo se il terreno è omogeneo, cioè se il parametro fisico che si sta misurando è lo

stesso in ogni suo punto (e nel tempo).

Quindi, conoscendo l’ingresso (in quanto siamo noi ad inserirlo), registriamo l’uscita e si può ricavare la

funzione di trasferimento.
CONCETTI DI OPERATORI MATEMATICI

LA DERIVATA

La derivata di una funzione:

𝑓(𝑥) − 𝑓(𝑥0 )
𝑓 ′ (𝑥) = lim
𝑥→𝑥0 𝑥 − 𝑥0

definisce in che modo varia una grandezza fisica rispetto alla sua variabile correlata.

IL GRADIENTE

Si consideri una funzione scalare 𝑓 con variabili spaziali 𝑥, 𝑦, e 𝑧, quindi 𝑓(𝑥, 𝑦, 𝑧). Ogni punto della

funzione 𝑓 sarà caratterizzato da 3 coordinate.

Si costruisca, in ogni punto dello spazio, un vettore le cui componenti 𝑥, 𝑦, e 𝑧 siano uguali alle derivate

parziali della funzione 𝑓(𝑥, 𝑦, 𝑧). Tale vettore prende il nome di gradiente di 𝒇 (grad𝑓 o ∇𝑓):

𝜕𝑓 𝜕𝑓 𝜕𝑓
⃗∇⃗𝑓 = 𝑢𝑥 +
⃗⃗⃗⃗⃗ 𝑢𝑦 +
⃗⃗⃗⃗⃗ 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝑧

Il gradiente è caratterizzato da tre componenti:

𝜕𝑓
1. 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗
𝜕𝑥 𝑥
 derivata parziale rispetto a 𝑥 per il versore* lungo 𝑥;

𝜕𝑓
2. 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗
𝜕𝑦 𝑦
 derivata parziale rispetto a 𝑦 per il versore* lungo 𝑦;

𝜕𝑓
3. 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗  derivata parziale rispetto a 𝑧 per il versore* lungo 𝑧.
𝜕𝑧 𝑧

⃗⃗𝑓 è un operatore di derivazione, che agisce su una funzione scalare e ne calcola le derivate:

- parziali se è una funzione a più variabili,

- se invece si tratta di una funzione ad una sola variabile sarà totale.


Questo operatore indica quanto rapidamente varia la funzione nell’intorno di un punto. Ad esempio: la

sua componente 𝑥 è la derivata parziale di 𝑓 rispetto a 𝑥 ed indica quanto rapidamente varia 𝑓 quando ci

si muove lungo 𝑥.

⃗⃗𝑓 in un punto qualsiasi è quella in cui, a partire da quel punto, ci si deve muovere per
La direzione di ∇

trovare l’incremento più rapido della funzione 𝑓.

Quindi, il gradiente rappresenta la direzione di massimo incremento di una funzione.

LA DIVERGENZA

La divergenza è una quantità scalare che determina la tendenza delle linee di flusso di un campo

vettoriale a confluire (convergere) verso una sorgente o diramarsi (divergere) da essa. Tale

comportamento può essere descritto considerando una regione di spazio e osservando il flusso (uscente

o entrante) del campo vettoriale attraverso la superficie (chiusa) che delimita tale regione: se il flusso è

uscente il campo si comporta come se all'interno della regione ci fosse una "sorgente", mentre se è

entrante è come se ci fosse un "pozzo".

Consideriamo un volume finito 𝑉 di forma qualsiasi e superficie 𝑆, il flusso

di una qualunque grandezza attraverso questo volume è dato

dall’integrale, esteso alla superficie che racchiude il volume, della

funzione moltiplicato scalarmente per 𝑆:

Φ = ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗
𝑆

La definizione di divergenza di un campo è ottenuta considerando il caso in cui la regione di spazio si

restringe fino a diventare un punto: si tratta del limite, per il volume della regione che tende a zero, del

rapporto tra il flusso del campo attraverso la superficie e il volume stesso.

1
𝑑𝑖𝑣𝐹⃗ = lim ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗
𝑉→0 𝑉 𝑆
Ovviamente quel limite deve esistere perché se non esiste significa che la derivata diverge (una funzione

è derivabile se è continua in un dominio di definizione). Matematicamente una funzione divergente è

ammissibile, ma in campo fisico no perché non possono esistere fenomeni indefiniti.

Dalla relazione precedente si deduce che:

∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗ = ∫ 𝑑𝑖𝑣𝐹⃗ 𝑑𝑉
𝑆 𝑉

cioè, il flusso di un campo vettoriale attraverso una superficie 𝑆 che racchiude il volume 𝑉 è uguale

all’integrale esteso al volume della divergenza.

Questa relazione rappresenta il Teorema di Gauss (o della divergenza).

La divergenza è un operatore dato da nabla moltiplicato scalarmente per un vettore:

⃗∇⃗ ∙ 𝐹⃗

ciò vuol dire che il risultato è uno scalare.

Quindi, la divergenza mira a valutare l’intensità delle sorgenti:

- la divergenza del campo gravitazionale indica la densità di materia in un punto;

- la divergenza del campo “corrente di calore” indica la presenza di sorgenti o pozzi di calore nello

spazio;

- la divergenza del campo elettrico indica la presenza di densità di carica;

- la divergenza del campo magnetico è sempre nulla perché non esistono sorgenti magnetiche

elementari (la sorgente più semplice è un dipolo). Ecco perché il campo magnetico è detto

solenoidale (𝑑𝑖𝑣 = 0).


IL ROTORE

Il rotore di un campo vettoriale tridimensionale è un operatore vettoriale che ne descrive

la rotazione infinitesima, associando a ogni punto dello spazio un vettore. Si tratta di un vettore allineato

con l'asse di rotazione; il suo verso è coerente con quello della rotazione secondo la regola della mano

destra e la sua lunghezza è il valore della circuitazione del campo (la sua integrazione lungo un percorso

chiuso) per unità di area.

Il rotore è definito nel limite in cui la curva di integrazione si riduce ad un punto, ossia nel limite in cui la

superficie (𝑆) delimitata dalla linea 𝐿 tende ad annullarsi:

1
𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ = lim ∮ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗
𝑆→0 𝑆 𝐿

L’operazione ⃗∇⃗ × 𝐹⃗ fornisce come risultato un vettore in quanto le superfici sono orientate, quindi

scegliamo come direzione quella perpendicolare alla superficie e verso dato dalla regola della mano destra

(se si percorre la linea in senso antiorario il verso è uscente dalla superficie, se si percorre in senso orario

il verso è entrante).

Dalla relazione precedente si ricava:

∮ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗ = ∫ 𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗


𝐿 𝑆

Questa relazione rappresenta il Teorema di Stokes (o teorema del rotore) che afferma che la circuitazione,

ossia l’integrale del campo 𝐹 lungo un circuito chiuso 𝐿 è uguale all’integrale esteso alla superficie 𝑆

(superficie chiusa dal percorso chiuso 𝐿) del rotore di 𝐹 scalare 𝑑𝑆.

Il vettore rotore è costituito da tre componenti: 𝑥, 𝑦 e 𝑧:

𝜕𝐹𝑧 𝜕𝐹𝑦 𝜕𝐹𝑥 𝜕𝐹𝑧 𝜕𝐹𝑦 𝜕𝐹𝑥


𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ = ( − )𝑢
⃗⃗𝑥 + ( − )𝑢
⃗⃗𝑦 + ( − )𝑢
⃗⃗
𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝜕𝑧 𝜕𝑥 𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝑧
Il rotore è un operatore dato da nabla moltiplicato vettorialmente per un vettore:

⃗⃗ × 𝐹⃗

Siccome il risultato prodotto vettoriale tra due vettori ha direzione perpendicolare al piano che li contiene:

la componente 𝑧 fa riferimento al piano 𝑋𝑌, la componente 𝑥 fa riferimento al piano 𝑌𝑍 e la componente

𝑦 fa riferimento al piano 𝑋𝑍.

LA CORRENTE ELETTRICA

Una corrente elettrica è un flusso ordinato di cariche per effetto di un campo esterno applicato.

Per generare una corrente elettrica bisogna applicare un campo elettrico, ma non è detto che se si applica

un campo elettrico si genera corrente elettrica in quanto se non ci sono cariche nel sistema non si crea un

moto ordinato di cariche.

La corrente elettrica si può propagare nelle rocce e nei minerali (nei mezzi in genere) in tre modi:

1. conduzione di tipo elettronico (o ohmica);

2. conduzione di tipo elettrolitico;

3. conduzione di tipo dielettrico.

La conduzione elettronica è la tipica modalità di conduzione elettrica in materiali contenenti cariche

libere, come i metalli.

La conduzione elettrolitica è dovuta al trasporto di cariche da parte di ioni.

La conduzione dielettrica è tipica di materiali cattivi conduttori, o addirittura isolanti, che hanno poche

cariche libere, o addirittura nessuna.

In particolare, la corrente elettrica si definisce stazionaria quando il moto delle cariche non varia nel

tempo, cioè se attraverso una certa sezione di sottosuolo passa la stessa quantità di cariche elettriche.
Se si applica un campo elettrico (ossia creare una differenza di potenziale) ad un conduttore metallico si

crea un moto di cariche negative verso il polo positivo. Per convenzione, il flusso della corrente va dal polo

positivo al polo negativo.

Per intensità di corrente (𝐼) si intende la quantità di carica (ossia il numero di portatori) che attraversa la

sezione (𝑆) del conduttore nell’unità di tempo.

Se ci sono molti portatori di carica vuol dire che nell’unità di tempo passano tante cariche attraverso la

sezione.

L’unità di misura dell’intensità di corrente elettrica è l’Ampere (𝐴).

La densità di corrente (𝐽) esprime il numero di portatori di carica che insistono su una superficie:

𝐼 𝐴
𝐽= = 2
𝑆 𝑚

Un conduttore è definito come un materiale di resistività inferiore a 10−5 Ω𝑚, invece un isolante è un

materiale avente resistività maggiore di 107 Ω𝑚. All’interno di questo range di valori di resistività ricadono

i materiali semiconduttori.

I metalli e la grafite sono tutti conduttori; essi contengono un grande numero di cariche libere aventi una

grande mobilità. Anche i semiconduttori conducono corrente grazie alle cariche libere ma il loro numero

è inferiore a quello presente nei materiali conduttori. Gli isolanti sono caratterizzati da legami ionici per
cui gli elettroni di valenza non sono liberi di muoversi; in questo caso i portatori di carica devono superare

una barriera di potenziale maggiore rispetto a quella presente nei semiconduttori e nei conduttori.

Un’altra differenza tra conduttori e semiconduttori è da ritrovarsi nelle loro variazioni con la temperatura:

i conduttori variano inversamente con la temperatura ed hanno i massimi valori di conducibilità per valori

di temperatura intorno ai 0𝐾. I semiconduttori, invece, si comportano come isolanti a basse temperature.

Le rocce ed i minerali vengono classificati come buoni (a), medi (b) e cattivi (c) conduttori in base ai loro

valori di resistività. Rispettivamente:

a) minerali di resistività da 10−8 a 1Ω𝑚;

b) minerali e rocce di resistività da 1 a 107 Ω𝑚;

c) minerali e rocce di resistività maggiore di 107 Ω𝑚.

Il primo gruppo include metalli, grafite e solfuri. Buona parte degli ossidi, minerali e rocce porose

contenenti acqua sono conduttori intermedi. I più comuni rock-forming minerals (silicati, fosfati e

carbonati) sono cattivi conduttori.

LA FORZA ELETTROMOTRICE

Per poter mettere in moto le cariche bisogna applicare una differenza di potenziale costante (se non lo

fosse la corrente non sarebbe più stazionaria). Esistono molti dispositivi elettrici in grado di mantenere i

loro terminali (chiamati poli) a potenziali diversi (cioè sono in grado di fornire sempre la stessa quantità

di energia), ad esempio la pila e la batteria, che sono in grado di mantenere un campo elettrico all’interno

del conduttore e quindi far fluire al suo interno una corrente stazionaria.

Simbolo della pila.


Un generatore di forza elettromotrice è caratterizzato da due elettrodi a polarità opposta tra i quali esiste

una differenza di potenziale chiamata ∆𝑉 che la pila (o la batteria) è in grado mantenere tramite reazioni

chimiche. Si ha quindi la trasformazione di energia chimica in energia elettrica.

Quindi, se si collegano le estremità di un conduttore (un filo di rame o il terreno) di lunghezza 𝑑 ai due

poli della pila, si genera nel conduttore un campo elettrico (𝐸) dato dal rapporto tra la differenza di

potenziale generata dalla pila e la lunghezza del conduttore:

∆𝑉
𝐸=
𝑑

Tale campo agisce sulle cariche libere del

conduttore stabilendo un moto ordinato di

cariche (ovvero, una corrente elettrica) che

fluisce dal conduttore all’interno della pila e

nuovamente nel conduttore. Si genera così un

circuito elettrico, ossia un flusso di cariche che

escono dall’elettrodo positivo ed entrano in

quello negativo.

Questa corrente ha lo scopo di non far annullare il campo elettrico all’interno del conduttore altrimenti

non si avrebbe più la sorgente all’interno del mezzo, quindi non si può capire come il mezzo reagisce al

passaggio della corrente.

Quindi, affinché ci sia un moto ordinato di cariche elettriche, cioè affinché ci sia una corrente, è necessario

che ci sia un campo elettrico.

Per convenzione il verso della corrente è quello del movimento dei portatori di carica positiva, quindi è

uguale a quello del campo elettrico. Infatti la corrente esce dal polo positivo ed entra in quello negativo.

Però, all’interno della pila la carica negativa esce dall’elettrodo negativo e va verso quello positivo. Quindi,

all’interno della pila, il verso in cui circolano le cariche è opposto a quello della corrente.
LE EQUAZIONI DI MAXWELL

In fisica, in particolare nell'elettromagnetismo, le equazioni di Maxwell costituiscono le leggi fondamentali

che governano l'interazione elettromagnetica.

Le equazioni di Maxwell possono essere espresse sia in forma integrale (o globale) che in forma

differenziale (o locale): le equazioni di Maxwell in forma integrale descrivono il sistema a livello globale

quindi descrivono l’interazione all’interno di volumi o superfici (a livello macroscopico), non forniscono

caratteristiche puntuali quindi non sono di interesse geofisico dato che in questo campo interessano le

caratteristiche puntuali (fornite dalle equazioni di Maxwell in forma differenziale o locale).

LE EQUAZIONI DI MAXWELL IN FORMA INTEGRALE

La prima equazione di Maxwell è la Legge dell’induzione elettromagnetica di Faraday che afferma che la

variazione del campo elettrico (𝐸) lungo un percorso chiuso 𝐿 è uguale al flusso cambiato di segno del

vettore induzione magnetica (𝐵) attraverso la superficie 𝑆:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∮ 𝐸(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑑𝑠 = − ∫ ∙ 𝑛 𝑑𝑆
𝑆 𝜕𝑡

Questo concetto esprime che il campo magnetico è generato da cariche in movimento, infatti Ampere

dimostrò che il campo magnetico prodotto da un sorgente dipolare può essere assimilata al campo

generato da un filo percorso da corrente elettrica. Quindi esiste una relazione tra campo elettrico e campo

magnetico.

La seconda equazione di Maxwell è la Legge della circuitazione di Ampere che afferma che la circuitazione

del vettore campo magnetico è uguale al flusso totale di carica elettrica che attraversa nell’unità di tempo

la superficie 𝑆 delimitata dalla linea 𝐿:

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
∮ 𝐻(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑑𝑠 = ∫ (𝐽(𝑟, 𝑡) + ) ∙ 𝑛 𝑑𝑆
𝑆 𝜕𝑡

Ciò significa che la variazione del campo magnetico lungo la linea chiusa 𝑆 genera una corrente.
Nell’equazione 𝐽 rappresenta la densità di corrente di conduzione, mentre 𝐷 rappresenta la densità di

corrente di spostamento, ciò vuol dire che individuano due diverse tipologie di corrente, una legata alle

caratteristiche di conduzione del mezzo ed un’altra legata alle caratteristiche dielettriche del mezzo.

Se nel sottosuolo non sono presenti materiali dielettrici ma solo materiali conduttori:

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
=0
𝜕𝑡

Se, invece, sono presenti materiali dielettrici e non sono presenti conduttori:

𝐽(𝑟, 𝑡) = 0

Nei casi più generali coesistono entrambi i contributi, ovvero il contributo dovuto alle cariche di

conduzione e quello dovuto alle cariche di spostamento. Quindi, in generale, la corrente abbina fenomeni

di conduzione a fenomeni di spostamento.

Quindi, in sostanza, la seconda equazione di Maxwell afferma che un flusso di corrente (dovuto a cariche

di conduzione e di spostamento) che passa attraverso una superficie 𝑆 genera un campo magnetico.

Le altre due equazioni fanno riferimento alla divergenza.

La terza equazione di Maxwell è la Legge di Gauss elettrica che afferma che

il flusso della densità di corrente elettrica attraverso una superficie chiusa (S) è pari alla variazione

della carica elettrica situata nel volume racchiuso dalla superficie:

∫ 𝐷(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑛 𝑑𝑆 = ∫ 𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡) 𝑑𝑉
𝑆 𝑉

L’ultima equazione di Maxwell è la Legge di Gauss magnetica che esprime la natura solenoidale del flusso

di induzione magnetica:

∫ 𝐵(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑛 𝑑𝑆 = 0
𝑆

Quindi il flusso di induzione magnetica attraverso una superficie chiusa è nullo.


LE EQUAZIONI DI MAXWELL IN FORMA DIFFERENZIALE

Ora si può passare dalle equazioni di Maxwell espresse in forma integrale a quelle espresse in forma

differenziale, per comprendere come si comportano i campi punto per punto:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐽(𝑟, 𝑡) +
𝜕𝑡

∇ ∙ 𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)

∇ ∙ 𝐵(𝑟, 𝑡) = 0

Le equazioni di Maxwell (espresse sia in forma integrale che in forma differenziale) descrivono il

comportamento (ossia la propagazione nella materia) di una qualsiasi onda elettromagnetica che è

composta da una componente elettrica ed una magnetica che sono strettamente legate tra loro.

Si tratta di risolvere un sistema ricavando i parametri incogniti (𝐸, 𝐻, 𝐷 e 𝐵)

Per studiare il moto di un’onda elettromagnetica bisogna

fissare un sistema di riferimento (𝑥, 𝑦, 𝑧).

N.B.: in geofisica l’orientamento positivo di 𝑧 è fissato verso

il basso perché si è interessati alla profondità, mentre il

piano 𝑥𝑦 rappresenta il piano campagna.

Il campo è generato nel punto 𝐸, quindi 𝑟 è il vettore di

posizione del punto in cui si crea il campo rispetto al sistema

di riferimento. 𝑟 si può esprimere in termini delle tre componenti del campo (𝐸𝑥 , 𝐸𝑦 , 𝐸𝑧 ). Quindi

l’equazione si scinde in tre equazioni: una per la componente 𝑥, una per la componente 𝑦 ed una per la

componente 𝑧.
Ogni equazione di Maxwell in forma differenziale può essere scissa in tre equazioni (una per ogni

componente), si ha quindi a che fare con un sistema a 12 equazioni.

Le incognite sono 16 (le componenti di ogni vettore): 𝐸𝑥 , 𝐸𝑦 , 𝐸𝑧 ; 𝐵𝑥 , 𝐵𝑦 , 𝐵𝑧 ; 𝐻𝑥 , 𝐻𝑦 , 𝐻𝑧 ; 𝐷𝑥 , 𝐷𝑦 , 𝐷𝑧 ;

𝐽𝑥 , 𝐽𝑦 , 𝐽𝑧 ; 𝜌𝑐 (che è uno scalare quindi non ha componenti).

Il sistema è composto quindi da 12 equazioni e 16 incognite per cui non è risolvibile, perché per risolvere

un sistema di equazioni il numero delle incognite deve essere pari al numero delle equazioni linearmente

dipendenti.

Maxwell è riuscito a sviluppare altre 4 equazioni in modo tale da poter risolvere questo sistema.

La prima è l’Equazione di continuità (o principio di conservazione della carica): la divergenza della densità

di corrente in un punto è uguale all’opposto della variazione nel tempo della densità di carica:

𝜕𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)
∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

Quindi se una carica 𝜌𝑐 entra nel sistema e nel tempo questa carica fluisce attraverso una superficie 𝑆, la

quantità che esce deve essere uguale a quella che è entrata perché altrimenti non si ha continuità, quindi

l’equazione di continuità lega la densità di corrente alla densità di carica.

Le altre tre equazioni sono state trovate sperimentalmente: Maxwell notò che se si applica un campo

magnetico in un materiale si genera una risposta che dipende dalle proprietà del mezzo.

Per la seconda equazione: se si ha un sottosuolo omogeneo e si immette un campo magnetico nel

sottosuolo si genera un campo di induzione magnetica che dipende dall’input, mentre l’output dipende

da 𝜇 ossia la permeabilità magnetica, cioè la capacità di un materiale di lasciarsi attraversare da un campo

magnetico:

𝐵(𝑟, 𝑡) = 𝜇𝐻(𝑟, 𝑡)

Ad esempio, se il mezzo è un calcare, il vettore induzione magnetica 𝐵 = 0 perché il calcare non contiene

materiali magnetizzabili. Viceversa, se si induce un campo magnetico in un deposito di grafite si genera


un campo di induzione magnetica elevatissimo perché la grafite ha una permeabilità magnetica molto

alta.

Lo stesso vale per la terza equazione: se si applica un campo elettrico 𝐸 ad un materiale dielettrico avente

costante dielettrica 𝜀, il vettore induzione elettrica 𝐷 (che definisce l’entità della corrente di spostamento)

è influenzato da 𝜀:

𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜀𝐸(𝑟, 𝑡)

Se il materiale non è per niente dielettrico, 𝐷 = 0.

La quarta equazione (che in sostanza è la legge di Ohm scritta in forma vettoriale*) afferma che se si

applica un campo elettrico ad un mezzo si osserverà una densità di corrente proporzionale al campo

applicato attraverso un parametro che esprime la capacità di un mezzo di condurre corrente, ovvero la

conducibilità:

𝐽(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) 𝑜 𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝜌𝐽(𝑟, 𝑡)

*La Legge di Ohm scritta in forma scalare è:

∆𝑉
𝑅=
𝐼

dove:

- 𝑅 è la resistenza elettrica caratteristica del conduttore;

- ∆𝑉 è la differenza di potenziale elettrico;

- 𝐼 è l’intensità di corrente elettrica.

La resistenza (𝑅) dipende da alcune caratteristiche fisiche e geometriche del conduttore:

- dalla resistività 𝜌;

- dalla sua lunghezza 𝑙;

- dalla sua sezione 𝑆.


Si consideri il caso di un conduttore composto da un solo materiale, di sezione uniforme e flusso di

corrente al suo interno uniforme, per cui:

𝑙
𝑅=𝜌
𝑆

da cui:

𝑆
𝜌 = 𝑅 [𝑂ℎ𝑚 ∙ 𝑚]
𝑙

dove:

- 𝑆 è la sezione del conduttore cilindrico e vale 2𝜋𝑟 2 .

Sostituendo il valore di 𝑅 nella legge di Ohm scritta in forma scalare si ottiene:

𝑙 ∆𝑉 ∆𝑉 𝑆
𝜌 = →𝜌= ∙
𝑆 𝐼 𝐼 𝑙

Sapendo che un campo elettrico (𝐸) è dato dal rapporto tra la differenza di potenziale generata dalla pila

e la lunghezza del conduttore:

∆𝑉
𝐸=
𝑙

si ottiene:

𝑆 𝐼
𝜌=𝐸 →𝐸=𝜌
𝐼 𝑆

Dalla definizione di densità di corrente (𝐽) come il numero di portatori di carica che insistono su una

superficie:

𝐼
𝐽=
𝑆

Si ottiene:

𝐸 = 𝜌𝐽
Si è così dimostrato che la terza relazione costitutiva è la legge di Ohm scritta in forma vettoriale.

Queste ultime tre relazioni lineari, cioè che all’aumentare dell’input aumenta proporzionalmente anche

l’output, valgono se i mezzi sono omogenei.

Queste tre relazioni sono fondamentali perché descrivono in che modo le proprietà fisiche del mezzo

interagiscono con i campi che applichiamo in esso e prendono il nome di relazioni costitutive perché

fanno parte della costituzione del materiale, cioè a parità di campo (elettrico o magnetico), la risposta è

fortemente influenzata dal materiale di cui è costituito il corpo in cui il campo si propaga.

Riprendendo lo schema a blocchi:

 per la prima equazione la funzione di trasferimento del sistema ℎ è 𝜇;

 per la seconda equazione ℎ è 𝜀;

 per la terza equazione ℎ è 𝜎 o 𝜌.

L’obbiettivo del geofisico è inviare un campo elettromagnetico nel sottosuolo, misurare la risposta in un

punto diverso ed osservare come è cambiato l’output rispetto all’input. Il cambio è dovuto alle proprietà

fisiche del mezzo.

Il fine ultimo della prospezione geofisica è, quindi, ottenere una rappresentazione del sottosuolo in

termini di parametri fisici che consente di ricavare un modello fisico-matematico che deve essere

trasformato in un modello geologico-strutturale, ossia associare alla distribuzione dei valori dei parametri

strutture e/o litologie che hanno dato origine a quel modello fisico.
Le relazioni costitutive, e quindi la propagazione di un qualsiasi tipo di onda nel sottosuolo, dipendono

fortemente dalle caratteristiche fisiche del mezzo che si va ad indagare. Le caratteristiche fisiche più

importanti di un mezzo sono:

- linearità: un mezzo si dice lineare quando ad una combinazione lineare di cause, corrisponde una

combinazione lineare di effetti secondo gli stessi coefficienti, cioè se si inducono tre campi nel

sottosuolo, quello che si osserverà sarà una combinazione lineare degli effetti dei singoli campi;

- omogeneità: un mezzo si dice omogeneo se le caratteristiche del mezzo non sono funzioni delle

coordinate del punto e dell'istante considerato, cioè se si osserva la risposta del mezzo in vari

punti, la caratteristica del mezzo è sempre la stessa. Quindi si osserveranno delle uscite che fanno

sì che la funzione di trasferimento sia sempre la stessa. Ciò vale anche se si fanno misure continue

nel tempo;

- isotropia: un mezzo si dice isotropo se, qualsiasi sia l'orientamento delle cause, gli effetti sono

allineati con le cause stesse, cioè non esistono direzioni privilegiate, ossia la risposta è orientata

con la direzione di applicazione del campo;

- dispersività nel dominio del tempo: un mezzo si dice dispersivo nel dominio del tempo se gli effetti

(𝐵 o 𝐷 e 𝐽), ad un certo istante di tempo 𝑡, dipendono non solo dal valore delle cause (𝐻 o 𝐸) in

quell'istante, ma anche dal valore delle cause in ogni istante precedente. Cioè, se si applica una

corrente in un’istante 𝑡 e si misura la differenza di potenziale si ha una certa risposta che non ha

carattere impulsivo, cioè non dipende soltanto dal valore dell’input in quell’istante ma dal valore

dell’input che ha avuto in tutto l’intervallo temporale in cui è stato attivo.

- dispersività nel dominio dello spazio: un mezzo si dice dispersivo nello spazio se gli effetti (𝐵 o 𝐷

e 𝐽), in un certo punto dello spazio, dipendono non solo dai valori delle cause (𝐻 o 𝐸) relativi allo

stesso punto, ma anche dai valori delle cause in ogni altro punto dello spazio, o in particolare in

ogni punto di un assegnato volume. Cioè, se si applica una sorgente in un punto e si osserva la

risposta in un altro punto, questa non dipende solo dalla causa in quel punto ma dalle cause in

tutti i punti che circondano il punto in osservazione.


Nel caso limite di mezzo omogeneo, isotropo, non dispersivo si ha:

𝐵(𝑟, 𝑡) = 𝜇𝐻(𝑟, 𝑡)

𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜀𝐸(𝑟, 𝑡)

𝐽(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡)

ossia 𝜇, 𝜀 e 𝜎 sono costanti e l’output dipende soltanto dalla distanza (𝑟) tra il punto di osservazione ed il

punto sorgente, perché man mano che ci si allontana dalla sorgente l’output cambia (per la maggior parte

dei campi l’output cambia di un fattore 1⁄𝑟 2 ) infatti a grandi distanze le risposte sono nulle perché non

c’è più l’influenza della sorgente.

Nel caso di mezzo continuo, lineare, omogeneo, isotropo, non dispersivo nello spazio e dispersivo nel

tempo (ossia mezzi con memoria) le relazioni costitutive vengono rappresentate in forma integrale:

𝑡
𝐵(𝑟, 𝑡) = ∫ 𝜇(𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐻(𝑟, 𝜏)𝑑𝜏
0

𝑡
𝐷(𝑟, 𝑡) = ∫ 𝜀(𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟, 𝜏)𝑑𝜏
0

𝑡
𝐽(𝑟, 𝑡) = ∫ 𝜎(𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟, 𝜏)𝑑𝜏
0

dove 𝜇, 𝜀 e 𝜎 sono funzioni di risposta impulsiva, in quanto coincidono con le risposte del sistema a un

impulso unitario applicato al tempo 𝜏.

Analiticamente, nel caso generale di un mezzo lineare, non-omogeneo, anisotropo, dispersivo nel tempo

e nello spazio, le equazioni costitutive si esprimono come:

𝑡
𝐵(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐻 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐻(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0

𝑡
𝐷(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐸 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0

𝑡
𝐽(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐽 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0
*Il triplo integrale si legge “integrale sull’intero volume 𝑉0 ”, è riferito “in 𝜕𝑥, in 𝜕𝑦 ed in 𝜕𝑧” cioè indica

che le caratteristiche non sono le stesse nel volume che si sta esplorando ma cambiano punto per punto.

Dove 𝑦𝐻 , 𝑦𝐸 e 𝑦𝐽 sono delle funzioni diadiche di Green, considerabili come le risposte impulsive del

mezzo, in quanto coincidono con le risposte del sistema ad un impulso unitario applicato nel punto 𝑟0 al

tempo 𝜏 (si tratta sostanzialmente di sommare tutti gli impulsi in tutto il volume ed in tutti gli istanti di

tempo).

Il sistema è dispersivo nel dominio del tempo, quindi l’integrale va da 0 a 𝑡.

Nel caso:

𝑡
𝐵(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐻 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐻(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0

la funzione di trasferimento ℎ è la permeabilità magnetica, quindi è stato immesso un campo magnetico

che ha causato una risposta nel mezzo dipendente dalla permeabilità magnetica in tutti i punti. Quindi in

ogni punto si avrà una permeabilità magnetica 𝑦𝐻 data da 𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏 (ossia la differenza di spazio e di

tempo).

Ma, per il principio di causalità, l'effetto non può precedere la causa, quindi la risposta impulsiva (funzione

diadica di Green) del mezzo deve essere nulla:

𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) = 0 ∀𝜏 > 𝑡

dove:

- 𝑖 = 𝐻, 𝐸, 𝐽.

Cioè, l'effetto non si può calcolare prima della causa, per cui prima del tempo 𝑡 l'effetto è nullo. Ecco

perché il limite superiore per 𝜏 negli integrali precedenti può essere fissato al valore 𝑡 (questo principio di

causalità non vale nello spazio ma solo nel tempo).


Inoltre, se i campi 𝐻 oppure 𝐸, considerati come ingresso al sistema, sono nulli per ogni valore di 𝑡 < 0,

cioè i segnali sono applicati all'istante 𝜏 = 0, il limite inferiore dell'integrale temporale è fissato al valore

0.

Se non vi è dispersività né nello spazio1 né nel tempo2, le funzioni diadiche di Green dovranno essere

proporzionali a 𝛿 (funzione di Dirac*):

𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) = 𝛿(𝑟 − 𝑟0 )𝑦𝑖 (𝑡 − 𝜏)1

𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) = 𝛿(𝑡 − 𝜏)𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 )2

Scompaiono, quindi, l’integrale di volume e l’integrale sul tempo ed il mezzo viene detto non dispersivo

nello spazio1 e nel tempo2.

*LA FUNZIONE 𝜹 DI DIRAC

Per comprendere la “Funzione 𝛿 di Dirac” bisogna innanzitutto definire una funzione che prende il nome

di Funzione Gradino, che dal punto di vista estetico sembra proprio un gradino e si comporta in questo

modo:

Questa funzione ha valore 0 fino all’origine degli assi dove subisce un “salto” assumendo valore 1 fino

all’infinito.

Analiticamente si esprime come:

1, 𝑡≥0
𝑓(𝑡) = 𝑢(𝑡) = {
0, 𝑡<0

N.B.: 𝑢(𝑡) è la forma più utilizzata.


Si consideri ora un altro tipo di funzione, costruita a partire dalla precedente, chiamata Funzione

Impulsiva o, semplicemente, Impulso. Essa consiste nella combinazione di due funzioni gradino ed ha

questo andamento:

Questa funzione ha valore nullo fino all’origine degli assi dove si “accende una sorta di segnale” fino ad

un determinato valore che prosegue per una durata 𝜒 dopo la quale si annulla nuovamente.

Matematicamente questa funzione (che è una combinazione di due funzioni gradino) si esprime come:

𝑢(𝑡) − 𝑢(𝑡 − 𝜒)
𝑓(𝑡) =
𝜒

cioè è data da una funzione gradino 𝑢(𝑡) dalla quale bisogna sottrarre una funzione gradino valutata nel

punto 𝜒, ossia 𝑢(𝑡 − 𝜒), tutto diviso la durata dell’impulso (𝜒).

Questa funzione ha la proprietà di avare area uguale all’unità:

1
𝑆 =𝑏×ℎ =𝜒 =1
𝜒

Si può ora definire la Funzione 𝜹 di Dirac (che non è una vera e propria funzione ma fa parte di un gruppo

molto particolare di oggetti matematici: le cosiddette distribuzioni).

Si consideri una successione di funzioni impulsive via via più strette ed alte (ma sempre di area 1):
Portando questo procedimento al limite, cioè facendo tendere 𝜒 → 0, la funzione tenderà ad un

rettangolo infinitamente stretto ed alto (sempre avente area uguale a 1).

Questa funzione prende il nome di Funzione di 𝜹 di Dirac centrata su 𝝌, che è nulla ovunque tranne che

nel punto 𝜒 e si indica come:

𝑢(𝑡) − 𝑢(𝑡 − 𝜒) +∞, 𝑡=0


𝛿(𝑡) = lim = 𝑓(𝑥) = {
𝜒→0 𝜒 0, 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜𝑣𝑒

cioè è il limite della successione dei rettangoli (che prendono il nome di Funzioni Porta) che alla fine

coinciderà con un rettangolo infinitamente stretto ed alto.

La 𝛿 di Dirac può anche non essere centrata in 0, ma può essere centrata anche in un altro punto, ad

esempio 𝑡′:

in questo caso si indica come:

𝛿(𝑡 − 𝑡 ′ )

Due proprietà importanti della 𝛿 di Dirac sono:

1. l'area della funzione coincide con l’integrale della stessa sul parametro tra −∞ e +∞:

+∞

𝑆 = ∫ 𝛿(𝑡 − 𝑡′) 𝑑𝑡 = 1
−∞

2. l’azione della 𝛿 di Dirac su una generica funzione 𝑓 è uguale al valore della funzione nel punto di

intersezione tra le due:

+∞

∫ 𝑓(𝑡)𝛿(𝑡 − 𝑡 ′ ) 𝑑𝑡 = 𝑓(𝑡 ′ )
−∞
La 𝛿 di Dirac è lo strumento ideale per “modellizzare” un impulso, cioè un segnale concentrato tutto in un

singolo istante.

CONDIZIONI AL CONTORNO

L’obbiettivo della prospezione geofisica è studiare la propagazione di un’onda elettromagnetica in un

mezzo reale (ossia con settori caratterizzati da parametri fisici diversi), cioè ricavare le proprietà fisiche

che hanno determinato le distorsioni del campo che è stato immesso risolvendo il sistema di 16 equazioni

in 16 incognite.

Però, in presenza di superfici di discontinuità

separanti mezzi aventi proprietà fisiche

differenti (permeabilità magnetiche,

permeabilità elettriche e conducibilità

elettriche differenti) le equazioni di Maxwell,

o le equazioni da esse derivate, devono

essere affiancate da appropriate condizioni al

contorno al fine di risolvere casi anche complessi di geometrie del sottosuolo.

Vi sono diverse condizioni al contorno per i campi elettromagnetici che devono essere considerate alle

superfici di discontinuità dove 𝜎, 𝜀 e 𝜇 cambiano bruscamente.


Supponiamo di avere due regioni di spazio aventi diversi valori di permettività, conducibilità e

permeabilità magnetica:

1. la componente tangenziale del campo elettrico (𝐸𝑡 ) è continua alla discontinuità. Cioè:

𝐸1𝑡 = 𝐸2𝑡

Questa relazione afferma che non vi è discontinuità nella componente tangenziale del campo

elettrico quando attraversa la superficie di discontinuità.

2. Se nessuna corrente elettrica fluisce attraverso la discontinuità, quindi 𝐼 = 0, la componente

tangenziale del campo magnetico sarà continua alla discontinuità:

𝐻1𝑡 = 𝐻2𝑡

Ma, nel caso in cui una corrente (𝐾) fluisce attraverso la discontinuità il campo magnetico sarà

discontinuo di una quantità pari alla corrente 𝐾:

𝐻1𝑡 − 𝐻2𝑡 = 𝐾

3. In assenza di cariche elettriche in corrispondenza della discontinuità, il flusso della densità di

corrente elettrica (𝐷) è continuo:

𝐷1𝑛 = 𝐷2𝑛

Dato che D ed E sono correlate dalla permettività elettrica, si ha:

𝜀1 𝐸1𝑛 = 𝜀2 𝐸2𝑛
Se sono presenti cariche elettriche in corrispondenza della discontinuità, questa condizione al

contorno dipende anche dalla densità di carica (𝜌), per cui:

𝐷1𝑛 − 𝐷2𝑛 = 𝜌

quindi:

𝜀1 𝐸1𝑛 − 𝜀2 𝐸2𝑛 = 𝜌

4. dal momento che non esiste qualcosa come una “carica magnetica”, si ha che la componente

normale del flusso magnetico è continua attraverso la discontinuità:

𝐵1𝑛 = 𝐵2𝑛

Dato che B e H sono correlate dalla permeabilità magnetica, si ha che:

𝜇1 𝐻1𝑛 = 𝜇2 𝐻2𝑛

Tutti i campi elettromagnetici devono soddisfare le precedenti condizioni a tutte le interfacce.

Quindi, il pacchetto che ci serve per risolvere un qualsiasi problema di elettromagnetismo (ossia per

descrivere l’interazione tra la materia ed i campi elettromagnetici) è composto dalle Equazioni di Maxwell

alle quali si associano l’equazione di continuità e le relazioni costitutive a queste si associano le condizioni

al contorno.

METODI DI PROSPEZIONE ELETTRO-MAGNETICA

Mentre i metodi geoelettrici forniscono soprattutto la resistività elettrica dei mezzi ed il metodo

magnetometrico fornisce essenzialmente la permeabilità magnetica dei mezzi, i metodi elettromagnetici

sono in grado di fornire resistività elettrica, permeabilità magnetica e permettività elettrica (o costante

dielettrica).

I metodi elettromagnetici hanno avuto un grande successo nel mondo dell’esplorazione geofisica

essenzialmente per due motivi:

1. consentono la misura della resistività elettrica in aree in cui l’immissione della corrente elettrica

nel suolo attraverso elettrodi è improponibile (zone particolarmente aride, suolo gelato, strade

asfaltate, ecc.);
2. utilizzano una strumentazione che non è a diretto contatto col terreno (elettro-magnetometri) e

che talvolta può essere anche avio-trasportata.

Una corrente alternata (che nel tempo può cambiare la sua ampiezza o la sua fase) produce un campo

elettromagnetico il cui segnale sinusoidale ha un andamento del genere:

In tutta generalità possiamo considerare la seguente espressione per un campo elettromagnetico

variabile nel tempo:

𝐹(𝑡) = 𝐹0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

dove:

- 𝐹0 è l’ampiezza iniziale dell’onda;

- 𝜔 = 2𝜋𝑓 è la pulsazione, ossia il numero di vibrazioni che si hanno in un periodo di 2𝜋𝑟𝑎𝑑.

In generale, si considera un’onda monocromatica, cioè ad una sola frequenza 𝑓 (in natura però le onde

elettromagnetiche sono costituite da un ampio range di frequenze).

In questo ambito si lavorerà in approssimazione di onda piana, cioè che i fronti d’onda* sono costituiti da

infiniti piani paralleli tra loro e perpendicolari alla direzione di propagazione dell’onda e la cui ampiezza

picco-picco è costante. Questa approssimazione vale quando la sorgente è molto lontana dal punto di

osservazione.

*Il fronte d'onda è il luogo geometrico dei punti dello spazio che, in un dato istante, è raggiunto dalla

perturbazione ondosa generata dalla sorgente ad un ben preciso istante precedente. Cioè è il luogo dei
punti in cui si ha la stessa fase ossia la perturbazione ha le stesse caratteristiche. In altri termini, il luogo

dei punti in cui, in un dato istante, arrivano le componenti dell’onda aventi le stesse caratteristiche.

Quando si considera un’onda elettromagnetica monocromatica le equazioni diventano:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐻0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

dove:

- 𝑒 𝑖𝜔𝑡 è la formula di Eulero che consente di rappresentare i numeri complessi* in coordinate

polari.

*mentre i numeri reali di rappresentano lungo una retta, i numeri complessi si rappresentano in un piano.

Per poter rappresentare i numeri complessi in coordinate polari si fissano un’origine, un asse polare ed

un semipiano polare delimitato dall’asse polare.

Le coordinate polari (𝑟, 𝜃, 𝜑) di un punto 𝑃 sono il modulo 𝑟 del raggio vettore 𝑂𝑃, l’angolo 𝜃 che 𝑂𝑃

forma con l’asse polare e l’angolo 𝜑 che il semipiano contenente 𝑃 e l’asse polare forma con il semipiano

polare.
Le coordinate polari hanno range:

- 0 ≤ 𝑟 < +∞;

- 0 ≤ 𝜃 ≤ 𝜋;

- 0 ≤ 𝜑 ≤ 2𝜋.

Nel caso bidimensionale, si fissano un’origine ed un asse polare. Le coordinate (𝑟, 𝜑) del punto 𝑃 sono la

distanza 𝑟 del punto dall’origine e l’angolo 𝜑 che la retta 𝑂𝑃 (vettore di posizione 𝑟) forma con l’asse

polare:

Se si considera la circonferenza trigonometrica di raggio unitario, il vettore posizione 𝑟 è uguale a 1:

𝑎=1

𝑏 = 𝑎 sin 𝜑 (𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑎)

𝑐 = 𝑎 cos 𝜑 (𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑒)


Quindi 𝑒 𝑖𝜑 può essere espresso come:

𝑒 𝑖𝜑 = cos 𝜑 + 𝑖 sin 𝜑

che è la rappresentazione dei numeri complessi in coordinate polari.

Esistono delle relazioni che legano le coordinate polari alle coordinate cartesiane che consentono di

trasformare le une nelle altre.

EQUAZIONI GENERALI CHE REGOLANO I METODI DI PROSPEZIONE

ELETTRO-MAGNETICI

Per poter risolvere un qualsiasi problema di interazione tra un campo elettromagnetico ed il sistema Terra

bisogna risolvere le equazioni di Maxwell a cui si aggiungono l’equazione di continuità, le relazioni

costitutive e le condizioni al contorno:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐽(𝑟, 𝑡) +
𝜕𝑡

∇ ∙ 𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)

∇ ∙ 𝐵(𝑟, 𝑡) = 0

𝜕𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)
∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

Se non ci sono sorgenti esterne, quindi si è in assenza di cariche libere, si ha:

𝜌𝑐 = 0

Quindi le tre divergenze sono nulle:

∇∙𝐷 =∇∙𝐵 =∇∙𝐽 =0


Restano soltanto i rotori di 𝐸 di 𝐻:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐽(𝑟, 𝑡) +
𝜕𝑡

In un mezzo omogeneo ed isotropo possiamo esprimere le relazioni costitutive come:

𝐵(𝑟, 𝑡) = 𝜇𝐻(𝑟, 𝑡)

𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜀𝐸(𝑟, 𝑡)

𝐽(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡)

Si possono effettuare le relative sostituzioni, per cui le equazioni di Maxwell diventano:

𝜕𝐻(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −𝜇
𝜕𝑡

𝜕𝐸(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀
𝜕𝑡

Si noti che 𝜇, 𝜀 e 𝜎 escono fuori dal segno di derivata perché sono costanti.

Sapendo che:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐻0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

𝜕𝐻
= 𝑖𝜔𝐻
𝜕𝑡

𝜕𝐸
= 𝑖𝜔𝐸
𝜕𝑡

Si ottiene:

∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −𝜇𝑖𝜔 ∙ 𝐻(𝑟, 𝑡)

∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀 ∙ 𝐸(𝑟, 𝑡)𝑖𝜔


Quando si applica il rotore al primo ed al secondo membro delle due equazioni si ottiene:

∇ × ∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −∇ × [𝜇𝑖𝜔𝐻(𝑟, 𝑡)]

∇ × ∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = ∇ × [𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀 ∙ 𝐸(𝑟, 𝑡)𝑖𝜔]

I matematici hanno dimostrato che il rotore del rotore di una funzione è uguale al gradiente della

divergenza meno il Laplaciano della funzione:

∇ × ∇ × 𝐹(𝑟, 𝑡) = ∇(∇ ∙ 𝐹) − ∇2 𝐹(𝑟, 𝑡)

Ma, come detto precedentemente, la divergenza è 0 quindi il primo termine scompare. Risulta quindi che

il rotore del rotore di 𝐸 è uguale a meno il Laplaciano di 𝐸, ed il rotore del rotore di 𝐻 è uguale a meno il

Laplaciano di 𝐻:

∇ × ∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −∇2 𝐸(𝑟, 𝑡)

∇ × ∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = −∇2 𝐻(𝑟, 𝑡)

Ordinando si ottiene:

∇2 𝐸 = 𝑖𝜇𝜔𝜎𝐸 − 𝜇𝜀𝜔2 𝐸 = 𝐸(𝑖𝜇𝜔𝜎 − 𝜇𝜀𝜔2 )

∇2 𝐻 = 𝑖𝜇𝜔𝜎𝐻 − 𝜇𝜀𝜔2 𝐻 = 𝐻(𝑖𝜇𝜔𝜎 − 𝜇𝜀𝜔2 )

Posto:

𝑘 2 = −𝑖𝜇𝜔𝜎 + 𝜇𝜀𝜔2

si ottiene:

∇2 𝐸 + 𝑘 2 𝐸 = 0

∇2 𝐻 + 𝑘 2 𝐻 = 0

𝑘 viene definito “numero d’onda” (infatti ha le dimensioni dell’inverso di una lunghezza) cioè quante onde

rientrano in un certo intervallo spaziale.


Essendo un numero complesso lo si esprime semplicemente come:

𝑘 = 𝛼 − 𝑖𝛽

dove:

- 𝛼 definisce la parte reale;

- 𝛽 definisce la parte immaginaria.

Estraendo la radice di 𝑘 2 si ottiene:

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 + 1)]
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 − 1)]
2 𝜀 𝜔

dove:

- 𝛼 è detto fattore di assorbimento perché determina come l’energia dell’onda viene assorbita dal

mezzo. Questo fattore è strettamente legato alle caratteristiche fisiche del mezzo e dalla

frequenza dell’onda;

- 𝛽 è detto fattore di fase perché influenza la fase dell’onda e tiene conto dello smorzamento

dell'onda (l’onda si attenua, diminuendo l'intensità, e si smorza nel tempo per cui la sua fase

cambia).

𝜎2
Si noti che sia nel fattore di fase che nel fattore di assorbimento compare il rapporto 𝜀 2 𝜔2
dove 𝜎 è la

conducibilità elettrica del mezzo, 𝜀 è la costante dielettrica del mezzo e 𝜔 è la frequenza dell’onda.

Esaminiamo ora i casi estremi per cui:

𝜎
≫1
𝜀𝜔

𝜎
≪1
𝜀𝜔
Il primo caso esprime che, a parità di frequenza dell’onda, le correnti di conduzione prevalgono sulle

correnti di spostamento, cioè che 𝜎 ≫ 𝜀 quindi prevale la proprietà conduttiva del mezzo e non quella

dielettrica, cioè il mezzo è un cattivo dielettrico, mentre è un buon conduttore. In questo caso 𝐽(𝑟, 𝑡) ≫

𝐷(𝑟, 𝑡) (quest’ultimo è praticamente nullo).

Nel secondo caso prevalgono, invece, i comportamenti dielettrici del mezzo, cioè 𝜎 ≪ 𝜀. Quindi a parità

di frequenza dell’onda, la conduzione, ossia il passaggio dell’energia elettromagnetica nel mezzo, è

favorita dalle proprietà dielettriche del mezzo e non da quelle di conduzione. Vuol dire che il mezzo è un

cattivo conduttore ma un buon dielettrico.

𝜎
N.B.: Possono esserci casi in cui il rapporto 𝜀𝜔 assume valori all’interno di questo intervallo. Ciò vuol dire

che i due fenomeni coesistono.

Consideriamo il primo caso (𝜎 ≫ 𝜀):

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 + 1)]
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 − 1)]
2 𝜀 𝜔

𝜎
Essendo ≫ 1, l’1 sotto radice può essere trascurato. Per cui:
𝜀𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2 𝜇𝜀 𝜎 0.5
𝛼 ≈ 𝜔 [ (√ 2 2 + 1)] ≈ 𝜔[ ( + 1)]
2 𝜀 𝜔 2 𝜀𝜔

𝜎
Di nuovo, 𝜀𝜔 ≫ 1 quindi si può trascurare l’1 in parentesi. Quindi:

𝜇𝜀 𝜎 0.5 𝜇𝜎 0.5 𝜇𝜎
𝛼 ≈ 𝜔[ ( )] ≈ 𝜔 [ ] ≈ √𝜔 2
2 𝜀𝜔 2𝜔 2𝜔
Si ottiene:

𝜇𝜎𝜔
𝛼≈√
2

Svolgendo gli stessi calcoli anche per 𝛽, si ottiene:

𝜇𝜎𝜔
𝛼=𝛽≈√
2

Quindi, in questo caso, il fattore di smorzamento e di attenuazione sono uguali.

Nella sua propagazione l’onda si attenua con costante di attenuazione 𝛼, che rappresenta la parte reale

del coefficiente del numero d’onda ed ha le dimensioni dell’inverso di una lunghezza (𝑚−1).

Quando la distanza 𝑟 a cui si osserva l’onda elettromagnetica è uguale a 1/𝛼 si ha:

1 2
𝑟= =𝛿=√
𝛼 𝜇𝜎𝜔

Quindi quando si osserva cosa succede in un punto a distanza 𝑟 dalla sorgente, quando 𝑟 è uguale

all’inverso del coefficiente di assorbimento, l’intensità (l’ampiezza) dell’onda si è ridotta del 37%.

𝛿 è detta skin depth (o profondità pelle) in quanto descrive il cosiddetto “effetto pelle”: in un mezzo

conduttore il campo elettromagnetico si attenua (viene assorbito) in proporzione alla frequenza e alla

conducibilità elettrica. Un mezzo più conduttivo, infatti, assorbe più rapidamente il campo di un mezzo

più resistivo (che è più “trasparente”) a parità di frequenza, mentre a parità di conducibilità elettrica il

mezzo assorbe più rapidamente il campo a frequenza più elevata. Questo è importante perché quando si

effettua una prospezione geofisica per una valutazione grossolana dei parametri fisici che caratterizzano

il sistema che si sta indagando, si conosce il contesto geologico in cui si lavora, si conosce il valore della

conducibilità elettrica del materiale, 𝜔 è nota perché l’onda siamo noi a scegliere l’onda elettromagnetica

(nel caso di sorgenti artificiali). Ciò vuol dire che si sa già di quanto si è attenuata l’onda ad una certa

distanza.
Quindi a questo punto si può lavorare sulla frequenza, se si ha un terreno molto conduttivo significa che

𝜎 è molto alto quindi se si usano frequenze molto basse si può aumentare l’effetto pelle. Ma se la

frequenza è fissata non si può agire su di essa, però si può dire che per mezzi molto conduttivi l’onda si

attenua a piccole profondità, cioè l’energia dell’onda viene assorbita subito. Viceversa se si ha un terreno

a bassa conducibilità, l’onda si approfondisce di più. Quindi l’effetto pelle sta ad indicare la profondità per

la quale l’onda elettromagnetica ha un contenuto energetico almeno pari al 63% del contenuto che aveva

inizialmente.

Quindi se si lavora su un terreno di cui si conosce la conducibilità si può agire sulla frequenza,

diminuendola se ci si vuole approfondire di più.

Ciò spiega perché le onde ad alta frequenza si smorzano prima e quelle a bassa frequenza raggiungono

profondità più elevate. Le anomalie ad alta frequenza sono indice di corpi a bassa profondità e le anomalie

a bassa frequenza sono indice di corpi ad alta profondità.

Poiché la velocità di fase è data da:

𝜔 𝜔 2𝜔
𝑣= = =√
𝑘 𝜇𝜎𝜔 𝜇𝜎

2

dove:

- 𝜔 è la pulsazione;

- 𝑘 è il numero d’onda

Guardando questa relazione si capisce che la velocità di fase di un’onda che si propaga in un mezzo

conduttivo è un’onda dispersiva perché la sua velocità dipende dalla frequenza dell’onda. Quindi

all’aumentare della frequenza aumenta la velocità alla quale l’onda si propaga.

Esaminiamo ora il caso 2, il caso in cui il rapporto 𝜎⁄𝜀𝜔 ≪ 1.

In questo caso prevalgono le correnti di spostamento quindi il corpo si comporta come un buon

dielettrico.
Partendo dalle espressioni:

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 + 1)]
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔[ (√1 + 2 2 − 1)]
2 𝜀 𝜔

𝜎2
Essendo 𝜀2 𝜔2 ≪ 1 diventa trascurabile, per cui:

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 + 1)] ≈ 𝜔(𝜇𝜀)0.5
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔[ (√1 + 2 2 − 1)] ≈0
2 𝜀 𝜔

Ciò significa che le onde elettromagnetiche subiscono un’attenuazione. In questo caso il coefficiente di

assorbimento (𝛼) dipende dalla costante dielettrica (𝜀), mentre prima dipendeva da 𝜎. E il fattore di fase

(𝛽) è nullo.

La velocità di fase invece sarà:

𝜔 𝜔 1
𝑣= = =
𝑘 𝜔√𝜇𝜀 √𝜇𝜀

Ora l'onda non è più dispersiva perché non dipende più dalla frequenza e dalla conducibilità dell’onda.

Ora dipende solo da 𝜀, ovvero dalla conduttività elettrica del mezzo, ovvero alla capacità del mezzo di

permettere il passaggio di un campo elettrico e da 𝜇.

Quindi qualunque sia la frequenza dell’onda elettromagnetica la velocità è sempre la stessa.


Ricordando che nel vuoto la velocità delle onde elettromagnetiche, 𝑐, è data da:

𝑐 = 3 × 108 𝑚/𝑠

dove:

- 𝑐 è la velocità della luce nel vuoto

quindi:

1
𝑐=
√𝜇0 𝜀0

Tenuto conto che la permeabilità magnetica dei materiali è, salvo casi particolari (ad esempio in presenza

di materiali ferromagnetici), all’incirca uguale a quella del vuoto:

𝑁
𝜇 ≈ 𝜇0 = 4𝜋 × 10−7
𝐴2

Poiché la costante dielettrica relativa è data dal rapporto tra la costante dielettrica propria del mezzo e la

costante dielettrica del vuoto:

𝜀
𝜀𝑟 =
𝜀0

dove:

- 𝜀0 = 8.85 × 10−12 𝐶 2 ⁄𝑚2 𝑁

Se si sostituiscono queste quantità nella formula della velocità di fase si ottiene:

1 1 𝑐
𝑣= ≈ ≈
√𝜇𝜀 √𝜇0 𝜀0 𝜀𝑟 √𝜀𝑟

Dove:

- 𝜀𝑟 è la costante dielettrica del mezzo che si sta indagando in cui l’onda si propaga.

Questa relazione è fondamentale quando si parla di prospezione 𝐺𝑃𝑅, perché il parametro fisico che

interagisce con l’onda elettromagnetica è proprio 𝜀𝑟 . Quindi se per esempio un’onda radio si propaga
nell’acqua, 𝜀𝑟 = 80, cioè la costante dielettrica del mezzo è 80 volte quella del vuoto. Vuol dire che è un

ottimo dielettrico. La velocità con cui l’onda si propaga nell’acqua è 3.3 𝑐𝑚/𝑛𝑠.

Queste sono le costanti dielettriche relative e le velocità di propagazione di alcuni materiali:

IMPEDENZA DELL’ONDA ELETTROMAGNETICA

Una grandezza importantissima in elettromagnetismo è l’impedenza caratteristica dell’onda (𝑍) che si

propaga in un mezzo. Essa esprime il contrasto, ossia la resistenza, che un mezzo offre al passaggio di

energia elettromagnetica dovuto alle caratteristiche elettriche e magnetiche del mezzo (𝜇, 𝜎 e 𝜀).

Quindi l’onda è condizionata ed impedita nel suo percorso nel sottosuolo dalle sue proprietà elettriche e

magnetiche.

Per definire questa grandezza partiamo dalla prima Legge di Maxwell:

𝜕𝐻(𝑡)
∇ × 𝐸(𝑡) = −𝜇
𝜕𝑡

Questa equazione si scinde in tre equazioni ognuna in riferimento alle 3 componenti:

𝜕𝐸𝑧 𝜕𝐸𝑦 𝜕𝐻𝑥


− = −𝜇
𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝜕𝑡

𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐸𝑧 𝜕𝐻𝑦


− = −𝜇
𝜕𝑧 𝜕𝑥 𝜕𝑡
𝜕𝐸𝑦 𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐻𝑧
− = −𝜇
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑡

Eseguiamo ora una grande semplificazione, il campo elettrico ha solo la componente lungo 𝑥, quindi:

𝐸𝑦 = 𝐸𝑧 = 0

e il campo magnetico ha componente solo lungo 𝑦:

𝐻𝑥 = 𝐻𝑧 = 0

Quindi di tutto il set di equazioni resta solo:

𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐻𝑦
= −𝜇
𝜕𝑧 𝜕𝑡

Poiché abbiamo supposto che l’onda elettromagnetica si propaga lungo la direzione 𝑧 e che i campi 𝐸 e 𝐵

sono diretti nelle direzioni 𝑥 ed 𝑦, rispettivamente, si avrà:

𝐸(𝑥, 𝑡) = 𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

𝐻(𝑦, 𝑡) = 𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

Bisogna, ora, derivare 𝐸𝑥 rispetto a 𝑧 e 𝐻𝑦 rispetto al tempo.

Calcoliamo la prima derivata:

𝜕𝐸𝑥
= 𝐸𝑥 (−𝑖𝑘𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 ) = −𝑖𝑘𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧
𝜕𝑧
e la seconda:

𝜕𝐻𝑦
= 𝐻𝑦 (𝑖𝜔𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 ) = 𝑖𝜔𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧
𝜕𝑡

Sostituendo i valori appena ottenuti nell’equazione:

𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐻𝑦
= −𝜇
𝜕𝑧 𝜕𝑡

si ottiene:

−𝑖𝑘𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 = −𝜇𝑖𝜔𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

effettuando le dovute semplificazioni si ottiene:

−𝑖𝑘𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 = −𝜇𝑖𝜔𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

𝑘𝐸𝑥 = 𝜇𝐻𝑦 𝜔

𝐸𝑥 𝜇𝜔
=
𝐻𝑦 𝑘

𝐸
Si definisce, quindi, impedenza d’onda elettromagnetica (𝑍) il rapporto: 𝐻𝑥 .
𝑦

Ricordando che:

𝑘 2 = 𝜇𝜀𝜔2 − 𝑖𝜇𝜔𝜎

si ha:

𝐸𝑥 𝜇𝜔 𝜇𝜔 𝜇 𝑖𝜎 −0.5
𝑍= = = ±√ = √ (1 − ) (𝑂ℎ𝑚)
𝐻𝑦 𝑘 𝜀𝜔 − 𝑖𝜎 𝜀 𝜀𝜔

Nei mezzi dielettrici 𝜎 è molto piccolo e 𝜔 è molto grande per cui 𝜎⁄𝜀𝜔 → 0 per cui:

𝜇
𝑍≈√
𝜀
Se l’onda elettromagnetica si propaga nel vuoto, l’impedenza è data semplicemente dal rapporto:

𝜇0
𝑍 = √ = 377Ω
𝜀0

che esprime la resistenza che il mezzo offre alla propagazione dell’onda elettromagnetica.

Analizziamo ora i vari casi che si possono verificare.

Immaginiamo di avere due mezzi dielettrici a contatto. Il primo mezzo è caratterizzato da un’impedenza:

𝜇1
𝑍1 = √
𝜀1

ed il secondo mezzo caratterizzato da un’impedenza:

𝜇2
𝑍2 = √
𝜀2

Quando un’onda elettromagnetica impatta una superficie di discontinuità che separa due mezzi con

caratteristiche fisiche diverse parte dell’energia viene riflessa e parte viene trasmessa.

La quantità di energia riflessa e trasmessa è espressa (in funzione dell’impedenza) rispettivamente da:

𝑍2 − 𝑍1
𝑅=
𝑍2 + 𝑍1

2𝑍2
𝑇=
𝑍2 + 𝑍1

dove:

- 𝑅 è il coefficiente di riflessione;

- 𝑇 è il coefficiente di trasmissione.

Ammesso che non si stia indagando un terreno contenente materiali ferromagnetici, si ha:

𝜇1 = 𝜇2 = 𝜇0
Sostituendo questo valore nelle espressioni dell’impedenza 𝑍1 e 𝑍2 , il coefficiente di riflessione è dato da:

√𝜀1 − √𝜀2
𝑅=
√𝜀1 + √𝜀2

Mentre il coefficiente di trasmissione è dato da:

2√𝜀1
𝑇=
√𝜀1 + √𝜀2

Si riesce quindi a determinare l’energia dell’onda elettromagnetica riflessa e quella dell’onda

elettromagnetica rifratta.

Se invece siamo nella situazione che il primo mezzo è un dielettrico, quindi la sua impedenza è regolata

da questo rapporto:

𝜎1
≪1
𝜔𝜀1

e il secondo mezzo è un conduttivo, per cui la sua impedenza è data da:

𝜎2
≫1
𝜔𝜀2

l’approssimazione 𝜇1 = 𝜇2 = 𝜇0 non è più valida. In questo caso sostituendo i valori delle impedenze

nell’equazione del coefficiente di riflessione si ottiene:

𝜎2
√𝜀1 − √𝜀2 (1 − 𝑖 𝜔𝜀 )
2
𝑅=
𝜎2
√𝜀1 + √𝜀2 (1 − 𝑖 𝜔𝜀 )
2

che dipende dalla conducibilità del mezzo e dalla frequenza dell’onda, mentre nel caso precedente

dipendeva solo dalla costante dielettrica dei mezzi.

Il coefficiente di trasmissione non è presente perché l’energia elettromagnetica tende a restare nel mezzo

dielettrico perché la propagazione non è favorita in un mezzo molto conduttivo.


Altri casi non sono significativi poiché i mezzi conduttivi attenuano rapidamente il segnale, ad esempio se

si hanno due mezzi conduttivi non ha senso fare questo discorso perché non comparirebbero né 𝑅 né 𝑍.

Questa è una tabella in cui sono riportate tutte le grandezze che caratterizzano la propagazione delle onde

elettromagnetiche (da imparare a memoria):


I vari metodi di prospezione elettromagnetica vengono classificati in base alle frequenze che vengono

utilizzate nella genesi dell’onda elettromagnetica:

Le frequenze estremamente basse (ELF) vengono utilizzate per lo studio della struttura della Terra per

trovare discontinuità importanti come la Moho.

Le frequenze basse (LF) vengono utilizzate per l’esplorazione mineraria/petrolifera.

Le onde metriche (VHF), decimetriche (UHF) e centimetriche (SHF) rientrano nel campo di applicazione

del GPR per applicazioni archeologiche/ingegneristiche.

L’infrarosso (IR - termografia all’infrarosso termico) è una tecnica molto utilizzata in ingegneria

aerospaziale per vedere lo stato dei materiali nei primi millimetri di spessore, ad esempio per vedere la

presenza di crepe nelle fusoliere.

Di nostro interesse sono le frequenze che vanno dal centimetro fino a qualche km perché queste

lunghezze d’onda ci permettono di applicare i metodi elettromagnetici in diversi campi: architettonico,

archeologico, ingegneristico, oil and gas, ambientale, risorse minerarie/energetiche.


Questi metodi vengono anche utilizzati nell’ambito dei rischi ambientali, ad esempio con il rilievo

elettromagnetico a frequenze abbastanza basse (𝟑𝟎𝟎𝒌𝒉𝒛 − 𝟑𝑴𝒉𝒛) si possono fare studi a carattere

regionale, studiare come varia la copertura di versanti che insistono su tratti autostradali, ecc.

METODI DI PROSPEZIONE ELETTROMAGNETICI A BASSA FREQUENZA

Prima di comprendere i principi di funzionamento dei metodi di prospezione elettromagnetici a bassa

frequenza bisogna introdurre alcuni concetti fondamentali, quali: circuiti RC e RLC, auto-induzione e

mutua induzione.

IL CIRCUITO RC & RLC

Un circuito 𝑅𝐶 è un circuito elettrico basato su una resistenza (𝑅) e sulla presenza di un elemento

dinamico, il condensatore (𝐶):

Il ruolo del condensatore è quello di addensare le cariche, cioè di trattenerle a sé; la resistenza invece

oppone una specifica resistenza elettrica al passaggio della corrente elettrica.

Questo è un circuito elettrico composto da due componenti elettriche ma,

nella teoria dei circuiti elettrici, esiste un’altra componente elettrica,

l’induttore (𝐿) il cui simbolo è un solenoide avente un certo numero di

spire. Si avrà così un circuito 𝑅𝐿𝐶 (Resistenza Induttanza Condensatore).

L’induttore è componente elettrico costituito da un materiale conduttivo (metallico) avvolto su sé stesso

che genera un campo magnetico al passaggio di corrente elettrica.


La corrispondente grandezza fisica è l’induttanza, ovvero la proprietà dei circuiti elettrici tale per cui la

corrente che li attraversa induce una forza elettromotrice che, per la Legge di Lenz, si oppone alla

variazione dell'intensità della corrente stessa.

AUTO-INDUZIONE

È fondamentale comprendere il fenomeno dell’auto-induzione per capire il fenomeno di mutua induzione,

in quanto i metodi elettromagnetici studiano la capacità del terreno di generare fenomeni di mutua

induzione.

Si consideri una spira percorsa da una corrente 𝑖 variabile nel tempo che produce un campo magnetico, e

quindi un flusso magnetico.

Ai capi della spira si genera una forza elettromotrice che si oppone alla variazione della corrente. La forza

elettromotrice è proporzionale alla derivata del campo 𝐵 che, a sua volta, è proporzionale alla corrente

che fluisce nella spira. Quindi la forza elettromotrice è data dalla relazione:

𝑑𝑖
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −𝐿
𝑑𝑡

Il segno – indica che la forza elettromotrice si oppone alla variazione di corrente che circola nella spira e

questa variazione è strettamente legata all’induttanza 𝐿 che dipende solo dalla geometria del circuito

(numero di spire, larghezza delle spire, spaziatura delle spire e lunghezza del solenoide). Quindi 𝐿 è un

parametro geometrico, per cui maggiore è 𝐿 maggiore è la forza elettromotrice che si genera. Più le spire

sono fitte e più è lungo l’avvolgimento maggiore sarà l’induttanza del circuito.

Questo è il fenomeno di auto-induzione.


Si consideri un solenoide fatto da 𝑁 spire avvolte intorno a un cilindro metallico di raggio 𝑟 lunghezza ℎ.

Nel caso in cui ℎ >> 𝑟, cioè la lunghezza del solenoide è molto più grande del raggio della spira, il campo

magnetico che si genera all’interno del solenoide, le cui linee di forza sono rappresentate nell’immagine

sotto, quando il solenoide è percorso da una corrente 𝑖, è dato da questa formula:

𝑁𝑖
𝐵 = 𝜇0

dove:

- 𝑁 è il numero di spire;

- 𝑖 è la corrente che circola nelle spire;

- ℎ è l’altezza del solenoide

Linee di forza del campo magnetico generato nel solenoide.

Da ciò si deduce che il campo magnetico è strettamente legato alla geometria del solenoide. Quindi a

parità di intensità di corrente e di altezza ℎ, un solenoide formato da un numero molto elevato di spire

avrà un campo molto più intenso e le linee di forza saranno molto più addensate.

Il flusso di 𝐵 attraverso il solenoide sarà 𝑁 volte quello della singola spira, quindi:

𝑁𝑖 2
Φ(𝐵) = 𝑁𝜇0 𝜋𝑅

dove:

- 𝜋𝑅 2 è la superficie della sezione del solenoide.

Cioè il flusso è dato dal campo creato per ogni singola spira moltiplicato il numero di spire.
Quindi la forza elettromotrice auto-indotta è uguale a:

𝑑Φ(𝐵)
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −
𝑑𝑡

Se si deriva rispetto al tempo questa quantità si ha:

𝑁 2 2 𝑑𝑖
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −𝜇0 𝜋𝑅
ℎ 𝑑𝑡

Che rappresenta l’induttanza:

𝑁2 2
𝐿 = 𝜇0 𝜋𝑅

Quindi:

𝑁 2 2 𝑑𝑖 𝑑𝑖
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −𝜇0 𝜋𝑅 = −𝐿
ℎ 𝑑𝑡 𝑑𝑡

In ultima analisi, la forza elettromotrice auto-indotta è quella generata da una corrente variabile nel

tempo che passa attraverso un solenoide.

Quindi maggiore sarà l'induttanza della bobina, maggiore sarà il campo magnetico prodotto e quindi la

forza elettromotrice che si oppone. Inoltre maggiore è il raggio della spira, maggiore sarà il flusso di

induzione magnetica e quindi maggiore sarà la profondità di penetrazione dell'onda elettromagnetica.

L’unità di misura dell’induttanza è l’Henry (𝐻), dal fisico che ha studiato i fenomeni di auto-induzione,

dove:

𝑊𝑒𝑏𝑒𝑟
1 𝐻𝑒𝑛𝑟𝑦 = 1
𝐴𝑚𝑝𝑒𝑟𝑒

Nella pratica, però, le forze elettromotrici che vengono indotte sulla base delle correnti che noi generiamo

sono nell’ordine dei 𝑚𝑖𝑙𝑙𝑖𝐻𝑒𝑛𝑟𝑦 (𝑚𝐻).


MUTUA INDUZIONE

Il concetto di mutua induzione è molto importante per capire la relazione tra la bobina ricevente, bobina

trasmittente ed il terreno.

Questi tre elementi si comportano come un circuito 𝑅𝐿𝐶, però, trascurando effetti dovuti a cariche di

polarizzazione, essi si comportano come circuiti 𝑅𝐿.

È stato già detto che un’induttanza produce un campo magnetico proporzionale alla corrente che scorre

nell’induttore. Se le linee di forza di questo campo intersecano un altro solenoide avviene un fenomeno

di mutua induzione: si immaginino due spire e si faccia circolare nella prima spira una corrente 𝑖1 per cui

nel secondo circuito si registra una forza elettromotrice indotta (𝑉2 ) data da:

𝑑𝑖1
𝑉2 = 𝑀12
𝑑𝑡

dove:

- 𝑀12 è il coefficiente di mutua induzione che dipende dalle caratteristiche della prima e della

seconda spira.

Viceversa una corrente 𝑖2 che circola nella seconda spira genera una forza elettromotrice indotta (𝑉1)

nella prima spira data da:

𝑑𝑖2
𝑉1 = 𝑀21
𝑑𝑡

Poiché la geometria delle due spire non cambia si ha:

𝑀12 = 𝑀21
METODI DI PROSPEZIONE ELETTROMAGNETICI A BASSA FREQUENZA

Analizziamo ora i metodi di prospezione elettromagnetica a bassa frequenza ossia il caso in cui le proprietà

di conduzione prevalgono su quelle dielettriche del mezzo, il che implica che la proprietà elettrica

fondamentale è la resistività elettrica. Infatti per i valori di conducibilità elettrica che generalmente

caratterizzano le rocce costituenti la crosta superiore (10−3 − 1 𝑀ℎ𝑜/𝑚) quindi la resistività è 1 −

103 𝑂ℎ𝑚/𝑚.

La relazione:

𝜎
≫1
𝜀𝜔

è soddisfatta se con quel range di conducibilità si utilizzano frequenze molto basse.

Quindi vale solo se si usano frequenze:

𝜔 ≪ 106 𝑟𝑎𝑑/𝑠

A queste frequenze (intorno ai 15 𝑘𝐻𝑧) il campo elettromagnetico si comporta come un campo “statico”.

I metodi a bassa frequenza si distinguono in due tipologie:

1. |𝑘|𝑟 ≪ 1

2. |𝑘|𝑟 ≫ 1

Dove 𝑘 è il numero d’onda e 𝑟 è la distanza tra la sorgente del campo ed il ricevitore.

Il primo si riferisce ai metodi a basso numero d’onda (o Low Induction Number, LIN).

Il secondo si riferisce ai metodi ad onda piana, ovvero metodi che si basano sull’ipotesi che la distanza tra

sorgente e ricevitore è molto più grande della lunghezza d’onda 𝜆 nel vuoto (il metodo magnetotellurico

si basa su questa approssimazione).

Il metodo che analizzeremo è il metodo FDEM (Frequency Domain Electro-Magnetic Method) è un metodo

LIN.
I metodi LIN usano una strumentazione che è fatta da bobine che generano una corrente elettrica per

generare dei campi magnetici variabili nel tempo.

Il principio su cui si basano i metodi LIN è schematizzato nell’immagine sotto:

Le tecniche di prospezione elettromagnetica a bassa frequenza si basano sull’utilizzo di una bobina

trasmittente ed una ricevente, distanziate in maniera opportuna e con geometrie e caratteristiche

variabili da strumento a strumento (le distanze diverse tra le bobine, coils, e frequenze diverse del campo

primario forniscono profondità d‘indagine diverse). La bobina trasmittente, percorsa da corrente elettrica

alternata, genera un campo magnetico primario, anch’esso variabile, che si propaga nell’aria e nel suolo.

Questo campo, attraversando il suolo, genera a sua volta genera una forza elettromotrice che tende ad

apporsi alla variazione di corrente che l’ha generata (Legge di Lenz*). Questa forza elettromotrice funge

da generatore di tensione che mette in moto le cariche dando origine a correnti secondarie (correnti

indotte o parassite o di Focault) variabili nel tempo che attraversano il suolo più o meno facilmente a

seconda della propria conducibilità elettrica, ovvero queste correnti saranno tanto più intense quanto

maggiore sarà la capacità di conduzione del mezzo nel quale esse si sono formate. La corrente elettrica

indotta produce a sua volta un campo magnetico secondario che, arrivando alla bobina ricevente, viene
di nuovo trasformato in corrente elettrica e quindi misurato. La bobina ricevente capta il campo

secondario, ma insieme ad esso capta anche il campo primario perché questo è ancora attivo durante la

misura. Per cui, il segnale captato dalla bobina ricevente è la risultante dei due campi magnetici (primario

e secondario) la cui direzione sarà la composizione vettoriale dei due campi.

*La Legge di Lenz afferma la variazione di una corrente alternata genera un campo di induzione magnetica

primario che, a sua volta, varia nel tempo e genera una forza elettromotrice che si oppone alla variazione

della corrente che le ha generate.

Consideriamo tre circuiti 𝑅𝐿, aventi una propria resistenza (𝑅) ed induttanza (𝐿):

Il primo circuito rappresenta la bobina trasmittente, il secondo circuito rappresenta il conduttore ed il

terzo circuito rappresenta la bobina ricevente.

Nella bobina trasmittente circola una corrente monocromatica variabile nel tempo (𝐼𝑝 ) data da:

𝐼𝑝 = 𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)

dove:

- 𝐼𝑃0 è l’intensità iniziale;

- 𝜔 è la frequenza (2𝜋𝑟𝑎𝑑).

Tale corrente creerà un campo magnetico primario (𝐻𝑝 ) dato da:

𝐻𝑝 = 𝑘𝐼𝑝 = 𝑘𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)


dove:

- 𝑘 dipende dalla geometria del sistema, dalla larghezza e dal numero delle spire della bobina

trasmittente e dall’attenuazione dell’onda.

Come risultato si genera, nel conduttore, una forza elettromotrice indotta sfasata di una quantità pari a

𝜋⁄2 rispetto al campo primario, per cui:

𝑑𝐼𝑝 𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝
𝑒𝑐 = −𝑀𝑡𝑐 = −𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐼𝑃0 cos(𝜔𝑡) = 𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡 − 𝜋⁄2) = −
𝑑𝑡 𝑘

dove:

- 𝑀𝑡𝑐 è il coefficiente di mutua induzione:

o 𝑡 rappresenta la bobina trasmittente;

o 𝑐 rappresenta il corpo conduttore.

Quindi la variazione del campo magnetico primario produce una variazione del campo elettrico ad esso

perpendicolare per cui la forza elettromotrice indotta è perpendicolare al campo primario.

Lo sfasamento di 𝜋⁄2 è dovuto all’accoppiamento induttivo tra la prima e la seconda bobina, mentre un

ulteriore sfasamento 𝛼 è determinato dalle proprietà del conduttore.

Una volta generato, il campo magnetico secondario interagisce col campo primario, quindi il segnale che

registra lo strumento (elettro-magnetometro) è la risultante 𝑅 in termini delle sue due componenti:

1. una componente in fase col campo primario (componente reale), ovvero la componente

orizzontale;
2. una componente sfasata di 𝜋⁄2 rispetto al campo primario (componente in quadratura di fase o

immaginaria).

La forza elettromotrice (𝑒𝑐 ) induce nel corpo conduttore una corrente parassita (𝑖𝑐 ) legata alle

caratteristiche elettriche e magnetiche del mezzo quali la resistenza del conduttore (𝑟𝑐 ) e la sua induttanza

(𝐿𝑐 ) data dalla relazione:

𝑒𝑐
𝑖𝑐 =
𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐

dove 𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐 è l’impedenza del conduttore di resistenza 𝑟𝑐 ed induttanza 𝐿𝑐 .

Sostituendo il valore di 𝑒𝑐 nell’equazione precedente si ottiene:

−𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝
𝑖𝑐 =
𝑘(𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐 )

Questa corrente parassita, poiché varia nel tempo, genera un campo magnetico secondario (𝐻𝑠 ) che sarà

uguale a:

−𝑘 ′ 𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝 −𝑘 ′ 𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝 (𝑖𝜔𝑟𝑐 + 𝜔2 𝐿𝑐 )


𝐻𝑠 = 𝑘 ′𝑖𝑐 = =−
𝑘(𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐 ) 𝑘(𝑟𝑐 2 + 𝜔 2 𝐿𝑐 2 )

Posto:

𝜔𝐿𝑐
𝑄=
𝑟𝑐

dove 𝑄 prende il nome di “parametro di risposta del conduttore”, si ottiene:

𝑘′𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝 (𝑄2 + 𝑖𝑄)


𝐻𝑠 = −
𝑘𝐿𝑐 (1 + 𝑄 2 )

Quando 𝑄 → ∞ e 𝛼 → 𝜋⁄2 il mezzo è un buon conduttore. Invece, quando 𝑄 → 0 e 𝛼 → 0 il mezzo è un

cattivo conduttore.

Il rapporto (𝑄 2 + 𝑖𝑄)/(1 + 𝑄 2 ) è definito “induction number”.


Dividendo il primo ed il secondo membro per 𝐻𝑝 si ottiene:

𝐻𝑠 𝑘 ′ 𝑀𝑡𝑐 (𝑄2 + 𝑖𝑄) 𝑘 ′ 𝑀𝑡𝑐 𝑄2 𝑄


=− 2
= − [ 2
+𝑖 ]
𝐻𝑝 𝑘𝐿𝑐 (1 + 𝑄 ) 𝑘𝐿𝑐 (1 + 𝑄 ) (1 + 𝑄 2 )

dove:

𝑄2
- (1+𝑄2 )
è la componente in fase;

𝑄
- 𝑖 (1+𝑄2 ) è la componente in quadratura di fase.

Si ottiene così il rapporto 𝐻𝑠 ⁄𝐻𝑝 utile per confrontare il campo secondario rispetto al primario, perché se

il campo secondario è molto alto rispetto al primario si capisce che nel terreno i fenomeni di mutua

induzione sono molto elevati, viceversa se il campo secondario è una piccolissima parte del campo

primario significa che il mezzo influenza poco la propagazione dell’onda elettromagnetica.

Studiamo ora il comportamento del rapporto 𝐻𝑠 ⁄𝐻𝑝 al variare della frequenza.

Quando 𝑄 è molto piccolo (𝑄 ≪ 1) si è nel limite resistivo ossia le capacità di induzione del mezzo sono

minori delle capacità di conduzione dello stesso (cattivo conduttore). Quindi sia la componente in fase,

𝑄2
ovverosia (1+𝑄2 ) che la componente in quadratura di fase tendono a 0 il che significa che la corrente è
stazionaria per cui non si crea nessun campo secondario (ricordiamo che perché si generi un campo

secondario c’è bisogno di una corrente variabile).

Quando 𝑄 aumenta, la parte immaginaria aumenta ad un ritmo maggiore rispetto a quella reale fino a

quando 𝑄 = 1 dove entrambe valgono 0.5 (massimo valore per la componente in quadratura di fase).

Oltre questo punto, la componente immaginaria diminuisce fino a che, a grandi valori 𝑄 (𝑄 ≫ 1) assume

nuovamente valore 0. Nel frattempo il valore della parte reale aumenta fino all’unità, per grandi valori di

𝑄, che è il valore massimo per un buon conduttore. Si ricade quindi nel limite induttivo dove le capacità

di induzione del mezzo sono maggiori delle capacità di conduzione dello stesso. In questo caso il campo

secondario ha la stessa intensità del campo primario.

Riepilogando: si fa circolare una corrente alternata nella bobina trasmittente che genera un campo

magnetico primario variabile nel tempo; tale campo primario genera una forza elettromotrice che si

oppone alla variazione della corrente, ovvero si oppone al flusso del campo magnetico; la forza

elettromotrice mette in moto le cariche generando correnti parassite che a loro volta, poiché variano nel

tempo, generano un campo magnetico secondario; il segnale rilevato dalla bobina ricevente è

rappresentato dalla risultante del campo magnetico primario e di quello secondario indotto espressa in

termini delle sue componenti: una componente in fase col campo primario ed una componente sfasata

rispetto allo stesso che sono correlate alle proprietà elettriche e magnetiche del terreno che si sta

investigando. Nello specifico la componente in fase dà informazioni sulle proprietà magnetiche del

sottosuolo mentre la componente in quadratura di fase dà informazioni sulla conducibilità del sottosuolo.

L’ampiezza della componente in quadratura di fase è quella di maggior interesse nella prospezione

geofisica perché è direttamente correlata alla conducibilità elettrica del sottosuolo. Se la distanza, 𝑟, tra

le bobine è almeno 5 volte più grande rispetto al diametro delle bobine, la conducibilità elettrica 𝜎 di un

semispazio conduttore omogeneo e isotropo è data da:

𝐻𝑆 4
𝜎 = 𝐼𝑚 ( )
𝐻𝑃 𝜇𝜔𝑟 2
dove:

𝐻
- 𝐼𝑚 (𝐻𝑆 ) rappresenta la parte immaginaria di 𝐻𝑠 ⁄𝐻𝑝 ed è fornita dallo strumento;
𝑃

- 𝜔 è la frequenza della corrente alternata, quindi è nota;

- 𝑟 è la distanza tra le bobine, quindi è nota.

Se il sottosuolo non è omogeneo, 𝜎 assume significato di conducibilità apparente ciò significa che se si

può agire sulla frequenza della corrente energizzante e sulla distanza tra le due bobine si può realizzare

un sondaggio elettrico verticale, come in geoelettrica, in quanto all’aumentare della frequenza dell’onda

diminuisce la profondità di indagine, viceversa al diminuire della frequenza aumenta la profondità di

esplorazione, quindi a parità di distanza tra le due bobine si può variare la frequenza.

Se lo strumento è a frequenza fissata, cioè è in grado di erogare una corrente solo ad una determinata

frequenza, si può agire sulla distanza tra le bobine (se esse sono svincolate tra loro).

Bisogna poi passare dal dato apparente al dato reale, quindi dalle pseudo profondità alle profondità reali.

Per fare questo bisogna interpretare il dato o direttamente o inversamente.

Il metodo di interpretazione diretto consiste nella definizione un modello sulla base dei dati a disposizione

e si calcola una curva di resistività apparente teorica, ossia una curva che si osserverebbe se il sottosuolo

fosse identico al modello. Si paragona poi il modello teorico al modello sperimentale e si modificano i

valori della curva teorica fino alla completa sovrapposizione delle due curve.

N.B.: Anche se una curva teorica fitta perfettamente la curva sperimentale non è detto che sia indice dei

parametri esatti del terreno perché, a causa del problema dell’ambiguità interpretativa, uno stesso set di

dati sperimentali è compatibile con più modelli. Questo problema è risolvibile utilizzando altre

metodologie di indagine per ridurre i modelli compatibili. Ma, questo problema non si risolve mai

completamente perché si lavora sempre in un sistema multi-parametrico (quindi è matriciale e non

vettoriale).
STRUMENTAZIONE

Esistono diverse disposizioni sorgente-ricevitore:

1. verticale coassiale in cui le bobine sono perpendicolari al piano campagna mentre gli assi delle

bobine sono paralleli al piano campagna;

2. orizzontale complanare in cui le bobine sono parallele al piano campagna mentre gli assi delle

bobine sono perpendicolari al piano campagna.

a. Quando le bobine sono disposte verticalmente (coi dipoli

magnetici orizzontali, 𝐻𝑀𝐷), lo strumento è più sensibile

alle anomalie superficiali, si raggiunge in tal modo una

profondità d’indagine paragonabile alla distanza tra

bobina trasmittente e ricevente;

b. quando le bobine sono disposte orizzontalmente (coi

dipoli magnetici verticali, 𝑉𝑀𝐷), lo strumento è più

sensibile ad una profondità d’indagine di circa 2 volte la

distanza tra le bobine (la profondità di indagine dipende

sempre dalle caratteristiche del mezzo: se è conduttivo la

profondità di indagine è bassa, se ha caratteristiche

intermedie il segnale si approfondisce di più), quindi è

sensibile ad anomalie più profonde rispetto alla prima configurazione.


Gli strumenti più utilizzati nella prospezione elettromagnetica nel dominio della frequenza (si ricorda che

si sta parlando di metodi a bassa frequenza che utilizzano frequenze nell’ordine di qualche kilohertz) sono

sostanzialmente tre della ©Geonics:

- 𝐸𝑀38;

- 𝐸𝑀31;

- 𝐸𝑀34 − 3.

L’𝐸𝑀38 è trascinato a mano a pochi centimetri dal piano campagna e alle sue estremità sono poste la

bobina trasmittente e ricevente.

L’ 𝐸𝑀31 è costituito da un tubo più lungo rispetto al modello precedente portato a spalla dall’operatore

a qualche metro dal piano campagna (la distanza dello strumento dal piano campagna dipende dall’altezza

dell’operatore).

In questi due modelli le bobine sono vincolate tra loro quindi non si può agire sulla distanza tra di esse e

nemmeno sulla frequenza, perché anch’essa è fissata.


Nell’ 𝐸𝑀34 − 3, invece, le due bobine sono separate consentendo di eseguire misure sia al variare della

distanza tra le bobine (sondaggio geometrico) sia al variare della frequenza (sondaggio parametrico).

Tabella che riporta alcuni parametri dei tre modelli.

Con i primi due modelli (𝐸𝑀38 e 𝐸𝑀31) è possibile effettuare al massimo solo due misure (essendo la

distanza tra le bobine e la frequenza fissate):

1. misura a dipolo orizzontale;

2. misura a dipolo verticale.

N.B.: Con l’𝐸𝑀31 si raggiungono profondità di indagine maggiori rispetto all’𝐸𝑀38 sia perché la distanza

tra le bobine è maggiore sia perché lavora ad una frequenza minore.

Con l’𝐸𝑀34 − 3, invece, le bobine possono essere distanziate di 10-20-40 metri e per ognuna di queste

distanze si può utilizzare una delle tre frequenze riportate in tabella. Con questo strumento si possono

effettuare al massimo 9 misure.


Gli strumenti 𝐸𝑀31 ed 𝐸𝑀38, a distanza e frequenza fisse, sono in grado di fornire un solo valore di

conducibilità apparente. In realtà, la strumentazione fornisce una profondità d’indagine 𝑝 diversa in

accordo con le due diverse configurazioni possibili:

- a dipolo orizzontale (modalità 𝑅𝐻);

- a dipolo verticale (modalità 𝑅𝑉).

Queste due profondità di indagine sono correlate dalla relazione:

𝑝𝑅𝐻 ≈ 2𝑝𝑅𝑉

Quindi, a parità di tutte le altre condizioni, è possibile ottenere due valori di conducibilità apparente

diversi, riferibili a profondità d’indagine diverse.

CAMPAGNA CON L’ELETTRO-MAGNETOMETRO

Prima di tutto bisogna effettuare uno studio geologico dell’area per scegliere la metodologia di indagine

(o meglio, le metodologie per il problema dell’equivalenza) che meglio rispondono alla problematica.

Una volta scelta la metodologia bisogna delimitare l’area di indagine e pianificare la distanza tra i profili

in base alle dimensioni del target (tale distanza deve essere almeno 4-5 volte più piccolo delle dimensioni

del target). Infine bisogna pianificare il passo di campionamento ossia il numero di acquisizioni in un

intervallo temporale.

Con l’elettro-magnetometro si effettua un percorso a “zig-zag” (come nella figura sotto) a velocità

costante:
La prospezione elettromagnetica permette la misura simultanea di due grandezze fisiche del terreno: la

conducibilità elettrica e la suscettività magnetica (che devono essere orientate nella stessa direzione) le

cui variazioni areali possono essere rappresentate, mediante l’utilizzo di opportuni programmi

informatici, con mappe bidimensionali o tridimensionali dalle quali si ricavano informazioni su eventuali

strutture sepolte caratterizzate da buone proprietà elettriche e magnetiche (come metalli, strutture in

laterizi, strutture impregnate di acqua ad alto contenuto salino, ecc.).

Questo metodo presenta vantaggi e svantaggi.

Tra i vantaggi:

- nessun contatto col terreno;

- rapidità delle misure in quanto un sondaggio multifrequenza, realizzato con strumenti tipo 𝐸𝑀34,

impiega qualche secondo per acquisire la conducibilità apparente in una gamma di frequenze

scelta dall’operatore, cioè un vero e proprio SEV;

- portabilità dello strumento le cui dimensioni sono tali da poter essere gestito da un solo operatore

(si ottiene pertanto un’alta produzione giornaliera con costi più contenuti di quelli della

geoelettrica);

- profondità d’indagine maggiore della distanza tra le spire, a differenza della geoelettrica, la cui

profondità d’indagine è molto piccola in rapporto alla massima distanza del dispositivo

quadripolare (in media circa 1/5);

- tale metodo si è dimostrato di notevole ausilio nell’esplorazione di risorse minerali metalliche,

anche in ambienti difficili (Scandinavia, Siberia, ecc.), ogniqualvolta fossero presenti formazioni o

filoni buoni conduttori.

Tra gli svantaggi:

- minor potere risolutivo rispetto al metodo geoelettrico (tanto minore quanto maggiori sono le

resistività presenti nel sottosuolo);


- scarsa applicabilità in campo ingegneristico-ambientale, eccetto per l’individuazione di fenomeni

di intrusione marina e di diffusione di fluidi altamente conduttivi (i.e. percolati da discariche in

perdita).

Per cui se lo scopo della campagna è quello di capire se nel sottosuolo è presente un corpo resistivo allora

si utilizza un metodo di prospezione elettromagnetico a bassa frequenza in quanto, essendo speditivo, si

riesce a coprire un'area abbastanza grande in 30 minuti, per cui si localizzano le aree più resistive e si

concentrano i profili delle aree più resistive solo nelle zone di interesse.

In conclusione si può affermare che con questo metodo è possibile rispondere a domande di tipo

qualitativo, ovvero se sono presenti anomalie o zone più o meno conduttive, se le anomalie sono ad alta

o bassa frequenza ecc. Invece, per fornire informazioni di tipo quantitativo bisogna definire la geometria

del corpo, la profondità, le dimensioni e la natura.

METODI ELETTRO-MAGNETICI NEL DOMINIO DEL TEMPO (TDEM)

Nel metodo 𝐹𝐷𝐸𝑀 la bobina ricevente registra sia il campo magnetico primario che quello secondario,

ma se il campo magnetico primario è molto più intenso del secondario, quest’ultimo viene mascherato

per cui la risultante è data, fondamentalmente, dalla componente primaria che non è di interesse

geofisico, perché è la componente secondaria a fornire informazioni sulle caratteristiche

elettromagnetiche del sottosuolo. Quindi il metodo 𝐹𝐷𝐸𝑀 non è in grado di misurare campi magnetici

secondari deboli.

Il metodo 𝑇𝐷𝐸𝑀 azzera il campo primario ed osserva soltanto il decadimento del campo secondario.

Quindi la misura del campo secondario si esegue in assenza del campo primario.
La configurazione utilizzata per una misura 𝑇𝐷𝐸𝑀 è composta da un trasmettitore collegato ad una spira

(loop quadrato, rettangolare o circolare) di cavo elettrico steso sul terreno ed una bobina ricevente (coil),

anch’essa disposta sul terreno, connessa ad un ricevitore con un cavo.

Il trasmettitore, che invia corrente, può essere alimentato o da una batteria (se abbiamo bisogno di basse

energizzazioni perché la profondità di esplorazione è bassa) o da un gruppo elettrogeno (se si è interessati

ad investigare maggiori volumi di sottosuolo).

La corrente inviata dal trasmettitore nella spira stesa sul terreno è un’onda quadra a fase nulla (cioè che

non varia al variare del tempo) che viene interrotta e ridotta a zero ogni secondo quarto di periodo.

Questa corrente continua ha la forma di un’onda quadra con lo 0 centrale:

Quindi, se il periodo dell’intera onda è 𝑇:

- nel primo quarto di periodo essa assume valore +𝐼0;

- nel secondo quarto di periodo assume valore 0;


- nel terzo quarto di periodo assume valore −𝐼0 ;

- nel quarto quarto di periodo assume nuovamente valore 0.

La frequenza delle interruzioni varia da 300 𝐻𝑧, generalmente utilizzata per indagini a piccole profondità,

a 0.075 𝐻𝑧, utilizzata per indagare a grandi profondità.

N.B.: Il segnale, quindi, non è più una corrente alternata ma è una corrente continua!

La particolarità di questa corrente continua è che per il primo quarto di periodo va a 0 e per l’altro quarto

la sua polarità si inverte (perché si invertono gli elettrodi) per applicare la tecnica stacking, una tecnica di

filtraggio del rumore.

La corrente induce, negli intervalli temporali durante i quali assume valori costanti, un campo magnetico

stazionario 𝐵(𝑟) perché, nel momento in cui si fa circolare una corrente stazionaria in un filo si genera un

campo magnetico costante (per cui la prima equazione di Maxwell sarà ∇ × 𝐸 = 0).

Quando si apre il circuito, cioè non si fa circolare più corrente nel circuito, la corrente non va a 0

istantaneamente ma decade secondo un transitorio (ossia si azzera in un determinato lasso di tempo),

ciò significa che ha un comportamento transiente, ossia varia nel tempo.

Quindi, avendo una corrente che varia nel tempo, si genera un campo magnetico (primario) variabile nel

tempo dovuto allo spegnimento della corrente.

Questo campo magnetico variabile nel tempo genera una forza elettromotrice data da:

𝑑Φ(𝐵𝑝 )
𝑓𝑖 = −
𝑑𝑡

ossia è uguale all’opposto della variazione nel tempo del flusso del campo magnetico primario.

N.B.: il segno − indica che la forza elettromotrice tende ad opporsi alla causa che l’ha generato.

Tale forza elettromotrice a sua volta dà origine a correnti parassite, la cui forma rispecchia quella del loop,

che si diffondono nel sottosuolo polarizzandolo in funzione delle sue caratteristiche elettriche.
Nel tempo queste correnti indotte si diffondono con un andamento che può essere assimilato a quello di

un anello di fumo in quanto si espandono all’aumentare della profondità:

Le correnti indotte decadono (quindi variano nel tempo) sia per effetti dissipativi sia perché il campo

magnetico primario tende ad annullarsi. Questa loro variazione nel tempo genera, a sua volta, un campo

magnetico indotto, 𝐵𝑠 (𝑟, 𝑡) (campo secondario). Con il passare del tempo, la diffusione laterale ed in

profondità degli anelli di corrente indotta (anelli di fumo) provoca la diminuzione del campo magnetico

secondario, la cui variazione induce una forza elettromotrice nella spira ricevente.

La variazione dell’intensità delle correnti indotte (parassite) e, quindi, il decadimento del campo

magnetico secondario, sono influenzati dalla resistività dei terreni e perciò la misura di questa variazione

in funzione del tempo darà informazioni sulla misura della resistività in funzione della profondità.

La grandezza fisica misurata è una tensione elettrica, cioè la bobina ricevente misura il campo magnetico

secondario in termini di tensione (ossia in termini della forza elettromotrice generata dalle correnti

parassite):

𝑑𝐵𝑠 (𝑡)
𝑉(𝑡) = −
𝑑𝑡

Quindi la risposta della strumentazione 𝑇𝐷𝐸𝑀 è una tensione al variare del tempo, cioè all’aumentare

del tempo le correnti raggiungono profondità maggiori, quindi le tensioni per tempi lunghi sono relativi a

strati più profondi del sottosuolo indagato.


STRUMENTAZIONE E TIPO DI STENDIMENTO

L’equipaggiamento necessario per eseguire sondaggi tramite il metodo 𝑇𝐷𝐸𝑀, consiste in:

 un generatore di corrente che può essere una semplice batteria (che può erogare corrente fino a

5 𝐴, se l’obbiettivo è indagare a piccole profondità) o da un gruppo elettrogeno (che può erogare

corrente fino a circa 50 𝐴, per indagare a grandi profondità);

 un transmitter, che invia alla spira trasmittente la corrente alla frequenza fissata per le

interruzioni, che deve essere dotato di un inverter perché deve invertire la corrente ogni 2/4 di

periodo;

 un controller del transmitter, che sincronizza transmitter e receiver;

 un receiver, che rileva e registra i dati sotto forma di curve di decadimento e le converte in curve

di resistività;

 spire (loops) che stese sul terreno agiscono come antenne trasmittenti e riceventi.

Se si usano due spire, la spira ricevente deve essere posta vicina alla spira trasmittente (di solito si pone

all’interno della spira trasmittente) perché deve essere coinvolta dal campo secondario (che non è molto

distante dal campo primario).

La sincronizzazione tra le due apparecchiature (transmitter e receiver) consente di registrare il segnale in

una breve finestra temporale, in assenza del campo primario. La registrazione avviene comunque dopo

un tempo di turn-off caratteristico della strumentazione.

Per ciascuna frequenza di interruzione, il ricevitore è in grado di campionare il transiente tramite una serie

di canali di acquisizione (20 canali) che si aprono a tempi via via maggiori indagando così zone sempre più

profonde, dato che col passare del tempo le correnti indotte penetrano sempre più in profondità, con una

velocità di propagazione che è direttamente proporzionale alla resistività elettrica (ovvero inversamente

proporzionale alla conducibilità elettrica) del terreno.


La corrente immessa nel loop trasmittente ha di solito una forma d’onda quadra, con tempi di

energizzazione (time-on) uguali a quelli di interruzione della corrente (time-off).

Essa impiega un certo tempo per salire (non è

importante per la prospezione), assume poi un

valore stazionario 𝐼0 , dopodiché si manda a 0 la

corrente che si annulla in un lasso di tempo

detto tempo di “turn-off” (o “ramp time”). In

questo brevissimo lasso di tempo si genera il

campo magnetico primario variabile nel tempo

che a sua volta genera una forza elettromotrice

indotta che a sua volta genera correnti indotte

che generano il campo magnetico secondario

che viene rilevato come curva di decadimento

della tensione (transiente) durante il time-off. Il transiente è tanto più piccolo quanto più alta è la

frequenza di interruzione e contiene le informazioni sulla resistività del sottosuolo.

L’intero ciclo viene ripetuto molteplici volte, con frequenze di ripetizione variabili da 0.075 a 300 𝐻𝑧. Si

consideri che una singola misura viene campionata dalla strumentazione per almeno 256 volte.

Per ogni misura, poi, si applica il processo di stacking perché, ovviamente, i dati possono essere affetti da

rumore quindi si effettua una sommatoria sincrona mediata di tutti i transienti registrati.
Riportando i valori registrati della forza elettromotrice indotta che dà origine al campo secondario su una

scala bilogaritmica si presenta in questo modo:

La curva presenta due fasi:

- fase iniziale (o early stage) che non viene presa in considerazione perché la corrente è ancora

attiva;

- fase finale (o late stage), che viene studiata, è rappresentata da una linea retta con pendenza

negativa che è direttamente correlata alla conducibilità del sottosuolo, maggiore è la conducibilità

maggiore è il valore di tensione che si osserva a parità di intensità di corrente che circola nella

spira.

Nella fase finale la tensione decade con una forma relativamente semplice:

3
𝐼𝐴 𝜇𝜎 2 −5
𝑉(𝑡) = ( ) 𝑡 2
20 𝜋

dove:

- 𝐼 è l’intensità della corrente inviata nel loop;

- 𝐴 è l’area del loop, perché le correnti parassite sono legate alla geometria della spira;

- 𝜎 è la conducibilità del terreno;

- 𝑇 è il tempo in cui si osserva il fenomeno.


Se il terreno è omogeneo la risposta è data dalla curva Homogeneous Half-Space Response, in questo caso

𝜌 rappresenta la resistività reale del sottosuolo che si sta investigando:

Nel caso di mezzi disomogenei la curva cambia la propria forma a seconda dei rapporti tra 𝜌1 e 𝜌2 .

Se il sottosuolo è composto da due strati dove il primo strato ha una resistività minore del secondo (𝜌1 <

𝜌2 ) la risposta è data dalla curva 𝑎.

Se, infine, il primo strato ha una resistività maggiore del secondo strato (𝜌1 > 𝜌2 ) la risposta è data dalla

curva 𝑏.

Quindi, uno stesso valore di tensione si misura:

 ad un tempo minore nel caso 𝑎;

 ad un tempo maggiore nel caso 𝑏.

Ciò accade perché:

 nel caso a, il primo mezzo è più conduttivo del secondo mezzo, quindi la corrente attraversa

facilmente e velocemente il primo mezzo;

 nel caso b, al contrario, il primo mezzo è più resistivo del secondo mezzo, quindi la corrente tende

a restare più a lungo nel primo mezzo.


In sostanza il primo tratto della curva è rappresentativo del primo strato mentre il secondo tratto è

rappresentativo del secondo strato.

Quindi, la curva esprime il contrasto di resistività tra i due strati: se si modifica di poco vuol dire che il

contrasto è basso, viceversa se si modifica di molto vuol dire che il contrasto è alto.

Poiché la massima profondità di esplorazione dipende dal tempo in cui si effettua l’osservazione, perché

man mano che aumenta il tempo gli anelli di fumo si approfondiscono quindi la tensione misurata è

relativa a strati sempre più profondi. Quindi, dalla relazione:

2𝑡
𝑑=√
𝜇𝜎

si può ottenere una stima delle profondità che si stanno esplorando.

Il rilievo 𝑇𝐷𝐸𝑀 è molto simile al Sondaggio Elettrico Verticale (𝑆𝐸𝑉) perché dipende dalla frequenza delle

interruzioni. Se la frequenza delle interruzioni è bassa significa che si stanno acquisendo informazioni

provenienti da profondità maggiori, mentre se la frequenza delle interruzioni è alta si stanno acquisendo

informazioni da profondità minori.

La profondità d’esplorazione è circa 1-2 volte il lato della spira (quando questa è nell’ordine dei 100-200

metri). Quindi se si usa una spira di 200 metri si raggiunge una profondità di indagine di circa 200-300

metri. Per spire di piccole dimensioni (10, 20, 40 metri) la profondità d’esplorazione può essere 3-4 volte

superiore perché siccome l’energia decade come:

1
√𝑟

risulta chiaro che maggiore è 𝑟 minore è l’energia che bisogna erogare per coprire 100 metri rispetto a

quella che bisogna erogare per una spira di piccole dimensioni.

Il metodo 𝑇𝐷𝐸𝑀 presenta diversi vantaggi, sia per le operazioni in campagna che sono più rapide, sia per

l’alta risoluzione. Le operazioni in campagna, infatti, sono più rapide, poiché invece di inserire gli elettrodi
e spostarli un gran numero di volte, una volta che la spira trasmittente è stesa sul terreno, il sondaggio

stesso dura circa un minuto.

Questo metodo però presenta alcuni svantaggi rispetto al classico Sondaggio Elettrico Verticale in

corrente continua come, ad esempio, gli alti costi dovuti alle strumentazioni relativamente sofisticate (che

arrivano a costare fino a 200˙000€) o la presenza della rete elettrica a 50 𝐻𝑧, in questo caso infatti le

correnti che circolano nel loop sono influenzate anche dalle correnti della rete elettrica, per cui si crea un

flusso concatenato con la rete elettrica e quindi la curva di risposta risentirà del campo indotto dalla linea

elettrica. Attraverso dei filtri però è possibile eliminare tutti i contributi a 50 𝐻𝑧.

I problemi che bisogna affrontare durante un rilievo 𝑇𝐷𝐸𝑀 sono essenzialmente legati alle sorgenti di

rumore perché nella spira circola una corrente che crea un campo magnetico variabile nel tempo che non

si propaga solo nel terreno ma anche nell’aria. Quindi se sono presenti linee elettriche a 50 𝐻𝑧, si crea un

campo magnetico che si sovrappone a quello generato (risultando quindi una sorgente di disturbo).

Questo tipo di rumore, però, è abbastanza facile da controllare perché si presenta sempre con la stessa

frequenza (è monocromatico quindi).

Un'altra fonte di disturbo può essere la presenza di tubi metallici sepolti perché quando questi vengono

attraversati da una corrente elettrica generano un campo magnetico primario (che può essere anche

molto intenso). Quindi il campo magnetico secondario che si genera non è relativo solo alle caratteristiche

elettriche e magnetiche del sottosuolo ma anche alla presenza di sottoservizi metallici.

Il problema maggiore in fase di acquisizione è il basso rapporto segnale/rumore. Infatti, è difficile trovare

un segnale molto alto rispetto al rumore quando le prospezioni sono a grande profondità. Questo

rapporto, invece, è abbastanza alto quando si effettuano indagini nell’ordine dei 2 metri.

Il processing dei dati, necessario per ridurre i rumori di fondo ed aumentare il rapporto segnale/rumore,

è composto da tre fasi in sequenza:

1. una volta acquisito il segnale si deve innanzitutto applicare un filtro di Notch per rimuovere il

rumore associato alle linee elettriche a 50 𝐻𝑧;


2. una seconda fase in cui si effettua uno stacking;

3. una terza ed ultima fase di smoothing per eliminare ulteriori rumori di fondo.

Queste tre fasi di processing vengono applicate prima di rappresentare la curva in grafici (tensione in

funzione del tempo o resistività in funzione del tempo) bilogaritmici relativi alla resistività apparente in

funzione del tempo di acquisizione.

I risultati 𝑇𝐷𝐸𝑀 si presentano, dal punto di vista grafico, come una curva simile a quella ottenuta per il

Sondaggio Elettrico Verticale: per quest’ultimo si rappresenta la resistività al variare della spaziatura degli

elettrodi mentre nel caso 𝑇𝐷𝐸𝑀 si rappresenta la resistività al variare del tempo.

Una curva 𝑇𝐷𝐸𝑀 si rappresenta su un grafico resistività/tempo bilogaritmico (si può anche rappresentare

in un grafico resistività/profondità in base alla relazione che regola, fissato il tempo t, il valore massimo di

profondità raggiunta).

Questo è un esempio di curva:

I dati sperimentali sono rappresentati dai pallini rossi.


Ci sono due curve. Una inizia ad una profondità di 10 𝑚 e finisce ad una profondità di circa 100 𝑚. La

seconda curva finisce a poco più di 200 𝑚.

La presenza di due curve diverse è ascrivibile all’utilizzo di spire di dimensioni diverse: la prima curva è

relativa ad una spira di dimensioni minori rispetto alla seconda spira.

L’interpretazione si basa su un forward modeling, ossia il modello diretto, cioè dato un impulso si trova

l’output in relazione alle caratteristiche del sistema risolvendo l’equazione che descrive il fenomeno della

propagazione dell’onda in un campo elettrostatico. Si graficano le curve teoriche che verranno poi

confrontate con la curva sperimentale. Questo metodo di interpretazione viene anche detto “trial and

error”.

Le curve 𝑇𝐷𝐸𝑀 vengono interpretate attraverso l’algoritmo di inversione di Occam che suddivide il

sottosuolo in 19 piccoli strati. In base a questo modello si costruisce la curva di resistività apparente

teorica che risponde al modello.

L’algoritmo di inversione di Occam è stato sviluppato per un modello di terra 1D: quando si inverte un

sondaggio 𝑇𝐷𝐸𝑀 con questo algoritmo si presuppone a priori che il modello di terra sia

monodimensionale.

Questa supposizione, però, può essere applicata a seconda del contesto in cui si effettua la prospezione

(ad esempio, è valida in un contesto di piana alluvionale in cui la resistività varia con la profondità). In più

questa supposizione è valida se la prospezione non coinvolge grossi volumi di terreno.

La procedura d'interpretazione si basa sull'inversione della funzione secondo le consuete procedure della

Geofisica, fino ad individuare il miglior modello (ossia il best fitting) 1D resistività-profondità (modello

elettrostratigrafico) la cui curva di risposta si sovrappone a quella di campagna. La correlazione tra i singoli

modelli 1D di best-fitting consente di ricostruire varie sezioni elettrostratigrafiche. Si giunge infine ad un

modello di sottosuolo che è descrittivo delle curve ottenute sperimentalmente.

Il modello di sottosuolo ottenuto non è l’unico compatibile con i dati sperimentali (incappando

nell’ambiguità interpretativa) per ovviare a questo problema si può fare ricorso ad altri metodi di indagine.
METODI DI PROSPEZIONE ELETTROMAGNETICA AD ALTISSIMA FREQUENZA

GROUND PENETRATING RADAR (GPR O GEORADAR)

Il Georadar (o 𝐺𝑃𝑅, o Ground Penetrating Radar), che rientra in questa categoria di metodi di prospezione,

è una metodologia non distruttiva che permette di investigare il sottosuolo mediante l’utilizzo di impulsi

elettromagnetici (è una sorgente impulsiva, a differenza dei metodi 𝐹𝐷𝐸𝑀 e 𝑇𝐷𝐸𝑀 che utilizzano

sorgenti diffusive), della durata di 1 − 10 𝑛𝑠, ad alta frequenza (15 𝑀𝐻𝑧 – 2.6 𝐺𝐻𝑧). Proprio perché

utilizza frequenze alte (o molto alte) può essere utilizzato per esplorazioni a piccole profondità al fine di

individuare strutture sepolte di origine naturale o antropica. Infatti, i campi di applicazione del Georadar

sono:

 archeologia

 ingegneria civile

 beni culturali

 ecc.

I metodi 𝐹𝐷𝐸𝑀 e 𝑇𝐷𝐸𝑀 creano fenomeni indotti (infatti prendono il nome di metodologie induttive)

ossia inducono una forza elettromotrice che induce una corrente parassita che induce un campo

magnetico.

Esiste una relazione che lega la frequenza dell’onda e lunghezza d’onda:

𝑐
𝜆(𝑚) =
𝑓

dove:

- 𝑐 è la velocità della luce;

- 𝑓 è la frequenza.
L’obbiettivo del metodo 𝐺𝑃𝑅 è quello di individuare la presenza di discontinuità e/o la presenza di corpi

di piccole dimensioni nel sottosuolo attraverso il contrasto tra le proprietà dielettriche del corpo oggetto

di indagine ed il complesso che lo circonda.

In particolare, la tecnica radar mira all’identificazione delle discontinuità elettromagnetiche presenti nel

sottosuolo dovute a strati o corpi isolati aventi caratteristiche dielettriche differenti rispetto all’ambiente

circostante. Infatti, le discontinuità che generano riflessioni sono legate a cambiamenti nelle

caratteristiche dielettriche del terreno, che possono essere dovute non solo a cambiamenti litologici, ma

anche a variazioni del contenuto d’acqua o da variazioni di densità di volume. Spazi vuoti all’interno del

materiale generano riflessioni significative dovute al cambiamento di velocità dell’onda elettromagnetica.

Quando l’impulso elettromagnetico intercetta un’interfaccia tra materiali aventi differenti proprietà

elettriche, parte dell’onda viene riflessa (torna indietro in superficie) e l’energia restante viene trasmessa

(continua verso la prossima interfaccia). Il 𝐺𝑃𝑅 valuta la riflessione delle onde elettromagnetiche

all’interfaccia tra due diversi materiali dielettrici misurando il tempo che intercorre tra la trasmissione e

la ricezione del segnale causato da riflessioni o diffrazioni nel mezzo.


All’interfaccia tra due materiali con caratteristiche elettromagnetiche differenti si possono avere diversi

fenomeni:

 riflessione;

 rifrazione;

 diffrazione.

Come detto precedentemente, quando l’impulso elettromagnetico intercetta un’interfaccia tra materiali

aventi differenti proprietà elettriche, parte dell’onda viene riflessa (torna indietro in superficie) in base

all’espressione:

Φ1 = Φ2

dove:

- Φ1 è l’angolo di incidenza;

- Φ2 è l’angolo di riflessione.

mentre l’energia restante viene rifratta (trasmessa) continuando verso la prossima interfaccia in base alla

relazione:

𝑣1 sin Φ1
=
𝑣2 sin Φ2

dove:

- Φ1 è l’angolo di incidenza;

- Φ2 è l’angolo di rifrazione.
Però, può avvenire anche un fenomeno diverso dalla riflessione e dalla rifrazione, ossia il fenomeno della

diffrazione che avviene quando l’onda incidente intercetta uno spigolo del corpo. In quel momento lo

spigolo diventa esso stesso sorgente di energia. È come se nel sottosuolo fosse presente una sorgente-

immagine della sorgente presente in superficie. Quindi, si comporta proprio come l’onda incidente che

emana radiazioni elettromagnetiche in tutte le direzioni:

STRUMENTAZIONE GPR

Un sistema 𝐺𝑃𝑅 è costituito da un’unità centrale che genera gli impulsi attraverso l’antenna trasmittente

e controlla in tempo reale l’acquisizione dell’antenna ricevente.

L’immagine a pagina successiva mostra lo schema di funzionamento del 𝐺𝑃𝑅, evidenziando:

- il sistema di trasmissione, caratterizzato da un generatore di impulsi collegato ad un’antenna

(operante ad una determinata frequenza);

- il sistema ricevente, formato da un’antenna ricevente collegata ad un circuito elettrico che

permette di misurare la variazione di ampiezza del segnale rispetto al segnale generato;

- un sistema di elaborazione dati che trasforma l’impulso elettromagnetico in un’informazione

digitale (binaria);

- il sistema di visualizzazione che restituisce l’informazione sul monitor del computer utilizzato per

la prospezione.
Le antenne possono essere in configurazione bistatica o monostatica.

Un’antenna bistatica è costituita da due antenne, una trasmittente ed una ricevente, separate da una

distanza (𝑑) chiamata offset che può essere modificata di volta in volta.

N.B.: L’offset viene scelto in base alla profondità che si vuole esplorare. Quindi, maggiore è l’offset

maggiore sarà la profondità di penetrazione dell’onda elettromagnetica.

L’antenna monostatica è costituita da un’antenna che prima trasmette il segnale e successivamente lo

riceve (si parla di antenna monostatica anche quando si usano due antenne con un offset molto piccolo).

La dimensione delle antenne è strettamente correlata alla lunghezza d’onda della radiazione

elettromagnetica considerata. In particolare, maggiore è la frequenza maggiore è la dimensione

dell’antenna.

Risulta chiaro che la scelta dell’antenna da utilizzare è funzione sia della profondità di esplorazione che

della risoluzione desiderata per l’indagine.


Può succedere di fare una scelta non idonea della frequenza dell’antenna qualora le dimensioni del target

sono troppo piccole per essere individuate dall’antenna.

L’antenna irradia energia elettromagnetica in un cono ellittico (che prende il nome di cono di radiazione)

il cui apice è al centro dell’antenna trasmittente:

Si tratta, sostanzialmente, di un fascio luminoso che illumina una zona di sottosuolo, che prende il nome

di footprint, che varia in funzione della profondità, delle proprietà dielettriche del terreno e della

lunghezza d’onda utilizzata.

Si intuisce, quindi, che la dimensione dell’area illuminata è strettamente correlata alle dimensioni del

target: se si ha un oggetto le cui dimensioni lineari sono molto più grandi, ad esempio, del semiasse 𝐴 (in

figura) ne viene illuminata solo una parte, quindi non se ne vedono i limiti; può capitare anche che

l’oggetto sia troppo piccolo rispetto al cono di radiazione per cui non viene individuato.

Bisogna quindi determinare una corretta frequenza e lunghezza d’onda della radiazione da utilizzare.

Il semiasse maggiore del footprint, 𝐴, è legato alla lunghezza d’onda ed alla profondità dalla relazione:

𝜆 𝐷
𝐴= +
4 √𝜀𝑟 − 1

Dove:

- 𝜀𝑟 è la costante dielettrica relativa del mezzo in cui l’onda si propaga;


- 𝐷 è la profondità.

È ovvio che per poter scegliere la frequenza giusta dell’antenna da utilizzare bisogna fare un calcolo. Si

vuole che il footprint sia di dimensioni tali da poter osservare bene l’oggetto.

Vediamo ora come le caratteristiche del mezzo influiscono sulla propagazione delle onde

elettromagnetiche e, quind,i sulla profondità di esplorazione.

L’interazione dell’onda col mezzo determina una attenuazione (espressa dal coefficiente di assorbimento

𝛼) da cui dipende la profondità di indagine.

Il coefficiente di assorbimento è dato da

𝛼𝑡𝑜𝑡 = 𝛼𝑜ℎ𝑚𝑖𝑐𝑜 + 𝛼𝑠𝑐𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑛𝑔

Nel caso in cui il sottosuolo sia composto di strati elettricamente omogenei, l’assorbimento dipende

soltanto dalle proprietà di conduzione del mezzo, perché nel momento in cui l’energia si irradia negli

strati, caratterizzati da conducibilità diverse, una parte dell’energia si trasforma in calore, per cui

l’ampiezza iniziale dell’onda decade.

Questo succede solo se gli strati sono perfettamente omogenei, spesso però all’interno degli strati sono

presenti disomogeneità (causate dalla presenza di oggetti o zone caratterizzate da diversi valori di

conducibilità elettrica) che causano fenomeni di scattering che disturbano il segnale.

Quindi in un terreno omogeneo la profondità di penetrazione può essere più alta di quella raggiunta in un

terreno eterogeneo.

La profondità di penetrazione, però, è anche funzione della frequenza: maggiore è la frequenza minore è

la profondità di indagine e viceversa. Ma maggiore è la frequenza maggiore è l’attenuazione.


Quando si sceglie la frequenza da utilizzare bisogna tener conto delle dimensioni del target,

dell’assorbimento e, anche, dalla risoluzione che è la capacità di distinguere due oggetti allineati.

Generalmente, la risoluzione verticale si considera idealmente tra 𝜆/4 e 𝜆/2, cioè la lunghezza d’onda

dell’antenna scelta deve essere 1/4 o 1/2 della dimensione lineare dell’oggetto.

Ciò significa che la risoluzione (Δ𝑑), ossia la distanza osservabile tra due oggetti deve essere:

𝜆 𝑣
Δ𝑑 ≥ 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝜆 =
4 𝑓

Consideriamo due superfici di discontinuità pressoché parallele, per esempio, il top e il bottom di un

oggetto sepolto. Affinché le riflessioni da esse generate siano distinguibili è necessario che la distanza fra

le superfici stesse sia almeno pari ad una lunghezza d’onda dell’energia trasmessa.

Se le due riflessioni non sono separate da una lunghezza d’onda, le onde riflesse risultanti dal top e bottom

non saranno riconoscibili a causa dell’interferenza distruttiva.

Quando le due interfacce sono separate da una distanza maggiore di una lunghezza d’onda, si generano

due riflessioni distinte, e l’oggetto può essere risolto.

 Alle alte frequenze le onde definiscono sia il top (𝐴) che il bottom (𝐵) dell’interfaccia e l’onda

risultante da queste riflessioni (𝐶) può risolvere entrambe le interfacce perché la distanza tra le

due (Δ𝑑) è più grande della lunghezza d’onda.


 L’onda di frequenza media definisce sia il top (𝐷) che il bottom (𝐸) dell’interfaccia, e l’onda

risultante (𝐹) può definire appena entrambe le interfacce perché la lunghezza d’onda è prossima

a Δ𝑑.

 La bassa frequenza definisce il top (𝐺), ma a causa del fatto che la separazione tra le due interfacce

è minore della lunghezza d’onda (𝐻), l’onda risultante (𝐼) è data dall’interferenza tra le due onde

per cui solo il top dell’interfaccia viene risolto.

La frequenza caratteristica dell’antenna determina sia le caratteristiche di massima profondità di

esplorazione sia la risoluzione. In generale:

- basse frequenze:

o grande profondità di esplorazione

o bassa risoluzione

- alte frequenze:

o bassa profondità di esplorazione

o alta risoluzione

TECNICHE DI INDAGINE

Le tecniche più utilizzate nella metodologia 𝐺𝑃𝑅 sono:

- tecnica a riflessione  le antenne trasmittente e ricevente procedono lungo il profilo di misura

mantenendo una distanza reciproca costante.

- tecnica del Common Mid Point (CMP)  è uno dei più semplici e veloci test di velocità. Le due

antenne vengono posizionate una di fronte all’altra e vengono poi spostate simmetricamente in

direzioni opposte lungo una linea retta e per punti fino a coprire l’intera lunghezza del profilo.
Viene quindi effettuata una serie di misure dei tempi di viaggio dell’onda elettromagnetica che,

con la conoscenza del percorso effettuato nel terreno da quest’ultima, portano alla misura della

velocità degli strati più superficiali. Però, all’aumentare della distanza tra le due antenne l’entità

della riflessione si riduce sempre più (la maggior parte delle volte, non si riesce a coprire l’intero

profilo), per cui quando non si registra più la riflessione si ferma l’acquisizione (limitandosi a 3/4

tracce).

- tecnica Wide Angle Reflection and Refraction (WARR)  si mantiene fissa l’antenna trasmittente

e si sposta solo la ricevente (o viceversa), per cui si campionano punti diversi del sottosuolo.

Questa tecnica viene utilizzata, ad esempio, per descrivere l’andamento di un riflettore.

- tecnica della Tomografia Radar (o Transilluminazione)  trasmittente e ricevente sono collocate

sulle due facce opposte del mezzo da investigare. Si utilizza per lo studio di strutture e non per il

sottosuolo e, ovviamente, lavora con le onde trasmesse e non quelle riflesse. Per questa tecnica

si utilizza un’antenna avente frequenza nell’ordine dei GHz.


MODALITÀ DEL RILIEVO

I dati GPR vengono acquisiti spostando le antenne lungo la superficie da investigare secondo due diverse

modalità:

- Fixed-mode  posizionandole in differenti punti della superficie ed effettuando misurazioni

distinte

- Moving-mode  tenendo l’antenna trasmittente e ricevente ad una distanza fissa, trasportandole

lungo la superficie ad una velocità costante (in genere 2 𝑘𝑚/ℎ)

L’onda elettromagnetica è irradiata dall’antenna

trasmittente e si propaga verso il basso ad una velocità

𝑣 che dipende dalle caratteristiche elettromagnetiche

del mezzo circostante.

Se intercetta un oggetto o una superficie con

caratteristiche elettriche e magnetiche diverse da

quelle del mezzo in cui si sta propagando parte

dell’onda viene riflessa mentre la parte restante viene

trasmessa verso il basso.

L’onda riflessa in superficie verrà intercettata dall’antenna ricevente e registrata dall’unità centrale per le

elaborazioni successive.
I dati 𝐺𝑃𝑅 sono registrati come tracce. Ogni traccia è costituita da un insieme di riflessioni che hanno

avuto origine a differenti profondità all’interno del materiale.

PERCORSI DEI SEGNALI IN UN TERRENO A 2 STRATI

Appena inizia l’acquisizione, la prima onda ad essere registrata dall’antenna ricevente è la cosiddetta air

wave (onda diretta in aria), che si propaga nell’aria tra le due antenne alla la velocità della luce. Idealmente

essa è registrata al 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑧𝑒𝑟𝑜 per cui determina il punto di inizio della sezione radar.

Il tempo che questa onda impiega per raggiungere l’antenna ricevente è dato da:

𝑥
𝑡𝑎𝑖𝑟 =
𝑐

dove:

- 𝑥 è la distanza tra le due antenne;

- 𝑐 è la velocità della luce nel vuoto;

che rappresenta l’equazione di una retta.

La seconda onda che raggiunge il ricevitore è la cosiddetta ground wave. Anche quest’onda viaggia

direttamente dal trasmettitore al ricevitore ma lungo l’interfaccia aria-suolo e viene utilizzata per

determinare il contenuto di umidità del suolo in prossimità della superficie.


Il tempo che questa onda impiega per raggiungere l’antenna ricevente è dato da:

𝑥
𝑡𝑔𝑟𝑜𝑢𝑛𝑑 =
𝑣

dove:

- 𝑥 è la distanza tra le due antenne;

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

anche questa rappresenta l’equazione di una retta.

N.B.: Entrambe le onde sono solitamente indicate come onde dirette e si osservano sempre,

indipendentemente dalle caratteristiche dei terreni.

Il terzo arrivo ed ogni arrivo successivo sono generalmente onde riflesse o multiple o onde rifratte derivate

da interfacce tra strati di sottosuolo con differenti proprietà dielettriche.

Il tempo che le onde riflesse impiegano per raggiungere l’antenna ricevente è dato dalla relazione:

√𝑥 2 + 4ℎ2
𝑡𝑟𝑒𝑓 =
𝑣

- 𝑥 è la distanza tra le due antenne;

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

- ℎ è lo spessore dello strato;

che rappresenta l’equazione di un’iperbole.


VISUALIZZAZIONE DEI DATI

I dati 𝐺𝑃𝑅 possono essere visualizzati come:

A-Scan (o line scan, o tracce radar), che è una singola traccia acquisita

rappresentata in un piano cartesiano 𝑎𝑚𝑝𝑖𝑒𝑧𝑧𝑎 −

𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑜𝑝𝑝𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜. Le ampiezze delle “ondine” (che si possono

rappresentare anche in una scala di colori) rappresentano l’intensità della

quantità di energia riflessa.

Il centro della traccia rappresenta lo 0, cioè il centro dell’antenna, vengono

prese in considerazione tutte le ampiezze che superano una determinata

soglia positiva o negativa che viene scelta per determinare il segnale utile

(ossia il segnale proveniente dal corpo che si sta cercando) rispetto al rumore ambientale. Il segnale che

supera la soglia rappresenta il segnale utile, invece quello compreso all’interno della soglia è segnale che

si confonde col rumore ambientale.

L’insieme delle A-Scan costituisce una B-Scan, comunemente conosciuta col nome di radargramma (simile

al sismogramma) ovvero una sezione trasversale del mezzo in cui tutte le tracce registrate sono

visualizzate in un formato in cui il tempo doppio di viaggio è riportato sull’asse verticale e la distanza

percorsa dall’antenna sulla superficie del mezzo è riportata sull’asse orizzontale.

La B-Scan può essere

rappresentata sia in formato

wiggle, sia in toni di grigio che a

colori in modo che le riflessioni

che possono rappresentare

importanti interfacce nel mezzo

sono prontamente visibili.


In un radargramma le air-wave, ground-wave e le riflessioni si presentano in questo modo:

N.B.: le Air-Wave e le Ground-Wave hanno un percorso rettilineo perché la loro velocità è costante.

Di solito nel radargramma si elimina l’air-wave e si fa partire la traccia dalla ground-wave (Static

Correction).

Guardando un radargramma è possibile effettuare una valutazione qualitativa di ciò che è presente nel

sottosuolo.

In un radargramma, se gli oggetti sono di dimensioni finite, hanno quindi una propria geometria, si

osserveranno andamenti iperbolici (Iperboli di Diffrazione) in quanto gli echi provenienti dai punti laterali

impiegano più tempo a raggiungere il ricevitore rispetto all’eco proveniente dalla sommità. Invece, se la

discontinuità è piano-parallela gli echi registrati in diversi punti della superficie impiegano lo stesso tempo

per raggiungere il ricevitore, per cui si osserverà un andamento lineare.


I radargrammi vengono acquisiti nel dominio del tempo (si parla infatti di Time-Domain Radargrams),

risulta però necessario convertire i radargrammi dal dominio temporale al dominio spaziale (Distance-

Domain Radargrams) attraverso un’analisi di velocità per interpretare i dati in termini di profondità

piuttosto che in termini di two-way travel time.

Ciò è possibile attraverso l’utilizzo della formula:

1
𝑑 = 𝑣𝑡
2

dove:

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

- 𝑡 è il two-way travel time.

Bisogna quindi ricavare la velocità con cui l’onda si è propagata nel mezzo. Ricordando che:

𝑐
𝑣=
√𝜀𝑟

si comprende che la velocità di propagazione dell’onda dipende fortemente dalle caratteristiche

dielettriche del mezzo in cui l’onda si sta propagando.

L’analisi di velocità consiste in un’analisi delle iperboli di diffrazione mediante fitting di queste ultime

(Hyperbola Adaptation). Questa metodologia consiste nel sovrapporre un’iperbole sintetica ad una

iperbole di diffrazione reale generata da oggetti all’interno del mezzo, cercando di ottenere un best fitting

tra le due.
Una volta definita la velocità media con cui le onde elettromagnetiche hanno viaggiato nel mezzo, è

possibile procedere alla trasformazione delle sezioni 𝐺𝑃𝑅 in profondità (time-depth conversion).

La combinazione di più radargrammi, caratterizzati dal fatto

di essere associate a sezioni verticali adiacenti, consente di

ottenere una rappresentazione volumetrica dell’intero

materiale investigato: la C-Scan, quindi, identifica l’immagine

3D del 𝐺𝑃𝑅 come un cubo di dati in cui è possibile visualizzare

diversi piani, la sua costruzione avviene attraverso

l’affiancamento di più profili B-Scan paralleli ed altri

perpendicolari. La C-Scan, quindi, permette di seguire

l’andamento spaziale delle strutture.


LE TIME-SLICES

Un modo sofisticato di trattamento dei dati 𝐺𝑃𝑅 è la costruzione delle Time-Slice (o mappe radar) che

rappresentano una ricostruzione delle ampiezze, caratterizzanti il mezzo indagato, mediante sezioni

parallele alla superficie del mezzo indagato derivanti dall’interpolazione dei valori di ampiezza dei

radargrammi che ricadono all’interno di specifiche finestre temporali. Il risultato è una serie di slice che

illustrano la collocazione tridimensionale delle anomalie derivate da un’analisi digitale di più profili

bidimensionali.

Le Time-Slice sono generalmente costruite in intervalli di tempo uguali, con ogni slice rappresentante uno

spessore approssimato del mezzo indagato. Se le analisi di velocità sono fatte in anticipo e sono fatte le

correzioni tempo-profondità, ogni Time-Slice può essere vista come una Depth-Slice.

I radargrammi raccolti lungo linee parallele o

incrociate sono sezionati ad un determinato

intervallo temporale 𝑑𝑡. Le ampiezze relative

delle onde radar riflesse registrate tra quei

tempi sono poi mediate ed interpolate. Le

anomalie risultanti visibili in una Time-Slice rappresentano, perciò, la distribuzione spaziale delle ampiezze

della riflessione a specifiche profondità.

Quindi, le Time-Slice si riferiscono ad uno specifico valore temporale che può essere convertito in

profondità mediante la relazione:

1
𝑑 = 𝑣𝑡
2

dove:

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

- 𝑡 è il two-way travel time.


METODI GEOELETTRICI DI TIPO STAZIONARIO (METODI ELETTROSTATICI)

Questi metodi non sono altro che un caso particolare dei Metodi Elettromagnetici.

In questo caso si utilizza un campo a frequenza 0: si tratta comunque di un campo elettromagnetico ma il

campo elettrico generato è un campo elettrostatico, quindi è costante nel tempo, che genera un campo

di induzione magnetica che è esso stesso costante nel tempo, quindi dalla prima equazione di Maxwell si

ha:

∇×𝐸 =0

Ciò, però, non significa che non si crea un campo magnetico perché un filo percorso da corrente genera

un campo magnetico con la differenza che se la corrente è stazionaria, cioè non varia nel tempo, anche il

campo magnetico generato è costante.

Quindi il campo elettrico è a rotore nullo quindi è irrotazionale ciò significa che non ci sono grandezze che

variano nel tempo quindi non sono presenti vortici.

RICHIAMI DI ELETTROSTATICA

La Forza di Coulomb è la forza che si esercita tra due cariche ed è dato da:

𝑞1 𝑞2
𝐹 = 𝑘0
𝑟2

dove:

- 𝑘0 è la costante elettrica;

- 𝑞1 𝑞2 è il prodotto delle intensità delle due cariche;

- 𝑟 è la distanza tra le due cariche.

Questa è una grandezza scalare perché esprime l’intensità della forza.

Questa legge esprime che due cariche 𝑞1 e 𝑞2 si possono attrarre e respingere sulla base del loro segno e

la forza con la quale si attraggono o respingono è data da questa quantità. Più distanti sono le cariche,
minore sarà la forza che si esercita tra di loro, infatti a grandi distanze questa forza è nulla per cui non c’è

nessuna attrazione o repulsione.

Questa è la Forza di Coulomb nel vuoto:

1 𝑞1 𝑞2
𝐹=
4𝜋𝜀0 𝑟 2

dove:

- 𝜀0 è la costante dielettrica del vuoto.

La forza è una quantità vettoriale, quindi ha una sua direzione, che è quella che congiunge le due cariche,

espressa dal versore 𝑟̂ :

1 𝑞1 𝑞2
𝐹= 𝑟̂
4𝜋𝜀0 𝑟 2

La forza di coulomb gode del principio di sovrapposizione, cioè la forza che si esercita su una carica 𝑞

dovuta alle forze delle cariche 𝑞1 , 𝑞2 , ecc. è data dalla somma vettoriale di tutte le forze:

𝐹 = 𝐹1 + 𝐹2 + 𝐹3 + 𝐹4
IL CAMPO ELETTRICO

La presenza di una carica elettrica provoca nello spazio circostante una perturbazione, la quale si propaga

alla velocità della luce (300′000 𝑘𝑚/𝑠). L’osservazione della perturbazione indotta dalla carica sorgente

è resa possibile attraverso la misura della forza con cui si manifesta su una carica esploratrice (di intensità

unitaria). A tale entità si dà il nome di campo elettrico.

Il vettore campo elettrico 𝐸⃗⃗ è il rapporto tra la forza coulombiana 𝐹⃗ , che si manifesta su una carica

esploratrice 𝑞, e la carica stessa:

𝐹
𝐸=
𝑞

da cui:

𝐹 = 𝑞𝐸

Quindi sostituendo il valore di 𝐹 nell’equazione si ottiene:

1 𝑞1
𝐸= 𝑟̂
4𝜋𝜀0 𝑟 2

dove:

- 𝑞1 è la carica sorgente del campo.

L’unità di misura del campo elettrico è perciò il Newton su Coulomb (𝑁/𝐶).

Quindi il campo ha la stessa intensità di 𝐹 perché la carica ha intensità unitaria.

Da questa relazione si capisce anche che la direzione del campo elettrico è la stessa della forza.
Tutti i campi di forza, cioè le regioni dello spazio in cui sono rilevabili azioni di qualsiasi natura fisica,

possono essere rappresentati mediante linee di forza. Le linee di forza sono in ogni punto tangenti al

vettore campo elettrico, di conseguenza anche il campo 𝐸 è tangente in ogni punto alle linee di forza del

campo:

Nel caso in cui la carica generatrice è positiva, le linee di forza sono continue e divergenti dalla carica

generatrice, se la carica generatrice è negativa esse sono continue e convergenti nella carica generatrice.

Quindi le linee di forza sono radiali e diminuiscono di intensità mano a mano che ci si allontana dalla

sorgente.

Se si hanno due cariche positive le linee del campo in prossimità

delle due cariche si respingono ed il campo elettrico è in ogni

punto tangente alle linee di forza, mentre lontano dalle cariche le

linee di forza assumono un andamento radiale, cioè le due

cariche non risentono della reciproca presenza:


Se, invece, le due cariche sono di segno opposto si

attraggono, vuol dire che le linee di forza escono dalla

carica positiva ed entrano in quella negativa. Anche in

questo caso il campo è tangente alle linee di forza in ogni

punto:

N.B.: il verso positivo del campo 𝐸 segue il verso delle linee di campo.

Il campo elettrico prodotto da più cariche è uguale alla somma vettoriale dei campi prodotti da ogni

singola carica:

𝐸 = ∑ 𝐸𝑖
𝑖=1

Nei metalli il campo è uguale a 0 perché in un conduttore le cariche cercano di distribuirsi sulla sua

superficie quindi al suo interno il campo è nullo. Infatti, per poter far fluire una corrente all’interno del

conduttore bisogna mantenere una differenza di potenziale.

CAMPO ELETTRICO GENERATO DA UN DIPOLO

Due cariche aventi polarità opposta generano un campo dato dalla somma vettoriale del campo generato

dalle singole cariche.

Se si hanno due particelle la cui distanza reciproca (𝑟) è molto minore della distanza di osservazione

dell’effetto delle due cariche (𝑧), la sorgente si dice dipolare e può essere considerata come un’unica

sorgente (come nel caso del campo magnetico).


Il campo prodotto da una sorgente dipolare può essere approssimato da questa espressione:

𝑑≪𝑧 𝑝
𝐸→
2𝜋𝜀0 𝑧 3

dove:

- 𝑝 è il momento di dipolo ed è dato dal prodotto della carica per la distanza tra le due cariche

(𝑝 = 𝑞𝑑).

Questo prende il nome di campo in approssimazione di dipolo.

ENERGIA POTENZIALE ELETTRICA

L’energia potenziale elettrica è definita come il lavoro compiuto per spostare una carica elettrica

puntiforme 𝑞0 nel campo elettrico generato dalla carica puntiforme 𝑞 (𝑞0 ≪ 𝑞).

Se la regione di spazio considerata non è sede di un campo elettrico il lavoro per spostare la carica vale 0.

Invece se è presente un campo elettrico, la carica 𝑞0 risente di una forza (attrattiva o repulsiva), quindi

per spostarla bisogna compiere un lavoro che è espresso dalla formula:

𝑑𝑊 = 𝐹 ∙ 𝑑𝑟 = −𝑞0 𝐸 ∙ 𝑑𝑟

Quindi il lavoro totale compiuto per spostare una carica dal punto 1 al punto 2 è dato da:

𝑞𝑞0 1 1
𝑊12 = ( − )
4𝜋𝜀0 𝑟2 𝑟1

Da ciò si deduce che il campo elettrico è conservativo, vale a dire che il lavoro 𝑊 fatto per portare una

carica 𝑞 da un punto all’altro dipende solo dalla posizione dei due punti, e non dal cammino fatto per

collegarli.
Se indichiamo con 𝑈2 il prodotto:

𝑞𝑞0 1
𝑈2 =
4𝜋𝜀0 𝑟2

e con 𝑈1 il prodotto:

𝑞𝑞0 1
𝑈1 =
4𝜋𝜀0 𝑟1

il lavoro totale compiuto per spostare una carica dal punto 1 al punto 2 è dato da:

𝑊12 = 𝑈2 − 𝑈1

dove:

- 𝑈1 è l’energia potenziale nel punto 1;

- 𝑈2 è l’energia potenziale nel punto 2.

La relazione precedente prende il nome di energia potenziale elettrostatica.

Ciò vuol dire che i punti tra i quali si muove la carica hanno un potenziale elettrico diverso.

Si definisce allora come differenza di potenziale elettrico tra due punti 1 e 2 il rapporto tra il lavoro 𝑊

fatto per spostare una carica 𝑞0 da 1 a 2 ed il valore della carica stessa:

𝑊12
∆𝑈12 =
𝑞0

Sostituendo il valore di 𝑊12 nell’espressione si ottiene:

𝑞 1 1
∆𝑈12 = ( − )
4𝜋𝜀0 𝑟2 𝑟1
Quindi si può misurare soltanto una differenza di potenziale e non il potenziale vero e proprio. La misura

del potenziale è possibile solo se si impone una condizione al contorno ossia che il potenziale valga 0

all’infinito. Cioè se si impone 𝑟1 → ∞, e imposto:

𝑈
𝜑=
𝑞0

il lavoro che si compie per spostare una carica da un punto posto all’infinito al punto 𝑟2 è uguale a:

1 𝑞
𝜑=
4𝜋𝜀0 𝑟

Questa relazione esprime il potenziale elettrostatico in un punto generato da una carica puntiforme.

Possono verificarsi casi in cui non si ha una singola carica ma si ha una distribuzione di cariche in un

volume, in questo caso il potenziale vale:

1 𝑑𝑞
𝜑= ∫
4𝜋𝜀0 𝑟

dove 𝑑𝑞 rappresenta:

- la densità di carica in un volume (𝜌𝑑𝑉);

- la distribuzione di carica su una superficie (𝜎𝑑𝑆);

- la distribuzione di carica lungo una linea (𝜆𝑑𝑙).

Il potenziale è definito dimensionalmente come un’energia diviso una carica

L’unità di misura del potenziale elettrico è il Volt (𝑉):

1𝐽
1𝑉 =
1𝐶

cioè 1 𝑉 è la differenza di potenziale tra due punti tra i quali, per spostare una carica di 1 𝐶, occorre

operare un lavoro di 1 𝐽.
Però per la definizione di potenziale:

𝜑1 − 𝜑2 = − ∫ 𝐸 ∙ 𝑑𝑟 → 𝜑 = 𝐸 ∙ 𝐿

dove 𝐿 è una lunghezza, quindi il campo elettrico è espresso anche in 𝑣𝑜𝑙𝑡/𝑚 (numericamente le due

grandezze sono equivalenti).

SUPERFICI EQUIPOTENZIALI & LINEE DI FORZA

Le superfici equipotenziali sono definite come il luogo dei punti per cui il potenziale è costante e sono

sempre perpendicolari alle linee di forza.

Le linee di forza, invece, sono linee tangenti in ogni punto alla direzione del campo elettrico.

Nel caso di un campo elettrico uniforme le superfici equipotenziali

sono dei piani perpendicolari alle linee di campo 

 Nel caso di un campo di carica uniforme, le superfici equipotenziali

sono costituite da sfere concentriche (con centro nella carica

puntiforme) mentre le linee di forza si distribuiscono radialmente.

Nel caso, invece, di un campo di un dipolo, le superfici

equipotenziali hanno forma variabile 


IL CAMPO ELETTRICO COME GRADIENTE DEL POTENZIALE

Vediamo ora come ricavare il Campo Elettrico conoscendo

l’espressione del potenziale.

Supponiamo di spostare la carica esploratrice 𝑞0 , il lavoro

per uno spostamento:

⃗⃗⃗⃗⃗
𝑑𝑟 = 𝑑𝑥𝑢̂𝑥 + 𝑑𝑦𝑢̂𝑦 + 𝑑𝑧𝑢̂𝑧

il lavoro che porta la carica dalla superficie equipotenziale 𝑉 a quella 𝑉 + 𝑑𝑉 è:

𝑑𝑊 = −𝑞0 𝑑𝑉

Dalla definizione di lavoro:

𝑑𝑊 = −𝑞0 𝐸 ∙ 𝑑𝑟

per cui, sostituendo si ottiene:

−𝑞0 𝑑𝑉 = 𝑞0 (𝐸𝑥 𝑑𝑥 + 𝐸𝑦 𝑑𝑦 + 𝐸𝑧 𝑑𝑧 )

Essendo:

𝜕𝑉 𝜕𝑉 𝜕𝑉
𝑑𝑉 = 𝑑𝑥 + 𝑑𝑦 + 𝑑𝑧
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧

si avrà che le componenti di 𝐸 saranno:

𝜕𝑉 𝜕𝑉 𝜕𝑉
𝐸𝑥 = − ; 𝐸𝑦 = − ; 𝐸𝑧 = −
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧

che permette di trovare tutte le componenti di 𝐸 noto il potenziale, che si può sinteticamente indicare

come:

𝐸 = −𝑔𝑟𝑎𝑑𝑉

Quindi, il campo elettrostatico è in ogni punto uguale al gradiente del potenziale elettrico in quel punto

cambiato di segno.
Introducendo l’operatore:

𝜕 𝜕 𝜕
⃗⃗=
∇ 𝑢̂𝑥 + 𝑢̂𝑦 + 𝑢̂𝑧
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧

ed applicandolo al potenziale, si ottiene:

𝜕𝑉 𝜕𝑉 𝜕𝑉
⃗⃗𝑉 =
∇ 𝑢̂𝑥 + 𝑢̂𝑦 + 𝑢̂ = 𝑔𝑟𝑎
⃗⃗⃗⃗⃗𝑑𝑉
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝑧

Riassumendo, si ha:

𝑑𝑉 = −𝐸⃗⃗ ∙ 𝑑𝑟⃗ = ⃗∇⃗𝑉 ∙ 𝑑𝑟⃗

quindi:

2 2
𝜑2 − 𝜑1 = − ∫ 𝐸⃗⃗ ∙ 𝑑𝑟⃗ = ∫ ⃗∇⃗𝑉 ∙ 𝑑𝑟⃗
1 1

che viene detto Teorema del Gradiente.

Nel caso particolare in cui il campo 𝐸 e lo spostamento 𝑑𝑟 hanno la stessa

direzione, il prodotto scalare:

𝐸 ∙ 𝑑𝑟 = 𝐸𝑑𝑟

𝐸 è costante, quindi viene portato fuori dal segno di integrazione:

2
𝜑2 − 𝜑1 = −𝐸 ∫ 𝑑𝑟
1

Mentre:

2
∫ 𝑑𝑟 = 𝑑
1

dove:

- 𝑑 è la distanza tra i punti 1 e 2.


Quindi, in questo caso, la differenza di potenziale non è altro che l’intensità del campo elettrico

moltiplicato la distanza 𝑑 tra i due punti 𝑖 ed 𝑓.

Invece, nel caso in cui si vuole calcolare la differenza di

potenziale tra i punti 𝑖 ed 𝑓 ma il campo è diretto come in

figura, bisogna calcolare il coseno dell’angolo formato tra la

direzione del campo elettrico e la direzione dello spostamento

della particella. Per cui:

𝐸 ∙ 𝑑𝑟 = 𝐸𝑑𝑟 cos 𝜃

Le equazioni che regolano le prospezioni Elettro-Magnetiche derivano dalle Equazioni di Maxwell alle

quali si aggiungono l’equazione di continuità, le relazioni costitutive e le condizioni al contorno.

Possiamo ora vedere come si trasformano le equazioni di Maxwell quando la sorgente è un campo

elettrostatico.

Se il campo elettrico non varia nel tempo la variazione del campo induzione magnetica è nulla, ciò

significa che:

∇×𝐸 =0

Quindi il campo 𝐸 è irrotazionale (non ci sono vorticosità) e può essere espresso come il gradiente di un

potenziale scalare, 𝑈, (potenziale elettrostatico):

𝐸 = −∇𝑈

Se siamo in regime stazionario (quindi le cariche sono ferme) vuol dire che l’equazione di continuità:

𝜕𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)
∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = − =0
𝜕𝑡
Consideriamo un sottosuolo costituito da diverse zone aventi ciascuna resistività elettrica costante:

Immaginiamo, ora, che in ogni zona a resistività costante valga la Legge di Ohm (in forma vettoriale):

𝐽 = 𝜎𝐸

N.B.: la Legge di Ohm vale all’interno dei corpi ma non sulle superfici di contatto tra essi, perché queste

sono zone in cui vi è un cambio di resistività.

che, sostituita nell’equazione di continuità, fornisce:

∇ ∙ (𝜎𝐸) = 0

che esplicitata diventa:

∇𝜎 ∙ 𝐸 + 𝜎∇ ∙ 𝐸 = 0

Esprimendo, ora, il campo elettrico 𝐸 in termini del gradiente del potenziale elettrico 𝑈 avremo:

∇𝑈 ∙ ∇𝜎 + 𝜎∇ ∙ ∇𝑈 = 0

che rappresenta l’equazione differenziale di Poisson. Risolvendo questa equazione si ricava una

soluzione 𝑈 valida in tutti i punti del semispazio, compresi quelli che si trovano sulle superfici di contatto

tra i mezzi perché in questa equazione compare il termine ∇𝜎, ossia la variazione di conducibilità che si

ha, in questo caso, all’interfaccia tra i mezzi.


Nel nostro caso, poiché in ogni zona la conducibilità è assunta costante, si ha:

∇𝜎 = 0

per cui l’equazione di Poisson diventa (divergenza per il gradiente di 𝑈 uguale a 0):

∇ ∙ ∇𝑈 = 0

che rappresenta l'equazione differenziale di Laplace che, se risolta, fornisce un’espressione per il

potenziale valida in tutto il semispazio tranne che lungo le superfici di discontinuità separanti mezzi

aventi differente conducibilità elettrica, quindi è valida solo nel caso di un mezzo omogeneo.

Le componenti di ∇ sono:

𝜕 𝜕 𝜕
∇≡ ( 𝑖̂; 𝑗̂; 𝑘̂ )
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧

Moltiplicare scalarmente ∇ per ∇ significa fare il prodotto scalare:

𝜕 𝜕
𝑖̂ ∙ 𝑖̂
𝜕𝑥 𝜕𝑥

Ma:

𝑖̂ ∙ 𝑖̂ = |𝑖̂| ∙ |𝑖̂| ∙ cos 𝜑

dove:

- |𝑖̂| = 1

- 𝜑 = 0 perché i due versori sono paralleli, quindi cos 𝜑 = 1

per cui si ha:

𝑖̂ ∙ 𝑖̂ = 1

Quindi:

𝜕 𝜕 𝜕2
𝑖̂ ∙ 𝑖̂ = 2
𝜕𝑥 𝜕𝑥 𝜕𝑥
Quindi il Laplaciano non è altro che una derivata seconda.

Consideriamo una sorgente di corrente 𝐴,

posta sulla superficie di un semispazio

conduttore formato da 𝑛 strati piano

paralleli (che dopo il terreno omogeneo è

la struttura di sottosuolo

geometricamente più semplice), e

supponiamo che l'intensità della corrente

continua (stazionaria) iniettata nel

sottosuolo sia +𝐼 

Assumiamo un sistema di coordinate cilindriche. Mentre in un sistema di riferimento cartesiano la

posizione di un punto 𝑃 è individuata dalle coordinate 𝑥, 𝑦 e 𝑧, in un sistema di riferimento cilindrico la

posizione del punto P è individuata dalle coordinate 𝑟, 𝜃 e 𝑧.

Dove:

- 𝑟 è la proiezione (𝑄) del punto 𝑃 sul piano 𝑥𝑦;

- 𝜃 è l’angolo che l’asse x forma con 𝑟 in senso antiorario

- 𝑧 è la quota del punto 𝑃.


Nel caso dell’immagine sopra, il punto 𝑃 si trova ad una profondità 𝑧, 𝑟 è la proiezione di 𝑃 sul piano

campagna mentre 𝑅 è il vettore posizione del punto P. In questo caso il sistema ha origine nel punto in

cui si immette la corrente.

È possibile passare da un sistema di riferimento cartesiano ad uno cilindrico (e viceversa) con le seguenti

formule di trasformazione:

 per passare dal sistema rettangolare (cartesiano) a quello cilindrico:

o 𝑟 = √𝑥 2 + 𝑦 2

𝑦
o 𝜃 = arctan (𝑥 )

o 𝑧=𝑧

 per passare dal sistema cilindrico a quello rettangolare (cartesiano):

o 𝑥 = 𝑟 cos 𝜃

o 𝑦 = 𝑟 sin 𝜃

o 𝑧=𝑧

L’obbiettivo è risolvere l’equazione di Laplace, ossia trovare una soluzione (𝑈 = ⋯).

L’equazione di Laplace in coordinate cartesiane è la somma delle derivate parziali rispetto ad 𝑥, rispetto

ad 𝑦 e rispetto a 𝑧:

𝜕2𝑈 𝜕2𝑈 𝜕2𝑈


+ + =0
𝜕𝑥 2 𝜕𝑦 2 𝜕𝑧 2
La stessa equazione espressa in coordinate cilindriche è data da:

𝜕 2 𝑈 2 𝜕𝑈 𝜕 2 𝑈 1 𝜕 2 𝑈
+ + + =0
𝜕𝑟 2 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑧 2 𝑟 2 𝜕𝜃 2

È bene ricordare che il potenziale non dipende da 𝜃 perché 𝜃 descrive una superficie equipotenziale quindi

spostando il punto P su questa superficie 𝜃 cambia ma il potenziale è sempre lo stesso quindi:

1 𝜕2𝑈
=0
𝑟 2 𝜕𝜃 2

per cui si ha:

𝜕 2 𝑈 2 𝜕𝑈 𝜕 2 𝑈
+ + =0
𝜕𝑟 2 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑧 2

Questa equazione deve essere soddisfatta in ogni singolo strato dove la resistività è costante, bisogna

pensare, in linea generale, di risolvere tante equazioni di Laplace, quanti sono gli strati presenti:

𝜕 2 𝑈𝑖 2 𝜕𝑈𝑖 𝜕 2 𝑈𝑖
+ + =0
𝜕𝑟 2 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑧 2

dove:

- 𝑈𝑖 é il potenziale relativo all'i-esimo strato (con 𝑖 = 1, 2, 3, … , 𝑛 − 1, 𝑛).

Quindi, per esempio, se il punto 𝑃 si trova nel primo strato si avrà:

𝜕 2 𝑈1 2 𝜕𝑈1 𝜕 2 𝑈1
+ + =0
𝜕𝑟 2 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑧 2

Consideriamo un sottosuolo omogeneo ed isotropo caratterizzato da una resistività 𝜌1 , non sono presenti

discontinuità per cui il potenziale non dipenderà nemmeno da 𝑧, quindi ora le derivate parziali diventano

derivate totali perché 𝑈 è funzione solo di 𝑟. Quindi l’equazione di Laplace diventa:

𝑑2 𝑈 2 𝑑𝑈
+ =0
𝑑𝑟 2 𝑟 𝑑𝑟
che è una equazione differenziale di secondo grado, la cui soluzione è un integrale, ma essendo di secondo

ordine bisogna integrare due volte. Per cui, la soluzione dell’equazione è:

𝐶2
𝑈(𝑟) = 𝐶1 +
𝑟

dove 𝐶1 e 𝐶2 sono le due costanti d'integrazione.

Dimostriamo ora che effettivamente quella appena esposta è la soluzione dell’equazione di Laplace:

𝑑2 𝑈 2 𝑑𝑈
+ =0
𝑑𝑟 2 𝑟 𝑑𝑟

che può essere scritta come:

𝑑2 𝑈 2 𝑑𝑈
2
=−
𝑑𝑟 𝑟 𝑑𝑟

sostituiamo a 𝑈 (al secondo membro) il valore della soluzione:

𝑑𝑈 𝑑 𝐶2 0 ∙ 𝑟 − 𝐶2 ∙ 1 𝐶2
= (𝐶1 + ) = 0 + 2
=− 2
𝑑𝑟 𝑑𝑟 𝑟 𝑟 𝑟

Calcoliamo ora la derivata del primo membro:

𝑑2 𝑈 𝑑 𝑑𝑈 𝑑 𝐶2 0 ∙ 𝑟 2 + 𝐶2 ∙ 2𝑟 2𝐶2 𝑟 2𝐶2
= ( )= (− 2 ) = = 4 = 3
𝑑𝑟 2 𝑑𝑟 𝑑𝑟 𝑑𝑟 𝑟 𝑟4 𝑟 𝑟

Sostituiamo i valori appena trovati nell’equazione di Laplace:

2𝐶2 2 𝐶2
3
= − (− 2 )
𝑟 𝑟 𝑟

2𝐶2 2𝐶2
= 3
𝑟3 𝑟
Le due costanti di integrazione 𝐶1 e 𝐶2 dovranno essere valutate imponendo due condizioni al contorno

al potenziale 𝑈:

1. annullamento del potenziale all'infinito, cioè man mano che ci si allontana dalla sorgente il

potenziale deve diminuire fino ad annullarsi per il principio di conservazione dell’energia. Questa

assunzione vale solo se 𝐶1 = 0 (se così non fosse il potenziale rimarrebbe costante anche a

distanza infinita, cosa fisicamente impossibile). Quindi per:

𝑟 → ∞, 𝐶1 = 0

quindi:

𝐶2
𝑈(𝑟) =
𝑟

2. la densità di corrente 𝐽, ad una distanza 𝑟 dalla sorgente, può essere espressa in coordinate

cilindriche come:

1 𝑑𝑈
𝐽=− ( )
𝜌1 𝑑𝑟

Poiché:

𝐶2
𝑈(𝑟) =
𝑟

vuol dire che:

𝑑𝑈(𝑟) 𝐶2
=− 2
𝑑𝑟 𝑟

Sostituendo questo valore nella prima equazione si ottiene:

1 𝐶2
𝐽= ( )
𝜌1 𝑟 2

Ciò dimostra che la densità di corrente è uniforme su ogni superficie semisferica equipotenziale.
L'intensità di corrente si distribuisce su tutta la semisfera quindi la si può esprimere come:

𝐼 = ∫ 𝐽 ∙ 𝑛 𝑑𝑆
𝑆

dove:

- 𝐼 è la corrente totale che attraversa un’assegnata superficie 𝑆;

- 𝑛 è la normale a tale superficie.

Essendo 𝐽 uniforme su ogni superficie semisferica equipotenziale di raggio 𝑟, lo si può portare fuori dal

segno di integrazione.

L’integrale su 𝑆 di 𝑑𝑆 è proprio uguale alla superficie della semisfera:

∫ 𝑑𝑆 = 2𝜋𝑟 2
𝑆

Quindi:

𝐼
𝐽=
2𝜋𝑟 2

Sostituendo il valore di 𝐽 nell’equazione:

1 𝐶2
𝐽= ( )
𝜌1 𝑟 2

Si ottiene:

1 𝐶2 𝐼
( 2) =
𝜌1 𝑟 2𝜋𝑟 2

da cui:

𝐼𝜌1
𝐶2 =
2𝜋

Quindi 𝐶2 dipende dall’intensità 𝐼 della corrente che si sta inviando, dalla resistività 𝜌1 del semispazio

omogeneo e da 2𝜋.
Sostituendo il valore di 𝐶2 nell’equazione:

𝐶2
𝑈(𝑟) =
𝑟

si ottiene che il potenziale ad una distanza 𝑟 dal punto 𝐴 (in cui è stata immessa una corrente di intensità

𝐼) è uguale a:

𝐼𝜌1
𝑈(𝑟) =
2𝜋𝑟

Fino ad ora è stato preso in considerazione il caso più semplice, ovvero quando il mezzo è omogeneo.

Quando, invece, il sottosuolo è disomogeneo le linee di corrente subiscono una distorsione. In questo

caso il fenomeno non può essere spiegato con l’equazione di Laplace, ma con quella di Poisson perché è

presente un termine di disturbo, ossia la discontinuità, che modifica l’andamento del potenziale.

In presenza di superfici di discontinuità la sorgente induce delle cariche su queste superfici che generano

un altro potenziale (chiamato Potenziale di Disturbo, 𝑉𝑖 ). Quindi, nel caso di un terreno a due strati, il

potenziale nel primo strato sarà dato dalla somma tra il potenziale dovuto alla sorgente (𝑈0 ) ed il

potenziale di disturbo (𝑉𝑖 ).

Pertanto, nel generico i-esimo strato il potenziale "totale" sarà dato da:

𝐼𝜌1
𝑈𝑖 = 𝑈0 + 𝑉𝑖 = + 𝑉𝑖
2𝜋(𝑟 2 + 𝑧 2 )1/2

dove:

- 𝑖 = 1, 2, … , 𝑛
Il potenziale di disturbo segue anch’esso l’equazione di Laplace, ciò vuol dire che bisogna risolvere

un’equazione di Laplace per tutti i potenziali dovuti alle discontinuità, cioè per tutti i potenziali che si

generano sulle superfici di discontinuità. Stavolta, però, l’equazione non si semplifica perché dipende

anche da 𝑧 e da 𝑟:

𝜕 2 𝑉𝑖 2 𝜕𝑉𝑖 𝜕 2 𝑉𝑖
+ + 2 =0
𝜕𝑟 2 𝑟 𝜕𝑟 𝜕𝑧

dove:

- 𝑖 = 1, 2, 3, … , 𝑛 − 1, 𝑛

Risolviamo questa equazione col metodo di separazione delle variabili, cioè si immagina che la soluzione

sia composta da due parti: una che dipende solo da 𝑟 e l’altra che dipende da 𝑧:

𝑉𝑖 (𝑟, 𝑧) = 𝑅𝑖 (𝑟) ∙ 𝑍𝑖 (𝑧)

dove:

- 𝑅𝑖 (𝑟) = 𝑐𝑖 (𝜆)𝐽0 (𝜆𝑟) + 𝑑𝑖 (𝜆)𝑌0 (𝜆𝑟)

- 𝑍𝑖 (𝑟) = 𝑎𝑖 (𝜆)𝑒 −𝜆𝑧 + 𝑏𝑖 (𝜆)𝑒 𝜆𝑧

Sostituendo questi valori nell’espressione di 𝑉𝑖 si ottiene:

𝑉𝑖 (𝑟, 𝑧) = [𝑎𝑖 (𝜆)𝑒 −𝜆𝑧 + 𝑏𝑖 (𝜆)𝑒 𝜆𝑧 ][𝑐𝑖 (𝜆)𝐽0 (𝜆𝑟) + 𝑑𝑖 (𝜆)𝑌0 (𝜆𝑟)]

dove 𝐽0 e 𝑌0 sono le funzioni di Bessel, rispettivamente di primo e di secondo tipo.

Quindi, per ogni strato si hanno 4 "incognite" (𝑎𝑖 , 𝑏𝑖 , 𝑐𝑖 , 𝑑𝑖 ) (due costanti per integrare su 𝑟 e due costanti

per integrare su 𝑧).


La funzione di Bessel di primo tipo (𝐽0 ), per

𝑥 = 0 ha un valore finito (ha valore 1). Per

𝑥 che aumenta, invece, essa tende a 0.

La funzione di Bessel di secondo tipo

(𝑌0 ) va a 0 per 𝑥 → ∞ ma diverge per

𝑥 → 0.

Poiché la funzione di Bessel di secondo tipo (𝑌0 ) diverge per 𝑥 → 0, significa che diverge in tutti i punti

dell’asse 𝑧 (il che non è fisicamente accettabile). Per rendere accettabile questa soluzione bisogna

imporre 𝑑𝑖 (costante che moltiplica la funzione di Bessel) = 0.

Raggruppando ora le varie costanti:

- 𝐴𝑖 (𝜆) = 𝑎𝑖 (𝜆) ∙ 𝑐𝑖 (𝜆)

- 𝐵𝑖 (𝜆) = 𝑏𝑖 (𝜆) ∙ 𝑐𝑖 (𝜆)


Si ottiene:


𝑉𝑖 (𝑟, 𝑧) = ∫ [𝐴𝑖 (𝜆)𝑒 −𝜆𝑧 + 𝐵𝑖 (𝜆)𝑒 𝜆𝑧 ]𝐽0 (𝜆𝑟) 𝑑𝜆
0

dove 𝐴𝑖 e 𝐵𝑖 sono due costanti di integrazione.

Sostituendo l’espressione di 𝑉𝑖 in quella di 𝑈𝑖 si ha:


𝐼𝜌1
𝑈𝑖 = + ∫ [𝐴𝑖 (𝜆)𝑒 −𝜆𝑧 + 𝐵𝑖 (𝜆)𝑒 𝜆𝑧 ]𝐽0 (𝜆𝑟) 𝑑𝜆
2𝜋(𝑟 2 + 𝑧 2 )1/2 0

che rappresenta la soluzione generale del potenziale totale 𝑈𝑖 nel generico i-esimo strato.

Ogni soluzione di questo tipo contiene 2 costanti di integrazione, 𝐴𝑖 (𝜆) e 𝐵𝑖 (𝜆), che bisogna determinare.

Poiché le soluzioni sono 𝑛, cioè pari al numero degli strati, le costanti incognite saranno in totale 2𝑛.

Dobbiamo pertanto imporre 2𝑛 condizioni al contorno, di natura fisica, che ci permettano di valutarle:

1. annullamento del potenziale dell'ultimo strato a profondità estremamente elevate:

𝑈𝑛 |𝑧=∞ = 0

2. annullamento della componente normale della densità di corrente lungo la discontinuità terra-

aria, essendo l’aria un isolante:

1 𝜕𝑈1
| =0
𝜌1 𝜕𝑧 𝑧=0

3. continuità del potenziale al passaggio da una discontinuità all’altra, cioè il potenziale deve avere

lo stesso valore sia se si considera la superficie di discontinuità appartenente allo strato superiore

sia se la si considera appartenente allo strato inferiore:

𝑈𝑖 |𝑧=𝐻𝑖 = 𝑈𝑖+1 |𝑧=𝐻𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑖 = 1, 2, … , 𝑛 − 1

4. continuità della componente normale della densità di corrente lungo le superfici di discontinuità,

poiché su ogni superficie equipotenziale la densità di corrente è uniforme il suo valore deve essere

lo stesso sia se si considera la superficie di discontinuità appartenente allo strato superiore sia se

la si considera appartenente allo strato inferiore:


1 𝜕𝑈𝑖 1 𝜕𝑈𝑖+1
| = | 𝑐𝑜𝑛 𝑖 = 1, 2, … , 𝑛 − 1
𝜌𝑖 𝜕𝑧 𝑧=𝐻 𝜌𝑖+1 𝜕𝑧 𝑧=𝐻
𝑖 𝑖

Le 4 condizioni rappresentano in totale 2𝑛 condizioni al contorno indipendenti che consentono di

determinare univocamente i 2𝑛 coefficienti incogniti.

Applicando la prima condizione al contorno:

𝑈𝑛 |𝑧=∞ = 0

si ottiene che:

𝐵𝑛 (𝜆) ≡ 0

Quindi se abbiamo a che fare con un terreno a 10 strati significa che:

𝐵10 (𝜆) = 0

perché sarebbe il nostro infinito e quindi il potenziale deve essere 0.

Applicando la seconda condizione al contorno:

1 𝜕𝑈1
| =0
𝜌1 𝜕𝑧 𝑧=0

si ottiene che:

𝐴1 (𝜆) = 𝐵1 (𝜆)

N.B.: 𝐴1 e 𝐵1 indicano che si sta considerando il primo strato.


Applicando le 2𝑛 condizioni al contorno, si ottengono due set di equazioni:

𝐴1 (𝜆)(𝑒 −𝜆𝐻1 + 𝑒 𝜆𝐻1 ) − 𝐴2 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻1 − 𝐵2 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻1 = 0

𝐴𝑖 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑖 + 𝐵𝑖 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻𝑖 − 𝐴𝑖+1 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑖 − 𝐵𝑖+1 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻𝑖 = 0 𝑝𝑒𝑟 𝑖 = 2, 3, … , 𝑛 − 2

𝐴𝑛−1 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑛−1 + 𝐵𝑛−1 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻𝑛−1 − 𝐴𝑛 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑛−1 = 0

𝜌2 𝐴1 (𝜆)(𝑒 −𝜆𝐻1 − 𝑒 𝜆𝐻1 ) − 𝜌1 𝐴2 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻1 + 𝜌1 𝐵2 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻1 = 𝑞(𝜌1 − 𝜌2 )𝑒 −𝜆𝐻1

𝜌𝑖+1 𝐴𝑖 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑖 − 𝜌𝑖+1 𝐵𝑖 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻𝑖 − 𝜌𝑖 𝐴𝑖+1 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑖 + 𝜌𝑖 𝐵𝑖+1 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻𝑖 = 𝑞(𝜌𝑖 − 𝜌𝑖+1 )𝑒 −𝜆𝐻𝑖

𝑝𝑒𝑟 𝑖 = 2, 3, … , 𝑛 − 2

𝜌𝑛 𝐴𝑛−1 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑛−1 − 𝜌𝑛 𝐵𝑛−1 (𝜆)𝑒 𝜆𝐻𝑛−1 − 𝜌𝑛−1 𝐴𝑛 (𝜆)𝑒 −𝜆𝐻𝑛−1 = 𝑞(𝜌𝑛−1 − 𝜌𝑛 )𝑒 −𝜆𝐻𝑛−1

che insieme formano un sistema di 2𝑛 − 2 equazioni nelle 2𝑛 − 2 incognite 𝐴1 , 𝐴2 , …, 𝐴𝑛 , 𝐵2 , 𝐵3 , …,

𝐵𝑛−1. Pertanto, è teoricamente possibile trovare il potenziale in ogni strato.

Ad esempio: se si ha un terreno a due strati, dopo aver ricavato 𝐴1 e 𝐴2 si inseriscono i valori

nell'equazione del potenziale e si ricava il valore del potenziale per un terreno a due strati (si ricorda che

𝐵1 𝑒 𝐵2 = 0). Quindi si può calcolare il potenziale generato da una corrente stazionaria I immessa nel

sottosuolo composto da due strati a resistività 𝜌1 e 𝜌2 . Si risolve così il problema diretto. Conoscendo le

equazioni che regolano il fenomeno in quel terreno si può proseguire con l'inversione.
In sintesi: immettendo una corrente

continua puntiforme in un sottosuolo

elettricamente omogeneo di resistività 𝜌,

le linee di corrente si irradieranno

simmetricamente dal punto di

immissione 𝐴 e la corrente 𝐼 si distribuirà

uniformemente sulla semisfera di area

2𝜋𝑟 2 .

Il potenziale su queste superfici è dato da:

𝐼𝜌
𝑈(𝑟) =
2𝜋𝑟

In realtà però, la corrente viene inviata da una coppia di poli (uno positivo ed uno negativo) ed il potenziale

non viene misurato in un punto (cosa impossibile) ma ciò che viene misurato è la differenza di potenziale

tra due punti.

La disposizione dei quattro elettrodi sul piano campagna, in linea di principio, può essere qualsiasi. In

realtà, però, gli elettrodi vengono posti in particolari disposizioni: Wenner, Schlumberger e Dipolo-Dipolo.

Queste sono le superfici equipotenziali e le linee di corrente viste in pianta: le linee di corrente escono dal

polo positivo ed entrano in quello negativo mentre le superfici equipotenziali hanno il centro nel punto

sorgente e si distribuiscono intorno ad esso.

La stessa immagine vista in sezione.

Questo è l’andamento del potenziale tra due poli di corrente: Poiché il potenziale va come 1/r è chiaro

che man mano che ci si avvicina alla sorgente il valore del potenziale aumenta, quando ci si allontana il

valore diminuisce.
Pertanto, se il sottosuolo è elettricamente omogeneo con resistività 𝜌, la differenza di potenziale Δ𝑉 tra i

punti 𝑀 e 𝑁 a distanza, rispettivamente, 𝑟1 e 𝑟2 dal punto sorgente 𝐴, e a distanza 𝑟3 e 𝑟4 dal punto

sorgente 𝐵, sarà data da:

𝐴
𝐼𝜌 1 1
Δ𝑉𝑀𝑁 = 𝑉 𝐴 (𝑀) − 𝑉 𝐴 (𝑁) = ( − )
2𝜋 𝑟1 𝑟2

𝐵
𝐼𝜌 1 1
Δ𝑉𝑀𝑁 = 𝑉 𝐵 (𝑀) − 𝑉 𝐵 (𝑁) = ( − )
2𝜋 𝑟3 𝑟4

quindi:

𝐴 𝐵
𝐼𝜌 1 1 1 1
Δ𝑉𝑀𝑁 = Δ𝑉𝑀𝑁 − Δ𝑉𝑀𝑁 = ( − − + )
2𝜋 𝑟1 𝑟2 𝑟3 𝑟4

Dalla formula precedente è possibile ricavare la resistività di un terreno omogeneo interessato dal

passaggio di corrente:

Δ𝑉𝑀𝑁 1
𝜌= 2𝜋
𝐼 1 1 1 1
𝑟1 − 𝑟2 − 𝑟3 + 𝑟4

con:

1
2𝜋 =𝐾
1 1 1 1
𝑟1 − 𝑟2 − 𝑟3 + 𝑟4

dove:

- 𝐾 è il coefficiente geometrico del dispositivo elettrodico considerato.

Nel caso, invece, di un sottosuolo disomogeneo la relazione precedente vale lo stesso, solo che non si

tratta più di una resistività reale ma di una resistività apparente (𝜌𝑎 ) che varia in funzione dei volumi di

terreno che vengono coinvolti dal passaggio di corrente, cioè varia al variare della distanza tra gli elettrodi.

Quindi se si lavora in un semispazio omogeneo, al variare della distanza elettrodica il valore della resistività

resta sempre lo stesso, mentre se si lavora in un semispazio disomogeneo il valore della resistività cambia.
I dispositivi elettrodici si dividono essenzialmente in due categorie:

- dispositivi simmetrici;

- dispositivi dipolari.

Dei dispositivi simmetrici fanno parte:

- il quadripolo Wenner;

- il quadripolo Schlumberger.

𝐴𝑀 = 𝑎

𝐴𝑁 = 2𝑎

𝐵𝑀 = 2𝑎

𝐵𝑁 = 𝑎

Nel quadripolo Wenner gli elettrodi sono sistemati in linea in modo da essere equidistanti tra loro secondo

lo schema 𝐴 𝑀 𝑁 𝐵. Questo metodo risulta essere particolarmente sensibile ai 3 cambiamenti verticali di

resistività al di sotto del centro dello stendimento, ma meno sensibile alle variazioni di resistività

orizzontali. Esso, pertanto, risulta essere adeguato nel caso si vogliano individuare strutture orizzontali

(quali stratificazioni o pavimentazioni). In presenza di strutture verticali (ovvero con variazioni di resistività

orizzontali) questo metodo risulta essere meno adatto.

In questo caso il coefficiente geometrico del dispositivo Wenner (𝐾𝑊 ) è dato da:

𝐾𝑊 = 2𝜋𝑎

Quindi la resistività è data da:

Δ𝑉
𝜌𝑊 = 2𝜋𝑎
𝐼
Nel quadripolo Schlumberger lo schema d’acquisizione rimane 𝐴 𝑀 𝑁 𝐵, ma la distanza tra gli elettrodi

𝐴 − 𝑀 e 𝑁 − 𝐵 risulta essere un multiplo-𝑛 (questo fattore n corrisponde al rapporto tra 𝐴𝑀/𝑀𝑁 = 𝑛)

della distanza degli elettrodi di corrente 𝐴 e 𝐵. Questa configurazione è discretamente sensibile sia alle

strutture orizzontali sia alle strutture verticali.

In questo caso il coefficiente geometrico (𝐾𝑆 ) è dato da:

𝑎2 𝑏
𝐾𝑆 = 𝜋 ( − )
𝑏 4

Nel caso in cui 𝑏 ≪ 𝑎, si ha un coefficiente geometrico approssimativo dato da:

𝑎2
𝐾𝑆,𝑎 =𝜋
𝑏

Per cui la resistività è data da:

𝑎2 ∆𝑉
𝜌𝑆 = 𝜋
𝑏 𝐼

L’approssimazione comporta un errore (𝑒) che risulta essere:

𝐾𝑆,𝑎 − 𝐾𝑆 𝑏2
𝑒= = 2
𝐾𝑆 4𝑎 − 𝑏 2

Da cui:

𝑒
𝑏 = 2𝑎√
1+𝑒
Nel calcolo della resistività l’errore (𝑒) deve essere ≤ 5% perché gli strumenti forniscono dati con una

precisione non superiore al 5%, da ciò risulta che:

1
𝑝𝑒𝑟 𝑒 ≤ 5% → 𝑏 = 2𝑎 ∙ 0.218 ≡ 𝑀𝑁 ≤ 𝐴𝐵
5
METODO MAGNETOTELLURICO (MT)

Il metodo Magnetotellurico è una metodologia di indagine geofisica che si inserisce tra i metodi

elettromagnetici a bassa frequenza.

Ricordando che i metodi a bassa frequenza si distinguono in due tipologie:

1. |𝑘|𝑟 ≪ 1  metodi a basso numero d’onda (o Low Induction Number, LIN);

2. |𝑘|𝑟 ≫ 1  metodi ad onda piana, ovvero metodi che si basano sull’ipotesi che la distanza tra

sorgente e ricevitore è molto più grande della lunghezza d’onda 𝜆 nel vuoto.

Dove 𝑘 è il numero d’onda e 𝑟 è la distanza tra la sorgente del campo ed il ricevitore.

Il metodo MT si inserisce tra i metodi ad onda piana.

Questo metodo studia il rapporto tra le variazioni del c.m.t. naturale a bassa frequenza (10−3 𝐻𝑧 < 𝑓 <

103 𝐻𝑧) e il campo elettrico parassita indotto nella Terra conduttrice. Questo rapporto (impedenza) è

funzione della distribuzione della resistività elettrica nel sottosuolo.

La sorgente di queste correnti è localizzata al di fuori della Terra Solida. Nel range di frequenze utilizzato

in MT, i segnali provengono principalmente da due tipi di sorgenti:

1. micropulsazioni del campo magnetico;

2. scariche elettriche atmosferiche.

Le micropulsazioni del campo magnetico terrestre possono essere causate da emissioni solari, aurore, ecc.

Queste attività hanno un’influenza diretta sulle correnti della ionosfera; si pensa, infatti, che le correnti

telluriche sono indotte nella terra da correnti ionosferiche.

Il meccanismo induttivo è un campo elettromagnetico che si propaga con poca attenuazione su larghe

distanze nello spazio tra la ionosfera e la superficie terrestre.

I campi elettrici correlati a queste correnti sono nell’ordine dei 10 𝑚𝑉/𝑘𝑚, mentre i campi magnetici ad

essi associati sono nell’ordine dei picotesla (1 𝑝𝑇 = 0,001 𝑛𝑇).


Una sorgente di correnti a frequenze maggiori sono le tempeste elettriche. Sebbene la loro localizzazione

è piuttosto casuale, la maggior parte delle tempeste sono localizzate in tre aree principali (tutte localizzate

nelle regioni equatoriali): Brasile, Africa Centrale e Malesia. Una parte dell’energia dei temporali viene

convertita in campi elettromagnetici che si propagano nell’interspazio ionosfera-Terra.

Queste due sorgenti eccitano il campo magnetico a frequenze comprese tra 10−3 𝐻𝑧 e 103 𝐻𝑧 (frequenze

piuttosto basse).

Questo a lato è lo spettro di ampiezza di

un campo magnetotellurico. Per

frequenze al di sopra di 1 Hz, le

variazioni del campo magnetico sono

quasi del tutto dovute a scariche

elettriche atmosferiche.

Per frequenze al di sotto di 1 Hz, le

variazioni del c.m.t. sono dovute fondamentalmente all’interazione fra particelle e/o radiazioni emesse

dal sole e la magnetosfera e atmosfera terrestre.

La dead band è di scarso interesse geofisico perché mostra sia le variazioni giornaliere che annuali.

IL CAMPO MAGNETOTELLURICO

Il campo magnetotellurico (MT) può essere generalmente definito come la porzione dipendente dal

tempo del campo magnetico terrestre, la quale induce un flusso di corrente nella terra.

Queste fluttuazioni possono essere caratterizzate da periodi che vanno da pochi millisecondi a secoli.

Variazioni con periodi inferiori a 1 ms generalmente non vengono usate in MT, dal momento che tali

rapide variazioni penetrano pochissimo nel sottosuolo. Sono anche escluse oscillazioni con periodi

superiori a 1 giorno, perché richiederebbero tempi di misura troppo lunghi e quindi poco economici; tra
l’altro la loro penetrazione è molto elevata, per cui si avrebbero con esse informazioni sulle resistività in

zone all’interno della terra di scarso interesse nel campo proprio della geofisica applicata.