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Identità sciita fra potere e democrazia

Scopo di questo saggio è fornire un contributo di definizione e analisi delle


caratteristiche e delle aspirazioni delle comunità sciite mediorientali. Tali elementi,
infatti, possono essere considerati come un fattore di primaria importanza - come
messo in luce dall’esito delle ultime elezioni in Iraq, Bahrain, Arabia Saudita, e
Kuwait1, e dal successo sociale, politico e, nel secondo caso, militare di Amal e di
Hizb Allâh in Libano2 - nel framework del presunto piano pan-sciita per la creazione
di un Crescente Sciita, messo in atto dalla Repubblica Islamica d’Iran (paese,
quest’ultimo, si ricorda, a maggioranza sciita e riferimento politico-ideologico
dichiarato di vari gruppi “islamici” di matrice sciita).
In via preliminare, pare opportuno chiarire cosa si intende per sciismo e in che
termini esso venga percepito dai suoi aderenti in senso identitario. Se, infatti, il
termine sciismo viene abitualmente presentato dai media come denotante un gruppo
unitario e chiaramente definito (quando non addirittura una vera e propria etnia), da
un punto di vista storico tale attribuzione pare essere priva di fondamento, come del
resto evidenziano gli stessi sciiti3.

Terminologia e identità nella definizione dello sciismo.


Tutti gli individui hanno dimensioni identitarie complesse: nazionalità, sesso, etnia,
religione, professione, classe sociale, lingua, regione, cultura, clan, tribù, famiglia, e

1
Sul ruolo degli sciiti nelle elezioni tenutesi in questi paesi negli ultimi anni si veda Nakash,
Yitzahak, Reaching for Power: The Shi‘a in the Modern Arab World, Princeton University Press,
Princeton 2006.
2
Cfr. Shanahan, Rodger, The Shi‘a of Lebanon: Clans, Parties and Clerics, I.B. Tauris, Londra
2005.
3
In tal senso va segnalato l’impegno al dialogo e alla diffusione di una conoscenza non
pregiudiziale nei confronti dello sciismo e delle società islamiche profuso da vari istituti islamici
sciiti, come la Khoei Foundation, con sedi a New York, Montreal, Londra, Parigi, per non citare che
quelle in paesi europei e nordamericani.

1
via discorrendo. Queste identità s’intersecano e sovrappongono a seconda dei
percorsi formativi di ciascun individuo e dell’influenza dell’ambiente sociale,
politico, culturale etc., in cui l’individuo opera, oltre che delle caratteristiche
individuali.
In termini strettamente storici, l’identità sciita, nella vasta maggioranza dei casi, si
manifesta in maniera collettiva come un’identità politico-sociale “non primaria”4.
Alla base dell’identità sciita c’è un innato sentimento di giustizia, o meglio
d’ingiustizia, da leggere all’interno di una visione universalistica dell’etica, frutto
delle vicende storiche alla base della formazione dello sciismo, e rappresentato in
maniera emblematica dal “paradigma di Karbala”5, atto fondante dell’identità sciita
contemporanea, rivissuto ogni anno attraverso le celebrazioni dell’ashura, festa ricca
di cerimonie dal fortissimo carattere simbolico.
Uno dei rischi, nell’analisi dello sciismo, è di considerare paramount l’aspetto per
così dire religioso dell’identità sciita e guardare agli sciiti come ad un gruppo unitario
e compatto, e non come ad una coscienza collettiva di singoli cittadini o sudditi,
accomunati da un generico senso d’appartenenza, e parte integrante della più ampia

4
Citiamo, a solo titolo di esempio, il caso di Fouad Ibrahim - autore di The Shi‘is of Saudi Arabia -
che riscopre la propria identità sciita solo come conseguenza della sanguinosa repressione del
governo dell’Arabia Saudita delle rivolte del 1979. D’altro canto, se, come detto, lo sciismo non è
un’identità “primaria”, esso può comunque avere, all’interno spesso di forme di “reazione
identitaria”, un forte potere aggregante, come si evince chiaramente dalla rivoluziona islamica
iraniana e dalla nascita dei vari movimenti islamici e partiti sciiti.
5
Nel 680 d.C., Husayn, terzo Imam sciita e nipote del profeta Mohammad (figlio di ‘Ali e Fatima),
e alcuni suoi sostenitori, vengono massacrati dalle truppe numericamente superiori degli Omayyadi
vicino Karbala, in Iraq. Sullo sfondo di questo tragico evento ci sono elementi di tradimento,
martirio e irreparabile ingiustizia. Questo evento, conosciuto come la Battaglia di Karbala, marca
uno spartiacque ideologico decisivo nello sciismo fra sunniti e sciiti. Rivissuto ogni anno attraverso
le rappresentazioni popolari ricche di phatos e dramma dell’Ashura, esso è in qualche modo
fondante nella lettura e interpretazione del mondo e della giustizia fatta dagli sciiti. Sull’idea di
“Karbala paradigm” si veda Fuad Ajami, The Vanished Imam, Cornell University Press, Ithaca, NY
1986, p. 138.

2
umma islamica. Emblematico, in tal senso, prendendo ad esempio l’Iraq, il caso di
Muhammad Bâqir al-Sadr6, considerato ideologo di Da’wa - partito etnicamente
definito - ma che in realtà si fa portatore di un messaggio pan-islamico. Un
messaggio tanto collettivo da subire l’influenza ideologica di Sayyid Qutb e di
influenzare, sembra, a sua volta il pensiero dei Fratelli Musulmani7.
In termini storico-sociali, inoltre, alla base dell’identità di ciascun sciita ci sono
specifiche esperienze storiche, spesso problematiche, vissute da ciascuna comunità
nei diversi paesi di residenza.
É, dunque, proprio muovendo dalla consapevolezza della complessità nel definire una
dimensione identitaria dello sciismo, che ci pare opportuno circoscrivere il terreno di
indagine, partendo da un dato descrittivo e indicativo: la presenza sciita nei paesi del
Crescente Fertile.

Crescente Fertile o Crescente Sciita?


Con il termine Crescente si fa comunemente riferimento al cosiddetto Crescente
Fertile, una zona che va dalle coste del Mediterraneo, a nord, attraverso la Siria e la
Mesopotamia, e che arriva, a sud, al Golfo Persico. Numerosi studi sul Crescente,
tuttavia, escludono l’Egitto, includendovi semplicemente la Siria geografica e la
Mesopotamia8, e, quindi, in termini di realtà politica contemporanea, Israele, i

6
Sulla figura di Muhammad Bâqir al-Sadr si veda Mauriello Raffaele, Muhammad Bâqir al-Sadr:
Epigono o Precursore del Mujtahid Impegnato?, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”,
tesi inedita 2002.
7
A riprova del valore pan-islamico delle idee di Sadr, basti segnalare come i suoi libri si trovino
fino in Marocco, e ciò nonostante l’avversione di molti regimi arabi nei confronti del pan-
islamismo. Riguardo, invece, la circolazione delle idee di Sayyid Qutb e dei Fratelli Musulmani in
Iraq e a Najaf nel periodo precedente la rivoluzione islamica iraniana e la loro fruizione da parte di
Muhammad Bâqir al-Sadr, si veda Mauriello, Raffaele, Muhammad, cit.
8
Cfr. Issawi, Charles, The Fertile Crescent 1800-1914: a Documentary History, Oxford University
Press, Oxford 1988, p. VII.

3
territori dell’Autorità Palestinese, la Siria, il Libano, la Giordania, una piccola parte
della Turchia, e l’Iraq9.
Il primo a proporre l’idea di un Crescente Sciita (hilâl shî‘î) è stato re ‘Abd Allâh II
di Giordania, nel dicembre del 200410, in particolare in relazione all’avvicinarsi delle
elezioni nei territori dell’Autorità Palestinese, a ancor più in Iraq11, avanzando il
sospetto di un presunto piano egemonico iraniano nella zona che prevedrebbe
l’utilizzo di movimenti vicini alle lobby di potere iraniane legate ai Guardiani della
Rivoluzione e a Khameneî. Nella sua accezione, re ‘Abd Allâh II faceva riferimento
ad una definizione territoriale di Crescente che include il Libano, l’Iraq, i paesi del
Golfo e l’Iran. Tornando sulla proposta fatta da ‘Abd Allâh II, recentemente figure
vicine alla corte giordana hanno ampliato la rosa dei paesi coinvolti nel piano
egemonico12, arrivando ad includere, nel Crescente, anche lo Yemen, e chiarendo,
forse maggiormente, i termini della questione. Inoltre, sia il presidente egiziano
Mubarak, che il re saudita ‘Abd Allâh Ibn ‘Abd al-‘Aziz Al al-Su‘ud, si sono, in
tempi diversi, uniti a quanto sostenuto da re ‘Abd Allâh II, accentuando, con la loro

9
Cfr. The Cambridge Encyclopedia of the Middle East, Cambridge University Press, Cambridge
1988, p. 20; e Holt, P. M., Egypt and the Fertile Crescent 1516-1922: a Political History,
Longmans, London 1966. Sottolineamo come stranamente nei lavori citati in questa e nella
precedente nota, con la importante eccezione della The Cambridge Encyclopedia of the Middle East
- che però parla solo di “West Bank” -, non ci sia alcuna traccia dell’Autorità Palestinese
nell’elencazione delle realtà statuali contemporanee facenti parti del Crescente, aggiunta nell’elenco
per quelli che a noi sembrano, invece, ovvi motivi geopolitici.
10
Per quanto sostenuto da re ‘Abd Allâh II, si rimanda al sito del ministero degli esteri giordano:
http://www.mfa.gov.jo/ar/interviews_details.php?id=94&menu_id=100
11
Le prime elezioni del dopo-Saddam Hussein si tennero il 30 gennaio del 2005 e videro la vittoria
delle formazioni sciite e curde a discapito dei sunniti, i quali boicottarono le elezioni.
12
In tal senso si è espresso Sâlih al-Qallâb, ex ministro dell’informazione giordano, e, attualmente,
consulente della corte reale. In alcune interviste rilasciate di recente Sâlih al-Qallâb è tornato a
proporre l’idea di ‘Abd Allâh II, parlando però non di Crescente Sciita, ma di Crescente Persiano
(al-hilâl al-fârsî) e Iraniano (al-hilâl al-irânî). Si veda l’intervista rilasciata dall’ex ministro ad al-
‘Alam al-‘Ann, reperibile su: http://sotaliraq.com/iraqi-news/middle-east/nieuws.php?id=2244

4
adesione, il valore se vogliamo “rivoluzionario” dei cambiamenti in atto. Per la prima
volta nella storia moderna, infatti, gli sciiti arabi si trovano dinanzi alla possibilità di
gestire uno stato (l’Iraq), dove peraltro sono maggioranza della popolazione.
Benché non si abbiano a disposizione dati di censo ufficiali sulla presenza sciita in
medio oriente13 - e con la clausola di essere percepiti come “politicamente irrilevanti”
- è credibile14 ritenere che gli sciiti siano maggioranza della popolazione sia in Iraq
(60-65%), che in Libano (40-50%) e, certamente, in Bahrein (70-80%), e siano
comunque presenti in maniera significativa anche in Arabia Saudita (circa 15%),
Kuwait (circa 30%) e Siria (circa 16%), per non citare che i casi più rilevanti
(presenza sciita in Iran dichiarata all’89% su una popolazione di 72 milioni di
abitanti).

Da un punto di vista di distribuzione sul territorio la questione relativa al Crescente


presenta aspetti di complessità che sembrano riecheggiare anche nella polisemia del
termine stesso. Il termine “Crescente” traduce l’arabo hilâl, che, in realtà, in termini
di islamistica, e, cioè, di storia dell’Islam, non ha un’accezione politico-territoriale
vera e propria, ma piuttosto una valenza “religiosa”15. Hilâl indica, innanzitutto, la
luna nuova, la luna crescente appunto, elemento di fondamentale importanza
nell’Islam, perché determina, nel calendario (lunare) islamico, l’inizio e la fine del
Ramadan, la data del pellegrinaggio, etc. Non è un caso che proprio la luna crescente

13
Fa eccezione parziale il Libano, il cui censimento del 1932, però, non ha attualmente alcuna
validità.
14
Si rimanda alle cifre offerte, ad esempio, dall’Institue for Gulf Affairs, dalle riviste Saudiaffairs e
Gulfaffairs, e dal CIA’s World Factbook. I dati di queste ed altre fonti, fra cui vanno citate anche
quelle ufficiali del Governo iraniano e del Regno dell’Arabia Saudita, sono stati da me discussi con
vari esperti del settore e membri di associazioni sciite, in particolare presenti nel panorama
londinese.
15
Cfr. The Encyclopaedia of Islam, new edition, vol. III, Leiden 1971, pp. 379-387.

5
sia generalmente indicata come simbolo dell’Islam16 - in contrapposizione alla croce
cristiana e alla stella di David.
In tal senso, il riferimento al formarsi di un Crescente Sciita potrebbe indicare, da un
punto di vista ideologico, una ripresa dello sciismo proprio nei confronti del
sunnismo, e un “cambiamento di fortuna” nella ipotetica lotta fra sciismo e
wahhabismo proposta da alcuni studiosi17.
In quest’ultimo caso, la prospettiva cambia di nuovo, infine, se si guarda la questione
nel framework del Crescente Fertile, o se si prende in considerazione il cosiddetto
Greater Middle East18, come proposto dal presidente americano George Bush. In
questo caso, la presenza (maggioritaria) sciita in Azerbaigian, quella significativa in
Pakistan (circa 20%) e in Afghanistan (circa 20%)19 e la millenaria influenza della
cultura iraniana in tutti e tre i paesi sono da intendersi come ulteriori elementi utili
alla comprensione del quadro geopolitico della regione.

Crescente Sciita e Crescente Persiano: il ruolo dell’Iran nella “definizione” delle


problematiche territoriali e identitarie.
Qui occorre fare un’ulteriore precisazione, perché se da una lato c’è chi parla di
Crescente Sciita, dall’altro c’è chi sostiene che si tratti invece di un Crescente

16
Il crescente appare come simbolo dell’Islam già a partire dal 695 d.c., cfr. The Encyclopaedia of
Islam, cit.
17
Su un eventuale scontro ideologico fra imamismo e wahhabismo, si veda la proposta
interpretativa sul Crescente Sciita fornita da Vali Nasr, che sostiene l’esistenza di uno scontro di
potere fra Iran e Arabia Saudita per la leadership politica e spirituale del mondo islamico. Cfr. Nasr,
Vali, The Shia Revival: How Conflicts within Islam Will Shape the Future, W W Norton & Co Ltd,
2006.
18
In tal senso si veda Daalder, Ivo, Gnesotto, Nicole and Philip Gordon (a cura di), Crescent of
Crisis: U.S./European Strategy for the Greater Middle East, Brookings Insitution, U.S. 2005.
19
Inoltre, una delle due lingue ufficiali dell’Afghanistan, il dari (parlato da circa il 50% della
popolazione) è lingua iranica e intelligibile a qualsiasi iraniano; l’altra essendo il pashtu (circa
35%).

6
Persiano, o, ancora, Iraniano, cosa del tutto differente, anche se con alcune zone di
sovrapposizione20.
Nel caso della prima, il teorema è che gli sciiti sarebbero una specie di “quinta
colonna” iraniana nel mondo arabo: tema già caro a Saddam Hussein, che ne fece un
cavallo di battaglia per la guerra contro l’Iran e dimostratosi chiaramente infondato
proprio alla luce del comportamento degli sciiti irakeni nel corso di tale guerra, che
essi combatterono contro i loro correligionari iraniani21.
Agli occhi di molti arabi sunniti, l’idea di sciismo è effettivamente legata a quella dei
persiani; idea, questa, probabilmente rafforzata dalle vicende storiche legate alle
dispute shu’ubite in epoca abbaside22. Eppure quest’idea è priva di fondamento
storico, perché se è vero che in epoca Qajar si è verificata una “iranizzazione” dello
sciismo, è altrettanto vero che le radici storiche e politiche, ancor prima che
ideologiche, dello sciismo sono da ricercare nelle dispute per la successione a
Mohammad alla guida della umma23. Ci si riferisce, in particolare, ai primissimi anni
di nascita dell’Islam, quando l’elemento persiano risulta del tutto assente: dunque, si
tratta ancora di una disputa fra arabi e, per di più, della stessa famiglia, i cosiddetti
Ahl al-Bayt24 (i discendenti diretti della famiglia del profeta).

20
In tal senso di è pronunciato, fra gli altri, Salih al-Qallab. Vedi nota 12.
21
cfr. Nakash, Yitzah, The Shi‘is of Iraq, Princeton, New Jersey 1994, p. 278.
22
La shu‘ûbiyya è un movimento culturale - con forti valenze politiche - che nel IX-X secolo
contrappose arabi e non-arabi, principalmente persiani, sui rispettivi meriti o demeriti del loro ruolo
come membri dell’ecumene islamica.
23
Su tali avvenimenti si veda Scarcia Amoretti, Biancamaria, Sciiti nel mondo, Jouvence, Roma
1994.
24
Si noti che in questo senso, la totalità delle case regnanti del mondo arabo vanta una presunta
discendenza diretta dalla famiglia del profeta. In tal senso re ‘Abd Allâh II di Giordania, in risposta
all’accusa di anti-sciismo rivoltagli per le sue affermazioni sul “Crescente sciita”, si è difeso proprio
richiamando la sua appartenenza all’Ahl al-Bayt.

7
Inoltre, se non esistono un’etnia sunnita e un’etnia sciita, esistono, invece, un’etnia
araba e un’etnia persiana (né va dimenticata la presenza in Iraq25 dell’etnia curda, a
sua volta divisa fra una maggioranza di sunniti e una minoranza di sciiti, i curdi
Fayli, entrambi parte della più ampia umma islamica).
Proprio attraverso la “giustificazione” di quest’ultimo elemento - umma - e la
vicinanza emozionale della tragedia del popolo palestinese al “paradigma di
Karbala”, potrebbe forse spiegarsi meglio l’appoggio iraniano ad alcuni gruppi
politici e militanti palestinesi e libanesi, fra cui ricordiamo su tutti Hizb Allâh.
Questo movimento, lo ricordiamo, nasce dalla resistenza all’invasione israeliana del
sud del Libano e non dalla volontà ideologica di diffondere lo sciismo e l’ideologia
alla base della velayat-e faqih in un’ambiente in cui lo sciismo è già maggioranza
numerica della popolazione e in cui la tradizione culturale sciita è ben più antica e
autorevole che non nello stesso Iran26.
Nel caso del Crescente Iraniano, invece, la presenza di iraniani nella regione è
estremamente ridotta, ad eccezione parziale della Siria, non a caso alleato strategico
dell’Iran nella zona27.
A nostro avviso, il punto non è tanto capire se l’Iran abbia aspirazioni ad essere
potenza medio orientale (cosa del resto chiaramente dichiarata di recente per esempio
dal pur moderato Khatamî28 e segnalata da operazioni mediatiche come il lancio del

25
Il caso dell’Iraq non è assolutamente esemplare, in tal senso si tenga presente che in Libano, lo
stato riconosce ufficialmente diciotto sette.
26
Sulla presenza sciita nel Jabal Amil si veda Chibli Mallat, Shi‘i Thought from the South of
Lebanon, Centre for Libanese Studies, Oxford April 1988.
27
Sui motivi dell’alleanza strategica fra Siria e Iran si veda Jubin M. Goodarzi, Syria and Iran:
Diplomatic Alliance and Power Politics in the Middle East, I.B. Tauris, Londra 2006. In tal senso
ricordiamo che le lobby al potere in Siria, e lo stesso Bashar al-Asad, sono Alawiti, cioè anch’essi
sciiti, anche se membri di un ramo diverso da quello degli imamiti.
28
Intervista rilasciata ad Al-Hayat il 19/06/06, cfr. http://english.daralhayat.com/Spec/06-
2006/Article-20060619-ec7edee9-c0a8-10ed-0101-7643fba8d270/story.html.

8
canale arabo Alalam29), ma è piuttosto analizzare se e come questa volontà - la cui
natura resta, a nostro avviso, puramente politica, e non militare - possa trovare un
eventuale sostegno nell’elemento sciita dei paesi dell’area. A mettere in guardia da
facili “sviste” e al fine di mettere in luce l’aspetto prettamente politico, e non solo
ideologico, della questione, basti notare come, paradossalmente, le tensioni fra gli
USA e l’Iran si siano acuite proprio quando ad essere eletto a Presidente iraniano è
stato un laico, l’ingegnere Ahmadinejad. Come “paladino della libertà” è stato,
invece, indicato un mujtahid30, l’Ayatollah Khatamî, e cioè un membro di quella
gerarchia sciita da cui emerse nel 1979 l’Ayatollah Khomeinî artefice e simbolo della
Rivoluziona Islamica iraniana, che a sua volta ha, di nuovo paradossalmente,
condotto all’instaurazione della più avanzata, per quanto complessa e ancora in via di
formazione, democrazia in medio oriente31: la Repubblica Islamica d’Iran, appunto.
La “svista”, però, non è del tutto priva di fondamento, nel senso che è proprio il
mujtahid, nello sciismo contemporaneo, uno dei possibili promotori della volontà

29
In onda dal 2004, Alalam (Il mondo), che già attraverso la scelta del nome segnala la sua
intenzione “laica”, è fruibile persino via internet, gratis, e la sua validità e rilevanza è dimostrata dal
fatto che viene seguito da non pochi sunniti irakeni, spesso in preferenza alla stessa al-Jazeera.
30
Il mujtahid è un’autorità in diritto islamico. Esso si caratterizza per la capacità di esercitare
l’ijtihâd, la capacità di interpretare, in maniera indipendente (ra’y o ‘aql), il corpus giuridico
islamico, al fine di pronunciarsi su uno specifico caso di giurisprudenza su richiesta, di norma, di un
credente (muqallid).
31
A sostegno del termine “democrazia” si ricorda soltanto che, in Iran, dal 1979 si sono susseguite
9 elezioni presidenziali e 37 nazionali. Ahmadinejad è il primo presidente laico dal 1981. Non
siamo certo soli a sostenere ciò; si vedano anche Ali Ansari, “Continous Regime Change from
Within” in Lennon, T.J. Alexander, Eiss Camille (a cura di), Reshaping Rogue States: Preemption,
Regime ch’ange, and U.S. Policy toward Iran, Iraq, and North Korea, The MIT Press, Cambridge
2004, pp. 265-282, in particolare p. 265; e Gheissari, Ali, Nasr, Vali, Democracy in Iran: History
and the Quest for Liberty, Oxford University Press, USA 2006, pp. V -VI.

9
riformista e democratica della popolazione iraniana e non solo (si pensi, di nuovo, al
caso di Fadhl Allâh32 e Nasr Allâh in Libano, e di Sistanî in Iraq).
Quello che si sta effettivamente verificando nel Crescente è una ripresa culturale,
ancor prima che politica, dello sciismo arabo. Tale ripresa risulta legata in parte alle
conseguenze della rivoluzione islamica iraniana e alla velayat-e faqih, la cui stessa
elaborazione ideologica, si faccia attenzione, avviene a Najaf, in Iraq, nell’ambito
della hawza tradizionale33. Tuttavia, essa avviene per mano di uno sciita iraniano con
una profonda formazione filosofico-sufica, e le sue radici storiche risalgono, in realtà,
sia alla Rivoluzione Costituzionale Iraniana del 1906 che all’opposizione
all’invasione inglese in Iraq del 1920, fenomeni, entrambi, che videro in prima linea
proprio i mujtahid e le loro reti organizzative semi-ufficiali.

Gerarchie sciite e internazionale sciita.


Negli ultimi due secoli si è assistito, in ambito sciita, a un marcato fenomeno di
gerarchizzazione, e si è venuta a formare una sempre più organizzata e interrelata
elite religiosa - una sorta di “internazionale sciita”34 - supportata da una relativa
elaborazione dottrinaria da parte dei giuristi ja’fariti35, le cui origini e motivazioni

32
Su questo personaggio si veda Sankari, Jamal, Fadlallah: The Making of a Radical Leader,
SAQI, Londra 2005
33
Sulla hawza e sugli inizi del movimento riformista si veda Meir Litvak, Shi‘i Scholars of
Nineteenth Century Iraq: The ‘Ulama of Najaf and Karbala’, Cambridge University Press,
Cambridge 1998.
34
Sull’idea di “internazionale sciita” si veda Mallat, Chili, The Renewal of Islamic Law:
Muhammad Baqer al-Sadr, Najaf and the Shi‘i International, Cambridge University Press,
Cambridge 1993.
35
Ja‘farismo è il nome della scuola giuridica imamita, da Ja‘far al-Sadiq, sesto Imam duodecimano,
considerato il fondatore vero e proprio della giurisprudenza sciita imamita. Per una prospettiva di
tale scuola giuridica si rimanda Ayatollah Ja‘far Sobhani, Doctrines of Shi‘i Islam: A Compendium
of Imami Beliefs and Practices, tradotto dal persiano da Reza Shah-Kazemi, I.B. Tauris, London
2001.

10
storiche restano ancora da chiarire in maniera critica36. Tale “internazionale sciita” ha
un carattere universalista, e non settario37, e, inoltre, è intrinsecamente strutturata per
avere molteplici centri di riferimento, i più simbolici dei quali si trovano storicamente
in Iraq, e non in Iran.
La gerarchia, di natura informale e non inserita in alcuna struttura statale (neanche in
Iran, dove si sono realizzate, in parte, le idee proposte da Khomeinî nella sua
Velayat-e Faqih38), è composta di vari gradi, di cui l’ultimo è quello di marja al-
taqlid. L’accesso alla gerarchia avviene attraverso la hawza ‘ilmiyya, la rete di scuole
e istituti di studio dello sciismo distribuita un po’ dappertutto nel mondo39, e la
“affiliazione” a un mujtahid-insegnante, a sua volta legato a un marja. Va chiarito
che la separazione di hawza e marja’iyya dallo stato è intrinseca allo sciismo, e
storicamente ininterrotta, tanto da rappresentare uno dei principali elementi formali
con cui le gerarchie sciite si auto-differenziano dall’organizzazione dei sunniti, dove
il mufti40 viene designato dallo stato.
Secondo i giuristi ja‘fariti, i marja sono sì i riferimenti giuridici e i “legalizzatori”
degli atti dei credenti, ma mancano, giuridicamente, dei mezzi atti a rendere
coercitiva questa legalizzazione; il credente sciita, inoltre, è sì tenuto a seguire un
marja al-taqlid41, ma solo negli atti che gli sembrano più opportuni, potendo persino
scegliere di seguire un marja in alcuni atti e un altro o più di due per altri.
36
Per una prospettiva generale sull’evoluzione della marja‘iyya, si veda Husayn Baraka al-Shami,
al-Marja‘iyya al-Diniyya min al-Dat Ila al-Muassasa, Dar al-Islam, London 1999.
37
Si tenga presente che utilizziamo i termini “settario” e “setta” nell’accezione inglese di sectarian,
che non ha, in realtà, valenze semantiche necessariamente negative, implicite, invece, nel termine
italiano, ciò in mancanze di un diverso e più adeguato termine corrispondente nelle nostra lingua.
38
Cfr. Khomeini, Ayatollah Ruhollah, Islamic Government: Governance of Jurisprudent,
University Press of the Pacific, Honolulu, Hawaii 1979.
39
Si veda, a titolo di esempio, il sito della hawza ‘ilmiyya di Londra: hawza.org.uk.
40
Il mufti è la più alta carica religiosa dei sunniti.
41
Il marja al-taqlid è la suprema autorità sciita in termini di interpretazione del diritto islamico.
Ogni credente (muqallid) è tenuto a seguire quanto detto dal suo marja al-taqlid di riferimento: ve
ne può essere anche più di uno in alcuni determinati periodi storici - questa è stata, in realtà, la

11
Il processo è, però, ancora in atto, e in quest’ottica andrebbero viste alcune delle
dispute fra alcuni dei marja più significativi della scena culturale sciita, come quelle
fra Fadl Allâh e Khameneî42. Di tutt’altro genere, invece, sono le vicende che hanno
portato alla morte, in Iraq, di Majid al-Khû’î43: presumibilmente ad opera di seguaci
di Muqtada al-Sadr44, come conseguenza di divergenze eminentemente politiche e di
potere45, non dottrinarie, fra il primo, membro della diaspora (che avrebbe preteso di
tornare e rafforzare la sua influenza con l’appoggio americano) e il secondo, cioè chi
è rimasto, nonostante la forte repressione e si ritiene legittimato, per questo, ad avere
una parte nella gestione del potere (pur con un plausibile appoggio iraniano,
comunque percepito dagli irakeni come straniero). In entrambi i casi si tratta
d’importanti famiglie e delle loro reti di clientele e sostenitori, le cui divergenze sono
precedenti all’invasione anglo-americana46. Anche in questo caso, il quadro viene

norma per molti secoli - negli atti legati ai vari aspetti del diritto ja‘farita. In tal senso, e per un
riferimento al “codice di comportamento” del credente sciita, si veda Islamic Laws, According to
the Fatawa of Ayatollah al Uzama Syed Ali al-Husaini Seestani, English Version of Taudhihul
Masae’l, The World Federation of Khojia Shia Ithna-Asheri Muslim Communities, Stanmore
Middx, U.K. 1994.
42
Cfr. Sankari, Jamal, Fadlallah: The Making of a Radical Leader, SAQI, Londra 2005, pp. 263-
265.
43
Su Majid al-Khû’î si veda Masira Tadhiyya wa Jihâd (Il Cammino verso il sacrificio e il jihâd),
Mu’assasa al-Khû’î Hayriyya, Londra, seconda edizione 2004.
44
Membro di un’eminente famiglia di sayyid iraqeni, originaria del Jabal ‘Amil, è figlio di
Muhammad Sâdiq al-Sadr, il più importante marja arabo irakeno degli anni novanta, e nipote di
Muhammad Bâqir al-Sadr, uno fra i principali riformatori dello sciismo contemporaneo.
Sull’importanza e sul ruolo degli Al Sadr si veda Raffaele Mauriello, Muhammad, cit.
45
In tal senso, si veda anche quanto sostenuto da Jeffrey White in uno dei suoi contributi in
Knights, Michael (a cura di), Operation Iraqi Freedom and the New Iraq: Insights and Forecasts,
Analisys by Scholars and Experts of The Washington Institute for Near East Policy, The
Washington Institue for Near Eass Policy, Washington 2004, p. 159.
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Non è scopo di questo saggio entrare nei particolari dei rapporti fra le diverse famiglie sciite in
Iraq. Ad ogni modo, per una panoramica sulle diverse posizioni e divergenze fra gli al-Sadr, gli al-
Khu’i, e Khomeini si veda, ad esempio, quanto segnalato da Chibli Mallat nel suo The Middle East

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complicato dalla considerazione che, paradossalmente, se nel primo caso (quello di
Muqtada al-Sadr) si tratta di una famiglia arabo-irakena, nel secondo, invece, (quello
di Majid al-Khû’î), si tratta di una famiglia iraniana. Entrambe le famiglie membre
dell’Ahl al-Bayt. Ci si sarebbe aspettati, pertanto, che le alleanze seguissero un corso
diverso, magari etnico-nazionalistico; ma il problema è politico e non etnico o
religioso. Sotto quest’ultimo aspetto entrambe le famiglie sarebbero perfettamente
legittimate a presentare una “loro” interpretazione giuridica della questione.

Sciiti e democrazia.
Le popolazioni del medio oriente, e quindi il loro elemento sciita, sono sempre più
alla ricerca di giustizia socio-politica e di migliori condizioni di vita. In un mondo
globalizzato, soprattutto dai media, gli sciiti in Libano, Siria, Giordania, Iraq, Iran,
Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Oman e Yemen, sono sempre più consapevoli e
informati delle vicende in atto nei vari paesi della zona e di tutto il mondo.
Nonostante il sostanziale successo politico della rivoluzione islamica in Iran e del
positivo esito del processo di formazione dei movimenti politici libanesi, Amal e
Hizb Allâh, entrambi nati dall’idea di un mujtahid47, e agli inizi non auto-definiti in
senso settario, gli sciiti, tuttavia, continuano a ritenere temporaneo (quando non
proprio inesistente) il problema della “libanizzazione” del medio oriente, e cioè del
rafforzarsi e formalizzarsi delle differenze religiose ed etniche in chiave politica.
Occorre segnalare che, in realtà, non c’è nessun cambiamento sostanziale da un punto
di vista numerico - ad eccezione del Libano. Gli sciiti sono da alcuni secoli, infatti,
maggioranza numerica nella zone che si affacciano sul golfo persico, e
numericamente rilevanti nel Crescente, né diversa è la loro volontà di giustizia,
elemento fondante della loro identità. Diverso è, invece, il contesto internazionale che
consente l’espressione partecipativa della loro volontà di giustizia sociale, non di

into the 21st Century, Ithaca Press, Lebanon 1996, in particolare il capitolo “The Survival of the
Iraqi Regime and the Persisting Absence of an Institutional Alternative”, pp. 71-126.
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Nel primo caso si tratta di Musa al-Sadr, nel secondo di Nasr Allâh.

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rappresentazione politica in senso settario, di cui si vedono dei sintomi apparenti che
conservano, però, il carattere della novità e della devianza, probabile frutto delle
politiche dei regimi al potere e dell’acculturazione.

Conclusioni.
Le analisi sulle prospettive di democratizzazione del medio oriente vengono
complicate dal fatto che i processi in atto e le chiavi di lettura vengono posti anche
all’interno delle comunità sciite. Il dibattito “Islam e democrazia” è un dibattito in
corso nelle stesse popolazioni mediorientali.
Comunque, è possibile trarre delle conclusioni e avanzare proposte sugli andamenti
proponibili come mainstream, basandosi sull’analisi dei precedenti storici.

- Non esiste un Crescente Persiano vero e proprio, né un piano di Crescente Sciita


da parte dell’Iran.
- L’Iran non ha, né può avere, ambizioni militari nella zona, a parte il caso
“simbolico” dello scontro ideologico con Israele e dell’appoggio ai movimenti di
resistenza palestinesi e libanesi, vissuto anche come mezzo di legittimazione
dello sciismo iraniano in chiave umma islamica.
- Gli sciiti arabi non sono una “quinta colonna” nelle mani della Repubblica
Islamica d’Iran.
- Esiste una differenza etnica fra sciiti iraniani e sciiti arabi.
- Gli sciiti sono maggioranza della popolazione nella zona che va dai territori
dell’autorità palestinese, passando per il Libano, la Siria, l’Iran, il Kuwait e l’Iran
compreso.
- Gli sciiti sono maggioranza nelle zone che si affacciano sul Golfo Persico.
- Gli sciiti hanno manifestato, dove possibile, una marcata propensione ai mezzi di
espressione democratica, sia in Iran che nei paesi arabi.

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- Esiste una sorta di “internazionale sciita”, nel senso di un forte legame culturale
“impersonificato” nella figura dei mujtahid, punti di riferimento spirituale della
maggioranza degli sciiti, sia arabi che persiani.
- Esiste una pluralità di tendenze ideologiche, frutto dell’adattamento delle
tradizioni sciite alle realtà contemporanee da parte dei mujtahid.
- Le principali tendenze, e quelle più rappresentative, sono a favore di ordinamenti
democratici, anche nello stesso Iran.
- É ipotizzabile un effetto “democratizzante” di un eventuale processo democratico
in Iraq rispetto ai paesi dell’area, e, quindi, anche dell’Iran.

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